Relazione agronomico forestale

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Relazione agronomico forestale
COMUNE DI BRENZONE
Provincia di Verona
P.A.T.
RELAZIONE AGRONOMICO FORESTALE
Progettisti
Arch. Nicola Grazi
Arch. Elena Ballini
Arch. Davide Longhi
Consulenze specialistiche
- Geologia e compatibilità idraulica: Dott. Geol. Enrico Nucci, Dott.
Geol. Lorena Benedetti, Ing. Alessia Canteri
- Valutazione ambientale strategica (VAS):
Dott. Pianif. Terr. Salvatore Arena
- Analisi agronomica e valutazione di incidenza (VINCA): Dott. Agron.
Forest. Manuel Cavazza
- Quadro conoscitivo: Ing. Luca Guarino
Il SINDACO
Avv. Rinaldo Sartori
RESP. SETT. URB.
Geom. Luciano Beghini
Luglio 2013
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Sommario
1
INQUADRAMENTO TERRITORIALE ............................................................................. 4
1.1 Geomorfologia .................................................................................................................... 4
1.2 Pedologia ............................................................................................................................. 5
1.3 Il clima ................................................................................................................................ 5
1.3.1 Udometria ................................................................................................................... 6
1.3.2 Termometria ............................................................................................................... 7
2
LA VEGETAZIONE ............................................................................................................ 8
2.1 Zone fitoclimatiche ........................................................................................................... 8
2.2 Fitocenosi originarie ........................................................................................................... 8
2.3 Tipologie forestali ........................................................................................................... 10
3
SITI D’INTERESSE COMUNITARIO E ZONE A PROTEZIONE SPECIALE PRESENTI
NEL TERRITORIO COMUNALE DI BRENZONE ......................................................... 11
3.1 SIC IT3210004 “MONTE LUPPIA E PUNTA SAN VIGILIO” ................................... 11
3.2 SIC/ZPS IT3210039 “MONTE BALDO OVEST” ........................................................ 30
4
INTERAZIONE NEI SECOLI TRA BALDO “HORTUS EUROPAE” ED ATTIVITA’
ANTROPICA ...................................................................................................................... 55
4.1 Vicende geoclimatiche e peculiarità vegetazionali ......................................................... 56
4.2 Orizzonti altitudinali e cenosi vegetali: l'ambiente umido. ............................................. 58
4.3 L'orizzonte submontano: querceto / lecceta e uliveto ..................................................... 59
4.4 castagneti da frutto, dalla coltura alla cultura ................................................................. 61
4.4.1 Inquadramento Ecologico ........................................................................................ 62
4.4.2 Il castagno su M. Baldo ............................................................................................ 63
4.4.3 Le cultivar ............................................................................................................... 64
4.4.4 le zone di produzione .............................................................................................. 65
4.5 L'ambiente del faggio ...................................................................................................... 67
4.6 La vegetazione del piano culminale: arbusti e pascoli .................................................... 68
4.7 VALORI E PECULIARITA DEL SISTEMA TERRITORIALE DEL COMUNE DI
BRENZONE ................................................................................................................... 69
4.8 CRITICITA’ DEL SISTEMA TERRITORIALE DEL COMUNE DI BRENZONE .... 70
5
LE MALGHE...................................................................................................................... 71
5.1 le malghe del Comune di Brenzone ................................................................................ 72
5.2 I contratti ......................................................................................................................... 73
5.3 Tradizioni, particolarità e struttura dell’alpeggio. .......................................................... 76
5.4 Sviluppo economico e marginalità .................................................................................. 77
6
CALCOLO DELLA SAU COMUNALE ........................................................................... 78
6.1 CALCOLO S.A.U. - DGR N. 3650 DEL 25/11/2008 ...................................................... 79
6.1.1 PREMESSA.............................................................................................................. 79
6.1.2 CONSIDERAZIONI ................................................................................................ 79
6.2 CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA SAU PROVINCIALE E DEL COMPRENSORIO
BALDO - GARDA ......................................................................................................... 80
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6.2.1 CAMBIAMENTI RECENTI: IL RICAMBIO GENERAZIONALE IN
AGRICOLTURA ..................................................................................................... 81
6.2.2 LA SITUAZIONE NEL COMPRENSORIO DEL BALDO – GARDA ................. 82
6.3 COMUNE DI BRENZONE - S.A.U. TRASFORMABILE: TIPOLOGIE COLTURALI84
6.4 IL QUANTITATIVO DI S.A.U. TRASFORMABILE NEL DECENNIO ...................... 86
6.5 CALCOLO DELLA S.A.U. TRASFORMABILE ........................................................... 86
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1
INQUADRAMENTO TERRITORIALE
La superficie del territorio comunale di Brenzone è situata nella parte centrale del versante
occidentale del Monte Baldo. Morfologicamente questa zona è caratterizzata dalla notevole e
regolare pendenza del versante, che costituisce il fianco anticlinale della carena del Monte Baldo;
tale versante è interrotto dai profondi valloni che si sviluppano lungo la linea di massima pendenza
e dalle caratteristiche "pale", costoni di forma triangolare con l'orlo leggermente più alto del pendio
superiore a causa della disgregazione superficiale della roccia che ha rotto la continuità della piega
anticlinale. Alle quote superiori la morfologia è ancora più articolata per la presenza dei "circhi
glaciali". Le principali valli che solcano il versante sono la Val Trovai, la Val delle Nogare, la Valle
Mezzana e la Val Lunga.
Confina a Nord con il Comune di Malcesine, a Sud con il Comune di Torri del Benaco, a Sud Est
con il Comune di San Zeno di Montagna e ad Est con il Comune di Ferrara di Monte Baldo, mentre
ad Ovest il lago confina con la Provincia di Brescia.
L'esposizione prevalente è ad ovest in tutto il territorio. L'assolazione si mantiene sempre su valori
piuttosto elevati. La disponibilità idrica è limitata per la presenza di fenomeni carsici e per i detriti
che hanno invaso il fondo dei valloni; lungo i valloni stessi si osservano fenomeni torrentizi soltanto
in coincidenza con i forti temporali estivi. Le uniche sorgenti si trovano in Val Trovai nei pressi della
strada che la attraversa, sopra Casara Valloare a quota 1.450 m s.l.m. e nei pressi di Baito Buse.
1.1 GEOMORFOLOGIA
Per una migliore comprensione degli aspetti geolitologici locali è utile premettere un quadro
schematico dei lineamenti geologici regionali.
Il Monte Baldo si è formato in seguito ad un inarcamento anticlinale di strati sedimentari, che ha
originato i caratteristici lineamenti strutturali della montagna; tra questi, in particolare, merita
attenzione la regolare pendenza del versante occidentale, che è formato dagli stessi strati inclinati
che formano la piega anticlinale.
Le formazioni litologiche appartengono per la maggior parte all'era mesozoica e comprendono
numerosi livelli che vanno dal Triassico superiore fino al Cretaceo. Le rocce più antiche affiorano
sulle cime, dove sono messe in luce dall'erosione, sono formazioni del Triassico superiore, nella
facies della dolomia principale stratificata, con fossili soprattutto di lamellibranchi.
Le formazioni del Giurassico iniziano con i livelli dal Lias, che appaiono in banchi di notevole
spessore sulle testate che delimitano a occidente il nucleo dolomitico; sono calcari compatti od
oolitici, grigi o giallastri, intercalati da strati marnosi, più o meno fossiliferi con fauna
prevalentemente a branchiopodi.
Le formazioni del Lias hanno facies simili a quelle del Dogger, con cui spesso si confondono;
queste ultime sono le formazioni più largamente rappresentate nella zona, dando luogo ad un
complesso di strati di spessore molto variabile (anche centinaia di metri), che formano gran parte
del1a copertura del versante occidentale del1a montagna; questi calcari hanno in genere struttura
oolitica (oppure saccaroide), colore giallastro o bianco o roseo, frequenti livelli marnosi e selciferi,
con fauna piuttosto varia (branchiopodi, crinoidi, lamel1ibranchi, gasteropodi e coral1i); in genere
sono rocce molto erodibili, fortemente soggette all'azione carsica.
Le formazioni superiori del Malm (rosso ammonitico), del Titoniano (calcari rosati) e del Cretaceo
(biancone), caratteristiche del Baldo e di tutta la montagna veronese, non sono presenti nella
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zona, in conseguenza di vasti scorrimenti degli strati superficiali che scivolarono verso la fossa
dove oggi c'è il lago; questi scorrimenti (che sono in rapporto con la distruzione dell'anticlinale
lungo la sua cerniera) furono dovuti ad un lento ma imponente sollevamento di tutto il complesso
del Baldo che si ebbe alla fine del Miocene. In conseguenza del sollevamento e degli scorrimenti si
ebbe un nuovo assestamento del versante: gli strati inclinati subirono delle fratture su linee
orizzontali, sulle quali si trovano oggi i lievi terrazzi al di sotto delle pale (si è mantenuto,
comunque, l'originario andamento della piega anticlinale); un'altra sezione tettonicamente
peculiare si riscontra nella dorsale di Naole, che appare spostata rispetto a quella di Costabella,
rompendo l'allineamento delle creste.
Il modellamento dovuto all'erosione ha ulteriormente modificato la struttura della montagna: oltre
alla già notata distruzione dell'anticlinale lungo la sua cerniera, corrispondente alla linea di cresta,
è da ricordare il fenomeno di abbassamento delle testate degli strati che ha formato dei gradini;
questi ultimi, intagliati dalle profonde incisioni create dallo scorrimento delle acque e dei detriti,
hanno dato origine alle caratteristiche "pale".
Anche il glacialismo ha lasciato tracce vistose nelle aree culminali del territorio, dove si è avuta la
formazione di ghiacciai autoctoni, disgiunti da quelli più grandi del Benaco e della Val d'Adige, che
hanno lasciato la serie di circhi glaciali che si aprono tra vetta e vetta; anche nella zona a minore
altitudine sono presenti tracce del glacialismo, questa volta dovute al ghiacciaio del Benaco, che
arrivava fino agli attuali 600-700 m s.l.m.): sono le grandi e liscie "tavole" di roccia levigata e
montonata, rivestite da una sottile copertura morenica facilmente asportabile e molto instabile, con
evidenti conseguenze sulla fertilità dei terreni e sulla stabilità dei versanti.
1.2 PEDOLOGIA
Nel territorio di proprietà del Comune di Brenzone i suoli presentano, in genere, fertilità piuttosto
bassa. Le cause di ciò possono essere individuate nella scarsità di elementi nutritivi contenuti e
liberati dal substrato pedogenetico (che determina una povertà costituzionale significativa), nelle
elevate pendenze che facilitano lo scorrimento trasversale dell'acqua negli orizzonti superficiali e l'
asportazione dei costituenti più fini e leggeri del suolo, nella tendenza all'aridità legata alle
sfavorevoli caratteristiche del substrato e, infine, nell'azione dell'uomo che in passato ha sfruttato
le risorse territoriali oltre ai limiti che consentono il mantenimento dell'equilibrio tra l'asporto e
l'apporto di sostanza organica.
I terreni presentano, perciò, nella maggior parte dei casi, limitata potenza e profilo tipico dei
rendzina, con ridotto strato umifero ascrivibile al tipo "moder zoogenico grossolano"; la situazione
è migliore dove il substrato roccioso è fessurato, consentendo la penetrazione delle radici a
maggiore profondità. Una maggiore potenza dei suoli si riscontra nei popolamenti di faggio e abete
rosso, con un'evoluzione in atto verso terreni del tipo dei suoli bruni calcarei (diminuzione del pH,
diminuzione dello scheletro, aumento dei colloidi organici e argillosi presenti); tale evoluzione,
però, è rallentata dall'asportazione dei costituenti più fini del terreno per l'erosione idrica favorita
dall' elevata pendenza, cosicchè la profondità rimane comunque relativamente scarsa.
1.3 IL CLIMA
Il territorio considerato, occupando le propaggini sud-occidentali dei Monte Baldo, geograficamente
si colloca nella fascia climatica periferica meridionale della regione alpina. Il clima, quindi, presenta
caratteristiche transitorie tra quello definito dal Pavari sub-continentale della regione padana e
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quello temperato freddo tipicamente alpino, entrambi classificati per le loro caratteristiche tra i climi
temperati. La posizione del Monte Baldo rispetto alle fasce climatiche principali (macroclima), però,
non dà che delle indicazioni molto generali circa le effettive condizioni climatiche della zona. Il
mesoclima risente, oltre che dalla posizione geografica del Baldo, dalla sua orografia e dalla
vicinanza del Lago di Garda.
I fatti generali del clima sono dovuti, come in complesso in tutta la regione padana e alpina,
all'imporsi stagionale degli anticicloni estivo e invernale. Questi anticicloni, che normalmente
assicurano il bel tempo, lasciano il posto, soprattutto nelle stagioni di transizione, alle invasioni di
aria ciclonica umida, proveniente dalle regioni atlantiche.
I fattori locali del clima, comunque, hanno effetti apprezzabili sia per la differenziazione che
suscitano rispetto alla regione alpina e alla regione padana, sia per le diverse condizioni che
determinano nello stesso ambiente baldense. Un fenomeno frequente è quello dell'inversione
termica, per cui si sono spesso registrati in inverno valori di temperatura relativamente elevati,
mentre nella Val d'Adige e in Val Padana la temperatura si manteneva sotto a O°C. L'importante
fattore degli scambi d'aria tra la zona montana e la zona padana, dovuti all'esposizione della
montagna alla pianura (pur ridotti dal particolare orientamento della catena baldense) determina
condizioni localmente diverse nei confronti di altitudini analoghe nelle più interne regioni alpine. Ciò
ha effetti sulle temperature, relativamente più elevate, e sulle precipitazioni, non solo dal punto di
vista quantitativo, ma anche in riferimento al loro carattere piovoso o nevoso (quest'ultimo
relativamente ridotto) e sulla frequenza dei temporali estivi; in estate, intatti, si verificano nella zona
cellule temporalesche dagli effetti violenti, per infiltrazione di aria instabile da occidente che sale
dalla zona del Lago di Garda.
1.3.1 UDOMETRIA
Per la definizione dei caratteri di piovosità sono stati presi in esame i dati forniti dagli osservatori
pluviometrici più vicini, cioè: S.Zeno di Montagna (583 m s.l.m.), Riva del Garda (70 m s.l.m.),
Peschiera del Garda (67 m s.l.m.), Pra' da Stua (1.045 m s.l.m.), Belluno Veronese (148 m s.l.m.),
Ala (190 m s.l.m.), Affi (188 m s.l.m.), Dolcè (115 m s.l.m.), Spiazzi (920 m s.l.m.), Ronchi (709 m
s.l.m.) e Fosse (954 m s.l.m.).
Dall'esame dei dati disponibili si desume che nel territorio considerato vige un regime
pluviometrico intermedio tra il tipo sub-litoraneo a massimi equinoziali e il tipo sub-continentale a
massimo estivo. Si osserva, infatti, che le precipitazioni, pur presentando i minimi nella stagione
invernale (gennaio - febbraio), sono distribuite in modo abbastanza uniforme tra primavera, estate
e autunno; questo soprattutto a bassa quota (Riva e Peschiera sul lago, come anche nella Val
d'Adige), mentre, aumentando l'altitudine, la distribuzione delle piogge si fa più irregolare. Si nota
un minimo relativo di piovosità nel mese di settembre, dato che in questo mese i temporali estivi si
verificano solo sporadicamente, mentre ancora devono iniziare la tipiche piogge autunnali del
regime sub-equinoziale, e un massimo assoluto in novembre.
Le precipitazioni medie annue aumentano all'aumentare dell'altitudine (893 mm a Peschiera, 975
mm a Riva, 1.167 mm a S. Zeno nel periodo 1958-1977, 1.481 mm a Pra' da Stua nel periodo
1956-1969). Accanto a questi valori medi periodici, vanno rilevati gli scarti molto forti della
piovosità di anno in anno; si hanno, inoltre, in certe annate mesi completamente asciutti, oppure
mesi estremamente piovosi anche durante la stagione invernale, che, in genere, è caratterizzata
dalla presenza dei valori minimi di piovosità.
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1.3.2 TERMOMETRIA
Per quanto riguarda i valori termici, mancando la zona in esame di stazioni termometriche, sono
state considerate quelle più vicine di Riva del Garda e di Peschiera, che sono situate, però, a
quote inferiori e risentono pertanto dell'influenza del Lago di Garda.
Le due stazioni termometriche hanno fornito i seguenti dati medi:
Stazione di Peschiera (periodo 1959 - 1977):
-
Temperatura media annua: da 9,8°C ('59) a 14,4°C ('75); media poliennale: 11,5°C;
-
Temperatura media del mese più caldo (luglio): da 16,7°C ('62) a 28,1°C ('74);
-
media poliennale: 21,3°C;
-
Temperatura media del mese più freddo (gennaio): da -2,9°C ('66) a 5,7°C ('74); media
poliennale: 2, 10°C
-
Media dei massimi: da 12,2°C ('69) a 20,7°C ('75); media poliennale: 14,7°C;
-
Media dei minimi: da 6,3°C ('62) a 10,2°C ('74); media poliennale: 8,2°C.
Stazione di Riva del Garda (periodo 1958 - 1977):
-
Temperatura media annua: da 11°C ('77) a 14,2°C ('64); media poliennale: 12,8°C;
-
Temperatura media del mese più caldo (luglio): da 20,1°C ('60) a 24,3°C ('64);
-
media poliennale: 22,3°C;
-
Temperatura media del mese più freddo (gennaio): da l,4°C ('68) a 5,5° C ('62); media
poliennale: 3,2°C;
-
Media dei massimi: da 14,4°C ('77) a 19,6°C ('62); media poliennale: 16,2°C;
-
Media dei minimi: da 7,5°C ('77) a ,2°C ('61); media poliennale: 9,8°C.
Assumendo un gradiente termico altitudinale di 1°C ogni 180 m di dislivello (Mennella), è possibile
ricavare, con approssimazione, le variazioni della temperatura media annua del territorio al variare
dell'altitudine. Considerando, sulla base dei dati a disposizione, una temperatura media annua di
12°C per una quota di 170 m s.l.m., si ricava il seguente schema:
Altitudine (m s.l.m.)
610
1.150
1.690
2.050
Temperatura media annua (°C)
9
6
3
1
Il professor Turri (il Monte Baldo - 1971), invece, riporta che "a 900 m di altitudine si hanno medie
annue di circa 9°C, con medie di gennaio di poco superiori ai 2°C e medie di luglio inferiori ai 19°C.
Questi valori, però, mutano probabilmente di 1-2 gradi passando dal versante meridionale a quello
settentrionale, per effetto dell'esposizione diversa e degli influssi padani." Sui 1.200 m le medie
annue sono di poco superiori agli 0° C, le medie di gennaio pari a 1°C e quelle di luglio lievemente
superiori ai 17°C. Verso i 1.900-2.000m le medie annue sono di circa 5°C, con medie di gennaio di
-4°C e medie di luglio di 14°C. (Il Turri ha fatto riferimento a dati di temperatura relativi al
trentennio 1926 - 1955).
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2
LA VEGETAZIONE
2.1
ZONE FITOCLIMATICHE
La scarsità di osservatori metereologici e la loro distribuzione, predisposta per altri scopi, rendono
difficile l'inquadramento del territorio in fasce fitoclimatiche; secondo il Pavari in particolare, i limiti
altimetrici stabiliti per le diverse fasce hanno valore solo indicativo.
Facendo riferimento alle considerazioni svolte sul clima e alla morfologia del territorio, si è giunti
alla suddivisione del territorio stesso in 5 fasce climatiche, che vengono riportate nel seguente
prospetto insieme ai loro limiti altimetrici, all'indicazione delle fitocenosi attuali prevalentemente
presenti e delle fitocenosi originarie, nonché ai corrispondenti cingoli vegetazionali secondo
Schmid:
Fascia
Fitoclimatica
Limiti altitudinali
Lauretum freddo
Fitocenosi attuali
Fitocenosi originarie
Cingolo
<600
Pineta ed ostrieto
Querceto misto
Q. Pub.
Castanetum
600 – 1.000
Ostrieto
Querceto caducif.
Q.T.A
Fagetum
1.000 – 1.400
Faggeta ed abetina mista
Faggio – Abete
F.A.
Picetum
1.400 – 1.700
Faggeta ed abetina mista
Faggio – Abete - Picea
F.A./P.
Alpinetum
>1.700
Rupi boscate
Rupi boscate
L.C.
(m s.l.m.)
2.2 FITOCENOSI ORIGINARIE
L'efficacia descrittiva delle considerazioni che il prof. Turri fa sulla flora del Baldo (Il Monte Baldo 1971), induce a riportare qualche stralcio della storia della vegetazione baldense che vi é
contenuta: "L'attuale assestamento della flora sui versanti del Baldo è il risultato di vicende iniziate
all'epoca delle glaciazioni che con i loro ritmi, la loro apparizione e scomparsa su questo margine
meridionale della vegetazione alpina, hanno alternato coperture vegetali diverse, con specie che
hanno resistito ai profondi mutamenti climatici, altre che via via sono scomparse, altre ancora che
hanno finito per assumere adattamenti specifici. La ricchezza floristica del Baldo si deve al fatto
che la zona ha funzionato da area conservativa, costituendo una sorta di isola dove sono
approdate e dove sono sopravvissute specie di origine diversa ( ... ). In generale si può delineare
la vicenda vegetale della zona del Baldo come una serie di migrazioni alternate, in concomitanza
con le oscillazioni climatiche legate alle glaciazioni e alle fasi intergiaciali, di specie d'ambiente
umido freddo e d'ambiente umido temperato, e di specie d'ambiente umido freddo e d'ambiente
subtropicale ( ... ). Il diffondersi e il ritrarsi delle diverse formazioni vegetali, in particolare delle
conifere e delle latifoglie rispettivamente nelle fasi fredde e nelle fasi umide, hanno ripresentato
specie via via diverse durante il Quaternario”.
Il più antico bosco conosciuto, che risale all'epoca delle prime fasi interglaciali, il "Carietum",
impostosi al ritiro delle conifere arcaiche d'ambiente freddo, è andato quasi interamente perduto,
sebbene esso abbia posto le premesse per il consolidamento di specie oggi diffusissime, come il
carpino e la quercia. Numerose sono invece le specie che risalgono alla fase interglaciale Riss-
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Wurm, che con i suoi climi temperati umidi, oceanici, ha consentito la diffusione di molte specie
cosiddette pontiche (originarie cioè della zona del Mar Nero), soprattutto latifoglie.
Ma l'ultima glaciazione, quella di Wurm, avvenuta circa 20.000 anni or sono, distrusse quasi
interamente quei boschi, riedificando nella zona baldense paesaggi glaciali di tundre e poi steppe
d'ambiente freddo ( ... ). Con il definitivo ritiro dei ghiacciai si tormarono ambienti che, pur sempre
aridi e freddi, ma già tendenzialmente più umidi, videro l'affermarsi di boschi di pino silvestre e di
betulle (periodo detto di Allerod). Successivamente, circa 8.000 anni or sono, compaiono e si
affermano definitivamente le attuali latitoglie del "Quercetum", il quale tuttavia non fa scomparire
del tutto le specie subartiche, che si consolidano nelle fasi di recrudescenza climatica di questo
periodo ormai definibile come post-glaciale.
Nelle fasi più calde si assestano sulle pendici del Baldo i noccioleti, che invadono soprattutto il
soleggiato versante meridionale, e l'abete rosso occupa i versanti più elevati (periodo boreale),
ricacciando verso le cime la flora alpina d'ambiente freddo. Successive fasi atlantiche,
caratterizzate dall'imporsi di un clima oceanico caldo-umido, introducono una rigogliosa fioritura di
latifoglie ( ... ). In una seconda fase si ha il definitivo assestamento del faggio e dell'abete, che
combattano tra loro per colonizzare le pendici baldensi ( ... ). Nel primo millennio a.C. si ha il
massimo dell'espansione del faggio (periodo sub-boreale) dato l'accentuarsi dei clima umido, che
tende a ridurre le specie mediterranee. In quest'epoca la montagna era già sfruttata dagli uomini
(età del bronzo), i quali iniziarono quella manomissione che non ebbe mai sosta e che raggiunse le
punte massime tra il XVI secolo e gli inizi del secolo stesso, dapprima con la devastazione delle
belle foreste baldensi da parte di Veneziani e Francesi, di recente con lo sfruttamento sempre più
esteso della montagna in relazione all'elevarsi della pressione demografica."
In relazione alla storia evolutiva della vegetazione, alle fitocenosi attuali e ai caratteri della flora
spontanea, possono essere individuate tre fondamentali cenosi originarie:
Cenosi a Rovere (Cerro) - Tigli - Aceri nella parte inferiore, con presenza di elementi
termofili alle quote più basse; l'attuale dominanza del Carpino nero, che ha maggiore
facoltà pollonifera probabilmente dovuta ai ripetuti interventi dell'uomo.
Cenosi ad Abete - Faggio ad altitudini superiori ai 1.000 - 1.100 m s.l.m.: molto
probabilmente, in relazione ai caratteri stazionali, sarebbe prevalente la variante a faggio
dominante, ma è difficile sostenerlo con sicurezza, perchè l'azione dell'uomo, soprattutto
con l'estensione del pascolo e con la ceduazione, oltre a modificare la composizione
originaria del bosco, ha certamente modificato anche le condizioni microclimatiche delle
varie cenosi. Si ritiene, comunque, che la cenosi che possa dare le migliori garanzie di
"natura1ità" sia il consorzio fagus-abies-picea, formato da una consistente presenza del
faggio e una minore presenza dell'abete bianco e dell' abete rosso; il larice, invece, è
probabilmente estraneo al consorzio naturale e presente nell'attuale fitocenosi solo per
opera dell'uomo. Molto probabilmente il consorzio fagus-abies-picea si estenderebbe
anche a quote insolitamente elevate, per l'influenza mitigatrice sul clima del Lago di Garda,
se non ne fosse impedito dalla difficile morfologia stazionale e dagli interventi dell'uomo.
Cespuglieti e mugheti d'alta quota: sono cenosi contraddistinte da uno strato arbustivo in
cui il pino mugo predomina assolutamente, talora associato a isolati esemplari di lonicera
(Lonicera caerulea), sorbo (Sorbus chamamespilus) e salice (Salix glabra); nelle zone
pianeggianti e nel fondo dei circhi glaciali si trovano, in conseguenza del dilavamento e
dell'acidificazione del suolo, specie più acidofile, come rododendri e mirtilli.
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2.3
TIPOLOGIE FORESTALI
Per la definizione dei tipi forestali presenti nell'ambito del territorio oggetto del PAT sono stati presi
in considerazione 5 rilievi floristici e vegetazionali, contenuti nei piani di riassetto dei beni silvo –
pastorali del Comune di Brenzone; è stato inoltre preso in esame un rilievo floristico relativo ai
pascoli situati al di sopra della vegetazione arborea.
I dati emersi dall'analisi floristico-vegetazionale, escludendo gli arbusteti e le mughete d'alta quota,
permettono di inquadrare i popolamenti arborei interni all'area di pianificazione in quattro tipologie
forestali principali:
•
Orno-ostrieto tipico
(Seslerio albicantis-Ostryetum carpinifoliae Lausi et al., 1982);
•
Faggeta submontana con ostria (Ostriocarpinifoliae-Fagetum sylvaticae Wraber, 1966);
•
Faggeta montana tipica esalpica
(Dentario pentaphylli-Fagetum Gerdol e Piccoli, 1980);
•
Corileti
(Galantho-Coryletum Poldini, 1989)
Gli orno-ostrieti occupano i versanti a quota più bassa e le esposizioni meridionali, fino a quote
superiori a 1100 metri (raramente 1300). Questi boschi occupano di solito i pendii più acclivi,
spesso rocciosi, e sono inframmezzati a pascoli e prati. Lo strato arboreo è nettamente dominato
da Ostrya carpinifolia, sempre accompagnata da minori percentuali di Fraxinus ornus. Rare e
sporadiche sono le altre essenze accompagnatrici, che possono essere rappresentate da Fagus
sylvatica, Acer pseudoplatanus, Sorbus aria. Lo strato arbustivo, piuttosto fitto, è composto
soprattutto da Corylus avellana, Laburnum alpinum, Viburnum lantana, Lonicera xylosteum, ecc.
Tra le erbe domina sempre Sesleria varia, accompagnata dalle specie differenziali del SeslerioOstryetum (Erica carnea, Polygala chamaebuxus) e da altre, tra cui prevalgono Cyclamen
purpurescens, Cephalanthera longifolia, Campanula trachelium, Buphtalmum salicifolium, Solidago
virgaurea, ecc.
La faggeta occupa, almeno come vegetazione potenziale, la maggior parte dell'area forestale del
Comune di Brenzone. I boschi di faggio sono rilevabili alle quote medio-alte, a contatto con gli
ostrieti verso il basso e con i pascoli nelle zone più alte. Quando non coniferate o del tutto
sostituite da rimboschimenti di resinose, le faggete si presentano ovunque governate a ceduo. Su
alcune particelle sono stati tuttavia avviati interventi di conversione che sembrano dare buoni
risultati.
Le faggete rilevate sono riconducibili a due tipologie principali. Il primo tipo, faggeta submontana
con Ostrya, si trova spesso come inclusi di piccola superficie (3-4 ettari o meno) negli ostrieti tipici,
normalmente in esposizioni fresche o negli impluvi. Lì il piano arboreo vede la dominanza del
faggio, nonostante una più o meno abbondante presenza di Carpino nero ed Orniello; lo strato
arbustivo è sufficientemente denso (dominano Corylus avellana, Viburnum lantana, Rosa arvensis)
ed anche lo strato erbaceo è fitto, spesso dominato da Sesleria varia.
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10
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Le specie guida, oltre a Ostrya carpinifolia e Fraxinus ornus, sono quelle delle formazioni a Ostrya
e delle faggete submontane (Vibumum lantana, Corylus avellana, Rosa arvensis, Hepatica nobilis,
Cephalanthera longifolia, Melittis melissophyllum).
Nella faggeta montana tipica, invece, il Faggio è sempre dominante, e sporadiche sono le altre
latifoglie (Sorbus aucuparia, S. aria); più frequenti sono invece l'Abete rosso e talora il Larice,
introdotto artificialmente con i rimboschimenti. Lo strato arbustivo è poco caratterizzato, con Rosa
pendulina, Rubus idaeus, Laburnum alpinum, ecc., e cosi pure lo strato erbaceo, poco denso, che
presenta le tipiche specie della faggeta.
I corileti rappresentano fasi ricostitutive del manto forestale nelle zone medio-basse del territorio;
essi tuttavia assumono carattere di continuità soprattutto nella zona di Prada, ed in particolare ai
lati della strada che scende verso Castelletto di Brenzone oppure lungo la strada che sale verso
M.ga Pralungo. In questa località si presentano talora ricchi di specie nitrofile, come Sambucus
nigra, Duchesnea indica, Rubus cf. ulmifolius, o R. idaeus, ed ospitano sporadici elementi delle
presumibili cenosi originarie (Ostrya carpinifolia e Fraxinus ornus, Fagus sylvatica, o Acer
pseudoplatanus).
