Siamo nei guai - Settimanale Tempi

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Siamo nei guai - Settimanale Tempi
anno 22 | numero 06 | 17 FeBBraio 2016 |  2,00
Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr
settimanale diretto da luigi amicone
Siamo
nei guai
Che fare con l’Isis in espansione in Libia?
Aiutare chi lo sta già combattendo sul posto
oppure inviare truppe al macello?
EDITORIALE
A PROPOSITO DEL NOSTRO INVITO A USCIRE DAL GOVERNO
Renzi, le poltrone e il ddl Cirinnà
Lettera di Maurizio Lupi e risposta
C
aro direttore,
trovo nel suo editoriale del 4 febbraio un errore di
metodo, letale per chi fa politica
e per chi voglia risolvere veramente un
problema. Io faccio politica con due criteri: lavorare per costruire il bene comune
in base all’ideale di bene che ho incontrato e che continuo a vivere in un’esperienza di popolo. E, secondo, rispondendo
responsabilmente alla realtà, alle condizioni che la realtà oggi mi pone. Ipotizzare scenari futuri – che cosa farei se succedesse che… – è un esercizio che affascina
molto i giornalisti, ma che sembra fatto
apposta per eludere il problema che siamo chiamati a risolvere.
Per essere chiari: ci sta veramente a
cuore una buona legge sulle unioni civili
(che dobbiamo fare in ossequio a una sentenza della Corte costituzionale) che non
assimili il nuovo istituto al matrimonio e
che non permetta l’adozione alle coppie
omosessuali? O in realtà ci interessa solo
– e le unioni civili sono il pretesto – la caduta del governo?
Io voglio lavorare sino all’ultimo minuto disponibile perché la legge sulle
unioni civili sia una buona legge, perché
non sia quel pasticcio di similmatrimonio con annesse adozioni e conseguente apertura all’inumana pratica dell’utero in affitto che oggi ci viene prospettata.
Con chi devo lavorare e dialogare per ottenere questo risultato se non con il partito con il quale sono al governo? E per
poterlo fare seriamente, cogliendo anche
le aperture, le critiche e le forti perplessità presenti nel Pd, debbo far valere delle ragioni a favore della mia posizione o
devo puntare sul ricatto? Devo esasperare
l’alleato di governo, incitarlo alla prova
di forza, provocarlo sulla difesa di bandiera di un provvedimento sul quale so che
molti parlamentari del Pd hanno molti
dubbi? Devo esasperare la situazione invece di lavorare per risolverla? Devo eccitarlo a una prova identitaria e ideologica per vantarmi di aver difeso la mia, di
identità politico-ideologica, senza portare a casa il risultato che invece mi sta realmente a cuore?
La lettera riprodotta
qui è la replica di Lupi
a un editoriale di
Tempi che indicava ai
leader di Ncd l’uscita
dal governo come
unica via «davanti a
una legge che Renzi e
il Pd hanno spinto
tanto da renderla
ingiustificabile»
No, mi si ribatte, a cuore avete soltanto le poltrone. Avrei gioco facile a dire che
questa obiezione non può certo essere fatta a me, ma rifiuto il ricatto moralisticopopulistico. Certo, in politica ci sono le
poltrone, come ci sono nel giornalismo,
nell’impresa, nella finanza, nell’associazionismo. Chi, facendo politica o impresa o ricerca all’università, non vuole occupare una poltrona per esercitare da lì
la responsabilità di cui viene investito per
il bene comune è un ciarlatano, un truffatore travestito da moralista.
Ma voglio essere realista fino in fondo.
Dite, e dicono molti vostri colleghi, Renzi
vi ha ammorbidito con un bel po’ di poltrone governative nel rimpasto di governo. E chi deve assumersi responsabilità di
governo se non i partiti che lo formano e
lo sostengono in Parlamento? Il ministero con delega alla famiglia andava affidato a un grillino?
Riusciremo a evitare questo decreto, così come è fatto? Non lo so, so che ci
proveremo fino in fondo e mi auguro di
riuscirci. Se non ci riusciremo ne prenderemo atto, e chi ha voluto che questo
accada se ne assumerà la responsabilità,
anche politica. E non sarà un passaggio
indolore. Ma posso, ad esempio, mettere sul piatto il sì al referendum sulle riforme? Posso cambiare idea su una riforma alla quale ho lavorato per due anni?
Io penso di no. Per intelligenza, per coerenza, per il bene del Paese. La politica,
per me, non vive di baratti, vive delle scelte giuste. Credo di aver dimostrato che si
può lasciare, con dignità, una poltrona
per riaffermare la dignità della politica.
Maurizio Lupi
presidente dei deputati di Area popolare
Gentile presidente, caro amico, non ti ho
dato di ciarlatano travestito da moralista e tutto il seguito di crucifige che ti autointesti in favore di realismo fino in fondo e di buona coscienza fino in fondo. Ho scritto che se passa la
Cirinnà e tu e i tuoi compagni di partito credete in quel che dite e rappresentate in politica, dovete uscire dal governo. Questo è il punto.
Il sospetto sulle poltrone non era ovviamente né gratuito né dirimente. Non era gratuito
perché non c’è altra spiegazione plausibile a un
rimpasto che poteva benissimo essere fatto un
mese prima o un mese dopo. E invece è stato fatto proprio alla vigilia del Family Day e delle votazioni in Senato sulla Cirinnà. Premiando il
tuo partito in maniera addirittura spropositata. “Ammorbidirvi”, esatto. Indipendentemente
dalla tua coscienza (in cui ovviamente non entro) e al tuo impegno, lealtà e coerenza ideale
(di cui sono certissimo), questo è il messaggio –
“ammorbidirvi” – che Renzi vi ha voluto dare e
far passare nell’opinione pubblica. E che perciò,
a nostro modesto avviso, avreste dovuto respingere. Avete atteso mesi per vedere riconosciuto il
vostro ruolo di leali partner di governo, non potevate aspettare qualche altro giorno?
Quanto al punto essenziale: non dubito che
porterete fino in fondo la giusta battaglia per togliere dalla Cirinnà il similmatrimonio e le adozioni. Ma proprio per questo, ribadisco, il “non
sarà un passaggio indolore” da te evocato nel caso l’impresa fallisse (e se fallisce in Senato vuol
dire che è fallita defintivamente, come ben sai alla Camera non ci sono i numeri per modificare
la legge) può essere soltanto l’uscita dal governo
(tanto più che il capo del governo si è speso personalmente perché la Cirinnà rimanesse nella sua
versione integrale). È su questo punto essenziale
che dissentiamo radicalmente: tu e il ministro Alfano siete convinti che le riforme istituzionali sono Parigi e valgono bene una messa. Noi, invece,
restiamo convinti della lezione di Havel (vedi a
pagina 30) e consideriamo la Cirinnà una partita molto più importante – per te, per Alfano, per
il vostro partito e soprattutto per il nostro popolo – delle riforme che avete condiviso con Renzi.
Comunque andrà a finire, spero di rivederti a Milano – e magari sindaco di Milano – per
continuare una certa storia di “intenzioni della vita” e di “potere dei senza potere”.
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SOMMARIO
10 PRIMALINEA CHI RIUNIRÀ IL CENTRODESTRA A MILANO? | SCHIRLE
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NUMERO
anno 22 | numero 06 | 17 FeBBraio 2016 |  2,00
Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr
settimanale diretto da luigi amicone
Siamo
nei guai
Che fare con l’Isis in espansione in Libia?
Aiutare chi lo sta già combattendo sul posto
oppure inviare truppe al macello?
18 INTERNI LA RIPRESINA È MERITO DI RENZI | PRETI
LA SETTIMANA
Foglietto
Alfredo Mantovano.......... 9
Boris Godunov
Renato Farina.............................17
Consequentia rerum
P. G. Ghirardini ...................... 22
Vostro onore mi oppongo
Maurizio Tortorella..... 23
30 SOCIETÀ E LO CHIAMANO
PROGRESSO | AMICONE
Mamma Oca
Annalena Valenti .............. 35
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano ................. 39
Lettere dalla fine
del mondo
Aldo Trento .................................. 40
Sport über alles
Fred Perri...........................................42
Appunti
Marina Corradi ..................... 46
RUBRICHE
Stili di vita .......................................... 34
Motorpedia ....................................... 36
Lettere al direttore .......... 38
Taz&Bao................................................44
24 ESTERI LIBIA, UNA MINACCIA AL DI LÀ DEL MARE | CASADEI
Foto: Ansa, AP Exchange/Ansa
fogLIETTo
IL DDL CIRINNÀ MINACCIA ANCHE LA LIBERTÀ
Vi siete chiesti perché
non si parla più della
legge sull’omofobia?
|
DI ALfREDo MANTovANo
Foto: Ansa
I
l disegno di legge sulle unioni civili è
una pazzia per tante ragioni: la sovrapposizione della disciplina delle
coppie omosessuali a quella della famiglia fondata sul matrimonio, l’estensione della possibilità di adottare anche da
parte di due persone dello stesso sesso, la
conseguente deriva dell’utero in affitto.
Di tutto ciò si parla lungamente da mesi. Finora però non vi è stata riflessione su
quella che sarebbe una conseguenza diretta dell’approvazione del ddl, e cioè sulla
pesante compromissione
della libertà di tanti che
LA MANCATA pREvIsIoNE NELLA fuTuRA
da esso deriverà.
LEggE suLLE uNIoNI CIvILI DI uNA NoRMA
Provo a spiegarmi
CHE LEgITTIMI IL RICoRso ALL’oBIEzIoNE
partendo da una norma
DI CosCIENzA pRovoCHERÀ pRoBLEMI
del Cirinnà, contenuta
sERI A MoLTE CATEgoRIE DI LAvoRAToRI
nell’articolo 8, che stabilisce (comma 1 lettere a
e b) che le coppie formate da persone del- le dello stato civile e alla presenza di due
lo stesso sesso che hanno contratto matri- testimoni». Il dipendente comunale che sa
monio all’estero, hanno diritto a ottene- che da quella dichiarazione deriva la costire la trascrizione nei registri italiani dello tuzione di un regime giuridico sostanzialstato civile, e si applicano a loro le disposi- mente matrimoniale può astenersi dal rizioni delle unioni civili. L’articolo confer- ceverla, per non dare alla sua formazione
ma l’identità di regime fra matrimonio e un contributo determinante? Il ddl Cirinunioni civili: a queste ultime manca solo nà non contiene alcuna norma che legittiessere chiamate matrimoni, la sostanza mi l’esercizio dell’obiezione di coscienza.
c’è tutta se è possibile perfino la trasposi- Eppure i precedenti non mancano: il cazione delle nozze da fuori i confini nazio- so più significativo è il diritto di obiezione
nali. E si pone un’ulteriore questione: che che la legge sull’aborto riconosce al medisuccede al funzionario dell’anagrafe che – co e all’esercente una attività sanitaria riaderendo in coscienza a un dato di natura spetto alla partecipazione alla procedura
e a un chiaro dettato costituzionale (arti- che porta a uccidere il concepito.
La mancata previsione di questa possicolo 29 Cost.) – rifiuta la trascrizione?
A ben guardare, il problema non ri- bilità nella futura legge sulle unioni civili
guarda solo l’articolo 8, ma l’intero im- provocherà problemi seri a una fascia conpianto del ddl: l’unione civile, in base sistente di lavoratori dei municipi: quale
all’articolo 1, viene formalmente costitu- sarà l’effetto del rifiuto di trascrivere o di
ita con una dichiarazione di due perso- recepire la dichiarazione, motivato da rane dello stesso sesso «di fronte all’ufficia- gioni di coscienza e dal richiamo alla Co-
stituzione? Il licenziamento? L’avvio di
un procedimento penale per rifiuto di atti d’ufficio? Il caso Kim Davis, l’impiegata
del Kentucky finita in carcere per aver opposto un diniego del genere, mostra nella
sua drammaticità che leggi sul matrimonio omosessuale fanno passare dalla discriminazione alla persecuzione, e rende
evidente che il totalitarismo non cessa di
essere tale se non ci sono i lager o i gulag:
la sua apparenza non cruenta non elimina la dimensione fortemente oppressiva.
Esigere chiarezza o mollare Renzi
La casistica di altre nazioni che hanno introdotto le nozze omosessuali non si limita ai funzionari pubblici; coinvolge, per
esempio, i pasticcieri che rifiutano di confezionare torte che raffigurino sposi dello
stesso sesso, i fiorai, i fotografi… Un problema altrettanto serio si pone a scuola:
cosa accadrà al docente che si ostinerà a
spiegare agli alunni che il matrimonio è
quello fra un uomo e una donna?
Che nel ddl Cirinnà non si preveda
l’obiezione di coscienza spiega peraltro
perché, dopo la rapida approvazione avvenuta alla Camera nel settembre 2013, il Senato abbia abbandonato la trattazione del
ddl Scalfarotto sull’omofobia: le previsioni
contenute in quest’ultimo sono implicitamente riprese, amplificate e rese più efficaci nell’altro. In assenza di ragionevolezza sul punto, una questione di tale gravità
giustificherebbe la rottura di una maggioranza. Non ci si può limitare a dire “non
concordo” e poi condividere posti di governo con gli artefici della prepotenza istituzionale: la follia ha reso così ciechi da lasciar passare, insieme con la distruzione
della famiglia, anche la concreta compressione delle libertà di ciascuno di noi?
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PALAZZO MARINO E DINTORNI
Giuseppe Sala contro Stefano Parisi (forse). I due city manager
si sfidano per Milano. Ma perché i moderati dovrebbero votare
il clone di Mr Expo? Maurizio Lupi avrebbe più possibilità
di rinsaldare la compagine sfarinata dell’ex Polo delle Libertà
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DI RACHELE SCHIRLE
Chi riunirà
il centrodestra?
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| Foto: Ansa
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PALAZZO MARINO E DINTORNI PRIMALINEA
LA dIsPoNIbILItà dI LUPI hA coME coNdIzIoNE chE sIA
UNA chIAMAtA ALLE ARMI PER RIUNIRE IL cENtRodEstRA,
sENzA vEtI PER NEssUNo, Ncd-AREA PoPoLARE coMPREso
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fare senza lo Stato da un lato, e dall’altro
la politica senza legge e senza ordine. Milano e Roma: questo dualismo tuttavia non
fa una nazione. E infatti per molti aspetti il problema storico dell’Italia, così come
alcuni problemi più concreti dell’oggi, vengono per l’appunto dalla difficile, forse
impossibile, integrazione delle sue due più
importanti città nella dimensione nazionale». Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 30 novembre 2015
M
ilano, Torino, Bologna, Trieste, Roma,
Cagliari, Bolzano.
