socio-cotabo-152 - Cotabo Taxi Bologna
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ANNO36,N°152-dicembre2012 Periodico di informazione e dibattito della COTABO, Cooperativa Tassisti Bolognesi. Sede sociale in Bologna, Via Stalingrado 65/13 nuovaedizione intervista a marco benni una cotabo sempre più tecnologica i r u g u A da riccardo carboni o b a t o C è stato un 2012 difficile sommario 3 editoriale 8 intervista CARBONI 10 intervista benni 12 informazione ai soci 18 la parola ai soci 22 bologna un po’ per volta 24 racconti notturni 27 solidarietà 28 racconto bertagnin 31 gruppo preghiera Realizzazione “Il Socio Cotabo” a cura di CO.TA.BO. Direttore Responsabile GABRIELE ORSI Segretaria di Redazione Chiara Marzadori Redazione SALVATORE VRENNA, TIBERIO BASALTI, ELIO GUBELLINI, MARCO VECCHIATTINI, DANIELE BERTAGNIN, FABRIZIO ZAGNONI. Direzione, Amministrazione, Redazione: Via Stalingrado 65/13 - Bologna Tel. 051 374300 2 il socio cotabo dicembre 2012 Progetto grafico Via Stalingrado, 65/13 40128 Bologna Tel. 051.375235 Periodico d’informazione e dibattito della CO.TA.BO distribuito gratuitamente ai propri soci. Gli articoli pubblicati su “il Socio” impegnano esclusivamente chi li firma e sono a titolo gratuito. I soci CO.TA.BO. e non sono liberi di esprimere il loro pensiero nei limiti stabiliti dal codice penale e dalla legislazione vigente. Autorizzazione Tribunale di Bologna 4355 del 14/06/1974 editoriale Ciclisti: polpacci grossi, cervello fin(t)o… Dai finestrini del nostro taxi virtuale la visuale è molto chiara, e finalmente siamo riusciti a capire chi sono i veri padroni di Bologna. Nossignori, non sono più i cittadini nella loro totalità (ammesso che lo siano mai stati), e nemmeno il sindaco, gli assessori, i commercianti, i tassisti, gli artigiani, gli industriali, le cooperative di consumo, le banche, le assicurazioni, i partiti politici, i mendicanti o Beppe Maniglia. Sono i ciclisti: si tratta di una nuova razza composta da individui un tempo appartenenti in pieno alla specie umana, ma che in seguito hanno scelto di seguire una diversa via evolutiva, e che si contraddistinguono per una caratteristica somatica invariabile, quella dei polpacci grossi. Esistono, pur tuttavia, diversi generi e categorie di ciclisti. I primi sono i ciclisti competitivi: dotati di attrezzature dernier cri e inguainati in aderentissime tute, non esiste giorno in terra in cui non facciano la loro tradizionale gara cronometrica, nella quale spendono tali e tante energie che nemmeno Felice Gimondi o Beppe Saronni ai bei tempi. Qualcuno passerà al professionismo, qualcun altro diventerà presidente della Commissione Europea, i più continueranno a sfidarsi l’un l’altro fino alla fine dei loro giorni. Poi, ci sono i ciclisti superiori: sono quelli convinti intimamente della superiorità del mezzo-bicicletta su qualsiasi altro mezzo di trasporto, pubblico o privato, esistente o ancora da inventare. Per loro la bicicletta è un culto, un passepartout, e chi usa solo le piste ciclabili soffre di complessi di inferiorità. “Devo andare a fare la spesa? In bici è comodissimo”. “C’è il ragazzino da prendere all’uscita da scuola? Ci vado in bici, in due è molto divertente (non per il cinno, che siede sul cannone e si frantuma le natiche)”. “C’è il sole? Vado in bici. Piove? Vado in bici. Nevica? Vado in bici. Crolla il mondo? Vado in bici. Devo andare in Groenlandia? Che vuoi che sia, in bici sono giusto due pedalate”. Sono irrecuperabili. La terza fascia è quella dei ciclisti “perché si deve, fa bene”: vittime della propaganda salutista, si insellano alla prima bici che trovano senza averne né la voglia né tantomeno l’attitudine psicofisica. Sono inconfondibili: abbigliati in guisa totalmente inadeguata, con pantaloni di velluto a coste che si impigliano costantemente nella catena, ansimano come equini con la pertosse, sbandano paurosamente, la minima distrazione può risultare loro fatale. Spiace dirlo, ma, lungi dal fare loro del bene, con ogni probabilità la bicicletta sarà causa del loro decesso. Seguono i ciclisti categoria “Frecciarossa” (o “Italo” se preferiscono i treni di Montezemolo): non si sa perché si issano in sella alla bici, i motivi sono i più svariati, fatto sta che ora ci sono, nessuno ve li può più schiodare, e sfrecciano a tutta velocità in ogni dove, travolgendo e falciando tutto ciò che incontrano. Inutile offenderli e prenderli a male parole, ora che ci si riprende e si urla loro l’improperio più adatto, loro sono già a chilometri di di Gabriele Orsi distanza. E infine ci sono i ciclisti per amore: sono quelli il cui lui o la cui lei sono adepti della bicicletta e che in nome della vita di coppia si adeguano di buon grado. Salvo poi franare, fra le risa di scherno del lui/lei ciclista, nella prima pozza di fango, rialzarsi e trovarsi davanti alla drammatica scelta se mollare una pizza in faccia al partner ridens o proseguire lasciando nel fango la propria dignità. Tante categorie, quindi, ma un comune denominatore: i ciclisti, padroni di Bologna, sono un pericolo. Lo sono per gli altri ma anche, sovente, per se stessi. Abbiamo già concionato di come costoro sfreccino sotto portici affollati di gente, taglino la strada agli incroci e ai passaggi pedonali rischiando di falciare innocenti astanti e vecchiette con l’artrite, brucino semafori rossi come se per loro il codice della strada fosse un documento astruso, inutile, riservato a poveri cristi di altra genia. È rosso per i pedoni? Loro si mettono su strada e seguono la corrente del traffico rallentandolo senza rimedio. Il rosso è per i mezzi? Nessun problema, si passa sulle strisce pedonali, sul marciapiedi, sui piedi di qualche disgraziato. Ma questi figuri sono pericolosi anche per la loro stessa incolumità: tutto questo sfrecciare, tagliare, zigzagare, andare contromano li espone ineluttabilmente, prima o poi, a un frontale con il 19 barrato piuttosto che con il camion dell’immondizia. E non è tanto per la loro formale sopravvivenza che me ne metto, ma perché non è giusto che il peso psicologico di una vita spezzata, sia pure accidentalmente, ricada sul poveraccio di turno solo per colpa di qualche ciclista un po’ esuberante. Non parliamo poi dell’insopportabile superbia con cui guardano pedoni e automobilisti, la spocchia di chi la sa lunga, di chi si crede perfetto, l’alterigia del salutista che vuole convertire il resto del mondo sulla retta via e che si concretizza in manifestazioni come il Bike Pride dello scorso 13 maggio, quasi che i ciclisti fossero emarginati sociali, perseguitati bisognosi di una giornata in cui rivendicare i loro naturali e inalienabili diritti. E non provate a criticarli, a proporre (come ho già fatto) un patentino ottenibile a seguito di relativo esame (e passibile di multe e ritiro) per quei ciclisti che non si accontentano di stare sulle piste ciclabili o nei vialetti dei parchi. Verreste accusati di lesa maestà, di attentato ai diritti umani (dei ciclisti, degli altri non se ne cura nessuno), di essere dei fautori dell’auto privata e pertanto dell’inquinamento atmosferico, nemici dell’ambiente, dei bambini, degli animali, dell’umanità e di Gesù Bambino. E invece no, non è eticamente corretto che pochi eletti, dall’alto dei loro sellini, giudichino noi poveri normali con tanta arroganza, perché la verità è che c’è, ci deve essere, spazio per tutti. Basterebbe, come al solito, usare solo un po’ di cervello, ma purtroppo a questo giro il cervello è finto. Quello vero deve essere nei polpacci. Ecco perché sono grossi… il socio cotabo dicembre 2012 3 editoriale C’è ancora un buon ristorante a Bologna? Che dilemma! O forse no…atto secondo di Gabriele Orsi Nello scorso numero di questa rivista abbiamo parlato della ristorazione a Bologna, cercando di capire il perché (se ma ve n’è uno) la cucina petroniana venga snobbata in maniera così palese e ostinata dalla critica culinaria, tanto nella sua versione tradizionale quanto in quella creativa. All’uopo abbiamo interpellato importanti esponenti del mondo della ristorazione bolognese e, tanto per non stare con le mani in mano, anche della produzione enologica locale, ricavandone opinioni divergenti ma tutte concordi su almeno un punto: sparare ad alzo zero sulla ristorazione a Bologna, a torto o a ragione, sembra essere diventato uno sport nazionale, se non altro perché fa sensazione, fa notizia e trasforma lo “sparatore” di turno in una sorta di guru. E, come se non bastasse, pare proprio che certa ristorazione, a Bologna, in tempi nemmeno così lontani abbia battuto la fiacca, tirato i remi in barca approfittando dell’afflusso di clienti garantito (un tempo) da fiere e convegni, danneggiando l’intero settore. Quindi, non paghi di occuparci si siffatte materie, abbiamo interpellato altri due autentici personaggi del milieu culinario che prospera all’ombra delle Due Torri (e provincia), il primo celebre per avere lanciato, in tempi non sospetti, una cucina più fantasiosa e di ricerca per poi essere ritornato, in tempi altrettanto non sospetti, alla tradizione più stretta; il secondo per essere stato il primo in assoluto a giocare con le reliquie sacre della cucina petroniana, il tortellino e la lasagna, dandone interpretazioni che a loro volta hanno fatto e continuano a fare epoca. E come sempre, augurandovi buona lettura, vi auguriamo anche buon appetito. La cucina a Bologna? Ha perso la sua identità cristallina Parla Massimo Ratti, chef-patron del Ristorante «Ponte Rosso» di Monteveglio Chef, poeta, appassionato ed esperto di astrologia: Massimo Ratti è molto di più di un semplice “personaggio” nel panorama della ristorazione bolognese. È l’uomo che, in tempi non sospetti, nel suo ristorante «Ponte Rosso», alle porte di Monteveglio, ha “osato” per primo contaminare i must della cucina bolognese secondo i dettami della creatività: i risultati sono stati piatti immaginifici – che qualcuno potrebbe guardare, ingiustamente, con sospetto – come i celeberrimi tortellini in salsa di fragole con spolverata di caffè, le lasagne cocco e pinoli, i tortelloni di ricotta con scorza di cedro o i cordon bleu ai frutti di bosco. Un omone – nel senso letterale della parola, dato che fino a pochi anni fa organizzava il concorso per soggetti dal quintale in su, con tanto di pesata pubblica – che sicuramente può a buon diritto dire la propria sullo stato attuale della ristorazione nel bolognese, anche in considerazione della collocazione del suo locale, decentrato nella provincia ma frequentatissimo da persone che arrivano anche da lontano. E noi siamo andati a chiederglielo. 