socio-cotabo-152 - Cotabo Taxi Bologna

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socio-cotabo-152 - Cotabo Taxi Bologna
ANNO36,N°152-dicembre2012
Periodico di informazione e dibattito della COTABO, Cooperativa Tassisti Bolognesi. Sede sociale in Bologna, Via Stalingrado 65/13
nuovaedizione
intervista a marco benni
una cotabo sempre più
tecnologica
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A da
riccardo carboni
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b
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o
C
è stato un 2012
difficile
sommario
3
editoriale
8
intervista CARBONI
10
intervista benni
12
informazione ai soci
18
la parola ai soci
22
bologna un po’ per volta
24
racconti notturni
27
solidarietà
28
racconto bertagnin
31
gruppo preghiera
Realizzazione
“Il Socio Cotabo” a cura
di CO.TA.BO.
Direttore Responsabile
GABRIELE ORSI
Segretaria di Redazione
Chiara Marzadori
Redazione
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DANIELE BERTAGNIN,
FABRIZIO ZAGNONI.
Direzione, Amministrazione,
Redazione: Via Stalingrado
65/13 - Bologna
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il socio cotabo dicembre 2012
Progetto grafico
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editoriale
Ciclisti: polpacci grossi, cervello fin(t)o…
Dai finestrini del nostro taxi virtuale la visuale è molto
chiara, e finalmente siamo riusciti a capire chi sono i veri
padroni di Bologna. Nossignori, non sono più i cittadini
nella loro totalità (ammesso che lo siano mai stati), e nemmeno il sindaco, gli assessori, i commercianti, i tassisti,
gli artigiani, gli industriali, le cooperative di consumo, le
banche, le assicurazioni, i partiti politici, i mendicanti o
Beppe Maniglia. Sono i ciclisti: si tratta di una nuova razza composta da individui un tempo appartenenti in pieno
alla specie umana, ma che in seguito hanno scelto di seguire una diversa via evolutiva, e che si contraddistinguono per una caratteristica somatica invariabile, quella dei
polpacci grossi.
Esistono, pur tuttavia, diversi generi e categorie di ciclisti.
I primi sono i ciclisti competitivi: dotati di attrezzature
dernier cri e inguainati in aderentissime tute, non esiste
giorno in terra in cui non facciano la loro tradizionale
gara cronometrica, nella quale spendono tali e tante energie che nemmeno Felice Gimondi o Beppe Saronni ai bei
tempi. Qualcuno passerà al professionismo, qualcun altro
diventerà presidente della Commissione Europea, i più
continueranno a sfidarsi l’un l’altro fino alla fine dei loro
giorni. Poi, ci sono i ciclisti superiori: sono quelli convinti intimamente della superiorità del mezzo-bicicletta
su qualsiasi altro mezzo di trasporto, pubblico o privato, esistente o ancora da inventare. Per loro la bicicletta è
un culto, un passepartout, e chi usa solo le piste ciclabili
soffre di complessi di inferiorità. “Devo andare a fare la
spesa? In bici è comodissimo”. “C’è il ragazzino da prendere all’uscita da scuola? Ci vado in bici, in due è molto
divertente (non per il cinno, che siede sul cannone e si
frantuma le natiche)”. “C’è il sole? Vado in bici. Piove?
Vado in bici. Nevica? Vado in bici. Crolla il mondo? Vado
in bici. Devo andare in Groenlandia? Che vuoi che sia, in
bici sono giusto due pedalate”. Sono irrecuperabili.
La terza fascia è quella dei ciclisti “perché si deve, fa
bene”: vittime della propaganda salutista, si insellano
alla prima bici che trovano senza averne né la voglia né
tantomeno l’attitudine psicofisica. Sono inconfondibili:
abbigliati in guisa totalmente inadeguata, con pantaloni
di velluto a coste che si impigliano costantemente nella
catena, ansimano come equini con la pertosse, sbandano
paurosamente, la minima distrazione può risultare loro
fatale. Spiace dirlo, ma, lungi dal fare loro del bene, con
ogni probabilità la bicicletta sarà causa del loro decesso.
Seguono i ciclisti categoria “Frecciarossa” (o “Italo” se
preferiscono i treni di Montezemolo): non si sa perché si
issano in sella alla bici, i motivi sono i più svariati, fatto sta che ora ci sono, nessuno ve li può più schiodare,
e sfrecciano a tutta velocità in ogni dove, travolgendo
e falciando tutto ciò che incontrano. Inutile offenderli e
prenderli a male parole, ora che ci si riprende e si urla
loro l’improperio più adatto, loro sono già a chilometri di
di Gabriele Orsi
distanza. E infine ci sono i ciclisti per amore: sono quelli il cui lui o la cui lei sono adepti della bicicletta e che
in nome della vita di coppia si adeguano di buon grado.
Salvo poi franare, fra le risa di scherno del lui/lei ciclista, nella prima pozza di fango, rialzarsi e trovarsi davanti
alla drammatica scelta se mollare una pizza in faccia al
partner ridens o proseguire lasciando nel fango la propria
dignità.
Tante categorie, quindi, ma un comune denominatore: i
ciclisti, padroni di Bologna, sono un pericolo. Lo sono
per gli altri ma anche, sovente, per se stessi. Abbiamo già
concionato di come costoro sfreccino sotto portici affollati di gente, taglino la strada agli incroci e ai passaggi pedonali rischiando di falciare innocenti astanti e vecchiette
con l’artrite, brucino semafori rossi come se per loro il
codice della strada fosse un documento astruso, inutile, riservato a poveri cristi di altra genia. È rosso per i pedoni?
Loro si mettono su strada e seguono la corrente del traffico rallentandolo senza rimedio. Il rosso è per i mezzi?
Nessun problema, si passa sulle strisce pedonali, sul marciapiedi, sui piedi di qualche disgraziato. Ma questi figuri
sono pericolosi anche per la loro stessa incolumità: tutto
questo sfrecciare, tagliare, zigzagare, andare contromano
li espone ineluttabilmente, prima o poi, a un frontale con
il 19 barrato piuttosto che con il camion dell’immondizia.
E non è tanto per la loro formale sopravvivenza che me ne
metto, ma perché non è giusto che il peso psicologico di
una vita spezzata, sia pure accidentalmente, ricada sul poveraccio di turno solo per colpa di qualche ciclista un po’
esuberante. Non parliamo poi dell’insopportabile superbia con cui guardano pedoni e automobilisti, la spocchia
di chi la sa lunga, di chi si crede perfetto, l’alterigia del
salutista che vuole convertire il resto del mondo sulla retta
via e che si concretizza in manifestazioni come il Bike
Pride dello scorso 13 maggio, quasi che i ciclisti fossero
emarginati sociali, perseguitati bisognosi di una giornata
in cui rivendicare i loro naturali e inalienabili diritti.
E non provate a criticarli, a proporre (come ho già fatto)
un patentino ottenibile a seguito di relativo esame (e passibile di multe e ritiro) per quei ciclisti che non si accontentano di stare sulle piste ciclabili o nei vialetti dei parchi. Verreste accusati di lesa maestà, di attentato ai diritti
umani (dei ciclisti, degli altri non se ne cura nessuno), di
essere dei fautori dell’auto privata e pertanto dell’inquinamento atmosferico, nemici dell’ambiente, dei bambini,
degli animali, dell’umanità e di Gesù Bambino. E invece
no, non è eticamente corretto che pochi eletti, dall’alto
dei loro sellini, giudichino noi poveri normali con tanta
arroganza, perché la verità è che c’è, ci deve essere, spazio per tutti. Basterebbe, come al solito, usare solo un po’
di cervello, ma purtroppo a questo giro il cervello è finto.
Quello vero deve essere nei polpacci. Ecco perché sono
grossi…
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editoriale
C’è ancora un buon ristorante a Bologna?
Che dilemma! O forse no…atto secondo
di Gabriele Orsi
Nello scorso numero di questa rivista abbiamo parlato della ristorazione a Bologna, cercando di capire il perché (se
ma ve n’è uno) la cucina petroniana venga snobbata in maniera così palese e ostinata dalla critica culinaria, tanto
nella sua versione tradizionale quanto in quella creativa. All’uopo abbiamo interpellato importanti esponenti del mondo della ristorazione bolognese e, tanto per non stare con le mani in mano, anche della produzione enologica locale,
ricavandone opinioni divergenti ma tutte concordi su almeno un punto: sparare ad alzo zero sulla ristorazione a Bologna, a torto o a ragione, sembra essere diventato uno sport nazionale, se non altro perché fa sensazione, fa notizia e
trasforma lo “sparatore” di turno in una sorta di guru. E, come se non bastasse, pare proprio che certa ristorazione,
a Bologna, in tempi nemmeno così lontani abbia battuto la fiacca, tirato i remi in barca approfittando dell’afflusso di
clienti garantito (un tempo) da fiere e convegni, danneggiando l’intero settore.
Quindi, non paghi di occuparci si siffatte materie, abbiamo interpellato altri due autentici personaggi del milieu culinario che prospera all’ombra delle Due Torri (e provincia), il primo celebre per avere lanciato, in tempi non sospetti,
una cucina più fantasiosa e di ricerca per poi essere ritornato, in tempi altrettanto non sospetti, alla tradizione più
stretta; il secondo per essere stato il primo in assoluto a giocare con le reliquie sacre della cucina petroniana, il tortellino e la lasagna, dandone interpretazioni che a loro volta hanno fatto e continuano a fare epoca. E come sempre,
augurandovi buona lettura, vi auguriamo anche buon appetito.
La cucina a Bologna?
