per amore, sesso o amicizia
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per amore, sesso o amicizia
9 771971 879001 90005 Mensile di informazione e approfondimento - Anno XXX - n° 2 Poste Italiane S.p.A. Sped. in abb. post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, CNS Trento - Taxe Perçue - ISSN 1917-8799. ZOOTECNIA Giudicarie: il modello padano ha fallito UNIVERSITà La mensa indigesta CASO COGO La casta si assolve maggio 2009 ● n. 5 ● € 4,00 Le nostre relazioni al tempo di Facebook PER AMORE, SESSO O AMICIZIA 1 Federazione Coop 2 editoriale Il progetto e la nostalgia Ettore Paris E’ prevista per ottobre la riunione congiunta dei tre Consigli provinciali, di Trento, Bolzano e Innsbruck, cioè della fantomatica Euregio: un appuntamento biennale finora sostanzialmente formale. Quest’anno però l’attività di Giovanni Kessler (presidente del Consiglio) e di Dellai (presidente della Giunta) sta dando all’appuntamento nuovi significati. Anzi, troppi. La spinta all’Euregio nasce da Innsbruck, secondo un progetto strategico: trasformare l’area alpina delle tre province in uno snodo culturale ed economico, collegamento tra il nord Europa e il sud. “Nei rapporti con l’Italia e in primo luogo con Trento stiamo investendo, in uomini e risorse: è una decisione strategica” ci diceva il rettore dell’Università di Innsbruck nel 2004, nel corso di una nostra inchiesta; e questo progetto confermavano i massimi politici, industriali, opinion-maker. Tale linea si basa su un rapporto di cui il Trentino, proprio perchè “italiano” e quindi strutturalmente più aperto al Sud, è fondamentale, ancor più del Sudtirolo. Ed è diventata possibile proprio perchè – ci dicevano i nostri interlocutori tirolesi – “con la chiusura del Pacchetto d’Autonomia l’Austria ha dichiarato risolto il problema Sudtirolo” e quindi Innsbruck è libera di avere rapporti con Trento senza dover chiedere permesso a Bolzano. Da qui la ricerca di un’intesa soprattutto proprio con Trento, anche per bypassare Bolzano e la Svp, attardate in una visione chiusa e localista. Innsbruck in Trentino incontrava la partnership proficua di Dellai, quando questi era sindaco di Trento e si pro- QUESTOTRENTINO poneva come alternativa all’allora Presidente della Pat Carlo Andreotti. Ma, divenuto presidente, Dellai dimenticava Innsbruck, forse per non irritare il suscettibile Durnwalder, o forse perchè in quel disegno non credeva tanto. Ora la svolta, Dellai rilancia il progetto. Le motivazioni possono essere diverse: la più nobile, il disegno di ancorare la specialità dell’Autonomia, contestata quando col federalismo anche le altre regioni stanno diventando in qualche misura autonome, a qualcosa di innovativo che la giustifichi, come appunto può essere l’esperienza di una regione transfrontaliera. In parallelo a Dellai, anche se non, almeno in questi primi mesi, in sincronia, si muove il presidente del Consiglio Kessler, che intende arrivare alla riunione congiunta dei tre Consigli provinciali con la proposta di uno strumento operativo: un modello di amministrazione comune per le tre Province dei servizi che si ritiene opportuno gestire a livello euroregionale (ad esempio la sanità di eccellenza, il traffico, l’economia di montagna, l’alta cultura postuniversitaria). Questo strumento (GECT, Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale) è previsto dal Regolamento Europeo, è già operante in altre aree transfrontaliere, e può contare sulla relativa semplicità dell’iter istituzionale per la sua approvazione. Per lavorarci saranno a Trento a fine maggio gli altri due presidenti, van Staa del Tirolo e Steger del Sudtirolo. Come si vede, il progetto sta prendendo forma più compiuta. Possiamo comin- ciare a vederne potenzialità, ostacoli e pericoli. La potenzialità è quella di una regione pienamente europea, in cui sia uno standard il bilinguismo (anzi, il trilinguismo, l’inglese dovrebbe essere un obbligo educativo primario) e possano svilupparsi sia le sinergie ipotizzate per il GECT di Kessler, sia la strategia ad ampio raggio cara ad Innsbruck. Gli ostacoli principali per ora vengono da Bolzano, dove la linea della chiusura etnica e territoriale è sempre forte, anche se non più predominante. A pag. 29 il nostro corrispondente da Innsbruck Gerhard Fritz racconta dei tentativi bolzanini di passare da un rapporto a tre a un rapporto a due, tagliando fuori Trento in un’ottica pangermanica di altri tempi; e di come questi (a parte alcune speculazioni elettoralistiche) siano visti con freddezza a Innsbruck. Anche in Trentino possono esserci ostacoli. Come reazione al pangermanesimo bolzanino si può temere di finire come minoranza italiana al cospetto di una maggioranza tedesca. Soprattutto se poi l’operazione, come ora accade per compiacere la parte più arretrata del Patt, viene presentata come ritorno al passato, al Tirolo storico, ai felici tempi di Hofer e simili scempiaggini. Se prevalgono tali rappresentazioni, su cui anche Dellai, per contingenti convenienze partitiche, indulge troppo, il disegno si arenerà. E sarebbe un peccato, perchè si affosserebbe un grande progetto per il futuro in nome di grotteschi rimpianti del passato e di miseri calcoli del presente. 3 la foto Giorgio Rossi Trento, 1969-70: Picchetto operaio davanti alla Sloi durante l’Autunno caldo. 4 maggio 2009 maggio 2009 15 Allevamento, stop al modello padano Nelle Giudicarie la zootecnia intensiva ha fatto solo danni economici e ambientali. Anche gli allevatori ora se ne stanno accorgendo... Marco Niro 3 L’editoriale Via Calepina, 65 (C.P. 181) - 38100 Trento Tel. 0461 232096 - Fax 0461 1860168 E-mail: [email protected] Sito internet: www.questotrentino.it Un numero: € 4,00 Abbon. annuale: € 40,00 - Estero: € 55,00 versamento su C.C.P. n° 10393387 intestato a Questotrentino Iscritto al n° 313 del Reg. Stampa del Tribunale di Trento. Sped. in abb. post. Gruppo 50% QT fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n. 250 del 1990 Proprietà: Cooperativa a r.l. Altrotrentino, Reg Tribunale di Trento n° 5884/XVI Stampa: Litografica Editrice Saturnia, Trento Redazione: Carlo Dogheria (caporedattore) Renato Ballardini, Mauro Bondi, Alberto Brodesco, Luigi Casanova, Piergiorgio Cattani, Roberto Devigili, Michele Guarda, Nadia Ioriatti, Mattia Maistri, Marco Niro, Ettore Paris, Mattia Pelli, Lorenzo Piccoli, Fabrizio Rasera, Nicola Salvati, Stefano Zanella Il progetto e la nostalgia Ettore Parisi 4 La foto Giorgio Rossi 7 Trentagiorni 8 Per amore, sesso o amicizia Le nostre relazioni al tempo di Facebook Mattia Maistri 20Intervista a Roberto Keller Libri come finestre sul mondo. Marco Niro Direttore responsabile: Ettore Paris Come si mangia nelle mense universitarie? Luca Facchini Associato a “Mediacoop - Associazione nazionale delle Cooperative Editoriali e della Comunicazione” Stampato su carta riciclata dalla qualità ecologica certificata con marchio Ecolabel QT esce il primo sabato di ogni mese. Il prossimo numero sarà in edicola sabato 6 giugno 2009 La magistratura appura le responsabilità, ma la solidarietà di casta viene prima di tutto Ettore Paris 26I bambini sotto il traliccio A Nave S. Rocco il nuovo asilo sorgerà nei Aderente a “Cronache Italiane - Forum nazionale della stampa periodica locale” pressi di un elettrodotto Roberto Devigili 27Magnifica Comunità senza pace Dopo le dimissioni del nuovo Scario Luigi Casanova Alessandra Zendron 29Da Innsbruck Euregio o Ein Tirol? Gerhard Fritz 30Dal mondo L’acqua del futuro Francesca Caprini 31 Il colore degli altri Cortine fumogene sul lago Lemano 22Una mensa difficile da digerire 24Cogo, la casta si assolve Amministrazione: Nicola Salvati Distribuzione: Trento Press Impaginazione: Tòs Immagini: Carlo Nichelatti DISEGNI: Silvia Marzari Foto: Marco Parisi PROGETTO GRAFICO: Designfabrik 28Dal Sudtirolo Lontani dall’Europa Mattia Pelli 32Pro Memoria Andreas Hofer fra storia e retorica Marco Bellabarba 34Lettere e interventi 38Monitor 46Piesse trentagiorni I candidati a sindaco e il mattone La campagna elettorale per il sindaco di Trento è riuscita a mettere a fuoco una serie di argomenti che prima passavano tra l’indifferenza generale. Ci riferiamo in particolare a una serie di grandi progetti, apparentemente insensati, ideati in Provincia, cioè da Dellai, e prontamente recepiti dai sindaci del PD Pacher e Andreatta: il nuovo ospedale, la nuova stazione, il nuovo polo scolastico. Sull’ospedale abbiamo già scritto: spendere 500 milioni (e saranno solo i primi) per un nuovo ospedale, quando il “vecchio” (per modo di dire, è del ’69) è appena stato ristrutturato, anzi i lavori non sono ancora completati, è uno spreco fuori di testa. Le motivazioni o sono inconsistenti (liberare il quartiere Bolghera dalle macchine, ma basta fare un parcheggio, lo spazio c’è) o fanno riferimento a un modello di sanità infausto: quella americana, dove ogni 20 anni si ricostruiscono gli ospedali da capo perché, trattandosi di un business privato, tende costantemente a dilatare il fatturato e quindi i costi, a scapito del servizio, ormai solo per gli abbienti, e dei conti, fuori controllo. Se il nuovo ospedale è una spesa 6 inutile, quella per la nuova stazione sarebbe dannosa. Infatti Pat e Andreatta vorrebbero spostarla da piazza Dante all’area dello Scalo Filzi, costruendovi il solito maxi-contenitore con tutte le funzioni di cui sempre si parla in questi casi: parcheggi multipiano, negozi, centro commerciale, albergo, ecc. A parte le obiezioni architettoniche, quelle relative al piano del commercio (che prevede tutt’altro rispetto all’apertura di nuovi centri commerciali, ma è stato messo in un cassetto) il punto centrale è: perché spostare la stazione verso la periferia? Perché obbligare il viaggiatore, arrivato in città, a dover prendere un altro mezzo pubblico per portarsi in centro? Tutte le città d’Italia e del mondo hanno la stazione centrale a ridosso del centro, perché Trento, che ce l’ha anche lei, vuole ora privarsene? Tanto più che l’attuale stazione, di Angiolo Mazzoni, è un pregevolissimo esempio di architettura razionalista, perfettamente integrata con piazza Dante e la città, ulteriormente ampliabile, se del caso, verso ovest. Il nuovo polo scolastico all’Italcementi: ideato da Dellai per comperare l’area alla Federazione Cooperative dell’amico Diego Schelfi, comporterebbe lo spostamento a Piedicastello di scuole ora ben inserite nel contesto urbano, con l’effetto di ghettizzare gli studenti. Su questo abbiamo assistito a una parziale presa di distanza di Andreatta, che vuole mantenere le scuole superiori dove sono, a parte il Liceo artistico e il Con- servatorio che dovrebbero formare una sorta di “polo artistico” a Piedicastello. La presa di distanza è quindi relativa: se la nuova sede per la Scuola d’Arte è doverosa, per il Conservatorio essa è già prevista nelle Scuole Crispi, in piazza Fiera, dove è stato redatto un (bel) progetto, è stato indetto e portato a termine l’appalto, dovrebbero iniziare i lavori, ma per ora è stata montata solo la gru. Come mai? Si tira in lungo per giustificare il “polo artistico” nei terreni dell’amico Schelfi? Tutti questi progetti, come abbiamo visto inutili o dannosi, sembrano creati con un unico scopo: indire nuovi appalti, far lavorare le imprese di costruzioni. Provvedimenti anti-crisi? Sarebbe grave se la crisi si pensasse di combatterla così. Ma la risposta è no, la crisi non c’entra, sono progetti di lunga data: la ratio è la solita, la contiguità tra politica e cemento. Andreatta intende continuare su questa strada: non avevamo dubbi. Nessuno nel centro-sinistra, non certo nel PD, sempre in altre faccende affaccendato, l’aveva messa in discussione. Diamo atto che in questa tornata elettorale le opposizioni, sempre sbiadite su questi temi, li hanno qui invece riproposti e con forza, soprattutto i candidati Morandini (PdL) e Merler (Civica di Centro). A noi piacerebbe che questo tipo di dibattiti procedesse, a prescindere dal risultato elettorale, anche dopo il voto. I candidati e la moschea Se il candidato a sindaco di Trento del centrosinistra ha il problema di sganciarsi dall’ingombrante ombra del governatore di piazza Pino Morandini Dante, quelli di centrodestra hanno analogo problema; non tanto con Berlusconi, troppo lontano e che qui non verrà, quanto con il complesso di ideologie che anima la coalizione. Nelle prime battute della campagna (vedi interviste sul numero scorso) avevamo visto con piacere il candidato del PdL Pino Morandini prendere robuste distanze dalle deregulation urbanistiche proposte a Roma dal “piano casa” (che avrebbe tra le altre cose rese pure formalità le normative antisismiche) e poi, soprattutto in seguito al terremoto, ritirate o addolcite. E con altrettanto piacere avevamo visto le aperture verso la moschea per gli immigrati islamici (“Il luogo di culto si correla con la libertà di religione, va rispettato”) anche se poi irrigidite da una stramba richiesta di referendum tra i cittadini (come se i diritti dell’uomo fossero abrogabili a maggioranza). Poi, almeno sulla moschea, Morandini deve averci ripensato. Ed ecco quindi porre nuove condizioni, ulteriori irrigidimenti, da cui si deduce che, con lui sindaco, la moschea gli islamici possono aspettarsela nell’anno del mai. Peccato, con Morandini, cattolico che si presentava aperto alle altre religioni, speravamo di vedere un centro-destra presentabile, qualcosa come quello che a Roma sta cercando di costruire Gianfranco Fini. Invece vediamo che qui si ritengono essenziali i voti dell’intolleranza, e ad essi ci si adegua. maggio 2009 Sindaci, soldi e pesci Anche il presidente del Consorzio dei Comuni Marino Simoni si lancia contro il “deflusso minimo vitale” la quantità d’acqua che i bacini idroelettrici devono sempre lasciar scorrere nei torrenti, affinché non ne venga eliminata ogni forma di vita. “I pesci ci costano troppi soldi” è l’argomentazione del rappresentante dei sindaci che lancia un alto grido di dolore: “Per il Trentino l’applicazione del deflusso minimo vitale porterebbe a una riduzione della produzione idroelettrica pari a quanto in un anno genera la centrale di Santa Giustina : in altre parole – conclude Simoni, con un ardito salto logico – sarebbe come chiuderla”. Non ci meraviglia che i sindaci del Trentino si preoccupino più dei soldi che dell’ambiente; ci scandalizza che in nome di qualche milione siano disposti a sacrificare la vita stessa (non la loro, quella degli animali acquatici, gli sconsiderati non sanno che tra le due cose c’è relazione). Il bello è che nella sessa seduta Marini contesta i propositi della Regione di rivedere i compensi degli amministratori locali, cioè QUESTOTRENTINO degli stessi sindaci. Tirando le conclusioni, secondo i nostri sindaci si dovrebbe risparmiare eliminando i pesci e altri inutili animaletti, per poter così mantenere gli attuali costi della politica. Poi si lamentano dell’antipolitica. Come ti rappresento i giovani Il 25 aprile a Trento, i giardini di piazza Dante, dal monumento al laghetto dei cigni sono stati occupati da una “festa di Liberazione”. Organizzata dai giovani dell’Arci, di tre organizzazioni culturali universitarie, dalla lista di sinistra, con l’appoggio dell’assessorato alla cultura della Provincia e la sponsorizzazione della Cgil: una cosa grossa insomma, impegnata, che ha dato risultati al di là delle previsioni. L’area occupata, dalle 15 a oltre mezzanotte, da mille-duemila giovani via via succedutisi per un totale di almeno seimila presenze, a socializzare ma soprattutto ad ascoltare concerti, letture da Pavese a Fenoglio a Meneghello, un racconto a voce dei Wu Ming 2 sulla strage di Stramentizzo, una rievocazione storica sul passaggio delle SS in Val di Cembra, e tanti altri interventi e testimonianze. Se il ristoratore al seguito ha finito pizze e patatine, la voglia di socializzare, apprendere, confrontarsi è invece durata fino a che si sono dovu- Pino Morandini te spegnere le luci. E anche gli extracomunitari, solitamente intristiti sulle panchine, si sono aggregati al clima generale: “Cosa vuol dire essere fascista?” si informava il giovane dalla pelle scura, a dire il vero un po’ alticcio. “Vuol dire pensare che tu sei, per natura, un nemico, e magari un essere inferiore” gli rispondeva lo studente. “Ecco, così dovrebbe essere questo spazio, vivo e gioioso, altro che le ronde” era il commento più diffuso. Orbene, di tutto questo, quanto è stato riferito dai quotidiani? Nulla. In tutti e tre i quotidiani non una riga. Una pagina era doverosamente riservata al 25 aprile nella sua celebrazione ufficiale, a Palazzo Thun, con seguito di polemiche (non pretestuose); ma al 25 aprile di migliaia di giovani, niente. E pagine e pagine erano dedicate a montare l’imminente arrivo in piazza Duomo dei Bastard, e altre pagine ancora sarebbero venute il giorno successivo, a fornire dettagliati resoconti, e ad aggiungersi alle centinaia già spese nelle settimane precedenti. Questi sono i media di oggi. E questa la loro responsabilità. Vedono solo una parte della società, e soprattutto una parte dei giovani. E quella montano, propagandano. E, con tutto il rispetto per le band rock, è la parte più banale. Ieri miss Italia, un’asinella che il suo preside finì per portare ad esempio ai suoi compagni, oggi i Bastard con il caravanserraglio di X-Factor e il seguito di ragazzine urlanti. In tutto questo, sia chiaro, non c’è alcuna regia, alcun diabolico disegno. Ed è quindi peggio, è subalternità al modello culturale dominante, quello televisivo, del successo effimero, dell’apparire e dell’arrangiarsi. Poi, nei prossimi giorni, ci aspettiamo qualche sussiegoso editoriale di uno dei tanti opinionisti, a spiegarci quanto incolti siano i giovani d’oggi, novelli barbari abbrutiti da Tv, Internet, permissivismo. Per fortuna, i giovani invece non sono come gli adulti se li immaginano. Nonostante la Tv, nonostante i giornali. E le loro responsabilità. (e.p.) 7 Le nostre relazioni al tempo di Facebook Mattia Maistri I o ci vorrei vedere più chiaro. Vorrei riuscire a penetrare nel mistero di un uomo e una donna, nell’immenso labirinto di quel dilemma. Aveva ragione Giorgio Gaber, anch’io vorrei vederci più chiaro. O almeno cercare di gettare uno sguardo sull’alchimia delle relazioni affettive tra un uomo e una donna e sul loro dilemma. Perché in fondo tutto ruota intorno ad un’unica esigenza: quella di condividere con qualcuno emozioni, piaceri, sguardi, progetti. Facile, a dirsi. Facile anche a farsi, se non si incappasse nel dubbio che tutto quello che facciamo per conquistare uno straccio di relazione sia vano, vacuo, vuoto. Ma non è sufficiente a farmi desistere dal dare forma ad un’inchiesta del tutto particolare. È bene che i lettori di QT sappiano che di seguito non troveranno la sintesi quantitativa dei dati psico-sociologici utili a capire il fenomeno “amore”. Troveranno soltanto un viaggio. Che è prima di tutto un percorso personale, fatto di incontri, voci, appunti su un taccuino. E di relazioni che ruotano attorno ai nuovi mezzi di comunicazione: sms, chat, e-mail. Senza fili e senza tempo. Un viaggio, dunque, attraverso tre storie “normali” e il confronto con chi, per professione prima che per passione, ci può aiutare a inquadrare meglio quei racconti, e la società nella quale sono nati e si sono sviluppati. Ad essi, in calce all’articolo, se ne aggiungono altri. Ma andiamo con ordine. Caterina, 19 anni Incontro Caterina un caldo e soleggiato pomeriggio a ridosso di Pasqua, in una deserta biblioteca di un sobborgo di Trento. La prima impressione di fronte a lei è che sia una ragazza dal carattere deciso. Impressione che viene confermata subito dalla nostra chiacchierata. Non usa preamboli, Caterina, e va direttamente al cuore della questione: “L’ho mollato io, dopo due mesi. Lui è un militare di 22 anni e l’ho conosciuto su Netlog (un sito su cui si possono caricare fotografie e scambiare messaggi e comunicare con altri utenti, sul modello di Facebook, ndr). Ci siamo visti in foto e ci siamo piaciuti. Ci siamo anche incontrati 4-5 volte, ma comunicavamo per lo più in chat o con gli sms”. 8 maggio 2009 Fotografie di Marco Parisi QUESTOTRENTINO 9 Non esita a raccontare, Caterina; anche se quando le chiedo perché è finita tradisce una certa emozione, spostando lo sguardo verso la parete con i libri per bambini e schiarendosi la gola: “È finita quando la sua ex si è rifatta viva e l’ha fregato con la storia che era incinta”. Era vero? - azzardo poco convinto. “Certo che no, - mi risponde stizzita - era una balla per riportarlo da lei, ovvio. E lui c’è cascato, nel senso che anche quando ha scoperto che non era vero non è riuscito più a dimenticarla”. Giochicchia con gli anelli, mentre la voce si fa più aspra: “Io ci stavo troppo male e, dopo che lui mi ha tirato buca per l’ennesima volta al pub, un’amica mi ha convinto a lasciarlo. L’avrei fatto comunque, eh! Solo che lei mi ha dato la smossa giusta e allora quella sera gli ho scaricato addosso una serie di sms in cui gli ho detto tutto quello che pensavo di lui, che era uno stronzo e via dicendo. Alla fine ero proprio soddisfatta, mi sentivo finalmente libera”. Prende fiato ed io ne approfitto per chiederle perché abbia usato i messaggini del cellulare per la“Ho due amici - un sciarlo, invece di incontrarlo di persona. ragazzo e una ragazza Alla mia domanda - che si piacciono, ma lei si schermisce e risponde di essere che quando si trovano abituata a risolverli seduti assieme al bar faccia a faccia i suoi problemi, ma che parlano solo per sms” stavolta non poteva aspettare di vederlo, perché doveva dirglielo subito quello che pensava. Attendo che prosegua e infatti aggiunge: “Le mie amiche, invece, sono abituate a usare gli sms per farsi fuori tutte le rogne, perché così hanno più coraggio e riescono a superare l’imbarazzo. Altrimenti certe cose non ce la fanno a dirle. È un po’ come quando si vuole conoscere un ragazzo in un pub. Devi essere un po’ sbronza per avere il coraggio di avvicinarti e presentarti”. Riporto la discussione sull’uso degli sms e lei non si fa pregare: “Pensa che ho due amici, un ragazzo e una ragazza, che si piacciono, che escono con la mia stessa compagnia, ma che sono così imbarazzati che quando siamo attorno al Lia Inama (life-coach ed esperta di dipendenze affettive) Che effetto possono avere i nuovi mezzi di comunicazione sulla vita di coppia? Farei un distinguo. Gli sms e le mail possono risultare degli strumenti efficaci all’interno della coppia per scambiarsi pensieri, tenerezza e comunicarsi le reciproche emozioni. Ma possono anche diventare un modo per “tradire non tradendo”, ovvero per rifugiarsi in un rapporto virtuale, illudendosi di costruirne un altro che lo sostituisca. Questo fenomeno riguarda solo le giovani generazioni? I giovani sono nati con questi strumenti e quindi ne hanno interiorizzato il sistema. Per loro a volte è più facile cercare in rete l’affetto e l’ascolto che in famiglia spesso non trovano. Inoltre la rapidità di questi 10 tavolo del bar non si rivolgono neanche la parola e preferiscono comunicare tra loro con i cellulari. In pratica parlano solo per sms”. Il termine “imbarazzo”, in tutta la sua scala semantica, è ricorrente nella narrazione di Caterina e non posso celare lo stupore quando mi racconta che con un nuovo ragazzo che ha appena conosciuto è arrivata a scambiarsi anche 90 sms al giorno. Le chiedo se questo non sia indice di una relazione pesante, quasi ossessiva, ma lei ride e con un gesto della mano scaccia questa possibilità: “Ma no! Anzi. Credo che se io lo vedessi tutti i giorni diventerei stupida. Non mi sentirei libera, mi mancherebbero i miei spazi...”