4 il socio cotabo dicembre 2012 di Gabriele Orsi editoriale Massimo, perché la critica e le guide snobbano la ristorazione di Bologna e provincia? Davvero si mangia così male? «Non è una questione di mangiar male nel senso peggiore del termine, il fatto è che la cucina bolognese ha perso la sua identità. Se vai in Piemonte o in Romagna trovi una cucina che è ancora legata in qualche modo all’identità locale, al territorio, qui invece ormai manca l’entusiasmo, nessuno più si ricorda le ricette originali di una volta, addirittura quasi non esistono più cuochi bolognesi. Ed è questo il punto: anziché perdere tempo sulla codificazione delle ricette bisogna contare quanti cuochi veramente bolognesi sono sopravvissuti e andare nelle scuole alberghiere per “fabbricarne” di nuovi. In più anche la famiglia si sta sfaldando, nessuno tramanda più le tradizioni in cucina. Non esistono più le nonne, le zie o le dade che insegnano a tirare la sfoglia e fare i tortellini. Mancano punti di riferimento, e inevitabilmente le tradizioni si perdono». Ma la ristorazione a Bologna, e tu l’hai dimostrato, non è solo tradizione stretta. Perché le guide snobbano l’intero settore? «Io ti rispondo con un’altra domanda. Perché una volta, secoli fa, la cucina bolognese era celebre? Perché a Bologna, a partire dal XIV secolo, inizia lo studio della medicina, che allora comportava il trasporto, la dissezione e l’analisi dei cadaveri, una cosa certo non divertente per chi se ne occupava. Occorreva quindi una cucina che tirasse su di morale, che facesse dimenticare le brutture della giornata appena trascorsa. Oggi questa idea di alleggerire lo spirito attraverso la cucina si è persa. Perché esce di casa il bolognese medio? Per farsi vedere come se fosse in vetrina, per stare in balotta con gli amici oppure per cercare dei piatti migliori di quelli che faceva sua nonna, cosa che sarà sempre impossibile. Non ci sono incentivi». Qualcuno dice anche che la ristorazione bolognese si è adagiata, ha tirato i remi in barca e in un certo senso si è anche approfittata di certe situazioni… «Verissimo, specie alcuni anni fa. Prendiamo l’esempio delle fiere, che una volta riempivano alberghi e ristoranti. I clienti che ci portava la fiera erano poco attenti, generalmente stanchi morti, che mangiavano poco e che pagava- no con soldi non loro, tanto c’era l’azienda a rimborsare. Facile, con clienti simili, lesinare sulle materie prime per lucrare sui guadagni e molti, purtroppo, l’hanno fatto danneggiando anche quei loro colleghi che invece hanno sempre lavorato onestamente e creando il pregiudizio secondo cui a Bologna si paga molto e si mangia male. Quando poi, con la crisi, anche le aziende si sono accorte che rimborsavano cene a caro prezzo allora è stata la fine». Quindi scomparsa dei valori e approfittarsi dei clienti delle fiere sono le cause della decadenza? «Non solo, io ci metto anche un mancato ricambio generazionale degli chef, cosa che sta avvenendo solo in tempi recenti e con fortissimo ritardo rispetto a quando sarebbe dovuto accadere. E scarsa volontà “politica”: ormai la difesa della cucina bolognese salta fuori solo in situazioni emotive, quando qualcuno la attacca da fuori, ma in casi normali nessuno la sostiene, come se i primi a vergognarsene fossero proprio i bolognesi». Forse, ci fosse stato un vero turismo consolidato come sta nascendo ora, sarebbe stato diverso… «Ma i turisti a Bologna non li ha mai voluti nessuno per ragioni politiche, e quindi non c’è stato modo di usare il turismo come leva per valorizzare la nostra ristorazione. Ora, che le fiere stanno una a una lasciando Bologna, stiamo cercando di spingere sul turismo, specie su quello gastronomico, ma temo che ormai sia tardi perché non siamo più capaci di mantenere questa nostra identità antica, cristallina. Spero di sbagliarmi». E da qui l’ostracismo delle grandi guide? «Esatto. Le guide non vogliono dare spazio a Bologna perché la cucina a Bologna ha perso identità. In più esiste un serissimo problema, che riguarda anche i vini, sul rapporto qualità-prezzo: sono tantissimi i locali tra Bologna e provincia dove quello che mangi, pur se passabile, non vale assolutamente il prezzo pagato. Anche i prodotti tipici hanno perso identità: abbiamo un paniere di prodotti eccezionali, ma non li seguiamo con il dovuto interesse, i giovani se ne disinteressano. E anche le grandi scuole di cucina stanno lentamente prendendo le distanze da Bologna mentre proprio a Bologna l’insegnamento della cucina dovrebbe essere un’istituzione». il socio cotabo dicembre 2012 5 editoriale Non conta quel che si fa, ma come lo si fa: e la cucina va fatta col cuore di Gabriele Orsi Intervista a Daniele “Dandy” Minarelli, titolare dell’«Osteria Bottega» di Bologna Daniele Minarelli per tutti è “Dandy”, soprannome che lo accomuna automaticamente al mitico ristorante da lui aperto – era la seconda metà degli anni ’80 – nella campagna appena fuori Minerbio, un luogo dove il nostro fece conoscere ai bolognesi una cucina diversa, lontana dal leitmotiv tortellini-tagliatelle-crescentine ma anche dagli edonismi caratteristici dell’epoca lontana. Oggi invece Daniele, un “personaggio” nel senso biblico del termine che con gli amici si autodefinisce “il dado”, è ritornato da qualche anno alla tradizione bolognese più stretta, proponendo, grazie al giovane chef Daniele Bendanti e a uno staff di grande armonia, nella sua gettonatissima «Osteria Bottega» il meglio della cucina petroniana realizzato con materie prime sceltissime. È da lui che siamo andati a fare quattro chiacchiere sulla presunta decadenza della ristorazione a Bologna. Daniele, guardando il pienone del tuo locale non verrebbe da pensare che la cucina bolognese sia caduta in disgrazia. Eppure molti lo sostengono… «Una volta, parlando della mia osteria, Enzo Vizzari disse che l’importanza di una cucina è che sia fatta bene, e col cuore: questo vuol dire che proporre una cucina tradizionale non significa obbligatoriamente proporre una cucina di serie B, tutto sta nel come la si propone. Quello che servono sono gli ingredienti buoni, che possono essere o non essere a “chilometro zero” come va spesso di moda oggi, e la voglia di fare le cose per bene, senza lesinare su nulla». 6 il socio cotabo dicembre 2012 Quindi, implicitamente, stai dicendo che qualcuno, in passato, ha cercato di fare il furbo? «Sicuramente c’è stato qualcuno che, in epoche passate, ha lucrato sulla tradizione e su nomi altisonanti proponendo cose che non erano all’altezza della loro fama. Ma per l’appunto la colpa non è della tradizione, ma di certe persone che non sempre l’hanno onorata come meritava dandole la giusta credibilità e grandezza, e così facendo hanno portato un grandissimo danno all’intero settore. C’è stato indubbiamente un periodo di ribasso perché si sono persi gli entusiasmi e si è persa la memoria di quei piatti che a Bologna, nei secoli passati, finivano sulle tavole delle corti dei nobili, dei principi e dei vescovi». Anche i prodotti tipici non sembrano più essere quelli di una volta… «Qui a Bologna abbiamo un territorio che offre prodotti di grandissima qualità, ed è certo un’ottima base di partenza, ma se poi non si allacciano le cinture di sicurezza non sono da soli garanzia di riuscita. A maggior ragione, se si lesina sui prodotti, puoi essere anche bravo ma non riuscirai mai a dare al cliente dei piatti indimenticabili. Qui da noi non ci limitiamo a esaltare la cucina tradizionale e i vini del territorio, ma lo facciamo con le materie prime migliori: per la cotoletta alla bolognese usiamo solo carne di Fassona piemontese, prosciutto crudo di Parma stagionato 24 mesi di Lupi, ParmigianoReggiano di 30 mesi e vero brodo di carne. E poi abbiamo il culatello di Spigaroli, la mortadella di Pasquini, in poche parole il meglio del meglio». editoriale Che non costerà poco. Qualcuno dice che a Bologna spesso si paga troppo per quello che si mangia… «È naturale che quando