Diciamo la verità:
delle amministrative
di giugno che si svolgeranno nelle grandi città, solo il responso sotto la Madonnina peserà sul quadro
politico nazionale. Perché è sbagliata la
domanda – «ma che paese è questo?» –
che Tiziana Pannella pone agli ospiti di
una delle puntate di Tagadà per commentare l’affittopoli sotto il Campidoglio,
scoperchiata dall’ottimo prefetto Tronca? Perché conferma il consueto errore
di guardare l’Italia dall’imbuto di Roma.
Città bazar che, politicamente parlando,
non ha mai rappresentato né uno spaccato del paese, né un test significativo degli
orientamenti politici degli italiani. Non a
caso, dopo il disastro Marino, per arrivare
a nuove elezioni senza rischiare l’insurrezione popolare e la messa a sacco del
Campidoglio, Renzi ha dovuto precettare
il prefetto di Milano. Nonostante i prossimi quattro mesi di cura paramilitare che
promettono ulteriori colpi di scure alle
radici del Grande Bubbone (nel frattempo
sono incominciate a girare le foto di uno
stadio olimpico in pieno centro, il Flaminio, ridotto a pascolo e immondezzaio),
stiamo pur certi che l’accidia millena-
ria della Città Eterna non verrà scalfita di
un’unghia. Altra storia è Milano, proverbiale “laboratorio” che da sempre macina
novità ad ampio spettro, dalla politica ai
nuovi trend di costume, a livello nazionale e internazionale.
Foto: Ansa
«La “moralità” di cui Milano si vuole capitale, più che esibizione di una superiore onestà dei singoli (Dio sa quanto difficile da dimostrare), è innanzitutto rivendicazione della supremazia etica del fare.
Per questo Milano piace e punta su di lei
chi siede al governo del paese desideroso
di bruciare le tappe, insofferente delle procedure: chi vuole rappresentare l’operosità
modernizzatrice, chi come un vero imprenditore desidera vedere tornare il conto dei
propri voti in tempi brevi, chi la pensa
come il luogo elettivo dove bisogna sfondare per conquistare l’Italia. Come Craxi
trent’anni fa, come oggi Matteo Renzi: il
quale infatti a Milano ci va di continuo,
vi fa grandi progetti, le promette soldi in
quantità, qui si spende per trovarle un sindaco. Mentre di Roma visibilmente gli interessa poco, preferendo lasciarla alle infami
risse del Pd e al Papa con il suo Giubileo.
(…) Dunque il Municipio e l’Urbe-Mondo. Il
La longa manus di Renzi
A che punto è la corsa per il dopo Pisapia, sindaco di Milano molto politicamente piacione (Sel in variante “arancione”), vero patriota che detesta il renzismo
romanocentrico (vedi dolcetto-scherzetto Balzani alla porta di Sala), ma che al di
là di autovelox, gabelle e registri di coppie same-sex, ha aggiunto niente e, anzi,
si è fregiato dei progetti di sviluppo (urbanistici, dei servizi metropolitani, Expo)
messi in pista dalla giunta di centrodestra Moratti? Fin qui, sotto le guglie del
Duomo è sfilata una sola formazione. La
sinistra. E una sola è stata la notizia. Le
primarie del Partito democratico. Nella
competizione, piuttosto salottiera e molto interno di famiglia, area C, Cerchia dei
Navigli, infine l’ha spuntata (come ampiamente previsto) Giuseppe Sala. Un manager il cui nome tradotto significa “sistema
Expo”. E soprattutto, longa manus meneghina di Matteo Renzi. Così, mentre il terzo incomodo pentastellato non ha nessuna chance di salire sul podio di una città
che Grillo va a godersela solo al cabaret
(sgangherata e provinciale la sua polemica sui cinesi, non siamo a Genova, i cinesi a Milano sono tra i primi cognomi in
città e, soprattutto, sono ormai borghesia
non scantinati di scalcinate periferie di
Prato o Firenze), nel centrodestra si continua a sfogliare la margherita. Ad oggi il
più quotato è Stefano Parisi. Manager ed
ex city manager del comune, tale e quale
la biografia del candidato Sala.
Ma perché l’elettore di centrodestra
dovrebbe votare la copia quando il Pd gli
propone l’originale? Un Silvio Berlusconi che i collaboratori più stretti raccontano «ondivago e sornione», attento soprattutto alla cura dei propri “beni al sole”
(e perciò al partito personale in forma
di residuo parlamentare), ha accarezzato a lungo la candidatura dello svogliato
Paolo Del Debbio. Il giornalista Mediaset
che come il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, sarebbe piaciuto anche
a Matteo Salvini. Due nomi che la dicono lunga sull’imbarazzo del leader leghista. Ha pensato, Salvini, e forse lo pensa
ancora, che per la sua ambizione a leader dell’opposizione nazionale, battersi
sul serio per riconquistare Milano è solo
una grana. Così, convivendo (ma in stanze separate) con Bobo Maroni, magistrale governatore e “fratello maggiore” che
ne patrocinò la carriera fin su in cima
alla Lega, Salvini traccheggia al traino del
dubbio per niente amletico del Principe
di Arcore. Rispetto alla truppa polacca di
Forza Italia i padani sono l’Armata Ros-
sa, in continua ascesa nei sondaggi e forti
di una rappresentanza sul territorio che
intreccia consensi e bilanci di buon governo. Però Milano è un’altra cosa rispetto
alle valli e province lombarde. Sicurezza, pulizia e immigrazione, parole d’ordine della Lega, sono contenuti elettorali forti. Ma non abbastanza per convincere i cosmopoliti e deideologizzati milanesi. Come ben sa Matteo Forte, bravo e faticone giovane consigliere comunale all’opposizione della giunta Pisapia, formatosi
alla scuola Pdl, passato a Ncd-Area Popolare e infine consigliere uscente nel limbo di una “lista civica” da zero virgola, «la
peculiarità di Milano è che è una metropoli laboriosa e indipendente, va avanti a
prescindere da chi la governa».
L’alleanza indigesta
Alla fine della fiera, dopo che nel centrodestra si sono messi in fila Corrado Passera (autorevole ma non entusiasmante al
botteghino dei sondaggi), l’immarcescibile vitalista Vittorio Sgarbi e il giovane
outsider Niccolò Mardegan, manca ancora il candidato capace di rimettere insieme la sfarinata compagine dell’ex Polo
delle Libertà. Maurizio Lupi, che è l’unico nome che è sempre girato nei sondaggi riservati e nei desiderata del presidente
della Regione (che in Lupi a Palazzo Marino vede il partner ideale per accelerare il
processo di autonomia da Roma), sembra
essere fuori gioco. In realtà il suo nome
è ancora lì. Il “Maurizio” preferito da Silvio per le comparsate in tv prima dell’era
Brunetta è ancora alla finestra, ad aspettare una chiamata. Che non virgolettiamo, ma la cui disponibilità ha come condizione che sia una chiamata alle armi
per riunire tutto il centrodestra, senza veti per nessuno, Ncd-Area Popolare
ovviamente compreso.
Qual è il muro che oggi sembra insormontabile per la candidatura Lupi, ma
che tra qualche giorno, a bagarre di
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primaLinea PALAZZO MARINO E DINTORNI
ma chi gLieLo fa fare?
Il Sala “vestito” da Che Guevara pubblicato
sul profilo Instagram del candidato Pd
legge Cirinnà conclusa, potrebbe sbriciolarsi, se l’esito sarà quello previsto dalle associazioni del Family Day (e anche
un pochino dalla lettera di Lupi al direttore di Tempi)? Se la linea tenuta da
Alfano uscisse sconfitta dagli esiti della Cirinnà in Senato, Lupi potrebbe decidere di mettersi in proprio e dimettersi da capogruppo Ap. Dichiarare chiusa
la sua personale avventura col governo
Renzi e rientrare a Milano senza sbattere
la porta. Anzi, rivendicando le cose buone fatte a Roma in compagnia dell’astuto
e cinico fiorentino. A questo punto ogni
veto cadrebbe. Da parte di Forza Italia e,
soprattutto, della Lega.
L’uomo delle periferie
Ma perché proprio Lupi? Perché come
sanno tutti a Milano, sinistra e destra,
ambienti industriali e sistema della Milano che conta, Lupi è il miglior candidato
in una metropoli che l’ex ministro delle
Infrastrutture e dei trasporti ha già contribuito a governare, da assessore della
giunta Albertini e da autore di una riforma urbanistica che rimane un modello ineguagliato a livello nazionale. Inoltre, Lupi conosce il sistema delle imprese (è ancora amministratore delegato di
Fiera Milano Congressi, società controllata da Fiera Milano), conosce le periferie (donde viene e dove ha ancora residenza familiare). E soprattutto conosce i
punti deboli di Sala. L’alternativa è quella attuale. Se la barca legaforzista resta
ancorata al mesto andazzo attuale, con
Salvini svogliato e Berlusconi rassegnato,
per un centrodestra diviso su pe li rami
dei personalismi e delle liste civiche, alla
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Quanto guadagna un sindaco? poco visti
le responsabilità e i “rischi” del mestiere
con una battuta un po’ grossolana (ma che però forse “c’azzecca”) si potrebbe dire che il problema di trovare candidati sindaci di livello nelle grandi città
c’entra (anche, o soprattutto) con i dané, i soldi. Con tutti i fastidi (e i rischi, nel
caso del rito giudiziario ambrosiano) che comporta fare il sindaco, chi glielo fa fare
a un imprenditore, professionista, uomo o donna in carriera? C’è il caso che si entri
in Municipio primi cittadini e si finisca monaci all’ospizio. Non tutti sono dei pazzi e
con gli attributi come il neosindaco di Venezia Luigi Brugnaro, centrodestra civico
e imprenditore di successo. Non tutti hanno lo scudo di un presidente del Consiglio
(e una chiesa jovannottea che va da Confindustria alla Caritas passando dagli
amici delle moschee) come ce l’ha Giuseppe Sala. Di fatto, se si sta allo stipendio, è
poca cosa. E molto esposto alla demagogia romana che, chissà mai, magari la mesata l’abbassa al primo frinire di scandalo in municipio (perché di incostituzionale,
in Italia, c’è solo il taglio degli stipendi ai magistrati, come ha sentenziato l’anno
passato la Corte costituzionale e difeso sui giornali il suo presidente all’epoca
ancora in carica). Fatti i conti, le entrate di un sindaco sono poca cosa rispetto alle
responsabilità e ai rischi ai quali si espone, specie se in una grande città.
Dando i numeri, gli stipendi sono questi, fissati nel Testo Unico degli Enti Locali
(Tuel) e, in particolare, nella “Guida per gli Amministratori Locali”, aggiornata alla
Legge Delrio n. 56 del 2014. Secondo la tabella relativa alle indennità mensili di
funzione degli amministratori locali calcolate secondo le leggi sopra citate, il sindaco di un comune di 1.000 abitanti percepisce un mensile lordo di 1.291,14 euro. Se
gli abitanti vanno da 1.001 a 3.000, lo stipendio sale a 1.446,08 euro. Da 3.001
a 5.000 cittadini, la paga è di circa 2.169,12 euro. Se una città ha un numero di
abitanti non superiore ai 10 mila, lo stipendio arriva a 2.788,87 euro. Da 10.001 a
30 mila unità, il lordo sale a 3.098,74 euro. Che diventano 3.460,26 se gli abitanti
vanno da 30.001 a 50 mila.
Nei comuni con un numero di cittadini compreso tra i 50.001 e le 100 mila unità,
lo stipendio del primo cittadino è di circa 4.131,66 euro. Da 100.001 a 250
mila e da 250.001 a 500 mila abitanti, invece, il compenso è rispettivamente di
5.009,63 e 5.784,32 euro. Nei comuni oltre i 500 mila abitanti, infine, l’indennità
di funzione di un sindaco si aggira intorno a 8 mila euro. A cui vanno però aggiunti
benefit, indennizzi e rimborsi. Insomma, la mensilità di un sindaco di Roma o Milano si aggira almeno sui 9 mila euro lordi. Che al netto delle tasse scende a circa
4.500-5.000 euro. Considerate le responsabilità e gli alti “rischi” di impeachment
per via giudiziaria o antipolitica, una miseria. Per questo, tagliata la testa alla
politica, ad oggi abbiamo ottenuto il bel risultato di farci governare, neanche tanto
obliquamente, da burocrati europei e vertici di banche e finanza internazionale.
Con il beneplacito di certe magistrature. I cui vertici naturalmente guadagnano di
più (e hanno meno fastidi) di un parlamentare di Roma o di un sindaco di Milano.
Lupi, da assessore deLLa giunta aLbertini, È stato
autore di una riforma urbanistica che rimane
un modeLLo ineguagLiato a LiveLLo nazionaLe
fine correrà Stefano Parisi. City manager
di Gabriele Albertini, contro city manager di Letizia Moratti.
Un paradosso. Sala, immortalato in
un fotomontaggio con la berretta del
Che, ha pubblicato l’immagine su Instagram. Parisi avrebbe fatto meglio. Altro
che berretta e stella rossa del Che. Se Renzi lo avesse eletto a sua protesi a Milano,
a colui che ha il passo e il fascino elettorale di un gran travet, l’uomo che fu
city manager, amministratore delegato di
Fastweb e ora patron di Chili TV, si sarebbe presentato in tenuta da Grande Timoniere, stile Mao Ze Dong. Tant’è, anche
Francesco Wu («ho partecipato alle primarie Pd»), amico di Tempi e imprenditore della comunità cinese che non piace
a Grillo, ammette che «non c’è nessuna
direttiva, abbiamo incontrato Sala come
chiunque proponga risposte ai problemi
e alle esigenze della nostra comunità». n
boris
godunov
L’importanza di Quanto accade sotto i nostri occhi
Nel nero della storia spunta
un fiore possente e delicato.
L’incontro fra il Papa e Kirill
|
di renato farina
Q
uesto incontro tra il Patriarca di Mosca e il PaPa di roMa è
qualcosa che segna il millennio con una luce finalmente d’oro. Il sinistro bagliore delle armi continua, la livida
morte che si porta via i bambini tra le onde o sotto le bombe,
avanza ancora imperterrita. Ma ecco, qualcos’altro accompagna la storia degli uomini oltre alla guerra e al male: la possibilità di perdonarsi, di essere una sola cosa, rompendo il muro
dell’estraneità, l’eterno entra nel tempo con la sua misericordia
visibile. Temo che non stiamo capendo abbastanza l’importanza di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.