. Non mi sembra il caso di farle notare che 90 sms al giorno rischiano di occuparli, eccome, gli spazi. Chiudo il taccuino e mi proietto mentalmente verso la seconda tappa del viaggio. Mi aspettano gli sms, sempre quelli. media si trasmette alla rapidità delle loro relazioni, che subiscono l’effetto zapping, cioè possono essere cambiate con un semplice clic, come cambiare canale. Lo stesso discorso si può fare anche per gli adulti? L’uso delle chat da parte degli adulti consente loro di arrivare più rapidamente a molteplici scopi. Come conferma la storia di Peter, in rete si può cercare amicizia, sesso o anche l’amore. Credo che in questo senso esistano delle spiccate differenze di genere: le donne sono più propense a cercare l’amore, mentre gli uomini rincorrono di più l’avventura sessuale. Questo spiegherebbe perché molti maschi che usano le chat hanno già una relazione in corso, mentre la maggioran- za delle donne è single. Questi mezzi di comunicazione possono favorire la dipendenza affettiva? Non credo. Sono convinta, invece, che possano diventare essi stessi delle dipendenze, portando le persone a dedicargli ogni minuto libero. So di persone che rinunciano alla pausa pranzo pur di andare subito a chattare... Appunto. Questa dipendenza denota la difficoltà di mettersi in gioco e di affrontare la fisicità dei rapporti: più facile evadere in chat, inventandosi personalità diverse. maggio 2009 “Le ho suonato al campanello di casa e lei mi si è presentata vestita in pelle nera brandendo un frustino sadomaso” Anita, 30 anni Anita è molto graziosa. Le luci basse del pub in cui andiamo per la nostra chiacchierata non possono oscurare i tratti delicati del suo volto. Che si increspano in qualche piccola ruga solo quando inizia a raccontare la sua storia. Si vede che l’ha segnata, anche se ora, a distanza di anni, ha chiuso per sempre con lui. Lui era il suo moroso fin dai 16 anni. Adolescenza e giovinezza, sempre insieme. Al liceo, durante l’università, mentre lavorava. Inevitabile la convivenza, lunga, giunta al quinto anno senza particolari scossoni. Finché il suo sesto senso le dice che lui è cambiato. Al disordine naturale che lo portava a dimenticare tutto in giro per casa, è subentrata una strana attenzione per i dettagli. Una cosa, in particolare, la stupisce. Mentre in passato era solito dimenticare il suo cellulare ovunque, ora non se ne separa mai. Tranne... “tranne quella volta che io dovevo fare una telefonata a sua mamma. Così ho preso il suo cellulare mentre lui era in bagno e ho iniziato a scorrere la rubrica per trovare il numero. E cosa ti trovo? Una lunga serie di telefonate di una certa Fernanda”. Un sorso di birra e le parole di Anita si caricano di tensione: “È stato inevitabile, a quel punto, frugargli tutto il cellulare. Così ho trovato i messaggi che le inviava e ho capito”. Da quella amara scoperta seguono mesi di tira e molla con lui, che non ammette nemmeno l’evidenza. Ciò nonostante, Anita resiste per tutto l’inverno, che diventa un incubo, specialmente per l’ossessione del suono che fa il cellulare quando riceve un messaggio: “Pativo un’ansia da Maurizio Teli Peter, 37 anni Appena Peter si siede sul divano della redazione si aprono le cateratte. Peter è un libero professionista che per lavoro gira il mondo e che dopo la fine del suo matrimonio ha deciso di buttarsi per un mese nelle chat dei siti per single. “Un mese in cui non ho fatto nient’altro. Trenta giorni collegato a Meetic (sito che favorisce i contatti tra possibili partner, ndr) e sono riuscito a collezionare venti appuntamenti”. Gli chiedo di ripetere la cifra perché stento a crederci. Lui ride di gusto e conferma: “Venti, te l’assicuro. E ho trovato di tutto. Una sera mi sono presentato elegante per incontrare una donna altoatesina. Le ho suonato al campanello di casa e lei mi si è presentata vestita in pelle nera brandendo un frustino sadomaso”. Immagino la scena e strabuzzo gli occhi. “Ma si può andare anche oltre: una ragazza al primo (sociologo delle nuove tecnologie) L’uso delle nuove tecnologie può modificare le relazioni sociali? Le nuove tecnologie sicuramente modificano il contesto sociale in maniera quantitativa, ma non possiamo ancora affermare che ciò avvenga anche a livello qualitativo. Ovvero… Attraverso gli sms o le chat io posso annullare spazio e tempo, quindi entrare in contatto in ogni momento con persone lontanissime per un numero imprecisato di volte. Ciò significa che le possibilità comunicative sono enormemente amplificate, al di là delle possibilità che c’erano in passato. Questa è una novità che incide sui rapporti sociali. Ma la qualità delle relazioni e soprattutto le loro istanze non QUESTOTRENTINO beep-beep degli sms. Mi svegliavo con questa ossessione, quando lui alle 6.30 si chiudeva in bagno col telefono e io sentivo il suono dei messaggini che gli erano arrivati durante la notte”. L’ansia perseguita Anita fino a febbraio, quando finalmente decide di andarsene. Le si legge negli occhi che non è stato facile superare quei momenti. Ma ha voglia di parlare e la lascio fare: “Ci ho messo un anno per superare tutto. Ora sto finalmente bene”. Un sorriso trova spazio sulle labbra, che si richiudono sottili quando la conversazione abbandona la vicenda personale e si inoltra nelle considerazioni più generali: “La vita di coppia non ti dà scampo, ti porta inesorabilmente a percorrere gli stessi passi: corteggiamento, mutuo, matrimonio, gravidanza, educazione dei figli... Per molte coppie questi passaggi sono solo occasioni per distrarsi dalla noia, un motivo per non lasciarsi. Nient’altro”. Complice l’oscurità del pub, il dialogo si blocca in un’atmosfera cupa, interrotta solo dai meccanici sorsi di birra. Rompo il silenzio chiedendole se ora ha qualche nuovo amore che possa farle cambiare idea al riguardo. Anita piega il capo, poco convinta di quello che sta dicendo: “Bah, c’è un tipo che mi stuzzica. Ci siamo conosciuti grazie ad amici e ora c’è la possibilità di tenersi in contatto via mail e chat. Ma ‘ste cose non mi convincono molto...”. è detto che siano profondamente cambiate. Ora, in fondo, si fa in chat quello che in passato si faceva in discoteca: mettere in luce le caratteristiche che possono essere più attraenti per una persona che si vuole conoscere, riproponendo il modello che si crede vincente in quel particolare contesto. Cambiano, dunque, gli strumenti, ma non le ragioni profonde che spingono ad usarli. La discoteca, il bar, l’agenzia matrimoniale, i contatti degli amici, gli sms, le chat, sono modalità diverse della medesima esigenza: conoscere e farsi conoscere. Un’esigenza non certo nuova… Infatti. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. È cambiato, semmai, l’in- tensità di risposta allo stimolo perché il mezzo è molto più rapido. Le nuove tecnologie, quindi, sono paradossalmente conservatrici? Lo sono quando rafforzano il modello sociale dominante. Non lo sono più quando invece offrono la possibilità alle fasce minoritarie o discriminate di trovare il proprio spazio ed uscire allo scoperto, come ad esempio accade nelle chat per omosessuali. Provate solo a pensare quale grande novità sociale rappresenti uno strumento simile per un gay di un piccolo paese di una chiusa valle trentina. 11 appuntamento mi ha chiesto di picchiarla e una perfino di strapparle i peli del pube a morsi. Però qui si scivolava nel patologico e mi sono rifiutato”. Se non fosse per la trasparenza con cui Peter si racconta verrebbe da dubitare delle sue storie, che invece sono del tutto vere. E a volte si mescolano al dramma: “Sono uscito con una donna che a metà serata mi ha confessato che di lì a una settimana sarebbe stata operata per un tumore e che quella notte con me voleva prendersi una botta di vita, visto che poteva essere l’ultima”. L’umanità incontrata sulle chat è variegata e, salvo qualche caso, non appartiene al patologico, anzi. Peter lo conferma: “Ci sono persone normali che usano le chat per conoscere altra gente. Persone che magari non si piacciono, o che sono troppo timide, oppure che dopo la fine di una relazione hanno bisogno di rifarsi in fretta una vita. E trovi tanto uomini quanto donne. Solo sul sito che frequentavo io, ad esempio, era possibile incontrare più di duecento donne trentine”. Il dato mi impressiona, ma non ho tempo di rifletterci perché i racconti di Peter incalzano: “Puoi però trovare anche delle fregature. Una volta a Padova dovevo incontrare una tipa vista solo in foto sul sito e quando mi sono presentato all’appuntamento mi si è fatta avanti una che aveva messo una foto di venti chili prima. Oppure se ci sai fare puoi divertirti ad alzare la posta. Una mattina ho lasciato sul sito il seguente messaggio: ‘Voglio vederti, bendarti, spogliarti e scoparti’. Non ci crederai ma poche ore dopo avevo già due risposte positive e la sera ho verificato di persona, proprio in Trentino: richiesta rispettata”. La discussione è pirotecnica e Peter non si sottrae alle domande, nemmeno quando gli chiedo se un sistema del genere non abbia dei rischi. “La chat è comoda perché azzeri i tempi e gli spazi. Ha un obiettivo e in breve lo puoi realizzare. Tuttavia se entri troppo nel sistema ti smalizi e perdi un certo contatto con la realtà. La stessa donna che ha accettato di farsi bendare e scopare senza che ci conoscessimo se 12 avesse ricevuto il mio messaggio fuori dalla chat, mettiamo in un approccio al bar, mi avrebbe denunciato”. Non tutto però, in chat, per lui è finalizzato al sesso: “Ho costruito anche grandi amicizie, che non si sono perse nel tempo perché sono sempre a portata di clic. Non possiamo demonizzare questo strumento. Dipende da come lo si usa. C’è chi ci cerca l’amore, chi il sesso, chi qualcuno che lo ascolti quando non riesce a comunicare con nessuno”. Ringrazio Peter e lo saluto con una calorosa stretta di mano. Il suo sorriso complice lascia intendere che forse dovrei dare un’occhiata più approfondita ai siti di cui abbiamo parlato. Ricambio il sorriso come dire “figurati!”, ma appena chiude la porta della redazione raccolgo le mie cose e scappo a casa. Un’ora dopo il mio profilo su Meetic è pronto. Intanto vediamo la versione base (gratuita), mi dico, ed inserisco l’annuncio di presentazione, che prima di essere pubblicato deve passare il vaglio dei gestori del sito. Scrivo un messaggio misterioso, elegante, quasi troppo raffinato. Sono compiaciuto. Il giorno dopo una mail mi avverte testuale che “purtroppo, dopo averlo letto, il testo del tuo annuncio non può essere accettato”. Stizzito, sconnetto la rete e allontano definitivamente l’idea. Apro, invece, un documento vuoto per scrivere l’articolo. Vorrei vederci più chiaro. Vorrei riuscire a penetrare nel mistero di un uomo e una donna nell’immenso labirinto di quel dilemma. Gaber torna a ronzarmi nelle orecchie, mentre premo i tasti del portatile. D’altra parte il dilemma, alla fine di questo breve viaggio, non l’ho sciolto. Rimane solo riservato. Come una prognosi. ● [email protected] maggio 2009 Due storie d’appendice Le testimonianze di due giornalisti di QT La bella e il detective Cancun, Messico. Con Jennifer, 19 anni, bellissima, brillante, disinibita, fu colpo di fulmine: la vidi in piscina, attorniata da altre cinque-sei persone; entrai in acqua verso di lei che subito si girò e mi gettò le braccia al collo dicendomi “Ti desidero, ti voglio”, in inglese, in francese, in spagnolo. Ma io non la volevo così, volevo un sentimento che sapesse crescere; ci innamorammo entrambi, ma pasticciammo. L’ultimo suo giorno di vacanza non ci capimmo di brutto; la ricordo andarsene via, a testa bassa, bella e dolente, mentre io non mi capacitavo di quanto accadeva. Nella notte si ubriacò fino a perdere conoscenza, mi dissero. Tornato a casa, provai a mettere ordine nel mio animo sconquassato. No, non era possibile che una storia finisse così: dovevo trovarla, dovevamo spiegarci. Avevo il nome di battesimo, la città, la data di partenza dal villaggio: quanto bastava per trovare l’indirizzo. Provai telefonando all’albergo; poi con alcuni hacker; infine con un detective. Quest’ultimo mi consigliò le agenzie investigative on line. Trovai un sito dove si può indire un’asta tra i detective internazionali. Si indica l’oggetto dell’investigazione, e i detective rispondono presentando credenziali e preventivo. Mi risposero in 7-8, con preventivi tra i 300 e i 4000 dollari. Scelsi, tra i più economici, quello a naso più affidabile. Un sedicente ex agente della Cia. “Tempo 3, 4 giorni e le fornisco la mail - mi rispose - Mi pagherà se sarà soddisfatto”. Ok. In effetti mi fece avere un indirizzo, che però non mi convinceva. “Provi a scriverle” mi disse. “Sei tu?” intitolai la prima mail. Sì, era lei: “Non ho fatto che pensare a te”. Seguì uno scambio di mail appassionate: lunghe le mie, QUESTOTRENTINO brevissime le sue; momenti dolci e intensi, appannati solo dall’esilità delle sue risposte. Pagai il detective. Poi, di colpo, Jennifer smise di scrivermi. “Era il detective che ti rispondeva” mi suggerì un amico. Parole che mi fulminarono: ripercorsi tutte le mail… certo, è vero, è così!! Le sue rispostine brevi, insipide… e per di più con alcune frasi sbagliate, parole improbabili… e poi nessuna foto... Scrissi al detective, che non rispose, e al sito, che garantì l’esclusione del detective, il che poi non avvenne. Ero stato turlupinato. E Jennifer? Non l’ho più cercata. Di lei mi rimane, dolce, il ricordo: le sue braccia al collo, il volto disegnato da Tiziano, gli occhi verdi, le labbra che sussurrano “Ti desidero, ti voglio” . Amore elettronico “Ciao Fausto. Tu non mi conosci, ma faccio Lettere anche io, un anno prima di te. Ci incrociamo spesso nei corridoi dell’università. Volevo solo dirti che mi piaci. Sissi”. Non capita tutti i giorni di aprire la posta elettronica e di trovarci dentro un messaggio così. La prima cosa che mi venne da pensare è che lei avesse sbagliato persona. E infatti s’era sbagliata. Aveva scritto a [email protected], studente di Lettere a Modena, ma voleva scrivere a fausto.m@libero. it, studente di Lettere a Macerata. Le avevano dato a voce l’indirizzo, e lei aveva capito male. Le scrivo, scopriamo l’errore, le incredibili coincidenze ci divertono un sacco. Continuiamo a scriverci. In poche settimane, entriamo in confidenza. Senza telefonate. Troppo tradizionali. Il telefono lo usiamo solo per mandarci sms: 3-4 a settimana. Ma per lo più sono e-mail: quasi una al giorno. Poi lei butta lì: “Chattiamo?”. L’appuntamento è ogni due sere alle 19. Siamo sempre puntualissimi entrambi. Ci mandiamo anche le foto, per posta tradizionale. Io la trovo carina, lei mi trova carino. “Quando ci si vede?”, mi chiede. Modena e Macerata non sono così lontane. Ma non so se è una buona idea. Mi sembra bello così, scriversi a distanza. E se poi ci vediamo e non ci piacciamo? Ma lei insiste. E allora è deciso: ci si vedrà ad agosto. Andrò a trovarla io, ci faremo una settimana di mare. Ma poi, all’improvviso, cambia tutto: io conosco Roberta, e mi metto con lei. L’estate è appena iniziata. Non ce la faccio a dirlo a Sissi. Perché poi? Mica eravamo fidanzati, mi dico. Ma non c’è niente da fare: non ce la faccio. Le scrivo sempre di meno. L’ultima e-mail è di inizio luglio. Le dico che forse non potrò andarci, da lei, ad agosto. Altri impegni… Poi non le scrivo più. Non rispondo alle sue e-mail, né ai suoi messaggi. “Che fine hai fatto?”, mi chiede nell’ultima e-mail che mi manda. “Ti sei stufato di me?”. Finisce lì, tra me e Sissi. Me ne dimentico presto, fino a che, tre anni dopo, durante una piovosa domenica di novembre, mi capita di ritrovare dentro una scatolina le lettere che mi aveva scritto. Rivedo il suo viso, e mi sento uno stronzo. Sento il bisogno di scusarmi con lei. Decido di scriverle. Niente e-mail. Uso la carta. “Non so se apprezzerai questa lettera o se invece mi disprezzerai ulteriormente. Non so nemmeno se mi risponderai. Se vorrai farlo ne sarò contento, anche se dovessi scrivermi che sono stato uno stronzo”. Non ha risposto. 13 PUBBLICITA’ CAF CGIL numero scorso, pag. 22 14 maggio 2009 Allevamento, stop al modello padano Nelle Giudicarie, la zootecnia intensiva ha fatto finora solo danni, ambientali ed economici. Anche gli allevatori ora cominciano a capirlo, e adesso il punto è un altro: limitarsi a ridurre il numero di capi oppure decidere di diversificare, sostituendo la zootecnia con altre attività? Marco Niro Q uando scollino il passo del Ballino, il valico che collega la parte settentrionale del lago di Garda alle Giudicarie Esteriori, due cose mi colpiscono. Il cambiamento del paesaggio, dove ora la torbiera di Fiavé si mostra in tutta la sua bellezza, esaltata da una bella giornata di sole marzolino. E l’odore: da dentro l’abitacolo dell’auto, a finestrini chiusi, riesco a percepire piuttosto intensamente l’odore dei liquami proveniente dagli allevamenti circostanti. Il che mi ricorda subito cosa sono venuto a fare da queste parti. L’appuntamento è nel primo pomeriggio a Fiavé con Alvaro Armellini, presidente del Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori, in sigla CIGE. Nato nel 2005, il CIGE è “un comitato di cittadini - come si legge sul suo sito web - mosso dall’amore per la propria valle e dalla preoccupazione di garantire ad essa uno sviluppo che sia sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. QUESTOTRENTINO In genere, comitati simili nascono dove qualche problema minaccia la vivibilità dei cittadini. Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio Superiore e Inferiore, quel problema si chiama zootecnia intensiva. Stalle enormi “Qui è da almeno trent’anni che la zootecnia imita il modello padano”, mi dice Armellini. E modello padano, in pratica, significa grandi stalle. Spesso enormi. Il presidente del CIGE mi guida in una sorta di tour per le più grandi della zona. La prima alla quale ci avviciniamo è una stalla di Fiavé, con circa 200 capi. Le mucche mi guardano un po’ attonite, strette dentro le loro gabbie. “Poco distante da qui - m’informa Armellini - c’è un biotopo che custodisce un importantissimo patrimonio storico-culturale”. La torbiera di Fiavé, appunto. Dove sono stati ritrovati i resti di un abitato palafitticolo tra i più importanti e interessanti d’Europa, risalente all’età del bronzo. “Ma nulla di tutto questo è valorizzato. Qui si pensa solo a mungere più che si può. Le grandi stalle degradano il paesaggio. Per il turismo c’è poco spazio”. Ci spostiamo nel comune di Lomaso, dove agli allevamenti da latte si aggiungono quelli da carne. Sostiamo vicino a una stalla gigantesca che affaccia sulla strada provinciale che porta in paese. Contiene circa 700 capi. Guardo dentro, e la vista si perde lungo le interminabili corsie. “Sarebbe enorme persino in pianura. Del resto, guardati intorno: sembra davvero di essere in Padania”. Di fronte alla stalla, dall’altra parte della strada, si estendono i campi di mais, la monocoltura che domina incontrastata la valle, da cui si ricava il cibo per le vacche. “Guarda i paletti per l’irrigazione: non li hanno così alti nemmeno in pianura”. Terminiamo il nostro giro nel Bleggio. Ci fermiamo nei pressi di una delle stalle più grandi, 450 capi circa. A colpirmi di più è l’enorme vasca per i liquami. Ha una capacità di circa 1.500 litri, accumulati lì dentro in attesa di poter essere sparsi sui terreni. Cosa vietata se il terreno è innevato, come spesso è stato quest’anno. 15 Tanti capi, poca terra Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio Superiore e Inferiore operano 67 aziende zootecniche, 61 delle quali allevano bovini. I parametri per valutare se la zootecnia praticata da tali aziende sia di tipo intensivo o estensivo sono essenzialmente due: il numero di capi per azienda e il cosiddetto rapporto UBA/SAU, ovvero il rapporto tra le Unità di Bovini Adulti (UBA) e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) dall’azienda. Ebbene, mentre in provincia di Trento i capi per azienda sono in media 25, nelle Giudicarie il valore è doppio, e questo a fronte di una superficie agricola che non è maggiore di quella di altri comprensori. Il dato più rilevante riguarda comunque il rapporto UBA/SAU. Quello ritenuto appropriato è pari a 2 UBA per ettaro di SAU, perché permette al terreno di assorbire le deiezioni. Nelle Giudicarie Esteriori, però, se è vero che la metà delle stalle ha un valore inferiore ai 2 UBA/SAU, l’altra metà lo supera, e un 5% (circa 8 aziende) va oltre i 4 UBA/SAU. “Sono cifre da zootecnia padana - osserva Armellini. - Ma il modello padano va bene forse in pianura. Non certo in montagna, dove può fare, e fa, solo danni”. Deiezioni in eccesso, acque in pericolo Dal punto di vista ambientale, il problema principale è quello dovuto allo smaltimento delle deiezioni. La zootecnia intensiva ne produce in eccesso, perché l’espansione delle stalle fa perdere l’equilibrio virtuoso fra prati e produzione di foraggio da un 16 lato e numero di bovini allevati dall’altro, e non si sa più come gestire gli scarti dell’attività zootecnica. Così, nelle Giudicarie Esteriori lo spargimento dei liquami è diventato un’attività ad alto rischio. Specialmente in annate come l’ultima, dove nevica molto e lo “Guardati intorno: spargimento dev’essere sembra di essere rimandato fino a che le vasche in cui viene prov- in Padania. Qui finora si è visoriamente depositato pensato solo a mungere il liquame non arrivano a strabordare. Allorché, finché si è potuto...” in genere, arriva qualche deroga, o, peggio, si decide di spargere illegalmente, magari notte- BOD, COD (parametri usati per la stima del contenuto organico), azoto ammotempo. Il 9 dicembre 2008 il consigliere pro- niacale e fosforo totale “particolarmente vinciale Roberto Bombarda rivolgeva alla elevati”. Giunta Dellai appena insediatasi un’interrogazione circa “l’abbondante irrigazione Strategie sbagliate, conti in rosso nei giorni scorsi delle campagne del Lomaso Ma i danni da zootecnia intensiva, per con reflui di origine zootecnica, in spregio le Giudicarie Esteriori, non si limitano alle norme che vietano di spargere liquami all’ambiente. La recente crisi del caseificio di Fiavé, secondo molti osservatori, va atsopra al manto nevoso”. “Le aziende - rispondeva l’assessore tribuita proprio all’inadeguatezza del moall’agricoltura Tiziano Mellarini - han- dello padano. “Nel caso della zootecnia di montagna no chiesto al Sindaco un’autorizzazione in deroga all’ordinanza per effettuare lo spar- osserva Luciano Pilati, docente di markegimento, al fine di evitare la tracimazione ting dei prodotti agro-alimentiari all’Università di Trento - i costi di produzione delle vasche”. Chi ci rimette, in questa frequente di- della materia prima sono in media più namica, è l’ambiente, e in particolare le elevati di quelli di pianura. Per recuperare acque, “tra le più inquinate del Trentino”, redditività, gli allevatori giudicariesi hanno ci fa sapere Armellini. E, in effetti, i risul- cercato di comprimerli sfruttando le econotati di prelievi d’acqua effettuati nel 2007 mie di scala, cioè aumentando il numero di dall’Agenzia provinciale per la protezione capi e la resa”. Aumentare la resa significa trasformadell’ambiente dal locale torrente Duina e dal suo affluente Dal evidenziano una pre- re le mucche in macchine da latte. Mentre senza di sostanza organica con valori di quelle allevate in maniera non intensiva, maggio 2009 Fotografie di Marco Parisi “Guradala bene: straborda, e non è coperta. Nessuno ci assicura che questo non provochi una dannosa proliferazione di batteri. E le zanzare, d’estate, hanno già preso piede da tempo”. Nella pagina a fianco: sversamenti di deiezioni sul manto nevoso, pratica vietata e inquinante. Nella foto in mezzo, un paletto per l’irrigazione di un campo di mais a Dasindo, Lomaso. Nella foto in alto, un’enorme stalla. Nella foto a lato, mucche nel loro liquame. che d’estate vanno in malga, producono una quindicina di litri di latte al giorno, quelle che rimangono nelle grandi stalle 12 mesi su 12 possono arrivare anche a 50 litri e oltre. Ma il latte, ed ecco il punto, non è lo stesso. A cambiare il sapore è soprattutto la qualità del grasso: insaturo quello del latte di una mucca che si ciba principalmente di erba; saturo, e quindi meno buono, quello del latte di una mucca che si ciba prevalentemente di mais e mangimi. Di conseguenza, anche la qualità dei formaggi che con quel latte vengono prodotti cambia. In Svizzera alcuni studiosi hanno sottoposto 49 forme di formaggio prodotte in luoghi diversi all’assaggio di alcuni esperti, i quali, senza guardare la provenienza, hanno riconosciuto il formaggio di montagna per il suo gusto “più saporito e più genuino”. Il circolo è quindi vizioso. Per aumentare la redditività, si punta ad aumentare dimensioni e rese, ma aumentando dimensioni e rese si produce un latte, e un formaggio, di qualità inferiore, che comunque non potrà mai competere coi prodotti di pianura, il cui prezzo resterà comunque più basso. “Che senso ha QUESTOTRENTINO per il caseificio di Fiavé - si chiede Pilati - competere sul prezzo delle mozzarelle con i giganti europei della trasformazione? E quali risultati economici può dare la produzione del Grana Trentino, una variante di un prodotto di pianura con un posizionamento di prezzo inferiore ad un’altra produzione di pianura come il Parmigiano Reggiano?”