si usano materie prime d’eccellenza questo si rifletta sui prezzi, ma credo che la gente sia disposta anche a spendere due soldi in più, senza esagerare, ma avere in cambio dei piatti che meritino la spesa, piuttosto che farsi rapinare e turlupinare da quei finti osti, in verità ormai pochi, che a Bologna in passato hanno anche fatto fortuna». Quei finti osti contro cui tu ti sei sempre battuto sin da quando apristi il «Dandy» a Minerbio. Ma è una battaglia ancora attuale? «Quando aprii il «Dandy» a Minerbio era il 1987 e nessuno si interessava veramente di enogastronomia, per cui si può dire che sono stato un pioniere. La gente andava a mangiare, se poteva permetterselo, nei locali alla moda dove contava di più farsi vedere rispetto a ciò che avevi nel piatto, oppure si andava in trattoria a mangiare le crescentine. Di qualità, materie prime, cucina creativa, nessuno sapeva nulla di nulla e sono stato io, in tempi non sospetti, a farlo scoprire al pubblico tanto che ci hanno dato la Stella Michelin. Quando poi questa formula ha iniziato a proliferare con tanti soggetti validi ma anche tanti che erano più fumo che arrosto, è stato sempre il “dado” a voltare pagina e a rilanciare un genere che sembrava morto, quello dell’osteria bolognese con piatti della tradizione e ingredienti di prima. Certo che è una battaglia attuale, oserei dire senza fine, per la salvaguardia del buon nome della ristorazione a Bologna». in cui tutti o quasi badano alla linea. Può essere vero? «Obiezione respinta, almeno per quanto mi riguarda. È vero, la cucina bolognese per tradizione è grassa e pesante, come si addice alle cucine tipiche della Pianura Padana. Ma negli anni, pur senza perdere il contatto con il passato, ha saputo alleggerirsi, adattarsi ai tempi come è giusto che sia. Qui all’«Osteria Bottega» rispettiamo la tradizione ma con grande attenzione alle cotture, alla digeribilità dei piatti, senza per questo rinunciare a fare le cose a regola d’arte. Non è una cosa impossibile, si può fare e non vedo perché non lo debbano fare tutti». E infine c’è la cucina creativa. Anche lei, oltre a quella tradizionale, è snobbata dalle grandi guide. Ma allora a Bologna non c’è nulla che vada bene? «Qualcuno una volta ha detto che non si può creare senza ricordare, che in cucina significa che non ci si può lanciare nell’estasi della creatività senza prendere le mosse, in qualche maniera, dal territorio, dalla tradizione. Qualcuno in passato a Bologna ha voluto fare proprio questo, staccarsi completamente dalla tradizione per volare lontano, e i risultati sono stati pessimi. Oggi è diverso, a Bologna abbiamo tanti grandi nomi che, partendo da qualche elemento locale, fanno un’eccellente cucina di ricerca. Probabilmente, però, vige ancora una sorta di pregiudizio di fondo che bisogna sfatare». E come? «Come ho detto all’inizio: lavorando bene e con tutti i crismi, senza lasciarsi né spaventare né tentare dalle vie più facili, ma al tempo stesso meno nobili. E questo vale sia per chi fa la tradizione sia per chi viaggia sulla creatività, non bisogna avere paura. E modestamente il “dado” non ha paura di niente e di nessuno». Un’altra accusa che si muove alla ristorazione bolognese è di essere pesante, grassa, poco adatta a tempi il socio cotabo dicembre 2012 7 E’ stato un 2012 difficile, ora speriamo nella ripresa Intervista a Riccardo Carboni Presidente di Cotabo di Gabriele Orsi 8 il socio cotabo dicembre 2012 intervista Un anno difficile che si avvia alla conclusione, un nuovo anno sul quale riversare speranze e progetti di rilancio ma nel quale trascinarsi anche la pesante eredità della crisi economica ancora in corso. Di come Cotabo ha intenzione di affrontare il futuro prossimo e di gestire un presente ancora da prendere con le molle abbiamo parlato con il suo presidente Riccardo Carboni. Presidente, finalmente termina il 2012, vero e proprio annus horribilis… «Indubbiamente per Cotabo il 2012 è stato un anno particolarmente complicato: la crisi economica, che aveva già colpito a macchia d’olio i diversi comparti della nostra economia, ha iniziato a farsi sentire pesantemente anche nel nostro settore, obbligandoci in un certo senso a prendere le necessarie contromisure per resistere. Ovviamente ci auguriamo che il 2013 sia effettivamente l’anno della ripresa, ma i dubbi permangono: la gestione politica del Paese non ha certo aiutato le imprese, di qualunque natura, a resistere alla bufera, anzi in molti casi ha finito per indebolirle irrimediabilmente. Nel bolognese sono tantissime sia le saracinesche che si sono abbassate in maniera definitiva che le aziende a rischio, e la preoccupazione naturalmente è forte, ciononostante noi facciamo il possibile per rimanere un punto di riferimento nel settore della mobilità». Qual è stata la vostra strategia in un anno di crisi? «Pur nelle difficoltà ci siamo sforzati di investire sugli accordi con enti e amministrazioni pubbliche, come i comuni di Anzola Emilia e San Lazzaro, per garantire i collegamenti in zone dove i mezzi pubblici sono carenti. Inoltre continuiamo a lavorare con le aziende del territorio, grandi e piccole, che ci garantiscono sempre una stabilità della domanda. Abbiamo lavorato per incrementare la clientela fidelizzata, sia mediante trattative che abbiamo in essere con la Pubblica Amministrazione qui a Bologna sia con le associazioni di categoria. Per inciso Bologna parteciperà al progetto europeo delle Smart Cities e può darsi che anche il settore dei taxi possa trarre qualche vantaggio così come è possibile che altri vantaggi arrivino dalla nascita della città metropolitana, altro progetto che stiamo seguendo con grande attenzione». C’è poi la faccenda della nuova sede, come state affrontando questa novità? «Sarà senza dubbio la questione centrale da gestire per il 2013. Devo però dire che sono numerose, forse troppe, le questioni ancora pendenti in questa fine d’anno delle quali saremo costretti a occuparci l’anno prossimo. Ecco perché il nostro obiettivo è arrivare a una quadratura del cerchio su questi argomenti sperando che anche il contesto generale, nel frattempo, possa migliorare». Ma migliorerà? Quali sono le prospettive? «Bisogna in ogni caso rimanere speranzosi e lavorare intensamente. Nel 2013 avremo anche il rinnovo delle cariche sociali, un evento che per noi del mondo cooperativo fa parte di un ordinario processo democratico, ma secondo me prima di parlare di elezioni è necessario affrontare i problemi più urgenti, poi avremo tempo e modo di fare tutte le valutazioni del caso. D’altronde la vita della nostra cooperativa non è fatta solo di corse in taxi, ma include una ricerca costante per migliorare la qualità dei servizi tanto al cliente quanto ai soci, e ovviamente l’ottimizzazione dei costi, che in questi anni ci ha consentito di affrontare la crisi meglio di tanti altri». Quest’anno, per Natale, avete promosso una bella iniziativa benefica, il calendario dei tassisti: in cosa consiste? «E’ un’iniziativa di cui andiamo estremamente orgogliosi. La nostra categoria ha delle particolarità uniche, che include anche il fatto che tra di noi si nascondano degli autentici talenti, artisti che coltivano la propria arte solo privatamente e che invece, per questa occasione, hanno scelto di mettere a disposizione questa arte per la realizzazione di un calendario il ricavato della cui vendita sarà interamente devoluto all’Unicef». il socio cotabo dicembre 2012 9 Una Cotabo sempre più tecnologica per affrontare un anno difficile Intervista a Marco Benni Direttore Generale di Cotabo di Gabriele Orsi 10 il socio cotabo dicembre 2012 intervista L’anno si avvia alla sua conclusione e fatalmente è tempo di bilanci. Anche per Cotabo quindi è giunto il momento di valutare quanto di buono è stato fatto e quale sia la situazione al termine di un’annata a dir poco difficile come è stata quella che volge al termine. La crisi economica, le difficoltà poste dalla burocrazia e alcune importanti novità che riguardano la vita della cooperativa sono stati i segni distintivi di questo 2012 sicuramente controverso. Ne abbiamo parlato con il direttore Marco Benni. Che 2012 è stato complessivamente per Cotabo? «In questo 2012 a Cotabo sono accadute tali e tante cose che si rischia di non ricordarle tutte, a cominciare dalle liberalizzazioni del Governo Monti e va detto che la questione ci ha impegnato per parecchi mesi. Il Bilancio 2011 è stato chiuso in maniera dignitosa, dopodiché ci siamo dedicati alla questione della nuova sede, questione di cui si è discusso e su cui si è votato nell’assemblea di qualche settimana fa». Una nuova sede per Cotabo: dove e perché? «Piccola premessa: quando avevamo investito sull’area dove si trova la sede attuale le nostre prospettive erano a lungo termine, come per esempio la realizzazione di una nuova officina. Poi però ci siamo incontrati/scontrati con la volontà di Bologna Fiere di espandere il quartiere fieristico, espansione che includerebbe anche la nostra zona, e alla fine siamo giunti alla conclusione che il rapporto con la Fiera per noi è strategico e non avrebbe avuto senso irrigidirsi in battaglie epocali. Così abbiamo deliberato di accettare la soluzione offerta di Bologna Fiere, ovvero la permuta tra la nostra area e una di pari