Boris, che è russo, non riesce invece a trattenere la commozione per questo appuntamento tra Kirill e Francesco all’Avana.
Boris è stato uno slavofilo accanito. Come Dostoevskij è stato
educato a ritenere il cattolicesimo uno strumento del diavolo, e
i gesuiti peggio che mai, in realtà massoni dissolutori della sostanza divino-umana nel mondo, secondo la raffigurazione che
Tolstoj in Guerra e pace fa di padre Jobert, «coi capelli bianchi
come la neve e gli occhi neri sfavillanti». Invece, ecco, spunta su
dal nero della storia questo fiore possente e delicatissimo: un incontro gratuito, un puro dono.
È naturale che la lettura data a questo evento sia politica, e
non è sbagliato. Tutto ciò che è spirituale ha sempre un impatto con la storia intera, serve a darle ordine (lo Spirito è il nemico
del caos, dà ordine e bellezza alla materia, non è il suo opposto; è
la forma della materia come Dio l’ha pensata). Dunque tende ad
avere riflessi e conseguenze in ogni settore della vita. Ma il centro dell’incontro è una pietra incandescente, un bocciolo che è in
diretto rapporto con il discorso dell’ultima cena di Gesù Cristo,
quello dove chiede l’unità amorosa tra i suoi discepoli.
Ormai tra ortodossia e cattolicesimo non ci sono divergenze
teologiche sulla natura della Santa Trinità. Non ci sono contestazioni sulla continuità apostolica. «Il vescovo di Roma è il primo tra noi in onore, che presiede nella carità», disse Atenagora,
patriarca di Costantinopoli, che a sua volta è il primo tra i pari
tra i patriarchi ortodossi. E da Paolo VI in poi ciascun papa ha
accettato questa definizione con grande umiltà, come avrebbe
fatto Pietro in persona se quelle parole gliele avesse dette il fratello Andrea.
ecco, QuaLcos’aLtro accompagna
Le vicende degLi uomini oLtre aLLa
guerra e aL maLe: La possibiLità
di perdonarsi, di essere una soLa
cosa, L’eterno entra neL tempo
con La sua misericordia visibiLe
Perché allora si tarda tanto a congiungersi in pienezza? Come coloro che hanno conosciuto nella prima gioventù quel gigante di carità ed ecumenismo che è stato ed è padre Romano
Scalfi, la certezza è sempre stata che “lux ex Oriente”. Misteriosamente dalla Chiesa dei martiri russi del comunismo sarebbe
partita un’energia di vita nuova senza paragoni, nel segno della bellezza. Don Luigi Giussani ci suggeriva di leggere i massimi
pensatori e teologi russi, da Solov’ëv a Pavel Florenskij, per attingere la bellezza della divino-umanità di Cristo.
Quel grido che ci richiama all’unità
E allora cosa ci ha tenuti lontani finora? Boris non vuole mescolarsi in questioni che non sa bene, capisce che sono molto serie,
come la questione dei dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e della Assunzione. Ma comprende che l’amore a Cristo e
a Sua Madre professato da Kirill e Francesco non può tollerare
che si usi a pretesto della divisione ciò che è stato fatto dai papi
a gloria della Madonna.
È la questione del potere, la banale tremenda questione del
peccato originale che si protende nel tempo, e diabolicamente
separa i fratelli, ad essere causa della divisione.
Ora c’è un grido altissimo che chiama cattolici e ortodossi
alla piena unità, tagliando corto con dispute distraenti: ed è il
grido dei cristiani perseguitati. Il sangue di ortodossi, cattolici,
copti, armeni in Siria e in Iraq, in Nigeria e in Pakistan (lì anche
il sangue di cristiani protestanti) si è già unito in un solo fiume
preziosissimo che sgorgò duemila anni fa da un certo costato.
L’uomo non osi separare ciò che il martirio ha unito.
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INTERNI
LA PAROLA AI NUMERI
N
La ripresina
Aumentano i contratti di lavoro stabili e la fiducia di imprese
e consumatori. Renzi ha promesso più di quanto ha realizzato
(a quando la riforma fiscale?), ma le scelte fatte e il contesto
internazionale lo hanno sicuramente premiato. Non è quindi
in economia che questo governo merita l’insufficienza
DI PAOLO PRETI
Foto: Ansa
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18
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che il governo Renzi, a due anni dal suo insediamento, può essere bocciato. Il
contesto internazionale lo ha sicuramente favorito con condizioni assai favorevoli che difficilmente si presentano così
coordinate: costo del petrolio stabilmente intorno ai trenta euro al barile, con
frequenti puntate al di sotto; costo del
denaro ai minimi con conseguenti limitati oneri per pagare il sempre alto debito pubblico; interventi della Banca centrale europea con costanti iniezioni di
risorse finanziarie a sostegno delle economie dei paesi comunitari. Queste e altre
condizioni concorrono a facilitare l’azione delle nostre imprese che, infatti, dopo
aver ripreso dal 2011 a operare con buoni
risultati sui mercati internazionali, dallo scorso anno segnalano una ripartenza
anche dei consumi interni. Un’indiretta
conferma di questo miglioramento complessivo dell’attività delle nostre imprese la si ricava anche dall’aumento delle importazioni dalla Germania che, se
non ha alcuna influenza sul Pil nazionale, testimonia la buona salute delle nostre
aziende che notoriamente usano, soprattutto in certi settori produttivi, materie
prime e semilavorati tedeschi nell’ambito
del proprio processo industriale.
C’è dunque della fortuna e un poco
di casualità, ma non si può negare che i
principali provvedimenti presi in campo
economico negli ultimi due anni vadano
nella giusta direzione, quella di favorire
l’azione delle nostre imprese sostenendone la capacità imprenditoriale. Chi scrive
è da sempre convinto che la migliore politica industriale per il nostro paese stia nel
limitare l’intervento dirigista, che tanti
danni ha prodotto nel corso dei decenni
scorsi, e nell’accompagnamento concreto
e fattivo a fianco e a sostegno dell’azione
puntuale di tanta imprenditoria nostrana. Da questo punto di vista come non
sottolineare il lavoro proficuo, perché
costante e meticoloso, di Carlo Calenda,
sottosegretario allo Sviluppo economico, che per il vasto comparto del “made
in Italy” ha rappresentato in questi anni
un sicuro punto di riferimento: speriamo che tale lavoro, preziosissimo, prosegua nella nuova veste di rappresentante
italiano presso l’Unione Europea, anche
indirizzando l’azione di chi lo sostituirà
a Roma. Il Jobs Act, l’ammortamento del
140 per cento degli investimenti tecnologici fatti dalle imprese a partire dall’ottobre scorso e per tutto il 2016, l’ulteriore
rifinanziamento degli incentivi fiscali per
le ristrutturazioni edili e per gli interventi che favoriscano il risparmio energetion è certo in economia
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INTERNI LA PAROLA AI NUMERI
NoN SI pUò NEgaRE ChE lE RISoRSE dESTINaTE allE
pERSoNE SoNo STaTE UTIlI. ma TRa I pRomoToRI dI qUESTE,
molTI CRITICavaNo pRopoSTE SImIlI dI BERlUSCoNI
Un occhio alle partite Iva
Un altro provvedimento lungamente atteso e di grande valenza simbolica è quello riguardante il lavoro autonomo. Finalmente si è preso atto a livello governativo
di un fenomeno che nella società è presente in maniera consistente da almeno
due decenni: alle difficoltà occupazionali che a fasi alterne interessano da molti
anni la nostra economia le persone hanno risposto con l’autoimprenditorialità,
mettendosi in proprio, aprendo una partita Iva. Non è certo oro tutto ciò che luccica e Zalone ci insegna che il posto fisso è ancora in cima ai desideri di molti,
ma intanto, volente o nolente, è cresciuto, e mese dopo mese continua a crescere, un popolo di partite Iva finora salassato da ingenti prelievi fiscali e oneri previdenziali ma senza alcun serio inquadramento normativo. Quello proposto
dal governo andrà sicuramente discusso
e nel tempo integrato ma è il primo ten20
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tativo e come tale va valorizzato: dopo lo
statuto dei lavoratori (1970) e quello delle imprese (2011) finalmente arriva quello
del lavoro autonomo.
Infine, c’è il capitolo dei provvedimenti a favore delle persone: ottanta
euro in busta paga, bonus per i diciottenni, intervento contro la povertà di 320
euro mensili, la diminuzione del canone televisivo e lo spostamento del pagamento in bolletta. In questo caso il sapore
elettoralistico di certe decisioni, soprattutto di quelle una tantum, si avverte ma
Gli effetti della
caduta del prezzo
del petrolio, che
non tornerà a salire
tanto presto,
ricadranno
sull’import-export
mondiale
Così si bruciano
i progressi fatti
Nonostante le previsioni di crescita, due segnali
rimangono preoccupanti: il malessere delle banche
e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio
|
DI RODOLFO CASADEI
S
Commissione europea quest’anno e l’anno
prossimo l’economia italiana tornerà a crescere a valori superiori allo zero
virgola del 2015, la disoccupazione diminuirà di qualche decimale e il rapporto
debito pubblico/Pil migliorerà di due-tre
punti percentuali. Il Pil dovrebbe aumentare dell’1,5 per cento nel 2016 e dell’1,4
per cento nel 2017. L’osservazione della
realtà induce però a pensare che anche
questi modesti progressi siano a rischio,
principalmente per due motivi: la crisi del
settore bancario italiano e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio, che non
tornerà a salire tanto presto, sull’importexport mondiale.
econdo le previsioni della
Come ha scritto Wolfgang Münchau
sul Financial Times, fra i problemi economici irrisolti dell’Italia vanno elencati
non solo il fatto che non si sono registrati aumenti di produttività negli ultimi 15
anni e che l’enorme stock di debito pubblico (2.295 miliardi di euro, pari al 132 per
cento del Pil) non lascia spazio di manovra alle politiche fiscali del governo. L’economia italiana è in pericolo a causa di «un
sistema bancario con 200 miliardi di euro
di prestiti non performanti (cioè che non
riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori, ndr) più altri 150
miliardi di debiti classificati “a rischio”». I
350 miliardi di euro di sofferenze bancarie equivalgono al 17 per cento di tutti i
Foto: Ansa
co, sono provvedimenti che insieme ad
altri vanno nella stessa direzione: stimolare le imprese a raccogliere la sfida del
cambiamento in un contesto mai come
ora, rispetto all’ultima decade, così favorevole. E qualche risultato sembra vedersi
se aumentano i contratti di lavoro a tempo indeterminato e diminuisce, in maniera in verità un po’ altalenante, il tasso di
disoccupazione. Anche il tasso di fiducia
di imprese e consumatori, mai stati così
alti da quando è iniziata la Grande Crisi, testimoniano che si è innescata un’inversione di tendenza. Di più difficile lettura è la ripresa della capacità di risparmio delle famiglie italiane confermata
dagli indici di raccolta delle società del
risparmio gestito. Se infatti da una parte ciò sembrerebbe dover segnalare un
miglioramento delle generali condizioni di vita, dall’altra potrebbe significare, oltre che atavica e saggia consuetudine delle nostre famiglie, il permanere di
timori per il futuro.
è difficile negare che si tratta di risorse
comunque utili per chi le riceve e in grado di rientrare immediatamente in circolo rivitalizzando i consumi interni. Sperando che i criteri di allocazione di questi
soldi siano a prova di furbetti, si può forse evidenziare che tra i promotori di queste misure molti erano critici di analoghe
scelte del governo Berlusconi, ma chiedere a un politico un minimo di coerenza è
spesso chiedere troppo. No, non è in economia che questo governo merita l’insufficienza perché, anche se ha promesso
molto più di quanto ha finora realizzato – e la riforma fiscale? – e sta godendo
di condizioni internazionali eccezionali,
quello che è stato fatto è positivo e come
tale va riconosciuto.
n
prestiti in Italia, un valore che è superiore ben quattro volte alla media europea.
In Germania sono il 2,3 per cento, in Francia il 4,2 per cento, in Spagna il 7 per cento. Nell’Unione Europea solo l’Irlanda (di
poco) e la Grecia stanno peggio di noi. E il
problema è che non si vede all’orizzonte la
soluzione: Renzi avrebbe voluto creare una
“bad bank” pubblica che avrebbe acquistato i crediti inesigibili e con ciò messo al
sicuro le banche, ma Bruxelles glielo ha
impedito in nome delle nuove regole europee sui salvataggi bancari e del divieto di
erogare aiuti di Stato. Regole che non esistevano quando furono salvate le banche
irlandesi e spagnole. In alternativa, l’Unione Europea ha offerto all’Italia un accordo
che il ministro Pier Carlo Padoan ha definito «garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni delle sofferenze bancarie», e che invece Münchau etichetta come «un segno di
disperazione», perché l’accordo è un concentrato «di tutti gli sporchi trucchi della finanza moderna, inclusi i malfamati
credit default swap», e «l’idea che la crisi
di solvibilità del paese possa essere risolta
con maneggi finanziari è un’assurdità». La
Caporetto borsistica dei titoli bancari italiani fra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio sembra dare ragione all’editorialista
del Financial Times e torto al ministro delle Finanze italiano.
L’altro problema per le prospettive di
i paesi petroLiferi sono importatori di prodotti
finiti ed è evidente che La fLessione deLLe Loro entrate
comporterà una fLessione deLLe Loro importazioni
crescita dell’economia italiana è rappresentato dalla flessione del prezzo del petrolio. Per un’economia a vocazione manifatturiera come quella italiana questo fatto
dovrebbe rappresentare un vantaggio, perché diminuisce il costo di produzione delle merci da esportare; a ciò si aggiungano
i vantaggi per il Tesoro pubblico derivanti
dalla struttura delle accise sui carburanti.
La debolezza della domanda
Le cose però non sono così semplici. Intanto va tenuto presente che è italiana la tredicesima compagnia del mondo per fatturato fra quelle operanti nel campo delle energie fossili: l’Eni, che vede diminuire il suo capitale tanto quanto diminuisce
il prezzo di petrolio e gas. Ed Eni è la più
grande di tutte le aziende italiane, classificata da Forbes al 121esimo posto fra tutte le compagnie del mondo di ogni tipo di
attività. Il secondo problema è che i grandi paesi petroliferi sono importanti importatori di prodotti finiti, ed è evidente che
la flessione delle entrate da esportazione
di greggio o di gas comporterà una flessione delle loro importazioni manifatturiere. Questo vale per i ricchissimi paesi
arabi del Golfo, e a maggior ragione vale
per le economie emergenti a base petrolifera: Russia, Nigeria, Venezuela, Ecuador,
Kazakhstan, Azerbaigian. Il Kazakhstan,
di cui l’Italia è il sesto partner commerciale per l’import, ha dimezzato le proprie importazioni fra il 2013 e oggi; l’Azerbaigian, altro paese di cui l’Italia è sesto
partner commerciale per l’import, le ha
ridotte di un terzo nello stesso periodo.
