PD - Il Pepeverde

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PD - Il Pepeverde
Indice
Il Pepeverde
N. 1/1999
Comitato di direzione
Giuseppe Assandri
Silvia Blezza Picherle
Bruno Cicconi
Alessandro Compagno
Alberto Conte
Alberto D’Amico
Valentina De Propris
Ermanno Detti
Laura Detti
Gaetano D’Onofrio
Liliana Dozza
Franco Frabboni
Gioacchino Giammaria
“Leggere per...” di Napoli
(Silvia Campanile, Annamaria Lovo,
Maria Rosaria Musella, Paola Parlato)
Antonio Leoni
Roberto Maragliano
Ornella Martini
Anna Parola
Marco Pellitteri
Claudio Saba (art director)
Redazione
Carla Turri (caporedattore)
Ivan Quiselli, Anna Toccaceli
Hanno collaborato a questo numero
Gloria Francella
Carla Marotta
Alessandro Petrone
Luisa Piazza
Direttore responsabile: Ermanno Detti
Progetto grafico: Claudio Saba
Copertina: illustrazione di Mirek
Stampa: Arti Grafiche Tofani, Alatri (FR)
Redazione, amministrazione
e abbonamenti
Centro Servizi Culturali
del Comune di Anagni
Via Garibaldi 21, 03012 Anagni (FR)
Tel. 0775.730424 – fax 0775.730430
http//www.axa.it/pepeverde/
e-mail: [email protected]
Rivista periodica
Un numero: Lit. 15.000
Arretrati: Lit. 30.000
Abbonamento annuo:
Lit. 50.000 (quattro numeri)
Versamenti da effettuare su c.c.p
n. 13008032 intestato a COMUNE DI
ANAGNI, Servizio di tesoreria,
03012 - Anagni (FR)
Autorizzazione del Tribunale di Frosinone
n. 271 del 9/6/1999
Da Anagni
Bruno Cicconi, Salute a “Il Pepeverde”
Gioacchino Giammaria, Inventare una, cento biblioteche
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Ermanno Detti, L’Editoriale
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Interventi e interviste
Alessandro Compagno, La buona merendina
Anna Parola, I clienti più difficili
Roberto Maragliano, Un non lettore ostinato. Frammenti di una lettura
Franco Frabboni, Dalla parte della scrittura. Stupisci i tuoi genitori,
leggi un libro
Ornella Martini, Testo e trame multimediali. Il ricamo dei verbi e dei nomi
Antonio Leoni, Una Casa Editrice in primo piano. Crescere tra le righe
Intervista a Orietta Fatucci
Intervista a Antonio Ruberti
Elena Mutti, L’Autore in primo piano. Promozione e animazione
della lettura. Intervista a Bianca Pitzorno
Elena Mutti, Librerie, cultura e biblioteche. Quando Josè Martì incontrò
Garibaldi
Valentina De Propris, Le fiere. Da Bologna a Torino, un viaggio tra i libri
“Leggere per…”, Strategie di motivazione alla lettura. La didattica
laboratoriale
Marco Pellitteri, Expocartoon. Una festa a fumetti
Giuseppe Assandri, Dal libro al teatro. Ragazzi, che spettacolo!
Claudio Saba, L’Illustratore in primo piano. Mirek, la bellezza
delle immagini
Studi e ricerche
Silvia Blezza Picherle, La voglia di leggere
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Ragnatela
Le collane
Valentina De Propris, Ermanno Detti, Antonio Leoni
Le schede
Gaetano D’Onofrio, Gloria Francella, Antonio Leoni, Carla Marotta,
Alessandro Petrone
Gli strumenti
Valentina De Propris, Ermanno Detti, Antonio Leoni, Luisa Piazza
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IL PEPEVERDE
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Salute a
“Il Pepeverde”
Il compito di un Sindaco non è solo quello di garantire i servizi concreti ai cittadini ma anche e soprattutto quello di tendere allo sviluppo culturale del proprio territorio. La cultura, se ben gestita, se non è asfittica e campanilistica ma
se è aperta al confronto e al contributo di tutti, produce inevitabilmente professionalità, immagine e ricchezza, migliore qualità della vita. Non è un caso
che nel nostro Statuto gli interventi dedicati alla sfera culturale occupino un
ruolo primario, anche per la grande tradizione storica e di studio che vanta la
città di Anagni.
Ma accanto a grandi eventi culturali anche internazionali che la città organizza
nel corso dell’anno come il Festival del Teatro medievale e rinascimentale e gli
appuntamenti di AnagniArte, la nostra Amministrazione ha sempre curato intensamente l’aspetto dell’educazione dei bambini e dei giovani, collaborando
con le altre agenzie educative presenti, in particolare con la scuola.
In questo senso la Biblioteca, con le sue molteplici attività di studio e di approfondimento nel campo della lettura, della musica, delle arti visive, delle lingue, è diventata il punto di riferimento e di coordinamento di tutti gli interventi. La proposta di fondare una nuova rivista di letteratura per ragazzi ci è
sembrata quindi il degno completamento di un impegno attivo che dura da
anni. La nuova rivista per noi sarà una sfida ma anche uno stimolo inevitabile
a crescere in cultura e professionalità, un ambito privilegiato in cui oltre ad
informare sarà possibile confrontarsi concretamente su prospettive, problematiche, innovazioni ed interventi che specialmente in questi ultimi dieci anni sono stati prodotti dal rinnovato interesse verso la letteratura per l’infanzia ma
che spesso restano isolati e sconosciuti. Il nostro obiettivo è riunire le ricerche
di studiosi, professori universitari ma anche le esperienze concrete di bibliotecari, educatori ed operatori scolastici in modo che la nuova rivista sia veramente interessante ed utile per tutti. Essa è di proprietà pubblica e quindi nasce in
piena libertà ed è aperta alla collaborazione di tutti coloro che speriamo vogliano contribuire alla sua crescita e alla sua diffusione.
Il Sindaco di Anagni
Prof. Bruno Cicconi
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
La Valle del Sacco
Inventare
una, cento
biblioteche
L’Associazione Biblioteche “Valle del Sacco” è uno dei sistemi bibliotecari della provincia di Frosinone posto lungo la omonima valle, l’autostrada del Sole, la ferrovia, la
Casilina, insomma lungo i principali assi viari che tagliano longitudinalmente questa parte della Ciociaria. Non a
caso, poiché essendo questa terra composta da piccoli insediamenti, sparsi su poggi, colline, fianchi di montagne,
necessariamente occorre mettersi in contatto per poter costruire ciò che da soli sarebbe difficile o impossibile. Fare
biblioteche capaci di soddisfare le moderne esigenze sarebbe rimasto un sogno senza l’unione di più comuni che
hanno messo insieme uomini, progetti e risorse per costruire quello che fino a pochi anni or sono sarebbe stato
impensabile: una rete di iniziative comuni.
L’Associazione ha poco più di dieci anni ufficiali, sede a
Ceccano, ed è strutturata sul principio di cooperazione in
quanto ciascuna biblioteca lavora anche per tutte le altre.
Esistono alcuni punti centrali (i centri sistema) ove si depositano e si curano certi aspetti: a Ceccano l’Amministrazione, ad Anagni il Progetto di Promozione alla Lettura, a Ferentino l’informatica, a Patrica il Centro Catalografico, etc. Poi ci siamo specializzati; ogni biblioteca ha
un settore di specializzazione con l’idea di poter disegnare
e conseguire nel tempo la consistenza e l’importanza di
una corrispondente biblioteca d’Istituto universitario.
Questo per offrire un patrimonio degno dei tempi moderni e nello stesso tempo costruire una grande unica biblioteca per tutti risparmiando sugli investimenti e sui magazzini.
Tale ramificazione presupponeva la possibilità di sapere
ciò che sta in altri luoghi e poter accedere al patrimonio
librario. Per questo abbiamo costruito e potenziato il
Centro Catalografico, che lavora per tutti a costi accettabili e nello stesso tempo ha fatto una banca dati di oltre
111.000 libri catalogati; si tratta di un catalogo cumulativo che sarà incrementato e ripulito a breve. Poi, d’accordo
con la Provincia di Frosinone abbiamo dato vita ad un sistema provinciale di distribuzione delle pubblicazioni che,
previa prenotazione telefonica o informatica, invia i libri
disponibili ai richiedenti. Quest’ultimo servizio deve essere messo a punto e potenziato, coinvolgendo altre biblioteche non sistemiche e altri sistemi. Infine due parole sull’informatica. Internet in biblioteca è diventata una realtà
nel giro di pochi mesi: dalla prima sperimentazione a
Giuliano di Roma si è passati ad avere il collegamento un
po’ dappertutto. Il fatto sta avviando le biblioteche ad essere un punto di riferimento informatico ed informativo:
le biblioteche diventano il luogo privilegiato dove passa e
dove si raccoglie l’informazione.
Tutto ciò rende le biblioteche degli strumenti della moderna società che sa di poter progredire e diventare sempre più consapevole solo governando la massa ingente di
informazioni che si sta rovesciando sull’inerme umanità.
Le biblioteche sono lo strumento per governare, da parte
di ciascun utente, quanto di sapere egli vuole e potrà conseguire.
Gioacchino Giammaria
Presidente dell’Associazione
Intercomunale
Biblioteche “Valle del Sacco”
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L’Editoriale
di Ermanno Detti
Cari lettori,
con “Il Pepeverde” nasce una nuova rivista che si occupa di letteratura giovanile. Ce ne sono altre ma naturalmente non vi sono rischi di sovrapposizioni, sia
perché sono, almeno in parte, nuovi gli obiettivi che ci proponiamo, sia perché
in un momento di espansione della lettura e della letteratura giovanile occorrono più numerosi e articolati strumenti.
Rispetto ai nuovi obiettivi diciamo subito, a costo di apparire retorici, che questa è una rivista rivolta prima di tutto a voi lettori. Non è né uno strumento di
dibattito tra gli addetti ai lavori, né un mezzo di ricerca accademica, è invece
uno strumento che vuole offrire informazione puntuale e rigorosa e strategie di lettura a insegnanti, bibliotecari, genitori e altri addetti alla formazione giovanile,
affinché il “vizio” della lettura si diffonda sempre di più tra i giovani e non solo.
Noi crediamo che di informazione ci sia un gran bisogno per il semplice motivo che l’editoria per ragazzi sta affrontando, in questi ultimi tempi, un’interessante fase di crescita e di sviluppo positivo; forse mai come in questo periodo
nelle nostre librerie sono comparse opere per ragazzi tanto ben curate e con
prezzi accessibili a un pubblico vasto. Ma, come spesso accade in queste fasi,
gli operatori si trovano di fronte a una produzione non solo sovrabbondante,
ma anche disorganica e disordinata e, contraddittoriamente, un po’ uniforme
(pensiamo alla nascita di collane simili da parte di case editrici molto distanti).
All’interno di questo panorama variegato vi sono sbalzi che vanno dalla traduzione di ottimi scrittori stranieri e dalla scoperta di giovani e buoni scrittori
italiani alla pubblicazione di opere o di collane un po’ improvvisate o finalizzate alla speranza di un facile mercato, dalla ricerca di rinnovamento alle fughe
in avanti con ritorni a curiosi conformismi. D’altra parte abbiamo un pubblico
giovanile che, probabilmente grazie a lunghe campagne di sensibilizzazione
nelle quali si sono impegnati operatori culturali e personalità note e di rilievo,
sta mostrando un notevole interesse alla lettura e al libro (senza rifiutare, ci assicurano i ricercatori, gli altri mezzi, da internet alla tv).
Ora, proprio per tutto ciò, noi crediamo che la scuola, le biblioteche, i genitori, le stesse librerie abbiano bisogno di strumenti che li aiutino a scegliere. Non
sono dunque sufficienti iniziative - che pure hanno importanza - come i premi
letterari, le classifiche dei libri più venduti o considerati migliori da gruppi di
esperti. Siamo tutti abbastanza smaliziati per sapere che le scelte giuste sono
quelle che vengono fatte dall’operatore che ha alle spalle un’informazione e
una preparazione a 360 gradi. Non solo perché sinceramente un po’ di diffidenza nei confronti degli “esperti” e delle “giurie” non fa mai male, ma anche
perché, siccome l’operatore ha la funzione di mediatore tra libro e ragazzo, solo
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se egli possiede gli strumenti adeguati può essere sul serio
un buon mediatore.
L’altro aspetto, dicevamo, sono le strategie di lettura. Per
anni le avanguardie si sono battute sia contro le schede di
lettura che contro gli smontaggi dei testi e le analisi pseudoproppiane. Ebbene, se i tempi hanno dato finalmente
ragione a quegli studiosi, d’altra parte poco è stato elaborato, specie a livello teorico, per un approccio di stimolo
alla lettura. Sul piano pratico però – a cominciare da
gruppi di intelligenti insegnanti – vi è stata una ricerca
che rischia di andare dispersa. Noi vorremmo recuperare
sia quel poco che comunque è stato proposto a livello teorico, sia quel notevole patrimonio che proviene dalle
scuole e dalle biblioteche.
Questa rivista – lo diciamo anche in nome della trasparenza – è promossa dall’Amministrazione comunale di
Anagni, e sostenuta dall’Associazione intercomunale Biblioteche Valle del Sacco, è realizzata da un gruppo di persone non legate a gruppi, tenute unite dal solo intento di
portare avanti un discorso che, pur essendo consapevoli
che non appartiene solo ad esse, ritengono di fondamentale importanza per lo sviluppo culturale del paese. La vita
de “Il Pepeverde” è però legata all’interesse e alla risposta
di voi lettori. In pratica solo se sarà letta perché sentita come uno strumento valido avrà ragione di esistere. Per questo sarà inviata in abbonamento.
“Il Pepeverde” nasce ad Anagni, città storica, nota tra l’altro
per l’oltraggio (uno schiaffo!) a Bonifacio VIII da parte di
Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret, inviato di Filippo
IV di Francia (1303). Ma, al contrario di questa singolare
tradizione, questa cittadina è calda e accogliente, semplice
e allo stesso tempo ricca di una grande sensibilità per la
formazione dei giovani e della diffusione della cultura. Dico questo perché la rivista nasce, prima ancora che dal sottoscritto e dagli altri chiamati a realizzarla, dall’idea e dalla
volontà di un gruppo di operatori culturali di Anagni e
della zona limitrofa (autorità politiche, insegnanti, responsabili dei servizi socio-culturali, giovani volontari, ecc.). E
ci pare sinceramente bello che oggi, nell’era di internet e
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dell’informatica, anche comunità non metropolitane sentano il bisogno di battersi per la lettura come piacere e come
mezzo di arricchimento permanente della personalità. Mi
verrebbe da dire, parafrasando il titolo di un libro famoso
di Mario Lodi: “Se questo accade ad Anagni...”.
Dovrei a questo punto parlarvi dell’impianto della rivista.
Siccome credo che più delle parole contino i fatti, vi consiglio di scorrere l’indice e di leggere le nostre pagine. Sono
certo che vi apparirà tutto molto chiaro. Una sola precisazione: una sezione della rivista presenterà, di volta in volta,
una casa editrice, un autore, un illustratore, ecc. Questo ci
consentirà, in qualche anno, di offrire ai lettori una panoramica delle tendenze della letteratura per ragazzi.
Riassumendo, pertanto, vogliamo offrire:
- alle biblioteche, elaborazioni teoriche, proposte e strategie per la diffusione della lettura e informazione su quanto avviene nel campo editoriale, dalla produzione per ragazzi a quella teorica che troviamo sulle altre riviste o in
saggistica di vario livello.
- alla scuola, che consideriamo anello privilegiato della
formazione dei “futuri lettori”, tutte le indicazioni per sviluppare sempre di più interazioni con le altre agenzie (biblioteca, editoria, casa, teatro, media, ecc.). La rivista si
farà pertanto portatrice sia di riflessione teorica sul lavoro
dell’insegnante, sia di esperienze. Quest’ultime non debbono tuttavia essere dei resoconti, ma evidenziazioni di
strategie che spesso, con una creatività eccezionale, gli insegnanti mettono in atto nel loro lavoro.
- ai genitori e agli adulti, in generale, una nuova visone
della casa come luogo in cui fin dalla nascita il bambino vive. Pensiamo all’importanza che può assumere per un
bambino la libreria personale, i primi libri senza scrittura, i
primi giornalini o il primo album di figurine, la possibilità
di possedere “carta e penna” per disegnare e scarabocchiare, le prime storie lette o narrate ad alta voce dagli adulti.
- a tutti, un’informazione sia sulla produzione editoriale
per ragazzi sia sulla ricerca teorica, diffusa anche attraverso il nostro sito internet all’indirizzo http://www.axa.it/pepeverde.
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La buona
merendina
di Alessandro Compagno
Avevamo appena finito di commentare
con Beba Restelli (ad Anagni per dei corsi su Bruno Munari) che in Italia le realtà
periferiche molte volte hanno più vivacità culturale delle metropoli, che eccoci
imbarcati nella nuova avventura di fondare una rivista di letture per ragazzi.
Quale imprudente azzardo possa aver
animato i promotori de “Il Pepeverde”
nell’epoca della globalizzazione ed in un
settore di mercato dove non sembra esserci scampo per i piccoli editori, è una
domanda che ci ha ronzato per la testa
per tutto il tempo che ci è voluto per
confezionare questo primo numero e che, forse, non ci abbandonerà facilmente per il futuro. Eppure lo scandalo di un Comune
che si fa editore per pubblicare una
rivista che si interroghi sulle strategie e
le tecniche di promozione della lettura è,
ve lo assicuro, quanto di più intrigante
possa capitare ad un bibliotecario comunale.
Se poi solo penso a come i tycoon dell’editoria e dell’informazione, alla testa
delle loro monopolizzanti imprese, vogliono costringerci a consumare la
buona merendina o a leggere il più
bel libro uscito negli ultimi cento
anni, non mi sembra vero che una
piccola comunità di cittadini, anche se
con una grande storia, offra le risorse per
realizzare uno strumento informativo libero, utile a chiunque voglia orientarsi in
un settore in crescita quale quello della
lettura per i ragazzi.
Al di là comunque dei fattori emotivi ed
esistenziali c’è un motivo d’ordine professionale che sicuramente dovrà interessare la categoria a cui appartengo. Noi
bibliotecari comunali siamo un po’ l’ultima linea della pubblica amministrazione
italiana, ma sempre più stiamo diventando la prima linea nei confronti di quei
cittadini, specie i più giovani, alla ricerca
di un rapporto amichevole con lo Stato e
che allo Stato si rivolgono richiedendo
momenti di istruzione, di formazione, di
informazione molte volte alternativa, che
nei programmi televisivi o in altri media
o in altri luoghi non riescono a trovare.
Quante domande ci vengono quotidianamente rivolte ed a quante domande
non sappiamo trovare una risposta. Mol-
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ti di noi vivono tutto ciò con comprensibile angoscia e questa, spesso, si tramuta
in sindrome da isolamento, che non è
solo quella che prende i colleghi che lavorano in avamposti isolati all’interno di
un quartiere dormitorio o in sperduti
paesi di montagna.
A noi dunque serve una strategia e un
senso di appartenenza: l’appartenenza ad
una categoria, quella dei bibliotecari,
disseminata negli angoli più remoti della
nazione, ma molto parcellizzata, e una
strategia che ci porti a stringere alleanze
solidali con altre categorie. Tra queste indicherei senz’altro quella degli insegnanti
e quella degli editori che hanno in comune con noi l’obiettivo della promozione della lettura. Anche se poi le categorie possono essere molte di più, visto
tutto quello che ruota intorno ad un
progetto di promozione della lettura, fino quindi a comprendere tutto il mondo
degli agenti della promozione culturale.
È questa una strategia che passa necessariamente attraverso una capillare opera
di documentazione e di informazione su
tutto quello che avviene in Italia, ma anche all’estero, in materia di letture e letterature per ragazzi e che, necessariamente, deve coinvolgere ogni potenziale
lettore de “Il Pepeverde” che senz’altro
consideriamo un altrettanto potenziale
informatore della rivista, trasformandola
da strumento informativo a vero canale
comunicativo. Non a caso, oltre la rivista
di carta, siamo impegnati a mettere in linea una rivista virtuale che, attraverso la
rete delle reti, diventerà il nostro laboratorio di comunicazione permanente con
tutti quelli che intendano portarci
loro significative esperienze di lavoro e punti di vista sul mondo
delle letture per ragazzi.
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I clienti più
difficili
di Anna Parola
Intere classi visitano spesso le librerie per
ragazzi. Nella mia libreria di Torino,
quando arriva una classe è necessario
mettersi a disposizione per rispondere alle innumerevoli domande di insegnanti e
ragazzi. È un momento di lavoro ma anche di festa e di stimoli. Ecco un ipotetico dialogo in libreria con una classe particolarmente curiosa, le domande dei ragazzi e le mie risposte.
Vengono più bambini o adulti in
negozio?
Sono gli adulti quelli che vengono di
più, ma i bambini sono sicuramente in
aumento. Del resto noi della libreria
chiediamo a genitori, insegnanti, zii e
nonni di portare anche i bambini quando vengono ad acquistare un libro…
Perché?
Perché noi ci teniamo molto al contatto
diretto con voi, che siete i lettori. Così
possiamo parlare: noi cerchiamo di capi-
re quali sono le preferenze, voi potete dare qualche informazione in più sui libri
da scegliere
Quando ti dicono che un bambino non
legge, tu cosa fai?
Cerco di capire come mai. E i motivi
possono essere tanti. Uno dei motivi più
frequenti è che gli adulti vi fanno leggere
libri non adatti alla vostra età o che non
credono, o forse non pensano, che la lettura di un libro possa essere un piacere.
Comunque, anche in questi casi, consiglio di accompagnare quei bambini in libreria per parlare con noi in modo da capire quali sono i loro gusti, i loro passatempi…
Cosa acquistano i bambini?
Dipende dall’età e dai “passa parola”. Sovente quello che piace a voi non piace
agli adulti. Ma se la cosa vi può consolare, un tempo i libri di scrittori come Salgari, che spesso oggi vengono consigliati,
venivano proibiti ai ragazzi perchè ritenuti troppo fantasiosi.
E cosa acquistano i genitori?
Di solito, sono molto attenti ai vostri desideri. Ma mi è più facile dirvi cosa tentano di non comprare: i libri della collana Piccoli brividi (Mondadori) e Disney.
Se un bambino vuole un libro e il
genitore no, cosa fate?
Appoggiamo, quasi sempre, la scelta di
voi bambini. Se, però, il libro che volete
comprare è troppo difficile o noioso, riteniamo importante farvelo sapere.
Vendete solo i libri che vi piacciono?
Ma no! Siamo un negozio e quindi vendiamo tutti i libri. È certo che se siamo
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noi a consigliarli, scegliamo solo quelli
che ci piacciono. Se poi le persone che
abbiamo di fronte ci sembrano molto
simpatiche e disponibili, discutiamo con
loro e cerchiamo di far cambiare loro
idea.
Come fate a scegliere i libri per la
libreria?
Gli editori ci fanno vedere le copertine e
ci raccontano la trama. In base a questa
indicazione, in base all’autore e in base ai
nostri gusti e alla nostra esperienza decidiamo cosa tenere.
Leggete tutti i libri?
Li iniziamo tutti. Crediamo nell’importanza dell’incipit, cioé dell’inizio del libro. Una volta che abbiamo deciso se
meritano essere letti o no, decidiamo se
arrivare fino alla fine o smettere. Io, che
mi occupo di corsi d’aggiornamento e di
incontri con i ragazzi, leggo sempre i primi due capitoli prima di smettere o di
continuare.
Quali sono i clienti più difficili, i
bambini o gli adulti?
Voi siete, sicuramente, più esigenti. Mi
sembra giusto, il libro è per voi e quindi
ci mettete molto impegno nella scelta.
Però ci capita di dover discutere con
nonne e zie che vogliono regalarvi un libro “educativo” e non si rendono conto
che ogni libro contiene del “sapere”.
Se un genitore vuole assolutamente un libro che ai bambini non piace cosa fate?
Ci disperiamo, cerchiamo di fare il possibile per convincerlo che è un libro “sbagliato”. Ma se proprio non riusciamo,
glielo vendiamo lo stesso. Si renderà conto da solo di aver sbagliato. Se poi non
INTERVENTI E INTERVISTE
sarà così, siamo noi che abbiamo fatto
un errore. Non tutti i bambini sono
uguali.
Gli adulti vi chiedono spesso un libro da
regalare a un bambino perchè loro
l’hanno letto da piccoli?
Ultimamente si è persa un po’ l’abitudine. La gente entra di più in libreria ed è
più disponibile a farsi consigliare. Ma capita che soprattutto i nonni cerchino
grandi storie del passato.
Tu leggi molto? E hai sempre letto?
Sì, non potrei vivere senza il libro. Nella
mia borsa c’è sempre qualche libro. Sul
I libri che consiglio
0/3 anni
Nick Denchfield, Paolo il pollo, E. Elle,
Trieste, 1998.
ANIMATO-DIVERTENTE-COLORATO.
Ma quanto è grande un pollo? E la sua
mamma?
Emanuela Bussolati, Il leone dormiglione, La Coccinella, Varese, 1997.
TEATRALE-TRASFORMISTA-GIOCOSO.
Un leone dormiglione che diventa un
topino, un perfido incubo e un…
M. Loretta Giraldo, Antonella Abbatiello L’arca burlona, Giunti, Firenze,
1998.
BESTIALE-BIBLICO-SPIRITOSO.
Presto! Salite! Avanti, su…via! C’è posto per tutti sull’Arca dell’allegria!
3/6 anni
Babette Cole, La mamma ha fatto l’uovo!, Emme, Trieste, 1993.
SDRAMMATIZZANTE-DIVERTENTE-EFFICACE.
Ma la mamma e il papà dove trovano i
bambini? Sotto un cavolo o dentro un
vaso?
Sam McBratney, Indovina quanto bene
ti voglio, Piccoli, Torino, 1995.
DOLCE-COCCOLOSO-RASSICURANTE.
Un leprotto e il suo papà giocano al
gioco “Indovina quanto bene ti voglio”
e scoprono quanto è difficile misurarlo.
mio comodino da notte ce ne sono almeno cinque iniziati. Nella libreria della camera da letto ne ho una trentina già iniziati. Come vi ho già spiegato, leggendo
tutti i libri che escono per ragazzi, per
non fare torto a nessuno, comincio un
volume per collana e li leggo tutti insieme. Per quanto riguarda i libri per adulti, leggo quelli che parlano di voi, e quelli che parlano di lettura e letteratura per
ragazzi.
Solo durante le vacanze leggo libri “per
adulti”. Ho cominciato a leggere a 7 anni
e subito mi sono innamorata del libro.
Devo ammettere che ho sempre letto
molto e studiato poco.
6/8 anni
Beatrice Masini, Octavia Monaco, Una
principessa piccola così, Arka, Milano,
1999.
AVVENTUROSO-ORIGINALE-INCORAGGIANTE.
Una storia di una piccola principessa
molto coraggiosa.
René Mettler, La natura di mese in mese, E. Elle, Trieste, 1998.
AGRESTE-DETTAGLIATO-RAFFINATO.
Un libro per osservare il ritmo delle
stagioni e per scoprire i mutamenti che
trasformano la natura.
Alexis Lecaye, Ahamm! Ti mangio!,
Mondadori, Milano, 1993.
COMICO-CATTIVO-IMPREVEDIBILE.
Un gregge di pecore chiede aiuto ad
un amabile lupo per togliere di torno
una pastora ghiottissima di carne arrosto.
8/10 anni
Andrew Clements, Drilla, Bompiani,
Milano, 1997.
SCOLASTICO-SORPRENDENTE-PROVOCANTE.
Una battaglia a colpi di penna, anzi di
drilla, tra Nick e un insegnante vecchio
stile.
Elizabeth Honey, Stella Street 45 e 47,
Salani, Firenze, 1997.
COMICO-MISTERIOSO-INVESTIGATIVO.
Si vive benissimo a Stella Street, fino a
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
Cos’è cambiato nei libri per bambini rispetto a quando eri bambina tu?
Prima di tutto, c’è molta più scelta. Poi,
quando io ero piccola gli albi illustrati
erano pochissimi e, quando si cominciava a leggere, si iniziava da Tom Sawyer e
da Piccole donne, volumi poco illustrati e
scritti in un linguaggio dell’Ottocento,
che creavano problemi a più di un ragazzo. Infatti, non è un caso che la mia generazione sia fatta di pochi lettori.
Ma ti diverti nel tuo lavoro?
Sì, mi diverto moltissimo. È un lavoro
che ho cercato, voluto e che tento di fare
meglio che posso. Mi piace stare con voi
quando arrivano i Finti, ricchi individui, antipatici, con cani, bambini e vicini.
James Gurney, Dinotopia, Fabbri, Milano, 1992.
AVVENTUROSO-FANTASTORICO-RAFFINATO.
Nel 1860 il professor Denison fa naufragio su un’isola dove i dinosauri e gli
uomini vivono assieme in pacifica intedipendenza.
10 anni in su
Ron Van der Meer, Frach Whitford,
Arte, Panini, Modena, 1997.
AFFASCINANTE-SORPRENDENTE-CREATIVO.
Un libro per creare i vostri capolavori e
per scoprire il mondo dell’arte e degli
artisti.
Margaret Mahy, La figlia della luna,
Mondadori, Milano, 1996.
MAGICO-MISTERIOSO-INTRIGANTE.
Laura, 14 anni, è una ragazza davvero
speciale: possiede un sesto senso che le
permette di “sentire” l’avvicinarsi di un
avvenimento insolito o di una disgrazia. È una strega?
Roberto Piumini, Lo stralisco, Einaudi
Ragazzi, Trieste, 1996.
POETICO-GENEROSO-FIABESCO.
La storia di una amicizia delicata e assoluta tra un pittore turco e un bambino ammalato.
LA VOGLIA DI LEGGERE
e mi piace leggere. Credo che il libro
debba fare parte del quotidiano e che
aiuti a vivere meglio.
Bianca Pitzorno, la collana che vendiamo
di più in questo momento è I piccoli brividi. Tutto questo però è solo indicativo.
Il tuo lavoro è difficile?
Sì, moltissimo. Devo leggere tutti i libri
che riesco e non posso lasciare nulla al
caso. Voi siete molto esigenti ed è giusto
che abbiate qualcuno che riesca a capire
cosa vi piace e che vi consigli in modo
adeguato.
E quali quelli che piacciono a te?
Io leggo un po’ di tutto. Mi piacciono
molto i libri in cui le protagoniste sono
donne o ragazze, ma amo moltissimo anche i gialli.
Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sicuramente leggere i libri per voi, ma
anche guardare le schede dei libri che devono ancora uscire e ordinarli. È una
grossa sfida riuscire ad ordinarne il numero giusto e il libro giusto.
Che cosa vorresti dal tuo lavoro?
Devo dire che forse ho già quello che voglio. Penso che un vostro sorriso nei miei
confronti o il fatto che mi chiediate ancora consiglio sia la più importante tra le
gratificazioni. Forse vorrei che i bambini
fossero trattati un po’ meglio e che si
parlasse di loro un po’ di più; e soprattutto non soltanto in cronaca nera, ma
anche quando succede qualcosa di bello
per loro.
Quali sono i libri che piacciono di più ai
bambini?
Dovrei pensare che i bambini sono tutti
uguali per rispondere a questa domanda,
invece penso che ognuno di voi ha una
testa e che i libri che vi piacciono sono
diversi in base al tipo di storia e al tipo di
gusti che avete. Posso dirvi che gli autori
che vi piacciono di più sono Roal Dahl e
Riesci sempre ad indovinare i nostri
gusti?
Se volete proviamo. Sì, devo ammettere
di azzeccarci quasi sempre. Non è poi così difficile. Basta ascoltare gli altri e non
pensare che siate tutti uguali.
Come ti senti quando un bambino torna
e dice che vuole proprio te per essere
consigliato?
È la cosa più bella che mi può succedere.
I bambini seguono sempre i tuoi consigli?