Ha perso la sua identità cristallina
Parla Massimo Ratti, chef-patron del Ristorante «Ponte Rosso» di Monteveglio
Chef, poeta, appassionato ed esperto di astrologia: Massimo Ratti è molto di più di un semplice “personaggio”
nel panorama della ristorazione bolognese. È l’uomo che,
in tempi non sospetti, nel suo ristorante «Ponte Rosso»,
alle porte di Monteveglio, ha “osato” per primo contaminare i must della cucina bolognese secondo i dettami della creatività: i risultati sono stati piatti immaginifici – che
qualcuno potrebbe guardare, ingiustamente, con sospetto
– come i celeberrimi tortellini in salsa di fragole con spolverata di caffè, le lasagne cocco e pinoli, i tortelloni di ricotta con scorza di cedro o i cordon bleu ai frutti di bosco.
Un omone – nel senso letterale della parola, dato che fino
a pochi anni fa organizzava il concorso per soggetti dal
quintale in su, con tanto di pesata pubblica – che sicuramente può a buon diritto dire la propria sullo stato attuale
della ristorazione nel bolognese, anche in considerazione
della collocazione del suo locale, decentrato nella provincia ma frequentatissimo da persone che arrivano anche
da lontano. E noi siamo andati a chiederglielo.
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il socio cotabo dicembre 2012
di Gabriele Orsi
editoriale
Massimo, perché la critica e le guide
snobbano la ristorazione di Bologna
e provincia? Davvero si mangia così
male?
«Non è una questione di mangiar male
nel senso peggiore del termine, il fatto
è che la cucina bolognese ha perso la
sua identità. Se vai in Piemonte o in
Romagna trovi una cucina che è ancora legata in qualche modo all’identità
locale, al territorio, qui invece ormai manca l’entusiasmo,
nessuno più si ricorda le ricette originali di una volta, addirittura quasi non esistono più cuochi bolognesi. Ed è
questo il punto: anziché perdere tempo sulla codificazione delle ricette bisogna contare quanti cuochi veramente
bolognesi sono sopravvissuti e andare nelle scuole alberghiere per “fabbricarne” di nuovi. In più anche la famiglia
si sta sfaldando, nessuno tramanda più le tradizioni in cucina. Non esistono più le nonne, le zie o le dade che insegnano a tirare la sfoglia e fare i tortellini. Mancano punti
di riferimento, e inevitabilmente le tradizioni si perdono».
Ma la ristorazione a Bologna, e tu l’hai dimostrato,
non è solo tradizione stretta. Perché le guide snobbano
l’intero settore?
«Io ti rispondo con un’altra domanda. Perché una volta,
secoli fa, la cucina bolognese era celebre? Perché a Bologna, a partire dal XIV secolo, inizia lo studio della medicina, che allora comportava il trasporto, la dissezione e
l’analisi dei cadaveri, una cosa certo non divertente per
chi se ne occupava. Occorreva quindi una cucina che tirasse su di morale, che facesse dimenticare le brutture della giornata appena
trascorsa. Oggi
questa idea di alleggerire lo spirito attraverso la
cucina si è persa.
Perché esce di
casa il bolognese
medio? Per farsi
vedere come se
fosse in vetrina,
per stare in balotta con gli amici oppure per cercare dei piatti migliori di
quelli che faceva sua nonna, cosa che sarà sempre impossibile. Non ci sono incentivi».
Qualcuno dice anche che la ristorazione bolognese si è
adagiata, ha tirato i remi in barca e in un certo senso si
è anche approfittata di certe situazioni…
«Verissimo, specie alcuni anni fa. Prendiamo l’esempio
delle fiere, che una volta riempivano alberghi e ristoranti.
I clienti che ci portava la fiera erano poco attenti, generalmente stanchi morti, che mangiavano poco e che pagava-
no con soldi non loro, tanto c’era l’azienda a rimborsare. Facile, con clienti
simili, lesinare sulle materie prime per
lucrare sui guadagni e molti, purtroppo,
l’hanno fatto danneggiando anche quei
loro colleghi che invece hanno sempre
lavorato onestamente e creando il pregiudizio secondo cui a Bologna si paga
molto e si mangia male. Quando poi,
con la crisi, anche le aziende si sono
accorte che rimborsavano cene a caro prezzo allora è stata
la fine».
Quindi scomparsa dei valori e approfittarsi dei clienti
delle fiere sono le cause della decadenza?
«Non solo, io ci metto anche un mancato ricambio generazionale degli chef, cosa che sta avvenendo solo in tempi
recenti e con fortissimo ritardo rispetto a quando sarebbe
dovuto accadere. E scarsa volontà “politica”: ormai la difesa della cucina bolognese salta fuori solo in situazioni
emotive, quando qualcuno la attacca da fuori, ma in casi
normali nessuno la sostiene, come se i primi a vergognarsene fossero proprio i bolognesi».
Forse, ci fosse stato un vero turismo consolidato come
sta nascendo ora, sarebbe stato diverso…
«Ma i turisti a Bologna non li ha mai voluti nessuno per
ragioni politiche, e quindi non c’è stato modo di usare il
turismo come leva per valorizzare la nostra ristorazione.
Ora, che le fiere stanno una a una lasciando Bologna,
stiamo cercando di spingere sul turismo, specie su quello gastronomico, ma temo che ormai sia tardi perché non
siamo più capaci
di mantenere questa nostra identità
antica, cristallina.
Spero di sbagliarmi».
E da qui l’ostracismo delle grandi guide?
«Esatto. Le guide
non vogliono dare
spazio a Bologna perché la cucina a Bologna ha perso
identità. In più esiste un serissimo problema, che riguarda
anche i vini, sul rapporto qualità-prezzo: sono tantissimi
i locali tra Bologna e provincia dove quello che mangi,
pur se passabile, non vale assolutamente il prezzo pagato.
Anche i prodotti tipici hanno perso identità: abbiamo un
paniere di prodotti eccezionali, ma non li seguiamo con il
dovuto interesse, i giovani se ne disinteressano. E anche
le grandi scuole di cucina stanno lentamente prendendo le
distanze da Bologna mentre proprio a Bologna l’insegnamento della cucina dovrebbe essere un’istituzione».
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editoriale
Non conta quel che si fa, ma come lo si fa:
e la cucina va fatta col cuore
di Gabriele Orsi
Intervista a Daniele “Dandy” Minarelli, titolare dell’«Osteria Bottega» di Bologna
Daniele Minarelli per tutti è “Dandy”, soprannome che
lo accomuna automaticamente al mitico ristorante da
lui aperto – era la seconda metà degli anni ’80 – nella campagna appena fuori Minerbio, un luogo dove il
nostro fece conoscere ai bolognesi una cucina diversa,
lontana dal leitmotiv tortellini-tagliatelle-crescentine
ma anche dagli edonismi caratteristici dell’epoca lontana. Oggi invece Daniele, un “personaggio” nel senso
biblico del termine che con gli amici si autodefinisce “il
dado”, è ritornato da qualche anno alla tradizione bolognese più stretta, proponendo, grazie al giovane chef
Daniele Bendanti e a uno staff di grande armonia, nella
sua gettonatissima «Osteria Bottega» il meglio della cucina petroniana realizzato con materie prime sceltissime. È da lui che siamo andati a fare quattro chiacchiere
sulla presunta decadenza della ristorazione a Bologna.
Daniele, guardando il pienone del tuo locale non verrebbe da pensare che la cucina bolognese sia caduta
in disgrazia. Eppure molti lo sostengono…
«Una volta, parlando della mia osteria, Enzo Vizzari
disse che l’importanza di una cucina
è che sia fatta bene,
e col cuore: questo
vuol dire che proporre una cucina
tradizionale non
significa obbligatoriamente proporre una cucina di serie B, tutto sta nel
come la si propone.
Quello che servono
sono gli ingredienti
buoni, che possono
essere o non essere a “chilometro zero” come va spesso
di moda oggi, e la voglia di fare le cose per bene, senza
lesinare su nulla».
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il socio cotabo dicembre 2012
Quindi, implicitamente, stai dicendo che qualcuno,
in passato, ha cercato di fare il furbo?
«Sicuramente c’è stato qualcuno che, in epoche passate,
ha lucrato sulla tradizione e su nomi altisonanti proponendo cose che non erano all’altezza della loro fama. Ma
per l’appunto la colpa non è della tradizione, ma di certe
persone che non sempre l’hanno onorata come meritava
dandole la giusta credibilità e grandezza, e così facendo
hanno portato un grandissimo danno all’intero settore.
C’è stato indubbiamente un periodo di ribasso perché si
sono persi gli entusiasmi e si è persa la memoria di quei
piatti che a Bologna, nei secoli passati, finivano sulle
tavole delle corti dei nobili, dei principi e dei vescovi».
Anche i prodotti tipici non sembrano più essere quelli di una volta…
«Qui a Bologna abbiamo un territorio che offre prodotti
di grandissima qualità, ed è certo un’ottima base di partenza, ma se poi non si allacciano le cinture di sicurezza
non sono da soli garanzia di riuscita. A maggior ragione, se si lesina sui prodotti, puoi essere anche bravo ma
non riuscirai mai a
dare al cliente dei
piatti
indimenticabili. Qui da noi
non ci limitiamo a
esaltare la cucina
tradizionale e i vini
del territorio, ma
lo facciamo con le
materie prime migliori: per la cotoletta alla bolognese
usiamo solo carne
di Fassona piemontese, prosciutto
crudo di Parma stagionato 24 mesi di
Lupi, ParmigianoReggiano di 30 mesi e vero brodo di carne. E poi abbiamo il culatello di Spigaroli, la mortadella di Pasquini, in
poche parole il meglio del meglio».
editoriale
Che non costerà
poco.
Qualcuno dice
che a Bologna
spesso si paga
troppo
per
quello che si
mangia…
«È naturale che
quando si usano materie prime d’eccellenza questo si rifletta sui prezzi, ma credo
che la gente sia disposta anche a spendere due soldi in
più, senza esagerare, ma avere in cambio dei piatti che
meritino la spesa, piuttosto che farsi rapinare e turlupinare da quei finti osti, in verità ormai pochi, che a Bologna in passato hanno anche fatto fortuna».