Quest’ultimo paese è già ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi) e alla
Banca Mondiale per avere un prestito di
emergenza di 4 miliardi di dollari, seguito a ruota dalla Nigeria che ne ha chiesti
3,5. Russia e Kazakhstan, che dispongono
ancora di discrete riserve valutarie, pensano più semplicemente a tagli di bilancio della spesa pubblica, nella quale i sussidi alle importazioni di generi alimentari
svolgono un ruolo importante. Per la prima volta nella storia la flessione del prezzo dell’energia non si accompagna a una
ripresa della crescita economica mondiale, ma al suo rallentamento. Perché a
determinare l’abbassamento del prezzo
non è tanto l’eccesso di offerta, quanto la
debolezza della domanda.
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VOSTRO ONORE
MI OPPONGO
CONSEQUENTIA
RERUM
pRIME CREpE NELLA RIgIdA EUROpA
QUASI UNA RIVOLUZIONE
Se mi si rammollisce
l’“austerico” (l’inverno
mite è la speranza
dei malvestiti)
Tre audaci magistrati contro
gli «pseudoprocessi mediatici»
e l’abuso del bollino antimafia
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dI pIER gIACOMO gHIRARdINI
| 17 febbraio 2016 |
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S
Foto: Ansa
I
n Europa si misura, giorno pEr giorno, il disastro provocato dalle politiche di austerity e da una modellazione delle istituzioni economiche finalizzata a fare del continente un santuario della rendita a
vantaggio della peggiore oligarchia finanziaria di sempre. Persino quelli
che il Nobel Paul Krugman chiama “austerici”, come Juncker, Draghi e
Moscovici, iniziano però a sentire puzza di bruciato – e a pararsi il culo,
detta come va detta. E in pochi giorni se ne sono sentite di belle.
Juncker, 3 febbraio: «La Commissione svolgerà il suo ruolo senza cadere in una politica rigida e stupida d’austerità». L’aggettivo “stupida”
giustapposto al verbum austeritatis: inaudita e sacrilega excusatio non
petita! Per non parlare del linguaggio da homo rignanensis.
Draghi, 4 febbraio: «Forze globali cospirano (censurato in “concorrono” dal Corriere della Sera, ndr) a tenere bassa l’inflazione». È lo stesso
Draghi della lettera che ci mise in ginocchio il 5 agosto 2011?
Meno tonico Moscovici che, sempre il 4 febbraio, sul tema della flessibilità richiesta da Renzi, risponde mesto che occorre che il tema venga trattato con «un po’ di serenità, di lavoro e di pazienza. Sono persuaso che lo spirito di dialogo e compromesso debba sempre prevalere sullo
scontro». Se ne riparlerà a maggio. Come mai così spompo? La spiegazione sta nelle “previsioni d’inverno” che riportano non solo
JUNCkER, 3 fEbbRAIO: una pagella per l’Italia bruttarella assai, ma ci offrono l’unica vera gelata che
«LA COMMISSIONE si avrà in Europa nel caldo 2016: quella della (già poca) ripresa.
I Very Serious People iniziano a balbettare, in criminale ritardo, che il re
SvOLgERà IL SUO potrebbe essere nudo: soltanto che il re (tedesco) – nonché i “diversamente
RUOLO SENzA CAdERE tedeschi” che gli hanno tenuto bordone fino ad oggi – non ha la minima inIN UNA pOLITICA tenzione di lasciarselo dire. Perché una inversione di rotta farebbe perdere
RIgIdA E STUpIdA la faccia a un’intera classe dirigente in tutta Europa. Famiglie sul lastrico,
persone licenziate, esodate, suicidi per fallimento, neonati e anziani morti
d’AUSTERITà». per insufficienza di cure, giovani lasciati a marcire senza prospettive, code
L’AggETTIvO STUpIdA alle mense delle Caritas: tutti questi “sacrifici umani” non solo non sono serACCANTO AL vERbUM viti a niente, ma hanno contribuito a rendere irreversibile la crisi.
Qualcuno spera, come il nostro giovine premier, che si arrenderanno. SaAUSTERITATIS
rebbe logico dato che siamo alle soglie di un terza mortale recessione e in
SUONA COME UNA guerra. Ma l’inverno mite è la speranza dei malvestiti. E comunque tanta imINAUdITA ExCUSATIO provvisa cedevolezza non si spiega da parte di chi ha peli sullo stomaco coNON pETITA me le molle nei materassi. Timeo Danaos et dona ferenties (forma arcaica).
22
DI MAURIZIO TORTORELLA
cene da un’inaugurazione di anno giudiziario.
Scena numero uno, parla il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo: «Bisogna bilanciare la
riservatezza delle indagini e il diritto all’informazione. (…) I fatti di cronaca
giudiziaria maggiormente capaci di colpire l’opinione pubblica non costituiscono
soltanto oggetto d’informazione ma addirittura di veri e propri processi paralleli
con ricostruzione di luoghi, testimonianze, valutazioni tecniche, che si svolgono
Ovvietà, direte voi. Per nulla, dico io:
sulle varie reti televisive in concomitanza con lo svolgimento delle indagini nella
pronunciate da tre alti magistrati lo scorsede propria ed esclusiva, quella giudiziaria. Agli effetti negativi di tali spettacoso 28 gennaio di fronte ad assemblee zeplari esposizioni nell’ambito processuale sono chiari riferimenti in alcune delicate
pe di altri magistrati e giudici, queste parecenti vicende giudiziarie».
role sono una vera sorpresa. Di più: per
Scena numero due, parla il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi: «C’è stachi crede nelle garanzie e cerca di freta forse una certa rincorsa all’attribuzione del carattere di antimafia, all’auto-attrinare la marea montante del populismo
buzione o alla reciproca attribuzione di patenti di antimafiosità. (…) Rincorsa che
giudiziario, sono una veè servita anche a tentare di crearsi aree di
ra manna dal cielo. Raintoccabilità, o magari a riscuotere conPER chI cREDE NELLE GARANZIE E cERcA
ramente si erano sentite
sensi, a guadagnare posizioni, anche a
DI fRENARE LA MAREA MONTANTE DEL
critiche e autocritiche cofare affari e a bollare come inaccettabili
POPULISMO GIUDIZIARIO, QUEI DIScORSI
sì chiare, oneste, serie.
eventuali dissensi o opinioni diverse. (…)
A questa rincorsa non si è sottratta quasi
PRONUNcIATI IL 28 GENNAIO DAVANTI A
Non solo pensionati
nessuna categoria sociale e, pur con tutte
PLATEE DI GIUDIcI E PM SONO UNA VERA
le cautele del caso derivanti dal rispetto
Certo, la cerimonia di
MANNA DAL cIELO. RARAMENTE SI ERANO
per alcune indagini ancora in corso, forinaugurazione dell’anno
SENTITE DA PARTE DELLE TOGhE cRITIchE giudiziario, come semse neanche qualche magistrato».
E AUTOcRITIchE cOSì chIARE E ONESTE
pre, resta la stanca reciLa gogna che uccide ogni pietas
ta delle solite litanie sulScena numero tre, parla la presidente delcessi mediatici, che determinano un’im- la crescente lentezza dei processi, sulle
la Corte d’appello di Firenze, Margherita
propria sovrapposizione tra la realtà e la prescrizioni che aumentano, sui giudiCassano: «La celebrazione del dibattimendimensione virtuale, producono un’in- ci che sono troppo pochi, sui cancellieri
to a distanza di molto tempo dal fatto-renegabile assuefazione emotiva con con- che mancano, sui soldi che non ci sono…
ato produce un’alterazione della fisionoseguente annullamento di ogni forma di Tutto vero: una palla colossale. Ma il fatto
mia complessiva del processo, attribuisce
pietas (…) e calpestano la presunzione co- che tre magistrati importanti (e non anun’impropria centralità alla fase delle instituzionale di non colpevolezza creando cora andati in pensione: quelli a volte lo
dagini preliminari… Parallelamente può
dei veri e propri mostri mediatici, vanifi- fanno) si siano avvicinati al microfono e
favorire improprie forme di supplenza
cano il principio di pari dignità di ogni abbiano detto in pubblico cose vere, beh
da parte degli organi di informazione
persona, solennemente affermato dall’ar- è quasi una rivoluzione.
mediante la celebrazione di pseudoproticolo due della Costituzione».
Twitter @mautortorella
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| 17 febbraio 2016 |
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ESTERI
A UN PASSO DALLA GUERRA
Una polveriera
al di là del mare
L’avanzata dell’Isis in Libia ci pone davanti
a uno scenario da incubo. Se interveniamo ci
mettiamo contro il mondo arabo. Se restiamo
fermi, i jihadisti conquisteranno tutto il territorio
dando forza al progetto mortifero di al Baghdadi
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DI RODOLFO CASADEI
ESTERI A UN PASSO DALLA GUERRA
26
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A metà febbrAio 2015, 21
immigrAti cristiAni sono
stAti sgozzAti in fAvore di
telecAmerA. il filmAto hA
fAtto cApire che non si erA
dAvAnti A unA imitAzione
dell’isis. mA esistevA
un legAme orgAnizzAtivo
preciso con rAqqA-mosul
razione Dignità” che va avanti dal maggio 2014. Sempre nell’est l’Isis combatte contro le forze del governo di Tobruk
ad Ajdabiya all’interno di una coalizione
con altre formazioni islamiste. Il gruppo è presente anche nei campi di addestramento a sud di Sabrata e con cellule più piccole a Tripoli, Khoms, Misurata
e altre località della costa mediterranea.
Da Derna, la prima località libica di cui si
sono impadroniti nell’autunno del 2014,
gli uomini dell’Isis sono stati cacciati nel
luglio scorso da una coalizione locale di
milizie jihadiste, ma restano presenti nei
dintorni della città e soprattutto sulle
vicine montagne.
La strategia dello Stato Islamico
Di quanti uomini dispone l’Isis in Libia? I
suoi avversari locali tendono a esagerare
il numero, sicuramente per scroccare più
armi e denaro ai loro sponsor internazionali, e parlano di 5 mila unità. Molto più
probabilmente i miliziani combattenti
sono 3.500, un po’ più della metà dei quali libici e un po’ meno della metà stranieri. Le milizie di Misurata, l’entità militare
più forte del panorama libico, contano da
sole 40 mila uomini. La Brigata dei martiri del 17 febbraio, che è la principale forza della coalizione di islamisti e jihadisti
che dall’estate del 2014 combatte contro
il generale Heftar sotto il nome di Consiglio della shoura dei rivoluzionari di
Bengasi, da sola ha più o meno la stessa consistenza dell’Isis. La minaccia rappresentata dai seguaci libici del califfato non sta nella loro attuale consistenza,
ma nelle prospettive di sviluppo. Diversamente dagli altri gruppi l’Isis riceve non
solo armi e denaro, ma anche combattenti dall’esterno, cosa che non accade con le
altre milizie, quasi integralmente libiche
con l’eccezione di Ansar al Sunna, che ha
una certa quota di tunisini nelle sue file.
In secondo luogo, l’Isis può sperare di
attrarre molti combattenti dalle file delle milizie jihadiste e salafite libiche che
oggi lo combattono, mentre già sta assorbendo quelli di Ansar al Sunna, l’organizzazione più simpatetica con gli obiettivi del califfato. In terzo luogo, la paralisi politica del paese alimenta il degrado economico e quello delle condizioni di
L’importanza che L’isis
sicurezza, oltre che
attribuisce aLLa fiLiaLe Libica
la marginalizzazione di alcuni gruppi
è dimostrata daL crescente
di popolazione, e tutnumero di combattenti
to ciò rappresenta il
brodo di coltura ideinternazionaLi che iL caLiffato
ale per le organizzatrasferisce a sirte e dintorni
zioni jihadiste e tak-
luzionari a Bengasi, dall’altra hanno concentrato i loro attacchi nel bacino della
Sirte, contro le installazioni petrolifere
controllate dalla milizia Petroleum Facility Guards di Ibrahim Jadhran, afferente al governo di Tobruk. Diversamente
dallo Stato islamico in Siria ed Iraq, quello della Libia non dispone di proventi dal
contrabbando del petrolio, perché non
controlla nessun centro di estrazione. Il
suo primo obiettivo allora è di attaccare
e mettere fuori uso gli impianti nell’est
del paese la cui produzione attualmente avvantaggia il governo di Tobruk. In
questo modo indebolisce il nemico e guadagna meriti agli occhi degli altri gruppi jihadisti e salafiti che stanno battendosi contro le forze del generale Heftar:
costui non ha abbastanza forze per combattere a Bengasi e rintuzzare gli attacchi
dell’Isis nel bacino della Sirte, e ne avrà
sempre meno con la diminuzione del
gettito da export petrolifero conseguente all’azione di logoramento condotta
dall’Isis. La quale nel medio termine può
sperare di appropriarsi dei pozzi che ora
si limita a mettere fuori uso e di sfruttarli a proprio vantaggio.
Foto: Ansa
L
o scenario da incubo che ci
aspetta, purtroppo il più probabile di tutti, è quello di un
intervento militare occidentale in Libia contro le basi
dell’Isis all’indomani di un
accordo posticcio fra le due principali
entità politiche del paese, quelle che per
convenienza chiamiamo “governo di Tripoli” e “governo di Tobruk”. Non appena l’intervento comincia l’accordo si sfalda, e quelli che dovevano essere i nostri
alleati diventano i nostri avversari oppure si defilano, mentre l’afflusso di migliaia di jihadisti libici e stranieri produce
una crescita ipertrofica della finora asfittica provincia libica del califfato. Insomma, ci tocca scegliere fra la peste e il colera: se non interveniamo l’Isis continua a
rafforzarsi e, sfruttando la debolezza dei
suoi avversari, arrivato a un certo stadio
di sviluppo se li mangia e si prende tutta
la Libia; se interveniamo unilateralmente
ci mettiamo contro tutto il mondo arabo
e facciamo diventare l’Isis libica il magnete che attira e la spugna che assorbe tutti
i jihadisti e gli aspiranti jihadisti di Libia
e dintorni. Nel secondo caso andiamo
incontro a una sconfitta militare, perché
con gli Stati Uniti indisponibili a inviare una quantità importante di marines
sul posto, dopo qualche mese gli europei
(francesi, britannici e italiani principalmente) dovranno suonare la ritirata vista
l’impossibilità di vincere la guerra.
