per amore, sesso o amicizia

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per amore, sesso o amicizia
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90005
Mensile di informazione e approfondimento - Anno XXX - n° 2
Poste Italiane S.p.A. Sped. in abb. post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004
n° 46) art. 1, comma 1, CNS Trento - Taxe Perçue - ISSN 1917-8799.
ZOOTECNIA
Giudicarie:
il modello padano ha fallito
UNIVERSITà
La mensa indigesta
CASO COGO
La casta si assolve
maggio 2009 ● n. 5 ● € 4,00
Le nostre relazioni al tempo di Facebook
PER AMORE,
SESSO O
AMICIZIA
1
Federazione Coop
2
editoriale
Il progetto e la nostalgia
Ettore Paris
E’ prevista per ottobre la riunione congiunta dei tre Consigli provinciali, di Trento,
Bolzano e Innsbruck, cioè della fantomatica Euregio: un appuntamento biennale finora sostanzialmente formale. Quest’anno
però l’attività di Giovanni Kessler (presidente del Consiglio) e di Dellai (presidente
della Giunta) sta dando all’appuntamento
nuovi significati. Anzi, troppi.
La spinta all’Euregio nasce da Innsbruck, secondo un progetto strategico:
trasformare l’area alpina delle tre province in uno snodo culturale ed economico,
collegamento tra il nord Europa e il sud.
“Nei rapporti con l’Italia e in primo luogo
con Trento stiamo investendo, in uomini e
risorse: è una decisione strategica” ci diceva
il rettore dell’Università di Innsbruck nel
2004, nel corso di una nostra inchiesta; e
questo progetto confermavano i massimi
politici, industriali, opinion-maker.
Tale linea si basa su un rapporto di cui
il Trentino, proprio perchè “italiano” e
quindi strutturalmente più aperto al Sud, è
fondamentale, ancor più del Sudtirolo. Ed
è diventata possibile proprio perchè – ci dicevano i nostri interlocutori tirolesi – “con
la chiusura del Pacchetto d’Autonomia l’Austria ha dichiarato risolto il problema Sudtirolo” e quindi Innsbruck è libera di avere
rapporti con Trento senza dover chiedere
permesso a Bolzano. Da qui la ricerca di
un’intesa soprattutto proprio con Trento,
anche per bypassare Bolzano e la Svp, attardate in una visione chiusa e localista.
Innsbruck in Trentino incontrava la
partnership proficua di Dellai, quando
questi era sindaco di Trento e si pro-
QUESTOTRENTINO
poneva come alternativa all’allora Presidente della Pat Carlo Andreotti. Ma,
divenuto presidente, Dellai dimenticava
Innsbruck, forse per non irritare il suscettibile Durnwalder, o forse perchè in
quel disegno non credeva tanto.
Ora la svolta, Dellai rilancia il progetto.
Le motivazioni possono essere diverse: la
più nobile, il disegno di ancorare la specialità dell’Autonomia, contestata quando col
federalismo anche le altre regioni stanno
diventando in qualche misura autonome,
a qualcosa di innovativo che la giustifichi,
come appunto può essere l’esperienza di
una regione transfrontaliera.
In parallelo a Dellai, anche se non, almeno in questi primi mesi, in sincronia, si
muove il presidente del Consiglio Kessler,
che intende arrivare alla riunione congiunta dei tre Consigli provinciali con la
proposta di uno strumento operativo: un
modello di amministrazione comune per
le tre Province dei servizi che si ritiene opportuno gestire a livello euroregionale (ad
esempio la sanità di eccellenza, il traffico,
l’economia di montagna, l’alta cultura postuniversitaria). Questo strumento (GECT,
Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale) è previsto dal Regolamento Europeo,
è già operante in altre aree transfrontaliere, e può contare sulla relativa semplicità
dell’iter istituzionale per la sua approvazione. Per lavorarci saranno a Trento a
fine maggio gli altri due presidenti, van
Staa del Tirolo e Steger del Sudtirolo.
Come si vede, il progetto sta prendendo
forma più compiuta. Possiamo comin-
ciare a vederne potenzialità, ostacoli e
pericoli. La potenzialità è quella di una
regione pienamente europea, in cui sia
uno standard il bilinguismo (anzi, il trilinguismo, l’inglese dovrebbe essere un
obbligo educativo primario) e possano
svilupparsi sia le sinergie ipotizzate per il
GECT di Kessler, sia la strategia ad ampio
raggio cara ad Innsbruck.
Gli ostacoli principali per ora vengono
da Bolzano, dove la linea della chiusura etnica e territoriale è sempre forte, anche se
non più predominante. A pag. 29 il nostro
corrispondente da Innsbruck Gerhard Fritz
racconta dei tentativi bolzanini di passare
da un rapporto a tre a un rapporto a due,
tagliando fuori Trento in un’ottica pangermanica di altri tempi; e di come questi (a
parte alcune speculazioni elettoralistiche)
siano visti con freddezza a Innsbruck.
Anche in Trentino possono esserci
ostacoli. Come reazione al pangermanesimo bolzanino si può temere di finire
come minoranza italiana al cospetto di
una maggioranza tedesca. Soprattutto
se poi l’operazione, come ora accade per
compiacere la parte più arretrata del Patt,
viene presentata come ritorno al passato,
al Tirolo storico, ai felici tempi di Hofer e
simili scempiaggini.
Se prevalgono tali rappresentazioni,
su cui anche Dellai, per contingenti convenienze partitiche, indulge troppo, il disegno si arenerà. E sarebbe un peccato,
perchè si affosserebbe un grande progetto per il futuro in nome di grotteschi
rimpianti del passato e di miseri calcoli
del presente.
3
la foto Giorgio Rossi
Trento, 1969-70: Picchetto operaio davanti alla Sloi durante l’Autunno caldo.
4
maggio 2009
maggio 2009
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Allevamento,
stop al modello padano
Nelle Giudicarie la zootecnia intensiva ha fatto
solo danni economici e ambientali. Anche gli
allevatori ora se ne stanno accorgendo...
Marco Niro
3 L’editoriale
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Stampa: Litografica Editrice Saturnia, Trento
Redazione: Carlo Dogheria (caporedattore)
Renato Ballardini, Mauro Bondi, Alberto
Brodesco, Luigi Casanova, Piergiorgio
Cattani, Roberto Devigili, Michele Guarda,
Nadia Ioriatti, Mattia Maistri, Marco Niro,
Ettore Paris, Mattia Pelli, Lorenzo Piccoli,
Fabrizio Rasera, Nicola Salvati, Stefano
Zanella
Il progetto e la nostalgia
Ettore Parisi
4 La foto
Giorgio Rossi
7 Trentagiorni
8
Per amore, sesso o
amicizia
Le nostre relazioni al tempo di Facebook
Mattia Maistri
20Intervista a Roberto Keller
Libri come finestre sul mondo.
Marco Niro
Direttore responsabile:
Ettore Paris
Come si mangia nelle mense universitarie?
Luca Facchini
Associato a “Mediacoop - Associazione
nazionale delle Cooperative Editoriali e della
Comunicazione”
Stampato su carta riciclata dalla qualità
ecologica certificata con marchio Ecolabel
QT esce il primo sabato di ogni
mese. Il prossimo numero sarà
in edicola sabato 6 giugno 2009
La magistratura appura le responsabilità, ma
la solidarietà di casta viene prima di tutto
Ettore Paris
26I bambini sotto il traliccio
A Nave S. Rocco il nuovo asilo sorgerà nei Aderente a “Cronache Italiane - Forum
nazionale della stampa periodica locale”
pressi di un elettrodotto
Roberto Devigili
27Magnifica Comunità senza
pace
Dopo le dimissioni del nuovo Scario
Luigi Casanova
Alessandra Zendron
29Da Innsbruck
Euregio o Ein Tirol?
Gerhard Fritz
30Dal mondo
L’acqua del futuro
Francesca Caprini
31 Il colore degli altri
Cortine fumogene
sul lago Lemano
22Una mensa difficile da
digerire
24Cogo, la casta si assolve
Amministrazione: Nicola Salvati
Distribuzione: Trento Press
Impaginazione: Tòs
Immagini: Carlo Nichelatti
DISEGNI: Silvia Marzari
Foto: Marco Parisi
PROGETTO GRAFICO: Designfabrik
28Dal Sudtirolo
Lontani dall’Europa
Mattia Pelli
32Pro Memoria
Andreas Hofer
fra storia e retorica
Marco Bellabarba
34Lettere e interventi
38Monitor
46Piesse
trentagiorni
I candidati a sindaco
e il mattone
La campagna elettorale per il
sindaco di Trento è riuscita a
mettere a fuoco una serie di argomenti che prima passavano
tra l’indifferenza generale.
Ci riferiamo in particolare a
una serie di grandi progetti, apparentemente insensati, ideati
in Provincia, cioè da Dellai, e
prontamente recepiti dai sindaci del PD Pacher e Andreatta: il
nuovo ospedale, la nuova stazione, il nuovo polo scolastico.
Sull’ospedale abbiamo già scritto: spendere 500 milioni (e saranno solo i primi) per un nuovo ospedale, quando il “vecchio”
(per modo di dire, è del ’69) è
appena stato ristrutturato, anzi i
lavori non sono ancora completati, è uno spreco fuori di testa.
Le motivazioni o sono inconsistenti (liberare il quartiere Bolghera dalle macchine, ma basta
fare un parcheggio, lo spazio c’è)
o fanno riferimento a un modello di sanità infausto: quella
americana, dove ogni 20 anni
si ricostruiscono gli ospedali da
capo perché, trattandosi di un
business privato, tende costantemente a dilatare il fatturato e
quindi i costi, a scapito del servizio, ormai solo per gli abbienti, e dei conti, fuori controllo.
Se il nuovo ospedale è una spesa
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inutile, quella per la nuova stazione sarebbe dannosa. Infatti
Pat e Andreatta vorrebbero spostarla da piazza Dante all’area
dello Scalo Filzi, costruendovi
il solito maxi-contenitore con
tutte le funzioni di cui sempre
si parla in questi casi: parcheggi
multipiano, negozi, centro commerciale, albergo, ecc. A parte le
obiezioni architettoniche, quelle
relative al piano del commercio
(che prevede tutt’altro rispetto all’apertura di nuovi centri
commerciali, ma è stato messo
in un cassetto) il punto centrale è: perché spostare la stazione
verso la periferia? Perché obbligare il viaggiatore, arrivato in
città, a dover prendere un altro
mezzo pubblico per portarsi
in centro? Tutte le città d’Italia
e del mondo hanno la stazione
centrale a ridosso del centro,
perché Trento, che ce l’ha anche
lei, vuole ora privarsene? Tanto più che l’attuale stazione, di
Angiolo Mazzoni, è un pregevolissimo esempio di architettura
razionalista, perfettamente integrata con piazza Dante e la città,
ulteriormente ampliabile, se del
caso, verso ovest.
Il nuovo polo scolastico all’Italcementi: ideato da Dellai per
comperare l’area alla Federazione Cooperative dell’amico
Diego Schelfi, comporterebbe
lo spostamento a Piedicastello
di scuole ora ben inserite nel
contesto urbano, con l’effetto
di ghettizzare gli studenti. Su
questo abbiamo assistito a una
parziale presa di distanza di
Andreatta, che vuole mantenere
le scuole superiori dove sono, a
parte il Liceo artistico e il Con-
servatorio che dovrebbero formare una sorta di “polo artistico” a Piedicastello. La presa di
distanza è quindi relativa: se la
nuova sede per la Scuola d’Arte
è doverosa, per il Conservatorio
essa è già prevista nelle Scuole
Crispi, in piazza Fiera, dove è
stato redatto un (bel) progetto, è
stato indetto e portato a termine
l’appalto, dovrebbero iniziare i
lavori, ma per ora è stata montata solo la gru. Come mai? Si tira
in lungo per giustificare il “polo
artistico” nei terreni dell’amico
Schelfi?
Tutti questi progetti, come abbiamo visto inutili o dannosi,
sembrano creati con un unico
scopo: indire nuovi appalti, far
lavorare le imprese di costruzioni. Provvedimenti anti-crisi?
Sarebbe grave se la crisi si pensasse di combatterla così. Ma la
risposta è no, la crisi non c’entra,
sono progetti di lunga data: la
ratio è la solita, la contiguità tra
politica e cemento.
Andreatta intende continuare
su questa strada: non avevamo
dubbi. Nessuno nel centro-sinistra, non certo nel PD, sempre
in altre faccende affaccendato,
l’aveva messa in discussione.
Diamo atto che in questa tornata elettorale le opposizioni,
sempre sbiadite su questi temi,
li hanno qui invece riproposti e
con forza, soprattutto i candidati Morandini (PdL) e Merler
(Civica di Centro). A noi piacerebbe che questo tipo di dibattiti procedesse, a prescindere dal
risultato elettorale, anche dopo
il voto.
I candidati e la moschea
Se il candidato a sindaco di Trento
del centrosinistra ha il problema
di sganciarsi dall’ingombrante
ombra del governatore di piazza
Pino Morandini
Dante, quelli di centrodestra hanno analogo problema; non tanto
con Berlusconi, troppo lontano e
che qui non verrà, quanto con il
complesso di ideologie che anima
la coalizione.
Nelle prime battute della campagna (vedi interviste sul numero
scorso) avevamo visto con piacere
il candidato del PdL Pino Morandini prendere robuste distanze
dalle deregulation urbanistiche
proposte a Roma dal “piano casa”
(che avrebbe tra le altre cose rese
pure formalità le normative antisismiche) e poi, soprattutto in
seguito al terremoto, ritirate o addolcite. E con altrettanto piacere
avevamo visto le aperture verso la
moschea per gli immigrati islamici (“Il luogo di culto si correla con
la libertà di religione, va rispettato”) anche se poi irrigidite da una
stramba richiesta di referendum
tra i cittadini (come se i diritti
dell’uomo fossero abrogabili a
maggioranza).
Poi, almeno sulla moschea, Morandini deve averci ripensato. Ed
ecco quindi porre nuove condizioni, ulteriori irrigidimenti, da
cui si deduce che, con lui sindaco,
la moschea gli islamici possono
aspettarsela nell’anno del mai.
Peccato, con Morandini, cattolico
che si presentava aperto alle altre
religioni, speravamo di vedere un
centro-destra presentabile, qualcosa come quello che a Roma sta
cercando di costruire Gianfranco
Fini. Invece vediamo che qui si ritengono essenziali i voti dell’intolleranza, e ad essi ci si adegua.
maggio 2009
Sindaci, soldi e pesci
Anche il presidente del Consorzio dei Comuni Marino Simoni
si lancia contro il “deflusso minimo vitale” la quantità d’acqua
che i bacini idroelettrici devono sempre lasciar scorrere nei
torrenti, affinché non ne venga
eliminata ogni forma di vita.
“I pesci ci costano troppi soldi”
è l’argomentazione del rappresentante dei sindaci che lancia
un alto grido di dolore: “Per il
Trentino l’applicazione del deflusso minimo vitale porterebbe
a una riduzione della produzione idroelettrica pari a quanto
in un anno genera la centrale di
Santa Giustina : in altre parole –
conclude Simoni, con un ardito
salto logico – sarebbe come chiuderla”.
Non ci meraviglia che i sindaci del Trentino si preoccupino
più dei soldi che dell’ambiente;
ci scandalizza che in nome di
qualche milione siano disposti a
sacrificare la vita stessa (non la
loro, quella degli animali acquatici, gli sconsiderati non sanno
che tra le due cose c’è relazione).
Il bello è che nella sessa seduta
Marini contesta i propositi della
Regione di rivedere i compensi
degli amministratori locali, cioè
QUESTOTRENTINO
degli stessi sindaci.
Tirando le conclusioni, secondo
i nostri sindaci si dovrebbe risparmiare eliminando i pesci e
altri inutili animaletti, per poter
così mantenere gli attuali costi
della politica. Poi si lamentano
dell’antipolitica.
Come ti rappresento
i giovani
Il 25 aprile a Trento, i giardini di
piazza Dante, dal monumento
al laghetto dei cigni sono stati
occupati da una “festa di Liberazione”. Organizzata dai giovani dell’Arci, di tre organizzazioni culturali universitarie, dalla
lista di sinistra, con l’appoggio
dell’assessorato alla cultura della
Provincia e la sponsorizzazione
della Cgil: una cosa grossa insomma, impegnata, che ha dato
risultati al di là delle previsioni.
L’area occupata, dalle 15 a oltre
mezzanotte, da mille-duemila
giovani via via succedutisi per
un totale di almeno seimila
presenze, a socializzare ma soprattutto ad ascoltare concerti,
letture da Pavese a Fenoglio a
Meneghello, un racconto a voce
dei Wu Ming 2 sulla strage di
Stramentizzo, una rievocazione
storica sul passaggio delle SS in
Val di Cembra, e tanti
altri
interventi e testimonianze. Se
il ristoratore
al seguito ha
finito pizze
e
patatine,
la voglia di
socializzare,
apprendere,
confrontarsi è
invece durata
fino a che si
sono dovu-
Pino Morandini
te spegnere le luci. E anche gli
extracomunitari, solitamente
intristiti sulle panchine, si sono
aggregati al clima generale:
“Cosa vuol dire essere fascista?”
si informava il giovane dalla
pelle scura, a dire il vero un po’
alticcio. “Vuol dire pensare che
tu sei, per natura, un nemico, e
magari un essere inferiore” gli rispondeva lo studente.
“Ecco, così dovrebbe essere questo
spazio, vivo e gioioso, altro che le
ronde” era il commento più diffuso.
Orbene, di tutto questo, quanto è
stato riferito dai quotidiani? Nulla. In tutti e tre i quotidiani non
una riga. Una pagina era doverosamente riservata al 25 aprile
nella sua celebrazione ufficiale, a
Palazzo Thun, con seguito di polemiche (non pretestuose); ma al
25 aprile di migliaia di giovani,
niente. E pagine e pagine erano
dedicate a montare l’imminente arrivo in piazza Duomo dei
Bastard, e altre pagine ancora sarebbero venute il giorno
successivo, a fornire dettagliati
resoconti, e ad aggiungersi alle
centinaia già spese nelle settimane precedenti.
Questi sono i media di oggi. E
questa la loro responsabilità.
Vedono solo una parte della
società, e soprattutto una parte
dei giovani. E quella montano,
propagandano. E, con tutto il
rispetto per le band rock, è la
parte più banale. Ieri miss Italia,
un’asinella che il suo preside finì
per portare ad esempio ai suoi
compagni, oggi i Bastard con il
caravanserraglio di X-Factor e il
seguito di ragazzine urlanti.
In tutto questo, sia chiaro, non
c’è alcuna regia, alcun diabolico
disegno. Ed è quindi peggio, è
subalternità al modello culturale dominante, quello televisivo,
del successo effimero, dell’apparire e dell’arrangiarsi.
Poi, nei prossimi giorni, ci aspettiamo qualche sussiegoso editoriale di uno dei tanti opinionisti,
a spiegarci quanto incolti siano
i giovani d’oggi, novelli barbari
abbrutiti da Tv, Internet, permissivismo.
Per fortuna, i giovani invece
non sono come gli adulti se li
immaginano. Nonostante la Tv,
nonostante i giornali. E le loro
responsabilità.
(e.p.)
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Le nostre relazioni
al tempo di Facebook
Mattia Maistri
I
o ci vorrei vedere più chiaro. Vorrei riuscire a penetrare nel mistero di un uomo e una donna, nell’immenso labirinto di quel dilemma. Aveva ragione Giorgio Gaber, anch’io vorrei
vederci più chiaro. O almeno cercare di gettare uno sguardo sull’alchimia delle relazioni
affettive tra un uomo e una donna e sul loro dilemma. Perché in fondo tutto ruota intorno
ad un’unica esigenza: quella di condividere con qualcuno emozioni, piaceri, sguardi, progetti. Facile, a dirsi. Facile anche a farsi, se non si incappasse nel dubbio che tutto quello
che facciamo per conquistare uno straccio di relazione sia vano, vacuo, vuoto.
Ma non è sufficiente a farmi desistere dal dare forma ad un’inchiesta del tutto particolare. È bene
che i lettori di QT sappiano che di seguito non troveranno la sintesi quantitativa dei dati psico-sociologici utili a capire il fenomeno “amore”. Troveranno soltanto un viaggio. Che è prima di tutto un
percorso personale, fatto di incontri, voci, appunti su un taccuino. E di relazioni che ruotano attorno ai nuovi mezzi di comunicazione: sms, chat, e-mail. Senza fili e senza tempo. Un viaggio, dunque,
attraverso tre storie “normali” e il confronto con chi, per professione prima che per passione, ci può
aiutare a inquadrare meglio quei racconti, e la società nella quale sono nati e si sono sviluppati. Ad
essi, in calce all’articolo, se ne aggiungono altri.
Ma andiamo con ordine.
Caterina, 19 anni
Incontro Caterina un caldo e soleggiato pomeriggio a ridosso di Pasqua, in una deserta biblioteca di
un sobborgo di Trento. La prima impressione di fronte a lei è che sia una ragazza dal carattere deciso.
Impressione che viene confermata subito dalla nostra chiacchierata. Non usa preamboli, Caterina, e va
direttamente al cuore della questione: “L’ho mollato io, dopo due mesi. Lui è un militare di 22 anni e l’ho
conosciuto su Netlog (un sito su cui si possono caricare fotografie e scambiare messaggi e comunicare
con altri utenti, sul modello di Facebook, ndr). Ci siamo visti in foto e ci siamo piaciuti. Ci siamo anche
incontrati 4-5 volte, ma comunicavamo per lo più in chat o con gli sms”.
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maggio 2009
Fotografie
di Marco Parisi
QUESTOTRENTINO
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Non esita a raccontare, Caterina; anche se quando le chiedo perché è finita tradisce una certa emozione, spostando
lo sguardo verso la parete con i libri per bambini e schiarendosi la gola: “È finita quando la sua ex si è rifatta viva e
l’ha fregato con la storia che era incinta”. Era vero? - azzardo
poco convinto. “Certo che no, - mi risponde stizzita - era
una balla per riportarlo da lei, ovvio. E lui c’è cascato, nel
senso che anche quando ha scoperto che non era vero non è
riuscito più a dimenticarla”. Giochicchia con gli anelli, mentre la voce si fa più aspra: “Io ci stavo troppo male e, dopo che
lui mi ha tirato buca per l’ennesima volta al pub, un’amica mi
ha convinto a lasciarlo. L’avrei fatto comunque, eh! Solo che
lei mi ha dato la smossa giusta e allora quella sera gli ho scaricato addosso una serie di sms in cui gli ho detto tutto quello
che pensavo di lui, che era uno stronzo e via dicendo. Alla fine
ero proprio soddisfatta, mi sentivo finalmente libera”.
Prende fiato ed io ne approfitto per chiederle perché abbia
usato i messaggini
del cellulare per la“Ho due amici - un
sciarlo, invece di incontrarlo di persona. ragazzo e una ragazza
Alla mia domanda
- che si piacciono, ma
lei si schermisce e
risponde di essere che quando si trovano
abituata a risolverli
seduti assieme al bar
faccia a faccia i suoi
problemi, ma che parlano solo per sms”
stavolta non poteva
aspettare di vederlo,
perché doveva dirglielo subito quello che pensava. Attendo
che prosegua e infatti aggiunge: “Le mie amiche, invece, sono
abituate a usare gli sms per farsi fuori tutte le rogne, perché così
hanno più coraggio e riescono a superare l’imbarazzo. Altrimenti certe cose non ce la fanno a dirle. È un po’ come quando si vuole conoscere un ragazzo in un pub. Devi essere un po’
sbronza per avere il coraggio di avvicinarti e presentarti”.
Riporto la discussione sull’uso degli sms e lei non si fa
pregare: “Pensa che ho due amici, un ragazzo e una ragazza, che si piacciono, che escono con la mia stessa compagnia,
ma che sono così imbarazzati che quando siamo attorno al
Lia Inama
(life-coach ed esperta di dipendenze affettive)
Che effetto possono avere i nuovi mezzi di
comunicazione sulla vita di coppia?
Farei un distinguo. Gli sms e le mail
possono risultare degli strumenti efficaci
all’interno della coppia per scambiarsi pensieri, tenerezza e comunicarsi le reciproche
emozioni. Ma possono anche diventare un
modo per “tradire non tradendo”, ovvero
per rifugiarsi in un rapporto virtuale, illudendosi di costruirne un altro che lo sostituisca.
Questo fenomeno riguarda solo le giovani
generazioni?
I giovani sono nati con questi strumenti
e quindi ne hanno interiorizzato il sistema.
Per loro a volte è più facile cercare in rete
l’affetto e l’ascolto che in famiglia spesso
non trovano. Inoltre la rapidità di questi
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tavolo del bar non si rivolgono neanche la parola e preferiscono comunicare tra loro con i cellulari. In pratica parlano
solo per sms”.
Il termine “imbarazzo”, in tutta la sua scala semantica, è
ricorrente nella narrazione di Caterina e non posso celare
lo stupore quando mi racconta che con un nuovo ragazzo
che ha appena conosciuto è arrivata a scambiarsi anche 90
sms al giorno. Le chiedo se questo non sia indice di una relazione pesante, quasi ossessiva, ma lei ride e con un gesto
della mano scaccia questa possibilità: “Ma no! Anzi. Credo
che se io lo vedessi tutti i giorni diventerei stupida. Non mi
sentirei libera, mi mancherebbero i miei spazi...”.
Non mi sembra il caso di farle notare che 90 sms al giorno rischiano di occuparli, eccome, gli spazi. Chiudo il taccuino e mi proietto mentalmente verso la seconda tappa
del viaggio. Mi aspettano gli sms, sempre quelli.
media si trasmette alla rapidità delle loro
relazioni, che subiscono l’effetto zapping,
cioè possono essere cambiate con un semplice clic, come cambiare canale.
Lo stesso discorso si può fare anche per
gli adulti?
L’uso delle chat da parte degli adulti
consente loro di arrivare più rapidamente a molteplici scopi. Come conferma la
storia di Peter, in rete si può cercare amicizia, sesso o anche l’amore. Credo che
in questo senso esistano delle spiccate
differenze di genere: le donne sono più
propense a cercare l’amore, mentre gli
uomini rincorrono di più l’avventura sessuale. Questo spiegherebbe perché molti
maschi che usano le chat hanno già una
relazione in corso, mentre la maggioran-
za delle donne è single.
Questi mezzi di comunicazione possono
favorire la dipendenza affettiva?