Quei finti osti contro cui tu ti sei sempre battuto sin
da quando apristi il «Dandy» a Minerbio. Ma è una
battaglia ancora attuale?
«Quando aprii il «Dandy» a Minerbio era il 1987 e nessuno si interessava veramente di enogastronomia, per cui
si può dire che sono stato un pioniere. La gente andava a
mangiare, se poteva permetterselo, nei locali alla moda
dove contava
di più farsi vedere rispetto a
ciò che avevi
nel piatto, oppure si andava in trattoria
a mangiare le
crescentine. Di
qualità, materie
prime, cucina
creativa, nessuno sapeva nulla di nulla e sono stato io, in tempi non
sospetti, a farlo scoprire al pubblico tanto che ci hanno
dato la Stella Michelin. Quando poi questa formula ha
iniziato a proliferare con tanti soggetti validi ma anche
tanti che erano più fumo che arrosto, è stato sempre il
“dado” a voltare pagina e a rilanciare un genere che
sembrava morto, quello dell’osteria bolognese con piatti
della tradizione e ingredienti di prima. Certo che è una
battaglia attuale, oserei dire senza fine, per la salvaguardia del buon nome della ristorazione a Bologna».
in cui tutti o quasi badano alla linea. Può essere vero?
«Obiezione respinta, almeno per quanto mi riguarda. È
vero, la cucina bolognese per tradizione è grassa e pesante, come si addice alle cucine tipiche della Pianura
Padana. Ma negli anni, pur senza perdere il contatto con
il passato, ha saputo alleggerirsi, adattarsi ai tempi come
è giusto che sia. Qui all’«Osteria Bottega» rispettiamo
la tradizione ma con grande attenzione alle cotture, alla
digeribilità dei piatti, senza per questo rinunciare a fare
le cose a regola d’arte. Non è una cosa impossibile, si
può fare e non
vedo perché
non lo debbano fare tutti».
E infine c’è la
cucina creativa. Anche lei,
oltre a quella
tradizionale,
è snobbata
dalle grandi guide. Ma allora a Bologna non c’è nulla
che vada bene?
«Qualcuno una volta ha detto che non si può creare senza
ricordare, che in cucina significa che non ci si può lanciare nell’estasi della creatività senza prendere le mosse,
in qualche maniera, dal territorio, dalla tradizione. Qualcuno in passato a Bologna ha voluto fare proprio questo, staccarsi completamente dalla tradizione per volare
lontano, e i risultati sono stati pessimi. Oggi è diverso,
a Bologna abbiamo tanti grandi nomi che, partendo da
qualche elemento locale, fanno un’eccellente cucina di
ricerca. Probabilmente, però, vige ancora una sorta di
pregiudizio di fondo che bisogna sfatare».
E come?
«Come ho detto all’inizio: lavorando bene e con tutti
i crismi, senza lasciarsi né spaventare né tentare dalle
vie più facili, ma al tempo stesso meno nobili. E questo
vale sia per chi fa la tradizione sia per chi viaggia sulla
creatività, non
bisogna avere
paura. E modestamente il
“dado” non ha
paura di niente
e di nessuno».
Un’altra accusa che si muove alla ristorazione bolognese è di essere pesante, grassa, poco adatta a tempi
il socio cotabo dicembre 2012
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E’ stato un 2012
difficile, ora
speriamo nella
ripresa
Intervista a Riccardo Carboni
Presidente di Cotabo
di Gabriele Orsi
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il socio cotabo dicembre 2012
intervista
Un anno difficile che si avvia alla conclusione, un nuovo
anno sul quale riversare speranze e progetti di rilancio ma
nel quale trascinarsi anche la pesante eredità della crisi
economica ancora in corso. Di come Cotabo ha intenzione
di affrontare il futuro prossimo e di gestire un presente
ancora da prendere con le molle abbiamo parlato con il suo
presidente Riccardo Carboni.
Presidente, finalmente termina il 2012, vero e proprio annus horribilis…
«Indubbiamente per Cotabo il 2012 è stato un anno particolarmente complicato: la crisi economica, che aveva
già colpito a macchia d’olio i diversi comparti della nostra economia, ha iniziato a farsi sentire pesantemente
anche nel nostro settore, obbligandoci in un certo senso a prendere le necessarie contromisure per resistere.
Ovviamente ci auguriamo che il 2013 sia effettivamente
l’anno della ripresa, ma i dubbi permangono: la gestione politica del Paese non ha certo aiutato le imprese, di
qualunque natura, a resistere alla bufera, anzi in molti
casi ha finito per indebolirle irrimediabilmente. Nel bolognese sono tantissime sia le saracinesche che si sono
abbassate in maniera definitiva che le aziende a rischio,
e la preoccupazione naturalmente è forte, ciononostante
noi facciamo il possibile per rimanere un punto di riferimento nel settore della mobilità».
Qual è stata la vostra strategia in un anno di crisi?
«Pur nelle difficoltà ci siamo sforzati di investire sugli
accordi con enti e amministrazioni pubbliche, come i
comuni di Anzola Emilia e San Lazzaro, per garantire i
collegamenti in zone dove i mezzi pubblici sono carenti.
Inoltre continuiamo a lavorare con le aziende del territorio, grandi e piccole, che ci garantiscono sempre una
stabilità della domanda. Abbiamo lavorato per incrementare la clientela fidelizzata, sia mediante trattative
che abbiamo in essere con la Pubblica Amministrazione
qui a Bologna sia con le associazioni di categoria. Per
inciso Bologna parteciperà al progetto europeo delle
Smart Cities e può darsi che anche il settore dei taxi possa trarre qualche vantaggio così come è possibile che
altri vantaggi arrivino dalla nascita della città metropolitana, altro progetto che stiamo seguendo con grande
attenzione».
C’è poi la faccenda della nuova sede, come state affrontando questa novità?
«Sarà senza dubbio la questione centrale da gestire per il
2013. Devo però dire che sono numerose, forse troppe,
le questioni ancora pendenti in questa fine d’anno delle
quali saremo costretti a occuparci l’anno prossimo. Ecco
perché il nostro obiettivo è arrivare a una quadratura del
cerchio su questi argomenti sperando che anche il contesto generale, nel frattempo, possa migliorare».
Ma migliorerà? Quali sono le prospettive?
«Bisogna in ogni caso rimanere speranzosi e lavorare
intensamente. Nel 2013 avremo anche il rinnovo delle
cariche sociali, un evento che per noi del mondo cooperativo fa parte di un ordinario processo democratico,
ma secondo me prima di parlare di elezioni è necessario
affrontare i problemi più urgenti, poi avremo tempo e
modo di fare tutte le valutazioni del caso. D’altronde la
vita della nostra cooperativa non è fatta solo di corse in
taxi, ma include una ricerca costante per migliorare la
qualità dei servizi tanto al cliente quanto ai soci, e ovviamente l’ottimizzazione dei costi, che in questi anni ci
ha consentito di affrontare la crisi meglio di tanti altri».
Quest’anno, per Natale, avete promosso una bella
iniziativa benefica, il calendario dei tassisti: in cosa
consiste?
«E’ un’iniziativa di cui andiamo estremamente orgogliosi. La nostra categoria ha delle particolarità uniche, che
include anche il fatto che tra di noi si nascondano degli
autentici talenti, artisti che coltivano la propria arte solo
privatamente e che invece, per questa occasione, hanno
scelto di mettere a disposizione questa arte per la realizzazione di un calendario il ricavato della cui vendita sarà
interamente devoluto all’Unicef».
il socio cotabo dicembre 2012
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Una Cotabo
sempre più
tecnologica per
affrontare un
anno difficile
Intervista a Marco Benni
Direttore Generale di Cotabo
di Gabriele Orsi
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il socio cotabo dicembre 2012
intervista
L’anno si avvia alla sua conclusione e fatalmente è tempo di bilanci. Anche per Cotabo
quindi è giunto il momento di valutare quanto di buono è stato fatto e quale sia la
situazione al termine di un’annata a dir poco difficile come è stata quella che volge al
termine. La crisi economica, le difficoltà poste dalla burocrazia e alcune importanti
novità che riguardano la vita della cooperativa sono stati i segni distintivi di questo 2012
sicuramente controverso. Ne abbiamo parlato con il direttore Marco Benni.
Che 2012 è stato complessivamente per Cotabo?
«In questo 2012 a Cotabo sono accadute tali e tante cose
che si rischia di non ricordarle tutte, a cominciare dalle liberalizzazioni del Governo Monti e va detto che la questione
ci ha impegnato per parecchi mesi. Il Bilancio 2011 è stato
chiuso in maniera dignitosa, dopodiché ci siamo dedicati
alla questione della nuova sede, questione di cui si è discusso e su cui si è votato nell’assemblea di qualche settimana
fa».
Una nuova sede per Cotabo: dove e perché?
«Piccola premessa: quando avevamo investito sull’area
dove si trova la sede attuale le nostre prospettive erano a
lungo termine, come per esempio la realizzazione di una
nuova officina. Poi però ci siamo incontrati/scontrati con la
volontà di Bologna Fiere di espandere il quartiere fieristico,
espansione che includerebbe anche la nostra zona, e alla
fine siamo giunti alla conclusione che il rapporto con la Fiera per noi è strategico e non avrebbe avuto senso irrigidirsi
in battaglie epocali. Così abbiamo deliberato di accettare la
soluzione offerta di Bologna Fiere, ovvero la permuta tra
la nostra area e una di pari livello lungo via Stalingrado:
sono ancora in via di definizione alcuni dettagli economici
dell’accordo ma ormai dovremmo esserci».
Come è stata accolta questa novità dai soci?
