Siamo nei guai - Settimanale Tempi
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Siamo nei guai - Settimanale Tempi
anno 22 | numero 06 | 17 FeBBraio 2016 | 2,00 Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr settimanale diretto da luigi amicone Siamo nei guai Che fare con l’Isis in espansione in Libia? Aiutare chi lo sta già combattendo sul posto oppure inviare truppe al macello? EDITORIALE A PROPOSITO DEL NOSTRO INVITO A USCIRE DAL GOVERNO Renzi, le poltrone e il ddl Cirinnà Lettera di Maurizio Lupi e risposta C aro direttore, trovo nel suo editoriale del 4 febbraio un errore di metodo, letale per chi fa politica e per chi voglia risolvere veramente un problema. Io faccio politica con due criteri: lavorare per costruire il bene comune in base all’ideale di bene che ho incontrato e che continuo a vivere in un’esperienza di popolo. E, secondo, rispondendo responsabilmente alla realtà, alle condizioni che la realtà oggi mi pone. Ipotizzare scenari futuri – che cosa farei se succedesse che… – è un esercizio che affascina molto i giornalisti, ma che sembra fatto apposta per eludere il problema che siamo chiamati a risolvere. Per essere chiari: ci sta veramente a cuore una buona legge sulle unioni civili (che dobbiamo fare in ossequio a una sentenza della Corte costituzionale) che non assimili il nuovo istituto al matrimonio e che non permetta l’adozione alle coppie omosessuali? O in realtà ci interessa solo – e le unioni civili sono il pretesto – la caduta del governo? Io voglio lavorare sino all’ultimo minuto disponibile perché la legge sulle unioni civili sia una buona legge, perché non sia quel pasticcio di similmatrimonio con annesse adozioni e conseguente apertura all’inumana pratica dell’utero in affitto che oggi ci viene prospettata. Con chi devo lavorare e dialogare per ottenere questo risultato se non con il partito con il quale sono al governo? E per poterlo fare seriamente, cogliendo anche le aperture, le critiche e le forti perplessità presenti nel Pd, debbo far valere delle ragioni a favore della mia posizione o devo puntare sul ricatto? Devo esasperare l’alleato di governo, incitarlo alla prova di forza, provocarlo sulla difesa di bandiera di un provvedimento sul quale so che molti parlamentari del Pd hanno molti dubbi? Devo esasperare la situazione invece di lavorare per risolverla? Devo eccitarlo a una prova identitaria e ideologica per vantarmi di aver difeso la mia, di identità politico-ideologica, senza portare a casa il risultato che invece mi sta realmente a cuore? La lettera riprodotta qui è la replica di Lupi a un editoriale di Tempi che indicava ai leader di Ncd l’uscita dal governo come unica via «davanti a una legge che Renzi e il Pd hanno spinto tanto da renderla ingiustificabile» No, mi si ribatte, a cuore avete soltanto le poltrone. Avrei gioco facile a dire che questa obiezione non può certo essere fatta a me, ma rifiuto il ricatto moralisticopopulistico. Certo, in politica ci sono le poltrone, come ci sono nel giornalismo, nell’impresa, nella finanza, nell’associazionismo. Chi, facendo politica o impresa o ricerca all’università, non vuole occupare una poltrona per esercitare da lì la responsabilità di cui viene investito per il bene comune è un ciarlatano, un truffatore travestito da moralista. Ma voglio essere realista fino in fondo. Dite, e dicono molti vostri colleghi, Renzi vi ha ammorbidito con un bel po’ di poltrone governative nel rimpasto di governo. E chi deve assumersi responsabilità di governo se non i partiti che lo formano e lo sostengono in Parlamento? Il ministero con delega alla famiglia andava affidato a un grillino? Riusciremo a evitare questo decreto, così come è fatto? Non lo so, so che ci proveremo fino in fondo e mi auguro di riuscirci. Se non ci riusciremo ne prenderemo atto, e chi ha voluto che questo accada se ne assumerà la responsabilità, anche politica. E non sarà un passaggio indolore. Ma posso, ad esempio, mettere sul piatto il sì al referendum sulle riforme? Posso cambiare idea su una riforma alla quale ho lavorato per due anni? Io penso di no. Per intelligenza, per coerenza, per il bene del Paese. La politica, per me, non vive di baratti, vive delle scelte giuste. Credo di aver dimostrato che si può lasciare, con dignità, una poltrona per riaffermare la dignità della politica. Maurizio Lupi presidente dei deputati di Area popolare Gentile presidente, caro amico, non ti ho dato di ciarlatano travestito da moralista e tutto il seguito di crucifige che ti autointesti in favore di realismo fino in fondo e di buona coscienza fino in fondo. Ho scritto che se passa la Cirinnà e tu e i tuoi compagni di partito credete in quel che dite e rappresentate in politica, dovete uscire dal governo. Questo è il punto. Il sospetto sulle poltrone non era ovviamente né gratuito né dirimente. Non era gratuito perché non c’è altra spiegazione plausibile a un rimpasto che poteva benissimo essere fatto un mese prima o un mese dopo. E invece è stato fatto proprio alla vigilia del Family Day e delle votazioni in Senato sulla Cirinnà. Premiando il tuo partito in maniera addirittura spropositata. “Ammorbidirvi”, esatto. Indipendentemente dalla tua coscienza (in cui ovviamente non entro) e al tuo impegno, lealtà e coerenza ideale (di cui sono certissimo), questo è il messaggio – “ammorbidirvi” – che Renzi vi ha voluto dare e far passare nell’opinione pubblica. E che perciò, a nostro modesto avviso, avreste dovuto respingere. Avete atteso mesi per vedere riconosciuto il vostro ruolo di leali partner di governo, non potevate aspettare qualche altro giorno? Quanto al punto essenziale: non dubito che porterete fino in fondo la giusta battaglia per togliere dalla Cirinnà il similmatrimonio e le adozioni. Ma proprio per questo, ribadisco, il “non sarà un passaggio indolore” da te evocato nel caso l’impresa fallisse (e se fallisce in Senato vuol dire che è fallita defintivamente, come ben sai alla Camera non ci sono i numeri per modificare la legge) può essere soltanto l’uscita dal governo (tanto più che il capo del governo si è speso personalmente perché la Cirinnà rimanesse nella sua versione integrale). È su questo punto essenziale che dissentiamo radicalmente: tu e il ministro Alfano siete convinti che le riforme istituzionali sono Parigi e valgono bene una messa. Noi, invece, restiamo convinti della lezione di Havel (vedi a pagina 30) e consideriamo la Cirinnà una partita molto più importante – per te, per Alfano, per il vostro partito e soprattutto per il nostro popolo – delle riforme che avete condiviso con Renzi. Comunque andrà a finire, spero di rivederti a Milano – e magari sindaco di Milano – per continuare una certa storia di “intenzioni della vita” e di “potere dei senza potere”. | | 17 febbraio 2016 | 5 SOMMARIO 10 PRIMALINEA CHI RIUNIRÀ IL CENTRODESTRA A MILANO? | SCHIRLE 6 NUMERO anno 22 | numero 06 | 17 FeBBraio 2016 | 2,00 Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr settimanale diretto da luigi amicone Siamo nei guai Che fare con l’Isis in espansione in Libia? Aiutare chi lo sta già combattendo sul posto oppure inviare truppe al macello? 18 INTERNI LA RIPRESINA È MERITO DI RENZI | PRETI LA SETTIMANA Foglietto Alfredo Mantovano.......... 9 Boris Godunov Renato Farina.............................17 Consequentia rerum P. G. Ghirardini ...................... 22 Vostro onore mi oppongo Maurizio Tortorella..... 23 30 SOCIETÀ E LO CHIAMANO PROGRESSO | AMICONE Mamma Oca Annalena Valenti .............. 35 Cartolina dal Paradiso Pippo Corigliano ................. 39 Lettere dalla fine del mondo Aldo Trento .................................. 40 Sport über alles Fred Perri...........................................42 Appunti Marina Corradi ..................... 46 RUBRICHE Stili di vita .......................................... 34 Motorpedia ....................................... 36 Lettere al direttore .......... 38 Taz&Bao................................................44 24 ESTERI LIBIA, UNA MINACCIA AL DI LÀ DEL MARE | CASADEI Foto: Ansa, AP Exchange/Ansa fogLIETTo IL DDL CIRINNÀ MINACCIA ANCHE LA LIBERTÀ Vi siete chiesti perché non si parla più della legge sull’omofobia? | DI ALfREDo MANTovANo Foto: Ansa I l disegno di legge sulle unioni civili è una pazzia per tante ragioni: la sovrapposizione della disciplina delle coppie omosessuali a quella della famiglia fondata sul matrimonio, l’estensione della possibilità di adottare anche da parte di due persone dello stesso sesso, la conseguente deriva dell’utero in affitto. Di tutto ciò si parla lungamente da mesi. Finora però non vi è stata riflessione su quella che sarebbe una conseguenza diretta dell’approvazione del ddl, e cioè sulla pesante compromissione della libertà di tanti che LA MANCATA pREvIsIoNE NELLA fuTuRA da esso deriverà. LEggE suLLE uNIoNI CIvILI DI uNA NoRMA Provo a spiegarmi CHE LEgITTIMI IL RICoRso ALL’oBIEzIoNE partendo da una norma DI CosCIENzA pRovoCHERÀ pRoBLEMI del Cirinnà, contenuta sERI A MoLTE CATEgoRIE DI LAvoRAToRI nell’articolo 8, che stabilisce (comma 1 lettere a e b) che le coppie formate da persone del- le dello stato civile e alla presenza di due lo stesso sesso che hanno contratto matri- testimoni». Il dipendente comunale che sa monio all’estero, hanno diritto a ottene- che da quella dichiarazione deriva la costire la trascrizione nei registri italiani dello tuzione di un regime giuridico sostanzialstato civile, e si applicano a loro le disposi- mente matrimoniale può astenersi dal rizioni delle unioni civili. L’articolo confer- ceverla, per non dare alla sua formazione ma l’identità di regime fra matrimonio e un contributo determinante? Il ddl Cirinunioni civili: a queste ultime manca solo nà non contiene alcuna norma che legittiessere chiamate matrimoni, la sostanza mi l’esercizio dell’obiezione di coscienza. c’è tutta se è possibile perfino la trasposi- Eppure i precedenti non mancano: il cazione delle nozze da fuori i confini nazio- so più significativo è il diritto di obiezione nali. E si pone un’ulteriore questione: che che la legge sull’aborto riconosce al medisuccede al funzionario dell’anagrafe che – co e all’esercente una attività sanitaria riaderendo in coscienza a un dato di natura spetto alla partecipazione alla procedura e a un chiaro dettato costituzionale (arti- che porta a uccidere il concepito. La mancata previsione di questa possicolo 29 Cost.) – rifiuta la trascrizione? A ben guardare, il problema non ri- bilità nella futura legge sulle unioni civili guarda solo l’articolo 8, ma l’intero im- provocherà problemi seri a una fascia conpianto del ddl: l’unione civile, in base sistente di lavoratori dei municipi: quale all’articolo 1, viene formalmente costitu- sarà l’effetto del rifiuto di trascrivere o di ita con una dichiarazione di due perso- recepire la dichiarazione, motivato da rane dello stesso sesso «di fronte all’ufficia- gioni di coscienza e dal richiamo alla Co- stituzione? Il licenziamento? L’avvio di un procedimento penale per rifiuto di atti d’ufficio? Il caso Kim Davis, l’impiegata del Kentucky finita in carcere per aver opposto un diniego del genere, mostra nella sua drammaticità che leggi sul matrimonio omosessuale fanno passare dalla discriminazione alla persecuzione, e rende evidente che il totalitarismo non cessa di essere tale se non ci sono i lager o i gulag: la sua apparenza non cruenta non elimina la dimensione fortemente oppressiva. Esigere chiarezza o mollare Renzi La casistica di altre nazioni che hanno introdotto le nozze omosessuali non si limita ai funzionari pubblici; coinvolge, per esempio, i pasticcieri che rifiutano di confezionare torte che raffigurino sposi dello stesso sesso, i fiorai, i fotografi… Un problema altrettanto serio si pone a scuola: cosa accadrà al docente che si ostinerà a spiegare agli alunni che il matrimonio è quello fra un uomo e una donna? Che nel ddl Cirinnà non si preveda l’obiezione di coscienza spiega peraltro perché, dopo la rapida approvazione avvenuta alla Camera nel settembre 2013, il Senato abbia abbandonato la trattazione del ddl Scalfarotto sull’omofobia: le previsioni contenute in quest’ultimo sono implicitamente riprese, amplificate e rese più efficaci nell’altro. In assenza di ragionevolezza sul punto, una questione di tale gravità giustificherebbe la rottura di una maggioranza. Non ci si può limitare a dire “non concordo” e poi condividere posti di governo con gli artefici della prepotenza istituzionale: la follia ha reso così ciechi da lasciar passare, insieme con la distruzione della famiglia, anche la concreta compressione delle libertà di ciascuno di noi? | | 17 febbraio 2016 | 9 PALAZZO MARINO E DINTORNI Giuseppe Sala contro Stefano Parisi (forse). I due city manager si sfidano per Milano. Ma perché i moderati dovrebbero votare il clone di Mr Expo? Maurizio Lupi avrebbe più possibilità di rinsaldare la compagine sfarinata dell’ex Polo delle Libertà | DI RACHELE SCHIRLE Chi riunirà il centrodestra? 10 | 17 febbraio 2016 | | Foto: Ansa | | 17 febbraio 2016 | 11 PALAZZO MARINO E DINTORNI PRIMALINEA LA dIsPoNIbILItà dI LUPI hA coME coNdIzIoNE chE sIA UNA chIAMAtA ALLE ARMI PER RIUNIRE IL cENtRodEstRA, sENzA vEtI PER NEssUNo, Ncd-AREA PoPoLARE coMPREso 12 | 17 febbraio 2016 | | fare senza lo Stato da un lato, e dall’altro la politica senza legge e senza ordine. Milano e Roma: questo dualismo tuttavia non fa una nazione. E infatti per molti aspetti il problema storico dell’Italia, così come alcuni problemi più concreti dell’oggi, vengono per l’appunto dalla difficile, forse impossibile, integrazione delle sue due più importanti città nella dimensione nazionale». Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 30 novembre 2015 M ilano, Torino, Bologna, Trieste, Roma, Cagliari, Bolzano. Diciamo la verità: delle amministrative di giugno che si svolgeranno nelle grandi città, solo il responso sotto la Madonnina peserà sul quadro politico nazionale. Perché è sbagliata la domanda – «ma che paese è questo?» – che Tiziana Pannella pone agli ospiti di una delle puntate di Tagadà per commentare l’affittopoli sotto il Campidoglio, scoperchiata dall’ottimo prefetto Tronca? Perché conferma il consueto errore di guardare l’Italia dall’imbuto di Roma. Città bazar che, politicamente parlando, non ha mai rappresentato né uno spaccato del paese, né un test significativo degli orientamenti politici degli italiani. Non a caso, dopo il disastro Marino, per arrivare a nuove elezioni senza rischiare l’insurrezione popolare e la messa a sacco del Campidoglio, Renzi ha dovuto precettare il prefetto di Milano. Nonostante i prossimi quattro mesi di cura paramilitare che promettono ulteriori colpi di scure alle radici del Grande Bubbone (nel frattempo sono incominciate a girare le foto di uno stadio olimpico in pieno centro, il Flaminio, ridotto a pascolo e immondezzaio), stiamo pur certi che l’accidia millena- ria della Città Eterna non verrà scalfita di un’unghia. Altra storia è Milano, proverbiale “laboratorio” che da sempre macina novità ad ampio spettro, dalla politica ai nuovi trend di costume, a livello nazionale e internazionale. Foto: Ansa «La “moralità” di cui Milano si vuole capitale, più che esibizione di una superiore onestà dei singoli (Dio sa quanto difficile da dimostrare), è innanzitutto rivendicazione della supremazia etica del fare. Per questo Milano piace e punta su di lei chi siede al governo del paese desideroso di bruciare le tappe, insofferente delle procedure: chi vuole rappresentare l’operosità modernizzatrice, chi come un vero imprenditore desidera vedere tornare il conto dei propri voti in tempi brevi, chi la pensa come il luogo elettivo dove bisogna sfondare per conquistare l’Italia. Come Craxi trent’anni fa, come oggi Matteo Renzi: il quale infatti a Milano ci va di continuo, vi fa grandi progetti, le promette soldi in quantità, qui si spende per trovarle un sindaco. Mentre di Roma visibilmente gli interessa poco, preferendo lasciarla alle infami risse del Pd e al Papa con il suo Giubileo. (…) Dunque il Municipio e l’Urbe-Mondo. Il La longa manus di Renzi A che punto è la corsa per il dopo Pisapia, sindaco di Milano molto politicamente piacione (Sel in variante “arancione”), vero patriota che detesta il renzismo romanocentrico (vedi dolcetto-scherzetto Balzani alla porta di Sala), ma che al di là di autovelox, gabelle e registri di coppie same-sex, ha aggiunto niente e, anzi, si è fregiato dei progetti di sviluppo (urbanistici, dei servizi metropolitani, Expo) messi in pista dalla giunta di centrodestra Moratti? Fin qui, sotto le guglie del Duomo è sfilata una sola formazione. La sinistra. E una sola è stata la notizia. Le primarie del Partito democratico. Nella competizione, piuttosto salottiera e molto interno di famiglia, area C, Cerchia dei Navigli, infine l’ha spuntata (come ampiamente previsto) Giuseppe Sala. Un manager il cui nome tradotto significa “sistema Expo”. E soprattutto, longa manus meneghina di Matteo Renzi. Così, mentre il terzo incomodo pentastellato non ha nessuna chance di salire sul podio di una città che Grillo va a godersela solo al cabaret (sgangherata e provinciale la sua polemica sui cinesi, non siamo a Genova, i cinesi a Milano sono tra i primi cognomi in città e, soprattutto, sono ormai borghesia non scantinati di scalcinate periferie di Prato o Firenze), nel centrodestra si continua a sfogliare la margherita. Ad oggi il più quotato è Stefano Parisi. Manager ed ex city manager del comune, tale e quale la biografia del candidato Sala. Ma perché l’elettore di centrodestra dovrebbe votare la copia quando il Pd gli propone l’originale? Un Silvio Berlusconi che i collaboratori più stretti raccontano «ondivago e sornione», attento soprattutto alla cura dei propri “beni al sole” (e perciò al partito personale in forma di residuo parlamentare), ha accarezzato a lungo la candidatura dello svogliato Paolo Del Debbio. Il giornalista Mediaset che come il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, sarebbe piaciuto anche a Matteo Salvini. Due nomi che la dicono lunga sull’imbarazzo del leader leghista. Ha pensato, Salvini, e forse lo pensa ancora, che per la sua ambizione a leader dell’opposizione nazionale, battersi sul serio per riconquistare Milano è solo una grana. Così, convivendo (ma in stanze separate) con Bobo Maroni, magistrale governatore e “fratello maggiore” che ne patrocinò la carriera fin su in cima alla Lega, Salvini traccheggia al traino del dubbio per niente amletico del Principe di Arcore. Rispetto alla truppa polacca di Forza Italia i padani sono l’Armata Ros- sa, in continua ascesa nei sondaggi e forti di una rappresentanza sul territorio che intreccia consensi e bilanci di buon governo. Però Milano è un’altra cosa rispetto alle valli e province lombarde. Sicurezza, pulizia e immigrazione, parole d’ordine della Lega, sono contenuti elettorali forti. Ma non abbastanza per convincere i cosmopoliti e deideologizzati milanesi. Come ben sa Matteo Forte, bravo e faticone giovane consigliere comunale all’opposizione della giunta Pisapia, formatosi alla scuola Pdl, passato a Ncd-Area Popolare e infine consigliere uscente nel limbo di una “lista civica” da zero virgola, «la peculiarità di Milano è che è una metropoli laboriosa e indipendente, va avanti a prescindere da chi la governa». L’alleanza indigesta Alla fine della fiera, dopo che nel centrodestra si sono messi in fila Corrado Passera (autorevole ma non entusiasmante al botteghino dei sondaggi), l’immarcescibile vitalista Vittorio Sgarbi e il giovane outsider Niccolò Mardegan, manca ancora il candidato capace di rimettere insieme la sfarinata compagine dell’ex Polo delle Libertà. Maurizio Lupi, che è l’unico nome che è sempre girato nei sondaggi riservati e nei desiderata del presidente della Regione (che in Lupi a Palazzo Marino vede il partner ideale per accelerare il processo di autonomia da Roma), sembra essere fuori gioco. In realtà il suo nome è ancora lì. Il “Maurizio” preferito da Silvio per le comparsate in tv prima dell’era Brunetta è ancora alla finestra, ad aspettare una chiamata. Che non virgolettiamo, ma la cui disponibilità ha come condizione che sia una chiamata alle armi per riunire tutto il centrodestra, senza veti per nessuno, Ncd-Area Popolare ovviamente compreso. Qual è il muro che oggi sembra insormontabile per la candidatura Lupi, ma che tra qualche giorno, a bagarre di | | 17 febbraio 2016 | 13 primaLinea PALAZZO MARINO E DINTORNI ma chi gLieLo fa fare? Il Sala “vestito” da Che Guevara pubblicato sul profilo Instagram del candidato Pd legge Cirinnà conclusa, potrebbe sbriciolarsi, se l’esito sarà quello previsto dalle associazioni del Family Day (e anche un pochino dalla lettera di Lupi al direttore di Tempi)? Se la linea tenuta da Alfano uscisse sconfitta dagli esiti della Cirinnà in Senato, Lupi potrebbe decidere di mettersi in proprio e dimettersi da capogruppo Ap. Dichiarare chiusa la sua personale avventura col governo Renzi e rientrare a Milano senza sbattere la porta. Anzi, rivendicando le cose buone fatte a Roma in compagnia dell’astuto e cinico fiorentino. A questo punto ogni veto cadrebbe. Da parte di Forza Italia e, soprattutto, della Lega. L’uomo delle periferie Ma perché proprio Lupi? Perché come sanno tutti a Milano, sinistra e destra, ambienti industriali e sistema della Milano che conta, Lupi è il miglior candidato in una metropoli che l’ex ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha già contribuito a governare, da assessore della giunta Albertini e da autore di una riforma urbanistica che rimane un modello ineguagliato a livello nazionale. Inoltre, Lupi conosce il sistema delle imprese (è ancora amministratore delegato di Fiera Milano Congressi, società controllata da Fiera Milano), conosce le periferie (donde viene e dove ha ancora residenza familiare). E soprattutto conosce i punti deboli di Sala. L’alternativa è quella attuale. Se la barca legaforzista resta ancorata al mesto andazzo attuale, con Salvini svogliato e Berlusconi rassegnato, per un centrodestra diviso su pe li rami dei personalismi e delle liste civiche, alla 14 | 17 febbraio 2016 | | Quanto guadagna un sindaco? poco visti le responsabilità e i “rischi” del mestiere con una battuta un po’ grossolana (ma che però forse “c’azzecca”) si potrebbe dire che il problema di trovare candidati sindaci di livello nelle grandi città c’entra (anche, o soprattutto) con i dané, i soldi. Con tutti i fastidi (e i rischi, nel caso del rito giudiziario ambrosiano) che comporta fare il sindaco, chi glielo fa fare a un imprenditore, professionista, uomo o donna in carriera? C’è il caso che si entri in Municipio primi cittadini e si finisca monaci all’ospizio. Non tutti sono dei pazzi e con gli attributi come il neosindaco di Venezia Luigi Brugnaro, centrodestra civico e imprenditore di successo. Non tutti hanno lo scudo di un presidente del Consiglio (e una chiesa jovannottea che va da Confindustria alla Caritas passando dagli amici delle moschee) come ce l’ha Giuseppe Sala. Di fatto, se si sta allo stipendio, è poca cosa. E molto esposto alla demagogia romana che, chissà mai, magari la mesata l’abbassa al primo frinire di scandalo in municipio (perché di incostituzionale, in Italia, c’è solo il taglio degli stipendi ai magistrati, come ha sentenziato l’anno passato la Corte costituzionale e difeso sui giornali il suo presidente all’epoca ancora in carica). Fatti i conti, le entrate di un sindaco sono poca cosa rispetto alle responsabilità e ai rischi ai quali si espone, specie se in una grande città. Dando i numeri, gli stipendi sono questi, fissati nel Testo Unico degli Enti Locali (Tuel) e, in particolare, nella “Guida per gli Amministratori Locali”, aggiornata alla Legge Delrio n. 56 del 2014. Secondo la tabella relativa alle indennità mensili di funzione degli amministratori locali calcolate secondo le leggi sopra citate, il sindaco di un comune di 1.000 abitanti percepisce un mensile lordo di 1.291,14 euro. Se gli abitanti vanno da 1.001 a 3.000, lo stipendio sale a 1.446,08 euro. Da 3.001 a 5.000 cittadini, la paga è di circa 2.169,12 euro. Se una città ha un numero di abitanti non superiore ai 10 mila, lo stipendio arriva a 2.788,87 euro. Da 10.001 a 30 mila unità, il lordo sale a 3.098,74 euro. Che diventano 3.460,26 se gli abitanti vanno da 30.001 a 50 mila. Nei comuni con un numero di cittadini compreso tra i 50.001 e le 100 mila unità, lo stipendio del primo cittadino è di circa 4.131,66 euro. Da 100.001 a 250 mila e da 250.001 a 500 mila abitanti, invece, il compenso è rispettivamente di 5.009,63 e 5.784,32 euro. Nei comuni oltre i 500 mila abitanti, infine, l’indennità di funzione di un sindaco si aggira intorno a 8 mila euro. A cui vanno però aggiunti benefit, indennizzi e rimborsi. Insomma, la mensilità di un sindaco di Roma o Milano si aggira almeno sui 9 mila euro lordi. Che al netto delle tasse scende a circa 4.500-5.000 euro. Considerate le responsabilità e gli alti “rischi” di impeachment per via giudiziaria o antipolitica, una miseria. Per questo, tagliata la testa alla politica, ad oggi abbiamo ottenuto il bel risultato di farci governare, neanche tanto obliquamente, da burocrati europei e vertici di banche e finanza internazionale. Con il beneplacito di certe magistrature. I cui vertici naturalmente guadagnano di più (e hanno meno fastidi) di un parlamentare di Roma o di un sindaco di Milano. Lupi, da assessore deLLa giunta aLbertini, È stato autore di una riforma urbanistica che rimane un modeLLo ineguagLiato a LiveLLo nazionaLe fine correrà Stefano Parisi. City manager di Gabriele Albertini, contro city manager di Letizia Moratti. Un paradosso. Sala, immortalato in un fotomontaggio con la berretta del Che, ha pubblicato l’immagine su Instagram. Parisi avrebbe fatto meglio. Altro che berretta e stella rossa del Che. Se Renzi lo avesse eletto a sua protesi a Milano, a colui che ha il passo e il fascino elettorale di un gran travet, l’uomo che fu city manager, amministratore delegato di Fastweb e ora patron di Chili TV, si sarebbe presentato in tenuta da Grande Timoniere, stile Mao Ze Dong. Tant’è, anche Francesco Wu («ho partecipato alle primarie Pd»), amico di Tempi e imprenditore della comunità cinese che non piace a Grillo, ammette che «non c’è nessuna direttiva, abbiamo incontrato Sala come chiunque proponga risposte ai problemi e alle esigenze della nostra comunità». n boris godunov L’importanza di Quanto accade sotto i nostri occhi Nel nero della storia spunta un fiore possente e delicato. L’incontro fra il Papa e Kirill | di renato farina Q uesto incontro tra il Patriarca di Mosca e il PaPa di roMa è qualcosa che segna il millennio con una luce finalmente d’oro. Il sinistro bagliore delle armi continua, la livida morte che si porta via i bambini tra le onde o sotto le bombe, avanza ancora imperterrita. Ma ecco, qualcos’altro accompagna la storia degli uomini oltre alla guerra e al male: la possibilità di perdonarsi, di essere una sola cosa, rompendo il muro dell’estraneità, l’eterno entra nel tempo con la sua misericordia visibile. Temo che non stiamo capendo abbastanza l’importanza di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. Boris, che è russo, non riesce invece a trattenere la commozione per