3
SITI
D’INTERESSE COMUNITARIO
E
ZONE
A PROTEZIONE
SPECIALE
PRESENTI NEL TERRITORIO COMUNALE DI BRENZONE
3.1
SIC IT3210004 “MONTE LUPPIA E PUNTA SAN VIGILIO”
Inquadramento generale e valori paesaggistici
Il sito comprende un settore gardesano caratterizzato anche da un promontorio che penetra
apprezzabilmente nello specchio lacustre, generando condizioni climatiche particolari. Nonostante
la notevole pressione antropica (ma vecchi uliveti e terrazzamenti a secco sono un valore aggiunto
per la biodiversità e costituiscono elementi paesaggistici di elevato pregio), che interessa più
direttamente il litorale, i versanti rupestri, in buona parte coperti da ostrio-lecceta, manifestando
elevato grado di naturalità e non mancano boschetti più mesofili con cerro e castagno. La
presenza di forre, pascoli (soprattutto prati aridi, più o meno incespugliati), impluvi ed anche
colture cerealicole tradizionali, completano un quadro assolutamente non banale, soprattutto per il
territorio regionale.
Valori naturalistici
A prescindere dalla già rilevante e apprezzabile varietà degli habitat, alcuni dei quali assai poco
rappresentati in Regione, i residui pratelli aridi, in via d’incespugliamento (situazione peraltro
favorevole per la specie) offrono stazioni adatte alle popolazioni di Himantoglossum adriaticum,
specie di allegato II. La presenza di Gypsophila papillosa, endemismo strettissimo delle colline
veronesi, richiede particolare attenzione e qualifica, da sola, il sito. Di notevole valore sono le
presenze stenomediterranee quali Cistus albidus e Onosma echioides e di alcuni arbusti tipici della
macchia, soprattutto in località Castei, presso Punta San Vigilio, in cui le sclerofille sempreverdi
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11
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formano comunità di eccezionale pregio per tali ambienti. La componente faunistica appare ancora
negletta in quest’area, con poche specie segnalate tra quelle incluse negli allegati (Ululone dal
ventre giallo, Trota marmorata, Averla piccola,..) ma le potenzialità, al contrario, risultano notevoli.
Relazione diretta con altri siti
Non si segnalano relazioni dirette con altri siti.
In allegato è riportata copia del formulario identificativo del S.I.C. IT3210004.
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Figura 3.1/I: SIC IT3210004 Monte Luppia e Punta San Vigilio. Fonte: http://www.minambiente.it
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Caratteristiche generali del sito sono desumibili dal formulario Standard Natura 2000 che suddivide
il territorio secondo i tipi di habitat riportate nella tabella sottostante1.
TIPI DI HABITAT
% COPERTA
Brughiere, Boscaglie, Macchia, Garighe, Friganee
15
Praterie aride, Steppe
15
Foreste sempreverdi
30
Altri (inclusi abitati, strade discariche, miniere e aree industriali)
15
Foreste miste
5
Arboreti (inclusi frutteti, vivai, vigneti e dehesas)
20
Copertura totale habitat
100%
Cartografia degli habitat e degli habitat di specie
La Regione Veneto ha avviato dal 2003, in collaborazione con altri enti territoriali, quali Comunità
Montane, Enti Parco, Provincia di Venezia, ARPAV, Veneto Agricoltura, Corpo Forestale dello
Stato, alcuni progetti per svolgere un censimento degli Habitat "Natura 2000" e degli Habitat di
specie esclusivamente nei siti della rete Natura 2000 del Veneto. Attualmente tale analisi è stata
conclusa ed i dati relativi agli habitat dei SIC e delle ZPS della Regione Veneto sono reperibili sul
sito internet della Regione Veneto2.
Nel seguito si riporta una mappa nella quale sono riportati gli Habitat “Natura 2000” del SIC in
esame al fine di valutare la tipologia di habitat Natura 2000 presenti nel sito.
La cartografia è stata realizzata sulla base dei dati forniti dalla Regione Veneto, ma vi sono delle
discrepanze rispetto a quanto riportato nel Formulario Standard del sito. In particolare nella
recente Cartografia degli Habitat e habitat di specie prodotta dalla Regione Veneto sono stati
individuati ulteriori habitat, quali 8160, 8210 e 6510, mentre non è più riportato l’habitat 9340.
Di seguito si riporta una tabella con un elenco complessivo degli habitat riconducibili ad Habitat
elencati nell'Allegato I della Direttiva 92/43/CEE, con indicazione della fonte:
HABITAT
6210* Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da
cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) (*stupenda
fioritura di orchidee)
6510 Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus
pratensis, Sanguisorba officinalis)
FONTE
-
Formulario Standard
-
Cartografia degli
Habitat e habitat di
specie
-
Cartografia degli
Habitat e habitat di
specie
1
Fonte: Formulario Standard– Paragrafo 4.1 Caratteristiche generali sito.
http://www.regione.veneto.it/Ambiente+e+Territorio/Territorio/Reti+Ecologiche+e+Biodiversità/Cartografia/Habitat.htm
2
________________________________________________________________________________
14
________________________________________________________________________________
8160* Ghiaioni dell’Europa centrale calcarei di collina e
montagna
-
Cartografia degli
Habitat e habitat di
specie
-
Cartografia degli
Habitat e habitat di
specie
-
Formulario Standard
8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica
9340 Foreste di Quercus ilex e Quercus rotundifolia
Figura 3.1/II: Cartografia degli habitat nel settore interno al Comune di Brenzone.
Dall’analisi della cartografia degli habitat della Regione Veneto si ricava che nel S.I.C. IT3210004
“Monte Luppia e Punta San Vigilio” l’habitat 6210* Formazioni erbose secche seminaturali e facies
coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) (*stupenda fioritura di orchidee)
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15
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non risulta avere le caratteristiche fitosociologiche neccessarie per essere definito habitat
prioritario.
Solamente alcune porzioni di habitat 6210 e 8160 all’interno dei territori comunali di Torri del
Benaco e Garda sono state catalogate come habitat prioritari.
All’interno del Comune di Brenzone non sono stati rinvenuti habitat Natura 2000 prioritari.
Di seguito si riportano informazioni sugli habitat presenti nel sito:
•
6210* Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su
substrato calcareo (Festuco-Brometalia) (*stupenda fioritura di orchidee)
Caratteristiche generali dell'habitat
Tipo che include formazioni erbacee, o parzialmente cespugliate, da secche a mesofile, comunque
asciutte, diffuse dalle pendici collinari alla fascia montana, eccezionalmente fino a quasi 2000 m di
quota. La permanenza di questi habitat è garantita da regolari falciature (o pascolamento
ovicaprino non eccessivo) e da assenza di concimazioni. Si tratta di formazioni secondarie (solo in
pendici rupestri e siti estremamente aridi si possono notare nuclei primari, corrispondenti a
topografie in cui l’evoluzione del suolo è di fatto impedita) che subirebbero facilmente l’invasione
delle specie arbustive del mantello e di quelle legnose del bosco.
L’habitat diventa prioritario solo se rappresenta un importante sito per la presenza delle orchidee.
La discriminante deriva dalla soddisfazione di almeno uno tra i tre seguenti criteri:
-
Il sito comprende una ricca sequenza di specie di orchidee
-
Il sito include una popolazione importante di un‘orchidea rara nel territorio nazionale.
-
Il sito contiene una o più specie di orchidee considerate rare, molto rare o eccezionali sul
territorio nazionale.
Variabilità, contatti e criteri interpretativi
L’habitat comprende tutti i popolamenti riferibili all’ordine, con gravitazione subatlantica e
occidentale,Brometalia. Situazioni di carattere marcatamente continentale e steppico,
dei Festucetalia valesiacae, dovrebbero essere riferite a 6240, habitat prioritario. Tale separazione
non è, peraltro, sempre agevole. Nell’ultima versione del manuale interpretativo è stato inserito
anche l’habitat 62A0, praterie secche submediterranee- orientali (Scorzoneretalia villosae) che
interessa il Carso e le Alpi Dinariche fino ai Balcani. Penetrazioni di entità subilliriche e a
gravitazione orientale sono diffuse nella parte più meridionale della provincia ma, per motivi
fitogeografici, si ritiene scarsamente percorribile tale ipotesi, ancorché non del tutto infondata,
almeno sulla base di alcune indubbie affinità ecologiche e di qualche somiglianza nel corteggio
floristico.
La tradizionale distinzione dei geobotanici classici tra Xerobromion e Mesobromion non ha
ripercussioni sull’attribuzione del codice habitat. Di norma le situazioni più ricche di orchidee si
riferiscono a stazioni mesofile più esposte delle altre alla concorrenza di specie legnose. Quasi
ovunque, per effetto dell’abbandono dello sfalcio o della riduzione del carico pascolante, queste
formazioni ospitano un contingente non trascurabile di entità dell’orlo boschivo, caratteristiche della
classe Trifolio-Geranietea sanguinei. Anche i contatti con cenosi di Sedo-Scleranthetalia (sempre
poco estese, peraltro) sono frequenti e spesso legate ad ambiti, sempre più ridotti, in cui si pratica
l’agricoltura tradizionale, non intensiva. A questo codice, infine, dovranno essere ricondotti anche i
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frammentari e relittici popolamenti ricchi di piante annuali, di evidente impronta mediterranea, che
nella parte meridionale della provincia sono localmente sopravvissuti in stazioni edaficamente e
termicamente favorite. Essi sono molto importanti a livello biogeografico (con numerose specie di
lista rossa) ma non formano comunità tali da poter ipotizzare una loro attribuzione allo specifico
codice 6220 (pseudo-steppa con erbe e piante annuali diThero-Brachypodietea).
Sembra inoltre opportuno che a 6210, in assenza di alternative plausibili, si possano riferire anche
prati non particolarmente xerici su substrati porfirici o comunque silicatici (non necessariamente
troppo calciocarenti). In tal caso, più che la natura del substrato, è fondamentale il tipo di suolo.
Nella fascia altimontana il confine tra 6210 (termofilo) e 6170 (microtermo) può essere sfumato (è il
caso dei seslerio-brometi). A parte l’analisi floristica di dettaglio, per verificare la prevalenza di
entità di Seslerietalia(6170) su quelle di Festuco-Brometea, utilizzando come variabili i parametri
quota ed esposizione, oltre al contesto delle comunità limitrofe, è possibile differenziare
cartograficamente con valida approssimazione.
Specie vegetali tipiche
•
Dominanti: Brachypodium rupestre, Bromus erectus s.str., Bromus condensatus, Festuca
rupicola.
•
Caratteristiche: Achillea virescens (VU), Allium carinatum subsp. pulchellum, Anacamptis
pyramidalis (NT), Artemisia campestris, Astragalus monspessulanus (NT), Bothriochloa
ischaemum, Dianthus carthusianorum, Ferulago campestris (NT), Fumana procumbens,
Gladiolus palustris (VU), Globularia punctata, Himantoglossum adriaticum (VU),
Hypochoeris maculata (NT), Leontodon crispus (NT), Linum tenuifolium, Linum viscosum,
Medicago rigidula (VU), Ophrys apifera (EN), Ophrys benacensis (EN), Ophrys holoserica
(EN), Ophrys insectifera, Ophrys sphegodes (VU), Ophrys tetraloniae (CR), Orchis militaris,
Orchis morio (NT), Orchis simia (VU), Orchis tridentata, Orchis ustulata, Peucedanum
schottii (NT), Plantago argentea (NT), Potentilla arenaria (VU), Prunella laciniata (NT),
Pseudolysimachion spicatum, Pseudolysimachion barrelieri (VU), Pseudolysimachion
pallens (VU), Pulsatilla montana (NT), Saxifraga bulbifera (EN), Scilla autumnalis (VU),
Scorzonera hispanica (CR), Serapias vomeracea (CR), Stipa bromoides (CR), Stipa
capillata (NT), Stipa pennata (=S. johannis) (EN/DD), Stipa pulcherrima (DD), Thlaspi
praecox (NT), Trifolium striatum (EN), Teucrium montanum, Trinia glauca, Veronica
prostrata (NT).
•
Altre: Ajuga chamaepitys (NT), Allium ericetorum (NT), Anthericum liliago, Anthyllis
vulneraria agg., Apera interrupta (EN #), Arabis auriculata (VU), Aster amellus, Astragalus
purpureus subsp. gremlii (NT), Briza media, Bulbocodium vernum (EN), Campanula
glomerata, Campanula bononiensis (NT), Carex caryophyllea, Carex humilis, Carlina
vulgaris, Carthamus lanatus (EN), Centaurea alpina (NT), Centaurea scabiosa, Convolvulus
cantabrica (VU), Coronilla minima (NT), Coronilla scorpioides (EN), Crocus biflorus (CR),
Crupina vulgaris (CR), Dactylorhiza sambucina, Dianthus deltoides (EN), Dorycnium
hirsutum (NT), Erysimum sylvestre subsp. aurantiacum (VU), Euphorbia nicaeensis (NT),
Euphorbia variabilis (NT), Filago pyramidata (NT), Filago vulgaris (EN/DD), Galium verum,
Gentianella germanica, Gladiolus italicus (CR), Gymnadenia conopsea, Heteropogon
contortus (VU), Hypericum humifusum (CR), Hyssopus officinalis subsp. aristatus (VU), Iris
cengialti (NT), Iris graminea (VU), Jasione montana (VU), Koeleria pyramidata, Laserpitium
nitidum (NT), Lathyrus setifolius (NT), Lathyrus sphaericus (NT), Linaria angustissima (NT),
Lychnis viscaria (NT), Matthiola valesiaca (NT), Melampyrum arvense (NT), Melampyrum
cristatum (NT), Micropus erectus (EN), Minuartia capillacea (NT), Narcissu poeticus (NT),
Onobrychis viciifolia, Ononis reclinata (VU), Onosma helvetica subsp. tridentina (VU),
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Opuntia humifusa (EN#), Orobanche arenaria (EX?), Orobanche artemisiae-campestris
(EN), Orobanche lutea (NT), Orobanche minor (NT), Pedicularis acaulis (VU), Peucedanum
cervaria, Phleum bertolonii (DD), Phleum hirsutum (NT), Pimpinella saxifraga, Plantago
media, Polygala comosa, Polygala nicaeensis (NT), Potentilla verna agg., Primula veris,
Salvia pratensis, Sanguisorba minor, Serratula nudicaulis (EN), Spiranthes spiralis (EN),
Stachys recta, Teucrium chamaedrys, Thesium divaricatum (DD), Thymus pulegioides,
Trifolium montanum, Verbascum phoeniceum (EN), Veronica teucrium.
Dinamismo naturale
Le stazioni primitive, con scarsa attitudine evolutiva, sono quelle confinate in stazioni rupestri,
spesso in prossimità di cenge poco accessibili. Altrove, in assenza di interventi di manutenzione
(falciatura, pascolo estensivo), l’ingresso di specie arbustive e arboree può essere rapido dopo
una prima fase (al massimo pochi decenni) di relativa stabilità. Gli incendi hanno contribuito a
rallentare l’affermazione di specie legnose, in particolare di quelle del bosco di roverella, spesso
preceduto da stadi con Populus tremula e Corylus avellanain ambienti più mesofili. Una dominanza
di Brachypodium delinea già una condizione di abbandono prenemorale, mentre specie di orlo
(Trifolio-Geranietea) purché non dominanti, sono spesso presenti già in condizioni di elevata
naturalità.
Note ed osservazioni
La delicatezza di questi habitat, la loro vulnerabilità e i notevoli dati raccolti da Perazza e
collaboratori nella cartografia delle orchidee trentine, offrono l’opportunità di promuovere un’analisi
dettagliata e puntuale per verificare le stazioni più a rischio e proporre adeguate soluzioni
gestionali per la conservazione della biodiversità. In effetti le orchidee sono più frequenti in stazioni
mesofile ma quelle marcatamente xeriche, percepite come incolti “inutili”, dovrebbero essere
considerate non meno significative.
Vulnerabilità e indicazioni gestionali
In assenza di cure (lo sfalcio, purché non troppo precoce, sarebbe certamente la soluzione ideale
per i siti prioritari ricchi di orchidee), l’habitat è destinato ad essere sostiuito progressivamente da
comunità arbustive ed arboree. Tra le cause del degrado e della perdita di biodiversità,
l’intensivizzazione delle colture agricole (si pensi alle monocolture di vite e di melo che
conferiscono al paesaggio trentino una nota singolare) è certamente la più significativa. In
prossimità degli abitati anche l’urbanizzazione e la sottrazione di spazi rurali influisce sulla
conservazione di questo habitat. Un pascolo ovicaprino estensivo, in ambienti di problematico
accesso può rappresentare una soluzione compatibile. Un utilizzo più intensivo, ma sempre a
prato, mediante concimazioni, determina l’evoluzione verso comunità di 6510 o, più raramente, in
quota, di 6520.
•
6510 Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba
officinalis)
Caratteristiche generali dell'habitat
Prati falciati ricchi di specie, su terreni da poco a moderatamente fertilizzati, diffusi dalle pianure
alluvionali del fondovalle all'orizzonte submontano. Questi prati sono caratterizzati da belle fioriture
e vengono falciati, solo dopo la fioritura delle erbe, di regola non più di due volte l’anno. Essi
corrispondono sostanzialmente, nel nostro territorio, agli arrenatereti. Queste formazioni, ricche di
specie, possono esserere falciate anche 3 volte l’anno, almeno nelle stazioni soleggiate e di bassa
quota.
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Variabilità, contatti e criteri interpretativi
La traduzione ufficiale del manuale in lingua italiana riporta il termine “praterie magre” che appare
contraddittorio. Si tratta, infatti, di prati pingui, mesofili, anche se è apprezzabile l’intenzione di
escludere da questo codice i prati intensivamente concimati. Ancora più problematica è la scelta
delle due specie guida indicate nel titolo. Alopecurus pratensis, almeno in Trentino, predilige
ambienti pingui, ad elevata fertilità. Sanguisorba officinalis, molto rara in TN, è specie di fondovalle
che non disdegna ambienti montani e, nel vicino Alto Adige, anche subalpini. Nelle stazioni
termicamente favorite, gli arrenatereti possono raggiungere quote prossime ai 1500 metri e la loro
distinzione rispetto ai triseteti (6520) non è sempre netta. Dal manuale si evince chiaramente che
le situazioni di prato intensamente concimato, con fioriture scarse e ridotto numero di specie, non
dovrebbero essere considerate. Secondo la morfologia e l’umidità del suolo, si possono
riconoscere aspetti più asciutti (con Salvia pratensis, transizione con i brometi, 6210) da altri più
umidi (con Lychnis flos-cuculi, transizione con molinieti, 6410). Transizioni verso i pascoli possono
essere ancora più critiche da attribuire, considerato che, al contrario dei brometi e dei molinieti, i
pascoli pingui non hanno un codice habitat corrispondente.
Specie vegetali tipiche
•
Dominanti: Alopecurus pratensis, Arrhenatherum elatius, Dactylis glomerata, Poa pratensis.
•
Caratteristiche: Avenula pubescens, Campanula patula, Crepis biennis, Filipendula vulgaris,
Holcus lanatus, Knautia arvensis, Myosotis sylvatica, Phleum pratense, Rumex acetosa,
Sanguisorba officinalis (VU), Tragopogon pratensis subsp. orientalis.
•
Altre: Achillea millefolium agg., Anthoxanthum odoratum, Bromus hordeaceus, Carduus
carduelis (NT), Centaurea nigrescens subsp. nigrescens, Daucus carota, Galium mollugo,
Leontodon hispidus subsp. hispidus, Leucanthemum ircutianum, Lolium perenne, Lotus
corniculatus, Orobanche elatior (EN), Picris hieracioides, Pimpinella major, Poa trivialis,
Ranunculus bulbosus, Saxifraga granulata (EN*), Taraxacum officinale agg. (degradazione
se eccessivo), Trifolium pratense, Trifolium repens, Trisetum flavescens, Vicia sepium.
Dinamismo naturale
Tutti i prati falciati di questo tipo sono formazioni secondarie mantenute dalla gestione. In assenza
di regolari falciature, l’ingresso di specie legnose e la successiva affermazione del bosco è
inevitabile, anche in tempi rapidi. In seguito ad abbandono, aceri e frassini sono competitivi in
stazioni umide e fresche, mentre pioppo tremulo, betulla e conifere in stazioni più magre e acide.
In assenza di concimazioni, ma con regolare falciatura, l’evoluzione è verso il brometo.
Note ed osservazioni
I prati rappresentano un patrimonio paesaggistico di notevole valore e assumono una forte
capacità di attrazione turistica. Negli ultimi decenni le stazioni prative sono state spesso sostituite
da frutteti, vigneti e altre colture specializzate. Spesso le eccessive concimazioni portano
all’affermazione di cenosi paucispecifiche dominate da Agropyron repens, Anthriscus sylvestris ed
Heracleum sphondylium. L’abbandono dell’agricoltura tradizionale, sostituita da colture
specializzate e intensive quando le aree non siano state urbanizzate o destinate a infrastrutture, è
certamente una delle cause della riduzione di biodiversità. Anche se questo habitat raramente
include specie di lista rossa, appare senza dubbio opportuno promuovere misure ed incentivi per la
tutela di questo habitat.
Vulnerabilità e indicazioni gestionali
Il prato falciato è stato un fattore determinante per l’economia fondata sul sistema foraggerozootecnico. Oggi, poiché il fieno è meno importante nella dieta dei bovini, il prato assume
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maggiore valore quale componente del paesaggio e svolge importanti funzioni a livello
ecosistemico, offrendo habitat eccellenti per comunità ornitiche e altre zoocenosi di fauna,
vertebrata e non. La ripresa della rotazione e delle forme di agricoltura tradizionale sarebbe
auspicabile per compensare la crescita delle monocolture, certamente molto più impattanti. Fattori
importanti per la composizione floristica, oltre a quelli naturali, sono i livelli di fertilizzazione (che
non devono essere eccessivi) e il periodo in cui si effettua la fienagione.
•
8160* Ghiaioni dell’Europa centrale calcarei di collina e montagna
Caratteristiche generali dell'habitat
In questo tipo si comprendono le comunità vegetali pioniere, dei substrati calcarei e marnosi, che
popolano le falde detritiche e gli scoscendimenti pietrosi della fascia collinare e montana, con
possibili risalite in quota, nelle stazioni più secche e termofile.
Variabilità, contatti e criteri interpretativi
Il manuale si riferisce esplicitamente a “Stipetalia calamagrostis”, ordine della classe Thlaspietea
rotundifolii che Mucina e coll., nella sinossi sulla vegetazione dell’Austria, sinonimizzano con GalioParietarietalia officinalis. La distinzione rispetto a 8120 è data soprattutto dalla presenza di un
contingente di specie termofile, essendo alcune tra le caratteristiche in comune. Rispetto a 8130,
che era stato considerato in Trentino durante la prima fase di ricognizione, la differenza è invece di
carattere fitogeografico, data la connotazione occidentale, mediterraneo-atlantica di 8130 che,
pertanto, non dovrebbe interessare le Alpi Orientali. In realtà il sottotipo di 8130, indicato come
61.31, risulterebbe del tutto plausibile e la ragione della sua esclusione è, appunto, di
semplificazione. Le stazioni di questo tipo presentano spesso transizioni con le cenosi erbacee dei
greti torrentizi, ma sono più stabili rispetto ad esse. In aree in cui viene praticata la pastorizia
tradizionale si riscontrano anche entità nitrofile che tuttavia non alterano la struttura del
popolamento.
Specie vegetali tipiche
•
Dominanti: Achnatherum calamagrostis, Epilobium dodonaei, Galeopsis angustifolia,
Gymnocarpium robertianum, Vincetoxicum hirundinaria.
•
Caratteristiche: Acinos arvensis, Aethionema saxatile, Galium lucidum, Senecio viscosus,
Teucrium botrys.
•
Altre: Calamintha nepetoides, Geranium robertianum, Grafia golaka (NT), Hieracium
glaucum, Origanum vulgare, Petasites paradoxus, Peucedanum verticillare, Reseda lutea,
Rumex scutatus, Scrophularia juratensis, Sedum album, Sedum montanum agg., Silene
vulgaris subsp. glareosa, Thesium pyrenaicum (NT).
Dinamismo naturale
Analogamente a quanto osservato per gli altri ambienti detritici, si tratta di comunità pioniere,
distanti dal climax, ma che possono essere lungamente durevoli sia perché la falda detritica può
essere ancora attiva sia perché i tempi di colonizzazione sono generalmente lunghi a causa di
situazioni orografiche di tipo estremo (pendenze elevate ed esposizioni molto soleggiate).
Note ed osservazioni
Può destare sorpresa l’attribuzione di priorità a questo codice, ma tale scelta sembra nata
dall’esigenza di distinguere le stazioni dell’Europa centrale, a impronta continentale, da quelle del
codice 8130 che interessa ambiti mediterranei ed atlantici.
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Vulnerabilità e indicazioni gestionali
Gli ambienti detritici hanno elevata naturalità ma una bassa vulnerabilità intrinseca. La distruzione
fisica dell’ambiente è una possibilità remota se non per attività di cava.
•
8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica
Caratteristiche generali dell'habitat
L’habitat include la vegetazione casmofitica delle fessure delle pareti rocciose calcaree e interessa
diverse regioni biogeografiche, dalle zone planiziali fino alle quote più elevate.
Variabilità, contatti e criteri interpretativi
Habitat di semplice identificazione che non pone problemi. Saranno riferite a questo tipo tutte le
comunità dell’ordine Potentilletalia caulescentis, da quelle termofile a quelle sciafile, povere o
ricche di specie. Un’interpretazione di tipo restrittivo, comunque da non accogliere, porterebbe
all’esclusione della vegetazione di muri e pareti naturali dell’ordine Tortulo-Cymbalarietalia, il cui
interesse floristico e fitogeografico non sarebbe sempre trascurabile. Da segnalare, in aree
termofile, i contatti con 6110 e 6240. In particolare sono spesso di rilevante valore floristico e
vegetazionale i ripari sottoroccia, aree di svernamento, soprattutto di ungulati, nel periodo
invernale. Essi avrebbero meritato un codice a parte ma va anche detto che, per le loro
dimensioni, risultano di problematico rilievo cartografico.
Specie vegetali tipiche
•
Dominanti: Asplenium viride, Carex brachystachys, Cystopteris fragilis, Minuartia rupestris,
Potentilla caulescens, Potentilla nitida, Valeriana elongata.
•
Caratteristiche: Androsace hausmannii (NT), Androsace helvetica, Asplenium lepidum (VU),
Asplenium seelosii (NT), Campanula carnica, Campanula morettiana (NT), Campanula
petraea (CR), Campanula raineri (NT), Cystopteris regia, Daphne petraea (NT), Daphne
reichsteinii (CR), Draba tomentosa, Gypsophila papillosa (EN #), Hieracium humile,
Hieracium porrifolium, Jovibarba arenaria (VU), Minuartia cherlerioides, Moehringia bavarica
(NT), Moehringia glaucovirens (NT), Paederota bonarota, Paederota lutea (NT), Physoplexis
comosa, Primula recubariensis (VU), Primula spectabilis (NT), Primula tyrolensis (NT),
Saxifraga arachnoidea (NT), Saxifraga burseriana (NT), Saxifraga facchinii (NT), Saxifraga
petraea (NT), Saxifraga squarrosa, Saxifraga tombeanensis (VU), Silene veselskyi (NT/DD),
Woodsia pulchella (NT).
•
Altre: Aquilegia thalictrifolia (NT), Arabis bellidifolia, Arabis collina (VU), Artemisia nitida (NT),
Asplenium ceterach, Asplenium ruta-muraria, Asplenium trichomanes, Bupleurum petraeum
(NT), Carex mucronata, Cystopteris montana, Draba incana (VU), Erinus alpinus (DD),
Festuca alpina, Festuca stenantha (NT), Globularia cordifolia, Hieracium amplexicaule,
Hieracium humile (DD), Hypericum coris (NT), Kernera saxatilis, Phyteuma sieberi, Primula
auricula, Primula glaucescens (VU), Rhamnus pumilus, Rhodothamnus chamaecistus,
Saxifraga caesia, Saxifraga crustata, Saxifraga hostii subsp. rhaetica (NT), Saxifraga
paniculata, Sedum dasyphyllum, Sedum hispanicum (NT), Silene elisabethae (NT), Sesleria
caerulea, Silene saxifraga, Telekia speciosissima (VU), Thalictrum foetidum (NT), Valeriana
saliunca (NT), Valeriana saxatilis.
Dinamismo naturale
Le comunità rupicole sono pioniere ma tra le più stabili, considerando che le possibilità evolutive
del suolo restano ridottissime.
________________________________________________________________________________
21
________________________________________________________________________________
Note ed osservazioni
La vegetazione casmofitica delle pareti calcaree ospita numerosi endemismi e relitti terziari,
specialmente nei distretti insubrici, e rappresenta uno degli aspetti più suggestivi della nobile flora
alpina. Importante la componente briofitca, e talvolta anche quella algale, nelle stazioni fresche e
stillicidiose.
Vulnerabilità e indicazioni gestionali
Le pareti rocciose, ove si escluda la distruzione diretta per attività di cava o per improbabile
sbancamento derivante dalla necessità di migliorare la viabilità, sono poco vulnerabili e non
necessitano interventi gestionali per il mantenimento delle comunità vegetali che le colonizzano. Si
segnala, peraltro la necessità di prestare attenzione alle operazioni di disgaggio e, in qualche
caso, anche alle palestre di roccia che potrebbero ospitare, proprio in nicchie strapiombanti entità
interessanti. Considerata l’elevata valenza floristica e il corredo di endemiti, è comunque
opportuno prevedere cautele anche nel caso di interventi sulla rete viaria. Il collezionismo e il
commercio di essiccata o di specie rare da raccogliere per giardini rocciosi sono fenomeni
pericolosi da monitorare con attenzione.
•
9340 Foreste di Quercus ilex e Quercus rotundifolia
Caratteristiche generali dell'habitat
Foreste a dominanza di leccio che in Trentino interessano soprattutto la fascia supramediterranea
in cui si associano spesso altre querce caducifoglie, aceri, orniello e carpino nero. Spesso sono
relegate a versanti ripidi e rupestri su substrato carbonatico.
