di Cristina Evangelisti - Rivista "Campo de` Fiori"

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di Cristina Evangelisti - Rivista "Campo de` Fiori"
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Campo de’fiori
Esprimo sentimenti di compiacenza al direttore della rivista “Campo de’ fiori”.
Devo dire, con estrema sincerità, che non la conoscevo.
Sfogliando i numeri che mi sono stati recapitati ho avuto la netta impressione che un periodico del genere ha
sapore di storia, di arte, di cultura, di giusto attaccamento a questo territorio dell’Alto Lazio, così affascinante per
la sua civiltà più che millenaria.
“Campo de’ fiori” ti porta ad alimentare anche l’amore al campanile, al luogo di origine.
Ed è bello e, direi, è suggestivo e naturale non rinnegare mai le proprie radici.
C’è da formulare l’augurio che la rivista in questione cresca col contributo di tutti coloro che hanno a cuore la propria terra.
La storia si fa con i documenti e l’apporto che si potrà dare col periodico formerà sicuramente materiale di storia e di cultura.
In questa società talvolta banale e superficiale, poco attenta ai valori veri della natura e della stessa vita, riscoprire il bello che ci
porta nella dimensione della Beltà Infinita, è qualcosa che fa sperare. Credo che “Campo de’ fiori” abbia questo scopo. Con viva
considerazione, saluto cordialmente.
Le meravigliose parole che Sua Eccellenza ha voluto usare per Campo de’ fiori mi lusingano e mi colmano di gioia.
Mi sento profondamente onorato.
Grazie, grazie di cuore Eccellenza, anche da parte di tutta la redazione.
1° Maggio 1988 un Papa operaio
a Civita Castellana
La città s’era vestita a festa per
accogliere il Santo Padre che vi
veniva in visita per portare la
Parola di Cristo. Si erano susseguiti, nel breve periodo precedente, una numerosa serie di lavori,
fra i quali: quelli della sistemazione delle strade, della piantumazione di moltissimi alberi, del
restauro dello Stadio Madami e
l’installazione dell’unico semaforo
di Via Giovanni XXIII.
Incontrava, con l’occasione della
festa del I°Maggio, gli operai
come Lui era stato durante la Sua
giovinezza, i quali donavano con
il Santo Padre saluta i fedeli di Civita Castellana
amore, i loro manufatti. Ricordare
oggi quella visita del Santo Padre a Civita Castellana, ha un valore diverso da quello del momento,
perché gli anni trascorsi da quell’evento hanno fatto crescere l’attaccamento al Papa Polacco e, la sua
morte sofferta, ha dato un’aura di santità alla Sua meravigliosa figura. Civita Castellana Lo ricorda
con commozione e rimpianto.
il Santo Padre
in visita alla Cattedrale Santa Maria
Maggiore di Civita Castellana
17 Settembre 1989 visita del S.Padre a Trevignano ed Orte sotto il mandato di
S.E. Divo Zadi Vescovo
In occasione della commemorazione dell’Abate Silvestri, la cittadina di Trevignano Romano, ospitò il
Santo Padre che, all’omelia della Santa Messa si rivolse ai giovani esortandoli “…a raccogliere l’ansia
di giustizia, di solidarietà, di libertà, di pace, che
anima la presente generazione – per trarne i frutti
attesi a vantaggio vostro e delle generazioni che verranno” e “…a realizzare atteggiamenti coerenti e
visita del Papa a Trevignano
generosi verso le esigenze del bene comune e del
progresso civile, a vantaggio soprattutto dei più
deboli.” Il Santo Padre presenziò l’inaugurazione
della Virgo Prudentissima sull’Autostrada del Sole nei pressi dell’uscita per Orte. Nel
libro dell’Apocalisse si parla della Donna “vestita di sole” ed è appunto nell’autostrada il S.Padre arriva ad Orte accompala Virgo
del sole che venne posta la bellissima statua della Vergine.
gnato da S.E. Divo Zadi Vescovo
Prudentissima
Solenne Liturgia in memoria e suffragio di S.S. Giovanni Paolo II
La Diocesi di Civita Castellana si stringe al suo Vescovo Divo Zadi, nella solenne liturgia in memoria e in suffragio di S.S. Giovanni Paolo
II. Erano presenti autorità civili e militari, il Prefetto della Provincia di Viterbo S.E. Dott. Carlo Alfiero, i quarantuno sindaci delle due province che compongono la Diocesi e la partecipazione silenziosa, segnata dalla commozione e dal dolore del popolo di Dio. Nell’omelia il
Vescovo ha avuto parole di ringraziamento per la presenza di tanti fedeli, come mai si era visto, uniti nella fede del Cristo Risorto, per
ricordare e pregare per il Santo Padre Giovanni Paolo II. Continuando ha detto: “La testimonianza d’amore che ci ha lasciato e la sofferenza vissuta fino all’ultimo, la Sua attenzione per l’uomo come persona, ravvivi in noi la fede, la speranza e la certezza della risurrezione futura”.
Giancarlo Palazzi – l’Avvenire 10 Aprile 2005
Campo de’fiori
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Papa Karol, Papà di tutti
Sto seguendo in
TV il lungo collegamento in
diretta da Piazza San Pietro,
una folla immensa che prega commossa,
è ormai lì dalla
scorsa
notte
per vegliare il
Santo
Padre
che si sta spegnendo.
Vecchi, giovani
di Sandro Anselmi
e perfino tanti
bambini con le
candele in mano ed i rosari, sperano incessantemente nel miracolo, e seguitano a tenere gli
occhi puntati sulle finestre accese del terzo
piano degli appartamenti del Papa. Splendidi
ragazzi, i PAPABOYS, cantano accompagnati
dalle chitarre per far sentire la loro presenza, il
loro affetto al “GRANDE AMICO”, a Colui che
nella Settimana Santa ha voluto sovrapporre la
Sua sofferenza a quella di Cristo. Roma vive la
sua notte più lunga, la più trepida, la vive nell’eterno sperare, ma il suo Vescovo è stanco,
poco vale insistere perché il Buon Pastore resti
ancora su questa terra, se l’Angelo del Signore
è venuto per riportarlo nella Casa del Padre.
Egli ha volato dolcemente nel cielo sopra la
piazza, l’ha riempita del Suo fulgore e, abbracciata l’Anima del Figlio, l’ha portata con Lui nel
Paradiso. Sono le 21 e 37 del 2 Aprile 2005
e la luce che si è accesa nella camera da
letto del Santo
Pontefice, dice che
Karol Wojtyla è
morto. La mestizia
dei rintocchi della
campana della Basilica di San Pietro
annuncia ai fedeli presenti, a Roma, al
mondo intero, che è
morto il più GRANDE
PAPA della storia. Un
dolore profondo, cocente, scioglie le lacrime e fa male al cuore,
nello stordimento c’è
il silenzio, il vuoto. E’
voluto
morire
di
Sabato, nel giorno
dedicato alla Madonna, alla Madre da Lui
sempre cercata ed
invocata ed alla quale
è stato profondamente devoto. Questo
Papa ci lascia un’ eredità ricchissima e, nel
grande lavoro di apostolato da Lui svolto e, nei
tratti caratteristici della Sua meravigliosa
Persona. Fin dalla Sua elezione del 22 Ottobre
1978 fa capire immediatamente la forza del
Suo messaggio tuonando “aprite le porte a
Cristo……permettete a Cristo di parlare all’uomo, solo Lui ha parole di vita, di vita eterna”.
La Chiesa Cristiana ha il suo pellegrino che porterà la Parola di Dio in 170 paesi.
Farà 104 viaggi per 1.240.000 chilometri,
incontrerà 300.000.000 di persone, entrerà
nelle Sinagoghe, nelle Moschee, nelle Chiese
Ortodosse. Sarà il Papa dei giovani che chiamerà a milioni e che amerà sempre. I giovani
Papaboys saranno quelli che porteranno integro nel mondo il messaggio del loro Padre per
trasmetterlo, poi, ai loro figli. Lui li raccomanderà sempre a Maria come in questa Sua: I
GIOVANI TI SALUTANO… o Donna rivestita di
lo sport; il Papa operaio che si è sempre battuto con fermezza e coraggio per la pace, la
dignità e la vita dell’uomo; il Papa che aveva
sofferto la barbarie nazista ed il regime sovietico e che si batterà contro ogni guerra, ma che
non riceverà mai il premio Nobel per la pace…
Tutti i personaggi che ora lo piangono, non
l’hanno ascoltato però quando diceva di smetterla con le guerre, quando diceva di difendere
la vita sotto ogni forma ed in ogni suo momento !!! Lui non era certo d’accordo con gli interventi armati in terra straniera, con l’aborto e l’eutanasia !!! Con l’atroce assassinio di Terry
Schiavo !!!
Eppure carissimo Karol non ti
hanno seguito sulla strada
della libertà, della pace e della
giustizia, neanche quando la
tua sofferenza, straziante,
avrebbe potuto indurli a compassione !!! Chissà quanto
dolore hai provato nel vedere
incompiuta la Tua opera, seppur colossale. Ora, però, tutti
piangono per TE. Con te moltissime persone hanno ritrovato la Fede, la loro forza
morale.
sole – i giovani del mondo – ti salutano con
tanto amore – sono venuti a te – con tutto il
coraggio dei loro giovani cuori. Sarà il Papa dei
poveri, dei sofferenti, degli ammalati, che primi
abbraccerà il giorno della Sua elezione, avanti
alle alte cariche presenti. Ricordo con simpatia
ed affetto la Sua cordialità, la Sua semplicità: i
giochi con i bambini, i canti con i giovani, le
parole scherzose “volemose bene” , “damose
da fa” , la Sua passione per il teatro, la poesia,
Non so vedere la Chiesa
domani, è troppo grande il
vuoto che lasci ed anche se la
Tua figura continuerà a sopravvivere nella
perennità della memoria, sarà comunque faticoso e difficile allungare il solco che hai tracciato. Cristo però non ci ha mai abbandonati, e nei
Suoi disegni c’è sempre la certezza che ci prenderà per mano fino alla fine dei giorni.
Quando si spegneranno i riflettori su questo
grande evento, si vedrà allora brillare per sempre nel cielo, questa bellissima, luminosissima
Stella.
Campo de’fiori
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Civita Castellana
Il “Grande” venuto da lontano
Sabato 2 Aprile...
Sembra una serata
romana come tutte le
altre.
Un fine settimana in cui,
immersi nel traffico di
Roma, il frastuono quodi
tidiano delle auto, malErminio Quadraroli
tratta le orecchie mentre le luci della città
eterna si mescolano a quelle dei fari e lo
smog profuma quel velo di nebbia tipico
delle tiepide notti primaverili.
In questo giorno così uguale a tanti altri,
in un viaggio verso lo Stato più piccolo del
Mondo, un sms spezza quel filo di speranza nutrita a lungo nei nostri Cuori: “ ore
21.37, Papa Giovanni Paolo II è morto”.
Fredde parole che non hanno però fermato la voglia di raggiungere Città del
Vaticano per portare l’estremo saluto a Chi
ha compreso le grida silenziose dei deboli,
ricordando il senso profondo della realtà ai
potenti.
Dentro di noi è cresciuta la voglia di regalare un affettuoso “arrivederci” ad un
Uomo che ha insegnato l’arte del perdono
a chi non aveva avuto mai il coraggio di
dimenticare.
Più che mai è diventato irrinunciabile il
desiderio di Pregare davanti a quella finestra, dove qualche mese prima, ci eravamo
fermati quasi per caso.
Non immaginavamo, in quel giorno di
novembre, che quelle parole, pronunciate
a fatica dal Santo Padre, ci avrebbero
cambiato e gonfiato gli occhi di gioia.
Parole che hanno tracciato solchi profondi
nei nostri Cuori, perché dette da un Uomo
che ha saputo imprimere, senza paura, il
concetto di amicizia e di pace negli Animi
aridi dei potenti indeboliti nello Spirito.
In quell’umido sabato sera, quella finestra
era chiusa e con gli occhi gonfi di dolore in
quel silenzio irreale, rotto solo da applausi
spontanei, abbiamo fissato per ore la luce
che da essa usciva…
Quella luce, più forte di qualsiasi altra presente nella piazza, sembrava essere sorda
ai nostri cori.Dal più profondo di noi stessi, speravamo che da quel bagliore potesse spuntare la sagoma di quell’Uomo che,
in quel giorno di novembre, ci aveva dato
un’energia tale da strapparci sorrisi, lacrime e una serenità che ancora oggi ci fa
molto bene al Cuore.
In quella sera d’aprile, invece, abbiamo
messo a nudo la nostra Anima, nella consapevolezza di aver perso un “Corpo
Mortale”, ma di aver ritrovato dentro di noi
e nel nostro Cuore, gli insegnamenti di
Papa Giovanni Paolo II, “il Grande”, che a
me personalmente piace ricordare attraverso la frase che più mi ha fatto sorridere: << Damose da fa!>>.
NATI
Matrimoni
MORTI
06.01 Francesco Agostinelli
04.01 Amalfitano Alessia
05.01 Chiara Bongarzone
15.01 Jessica Michela Burdusa
25.01 Giovanni Matteucci
21.01 Alice Mozzicarelli
17.01 Giorgia Mutti
02.01 Pirusca G.Loredana
07.01 Sabrina Alessandra Rusu
10.01 Ketryn Jeyn Trapani
03.02 Nicolò Annesi
14.02 Emanuele Di Berardino
10.02 Diego Massaccesi
07.02 Nicolò Paciosi
22.02 Maria Maddalena Sacchetti
08.02 Zaira Savoia
20.03 Serena Alessandrini
16.03 Clara Arpini
07.03 Anna Chiovelli
21.03 Giorgia Mancini
19.03 Angelica Patrizi
29.03 Luca Pieri
01.03 Flavio Santini
22.03 Marta Stan
29.01
Tommasso Torretta / Cristina M.Dinica
20.02
Riccardo Sablone / Arianna Lazzari
27.02
Massimo Anselmi / Vania Farina
12.03
Luigi Brocchi / Gloria Conti
21.03
Franco Cirioni / Matilde Querciotti
26.03
Antonio Giorgi / Ada Groppa
Sante Giovanni Avigliana 03.01 - Adamo
Campagnoli 27.01 - Maria Cecchini 20.01 Giuditta Cirioni 17.01 - Rosa D’Angeli 24.01 Teresa Del Priore 11.01 - Cesina Di Basilio 16.01
Orsolina Di Felice 19.01 - Nello Di Matteo 29.01
Caterina Fidaleo 01.01 - Annunziata Mindel
25.01 - Irma Rocconi 19.01 - Mario Rompietti
07.01 - Esterina Tombolini 21.01 - Massimo
Villani 28.01 - Giuseppina Angelelli 02.02 Emanuele Bernini 26.02 - Bianca De Vincenzi
17.02 - Agostino Giacomini 18.02 - Antonio
Guglielmo 28.02 - Marzia Marcantoni 16.02 Fiorino Mecucci 20.02 - Cesare Foscatelli 07.02
- Elpidio Proietti 25.02 - Luigi Romani 13.02 Dionigi Adamo 06.03 - Tancredo Bececco 12.03
- Giustino De Rosa 28.03 - Umberto Di
Giovenale 21.03 - Elena Fantera 19.03 - Lina Lisi
28.03 - Nerina Mancini 11.03 - Anna Reali 18.03
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01030 Vallerano (VT) - Via Don Minzoni, 58 - Tel./Fax 0761.751551 e-mail: [email protected]
01033 Civita Castellana (VT) - Via Giovanni XXIII, 28-28A - Tel./Fax 0761.517951 e-mail: [email protected]
00169 Roma - Centro Commerciale Casilino - Via Casilina, 1011 - Tel. 06.23260306, Fax 06.23279988
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VENERDI’ SANTO
Tradizione e Fede
di Cristina Evangelisti
Renzo Fabrucci) e, di
fronte alla Chiesa di San
Biagio, la vita del Cristo
viene sacrificata in cambio di quella di Barabba
(Roberto Forti). Da qui
Gesù (Alvaro Todini),
trascinerà la pesante
Croce per le vie del
paese,
provocando
nello spettatore che
assiste alla scena, una
straziante emozione per
la rievocazione di quel
Calvario. Nel Piazzale
San Biagio, Gesù viene
crocifisso, circondato da
Sera del Venerdì Santo a Civita Castellana - (Foto Mauro Topini)
Maria,
sua
madre
(Marina Paolucci), Maria
Anche quest’anno a Civita Castellana, la
Maddalena (M.Rita Prosperi), Maria di Cleofa
Processione del Venerdì Santo è stata segui(Francesca Di Stani), la Veronica (Simona
ta da una gran moltitudine di fedeli che, in
Ridolfi), i centurioni romani e gli Apostoli.
rispettoso silenzio, davanti al Cristo
Crocifisso, posto nella splendida cornice del
portico di Santa Maria Maggiore, hanno,
d’apprima ascoltato le parole pronunciate dal
Vescovo Divo Zadi e poi assistito al Sacro
Evento che vede Gesù deposto dalla Croce e
portato in Processione fino alla chiesa di San
Benedetto, dove i fedeli, in fila, aspettano il
loro turno per il rito del “Bacio”. Il momento
della deposizione del Cristo dalla Croce è
sempre un momento emozionante durante il
quale, tutti gli occhi, fissi su quel corpo esanime, rivivono, come duemila anni fa, il
Sacrificio del Figlio di Dio per la remissione
dei peccati del mondo. Durante la settimana
Santa il Vescovo Divo Zadi ha celebrato la
Messa Crismale alla quale hanno partecipato
tutti i sacerdoti della Diocesi. Durante questo
Evento, infatti, si assiste alla mescita degli oli
sacri da parte del Vescovo il quale li distribuirà poi fra i sacerdoti della diocesi che li
useranno per impartire i Sacramenti del
Corchiano rappresentazione vivente della
Battesimo, della Cresima e del Sacerdozio.
Passione di Cristo -( foto Eleven Focus)
Altri oli verranno usati per gli infermi ed altri
Deposto dalla Croce il Cristo viene condotto
ancora per coloro che si preparano a ricevein processione nella Chiesa di Santa Maria e
re il Battesimo. Diversamente da Civita
qui i fedeli si uniranno nel rito del “Bacio” e
Castellana, a Corchiano possiamo assistere
venerazione della Croce.
ad una vera e propria rievocazione storica
L’evento Pasquale, in qualunque modo venga
vivente del Venerdì Santo. Attori e attrici,
rievocato, credo trasmetta in ognuno di noi il
preparati per l’evento organizzato dalla
vero senso della festa religiosa. Esso, diverProloco, ripropongono ai fedeli, che seguono
samente dal Natale che, per nostra colpa e
con devozione la manifestazione, il processo
per i nostri eccessi, ha assunto un significafatto a Gesù da Ponzio Pilato (interpretato da
to sfrenatamente consumistico, è la ricorrenza che riscopre maggiormente lo spirito e il
sacrificio cristiano vero e proprio.
Messa Crismale celebrata da S.E.Mons.
Divo Zadi Vescovo - (Foto Mauro Topini)
Corchiano rappresentazione vivente della
Passione di Cristo -( foto Eleven Focus)
Campo de’fiori
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ed Attualità edito
dall’Associazione
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Una Fabrica di ricordi
storie e immagini di Fabrica di Roma
di Sandro Anselmi
La Settimana Santa
G
ià un mese prima della solenne processione del Venerdì Santo, noi ragazzi del
rione San Rocco andavamo raccogliendo
tantissime fascine di legna di vite per
accendere il “focaraccio”. La legna disponibile in quantità in quel periodo, era appunto la potatura delle viti, che i contadini
cedevano volentieri per lo scopo. Noi
ragazzi, così, le trascinavamo con fatica
fuori dai campi, per portarle sulle spalle
fino al piazzale dove veniva rappresentato
il Golgota. Quella montagna di fascine
veniva accumulata a formare una grande
pira, cava all’interno, così che potevamo
giocarci, nascondendoci come in una
capanna. Tante cose intanto succedevano
in quella Settimana Santa quando, chiuse
le scuole venivamo in aiuto alle mamme
che erano indaffaratissime per preparare
le pizze di Pasqua. Esse venivano impastate e messe a lievitare sopra le tavole per il
pane, coperte dalla mantiglia (una sorta di
duro canovaccio che serviva per coprire e
dar calore alle pizze ed al pane in lievitazione) e per aiutarne il processo venivano
accesi, vicini, dei lumini che le scaldavano
con la loro fiammella. Nel frattempo, l’addetto al forno del quartiere, doveva essere
un buon temporeggiatore e mantenere
vivo il fuoco perché potesse servire a
turno, tutte le comari. Noi facevamo continuamente la spola tra il forno e le case per
poter far collimare i tempi e godevamo del
gusto di poter aiutare, di tanto in tanto, il
fuochista, rifornendolo di fascine. Una
volta uscite dal forno, ancora calde, le
pizze di Pasqua venivano bagnate, sulla
parte superiore, con la chiara dell’uovo
battuta perché la crosta potesse indurire e
diventare lucida. Le pizze da noi particolarmente gradite, erano quelle istantanee
perché, a differenza di quelle classiche,
erano più morbide e dolci. Esse erano condite con diverse essenze come alchermes,
strega o amaretto che eravamo comandati di acquistare dal farmacista, il quale le
versava in un bicchiere, mezzo pieno di
zucchero, portato da casa. L’impasto di
queste ultime era talmente dolce che si
aspettava di poter leccare, con le dita, il
contenitore dove era stato lavorato.