livello lungo via Stalingrado: sono ancora in via di definizione alcuni dettagli economici dell’accordo ma ormai dovremmo esserci». Come è stata accolta questa novità dai soci? «Circa il 70 per cento dei soci ha votato a favore della nuova sede. Naturalmente alcune cose su cui avevamo impostato il nuovo corso aziendale dovranno subire delle modifiche: per esempio la nuova officina verrebbe realizzata a carico di Bologna Fiere e in questo modo Cotabo e officina, contrariamente a quanto previsto in origine, vedrebbero le loro strade separarsi anche se solo formalmente e per pochi centimetri di distanza. Un’altra questione centrale dell’anno che volge al termine è stata quella dell’aggiornamento tecnologico del sistema radiotaxi, l’ultimo dei quali risaliva al 2009, il che, nell’era di smartphone e tablet, equivale a un’era geologica». Quali novità sono in vista? «In accordo con TaxiTronic, Ingenico e Telecom Italia abbiamo implementato una soluzione che garantisce una maggiore efficienza di servizio a costi notevolmente ridotti, e che in prospettiva può venire estesa a tutti i tassisti italiani con ricadute positive anche sulla nostra cooperativa. In luogo dell’attuale hardware i taxi verrebbero dotati di un tablet Samsung HD da sette pollici collegato a un tassametro esterno e a un sistema Pos Bluetooth con lettore di banda magnetica e di chip card che potrà venire utilizzato per pagamenti elettronici mediante Bancomat, carta di credito o la nostra taxi card. Sono certo che questa innovazione ci metterà in condizione di offrire ai nostri clienti un servizio ancora migliore, e il risparmio che ne deriverà consentirà di mantenere tariffe accettabili per i servizi ai soci. In più, sempre grazie a Telecom, la centrale radiotaxi potrebbe essere passata in cloud, garantendo un ulteriore risparmio e un investimento a costi molto contenuti». Una Cotabo sempre più tecnologica quindi? «Senza dubbio. Tra le cose che stiamo pensando di sperimentare ci sarà un servizio di wi-fi gratuito a bordo dei taxi grazie a una chiavetta che consente fino a cinque connessioni. Penso debba essere l’inizio di un percorso di proiezione pubblicitaria a bordo macchina che dovrà coinvolgere anche i nostri partner e clienti pubblicitari tradizionali così come la Cineteca, il Bologna Calcio, e in generale l’economia bolognese. Allo stesso modo si pone la nuova App per smartphone Taxiclick, che consente di prenotare un taxi Cotabo e di sapere in tempo reale quanto manca all’arrivo del taxi controllando sulla mappa dove si trova in ogni momento. Il comune denominatore di tutte queste innovazioni è un incremento della qualità del nostro servizio, l’essere sempre un passo avanti al cliente, e quando tra qualche anno ci sarà l’esplosione dei tablet allora si vedrà veramente la differenza tra un servizio pseudo automatico e un servizio automatico assistito come è il nostro». Quindi il 2012 non è stato poi così terribile? «Al contrario, sono ancora tantissime le cose di cui non siamo riusciti a occuparci e che ci trascineremo come eredità nel 2013. Però sostanzialmente le riduzioni dei costi che abbiamo apportato in questi anni ci hanno consentito anche in un anno difficile come questo di garantire un reddito dignitoso ai 600 tra soci e dipendenti. Questo percorso andrà avanti anche nell’anno nuovo, che tra l’altro vedrà il rinnovo del CdA e nel quale speriamo di incontrare una maggiore collaborazione da parte delle Istituzioni. Noi la nostra buona volontà ce la mettiamo tutta e ostinatamente continuiamo a sperare che si capisca che anche in tempi di crisi si può, anzi si deve, investire». il socio cotabo dicembre 2012 11 INFORMAZIONE AI SOCI 12 il socio cotabo dicembre 2012 informazione ai soci «Spesometro» nullo se il bene è acquistato con denaro dei genitori L’art. 38 del DPR 600/73 consente di accertare in maniera sintetica il reddito delle persone fisiche sulla base delle spese da queste sostenute nel corso del periodo d’imposta. È però ferma la prova contraria, quindi il contribuente può dimostrare che l’acquisto non è, in realtà, un indice di capacità contributiva, siccome i fondi per effettuarlo provengono da redditi esenti, soggetti a imposizione alla fonte o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile. Tra le prove contrarie a disposizione del contribuente rientra senz’altro la circostanza che il denaro per l’acquisto dell’immobile proviene in realtà da terzi. Con la sentenza 17805 depositata ieri, la Suprema Corte si è interessata della questione, affermando, in sostanza, che nel caso di acquisto di immobile effettuato dal figlio, ove il genitore, comparso in atto, ha di fatto elargito il denaro, si è in presenza di una donazione indiretta non del denaro ma dell’immobile, con tutto ciò che ne può conseguire in merito alla prova contraria sull’accertamento fondato sulla spesa patrimoniale. Tale principio è mutuato, in realtà, dal diritto civile, ove molte volte la Corte ha stabilito che “nell’ipotesi di acquisto di immobile con denaro proprio del disponente ed intestazione ad altro soggetto, che il disponente intenda in tal modo beneficiare, si configura la donazione indiretta dell’immobile e non del denaro impiegato per l’acquisto” (Cass. 20638 del 2005, richiamata dalla sentenza in commento). Allora, se il figlio pone in essere un acquisto di un immobile e uno dei genitori, in atto compare dichiarando di elargire il denaro, a prescindere dalle problematiche civilistiche che ciò può comportare, va da sé che, ove l’effettivo esborso del denaro da parte del genitore abbia un dovuto riscontro probatorio, l’accertamento sintetico a carico del figlio/contribuente è destituito di fondamento, siccome è integrata la prova contraria. di Salvatore Vrenna - vicepresidente Cotabo I giudici richiamano anche propri precedenti sulla rilevanza della simulazione nell’accertamento sintetico, ove era stato sostenuto che, qualora la rettifica sia fondata su indici quali l’acquisto di un immobile, il contribuente può confutare ciò sostenendo, se del caso, che la vendita, in realtà, dissimulava una donazione. Nulla muta con il “nuovo” redditometro. A fronte di ciò, la giurisprudenza ha precisato che non vale, in sede tributaria, il disposto di cui all’art. 1415, comma 1 c.c., in base al quale la simulazione non può essere opposta ai terzi (Cass. 17 marzo 2006 n. 5991). Tanto premesso, ogniqualvolta si presenti una sorta di disallineamento tra soggetto che acquista formalmente il bene e soggetto che materialmente eroga i fondi, se vi sono riscontri probatori è da ritenersi integrata la prova contraria, a prescindere dal fatto che il soggetto erogante il denaro compaia o meno in atto, anche se tale fatto può giovare al contribuente sotto il profilo dell’accertamento sintetico. Chiaramente, nulla vieta al Fisco, successivamente all’annullamento giudiziale o in autotutela, di attivare il controllo nei confronti del soggetto che ha elargito i soldi, e di notificare apposito accertamento, in quanto è in capo a questi la capacità contributiva presunta desumibile dal sostenimento della spesa. Appare pleonastico rammentare che, per accertare il soggetto che ha elargito il denaro, occorre sempre il rispetto dei termini decadenziali ex art. 43 del DPR 600/73, a prescindere dal momento in cui sono state reperite dal Fisco le prove. il socio cotabo dicembre 2012 13 Una campagna promossa dalla Fondazione del Monte in collaborazione con Associazione Orlando Per Cotabo Il progetto e i suoi promotori NoiNo.org - uomini contro la violenza sulle donne Ogni tre giorni in Italia un uomo uccide una donna. E sono molti di più gli uomini che quotidianamente infliggono gravi violenze alle loro mogli, ex compagne, figlie… Per contrastare un fenomeno così diffuso è necessario spostare lo sguardo dalle vittime agli autori della violenza. E puntare alla prevenzione. Questo è il punto di partenza della nuova campagna di comunicazione contro le violenze maschili sulle donne, promossa dalla Fondazione del Monte in collaborazione con l’Associazione Orlando. Contro la violenza che colpisce le donne, un progetto che tocca gli uomini. Noi.No.org è una campagna che si rivolge al pubblico maschile per informarlo e sensibilizzarlo. E soprattutto per chiedere agli uomini di aderire a una “community” di uomini contrari alla violenza di genere. Uomini consapevoli che si impegnano in prima persona a dire “Noi No”… 14 il socio cotabo dicembre 2012 Non prosciugatevi per un pieno… andate su YouPetrol.it Siamo onesti, fare rifornimento senza svenarsi è sempre più complicato. Ogni gestore fa il proprio prezzo, anche quelli che espongono lo stesso marchio fanno prezzi diversi fra loro e le tariffe cambiano ogni giorno. In una situazione sempre più confusa diventa, così, di fondamentale importanza essere bene informati e sapere, già uscendo di casa o comunque prima di fare rifornimento, qual è il prezzo medio, quindi corretto, di benzina e gasolio nella propria regione. Gli automobilisti più esperti, quelli che percorrono centinaia di chilometri ogni giorno, hanno modo e tempo di guardarsi intorno e di individuare i distributori più economici (per quel giorno!), ma tutti gli altri come possono fare? Da oggi basta avere poche e semplici informazioni per essere sicuri di non pagare prezzi