I nodi della temeraria operazione che
portò alla caduta del regime di Gheddafi e al suo assassinio vengono al pettine,
i nostri atti ci seguono: come è successo o sta succedendo in tutti i paesi arabi, quando si toglie di mezzo il dittatore
con operazioni eterodirette, non arriva la
democrazia ma crolla tutta l’impalcatura dello Stato e le forze ideologicamente
estremiste prendono il sopravvento.
La consistenza attuale dell’Isis in
Libia è modesta, ma è in crescita e soprattutto riveste un’importanza strategica
nei piani a lungo termine di al Baghdadi. Attualmente lo Stato Islamico controlla una striscia costiera di quasi 250 chilometri al centro della quale si trova Sirte, la città che diede i natali a Gheddafi,
e ai due estremi ovest ed est le località di
Bu’ayrat al Hasun e Bin Jawad. Verso sud
si spinge fino alle vicinanze delle oasi di
Giofra, con una profondità anche in questo caso di circa 250 chilometri. Ma questo non è tutto. I militanti dell’Isis combattono al fianco delle milizie jihadiste
che nella città e nella provincia di Bengasi resistono all’offensiva del generale Heftar (governo di Tobruk) chiamata “Ope-
firiste (quelle che accusano di apostasia
altri musulmani) come l’Isis, come dimostrano i casi dell’Iraq e della Siria.
La strategia dell’Isis in Libia sta cambiando proprio per capitalizzare questi
vantaggi. Nella misura del possibile cerca
di evitare gli scontri con le milizie ideologicamente affini, contro le quali ha combattuto ferocemente sia a Derna che a Sir-
te, e di concentrare gli attacchi su quelli che sono i comuni nemici di Isis e della vasta coalizione islamista-salafita Alba
libica nata per reazione all’Operazione
Dignità di Heftar: tutte le forze fedeli al
governo di Tobruk. Nel mese di gennaio le milizie dell’Isis da una parte hanno
aumentato la loro visibilità a fianco delle forze del Consiglio della shura dei rivo-
Lealtà al califfato
L’importanza che l’Isis di Raqqa e Mosul
attribuisce alla sua filiale libica è dimostrata dal crescente numero di combattenti internazionali che il califfato sta
trasferendo a Sirte e dintorni. Derna, la
prima città a cadere nelle mani dell’Isis
in Libia ma anche la prima a essere perduta, vide innalzare la bandiera nera del
califfato nell’ottobre 2014 grazie al fatto che sin dalla primavera avevano fatto
ritorno in Libia 300 uomini della Brigata al Battar, cioè i volontari libici che avevano combattuto a Der Ezzor (Siria) e a
Mosul (Iraq) con l’Isis. Al tempo del regime di Gheddafi Derna era il più importante bastione del Gruppo combattente islamico libico, affiliato di al Qae|
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ESTERI A UN PASSO DALLA GUERRA
da. Da essa partivano frotte di volontari per il jihad in Afghanistan, Iraq e infine Siria. Come tanti alqaedisti di Iraq e
di Siria, i volontari libici sono passati in
massa all’Isis. Non tutti, se è vero che per
reprimere i jihadisti locali che non accettavano l’ascesa al potere dell’Isis sotto il
nome di Consiglio della shura della gioventù islamica al Baghdadi ha dovuto
inviare a Derna centinaia di combattenti
tunisini e il suo braccio destro iracheno
Abu Nabil al Anbari (poi ucciso in un raid
aereo). Non è servito, perché nel luglio
successivo l’Isis ha dovuto abbandonare il
controllo della città. A Sirte, invece, l’Isis
è riuscita a insediarsi grazie alla combinazione di forze interne ed esterne. A
cavallo fra il 2014 e il 2015 sono arrivati
in città combattenti Isis da fuori, principalmente tunisini ed egiziani, e i residenti locali affiliati o simpatizzanti di Ansar
al Sunna hanno dichiarato la loro lealtà
ad al Baghdadi.
Il ruolo dell’Italia
A metà febbraio si è compiuta sulla spiaggia di Sirte la strage dei 21 immigrati
cristiani egiziani vestiti con le uniformi
arancioni dei prigionieri di Guantanamo e sgozzati in favore di telecamera. Il
filmato prodotto con gli standard tipici
dell’Isis e diffuso secondo le sue modalità ha fatto capire a tutti che non ci si trovava davanti a imitatori della propaganda
del califfato, ma che esisteva un legame
organizzativo preciso e forte fra RaqqaMosul e la filiale libica. Degli otto “emirati” che nel mondo hanno dichiarato la
loro affiliazione allo Stato Islamico (Nigeria, Afghanistan, Egitto, eccetera), solo
uno è governato direttamente da uomini
inviati o nominati da al Baghdadi: quello
di Libia. Secondo l’Espresso, «nel quartier
generale comanda un pachistano, la prigione è in mano a un uomo del Kuwait,
l’Università è presieduta da un nigeriano
di Boko Haram». Mentre Voice of America
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pochi giorni fa informava che «nelle ultime settimane del 2015 circa 500 dirigenti e comandanti di alto livello dello Stato Islamico hanno lasciato i loro posti in
Siria ed Iraq, una mossa per rafforzare la
presenza del califfato in Libia». Camionisti libici presi in ostaggio dall’Isis e rilasciati dopo un mese raccontano che stranieri integrano l’Isis libica dai bassi ranghi fino ai vertici: iracheni, sauditi, egiziani, tunisini, yemeniti, sudanesi. Gli
affiliati libici d’altra parte non mancano, e appaiono destinati ad aumentare
di numero e a rappresentare una solida
maggioranza anche a causa di dinami-
te non quello di protagonista di un intervento militare che preveda l’invio di truppe da parte nostra. La presenza di soldati italiani sul suolo libico è il più grande regalo che si potrebbe fare all’Isis e
agli altri gruppi jihadisti messi nel mirino, perché conferirebbe automaticamente loro la patente di resistenti contro il
ritorno della potenza colonialista che
compì un genocidio contro il popolo libico. Il combinato di amnesia e di ipocrisia
che permette agli italiani di scaricare tutte le colpe del passato sul regime fascista
considerato come un corpo estraneo alla
storia d’Italia e qualcosa contro il quale
L’unica cosa da fare È aiutare quanti suL
posto sono disposti a combattere L’isis.
migLiorando iL Loro numero e i Loro mezzi
che locali. «Anche se la Libia non è caratterizzata da divisioni settarie (come Iraq
e Siria, ndr), non è una coincidenza che
l’Isis abbia messo radici a Sirte, la città natale di Gheddafi», scrivono Stefano
Torelli e Arturo Varvelli. «Sin dalla caduta del suo regime, la tribù Gheddafi è stata ostracizzata e marginalizzata da Tripoli e da Tobruk. C’è un crescente consenso fra gli osservatori sul fatto che l’Isis
sta attraendo membri da Ansar al Sunna
libica e da segmenti di popolazioni emarginate nella “nuova” Libia. (…) Usama al
Karrami, il capo libico (a livello religioso, ndr) dello Stato Islamico nell’area di
Sirte, è imparentato e membro dello stesso clan familiare di Ismail Karrami, capo
dell’agenzia anti-droga sotto il regime
di Gheddafi e leader di una milizia proGheddafi durante la rivoluzione. Ciò sembra una conferma del fatto che alcuni
sostenitori del colonnello sono stati riciclati nello Stato Islamico».
In un quadro del genere, che ruolo dovrebbe svolgere l’Italia? Certamen-
gli italiani hanno resistito, attivamente o
passivamente, con le popolazioni delle ex
colonie non funziona. La loro memoria
storica racconta e rivive continuamente
un’altra storia, quella di massacri di civili da parte delle truppe italiane che vanno dalla rappresaglia per l’eccidio di Sciara Sciat (1911) alle deportazioni del 193031 che causarono decine di migliaia di
morti anche fra donne e bambini, senza
dimenticare torture e brutalità sui ribelli in armi prima dell’impiccagione o della fucilazione. La riconciliazione con la
Libia era stata firmata dall’Italia nel 2008
a Bengasi, ma colui che firmò per parte libica il trattato di amicizia che metteva fine a decenni di ostilità fu ucciso tre
anni dopo grazie anche all’azione politico-militare italiana.
L’unica cosa sensata da fare resta quella di aiutare quanti sul posto sono disponibili a combattere l’Isis. Occorre cercare
di ampliare il loro numero e migliorare i
mezzi a loro disposizione in tutti i modi
possibili e immaginabili.
n
SOCIETÀ
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E lo chiamano “progrEsso”
DI LUIGI AMICONE
Il mercato
ha bisogno
di noi
sullo sfondo della campagna per il matrimonio
e l’adozione gay si gioca una partita epocale.
È la corsa a mettere a reddito l’ultimo bene rimasto
finora indisponibile: la vita umana. scene da
un «incontro fra dittatura e civiltà consumistica»
«Alessia, 24 anni, e Davide, 19, si sono giurati amore eterno nel comune di Orbetello (Grosseto). Un matrimonio come tanti
se non fosse che il cerimoniere quando ha
interpellato gli sposi ha chiamato Alessio
lei e Valentina lui. Entrambi hanno rifiutato il sesso originale, seguendo un percorso
di cure ormonali e visite psichiatriche. Ora
hanno avviato le pratiche a Kiev per avere
un figlio con la pratica dell’utero in affitto» (fotonotizia del Corriere della Sera,
pagina 9, 7 febbraio 2016)
D
omenica scorsa una coppia transessuale si è sposata con rito civile in
un comune in provincia di Grosseto e ha annunciato di avere già avviato la
pratica di adozione di un bambino concepito con la pratica dell’utero in affitto di
una donna ucraina. Succede in Italia, Paese dove, come dicono Renzi e la sua truppa pro ddl Cirinnà, «mentono sapendo
di mentire quelli che agitano i fantasmi
del matrimonio gay e dell’utero in affitto». Infatti, Orbetello non è in Italia. Quindi, prima ancora che entri in vigore una
qualsiasi legge che regoli in un modo o
nell’altro la questione delle “unioni civili”, i militanti Lgbt procedono nell’opera
di imposizione della loro agenda. E tutto tace. E per primo tace (e acconsente) il
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Quarto Potere. Famoso cane da guardia
della democrazia e della legalità.
Nel frattempo capitano altre cose che
raccontano bene il clima vigente. Tipo, un
presidente della Società italiana di pediatria che viene preso a pantofolate e in 24
ore si rimangia il solo dubbio che un bambino possa crescere bene con due genitori dello stesso sesso. Un sacerdote viene
linciato mediaticamente per aver suggerito alla Cirinnà di guardare avanti, molto avanti, con parole grezze, ma vere (tutti dovremmo ricordare che un giorno, al
nostro “funerale”, Dio dirà l’ultima parola
sui nostri atti). E addirittura l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica dalle cui informazioni dipendono atti e procedure dello
Stato, per non smentire i numeri accreditati dall’Arcigay ai giornali, smentisce l’attendibilità delle proprie rilevazioni. Perché questo disastro ideologico nell’ultimo
paese occidentale che resiste al matrimonio e alle adozioni gay?
Perché intorno alla questione dei
“diritti gay”, intesi come accesso al matrimonio e quindi all’adozione dei bambini, si gioca una partita storica. La partita che punta a mettere a reddito l’ultimo
patrimonio fino ad oggi rimasto indisponibile: la vita umana. Non a caso il termine marxista di “proletario” indica|
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socIetÀ E lo chiamano “progrEsso”
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va l’individuo appartenente a una classe priva di ogni proprietà e mezzo di produzione. L’uomo e la donna che non hanno altre “catene da perdere” – non hanno
altro bene su cui contare – che i propri
corpi e la prole, i figli. Siamo oggi entrati nell’epoca dell’asservimento e mercificazione dell’“uomo proletario” da parte dell’“uomo borghese”? È così. Come
ha osservato la fondatrice del movimento lesbico francese Marie-Josèphe Bonnet al convegno di Parigi del 2 febbraio
scorso, «siamo passati da un patriarcato familiare a un patriarcato tecnicista.
L’impotenza spirituale delle società occidentali, che non credono più in niente,
ha facilitato la fuga in avanti della tecnica. Ormai il mondo crede solo nei soldi e
nella tecnica».
Melissa Cook, americana: «Alcuni
affermano che essere madre surrogata è
come fare la ballerina. Ma è falso. L’utero in affitto è semplicemente la vendita
e l’acquisto di carne umana». Kajsa Ekis
Ekman, svedese: «La maternità surrogata
etica semplicemente non esiste». La Bonnet: «I bambini sono esseri umani, non
possono in ogni caso essere prodotto di
scambio. Non si può regalare un bambino. Così si uccide la madre e questa è
“LA” regressione per eccellenza. L’utero
in affitto è prima di tutto la distruzione
della madre».
Dopo di che, davanti a una propaganda martellante, tesa a derubricare i dissidenti a marmaglia omofoba, cristianista e
oscurantista, anche in Italia ora si delineano molto chiaramente le squadre in cam-
Le forze in gioco
Questo servaggio e questa riduzione a
merce riguardano soprattutto le donne.
Come è evidente nella pratica della cosiddetta “maternità surrogata”, abbondantemente utilizzata anche da coppie italiane. Come dimostra la notizia con cui
abbiamo aperto questo articolo. E come
dimostrano le centinaia di “famiglie”
omogenitoriali che premono sui tribunali e, leggi o non leggi, esigono riconoscimento giuridico. Il primo firmatario del
ddl Cirinnà, Sergio Lo Giudice, può ben
dire che la sua legge non prevede l’utero in affitto. Ovviamente, mente sapendo
di mentire. È noto infatti che basta volare
in Spagna, in India o in California, pagare 100 mila dollari all’organizzazione
che procura i cataloghi delle donne e dei
bambini à la carte (come ha fatto Lo Giudice) e tornare in Italia (come hanno fatto decine di Lo Giudice) con un bambino
in braccio che ti legittima come “famiglia
arcobaleno”. Bene, hanno denunciato le
femministe parigine, questa cosa non si
chiama “famiglia arcobaleno”. Si chiama
schiavitù delle donne e dei bambini.