Mentre la pizza istantanea restava morbida per giorni, l’altra classica, si induriva
rapidamente, cosicché i vecchi l’ammorbidivano in un buon bicchiere di vino.
Tornando al Venerdì Santo, nelle prime ore
del pomeriggio gli operai alzavano le tre
Croci proprio ai bordi del piazzale, di rimpetto alla pira di legna, e vi inchiodavano
il Corpo di Gesù che coprivano con un lenzuolo. Allora noi, che avevamo giocato e ci
eravamo divertiti nei giorni precedenti, ci
sentivamo investiti da un senso di responsabilità per la riuscita dell’evento, mentre il
quartiere veniva tutto pervaso da un’aria
di sacralità. La sera, quando giù nel paese
usciva la processione dalla chiesa, c’era
quello di noi più veloce, che faceva da
staffetta fra la testa del corteo che avanzava e gli addetti all’accensione del “focaraccio”. Quando su dal Golgota si udiva
avvicinarsi il suono della banda ed il rumore delle catene trascinate dai piedi dei
cirenei incappucciati, il ragazzo che era già
tornato trafelato per la corsa, sollecitava,
impaziente, l’accensione del fuoco. Allora i
bagliori, le lunghe fiamme, illuminavano
l’arrivo composto della banda, poi della
statua della Madonna, seguita dalle pie
donne e poi i Cirenei.
Seguiva la
Compagnia della Buona Morte con le lanterne accese e la grande Croce, portata
con uno sforzo immenso alla cinta e tenuta dritta, in equilibro, impugnando i suoi
due manici. Noi ragazzi provavamo una
ammirazione particolare per il personaggio
che portava la Croce, perché pensavamo
dovesse essere il più forte di tutti, per sopportare un peso così grave. Poi seguiva la
predica del prete con il volto illuminato
dalla luce delle fiamme e tutto il popolo
era attento e triste. Al momento della
deposizione del Cristo Morto dalla Croce, i
fedeli raggiungevano l’acme del trasporto
spirituale e qualche lacrima scivolava dagli
occhi stanchi delle nonne presenti, specie
in quelle più anziane. Alla fine la processione riprendeva la strada del ritorno e le
note tristi della banda, il salmodiare dei
fedeli, lo strisciare delle catene, si affievolivano man mano che scendevano giù
verso il centro del paese. Allora alcune vecchiette portavano a casa un po’ di quella
brace Sacra, dentro a dei secchielli di alluminio e noi, che avevamo tanto lavorato in
quei giorni, restavamo attorno alla montagna di carboni ardenti, soddisfatti delle
nostre fatiche. Si stava bene al caldo ed
era bello guardarsi illuminati da quella luce
insolita, mentre si facevano discorsi che
ricordavano i fuochi degli anni precedenti.
Alla fine, quando le ultime scintille si
nascondevano sotto la cenere ed il freddo
incominciava ad incedere, tornavamo alle
nostre case sperando che l’anno dopo
avremmo potuto ripartecipare al rito, perché non ancora troppo grandi d’età, ma
che poi, una volta cresciuti, avremmo
potuto finalmente portare la Grande Croce.
10
Campo de’fiori
Lettere al direttore
Fra le tante lettere ed altrettante e-mail che arrivano da parte dei nostri affezionati lettori, che ringrazio, ho scelto di pubblicare quella della signora
Orietta perché ha trattato un valido argomento. Confesso che avevo già scattato queste foto perché reputo veramente importante la realizzazione dei
marciapiedi sulla circonvallazione, come pure la pavimentazione dello spazio sterrato che collega Via Belvedere Falerii Veteres al ponte del Forte del
Sangallo. Questo infatti è il percorso obbligato per chi proviene dai parcheggi, una volta attraversate le strisce pedonali.
DENUNCIA DI UNA MAMMA
Gentilissima redazione di Campo de’ fiori. Sono una giovane mamma di Civita Castellana ed
ho una bambina di 11 mesi. Fin qui tutto normale. Il motivo che mi ha spinto a scrivere questa lettera è che da un po’ di tempo, quando esco con la mia bambina per andare a fare
una passeggiata con il passeggino, non c’è alcun posto dove poter passeggiare a piedi.
Questo credo sia un problema di tutte le mamme. Cerco di spiegarmi meglio: se passo
davanti a Via Ferretti o Via Panico, il marciapiedi è inesistente e si rischia che le macchine
che passano ti mettano sotto. Per evitare ciò sei costretto a camminare in mezzo alla strada e a bloccare il traffico. Un’altra strada che si potrebbe fare è la circonvallazione Falerii
Veteres, che è tutta assolata. Andrebbe proprio bene se non fosse che anche li non c’è traccia di marciapiedi e, in una strada di scorrimento come è questa, è veramente pericoloso
provare a camminare in mezzo alla strada. Ho notato che ultimamente sono sorti nuovi marciapiedi, come quello di Fontana Quaiola, ma lì le rampe d’accesso non sono rampe ma gradini molto alti che si fa fatica a far salire un passeggino! E questo non è un grosso problema soprattutto per i diversamente abili ? Qualora poi riuscissimo a salirci è impossibile camminarci con un passeggino in quanto il percorso non è lineare e scorrevole ma interrotto
dalla presenza di alberi. ED ECCO ALLORA CHE BISOGNA TORNARE A CAMMINARE
IN MEZZO ALLA STRADA!! E non parliamo poi della strada che da Via Masci porta al
Ponte Clementino (quella dove da poco sono stati rifatti i muretti di cinta). Anche qui, nonostante la presenza del marciapiede, per poter scendere ci sono 5 gradini e manca del tutto
la rampa. Si torna a camminare in mezzo alla strada!!! Stessa musica in via della Repubblica
e a Via Terni, all’altezza del Supermercato Superconti. Si fanno tante chiacchiere per abbattere le barriere architettoniche ed invece a Civita Castellana ne costruiamo di nuove??? Non
sono una giornalista ma una semplice cittadina. Spero di essere abbastanza chiara perché
credo che questo sia un problema che non sta particolarmente a cuore solo a me in quanto mamma, ma a tutti. Con la speranza che possiate pubblicare questo mio piccolo sfogo,
porgo cordiali saluti. Orietta.
Campo de’ fiori è distribuito a
Civita Castellana, Corchiano,
Fabrica di Roma, Vignanello,
Vallerano, Canepina, Vasanello,
Soriano Nel Cimino, Vitorchiano,
Bagnaia, Viterbo, Montefiascone,
Carbognano, Caprarola,
Ronciglione, Sutri, Capranica, Cura
di Vetralla, Blera, Monte Romano,
Tarquinia, Civitavecchia, Orte,
Gallese, Magliano Sabina,
Collevecchio, Tarano, Torri in
Sabina, Calvi nell’Umbria,
Stimigliano, Poggio Mirteto,
Otricoli, Narni, Terni, Amelia,
Nepi, Castel Sant’Elia, Monterosi,
Anguillara, Trevignano, Bracciano,
Canale Monterano, Mazzano,
Campagnano, Sacrofano, Olgiata,
Faleria, Calcata, S.Oreste, Nazzano,
Civitella San Paolo, Torrita
Tiberina, Rignano Flaminio,
Morlupo, Castelnuovo di Porto,
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Fregene e nei migliori
locali di Roma, in tutte le stazioni
MET.RO. Spedito a tutti gli abbonati in Italia e all’estero, inviato ad
Istituzioni Culturali e sedi
Universitarie italiane e straniere,
a personaggi politici, della cultura,
dello sport e dello spettacolo.
Via Belvedere Falerii Veteres
marciapiede di Via F. Petrarca
Benvenuto...
- alla Dott.ssa Loredana Filoni che curerà una rubrica di pediatria e quella delle interviste ai personaggi dello spettacolo;
- a Maria Cristina Caponi che si occuperà di news cinematografiche trattandone la critica.
- al Dott. Carlo Cattani, 30 anni di passione musicale, fondatore di radio private negli anni ‘70, manager di Rock Band, collaboratore in alcuni management di gruppi indipendenti, collaboratore di Rock fanzine Francese, che segnalerà opere discografiche di autori emergenti e dischi di particolare pregio storico.
- all’arch. Massimo Santini, il quale è presente nella rubrica SCOPRI L’ARTE di questo numero e che porterà su Campo de’ fiori i personaggi dello spettacolo che operano “dietro le quinte” .
Il Direttore e la redazione
mitico locale di
Lando Fiorini
è nella rosa dei
migliori locali
romani, dove
potrete trovare
Campo de’ fiori.
Campo de’fiori
11
Suonare ! Suonare !
ciò che si.....sente è
Il “deus ex machina”
Andrea Pavoni ha
aperto il suo “ treadel Dott.
sure box “ e ne ha
Carlo Cattani
tratto gemme di
intensa
valenza emotiva . …si perché
“FROM THE TREASURE BOX”, ultima
release del progetto GREENWALL, di cui è
leader l’ eccellente tastierista e compositore,
Andrea Pavoni , è un viaggio tra emozioni ,
sensazioni , stupori, abilmente organizzato
con l’ausilio di ottimi partners.
Le “essenze” musicali , riposte per alcuni
anni nello “scrigno dei preziosi ” di Pavoni,
sono ora diffuse per il piacere di tutti coloro
che hanno orecchie e menti disposte a viaggiare a bordo di un confortevole tappetto
musicale a tariffa “rich cost” con servizi di
bordo a base di impennate rock , virtuosismi classici , accelerazioni jazz rock ,! Che “il
“ragazzo” ha studiato, con profitto, i “classici” e i grandi del jazz si sente e noi gliene
siamo grati di questa sua diligenza poiché ha
saputo sapientemente concertare , in questo
cd , le sue pulsioni di musicista “colto” , con
le prestazioni musicali e interpretative degli
altri compagni di viaggio . Un’ esecuzione da mandare giù tutto d’un fiato senza
precauzioni per l’uso ….il sovradosaggio è
fondamentale , non dannoso , per una completa, soddisfacente degustazione !
“FROM THE TREASURE BOX” rappresenta
il 3° capitolo del GREENWALL Project
(
prima c’erano stati le opere “Il Petalo del
Fiore e altre storie-1999 ” e “ Elektropuzzles
–2000”) ma il primo realizzato contando su
i Greenwall in concerto
un’effettiva line-up in fase di registrazione …..infatti nei precedenti
“episodi” , gli interventi esterni
erano stati occasionali o addirittura inesistenti : “Elektropuzzles”
era stato interamente , magistralmente, eseguito alle tastiere dal
ns. Andrea . Tra i brani , da assaporare come si sorseggiasse un
buon vino , spiccano “Il cunicolo”,
unica track scritta a 4 mani con il
bass player Fabio Zoeli Ciliberti ,
impreziosita da una bella interpretazione vocale di Sofia Baccini
(ospite proveniente dal gruppo
Partenopeo dei Presence) che dà voce
anche a “ Dondolando su laghi di smeraldo”
e “Preludio…to the end” , “Pollicino”, condotta a “voce” dall’ espressiva Michela Botti
(vocalist titolare della band ) ,la lunga suite
di “Preludio …to the end (26 m.) ”.
Oltre la musica , la cosa che potrebbe passare ai “posteri” è la bella copertina e l’annesso booklet ad opera dell’illustratrice Serena
Riglietti , autrice affermata nel mondo dell’illustrazione e grafica , nota alla massa per
essere l’ideatrice delle copertine della serie
dei libri di Harry Porter in Italia : un bel lavoro grafico e di illustrazione ,che da solo vale
l’acquisto del cd, a sostegno delle “visioni”
musicali di Pavoni ! 60 ca minuti di vitalità musicale ….che non è poco !
Scheda sintetica
Band
:
GREENWALL
Origine :
Roma
Genere :
progressive
( influenze jazz rock -classica-canzone d’autore)
discografia :
“Il petalo
del fiore ed altre storie” 1999 Mellow records
“Elektropuzzles” – 2000
Mellow records
“ From the treasure box” –
2005 Rock Revelations
partecipazione a progetti
:-“Kalevala” –Musea 2002
(3cd):opera rock ispirata al
poema epico Finlandese
Greenwall
“KALEVALA” ; i Greenwall sono presenti con
il brano “THE WEDDING” -The letters/an
unconventional Italian guide to King
Crimson”- 2004 Mellow records (2cd+EP)
i Greenwall sono presenti con un loro personale del brano tributo ai K.C. di “Larks
tongues in Aspic/parte 1°”
-“The Colossus of Rhodes” – 2005 Musea
brani ispirati al film omonimo degli anni ’60
di Sergio Leone: i Greenwall sono presenti
con la lunga suite
(25 min.) di “The secret passage” .
LA FORMAZIONE
Andrea Pavoni (piano e tastiere)
Alfredo De Donno (tastiere)
Michela Botti (voce)
Stefano Marazzi (batteria)
Riccardo Sandri (chitarre)
Fabio Ciliberti (basso)
approfondimenti-informazioni varie e
acquisto cds :
consulta www.greenwall.it
copertina Greenwall
Campo de’fiori
12
Come eravamo
di Alessandro Soli
I MITICI ANNI ‘60
L
e minigonne, i
pantaloni
a
zampa d’elefante, i
capelli lunghi, il
Juke-box, la 500, la
Alessandro Soli
rivolta studentesca,
il rock, “la dolce vita”, i Beatles. Quanti
sono i ricordi di quegli anni, gli anni della
mia gioventù, della gioventù di una generazione “di mezzo”, che viveva un nuovo
“rinascimento”, dopo la barbarie della
seconda guerra mondiale. Erano gli anni
del cosiddetto “Boom economico”: nelle
case cominciavano ad apparire la televisione, il frigorifero, la lavatrice, il giradischi, il
phon, tutto si poteva comprare a rate. Se
la Fiat 600 era il traguardo di ogni capo
famiglia, la 500 rimaneva nei sogni dei
diciottenni di allora, era uno degli “status
simbol”, specialmente se con i pneumatici “più larghi” e il motore elaborato
“Abarth”. Le ragazze rinnovavano il loro
abbigliamento, passavano dalle morigerate gonne sotto il ginocchio alla“minigonna”, che arrivava prepotentemente
dall’Inghilterra, insieme ad una musica
strana, ritmica, affascinante e originale,
quella dei Beatles. Noi maschietti invece,
cercavamo di imitare nell’abbigliamento l’idolo nascente della canzone italiana:
Adriano Celentano, con i suoi calzoni a
“zampa d’elefante” e gli stivaletti da
cow boy ereditati dal grande “Elvis”. In
ambedue i casi, questi capi di abbigliamento valorizzavano le forme che madre
natura aveva dato ai giovani più fortunati.
Infatti, se la minigonna suscitava strane
fantasie erotiche indossata su due belle
gambe, lunghe e affusolate, non da meno
era il risultato dei calzoni attillati e a
zampa d’elefante, che il “paino” di turno
sfoggiava con andamento lento e dinoccolato. La discoteca di quegli anni era molto
particolare, perché non c’era, mi spiego: la
musica si poteva ascoltare solo nei bar,
d’inverno al chiuso,in genere nello stesso
locale dove avveniva la mescita, d’estate
all’aperto, magari nel piazzale antistante
l’esercizio. Ma da dove veniva questa
musica? Essa veniva sprigionata da un
“aggeggio”(passatemi il termine) straordinario, che arrivava direttamente
dall’America, sua maestà il “Juke-Box”.
In genere aveva la forma tondeggiante,
era coloratissimo, ed aveva due tastiere ,
una con le lettere dell’alfabeto, l’altra
numerica, che ti permetteva di selezionare, dopo aver introdotto la moneta nell’apposita fessura, il tuo disco preferito. Che
emozione, e quale stupore quando, dopo
aver fatto la selezione, ti appoggiavi sulla
parete di plexigass, e vedevi quel piccolo
braccio meccanico che agganciava il 45 giri
e dopo averlo trascinato lo adagiava sul
piatto girevole. Avevi selezionato B5, H16,
e G9, era appena partito Please Please
me ( B5) e già pensavi a Pregherò (H16),
poi mentre pregustavi la terza ed ultima
selezione She loves you (G9) , partiva
Sapore di sale ( G8), t’eri sbagliato, ma
eri felice lo stesso, perché girandoti , guardavi languidamente lei, e quella canzone
così romantica, rappresentava il tuo messaggio d’amore, che non eri riuscito ancora a trasmetterle.
copertina originale del disco dei Beatles - Novembre 1963
... continua
Campo de’fiori
13
Campo de’ fiori
è la più grande vetrina
per i tuoi affari.
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Campo de’ fiori
arriva e “porta bene”
ed entra nelle case
di centinaia di migliaia
di lettori
Indovina l’Artista
Di lato è riportato il particolare
di un famoso quadro denominato “La Primavera”. Sai dirci
chi l’ha dipinto? I primi tre che
indovineranno e ne daranno
comunicazione in redazione
riceveranno
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Storia e Geografia
Sai dirci da quale
monte nasce il Tevere?
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Campo de’fiori
15
INCONTRO
CON UN
ROMANO
D.O.C.
ALFIERO ALFIERI
L’artista che ho
incontrato, incarna
lo spettacolo popolare più verace,
schietto e spontaneo che, tutt’ora, si
può trovare nelle
sue originali rappresentazioni che, da
anni, si svolgono al
della Dott.ssa
Teatro Rossini, in un
Loredana Filoni
angolo ridente di
romanità, a due passi da Largo Argentina,
nella Piazzetta di Santa Chiara a Roma.
Questo è l’unico spazio esistente, nella
capitale, nel quale si può assistere alla
commedia romanesca. Dialetto, questo,
che essendo ormai sempre meno usato
nelle rappresentazioni di teatro giovanile,
viene egregiamente tenuto in vita dal
direttore artistico del Teatro, appunto
Alfiero Alfieri.
Alfiero Alfieri è nato a Roma il 6 Ottobre
del 1942. Il padre Ardilio, era ispettore
della Coca-Cola, mentre la madre Rosa,
casalinga. Alfieri ha sentito, sin dall’infanzia, una grandissima passione ed uno
smodato desiderio di calcare le vette del
palcoscenico. Così, a quindici anni, iniziò
come imitatore e showman, in varie compagnie teatrali. Il suo primo, grande maestro, fu l’indimenticabile Aldo Fabrizi. Ma
l’occasione della vita gli arrivò nel ’70,
quando si presentò al Teatro Rossini, presso la compagnia di Checco Durante.
Lì venne assunto inizialmente come suggeritore. In seguito, data la sua grande
vena artistica, il maestro lo promosse
“attor giovane” e da lì è cominciata la
grande ascesa artistica di Alfieri, costellata
da innumerevoli successi e riconoscimenti
personali, il più importante dei quali, la
sostituzione del suo professore, Checco
Durante, al Rossini, nella stagione
1990/91 quando, grazie alle sue performance, il teatro tornò agli antichi fasti.
Oggi, la compagnia Checco Durante è
interamente diretta da Alfieri, che vi rappresenta due commedie per due mesi
all’anno.