Non credo. Sono convinta, invece, che
possano diventare essi stessi delle dipendenze, portando le persone a dedicargli
ogni minuto libero.
So di persone che rinunciano alla pausa
pranzo pur di andare subito a chattare...
Appunto. Questa dipendenza denota la difficoltà di mettersi in gioco e di
affrontare la fisicità dei rapporti: più
facile evadere in chat, inventandosi
personalità diverse.
maggio 2009
“Le ho suonato al
campanello di casa e lei
mi si è presentata vestita
in pelle nera brandendo
un frustino sadomaso”
Anita, 30 anni
Anita è molto graziosa. Le
luci basse del pub in cui andiamo per la nostra chiacchierata non possono oscurare i tratti delicati del suo
volto. Che si increspano in
qualche piccola ruga solo
quando inizia a raccontare la
sua storia. Si vede che l’ha segnata, anche se ora, a distanza
di anni, ha chiuso per sempre con lui.
Lui era il suo moroso fin dai 16 anni. Adolescenza e
giovinezza, sempre insieme. Al liceo, durante l’università,
mentre lavorava. Inevitabile la convivenza, lunga, giunta al
quinto anno senza particolari scossoni. Finché il suo sesto
senso le dice che lui è cambiato. Al disordine naturale che
lo portava a dimenticare tutto in giro per casa, è subentrata
una strana attenzione per i dettagli. Una cosa, in particolare, la stupisce. Mentre in passato era solito dimenticare il
suo cellulare ovunque, ora non se ne separa mai. Tranne...
“tranne quella volta che io dovevo fare una telefonata a sua
mamma. Così ho preso il suo cellulare mentre lui era in bagno e ho iniziato a scorrere la rubrica per trovare il numero.
E cosa ti trovo? Una lunga serie di telefonate di una certa
Fernanda”. Un sorso di birra e le parole di Anita si caricano di tensione: “È stato inevitabile, a quel punto, frugargli
tutto il cellulare. Così ho trovato i messaggi che le inviava e
ho capito”. Da quella amara scoperta seguono mesi di tira e
molla con lui, che non ammette nemmeno l’evidenza. Ciò
nonostante, Anita resiste per tutto l’inverno, che diventa
un incubo, specialmente per l’ossessione del suono che fa il
cellulare quando riceve un messaggio: “Pativo un’ansia da
Maurizio Teli
Peter, 37 anni
Appena Peter si siede sul divano della redazione si aprono
le cateratte. Peter è un libero professionista che per lavoro
gira il mondo e che dopo la fine del suo matrimonio ha
deciso di buttarsi per un mese nelle chat dei siti per single.
“Un mese in cui non ho fatto nient’altro. Trenta giorni collegato a Meetic (sito che favorisce i contatti tra possibili partner, ndr) e sono riuscito a collezionare venti appuntamenti”.
Gli chiedo di ripetere la cifra perché stento a crederci. Lui
ride di gusto e conferma: “Venti, te l’assicuro. E ho trovato
di tutto. Una sera mi sono presentato elegante per incontrare una donna altoatesina. Le ho suonato al campanello di
casa e lei mi si è presentata vestita in pelle nera brandendo
un frustino sadomaso”. Immagino la scena e strabuzzo gli
occhi. “Ma si può andare anche oltre: una ragazza al primo
(sociologo delle nuove tecnologie)
L’uso delle nuove tecnologie può modificare le relazioni sociali?
Le nuove tecnologie sicuramente modificano il contesto sociale in maniera
quantitativa, ma non possiamo ancora
affermare che ciò avvenga anche a livello
qualitativo.
Ovvero…
Attraverso gli sms o le chat io posso
annullare spazio e tempo, quindi entrare
in contatto in ogni momento con persone
lontanissime per un numero imprecisato
di volte. Ciò significa che le possibilità
comunicative sono enormemente amplificate, al di là delle possibilità che c’erano
in passato. Questa è una novità che incide sui rapporti sociali. Ma la qualità delle
relazioni e soprattutto le loro istanze non
QUESTOTRENTINO
beep-beep degli sms. Mi svegliavo con questa ossessione, quando lui alle 6.30 si chiudeva in bagno col
telefono e io sentivo il suono dei messaggini che gli
erano arrivati durante la notte”.
L’ansia perseguita Anita fino a febbraio, quando finalmente decide di andarsene. Le si legge
negli occhi che non è stato facile superare quei
momenti. Ma ha voglia di parlare e la lascio fare:
“Ci ho messo un anno per superare tutto. Ora sto
finalmente bene”. Un sorriso trova spazio sulle labbra, che
si richiudono sottili quando la conversazione abbandona
la vicenda personale e si inoltra nelle considerazioni più
generali: “La vita di coppia non ti dà scampo, ti porta inesorabilmente a percorrere gli stessi passi: corteggiamento,
mutuo, matrimonio, gravidanza, educazione dei figli... Per
molte coppie questi passaggi sono solo occasioni per distrarsi
dalla noia, un motivo per non lasciarsi. Nient’altro”.
Complice l’oscurità del pub, il dialogo si blocca in un’atmosfera cupa, interrotta solo dai meccanici sorsi di birra.
Rompo il silenzio chiedendole se ora ha qualche nuovo
amore che possa farle cambiare idea al riguardo. Anita piega il capo, poco convinta di quello che sta dicendo: “Bah,
c’è un tipo che mi stuzzica. Ci siamo conosciuti grazie ad
amici e ora c’è la possibilità di tenersi in contatto via mail e
chat. Ma ‘ste cose non mi convincono molto...”.
è detto che siano profondamente cambiate. Ora, in fondo, si fa in chat quello che in
passato si faceva in discoteca: mettere in
luce le caratteristiche che possono essere
più attraenti per una persona che si vuole
conoscere, riproponendo il modello che
si crede vincente in quel particolare contesto.
Cambiano, dunque, gli strumenti, ma
non le ragioni profonde che spingono ad
usarli.
La discoteca, il bar, l’agenzia matrimoniale, i contatti degli amici, gli sms, le chat,
sono modalità diverse della medesima
esigenza: conoscere e farsi conoscere.
Un’esigenza non certo nuova…
Infatti. Da questo punto di vista non è
cambiato nulla. È cambiato, semmai, l’in-
tensità di risposta allo stimolo perché il
mezzo è molto più rapido.
Le nuove tecnologie, quindi, sono paradossalmente conservatrici?
Lo sono quando rafforzano il modello
sociale dominante. Non lo sono più quando invece offrono la possibilità alle fasce
minoritarie o discriminate di trovare il proprio spazio ed uscire allo scoperto, come
ad esempio accade nelle chat per omosessuali. Provate solo a pensare quale grande
novità sociale rappresenti uno strumento
simile per un gay di un piccolo paese di
una chiusa valle trentina.
11
appuntamento mi ha chiesto di picchiarla e
una perfino di strapparle i peli del pube a
morsi. Però qui si scivolava nel patologico e
mi sono rifiutato”.
Se non fosse per la trasparenza con cui
Peter si racconta verrebbe da dubitare delle sue storie, che
invece sono del tutto vere. E a volte si mescolano al dramma: “Sono uscito con una donna che a metà serata mi ha
confessato che di lì a una settimana sarebbe stata operata
per un tumore e che quella notte con me voleva prendersi
una botta di vita, visto che poteva essere l’ultima”.
L’umanità incontrata sulle chat è variegata e, salvo
qualche caso, non appartiene al patologico, anzi. Peter lo
conferma: “Ci sono persone normali che usano le chat per
conoscere altra gente. Persone che magari non si piacciono,
o che sono troppo timide, oppure che dopo la fine di una
relazione hanno bisogno di rifarsi in fretta una vita. E trovi
tanto uomini quanto donne. Solo sul sito che frequentavo
io, ad esempio, era possibile incontrare più di duecento donne trentine”. Il dato mi impressiona, ma non ho tempo di
rifletterci perché i racconti di Peter incalzano: “Puoi però
trovare anche delle fregature. Una volta a Padova dovevo
incontrare una tipa vista solo in foto sul sito e quando mi
sono presentato all’appuntamento mi si è fatta avanti una
che aveva messo una foto di venti chili prima. Oppure se ci
sai fare puoi divertirti ad alzare la posta. Una mattina ho
lasciato sul sito il seguente messaggio: ‘Voglio vederti, bendarti, spogliarti e scoparti’. Non ci crederai ma poche ore
dopo avevo già due risposte positive e la sera ho verificato di
persona, proprio in Trentino: richiesta rispettata”.
La discussione è pirotecnica e Peter non si sottrae alle
domande, nemmeno quando gli chiedo se un sistema del
genere non abbia dei rischi. “La chat è comoda perché azzeri i tempi e gli spazi. Ha un obiettivo e in breve lo puoi realizzare. Tuttavia se entri troppo nel sistema ti smalizi e perdi
un certo contatto con la realtà. La stessa donna che ha accettato di farsi bendare e scopare senza che ci conoscessimo se
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avesse ricevuto il mio messaggio fuori dalla chat, mettiamo
in un approccio al bar, mi avrebbe denunciato”.
Non tutto però, in chat, per lui è finalizzato al sesso: “Ho
costruito anche grandi amicizie, che non si sono perse nel
tempo perché sono sempre a portata di clic. Non possiamo
demonizzare questo strumento. Dipende da come lo si usa.
C’è chi ci cerca l’amore, chi il sesso, chi qualcuno che lo ascolti
quando non riesce a comunicare con nessuno”.
Ringrazio Peter e lo saluto con una calorosa stretta di
mano. Il suo sorriso complice lascia intendere che forse
dovrei dare un’occhiata più approfondita ai siti di cui abbiamo parlato. Ricambio il sorriso come dire “figurati!”,
ma appena chiude la porta della redazione raccolgo le mie
cose e scappo a casa. Un’ora dopo il mio profilo su Meetic
è pronto. Intanto vediamo la versione base (gratuita), mi
dico, ed inserisco l’annuncio di presentazione, che prima
di essere pubblicato deve passare il vaglio dei gestori del
sito. Scrivo un messaggio misterioso, elegante, quasi troppo raffinato. Sono compiaciuto.
Il giorno dopo una mail mi avverte testuale che “purtroppo, dopo averlo letto, il testo del tuo annuncio non può
essere accettato”. Stizzito, sconnetto la rete e allontano definitivamente l’idea. Apro, invece, un documento vuoto per
scrivere l’articolo.
Vorrei vederci più chiaro. Vorrei riuscire a penetrare nel
mistero di un uomo e una donna nell’immenso labirinto di
quel dilemma.
Gaber torna a ronzarmi nelle orecchie, mentre premo i
tasti del portatile. D’altra parte il dilemma, alla fine di questo breve viaggio, non l’ho sciolto. Rimane solo riservato.
Come una prognosi. ●
[email protected]
maggio 2009
Due storie d’appendice
Le testimonianze di due giornalisti di QT
La bella e il detective
Cancun, Messico. Con Jennifer, 19
anni, bellissima, brillante, disinibita,
fu colpo di fulmine: la vidi in piscina,
attorniata da altre cinque-sei
persone; entrai in acqua verso di lei
che subito si girò e mi gettò le braccia
al collo dicendomi “Ti desidero, ti
voglio”, in inglese, in francese, in
spagnolo. Ma io non la volevo così,
volevo un sentimento che sapesse
crescere; ci innamorammo entrambi,
ma pasticciammo. L’ultimo suo giorno
di vacanza non ci capimmo di brutto;
la ricordo andarsene via, a testa
bassa, bella e dolente, mentre io non
mi capacitavo di quanto accadeva.
Nella notte si ubriacò fino a perdere
conoscenza, mi dissero.
Tornato a casa, provai a mettere
ordine nel mio animo sconquassato.
No, non era possibile che una
storia finisse così: dovevo trovarla,
dovevamo spiegarci.
Avevo il nome di battesimo, la città, la
data di partenza dal villaggio: quanto
bastava per trovare l’indirizzo. Provai
telefonando all’albergo; poi con
alcuni hacker; infine con un detective.
Quest’ultimo mi consigliò le agenzie
investigative on line.
Trovai un sito dove si può
indire un’asta tra i detective
internazionali. Si indica l’oggetto
dell’investigazione, e i detective
rispondono presentando credenziali
e preventivo. Mi risposero in 7-8, con
preventivi tra i 300 e i 4000 dollari.
Scelsi, tra i più economici, quello a
naso più affidabile. Un sedicente ex
agente della Cia. “Tempo 3, 4 giorni
e le fornisco la mail - mi rispose - Mi
pagherà se sarà soddisfatto”. Ok.
In effetti mi fece avere un indirizzo,
che però non mi convinceva. “Provi a
scriverle” mi disse.
“Sei tu?” intitolai la prima mail. Sì,
era lei: “Non ho fatto che pensare
a te”. Seguì uno scambio di mail
appassionate: lunghe le mie,
QUESTOTRENTINO
brevissime le sue; momenti dolci e
intensi, appannati solo dall’esilità
delle sue risposte. Pagai il detective.
Poi, di colpo, Jennifer smise di
scrivermi.
“Era il detective che ti rispondeva”
mi suggerì un amico. Parole che
mi fulminarono: ripercorsi tutte le
mail… certo, è vero, è così!! Le sue
rispostine brevi, insipide… e per di
più con alcune frasi sbagliate, parole
improbabili… e poi nessuna foto...
Scrissi al detective, che non rispose,
e al sito, che garantì l’esclusione del
detective, il che poi non avvenne. Ero
stato turlupinato.
E Jennifer? Non l’ho più cercata. Di
lei mi rimane, dolce, il ricordo: le sue
braccia al collo, il volto disegnato da
Tiziano, gli occhi verdi, le labbra che
sussurrano “Ti desidero, ti voglio” .
Amore elettronico
“Ciao Fausto. Tu non mi conosci,
ma faccio Lettere anche io, un anno
prima di te. Ci incrociamo spesso nei
corridoi dell’università. Volevo solo
dirti che mi piaci. Sissi”.
Non capita tutti i giorni di aprire la
posta elettronica e di trovarci dentro
un messaggio così. La prima cosa che
mi venne da pensare è che lei avesse
sbagliato persona.
E infatti s’era sbagliata.
Aveva scritto a [email protected],
studente di Lettere a Modena, ma
voleva scrivere a fausto.m@libero.
it, studente di Lettere a Macerata. Le
avevano dato a voce l’indirizzo, e lei
aveva capito male.
Le scrivo, scopriamo l’errore, le
incredibili coincidenze ci divertono un
sacco.
Continuiamo a scriverci. In poche
settimane, entriamo in confidenza.
Senza telefonate. Troppo tradizionali.
Il telefono lo usiamo solo per
mandarci sms: 3-4 a settimana. Ma
per lo più sono e-mail: quasi una al
giorno.
Poi lei butta lì: “Chattiamo?”.
L’appuntamento è ogni due sere
alle 19. Siamo sempre puntualissimi
entrambi. Ci mandiamo anche le foto,
per posta tradizionale. Io la trovo
carina, lei mi trova carino. “Quando ci
si vede?”, mi chiede.
Modena e Macerata non sono così
lontane. Ma non so se è una buona
idea. Mi sembra bello così, scriversi
a distanza. E se poi ci vediamo e non
ci piacciamo? Ma lei insiste. E allora
è deciso: ci si vedrà ad agosto. Andrò
a trovarla io, ci faremo una settimana
di mare.
Ma poi, all’improvviso, cambia tutto:
io conosco Roberta, e mi metto con
lei. L’estate è appena iniziata.
Non ce la faccio a dirlo a Sissi. Perché
poi? Mica eravamo fidanzati, mi dico.
Ma non c’è niente da fare: non ce la
faccio.
Le scrivo sempre di meno. L’ultima
e-mail è di inizio luglio. Le dico che
forse non potrò andarci, da lei, ad
agosto. Altri impegni…
Poi non le scrivo più. Non rispondo
alle sue e-mail, né ai suoi messaggi.
“Che fine hai fatto?”, mi chiede
nell’ultima e-mail che mi manda. “Ti
sei stufato di me?”.
Finisce lì, tra me e Sissi.
Me ne dimentico presto, fino a che,
tre anni dopo, durante una piovosa
domenica di novembre, mi capita
di ritrovare dentro una scatolina le
lettere che mi aveva scritto. Rivedo
il suo viso, e mi sento uno stronzo.
Sento il bisogno di scusarmi con lei.
Decido di scriverle. Niente e-mail. Uso
la carta.
“Non so se apprezzerai questa
lettera o se invece mi disprezzerai
ulteriormente. Non so nemmeno se
mi risponderai. Se vorrai farlo ne sarò
contento, anche se dovessi scrivermi
che sono stato uno stronzo”.
Non ha risposto.
13
PUBBLICITA’
CAF CGIL
numero scorso,
pag. 22
14
maggio 2009
Allevamento,
stop al modello padano
Nelle Giudicarie, la zootecnia intensiva ha fatto finora solo danni,
ambientali ed economici. Anche gli allevatori ora cominciano a capirlo,
e adesso il punto è un altro: limitarsi a ridurre il numero di capi oppure
decidere di diversificare, sostituendo la zootecnia con altre attività?
Marco Niro
Q
uando scollino il passo del Ballino, il valico che collega la parte
settentrionale del lago
di Garda alle Giudicarie Esteriori, due
cose mi colpiscono. Il
cambiamento del paesaggio, dove ora la
torbiera di Fiavé si mostra in tutta la sua
bellezza, esaltata da una bella giornata
di sole marzolino. E l’odore: da dentro
l’abitacolo dell’auto, a finestrini chiusi,
riesco a percepire piuttosto intensamente l’odore dei liquami proveniente dagli
allevamenti circostanti. Il che mi ricorda
subito cosa sono venuto a fare da queste
parti.
L’appuntamento è nel primo pomeriggio a Fiavé con Alvaro Armellini,
presidente del Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori, in sigla CIGE. Nato nel
2005, il CIGE è “un comitato di cittadini
- come si legge sul suo sito web - mosso dall’amore per la propria valle e dalla
preoccupazione di garantire ad essa uno
sviluppo che sia sostenibile dal punto di
vista ambientale, economico e sociale”.
QUESTOTRENTINO
In genere, comitati simili nascono dove
qualche problema minaccia la vivibilità
dei cittadini. Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio Superiore e Inferiore,
quel problema si chiama zootecnia intensiva.
Stalle enormi
“Qui è da almeno trent’anni che la zootecnia imita il modello padano”, mi dice
Armellini. E modello padano, in pratica, significa grandi stalle. Spesso enormi. Il presidente del CIGE mi guida in
una sorta di tour per le più grandi della
zona.
La prima alla quale ci avviciniamo è
una stalla di Fiavé, con circa 200 capi.
Le mucche mi guardano un po’ attonite,
strette dentro le loro gabbie. “Poco distante da qui - m’informa Armellini - c’è
un biotopo che custodisce un importantissimo patrimonio storico-culturale”. La
torbiera di Fiavé, appunto. Dove sono
stati ritrovati i resti di un abitato palafitticolo tra i più importanti e interessanti d’Europa, risalente all’età del bronzo.
“Ma nulla di tutto questo è valorizzato.
Qui si pensa solo a mungere più che si
può. Le grandi stalle degradano il paesaggio. Per il turismo c’è poco spazio”.
Ci spostiamo nel comune di Lomaso,
dove agli allevamenti da latte si aggiungono quelli da carne. Sostiamo vicino a una
stalla gigantesca che affaccia sulla strada
provinciale che porta in paese. Contiene
circa 700 capi. Guardo dentro, e la vista si
perde lungo le interminabili corsie. “Sarebbe enorme persino in pianura. Del resto,
guardati intorno: sembra davvero di essere
in Padania”. Di fronte alla stalla, dall’altra
parte della strada, si estendono i campi di
mais, la monocoltura che domina incontrastata la valle, da cui si ricava il cibo per
le vacche. “Guarda i paletti per l’irrigazione: non li hanno così alti nemmeno in pianura”.
Terminiamo il nostro giro nel Bleggio.
Ci fermiamo nei pressi di una delle stalle più grandi, 450 capi circa. A colpirmi
di più è l’enorme vasca per i liquami. Ha
una capacità di circa 1.500 litri, accumulati lì dentro in attesa di poter essere sparsi sui terreni. Cosa vietata se il terreno è
innevato, come spesso è stato quest’anno.
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Tanti capi, poca terra
Nei comuni di Fiavé, Lomaso e Bleggio
Superiore e Inferiore operano 67 aziende
zootecniche, 61 delle quali allevano bovini. I parametri per valutare se la zootecnia
praticata da tali aziende sia di tipo intensivo o estensivo sono essenzialmente due:
il numero di capi per azienda e il cosiddetto rapporto UBA/SAU, ovvero il rapporto tra le Unità di Bovini Adulti (UBA)
e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU)
dall’azienda.
Ebbene, mentre in provincia di Trento
i capi per azienda sono in media 25, nelle
Giudicarie il valore è doppio, e questo a
fronte di una superficie agricola che non
è maggiore di quella di altri comprensori.
Il dato più rilevante riguarda comunque
il rapporto UBA/SAU. Quello ritenuto
appropriato è pari a 2 UBA per ettaro di
SAU, perché permette al terreno di assorbire le deiezioni. Nelle Giudicarie Esteriori, però, se è vero che la metà delle stalle ha
un valore inferiore ai 2 UBA/SAU, l’altra
metà lo supera, e un 5% (circa 8 aziende)
va oltre i 4 UBA/SAU. “Sono cifre da zootecnia padana - osserva Armellini. - Ma il
modello padano va bene forse in pianura.
Non certo in montagna, dove può fare, e fa,
solo danni”.
Deiezioni in eccesso,
acque in pericolo
Dal punto di vista ambientale, il problema
principale è quello dovuto allo smaltimento delle deiezioni. La zootecnia intensiva
ne produce in eccesso, perché l’espansione
delle stalle fa perdere l’equilibrio virtuoso
fra prati e produzione di foraggio da un
16
lato e numero di bovini
allevati dall’altro, e non
si sa più come gestire gli
scarti dell’attività zootecnica.
Così, nelle Giudicarie
Esteriori lo spargimento
dei liquami è diventato
un’attività ad alto rischio. Specialmente in
annate come l’ultima,
dove nevica molto e lo “Guardati intorno:
spargimento dev’essere
sembra di essere
rimandato fino a che le
vasche in cui viene prov- in Padania. Qui finora si è
visoriamente depositato
pensato solo a mungere
il liquame non arrivano
a strabordare. Allorché, finché si è potuto...”
in genere, arriva qualche
deroga, o, peggio, si decide di spargere illegalmente, magari notte- BOD, COD (parametri usati per la stima
del contenuto organico), azoto ammotempo.
Il 9 dicembre 2008 il consigliere pro- niacale e fosforo totale “particolarmente
vinciale Roberto Bombarda rivolgeva alla elevati”.
Giunta Dellai appena insediatasi un’interrogazione circa “l’abbondante irrigazione Strategie sbagliate, conti in rosso
nei giorni scorsi delle campagne del Lomaso Ma i danni da zootecnia intensiva, per
con reflui di origine zootecnica, in spregio le Giudicarie Esteriori, non si limitano
alle norme che vietano di spargere liquami all’ambiente. La recente crisi del caseificio
di Fiavé, secondo molti osservatori, va atsopra al manto nevoso”.
“Le aziende - rispondeva l’assessore tribuita proprio all’inadeguatezza del moall’agricoltura Tiziano Mellarini - han- dello padano.
“Nel caso della zootecnia di montagna no chiesto al Sindaco un’autorizzazione in
deroga all’ordinanza per effettuare lo spar- osserva Luciano Pilati, docente di markegimento, al fine di evitare la tracimazione ting dei prodotti agro-alimentiari all’Università di Trento - i costi di produzione
delle vasche”.
Chi ci rimette, in questa frequente di- della materia prima sono in media più
namica, è l’ambiente, e in particolare le elevati di quelli di pianura. Per recuperare
acque, “tra le più inquinate del Trentino”, redditività, gli allevatori giudicariesi hanno
ci fa sapere Armellini. E, in effetti, i risul- cercato di comprimerli sfruttando le econotati di prelievi d’acqua effettuati nel 2007 mie di scala, cioè aumentando il numero di
dall’Agenzia provinciale per la protezione capi e la resa”.
Aumentare la resa significa trasformadell’ambiente dal locale torrente Duina e
dal suo affluente Dal evidenziano una pre- re le mucche in macchine da latte. Mentre
senza di sostanza organica con valori di quelle allevate in maniera non intensiva,
maggio 2009
Fotografie di Marco Parisi
“Guradala bene: straborda, e non è coperta.
Nessuno ci assicura che questo non provochi una dannosa proliferazione di batteri. E
le zanzare, d’estate, hanno già preso piede
da tempo”.
Nella pagina a fianco: sversamenti di deiezioni sul
manto nevoso, pratica vietata e inquinante. Nella
foto in mezzo, un paletto per l’irrigazione di un
campo di mais a Dasindo, Lomaso. Nella foto in
alto, un’enorme stalla. Nella foto a lato, mucche
nel loro liquame.
che d’estate vanno in malga, producono una quindicina di litri di latte al giorno, quelle che rimangono
nelle grandi stalle 12 mesi
su 12 possono arrivare anche a 50 litri e oltre. Ma il
latte, ed ecco il punto, non
è lo stesso. A cambiare il sapore è soprattutto la qualità
del grasso: insaturo quello del latte di una mucca
che si ciba principalmente
di erba; saturo, e quindi
meno buono, quello del
latte di una mucca che si
ciba prevalentemente di mais e mangimi.
Di conseguenza, anche la qualità dei formaggi che con quel latte vengono prodotti
cambia. In Svizzera alcuni studiosi hanno
sottoposto 49 forme di formaggio prodotte in luoghi diversi all’assaggio di alcuni
esperti, i quali, senza guardare la provenienza, hanno riconosciuto il formaggio
di montagna per il suo gusto “più saporito
e più genuino”.
Il circolo è quindi vizioso. Per aumentare la redditività, si punta ad aumentare dimensioni e rese, ma aumentando
dimensioni e rese si produce un latte, e
un formaggio, di qualità inferiore, che
comunque non potrà mai competere coi
prodotti di pianura, il cui prezzo resterà comunque più basso. “Che senso ha
QUESTOTRENTINO
per il caseificio di Fiavé - si chiede Pilati - competere sul prezzo delle mozzarelle
con i giganti europei della trasformazione? E quali risultati economici può dare
la produzione del Grana Trentino, una
variante di un prodotto di pianura con
un posizionamento di prezzo inferiore ad
un’altra produzione di pianura come il
Parmigiano Reggiano?”.