questo appuntamento tra Kirill e Francesco all’Avana. Boris è stato uno slavofilo accanito. Come Dostoevskij è stato educato a ritenere il cattolicesimo uno strumento del diavolo, e i gesuiti peggio che mai, in realtà massoni dissolutori della sostanza divino-umana nel mondo, secondo la raffigurazione che Tolstoj in Guerra e pace fa di padre Jobert, «coi capelli bianchi come la neve e gli occhi neri sfavillanti». Invece, ecco, spunta su dal nero della storia questo fiore possente e delicatissimo: un incontro gratuito, un puro dono. È naturale che la lettura data a questo evento sia politica, e non è sbagliato. Tutto ciò che è spirituale ha sempre un impatto con la storia intera, serve a darle ordine (lo Spirito è il nemico del caos, dà ordine e bellezza alla materia, non è il suo opposto; è la forma della materia come Dio l’ha pensata). Dunque tende ad avere riflessi e conseguenze in ogni settore della vita. Ma il centro dell’incontro è una pietra incandescente, un bocciolo che è in diretto rapporto con il discorso dell’ultima cena di Gesù Cristo, quello dove chiede l’unità amorosa tra i suoi discepoli. Ormai tra ortodossia e cattolicesimo non ci sono divergenze teologiche sulla natura della Santa Trinità. Non ci sono contestazioni sulla continuità apostolica. «Il vescovo di Roma è il primo tra noi in onore, che presiede nella carità», disse Atenagora, patriarca di Costantinopoli, che a sua volta è il primo tra i pari tra i patriarchi ortodossi. E da Paolo VI in poi ciascun papa ha accettato questa definizione con grande umiltà, come avrebbe fatto Pietro in persona se quelle parole gliele avesse dette il fratello Andrea. ecco, QuaLcos’aLtro accompagna Le vicende degLi uomini oLtre aLLa guerra e aL maLe: La possibiLità di perdonarsi, di essere una soLa cosa, L’eterno entra neL tempo con La sua misericordia visibiLe Perché allora si tarda tanto a congiungersi in pienezza? Come coloro che hanno conosciuto nella prima gioventù quel gigante di carità ed ecumenismo che è stato ed è padre Romano Scalfi, la certezza è sempre stata che “lux ex Oriente”. Misteriosamente dalla Chiesa dei martiri russi del comunismo sarebbe partita un’energia di vita nuova senza paragoni, nel segno della bellezza. Don Luigi Giussani ci suggeriva di leggere i massimi pensatori e teologi russi, da Solov’ëv a Pavel Florenskij, per attingere la bellezza della divino-umanità di Cristo. Quel grido che ci richiama all’unità E allora cosa ci ha tenuti lontani finora? Boris non vuole mescolarsi in questioni che non sa bene, capisce che sono molto serie, come la questione dei dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e della Assunzione. Ma comprende che l’amore a Cristo e a Sua Madre professato da Kirill e Francesco non può tollerare che si usi a pretesto della divisione ciò che è stato fatto dai papi a gloria della Madonna. È la questione del potere, la banale tremenda questione del peccato originale che si protende nel tempo, e diabolicamente separa i fratelli, ad essere causa della divisione. Ora c’è un grido altissimo che chiama cattolici e ortodossi alla piena unità, tagliando corto con dispute distraenti: ed è il grido dei cristiani perseguitati. Il sangue di ortodossi, cattolici, copti, armeni in Siria e in Iraq, in Nigeria e in Pakistan (lì anche il sangue di cristiani protestanti) si è già unito in un solo fiume preziosissimo che sgorgò duemila anni fa da un certo costato. L’uomo non osi separare ciò che il martirio ha unito. | | 17 febbraio 2016 | 17 INTERNI LA PAROLA AI NUMERI N La ripresina Aumentano i contratti di lavoro stabili e la fiducia di imprese e consumatori. Renzi ha promesso più di quanto ha realizzato (a quando la riforma fiscale?), ma le scelte fatte e il contesto internazionale lo hanno sicuramente premiato. Non è quindi in economia che questo governo merita l’insufficienza DI PAOLO PRETI Foto: Ansa | 18 | 17 febbraio 2016 | | che il governo Renzi, a due anni dal suo insediamento, può essere bocciato. Il contesto internazionale lo ha sicuramente favorito con condizioni assai favorevoli che difficilmente si presentano così coordinate: costo del petrolio stabilmente intorno ai trenta euro al barile, con frequenti puntate al di sotto; costo del denaro ai minimi con conseguenti limitati oneri per pagare il sempre alto debito pubblico; interventi della Banca centrale europea con costanti iniezioni di risorse finanziarie a sostegno delle economie dei paesi comunitari. Queste e altre condizioni concorrono a facilitare l’azione delle nostre imprese che, infatti, dopo aver ripreso dal 2011 a operare con buoni risultati sui mercati internazionali, dallo scorso anno segnalano una ripartenza anche dei consumi interni. Un’indiretta conferma di questo miglioramento complessivo dell’attività delle nostre imprese la si ricava anche dall’aumento delle importazioni dalla Germania che, se non ha alcuna influenza sul Pil nazionale, testimonia la buona salute delle nostre aziende che notoriamente usano, soprattutto in certi settori produttivi, materie prime e semilavorati tedeschi nell’ambito del proprio processo industriale. C’è dunque della fortuna e un poco di casualità, ma non si può negare che i principali provvedimenti presi in campo economico negli ultimi due anni vadano nella giusta direzione, quella di favorire l’azione delle nostre imprese sostenendone la capacità imprenditoriale. Chi scrive è da sempre convinto che la migliore politica industriale per il nostro paese stia nel limitare l’intervento dirigista, che tanti danni ha prodotto nel corso dei decenni scorsi, e nell’accompagnamento concreto e fattivo a fianco e a sostegno dell’azione puntuale di tanta imprenditoria nostrana. Da questo punto di vista come non sottolineare il lavoro proficuo, perché costante e meticoloso, di Carlo Calenda, sottosegretario allo Sviluppo economico, che per il vasto comparto del “made in Italy” ha rappresentato in questi anni un sicuro punto di riferimento: speriamo che tale lavoro, preziosissimo, prosegua nella nuova veste di rappresentante italiano presso l’Unione Europea, anche indirizzando l’azione di chi lo sostituirà a Roma. Il Jobs Act, l’ammortamento del 140 per cento degli investimenti tecnologici fatti dalle imprese a partire dall’ottobre scorso e per tutto il 2016, l’ulteriore rifinanziamento degli incentivi fiscali per le ristrutturazioni edili e per gli interventi che favoriscano il risparmio energetion è certo in economia | | 17 febbraio 2016 | 19 INTERNI LA PAROLA AI NUMERI NoN SI pUò NEgaRE ChE lE RISoRSE dESTINaTE allE pERSoNE SoNo STaTE UTIlI. ma TRa I pRomoToRI dI qUESTE, molTI CRITICavaNo pRopoSTE SImIlI dI BERlUSCoNI Un occhio alle partite Iva Un altro provvedimento lungamente atteso e di grande valenza simbolica è quello riguardante il lavoro autonomo. Finalmente si è preso atto a livello governativo di un fenomeno che nella società è presente in maniera consistente da almeno due decenni: alle difficoltà occupazionali che a fasi alterne interessano da molti anni la nostra economia le persone hanno risposto con l’autoimprenditorialità, mettendosi in proprio, aprendo una partita Iva. Non è certo oro tutto ciò che luccica e Zalone ci insegna che il posto fisso è ancora in cima ai desideri di molti, ma intanto, volente o nolente, è cresciuto, e mese dopo mese continua a crescere, un popolo di partite Iva finora salassato da ingenti prelievi fiscali e oneri previdenziali ma senza alcun serio inquadramento normativo. Quello proposto dal governo andrà sicuramente discusso e nel tempo integrato ma è il primo ten20 | 17 febbraio 2016 | | tativo e come tale va valorizzato: dopo lo statuto dei lavoratori (1970) e quello delle imprese (2011) finalmente arriva quello del lavoro autonomo. Infine, c’è il capitolo dei provvedimenti a favore delle persone: ottanta euro in busta paga, bonus per i diciottenni, intervento contro la povertà di 320 euro mensili, la diminuzione del canone televisivo e lo spostamento del pagamento in bolletta. In questo caso il sapore elettoralistico di certe decisioni, soprattutto di quelle una tantum, si avverte ma Gli effetti della caduta del prezzo del petrolio, che non tornerà a salire tanto presto, ricadranno sull’import-export mondiale Così si bruciano i progressi fatti Nonostante le previsioni di crescita, due segnali rimangono preoccupanti: il malessere delle banche e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio | DI RODOLFO CASADEI S Commissione europea quest’anno e l’anno prossimo l’economia italiana tornerà a crescere a valori superiori allo zero virgola del 2015, la disoccupazione diminuirà di qualche decimale e il rapporto debito pubblico/Pil migliorerà di due-tre punti percentuali. Il Pil dovrebbe aumentare dell’1,5 per cento nel 2016 e dell’1,4 per cento nel 2017. L’osservazione della realtà induce però a pensare che anche questi modesti progressi siano a rischio, principalmente per due motivi: la crisi del settore bancario italiano e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio, che non tornerà a salire tanto presto, sull’importexport mondiale. econdo le previsioni della Come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times, fra i problemi economici irrisolti dell’Italia vanno elencati non solo il fatto che non si sono registrati aumenti di produttività negli ultimi 15 anni e che l’enorme stock di debito pubblico (2.295 miliardi di euro, pari al 132 per cento del Pil) non lascia spazio di manovra alle politiche fiscali del governo. L’economia italiana è in pericolo a causa di «un sistema bancario con 200 miliardi di euro di prestiti non performanti (cioè che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori, ndr) più altri 150 miliardi di debiti classificati “a rischio”». I 350 miliardi di euro di sofferenze bancarie equivalgono al 17 per cento di tutti i Foto: Ansa co, sono provvedimenti che insieme ad altri vanno nella stessa direzione: stimolare le imprese a raccogliere la sfida del cambiamento in un contesto mai come ora, rispetto all’ultima decade, così favorevole. E qualche risultato sembra vedersi se aumentano i contratti di lavoro a tempo indeterminato e diminuisce, in maniera in verità un po’ altalenante, il tasso di disoccupazione. Anche il tasso di fiducia di imprese e consumatori, mai stati così alti da quando è iniziata la Grande Crisi, testimoniano che si è innescata un’inversione di tendenza. Di più difficile lettura è la ripresa della capacità di risparmio delle famiglie italiane confermata dagli indici di raccolta delle società del risparmio gestito. Se infatti da una parte ciò sembrerebbe dover segnalare un miglioramento delle generali condizioni di vita, dall’altra potrebbe significare, oltre che atavica e saggia consuetudine delle nostre famiglie, il permanere di timori per il futuro. è difficile negare che si tratta di risorse comunque utili per chi le riceve e in grado di rientrare immediatamente in circolo rivitalizzando i consumi interni. Sperando che i criteri di allocazione di questi soldi siano a prova di furbetti, si può forse evidenziare che tra i promotori di queste misure molti erano critici di analoghe scelte del governo Berlusconi, ma chiedere a un politico un minimo di coerenza è spesso chiedere troppo. No, non è in economia che questo governo merita l’insufficienza perché, anche se ha promesso molto più di quanto ha finora realizzato – e la riforma fiscale? – e sta godendo di condizioni internazionali eccezionali, quello che è stato fatto è positivo e come tale va riconosciuto. n prestiti in Italia, un valore che è superiore ben quattro volte alla media europea. In Germania sono il 2,3 per cento, in Francia il 4,2 per cento, in Spagna il 7 per cento. Nell’Unione Europea solo l’Irlanda (di poco) e la Grecia stanno peggio di noi. E il problema è che non si vede all’orizzonte la soluzione: Renzi avrebbe voluto creare una “bad bank” pubblica che avrebbe acquistato i crediti inesigibili e con ciò messo al sicuro le banche, ma Bruxelles glielo ha impedito in nome delle nuove regole europee sui salvataggi bancari e del divieto di erogare aiuti di Stato. Regole che non esistevano quando furono salvate le banche irlandesi e spagnole. In alternativa, l’Unione Europea ha offerto all’Italia un accordo che il ministro Pier Carlo Padoan ha definito «garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni delle sofferenze bancarie», e che invece Münchau etichetta come «un segno di disperazione», perché l’accordo è un concentrato «di tutti gli sporchi trucchi della finanza moderna, inclusi i malfamati credit default swap», e «l’idea che la crisi di solvibilità del paese possa essere risolta con maneggi finanziari è un’assurdità». La Caporetto borsistica dei titoli bancari italiani fra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio sembra dare ragione all’editorialista del Financial Times e torto al ministro delle Finanze italiano. L’altro problema per le prospettive di i paesi petroLiferi sono importatori di prodotti finiti ed è evidente che La fLessione deLLe Loro entrate comporterà una fLessione deLLe Loro importazioni crescita dell’economia italiana è rappresentato dalla flessione del prezzo del petrolio. Per un’economia a vocazione manifatturiera come quella italiana questo fatto dovrebbe rappresentare un vantaggio, perché diminuisce il costo di produzione delle merci da esportare; a ciò si aggiungano i vantaggi per il Tesoro pubblico derivanti dalla struttura delle accise sui carburanti. La debolezza della domanda Le cose però non sono così semplici. Intanto va tenuto presente che è italiana la tredicesima compagnia del mondo per fatturato fra quelle operanti nel campo delle energie fossili: l’Eni, che vede diminuire il suo capitale tanto quanto diminuisce il prezzo di petrolio e gas. Ed Eni è la più grande di tutte le aziende italiane, classificata da Forbes al 121esimo posto fra tutte le compagnie del mondo di ogni tipo di attività. Il secondo problema è che i grandi paesi petroliferi sono importanti importatori di prodotti finiti, ed è evidente che la flessione delle entrate da esportazione di greggio o di gas comporterà una flessione delle loro importazioni manifatturiere. Questo vale per i ricchissimi paesi arabi del Golfo, e a maggior ragione vale per le economie emergenti a base petrolifera: Russia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, Kazakhstan, Azerbaigian. Il Kazakhstan, di cui l’Italia è il sesto partner commerciale per l’import, ha dimezzato le proprie importazioni fra il 2013 e oggi; l’Azerbaigian, altro paese di cui l’Italia è sesto partner commerciale per l’import, le ha ridotte di un terzo nello stesso periodo. Quest’ultimo paese è già ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi) e alla Banca Mondiale per avere un prestito di emergenza di 4 miliardi di dollari, seguito a ruota dalla Nigeria che ne ha chiesti 3,5. Russia e Kazakhstan, che dispongono ancora di discrete riserve valutarie, pensano più semplicemente a tagli di bilancio della spesa pubblica, nella quale i sussidi alle importazioni di generi alimentari svolgono un ruolo importante. Per la prima volta nella storia la flessione del prezzo dell’energia non si accompagna a una ripresa della crescita economica mondiale, ma al suo rallentamento. Perché a determinare l’abbassamento del prezzo non è tanto l’eccesso di offerta, quanto la debolezza della domanda. | | 17 febbraio 2016 | 21 VOSTRO ONORE MI OPPONGO CONSEQUENTIA RERUM pRIME CREpE NELLA RIgIdA EUROpA QUASI UNA RIVOLUZIONE Se mi si rammollisce l’“austerico” (l’inverno mite è la speranza dei malvestiti) Tre audaci magistrati contro gli «pseudoprocessi mediatici» e l’abuso del bollino antimafia | | dI pIER gIACOMO gHIRARdINI | 17 febbraio 2016 | | S Foto: Ansa I n Europa si misura, giorno pEr giorno, il disastro provocato dalle politiche di austerity e da una modellazione delle istituzioni economiche finalizzata a fare del continente un santuario della rendita a vantaggio della peggiore oligarchia finanziaria di sempre. Persino quelli che il Nobel Paul Krugman chiama “austerici”, come Juncker, Draghi e Moscovici, iniziano però a sentire puzza di bruciato – e a pararsi il culo, detta come va detta. E in pochi giorni se ne sono sentite di belle. Juncker, 3 febbraio: «La Commissione svolgerà il suo ruolo senza cadere in una politica rigida e stupida d’austerità». L’aggettivo “stupida” giustapposto al verbum austeritatis: inaudita e sacrilega excusatio non petita! Per non parlare del linguaggio da homo rignanensis. Draghi, 4 febbraio: «Forze globali cospirano (censurato in “concorrono” dal Corriere della Sera, ndr) a tenere bassa l’inflazione». È lo stesso Draghi della lettera che ci mise in ginocchio il 5 agosto 2011? Meno tonico Moscovici che, sempre il 4 febbraio, sul tema della flessibilità richiesta da Renzi, risponde mesto che occorre che il tema venga trattato con «un po’ di serenità, di lavoro e di pazienza. Sono persuaso che lo spirito di dialogo e compromesso debba sempre prevalere sullo scontro». Se ne riparlerà a maggio. Come mai così spompo? La spiegazione sta nelle “previsioni d’inverno” che riportano non solo JUNCkER, 3 fEbbRAIO: una pagella per l’Italia bruttarella assai, ma ci offrono l’unica vera gelata che «LA COMMISSIONE si avrà in Europa nel caldo 2016: quella della (già poca) ripresa. I Very Serious People iniziano a balbettare, in criminale ritardo, che il re SvOLgERà IL SUO potrebbe essere nudo: soltanto che il re (tedesco) – nonché i “diversamente RUOLO SENzA CAdERE tedeschi” che gli hanno tenuto bordone fino ad oggi – non ha la minima inIN UNA pOLITICA tenzione di lasciarselo dire. Perché una inversione di rotta farebbe perdere RIgIdA E STUpIdA la faccia a un’intera classe dirigente in tutta Europa. Famiglie sul lastrico, persone licenziate, esodate, suicidi per fallimento, neonati e anziani morti d’AUSTERITà». per insufficienza di cure, giovani lasciati a marcire senza prospettive, code L’AggETTIvO STUpIdA alle mense delle Caritas: tutti questi “sacrifici umani” non solo non sono serACCANTO AL vERbUM viti a niente, ma hanno contribuito a rendere irreversibile la crisi. Qualcuno spera, come il nostro giovine premier, che si arrenderanno. SaAUSTERITATIS rebbe logico dato che siamo alle soglie di un terza mortale recessione e in SUONA COME UNA guerra. Ma l’inverno mite è la speranza dei malvestiti. E comunque tanta imINAUdITA ExCUSATIO provvisa cedevolezza non si spiega da parte di chi ha peli sullo stomaco coNON pETITA me le molle nei materassi. Timeo Danaos et dona ferenties (forma arcaica). 22 DI MAURIZIO TORTORELLA cene da un’inaugurazione di anno giudiziario. Scena numero uno, parla il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo: «Bisogna bilanciare la riservatezza delle indagini e il diritto all’informazione. (…) I fatti di cronaca giudiziaria maggiormente capaci di colpire l’opinione pubblica non costituiscono soltanto oggetto d’informazione ma addirittura di veri e propri processi paralleli con ricostruzione di luoghi, testimonianze, valutazioni tecniche, che si svolgono Ovvietà, direte voi. Per nulla, dico io: sulle varie reti televisive in concomitanza con lo svolgimento delle indagini nella pronunciate da tre alti magistrati lo scorsede propria ed esclusiva, quella giudiziaria. Agli effetti negativi di tali spettacoso 28 gennaio di fronte ad assemblee zeplari esposizioni nell’ambito processuale sono chiari riferimenti in alcune delicate pe di altri magistrati e giudici, queste parecenti vicende giudiziarie». role sono una vera sorpresa. Di più: per Scena numero due, parla il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi: «C’è stachi crede nelle garanzie e cerca di freta forse una certa rincorsa all’attribuzione del carattere di antimafia, all’auto-attrinare la marea montante del populismo buzione o alla reciproca attribuzione di patenti di antimafiosità. (…) Rincorsa che giudiziario, sono una veè servita anche a tentare di crearsi aree di ra manna dal cielo. Raintoccabilità, o magari a riscuotere conPER chI cREDE NELLE GARANZIE E cERcA ramente si erano sentite sensi, a guadagnare posizioni, anche a DI fRENARE LA MAREA MONTANTE DEL critiche e autocritiche cofare affari e a bollare come inaccettabili POPULISMO GIUDIZIARIO, QUEI DIScORSI sì chiare, oneste, serie. eventuali dissensi o opinioni diverse. (…) A questa rincorsa non si è sottratta quasi PRONUNcIATI IL 28 GENNAIO DAVANTI A Non solo pensionati nessuna categoria sociale e, pur con tutte PLATEE DI GIUDIcI E PM SONO UNA VERA le cautele del caso derivanti dal rispetto Certo, la cerimonia di MANNA DAL cIELO. RARAMENTE SI ERANO per alcune indagini ancora in corso, forinaugurazione dell’anno SENTITE DA PARTE DELLE TOGhE cRITIchE giudiziario, come semse neanche qualche magistrato». E AUTOcRITIchE cOSì chIARE E ONESTE pre, resta la stanca reciLa gogna che uccide ogni pietas ta delle solite litanie sulScena numero tre, parla la presidente delcessi mediatici, che determinano un’im- la crescente lentezza dei processi, sulle la Corte d’appello di Firenze, Margherita propria sovrapposizione tra la realtà e la prescrizioni che aumentano, sui giudiCassano: «La celebrazione del dibattimendimensione virtuale, producono un’in- ci che sono troppo pochi, sui cancellieri to a distanza di molto tempo dal fatto-renegabile assuefazione emotiva con con- che mancano, sui soldi che non ci sono… ato produce un’alterazione della fisionoseguente annullamento di ogni forma di Tutto vero: una palla colossale. Ma il fatto mia complessiva del processo, attribuisce pietas (…) e calpestano la presunzione co- che tre magistrati importanti (e non anun’impropria centralità alla fase delle instituzionale di non colpevolezza creando cora andati in pensione: quelli a volte lo dagini preliminari… Parallelamente può dei veri e propri mostri mediatici, vanifi- fanno) si siano avvicinati al microfono e favorire improprie forme di supplenza cano il principio di pari dignità di ogni abbiano detto in pubblico cose vere, beh da parte degli organi di informazione persona, solennemente affermato dall’ar- è quasi una rivoluzione. mediante la celebrazione di pseudoproticolo due della Costituzione». Twitter @mautortorella | | 17 febbraio 2016 | 23 ESTERI A UN PASSO DALLA GUERRA Una polveriera al di là del mare L’avanzata dell’Isis in Libia ci pone davanti a uno scenario da incubo. Se interveniamo ci mettiamo contro il mondo arabo. Se restiamo fermi, i jihadisti conquisteranno tutto il territorio dando forza al progetto mortifero di al Baghdadi | DI RODOLFO CASADEI ESTERI A UN PASSO DALLA GUERRA 26 | 17 febbraio 2016 | | A metà febbrAio 2015, 21 immigrAti cristiAni sono stAti sgozzAti in fAvore di telecAmerA. il filmAto hA fAtto cApire che non si erA dAvAnti A unA imitAzione dell’isis. mA esistevA un legAme orgAnizzAtivo preciso con rAqqA-mosul razione Dignità” che va avanti dal maggio 2014. Sempre nell’est l’Isis combatte contro le forze del governo di Tobruk ad Ajdabiya all’interno di una coalizione con altre formazioni islamiste. Il gruppo è presente anche nei campi di addestramento a sud di Sabrata e con cellule più piccole a Tripoli, Khoms, Misurata e altre località della costa mediterranea. Da Derna, la prima località libica di cui si sono impadroniti nell’autunno del 2014, gli uomini dell’Isis sono stati cacciati nel luglio scorso da una coalizione locale di milizie jihadiste, ma restano presenti nei dintorni della città e soprattutto sulle vicine montagne. La strategia dello Stato Islamico Di quanti uomini dispone l’Isis in Libia? I suoi avversari locali tendono a esagerare il numero, sicuramente per scroccare più armi e denaro ai loro sponsor internazionali, e parlano di 5 mila unità. Molto più probabilmente i miliziani combattenti sono 3.500, un po’ più della metà dei quali libici e un po’ meno della metà stranieri. Le milizie di Misurata, l’entità militare più forte del panorama libico, contano da sole 40 mila uomini. La Brigata dei martiri del 17 febbraio, che è la principale forza della coalizione di islamisti e jihadisti che dall’estate del 2014 combatte contro il generale Heftar sotto il nome di Consiglio della shoura dei rivoluzionari di Bengasi, da sola ha più o meno la stessa consistenza dell’Isis. La minaccia rappresentata dai seguaci libici del califfato non sta nella loro attuale consistenza, ma nelle prospettive di sviluppo. Diversamente dagli altri gruppi l’Isis riceve non solo armi e denaro, ma anche combattenti dall’esterno, cosa che non accade con le altre milizie, quasi integralmente libiche con l’eccezione di Ansar al Sunna, che ha una certa quota di tunisini nelle sue file. In secondo luogo, l’Isis può sperare di attrarre molti combattenti dalle file delle milizie jihadiste e salafite libiche che oggi lo combattono, mentre già sta assorbendo quelli di Ansar al Sunna, l’organizzazione più simpatetica con gli obiettivi del califfato. In terzo luogo, la paralisi politica del paese alimenta il degrado economico e quello delle condizioni di L’importanza che L’isis sicurezza, oltre che attribuisce aLLa fiLiaLe Libica la marginalizzazione di alcuni gruppi è dimostrata daL crescente di popolazione, e tutnumero di combattenti to ciò rappresenta il brodo di coltura ideinternazionaLi che iL caLiffato ale per le organizzatrasferisce a sirte e dintorni zioni jihadiste e tak- luzionari a Bengasi, dall’altra hanno concentrato i loro attacchi nel bacino della Sirte, contro le installazioni petrolifere controllate dalla milizia Petroleum Facility Guards di Ibrahim Jadhran, afferente al governo di Tobruk. Diversamente dallo Stato islamico in Siria ed Iraq, quello della Libia non dispone di proventi dal contrabbando del petrolio, perché non controlla nessun centro di estrazione. Il suo primo obiettivo allora è di attaccare e mettere fuori uso gli impianti nell’est del paese la cui produzione attualmente avvantaggia il governo di Tobruk. In questo modo indebolisce il nemico e guadagna meriti agli occhi degli altri gruppi jihadisti e salafiti che stanno battendosi contro le forze del generale Heftar: costui non ha abbastanza forze per combattere a Bengasi e rintuzzare gli attacchi dell’Isis nel bacino della Sirte, e ne avrà sempre meno con la diminuzione del gettito da export petrolifero conseguente all’azione di logoramento condotta dall’Isis. La quale nel medio termine può sperare di appropriarsi dei pozzi che ora si limita a mettere fuori uso e di sfruttarli a proprio vantaggio. Foto: Ansa L o scenario da incubo che ci aspetta, purtroppo il più probabile di tutti, è quello di un intervento militare occidentale in Libia contro le basi dell’Isis all’indomani di un accordo posticcio fra le due principali entità politiche del paese, quelle che per convenienza chiamiamo “governo di Tripoli” e “governo di Tobruk”. Non appena l’intervento comincia l’accordo si sfalda, e quelli che dovevano essere i nostri alleati diventano i nostri avversari oppure si defilano, mentre l’afflusso di migliaia di jihadisti libici e stranieri produce una crescita ipertrofica della finora asfittica provincia libica del califfato. Insomma, ci tocca scegliere fra la peste e il colera: se non interveniamo l’Isis continua a rafforzarsi e, sfruttando la debolezza dei suoi avversari, arrivato a un certo stadio di sviluppo se li mangia e si prende tutta la Libia; se interveniamo unilateralmente ci