L’artista è sposato ed ha due figli. Una in
particolare, Monica Paliani, ha recitato con
il padre fino allo scorso anno mentre, que-
st’anno, collabora dietro le quinte. Lo spettacolo del quale vi parlerò è, appunto,
quello al quale ho assistito personalmente
un paio di settimane fa, dal titolo “E mò
ricominciamo da capo”. E’ interamente
inedito e scritto dal genio creativo di
Alfieri. La vicenda si svolge nella Roma
degli anni ’60, nella casa di un fiero sessantenne, vedovo, con una figlia.
Arrivato alla soglia della pensione, con
grande orgoglio e dignità, il ‘nostro’ personaggio (Giovanni è il suo nome) si vede
costretto a rimettere la testa sui libri, per
sostenere un esame che gli consentirebbe
di ottenere la licenza media e poter così
andare in pensione con un grado superiore.
Inizialmente, Giovanni è sconcertato ma
poi, il suo carattere tipico del romano un
po’ sardonico e pieno di immaginazione,
trasformerà questo evento in una situazione tragicomica, piena di doppi sensi, gags
ed anche improvvisazioni con gli attori e
con la partecipazione del pubblico che
variano di sera in sera. Ed appunto il coinvolgimento del pubblico in sala (del tutto
casuale) è una particolarità che Alfieri, da
sempre, utilizza nei suoi spettacoli. Questo
rende tutto originale e pieno di sorprese
che, in base alle risposte del pubblico,
variano ogni sera ed è, a mio avviso, il
punto di forza della creatività di questo
genio di comicità quale è Alfieri.
Io stessa, ed anche mio marito, siamo
stati “interrogati” più volte su innumerevoli situazioni inerenti la commedia e, ad un
certo punto, mi sono quasi ritrovata “catapultata” nelle sorti della commedia (sembrando quasi attrice io stessa! Alfieri mi
perdonerà l’azzardo), quando a richiesta
dello stesso, ho “aiutato” a portare ad un
esito positivo, il suo esame di inglese! La
cosa mi ha molto divertita e messa veramente ad un contatto umano con l’intera
compagnia (bravi tutti!)!
Sul finire, con mia grande sorpresa, ho
ricevuto anche i ringraziamenti di Alfieri!!!
La cosa che mi ha colpito in quest’uomo è
stata la sua grandissima umanità, disponibilità e, soprattutto, grande umiltà, con le
quali mi ha accolto nel suo camerino! (Non
mi aveva mai conosciuta prima).
Ne è scaturita una breve, ma piacevolissima, conversazione. Mi sembrava di rivolgermi ad un amico fraterno e non dimenticherò mai con quanto calore umano, il
grande attore ha abbracciato me e mio
marito nel congedarci. Molto cara anche la
consorte e la signora Ines. Grazie a tutti
voi! Grazie Alfiero! A presto rivederci.
16
Campo de’fiori
Album
Civita Castellana - 8 Marzo 1967 - Scuola Media I°D foto della Sig.ra Basso Iosana
Civita Castellana - anni ‘50 Festa della Madonna delle Piagge
Foto del Sig. Giuseppe Sorge
Corchiano - anni ‘60 - foto della Sig.ra Severina Iannoni
Campo de’fiori
ei ricordi
Civita Castellana - 1957 Festa della Madonna delle Piagge,
foto del Sig. Francesco Barboni
Sergente Bergamasco Varone Fiore
(Gustavino)
17
18
Campo de’fiori
Album d
Campo de’fiori
20
Anni ‘70 - Club Juventus di Civita Castellana.
Foto del Sig. Morzelli Pietro
1984 - Scuola Rugby di Civita Castellana.
Foto della Sig.ra Cipriani Vincenza
Se vi riconoscete in queste foto venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio. Se desiderate vedere p
dei ricordi
Anni ‘60 - Torneo di Calcio dei Bar
Foto del Sig. Vittorio Nizzoli
3 Settembre 1989 - Scuola Calcio di Civita Castellana
Campo de’fiori
pubblicate le vostre foto, portatele presso la redazione di Campo de’ fiori, esse vi verranno subito restituite.
21
22
Campo de’fiori
L’Angolo misterioso
Nella foto sopra è riportata una via
di Civita Castellana. I primi tre che la
identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dalla
Vinicola Mancini
Via M.Masci,19
Civita Castellana (VT)
T.0761.513182 Ab.T.0761.517601
Via della Repubblica, 6
Civita Castellana (VT)
Tel e Fax
0761.51.32.17
e-mail:
[email protected]
Campo de’fiori
23
Il Sottotenente Aldo Costantini
Civita Castellana 7 Settembre 1920 - Campo di prigionia di Suzdal (Russia) Febbraio 1943
Prof. Arch. Enea Cisbani
Sono trascorsi sessantadue anni dalla ritirata
dell’esercito italiano in Russia nel Gennaio del
1943. Saggi, libri, pubblicazioni di vario
genere, memoriali e articoli di giornale si
sono occupati della vicenda storica in modo
frammentario e personalistico, senza però
tracciare un quadro storico – politico e militare definitivo, che ricostruisca in maniera
documentata ed oggettiva il reale impegno,
in termini di uomini e mezzi, dell’ esercito italiano nella tragica guerra di Russia.
All’interno di questa crudele pagina di storia,
che ha travolto i destini di tanti italiani, si colloca la vicenda umana e personale di un giovane civitonico, ALDO COSTANTINI,
Ufficiale dei Bersaglieri, tragicamente
scomparso in Russia nel Febbraio del 1943.
Il giovane Aldo, nasce a Civita Castellana il 7
Settembre del 1920, figlio di ARNOLFO
COSTANTINI e MARIA MARIANI. Primo
di tre fratelli, Aldo-Vasco-Elva, abitava con la
sua famiglia, in un palazzo di Via del
Castelletto, poco distante dalla Piazza
Matteotti. La sua infanzia e giovinezza trascorrono normalmente fino all’età di 18 anni,
quando, conseguito il diploma di scuola
superiore viene ammesso al Collegio Militare
della G.I.L., Gioventù Italiana del Littorio, con
sede in Monte Mario a Roma. All’entrata in
guerra dell’Italia, 10 Giugno 1940, viene
ammesso a frequentare il Corso Allievi
Ufficiali di Complemento, sezione Fanteria,
della Scuola della Farnesina in Roma.
Al termine del corso viene assegnato al 12°
Reggimento
Bersaglieri,
92°
Battaglione, 11^ Compagnia, dislocato a
Cavriago (Reggio Emilia).
22 Giugno
1941: Le armate tedesche, con reparti
Ungheresi e Rumeni, invadono l’Unione
Sovietica, dando così inizio all’Operazione
Barbarossa, una delle fasi belliche più cruente della Seconda Guerra Mondiale.
In pochi mesi le armate naziste raggiungono
i sobborghi di Mosca e stringono d’assedio
Leningrado, lasciando dietro di loro massacri
e crudeltà inenarrabili. Mussolini e lo Stato
Maggiore
Italiano
decidono
l’invio
nell’Ottobre del 1941 di un corpo di spedizione, in codice C.S.I.R. - corpo di spedizione
italiano in Russia - composto da tre divisioni
e 5600 automezzi, per un totale di 60.000
soldati. Nell’Inverno 1941-1942, i tedeschi,
preso atto delle grandi difficoltà e dell’inaspettata reazione dell’Armata Rossa, chiedono agli italiani un notevole salto di qualità, in
termini di mezzi e uomini, nel loro impegno
nel teatro della Guerra di Russia, e questi
inviano un secondo contingente – in codice
AR.M.I.R(Armata Militare Italiana in
Russia), composto dal I° Corpo d’Armata
Alpino, Divisioni TRIDENTINA, JULIA,
CUNENSE con il supporto della Divisione di
Fanteria VICENZA e dall’8^ Armata
Italiana, composta dalle Divisioni RAVENNA, COSSIRIA, PASUBIO, TORINO, CELERE,
SFORZESCA e LITTORIO, per un totale di
225.000 effettivi. La Divisione LITTORIO
inquadrava i Bersaglieri e il Reggimento del
Tenente Aldo Costantini.
All’Ottobre del
Sottotenente Aldo Costantini a cui è dedicata la
Sez.dei Bersaglieri di Civita Castellana
1942, 285.000 italiani, tra soldati e ufficiali, si trovavano in Russia e il fronte di guerra si era praticamente stabilizzato nella zona
sud della Russia compresa tra i fiumi Don e
Volga e nel triangolo delle attuali città di
Rostov, Kotelnikovo e Majkop. Un fronte di
guerra di oltre 100 km. di sviluppo. Dal 16
Dicembre 1942 al 2 Febbraio 1943 in queste
zone si svolse una delle più cruente battaglie
della storia, il cui epicentro fu una piccola
città sul Volga in cui si sarebbero decisi i
destini del mondo: Stalingrado. Gli italiani,
tra il Luglio e il Novembre del 1942, con il 1°
Corpo d’Armata Alpino e l’8 Armata, a tappe
forzate, si schierano nella zona a nord di
Kalac e Stalingrado, sul fiume Don, con la
Terza e Quarta Armata Rumena, mentre i
tedeschi coprivano il centro con la Sesta
Armata impegnata nell’inferno di Stalingrado.
Il reparto del Tenente Costantini, da Cavriago
raggiunge Pola: dalla città istriana il convoglio militare parte nel Luglio 1942 per arrivare, dopo un mese di viaggio tra città
ungheresi e polacche, nelle zone assegnate
ai bersaglieri comprese tra le località russe di
Rostow e Arbusow. Dall’esame dei documenti militari ben 20 furono i giovani di
Civita Castellana che partirono per il Fronte
Russo e di essi soltanto cinque ritornarono
a casa. All’alba del 16 Dicembre 1942,
l’Armata Rossa del Maresciallo Zukow, per
rompere l’assedio di Stalingrado, scatena una
potente offensiva forte di tre milioni di soldati, tremila carri armati e 2000 aerei: le linee
italiane dopo una iniziale tenuta vengono
sopraffatte e costrette alla ritirata. Le divisioni VICENZA e LITTORIO, per coprire la ritirata del grosso delle truppe italiane si sacrificano perdendo numerosi soldati in cruente
battaglie. Dai rapporti militari, si legge che il
6^ Battaglione Bersaglieri della LITTORIO
del Tenente Costantini, viene fatto prigioniero dai russi nella battaglia di Starobesk
del 24 Dicembre 1942. Gli ottomila soldati italiani superstiti, con numerosi feriti e con
un convoglio militare vengono allora condotti nel campo di prigionia di SUZDAL, una
città a nord di Mosca, ricavato all’interno di
un Monastero Ortodosso, dove il Tenente
Costantini colpito da febbre e tifo
petecchiale muore nel Febbaio 1943.
Viene sepolto, insieme con altri soldati, in
una fossa comune.
1° Corpo d’Armata Alpino: 33.120 italiani
morti, senza contare i feriti e i congelati, su
un organico effettivo di 43.580 unità. 8°
Corpo d’Armata: 84.830 morti e dispersi,
29.690 feriti e congelati su un totale di
229.005 effettivi. Numeri e cifre impressionanti. Nel 1963 il numero dei soldati italiani
appartenenti all’ARMIR, rientrati dalla prigionia in Russia è di 10.087 unità. Secondo dati
forniti dall’ ufficio dell’ONU per i rifugiati nel
1956, i dispersi e i morti in Russia ammontano a 63.654 italiani. Nel 1991, con l’apertura degli archivi sovietici, il numero reale
ammonta a 84.550 soldati, di cui si ignora
la sorte. Nel celebre romanzo di Guareschi
“Il Compagno Don Camillo”, il parroco
emiliano, sotto mentite spoglie al seguito di
una comitiva di comunisti italiani comandata
da Peppone, si era recato nell’Unione
Sovietica.
Arrivati nei pressi di un piccolo centro abitato, Don Camillo e un compagno di viaggio
che aveva un fratello morto in Russia nella
stessa località, decidono di andare a trovare
il cimitero dove era sepolto con altri soldati
italiani, ma arrivati sul luogo, scoprono che al
posto delle croci cresceva un rigoglioso
campo di grano.
Di fronte allo stupore dell’amico, Don Camillo
pronuncia la ormai celebre frase: “compagno, chi ha avuto venti milioni di morti in
guerra non può certo preoccuparsi degli
ottantamila che gli lascia il nemico…”.
In memoria del Tenente ALDO COSTANTINI
e dei soldati italiani morti e dispersi in Russia.
Seconda Guerra Mondiale - Cartoline Militari
24
Campo de’fiori
Amarcord i luoghi dell’infanzia
Piazza San Gregorio
secoli, tutto l’antico
splendore e semplicità
dell’originaria architettura. La piazza, intitolata proprio a San
Gregorio, libera dalle
auto e dal caos cittadino di cinquant’anni fa,
il 3 Settembre, in
occasione della ricorrenza del Santo, veniva addobbata a festa
con tante bandierine
colorate. Don Giacomo
Pulcini era il parroco
che un tempo aveva
cura di quella piccola
perla, insieme alla
chiesa di San Francesco situata nella vicina Piazza Matteotti e,
dopo aver officiato la
Santa Messa, organizzava una grande festa
con giochi e divertimenti per tutti i bambini del centro storico.
Per tutta la giornata
essi venivano riuniti in
piazza e qui si sfidavaChiesa di San Gregorio Magno
no in divertenti giochi
come il tiro alla fune, la corsa coi sacchi, la
ncastonata in una piccola piazzetta
cuccagna e la gara a chi mangiava più spadel centro storico di Civita Castellana, si
ghetti, già conditi col sugo, avendo legate
erge l’antica chiesa romanica di San
le mani dietro la schiena. Ma per vedere la
Gregorio Magno. Essa ha conservato nei
I
di Cristina Evangelisti
piccola piazza e tutta Via San Gregorio
piena di bambini non era necessario aspettare il giorno in cui ricorreva la festa del
Santo. Tutti i giorni, bambini e bambine
chiassosi animavano le strade. I maschietti giocavano a fare la guerra o a chiapparella, le femminucce a campana, a corda o
a fare le mamme. L’antico rione era, specialmente nelle belle serate estive, sempre
pieno di donne che, sedute in gruppetti
lungo la strada, prendevano il fresco e si
scambiavano qualche piccolo pettegolezzo. In tempi più recenti mi ricordo quando
anch’io, ancora bambina, durante le
vacanze estive, trascorrevo la mattinata
nel vicoletto che costeggia la chiesa.
Quello era il posto più sicuro per noi bambini per evitare di essere investiti da quelle poche macchine che circolavano. Mi
ricordo che giocavamo a palla, a uno due
tre stella, con le bambole ed ogni tanto ci
scappava qualche piccola scaramuccia. Il
tutto fino a quando verso le dodici e trenta, la mamma non ci chiamava dalla finestra perché papà era rientrato dal lavoro
ed era ora di pranzo. Non appena la calura delle prime ore del pomeriggio aveva
allentato la sua morsa, eccoci di nuovo
pronti a scendere giù o’ vicoletto fino a
sera. E la piccola chiesa, sempre li, faceva da cornice a tanta gioia e spensieratezza. Oggi le automobili, i parcheggi e il
forte traffico hanno preso il posto a quei
bambini.
Campo de’fiori
L ’angolo del Bebè
Il “mestiere” di
mamma è un’avventura da affrontare giorno per
giorno, con grande serenità e fiducia nel proprio
“istinto”. Tuttavia,
qualche informazione non guasta
e così, da questo
a cura della
mese, curerò una
Dott.ssa Loredana Filoni
rubrica, attraverso
la quale, fornirò
informazioni, consigli e curiosità su questo
“mondo” meraviglioso che è l’infanzia:
soprattutto perché, a volte, per insicurezza, si rischia di prendere buoni i consigli,
non sempre “illuminati”, di amici e parenti
od i classici luoghi comuni di cui, purtroppo, il campo medico abbonda. Così, di
mese in mese, tratterò i più svariati argomenti concernenti la prevenzione, la salute e la cura del bebè, dalla nascita allo
svezzamento, augurandomi di poter sfatare “quei soliti errori” che si commettono,
inevitabilmente, per ansia e troppo amore,
nei confronti dei piccoli. Come primo,
breve, argomento introduttivo, vorrei dare
dei consigli su come proteggere la pelle
del neonato. Delicata e sensibile, necessita di accorgimenti particolari. La pelle dei
piccoli non possiede ancora il naturale
“film idrolipidico” (un sottilissimo strato di
acqua e grassi) che è naturalmente presente nella cute dell’adulto, per proteggerla dalle aggressioni degli agenti esterni.
Quindi, il bebè, và adeguatamente “pro-
L’angolo ... cin cin
Ci accingiamo in questo nostro nuovo
appuntamento a parlare di ciò che completa
la nostra degustazione, ovvero l’ Esame
Gustativo. Attraverso questo esame, si
cerca di rilevare dal nostro bicchiere se sono
presenti anomalie del sapore e soprattutto
se ci sono alterazioni in atto. In questa fase
si possono riconoscere sia i diversi sapori,
sia le sensazioni tattili chimiche e termiche,
avendo così la possibilità di valutare la struttura ed il corpo del nostro vino e poter così
arrivare a darne un giudizio sull’equilibrio,
l’intensità, la complessità e la qualità gustativa. Vediamo ora quali sono i costituenti di questa “affascinante bevanda” che influenzano l’ Esame Gustativo
e le sensazioni che forniscono al nostro
palato:
- Gli zuccheri, che ci regalano la sensazione gustativa della dolcezza e donano al vino quella che in gergo tecnico
viene detta la morbidezza;
- Gli alcoli, che danno al vino la sensazione tattile del calore, apportano
anch’essi la morbidezza e attraverso gli
archetti che si formano agitando il
nostro bicchiere, attribuiti alla glicerina, ci informano sulla consistenza,
ovvero sul grado alcolico della nostra
bottiglia;
- Gli acidi, con la loro sensazione
gustativa della freschezza e dell’acidità, apportano al nostro cavo orale la
salivazione;
- Un’altra sensazione tattile, ci viene
donata dai tannini (non sono presenti
nel vino bianco) che ci trasmettono la
sensazione dell’astringenza (la sensazione è simile a quella che abbiamo
addentando un frutto acerbo);
- I sali minerali ci offrono la sensazione
gustativa della sapidità (sapore salato), che
spesso è data dai vitigni che sono coltivati in
zone salmastre, anche qui nella nostra bocca
avremo la sensazione della salivazione;
- Quando poi ci troviamo in presenza di vini
frizzanti, una buona parte la fanno le bollicine che ci forniscono vivacità e briosità in
bocca e potremmo quindi dire che l’anidride
carbonica ci regala un’altra sensazione tattile: la pungenza.
-Arriviamo infine alle sensazioni retronasali
che ci danno gli aromi in bocca e quindi il
gusto ed il sapore effettivo del nostro vino.
Uovo ballerino
Or accingiti a fare,
ciò che vigor ti potrà donare.
Un miscuglio di energia,
che può metterti allegria.
Un frullatore prendi già,
e riempilo a metà.
Or ti chiedi tu con cosa,
di zucchero e di ghiaccio, tritato, a iosa.
Poi metti prima di frullare,
due tuorli e marsala senza abbondare.
Ora accendi il frullatore,
e intanto gustati l’odore.
Un minuto è armai passato,
il frappè è preparato.
Già ti vedo splendere in viso,
un solare e lucente sorriso.
Erminio Quadraroli
25
tetto”, onde evitare rossori ed irritazioni.
Nei primi mesi è necessario lavarlo con
attenzione: meglio evitare le acque calcaree che potrebbero alterare la barriera
protettiva cutanea. Usare, quindi, prodotti
specifici per neonati (a base di agenti liporestitutivi, vitamina B5, calendula e timo).
Dopo il bagnetto applicare SEMPRE creme
restitutive a base di ossido di zinco, in special modo nelle zone dove c’è maggior
sfregamento con gli abiti; sulle restanti
parti del corpo, invece, è sufficiente un’emulsione leggera che rispetti il PH naturale della pelle. Il viso e le mani, invece,
necessitano di prodotti privi di profumi e
contenenti ingredienti vegetali come, ad
esempio, estratti d’avena.
di Letizia Chilelli
Accertato ora lo stato di perfetta salute del
nostro vino, possiamo servirlo e lasciare così
che anche i nostri commensali ne apprezzino tutte le qualità. A questo punto non ci
resta, quindi, che parlare delle varie temperature di servizio del vino, per poter esaltare
ancora di più le qualità che abbiamo elencato in questo e nei nostri precedenti appuntamenti:
Vini Spumanti 8°C; Vini Bianchi 8°C –
10°C; Vini Rosati e Secchi 10°C; Vini
Bianchi, Rosati con residuo zuccherino
12°C; Vini Rossi poco tannici 14°C; Vini
Rossi medio tannici 16°C, Vini
Rossi tannici 18°C; Vini Passiti e
Liquorosi 8°C – 18°C.