Parola d’ordine: riqualificare
Ma ormai, con la crisi economica in corso,
sono loro stessi, gli allevatori, a cominciare
ad accorgersi che così non si può più andare avanti. E proprio a Fiavé troviamo un
esempio importante di questa nuova consapevolezza.
“Già solo passando da 370 a 220 vacche ho visto che le mucche stanno meglio,
si ammalano di meno e il latte è più buono”. Samuel Zambotti è uno dei maggiori
allevatori delle Giudicarie Esteriori. Ha
deciso di ingrandire la sua stalla a Fiavè,
ma riducendo progressivamente il numero di capi. L’idea iniziale, però, non
era questa: “In un primo momento avevo
in mente di aumentare la consistenza della mandria. Ma poi il Comune e l’Istituto
Agrario mi hanno fatto desistere, e il loro
consiglio si è rivelato buono”.
La nuova parola d’ordine è riqualificare. “Nel comune di Fiavé - ci dice il sindaco Nicoletta Aloisi - le capienze delle stalle
non si possono più ampliare, a meno che ci
sia un progetto di riqualificazione, per cui
i fabbricati ingranditi non ospiteranno più
di 190 capi. Sul territorio ci sono ancora
stalle da 400 capi e oltre che sono molto
lontane dall’idea di riqualificare. Ma confidiamo che il progetto-pilota di Zambotti
possa dare il buon esempio”.
Ad assistere dal punto di vista tecnico
Zambotti è stato Angelo Pecile dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige.
“Zambotti - ci racconta - aveva un rapporto UBA/SAU pari a 4. Gli abbiamo
proposto un piano per scendere al di sotto di 2,5, perché questo gli avrebbe dato
molteplici vantaggi. Primo: avrebbe avuto
accesso ai contributi provinciali. Secondo:
avrebbe potuto disporre di un prodotto di
maggior qualità in grado di trovare un suo
mercato. Terzo: si sarebbe ridotta l’esposizione dell’azienda sul delicato mercato dei
mangimi. Quarto: non ci sarebbero più
state deiezioni in eccesso. Ultimo, ma non
ultimo: l’allevatore stesso avrebbe migliorato la qualità del suo lavoro”.
17
E Zambotti conferma: “Prima lavoravo
di più e avevo meno reddito. Adesso, pur
non avendo nemmeno finito il processo di
riqualificazione, già vedo che la situazione
si è invertita: ho meno fatturato, certo, ma
più guadagno”.
Anche la Federazione Provinciale degli Allevatori vede di buon occhio l’esperimento di Zambotti, soprattutto per un
motivo: “Oggi l’unico modo che la zootecnia trentina ha di sopravvivere è l’accesso ai
contributi provinciali - ci fanno notare sia
il presidente Silvano Rauzi sia il direttore
commerciale Mario Tonina, che inoltre è
vice-sindaco di Lomaso - E siccome la politica non solo provinciale ma comunitaria
tende a sostenere le aziende con un basso
rapporto UBA/SAU, la strada imboccata
da Zambotti appare obbligata, anche perché conduce ad una produzione di maggior
qualità, la sola che oggi si addica alla zootecnia di montagna”.
“Ma ridurre non basta”
Ma c’è anche chi pensa che passare da 4
UBA a 2,5 non sia la soluzione di tutti i
18
“Già solo passando
da 370 a 220 vacche
ho visto che le bestie
stanno meglio: si
ammalano di meno e
il latte è più buono”
mali, ma solo una pezza. “Il cambiamento
deve essere molto più radicale”. Lo pensa
Michele Corti, docente di Sistemi Zootecnici all’Università degli Studi di Milano.
Professore, cosa c’è che non va
nell’idea di riqualificare?
“Fino a meno di un anno fa gli allevatori
delle Giudicarie Esteriori volevano costruire
una centrale a biogas che avrebbe sancito in
via definitiva il predominio della zootecnia
intensiva e delle grandi stalle. Adesso parlano di ridurre, ma lo fanno solo per ricevere
i contributi pubblici e perché nel frattempo
la crisi economica si è aggravata”.
D’accordo, ma non è già qualcosa?
“Poco, direi. Se è vero che 2,5 UBA/
SAU sono certo meglio di 4, bisogna anche
ricordare che in Svizzera, dove molti allevatori di montagna vivono decorosamente
anche solo con 15 vacche, i finanziamenti
sono ancor più mirati, e arrivano solo se il
rapporto è pari ad 1. A mio avviso, se anche tutte le grandi stalle delle Giudicarie
Esteriori scendessero a 2,5, i problemi non
scomparirebbero”.
Perché?
“Dal punto di vista ambientale, ammesso che finirebbe il problema delle deiezioni
in eccesso, resterebbe il problema legato a
una questione che oggi nessuno nelle Giudicarie mette in discussione: la monocoltura del mais. Delle coltivazioni foraggere, il
mais è la meno sostenibile. Richiede grandi
quantità di acqua, innanzitutto. E poi, dato
che in un territorio ristretto come l’altopiano di Fiavé si risemina dove s’era seminato
l’anno prima, diventa sempre più difficile
estirpare le erbacce, con la conseguenza di
dover ricorrere a quantità sempre maggiori
di fitofarmaci”.
Sì, ma il mais serve agli allevatori per
evitare di ricorrere ai mercati dei mangimi…
“E’ proprio questo il punto. La zootecnia
deve ridurre lo spazio che oggi occupa nella
sfera economica e sociale dell’altopiano di
Fiavé. Il ridimensionamento deve riguardare non solo le stalle, ma il settore in sé”.
Ci può spiegare meglio?
“L’altopiano di Fiavé ha caratteristiche
geo-climatiche tali da potersi permettere un
modello di agricoltura diversificato. L’allevamento, non necessariamente solo bovino,
dovrebbe essere portato avanti da piccole
aziende. L’agricoltura potrebbe uscire così dal
regime della monocoltura del mais, e aprirsi
ad opportunità importanti e più sostenibili:
si potrebbe pensare di riseminare a scopi di
panificazione il frumento, l’orzo, la segala,
e di puntare di più sull’orticoltura, come in
Val di Gresta, o sulla frutta. E nel decidere
di portare avanti questa piccola rivoluzione,
si potrebbe puntare sul biologico, settore zootecnico incluso. Nella vicina val Poschiavo,
laterale della Valtellina, non solo l’agricoltura è biologica all’80%, ma tutte e 17 le stalle
sono bio. Lì hanno preso questa decisione
anche per valorizzare il turismo, e lo stesso
varrebbe per l’altopiano di Fiavé, dove oggi
il turismo ha poca presa, ma potrebbe diventare una fonte di reddito importante come
turismo del benessere, in una zona dove le
bellezze storiche, paesaggistiche e naturalistiche certo non mancano”. ●
[email protected]
maggio 2009
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1. IL FILM
DOCUMENTARIO
“BEATA
IGNORANZA”
SUL MOVIMENTO
DEGLI STUDENTI
TRENTINI
I G N BEA
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QT QUESTOTRENTINO
Mensile di informazione e approfondimento
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QUESTOTRENTINO
19
l’intervista
Libri come finestre
sul mondo
È la filosofia di Roberto Keller, piccolo editore roveretano che dal
2005 pubblica romanzi stranieri di qualità. Nonostante le difficoltà
di un mondo editoriale che premia solo i grandi editori
Marco Niro
L
a sede della casa editrice si trova nella mansarda
del titolare, Roberto Keller, che lì dentro ci vive
anche. Siamo nella zona sud di Rovereto, la statale non corre molto distante in linea d’aria, e il
binario del treno è poco oltre, ma l’ambiente non
appare affatto urbano, perché tutt’intorno ci sono
i vigneti, e sembra di essere in campagna. Uno non se la immagina così, la sede di una casa editrice. Ma il contesto anomalo è
perfetto, perché ospita quanto di più anomalo potrebbe esserci,
al giorno d’oggi, dentro il panorama editoriale nazionale: ovvero un piccolo editore di provincia che pubblica autori di tutto il
mondo e li diffonde in tutta Italia. Keller editore, appunto.
Dunque, Roberto, come ti è venuta l’idea?
Io immagino la narrativa come una finestra sul mondo. Ogni
autore di qualità è in grado di farci conoscere qualcosa del mondo da cui proviene. Questo è dunque il cardine della nostra esperienza editoriale: permettere ai lettori di affacciarsi a quella finestra, per conoscere mondi nuovi e diversi dai loro. Non a caso,
le nostre due collane si chiamano “Vie” e “Passi”, a richiamare il
movimento verso altri territori.
Nessun limite geografico, quindi?
Nessuno, tranne quelli imposti dalle difficoltà di traduzione:
ci sono alcune lingue, come l’ungherese, il finlandese o il basco,
per le quali è difficile trovare dei bravi traduttori. E la traduzione di qualità è uno dei nostri cavalli di battaglia. Per ora, abbiamo trovato ottimi traduttori dallo spagnolo, dal catalano, dal
polacco, dal tedesco, dal francese e dall’americano. Ma contiamo
di allargare la cerchia delle lingue.
Lasciando però fuori proprio la nostra, l’italiano…
Di autori italiani che si propongono ne abbiamo diversi, ma
noi li cerchiamo poco, e finora ne abbiamo pubblicati solo due.
Questo perché di italiani che scrivono, anche di qualità, oggi ce
ne sono molti, e molti sono gli editori che li pubblicano. Puntare
20
sugli stranieri, oltre che una scelta valoriale, è anche un modo
per crearsi un proprio spazio.
Che genere di libri pubblicate?
Narrativa. Ci interessano le storie “forti”, quelle capaci di fare
presa sul pubblico. Però non prediligiamo un genere particolare, e nemmeno certi contenuti piuttosto che altri. Come dicevo,
l’importante è che siano lavori di qualità, capaci di far conoscere
il mondo da cui provengono. Questo semplice criterio di scelta ci
ha permesso finora di spaziare, pubblicando romanzi d’avventura, d’amore, noir, autobiografie, thriller, o anche tutte queste
cose insieme.
Spiegaci un po’ come lavora la “Keller editore”: quali
passaggi fate per arrivare a pubblicare un libro?
La fase più importante, per un editore di autori stranieri, è
quella di “scouting”: il vero colpo è scovare prima degli altri l’autore pubblicato all’estero che, per qualche ragione, pur avendo
scritto un libro di qualità, in Italia nessuno ha ancora deciso di
tradurre e pubblicare. Il lavoro di “scouting” si può svolgere con
l’ausilio delle agenzie letterarie, che sono un po’ come le agenzie
di stampa per i giornali. Ma noi preferiamo muoverci in altri
modi: usando il web, i contatti personali, oppure, semplicemente, guardando cosa pubblicano le case editrici oltre confine. Una
volta trovato il romanzo, segue un lavoro di traduzione accurata
e poi di redazione del testo tradotto. Chiude il cerchio l’attività
di impaginazione e grafica, che, per un piccolo editore, può fare
la differenza: la copertina e il layout per il libro sono come un
vestito, utile a distinguersi nel mucchio e farsi riconoscere a colpo
d’occhio.
Qual è stato il miglior libro che avete pubblicato?
Senz’altro “Il paese delle prugne verdi” di Herta Muller, autrice rumena ma di lingua tedesca, considerata la maggiore scrittrice tedesca vivente: quando noi l’abbiamo pubblicata, in Italia
l’aveva tradotta solo Marsilio, diversi anni fa, poi più nessuno,
perché i suoi scritti, più che romanzi, sono poemi in prosa, molto
maggio 2009
ostici da tradurre.
E il vostro maggior successo come casa editrice?
I libri di tutti quegli autori che abbiamo scoperto noi, quelli che
hanno raggiunto il successo dopo, e non prima, che Keller li avesse
pubblicati per la prima volta in Italia. Ad esempio, l’americano Richard Aleas, che è stato finalista al The Edgar Allan Poe e al The Shamus Awards dopo che noi ne avevamo pubblicato “Little Girl Lost”.
Oppure il polacco Hubert Klimko-Dobrzaniecki, il cui romanzo “La
casa di Rosa” è stato selezionato per concorrere al premio Nike come
miglior romanzo polacco del 2007 dopo che noi lo avevamo già pubblicato. O “La decisione di Brandes” del catalano Eduard Marquez,
che era già uscito con noi quando ha vinto il premio Qwerty come
miglior romanzo catalano dell’anno, sempre nel 2007. O ancora “Crescere è un mestiere triste” dello spagnolo Santiago Roncaliolo, che era
già a contratto con noi quando ha vinto il premio Alfaguara: ora lo
pubblica Garzanti.
Il vostro destino è quello di essere solo un trampolino per i
vostri autori?
Non direi. Con molti di loro continuiamo a restare in contatto,
e con alcuni stiamo già pensando alla seconda uscita. Chi pubblica
con noi sa che siamo piccoli, ma anche che, proprio per questo, potrà
avere un rapporto molto personale con un editore che non pubblica
più di sei, sette titoli all’anno. Mentirei però se ti negassi che il nostro
compito principale è quello di scovare i bravi autori: se poi hanno
successo e trovano altri editori più grandi, per noi è solo fonte di soddisfazione.
Parlami del rapporto coi lettori: come li raggiungete?
Abbiamo scelto di servirci di un distributore nazionale, C.D.A.,
anche se puntiamo di più sulla promozione fatta da noi stessi. Investiamo molto sul nostro sito internet (www.kellereditore.it), che permette di interagire col pubblico in maniera costante, e soprattutto
sulla partecipazione alle fiere, che sono il modo migliore per conoscere i propri lettori e farsi conoscere da loro. La cosa più stimolante
QUESTOTRENTINO
è rivederli tra un anno e l’altro, osservare come varia il loro parere
al variare delle nostre scelte editoriali. E’ un modo per crescere. La
soddisfazione maggiore è accorgersi che il nostro comincia ad essere
un progetto editoriale identificato e compreso.
Il numero di lettori è sufficiente a pareggiare i costi che sostenete?
Vieni a un tasto dolente. Fare l’editore è un mestiere difficile, se sei
piccolo è ancora più difficile, e se sei piccolo e operi fuori dai circuiti
principali, come noi in Trentino, è tre volte difficile. Per ora, non riusciamo a coprire le spese, nonostante l’aiuto di un numero importante
di collaborazioni volontarie. Paghiamo lo scotto di una logica editoriale che è quella dell’essere presenti, visibili sempre.
Ossia?
Abbiamo a che fare con un sistema per cui, per un libraio, vedersi
arrivare cinque, sei titoli all’anno da una casa editrice non significa
nulla. Di fronte a numeri del genere, il libraio, e purtroppo anche il
lettore, finiscono col pensare che non esisti, perché il primo è abituato
a ricevere ogni settimana il nuovo titolo della Mondadori di turno, e
il secondo è abituato a trovarlo ben piazzato sullo scaffale. La dinamica è perversa, e rischia di vanificare anche gli effetti del passaparola, così importanti per un piccolo editore. Perché, se un lettore sente
parlare bene di un libro, andrà magari in libreria a chiederlo. Però,
se il libraio gli risponde che il libro non c’è e che ci metterà un po’ ad
arrivare, è facile che il lettore, che probabilmente vuole uscire dalla
libreria con un acquisto, decida di lasciar perdere, e di comprare il
nuovo libro della Mondadori.
Terminiamo l’intervista con queste tinte fosche, quindi?
Solo se guardiamo alla nostra esperienza in termini economici. Il
fare poco, ma farlo bene certo non porta a grandi incassi. Ma l’incasso non è tutto. Il nostro è un laboratorio prima ancora che un’impresa, e, come tale, più che ai bilanci guarda ai risultati culturali. Che,
nel nostro piccolo, sono tanti e ci spingono ad andare avanti.
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21
Una mensa difficile
da digerire
Gli studenti si lamentano della qualità del cibo
delle mense universitarie. Hanno ragione?
Luca Facchini
U
na questione di qualità. Così si
può definire la situazione del
servizio mense d’Ateneo offerto
dall’Opera Universitaria: dal punto di
vista organizzativo e da quello più strettamente legato alla bontà dell’offerta.
Le code in mensa, infatti, non sono
un segreto. Abbandonata da tempo, per
un puro fatto di costi, l’antica idea della Lunch tronic, che garantiva potere
di acquisto in esercizi cittadini esterni
all’Opera, la soluzione agli assembramenti verrà cercata nell’allestimento
di nuovi spazi. Primi fra tutti quello di
vicolo Santa Margherita, che sorgerà su
almeno due piani e raccoglierà il bacino
d’utenza della futura Facoltà di Lettere, e quello del nuovo polo collinare in
costruzione nei pressi della Facoltà di
Scienze.
Altro discorso, però, è quello della qualità delle pietanze proposte. In
questo caso, utilizzando una parafrasi,
si potrebbe forse parlare de “Il grande
sonno”. Dopo mangiato, nella fattispecie. Pare infatti che per qualche studente dell’Ateneo trentino superare la fase
digestiva dopo aver consumato il pasto
in una delle mense dell’Opera Universitaria sia una operazione difficoltosa.
Sonnolenza, meteorismo, nausea sono
alcuni dei sintomi lamentati.
Di primo acchito, il pensiero di studenti dormiglioni e avvezzi alla flatulenza strappa un sorriso, e richiama scene
quasi goliardiche. Al di là del lato grottesco della questione, però, essa non dovrebbe essere sottovalutata, né liquidata
con un “basta che mangino di meno”.
Se confermati su scala apprezzabile,
i sintomi di una cattiva e difficile digestione, per di più in soggetti giovani e in
salute, dovrebbero creare allerta sia nella
ditta fornitrice il servizio (al momento
la francese Avenance) che nel committente, ossia l’Opera Universitaria.
22
L’attenzione all’alimentazione, fino
a prova contraria, è un segno di civiltà. Una questione di cultura, più che di
puro e semplice sfamarsi.
Certo, nel trattare il concetto di qualità ci si deve imporre delicatezza ed equilibrio. La definizione del concetto stesso
richiede l’introduzione di indicatori (per
quanto possibile oggettivi) che riescano
a darne una descrizione efficace.
Nel caso delle mense, ci spiegano il
prof. Fulvio Zuelli, presidente dell’Opera Universitaria, e Gianni Voltolini, responsabile dei servizi di ristorazione, il
controllo della qualità passa attraverso
tre canali. Il primo è affidato ad una società esterna e riguarda essenzialmente i
prodotti utilizzati e gli aspetti igienico/
sanitari.
Del secondo è incaricata la Commissione Mensa del Consiglio di amministrazione dell’Opera, formata da
due studenti, da Voltolini stesso e da
due consiglieri “laici”. Questo tipo di
controllo, a cadenza mensile, consiste
fondamentalmente nella consumazione
del pasto in mensa da parte della Commissione; pertanto, riguarda i tempi di
attesa in coda e la bontà delle pietanze
proposte.
Il terzo canale è un classico: la somministrazione, durante il pasto, di questionari
agli utenti. Dato in consegna, anch’esso,
alla società esterna di cui sopra; la quale,
fino ad ora, si è limitata a raccogliere un
campione di quaranta utenti a fine 2008.
Troppo poco per una valutazione seria;
a maggior ragione se si considera che il
contratto con Avenance decorre dal 1°
aprile 2007.
Quello dei questionari, d’altra parte,
pare l’unico metodo diretto in grado di
sondare la soddisfazione di chi mangia
in mensa. Per ora, però, questo tipo di
rilevazione è stato poco frequente e
poco frequentato: responsabilità della
società addetta ad esso, e degli studenti.
Del resto, è ovvio aspettarsi che proprio
gli studenti, spesso costretti a mangiare
in tutta fretta e dopo una lunga coda, abbiano poca voglia di prestarsi alla compilazione di test e affini. Per questo motivo l’Opera Universitaria sta valutando
altre possibilità, quale ad esempio la
predisposizione di un questionario online, compilabile in qualsiasi momento
della giornata.
Ci sono, tuttavia, alcune altre domande che si possono legittimamente porre.
Dove mangiano i funzionari dell’Opera? E i docenti universitari? Per quanto
riguarda i primi, Voltolini assicura che
si recano nei ristoranti universitari. Sui
docenti le informazioni disponibili sono
maggio 2009
poco precise, perché l’Opera non ha
controllo sui badge provinciali da loro
utilizzati; esistono, quindi, dati percentuali di frequenza, ma non valori assoluti. Qualche studente, però, sostiene che i
professori mangino altrove, e che pochi
siano gli avvistamenti all’interno delle
strutture dell’Opera Universitaria. La
questione, forse, andrebbe approfondita
in sede di verifica.
Il prof. Zuelli, dal canto suo, ammette
una differenza, umana e comprensibile,
legata al personale, tra una struttura e
l’altra. E sottolinea come le segnalazioni
giunte sinora all’Opera riguardino principalmente i lunghi tempi di attesa alla
cassa e l’eventuale mancato rispetto del
menù prospettato. All’avanzamento di
qualche dubbio sul cibo e la sua pesantezza, però, risponde che probabilmente
basterebbe limitarsi nella sua quantità.
Una simile obiezione, a dire la verità,
va garbatamente respinta. Come si può
pensare che un ragazzo di vent’anni,
abituato a ingurgitare con disinvoltura
due o tre portate a pasto, sia costretto a
mangiare una sola pietanza, o addirittura una ciotola di insalata, per evitare
ripercussioni metaboliche? Qualità e
quantità non devono essere confuse:
addossare responsabilità a ipotetici studenti mangioni sarebbe una avventata
inversione del problema (in salsa italiana), nella quale la vittima diventa carnefice di se stessa.
E la ditta Avenance? Come si pone nella
mischia? Vincitrice dell’ultimo contratto (triennale) bandito dall’Opera, ha
QUESTOTRENTINO
fatto del cibo biologico e dell’internazionalizzazione dei menù i propri punti di
forza. Ma non solo. Avenance ha infatti
presentato in via Zanella un’offerta economica davvero competitiva: 6.42 euro
per un pasto completo, contro gli 8 richiesti nel contratto precedente, stipulato con Markas.
Che a monte della differenza di cifre ci siano intenti filantropici o logiche
aziendali più strettamente finanziarie,
non è dato di sapere. Solo di ipotizzare.
Sta di fatto che la riduzione di prezzo è
risultata un buon affare per l’ente. Certamente non per gli studenti, che continuano a pagare la cifra di 4 euro fissata a
fine 2004, quando ci fu in un colpo solo,
tra le polemiche, un aumento di 90 centesimi.
La faccenda della qualità, come è
chiaro, non deve essere confusa con
quella dei costi. Ma è altrettanto evidente che, alla luce di queste considerazioni,
essa risulta di più lenta digestione. Per
gli studenti, beninteso.
Zuelli e Voltolini si dicono soddisfatti
dei termini dell’accordo con Avenance.
Ed il loro compiacimento, in effetti, è
comprensibile. Un compiacimento al limite del sopore: entrambi cadono infatti
dalle nuvole (ma garantiscono verifiche)
quando apprendono che il menù internazionale e multiculturale, inizialmente
proposto ogni venerdì, è sparito, almeno
all’apparenza, già da alcuni mesi. Con un
po’ di ironia si può pensare che il personale dell’Opera, sia distratto; oppure che
nel giorno di Venere si nutra altrove.
Pianeti e calendari a parte, è ragio-
nevole attendere per il futuro, da parte
dell’ente per il diritto allo studio, nuove
e più efficaci verifiche di soddisfazione
degli utenti. Oltre a doverosa attenzione
e opportuna vigilanza. ●
Corso di formaqzione sull’auto
mutuo aiuto nell’ambito della
dipendenza affettiva
Trento, 21-22 maggio 2009
Informazioni
Associazione A.M.A., via
Torre d’Augusto 2/1, Trento,
Telefono 0461-239640
e-mail [email protected]
23
Caso Cogo:
la casta si assolve
La magistratura appura le responsabilità, l’elettorato chiede rigore,
ma il PD se ne impippa. La solidarietà di casta prima di tutto.
Ma il rinnovamento arriverà, ci dicono.
Ettore Paris
I
l “caso Cogo” ha registrato ulteriori
accadimenti, che vale la pena approfondire in quanto indicativi della
cultura politica attuale. In questi giorni
l’assessora del PD, responsabile secondo
la Procura della Repubblica (e secondo
chi, come QT, ha esaminato le carte) di
aver presentato al proprio partito un documento taroccato per non pagare parte
della quota pattuita, si è vista infliggere
ulteriori colpi dalla magistratura. La Procura, nel motivare la richiesta di archiviazione, ha spiegato senza eufemismi che
l’assessora il taroccamento lo ha eseguito,
ma che non è penalmente perseguibile, e
che il suo partito lo ha truffato, ma anche
qui non è perseguibile per mancanza di
querela. Insomma, alla giustizia riesce a
sfuggire, ma eticamente e politicamente è
condannabile.
Alla posizione della Procura si è poi
aggiunta quella del Giudice per le indagini preliminari: che ha avanzato seri dubbi anche sulla non perseguibilità penale
della Cogo, ha respinto l’archiviazione, e
fissato un’udienza in camera di consiglio,
al termine della quale deciderà come procedere.
Insomma, gli organismi giudiziari, in
seguito alle indagini e allo studio degli atti
hanno stabilito i fatti che indicano Margherita Cogo come artefice di una truffa
tramite presentazione di documentazione fasulla; sono incerti se tali fatti abbiano
una rilevanza penale.
Tutto questo dovrebbe bastare perché
la politica prenda i provvedimenti opportuni: vale a dire le dimissioni dell’assessora. Invece abbiamo assistito a un autentico balletto. Da una parte il presidente
della Giunta Dellai che ha rinnovato la
fiducia alla Cogo, un comportamento opposto a quello assunto nell’analogo caso
del presidente dell’Autobrennero Grisen-
24
ti: ma Grisenti era del suo partito, l’Upt,
mentre la Cogo è del Pd, e Dellai ha inteso
presentare l’Upt come capace di rinnovamento, e il Pd no.
Ma dall’altra c’è l’atteggiamento del Pd,
che aveva tutti gli interessi a non apparire
come il partito dei politicanti traffichini.
E invece ha deciso, con soave incoerenza,
di “lasciar decidere all’interessata”. Come
dire a un falsario che decida lui se lavorare ancora alla zecca. Naturalmente Margherita Cogo ha deciso di rimanere.