«Circa il 70 per cento dei soci ha votato a favore della nuova sede. Naturalmente alcune cose su cui avevamo impostato il nuovo corso aziendale dovranno subire delle modifiche: per esempio la nuova officina verrebbe realizzata a
carico di Bologna Fiere e in questo modo Cotabo e officina,
contrariamente a quanto previsto in origine, vedrebbero le
loro strade separarsi anche se solo formalmente e per pochi
centimetri di distanza. Un’altra questione centrale dell’anno che volge al termine è stata quella dell’aggiornamento
tecnologico del sistema radiotaxi, l’ultimo dei quali risaliva
al 2009, il che, nell’era di smartphone e tablet, equivale a
un’era geologica».
Quali novità sono in vista?
«In accordo con TaxiTronic, Ingenico e Telecom Italia
abbiamo implementato una soluzione che garantisce una
maggiore efficienza di servizio a costi notevolmente ridotti,
e che in prospettiva può venire estesa a tutti i tassisti italiani con ricadute positive anche sulla nostra cooperativa. In
luogo dell’attuale hardware i taxi verrebbero dotati di un
tablet Samsung HD da sette pollici collegato a un tassametro esterno e a un sistema Pos Bluetooth con lettore di banda magnetica e di chip card che potrà venire utilizzato per
pagamenti elettronici mediante Bancomat, carta di credito
o la nostra taxi card. Sono certo che questa innovazione ci
metterà in condizione di offrire ai nostri clienti un servizio
ancora migliore, e il risparmio che ne deriverà consentirà
di mantenere tariffe accettabili per i servizi ai soci. In più,
sempre grazie a Telecom, la centrale radiotaxi potrebbe essere passata in cloud, garantendo un ulteriore risparmio e
un investimento a costi molto contenuti».
Una Cotabo sempre più tecnologica quindi?
«Senza dubbio. Tra le cose che stiamo pensando di sperimentare ci sarà un servizio di wi-fi gratuito a bordo dei
taxi grazie a una chiavetta che consente fino a cinque
connessioni. Penso debba essere l’inizio di un percorso di
proiezione pubblicitaria a bordo macchina che dovrà coinvolgere anche i nostri partner e clienti pubblicitari tradizionali così come la Cineteca, il Bologna Calcio, e in generale
l’economia bolognese. Allo stesso modo si pone la nuova
App per smartphone Taxiclick, che consente di prenotare
un taxi Cotabo e di sapere in tempo reale quanto manca
all’arrivo del taxi controllando sulla mappa dove si trova
in ogni momento. Il comune denominatore di tutte queste
innovazioni è un incremento della qualità del nostro servizio, l’essere sempre un passo avanti al cliente, e quando tra
qualche anno ci sarà l’esplosione dei tablet allora si vedrà
veramente la differenza tra un servizio pseudo automatico e
un servizio automatico assistito come è il nostro».
Quindi il 2012 non è stato poi così terribile?
«Al contrario, sono ancora tantissime le cose di cui non
siamo riusciti a occuparci e che ci trascineremo come eredità nel 2013. Però sostanzialmente le riduzioni dei costi
che abbiamo apportato in questi anni ci hanno consentito
anche in un anno difficile come questo di garantire un reddito dignitoso ai 600 tra soci e dipendenti. Questo percorso
andrà avanti anche nell’anno nuovo, che tra l’altro vedrà
il rinnovo del CdA e nel quale speriamo di incontrare una
maggiore collaborazione da parte delle Istituzioni. Noi la
nostra buona volontà ce la mettiamo tutta e ostinatamente
continuiamo a sperare che si capisca che anche in tempi di
crisi si può, anzi si deve, investire».
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INFORMAZIONE
AI SOCI
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il socio cotabo dicembre 2012
informazione ai soci
«Spesometro» nullo se il bene è
acquistato con denaro dei genitori
L’art. 38 del DPR 600/73 consente di accertare in maniera
sintetica il reddito delle persone fisiche sulla base delle
spese da queste sostenute nel corso del periodo d’imposta.
È però ferma la prova contraria, quindi il contribuente
può dimostrare che l’acquisto non è, in realtà, un indice di
capacità contributiva, siccome i fondi per effettuarlo provengono da redditi esenti, soggetti a imposizione alla fonte o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della
base imponibile. Tra le prove contrarie a disposizione del
contribuente rientra senz’altro la circostanza che il denaro
per l’acquisto dell’immobile proviene in realtà da terzi.
Con la sentenza 17805 depositata ieri, la Suprema Corte si
è interessata della questione, affermando, in sostanza, che
nel caso di acquisto di immobile effettuato dal figlio, ove
il genitore, comparso in atto, ha di fatto elargito il denaro,
si è in presenza di una donazione indiretta non del denaro
ma dell’immobile, con tutto ciò che ne può conseguire in
merito alla prova contraria sull’accertamento fondato sulla spesa patrimoniale. Tale principio è mutuato, in realtà,
dal diritto civile, ove molte volte la Corte ha stabilito che
“nell’ipotesi di acquisto di immobile con denaro proprio
del disponente ed intestazione ad altro soggetto, che il disponente intenda in tal modo beneficiare, si configura la
donazione indiretta dell’immobile e non del denaro impiegato per l’acquisto” (Cass. 20638 del 2005, richiamata
dalla sentenza in commento).
Allora, se il figlio pone in essere un acquisto di un immobile e uno dei genitori, in atto compare dichiarando
di elargire il denaro, a prescindere dalle problematiche
civilistiche che ciò può comportare, va da sé che, ove
l’effettivo esborso del denaro da parte del genitore abbia
un dovuto riscontro probatorio, l’accertamento sintetico a
carico del figlio/contribuente è destituito di fondamento,
siccome è integrata la prova contraria.
di Salvatore Vrenna - vicepresidente Cotabo
I giudici richiamano anche propri precedenti sulla rilevanza della simulazione nell’accertamento sintetico, ove
era stato sostenuto che, qualora la rettifica sia fondata su
indici quali l’acquisto di un immobile, il contribuente può
confutare ciò sostenendo, se del caso, che la vendita, in
realtà, dissimulava una donazione.
Nulla muta con il “nuovo” redditometro.
A fronte di ciò, la giurisprudenza ha precisato che non
vale, in sede tributaria, il disposto di cui all’art. 1415,
comma 1 c.c., in base al quale la simulazione non può
essere opposta ai terzi (Cass. 17 marzo 2006 n. 5991).
Tanto premesso, ogniqualvolta si presenti una sorta di
disallineamento tra soggetto che acquista formalmente
il bene e soggetto che materialmente eroga i fondi, se vi
sono riscontri probatori è da ritenersi integrata la prova
contraria, a prescindere dal fatto che il soggetto erogante
il denaro compaia o meno in atto, anche se tale fatto può
giovare al contribuente sotto il profilo dell’accertamento
sintetico.
Chiaramente, nulla vieta al Fisco, successivamente all’annullamento giudiziale o in autotutela, di attivare il controllo nei confronti del soggetto che ha elargito i soldi, e
di notificare apposito accertamento, in quanto è in capo
a questi la capacità contributiva presunta desumibile dal
sostenimento della spesa.
Appare pleonastico rammentare che, per accertare il soggetto che ha elargito il denaro, occorre sempre il rispetto
dei termini decadenziali ex art. 43 del DPR 600/73, a prescindere dal momento in cui sono state reperite dal Fisco
le prove.
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Una campagna promossa dalla Fondazione del Monte
in collaborazione con Associazione Orlando
Per Cotabo
Il progetto e i suoi promotori
NoiNo.org - uomini contro la violenza sulle donne
Ogni tre giorni in Italia un uomo uccide una
donna. E sono molti di più gli uomini che
quotidianamente infliggono gravi violenze alle
loro mogli, ex compagne, figlie… Per contrastare
un fenomeno così diffuso è necessario spostare lo
sguardo dalle vittime agli autori della violenza.
E puntare alla prevenzione.
Questo è il punto di partenza della nuova
campagna di comunicazione contro le violenze
maschili sulle donne, promossa dalla Fondazione
del Monte in collaborazione con l’Associazione
Orlando.
Contro la violenza che colpisce le donne, un
progetto che tocca gli uomini.
Noi.No.org è una campagna che si rivolge al
pubblico maschile per informarlo e sensibilizzarlo.
E soprattutto per chiedere agli uomini di aderire a
una “community” di uomini contrari alla violenza
di genere. Uomini consapevoli che si impegnano
in prima persona a dire “Noi No”…
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Non prosciugatevi per un pieno…
andate su YouPetrol.it
Siamo onesti, fare rifornimento senza svenarsi è sempre più complicato. Ogni
gestore fa il proprio prezzo, anche quelli che espongono lo stesso marchio fanno
prezzi diversi fra loro e le tariffe cambiano ogni giorno. In una situazione sempre più
confusa diventa, così, di fondamentale importanza essere bene informati e sapere,
già uscendo di casa o comunque prima di fare rifornimento, qual è il prezzo medio,
quindi corretto, di benzina e gasolio nella propria regione. Gli automobilisti più
esperti, quelli che percorrono centinaia di chilometri ogni giorno, hanno modo e
tempo di guardarsi intorno e di individuare i distributori più economici (per quel
giorno!), ma tutti gli altri come possono fare?
Da oggi basta avere poche e semplici informazioni per essere sicuri di non
pagare prezzi esagerati per la stessa quantità di carburante, ed è proprio questo
l’obiettivo del servizio fornito da un nuovo sito www.youpetrol.it.
Nel sito, mediante un sistema di rilevazione che si aggiorna quotidianamente,
vengono elaborati i prezzi medi a livello nazionale ed in numerose regioni italiane
di benzina e gasolio. Questo significa sapere, ogni giorno, qual è il prezzo medio di
mercato acquisendo, di conseguenza, gli strumenti giusti per giudicare se il prezzo
che ci viene proposto da un distributore èconveniente o meno.