Diamo ora anche un rapido sguardo
ai vari tipi di bicchieri che ci permettono di apprezzare il vino al meglio:
-Flute per vino spumante, ma se ci
troviamo in presenza di vino spumante dolce e aromatico essa può
venir sostituita dalla classica coppa;
-Bicchiere slanciato per i vini
bianchi sapidi, vini rossi giovani e
novelli ed i classici vini rossi mediamente invecchiati;
-Bicchiere arrotondato ed allungato per esaltare il bouquet dei vini
bianchi frizzanti;
-Bicchiere leggermente svasato
per i vini rosati;
-Bicchiere grande e panciuto per
i grandi vini rossi, austeri e molto
invecchiati.
Ultimamente però si è assistito ad
un cambio di alcuni di questi bicchieri per alcune tipologie di vino,
ma di norma questi bicchieri possono essere utilizzati per ogni esigenza.
26
Scopri l’Arte
Massimo Santini nasce
a Roma l’11 Maggio del
1942 e la sua prima culla
è il cassetto di un mobile,
posto all’interno di un
rifugio antiaereo. Vive il
primo dopoguerra scoprendo, ragazzo, guasti,
miseria ed orrori prodotti
Arch.Massimo Santini dal conflitto ed il vivere
tali esperienze forgerà il
suo animo portandolo a
battersi in difesa di deboli ed oppressi e contro
ogni forma d’ingiustizia. Questi ideali avranno
una notevole influenza non solo sulle sue tele,
ma su tutta la sua attività artistica.
Dal padre, uomo politico di vasta cultura, eredita grinta, amore per la libertà ed una profonda
passione per la conoscenza ed in particolare per
la letteratura e la musica. Dalla madre eredita
uno spirito estremamente creativo ed un’alata
fantasia. Fin dagli anni della fanciullezza, tutti i
materiali (matite, pastelli, gessi, chine etc.)
diventano amici inseparabili, tutte le superfici
diventano una ideale tela per un’avventura
espressiva. Ancora alle scuole medie, si distingue partecipando ad una mostra collettiva riservata a studenti, organizzata dal Ministero della
Pubblica Istruzione a Roma, nel Palazzo delle
Esposizioni. Studioso ammirato dei classici,
soprattutto del Caravaggio, è tuttavia attratto
dalla ricerca e dalla libertà espressiva degli artisti del periodo impressionista, soprattutto
Gauguin e Van Gogh e tale scoperta lo stimola
a dare inizio ad un’attività pittorica che non
conoscerà soste, per molto tempo. Ancora
diciassettenne trova ospitalità in uno studio collettivo a Roma a Via Margutta. Sono gli ultimi
anni di fermento artistico della celebre via, animato dalla cosiddetta “Scuola Romana”, prima
del suo declino. In questo periodo, Santini, ha
tuttavia occasione d’incontrare artisti noti come
Mafai, Monachesi, Omiccioli, Giampistone,
Purificato, Fantuzzi etc. e soprattutto Renato
Guttuso, di cui subirà in parte un positivo influsso in relazione al segno deciso ed alla solare
policromia. Nel 1959 esordisce in una importante collettiva a Frascati nella Villa Torlonia; partecipano alla mostra, animata dalla ‘verve’ di
Novella Parigini, anche alcuni tra i più noti artisti dell’epoca. Più che le mostre, sempre ‘collettive’ per ovvi motivi economici, per Santini gli
anni sessanta rappresentano un periodo intenso di sperimentazione e ricerca del proprio “io”.
Dopo una brevissima escursione nell’astrattismo, che in quegli anni annoverava numerosi
adepti, ma che appaga solo la sua curiosità,
trova la sua strada nella rappresentazione di un
neo-realismo, proposto a volte crudo nella sua
essenza, a volte sfumato con sottile ironia ed a
volte richiamato attraverso l’uso di simboli.
L’ambizione al titolo di studio da parte dei genitori, tipico dei tempi, lo ‘costringe’ ad iscriversi
alla facoltà di Architettura di Roma e la rivoluzione studentesca del 1968 lo troverà sulle
“barricate” a difendere il diritto allo studio per
tutti ed a tentare di realizzare il sogno di un
mondo nuovo, più onesto. Nel 1970 Massimo
Santini sposa la cesenate Annamaria Chersoni
(vero nome Nedy) che sarà, non solo la fedele
compagna della sua vita, dandogli due figli
maschi, ma anche modella, saggia consigliera
ed amministratrice della sua produzione. La sua
attività si fa sempre più intensa: si occupa di
Campo de’ fiori
di Cristina Evangelisti
restauro architettonico, pubblica, attraverso la
facoltà di Architettura di Roma, uno studio
urbanistico sulla sistemazione del territorio interessato al Parco Nazionale d’Abbruzzo, scrive
nel 1971, con la collaborazione dell’amico fraterno Umberto D’Errico (famoso driver ed allenatore di cavalli), un trattato sull’ambiente e del
rapporto di quest’ultimo con l’uomo nella vita
‘en plein air’ intitolato Area Ecosociologica (la
pubblicazione viene usata dalla Regione Lazio
come guida per la legge n. 10 sulle aree di
sosta). Il comune di Castelnuovo (a Terme di
Suio) gli commissiona un progetto per la salvaguardia della macchia mediterranea nel suo territorio (il progetto pur finanziato da CIPE non
sarà realizzato per interventi politici). Scrive
numerose liriche che non riuscirà a pubblicare
che qualche anno più tardi. I colori delle sue
tele si accentuano, ma ancora non trovano l’esplosione desiderata.
La lettura di Noa Noa (lettere di P. Gauguin nella
sua avventura polinesiana) lo convince che l’unico modo di proseguire la sua ricerca, è quello
di tuffarsi in una natura primordiale, non contaminata profondamente dall’intervento umano.
Nel 1972 parte per il Venezuela in visita ai
parenti della moglie ed è proprio in quella natura così fortemente contraddittoria, dagli indigeni della foresta amazzonica ai grattaceli ed alle
favelas di Caracas, che la ricerca si compie.
Nel 1986 stringe un sodalizio artistico con lo
scultore e pittore sardo Manuel Campus, artista
della non violenza, da tempo residente a
Spoleto, con cui condivide tematiche ed identità d’ideali. L’incontro con Campus consente a
Massimo Santini, non solo di realizzare numerose mostre personali nel periodo del Festival spoletino, ma dalla collaborazione dei due artisti e
sede nello studio-castello di Manuel Campus,
nasce un mensile d’arte ‘Il Casale’, una festa
popolare d’arte ed artigianato ‘La Frasca’ con
rappresentazione di tutte le arti, ed un Centro
Culturale che favorisce la conoscenza di artisti
noti ed emergenti. Durante la seconda edizione
della Festa (1990), Santini è autore della commedia teatrale in due atti ‘Il Diavolo fa le
pentole ma …” e ne cura la scenografia. La
commedia è messa in scena nel teatro IL CASALE (Bazzano di Spoleto) e resta in cartellone nei
due anni successivi. Nel 1988 Massimo Santini è
ideatore e direttore artistico di Castellarte88
(Abbruzzo, comune di Castellalto), dove tenta la
rivalutazione dei territori dell’entroterra attraverso la conoscenza delle arti maggiori e dell’artigianato colto e popolare. Collaborano con
l’artista e si esibiscono con la propria arte i pittori Bellardi, Canova, Campus, Porzano,
Maidoff, il Maestro organista G.Carnini, la prima
ballerina dell’opera di Roma M. Parrilla, la concertista M.Crudeli, il quintetto d’archi dell’orchestra di Santa Cecilia, l’attrice V.Chiarini, il sestetto Piana-Valdambrini, la New Orleans Jazz Band
di C. Loffredo, l’ottetto italiano di fiati, la regista
RAI F.Turvani, la musicista M.Bruni e tanti altri,
compresa l’intera popolazione come mano d’opera volontaria. Nel 1991 Massimo Santini viene
inviato, insieme a Campus, in Svizzera, a Berna,
dall’Istituto d’Arte e Professioni CISAP, a celebrare, con una mostra personale, il 25° anno
dalla fondazione dell’Istituto. In quell’occasione,
Massimo Santini realizza la tela storica PROCESSO ALL’UOMO (olio su tela mt 1,50x3,50)
inaugurata dal Console Italiano a Berna e donata all’istituto. Ancora oggi è meta di visitatori.
L’anno successivo sarà la volta dello stesso
Consolato d’Italia ad ospitare la mostra di
Santini e Campus. Nel 1997 Massimo Santini
pubblica una raccolta di poesie intitolata IO
CIRANO che raccoglie il meglio di trent’anni di
collaterale attività poetica a lungo ‘tenuta in un
cassetto perché la poesia spesso non trova estimatori né editori’. Dopo la scomparsa della sua
Nedy (2002), colpita da un male incurabile, l’attività artistica di Massimo Santini ha subito un
periodo di stasi, tanto da far temere un definitivo abbandono, ma dal 2004 la vita e la passione artistica hanno avuto il sopravvento e l’artista ha ripreso con rinnovato fervore la sua
opera.
Conosco l’ architetto Massimo Santini da moltissimi anni per motivi professionali, ma solo oggi
ho scoperto in lui un grande artista e un grande uomo, dal carattere fermo ma dolce allo
stesso tempo, che lo porta in ogni momento
della sua vita, a cercare negli altri l’intima
essenza e a capire e comprendere l’altrui disagio, l’altrui dolore o disperazione. E’ proprio il
disagio dell’uomo che colpisce maggiormente
l’animo di Santini e questa intima percezione,
tramutandosi in arte, esplode in magnifici quadri, carichi di travolgenti colori che, a loro volta
scatenano nell’animo di chi li osserva un turbine di sentimenti e pensieri.
Il periodo storico vissuto dal Santini, lo ha portato ad essere spettatore di drammi umani
come quello della durezza e la povertà della vita
nelle campagne ed, in seguito, dell’emigrazione verso paesi stranieri. Negli occhi dei personaggi da lui dipinti c’è tutta la drammaticità di
chi, lasciando la sua terra, per raggiungere l’ignoto, ha comunque la speranza di una vita
migliore da poter offrire alla propria famiglia.
Negli anni che vanno dal ’70 all’ ‘80, quelli del
boom economico, Massimo Santini è testimone
di una nuova realtà, quella giovanile, che cambia col cambiare dei tempi e si ritrova di fronte
alle aberrazioni portate proprio dal benessere.
Ecco, allora, che i suoi dipinti ritraggono giovani nel pieno della loro vita e delle loro facoltà,
distrutti e ridotti come larve da una effimera
polvere bianca. Ammiro Massimo Santini come
uomo e come artista perché, in tutti e due,
emerge la necessità di avvicinarsi all’ essere
umano e di comprenderne i pregi e, soprattutto, i difetti , con la speranza di capirne la vera
natura e lo scopo della sua esistenza.
Campo de’ fiori
27
Alcune opere
del Maestro
Massimo
Santini
28
Campo de’fiori
nostri desideri a spese degli altri, rovinando così il nostro rapporto con loro.
Chi mette in atto frequentemente un
comportamento aggressivo, tende ad
affermare se stesso con arroganza e
prepotenza,senza tenere in consideCentro di Diagnosi e Terapia Neuropsichiatrica,
razione le opinioni e le esigenze
Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica
altrui. Il presupposto è”Solo uno di
noi due può vincere:se io vinco tu
Via T.Tasso 6/a - Civita Castellana (VT)
perdi”. Viene attuato da chi è fondamentalmente insicuro e timido e si
Tel. 0761.517522
sente a disagio:aggredendo per
primo vuole prevenire attacchi da parte degli
CHE COMPORTAMENTO
altri. Possiamo considerarci aggressivi se
METTI IN ATTO....
vogliamo che gli altri si comportino come fa
PASSIVO?
piacere a noi, se prevarichiamo, dominiamo,
AGGRESSIVO?
manipoliamo , se non accettiamo di poter
ASSERTIVO?
sbagliare, se non ascoltiamo gli altri mentre
“Accidenti, avrei dovuto
parlano e interrompiamo frequentemente
dire così, avrei dovuto
avendo scarsa stima dei nostri interlocutori.
fare cosà e invece non
a cura della Dott.ssa
Se capita che qualcuno ci chieda un passagho detto nulla, ma la
Emilia Grassetti
gio fino a casa sua e ciò ci porterebbe a fare
prossima
volta
farò
Psicologa
un giro più largo e siamo già in ritardo e
diversamente”: a volte,
rispondiamo: “Oggi ho poco tempo e posso
in seguito a una discussione con una persosolo darti un passaggio fino alla fermata delna, è questo quello che pensiamo dentro di
l’autobus” abbiamo messo in atto un terzo
noi mentre ce ne andiamo. Altre volte, invetipo di comportamento: quello Assertivo.
ce, dopo una discussione, ci rendiamo conto
Chi si comporta in maniera assertiva considi aver risposto troppo duramente e di aver
dera importanti i propri diritti, bisogni, desiesagerato nell’infierire. Nel primo caso
deri, li esprime senza imbarazzo e cerca di
abbiamo adottato un comportamento sociasoddisfarli e, allo stesso tempo, fa in modo
le Passivo, nel secondo Aggressivo. In
che i propri interessi non vengano ad intacmomenti diversi possiamo dunque adottare
care i bisogni degli altri. Essere assertivi
stili comunicativi differenti,ed è per questo
significa, dunque, avere un comportamento
che parliamo di –comportamento- Passivo e
efficace e adeguato per ottenere il risultato
Aggressivo. C’è poi chi mette in atto con più
desiderato, comunicarlo con autenticità,
frequenza un comportamento piuttosto che
senza essere sottomessi o aggressivi, rispetun altro, adottandolo in maniera preferentando il proprio interlocutore. La stima di sé
ziale.
rappresenta un elemento essenziale, in
Per comportamento Passivo si intende
quanto conferisce una sensazione di adequello in cui subiamo le situazioni senza reaguatezza e la capacità di sentire i propri
zioni apparenti, in cui non affermiamo le
bisogni importanti quanto quelli degli altri.
nostre idee, sposando e avvalorando quelle
Essere assertivi significa assumersi le
degli altri e svalutando il nostro comportaresponsabilità di quanto si dice e si fa, accetmento. Siamo Passivi quando tendiamo a
tare il punto di vista degli altri e le critiche
inibire le nostre emozioni, dalla rabbia, alla
costruttive, rifiutando quelle manipolative o
gioia, all’amore alla frustrazione, a causa di
svalutanti, riconoscere ed esprimere le
momenti di imbarazzo, tensione, ansia, sennostre emozioni. Mai dire “si”, quando si vortimenti di colpa.Il presupposto da cui si
rebbe dire “no”!!”. E’ molto importante saper
parte è “Io sono meno importante degli
dire “no” al momento giusto: assertività è
altri”, di conseguenza l’obiettivo che muove
allora anche rifiutare ciò che non si desidera
la nostra azione è quello di essere accettati,
e perseguire coerentemente i propri obiettidi evitare di attirare l’aggressività degli altri
vi.
e il conflitto. Il comportamento passivo è
Per muovere i primi passi verso un comporattuato in maniera preferenziale da chi si
tamento più assertivo, non dobbiamo innansente inadeguato in una situazione e ha
zitutto negare a noi stessi di dirci quello che
paura delle conseguenze di un comportasentiamo. Avvicinarci ai nostri vissuti emomento diverso. Possiamo dunque considezionali è, infatti, la prima modifica che dobrarci passivi se non riusciamo a dire “no”, se
biamo effettuare in noi stessi:imparare a
abbiamo difficoltà nel comunicare agli altri
riconoscere i nostri sentimenti, a dare loro il
ciò che pensiamo e ciò che proviamo, se
loro giusto nome. Il secondo passo è quello
dipendiamo dal giudizio altrui e abbiamo
di imparare a manifestare i nostri sentimenbisogno dell’approvazione di questi.
ti tramite il corpo:attraverso la nostra
Siamo Aggressivi quando realizziamo i
gestualità, le nostre espressioni facciali, il
nostro sguardo, il tono della voce in modo
che l’emozione non venga soffocata. Inoltre
ha un ruolo centrale nello sviluppo della
capacità di essere assertivi, il raggiungimento della consapevolezza dei diritti della persona (diritto di dire “no”, “non capisco”, “non
mi interessa”, diritto di commettere errori
accettando di esserne responsabile etc..)
fondato sul principio di reciprocità e sulla
distinzione fra comportamenti passivi,
aggressivi o assertivi che garantisce il rispetto di sé e degli altri.Il passo successivo consiste nella conquista della stima di sé, nello
sviluppo della capacità di apprezzare se
stessi e gli altri e la disponibilità a valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza.In ultimo vi è la capacità di autorealizzarsi intesa
come consapevolezza di poter decidere della
propria vita.
Training all’assertività risultano essere particolarmente utili per affrontare i comportamenti bullistici cioè azioni di sopraffazione,
che mirano deliberatamente a ferire con
desiderio di intimidire e di dominare e che
spesso sono persistenti.Il fenomeno del bullismo nelle scuole elementari e secondarie è
un fenomeno sempre più frequente e, per
coloro che ne sono vittima, è difficile difendersi e spesso provano il desiderio di non
andare a scuola.E’ probabile che perdano
sicurezza e autostima rimproverandosi di
attirare le prepotenze dei compagni. Questo
influisce sulla loro concentrazione e sul loro
apprendimento e può determinare in alcune
occasioni sintomi di stress come mal di stomaco, mal di testa, incubi o attacchi d’ansia.Le vittime dei comportamenti bullisitici
hanno bisogno di esercitarsi a lungo su
come parlare alle persone e su cosa dire
loro, combinando ai messaggi verbali un linguaggio del corpo adeguato che esprima
sicurezza come stare ben eretti e guardare
negli occhi.Le affermazioni assertive possono essere molto utili per replicare agli insulti, alle prese in giro o alle provocazioni fisiche minori. I bambini possono imparare a
dire: “Non mi piace quando fai cosi’,voglio
che tu smetta” e non cedere ai raggiri e alle
minacce. Possono imparare a dire “no” e ad
adottare la tecnica del disco rotto che consiste nel continuare a ripetere la stessa affermazione assertiva in risposta a una prepotenza accompagnata da minacce (Sharp e
Smith, 2002).
La padronanza dell’assertività si apprende, i
progressi personali rinforzano la pratica,
migliorano gli scambi di comunicazione e la
crescita della stima del valore personale.
Tutto questo assicura maggior consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni
quotidiane problematiche, facilità di relazione, soddisfazione e benessere personale.
EUROSTUDIO
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30
Campo de’fiori
Cari amici
la storia di Noel si arricchisce sempre più
di nuove avventure.
Conservate gli inserti e ... buona lettura
dai vostri Cecilia e Federico
soggetto
e
testo
Sandro Anselmi
continua sul prossimo numero...
Campo de’fiori
31
I° Crush Golf Cup 2005
“Non solo un avvenimento mondano o pubblicitario”
dell’Avv. Stefano De Santis
ROMA - Domenica 27 Febbraio. Nello
splendido scenario del Golf Club Parco di
Roma di Via Due Ponti si è svolta la 1°
CRUSH GOLF CUP. La manifestazione si è
svolta con la formula Louisiana a squadre.
l’Avv. Stefano De Santis e Giovanni Bifano di
Tele Ambiente 1 SAT
Circa un centinaio i concorrenti che alle
dieci di domenica mattina si sono presentati ai nastri di partenza. La maggior parte
della gara si è svolta con tempo incerto,
ma questo non ha impedito la buona
riuscita della manifestazione. Ricco il montepremi con gli orologi Crush .
La 1° Coppa Crush Military Watch nasce
poiché la azienda costruttrice ha sentito
l’esigenza di presentare al grande pubblico
un prodotto di nicchia, riservato ai militari
e ai corpi più specializzati. Si tratta infatti
di un orologio con particolarità costruttive
specifiche per esigenze di robustezza e di
durevolezza come pure di antiallergicità e
di resistenza estrema in tutte le situazioni
( in acqua ,nella polvere, in volo). La Crush
nasce infatti nel 1933 come azienda produttrice di orologi per un pubblico appassionato del genere militare.