E qui si apre un problema, che non riguarda più la signora Cogo, ma la politica
e in particolare il Pd. Perché c’è innanzitutto il cinismo di Dellai, che sottilmente
usa la questione etica (e la dabbenaggine
altrui) per appannare la credibilità del
Partito Democratico, alleato ma concorrente, e magari ricacciarlo indietro dalla
posizione di primo partito. Ma c’è anche la
posizione del Pd. Perché mai prende una
posizione che fa a pugni sia con i principi (di eticità, trasparenza, rinnovamento,
ecc) sia con le proprie stesse convenienze?
Perché mai copre fino all’ultimo l’indifendibile Margherita Cogo, anche a costo di
appannare la propria immagine presso
l’elettorato?
Per rispondere a questa domanda, invitiamo i lettori a leggere le interviste che
in merito abbiamo fatto a tre esponenti,
di rilievo o significativi, del Pd. Si vedrà
come la decisione di assolvere l’assessora
sia stata contrastata.
Eppure questo non scioglie l’interrogativo: come mai un partito prende una
decisione che contemporaneamente tradisce i propri presupposti e si danneggia
elettoralmente?
Il peso della casta
In realtà non è la prima volta e non accade solo a Trento. A livello nazionale è cla-
moroso (anche prima
che fosse condannato
per comportamento
antisindacale) il caso
di Sergio Cofferati,
che aveva rinunciato a
ricandidare come sindaco di Bologna adducendo commoventi
motivi familiari (“il figlio piccolo”) per
poi, due mesi dopo, essere scelto come
parlamentare al Parlamento Europeo evidentemente ritenuto una lauta sinecura.
Un comportamento cialtronesco, sbeffeggiato a Bologna e in centinaia di blog. Il
segretario del Pd Franceschini, indomito,
tiene duro: “Della rinuncia di Cofferati a
correre a Bologna sapranno un 500.000
elettori” giustifica. Traduzione: perdere
mezzo milione di voti è una bazzecola,
a confronto della possibilità di elargire
benefit al compare Sergio. E a livello locale è altrettanto esemplare il percorso
per arrivare a sindaco di Trento: dove si è
dissuasa dal candidare la vincitrice certa,
Donata Borgonovo Re, Difensore civico,
per candidare l’attuale prosindaco Alessandro Andreatta, molto più debole ma
interno alla nomenklatura.
Insomma, al Pd la solidarietà della casta viene prima di tutto, anche prima del
consenso degli iscritti e degli elettori.
E’ in questa ottica che si spiega il caso
Cogo, con l’assessora sbugiardata dalla
magistratura, dalla stampa, dalle testimonianze degli stessi iscritti al Pd, ma assolta
dalla nomenklatura interna. Che evidentemente ha un fine assolutamente prioritario: l’autoperpetuazione.
Segnali di risveglio?
“Nel Pd c’è qualche segnale di risveglio
etico” scrivevamo nel numero scorso,
sempre a commento del caso Cogo. Eravamo troppo ottimisti?
In effetti ci sembra che qualche timido
maggio 2009
Il presidente
Giovanni Kessler (Presidente
del Consiglio Provinciale)
segnale ci sia.
Il gruppo in Consiglio provinciale è
stato finora assorbito in una defatigante
maratona per assegnare poltrone in commissioni ed enti. Non lo ha fatto distinguendosi dalle pratiche spartitorie. Però
di questo c’è se non altro consapevolezza:
“Stiamo lavorando a un disegno di legge
organico, che porti a un sistema di nomine trasparenti e responsabili: attraverso la
tempestive pubblicizzazione delle candidature, anche su Internet, in maniera che tutti possano vedere chi concorre, che titoli ha,
e le motivazioni della scelta” afferma il presidente del Consiglio Giovanni Kessler.
Intanto il partito si rinnova, crescono i
circoli: “Ormai i nuovi segretari dei circoli
hanno reso vecchi, obsoleti, gli stessi rappresentanti eletti con le primarie di 10 mesi
fa” ci dice il segretario Maurizio Agostini.
Certo, i nuovi possono assumere la stessa
cultura dei predecessori, vedere la politica come una carriera, e quindi prendere
le decisioni in funzione non del merito
delle cose (Cogo è onesta o no) ma delle
alleanze interne (Cogo è con me o contro) e delle proprie personali aspettative
di avanzamento.
Ma al contempo, se c’è più circolazione
di persone, più discussione, se gli incarichi sono più facilmente rinnovati, è anche
più difficile che si incisti un ceto autoreferente. Il segretario è ottimista: “Dal
congresso di ottobre verrà fuori un gruppo
molto rinnovato. E slegato dalle vecchie logiche”.
Vedremo. E’ da tanto tempo che il rinnovamento viene dato dietro l’angolo... ●
QUESTOTRENTINO
“L’azione della magistratura non ha
portato fatti nuovi rispetto a quanto si
conosceva quando si era espressa la
commissione elettorale, che ha approvato
la candidatura di Margherita Cogo, e il
gruppo consiliare, che la ha proposta
assessore regionale. Non essendoci fatti
nuovi, non aveva senso ribaltare quella
decisione”.
Quindi voi avete ribadito una linea: per
voi può essere assessore chi presenta
documentazioni fasulle.
“Che Cogo si sia comportata così, lo dice
lei, noi non lo sappiamo”.
Ma la magistratura i fatti li ha appurati,
e li ha esposti nelle sue motivazioni. E
attraverso strumenti (interrogatori di
vostri iscritti, vostri estremi bancari) che
erano nelle vostre disponibilità.
“No, non erano nostri iscritti, né nostra
la documentazione bancaria. Ma di un
partito, i Ds, diverso”.
I Ds sono confluiti nel Pd, tutta la
documentazione vi era e vi è accessibile,
se avete dei dubbi.
“La commissione elettorale aveva dato
il suo assenso sulla candidatura di Cogo
basandosi sul giudizio della commissione
di garanzia che aveva a suo tempo
indagato su quei fatti. Non vediamo cosa
sia successo di nuovo per ribaltare quel
giudizio”.
Il segretario
Maurizio Agostini
(segretario provinciale del PD)
“Quando era iniziata l’inchiesta e
Margherita Cogo si era dimessa, il nostro
Coordinamento
Provinciale
aveva emesso
un comunicato
per esprimere
‘apprezzamento
per le dimissioni’;
ed io le avevo
chiesto,
personalmente
e in pubblico
che facesse una consigliatura senza
incarichi”.
Poi è arrivata la richiesta di
archiviazione della Procura.
E sia nel Coordinamento, come nel
Gruppo provinciale è prevalsa l’opinione
di dire ‘decida lei’. A costo di apparire
ingenuo confesso che pensavo che
Cogo, di fronte alle mie precise richieste,
e ad un’inchiesta non ancora archiviata,
scegliesse di mantenere le dimissioni.
Lei non lo ha fatto e mi dispiace. A
questo punto non ho pensato che la cosa
fosse così pesante da imporre al partito
un aut aut...
O le dimissioni di Cogo o quelle di
Agostini?
“Esatto. Non ho ritenuto di porre il
partito, che è nuovo, che sta crescendo,
di fronte a una tale lacerazione”.
Il peone
Emanuele Curzel (dell’Assemblea
dei 64 eletti alle primarie)
“C’è stata tutta una concatenazione di
fatti (che all’epoca la Cogo avesse saldato
il suo debito, che il caso non sia emerso al
momento della composizione delle liste,
la punizione politica dell’elettorato, che
ha dimezzato i voti della vice-presidente
uscente) che ha fatto sottostimare il
problema. Oggi noi peones, di fronte al
parere concorde di tutti i gruppi dirigenti,
di allora e di oggi, di non sollevare il
problema, accettiamo questa soluzione”.
Insomma, una continuità, dai Ds al Pd, a
ritenere irrilevante la questione morale;
in casa propria, ben s’intende.
“Voglio pensare che se la cosa fosse
emersa nel Pd, ci sarebbe stata una
soluzione diversa. Il fatto è la fatica a
costruire un nuovo partito formato da una
pluralità di gruppi e di culture, porta al
compromesso, a scansare gli scogli più
grossi. Questo travaglio è un limite, ma
è cosa diversa dai due metri di giudizio
morale, uno in casa nostra, un altro per gli
avversari”.
Sarà. Il fatto più inquietante è che
voi prendete una posizione contro i
vostri principi, e al contempo contro le
aspettative dell’elettorato. Seguite solo
il principio di autoprotezione della casta.
“Può essere; io però giudico questo un
momento di passaggio, non ritengo che
nel nuovo partito si stiano consolidando
comportamenti irreversibili. Quindi
sospendo il giudizio: non sulla Cogo, sulla
quale è netto, ma su chi la ha giudicata.
Ad oggi penso che abbiano davvero scelto
il meno peggio”.
25
I bambini
sotto il traliccio
A Nave San Rocco, il nuovo asilo sorgerebbe nei pressi
di un elettrodotto. C’è da preoccuparsi?
Roberto Devigili
A
Nave San Rocco, la costruzione
del nuovo asilo è diventato oggetto
di scontro: la minoranza contro la
maggioranza che governa il piccolo comune e Nimby contro tutti. Tirati in campo
anche la Provincia e il Difensore Civico. La
questione è che la costruzione dell’asilo è
stata progettata a poca distanza da un elettrodotto ad alta tensione da 130 KV. Da un
lato l’Amministrazione insiste che non esistono pericoli, mentre i contrari si dicono
preoccupati per i possibili rischi collegati
ai campi magnetici provocati dal passaggio della corrente ad alta tensione del vicino traliccio. Il tutto è complicato dal fatto
che il territorio di Nave San Rocco è stretto
tra barriere naturali come l’Adige e il Noce,
infrastrutture come l’autostrada e varie
strade, e sovrastato dagli elettrodotti che
percorrono la valle. A parte il nucleo più
antico, una buona parte del centro abitato
è dominata da tre potenti elettrodotti: per
fare un esempio, il municipio e la caserma
dei pompieri sono divisi da una di queste
infrastrutture elettriche. Insomma, in questi anni si è costruito tranquillamente sotto
i tralicci, o meglio, a margine degli stessi,
ignorando i problemi ora lamentati.
Abbiamo sentito un rappresentante
della maggioranza che governa il Comune,
il consigliere Ivo Chistè (ex vicesindaco), e
26
il consigliere dell’opposizione Giovanni
Mosna. Quest’ultimo ricorda che da oltre
un anno e mezzo l’opposizione aveva chiesto la modifica del progetto con lo spostamento di 20 metri del futuro asilo in modo
da allontanarlo dal campo magnetico. La
maggioranza risponde che sono stati effettuati i controlli preventivi e in effetti, dai
dati del Comune, misurati dall’Azienda
provinciale protezione ambiente, i campi
magnetici rilevati nel sito destinato all’asilo
sono inferiori ai limiti di legge. La soluzione, per Mosna, sarebbe quella di spostare
o interrare il traliccio, che non solo può
essere fonte di pericolo per i futuri ospiti
dell’asilo, ma rappresenta anche un pesante
ostacolo al futuro edilizio del paese. E nel
recente incontro con gli uffici tecnici e l’assessore provinciale Pacher, maggioranza e
minoranza hanno chiesto lo spostamento
dell’elettrodotto. Per la minoranza potrebbe essere utile anche innalzare il traliccio
onde mitigare il rischio. Ma quale rischio,
visto che le misurazioni non hanno segnalato il superamento dei limiti di legge? Con
quali risorse far fronte ai costi? Come motivare le spese necessarie in presenza di un
rischio solo potenziale?
Questi i nodi da sciogliere. Ma perché
allora non cambiare il progetto spostando
il sito del futuro asilo? Ma dove? Bisogna
fare i conti con la programmazione urbanistica, PRG e PUP, individuare un’altra
area, renderla conforme con una deroga
al Piano urbanistico da poco approvato,
acquistare o espropriare il nuovo terreno,
accantonare il contributo provinciale già
assegnato, riformulare il progetto e poi
riavviare il tutto da capo. Anni, un tempo
che nessuno sembra voler attendere, perché la necessità di un nuovo asilo è condivisa.
I campi elettromagnetici, ai quali siamo
sempre più esposti, possono costituire un
rischio per la salute ed è necessario ridurre
il livello di esposizione. Lo rileva il Parla-
mento europeo in una relazione approvata
il 2 aprile 2009. I campi elettromagnetici,
vi si dice, sono sempre esistiti, ma l’esposizione è aumentata a causa della domanda
crescente di elettricità e dell’avvento di tecnologie senza filo sempre più avanzate. Ma
il principio di precauzione, cioè l’obbligo di
evitare scelte che possano mettere a rischio
la salute anche se il rischio non è ancora
scientificamente dimostrato, è stato rimosso dalla legislazione italiana. Ed è proprio
il principio di precauzione che Nimby invoca a fondamento della diffida a costruire
l’asilo in quel luogo, diffida che l’associazione, che ha legato la propria notorietà alla
sua opposizione all’inceneritore di Trento,
ha inviato nei giorni scorsi ai consiglieri comunali di Nave, al presidente Dellai,
agli assessori provinciali all’Ambiente, alla
Salute ed all’Istruzione. L’associazione era
stata sollecitata da alcuni residenti, ma
dopo aver cercato di fare da sponda alla
minoranza,non ravvisando nell’atteggiamento di quest’ultima sufficiente fermezza,
ha deciso di muoversi da sola. Dapprima
nel febbraio scorso con una lettera inviata
a diverse autorità ed il 1° aprile partecipando all’audizione presso la Commissione
Ambiente del Consiglio Provinciale, manifestando la propria contrarietà all’opera.
Viceversa, il sindaco di Nave, Renata Stenico, alla stessa commissione ha ribadito la
volontà di proseguire nel progetto. Giovedì
23 aprile, il Consiglio comunale ha discusso, bocciandola, la mozione presentata dai
consiglieri di minoranza.
Tutti d’accordo sulla necessità di affrontare in prospettiva il problema della
invadente presenza degli elettrodotti ma,
per la maggioranza, visto l’esito delle misurazioni elettromagnetiche che hanno
registrato dati inferiori a quelli di rischio,
non c’è ragione di bloccare la costruzione dell’asilo. Per il prossimo 20 maggio, a
Nave San Rocco, è previsto un incontro
pubblico sull’argomento a cura del locale
circolo del PD. ●
maggio 2009
Magnifica Comunità
senza pace
Il nuovo Scario si è dimesso, e ora regnano lo sconcerto e la rassegnazione
Luigi Casanova
N
on riesce a trovare pace la Magnifica Comunità di Fiemme.
Dopo la crisi politica del 2005
avviata con le dimissioni di ben 22 consiglieri del Consiglio dei Regolani, una
crisi sottovalutata, mai affrontata con
dibattiti trasparenti, che si è trascinata
fra rancori e accuse personali, sembrava che il nuovo Consiglio avesse ritrovato una sua immagine propositiva, che
poteva riportare fiducia nell’ente e trasparenza nella amministrazione. Grazie all’energica azione del nuovo Scario
Raffaele Zancanella si era venuti a conoscenza del reale stato delle finanze,
quanto era costato l’avventuroso rinnovo della segheria di Ziano, quali erano i
costi della ristrutturazione del palazzo,
quali i problemi della gestione del settore forestale.
Ma un mese fa sono arrivate, improvvise ed irrevocabili, le dimissioni dello
Scario ed ora a regna lo sconcerto, la
rassegnazione di un ulteriore fallimento.
Le dimissioni sono giunte su un tema
banale, il finanziamento della costruzione di tre centraline idroelettriche a
servizio di malghe della Comunità, un
progetto che era condiviso dalla generalità dei regolani anche perché andava
a rendere energeticamente autonome
le malghe stesse, ed era ben sostenuto
finanziariamente dalla Provincia. L’argomento è stato il pretesto per mettere
in difficoltà lo Scario. Ormai troppi regolani erano stanchi del suo comportamento.
Gli veniva riconosciuta una grande
energia e passione verso l’ente, la sua
azione di trasparenza amministrativa, il
piglio con il quale ha affrontato la crisi finanziaria della segheria, un’azienda
che ormai viaggia sull’orlo del fallimento
e rischia di chiudere lasciando a casa oltre trenta lavoratori.
Lunghi anni di conflitti,
senza mai un progetto:
solo tanta retorica
Ma ormai era divenuto insopportabile il fare decisionista, l’incapacità perfino di ascoltare e quindi di accettare un
confronto. Sono stati alcuni dei suoi più
vicini sostenitori ad abbandonarlo.
Le prime avvisaglie della rottura si erano presentate lo scorso anno, quando
lo Scario aveva forzato la discussione
sul tema degli anni di residenza necessari per ottenere lo stato di vicino della
Magnifica. Lo Statuto in vigore prevede
già un periodo lungo, severo, vent’anni,
ma alla cultura marcatamente di destra
dello Scario questo non era sufficiente.
Sentiva l‘ente minacciato dalla presenza
di rumeni, croati, marocchini, ne temeva e ne teme l’invasione. A suo modo di
vedere vi era un’unica difesa: portare il
periodo di residenza a quarant’anni.
Ma era stato bloccato dalla intelligenza con la quale alcuni regolani avevano
usato i regolamenti interni dell’ente.
La vicenda ha aperto conflitti fra le
diverse regole ed il clima di confronto interno si è deteriorato giorno dopo
giorno, fino alla presentazione delle dimissioni dello Scario.
Per la Magnifica comunità si apre ora
un nuovo periodo grigio e non si intravedono soluzioni della crisi. Durante
questi anni di duri conflitti non si è mai
presentato un progetto di ripresa identitaria dell’ente, se non con il ricorso alla
retorica, ma nemmeno un progetto economico. Si vendono terreni agricoli per
investimenti industriali (San Lugano, nel
Comune di Trodena), ma non si è riusciti a chiudere in valle la filiera produttiva
del legno, ad approfittare del momento
favorevole per investire nelle case-clima
in legno, nella sperimentazione di nuovi
usi del legname, nella chiusura della filiera corta che lasci ricadere in valle più
valore aggiunto possibile.
I vicini della Comunità ora non comprendono il significato di questa nuova
crisi, sono disorientati, vedono l’ente
sempre più vicino alla disfatta non solo
politica ma anche sociale. Sarà difficile
uscire da una situazione simile: perché
non vi sono personalità sulle quali investire, perché si sono consolidati i veti
fra una regola e l’altra, perché, i regolani
superstiti della vecchia amministrazione, quella che ha accentuato il disastro
economico (2002 –2006), attendono da
tempo una rivincita. ●
L’Associazione
Intervita Onlus
sarà presente al Giro d’Italia con una raccolta fondi per sostenere il centro
gestito dalla ginecologa congolese Colette Kitoga che ospita 400 bambini
vittime della guerra in Congo. Durante la gara (dal 9 al 31 maggio) sarà
possibile inviare un sms solidale al numero 48589 dal costo di 1€ da telefoni cellulari e 2 € da telefono fisso a favore del centro.
QUESTOTRENTINO
27
dal Sudtirolo
Lontani dall’Europa
Di cosa si discute alla vigilia delle elezioni europee
Alessandra Zendron
L
a candidata dei verdi al parlamento europeo Renate Holzeisen fa
parlare di sé per un duro attacco alla giustizia (giustizia sottomessa,
sistema omertoso, procedure illegali).
Un’accusa pesante, che deriva da alcune
sue esperienze professionali che l’hanno
vista scontrarsi con due poteri assoluti
della provincia di Bolzano, la Lega dei
contadini e l’impero Athesia. Gli interessati l’hanno presa malissimo, a partire da
Cuno Tarfusser, da poco passato dall’ufficio di procuratore generale a giudice della
Corte Internazionale di Giustizia. Minacciano querele e in fondo sarebbe bene che
le facessero, in modo che un tribunale
esterno esamini come stanno le cose.
Personalmente non credo che i giudici di Bolzano siano fra i peggiori d’Italia,
al contrario.
Naturalmente la giustizia condivide i guai del resto d’Italia, - si può ben
dire che la persona onesta che chiede
giustizia, ha ottime possibilità di non
ottenerla o di ottenerla così tardi e con
tanto dispendio di denaro che in realtà
ogni procedimento si rivela comunque
un danno.
Il tribunale di Bolzano ha emesso
sentenze coraggiose, ha condannato un
prete per pedofilia, nonostante i pesantissimi interventi della Curia vescovile;
la Corte dei Conti ha di recente messo
sotto accusa le spese facili di diverse
amministrazioni e dell’Università di
Bolzano; il TAR, l’organo verso cui c’è
meno fiducia per la sua composizione
di nomina politica, a ben guardare nel
corso degli anni nel complesso non ha
dato più ragione alla pubblica amministrazione di quanto non abbiamo fatto i
TAR di altre regioni. E di recente ha dato
torto al Comune di Merano e ragione a
un mendicante, per eccesso di divieto.
La giustizia sudtirolese soffre però
di un male per cui non c’è cura, causato
28
dall’intreccio fra il basso numero di abitanti della provincia con il requisito del
bilinguismo e il fatto che i concorsi sono
su base locale. Le parentele sono numerose, la vicinanza pericolosa. E’ lontana
e impossibile la solitudine, che Galante
Garrone indica come duro ma indispensabile carattere della vita di un giudice.
Personalmente ritengo che nella situazione italiana attuale, in cui la magistratura (almeno quella che fa il suo
mestiere) è sotto attacco della politica,
si debba usare cautela e portare le prove
prima di attaccare la giustizia.
Ma che effetto ha nella campagna elettorale l’attacco frontale al sistema sudtirolese? Perché di questo si tratta. Intanto
un effetto positivo: per qualche attimo,
qualche titolo di apertura, si è spostata
l’attenzione dei mass media da tematiche che stanno avvelenando l’atmosfera
politica: autodeterminazione, secessione, distruzione dei monumenti, revisionismo storico. Le marce degli Schützen,
l’ossessiva esaltazione della tirolesità in
una terra plurietnica, il rifiuto del nuovo
vicesindaco di Bolzano, l’estremista etnico Oswald Ellecosta, in occasione del
25 aprile, di recarsi al muro del lager e
nei luoghi in cui furono uccisi Manlio
Longon e Giannantonio Manci, le sue
dichiarazioni (qui non c’è stata liberazione) hanno fatto riemergere differen-
Renate Holzeisen
ti e inconciliabili interpretazione della
“liberazione”: sconfitta del fascismo e
del nazismo per gli uni, mentre per gli
altri la vera “liberazione” è da trovarsi
nell’occupazione da parte dell’esercito
del Terzo Reich nel settembre del 1943.
Insomma, all’interno della SVP non
solo si mette in discussione la scelta autonomista che compie quest’anno i quarant’anni, ma anche la scelta democratica e antinazista.
Forse i tre partiti della destra tedesca (Freiheitlichen, Union, Südtiroler
Freiheit) dopo incontri con la nuova dirigenza della SVP rinunceranno a proprie candidature, a favore del sindaco di
Velturno, designato dalla SVP, in cambio di una qualche attenzione alle loro
tematiche. Non dovrebbe essere troppo
difficile dopo il congresso della SVP del
18 aprile. Il nuovo Obmann, esponente
della corrente degli Arbeitnehmer, ma
appoggiato dalla destra interna, fautore
dell’autodeterminazione, è stato preso
in parola dalla sua vice Martha Stocker,
che ha proposto una squadra olimpica
sudtirolese. Il rappresentante dell’Alto
Adige nel CONI si è detto (ironicamente?) favorevole, “a condizione che la SVP
e Stocker facciano del Sudtirolo uno stato nazionale indipendente”. Questo il
clima.
Dell’ultima ora è la candidatura per
la lista Di Pietro di un ex giornalista
del Sender Bozen nonché ex segretario
di Kusstatscher. Poi ci sono i partitini
italiani di destra e sinistra, con le candidature decise a Roma. La candidatura
di Holzeisen potrebbe diventare interessante anche per alcuni esponenti della
destra tedesca che non vogliono votare
per la SVP. La campagna non si svolge
su tematiche europee, ma si gioca sul
piano dei rapporti di forza all’interno
di un Sudtirolo confuso e sconvolto dal
tracollo ideale del partito etnico. ●
maggio 2009
da Innsbruck
Euregio o Ein Tirol?
Qualcuno a Bolzano rimpiange le sedute congiunte dei Consigli del Land Tirol
e dell’Alto Adige; ma a Innsbruck di un ritorno alle sedute “a due”
non si vuol sentir parlare.
Gerhard Fritz
O
vviamente, il Presidente Dellai
s’incazza. A Innsbruck però, il
“business as usual” regna supremo, sebbene dietro le quinte si noti un
certo subbuglio. A Bruxelles, invece, nella comune casa dell’Euregio Tirolese, in
Rue de Pascal, si celebra il solito Andreas Hofer con una grande esposizione sul
“giubileo” 1809-2009, aperta in pompa
magna, come ci informa diligentemente
il sito del “ufficio transfrontaliero” www.
europaregion.info/it.
Il quale ci informa anche che già
nel lontano 1995, “le tre parti che storicamente formavano il Tirolo”, con una
comune rappresentanza, hanno voluto
“dare un segnale esemplare di come tre
territori confinanti, con tanti elementi in
comune, possano presentarsi congiuntamente sulla scena europea”. Anche se la
versione sudtirolese preferisce sottolineare che originariamente si trattava di
un’iniziativa della Provincia di Bolzano
assieme alla Camera di Commercio. I
fratelli sudtirolesi ci tenevano a differenziarsi dei cugini trentini…
Questa “casa comune” risale ai tempi
d’oro della grande amicizia fra il nostro
van Staa e Lorenzo il Magnifico, allora
sindaco di Trento, e del “patto di amicizia” fra Innsbruck, Bolzano e Trento.
Erano anche i tempi d’oro delle sedute
congiunte delle assemblee legislative di
Trento, Bolzano e Innsbruck, che si riuniscono, di norma, ogni due anni. Le
sedute a tre, sin dall’inizio, avevano sì
in mente la storia comune del vecchio
“grande Tirolo” multietnico e multilingue, ma volevano concentrarsi sulla
cooperazione economica, sociale e culturale, sia per rafforzare la concorrenzialità su scala europea che per difendere il
territorio alpino contro uno sviluppo
insostenibile.
Insomma, proprio il contrario della
visione etnico-nazionalista dell’Ein Ti-
QUESTOTRENTINO
rol germanico. Il che non è mai piaciuto
né alla destra della SVP né ai Freiheitlichen e agli ultranazionalisti fra Schützen e compagnia bella, tipo Eva Klotz.
La quale col suo collega della Südtiroler
Freiheit, quando già si era stabilito che
l’organizzazione della prossima seduta
a tre sarebbe spettata, per l’autunno di
quest’anno, a Trento, ha presentato il 13
gennaio una mozione nel Consiglio di
Bolzano “riguardante il ripristino della
seduta congiunta della Dieta regionale
del Tirolo e del Consiglio della Provincia
autonoma di Bolzano”.