esagerati per la stessa quantità di carburante, ed è proprio questo l’obiettivo del servizio fornito da un nuovo sito www.youpetrol.it. Nel sito, mediante un sistema di rilevazione che si aggiorna quotidianamente, vengono elaborati i prezzi medi a livello nazionale ed in numerose regioni italiane di benzina e gasolio. Questo significa sapere, ogni giorno, qual è il prezzo medio di mercato acquisendo, di conseguenza, gli strumenti giusti per giudicare se il prezzo che ci viene proposto da un distributore èconveniente o meno. Utilizzare YouPetrol.it è semplicissimo e gratuito. Basta collegarsi al sito www. youpetrol.it, selezionare la propria regione ed il tipo carburante (benzina o gasolio) per poter vedere il prezzo medio corrispondente unitamente ad un’indicazione di maggior costo o risparmio medio su un pieno presso i maggiori distributori. YouPetrol.it non pretende di guidarvi dal distributore più economico in assoluto e, con la frenesia di questi tempi, non varrebbe nemmeno la pena avventurarsi in ricerche così minuziose. Semplicemente, il servizio permette di capire se il distributore che avete davanti, o quello dove vi fa comodo fare rifornimento, offre un prezzo conveniente o meno. Quindi, cari automobilisti, non prosciugate le vostre tasche inutilmente al primo distributore che trovate… date un’occhiata a YouPetrol.it prima di fare il pieno! il socio cotabo dicembre 2012 15 In taxi a Teheran di Nicola Trivisonno (PD03) Un viaggiatore inglese racconta l’Iran caotico ed esuberante di oggi. Teheran nel complesso dà l’impressione di una città caotica. La popolazione sembra sempre andare di fretta, i volti della gente potrebbero essere mediterranei, ma la vita nelle strade è diversa. Il gusto dello svago sembra assente, e la fretta trasmette un senso d’ansia: è come se tutti s’affannassero a sbrigare i doveri quotidiani nel minor tempo possibile. I marciapiedi, anziché dai tavoli dei caffè all’aperto, sono occupati da folle concitate e sembra che solo gli stranieri abbiano il tempo di passeggiare con calma. Nella parte nord della città il clamore tende a rarefarsi; verso sud, invece, la povertà aumenta gradualmente, le vie si fanno sempre più anguste e gremite, si avanza a fatica, schiacciati tra la folla. Calore, polvere, grandi distanze e inquinamento cospirano ai danni del visitatore viziato: i taxi offrono un rifugio irresistibile. Tuttavia persino il banale atto di prendere un’auto pubblica è un’impresa considerevole, e all’eccitazione della novità subentra ben presto un senso di sfinimento. I taxi non si fermano, scivolano vicino al possibile cliente, che urla la propria destinazione attraverso il finestrino spalancato; il taxista decide, secondo il proprio comodo, se fermarsi o proseguire. La maggior parte dei taxi sono collettivi, stipano nell’abitacolo fino a sei passeggeri e fanno la spola fra le piazze e gli incroci principali della città. Le donne non si siedono in mezzo agli uomini, perciò quasi tutti i tragitti sono un continuo scambio di posti, come se si dovessero far combaciare i pezzi di un rompicapo. Non esistono tas- 16 il socio cotabo dicembre 2012 sametri; la tariffa è pattuita in anticipo. La contrattazione avviene sgolandosi in mezzo al traffico, mentre veicolo e potenziale passeggero procedono affiancati, a passo d’uomo. Di solito, quando si rifiuta il primo prezzo della corsa, l’autista si allontana simulando disappunto, poi blocca l’auto pochi passi più avanti e con ostinazione incoraggia tacitamente a proseguire la trattativa. Il cliente può cedere sul prezzo, o ricominciare da capo l’intera procedura. In realtà la maggior parte delle macchine che si fermano non sono taxi, ma veicoli privati guidati dai proprietari che hanno bisogno di arrotondare lo stipendio: è buona norma dimezzare il primo prezzo che propongono. Volevo raggiungere il Museo Nazionale. Al mio primo tentativo rimediai un autista giovane e allegro, posseduto da una fretta indiavolata e da una immensa passione per il calcio. Partì a tutto gas, tuffando la macchina nel traffico. «Ha visto la partita ieri sera?». Risposi che me l’ero persa. L’autista rimediò con un’appassionata cronaca dell’incontro. Mentre guidava pareva che lo rivivesse: ai passaggi di testa guizzavamo da un lato e ci tuffavamo in un’altra corsia; ai calci di punizione seguivano repentine accelerazioni in avanti. L’autista ricordava i nomi di ogni giocatore del mio paese, i nomi di mogli, figli e amanti, e i loro luoghi di villeggiatura prediletti. Ero indeciso se fosse più sorprendente la sua conoscenza calcistica o la sua tecnica di guida. Anni di pratica gli avevano dato un’incrollabile sicurezza in entrambi i campi, anche se riman- informazione ai soci gono indelebili ricordi degli incidenti mortali evitati per un soffio in quel taxi a Teheran. Le cinture di sicurezza è come se non esistano: al massimo vengono appoggiate a malavoglia su una spalla all’approssimarsi di una macchina della polizia. I semafori vengono rispettati raramente. L’arrivo di un’auto contromano in un senso unico non desta sorpresa, ma fastidio. Agli incroci, dove otto corsie gremite di traffico convergono in un punto solo, i guidatori si scambiano lunghi sguardi corrucciati: in apparenza si direbbe che non nutrano alcuna speranza di uscire dall’ingorgo; hanno immancabilmente un’espressione dolente ed esausta e, non avendo energie sufficienti a ingaggiare una lite, esprimono la loro frustrazione scambiandosi occhiate di sconfinato disprezzo. A un certo punto tutti si ritrovano sul lato sbagliato della strada, ma dieci minuti di sapiente lavoro di paraurti e una certa fede comune nel buon esito della vicenda risolvono l’anarchia iniziale. La polizia stradale non interviene, e nessuno si aspetta che lo faccia. L’enorme numero di veicoli che affollano il centro di Teheran riduce la minaccia di scontri ad alta velocità; sulle strade che collegano i sobborghi della città, invece, il traffico ricorda l’universo violento e frenetico di un videogame. Le macchine passano a velocità infernale da una corsia all’altra e scartano di lato per evitare il disastro con la sveltezza di una libellula a mezz’aria. I guidatori si avventano l’uno sull’altro come piloti da caccia, arrivano a sfiorare i paraurti dei rivali a cento chilometri all’ora, sospingono i meno intrepidi nelle corsie più intasate con raffiche di clacson e lampeggiamento di fari. Poi ingaggiano immediatamente battaglia con l’auto successiva, mentre i passeggeri continuano ad assistere ai duelli terrorizzati e impotenti. Al crepuscolo, quando milioni di veicoli si dirigono verso casa nello stesso momento, una specie di psicosi collettiva imperversa nelle strade della città. Le auto sfrecciano con una fretta che fa pensare a un’apocalisse incombente, e le strade traboccano di fari ondeggianti offuscati dalla coltre di gas di scarico. È un’atmosfera vagamente desolata, che comunica un senso di furia repressa. Mi sono spesso chiesto se sia stato sempre così. Non sono ancora riuscito a capirlo, ma non mi ha stupito scoprire che l’Iran ha il più alto numero d’incidenti stradali del mondo. Le statistiche parlano di 250.000 incidenti all’anno, con un bilancio intorno ai 20.000 morti. Le autogru comunali pattugliano giorno e notte le autostrade, come avvoltoi in attesa di avventarsi sulla prima carogna di metallo sfasciato. Attorno a ogni città iraniana si stende una fatiscente cintura di officine meccaniche, dove i corpi metallici ammaccati e contusi vengono riportati a martellate alla forma originale, e da lì rispediti al fronte, come fossero carne da cannone per le insaziabili divinità della strada. Non meno straordinaria è la noncuranza con cui i pedoni guadano gli impetuosi torrenti di metallo: ogni giorno scampano per un soffio a una fine tragica. Osservare lo spettacolo è un’esperienza penosa; esservi coinvolti è a dir poco atroce. A ogni istante corpi umani si tuffano placidamente nella bolgia letale, dando a malapena un’oc- chiata distratta di lato, ed evitando del tutto di rivolgere agli autisti un gesto di avvertimento o, idea assolutamente inconcepibile, di gratitudine. Il modo d’agire dei pedoni non è frutto di spavalderia o sconsideratezza: semplicemente non esiste alternativa. Gli attraversamenti pedonali sono del tutto ignoti, nel centro della città ci sono alcuni sottopassaggi, e lungo le strade più grandi può capitare raramente d’imbattersi in un cavalcavia. In Iran riescono a infilarsi tre file di veicoli nello spazio che altrove sarebbe destinato a una sola corsia, perciò tutte le grandi arterie si trasformano in grovigli caotici di sei, e in certi casi di dieci corsie. Il flusso del traffico è incessante, e se si aspetta l’apertura di un varco simultaneo in tutte le corsie si è condannati a un’attesa di ore sul marciapiede. Non resta che attraversare una corsia per volta, e attendere fra torrenti impetuosi di veicoli; il marciapiede opposto si raggiunge dopo una penosa serie di soste in mezzo al traffico. Spesso appare una corsia esterna miracolosamente sgombra, che sembra promettere qualche attimo di tregua. Sono gli spazi riservati ai bus, che marciano in direzione opposta al flusso degli altri veicoli. Dopo essere stati sfiorati alcune volte da qualche mostro ruggente, s’impara a diffidare di simili