. Parola d’ordine: riqualificare Ma ormai, con la crisi economica in corso, sono loro stessi, gli allevatori, a cominciare ad accorgersi che così non si può più andare avanti. E proprio a Fiavé troviamo un esempio importante di questa nuova consapevolezza. “Già solo passando da 370 a 220 vacche ho visto che le mucche stanno meglio, si ammalano di meno e il latte è più buono”. Samuel Zambotti è uno dei maggiori allevatori delle Giudicarie Esteriori. Ha deciso di ingrandire la sua stalla a Fiavè, ma riducendo progressivamente il numero di capi. L’idea iniziale, però, non era questa: “In un primo momento avevo in mente di aumentare la consistenza della mandria. Ma poi il Comune e l’Istituto Agrario mi hanno fatto desistere, e il loro consiglio si è rivelato buono”. La nuova parola d’ordine è riqualificare. “Nel comune di Fiavé - ci dice il sindaco Nicoletta Aloisi - le capienze delle stalle non si possono più ampliare, a meno che ci sia un progetto di riqualificazione, per cui i fabbricati ingranditi non ospiteranno più di 190 capi. Sul territorio ci sono ancora stalle da 400 capi e oltre che sono molto lontane dall’idea di riqualificare. Ma confidiamo che il progetto-pilota di Zambotti possa dare il buon esempio”. Ad assistere dal punto di vista tecnico Zambotti è stato Angelo Pecile dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige. “Zambotti - ci racconta - aveva un rapporto UBA/SAU pari a 4. Gli abbiamo proposto un piano per scendere al di sotto di 2,5, perché questo gli avrebbe dato molteplici vantaggi. Primo: avrebbe avuto accesso ai contributi provinciali. Secondo: avrebbe potuto disporre di un prodotto di maggior qualità in grado di trovare un suo mercato. Terzo: si sarebbe ridotta l’esposizione dell’azienda sul delicato mercato dei mangimi. Quarto: non ci sarebbero più state deiezioni in eccesso. Ultimo, ma non ultimo: l’allevatore stesso avrebbe migliorato la qualità del suo lavoro”. 17 E Zambotti conferma: “Prima lavoravo di più e avevo meno reddito. Adesso, pur non avendo nemmeno finito il processo di riqualificazione, già vedo che la situazione si è invertita: ho meno fatturato, certo, ma più guadagno”. Anche la Federazione Provinciale degli Allevatori vede di buon occhio l’esperimento di Zambotti, soprattutto per un motivo: “Oggi l’unico modo che la zootecnia trentina ha di sopravvivere è l’accesso ai contributi provinciali - ci fanno notare sia il presidente Silvano Rauzi sia il direttore commerciale Mario Tonina, che inoltre è vice-sindaco di Lomaso - E siccome la politica non solo provinciale ma comunitaria tende a sostenere le aziende con un basso rapporto UBA/SAU, la strada imboccata da Zambotti appare obbligata, anche perché conduce ad una produzione di maggior qualità, la sola che oggi si addica alla zootecnia di montagna”. “Ma ridurre non basta” Ma c’è anche chi pensa che passare da 4 UBA a 2,5 non sia la soluzione di tutti i 18 “Già solo passando da 370 a 220 vacche ho visto che le bestie stanno meglio: si ammalano di meno e il latte è più buono” mali, ma solo una pezza. “Il cambiamento deve essere molto più radicale”. Lo pensa Michele Corti, docente di Sistemi Zootecnici all’Università degli Studi di Milano. Professore, cosa c’è che non va nell’idea di riqualificare? “Fino a meno di un anno fa gli allevatori delle Giudicarie Esteriori volevano costruire una centrale a biogas che avrebbe sancito in via definitiva il predominio della zootecnia intensiva e delle grandi stalle. Adesso parlano di ridurre, ma lo fanno solo per ricevere i contributi pubblici e perché nel frattempo la crisi economica si è aggravata”. D’accordo, ma non è già qualcosa? “Poco, direi. Se è vero che 2,5 UBA/ SAU sono certo meglio di 4, bisogna anche ricordare che in Svizzera, dove molti allevatori di montagna vivono decorosamente anche solo con 15 vacche, i finanziamenti sono ancor più mirati, e arrivano solo se il rapporto è pari ad 1. A mio avviso, se anche tutte le grandi stalle delle Giudicarie Esteriori scendessero a 2,5, i problemi non scomparirebbero”. Perché? “Dal punto di vista ambientale, ammesso che finirebbe il problema delle deiezioni in eccesso, resterebbe il problema legato a una questione che oggi nessuno nelle Giudicarie mette in discussione: la monocoltura del mais. Delle coltivazioni foraggere, il mais è la meno sostenibile. Richiede grandi quantità di acqua, innanzitutto. E poi, dato che in un territorio ristretto come l’altopiano di Fiavé si risemina dove s’era seminato l’anno prima, diventa sempre più difficile estirpare le erbacce, con la conseguenza di dover ricorrere a quantità sempre maggiori di fitofarmaci”. Sì, ma il mais serve agli allevatori per evitare di ricorrere ai mercati dei mangimi… “E’ proprio questo il punto. La zootecnia deve ridurre lo spazio che oggi occupa nella sfera economica e sociale dell’altopiano di Fiavé. Il ridimensionamento deve riguardare non solo le stalle, ma il settore in sé”. Ci può spiegare meglio? “L’altopiano di Fiavé ha caratteristiche geo-climatiche tali da potersi permettere un modello di agricoltura diversificato. L’allevamento, non necessariamente solo bovino, dovrebbe essere portato avanti da piccole aziende. L’agricoltura potrebbe uscire così dal regime della monocoltura del mais, e aprirsi ad opportunità importanti e più sostenibili: si potrebbe pensare di riseminare a scopi di panificazione il frumento, l’orzo, la segala, e di puntare di più sull’orticoltura, come in Val di Gresta, o sulla frutta. E nel decidere di portare avanti questa piccola rivoluzione, si potrebbe puntare sul biologico, settore zootecnico incluso. Nella vicina val Poschiavo, laterale della Valtellina, non solo l’agricoltura è biologica all’80%, ma tutte e 17 le stalle sono bio. Lì hanno preso questa decisione anche per valorizzare il turismo, e lo stesso varrebbe per l’altopiano di Fiavé, dove oggi il turismo ha poca presa, ma potrebbe diventare una fonte di reddito importante come turismo del benessere, in una zona dove le bellezze storiche, paesaggistiche e naturalistiche certo non mancano”. ● [email protected] maggio 2009 Stanco di un’informazione addomesticata? Abbonati a Questotrentino! ... e ricevi 2 regali eccezionali! 1. IL FILM DOCUMENTARIO “BEATA IGNORANZA” SUL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI TRENTINI I G N BEA O R TA A ttia un film N Z A Pell i e di Luig i Pe pe Ma A D DA’ DIRITTO 2. LA QT CAR SUI BIGLIETTI U N O S C O N T O E/O S U G L I DI INGRESSO TI DI NUMEROSI ENTI ABBONAMENONVENZIONATI (PER CULTURALI C I SU L’ELENCO, VA OTRENTINO.IT) WWW.QUEST 2009 SCEGLI LA MODALITÀ DI ABBONAMENTO PIÙ ADATTA A TE • Abbonamento annuale (11 numeri): 40 euro • Operazione fedeltà abbonamento biennale (22 numeri): 70 euro • Prova QT! 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Nonostante le difficoltà di un mondo editoriale che premia solo i grandi editori Marco Niro L a sede della casa editrice si trova nella mansarda del titolare, Roberto Keller, che lì dentro ci vive anche. Siamo nella zona sud di Rovereto, la statale non corre molto distante in linea d’aria, e il binario del treno è poco oltre, ma l’ambiente non appare affatto urbano, perché tutt’intorno ci sono i vigneti, e sembra di essere in campagna. Uno non se la immagina così, la sede di una casa editrice. Ma il contesto anomalo è perfetto, perché ospita quanto di più anomalo potrebbe esserci, al giorno d’oggi, dentro il panorama editoriale nazionale: ovvero un piccolo editore di provincia che pubblica autori di tutto il mondo e li diffonde in tutta Italia. Keller editore, appunto. Dunque, Roberto, come ti è venuta l’idea? Io immagino la narrativa come una finestra sul mondo. Ogni autore di qualità è in grado di farci conoscere qualcosa del mondo da cui proviene. Questo è dunque il cardine della nostra esperienza editoriale: permettere ai lettori di affacciarsi a quella finestra, per conoscere mondi nuovi e diversi dai loro. Non a caso, le nostre due collane si chiamano “Vie” e “Passi”, a richiamare il movimento verso altri territori. Nessun limite geografico, quindi? Nessuno, tranne quelli imposti dalle difficoltà di traduzione: ci sono alcune lingue, come l’ungherese, il finlandese o il basco, per le quali è difficile trovare dei bravi traduttori. E la traduzione di qualità è uno dei nostri cavalli di battaglia. Per ora, abbiamo trovato ottimi traduttori dallo spagnolo, dal catalano, dal polacco, dal tedesco, dal francese e dall’americano. Ma contiamo di allargare la cerchia delle lingue. Lasciando però fuori proprio la nostra, l’italiano… Di autori italiani che si propongono ne abbiamo diversi, ma noi li cerchiamo poco, e finora ne abbiamo pubblicati solo due. Questo perché di italiani che scrivono, anche di qualità, oggi ce ne sono molti, e molti sono gli editori che li pubblicano. Puntare 20 sugli stranieri, oltre che una scelta valoriale, è anche un modo per crearsi un proprio spazio. Che genere di libri pubblicate? Narrativa. Ci interessano le storie “forti”, quelle capaci di fare presa sul pubblico. Però non prediligiamo un genere particolare, e nemmeno certi contenuti piuttosto che altri. Come dicevo, l’importante è che siano lavori di qualità, capaci di far conoscere il mondo da cui provengono. Questo semplice criterio di scelta ci ha permesso finora di spaziare, pubblicando romanzi d’avventura, d’amore, noir, autobiografie, thriller, o anche tutte queste cose insieme. Spiegaci un po’ come lavora la “Keller editore”: quali passaggi fate per arrivare a pubblicare un libro? La fase più importante, per un editore di autori stranieri, è quella di “scouting”: il vero colpo è scovare prima degli altri l’autore pubblicato all’estero che, per qualche ragione, pur avendo scritto un libro di qualità, in Italia nessuno ha ancora deciso di tradurre e pubblicare. Il lavoro di “scouting” si può svolgere con l’ausilio delle agenzie letterarie, che sono un po’ come le agenzie di stampa per i giornali. Ma noi preferiamo muoverci in altri modi: usando il web, i contatti personali, oppure, semplicemente, guardando cosa pubblicano le case editrici oltre confine. Una volta trovato il romanzo, segue un lavoro di traduzione accurata e poi di redazione del testo tradotto. Chiude il cerchio l’attività di impaginazione e grafica, che, per un piccolo editore, può fare la differenza: la copertina e il layout per il libro sono come un vestito, utile a distinguersi nel mucchio e farsi riconoscere a colpo d’occhio. Qual è stato il miglior libro che avete pubblicato? Senz’altro “Il paese delle prugne verdi” di Herta Muller, autrice rumena ma di lingua tedesca, considerata la maggiore scrittrice tedesca vivente: quando noi l’abbiamo pubblicata, in Italia l’aveva tradotta solo Marsilio, diversi anni fa, poi più nessuno, perché i suoi scritti, più che romanzi, sono poemi in prosa, molto maggio 2009 ostici da tradurre. E il vostro maggior successo come casa editrice? I libri di tutti quegli autori che abbiamo scoperto noi, quelli che hanno raggiunto il successo dopo, e non prima, che Keller li avesse pubblicati per la prima volta in Italia. Ad esempio, l’americano Richard Aleas, che è stato finalista al The Edgar Allan Poe e al The Shamus Awards dopo che noi ne avevamo pubblicato “Little Girl Lost”. Oppure il polacco Hubert Klimko-Dobrzaniecki, il cui romanzo “La casa di Rosa” è stato selezionato per concorrere al premio Nike come miglior romanzo polacco del 2007 dopo che noi lo avevamo già pubblicato. O “La decisione di Brandes” del catalano Eduard Marquez, che era già uscito con noi quando ha vinto il premio Qwerty come miglior romanzo catalano dell’anno, sempre nel 2007. O ancora “Crescere è un mestiere triste” dello spagnolo Santiago Roncaliolo, che era già a contratto con noi quando ha vinto il premio Alfaguara: ora lo pubblica Garzanti. Il vostro destino è quello di essere solo un trampolino per i vostri autori? Non direi. Con molti di loro continuiamo a restare in contatto, e con alcuni stiamo già pensando alla seconda uscita. Chi pubblica con noi sa che siamo piccoli, ma anche che, proprio per questo, potrà avere un rapporto molto personale con un editore che non pubblica più di sei, sette titoli all’anno. Mentirei però se ti negassi che il nostro compito principale è quello di scovare i bravi autori: se poi hanno successo e trovano altri editori più grandi, per noi è solo fonte di soddisfazione. Parlami del rapporto coi lettori: come li raggiungete? Abbiamo scelto di servirci di un distributore nazionale, C.D.A., anche se puntiamo di più sulla promozione fatta da noi stessi. Investiamo molto sul nostro sito internet (www.kellereditore.it), che permette di interagire col pubblico in maniera costante, e soprattutto sulla partecipazione alle fiere, che sono il modo migliore per conoscere i propri lettori e farsi conoscere da loro. La cosa più stimolante QUESTOTRENTINO è rivederli tra un anno e l’altro, osservare come varia il loro parere al variare delle nostre scelte editoriali. E’ un modo per crescere. La soddisfazione maggiore è accorgersi che il nostro comincia ad essere un progetto editoriale identificato e compreso. Il numero di lettori è sufficiente a pareggiare i costi che sostenete? Vieni a un tasto dolente. Fare l’editore è un mestiere difficile, se sei piccolo è ancora più difficile, e se sei piccolo e operi fuori dai circuiti principali, come noi in Trentino, è tre volte difficile. Per ora, non riusciamo a coprire le spese, nonostante l’aiuto di un numero importante di collaborazioni volontarie. Paghiamo lo scotto di una logica editoriale che è quella dell’essere presenti, visibili sempre. Ossia? Abbiamo a che fare con un sistema per cui, per un libraio, vedersi arrivare cinque, sei titoli all’anno da una casa editrice non significa nulla. Di fronte a numeri del genere, il libraio, e purtroppo anche il lettore, finiscono col pensare che non esisti, perché il primo è abituato a ricevere ogni settimana il nuovo titolo della Mondadori di turno, e il secondo è abituato a trovarlo ben piazzato sullo scaffale. La dinamica è perversa, e rischia di vanificare anche gli effetti del passaparola, così importanti per un piccolo editore. Perché, se un lettore sente parlare bene di un libro, andrà magari in libreria a chiederlo. Però, se il libraio gli risponde che il libro non c’è e che ci metterà un po’ ad arrivare, è facile che il lettore, che probabilmente vuole uscire dalla libreria con un acquisto, decida di lasciar perdere, e di comprare il nuovo libro della Mondadori. Terminiamo l’intervista con queste tinte fosche, quindi? Solo se guardiamo alla nostra esperienza in termini economici. Il fare poco, ma farlo bene certo non porta a grandi incassi. Ma l’incasso non è tutto. Il nostro è un laboratorio prima ancora che un’impresa, e, come tale, più che ai bilanci guarda ai risultati culturali. Che, nel nostro piccolo, sono tanti e ci spingono ad andare avanti. [email protected] 21 Una mensa difficile da digerire Gli studenti si lamentano della qualità del cibo delle mense universitarie. Hanno ragione? Luca Facchini U na questione di qualità. Così si può definire la situazione del servizio mense d’Ateneo offerto dall’Opera Universitaria: dal punto di vista organizzativo e da quello più strettamente legato alla bontà dell’offerta. Le code in mensa, infatti, non sono un segreto. Abbandonata da tempo, per un puro fatto di costi, l’antica idea della Lunch tronic, che garantiva potere di acquisto in esercizi cittadini esterni all’Opera, la soluzione agli assembramenti verrà cercata nell’allestimento di nuovi spazi. Primi fra tutti quello di vicolo Santa Margherita, che sorgerà su almeno due piani e raccoglierà il bacino d’utenza della futura Facoltà di Lettere, e quello del nuovo polo collinare in costruzione nei pressi della Facoltà di Scienze. Altro discorso, però, è quello della qualità delle pietanze proposte. In questo caso, utilizzando una parafrasi, si potrebbe forse parlare de “Il grande sonno”. Dopo mangiato, nella fattispecie. Pare infatti che per qualche studente dell’Ateneo trentino superare la fase digestiva dopo aver consumato il pasto in una delle mense dell’Opera Universitaria sia una operazione difficoltosa. Sonnolenza, meteorismo, nausea sono alcuni dei sintomi lamentati. Di primo acchito, il pensiero di studenti dormiglioni e avvezzi alla flatulenza strappa un sorriso, e richiama scene quasi goliardiche. Al di là del lato grottesco della questione, però, essa non dovrebbe essere sottovalutata, né liquidata con un “basta che mangino di meno”. Se confermati su scala apprezzabile, i sintomi di una cattiva e difficile digestione, per di più in soggetti giovani e in salute, dovrebbero creare allerta sia nella ditta fornitrice il servizio (al momento la francese Avenance) che nel committente, ossia l’Opera Universitaria. 22 L’attenzione all’alimentazione, fino a prova contraria, è un segno di civiltà. Una questione di cultura, più che di puro e semplice sfamarsi. Certo, nel trattare il concetto di qualità ci si deve imporre delicatezza ed equilibrio. La definizione del concetto stesso richiede l’introduzione di indicatori (per quanto possibile oggettivi) che riescano a darne una descrizione efficace. Nel caso delle mense, ci spiegano il prof. Fulvio Zuelli, presidente dell’Opera Universitaria, e Gianni Voltolini, responsabile dei servizi di ristorazione, il controllo della qualità passa attraverso tre canali. Il primo è affidato ad una società esterna e riguarda essenzialmente i prodotti utilizzati e gli aspetti igienico/ sanitari. Del secondo è incaricata la Commissione Mensa del Consiglio di amministrazione dell’Opera, formata da due studenti, da Voltolini stesso e da due consiglieri “laici”. Questo tipo di controllo, a cadenza mensile, consiste fondamentalmente nella consumazione del pasto in mensa da parte della Commissione; pertanto, riguarda i tempi di attesa in coda e la bontà delle pietanze proposte. Il terzo canale è un classico: la somministrazione, durante il pasto, di questionari agli utenti. Dato in consegna, anch’esso, alla società esterna di cui sopra; la quale, fino ad ora, si è limitata a raccogliere un campione di quaranta utenti a fine 2008. Troppo poco per una valutazione seria; a maggior ragione se si considera che il contratto con Avenance decorre dal 1° aprile 2007. Quello dei questionari, d’altra parte, pare l’unico metodo diretto in grado di sondare la soddisfazione di chi mangia in mensa. Per ora, però, questo tipo di rilevazione è stato poco frequente e poco frequentato: responsabilità della società addetta ad esso, e degli studenti. Del resto, è ovvio aspettarsi che proprio gli studenti, spesso costretti a mangiare in tutta fretta e dopo una lunga coda, abbiano poca voglia di prestarsi alla compilazione di test e affini. Per questo motivo l’Opera Universitaria sta valutando altre possibilità, quale ad esempio la predisposizione di un questionario online, compilabile in qualsiasi momento della giornata. Ci sono, tuttavia, alcune altre domande che si possono legittimamente porre. Dove mangiano i funzionari dell’Opera? E i docenti universitari? Per quanto riguarda i primi, Voltolini assicura che si recano nei ristoranti universitari. Sui docenti le informazioni disponibili sono maggio 2009 poco precise, perché l’Opera non ha controllo sui badge provinciali da loro utilizzati; esistono, quindi, dati percentuali di frequenza, ma non valori assoluti. Qualche studente, però, sostiene che i professori mangino altrove, e che pochi siano gli avvistamenti all’interno delle strutture dell’Opera Universitaria. La questione, forse, andrebbe approfondita in sede di verifica. Il prof. Zuelli, dal canto suo, ammette una differenza, umana e comprensibile, legata al personale, tra una struttura e l’altra. E sottolinea come le segnalazioni giunte sinora all’Opera riguardino principalmente i lunghi tempi di attesa alla cassa e l’eventuale mancato rispetto del menù prospettato. All’avanzamento di qualche dubbio sul cibo e la sua pesantezza, però, risponde che probabilmente basterebbe limitarsi nella sua quantità. Una simile obiezione, a dire la verità, va garbatamente respinta. Come si può pensare che un ragazzo di vent’anni, abituato a ingurgitare con disinvoltura due o tre portate a pasto, sia costretto a mangiare una sola pietanza, o addirittura una ciotola di insalata, per evitare ripercussioni metaboliche? Qualità e quantità non devono essere confuse: addossare responsabilità a ipotetici studenti mangioni sarebbe una avventata inversione del problema (in salsa italiana), nella quale la vittima diventa carnefice di se stessa. E la ditta Avenance? Come si pone nella mischia? Vincitrice dell’ultimo contratto (triennale) bandito dall’Opera, ha QUESTOTRENTINO fatto del cibo biologico e dell’internazionalizzazione dei menù i propri punti di forza. Ma non solo. Avenance ha infatti presentato in via Zanella un’offerta economica davvero competitiva: 6.42 euro per un pasto completo, contro gli 8 richiesti nel contratto precedente, stipulato con Markas. Che a monte della differenza di cifre ci siano intenti filantropici o logiche aziendali più strettamente finanziarie, non è dato di sapere. Solo di ipotizzare. Sta di fatto che la riduzione di prezzo è risultata un buon affare per l’ente. Certamente non per gli studenti, che continuano a pagare la cifra di 4 euro fissata a fine 2004, quando ci fu in un colpo solo, tra le polemiche, un aumento di 90 centesimi. La faccenda della qualità, come è chiaro, non deve essere confusa con quella dei costi. Ma è altrettanto evidente che, alla luce di queste considerazioni, essa risulta di più lenta digestione. Per gli studenti, beninteso. Zuelli e Voltolini si dicono soddisfatti dei termini dell’accordo con Avenance. Ed il loro compiacimento, in effetti, è comprensibile. Un compiacimento al limite del sopore: entrambi cadono infatti dalle nuvole (ma garantiscono verifiche) quando apprendono che il menù internazionale e multiculturale, inizialmente proposto ogni venerdì, è sparito, almeno all’apparenza, già da alcuni mesi. Con un po’ di ironia si può pensare che il personale dell’Opera, sia distratto; oppure che nel giorno di Venere si nutra altrove. Pianeti e calendari a parte, è ragio- nevole attendere per il futuro, da parte dell’ente per il diritto allo studio, nuove e più efficaci verifiche di soddisfazione degli utenti. Oltre a doverosa attenzione e opportuna vigilanza. ● Corso di formaqzione sull’auto mutuo aiuto nell’ambito della dipendenza affettiva Trento, 21-22 maggio 2009 Informazioni Associazione A.M.A., via Torre d’Augusto 2/1, Trento, Telefono 0461-239640 e-mail [email protected] 23 Caso Cogo: la casta si assolve La magistratura appura le responsabilità, l’elettorato chiede rigore, ma il PD se ne impippa. La solidarietà di casta prima di tutto. Ma il rinnovamento arriverà, ci dicono. Ettore Paris I l “caso Cogo” ha registrato ulteriori accadimenti, che vale la pena approfondire in quanto indicativi della cultura politica attuale. In questi giorni l’assessora del PD, responsabile secondo la Procura della Repubblica (e secondo chi, come QT, ha esaminato le carte) di aver presentato al proprio partito un documento taroccato per non pagare parte della quota pattuita, si è vista infliggere ulteriori colpi dalla magistratura. La Procura, nel motivare la richiesta di archiviazione, ha spiegato senza eufemismi che l’assessora il taroccamento lo ha eseguito, ma che non è penalmente perseguibile, e che il suo partito lo ha truffato, ma anche qui non è perseguibile per mancanza di querela. Insomma, alla giustizia riesce a sfuggire, ma eticamente e politicamente è condannabile. Alla posizione della Procura si è poi aggiunta quella del Giudice per le indagini preliminari: che ha avanzato seri dubbi anche sulla non perseguibilità penale della Cogo, ha respinto l’archiviazione, e fissato un’udienza in camera di consiglio, al termine della quale deciderà come procedere. Insomma, gli organismi giudiziari, in seguito alle indagini e allo studio degli atti hanno stabilito i fatti che indicano Margherita Cogo come artefice di una truffa tramite presentazione di documentazione fasulla; sono incerti se tali fatti abbiano una rilevanza penale. Tutto questo dovrebbe bastare perché la politica prenda i provvedimenti opportuni: vale a dire le dimissioni dell’assessora. Invece abbiamo assistito a un autentico balletto. Da una parte il presidente della Giunta Dellai che ha rinnovato la fiducia alla Cogo, un comportamento opposto a quello assunto nell’analogo caso del presidente dell’Autobrennero Grisen- 24 ti: ma Grisenti era del suo partito, l’Upt, mentre la Cogo è del Pd, e Dellai ha inteso presentare l’Upt come capace di rinnovamento, e il Pd no. Ma dall’altra c’è l’atteggiamento del Pd, che aveva tutti gli interessi a non apparire come il partito dei politicanti traffichini. E invece ha deciso, con soave incoerenza, di “lasciar decidere all’interessata”. Come dire a un falsario che decida lui se lavorare ancora alla zecca. Naturalmente Margherita Cogo ha deciso di