Utilizzare YouPetrol.it è semplicissimo e gratuito. Basta collegarsi al sito www.
youpetrol.it, selezionare la propria regione ed il tipo carburante (benzina o gasolio)
per poter vedere il prezzo medio corrispondente unitamente ad un’indicazione di
maggior costo o risparmio medio su un pieno presso i maggiori distributori.
YouPetrol.it non pretende di guidarvi dal distributore più economico in assoluto
e, con la frenesia di questi tempi, non varrebbe nemmeno la pena avventurarsi in
ricerche così minuziose. Semplicemente, il servizio permette di capire se il distributore
che avete davanti, o quello dove vi fa comodo fare rifornimento, offre un prezzo
conveniente o meno. Quindi, cari automobilisti, non prosciugate le vostre tasche
inutilmente al primo distributore che trovate… date un’occhiata a YouPetrol.it prima
di fare il pieno!
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In taxi a Teheran
di Nicola Trivisonno (PD03)
Un viaggiatore inglese racconta l’Iran caotico ed esuberante di oggi.
Teheran nel complesso dà l’impressione di una città caotica. La popolazione sembra sempre andare di fretta, i volti
della gente potrebbero essere mediterranei, ma la vita nelle strade è diversa. Il gusto dello svago sembra assente, e
la fretta trasmette un senso d’ansia: è come se tutti s’affannassero a sbrigare i doveri quotidiani nel minor tempo
possibile. I marciapiedi, anziché dai tavoli dei caffè all’aperto, sono occupati da folle concitate e sembra che solo
gli stranieri abbiano il tempo di passeggiare con calma.
Nella parte nord della città il clamore tende a rarefarsi;
verso sud, invece, la povertà aumenta gradualmente, le
vie si fanno sempre più anguste e gremite, si avanza a fatica, schiacciati tra la folla. Calore, polvere, grandi distanze
e inquinamento cospirano ai danni del visitatore viziato:
i taxi offrono un rifugio irresistibile. Tuttavia persino
il banale atto di prendere un’auto pubblica è un’impresa considerevole, e all’eccitazione della novità subentra
ben presto un senso di sfinimento. I taxi non si fermano,
scivolano vicino al possibile cliente, che urla la propria
destinazione attraverso il finestrino spalancato; il taxista
decide, secondo il proprio comodo, se fermarsi o proseguire. La maggior parte dei taxi sono collettivi, stipano
nell’abitacolo fino a sei passeggeri e fanno la spola fra le
piazze e gli incroci principali della città. Le donne non si
siedono in mezzo agli uomini, perciò quasi tutti i tragitti
sono un continuo scambio di posti, come se si dovessero
far combaciare i pezzi di un rompicapo. Non esistono tas-
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il socio cotabo dicembre 2012
sametri; la tariffa è pattuita in anticipo. La contrattazione
avviene sgolandosi in mezzo al traffico, mentre veicolo e
potenziale passeggero procedono affiancati, a passo d’uomo. Di solito, quando si rifiuta il primo prezzo della corsa, l’autista si allontana simulando disappunto, poi blocca
l’auto pochi passi più avanti e con ostinazione incoraggia
tacitamente a proseguire la trattativa. Il cliente può cedere
sul prezzo, o ricominciare da capo l’intera procedura. In
realtà la maggior parte delle macchine che si fermano non
sono taxi, ma veicoli privati guidati dai proprietari che
hanno bisogno di arrotondare lo stipendio: è buona norma
dimezzare il primo prezzo che propongono.
Volevo raggiungere il Museo Nazionale. Al mio primo
tentativo rimediai un autista giovane e allegro, posseduto
da una fretta indiavolata e da una immensa passione per
il calcio. Partì a tutto gas, tuffando la macchina nel traffico. «Ha visto la partita ieri sera?». Risposi che me l’ero persa. L’autista rimediò con un’appassionata cronaca
dell’incontro. Mentre guidava pareva che lo rivivesse: ai
passaggi di testa guizzavamo da un lato e ci tuffavamo in
un’altra corsia; ai calci di punizione seguivano repentine
accelerazioni in avanti. L’autista ricordava i nomi di ogni
giocatore del mio paese, i nomi di mogli, figli e amanti, e i
loro luoghi di villeggiatura prediletti. Ero indeciso se fosse più sorprendente la sua conoscenza calcistica o la sua
tecnica di guida. Anni di pratica gli avevano dato un’incrollabile sicurezza in entrambi i campi, anche se riman-
informazione ai soci
gono indelebili ricordi degli incidenti mortali evitati per
un soffio in quel taxi a Teheran. Le cinture di sicurezza è
come se non esistano: al massimo vengono appoggiate a
malavoglia su una spalla all’approssimarsi di una macchina della polizia. I semafori vengono rispettati raramente.
L’arrivo di un’auto contromano in un senso unico non
desta sorpresa, ma fastidio. Agli incroci, dove otto corsie
gremite di traffico convergono in un punto solo, i guidatori si scambiano lunghi sguardi corrucciati: in apparenza si
direbbe che non nutrano alcuna speranza di uscire dall’ingorgo; hanno immancabilmente un’espressione dolente
ed esausta e, non avendo energie sufficienti a ingaggiare
una lite, esprimono la loro frustrazione scambiandosi occhiate di sconfinato disprezzo. A un certo punto tutti si
ritrovano sul lato sbagliato della strada, ma dieci minuti
di sapiente lavoro di paraurti e una certa fede comune nel
buon esito della vicenda risolvono l’anarchia iniziale. La
polizia stradale non interviene, e nessuno si aspetta che lo
faccia. L’enorme numero di veicoli che affollano il centro
di Teheran riduce la minaccia di scontri ad alta velocità;
sulle strade che collegano i sobborghi della città, invece, il
traffico ricorda l’universo violento e frenetico di un videogame. Le macchine passano a velocità infernale da una
corsia all’altra e scartano di lato per evitare il disastro con
la sveltezza di una libellula a mezz’aria. I guidatori si avventano l’uno sull’altro come piloti da caccia, arrivano a
sfiorare i paraurti dei rivali a cento chilometri all’ora, sospingono i meno intrepidi nelle corsie più intasate con raffiche di clacson e lampeggiamento di fari. Poi ingaggiano
immediatamente battaglia con l’auto successiva, mentre
i passeggeri continuano ad assistere ai duelli terrorizzati
e impotenti. Al crepuscolo, quando milioni di veicoli si
dirigono verso casa nello stesso momento, una specie di
psicosi collettiva imperversa nelle strade della città. Le
auto sfrecciano con una fretta che fa pensare a un’apocalisse incombente, e le strade traboccano di fari ondeggianti offuscati dalla coltre di gas di scarico. È un’atmosfera
vagamente desolata, che comunica un senso di furia repressa. Mi sono spesso chiesto se sia stato sempre così.
Non sono ancora riuscito a capirlo, ma non mi ha stupito
scoprire che l’Iran ha il più alto numero d’incidenti stradali del mondo. Le statistiche parlano di 250.000 incidenti
all’anno, con un bilancio intorno ai 20.000 morti. Le autogru comunali pattugliano giorno e notte le autostrade,
come avvoltoi in attesa di avventarsi sulla prima carogna
di metallo sfasciato. Attorno a ogni città iraniana si stende
una fatiscente cintura di officine meccaniche, dove i corpi
metallici ammaccati e contusi vengono riportati a martellate alla forma originale, e da lì rispediti al fronte, come
fossero carne da cannone per le insaziabili divinità della
strada. Non meno straordinaria è la noncuranza con cui
i pedoni guadano gli impetuosi torrenti di metallo: ogni
giorno scampano per un soffio a una fine tragica. Osservare lo spettacolo è un’esperienza penosa; esservi coinvolti
è a dir poco atroce. A ogni istante corpi umani si tuffano
placidamente nella bolgia letale, dando a malapena un’oc-
chiata distratta di lato, ed evitando del tutto di rivolgere
agli autisti un gesto di avvertimento o, idea assolutamente
inconcepibile, di gratitudine.
Il modo d’agire dei pedoni non è frutto di spavalderia o
sconsideratezza: semplicemente non esiste alternativa.
Gli attraversamenti pedonali sono del tutto ignoti, nel
centro della città ci sono alcuni sottopassaggi, e lungo le
strade più grandi può capitare raramente d’imbattersi in
un cavalcavia. In Iran riescono a infilarsi tre file di veicoli
nello spazio che altrove sarebbe destinato a una sola corsia, perciò tutte le grandi arterie si trasformano in grovigli
caotici di sei, e in certi casi di dieci corsie. Il flusso del
traffico è incessante, e se si aspetta l’apertura di un varco
simultaneo in tutte le corsie si è condannati a un’attesa di
ore sul marciapiede. Non resta che attraversare una corsia
per volta, e attendere fra torrenti impetuosi di veicoli; il
marciapiede opposto si raggiunge dopo una penosa serie
di soste in mezzo al traffico. Spesso appare una corsia
esterna miracolosamente sgombra, che sembra promettere qualche attimo di tregua. Sono gli spazi riservati ai
bus, che marciano in direzione opposta al flusso degli altri
veicoli. Dopo essere stati sfiorati alcune volte da qualche
mostro ruggente, s’impara a diffidare di simili ingannevoli lusinghe.
Milioni di persone sono costrette ad affrontare quotidianamente questa sfida terrificante. Intere famiglie, bambini, uomini e donne carichi di pacchi, vecchi che si trascinano penosamente: tutti devono sottoporsi allo stesso
rituale. E, anche se alquanto bizzarra, esiste una tecnica
ben precisa per affrontarlo. «Il trucco» mi venne spiegato
molto tempo dopo «è di non lasciare mai credere all’autista che lo hai visto, altrimenti quello non rallenta mai.