No, non sempre. Alcune volte discuto
moltissimo per riuscire a convincere che
un libro non va bene o che sarebbe meglio leggerne un altro. Non sempre riesco
ad avere la meglio, ma ritengo che l’ultima parola debba essere la vostra e che
quindi se volete leggere un libro che io
trovo non adatto a voi è giusto che lo
facciate. Per male che vada smetterete di
leggerlo!
Sono più i bambini che vogliono essere
consigliati o quelli che scelgono da soli?
Dipende moltissimo dall’età. I più grandi preferiscono scegliere da soli e solo alla fine ci chiedono cosa ne pensiamo,
mentre i piccoli ci chiedono maggior9
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
mente consiglio.
Com’è che fai la libraia?
È un puro caso, anche se verso i 14 anni
volevo già occuparmi di bambini. Solo
più tardi ho pensato che volevo occuparmi anche di libri. Mia sorella lavorava
nell’editoria e quando si è liberato un
posto da un grossista di libri ho cominciato a lavorare e a vendere libri. Solo più
tardi mi è stato possibile comprare questa libreria.
Un non lettore ostinato
Frammenti
di una lettura
di Roberto Maragliano
Amo Tolstoj
perché alle volte mi pare di
essere lì lì per capire come fa
e invece niente.
Amo Manzoni
perché fino a poco fa l’odiavo
Italo Calvino
«A questo punto te lo confesso: non sono stato da bambino e poi da ragazzo un
lettore famelico e ostinato, corrispondente all’immagine che ancora circola
del giovane di ieri. Sono anche convinto
che, mediamente, i grandi di oggi siano
stati ai loro tempi dei lettori modesti.
Penso che, crescendo, si siano fatti ricattare chi da Proust o da Sartre chi da Faeti, e adesso, vittime di un’idea tutto
sommato letteraria di bambino lettore,
si trovino a ricattare te [bambino di oggi, presunto “non lettore”], prendendosela con la tv e il computer. Hanno veramente letto tutto quello che dicono di
aver letto?
Vado avanti con la confessione.
Io non ho letto, “ai tempi e nei modi
giusti”, Guerra e pace. Mi manca questa
fondamentale esperienza. Ma non manca, nella mia enciclopedia personale, la
storia di Guerra e pace, che mi è entrata
dentro attraverso le pagine delle antologie, i riassunti delle storie letterarie, i
film, le musiche, ecc. È come se lo avessi
letto? Sì e no. Sì, per come mi vivo il
rapporto con la storia e le storie: c’è uno
spazio, dentro il mio bagaglio, dove alloggiano Pierre Bezuchov, Andej Bolkonskij, Natascia. No, secondo una visione
“fiscale” dell’esperienza di lettura. Ma su
questo ultimo fronte, sto tranquillo: conto di colmare la lacuna, negli anni a venire».
Questo scrivevo nella mia Lettera ad un
bambino che mai diventerà lettore. Almeno, così credono. Loro (chi voglia leggere il
tutto potrà risalire a Esseri multimediali.
Immagini del bambino di fine millennio,
La Nuova Italia, Firenze, 1996).
Tre anni dopo, posso dire di aver mantenuto l’impegno con me stesso (e con i
canonici venticinque lettori, grandi o
piccoli che siano stati). Ebbene, ho letto
Guerra e pace. L’ho letto, si badi bene, in
modo non professionale, impiegandoci
tre mesi e rubando un po’ di ore al riposo. Che intendo dire? Chiamo in causa,
per questa notazione sulla «lettura non
professionale», Claudio Magris. Il quale,
in un intervento di inizio d’anno (I classici al tempo del terziario, in “Corriere
della Sera”, 21 febbraio 1999), distingue
«i lettori che non si occupano professionalmente di letteratura, e che sono, ovviamente, la maggioranza» dalla minoranza dei letterati di professione: i primi
sanno bene «se hanno letto o no Il piacere di D’Annunzio o Gli indifferenti di
Moravia», per loro tertium non datur;
mentre per i secondi è più difficile ammettere, per esempio, di «non aver letto
uno o due volumi della Recherche proustiana», non perché vogliano nascondere
le loro lacune, ma perché sovente non lo
sanno proprio, se hanno letto o no (cioè
attraversato pagina per pagina) quel libro, considerata la gran quantità di interpretazioni, citazioni, parafrasi, analisi
nelle quali sono professionalmente incappati; a loro, dunque, è data una terza
possibilità. Insomma, se ho capito bene,
chi legge in modo non professionale o
vive o non vive un testo narrativo, dove
vivere equivale a divorare riga per riga. Al
secondo tipo di lettore, invece, può capitare, a volte, di collocarsi nel terziario
della letteratura (e della lettura): la confi10
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
denza con quel testo gli può essere arrivata anche da altri, in forma di leasing.
Bene. In questa materia, io sono dicotomico. Fino all’altro ieri, il mio rapporto
con Guerra e pace è stato di natura terziaria: cinema, televisione e antologie più o
meno scolastiche e accademiche mi consentivano di far parte, anche se indegnamente, della categoria dei lettori professionisti. Oggi, invece, avendo finalmente
percorso le millequattrocento e passa pagine dell’edizione Einaudi del capolavoro
di Tolstoj, posso godere del titolo, conquistato sul campo, di “lettore non professionista” di quel libro. Cosa mi ha
spinto all’impresa?
Permettetemi di ampliare l’area della
confessione, aperta con il brano della lettera su citato. Sono stato, per quasi un
trentennio, un “ostinato non lettore” di
letteratura.
Come mai? Per deformazione professionale, potrei addurre a mia discolpa il fatto di aver pagato pesantemente il trauma
della lettura coatta, al liceo, del romanzo
di Manzoni. Renzo e Lucia (poveretti,
non loro! ma la loro versione scolastica)
hanno fatto il deserto: niente più posto
per Pierre, Fabrizio del Dongo, Ulrich,
nemmeno per miss Marple!
Esagero, certo. Sarei disonesto se riducessi l’analisi della questione a questo aspetto soltanto.
Evidentemente ci sono state altre ragioni, più profonde, che mi hanno spinto
ad essere per tanto tempo un “lettore onnivoro con eccezione” (l’eccezione, appunto, della narrativa). Non penso che vi
interessi sapere quali possano essere state;
il giorno che vorrete saperlo, vi metterò
in contatto con il mio psicoanalista, se
nel frattempo avrò deciso di averne uno.
Per ora, permettetemi di tenere sospeso il
discorso. Basterà dire che, attorno ai cinquant’anni, sono “rinsavito”.
Ma qui intendo parlare di altro.
Non di un mio problema personale, ma
di una questione generale.
La stessa su cui si è soffermato Italo Calvino (Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano, 1995), in pagine notissime su cui è sempre bene tornare.
Ne richiamo un passo, qui, per vostra
comodità, e per approssimare meglio il
tema: «Si dicono classici quei libri che
costituiscono una ricchezza per chi li ha
letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la
fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli» (p. 6).
Ecco, io ho avuto la fortuna richiamata
da Calvino nella sua definizione di classico. Paradossalmente, me l’ha procurata
proprio quella scuola che mi ha reso, per
lunga pezza, un ostinato non lettore.
Grazie, dunque, Manzoni. Forse è per
questo che, adesso, ti posso amare: perché l’odio che mi ha procurato la tua imposizione scolastica mi ha riserbato la
fortuna di leggere Guerra e pace (e tante
altre opere) “nelle condizioni migliori”.
Che ricavarne, dunque? Che certe letture
dovrebbero essere sconsigliate ai giovani?
Ma si tratta proprio di quelle opere che
più desidereremmo vedere nelle loro mani! Come la mettiamo? È ancora Calvino
a trarci d’impaccio: «[…] le letture di
gioventù possono essere poco proficue
per impazienza, distrazione, inesperienza
delle istruzioni per l’uso, inesperienza
della vita. Possono essere (magari nello
stesso tempo) formative nel senso che
danno una forma alle esperienze future,
fornendo modelli, contenitori, termini
di paragone, schemi di classificazione,
scale di valori, paradigmi di bellezza; tut-
te cose che continuano a operare anche
se del libro letto in gioventù ci si ricorda
poco o nulla».
Dunque, tornando al classico Guerra e
pace, che cosa distingue una lettura in età
giovanile da una fatta in età matura?
Ricordo cosa mi dicevano, al tempo, i
miei coetanei adolescenti (pochissimi,
in verità) che erano riusciti nell’impresa
di sottrarre parte delle loro ore di cinema, festicciole, sport (e lettura dei manualoni scolastici) per dedicarle alle pagine di Tolstoj. Dicevano che avevano
saltato tante parti, che la loro lettura,
peraltro appassionante, era stata un percorso ad ostacoli, e che gli ostacoli (da
superare, meglio da saltare) corrispondevano alle sezioni filosofiche e a quelle
storiche (della storia dei grandi personaggi, e quindi della guerra). Insomma,
avevano finito col leggere un terzo del
libro, se non in termini quantitativi, in
termini qualitativi: il terzo corrispondente alle vicende dei personaggi umani
(quelli della pace). Questo grandioso
“libro senza centro” (la definizione è del
critico Percy Lubbock, e la ricavo dalla
bellissima Introduzione di Pier Cesare
Bori alla nuova edizione Einaudi Tascabili del settembre 1998: da consultare
dopo la lettura o la rilettura del romanzo!), nelle loro mani, era diventato un
“libro con un centro” (e una, meglio
due periferie).
Io, invece, dall’alto dei miei cinquantatré anni (compiuti proprio in compagnia di Tolstoj) questa mancanza di centro me la sono proprio goduta: è la cosa
che più mi ha emozionato, di Guerra e
pace. Al punto che, ad ogni passaggio di
livello, ogni volta che Tolstoj abbandonava i suoi personaggi con la minuscola
per curare quelli con la maiuscola o per
11
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
sviluppare i suoi percorsi filosofici, la dolcezza della sospensione prevaleva sul dispiacere
dell’abbandono. E non mi sono chiesto, né mi chiedo adesso come
poter mettere assieme, dentro di me,
questi tre piani. Perché? Perché li ho vissuti come altrettante dimensioni di una
stessa poetica, e altrettante dimensioni
della mia personale appropriazione di
quella storia.
Come le cose stiano assieme, resta un
mistero, che accetto come tale.
Ha dunque ragioni da vendere Carlo
Ginzburg (che con l’intervista I destini
incrociati di Tolstoj, concessa a Corrado
Stajano e pubblicata sul “Corriere della
Sera” del 18 agosto 1998, mi ha definitivamente convinto a leggere il romanzo):
in questo libro «si è come costretti a mettersi in punta di piedi per raggiungere
qualcosa che non si arriva a vedere e a
capire. Ma – essenziale in Tolstoj – la
premessa per capire di più passa attraverso il non capire».
Avevo appena finito di leggere che è
scoppiata la guerra del Kosovo. Per uno
di quei casi di cui sono piene le storie di
Paul Auster, mi sono trovato a viverla
con le parole del libro: «[…] nella storia
a ciò che conosciamo diamo il nome di
leggi di necessità; a ciò che ci è ignoto, di
libertà. La libertà per la storia non è che
la manifestazione di quel residuo ignoto
di ciò che sappiamo delle leggi della vita
umana» (p. 1421).
Mio figlio Carlo ha soltanto dodici anni.
Fortunatamente ho ancora un po’ di
tempo per decidere se consigliargli o no
di leggere Guerra e pace.
Di una cosa però sono certo: se potessi,
gli farei evitare la lettura scolastica de I
promessi sposi.
Dalla parte della scrittura
di Franco Frabboni
Stupisci i
tuoi genitori
Per un duemila targato lettura
Se accostiamo l’orecchio al suolo – in
posizione indiana d’ascolto – si possono
sentire, nitidi e chiari, i tam tam di un
duemila già alle porte. I loro messaggi
inondano l’aria per trasmettere annunci,
sfide e destini di profondità stellare.
Tra queste note profetiche (esistenziali,
socioculturali, valoriali) dello spartito no
stop del terzo millennio, inconfondibile
risuona questo annuncio – invito: benvenuti nel secolo dell’informazione e della comunicazione elettronica.
È un invito che si fa subito promessa solenne. Questa. Nel primo secolo del terzo
millennio, le quattro età generazionali
(infanzia, adolescenza, età adulta ed età
senile) disporranno – ciascuna per il proprio arco temporale – di diffusi e sofisticati alfabeti informatici e telematici: ineluttabili (o inelubili) per essere cittadino
attivo e consapevole in un villaggio globale videocratico popolato di soli alfabeti
iconici ed elettronici.
Sulla scia di questo “annuncio” dagli indubbi toni fondamentalisti e totalizzanti,
non possiamo non lanciare un Manifesto-Appello pedagogico per la difesa del libro, riconosciuto umanamente come
l’altra faccia della luna dell’informazionecomunicazione: di una “luna” chiamata.
Nel nome della cultura diffusa, a traslocare conoscenze “critiche”, a far pensare
con la propria testa, a far sognare con il
proprio cuore.
Dunque, nella stagione imparabilmente
egemonizzata dai codici iconici ed informatici (che non intendiamo certo demonizzare) occorre diffondere precocemente
sulle nuove generazioni l’alfabeto scritto:
il solo in grado di mettere al riparo il cittadino del duemila dai possibili processi
di omologazione – modellamento – clo-
nazione culturali provocati dai mediatori
di massa (televisione) e personalizzati
(informatica e telematica).
Questo, il vibrante nostro appello: anticipiamo nella seconda infanzia (nella
scuola materna) il morbo della letturascrittura. E diamo più tempi, più spazi,
più occasioni quotidiani al libro.
Dunque, un grido di allarme – forte e a
voce alta – rivolto alle coscienze pedagogiche di genitori e insegnanti affinché contribuiscano a invertire la linea di tendenza che sembra condurre – senza scampo
– all’eclisse, al tramonto del codice scritto:
accerchiato, invaso e barbaramente soppresso dal Moloch insaziabile dei codici
elettronici, con riferimento particolare al
linguaggio invadente e totalitario dell’immagine televisiva.
A partire da questa consapevolezza, queste righe intendono chiamare a raccolta
la scuola militante, l’associazionismo degli insegnanti e gli studiosi di scienze
dell’educazione perché intitolino l’anno
scolastico 1999-2000 al linguaggio scritto
(a partire dalla crescita esponenziale del
consumo del libro) gridando a tutto megafono la sua “centralità” culturale in
una scuola che intende intitolarsi alla
qualità dell’istruzione e della formazione.
Questo Manifesto-Appello pedagogico dà
voce (brevemente) a tre interrogativi, a
tre punti di domanda: perché, quando e
dove leggere, oggi? E come far sì che gli
allievi possano stupire i propri genitori
leggendo un libro?
Sul banco degli imputati la Pedagogia
farisaica e perbenista
Perché leggere? Da un lato perché in una
società multiculturale occorre giocoforza
padroneggiare la pluralità dei “codici”:
manuale, gestuale, orale, iconico e scrit12
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
to. Dall’altro lato, perché ci troviamo ad
educare in una età storica egemonizzata
dagli alfabeti televisivi (aderiamo senza
incertezze ai richiami angosciati di Popper e della Tamaro). Il codice scritto (e la
lettura, in particolare) – per la sua forza
comunicativa, cognitiva ed euristica – ha
il compito non di oscurare il video, ma
di evitare che i suoi “alfabeti” (se monopolizzati da oligopoli) si tramutino in codici subcorticali di indottrinamento, manipolazione e omologazione culturale per
le giovani generazioni.
Quando leggere? Sul “quando” iniziare a
leggere (e a scrivere) va chiamato sul banco degli imputati il nostro ricorrente manicheismo pedagogico. Da una parte, una
certa pedagogia di casa nostra (idealistica
e postidealistica) da sempre dipinge la
precoce iniziazione al codice scritto come
una sorta di “via-infernale”: distruttrice
dei paradisi inventivi, fantastici e creativi
dell’infanzia. Con il risultato di procastinarlo il più tardi possibile: alla terza infanzia, all’ormai “senile” sesto anno del
bambino e della bambina. Dall’altro lato,
la stessa farisaica pedagogia perbenista
piange lacrime coccodrillesche sull’odierna tomba della lettura, sul progressivo tramonto del libro sotto l’incalzare di linguaggi massmediologici ed elettronici.
Il nostro appello pedagogico batte strade
diverse, libere da ogni pregiudizio e falsa
preclusione nei confronti di qualsivoglia
precoce iniziazione al codice scritto.
Dove leggere? I “luoghi” della lettura (e
scrittura) possono e devono essere molteplici: a casa, a scuola, nel tempo libero e
della vacanza. In queste righe, daremo la
parola a quest’unico interrogativo: come
stanno di salute gli alfabeti scritti della
scuola?
Questa la risposta.
Perché
quando e
dove
leggere
La scuola che sta sotto ai nostri occhi, a
lungo trascurata dalle politiche governative, giocoforza nemica della lettura, è
contro la scrittura.
Se la scuola imprigiona l’allievo nell’aulaclasse (anche perché non dispone di biblioteche e laboratori linguistici) e nell’immobilismo del banco (dove è proibito il piacere del leggere e dello scrivere liberamente) e, per di più, costringe a mandare papagallescamente a memoria due
monoculture preconfezionate – quella
“orale” della lezione e quella “scritta” del
libro di testo – allora, statene pur certi,
questa scuola veste mestamente gli abiti
(gattopardeschi) di nemico numero uno
degli alfabeti scritti: tradendo con il suo
compito Costituzionale di agenzia di alfabetizzazione di massa nel nome di una
diffusa emancipazione ed autonomia intellettuale delle sue giovani generazioni.
Occorre allora voltare pagina, perché soltanto una scuola-altra può trasmettere il
gusto della lettura e scrittura. Il che è
possibile a partire da un’agenzia scolastica al “centro” delle opzioni istituzionali e
culturali di Paese moderno.
a) Anzitutto, nuove opzioni istituzionali significa una scuola garantita da nuove
politiche formative:
- da una legge Bassanini che dia autonomia (che dia le regole su ciò che spetta al
centro e ciò che spetta alla periferia) e continuità al sistema/scuola (riducendo le sue
elevate cifre di abbandono-dispersione);
- da un Piano poliennale di programmazione e sviluppo quantitativo della risorsa/scuola (edilizia, servizi sanitari-mensatrasporto, attrezzature laboratoriali e
informatiche et al.).
b) Poi, nuove opzioni culturali significa
una scuola garantita da una nuova qualità didattica: aperta alla molteplicità delle
leggi
un libro
culture dell’ambiente, collegialmente progettate dagli insegnanti, disponibile all’integrazione dei bambini portatori di
handicap, articolata in percorsi formativi
di classe (dove si “cucina” prevalentemente la “disciplinarità” e “l’individualizzazione” dell’insegnamentto-apprendimento) e di interclasse (dove si “cucina” prevalentemente “l’interdisciplinarità” e la
“ricerca”: tramite gli spazi di laboratorio,
atelier, centri di interesse).
È a partire da questa riflessione fugace
13
IL PEPEVERDE
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sul perché, quando e dove leggere che intitoliamo e targhiamo il duemila al codice
scritto.
E assieme alla scuola militante, all’associazionismo degli insegnanti e degli studiosi di scienze dell’educazione auspichiamo di ricevere in calce a questo Manifesto-Appello anche la
firma del Ministro
della pubblica istruzione. Ne siamo certi.
Testo e trame multimediali
Il ricamo dei verbi
e dei nomi
di Ornella Martini
Dove si mettono in relazione due termini spesso utilizzati in modo alternativo: testo e multimedialità. In questo
caso la relazione è data dalla possibilità di realizzare sceneggiature multimediali di un testo narrativo.
Il perché e il per-come cercherò di spiegarlo e di farlo vedere.
Viviamo in un mondo incredibilmente
mutante: per questa ragione, spesso, non
si ha il tempo o la forza di rivedere ipotesi, concetti, opinioni. Molto più frequentemente, è la paura di vederli scorrere via dai nostri orizzonti culturali, come sabbia tra le dita, ad immobilizzare il
pensiero. È quello che accade ancora nel
considerare il testo scritto come mondo
altro rispetto al colorato e rumoroso universo della multimedialità: come minimo
indifferente, come massimo invocato,
come agguerrito “cavaliere” impegnato
nella lotta contro la “barbarie” e l’infedeltà del “multim-edia”, “-ale”, della
multimedialità.
Eppure, e qui sta il significato principale
di questo mio contributo, a guardare bene con passione ed attenzione, le affinità
e le relazioni tra i due termini sono intense e dinamiche: un testo, in modo
precipuo un testo narrativo, anche se costruito ed espresso in modo “monomediale” attraverso la scrittura, è sempre
un’organizzazione di intrecci e sinestesie
sensoriali, nelle quali risuonano e scintillano suoni, dialoghi, gesti, musiche, immagini, colori, movimenti. Allo stesso
tempo, l’esperienza sensoriale quotidiana
di ciascuno di noi, è caratterizzata dal
fluire continuo di stimoli e suggestioni
derivanti da canali diversi, in un “montaggio” casuale che li mescola tutti.
Di questa comune, forse troppo poco
consapevole, esperienza è Roland Barthes
a darne, per me, un’efficacissima testimonianza nel passo che segue: «Una sera,
semiaddormentato sul sedile di un bar,
cercavo per gioco di censire tutti i linguaggi che entravano nel mio ascolto:
musiche, conversazioni, rumori di sedie,
di bicchieri, tutta una stereofonia di cui
una piazza di Tangeri è il luogo ideale. Si
parlava anche dentro di me (è cosa nota),
e questa parola detta “interiore” somigliava molto al rumore della piazza, a
quello scaglionamento di piccole voci
che mi venivano dall’esterno: io stesso
ero un luogo pubblico, un souk; passavano in me le parole, i sintagmi minuti, i
mozziconi di formule, e non si formava
nessuna frase, come se fosse stata la legge
di quel linguaggio”1».
L’abitudine secolare della nostra cultura
(come minimo dall’invenzione dell’alfabeto alla scrittura manuale, fino a quella
fondamentale rivoluzione che è stata l’invenzione della stampa) a leggere ed interpretare il mondo attraverso la parola muta consegnata al foglio, ci ha portato a
sottovalutare la nostra naturale modalità
comunicativa: la “globalità dei linguaggi”, la “multimedialità” spontanea del
nostro dire e agire. A questa sottovalutazione ha corrisposto, e tuttora corrisponde, la sopravvalutazione della parola
scritta come primaria, se non esclusiva,
forma e sostanza dell’espressione e della
comunicazione. Secondo questa logica,
ogni forma di linguaggio è ricondotta al
linguaggio scritto: non esisterebbe altra
logica, altra semiosi, se non quella «modellata sulla scrittura». Le parole tra virgolette sono di Paolo Fabbri che, nelle righe seguenti, continua così: «Molto spesso, quando si pensa a una lingua, consa14
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
pevolmente o inconsapevolmente si ha
in mente una specie di trasposizione di
un testo scritto. In realtà il linguaggio
– come diceva spesso Barthes nell’ultima
parte della sua vita – è dotato di intonazioni, è articolato insieme alla gestualità
in maniera decisiva, è accompagnato da
tratti fisiognomici precisi. Il linguaggio,
cioè, […] ha un suo spessore, che va
considerato al momento dell’analisi»2. E
due pagine più avanti, concludendo un
ragionamento sulla non necessaria corrispondenza tra forme del pensiero e linguaggio, Fabbri scrive: «Il che significa
che c’è la possibilità che forme di segni
diverse dal linguaggio verbale siano capaci di organizzare forme del contenuto,
cioè significati, che il linguaggio verbale
non è necessariamente capace di trasmettere»3.
Eppure, la fatica e la genialità di uno
scrittore sta proprio nel rendere conto, di
esprimere, utilizzando esclusivamente
come materia prima il silenzio delle parole scritte e l’ordine (anche se in diverse
direzioni) della sequenza, il movimento e
il rumore del mondo, contribuendo
quindi alla costruzione di infiniti “mondi” attraverso il racconto.
In questo contesto, dunque, il termine
“multimedialità”, come spero risulti già
chiaro da quanto ho detto fin qui, indica
prima di tutto la ricchezza e la varietà dei
modi e degli strumenti (materiali e culturali) del nostro esperire, la loro compresenza e il loro intreccio. Insieme ad
una multimedialità “naturale” (la globalità dei nostri multiformi ‘linguaggi’) e a
una multimedialità “fisica” (gli innumerevoli ambienti che mettono in scena l’identità di ciascun “linguaggio”, dal microfono al cinema) sempre più si sviluppa una multimedialità “elettronica” che,
IL RICAMO DEI VERBI E DEI NOMI
dentro l’ambiente computer, permette di
sperimentare la commistione inestricabile di “linguaggi” differenti. E, ovviamente, gli scambi, le interferenze, le reciproche influenze tra questi diversi modi, sono frequenti e molto profonde.
Provo ora a dare conto di quanto detto
fin qui sulle relazioni tra un testo narrativo e il souk della multimedialità “naturale” e “materiale”. E poiché posso ricorrere esclusivamente alla scrittura, l’oggetto
è la messa a punto della sceneggiatura di
un frammento narrativo finalizzata alla
successiva realizzazione in ambiente elettronico (con Power Point, ad esempio).
I perché dell’attività che sto per proporre
sono essenzialmente due e stanno nel
permettere:
- di dare corpo alle elaborazioni di senso
di ciascun lettore al di là dell’impiego
della sola parola che descrive e spiega;
- di elaborare possibili traduzioni diverse
di un testo: per il teatro o per un audiovisivo, ad esempio.
Per quanto riguarda il primo punto, vale
questa bella frase di Pierre Lévy: «Il vocabolo testo nell’etimologia contiene la antichissima tecnica femminile della tessitura. E forse non è un caso se il ricamo
dei verbi e dei nomi attraverso il quale
noi tentiamo di trattenere il senso si dice
quasi con un termine tessile»4. Ciascun
lettore contribuisce, con la sua interpretazione, a dare senso a quell’organizzazione di significato che l’Autore ha costruito come testo. Sceneggiando il «proprio» testo in forma multimediale, il lettore ha la possibilità di elaborare il “proprio” senso ricorrendo ad ogni forma di
associazione anche non verbale che gli
sembri legittima. Non si tratta, quindi,
di corredare il testo di didascalie visive o
sonore (né più né meno di come La Pastorale di Ludwig von Beethoven non sia
soltanto la descrizione realistica di eventi
naturali), ma di esprimere in molte forme le emozioni e le suggestioni personali
ricevute, in quanto vissute, dalla lettura.
Per quanto riguarda il secondo punto, è
importante sottolineare come ogni trasposizione di un testo narrativo ne costituisca una rielaborazione, la cui legittimità non si misura in termini gerarchici:
ovvero, prima e sopra di tutto il testo,
sulla base del quale si valuta la rispondenza della traduzione, la sua somiglian-
za all’originale. Se è vero che esistono logiche e semiosi diverse tra loro (quelle
della musica, della visione, della gestualità, sono alcune di queste) non del tutto, o per nulla, riconducibili a quelle della scrittura, la rielaborazione secondo tali
diverse logiche e semiosi si legittima sulla
base di valori estetici e strutturali interni
ad esse. Ciò vuol dire, ad esempio, che
un film ispirato da un testo deve essere
valutato non per la sua sovrapponibilità
alla storia dal quale è partito, ma adottando i criteri che sono propri della messa in scena cinematografica: buona sceneggiatura, eventualmente, selezione degli aspetti privilegiati della storia da cui si
è partiti, ritmo dell’azione, qualità della
colonna sonora, ricchezza o particolarità
delle inquadrature, ricerca estetica della
fotografia e della luce, per esempio, sono
alcuni fondamentali elementi della messa
in scena cinematografica.
Ora, il frammento che ho scelto per elaborare la mia sceneggiatura
multimediale5 è tratto da un piccolo ma
prezioso lavoro di Alessandro Baricco:
Novecento. Un monologo 6, una sorta di
racconto teatrale. Novecento l’ho ascoltato alla radio, l’ho letto e l’ho visto in teatro. Mi manca il film realizzato recentemente da Giuseppe Tornatore, che s’intitola La leggenda del pianista sull’Oceano.
E confesso che fino ad ora mi ha tenuta
lontana dallo schermo un po’ di diffidenza nei confronti del cinema di Tornatore,
e quindi una sorta di paura non tanto di
restare delusa quanto, al contrario, di
amare più il film del racconto. Di questo
non dico nulla qui, se non che ho scelto
un pezzettino di una scena che a me
sembra difficile da visualizzare e sonorizzare, e per questo ci ho voluto provare (a
proposito, ho sentito dire che nel film
questa scena è molto bella).
Funziona così: ho scelto un frammento,
questo: «Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala
da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo
sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il
piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava dritto verso la vetrata, e quando era arrivato
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IL PEPEVERDE
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a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il
mare lo cullasse, e cullasse noi, e io non
ci capivo un accidente, e Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era
chiaro, non suonava semplicemente, lui
lo guidava quel pianoforte, capito?, coi
tasti, con le note, non so, lui lo guidava
dove voleva, era assurdo, ma era così. E
mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che
in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l’oceano, noi e lui,
ballerini pazzi, perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della
notte. Oh yes».
Ho messo in evidenza i passaggi sui quali
volevo lavorare, e poi ho costruito (utilizzando una griglia) l’oggetto che trovate
nel riquadro. Ora a voi. Fate pure il vostro gioco.
La citazione è tratta dal volume, uscito
proprio di recente, che pubblica per la
prima volta in Italia le Variazioni sulla
scrittura. Il riferimento bibliografico
completo, quindi, è Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere
del testo, (a cura di Carlo Ossola), Einaudi, Torino, 1999, p.112.
2
Così Paolo Fabbri in La svolta semiotica,
Laterza, Bari, 1998, p. 21.
3
Paolo Fabbri, idem, p. 23.
4
Da Le tecnologie dell’intelligenza, A/Traverso, Bologna.
5
Lo ricordo: l’attività è pensata per una
realizzazione in PowerPoint, quindi tiene
conto delle funzioni e dei limiti di questo software. La realizzazione può consistere nell’impiego di PowerPoint come
ambiente per realizzare un vero e proprio
oggetto multimediale, oppure come strumento per mettere a punto la sceneggiatura di un altro oggetto, come un video,
un fumetto, uno spettacolo musicale o
teatrale, e così via. Allo stesso tempo, la
griglia stessa costituisce già una fondamentale palestra per misurarsi con la
“globalità dei linguaggi” e il loro intreccio multimediale.
6
Edito da Feltrinelli nel 1997 per la prima volta, e nel 1999 per la venticinquesima.
1
INTERVENTI E INTERVISTE
Testo originale
Visivo
Scrittura
Acustico
EFFETTI SPECIALI/
VISIONI
Quel pianoforte
incominciò a
scivolare, sul legno
della sala da ballo,
e noi dietro a lui
Il piano e la
tromba
cominciano a
suonare: si vedono
soltanto le
silouettes dei due
strumenti
COME SFONDO IL
QUADRO DI
MONET MARE
AGITATO
Rumore
ritmico di
onde
Il Köln Concert di
Keith Jarrett.
Ogni tanto
interviene la
tromba di Miles
Davis di Kind of
Blue
E il piano seguiva
le onde e andava e
tornava, e si girava
su se stesso
Le due piccole
sagome nere si
muovono in tutte
le direzioni dentro
una delle “onde”
del quadro
IL QUADRO
IDEAL 1
DI PIERO
DORAZIO
SOSTITUISCE IN
DISSOLVENZA IL
QUADRO
PRECEDENTE
Rumore
ritmico di
onde
Il Köln Concert di
Keith Jarrett.
Ogni tanto
interviene la
tromba di Miles
Davis di Kind of
Blue
Sembrava che il
mare lo cullasse, e
cullasse noi,
Le due sagomine
vanno avanti e
indietro lungo le
onde centrali del
quadro
QUADRO IDEAL 1
DI PIERO
DORAZIO
Rumore
ritmico di
onde
Il Köln Concert di
Keith Jarrett.