rimanere. E qui si apre un problema, che non riguarda più la signora Cogo, ma la politica e in particolare il Pd. Perché c’è innanzitutto il cinismo di Dellai, che sottilmente usa la questione etica (e la dabbenaggine altrui) per appannare la credibilità del Partito Democratico, alleato ma concorrente, e magari ricacciarlo indietro dalla posizione di primo partito. Ma c’è anche la posizione del Pd. Perché mai prende una posizione che fa a pugni sia con i principi (di eticità, trasparenza, rinnovamento, ecc) sia con le proprie stesse convenienze? Perché mai copre fino all’ultimo l’indifendibile Margherita Cogo, anche a costo di appannare la propria immagine presso l’elettorato? Per rispondere a questa domanda, invitiamo i lettori a leggere le interviste che in merito abbiamo fatto a tre esponenti, di rilievo o significativi, del Pd. Si vedrà come la decisione di assolvere l’assessora sia stata contrastata. Eppure questo non scioglie l’interrogativo: come mai un partito prende una decisione che contemporaneamente tradisce i propri presupposti e si danneggia elettoralmente? Il peso della casta In realtà non è la prima volta e non accade solo a Trento. A livello nazionale è cla- moroso (anche prima che fosse condannato per comportamento antisindacale) il caso di Sergio Cofferati, che aveva rinunciato a ricandidare come sindaco di Bologna adducendo commoventi motivi familiari (“il figlio piccolo”) per poi, due mesi dopo, essere scelto come parlamentare al Parlamento Europeo evidentemente ritenuto una lauta sinecura. Un comportamento cialtronesco, sbeffeggiato a Bologna e in centinaia di blog. Il segretario del Pd Franceschini, indomito, tiene duro: “Della rinuncia di Cofferati a correre a Bologna sapranno un 500.000 elettori” giustifica. Traduzione: perdere mezzo milione di voti è una bazzecola, a confronto della possibilità di elargire benefit al compare Sergio. E a livello locale è altrettanto esemplare il percorso per arrivare a sindaco di Trento: dove si è dissuasa dal candidare la vincitrice certa, Donata Borgonovo Re, Difensore civico, per candidare l’attuale prosindaco Alessandro Andreatta, molto più debole ma interno alla nomenklatura. Insomma, al Pd la solidarietà della casta viene prima di tutto, anche prima del consenso degli iscritti e degli elettori. E’ in questa ottica che si spiega il caso Cogo, con l’assessora sbugiardata dalla magistratura, dalla stampa, dalle testimonianze degli stessi iscritti al Pd, ma assolta dalla nomenklatura interna. Che evidentemente ha un fine assolutamente prioritario: l’autoperpetuazione. Segnali di risveglio? “Nel Pd c’è qualche segnale di risveglio etico” scrivevamo nel numero scorso, sempre a commento del caso Cogo. Eravamo troppo ottimisti? In effetti ci sembra che qualche timido maggio 2009 Il presidente Giovanni Kessler (Presidente del Consiglio Provinciale) segnale ci sia. Il gruppo in Consiglio provinciale è stato finora assorbito in una defatigante maratona per assegnare poltrone in commissioni ed enti. Non lo ha fatto distinguendosi dalle pratiche spartitorie. Però di questo c’è se non altro consapevolezza: “Stiamo lavorando a un disegno di legge organico, che porti a un sistema di nomine trasparenti e responsabili: attraverso la tempestive pubblicizzazione delle candidature, anche su Internet, in maniera che tutti possano vedere chi concorre, che titoli ha, e le motivazioni della scelta” afferma il presidente del Consiglio Giovanni Kessler. Intanto il partito si rinnova, crescono i circoli: “Ormai i nuovi segretari dei circoli hanno reso vecchi, obsoleti, gli stessi rappresentanti eletti con le primarie di 10 mesi fa” ci dice il segretario Maurizio Agostini. Certo, i nuovi possono assumere la stessa cultura dei predecessori, vedere la politica come una carriera, e quindi prendere le decisioni in funzione non del merito delle cose (Cogo è onesta o no) ma delle alleanze interne (Cogo è con me o contro) e delle proprie personali aspettative di avanzamento. Ma al contempo, se c’è più circolazione di persone, più discussione, se gli incarichi sono più facilmente rinnovati, è anche più difficile che si incisti un ceto autoreferente. Il segretario è ottimista: “Dal congresso di ottobre verrà fuori un gruppo molto rinnovato. E slegato dalle vecchie logiche”. Vedremo. E’ da tanto tempo che il rinnovamento viene dato dietro l’angolo... ● QUESTOTRENTINO “L’azione della magistratura non ha portato fatti nuovi rispetto a quanto si conosceva quando si era espressa la commissione elettorale, che ha approvato la candidatura di Margherita Cogo, e il gruppo consiliare, che la ha proposta assessore regionale. Non essendoci fatti nuovi, non aveva senso ribaltare quella decisione”. Quindi voi avete ribadito una linea: per voi può essere assessore chi presenta documentazioni fasulle. “Che Cogo si sia comportata così, lo dice lei, noi non lo sappiamo”. Ma la magistratura i fatti li ha appurati, e li ha esposti nelle sue motivazioni. E attraverso strumenti (interrogatori di vostri iscritti, vostri estremi bancari) che erano nelle vostre disponibilità. “No, non erano nostri iscritti, né nostra la documentazione bancaria. Ma di un partito, i Ds, diverso”. I Ds sono confluiti nel Pd, tutta la documentazione vi era e vi è accessibile, se avete dei dubbi. “La commissione elettorale aveva dato il suo assenso sulla candidatura di Cogo basandosi sul giudizio della commissione di garanzia che aveva a suo tempo indagato su quei fatti. Non vediamo cosa sia successo di nuovo per ribaltare quel giudizio”. Il segretario Maurizio Agostini (segretario provinciale del PD) “Quando era iniziata l’inchiesta e Margherita Cogo si era dimessa, il nostro Coordinamento Provinciale aveva emesso un comunicato per esprimere ‘apprezzamento per le dimissioni’; ed io le avevo chiesto, personalmente e in pubblico che facesse una consigliatura senza incarichi”. Poi è arrivata la richiesta di archiviazione della Procura. E sia nel Coordinamento, come nel Gruppo provinciale è prevalsa l’opinione di dire ‘decida lei’. A costo di apparire ingenuo confesso che pensavo che Cogo, di fronte alle mie precise richieste, e ad un’inchiesta non ancora archiviata, scegliesse di mantenere le dimissioni. Lei non lo ha fatto e mi dispiace. A questo punto non ho pensato che la cosa fosse così pesante da imporre al partito un aut aut... O le dimissioni di Cogo o quelle di Agostini? “Esatto. Non ho ritenuto di porre il partito, che è nuovo, che sta crescendo, di fronte a una tale lacerazione”. Il peone Emanuele Curzel (dell’Assemblea dei 64 eletti alle primarie) “C’è stata tutta una concatenazione di fatti (che all’epoca la Cogo avesse saldato il suo debito, che il caso non sia emerso al momento della composizione delle liste, la punizione politica dell’elettorato, che ha dimezzato i voti della vice-presidente uscente) che ha fatto sottostimare il problema. Oggi noi peones, di fronte al parere concorde di tutti i gruppi dirigenti, di allora e di oggi, di non sollevare il problema, accettiamo questa soluzione”. Insomma, una continuità, dai Ds al Pd, a ritenere irrilevante la questione morale; in casa propria, ben s’intende. “Voglio pensare che se la cosa fosse emersa nel Pd, ci sarebbe stata una soluzione diversa. Il fatto è la fatica a costruire un nuovo partito formato da una pluralità di gruppi e di culture, porta al compromesso, a scansare gli scogli più grossi. Questo travaglio è un limite, ma è cosa diversa dai due metri di giudizio morale, uno in casa nostra, un altro per gli avversari”. Sarà. Il fatto più inquietante è che voi prendete una posizione contro i vostri principi, e al contempo contro le aspettative dell’elettorato. Seguite solo il principio di autoprotezione della casta. “Può essere; io però giudico questo un momento di passaggio, non ritengo che nel nuovo partito si stiano consolidando comportamenti irreversibili. Quindi sospendo il giudizio: non sulla Cogo, sulla quale è netto, ma su chi la ha giudicata. Ad oggi penso che abbiano davvero scelto il meno peggio”. 25 I bambini sotto il traliccio A Nave San Rocco, il nuovo asilo sorgerebbe nei pressi di un elettrodotto. C’è da preoccuparsi? Roberto Devigili A Nave San Rocco, la costruzione del nuovo asilo è diventato oggetto di scontro: la minoranza contro la maggioranza che governa il piccolo comune e Nimby contro tutti. Tirati in campo anche la Provincia e il Difensore Civico. La questione è che la costruzione dell’asilo è stata progettata a poca distanza da un elettrodotto ad alta tensione da 130 KV. Da un lato l’Amministrazione insiste che non esistono pericoli, mentre i contrari si dicono preoccupati per i possibili rischi collegati ai campi magnetici provocati dal passaggio della corrente ad alta tensione del vicino traliccio. Il tutto è complicato dal fatto che il territorio di Nave San Rocco è stretto tra barriere naturali come l’Adige e il Noce, infrastrutture come l’autostrada e varie strade, e sovrastato dagli elettrodotti che percorrono la valle. A parte il nucleo più antico, una buona parte del centro abitato è dominata da tre potenti elettrodotti: per fare un esempio, il municipio e la caserma dei pompieri sono divisi da una di queste infrastrutture elettriche. Insomma, in questi anni si è costruito tranquillamente sotto i tralicci, o meglio, a margine degli stessi, ignorando i problemi ora lamentati. Abbiamo sentito un rappresentante della maggioranza che governa il Comune, il consigliere Ivo Chistè (ex vicesindaco), e 26 il consigliere dell’opposizione Giovanni Mosna. Quest’ultimo ricorda che da oltre un anno e mezzo l’opposizione aveva chiesto la modifica del progetto con lo spostamento di 20 metri del futuro asilo in modo da allontanarlo dal campo magnetico. La maggioranza risponde che sono stati effettuati i controlli preventivi e in effetti, dai dati del Comune, misurati dall’Azienda provinciale protezione ambiente, i campi magnetici rilevati nel sito destinato all’asilo sono inferiori ai limiti di legge. La soluzione, per Mosna, sarebbe quella di spostare o interrare il traliccio, che non solo può essere fonte di pericolo per i futuri ospiti dell’asilo, ma rappresenta anche un pesante ostacolo al futuro edilizio del paese. E nel recente incontro con gli uffici tecnici e l’assessore provinciale Pacher, maggioranza e minoranza hanno chiesto lo spostamento dell’elettrodotto. Per la minoranza potrebbe essere utile anche innalzare il traliccio onde mitigare il rischio. Ma quale rischio, visto che le misurazioni non hanno segnalato il superamento dei limiti di legge? Con quali risorse far fronte ai costi? Come motivare le spese necessarie in presenza di un rischio solo potenziale? Questi i nodi da sciogliere. Ma perché allora non cambiare il progetto spostando il sito del futuro asilo? Ma dove? Bisogna fare i conti con la programmazione urbanistica, PRG e PUP, individuare un’altra area, renderla conforme con una deroga al Piano urbanistico da poco approvato, acquistare o espropriare il nuovo terreno, accantonare il contributo provinciale già assegnato, riformulare il progetto e poi riavviare il tutto da capo. Anni, un tempo che nessuno sembra voler attendere, perché la necessità di un nuovo asilo è condivisa. I campi elettromagnetici, ai quali siamo sempre più esposti, possono costituire un rischio per la salute ed è necessario ridurre il livello di esposizione. Lo rileva il Parla- mento europeo in una relazione approvata il 2 aprile 2009. I campi elettromagnetici, vi si dice, sono sempre esistiti, ma l’esposizione è aumentata a causa della domanda crescente di elettricità e dell’avvento di tecnologie senza filo sempre più avanzate. Ma il principio di precauzione, cioè l’obbligo di evitare scelte che possano mettere a rischio la salute anche se il rischio non è ancora scientificamente dimostrato, è stato rimosso dalla legislazione italiana. Ed è proprio il principio di precauzione che Nimby invoca a fondamento della diffida a costruire l’asilo in quel luogo, diffida che l’associazione, che ha legato la propria notorietà alla sua opposizione all’inceneritore di Trento, ha inviato nei giorni scorsi ai consiglieri comunali di Nave, al presidente Dellai, agli assessori provinciali all’Ambiente, alla Salute ed all’Istruzione. L’associazione era stata sollecitata da alcuni residenti, ma dopo aver cercato di fare da sponda alla minoranza,non ravvisando nell’atteggiamento di quest’ultima sufficiente fermezza, ha deciso di muoversi da sola. Dapprima nel febbraio scorso con una lettera inviata a diverse autorità ed il 1° aprile partecipando all’audizione presso la Commissione Ambiente del Consiglio Provinciale, manifestando la propria contrarietà all’opera. Viceversa, il sindaco di Nave, Renata Stenico, alla stessa commissione ha ribadito la volontà di proseguire nel progetto. Giovedì 23 aprile, il Consiglio comunale ha discusso, bocciandola, la mozione presentata dai consiglieri di minoranza. Tutti d’accordo sulla necessità di affrontare in prospettiva il problema della invadente presenza degli elettrodotti ma, per la maggioranza, visto l’esito delle misurazioni elettromagnetiche che hanno registrato dati inferiori a quelli di rischio, non c’è ragione di bloccare la costruzione dell’asilo. Per il prossimo 20 maggio, a Nave San Rocco, è previsto un incontro pubblico sull’argomento a cura del locale circolo del PD. ● maggio 2009 Magnifica Comunità senza pace Il nuovo Scario si è dimesso, e ora regnano lo sconcerto e la rassegnazione Luigi Casanova N on riesce a trovare pace la Magnifica Comunità di Fiemme. Dopo la crisi politica del 2005 avviata con le dimissioni di ben 22 consiglieri del Consiglio dei Regolani, una crisi sottovalutata, mai affrontata con dibattiti trasparenti, che si è trascinata fra rancori e accuse personali, sembrava che il nuovo Consiglio avesse ritrovato una sua immagine propositiva, che poteva riportare fiducia nell’ente e trasparenza nella amministrazione. Grazie all’energica azione del nuovo Scario Raffaele Zancanella si era venuti a conoscenza del reale stato delle finanze, quanto era costato l’avventuroso rinnovo della segheria di Ziano, quali erano i costi della ristrutturazione del palazzo, quali i problemi della gestione del settore forestale. Ma un mese fa sono arrivate, improvvise ed irrevocabili, le dimissioni dello Scario ed ora a regna lo sconcerto, la rassegnazione di un ulteriore fallimento. Le dimissioni sono giunte su un tema banale, il finanziamento della costruzione di tre centraline idroelettriche a servizio di malghe della Comunità, un progetto che era condiviso dalla generalità dei regolani anche perché andava a rendere energeticamente autonome le malghe stesse, ed era ben sostenuto finanziariamente dalla Provincia. L’argomento è stato il pretesto per mettere in difficoltà lo Scario. Ormai troppi regolani erano stanchi del suo comportamento. Gli veniva riconosciuta una grande energia e passione verso l’ente, la sua azione di trasparenza amministrativa, il piglio con il quale ha affrontato la crisi finanziaria della segheria, un’azienda che ormai viaggia sull’orlo del fallimento e rischia di chiudere lasciando a casa oltre trenta lavoratori. Lunghi anni di conflitti, senza mai un progetto: solo tanta retorica Ma ormai era divenuto insopportabile il fare decisionista, l’incapacità perfino di ascoltare e quindi di accettare un confronto. Sono stati alcuni dei suoi più vicini sostenitori ad abbandonarlo. Le prime avvisaglie della rottura si erano presentate lo scorso anno, quando lo Scario aveva forzato la discussione sul tema degli anni di residenza necessari per ottenere lo stato di vicino della Magnifica. Lo Statuto in vigore prevede già un periodo lungo, severo, vent’anni, ma alla cultura marcatamente di destra dello Scario questo non era sufficiente. Sentiva l‘ente minacciato dalla presenza di rumeni, croati, marocchini, ne temeva e ne teme l’invasione. A suo modo di vedere vi era un’unica difesa: portare il periodo di residenza a quarant’anni. Ma era stato bloccato dalla intelligenza con la quale alcuni regolani avevano usato i regolamenti interni dell’ente. La vicenda ha aperto conflitti fra le diverse regole ed il clima di confronto interno si è deteriorato giorno dopo giorno, fino alla presentazione delle dimissioni dello Scario. Per la Magnifica comunità si apre ora un nuovo periodo grigio e non si intravedono soluzioni della crisi. Durante questi anni di duri conflitti non si è mai presentato un progetto di ripresa identitaria dell’ente, se non con il ricorso alla retorica, ma nemmeno un progetto economico. Si vendono terreni agricoli per investimenti industriali (San Lugano, nel Comune di Trodena), ma non si è riusciti a chiudere in valle la filiera produttiva del legno, ad approfittare del momento favorevole per investire nelle case-clima in legno, nella sperimentazione di nuovi usi del legname, nella chiusura della filiera corta che lasci ricadere in valle più valore aggiunto possibile. I vicini della Comunità ora non comprendono il significato di questa nuova crisi, sono disorientati, vedono l’ente sempre più vicino alla disfatta non solo politica ma anche sociale. Sarà difficile uscire da una situazione simile: perché non vi sono personalità sulle quali investire, perché si sono consolidati i veti fra una regola e l’altra, perché, i regolani superstiti della vecchia amministrazione, quella che ha accentuato il disastro economico (2002 –2006), attendono da tempo una rivincita. ● L’Associazione Intervita Onlus sarà presente al Giro d’Italia con una raccolta fondi per sostenere il centro gestito dalla ginecologa congolese Colette Kitoga che ospita 400 bambini vittime della guerra in Congo. Durante la gara (dal 9 al 31 maggio) sarà possibile inviare un sms solidale al numero 48589 dal costo di 1€ da telefoni cellulari e 2 € da telefono fisso a favore del centro. QUESTOTRENTINO 27 dal Sudtirolo Lontani dall’Europa Di cosa si discute alla vigilia delle elezioni europee Alessandra Zendron L a candidata dei verdi al parlamento europeo Renate Holzeisen fa parlare di sé per un duro attacco alla giustizia (giustizia sottomessa, sistema omertoso, procedure illegali). Un’accusa pesante, che deriva da alcune sue esperienze professionali che l’hanno vista scontrarsi con due poteri assoluti della provincia di Bolzano, la Lega dei contadini e l’impero Athesia. Gli interessati l’hanno presa malissimo, a partire da Cuno Tarfusser, da poco passato dall’ufficio di procuratore generale a giudice della Corte Internazionale di Giustizia. Minacciano querele e in fondo sarebbe bene che le facessero, in modo che un tribunale esterno esamini come stanno le cose. Personalmente non credo che i giudici di Bolzano siano fra i peggiori d’Italia, al contrario. Naturalmente la giustizia condivide i guai del resto d’Italia, - si può ben dire che la persona onesta che chiede giustizia, ha ottime possibilità di non ottenerla o di ottenerla così tardi e con tanto dispendio di denaro che in realtà ogni procedimento si rivela comunque un danno. Il tribunale di Bolzano ha emesso sentenze coraggiose, ha condannato un prete per pedofilia, nonostante i pesantissimi interventi della Curia vescovile; la Corte dei Conti ha di recente messo sotto accusa le spese facili di diverse amministrazioni e dell’Università di Bolzano; il TAR, l’organo verso cui c’è meno fiducia per la sua composizione di nomina politica, a ben guardare nel corso degli anni nel complesso non ha dato più ragione alla pubblica amministrazione di quanto non abbiamo fatto i TAR di altre regioni. E di recente ha dato torto al Comune di Merano e ragione a un mendicante, per eccesso di divieto. La giustizia sudtirolese soffre però di un male per cui non c’è cura, causato 28 dall’intreccio fra il basso numero di abitanti della provincia con il requisito del bilinguismo e il fatto che i concorsi sono su base locale. Le parentele sono numerose, la vicinanza pericolosa. E’ lontana e impossibile la solitudine, che Galante Garrone indica come duro ma indispensabile carattere della vita di un giudice. Personalmente ritengo che nella situazione italiana attuale, in cui la magistratura (almeno quella che fa il suo mestiere) è sotto attacco della politica, si debba usare cautela e portare le prove prima di attaccare la giustizia. Ma che effetto ha nella campagna elettorale l’attacco frontale al sistema sudtirolese? Perché di questo si tratta. Intanto un effetto positivo: per qualche attimo, qualche titolo di apertura, si è spostata l’attenzione dei mass media da tematiche che stanno avvelenando l’atmosfera politica: autodeterminazione, secessione, distruzione dei monumenti, revisionismo storico. Le marce degli Schützen, l’ossessiva esaltazione della tirolesità in una terra plurietnica, il rifiuto del nuovo vicesindaco di Bolzano, l’estremista etnico Oswald Ellecosta, in occasione del 25 aprile, di recarsi al muro del lager e nei luoghi in cui furono uccisi Manlio Longon e Giannantonio Manci, le sue dichiarazioni (qui non c’è stata liberazione) hanno fatto riemergere differen- Renate Holzeisen ti e inconciliabili interpretazione della “liberazione”: sconfitta del fascismo e del nazismo per gli uni, mentre per gli altri la vera “liberazione” è da trovarsi nell’occupazione da parte dell’esercito del Terzo Reich nel settembre del 1943. Insomma, all’interno della SVP non solo si mette in discussione la scelta autonomista che compie quest’anno i quarant’anni, ma anche la scelta democratica e antinazista. Forse i tre partiti della destra tedesca (Freiheitlichen, Union, Südtiroler Freiheit) dopo incontri con la nuova dirigenza della SVP rinunceranno a proprie candidature, a favore del sindaco di Velturno, designato dalla SVP, in cambio di una qualche attenzione alle loro tematiche. Non dovrebbe essere troppo difficile dopo il congresso della SVP del 18 aprile. Il nuovo Obmann, esponente della corrente degli Arbeitnehmer, ma appoggiato dalla destra interna, fautore dell’autodeterminazione, è stato preso in parola dalla sua vice Martha Stocker, che ha proposto una squadra olimpica sudtirolese. Il rappresentante dell’Alto Adige nel CONI si è detto (ironicamente?) favorevole, “a condizione che la SVP e Stocker facciano del Sudtirolo uno stato nazionale indipendente”. Questo il clima. Dell’ultima ora è la candidatura per la lista Di Pietro di un ex giornalista del Sender Bozen nonché ex segretario di Kusstatscher. Poi ci sono i partitini italiani di destra e sinistra, con le candidature decise a Roma. La candidatura di Holzeisen potrebbe diventare interessante anche per alcuni esponenti della destra tedesca che non vogliono votare per la SVP. La campagna non si svolge su tematiche europee, ma si gioca sul piano dei rapporti di forza all’interno di un Sudtirolo confuso e sconvolto dal tracollo ideale del partito etnico. ● maggio 2009 da Innsbruck Euregio o Ein Tirol? Qualcuno a Bolzano rimpiange le sedute congiunte dei Consigli del Land Tirol e dell’Alto Adige; ma a Innsbruck di un ritorno alle sedute “a due” non si vuol sentir parlare. Gerhard Fritz O vviamente, il Presidente Dellai s’incazza. A Innsbruck però, il “business as usual” regna supremo, sebbene dietro le quinte si noti un certo subbuglio. A Bruxelles, invece, nella comune casa dell’Euregio Tirolese, in Rue de Pascal, si celebra il solito Andreas Hofer con una grande esposizione sul “giubileo” 1809-2009, aperta in pompa magna, come ci informa diligentemente il sito del “ufficio transfrontaliero” www. europaregion.info/it. Il quale ci informa anche che già nel lontano 1995, “le tre parti che storicamente formavano il Tirolo”, con una comune rappresentanza, hanno voluto “dare un segnale esemplare di come tre territori confinanti, con tanti elementi in comune, possano presentarsi congiuntamente sulla scena europea”. Anche se la versione sudtirolese preferisce sottolineare che originariamente si trattava di un’iniziativa della Provincia di Bolzano assieme alla Camera di Commercio. I fratelli sudtirolesi ci tenevano a differenziarsi dei cugini trentini… Questa “casa comune” risale ai tempi d’oro della grande amicizia fra il nostro van Staa e Lorenzo il Magnifico, allora sindaco di Trento, e del “patto di amicizia” fra Innsbruck, Bolzano e Trento. Erano anche i tempi d’oro delle sedute congiunte delle assemblee legislative di Trento, Bolzano e Innsbruck, che si riuniscono, di norma, ogni due anni. Le sedute a tre, sin dall’inizio, avevano sì in mente la storia comune del vecchio “grande Tirolo” multietnico e multilingue, ma volevano concentrarsi sulla cooperazione economica, sociale e culturale, sia per rafforzare la concorrenzialità su scala europea che per difendere il territorio alpino contro uno sviluppo insostenibile. Insomma, proprio il contrario della visione