mettiamo contro tutto il mondo arabo e facciamo diventare l’Isis libica il magnete che attira e la spugna che assorbe tutti i jihadisti e gli aspiranti jihadisti di Libia e dintorni. Nel secondo caso andiamo incontro a una sconfitta militare, perché con gli Stati Uniti indisponibili a inviare una quantità importante di marines sul posto, dopo qualche mese gli europei (francesi, britannici e italiani principalmente) dovranno suonare la ritirata vista l’impossibilità di vincere la guerra. I nodi della temeraria operazione che portò alla caduta del regime di Gheddafi e al suo assassinio vengono al pettine, i nostri atti ci seguono: come è successo o sta succedendo in tutti i paesi arabi, quando si toglie di mezzo il dittatore con operazioni eterodirette, non arriva la democrazia ma crolla tutta l’impalcatura dello Stato e le forze ideologicamente estremiste prendono il sopravvento. La consistenza attuale dell’Isis in Libia è modesta, ma è in crescita e soprattutto riveste un’importanza strategica nei piani a lungo termine di al Baghdadi. Attualmente lo Stato Islamico controlla una striscia costiera di quasi 250 chilometri al centro della quale si trova Sirte, la città che diede i natali a Gheddafi, e ai due estremi ovest ed est le località di Bu’ayrat al Hasun e Bin Jawad. Verso sud si spinge fino alle vicinanze delle oasi di Giofra, con una profondità anche in questo caso di circa 250 chilometri. Ma questo non è tutto. I militanti dell’Isis combattono al fianco delle milizie jihadiste che nella città e nella provincia di Bengasi resistono all’offensiva del generale Heftar (governo di Tobruk) chiamata “Ope- firiste (quelle che accusano di apostasia altri musulmani) come l’Isis, come dimostrano i casi dell’Iraq e della Siria. La strategia dell’Isis in Libia sta cambiando proprio per capitalizzare questi vantaggi. Nella misura del possibile cerca di evitare gli scontri con le milizie ideologicamente affini, contro le quali ha combattuto ferocemente sia a Derna che a Sir- te, e di concentrare gli attacchi su quelli che sono i comuni nemici di Isis e della vasta coalizione islamista-salafita Alba libica nata per reazione all’Operazione Dignità di Heftar: tutte le forze fedeli al governo di Tobruk. Nel mese di gennaio le milizie dell’Isis da una parte hanno aumentato la loro visibilità a fianco delle forze del Consiglio della shura dei rivo- Lealtà al califfato L’importanza che l’Isis di Raqqa e Mosul attribuisce alla sua filiale libica è dimostrata dal crescente numero di combattenti internazionali che il califfato sta trasferendo a Sirte e dintorni. Derna, la prima città a cadere nelle mani dell’Isis in Libia ma anche la prima a essere perduta, vide innalzare la bandiera nera del califfato nell’ottobre 2014 grazie al fatto che sin dalla primavera avevano fatto ritorno in Libia 300 uomini della Brigata al Battar, cioè i volontari libici che avevano combattuto a Der Ezzor (Siria) e a Mosul (Iraq) con l’Isis. Al tempo del regime di Gheddafi Derna era il più importante bastione del Gruppo combattente islamico libico, affiliato di al Qae| | 17 febbraio 2016 | 27 ESTERI A UN PASSO DALLA GUERRA da. Da essa partivano frotte di volontari per il jihad in Afghanistan, Iraq e infine Siria. Come tanti alqaedisti di Iraq e di Siria, i volontari libici sono passati in massa all’Isis. Non tutti, se è vero che per reprimere i jihadisti locali che non accettavano l’ascesa al potere dell’Isis sotto il nome di Consiglio della shura della gioventù islamica al Baghdadi ha dovuto inviare a Derna centinaia di combattenti tunisini e il suo braccio destro iracheno Abu Nabil al Anbari (poi ucciso in un raid aereo). Non è servito, perché nel luglio successivo l’Isis ha dovuto abbandonare il controllo della città. A Sirte, invece, l’Isis è riuscita a insediarsi grazie alla combinazione di forze interne ed esterne. A cavallo fra il 2014 e il 2015 sono arrivati in città combattenti Isis da fuori, principalmente tunisini ed egiziani, e i residenti locali affiliati o simpatizzanti di Ansar al Sunna hanno dichiarato la loro lealtà ad al Baghdadi. Il ruolo dell’Italia A metà febbraio si è compiuta sulla spiaggia di Sirte la strage dei 21 immigrati cristiani egiziani vestiti con le uniformi arancioni dei prigionieri di Guantanamo e sgozzati in favore di telecamera. Il filmato prodotto con gli standard tipici dell’Isis e diffuso secondo le sue modalità ha fatto capire a tutti che non ci si trovava davanti a imitatori della propaganda del califfato, ma che esisteva un legame organizzativo preciso e forte fra RaqqaMosul e la filiale libica. Degli otto “emirati” che nel mondo hanno dichiarato la loro affiliazione allo Stato Islamico (Nigeria, Afghanistan, Egitto, eccetera), solo uno è governato direttamente da uomini inviati o nominati da al Baghdadi: quello di Libia. Secondo l’Espresso, «nel quartier generale comanda un pachistano, la prigione è in mano a un uomo del Kuwait, l’Università è presieduta da un nigeriano di Boko Haram». Mentre Voice of America 28 | 17 febbraio 2016 | | pochi giorni fa informava che «nelle ultime settimane del 2015 circa 500 dirigenti e comandanti di alto livello dello Stato Islamico hanno lasciato i loro posti in Siria ed Iraq, una mossa per rafforzare la presenza del califfato in Libia». Camionisti libici presi in ostaggio dall’Isis e rilasciati dopo un mese raccontano che stranieri integrano l’Isis libica dai bassi ranghi fino ai vertici: iracheni, sauditi, egiziani, tunisini, yemeniti, sudanesi. Gli affiliati libici d’altra parte non mancano, e appaiono destinati ad aumentare di numero e a rappresentare una solida maggioranza anche a causa di dinami- te non quello di protagonista di un intervento militare che preveda l’invio di truppe da parte nostra. La presenza di soldati italiani sul suolo libico è il più grande regalo che si potrebbe fare all’Isis e agli altri gruppi jihadisti messi nel mirino, perché conferirebbe automaticamente loro la patente di resistenti contro il ritorno della potenza colonialista che compì un genocidio contro il popolo libico. Il combinato di amnesia e di ipocrisia che permette agli italiani di scaricare tutte le colpe del passato sul regime fascista considerato come un corpo estraneo alla storia d’Italia e qualcosa contro il quale L’unica cosa da fare È aiutare quanti suL posto sono disposti a combattere L’isis. migLiorando iL Loro numero e i Loro mezzi che locali. «Anche se la Libia non è caratterizzata da divisioni settarie (come Iraq e Siria, ndr), non è una coincidenza che l’Isis abbia messo radici a Sirte, la città natale di Gheddafi», scrivono Stefano Torelli e Arturo Varvelli. «Sin dalla caduta del suo regime, la tribù Gheddafi è stata ostracizzata e marginalizzata da Tripoli e da Tobruk. C’è un crescente consenso fra gli osservatori sul fatto che l’Isis sta attraendo membri da Ansar al Sunna libica e da segmenti di popolazioni emarginate nella “nuova” Libia. (…) Usama al Karrami, il capo libico (a livello religioso, ndr) dello Stato Islamico nell’area di Sirte, è imparentato e membro dello stesso clan familiare di Ismail Karrami, capo dell’agenzia anti-droga sotto il regime di Gheddafi e leader di una milizia proGheddafi durante la rivoluzione. Ciò sembra una conferma del fatto che alcuni sostenitori del colonnello sono stati riciclati nello Stato Islamico». In un quadro del genere, che ruolo dovrebbe svolgere l’Italia? Certamen- gli italiani hanno resistito, attivamente o passivamente, con le popolazioni delle ex colonie non funziona. La loro memoria storica racconta e rivive continuamente un’altra storia, quella di massacri di civili da parte delle truppe italiane che vanno dalla rappresaglia per l’eccidio di Sciara Sciat (1911) alle deportazioni del 193031 che causarono decine di migliaia di morti anche fra donne e bambini, senza dimenticare torture e brutalità sui ribelli in armi prima dell’impiccagione o della fucilazione. La riconciliazione con la Libia era stata firmata dall’Italia nel 2008 a Bengasi, ma colui che firmò per parte libica il trattato di amicizia che metteva fine a decenni di ostilità fu ucciso tre anni dopo grazie anche all’azione politico-militare italiana. L’unica cosa sensata da fare resta quella di aiutare quanti sul posto sono disponibili a combattere l’Isis. Occorre cercare di ampliare il loro numero e migliorare i mezzi a loro disposizione in tutti i modi possibili e immaginabili. n SOCIETÀ | E lo chiamano “progrEsso” DI LUIGI AMICONE Il mercato ha bisogno di noi sullo sfondo della campagna per il matrimonio e l’adozione gay si gioca una partita epocale. È la corsa a mettere a reddito l’ultimo bene rimasto finora indisponibile: la vita umana. scene da un «incontro fra dittatura e civiltà consumistica» «Alessia, 24 anni, e Davide, 19, si sono giurati amore eterno nel comune di Orbetello (Grosseto). Un matrimonio come tanti se non fosse che il cerimoniere quando ha interpellato gli sposi ha chiamato Alessio lei e Valentina lui. Entrambi hanno rifiutato il sesso originale, seguendo un percorso di cure ormonali e visite psichiatriche. Ora hanno avviato le pratiche a Kiev per avere un figlio con la pratica dell’utero in affitto» (fotonotizia del Corriere della Sera, pagina 9, 7 febbraio 2016) D omenica scorsa una coppia transessuale si è sposata con rito civile in un comune in provincia di Grosseto e ha annunciato di avere già avviato la pratica di adozione di un bambino concepito con la pratica dell’utero in affitto di una donna ucraina. Succede in Italia, Paese dove, come dicono Renzi e la sua truppa pro ddl Cirinnà, «mentono sapendo di mentire quelli che agitano i fantasmi del matrimonio gay e dell’utero in affitto». Infatti, Orbetello non è in Italia. Quindi, prima ancora che entri in vigore una qualsiasi legge che regoli in un modo o nell’altro la questione delle “unioni civili”, i militanti Lgbt procedono nell’opera di imposizione della loro agenda. E tutto tace. E per primo tace (e acconsente) il 30 | 17 febbraio 2016 | | Quarto Potere. Famoso cane da guardia della democrazia e della legalità. Nel frattempo capitano altre cose che raccontano bene il clima vigente. Tipo, un presidente della Società italiana di pediatria che viene preso a pantofolate e in 24 ore si rimangia il solo dubbio che un bambino possa crescere bene con due genitori dello stesso sesso. Un sacerdote viene linciato mediaticamente per aver suggerito alla Cirinnà di guardare avanti, molto avanti, con parole grezze, ma vere (tutti dovremmo ricordare che un giorno, al nostro “funerale”, Dio dirà l’ultima parola sui nostri atti). E addirittura l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica dalle cui informazioni dipendono atti e procedure dello Stato, per non smentire i numeri accreditati dall’Arcigay ai giornali, smentisce l’attendibilità delle proprie rilevazioni. Perché questo disastro ideologico nell’ultimo paese occidentale che resiste al matrimonio e alle adozioni gay? Perché intorno alla questione dei “diritti gay”, intesi come accesso al matrimonio e quindi all’adozione dei bambini, si gioca una partita storica. La partita che punta a mettere a reddito l’ultimo patrimonio fino ad oggi rimasto indisponibile: la vita umana. Non a caso il termine marxista di “proletario” indica| | 17 febbraio 2016 | 31 socIetÀ E lo chiamano “progrEsso” 32 va l’individuo appartenente a una classe priva di ogni proprietà e mezzo di produzione. L’uomo e la donna che non hanno altre “catene da perdere” – non hanno altro bene su cui contare – che i propri corpi e la prole, i figli. Siamo oggi entrati nell’epoca dell’asservimento e mercificazione dell’“uomo proletario” da parte dell’“uomo borghese”? È così. Come ha osservato la fondatrice del movimento lesbico francese Marie-Josèphe Bonnet al convegno di Parigi del 2 febbraio scorso, «siamo passati da un patriarcato familiare a un patriarcato tecnicista. L’impotenza spirituale delle società occidentali, che non credono più in niente, ha facilitato la fuga in avanti della tecnica. Ormai il mondo crede solo nei soldi e nella tecnica». Melissa Cook, americana: «Alcuni affermano che essere madre surrogata è come fare la ballerina. Ma è falso. L’utero in affitto è semplicemente la vendita e l’acquisto di carne umana». Kajsa Ekis Ekman, svedese: «La maternità surrogata etica semplicemente non esiste». La Bonnet: «I bambini sono esseri umani, non possono in ogni caso essere prodotto di scambio. Non si può regalare un bambino. Così si uccide la madre e questa è “LA” regressione per eccellenza. L’utero in affitto è prima di tutto la distruzione della madre». Dopo di che, davanti a una propaganda martellante, tesa a derubricare i dissidenti a marmaglia omofoba, cristianista e oscurantista, anche in Italia ora si delineano molto chiaramente le squadre in cam- Le forze in gioco Questo servaggio e questa riduzione a merce riguardano soprattutto le donne. Come è evidente nella pratica della cosiddetta “maternità surrogata”, abbondantemente utilizzata anche da coppie italiane. Come dimostra la notizia con cui abbiamo aperto questo articolo. E come dimostrano le centinaia di “famiglie” omogenitoriali che premono sui tribunali e, leggi o non leggi, esigono riconoscimento giuridico. Il primo firmatario del ddl Cirinnà, Sergio Lo Giudice, può ben dire che la sua legge non prevede l’utero in affitto. Ovviamente, mente sapendo di mentire. È noto infatti che basta volare in Spagna, in India o in California, pagare 100 mila dollari all’organizzazione che procura i cataloghi delle donne e dei bambini à la carte (come ha fatto Lo Giudice) e tornare in Italia (come hanno fatto decine di Lo Giudice) con un bambino in braccio che ti legittima come “famiglia arcobaleno”. Bene, hanno denunciato le femministe parigine, questa cosa non si chiama “famiglia arcobaleno”. Si chiama schiavitù delle donne e dei bambini. «I bambInI sono esserI umanI, non possono In ognI caso essere prodotto dI scambIo, non sI possono regaLare. così sI uccIde La madre e questa è “La” regressIone per ecceLLenza» (marIe-Josèphe bonnet, parIgI, 2 febbraIo) | 17 febbraio 2016 | | po e le forze in gioco. Da una parte ci sono gli spiriti della laicità e dell’umanesimo (“tradizionali” come le lesbiche e femministe parigine?), le forze del mondo della vita e delle relazioni originarie che proteggono il mondo comune dalla sua naturale decadenza e dissoluzione nel disordine di Narciso. Dall’altra c’è la geometrica potenza di multinazionali, media e sistema di propaganda di massa che è guidato da élite e funzionari del neocapitalismo basato sulla tecnoscienza. I quali confondono l’opinione pubblica col rullo compressore di parole nobili e di apparente logica irresistibile. “Progresso”. “Siamo il fanalino di coda dell’Europa”. “Dobbiamo colmare un ritardo”. “La società è avanti”. “Il costume è cambiato”. Cosa potresti obiettare se le cose stessero effettivamente come suggeriscono queste frasi fatte? Ma le cose non stanno affatto così. Dietro parole che descrivono un processo che deve apparire irresistibile per chi le pronuncia e ineluttabile per chi le ascolta, non c’è nessuna Divinità, nessun Demiurgo che soprassiede al cammino della storia. C’è, invece, in questa questa storia, l’apparato giuridico-politico-industriale della prima superpotenza mondiale. Il novello Prometeo vola con le ali di Apple, Amazon, Google, Facebook. Che, come ha ben raccontato una recente copertina de l’Espresso, sono i “cannibali” dell’attuale fase dell’economia globale, «dominano il mercato mondiale» e «nell’arco di un decennio sono diventate macchine da soldi, i cui capi guadagnano fino a sette miliardi in un’ora e si mangiano il resto dell’economia». Non a caso, le “quattro sorelle” sono anche i veicoli della nuova Bibbia obamiana (oltre che, ovviamente, le madrine finanziarie delle campagne elettorali democratiche, ieri di Obama oggi della Clinton). Insomma, occorreva trovare un “logo” affascinante e una grande “buona causa” per ripulire l’immagine internazionale dell’America “guerrafondaia”, depistare l’opinione pubblica dalla bomba atomica dei “titoli spazzatura” sganciata sull’economia mondiale, scatenare la rivoluzione digitale con il mito delle “primavere arabe” (lato Twitter e Facebook) e il commercio di carne umana (lato Google e Amazon). Qualche spin doctor di Obama deve avere aperto il romanzo di Anthony Burgess Il seme inquieto (curiosamente mai ristampato nell’ultimo ventennio) e trovato quel segmento infinitesimale di popolazione che poteva essere utilizzato, suo malgrado, come apripista del Mondo Nuovo. E così, esattamente un secolo dopo la presa del “Palazzo d’Inverno”, la “rivoluzione” è sbarcata dalle parti di Google. Non c’è più bisogno di fucili e cannoni. Oggi la rivoluzione si fa con la Rete. Per gli ingegneri di Google (così come per i nostri laqualunque a Cinquestelle che volenterosamente collaborano alla “rivoluzione americana” del postumano in Rete) la “singolarità” è una filosofia messianica che preconizza un futuro in cui l’uomo e la macchina si fonderanno per dare vita a una nuova, più perfetta creatura. Questa è l’utopia. La resistenza viene da est Non a caso la resistenza viene oggi dalla Russia (sotto attacco “arcobaleno” già dalle olimpiadi di Sochi) e dai paesi ex satelliti Urss. Per chi ha fatto per primo esperienza del sistema totalitario, come ha testimoniato al Family Day di Roma Zeljka Markic (donna che ha guidato la rivolta democratica in Croazia e Slovenia, dove i cittadini hanno cancellato per via referendaria le leggi sul matrimonio e le adozioni gay approvate dai rispettivi governi), è chiaro che lo scardinamento dell’alleanza uomo-donna e la neutralizzazione dell’identità umana sono ispirati da un’ideologia totalitaria analoga a quella che da Mosca è volata in Europa e a Washington. Tant’è che, intuita l’antifona, tocca addirittura al Financial Times e alla firma più prestigiosa del principale organo del capitalismo finanziario, Martin Wolf, mettere sul chi va là l’establishment Europa-Usa. «Senza dubbio negli Stati Uniti, ma anche in Europa, le élite sono sempre più isolate, il popolo non si sente più rappresentato» (Repubblica, 7 febbario 2016). Filiere di embrioni umani brevettati; preparativi di clonazione; eugenetica per rispondere alla richiesta di carne bella e sana, esseri umani imperfetti avviati alla macelleria o alla catena industriale biolo- gica che, buttato l’essere imperfetto, ne cannibalizza le parti all’uopo di fornire pezzi di ricambio alla domanda di “qualità della vita”… Tutto ciò rappresenta un “già” e un “non ancora” che, improvvisamente, potrebbe essere messo a repentaglio dalla dissidenza di una Zeljka Markic e di un popolo stile Family Day. La spensieratezza dei gregari Quanto sta accadendo oggi anche in Italia, quanto si è messo in movimento nell’ultimo ventennio in Occidente e che papa Ratzinger ha interpretato al meglio osservando il moto di qua e di là dell’Occidente, nelle sue due principali correnti nichiliste che si incrociano contendendosi il mondo, lo aveva già intuito quasi quarant’anni orsono tale Václav Havel. copertina di questo suo saggio Cseo, editore dei soliti cattolici ciellini). «In ogni uomo ovviamente la vita è presente nelle sue inclinazioni naturali: c’è in ognuno un pizzico di desiderio di una propria dignità umana, di un’integrità morale, di una libera esperienza dell’esistere, della trascendenza del “mondo dell’essere”: al tempo stesso però ognuno è più o meno capace di rassegnarsi alla “vita nella menzogna”, c’è in ognuno un pizzico di compiacimento nel confondersi tra la massa anonima e nell’adagiarsi comodamente sul letto della vita inautentica. Da tempo quindi non si tratta del conflitto di due identità. Si tratta di qualcosa di peggio: di una crisi dell’identità stessa. Molto semplicemente si potrebbe dire che «La diffusione deLL’“auto totaLitarismo” sociaLe non corrisponde forse aLLa ripugnanza deLL’uomo deLLa società dei consumi a sacrificare Le sue sicurezze materiaLi in nome deLL’integrità moraLe?» (HaveL, 1979) Un dissidente e, a partire dal 1991, presidente della libera Repubblica Ceca, scomparso nel 2011. Era il 1979, ed era l’anno in cui il totalitarismo comunista toccava vertici che non registrava dall’epoca della repressione con i carri armati sovietici della cosiddetta “primavera di Praga”. Ebbene, invece di pensare ai propri guai (nel ’79 sopravviveva come aveva già fatto per tanti anni, in condizioni sociali da paria, tra prigione e lavori degradanti), Havel scriveva e metteva in guardia noi, dal nostro destino. Ecco le sue parole, tratte da Il potere dei senza potere, saggio scritto da sotto il regime più poliziesco dell’Est europeo («in ogni condominio c’era un poliziotto e su ogni pianerottolo c’era una spia», ci disse nel novembre 1989 a Praga, durante la “rivoluzione di velluto”, quando ci firmò e ci fece la dedica sulla il sistema post-totalitario è nato sul terreno dello storico incontro fra dittatura e civiltà consumistica. Questo vasto adattamento alla “vita nella menzogna” e la così facile diffusione dell’“auto totalitarismo” sociale non corrispondono forse alla generale ripugnanza dell’uomo della società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali in nome della propria integrità spirituale e morale? Non corrispondono forse al suo rinunciare volentieri a un “significato supremo” davanti agli allettamenti epidermici della civiltà moderna? Al suo cedere alla lusinga di godere la spensieratezza dei gregari? Infine, il grigiore e lo squallore della vita nel sistema post-totalitario non sono proprio la caricatura della vita moderna in genere e non siamo noi in realtà una specie di memento per l’Occidente, che gli svela il suo latente destino?». n | | 17 febbraio 2016 | 33 STILI DI VITA Una cucina per innamorati L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, di Jay Roach IN BOCCA ALL’ESPERTO di Tommaso Farina C he bel posticino romantico, il Kitchen di Como. Ve lo ricordate? Tempo fa, in questi bei locali splendidamente arredati aveva trovato dimora il geniale e inquieto chef Paolo Lopriore. Purtroppo, la sua esperienza durò talmente poco che non siamo nemmeno riusciti a raccontarla. Dopo avvicendamenti societari, da circa tre mesi al timone c’è Fausto Fontana, vecchio lupo della ristorazione comasca, da quarant’anni al Gatto Nero di Cernobbio (Como). E che ha portato Fausto in un posto che meritava di non affondare dopo la perdita del grande chef? Anzitutto, la professionalità di un autentico maestro di sala. E che sala: luci basse, tavoli grandi e ben apparecchiati, sedie di una comodità principesca. Quanto alla cucina, si segue un canovaccio che privilegia tecniche evolute, non certamente a scapito dei sapori. Che dire del delicatissimo fegato grasso d’anatra mulard cotto a bassa temperatura con gelatina di mela verde e insalata di sedano? Un piatto addirittura fresco, spensierato, senza stucchevolezze. Di primo, si va sull’atletica pesante coi paccheri di Benedetto Cavalieri conditi con pomodori datterini, cipolla umbra di Cannara, polpettine di carne e losanghe di pecorino: quasi una citazione virgolettata dell’americana “pasta with meatballs”, a sua volta ripresa dalle tradizioni pugliesi. Di rara soddisfazione, per proseguire, il carrè d’agnello in crosta di senape di Digione e salsa di Pinot Nero: sapori nitidi, garbati, rilevati, manovrati con una mano ferma. Di dolce, i vermicelli di castagna sono una rielaborazione personale del notissimo montebianco, e non demeritano. Non conviene sbilanciarsi a descrivere altri piatti, poiché il menù, per scelta, cambia tutti i mesi. La cantina deve tener conto di spazi non immensi, ma riesce comunque a essere ricca, e oltretutto impreziosita da scelte davvero originali. La spesa pro capite è di circa 65 euro, meritati per la cucina, gli ingredienti usati, la stupefacente bellezza del posto. Da andarci con l’innamorata o l’innamorato. SALUTE GRUPPO SAn DOnATO Eat, la prevenzione al primo posto Mangiamo troppo cibo di bassa qualità e ci muoviamo troppo poco: l’energia che ingeriamo quotidianamente è nutrizionalmente povera, ricca di zuccheri semplici e grassi, e la nostra vita è sempre più sedentaria. Il progetto EAT, ideato e promosso dal Gruppo Ospedaliero San Donato, vuole contribuire a dif| 17 febbraio 2016 | La storia dolorosa del grande autore La carriera di Trumbo è stroncata dalla sua adesione al Partito comunista. Grande cast e ottima sceneggiatura per un film che rievoca la vicenda dolorosa e dai contorni surreali che vide protagonista lo sceneggiatore Dalton Trumbo, fenomeno vero, autore di film come Spartacus, E Johnny prese il fucile, Exodus, Vacanze romane, sceneggiature firmate con pseudonimi perché gli era impedito di lavorare dalla Commissione per le atti- vità antiamericane. Roach, che viene dalla commedia leggera, dirige un film non ideologico, riuscendo a contestualizzare il momento storico in cui si colloca la vicenda di Trumbo che racconta lasciando spazio al dolore e non mancando di sottolineare aspetti assurdi e divertenti (come l’organizzazione familiare che met- te in piedi Dalton per consegnare gli script). Soprattutto, colpisce il lato umano di Trumbo, la sua ossessione per il lavoro bilanciata da una bella famiglia tenace che lo sostenne sempre. visti da simone Fortunato Rileggiamo Grazia Deledda Il regista Jay Roach | fondere un’autentica cultura della salute e fornire un’alternativa appetibile e sana a quelle cattive abitudini alimentari che troppo spesso non riusciamo ad abbandonare. Senza rinunce, digiuni o diete: il progetto EAT è una proposta di educazione alimentare che vuole parlare a tutti e diventare uno stile di vita di cui appropriarsi per sempre. Con EAT, il Gruppo Ospedaliero San Donato ha portato l’educazione alimentare nelle scuole, ha eliminato da tutti i suoi ospedali il cibo spazzatura, sostituendolo con distributori di snack sani e a filiera corta, si è rivolto ai ragazzi, HOME VIDEO Crimson Peak, di Guillermo Del Toro Talento sprecato Una giovane ereditiera, appena sposata, finisce in un incubo. alle famiglie, alle donne in gravidanza, ai pazienti. Oggi EAT è per tutti un modo diverso di nutrirsi, di fare la spesa e di cucinare per godere del cibo in modo sostenibile. Sostenibile per il nostro organismo, sostenibile per l’ambiente: con un cibo semplice e fresco non solo possiamo prevenire le malattie cardiovascolari e del metabolismo ma possiamo anche rispettare il ritmo delle stagioni e ridurre lo spreco alimentare. EAT offre consigli pratici, facili, ma soprattutto gustosi. Su www.progetto-eat.it si trovano tutti gli approfondimenti, anche scaricabili, per “assag- giare” le nuove abitudini alimentari targate EAT. La crema di zucca Ingredienti per 4 persone 1 kg di zucca; 0,5 kg di patate; 2 cipolle; 1 gambo di sedano; 3 carote; 2 L d’acqua; Sale; Olio a fine cottura. Preparazione Aggiungere all’acqua un cucchiaino di sale grosso e versare tutte le verdure tagliate a pezzettini. Cuocere per circa un’ora e mezzo. Frullare il tutto e aggiungere un po’ di olio extra vergine di oliva a fine cottura. COMUNICANDO MEDTRONIC ACquIsIsCE BELLCO Mirandola, dal sisma alla rinascita Spesso in Italia l’etichetta di “terremotati” affibbiata alle vittime di un sisma si porta appresso un’immagine di rassegnata devastazione, di eterni cantieri per la ricostruzione, di fantasiosi