Successivamente si è dedicata solo ed
esclusivamente alla fabbricazione di orologi per le forze armate. Dopo circa 60 anni
la Crush rientra sul mercato civile con
modelli particolari prodotti su specifiche
militari. Oggi produce per varie forze
armate impegnate in operazioni di peacekeeping, garantendo la solidità e la precisione di un orologio unico nel suo genere.
La seconda esigenza di cui la Crush vanta
un primato assoluto, è l’aver devoluto una
percentuale su tutta la produzione ad
opere umanitarie. A questo fine ha stretto
una partnership con l’AISA (Associazione
Nazionale per la lotta alle Sindromi
Atossiche) e con lei organizzerà molti
eventi sportivi nel calendario del 2005 : si
va dai Campionati di Endurance Laziali (
sport durissimo che equivale alla maratona
a cavallo ), in accordo con la Federazione
FISE LAZIO , ai campionati di Salto
Ostacoli, alla selezione di Miss Bellezza
2005 ,con le riprese televisive e la patnership della Giovanni Bifano Gruop ,che
ha messo a disposizione spazi televisivi sia
Dott. Francesco Restaino, Dott. Carlo Rossetti Presidente AISA, Avv. Stefano De Santis
sul sistema di irradiazione satellitare , sia
su una televisione a diffusione regionale .
Ma il coinvolgimento delle aziende alla formazione del gruppo si è esteso anche alla
Grizzlies Football team, per l’organizzazione di nuovi avvenimenti sportivi rivolti alle
giovani leve di uno sport di alta evoluzione
oggi in Italia , al fine di creare ulteriori
eventi a beneficio e per la raccolta di fondi
che servono per la costruzione di un
Ospedale nel Comune di Ardea per il rico-
l’Avv. De Santis nell’intervista
per Tele Ambiente
vero e la cura di malati di Talassemia, ma
soprattutto per la ricerca e la prevenzioni
delle Sindromi Atossiche che ad oggi sono
state isolate dai ricercatori e che interessano, sotto tutti le forme, qualche milione
di individui. La Crush sarà infine Sponsor
Ufficiale del Campionato di Football americano che si svolgerà in Italia e soprattutto , come vero fiore all’occhiello , delle
Olimpiadi Militari , di cui vanta l’esclusiva,
e che si svolgeranno in giugno. Tra tutti
questi avvenimenti il prossimo appuntamento al Golf di Roma è ora rimandato a
fine Aprile con la 2° Crush di Golf A.I.S.A.CUP , poiché i fondi a beneficenza non
bastano per la costruzione dell’Ospedale ,e
ogni iniziativa porta quel qualcosa in più
che aiuta e rende meritevole ogni sforzo:
la CRUSH MILITARY WASTCH- LA BIFANO
GROUP- FISE LAZIO Sezione Endurancela Grizzliies Football Team, si sono prefissati questi obiettivo umanitario e vogliono
mantenerlo.
Scopri lo Sport
Vi invitiamo ad indovinare il noto personaggio sportivo riportato nella foto a fianco.
I primi tre che indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto ad uno
sconto del 30% sul primo acquisto presso la FLASH JEANS di Fabrica di Roma
Campo de’ fiori
32
Roma che se n’è andata: l
ANTICHE OSTERIE E TRA
Nell’ottocento crebbero notevolmente le
Osterie Romane, ma per conoscerne l’esatto
numero, bisognerà attendere l’anno 1854
allorquando il Cav. Alessandro Rufini dà alle
stampe il libro dal titolo: “Notizie storiche
intorno all’origine dei nomi di alcune Osterie,
Caffè, Alberghi e Locande esistenti nella città
di Roma” che annovera ben seicentodue
nomi di Osterie e Trattorie ubicate all’interno
delle mura della città alle quali ne vanno
aggiunte, come precisa lo stesso autore,
altre centotrentanove che “non portano
alcun nome”. Il libro fu compilato confidando
“nel criterio degli uomini di senno, i quali
sapranno meglio di ogni altro considerare la
utilità dello scopo del presente mio debolissimo opuscolo, come i storici sapientissimi
considerarono e si valsero con tanto comune
vantaggio delle antiche cronache, talune
volte redatte da meschini e zotici fraticelli,
che altro non contenevano se non le semplici quotidiane notizie delle cose accadute nel
tempo di loro vita e che sarebbero rimaste
nella oscurità, se l’esercizio di pazienza del
compilatore, non ne avesse conservata la
rimembranza”. Queste notizie hanno il grande merito di costituire un documento eccezionale di vita romana riuscendo a trasmetterci, ricostruire e farci rivivere alcuni tratti
popolari della fisionomia di un mondo perduto ed oggi appena credibile. Premesso che
poche di quelle Osterie possono ancora oggi
inalberare le antiche insegne quali Tre Re,
Sole, Capanna, Fortuna, Cinque Lune, Leon
d’Oro; osserviamo che esse, non di rado,
hanno determinato il nome di particolari elementi della configurazione stradale come
Pantani, Argentina, Ponte Rotto, Testa
Spaccata, Scrofa, Popolo, Colonnato, Piazza,
Scalone, Clementino, Quattro Fontane, Villa
Cecchina, Rotonda, Torre Nona; così come
alcuni nomi sono rievocativi di una particolare epoca quali Rimessa, Rimessone, Spiazzo,
Mondezzaio, Chiavica, Chiavichetta, Passetto,
Fontanella o di vitali mestieri vedi Barcaiolo,
Beccamorti,
Macellaretto,
Stagnaro,
Coronari, Falegnami, Carrettieri. Trattare
delle antiche Osterie di Roma non vuole
avere il senso del recupero di ciò che il
tempo ha radicalmente e inesorabilmente
modificato ma, piuttosto, il significato di trasmettere ai più giovani le notizie inerenti un
luogo fisico, l’Osteria appunto, in cui si è
fatta e costruita un pezzo della storia della
città, storia intesa come lo snodarsi di quella
quotidianità che determina il costume ed il
carattere di un popolo; mentre, per i più
anziani, il parlarne potrà essere assunto a
pretesto per il recupero di sensazioni, sentimenti, sapori e per guardare a questi locali
con tenerezza e, forze, anche con una punta
di rimpianto. Ancora, parlare delle antiche
Osterie Romane entro le mura impone la
descrizione, sia pure sommaria, di quegli edifici che le accoglievano e che avevano struttura architettonica tra la più varia trattandosi, in realtà, di civili abitazioni adattate a
posto di rifugio per viandanti e pellegrini;
erano, generalmente, locali non molto lumi-
nosi in cui tutto, l’arredamento, l’odore, il
clima familiare che trovava la sua massima
espressione nella figura dell’oste e della
moglie, tradiva quel carattere di dignitoso
atteggiamento tipico di un certo modo d’intendere il mestiere dell’oste, atteggiamento
che, sia pure in pochi casi, è ancora possibile rintracciare. In realtà ciò che più si avvicina al nostro modo di intendere l’Osteria, è
quel luogo d’incontro e di discussione di
gente delle più diverse estrazioni sociali,
tutta gente che, come dice Trilussa (Carlo
Alberto Salustri, 1871-1950): “… spera e
ch’ha bisogno de vedè, armeno in sogno,
quer che nun trova ne la vita vera…”.
Peraltro, la ricerca delle diverse aspirazioni,
sarà una costante delle Osterie Romane,
prima con Pasquino, sarcastico e mordace
commentatore dei vizi e dei difetti dell’epoca
papalina e dopo, mediante l’acquisizione di
una coscienza sociale che troverà pratica
attuazione nell’episodio risorgimentale della
Repubblica Romana. Proprio per questo
motivo il Potere ha sempre tenuto d’occhio le
Osterie, come dimostrano i numerosi editti
che stabilivano le pesanti gabelle che i gestori erano tenuti a pagare o che, nei casi estremi, determinavano la loro chiusura con il pretesto di misure precauzionali poste in atto
allo scopo di evitare il diffondersi di epidemie; certo, ad onor del vero, le condizioni
igieniche delle Osterie non dovevano essere
delle migliori, ma se si tiene conto delle condizioni generali della città in quell’epoca, non
erano di certo questi locali gli unici focolai. Il
rapporto con gli avventori che venivano in
contatto con le Osterie è stato piuttosto controverso, infatti si passava dal parere espresso da visitatori stranieri i quali assumevano
atteggiamenti di incontenibile ammirazione,
ad un disprezzo altrettanto incontenibile
espresso da alcuni autori nostrani che ne
davano una descrizione a dir poco inquietante, fermo il fatto, che in questi affascinanti e
mitici locali si consumavano portate uniche.
Ne è stato autorevole testimone Gabriele
D’Annunzio che scriveva: “… era la moglie
dell’oste una vecchietta rubizza, il cui perpetuo sorriso, irradiandosi per le rughe, pareva
avesse cento labbra, ella serviva quel pan
biondo che porta nella crosta due fenditure
come due belle ferite rammarginate dal forno
e, nell’insalata di mesticanza, erbe molto
delicatissime e, la tonda caciottella, quel candido tenero umido formaggio che sembra
serbare la più fresca verginità del latte sotto
la sua liscia buccia…” . Caratteristica essenziale delle Osterie è quella di aver saputo
conservare, nel corso del tempo e a dispetto
dei tumultuosi eventi verificatesi, quell’aria di
semplicità tipica di un posto nato come luogo
d’incontro per le classi più semplici fino ad
assumere un clima goliardico successivamente mutato in uno più serioso, tanto da ispirare la formazione di un gruppo di giornalisti,
intellettuali e uomini politici che potevano
discutere dei destini della Patria davanti ad
un buon bicchiere di Frascati. Sia pur brevemente, passiamo ora alla descrizione di qualcuno di questi affascinanti e mitici locali.
Osteria della Vacca a Campo de’ Fiori
Succedeva, anticamente, che nella parte storica della città le Osterie offrissero servizi non
solo vinicoli e che gli avventori potessero qui
alloggiare con le relative comodità compresa
la compagnia di una cortigiana e poteva,
altresì, verificarsi che qualcuna di queste ultime riscattasse quel locale dove aveva prestato il proprio servizio. Pare sia stato questo
il destino dell’Osteria della Vacca dal nome
non troppo elegante riscattata da Madonna
Vannozza Cattanei o de’ Cathaneis, amante
dell’allora Cardinale Roderigo de Borja Y
Doms – Rodrigo Borgia, per dieci anni
Governatore di Civita Castellana e futuro
Papa Alessandro Sesto tra il 1492 ed il 1503,
dal quale ebbe quattro figli: Cesare – il Duca
Valentino, Juan, Lucrezia e Jofrè. In età
matura Vannozza svolse una straordinaria
attività come albergatrice. Ebbe, infatti, in
affitto l’ Albergo del Piscione e le locande del
Leone Grande e del Leone Piccolo tutti e tre
ubicati in prossimità delle Carceri di Tor di
Nona e, per quel che riguarda l’ Osteria della
Vacca , in Campo de’ fiori, posta all’angolo
tra Via de’ Cappellari e Via del Gallo, ella la
fece restaurare avendo cura di far apporre
sulla facciata uno stemma di marmo che
recava, oltre l’arme dei Borgia, quella dei
Cattanei di Castel San Pietro presso
Palestrina e del suo terzo marito Carlo Canali
di Mantova. Questo locale, come detto, si
apriva su quella Piazza Campo de’ Fiori luogo
che vedrà bruciare Giordano Bruno quasi a
voler completare l’immagine di cupo e ipocrito potere papalino nascente dal connubio tra
un locale di proprietà dell’amante di un
Cardinale e il rogo della verità.
Bevitoria di Felicetto in Via Mario de’ Fiori
Riferiscono le cronache che, in questo caso,
piuttosto che trovarsi davanti un oste, l’avventore venisse a contatto con un autentico
Monarca il quale, a suo insindacabile giudizio, decideva se un cliente fosse o meno con-
Campo de’fiori
33
luoghi, figure, personaggi
TTORIE ENTRO LE MURA
sono al proprio locale e, superato questo preliminare severo giudizio, succedeva che egli
donasse all’avventore medesimo tutta la sua
amicizia che si concretizzava nel non lasciarlo mai bere da solo. Ovviamente non si comprende bene se questo fosse autentico
amore per il prossimo o piuttosto una scusa
per dare sfogo, senza troppi scrupoli, alla
propria naturale inclinazione alcolica; resta il
fatto che questo oste era più simile al dio
Bacco che non ad un venditore di vini.
Perilli a Testaccio in Via Mormorata Locale,
originariamente ubicato in Via dell’Oca, era
assiduamente frequentato dagli operai e dai
trasportatori degli animali destinati al vicino
mattatoio; è quindi facilmente immaginabile
la particolare atmosfera che si respirava in
questa Osteria dove nerboruti carrettieri giocavano alla rumorosissima morra con accanto un buon bicchiere di vino bianco ben conservato fresco nelle sottostanti cantine. Vuoi
per il vino che qui veniva consumato in
abbondanza, vuoi per la natura sanguigna
dei vecchi carrettieri ed operai, vuoi per la
loro diversa provenienza, arrivavano da
Viterbo, Canapina, Civitavecchia, Capena,
non era raro che, tra il fumo delle frattaglie
cotte nella vicina cucina, balenasse qualche
coltello.
Piperno in Via Monte de’ Cenci Il locale si
appoggia all’antica chiesetta di San Tommaso
edificata nel XII secolo, presso la quale ogni
anno si celebra una messa in suffragio di
Giacomo Cenci autore, assieme alla sorella
ed alla matrigna, del parricidio per il quale
venne condannato a morte l’11 Settembre
del 1599, fattaccio riportato con dovizia di
particolari dalle cronache dell’epoca. Ubicato
in prossimità del Portico d’Ottavia, come
denota il nome del proprietario, ci troviamo
di fronte a quella storica convivenza tra il
popolo romano e quello della diaspora ebraica; il locale nasce attorno all’anno 1860 allorquando Mosè Piperno prende in affitto una
delle stalle di Palazzo Cenci per trasformarla
in una vera e propria Osteria. Il menù non
era dei più leggeri privilegiando Mosè i filetti
di baccalà ed i carciofi, ovviamente alla giu-
di Riccardo Consoli
dia e se a questo aggiungiamo che l’aerazione del locale non era della migliore, si ha
netta la sensazione di quella atmosfera carica di fumo di fritto, mucchi di carciofi accatastati qua e là, gente appoggiata ai tavolini,
fiumi di vino bianco e rosso che riempiva i
capienti stomaci dei numerosi avventori, ma
anche questo era il fascino di questa Osteria.
Sembrerebbe che anche i preti frequentassero questo locale gestito da un infedele citando, per poi giustificarsi, la tolleranza evangelica e, a questo proposito ci è stato tramandato un divertente aneddoto risalente ai
tempi di Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai
Ferretti (1846-1878). Si racconta di un prelato che, cedendo alle tentazioni della gola,
frequentasse con assiduità il locale e che poi,
non pago di ciò, lo raccontasse al vecchio
Pontefice che soffriva di mal di stomaco il
quale, perplesso sul fatto che un sacerdote
potesse frequentare un ritrovo di ebrei, si
sentiva rispondere che il suo predecessore
aveva tollerato gli strali di Pasquino e ricevuto il Rabbino Maggiore, senza contare, che
Piperno, questa era la tesi dell’astuto sacerdote, era un artista nel suo genere e la
Chiesa aveva sempre difeso gli artisti e l’arte.
Davanti a tanto entusiasmo il Papa non potè
fare a meno di assolvere l’epicureo prete con
l’unico rammarico, probabilmente, di non
poter godere anche lui della bontà di tanta
sapienza gastronomica.
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Campo de’fiori
Pillole di Sapienza
Da
cosa
deriva…
“ritornare con le
pive nel sacco”?
Verso la fine del settecento, si sviluppò un
nuovo modo di combattere. Vecchie balestre e archi con frecce
infuocate, lasciarono il
posto a tuonanti fucili e
rumoreggianti pistole.
Queste armi, che ora
sembrano appartenere alla preistoria, spesso
uccidevano più chi le usava che il nemico. Non
per questo furono abbandonate, anzi si diede
sempre più importanza all’invenzione della polvere da sparo. Parallelamente a questa evoluzione di armamenti si rivoluzionò anche la strategia bellica e il dispiegamento dei fronti. Un
esempio di “Rivoluzione Militare” fu la battaglia
condotta nella seconda metà del settecento
dagli americani contro i dominatori inglesi.
Durante la Guerra d’Indipendenza, le truppe sul
campo avevano nelle prime file una schiera di
suonatori di trombe o cornamuse nel mezzo dei
quali dominavano le insegne militari. Il suono
sempre più alto di questi strumenti, dava il via
ad altre note più cupe e portatrici di morte.
Questo “concerto” di armi faceva contare numerose perdite da entrambi i fronti.
Da ogni conflitto usciva sempre un vincitore ed
uno sconfitto. Questi ultimi, delusi, ritornavano
all’accampamento con le bandiere arrotolate e
gli strumenti musicali, detti genericamente pive,
in un sacco ed ascoltavano amareggiati, in lontananza, il suono del trionfo nemico.
Erminio Quadraroli
Messaggi
Tanti cari Auguri
a
Alessandro Caon
chel’8 Aprile
compie 21 anni.
Un grosso bacio
dalla mamma
Paola, papà
Antonio e il fratello Stefano
Tantissimi auguri al nostro amico “Lollo”
dagli amici del “The Club”
Tanti auguri a Adriano Scorrano per i suoi
42 anni dalla sua famiglia, i cognati e tutti
gli amici.
Continua a pag. 39......
Su questa foto pubblicata sul n. 15 di Campo de’
fiori sono state riconosciute: Giulia Paolelli,
Coletta Brunelli, Linda De Angelis, la Maestra
Adele Carrara, Vanda Zenoni, Giovanna Carabelli,
Liliana Peri, Valeria Anselmi, Elsa Angeletti, Rina
Corteselli, Adriana Bonfiglioli, Benita Fiorani,
Lisida Gentili e Pina Panichelli.
In questa foto pubblicata sul n. 15 di
Campo de’ fiori sono stati riconosciuti:
in alto da sx Mauro Gatti, Mauro
Tombolini, Fabrizio Profili, G. Rossi,
Braconi, Velio Alessandrini, Luciano
Primanni, Francesco Scopetti, Vaselli,
Angeletti, Giulio. Fila al centro da sx
Franco Profili, Mauro Capi, Rita
Evangelisti, Maria Assunta Severini,
Miria Frezza, Carlo Bertocci, Sergio
Rughi, Pierino Pellegrini.
In basso da sx Conchita Marini, Sandra Baldoffei, Daniela Mezzanotte, Mariella Mancini, Chiara
Placidi, Maria Luisa De Angelis, Maura Mancini, Villelma Giovannetti.
Campo de’fiori
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Note di Speranza
Col riaffacciarsi del terremoto nelle già
martoriate terre, dove lo Tsunami ha già
mietuto innumerevoli vittime, mi piace
ricordare che, fra le tante iniziative comunicateci in redazione, a beneficio di questi
popoli, il 16 Gennaio, l’Associazione
Musicale Valletiberina, ha tenuto un concerto presso il Santuario di Santa Maria in
Vescovio per raccogliere i fondi da devolvere alle popolazioni dell’Oceano Indiano.
Un’ora intensa di musica, riflessione, coinvolgimento; poche parole, molto cuore.