Ogni tanto
interviene la
tromba di Miles
Davis di Kind of
Blue
ed era chiaro, non
suonava
semplicemente, lui
lo guidava, quel
pianoforte,
Le due onde
centrali del
quadro,
sovrapponendosi
allo sfondo, si
animano e
danzano
QUADRO IDEAL 1
DI PIERO
DORAZIO. LE
DUE SCRITTE
COMPAIONO
DENTRO LE DUE
ONDE IN
MOVIMENTO
Un tango di Astor
Piazzolla che
s’intitola Los
sueños
quel che davvero
stavamo facendo,
era danzare con
l’Oceano, noi e
lui, ballerini pazzi,
e perfetti, stretti in
un torbido valzer,
sul dorato parquet
della notte.
Il piano e la
tromba
cominciano a
suonare: si vedono
soltanto le
silouettes dei due
strumenti
UNA DELLE
NINFEE DI
MONET COME
SFONDO
Il tango dei
Sexteto Maior che
s’intitola Adios
nonino,
dall’attacco del
pianoforte
Dialogo
Suono
Musica
Ciò che si vede
Non suonava
semplicemente
e subito dopo:
lui lo guidava
quel
pianoforte
NOTE Per il modello di questa griglia ringrazio due miei colleghi e amici: una “strana coppia” formata da Gyöngyvér Hegyi, linguista, e
Giovanni Pianigiani, sceneggiatore, che l’hanno adottata nell’ambito di una iniziativa didattica chiamata Apprendere in Rete, e che è possibile
consultare accedendo al sito del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive nel quale lavoro: l’indirizzo è www.geocities.com/Athens/Forum/9897.
Della sezione “Visivo” fanno parte due elementi: “Ciò che si vede” (o si dovrebbe vedere, nel caso l’oggetto finito venga sceneggiato per un
medium diverso dall’ambiente che lo ospita come esemplificazione), e che costituisce l’azione compiuta dai personaggi e ciò che fa parte della
scena; e “Effetti speciali/Visioni” che indica la presenza di effetti applicati a ciò che si vede (ad esempio, rallentamenti, dissolvenze, e così via).
Sia nel caso di vere e proprie messe in scena multimediali sia nella progettazione per altri media, “Ciò che si vede” può essere rappresentato da
fumetti, come per le story board usate per descrivere gli spot pubblicitari o scene di film.
16
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
Una Casa Editrice in primo piano
Crescere
tra le righe
Il 12 aprile 1999 si è inaugurata a Roma,
nella sede dell’Associazione Culturale
Montedoro, una mostra dedicata alla
produzione editoriale della Casa editrice
E. Elle di Trieste. Nata inizialmente come esigenza di Gianna Marrone per far
conoscere parte dei testi della famosa Casa editrice triestina agli studenti della Facoltà di Scienza dell’Educazione dell’Università RomaTre, l’iniziativa, via via
che si concretizzava, ha suscitato l’interesse di molti operatori culturali compreso il Centro Servizi Culturali del Comune di Anagni, e dello stesso editore che
finalmente poteva avere un riconoscimento pubblico in una piazza, come
quella romana, notoriamente refrattaria
ad iniziative specifiche sulla letteratura
per l’infanzia. Ma anche questo è un segno dei tempi che cambiano anche in relazione all’enorme sviluppo che sta avendo in questi anni la produzione editoriale per l’infanzia.
Il risultato è stato quindi che hanno partecipato all’iniziativa, oltre alla Biblioteca
Comunale di Anagni che ha fornito i testi e all’Università RomaTre, anche il
Coordinamento Genitori democratici, la
signora Maria Teresa Ferretti Rodari e il
Teatro Verde, storico teatro per ragazzi di
Roma.
Il giorno dell’apertura hanno svolto i loro interventi fra l’altro Antonio Ruberti,
ex Ministro della Ricerca Scientifica e
dell’Università e Guido Fabiani, attuale
Rettore dell’Università Roma Tre, che ha
ricordato la figura di Gianni Rodari.
Dello stesso Gianni Rodari, che tanto ha
pubblicato in E. Elle, nella fortunata
riformulazione grafica di Altan, sono stati letti brani e poesie da parte di un
gruppo di studenti coordinati dalla professoressa Marinella Rocca Longo, alla
presenza della signora Maria Ferretti Rodari che ha parlato del Centro Studi
«Gianni Rodari» di Orvieto. Per una settimana la mostra è rimasta nella sede dell’Associazione Montedoro ed è stata visitata da molti studenti, educatori ed intere scolaresche.
Sabato 17 aprile invece è stata spostata
nell’ingresso del Teatro Verde dove si è
tenuta una vera e propria conferenza
stampa da parte di Orietta Fatucci, responsabile della Casa editrice.
Alla presenza di studiosi, giornalisti, studenti ed insegnanti, Orietta Fatucci ha
ripercorso le tappe di una crescita editoriale che l’ha vista protagonista in veste
di responsabile di scelte e di strategie che
hanno spesso fatto discutere ma che hanno segnato gli orientamenti di molta
produzione editoriale italiana per l’infanzia.
Precisiamo che è nei progetti degli organizzatori (dall’Università al Comune di
Anagni) ripetere l’iniziativa annualmente
con altre case Editrici, grandi e piccole,
purché di valore.
Ma perché abbiamo deciso di iniziare
queste rassegne, che si spera annuali, delle Case editrici proprio dalla E. Elle?
17
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
di Antonio Leoni
Provo ad enumerare qualche ragione limitandomi alla narrativa ed escludendo
volutamente la divulgazione che pure
avrebbe la sua enorme importanza.
La E. Elle è una casa editrice che si è posta con chiarezza il problema del rinnovamento della grafica nei libri per l’infanzia e del rapporto delicato ed organico tra illustrazione e testo.
Ciò è stato realizzato attraverso l’apporto
di grandissimi illustratori sia stranieri (T.
Ross, H. Heine, Pef, Q. Blake, J. Stevenson, S. Hellard ed altri) che italiani (Lastrego, Testa, Altan, Costa, Traini, Nannini, Curti, Luciani, Musso ed altri) che
hanno rivoluzionato i canoni “realistici”
dell’illustrazione tradizionale riservata ai
bambini.
Inoltre, nella consapevolezza della funzione di attrazione e stimolo verso la lettura che le illustrazioni possono esercitare nei più piccoli, la Casa editrice ha
ideato tutta una serie di collane curatissime dal punto di vista grafico, dove le immagini o accompagnano semplicemente
un testo scritto in font grandi
(Collane Per cominciare, Prime pagine) o
presentano qualcosa in più che nel testo
INTERVENTI E INTERVISTE
Il libro per ragazzi tra quantità e qualità
Intervista a Orietta Fatucci
La vostra Casa editrice ha sempre rappresentato un punto di
riferimento nell’editoria italiana per la ricerca e la selezione
che opera nella pubblicazione delle opere destinate ai ragazzi. Per la narrativa in particolare, sia riguardo agli autori
che agli illustratori, quali sono i criteri da voi seguiti e chi vi
aiuta nelle scelte editoriali?
Il criterio che da sempre è stato alla base delle nostre scelte
editoriali, e narrative in particolare, è quello della qualità letteraria. Nessun testo, nemmeno se semplicissimo, nemmeno
se destinato ai più piccoli, nemmeno se divertente e leggero è
mai venuto meno al criterio qualitativo.
La qualità della scrittura, come anche quella della “costruzione” del testo e quella del linguaggio, anche se contaminato
da altri di diversa provenienza come quello cinematografico,
è sempre stata rigorosamente rispettata.
Ferma restando questa qualità, i testi dovranno rispondere
naturalmente a requisiti diversi: brevi, lunghi, complessi,
semplicissimi, lievi, divertenti, problematici e così via. Ma
questo riguarda lo stile e i contenuti.
Il criterio di scelta degli illustratori è esattamente lo stesso.
Non dimentichiamo infatti che quello iconografico è solo un
linguaggio diverso rispetto a quello espresso dal testo. Dovranno dunque essere di uguale qualità in quanto rivolti allo
stesso lettore. L’illustrazione nei libri per i più piccoli avrà un
peso preponderante rispetto al testo, poi un peso pari e solo
più tardi un peso subordinato: ma non potrà essere scadente.
All’interno dell’ormai famosa collana Le Letture sono cresciuti autori italiani ormai diventati dei classici della letteratura dell’infanzia, come Pitzorno, Piumini, Pinin Carpi,
Ziliotto, Solinas Donghi, solo per citarne alcuni. Dei nuovi
autori italiani ce ne segnalerebbe almeno uno?
Nella collana Le Letture sono nati e cresciuti molti dei più
grandi autori per ragazzi di oggi. Purtroppo l’inserimento di
nuovi autori, soprattutto giovani, è inspiegabilmente lento.
Segnalo quindi con entusiasmo Stefano Bordiglioni: autore
effervescente, brillante, fantasioso, stilisticamente innovativo,
autore per piccolissimi ma anche per ragazzi. Laureato con
Antonio Faeti è insegnante elementare: mestiere che lo aiuta
enormemente nella scrittura.
non veniva detto o descritto, stimolando
così l’osservazione del bambino che è
spinto a continue inferenze ed a ulteriori
connotazioni di senso.
Quest’operazione è stata completata nella Collana Le Letture, dove l’illustrazione,
in una pratica di lettura più consolidata,
ha un ruolo marginale: gli illustratori
presenti sono buoni illustratori, ma non
Sabina Colloredo: di grande spessore e notevole poesia.
Per i giovani adulti: Barbara Guarlaschelli, straordinaria giovane autrice anche per adulti. Usa un linguaggio equilibrato,
veloce, preciso, moderno, mai sciatto.
Ci può parlare della nuova collana Viperette che ha suscitato curiosità e consensi ma anche perplessità in molti operatori?
Non ho colto molta perplessità sulla nostra nuova collana
Viperette, ma notevoli consensi. Qualche perplessità è venuta
solo sull’indicazione dell’età in quarta di copertina: 5 anni.
In realtà noi non abbiamo mai pensato che i bambini dovessero o potessero leggere da soli le Viperette e pertanto l’impaginazione un po’ complessa e molto moderna con testi rotanti prevedeva la presenza di un adulto che del resto è assolutamente previsto anche nella lettura dl testo. Gli argomenti
trattati sarebbe meglio infatti che fossero affrontati assieme al
bambino. Devono essere analizzati, sviscerati, interiorizzati
assieme ad un adulto.
Come giudica l’attuale “esplosione” del mercato editoriale
per bambini e ragazzi, con migliaia di titoli, specialmente
stranieri, sfornati ogni anno? Come orientarsi nel rischio di
un appiattimento della qualità editoriale?
Negli anni ’90 ci si è accorti che il business dei libri per ragazzi è interessante e così molti nuovi editori sono nati. Ma
come spesso accade, qualità e quantità non si coniugano bene, e oggi assistiamo, a mio avviso, a un pericoloso abbassamento del livello medio della qualità dell’offerta. Il mercato
ormai cresce molto lentamente. Chi dispone già di una certa
quota aumenta il numero delle novità per mantenerla e queste vanno ad accumularsi a quelle dei nuovi arrivati. Nel ’98
sono uscite oltre 2000 novità. Allora sarà compito fondamentale degli operatori (librai, insegnanti, bibliotecari) quello di aggiornarsi costantemente, leggere tutto, non fidarsi dei
marchi, e selezionare duramente.
Soltanto così si aiuterà nella scelta l’utente finale, sia esso l’adulto in libreria o il ragazzo in biblioteca. Ricordando soprattutto che è stata la qualità la responsabile della straordinaria crescita del numero dei lettori giovani registrato negli
anni ’80 e ’90. Facciamo tutti in modo che il grande sforzo
compiuto non sia vanificato.
(a.l.)
i migliori e le immagini sono volutamente in bianco e nero, proprio per la maggiore predominanza e importanza del testo scritto.
Seconda ragione: la E. Elle ha di fatto introdotto i tascabili per bambini, secondo
una idea moderna e rivoluzionaria. Il libro è diventato non solo più economico
ma anche più maneggevole, più godibile
18
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
e divertente, insomma più personale,
proprio e sentito dai ragazzi come un oggetto familiare da tenere, mostrare, prestare, leggere insieme. Queste idee sono
alla base della fortunatissima collana Un
libro in tasca, che attualmente è affiancata dalla nuova serie dei Lupetti.
La lettura graduata è un’altra delle iniziative della E. Elle che si realizza nella col-
CRESCERE TRA LE RIGHE
lana Le Letture, secondo diversi colori,
corrispondenti a fasce ideali di abilità
linguistica. È una dichiarata strategia pedagogico-didattica che tende ad accompagnare il piacere e l’incremento della
lettura attraverso testi più o meno strutturati, più o meno corredati dalle illustrazioni, con caratteri più grandi o più
piccoli a seconda dell’età.
Infine, la scelta di bei testi e di bravi autori che sono vicini al gusto e alle idee
dei ragazzi d’oggi.
Sono cresciuti così nella Casa editrice di
Trieste autori italiani che oggi sono diventati dei classici come Pitzorno, Quarzo, Nanetti, Piumini e sono stati conosciuti grandi autori stranieri specialmen-
te nelle nuove collane di Ex Libris e di
Frontiere dove, per la prima volta, vengono affrontate problematiche adolescenziali scottanti, indicibili fino a pochi anni fa ma che già erano negli interessi e
nei pensieri dei ragazzi del nostro tempo.
Libri diversi e, specie in prima uscita,
mal visti, sconsigliati e non esposti spesso nelle librerie perché fuori degli schemi
moralistici della letteratura italiana per
l’infanzia. L’effetto invece è stato straordinario perché i giovani che dapprima li
avevano notati e letti nelle biblioteche
pubbliche, li hanno poi acquistati in
massa, trovando un segmento di editoria
fatto su misura per loro.
Sono queste le ragioni principali che ci
Sono partito dai classici
Intervista a Antonio Ruberti
L’Associazione Culturale Montedoro si è fatta promotrice,
insieme ad altri enti, di una delle poche mostre editoriali di
letteratura per l’infanzia che si svolgono a Roma. Mi può
parlare dei programmi dell’associazione da lei presieduta e
delle motivazioni che hanno portato a quest’intervento del
tutto particolare sulla letteratura per l’infanzia?
L’Associazione Montedoro è nata con l’obiettivo di promuovere nel quartiere di Monteverde una più larga conoscenza
delle sue caratteristiche e di stimolare ed alimentare attività
culturali. In questo quadro vi è una naturale cooperazione sia
con la III Università di Roma, alla quale sono iscritti molti
giovane di Monteverde, sia con le scuole. In questo contesto
è maturato l’interesse per la letteratura per ragazzi.
Mi può parlare della sua infanzia e delle letture che hanno
contribuito alla sua prima formazione?
La lettura ha costituito per me, fin da ragazzo, una forte attrazione ed ha occupato molto del mio tempo. Naturalmente sono partito dai classici per ragazzi e dai libri di avventure, ma presto ho iniziato le mie incursioni tra i libri per
adulti.
Per me è stata una educazione alla riflessione e un alimento
forte per la curiosità. Ed anche la crescita di attenzione alla
varietà e diversità, dunque alla ricchezza, dei prodotti del
pensiero.
Lei ha avuto anche esperienza come uomo di governo e quindi vorrei chiederle quali interventi prioritari dovrebbero
svolgere le istituzioni per incrementare la pratica di lettura
che, pur essendo aumentata in questi ultimi anni, tuttavia
rimane ancora molto bassa tra i giovani.
Siamo di fronte ad una fase di trasformazione profonda dei
19
IL PEPEVERDE
hanno spinto a realizzare una mostra sulla E. Elle come riconoscimento dovuto
ad una grande Casa editrice italiana che
ha sempre fatto della ricerca della qualità
un punto irrinunciabile della sua strategia editoriale e che, nella sovrapproduzione attuale dove spesso sono presenti
testi di bassa qualità, rappresenta un sicuro punto di riferimento.
Uno dei compiti infatti che si debbono
prefiggere oggi le Biblioteche di pubblica
lettura e gli Enti universitari che formeranno i futuri educatori è proprio quello
di orientare e di segnalare, tra tante pubblicazioni di tante case editrici, autori ed
opere meritevoli d’essere prese in considerazione per le letture dei nostri ragazzi.
linguaggi di comunicazione, sinteticamente riassumibile nel
passaggio dal testo all’ipertesto. L’integrazione dei linguaggi e
il mutamento strutturale che lo caratterizzano sono destinati
ad incidere profondamente sul ruolo del lettore.
È in questo contesto che devono essere valutati l’atteggiamento e la propensione alla lettura, che viene invece usualmente riferita al testo e dunque a un quadro che si va modificando. Ragazzi e giovani sono immersi in un universo di comunicazione multimediale rispetto al quale il libro ha uno
statuto e una specificità particolari.
Del resto tutti sanno quale ruolo abbia avuto ed abbia, proprio nell’editoria per l’infanzia, l’integrazione dello scritto e
delle illustrazioni, una prima forma di integrazione dei linguaggi. Forse proprio nell’editoria per ragazzi occorrerebbe
fare i conti più a fondo con il passaggio all’ipertesto.
Vorrei chiederle come lei personalmente giudica il fenomeno
dell’aumento della produzione dei libri e dei CD di divulgazione scientifica e come lei immaginerebbe una collana di
divulgazione scientifica.
È molto importante e positivo intervenire nell’area della
scienza, perché essa è parte della cultura. E peraltro con le
sue applicazioni, attraverso la tecnologia, incide in modo
profondo su tutte le attività dell’uomo e della società.
Naturalmente l’approccio deve essere culturale e dunque tener conto dell’evoluzione del pensiero scientifico. E deve essere improntata ad una visione critica e non puramente celebrativa, presentare i successi ma anche gli insuccessi.
Per questa via si potrebbe dare un contributo importante al
superamento di quella visione strumentale delle conoscenze
scientifiche che ispira i programmi scolastici attuali. Una
buona collana per ragazzi dovrebbe essere ispirata alla «messa
in cultura della scienza» e dunque recuperarne la dimensione
storica e quella critica.
(a.l.)
n. 1/1999
L’Autore in primo piano
Promozione
di Elena Mutti
Libri,
insegnanti
e incontri
Intervista a Bianca Pitzorno
Che cosa pensa della dilagante moda
della “promozione della lettura”, che
sembra aver contagiato un po’ tutti?
A dire la verità sono un po’ preoccupata,
perché mi pare che ci siano alcune ambiguità da chiarire. Che cosa vuol dire promuovere la lettura? Io penso che innanzitutto l’amore della lettura si trasmetta attraverso l’esempio, e che lo si possa fare
con i libri, intendo dire ponendo i libri
in primo piano, leggendoli e offrendo
l’opportunità di farlo. È come dire a
qualcuno: “Mi piace leggere e te lo dimostro”.
È normale che gli editori utilizzino strategie di mercato per vendere sempre più
libri, ma chi non deve vendere non può
fare del libro un semplice “pretesto” che
tradisce il testo. Quando si organizzano
incontri e manifestazioni in cui il libro
rischia di diventare un mezzo, quasi un
accessorio e perdersi tra zucchero filato e
capriole, indovinelli e canzoni, ecco io
non credo che si faccia un buon servizio
alla lettura. La promozione si fa con il
linguaggio del libro, lasciando spazio alle
parole e ai personaggi dei testi che si possono raccontare, scambiare e prestare.
Accanto alla santificazione da parte dei
collegi docenti di mezza Italia del decalogo di Pennac, un’altra parola d’ordine
quella dell’“animazione della lettura”.
Lei è favorevole all’incontro ludico con i
libri?
Anche qui si tratta di intendersi su quel-
con l’Autore
lo che si vuole fare. Per carità, è assolutamente legittimo e anche divertente creare giochi di parole con i libri o mettere
in scena una storia tratta da un libro. Ma
deve essere chiaro che gli indovinelli, i
giochi o la spettacolarizzazione del libro
sono cose diverse dalla lettura. Io credo
alla promozione della lettura, molto meno all’animazione, che non mi pare il
modo migliore di far crescere l’amore per
i libri.
Da scrittrice, come giudica l’interesse
sempre maggiore per i libri per bambini
e ragazzi di autori italiani?
Di per sé credo che il fenomeno sia positivo. L’interesse esclusivo per gli autori
stranieri negli anni scorsi era perfino ec-
Bianca Pitzorno è nata a Sassari nel 1942, ma da molti anni vive e lavora a Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, si è laureata in lettere, ha fatto l’archeologa e per sette anni ha lavorato come funzionario alla Rai, producendo trasmissioni televisive
per bambini e ragazzi. Dal 1977 fa la scrittrice a tempo pieno, anche se con la televisione ha continuato a collaborare (ad
esempio con la trasmissione per bambini “L’albero azzurro”). Nel 1985 ha sceneggiato per la televisione della Svizzera Italiana
un film d’animazione a puntate, a metà tra fiaba e fantascienza, tradotto e diffuso in diversi paesi europei: Clorofilla dal cielo
blu (Mondadori Junior).
Ha scritto più di trenta libri per bambini e ragazzi, la maggior parte dei quali con protagonisti al femminile. Tra i suoi maggiori successi, L’incredibile storia di Lavinia (E. Elle, 1983), ormai un piccolo classico, continuamente ristampato; i racconti
etimologici di Parlare a Vanvera (Mondadori Junior, 1989); il romanzo storico La bambina col falcone (1988, ora ripubblicato
da Salani nei Grand’Istrice).
Due romanzi per adolescenti sono apparsi nella collana Gaja Junior: Speciale Violante (1989) e Principessa Laurentina (1991).
Da non perdere il romanzo-diario di un anno scolastico del dopoguerra, narrato con vivace realismo e pungente ironia: Ascolta
il mio cuore (Mondadori Contemporanea, 1991). Re Mida ha le orecchie d’asino (Mondadori Contemporanea, 1996) un romanzo di formazione che racconta l’estate indimenticabile di un gruppo di ragazzine alla soglia dell’adolescenza, sul finire degli anni ’50.
Gli ultimi libri sono La voce segreta (Mondadori Contemporanea, 1998), al confine tra il mondo reale e quello magico delle
cose che parlano e A cavallo della scopa, apparso nella nuova collana Mondadori I sassolini (1999).
Per chi vuole entrare nel mondo di una scrittrice che si sente «della stessa stirpe dei bambini», non c’è che da leggere Storia
delle mie storie (Pratiche Editrice, 1995), una lunga conversazione a ruota libera, ricca di riflessioni e memorie personali sulla
educazione alla lettura, le passioni e le esperienze letterarie dell’autrice.
20
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
e animazione
della lettura
Che cosa ne pensa?
Ecco, io mi sento un po’ in controtendenza in proposito. L’autore deve parlare
attraverso i libri che scrive, non promuovendo se stesso, salendo e scendendo da
un treno all’altro.
Chi accetta di farlo, rischia di non avere
più il tempo necessario per la scrittura,
un lavoro intellettuale faticoso e molto
impegnativo, che richiede silenzio, concentrazione e un’attenta rielaborazione di
esperienze.
Vedo un ulteriore pericolo, che si cerchi
l’autore simpatico, comunicativo, magari
istrionico, mettendo in secondo piano la
qualità di ciò che scrive. Un autore può
essere anche un misantropo o un timido,
ma non è quello che conta. L’importante
è ciò che scrive. Alle scuole che mi invitano, la Mondadori invia una videocas-
cessivo. Oggi sembra che dalle scuole,
soprattutto da parte delle scuole elementari, ci sia una forte richiesta di libri di
autori italiani contemporanei. E l’editoria risponde a tale domanda. Ma mi viene un sospetto, che richiama quel che
stavamo dicendo sulla promozione della
lettura. Non sarà che le scuole cercano
scrittori italiani perché sperano di far incontrare gli alunni con l’autore in carne
ed ossa?
C’è il rischio che questo diventi il criterio di scelta per leggere con i bambini. Se
così fosse, sarebbe preoccupante, perché
allora non si potrebbero leggere i libri di
Roald Dahl o di Robert Westall perché
sono morti!
setta che ho realizzato raccogliendo le
domande e le risposte date in centinaia
di incontri fatti con insegnanti e bambini di tutta Italia.
Sia chiaro, non sono contraria agli incontri con i libri e con gli autori; ad
esempio, vado volentieri alla Fiera di
Mantova, che è un luogo in cui si incontrano gli scrittori e si parla di libri. Recentemente, presso la Libreria dei Ragazzi di Roberto Denti di Milano, ho tenuto sei incontri di lettura, rivolti a un
pubblico misto, di adulti e ragazzi. Ho
letto libri non miei, da Victor Hugo a
Mark Twain a scrittori di oggi, scegliendo le letture sulle suggestioni di un tema.
C’erano 150-200 persone, che ascoltavano in silenzio, senza domande, indovinelli e giochi. Ha funzionato, mi pare sia
un buon esempio di promozione della
lettura.
Sempre più spesso gli scrittori vengono
chiamati nelle scuole e nelle biblioteche
per dar vita a “incontri con l’autore”.
21
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
Librerie, cultura e biblioteche
Quando Josè
Martì
di Elena Mutti
C’è un piccolo negozio, nell’atrio della
Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna,
che vende prodotti regionali tipici sotto
l’insegna “La casa dei sapori”. Tra le forme di grana e i vassoi di tortellini incontro Bianca Pitzorno e noto tra le sue mani una confezione regalo che racchiude
una fettona di parmigiano. L’accompagno nel piccolo stand di Cuba, dalla sua
amica bibliotecaria, a cui il regalo è destinato.
Ha inizio così una conversazione sulla
sua esperienza cubana, perché la scrittrice risponde con entusiasmo alle mie domande e parla a ruota libera di incontri
in piazza, di biblioteche, di libri e dei
bambini di Cuba. Ha molte cose da raccontarmi e proseguiamo con calma il
colloquio nella sua casa milanese, dove
mi mostra alcuni filmati da lei realizzati,
con interviste a bambini cubani e alle bibliotecarie che lavorano con loro. E io
capisco che il suo legame con la lontana
isola non è solo culturale e intellettuale,
ma vivo e affettuoso.
Plaza de Armas
Tutto è cominciato in una grande piazza
dell’Avana vecchia nel 1994, durante il
suo primo viaggio a Cuba. Al centro della piazza c’è il monumento di Miguel de
Cespedes, (antenato di Alba de Cespedes) che fu il primo a liberare gli schiavi
della sua piantagione, ed è considerato
uno dei padri della patria. Ma Plaza de
Armas è famosa soprattutto per le bancarelle di libri usati, sempre affollate, dove
Bianca ha cominciato la sua avventura
scoprendo la Edad de oro, di Josè Martì,
intellettuale e poeta di fine Ottocento,
patriota amato da tutti sull’isola, che fu
uno dei primi scrittori cubani per bambini.
Il 1994 fu uno degli anni più duri dell’embargo imposto dagli Stati Uniti e a
Cuba non c’era carta. Gli scaffali delle librerie erano semivuoti e i libri si trovavano nel mercato dell’usato e nelle biblioteche. Negli anni del “Bloqueo”, le novità editoriali erano stampate in modo
artigianale, su fogli ripiegati in quattro,
senza rilegatura nè copertina.
Ed ecco la prima sorpresa: all’Avana ci
sono numerose biblioteche, anche nei
quartieri periferici, di dimensione e natura diverse, aperte fino a tardi; sono
molto frequentate dai cubani, un popolo
che non conosce più l’analfabetismo e
che si è rivelato assetato di libri e di lettura.
La Biblioteca Provincial
Infantil-Juveniri
All’interno della città vecchia sorge la biblioteca per bambini e ragazzi “Ruben
Martinez Villena”, che oggi ha una nuova sede costruita con i finanziamenti dell’Unesco, da quando l’Avana vecchia è
stata riconosciuta patrimonio dell’umanità. Nell’atrio c’è un busto di Josè Martì
con un cartello: “La fantasia ha ali di
fuoco”. I locali sono ampi e luminosi,
molto colorati. La biblioteca è aperta fino alle 21 per gli adulti e fino alle 19 per
i ragazzi. C’è un grande salone per i giovani, la Sala de Juegos per i piccoli, la sala di Musica, la Sala Braille per non vedenti. Ogni pomeriggio si svolgono almeno tre laboratori per i ragazzi.
Il personale non manca, le bibliotecarie
sono motivate, sorridenti e dolcissime
con i bambini. Alcuni sono seduti per
terra e ascoltano un adulto che legge ad
alta voce, altri dipingono, altri ancora
drammatizzano una storia. Parecchi
bambini e ragazzi, dopo la scuola si in22
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
contrano in biblioteca, ci stanno bene,
conoscono per nome le bibliotecarie, sfogliano i libri e li prendono in prestito.
Abitano in un quartiere degradato e a casa molti di loro non hanno comodità,
possono giocare per strada, ma anche solo andare al mare – pur così incantevole –
è un lusso delle grandi occasioni, perché
l’autobus costa troppo.
Così la biblioteca diventa un luogo gradevole per incontri, giochi e attività e nel
quartiere costituisce un importante punto di riferimento sociale e culturale.
Un’iniziativa che mi ha colpito: presso la
biblioteca c’è una stanza, dove per un
mese, a turno, una classe di bambini si
trasferisce per fare scuola, ogni giorno in
mezzo ai libri.
Un museo come centro sociale
Il Centro Estudiantil “Josè de la Luz y
Caballero” dell’Avana è diretto dal pedagogista Ulise Cruz Grau. Il direttore si è
prefisso di operare un’attività di recupero
di ragazzi difficili in un quartiere difficile
attraverso l’arte: i bambini sono coinvolti
in attività di scultura e di pittura e ciò
non avviene in laboratori o in sale speciali, ma proprio negli stessi spazi in cui
sono ospitate le opere esposte al museo.
Nelle sale di pittura dipingono, nelle sale
di scultura scolpiscono, tra le bambole
antiche costruiscono bambole e la cosa
più curiosa è che allevano animali. Nelle
ampie e austere sale del museo si odono i
versi rochi dei pappagalli, si vedono tartarughe, vivono criceti e scoiattoli.
L’idea di Ulise Cruz Grau è che occuparsi di un animale sia un efficace antidoto
contro l’aggressività e ciò appare di particolare rilievo in un ambiente di disagio
sociale. Attraverso i bambini poi, arrivano in biblioteca anche i genitori, attirati
incontrò
Garibaldi
La letteratura
per ragazzi
a Cuba
e nell’America Latina
dalle mostre o dalle feste organizzate dal
museo. In un quartiere molto povero,
con un alto tasso di alcolismo, il museo è
un essenziale centro di incontro e di ritrovo.
Cosa leggono i bambini
Bianca Pitzorno mi racconta che una
delle sue prime curiosità, appena arrivata
a Cuba, è stata quella di sapere che cosa
leggono i bambini cubani, quali autori
conoscono e amano. Naturalmente tutti
i bambini hanno letto la Edad de oro e
conoscono a memoria qualche poesia di
Josè Martì.
Le bibliotecarie poi leggono loro gli stessi classici amati dai bambini degli altri
paesi: Pippi Calzelunghe, Piccole donne o
Pinocchio, che è popolarissimo, come del
resto il libro Cuore e i romanzi di Emilio
Salgari. Vengono molto letti e apprezzati
i libri di poesie, spesso opera di poeti cubani e illustrati con bei disegni colorati.
E gli autori contemporanei? Nelle biblioteche ci sono i volumi di scrittori e scrittrici famosi in tutto il mondo, come
Roald Dahl o Astrid Lindgren, ma anche
di autori latino-americani, come Jorge
Amado, Osvaldo Soriano o Gabriel Garcia Marquez e di autori cubani che scrivono per i bambini di oggi, come Dora
Alonso o Soledad Cruz Guerra.
Fu proprio il casuale acquisto su una bancarella di un piccolo libro dalla copertina
azzurra, Adios y bienvenidas, a far scoprire
a Bianca molte affinità con Soledad, la
giovane scrittrice cubana (oggi ambasciatrice del suo paese all’Unesco di Parigi),
della quale è diventata amica, traducendo
e facendo conoscere quel bel libro, pubblicato in Italia col titolo Delfin Delfinèro.
Ne parla con affetto, mentre guardiamo le
fotografie dei viaggi a Cuba.
Un atteggiamento aperto e fiducioso
Un aspetto che stupisce il nostro smaliziato occhio occidentale è il candore con
il quale i bambini cubani esprimono il
loro piacere di andare a scuola per imparare o dichiarano di aver apprezzato un
libro perché ha insegnato loro qualcosa.