escamotage per ottenere soldi dallo Stato per danni non sempre gravi alle abitazioni. MAMMA OCA di Annalena Valenti N sarda Grazia Deledda vinceva il premio Nobel per la letteratura, perché, cita il discorso di presentazione «dipinge la vita della sua isola nativa e con profondità e simpatia si confronta con i problemi umani in generale». Dimenticata dai più nonostante sia stata la prima e unica donna italiana ad aver vinto il Nobel, è scomparsa da tutte le antologie (invero in buona compagnia, vedi Ada Negri). La motivazione per la sua inesorabile scomparsa dalle nostre scuole è sempre stata quella di rappresentare un mondo arcaico, vecchio, di tradizioni superate. La Deledda ha scritto anche bellissime fiabe che una volta si leggevano nelle scuole elementari, ma che, come per altri casi, hanno pian piano lasciato il passo alle inutili storielle che oggi campeggiano sulle antologie. Ed è proprio leggendo le sue fiabe, La fanciulla di Ottàna, una Biancaneve che vive tra i monti del nuorese, o Nostra Signora del Buon Consiglio, ma anche la novella Il dono di Natale – storie che ho sempre raccontato ai bambini di materne ed elementari –, che mi si è insinuata un’idea sul perché della sua profondità e simpatia e, allo stesso tempo, della sua forzata sparizione. È espressa dalla stessa Deledda in poche parole registrate poco dopo il conferimento del Nobel. «Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni costume, la fede nella vita e in Dio». Grazia Deledda. mammaoca.com Discreto romanzone gotico, ben diretto dal virtuoso Del Toro che ci mette un sacco di effetti, colori, tecnica e costumi. Il problema è il resto: una sceneggiatura dagli snodi prevedibili e dal finale posticcio che rende il film più da vedere che da seguire. È un po’ il problema di Del Toro: autore eclettico, cinefilo, una sorta di Tarantino minore. Tanto talento, ma poca roba in termini di narrazione. Per informazioni Kitchen Via per Cernobbio, 41/a – Como Tel. 0315375001 Chiuso il lunedì 34 PREMIO NOBEL DIMENTICATO CINEMA KITChen, COMO Mirandola ha saputo capovolgere questo stereotipo. Dopo il terremoto del 2012 la città emiliana è riuscita subito a risollevarsi, ha riaffermato con ovant’anni fa la scrittrice tenacia il suo ruolo di polo tecnologico di rilievo assoluto a livello mondiale nell’industria biomedicale ed è stata premiata dalla scelta di Medtronic, multinazionale che impiega 90 mila persone in 160 paesi, che ha deciso di investire nel suo territorio. Prima con l’acquisizione di Covidien, azienda specializzata nelle forniture ospedaliere, e poi – notizia di pochi giorni fa – con quella di Bellco, realtà all’avanguardia nelle soluzioni per il trattamento dell’emodialisi che impiega la bellezza di 550 persone altamente specializzate. Bellco quattro anni fa è entrata nell’orbita dei Fondi Charme di Matteo di Montezemolo, ma negli ultimi mesi gli interrogativi sul suo futuro si erano fatti sempre più pressanti. Medtronic ha rivestito il ruolo di “deus ex machina”, ma lo ha fatto seguendo una precisa strategia globale che l’ha portata a investire nelle eccellenze italiane per aumentare il volume e la qualità del suo portfolio. Segno che operando bene il nostro paese è in grado non solo di esportare cervelli, ma anche di importare capitali sul proprio territorio. Terremotato o no. Francesco Lener | | 17 febbraio 2016 | 35 motorpedia WWW.red-LiVe.it WWW.RED-LIVE.IT LA NUOVA CLASSE E ARRIVA ALLA DECIMA EDIZIONE CON TANTE NOVITÀ A BORDO a CUra di Il grande salto di qualità della berlina Mercedes L dUe rUote iN meNo Piaggio fa rivivere Liberty A 18 anni dal lancio della prima versione, rinasce il “ruota alta” Piaggio Liberty. Leggero, robusto ma dalle eccellenti prestazioni e dagli elevati contenuti tecnologici, posti al servizio della sicurezza, come ad esempio l’Abs, di serie sulle versioni 125 e 150 cc. Crescono leggermente le dimensioni e con esse la comodità in sella. Anche il design è completamente nuovo, come pure ogni dettaglio. Il vano sottosella è più ampio e può ospitare un casco jet. Piaggio introduce su Liberty la nuova generazione di motori iGet, declinata nelle cilindrate 50, 125 e 150 cc. Tra i numerosi accessori è disponibile anche il telecomando integrato nella chiave, dotato di “bike finder” che aziona le luci a distanza. Stefano Cordara 36 | 17 febbraio 2016 | | Migliorata la qualità dei materiali e la cura delle finiture. Raffinati impianto audio e illuminazione a berlina di Stoccarda di medio/grandi dimensioni giunge alla decima serie e assume il codice identificativo W213. Esteticamente perde parte della propria originalità, mutuando gran parte degli stilemi delle “sorelle” Classe C ed S, ma in compenso si fregia del titolo di prima vettura al mondo autorizzata alla guida autonoma in autostrada/colonna (sino a 210 km/h). Oltre a seguire l’andamento del traffico, quindi, la nuova Classe E cambia corsia e sorpassa senza che il guidatore faccia nulla. Merito del sistema Drive Pilot, forte dell’Active Lane Change Assist, attivo qualora il conducente azioni l’indicatore di direzione per più di due secondi e in grado di spostare la vettura nella corsia di sorpasso riportandola successivamente in quella di marcia grazie all’interazione tra radar, sensori, telecamera e navigatore, nonché dello Steering Pilot, il dispositivo che gestisce autonomamente lo sterzo tra gli 80 e i 130 km/h. Soluzioni hi-tech al pari della tecnologia Car-toX che sfrutta lo scambio d’informazioni con altri veicoli per anticipare i pericoli celati alla vista. Lunga 4,92 metri, 4 centimetri in più rispetto al modello attuale, vede aumentare il passo di 6,5 centimetri, a tutto vantaggio dell’abitabilità posteriore, mentre l’abitacolo vive una vera e propria rivoluzione: un “tablet panoramico” da 12,3 pollici a cristallo unico (optional) domina la plancia e permette di visualizzare sia le informazioni affidate alla strumentazione sia le opzioni del sistema d’infotainment. La grafica, ampiamente personalizzabile, può essere gestita anche mediante i nuovi comandi touch lungo le razze del volante simili nell’utilizzo a uno smartphone. La nuova Classe E è disponibile in L’ABITACOLO VIVE abbinamento al noto 4 cilindri 2.0 turUNA VERA E pROpRIA bo a iniezione diretta di benzina da RIVOLUZIONE: UN 184 cavalli (E200) e all’inedito quadriTABLET pANORAMICO cilindrico TD di 2,0 litri da 195 cavalDA 12,3 pOLLICI A li (E200d), accreditato di uno scatto da CRISTALLO UNICO 0 a 100 km/h in 7,7 secondi a fronte di DOMINA LA pLANCIA una percorrenza media di 25,6 km/l. DELL’AUTOVETTURA Unità in entrambi i casi abbinate alla trasmissione automatica a 9 rapporti. La gamma è destinata ad ampliarsi con altre motorizzazioni. Oltre che tecnologicamente, la berlina tedesca promette un vero e proprio salto di qualità nella scelta dei materiali e nella cura delle finiture. I comandi secondari, ad esempio, sono realizzati in metallo, debuttano inediti abbinamenti cromatici e particolari in legno marino. In aggiunta, il design dei sedili cambia in base alle versioni Avantgarde, AMG Line o Exclusive, esaltando ora l’aspetto, ora il contenimento, ora i rivestimenti in pelle delle sedute. Altrettanto raffinati l’illuminazione ambientale a Led con 64 tonalità e l’impianto audio 3D Burmester forte di 23 altoparlanti, 1.450 Watt di potenza e setting differenziati per ogni passeggero. Sebastiano Salvetti | | 17 febbraio 2016 | 37 LETTERE AL DIRETTORE [email protected] Qualsiasi visione del mondo ha valore, ma la vita fuori dalla menzogna vale di più M ercoledi 17 febbraio a TrenTo è prevista un’iniziativa promossa dal Centro Studi interdisciplinari di Genere (Csg) dell’Università degli Studi di Trento e patrocinata dal Comitato Arcigay del Trentino “8 Luglio”, dalla Cgil, dalla Uil e dalla Provincia autonoma di Trento a guida Pd-Patt. L’incontro è inserito nell’ambito del ciclo di seminari “Indovina chi c’è in famiglia” e ha come titolo “Lo zoo delle famiglie”. A moderare la serata Maria Micaela Coppola del Csg e Paolo Zanella, presidente del comitato Arcigay trentino e già proponente del ddl omofobia presso il Consiglio provinciale trentino. Relatore d’eccezione sarà Claudio Rossi Marcelli – autore di “Hello daddy!, E il cuore salta un battito”, curatore delle rubriche “Dear daddy” e “Le regole sull’Internazionale” –, che affronterà il tema della famiglia e dell’utero in affitto. Nel trattare questi temi Rossi Marcelli porterà la sua esperienza di membro di una coppia gay, che da più dieci anni lo vede assieme a un marketing manager di multinazionale, e padre di tre figli, ovviamente ottenuti grazie a una donna americana che ha affittato il proprio utero. A proposito di Cirinnà. Francesco Agnoli Siamo solo felici che in Italia ogni cittadino possa ancora esprimere la propria visione del mondo e promuoverla in pubblico. Questa è la democrazia. Non è democrazia, invece, il fuoco di fila di insulti, violenza ideologica, disinformazione settaria che hanno accompagnato e, purtroppo, insistono ad accompagnare le votazioni in Senato della legge sulle unioni civili, altrimenti detta Cirinnà. 2 Beh, lasciate che vi racconti questa, sentita con le mie orecchie, a proposito di utero in affitto. Una giovane donna locale dice che tutto sommato lei questa pratica la trova giusta; io, stupito e carico di ragioni, domando: perché? «Così non mi deformo durante la gravidanza. Così resto bella, in forma, e senza far fatica e senza partorire mi trovo un bel bambino (leggasi giocattolo) tra le mani». E aggiunge, bea come el sol: «Scusa, ma perché mi devo rompere le balle nove mesi, far fatica, 38 | 17 febbraio 2016 | | UNO SCENARIO NUOVO La speranza di vedere la cristianità unita da Lisbona a Vladivostok CARTOLINA DAL PARADISO di Pippo Corigliano L’ deformarmi, con tutte le complicazioni? Pago!». Basito, sono capace solo di una vocale: «Ah». E penso: «Porca puttana, è peggio di quanto immaginassi!». Qui manchiamo dei fondamentali. Luca Antelmo via internet Alla “bea come el sol” veneta, bisogna far vedere i suoi desideri di bellezza e fitness al naturale (www.tempi.it/stanno-venendofuori-al-naturale). 2 In questi giorni di dibattito sul ddl Cirinnà mi è tornata in mente la tragedia di Sofocle, Antigone. La protagonista, sorella di Polinice ed Eteocle, disobbedisce al decreto del re della città, Creonte, il quale aveva ordinato che il cadavere di Polinice, reo di aver tradito la patria, rimanesse insepolto. Riporto un celebre passo del testo. Antigone (a Creonte): «Io non credevo che i tuoi divieti fossero tanto forti da permettere a un mortale di sovvertire le leggi non scritte, inalterabili, fisse degli dei: quelle che non da oggi, non da ieri vivono, ma eterne, quelle che nessuno sa quando comparvero. Potevo io, per paura di un uomo, dell’arroganza di un uomo, venir meno a queste leggi davanti agli dei?». Antigone difende le leggi non scritte, quelle della natura, del cuore dell’uomo, è pronta a morire per esse: la ve- incontro fra papa francesco e il patriarca Kirill fa sperare non solo nella saldatura di una frattura storica tra Oriente e Occidente ma anche nella creazione di un nuovo scenario storico, culturale e religioso. Una cristianità unita da Lisbona a Vladivostok è una prospettiva che apre alla speranza di una nuova entità che si sottragga all’egemonia del capitalismo cupo di marca calvinista che affonda le sue radici nell’empirismo inglese di Hobbes, quello dell’homo homini lupus: una concezione della persona e dei rapporti umani lontana da quella solidaristica cristiana che proprio in questi anni sta mostrando il suo volto più feroce, triste e avido. La linea politica di Putin incoraggia questa speranza. Il leader russo, molto amato in patria, non condivide l’individualismo disgregatore di marca angloamericana, non permette che i bambini orfani russi siano adottati dalle coppie omosessuali occidentali e ha addirittura regalato a papa Francesco un’icona della Madonna, baciandola lui per primo. Un gesto che appare epocale a chi ricorda la profezia di Fatima e la paura di chi paventava i cosacchi russi che avrebbero abbeverato i loro cavalli nelle fontane di San Pietro, inviati da “Baffone”, il terribile Stalin. Ora la minaccia viene da un Occidente che dal ’68 in poi diffonde la droga, il libero amore, la mortificazione del matrimonio, la permissività dell’aborto, gli esperimenti sugli embrioni umani, l’eutanasia e compagnia cantando. La Provvidenza provvede: preghiamo e speriamo. rità non può essere taciuta, va testimoniata. Maria Laura Fraternali Urbino Anche noi ci siamo appellati alle leggi non scritte ma inscritte nell’umana coscienza e al magnifico Presidente del Portogallo che ha messo il veto sulla legge per le adozioni gay approvata in Parlamento. 2 Sentito oggi un debole intervento del nostro ministro “centrista”. Comincio a temere che dovrete fare un nuovo titolo: “Alfano ci ricorderemo”. O no? Paolo Bellavite Milano Aspettiamo, vediamo come si comporterà e, in caso, titoleremo. 2 Nell’editoriale dell’ultimo numero di Tempi si ricorda che l’alternativa al ddl Cirinnà c’è. È una proposta di legge firmata dal senatore Maurizio Sacconi che garantirebbe i diritti individuali delle coppie omosessuali senza creare un istituto simile al matrimonio. Perché non chiedere ai deputati e ai senatori di Ncd, invece di ipotizzare un referendum abrogativo a posteriori, di battere un colpo e proporre subito il testo di Sacconi come alternativa al ddl Cirinnà? Non so se i regolamenti parlamentari lo permettono, ma data la situazione forse vale la pena tentare il tutto per tutto. Sfido a quel punto Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e i cattolici Pd a non accettare la proposta. Ncd darebbe così un senso al suo esistere e al suo stare al governo. E soprattutto sarebbe ricordato dalla maggioranza degli italiani per aver fatto qualcosa di buono per il Paese. Lettera firmata Le Sentinelle Benedetta e Raffaella ci chiedono col cuore in mano di non sostenere il ddl Sacconi perché «è comunque un aprire una porta verso il matrimonio gay». Ce lo siamo andati a leggere, sono due articoli ed è chiarissima la riaffermazione che il matrimonio è tra un uomo e una donna e la legge regola solo “diritti individuali”. 