etnico-nazionalista dell’Ein Ti- QUESTOTRENTINO rol germanico. Il che non è mai piaciuto né alla destra della SVP né ai Freiheitlichen e agli ultranazionalisti fra Schützen e compagnia bella, tipo Eva Klotz. La quale col suo collega della Südtiroler Freiheit, quando già si era stabilito che l’organizzazione della prossima seduta a tre sarebbe spettata, per l’autunno di quest’anno, a Trento, ha presentato il 13 gennaio una mozione nel Consiglio di Bolzano “riguardante il ripristino della seduta congiunta della Dieta regionale del Tirolo e del Consiglio della Provincia autonoma di Bolzano”. Una vera mina vagante, con la miccia ancora accesa, sicché il Consiglio, il 3 marzo, ha votato a grandissima maggioranza (contrari i soli Verdi) una versione leggermente ritoccata, per guadagnarsi anche le firme della SVP. Una cretinata, come ognuno può controllare nei verbali. Mentre “la seduta congiunta delle tre assemblee legislative è – bontà loro senz’altro un’istituzione di interesse, che rispecchia l’idea del Tirolo storico in una forma nuova”, “non si può negare che fra Land Tirolo e Alto Adige i punti comuni sono molto maggiori. Anche solo per la lingua e cultura comuni”. Senza voler essere – dichiaratamente – in concorrenza con le sedute a tre, dove si può continuare di discutere su vaghezze europee, le sedute a due dovrebbero impegnarsi sulle cose serie “della concreta collaborazione” fra Sudtirolo e Land Tirolo, e dunque il Consiglio incarica la Presidenza “di prendere contatto con gli uffici competenti di Innsbruck per predisporre congiuntamente il ripristino” delle sedute a due”. Gli uffici competenti, a quanto se ne sa, sono tutt’altro che felici. In una riunione dei capigruppo, ci conferma il capogruppe dei Verdi Georg Willi, sia Verdi che Socialdemocratici hanno Herwig van Staa annunciato che di riunioni a due non se ne parla; se i popolari si metteranno d’accordo con la SVP, fatti loro: Verdi e Socialdemocratici diserteranno tali sedute. Anche il presidente del Consiglio provinciale, van Staa sarebbe d’accordo con quanto ha detto il consigliere Dello Sbarba nel dibattito di marzo a Bolzano: invece di tornare indietro, bisogna rafforzare la cooperazione fra Trento, Bolzano e Innsbruck, “territori che hanno una storia comune, che è la radice da cui si può sviluppare soprattutto un futuro comune”. Fra i Comuni di Innsbruck e Trento, la cooperazione continua tranquillamente ed anche senza grandi annunci, sebbene nella segreteria della sindaca Zach qualche irritazione sull’exploit del Consiglio a Bolzano non la vogliano nascondere: cooperazione sul bilinguismo delle scuole medie, scambio di idee fra vari dipartimenti dell’amministrazione e così via. Business as usual, come dicevamo all’inizio. Meno male. ● 29 dal mondo L’acqua del futuro I discutibili risultati del Forum mondiale per l’acqua di Istanbul Francesca Caprini S ono passati due mesi dalla conclusione del Quinto Forum Mondiale per l’Acqua, tenutosi ad Istanbul dal 16 al 22 marzo, ed è tempo di tirare le prime somme. Questo vertice mondiale è stato un “I diritti vanno presi” Il boliviano Oscar Olivera, rappresentante della Coordinadora del Agua y la Vida, è stato uno dei protagonisti del Forum Alternativo di Istanbul. Dice: “Nove anni fa, quando iniziammo la Guerra dell’Acqua a Cochabamba, non potevo immaginare che un giorno ci sarebbe stato un tale processo mondiale in difesa dell’acqua. Se non ci mobilitiamo, continueremo ad essere invisibili. Se non contrapponiamo la nostra capacità di organizzarci, continueremo ad essere inascoltati. Quando ci opponiamo alla costruzione di una diga. Quando difendiamo un fiume. Tutte le volte che reagiamo a chi vuole imporre regole estranee alla nostra vita. Attingiamo alla nostra capacità di sognare. L’acqua – trasparente, allegra, e in costante movimento – ha risvegliato in noi questo desiderio di sognare e costruire un futuro migliore. Abbiamo fatto un grande cammino da Città del Messico ad oggi. Ma ricordiamoci sempre che i diritti non vanno chiesti, vanno presi”. 30 fallimento, sotto molti aspetti. La risoluzione finale approvata solo da una parte, anche se consistente, dei 155 governi partecipanti, ha definito l’acqua una “necessità” anziché un “diritto umano”. Questo, ancora una volta, sotto l’egida del Congresso Mondiale dell’Acqua, organismo voluto dalla Banca Mondiale e capeggiato delle multinazionali Suez e Veolia, che da sole hanno in pugno il 7% delle acque potabili del mondo. Sono state inoltre avallate le partnership pubblicoprivate per la gestione delle risorse idriche e la costruzione delle grandi dighe. In definitiva, è stato ampliato il solco lungo il quale scorrono le politiche di privatizzazione dell’acqua, che è anche quello che divide potenti e società civile nel mondo. Questi discutibili risultati hanno messo per contro in risalto il lavoro del Forum Alternativo – centinaia di organizzazioni e movimenti, fra cui il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e l’associazione trentina Yaku - che si svolgeva in contemporanea al vertice ufficiale. “Abbiamo detto a questi signori che il Forum è illegittimo, non democratico. Abbiamo vinto noi”, diceva la rappresentante ONU Maude Barlow alla vigilia della chiusura dei lavori. Lei, come tanti altri, partecipava quotidianamente alle riunioni e ai seminari che tenevamo all’Hotel Crystal, nel centro della città. Proprio la sua presenza - come quella di ministri, rappresentanti istituzionali, sindacalisti, dello stesso Presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU, Miguel d’Escoto – era il sintomo evidente delle contraddizioni insanabili del Forum, riconosciuto solo da chi ha le mani in pasta negli interessi dell’oro blu. La pressione dei movimenti e delle reti mondiali – Red Vida, rete africana per l’acqua, la rete asiatica, la neonata rete europea– e la legittimità di un vertice riconosciuto dalla gente, hanno creato una spaccatura all’interno dei partecipanti al vertice ufficiale, portando 26 Paesi a firmare la dichiarazione alternativa che proclama l’acqua come diritto umano, e 16 a riconoscere l’illegittimità del Forum Mondiale. Tutto questo accadeva in un Paese, la Turchia, dove è stata imposta una privatizzazione selvaggia del servizio idrico, dove è in progetto la costruzione di centinaia di dighe; un Paese il cui governo ha mostrato il proprio volto violento reprimendo duramente i militanti per l’acqua, che il 16 marzo, durante una manifestazione pacifica, sono stati caricati a manganellate ed idranti, oltre a 17 arresti e due espulsioni. Questo Quinto Forum dell’acqua è stato insomma un fallimento. Tanto miope nelle sue risoluzioni, con tali prevaricazioni nei confronti delle popolazioni deboli, da contraddire anzitutto lo stesso documento dell’Onu “L’acqua in un mondo che cambia”, presentato durante i lavori, che parlava in toni allarmistici di un mondo nel 2030 per metà assetato. A questo proposito viene da fare una riflessione riguardante le cose di casa nostra, e cioè il contestato rinnovo dell’appalto provinciale per lo sfruttamento della fonte Prà dell’Era alla Lunelli-Surgiva. Al di là della bagarre sull’entità economica dell’appalto – circa 8.000 euro a fronte di un ricavo milionario – ciò che fa scalpore è la non prevalenza dei diritti degli abitanti rispetto agli introiti economici della società, in caso di siccità o scarsità idrica. L’appalto è fino al 2033. Ma sarà chiaro a questi signori che fra vent’anni l’acqua non ci sarà per tutti? ● maggio 2009 il colore degli altri Cortine fumogene sul lago Lemano Quando l’Italia snobba, la stampa affossa e Amnesty condanna Mattia Pelli A mnesty International è molto delusa dalla non partecipazione di Paesi come Australia, Germania, Olanda e Polonia alla Conferenza ONU sul razzismo. L’organizzazione è allo stesso modo dispiaciuta che Italia e Stati Uniti abbiano confermato la loro prima decisione di non parteciparvi. Questa dura presa di posizione da parte di una delle più conosciute organizzazioni per i diritti umani (si può trovare in francese sul sito http://www.amnesty. ch) fa seguito ai quattro giorni di dibattiti e polemiche che hanno accompagnato Durban II, il secondo round della conferenza sulla piaga del razzismo svoltasi tra il 20 e il 24 aprile nella città svizzera di Ginevra. Un presa di posizione che ci induce ad una maggiore prudenza rispetto a quella mostrata dai media italiani nel seguire questo evento che, contro ogni aspettativa, si è concluso con un successo diplomatico per l’ONU. Al centro della scena il conflitto israelo-palestinese: durante la prima edizione della conferenza, svoltasi nel 2001 in Sud Africa, la delegazione israeliana e quella USA si erano ritirate in polemica con alcuni passaggi della dichiarazione finale (http://www.un.org/durbanreview2009/): “Siamo preoccupati – vi si poteva leggere – per la sorte del popolo palestinese che vive sotto l’occupazione straniera. Riconosciamo il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente, così come il diritto QUESTOTRENTINO alla sicurezza di tutti gli Stati della regione, compreso Israele”. Qualche riga sopra la dichiarazione sottolineava come “l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”. Niente a che fare con il provocatorio e delirante discorso che il 20 aprile il presidente iraniano Ahmadinejad ha tenuto davanti ai delegati della conferenza di Ginevra: “Hanno inviato – ha detto riferito alla nascita di Israele – dei migranti d’Europa, degli Stati Uniti e del mondo dell’Olocausto per stabilire un governo razzista nella Palestina occupata”. Un modo per appropriarsi di una lotta che non gli appartiene, quella del popolo palestinese. I cui rappresentanti alla conferenza hanno risposto che “la causa palestinese appartiene ai palestinesi”, aggiungendo di non avere alcun interesse ad inserire nella dichiarazione finale della conferenza il tema del conflitto israelopalestinese. Aprendo così la strada alla votazione consensuale, da parte dei 182 rappresentanti dei Paesi presenti, del documento finale, fra lo stupore di tutti gli osservatori che si attendevano ad un fiasco. Un accordo reso più facile anche dalla posizione moderata di Paesi islamici come il Pakistan e l’Egitto, che hanno accettato che nel testo non venisse inserita la con- danna della diffamazione delle religioni. Negli intenti dei Paesi musulmani essa avrebbe dovuto rispondere all’islamofobia crescente generata dalla “lotta al terrorismo” post 11 settembre, con il rischio però di andare a cozzare contro la libertà di espressione. Il timore per eventuali posizioni antisemite espresse dalla conferenza era dunque inconsistente e c’è il fondato sospetto che questo spettro sia stato agitato ad arte e in modo opportunistico dal Governo Berlusconi per non partecipare all’incontro di Ginevra. La ragione della defezione italiana – lamentata da Amnesty – sta più realisticamente in alcuni dei punti votati all’unanimità a Ginevra lo scorso 24 aprile. Tra cui quello nel quale la conferenza contro il razzismo chiede agli Stati di “mettere in opera tutte le misure per combattere il persistere di atteggiamenti xenofobi nei confronti degli stranieri e degli stereotipi negativi nei loro confronti, in particolare da parte dei politici, di agenti incaricati dell’applicazione delle leggi, del personale dei servizi di immigrazione e dei media”(da http://www.rue89.com). Chissà allora che non sia il caso di fare tesoro dell’invito di Amnesty International, che “incoraggia fortemente i governi che si sono ritirati dalla Conferenza o che non vi hanno partecipato a testimoniare il loro impegno a combattere il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza”. ● [email protected] 31 pro memoria Andreas Hofer fra storia e retorica Due giubilei a confronto: dai minacciosi conflitti del 1909 a una celebrazione monocorde Marco Bellabarba L a Storia incontra il futuro: con questo titolo accattivante il sito web http://www.1809-2009.eu accoglie i navigatori curiosi di conoscere come le province del Trentino, Tirolo del Sud e del Nord ricordino il bicentenario della sollevazione antinapoleonica guidata da Andreas Hofer. Cliccando qua è là, la prima impressione è che un unico filo d’interpretazioni unisca le pagine del sito. Sia nei discorsi ufficiali che nelle brevi didascalie a corredo degli eventi si racconta una storia precisa della rivolta: quella di un territorio oggi separato dai confini nazionali ma che un paio di secoli fa seppe trovare un’identità regionale e politica nella lotta contro l’odiato invasore franco-bavarese. I materiali presentati non lasciano adito a dubbi: trentini, tirolesi tedeschi, genti ladine, rischiarono allora le proprie vite e combatterono, talora duramente, per un idea condivisa. Forse non c’è mai stata una così vasta adesione del discorso politico ufficiale attorno a un episodio del passato. Il che, per un territorio abituato a dividersi anche su piccole gocce delle propria memoria, sembrerebbe un passo in avanti. Ma lo è solo in parte, poiché una storia così monocorde e armonica rischia di invece di allontarci dal nostro passato. Ben inteso: pericoli di questo genere si addensano su tutti i “fatti” storici quando cadono prigionieri delle celebrazioni. E a questo riguardo non fa eccezione la rivolta del 1809, che è arrivata fino a noi avvolta da una spessa cappa di letture. A partire da quelle che circondarono un secolo fa, nel 1909, il primo grande giubileo hoferiano. Lo ha mostrato benissimo Laurence Cole che a quell’evento ha dedicato molte pagine di un libro importante (‘Für Gott, Kaiser und Vaterland’. Nationale Identität der deutschsprachigen Bevölkerung Tirols 1860-1914, Frankfurt M./New York 32 2000). Conviene partire da un veloce riassunto delle sue tesi; non tanto per un’analisi della rivolta in sé, quanto per seguire come essa penetrò nelle letture degli storici e dell’opinione pubblica di allora. Che furono molte, di segno diverso e, questo è il punto, nient’affatto coincidenti. A ridosso del 1809, spiega Cole, di Hofer si parlò poco e malvolentieri. La figura dell’oste della val Passiria era stata scoperta dai romantici inglesi e tedeschi, che ne avevano esaltato il valore nelle guerre contro Napoleone. Da parte sua, il ceto dirigente tirolese cercò di assecondare questo frammento di epopea bellica regionale in chiave di attrazione turistica (alcune sale del museo Ferdinandeum, inaugurato a Innsbruck nel 1823, vennero subito decorate con cimeli hoferiani) e di supporto alla politica perseguita nei confronti del governo viennese. Dalla capitale dell’impero, al contrario, nessun aiuto. Secondo il punto di vista del prudentissimo principe Metternich, Hofer restava nient’altro che un pericoloso ribelle. Nei dicasteri imperiali si dimenticò che la rivolta era nata con l’aiuto delle loro truppe (e che senza di esse non sarebbe probabilmente nemmeno scoppiata): il pericolo di esacerbare le velleità di altre rivendicazioni nazionali consigliò insomma un’estrema prudenza. Così, la politica conservatrice di Vienna impedì che lungo tutto il periodo della Restaurazione la rivolta trovasse accoglienza nel discorso storico ufficiale. Neppure i liberali tirolesi e trentini avevano alcun motivo per commemorare le gesta hoferiane: asserragliati nei governi municipali di Innsbruck, Trento o Bressanone, le élites borghesi consideravano i fatti del 1809 un simbolo di quanto ostacolava la strada verso la modernizzazione regionale. Poi, con gli anni ’60 e ’70 del secolo, tutto cambiò. Prima di tutto a Vienna. Ai liberali tedeschi, gruppo politico egemone dopo il 1848, sfuggì il controllo del Parlamento viennese; così, anche in Tirolo il timore della perdita d’influsso politico li avvicinò ai conserva- maggio 2009 Il vescovo e gli Schützen alla cerimonia di commemorazione del pellegrinaggio di Andreas Hofer a San Romedio. Sotto: nella sede dell’Euroregione a Bruxelles il presidente Luis Durnwalder, il governatore del Tirolo Günther Platter e l’asssessore Franco Panizza inaugurano una mostra dedicata agli eventi del 1809. Immagini tratte dal sito http://www.1809-2009.eu tori e ai cristiano sociali nel sottolineare i valori della Heimat regionale. A questo punto, tutto era pronto per far risorgere Andreas Hofer dall’oblio in cui era caduto, facendolo passare da ribelle a simbolo della Heimat tirolese.. In ques’atmosfera, con un lavorio preparatorio durato anni, venne organizzato il giubileo del 1909. Sulla carta, esso richiedeva la piena partecipazione di ogni componente etnica regionale: “Vedo con viva gioia che ambedue le nazioni cooperano in pieno accordo al bene della loro patria”, commentò soddisfatto Francesco Giuseppe alla sfilata degli Schützen QUESTOTRENTINO a Innsbruck. In realtà le cose andarono diversamente. Dei 33.000 partecipanti ufficiali (uno su otto degli abitanti del Tirolo tedesco sopra i 16 anni) i trentini non superarono la quota dei 2500-2800, i quali, oltre a sobbarcarsi i costi del viaggio, subirono le proteste delle circa 3000 persone riunitesi alla stazione di Trento per protestare contro la loro partenza. Di questa partecipazione in sordina – lo spiega sempre Cole verso la fine del libro – erano responsabili in gran parte le stesse autorità tirolesi. Per rivitalizzare la tradizione militare degli Schützen, quasi scomparsa ovunque fino agli anni Settanta, il governo di Innsbruck aveva investito in discorsi politici e in generose sovvenzioni finanziarie. Ma la rinascita dei corpi di tiratori volontari non era mai scesa al di sotto di una certa linea geografica: in parte a causa della povertà dei contadini trentini, in parte per uno strisciante senso di sfiducia delle gerarchie militari, gli Schützen di lingua italiana erano cresciuti di poco. Con l’amaro risultato, tra l’altro, che i giovani del Tirolo italiano entravano nei lontani reggimenti delle armate regolari austriache in numero maggiore dei loro coetanei settentrionali. Nonostante una patina superficiale di concordia etnica, il giubileo del 1909 si indirizzò soprattutto al pubblico tedesco. Nato per ricomporre lacerazioni interne al ceto dirigente tirolese, lo si utilizzò a questo fine. Mentre il centro dell’impero scricchiolava, le periferie si chiudevano a riccio come tante piccole patrie. Perciò i fatti del 1809 vennero presentati come rivoluzione del solo Tirolo tedesco. Su questo nessuno allora ebbe da ridire: storici italiani e tedeschi, per motivi opposti, accreditarono l’idea di una spaccatura etnica che, come sappiamo, nei fatti non ci fu. Le ricerche e i convegni tenutisi nel corso di quest’anno (di cui all’indirizzo http://www.1809-2009.eu non si dice granché) hanno scalfito la vecchia retorica germanica della rivolta, contribuendo a far conoscere in modo più puntuale anche la partecipazione trentina. Con tutto ciò, tuttavia, nell’enfasi attuale delle celebrazioni la personalità di Hofer corre ancora il rischio di tornare ad assumere un ruolo che non gli appartiene. Un’immagine nostalgica e oleografica, da eroe di valori autonomistici, non è meno falsificante di quella più bellicosa proposta cent’anni fa. Ed è proprio in questo caso che la storia del primo giubileo si rivela di nuovo istruttiva. Il fatto è che allora non si consumò solo un conflitto politico, ma anche una resa dei conti fra storici. Le decine di libri, saggi, articoli di giornali usciti nel 1909 segnarono la spaccatura definitiva fra la ricerca storica accademica, razionale ma refrattaria a dialogare con la società civile, e una pattuglia di storici più popolari ma capaci di cogliere il bisogno di sapere storico che proveniva da una società in rapido mutamento. Furono questi ultimi, come era facile attendersi, a vincere la battaglia. Scrissero di guerre giuste, di patria, di identità, non immaginando che in pochi anni la memoria del passato si sarebbe trasformata in tragica attualità. Forse, appena usciremo dal frastuono delle commemorazioni, converrà riflettere anche sulle responsabilità degli storici: di quelli che parlano senza pensare alle conseguenze e di quelli che non trovano il linguaggio giusto per farsi capire. ● 33 lettere e interventi Casanova un minimo di approfondimento delle questioni: con poco si eviterebbero le figuracce editoriali. A meno che non voglia trasformare la Sua rivista nel Daily Mirror locale Paolo Rizzi *** Il PRG di Mazzin Da alcuni anni sono vostro fedele lettore, dopo aver conosciuto la rivista, scoperta grazie ad una carissima amica che spesso firma degli articoli sul Suo mensile. Mi presento come il tecnico che ha redatto il PRG di Mazzin. Leggendo l’ultimo numero arrivatomi, mi sono imbattuto nell’articolo a pag. 25 a firma del sig. Casanova. QT ospita spesso degli articoli del sig. Casanova, tendenzialmente redatti senza una base sufficientemente conoscitiva dei vari argomenti: questa volta ha superato se stesso, permettendosi delle critiche prive di un minimo di approfondimento. Deludente è un aggettivo diminutivo della mia sensazione a fine articolo. Vengono mescolati diversi interventi sul territorio, viene descritta la fase di redazione del PRG come quasi chiusa ermeticamente dall’amministrazione quando invece sono stati fatti vari incontri preliminari all’approvazione, quando invece c’è stato un lungo percorso di affinamento in cui più parti sono intervenute. E questa sarebbe mancanza di trasparenza? Il recupero di un’area tolta alla pura speculazione e destinata ad uni- 34 tà abitative per residenti, l’apertura di un’area con una sorta di perequazione che permetta, in sostanza, l’accesso a prezzi più che agevolati dei residenti ad aree edificabili altrimenti inavvicinabili, mettendo sull’altro piatto della bilancia una nuova struttura alberghiera, non appartamenti. Non siamo di fronte a similitudini con fatti tipici del capoluogo, lampante esempio di eccellente amministrazione del territorio, esempi di urbanistica fatti di promesse non mantenute con relative assoluzioni o di misurazioni mascherate grazie alla connivenza dei controllori. Collina docet. Abbiamo davanti una situazione che ritengo farà scuola. La tipicità delle scelte urbanistiche della valle ove risiedo e lavoro è decisamente ingessata e legata a scelte ripetitive, quali ad esempio le sempreverdi promesse preelettorali, specificamente tipiche dell’Amministrazione di Vigo di Fassa. Proporre e recepire gli strumenti urbanistici introdotti recentemente nella legislazione provinciale può creare dei timori al neofita, non a chi ha approfondito la conoscenza. Purtroppo la novità può essere cavalcata ad hoc. Prego Lei, Direttore, di suggerire, se non imporre, al sig. Mi sembra che il sig. Rizzi più che smontare il mio servizio abbia avuto presente un solo obiettivo: screditare la mia persona e la mia serietà. Il mio non era un attacco al professionista, ma alla amministrazione che ancora una volta in queste povere valli, invece di pensare una pianificazione più seria, si pone l’obiettivo di consumare gli ultimi spazi di territorio libero rimasto nel fondovalle di Fassa. Confermo come il piano sia stato costruito a scatola chiusa. A meno che non si faccia passare per processo partecipativo l’operazione ascolto delle categorie economiche. Ma una collettività è più composita: ci sono lavoratori dipendenti, c’è l’associazionismo sindacale, ambientalista, il volontariato sotto tante forme e questi soggetti, chissà perché, vengono sempre dimenticati. La popolazione, in via preventiva, non è mai stata informata sulle linee guida del piano come pure il Consiglio comunale. Quando si perde il passaggio degli indirizzi di una pianificazione, è poi impossibile riuscire a modificarne la struttura. Solo a lavoro concluso, quando sono possibili osservazioni di interesse generale (ma che non stravolgano il piano), l’amministrazione ha reso pubblico il lavoro. Rimane il fatto lodevole dell’area destinata a unità abitative per re- sidenti, ma nel servizio ho anche precisato a chi vengano poi assegnate in valle di Fassa. Era forse opportuno, anche in presenza di nuova legislazione provinciale, costruire un piano di valle sul tema strategico dell’edilizia abitativa per la prima casa, individuare aree per l’ITEA e non favorire sempre e comunque i soliti noti. Poi, il fatto che in una valle che conta 78.000 posti letto e non vi sono spazi di socializzazione si pensi ancora a costruire un albergo, lascia senza parole. Rimane la drammatica sostanza: un altro lembo importante e rarissimo di spazio aperto di Mazzin viene donato al cemento. Le alternative erano possibili. Riguardo i giudizi sulla mia persona, non entro nel merito. Chi ha scritto una simile lettera si qualifica. Luigi Casanova Sveglia! Adesso che un altro terremoto ha colpito questa povera Italia sempre pronta ad atteggiarsi a