ingannevoli lusinghe. Milioni di persone sono costrette ad affrontare quotidianamente questa sfida terrificante. Intere famiglie, bambini, uomini e donne carichi di pacchi, vecchi che si trascinano penosamente: tutti devono sottoporsi allo stesso rituale. E, anche se alquanto bizzarra, esiste una tecnica ben precisa per affrontarlo. «Il trucco» mi venne spiegato molto tempo dopo «è di non lasciare mai credere all’autista che lo hai visto, altrimenti quello non rallenta mai. Se pensa che non l’hai visto è costretto a rallentare per lasciarti passare. Ecco il segreto. L’autista non vuole investirti». Ovvio, feci notare al mio informatore. A nessuno piace avere un morto sulla coscienza. «Non è la possibilità di uccidere qualcuno che spaventa il guidatore. Sono le grane burocratiche». Eravamo arrivati in un tratto di strada particolarmente trafficato. «Guardi quello» sbottò disgustato il mio taxista, mentre una macchina davanti a noi faceva una pericolosa inversione di marcia. «Niente freccia, e le luci dei freni che non funzionano. Quella macchina dovrebbe essere chiusa in un garage, altro che per strada». All’improvviso uno stridio di freni, seguito da uno scossone: eravamo finiti contro la macchina davanti a noi. Il taxista scese, scambiò qualche parola con l’altro guidatore in modo distaccato, poi si chinò a raccogliere i frammenti di un fanale della sua auto. Dopo neanche un minuto era già al posto di guida, pronto a rituffarsi nel flusso del traffico. Alla fine ci fermammo con un violento sussulto. Scesi a terra, il taxista mi salutò: “Bene, ci vediamo”, concluse allegramente, e pensai alla assurdità di quelle parole. Testo tratto dal libro di Jason Elliot, Specchi dell’invisibile. il socio cotabo dicembre 2012 17 La parola ai soci 18 il socio cotabo dicembre 2012 INOSSIDABILI 150 DICEMBRE 2012 INOSSIDABILI 20 ANNI Bergamaschi Pietro CO02 Bertuzzi Ivan CE18 Cavina Oriano LO12 Ferrari Fiorenzo CO18 Gallerani Giordano GE19 Marchetta Maurizio PR18 Paganelli Valerio GE11 Pasquini Villiam PI08 Pullica Ivan PI02 Rimondi Pietro PD07 Salvatori Andrea CE20 Sterpi Luca TR08 Tampellini Gianni CE15 Turchi Guido PM10 Zamboni Anzio PV15 FI12 Sarto Loris LU18 Sorghi LucianoRO11 30 ANNI Serra Salvatore CO10 Gruppi Ido UD07 Ferrari Bruni PV03 35 ANNI Bella Filippo FE03 Bernardoni Romano RO09 Margiacchi Giuseppe CE11 Rimondi Rino PI19 Rossi Elio BO02 Scaramelli Onorato FI08 40 ANNI 25 ANNI Lucchini Otello Arbizzani Denis MZ07 Fantini Fabio RA11 Gamberini Davide Puglioli Marco PV16 Legnani Massimo TO06 NA08 Lupi Giorgio MO11 Piastrelli Mauro PI20 C’è sempre tempo per la poesia Riccardo Venturi in arte “LODI 4” Cari colleghi, mi presento. Mi chiamo Riccardo Venturi, ho 36 anni, la mia sigla è LODI 4 e sono “in piazza” da 15 anni. Nel mese di novembre pubblicherò il mio primo libro di poesie, che si intitolerà “C’È SEMPRE TEMPO PER LA POESIA”, Cicogna editore. Si tratta di una raccolta che racchiude vari argomenti, dall’Amore, alla Vita, alle Stagioni. Sono in tutto 50, perciò non si tratta di un “mattone”, ma di un libricino che può trovare facile lettura, magari tra un cliente e l’altro. “Saltimbanchi o dottori nei corpi rinchiusi noi alla bisogna pronti al debutto nello show.” Il titolo, C’È SEMPRE TEMPO PER LA POESIA infatti, ha anche questo significato: nella nostra vita la poesia si può sempre trovare, nelle piccole cose quotidiane, nel lavoro, in una carezza, mentre si sogna o leggendo il giornale. È il linguaggio più semplice perché non va capito, ma arriva direttamente al cuore e crea emozioni. Ebbene sì, anche nel nostro lavoro! “... persone e cose immerse nel grigio dei dintorni come barche disperse: non ci sono ritorni.” L’esempio vivente è l’editore, un nostro collega, con la passione per i libri e le parole… Bastano solo la voglia e il piacere di riconoscerla, e un pizzico di buoni sentimenti. Vi allego dei piccoli stralci, nella speranza che vi incuriosiscano. Buona lettura. 20 il socio cotabo dicembre 2012 “Infine, d’incanto l’unica certezza: il sole dorato trafiggerà gli occhi.” la parola ai soci La colonnina di Zola Predosa: istruzioni per l’uso Maurizio (GE16) Da poco piu di un anno a Zola Predosa è in funzione la colonnina del posteggio e il suo uso da parte degli utenti, privati e aziende, è in costante aumento. Questa colonnina è come quella di Calderara e di Sasso Marconi, ma è diversa da quelle installate di Bologna. Per questa ragione è successo di recente che, non conoscendone il funzionamento, alcuni colleghi non abbiano potuto rispondere alla chiamata in entrata. istruzioni per l’uso. Quando c’è una chiamata in entrata occorre premere il pulsante inferiore (il piu grande) e tenerlo premuto circa tre secondi, finche non si accende il Led rosso al centro. Ora la comunicazione è stabilita e si può lasciare il pulsante. Una volta terminata la conversazione occorre premere il pulsante di sopra (il piu piccolo) per chiudere la comunicazione. Il Led rosso, a questo punto, si spegnerà. Ecco allora, grazie allo spazio concessomi da «Il Socio», le La chiave, che trovate nella parte superiore, serve solo ed esclusivamente per accedere all’hardware della colonnina per effettuare le manutenzioni necessarie in caso di guasto. La suoneria ha un volume fisso, a prescindere dall’orario, e la luce lampeggia rossa quando la chiamata è in entrata – di giorno, però, non si nota poiché, essendo alimentata dal doppino telefonico, non ha abbastanza potenza da poter alimentare delle lampade visibili con la luce diurna. Quindi, di giorno, non contate sulla luce per accorgervi se suona, meglio stare vicino alla colonnina e magari aprire un filo il finestrino. Buon lavoro a tutti. il socio cotabo dicembre 2012 21 BOLOGNA un po’ per volta a cura di Elio Gubellini 22 il socio cotabo dicembre 2012 BOLOGNA un po’ per volta DALLA UNA STELLA In Via Orefici-Caprarie, ora detta “la via del Jazz”, è stata collocata una stella a ricordo di Lucio e, mentre quelle di Miles Davis e Chet Backer sono sul marciapiede tra Atti Bassi e Tamburini , la sua è sulla strada tra i tavolini davanti all’Ambasciatori. DALLA E VIA D’AZEGLIO Tutte le sere verso le 18 - 18.10 nella via risuona una canzone di Lucio creando un’atmosfera particolare e davanti all’abitazione del “Commendatore Sputo” molte persone si fermano in rispettoso ascolto. SCAVI in sala borsa Ora che sono in pensione non sono più in grado di scrivere di problemi della Categoria e, per quello, lascio spazio ai giovani che non mancano…. Visto che ho più tempo vorrei rendervi partecipi dei ripassi culturali che sto facendo rivisitando la nostra città. Piccole cose e curiosità che vi possono interessare personalmente ma che vi possono essere chieste anche dai clienti turisti e anche per non parlare solo del tempo o delle licenze…. Se avete 20 minuti di tempo, quando siete in centro con la famiglia o quando il lavoro” batte la fiacca”, fate un salto in Sala Borsa e, una volta entrati nella Sala sulla sinistra ma poco indicati, scendendo un piano trovate gli scavi. Contrariamente a quello che io credevo (anche molti altri) si può visitare anche senza guide organizzate. Basta fare una piccola offerta e un volontario Auser vi farà accomodare e vi darà un foglietto/ guida che faciliterà la visita. Dando per scontato che, anche sommariamente, si conosca la storia di Bologna qui si parte dalla Bononia secondo e primo secolo A.C. quindi, come la Roma repubblicana, ove le città venivano costruite secondo uno schema militare di strade ad angolo retto formate dal punto centrale con l’incrocio del Cardo, ora Via Ugo Bassi ex Via Emilia, e dal Decumano ora più o meno Via Galliera -Indipendenza a nord e Via D’Azeglio a Sud. Potrete vedere le varie stratificazioni del tempo ed anche le fondamenta di quella che era una Basilica civile di epoca romana, praticamente un Palazzo Pubblico, oltre a più tipi di pozzi o cisterne interessanti per la diversità nella loro realizzazione. Sperando di farvi cosa gradita, nel limite delle mie capacita, continuerò. il socio cotabo dicembre 2012 23 racconti notturni Il filosofo di Francesco Selis (FI01) 24 il socio cotabo dicembre 2012 racconti notturni Le luci della città, addobbata ancora una volta per le feste di fine d’anno, erano più brillanti e vive del solito, e l’aria più fredda, asciutta e pulita, dopo quella giornata di vento. La mia attesa in una Piazza Malpighi un po’ desolata, intorno alla mezzanotte, era stata meno lunga di quanto temessi, quando vidi avvicinarsi, a passo lento ma determinato, un uomo. Elegante, lineamenti larghi, una barbetta curata su un viso nobile e gradevole, mi fece un cenno come per chiedere permesso ed entrò in vettura, di dietro, salutandomi con uno scandito “Buonasera”. “Buonasera, dove la porto?” “A Villa Guastavillani, per favore. La conosce?” “Certo.” Avviai il tassametro, il motore e le frecce direzionali, e infine l’intera automobile, come mille altre volte in quell’anno, che andava ormai avviandosi alle ultime battute. “Ma è proprio sicuro di conoscerla?” ribatté inaspettatamente.a “Mah, almeno quanto basta per andarci, e portare lei a destinazione.” “Corretto” replicò calmo. Poi, dopo qualche secondo di silenzio profondo, riprese la parola: “La conoscenza di noi umani, in fondo, arriva sempre dove sembra bastare, poi