2 Sono una ragazza milanese che frequenta la prima ginnasio e il 30 gennaio sono stata a Roma per il Family Day, con i miei genitori e altre famiglie che frequentano la parrocchia. Portavo con me due dubbi che avevo sentito da alcuni amici di Gs. In piazza si sarebbero alzati muri? Sarebbe stato tutto inutile? Nella capitale mi sono trovata subito a mio agio, circondata da mamme e papà sorridenti e bambini che, rincorrendosi, sventolavano bandiere. Era bello pensare che avevamo a cuore le stesse cose. Il Family Day, a differenza di come i telegiornali lo ritraevano, non era affatto una protesta contro qualcuno, ma una festa. Quel giorno tantissime persone non innalzavano muri ma li abbattevano. Sgretolavano i muri del silenzio e della menzogna che, sottili e astuti, continuano a nascondersi dietro la parola “Amore”. Ho solo quattordici anni ma comprendo che per “amore” nessuno permetterebbe lo sfruttamento di altre persone, la compravendita di esseri umani. A me sembra quasi che invece di modernizzarci, stiamo arretrando, tornando all’epoca della schiavitù, dove uomini venivano venduti e comprati a un certo prezzo. L’unica differenza è che, oggi, ad essere trattati così sono creature indifese come i neonati o le donne povere. Non so come andrà a finire, ma so che di fronte a tutto ciò la cosa peggiore è quella di rimanere indifferenti e chiudere gli occhi per non vedere la realtà. Lucrezia De Ponti Milano Grazie Lucrezia, bocca della verità. | | 17 febbraio 2016 | 39 LETTERE DALLA FINE DEL MONDO AFFRONTARE UNA CRISI VOCAZIONALE Così mia madre è riuscita ad amare e sopportare mio padre per tutta la vita | DI ALDO TRENTO P aldo, ho 29 anni e sono sposato da soli 2 con una ragazza di 24. Giovani e incapaci di uscire mano nella mano dalle tempeste che sconvolgono migliaia di anime, anche noi siamo caduti nel limbo della separazione. Ma io amo mia moglie e per il bene che le voglio sto lottando ogni giorno, pregando perché la fede non mi abbandoni neppure dopo il divorzio che ormai vedo avvicinarsi. La Madonnina protegge tutti gli sposi. Il dono del sacramento è un lago immenso dove riscoprirsi con l’amore verso la fede, e io devo fare di tutto per accendere nuovamente questo coraggio nel cuore di mia moglie. Ma anche se non ci riuscissi, sono pronto ad aprirle ancor di più il mio cuore, perché nulla può spegnere l’amore che provo per lei. Lettera firmata adre T utti i giorni crescono in modo sproporzionato i matrimoni che si sfasciano, in particolare fra giovani coppie. Molti ragazzi credono che la vita matrimoniale rimanga uguale a prima e invece, passati i primi bollori, la realtà che sono chiamati a vivere è un’altra: ci sono le pulizie da fare, non si può più uscire come e quando si vuole perché c’è un marito o una moglie e magari anche un figlio. Così cominciano le prime incomprensioni e spesso si arriva al divorzio. Ragazzini capricciosi che di fronte a una piccola pietra nel cammino della vita corrono dalla mamma per farsi coccolare. Da giovane, mentre ero in vacanza a CorvaIl contesto culturale può faLA PREGHIERA, LA MESSA E LA ra, un amico chiese a don Luigi Giussani di favorire o meno la comprensioCONFESSIONE. QUESTO MI AIUTA re dei corsi per fidanzati, perché anche tra di ne di chi sono, però tocca alnoi c’erano famiglie in crisi. Don Giussani, con la mia libertà fare i conti con NEL RAPPORTO CON CRISTO. il suo classico tono di quando era toccato da la realtà. Quanti missionari E QUESTO SALVA LA MIA VITA certe cose, rispose più o meno così: «Sono anhanno lasciato la propria voni che camminate con me, ma non avete cacazione! Ma non vengano a SACERDOTALE E I MATRIMONI pito niente del Senso Religioso». In questo tedirmi che è per colpa di una sto don Giussani ci aiuta ad andare a fondo donna: c’è qualcosa che viene prima, ed è lo te, o di problematiche matrimoniali. Qualunque del nostro cuore, della nostra umanità. Ci aiuspegnersi progressivo della relazione personarelazione che non abbia origine o non sia sota a cogliere l’essenza, le dimensioni, le esigenle con il Mistero. La donna entra come consestenuta da una vita sacramentale è destinata ze dell’Io. «Quid animo satis?», ci ripeteva conguenza di questo. Ricordo l’esempio che facead appiattirsi, e quindi terminare. tinuamente. Nella prima e terza premessa del va don Giussani: se il bicchiere non è pieno fino La preghiera di san Filippo Neri libro, si parla della necessità di un lavoro, di all’orlo, è inevitabile che qualcosa possa entrarGuardando la mia esperienza di 45 anni di saun’ascesi personale. Normalmente il matrimovi. Vale per gli sposati come per noi consacracerdozio mi sembra di poter affermare con nio entra in crisi quando non si prende sul serio ti, spesso soli e preoccupati di fare tante cose certezza che l’origine del divorzio è il venir mequel lavoro a cui anche don Carrón ci richiama trascurando la nostra relazione personale con no di questo lavoro personale. Il problema non costantemente. Gesù. Chi non ha tentazioni nella vita? Chi non è la coppia, ma la persona. La coppia cammina Ma come può stare in piedi un matrimonio se conosce la propria debolezza e il rischio di cabene nella misura della relazione personale con non c’è una solida vita sacramentale, fatta di dere? Mi sembra, se non sbaglio, che fosse san Gesù. Che cosa ha permesso a mia madre di confessione e Messa? La risposta al matrimoFilippo Neri con la sua ironia a dire prima di sopportare e amare con tenerezza e pazienza nio in crisi sta dentro il sacramento stesso. Per uscire di casa al mattino: «Signore, tienimi una mio padre? Una intensa vita di preghiera fatta questo è molto triste quando una coppia è in mano sulla testa, altrimenti questa sera torno di Messa, confessione e un grande amore alla crisi e invece di cercare nel sacramento la luce a casa in compagnia di una donna». [email protected] Madonna. E così vale per noi consacrati. per camminare, cerca gli “esperti” della men- 40 | 17 febbraio 2016 | | SPORT ÜBER ALLES Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994 settimanale di cronaca, giudizio, libera circolazione di idee Anno 22 – N. 6 dall’11 al 17 febbraio 2016 DIRETTORE RESPONSABILE: LUIGI AMICONE REDAZIONE: Emanuele Boffi, Rodolfo Casadei (inviato speciale), Caterina Giojelli, Francesco Leone Grotti, Daniele Guarneri, Elisabetta Longo, Pietro Piccinini IN COPERTINA: Foto Ansa PROGETTO GRAFICO: Enrico Bagnoli, Francesco Camagna UFFICIO GRAFICO: Matteo Cattaneo (Art Director) FOTOLITO E STAMPA: Reggiani spa Via Alighieri, 50 21010 Brezzo di Bedero (Va) DISTRIBUZIONE: a cura della Press Di Srl SEDE REDAZIONE: Via Confalonieri 38, Milano, tel. 02/31923727, fax 02/34538074, [email protected], www.tempi.it Io ne ho viste cose che capitano solo in Inghilterra | DI FRED PERRI C sa che sono il fondatore della “Lega contro l’esaltazione dell’erba del vicino in quanto sempre più verde per definizione”. Però non ho neanche gli occhi foderati di prosciutto (al limite quello del mio amico Capitelli, il San Giovanni, slurp) e la mente occultata dal tifo. Ho difeso Mancini qui e altrove e c’è chi è arrivato addirittura a chiedersi se sono interista (gli amici nerazzurri già brandiscono aglio e fravaglio in quantità industriale). Poi il Mancio ne ha detta un’altra, a proposito della sua squalifica: «In Inghilterra non sarebbe successo». E giù un’altra botta di critiche e insulti. Però ha ragione, non tanto nel merito della squalifica, quanto a proposito del contesto inglese. Parlo di cose che ho visto, testimonianze dirette. Nel 2005, a vent’anni dall’Heysel, la Juventus gioca a Liverpool in 42 hi mi conosce | 17 febbraio 2016 | | Foto: Ansa Champions. I supporters dei Reds applaudono la Juventus e tacciono nel minuto di silenzio dedicato alle vittime mentre quelli bianconeri urlano insulti. I bus delle squadre ospiti in Italia vengono presi d’assalto, devono essere blindati. Io ricordo una partita del Chelsea a Manchester con i giocatori che scendono tra i tifosi e si avviano verso la porta degli spogliatoi senza un poliziotto a scortarli. Nel 1992 il Grifo sbanca Anfield Road con doppietta di Pato Aguilera. Io e altri due giornalisti sciamannati usciamo nella notte, affamati, ed entriamo in un pub. Uno dei due colleghi dice: «Qui ci sfasciano». Ma la fame è tanta. Entriamo, mangiamo tramezzini, beviamo birra e i tifosi inglesi ci salutano e ci dicono: «Bravi». Me lo ricorderò sempre. L’erba del vicino non è più verde, ma il calcio è migliore, compagni e amici. EDITORE: Vita Nuova Società Cooperativa, Via Confalonieri 38, Milano. La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250 CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITà: Emotional Pubblicità Srl Via Melzi d’Eril 29 – 20154 Milano Tel. 02/76318838 [email protected] Amministratore Delegato: Fabrizio Verdolin Contabilità e Tesoreria: Lucia de Felice Ufficio traffico: Chiara Cibien GESTIONE ABBONAMENTI: Tempi, Via Confalonieri 38 • 20124 Milano, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 tel. 02/31923730, fax 02/34538074 [email protected] Abbonamento annuale 60 euro. Per abbonarti: www.settimanale.tempi.it GARANZIA DI RISERVATEZZA PER GLI ABBONATI: L’Editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a: Vita Nuova Società Cooperativa, Via Federico Confalonieri, 38 – 20124 Milano. Le informazioni custodite nell’archivio elettronico di Vita Nuova Società Cooperativa verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati la testata e gli allegati, anche pubblicitari, di interesse pubblico (D.LEG. 196/2003 tutela dati personali). Foto: Ansa INSISTO, HA RAGIONE IL MANCIO taz&bao Ma vaffa… Centocinquantamila euro di multa per chi disobbedisce: è la pena che Gianroberto Casaleggio prevede per punire chi dissentirà dopo le imminenti elezioni per il Campidoglio. A rivelarlo è un documento di tre pagine, di cui La Stampa è venuta in possesso, relativo alla campagna per la scelta del nuovo sindaco di Roma. Il paragrafo in questione è inequivocabile: «Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5S nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto». “Casaleggio commissaria il M5S Roma” La Stampa, 8 febbraio 2016 44 | 17 febbraio 2016 | | Foto: Ansa APPUNTI LA REGINA DEL CIELO Il volo dell’aquila M ilano, febbraio. La piccola GoPro deve essere attaccata all’ala sinistra, perché si vede in primo piano il profilo del muso, il becco adunco, e gli occhi spalancati da predatore. Nel video che stamattina ho trovato per caso sul web il volo di un’aquila è ripreso non da terra, ma in soggettiva: la videocamera mostra esattamente ciò che vede un’aquila, quando si leva in volo. L’aquila si getta dall’alto di un dirupo, e sotto di lei è subito vertigine: voragine, bocca del nulla spalancata, rocce e gole e abissi come noi uomini non li abbiamo mai visti, né da un aereo né da un elicottero. Perché nel volo dell’aquila quegli abissi sono volutamente sfiorati, lambiti, in una carezza radente come una sfida. Un’aquila in cielo non ha paura di niente, un’aquila in cielo è regina. Ed è evidente che si diverte, a giocare con gli strapiombi, come un bambino con le onde, a riva, con la stessa fiducia. È amico suo il vuoto, le è amico il nulla, in cui si lascia cadere con voluttà, ma sempre pronta, con un solo battito delle ali possenti, a riprendere il controllo. Ora si inclina come un aereo che vira, e il mondo è capovolto: in alto le rocce, e in basso il blu infinito del cielo. E tu stai a guardare senza fiato il cielo e la terra che si abbracciano in quel vortice spavaldo e giocoso. Che cos’è mai un abisso?, sembra dire l’aquila. Un’aquila non può cadere. Provoca, invece, beffa le pareti terribili, verticali, dove gli uomini solo con estrema fatica e pericolo potrebbero issarsi. Mira alle vette, apparentemente indifferente, con le sue pupille sbarrate, muove lie- 46 | 17 febbraio 2016 | | di Marina Corradi vemente il capo come chi si guarda intorno sopra al suo feudo, sopra al suo regno. Sotto, nell’aria tersa e nel silenzio puro, le cime innevate si ergono con il manto vergine, senza traccia di uomo. Forse soltanto, visibili all’acuto sguardo del predatore, sui pendii l’aquila scorge le lievi impronte di un branco di camosci? Sfiora le rocce in un volo folle, acrobata e regina, senza alcuno sforzo. Sotto di lei uno stormo di corvi si leva basso, sembra di sentirne la risata che gracchia sguaiata sulle vette. Ma l’aquila sdegnosa sale più alta e va oltre, non si confonde con quella plebaglia schiamazzante. Si tuffa ancora tra le gole, vira, ampiamente, e l’azzurro le si allarga di sotto. Sovrana, l’aquila prosegue la sua vertiginosa rotta. Mi viene in mente il Libro di Giobbe: «O al tuo comando l’aquila s’innalza/ e pone il suo nido sulle alture?/ Abita le rocce e passa la notte/ sui denti di rupe o sui picchi./ Di lassù spia la preda,/ lontano scrutano i suoi occhi». Il Dio di Giobbe sembra parlare della mia aquila. Quelle parole antiche ancora inducono a una gratitudine silenziosa e devota. Che in fondo, migliaia di anni dopo, somiglia alla mia, quando zitta davanti a un pc mi commuovo per un’aquila, pazza di cielo.