«I bambInI sono esserI umanI, non possono In ognI caso
essere prodotto dI scambIo, non sI possono regaLare.
così sI uccIde La madre e questa è “La” regressIone per
ecceLLenza» (marIe-Josèphe bonnet, parIgI, 2 febbraIo)
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po e le forze in gioco. Da una parte ci sono
gli spiriti della laicità e dell’umanesimo
(“tradizionali” come le lesbiche e femministe parigine?), le forze del mondo della vita e delle relazioni originarie che proteggono il mondo comune dalla sua naturale decadenza e dissoluzione nel disordine di Narciso. Dall’altra c’è la geometrica
potenza di multinazionali, media e sistema di propaganda di massa che è guidato
da élite e funzionari del neocapitalismo
basato sulla tecnoscienza. I quali confondono l’opinione pubblica col rullo compressore di parole nobili e di apparente
logica irresistibile. “Progresso”. “Siamo il
fanalino di coda dell’Europa”. “Dobbiamo
colmare un ritardo”. “La società è avanti”. “Il costume è cambiato”. Cosa potresti
obiettare se le cose stessero effettivamente
come suggeriscono queste frasi fatte? Ma
le cose non stanno affatto così.
Dietro parole che descrivono un processo che deve apparire irresistibile per
chi le pronuncia e ineluttabile per chi
le ascolta, non c’è nessuna Divinità, nessun Demiurgo che soprassiede al cammino della storia. C’è, invece, in questa
questa storia, l’apparato giuridico-politico-industriale della prima superpotenza
mondiale. Il novello Prometeo vola con le
ali di Apple, Amazon, Google, Facebook.
Che, come ha ben raccontato una recente copertina de l’Espresso, sono i “cannibali” dell’attuale fase dell’economia globale, «dominano il mercato mondiale» e
«nell’arco di un decennio sono diventate
macchine da soldi, i cui capi guadagnano
fino a sette miliardi in un’ora e si mangiano il resto dell’economia». Non a caso,
le “quattro sorelle” sono anche i veicoli
della nuova Bibbia obamiana (oltre che,
ovviamente, le madrine finanziarie delle campagne elettorali democratiche, ieri
di Obama oggi della Clinton). Insomma,
occorreva trovare un “logo” affascinante e una grande “buona causa” per ripulire l’immagine internazionale dell’America “guerrafondaia”, depistare l’opinione
pubblica dalla bomba atomica dei “titoli spazzatura” sganciata sull’economia
mondiale, scatenare la rivoluzione digitale con il mito delle “primavere arabe” (lato
Twitter e Facebook) e il commercio di carne umana (lato Google e Amazon). Qualche spin doctor di Obama deve avere aperto il romanzo di Anthony Burgess Il seme
inquieto (curiosamente mai ristampato
nell’ultimo ventennio) e trovato quel segmento infinitesimale di popolazione che
poteva essere utilizzato, suo malgrado,
come apripista del Mondo Nuovo.
E così, esattamente un secolo dopo la
presa del “Palazzo d’Inverno”, la “rivoluzione” è sbarcata dalle parti di Google.
Non c’è più bisogno di fucili e cannoni.
Oggi la rivoluzione si fa con la Rete. Per
gli ingegneri di Google (così come per i
nostri laqualunque a Cinquestelle che
volenterosamente collaborano alla “rivoluzione americana” del postumano in
Rete) la “singolarità” è una filosofia messianica che preconizza un futuro in cui
l’uomo e la macchina si fonderanno per
dare vita a una nuova, più perfetta creatura. Questa è l’utopia.
La resistenza viene da est
Non a caso la resistenza viene oggi dalla Russia (sotto attacco “arcobaleno” già
dalle olimpiadi di Sochi) e dai paesi ex
satelliti Urss. Per chi ha fatto per primo
esperienza del sistema totalitario, come
ha testimoniato al Family Day di Roma
Zeljka Markic (donna che ha guidato la
rivolta democratica in Croazia e Slovenia, dove i cittadini hanno cancellato per
via referendaria le leggi sul matrimonio
e le adozioni gay approvate dai rispettivi governi), è chiaro che lo scardinamento dell’alleanza uomo-donna e la neutralizzazione dell’identità umana sono ispirati da un’ideologia totalitaria analoga a
quella che da Mosca è volata in Europa e
a Washington. Tant’è che, intuita l’antifona, tocca addirittura al Financial Times e
alla firma più prestigiosa del principale
organo del capitalismo finanziario, Martin Wolf, mettere sul chi va là l’establishment Europa-Usa. «Senza dubbio negli
Stati Uniti, ma anche in Europa, le élite
sono sempre più isolate, il popolo non si
sente più rappresentato» (Repubblica, 7
febbario 2016).
Filiere di embrioni umani brevettati;
preparativi di clonazione; eugenetica per
rispondere alla richiesta di carne bella e
sana, esseri umani imperfetti avviati alla
macelleria o alla catena industriale biolo-
gica che, buttato l’essere imperfetto, ne
cannibalizza le parti all’uopo di fornire
pezzi di ricambio alla domanda di “qualità della vita”… Tutto ciò rappresenta un
“già” e un “non ancora” che, improvvisamente, potrebbe essere messo a repentaglio dalla dissidenza di una Zeljka Markic
e di un popolo stile Family Day.
La spensieratezza dei gregari
Quanto sta accadendo oggi anche in Italia, quanto si è messo in movimento
nell’ultimo ventennio in Occidente e che
papa Ratzinger ha interpretato al meglio
osservando il moto di qua e di là dell’Occidente, nelle sue due principali correnti nichiliste che si incrociano contendendosi il mondo, lo aveva già intuito quasi quarant’anni orsono tale Václav Havel.
copertina di questo suo saggio Cseo, editore dei soliti cattolici ciellini).
«In ogni uomo ovviamente la vita è presente nelle sue inclinazioni naturali: c’è in
ognuno un pizzico di desiderio di una propria dignità umana, di un’integrità morale, di una libera esperienza dell’esistere,
della trascendenza del “mondo dell’essere”: al tempo stesso però ognuno è più o
meno capace di rassegnarsi alla “vita nella menzogna”, c’è in ognuno un pizzico di
compiacimento nel confondersi tra la massa anonima e nell’adagiarsi comodamente
sul letto della vita inautentica.
Da tempo quindi non si tratta del conflitto di due identità. Si tratta di qualcosa
di peggio: di una crisi dell’identità stessa.
Molto semplicemente si potrebbe dire che
«La diffusione deLL’“auto totaLitarismo” sociaLe non
corrisponde forse aLLa ripugnanza deLL’uomo deLLa
società dei consumi a sacrificare Le sue sicurezze
materiaLi in nome deLL’integrità moraLe?» (HaveL, 1979)
Un dissidente e, a partire dal 1991, presidente della libera Repubblica Ceca, scomparso nel 2011.
Era il 1979, ed era l’anno in cui il totalitarismo comunista toccava vertici che
non registrava dall’epoca della repressione con i carri armati sovietici della
cosiddetta “primavera di Praga”. Ebbene,
invece di pensare ai propri guai (nel ’79
sopravviveva come aveva già fatto per tanti anni, in condizioni sociali da paria, tra
prigione e lavori degradanti), Havel scriveva e metteva in guardia noi, dal nostro
destino. Ecco le sue parole, tratte da Il
potere dei senza potere, saggio scritto
da sotto il regime più poliziesco dell’Est
europeo («in ogni condominio c’era un
poliziotto e su ogni pianerottolo c’era
una spia», ci disse nel novembre 1989 a
Praga, durante la “rivoluzione di velluto”,
quando ci firmò e ci fece la dedica sulla
il sistema post-totalitario è nato sul terreno dello storico incontro fra dittatura
e civiltà consumistica. Questo vasto adattamento alla “vita nella menzogna” e la
così facile diffusione dell’“auto totalitarismo” sociale non corrispondono forse
alla generale ripugnanza dell’uomo della società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali in nome
della propria integrità spirituale e morale? Non corrispondono forse al suo rinunciare volentieri a un “significato supremo”
davanti agli allettamenti epidermici della
civiltà moderna? Al suo cedere alla lusinga di godere la spensieratezza dei gregari?
Infine, il grigiore e lo squallore della vita
nel sistema post-totalitario non sono proprio la caricatura della vita moderna in
genere e non siamo noi in realtà una specie di memento per l’Occidente, che gli svela il suo latente destino?».
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STILI DI VITA
Una cucina per innamorati
L’ultima parola – La vera
storia di Dalton Trumbo,
di Jay Roach
IN BOCCA ALL’ESPERTO
di Tommaso Farina
C
he bel posticino romantico, il Kitchen di Como. Ve lo ricordate? Tempo fa,
in questi bei locali splendidamente arredati aveva trovato dimora il geniale e inquieto chef Paolo Lopriore. Purtroppo, la sua esperienza durò
talmente poco che non siamo nemmeno riusciti a raccontarla. Dopo avvicendamenti societari, da circa tre mesi al timone c’è Fausto Fontana, vecchio lupo della ristorazione comasca, da quarant’anni al Gatto Nero di Cernobbio (Como). E
che ha portato Fausto in un posto che meritava di non affondare dopo la perdita del grande chef? Anzitutto, la professionalità di un autentico maestro di sala. E che sala: luci basse, tavoli grandi e ben apparecchiati, sedie di una comodità principesca.
Quanto alla cucina, si segue un canovaccio che privilegia tecniche evolute,
non certamente a scapito dei sapori. Che dire del delicatissimo fegato grasso
d’anatra mulard cotto a bassa temperatura con gelatina di mela verde e insalata
di sedano? Un piatto addirittura fresco, spensierato, senza stucchevolezze. Di primo, si va sull’atletica pesante coi paccheri di Benedetto Cavalieri conditi con pomodori datterini, cipolla umbra di Cannara, polpettine di carne e losanghe di pecorino: quasi una citazione virgolettata dell’americana “pasta with meatballs”, a
sua volta ripresa dalle tradizioni pugliesi. Di rara soddisfazione, per proseguire, il
carrè d’agnello in crosta di senape di Digione e salsa di Pinot Nero: sapori nitidi,
garbati, rilevati, manovrati con una mano ferma.
Di dolce, i vermicelli di castagna sono una rielaborazione personale del notissimo montebianco, e non demeritano. Non conviene sbilanciarsi a descrivere altri
piatti, poiché il menù, per scelta, cambia tutti i mesi. La cantina deve tener conto
di spazi non immensi, ma riesce comunque a essere ricca, e oltretutto impreziosita da scelte davvero originali. La spesa pro capite è di circa 65 euro, meritati per
la cucina, gli ingredienti usati, la stupefacente bellezza del posto. Da andarci con
l’innamorata o l’innamorato.
SALUTE
GRUPPO SAn DOnATO
Eat, la prevenzione
al primo posto
Mangiamo troppo cibo di bassa qualità e ci muoviamo troppo poco: l’energia che ingeriamo
quotidianamente è nutrizionalmente povera, ricca di zuccheri semplici e grassi, e la nostra
vita è sempre più sedentaria. Il
progetto EAT, ideato e promosso dal Gruppo Ospedaliero San
Donato, vuole contribuire a dif| 17 febbraio 2016 |
La storia dolorosa
del grande autore
La carriera di Trumbo è
stroncata dalla sua adesione al Partito comunista.
Grande cast e ottima sceneggiatura per un film che
rievoca la vicenda dolorosa
e dai contorni surreali che
vide protagonista lo sceneggiatore Dalton Trumbo, fenomeno vero, autore
di film come Spartacus, E
Johnny prese il fucile, Exodus, Vacanze romane, sceneggiature firmate con
pseudonimi perché gli era
impedito di lavorare dalla Commissione per le atti-
vità antiamericane. Roach,
che viene dalla commedia
leggera, dirige un film non
ideologico, riuscendo a contestualizzare il momento
storico in cui si colloca la vicenda di Trumbo che racconta lasciando spazio al
dolore e non mancando di
sottolineare aspetti assurdi
e divertenti (come l’organizzazione familiare che met-
te in piedi Dalton per consegnare gli script). Soprattutto,
colpisce il lato umano di
Trumbo, la sua ossessione per il lavoro bilanciata da
una bella famiglia tenace che
lo sostenne sempre.
visti da simone Fortunato
Rileggiamo
Grazia Deledda
Il regista
Jay Roach
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fondere un’autentica cultura della salute e fornire un’alternativa
appetibile e sana a quelle cattive
abitudini alimentari che troppo
spesso non riusciamo ad abbandonare. Senza rinunce, digiuni o
diete: il progetto EAT è una proposta di educazione alimentare
che vuole parlare a tutti e diventare uno stile di vita di cui appropriarsi per sempre. Con EAT,
il Gruppo Ospedaliero San Donato ha portato l’educazione alimentare nelle scuole, ha eliminato da tutti i suoi ospedali il cibo
spazzatura, sostituendolo con distributori di snack sani e a filiera corta, si è rivolto ai ragazzi,
HOME VIDEO
Crimson Peak,
di Guillermo Del Toro
Talento sprecato
Una giovane ereditiera, appena
sposata, finisce in un incubo.
alle famiglie, alle donne in gravidanza, ai pazienti. Oggi EAT è
per tutti un modo diverso di nutrirsi, di fare la spesa e di cucinare per godere del cibo in modo
sostenibile. Sostenibile per il nostro organismo, sostenibile per
l’ambiente: con un cibo semplice
e fresco non solo possiamo prevenire le malattie cardiovascolari e del metabolismo ma possiamo anche rispettare il ritmo
delle stagioni e ridurre lo spreco alimentare. EAT offre consigli
pratici, facili, ma soprattutto gustosi. Su www.progetto-eat.it si
trovano tutti gli approfondimenti, anche scaricabili, per “assag-
giare” le nuove abitudini alimentari targate EAT.
La crema di zucca
Ingredienti per 4 persone
1 kg di zucca; 0,5 kg di patate;
2 cipolle; 1 gambo di sedano; 3
carote; 2 L d’acqua; Sale; Olio
a fine cottura.
Preparazione
Aggiungere all’acqua un cucchiaino di sale grosso e versare tutte le verdure tagliate a
pezzettini. Cuocere per circa
un’ora e mezzo. Frullare il tutto
e aggiungere un po’ di olio extra vergine di oliva a
fine cottura.
COMUNICANDO
MEDTRONIC
ACquIsIsCE BELLCO
Mirandola, dal sisma
alla rinascita
Spesso in Italia l’etichetta di
“terremotati” affibbiata alle vittime di un sisma si porta appresso un’immagine di rassegnata devastazione, di eterni
cantieri per la ricostruzione, di
fantasiosi escamotage per ottenere soldi dallo Stato per danni
non sempre gravi alle abitazioni.