Variabilità, contatti e criteri interpretativi
Questo tipo include le leccete residuali (o relittiche, sostanzialmente extrazonali) distribuite nella
parte meridionale della provincia attorno al Lago di Garda. L’inquadramento fitosociologico di
queste leccete resta controverso. Pedrotti (1992) ha descritto il Celtidi australis-Quercetum
ilicis nell’ambito del Quercion ilicisfrancamente mediterraneo, mentre altri autori (Lorenzoni et al.,
1984, Poldini 1988, Ubaldi & Zanotti, 1994) propendono per un riferimento a subassociazioni a
leccio di cenosi di Ostryo-Carpinion. Ai fini di Natura 2000, il problema è poco rilevante, mentre
l’articolazione tipologica proposta da Odasso contempla, opportunamente, i differenti aspetti. Egli
distingue, infatti, una lecceta rupestre a copertura discontinua con diverse entità di prato arido, una
lecceta più termofila a terebinto e specie sempreverdi quali Ruscus aculeatuse Phillyrea latifolia, e
una lecceta mesofila di ambienti più freschi con sottobosco simile a quello degli ostrio-querceti. Di
particolare interesse fitogeografico un aspetto a bosso (Buxus semprevirens) del Monte Brione che
potrebbe essere attribuito a 5110.
Specie vegetali tipiche
•
Dominanti: Quercus ilex, Ruscus aculeatus.
•
Caratteristiche: Argyrolobium zanonii, Carex hallerana, Centranthus ruber, Fumana ericifolia
(= ericoides), Phillyrea latifolia (NT), Pistacia terebinthus, Polypodium cambricum (NT).
•
Altre: Asplenium onopteris (EN), Arabis turrita, Artemisia alba, Asperula purpurea,
Bothriochloa ischaemon, Bromus condensatus, Carex digitata, Carex humilis, Celtis
australis, Clinopodium vulgare, Cornus mas, Coronilla emerus, Crataegus monogyna,
Fraxinus ornus, Fumana procumbens, Globularia cordifolia, Globularia punctata, Hedera
helix, Lathyrus venetus, Lonicera xylosteum, Melica ciliata, Melica uniflora, Ostrya
carpinifolia, Prunus mahaleb, Quercus pubescens, Rhamnus alaternus (NT #), Sesleria
________________________________________________________________________________
22
________________________________________________________________________________
caerulea, Sorbus torminalis, Tamus communis, Teucrium montanum.
Dinamismo naturale
Per le loro caratteristiche, le leccete rupestri sono sostanzialmente stabili (condizionamento
edafico). Ciò vale anche per quelle termofile a terebinto. Quelle mesofile sono ovviamente
interessate dalla competizione e quindi la loro sopravvivenza è condizionata dal tipo di gestione. Si
registra, tuttavia, una tendenza all’espansione del leccio in stazioni di ostrieto termicamente
favorite ma fresche, in seguito a diminuita pressione di ceduazione o all’invecchiamento di
rimboschimenti con pino nero. Ciò lascia supporre che in condizioni di minor disturbo e con la
cessazione delle utilizzazioni, il leccio potrebbe proseguire la sua espansione, al punto da poter
essere considerata, almeno nel settore gardesano e più meridionale della provincia, specie zonale.
Naturalmente il corredo floristico delle formazioni a leccio è, almeno per ora, in Trentino, ancora
povero rispetto alle formazioni zonali eumediterranee.
Note ed osservazioni
Le formazioni di leccio più compatte e chiuse, per quanto esteticamente apprezzabili a distanza,
risultano quasi prive di sottobosco e quindi assai povere a livello di biodiversità specifica di piante
vascolari (discorso diverso, invece, per i decompositori). Notevole è, tuttavia, il ruolo svolto per la
protezione del suolo.
Vulnerabilità e indicazioni gestionali
Gli ambienti rupicoli e poco accessibili, incendi a parte, sono scarsamente vulnerabili. Quelli più
mesofili, invece, sono sensibili soprattutto al tipo di gestione. Un’eccessiva pressione sul ceduo
ritarda certamente lo sviluppo del leccio (la cui capacità di generare polloni è ridotta rispetto a
orniello e carpino nero) mentre si nota come anche in stazioni ombrose, purché termicamente
favorite, il leccio mostri elevata vitalità. La possibile concorrenza con latifoglie mesofile
(del Carpinion, o di Quercetalia pubescenti-petraeae, ad esempio) deriva da fattori bioclimatici e, al
proposito, mancano lembi di lecceta mesofila lasciati a libera evoluzione per poter valutare la
direzione verso la quale tali popolamenti convergono. Inoltre il leccio sembra aver ben reagito agli
attacchi di Corebus nella zona di Toblino.
Auspicabile una rinaturalizzazione di rimboschimenti a pino nero in cui il leccio si sta sviluppando.
FLORA e FAUNA PRESENTI
FLORA: di seguito si riporta il nome delle specie inserite nell’allegato II della direttiva Habitat.
Tabella 3.1/I. Elenco delle specie inserite nell’ allegato II della direttiva Habitat.
N°
NOME SCIENTIFICO
4104 Himantoglossum adriaticum
Popolazione Popolaz. Conservaz. Isolam.
P
Globale
D
Si segnala, inoltre, la presenza di essenze di notevole pregio non presenti nell’allegato II della
direttiva Habitat, come il Cistus albidus, Coronilla minima, Oprhys bertolonii, Orchis coriophora,
Phillyrea latifoglia e la Pistacia terebinthus.
________________________________________________________________________________
23
________________________________________________________________________________
Nell’area di studio, inoltre, è da rilevare la forte presenza dell’ulivo (Olea europaea L.), introdotto in
Epoca Romana, è ora ampiamente coltivato sulle sponde del lago.
Ad un’analisi esaustiva, le specie arboree che caratterizzano le aree boscate in esame sono la
roverella (Quercus pubescens Willd.), il Carpino nero (Ostrya carpìnifolia Stop.); possono
partecipare, con sporadici individui, anche il leccio (Quercus ilex L.) e l'orniello (Fraxinus ornus L.).
Lo strato arbustivo è costituito da orniello, spesso estremamente invadente, Emero (Coronilla
emerus L.), ciavardello (Sorbus torminalis Crantz), ligustro (Ligustrum vulgare L.), Biancospino
(Crataegus monogyna L.), bagolaro (Celtis australis L.), lentaggine (Viburnum lantana L.), scotano
(Cotinus coggygria Scop.), ciliegìo canino (Prunus rnakaleb L.), ginepro (Junìperus spp.), completa
lo strato arbustivo il pungitopo (Ruscus aculeatus L.).
Altri arbusti presenti sono il nespolo (Mespìlus germanica L.) e il corniolo (Cotnus mas L.). Il piano
arboreo e quello arbustivo sono intessuti da epifite e liane come l’edera (Hedera helix L.), vitalba
(Clematis vitalba L.) e il caprifoglio (Lonicera caprifolium L.).
Ai piedi degli alberi, tra gli arbusti più bassi, vegetano numerose specie erbacee. Queste crescono
rade e distanziate, così che buona parte del suolo boschivo resta completamente nudo.
Tipici dello strato erbaceo sono: Primula vulgaris Huds., Vinca minor L., Dianthus seguieri Vill.,
Fragaria vesta L., Muscari botryoides Mill., Viola alba Bess., Viola canina L., Viola reichenbachiana
Jord., Campanula glomerata L. e, tra le Orchidee, Limodorum abortivum Sw., Cephalanthera
longifolìa Fritsch, Platanthera bifolìa Rich., Orchìssimia Scop, Orchis ustulata L., Orchis maculata
L., Orchis sambucina L. e Gymnadenia conopsea R..
Nei boschi di roverella è possibile riscontrare anche la presenza dell’Helleborus niger L.,
Helleborus foetidus L., e del più raro Erythronium dens-canis L..
FAUNA: di seguito si riporta il nome delle specie animali inserite nel formulario.
Tabella 3.1/II. Elenco di uccelli migratori abituali elencati nell’allegato I della Dir. Uccelli.
CLASSE
N°
NOME SCIENTIFICO
Uccelli
A307
Sylvia nisoria
Uccelli
A338
Lanius collurio
1
2
3
4
5
6
7
8
R
C
C
C
B
C
C
B
C
B
Tabella 3.1/III. Elenco di uccelli migratori abituali non elencati nell’allegato I della Dir. Uccelli.
CLASSE
N°
NOME SCIENTIFICO
Uccelli
A341
Lanius senator
Uccelli
A377
Emberiza cirlus
Uccelli
A300
Hippolais polyglotta
Uccelli
A305
Sylvia melanocephala
Uccelli
A309
Sylvia communis
1
2
R
R
C
C
R
3
4
5
6
7
8
C
B
C
B
C
B
B
C
C
B
C
B
C
B
B
B
C
B
C
B
________________________________________________________________________________
24
________________________________________________________________________________
Tabella 3.1/IV:Elenco di altre specie elencate nell’allegato II della Dir. Habitat.
CLASSE
N°
NOME SCIENTIFICO
1
Anfibi e rettili
1193
Bombina variegata
Pesci
1107
Salmo marmoratus
2
3
4
5
6
7
8
P
C
C
C
C
P
C
B
B
B
Invertebrati
Nessuna specie inserita nell’allegato II della Dir. Habitat
Mammiferi
Nessuna specie inserita nell’allegato II della Dir. Habitat
Legenda alle tabelle
Informazioni contenute Descrizione
RESIDENZA
C = la specie è comune
RIPRODUZIONE
R = la specie è rara
SVERNAMENTO
V = la specie è molto rara
TAPPA
P = specie presente nel sito (no informazioni quantitative)
A: compresa tra il 15,1% ed il 100% della popolazione nazionale
B: compresa tra il 2,1% ed il 15% della popolazione nazionale
POPOLAZIONE
C: compresa tra lo 0% ed il 2% della popolazione nazionale
D: non significativa
Grado di conservazione degli elementi dell’habitat importanti per la specie in
questione e possibilità di ripristino.
CONSERVAZIONE
A = conservazione eccellente
B = buona conservazione
C = conservazione media o limitata
Grado di isolamento della popolazione presente sul sito rispetto all’area di
ripartizione naturale della specie in Italia.
ISOLAMENTO
A = popolazione (in gran parte) isolata
B = popolazione non isolata, ma ai margini dell’area di distribuzione
C = popolazione non isolata all’interno di una vasta fascia di distribuzione
Valutazione globale del valore del sito per la conservazione della specie
interessata.
VALUTAZIONE
GLOBALE
A = valore eccellente
B = valore buono
C = valore significativo
Di seguito sarà svolta una descrizione sommaria dei uccelli migratori abituali elencati e non,
nell’allegato I della Dir. Uccelli:
•
Canapino – hippolais polyglotta
Identificazione: 12,5 cm. Difficile distinguerlo, in libertà, dal Canapino maggiore tranne che per
la voce. Leggermente più piccolo con parti superiori più brune o più opache, specialmente sul
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25
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groppone. Ha decisamente il capo arrotondato e le ali più corte e arrotondate che non
oltrepassano la base della coda.
All’epoca delle cove molti adulti hanno una macchia alare gialla ma meno evidente che nel
Canapino maggiore. Gli immaturi, più bruni, non l’hanno. Le zampe variano dal bruniccio al
bluastro ma sono solitamente più brune che nel Canapino maggiore. Colore del becco come
nel Canapino maggiore. Parti inferiori variabili ma di solito giallo più intenso che nel Canapino
maggiore.
Alcuni adulti e gli immaturi mancano del giallo e sono più bruni superiormente. Entrambe le
specie di Canapino pallido non hanno l’anello palpebrale o il sopracciglio dando alla faccia un
aspetto senza caratteristiche che aiuta a distinguerli da qualsiasi simile Acrocephalus o
Phylloscopus. Il Beccafico ha il becco più corto e più grosso e non ha il piumaggio giallo.
Voce: Un cicaleccio come di passera oltremontana; un huit come il Fringuello ed un
improvviso tit, tit. Il canto, spesso iniziato lentamente, è un prolungato e molto musicale
“gorgoglio”, più affrettato e meno aspro di quello del Canapino maggiore; spesso introduce
note “cinguettanti” come di Passera oltremontana.
•
Occhiocotto – sylvia melanocephala
Identificazione: 13 cm. Il maschio si riconosce per il cappuccio nero che si estende ben sotto
l’occhio, la gola bianco puro, le parti superiori grigie, quelle inferiori biancastre, con i fianchi
grigiastri. L’anello palpebrale rosso brillante è molto evidente. La coda nerastra graduata,
frequentemente tenuta aperta, ha le timoniere esterne di un bianco molto evidente. La
femmina è molto più bruna, con il cappuccio grigio appena più scuro delle rimanenti parti
superiori. Il volo ed il comportamento instancabile ricordano quelli della Sterpazzola.
Voce: Ha un forte “staccato” allarme: ce-ce-ce-ce come uno strumento di legno rapidamente
vibrato. Il canto ricorda vagamente quello della Sterpazzola, ma è più lungo, più musicale ed
intercalato dalla nota di allarme in “staccato”. Canta da un ramo esposto o nascosto e nel
breve danzante volo nuziale.
•
Averla piccola – lanius collurio
Identificazione: 17 cm. Il maschio si riconosce per il dorso castano. Groppone e vertice grigio
blu pallido, “mascherina” nera attraverso la faccia sino alle copritrici auricolari. Parti inferiori
bianco rosate. Coda nera, bianca ai lati, spesso mossa da un alto all’altro. La femmina
normalmente manca dei segni neri sulla faccia ed è bruno rossiccia oppure opaca di sopra,
fulviccia di sotto, barrata con macchie brune a mezzaluna. Si riconosce dalla femmina
dell’Averla capirossa per la mancanza di bianco sull’ala. Gli immaturi hanno le barrature a
mezzaluna più marcate, difficili da distinguere dai giovani dell’Averla capirossa tranne che per
il piaumaggio.
•
Averla capirossa – lanius senator
Identificazione :17 cm. Si distingue dalle Averle maggiore e cenerina per il vertice e la nuda
castano acceso. Ha larghi segni neri sulla faccia che continuano attraverso la fronte, gola e
parti inferiori bianco puro, ali nerastre come il mantello che ha spalline bianche molto evidenti
e una breve barra alare bianca, coda nera con i lati bianchi e groppone bianco molto evidente
in volo.Femmina alquanto più opaca. Gli immaturi sembrano dei pallidi giovani di Averla
piccola con scapolari e groppone molto più chiari, con tracce cella corta barra alare
biancastra. Comportamento e volo come l’Averla piccola ma meno portata a posarsi all’aperto.
La razza di Corsica non ha la barra alare bianca.
________________________________________________________________________________
26
________________________________________________________________________________
Voce: Come l’Averla cenerina, ma più variata, con frequenti cicalecci tipo Passera
oltremontana. Il canto è un gorgheggio sostenuto e musicale, intercalato da note aspre e da
imitazioni.
Habitat: Terreni aperti e asciutti, oliveti, giardini, cespuglietti, occasionalmente grandi boschi.
Nidifica su alberi piuttosto grandi e nei cespugli.
•
Zigolo nero – emberiza cirlus
Identificazione: 16 cm. Il maschio ha delle parti inferiori giallo limone con banda pettorale
verdastra, gola nera (oscurata d’inverno) e fianchi striati. Testa verde oliva con vertice scuro,
srtie gialla stre sopra e sotto l’occhio, stria nera attraverso l’occhio. Dorso e lati del petto
castani. Si distingue dallo Zigolo giallo per il disegno caratteristico della testa e del petto. La
femmina ed i giovani sono più opachi, e si distinguono dallo Zigolo giallo per il groppone bruno
oliva.
Voce: Un debole sip; in vol : sissi-sissi-sip. Canto un monotono affrettato tintinnio su di una
nota piuttosto simile al canto della Bigiarella.
Habitat: siepi alte e alberi che costeggiano la terra coltivata o le lande. Sverna nella campagne
in gruppi misti .Nidifica in basso, nelle siepi, alberi, ecc.
•
Sterpazzola - Sylvia communis
Caratteristiche: La sterpazzola (Sylvia communis) raggiunge una lunghezza di 15 cm ed è
caratterizzata da un piumaggio di colore bruno-rossiccio nelle parti superiori e bianco e rosso
carnicino in quelle inferiori.
E' un uccello vivacissimo, agile e veloce, continuamente in movimento anche tra le fronde più
intricate e dotato di un bel canto. Grazie ai piedi corti e robusti con dita larghe, può
arrampicarsi agilmente su alberi e cespugli. Le piume sono folte e assai resistenti
all'inevitabile logorio provocato dalle spine dei rovi.
Diffusione: E' presente in gran parte dell'Europa ed in Asia. Nei mesi invernali emigra verso il
centro ed il meridione del continente africano. In Italia abbonda in estate e durante le epoche
del passo. In Campania è presente nel Parco Nazionale del Vesuvio.
Habitat: Si trova a suo agio tra rovi e arbusti intricati e preferisce trattenersi fra i cespugli, dove
è solito anche costruire il nido ben nascosto ai predatori, ma non al cuculo, del quale la
sterpazzola è una delle vittime abituali. Riproduzione: La covata avviene in aprile e consiste di
4 o 6 uova il cui colore è molto variabile.
Alimentazione: Si nutre principalmente di insetti e ragni che cattura con il potente becco
conico e curvato all'ingiù verso la punta. Gradisce comunque anche bacche e frutta.
•
Bigia padovana - Sylvia nisoria
Silvide di grosse dimensioni, lungo 15.5 cm e con un'apertura alare di 23-27 cm; la testa e il
becco hanno l'aspetto robusto, il piede largo e la coda lunga. Il maschio è di colore grigio
cenere superiormente e di colore crema inferiormente. Le parti ventrali sono caratterizzate da
barrature scure a forma di mezzaluna. Le ali, di colore bruno scuro, hanno due barre
biancastre. Anche le timoniere esterne presentano il bordo biancastro. L'iride è di colore giallo
brillante.
La femmina ha il dorso bruno; le barrature meno pronunciate e l'iride leggermente meno gialla.
I giovani hanno le parti inferiori leggermente fulve con nessuna o poche barrature e l'iride
simile a quella della femmina. In volo si nota il suo aspetto pesante.
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27
________________________________________________________________________________
Il canto è simile a quello della Capinera, ma è più rapido e caratterizzato da frasi più brevi.
Canta anche in brevi voli (5-10 sec.) da posatoi fissi. La nidificazione avviene da metà maggio;
effettua una sola covata, di 4-5 uova di forma sub-ellittica e di colore biancastro o leggermente
tinte di verde. In qualche caso il maschio è poligamo, e può accoppiarsi con una seconda
femmina dopo che la prima ha deposto. Il nido viene costruito tra i rami degli alberi più giovani,
tra i cespugli o anche tra i rovi, generalmente ad una altezza di 30-200 cm; è a forma di coppa
e viene costruito con ramoscelli, erba e altro materiale vegetale; l'interno è foderato con
materiale più fine. L'incubazione, effettuata da entrambi i genitori, dura 12-13 giorni; l'involo
dei giovani avviene dopo 10-12 giorni. La dieta è costituita principalmente da invertebrati e,
durante la tarda estate e l'autunno, anche da bacche. Si alimenta tra i cespugli e solo
raramente sul terreno (generalmente a poca distanza da luoghi riparati).
Frequenta zone umide ed irrigue, anche di estensione ridotta, e terreni incolti coperti da boschi
radi o cespugli. Occupa sia fitocenosi tipicamente igrofile (saliceti e ontaneti), sia associazioni
arboreo-arbustive termofile e termo-mesofile tra cui alcuni querceti. Secondo l'atlante degli
uccelli nidificanti nella regione, in Lombardia la Bigia padovana è presente in forma molto
localizzata nelle province di Brescia, Bergamo e Milano sia in pianura sia in collina e bassa
montagna; è presente sporadicamente anche in alcuni fondovalle delle zone alpine.
E' presente con un numero basso di coppie in alcuni parchi regionali (Colli di Bergamo, Oglio
Sud e Alto Garda Bresciano); occasionalmente è stata osservata anche in diversi parchi della
Pianura, dalla Valle del Ticino a est attraverso il Parco Agricolo Sud Milano, l'Adda Sud, il
Serio, l'Oglio Nord. E' una specie migratrice transahariana, che nidifica dal nord Italia fino
all'Asia centrale. Sverna in Africa orientale, principalmente in Kenia, Tanzania e Etiopia. E' uno
degli ultimi migratori a lungo raggio a raggiungere i siti di nidificazione, che occupa non prima
della meta di maggio, dopo avere attraversato il Mediterraneo orientale. La migrazione
autunnale avviene abbastanza presto (principalmente in agosto).
Per quanto riguarda la fauna, è opportuno riportare le informazioni contenute nella tabella
seguente che, oltre a contenere la normativa di riferimento che tutela le varie specie, individua il
livello di pericolo di alcune di queste, cosi come determinato dall’UICN (Unione Internazionale per
la Conservazione della Natura).
Dalle Liste Rosse, elaborate dall’organizzazione UICN, il WWF Italia ha tratto la “Lista rossa dei
vertebrati italiani” a cura di Calvario E., Sarrocco S., (Eds.), 1997 (Rif.: WWF Italia. Settore
Diversità Biologica. Serie Ecosistema Italia. DB6).
Recentemente la IUCN ha aggiornato le proprie Liste Rosse (World Conservation Monitoring
Centre 1996. 2003 IUCN Red List of Threatened Species. Consultabili su www.redlist.org).
Come si evince dalla tabella successiva, nel sito non sono segnalate specie appartenenti alle
categorie di rischio redatte dall’UICN (ultima colonna di destra).
In tabella il simbolo x identifica che la specie è minacciata solo a livello di alcune Regioni e non a
livello globale, quindi manca la descrizione del livello di rischio UICN.
________________________________________________________________________________
28
________________________________________________________________________________
Laniidae
Aves
Passeriformes
Emberizidae
Aves
Passeriformes
Sylviidae
Aves
Passeriformes
Sylviidae
Aves
Passeriformes
Sylviidae
Averla piccola
X
X
X
Averla capirossa
X
X
Zigolo nero
X
X
Canapino
X
X
Occhiocotto
X
X
Sterpazzola
X
X
IUCN
Passeriformes
X
X
CHECKLIST
Aves
X
X
HABITAT Ap.5
BARCELLONA all.
2
ENDEMICA
Laniidae
X
HABITAT Ap.4
Passeriformes
Bigia padovana
HABITAT Ap.2
Aves
Sylvia nisoria
Bechstein, 1797
Lanius collurio
Linnaeus, 1758
Lanius senator
Linnaeus, 1758
Emberiza cirlus
Linnaeus, 1758
Hippolais polyglotta
(Vieillot, 1817)
Sylvia
melanocephala
Gmelin, 1789
Sylvia communis
Latham, 1787
X
BONN Ap.2
Sylviidae
BONN Ap.1
Passeriformes
CITES All. D
Aves
CITES All. B
Ululone dal ventre
giallo
CITES All. A
Bombina variegata
BERNA Ap.3
Discoglossidae
BERNA Ap.2
Anura
79/409 CEE Ap.3/II
Amphibia
79/409 CEE Ap.3/I
Specie_italiano
79/409 CEE Ap.2/II
Specie_latino
79/409 CEE Ap.2/I
Famiglia
79/409 CEE Ap.1
Ordine
L. 157/92
Classe
L. 157/92 art. 2
Tabella 3.1/V. Elenco della fauna presente nel sito, normativa di tutela e categoria di rischio.
Endemic
a
Barcellon
a all. 2
Tabella 3.1/VI. Elenco della flora presente nel sito, normativa di tutela e categoria di rischio.
X
X
Angiosperme
Orchidaceae
Ophrys bertolonii Mor.
Ofride di Bertoloni
X
X
________________________________________________________________________________
29
IUCN
Orchide cimicina
Habitat
all. 5
Orchis coriophora L.
Habitat
all. 4
Orchidaceae
Habitat
all. 2
Angiosperme
Cites D
Specie (nome Italiano).
(Se presente nella Flora
d'Italia di Pignatti, 1992)
Cites B
Specie (nome latino)
Cites A
Famiglia
Berna
Categorie
(Gruppi non
tassonomici)
________________________________________________________________________________
Caratteristiche peculiari
Oltre a quanto già segnalato dal formulario S.I.C., il parametro che qualifica il sito è la presenza di
formazioni erbose xeriche in parte arbustive, su substrato calcareo; boschi relitti di Quercus ilex,
con interessanti formazioni vegetazionali di tipo sub-mediterraneo dove spicca la presenza di
specie rare. La zona in esame si configura come l’unica stazione di Cistus albidus nell’Italia
continentale.
Vulnerabilità
Come si evince dal formulario S.I.C., i fattori “insediamenti umani” e “antropizzazione” sono gli
elementi che maggiormente possono arrecare disturbo del sito e dei suoi ambiti naturali.
3.2
SIC/ZPS IT3210039 “MONTE BALDO OVEST”
Inquadramento generale e paesaggistico
Il sito, di eccezionale importanza biogeografia, include un’estesa area con uno dei più elevati
intervalli altitudinali, dalle rive del lago di Garda a Cima Valdritta, consentendo quindi di osservare
le diverse fasce vegetazionali. Si tratta, infatti, di un unico sito che si estende dalla quota di metri
100 s.l.m. alla quota di 2218 m s.l.m., sempre della regione biogeografia alpina.
Il sito è localizzato alla longitudine 10 49 56 e alla latitudine 45 44 09; ha una superficie di 6510,00
ha e interessa i comuni di Malcesine, Brenzone e Ferrara di Monte Baldo, tutti in provincia di
Verona.
Dai coltivi con vite e ulivo, ai versanti rupestri con lecceta, quindi di chiara impronta mediterranea,
fino alla fascia alpica sopra il limite del bosco con le praterie primarie e la vegetazione pioniera di
rupi e detriti nella quale si concentrano endemismi e rarità noti ai botanici di tutto il mondo.
I residui prati aridi, a livello biogeografico di fondamentale importanza, un tempo pascolati o
falciati, sono oggi abbandonati e sopravvivono relitti solo nelle aree più esposte ed acclivi. Ostrioquerceti e orno-ostrieti caratterizzano la fascia collinare.
La faggeta domina largamente la fascia montana, con aspetti termofili o mesofili secondo
altitudine, umidità e profondità del suolo. In molti settori la faggeta è stata sostituita da pascoli o da
prati, questi ultimi, ove sopravvive l’agricoltura tradizionale, di eccezionale bellezza.
Sopra il limite della faggeta, se si escludono settori con conifere quasi sempre di impianto, si
apprezzano soprattutto mughete, con rodoreti e alnete, localmente. Anche a quote elevate i
pascoli pingui, pur non avendo un proprio codice Natura 2000, rappresentano una delle
componenti più apprezzabili del paesaggio baldense.
Valori naturalistici
La storica fama del Monte Baldo e le numerose entità descritte con l’aggettivo “baldensis” non
lasciano dubbi sull’importanza e sul valore fitogeografico dell’intero massiccio.
Anche habitat spesso trascurati e comunque poco estesi rivestono eccezionale valore
naturalistico. È il caso dei ripari sottoroccia, con rare specie nelle aree di svernamento degli
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30
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ungulati, di sorgenti e zone umide in generale, habitat preziosissimo per numerose specie della
fauna minore, dei pratelli arido-rupestri con formazioni di Alysso-Sedion albi (6110*, molto raro in
regione), dei pavimenti calcarei e delle grotte non sfruttate che sono esemplificativi di un
paesaggio carsico di grande valore geomorfologico.
Inoltre vanno ricordate le estese stazioni ecotonali e in fase evolutiva o dei veri e propri mosaici tra
rupi boscate, balze, prati aridi e cespuglietti, in cui si conservano specie disgiunte o al limite
dell’areale, più o meno rare e minacciate.
In Regione è forse difficile trovare altri siti così ricchi di habitat prioritari e, tra questi, un ruolo
speciale meritano i valloni con forre colonizzati da comunità di Tilio-Acerion.
La presenza di numerose specie di interesse conservazionistico è ben documentata da recenti
monografie. Tra le piante vascolari basti citare Cypripedium calceolus, Gladiolus palustris,
Saxifraga tombeanensis, Primula spectabilis, Callianthamum kernerianum.
Anche il quadro dei valori faunistici, forse meno indagato a livello di vertebrati di quello floristico,
presenta diversi punti di forza. Non mancano, infine, tra gli invertebrati, gruppi con specie rare o
endemiche che confermano il valore biogeografico di questo massiccio prealpino esterno.
Relazione diretta con altri siti
Il sito IT3210039 è sia un Sito di Importanza Comunitaria che una Zona di Protezione Speciale.
Si sovrappone parzialmente con la Riserva Naturale Integrale “Gardesana Orientale”, mentre
include completamente la Riserva Naturale Integrale “Lastoni Selva Pezzi”.
In allegato è riportata copia del formulario identificativo del S.I.C./Z.P.S. IT3210039.
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Figura 3.2/I: SIC/ZPS IT3210039 Monte Baldo Ovest. Fonte: http://www.minambiente.it
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Caratteristiche generali del sito sono desumibili dal formulario Standard Natura 2000 che suddivide
il territorio secondo i tipi di habitat riportate nella tabella sottostante3.
TIPI DI HABITAT
% COPERTA
Brughiere, Boscaglie, Macchia, Garighe, Friganee
35
Praterie alpine e sub-alpine
8
Foreste di caducifoglie
9
Foreste di conifere
8
Foreste sempreverdi
5
Habitat rocciosi, Detriti di falda, Aree sabbiose, Nevi e ghiacciai perenni
35
Copertura totale habitat
100%
Cartografia degli habitat e degli habitat di specie
La Regione Veneto ha avviato dal 2003, in collaborazione con altri enti territoriali, quali Comunità
Montane, Enti Parco, Provincia di Venezia, ARPAV, Veneto Agricoltura, Corpo Forestale dello
Stato, alcuni progetti per svolgere un censimento degli Habitat "Natura 2000" e degli Habitat di
specie esclusivamente nei siti della rete Natura 2000 del Veneto. Attualmente tale analisi è stata
conclusa ed i dati relativi agli habitat dei S.I.C. e delle Z.P.S. della Regione Veneto sono reperibili
sul sito internet della Regione Veneto4.
Nel seguito si riporta una mappa nella quale sono riportati gli Habitat “Natura 2000” del
S.I.C./Z.P.S. in esame al fine di valutare la tipologia di habitat Natura 2000 presenti nel sito.