quinto o sesto paese più industrializzato del pianeta (sulla carta), ci sarà spero un decisivo cambio di rotta nella pianificazione urbanistica e territoriale. A “Porta a porta” ho sentito lodare l’Alto Adige, in particolare la Val Badia, per l’uso del legno nelle case e la loro grande sostenibilità ambientale. L’Abruzzo ha dei tratti simili alle nostre vallate alpine, mi domando, ma perché non si procede seguendo protocolli di costruzione maggio 2009 antisismica e biocompatibili? Non è tempo di polemiche, così si dice, ma senza stigmatizzare gli errori del passato non si può progettare meglio il futuro? Addirittura si è sentito che terremoti come quest’ultimo in zone tipo il Giappone o la California avrebbero un impatto sul territorio non dico insignificante ma sicuramente con rischi di crolli molto meno sostenuti. Punto e a capo. Qui è tutto da rifare come direbbe Gino Bartali. Ci vogliono teste nuove, persone che vogliono lavorare e spendersi per fare al meglio il loro dovere; basta con questa rassegnazione di mantenere un’Italia incrostata da generazioni di potentati e interessi individuali e di settore. C’è il tempo per lavorare e il tempo per riposare e molta gente che ha responsabilità in svariati settori, forse è il caso che si dedichi al golf e alle serate di gala. Flavio Bertolini I “Nemici della Terra” del 2009 Gli “Amici della Terra dell’Alto Garda e Ledro”, riuniti in assemblea pubblica, dopo lunghe e a volte vivaci discussioni han- QUESTOTRENTINO no votato a scrutinio segreto per chi, persona, associazione o ente, nel 2008 si sia particolarmente distinto nella compromissione dell’ambiente dell’alto Garda e Ledro. I cinque finalisti (in ordine alfabetico), tra i quali verrà scelto, con una nuova votazione, il vincitore,.sono risultati i seguenti: Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio. Molte decisioni del Governo, benché apparentemente lontano, possono avere impatto negativo anche sull’ambiente dell’Alto Garda. Citiamo emblematicamente il ritorno al nucleare, fonte energetica a ridotte emissioni di anidride carbonica ma con problematicità tuttora irrisolte, quali la gestione delle scorie, i sempre possibili incidenti con fughe radioattive che non rispettano certo i confini regionali o statali, nonché gli enormi costi di costruzione e dismissione delle centrali. Anche il cosiddetto “piano casa”, studiato per rilanciare l’economia e combattere la crisi economica, rischia di essere catastrofico per l’ambiente, in particolare per quello urbano. Infine, anche il progetto di legge proposto dal Governo sulla caccia, ove approvato, rischia di avere pesanti ricadute ambientali anche nei nostri territori. Inoltre, in 10 mesi di governo sono stati realizzati tagli alla difesa del suolo, alla prevenzione sismica, alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio scolastico e al risanamento del patrimonio monumentale. Con soli tre provvedimenti, decreto 112, decreto Gelmini e legge finanziaria, sono stati tagliati oltre 510 milioni di euro. In conclusione, il Governo in carica sembra trascurare o sottovalutare i problemi ambientali, subordinandoli ad altre cosiddette priorità. Commissione edilizia del Comune di Riva. Composta dal Presidente, il vicesindaco Adalberto Mosaner, il dirigente dell’Area Gestione del Territorio, Ambiente e delle Attività Produttive, l’arch. Piero Parolari, il Comandante dei Vigili del Fuoco Volontari di Riva, Gianfranco Tonelli, l’arch. Andrea Piccioni, l’ing. Matteo Martin, l’arch. Remo Zulberti, l’ing. Luigi Zanoni, il geom. Piero Pederzolli; come esperto di problematiche ambientali l’arch. Angelo Brighenti e come esperta d’arte la prof. Ezia Ileana Pozzini (dimissionaria proprio per alcune delle scelte qui contestate). Per avere concesso, in diverse occasioni, eccessive cubature edificatorie, senza prevedere spazi verdi circostanti le costruzioni, e con risultati, a parere di molti, esteticamente discutibili. Per esempio, nell’area ex Angelini in viale Rovereto, nella dirimpettaia proprietà Ferrari sempre su viale Rovereto-Pascoli, nel condominio COSMI di viale Prati. Per avere altrimenti permesso il taglio di decine di piante di alto fusto, spesso quasi centenarie, come ad esempio nell’edificio ex Carabinieri in viale Pernici (Costruzioni Martinatti) e nella nuova costruzione in via Restel de Fer 9-11 (progetto di Mauro Malfer). Per avere infine permesso, sopra il nuovo parcheggio interrato all’Oratorio, un orrendo rivestimento artificiale in plastica bicolore, invece di un manto erboso tradizionale. Gianmarco Marocchi, sindaco di Tenno. Già vincitore del Premio “Nemico della Terra” nel 2008. Sostanzialmente per gli stessi motivi dell’anno scorso, ma soprattutto per la gestione della discarica del Vermione. Proprio per questi motivi, nel 2008 vi è stata una profonda crisi politica nella maggioranza che lo sostiene, poi faticosamente risolta. Per quanto riguarda la discarica del Vermione, una discarica per inerti che inizialmente era adibita al conferimento di una piccola zona circostante, vi era stata l’autorizzazione, da parte del sindaco, all’arrivo di ingenti quantitativi un po’ da tutta l’Italia del Nord, con conseguenti sospetti di conferimenti illeciti. Sospetti confermati da analisi eseguite dall’Azienda per la Protezione dell’Ambiente del Trentino, che hanno trovato idrocarburi e amianto, ed anche altre fatte eseguire dal Comune allo scopo di tranquillizzare l’allarmata opinione pubblica. Queste ultime, in un primo momento nella norma, rivelavano invece, per un errore del laboratorio, valori abnormemente elevati per zinco e antimonio. Inoltre, viene accertato che la quantità di conferimenti effettuati supera quelli consentiti. Una mozione consiliare del 25 marzo, approvata all’unanimità su proposta della minoranza 35 lettere e interventi consiliare, lo obbliga a revocare l’autorizzazione agli arrivi da fuori Provincia. Ai primi di aprile interviene la Magistratura, sequestrando tutta l’area della discarica e vietando nuovi arrivi. Patrimonio del Trentino S.P.A. (Presidente Claudio Bortolotti). “Patrimonio del Trentino” è la società, a totale partecipazione della Provincia, che si occupa della valorizzazione e della gestione del patrimonio immobiliare degli enti pubblici del Trentino, recuperando adeguati margini di rendimento, attraverso una gestione flessibile, la razionalizzazione e il contenimento dei costi. La segnalazione riguarda le principali attività del 2008 riguardanti l’Alto Garda, e precisamente: - La vendita dell’ex Casa cantoniera dell’ANAS in località Tempesta nel Comune di NagoTorbole. Ignorando i numerosi appelli di decine di associazioni private e del Comune di NagoTorbole, che ambiva all’acquisizione dell’immobile, è stata venduta all’asta (ad un prezzo considerato da molti nettamente inferiore ai valori di mercato) ad un imprenditore privato (Lazzara), in un sito tra i più incantevoli dell’intero lago di Garda. Ha inoltre totalmente disatteso le prescrizioni del Consiglio Provinciale, che imponevano un costante contatto con l’Amministrazione Comunale, consultata invece, con beffardo sincronismo, solo il giorno dell’apertura delle buste dell’asta. - Le proposte circa il destino dell’area ex Miralago a Riva, sul cui destino da anni si dibatte pubblicamente. All’inizio del 2009 ha presentato un progetto, sotto forma di studio di fattibi- 36 lità, per conto di una cordata di imprenditori internazionali, che prevede la realizzazione di un albergo diffuso (una ventina di edifici di 2-3 piani), di un centro commerciale, di un molo e una darsena (che copre lo sbocco nel lago dei torrenti Albola e Varone), di un palazzetto dello sport al posto dell’attuale stadio (che tra l’altro non è di proprietà di “Patrimonio del Trentino”) attiguo al compendio Miralago, di parcheggi multipiano, ecc.: un piano che configge con ogni ipotesi finora presa in considerazione, e soprattutto con il comune buon senso. - Per quel che riguarda Villa Angerer ad Arco, corrono voci, per il momento non confermate, circa l’intenzione di “Patrimonio del Trentino” di vendere a privati questo autentico gioiello storico-architettonico-ambientale, soprattutto per quel che riguarda il parco circostante. Nonostante i ripetuti appelli, da parte di numerose associazioni ambientaliste, di una valorizzazione pubblica. Giancarlo Tonelli, assessore (alla Qualità Urbana, Sport e Cantiere Comunale) di Riva. Per avere annunciato, un anno fa, un drastico ridimensionamento dei pini marittimi di Riva, rei di rovinare con le loro radici l’asfalto delle strade cittadine: tra questi, 12 già tagliati nell’estate su viale Trento, gli altri 12 dirimpettai ai precedenti, nonché gli 8 sulla piazzetta centrale di Varone. Ignorando, tra l’altro, le ripetute proteste di ambientalisti, privati cittadini e tecnici, che suggerivano modi alternativi di affrontare il problema. Per avere deciso di rimuovere cinque splendidi e rari esem- plari di palma “Trachicarpus excelsa” che adornano da decine di anni la facciata del Grand Hotel Riva in piazza Garibaldi. Per avere annunciato, nel gennaio 2008, la possibilità di consultare “con un click” lo stato del verde cittadino (“Sistema Informativo Territoriale”), salvo poi chiarire dopo un anno che era un sistema interno per gli addetti ai lavori. Per non avere mai risposto alla ripetuta domanda posta pubblicamente da questa Associazione sul numero attuale delle piante comunali, che erano 3404 nel gennaio 2008. Va detto che l’assessore Tonelli non è isolato nelle iniziative sopra ricordate, che condivide con il resto della Giunta, ma è sicuramente l’amministratore che più si è distinto nel proporre e difendere tali scelte. Amici della Terra dell’Alto Garda e Ledro Elettricità: conviene cambiare? Una famiglia trentina con un consumo annuo di 2.700kwh e una potenza impegnata di 3kw può risparmiare al massimo 74,58 euro in un anno scegliendo il fornitore di energia più conveniente; si passa a 94,72 euro per un consumo di 3.500Kwh e a soli 36,81 se il consumo scende a 1.200kwh annui. Ancora troppo poco! I consumatori si aspettano di più! Il mercato liberalizzato dell’energia non consente anco- ra vantaggi competitivi. Di recente l’Autorità per l’Energia, per aiutare i consumatori a comparare le tariffe elettriche e scegliere il fornitore più conveniente, ha messo a disposizione un sistema di confronto delle tariffe chiamato Trovaprezzi, accessibile direttamente dal sito dell’Autorità www.autorita. energia.it. Ma il problema tariffario non è l’unico a riguardare il mercato dell’energia; i consumatori devono fare i conti con fatture incomprensibili, che vengono spesso inviate senza rispettare le normali cadenze mensili o bimestrali, pagamenti fatti sulla base di stime e quindi denaro che l’utente anticipa all’azienda, strumenti di misura (contatori) il cui corretto funzionamento viene verificato, nella maggioranza dei casi, a richiesta e a spese dell’utente! Chiediamo dunque alle aziende uno sforzo particolare per aumentare la trasparenza nel calcolo dei consumi e nella regolarità delle fatturazioni, oltre ad un incremento di professionalità e organizzazione richiesto alle strutture commerciali e ai call center delle aziende per poter gestire al meglio i passaggi dell’utenza da un operatore all’altro” Proprio per invitare al cambio, ricordiamo le principali regole del cambio di fornitore di energia elettrica e del gas, precisando che grazie ad una legislazione particolarmente rigorosa sono diverse e maggiormente garantiste rispetto quelle in es- maggio 2009 sere nel campo della telefonia, termine di paragone noto ai più come fonte di problemi. Scegliere un nuovo contratto o un venditore non comporta spese, a condizione che lo stesso cliente non abbia già cambiato venditore nei dodici mesi precedenti: solo in questo caso il distributore addebiterà un contributo fisso di 27 euro al venditore prescelto, che potrà a sua volta addebitarlo al cliente. Il contributo non è mai dovuto se il cliente intende tornare dal mercato libero al servizio di maggior tutela. Sul nuovo contratto è dovuta l’imposta di bollo (14,62 euro), in conformità alla normativa fiscale. È facile passare da un fornitore ad un altro? Sì. Per aderire ad una nuova offerta, basta stipulare il contratto con il fornitore prescelto: sarà lui ad inoltrare la richiesta di recesso al vecchio fornitore e ad occuparsi delle procedure necessarie ad attivare la nuova fornitura. Non va fatto alcun intervento sugli impianti e sui contatori: cambia infatti solo la gestione commerciale e amministrativa della fornitura. Una volta completato il passaggio, sarà il nuovo fornitore ad inviare le bollette. La continuità e sicurezza del servizio deve restare assicurata. L’impresa di distribuzione, che gestisce la rete elettrica locale, rimane la stessa QUESTOTRENTINO anche se si sceglie di cambiare il proprio fornitore. Se cambio venditore rischio di pagare due volte gli stessi consumi? No, o meglio questo non deve succedere! Quando si cambia venditore viene registrata una lettura del contatore, in modo che il vecchio venditore possa emettere la bolletta di chiusura del rapporto. L’ultima lettura viene utilizzata dal nuovo venditore come punto di partenza per conteggiare i consumi ed emettere le nuove bollette. Nessun venditore può chiedere pagamenti per un servizio fornito da altri: in questo caso il cliente, se ha già pagato per errore, può farsi restituire l’intera somma maggiorata degli interessi legali. È possibile modificare le proprie scelte? E dopo quanto tempo? Chi ha scelto un nuovo venditore può sempre cambiare scegliendone liberamente un altro, oppure tornare alle condizioni fissate dall’Autorità. L’Autorità ha fissato tempi favorevoli ai consumatori per esercitare il “diritto di recesso” che estingue un contratto: a un cliente domestico può essere chiesto al massimo un mese di preavviso per passare a nuovo venditore; per una piccola impresa il preavviso massimo è di un mese quando sceglie per la prima volta di cambiare fornitore ed entrare nel mercato libero, mentre è di tre mesi per tutti i cambi successivi. Centro di Ricerca e Tutela dei Consumatori e degli Utenti Mariano Roca RAÙL ALFONSÌN, UOMO DELLA DEMOCRAZIA Dopo una lunga malattia, lo scorso 31 marzo è morto a Buenos Aires Raúl Ricardo Alfonsín, il presidente che ha guidato il primo governo democratico (1983-1989) dopo la dittatura militare più tragica della storia argentina. I funerali di Stato hanno dimostrato la riconoscenza nazionale ed internazionale verso un autorevole protagonista degli ultimi 25 anni della vita pubblica argentina. Nel suo discorso di omaggio, l’ex presidente brasiliano José Sarney ha ricordato come sotto la spinta di Alfonsín i due Paesi vicini siano riusciti a superare la loro storica diffidenza, dando avvio a un percorso di integrazione regionale. Il processo e la condanna giudiziaria dei membri della Giunta militare, responsabili del terrore di Stato instaurato nel 1976, è stato il maggior merito della sua presidenza. “Nunca más” (Mai più) fu la frase che sintetizzò in quel momento il sentire di buona parte del popolo argentino. Alfonsín subì però, tra il 1987 e il 1989, quattro ribellioni di alti ufficiali dell’Esercito contrari alla prosecuzione delle epurazioni, e questo probabilmente indusse Alfonsin a promulgare le discusse leggi note come “Ubbidienza dovuta” e “Punto finale”, che garantivano l’impunità a responsabili minori degli anni della dittatura, ma l’ex capo dello Stato ha sempre detto che quelle norme avevano lo scopo di porre fine al susseguirsi di processi e cercavano di stabilire limiti precisi alle responsabilità dei membri delle Forze armate accusati di violazioni dei diritti umani. Il suo governo subì anche l’opposizione delle ge- rarchie della Chiesa cattolica, contrarie alla legge sul divorzio, e dei sindacati, che affossarono in Parlamento il disegno di legge di libera associazione che toglieva al Partito Peronista il monopolio della rappresentanza operaia che risaliva all’epoca di Juan Domingo Perón (1946-1955). Tuttavia, con il passare degli anni, il ruolo storico di Alfonsín è stato rivalutato anche dai rivali peronisti. Lo dimostrano le parole pronunciate ai funerali dall’ex governatore della provincia di Buenos Aires, il peronista Antonio Cafiero: “Ormai la figura di Alfonsín non appartiene più soltanto ai radicali (gli iscritti all’Unione Civica Radicale -UCR-, partito del quale faceva parte Alfonsín); adesso appartiene a tutti gli argentini”. 37 monitor presentazioni Musica Teatro 2- 3 maggio 6-24 maggio maggio al “wallenda” Trento, Vircolo Wallenda, via S. Martino 45. Apertura ore 21, inizio concerti ore 21.45 Un mese pieno di musica il maggio al Wallenda, il circolo-localeclubbino più creativo e accogliente della città. Il programma prevede, come al solito, un’apertura fissa con concerti il giovedì più altre aperture occasionali in altri giorni della settimana. Si inizia, il 2 maggio, con un concerto di Silvia Caracristi, autrice di intense ballate acustiche. Il 7 maggio Luca Vianini e Knob Alchemist rimusicano “La caduta di casa Usher”. Il 19 il Wallenda ospita Cuesta Arriba, in concerto da Buenos Aires. Il 21 maggio è la volta di Airìn, cantautrice tra il pop e il jazz. Infine, il 28, concerto di Un incoerente come tanti. Per maggiori informazioni c’è myspace. L’ingresso è riservato ai soci, tessera 5 euro. (a.b.) Cinema maggio allo spazio off Musica 5 maggio fiorella mannoia Rovereto, Palazzetto dello sport, ore 21. Dopo i San Remo, l’incontro con Ivano Fossati, la collaborazione con i cantautori, Fiorella Mannoia nel 2006 si lascia invadere dalla marea (e dalla moda) dei suoni del Brasile e realizza “Onda tropicale”, con canzoni di Chicho Buarque, Caetano Veloso, Gilberto Gil... Il suo ultimo disco (2008) si intitola “Il movimento del dare” e comprende pezzi di Battiato/Sgalambro, Ligabue, Jovanotti, Ferro, Daniele... Il tour che approda a Rovereto, “In movimento”, parte proprio da quest’album. (m.p..) 2009 2-23 maggio Classica Trento, Teatro Cuminetti, ore 21. Prosegue la rassegna cinematografica a cura di Stefano Giordano, che ha il merito di andare a pescare pellicole interessanti ma mai passate (è la cosiddetta censura del mercato) per le sale trentine. Il 2 maggio è in programma “Il matrimonio è un affare di famiglia” di Cherie Nowlan, sulle prime avventure sessuali di un ragazzo australiano alle prese con una madre castrante. Il 9 maggio si potrà vedere il promettentissimo “L’isola” di Pavel Lounguine” (Russia, 2006), una storia di guerra, di morte, di pentimenti, di monasteri. Il 16 maggio è la volta del francesce “Stella” di Sylvie Verheyde, un anno nella vita di una ragazzina di prima media nella Parigi del 1977. Chiude la rassegna, il 23 maggio, “Away From Her - Lontano da lei”, altra regia al femminile di Sarah Polley, tenero e ironico quadro su di una coppia giunta alle nozze d’oro. Ingresso: euro 4. (a.b.) 6 e 13 maggio “oggetti smarriti” 38 2009 Trento, Spazio Off, p.za Venezia. Il mese di maggio al piccolo teatro di piazza Venezia: sabato 9 e domenica 10 maggio, in scena la band veronese dei Regina Mab con uno spettacolo a metà tra teatro e musica. “Col sole in fronte” racconta di un’eroina della Resistenza veronese, Rita Rosani. Sabato 23 e domenica 24 maggio, si chiude il mese con “Immobili”, spettacolo scritto e diretto da Giulio Costa, per l’interpretazione di Elsa Bossi. Le avventure e disavventure di una Casa del Popolo a San Vito di Spilamberto, in provincia di Modena. On-Off mercoledì: una serata di cabaret, mercoledì 6 maggio con i trentini ‘Toni Marci’; poi, mercoledì 13 maggio, una serata dedicata all’Africa e alle sue percussioni con musica dal vivo, video e dj set. Il biglietto per gli spettacoli teatrali del weekend, con inizio alle ore 21, è di 8 euro. Le serate del mercoledì (inizio ore 21) prevedono un biglietto di 2 euro. (a.b.)) orchestra haydn Trento, Auditorium, ore 20.30. Termina la stagione dell’Orchestra Haydn. Mercoledì 6 concerto dedicato al clarinetto di Mozart, con l’esecuzione del Concerto K622 ad opera di Stefano Ricci; sotto la direzione di Manfred Mayrhofer verranno eseguite anche due interessanti partiture del ’900: la Fantasia on a theme by Thomas Tallis del compositore americano Ralph Vaughan-Willams e Apollon Musagète di Igor Stravinskij. Mercoledì 13, a fianco dell’ultimo omaggio per il duecentenario haydniano con la sinfonia n. 94 “Sorpresa”, programma dedicato agli autori spagnoli Joaquín Turina e Ernesto Halffter, sotto la guida del direttore del Teatro Real di Madrid, Jesús López-Cobos, già direttore stabile all’Opera di Berlino, a Losanna, a Cincinnati e all’Orchestra Nazionale di Spagna. (t.g.) Festival 6 maggio-21 giugno “mondi sonori” Trento, luoghi vari. Al via la dodicesima edizione di “Mondi Sonori”, il festival di musica moderna e contemporanea del Conservatorio di Trento. A fianco all’omaggio a Martinů, Ligeti, Hindemith, ampio spazio alle produzioni delle ultime generazioni con concerti monografici, collaborazioni con altri eventi e istituzioni cittadine e crossover tra musica, danza e arti visive. Via libera alla musica elettronica, a installazioni per le vie della città, alla musica rock. Protagonisti del festival saranno docenti, studenti e professori ospiti del “Bonporti”, con forte integrazione con l’attività didattica dell’istituto. Per informazioni: www.conservatorio.tn.it/ mondisonori. (t.g.) Festival 7-10 maggio “Futuro presente”: “Screen – gli schermi del futuro” Rovereto, spazi del Mart. Il festival “Futuro Presente” torna alla formula-tributo, mettendo al centro della ribalta, dopo Bertolucci, un altro regista: Peter Greenaway, raffinato esteta che ha realizzato film come “Il mistero dei giardini di Compton House” (1982), “L’ultima tempesta” (1991) e l’ultimo “Nightwatching”, tutti proiettati durante il festival. Ultimamente i suoi film hanno poca circolazione e i suoi progetti multimediali ancora meno. Per questo, sarà interessante cogliere l’occasione per vedere a Rovereto Greenaway con la sua conferenzaspettacolo “Il cinema è morto, lunga vita allo schermo” (7 maggio) e “Tulse Lemper VJ” (8 maggio), progetto di cinema espanso, in cui si incontrano proiezione, live-performance e re-enactement. Tra gli altri appuntamenti, segnaliamo il concerto (un ritorno) di Giovanni Sollima (8 maggio) e la chiusura, affidata a Michael Nyman e alla sua musica per il cinema. Non vanno però trascurati gli eventi apparentemente più piccoli, come le conferenze pomeridiane con Domenico De Gaetano (7 maggio), Leonardo Gandini (8 maggio), Francesco Casetti (9 maggio). Programma completo su www.futuropresente. it (a.b.) maggio 2009 Musica 8 maggio cisco Avio, Teatro parrocchiale, ore 20.45. L’ex voce dei Modena City Ramblers si propone con piglio napoleonico dalla copertina del suo nuovo album, “Il mulo”, che lo porta in tournée in Trentino. Sonorità folk, inserzioni etniche, omaggi alla cultura gitana, canzoni di protesta, Irlanda e poesia. Ad Avio, l’album sarà presentato nella sua versione acustica. Ingresso 12 euro. (m.p..) Classica 17 maggio alexia muzÀ Rovereto, Palazzo Todeschi-Micheli, ore 11. Per le “Matinées in Casa Mozart”, concerto della giovanissima pianista greca Alexia Muzà, che nonostante l’età ha già vinto numerosi concorsi e ha all’attivo esibizioni in tutto il mondo, collaborazioni con prestigiose orchestre e un impegnativo paragone con Martha Argerich. In programma sonate di Haydn, Beethoven e Prokoviev. (t.g.) Operetta Mostre 15-18 maggio Cultura 14 maggio “nati per credere” Trento, Biblioteca del Museo Tridentino di Scienze Naturali, via Calepina 10, ore 18. Un neuroscienziato, uno psicologo e un naturalista (G. Vallortigara, V. Girotto e T. Pievani) si confrontano sul tema della fede religiosa: com’è spiegabile che una pratica così costosa, in vite umane e energie dissipate in contrasti interreligiosi, continui a perdurare nella specie umana? All’interno d’un progetto di ricerca che coinvolge specialisti di varia formazione (anche dei teologi) si indaga questo problema. Sarà interessante vedere se anche a questo incontro sarà presente la claque di integralisti affezionati a Darwin: all’incontro con Odifreddi li abbiamo visti difendere l’industria del tabacco - non responsabile dei tumori ai polmoni - e attaccare medicinali e preservativi, inutili nella lotta all’aids: che sia meglio un rosario? (g.d.r.) QUESTOTRENTINO Mostra dei Vini del Trentino Trento, Teatro Sociale e Palazzo Roccabruna . 