Una vera mina vagante, con la miccia
ancora accesa, sicché il Consiglio, il 3
marzo, ha votato a grandissima maggioranza (contrari i soli Verdi) una versione
leggermente ritoccata, per guadagnarsi
anche le firme della SVP. Una cretinata,
come ognuno può controllare nei verbali. Mentre “la seduta congiunta delle
tre assemblee legislative è – bontà loro senz’altro un’istituzione di interesse, che
rispecchia l’idea del Tirolo storico in una
forma nuova”, “non si può negare che fra
Land Tirolo e Alto Adige i punti comuni
sono molto maggiori. Anche solo per la
lingua e cultura comuni”. Senza voler essere – dichiaratamente – in concorrenza
con le sedute a tre, dove si può continuare di discutere su vaghezze europee,
le sedute a due dovrebbero impegnarsi
sulle cose serie “della concreta collaborazione” fra Sudtirolo e Land Tirolo, e
dunque il Consiglio incarica la Presidenza “di prendere contatto con gli uffici
competenti di Innsbruck per predisporre
congiuntamente il ripristino” delle sedute
a due”.
Gli uffici competenti, a quanto se
ne sa, sono tutt’altro che felici. In una
riunione dei capigruppo, ci conferma
il capogruppe dei Verdi Georg Willi,
sia Verdi che Socialdemocratici hanno
Herwig van Staa
annunciato che di riunioni a due non
se ne parla; se i popolari si metteranno
d’accordo con la SVP, fatti loro: Verdi e
Socialdemocratici diserteranno tali sedute. Anche il presidente del Consiglio
provinciale, van Staa sarebbe d’accordo
con quanto ha detto il consigliere Dello
Sbarba nel dibattito di marzo a Bolzano:
invece di tornare indietro, bisogna rafforzare la cooperazione fra Trento, Bolzano e Innsbruck, “territori che hanno
una storia comune, che è la radice da cui
si può sviluppare soprattutto un futuro
comune”.
Fra i Comuni di Innsbruck e Trento,
la cooperazione continua tranquillamente ed anche senza grandi annunci,
sebbene nella segreteria della sindaca
Zach qualche irritazione sull’exploit del
Consiglio a Bolzano non la vogliano nascondere: cooperazione sul bilinguismo
delle scuole medie, scambio di idee fra
vari dipartimenti dell’amministrazione
e così via.
Business as usual, come dicevamo
all’inizio. Meno male. ●
29
dal mondo
L’acqua del futuro
I discutibili risultati del Forum mondiale per l’acqua di Istanbul
Francesca Caprini
S
ono passati due mesi dalla conclusione del Quinto Forum
Mondiale per l’Acqua, tenutosi
ad Istanbul dal 16 al 22 marzo, ed è tempo di tirare le prime somme.
Questo vertice mondiale è stato un
“I diritti vanno presi”
Il boliviano Oscar Olivera, rappresentante della
Coordinadora del Agua y la Vida, è stato uno dei
protagonisti del Forum Alternativo di Istanbul.
Dice: “Nove anni fa, quando iniziammo la
Guerra dell’Acqua a Cochabamba, non potevo
immaginare che un giorno ci sarebbe stato un
tale processo mondiale in difesa dell’acqua.
Se non ci mobilitiamo, continueremo ad essere
invisibili. Se non contrapponiamo la nostra
capacità di organizzarci, continueremo ad
essere inascoltati. Quando ci opponiamo alla
costruzione di una diga. Quando difendiamo
un fiume. Tutte le volte che reagiamo a chi
vuole imporre regole estranee alla nostra vita.
Attingiamo alla nostra capacità di sognare.
L’acqua – trasparente, allegra, e in costante
movimento – ha risvegliato in noi questo
desiderio di sognare
e costruire un futuro
migliore. Abbiamo
fatto un grande
cammino da Città del
Messico ad oggi. Ma
ricordiamoci sempre
che i diritti non vanno
chiesti, vanno presi”.
30
fallimento, sotto molti aspetti. La risoluzione finale approvata solo da una parte,
anche se consistente, dei 155 governi partecipanti, ha definito l’acqua una “necessità” anziché un “diritto umano”.
Questo, ancora una volta, sotto l’egida del Congresso Mondiale dell’Acqua,
organismo voluto dalla Banca Mondiale
e capeggiato delle multinazionali Suez e
Veolia, che da sole hanno in pugno il 7%
delle acque potabili del mondo. Sono state
inoltre avallate le partnership pubblicoprivate per la gestione delle risorse idriche e la costruzione delle grandi dighe. In
definitiva, è stato ampliato il solco lungo
il quale scorrono le politiche di privatizzazione dell’acqua, che è anche quello che
divide potenti e società civile nel mondo.
Questi discutibili risultati hanno messo per contro in risalto il lavoro del Forum
Alternativo – centinaia di organizzazioni
e movimenti, fra cui il Forum Italiano dei
Movimenti per l’Acqua e l’associazione
trentina Yaku - che si svolgeva in contemporanea al vertice ufficiale. “Abbiamo detto
a questi signori che il Forum è illegittimo,
non democratico. Abbiamo vinto noi”, diceva la rappresentante ONU Maude Barlow alla vigilia della chiusura dei lavori.
Lei, come tanti altri, partecipava quotidianamente alle riunioni e ai seminari
che tenevamo all’Hotel Crystal, nel centro
della città. Proprio la sua presenza - come
quella di ministri, rappresentanti istituzionali, sindacalisti, dello stesso Presidente
dell’Assemblea Generale dell’ONU, Miguel d’Escoto – era il sintomo evidente
delle contraddizioni insanabili del Forum,
riconosciuto solo da chi ha le mani in pasta negli interessi dell’oro blu.
La pressione dei movimenti e delle
reti mondiali – Red Vida, rete africana
per l’acqua, la rete asiatica, la neonata rete
europea– e la legittimità di un vertice riconosciuto dalla gente, hanno creato una
spaccatura all’interno dei partecipanti
al vertice ufficiale, portando 26 Paesi a
firmare la dichiarazione alternativa che
proclama l’acqua come diritto umano, e
16 a riconoscere l’illegittimità del Forum
Mondiale.
Tutto questo accadeva in un Paese, la
Turchia, dove è stata imposta una privatizzazione selvaggia del servizio idrico, dove
è in progetto la costruzione di centinaia di
dighe; un Paese il cui governo ha mostrato
il proprio volto violento reprimendo duramente i militanti per l’acqua, che il 16
marzo, durante una manifestazione pacifica, sono stati caricati a manganellate ed
idranti, oltre a 17 arresti e due espulsioni.
Questo Quinto Forum dell’acqua è stato insomma un fallimento. Tanto miope
nelle sue risoluzioni, con tali prevaricazioni nei confronti delle popolazioni deboli,
da contraddire anzitutto lo stesso documento dell’Onu “L’acqua in un mondo che
cambia”, presentato durante i lavori, che
parlava in toni allarmistici di un mondo
nel 2030 per metà assetato.
A questo proposito viene da fare una
riflessione riguardante le cose di casa nostra, e cioè il contestato rinnovo dell’appalto provinciale per lo sfruttamento della
fonte Prà dell’Era alla Lunelli-Surgiva. Al
di là della bagarre sull’entità economica
dell’appalto – circa 8.000 euro a fronte di
un ricavo milionario – ciò che fa scalpore
è la non prevalenza dei diritti degli abitanti rispetto agli introiti economici della
società, in caso di siccità o scarsità idrica.
L’appalto è fino al 2033. Ma sarà chiaro a
questi signori che fra vent’anni l’acqua non
ci sarà per tutti? ●
maggio 2009
il colore degli altri
Cortine fumogene
sul lago Lemano
Quando l’Italia snobba, la stampa affossa e Amnesty condanna
Mattia Pelli
A
mnesty International è molto delusa dalla non partecipazione di
Paesi come Australia, Germania,
Olanda e Polonia alla Conferenza ONU
sul razzismo. L’organizzazione è allo stesso
modo dispiaciuta che Italia e Stati Uniti
abbiano confermato la loro prima decisione di non parteciparvi.
Questa dura presa di posizione da parte di una delle più conosciute organizzazioni per i diritti umani (si può trovare
in francese sul sito http://www.amnesty.
ch) fa seguito ai quattro giorni di dibattiti e polemiche che hanno accompagnato
Durban II, il secondo round della conferenza sulla piaga del razzismo svoltasi
tra il 20 e il 24 aprile nella città svizzera
di Ginevra.
Un presa di posizione che ci induce ad
una maggiore prudenza rispetto a quella
mostrata dai media italiani nel seguire
questo evento che, contro ogni aspettativa, si è concluso con un successo diplomatico per l’ONU.
Al centro della scena il conflitto israelo-palestinese: durante la prima edizione
della conferenza, svoltasi nel 2001 in Sud
Africa, la delegazione israeliana e quella USA si erano ritirate in polemica con
alcuni passaggi della dichiarazione finale
(http://www.un.org/durbanreview2009/):
“Siamo preoccupati – vi si poteva leggere –
per la sorte del popolo palestinese che vive
sotto l’occupazione straniera. Riconosciamo
il diritto inalienabile del popolo palestinese
all’autodeterminazione e alla creazione di
uno Stato indipendente, così come il diritto
QUESTOTRENTINO
alla sicurezza di tutti gli Stati della regione,
compreso Israele”. Qualche riga sopra la
dichiarazione sottolineava come “l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”.
Niente a che fare con il provocatorio e
delirante discorso che il 20 aprile il presidente iraniano Ahmadinejad ha tenuto
davanti ai delegati della conferenza di
Ginevra: “Hanno inviato – ha detto riferito alla nascita di Israele – dei migranti
d’Europa, degli Stati Uniti e del mondo
dell’Olocausto per stabilire un governo razzista nella Palestina occupata”.
Un modo per appropriarsi di una lotta
che non gli appartiene, quella del popolo palestinese. I cui rappresentanti alla
conferenza hanno risposto che “la causa
palestinese appartiene ai palestinesi”, aggiungendo di non avere alcun interesse
ad inserire nella dichiarazione finale della
conferenza il tema del conflitto israelopalestinese. Aprendo così la strada alla
votazione consensuale, da parte dei 182
rappresentanti dei Paesi presenti, del documento finale, fra lo stupore di tutti gli
osservatori che si attendevano ad un fiasco.
Un accordo reso più facile anche dalla
posizione moderata di Paesi islamici come
il Pakistan e l’Egitto, che hanno accettato
che nel testo non venisse inserita la con-
danna della diffamazione delle religioni.
Negli intenti dei Paesi musulmani essa
avrebbe dovuto rispondere all’islamofobia crescente generata dalla “lotta al terrorismo” post 11 settembre, con il rischio
però di andare a cozzare contro la libertà
di espressione.
Il timore per eventuali posizioni antisemite espresse dalla conferenza era dunque inconsistente e c’è il fondato sospetto
che questo spettro sia stato agitato ad arte
e in modo opportunistico dal Governo
Berlusconi per non partecipare all’incontro di Ginevra.
La ragione della defezione italiana – lamentata da Amnesty – sta più realisticamente in alcuni dei punti votati all’unanimità a Ginevra lo scorso 24 aprile. Tra
cui quello nel quale la conferenza contro
il razzismo chiede agli Stati di “mettere
in opera tutte le misure per combattere il
persistere di atteggiamenti xenofobi nei
confronti degli stranieri e degli stereotipi
negativi nei loro confronti, in particolare
da parte dei politici, di agenti incaricati
dell’applicazione delle leggi, del personale
dei servizi di immigrazione e dei media”(da
http://www.rue89.com).
Chissà allora che non sia il caso di fare
tesoro dell’invito di Amnesty International, che “incoraggia fortemente i governi
che si sono ritirati dalla Conferenza o che
non vi hanno partecipato a testimoniare
il loro impegno a combattere il razzismo,
la discriminazione razziale, la xenofobia e
l’intolleranza”. ●
[email protected]
31
pro memoria
Andreas Hofer
fra storia e retorica
Due giubilei a confronto: dai minacciosi conflitti del 1909
a una celebrazione monocorde
Marco Bellabarba
L
a Storia incontra il futuro: con
questo titolo accattivante il sito
web http://www.1809-2009.eu accoglie i navigatori curiosi di conoscere
come le province del Trentino, Tirolo
del Sud e del Nord ricordino il bicentenario della sollevazione antinapoleonica
guidata da Andreas Hofer. Cliccando
qua è là, la prima impressione è che un
unico filo d’interpretazioni unisca le
pagine del sito. Sia nei discorsi ufficiali
che nelle brevi didascalie a corredo degli eventi si racconta una storia precisa
della rivolta: quella di un territorio oggi
separato dai confini nazionali ma che un
paio di secoli fa seppe trovare un’identità regionale e politica nella lotta contro l’odiato invasore franco-bavarese. I
materiali presentati non lasciano adito
a dubbi: trentini, tirolesi tedeschi, genti
ladine, rischiarono allora le proprie vite
e combatterono, talora duramente, per
un idea condivisa.
Forse non c’è mai stata una così vasta
adesione del discorso politico ufficiale attorno a un episodio del passato. Il che, per
un territorio abituato a dividersi anche
su piccole gocce delle propria memoria,
sembrerebbe un passo in avanti. Ma lo è
solo in parte, poiché una storia così monocorde e armonica rischia di invece di
allontarci dal nostro passato.
Ben inteso: pericoli di questo genere si
addensano su tutti i “fatti” storici quando
cadono prigionieri delle celebrazioni. E a
questo riguardo non fa eccezione la rivolta del 1809, che è arrivata fino a noi avvolta da una spessa cappa di letture. A partire
da quelle che circondarono un secolo fa,
nel 1909, il primo grande giubileo hoferiano. Lo ha mostrato benissimo Laurence
Cole che a quell’evento ha dedicato molte
pagine di un libro importante (‘Für Gott,
Kaiser und Vaterland’. Nationale Identität
der deutschsprachigen Bevölkerung Tirols 1860-1914, Frankfurt M./New York
32
2000). Conviene partire da un veloce riassunto delle sue tesi; non tanto per un’analisi della rivolta in sé, quanto per seguire
come essa penetrò nelle letture degli storici e dell’opinione pubblica di allora. Che
furono molte, di segno diverso e, questo è
il punto, nient’affatto coincidenti.
A ridosso del 1809, spiega Cole, di Hofer si parlò poco e malvolentieri. La figura dell’oste della val Passiria era stata
scoperta dai romantici inglesi e tedeschi, che ne avevano esaltato il valore
nelle guerre contro Napoleone. Da parte
sua, il ceto dirigente tirolese cercò di assecondare questo frammento di epopea
bellica regionale in chiave di attrazione
turistica (alcune sale del museo Ferdinandeum, inaugurato a Innsbruck nel
1823, vennero subito decorate con cimeli hoferiani) e di supporto alla politica perseguita nei confronti del governo
viennese. Dalla capitale dell’impero, al
contrario, nessun aiuto. Secondo il punto di vista del prudentissimo principe
Metternich, Hofer restava nient’altro
che un pericoloso ribelle. Nei dicasteri
imperiali si dimenticò che la rivolta era
nata con l’aiuto delle loro truppe (e che
senza di esse non sarebbe probabilmente
nemmeno scoppiata): il pericolo di esacerbare le velleità di altre rivendicazioni
nazionali consigliò insomma un’estrema
prudenza. Così, la politica conservatrice di Vienna impedì che lungo tutto il
periodo della Restaurazione la rivolta
trovasse accoglienza nel discorso storico ufficiale.
Neppure i liberali tirolesi e trentini
avevano alcun motivo per commemorare le gesta hoferiane: asserragliati nei
governi municipali di Innsbruck, Trento
o Bressanone, le élites borghesi consideravano i fatti del 1809 un simbolo di quanto
ostacolava la strada verso la modernizzazione regionale. Poi, con gli anni ’60 e
’70 del secolo, tutto cambiò. Prima di tutto a Vienna. Ai liberali tedeschi, gruppo
politico egemone dopo il 1848, sfuggì il
controllo del Parlamento viennese; così,
anche in Tirolo il timore della perdita
d’influsso politico li avvicinò ai conserva-
maggio 2009
Il vescovo e gli Schützen alla cerimonia di
commemorazione del pellegrinaggio
di Andreas Hofer a San Romedio.
Sotto: nella sede dell’Euroregione a Bruxelles
il presidente Luis Durnwalder, il governatore
del Tirolo Günther Platter e l’asssessore Franco
Panizza inaugurano una mostra dedicata agli
eventi del 1809. Immagini tratte dal sito
http://www.1809-2009.eu
tori e ai cristiano sociali nel sottolineare
i valori della Heimat regionale. A questo
punto, tutto era pronto per far risorgere
Andreas Hofer dall’oblio in cui era caduto, facendolo passare da ribelle a simbolo
della Heimat tirolese..
In ques’atmosfera, con un lavorio preparatorio durato anni, venne organizzato
il giubileo del 1909. Sulla carta, esso richiedeva la piena partecipazione di ogni
componente etnica regionale: “Vedo con
viva gioia che ambedue le nazioni cooperano in pieno accordo al bene della loro
patria”, commentò soddisfatto Francesco Giuseppe alla sfilata degli Schützen
QUESTOTRENTINO
a Innsbruck. In realtà le cose andarono
diversamente. Dei 33.000 partecipanti
ufficiali (uno su otto degli abitanti del
Tirolo tedesco sopra i 16 anni) i trentini
non superarono la quota dei 2500-2800,
i quali, oltre a sobbarcarsi i costi del
viaggio, subirono le proteste delle circa
3000 persone riunitesi alla stazione di
Trento per protestare contro la loro partenza. Di questa partecipazione in sordina – lo spiega sempre Cole verso la fine
del libro – erano responsabili in gran
parte le stesse autorità tirolesi.
Per rivitalizzare la tradizione
militare degli Schützen, quasi
scomparsa ovunque fino agli
anni Settanta, il governo di
Innsbruck aveva investito in
discorsi politici e in generose
sovvenzioni finanziarie. Ma la
rinascita dei corpi di tiratori
volontari non era mai scesa al
di sotto di una certa linea geografica: in parte a causa della
povertà dei contadini trentini,
in parte per uno strisciante
senso di sfiducia delle gerarchie militari, gli Schützen di
lingua italiana erano cresciuti
di poco. Con l’amaro risultato, tra l’altro, che i giovani del
Tirolo italiano entravano nei
lontani reggimenti delle armate regolari
austriache in numero maggiore dei loro
coetanei settentrionali.
Nonostante una patina superficiale di
concordia etnica, il giubileo del 1909 si
indirizzò soprattutto al pubblico tedesco. Nato per ricomporre lacerazioni
interne al ceto dirigente tirolese, lo si
utilizzò a questo fine. Mentre il centro
dell’impero scricchiolava, le periferie
si chiudevano a riccio come tante piccole patrie. Perciò i fatti del 1809 vennero presentati come rivoluzione del
solo Tirolo tedesco. Su questo nessuno
allora ebbe da ridire: storici italiani e
tedeschi, per motivi opposti, accreditarono l’idea di una spaccatura etnica
che, come sappiamo, nei fatti non ci
fu. Le ricerche e i convegni tenutisi
nel corso di quest’anno (di cui all’indirizzo http://www.1809-2009.eu non
si dice granché) hanno scalfito la vecchia retorica germanica della rivolta,
contribuendo a far conoscere in modo
più puntuale anche la partecipazione
trentina.
Con tutto ciò, tuttavia, nell’enfasi
attuale delle celebrazioni la personalità
di Hofer corre ancora il rischio di tornare ad assumere un ruolo che non gli
appartiene. Un’immagine nostalgica e
oleografica, da eroe di valori autonomistici, non è meno falsificante di quella
più bellicosa proposta cent’anni fa. Ed è
proprio in questo caso che la storia del
primo giubileo si rivela di nuovo istruttiva. Il fatto è che allora non si consumò
solo un conflitto politico, ma anche una
resa dei conti fra storici. Le decine di libri, saggi, articoli di giornali usciti nel
1909 segnarono la spaccatura definitiva
fra la ricerca storica accademica, razionale ma refrattaria a dialogare con la società civile, e una pattuglia di storici più
popolari ma capaci di cogliere il bisogno di sapere storico che proveniva da
una società in rapido mutamento. Furono questi ultimi, come era facile attendersi, a vincere la battaglia. Scrissero di
guerre giuste, di patria, di identità, non
immaginando che in pochi anni la memoria del passato si sarebbe trasformata
in tragica attualità. Forse, appena usciremo dal frastuono delle commemorazioni, converrà riflettere anche sulle
responsabilità degli storici: di quelli che
parlano senza pensare alle conseguenze
e di quelli che non trovano il linguaggio
giusto per farsi capire. ●
33
lettere e interventi
Casanova un minimo di approfondimento delle questioni:
con poco si eviterebbero le figuracce editoriali.
A meno che non voglia trasformare la Sua rivista nel Daily
Mirror locale
Paolo Rizzi
***
Il PRG di Mazzin
Da alcuni anni sono vostro
fedele lettore, dopo aver conosciuto la rivista, scoperta grazie ad una carissima amica che
spesso firma degli articoli sul
Suo mensile.
Mi presento come il tecnico
che ha redatto il PRG di Mazzin. Leggendo l’ultimo numero
arrivatomi, mi sono imbattuto
nell’articolo a pag. 25 a firma
del sig. Casanova. QT ospita spesso degli articoli del sig.
Casanova,
tendenzialmente
redatti senza una base sufficientemente conoscitiva dei
vari argomenti: questa volta ha
superato se stesso, permettendosi delle critiche prive di un
minimo di approfondimento.
Deludente è un aggettivo diminutivo della mia sensazione a
fine articolo.
Vengono mescolati diversi interventi sul territorio, viene descritta la fase di redazione del
PRG come quasi chiusa ermeticamente dall’amministrazione
quando invece sono stati fatti
vari incontri preliminari all’approvazione, quando invece c’è
stato un lungo percorso di affinamento in cui più parti sono
intervenute. E questa sarebbe
mancanza di trasparenza? Il recupero di un’area tolta alla pura
speculazione e destinata ad uni-
34
tà abitative per residenti, l’apertura di un’area con una sorta di
perequazione che permetta, in
sostanza, l’accesso a prezzi più
che agevolati dei residenti ad
aree edificabili altrimenti inavvicinabili, mettendo sull’altro
piatto della bilancia una nuova struttura alberghiera, non
appartamenti. Non siamo di
fronte a similitudini con fatti
tipici del capoluogo, lampante
esempio di eccellente amministrazione del territorio, esempi
di urbanistica fatti di promesse
non mantenute con relative assoluzioni o di misurazioni mascherate grazie alla connivenza
dei controllori. Collina docet.
Abbiamo davanti una situazione che ritengo farà scuola. La
tipicità delle scelte urbanistiche
della valle ove risiedo e lavoro è
decisamente ingessata e legata a
scelte ripetitive, quali ad esempio le sempreverdi promesse
preelettorali, specificamente
tipiche dell’Amministrazione
di Vigo di Fassa. Proporre e recepire gli strumenti urbanistici
introdotti recentemente nella
legislazione provinciale può
creare dei timori al neofita, non
a chi ha approfondito la conoscenza. Purtroppo la novità
può essere cavalcata ad hoc.
Prego Lei, Direttore, di suggerire, se non imporre, al sig.
Mi sembra che il sig. Rizzi più
che smontare il mio servizio abbia avuto presente un solo obiettivo: screditare la mia persona
e la mia serietà. Il mio non era
un attacco al professionista, ma
alla amministrazione che ancora
una volta in queste povere valli,
invece di pensare una pianificazione più seria, si pone l’obiettivo
di consumare gli ultimi spazi di
territorio libero rimasto nel fondovalle di Fassa.
Confermo come il piano sia stato costruito a scatola chiusa. A
meno che non si faccia passare
per processo partecipativo l’operazione ascolto delle categorie
economiche. Ma una collettività
è più composita: ci sono lavoratori dipendenti, c’è l’associazionismo sindacale, ambientalista,
il volontariato sotto tante forme
e questi soggetti, chissà perché,
vengono sempre dimenticati. La
popolazione, in via preventiva,
non è mai stata informata sulle
linee guida del piano come pure
il Consiglio comunale. Quando si
perde il passaggio degli indirizzi
di una pianificazione, è poi impossibile riuscire a modificarne
la struttura. Solo a lavoro concluso, quando sono possibili osservazioni di interesse generale
(ma che non stravolgano il piano), l’amministrazione ha reso
pubblico il lavoro.
Rimane il fatto lodevole dell’area
destinata a unità abitative per re-
sidenti, ma nel servizio ho anche
precisato a chi vengano poi assegnate in valle di Fassa. Era forse
opportuno, anche in presenza di
nuova legislazione provinciale,
costruire un piano di valle sul
tema strategico dell’edilizia abitativa per la prima casa, individuare aree per l’ITEA e non favorire sempre e comunque i soliti
noti. Poi, il fatto che in una valle
che conta 78.000 posti letto e non
vi sono spazi di socializzazione
si pensi ancora a costruire un albergo, lascia senza parole.
Rimane la drammatica sostanza:
un altro lembo importante e rarissimo di spazio aperto di Mazzin viene donato al cemento. Le
alternative erano possibili.
Riguardo i giudizi sulla mia persona, non entro nel merito. Chi
ha scritto una simile lettera si
qualifica.
Luigi Casanova
Sveglia!
Adesso che un altro terremoto
ha colpito questa povera Italia
sempre pronta ad atteggiarsi a
quinto o sesto paese più industrializzato del pianeta (sulla
carta), ci sarà spero un decisivo
cambio di rotta nella pianificazione urbanistica e territoriale.
A “Porta a porta” ho sentito lodare l’Alto Adige, in particolare
la Val Badia, per l’uso del legno
nelle case e la loro grande sostenibilità ambientale. L’Abruzzo
ha dei tratti simili alle nostre
vallate alpine, mi domando, ma
perché non si procede seguendo protocolli di costruzione
maggio 2009
antisismica e biocompatibili?