Tale cartografia è stata realizzata sulla base dei dati forniti dalla Regione Veneto, ma vi sono delle
discrepanze rispetto a quanto riportato nel Formulario Standard del sito e nel Piano di Gestione
della Z.P.S. Monte Baldo Ovest. Si riporta di seguito una tabella riassuntiva con un elenco
complessivo degli habitat riconducibili ad Habitat elencati nell'Allegato I della Direttiva
92/43/CEE, con indicazione della fonte:
HABITAT
3
4
FONTE
4060 Lande alpine e boreali
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
4070* Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron
hirsutum (Mugo-Rhododendretum hirsuti)
-
Formulario Standard
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
4080 Boscaglie subartiche di Salix spp.
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
Fonte: Formulario Standard– Paragrafo 4.1 Caratteristiche generali sito.
http://www.regione.veneto.it/Ambiente+e+Territorio/Territorio/Reti+Ecologiche+e+Biodiversità/Cartografia/Habitat.htm
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33
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6110* Formazioni erbose calcicole rupicole o basofile
dell’Alysso-Sedion albi
-
Piano di Gestione
6170 Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine
-
Formulario Standard
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
6210* Formazioni erbose secche seminaturali e
facies coperte da cespugli su substrato calcareo
(Festuco-Brometalia) (*stupenda fioritura di orchidee)
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
6230* Formazioni erbose a Nardus, ricche di specie,
su substrato siliceo delle zone montane (e delle zone
submontane dell’Europa continentale)
-
Piano di Gestione
6430 Bordure planiziali, montane e alpine di
megaforbie idrofile
-
Piano di Gestione
6510 Praterie magre da fieno a bassa altitudine
(Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis)
-
Piano di Gestione
6520 Praterie montane da fieno
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
7220* Sorgenti pietrificanti e stillicidi a bassa quota
-
Piano di Gestione
8120 Ghiaioni calcarei e scisto-calcarei montani e
alpini (Thlaspietea rotundifolii)
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
8130 Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termofili
-
Piano di Gestione
8160*: Ghiaioni dell'Europa centrale calcarei di collina
e montagna (poi inglobati in 8130)
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione
casmofitica
-
Formulario Standard
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
8240* Pavimenti calcarei
-
Piano di Gestione
8310 Grotte non ancora sfruttate a livello turistico
-
Piano di Gestione
________________________________________________________________________________
34
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91K0 Faggete illiriche di Fagus sylvatica
-
Piano di Gestione
9110 Faggeti del Luzulo-Fagetum
-
Formulario Standard
9130 Faggeti dell’Asperulo- Fagetum
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
9180* Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del TilioAcerion
-
Cartografia degli Habitat e habitat di specie
Piano di Gestione
9340 Foreste di Quercus ilex e Quercus rotundifolia
-
Formulario Standard
Piano di Gestione
9410 Foreste acidofile montane e alpine di Picea
(Vaccinio-Piceetea)
-
Formulario Standard
Piano di Gestione
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35
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Figura 3.2/II: Cartografia degli habitat del SIC/ZPS IT3210039 per il settore interno al territorio comunale di Brenzone.
Il S.I.C./Z.P.S. IT3210039 Monte Baldo Ovest è stato proposto come S.I.C. nel 1995, mentre è
stato proposto come Z.P.S. nel 2003.
In seguito è stato redatto il Piano di Gestione da parte della Comunità Montana del Baldo, il quale
tiene in considerazione gli aspetti legati alla designazione di entrambe queste aree protette (S.I.C.
e Z.P.S.).
Il Piano di Gestione è stato elaborato seguendo le modalità indicate dal Decreto del Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio del 3 settembre 2002 avente a oggetto: “Linee guida per
la gestione dei siti della Rete Natura 2000”, dal Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela
del Territorio e del Mare del 17 ottobre 2007 avente a oggetto: “Criteri minimi uniformi per la
definizione di misure di conservazione relative a Z.S.C. e Z.P.S.”, delle misure di conservazione
previste nella deliberazione di G.R. n. 2371 del 27 luglio 2006, delle “Indicazioni operative per la
redazione dei Piani di Gestione per i siti della rete Natura 2000” riportate nell’allegato A della
deliberazione di G.R. n. 4241 del 30 dicembre 2008 e tenuto conto delle disposizioni vigenti in
materia.
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Si riporta di seguito un’accurata analisi in relazione a flora, fauna, vegetazione, habitat ed habitat
di specie tratta dal sopracitato Piano di Gestione.
Vegetazione, habitat e habitat di specie
A differenza delle esplorazioni floristiche che sul M. Baldo si susseguono ormai da oltre 450 anni,
gli studi fitosociologici sono iniziati solo recentemente. Tra le prime indagini vegetazionali che
hanno interessato il M. Baldo si deve ricordare il lavoro dei GEROLA (1954) che hanno analizzato
la vegetazione di alcune zone prative. Più recentemente diversi ricercatori si sono dedicati allo
studio geobotanico della catena montuosa baldense: tra gli altri si ricordano GERDOL & PICCOLI
(1980a, 1980b, 1980c, 1982), BONI (1981), PROSSER (1992, 1997) e BERTOLLI (2000).
Tenendo in considerazione gli scopi del Piano di Gestione del sito, si è cercato di dare più
importanza alle tipologie vegetazionali indicate nella direttiva “Habitat” che fissa nell'Allegato I "i tipi
di habitat naturali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di aree
speciali di conservazione". Naturalmente, non tutti gli habitat presenti nel sito Natura 2000 sono
citati nel suddetto Allegato, ma ciò non significa che queste comunità vegetali siano di scarso
interesse naturalistico: ad esempio, non sono elencati gli ambienti di sottoroccia, importanti per la
presenza di varie specie floristicamente interessanti (e non trascurabili anche per il riparo della
fauna selvatica).
Una delle principali basi conoscitive per la redazione del Piano di Gestione è stata la Cartografia
degli habitat e degli habitat di specie (D.G.R. Veneto n. 1066 del 17 aprile 2007). La Regione del
Veneto con apposita convenzione ha affidato a Veneto Agricoltura l’incarico di elaborare la
cartografia che è stata approvata con D.G.R. Veneto 22 settembre 2009 n. 2816.
Le principali formazioni vegetali sono state delineate per mezzo di foto aeree: sono stati distinti i
boschi, i cespuglieti, i prati ed i pascoli, i ghiaioni e, in alcuni casi, anche le zone a vegetazione
nitrofila. Sono stati infine rilevati sul campo i tipi vegetazionali (soffermandosi soprattutto sulle zone
aperte) difficilmente cartografabili con le foto aeree. Sono stati realizzati pochi rilievi fitosociologici
e non è stato prodotto uno schema sintassonomico. Dopo avere rilevato i tipi vegetazionali, si è
realizzata la cartografia (Carta degli habitat). La base topografica utilizzata è stata quella della
Carta Tecnica della Provincia di Verona in scala di 1:10.000.
La cartografia degli habitat approvata dalla D.G.R. 2816 è stata migliorata nell’ambito della
redazione del presente piano di gestione grazie a numerosi dati esperienziali e a seguito di nuove
uscite fatte per verificare possibili problematiche conservazionistiche soprattutto nelle situazioni
interessanti a scopi gestionali.
DESCRIZIONE DEL PAESAGGIO VEGETALE DEL COMPRENSORIO
Garda e gli oltre 2200 m d'altitudine di Cima Valdritta, consentono di poter osservare nel sito
Natura 2000 diverse fasce vegetazionali (sensu PIGNATTI, 1979), che partendo dalla fascia
termofila submediterranea delle sponde gardesane arrivano fino alla fascia alpica degli ambienti
primitivi di alta quota, prerogativa che pochissime altre montagne hanno sull’arco alpino. A ridosso
del lago si estende una fascia submediterranea caratterizzata nelle zone meno acclivi dalla
coltivazione della vite e, soprattutto, dell'olivo.
Nelle zone più aride e secche, spesso su versanti ripidi e scoscesi, si trovano invece estese
leccete che costituiscono un’importante vegetazione relitta xeroterma. La rilevante termofilia delle
aree basali del Baldo è confermata dalla presenza di stupendi prati aridi che costituiscono una
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delle vegetazioni più interessanti. Un tempo queste cenosi erano pascolate e/o sfalciate mentre
oggi sono quasi del tutto abbandonate e in forte regresso a causa dell’avanzata degli arbusti e
sembrano resistere solo sui displuvi maggiormente esposti e nelle aree rupestri. La fascia collinare
dei boschi termofili, invece, è caratterizzata da orno-ostrieti, dominati dalla roverella (Quercus
pubescens) nelle zone asciutte e soleggiate e dal carpino nero (Ostrya carpinifolia) sui versanti più
umidi e freschi. In questi boschi, discontinui e a lento accrescimento, a queste due entità si
associano in genere Cotinus coccygria, Fraxinus ornus, Amelanchier ovalis e Celtis australis.
La fascia montana è dominata dalla faggeta con Fagus sylvatica di cui è possibile individuare due
distinte tipologie: una più termofila a contatto con gli orno-ostrieti e una invece con carattere
spiccatamente mesotermo alle quote più elevate. Nella faggeta termofila, rada e luminosa, al
faggio si associano spesso entità della fascia sottostante.
Tra i 1000 e 1400 metri di quota, su suoli freschi e profondi, si sviluppa la tipica faggeta montana di
cui oggi però sul M. Baldo rimangono solo alcuni lembi residui, a testimonianza di ben più estese
formazioni esistenti prima del loro abbattimento per far posto agli attuali pascoli.
I boschi rimasti sono ben sviluppati e rigogliosi, con il faggio sempre dominante al quale solo
occasionalmente si accompagnano altre specie arboree quali Acer pseudoplatanus e Sorbus
aucuparia. Le superfici a prato in questa fascia (soprattutto triseteti) anche se non occupano grandi
estensioni sono di singolare bellezza e sopravvivono grazie alle forme tradizionali di agricoltura.
Non rari sono i pascoli che cambiano aspetto soprattutto in base alla quota, al substrato e alle
pratiche colturali a cui sono sottoposti. La fascia boreale è caratterizzata soprattutto da arbusteti
subalpini (mughete, rodoreti, alnete) e solo in parte da boschi di conifere (peccete, lariceti, abetine)
la cui presenza si deve quasi esclusivamente ai rimboschimenti artificiali.
Alle altitudini più elevate si estende la fascia alpica, caratterizzata da lembi di praterie primarie e
da ambienti primitivi di alta quota (rocce e ghiaioni), che rappresentano uno degli aspetti
maggiormente spettacolari e preziosi del sito natura 2000 e del M. Baldo.
FORMAZIONI VEGETALI NON RIENTRANTI IN NATURA 2000
Molte formazioni vegetazionali presenti non rientrano negli habitat Natura 2000. Tra queste le più
interessanti sono qui di seguito brevemente descritte.
Pascoli pingui
I pascoli occupano una discreta parte della superficie del sito Natura 2000 che, forse a causa della
buona viabilità, ha conosciuto solo in parte il fenomeno dell'abbandono della pratica dell'alpeggio.
Essi sono per lo più di origine secondaria, dal momento che derivano dal taglio del bosco di faggio.
Dove il pascolo non viene più praticato si osserva un graduale ritorno del bosco, in qualche caso
favorito da rimboschimenti artificiali.
I pascoli situati al di sopra dei 1350 m e localizzati in zone intensamente pascolate (soprattutto nei
pressi delle malghe), sono caratterizzati dalla presenza costante di Phleum alpinum e di Poa
alpina. Questo tipo di pascolo viene attribuito da molti autori solo a livello di Poion alpinae,
alleanza che solo nei pressi delle malghe è presente in forma tipica. Soprattutto presso le malghe
sono frequenti nel sito Natura 2000 popolamenti quasi puri di Urtica dioica, che, a causa della
povertà floristica, sono attribuibili solo a livello di sottoclasse (Galio-Urticetea). In pochi casi in
questi ambienti è presente il Rumicetum alpini, che è caratterizzato da popolamenti quasi
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monospecifici di Rumex alpinus, sotto la cui copertura poche specie tendenzialmente sciafile
riescono a sopravvivere. Quest’associazione non è molto diffusa sul M. Baldo.
Invasioni arbustive
Su pendii esposti prevalentemente a solatio, su versanti situati al di sotto di 1600 (1700) metri di
quota, compaiono estesi popolamenti dominati da Helictotrichon parlatorei. Questa situazione si
verifica in seguito all’abbandono del pascolamento, che permette a una specie elevata come H.
parlatorei di svilupparsi a scapito di numerose altre a portamento ridotto tipiche di cotiche
pascolate.
Anche Brachypodium rupestre e Bromus erectus giocano spesso un ruolo importante nelle prime
fasi evolutive dei pascoli abbandonati verso il bosco. Nel sito Natura 2000 si passa dalle comunità
relativamente più xerofile con rose, Juniperus nana e Genista radiata a situazioni più mesofile, in
cui sono gli arbusti di latifoglie a iniziare a diffondersi (salici, Sorbus chamaemespilus); talvolta si
trovano anche aspetti nitrofili con Rubus idaeus e consorzi tendenti alle “alte erbe”. In qualche
caso vi sono ancora stadi iniziali, con alterazioni in senso monotono della cotica in seguito alla
diffusione ad esempio di Brachypodium rupestre, che, almeno tendenzialmente, si avvicinano
all'ordine Brometalia.
Sottoroccia con vegetazione di Sisymbrium
Valenza naturalistica straordinaria è offerta dagli ambienti nitrofilo-ruderali siti ai piedi di rupi
strapiombanti esposte prevalentemente a sud. In corrispondenza di queste stazioni si rinvengono
specie rare per la provincia di Verona, quali Chenopodium foliosum, Asperugo procumbens,
Descurainia sophia e Arabis nova. Questi popolamenti sono attribuibili al Lappulo-Asperugetum,
un tipo vegetazionale ancora poco osservato sul versante italiano delle Alpi. I rilievi eseguiti nella
zona del M. Altissimo sono già stati pubblicati (PROSSER, 1992), cui si rimanda per maggiori
dettagli. L’interesse di questo tipo vegetazionale è legato non solo alla sua rarità (la segnalazione
per il M. Altissimo è forse stata la prima per l’Italia), ma anche alle peculiari caratteristiche
ecologiche che lo contraddistinguono. BRAUN-BLANQUET (1948-1950) descrive il LappuloAsperugetum come l'unica associazione naturale dell'orizzonte subalpino composta
prevalentemente da specie annuali.
La sua formazione e sopravvivenza è legata alla frequentazione da parte di animali (soprattutto
ungulati) di ripari rocciosi asciutti e bene esposti; la maggior parte delle specie che compongono
quest’associazione sono zoocore, annuali e nitrofile. Esse sfruttano l’umidità della tarda primavera
per germinare e fiorire e superano la siccità estiva, notevolmente accentuata dalle condizioni
microclimatiche, per mezzo dei semi.
Rimboschimenti di conifere
In alcuni settori del sito natura 2000 sono stati effettuati nel periodo compreso tra gli anni ’60 e ’70
numerosi interventi di rimboschimento con la piantumazione soprattutto di peccio, abete bianco e
larice. Nella zona della Riserva naturale integrale “Lastoni - Selva Pezzi” questi rimboschimenti,
che forse sono stati effettuati a partire da un nucleo forestale pre-esistente, sono stati lasciati a
evoluzione naturale e oggi possono essere considerati come habitat 9410 (cfr. 2.2.2.3). Le
superfici interessate dalla presenza di larice sono abbastanza estese e localizzate in vari punti del
sito Natura 2000.
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A quote più basse, non di rado, su suolo particolarmente permeabile e in stazioni quindi soggette
ad aridità (ad esempio su frane), sono diffusi elementi della classe Erico-Pinetea, come Erica
carnea e Pinus sylvestris con coperture elevate. Queste situazioni possono essere inquadrate
nell'alleanza Erico-Pinion. Tuttavia, pinete pure a pino silvestre sembrano mancare nell'area
indagata.
I rimboschimenti a pino nero (Pinus nigra) infine, effettuati circa una cinquantina di anni fa, sono
sporadici nel sito Natura 2000 soprattutto tra i 200 e i 500 m di quota. Queste formazioni artificiali
occupano in genere superfici modeste e, almeno nella zona indagata, non sono riuscite a
soppiantare totalmente le specie arboree spontanee che crescono abbondanti nel sottobosco.
Conseguenza che invece è avvenuta in vari altri settori del M. Baldo, soprattutto meridionale.
Orno-ostrieti e querceti
Nella fascia collinare, su pendii con suoli primitivi poco evoluti la specie legnosa prevalente diventa
il carpino nero (Ostrya carpinifolia), sempre associato da minori percentuali di orniello (Fraxinus
ornus). Sporadiche sono le altre entità arboree, rappresentate soprattutto dalla roverella (Quercus
pubescens) e dal sorbo montano (Sorbus aria).
Si tratta in generale di formazioni a ceduo di ridotta densità caratterizzate da un ricco strato
erbaceo nel quale domina la Sesleria albicans, accompagnata da numerose specie di suoli
particolarmente asciutti (es: cotinus coggygria), alcune delle quali spiccatamente termofile come
Dictamnus albus. Questa tipologia forestale, mentre verso l’alto è in contatto con le faggete
termofile, alle quote inferiori sfuma in alcuni casi nella lecceta.
Sorgenti, zone umide e pozze d’alpeggio
Le sorgenti e le zone umide, anche di origine artificiale (pozze d’alpeggio), sono decisamente rare
nel sito Natura 2000 e, ovviamente, contribuiscono in modo significativo all'incremento della
ricchezza floristica e vegetazionale. Subito al di fuori dei confini del sito Natura 2000 si trova la
torbiera di Valfredda, un ambiente unico a livello non solo baldense ma anche a livello provinciale.
La torbiera, che si è formata a seguito dell’accumulo di sedimenti impermeabili limoso-argillosi sul
fondo di una dolina, è localizzata a 1288 m s.l.m. e presenta una caratteristica vegetazione
disposta in maniera concentrica (GERDOL & PICCOLI, 1980c).
Al centro è infatti presente un aggallato con sfagni su cui crescono sporadici esemplari di Salix
caprea e Betula pendula, attorniato parzialmente da una fascia di Eriophorum scheuchzeri e di
Juncus filiformis, specie generalmente legate a paludi moderatamente acide di rilievi montuosi
silicei e soprattutto di quote superiori. Le presenze baldensi sono quindi del tutto straordinarie e
costituiscono le uniche stazioni in provincia di Verona.
Esternamente è presente una fascia d’acqua libera relativamente profonda, in parte colonizzata da
Phragmites australis e da Potamogeton natans.
La periferia dalla torbiera, dove notevoli sono le oscillazioni del livello dell’acqua, elevato è il
calpestio e notevole è l’apporto di rifiuti organici ad opera del bestiame al pascolo, è occupata da
un consorzio di specie paludicole interessanti tra cui Eleocharis palustris subsp. palustris e
soprattutto Eleocharis acicularis. La torbiera meriterebbe assolutamente di essere inclusa nel sito
Natura 2000, nel caso di una futura ridefinizione dei confini.
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Terreni agricoli
Immediatamente a ridosso del confine occidentale del sito Natura 2000, generalmente al di sotto di
300-400 m soprattutto tra Macugnano e Cassone, si estende una fascia di ambienti coltivati. Tra
questi ambienti agricoli gli oliveti posti su terrazzamenti con muretti a secco, costituiscono l’aspetto
più interessante dal punto di vista naturalistico e paesaggistico. Negli oliveti più antichi e meno
concimati si possono ammirare in primavera splendide fioriture di orchidee.
Tra le più interessanti può essere citata Ophrys bertolonii subsp. benacensis, un’entità endemica
con areale ristretto alle zone collinari e calcaree delle regioni prealpine, che è stata dedicata al
Lago di Garda. Il clima particolarmente mite favorito dal Benaco permette la presenza di specie
steno-mediterranee e di entità fortemente termofile, come ad esempio Hyoseris radiata e
Anthriscus caucalis.
HABITAT NATURA 2000
Nel corso di questo lavoro è stata rivista la cartografia approvata dalla Regione Veneto
approfondendo con ulteriori sopralluoghi alcune aree sensibili. Nella sostanza sono stati effettuati
diversi aggiustamenti nei contenuti dei poligoni cartografati.
Nelle pagine che seguono sono descritti vari habitat censiti. Validissimi strumenti utilizzati per
l’interpretazione degli habitat presenti sono stati soprattutto i lavori di LASEN (2006; 2007) e il
recente Manuale Italiano di Interpretazione degli Habitat (http://vnr.unipg.it/habitat/index.jsp).
Lande alpine e boreali (Habitat 4060)
Caratteristiche: habitat assai eterogeneo, caratterizzato dalle formazioni arbustive alpine e
subalpine di ericacee e/o ginepri nani. In questo tipo confluiscono numerose cenosi che svolgono
un ruolo essenziale sia per l’impronta sia conferiscono al paesaggio, sia per il ruolo di protezione
dei suoli e dei versanti che svolgono.
Localizzazione: habitat ampiamente diffuso nel sito Natura 2000. Su versanti rupestri del piano
montano volti a solatio, Festuca alpestris forma tipici popolamenti, spesso accompagnati da
massiccia presenza di Genista radiata e di Laserpitium siler. Queste situazioni, ben caratterizzate
anche dal punto di vista fisionomico, sono state descritte da PEDROTTI (1970) come LaserpitioFestucetum alpestris. Si tratta di un'associazione endemica delle Prealpi, dove si sviluppa in
maniera ottimale tra i 1300 ed 1750 m, sempre su substrato calcareo. Nella zona indagata il
Laserpitio-Festucetum alpestris compare regolarmente su cenge ben esposte; in qualche caso
occupa però anche estesi pendii ma sempre in condizioni di suolo poco profondo con rocce
affioranti. Spesso si tratta di superfici molto limitate e perciò non cartografabili.
In condizioni ecologiche alquanto diverse si sviluppano popolamenti a Rhododendron ferrugineum
e a Rhododendron hirsutum che pure vengono qui riferiti. In genere appare chiara la distinzione tra
i popolamenti acidofili, dominati da Rhododendron ferrugineum, e quelli basifili, dominati da
Rhododendron hirsutum, anche se forme di passaggio sono tutt’altro che rare.
Dal punto di vista floristico i cespuglieti su suolo fortemente acidificato sono di un certo interesse,
in quanto ospitano alcune specie ossifile rare su un massiccio calcareo come il M. Baldo, tra cui
vale la pena di ricordare soprattutto Listera cordata. Su suolo profondo, fresco e piuttosto ricco di
azoto - spesso su scaglia rossa, biancone o rosso ammonitico - sono relativamente diffuse le
ontanete di ontano verde.
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La specie assolutamente dominante è Alnus viridis, che forma un popolamento quasi chiuso, alto
fino a tre metri; sotto questa copertura, e soprattutto in corrispondenza di piccole schiarite, può
vivere una vegetazione di alte erbe esigente in fatto di umidità e contenuto di azoto nel suolo,
come Athyrium distentiifolium, Doronicum austriacum, Peucedanum ostruthium, Rumex alpestris,
Epilobium alpestre e Geranium sylvaticum. In alcune zone sono inoltre presenti popolamenti
fisionomicamente ed ecologicamente simili alle ontanete di ontano verde, ma in cui Alnus viridis è
sostituito da Salix appendiculata; anche questi popolamenti, se contraddistinti da una buona
copertura nel sottobosco di alte erbe, sono stati qui inclusi.
Stato di conservazione: queste formazioni rappresentano spesso espressioni climatogene e sono,
quindi, molto stabili. I ripidi pendii rupestri a Genista radiata costituiscono spesso lo stadio
evolutivo successivo all’abbandono della fienagione.
Minacce: la pastorizia marginale non incide sostanzialmente a meno che non si prospetti un
consistente aumento del carico di bestiame.
Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (Mugo-Rhododendretum hirsuti) (Habitat
4070*)
Caratteristiche: le formazioni arbustive e basifile di pino mugo sono probabilmente l’espressione
più caratteristica del paesaggio dolomitico e delle Alpi sudorientali e forse ciò giustifica la qualifica
di habitat prioritario. Il diverso grado di copertura arbustiva del suolo indica la successione da stadi
più primitivi (nettamente basifili) a quelli più maturi in cui la progressiva decalcificazione è
segnalata dall’aumento di Rhododendron ferrugineum e Vaccinium sp.
Localizzazione: habitat ampiamente diffuso soprattutto nelle aree più elevate del sito natura 2000.
Stato di conservazione: le mughete basifile rappresentano un habitat assolutamente stabile e
generalmente non minacciato, dato che sul M. Baldo, ma anche in tutte le Alpi, Pinus mugo risulta
in espansione a danno di formazioni vegetali più interessanti per il maggior numero di specie
endemiche ospitate. L'espansione del mugo è dovuta alla cessazione di utilizzazione delle
mughete e alla quasi completa scomparsa del pascolo ovicaprino in alta quota. Le mughete
riescono a diffondersi ai danni di vari altri habitat citati nell'Allegato I, tra cui i seslerieti e i macereti.
Minacce: habitat non minacciato. Solo nella fascia inferiore la mugheta risulta sopraffatta in alcuni
casi dall'infittirsi della faggeta. Le stazioni dealpinizzate di bassa quota, che gravitano nella fascia
degli ostrieti, possono essere mantenute solo dal permanere di condizioni di relativa instabilità dei
versanti che si concretizzano nell’accumulo di sabbie e ghiaie.
Boscaglie subartiche di Salix spp. (Habitat 4080)
Caratteristiche: sono stati riferiti qui, in accordo con la versione del 2003 del manuale di
interpretazione degli habitat Natura 2000, i saliceti dominati da Salix waldsteiniana e da S. glabra
tipici dei macereti e dei canaloni detritici a contatto sia con le mughete, sia con le cenosi a ontano
verde e a rododendri nella fascia subalpina del M. Baldo. Visto che non è previsto uno specifico
codice per le formazioni ad Alnus viridis anche parte delle alnete miste, subigrofile e ricche di salici
sono state fatte qui rientrare.
Localizzazione: tale habitat è diffusamente presente soprattutto lungo i pendii scoscesi e i canaloni
lungamente innevati dei circhi glaciali sommitali. In alcuni casi essendo presente in modo
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discontinuo e su superfici limitate, esso è stato identificato come habitat secondario in mosaico con
altri codici.
Stato di conservazione: le comunità pioniere, che caratterizzano questo habitat, possono essere
relativamente stabili per il persistere dei fattori ecologici che hanno favorito la loro affermazione. Si
tratta di un habitat in ottime condizioni di conservazione.
Minacce: Habitat non minacciato.
Formazioni erbose calcicole rupicole o basofile dell’Alysso-Sedion albi (Habitat 6110 *)
Caratteristiche: habitat prioritario, relegato ai pratelli xerici pionieri dell'Alysso-Sedion che
colonizzano nicchie di modesta superficie in corrispondenza di affioramenti rupestri calcarei o
comunque basifili, in stazioni xerotermofile in cui spiccano specie adattate per superare la forte
aridità del periodo estivo e le rilevanti escursioni termiche. Le maggiori specie edificatrici sono le
borracine (Sedum album, S. sexangulare, S. rupestre), alle quali si accompagnano altre specie di
alleanza, ordine e classe (tra cui spiccano Erophyla verna, Saxifraga tridactylites, Cerastium
semidecandrum, Minuartia hybrida).
Localizzazione: per sua natura è un habitat difficilmente cartografabile sia per le superfici
limitatissime sia per la mosaicatura con altre tipologie vegetazionali. Nel sito natura 2000 evidenti
infatti sono i rapporti dinamici e spaziali con i prati aridi da un lato e con le comunità casmofitiche
delle rupi dall’altro.
Stato di conservazione: si tratta di comunità primitive, legate a suoli sempre sottili, finemente
scheletrici (sabbia e ghiaietto calcareo), ad elevata permeabilità, che possono conservarsi solo se
permangono i fattori estremi che impediscono l’evoluzione del suolo. L’intensivizzazione delle
colture, nel sito natura 2000 rappresentate soprattutto dagli oliveti, potrebbe determinare la
distruzione di una buona percentuale di questo interessantissimo habitat.
Minacce: nel sito natura 2000 la principale minaccia è rappresentata dall’abbandono delle forme di
agricoltura e pastorizia tradizionali che favorisce il ritorno del bosco.
Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine (Habitat 6170)
Caratteristiche: habitat complesso che raggruppa sia le formazioni erbacee dei substrati
carbonatici, localizzate generalmente oltre il limite della foresta, sia aree di pascolo, tradizionale ed
estensivo, a livello subalpino. GERDOL & PICCOLI (1982) mettono in evidenza, nell'ambito dei
“seslerieti” delle zone più elevate della catena del Telegrafo, un aggruppamento a Ranunculus
alpestris e Carex sempervirens, che caratterizza i pendii esposti a settentrione, con tendenza di
transizione verso l’ordine Arabidetalia coeruleae e l’alleanza Caricion firmae. Qui sono inclusi
anche gli ambienti nivali, ben sviluppati nel sito natura 2000 alla testata dei circhi glaciali del
versante gardesano.
I fattori naturali concorrono a determinare successioni e stadi seriali, dagli aspetti più primitivi, sulle
falde detritiche ancora poco consolidate, a quelli più maturi (copertura erbacea totale, suolo più o
meno acidificato nell’orizzonte superiore, invasione di specie legnose soprattutto in assenza di
pascolo). I differenti tipi di questo habitat formano spesso un mosaico di aspetti vegetazionali che
derivano dalle condizioni microclimatiche e topografiche. L’importanza paesaggistica, floristica (es:
Astragalus depressus, Chamorchis alpina, Lloydia serotina e Geranium argenteum) e
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vegetazionale di questo codice è certamente arricchita dalla secolare presenza di attività
antropiche legate al pascolo.
Localizzazione: questo habitat rappresenta l'elemento del paesaggio più tipico delle zone elevate
del sito natura 2000. Nelle aree sommitali esiste qualche tratto di prateria verosimilmente primaria.
Non può essere però escluso che nel postglaciale durante i periodi di maggiore innalzamento
termico anche la zona culminale del M. Baldo fosse completamente coperta da vegetazione
almeno arbustiva; in questo senso si è già espresso ad esempio MELCHIOR (1936). Il
disboscamento e il pascolo hanno fatto sì che questo habitat si potesse espandere anche a quote
inferiori, dove entra in contatto con altre praterie secondarie. Nel sito natura 2000 l'aggruppamento
a Ranunculus alpestris e Carex sempervirens, è frammentario ed è quindi ben difficilmente
cartografabile.
Stato di conservazione: i popolamenti d’alta quota mostrano una sostanziale stabilità legata ai
processi dinamici naturali quali il consolidamento delle falde detritiche da un lato e i nuovi
scoscendimenti dall’altro. A quote più basse, invece, la concorrenza delle ericacee e delle camefite
è forte e la riduzione del pascolamento (anche di selvatici) le favorisce.
Minacce: habitat minacciato a quote inferiori dalla concorrenza dei cespugli che sono favoriti dalla
riduzione del pascolamento. Viceversa se il pascolamento (ovino in particolare) è eccessivo si
favoriscono le specie nitrofile. Presenza di forte disturbo antropico per eccessivo calpestio nelle
zone frequentate maggiormente dai turisti.
Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo
(Festuco-Brometalia) (Habitat 6210 * con stupenda fioritura di orchidee)
Caratteristiche: in questo codice sono incluse formazioni erbacee, o parzialmente cespugliate, da
secche a mesofile, comunque asciutte, diffuse dalle pendici collinari alla fascia montana,
eccezionalmente fino a quasi 2000 m di quota. L’habitat diventa prioritario solo se rappresenta un
importante sito per la presenza delle orchidee. Si tratta di formazioni secondarie ad eccezione
delle pendici rupestri e dei siti estremamente aridi dove si possono notare nuclei primari in cui
l’evoluzione del suolo è di fatto impedita. Tra gli aspetti più interessanti presenti nel sito natura
2000 rientrano i prati xerici a Bromus condensatus che compaiono in stazioni soleggiate e ventose
di pendii a medio-alta inclinazione, con suoli sottili ad elevata aridità edafica e i prati magri a
Bromus erectus, impreziositi da una stupenda fioritura di orchidee.