È una mentalità molto diversa dalla nostra, che può farci sorridere, ma che rivela una carica di idealismo e fiducia che a
noi sembra irrimediabilmente perduta.
Bianca Pitzorno mi mostra una carta sull’atlante e sono sorpresa di constatare che
Cuba è poco più piccola dell’Italia. L’Avana è una metropoli, con tre milioni di
abitanti e tredici municipi. Il tenore di
vita della gente è bassissimo, scarseggia la
benzina e non si trovano i pezzi di ricambio delle automobili, gli stipendi sono esigui, le case sovraffollate.
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IL PEPEVERDE
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Però non esiste l’analfabetismo, i cubani
amano leggere, si interessano della cultura, non sono diffidenti o prevenuti verso
gli stranieri. Ad esempio, nel suo primo
viaggio come turista, Bianca Pitzorno è
entrata senza problemi dappertutto, è
stata accolta in scuole e biblioteche presentandosi da sè come una scrittrice italiana per bambini. I cubani di oggi sono
il frutto della mezcla, come viene chiamata: spagnoli, tedeschi, scandinavi,
africani, giapponesi, molti cinesi, un
crogiolo di razze che si sono mescolate e
che si ritrovano nelle varietà di colori degli occhi, dei capelli e della pelle degli
abitanti.
Tradizioni culturali e patriottismo
I cubani amano le storie, amano leggerle
e raccontarle.
INTERVENTI E INTERVISTE
Dall’America Latina
La letteratura per ragazzi latino-americana è ancora poco conosciuta in Europa e
risente delle condizioni socio-economiche dei vari paesi. Ma l’entusiasmo e le
iniziative non mancano. È importante lo sforzo di coordinamento tra le nazioni.
Il Gruppo Editoriale colombiano Norma costituisce un punto di riferimento
dell’editoria infantile e giovanile latino-americana, per far conoscere e diffondere
i libri di ben 12 differenti paesi (Argentina, Costa Rica, Cile, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Messico, Panama, Perù, Porto Rico, Repubblica Domenicana,
Venezuala). Il Gruppo Editoriale Norma e la Fondazione per la promozione della lettura “Fundalectura” indicono da 5 anni il Premio latino americano di letteratura infantile e giovanile (Fundaciòn parà el fomento de la lectura, avenida 40,
16-18. E-mail: [email protected]; http://www.fundalectura.org.co Bogotà
D.C. Colombia).
La stessa Fondazione pubblica tre riviste specializzate. “Hojas de lectura”, trimestrale destinato a insegnanti, bibliotecari, giornalisti e genitori interessati alla letteratura infantile e giovanile, che offre materiali di riflessione sulla formazione
del lettore, la promozione della lettura e le strategie per favorire l’incontro tra libri e lettori a scuola e in biblioteca. “Relalu”, pubblicazione semestrale della sezione latinoamericana dell’organizzazione mondiale Ibby (International Board
on Books for Young People) come strumento specialistico di analisi e ricerca.
“Cincuenta Libros Sin cuenta”, la rivista dell’organizzazione “Red Prolectura”
che raggruppa 28 istituzioni pubbliche e private che lavorano per la promozione
della lettura. Ne escono due numeri all’anno, in cui si trovano ampie recensioni
di libri selezionati da un comitato di valutazione, interviste e articoli su autori,
illustratori, informazioni su premi e iniziative.
Ricco e articolato anche il panorama delle iniziative internazionali previste per i
prossimi mesi. Cominciamo con Cuba, dove dal 22 al 26 novembre ’99 si svolge
all’Avana il congresso internazionale Lectura ’99. Per leggere nel XXI secolo, organizzato dal comitato cubano dell’Ibby, dalla cattedra iberoamericana Mirta
Aguirre, con il patrocinio dell’Unesco e dell’Istituto Cubano del libro. Sempre
all’Avana è in programma dal 9 al 15 febbraio 2000 la Fiera Internazionale del
libro. Avana 2000.
L’edizione del 2000 è particolarmente interessante perché l’Italia sarà il paese invitato d’onore. Scopo della Fiera (che dedica un ampio spazio alla letteratura per
ragazzi) è quello di promuovere incontri tra editori, scrittori e librai di oltre 30
paesi e di stimolare la riflessione sul libro e la letteratura del futuro nell’area caraibica. Con una frase di Josè Martì gli organizzatori ricordano che «un nuovo
libro è sempre un motivo di allegria, una verità che ci viene incontro, un amico
che ci aspetta».
È in preparazione infine il 27° Congresso Mondiale dell’Ibby che si svolgerà a
Cartagena de Indias (Colombia) nel settembre 2000. Il tema “Il Nuovo Mondo
per un Mondo Nuovo. Libri per l’infanzia per il nuovo millennio”.
(e.m.)
Un aspetto importante della cultura dell’isola è l’interesse per la palabra viva, per
la dimensione orale, che ha assunto ancora più rilievo e diffusione con la crisi
economica della carta e della stampa. A
Cuba, nelle università, c’è una cattedra
di “Cuento oral” e c’è chi si laurea in
“racconto orale”. Non solo i cubani, come noi, curano lo studio e il recupero et-
nografico della tradizione orale, ma si
preoccupano di formare nuovi narratori.
E poi c’è la radio: pochi sanno che le famose telenovelas di stampo latino-americano sono nate a Cuba negli anni ’20’30, sotto forma di radionovelas, di sceneggiati radiofonici.
Anche il cinema cubano è molto vitale,
nonostante i pochi mezzi a disposizione.
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Bianca sorride ripensando al racconto di
un suo amico, professore universitario di
cinematografia, presente a Cuba per un
congresso al campus di S. Antonio de
Los Banos, quasi commosso per essere
stato condotto, prima della conferenza,
ad innaffiare tre alberi nel parco, che
idealmente rappresentano l’Africa, il Sudamerica e l’Europa.
È un po’ quello che è capitato a lei, durante la visita al Museo della Storia.
La custode, con la quale aveva familiarizzato, in segno di grande riguardo e di
confidenza, la portò davanti a una bandiera italiana dell’Ottocento, dicendole
nell’orecchio che le permetteva di baciarla. In quel momento le è apparso naturale e niente affatto ridicolo. Molti italiani
hanno combattuto per l’indipendenza di
Cuba e la solita targa commemorativa
indica la casa che ha ospitato all’Avana
Garibaldi.
Un fatto da non dimenticare è che nell’isola caraibica la schiavità è durata più a
lungo che negli altri paesi. Infatti Cuba è
stata il principale scalo delle navi negriere e la tratta è continuata per anni; la lotta dell’isola per liberarsi dagli spagnoli e
dalla schiavitù è stata lunga e difficile.
Perciò tra loro c’è un orgoglio, una fierezza e un senso patriottico che al nostro
occhio può apparire un po’ ottocentesco
e superato, ma che lì ha un senso.
Molti e venerati da tutti sono i “padri
della patria”, ma il più popolare di tutti è
sicuramente Josè Martì (1853-1895).
Amico di Victor Hugo e di Garibaldi, fu
perseguitato per le sue idee di libertà.
Esule a New York, aprì una scuola di alfabetizzazione dei neri, scrisse saggi, poesie e pubblicò quattro numeri di una rivista per bambini, “Edad de oro”. Quegli
scritti divennero un libro conosciuto da
ogni cubano. La popolarità di Martì è
così vasta che tutti, castristi e oppositori,
lo amano; le immagini e i versi di Martì
sono dappertutto, anche la televisione
apre i programmi con una sua frase famosa.
Le parole della canzone “Guantanamera”
sono tratte da una poesia di Josè Martì.
La scuola e l’amore per i libri
È proprio una caratteristica di Cuba, un
paese dove esiste un’antica tradizione
culturale – con importanti università
QUANDO JOSÈ MARTÌ INCONTRÒ GARIBALDI
La letteratura latino-americana in Italia
Mentre non mancano nei cataloghi della narrativa italiana
per ragazzi gli autori spagnoli, è invece molto scarsa la presenza di scrittori e scrittrici latinoamericani tradotti nella nostra lingua. Nella serie bianca de Il Battello a Vapore si possono leggere i libri di due autrici argentine: La forza della gazzella (una divertente storia di animali della foresta la cui vita
pacifica viene minacciata da una tigre feroce) di Carmen Vasquez-Vigo e Valentino somiglia a...di Graciela Montes, la
storia di un bambino che scopre la propria irripetibile identità. Nella stessa collana La strega della montagna (una strega
alle prese con alcuni inconvenienti delle scope volanti) della
colombiana Gloria Cecilia Diaz.
Due simpatiche avventure fantastiche della Vacca Volante,
ricche di ironia e senso dell’assurdo, quelle della scrittrice
brasiliana Edy Lima: La Vacca Volante e La Vacca nella sedia
(Salani Istrici).
Per gli adolescenti un bel libro della scrittrice cubana Soledad
Cruz Guerra (tradotto e presentato da Bianca Pitzorno):
Delfn Delfinero (Mondadori): una storia di crescita, che racfondate dalle congregazioni religiose fin
dal XVII secolo – la centralità assegnata
all’educazione dei bambini.
Vinta nel 1961 la battaglia dell’analfabetismo, è stata attuata una grande riforma
scolastica, che rende la scuola realmente
gratuita per tutti fino all’università. Molti giovani cubani studiano e si laureano,
ma poi a causa della situazione economica fanno i tassisti o le guide turistiche.
Nel quadro della solidarietà tra i popoli
del Terzo Mondo, molti cubani prestano
la loro opera in Sudamerica.
A scuola vanno tutti, dunque, e non ne
sentono la costrizione. Andare a scuola
significa sottrarsi al massacrante lavoro
nelle piantagioni di canna da zucchero e
lo studio è vissuto come una fortuna. Gli
insegnanti sono pagati poco, ma hanno
un’alta considerazione sociale. Suppliscono con la fantasia e l’ingegnosità manuale alla scarsità di mezzi, arredi e sussidi
didattici.
Fu osservando come lavorano le bibliotecarie Holy e Nancy e dialogando con la
direttrice che a Bianca Pitzorno venne
un’idea. Se le bibliotecarie e i maestri di
scuola riuscivano a leggere e raccontare
ai bambini anche i libri stranieri, che venivano o tradotti o reinventati sulla base
delle illustrazioni giocando e drammatizzando, perché non creare una collabora-
conta gli incontri, i sogni e le scoperte di una ragazzina cresciuta a Cuba nei primi anni della rivoluzione di Fidel Castro. Appena uscito nella stessa collana è una struggente fiaba
sull’esilio e sul ritorno, con un bambino di Buenos Aires che
dopo aver vissuto in esilio in Francia con i suoi genitori, torna nel suo paese: Al di là del mare di uno straordinario scrittore argentino da poco scomparso, Osvaldo Soriano.
Nei Junior Mondadori si può leggere Figli del buio, di Josè
Louzerio e Julio Emilio Braz, con il quale i due autori brasiliani accompagnano il lettore nella tragica realtà quotidiana
dei «bambini di strada».
Infine, per i “giovani adulti”, tre bei libri pubblicati nella collana Supertrend di Mondadori: Vito Grandam del brasiliano
Ziraldo, che racconta un tormentato sodalizio tra uno zio e
un nipote, un romanzo ambientato in una grande città brasiliana, tra la memoria dell’infanzia e la difficoltà di crescere;
Storie del Barrio (un quartiere portoricano alla periferia di
una città americana) di Judith Ortiz Cofer; una travagliata
storia di emigrazione, dal Messico agli Stati Uniti: Il pappagallo nel forno di Victor Martinez.
(e.m.)
zione diretta che favorisse l’acquisizione
di libri italiani, specie per i bambini più
piccoli?
Nacque così l’idea di invitare non solo
gli amici ma anche i turisti italiani che si
recavano a Cuba a portare con sé libri da
donare alla biblioteca.
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L’idea ha funzionato: ha cominciato a
scorrere un flusso di libri italiani per
bambini, sempre più consistente, che attraverso i turisti ha raggiunto le sale della
Biblioteca per ragazzi dell’Avana. Come
un ponte culturale gettato tra le sponde
dell’oceano.
Le Fiere
Da Bologna
a Torino,
di Valentina De Propris
Nel corso della Fiera del Libro per Ragazzi, a Bologna dall’8 all’11 aprile 1999,
il Ministero della Pubblica Istruzione ha
presentato il progetto Minerva, dedicato
alla Scuola Elementare e al suo ruolo essenziale nella formazione primaria «La
Scuola Elementare è ormai multietnica e
multimediale, aperta a sperimentazioni
teatrali e musicali, luogo privilegiato per
la formazione dell’individuo e del cittadino». La Fiera ha ospitato nei suoi spazi
espositivi una serie di progetti didattici
riuniti nella mostra “La Città della Scuola”, illustrata da Emanuele Luzzati e articolata secondo la pianta di una città immaginaria, che racchiude tutte le linee
guida seguite dalla scuola di oggi: ricerca,
integrazione, multimedia, linguaggi,
continuità e comunicazione.
Il Ministero ha inoltre organizzato un seminario nazionale, la Giornata della
Scuola Elementare, che mira a fare il punto sui saperi dei bambini, dai nuovi alfabeti della comunicazione telematica ai
percorsi di integrazione interculturale,
dai “sentieri della formazione” alle nuove
professionalità legate alla figura del dirigente scolastico.
Un altro importante convegno, promosso da BolognaFiere e dall’Associazione
Italiana Editori, dal titolo Imparare ad
imparare, ha avuto come tema “la nuova
centralità della biblioteca scolastica”,
mettendo subito in risalto il ruolo fondamentale della biblioteca nei processi di
apprendimento, formazione e ricerca.
Tuttavia nella scuola italiana la biblioteca
scolastica è una “camera chiusa”, un luogo spesso inaccessibile, sconosciuto e poco funzionale per carenza di spazi, personale e documenti. Nella scuola del “roseo” futuro prospettato dall’autonomia
tutto questo dovrebbe cambiare, ma in
attesa della legislazione che tarda ad arrivare, alcuni istituti hanno lavorato su
progetti originali e innovativi, dotandosi
di strutture che farebbero invidia a qualsiasi biblioteca di pubblica lettura: mi riferisco ai 16.000 volumi, alle 100 riviste
e al laboratorio multimediale della biblioteca scolastica dell’Istituto Tecnico
Commerciale “G. Cesare Abba” di Bre26
IL PEPEVERDE
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scia, nella quale lavorano due bibliotecari
per garantire un’apertura settimanale di
40 ore. All’esperienza dell’Istituto Tecnico Commerciale “G. Tosi” di Busto Arsizio, che grazie all’autofinanziamento degli studenti si è dotato di una biblioteca
scolastica formata da 20.000 volumi accessibili a scaffale aperto, 2.000 video,
300 Cd ROM e diversi computer collegati ad Internet, con un’affluenza quotidiana di 200 studenti. O ancora al “modello che funziona” della “Scuola Città
Pestalozzi” di Firenze, dove fin dalle
scuole materne si trasmette il piacere di
leggere attraverso la mediazione dei bambini più grandi, per eliminare il carattere
“punitivo” della lettura e la funzione precettiva dell’adulto.
Nel suo intervento il Ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer si è soffermato sul ruolo fondamentale dell’autonomia scolastica proprio per favorire simili
esperienze, casi isolati che devono servire
da guida per le altre scuole nel percorrere
la strada del cambiamento, verso la rivoluzione copernicana che riporta al centro
Il vizio di leggere
in famiglia
in biblioteca
a scuola
del processo formativo lo studente e al
centro della scuola l’autopromozione. La
scuola non deve essere più «monocorde,
unidirezionale, forzatamente omogenea»,
ma al contrario deve rompere l’unità di
classe, di orario e di programma; la cultura moderna esige infatti una pluralità
di approcci e di strumenti che lo studente deve essere in grado di gestire, ricorrendo ad una «molteplicità di fonti di
apprendimento e di formazione». La biblioteca diventa così il fulcro della scuola
e il Ministro ha annunciato che non si
costruiranno nuovi edifici scolastici che
non prevedano spazi adeguati per le biblioteche; inoltre ha decretato un primo
stanziamento di 20 miliardi per l’aggiornamento e le dotazioni minime delle
strutture esistenti, e ha firmato un protocollo con il Ministero dei Beni Culturali
per la formazione degli insegnanti bibliotecari; molto interessante anche la volontà di coinvolgere gli studenti nella gestione diretta della biblioteca scolastica,
attraverso collaborazioni part-time.
La Fiera del Libro, organizzata a Torino
dal 12 al 16 maggio, è stata dedicata
quest’anno al tema della lettura, intesa
come «divertimento, emozione, curiosità, conoscenza», e proprio per questo
molto spazio è stato dato alla letteratura
per ragazzi, che sono il primo anello nella catena della lettura; chi infatti contrae
da piccolo il “morbo” della passione per i
libri è difficile che poi crescendo entri a
far parte di quel 50% di italiani che, per
qualche misterioso motivo, non prendono mai in mano un libro. Nel percorso
fieristico è stato allestito lo Spazio Ragazzi, curato tra gli altri da Anna Parola;
un’area di 1400 mq piena di colori, giochi, musica e naturalmente libri; i bambini si sono mossi con grande libertà e
un viaggio
tra i libri
curiosità dalla «montagna fantastica» alla
«foresta delle storie», dal «mare dell’avventura» alla «città dei linguaggi», coinvolti da incontri e animazione.
Due importanti convegni hanno poi
trattato gli aspetti centrali del rapporto
tra libri e nuovi lettori: il primo, intitolato Cominciare dal bambino: il libro in famiglia, ha visto la partecipazione di Anna Oliverio Ferraris, Silvia Vegetti Finzi,
Tilde Giani Gallino, Donatella Ziliotto e
della scrittrice Lidia Ravera; insieme le
studiose hanno discusso del rapporto
madre-figlio e del libro “materno”, che la
madre dona al figlio “come un abbraccio”, come un rito di passaggio e iniziazione all’interno della famiglia. Nel secondo incontro si è discusso del Libro a
scuola con una serie di interventi particolarmente stimolanti: Erica Giacosa ha
raccontato l’esperienza del Giralibro,
un’iniziativa privata che ha portato gratuitamente migliaia di libri nelle scuole
italiane; Pino Assandri, partendo dal
convegno itinerante del 1988 Il vizio di
leggere, ha riferito le ultime novità dalla
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“trincea scolastica”, segnalando tante iniziative di promozione della lettura, magari isolate ma operanti ed efficaci, da
valorizzare e far conoscere per accrescere
le potenzialità della scuola, che deve trovare anche gli spazi per trasformarsi nel
“posto magico” dove avviene “l’iniziazione alla lettura”. Infine Bruno Mari della
Giunti, José Luis Cortés della Piemme e
Carlo Minoia del gruppo Elemond, hanno portato la voce delle case editrici su
questioni spinose come i libri di testo e
gli apparati “polizieschi” di commento ai
testi di narrativa. La consapevolezza finale che emerge da tanti contributi diversi
è il ruolo che il libro deve avere nella vita
dei ragazzi di oggi, come centro di parole, comunicazione, scambio, incontro; il
mondo del libro crea appartenenza e i ragazzi ne hanno un disperato bisogno, così come hanno bisogno di adulti che si
occupino di loro e dei loro problemi; per
questo il libro può diventare un punto di
contatto insostituibile tra due mondi che
rischiano di non trovare più le parole in
comune per capirsi.
Strategie di motivazione alla lettura
La didattica
laboratoriale
a cura del gruppo “Leggere per...”
Nella formazione dei giovani lettori ha un
ruolo significativo la scuola, in cui si insegna e si sviluppa l’abilità di lettura, ma raramente si insegna il piacere di leggere.
Per educare alla lettura la scuola deve favorire l’accostamento intellettuale, affettivo, “magico” al testo ed indurre, con
metodologie e mezzi adeguati, l’amore,
l’entusiasmo per il libro, perché la chiave
del piacere di leggere è la seduzione. Ma
la strada per coltivare il piacere di leggere
è difficile e complessa, si costruisce e si
percorre lentamente, promuovendo un
approccio metodologico-didattico completamente rinnovato, attraverso interventi strutturati e attività laboratoriali di
animazione, anche a carattere ludico e
fantastico, miranti a motivare i ragazzi
alla lettura, a determinare un rapporto
positivo con l’oggetto libro.
Il laboratorio è innanzitutto uno spazio
metodologico, un “luogo mentale” che
può essere agito anche in mancanza di
aule specifiche, capace di garantire un
collegamento continuo tra la motivazione e le attività didattiche, tra gli aspetti
affettivi e quelli cognitivi.
Questo spazio, progettuale e/o fisico,
agisce come mediatore e condizionatore
delle attività: il concetto stesso di laboratorio si oppone alla lezione tradizionale,
allo studio libresco, ai rapporti formali
tra docenti e studenti.
È il luogo che favorisce processi di integrazione, cioè la percezione di sé come
personalità integrata, in relazione costruttiva con la realtà e con gli altri.
In ogni caso, si tratta di progettare un laboratorio di drammatizzazione, di costruzione o di lettura, è indispensabile
considerare la centralità di:
- unità e complessità del soggetto che apprende;
- integrazione multidimensionale del
processo di apprendimento;
- globalità dell’esperienza educativa.
I laboratori hanno l’obiettivo di accrescere il grado di conoscenza di sé e di privilegiare il momento del “fare”, attivando
intenzionalmente tutti i canali percettivi.
Toccare, esplorare i materiali, costruire
oggetti, progettare, sono attività che
coinvolgono sempre l’espressione, a vari
livelli.
Secondo il metodo naturale di Le Bohec
l’espressione ha quattro dimensioni:
1. Sperimentazione. Ricerca oggettiva sull’uso degli elementi che costituiscono la
grammatica dei linguaggi;
2. Piacere. Approccio soggettivo alle tecniche dei linguaggi, attraverso esperienze
motivanti;
3. Comunicazione. Uso dei linguaggi per
raccontare, per ricordare, per inviare
messaggi;
4. Proiezione. Uso dei linguaggi come
espressione dei propri vissuti.
Nelle attività di laboratorio, inoltre, prevale anche una dimensione temporale
più distesa e serena: l’insegnante deve
concedere a se stesso e agli alunni di
“perdere tempo”, promuovendo l’attenzione all’ascolto, investigando tra proposte, idee diverse, mettendo in atto un
processo di ricerca e di confronto, che
accoglie e sostiene l’espressione e la creatività di ognuno e permette a tutti, adulti
e ragazzi, di sperimentare il piacere, di
appassionarsi nel “fare”.
Scegliere la didattica laboratoriale, dunque, significa programmare in modo
flessibile, per assicurare opportunità educative, dando spazio e valore alle proposte spontanee degli alunni, sostenendole
ed integrandole con altre attività guidate,
in un intreccio denso di segni percettivi,
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lessicali, socializzanti, creativi, realizzando così appieno la propria funzione di
organizzatore e regista delle dinamiche
educative.
I motivi per cui è opportuno privilegiare
l’attività laboratoriale si possono cogliere
negli obiettivi stessi di tale didattica:
- sviluppare la creatività;
- far sperimentare le capacità progettuali;
- potenziare le capacità espressive utilizzando una varietà di linguaggi;
- favorire la maturazione del gusto estetico;
- ridurre tensioni ed insicurezze;
- promuovere la collaborazione e il confronto;
- migliorare la qualità della comunicazione nel gruppo;
- osservare fenomeni di cambiamento e
di trasformazione.
Ancora di più: i laboratori possono costituire il raccordo con i genitori degli
alunni, con altre scuole, con iniziative sul
territorio, realizzando la costruzione di
una comunità educante, in senso ampio.
Una finestra sul campo
Ma un quadro di riferimento teorico ha
bisogno di essere continuamente sostenuto e inverato da modelli operativi. Gli
esempi concreti, la descrizione di esperienze paradigmatiche conferisce chiarezza e credibilità alla teoria stessa.
La presentazione di alcune strategie di
animazione alla lettura può rendere meglio comprensibili e fruibili i principi
metodologici indicati.
Costruire giochi
È importante che i bambini e i ragazzi a
scuola possano ancora giocare, perché il
gioco è la modalità naturale con cui apprendono, fanno scoperte, si misurano
LA DIDATTICA LABORATORIALE
col mondo. Giocare, stimolare la motivazione, fare leva sul piacere sono gli elementi fondamentali su cui si basano le
attività di animazione alla lettura.
Una strategia efficace è rappresentata
dall’utilizzo di giochi inventati e costruiti
a partire dai contenuti dei libri letti, ricalcando talvolta strutture e regole di
giochi già noti.
Gli esempi che seguono sono solo indicativi, e possono essere modificati, semplificandoli o arricchendoli in relazione
all’età dei ragazzi e al contesto.
Il memory
Questo gioco ricalca il memory tradizionale ma le tessere, costruite dagli alunni
stessi, riproducono immagini significative tratte dai libri.
Pertanto l’attività mira a favorire un rapporto attivo con i libri e a suscitare curiosità verso storie note e/o sconosciute.
Molte sono le capacità, a livello percettivo, logico e sociale che vengono messe in
gioco, affinate e potenziate sia nella fase
di costruzione del memory che in quella
di gioco vero e proprio:
- attenzione, osservazione, memorizzazione;
- percezione e discriminazione visiva;
- orientamento nello spazio piano;
- discriminazione di similitudini e differenze;
- socializzazione e condivisione delle regole;
- sviluppo di strategie personali: saper
trarre informazioni e vantaggi dalla circolarità del gioco.
Come si costruisce:
- scelta del libro o dei libri per il gioco;
- scelta degli elementi significativi da
rappresentare (personaggi, luoghi, situazioni...);
- produzione delle immagini, in bianco e
nero, da fotocopiare per creare la coppia;
successivamente verranno colorate entrambe (colorare solo una delle immagini
costituisce una variante che aggiunge al
gioco un ulteriore elemento da osservare);
- costruzione delle tessere, incollando le
immagini su cartoncini rigidi.
Oltre alle tessere-immagini si possono
predisporre anche quelle relative ai titoli
dei libri rappresentati nel gioco, come
primo incontro dei bambini con la lingua scritta.
Con i bambini che già padroneggiano la
scrittura si può “complicare” il memory,
aggiungendo tessere con brevi testi corrispondenti alle tessere-immagini, giocando ad abbinarle correttamente.
Come si gioca
Il gioco è costituito da tessere che a coppie riproducono immagini uguali.
Le tessere vanno mescolate accuratamente e disposte capovolte sul tavolo. A turno ogni giocatore scopre due tessere in
modo che le loro immagini siano ben visibili a tutti i partecipanti, che cercano di
ricordare le posizioni delle varie tessere
via via che vengono estratte. Se le tessere
Bambini di prima elementare del 73° Circolo didattico di Napoli che giocano al “memory”, da essi costruito a partire da storie lette in classe
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INTERVENTI E INTERVISTE
non sono uguali vengono rimesse capovolte ai loro posti iniziali ed il turno passa al giocatore successivo. Se invece le
tessere sono uguali il giocatore le prende
e continua a giocare fino a che non sbaglia. Il gioco finisce quando tutte le coppie di tessere saranno state estratte. Vince
il giocatore che avrà raccolto il maggior
numero di coppie.
Varianti
Inoltre le tessere del memory possono essere utilizzate per ordinare le sequenze
narrative di storie lette, come cantastorie,
per ri-narrare a più voci partendo dalle
immagini, o come carte in favola, per inventare storie nuove o insalate di storie.
Il processo al libro
Un’altra attività molto efficace e coinvolgente a partire dall’esperienza di lettura è
il “processo al libro”. Può essere proposta
alla classe solo in particolari condizioni
che ne consentano la piena realizzazione.
È necessario che i ragazzi abbiano innanzitutto una buona conoscenza della tecnica e una precedente esperienza di applicazione del role playing; la scelta del libro da “processare”, inoltre, deve seguire
precisi criteri. La semplice conoscenza
del testo non basta, il processo è appassionante solo se la lettura del libro ha suscitato forti passioni: bisogna scegliere
un libro amato molto da alcuni, odiato
da altri, un libro che ha fatto discutere,
che offre spontaneamente spunti di
“conflittualità”. La premessa fondamentale è, naturalmente, che esso sia stato
letto da un elevato numero di alunni, così da permettere la formazione di due
gruppi, che giocheranno i ruoli della difesa e dell’accusa; il gruppo dei ragazzi
che non ha letto il libro può essere invece un’imparziale giuria.
I due gruppi si riuniscono e discutono
punti di forza e punti di debolezza dell’opera, costruiscono le loro argomentazioni, cercano di prevedere quelle degli av-
versari, studiando repliche efficaci. Segue
un autentico dibattimento in cui gli alunni hanno modo di cimentarsi, oltre che
con la capacità di assumere credibilmente ruoli anche con tecniche espressive e
di persuasione.
Affidare il ruolo della difesa a quelli che
amano il libro e il ruolo dell’accusa ai ragazzi a cui invece non è piaciuto, è la
modalità più semplice, ma anche di minore efficacia, da utilizzare per le prime
esperienze di role playing. Quando invece la classe è già più “scaltrita” è opportuno invertire i ruoli: saranno i denigratori
del libro a doverne assumere ed argomentare opportunamente la difesa e viceversa. Sforzarsi di esaminare e sostenere un punto di vista diverso dal proprio,
di decentrarsi e comprendere le “ragioni
dell’altro” è un esercizio utilissimo al
processo di sviluppo del pensiero critico
oltre che, in un senso educativo di più
ampia portata, della coscienza democratica.
Il progetto “Leggere per...”
“Leggere per...” è un progetto di lettura per le scuole di Napoli e Provincia, sostenuto dal Provveditorato agli Studi di
Napoli e dall’Associazione culturale Galassia Gutenberg. Nasce nel 1993 su iniziativa di alcune insegnanti - attualmente
coordinatrici del progetto stesso - con l’obiettivo ambizioso
di diffondere nell’ambito della scuola il piacere di leggere, la
lettura nella sua dimensione seduttiva. In un primo momento erano coinvolte, in forma sperimentale, solo dieci scuole
medie, attualmente partecipano al progetto cinquanta scuole
di ogni ordine e grado, da alcune sezioni della scuola dell’infanzia ai bienni degli istituti superiori.
Poiché il progetto prevede l’utilizzo di metodologie nuove,
che devono essere condivise, è sua parte integrante la formazione dei docenti; pertanto gli obiettivi sono sviluppati
rispetto a due ambiti, uno relativo agli insegnanti e alla realizzazione della ricerca-azione, l’altro riguardante gli alunni.
Obiettivi della formazione in servizio dei docenti:
- acquisire competenze socio-emotivo-relazionali;
- acquisire competenze di animazione alla lettura, attraverso
la conoscenza di strategie, tecniche e metodologie specifiche;
- verificare sul campo e nel confronto con realtà diverse le conoscenze, le competenze, le procedure acquisite e la validità
dei modelli elaborati.
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IL PEPEVERDE
Obiettivi per gli alunni relativi al sapere, il saper essere e il
saper fare:
- scoprire il piacere di leggere;
- esprimersi sul piano affettivo-emotivo e relazionale;
- acquisire competenze comunicative, espressive, logiche, anche attraverso l’uso di linguaggi diversi;
- acquisire consapevolezza delle valenze formative, personali e
sociali della lettura e della scrittura.
Fasi del progetto:
Indagine sul campo per la raccolta di dati sulla lettura attraverso questionari somministrati ad alunni e genitori.
Attività a scuola (coordinate dagli insegnanti): invito e animazione alla lettura e alla espressione creativa attraverso l’organizzazione di un tempo e/o spazio laboratoriale per la realizzazione di percorsi di lettura.
Attività nell’ambito della Mostra del libro “Galassia Gutenberg” (curate dal coordinamento didattico):
- momenti di confronto con alunni ed insegnanti sulle attività svolte a scuola;
- incontri con l’autore: scrittori, illustratori, editori discutono
con gli alunni del progetto.