Sono state queste le linee direttrici lungo le
quali è confluita la generosità del numeroso pubblico intervenuto. La musica, dunque, ancora una volta veicolo di solidarietà, fratellanza, pace, speranza. Valori tanto
semplici quanto intensi, come il proposito
che ha spinto Valletiberina ad organizzare
questa manifestazione e cioè ascoltare e
interiorizzare il prezioso e severo monito di
San Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il
Corpo di Cristo? Non permettere che sia
oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè
nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non
onorarlo qui in Chiesa con stoffe di seta,
mentre fuori lo trascuri quando soffre il
freddo e la nudità…. Il mantello che hai nel
tuo armadio è quello del povero coperto di
stracci e intirizzito dal freddo”. Il complesso bandistico, sotto la direzione del carismatico maestro, Prof. Regoli (ormai non
più una sorpresa anche per il pubblico della
Sabina), ha eseguito una preghiera tratta
dal “Mosè” di Rossini, il valzer viennese “Le
onde del Danubio”di Strauss, l’intermezzo
della “Cavalleria Rusticana” di Mascagni,
l’aria sulla quarta corda di Bach ed infine il
brano di augurio e speranza “Oh Happy
Day”. Ma il momento più suggestivo ed
emozionante si è avuto, senza dubbio,
quando gli allievi della Scuola di Musica
Valletiberina hanno voluto tendere idealmente la mano ai loro meno fortunati
coetanei del sud-est asiatico; i giovani
musicisti – preparati con professionalità e
dedizione dai Maestri Dopchiz, Chiodi,
Gerini e Batoli – hanno suonato, con la trepidazione e l’entusiasmo dei debuttanti,
divertenti duetti e melodie. I veri protagonisti di quel pomeriggio sono stati, comunque, i due salvadanai collocati all’ingresso
della Chiesa con i quali sono stati raccolti i
fondi che verranno consegnati alla
Protezione Civile Nazionale. Alla fine della
manifestazione i salvadanai contenevano
647,11 euro. Tanto? Poco? Non importa. Il
mare – si sa – è fatto di gocce d’acqua e
forse i nostri amici dell’Associa-zione
Musicale Valle Tiberina, aggiungeranno
altre preziose gocce a questo mare.
Cristina Evangelisti
Campo de’fiori
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CIAK SI GIRA
di Roberto Moscioni
scenario architettonico offertogli dal portico
della Posta Vecchia , antico luogo dove i
viandanti in viaggio per Roma, stazionavano
per il cambio dei cavalli e per rifocillarsi.
Proprio qui, nel 1770, il giovane Mozart,
accompagnato dal padre, in viaggio verso
Roma, vi pernottò e come lui anche tanti
altri famosi personaggi della storia. In questo magnifico portone Geronimo Meiner e
Carla Gravina, si scambiarono un bacio
appassionato, di nascosto dai loro genitori.
Mio padre, Fabrizio Moscioni, mi racconta
che in quel periodo lui aveva tredici anni e
lavorava, come benzinaio, nella piccola stazione di servizio situata accanto all’entrata
della Posta Vecchia. Durante le riprese del
film, venne più volte sgridato e cacciato dal
regista in quanto, la sua curiosità, lo portava a spingersi troppo vicino agli attori tanto
da entrare nell’inquadratura della macchina
da presa, rovinando più volte la scena.
scena del film girata nel portico della posta vecchia
Nello scorso numero di Campo de’ fiori
abbiamo pubblicato delle bellissime fotografie del film “Amore e chiacchiere – salviamo il panorama”, girato nel 1957 a
Civita Castellana. In questo numero vogliamo concludere l’argomento mostrandovi
altre bellissime immagini dove vengono
riscoperti preziosissimi angoli della nostra
... Piazza Quintana
cittadina. Vediamo infatti Piazza Matteotti in
una veste insolita dove appare un personaggio che non ha bisogno di presentazioni,
ovvero Vittorio De Sica (nel ruolo del
Sindaco), che esce con la sua inconfondibile eleganza dai porticati del palazzo comunale accompagnato da un vigile urbano.
Quel vigile urbano che, nel film, fa una brevissima apparizione, è un civitonico doc,
Umberto Ciucani, un tempo titolare del
famoso ristorante “Il Bersagliere” sito in Via
Cavour, che, fra una pietanza e l’altra, si
ritrovò ad occupare la scena accanto ad un
grande del cinema italiano, appunto Vittorio
De Sica. Un’altra scena del film molto caratteristica, adiacente a quella di Piazza
Matteotti, è Via Giovanni Montanari, conosciuta anche come l’Arco de’ Montanari,
dove si vede il giovane Geronimo Mainer
che, con la sua bicicletta, si ferma sotto le
Via Giovanni Montanari e sullo sfondo
finestre della sua amata (Carla Gravina) a
l’”Arco de’ Montanari”
sua volta affacciata ad un balcone di proprietà di una
famiglia civitonica (Cantini)
la quale cedette, per un certo
periodo di tempo, la propria
casa alla produzione affinché fossero girate
alcune
scene del film.
Il regista, Alessandro Blasetti,
non
poteva
non accorgersi
... scena girata in Piazza Matteotti con Geronimo Mainer,
del bellissimo
Vittorio De Sica e Umberto Ciucani
M
EL FIL
OLO D
T
I
T
L
INA I
INDOV
L’immagine qui sotto
è tratta da un celebre film. I primi
tre che ne indovineranno il titolo e ne
daranno comunicazione in
redazione,
riceveranno un simpatico
omaggio offerto da
LATINI
Campo de’fiori
38
Il consulente di Campo de’ fiori
Oggi rispondiamo alla email della Sig.ra Fiorella, la
quale ci chiede alcune
informazioni in merito ai
recenti avvenimenti di clonazione di bancomat e
carte di credito.
D. Vorrei sapere a chi rivolgermi in caso di clonazione
del bancomat e se è previsto un risarcimento del
danno eventualmente subito .
della Dott.ssa
Giulia Radice
R. La clonazione di bancomat e carte di credito
è un fenomeno che si sta espandendo sempre
di più e che rischia, in mancanza di una tutela
sufficientemente adeguata, di compromettere
in modo diretto gli utenti interessati. Questo
tipo di truffa telematica è particolarmente insidioso: l’utente rimane in possesso dell’originale
del proprio bancomat o carta di credito e si
accorge, pertanto, dell’eventuale clonazione
solo a prelievi e pagamenti illeciti avvenuti, vale
a dire quando controlla il proprio estratto di
conto corrente o della carta di credito.
Tecnicamente, la clonazione di bancomat e
carte di credito avviene mediante il posizionamento, presso lo sportello bancomat, di una
microcamera in grado di “filmare” il codice nel
momento in cui l’utente lo digita sulla tastiera,
nonché mediante l’apposizione, sopra la fessura
dove si inserisce la carta di credito o il bancomat, di un lettore di dati magnetici; in alcuni
casi sopra la tastiera dello sportello bancomat
viene, addirittura, posizionata un’ulteriore
tastiera in grado di decriptare il PIN (personal
identification number) all’atto della sua digitazione. Alla luce di quanto detto, è, pertanto,
necessario diffidare di sportelli bancomat che
appaiano manomessi nonché controllare che
sulla tastiera non sia apposto nulla di sospetto
e che la tessera bancomat o la carta di credito
entrino nella fessura senza alcuno sforzo. Si
pensi poi, anche relativamente ai recenti fatti di
cronaca, alla maxi clonazione di bancomat
messa a segno in alcuni supermercati di Roma
e provincia tramite la manomissione dei lettori
delle casse ed alla conseguente costituzione, da
parte della Polizia Postale e dell’ABI
(Associazione Bancaria Italiana), di una taskforce per studiare contromisure alla truffe telematiche.
Pertanto, non appena si abbia il sospetto e/o la
certezza che il proprio bancomat o la carta di
credito siano stati clonati, è opportuno e necessario provvedere al blocco degli stessi, telefonando ai numeri verdi dei circuiti bancomat e
carta di credito. Successivamente, il titolare
dovrà, munito del codice del blocco rilasciato
dall’operatore del servizio clienti, sporgere regolare denuncia dell’accaduto presso Polizia e/o
Carabinieri e confermare il blocco del bancomat
o della carta di credito alla propria banca o
società emittente la carta di credito, mediante
raccomandata a.r., allegando anche copia della
denuncia.
Di fatto, la procedura da seguire è come quella
prevista per il caso di furto o smarrimento, ma
poiché spesso si viene a conoscenza dell’avvenuta clonazione quando si riceve l’estratto di
conto corrente o della carta di credito, il titolare deve, nei 60 giorni successivi al ricevimento
dell’estratto, inviare alla propria banca o società
emittente la carta di credito, un reclamo scritto
corredato della relativa denuncia.
Adempiuta la suddetta procedura, l’utente può
rivolgersi, per il risarcimento dei danni conseguenti alla clonazione (prelievi indebiti e pagamenti non effettuati), alla banca o alla società
Indovina Indovinello...
Si spoglia quando incomincia a far freddo.
Sai dirmi cos’è ??
emittente, che, in quanto depositarie a titolo
oneroso, devono ritenersi tenute al risarcimento (anche se spesso rifiutano i relativi rimborsi):
il rischio di illeciti prelevamenti e/o pagamenti
dovrebbe ricadere sulla banca o sulla società
che fornisce il servizio di bancomat o carta di
credito.
Tuttavia, spesso accade che la banca o la società emittente la carta di credito si rifiutino di
pagare, ritenendo che il comportamento dell’utente sia stato poco diligente. In questi casi si
può sporgere reclamo, in prima istanza, presso
l’ufficio reclami dei singoli istituti di credito e
società emittenti tramite raccomandata a.r. o
lettera consegnata a mano e, decorsi 60 giorni
senza risposta o in caso di rigetto e per somme
non eccedenti gli € 5.165,00, presso
l’Ombudsman bancario (una sorta di difensore
civico), sempre tramite raccomandata a.r. ed
allegando il primo reclamo e tutta la documentazione utile.
Si sottolinea come in questi casi l’utente dovrà
dimostrare di aver avuto un comportamento
diligente; ad esempio lo stesso potrà fare richiesta di acquisizione delle immagini a circuito
chiuso filmate dalle telecamere a presidio degli
sportelli bancomat o richiedere la lettura della
terza banda magnetica di carte di credito e bancomat, di cui pochi conoscono l’esistenza e dove
vengono registrati i prelevamenti ed operazioni
leciti perché fatti mediante il bancomat o la
carta di credito stessi.
Comunque, in caso di mancato rimborso da
parte della banca o della società che ha emesso la carta di credito, in virtù di un asserito comportamento poco diligente da parte dell’utente,
si può, in definitiva, ricorrere all’autorità giudiziaria, che rimane l’unica via per avere soddisfazione dei propri diritti.
i primi tre che, telefonando
in redazione, daranno la
soluzione dell’indovinello
riportato qui a fianco, riceveranno
un
simpatico
omaggio offerto dalla profumeria GLAMOUR.
Campo de’fiori
39
MESSAGGI
18 Aprile 1955
18 Aprile 2005
Alfonso Foggi e Valentina Profili
festeggiano 50 anni di matrimonio
Auguri affettuosi dai figli
Antonella e Sergio, da Francesco e Lucia,
dai nipoti Daniele, Pamela, Viola e Veronica.
Auguri da tutta la redazione.
Tanti
auguri a
Federico
Anselmi
che
compie
gli anni
il 20 Aprile, dalla
mamma, il papà,
la sorella, zii e nonni.
Tantissimi auguri alla
Signora Flora Iaffei
che compie gli anni il
29 Aprile
dalle figlie Roberta e
Rossella e da tutti i
suoi cari.
Infiniti auguri
a nonno
Mario Domizi
che compie 91 anni il
22 Aprile
dai figli, la nuora, i
generi e i nipoti tutti.
Auguri a nonno Mario
anche dagli amici che
gli vogliono un mondo
di BENE
Tanti
auguri a
Marlene
Loredana
Filoni
che
compie
gli anni il
23 Aprile. Con amore
dal marito Francesco
40
Campo de’fiori
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COMUNICATO STAMPA
Su iniziativa spontanea di un gruppo di cittadini, il giorno 10.03.2005 si è costituita un’associazione di volontariato ONLUS denominata “UNA MANO AL
TUO OSPEDALE”. L’associazione non ha scopi di lucro e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale. Essa si prefigge di: 1) Promuovere ogni
tipo di iniziativa finalizzata a migliorare lassistenza agli utenti che si rivolgono all’Ospedale di Civita Castellana. 2) Promuovere iniziative per il miglioramento della struttura alberghiera, della diagnostica strumentale e di laboratorio. I soci fondatori dell’associazione sono: Mario Sardi, Luciano Caregnato,
Ugo Baldi, Costante Patrizi, Carlo Drogo, Andrea Brunelli, Mara Sprega, Enrico Simoni, Donato Di Donato, Marco Granatelli, Fabrizio Pinardi, Gino
Giuseppe Giuri, Adalgisa Ricci, Gaspare Milazzo, Comincio Faggiani, Rocco Fersini. Tutti i cittadini, anche dei centri limitrofi, sono invitati ad iscriversi
all’associazione e chiunque volesse collaborare fattivamente può, al momento del tesseramento, comunicare la propria disponibilità per far parte dei
gruppi di lavoro istituiti. L’iscrizione all’associazione prevede il versamento volontario di una quota minima di € 5,00 ma naturalmente sono ben accetti
versamenti superiori. Agli iscritti verrà consegnata una tessera e una ricevuta del versamento. Per le iscrizioni rivolgersi presso la sede dell’associazione
situata in Piazza Matteotti, a fianco dell’ingresso della Curia Vescovile, Tel. 339.8088597. Il 21 e 22 Maggio avverrà la presentazione ufficiale dell’associazione con una conferenza ed una manifestazione pubblica ed il programma verrà successivamente comunicato. I fondi per gli scopi suddetti verranno reperiti attraverso la richiesta di contributi alle attività industriali, commerciali, artigianali ed altre donazioni e con manifestazioni ed attività che verranno organizzate dall’associazione, nonchè salvadanai posti negli esercizi pubblici. Ci sembra doveroso e ci teniamo sia messo in evidenza ringraziare
tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del nostro progetto; in particolare il Dott. Mauro Scopetti, per il lavoro svolto nella stesura dell’atto
costitutivo e nel disbrigo delle pratiche burocratiche; la ditta Battaglia di Fabrica di Roma, per la realizzazione del logo; la Tipografia Falisca, per il contributo e la fornitura di volantini, tessere, carta ecc.; Sua Eccellenza il Vescovo Mons. Divo Zadi, per averci gentilmente concesso l’utilizzo del locale per
la sede dell’associazione; l’amministrazione comunale per la concessione dell’aula consiliare, dove si terrà la conferenza, la ditta Caregnato per la fornitura del telefono.
IL COMITATO DIRETTIVO
L’OGGETTO MISTERIOSO
Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato. I primi cinque che lo indovineranno e
ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dal negozio
IL QUADRIFOGLIO di Foggi Antonella
ANNUNCI ECONOMICI GRATUITI PER PRIVATI
a pagamento per ditte o società Tel.Fax 0761.513117
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L’annuncio sarà ripetuto per 3 uscite, salvo diversa decisione della redazione
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Civita Castellana (VT) oppure mandate un fax al n. 0761.513117
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Campo de’fiori
42
Usa 2004, regia Clint
Eastwood, interpreti
Clint
Eastwood,
Hilary Swank, Morgan Freeman, scePaul
neggiatura
Haggis, produzione
Albert Ruddy, Tom
Rosenberg,
Paul
Haggis, distribuzione
di
01 Distribution, duraMaria Cristina Caponi ta 2h e 17’’.
Il settantacinquenne
regista americano Clint Eastwood si è
mostrato sorridente in volto alla scorsa
cerimonia dei premi Oscar, grazie ai quattro trofei ottenuti per: migliore attrice
(Hilary Swank), miglior attore non protagonista (Morgan Freeman), migliore regista e miglior film The Million Dollar Baby.
Il filmmaker cavalca di nuovo l’onda del
successo, com’era già successo con il precedente Mystic River. Questa volta, l’attore scoperto negli anni ’60 da Sergio Leone
c’introduce nell’efferato mondo del pugilato.
I graffi dell’anima inflitti dalla vita ad una
giovane trentunenne fomentano in lei il
desiderio di impugnare i guantoni da boxe
e sferrare duri colpi contro un sacco appeso. Quella della cameriera di bassa lega
Maggie Filztgerald (Hilary Swank) è un’esistenza da buttare, a cui lo sport e la competizione
danno
nuova
linfa.
Nell’underground losangeliano, una scalcinata palestra diviene il set ideale per
ambientare l’incontro fra un anziano allenatore (Clint Eastwood), con una spiccata
tendenza alla misoginia, e una donna
intenzionata a realizzare il suo sogno.
Nonostante la riluttanza iniziale ad allenare un membro del sesso debole, l’uomo
cede di fronte alla caparbietà e alla tenacia che alberga nel cuore di Maggie. Ha
inizio la scalata al successo agonistico
della ferrea boxeur, che giunge a gareggiare per il titolo mondiale nella sua categoria. Nello scontro finale, la volubile sorte
decide di ritrarsi, allontanandosi come la
marea. Un colpo infertole dalla sua avversaria le lacererà la colonna vertebrale,
costringendola ad un lento calvario in un
letto d’ospedale. Al suo fianco il taciturno
istruttore, roso dai rimorsi di coscienza.
L’atmosfera cupa del film, tipica dei noir
anni Quaranta, introduce al leitmotiv del
25° lungometraggio da regista di Clint
Eastwood: l’eutanasia. Questo tema è ultimamente oggetto di discussione e campeggia negli articoli e editoriali dei giornali attuali. Di recente, la scelta di Maggie è
in auge fra quanti tendono a criticare il
cosiddetto accanimento terapeutico e rifiutano l’idea di una sopravvivenza ad ogni
costo. Simile argomento spinge molti ad
appoggiare la proposta di un testamento
biologico: un testo in cui vengano poste
per iscritto le volontà di ciascuno, riguardo
ai trattamenti sanitari; finché ognuno sia
in possesso della facoltà di intendere e di
volere. Il consorzio umano è ancora piuttosto perplesso al riguardo, e la mozione è
ancora lontana dall’essere approvata. Un
secco e categorico no giunge dalla Chiesa
cattolica, annullando in tal modo il libero
arbitrio, che chiede all’infermo di rimettersi alla volontà di Dio. Simile integrità morale è consona al personaggio interpretato
sullo schermo da Clint Eastwood, abituato
a frequentare il tempio del Signore quoti-
Clint Eawtwood e Hilary Swank in una scena del film
locandina del film
dianamente, negli ultimi anni della sua
vita. I suoi valori morali cozzano vertiginosamente alla vista del corpo della povera
donna, stigmatizzato dalle pieghe da
decubito a cui è ella è esposta. La sequenza finale, con il protagonista maschile
impegnato ad attraversare l’androne dell’ospedale, è dominata da un’immagine
slavata e racchiude una lirica elegiaca di
gran pathos nei confronti di una vita che si
sta affievolendo.
Mirabile il trainer fisico a cui si è sottoposta l’attrice, già premio Oscar, Hilary
Swank; il cui corpo levigato dagli sforzi
atletici ha assunto dieci chili di muscoli
d’acciaio, slanciando maggiormente la sua
già snella silhouette. Il film, liberamente
ispirato al romanzo dell’irlandese F.X.
Toole Lo sfidante, fa ricorso ad una vellutata voice over, che in seguito si capirà
appartenere ad un ex pugile privo di un
occhio, interpretato da un Morgan
Freeman, dotato di una realistica recitazione adatta al suddetto dramma sportivo.
Clint Eastwood in una scena del film
Campo de’fiori
Scuola Media Statale “Dante Alighieri” di
Civita Castellana e sezioni associate
il Dirigente Scolastico
di Faleria e Corchiano
43
Prof. Orlando Pierini
C a r i
P r o f e s s o r i
Cari Professori,
vorrei parlarvi un pò del mio rapporto a
volte difficile, ma anche importante con voi.
Per me voi siete veramente speciali, perchè
con le vostre parole, con il vostro modo di
fare e di spiegare riuscite spesso a trasformare un argomento difficile o noioso in un
vero sballo. L’unico motivo che mi fa piacere
al 100% la scuola, siete voi, anche se devo
dire che quando vi arrabbiate diventate dei
leoni, pronti a sbranarci. In quei momenti
devo dire la verità non vi capisco, ma dopo
aver fatto una lunga riflessione riconosco
che mi sono comportato da bambino e che le
cose non si risolvono mettendo il “muso”
come faccio spesso, ammettendo i propri
errori e cercando di migliorare sempre più.
Voi ci aiutate nei momenti di difficoltà; anzi
non c’è nemmeno bisogno che vi diciamo che
siamo tristi, perchè appena ci guardate negli
occhi capite al volo il nostro problema e
piano piano riuscite a farci tirare fuori “il
rospo” che abbiamo in gola. Comunque, in
tutto questo gran discorso fatto di tante
parole, un fine c’era, cioè dirvi che...siete
stupendi, siete la mia seconda famiglia, unici
al mondo, vi voglio bene.