Localizzazione: nel sito natura 2000, dove costituisce un habitat tutt’altro che diffuso, si localizza in
pochi settori della fascia collinare.
Stato di conservazione: i prati aridi e semiaridi sono in evidente contrazione nel sito natura 2000.
Nella maggior parte dei casi queste formazioni rappresentano infatti cenosi antropogene ottenute
mediante disboscamento ed eventualmente, terrazzamento del pendio. Il loro utilizzo in passato si
collegava al pascolo ovicaprino e allo sfalcio (spesso in consociazione, ad esempio nelle olivaie),
nell'ambito quindi di un'agricoltura tradizionale. Le moderne esigenze di mercato spingono verso la
conversione dei prati magri in prati pingui (Arrhenatherion) mediante concimazione e irrigazione,
ovvero, più spesso, verso l'abbandono di questi ambienti poco produttivi, con conseguente inizio
dell' incespugliamento spontaneo. La diffusione dei cespugli è preceduta, nel tempo e nello spazio,
dalla diffusione di megaforbie termofile del Geranion sanguinei, come Vincetoxicum hirundinaria,
Dictamnus albus, Brachypodium rupestre e, ovviamente, Geranium sanguineum. La comparsa di
queste specie nella composizione floristica dei prati magri (in particolare del Mesobromion) è
quindi un chiaro segnale di incespugliamento.
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Minacce: habitat minacciato sia dall’intensivizzazione delle colture, sia soprattutto dall’abbandono
delle tradizionali pratiche agro-pastorali. La “chiusura” dei prati magri può avvenire per
l'avanzamento dei margini nemorali oppure per lo sviluppo, all'interno dei prati stessi, di nuclei
cespugliosi pionieri, spesso a partire da discontinuità della cotica erbosa (es: vecchi muretti a
secco, piccoli affioramenti di roccia).
Formazioni erbose a Nardus, ricche di specie, su substrato siliceo delle zone montane (e delle
zone submontane dell’Europa continentale) (Habitat 6230*)
Caratteristiche: habitat caratterizzato da formazioni erbacee perenni chiuse, asciutte o mesofile,
ricche di specie e con Nardus stricta dominante, che si sviluppano anche su suoli relativamente
profondi (dilavati e decarbonati) originatesi da substrati a matrice carbonatica. Ai fini di Natura
2000 il loro riconoscimento non comporta difficoltà interpretative, trattandosi di un habitat formato
da un gruppo di specie ben segregato ed identificabile. Oltre ad essere un habitat prioritario,
costituisce una comunità vegetale localmente molto interessante in quanto ospita specie acidofile,
non comuni in una catena costituita da rocce basiche come il M. Baldo. Sono escluse da questo
codice le situazioni irreversibilmente degradate generate dall’eccessivo carico pascolante.
Localizzazione: diversi autori hanno censito e cartografato questo habitat sul M. Baldo, dove
costituisce un ambiente relativamente poco diffuso. Per il sito natura 2000 LAZZARIN (2000)
indica che questa tipologia vegetazionale è presente nella parte settentrionale della riserva
Lastoni-Selva Pezzi lungo la dorsale a nord di Cima Pozzette. Un bell’esempio di nardeto si trova
nella zone pianeggiate nei pressi di Bocca delle Scalette.
Stato di conservazione: i nardeti in oggetto sono praterie di origine secondaria, che possono
essere mantenuti solo dalle tradizionali pratiche colturali, che nel caso specifico sono
rappresentate prevalentemente dal pascolamento. All’interno del sito natura 2000 in alcune
situazioni l’assenza di cure colturali sta favorendo l’evoluzione di questo habitat verso i rodorovaccinieti, le mughete, le alnete a ontano verde e le formazioni di ginepri e di rose di macchia.
Minacce: il sovrapascolamento e soprattutto l’abbandono costituiscono le principali minacce per
questo habitat.
Bordure planiziali, montane e alpine di megaforbie idrofile (Habitat 6430)
Caratteristiche: questo habitat, fra i più eterogenei per composizione floristica con comunità
rientranti in almeno 4 classi fitosociologiche, risulta in generale per Natura 2000 ben riconoscibile
fisionomicamente ed ecologicamente. Si tratta di un habitat spesso collegato alla dinamica
forestale che comprende comunità di alte erbe esigenti in fatto di umidità e contenuto di azoto nel
suolo (es: Athyrium distentiifolium, Doronicum austriacum, Peucedanum ostruthium, Rumex
alpestris, Epilobium alpestre, Geranium sylvaticum ecc.) che popolano soprattutto le radure e i
margini boschivi.
Localizzazione: nel sito natura 2000 è un habitat che ha un ruolo importante nella caratterizzazione
del paesaggio: si trova soprattutto su suolo profondo, fresco e piuttosto ricco di azoto, spesso su
scaglia rossa, biancone o rosso ammonitico, spesso in contatto e in tensione con habitat forestali.
Stato di conservazione: habitat quasi sempre in tensione con ambiti forestali e quindi strettamente
dipendente da questi. Significativi sono gli esempi presenti nella Riserva naturale integrale “Lastoni
- Selva Pezzi”, in corrispondenza delle numerose schiarite originatesi da schianti naturali. In alcune
situazioni orografiche che determinano accumulo di nutrienti e lunga durata dell’innevamento,
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stante le condizioni ecologiche di partenza, questo codice rappresenta una comunità relativamente
stabile e durevole, dove possono essere presenti specie anche rare e minacciate.
Minacce: di norma questo habitat non è soggetto a particolari pressioni di utilizzazione e viene anzi
considerato alla stregua di “incolto improduttivo”. Strettamente legato alla dinamica dei
popolamenti boschivi in ambienti freschi e relativamente umidi, mostra elevata capacità di
adattamento.
Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis) (Habitat
6510)
Caratteristiche: rientrano in questo codice i prati falciati ricchi di specie, su terreni moderatamente
fertilizzati, diffusi dal fondovalle all'orizzonte submontano. Questi prati sono caratterizzati da belle
fioriture e vengono falciati, solo dopo la fioritura delle erbe, di regola non più di due volte l’anno.
Essi corrispondono sostanzialmente, nel nostro territorio, agli arrenatereti.
Localizzazione: nel sito natura 2000 prati falciati di bassa quota sono presenti solo presso S.
Michele e in loc. Pastagno. Si tratta di prati piuttosto pingui concimati e falciati una/due volte
all’anno, caratterizzati da una discreta copertura di Arrhenatherum elatius. In queste due loc. i
lembi di prateria meno raggiungibili e più ripidi sono invece pascolati.
Stato di conservazione: il prato falciato è stato un fattore determinante per l’economia fondata sul
sistema foraggero-zootecnico. Oggi, poiché il fieno è meno importante nella dieta dei bovini, il
comparto zootecnico ha portato all’abbandono di alcune aree prative. Le condizione di
conservazione di questo habitat nel sito natura 2000 è in generalmente buona.
Minacce: tutti i prati falciati di questo tipo sono formazioni secondarie mantenute dalla gestione. In
assenza di regolari falciature, l’ingresso di specie legnose e la successiva affermazione del bosco
è inevitabile, anche in tempi rapidi. In seguito ad abbandono, aceri e frassini sono competitivi in
stazioni umide e fresche, mentre pioppo tremulo, betulla e conifere in stazioni più magre e acide.
In assenza di concimazioni, ma con regolare falciatura, l’evoluzione è verso il brometo.
Praterie montane da fieno (Habitat 6520)
Caratteristiche: rientrano in questo codice i prati mesofili ricchi di specie, falciati di regola solo una
volta l’anno (talvolta anche un turno di pascolo in tarda estate-autunno), situati a quote più elevate
(sopra i 1200 m), e quindi meno termofili, di quelli contraddistinti dal precedente codice. Essi
corrispondono ai cosiddetti triseteti e hanno composizione floristica variabile. I triseteti
rappresentano il risultato di un delicato equilibrio derivante da forme di utilizzo tradizionale dei suoli
montani.
Localizzazione: nel sito natura 2000 si trovano solo alla Prada di Malcesine in prossimità di casère,
maggenghi e piccole abitazioni.
Stato di conservazione: si tratta di magnifici prati falciati che rappresentano uno degli aspetti più
interessanti di tutto il M. Baldo e forse rientrano tra i prati falciati migliori dal punto di vista
naturalistico dell’intera provincia di Verona che non a caso ospitano il re di quaglie.
Minacce: tutti i prati falciati di questo tipo sono formazioni secondarie mantenute dalla gestione. In
assenza di regolari falciature, l’ingresso di specie legnose e la successiva affermazione del bosco
è inevitabile, anche in tempi rapidi.
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Sorgenti pietrificanti e stillicidi a bassa quota (Habitat 7220 *)
Caratteristiche: la direttiva “Habitat” ha individuato come prioritario questo habitat che comprende
comunità vegetali a netta dominanza di briofite che popolano sorgenti a portata costante con
acque ricche di soluti calcarei e in cui è presente un’attiva formazione di tufo o travertino. I
parametri di tipo fisico e geomorfologico sono più evidenti di quelli floristici.
Localizzazione: nel sito natura 2000 le poche sorgenti pietrificanti con formazione di travertino,
anche se spesso difficili da cartografare per l’esiguità della superficie che occupano, si trovano in
anfratti rocciosi stillicidiosi e termofili.
Stato di conservazione: habitat che in assenza di perturbazioni va considerato lungamente
durevole. In alcuni casi però si assiste ad un ingresso eccessivo di fanerogame forse dovuto alla
riduzione di apporto idrico.
Minacce: la minaccia principale è rappresentata da captazioni e intercettazioni della falda freatica.
Ghiaioni calcarei e scisto-calcarei montani e alpini (Thlaspietea rotundifolii) (Habitat 8120)
Caratteristiche: questo codice comprende sul M. Baldo le comunità vegetali microterme che
popolano i detriti di origine carbonatica (inclusi marne e calcescisti), dalla fascia montana alle vette
più elevate. Le specie floristiche che colonizzano questo habitat, come ad esempio Linaria alpina e
Thlaspi rotundifolium, presentano in generale stoloni allungati e sottili, che rappresentano un
adattamento morfologico per sopravvivere in un substrato sciolto e in continuo movimento. Nel sito
natura 2000 l’entità sicuramente più interessante dal punto di vista fitogeografico è Alyssum
ovirense, perchè la popolazione della Valdritta è attualmente l’unica stazione nota ad ovest del
Fiume Adige. Nei macereti lungamente innevati, assieme alle specie tipiche delle conche nivali su
calcare Gnaphalium hoppeanum, Salix herbacea e Sibbaldia procumbens, si possono rinvenire
Achillea oxyloba subsp. oxyloba, Galium baldense e Pritzelago alpina subsp. austroalpina, tre
entità endemiche delle Alpi orientali.
Localizzazione: nel sito natura 2000 ghiaioni attivi sono diffusi lungo i versanti che degradano dalle
vette sommitali. Tali ambienti rientranti nell’ordine Thlaspietalia rotundifolii sono spettacolari ed
interessanti e rappresentano uno degli aspetti maggiormente tipici della catena baldense. Gli
esempi migliori sono quelli che si sviluppano verso il Lago di Garda, a partire dalle creste e dai
circhi glaciali sommitali come ad esempio nella Val d’Angual, nella Val Finestra, nella Valdritta,
nella Val Larga, nella Valle degli Ossi e nella Valle delle Pre.
Stato di conservazione: l’incessante azione dell’erosione dell’acqua e dei cicli di gelo e disgelo
comportano il continuo rimodellamento della morfologia dei ghiaioni. Come per tutti gli ambienti
detritici, pur lontani da una situazione climacica, le possibilità evolutive sono molto ridotte nel caso
si mantengano i fenomeni che hanno generato la falda detritica e lo scoscendimento. In alcuni
casi, soprattutto nella aree a contatto con ambienti boscati sono presenti alcuni lembi di ghiaione in
via di stabilizzazione.
Minacce: se si esclude il caso in cui un intervento preveda la distruzione diretta del sito i detriti
sono per la loro natura poco vulnerabili.
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Ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termofili (Habitat 8130)
Caratteristiche: in questo tipo si comprendono le comunità vegetali pioniere, dei substrati calcarei e
marnosi, che popolano le falde detritiche e gli scoscendimenti pietrosi della fascia collinare e
montana del M. Baldo, con possibili risalite in quota, nelle stazioni più secche e termofile.
Localizzazione: nel sito natura 2000 rientrano qui i ghiaioni dell’alleanza Stipion calamagrostis, che
raggruppa i ghiaioni maggiormente termofili. Di questo sintaxon fa parte il Festucetum spectabilis,
associazione endemica delle Prealpi (PEDROTTI, 1970) presente in forma piuttosto tipica ad
esempio nell'alta Val Cantone, dove compare anche Geranium macrorrhizum. È stato inoltre
osservato il Galeopsietum angustifoliae - appartenente sempre dell’alleanza Stipion calamagrostis
- in alcuni tratti piuttosto disturbati di ghiaioni termofili nei pressi loc. Granei a monte di Cassone e
nella bassa Val d’Angual.
Stato di conservazione: come per tutti gli ambienti detritici, pur lontani da una situazione climacica,
le possibilità evolutive sono molto ridotte nel caso si mantengano i fenomeni che hanno generato
la falda detritica e lo scoscendimento. In alcuni casi, soprattutto nella aree a contatto con ambienti
boscati sono presenti alcuni lembi di ghiaione in via di stabilizzazione.
Minacce: se si esclude il caso in cui un intervento preveda la distruzione diretta del sito i detriti
sono per la loro natura poco vulnerabili.
Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica (Habitat 8210)
Caratteristiche: questo codice include la vegetazione casmofitica delle fessure delle pareti rocciose
calcaree. In ambiente rupestre si colloca di regola una buona percentuale dell’elemento endemico
tipico del sito natura 2000. Esempio di casmofite endemiche censite nel sito natura 2000 sono
Physoplexis comosa, Saxifraga tombeanensis, S. petraea, Potentilla nitida, Paederota bonarota e
Bupleurum petraeum. Le rupi rappresentano quindi uno degli aspetti vegetazionali maggiormente
apprezzabili dell'area. La ricchezza di elementi endemici giustifica l’esistenza dell’alleanza
Androsaco-Drabion tomentosae a distribuzione sudalpina (MUCINA, IN MUCINA et al., 1993). Il
Potentilletum caulescentis è l’associazione rupicola maggiormente rappresentata; essa copre
pressoché tutte le rupi, dalle zone più basse fino a quasi 2000 m. Questa associazione è piuttosto
variabile, soprattutto in rapporto all'esposizione: le rupi più ombrose ospitano infatti specie più
mesofile, come Physoplexis comosa, mentre le rupi più assolate ospitano preferenzialmente
specie più xerofile, come Hieracium amplexicaule, Leontodon incanus, Bupleurum petraeum. In
corrispondenza di pareti rocciose fresche ed ombrose, la vegetazione è caratterizzata dall’elevata
copertura di Cystopteris fragilis subsp. fragilis e subsp. alpina e di Saxifraga mutata. Al di sopra dei
1800 m compare Potentilla nitida, che è la specie caratteristica del Potentilletum nitidae,
associazione che sul M. Baldo, secondo GERDOL & PICCOLI (1982), è presente, seppur in una
forma molto impoverita rispetto alle Dolomiti di Lienz, dove questa associazione è stata descritta
per la prima volta.
Localizzazione: questo habitat è molto diffuso nel sito natura 2000 e interessa diverse fasce
vegetazionali, dal fondovalle fino alle quote più elevate.
Stato di conservazione: la vegetazione delle pareti verticali rappresenta un valido esempio di
comunità pioniera destinata a rimanere tale per periodi molto lunghi.
Minacce: se si escludono interventi di distruzione del sito, non vi sono particolari rischi connessi
alla conservazione di questo habitat.
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Pavimenti calcarei (Habitat 8240 *)
Caratteristiche: questo habitat interessa sia aree carsiche con lastroni calcarei, variamente
fessurati e ricoperti da vegetazione pioniera ma anche, localmente, sinusie tipiche di suoli più
profondi che si accumulano nelle sacche e negli interstizi. Più che per la presenza di specie rare, si
tratta di un habitat rilevante dal punto di vista paesaggistico. La struttura verticale è normalmente
divisa in due strati: uno strato dominante erbaceo, alto al massimo mezzo metro e uno strato
arbustivo, alto qualche decina di centimetri. Anche se la letteratura fitosociologica disponibile è
limitata, i tipi di riferimento sono da ricercare nelle associazioni delle rupi calcaree (Potentillietalia
caulescentis); sono anche presenti frammenti di aggruppamenti delle praterie (Brometalia erecti) e
di aggruppamenti arbustivi (Prunetalia).
Localizzazione: nel sito natura 2000 questo habitat è stato individuato in zone di quota medio
elevata nelle formazioni geomorfologiche a campi solcati a crepacci con strati sub orizzontali
(Karren Felder), individuabili sul versante gardesano del M. Baldo.
Stato di conservazione: questo tipo di vegetazione rupestre rappresenta un valido esempio di
comunità pioniera destinata a rimanere tale per periodi molto lunghi.
Minacce: se si escludono interventi di distruzione del sito, non vi sono particolari rischi connessi
alla conservazione di questo habitat.
Grotte non ancora sfruttate a livello turistico (Habitat 8310)
Caratteristiche: questo habitat include grotte non ancora aperte alla pubblica fruizione, compresi i
corpi idrici sotterranei, che ospitano specie tipiche o endemiche o che sono di primaria importanza
per la conservazione delle specie dell'Allegato II (per esempio pipistrelli e anfibi). Ogni anno, nel
territorio del sito natura 2000 molte delle cavità inventariate, vengono anche indagate dal punto di
vista biologico e, in alcune di esse sono state scoperte, anche di recente, specie nuove per la
scienza. Si tratta per lo più di elementi endemici, assai specializzati alla vita sotterranea.Si rimanda
al paragrafo 2.2.4.6 Grotte, fauna troglobia e delle sorgenti per ulteriori approfondimenti.
Faggeti dell’Asperulo-Fagetum (Habitat 9130)
Caratteristiche: questo habitat comprende le faggete fertili dei suoli a reazione neutra (o quasi),
con humus dolce di tipo mull, pure o miste con conifere (soprattutto nella fascia montana più
elevata). Esse sono distribuite nell’Europa centrale e atlantica e sono caratterizzate da uno strato
erbaceo ricco di specie. Si tratta di ambienti di rilevante valenza paesaggistica.
Localizzazione: nel sito natura 2000 molto interessanti sono le faggete miste con abete rosso e
abete bianco lasciate ad evoluzione naturale presenti nella Riserva Lastoni - Selva Pezzi, che
sono diffuse fin verso i 1700 m di altitudine. Nelle zone di quota più bassa sono sicuramente
presenti altre tipologie di faggeta. Zone acclivi e soggette ad una certa aridità sono interessate da
faggete termofile, che un tempo venivano inquadrate nell’alleanza Carici-Fagetum. Qui il faggio si
mescola con specie più termofile tra cui soprattutto Ostrya carpinifolia. Nello strato erbaceo non di
rado è diffusa Carex alba.
Stato di conservazione: le faggete sono una cenosi lungamente durevole e quindi godono di
un'elevata stabilità.
Minacce: l'eccesso di calpestio può generare degrado, rilevato da eutrofizzazione con specie
banali e nitrofile.
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Faggete illiriche di Fagus sylvatica (Habitat 91K0)
Caratteristiche: rientrano qui le foreste di faggio delle Dinaridi e ambiti limitrofi con irradiazioni nelle
Alpi sudorientali e nelle colline pannoniche. In tali ambiti sono spesso a contatto con le faggete
centroeuropee. Rispetto a queste è molto più elevata la diversità floristica. La sin sistematica delle
faggete nelle Prealpi veronesi e trentine è ancora in parte da chiarire. Rimane soprattutto da
valutare l’opportunità di inserirle nell’alleanza illirica dell’Aremonio-Fagion invece che nell’alleanza
Fagion, come fino ad ora accettato. Recenti lavori (POLDINI & NARDINI, 1993) indicano infatti
proprio il M. Baldo come verosimile limite occidentale dell’Aremonio-Fagion. Dal punto di vista
fitogeografico la sovrapposizione di elementi orientali ed occidentali appare evidente.
Localizzazione: assieme alle praterie, le faggete sono le formazioni vegetali che maggiormente
caratterizzano il paesaggio baldense. Gli esempi più spettacolari si hanno in corrispondenza delle
faggete secolari caratterizzate spesso da buone fertilità. Il sottobosco può essere impreziosito da
geofite interessanti tra cui Cardamine heptaphylla, un’entità occidentale, qui al limite orientale
dell’areale. Nel sito natura 2000 faggete di impronta illirica sono presenti ad esempio tra la Bocca
di Navene e la Bocca delle Scalette.
Stato di conservazione: le faggete sono una cenosi lungamente durevole e quindi godono di
un'elevata stabilità.
Minacce: l'eccesso di calpestio può generare degrado, rilevato da eutrofizzazione con specie
banali e nitrofile.
Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion (Habitat 9180 *)
Caratteristiche: rientrano qui i boschi di forra (Tilio-Acerion) dominati da latifoglie nobili quali Acer
pseudoplatanus, Ulmus glabra, Fraxinus excelsior e Tilia cordata e dal sottobosco caratterizzato
da estese popolazioni di felci di grandi dimensioni. Nel sito natura 2000 tra le varie pteridofite è
stato censito il poco comune Polystichum setiferum.
Localizzazione: nel sito natura 2000 si sviluppano soprattutto sul versante occidentale del M. Baldo
nelle profonde incisioni vallive, incuneate tra i famosi e giganteschi “ferri da stiro”. La Valle Perara,
la Valle dei Mulini, la Valle del Torrente, la Valle Lunga, la Valle Mezzana, la Valle delle Nogare e
la Valle dei Trovai costituiscono senza dubbio gli ambiti territoriali più aspri e selvaggi del M. Baldo.
Stato di conservazione: viste le particolari condizioni orografiche in cui questo habitat si sviluppa, i
boschi di forra del sito natura 2000 sono stabili.
Minacce: habitat non minacciato sia per i fattori ecologici estremi che lo contraddistinguono, sia per
la localizzazione in ambiti di problematico accesso che quindi hanno di fatto limitato l’utilizzazione
forestale.
Foreste di Quercus ilex e Quercus rotundifolia (Habitat 9340)
Caratteristiche: questo codice include anche le leccete extrazonali distribuite attorno al Lago di
Garda. Anche se l’inquadramento fitosociologico resta controverso LASEN (2006) sostiene che ai
fini Natura 2000 ciò è assolutamente ininfluente e che tutte le diverse situazioni sono qui
riconducibili. La lecceta assume in particolare un notevole significato fitogeografico ed ecologico,
quale presenza disgiunta rispetto al suo areale mediterraneo. A causa della densa chioma
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sempreverde, che lascia filtrare poca luce e delle foglie coriacee che si decompongono
lentamente, il sottobosco della lecceta è poverissimo di specie.
Localizzazione: nel sito natura 2000 molte significative sono le formazioni della zona di Navene
incluse nella riserva integrale “Gardesana orientale”. Nella “Lecceta di Navene” questo habitat è
diffuso, non solo in ambiente rupestre ma anche come formazione arborea di versante su suolo
relativamente evoluto. In alcuni casi la lecceta presenta un sottobosco simile a quello degli
ornoostrieti e quindi il codice 9340 va associato ad un “non habitat” ai sensi della direttiva.
Stato di conservazione: per le sue caratteristiche la lecceta è un habitat sostanzialmente stabile e
poco vulnerabile.
Minacce: la gran parte delle leccete incluse nel sito natura 2000 rientrano nella riserva integrale
“Gardesana orientale” e quindi non sono minacciate nemmeno dalle ceduazioni che potrebbero
favorire l’orniello e il carpino nero.
Foreste acidofile montane e alpine di Picea (Vaccinio-Piceetea) (Habitat 9410)
Caratteristiche: sono stati riferiti qui i piceo-abieteti presenti nella zona della riserva naturale
integrale “Lastoni - Selva Pezzi”. Anche se forse, almeno in parte, costituiscono formazioni
artificiali, questi boschi sono stati lasciati ad evoluzione naturale e per questo sono diventati molto
interessanti perché caratterizzati dalla presenza di notevoli quantità di legno morto. Lo strato
arboreo è costituito essenzialmente da abete bianco e peccio, con esemplari anche ultracentenari,
ai quali sporadicamente si aggiunge il faggio. Negli strati arbustivo ed erbaceo predominano le
specie delle faggete pur non mancando entità delle peccete (LAZZARIN, 2000). Si tratta
verosimilmente dell’unico esempio di questo codice in provincia di Verona.
Localizzazione: nel sito natura 2000 si localizza all’interno della riserva naturale integrale “Lastoni Selva Pezzi”.
Stato di conservazione: il rilascio ad evoluzione naturale ha determinato ampie porzioni di foresta
caratterizzati da elevata naturalità.
Minacce: habitat non minacciato.
HABITAT DI SPECIE
Sono qui di seguito indicati in tabella gli habitat di specie (secondo la concezione Natura 2000 e
non secondo i criteri IUCN che non sembrano rispondenti alle finalità del presente piano di
gestione) delle entità elencate negli allegati delle Direttive 92/43 CEE e 2009/147/CE. Per
approfondimenti riguardanti le specie e/o le comunità vegetali riportate in tabella si rimanda ai
capitoli relativi e agli allegati dove, per le specie meritevoli, sono anche stati cartografati gli ambiti
territoriali di presenza potenziale. Per gli Uccelli, con la sigla (NI) significa che in quel determinato
habitat la specie nidifica, mentre la sigla (T), usata solo per l'aquila reale, sottolinea che quel
determinato habitat è utilizzato dalla specie solo per motivi trofici. Si è ritenuto opportuno non
riportare in tali tabelle le specie potenzialmente presenti, quelle che nell'area sono state osservate
solo una volta (es: gipeto, lince) e quelle presenti solamente durante le migrazioni e avvistate
principalmente in volo di trasferimento.
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Tabella 3.2/I: Habitat di specie delle entità elencate negli allegati delle Direttive 92/43 CEE e 2009/147/CE
4
INTERAZIONE NEI SECOLI TRA BALDO “HORTUS EUROPAE” ED ATTIVITA’
ANTROPICA
Sono molto numerosi, oggi come nel recente passato, gli studiosi del mondo vegetale che hanno
indirizzato le loro ricerche, ora floristiche, ora fitosociologiche, sul massiccio del Monte Baldo,
rinverdendo e continuando così una tradizione iniziata nel XVI secolo dal Calzolari e dal Pona, che
sono un po' i capostipiti, e per di più veronesi, di una lunga serie che comprende botanici sia
italiani che stranieri: si ricordano, tra l'altro, Bauhin, Ray, Fra Fortunato da Rovigo, Micheli,
Pontedera, Séguier, Moreni, Arduino, nativo di Caprino, Turra, Pollini, A. e C. Massalongo, Goiran.
Chi più, chi meno, tutti però hanno contribuito ad arricchire, con le loro opere e con le loro raccolte,
la conoscenza della flora e della vegetazione del M. Baldo, l'Hortus Europae degli antichi erboristi.
A questo punto viene quasi di rigore chiedersi: perchè tanto interesse nei riguardi del M. Baldo e
molto meno invece per gli altri monti che gli sono vicini? Quali requisiti insoliti propone questa
catena montuosa così da essere famosa ovunque?
Nell'ambito del territorio veronese, ad esempio, i primi ad aver subito una notevole penalizzazione
sono stati i Monti Lessini. Bisogna, infatti, arrivare al 1800 col Pollini per avere qualche scritto che
illustri abbastanza da vicino la flora di questo settore montuoso della provincia veronese. Soltanto
recentemente si sono intrapresi studi e ricerche sulla vegetazione dei prati e dei pascoli del
comprensorio lessineo e del vicino gruppo del Carèga, dai quali sembra risultare una notevole
ricchezza di flora per nulla inferiore a quella corrispondente della catena baldense. Non v'è dubbio
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che il settore montano orientale del territorio veronese ha sofferto notevolmente del proprio
decentramento geografico rispetto alle più importanti vie di comunicazione, mentre il M. Baldo in
questo senso ne è stato, nel corso dei secoli, di gran lunga favorito. La facilità d'accesso anche in
tempi in cui sentieri e strade potevano essere poco agevoli e la scontata attrattiva del Lago di
Garda hanno richiamato dal 1500 in poi erboristi, botanici, floristi e fitosociologi che hanno trovato
e trovano tuttora nell'ambiente baldense un raro esempio di seriazione vegetazionale in uno spazio
relativamente ristretto.
L'escursus di duemila e più metri dal lago alle vette più alte mostra, infatti, in rapido avvicendarsi
classici esempi di vegetazione macrofitica acquatica, di vegetazione di tipo pseudomediterraneo e
via via quindi aspetti di vegetazione montana e subalpina.
L'insediarsi nella fascia pedemontana prospiciente il Garda (ed è questo l'aspetto più eclatante) di
un ben preciso tipo di vegetazione, derivante da un complesso floristico di chiara tendenza
xerofila-termofila (di ambiente cioè secco-caldo), presuppone che in questa zona si siano verificate
condizioni climatiche i cui effetti, ben osservabili anche attualmente, costituiscono senz'altro una
certa anomalia; basta invero raffrontare la vegetazione che ricopre l'orizzonte submontano non
solo del territorio di Brenzone, ma dell’intero versante da S. Vigilio a Navene, con quello di un altro
luogo prealpino che insista sul medesimo orizzonte, per esserne convinti. Emerge, così, chiara la
prerogativa del Baldo. Si esamini per semplificazione la presenza del leccio (Quercus ilex) talvolta
assai cospicua; sicuramente è l'esempio più macroscopico, non ci sono dubbi, però tale essenza
sarebbe del tutto inutile cercarla allo stato spontaneo nel settore lessineo. Se ne deduce quindi
che dal punto di vista botanico la differenza tra i due maggiori complessi montuosi del territorio
veronese è questa: il Monte Baldo presenta nella serie vegetazionale un orizzonte in più, quello
«submediterraneo» che ostenta specie atipiche per la sua collocazione geografica, ma non
esclusive. Esasperando ancor più questo concetto, si potrebbe dire che su tutto il Monte Baldo non
cresce a livello di specie pressoché alcuna forma ad esso circoscritta. Vale a dire che questo
massiccio è ricchissimo di specie, ma nessuna ne è endemica in senso stretto. Nel comprensorio
baldense, in località Campiani di Garda, cresce una cariofillacea, Gypsophila papillosa, il cui areale
è limitato alla località stessa; trattasi quindi di un endenismo puntiforme. Gypsophila papillosa è
però nota esclusivamente agli studiosi. Più che per la presenza di specie rare, l'Hortus Europae è
ricco di gloria e di fama per la ricchezza delle stesse che determinano progressivamente la
vegetazione lacustre, quella di tipo submediterraneo, quella montana e quella subalpina ed alpina,
limitata quest'ultima alle quote più elevate.