MAMMA OCA
di Annalena Valenti
N
sarda
Grazia Deledda vinceva il premio Nobel per la letteratura, perché, cita il discorso di presentazione
«dipinge la vita della sua isola nativa e
con profondità e simpatia si confronta
con i problemi umani in generale». Dimenticata dai più nonostante sia stata
la prima e unica donna italiana ad aver
vinto il Nobel, è scomparsa da tutte le
antologie (invero in buona compagnia,
vedi Ada Negri). La motivazione per la
sua inesorabile scomparsa dalle nostre
scuole è sempre stata quella di rappresentare un mondo arcaico, vecchio, di
tradizioni superate. La Deledda ha scritto anche bellissime fiabe che una volta si leggevano nelle scuole elementari, ma che, come per altri casi, hanno
pian piano lasciato il passo alle inutili
storielle che oggi campeggiano sulle antologie. Ed è proprio leggendo le sue fiabe, La fanciulla di Ottàna, una Biancaneve che vive tra i monti del nuorese, o
Nostra Signora del Buon Consiglio, ma
anche la novella Il dono di Natale – storie che ho sempre raccontato ai bambini di materne ed elementari –, che mi
si è insinuata un’idea sul perché della
sua profondità e simpatia e, allo stesso
tempo, della sua forzata sparizione. È
espressa dalla stessa Deledda in poche
parole registrate poco dopo il conferimento del Nobel. «Ho avuto tutte le cose
che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni costume, la
fede nella vita e in Dio». Grazia Deledda.
mammaoca.com
Discreto romanzone gotico, ben
diretto dal virtuoso Del Toro che
ci mette un sacco di effetti, colori, tecnica e costumi. Il problema è il resto: una sceneggiatura
dagli snodi prevedibili e dal finale posticcio che rende il film più
da vedere che da seguire. È un
po’ il problema di Del Toro: autore eclettico, cinefilo, una sorta di Tarantino minore. Tanto talento, ma poca roba in termini di
narrazione.
Per informazioni
Kitchen
Via per Cernobbio,
41/a – Como
Tel. 0315375001
Chiuso il lunedì
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PREMIO NOBEL DIMENTICATO
CINEMA
KITChen, COMO
Mirandola ha saputo capovolgere questo stereotipo. Dopo
il terremoto del 2012 la città
emiliana è riuscita subito a risollevarsi, ha riaffermato con
ovant’anni fa la scrittrice
tenacia il suo ruolo di polo tecnologico di rilievo assoluto a livello mondiale nell’industria biomedicale ed è stata premiata
dalla scelta di Medtronic, multinazionale che impiega 90 mila persone in 160 paesi, che ha
deciso di investire nel suo territorio. Prima con l’acquisizione
di Covidien, azienda specializzata nelle forniture ospedaliere, e poi – notizia di pochi giorni
fa – con quella di Bellco, realtà all’avanguardia nelle soluzioni per il trattamento dell’emodialisi che impiega la bellezza
di 550 persone altamente specializzate. Bellco quattro anni
fa è entrata nell’orbita dei Fondi Charme di Matteo di Montezemolo, ma negli ultimi mesi gli
interrogativi sul suo futuro si
erano fatti sempre più pressanti. Medtronic ha rivestito il ruolo di “deus ex machina”, ma lo
ha fatto seguendo una precisa
strategia globale che l’ha portata a investire nelle eccellenze
italiane per aumentare il volume e la qualità del suo portfolio.
Segno che operando bene il nostro paese è in grado non solo
di esportare cervelli, ma anche
di importare capitali sul proprio
territorio. Terremotato o no.
Francesco Lener
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| 17 febbraio 2016 |
35
motorpedia
WWW.red-LiVe.it
WWW.RED-LIVE.IT
LA NUOVA CLASSE E ARRIVA ALLA DECIMA
EDIZIONE CON TANTE NOVITÀ A BORDO
a CUra di
Il grande salto di qualità
della berlina Mercedes
L
dUe rUote iN meNo
Piaggio fa rivivere Liberty
A 18 anni dal lancio della prima versione, rinasce il “ruota alta” Piaggio Liberty.
Leggero, robusto ma dalle eccellenti prestazioni e dagli elevati contenuti tecnologici, posti al servizio della sicurezza, come ad esempio l’Abs, di serie sulle versioni 125 e 150 cc. Crescono leggermente le dimensioni e con esse la comodità in sella. Anche il design è completamente nuovo, come pure ogni dettaglio. Il
vano sottosella è più ampio e può ospitare un casco jet. Piaggio introduce su Liberty la nuova generazione di motori iGet, declinata nelle cilindrate 50, 125 e
150 cc. Tra i numerosi accessori è disponibile anche il telecomando integrato
nella chiave, dotato di “bike finder” che aziona le luci a distanza.
Stefano Cordara
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Migliorata la qualità
dei materiali e la
cura delle finiture.
Raffinati impianto
audio e illuminazione
a berlina di Stoccarda di medio/grandi dimensioni
giunge alla decima serie e assume il codice identificativo W213. Esteticamente perde parte della propria
originalità, mutuando gran parte degli stilemi delle “sorelle” Classe C ed S, ma in compenso si fregia del titolo di prima vettura al mondo autorizzata alla guida autonoma in
autostrada/colonna (sino a 210 km/h). Oltre a seguire l’andamento del traffico, quindi, la nuova Classe E cambia corsia e sorpassa senza che il guidatore faccia nulla. Merito
del sistema Drive Pilot, forte dell’Active Lane Change Assist, attivo qualora il conducente azioni l’indicatore di direzione per più di due secondi e in grado di spostare la vettura nella corsia di sorpasso riportandola successivamente in
quella di marcia grazie all’interazione tra radar, sensori, telecamera e navigatore, nonché dello Steering Pilot, il dispositivo che gestisce autonomamente lo sterzo tra gli 80 e i
130 km/h. Soluzioni hi-tech al pari della tecnologia Car-toX che sfrutta lo scambio d’informazioni con altri veicoli per
anticipare i pericoli celati alla vista.
Lunga 4,92 metri, 4 centimetri in più rispetto al modello attuale, vede aumentare il passo di 6,5 centimetri, a tutto vantaggio dell’abitabilità posteriore, mentre l’abitacolo vive una vera e propria rivoluzione: un “tablet panoramico” da
12,3 pollici a cristallo unico (optional) domina la plancia e
permette di visualizzare sia le informazioni affidate alla strumentazione sia le opzioni del sistema d’infotainment. La grafica, ampiamente personalizzabile, può essere gestita anche
mediante i nuovi comandi touch lungo le razze del volante
simili nell’utilizzo a uno smartphone.
La nuova Classe E è disponibile in
L’ABITACOLO VIVE
abbinamento
al noto 4 cilindri 2.0 turUNA VERA E pROpRIA
bo a iniezione diretta di benzina da
RIVOLUZIONE: UN
184 cavalli (E200) e all’inedito quadriTABLET pANORAMICO
cilindrico TD di 2,0 litri da 195 cavalDA 12,3 pOLLICI A
li (E200d), accreditato di uno scatto da
CRISTALLO UNICO
0 a 100 km/h in 7,7 secondi a fronte di
DOMINA LA pLANCIA
una percorrenza media di 25,6 km/l.
DELL’AUTOVETTURA
Unità in entrambi i casi abbinate alla
trasmissione automatica a 9 rapporti. La gamma è destinata
ad ampliarsi con altre motorizzazioni.
Oltre che tecnologicamente, la berlina tedesca promette
un vero e proprio salto di qualità nella scelta dei materiali e
nella cura delle finiture. I comandi secondari, ad esempio, sono realizzati in metallo, debuttano inediti abbinamenti cromatici e particolari in legno marino. In aggiunta, il design
dei sedili cambia in base alle versioni Avantgarde, AMG Line
o Exclusive, esaltando ora l’aspetto, ora il contenimento, ora
i rivestimenti in pelle delle sedute. Altrettanto raffinati l’illuminazione ambientale a Led con 64 tonalità e l’impianto audio 3D Burmester forte di 23 altoparlanti, 1.450 Watt di potenza e setting differenziati per ogni passeggero.
Sebastiano Salvetti
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LETTERE
AL DIRETTORE
[email protected]
Qualsiasi visione del mondo
ha valore, ma la vita fuori
dalla menzogna vale di più
M
ercoledi 17 febbraio a TrenTo è prevista un’iniziativa promossa dal Centro Studi interdisciplinari di
Genere (Csg) dell’Università degli Studi di Trento e patrocinata dal Comitato Arcigay del Trentino “8 Luglio”, dalla Cgil, dalla Uil e dalla Provincia autonoma di Trento a guida Pd-Patt. L’incontro è inserito nell’ambito del ciclo
di seminari “Indovina chi c’è in famiglia” e ha come titolo
“Lo zoo delle famiglie”. A moderare la serata Maria Micaela Coppola del Csg e Paolo Zanella, presidente del comitato
Arcigay trentino e già proponente del ddl omofobia presso il Consiglio provinciale trentino. Relatore d’eccezione sarà Claudio Rossi Marcelli – autore di “Hello daddy!, E il cuore salta un battito”, curatore delle rubriche “Dear daddy” e
“Le regole sull’Internazionale” –, che affronterà il tema della
famiglia e dell’utero in affitto. Nel trattare questi temi Rossi Marcelli porterà la sua esperienza di membro di una coppia gay, che da più dieci anni lo vede assieme a un marketing
manager di multinazionale, e padre di
tre figli, ovviamente ottenuti grazie a
una donna americana che ha affittato
il proprio utero. A proposito di Cirinnà.
Francesco Agnoli
Siamo solo felici che in Italia ogni
cittadino possa ancora esprimere
la propria visione del mondo e promuoverla in pubblico. Questa è la
democrazia. Non è democrazia, invece, il fuoco di fila di insulti, violenza ideologica, disinformazione
settaria che hanno accompagnato
e, purtroppo, insistono ad accompagnare le votazioni in Senato della legge sulle unioni civili, altrimenti
detta Cirinnà.
2
Beh, lasciate che vi racconti questa,
sentita con le mie orecchie, a proposito di utero in affitto. Una giovane donna locale dice che tutto sommato lei
questa pratica la trova giusta; io, stupito e carico di ragioni, domando: perché? «Così non mi deformo durante la
gravidanza. Così resto bella, in forma,
e senza far fatica e senza partorire mi
trovo un bel bambino (leggasi giocattolo) tra le mani». E aggiunge, bea come el sol: «Scusa, ma perché mi devo
rompere le balle nove mesi, far fatica,
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UNO SCENARIO NUOVO
La speranza di
vedere la cristianità
unita da Lisbona
a Vladivostok
CARTOLINA DAL PARADISO
di Pippo Corigliano
L’
deformarmi, con tutte le complicazioni? Pago!». Basito, sono capace solo di
una vocale: «Ah». E penso: «Porca puttana, è peggio di quanto immaginassi!». Qui manchiamo dei fondamentali.
Luca Antelmo via internet
Alla “bea come el sol” veneta,
bisogna far vedere i suoi desideri di
bellezza e fitness al naturale
(www.tempi.it/stanno-venendofuori-al-naturale).
2
In questi giorni di dibattito sul ddl Cirinnà mi è tornata in mente la tragedia di Sofocle, Antigone. La protagonista, sorella di Polinice ed Eteocle,
disobbedisce al decreto del re della
città, Creonte, il quale aveva ordinato
che il cadavere di Polinice, reo di aver
tradito la patria, rimanesse insepolto.
Riporto un celebre passo del testo.
Antigone (a Creonte): «Io non credevo
che i tuoi divieti fossero tanto forti da
permettere a un mortale di sovvertire le leggi non scritte, inalterabili, fisse
degli dei: quelle che non da oggi, non
da ieri vivono, ma eterne, quelle che
nessuno sa quando comparvero. Potevo io, per paura di un uomo, dell’arroganza di un uomo, venir meno a queste leggi davanti agli dei?».
Antigone difende le leggi non scritte,
quelle della natura, del cuore dell’uomo, è pronta a morire per esse: la ve-
incontro fra papa francesco
e il patriarca Kirill fa sperare non solo nella saldatura di una frattura storica tra Oriente e Occidente ma anche nella creazione di
un nuovo scenario storico, culturale e religioso. Una cristianità unita da Lisbona a Vladivostok è una prospettiva che apre alla speranza
di una nuova entità che si sottragga all’egemonia del capitalismo cupo di marca calvinista
che affonda le sue radici nell’empirismo inglese di Hobbes, quello dell’homo homini lupus:
una concezione della persona e dei rapporti
umani lontana da quella solidaristica cristiana che proprio in questi anni sta mostrando il
suo volto più feroce, triste e avido.
La linea politica di Putin incoraggia questa
speranza. Il leader russo, molto amato in patria, non condivide l’individualismo disgregatore di marca angloamericana, non permette
che i bambini orfani russi siano adottati dalle coppie omosessuali occidentali e ha addirittura regalato a papa Francesco un’icona della
Madonna, baciandola lui per primo. Un gesto
che appare epocale a chi ricorda la profezia di
Fatima e la paura di chi paventava i cosacchi
russi che avrebbero abbeverato i loro cavalli
nelle fontane di San Pietro, inviati da “Baffone”, il terribile Stalin. Ora la minaccia viene da
un Occidente che dal ’68 in poi diffonde la droga, il libero amore, la mortificazione del matrimonio, la permissività dell’aborto, gli esperimenti sugli embrioni umani, l’eutanasia e
compagnia cantando. La Provvidenza provvede: preghiamo e speriamo.
rità non può essere taciuta, va testimoniata.
Maria Laura Fraternali Urbino
Anche noi ci siamo appellati alle leggi non scritte ma inscritte
nell’umana coscienza e al magnifico Presidente del Portogallo che ha
messo il veto sulla legge per le adozioni gay approvata in Parlamento.
2
Sentito oggi un debole intervento del
nostro ministro “centrista”. Comincio
a temere che dovrete fare un nuovo titolo: “Alfano ci ricorderemo”. O no?
Paolo Bellavite Milano
Aspettiamo, vediamo come si comporterà e, in caso, titoleremo.