Francesco Stilli
Cari Professori......
Cari professori
ve ne combiniamo di tutti i colori;
Cari professoresse,
quando correggete i compiti in classe
avete le penne rosse;
Cari professori
tra matematica e geografia
vi mandiamo fuori di euforia;
Cari professori,
quando parlate con i genitori
risparmiategli alcuni errori;
Cari professori
tra matematica e scienze
migliorateci le nostre competenze;
Cari professori
tra un compito e un’ interrogazione
arriva sempre l’ora della...RICREAZIONE!!
Valentina Lilli
II B Corchiano
Cara
Professoressa
Natale, mi sono molto
affezionata a Lei perchè
è spiritosa e divertente,
mi piace anche come
abbina orecchini e collana. Sono felice che Lei ci
faccia da professoressa
anche se a volte urla,
inoltre sono felice che lei
sia l’insegnante di tecnica perchè è molto
precisa in tutto e quindi la vedo bene in queVeronica S.
sta materia, Le voglio bene.
Cara Professoressa
ci conosciamo da pochi mesi, ho già capito
che lei è una donna perbene e molto brava. Le
cose che più mi piacciono di Lei sono i suoi modi
di parlare e imitare i vari personacci delle storie
che leggiamo. Mi piace il soprannome che mi ha
affibiato: “grillo”. Credo di aver capito anche il
suo significato, poichè non sto un attimo fermo e
chiacchiero molto, proprio come il grillo parlante
di Pinocchio, ecco come nasce la scelta di questo
nome. Lo accetto molto volentieri, perchè questo
sostantivo è sinonimo di allegria, intelligenza e
saggezza, per questo sento il dovere di dirLe che
Le voglio molto bene. Riguardo i compiti per casa,
Lei è l’unica che ce li fa iniziare a scuola. Veste
in modo sobrio e spesso variato, ma devo farLe
una domanda.
Quanti foulard possiede?
Dovrebbe averne una montagna, perciò se i giorni
dell’anno sono trecentosessantacinque il risultato
è fatto. Dunque l’armadio è colmo, ci potrebbe
uscire un problema di matematica.
PROBLEMA
Calcolando i giorni delle vacanze estive, le domeniche, i giorni festivi di Natale e Pasqua, qualche
sciopero sindacale, la festa patronale, i giorni
liberi: quanti foulard utilizza la professoressa
durante le lezioni di un intero anno?
Andrea Belardi
IA Faleria
Cari Professori, tante sono le cose che vorrei
dirvi, ma con il mio timido carattere non
riesco mai a farmi avanti. Approfitto di queste poche righe per dirvi che: quando sono con
voi mi sento al sicuro, anche se ho sempre il
cruccio di non riuscire a parlarvi. Sono riuscita
solo qualche volta a parlare con una professoressa, che credo abbia ben capito il mio carattere introverso e sensibile. Una volta a settimana raggiungo il cielo, il sole, sono in paradiso, ma il professore di musica avrà intuito l’armonia che sento dentro di me quando
ci fà suonare?
Credo che la maggior parte di voi non abbia
capito molto di me, del mio carattere. Mi
auguro di riuscire ad essere più aperta, più
serena con tutti voi e di sentire la vostra
stima nei miei confronti.
Liuda Guerrini IIB C.Castellana
Caro Professore, non avrei mai pensato di
scriverti un lettera, ma ora mi trovo a farlo.
L’anno scorso non andavamo molto d’accordo
solo perchè non riuscivo a capirti veramente
e abbiamo perso un anno, mentre,
invece,potevamo conoscerci e scherzare
insieme. Quest’anno ho provato veramente a
capire cosa c’è dietro la veste da professore che poche volte indossi e ho trovato in te
un ragazzo con cui scherzare, un professore
“all’ordine del giorno”, un adulto con cui parlare di tutto, anche di problemi personali e,
da pochi mesi, anche un dolce papà. I due
giorni più belli trascorsi sui banchi di scuola
sono stati: quando abbiamo suonato e cantato con la chitarra e quando ti abbiamo fatto
una sorpresa per la nascita di tuo figlio.
Quando abbiamo cantato mi hai fatto sognare una scuola diversa, non fatta solo di compiti e di interrogazioni, ma anche di divertimento. Lo stesso gionro ho avuto una bellissima sorpresa e sai bene di cosa sto parlando!!! Un altro bellissimo giorno è stata la
festa che ti abbiamo fatto. Ti ricordi? Luci
spente, il silenzio era accompagnato dalle
note della canzone “per me sempre” di Eros
Ramazzotti, dedicata alla figlia. Una frase
di quella canzone ha illuminato i tuoi occhi,
ma le lacrime non hanno accarezzato il tuo
volto, come tutti ci aspettavamo. Non sono
mai riuscita a dirti grazie per le tante volte
che mi hai aiutato e dato dei consigli, anche
su cose molto personali. Grazie papà. Infine
volevo chiederti: perchè sei sempre arrabbiato? Che fine ha fatto quel simpaticissimo
professore su cui contare per ogni tipo di
problema? Da quando sei diventato papà il
tuo unico pensiero è rivolto a tuo figlio.
Pensiero giusto e premuroso da parte tua,
ma non dimenticarti mai che i tuoi alunni ti
stimano e, per qualunque cosa, staremo sempre al tuo fianco. Dai un grandissimo bacio al
tuo bambino, da parte mia.
Agostini Michela
II A Corchiano
Caro Professore per noi alunni sei
importante perchè altrimenti studiare
storia, geografia, tecnica, grammatica,
matematica sarebbe stressante.
Nella scuola tu insegni e un bello stipendio
prendi, per mettere i voti ti devi impegnare
e noi alunni li dobbiamo meritare.
Alcune volte devi anche urlare perchè noi ti
facciamo arrabbiare, in fin dei conti siete
molto simpatici, ma quando vi ci mettete
siete anche antipatici.
Simone Benedetti IIB Corchiano
Pace, la pace sembra far male
A tutti coloro che non hanno un
Cuore
E non sanno sperare nell’amore
Beatrice Sernicola IE Civita Castellana
44
Campo de’fiori
Un brillante storico britannico amante dell’Italia:
ROBERT MALLETT
Una delle figure più
interessanti nel panorama degli storici
contemporanei
è
quella di Robert Mallett. Inglese, quarantenne,
sposato,
padre di una splendida bambina di quatdel Prof
tro anni, docente
Michele Abbate
all’Università
di
Birmingham e direttore del periodico
‘Totalitarian Movements and Political
Religions’, Robert Mallett è attualmente,
con Stanley Paine, Emilio Gentile e
pochissimi altri, tra i maggiori storici a livello mondiale del fascismo. E’ molto stimato ed apprezzato dal famoso Denis
Mack Smith, storico suo connazionale assai
noto in Italia che, in qualche misura, l’ha
proclamato suo erede come maggiore
storico italianista. Un altro grande ed
anziano storico britannico, Jeoffrey
Warner, professore emerito a Cambridge,
vede Mallett nella stessa maniera. Robert
Mallett esordisce nel mondo accademico
inglese specializzandosi in storia e politica
navale italiana tra le due guerre mondiali.
Grande conoscitore della politica estera e
di difesa italiana degli anni Trenta e
Quaranta del Novecento, è autore – tra
l’altro – di due importantissimi volumi sull’argomento. Il primo è ‘The Italian Navy
and Fascist Expansionism, 1935 – 1940’,
mentre il secondo è ‘Mussolini and the
Origins of the Second World War, 1933 –
1940’.
Questi due lavori storici sono di grande
rilievo storiografico, in quanto contengono
una documentazione per lo più inedita e
sconosciuta tanto in Italia come all’estero,
frutto di molti anni di ricerca negli archivi
diplomatici e militari sia italiani quanto
inglesi, che concerne il periodo che va
dagli anni trenta allo scoppio della Seconda
Guerra Mondiale.
A tale proposito ribadisco quanto ebbi a
scrivere alcuni anni fa, quando sottolineai
che << mi permetto di osservare, con
sicura e ferma convinzione, che se chiarezza è stata portata su questa materia, lo
dobbiamo proprio a Robert Mallett>>.
Noto per essere un forte critico degli studi
storici sul fascismo di Renzo De Felice,
considerato come il più grande storico sull’argomento per quella sua gigantesca
opera su Mussolini e il suo tempo in sei
volumi, Mallett argomenta con dovizia di
particolari ed una vasta documentazione
d’archivio quelle che ritiene errate ed inesatte interpretazioni storiche del famoso
storico italiano. Una delle principali caratteristiche di Robert Mallett come studioso è
quella di essere un instancabile e prolifico
ricercatore di fonti primarie, grazie alle
quali i suoi lavori sono documentatissimi e
sovente conducono a sorprendenti scoper-
te. Nel complesso il suo lavoro di storico
evidenzia, come in passato ho avuto modo
di scrivere su di lui, <<una capacità non
comune di analisi dei fatti in rapporto alle
fonti di archivio. Robert Mallett è uno studioso di notevole talento che ha saputo
innovare gli studi su Mussolini e sul regime
fascista, grazie alla sua assidua e meticolosa ricerca su moltissime fonti archivistiche,
spesso inedite, soprattutto in Italia. Così
facendo, ha portato all’attenzione generale
tanti di quei documenti, specie di politica
diplomatica e militare ma anche interna al
regime, che hanno permesso di gettare
una luce nuova sugli avvenimenti relativi al
ventennio fascista>>. Robert Mallett è
autore di molte pubblicazioni su temi che
caratterizzano i suoi studi e le sue ricerche.
Ovviamente sono tutte scritte nella sua lingua, l’ inglese, ed è un vero peccato che
nessuno dei suoi scritti sia stato tradotto in
italiano. Per la verità un suo saggio, quasi
certamente il solo, è stato tradotto in italiano (da chi scrive) e pubblicato dal Centro
Falisco di Studi Storici nel volume ‘Pensiero
ed Azione Totalitaria tra le due Guerre
Mondiali’. Si tratta del saggio che ha per
titolo ‘Il dibattito internazionale sul fascismo: le implicazioni di politica estera’. In
origine è stata una delle relazioni tenute da
Robert Mallett nel contesto degli annuali
seminari internazionali di Orte su periodo
tra le due Guerre Mondiali ed i regimi totalitari. Insieme a chi scrive, Robert Mallett,
è stato l’ideatore di questi seminari che
riscuotono da anni un certo successo. A
questo riguardo Mallett ha dichiarato di
recente che <<il CEFASS, del quale sono
onorato di far parte, sta svolgendo un
lavoro scientifico di enorme importanza in
Italia, dove temi chiave delle sua storia
moderna sono stati sviluppati dagli storici
in modo distorto e senza una efficace utilizzazione delle vastissime fonti archivistiche del Paese>>. Se consideriamo che
tutti i lavori di Mallett sono di estremo interesse, tanto per l’accuratezza della ricerca,
quanto per le novità storiche a cui spesso
perviene, è veramente un peccato che in
Italia non vengano ancora tradotte e pubblicate le sue opere che, al contrario, meriterebbero di essere conosciute, se non
altro per le tematiche di storia italiana
affrontate. Benché sia un perfetto british
man per comportamenti e modi di pensare, Robert Mallett si caratterizza anche per
possedere una verve fortemente ed appassionatamente, tutta latina. Non solo parla
con disinvoltura un fluente italiano e conosce molto bene l’Italia e la sua cultura, ma
ama considerarsi, a ragione, anche un italiano. Non solo perché da parte di madre
ha origini italiane, e più precisamente friulane, ma piuttosto perché nella più profonda parte dell’animo suo conserva da sempre un grande amore per l’Italia.
Soprattutto un amore per la sua civiltà e le
Prof. Robert Mallett
sue bellezze artistiche ed ambientali. In
Italia Robert Bruno Mallett non ha mai
smesso di venire. Da giovanissimo, per trascorrere le vacanze estive presso i parenti
della madre, più tardi, da studioso, per
approfondire le sue ricerche ed i suoi studi
storici sul periodo fascista. Da diversi anni
Mallett viene in Italia frequentemente e
non solo per ragioni di studio e motivi
accademici. Ci viene proprio perché ama
moltissimo il nostro Paese, tanto che ha
confidato di volersi ritirare a vivere in Italia
una volta che lascerà il mondo accademico
per andare in pensione. Di recente ha trascorso lunghi periodi di vacanza nell’Alto
Lazio e, in modo particolare, ad Orte e
Civita Castellana, due località che apprezza
molto. La regione d’Italia per la quale ha
una forte passione, in virtù del paesaggio e
delle sue bellezze artistiche è l’Umbria.
Ogni qualvolta viene in Italia per ragioni di
svago non tralascia mai di fare lunghe
escursioni sul territorio umbro. Però, da
quando è entrato a far parte del Centro
Falisco di Studi Storici (tra l’altro è tra i suoi
soci fondatori), ha esteso il suo interesse di
turista e di amante dell’Italia, anche e
soprattutto, all’Alto Lazio. Ha avuto parole
di grande simpatia e di apprezzamento per
le aree della Tuscia, dell’Agro Falisco, del
Reatino, della Sabina, nonché per la zona
compresa tra i Cimini, il Tevere ed il Monte
Soratte. In quest’ultima vorrebbe, se sarà
possibile, trascorrere la sua vecchiaia.
Robert Mallett quando non è alle prese con
le sue ricerche archivistiche o in giro per il
mondo per partecipare a Seminari e
Convegni internazionali (di recente è stato
negli Stati Uniti e in
Sud Corea), dedica
tutto il suo tempo
libero alla famiglia e,
in maniera speciale,
a giocare con la sua
bellissima e vivacissima figlioletta Ruby
di quattro anni.
la piccola Ruby Mallett
Campo de’fiori
45
I GIOVANI E LA MUSICA:
QUANDO UN SOGNO DIVENTA PROGETTO DI VITA
Fabio Nenci ci racconta il suo percorso di musicista, dai primi accordi sotto casa,
alla colonna sonora di un film
Quanta vita passata sulle note di una
canzone. Quanti
ricordi,
quante
emozioni legate ad
una melodia o a un
testo. E poi le
atmosfere.
La
musica è la melodia che disegna il
di Tamara Gori
continuo mutare
dell’esistenza del mondo; forse l’energia
stessa che muove il mondo. Poi per qualcuno diventa passione o addirittura il
sogno da realizzare. Tutti i più grandi
musicisti sono passati attraverso una
gavetta lunga e difficile, aspettando il
colpo di fortuna inaspettati che ti cambiano la vita; ma soprattutto fatta di tanta
inesauribile passione. E queste storie non
sono poi così lontane da noi. Sono tanti i
ragazzi che vivono la musica come un traguardo da raggiungere; musicisti, cantanti, autori, ma tutti con le note che vibrano
sotto la pelle. Qualcuno ce la fa, pochi a
dire il vero; la maggior parte resta a casa
a vivere della sua musica nel tempo libero,
come un’isola felice al di là della quotidianità. Ma in ogni caso vale la pena di parlare di musica con alcuni di loro, quelli che
hanno già sentito passare le loro canzoni
su qualche radio locale e ora puntano a
qualcosa di più.
“ Mi chiamo Fabio Nenci. Ho 28 anni e
vivo a Corchiano”
D. Come è iniziata la tua passione per
la musica?
R: “Suono dall’età di 13 anni. Ascoltavo
molta musica rock, sia italiana che straniera, specialmente il mitico Vasco che è sempre stato il mio idolo. La chitarra mi ha colpito da sempre ed ho iniziato a suonarla
prendendo lezioni da un mio vicino di
casa. Poi alla scuola di musica di Civita
Castellana e il salto obbligato all’Università
della Musica di Roma. Per tre anni ho
insieme lavorato e studiato; ma alla fine
ho dovuto scegliere: la musica richiede
tempo e impegno costante, è difficile conciliarla con il lavoro, così ho lasciato l’università. Ho continuato però a strimpellare
e dopo qualche anno ho iniziato a scrivere
canzoni, curando musica e testo. Certo,
sono un chitarrista e non un cantante,
quindi era difficile riascoltare i miei lavori.
Poi, un giorno, alla ricerca di elementi per
mettere insieme un gruppo, ho incontrato
Roberto Cristofori, un cantante dalle caratteristiche vocali che mi piacevano; così
abbiamo iniziato a lavorare sui pezzi per
realizzare un demo dimostrativo. Da qui è
iniziato il percorso più difficile: il demo va
alle case discografiche e ai produttori e
deve essere ascoltato, come altre centinaia di migliaia di demo”
D. Quali sono le difficoltà maggiori
che hai incontrato finora?
R. “Tante, creare un demo dimostrativo
costa tantissimo. Le sale di registrazione
vanno pagate a tempo e per provare i
pezzi ne occorre tantissimo. Per fortuna
conosco Federico Longhi, un ragazzo di
Civita che ha una sala di registrazione
essenziale e si fa pagare a pezzo. Lui mi ha
aiutato molto. Ma poi il demo deve essere
ascoltato da produttori che hanno voglia di
produrlo e non è semplice.
D. Qualche soddisfazione?
R. “Due miei pezzi sono passati su Radio
Punto Zero, nella trasmissione curata proprio da Federico Longhi: sono “Finisce qui”
e “Tequile”.
D. Quale è la tua fonte di ispirazione?
R. “Tutto inizia da un giro armonico di
accordi, poi arriva una frase e quella mi
apre un canale continuo di note e parole.
E’ difficile spiegare, viene tutto da sé di
getto, come a seguire un fiume emotivo
che è tale solo in quel momento. Proprio
come dive Vasco: “…le canzoni sono come
i sogni…”.
D. Ci sono progetti in vista?
R. “Attualmente suono come chitarrista in
un gruppo che si chiama DISSONANZE. Il
mio sogno sarebbe proprio quello di continuare a suonare per passione; è quello
che sento più mio. Ho provato in passato
a comporre la colonna sonora di un cortometraggio horror al quale partecipava
l’attrice Rita Carlini, ma poi non se ne è
fatto più nulla. Attualmente c’è in corso la
composizione di una colonna per un film
sperimentale ispirato da un’opera di
Goddard. Sarà un demo dimostrativo per
Fabio Nenci
la regista Angela Brindisi e per me. E’ un’esperienza stimolante: spaziare con la
musica, sperimentare, riprodurre in note le
emozioni di una storia”.
D: Perché la tua musica dovrebbe
essere così diversa da quella di tanti
altri che, come te, puntano su di essa
per realizzare i propri sogni?
R. “La mia musica la sento intima; sono io
stesso, con le mie emozioni, la mia vita, il
mio modo di sentire la vita e il mondo.
Forse la mia è l’espressione di tante storie
tutte simili, ma forse è bella proprio per
questo. E’ come un’opera artigianale,
unica e irripetibile; è arte allo stato puro,
senza il condizionamento del mercato,
forse con meno tecnica, ma proprio per
questo più genuina e vera”.
46
Campo de’fiori
“cottura”
(vedi l’impiego di forni “a
tempo e intermittenza”), sono rimasti a livello “manuale”, con impiego soprattutto di personale “femminile” più portato da sempre alla “decorazione”, decorazione che ormai non è più un’arte, perché da
tempo superata dalle tecniche “serigrafiche
e computerizzate”, che hanno fatto della
fabbrica quasi una tipografia. Come ripeto
non voglio addentrarmi in discorsi tecnici,
tipici degli imprenditori e dei dirigenti d’azienda, perché essi spettano a loro, voglio
solamente dire il mio modesto parere e dare
la mia modesta testimonianza. Io penso
innanzitutto, che il primo colpo all’economia
specifica riguardante le stoviglie, l’abbia
dato il diverso modo di vivere, e mi spiego.
Signori miei guardiamo i piatti di plastica:
fino a circa venticinque anni fa, essi venivano usati raramente ed in occasioni particolari quali la gita “fuori porta” e l’anglosassone
“picnic”, quando si faceva della praticità
virtù. Oggi invece purtroppo, e dico purtroppo, specialmente le coppie giovani, adoperano i piatti di plastica anche in casa, perché? Perchè se non c’è più tempo per cucinare, figuriamoci per lavare i piatti.