Se pensa che non l’hai visto è costretto a rallentare per
lasciarti passare. Ecco il segreto. L’autista non vuole investirti». Ovvio, feci notare al mio informatore. A nessuno
piace avere un morto sulla coscienza. «Non è la possibilità di uccidere qualcuno che spaventa il guidatore. Sono
le grane burocratiche». Eravamo arrivati in un tratto di
strada particolarmente trafficato. «Guardi quello» sbottò
disgustato il mio taxista, mentre una macchina davanti a
noi faceva una pericolosa inversione di marcia. «Niente freccia, e le luci dei freni che non funzionano. Quella
macchina dovrebbe essere chiusa in un garage, altro che
per strada». All’improvviso uno stridio di freni, seguito da
uno scossone: eravamo finiti contro la macchina davanti
a noi. Il taxista scese, scambiò qualche parola con l’altro
guidatore in modo distaccato, poi si chinò a raccogliere i
frammenti di un fanale della sua auto. Dopo neanche un
minuto era già al posto di guida, pronto a rituffarsi nel
flusso del traffico. Alla fine ci fermammo con un violento
sussulto. Scesi a terra, il taxista mi salutò: “Bene, ci vediamo”, concluse allegramente, e pensai alla assurdità di
quelle parole.
Testo tratto dal libro di Jason Elliot, Specchi dell’invisibile.
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La parola
ai soci
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il socio cotabo dicembre 2012
INOSSIDABILI 150
DICEMBRE 2012
INOSSIDABILI
20 ANNI
Bergamaschi Pietro CO02
Bertuzzi Ivan CE18
Cavina Oriano LO12
Ferrari Fiorenzo CO18
Gallerani Giordano GE19
Marchetta Maurizio PR18
Paganelli Valerio GE11
Pasquini Villiam PI08
Pullica Ivan PI02
Rimondi Pietro PD07
Salvatori Andrea CE20
Sterpi Luca TR08
Tampellini Gianni CE15
Turchi Guido PM10
Zamboni Anzio PV15
FI12
Sarto Loris LU18
Sorghi LucianoRO11
30 ANNI
Serra Salvatore CO10
Gruppi Ido UD07
Ferrari Bruni PV03
35 ANNI
Bella Filippo FE03
Bernardoni Romano RO09
Margiacchi Giuseppe CE11
Rimondi Rino PI19
Rossi Elio BO02
Scaramelli Onorato FI08
40 ANNI
25 ANNI
Lucchini Otello Arbizzani Denis MZ07
Fantini Fabio RA11
Gamberini Davide Puglioli Marco PV16
Legnani Massimo TO06
NA08
Lupi Giorgio MO11
Piastrelli Mauro PI20
C’è sempre tempo per la poesia
Riccardo Venturi in arte “LODI 4”
Cari colleghi, mi presento. Mi chiamo Riccardo Venturi, ho
36 anni, la mia sigla è LODI 4 e sono “in piazza” da 15 anni.
Nel mese di novembre pubblicherò il mio primo libro di
poesie, che si intitolerà “C’È SEMPRE TEMPO PER LA
POESIA”, Cicogna editore. Si tratta di una raccolta che racchiude vari argomenti, dall’Amore, alla Vita, alle Stagioni.
Sono in tutto 50, perciò non si tratta di un “mattone”, ma
di un libricino che può trovare facile lettura, magari tra un
cliente e l’altro.
“Saltimbanchi o dottori
nei corpi rinchiusi
noi alla bisogna pronti
al debutto nello show.”
Il titolo, C’È SEMPRE TEMPO PER LA POESIA infatti,
ha anche questo significato: nella nostra vita la poesia si può
sempre trovare, nelle piccole cose quotidiane, nel lavoro,
in una carezza, mentre si sogna o leggendo il giornale. È
il linguaggio più semplice perché non va capito, ma arriva
direttamente al cuore e crea emozioni. Ebbene sì, anche nel
nostro lavoro!
“... persone e cose immerse
nel grigio dei dintorni
come barche disperse:
non ci sono ritorni.”
L’esempio vivente è l’editore, un nostro collega, con la passione per i libri e le parole… Bastano solo la voglia e il piacere di riconoscerla, e un pizzico di buoni sentimenti.
Vi allego dei piccoli stralci, nella speranza che vi incuriosiscano.
Buona lettura.
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“Infine, d’incanto
l’unica certezza:
il sole dorato
trafiggerà gli occhi.”
la parola ai soci
La colonnina di Zola Predosa: istruzioni per l’uso
Maurizio (GE16)
Da poco piu di un anno a Zola Predosa è in funzione la colonnina del posteggio e il suo uso da parte degli utenti, privati e aziende, è in costante aumento. Questa colonnina è
come quella di Calderara e di Sasso Marconi, ma è diversa
da quelle installate di Bologna. Per questa ragione è successo di recente che, non conoscendone il funzionamento,
alcuni colleghi non abbiano potuto rispondere alla chiamata
in entrata.
istruzioni per l’uso.
Quando c’è una chiamata in entrata occorre premere il pulsante inferiore (il piu grande) e tenerlo premuto circa tre secondi, finche non si accende il Led rosso al centro.
Ora la comunicazione è stabilita e si può lasciare il pulsante. Una volta terminata la conversazione occorre premere il
pulsante di sopra (il piu piccolo) per chiudere la comunicazione. Il Led rosso, a questo punto, si spegnerà.
Ecco allora, grazie allo spazio concessomi da «Il Socio», le
La chiave, che trovate nella parte superiore, serve solo
ed esclusivamente per accedere
all’hardware della colonnina per effettuare le manutenzioni necessarie
in caso di guasto.
La suoneria ha un volume fisso, a
prescindere dall’orario, e la luce
lampeggia rossa quando la chiamata è in entrata – di giorno, però, non
si nota poiché, essendo alimentata
dal doppino telefonico, non ha abbastanza potenza da poter alimentare delle lampade visibili con la
luce diurna. Quindi, di giorno, non
contate sulla luce per accorgervi
se suona, meglio stare vicino alla
colonnina e magari aprire un filo il
finestrino.
Buon lavoro a tutti.
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BOLOGNA
un po’ per volta
a cura di Elio Gubellini
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BOLOGNA un po’ per volta
DALLA UNA STELLA
In Via Orefici-Caprarie, ora detta “la via del Jazz”, è stata collocata una stella a ricordo di Lucio e, mentre quelle di Miles
Davis e Chet Backer sono sul marciapiede tra Atti Bassi e Tamburini , la sua è sulla strada tra i tavolini davanti all’Ambasciatori.
DALLA E VIA D’AZEGLIO
Tutte le sere verso le 18 - 18.10 nella via risuona una canzone di Lucio creando
un’atmosfera particolare e davanti all’abitazione del “Commendatore Sputo”
molte persone si fermano in rispettoso ascolto.
SCAVI in sala borsa
Ora che sono in pensione non sono più in grado di scrivere di problemi della
Categoria e, per quello, lascio spazio ai giovani che non mancano….
Visto che ho più tempo vorrei rendervi partecipi dei ripassi culturali che sto
facendo rivisitando la nostra città. Piccole cose e curiosità che vi possono interessare personalmente ma che vi possono essere chieste anche dai clienti turisti
e anche per non parlare solo del tempo o delle licenze….
Se avete 20 minuti di tempo, quando siete in centro con la famiglia o quando
il lavoro” batte la fiacca”, fate un salto in Sala Borsa e, una volta entrati nella
Sala sulla sinistra ma poco indicati, scendendo un piano trovate gli scavi. Contrariamente a quello che io credevo (anche molti altri) si può visitare anche
senza guide organizzate. Basta fare una piccola offerta e un volontario Auser vi farà accomodare e vi darà un foglietto/
guida che faciliterà la visita.
Dando per scontato che, anche sommariamente, si conosca la storia di Bologna qui si parte dalla Bononia secondo e primo
secolo A.C. quindi, come la Roma repubblicana, ove le città venivano costruite secondo uno schema militare di strade ad angolo retto
formate dal punto centrale con l’incrocio del Cardo, ora Via Ugo
Bassi ex Via Emilia, e dal Decumano ora più o meno Via Galliera
-Indipendenza a nord e Via D’Azeglio a Sud. Potrete vedere le varie
stratificazioni del tempo ed anche le fondamenta di quella che era
una Basilica civile di epoca romana, praticamente un Palazzo Pubblico, oltre a più tipi di pozzi o cisterne interessanti per la diversità
nella loro realizzazione.
Sperando di farvi cosa gradita, nel limite delle mie capacita, continuerò.
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racconti
notturni
Il filosofo
di Francesco Selis (FI01)
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racconti notturni
Le luci della città, addobbata ancora una volta per le
feste di fine d’anno, erano più brillanti e vive del solito, e l’aria più fredda, asciutta e pulita, dopo quella
giornata di vento.
La mia attesa in una Piazza Malpighi un po’ desolata,
intorno alla mezzanotte, era stata meno lunga di quanto temessi, quando vidi avvicinarsi, a passo lento
ma determinato, un uomo. Elegante,
lineamenti larghi, una barbetta curata su un viso nobile e gradevole, mi fece un cenno come
per chiedere permesso ed
entrò in vettura, di dietro, salutandomi con uno
scandito “Buonasera”.
“Buonasera, dove la
porto?”
“A Villa Guastavillani,
per favore. La conosce?”
“Certo.”
Avviai il tassametro, il
motore e le frecce direzionali, e infine l’intera
automobile, come mille
altre volte in quell’anno,
che andava ormai avviandosi alle ultime battute.
“Ma
è
proprio
sicuro di conoscerla?” ribatté
inaspettatamente.a
“Mah, almeno quanto basta per
andarci, e portare lei a destinazione.”
“Corretto” replicò calmo.