60 produttori e quattro giornate di degustazioni permetteranno a sommeliers e appassionati di condensare in un solo luogo e in poche ore, la romantica abitudine del girare per cantine. Passione oggi sempre più difficile da perseguire per il poco tempo a disposizione e per i controlli sul tasso alcolico di chi si mette alla guida, magari dopo aver degustato col proprietario della cantina l’intera linea dei bianchi. Giusto un pizzico di fascino in meno, ma per il resto tutto secondo tradizione, con i titolari delle cantine e i loro enologi a spiegare il frutto di anni di lavoro e di passione. Accanto al vino alcune proposte di contorno offrono appuntamenti interessanti anche per chi al bere preferisce il cibo. Per loro sono infatti attivi i laboratori del Gusto Slow Food, gli appuntamenti con la Confraternita della Vite e del Vino e gli incontri con le Strade del Vino e dei Sapori. (g.a.) 23 maggio “La vedova allegra” Rovereto, Auditorium Melotti, ore 20.30. di Franz Lehár, con Ombretta Macchi, Omar Camata, Irene Oberosler, Domenico Menini, Alessandro Busi, Marco Petrolli, e con Enrico Beruschi, Regia di Eustachio Garofano L’operetta è defunta da almeno settant’anni. Era una forma di teatro musicale adatta a una borghesia allegra, amante delle ricche scenografie, delle musiche orecchiabili, delle trame da vaudeville, preferibilmente ambientate in luoghi esotici, con lieto fine obbligatorio. Roba da Belle Époque, insomma. Sopraffatta dal musical, più attento all’attualità e più fantasioso, ha però ancora una sua nicchia di nostalgici. “La vedova allegra” (prima rappresentazione a Vienna nel 1905), è il lavoro più noto dell’ungherese Franz Lehàr e probabilmente l’operetta in assoluto più conosciuta e ancor oggi rappresentata: le belle melodie di Lehàr possono far dimenticare una trama troppo frivola e scontata. Purché, come spesso accade nel riproporre questi spettacoli, non si cerchi di attualizzarli con inserimenti improbabili e gags da avanspettacolo. (m.s.) 210x297.indd 1 Cultura 29 maggio-1° giugno festival dell’economia Trento, luoghi vari. Il quarto meeting economico internazionale è ammantato dal velo opaco della recessione. Infatti, se il tema inizialmente scelto era “Identità e globalizzazione”, alla luce del trend attuale è stato convertito in “Identità e crisi”. A parlarne saranno 44 relatori, fra cui tre premi Nobel: George Akerlof, James Heckman e Michael Spence. Proprio Spence tratterà la questione “Il mondo dopo la crisi”, alle 18.30 di lunedì 1° giugno al Teatro Sociale. In primo piano anche il rapporto tra psicologia ed economia, tema che Akerlof e Heckman declineranno secondo il loro punto di vista, rispettivamente negli appuntamenti di venerdì 29 maggio, “Animal spirits: la natura umana e il sistema economico”, e di sabato 30, “Economia e psicologia della personalità”. Per la prima volta saranno istituiti “tribunali popolari“ che giudicheranno i responsabili del crack economico, con tanto di accusatori, difensori e giuria di studenti. Massimo Gaggi (Corriere della Sera), Roberto Perrotti (Università Bocconi), sabato 30, domenica 31 e lunedì 1 ore 12 al Palazzo della Pat, Federico Rampini (La repubblica) domenica 31 ore 21 al Teatro Sociale, saranno alcuni dei principali accusatori e analisti delle responsabilità. Insomma, ci si attende che il Festival fornisca non solo analisi (tardive) ma anche prospettive e soluzioni ad una crisi che, gli anni scorsi, non aveva saputo prevedere. (c.t.) 27-04-2009 12:08:40 39 monitor recensioni Arte Arte e design della guerra fredda “cold war” Duccio Dogheria Dopo “Il Modo Italiano” (2007), il Mart torna ad occuparsi di design. E lo fa affrontando un tema sostanzialmente inedito, seppur molto dibattuto e a tratti controverso: gli anni della guerra fredda raccontati attraverso arti figurative, design e architettura. La mostra, promossa dal Victoria and Albert Museum di Londra -autorità indiscussa a livello mondiale nel campo delle arti applicate e del design- racconta come i due blocchi capeggiati da USA e URSS si affrontarono a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale non solo sul piano economico e militare, ma anche su quello della vita quotidiana della popolazione. Significativa a tal proposito è una fotografia scattata durante l’American National Exhibition che si tenne a Mosca nel 1959. Nell’immagine sono ritratti Nixon e Kruscev mentre discutono animatamente davanti allo stand dedicato alle cucine: la sfida per la supremazia giocata dunque sul terreno soft della vita quotidiana, tra confort e innovazione tecnologica. Se la critica ha già ampiamente trattato la storia del design occidentale, c’è ancora molto da scoprire sull’oggettistica dell’altra metà del mondo, e questo è uno dei principali meriti della mostra. La qualità e la spinta innovativa propendono naturalmente per il design occidentale, essendo in qualche modo connaturato al mondo dei consumi e quindi del capitalismo. A ricordarcelo sono oggetti-simbolo della quotidianità, dalla macchina da caffè su disegno di Gio Ponti al timer da cucina progettato da Max Bill, dalla Vespa al radioricevitore T1000, dalle macchine da scrivere Olivetti a numerosi altri oggetti. Non mancano tuttavia anche nei Paesi dell’est oggetti che superano la mera e disadorna funzionalità, per abbracciare la ricerca estetica più innovativa, come testimonia la mobilia di Eugen Jindra o il servizio da tè in porcellana di Lubomir Tomaszewski. 40 La rivalità per la supremazia toccò anche le ricerche in campo architettonico, inerenti sia le unità abitative -in mostra progetti razionalisti di Le Corbusier e Walter Gropius- che l’edilizia rappresentativa, come la torre della televisione moscovita disegnata da Nikolai Nikitin, senza dimenticare le curiosità, come il progetto per un bunker antiatomico di Paul László. Un campo di battaglia importante quanto quello militare -testimoniato nel percorso anche da microspie e altre curiosità appartenute ad agenti del Kgb- è quello relativo alla conquista dello spazio. Memorabilia d’eccezione sono a tal proposito alcune tute aerospaziali (tra cui quella di Armstrong), uno sputnik e dei progetti d’interno per navicelle spaziali. Il vorticoso susseguirsi delle imprese spaziali segnò profondamente l’immaginario collettivo planetario, influenzando con le sue suggestioni anche il mondo del design. Moltissimi furono gli oggetti d’arredamento del tempo che si ispirarono in qualche modo alle forme aerodinamiche di astronavi e astronauti, dalla poltrona in pvc trasparente prodotta da Zanotta a quella aerodinamica in poliuterano realizzata in Germania Est su disegno di Peter Ghyczy, fino all’haute couture di Paco Rabanne e al televisore da indossare come un casco, progettato da Walter Pichier nel 1967. La grafica negli anni della guerra fredda giocò un ruolo decisivo, sia nel campo pubblicitario che in quello della comunicazione politica e sociale. Se dal punto di vista storico occorre ricordare manifesti come quello di Gaston Van den Eynde del 1950, dedicato al piano Marshall, dal punto di vista artistico i più interessanti sono quelli dedicati alla cosiddetta grafica di contestazione, dal pop-maoismo della cartellonistica cinese al realismo degli esemplari sovietici, fino alle infuocate affiches serigrafiche del maggio parigino o ai capolavori della grafica cubana. Tra i due sistemi contrapposti ci fu naturalmente anche chi lavorò per la pace. Tra le opere più significative di tale sezione ricordiamo per lo meno il foulard realizzato da Picasso in occasione del ‘Festival mondiale dei giovani e degli studenti per la pace’ nel 1951 e il celebre manifesto antinucleare di Henrion, del 1983. Segnaliamo infine che il percorso è scandito anche da numerosi opere pittoriche, da Baj a Fontana, messe forse in secondo piano per lasciare al percorso un respiro a 360 gradi. maggio 2009 Il libro Musica I cattolici in Trentino Un concerto svogliato Vittorio Carrara, I cattolici in Trentino. Identità, presenza, azione politica 1890-1987. Trento, Il Margine, 2009, pp. 196, euro 15,00. Piergiorgio Cattani Dopo il volume del compianto Walter Micheli sul socialismo nella storia del Trentino è uscito, sempre presso la Casa editrice “Il Margine” un libro dedicato a circa 100 anni, dal 1890 al 1987 (la fine dell’episcopato di Gottardi), del cattolicesimo nella nostra provincia. “I cattolici in Trentino” differisce dall’opera di Micheli in quanto del ruolo dei cattolici si è scritto di tutto e di più, mentre la storia del movimento laico e socialista sembrava essere quasi scomparsa dall’orizzonte della ricerca. Vittorio Carrara, l’autore del volume, storico e bibliotecario dell’Università di Trento, è consapevole fin dalle prime pagine di non dover fare una storia esaustiva e particolareggiata del mondo cattolico trentino del ‘900. Per questo il libro, nel dipanarsi dei suoi capitoli, cerca di dipingere il quadro complessivo e i passaggi più significativi di una storia articolata e tutt’altro che monolitica. La Chiesa tridentina negli ultimi anni dell’Impero austroungarico e la sua impronta sociale, i duri anni del fascismo, l’egemonia clericale e democristiana del primo dopoguerra, il convulso periodo postconciliare sono descritti dall’autore in maniera originale e lontana dalla paludata storiografia trentina di regime. Carrara, forte di una conoscenza dei documenti non comune, con poche parole dipinge personaggi e situazioni magari poco note ma ugualmente emblematiche per capire la temperie culturale, religiosa e sociale del tempo. Le citazioni dirette dei documenti sono QUESTOTRENTINO centellinate, ma rappresentano delle vere e proprie perle capaci di colpire il lettore e di farlo entrare nel cuore del problema più di molte pagine erudite di altri volumi. Singole figure sconosciute ai più vengono ricordate nella loro personalità spesso sfaccettata proprio per sottolineare come la storia sia fatta da persone in carne ed ossa, piuttosto che da anonime forze storiche. Un problema di questo impianto a volte risiede nel fatto che l’autore dà per scontata la conoscenza, da parte del lettore, dei principali avvenimenti storici che hanno riguardato il Trentino: forse una cronologia finale avrebbe agevolato la fruizione del volume. Venendo alla concreta descrizione del cattolicesimo trentino, l’autore focalizza la sua attenzione sugli aspetti ecclesiali e politico-sociali, che hanno segnato profondamente la nostra terra, tralasciando quasi la dimensione di fede che pure dovrebbe sostanziare l’identità cattolica. Al centro restano la Chiesa, i rapporti (mai conflittuali, sottolinea l’autore) tra la Diocesi tridentina e la gerarchia romana, le figure di sacerdoti (da don Guetti a padre Zanotelli), mentre il laicato resta in una posizione subalterna. Benché Carrara sottolinei nell’ultima pagina del libro di non voler fare un’apologia dei cattolici e della Chiesa istituzionale, la sua impostazione “centrista” ed ecclesiocentrica si fa sentire, lasciando a volte interdetti. Come avviene nella descrizione della contestazione sessantottina e dei cattolici del dissenso, visti come influenzati dal montante anticlericalismo laico piuttosto che come portatori di istanze positive benché non del tutto ortodosse.ione non è andata secondo le aspettative, sia in termini di pubblico che di proposte. E’ probabile che arrivi qualche novità dal prossimo autunno. Staremo a vedere. Gustav Kuhn e l’Orchestra Haydn Tullio Garbari L’orchestra Haydn si conferma (in negativo) nel concerto del 22 aprile: la qualità dell’esecuzione è appena sufficiente. I professori suonano, come d’abitudine, con poco coinvolgimento, badando alle note invece che alla musica. Spesso si notano scollamenti ritmici, negli attacchi e nelle sonorità; si ha continuamente l’impressione di ascoltare una cinquantina di solisti più che un unico gruppo. Soporifera la Sinfonia n. 81 di Haydn eseguita in apertura; un po’ migliore, ma comunque non degna di nota, la Sinfonia “Patetica” di Čajkovskij. Ma il protagonista in negativo della serata è senza dubbio il direttore Gustav Kuhn. Reduce da un fine settimana movimentato, dirige in modo un po’ approssimativo e grossolano; e le colpe musicali dell’orchestra sono da far risalire anche a lui. Imbarazzante il comportamento tenuto sul palco dal maestro austriaco. L’approccio nel Collage didascalico – inspiegabile e inutile trovata kuhniana –, dedicato al satirico Musikalischer Spass di Mozart, carica rozzamente gli eleganti giochi mozartiani; e la breve lezione che lo precede è fastidiosamente frivola e autoreferenziale, in linea col divismo a cui Kuhn ci ha abituato. Il culmine della vergogna arriva però alla fine del trionfale terzo movimento della “Patetica”, pezzo densissimo di emozioni: il pubblico prorompe in applausi e il direttore, invece di zittirlo, sorride beato, si inchina, fa teatrino. Poi, ormai sciupato Čajkovskij, dà l’attacco del tragico quarto movimento ad un’orchestra attonita. Il pubblico, al termine dell’esecuzione, ringrazia con scroscianti applausi e (addirittura!) una standing ovation. Potrebbe essere stato l’ultimo concerto 41 monitor recensioni Teatro Gustav Kuhn a Trento per Gustav Kuhn: questioni artistiche e politiche si scontrano sulla questione del rinnovo del suo contratto. Da una parte ci si chiede se sia sbagliato lasciare andare via (o anche cacciare) un direttore talmente compreso nel suo ruolo da primadonna da risultare protagonista sulla musica e da sconvolgere con le sue pretese il mondo musicale regionale; dall’altra si teme che, per quest’orchestra, nessuna guida – Kuhn compreso – possa portare la qualità tecnica e artistica sperata. Musica Omaggio a Charlie Mingus i quintorigo a “itinerari Jazz” Tullio Garbari Avevamo lasciato i Quintorigo nel loro personalissimo e geniale mix di rock, classica, jazz e sperimentazioni con la loro inconfondibile sonorità. Li ritroviamo a Trento il 30 marzo, ospiti del festival “Itinerari Jazz” e impegnati in uno spettacolo dedicato a Charles Mingus. Il grande 42 contrabbassista viene ricordato in un’ora e quaranta minuti di canzoni, tratte dall’ultimo disco Quintorigo play Mingus, e varie letture: pochi segni ben tracciati per raccontare la sua vita, dall’infanzia alla morte, il suo carattere rabbioso e il suo impegno nella lotta contro il razzismo, in una suggestiva scenografia da salotto. Ampio spazio ovviamente al contrabbassista Stefano Ricci e al sax Valentino Bianchi, affiancati in alcuni pezzi dagli ospiti Christian Capiozzo (batteria), Michele Francesconi (pianoforte) e il travolgente Gabriele Mirabassi al clarinetto. Conferma del genio compositivo del musicista dell’Arizona il ruolo affidato agli archi dei fratelli Costa, Andrea al violino e Gionata al violoncello: la musica di Mingus è lavoro armonico, è intensi riff, materiale adatto per gli archi che poco reggono improvvisazione e assoli. Incantevole protagonista la voce di Luisa Cottifogli, capace di leggerezze virtuosistiche quasi strumentali (come in Jelly Roll e in Goodbye pork pie hat) e di potenti richiami al canto da lavoro e al gospel (Freedom e Oh Lord don’t let them drop that atomic bomb on me). Resta solo un appunto da fare: ci si aspettava più coraggio nell’interpretazione. Forse sarebbe valsa la pena di lasciare a casa pianoforte e batteria, per conservare il suono e le idee Quintorigo invece di adottare stile e sonorità classici del jazz. La stagione teatrale è finita. Viva la prossima! Vittorio Caratozzolo Conclusa la regular season del teatro a Trento, ora gli spettatori già in crisi di astinenza guardano con speranza alla programmazione cosiddetta minore e alla stagione estiva. Quanti sono gli spettatori teatrodipendenti, nella nostra città? Bisognerebbe studiarsi un po’ i dati, per fare qualche ragionamento e ricavarne qualche presagio, auspicio o, più semplicemente, disagio. Quale teatro per quale pubblico, peraltro? Per accontentare il gusto di spettatori affatto diversi, nella stagione di prosa del Centro Santa Chiara, con l’abbonamento “grande stagione” si ricevono proposte lievemente devianti, genere “musical” o “altro teatro”, le quali generano un’audience che il critico teatrale difficilmente può valutare senza accedere ai summenzionati dati statistici. Di sicuro, se capita di vedere uno spettacolo almeno due volte, possono colpire le notevoli differenze nel numero di presenze in sala. Misteri. A volte può dipendere dallo scarso appeal dell’autore, del regista, dell’attore/attrice principale, della compagnia, od anche, semplicemente, dalla concomitanza di più spettacoli nella stessa sera, per non parlare della convitata catodica fissa, Nostra Signora Televisione. Il pubblico dei teatri è cambiato, come la comunità di cui fa parte. Si tratta di mutazioni antropologiche e culturali pressoché irreversibili, legate alle “nuove” abitudini, alla formazione culturale dei giovani e degli ex-giovani, all’offerta locale, alle disponibilità economiche. Ormai un cartellone teatrale si organizza tenendo conto di maggio 2009 monitor “I due gemelli veneziani” Glauco Mauri una notevole varietà di parametri, tra i quali il “fattore umano” non gioca un ruolo secondario. I gusti e le simpatie – culturali, personali – non restano certo al di fuori delle valutazioni per cui la programmazione prende corpo nei mesi che precedono la presentazione ufficiale. In ogni caso, come diceva Goldoni, l’applauso universale è inattingibile, per cui sarà sempre difficile far contenti tutti. La stagione 2008-09 era iniziata con la Compagnia Mauri-Sturno e la loro proposta del «Vangelo secondo Pilato», che ricordiamo con simpatia per la qualità recitativa sempre apprezzabile dell’anziano attore, capace di tenere lunghissimi e intensi monologhi, emulato a dovere dal suo sodale Sturno. Non da meno, successivamente, era stato il «Re Lear» del Teatro Stabile di Genova, con Eros Pagni a illuminare la bella prestazione dei suoi numerosi comprimari. La sorpresa, tuttavia, è arrivata con un musical sui generis, «Montagne Migranti», la cui esile trama è stata ben compensata dall’originalità della proposta spettacolare: un omaggio alla cultura corale trentina, alla World Music e all’emigrazione trentino-italiana nel mondo. Superando d’un balzo il mese di dicembre, in cui certamente ha onorato il teatro l’invenzione di Ugo Chiti dedicata a Kafka («Le conversazioni di Anna K.»), e affidando ad altri il commento per «L’ultima sera di Carnovale», «Dramma italiano» e «Romantic comedy», conviene lasciar traccia scritta di una seconda, bella e musicale sorpresa messa in scena per tre sere, al Teatro Cuminetti, dai “Cantoria Sine Nomine”, per la regia di Elena Galvani e di Jacopo Laurino: si tratta di «Il pioppo nella neve», una semplice ma efficace elegia teatrale costruita su testi di Bertolt Brecht, per la “Giornata della memoria”. Se a fine gennaio «Il gabbiano» di Cechov, allestito dal Teatro Stabile di Bolzano, ha suscitato pareri discordi, anche su queste pagine, certamente non si può annoverare tra le peggiori proposte della stagione; la messa in scena “tradizionale” ha diritto alla cittadinanza quanto una “coraggiosa” interpretazione registica, che non sempre, in quanto tale, risulta automaticamente essere superiore alla prima. “Abusus non tollit usum”, verrebbe da commentare... Alla difficoltà di mettere in scena l’ultima incompiuta opera di Pirandello, «I giganti della montagna», non si sono sottratti attori e attrici diretti da Federico Tiezzi, che a metà febbraio hanno riscosso meritati applausi per il loro generoso impegno nel rendere accessibile al pubblico un testo onirico, pregno di simbolismi e di velate allusioni al contesto storico in cui il dramma vide la luce. Preceduto dalla nuova travolgente “cavalcata” di Moni Ovadia (vedi «L’armata a cavallo» della stagione QUESTOTRENTINO precedente), tre ore di spettacolo senza pausa, attraverso la storia dell’U.R.S.S., e dall’esperienza (per il pubblico) del teatro in lingua originale con traduzione in cuffia («Sonja» di Tatjana Tolstaja), nella terza settimana di marzo il raffinato «Romolo il Grande» dürrenmattiano, impersonato da Mariano Rigillo con ammirevole ironia, ha rievocato l’inizio del countdown per la cultura europea latinocentrica, e il più prosaico conto alla rovescia per la stagione di prosa 2008-09, che si è conclusa con «I due gemelli veneziani». La commedia goldoniana, facente perno sullo sdoppiamento di Massimo Dapporto in due personaggi, pur non dispiacendo nel suo insieme non ci ha convinto del tutto per due aspetti essenziali: la staticità della scenografia, elemento che di solito, in quanto rarefatto, impone una recitazione compensativa; e la prova d’attore di Dapporto, non sempre adeguatamente e schizofrenicamente (come necessario) in parte nell’impersonare l’uno o l’altro gemello. Su quattordici spettacoli, una decina almeno ha abbondantemente meritato un giudizio più che buono: può darsi che siamo di manica larga, ma nel complesso pensiamo di non essere lontani dal giudizio medio del pubblico. Speriamo nella prossima stagione. Teatro “La morte e la fanciulla” Il testo del cileno Ariel Dorfman sulle conseguenze della tortura usata dal regime di Pinochet (andato in scena al Teatro Cuminetti per “Trento) è stato riadattato dalle compagnie Oz e EmitFlesti a un futuribile contesto italiano, che si immagina reduce anch’esso dalle atrocità di un violento regime dittatoriale. Diciamo subito che la trasposizione è fallita: affidata sostanzialmente ad alcuni cambiamenti di nomi, passa come acqua serena. Non lascia indifferenti invece la sostanza del lavoro, la rappresentazione delle devastazioni umane provocate dalla tortura, e l’angosciante dilemma tra sacrosante esigenze di giustizia e non indegne compatibilità politiche. In definitiva, uno spettacolo di fortissimo impatto, ben condotto, che sa porre con efficacia grandi e amari interrogativi, anche se forse non tutti quelli propostisi dagli autori italiani. (e.p.) 43 monitor recensioni Cinema Dalla parte dei freaks “mostri contro alieni” Alberto Brodesco Arrivano gli alieni. Il presidente degli Stati Uniti (gli extraterrestri atterrano sempre in America) si prepara a riceverli. Sale una lunga scalinata che lo porta all’altezza dell’astronave. Come si fa, però, a parlare ai marziani? Che lingua si usa? Seguendo lo stereotipo classico, il presidente sceglie il linguaggio (cosiddetto) universale della musica. In cima alla scala c’è una tastiera. Suona qualche nota dalla soundtrack di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Ma poi passa subito al tema di “Beverly VEDI ANCHE “Questione di cuore” di Francesca Archibugi Due infartuati si conoscono in ospedale. Il resto del film continua ad allontanarsi e a ritornare sul tema della malattia. I volti malinconici cui le parole vengono affidate sono quelli, perfetti, di Antonio Albanese e a Kim Rossi Stuart. Il taglio della sceneggiatura è felicemente in equilibrio sul crinale acuto tra ironia e dramma. Un neo: rinunciando ai riferimenti meta-cinematografici sarebbe stato un film migliore. 