2
Nell’editoriale dell’ultimo numero di
Tempi si ricorda che l’alternativa al
ddl Cirinnà c’è. È una proposta di legge firmata dal senatore Maurizio Sacconi che garantirebbe i diritti individuali delle coppie omosessuali senza
creare un istituto simile al matrimonio. Perché non chiedere ai deputati e
ai senatori di Ncd, invece di ipotizzare
un referendum abrogativo a posteriori, di battere un colpo e proporre subito il testo di Sacconi come alternativa
al ddl Cirinnà? Non so se i regolamenti
parlamentari lo permettono, ma data
la situazione forse vale la pena tentare il tutto per tutto. Sfido a quel punto Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia
e i cattolici Pd a non accettare la proposta. Ncd darebbe così un senso al
suo esistere e al suo stare al governo.
E soprattutto sarebbe ricordato dalla maggioranza degli italiani per aver
fatto qualcosa di buono per il Paese.
Lettera firmata
Le Sentinelle Benedetta e Raffaella
ci chiedono col cuore in mano di non
sostenere il ddl Sacconi perché «è
comunque un aprire una porta verso il matrimonio gay». Ce lo siamo
andati a leggere, sono due articoli ed è chiarissima la riaffermazione
che il matrimonio è tra un uomo e
una donna e la legge regola solo “diritti individuali”.
2
Sono una ragazza milanese che frequenta la prima ginnasio e il 30 gennaio sono stata a Roma per il Family
Day, con i miei genitori e altre famiglie
che frequentano la parrocchia. Portavo con me due dubbi che avevo sentito da alcuni amici di Gs. In piazza si
sarebbero alzati muri? Sarebbe stato tutto inutile? Nella capitale mi sono trovata subito a mio agio, circondata da mamme e papà sorridenti e
bambini che, rincorrendosi, sventolavano bandiere. Era bello pensare che
avevamo a cuore le stesse cose. Il Family Day, a differenza di come i telegiornali lo ritraevano, non era affatto
una protesta contro qualcuno, ma una
festa. Quel giorno tantissime persone
non innalzavano muri ma li abbattevano. Sgretolavano i muri del silenzio
e della menzogna che, sottili e astuti,
continuano a nascondersi dietro la parola “Amore”. Ho solo quattordici anni
ma comprendo che per “amore” nessuno permetterebbe lo sfruttamento
di altre persone, la compravendita di
esseri umani. A me sembra quasi che
invece di modernizzarci, stiamo arretrando, tornando all’epoca della schiavitù, dove uomini venivano venduti e
comprati a un certo prezzo. L’unica
differenza è che, oggi, ad essere trattati così sono creature indifese come i
neonati o le donne povere. Non so come andrà a finire, ma so che di fronte
a tutto ciò la cosa peggiore è quella di
rimanere indifferenti e chiudere gli occhi per non vedere la realtà.
Lucrezia De Ponti Milano
Grazie Lucrezia, bocca della verità.
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LETTERE DALLA
FINE DEL MONDO
AFFRONTARE UNA CRISI VOCAZIONALE
Così mia madre è riuscita
ad amare e sopportare mio
padre per tutta la vita
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DI ALDO TRENTO
P
aldo, ho 29 anni e sono sposato da soli 2 con una ragazza di 24. Giovani e incapaci di uscire mano nella mano dalle tempeste che sconvolgono migliaia di anime, anche noi
siamo caduti nel limbo della separazione. Ma io amo mia moglie e per il bene che le voglio sto lottando ogni giorno, pregando perché la fede non mi abbandoni neppure dopo il divorzio che ormai vedo avvicinarsi. La Madonnina protegge tutti gli sposi. Il dono del sacramento
è un lago immenso dove riscoprirsi con l’amore verso la fede, e io devo fare di tutto per accendere nuovamente questo coraggio nel cuore di mia moglie. Ma anche se non ci riuscissi, sono
pronto ad aprirle ancor di più il mio cuore, perché nulla può spegnere l’amore che provo per lei.
Lettera firmata
adre
T
utti i giorni crescono in modo sproporzionato i matrimoni che si sfasciano, in particolare
fra giovani coppie. Molti ragazzi credono che la vita matrimoniale rimanga uguale a prima
e invece, passati i primi bollori, la realtà che sono chiamati a vivere è un’altra: ci sono le pulizie da fare, non si può più uscire come e quando si vuole perché c’è un marito o una moglie e magari anche un figlio. Così cominciano le prime incomprensioni e spesso si arriva al divorzio. Ragazzini capricciosi che di fronte a una piccola pietra nel cammino della vita corrono dalla mamma per
farsi coccolare.
Da giovane, mentre ero in vacanza a CorvaIl contesto culturale può faLA PREGHIERA, LA MESSA E LA
ra, un amico chiese a don Luigi Giussani di favorire o meno la comprensioCONFESSIONE. QUESTO MI AIUTA
re dei corsi per fidanzati, perché anche tra di
ne di chi sono, però tocca alnoi c’erano famiglie in crisi. Don Giussani, con
la mia libertà fare i conti con
NEL RAPPORTO CON CRISTO.
il suo classico tono di quando era toccato da
la realtà. Quanti missionari
E QUESTO SALVA LA MIA VITA
certe cose, rispose più o meno così: «Sono anhanno lasciato la propria voni che camminate con me, ma non avete cacazione! Ma non vengano a
SACERDOTALE E I MATRIMONI
pito niente del Senso Religioso». In questo tedirmi che è per colpa di una
sto don Giussani ci aiuta ad andare a fondo
donna: c’è qualcosa che viene prima, ed è lo
te, o di problematiche matrimoniali. Qualunque
del nostro cuore, della nostra umanità. Ci aiuspegnersi progressivo della relazione personarelazione che non abbia origine o non sia sota a cogliere l’essenza, le dimensioni, le esigenle con il Mistero. La donna entra come consestenuta da una vita sacramentale è destinata
ze dell’Io. «Quid animo satis?», ci ripeteva conguenza di questo. Ricordo l’esempio che facead appiattirsi, e quindi terminare.
tinuamente. Nella prima e terza premessa del
va don Giussani: se il bicchiere non è pieno fino
La preghiera di san Filippo Neri
libro, si parla della necessità di un lavoro, di
all’orlo, è inevitabile che qualcosa possa entrarGuardando la mia esperienza di 45 anni di saun’ascesi personale. Normalmente il matrimovi. Vale per gli sposati come per noi consacracerdozio mi sembra di poter affermare con
nio entra in crisi quando non si prende sul serio
ti, spesso soli e preoccupati di fare tante cose
certezza che l’origine del divorzio è il venir mequel lavoro a cui anche don Carrón ci richiama
trascurando la nostra relazione personale con
no di questo lavoro personale. Il problema non
costantemente.
Gesù. Chi non ha tentazioni nella vita? Chi non
è la coppia, ma la persona. La coppia cammina
Ma come può stare in piedi un matrimonio se
conosce la propria debolezza e il rischio di cabene nella misura della relazione personale con
non c’è una solida vita sacramentale, fatta di
dere? Mi sembra, se non sbaglio, che fosse san
Gesù. Che cosa ha permesso a mia madre di
confessione e Messa? La risposta al matrimoFilippo Neri con la sua ironia a dire prima di
sopportare e amare con tenerezza e pazienza
nio in crisi sta dentro il sacramento stesso. Per
uscire di casa al mattino: «Signore, tienimi una
mio padre? Una intensa vita di preghiera fatta
questo è molto triste quando una coppia è in
mano sulla testa, altrimenti questa sera torno
di Messa, confessione e un grande amore alla
crisi e invece di cercare nel sacramento la luce
a casa in compagnia di una donna».
[email protected]
Madonna. E così vale per noi consacrati.
per camminare, cerca gli “esperti” della men-
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SPORT
ÜBER ALLES
Reg. del Trib. di Milano n. 332
dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 22 – N. 6
dall’11 al 17 febbraio 2016
DIRETTORE RESPONSABILE:
LUIGI AMICONE
REDAZIONE: Emanuele Boffi,
Rodolfo Casadei (inviato speciale),
Caterina Giojelli, Francesco
Leone Grotti, Daniele Guarneri,
Elisabetta Longo, Pietro Piccinini
IN COPERTINA: Foto Ansa
PROGETTO GRAFICO:
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UFFICIO GRAFICO:
Matteo Cattaneo (Art Director)
FOTOLITO E STAMPA:
Reggiani spa Via Alighieri, 50
21010 Brezzo di Bedero (Va)
DISTRIBUZIONE:
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SEDE REDAZIONE:
Via Confalonieri 38, Milano,
tel. 02/31923727, fax 02/34538074,
[email protected], www.tempi.it
Io ne ho viste cose che
capitano solo in Inghilterra
|
DI FRED PERRI
C
sa che sono il fondatore
della “Lega contro l’esaltazione dell’erba del vicino in quanto sempre più verde per definizione”. Però non ho neanche gli
occhi foderati di prosciutto (al limite quello del mio amico Capitelli, il San Giovanni,
slurp) e la mente occultata dal tifo.
Ho difeso Mancini qui e altrove e c’è chi
è arrivato addirittura a chiedersi se sono interista (gli amici nerazzurri già brandiscono
aglio e fravaglio in quantità industriale). Poi
il Mancio ne ha detta un’altra, a proposito
della sua squalifica: «In Inghilterra non sarebbe successo». E giù un’altra botta di critiche e insulti.
Però ha ragione, non tanto nel merito
della squalifica, quanto a proposito del contesto inglese. Parlo di cose che ho visto, testimonianze dirette. Nel 2005, a vent’anni
dall’Heysel, la Juventus gioca a Liverpool in
42
hi mi conosce
| 17 febbraio 2016 |
| Foto: Ansa
Champions. I supporters dei Reds applaudono la Juventus e tacciono nel minuto di silenzio dedicato alle vittime mentre quelli bianconeri urlano insulti.
I bus delle squadre ospiti in Italia vengono presi d’assalto, devono essere blindati. Io
ricordo una partita del Chelsea a Manchester
con i giocatori che scendono tra i tifosi e si
avviano verso la porta degli spogliatoi senza
un poliziotto a scortarli.
Nel 1992 il Grifo sbanca Anfield Road con
doppietta di Pato Aguilera. Io e altri due giornalisti sciamannati usciamo nella notte, affamati, ed entriamo in un pub. Uno dei due
colleghi dice: «Qui ci sfasciano». Ma la fame è
tanta. Entriamo, mangiamo tramezzini, beviamo birra e i tifosi inglesi ci salutano e ci
dicono: «Bravi». Me lo ricorderò sempre.
L’erba del vicino non è più verde, ma il
calcio è migliore, compagni e amici.
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INSISTO, HA RAGIONE IL MANCIO
taz&bao
Ma vaffa…
Centocinquantamila euro di multa per chi disobbedisce: è la pena
che Gianroberto Casaleggio prevede per punire chi dissentirà dopo
le imminenti elezioni per il Campidoglio. A rivelarlo è un documento
di tre pagine, di cui La Stampa è venuta in possesso, relativo alla
campagna per la scelta del nuovo sindaco di Roma. Il paragrafo
in questione è inequivocabile: «Il candidato accetta la quantificazione
del danno d’immagine che subirà il M5S nel caso di violazioni dallo
stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e
si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro,
non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff
coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto».
“Casaleggio commissaria il M5S Roma” La Stampa, 8 febbraio 2016
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| 17 febbraio 2016 |
| Foto: Ansa
APPUNTI
LA REGINA DEL CIELO
Il volo
dell’aquila
M
ilano, febbraio. La piccola GoPro deve essere attaccata all’ala sinistra,
perché si vede in primo piano il
profilo del muso, il becco adunco, e gli occhi spalancati da predatore. Nel video che
stamattina ho trovato per caso sul web il volo di un’aquila è ripreso non da terra, ma
in soggettiva: la videocamera mostra esattamente ciò che vede un’aquila, quando si leva in volo.
L’aquila si getta dall’alto di un dirupo, e
sotto di lei è subito vertigine: voragine, bocca
del nulla spalancata, rocce e gole e abissi come noi uomini non li abbiamo mai visti, né
da un aereo né da un elicottero.
Perché nel volo dell’aquila quegli abissi
sono volutamente sfiorati, lambiti, in una carezza radente come una sfida. Un’aquila in
cielo non ha paura di niente, un’aquila in
cielo è regina.
Ed è evidente che si diverte, a giocare con
gli strapiombi, come un bambino con le onde, a riva, con la stessa fiducia.
È amico suo il vuoto, le è amico il nulla,
in cui si lascia cadere con voluttà, ma sempre
pronta, con un solo battito delle ali possenti,
a riprendere il controllo.
Ora si inclina come un aereo che vira, e il
mondo è capovolto: in alto le rocce, e in basso il blu infinito del cielo. E tu stai a guardare
senza fiato il cielo e la terra che si abbracciano in quel vortice spavaldo e giocoso.
Che cos’è mai un abisso?, sembra dire
l’aquila. Un’aquila non può cadere.
Provoca, invece, beffa le pareti terribili,
verticali, dove gli uomini solo con estrema
fatica e pericolo potrebbero issarsi.
Mira alle vette, apparentemente indifferente, con le sue pupille sbarrate, muove lie-
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| 17 febbraio 2016 |
|
di Marina Corradi
vemente il capo come chi si guarda intorno
sopra al suo feudo, sopra al suo regno. Sotto,
nell’aria tersa e nel silenzio puro, le cime innevate si ergono con il manto vergine, senza
traccia di uomo.
Forse soltanto, visibili all’acuto sguardo
del predatore, sui pendii l’aquila scorge le lievi impronte di un branco di camosci?
Sfiora le rocce in un volo folle, acrobata e regina, senza alcuno sforzo. Sotto di lei
uno stormo di corvi si leva basso, sembra di
sentirne la risata che gracchia sguaiata sulle vette. Ma l’aquila sdegnosa sale più alta e
va oltre, non si confonde con quella plebaglia schiamazzante. Si tuffa ancora tra le gole, vira, ampiamente, e l’azzurro le si allarga di sotto.
Sovrana, l’aquila prosegue la sua vertiginosa rotta. Mi viene in mente il Libro di Giobbe: «O al tuo comando l’aquila s’innalza/ e
pone il suo nido sulle alture?/ Abita le rocce
e passa la notte/ sui denti di rupe o sui picchi./ Di lassù spia la preda,/ lontano scrutano
i suoi occhi».
Il Dio di Giobbe sembra parlare della mia
aquila. Quelle parole antiche ancora inducono a una gratitudine silenziosa e devota. Che
in fondo, migliaia di anni dopo, somiglia alla mia, quando zitta davanti a un pc mi commuovo per un’aquila, pazza di cielo.