Manifestazione finale (curata dal coordinamento didattico):
- mostra didattica con percorsi guidati;
- incontro con le autorità e premiazione delle scuole partecipanti.
n. 1/1999
Expocartoon
Una festa
a fumetti
di Marco Pellitteri
Expocartoon, insieme a Lucca Comics, è la
più autorevole manifestazione italiana
dedicata al fumetto, all’animazione, al
gioco di ruolo, al modellismo, al videogioco e a tutto quanto appassiona i ragazzi di oggi. Come la rassegna di Lucca,
il festival romano è semestrale: un’edizione autunnale a novembre, durante la
quale vengono assegnati i prestigiosi premi Yellow Kid ai migliori autori, divulgatori ed editori d’Italia e del mondo; e
una primaverile a maggio, in cui la presenza giovanile è ancor più numerosa ed
euforica, anche per merito, va detto, del
clima piacevole. Expocartoon, che dura
quattro giorni (generalmente da giovedì
a domenica), è precisamente questo: oltre alle miriadi di stand delle case editrici
e dei negozi di fumetti, oltre alle imperdibili mostre su questo o quel disegnatore, su questo o quel personaggio, la manifestazione costituisce la pietra miliare
dell’entertainment per i giovani italiani.
In una sala proiezioni gremita di “ragazzi” dai sei ai sessant’anni vengono mandate sullo schermo, ogni giorno e nostop, tutte le novità del mondo dell’animazione in anteprima, e inoltre sono
proiettati dei classici del cinema d’animazione, per far scoprire alle nuove generazioni i maestri della Disney o i fratelli Fleischer, i cortometraggi di Walter
Lantz o della Metro-Goldwin-Mayer. Soprattutto vengono però mostrati gli anìme, vale a dire i disegni animati giapponesi, che da almeno vent’anni costituiscono la pietra di paragone dell’animazione mondiale per la loro perfezione
tecnica (solo parzialmente coadiuvata
dalla computergrafica), le loro trame delicate e avvincenti e la loro pressoché totale sintonia con i gusti del giovane pubblico di tutto il mondo.
Intere ali della Fiera di Roma, luogo della rassegna, sono dedicate ad altri mondi
dell’immaginario e del tempo libero, come il settore dei giochi di ruolo, cioè degli elaborati giochi di società da tavolo o,
nelle versioni più avanzate, delle vere e
proprie messe in scena “giocate” da attori-giocatori in costume in base a codificatissime regole di svolgimento.
Expocartoon è una Mecca per i fan dei videogiochi. Un grande padiglione ospita
decine e decine di consolles dimostrative
dei migliori videogames della nuova generazione: una grafica più avanzata, elaboratori più veloci e potenti, giochi sempre
più complessi e dal punto di vista visivo
e da quello contenutistico; e in fondo è
giusto che sia così, dal momento che, ragionando in termini molto ampi, i giochi computerizzati abituano i giovani ai
linguaggi interattivi, e proprio sull’interattività si baseranno le modalità di comunicazione del domani. Quanto alle
paure sul presunto isolamento sociale del
quale soffrirebbero i ragazzini invasati da
Tomb Raider o Tekken, niente paura: a
Expocartoon decine di partecipanti e
gruppetti di amici e amiche si sfidano
goliardicamente su questa o quella consolle, giocando comunque, sempre, in
compagnia.
Per chi ama invece attività più “moderate” Expocartoon offre l’angolo del modellismo, dove giovani artisti/artigiani plasmano e colorano statuette di vinile raffiguranti i più popolari personaggi del cinema o del fumetto, da Predator e Alien
a Dylan Dog e Gundam, dal Luke
Skywalker di Guerre stellari alla Cosa dei
Fantastici Quattro; oppure si cimentano
nella creazione di mostri meno conosciuti, protagonisti dei giochi di ruolo fantasy che da anni imperversano fra i giovani
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
e che gli adulti sconoscono del tutto.
Tornando ai fumetti, sono presenti molti
“banchetti” votati alla diffusione delle
cosiddette fanzines, ovvero le riviste fatte
da e per appassionati, più che altro incentrate sugli eroi giapponesi, vecchi e
nuovi: il fenomeno riguardante questo
tipo particolare di fanzines, che in giapponese è denominato dojinshi, è interessante perché contempla la commercializzazione a modico prezzo non solo di
giornali ciclostilati contenenti storie a fumetti autoprodotte e disegnate in stile
manga, ma anche delle musicassette e dei
cd audio, con le colonne sonore degli
anìme, registrati in casa “abusivamente”:
ma la passione è tanta, lavoro non ce n’è,
il Giappone è lontano e quindi non stiamo a sottilizzare…
A Expocartoon potete vedere frotte di ragazzi e ragazze mascherati come i fumetti giapponesi, da Dragon Ball a Lady
Oscar, da Tekkaman a Ranma 1/2, o come i migliori videogames del momento.
Questo carnevale fuori stagione prende
il nome di cosplay (più o meno l’abbreviazione di costume playing) e l’hanno
“formalizzato” i giovani giapponesi, da
decenni maniacali riproduttori artigianali dei costumi dei loro personaggi fantastici preferiti; gli italiani hanno imparato bene la lezione e soprattutto hanno
colto lo spirito di sana, anarchica follia
insita nel gironzolare travestiti da fumetti fra gli sguardi divertiti e un po’ attoniti dei “grandi”. Expocartoon è per i papà
e le mamme una vera e propria manna
dal cielo, perché i personaggi amati dai
loro piccoli sono lì, tutti insieme, ben in
evidenza. Dunque non ci sono scuse: gli
eroi dei figli non sono lontani, per lo
meno per chi possa passare una domenica a Roma, o a Lucca.
Dal libro al teatro
Ragazzi,
che spettacolo!
di Giuseppe Assandri
Da sempre il Teatro per Ragazzi, quello
realizzato dalle compagnie professionali,
ha un punto di riferimento per i propri
soggetti nel grande repertorio della narrativa. Uno spettacolo teatrale è naturalmente qualcosa di altro, di molto diverso
dal libro a cui è legato e ne costituisce
necessariamente un “tradimento”, poiché
viene messa in gioco una pluralità di codici e di linguaggi diversi. Diviene allora
particolarmente interessante capire che
cosa succede quando un libro fa il suo
ingresso a teatro, diventando protagonista e interlocutore diretto. Negli ultimi
anni stiamo assistendo, nel variegato
mondo del Teatro Ragazzi, a una nuova
attenzione nei confronti del libro per ragazzi, in sintonia con quella che nella
scuola sembra ormai diventata una paro-
la d’ordine: l’educazione alla lettura come piacere.
Due domande, per compiere un percorso
alla scoperta di quel che c’è di nuovo:
1. Quali sono le nuove fonti letterarie a
cui attingono autori, registi e attori teatrali?
2. In quali differenti modi un libro può
presentarsi sulla scena di uno spettacolo
teatrale?
Le nuove fonti letterarie del teatro
ragazzi
Delle 556 produzioni destinate a un
pubblico dai tre ai quattordici anni presentate dalle 164 Compagnie Teatrali
professionali inserite nel catalogo Eti
(Ente Teatrale Italiano) 1998-99 circa il
40% cita una fonte letteraria mentre il
restante 60% ha elaborato un soggetto
originale. Oltre al serbatoio di fiabe e favole tradizionali e alle narrazioni popolari, sono ancora presenti in forza i classici
della letteratura: le fiabe di Grimm e Andersen, i poemi omerici, l’Orlando Furioso. E poi Shakespeare, Collodi, Lewis
Carroll, Kipling, Baum, Jerome, Barrie,
Saint-Exupry, Rodari, Calvino.
Ma il fatto rilevante degli ultimi anni,
che testimonia il vero e proprio boom
dell’editoria per ragazzi, è la presenza
non più sporadica di spettacoli tratti o
ispirati ai libri più amati dai giovani, conosciuti ormai anche dagli operatori scolastici. È una tendenza che sembra in
crescita, tenendo presente che a volte il
confine tra narrativa per ragazzi e per
adulti appare piuttosto fluido.
Chi sono gli autori prediletti? Naturalmente Daniel Pennac e Luis Sepulveda,
autori di grandi best seller. Tra gli autori
stranieri di libri per ragazzi conosciuti
dal pubblico italiano non può mancare
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IL PEPEVERDE
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Roald Dahl. Ma ci sono anche Ted Hughes e Thierry Jonquet. E tra gli italiani?
Si va dagli autori consacrati come Roberto Piumini, Bianca Pitzorno, Altan, Susanna Tamaro a Guido Quarzo, Nicoletta Costa, Silvia Roncaglia.
I libri per ragazzi e la lettura
diventano spettacolo
In quali differenti modi un libro può essere messo in scena? Proviamo a delineare una serie di modalità e di approcci al
libro. Per ciascuna di esse forniamo uno
o più esempi che ci paiono significativi.
Dal libro alla recitazione
È la modalità più comune. Chi fa la “riduzione” (ma il termine è ambiguo perché sembra suggerire che lo spettacolo sia
qualcosa di meno del libro) opera una
messa in scena, con attori che interpretano i personaggi, dialogano e interagiscono tra loro. Naturalmente il numero e la
caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione, la trama stessa o il finale
della storia possono venire modificati.
Qualche volta il libro, specie se si tratta
di un classico, viene utilizzato solo come
un pretesto, come fonte di ispirazione
per presentare sulla scena i vissuti e le
emozioni che la lettura ha suscitato. Le
tecniche utilizzate sono varie, più frequentemente quelle del teatro d’attore,
ma anche quelle del teatro di figura (ombre, burattini, pupazzi animati, oggetti).
Due esempi, scelti tra produzioni recenti
a partire da un libro per ragazzi.
Storia di una gabbianella e del gatto che le
insegnò a volare messo in scena dalla
compagnia La Piccionaia di Vicenza.
Due i motivi di maggior interesse: l’elaborazione drammaturgica (di Titino
Carrara, Carla Preseotto e Giacomo Ver-
RAGAZZI, CHE SPETTACOLO!
de) nata da una serie di letture e di improvvisazioni con bambini di scuola elementare. Nei temi presenti nel libro di
Sepulveda (pubblicato da Salani), non
privo di venature didascaliche e buoniste, la compagnia ritrova risonanze col
proprio percorso teatrale: l’incontro e il
dialogo tra diversi, il rapporto tra mondo
adulto e bambino, il rispetto dell’ambiente. Una fiaba moderna con forti richiami al mondo reale, per offrire un’occasione di dialogo e riflessione non solo
ai bambini, ma a tutta la famiglia.
In secondo luogo la scelta di abbinare la
Il libro in scena
Tre domande a Claudia Casolaro, direttrice artistica de Il Ballatoio sulle
strategie e metodologie di intervento
sul terreno della lettura e del teatro
Il Ballatoio è una compagnia di teatro
per ragazzi professionale, attiva dal
1993, riconosciuta dall’Ente Teatrale
Italiano e sovvenzionata dalla Regione
Piemonte. Produce spettacoli e organizza corsi e laboratori di teatro e danza
per bambini e laboratori per insegnanti. Con il Comune di Alessandria collabora da anni al progetto di promozione
della lettura È di scena il libro e partecipa alla Campagna per la Messa al Bando delle Mine, finanziata dall’Unione
Europea e coordinata da Remo Rostagno.
Romeo Lucchi (con esperienze nel
campo della psicomotricità e del teatro
sperimentale) e Claudia Casolaro (direttrice artistica, attrice e danzatrice di
formazione accademica, che ha lavorato come protagonista per il Teatro La
Fenice di Venezia e con il regista americano Bob Wilson) sono gli attori e registi. Lo spettacolo Guidone Mangiaterra
e gli Sporcaccioni (1998) ha portato materialmente sulla scena il libro vincitore
del Premio Andersen 1996 pubblicato
da Il Battello a Vapore. Nella primavera
1999 ha debuttato il nuovo spettacolo
Nuvole di drago (che mette in scena un
altro libro di Sebastiano Ruiz Mignone
edito da Il Capitello), una fiaba moder-
na, ironica e allegra sul tema dell’amicizia e della solidarietà.
Perché un libro in scena e non
semplicemente una narrazione o una
recitazione?
È una scelta nata nell’ambito di un
progetto di promozione della lettura e
vuol essere un omaggio al libro, che noi
vogliamo valorizzare, cercando di leggere dietro le parole del testo e di comunicare soprattutto le emozioni che
suscita, attraverso il nostro entusiasmo
e la nostra energia. È un lavoro teatrale,
non si tratta di animazione alla lettura,
anche se nasce da un’esperienza di lettura con i ragazzi che noi consideriamo
decisiva. Mettere un libro in scena come oggetto reale è un ostacolo, ma è
giusto che sia così perché costituisce
uno stimolo a dare efficacia alla comunicazione.
In che modo scegliete il libro?
Nel caso di Guidone Mangiaterra la
scelta è stata un po’ casuale, il libro ci
ha colpito per la sua vivacità e la carica
fantasiosa e immaginifica. Quando si
sceglie un libro è importante leggerlo e
“sentirlo”, ricordando che in ogni caso
occorre ridurlo ma contemporaneamente rispettarlo nel suo valore artistico. Per esempio, ci è capitato di rinunciare a utilizzare teatralmente una pagina particolarmente delicata e poetica.
Quali sono gli ingredienti fondamentali
e le strategie alla base del vostro lavoro
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
con i bambini e con gli insegnanti?
Il punto di partenza è la prima lettura
completa e attenta del libro, per cui si
richiede la massima concentrazione, allo scopo di raccogliere le immagini, i
suoni e le parole che scaturiscono dal
testo, come i sassolini di un percorso.
Poi occorre cercare un ritmo e costruire
le azioni, mantenendo la sintonia con il
testo. Si passa quindi alla riduzione,
che comporta a volte anche tagli consistenti, eliminando scene o personaggi.
Annotiamo il libro come una partitura
musicale, con segni convenzionali che
ci guideranno nella lettura ad alta voce
e nell’azione scenica.
Gli ingredienti essenziali su cui lavorare
sono il corpo, lo spazio e gli elementi
di scena, da cui nascerà lo spettacolo.
Dalla lettura del testo procediamo infine a costruire le scene, selezionando
azioni, parole e improvvisazioni.
Nei laboratori coi ragazzi seguiamo lo
stesso procedimento e ci affidiamo
molto alle sensazioni e alle risposte del
gruppo con cui si lavora.
Agli insegnanti interessati a lavorare in
questo campo, suggeriamo di scegliere
un libro che piaccia sia a loro, sia ai ragazzi, e di leggerlo per intero, curando
le tecniche della lettura espressiva ma
soprattutto facendo emergere le sensazioni e le emozioni dei lettori. Ciò che
consideriamo essenziale è che si creda
veramente in ciò che si sta facendo, nel
valore della lettura e del teatro come
strumenti di conoscenza e di espressione di sé.
INTERVENTI E INTERVISTE
Chi mette in scena libri per ragazzi
Segnaliamo le principali produzioni tratte da libri per ragazzi
di autori contemporanei presenti nel Catalogo 1998-99 dell’Eti (Ente Teatrale Italiano).
Laboratorio Teatro Settimo (via Roosvelt 8/a, 10036, Settimo T.se – Torino, T. 011-8971746).
La magica medicina (dall’omonimo libro di Roald Dahl, Salani).
Pandemonium Teatro (via Camozzi 56 24100 Bergamo, T.
035-235039): Dolcemiele (da Roald Dahl, Matilde, Salani)
L’acchiappastreghe (da Roald Dahl, Le streghe, Salani).
La Piccionaia (via Pio X 5 36051 Creazzo – Vicenza, T.
0444-521711): Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (dal libro di Luis Sepulveda, Salani).
Teatro del Sole (via S. Elembardo 2 20126 Milano, T. 022552318): La storia di Lavinia (da Bianca Pitzorno, L’incredibile storia di Lavinia di, E. Elle).
Teatro dell’Angolo (via Industria 2 10142 Torino, T. 011489676): Uomo Nero, Verde e Blu (dal libro omonimo di
Guido Quarzo, Einaudi Ragazzi).
Teatro dell’Archivolto (via Ghiglione 5 116149 Genova, tel.
010.65921): Blu cielo (dal libro Il giro del cielo pubblicato da
Salani); L’occhio del lupo (dal libro di Pennac, Salani); Pimpa
e Cappuccetto Rosso e Pimpa, Kamillo e il libro magico (Panini
Ragazzi); Come un romanzo (conferenza spettacolo dall’omonimo libro di Pennac, pubblicato da Feltrinelli).
Teatro Gioco Vita (Vicolo San Matteo 29100 Piacenza, tel.
0523.332613): Pescetopococcodrillo (dai libri di Leo Lionni,
Einaudi Ragazzi)
Teatro Kismet (Strada San Giorgio Martire 22/f 70123 Bari,
recitazione alla tecnica del teleracconto,
che consente di proiettare sulla scena
delle immagini e di trasformare gli oggetti, attentamente ricercati e scelti: ecco
che una penna può diventare un gabbiano e una goccia di inchiostro un mare di
petrolio. Sul palcoscenico c’è la scrivania
del Narratore e accanto uno schermo volante che diventa un interlocutore attivo
nel raccontare la storia.
Gli attori rappresentano con movimenti
e pantomime la vicenda della gabbianella
educata dal burbero gatto Zorba e dialogano a distanza ravvicinata con il flusso
del videoracconto come se entrassero e
uscissero dallo schermo. Nel libretto che
contiene la sceneggiatura Giacomo Verde
spiega con esempi concreti che cos’è e
come si fa un teleracconto.
Motu-Iti (dall’omonimo libro di Roberto
Piumini pubblicato da Einaudi Ragazzi)
del Teatro Laboratorio Mangiafuoco di
tel. 080.5749254): Momo (dal libro di Michael Ende, Longanesi).
Teatro Laboratorio Mangiafuoco (via Grasselli 14 20137 Milano, tel. 02.7610491): Motu-Iti Tra la terra e il cielo (da Roberto Piumini, Einaudi Ragazzi); Piccole storie (dai libri di
Tullio Francesco Altan, pubblicati da E. Elle).
Teatro Popolare la Contrada (via del Ghirlandaio 12 34138
Trieste, tel. 040.948471): La principessa dispettosa (dal libro
di Nicoletta Costa, E. Elle).
Attori e Cantori (via P. del Zoccolo 2 33170 Pordenone, tel.
O348.5119444): L’uomo di ferro (dal libro di Ted Hughes,
Mondadori).
Il Ballatoio (via Garibaldi 15 15066 Gavi Ligure - Alessandria, tel. 0143.643666): Guidone Mangiaterra e gli Sporcaccioni (da Sebastiano Ruiz Mignone, Il Battello a Vapore) e
Nuvole di drago (da Sebastiano Ruiz Mignone, Il Capitello)
Circolo Bloom (via F.lli Calandra 17 10123 Torino tel. 011885331): Il viaggio dell’orca zoppa (da Guido Quarzo, Emme
Edizioni) e Nessuna strega (di Guido Quarzo).
Instabile Quick (via Manzoni 11 21010 Ferno - Varese, tel.
0331.241529): Zorba il gatto (da Sepulveda)
Il Lanciavicchio (via U. Maddalena 4 67050 Antrosano di
Avezzano - Aquila, tel. 0863.25933): L’occhio del lupo.
Tangram (via Marsala 11 20059 Vimercate - Milano, tel.
039.6084811): Il cerchio magico (dal libro di Susanna Tamaro, Mondadori); L’orco del metrò (da Thierry Jonquet, Mondadori); Cartaruga e Lumacarta (dal libro di Silvia Roncaglia,
Bruno Mondadori).
Teatro Cittau Murata (via Natta 12 Como, tel. 031.269175):
Notte di carta (da Guido Quarzo, Uomo nero, verde, blu, Einaudi Ragazzi).
Milano che opera nell’ambito del teatro
di figura. Per cercare di tradurre le parole
in immagini mantenendo la forza evocativa del libro, letto con gli occhi, con le
orecchie e il naso, è stata costruita una
struttura scenografica con una “baracca”
realizzata con legni e corde di canapa, tele grezze e pesanti che attraverso scorrimenti orizzontali e verticali suggerisce
piani prospettici e orizzonti di mare, isole e cieli solcati dal volo dei gabbiani. Sono le mani ad assumere un’importanza
fondamentale per animare, plasmare e
rendere viva una storia molto suggestiva,
legata alle vicissitudini del popolo dell’Isola di Pasqua. Le musiche originali, i
suoni e le luci sono gli ingredienti che
accompagnano la narrazione, giocata attraverso le ombre e i burattini a bastone.
Dal libro alla narrazione
La storia contenuta nel libro, più o meno
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
liberamente “trattata”, viene raccontata
sulla scena; spesso da un solo attore, che
dà voce a più personaggi e utilizza il corpo, e il linguaggio mimico e gestuale per
rendere vivo il racconto.
Un esempio è Magica Medicina realizzato
dal Laboratorio Teatro Settimo (Torino).
Lo spettacolo, narrato da Beppe Rosso
che interpreta fisicamente tutti i personaggi, ci mostra la straordinaria quotidianità del protagonista Giorgio, un
bambino di otto anni alle prese con una
famiglia assuefatta alla televisione e al
mondo dei consumi che ogni sabato pomeriggio, quando immancabilmente i
genitori vanno a far spesa al mega centro
commerciale “La città del sorriso”, resta
solo con la terribile nonna, una vera strega. Come nelle fiabe, Giorgio sconfiggerà i suoi antagonisti, in questo caso gli
adulti, con l’astuzia, l’ironia e un pizzico
di magia. L’attore, dotato di una grande
RAGAZZI, CHE SPETTACOLO!
capacità mimica e gestuale è un narratore
consumato, con una faccia che sembra
quasi una maschera buffa e sa mantenere
vivi il ritmo e la tensione, nonostante
una certa debolezza del testo, in un flusso di invenzioni immaginifiche, con una
mitragliata di gags, a metà tra la comicità
concreta della Commedia dell’Arte e
quella surreale e clownesca. Gli autori
dello spettacolo, Beppe Rosso e Roberto
Tarasco, sono intervenuti nell’ambientazione della vicenda: l’esilarante scena della cottura in un pentolone gigante della
magica pozione, ad esempio, si svolge in
una discoteca.
Il libro in scena
Il libro stesso compare sulla scena e uno
o più attori ne leggono pagine scelte, accompagnando la lettura con azioni sceniche, attraverso il movimento, la danza e
la parola dialogata. Più frequentemente
tale modalità si combina con la recitazione o la narrazione. In alcuni casi può diventare prevalente.
La testimonianza più netta di tale tendenza è lo spettacolo Guidone Mangiaterra e gli Sporcaccioni (dal libro di Sebastiano Ruiz Mignone, edito dal Battello a
Vapore) di una giovane compagnia piemontese, Il Ballatoio di Gavi (Alessandria).
Il libro stesso è presente come oggetto
sulla scena e i due attori se lo passano di
mano, con una lettura teatrale molto vivace ed energica, accompagnata da azioni sceniche che combinano il linguaggio
del teatro e quello della danza. Anche
nella successiva produzione della compagnia, Le nuvole drago (tratto da un libro
del medesimo autore edito da Il Capitel-
lo) in libro rimane in scena durante tutto
lo spettacolo.
sto Pandemonium Pickwick, letture ad alta voce con musica e azioni teatrali.
La lettura teatrale del libro
Molte compagnie teatrali, specialmente
negli ultimi anni, propongono laboratori
di lettura espressiva. Pandemonium Teatro di Bergamo ha elaborato un interessante progetto culturale di promozione
del piacere di leggere, ascoltare, discutere
di storie, di autori, di temi e generi letterari: il programma si chiama Fantastiche
letture.
Un attore professionista legge un racconto, una fiaba, un brano letterario a un
gruppo di spettatori facendo loro riscoprire tramite la magia della voce, come
“muscolo dell’anima”, il piacere, l’emozione, l’entusiasmo del leggere. Dopo la
lettura che diviene performance spettacolare, a seconda del tipo di testo, si propone: per i bambini, uno o più giochi
che prendono spunto dalla storia; per
giovani e adulti, un momento di riflessione verbale su quanto letto. Il repertorio è ampio e diversificato per fasce di
età: da L’enorme coccodrillo e Agura Trat
di Roald Dahl, a Il Folletto Brambilla di
Piumini, L’occhio del lupo di Pennac, a
Storie per ridere di Henriette Bichonnier.
Due percorsi La paura e la voglia di diventare grandi e Grandi brividi presentano racconti di Ray Bradbury e di grandi
autori del mistero, con momenti di musica dal vivo e quiz semiseri con i ragazzi.
Per i più grandi, Antologia Bichsel e Metamorfosi e Mutazioni, quattro incontri
di lettura da Le Metamorfosi di Ovidio
agli alieni di Fredrick Brown.
Al pubblico degli adulti, seduti ai tavoli
come a un caffè letterario, viene propo-
Il libro come conferenza spettacolo
Il Teatro dell’Archivolto di Genova (che
ha realizzato altri tre spettacoli a partire
da libri di Daniel Pennac) ha messo in
scena Come un romanzo tratto dall’omonimo saggio (edito da Feltrinelli), ormai
divenuto una sorta di “manifesto” dei diritti del lettore. È stato presentato nel
1998 in occasione di un “festival Pennac” svoltosi alla presenza dello scrittore
francese e recentemente riproposto alla
Fiera del Libro di Torino (12-16 maggio
1999), che nell’ultima edizione ha scommesso sulla passione dei libri e la formazione del lettore. La formula è quella della conferenza-spettacolo. Gli spettatori (a
partire da 14 anni) si trovano di fronte
un professore (Giorgio Scaramuzzino)
che li saluta elencando i titoli dei temi da
svolgere e li provoca presentando i lettori
come dei malati da curare.
Quali sono le patologie ricorrenti? Si va
dalla “Bibliofagia”, che fa divorare i libri
che nei casi più gravi (i book-drinkers)
possono essere scolati come bibite, alla
“Bibliografia”, che colpisce quelli che per
non separarsi dai libri hanno inventato
una finta disciplina che li analizza, li cataloga e li archivia o alla “Bibliocastia”
che provoca roghi e distruzioni di libri.
In che modo i lettori, rimanendo tali,
possono curarsi e prevenire le malattie? Il
rimedio da prescrivere è costituito dal
decalogo dei “diritti imprescindibili del
lettore”, a cui si aggiungono due nuovi
diritti che Pennac non ha scritto: quello
di addormentarsi leggendo e quello di
sognare.
35
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
L’Illustratore in primo piano
Mirek,
la bellezza
di Claudio Saba
“Il Pepeverde” che si occupa, sotto vari
aspetti, di letture e letterature per ragazzi
– lo si legge nella testata – e quindi della
parola scritta o raccontata, non può non
dedicare un spazio particolare all’immagine che a quella parola s’accompagna,
rappresentazione spesso misteriosa di vissuti profondi, di affetti celati o dimenticati.
Per questo, accanto a interventi, interviste e spazi di discussione riguardanti il
mondo dell’illustrazione, si è pensato di
proporre in ciascun numero una sorta di
monografia per immagini, un “viaggio”
che, dalla copertina della rivista attraverso
vari disegni all’interno, porti i lettori ad
incontrare e approfondire un illustratore
ogni volta diverso, scelto fra i più interessanti, siano essi già noti o semplici promesse.
Questa speciale galleria si apre con Mirek, artista di fama consolidata nato in
Boemia e che da diversi anni vive e lavora a Bracciano, vicino Roma.
È qui, sulla riva del lago, che lo incontro
in un caldo pomeriggio d’estate, il castello, le colline e qualche vela a far da sfondo mentre mi racconta della sua infanzia
vissuta come “una favola di colori” in
una piccola cittadina nei dintorni di Praga in mezzo a boschi, ruscelli e laghi. Nel
ricordo sembra ripercorrere i passaggi segreti scavati nella roccia, gli avventurosi
sentieri coi nomi di antiche battaglie come la “via svedese” della guerra dei
trent’anni, una suggestione straordinaria
per un bambino la cui fantasia era già totalmente protesa verso la creazione di
immagini. E la passione per il disegno
emerge infatti prestissimo insieme con la
capacità di dare forma e colore ai materiali più diversi che poteva trovare, dalla
creta alla cartapesta.
Sorvolo, mentre parla, su una stranezza
che colgo nelle sue parole e che comunque avevo già notato in precedenti circostanze: Mirek non dà date, non fa alcun
riferimento temporale preciso perlomeno
agli avvenimenti del periodo trascorso in
patria. Forse è un vezzo d’artista, una curiosità che mi pare tuttavia significativa
di un tempo percepito come opzione
marginale rispetto al vissuto.
Sono gli anni della formazione. Dapprima la scuola di ceramica a Teplice dove,
passeggiando nei parchi, era facile immaginare di incontrare Goethe o Beethoven
o di togliersi il cappello davanti alla carrozza dell’imperatore. Poi a Praga nella
Scuola superiore di arti applicate dove
studia pittura, scultura, scenografia.
Comincia qui, con una collaborazione
alla casa editrice statale per l’infanzia, la
sua attività di illustratore di libri per ragazzi.
Il servizio militare, durissimo nel suo
paese – siamo in piena guerra fredda –
rappresenta una frattura terribile che lo
sradica totalmente dal percorso creativo
appena iniziato. Lì, fra i suoi compagni,
c’è Stepan Zavrel, altro grandissimo illustratore scomparso di recente e al quale
va un commosso saluto. Mi racconta Mirek dell’insofferenza di Zavrel per la disciplina e dei suoi continui tentativi di
svincolarsi inventando ogni volta qualcosa che invece di divertire aveva però l’effetto di mandare su tutte le furie i suoi
superiori.
Con il ritorno alla vita civile, realizza importanti lavori: crea costumi e scenografie per il teatro, manifesti per il cinema,
sigle e cartoni animati per la televisione.
E, soprattutto, riprende ad illustrare libri
per ragazzi.
Ma è nel 1966 – compare la prima data –
36
IL PEPEVERDE
n. 1/1999
che Mirek decide di lasciare Praga, magica città di sempre illuminata di notte dai
lampioni a gas, i grandi alberi in fiore in
primavera, la neve che scricchiola sotto i
piedi d’inverno, e con lei il suo paese.
Germania, Francia, Italia, Svezia e poi
ancora Italia. Sono molte le tappe del
viaggio prima del suo stabilirsi definitivo
a Bracciano perché forse, come lui stesso
dice, anche qui c’è un lago.
Il suo inserimento nella vita artistica del
nostro paese non è per niente facile e tardivo è il suo riconoscimento. Come per
Stepan Zavrel già citato o Roberto Innocenti, la cui “emigrazione” professionale
negli Stati Uniti costituisce un caso ancora più clamoroso.
Dispiace molto, tanto per fare un esempio, che un’istituzione importante come
la Fiera del libro per ragazzi di Bologna
abbia dedicato in questi anni a Mirek
uno spazio assolutamente esiguo.
Ciononostante la sua attività è molteplice e variegata. Si dedica alla pittura e alla
scultura partecipando a diverse mostre,
collabora con la Rai realizzando sigle e
cartoni animati e con numerosi quotidia-
delle
immagini
ni e riviste tra i quali La Repubblica,
El Pais, La Fiera letteraria, L’Espresso.
Ma il centro del suo interesse rimane il
libro per ragazzi. E, in particolare negli
ultimi dieci anni, ne illustra tanti per diverse case editrici tra cui gli Editori Riuniti, Giunti, le Nuove Edizioni Romane,
la Piemme.
Sfogliando i libri illustrati da Mirek e osservando le sue tavole, si percepisce immediatamente quella che ritengo essere
la sua caratteristica più importante: una
straordinaria libertà espressiva. La stessa
forse che lo aveva colpito da bambino
guardando per la prima volta i quadri di
Picasso, Dalì e De Chirico.
Si è capito dalla sua biografia che Mirek
è illustratore di scuola forte, la stessa che
ci ha regalato Trnka e Zavrel, eppure come pochi è libero da identificazioni e
stratificazioni stilistiche. Egli è capace di
intraprendere nel proprio universo immaginario sentieri sconosciuti, notturni,
di illuminarli improvvisamente con
grandi chiarori poetici, e di liberare infine sulla pagina del libro, attraverso la
magica leggerezza di uno scenario acquerellato, di una figura a china, di un tratto
I libri di Mirek
I libri che Mirek ha illustrato sino ad oggi sono tanti. Da alcuni di questi abbiamo tratto i disegni e le tavole che animano l’iconografia di questo numero de “Il
Pepeverde”.