4.1 VICENDE GEOCLIMATICHE E PECULIARITÀ VEGETAZIONALI
Per i motivi in precedenza accennati, il versante del Baldo degradante sul Garda è il più
interessante, poiché quello orientale ricalca pressappoco gli schemi vegetazionali delle nostre
zone. Il fatto che sullo stesso versante allignino specie dalle esigenze climatiche così differenti,
non solo, ma anche esempi di flore cosi diverse, presuppone che questo particolare ambiente
abbia subito nel corso dei tempi vicissitudini geoclimatiche di notevole portata.
Da numerose testimonianze si può dedurre che durante l'Era Terziaria il clima di queste latitudini si
mantenne piuttosto caldo, quasi tropicale nell'Eocene circa 50 milioni di anni fa, temperato caldo
nel Pliocene circa un milione di anni fa, tanto che alcune regioni dell'Europa centrale poterono
ospitare specie di ambiente attuale subtropico e tropico (albero della canfora, magnolie, alloro
ecc.) che complessivamente dettero origine alla flora arctoterziaria.
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Non bisogna dimenticare che nel corso del Terziario un enorme movimento orogenetico portò alla
formazione di catene montuose, tra cui le Alpi, e di conseguenza all'instaurarsi della flora alpino
terziaria, costituita per lo più da vegetali di tipo tropicale che si adattarono ad un ambiente ben più
freddo. Vale la pena qui ricordare a tal proposito specie appartenenti ai generi Pinus, Abies,
Alchemilla, Soldanella, Phyteuma, Campanula e altre.
A sua volta il Quatemario, 600 mila anni fa, venne sconvolto dalle glaciazioni che ebbero quale
consegunza l'avanzamento dei ghiacci fino alle nostre regioni. La flora arcto-terziaria fu così in
gran parte decimata, poche specie riuscirono a sopravvivere insediandosi nei così detti massicci di
rifugio.
E la parte più elevata del M. Baldo si è comportata come tale, ospitando endemismi conservativi,
quali la primula meravigliosa (Primula spectabilis). Nello stesso tempo la preesistente flora alpino
terziaria venne a contatto con un tipo di flora glaciale che dalle regioni circumpolari, con l'avanzata
dei ghiacci, andava via via conquistando terreno a latitudini inferiori.
Dal sovrapporsi delle due flore, alpino terziaria e glaciale, prese corpo un nuovo tipo di flora,
l'artico-alpina, che ben si adattò alle nuove condizioni climatiche e che ancor oggi popola
l'orizzonte subalpino ed alpino delle nostre zone assieme ad endemismi residui di un periodo
decisamente più mite.
Da quanto esposto se ne deduce che la parte più elevata del Baldo, quella dei pascoli, dove
esuberanti crescono i carici (Carex), salici nani, driadi, sassifraghe, genziane ecc., ha subito nel
corso dei tempi geologici profondi mutamenti, ma gli stessi si sono verificati anche su molti altri
rilievi prealpini tra i quali per l'ambiente veronese si citano i Lessini.
Ciò che invece costituisce la vera peculiarità del Baldo è la presenza nella fascia submontana del
suo versante occidentale di un tipo di vegetazione a carattere mediterraneo ben precisa e limitata
nello spazio e che caratterizza buona parte del territorio di Brenzone. Purtroppo la fascia
vegetazionale che si estende dal Garda fin verso i 5-600 m è quella più soggetta a degradamento,
ben maggiore di quello a cui vanno incontro le fasce sovrastanti che dal punto di vista botanico le
sono nettamente inferiori per singolarità.
Sulle prime pendici del Baldo che si riflettono sul Garda esiste infatti un tipo di flora relitta
xerotermica, di un clima cioè caldo secco, ben distinta da quella che supporremmo dover trovare.
Durante l'Età del bronzo, circa quattro mila anni fa o poco più, in tempi quindi relativamente
recenti, si ebbe un incremento, seppur debole, della temperatura ma sufficiente per spingere
specie mediterranee ad invadere l'Italia settentrionale. Queste anomale condizioni climatiche
mutarono poi abbastanza rapidamente e le stesse specie mediterranee progressivamente indietreggiarono verso i luoghi primitivi, rimanendo soltanto in poche oasi attorno ai laghi prealpini, in
modo precipuo attorno al Garda. Sono qui ospitate alcune specie che nell'Italia mediterranea
contribuiscono in parte alla formazione della macchia come, ad esempio, il leccio, il pistacchio, la
fillirea, l'alaterno. Sia chiaro comunque che non ci si trova di fronte alla tipica macchia
mediterranea, ma piuttosto ad un complesso vegetazionale sicuramente di tipo submediterraneo.
Se è vero che gli endemismi relitti terziari e relitti glaciali hanno un'enorme importanza scientifica e
naturalistica, è altrettanto vero che i relitti xerotermici rivestono un significato di gran lunga
superiore.
Tra questi si ricordano il leccio e il cisto (Cistus albidus), due specie la cui diffusione è ben
differenziata. Abbondante il primo, che forma generalmente macchie cespugliose più o meno fitte
occupando le pendici del medio e alto lago e le rupi baldensi che a picco precipitano nella Val
d'Adige, piuttosto raro il secondo e ben circoscritto alla zona di Torri. Il cisto è senza dubbio la
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specie più interessante: basti pensare che quello sul Garda è l'unico insediamento dell'Italia
propriamente continentale, essendo il suo areale limitato alla riviera ligure, alla Corsica, alla
Sardegna.
Come dunque detto la fascia collinare e submontana della catena del Baldo prospicente il Garda è
costellata di elementi mediterranei che danno all'ambiente caratteristiche ben particolari. Se
questo è vero, è altrettanto vero che la stessa fascia è quella che ha subito per conto dell'uomo le
più profonde modificazioni, spesso irreversibili e quindi rappresenta sicuramente uno degli
elementi da tutelare e conservare attraverso un’attenta pianificazione territoriale.
Ma la flora, l'insieme cioè delle singole specie vegetali, non può forse esprimere in modo chiaro ed
evidente tale peculiarità; molto meglio ci riesce la vegetazione, vale a dire il manto vegetale nel
suo complesso o l'insieme delle singole specie e delle associazioni delle stesse, che varia
distintamente variando l'altezza. E siccome il Monte Baldo mostra una notevolissima escursione
altitudinale, duemila e più metri, ne consegue una molteplicità di fasce vegetazionali sorprendente
che lo caratterizzano rispetto alle altre montagne prealpine.
4.2 ORIZZONTI ALTITUDINALI E CENOSI VEGETALI: L'AMBIENTE UMIDO.
Parlando della vegetazione del Baldo ed in particolare del comune di Brenzone, uno dei comuni
rivieraschi, non si può far a meno di accennare alle cenosi legate all'ambiente acqueo, dato che
questa catena affonda le proprie radici nel Garda. In particolare il medio ed alto lago ne sono
maggiormente interessati.
Pochi e assai ridotti sono rimasti i lembi a canneto con Phragmites communis accompagnato
generalmente da una fascia a carici, Carex elata e C. riparia, e ad altre essenze igrofile (di
ambiente umido) come la salcerella comune (Lythrum salicaria), l'olmaria (Spiraea fìlipendula), il
giunco di lago (Sehoenopleetus lacustris) e la veronica beccabunga (Veroniea beecabunga). Tale
tipo di vegetazione va lentamente scomparendo per l'eccessiva antropizzazione: moli, piccole
spiagge sostituiscono un ambiente così caratteristico ed ecologicamente importante.
Più sviluppate sono le cenosi di idrofite (legate all'ambiente acqueo) fluttuanti e sommerse, anche
se globalmente si deve registrare una forte riduzione della massa più che del numero delle specie.
Ne è causa preponderante l'alterato equilibrio dovuto alla trasformazione della morfologia della
linea di costa e al notevole apporto di sostanze liquide e solide convogliate nelle acque del lago. In
senso lato dal punto di vista fitosociologico la vegetazione idrofitica, natante e sommersa, può
essere inquadrata nella classe Potametea e nell'ordine Potametalia.
Il genere maggiormente rappresentato è Potamogeton con una dozzina di specie, ma si ricorda
pure il millefoglio d'acqua (Myriophyllum spicatum), la vallisneria (Vallisneria spiralis), il ceratofillo
(Ceratophyllum demersum), la peste d'acqua (Anacharis eanadensis), il ranuncolo fluitante
(Ranunculus fluitans). Tali aggruppamenti di entità idrofitiche possono saltuariamente comparire a
quote più elevate nelle pozze d'alpeggio o in altri piccoli bacini. Sul Baldo le acque superficiali
sono, infatti, piuttosto rare, data l'elevata permeabilità del terreno. Qualche sorgente o poca acqua
scorrente in superficie si possono eventualmente rinvenire negli scarsi tratti pianeggianti.
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4.3 L'ORIZZONTE SUBMONTANO: QUERCETO / LECCETA E ULIVETO
Abbandonata la vegetazione in qualche modo legata all'ambiente acqueo si comincia a prendere
in esame la fascia relativa ad una quota compresa tra i 150 e i 700-800 m almeno in linea di
massima: Si entra così nell'orizzonte submontano, la cui vegetazione arboreo-arbustiva occupa la
parte pedemontana del Baldo in entrambi i versanti. Nel Comune di Brenzone molti nuclei
riconducibili a questa associazione sono stati eliminati per far posto alla coltura dell’olivo.
Questo tipo di vegetazione è inquadrato nel cingolo del Quercion pubescentis che segna in un
certo senso il passaggio tra l'ambiente mediterraneo e quello alpino. L'elemento più diffuso è la
roverella (Quercus pubescens), essenza nettamente termofila, per questo adatta a popolare i
pendii soleggiati e quindi asciutti non solo del Baldo, ma anche quelli relativi alle propaggini
meridionali delle prealpi. Ne risulta un querceto xerofilo caducifoglio.
Difficilmente la roverella forma boschi veri e propri, ma piuttosto nuclei boscosi, avendo questo
ambiente subito costantemente l'influenza dell'uomo. Terreni leggermente più freschi, più ricchi di
humus, predilige il carpino nero (Ostrya carpinifoglia), specie abbondantemente presente e al pari
della roverella talora sottoposta a taglio da parte dell'uomo.
Viene ad emergere in questa situazione una vegetazione boschiva, l'ostrieto, che può dirsi
costituito da un insieme di cenosi caratterizzate da carpino nero, orniello (Fraxinus ornus),
roverella e talora da qualche esemplare di cerro (Quercus cerris). Altre specie legnose che si
incontrano con frequenza sono il nocciolo (Corylus avellana), il pero corvino (Amelanchier ovalis),
il ligustro (Ligustrum vulgare), l'emero (Coronilla emerus), mentre tra le erbacee significative sono
la rosa di Natale (Helleborus niger), l'erba trinità (Hepatica nobilis) e l'erba limona (Melittis
melissophyllum).
Per ricapitolare la situazione potremmo dire che nel climax del Quercion pubescentis si possono in
pratica individuare due tipi di boschi, o meglio due facies di una stessa boscaglia, una
maggiormente legata a condizioni termofile-xerofile con l'albero di Giuda (Cercis siliquastrum), il
bagolaro (Celtis australis) e lo scotano (Cotinus coggygria) ed una legata a condizioni più fresche
e a terreno più umido che previlegia il castagno.
Se la vegetazione di questa fascia submontana in linea di massima è inquadrata nel Quercion
pubescentis, nel versante che degrada sulla sponda orientale del Garda, accanto a specie
caratteristiche di questa alleanza, ne troviamo alcune marcatamente xerofile; esse appartengono
al Quercion ilicis, alleanza di tipo nettamente mediterraneo, e determinano una fàcies particolare,
la terza, del Quercion pubescentis sopra citato.
Le essenze più significative sono il leccio, la Phillyrea sp. e l'alaterno. Oltre ad essere testimoni di
condizioni climatiche ben diverse dalle attuali e pur essendo lontane dal costituire una vegetazione
di tipo mediterraneo starebbero ad indicare una delle fasi di passaggio dal Quercion ilicis al
Quercion pubescentis, alleanza propria dell'orizzonte submontano nei siti più caldi e aridi delle
nostre zone.
Non c'è dubbio che l'insediamento del leccio lungo le pendici del Baldo, da Garda al bosco di
Navene, più di quello che ricopre i rupestri lungo la Val d'Adige, costituisce l'aspetto più
significativo di tutta la vegetazione baldense. Si tratta, come detto, di relitti xerotermici di una
vegetazione ben più ricca e diffusa in territori più vasti, relitti che ora sono confinati in sporadiche
oasi lungo le rive dei laghi prealpini.
Queste non sono specie pioniere e come tali in fase di progressiva conquista territoriale, ma
piuttosto retroguardie delle stesse in fase di pronunciato ritiro da oltre venti secoli. Poiché le specie
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mediterranee vivono qui in condizioni che sono dal punto di vista climatico al limite della
sopravvivenza, si dovrà tenere accuratamente in considerazione le azioni necessarie per
salvaguardare tali peculiarità naturalistiche.
Per quanto riguarda l’ulivo, introdotto in Epoca Romana, questo è, all’attualità, ampiamente
coltivato sulle sponde del lago del Lago di Garda.
La zona di origine dell'Olivo (Olea europaea L) si ritiene sia quella sud caucasica (12.000 a.C.)
sebbene molti la considerino una pianta prettamente mediterranea. Questa, infatti, si è ambientata
molto bene nel bacino mediterraneo soprattutto nella fascia dell'arancio, dove appunto la coltura
principe è quella degli agrumi associata in ogni modo a quella dell'olivo: in questa fascia sono
compresi paesi come l'Italia, il sud della Spagna e della Francia, la Grecia e alcuni Paesi
mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo orientale.
L'epoca di maggiore espansione dell'olivo sul Lago di Garda, come precedentemente anticipato, è
quella legata allo sviluppo del dominio di Roma.
La produzione, il commercio e il consumo dell'olio d'oliva ha un significativo incremento,
contemporaneo a quello dell'organizzazione della proprietà terriera e dell'apparato politico e
amministrativo dello stato.
Dopo la fine della terza guerra punica l'intero Mediterraneo fu coinvolto in un processo di diffusione
dell'olivo; l'importanza della produzione italica, dove la coltivazione dell'olivo era stata trasmessa
dai Greci alle popolazioni locali e agli Etruschi, fu soppiantata in età imperiale da quello delle
provincie.
L'olivo coltivato, dunque appartiene alla vasta famiglia delle oleaceae che comprende ben 30
generi (fra i quali ricordiamo il Ligustrum, il Syringa e il Fraxinus); la specie è suddivisa in due
sottospecie, l'olivo coltivato (Olea europaea sativa) e l'oleastro (Olea europaea oleaster).
L'olivo è una pianta assai longeva che può facilmente raggiungere alcune centinaia d'anni: questa
sua caratteristica è da imputarsi soprattutto al fatto che riesca a rigenerare completamente o in
buona parte l'apparato epigeo e ipogeo che siano danneggiati.
L'olivo è inoltre una pianta sempreverde, ovvero la sua fase vegetativa è pressoché continua
durante tutto l'anno, con solo un leggero calo nel periodo invernale. Inizio la descrizione dalla zona
epigea fino a giungere a quella ipogea. L'olivo è una specie tipicamente basitone, cioè che assume
senza intervento antropico la forma tipicamente conica.
Le forme di allevamento cambiano da zona a zona, da varietà a varietà ma, soprattutto, in funzione
del tipo di raccolta da praticare. Non si deve dimenticare, comunque, che l'olivo è una pianta
mediterranea: come tale essa ha bisogno di molta luce e aria e ha bisogno della maggior massa di
foglie per dare buoni risultati produttivi, che produce su rami di un anno compiuto, da rinnovare
annualmente, evitando, allo stesso tempo, gli ombreggiamenti che hanno effetti sensibili e negativi
sui risultati produttivi ed economici della coltura.
La forma a vaso è la più diffusa tra i sistemi di allevamento dell'olivo. Dal fusto, una volta reciso a
una determinata altezza, si fanno partire esternamente delle branche (in modo diverso) che
daranno alla chioma la forma di cono, o di cilindro, oppure conico-cilindrica, o tronco-conica. E un
sistema che permette un buon arieggiamento della chioma evitando l'eccessivo infittimento della
vegetazione. Il vaso policonico, con le branche impalcate a 1-2 m da terra, permette le lavorazioni
e la crescita sottochioma delle specie erbacee. Contemporaneamente consente alle piante di
fruttificare molto in alto, rendendo difficili e costose le operazioni di potatura e raccolta. Quando le
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piante hanno raggiunto la maturità sono necessarie le scale, perciò, si stanno diffondendo altre
forme di allevamento.
La forma libera o a cespuglio, si ottiene senza effettuare nessun intervento di potatura alla pianta
nei primi 8-10 anni, fatto salvo l'eventuale diradamento dei rametti alla base per i primi 40-50 cm,
da effettuarsi subito dopo il trapianto o alla fine del primo anno. In seguito allo sviluppo dell'olivo, si
ottiene un cespuglio globoide con varie cime e contenuto in altezza, simile alla forma naturale. Dal
10° anno in poi si prevedono interventi di potatura più o meno drastici che possono andare da un
abbassamento delle cime, con contemporaneo sfoltimento della chioma, a una stroncatura turnata
di tutte le piante dell'appezzamento. Nel globo, forma molto simile al cespuglio, il fusto è stato
reciso a una determinata altezza e le branche si sviluppano da tale piano senza un ordine
prestabilito per raggiungere, con le ramificazioni, altezze diverse; nel complesso la chioma
dell'olivo prende una forma globosa.
Quando le ramificazioni non scendono molto lateralmente, ma si estendono soltanto nella parte
superiore, come quelle del pino da pinoli, si ha l'ombrello. Tra le forme di allevamento basse
ricordiamo: la palmetta libera, il vaso cespugliato, il cespuglio allargato lungo il filare (ellittico) o
espanso (circolare), monocono o a cordone, a siepone. Queste forme tendono a realizzare una
massa continua di vegetazione lungo il filare alta fino a 4 m. Il vaso cespugliato presenta 3-4
branche principali .che si dipartono dal suolo e possono derivare da gruppi di 3-4 piantine. Il
monocono è una forma a tutta cima, molto simile al fusetto utilizzato in frutticoltura, di semplice
manualità nella potatura.
Per l'impostazione di questa forma di allevamento si consigliano potature estive di formazione nei
primi due anni allo scopo di eliminare le ramificazioni basali del tronco nei primi 80-90 cm, guidare
la cima al tutore e sopprimere eventuali ramificazioni laterali assurgenti che possono entrare in
concorrenza con l'unica cima. I rami legnosi saranno intervallati tra loro di 50-60 cm in modo da
conferire alla pianta, a struttura ultimata, la forma di un cono col vertice rivolto verso l'alto. E' la
forma di allevamento più adatta alla raccolta meccanica per vibrazione del tronco, ma la
fruttificazione non è sempre regolare. Le forme di allevamento libere sono più adatte per quelle
aziende che dispongono di poca manodopera per le operazioni di potatura e raccolta.
Gli uliveti rappresentano una realtà molto importante da punto di vista quantitativo nel territorio del
comune di Brenzone, testimonianza del fatto che tale coltura, nel passato, ha rappresentato
un’importante fonte di sostentamento per la popolazione.
Pertanto un recupero dei degli impianti di uliveto, all’oggi per la maggior parte soggetti ad
abbandono colturale e minacciati dall’espansione del carpino nero e dalle specie pioniere di
sottobosco ad esso legate, è auspicabile da un lato per il grande valore estetico e paesaggistico di
questi popolamenti, dall’altro per arginare l’erosione e la perdita di identità popolare e culturale.
4.4 CASTAGNETI DA FRUTTO, DALLA COLTURA ALLA CULTURA
La categoria dei castagneti comprende le formazioni pure di castagno o quelle in cui questa specie
è nettamente dominante.
Il castagno è la specie d’interesse forestale maggiormente coltivata dall’uomo in molte aree
circummediterranee e anche in tutte le Regioni e Province alpine essa è stata largamente diffusa.
Si trattava, infatti, di coltivare un albero fondamentale per la vita di molte popolazioni rurali che ne
ricavavano paleria per l’azienda agricola, tannino per la concia delle pelli, lettiera per il bestiame,
legname da lavoro e strutturale, ma soprattutto la castagna, alimento che non mancava mai nella
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dieta popolare, almeno fino agli anni trenta del ventesimo secolo, momento in cui inizia il declino
della castanicoltura da frutto, accelerato anche dall’avvento di devastanti patologie.
Se è innegabile che l’attuale ampia diffusione del castagno sia soprattutto legata all’azione
dell’uomo, vi è d’altra parte ancora da chiarire del tutto il suo indignato. Molti castagneti sono stati,
infatti, introdotti e favoriti in aree potenziali dei carpineti, degli acero – frassineti, dei querceti e
talora addirittura degli orno – ostrieti. Si tratta quindi di formazioni di “sovrapposizione” che, dal
punto di vista dell’inquadramento tipologico, dovrebbero essere descritte come castagneti su altre
unità. Dal momento però che costituiscono da secoli elemento caratteristico del paesaggio
forestale si è ritenuto opportuno inquadrarli tipologicamente al pari delle formazioni naturali. A
fianco a queste formazioni chiaramente antropogene, ve ne sono altre in cui è stato dimostrato
l’indigenato del castagno che doveva costituire una specie minoritaria nell’ambito dei querceti di
rovere, come potrebbe essere stata la situazione sul Baldo prima dell’inizio della coltivazione della
specie.
Dal punto di vista tipologico, i castagneti possono essere distinti in relazione alla natura del
substrato, in base alla minore o maggiore disponibilità idrica (Del Favero, 2004).
I castagneti da frutto tradizionali costituiscono un patrimonio economico, ambientale, storico e
culturale di valore inestimabile. Con sempre maggior frequenza si richiedono loro, oltre
all’insostituibile ruolo di produzione di reddito, funzioni paesaggistiche, ricreative, socioculturali, di
conservazione della biodiversità, proprie del bosco (Legge Regionale 52/78, art. 14: “Sono
parimenti da considerarsi boschi i castagneti da frutto”.), nonché di testimonianza dei segni della
coltura popolare.
Questi ecosistemi diventano sempre più preziosi nella società moderna, ma purtroppo rischiano
l’estinzione. Moltissimi castagneti necessitano di un rinnovamento e di un recupero dopo anni di
abbandono ed incuria o in seguito ad attacchi di malattie come il cancro corticale (Chryphonectria
parassitica) o il mal dell’inchiostro (Phytophtora cambivora) che ne hanno compromesso
l’efficienza e se a questo aggiungiamo la carenza di adeguate politiche agricolo – forestali si
spiega la presenza di numerosi castagneti da frutto, potenzialmente produttivi, ma completamente
abbandonati e trascurati.
Ultimamente, tuttavia, dopo una lunga fase di decadenza, si assiste ad una lenta rivalutazione
della coltura da attribuirsi alla crescente domanda di frutto dovuta ad una nuova attenzione verso
le tipicità, all’attenuarsi dei fenomeni patologici più devastanti e al riconoscimento del ruolo
polifunzionale di questa essenza a duplice attitudine.
4.4.1 INQUADRAMENTO ECOLOGICO
Il castagno dal punto di vista dell’optimum termico è simile alla rovere, collocandosi in una
posizione intermedia fra la roverella ed il cerro. Nel suo optimum, la temperatura media annua non
dovrebbe, infatti, scendere sotto gli 8°C e la media del mese più freddo sotto i -2°C, anche se i
danni da freddo compaiono solo sotto i -25°C. Per completare il proprio ciclo biologico il castagno
necessita di almeno 6 mesi con temperatura superiore a 10°C (Bernetti, 1995), tipiche della fascia
submontana della regione alpina esalpica.
Il castagno è una specie a fogliazione tardiva, da maggio ai primi di giugno, e la fioritura avviene
ancora dopo, da fine giugno a luglio. In questi mesi il castagno necessita di una continua e
sufficiente disponibilità idrica, inoltre l’apparato radicale necessità di buona aerazione, tipica dei
terreni sciolti derivanti da substrati silicatici.
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4.4.2 IL CASTAGNO SU M. BALDO
In Veneto, nell’area potenziale dei castagneti, prevalgono i substrati cartonatici, in stazioni
potenzialmente adatte ai querceti di roverella o a quelli di rovere nei suoli mesici, cosicché quelli
presenti sono per lo più dovuti all’azione dell’uomo che li ha diffusi soprattutto nelle aree vocate
alla viticoltura.
Sul baldo i castagneti non formano una fascia continua, ma si sviluppano in dipendenza delle
condizioni del suolo, insediandosi solo dove i suoli calcarei hanno raggiunto una certa potenza
(Turri, 1999).
Le zone di più intenso popolamento si trovano intorno alla conca di Lumini, in comune di San Zeno
di Montagna, in comune di Brenzone nella zona dei “Cervi” e sotto Prada e nelle dorsali sotto
Spiazzi, in comune di Caprino Veronese, con un sottobosco ricco di specie fungine, mentre in
territorio trentino si trovano castagneti negli ombrosi versanti settentrionali che formano la conca di
Brentonico.
In genere il castagneto più bello e con alberi più maestosi è quello meglio curato dall’uomo e cioè
la dove gli individui arborei crescono isolati in mezzo o ai margini dei prati.
Foto 4.4.2/I - Castagneto curato, con piante distanziate in
modo da garantire una buona produzione.
Foto 4.4.2/II - Castagni su prato sopra S. Zeno di Montagna.
Il marrone del baldo, varietà pregiata della castagna e per questo favorito dai castanicoltori nel
corso degli anni, ha ottenuto il riconoscimento della DOP nel 2003. Viene coltivato soprattutto nella
zona di San Zeno di Montagna e Brenzone dove i castagneti occupano una superficie di circa 150
Ha, nella fascia compresa tra i 600 e gli 800 m s.l.m.
I frutti devono presentare, come da disciplinare, le seguenti caratteristiche:
•
Numero di frutti per riccio non superiore a tre;
•
Pezzatura variabile, ossia un numero di frutti per Kg non superiore a 120 (centoventi), ma
non inferiore a 50 (cinquanta);
•
Forma ellissoidale con apice poco rilevato, facce laterali in prevalenza convesse, ma
caratterizzate da diverso grado di convessità, cicatrice ilare simile ad un cerchio schiacciato
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tendente al rettangolo che non deborda sulle facce laterali, di colore più chiaro del
pericarpo;
•
Pericarpo sottile, lucido, di colore marrone chiaro con striature più scure, evidenziate in
senso mediano;
•
Episperma (pellicola) sottile, lievemente penetrante nel seme, che si stacca con facilità alla
pelatura;
•
Seme di colore tendente al giallo paglierino, lievemente corrugato, pastoso e di gusto
dolce.
4.4.3 LE CULTIVAR
Nel territorio di San Zeno di Montagna e Brenzone si possono individuare tre cultivar: il
"Bastardone", la "Castagne dei Masi" ed il "Marrone".
Il Bastardone è il meno noto e diffuso, sono alberi rigorosi con branche a portamento ampio,
chioma vasta e poco folta, corteccia liscia bruno-cinerino con evidenti lenticelle piccole e chiare, le
gemme sono globose. Il Bastardone ha foglie di cm. 19x7 dal lembo ovale od ovale-lanceolato, di
consistenza coriacea. La pagina superiore delle foglie è liscia, di colore verde scuro, l'inferiore è
più chiara e glabra con evidenti nervature, ha l'apice appuntito e il margine seghettato-ondulato,
fino al breve picciolo. Gli amenti maschili sono di 17,30 cm., dritti con glameruli floreali numerosi e
vicini all'asse dell'inflorescenza, il polline è abbondante. Le infiorescenze femminili variano da 1 a 3
alla base degli ultimi 2-3 amenti terminali e sono più brevi di quelli maschili. I ricci del Bastardone
sono molto simili a quelli della cultivar "Marrone" ma più scuri, sferidoidali, contengono 2-3 frutti. I
loro aculei sono rigidi, lunghi 14 mm. I frutti sono ellittici, voluminosi, a base piatta e marcatamente
convessi. Evidente ed ampia la raggiatura stellare.
Cento frutti pesano in media un chilo ed un etto.
Il Bastardone germoglia nella prima quindicina di maggio, fiorisce nella seconda decade di giugno
(pochi giorni prima della "Castagna dei Masi") e matura nella prima 15a di ottobre, precedendo le
altre varietà, la produzione è elevata, pari a quella del "Marrone" cui i suoi frutti somigliano molto,
ma sono meno pregiati in fatto di sapore.
La "Castagna dei Masi" si colloca al limite superiore della fascia vegetazionale del castagno, fino
agli 800 metri. Ha fusto dritto e vigoroso con branche principali assurgenti, chioma folta, glabra e
poco espansa. I grossi rami hanno corteccia liscia e rossiccia con lenticelle chiare, le gemme sono
subconiche giallo-verdastre distribuite in maniera non uniforme. Le foglie sono molto grandi (20x7
cm), dal lembo ovale lanceolato con pagina superiore verde scuro opaco, l'inferiore è verde
biancastra, glabra e molto nervata.
L'apice delle foglie della "Castagna dei masi" è appuntito, il margine è seghettato e ondulato con
dritti filamenti. Gli amenti maschili sono lunghi 17 cm., le infiorescenze femminili sono appaiate alla
base negli ultimi 2-3 amenti terminali che in genere sono più corti (11 mm) di quelli tipicamente
maschili. I ricci sono ellittico-sferoidali, con 2 frutti su 3 normalmente sviluppati. Ha aculei di 15
mm, rigidi in radi ciuffi sparsi.
I frutti sono ellittici, marrone-rossicci nella metà superiore, più chiari sotto. La buccia è difficile da
staccare dal seme, anche dopo la cottura. Cento frutti pesano 1125 gr.
La "Castagna dei masi" germoglia nella seconda decade di maggio, fiorisce nella seconda
quindicina di giugno, matura nella seconda decade di ottobre, una settimana prima del "Marrone",
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del quale è meno saporita. Nelle migliori annate di sviluppo e produzione molti frutti si lacerano nel
pericarpo e non sono più commestibili.
Il "Marrone" è considerato la qualità più pregiata, è molto richiesta ed è la più diffusa nei castagneti
del versante occidentale del Baldo. Sono alberi di notevoli dimensioni con branche a portamento
espanso e chioma più chiara delle altre varietà. I rami hanno corteccia liscia marrone rossiccia con
evidenti e numerose lenticelle chiare.