44 Hills Cop”, un funky-pop tremendamente anni Ottanta. Questa scena di “Mostri contro alieni” fa ridere. Fa ridere i bambini perché si vede una persona seria, il presidente degli Stati Uniti, che si dimena esaltato davanti a una tastierina. E fa ridere l’adulto che coglie le citazioni dai due film. La parodia e la citazione sono uno dei mezzi principali con cui i film d’animazione, un tempo oggetto esclusivo della visione infantile, assicurano agli adulti che la trama è studiata (anche) per loro. Ma oltre a questo, la scena fa ridere l’adulto per gli stessi motivi per cui fa ridere il bambino: la vena pop di un potente della Terra. “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario L’intenzione è meritoria: Davide Ferrario realizza un film in carcere, alle Vallette a Torino. E non si accontenta di far recitare i detenuti: li fa muovere, cantare e ballare, come in un musical. La scommessa, fino a qui, funziona. Non funziona più quando si abbozzano discorsi troppo complessi (su Cristo, passione, redenzione...) e quando la trama si attorciglia maldestramente prima di trovare un finale, perdendo tutto il pregio della semplicità. Una maggior dose di modestia avrebbe reso “Tutta colpa di Giuda” un film importante. Film come “Mostri contro alieni” creano un universo inter-generazionale di divertimento puro, di invenzioni senza freni. Al di là delle componente parodistica e della creatività a briglia sciolta, a dare ulteriore peso culturale alla nuova animazione è la mancanza di timore nell’affrontare i discorsi sui “grandi valori” – quelli attorno ai quali molto cinema “adulto” (Clint Eastwood a parte) non sa più come girare per poterli approcciare in modo non retorico. “Mostri contro alieni” riesce infatti a lanciare un piccolo messaggio morale senza essere pedagogico. Ci fa vedere come delle persone di cui all’inizio ci si vorrebbe solo sbarazzare (rinchiudendole e nascondendole nella famosa Area 51) possono salvare il mondo. Sono i mostri del titolo, dei veri e propri freaks, devianti per eccesso di vicinanza con il mondo animale (lo scienziato-mosca, l’anfibio) o per errori nelle proporzioni (la gigantessa, l’enorme pelouche). La morale non si dà, come in Esopo, in un’appendice al racconto. Non emerge da pesanti voci off: è la storia stessa a mostrare quale sia la risposta eticamente corretta allo stimolo. La giustizia si crea dal basso, costruita com’è dalle necessità del racconto. A “farci la morale” è il comportamento vagamente disgustoso di un mostro fatto di gelatina; o, in un altro film di animazione come “Wall(e)”, gli stridenti suoni elettrici di un robottino. Stupisce, felicemente, la facilità con cui parodia e valori, testo e sotto-testi, ironia e morale, si uniscono per amplificare l’assurdo della nostra esistenza. Nella war-room, il presidente degli Stati Uniti ha due pulsanti enormi, rossi e senza scritte: uno serve a farsi servire il cappuccino, l’altro a decretare la fine del mondo. maggio 2009 * Somma dati Auditel e Audiradio * QUESTOTRENTINO 45 piesse Scrivi una cosa... Bruno Zaffoni Italandia Q uesta è una fiaba, la fiaba di un paese chiamato Italandia. Strano paese, l’Italandia: una nazione dal passato glorioso, capace nei secoli di edificare città, progettare monumenti, immaginare opere d’arte ancora oggi ammirate, tanto che la voce turismo è ancora tra le poche attive del suo bilancio. Una penisola bagnata dai lunghi fiumi del nord e dal mare blu del sud: acque benedette che facevano germogliare i migliori frutti della natura nelle sue rigogliose pianure pedemontane e offrivano come un dono degli dèi le risorse del mare. Prodotti di terra e di mare sapientemente elaborati in piatti reputati tra i migliori al mondo. C’era stato perfino un periodo d’oro, nel quale anche l’industria era rinomata per qualità e quantità: l’Italandia era considerata uno dei maggiori produttori di automobili economiche, nonché esportatrice di prodotti lavorati con la creatività tipica della sua gente. Per questo fu davvero una sorpresa per i suoi circa sessanta milioni di abitanti, tutta gente operosa (sia pure, come mormorano gli snob d’oltreconfine, incline all’arte di arrangiarsi e un tantinello festaiola), trovare di botto l’Italandia relegata tra il trentesimo e il quarantesimo posto nella classifica della produttività mondiale. E oltre il cinquantesimo nella classifica della libertà d’informazione... ma questa è un’altra storia. O no? Cos’era successo, per dissipare improvvisamente questo patrimonio di cultura e di laboriosità? Era successo che si era instaurato un governo imbelle, più teso alla conservazione degli interessi di pochi che allo sviluppo degli interessi di molti. Un governo democratico, certo, ma eletto da una popolazione a cui il detto panem et circenses non ricordava nulla. Comandava il governo un premier dai trascorsi poco chiari, un uomo venuto dal nulla e diventato il più ricco del paese, sceso in campo per proteggere i suoi personali interessi dagli attacchi veri o presunti di quello Stato che andava a occupare. La sua apparizione sulla scena politica spaccò il paese in due. Da una parte coloro che in buona fede pensavano che “se uno ce l’ha fatta nella sua vita può farcela anche nella mia” e coloro che, in altrettanta buona fede, credevano che “se rubano loro lo posso fare anch’io”. Dall’altra parte una moltitudine di perenni sconfitti in via d’estinzione, nostalgici di tempi in cui le sconfitte almeno avevano un senso; qualche bastian contrario; qualche sospettoso galantuomo allergico alle TV. Già, le TV: perchè il premier italandese possedeva metà delle reti, dalle quali trasmetteva gossip, soap opera, quiz 46 a premi e candid camera, il tutto condito da belle ragazze fatte in serie e sprizzanti gioia di vivere, inframmezzati da pubblicità e informazione basate sugli identici criteri di comunicazione. Tanto da costringere la concorrenza, peraltro sotto stretto controllo degli accoliti del premier, a uniformare il proprio palinsesto per non soccombere, e a sfornare schiere di giornalisti più zelanti del re. Non bastasse, la generosità del premier mise a disposizione della plebe anche la sua squadra di calcio, cosicché la gente potesse gioire con lui durante le partite di Champions League. Finalmente il paese poteva diventare una nazione felice, anche se sempre più povera e litigarella. Ma chi l’ha detto che la felicità ha bisogno di benessere e pace sociale? Non bastano football, pettegolezzi e belle gnocche? Ma in tutte le fiabe c’è un colpo di scena. Il premier fu colto con le mani nel sacco. Tanto per cambiare, conflitto d’interessi aggravato dalla corruzione di parecchi giudici. Per la prima volta Polizia, Esercito e Magistratura furono d’accordo: era un’indecenza, il premier andava allontanato. Così il CapodellaPolizia,ilGeneraleconpiùstelleeilPresidentedella Corte Suprema si recarono dal Capo dello Stato, un ultraottuagenario amatissimo dal popolo. Il quale non poteva, per ragioni di protocollo, dire ciò che pensava, cioè che in democrazia un furfante resta furfante anche se viene eletto. Però non poté esimersi dall’invitare il premier, che si trovava in quei giorni in visita all’amico George W. Bush, a non farsi più vedere nei paraggi. Il premier visse comunque molti altri anni, in esilio sì, ma felice e contento. E sempre ricco. P. S. Mi accorgo che fra un copincolla e l’altro, mi sono trascinato un refuso qua e là. Italandia va letto Tailandia. E questa non è una fiaba, ma una storia vera e recente: il premier si chiama Thaksin Shinawatra; il Capo dello Stato è il buon re Bhumipol, ovvero Rama IX. Ah, e la squadra di calcio è il Manchester City. *** Grafico di lungo corso per mestiere; fumettaro, autore di giochi e narratore per piacere. Suoi racconti e giochi sono presenti in Internet, sulla carta stampata e in cd-rom. Ha collaborato con molti periodici come grafico, illustratore e redattore. Attualmente conduce, sul binario www. zaffoni.it, la rivista di narrativa online Orient Express, che pubblica racconti di autori famosi e non. maggio 2009 piesse Io tinta di aria Nadia Ioriatti Adolescente Q uando ho tolto gli orecchini d’oro a forma di fiorellino – mi avevano seviziato a nove mesi! - la mamma ha pianto tutto il pomeriggio. Quando poi ho sciolto i capelli, legati col fiocco sulla nuca come la Cinquetti, e fatto la riga in mezzo… giù altri pianti. Poco dopo è cominciato il divieto di uscire. “Perché non posso?” “Perché di no.” “Ma i miei fratelli possono!” “Loro sono maschi, tu devi stare in casa.” Dice che non si fida, che è pieno di pericoli e chiama “zinghene” quelle che si truccano, mettono la minigonna e vanno in giro con i ragazzi. Ma che male fanno? A me piacerebbe avere più libertà. Dovrebbe fidarsi di me, sono una ragazza seria. La mamma – sai che ridere! - chiama lavare i piatti “suonare il pianoforte” e mi ha insegnato fin da bambina. Inutile rilevare l’ingiustizia che sono solo io, femmina, a doverlo fare. “E’ un lavoro da donne!” Mi ripete. Così come mi sgrida quando si litiga tra fratelli. “E’ più grande di te, impara a cedere!” Poi con l’altro mi dice uguale. “E più piccolo, impara a cedere!” L’educazione femminile si tramanderà così? E siccome sono convinta che il mondo sia una grande ingiustizia ed essere donna solo uno svantaggio, sono diventata ribelle. Nella casa dove vivo, mi manca molto l’intimità di una stanza tutta per me. Dopo la nascita del secondo fratello, la stanza è diventata per i maschi e a me è toccato il divano letto nel soggiorno. Si gira solo con le pattine ai piedi in quel soggiorno sacro e la mamma – sempre spiritosa! – dà la cera e poi mi dice di “pattinare” su e giù. Ogni sera per andare a dormire devo aspettare che la televisione venga spenta e poi brigare per prepararmi il letto. Di giorno non rimane traccia della mia presenza notturna. Non ho un posto mio, dove stare, una parete dove appendere il poster del mio cantante preferito. I miei vestiti nell’armadio con quelli dei fratelli. I miei libri di scuola rinchiusi in un’antina della credenza diventata comodino. Occupo lo stesso spazio del servizio buono da tè. Mi sento insignificante e nel posto sbagliato. Dentro e fuori. La mamma ha il pollice verde e il soggiorno, col freddo, è pieno di piante fiorite o grasse. A scuola ho studiato la fotosintesi clorofilliana e so che le piante di notte consumano ossigeno ed emanano anidride carbonica. Sarà suggestione, ma mi sembra davvero di venir avvelenata nel sonno. Ma non mi ascoltano e viene tutto li- QUESTOTRENTINO quidato con il mio brutto carattere. Nessuna pianta è mai stata spostata, ogni anno crescono di dimensione e si moltiplicano per talea. Nulla contro di loro anzi, mi piacciono e ne metterò tante nella mia casa un giorno. In casa dicono che ho le manie. Sul balcone del soggiorno molte di quelle piante trascorrono l’estate ed io respiro meglio. Ma viene messa anche la gabbia dei canarini. Come fa giorno, a poco più di un metro da me che dormo, iniziano a cantare svegliandomi puntualmente. Non hanno colpa anzi, è il loro lavoro. E poi siamo simili: indifesi e in gabbia. Basterebbe spostarli di balcone, ma forse chiedo troppo. Tanto tuonò che alla fine piovve. Stanca di non essere ascoltata e mai capita, ormai sveglia mi alzo prendo la gabbia Foto di Nereo Pederzolli e la porto nella stanza dei fratelli. Spesso grido facendolo e sbatto le porte. Poi per fortuna riprendo facilmente sonno, ma quando mi alzo sono intrattabile. La mia libertà è chiudere la porta del soggiorno e divorare un libro dopo l’altro. Tutti quelli che mi prestano. In casa però dicono che a forza di leggere divento sempre più stupida. Ma loro cosa ne sanno? Mica mi entrano dentro! La mia libertà è cantare ad alta voce tutte le canzoni che voglio. Se non mi fanno tacere, vorrà dire che canto bene. Quindi magari nella vita qualcosa di buono la saprò fare anch’io. O farò la fine di quel canarino che quando gli aprono la gabbia non vola via? Le sue ali sono atrofizzate. E - colmo dei colmi - è diventato vecchio, è senza voce e scrivere è il suo in/ canto. 47 p i ep si e s es s e sfogliando s’impara Tòs Un dibattito sfasato Caso Margherita Cogo-bianchetto: il processo mediatico c’è stato per davvero, ma vi ha partecipato solo la difesa, rappresentata da alcuni politici-avvocati impegnati a dimostrare che l’assessora non ha commesso alcun illecito perseguibile penalmente: quello della Cogo verso il proprio partito – argomenta ad esempio l’avv. Luigi Olivieri – era un impegno morale, senza alcun obbligo. E Loreta Failoni, vicesindaco di Tione, dopo aver evocato l’ombra del complotto (gli accusatori sono “oscuri personaggi che mirano solo a un titolo, a due righe su un quotidiano”) conclude che comunque quelli erano “soldi suoi privati, di cui poteva disporre come meglio credeva”. L’amico Renato Ballardini ne fa invece una questione di buon senso: è assurdo ritenere che una persona intelligente si sia comportata in maniera così maldestra, dev’esserci sotto qualcosa. Ma, ammette, “non so cosa”. Ci tocca a questo punto ripetere quanto già scrivemmo tempo fa, e su cui ritorniamo ampiamente anche a pag. di questo numero: ha un’importanza relativa che il comportamento della Cogo si configuri o no come un reato, resta l’evidenza di un atteggiamento censurabile nei confronti del suo partito. E difatti i commenti di politici e cittadini comparsi sui quotidiani battono su questo tasto, ignorando l’aspetto tecnico-giudiziario della vicenda. “Con tanta amarezza – scrive il consigliere Bruno Dorigatti del PD - penso a quei tanti militanti che in questi anni hanno speso il loro tempo, la loro vita al servizio del partito, senza mai chiedere nulla. Non possiamo accettare che vi sia un assessore che ha ricevuto moltissimo dalla politica ma è sospettato di poca correttezza. Non possiamo perdere consensi per la poca etica del gruppo dirigente del PD”. Un intervento che raccoglie numerosi consensi, dal sindacalista Ezio Casagranda all’avvocato Sandro Canestrini, fino ad un lettore che assicura: “Se voterò ancora PD sarà solo per merito di Bruno Dorigatti”. 48 ”Penso sia più importante essere puliti e perdenti che vincenti e bugiardi. Finché non muterà questa situazione, non darò il mio voto al PD” – scrive un lettore, e diversi altri lanciano la stessa minaccia. Né si può dare torto a quel signore – probabilmente un elettore di destra – che chiede ai difensori della Cogo “se sarebbero intervenuti allo stesso modo se il presunto sbianchettatore fosse stato Cristano De Eccher”. “Il problema vero, insomma – ribadisce scrivendo al Corriere Lorenzo Lorenzoni, assessore a Lavis - è politico e morale, non giuridico... Il grande problema della politica di oggi è quello di tornare ad essere credibile” e “con il suo comportamento la signora Cogo non ha (più) la credibilità per rivestire cariche pubbliche”. Concetto ribadito, sull’Adige del 9 aprile, da Pietro Chiaro, ex magistrato a Trento: l’attenzione dei commentatori “innocentisti” ha dimenticato “l’aspetto più delicato della vicenda, cioè quello comportamentale... La sinistra deve buona parte della sua crisi alle crepe che essa ha mostrato proprio sul piano del rigore morale, che è sempre stato una delle sue componenti identitarie. Questo era il vero ambito di discussione sollecitato nei confronti della consigliera Cogo che, mi spiace dirlo, con il suo comportamento... ha tradito la fiducia del partito e dei suoi elettori”. Ma vogliamo aggiungere di più. Ammettiamo pure che Margherita Cogo non abbia infranto la legge. Ammettiamo addirittura che l’assessora sia rimasta vittima di un fantomatico disguido o addirittura di un oscuro complotto (ma sono pure ipotesi di scuola: alle accuse, fino ad ora, non sono state date dall’interessata spiegazioni alternative). Qualunque cosa sia successa, resta però il fatto incontestabile che all’interno della sua area politica di riferimento la fiducia in lei è venuta meno. Sicché Margherita Cogo bene farebbe a mettersi da parte. O no? E’ su questo che dovrebbe incentrarsi la discussione. maggio 2009 piesse Il fumo e l’arrosto gastronomia e affini Miracolo Niky’s Adelio Vecchini Il ristorante Niky’s è una di quelle tavole che mettono in crisi lo scriba e il suo pezzullo mensile. Nei pochi metri quadrati ci sono infatti tutti i vizi della dandy gastronomia di nuovo corso: tavoli fitti, arredi vistosi, un armadio coi sigari e troppi troppi piatti. Pizze di varie forme, primi, tagliate, contorni, grigliate di carne, e ancora dolci, formaggi, insalatone... Un guazzabuglio medioevale che davvero sconcerta. Eppure, dannazione, tutto o quasi viene fatto bene. Da qui la crisi del sottoscritto: che dire? Nonostante l’oggettività dei difetti un giudizio negativo sarebbe eccessivo e ingiusto. Certo, aprire il menù alla ricerca di un farinaceo ed imbatterci in pizze, portafogli, fazzoletti, focacce, dischi volanti e tortelcrespelle infastidisce e confonde ma, superato il momento della scelta, il risultato del piatto quasi sempre soddisfa. I risotti e le paste sono buoni e, anche se alle volte si ha la sensazione che il dado la faccia troppo da padrone, le preparazioni denotano una certa attenzione alle consistenze e agli ingredienti. Lo stesso potremmo dire per i contorni e le carni, buoni e non troppo pesanti. Il servizio è gentile e rapido senza essere sbrigativo, forse alle volte un poco troppo giovanilistico. Nel complesso il Niky’s è comunque una tavola che per una cena informale si sceglie volentieri, con la ragionevole certezza di mangiare decorosamente con una ventina di euro. Attenzione però, il loro è un equilibrio difficile da mantenere (si veda la débacle della stessa gestione nel rilancio dell’ex pizzeria “DOC” in via Milano) e basta un trito conservato sott’olio spacciato per basilico fresco a far arricciare qualche naso attento. [email protected] Ristorante Niky’s Trento, Via San Pio X, 29 Tel. 0461- 39 08 28 Chiuso la domenica a pranzo QUESTOTRENTINO Cime Tempestose Mattia Maistri Affari di famiglia Un lagarino di 31 anni verrà processato perché in un bar di un paese del veronese ha chiesto pubblicamente agli avventori se ci fosse qualcuno disponibile, dietro lauta ricompensa, ad uccidergli la suocera. Nel frattempo in regione si è celebrato l’orgoglio dei padri-nonni, come Claudio Bortolotti e Luis Durnwalder, scopertisi neo-genitori ben dopo i sessant’anni d’età. Buona idea per evitare spiacevoli incomprensioni con i futuri generi. Non servirà più assoldare un killer per eliminare l’ormai decrepito suocero. Basterà affidarsi alla natura. Aria nuova in val di Non In ritardo rispetto ad altre regioni italiane, ecco sbarcare anche in Trentino, in val di Non, grazie alla neonata associazione “Grizzly Team”, il Soft air, sport che consiste nell’effettuazione di battaglie simulate con armi giocattolo che sparano pallini di ceramica. Basta proteggersi gli occhi e si può sparare a volontà. Il sito dell’associazione informa che “possono essere anche organizzati scenari che riproducono azioni reali della storia militare...Per via della disponibilità di equipaggiamento... gli scenari rappresentano soprattutto forze occidentali contro generici terroristi, o forze NATO contro forze del blocco sovietico”. Ma se l’assessore Panizza desse una mano in termini di contributi, forse si potrebbe ampliare questo panorama e rivedere in azione Andreas Hofer e i suoi. E vinca il migliore. Per informazioni: www.grizzlyteam.org Un assessore competente L’assessore regionale agli enti locali Margherita Cogo si è ripromessa di elaborare una riforma istituzionale che prevede un drastico taglio alle indennità di sindaci e consiglieri comunali. Finalmente un assessore che mette in campo le proprie competenze specifiche: si vede che la Cogo ha maturato esperienza nel campo dei “tagli” alle indennità di carica. Chissà se a questo punto i Comuni verranno dotati anche di bianchetto. Per facilitarne il compito, s’intende. Assistenza domiciliare La militante della Lega Daniela Fronza chie- de che agli anziani trentini venga data la possibilità di essere assistiti a casa propria. Proposta condivisibile, che però non tiene conto di un aspetto: chi assisterà gli anziani? Forse quegli stessi immigrati clandestini che la Lega vorrebbe incarcerare? Semplifichiamo il lavoro: incarceriamo direttamente i vecchi. Reality Civico Il consigliere provinciale del PD Mattia Civico ha passato quattro giorni nel campo nomade dei Sinti di Spini di Gardolo per verificarne le condizioni di (in)vivibilità. Iniziativa lodevolissima. Speriamo che però adesso non diventi una moda e che qualcuno non provi a trasformarla in un reality show. Ce li vedreste i Bastard alloggiare all’ex Italcementi? Imposta divina Le suore della Congregazione delle Dame Inglesi di Rovereto si rifiutano di pagare al Comune l’Ici arretrata su un terreno di loro proprietà, dove ora sorge una casa di riposo per suore non più in attività. Chissà se tra le monache è ancora diffusa la pratica di dare un’occhiata al Vangelo, talvolta. Date a Cesare quel che è di Cesare, si trova scritto. E a quanto si dice dovrebbe valere anche se Cesare si chiama Guglielmo Valduga. Botti piene, Lunelli contenti Ha sollevato molte polemiche la scoperta del risibile canone annuale pagato dalla famiglia Lunelli (8.478 euro) per lo sfruttamento delle sorgenti da cui viene raccolta l’acqua imbottigliata con l’etichetta Surgiva. Da una parte la Provincia spende denaro per promuovere il consumo dell’acqua pubblica da rubinetto, mentre dall’altra, indirettamente, agevola la commercializzazione e il consumo di acqua in bottiglia. Come sempre, un colpo al cerchio e uno alla botte. Alla faccia della coerenza. Demoni da parco Una signora di Ala si è lamentata con una lettera al quotidiano l’Adige perché i ragazzini del paese “hanno spelacchiato il prato del parco pubblico giocando a pallone, si arrampicano come scimmie sul tetto dello scivolo ed emettono urla come degli indemoniati”. Il Ritalin potrebbe essere una soluzione. Per la signora, magari. 49 piesse Andar per Castelli Andrea Castelli Ciao cara... Siamo seduti su una panchina in piazza Duomo. Vicino a noi c’è una signora di una certa età. Sta un po’ in disparte e si gode un timido sole come cerchiamo di fare anche noi. È una domenica mattina, il cielo è un po’ velato, ma la giornata sembra bella. Dalla strada contigua arriva a passo elastico un uomo molto elegante che parla con altri. Quando il suo sguardo ci accarezza distrattamente la signora accanto a noi fa un cenno educato di saluto. Lui si illumina di botto, e sfodera un sorriso ineguagliabile al quale aggiunge, in perfetta sincronia, un sonoro “Ciao cara!” . La signora aspetta un po’, seguendone la marcia decisa, poi si gira verso di noi e, stringendosi nelle spalle come imbarazzata, si giustifica: “Cara? L’ho salutato solo perché l’ho visto sul giornale...”. Era un candidato. È sempre così. Pensi che questo brutto gioco di ipocrita familiarità sia stato oramai smascherato, debellato dall’evoluzione della specie, invece persiste e gli illusi siamo noi. Gente che non ti ha mai considerato, che per strada mai ti ha degnato, se sono candidati riscoprono i muscoli del sorriso come se glieli avesserro appiccicati il giorno prima. Come se non capissero che comportarsi come hanno sempre fatto sarebbe senz’altro più credibile e più coerente. No. Si sbracciano dall’altro marciapiede, se sono in bicicletta rischiano pur di mollare il manubrio, festosi, e farti un cenno amichevole, ma di un amichevole che se sei con qualcuno ignaro delle scadenze elettorali, pensa che è passato tuo fratello. Come se non sapessero che ormai l’abbiamo capito, che quando siamo con gli amici ne ridiamo, lo raccontiamo come si può raccontare una barzelletta. Amara. Naturalmente il gioco peloso dura fino a scrutinio ultimato. Dopo, comunque siano andate le cose, torni ad essere il nulla di prima. Per essere obiettivi dobbiamo dire che non lo fanno tutti, naturalmente, ma tanti sì. Troppi. E quando si entra nel chiuso della cabina elettorale, se non ci fosse una coscienza, verrebbe voglia di votare non “per” qualcuno, bensì “contro” qualcun altro, come da tanti, troppi anni, succede. Voti Tizio per paura che vinca Caio. Ma raramente sei convinto di Tizio... anzi. 50 Tersite Rossi Realiti sciò In esclusiva per i lettori di QT il profilo dei primi partecipanti al nuovo reality show, interamente trentino, voluto dall’Assessore alla Cultura Franco Panizza per promuovere il nostro territorio. L’obiettivo è di ritoccare in salsa locale i principali reality all’interno di un unico format che si chiamerà “Tuti ensèma en dela famosa malga de to fradèl a cantar come i bastardi”, più familiarmente conosciuto come “La Vacàda”. Eccovi i primi intrepidi che entreranno nella malga: Ermes, 33 anni: nativo di Fornace, in giovane età ha abbandonato la famiglia che lo voleva cavatore di porfido ed in compagnia del suo cane Pel e del fidato bastone Slanz ha iniziato un viaggio spirituale alla ricerca di Dio. Dopo faticoso peregrinare è giunto al santuario di San Romedio dove in sogno gli è apparso l’orso Bruno che gli ha fatto una misteriosa rivelazione sul destino del mondo. Partecipa a “La Vacàda” in compagnia di Pel perché Lui lo vuole. Marika, 21 anni: segretaria presso uno studio legale, ama fare shopping il sabato pomeriggio al Millenium Center con l’amica Jenny. Odia la tinta rosso mogano, indossa solo biancheria intima nera, è stata la fidanzata di un terzino destro del Val di Gresta, si sottopone regolarmente alla depilazione inguinale e sogna di andare in viaggio a Beverly Hills. Partecipa a “La Vacàda” perché vuole far morire d’invidia la collega Cindy. Camilla, 38 anni: dipendente provinciale. Andata in pausa caffè nel settembre 2004, è rientrata in servizio tre anni dopo. Vincitrice del campionato di sudoku del quarto piano, viene anche detta “la iena” per la cortesia e la disponibilità dimostrata allo sportello aperto al pubblico. Partecipa a “La Vacàda” perché è riuscita a farla passare come missione di lavoro retribuita. Maurizio, 42 anni: ingegnere, ha curato la progettazione di tutte le gallerie costruite negli ultimi anni in Trentino. Buongustaio, si diletta ad invitare le segretarie del suo studio a cena all’osteria “Oseléti scampài”, dove ha un conto aperto con il nome di “él dotór”. Maestro dell’evasione fiscale, crede nei valori della famiglia e versa ogni anno 100 euro in favore dei missionari comboniani in Africa. Da quando è scoppiato lo scandalo Collini-Grisenti stenta a prender sonno la notte. Partecipa a “La Vacàda” perché spera che nel frattempo si calmino le acque.. maggio 2009 51 PUBBLICITA’ MOSTRA DEL VINO 52