si ferma là. Per ottimizzare le energie, chissà, o forse solo per pigrizia.” Non capivo dove volesse arrivare, e mentre già guidavo veloce fra un semaforo rosso e l’altro, tacqui, senza far cessare il mio atteggiamento di vigile attenzione verso quel nuovo ospite e la sua voglia di dirmi qualcosa. “Si interroga mai, lei mio caro signore” - riprese - “sulla possibilità di condizioni migliori? Magari anche spicciole, riguardanti la semplice vita quotidiana, o l’attività lavorativa...” “Ogni tanto credo di sì, anche se spesso mi sembra fatica sprecata. Ad esempio, vede, dover frenare, ora, per quel semaforo che appena ci ha visti è diventato giallo, è un piccolo stress, che sommato a tanti altri, rende la mia vita un po’ più difficile. Mi chiedo spesso se non si potrebbe inventare qualche meccanismo un po’ più moderno e intelligente, ma non trovo mai risposta.” “Capisco, e immagino che nel suo lavoro ci siano stress ancor più gravi.” “Non c’è dubbio...” e mi interrogai rapidamente su quali casi potessi elencargli fra i tanti. “Il disordine, il caos, le regole non sempre sensate ma quasi sempre violate, impunemente, dagli automobilisti arroganti come i loro assurdi SUV, dalle pericolose serpentine delle moto, dalle biciclette sempre col fanale spento, dai pedoni che vagano in mezzo alla strada come zombi, con tutti i portici che ci sono... E automobili dappertutto, col motore acceso a intasare le strade e l’aria, o ferme a rubare ogni metro quadrato possibile alla città, e alle corsie di marcia, spesso proprio quelle preferenziali.” Rimase rispettoso in ascolto ancora qualche secondo, poi disse: “Ecco. E che cosa si potrebbe fare per combattere questi mali, per rendere più sicuro e meno stressante il suo lavoro, e più bella e vivibile la città?” La profondità della voce di quell’uomo curioso mi invitava a cercare una risposta non improvvisata. “Sicuramente una presenza maggiore della polizia mu- racconti notturni nicipale: si chiamano vigili ma la loro vigilanza è davvero scarsa. Ma in fondo temo che la battaglia per una circolazione ordinata, razionale, magari anche discreta e silenziosa, sia persa in partenza.” “E perché mai?” Ci pensai qualche secondo. “Perché il baco sta all’origine.” Sentii che mi ascoltava con interesse. “È il modello della mobilità, che non regge più, e sta crollando come tante altre cose della nostra società tanto progredita...” L’uomo tacque ancora, poi mi chiese: “E lei ha in mente un modello diverso?” “Solo qualche traccia.” “Ad esempio?” “Beh, intanto si potrebbe circolare molto meno, per lavoro, e fare girare invece le idee e le comunicazioni tramite i computer, e per le merci e gli alimenti avvicinare produttori e consumatori. Penso che rispetto alle possibilità, ci sia un immenso spreco, e un impatto sull’ambiente che conosciamo.” “Già, che conosciamo...” “E poi forse si potrebbero escogitare logiche e mezzi completamente diversi, per gli spostamenti, visti i danni di tutti i generi che ha provocato un secolo di motorizzazione di massa.” “Vede?” “Cosa?” “Vede che le soluzioni forse ci sono, che le intravediamo, che se qualcuno ci interroga, o se non ci stanchiamo di interrogare noi stessi, le possiamo trovare, le possiamo conoscere...” La luce finalmente verde del semaforo di Porta Castiglione colorò il mio viso perplesso e concentrato su quella strana conversazione. Poi, fu ancora lui a prendere la parola: “E lei non avrebbe paura di rimanere senza lavoro, se venisse meno il mito dell’automobile, e la necessità stessa di spostarsi?” “Mah, il mio è comunque un servizio pubblico, andrebbe forse solo rivisto nei modi, o magari nei mezzi di trasporto a nostra disposizione. E comunque credo che tutti dobbiamo fare lo sforzo di pensare a un progresso più umano e sostenibile, senza essere troppo legati al nostro apparente tornaconto. Forse un giorno potremmo lavorare tutti, ma molto meno, e molto meglio, e dedicare il nostro tempo libero a cose ancora più importanti, la solidarietà, la musica, l’arte, la cultura, il 26 il socio cotabo dicembre 2012 divertimento...” Avvertii il compiacimento del mio interlocutore. Che ora taceva, e tacevo anch’io: un silenzio denso e piacevole, che non mi faceva avvertire la necessità di aumentare il volume basso della musica dell’autoradio. Ed è così che affrontai i tornanti in salita di Via degli Scalini, nella notte stellata. Finché, ormai prossimi alla destinazione, l’uomo mi disse: “Ha visto?” “Che cosa?” ribattei curioso. “Che in fondo le cose le conosciamo, e le soluzioni sono correlate strettamente ai problemi, e abitano dentro di noi. Ed è un piacere ricercarle, non le sembra?” “Forse sì.” “Ma siamo pigri, e senza interrogarci, e senza cercare la conoscenza, accettiamo il disordine, i motorini che ci tagliano la strada, le biciclette dai fanali spenti. E, allo stesso modo, l’inquinamento dell’aria, e lo sconvolgimento climatico, e la fame di un miliardo di persone nel mondo, e la guerra imperialista.” Mi sentii un po’ spiazzato dalla vastità improvvisa dei temi citati, con voce profonda e pacata, dal mio passeggero; e quasi sentii la piacevolezza di quella conversazione interrotta da pensieri più gravi e urgenti, cosicché le luci del cancello di Palazzo Guastavillani mi giunsero quasi liberatorie. Mi sorrise, cortese e quieto, nel darmi la banconota e le monete, poi mi disse di non preoccuparmi delle monetine di resto. “Arrivederla, caro signore” mi fece congedandosi. “Non si stanchi di cercare la conoscenza che abita dentro di lei. E auguri per un buon anno nuovo.” “Auguri a lei, e a tutti noi, che ne abbiamo sempre più bisogno” ribattei con calore. Poi, lasciandolo vicino al cancello alle prese col citofono, invertii la direzione e mi avviai nuovamente verso la città, le cui luci vivide, in una notte sul finire dell’anno, comparivano di tanto in tanto come in un presepe silenzioso, laggiù oltre le curve a gomito e la vegetazione secca e intirizzita. solidarietà Sabato 1 dicembre alle ore 18 la galleria Wikiarte ha ospitato, nelle sue sale espositive in via San Felice 18, la mostra inaugurale e la presentazione del nuovo calendario Tassisti bolognesi. L’esposizione delle opere e la vendita del calendario, all’interno della galleria, proseguiranno fino alla metà del mese. L’intero importo raccolto sarà destinato al progetto più importante dell’UNICEF per il contrasto della mortalità infantile. In mostra gli scatti realizzati da Abramo Trestini, noto sulla scena artistica bolognese per le sperimentazioni di nuove concezioni fotografiche e per il tentativo di rielaborare, in chiave contemporanea, aspetti della tradizione artistico-letteraria europea e nordamericana, come nella serie ispirata a Il meraviglioso mago di Oz. Le opere fotografiche sono accompagnate dalle riflessioni di Roberto Carboni - tassista e scrittore, autore di romanzi come Nero bolognese e Alle spalle del Nettuno. Facendosi «prendere per mano» dalle visioni di Trestini, l’Autore finisce col guidare egli stesso l’osservatore, in un viaggio alla scoperta delle «polverose casseforti» nascoste nelle profondità dell’anima del soggetto ritratto. «Osiamo, spingiamoci verso terreni ignoti – ha dichiarato Carboni –. Non siamo solo tassisti, medici o ragionieri. La nostra vita è anche altro». Orientata a una simile visione, incentrata sull’uomo e la sua libera espressione, COTABO - sostenendo, nel 2010, il progetto «Scuole per l’Africa» – ha aderito al programma «Impresa Amica dell’Unicef», con l’obiettivo di «portare a zero il numero di bambini che muoiono per cause prevenibili come malaria, diarrea, malnutrizione». «I numeri – hanno dichiarato Lea Boschetti e Gianalberto Cavazza, rispettivamente presidente Comitato regionale Unicef Emilia-Romagna e presidente Comitato provinciale Unicef di Bologna – sono impressionanti: 19.000 bambini al giorno ancora muoiono per cause prevenibili». «Per questo – proseguono dall’Unicef – il progetto VOGLIAMO ZERO ha bisogno del sostegno di tutti e di iniziative come questa, che coniugano la solidarietà e l’arte». «La sensibilità e il sostegno a progetti di solidarietà, come quello sviluppato dall’Unicef, – afferma Marco Benni, Direttore Generale di COTABO – rappresentano un impegno che ci accompagna da tempo e che vogliamo continuare a portare avanti, anche in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo». «Aprire le porte, attraverso il calendario, del mondo spesso poco noto dei tassisti continua Benni - è per noi un modo per offrire un contributo concreto al miglioramento di situazioni di sofferenza e di disagio, che, in tante regioni del mondo, vedono protagonisti soprattutto i bambini». il socio cotabo dicembre 2012 27 racconto Bertagnin Una imprenditrice romena zirudela di Daniele Bertagnin MI14 28 il socio cotabo dicembre 2012 Racconto Bertagnin Ho qui scritto dei racconti, quasi una volta al dì Così decise un giorno di sfruttare quella cosa su quei strani clienti che salgon sul tassì che le diede la natura, fuori nera e dentro rosa! ma ora sono pronto e mi voglio cimentare Salì perciò s’un treno e in men che non si dica con un’arte nuova che vado qui ad iniziare. andò via per il mondo a commerciar la f... Se non sarò all’altezza mi dovrete perdonare Hai capito che cipiglio ‘sta romena imprenditrice ma nella vita è bello talvolta