Tra i numerosi titoli della sua produzione segnaliamo:
J. K. Jerome, Tre uomini in barca, SAIE, Torino, 1969;
A. Petrosino, La febbre del Karatè, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1989;
A. Petrosino, L’isola senza nome, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1989;
G. Rodari, Il lupo e il grillo, Editori Riuniti, Roma, 1991;
G. Rodari, Il naso della festa, Editori Riuniti, Roma, 1991;
P. M. Fasanotti, Il ladro dei sogni, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1992;
G. Rodari, Le storie dello zio Barba, Editori Riuniti, Roma, 1993;
P. M. Fasanotti, L’altra città, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1994;
G. Quarzo, Chi trova un pirata trova un tesoro, Piemme, Casal Monferrato, 1994;
R. Kypling, Il libro della giungla, Giunti, Firenze, 1994;
J. Fletcher, La voce perduta di Alfreda, Piemme, Casal Monferrato, 1995;
A. Lavatelli, Il cannone Bum, Piemme, Casal Monferrato, 1995;
F. Giordani, L’assedio di Troia, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1995;
C. Rapaccini, La vendetta di Debbora (con due “b”), Piemme, Casal Monferrato,
1995;
T. Deary, L’anello magico e la fabbrica degli scherzi, Piemme, Casal Monferrato,
1997;
L. Garfield E. Blishen, Il romanzo degli dei greci, (riedizione di Al principio erano
gli dei), Nuove Edizioni Romane, Roma, 1999;
N. Ghetti, Le vite di Plutarco, Nuove Edizioni Romane, Roma, 1999.
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IL PEPEVERDE
n. 1/1999
a matita, una limpida dinamica con la
parola scritta.
È come se il tratto e il colore nascessero
altrove, si animassero sulla carta rinviando lo sguardo del lettore ad un suo racconto interno per lasciarlo poi alle proprie immagini.
Concludo citando un libro del 1992,
Il ladro dei sogni di Pier Mario Fasanotti
pubblicato dalle Nuove Edizioni Romane, che credo sia il suo lavoro più bello.
Tavole a colori, disegni in bianco e nero
e racconto risultano qui infatti un’unica
cosa. Insomma, un libro.
S
t
u
d
i
e
r
i
c
e
r
c
h
e
La voglia
di leggere
di Silvia Blezza Picherle
Voglia di leggere e realtà socio-culturale
Secondo alcuni studiosi la nostra potrebbe essere considerata una società dell’antilibro, perché il modo di vivere e
l’abitudine alla fruizione massmediale fanno acquisire capacità e comportamenti antitetici a quelli abitualmente richiesti e attivati durante la lettura. Sono le caratteristiche
strutturali dei media che determinano ciò. Ad esempio,
mentre la lettura si caratterizza per la monosensorialità, in
quanto vi è impegnato esclusivamente uno solo dei cinque sensi (la vista), la “lettura” dei media si presta solo ad
un approccio multisensoriale. Infatti per la comprensione
del messaggio audiovisuale si richiede l’utilizzo simultaneo
dei diversi sensi: si vede e si ascolta, oppure, nel caso dei
videogiochi, si vede, si ascolta e si agisce (R. Simone,
1990).
La fruizione multisensoriale ha conseguentemente sviluppato in tutti, e particolarmente nei giovani, una nuova e
diversa forma di capacità attentiva, che solo apparentemente si identifica con la disattenzione. Si tratta invece di
un’attenzione pluriorientata, e se vogliamo anche piuttosto dispersiva, che consente di tenere sotto controllo più
elementi nello stesso tempo. In tal modo si colgono solamente alcune parti del messaggio: ciò che interessa, che
coinvolge, che attira o che consente di conoscere l’essenziale.
I media veicolano non solo immagini ma anche suoni; infatti la nostra è anche una società del suono e del rumore.
Particolarmente i giovani sono attirati dal suono e dalla
musica, che ha il potere di creare e di esaltare le emozioni,
insomma di far vibrare la sfera emotivo-affettiva. Questa
loro predilezione, però, li disabitua a cogliere ed a controllare il linguaggio orale che, rispetto a quello musicale,
si presenta maggiormente strutturato e dotato di significati (R. Simone, 1990). Si può dire che i bambini e i giovani di oggi “sentono” ma più difficilmente “ascoltano”;
inoltre essi incontrano ancora maggiore difficoltà a seguire ed a capire un discorso scritto.
La nostra si presenta altresì come una società frenetica, in
cui il tempo collettivo e personale si consuma molto velo38
IL PEPEVERDE
cemente. Oggi tutti sono proiettati in avanti, pensano già
al dopo e nessuno trova il tempo per fermarsi, per ripiegarsi su se stesso e riflettere. Anche lo svago e il divertimento sono un’eterna lotta contro il tempo. I giovani soprattutto sembrano aver incorporato un tempo interno
incredibilmente veloce che proibisce o rende loro difficile
trovare quelle anse di lentezza (R. Simone, 1990) e di riflessione che sono invece indispensabili per fare della lettura di un libro un’esperienza piacevole e significativa.
Immagine, suono, tempo, media: sono tutte forze centrifughe che possono contribuire ad un progressivo quanto involontario allontanamento dalla lettura e dal libro.
In questo contesto i bambini ed i giovani hanno acquisito
una forma mentis multimediale anche nell’ambito della
narrativa, nel senso che possiedono una competenza e una
sensibilità diverse da quelle dei loro coetanei del passato. «I
ragazzi di oggi – sostiene lo scrittore A. Molesini – sono
in buona parte degli “esperti” di narrativa anche se la loro
esperienza è fondata sul racconto cinematografico, più che
sul libro. Intuiscono, rapidissimi, là dove l’azione cede il
posto a lentezze descrittive, e sanno quali paragrafi, magari quali pagine, saltare».
La narrativa audiovisuale si differenzia da quella scritta per
le sue caratteristiche strutturali e stilistiche. Ci troviamo di
fronte ad un ritmo incalzante, veloce, con il rapido susseguirsi delle azioni, con repentini, continui ed improvvisi
cambi di scena. La storia, inoltre, è tutta centrata sui dialoghi, che spesso risultano troppo essenziali e schematici.
Anche il linguaggio scade sovente nella ripetitività, con
l’uso di espressioni stereotipate e di metafore vuote e morte. Tutto ciò accade perché nei media l’immagine e il suono giocano un ruolo predominante. Anzi, l’evoluzione rapidissima delle tecnologie, con il conseguente uso di effetti
tecnici sempre più sofisticati e raffinati, ha accentuato la
centralità iconica e sonora, a scapito della parola detta e
recitata. In tal modo, la suspense aumenta ed i lettori rimangono costantemente coinvolti sotto il profilo emotivo.
La narrazione audiovisuale suggestiona fortemente ed attira il telespettatore nella storia, tanto che egli sente di viven. 1/1999
re dentro di essa e di interagire realmente con i personaggi. «Leggo la narrativa con il distacco di chi si pone di
fronte ad un modello di realtà; partecipo alla narratività
con il coinvolgimento di chi è dentro una realtà-modello
(…). Partecipare ad una storia narrata è mescolare la mia
con quella vicenda, proiettarle in uno spazio comune che
impegna prima di tutto il mio corpo e i miei sensi» (R.
Maragliano, 1992).
Quali le conseguenze sulla lettura? Una prima conseguenza
riguarda la nuova identità del lettore giovane. Queste abilità sviluppate per “leggere” e decodificare i media vengono poi trasferite quasi automaticamente alla lettura. Il
bambino multimediale, infatti, legge il libro con un’attenzione dispersiva, magari svolgendo contemporaneamente
altre attività. Ciò significa che egli non legge ma “intralegge”, e cioè corre rapidamente sulle parole, soffermandosi soltanto in alcuni casi: quando trova gli elementi necessari per cogliere a grandi linee la trama e lo svolgersi
degli avvenimenti, oppure quando alcune parole o espressioni risvegliano le sue emozioni ed i suoi sentimenti. Si
tratta dunque di una lettura piuttosto superficiale, che,
pur coinvolgendo, non lascia un segno molto profondo e
significativo. La voce del libro si disperde tra il frastuono
di mille altre voci, senza poter far sentire la sua ricchezza.
La velocità della vita e dei ritmi fruitivi multimediali abituano inoltre il lettore a correre troppo rapidamente sulle
pagine, per trovare il prima possibile l’azione, l’effetto forte, il colpo di scena. I giovani si sono trasformati in lettori
divoratori che ingurgitano le parole e saltano intere pagine, in modo da garantirsi un’emozione continua e prolungata. Solo a questa condizione, infatti, riescono ad accettare il libro. Per loro la vita, senza forti emozioni, senza
colpi di scena e suspense diventa vuota, insignificante,
noiosa. Se nel passato il “divorare” i libri costituiva solo
un momento passeggero dell’intero atto di lettura, oggi
tale comportamento è diventato quasi l’unica modalità di
lettura che si conosce.
Ci troviamo quindi di fronte a bambini e giovani diventa39
IL PEPEVERDE
ti “sordi” alla parola scritta, nel senso che non
sanno più godere del gioco linguistico, né assaporare il fascino della lingua. Così mentre la parola letteraria, ricca ed originale, scivola e scorre via, la parola massmediale invece rimane impressa con tutto il suo carico di
ovvietà, di banalità e di stereotipia. Anche il pensiero e
l’immaginario ne rimangono infine impoveriti.
Una seconda conseguenza concerne il cambiamento delle
“scritture” per l’infanzia. La maggior parte degli scrittori,
tenendo conto del cambiamento epocale prodotto dai
media, ha scelto nuove tematiche ed ha modificato il modo di scrivere. Anzi, secondo Marcello Argilli l’inautenticità ed il senso di stantio di una parte dell’attuale letteratura infantile dipende soprattutto dal fatto che molti
scrittori si rivolgono a un bambino-lettore che non esiste
più. Oggi il bambino-lettore è un fruitore di media e come tale accetta ed apprezza una narrativa che ha caratteristiche audiovisuali. Per questo motivo gli scrittori contemporanei hanno ripensato la scrittura, la struttura narrativa, il linguaggio, le tecniche narrative e il ritmo delle
storie, in riferimento ai linguaggi e alle tecniche del racconto audiovisivo. Ciò non significa, comunque, che l’autore debba imitare o trascrivere il racconto audiovisivo;
infatti accettare la concorrenza del cinematografo e della
televisione porta a scrivere libri che sono quasi delle sceneggiature, in cui predominano i fatti e le situazioni, gli
scenari anziché il pensiero del protagonista. L’autore deve
saper adeguare i propri meccanismi narrativi e fantastici,
senza che venga a perdere il valore artistico dello stile personale.
Una terza conseguenza attiene la possibilità di sopravvivenza del libro. Di fronte all’invadenza ed alla pervasività dei
media gli “apocalittici” ipotizzano la “morte del libro”. Esso, secondo Franco Ferrarotti, «è in pericolo e le mostre,
le famose “fiere del libro” e le sagre ad esso consacrate,
hanno già il sapore e l’odore delle commemorazioni funebri (…). La lettura d’un tempo è ormai considerata un vizio assurdo, quindi imperdonabile, nel caso migliore un
lusso inaccettabile nel mondo dell’utilità immediata». I
n. 1/1999
STUDI E RICERCHE
media hanno soppiantato il libro e, data la vistosa evoluzione informatica, i tempi e gli spazi per la lettura dei libri
stanno estinguendosi.
Invece altri studiosi ed esperti meno catastrofici preferiscono parlare piuttosto di “crisi della lettura”. Infatti gli
editori ed i librai lamentano i bassi fatturati e le vendite
insufficienti; i sociologi rilevano l’elevato numero di nonlettori in un’Italia notevolmente scolarizzata; i pedagogisti
e gli educatori sottolineano la crescente incapacità degli
studenti di leggere correttamente e la loro notevole disaffezione verso una lettura “non obbligatoria”; i genitori dicono che oggi, durante il tempo libero, i loro figli leggono
meno di quanto si facesse nel passato. Anche nei testi programmatici della scuola elementare (1985), ad esempio, si
sottolinea che bisogna tenere conto «della diffusa disaffezione dei fanciulli di oggi per il leggere, assorbiti come sono dalle immagini televisive e filmiche». D’altra parte,
però, alcune indagini dimostrano come i bambini si rivelino migliori lettori degli adulti o come i giovani leggano,
però, solo alcuni generi (libri-game, gialli, fumetti, ecc.).
Si tratta di aspetti diversi, e talvolta contraddittori, di una
crisi che, se da una parte esiste, dall’altra è difficile da definire e da delimitare. I motivi di questa situazione vanno
ricercati sia nei rapidissimi cambiamenti che investono la
società sia nella complessità che caratterizza oramai tutti i
fenomeni. Per cui più che di “morte del libro” si potrebbe
forse parlare di una continua metamorfosi dei tipi e delle
modalità di lettura, di cui le varie crisi non rappresentano
altro che momenti fisiologici di crescita.
Tutto è cambiato e sta cambiando: la società, la cultura e
le culture, i bambini e i giovani lettori, le “scritture narrative” adulte e giovanili. Ciò che rimane immutato, invece,
è il bisogno di storie e di narrazioni che è in ognuno di
noi.
La motivazione al leggere e il piacere della lettura
Molto spesso la crisi della lettura nasconde una mancata
“scoperta”: forse i giovani e gli adulti non leggono anche
perché non hanno mai assaporato un intenso piacere di
leggere, quella sensazione così gradita che coinvolge la sfera emotivo-affettiva e cognitiva. Per troppi anni infatti la
lettura, anche delle opere di narrativa, è stata troppo “scolasticizzata”, nel senso che era presentata come un dovere
ed un obbligo piuttosto che come un divertimento. Peraltro gli alunni e gli studenti finivano con il considerarla
un’attività noiosa e priva di fascino, sia per i titoli poco
interessanti suggeriti dagli insegnanti sia per l’eccessivo carico degli esercizi di analisi testuale cui veniva sottoposto
il testo.
A questa caduta d’interesse, causata da una scuola poco
attenta ai veri bisogni ed interessi degli studenti, ha corri40
IL PEPEVERDE
sposto come reazione un recupero dell’aspetto sensuale ed
emozionale della lettura. Infatti nel 1974 Gianni Rodari
scriveva: «L’incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene
sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa,
dove conta la vita e non l’esercizio, ne potrà sorgere quel
gusto alla lettura col quale non si nasce, perché non è un
istinto» (Grammatica della Fantasia, 1974). Con il passare
del tempo si è capito sempre di più, dapprima negli ambienti extrascolastici e poi anche nella scuola, che per catturare i giovani lettori c’è bisogno di far leva sul piacere,
sulla dimensione emotivo-affettiva del leggere. Tanto che
alcuni degli ultimi documenti e testi programmatici della
scuola si riferiscono in modo esplicito sia al piacere sia alla
motivazione al leggere.
«L’insegnante, anche testimoniando la sua consuetudine
alla lettura, stimola e accresce la motivazione del fanciullo a
leggere e dedica particolare attenzione alla scelta di testi
validi per le loro qualità intrinseche (…). L’insegnante
avrà cura di accendere interessi idonei a far emergere il bisogno ed il piacere della lettura (…). La motivazione al leggere va ulteriormente incentivata: l’insegnante verificherà
in quale misura i fanciulli si avvalgono della lettura a livello di processi cognitivi (…), a livello affettivo-emotivo e a
quello comportamentale» (Programmi didattici per la scuola elementare. Italiano, La lettura, 1985).
«Saper leggere è un insieme di abilità e un atteggiamento
che supera gli ambiti dell’educazione linguistica (…), è soprattutto un problema di curiosità e di motivazione alla lettura in quanto tale e non solo alla lettura scolastica, basato sul superamento della scissione tra quello che si vuole e
quello che si deve leggere. Anche i programmi sperimentali proposti per la scuola secondaria superiore pongono
in evidenza: a) la valenza affettivo-relazionale e sociale della lettura; b) la motivazione come condizione essenziale
per attivare e consolidare un comportamento costante e
intelligente di lettura (…). In tutti i programmi citati l’educazione alla lettura non è vista come obiettivo dell’educazione linguistica e dell’insegnante di lettere, ma deve divenire momento trasversale a tutte le discipline, attraverso
l’incentivazione della motivazione a un leggere che coinvolga i processi cognitivi e quelli affettivo emotivi» (Piano
Nazionale di educazione alla lettura, Ministero della Pubblica Istruzione, marzo 1995).
«L’approccio del giovane alla dimensione letteraria dovrebbe essere sviluppato secondo le caratteristiche di una
pratica di lettura disinteressata, libera, avventurosa. La lettura va intesa e sollecitata come emozione immediata e
come bisogno-piacere inesauribile, come scoperta di un libro e continua ricerca di altri libri, come esperienza che
può sembrare irripetibile e che può invece durare all’infinito, e perciò anche come uso imprevedibile e imponderan. 1/1999
LA VOGLIA DI LEGGERE
bile dei testi. La didattica, anche con la sua strumentazione storica, critica, filologica, dovrebbe tendere a questo risultato, svolgendo un ruolo ausiliario e ritirandosi al momento opportuno. Dovrebbe inoltre saper integrare l’esperienza tradizionale del lettore “catturato dal testo” e l’esperienza moderna del lettore partecipe e cooperante, del
lettore-lettore e del lettore-autore» (Sintesi dei lavori della
Commissione Tecnico-Scientifica incaricata dal Ministro
della Pubblica Istruzione di individuare «Le conoscenze fondamentali su cui si baserà l’apprendimento dei giovani nella
scuola italiana nei prossimi decenni», 13 maggio 1997).
Nei testi sopra citati sembra interessante rilevare la presenza di alcune “parole-chiave”, quali ad esempio motivazione, piacere, bisogno, sulle quali si impernia tutta l’attività di educazione alla lettura. Per affrontare in modo significativo ed incisivo la “crisi del leggere” è quindi necessario fare un salto di qualità: conviene insistere su un piacere profondo che diventa e si trasforma in motivazione,
piuttosto che su un generico interesse o piacere della lettura.
La motivazione si può considerare un fattore interiore che,
agendo a livello sia conscio sia inconscio, è la causa di
ogni comportamento. Si tratta di una forza di natura psichica che induce l’individuo a svolgere un’attività o a mettersi in una situazione (motivazione positiva), oppure ad
astenersi da tale attività, o ad uscire e ad allontanarsi da
tale situazione (motivazione negativa). Perciò l’aspetto tipico che contraddistingue la motivazione è soprattutto il
suo carattere dinamico, evolutivo e direzionale.
Le forze motivazionali che originano e direzionano il
comportamento sono i bisogni interiori, che spingono l’individuo a muoversi, a scegliere, ad assumere diversi tipi di
comportamento e ad adottare un particolare stile di vita.
Si tratta di esigenze “non materiali” il cui soddisfacimento
consente ad ogni persona di crescere, di autorealizzarsi e
di trovare significati esistenziali.
Attraverso i libri di narrativa i bambini e i giovani possono soddisfare bisogni importanti, quali, ad esempio, il bisogno di conoscere il mondo e se stessi, di interagire con
l’ambiente, di esplorarlo e di essere stimolati da questo
verso il cambiamento, di capire e di individuare le ragioni
delle cose e del verificarsi degli eventi, di maturare e
rafforzare gradualmente la propria identità e la propria
autonomia. Inoltre la narrazione consente di imparare a
percepire e a conoscere la propria e l’altrui sfera emotivoaffettiva. I giovani lettori, identificandosi con i vari personaggi, imparano gradualmente a conoscersi, a chiarirsi interiormente e ad acquisire una sempre maggiore consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri sentimenti.
«La forma narrativa – osserva Silvia Vegetti Finzi – fatta di
parole messe insieme intenzionalmente, di immagini con41
IL PEPEVERDE
catenate da un costrutto narrativo convalidato, introduce
un principio d’ordine nel caos delle emozioni infantili. La
lettura fornisce al bambino figure simboliche con le quali
esprimere i propri stati d’animo, immagini tratte dall’archivio della conoscenza umana alle quali agganciare i propri affetti e soprattutto parole per dirli all’interno di una
situazione di dialogo».
Nel momento in cui il lettore incontra letture significative
che soddisfano i suoi bisogni interiori, si manifesta in lui
uno stato emotivo connotato da piacevolezza. Dapprima
egli prova sorpresa per l’incontro inaspettato, poi curiosità
per il seguito della narrazione ed infine interesse crescente,
che mano a mano si trasforma, si consolida e diventa piacere.
Il piacere è un’emozione che coinvolge così profondamente
e completamente da indurre ad estraniarsi dal mondo. Allora, durante la lettura, fruita autonomamente o attraverso la voce dell’adulto, si entra in un’altra dimensione, si
sprofonda e ci si immerge in una realtà fantastica che solo
gli “occhi interiori” possono vedere. Si tratta di un godimento che, investendo tutti i sensi, assume una carica di
sensualità.
«Leggere significa identificarsi con l’amante e con il mistico (…), abolire il mondo esterno, spostarsi verso una finzione, aprire la parentesi dell’immaginario (…), stabilire
una relazione attraverso il tatto, la vista, l’udito stesso (le
parole risuonano). Si legge con tutto il corpo» (L. Bellenger, 1980).
«La lettura sensuale è capace di assorbire tutti i nostri sensi e di estraniarci quindi da tutte le altre cose sensibili
(…); tutti i sensi ci isolano dal mondo esterno cosicché
tutte le nostre energie restano in noi» (E. Detti, 1987).
Tale piacere, però, non è un’emozione unica, indifferenziata ed indistinta; anzi si tratta di uno stato d’animo che,
passando attraverso varie fasi, diventa sempre più intenso
n. 1/1999
STUDI E RICERCHE
e raffinato. A tal proposito si può parlare di tre livelli di
piacere: un primo, più superficiale che nasce dalla scoperta
di luoghi inesplorati e dallo svolgersi della storia (Come
continua? Cosa accade dopo? Come va a finire?); un secondo, quello della rilettura (parziale o integrale) che consente di riprovare l’originario piacere, ma soprattutto di
gustare ed assaporare aspetti testuali nuovi, che ad una
prima lettura erano sfuggiti; un terzo, ancora più raffinato, di esplorazione del testo attraverso un distacco critico
e un gioco intellettuale che tende all’analisi e alla decodifica degli elementi ( E. Detti, 1987).
Il piacere profondo e raffinato, provato e riprovato continuativamente nel tempo, fa attivare la motivazione, quale
forza interiore che spinge il giovane a continuare a leggere, a rimanere “lettore per la vita”.
Un piacere superficiale ed epidermico, invece, basato solo
sulla curiosità del “come va a finire”, e provato soltanto
occasionalmente, non riesce ad incidere tanto profondamente a livello motivazionale. Solo la motivazione, infatti,
è una forza interiore tanto potente da sostenere ed alimentare a lungo nel tempo, nonostante crisi e ricadute,
un comportamento ed un atteggiamento consolidato di
abitudine alla lettura. In uno dei documenti scolastici sopra citati tutto ciò viene esplicitato nel punto in cui si dice che «la motivazione (è) una condizione essenziale per attivare e consolidare un comportamento costante e intelligente
di lettura…».
Per questo motivo è importante “saper scegliere” e “far
scegliere” i libri “giusti”, quelli che, oltre ad essere piacevoli, divertenti ed interessanti, riescono anche ad incidere
sui bisogni profondi.
Oggi l’espressione “piacere di leggere” è ormai diventata
una formula alla moda, se non un vero e proprio strumento di marketing. Gli editor adoperano questo slogan
per pubblicizzare i libri più diversi (validi e non), nonché
ogni sorta di esercizio o attività sul testo. Bisogna constatare quindi che questa espressione ha subìto nel tempo
uno svuotamento di significato. Per questo motivo gli
operatori culturali, che si occupano di educazione alla lettura e alla letteratura per l’infanzia, dovrebbero sviluppare
un maggiore senso critico. Ciò significa sia cercare di
comprendere a fondo tutti gli aspetti e le dimensioni del
“piacere di leggere”, sia imparare a selezionare, tra tante
proposte e materiali, quelli che consentono di perseguirlo
veramente.
Vale la pena, inoltre, riflettere sui due più frequenti equivoci sorti intorno al “piacere di leggere”.
Il primo equivoco riguarda il rapporto tra il piacere emotivo-sensuale e il piacere cognitivo. I diversi studiosi per anni
si sono schierati a favore dell’uno o dell’altro. Per alcuni la
vera motivazione alla lettura deve nascere solamente da
42
IL PEPEVERDE
quel piacere che consiste, secondo Edoardo Lugarini, «nel
compiere un certo tipo di operazioni sul testo: piacere dell’intelligenza, del riconoscimento, piacere dell’interrogarsi
e del rispondere alla sfida lanciata dal testo». La soddisfazione deriverebbe dall’esplorare ed analizzare, attraverso
una tipologia diversificata di esercizi, i contenuti complessi e le sottigliezze stilistiche di un testo.
Per i pedagogisti, gli scrittori e gli esperti di letteratura per
l’infanzia, accusati spesso di edonismo, la motivazione si
incrementa invece facendo provare in prima istanza un
piacere emotivo intenso, che non richieda molti esercizi
troppo formalizzati. Si tratta di un recente itinerario che,
partendo da Detti, arriva al libro dello scrittore francese
Daniel Pennac. La scuola, sostiene Pennac riferendosi in
particolare a quella francese, ha fatto perdere la voglia e il
piacere di leggere perché ha trasformato la lettura di narrativa in un dovere noioso. Gli insegnanti, ossessionati
dall’idea di far capire il testo, hanno costretto gli studenti
a troppi esercizi di analisi e critica testuale, facendo così
nascere in loro l’idea che ogni lettura richiede un controllo. «Il piacere di leggere era vicinissimo, imprigionato in
quelle soffitte adolescenti da una paura segreta: la paura
(molto molto antica) di non capire (…). Avevano semplicemente dimenticato che cos’era un libro, cos’aveva da offrire. Avevano dimenticato, per esempio, che un romanzo
racconta prima di tutto una storia. Non sapevano che un
romanzo deve essere letto come un romanzo: placare prima di tutto la nostra sete di racconto» (D. Pennac, 1993).
Per riconciliare i ragazzi con la lettura egli propone quindi
che gli insegnanti, attraverso la lettura a voce alta, facciano assaporare il piacere e lascino poi che questo si consolidi nel tempo prima di iniziare un’attività di comprensione
formalizzata.
Le due posizioni sono solo apparentemente antitetiche ed
inconciliabili, tanto più che il piacere derivato dalla comprensione critica e razionale non è identico al piacere procurato da una lettura emotiva e di identificazione, senza la
quale comunque è piuttosto improbabile che si crei e si
consolidi la motivazione al leggere. Né d’altronde è corretto pensare che le attività cognitive siano estranee al piacere e che il piacere abbia solo a che fare con la dimensione affettiva in senso stretto. Nel Piano Nazionale di lettura
si scrive infatti esplicitamente che «l’educazione alla lettura (…) deve avvenire attraverso l’incentivazione della motivazione a un leggere che coinvolga i processi cognitivi e
quelli affettivo-emotivi».
Agli operatori del settore spetta il compito di giocare con
sapienza ed intelligenza su questo doppio versante del piacere, riflettendo e rispondendo criticamente ad alcuni
quesiti importanti: quale piacere di leggere si può far provare rispettivamente nella scuola e nell’extrascuola? Come
n. 1/1999
LA VOGLIA DI LEGGERE
può la scuola, senza perdere la sua specificità di ambiente
educativo di apprendimento, far assaporare il piacere sensuale?
Il secondo equivoco consiste nel ritenere, peraltro erroneamente, che il piacere della lettura significhi solo abbandonarsi al testo per assaporarlo e goderlo senza compiere alcuno sforzo. In realtà, come hanno già scritto letterati e
critici, il vero piacere, quello più profondo ed intenso che
coinvolge e tocca anche significati di vita profondi, richiede al lettore di ogni età un impegno ed uno sforzo notevoli. Anzi lo sforzo è un prezzo che si è disposti a pagare
purché ne valga la pena, e cioè se il piacere che se ne ricava è qualitativamente molto elevato ed intenso. Il libro
banale, superficiale, che procura una facile evasione e richiede poco impegno, genera un piacere altrettanto superficiale. Il libro, invece, un po’ più complesso ma ricco ed
originale nella struttura e nel linguaggio, offre la possibilità di entrare in una dimensione del piacere molto più
profonda, significativa ed arricchente. Allora lo sforzo di
afferrarne il senso si trasforma in piacere; «le nozioni di
sforzo e di piacere operano potentemente l’una in favore
dell’altra: il mio sforzo garantisce l’accrescimento del mio
piacere, e il piacere di capire mi immerge fino all’ebbrezza
nell’ardente solitudine dello sforzo» (D. Pennac, 1993).
Voglia di leggere: motivazione e progettualità
Da qualche anno a questa parte stiamo assistendo in Italia
ad una vera e propria “esplosione” di studi e di iniziative
promozionali nell’ambito della Letteratura per l’infanzia
(mostre, conferenze, premi, feste del libro, convegni, progetti, corsi di aggiornamento, ecc.). Si tratta di attività
importanti, la cui consistenza quantitativa, però, non rappresenta più una condizione sufficiente per aggredire la
crisi della lettura. Spesso ci si accorge infatti che il tanto
fare non porta a risultati veramente significativi e duraturi. Così negli operatori culturali subentra un senso di scoraggiamento ed il desiderio, più o meno palese, di abbandonarsi all’ineluttabile morte del libro.
Di fronte alle tante proposte si rischia quindi di creare
una cultura del libro frammentata, disorientante e soprattutto superficiale, proprio come è ormai la nostra società
complessa. Forse adesso sarebbe necessario procedere in
modo qualitativamente diverso, pensando proiettivamente
su tempi lunghi e ricorrendo a criteri di scelta e di selezione
scientificamente fondati. Oggi più che nel passato si richiede quindi agli operatori di saper gestire e controllare, nei
limiti del possibile, questa complessità che ha investito
anche il mondo letterario per l’infanzia. Si tratta di predisporre un progetto di educazione alla lettura ed alla letteratura per l’infanzia che si contraddistingua per le seguenti
caratteristiche:
43
IL PEPEVERDE
1. Tempestività, e cioè un accostamento precoce ai libri e
alla lettura per consolidare quanto prima gli atteggiamenti
e le abitudini da lettore.
2. Sistematicità ed organicità reali e concretamente operanti. Spesso, infatti, sia nella scuola che nell’extrascuola, si
attuano iniziative, che, seppur numerose ed originali, si
connotano per l’asistematicità e l’occasionalità.
3. Intenzionalità non generica, bensì fondata su una maggiore chiarezza concettuale. Prima di progettare bisognerebbe rispondere in maniera esaustiva a queste domande:
quali sono gli obiettivi effettivamente perseguibili nella
scuola e nell’extrascuola? Che cosa può rappresentare il libro di narrativa per i bambini di oggi? Come gestire ed
usare criticamente la produzione editoriale senza farsi
condizionare dalle mode?
Ripensando alla motivazione alla lettura, che si accresce e
si consolida a condizione di alimentarla costantemente nel
tempo, vale la pena soffermarsi sui diversi tipi di progettualità. Le scuole, sovente in collaborazione con le agenzie
educative del territorio, programmano e pianificano progetti speciali di educazione alla lettura che possono durare
per uno o più anni scolastici. Durante questi periodi si intensificano i lavori con i libri: si legge molto, si svolgono
tante attività, si organizzano manifestazioni e corsi di aggiornamento. Frequentemente, però, alla fine del periodo
di sperimentazione progettuale, l’attività di lettura diventa
n. 1/1999
STUDI E RICERCHE
molto marginale o viene messa da parte completamente.
Si passa ad un nuovo progetto che riguarda un’altra disciplina e la maggior parte del tempo scolastico viene dedicato a questa.
I progetti di educazione alla lettura hanno avuto ed hanno
l’indubbio merito di sollecitare e stimolare l’aggiornamento, il cambiamento, e quindi un nuovo modo di fare
scuola. È importante partire da questi per avviare un serio
discorso educativo, però essi da soli non sono più sufficienti per motivare in modo profondo ed incisivo alla lettura dei libri di narrativa.