Infatti, oggi c’è anche un calo di vendite di
“lavastoviglie”. Sul discorso Cina , al di là
della questione trita e ritrita del costo della
manodopera, che però non fa una piega,
posso dire, avendoli visti, che i piatti cinesi
(anni addietro grossolani nelle forme e nei
A proposito di PIATTI
Spero con tutto il cuore
che quando uscirà questo articolo, le istituzioni
locali, imprenditori e
sindacati in primis,
avranno, se non risolto,
per lo meno tamponato,
l’emorragia che ha coldi Alessandro Soli
pito il settore delle stoviglierie. Chi scrive ha
vissuto e vive sulla propria pelle questa
annosa crisi, fatta di lunghi periodi di cassa
integrazione, contratti di solidarietà, turnazione lavorativa ecc. , in quanto dipendente
di una ceramica che da sempre è stata tra
le prime in Europa.
Non sto qui ad elencare le cause di questa
crisi, perché i ”media” lo hanno fatto e lo
stanno facendo ormai da anni, addossando
la colpa alla cosiddetta “globalizzazione” che
ha annullato il “made in italy” e alla massiccia “invasione” del colosso cinese. Voglio
solamente esternare i sentimenti e le sensazioni dei circa 1000 operai che giornalmente
vivono questo dramma, e lo farò con l’ottica
di chi sta ultimando la sua attività lavorativa, avendo raggiunto i requisiti per la pensione. Gli stabilimenti che producono stoviglierie, da quarant’anni ad oggi, pur con
qualche automazione, che riguarda in particolare lo “stampaggio” del materiale, e la
decorazione a mano
Ceramica Sbordoni 1935
decori) oggi sono più belli dei nostri (e
soprattutto “costano di meno”). In chiusura
voglio ritornare all’argomento occupazione,
che è quello più contingente. Sono amareggiato per quanto sta accadendo, perché
penso a intere famiglie che potrebbero
(metto il condizionale, perché esso dà almeno speranza) trovarsi, da un giorno all’altro,
davanti lo spettro del licenziamento, quando
la disperazione cercherà di sopraffare, ma
non ci riuscirà, quello spirito temprato al
sacrificio tipico dell’operaio civitonico.
Dobbiamo avere coraggio, dobbiamo, malgrado tutto, credere nelle istituzioni, e non
dimentichiamo che: l’Italia è una Repubblica
fondata sul lavoro.
Campo de’fiori
47
a Viterbo con
Amore e Nostalgia
di Sandro Anselmi
Penso spesso con rabbia
e tenerezza alla mia
infanzia, quando la timidezza mi assaliva ad ogni
occasione e mi condizionava la vita nei rapporti
con gli altri. Con rabbia,
per le possibilità negate
e le occasioni mancate,
con tenerezza, per i disagi che venivano a crearsi
quando, improvvisi rossori, assalivano le gote
facendomi provare una stupida vergogna.
Ancora oggi, mentre scrivo queste righe,
mi sento uno sciocco sentimentale e non
riesco a farlo schiettamente, per il subbuglio di pensieri e sentimenti che turbinano
nell’anima.
Le buone pagelle ed i complimenti degli
insegnanti delle elementari, avevano ulteriormente pesato sul mio carattere, sicchè
mio padre, per aiutarmi, pensò bene di
mandarmi in colonia e quell’estate andai,
per un mese, a San Martino al Cimino.
Non fu facile… Cercavo di fare amicizie, di
partecipare a tutte le attività del gruppo
ma, quella eccessiva educazione e quella
subdola timidezza, mi bloccavano non
poco. C’erano poi ragazzi molto svegli, esuberanti, che sfociavano nel bullismo. Uno
in particolar modo, del quale non ricordo il
1955 colonia montana a San Martino al Cimino. (io sono il primo in basso a dx)
nome, aveva un’espressione sfrontata, ironica, quasi strafottente. Rideva talmente
forte, che le orecchie sembrava dovessero
cadergli dentro la bocca. Era persino faticoso ascoltarlo, figuriamoci semmai avessi
voluto prendere la parola. Ricordo che,
tutti gli aerei che passavano, ci diceva
erano pilotati dallo zio, dal fratello, poi
ancora dal cugino e noi ci credevamo.
Passati i primi giorni, però, ci si incominciava a conoscere meglio ed allora si livellavano i ruoli ed i giochi fluivano con più
partecipazione e divertimento. Si aspettava, con passione nascosta la Domenica,
quando venivano a trovarci i genitori che si
potevano vedere solo attraverso la rete che
recingeva tutto il castagneto della colonia,
ed allora, sia noi, che loro, stentavamo una
gioia scontata per consolarsi tacitamente
della lontananza. Conobbi allora le prime
cacce al tesoro, i primi giochi di società, le
prime adunate e le file ordinate per le
docce e per il refettorio. La sera, dopo aver
cenato tutti insieme, uscivamo sulle larghe
scale esterne che portavano alle camerate
e ci sedevamo, cingendo le ginocchia con
le braccia, per guardare il cielo chiaro di
stelle e prendere sollievo al venticello leggero, che stemperava la calura del giorno.
Si sognava allora di essere a casa e di
addormentarsi nel proprio letto, vicini alla
famiglia che ci mancava tanto. Quella, era
per tutti noi la prima volta che eravamo
lontani, per un periodo così lungo, dai
nostri cari, dai nostri amici abituali e, se l’esperienza doveva risultare formativa,
quanta tristezza e quanta nostalgia celavano i nostri cuori.
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Campo de’fiori
49
CITTA’ DI MAGLIANO SABINA
Associazione Turistica Pro Loco
A.P.T. Rieti
A.C.A.I. Lazio
U.N.P.L.I. Rieti
Chiesa di Santa Maria
delle Grazie (XV sec.)
Chiesa di San Liberatore
Cattedrale dei Sabini (XV sec.)
Costruita agli inizi del ‘500 su una preesistente chiesa, fu rimaneggiata nel 1743
da Filippo Barigioni su incarico del
Cardinale Albani. Presenta un interessante
dipinto del XV secolo di Rinaldo Iacovetti
da Calvi. La tavola principale raffigura
l’incoronazione della Vergine, la predella
suddivisa in tre scomparti quadrati rappresenta l’Annunciazione, la Nascita e la
Morte del figlio di Uliano e si riferisce alla
storia del miracolo avvenuto nel 1234. La
pala mantiene ancora la bella cornice originale in legno dorato. La Cattedrale conserva un baldacchino della Cina del ‘600
ed una Croce in rame del XV secolo
Costruita sui ruderi di una rocca medievale presso una delle porte della città, conserva un’artistica immagine sacra della
“Madonna della Misericordia” di scuola
umbra del ‘400, sottoposta a nuovo
restauro nel corso del 2001. Nella cripta
protoromantica della chiesa si trova un
affresco che rappresenta San Francesco
ed il miracolo delle stimmate. L’antica pittura è forse memoria del viaggio fluviale
sul Tevere effettuato dal Santo e dai suoi
compagni, di ritorno da Roma intorno al
1228-29. La cripta di origine romanica,
presumibilmente edificata su una struttura
più antica, colpisce per il senso di delicatezza suggerito dalle colonne leggermente
sfasate.
Chiesa di Santa Maria Assunta
Situata nella frazione di Foglia, deve la sua fama agli affreschi settecenteschi che ne
adornano l’interno.
Chiesa di San Pietro (XII sec.)
E’ uno dei monumenti più antichi della città e mantiene inalterate le linee architettoniche romaniche.
La facciata, semplice ed elegante, è abbellita da
archetti ciechi su colonnine a sbalzo e da un finestrone semicircolare sovrastante il portale.
Tipicamente romanico è l’interno, dove le tre navate
sono separate da dieci colonne.
Come arrivare: da Roma con la Flaminia (km
63), con l’A1 uscita Magliano Sabina. da Terni
con la Flaminia e da Viterbo con la superstrada Viterbo-Orte, A1 direzione Roma uscita
Magliano Sabina (Km 35.
NUMERI UTILI
Comune 0744.910336
Vigili Urbani 0744.910032
Archivio Storico 0744.910336
Biblioteca Comunale 0744.910108
Carabinieri 0744.91333
Ospedale M.Marini 0744.9121
Ufficio Postale 0744.91388
Ristorante Sabina 0744.919990/921528
Teatro Manlio 0744.910344
Proloco 0744.910021
Campo de’ fiori
50
Un modesto contributo allo studio della
Piazza del Pantheon in Roma
Prof. Arch. Enea Cisbani
La celebre e universalmente conosciuta
Piazza del Pantheon in Roma, meglio
nota come Piazza della Rotonda, dominata dal portico e dalla possente mole
dell’omonimo Tempio Romano, nasconde nel suo interno numerose opere
d’arte, palazzi nobiliari di rara fattura e
bellezza, un’edicola votiva del XVII
secolo e una Fontana con vasca polilobata, coronata superiormente da un
modesto obelisco egiziano, che nella
sua conformazione si collega, formalmente ed artisticamente, alla Fontana
dei Quattro Fiumi del Bernini in Piazza
Navona, poco distante. Strano destino
quello di più opere d’arte che vivono e
coesistono in uno stesso luogo: ognuna
tende a prevaricare sull’altra e a catturare in termini artistici e visivi, l’attenzione dello spettatore, che si aggira in
questo meraviglioso spazio come sul
palcoscenico di un teatro delle meraviglie.
E’ il caso della Fontana di
Piazza del Pantheon, su i cui scalini
si siedono i turisti portati più ad ammirare le splendide vestigia del Pantheon
stesso, che ad ammirare le forme tipicamente classiche della fontana, progettata dall’Architetto FILIPPO BARIGIONI, (1672-1753), nel 1711 per volere
del Pontefice CLEMENTE XI.
Se oggi conosciamo il committente e gli
esecutori dell’opera, poco noto è l’assetto
della fontana e della piazza stessa prima
degli interventi Clementini del 1711. Un
rilievo metrico del 1709 dell’Arch.
Giovanni Battista Landini, ci dà l’esatta
situazione della fontana prima dell’intervento del Barigioni: si nota, infatti, che la
vasca progettata da Giacomo della Porta,
allievo di Michelangelo, nel 1542, era circondata da quattro corpi di fabbrica in
muratura, ad un unico livello e addossati alla stessa, adibiti a magazzini e negozi per la vendita di generi alimentari.
Dall’esame metrico del rilievo si evince che
occupavano una superfice di circa 350
mq. e in un certo senso condizionavano
visivamente l’assetto della piazza e la per-
Piazza del Pantheon - rilievo metrico del 1709
cezione del Pantheon. Dall’esame dei
disegni condizionavano fortemente la piazza e la fontana e ne occultavano la vista.
Le valenze commerciali prevaricavano su
quelle estetiche ed artistiche. L’esistenza
di tali strutture in muratura adibite a funzioni commerciali, è altresì suffragata da
una incisione di BENEDETTO RENARD
del 1711, appositamente redatta per celebrare i lavori e attualmente conservata nel
Gabinetto Nazionale delle Stampe: mostra
la piazza e la fontana vista dal Pantheon,
con queste basse costruzioni addossate
alla vasca, poggiante su un alto stilobate e
coronata da una modesta vasca superiore,
propabilmente realizzata successivamente
al progetto di Giacomo della Porta.
Nel 1711, l’architetto Filippo Barigioni, per
volere del Pontefice, ordina la demolizione
delle strutture, libera la vasca da tali
superfetazioni e realizza la configurazione attuale della fontana, su cui colloca un piccolo obelisco egiziano prelevandolo da piazza San Macuto, poggiandolo su una conformazione rocciosa, alla cui base troviamo l’arma nobiliare del Pontefice con la scritta commemmorativa e dei delfini, opera degli
scultori romani FRANCESCO PINCELLOTTI e VINCENZO FELICI.
Filippo Barigioni: autore e progettista
del Ponte Clementino e della Fontana di
Corte a Civita Castellana. Architetto
prolifico, fiduciario del Cardinale
Giuseppe Renato Imperiali, a cui si
deve la realizzazione della fontana e
dell’acquedotto di Nepi, fu progettista
di palazzi romani e autore di restauri di
numerose chiese dell’urbe, come quella
di San Marco in Piazza Venezia a Roma.
Architetto soprastante della fabbrica di
San Pietro, muore a Roma il 1° Gennaio
del 1753. Totalmente dimenticato alla
morte e rivalutato recentemente nell’ambito di quella generale riscoperta
dell’architettura romana del XVIII secolo.
Francesco Pincellotti e Vincenzo
Felici: scultori romani particolarmente
attivi tra il 1702 e il 1730, collaboratori
assidui del Barigioni e del Cardinale
Imperiali.
Autori di numerosi bassorilievi e composizioni scultoree in chiese romane.
Di
Francesco Pincellotti, troviamo vari busti
del Cardinale Angelo Maria Querini, prefetto della Biblioteca Vaticana dal 1730 al
1755, a Brescia e Venezia.
Di Vincenzo Felici è documentato un intervento nella Fontana di Corte in Civita
Castellana. Nella fontana di piazza del
Pantheon realizzano un inedito sistema di
rocce e forme acquatiche di particolare
bellezza, che si accordano magistralmente
e non se ne dissociano dal preesistente
impianto cinquecentesco della vasca, il cui
profilo sinuoso fatto di sporgenze e rientranze ritroviamo, seppur in scala ridotta,
nella Fontana di Corte in Civita Castellana.
Campo de’ fiori
Le (dis)avventure del Sig. G.
51
di Gianni Bracci
La dottoressa A., medico
di base, lo aveva ascoltato
attentamente.
Quindi
domandò :“ Verniciate di
rosso mi ha detto ? ”
“Assolutamente sì, di
rosso, rosso vivo.”
Il Signor G. aveva deciso
di rivolgersi a lei per capire cosa potevano significare alcune tracce
vermiglie che aveva notato da qualche giorno. Non sentiva fastidi, né dolore, ma temeva potessero preludere a qualcosa di più
serio: quando c’è di mezzo la salute le precauzioni non sono mai troppe. “ Le devo prescrivere una visita coloproctologica di controllo”. “Colo….che ?” “Coloproctologica”,
confermò la dottoressa sforzandosi di
mostrarsi più rassicurante possibile. “Non si
preoccupi, è solo una formalità. In questi
casi…. visti i sintomi e i suoi trascorsi familiari…. è sempre meglio non lasciare nulla al
caso.” Il signor G. prese la ricetta e salutò.
Si sentiva appesantito e depresso al pensiero
delle file a uffici e ambulatori della Asl , ma
tant’è, doveva rassegnarsi al volere del suo
medico; d’altronde ci si era recato proprio
per farsi dire cosa fosse necessario fare.
Nei giorni successivi non pensò più all’accaduto. Il sintomo, o presunto tale, era praticamente sparito e si sentiva bene. Solo il giorno prima della visita valutò la possibilità di
disdire l’appuntamento, ma oramai era tutto
predisposto, tanto valeva perderla quella
mattinata, anche perché preferiva che fosse
uno specialista a giudicare l’eventuale innocuità della cosa. Si lavò più scrupolosamente
del solito, si vestì un po’ meglio del solito.
Voleva fare bella figura, come se un aspetto
più dignitoso avrebbe convinto il dottore a
visitarlo con maggior scrupolo.
Aspettava il suo turno nei corridoi verde
acqua dell’ospedale, sui quali si aprivano
delle stanze giallognole adibite a gabinetti
medici. C’erano delle sedie di plastica. Si
sedette. Un paio di piante polverose e malconce ce la mettevano tutta per dare un
aspetto più decoroso all’ambiente, senza
ovviamente riuscirci. I vetri rotti di una finestra e alcuni sacchi di lenzuola sporche
ammassati per terra facevano il resto. Vecchi
manifesti dai lembi logori mostravano le più
svariate parti interne del corpo umano, prima
e dopo una malattia, e raccomandavano agli
astanti di sottoporsi periodicamente a controlli.
Un frenetico viavai di camici bianchi appariva
in stridente contraddizione con la snervante
lentezza con cui smaltiva la fila. Il signor G.
guardò l’orologio: era già un’ora e mezza che
aspettava.
A un certo punto una voce annoiata pronunciò il suo nome: era il dottor P. che lo invitava ad entrare nella stanza utilizzata come
ambulatorio. Un arredo povero e sbrigativo,
perfettamente in linea con l’impressione di
precarietà che suscitano generalmente le
strutture sanitarie pubbliche, malcelava l’uso
occasionale e improvvisato di quella stanzetta da parte dello specialista, il quale, da
parte sua, non poteva che fingere di trovarsi
perfettamente a suo agio. C’era una piccola
scrivania in ferro malamente verniciata di
bianco, un lettino con sopra un lenzuolo di
carta, un carrello con strumenti e pomate e
una lampada da scrittoio.
Il signor G. fu invitato a raccontare le modalità con cui si era manifestata la sintomatologia, poi ad abbassare i pantaloni e a sdraiarsi sul lettino, di fianco, mentre il dottor P. si
apprestava ad estrarre da una borsa appoggiata per terra guanti di lattice, pomate e
alcuni strumenti evidentemente necessari
per effettuare l’esame.
A quel punto il signor G. venne colto da un
atroce sospetto, che peraltro prendeva sempre più consistenza fino a quando il suo viso
si illuminò. Aveva capito tutto: << Ecco cosa
significa visita coprotologica, o come cavolo
si chiama !>>, pensò.
Lo sguardo esperto del dottore della mutua
notò subito il repentino cambiamento di
umore: anche questo paziente non intendeva sottomettersi di buon grado all’ispezione.
Cercò allora di tranquillizzarlo con sguardi e
parole benevoli, ma l’infingardo andava sempre più irrigidendosi nel suo rifiuto : “Guardi,
deve esserci un equivoco, uno scambio di
persona. Io sto benissimo, non c’è bisogno di
sottopormi a tutto ciò. Facciamo finta che
abbiamo scherzato e amici come prima.”
“ E nò, caro G. ! A lei hanno prescritto la visita, lei ha pagato il ticket, io devo procedere.
Non voglio essere accusato di omissione: se
le dovesse capitare un accidente sarei il
primo responsabile. Mi dispiace, ma andiamo
avanti. Stia fermo e faccia quello che le dico
!”.
“ Guardi, non è nulla di personale, ma è una
pratica troppo troppo intrusiva, non sono
sicuro di poterla sopportare. Cerchi di capirmi.”
“ Vedrà, sarò velocissimo. Non faccia il
ragazzino e stia fermo. E’ solo per il suo bene
!”
Ma il signor G., per niente convinto da parole e toni perentori del dottore, ebbe una folgorante idea: si girò verso la finestra e, fingendosi allarmato, esclamò: “ Cacchio, precipita un elicottero ! ”
Lo specialista, più stupefatto che incredulo,
fu costretto dall’istinto a voltarsi ma fece
appena in tempo a farlo che gìà il signor G.
aveva già tirato su i pantaloni preso il giubbotto aperto la porta e, zigzagando senza
complimenti chiunque lo incontrasse, si precipitava furiosamente giù per le scale.
Tornato in sè, il dottor P. provò a rincorrerlo
ma non potè fare altro che gridargli dietro:”
Signor G., lei è un imbecille ! ” quando il
paziente, reggendo con una mano i pantaloni ancora slacciati e con l’altra il cappotto,
ormai si defilava goffamente lungo l’androne
del piano terra che lo avrebbe portato verso
la macchina.
Finalmente a casa, con fare liberatorio si
gettò sul divano per ripensare beatamente
allo scampato pericolo.
Si versò un bicchiere d’acqua, mangiò un po’
di cioccolato fondente e accese la televisione. Quindi si addormentò.
Alcuni giorni dopo, passeggiando per le vie
del paese, non potè fare a meno di incrociare la dottoressa A. la quale, professionale e
premurosa, chiese subito informazioni sulla
visita specialistica: “ Allora, signor G., come è
andata ?”
Inizialmente avrebbe voluto spiegare, chiarire, in qualche modo giustificarsi, ma era
troppo complicato. Allora preferì rifugiarsi in
un conciso quanto reticente:“Bene, grazie.”
La guardò, intimamente sorpreso - per come
stava buttando la cosa - e soddisfatto – per
come aveva saputo dire bene quella pietosa
bugia-. Ma lei, non contenta, ribattè, impertinente:“E’ stata dolorosa ? ”.
Non gli restava che continuare a giocare sull’equivoco per cui, aggiungendo una punta di
sottilissimo quanto perfido sadismo, rispose
serio :”Per niente. Anzi… fosse per me la
consiglierei a tutti.”