Le gemme sono giallo-brune o verdastre e subconiche. Foglie (19,48 x 5,97 cm) lanceolate, sottili
al tatto, cartacee. La pagina superiore verde lucente, liscia è più chiara che nelle altre qualità,
l'inferiore è biancastra, glabra con evidenti nervature, l'apice è acuminato e spesso ricurvo. Il
margine è seghettato ed ondulato con seni non molto ampi, separati da denti provvisti di breve
filamento ricurvo.
Gli amenti maschili, di 11 cm sono senza polline. I ricci sono sferoidali con 2-3 frutti e aculei di 13
mm a rivestimento uniforme. I frutti sono ellittici, a base piatta e faccia dorsale convessa. Il
pericarpo è marrone con striature rilevate. L'episperma è facilmente separabile dal seme. Cento
frutti pesano 1090 gr. Il "Marrone" germoglia tardi, nella seconda decade di maggio, fiorisce da fine
maggio a inizio luglio, matura nell'ultima decade di ottobre.
4.4.4 LE ZONE DI PRODUZIONE
La produzione baldense del marrone proviene pressoché totalmente da impianti da frutto
tradizionali costituiti da piante secolari. Alcune di queste piantagioni, risanate e rinnovate, sono
nuovamente efficienti, ma la maggior parte di esse versa in condizioni di degrado ed è in precarie
condizioni di sanità. Il recupero e la produzione di frutti, deve interessare i castagneti situati in zone
vocate, mentre per gli altri la riconversione deve essere finalizzata a scopi selvicolturali, di fruizione
paesaggistico – ricreativa e di difesa idrogeologica.
La Comunità Montana del Baldo, in collaborazione con i Servizi Forestali Regionali di Verona, ha
effettuato nel 2007 (fonte Comunità Montana del Baldo) un’indagine per quantificare il patrimonio
castanicolo baldense.
Lo scenario emerso è stato molto interessante poiché si è scoperto che sul Monte Baldo sono
presenti circa 350 Ha di castagneto da frutto dei quali 189 in produzione, 81 recuperabili attraverso
interventi di potatura e fitosanitari, 79 recuperabili attraverso interventi fitosanitari ed infrastrutturali
come piste e strade forestali.
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Foto 4.4.4/I. castagneti da frutto nel versante occidentale del Baldo. In rosso popolamenti produttivi, in giallo recuperabili con
potature, in arancio recuperabili con infrastrutture. (atti convegno “castagno da frutto, una molteplice risorsa per il Baldo)
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Dalla cartografia tematica si evince come i castagneti da frutto rappresentino una realtà molto
importante da punto di vista quantitativo nello scenario forestale del comune di Brenzone,
testimonianza del fatto che tale coltura, nel passato, ha rappresentato vitale fonte di
sostentamento per la popolazione.
È per questo che non si può analizzare la coltura del castagno esclusivamente con ottica forestale,
ma bisogna considerare come componente imprescindibile l’ambito culturale e cioè il peso che
quest’essenza ha avuto sulla formazione e nascita delle tradizioni popolari.
Pertanto un recupero dei castagneti da frutto è auspicabile da un lato per il grande valore di
biodiversità di questi popolamenti, dall’altro per arginare l’erosione e la perdita d’identità popolare e
culturale.
4.5 L'AMBIENTE DEL FAGGIO
La fascia più elevata dell'orizzonte submontano viene considerata di transizione; comincia ad
accogliere i primi faggi, ora sporadici, ora più fitti, che possono dar luogo a superfici boschive
anche abbastanza estese per degradazione delle quali prendono origine prati a gramigna bionda
(Trisetum flavescens) e ad altre graminacee. Si viene così a contatto con l'aspetto più tipico di
vegetazione del piano montano, la faggeta, che si insedia prevalentemente nell'orizzonte delle
latifoglie sciafile.
Rispetto al Castanetum sottostante che mostra talora una distribuzione sia verticale che
orizzontale evidentemente alterata dall'uomo, che pare rispettare il castagno più di ogni altra forma
forestale, il Fagetum mostra sempre una certa contrazione dovuta anch'essa all'azione dell'uomo
che si è orientato a dare una maggior diffusione ai cedui e ai pascoli. Nell'area baldense è difficile
parlare di vere faggete, prevalendo per lo più cedui di faggio, gruppi di faggi sparsi nei pascoli e
talora mescolanze di faggi con conifere (rimboschimento). Ciò non toglie tuttavia che si debba
imputare esclusivamente all'azione antropica questa scarsa o anomala presenza della specie
forestale più significativa nella fascia vegetazionale in questione; nel novero delle cause non
devono essere di certo sottovalutati anche fattori topografici e climatici.
Tra i primi la composizione del substrato è senza dubbio un fattore limitante ed il faggio è essenza
nettamente calcicola, legata cioè a terreni ricchi di calcio; tra i secondi, ricordando che questo
albero è pianta mesofila (che rifugge gli eccessi climatici), acquistano una primaria importanza il
grado di umidità, il quantitativo di precipitazioni e le temperature che sovente possono variare da
un versante all'altro. Così sui pendii più scoscesi prevalgono boschi cedui che si insediano su
terreni poco profondi per lo più esposti tra Sud ed Ovest e compresi in una fascia altitudinale tra gli
800 e i 1000 m o poco più.
Tali boschi vengono inquadrati in una faggeta di tipo termofilo, le cui espressioni più significative
sono date tra gli arbusti dall'orniello, dal carpino nero, dalla sanguinella (Corpus sanguinea), dal
corniolo (Corpus mas), dal pero corvino ecc.
Tra le specie erbacee, quella che maggiormente contraddistingue questo ambiente è la carice
(Carex alba), ma vengono pure considerate differenziali altre specie termofile quali la primula
comune (Primula vulgaris), la poligala falso bosso (Poligola camaebuxus), l'erica carnicina (Erica
carnea), l'anemone trifogliata (Anemone trifolia), l'erba limona.
Assai più diffusa è la faggeta mesofila che occupa ampi spazi al di sopra dei 1000 m sui versanti
prevalentemente rivolti a Nord e soggetti pertanto a condizioni climatiche più fresche ed umide. E
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proprio qui il faggio, elemento marcatamente mesofilo, è favorito nel suo sviluppo che si evidenzia
in nuclei boscosi d'alto fusto, come nel caso del popolamento di Valloare. È scarsa la presenza di
specie arbustive significative; segnaliamo il caprifoglio nero (Lonicera nigra) e la madreselva alpina
(L. alpigena), mentre tra le erbacee vanno ricordate in primo luogo tre specie di Dentaria
(enneaphyllos, bulbiphera. pentaphyllos) che differenziano questo tipo di faggeta, ed ancora la
stellina odorosa (Asperula odorata), il nontiscordardimé dei boschi (Myosotis sylvatica) e la
moscatella (Adoxa moschatellina).
È il faggio quindi che si spinge a quote notevoli, cedendo poi il passo dapprima a qualche sparuto
larice e successivamente a forme arbustive, in modo precipuo al mugo e ai rododendri.
4.6 LA VEGETAZIONE DEL PIANO CULMINALE: ARBUSTI E PASCOLI
Si passa così gradatamente dal piano montano al piano culminale, incontrastato dominio della
flora e quindi della vegetazione subalpina ed alpina; molti elementi di questa fascia vegetazionale
sono comuni con quelli che si possono rinvenire sulle pendici delle Alpi vere e proprie anche a
quote sensibilmente superiori.
Si possono individuare, alle quote più elevate del Baldo, un orizzonte ad arbusti ed uno a pascoli.
Nel primo sono piuttosto frequenti formazioni a rododendri e a vaccini, ginepro nano e gruppi,
talvolta anche consistenti, di pino montano (Pinus mugo) interrotti da radure più o meno ampie
pascolive a carice sempreverde (Carex sempervirens) e a sesleria comune (Sesleria varia). Tali
radure diventano estesi pascoli pianeggianti o a poca inclinazione dove il regno della vegetazione
erbacea è incontrastato.
Non è ben chiaro se questi pascoli rappresentino una situazione naturale, probabilmente in
qualche zona hanno sostituito una vegetazione boschiva preesistente che l'uomo per necessità ha
trasformato in terreno adatto alla pastorizia.
Questi pascoli insistono su suolo calcareo di solito permeabile, cosicché le acque superficiali sono
molto carenti. Il seslerieto-sempervireto è un'associazione ricca di specie che mostra talora facies
variabili a seconda dell'esposizione e del substrato.
Oltre alle due specie guida, sesleria comune e carice sempreverde e alle normali specie
compagne quali il caglio alpino (Galium anisophyllum), la vulneraria alpestre (Anthyllis alpestris), la
biscutella montanina (Biscutella laevigata), la fienarola delle Alpi, l'ormino (Horminum pyrenaicum)
ecc., nel seslerieto sono presenti alcune essenze tipiche delle Alpi sud-orientali quali la primula
meravigliosa (Primula spectabilis), la carice del Baldo (Carex baldensis) e il ranuncolo di Kerner
(Callianthemum kerneranum) di indiscusso valore scientifico.
Il seslerieto per parecchi secoli è stato sfruttato dalle mandrie e dalle greggi ed attualmente
esercita una notevole funzione di conservazione del suolo. Nell'ambito generale di questa fascia
vegetazionale si possono ancora evidenziare aspetti particolari dovuti per lo più all'azione
antropica o alla morfologia e alla natura del terreno.
Così il nardeto, risultato di sovrapascolamento, la cui specie dominante, il nordo (Nardus stricta),
resiste bene al calpestio del bestiame e si sviluppa a scapito delle foraggere più appetibili.
Particolare è la vegetazione delle vallette nivali dove la neve, accumulatasi durante la stagione
invernale, fino a qualche anno fa, persisteva per parecchi mesi, talora anche quelli estivi. Spiccano
in modo particolare i salici nani, Salix erbacea, S. retusa, S. reticulata, che s'incontrano
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frequentemente nella Valdritta, nella Valle degli Ossi e nella Valle delle Prè, associate a
sassifraghe.
Ambienti ben definiti sono pure i macereti con Thlaspi rotundifòlium, la linajola alpina (Linaria
alpina), il papavero alpino (Papaver rhaeticum) e quello delle rupi con vegetazione a Potentilla
nitida, Physoplexis comosa, Veronica bonarota, Valeriana saxatilis, Potentilla caulescens,
rispettivamente cinquefoglia delle Dolomiti, raponzolo di roccia, bonarota comune, valeriana delle
rupi e cinquefoglia penzola.
Nelle cime più elevate come il Monte Maggiore e la Vetta delle Buse, si trova il pascolo di vetta che
sopporta condizioni climatiche veramente difficili; le stazioni hanno sovente scarso innevamento,
forti sono gli sbalzi di temperatura, notevole l'azione erosiva del vento. La vegetazione classica è
quella del firmeto con carice rigida (Carex firma), geranio argentino (Geranium argenteum), il
silene a cuscinetto (Silene acaulis) e la sesleria minore (Sesleria sphaerocephala) in complesso
non troppo fitta e di facile degradamento.
4.7 VALORI E PECULIARITA DEL SISTEMA TERRITORIALE DEL COMUNE DI BRENZONE
I valori e le peculiarità del sistema degli habitat presenti all’interno del territorio comunale di
Brenzone, risultano localizzati prevalentemente sul versante occidentale del Monte Baldo,
trovando origine sia dall’ubicazione geografica, che nella conformazione orografica del medesimo.
Infatti, la presenza in tale ambito territoriale di specie rare e relitte, come ad esempio il
Callianthemum kerneranum, la presenza di svariate situazioni orogenetiche e climatiche fa
assumere alla zona una grande valenza naturalistica.
Esempi di tale valenza sono riferibili anche alla vegetazione casmofitica dei pendii rocciosi,
(versanti calcarei alpini) come le perticaie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum, i terreni erbosi
calcarei alpini, la faggeta di Luzulo Fagetum, le foreste montane di Picea abies ed i boschi relitti di
Quercus ilex. L’ambiente cacuminale, è caratterizzato, inoltre, da una lunga linea di cresta e da
una serie di circhi di origine glaciale; presenta di entità subendemiche o rare quali il Valium
baldense, l’Anemone baldensis, l’Aquilegia einselean ed il Carex baldensis.
L’ambiente rupestre calcareo è inoltre caratterizzato da una vegetazione di tipo sub mediterraneo
a carattere relitto, ricca di specie xerotermiche, rare per l’Italia continentale (Phyllirea latifoglia,
Seseli valium, ecc) con presenza diffusa di molte specie rare ed endemiche (rappresenta la
stazione italiana più orientale di Hypericum coris).
Ciò che costituisce dunque la vera peculiarità del Baldo è la presenza nella fascia submontana del
suo versante occidentale di un tipo di vegetazione a carattere mediterraneo ben precisa e limitata
nello spazio e che caratterizza buona parte del territorio di Brenzone.
Se è vero infatti che gli endemismi relitti terziari e relitti glaciali hanno un'enorme importanza
scientifica e naturalistica, è altrettanto vero che i relitti xerotermici rivestono un significato di gran
lunga superiore.
Tra questi si ricordano il leccio e il cisto (Cistus albidus), due specie la cui diffusione è ben
differenziata. Abbondante il primo, che forma generalmente macchie cespugliose più o meno fitte
occupando le pendici del medio e alto lago, piuttosto raro e ben circoscritto nella sua diffusione, il
secondo.
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Il cisto è senza dubbio la specie più interessante: basti pensare che quello sul Garda è l'unico
insediamento dell'Italia propriamente continentale, essendo il suo areale limitato alla riviera ligure,
alla Corsica, alla Sardegna.
In tale fascia si evince inoltre come gli uliveti ed i castagneti rappresentino una realtà molto
importante da punto di vista quantitativo nel territorio del comune di Brenzone, testimonianza del
fatto che tali colture, nel passato, hanno rappresentato una importante fonte di sostentamento per
la popolazione.
4.8 CRITICITA’ DEL SISTEMA TERRITORIALE DEL COMUNE DI BRENZONE
I problemi ed i rischi reali per la conservazione degli habitat presenti all’interno del territorio
Comunale di Brenzone, si ascrivono principalmente all’azione antropica (urbanizzazione) nelle
aree a ridosso della zona lacustre, dovuta ad un’attività edilizia non sempre commisurata
all’ambiente.
Le criticità del territorio in questione vengono individuate infatti nei possibili fenomeni di incendio,
calpestio, escursionismo, disturbo alla fauna stanziale e migrante, prelievo di flora rara ed
endemica, dovuti principalmente alla presenza di insediamenti turistici (alberghi e seconde case ad
esempio) nel territorio in esame.
Per quanto riguarda l’avifauna in particolare, le condizioni di trasformazione in atto degli habitat,
l’aumento della pressione antropica con la presenza più accentuata dell’uomo e l’aumento della
rumorosità e dell’inquinamento luminoso, stanno modificando i siti di nidificazione ed il disturbo ai
flussi migratori è esistente ed accertato da numerosi studi condotti sull’argomento.
Si deve rilevare infatti che la zona in esame, ha una forte vocazione turistica appunto per la
presenza del lago di Garda e pertanto è soggetta ad una rilevante fluttuazione di popolazione
residente.
Le aree boscate, inoltre, specialmente le più accessibili della fascia collinare e submontana, sono
utilizzate in parte anche per la produzione di legna da ardere e pertanto periodicamente sono
interessate dal taglio con scarse possibilità di un reale controllo di tale attività senza un’adeguata
pianificazione.
In particolare si notano molti interventi di rimboschimento risalenti a qualche decennio fa che
hanno modificato la naturale composizione dei boschi della fascia solitamente popolata da boschi
misti di latifoglie che sono state sostituite con conifere.
Come precedentemente detto la fascia collinare e submontana della catena del Baldo prospiciente
il Garda è costellata di elementi mediterranei che danno all'ambiente caratteristiche ben particolari.
Se questo è vero, è altrettanto vero che la stessa fascia è quella che ha subito per conto dell'uomo
le più profonde modificazioni, spesso irreversibili e quindi rappresenta sicuramente uno degli
elementi da tutelare e conservare attraverso una attenta pianificazione territoriale.
Pertanto un recupero dei castagneti da frutto e degli uliveti, presenti in tale fascia, è auspicabile da
un lato per il grande valore di biodiversità di questi popolamenti, dall’altro per il grande valore
estetico e paesaggistico dei medesimi.
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5
LE MALGHE
L'allevamento riveste, sul Baldo, un ruolo di primaria importanza. Le malghe pubbliche e private
sono in totale 54, ed i pascoli, con 3.000 ha, coprono il 52% della superficie destinata a foraggere
permanenti, sulla quale il bestiame rimane mediamente per più di quattro mesi l'anno; pertanto
l'alpe costituisce un'irrinunciabile risorsa di foraggio.
I vantaggi igienico-sanitari al bestiame sono un'altra importante funzione dell'alpeggio, ma un ruolo
insostituibile è svolto nella difesa del suolo e nel1a protezione dell'ambiente specialmente al di
sopra dei limiti del1a vegetazione arborea.
Si tenga quindi presente, che solo un’adeguata conservazione del paesaggio può consentire un
armonico sviluppo economico e territoriale della montagna.
Pertanto, la funzione svolta dal pascolo si differenzia, ma si integra con quella del bosco, la cui
azione è certamente inferiore se si considera il controllo del deflusso delle acque e l'erosione
superficiale, ma più efficiente nei riguardi del trattenimento del terreno che, proprio in virtù del maggior sviluppo dell'apparato radicale, viene difeso anche negli strati più profondi.
Estremamente importante sta divenendo ultimamente la difesa del patrimonio ricco di valori
architettonici e tradizioni strettamente legate alla vita dei montanari che rappresenta un tipo di
cultura la cui difesa consente di raggiungere, oltre ad una sicura stabilità sociale, uno sviluppo
economico più equilibrato.
Mulattiere e altre vie di penetrazione, edifici per l'uomo (baiti) e per il bestiame (stalle), pozze e
cisterne, acquedotti, sorgenti, altre infrastrutture, costituiscono assieme a stabilità del suolo,
regimazione delle acque e difesa della natura, le premesse necessarie per l'inserimento di nuove
attività umane ed in particolare, per una concreta prospettiva di realizzazione delle aree di
benessere integrato, che dovranno essere al centro del1a politica ambientale.
Oltre alla regimazione e alla difesa del territorio il pascolo svolge altre due funzioni fondamentali,
che si possono osservare in particolare sui pascoli dell’orizzonte montano fino ai 1600 m di quota.
La prima è indubbiamente rappresentata dalla conservazione della biodiversità costantemente
minacciata dall’avanzata degli arbusti che si riappropriano delle superfici in conseguenza del
sempre minor carico di bestiame o di gestioni alpicolturali sbagliate, la seconda è rappresentata
dal mantenimento del valore e della diversità paesaggistica che fanno del Monte Baldo uno dei
luoghi più unici e caratteristici d’Europa.
Analizzando i dati relativi al censimento delle malghe realizzato dalla Regione Veneto nel 1982
(fortunatamente ora in fase di aggiornamento), si può stimare una perdita di superficie a pascolo
pari al 30% (fonte Comunità Montana del Baldo).
Questo è dovuto ad una serie di fattori sociali ed economici: in primis lo scarso rendimento
economico del latte collegato al costo delle materie prime (insilati, mangimi, medicinali) e alla
rigorosità dei controlli, in secondo luogo la reticenza dei giovani a svolgere un lavoro faticoso,
impegnativo e scarsamente remunerato come quello dell’allevamento in montagna. Il tutto si
traduce in malghe sottocaricate o caricate male e scarsi interventi colturali.
Attualmente la zootecnia di montagna ha raggiunto un bivio epocale; la riduzione costante dei
contributi erogati a livello europeo, la prevista eliminazione delle quote latte per il 2015, il prezzo di
mercato che non garantisce più redditività hanno portato molte piccole azienda sull’orlo della
chiusura, costringendo le altre ad adottare metodologie di allevamento consone a zone di pianura
con notevoli dispendi economici ed impatto ambientale.
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Per impedire che la zootecnia di montagna scompaia, con conseguenze incalcolabili sotto il profilo
ambientale, economico, culturale e paesaggistico ci deve essere la volontà politica di creare canali
di mercato che favoriscano la qualità e la tipicità alla quantità.
Solo la filiera corta aziendale o le piccole cooperative integrate con offerte agrituristiche potranno
garantire redditività e dignità agli allevatori, fermo restando che il mercato dovrà riconoscere
economicamente oltre al valore del prodotto anche le esternalità positive ad esso legate.
5.1 LE MALGHE DEL COMUNE DI BRENZONE
Nel variegato contesto territoriale del Comune di Brenzone, le malghe rivestono un ruolo molto
importante sia da un punto di vista quantitativo (in senso di n. di Ha), sia da un punto di vista di
mantenimento del territorio e del paesaggio.
Con il termine “Malga” s’intende l’intero complesso di prati, pascoli, boschi, superfici improduttive
ed edifici a servizio di uomini (baiti) ed animali (stalle e porcilaie).
Il Comune di Brenzone ha una situazione particolare per quanto riguarda le proprietà malghive
(simile a quella del comune di Caprino veronese e che va ricollegata alle vecchie proprietà del 600
– 700), come si evince dalla seguente tabella:
nome
Comune
catastale
Brione
Brenzone
Valloare Malmaor
Brenzone
Zovello
Brenzone
Trovaj
Brenzone
Quain – Scale
Brenzone
Buse
Brenzone
Valvaccara
Brenzone
Valvaccara
Pralongo
S. Zeno di
Montagna
S. Zeno di
Montagna
proprietà
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Privata
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Comune di
Brenzone
Tot. Superficie
Ha
Superf.
Totale Ha
Superf.
Parziale Ha
Superf.
Pascoli Ha
Superf.
Boscata Ha
91,00
91,00
17,00
71,00
266,17
266,17
209,00
207,66
207,66
35,32
119,69
119,69
173,00
173,00
196,76
Superf.
impro. Ha
57,17
161,96
10,38
23,96
89,83
5,86
60,00
113,00
196,76
131,46
20,39
185,00
122,00
107,00
15,00
185,00
63,00
38,00
25,00
217,00
217,00
95,00
121,00
44,91
1,00
1.456,28
Il dato emerso rappresenta il 40% dell’intero patrimonio alpicolturale del Monte Baldo, ricadente
quasi interamente all’interno del SIC ZPS IT3210039 “Monte Baldo Ovest”, a testimonianza del
suo valore naturalistico.
Parte di Valvaccara e l’intero Pralongo, pur essendo di proprietà del Comune di Brenzone,
insistono sul territorio di San Zeno di Montagna. 7 malghe su 8 sono di proprietà comunale, 1/3
delle proprietà comunali del Monte Baldo.
Tuttavia i dati sopra riportati si riferiscono a quelli contenuti nella “Carta regionale delle Malghe”
della regione Veneto del 1982. Attualmente la situazione è sensibilmente mutata, soprattutto per
quanto riguarda le malghe poste nell’orizzonte montano e cioè dai 900 fino ai 1600m di quota
come Zovello, Trovaj, Brione, Quain – Scale, Pralongo. Infatti la superficie boscata è notevolmente
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72
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aumentata a scapito di quella a pascolo, tanto da determinare la scomparsa di malga Brione, sulla
quale oramai insiste totalmente una copertura forestale e la riduzione di Valloare a non più di 3 Ha
di pascolo.
Zovello e Trovaj resistono grazie alle costanti cure dell’attuale affittuario (fonte Comunità Montana
del Baldo), pur con una superficie ridotta. Per le malghe dell’orizzonte alpino, come Malmaor, Buse
e Valvaccara, le problematiche sono più rivolte ad una gestione sostenibile ed integrata con altre
attività in particolare turistiche.
5.2 I CONTRATTI
La necessità di integrare le risorse aziendali di foraggio, ha sempre spinto gli allevatori verso i
pascoli alti, mentre la disponibilità dei proprietari delle malghe a cedere in affitto almeno una parte
di essa ha dato origine a diverse forme di contratto. Al di là di particolari modalità, queste possono
compendiarsi in due tipi fondamentali: l'affitto della montagna e l'affitto delle bestie. Si tratta di due
forme contrattuali spesso interdipendenti fra loro. Se il caricatore che ha preso in affitto l'alpe non
possiede il bestiame sufficiente per utilizzare le potenzialità produttive di quest'ultima, può, dietro
pagamento di un canone, prendere in consegna del bestiame da altri allevatori.
Questi contratti sono regolati in modo diverso.
La montagna è data in affitto “a corpo e non a misura, a comodo ed incomodo delle parti”, e
prevede, oltre al pagamento del canone, la stesura, all'inizio ed alla fine dell’affitto, di regolari
inventari di consegna e riconsegna. Questi tengono conto, dello stato della malga, della condizione
dei boschi, del numero delle piante, dello stato d'uso dei fabbricati e degli attrezzi esistenti.
L’affitto della montagna, rappresenta una forma contrattuale molto più onerosa per l'affittuario dato
che, contrariamente a quanto avviene nei normali contratti di affitto delle terre, egli deve garantire
al proprietario, oltre che la conservazione del capitale fondiario, “da buon padre di famiglia”, anche
il diritto di proprietà. È infatti l'affittuario che deve “vegliare sulla conservazione dei confini e sulla
introduzione di armenti estranei”.
Il contratto di affitto delle bestie ha la durata di una stagione ed un tempo era piuttosto singolare; si
suddivideva in due fasi, a seconda che la trattativa avesse per oggetto il bestiame, o il latte
prodotto da quest'ultimo.
La bestia affidata al caricatore per l'alpeggio, poneva quest'ultimo nella posizione di creditore
rispetto al proprietario; se, invece, l'oggetto era il latte prodotto, la posizione dei contraenti si
invertiva completamente, ed in questo caso il caricatore diventa debitore. La retta pagata dal
proprietario, corrisposta per paga, rappresentava il compenso per il pascolo e per i servizi da esso
prestati durante l'alpeggio (custodia e mungitura del bestiame).
L'affitto delle malghe di proprietà comunale era, in passato, piuttosto complesso, dato che doveva
seguire le norme legislative, che prevedevano, fra l'altro, la pubblica asta.
Le operazioni iniziavano verso la fine dell'inverno con la pubblicazione del bando e l'esposizione
dell'”avviso d'asta”, che riportava il giorno dell'asta, le malghe oggetto “d'affittanza”, il prezzo di
partenza, alcune norme di carattere procedurale, nonché l'entità del deposito obbligatorio e cioè un
decimo del prezzo di partenza. Il concorso d'asta aveva luogo, generalmente, in marzo e veniva
condotto con il metodo della candela vergine; le offerte iniziavano solo dopo l'accensione della
candela e cessavano quando questa si spegneva, senza che qualche partecipante avesse
aumentato l'ultima offerta.
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73
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A questo punto, la malga era solo “provvisoriamente aggiudicata”, in quanto se entro quindici giorni
fosse pervenuta un'altra offerta, superiore di almeno un decimo a quella provvisoria
aggiudicazione, si bandiva una seconda asta per l'assegnazione definitiva della malga. Tutto ciò
determinava una notevole lievitazione dei canoni di affitto, che superavano, di solito, del 30% il
prezzo di partenza; in tal modo, gli allevatori di pianura, dotati di maggiori risorse finanziarie, erano
favoriti. Pertanto i montanari potevano aggiudicarsi l'alpe quando non si verificava competizione
con altri. Talvolta l'asta andava deserta e in tal caso gli allevatori locali riuscivano a stipulare
contratti attraverso la trattativa privata con un'offerta persino inferiore al prezzo di partenza.
Questo sistema è ormai caduto in disuso e, oggi, l'affitto delle malghe comunali avviene,
generalmente, mediante trattativa privata con Società di alpeggio o singoli caricatori, i quali hanno
di recente fatto valere anche il diritto di automatico rinnovo del contratto.
Nel comune di Brenzone le malghe sono state assegnate nella primavera del 2007 per una durata
di 6 stagioni monticatorie e quindi fino al 29 settembre 2012, data convenzionale che indica la fine
dell’alpeggio. Convenzionale perché negli ultimi anni, la variazione delle temperature, permette
una permanenza in alpeggio più lunga.
Nel Bando è stato dato un peso importante al diritto di prelazione dell’affittuario uscente in modo
da dare continuità alla gestione ed all’utilizzo dei pascoli di montagna comunali.
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Fig. 5.2/I. Estratto da Carta Regionale delle Malghe Regione Veneto 1:50.000. 353 Brione, 354 Valloare – Malmaor
(Montemaggiore), 355 Zovello, 356 Trovaj, 357 Quain – Scale, 358 Buse, 359 Valvaccara, 366 Pralongo.
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75
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5.3 TRADIZIONI, PARTICOLARITÀ E STRUTTURA DELL’ALPEGGIO.
L'alpeggio inizia fra gli ultimi di maggio e i primi di giugno con le operazioni di consegna della
malga, nel corso della quale si provvede a determinare gli interventi che l’affittuario dovrà eseguire
per il mantenimento del cotico e dei fabbricati; termina a fine settembre (salvo proroghe) con le
operazioni di riconsegna della malga durante le quali si verifica che quanto contenuto nel verbale
di consegna sia stato eseguito.
L'attuale struttura degli alpeggi del Baldo risale, in larga prevalenza, al secolo XVIII. Fu in quel
periodo, che si verificò, sotto la spinta degli investimenti capitalistici, un notevole sviluppo
dell'allevamento bovino che, utilizzando le nuove tecnologie, segnò il declino dell'allevamento
ovino, fino ad allora prevalente.
In realtà, si era verificata una certa trasformazione strutturale già nel '500 sotto l'impulso della
Repubblica Veneta, e i segni significativi si possono individuare in quegli edifici denominati casare,
in quanto più tardi utilizzati come depositi per il formaggio, ben riconoscibili perché caratterizzati da
una entrata a volto con porticato.
Caratteri salienti della malga settecentesca sono: gli edifici per l'abitazione dell'uomo ed il ricovero
degli animali; le fitte macchie di abeti (riserve) per il riparo del bestiame; le pozze per l'abbeverata,
ricavate sul fondo di cavità naturali di origine carsica (doline) o scavate dall'uomo; gli orti recintati
con muretti a secco, che venivano utilizzati per la coltivazione delle verdure, necessarie ad
integrare la magra razione alimentare del personale dell'alpe; i muretti che segnano i limiti di
proprietà, e sui quali i caricatori dovevano un tempo svolgere attenta sorveglianza; i mares, e cioè
la superficie sulla quale si raduna il bestiame per le due mungiture giornaliere.
Gli aspetti più affascinanti dell'architettura sono riconoscibili nei baiti; costruiti con pietrame
calcareo raccolto sul posto, sono situati in posizione normale rispetto alle curve di livello e
rispondono a precise esigenze.
Ciò ha consentito di ricavare un locale, seminterrato, per il ricovero di qualche capo ammalato o di
vacche partorienti.