Sarebbe necessario invece recuperare e valorizzare una progettualità del quotidiano, la quale interessi in prima istanza
la scuola, che può diventare così centro propulsivo ed aggregativo anche nei confronti della famiglia e del territorio. Si tratta di pensare ad un progetto che consenta di
trovare quasi quotidianamente il giusto ed indispensabile
posto per i libri e la lettura. Ancora una volta ci si riferisce
non al criterio della quantità, bensì a quello della qualità:
il tempo dedicato ai libri di narrativa può essere anche poco, purché sia ben impiegato. Infatti, senza il piacere provato quotidianamente, reiteratamente e continuativamente difficilmente si creeranno lettori motivati. Nelle migliore delle ipotesi nasceranno solo alcuni lettori occasionali
ed incostanti nella fruizione.
Affinché un progetto di educazione alla lettura e alla letteratura per l’infanzia dia risultati soddisfacenti bisogna intendere ed attuare in modo corretto anche il principio
della continuità educativa, sia verticale (tra i diversi ordini
di scuole) sia orizzontale (tra scuola, famiglia e istituzioni
del territorio). Nella realtà quotidiana, infatti, nonostante
le dichiarate intenzioni programmatiche, si riscontra spesso una discontinuità di fatto. Si riportano qui alcuni casi
significativi.
Un primo caso riguarda le scuole dell’infanzia, elementare
e media, tra le quali manca un vero collegamento, che
non si limiti ad incontri informativi. La continuità verticale è spesso interpretata dagli insegnanti come semplice
scambio di informazioni attinenti gli alunni e l’attività didattica svolta. Di fatto poi tale incontro non produce alcun cambiamento: ogni docente continua sulla propria
strada, secondo gli obiettivi e le metodologie già previste,
senza concordare con i colleghi dell’altro ordine di scuola
un intervento che continui, pur con le dovute differenziazioni, ciò che è stato già iniziato nel periodo scolastico
precedente. Per cui può accadere che a periodi scolastici
contraddistinti da soddisfacente ed intensa frequentazione
di libri, ne seguano altri di estraneazione pressoché completa o di accostamento superficiale o rapsodico ad essi.
Inoltre l’occasionalità e l’asistematicità dell’accostamento
si riscontra anche all’interno dello stesso livello di scuola,
44
IL PEPEVERDE
sia durante i vari anni scolastici sia durante lo stesso anno.
Tutto ciò costituisce un’altalena didattica che può generare nell’alunno un interesse non duraturo, noia, o addirittura rifiuto del libro, soprattutto se questo, in alcuni periodi, è stato analizzato troppo approfonditamente (S.
Blezza Picherle, 1996).
Un secondo caso di malintesa continuità riguarda l’istanza
della propedeuticità e quindi la specificità educativo-didattica di ciascuna scuola. Tale fraintendimento si manifesta
nei docenti con l’assunzione dell’idea che si devono preparare gli alunni in modo da soddisfare le richieste scolastiche future. Seguendo tale impostazione, infatti, ogni
scuola di grado inferiore finirebbe per essere funzionale all’altra, e quindi subalterna e servile rispetto alla seguente,
preoccupandosi di porre in essere tutti i prerequisiti che
direttamente e funzionalmente servono come punto di
partenza per chi viene dopo (C. Scurati, 1986). Tutto ciò
implica talvolta anche un anticipo e quindi un trascinamento di mezzi, di metodi e di contenuti da un ordine
superiore di scuola ad un altro inferiore. Quando ciò accade in relazione all’educazione alla lettura, possono verificarsi, ad esempio, questi inconvenienti: l’esecuzione nella scuola elementare, di analisi testuali anche raffinate e
complesse, più solitamente proposte nella scuola media
inferiore; la lettura di alcuni libri di narrativa (ad esempio
i grandi classici o libri importanti nell’attuale panorama
letterario) ad un’età in cui non si è ancora in possesso della necessaria maturità per comprenderli ed apprezzarli
adeguatamente; l’analisi della fiaba classica secondo una
metodologia strutturalista troppo raffinata, ecc.
La continuità non è da considerare quindi come subordinazione tra istituzioni, bensì come articolazione del diverso
e valorizzazione della specificità di ciascuna istituzione sia
in dimensione verticale che orizzontale.
Un terzo ed ultimo caso interessa invece la continuità orizzontale, ed in particolare il rapporto tra scuola e istituzioni
culturali del territorio (ad esempio biblioteche, teatri, centri culturali, ecc.). Soprattutto in questi ultimi anni, con il
moltiplicarsi delle iniziative promozionali, la scuola tende
a ripetere e ad adottare le stesse strategie operative che sono tipiche, ad esempio, delle biblioteche. Nel tentativo di
scrollarsi di dosso la vecchia patina di scolasticismo, gli insegnanti hanno pensato che per far emergere ed alimentare il piacere di leggere fosse sufficiente uniformarsi ad uno
standard operativo extrascolastico. Ricorrendo quindi alla
consulenza di attori e di animatori hanno fatto entrare
nella scuola tante attività nuove e diverse (giochi, costruzioni di libri, recitazioni, animazioni, ecc.). Questa assunzione di nuove dimensioni operative è stata ed è indubbiamente salutare per collegare maggiormente la scuola alla
vita e al territorio, nonché per farle acquisire una nuova
n. 1/1999
LA VOGLIA DI LEGGERE
vitalità. Bisogna riconoscere però che questa semplice trasposizione acritica e non meditata può causare una perdita
di specificità delle diverse istituzioni. Nell’ambito dell’educazione alla lettura la scuola finisce così per fornire le stesse prestazioni della biblioteca, della compagnia teatrale o
di animazione, senza che il bambino trovi invece nei diversi ambienti delle differenziazioni stimolanti.
Il piacere di leggere, ad esempio, lo si potrebbe far assaporare in modo diverso nei vari contesti istituzionali, facendo scoprire al giovane lettore che esistono diverse forme e
gradi di questa così importante emozione. Anche la lettura a voce alta dell’adulto (insegnante o altro operatore) si
può eseguire in molti modi, in rapporto agli obiettivi educativi che ci si pongono. L’attore e l’animatore, ad esempio, leggono con un’espressività molto teatralizzata, attraverso la quale il testo acquista corporeità, ma viene anche
forzato troppo in alcune sue parti. In tal caso non si riesce
certo a far provare il livello più profondo e raffinato del
piacere, che consiste nell’assaporare il linguaggio originale
dell’autore, e quindi le battute incisive, le arguzie allusive,
le sorprendenti associazioni verbali, le ripetizioni, la musicalità delle parole, ed anche alcune semplici forme di linguaggio figurato che stupiscono ed affascinano. Se l’insegnante vuole ripetere a scuola la lettura che ha visto eseguire a questi operatori, il bambino verrà a perdere per
sempre la possibilità di incontrare quelle profonde dimensioni piacevoli del libro che solo un tipo di lettura diversa
può dare. Le letture a voce alta del genitore, del nonno,
dell’insegnante o di altro operatore culturale, pur essendo
molto simili per certi aspetti, in realtà si differenziano
sempre per modalità esecutive e risultati finali (S. Blezza
Picherle, 1996).
In questo caso si tratta di recuperare le reciproche specificità
istituzionali, che possono derivare soltanto dalla giusta rivalutazione della discontinuità in positivo all’interno della
continuità. Infatti «l’aggiunta del nuovo, l’integrazione
del diverso, il cambiamento qualitativo delle esperienze
vanno intesi come costitutivi essenziali del processo educativo, cioè come dei veri e propri diritti del soggetto» (C.
Scurati, 1986). Lo sviluppo stesso dell’individuo è discontinuo e della discontinuità c’è bisogno per crescere e formarsi. Nel caso dell’educazione alla lettura e alla letteratura per l’infanzia, la discontinuità, intesa come specificità
propositiva delle diverse agenzie educative, costituisce una
condizione indispensabile per attuare in modo diversificato e sempre nuovo quel processo formativo continuo di
crescita della motivazione al leggere.
La voglia di leggere oggi si può costruire partendo dalla
chiarezza concettuale che bisogna poi saper porre in atto
attraverso idee e proposte coerenti e continuative. In tal
senso occorre pensare secondo un’ottica sistemica, così da
45
IL PEPEVERDE
attuare modalità di effettiva integrazione e complementarietà tra i diversi gestori del progetto di educazione alla
lettura. Non si può pensare di ottenere risultati di qualche
rilievo senza sapere integrare i contributi culturalmente
differenti. In tal modo tra la famiglia, la scuola e le istituzioni territoriali si può costituire una rete di rapporti tali
da integrarsi in un vero ecosistema formativo.
Bibliografia
Bellenger L., Saper leggere, Editori Riuniti, Roma, 1980.
Blezza Picherle S., L’analfabeta culturale del libro, in
“Scuola e Didattica”, 1994.
Blezza Picherle S., Leggere nella scuola materna, La Scuola,
Brescia, 1996.
Cesareo V. , Scurati C. (a cura di), Infanzia e continuità
educativa, Franco Angeli, Milano, 1986.
Cives G. (a cura di), La scuola di base. Continuità e integrazione, La Nuova Italia, Firenze, 1986.
Detti E., Il piacere di leggere, La Nuova Italia, Firenze,
1987.
Fabri S., Lazzarato F., Ongini V. (a cura di), Il libro nella
pancia del video. Il bambino lettore nell’era dell’informatica,
Ediesse, Roma, 1986.
Ferrarotti F., Leggere, leggersi, Donzelli, Roma, 1998
Maragliano R., Narratività e narrativa, in “Li.B.e.R.”,
1992, n.16.
Pennac D., Come un romanzo, Feltrinelli, Milano, 1993
Simone R. (a cura di), Un mondo da leggere, La Nuova Italia, Firenze, 1990.
Valentino Merletti R., Leggere ad alta voce, Mondadori,
Milano, 1996.
Vegetti Finzi S., L’emozione del libro, in “Schedario”,
1991, n. 2.
n. 1/1999
R
a
g
n
a
t
e
l
a
Le collane
I “Kids” in libreria
Anche la Feltrinelli
pubblica libri per
ragazzi
Niente male i Kids della Feltrinelli con i quali la grande
casa editrice milanese si conquisterà, a nostro giudizio, sicuramente un posto di rilievo
all’interno del variegato e vasto mondo dell’editoria per
l’infanzia.
Il cuore della nuova collana
editoriale, curata da Valeria
Raimondi, sembra essere la
scelta accurata delle storie da
presentare perché, come dicono gli stessi operatori della
Feltrinelli, «siamo convinti
che raccontare sia la vera strada maestra per bambini e ragazzi già bombardati di informazione, già “educati” dalla
scuola, dalla famiglia, dai media». Dunque raccontiamo.
Per dare sostegno alla sua tesi
la Feltrinelli ha schierato
nientemeno che Pennac, conosciuto in Italia proprio attraverso l’Universale Economica Feltrinelli e che ha tenuto
una conferenza stampa anche
alla Fiera del Libro di Bologna.
È lo stesso Pennac che invita i
bambini alla lettura in una
sua “lettera” che appare in
presentazione della nuova collana «Signori bambini, se fossi
in voi la prima cosa che chiederei alla maestra entrando in
classe al mattino sarebbe:
“Maestra, per favore, leggici
una storia”. Non c’è modo
migliore di cominciare una
giornata di lavoro».
Belle storie dunque, scritte
bene: e, in effetti, molte lo sono.
La collana dei Kids si presenta
intanto nel formato dei tascabili e nella collaudata formula
delle letture graduate per età.
Due sottocollane: i Babù per i
più piccoli (4-5 anni) e gli
Sbuk per i più grandicelli
(7-10 anni), un po’ diversi nel
formato editoriale (i Babù sono più piccoli, con molte illustrazioni, gli Sbuk sono più
grandi, con più testo e poche
illustrazioni in bianco e nero)
ma tutti riconoscibili facilmente per le copertine colora46
IL PEPEVERDE
te a tutta immagine che attirano molto l’attenzione.
Tra i Babù e gli Sbuk non c’è
una frattura netta e vi sono testi della collana maggiore che
fanno “da ponte” con quella
per i più piccoli come Uno
gnomo nell’orecchio di Anna
Vivarelli o Un vampiro piccolo
piccolo di Renate Welsh.
Tra le due collane il comun
denominatore ci sembra essere la qualità e la scelta dei testi
più che le immagini, tanto
che nella serie maggiore le illustrazioni sono solo accessorie e in bianco e nero, segno
evidente di subordinazione al
testo.
Nella serie dei Babù è stata
operata una scelta oculata che
speriamo rimanga negli aggiornamenti futuri: le storie
sono lineari e chiare, predominano la fantasia e le piccolegrandi avventure dell’infanzia
che attraggono i bambini perché dietro la narrazione vi sono impliciti riferimenti ai loro
desideri di conoscere e di fare.
n. 1/1999
Le illustrazioni a colori accompagnano e facilitano la
lettura delle storie, senza essere invadenti. Segnaliamo tra
gli stranieri Buonanotte Talpotto di Janosch, già autore
conosciuto in Italia attraverso
le edizioni Mondadori, Aer,
Panini e Piemme, come delicatissimo narratore e fine illustratore di storie di animali.
Con le avventure di questa
piccola talpa che ha un buffo
cappello ornato da una piuma, i bambini si divertiranno
di certo, specialmente se poi
Talpotto diventa invincibile
grazie ad un misterioso messaggio contenuto in una bottiglia galleggiante sul fiume.
Tra gli italiani, dei Babù abbiamo apprezzato il libro di
Guido Quarzo, Orazio tanti
colori, che con umorismo pone il bambino di fronte al
problema delle scelte da com-
LE COLLANE
piere insieme agli altri e Parla,
Rodrigo! di Simone Frasca, già
conosciuto dai bambini di
questa fascia di età specialmente per Bruno lo zozzo e
Renato e la tv dei pirati usciti
nella collana de Il Battello a
vapore. Anche in questo libro
Simone Frasca, magistralmente, usa l’umorismo per attirare
l’attenzione del piccolo lettore
e riesce a trattare lievemente
uno dei temi importanti per i
bambini, ma anche per gli
adulti che cercano di instaurare con loro un rapporto costruttivo: parlare troppo, parlare poco, parlare a proposito
o a sproposito. Rodrigo parla
troppo e a sproposito e nessuno lo vuol più sentire poiché
rischia di addormentarsi, ma
il riscatto non si fa attendere:
il suo difetto diventa un potere micidiale quando il villaggio di Secco City, dove Rodrigo vive, è minacciato dai terribili fratelli Morticini, che lui
riesce a stendere con la sua
parlantina.
Nella sottocollana degli Sbuk
predominano l’avventura e il
mistero, anche se questi generi non sono fine a se stessi ma
servono a veicolare valori forti
come l’amicizia ed il valore
della letteratura.
A questo proposito è significativo La coppa del mondo non
si farà di Daniel Picouly. Autore originario delle Antille, si
è affermato in Francia per
aver inventato una serie di
racconti gialli per ragazzi che
hanno come protagonista la
simpatica figura di Hondo,
un ragazzino di colore di dieci
anni, figlio di un commissario
di polizia, che fonda con i
suoi amici il “Circolo delle
Rovine”, una loro personale
associazione che affronta e risolve delitti e misteri insoluti.
Picouly lo avevamo già apprezzato nelle Gru della Giunti con l’opera Incubo pirata. In
questo romanzo della Feltrinelli, Hondo ed i suoi compagni affrontano grandi pericoli
per salvare la loro amica Faussette da criminali senza scrupoli che vogliono far saltare la
competizione più famosa del
mondo: i Campionati mondiali di calcio.
Altra segnalazione va fatta per
il delizioso e intrigante libro
di Ruiz Mignone, L’estate di
Bram, che tratta dell’amicizia
e delle avventure di due ragazzini veramente straordinari:
Bram ed Arthur che altri non
sono che Bram Stoker e
Arthur Conan Doyle immaginati da piccoli, ma già alle
prese con gialli ed enigmi da
risolvere. Di particolare interesse e suggestione e anche di
grande perizia linguistica è la
scelta di ripresentare gli avvenimenti sempre da due punti
di vista diversi da parte dei
due protagonisti, legati anche
dall’amore comune per la lettura di romanzi.
Le lettere del sabato
Tra i libri della nuova serie degli Sbuk un posto particolare
a nostro giudizio spetta a Le
lettere del sabato di Irene Dische, già vincitrice in Germania del premio Deutsche Judendliteraturpreis 1998, che
ricorda molto La vita è bella
47
IL PEPEVERDE
di Roberto Benigni. È sicuramente un piccolo capolavoro
per il modo poetico e inquietante di trattare il problema
della persecuzione ebraica in
Germania. Laszlo Nagel, giovane diplomatico ungherese,
intelligente e pieno di voglia
di vivere, si trasferisce a Berlino portando con sé suo figlio
Peter, piccolo di sei anni, orfano della madre. Inserito nelle
scuole tedesche, il bimbo vive,
come una grande avventura
giocosa, questo periodo assieme al padre, filtrando con la
sua innocenza e con la sua
semplicità d’animo i tremendi
segnali di intolleranza razziale
che si imponevano nella scuola e nella società tedesca. «A
scuola i bambini si divertivano a prendere in giro gli ebrei.
Una volta la maestra li aveva
disegnati alla lavagna; avevano
la testa tonda e il naso che
sembrava un cavatappi. Aveva
insegnato alla classe una poesiola sul mai fidarsi di un
ebreo. A Peter sarebbe piaciuto molto vedere uno di quegli
ometti grassi e col naso strano
che cercavano di impadronirsi
del mondo intero, gli avrebbe
mostrato volentieri la lingua».
Il padre, con il suo carattere
frizzante e aperto, smitizza le
paure e i dubbi del bambino e
non assume nei suoi confronti
un atteggiamento di iperprotezione, ma di complicità e di
ottimismo.
Quando però, dopo «la notte
dei cristalli», che il bambino
immagina come una grande e
gioiosa partecipazione della
gente del quartiere alla festa di
compleanno della sua governante Thea, il pericolo diventa reale, il padre è costretto a
porlo di fronte alla realtà rivelandogli di essere in pericolo:
essi discendono da una famiglia ebraica. Il Piccolo Peter
viene così riportato in Ungheria dal nonno, il dottor Nagel,
n. 1/1999
uomo apparentemente burbero e tutto di un pezzo. Il vecchio dottore, stimato e rispettato costruisce, all’interno delle sue ferree abitudini borghesi, un’oasi protettiva attorno
al ragazzo, il quale intreccia
intanto una fitta corrispondenza con il padre rimasto a
Berlino (le lettere del sabato,
appunto).
Nelle lettere il padre non fa
emergere alcuna preoccupazione e la loro corrispondenza
continua quell’allegria e quella gioia di vivere che li aveva
accomunati quando erano insieme. Il piccolo Peter però
comincia ad intuire qualcosa
dalle voci della servitù: «Il padre di Peter è in grossi guai, il
padre di Peter cospirava contro di loro». Ma non riesce a
capire la verità nemmeno
quando riceve le ultime lettere
dal padre battute a macchina
con la scusa di migliorare la
sua illeggibile scrittura.
Era il nonno a rispondere, al
posto del padre: l’ultima lettera che il vecchio dottor Nagel,
colpito da un infarto non riesce a finire, viene ritrovata ancora inserita nella macchina
da scrivere del suo studio, con
il solito inizio «Carissimo e
amatissimo figlio!».
Delicatissima la figura del
bambino; vere, nella complessità e nelle sfaccettature del
RAGNATELA
carattere quella del padre e del
vecchio dottor Nagel. Ancora
più inquietante per il lettore
la realtà storica del nazismo,
filtrata in controluce dagli occhi di un bambino. Pregi questi che fanno di Le lettere del
Sabato un libro che vale la pena di leggere, magari in compagnia del papà, cui chiedere
tante spiegazioni.
Gli altri titoli della collana
Kids - Babù
Véronique M. Le Normand,
Basile apprendista mago, illustrazioni di Catherine Reisser.
Véronique M. Le Normand,
Basile a Topolandia, illustrazioni di Catherine Reisser.
Emanuela Nava, Quando i
babbuini andavano al cinema,
illustrazioni di Desideria
Guicciardini.
Kids - Sbuk
Carol Hughes, Tuzzy e la casa
a testa in giù, illustrazioni di
Paolo Savelli.
Domenica Luciani, Sette volte
gatto, illustrazioni di Cristina
Rinaldi.
Jean-François Ménard, Quindici milioni per un fantasma,
illustrazioni di Chiara Carrer.
Sebastiano Ruiz Mignone,
L’estate di Bram, illustrazioni
di Franco Matticchio.
Renate Welsch, Un vampiro
piccolo piccolo, illustrazioni di
Heribert Schulmeyer.
Anna Vivarelli, Uno gnomo
nell’orecchio, illustrazioni di
Valentina Billetta.
Antonio Leoni
La ADN Kronos per ragazzi
Cibo per giovani menti
La collana Prima scelta. Cibo
per giovani menti è nata dalla
collaborazione di un piccolo e
agguerrito gruppo di giovani
autori italiani “d’avanguardia”, coordinati da Chiara
Belliti, tutti uniti da una sensibilità particolare per le tendenze sotterranee che muovono il mondo dei giovani ai
quali sono rivolti i testi di
narrativa, saggistica, giornalismo e teatro pubblicati tra il
settembre 1998 e l’aprile
1999. Il simbolo grafico scelto
dalla casa editrice Adn Kronos
Libri per la sua nuova creatura
è un colorato barattolo che ricorda la pubblicità della zuppa Campbell, trasformata da
Andy Warhol in un’icona della pop art. I romanzi brevi sono caratterizzati da uno stile
rapido e asciutto, vicino al ritmo narrativo dei videoclip, e
contengono numerosi riferimenti alla cultura “massmediologica” dell’ultima generazione: dal cinema alla televisione, dai videogiochi ai fumetti, da Internet alla fantascienza.
Il tema più presente è quello
dell’amicizia tra adolescenti:
in Matilda City di Simona
Vinci, Matilda aiuta Cat a tirarsi fuori da una brutta storia
di droga, sventando un traffico illegale di stupefacenti e di
bambini; in Fucking matura,
dell’esordiente Paola Mordiglia, Livia e Smile si trovano
alle prese con le angosce dell’esame di maturità e con un
misterioso delitto, sullo sfondo di una città multietnica e
multiforme come Genova, vero fulcro narrativo del romanzo. L’amicizia è un legame che
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IL PEPEVERDE
supera anche la morte in
Graffiti, di Stefano Massaron,
uno dei testi più duri e visionari, che racconta la storia di
due writers metropolitani
convinti che «i disegni sono
squarci di realtà nella periferia
che è irreale»; e se nella realtà
Zolster viene ucciso da una
banda di teppisti, per lui c’è
ancora una possibilità di salvezza nella dimensione parallela nella quale accede il suo
amico e maestro Crash, grazie
ai graffiti ispirati al mondo
dei videogiochi dell’eroina Lara Croft.
L’amicizia è l’unico valore sopravvissuto nel mondo postatomico di Sur, la città in
mezzo al deserto al centro dei
due racconti di Nicoletta Vallorani, I misti di Sur e Darjee.
Nel testo teatrale di Philip
Ridley, Sparkleshark, scritto
appositamente per i ragazzi e
rappresentato in Italia nel
1998 nell’ambito del Festivaletteratura di Mantova, l’amicizia è la più grande conquista
che un gruppo di giovani possa fare: sul tetto di un condominio alla periferia di Londra,
tre ragazze e cinque ragazzi,
n. 1/1999
molto diversi tra loro per indole e caratteri, riescono a superare barriere e diffidenze reciproche inventando una storia, popolata di draghi e principesse, e raccontandola con
una narrazione “collettiva”; si
crea così un legame di forte
appartenenza e i ragazzi si
uniscono in una vera e propria «banda delle storie» che
prende il nome del drago cattivo – lo «squalo luccicante» –
redento e graziato nel lieto fine atipico da tutti i narratori,
che scoprono il valore salvifico dell’amicizia.
Il genere comico è presente
nella collana con le guide di
Lia Celi, scrittrice satirica di
alto livello, illustrate dal tratto
ironico e intelligente di Francesco Fagnani: una è dedicata
ai figli unici e insegna a sopravvivere alla sventura di nascere “monofigli”, suggerendo
tutti i trucchi per «allevare
due adulti ansiosi e pasticcioni e trasformarli in genitori
decenti». L’altra è il prezioso
Manuale della baby-sitter, miniera di consigli utili e dilettevoli per gestire tutti i pericoli
di una delle professioni più a
rischio dopo l’arbitro di boxe.
Di tutt’altro segno Vengo da
lontano, abito qui, un’avvincente mappa multiculturale
che descrive la realtà dei giovani immigrati di seconda generazione. I curatori, Maria
Chiara Martinetti e Raffaele
Genovese, hanno raccolto le
testimonianze di ragazzi cinesi, africani, rom e latinoamericani che raccontano sogni, delusioni e speranze molto simili a quelle dei loro coetanei
italiani, eppure radicalmente
LE COLLANE
diverse. Tra una storia e l’altra
c’è posto per notizie utili su
costumi sociali e religiosi, luoghi di ritrovo, tradizioni, cucina, musica, progetti di cooperazione e quant’altro può servire a conoscere il “diverso”
che è accanto e dentro di noi,
che modifica e arricchisce la
nostra cultura. Uno sguardo
su una realtà apparentemente
lontana ci viene offerto dal
volume dedicato alle Arti
Marziali, frutto del lavoro di
ventotto autori, coordinati da
Chiara Belliti e Simona Vinci:
maestri di diverse discipline,
esperti e semplici appassionati
si sono uniti per disegnare
una panoramica a tutto tondo
delle pratiche presenti in Italia, dando i primi consigli per
accostarsi ad un universo affascinante e ricco di storia e cultura; oltre alla bibliografia finale sono da segnalare i legami con il cinema, i fumetti e i
videogiochi evidenziati nella
terza parte del saggio, La
mente, dopo quella dedicata al
Corpo, con le tecniche delle
discipline illustrate in dettaglio, e al Cuore, con i racconti
degli scrittori affascinati dalle
arti marziali, da Lucarelli a
Vinci, da Ammaniti a
Pinketts.
Ultima uscita la guida al
mondo delle discoteche e dei
club di tutto il mondo, Discotech, di Pierfrancesco Pacoda:
attraverso l’analisi di stili, tendenze e culture, l’autore
esplora la realtà della pista da
ballo, considerata «laboratorio
aperto dei giorni attuali, fabbrica di suoni e luogo di sperimentazione»; chiude il testo
la consueta appendice con
informazioni e indirizzi che
forniscono utili strumenti per
avvicinarsi ad un mondo
esclusivo e sotterraneo, svelandone le indispensabili chiavi di accesso.
Valentina De Propris
Mondadori per le elementari
I Sassolini
Questa nuova collana Mondadori, I Sassolini, si presenta
particolarmente felice in primo luogo per l’articolazione.
Studiata per la scuola elementare, si suddivide per bambini
di prima e seconda elementare
(i primi quattro libretti sono
di Matilde Lucchini, Tiziana
Merani, Giusi Quarenghi e
Luca Raffaelli), di terza elementare (Roberto Denti,
Bianca Pitzorno, Margherita
D’Amico, Alberto Rebori), di
quarta e quinta elementare
(Paola Zannoner, Andrea Molesini, Gabriella Monticelli,
Paolo Fallai). L’altro aspetto
interessante è il prezzo: solo
6.500 lire. L’articolazione per
classi scolastiche certo favorisce la diffusione dei libretti
nella scuola. Chissà se funzionerà anche in libreria?
Scritti rigorosamente con un
linguaggio leggero, ben calibrato per l’età a cui si riferiscono e con storie semplici
ma fantasiose, questi libriccini
sono un importante – e per
certi aspetti anche nuovo –
esempio della capacità degli
autori italiani di misurarsi con
la realtà dei bambini, senza
49
IL PEPEVERDE
“preoccupazioni letterarie”.
Esaminiamo alcuni volumetti.
Spassoso e leggerissimo è Un
fantasma in cucina, di Luca
Raffaelli, il quale racconta le
paure di un bambino che viene lasciato solo in casa dalla
mamma. Fantasmi, orchi, extraterrestri invadono improvvisamente la casa. Bella l’idea
di inserire, all’interno della
narrazione, semplici giochi:
insomma leggere può essere
anche giocare.
Di paure si occupa anche Chi
ha paura di chi, di Roberto
Denti. Il Principe Azzurro e
Giovannin Senza Paura viaggiano e viaggiano incontrando
i personaggi delle altre fiabe, i
quali spesso non sono finiti
proprio bene... Il divertimento è comunque assicurato.
Una riscrittura davvero originale di un classico è quella di
Paola Zannoner con il suo
Exalibur. Re Artù, mago Merlino, la crudele principessa
Morgana e tanti altri personaggi “d’epoca” si incontrano
e si scontrano in duelli, tornei, battaglie. Un bel lavoro
anche dal punto di vista linguistico. Perché Paola Zanno-
n. 1/1999
ner usa, per narrare questa antica storia, un ardito presente
storico; il risultato è una narrazione scorrevolissima, di
certo azzeccata, rispondente
alle esigenze dei bambini di
quarta e quinta elementare.
Straordinario e originalissimo,
infine, Lo chiameremo Diciassette, di Paolo Fallai. Questo
scrittore, di cui avevamo già
apprezzato l’opera Le 3 chiavi
(Junior Mondadori), presenta
una novità nel panorama del
nostro Paese: racconta infilando una battuta dietro l’altra,
per cui anche questa storia, di
un bambino chiuso e silenzioso, è fatta di risate inframmezzate da colpi di scena, per dir
così, all’americana.
In questi interessanti libriccini, solo la grafica non è proprio leggera. Nemmeno pesantissima, forse è come... un
sassolino. Ma non è certo per
questo che si chiamano così.
Ermanno Detti
R
a
g
n
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t
e
l
a
Le schede
Riccardo Diana
Pelle d’asino
Commedia in due atti dalla
fiaba di Perrault
illustrazioni di Maria Toesca,
Nuove Edizioni Romane,
Roma, 1999
La poesia e la magia di una tra
le più belle fiabe di Perrault le
ritroviamo intatte nell’originale sceneggiatura teatrale di
Riccardo Diana, attore e regista che da qualche tempo,
grazie anche ad un linguaggio
semplice, ma profondo, si dedica alla riduzione di testi
classici per il teatro dei ragazzi. La favola Pelle d’asino è
perfetta per rievocare attraverso l’azione scenica un mondo
lontano e fantastico, dove fate
bellissime sono disposte, pur
di vedere trionfare il bene e
l’amore, a trasformare zucche
in carrozze, stracci in abiti da
sera, asini in bancomat.
La storia è notissima: una ra-
gazza bellissima, principessa
in un regno perfetto, alla
morte della madre viene chiesta in sposa da suo padre, il
re, ormai fuori di testa per
aver perduto la sua adorata
consorte. La fata dei Lillà
consiglia alla ragazza di porre
ostacoli all’insano matrimonio facendo richieste assurde
che il padre non potrà mai
esaudire (abiti color dell’aria,
della luna e del sole e addirittura la pelle dell’asino che
sputa monete d’oro al quale il
re è molto affezionato), ma
tutti i desideri della ragazza
vengono esauditi in un baleno, sicché non le resta che
fuggire via coprendosi con la
pelle dell’asino per non farsi
riconoscere.
Giunge in una fattoria dove
lavora per qualche tempo come allevatrice e dove viene
notata casualmente da un
principe che si innamora pazzamente di lei e riuscirà a sposarla, dopo aver superato non
pochi ostacoli.
Avvincente nel ritmo e divertente nei diversi linguaggi che
evidenziano la variegata psicologia dei personaggi, il libro si
distingue anche per le poetiche immagini di Maria Toesca
(peccato che non sono a colori) che si allineano perfettamente all’aria misteriosa e affascinante della commedia
che si snoda in due atti divisi
a loro volta in tredici scene.