Non è tempo di polemiche, così
si dice, ma senza stigmatizzare
gli errori del passato non si può
progettare meglio il futuro? Addirittura si è sentito che terremoti come quest’ultimo in zone
tipo il Giappone o la California
avrebbero un impatto sul territorio non dico insignificante ma
sicuramente con rischi di crolli
molto meno sostenuti. Punto
e a capo. Qui è tutto da rifare
come direbbe Gino Bartali. Ci
vogliono teste nuove, persone
che vogliono lavorare e spendersi per fare al meglio il loro
dovere; basta con questa rassegnazione di mantenere un’Italia incrostata da generazioni di
potentati e interessi individuali
e di settore. C’è il tempo per lavorare e il tempo per riposare e
molta gente che ha responsabilità in svariati settori, forse è il
caso che si dedichi al golf e alle
serate di gala.
Flavio Bertolini
I “Nemici della
Terra” del 2009
Gli “Amici della Terra dell’Alto
Garda e Ledro”, riuniti in assemblea pubblica, dopo lunghe
e a volte vivaci discussioni han-
QUESTOTRENTINO
no votato a scrutinio segreto
per chi, persona, associazione
o ente, nel 2008 si sia particolarmente distinto nella compromissione dell’ambiente dell’alto
Garda e Ledro.
I cinque finalisti (in ordine alfabetico), tra i quali verrà scelto,
con una nuova votazione, il vincitore,.sono risultati i seguenti:
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio. Molte decisioni del Governo, benché apparentemente lontano, possono
avere impatto negativo anche
sull’ambiente dell’Alto Garda.
Citiamo emblematicamente il
ritorno al nucleare, fonte energetica a ridotte emissioni di anidride carbonica ma con problematicità tuttora irrisolte, quali
la gestione delle scorie, i sempre
possibili incidenti con fughe
radioattive che non rispettano
certo i confini regionali o statali, nonché gli enormi costi di
costruzione e dismissione delle centrali. Anche il cosiddetto
“piano casa”, studiato per rilanciare l’economia e combattere la
crisi economica, rischia di essere catastrofico per l’ambiente, in
particolare per quello urbano.
Infine, anche il progetto di legge proposto dal Governo sulla
caccia, ove approvato, rischia di
avere pesanti ricadute ambientali anche nei nostri territori.
Inoltre, in 10 mesi di governo
sono stati realizzati tagli alla difesa del suolo, alla prevenzione
sismica, alla messa in sicurezza
del patrimonio edilizio scolastico e al risanamento del patrimonio monumentale. Con soli tre
provvedimenti, decreto 112, decreto Gelmini e legge finanziaria, sono stati tagliati oltre 510
milioni di euro. In conclusione,
il Governo in carica sembra trascurare o sottovalutare i problemi ambientali, subordinandoli
ad altre cosiddette priorità.
Commissione edilizia del
Comune di Riva. Composta
dal Presidente, il vicesindaco
Adalberto Mosaner, il dirigente
dell’Area Gestione del Territorio, Ambiente e delle Attività
Produttive, l’arch. Piero Parolari, il Comandante dei Vigili del
Fuoco Volontari di Riva, Gianfranco Tonelli, l’arch. Andrea
Piccioni, l’ing. Matteo Martin,
l’arch. Remo Zulberti, l’ing. Luigi Zanoni, il geom. Piero Pederzolli; come esperto di problematiche ambientali l’arch. Angelo
Brighenti e come esperta d’arte
la prof. Ezia Ileana Pozzini (dimissionaria proprio per alcune
delle scelte qui contestate).
Per avere concesso, in diverse occasioni, eccessive cubature edificatorie, senza prevedere spazi
verdi circostanti le costruzioni,
e con risultati, a parere di molti, esteticamente discutibili. Per
esempio, nell’area ex Angelini in
viale Rovereto, nella dirimpettaia proprietà Ferrari sempre su
viale Rovereto-Pascoli, nel condominio COSMI di viale Prati.
Per avere altrimenti permesso il
taglio di decine di piante di alto
fusto, spesso quasi centenarie,
come ad esempio nell’edificio
ex Carabinieri in viale Pernici
(Costruzioni Martinatti) e nella
nuova costruzione in via Restel
de Fer 9-11 (progetto di Mauro
Malfer). Per avere infine permesso, sopra il nuovo parcheggio interrato all’Oratorio, un
orrendo rivestimento artificiale
in plastica bicolore, invece di un
manto erboso tradizionale.
Gianmarco Marocchi, sindaco di Tenno. Già vincitore
del Premio “Nemico della Terra” nel 2008. Sostanzialmente
per gli stessi motivi dell’anno
scorso, ma soprattutto per la
gestione della discarica del
Vermione. Proprio per questi
motivi, nel 2008 vi è stata una
profonda crisi politica nella
maggioranza che lo sostiene,
poi faticosamente risolta. Per
quanto riguarda la discarica
del Vermione, una discarica
per inerti che inizialmente era
adibita al conferimento di una
piccola zona circostante, vi era
stata l’autorizzazione, da parte
del sindaco, all’arrivo di ingenti
quantitativi un po’ da tutta l’Italia del Nord, con conseguenti
sospetti di conferimenti illeciti.
Sospetti confermati da analisi eseguite dall’Azienda per la
Protezione dell’Ambiente del
Trentino, che hanno trovato
idrocarburi e amianto, ed anche
altre fatte eseguire dal Comune allo scopo di tranquillizzare
l’allarmata opinione pubblica.
Queste ultime, in un primo momento nella norma, rivelavano
invece, per un errore del laboratorio, valori abnormemente
elevati per zinco e antimonio.
Inoltre, viene accertato che la
quantità di conferimenti effettuati supera quelli consentiti.
Una mozione consiliare del 25
marzo, approvata all’unanimità
su proposta della minoranza
35
lettere e interventi
consiliare, lo obbliga a revocare l’autorizzazione agli arrivi
da fuori Provincia. Ai primi di
aprile interviene la Magistratura, sequestrando tutta l’area
della discarica e vietando nuovi
arrivi.
Patrimonio del Trentino
S.P.A. (Presidente Claudio Bortolotti). “Patrimonio del Trentino” è la società, a totale partecipazione della Provincia, che
si occupa della valorizzazione
e della gestione del patrimonio
immobiliare degli enti pubblici
del Trentino, recuperando adeguati margini di rendimento, attraverso una gestione flessibile,
la razionalizzazione e il contenimento dei costi. La segnalazione
riguarda le principali attività del
2008 riguardanti l’Alto Garda, e
precisamente:
- La vendita dell’ex Casa cantoniera dell’ANAS in località
Tempesta nel Comune di NagoTorbole. Ignorando i numerosi
appelli di decine di associazioni
private e del Comune di NagoTorbole, che ambiva all’acquisizione dell’immobile, è stata
venduta all’asta (ad un prezzo
considerato da molti nettamente
inferiore ai valori di mercato) ad
un imprenditore privato (Lazzara), in un sito tra i più incantevoli dell’intero lago di Garda.
Ha inoltre totalmente disatteso
le prescrizioni del Consiglio
Provinciale, che imponevano un
costante contatto con l’Amministrazione Comunale, consultata
invece, con beffardo sincronismo, solo il giorno dell’apertura
delle buste dell’asta.
- Le proposte circa il destino
dell’area ex Miralago a Riva, sul
cui destino da anni si dibatte
pubblicamente. All’inizio del
2009 ha presentato un progetto,
sotto forma di studio di fattibi-
36
lità, per conto di una cordata di
imprenditori internazionali, che
prevede la realizzazione di un
albergo diffuso (una ventina di
edifici di 2-3 piani), di un centro commerciale, di un molo e
una darsena (che copre lo sbocco nel lago dei torrenti Albola e
Varone), di un palazzetto dello
sport al posto dell’attuale stadio
(che tra l’altro non è di proprietà di “Patrimonio del Trentino”)
attiguo al compendio Miralago,
di parcheggi multipiano, ecc.:
un piano che configge con ogni
ipotesi finora presa in considerazione, e soprattutto con il comune buon senso.
- Per quel che riguarda Villa Angerer ad Arco, corrono voci, per
il momento non confermate,
circa l’intenzione di “Patrimonio del Trentino” di vendere a
privati questo autentico gioiello
storico-architettonico-ambientale, soprattutto per quel che
riguarda il parco circostante.
Nonostante i ripetuti appelli, da
parte di numerose associazioni
ambientaliste, di una valorizzazione pubblica.
Giancarlo Tonelli, assessore
(alla Qualità Urbana, Sport e
Cantiere Comunale) di Riva.
Per avere annunciato, un anno
fa, un drastico ridimensionamento dei pini marittimi di
Riva, rei di rovinare con le loro
radici l’asfalto delle strade cittadine: tra questi, 12 già tagliati nell’estate su viale Trento, gli
altri 12 dirimpettai ai precedenti, nonché gli 8 sulla piazzetta
centrale di Varone. Ignorando,
tra l’altro, le ripetute proteste di
ambientalisti, privati cittadini e
tecnici, che suggerivano modi
alternativi di affrontare il problema.
Per avere deciso di rimuovere
cinque splendidi e rari esem-
plari di palma “Trachicarpus
excelsa” che adornano da decine di anni la facciata del Grand
Hotel Riva in piazza Garibaldi.
Per avere annunciato, nel gennaio 2008, la possibilità di consultare “con un click” lo stato
del verde cittadino (“Sistema
Informativo Territoriale”), salvo poi chiarire dopo un anno
che era un sistema interno per
gli addetti ai lavori.
Per non avere mai risposto alla
ripetuta domanda posta pubblicamente da questa Associazione
sul numero attuale delle piante
comunali, che erano 3404 nel
gennaio 2008.
Va detto che l’assessore Tonelli non è isolato nelle iniziative
sopra ricordate, che condivide
con il resto della Giunta, ma è
sicuramente l’amministratore
che più si è distinto nel proporre e difendere tali scelte.
Amici della Terra
dell’Alto Garda e Ledro
Elettricità:
conviene cambiare?
Una famiglia trentina con un
consumo annuo di 2.700kwh
e una potenza impegnata di
3kw può risparmiare al massimo 74,58 euro in un anno
scegliendo il fornitore di energia più conveniente; si passa
a 94,72 euro per un consumo
di 3.500Kwh e a soli 36,81 se
il consumo scende a 1.200kwh
annui. Ancora troppo poco!
I consumatori si aspettano di
più! Il mercato liberalizzato
dell’energia non consente anco-
ra vantaggi competitivi.
Di recente l’Autorità per l’Energia, per aiutare i consumatori a
comparare le tariffe elettriche e
scegliere il fornitore più conveniente, ha messo a disposizione
un sistema di confronto delle
tariffe chiamato Trovaprezzi,
accessibile direttamente dal
sito dell’Autorità www.autorita.
energia.it.
Ma il problema tariffario non
è l’unico a riguardare il mercato dell’energia; i consumatori
devono fare i conti con fatture
incomprensibili, che vengono
spesso inviate senza rispettare
le normali cadenze mensili o
bimestrali, pagamenti fatti sulla
base di stime e quindi denaro
che l’utente anticipa all’azienda,
strumenti di misura (contatori)
il cui corretto funzionamento
viene verificato, nella maggioranza dei casi, a richiesta e a
spese dell’utente! Chiediamo
dunque alle aziende uno sforzo particolare per aumentare
la trasparenza nel calcolo dei
consumi e nella regolarità delle
fatturazioni, oltre ad un incremento di professionalità e organizzazione richiesto alle strutture commerciali e ai call center
delle aziende per poter gestire
al meglio i passaggi dell’utenza
da un operatore all’altro”
Proprio per invitare al cambio,
ricordiamo le principali regole
del cambio di fornitore di energia elettrica e del gas, precisando che grazie ad una legislazione particolarmente rigorosa
sono diverse e maggiormente
garantiste rispetto quelle in es-
maggio 2009
sere nel campo della telefonia,
termine di paragone noto ai più
come fonte di problemi.
Scegliere un nuovo contratto
o un venditore non comporta
spese, a condizione che lo stesso cliente non abbia già cambiato venditore nei dodici mesi
precedenti: solo in questo caso
il distributore addebiterà un
contributo fisso di 27 euro al
venditore prescelto, che potrà a
sua volta addebitarlo al cliente.
Il contributo non è mai dovuto
se il cliente intende tornare dal
mercato libero al servizio di
maggior tutela. Sul nuovo contratto è dovuta l’imposta di bollo (14,62 euro), in conformità
alla normativa fiscale.
È facile passare da un fornitore
ad un altro? Sì. Per aderire ad
una nuova offerta, basta stipulare il contratto con il fornitore
prescelto: sarà lui ad inoltrare la
richiesta di recesso al vecchio
fornitore e ad occuparsi delle
procedure necessarie ad attivare
la nuova fornitura. Non va fatto
alcun intervento sugli impianti
e sui contatori: cambia infatti
solo la gestione commerciale e
amministrativa della fornitura.
Una volta completato il passaggio, sarà il nuovo fornitore ad
inviare le bollette. La continuità
e sicurezza del servizio deve restare assicurata. L’impresa di distribuzione, che gestisce la rete
elettrica locale, rimane la stessa
QUESTOTRENTINO
anche se si sceglie di cambiare il
proprio fornitore.
Se cambio venditore rischio di
pagare due volte gli stessi consumi?
No, o meglio questo non deve
succedere! Quando si cambia
venditore viene registrata una
lettura del contatore, in modo
che il vecchio venditore possa
emettere la bolletta di chiusura
del rapporto. L’ultima lettura
viene utilizzata dal nuovo venditore come punto di partenza
per conteggiare i consumi ed
emettere le nuove bollette. Nessun venditore può chiedere pagamenti per un servizio fornito
da altri: in questo caso il cliente,
se ha già pagato per errore, può
farsi restituire l’intera somma
maggiorata degli interessi legali.
È possibile modificare le proprie scelte? E dopo quanto
tempo? Chi ha scelto un nuovo
venditore può sempre cambiare scegliendone liberamente
un altro, oppure tornare alle
condizioni fissate dall’Autorità. L’Autorità ha fissato tempi
favorevoli ai consumatori per
esercitare il “diritto di recesso”
che estingue un contratto: a un
cliente domestico può essere
chiesto al massimo un mese di
preavviso per passare a nuovo
venditore; per una piccola impresa il preavviso massimo è
di un mese quando sceglie per
la prima volta di cambiare fornitore ed entrare nel mercato
libero, mentre è di tre mesi per
tutti i cambi successivi.
Centro di Ricerca e Tutela
dei Consumatori e degli Utenti
Mariano Roca
RAÙL ALFONSÌN,
UOMO DELLA DEMOCRAZIA
Dopo una lunga malattia, lo scorso 31 marzo è
morto a Buenos Aires Raúl Ricardo Alfonsín, il
presidente che ha guidato il primo governo democratico (1983-1989) dopo la dittatura militare
più tragica della storia argentina. I funerali di Stato
hanno dimostrato la riconoscenza nazionale ed
internazionale verso un autorevole protagonista
degli ultimi 25 anni della vita pubblica argentina.
Nel suo discorso di omaggio, l’ex presidente brasiliano José Sarney ha ricordato come sotto la spinta
di Alfonsín i due Paesi vicini siano riusciti a superare la loro storica diffidenza, dando avvio a un
percorso di integrazione regionale.
Il processo e la condanna giudiziaria dei membri
della Giunta militare, responsabili del terrore di Stato instaurato nel 1976, è stato il maggior merito della sua presidenza. “Nunca más” (Mai più) fu la frase
che sintetizzò in quel momento il sentire di buona
parte del popolo argentino. Alfonsín subì però, tra
il 1987 e il 1989, quattro ribellioni di alti ufficiali
dell’Esercito contrari alla prosecuzione delle epurazioni, e questo probabilmente indusse Alfonsin a
promulgare le discusse leggi note come “Ubbidienza dovuta” e “Punto finale”, che garantivano l’impunità a responsabili minori degli anni della dittatura,
ma l’ex capo dello Stato ha sempre detto che quelle
norme avevano lo scopo di porre fine al susseguirsi
di processi e cercavano di stabilire limiti precisi alle
responsabilità dei membri delle Forze armate accusati di violazioni dei diritti umani.
Il suo governo subì anche l’opposizione delle ge-
rarchie della Chiesa cattolica, contrarie alla legge
sul divorzio, e dei sindacati, che affossarono in
Parlamento il disegno di legge di libera associazione che toglieva al Partito Peronista il monopolio
della rappresentanza operaia che risaliva all’epoca
di Juan Domingo Perón (1946-1955). Tuttavia, con
il passare degli anni, il ruolo storico di Alfonsín è
stato rivalutato anche dai rivali peronisti. Lo dimostrano le parole pronunciate ai funerali dall’ex
governatore della provincia di Buenos Aires, il
peronista Antonio Cafiero: “Ormai la figura di Alfonsín non appartiene più soltanto ai radicali (gli
iscritti all’Unione Civica Radicale -UCR-, partito
del quale faceva parte Alfonsín); adesso appartiene
a tutti gli argentini”.
37
monitor presentazioni
Musica
Teatro
2- 3 maggio
6-24 maggio
maggio al “wallenda”
Trento, Vircolo Wallenda, via S.
Martino 45. Apertura ore 21, inizio concerti ore 21.45
Un mese pieno di musica il maggio al Wallenda, il circolo-localeclubbino più creativo e accogliente della città. Il programma
prevede, come al solito, un’apertura fissa con concerti il giovedì
più altre aperture occasionali in
altri giorni della settimana. Si
inizia, il 2 maggio, con un concerto di Silvia Caracristi, autrice
di intense ballate acustiche. Il 7
maggio Luca Vianini e Knob Alchemist rimusicano “La caduta
di casa Usher”. Il 19 il Wallenda
ospita Cuesta Arriba, in concerto
da Buenos Aires. Il 21 maggio è
la volta di Airìn, cantautrice tra il
pop e il jazz. Infine, il 28, concerto
di Un incoerente come tanti. Per
maggiori informazioni c’è myspace. L’ingresso è riservato ai soci,
tessera 5 euro. (a.b.)
Cinema
maggio allo spazio off
Musica
5 maggio
fiorella mannoia
Rovereto, Palazzetto dello
sport, ore 21.
Dopo i San Remo, l’incontro con
Ivano Fossati, la collaborazione
con i cantautori, Fiorella Mannoia nel 2006 si lascia invadere
dalla marea (e dalla moda) dei
suoni del Brasile e realizza “Onda
tropicale”, con canzoni di Chicho
Buarque, Caetano Veloso, Gilberto Gil... Il suo ultimo disco (2008)
si intitola “Il movimento del dare” e
comprende pezzi di Battiato/Sgalambro, Ligabue, Jovanotti, Ferro,
Daniele... Il tour che approda a
Rovereto, “In movimento”, parte
proprio da quest’album. (m.p..)
2009
2-23 maggio
Classica
Trento, Teatro Cuminetti, ore
21.
Prosegue la rassegna cinematografica a cura di Stefano Giordano, che
ha il merito di andare a pescare pellicole interessanti ma mai passate (è
la cosiddetta censura del mercato)
per le sale trentine. Il 2 maggio è in
programma “Il matrimonio è un affare di famiglia” di Cherie Nowlan,
sulle prime avventure sessuali di un
ragazzo australiano alle prese con
una madre castrante. Il 9 maggio
si potrà vedere il promettentissimo
“L’isola” di Pavel Lounguine” (Russia, 2006), una storia di guerra, di
morte, di pentimenti, di monasteri.
Il 16 maggio è la volta del francesce
“Stella” di Sylvie Verheyde, un anno
nella vita di una ragazzina di prima
media nella Parigi del 1977. Chiude la rassegna, il 23 maggio, “Away
From Her - Lontano da lei”, altra
regia al femminile di Sarah Polley,
tenero e ironico quadro su di una
coppia giunta alle nozze d’oro. Ingresso: euro 4. (a.b.)
6 e 13 maggio
“oggetti smarriti”
38
2009
Trento, Spazio Off, p.za Venezia.
Il mese di maggio al piccolo teatro di piazza Venezia: sabato 9 e
domenica 10 maggio, in scena
la band veronese dei Regina Mab
con uno spettacolo a metà tra teatro e musica. “Col sole in fronte”
racconta di un’eroina della Resistenza veronese, Rita Rosani. Sabato 23 e domenica 24 maggio,
si chiude il mese con “Immobili”,
spettacolo scritto e diretto da Giulio Costa, per l’interpretazione di
Elsa Bossi. Le avventure e disavventure di una Casa del Popolo a
San Vito di Spilamberto, in provincia di Modena. On-Off mercoledì: una serata di cabaret, mercoledì 6 maggio con i trentini ‘Toni
Marci’; poi, mercoledì 13 maggio,
una serata dedicata all’Africa e alle
sue percussioni con musica dal
vivo, video e dj set. Il biglietto per
gli spettacoli teatrali del weekend,
con inizio alle ore 21, è di 8 euro.
Le serate del mercoledì (inizio ore
21) prevedono un biglietto di 2
euro. (a.b.))
orchestra haydn
Trento, Auditorium, ore 20.30.
Termina la stagione dell’Orchestra
Haydn. Mercoledì 6 concerto dedicato al clarinetto di Mozart, con
l’esecuzione del Concerto K622
ad opera di Stefano Ricci; sotto la
direzione di Manfred Mayrhofer
verranno eseguite anche due interessanti partiture del ’900: la Fantasia on a theme by Thomas Tallis
del compositore americano Ralph
Vaughan-Willams e Apollon Musagète di Igor Stravinskij. Mercoledì 13, a fianco dell’ultimo omaggio
per il duecentenario haydniano
con la sinfonia n. 94 “Sorpresa”,
programma dedicato agli autori
spagnoli Joaquín Turina e Ernesto
Halffter, sotto la guida del direttore del Teatro Real di Madrid, Jesús
López-Cobos, già direttore stabile
all’Opera di Berlino, a Losanna, a
Cincinnati e all’Orchestra Nazionale di Spagna. (t.g.)
Festival
6 maggio-21 giugno
“mondi sonori”
Trento, luoghi vari.
Al via la dodicesima edizione di
“Mondi Sonori”, il festival di musica moderna e contemporanea
del Conservatorio di Trento. A
fianco all’omaggio a Martinů, Ligeti, Hindemith, ampio spazio
alle produzioni delle ultime generazioni con concerti monografici,
collaborazioni con altri eventi e
istituzioni cittadine e crossover
tra musica, danza e arti visive. Via
libera alla musica elettronica, a
installazioni per le vie della città,
alla musica rock. Protagonisti del
festival saranno docenti, studenti
e professori ospiti del “Bonporti”,
con forte integrazione con l’attività didattica dell’istituto. Per informazioni: www.conservatorio.tn.it/
mondisonori. (t.g.)
Festival
7-10 maggio
“Futuro presente”:
“Screen – gli schermi
del futuro”
Rovereto, spazi del Mart.
Il festival “Futuro Presente” torna
alla formula-tributo, mettendo al
centro della ribalta, dopo Bertolucci, un altro regista: Peter Greenaway, raffinato esteta che ha
realizzato film come “Il mistero
dei giardini di Compton House”
(1982), “L’ultima tempesta” (1991)
e l’ultimo “Nightwatching”, tutti
proiettati durante il festival.
Ultimamente i suoi film hanno
poca circolazione e i suoi progetti
multimediali ancora meno. Per
questo, sarà interessante cogliere
l’occasione per vedere a Rovereto
Greenaway con la sua conferenzaspettacolo “Il cinema è morto, lunga vita allo schermo” (7 maggio)
e “Tulse Lemper VJ” (8 maggio),
progetto di cinema espanso, in cui
si incontrano proiezione, live-performance e re-enactement. Tra gli
altri appuntamenti, segnaliamo il
concerto (un ritorno) di Giovanni
Sollima (8 maggio) e la chiusura,
affidata a Michael Nyman e alla sua
musica per il cinema. Non vanno
però trascurati gli eventi apparentemente più piccoli, come le conferenze pomeridiane con Domenico
De Gaetano (7 maggio), Leonardo Gandini (8 maggio), Francesco
Casetti (9 maggio). Programma
completo su www.futuropresente.
it (a.b.)
maggio 2009
Musica
8 maggio
cisco
Avio, Teatro parrocchiale, ore
20.45.
L’ex voce dei Modena City Ramblers si propone con piglio napoleonico dalla copertina del
suo nuovo album, “Il mulo”, che
lo porta in tournée in Trentino.
Sonorità folk, inserzioni etniche,
omaggi alla cultura gitana, canzoni di protesta, Irlanda e poesia.
Ad Avio, l’album sarà presentato
nella sua versione acustica. Ingresso 12 euro. (m.p..)
Classica
17 maggio
alexia muzÀ
Rovereto, Palazzo Todeschi-Micheli, ore 11.
Per le “Matinées in Casa Mozart”,
concerto della giovanissima pianista
greca Alexia Muzà, che nonostante
l’età ha già vinto numerosi concorsi
e ha all’attivo esibizioni in tutto il
mondo, collaborazioni con prestigiose orchestre e un impegnativo
paragone con Martha Argerich. In
programma sonate di Haydn, Beethoven e Prokoviev. (t.g.)
Operetta
Mostre
15-18 maggio
Cultura
14 maggio
“nati per credere”
Trento, Biblioteca del Museo
Tridentino di Scienze Naturali, via Calepina 10, ore 18.
Un neuroscienziato, uno psicologo e un naturalista (G. Vallortigara, V. Girotto e T. Pievani) si
confrontano sul tema della fede
religiosa: com’è spiegabile che una
pratica così costosa, in vite umane e energie dissipate in contrasti
interreligiosi, continui a perdurare nella specie umana? All’interno d’un progetto di ricerca che
coinvolge specialisti di varia formazione (anche dei teologi) si indaga questo problema. Sarà interessante vedere se anche a questo
incontro sarà presente la claque di
integralisti affezionati a Darwin:
all’incontro con Odifreddi li abbiamo visti difendere l’industria
del tabacco - non responsabile dei
tumori ai polmoni - e attaccare
medicinali e preservativi, inutili
nella lotta all’aids: che sia meglio
un rosario? (g.d.r.)
QUESTOTRENTINO
Mostra dei Vini
del Trentino
Trento, Teatro Sociale e Palazzo Roccabruna .
60 produttori e quattro giornate
di degustazioni permetteranno
a sommeliers e appassionati di
condensare in un solo luogo e in
poche ore, la romantica abitudine
del girare per cantine. Passione
oggi sempre più difficile da perseguire per il poco tempo a disposizione e per i controlli sul tasso
alcolico di chi si mette alla guida,
magari dopo aver degustato col
proprietario della cantina l’intera
linea dei bianchi. Giusto un pizzico di fascino in meno, ma per
il resto tutto secondo tradizione,
con i titolari delle cantine e i loro
enologi a spiegare il frutto di anni
di lavoro e di passione. Accanto al
vino alcune proposte di contorno
offrono appuntamenti interessanti anche per chi al bere preferisce
il cibo. Per loro sono infatti attivi
i laboratori del Gusto Slow Food,
gli appuntamenti con la Confraternita della Vite e del Vino e gli
incontri con le Strade del Vino e
dei Sapori. (g.a.)