Poi, dopo qualche secondo di
silenzio profondo, riprese la
parola: “La conoscenza di noi
umani, in fondo, arriva sempre
dove sembra bastare, poi si ferma là. Per ottimizzare le energie,
chissà, o forse solo per pigrizia.”
Non capivo dove volesse arrivare, e
mentre già guidavo veloce fra un semaforo rosso e l’altro, tacqui, senza far
cessare il mio atteggiamento di vigile attenzione verso quel nuovo ospite e la sua voglia
di dirmi qualcosa.
“Si interroga mai, lei mio caro signore” - riprese -
“sulla possibilità di condizioni migliori? Magari anche
spicciole, riguardanti la semplice vita quotidiana, o
l’attività lavorativa...”
“Ogni tanto credo di sì, anche se spesso mi sembra
fatica sprecata. Ad esempio, vede, dover frenare, ora,
per quel semaforo che appena ci ha visti è diventato
giallo, è un piccolo stress, che sommato a tanti altri,
rende la mia vita un po’ più difficile. Mi chiedo
spesso se non si potrebbe inventare qualche meccanismo un po’ più moderno
e intelligente, ma non trovo mai
risposta.”
“Capisco, e immagino che nel
suo lavoro ci siano stress ancor più gravi.”
“Non c’è dubbio...” e mi
interrogai rapidamente su
quali casi potessi elencargli fra i tanti. “Il disordine,
il caos, le regole non sempre sensate ma quasi sempre
violate, impunemente, dagli
automobilisti arroganti come
i loro assurdi SUV, dalle
pericolose serpentine delle moto, dalle biciclette
sempre col fanale spento,
dai pedoni che vagano in
mezzo alla strada come
zombi, con tutti i portici
che ci sono... E automobili dappertutto, col motore
acceso a intasare le strade
e l’aria, o ferme a rubare
ogni metro quadrato possibile alla città, e alle corsie di
marcia, spesso proprio quelle
preferenziali.”
Rimase rispettoso in ascolto
ancora qualche secondo, poi
disse:
“Ecco. E che cosa si potrebbe fare
per combattere questi mali, per rendere più sicuro e meno stressante il
suo lavoro, e più bella e vivibile la città?”
La profondità della voce di quell’uomo curioso mi invitava a cercare una risposta non improvvisata.
“Sicuramente una presenza maggiore della polizia mu-
racconti notturni
nicipale: si chiamano vigili ma la loro vigilanza è davvero scarsa. Ma in fondo temo che la battaglia per una
circolazione ordinata, razionale, magari anche discreta
e silenziosa, sia persa in partenza.”
“E perché mai?”
Ci pensai qualche secondo.
“Perché il baco sta all’origine.”
Sentii che mi ascoltava con interesse.
“È il modello della mobilità, che non regge più, e sta
crollando come tante altre cose della nostra società tanto progredita...”
L’uomo tacque ancora, poi mi chiese: “E lei ha in mente un modello diverso?”
“Solo qualche traccia.”
“Ad esempio?”
“Beh, intanto si potrebbe circolare molto meno, per lavoro, e fare girare invece le idee e le comunicazioni
tramite i computer, e per le merci e gli alimenti avvicinare produttori e consumatori. Penso che rispetto
alle possibilità, ci sia un immenso spreco, e un impatto
sull’ambiente che conosciamo.”
“Già, che conosciamo...”
“E poi forse si potrebbero escogitare logiche e mezzi completamente diversi, per gli spostamenti, visti i
danni di tutti i generi che ha provocato un secolo di
motorizzazione di massa.”
“Vede?”
“Cosa?”
“Vede che le soluzioni forse ci sono, che le intravediamo, che se qualcuno ci interroga, o se non ci stanchiamo di interrogare noi stessi, le possiamo trovare, le
possiamo conoscere...”
La luce finalmente verde del semaforo di Porta Castiglione colorò il mio viso perplesso e concentrato su
quella strana conversazione.
Poi, fu ancora lui a prendere la parola: “E lei non avrebbe paura di rimanere senza lavoro, se venisse meno il
mito dell’automobile, e la necessità stessa di spostarsi?”
“Mah, il mio è comunque un servizio pubblico, andrebbe forse solo rivisto nei modi, o magari nei mezzi di
trasporto a nostra disposizione. E comunque credo che
tutti dobbiamo fare lo sforzo di pensare a un progresso
più umano e sostenibile, senza essere troppo legati al
nostro apparente tornaconto. Forse un giorno potremmo lavorare tutti, ma molto meno, e molto meglio, e
dedicare il nostro tempo libero a cose ancora più importanti, la solidarietà, la musica, l’arte, la cultura, il
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divertimento...”
Avvertii il compiacimento del mio interlocutore. Che
ora taceva, e tacevo anch’io: un silenzio denso e piacevole, che non mi faceva avvertire la necessità di aumentare il volume basso della musica dell’autoradio.
Ed è così che affrontai i tornanti in salita di Via degli
Scalini, nella notte stellata.
Finché, ormai prossimi alla destinazione, l’uomo mi
disse:
“Ha visto?”
“Che cosa?” ribattei curioso.
“Che in fondo le cose le conosciamo, e le soluzioni
sono correlate strettamente ai problemi, e abitano dentro di noi. Ed è un piacere ricercarle, non le sembra?”
“Forse sì.”
“Ma siamo pigri, e senza interrogarci, e senza cercare
la conoscenza, accettiamo il disordine, i motorini che
ci tagliano la strada, le biciclette dai fanali spenti. E,
allo stesso modo, l’inquinamento dell’aria, e lo sconvolgimento climatico, e la fame di un miliardo di persone nel mondo, e la guerra imperialista.”
Mi sentii un po’ spiazzato dalla vastità improvvisa dei
temi citati, con voce profonda e pacata, dal mio passeggero; e quasi sentii la piacevolezza di quella conversazione interrotta da pensieri più gravi e urgenti, cosicché
le luci del cancello di Palazzo Guastavillani mi giunsero quasi liberatorie.
Mi sorrise, cortese e quieto, nel darmi la banconota e
le monete, poi mi disse di non preoccuparmi delle monetine di resto.
“Arrivederla, caro signore” mi fece congedandosi.
“Non si stanchi di cercare la conoscenza che abita dentro di lei. E auguri per un buon anno nuovo.”
“Auguri a lei, e a tutti noi, che ne abbiamo sempre più
bisogno” ribattei con calore.
Poi, lasciandolo vicino al cancello alle prese col citofono, invertii la direzione e mi avviai nuovamente verso
la città, le cui luci vivide, in una notte sul finire dell’anno, comparivano di tanto in tanto come in un presepe
silenzioso, laggiù oltre le curve a gomito e la vegetazione secca e intirizzita.
solidarietà
Sabato 1 dicembre alle ore
18 la galleria Wikiarte
ha ospitato, nelle sue sale
espositive in via San Felice
18, la mostra inaugurale e
la presentazione del nuovo
calendario Tassisti bolognesi. L’esposizione delle opere e la vendita del calendario, all’interno della galleria, proseguiranno
fino alla metà del mese. L’intero importo raccolto sarà destinato al progetto più importante dell’UNICEF per il contrasto della mortalità infantile.
In mostra gli scatti realizzati da Abramo Trestini, noto sulla scena artistica bolognese per le sperimentazioni di nuove concezioni fotografiche e per il tentativo di rielaborare, in chiave contemporanea, aspetti della tradizione artistico-letteraria europea e nordamericana, come nella serie ispirata a Il
meraviglioso mago di Oz.
Le opere fotografiche sono accompagnate dalle riflessioni di Roberto Carboni - tassista e scrittore,
autore di romanzi come Nero bolognese e Alle spalle del Nettuno. Facendosi «prendere per mano»
dalle visioni di Trestini, l’Autore finisce col guidare egli stesso l’osservatore, in un viaggio alla scoperta delle «polverose casseforti» nascoste nelle profondità dell’anima del soggetto ritratto. «Osiamo,
spingiamoci verso terreni ignoti – ha dichiarato Carboni –. Non siamo solo tassisti, medici o ragionieri. La nostra vita è anche altro».
Orientata a una simile visione, incentrata sull’uomo e la sua libera espressione, COTABO - sostenendo, nel 2010, il progetto «Scuole per l’Africa» – ha aderito al programma «Impresa Amica dell’Unicef», con l’obiettivo di «portare a zero il numero di bambini che muoiono per cause prevenibili come
malaria, diarrea, malnutrizione».
«I numeri – hanno dichiarato Lea Boschetti e Gianalberto Cavazza, rispettivamente presidente
Comitato regionale Unicef Emilia-Romagna e presidente Comitato provinciale Unicef di Bologna
– sono impressionanti: 19.000 bambini al giorno ancora muoiono per cause prevenibili». «Per questo – proseguono dall’Unicef – il progetto VOGLIAMO ZERO ha bisogno del sostegno di tutti e di
iniziative come questa, che coniugano la solidarietà e l’arte».
«La sensibilità e il sostegno a progetti di solidarietà, come quello sviluppato dall’Unicef, – afferma
Marco Benni, Direttore Generale di COTABO – rappresentano un impegno che ci accompagna da
tempo e che vogliamo continuare a portare avanti, anche in un periodo difficile come quello che
stiamo vivendo». «Aprire le porte, attraverso il calendario, del mondo spesso poco noto dei tassisti continua Benni - è per noi un modo per offrire un contributo concreto al miglioramento di situazioni
di sofferenza e di disagio, che, in tante regioni del mondo, vedono protagonisti soprattutto i bambini».
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racconto
Bertagnin
Una
imprenditrice
romena
zirudela
di Daniele Bertagnin MI14
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Racconto Bertagnin
Ho qui scritto dei racconti, quasi una volta al dì
Così decise un giorno di sfruttare quella cosa
su quei strani clienti che salgon sul tassì
che le diede la natura, fuori nera e dentro rosa!
ma ora sono pronto e mi voglio cimentare
Salì perciò s’un treno e in men che non si dica
con un’arte nuova che vado qui ad iniziare.
andò via per il mondo a commerciar la f...