Gaetano D’Onofrio
50
IL PEPEVERDE
Paola Gabrielli (a cura di)
Sconfiniamoci, storie di
giovani migranti
Storia di Tea, notizie, giochi
a cura di Laura Detti e Maria
Mannino
Nuove Edizioni Romane,
Roma, 1998
Tea ha nove anni e viaggia col
padre in treno, verso le terre
del sud (dal nord Italia alla Sicilia). Il padre di Tea, per far
trascorrere il tempo, decide di
raccontare una storia alla figlia: «È una storia fatta di tante storie. Perché l’hanno scritta tanti bambini. Bambini che
si sono messi in viaggio dal
loro paese – Romania, Cina,
Italia, Nigeria, Perù – alla ri-
n. 1/1999
cerca di un altro posto in cui
vivere».
Così sono introdotte le lettere
di bambini e ragazzi di scuole
elementari e medie di Roma
LE SCHEDE
che hanno partecipato al concorso Racconti di immaginazione. E, insieme alle lettere,
poesie, giochi, spunti di riflessione rendono questo libro
quasi un manuale ad uso degli
insegnanti che cercano materiale adatto ad introdurre il
tema dell’immigrazione nelle
proprie classi. «Un’operazione
complicata» la definisce Fiorella Farinelli che ha scritto
l’introduzione del libro. E la
prima cosa che viene spontanea chiedersi è: «Che cos’è
Sconfiniamoci? E come va letto?».
Diciamo allora che Sconfiniamoci è come il baule che Joe,
la protagonista di Piccole
donne, teneva in soffitta.
Contenitore di ricordi, oggetti, mille cose diverse fra loro
appartenenti a luoghi e periodi distanti ma tutti necessari a
comporre il mosaico di una
vita. E la vita che questo libro
compone è quella del mondo,
con i colori della pelle dei
suoi abitanti, i frutti degli alberi delle sue terre, i vestiti
bizzarri dei suoi popoli, e tutto ciò che contribuisce a descrivere questo spirito strano,
fatto di tanti corpi con una
sola anima che è l’umanità.
Alessandro Petrone
semplici di Clara che osserva,
dialoga, e si muove finalmente libera dalle protezioni benevole della mamma, delle
maestre, degli educatori. Tra
presente e ricordo, le azioni
della piccola protagonista si
svolgono secondo le linee che
per lei sono ovvie e chiare e rispecchiano i criteri della massima semplicità e coerenza,
ma che agli occhi degli adulti
“sani” possono sembrare strane e “diverse”.
«“Sei sola?” domandò. Clara
invece di rispondere alzò le
mani e mostrò una manciata
di biglietti da mille lire. Anche questa è una cosa che aveva imparato da Roberto: che
per comprare il biglietto del
treno ci vogliono i soldi.
Quando giocava con Roberto
usava quelli finti del Monopoli. Per Clara però non c’era
differenza tra soldi veri e soldi
finti».
Di solito con questi bambini,
con il “diverso”, si cerca sempre di soddisfare e di capire i
loro bisogni materiali, come
d’altronde si fa anche con i
bambini “normali”.
Invece il messaggio che l’autore manda dentro una «nuvola
di panna» è quello di capire
soprattutto i loro sentimenti,
quello che provano e che cer-
Guido Quarzo
Clara va al mare
Salani, Milano, 1999
Clara va al mare è il nuovo romanzo di Guido Quarzo che
racconta l’avventura di una
bambina di quattordici anni
che, grazie ad una serie di fortunate situazioni, riesce a realizzare il suo sogno: prendere il
treno e arrivare al mare, tutto
in un giorno e tutto da sola.
Clara però è una bambina
down.
La storia passa attraverso le
sensazioni e le impressioni
cano di esprimere, in un’innocenza che spiazza e fa pensare
51
IL PEPEVERDE
anche chi potrebbe aiutarli,
ma che si pone barriere mentali troppo complicate ed ansiose per capirli.
«Sulla spiaggia, si è messa
paura per tutte quelle onde
che venivano ed andavano e
non smettevano mai. Insomma aveva creduto che venivano a prenderla: a prendere
proprio lei… Poi Roberto le
aveva fatto vedere che poteva
togliere le scarpe e aspettare
l’onda. E che l’onda non portava via nessuno ma faceva invece delle carezze fresche».
Quarzo si riconferma grande
narratore estremamente incisivo nelle tematiche e nelle scelte stilistiche: la sua sinteticità
è voluta, ed è sinonimo di sincerità e di schiettezza del dire
e dell’esprimere. Assolutamente da leggere.
G. Francella, A. Leoni
facendo colazione, un temporale la sorprende lungo la strada e arriva a scuola in ritardo,
fradicia e con un mal di testa
che non la fa più ragionare. In
classe Margherita cerca di risolvere la situazione, mascherando la sua condizione ed assegnando ai bambini per forza
un compito scritto, al solo
scopo di prendere tempo e rilassarsi: nulla di più sbagliato.
I piccoli alunni rifiutano l’imposizione, la confusione aumenta e la situazione peggiora. Non le rimane giustamente che confessarsi e dire la verità, mostrarsi così com’è in
quel momento e «togliersi la
maschera di maestra», per recuperare con loro un rapporto
più umano e comprensivo.
«Ora veramente Margherita
non ne può più! Ritorna dietro la cattedra e comincia a
singhiozzare disperata […]
“Guardate, guardate bambini
Nicoletta Costa
Margherita non ne può più
Emme edizioni, Trieste,
1999
Libri che fanno ridere e pensare. È questa l’indicazione
che compare come invito alla
lettura dell’ormai avviata collana prime letture della Emme.
E, in effetti, il nuovo libro di
Nicoletta Costa, al di là delle
immagini sempre puntuali e
curate, fa proprio quest’effetto: ci spinge al riso ma anche
alla riflessione poiché capovolge gli stereotipi sulle maestre sempre efficienti, ordinate
e puntuali, in ogni caso ed in
ogni occasione… caschi pure
il mondo.
La maestra Margherita no…,
o meglio, lei vorrebbe essere a
posto, ma gliene accadono di
tutti i colori: il suo gatto la
sveglia di notte e le imbratta il
registro firmandolo con le sue
zampe sporche di tempera, si
sveglia malissimo e si sporca
n. 1/1999
che cosa ha combinato il mio
gatto questa notte…”».
A quest’atteggiamento apparentemente debole ma umanissimo, i bambini rispondono alla perfezione: la consolano, le preparano un improvvisato giaciglio con i loro cappottini e, mentre lei riposa,
loro le scriveranno dei bellissimi pensierini per quando si
sveglierà e sarà nuova come
prima.
Assolutamente da leggere,
RAGNATELA
magari insieme a qualche
maestra un po’ burbera.
Antonio Leoni
Mino Milani
Guglielmo e Mabruk
EL, Trieste, 1999
È possibile ancora proporre ai
ragazzi libri di avventure che
non abbiano risvolti d’horror
o situazioni paranormali? Mino Milani, forse uno dei pochi originali scrittori d’avventure in Italia, con questo suo
nuovo racconto Guglielmo e
Mabruk ci dimostra che
quando è presente un’idea
narrativa forte e lo stile è scorrevole e moderno, il libro di
avventura riacquista tutta la
sua importanza letteraria, suscitando fascino e grande interesse.
La storia è ancora più accattivante in quanto i protagonisti
sono dei bambini, Guglielmo
appunto, che, in un contesto
diverso già avevamo conosciuto nel romanzo Guglielmo e la
moneta d’oro, giovane tamburino a servizio dell’Armata di
Sua Altezza Serenissima e Mabruk, piccolo pifferaio moro,
agli ordini dell’esercito del
Gran Sultano.
I due, pur appartenendo a popoli diversi e addirittura nemici in guerra, stringono una
profonda e sincera amicizia,
dopo essersi incontrati per caso alla fine di una tremenda
battaglia.
Grazie al caporale Ettore, che
ha praticamente adottato il
piccolo Guglielmo, Mabruk
viene liberato dalla prigionia e
i due ragazzi iniziano insieme
un lunghissimo viaggio: devono arrivare nella città di S.
Andrea dove potranno costruirsi un futuro lavorando
nella fattoria del vecchio Giuseppe, un amico fidato di Ettore.
È un viaggio che sembra interminabile. I due ragazzi, accompagnati da un cane e un
gatto, oltre a patire fame e
stanchezza, conoscono anche
la violenza e l’intolleranza di
quanti non approvano l’amicizia tra un bianco e un nero.
Ma il sentimento che li unisce, di fronte alle difficoltà, si
rinsalda ancora di più e dà loro la forza di arrivare nella
città tanto sognata, dove ritrovano anche il vecchio Ettore
che li aveva preceduti e grazie
al quale possono finalmente
riprendere una vita normale.
Guglielmo e Mabruk è un romanzo che si inizia e non si
lascia: scorrevole e immediato
nelle descrizioni, vivace e ricco nei dialoghi, originale nelle
situazioni narrative, crea subito empatia e aspettative nel
lettore. Il racconto non solo
suscita immediatamente curiosità per sapere come andrà
a finire l’avventura dei due
piccoli protagonisti, così diversi fra loro, travolti da avvenimenti troppo grandi, ma
crea anche molti momenti di
riflessione sul tema della discriminazione, dell’indifferenza, dell’abbandono. E tutto
questo Milani riesce a farlo
senza mai essere pedante.
Un libro per crescere, senza
dubbio.
(a.l.)
52
IL PEPEVERDE
Bianca Fo Garambois,
Cartigli, infernotti e cronache
bislacche
Fatatrac, Firenze, 1999
Avete mai letto Le avventure
di Pinocchio? Beh, sembra che
l’autrice di Cartigli, infernotti
e cronache bislacche, Bianca Fo
Garambois l’abbia letto proprio bene.
D’altronde, è anche il libro
preferito di Adelma la scrittrice di libri in bianco, tra i protagonisti della storia. Come
Pinocchio i personaggi di
questo libro si fanno la vita
come più piace a loro. Adelma scrive romanzi, ma lascia
le pagine bianche, così tutti
possono immaginare la storia
che preferiscono. Aldo, il marito reporter, scrive un articolo sul calcio vedendo una partita di basket, descrive Milano
convinto di essere a Napoli. E
Aldino, il loro figlio di sei anni, genio precoce che ha imparato l’arte di Placido, erede
del vecchio Demo – diminutivo di Demostene – fa il giro
del mondo in cerca del tesoro
nascosto dal suo parente defunto. Alla fine, scopre che il
tesoro non esiste, e sembra
quasi voler dire che i viaggi e
le avventure che ha dovuto fare sono il vero tesoro che il
vecchio voleva lasciargli. Sennonché, arriva il piccolo Aldino, erede a sua volta di Placido, che scopre nell’infernotto
n. 1/1999
della casa di Demo, da dove è
cominciata tutta l’avventura
di Placido, un reperto archeologico di inestimabile valore.
Forse è il tesoro che Placido
ha cercato senza successo. E
l’autrice paragona quel tesoro
all’araba fenice: uccello mitico
che tutti cercano ma nessuno
sa dov’è, nessuno l’ha mai visto. Che sia una metafora della felicità che solo gli occhi di
un bambino possono vedere?
In fondo, Adelma e il marito
reporter sembrano avere grandi occhi da bambini per venire fuori dal mondo grigio e
dipingerne uno tutto loro fatto di mille figure gioiose e coloratissime come le illustrazioni che Dario Fo ha disegnato
per questo libro.
(a.p.)
Ron Van De Meer, Bob
Gardner
Matematica
traduzione italiana di Alice
Ruini, Franco Cosimo
Panini, Modena, 1998
La matematica è difficile, incomprensibile, arida e noiosa?
Nulla di più falso: nella matematica c’è più creatività, inventiva, gioco e divertimento
di quanto si creda.
Irresistibile per gli addetti ai
lavori, utile strumento didattico per gli insegnanti, accattivante e divertente per i ragazzi
dai 12 anni in su, questo
straordinario libro animato
LE SCHEDE
conferma, ove ce ne fosse ancora bisogno, che l’approccio
lucido è prezioso nell’apprendimento della matematica, a
qualsiasi livello di complessità.
Senza perdere rigore scientifico e formale gli autori propongono concetti matematici
elementari e non, con giochi,
esperimenti e racconti che
fanno di questo testo un vero
laboratorio didattico, utilizzabile dai ragazzi, meglio se guidati dagli insegnanti.
Vedere, toccare, fare in prima
persona per comprendere veramente: attraverso questo approccio, rispettoso delle modalità di apprendimento proprie dell’età evolutiva, in cui
avviene gradualmente il passaggio del pensiero operativo
concreto all’astratto, questa
proposta editoriale esemplifica concretamente come si dovrebbe insegnare la matematica, facendo cogliere ai ragazzi
la sua evoluzione storica, le
motivazioni pratiche da cui
originano certi concetti e procedimenti e le loro applicazioni quotidiane.
La veste editoriale colorata e
curatissima, concepita dallo
stesso Van Der Meer, utilizza
un taglio interattivo nella disposizione di testi e figure, introducendo tra le pagine modelli tridimensionali pop-up,
gadget ed altro ancora per fare
matematica giocando e sperimentando. Troverete così degli occhiali “magici” per scoprire proprietà nascoste di numeri e figure geometriche,
calcolatori scorrevoli e girevoli, angoli mobili, dimostrazioni animate, tutto spiegato in
modo chiaro e didatticamente
corretto.
Carla Marotta
Rafael Estrada
Il re Solosoletto
Piemme, Casale Monferrato,
1999
Si può sopravvivere e non abbattersi anche stando soli, ma
dico soli soli senza nemmeno
la mamma e il papà, senza
nessuno voglio dire? È proprio
quello che capita al protagonista del nostro romanzo, re di
un regno così povero, ma così
povero che tutti, dai funzionari ai dignitari di corte, dai soldati ai contadini, decidono di
andarsene. Il re quindi rimane
solo, anzi Solosoletto. Invece
di abbattersi e mettersi a piangere, il nostro eroe se la cava
benissimo anche da solo. Velocissimamente durante la
giornata impersona tutte le
parti: cuoco, servitore, consigliere e re, naturalmente. Si
prepara e si serve così la colazione e il pranzo, si veste e
sbriga gli affari di Stato. Addirittura organizza una vera e
propria guerra ogni mercoledì,
salendo e scendendo le scale
del castello per scagliare dardi
e frecce ora dall’alto dei merli,
ora dal basso dei bastioni.
Però la cosa più incredibile e
divertente è che, dopo un’attenta riflessione sulla necessità
di avere a fianco una regina, si
sposa da solo in una cerimonia che farebbe morire di invi53
IL PEPEVERDE
dia i più esperti trasformisti di
teatro. Sarà una dolce pastorella, che poi il nostro re sposerà veramente, a tornare per
prima nel regno; poi via via
torneranno tutti gli altri. Ma
quel re, come tanti bambini
che, specie quando stanno soli, parlano con amici o personaggi immaginari, non era
pazzo. Stava solo giocando e si
divertiva pure. Certo che con
persone vere sarebbe stato meglio. È quanto confessa candidamente alla sua nuova compagna: «Il re le raccontò che
aveva giocato a sposarsi, che si
era inventato dei bambini e
che aveva giocato alla guerra
perché si sentiva solo».
Il racconto è tenero e divertente, affronta tematiche importanti ed emotivamente
coinvolgenti per bambini. Le
illustrazioni di Jesus Gabàn
che seguono il testo con un
ritmo serrato di inquadrature,
rafforzano la simpatia verso il
protagonista e i processi di
identificazione dei piccoli lettori, dato che rappresentano il
re come un bambino piccolo
e rotondetto.
(a.l.)
Renè Mettler
La natura di mese in mese
Edizioni EL, Trieste, 1998
L’affascinante libro realizzato
da Renè Mettler per la casa
editrice francese Gallimard
Jeunesse, è pubblicato in Italia
dalle Edizioni EL di Trieste,
sempre attente alla correttezza
del messaggio scientifico rivolto all’infanzia, senza perdere di vista la bellezza delle immagini, il gioco, la fantasia.
Tutti elementi che troviamo
armoniosamente dosati in
questo bell’album delle stagioni, concepito come un diario
naturalistico, che presenta, di
mese in mese, i cambiamenti
n. 1/1999
ambientali di uno stesso scorcio della campagna francese,
ben illustrato in stile naïf.
Ogni tavola è corredata da
dettagli ingranditi della flora e
della fauna, in stile più strettamente naturalistico, con
agili didascalie esplicative.
Sfogliando le tavole si ha così
l’impressione di attraversare il
ciclo dell’anno e della vita,
quasi percependo veramente i
cambiamenti di temperatura,
di luce, di colori e di odori.
Un modo intelligente per
condurre i ragazzi dagli otto ai
dodici anni all’osservazione
della natura, con curiosità e
rispetto per le creature viventi
e per l’ambiente, ricco di consigli su dove e come guardare
per cogliere gli adattamenti al
variare del clima, le strategie
di sopravvivenza, la perfezione
dei meccanismi ambientali
messi a punto dalla natura in
millenni di evoluzione.
(c.m.)
R
a
g
n
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t
e
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a
Gli strumenti
Antonio Faeti
La casa sull’albero. Orrore,
mistero, paura, infanzie in
Stephen King
Einaudi Ragazzi, Torino,
1998
no il suo immaginario, confluito nella cultura popolare e
diffuso a livello mondiale. Tra
i temi ricorrenti – dal doppio
all’ossessione per la corporeità,
dalla morte all’orrore nascosto
nel quotidiano – spicca l’attenzione per l’infanzia e l’adolescenza, descritte con una
sensibilità e un’acutezza psicologica che lo rendono un modello esemplare per una «antropologia culturale dell’infanzia» di fine millennio.
Valentina De Propris
Ermanno Detti
La lettura e i suoi “nemici”
La Nuova Italia, Firenze,
1998
Il saggio di Faeti, ricco di
spunti interessanti, affronta la
vasta mole della produzione
narrativa di Stephen King, attraversando in senso orizzontale tutte le opere del grande
Raccontafiabe dell’Occidente,
alla ricerca dei temi notevoli
che caratterizzano lo stile inconfondibile e avvincente del
romanziere del Maine. Con
riferimenti continui alla letteratura americana, al repertorio
fiabesco mondiale e ai classici
della letteratura per ragazzi,
Faeti traccia le coordinate letterarie entro cui collocare l’opera omnia di King, per rintracciare le fonti che alimenta-
Pubblicato nella Biblioteca di
Italiano e oltre diretta da Raffaele Simone, il volume di Ermanno Detti traccia un ricco
panorama dei media che “minacciano” la lettura, dopo
aver fornito una serie di dati
molto interessanti sulle abitudini dei ragazzi italiani, che sicuramente leggono meno dei
giovani europei, ma molto di
più dei propri genitori (e di
molti insegnanti...). In realtà
la questione della lettura viene
collocata in un ambito allargato, «un ecosistema costituito da diversi aspetti del flusso
informativo emesso dai nuovi
media»; così la televisione e il
computer, il fumetto e il fotoromanzo, le figurine e i gior54
IL PEPEVERDE
nalini, il cinema e la letteratura di genere, dal giallo al rosa,
sono tutti fattori culturali
analizzati nelle loro interconnessioni e nelle possibili ripercussioni che concorrono alla
formazione di una “lettura
sensuale”, alla base di un rinnovato piacere di leggere, stimolo ineludibile per una società ancora incentrata sul valore formativo della parola
scritta, in tutte le sue forme di
trasmissione.
(v.d.p.)
Atlante del bambino
a cura di Claudio Volpi,
Edizioni SEAM, Roma, 1998
Nella collana Immagine e parola, diretta da Gianna Marrone e dedicata alla letteratura
per ragazzi, compare questa
poligrafia incentrata sui pro-
n. 1/1999
blemi dei bambini degli anni
’90, dal rapporto con i massmedia alla scuola, dai diritti
dei fanciulli (spesso calpestati)
ai loro bisogni (quasi sempre
ignorati). Il volume si apre
con una premessa di Volpi
scritta a mo’ di lettera, rivolta
da un bambino agli adulti che
lo circondano, genitori e nonni, con un rovesciamento dell’ottica accademica a favore
del primo soggetto-oggetto
degli studi pedagogici, ossia il
bambino reale, quello che
«regge sulle proprie spalle tutto il peso del presente e del
futuro, tutte le aspirazioni, le
paure e le incertezze di noi
adulti». Nel suo saggio Volpi
analizza il ruolo della famiglia, della scuola e dei mass
media nel processo educativo
del bambino “al bivio”, costruendo un percorso teorico
che va dalla fine dell’infanzia
al suo prolungamento innaturale. Tra gli altri interventi
GLI STRUMENTI
quello di Gianna Marrone attraversa il panorama storico
della letteratura per ragazzi
analizzando i generi più presenti, dalla fiaba alla favola,
dall’avventura al romanzo epistolare, senza tralasciare l’importanza del fumetto, unico
genere «veramente costruito a
misura di bambino». Invece
Adolfo Gente ripercorre il
cammino della scuola elementare dall’esclusione dei bambini portatori di handicap alla
loro piena integrazione nel
tessuto scolastico attraverso la
valorizzazione della diversità,
vero punto di partenza del
percorso formativo.
(v.d.p.)
Compagnia degli Sbuffi
Girofestival. Mappa dei
festival e delle rassegne di
teatro di figura in Italia
Edizioni Compagnia degli
Sbuffi
Girofestival, scritto e pubblicato dalla Compagnia degli
Sbuffi, è una mappa, poche
chiacchiere e molte informazioni su centodieci festival di
teatro di figura.
La compagnia napoletana da
anni riesce a conciliare, con
serietà e passione, il lavoro
teatrale, di creazione e promozione di spettacoli, con quello
di organizzazione di festival e
rassegne. Da questa grossa
esperienza è nato il lavoro di
ricerca di cui Girofestival ne è
il risultato: un censimento di
gruppi, compagnie e comuni
che organizzano Festival in
Italia. Il libro contiene anche
una bella raccolta di fotografie
di Gianni Biccari.
« Noi pensiamo che il libro
non interesserà solo i burattinai» scrive Aldo de Martino, il
presidente della compagnia
«ma anche ricercatori e studiosi, perché nei festival si
troveranno: mostre, convegni,
seminari, dibattiti, laboratori
e corsi di formazione». Sulla
scia della nuova legge che riconosce l’esistenza del teatro
di figura e concede più spazio
al teatro di strada, allineandosi con altri paesi europei, « Girofestival è solo l’inizio di un
lavoro» spiega de Martino
«che porterà alla creazione, in
seno all’ATF/AGIS, (Associazione di centri di teatro di figura) di un archivio e di un
osservatorio permanente in
grado di elaborare dati, fornire e raccogliere informazioni».
I festival italiani ospitano il
meglio delle produzioni internazionali e offrono un’esauriente panoramica su quest’arte complessa e variegata. L’arte dei burattini, delle marionette, dei pupi e delle ombre,
è molto antica. Fino al secolo
scorso, era legata al mondo
degli adulti, da circa cinquant’anni, è stata relegata a
quello dell’infanzia. Oggi le
marionette e i burattini vengono utilizzati nelle scuole,
come supporti pedagogici, e
negli ospedali, come strumenti efficaci di comunicazione.
Sarebbe auspicabile, ora,
diffondere il teatro di figura e
farlo circolare riconoscendogli
anche il suo valore artistico,
Girofestival si può richiedere telefonando al numero:
tel 081.8728115 – fax 081.8719408
Compagnia degli Sbuffi, via Pomponio, 10
80053 Castellammare di Stabia (NA)
E-mail: [email protected]
Costo: L. 20.000 + spese postali
55
IL PEPEVERDE
affinché non vada perso il
prezioso contributo culturale
di tutti quei gruppi che, ogni
anno, rappresentano i loro
spettacoli nelle piazze, nei
giardini, nei cortili, nei vicoli,
nelle arene, nei teatri.
Luisa Piazza
Rita Valentino Merletti
Raccontar Storie
Mondadori, Milano, 1998
Chi è che in Italia racconta
ancora delle storie ai piccoli
ed ai grandi? Pochissimi ci
sembra, ed anche quella che
era una delle nostre grandi
tradizioni, specialmente familiari, è sparita completamente,
soppiantata da altri strumenti
narrativi come il cinema, la
televisione, le videocassette.
Essi sono apparentemente più
attraenti e completi, ma in
realtà privi di un elemento
fondamentale: la compartecipazione emotiva e interpersonale all’“evento narrativo”.
Anche la lettura ad alta voce è
cosa diversa dal raccontar storie: nella lettura, seppure
espressiva e coinvolgente, ciò
che è in primo piano è la storia stessa, mentre nella trasmissione orale diretta dei raccontastorie ciò che è alla ribalta è chi racconta la storia, con
tutta la sua passione e la sua
voglia di trasmettere contenuti importanti e fatti coinvol-
n. 1/1999
genti. Il raccontar storie quindi si definisce con un vero e
proprio evento psicologico e
culturale, sia per chi lo prepara, sia per chi lo fruisce.
La pratica del raccontar storie
è, secondo Rita Valentino
Merletti, assolutamente da recuperare e da diffondere, così
come avviene in altri paesi,
perché gran parte della nostra
umanità personale, del nostro
senso di appartenenza, viene
fissato attraverso forme di dialogo e di memorizzazioni dirette e personali tra ascoltatore e narratore, sia egli il papà
o la mamma o un raccontastorie di professione.
Sì, perché raccontastorie non
ci si improvvisa: nel libro ci
sono tre illuminanti ed utilissimi capitoli: La scelta delle storie, Come si raccontano le storie,
Le storie a scuola, in cui l’autrice definisce con precisione i
criteri di individuazione delle
storie da raccontare, sia rispetto alle possibili fasce di età, sia
rispetto alla fruibilità stessa del
testo che a volte va rivisto ed
adattato proprio in funzione
della sua comprensione e trasmissibilità, specie emotiva.
Infatti prima regola del raccontastorie è che la storia sia
fatta propria e assolutamente
significativa prima di tutto per
chi la deve dire. Solo a partire
da questo presupposto si può
pensare di interessare gli ascoltatori. Ma quando ciò avviene
si crea un’atmosfera magica e
irripetibile che fa sviluppare
fantasia, emozioni e voglia di
partecipare, condividendo storie comuni. Parallelamente alla lettura ad alta voce, il raccontare storie quindi è una
pratica anche assolutamente
educativa che dovrebbe essere
reintrodotta nelle scuole, come momento indimenticabile
di una formazione che voglia
dirsi umana e significativa.
(a.l.)
RAGNATELA
Roberto Denti
Lasciamoli leggere. Il piacere
e l’interesse per la lettura nei
bambini e nei ragazzi
Einaudi, Torino, 1999
L. 15.000
È scritto nella quarta di copertina di questo libro: «Roberto Denti si occupa da quarant’anni di cultura giovanile
e della sua diffusione, ed è
creatore delle Librerie dei ragazzi. Presso Einaudi ha pubblicato un libro per bambini,
Vogliamo un tram, e un saggio, I bambini leggono. Una
guida alla scelta». Aggiungiamo noi che Denti è anche autore del meraviglioso volumetto Come far leggere i bambini, pubblicato nel 1982 per
i tipi degli Editori Riuniti
(due capitoli di questo volumetto ora esaurito sono rifluiti in questo nuovo libro), che
è autore di numerosi articoli
su riviste specializzate e quotidiani, che ha scritto interessanti romanzi per ragazzi pubblicati con case editrici come
Mondadori e Il Formichiere.
Ora con questa nuova opera
Denti torna a parlare di lettura e di libri nella scuola e nel
tempo libero: dalla fiaba a Pinocchio, dagli attuali libri per
ragazzi alle influenze della tv,
dalle censure ai consigli per
far leggere i bambini. E il suo
motto è quello del titolo: “Lasciamoli leggere”. Un bel
motto sia perché ottimistico
sia perché dettato dal sano
principio di rispettare i ragazzi e le loro scelte.
Nella quarta di copertina di
questo nuovo libro si fa un
esplicito riferimento allo “spirito polemico” (parole testuali) di Denti. In effetti questo
volume è così ricco di passione che i temi trattati possono
apparire talvolta venati di una
certa partigianeria. Senza contare che gli entusiasmi per alcune collane, come quelle dei
Piccoli Brividi o dei Libri game e allo stesso tempo il silenzio su altre di indubbio prestigio, creano nel lettore esperto
un qualche disorientamento;
senza contare che i riferimenti
culturali di Denti, sempre così
“esterofili” o “regionali”, creano qualche sussulto anche nel
lettore italiano più libero e
privo di pregiudizi.
Però bisogna fare attenzione.
Denti ha non solo dedicato
quarant’anni alla letteratura
per ragazzi, egli è stato anche
in prima linea nelle battaglie
sulla lettura, da quella contro
le schede didattiche a quella
contro le censure, i moralismi,
i dannosissimi buonismi. Ha
quindi dedicato almeno una
parte di vita a battersi per il
rinnovamento nel campo della lettura e della letteratura
per ragazzi quando ancora le
sue teorie andavano controcorrente. Insomma, per dirla
tutta, Denti parlava di gusto
di leggere quando Pennac era
ancora di là da venire e lo faceva con dati alla mano. D’altra parte la sua esistenza, trascorsa anche per motivi professionali tra i libri, lo hanno
portato a una sensibilità
straordinaria che gli permette
di intuire al volo “ciò che va e
ciò che non va per i ragazzi”
(invitiamo a leggere l’ottavo
56
IL PEPEVERDE
capitolo di quest’opera, nel
quale viene spiegato con intelligenza come e perché i gusti
dei ragazzi sono oggi cambiati
e perché alcuni libri sono o
non sono adatti a loro.
In conclusione il pregio di
questo libro ci pare, paradossalmente, proprio la vivacità,
la forza polemica presente anche tra le righe, elementi che
come è noto fanno riflettere e
vincono l’appiattimento. Caro
Roberto, ti auguriamo di poterti dedicare ai libri per ragazzi per altri quarant’anni, anzi
per molto di più. Non solo
per stima o per affetto, ma anche perché di idee c’è bisogno.
(e.d.)
Walter Fochesato
Spettri, santi e streghe.
Leggende liguri illustrate
Provincia di Genova,
Genova, 1999, (sip)
È il catalogo della mostra iti-
nerante omonima del Centro
Sistema Bibliotecario della
Provincia di Genova, una mostra di illustratori dedicata al
patrimonio fiabistico della Liguria. In pratica ogni illustratore ha dedicato una tavola a
una fiaba ligure. E una parte
delle tavole di questo catalogo, ci informa nella prefazione l’Assessore al Patrimonio
culturale Gualtiero Schiaffino,
sono già state presentate, in
anteprima, alla Fiera internazionale del libro per ragazzi di
Bologna.
Bisogna dire subito che il va-
n. 1/1999
lore di questa ricerca non è
solo la “ricatalogazione” di fiabe popolari tradizionali, operazione che pure ha un suo significato, dato che esse rappresentano – sono parole del
curatore – “un patrimonio vasto e difforme, poco o nulla
criticamente indagato”, una
mescolanza di sacro e profano
che attinge sostanzialmente al
substrato delle aspirazioni e
dei sogni più profondi del popolo. Il valore della ricerca è
prima di tutto nella presentazione di una bio-bibliografia
dei 40 illustratori curata con
meticolosità.
Così, chiunque volesse sapere
tutto su Chiara Carrer o Nella
Bosnia, su Stefano Pach o
Arianna Papini, su Cecco Mariniello o Gianluigi Coppola,
su Sergio Frediani o Federico
Maggioni, su Chiara Rapaccini o Alberto Rebori e altri illustratori contemporanei non
ha che prendere questo volume e cercare la relativa scheda,
nella quale sono elencate le
più importanti opere e fasi
biografiche dell’artista.
Il volume si conclude con un
intervento di Donatella Curletto, La rondine dell’anima:
un viaggio tra mito e
religiosità, nel quale si spiega
che l’attuale proposta bibliografica, con relativa mostra
itinerante, si articola in cinque sezioni: miti delle origini,
miti greci e romani, la Bibbia,
altre religioni, spiritualità.
Poiché il catalogo non ha indicazione di prezzo, ci sembra
di capire che non sia facile reperirlo nel mercato. Ci si può
però rivolgere, per informazioni, al Centro Sistema Bibliotecario della Provincia di
Genova, via G. Maggio 3,
16147 Genova.
Tel. 010.5499771,
010.5499772,
fax 010.5499680.
(e.d.)