anche rischiare. per realizzare il sogno si mette a far la meretrice! Scrivo per cui ‘sta storia con qualche rima bella Applicando di finanza un principio basilare state ad ascoltare, tac e dai la zirudela. se c’hai un bel capitale lo devi far fruttare! Ricorderò che Lanfry è di certo il mio maestro Col suo fare deciso mi espose pure i conti sia se son nel sonno e pure se sono desto. con precisione tale da sembrar Giulio Tremonti Lui è un professionista serio della rima baciata e mi disse che la sera lei di solito incassava di certe poesie, scritte ne ha una tonnellata ahimè, quanto sei giorni della nostra paga! Ma raccontiamo ora cosa accadde un dì: “Vedrai, fra qualche anno torno sul mar Nero, Era circa mezzanotte o forse giù di lì e tanga e reggicalze li brucio per davvero” quando posò sul taxi il suo tondo sedere Poi disse: “Là un bel giorno mi voglio maritare una bella signorina che facea l’antico mestiere e avere anche un bambino che porterò a nuotare” e che (Dalla c’insegna) “a parte lo stivale, Scese infin ‘sta donna che la pension là si vuol fare aveva dei problemi e non ragionava male”. mentre qui c’ è Mario Monti che ce la vuol levare. Mi raccontò costei che nella sua terra solatia Lei progetta il suo futuro con impegno e con furore in un gran bel paese sul mar di Romania ed io porto rispetto a chi ci mette il suo sudore aveva una casetta lì proprio sulla spiaggia Per cui dico:Oh bella romena che hai girato mezza Europa e che voleva farne, come chi non si scoraggia, e che hai trovato conveniente dare via la topa una pensione per turisti con cui fare fortuna. Ti auguro il tuo albergo tu possa realizzare Un progetto forte e chiaro che non stava sulla luna. e che tanti bei clienti tu riesca là a ospitare Sapea naturalmente che per fare l’alberghetto E magari a qualcheduno, siccome non sei scema, ci volevan molti soldi, doveva far maghetto oltre a un bel soggiorno, offrirai un dopocena!! il socio cotabo dicembre 2012 29 POESIE DEL LANFRY IL BAR MALPIGHI Questo Bar è assai ambito, ve lo dico, e son forbito, dai tassisti poverini anche per dei “bisognini”: si recano lì a pisciaree non voglion consumare (sono pochi, a dire il veroche sto fatto assai severo han per loro vocazione di non pagar la minzione) Ma il massimo del gusto, ve lo dico e son nel giusto, è il caffè ed il cappuccino dal sapore sopraffino. C’è la Gianna, la padrona, che se tu la prendi in buona sa far dei manicaretti per gli autisti, poveretti, che arrivando trafelati devon esser consolati. Lei che vien dalla Sardegna di quell’isola è assai degna perchè è brava e anche garbata per la gente un po’ affamata. Son panini ultrafarciti per dei denti inferociti, ci son “primi” e insalatone abbondanti e molto buone e per finir lo spuntino qualche dolce è li vicino. Alessandro, il socio arguto, è li a darci il benvenuto col sorriso accattivante serve il piatto che abbondante divoriamo con piacere sia da in piedi che a sedere. Sto simpatico signore non ti sa tener rancore se ci scherzi anche di brutto lui ti guarda come un putto. Han capito ste persone che se sanno star lì buone poi la gente si affeziona e se passan dalla zona fan la visita “pagante” per colazione abbondante. A far crescere la fama di sto Bar c’è un’altra dama: sfila come in passerella la ragazza, una gazzella: 30 il socio cotabo dicembre 2012 questa qui si chiama Clare, una roba da guarder. Ha gli occhi come gioielli e anche i denti sono belli da somigliare a collane delle perle più lontane, proprio quelle tropicali che son solo nei fondali di Honolulu o giù di là, e perfino dai Pascià.... e poi Alessio, il mio amico, che io spesso benedico, si sa far volere bene per il garbo ed il suo pene: le ragazze fanno la fila per seguire la trafila e non sol per il mangiare ma anche un poco per scherzare con le mani e con la bocca, ma anche se lui le “tocca”. È un furbetto un po’ scoppiato ma non causa alcun peccato! Ci son poi tanti ragazzi che corrono come razzi a servire ed imparare tutto ciò che si ha fare per diventare barista che è come un grande artista. Il Bar Malpighi "Colibrì Caffè" Gianna & Alessandro gruppo prerghiera Alla ricerca della buona notizia n.8 La fede e la memoria Cari amici, colleghi taxisti, fratelli nella fede Nei primi giorni di Novembre, periodo in cui il cristiano ricorda i propri cari, ci siamo ritrovati a Villa Pallavicini, dove Mons. Allori ha celebrato la S. Messa in memoria dei nostri colleghi defunti. In noi tutti è ancora vivo il ricordo dei volti delle persone amiche, dei familiari che ci hanno lasciato… a volte prematuramente. Ma il ricordo è destinato ad affievolirsi con il passare del tempo, se non ci si apre a nuovi orizzonti, che ci permettano di guardare oltre la caducità della nostra vita terrena… «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», scriveva il poeta. Davanti a questa necessità ci viene in soccorso la fede in colui che ha vinto la morte. «Signore da chi andremo… solo Tu hai parole di vita eterna!», dice Pietro. Ma cos’è la fede? Facciamoci aiutare nella comprensione del tema della fede dal Vangelo e dal commento di don Oreste Benzi: Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». «Non temere, continua solo ad avere fede», cioè non lasciarti dominare dagli avvenimenti ma in essi vivi la tua relazione (fede) con il Signore Gesù. Negli avvenimenti vivi “Qualcuno”. Tutto ciò che accade nella vita, può essere vissuto in due modi radicalmente opposti. L’uomo senza relazione con il Signore è solo, soccombe quando viene a trovarsi nella malattia, nella vecchiaia, nella morte, nella povertà. L’uomo che è solo non vuole ciò che gli reca dolore. La fede è una chiamata all’abbandono in Dio. Ogni chiamata crea relazione tra chi chiama e chi è chiamato. La persona che è in relazione con il Signore, non è più incapsulata in se stesso, ma sviluppa la relazione con il Signore, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore. Come due fidanzati che camminano insieme, se incappano nella pioggia non solo non si lasciano, ma si stringono ancor più forte l’un l’altro, così chi è nella fede intensifica il dialogo d’amore con Dio, vive in positivo tutti gli avvenimenti. «Sia fatto secondo la tua volontà», è la preghiera d’amore più frequente. E ancora leggiamo nel Vangelo: Se avessi fede quanto un granellino di senape, allora tu potresti ottenere l’impossibile. In realtà un capovolgimento della realtà umana è impossibile, solo nella fede è realmente possibile. La fede è il mondo di Dio che entra nel mondo dell’uomo e crea una nuova civiltà. Fratelli miei, quando noi facciamo il salto definitivo nella oggettiva realtà della fede, è il canto della vita che esplode. Voi la chiedete tutti i giorni la fede?: «Signore, io credo, ma aumenta la mia fede!». Bisogna mantenere la fede, la quale vale più dell’oro! Non perdete la fede, vi supplico, in nome di Dio! (D. Oreste Benzi)Così, cari colleghi taxisti, la fede è una compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo. Con la Lettera apostolica Porta Fidei il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto un “Anno della fede”. Esso ha avuto inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, e terminerà il 24 novembre 2013, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.Quest’anno sarà un’occasione propizia perché tutti i fedeli comprendano più profondamente che il fondamento della fede cristiana è l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Fondata sull’incontro con Gesù Cristo risorto, la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e in tutto il suo splendore. Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare, perché il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani. I taxisti del Gruppo di Preghiera “San Paolo” Avviso Importante: Amici colleghi, il Gruppo di Preghiera S. Paolo, costituito tra i taxisti COTABO sensibili ai valori dello spirito, riprenderà a Settembre: ogni primo Martedì del mese ci incontreremo nella Sala riunioni Cotabo alle ore 14.40 con l’opportunità di momenti di riflessione e di preghiera: preghiamo insieme il Rosario, quindi segue una riflessioneconfronto su temi religiosi. L’invito è cordialmente esteso a tutti i colleghi taxisti! Questo nostro Gruppo, in piena comunione con la Chiesa in Bologna, è assistito dalle Suore Missionarie del Lavoro. Per contatti e informazioni: Pietro Bianco (LUCCA 4) cell. 347.6964788 il socio cotabo dicembre 2012 31 DIFENDERE I TUOI INTERESSI È LEGGE. TUTELA I TUOI DIRITTI C 100% M 50% Y 0% K 60% R 15 G 50 B 80 C 0% M 0% Y 0% K 100% C 0% M 100% Y 100% K 20% R 150 G 15 B 22 C 0% M 0% Y 0% K 70% TUTELA LEGALE è la garanzia che ti permette di affrontare con serenità ogni controversia per difendere i tuoi diritti. Con TUTELA LEGALE ti garantisci una consulenza altamente professionale e hai sempre la libertà di scegliere l’avvocato o il perito di tua fiducia. TUTELA LEGALE. La tranquillità è un tuo diritto. PANTONE® 1805 C RAL® 3000 Chiedi informazioni presso la tua agenzia Unipol Assicurazioni. Messaggio pubblicitario. Prima della sottoscrizione leggere il Fascicolo Informativo da richiedere in agenzia e consultabile sul sito internet www.unipolassicurazioni.it AGENZIA SEDE COTABO (piano terra) Tel. 051 357153/374300 www.assicoopbologna.it 32 il socio cotabo dicembre 2012