23 maggio
“La vedova allegra”
Rovereto, Auditorium Melotti,
ore 20.30.
di Franz Lehár, con Ombretta Macchi, Omar Camata, Irene Oberosler,
Domenico Menini, Alessandro Busi,
Marco Petrolli, e con Enrico Beruschi,
Regia di Eustachio Garofano
L’operetta è defunta da almeno settant’anni. Era una forma di teatro
musicale adatta a una borghesia
allegra, amante delle ricche scenografie, delle musiche orecchiabili,
delle trame da vaudeville, preferibilmente ambientate in luoghi esotici,
con lieto fine obbligatorio. Roba da
Belle Époque, insomma. Sopraffatta
dal musical, più attento all’attualità e
più fantasioso, ha però ancora una
sua nicchia di nostalgici. “La vedova allegra” (prima rappresentazione
a Vienna nel 1905), è il lavoro più
noto dell’ungherese Franz Lehàr e
probabilmente l’operetta in assoluto
più conosciuta e ancor oggi rappresentata: le belle melodie di Lehàr
possono far dimenticare una trama
troppo frivola e scontata. Purché,
come spesso accade nel riproporre
questi spettacoli, non si cerchi di attualizzarli con inserimenti improbabili e gags da avanspettacolo. (m.s.)
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Cultura
29 maggio-1° giugno
festival dell’economia
Trento, luoghi vari.
Il quarto meeting economico internazionale è ammantato dal velo
opaco della recessione. Infatti, se il
tema inizialmente scelto era “Identità e globalizzazione”, alla luce del
trend attuale è stato convertito in
“Identità e crisi”. A parlarne saranno
44 relatori, fra cui tre premi Nobel:
George Akerlof, James Heckman
e Michael Spence. Proprio Spence
tratterà la questione “Il mondo dopo
la crisi”, alle 18.30 di lunedì 1° giugno al Teatro Sociale. In primo piano anche il rapporto tra psicologia
ed economia, tema che Akerlof e
Heckman declineranno secondo il
loro punto di vista, rispettivamente
negli appuntamenti di venerdì 29
maggio, “Animal spirits: la natura
umana e il sistema economico”, e
di sabato 30, “Economia e psicologia della personalità”. Per la prima
volta saranno istituiti “tribunali
popolari“ che giudicheranno i responsabili del crack economico,
con tanto di accusatori, difensori e
giuria di studenti. Massimo Gaggi
(Corriere della Sera), Roberto Perrotti (Università Bocconi), sabato
30, domenica 31 e lunedì 1 ore 12
al Palazzo della Pat, Federico Rampini (La repubblica) domenica 31
ore 21 al Teatro Sociale, saranno alcuni dei principali accusatori e analisti delle responsabilità. Insomma,
ci si attende che il Festival fornisca
non solo analisi (tardive) ma anche
prospettive e soluzioni ad una crisi
che, gli anni scorsi, non aveva saputo prevedere. (c.t.)
27-04-2009 12:08:40
39
monitor recensioni
Arte
Arte e design
della guerra fredda
“cold war”
Duccio Dogheria
Dopo “Il Modo Italiano” (2007), il Mart
torna ad occuparsi di design. E lo fa
affrontando un tema sostanzialmente
inedito, seppur molto dibattuto e a tratti
controverso: gli anni della guerra fredda
raccontati attraverso arti figurative,
design e architettura.
La mostra, promossa dal Victoria and
Albert Museum di Londra -autorità
indiscussa a livello mondiale nel campo
delle arti applicate e del design- racconta
come i due blocchi capeggiati da USA e
URSS si affrontarono a partire dalla fine
della Seconda Guerra mondiale non
solo sul piano economico e militare, ma
anche su quello della vita quotidiana
della popolazione.
Significativa a tal proposito è una
fotografia scattata durante l’American
National Exhibition che si tenne
a Mosca nel 1959. Nell’immagine
sono ritratti Nixon e Kruscev mentre
discutono animatamente davanti allo
stand dedicato alle cucine: la sfida per la
supremazia giocata dunque sul terreno
soft della vita quotidiana, tra confort e
innovazione tecnologica. Se la critica
ha già ampiamente trattato la storia del
design occidentale, c’è ancora molto
da scoprire sull’oggettistica dell’altra
metà del mondo, e questo è uno dei
principali meriti della mostra. La qualità
e la spinta innovativa propendono
naturalmente per il design occidentale,
essendo in qualche modo connaturato
al mondo dei consumi e quindi del
capitalismo. A ricordarcelo sono
oggetti-simbolo della quotidianità, dalla
macchina da caffè su disegno di Gio
Ponti al timer da cucina progettato da
Max Bill, dalla Vespa al radioricevitore
T1000, dalle macchine da scrivere
Olivetti a numerosi altri oggetti. Non
mancano tuttavia anche nei Paesi
dell’est oggetti che superano la mera e
disadorna funzionalità, per abbracciare
la ricerca estetica più innovativa, come
testimonia la mobilia di Eugen Jindra
o il servizio da tè in porcellana di
Lubomir Tomaszewski.
40
La rivalità per la
supremazia toccò
anche le ricerche in
campo architettonico,
inerenti sia le unità
abitative -in mostra
progetti razionalisti di
Le Corbusier e Walter
Gropius- che l’edilizia
rappresentativa, come
la torre della televisione
moscovita disegnata da
Nikolai Nikitin, senza
dimenticare le curiosità,
come il progetto per un
bunker antiatomico di
Paul László.
Un campo di battaglia
importante quanto
quello militare
-testimoniato nel
percorso anche da
microspie e altre
curiosità appartenute
ad agenti del Kgb- è quello relativo alla
conquista dello spazio. Memorabilia
d’eccezione sono a tal proposito alcune
tute aerospaziali (tra cui quella di
Armstrong), uno sputnik e dei progetti
d’interno per navicelle spaziali.
Il vorticoso susseguirsi delle imprese
spaziali segnò profondamente
l’immaginario collettivo planetario,
influenzando con le sue suggestioni
anche il mondo del design. Moltissimi
furono gli oggetti d’arredamento del
tempo che si ispirarono in qualche
modo alle forme aerodinamiche di
astronavi e astronauti, dalla poltrona
in pvc trasparente prodotta da Zanotta
a quella aerodinamica in poliuterano
realizzata in Germania Est su disegno
di Peter Ghyczy, fino all’haute couture
di Paco Rabanne e al televisore da
indossare come un casco, progettato da
Walter Pichier nel 1967.
La grafica negli anni della guerra
fredda giocò un ruolo decisivo, sia nel
campo pubblicitario che in quello della
comunicazione politica e sociale. Se dal
punto di vista storico occorre ricordare
manifesti come quello di Gaston Van
den Eynde del 1950, dedicato al piano
Marshall, dal punto di vista artistico
i più interessanti sono quelli dedicati
alla cosiddetta grafica di contestazione,
dal pop-maoismo della cartellonistica
cinese al realismo degli esemplari
sovietici, fino alle infuocate affiches
serigrafiche del maggio parigino o ai
capolavori della grafica cubana.
Tra i due sistemi contrapposti ci fu
naturalmente anche chi lavorò per la
pace. Tra le opere più significative di
tale sezione ricordiamo per lo meno
il foulard realizzato da Picasso in
occasione del ‘Festival mondiale dei
giovani e degli studenti per la pace’ nel
1951 e il celebre manifesto antinucleare
di Henrion, del 1983.
Segnaliamo infine che il percorso è
scandito anche da numerosi opere
pittoriche, da Baj a Fontana,
messe forse in secondo piano per
lasciare al percorso un respiro a 360
gradi.
maggio 2009
Il libro
Musica
I cattolici
in Trentino
Un concerto
svogliato
Vittorio Carrara, I cattolici in
Trentino. Identità, presenza, azione
politica 1890-1987.
Trento, Il Margine, 2009, pp. 196,
euro 15,00.
Piergiorgio Cattani
Dopo il volume del compianto Walter
Micheli sul socialismo nella storia del
Trentino è uscito, sempre presso la Casa
editrice “Il Margine” un libro dedicato
a circa 100 anni, dal 1890 al 1987 (la
fine dell’episcopato di Gottardi), del
cattolicesimo nella nostra provincia. “I
cattolici in Trentino” differisce dall’opera
di Micheli in quanto del ruolo dei cattolici
si è scritto di tutto e di più, mentre la storia
del movimento laico e socialista sembrava
essere quasi scomparsa dall’orizzonte della
ricerca.
Vittorio Carrara, l’autore del volume,
storico e bibliotecario dell’Università di
Trento, è consapevole fin dalle prime
pagine di non dover fare una storia
esaustiva e particolareggiata del mondo
cattolico trentino del ‘900. Per questo il
libro, nel dipanarsi dei suoi capitoli, cerca
di dipingere il quadro complessivo e i
passaggi più significativi di una storia
articolata e tutt’altro che monolitica.
La Chiesa tridentina negli ultimi anni
dell’Impero austroungarico e la sua
impronta sociale, i duri anni del fascismo,
l’egemonia clericale e democristiana del
primo dopoguerra, il convulso periodo
postconciliare sono descritti dall’autore in
maniera originale e lontana dalla paludata
storiografia trentina di regime.
Carrara, forte di una conoscenza dei
documenti non comune, con poche
parole dipinge personaggi e situazioni
magari poco note ma ugualmente
emblematiche per capire la temperie
culturale, religiosa e sociale del tempo.
Le citazioni dirette dei documenti sono
QUESTOTRENTINO
centellinate, ma rappresentano delle vere
e proprie perle capaci di colpire il lettore
e di farlo entrare nel cuore del problema
più di molte pagine erudite di altri volumi.
Singole figure sconosciute ai più vengono
ricordate nella loro personalità spesso
sfaccettata proprio per sottolineare come
la storia sia fatta da persone in carne ed
ossa, piuttosto che da anonime forze
storiche. Un problema di questo impianto
a volte risiede nel fatto che l’autore dà
per scontata la conoscenza, da parte del
lettore, dei principali avvenimenti storici
che hanno riguardato il Trentino: forse
una cronologia finale avrebbe agevolato la
fruizione del volume.
Venendo alla concreta descrizione
del cattolicesimo trentino, l’autore
focalizza la sua attenzione sugli aspetti
ecclesiali e politico-sociali, che hanno
segnato profondamente la nostra terra,
tralasciando quasi la dimensione di fede
che pure dovrebbe sostanziare l’identità
cattolica. Al centro restano la Chiesa,
i rapporti (mai conflittuali, sottolinea
l’autore) tra la Diocesi tridentina e la
gerarchia romana, le figure di sacerdoti
(da don Guetti a padre Zanotelli),
mentre il laicato resta in una posizione
subalterna. Benché Carrara sottolinei
nell’ultima pagina del libro di non voler
fare un’apologia dei cattolici e della
Chiesa istituzionale, la sua impostazione
“centrista” ed ecclesiocentrica si fa sentire,
lasciando a volte interdetti. Come avviene
nella descrizione della contestazione
sessantottina e dei cattolici del dissenso,
visti come influenzati dal montante
anticlericalismo laico piuttosto che come
portatori di istanze positive benché non
del tutto ortodosse.ione non è andata
secondo le aspettative, sia in termini di
pubblico che di proposte. E’ probabile
che arrivi qualche novità dal prossimo
autunno. Staremo a vedere.
Gustav Kuhn e
l’Orchestra Haydn
Tullio Garbari
L’orchestra Haydn si conferma (in
negativo) nel concerto del 22 aprile: la
qualità dell’esecuzione è appena sufficiente.
I professori suonano, come d’abitudine,
con poco coinvolgimento, badando alle
note invece che alla musica. Spesso si
notano scollamenti ritmici, negli attacchi
e nelle sonorità; si ha continuamente
l’impressione di ascoltare una cinquantina
di solisti più che un unico gruppo.
Soporifera la Sinfonia n. 81 di Haydn
eseguita in apertura; un po’ migliore, ma
comunque non degna di nota, la Sinfonia
“Patetica” di Čajkovskij.
Ma il protagonista in negativo della serata
è senza dubbio il direttore Gustav Kuhn.
Reduce da un fine settimana movimentato,
dirige in modo un po’ approssimativo
e grossolano; e le colpe musicali
dell’orchestra sono da far risalire anche
a lui. Imbarazzante il comportamento
tenuto sul palco dal maestro austriaco.
L’approccio nel Collage didascalico –
inspiegabile e inutile trovata kuhniana –,
dedicato al satirico Musikalischer Spass
di Mozart, carica rozzamente gli eleganti
giochi mozartiani; e la breve lezione che
lo precede è fastidiosamente frivola e
autoreferenziale, in linea col divismo a
cui Kuhn ci ha abituato. Il culmine della
vergogna arriva però alla fine del trionfale
terzo movimento della “Patetica”, pezzo
densissimo di emozioni: il pubblico
prorompe in applausi e il direttore, invece
di zittirlo, sorride beato, si inchina, fa
teatrino. Poi, ormai sciupato Čajkovskij,
dà l’attacco del tragico quarto movimento
ad un’orchestra attonita. Il pubblico, al
termine dell’esecuzione, ringrazia con
scroscianti applausi e (addirittura!) una
standing ovation.
Potrebbe essere stato l’ultimo concerto
41
monitor recensioni
Teatro
Gustav Kuhn
a Trento per Gustav Kuhn: questioni
artistiche e politiche si scontrano sulla
questione del rinnovo del suo contratto.
Da una parte ci si chiede se sia sbagliato
lasciare andare via (o anche cacciare) un
direttore talmente compreso nel suo ruolo
da primadonna da risultare protagonista
sulla musica e da sconvolgere con le sue
pretese il mondo musicale regionale;
dall’altra si teme che, per quest’orchestra,
nessuna guida – Kuhn compreso – possa
portare la qualità tecnica e artistica sperata.
Musica
Omaggio a
Charlie Mingus
i quintorigo
a “itinerari Jazz”
Tullio Garbari
Avevamo lasciato i Quintorigo nel
loro personalissimo e geniale mix di
rock, classica, jazz e sperimentazioni
con la loro inconfondibile sonorità.
Li ritroviamo a Trento il 30 marzo,
ospiti del festival “Itinerari Jazz”
e impegnati in uno spettacolo
dedicato a Charles Mingus. Il grande
42
contrabbassista viene ricordato
in un’ora e quaranta minuti di
canzoni, tratte dall’ultimo disco
Quintorigo play Mingus, e varie
letture: pochi segni ben tracciati per
raccontare la sua vita, dall’infanzia
alla morte, il suo carattere rabbioso
e il suo impegno nella lotta contro
il razzismo, in una suggestiva
scenografia da salotto. Ampio spazio
ovviamente al contrabbassista
Stefano Ricci e al sax Valentino
Bianchi, affiancati in alcuni pezzi
dagli ospiti Christian Capiozzo
(batteria), Michele Francesconi
(pianoforte) e il travolgente Gabriele
Mirabassi al clarinetto. Conferma
del genio compositivo del musicista
dell’Arizona il ruolo affidato agli archi
dei fratelli Costa, Andrea al violino
e Gionata al violoncello: la musica di
Mingus è lavoro armonico, è intensi
riff, materiale adatto per gli archi
che poco reggono improvvisazione
e assoli. Incantevole protagonista
la voce di Luisa Cottifogli, capace
di leggerezze virtuosistiche quasi
strumentali (come in Jelly Roll e in
Goodbye pork pie hat) e di potenti
richiami al canto da lavoro e al gospel
(Freedom e Oh Lord don’t let them
drop that atomic bomb on me).
Resta solo un appunto da fare:
ci si aspettava più coraggio
nell’interpretazione. Forse sarebbe
valsa la pena di lasciare a casa
pianoforte e batteria, per conservare
il suono e le idee Quintorigo invece
di adottare stile e sonorità classici del
jazz.
La stagione
teatrale è finita.
Viva la prossima!
Vittorio Caratozzolo
Conclusa la regular season del teatro a
Trento, ora gli spettatori già in crisi di
astinenza guardano con speranza alla
programmazione cosiddetta minore
e alla stagione estiva. Quanti sono gli
spettatori teatrodipendenti, nella nostra
città? Bisognerebbe studiarsi un po’ i
dati, per fare qualche ragionamento e
ricavarne qualche presagio, auspicio
o, più semplicemente, disagio. Quale
teatro per quale pubblico, peraltro?
Per accontentare il gusto di spettatori
affatto diversi, nella stagione di
prosa del Centro Santa Chiara, con
l’abbonamento “grande stagione” si
ricevono proposte lievemente devianti,
genere “musical” o “altro teatro”, le quali
generano un’audience che il critico
teatrale difficilmente può valutare
senza accedere ai summenzionati dati
statistici.
Di sicuro, se capita di vedere uno
spettacolo almeno due volte, possono
colpire le notevoli differenze nel numero
di presenze in sala. Misteri. A volte
può dipendere dallo scarso appeal
dell’autore, del regista, dell’attore/attrice
principale, della compagnia, od anche,
semplicemente, dalla concomitanza di
più spettacoli nella stessa sera, per non
parlare della convitata catodica fissa,
Nostra Signora Televisione.
Il pubblico dei teatri è cambiato, come
la comunità di cui fa parte. Si tratta di
mutazioni antropologiche e culturali
pressoché irreversibili, legate alle
“nuove” abitudini, alla formazione
culturale dei giovani e degli ex-giovani,
all’offerta locale, alle disponibilità
economiche. Ormai un cartellone
teatrale si organizza tenendo conto di
maggio 2009
monitor
“I due gemelli veneziani”
Glauco Mauri
una notevole varietà di parametri, tra
i quali il “fattore umano” non gioca un
ruolo secondario. I gusti e le simpatie –
culturali, personali – non restano certo
al di fuori delle valutazioni per cui la
programmazione prende corpo nei mesi
che precedono la presentazione ufficiale.
In ogni caso, come diceva Goldoni,
l’applauso universale è inattingibile, per
cui sarà sempre difficile far contenti
tutti.
La stagione 2008-09 era iniziata con
la Compagnia Mauri-Sturno e la loro
proposta del «Vangelo secondo Pilato»,
che ricordiamo con simpatia per la
qualità recitativa sempre apprezzabile
dell’anziano attore, capace di tenere
lunghissimi e intensi monologhi,
emulato a dovere dal suo sodale Sturno.
Non da meno, successivamente, era
stato il «Re Lear» del Teatro Stabile di
Genova, con Eros Pagni a illuminare
la bella prestazione dei suoi numerosi
comprimari. La sorpresa, tuttavia, è
arrivata con un musical sui generis,
«Montagne Migranti», la cui esile trama
è stata ben compensata dall’originalità
della proposta spettacolare: un omaggio
alla cultura corale trentina, alla World
Music e all’emigrazione trentino-italiana
nel mondo. Superando d’un balzo il
mese di dicembre, in cui certamente
ha onorato il teatro l’invenzione
di Ugo Chiti dedicata a Kafka («Le
conversazioni di Anna K.»), e affidando
ad altri il commento per «L’ultima sera
di Carnovale», «Dramma italiano» e
«Romantic comedy», conviene lasciar
traccia scritta di una seconda, bella e
musicale sorpresa messa in scena per tre
sere, al Teatro Cuminetti, dai “Cantoria
Sine Nomine”, per la regia di Elena
Galvani e di Jacopo Laurino: si tratta di
«Il pioppo nella neve», una semplice ma
efficace elegia teatrale costruita su testi
di Bertolt Brecht, per la “Giornata della
memoria”.
Se a fine gennaio «Il gabbiano» di
Cechov, allestito dal Teatro Stabile
di Bolzano, ha suscitato pareri
discordi, anche su queste pagine,
certamente non si può annoverare tra
le peggiori proposte della stagione;
la messa in scena “tradizionale” ha
diritto alla cittadinanza quanto una
“coraggiosa” interpretazione registica,
che non sempre, in quanto tale, risulta
automaticamente essere superiore
alla prima. “Abusus non tollit usum”,
verrebbe da commentare...
Alla difficoltà di mettere in scena
l’ultima incompiuta opera di Pirandello,
«I giganti della montagna», non si
sono sottratti attori e attrici diretti da
Federico Tiezzi, che a metà febbraio
hanno riscosso meritati applausi per
il loro generoso impegno nel rendere
accessibile al pubblico un testo onirico,
pregno di simbolismi e di velate
allusioni al contesto storico in cui il
dramma vide la luce.
Preceduto dalla nuova travolgente
“cavalcata” di Moni Ovadia (vedi
«L’armata a cavallo» della stagione
QUESTOTRENTINO
precedente), tre ore di spettacolo senza
pausa, attraverso la storia dell’U.R.S.S.,
e dall’esperienza (per il pubblico)
del teatro in lingua originale con
traduzione in cuffia («Sonja» di Tatjana
Tolstaja), nella terza settimana di
marzo il raffinato «Romolo il Grande»
dürrenmattiano, impersonato da
Mariano Rigillo con ammirevole ironia,
ha rievocato l’inizio del countdown
per la cultura europea latinocentrica, e
il più prosaico conto alla rovescia per
la stagione di prosa 2008-09, che si è
conclusa con «I due gemelli veneziani».
La commedia goldoniana, facente
perno sullo sdoppiamento di Massimo
Dapporto in due personaggi, pur non
dispiacendo nel suo insieme non ci
ha convinto del tutto per due aspetti
essenziali: la staticità della scenografia,
elemento che di solito, in quanto
rarefatto, impone una recitazione
compensativa; e la prova d’attore di
Dapporto, non sempre adeguatamente
e schizofrenicamente (come necessario)
in parte nell’impersonare l’uno o l’altro
gemello.
Su quattordici spettacoli, una decina
almeno ha abbondantemente meritato
un giudizio più che buono: può darsi
che siamo di manica larga, ma nel
complesso pensiamo di non essere
lontani dal giudizio medio del pubblico.
Speriamo nella prossima stagione.
Teatro
“La morte e la fanciulla”
Il testo del cileno Ariel Dorfman sulle conseguenze della tortura usata dal regime di
Pinochet (andato in scena al Teatro Cuminetti
per “Trento) è stato riadattato dalle compagnie Oz e EmitFlesti a un futuribile contesto
italiano, che si immagina reduce anch’esso
dalle atrocità di un violento regime dittatoriale. Diciamo subito che la trasposizione è
fallita: affidata sostanzialmente ad alcuni
cambiamenti di nomi, passa come acqua
serena. Non lascia indifferenti invece la sostanza del lavoro, la rappresentazione delle
devastazioni umane provocate dalla tortura,
e l’angosciante dilemma tra sacrosante
esigenze di giustizia e non indegne compatibilità politiche. In definitiva, uno spettacolo
di fortissimo impatto, ben condotto, che sa
porre con efficacia grandi e amari interrogativi, anche se forse non tutti quelli propostisi
dagli autori italiani. (e.p.)
43
monitor recensioni
Cinema
Dalla parte
dei freaks
“mostri contro alieni”
Alberto Brodesco
Arrivano gli alieni. Il presidente degli
Stati Uniti (gli extraterrestri atterrano
sempre in America) si prepara a
riceverli. Sale una lunga scalinata che
lo porta all’altezza dell’astronave. Come
si fa, però, a parlare ai marziani? Che
lingua si usa? Seguendo lo stereotipo
classico, il presidente sceglie il
linguaggio (cosiddetto) universale della
musica. In cima alla scala c’è una tastiera.
Suona qualche nota dalla soundtrack
di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
Ma poi passa subito al tema di “Beverly
VEDI ANCHE
“Questione di cuore”
di Francesca Archibugi
Due infartuati si conoscono in ospedale.
Il resto del film continua ad allontanarsi e
a ritornare sul tema della malattia. I volti
malinconici cui le parole vengono affidate
sono quelli, perfetti, di Antonio Albanese e a
Kim Rossi Stuart. Il taglio della sceneggiatura
è felicemente in equilibrio sul crinale acuto
tra ironia e dramma. Un neo: rinunciando ai
riferimenti meta-cinematografici sarebbe stato
un film migliore.
44
Hills Cop”, un funky-pop
tremendamente anni
Ottanta.
Questa scena di “Mostri
contro alieni” fa ridere. Fa
ridere i bambini perché si
vede una persona seria, il
presidente degli Stati Uniti,
che si dimena esaltato
davanti a una tastierina.
E fa ridere l’adulto che
coglie le citazioni dai
due film. La parodia e la
citazione sono uno dei mezzi principali
con cui i film d’animazione, un tempo
oggetto esclusivo della visione infantile,
assicurano agli adulti che la trama è
studiata (anche) per loro. Ma oltre a
questo, la scena fa ridere l’adulto per gli
stessi motivi per cui fa ridere il bambino:
la vena pop di un potente della Terra.
“Tutta colpa di Giuda”
di Davide Ferrario
L’intenzione è meritoria: Davide Ferrario realizza
un film in carcere, alle Vallette a Torino. E
non si accontenta di far recitare i detenuti:
li fa muovere, cantare e ballare, come in un
musical. La scommessa, fino a qui, funziona.
Non funziona più quando si abbozzano
discorsi troppo complessi (su Cristo, passione,
redenzione...) e quando la trama si attorciglia
maldestramente prima di trovare un finale,
perdendo tutto il pregio della semplicità. Una
maggior dose di modestia avrebbe reso “Tutta
colpa di Giuda” un film importante.
Film come “Mostri contro alieni” creano
un universo inter-generazionale di
divertimento puro, di invenzioni senza
freni.
Al di là delle componente parodistica
e della creatività a briglia sciolta, a
dare ulteriore peso culturale alla nuova
animazione è la mancanza di timore
nell’affrontare i discorsi sui “grandi
valori” – quelli attorno ai quali molto
cinema “adulto” (Clint Eastwood a
parte) non sa più come girare per
poterli approcciare in modo non
retorico. “Mostri contro alieni” riesce
infatti a lanciare un piccolo messaggio
morale senza essere pedagogico. Ci
fa vedere come delle persone di cui
all’inizio ci si vorrebbe solo sbarazzare
(rinchiudendole e nascondendole nella
famosa Area 51) possono salvare il
mondo. Sono i mostri del titolo, dei veri
e propri freaks, devianti per eccesso
di vicinanza con il mondo animale (lo
scienziato-mosca, l’anfibio) o per errori
nelle proporzioni (la gigantessa, l’enorme
pelouche).