Il piano superiore è diviso in due vani e quello che guarda verso valle (logo del late) può ancora
essere utilizzato per depositare il latte in bacinelle poco profonde e adatte all'affioramento del
grasso (mastele); il pericolo di irrancidimento richiede poca luce e ventilazione, effetti conseguiti
arrotando la parte del vano esposto sul pendio e ricorrendo a finestre trasformate in feritoie
mediante lastame calcareo.
Il vano a monte, riconoscibile per il camino a pianta semicircolare, concepito come elemento a sè
stante rispetto all'edificio (aggettato), è detto logo del fogo; comprende i giacigli per il personale
(binele), il bui', zangola a mano per la preparazione del burro, il focolare con la mussa, sorta di
mescola rotante a cui si appoggia la grande caldera di rame contenente il latte che viene riscaldato
per la trasformazione del formaggio.
Alcune malghe, la cui struttura risale al secolo scorso, si distinguono perché riuniscono più funzioni
in un solo edificio a due piani; casera e stalla si trovano al piano seminterrato, mentre i locali per la
conservazione e trasformazione del latte, e per il riposo del personale, occupano il piano
superiore.
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Figura 5.3/I: sezione di malga pralongo
5.4 SVILUPPO ECONOMICO E MARGINALITÀ
L'analisi condotta in precedenza ha messo in rilievo lo stato di degrado cui sono soggetti, in
generale, gran parte degli elementi che costituiscono la malga, nonostante venga da tutti
riconosciuta, la sua indispensabile funzione di integrazione di risorse foraggere, per le aziende di
allevamento del Baldo. Si tratta di una situazione che non riguarda solo l'aspetto economico, ma
anche quello sociale.
Non sembra infatti eccessivo affermare, che l'al peggio costituisca, così com'è oggi organizzato,
una delle fondamentali motivazioni dell'isolamento degli allevatori; si è visto quanto il
pendolarismo, fra malga e residenze permanenti (elemento particolarmente presente sul Baldo
poiché la quasi totalità degli allevatori risiede qualche centinaio di metri al di sotto della malga),
contribuisca ad allargare l'impegno di lavoro togliendo ogni possibilità di tempo libero proprio in un
periodo, l'estate, durante il quale le occasioni di integrazione sociale sono assai frequenti.
Le cause dell'attuale situazione vanno prima di tutto ricercate, come si è visto, nel mercato del
lavoro che - a partire dalla seconda metà degli ani '50 - ha determinato fenomeni di attrazione
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77
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verso i poli di sviluppo economico. Successivamente con l'entrata in vigore della Politica Agricola
Comunitaria, gli agricoltori, costretti ad affrontare una situazione caratterizzata da salari e da mezzi
tecnici con prezzi fortemente crescenti, e da una società sempre più orientata verso prodotti
agricoli standardizzati, ma di modesto livello qualitativo, hanno cercato di contenere la riduzione
del salario implicito, diminuendo il carico di manodopera per unità di superficie pascolata.
D'altronde, la carenza di tecnologie in grado di sostituire il lavoro e di aumentare la produttività
della terra, e le stesse difficoltà legate alla modestia delle infrastrutture, non hanno consentito
quelle pratiche colturali (lotta alle malerbe, spietramento decespugliamento, concimazione
letamica) che, quando non esisteva pendolarismo, venivano eseguite a mano. Non si ritiene,
tuttavia, che queste motivazioni, per quanto rilevanti, siano sufficienti a spiegare l'attuale stato di
marginalità degli alpeggi.
Cause di ordine legislativo si aggiungono, infatti, ad altre di origine culturale e professionale.
Contratti di brevissimo periodo non hanno sicuramente stimolato investimenti da parte dei
caricatori, ma va ricordato anche che i proprietari poco hanno fatto in quel periodo di intenso
sviluppo economico in cui la disponibilità di risorse finanziarie, lo avrebbe consentito. Gli è che nel
periodo 1960-75 molti cominciarono a convincersi che l'agricoltura, e le malghe in particolare,
avessero assunto un ruolo via via più marginale.
In più, la carenza di servizi pubblici per la formazione culturale e la preparazione professionale,
non ha contribuito a stimolare, non solo forme di aggregazione fra i caricatori, ma anche la ricerca,
la sperimentazione e l'adozione di nuove tecniche o di iniziative imprenditoriali.
Si pensi alla concreta possibilità di aumentare la produzione foraggera con il pascolo turnato, la
selezione di specie foraggere più adatte o, ancora, con una equilibrata concimazione organica, che
oggi non viene eseguita dato che il bestiame si sposta, in generale, senza un preciso piano di
utilizzazione dell'alpe.
Per quanto riguarda l'iniziativa imprenditoriale, si tenga presente come l'assunzione di nuove
funzioni in malga costituisca una via obbligatoria per il perseguimento di quegli obiettivi di reddito
per addetto, che tanto hanno influito sulla marginalità degli alpeggi. Si tratta della valorizzazione
della qualità del latte attraverso il recupero dell'attività di caseificio, ma anche della vendita diretta
di prodotti tipici, molto richiesti dall'attuale società.
Occorre, in sostanza, non solo riportare in malga funzioni un tempo diffuse, ma anche cogliere la
grande occasione rappresentata da quel turismo consapevole, che va sempre più diffondendosi.
6
CALCOLO DELLA SAU COMUNALE
La legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 “Norme per il governo del territorio” detta la disciplina per
l’uso dei suoli secondo criteri di prevenzione e riduzione o di eliminazione dei rischi, di efficienza
ambientale, di competitività e di riqualificazione territoriale al fine di migliorare la qualità della vita.
E’ stata prevista l’emanazione, tra gli Atti d’indirizzo, del provvedimento della metodologia per il
calcolo del limite quantitativo massimo della zona agricola trasformabile in zone con destinazione
diversa da quella agricola definendo, con riferimento ai singoli contesti territoriali, la media
regionale del rapporto tra la superficie agricola utilizzata (SAU) e la superficie territoriale comunale
(STC).
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78
________________________________________________________________________________
In particolare il PAT deve determinare il limite quantitativo massimo della zona agricola
trasformabile in zone con destinazione diversa da quella agricola alla luce dei principi enunciati
dalla legge regionale che si possono così riassumere:
-
la tutela del paesaggio rurale e montano
-
la tutela delle aree di importanza naturalistica
-
l’utilizzo delle nuove risorse territoriali solo quando non esistono alternative alla
riorganizzazione e riqualificazione del tessuto insediativo esistente.
Secondo quest’ottica, definita a livello regionale, si è proceduto alla delimitazione della SAU del
comune di Brenzone.
6.1 CALCOLO S.A.U. - DGR N. 3650 DEL 25/11/2008
6.1.1 PREMESSA
Tale Delibera esplicita i criteri che sono alla base della determinazione della S.A.U. e che devono
essere tenuti in considerazione nel calcolo del limite quantitativo massimo di zona agricola
trasformabile in zone con destinazione diverse da quelle agricole, nel rispetto di quanto disposto
dall'art. 2 della L.R. 11/2004 e degli obiettivi di salvaguardia e tutela in essa contenuti.
Come riportato a pag. 12 dell’allegato A della Dgr 3650/2008:
“ (...) Dalla data di pubblicazione del presente Atto d’indirizzo nel BUR cessano di avere efficacia le
disposizioni contenute nell’atto d’indirizzo di cui alla lettera c) “metodologia per il calcolo, nel Piano
di assetto del territorio (PAT), del limite quantitativo massimo della zona agricola trasformabile in
zone con destinazione diversa da quella agricola definendo, con riferimento ai singoli contesti
territoriali, la media regionale del rapporto tra la superficie agricola utilizzata (S.A.U.) e la superficie
territoriale comunale (S.T.C.)”, adottate con la Dgr n. 3178 del 2004. (...) ”
6.1.2 CONSIDERAZIONI
Di seguito si riportano alcune considerazioni tratte dall'allegato A alla DGR 3650 che esplicitano la
finalità ed il corretto utilizzo del dato ottenuto come S.A.U. trasformabile a livello comunale:
-
La S.A.U. trasformabile è un dato progettuale territoriale del PAT che trova una dimensione
applicativa nel PI , il quale individua le aree trasformabili.
-
La determinazione della S.A.U. va fatta sulla base dei dati contenuti nel quadro conoscitivo
e riferita allo stato di fatto a prescindere dalle destinazioni e classificazioni da PRG. Il dato
ISTAT ha pertanto valore di mero riferimento sintetico per un confronto e a giustificazione
delle metodiche messe a punto e delle risultanze ottenute.
-
Peraltro il consumo di S.A.U. legato alla realizzazione di opere pubbliche di interesse
regionale o statale non viene computato nel calcolo della S.A.U. trasformata.
________________________________________________________________________________
79
________________________________________________________________________________
-
La percentuale di S.A.U. trasformabile determinata dal PAT è un limite alla trasformabilità
delle zone agricola con caratteristiche di S.A.U., in sede di formazione del PI. Il Comune in
sede di redazione del PAT potrà apportare modifiche opportunamente motivate, in aumento
fino al 10% rispetto al quantitativo di S.A.U. trasformabile determinato.
-
Il PAT disciplina la transizione del PRG in PI e può inoltre valutare compatibili varianti al
PRG anche se solo adottate. Nel qual caso il limite alla trasformabilità della zona agricola,
con caratteristiche di S.A.U., andrà riferito al PRG così come ritenuto compatibile.
-
Per quanto riguarda la trasformazione della zona agricola in destinazioni diverse da quella
agricola, relativamente all'insediamento di aree produttive (industriali/artigianali), per grandi
strutture di vendita o di altre strutture ad esso assimilate, per strutture turistico ricettive, per
attrezzature sportive o servizi pubblici aventi carattere di intercomunalità a seguito di
previsioni di pianificazione di livello superiore o per accordi di pianificazione tra i comuni, la
percentuale di trasformabilità è riferita proporzionalmente alle singole S.A.U. dei comuni
interessati, indipendentemente dalla specifica localizzazione dell'area trasformata.
-
Dalla quantità di zona agricola trasformabile in destinazioni non agricole è inoltre esclusa la
superficie agricola destinata alla realizzazione di aree ricreative a verde destinate a campi
da golf, attività sportive e della protezione civile, parchi per divertimento, parchi giardini,
rovine archeologiche, camping, boschi di pianura, bacini di laminazione, fermo restando il
computo delle superfici eventualmente interessate da edificazione.
-
E' possibile la ricollocazione all'interno del territorio comunale delle aree interessate da
precedenti previsioni di piano non attuate, nonché di quelle che, ancorchè adottate, sono
incompatibili con il PAT. Tali aree sono escluse dalla quantità di zona agricola, con
caratteristiche SAU, trasformabili in destinazioni non agricole calcolate ai sensi del presente
atto.
6.2 CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA SAU PROVINCIALE E DEL COMPRENSORIO
BALDO - GARDA
A livello regionale il trend ai quattro censimenti, che fotografano gli ultimi 30 anni di agricoltura, è
sempre stato negativo: si passa da un totale delle aziende agricole nel 1970 di 263.401 a 191.085
aziende nel 2000 e 119.384 aziende nel 2010, ma esaminando le variazioni percentuali tra i
quattro censimenti si nota come l'intensità della diminuzione abbia subito un lieve rallentamento
nel periodo 1982-90 per accentuarsi ancor più negli ultimi decenni a conferma dei profondi
mutamenti intervenuti.
Al Censimento del 1990, il numero delle aziende è diminuito del 15,0%, a fronte di una riduzione
del 7,5% della superficie totale e del 3,2% della superficie agricola utilizzata.
La consistente diminuzione delle aziende si è dunque riflessa solo in parte sulle superfici occupate,
cosicché le superfici medie delle aziende localizzate in Veneto sono sensibilmente aumentate nel
periodo intercensuario: da 5,8 a 6,3 ettari in termini di superficie totale e da 4 a 4,6 ettari in termini
________________________________________________________________________________
80
________________________________________________________________________________
di superficie agricola utilizzata. Il settore agricolo risulta comunque caratterizzato dalla massiccia
presenza di microaziende. Infatti sono ben 72.614 (pari al 38,0% del totale) le aziende che hanno
meno di 1 ettaro di SAU, le quali coprono soltanto il 6,9% della superficie totale e il 4,1% della SAU
complessivamente rilevate nella regione.
Se si considerano tutte le aziende con meno di 5 ettari di SAU, la quota sale al 79,8% del totale
regionale. Le aziende con oltre 20 ettari di SAU sono 6.552 e, pur rappresentando solo il 3,4% del
totale, coprono il 46,3% della superficie totale e il 43,3% della SAU.
Le variazioni nella SAU sono state molto più omogenee a livello provinciale, variando tra 1,9% a
Verona. Tralasciando la provincia di Belluno, ove le grandi superfici sono boschive, l'incremento
relativamente più significativo nelle superfici medie si è avuto a Verona, passata da 7,1 a 8,3 ettari.
Di tutte le aziende agricole censite in Veneto 26.452, il 13,8% ha sede nella provincia di Verona.
La superficie totale aziendale provinciale copre oltre il 18% di quella veneta e il 20,8% di superficie
agricola utilizzata; Verona si colloca al primo posto tra le province venete per estensione di
superficie agricola. La superficie media aziendale, pari a 8,3 ettari, risulta parecchio superiore alla
media regionale (6,3 ettari) ed è la terza dopo Belluno e Rovigo. La contrazione delle unità
produttive registrata nell'ultimo decennio censito (-14,7%) è stata leggermente inferiore a quella
regionale ed, in parte, imputabile all’uscita dal campo di osservazione di entità marginali dal punto
di vista produttivo.
La diminuzione della superficie utilizzata è risultata la più contenuta del Veneto (-1,9%) e molto al
di sotto di quella regionale. Il comune con la più alta incidenza di aziende è il capoluogo con il
5,1% del totale provinciale, anche in termini di SAU emerge il comune di Verona (3,5%) seguito da
Cerea (3%) e Legnago (2,8%).
La ripartizione della superficie utilizzata rispecchia le caratteristiche morfologiche del territorio,
infatti il 55,1% della superficie è investita a seminativi, il 26,1% a coltivazioni legnose agrarie,
fruttiferi e vite di gran pregio, e il 18,7 a prati permanenti e pascoli. Ben il 28,5% delle aziende
fanno produzioni di qualità (PDQ) investendo una superficie pari al 17,9% della SAU provinciale; la
superficie investita a qualità media, 4,2 ettari per azienda, si colloca vicina alla media regionale
(3,9 ettari). Il settore vitivinicolo, di estrema valenza economica, ha subito una netta contrazione:
le aziende che coltivano la vite si sono ridotte in modo consistente rispetto al 90, più del -30% a
livello regionale; la diminuzione si presenta in tutte le province ma, per fortuna, non si rispecchia in
egual misura nella diminuzione della superficie investita che risulta più contenuta.
6.2.1 CAMBIAMENTI RECENTI: IL RICAMBIO GENERAZIONALE IN AGRICOLTURA
Accanto ai 51.624 conduttori “con successore” secondo la normativa, in Veneto sono risultati
anche altri 41.733 conduttori con meno di 55 anni ma affiancati da altre “presenze familiari” di età
tra 18 e 39 anni (figli, coniuge e/o parenti). In sintesi, su 189.494 conduttori veneti, 93.357 (49%)
hanno comunque un potenziale “successore” del tipo previsto dalla legge. Oltre l'80% delle
aziende venete condotte da ultracinquantacinquenni “con successori” non supera i 5 ettari di SAU,
ed addirittura il 57% non raggiunge i 2 ettari; in termini di totale, al suindicato 80% si attribuisce
meno del 30% della SAU regionale e al 57% appena l'11,2%.
Al contrario, soltanto il 3% di tali conduttori può vantare aziende di dimensioni maggiori ed in un
certo senso rilevanti economicamente (20 ettari ed oltre). Tale situazione di limitatezza fondiaria si
presenta più marcata per le province di Belluno, Treviso e Padova, per le quali le aliquote dei
conduttori “ricambisti” con meno di 5 ettari di SAU (escluse quelli di aziende senza SAU) si
aggirano intorno all'85% attribuendosi, tuttavia, non più del 36-37% della rispettiva superficie
________________________________________________________________________________
81
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agricola utilizzata provinciale. Verona e Rovigo risultano essere le province dove si registrano
quote dei conduttori in questione con 20 ettari ed oltre più elevate rispetto alle rimanenti province
(7% per Verona e 13% per Rovigo).
L'importanza del ricambio generazionale appare ancor più evidente analizzando la ripartizione
della superficie aziendale secondo le principali forme di utilizzazione dei terreni; dai dati emerge
che la superficie totale delle aziende interessate al fenomeno è pari a 258.527 ettari (21,5% del
complesso regionale censito); di tale superficie circa 83 ettari su 100 sono utilizzati nel modo
seguente: 59 ettari investiti a seminativi, 24 ripartiti in misura uguale tra coltivazioni legnose agrarie
(quasi esclusivamente fruttiferi e vite) e foraggere permanenti (prati e pascoli). La quasi totalità dei
rimanenti 17 ettari su 100 è equiripartita tra colture boschive (compresa l'arboricoltura da legno) ed
altra superficie improduttiva (aree occupate da fabbricati, rocce, ecc.). A livello di singole province,
Verona, con 53 mila ettari circa, registra la quota più cospicua, contribuendo per più di 1/5 alla
superficie regionale interessata al ricambio.
L'83,7% di essa risulta utilizzata. Su 26,7 milioni di giornate di lavoro effettuate complessivamente
nelle aziende venete dalla manodopera agricola aziendale (familiare e non), 8,3 milioni (16,5%)
sono state svolte nelle 51.624 aziende interessate al ricambio generazionale, per lo più da parte
della manodopera familiare. All'interno di detta manodopera il conduttore ultracinquantacinquenne
partecipa con il 52% delle giornate.
Nel Veneto sono 84.180 le aziende zootecniche condotte da una persona fisica (conduttore); in
57.176 di dette aziende i conduttori hanno un'età uguale o superiore a 55 anni (67,9%) e all'interno
di quest'ultimi, 27.472 hanno la possibilità di un ricambio da parte di uno o più successori (48%).
Da questa sintesi risulta evidente per l'agricoltura veneta il peso economico delle aziende condotte
da ultracinquantacinquenni con possibilità di trasmissione della propria azienda ad almeno un
familiare, ma si pone il problema riguardante il futuro di tutte quelle aziende che non garantiscono
la possibilità di “ricambio generazionale”.
6.2.2 LA SITUAZIONE NEL COMPRENSORIO DEL BALDO – GARDA
Secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura, la superficie agricola utilizzata (SAU) del territorio
della ex Comunità Montana del Baldo, si estende su circa 9200 ha, due terzi dei quali sono
costituiti da prati-pascoli, un quinto da colture legnose (vite e olivo soprattutto) e poco più da
seminativi.
Considerando anche le superfici extraziendali, il bosco si estende su circa 10.000 ha, quattro quinti
dei quali costituiti da ceduo di Roverella, Rovere, Leccio, Carpino nero e Faggio. Esso svolge una
importante funzione paesaggistica e protettiva, che va comunque completata con lo studio di
adeguati piani di assestamento forestale.
I prati-pascoli si estendono su circa 6200 ha; la parte più cospicua è costituita dagli alpeggi, quasi
tutti situati al di sopra di 1000 m. s.l.m. e diffusi soprattutto nei territori di S. Zeno di Montagna,
Ferrara di Monte Baldo, Caprino e Malcesine.
In questi Comuni si concentra circa il 90% delle foraggere permanenti, che costituiscono la base
alimentare per 8700 capi bovini, poco meno di 800 ovini e più di 300 equini.
I seminativi (mais, orzo, prati da vicenda in particolare) sono diffusi quasi esclusivamente nella
fascia meridionale, ai confini della Comunità Montana, nei Comuni di Rivoli, Costermano e
Caprino.
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Le colture legnose e agrarie (quasi 2000 ha) rappresentano una notevole risorsa per la Comunità
Montana del Baldo; l’Olivo si estende su 516 ha. la maggior parte dei quali (407 ha.) nei Comuni
della fascia lacustre (Torri, Brenzone e Malcesine) dove copre rispettivamente il 42%, 18% e 16%
della SAU.
Il castagneto, infine, situato tra quota 300 m. s.l.m. e quota 900 m. s.l.m. nei Comuni di Brenzone,
S. Zeno di Montagna e Caprino occupa circa 350 ha, di cui 180 in produzione. La coltura dopo un
lungo periodo di decadimento, dovuto al cancro del castagno e alle condizioni marginali dei terreni
a castagneto, ha iniziato un graduale recupero nel corso degli anni 80 che si è fatto più incisivo in
quest’ultimo decennio. Infatti, con la costituzione della Associazione dei Produttori di Marroni del
Monte Baldo e il crescente interesse per la mostra-mercato che si tiene a S. Zeno di Montagna nel
mese di ottobre si è notato un forte ritorno alla valorizzazione del prodotto fresco che ha portato
all’ottenimento della DOP nel 2003.
Le aziende agricole sono ovunque fortemente polverizzate: circa l’85% contano meno di 5 ha., ma
nei territori dell’Olivo (Torri, Malcesine, Brenzone) si supera, ovunque, il 91%.
Una conferma della piccola dimensione aziendale si ha osservando l’ampiezza delle stalle: circa
due terzi di esse segnano meno o, al massimo, venti capi da latte, vale a dire una dimensione che
non consente di raggiungere un reddito soddisfacente per unità lavorativa. Anche nei Comuni più
specializzati sulla zootecnica bovina (S. Zeno di Montagna, Caprino, Ferrara di Monte Baldo) circa
la metà degli allevamenti non supera le venti vacche.
Va qui sottolineata la mancanza di un adeguato coordinamento orizzontale tra produttori al fine di
valorizzare, attraverso la trasformazione in formaggio Monte Veronese, il latte ottenuto. Vale la
pena ricordare che tutto il territorio della ex Comunità Montana del Baldo rientra nella zona di
produzione del formaggio Monte Veronese che di recente ha ottenuto dalla Unione Europa il
riconoscimento del marchio collettivo di garanzia.
In questo quadro, i vincoli legati alle quote di produzione aziendale costituiscono un serio ostacolo
allo sviluppo dei prodotti tipici legati al latte. Infatti, il contingentamento della produzione determina
il mancato raggiungimento di quella massa critica necessaria ad avviare efficienti attività di
trasformazione e di commercializzazione al fine di ottenere redditi soddisfacenti per tutti gli
operatori di questa filiera.
Problematiche
•
Abbandono dell’attività zootecnica da parte dei giovani con conseguente esodo della
manodopera migliore dalle contrade o corti più isolate; questo aspetto viene oggi amplificato
dal problema delle quote latte che hanno congelato ogni possibilità di sviluppo specie in
montagna;
•
Isolamento fisico e culturale delle famiglie con attività di allevamento efficiente, e a pieno
tempo, con fenomeni di celibato, che prefiguravano un avvenire assai incerto per la
sopravvivenza dei nuclei e, di conseguenza, dell’agricoltura;
•
Carenza di attività alternative e integrative a quella agricola nella montagna interna (ad es.
quelle legate al turismo verde), da cui fenomeni di pendolarismo, sul lungo raggio con
conseguente esodo;
•
Abbandono o modesto utilizzo di risorse e di investimenti fissi specie - sul versante del lago nella fascia superiore dell’uliveto e in parte del castagno; quasi ovunque, sugli alpeggi, si
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notano fenomeni di degrado del pascolo, scarso utilizzo di risorse un tempo sedi di fiorenti
attività economiche e di intensi rapporti sociali;
•
Conflittualità nell’uso delle risorse, terra ed acqua in particolare, con problemi di efficienza
per l’attività agricola;
•
Livello tecnologico insufficiente sia per consentire più adeguata valorizzazione delle risorse
agricole locali, sia per favorire migliore compatibilità fra agricoltura e ambiente (oliveto,
castagno e allevamento in particolare);
•
Mancata valorizzazione del latte di montagna ed insoddisfacente promozione comunicazione dell’olio extravergine di oliva.
6.3 COMUNE DI BRENZONE - S.A.U. TRASFORMABILE: TIPOLOGIE COLTURALI
Si deve tenere presente che la metodologia adottata per la determinazione della S.A.U. comunale
dalla Dgr 3650/2008 è la seguente:
“ (...) Per determinare la S.A.U. comunale va infatti considerato l’effettivo uso del suolo, utilizzando
l’ultima edizione disponibile dell’ortofoto e della CTRN aggiornata in modo speditivo dal Comune,
anche mediante verifiche puntuali sul territorio.
La S.A.U. deve essere calcolata come sommatoria di tutte le porzioni di territorio comunale aventi
le caratteristiche di seguito specificate (punto 4 – definizione di S.A.U.) (...)”
La metodologia seguita dallo scrivente per la determinazione della S.A.U. comunale segue quanto
riportato nella Dgr 3650/2008.
La suddetta prevede di assimilare alla S.A.U. le superficie agricole o altri terreni che erano invece
esclusi nella precedente DGR 3178 del 2004.
In particolare il nuovo atto d’indirizzo prevede l’esclusione dal computo della S.A.U. solo di:
•
Boschi
•
Fustaie
•
Cedui
•
Altre superfici intese come aree occupate da fabbricati, cortili, strade poderali.
Le tipologie colturali del reale uso del suolo che concorrono a formare la S.A.U., secondo la Dgr
3650, nel contesto agricolo del comune sono le seguenti, per ciascuna delle quali si fornisce una
breve spiegazione:
Seminativi: che caratterizzano una piccola zona meridionale del territorio comunale.
Uliveti: per la produzione di olive da olio, coltura ben rappresentata nel territorio comunale.
Vigneti: quasi non presenti nel territorio comunale.
Frutteti: non presenti nel territorio comunale.
Prati stabili: si ritrovano maggiormente sulla zona montana del M.te Baldo.
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Mosaico colturale: con questo termine si sono prese in considerazione quelle aree collinari
caratterizzate, a causa dell’acclività, dalla presenza di piccoli appezzamenti di seminativi,
frutteti, vigneti, oliveti, contornati talvolta da essenze arboree, che per la loro estensione e
disposizione risultano difficilmente cartografabili come singolo elemento ma che
caratterizzano spesso l’uso del suolo di questi ambienti collinari. E’ una tipologia colturale
mista difficilmente scindibile; è stata comunque inserita nelle tipologie colturali che
concorrono alla formazione della S.A.U. perché i singoli appezzamenti sono caratterizzati
da un uso del suolo compreso nell’elenco di colture che concorrono alla formazione della
S.A.U. del territorio comunale.
Pascoli: presenti nella fascia montana.
Incolti improduttivi – terreni abbandonati: sono terreni poco diffusi nel comune in oggetto. Si
trovano per lo più a ridosso delle infrastrutture o delle zone a dominante costruita.
Aree verdi: parchi o giardini.
Zone golenali.
Come da indicazioni degli Atti d’indirizzo regionali sono stati esclusi dal calcolo della SAU le
seguenti tipologie di copertura del suolo:
Aree boscate.
Acqua: comprendenti i corsi dei fiumi principali e l'affioramento delle risorgive ancorchè
talvolta usate coma acquacoltura.
Infrastrutture.
Urbano: zona a dominante costruita.
Per quanto concerne la voce Aree di cava: cave, cave in falda, cave trasformate in discariche
secondo la Dgr. 3650 nella categoria “altre voci ” incluse nel calcolo della S.A.U. vanno comprese:
“... le aree interessate da miglioramenti fondiario, attività estrattive, o di cantieri di opere pubbliche
(acquedotti, metanodotti, e altre condutture sotterranee), in corso di realizzazione, che comunque
comportano la restituzione, a fine lavori, all'attività agricola...”
Stante la situazione del territorio comunale si è deciso che le aree di cava intese come cave, cava
in falda e cave trasformate in discariche si escludono dal computo della S.A.U. (per
approfondimenti su questo tematismo si rimanda alla relazione geologica redatta per il PAT).
Pertanto le seguenti categorie di uso del suolo sono escluse da computo della S.A.U.:
Aree boscate
Acqua
Urbano
Infrastrutture
Aree di cava
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6.4 IL QUANTITATIVO DI S.A.U. TRASFORMABILE NEL DECENNIO
Per completezza sull’argomento del quantitativo di S.A.U. trasformabile nel prossimo decennio, da
parte dell’Amministrazione Comunale di Brenzone, si riporta quanto emanato dalla Regione del
Veneto il 19 novembre 2007 da parte del Commissario Straordinario per l’attuazione della Riforma
del Governo del Territorio, arch. Vincenzo Fabris, avente come oggetto ”P.A.T./S.A.U .Approfondimenti applicativi L.R.11/2004 – artt. 15 e 16 – Copianificazione”:
“…
-
Il P.A.T. quantifica la S.A.U. trasformabile mentre il P.I. individua le aree trasformabili. In
sostanza il disposto della lettera f) dell’art. 13 è un comando al P.I. che non ha effetti sul
P.A.T.
-
La S.A.U. trasformabile non è un dato progettuale ma un limite al P.I.
-
La determinazione della S.A.U. va fatta sulla base dei dati contenuti nel quadro conoscitivo e
riferita allo stato di fatto a prescindere dalle destinazioni e classificazioni di P.R.G.
-
Per calcolare la S.A.U. comunale va considerato l’effettivo uso del suolo
-
La percentuale di SAU trasformabile è un limite alla trasformabilità di zone E vigenti, con
caratteristiche di S.A.U.
-
Il territorio agricolo non classificabile come S.A.U. non incontra limiti alla trasformabilità.
…”
6.5 CALCOLO DELLA S.A.U. TRASFORMABILE
Il censimento dell’agricoltura del 2000 riporta un SAU relativa al comune di Brenzone pari a
1.032,90 Ha. Il nuovo censimento sull’agricoltura effettuato nel 2010 riporta una SAU relativa al
comune di Brenzone pari a 474.62 Ha, ovvero dato significativamente inferiore a quanto rilevato
nel precedente censimento; tale diminuzione risulta imputabile principalmente:
•
all’abbandono dell’uliveto nelle fasci marginali, a ridosso del bosco, scarsamente
raggiungibili con mezzi meccanici;
•
alla riduzione delle superfici relative ai prati e pascoli nell’ultimo decennio, causa
dell’avanzata del bosco in quei contesti scarsamente utilizzati dall’alpeggio;
•
all’aumento dell’urbanizzazione.
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DATI CENSIMENTO AGRICOLTURA 2010:
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In sintesi i dati finali risultanti sono i seguenti:
a. Superficie Agricola Utilizzata (S.A.U.) comunale: 474,62 Ha;
b. Superficie Territoriale Comunale (S.T.C.): 50,11 kmq;
c. Rapporto S.A.U. / S.T.C.= < 19,2 %
d. Zona agricola massima trasformabile = S.A.U. (+ 3,8 % di 79,2 Ha di bosco così come previsto
dall’allegato A della DGRV 3650/2008) x 0,65% = 35.998,30 mq, ovvero 3,6 ha circa.
Ne consegue che il limite quantitativo massimo della zona agricola trasformabile in zone con
destinazione diversa da quella agricola è pari a 35.998,30 mq (ovvero 3,6 ha ca.).
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