Se non sarò all’altezza mi dovrete perdonare
Hai capito che cipiglio ‘sta romena imprenditrice
ma nella vita è bello talvolta anche rischiare.
per realizzare il sogno si mette a far la meretrice!
Scrivo per cui ‘sta storia con qualche rima bella
Applicando di finanza un principio basilare
state ad ascoltare, tac e dai la zirudela.
se c’hai un bel capitale lo devi far fruttare!
Ricorderò che Lanfry è di certo il mio maestro
Col suo fare deciso mi espose pure i conti
sia se son nel sonno e pure se sono desto.
con precisione tale da sembrar Giulio Tremonti
Lui è un professionista serio della rima baciata
e mi disse che la sera lei di solito incassava
di certe poesie, scritte ne ha una tonnellata
ahimè, quanto sei giorni della nostra paga!
Ma raccontiamo ora cosa accadde un dì:
“Vedrai, fra qualche anno torno sul mar Nero,
Era circa mezzanotte o forse giù di lì
e tanga e reggicalze li brucio per davvero”
quando posò sul taxi il suo tondo sedere
Poi disse: “Là un bel giorno mi voglio maritare
una bella signorina che facea l’antico mestiere
e avere anche un bambino che porterò a nuotare”
e che (Dalla c’insegna) “a parte lo stivale,
Scese infin ‘sta donna che la pension là si vuol fare
aveva dei problemi e non ragionava male”.
mentre qui c’ è Mario Monti che ce la vuol levare.
Mi raccontò costei che nella sua terra solatia
Lei progetta il suo futuro con impegno e con furore
in un gran bel paese sul mar di Romania
ed io porto rispetto a chi ci mette il suo sudore
aveva una casetta lì proprio sulla spiaggia
Per cui dico:Oh bella romena che hai girato mezza Europa
e che voleva farne, come chi non si scoraggia,
e che hai trovato conveniente dare via la topa
una pensione per turisti con cui fare fortuna.
Ti auguro il tuo albergo tu possa realizzare
Un progetto forte e chiaro che non stava sulla luna.
e che tanti bei clienti tu riesca là a ospitare
Sapea naturalmente che per fare l’alberghetto
E magari a qualcheduno, siccome non sei scema,
ci volevan molti soldi, doveva far maghetto
oltre a un bel soggiorno, offrirai un dopocena!!
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POESIE
DEL LANFRY
IL BAR MALPIGHI
Questo Bar è assai ambito,
ve lo dico, e son forbito,
dai tassisti poverini
anche per dei “bisognini”:
si recano lì a pisciaree
non voglion consumare
(sono pochi, a dire il veroche
sto fatto assai severo
han per loro vocazione
di non pagar la minzione)
Ma il massimo del gusto,
ve lo dico e son nel giusto,
è il caffè ed il cappuccino
dal sapore sopraffino.
C’è la Gianna, la padrona,
che se tu la prendi in buona
sa far dei manicaretti
per gli autisti, poveretti,
che arrivando trafelati
devon esser consolati.
Lei che vien dalla Sardegna
di quell’isola è assai degna
perchè è brava e anche garbata
per la gente un po’ affamata.
Son panini ultrafarciti
per dei denti inferociti,
ci son “primi” e insalatone
abbondanti e molto buone
e per finir lo spuntino
qualche dolce è li vicino.
Alessandro, il socio arguto,
è li a darci il benvenuto
col sorriso accattivante
serve il piatto che abbondante
divoriamo con piacere
sia da in piedi che a sedere.
Sto simpatico signore
non ti sa tener rancore
se ci scherzi anche di brutto
lui ti guarda come un putto.
Han capito ste persone
che se sanno star lì buone
poi la gente si affeziona
e se passan dalla zona
fan la visita “pagante”
per colazione abbondante.
A far crescere la fama
di sto Bar c’è un’altra dama:
sfila come in passerella
la ragazza, una gazzella:
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il socio cotabo dicembre 2012
questa qui si chiama Clare,
una roba da guarder.
Ha gli occhi come gioielli
e anche i denti sono belli
da somigliare a collane
delle perle più lontane,
proprio quelle tropicali
che son solo nei fondali
di Honolulu o giù di là,
e perfino dai Pascià....
e poi Alessio, il mio amico,
che io spesso benedico,
si sa far volere bene
per il garbo ed il suo pene:
le ragazze fanno la fila
per seguire la trafila
e non sol per il mangiare
ma anche un poco per scherzare
con le mani e con la bocca,
ma anche se lui le “tocca”.
È un furbetto un po’ scoppiato
ma non causa alcun peccato!
Ci son poi tanti ragazzi
che corrono come razzi
a servire ed imparare
tutto ciò che si ha fare
per diventare barista
che è come un grande artista.
Il Bar Malpighi "Colibrì Caffè"
Gianna & Alessandro
gruppo prerghiera
Alla
ricerca
della
buona
notizia
n.8
La fede e la memoria
Cari amici, colleghi taxisti, fratelli nella fede
Nei primi giorni di Novembre, periodo in cui il cristiano ricorda
i propri cari, ci siamo ritrovati a Villa Pallavicini, dove Mons.
Allori ha celebrato la S. Messa in memoria dei nostri colleghi
defunti. In noi tutti è ancora vivo il ricordo dei volti delle persone amiche, dei familiari che ci hanno lasciato… a volte prematuramente.
Ma il ricordo è destinato ad affievolirsi con il passare del tempo,
se non ci si apre a nuovi orizzonti, che ci permettano di guardare oltre la caducità della nostra vita terrena… «Si sta come
d’autunno sugli alberi le foglie», scriveva il poeta. Davanti a
questa necessità ci viene in soccorso la fede in colui che ha vinto
la morte. «Signore da chi andremo… solo Tu hai parole di vita
eterna!», dice Pietro. Ma cos’è la fede?
Facciamoci aiutare nella comprensione del tema della fede dal
Vangelo e dal commento di don Oreste Benzi:
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il
Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della
sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!».
«Non temere, continua solo ad avere fede», cioè non lasciarti dominare dagli avvenimenti ma in essi vivi la tua relazione
(fede) con il Signore Gesù. Negli avvenimenti vivi “Qualcuno”.
Tutto ciò che accade nella vita, può essere vissuto in due modi
radicalmente opposti. L’uomo senza relazione con il Signore è
solo, soccombe quando viene a trovarsi nella malattia, nella vecchiaia, nella morte, nella povertà. L’uomo che è solo non vuole
ciò che gli reca dolore. La fede è una chiamata all’abbandono in
Dio. Ogni chiamata crea relazione tra chi chiama e chi è chiamato. La persona che è in relazione con il Signore, non è più
incapsulata in se stesso, ma sviluppa la relazione con il Signore,
nella salute e nella malattia, nella gioia e
nel dolore.
Come due fidanzati che camminano
insieme, se incappano nella pioggia non solo non si lasciano, ma si
stringono ancor più forte l’un l’altro, così chi è nella fede intensifica
il dialogo d’amore con Dio, vive
in positivo tutti gli avvenimenti.
«Sia fatto secondo la tua volontà», è la preghiera d’amore
più frequente.
E ancora leggiamo nel
Vangelo: Se avessi fede
quanto un granellino di
senape, allora tu potresti ottenere l’impossibile. In realtà un capovolgimento della realtà umana è impossibile, solo nella fede
è realmente possibile. La fede è il mondo di Dio che entra nel
mondo dell’uomo e crea una nuova civiltà. Fratelli miei, quando
noi facciamo il salto definitivo nella oggettiva realtà della fede,
è il canto della vita che esplode. Voi la chiedete tutti i giorni la
fede?: «Signore, io credo, ma aumenta la mia fede!». Bisogna
mantenere la fede, la quale vale più dell’oro! Non perdete la
fede, vi supplico, in nome di Dio! (D. Oreste Benzi)Così, cari
colleghi taxisti, la fede è una compagna di vita che permette
di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio
compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi
della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno
vivo della presenza del Risorto nel mondo. Con la Lettera apostolica Porta Fidei il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto
un “Anno della fede”. Esso ha avuto inizio l’11 ottobre 2012,
nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, e terminerà
il 24 novembre 2013, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo
Re dell’Universo.Quest’anno sarà un’occasione propizia perché
tutti i fedeli comprendano più profondamente che il fondamento
della fede cristiana è l’incontro con un avvenimento, con una
Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Fondata sull’incontro con Gesù Cristo risorto,
la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e in tutto il suo
splendore. Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire,
da coltivare e da testimoniare, perché il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani.
I taxisti del Gruppo di Preghiera “San Paolo”
Avviso Importante:
Amici colleghi, il Gruppo di Preghiera S. Paolo, costituito tra i taxisti
COTABO sensibili ai valori dello spirito, riprenderà a Settembre:
ogni primo Martedì del mese ci incontreremo nella Sala riunioni
Cotabo alle ore 14.40 con l’opportunità di momenti di riflessione e di
preghiera: preghiamo insieme il Rosario, quindi segue una riflessioneconfronto su temi religiosi. L’invito è cordialmente esteso a tutti i
colleghi taxisti! Questo nostro Gruppo, in piena comunione con la
Chiesa in Bologna, è assistito dalle Suore Missionarie del Lavoro.
Per contatti e informazioni:
Pietro Bianco (LUCCA 4) cell. 347.6964788
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DIFENDERE I TUOI
INTERESSI È LEGGE.
TUTELA I TUOI DIRITTI
C 100%
M 50%
Y 0%
K 60%
R 15
G 50
B 80
C 0%
M 0%
Y 0%
K 100%
C 0%
M 100%
Y 100%
K 20%
R 150
G 15
B 22
C 0%
M 0%
Y 0%
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