La morale non si dà, come in Esopo, in
un’appendice al racconto. Non emerge
da pesanti voci off: è la storia stessa a
mostrare quale sia la risposta eticamente
corretta allo stimolo. La giustizia si crea
dal basso, costruita com’è dalle necessità
del racconto. A “farci la morale” è il
comportamento vagamente disgustoso
di un mostro fatto di gelatina; o, in un
altro film di animazione come “Wall(e)”,
gli stridenti suoni elettrici di un
robottino.
Stupisce, felicemente, la facilità con cui
parodia e valori, testo e sotto-testi, ironia
e morale, si uniscono per amplificare
l’assurdo della nostra esistenza. Nella
war-room, il presidente degli Stati
Uniti ha due pulsanti enormi, rossi e
senza scritte: uno serve a farsi servire il
cappuccino, l’altro a decretare la fine del
mondo.
maggio 2009
* Somma dati Auditel e Audiradio
*
QUESTOTRENTINO
45
piesse
Scrivi una cosa...
Bruno Zaffoni
Italandia
Q
uesta è una fiaba, la fiaba di un paese chiamato Italandia. Strano paese, l’Italandia: una nazione dal passato glorioso, capace
nei secoli di edificare città, progettare monumenti, immaginare
opere d’arte ancora oggi ammirate, tanto che la voce turismo è ancora
tra le poche attive del suo bilancio. Una penisola bagnata dai lunghi
fiumi del nord e dal mare blu del sud: acque benedette che facevano
germogliare i migliori frutti della natura nelle sue rigogliose pianure
pedemontane e offrivano come un dono degli dèi le risorse del mare.
Prodotti di terra e di mare sapientemente elaborati in piatti reputati tra i
migliori al mondo. C’era stato perfino un periodo d’oro, nel quale anche
l’industria era rinomata per qualità e quantità: l’Italandia era considerata
uno dei maggiori produttori di automobili economiche, nonché esportatrice di prodotti lavorati con la creatività tipica della sua gente.
Per questo fu davvero una sorpresa per i suoi circa sessanta
milioni di abitanti, tutta gente operosa (sia pure, come mormorano
gli snob d’oltreconfine, incline all’arte di arrangiarsi e un tantinello
festaiola), trovare di botto l’Italandia relegata tra il trentesimo e il
quarantesimo posto nella classifica della produttività mondiale. E
oltre il cinquantesimo nella classifica della libertà d’informazione...
ma questa è un’altra storia. O no? Cos’era successo, per dissipare
improvvisamente questo patrimonio di cultura e di laboriosità?
Era successo che si era instaurato un governo imbelle, più teso
alla conservazione degli interessi di pochi che allo sviluppo degli
interessi di molti. Un governo democratico, certo, ma eletto da una
popolazione a cui il detto panem et circenses non ricordava nulla.
Comandava il governo un premier dai trascorsi poco chiari, un
uomo venuto dal nulla e diventato il più ricco del paese, sceso in
campo per proteggere i suoi personali interessi dagli attacchi veri o
presunti di quello Stato che andava a occupare. La sua apparizione
sulla scena politica spaccò il paese in due. Da una parte coloro che
in buona fede pensavano che “se uno ce l’ha fatta nella sua vita
può farcela anche nella mia” e coloro che, in altrettanta buona
fede, credevano che “se rubano loro lo posso fare anch’io”.
Dall’altra parte una moltitudine di perenni sconfitti in via
d’estinzione, nostalgici di tempi in cui le sconfitte almeno avevano
un senso; qualche bastian contrario; qualche sospettoso galantuomo
allergico alle TV. Già, le TV: perchè il premier italandese possedeva
metà delle reti, dalle quali trasmetteva gossip, soap opera, quiz
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a premi e candid camera, il tutto condito da belle ragazze fatte in
serie e sprizzanti gioia di vivere, inframmezzati da pubblicità e
informazione basate sugli identici criteri di comunicazione. Tanto
da costringere la concorrenza, peraltro sotto stretto controllo degli
accoliti del premier, a uniformare il proprio palinsesto per non
soccombere, e a sfornare schiere di giornalisti più zelanti del re.
Non bastasse, la generosità del premier mise a disposizione della
plebe anche la sua squadra di calcio, cosicché la gente potesse gioire
con lui durante le partite di Champions League. Finalmente il paese
poteva diventare una nazione felice, anche se sempre più povera e
litigarella. Ma chi l’ha detto che la felicità ha bisogno di benessere e
pace sociale? Non bastano football, pettegolezzi e belle gnocche?
Ma in tutte le fiabe c’è un colpo di scena. Il premier fu colto
con le mani nel sacco. Tanto per cambiare, conflitto d’interessi
aggravato dalla corruzione di parecchi giudici. Per la prima
volta Polizia, Esercito e Magistratura furono d’accordo: era
un’indecenza, il premier andava allontanato.
Così il CapodellaPolizia,ilGeneraleconpiùstelleeilPresidentedella
Corte Suprema si recarono dal Capo dello Stato, un ultraottuagenario
amatissimo dal popolo. Il quale non poteva, per ragioni di protocollo,
dire ciò che pensava, cioè che in democrazia un furfante resta furfante
anche se viene eletto. Però non poté esimersi dall’invitare il premier,
che si trovava in quei giorni in visita all’amico George W. Bush, a non
farsi più vedere nei paraggi. Il premier visse comunque molti altri
anni, in esilio sì, ma felice e contento. E sempre ricco.
P. S. Mi accorgo che fra un copincolla e l’altro, mi sono trascinato
un refuso qua e là. Italandia va letto Tailandia. E questa non è una
fiaba, ma una storia vera e recente: il premier si chiama Thaksin
Shinawatra; il Capo dello Stato è il buon re Bhumipol, ovvero
Rama IX. Ah, e la squadra di calcio è il Manchester City.
***
Grafico di lungo corso per mestiere; fumettaro, autore di giochi e narratore per piacere. Suoi racconti e giochi sono presenti in Internet, sulla
carta stampata e in cd-rom. Ha collaborato con molti periodici come
grafico, illustratore e redattore. Attualmente conduce, sul binario www.
zaffoni.it, la rivista di narrativa online Orient Express, che pubblica
racconti di autori famosi e non.
maggio 2009
piesse
Io tinta di aria
Nadia Ioriatti
Adolescente
Q
uando ho tolto gli orecchini d’oro a forma di fiorellino – mi avevano seviziato a nove mesi! - la mamma
ha pianto tutto il pomeriggio. Quando poi ho sciolto
i capelli, legati col fiocco sulla nuca come la Cinquetti, e fatto
la riga in mezzo… giù altri pianti. Poco dopo è cominciato il
divieto di uscire. “Perché non posso?” “Perché di no.” “Ma i miei
fratelli possono!” “Loro sono maschi, tu devi stare in casa.” Dice
che non si fida, che è pieno di pericoli e chiama “zinghene”
quelle che si truccano, mettono la minigonna e vanno in giro
con i ragazzi. Ma che male fanno? A me piacerebbe avere più
libertà. Dovrebbe fidarsi di me, sono una ragazza seria.
La mamma – sai che ridere! - chiama lavare i piatti “suonare
il pianoforte” e mi ha insegnato fin da bambina. Inutile rilevare
l’ingiustizia che sono solo io, femmina, a doverlo fare. “E’ un lavoro
da donne!” Mi ripete. Così come mi sgrida quando si litiga tra fratelli. “E’ più grande di te, impara a cedere!” Poi con l’altro mi dice
uguale. “E più piccolo, impara a cedere!” L’educazione femminile si
tramanderà così? E siccome sono convinta che il mondo sia una
grande ingiustizia ed essere donna solo uno svantaggio, sono diventata ribelle.
Nella casa dove vivo, mi manca molto l’intimità di una stanza tutta per me. Dopo la nascita del secondo fratello, la stanza è
diventata per i maschi e a me è toccato il divano letto nel soggiorno. Si gira solo con le pattine ai piedi in quel soggiorno sacro e la
mamma – sempre spiritosa! – dà la cera e poi mi dice di “pattinare”
su e giù. Ogni sera per andare a dormire devo aspettare che la televisione venga spenta e poi brigare per prepararmi il letto. Di giorno non rimane traccia della mia presenza notturna. Non ho un
posto mio, dove stare, una parete dove appendere il poster del mio
cantante preferito. I miei vestiti nell’armadio con quelli dei fratelli.
I miei libri di scuola rinchiusi in un’antina della credenza diventata
comodino. Occupo lo stesso spazio del servizio buono da tè. Mi
sento insignificante e nel posto sbagliato. Dentro e fuori.
La mamma ha il pollice verde e il soggiorno, col freddo, è pieno
di piante fiorite o grasse. A scuola ho studiato la fotosintesi clorofilliana e so che le piante di notte consumano ossigeno ed emanano anidride carbonica. Sarà suggestione, ma mi sembra davvero di
venir avvelenata nel sonno. Ma non mi ascoltano e viene tutto li-
QUESTOTRENTINO
quidato con il mio brutto carattere. Nessuna pianta è mai stata
spostata, ogni anno crescono di
dimensione e si moltiplicano
per talea. Nulla contro di loro
anzi, mi piacciono e ne metterò
tante nella mia casa un giorno.
In casa dicono che ho le manie.
Sul balcone del soggiorno
molte di quelle piante trascorrono l’estate ed io respiro meglio.
Ma viene messa anche la gabbia
dei canarini. Come fa giorno, a
poco più di un metro da me che
dormo, iniziano a cantare svegliandomi puntualmente. Non
hanno colpa anzi, è il loro lavoro. E poi siamo simili: indifesi e
in gabbia. Basterebbe spostarli
di balcone, ma forse chiedo
troppo. Tanto tuonò che alla
fine piovve. Stanca di non essere ascoltata e mai capita, ormai
sveglia mi alzo prendo la gabbia Foto di Nereo Pederzolli
e la porto nella stanza dei fratelli.
Spesso grido facendolo e sbatto le porte. Poi per fortuna riprendo
facilmente sonno, ma quando mi alzo sono intrattabile.
La mia libertà è chiudere la porta del soggiorno e divorare un
libro dopo l’altro. Tutti quelli che mi prestano. In casa però dicono
che a forza di leggere divento sempre più stupida. Ma loro cosa
ne sanno? Mica mi entrano dentro! La mia libertà è cantare ad
alta voce tutte le canzoni che voglio. Se non mi fanno tacere, vorrà
dire che canto bene. Quindi magari nella vita qualcosa di buono la
saprò fare anch’io.
O farò la fine di quel canarino che quando gli aprono la
gabbia non vola via? Le sue ali sono atrofizzate. E - colmo dei
colmi - è diventato vecchio, è senza voce e scrivere è il suo in/
canto.
47
p i ep si e
s es s e
sfogliando s’impara
Tòs
Un dibattito sfasato
Caso Margherita Cogo-bianchetto: il processo mediatico c’è
stato per davvero, ma vi ha partecipato solo la difesa,
rappresentata da alcuni politici-avvocati impegnati a
dimostrare che l’assessora non ha commesso alcun illecito perseguibile penalmente: quello della Cogo verso
il proprio partito – argomenta ad esempio l’avv. Luigi
Olivieri – era un impegno morale, senza alcun obbligo.
E Loreta Failoni, vicesindaco di Tione, dopo aver evocato l’ombra del complotto (gli accusatori sono “oscuri
personaggi che mirano solo a un titolo, a due righe su
un quotidiano”) conclude che comunque quelli erano
“soldi suoi privati, di cui poteva disporre come meglio
credeva”.
L’amico Renato Ballardini ne fa invece una questione
di buon senso: è assurdo ritenere che una persona intelligente si sia comportata in maniera così maldestra,
dev’esserci sotto qualcosa. Ma, ammette, “non so cosa”.
Ci tocca a questo punto ripetere quanto già scrivemmo tempo fa, e su cui ritorniamo ampiamente anche a
pag. di questo numero: ha un’importanza relativa che
il comportamento della Cogo si configuri o no come un
reato, resta l’evidenza di un atteggiamento censurabile
nei confronti del suo partito.
E difatti i commenti di politici e cittadini comparsi sui quotidiani battono su questo tasto, ignorando
l’aspetto tecnico-giudiziario della vicenda. “Con tanta
amarezza – scrive il consigliere Bruno Dorigatti del PD
- penso a quei tanti militanti che in questi anni hanno
speso il loro tempo, la loro vita al servizio del partito,
senza mai chiedere nulla. Non possiamo accettare che vi
sia un assessore che ha ricevuto moltissimo dalla politica ma è sospettato di poca correttezza. Non possiamo
perdere consensi per la poca etica del gruppo dirigente
del PD”. Un intervento che raccoglie numerosi consensi, dal sindacalista Ezio Casagranda all’avvocato Sandro
Canestrini, fino ad un lettore che assicura: “Se voterò
ancora PD sarà solo per merito di Bruno Dorigatti”.
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”Penso sia più importante essere puliti e perdenti che
vincenti e bugiardi. Finché non muterà questa situazione,
non darò il mio voto al PD” – scrive un lettore, e diversi
altri lanciano la stessa minaccia. Né si può dare torto a
quel signore – probabilmente un elettore di destra – che
chiede ai difensori della Cogo “se sarebbero intervenuti
allo stesso modo se il presunto sbianchettatore fosse stato
Cristano De Eccher”.
“Il problema vero, insomma – ribadisce scrivendo al
Corriere Lorenzo Lorenzoni, assessore a Lavis - è politico e morale, non giuridico... Il grande problema della
politica di oggi è quello di tornare ad essere credibile” e
“con il suo comportamento la signora Cogo non ha (più)
la credibilità per rivestire cariche pubbliche”.
Concetto ribadito, sull’Adige del 9 aprile, da Pietro
Chiaro, ex magistrato a Trento: l’attenzione dei commentatori “innocentisti” ha dimenticato “l’aspetto più
delicato della vicenda, cioè quello comportamentale...
La sinistra deve buona parte della sua crisi alle crepe
che essa ha mostrato proprio sul piano del rigore morale,
che è sempre stato una delle sue componenti identitarie.
Questo era il vero ambito di discussione sollecitato nei
confronti della consigliera Cogo che, mi spiace dirlo, con
il suo comportamento... ha tradito la fiducia del partito
e dei suoi elettori”.
Ma vogliamo aggiungere di più. Ammettiamo pure
che Margherita Cogo non abbia infranto la legge. Ammettiamo addirittura che l’assessora sia rimasta vittima
di un fantomatico disguido o addirittura di un oscuro
complotto (ma sono pure ipotesi di scuola: alle accuse,
fino ad ora, non sono state date dall’interessata spiegazioni alternative). Qualunque cosa sia successa, resta
però il fatto incontestabile che all’interno della sua area
politica di riferimento la fiducia in lei è venuta meno.
Sicché Margherita Cogo bene farebbe a mettersi da parte. O no?
E’ su questo che dovrebbe incentrarsi la discussione.
maggio 2009
piesse
Il fumo
e l’arrosto
gastronomia e affini
Miracolo Niky’s
Adelio Vecchini
Il ristorante Niky’s è una di quelle tavole
che mettono in crisi lo scriba e il suo
pezzullo mensile. Nei pochi metri quadrati
ci sono infatti tutti i vizi della dandy
gastronomia di nuovo corso: tavoli fitti,
arredi vistosi, un armadio coi sigari e
troppi troppi piatti. Pizze di varie forme,
primi, tagliate, contorni, grigliate di carne,
e ancora dolci, formaggi, insalatone... Un
guazzabuglio medioevale che davvero
sconcerta. Eppure, dannazione, tutto
o quasi viene fatto bene. Da qui la crisi
del sottoscritto: che dire? Nonostante
l’oggettività dei difetti un giudizio negativo
sarebbe eccessivo e ingiusto. Certo, aprire
il menù alla ricerca di un farinaceo ed
imbatterci in pizze, portafogli, fazzoletti,
focacce, dischi volanti e tortelcrespelle
infastidisce e confonde ma, superato il
momento della scelta, il risultato del piatto
quasi sempre soddisfa. I risotti e le paste
sono buoni e, anche se alle volte si ha la
sensazione che il dado la faccia troppo da
padrone, le preparazioni denotano una
certa attenzione alle consistenze e agli
ingredienti. Lo stesso potremmo dire per
i contorni e le carni, buoni e non troppo
pesanti. Il servizio è gentile e rapido senza
essere sbrigativo, forse alle volte un poco
troppo giovanilistico. Nel complesso il
Niky’s è comunque una tavola che per
una cena informale si sceglie volentieri,
con la ragionevole certezza di mangiare
decorosamente con una ventina di euro.
Attenzione però, il loro è un equilibrio
difficile da mantenere (si veda la débacle
della stessa gestione nel rilancio dell’ex
pizzeria “DOC” in via Milano) e basta un
trito conservato sott’olio spacciato per
basilico fresco a far arricciare qualche naso
attento.
[email protected]
Ristorante Niky’s
Trento, Via San Pio X, 29
Tel. 0461- 39 08 28
Chiuso la domenica a pranzo
QUESTOTRENTINO
Cime Tempestose
Mattia Maistri
Affari di famiglia
Un lagarino di 31 anni verrà processato
perché in un bar di un paese del veronese
ha chiesto pubblicamente agli avventori se
ci fosse qualcuno disponibile, dietro lauta
ricompensa, ad uccidergli la suocera. Nel
frattempo in regione si è celebrato l’orgoglio
dei padri-nonni, come Claudio Bortolotti
e Luis Durnwalder, scopertisi neo-genitori
ben dopo i sessant’anni d’età. Buona idea per
evitare spiacevoli incomprensioni con i futuri generi. Non servirà più assoldare un killer
per eliminare l’ormai decrepito suocero. Basterà affidarsi alla natura.
Aria nuova in val di Non
In ritardo rispetto ad altre regioni italiane, ecco sbarcare anche in Trentino, in val
di Non, grazie alla neonata associazione
“Grizzly Team”, il Soft air, sport che consiste
nell’effettuazione di battaglie simulate con
armi giocattolo che sparano pallini di ceramica. Basta proteggersi gli occhi e si può
sparare a volontà. Il sito dell’associazione
informa che “possono essere anche organizzati scenari che riproducono azioni reali
della storia militare...Per via della disponibilità di equipaggiamento... gli scenari rappresentano soprattutto forze occidentali contro
generici terroristi, o forze NATO contro forze
del blocco sovietico”. Ma se l’assessore Panizza desse una mano in termini di contributi,
forse si potrebbe ampliare questo panorama e rivedere in azione Andreas Hofer e i
suoi. E vinca il migliore. Per informazioni:
www.grizzlyteam.org
Un assessore competente
L’assessore regionale agli enti locali Margherita Cogo si è ripromessa di elaborare
una riforma istituzionale che prevede un
drastico taglio alle indennità di sindaci e
consiglieri comunali. Finalmente un assessore che mette in campo le proprie competenze specifiche: si vede che la Cogo ha
maturato esperienza nel campo dei “tagli”
alle indennità di carica. Chissà se a questo
punto i Comuni verranno dotati anche di
bianchetto. Per facilitarne il compito, s’intende.
Assistenza domiciliare
La militante della Lega Daniela Fronza chie-
de che agli anziani trentini venga data la possibilità di essere assistiti a casa propria. Proposta
condivisibile, che però non tiene conto di un
aspetto: chi assisterà gli anziani? Forse quegli
stessi immigrati clandestini che la Lega vorrebbe incarcerare? Semplifichiamo il lavoro:
incarceriamo direttamente i vecchi.
Reality Civico
Il consigliere provinciale del PD Mattia Civico
ha passato quattro giorni nel campo nomade
dei Sinti di Spini di Gardolo per verificarne
le condizioni di (in)vivibilità. Iniziativa lodevolissima. Speriamo che però adesso non diventi una moda e che qualcuno non provi a
trasformarla in un reality show. Ce li vedreste i
Bastard alloggiare all’ex Italcementi?
Imposta divina
Le suore della Congregazione delle Dame
Inglesi di Rovereto si rifiutano di pagare al
Comune l’Ici arretrata su un terreno di loro
proprietà, dove ora sorge una casa di riposo per suore non più in attività. Chissà se
tra le monache è ancora diffusa la pratica di
dare un’occhiata al Vangelo, talvolta. Date a
Cesare quel che è di Cesare, si trova scritto.
E a quanto si dice dovrebbe valere anche se
Cesare si chiama Guglielmo Valduga.
Botti piene, Lunelli contenti
Ha sollevato molte polemiche la scoperta
del risibile canone annuale pagato dalla famiglia Lunelli (8.478 euro) per lo sfruttamento delle sorgenti da cui viene raccolta
l’acqua imbottigliata con l’etichetta Surgiva.
Da una parte la Provincia spende denaro
per promuovere il consumo dell’acqua pubblica da rubinetto, mentre dall’altra, indirettamente, agevola la commercializzazione e il consumo di acqua in bottiglia. Come
sempre, un colpo al cerchio e uno alla botte.
Alla faccia della coerenza.
Demoni da parco
Una signora di Ala si è lamentata con una
lettera al quotidiano l’Adige perché i ragazzini del paese “hanno spelacchiato il prato
del parco pubblico giocando a pallone, si
arrampicano come scimmie sul tetto dello
scivolo ed emettono urla come degli indemoniati”. Il Ritalin potrebbe essere una soluzione. Per la signora, magari.
49
piesse
Andar per Castelli
Andrea Castelli
Ciao cara...
Siamo seduti su una panchina in piazza Duomo. Vicino a noi c’è una signora di una
certa età. Sta un po’ in disparte e si gode un timido sole come cerchiamo di fare anche
noi. È una domenica mattina, il cielo è un po’ velato, ma la giornata sembra bella.
Dalla strada contigua arriva a passo elastico un uomo molto elegante che parla con
altri. Quando il suo sguardo ci accarezza distrattamente la signora accanto a noi fa un
cenno educato di saluto. Lui si illumina di botto, e sfodera un sorriso ineguagliabile al
quale aggiunge, in perfetta sincronia, un sonoro “Ciao cara!” . La signora aspetta un
po’, seguendone la marcia decisa, poi si gira verso di noi e, stringendosi nelle spalle
come imbarazzata, si giustifica: “Cara? L’ho salutato solo perché l’ho visto sul giornale...”.
Era un candidato. È sempre così. Pensi che questo brutto gioco di ipocrita familiarità
sia stato oramai smascherato, debellato dall’evoluzione della specie, invece persiste
e gli illusi siamo noi. Gente che non ti ha mai considerato, che per strada mai ti ha
degnato, se sono candidati riscoprono i muscoli del sorriso come se glieli avesserro
appiccicati il giorno prima. Come se non capissero che comportarsi come hanno
sempre fatto sarebbe senz’altro più credibile e più coerente. No. Si sbracciano dall’altro
marciapiede, se sono in bicicletta rischiano pur di mollare il manubrio, festosi, e farti
un cenno amichevole, ma di un amichevole che se sei con qualcuno ignaro delle
scadenze elettorali, pensa che è passato tuo fratello. Come se non sapessero che ormai
l’abbiamo capito, che quando siamo con gli amici ne ridiamo, lo raccontiamo come si
può raccontare una barzelletta. Amara.
Naturalmente il gioco peloso dura fino a scrutinio ultimato. Dopo, comunque siano
andate le cose, torni ad essere il nulla di prima. Per essere obiettivi dobbiamo dire che
non lo fanno tutti, naturalmente, ma tanti sì. Troppi. E quando si entra nel chiuso della
cabina elettorale, se non ci fosse una coscienza, verrebbe voglia di votare non “per”
qualcuno, bensì “contro” qualcun altro, come da tanti, troppi anni, succede. Voti Tizio
per paura che vinca Caio. Ma raramente sei convinto di Tizio... anzi.
50
Tersite Rossi
Realiti sciò
In esclusiva per i lettori di QT il profilo dei
primi partecipanti al nuovo reality show,
interamente trentino, voluto dall’Assessore
alla Cultura Franco Panizza per
promuovere il nostro territorio. L’obiettivo
è di ritoccare in salsa locale i principali
reality all’interno di un unico format
che si chiamerà “Tuti ensèma en dela
famosa malga de to fradèl a cantar come
i bastardi”, più familiarmente conosciuto
come “La Vacàda”. Eccovi i primi intrepidi
che entreranno nella malga:
Ermes, 33 anni: nativo di Fornace, in
giovane età ha abbandonato la famiglia
che lo voleva cavatore di porfido ed
in compagnia del suo cane Pel e del
fidato bastone Slanz ha iniziato un
viaggio spirituale alla ricerca di Dio.
Dopo faticoso peregrinare è giunto al
santuario di San Romedio dove in sogno
gli è apparso l’orso Bruno che gli ha fatto
una misteriosa rivelazione sul destino
del mondo. Partecipa a “La Vacàda” in
compagnia di Pel perché Lui lo vuole.
Marika, 21 anni: segretaria presso uno
studio legale, ama fare shopping il sabato
pomeriggio al Millenium Center con l’amica
Jenny. Odia la tinta rosso mogano, indossa
solo biancheria intima nera, è stata la
fidanzata di un terzino destro del Val di
Gresta, si sottopone regolarmente alla
depilazione inguinale e sogna di andare
in viaggio a Beverly Hills. Partecipa a “La
Vacàda” perché vuole far morire d’invidia
la collega Cindy.
Camilla, 38 anni: dipendente provinciale.
Andata in pausa caffè nel settembre
2004, è rientrata in servizio tre anni dopo.
Vincitrice del campionato di sudoku del
quarto piano, viene anche detta “la iena”
per la cortesia e la disponibilità dimostrata
allo sportello aperto al pubblico. Partecipa
a “La Vacàda” perché è riuscita a farla
passare come missione di lavoro retribuita.
Maurizio, 42 anni: ingegnere, ha curato la
progettazione di tutte le gallerie costruite
negli ultimi anni in Trentino. Buongustaio,
si diletta ad invitare le segretarie del
suo studio a cena all’osteria “Oseléti
scampài”, dove ha un conto aperto con il
nome di “él dotór”. Maestro dell’evasione
fiscale, crede nei valori della famiglia e
versa ogni anno 100 euro in favore dei
missionari comboniani in Africa. Da quando
è scoppiato lo scandalo Collini-Grisenti
stenta a prender sonno la notte. Partecipa
a “La Vacàda” perché spera che nel
frattempo si calmino le acque..
maggio 2009
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PUBBLICITA’
MOSTRA DEL VINO
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