di Massimo Santini - Rivista "Campo de` Fiori"
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di Massimo Santini - Rivista "Campo de` Fiori"
Campo de’ fiori 2 La redazione augura Buon Compleanno a Campo de’ fiori che, con il numero 18, ha raggiunto la maggiore età ATTENZIONE ci è stato segnalato, da alcuni operatori commerciali, di essere stati contatti per l’inserzione pubblicitaria delle loro attività su visita i nostri siti Campo de’ fiori, www.campodefiori.biz da persone a noi sconosciute. www.campodefiorionline.it Comunichiamo pertanto che le persone incaricate a qualsiasi titolo, da Campo de’ fiori, Associazione dovranno essere munite di Accademia autorizzazione su carta intestata, debitamente firmata Internazionale dal direttore e contenente i D’Italia dati anagrafici dell’incaricato stesso. L’incaricato dovrà inoltre esibire un documento www.accademiainternazionaleditalia.it di riconoscimento. Campo de’ fiori è la più grande vetrina per i tuoi affari. La pubblicità su Campo de’ fiori arriva e “porta bene” ed entra nelle case di milioni di lettori. TEL. 0761.513117 [email protected] Campo de’ fiori è distribuito a Civita Castellana, Corchiano, Fabrica di Roma, Vignanello, Vallerano, Canepina, Vasanello, Soriano Nel Cimino, Vitorchiano, Bagnaia, Viterbo, Montefiascone, Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Sutri, Capranica, Cura di Vetralla, Blera, Monte Romano, Tarquinia, Civitavecchia, Orte, Gallese, Magliano Sabina, Collevecchio, Tarano, Torri in Sabina, Calvi nell’Umbria, Stimigliano, Poggio Mirteto, Otricoli, Narni, Terni, Amelia, Nepi, Castel Sant’Elia, Monterosi, Anguillara, Trevignano, Bracciano, Canale Monterano, Mazzano, Campagnano, Sacrofano, Olgiata, Faleria, Calcata, S.Oreste, Nazzano, Civitella San Paolo, Torrita Tiberina, Rignano Flaminio, Morlupo, Castelnuovo di Porto, Riano, Ostia, Nettuno, Anzio, Fregene e nei migliori locali di Roma, in tutte le stazioni MET.RO. Spedito a tutti gli abbonati in Italia e all’estero, inviato ad Istituzioni Culturali e sedi Universitarie italiane e straniere, a personaggi politici, della cultura, dello sport e dello spettacolo. Vita Cittadina foto Mauro e Martina Topini foto Mauro e Martina Topini Civita Castellana Fz. Sassacci 21 Giugno Festa di San Luigi Gonzaga Civita Castellana - Parrocchia San Giuseppe Operaio - 2 Giugno - festa diocesana dell’ UNITALSI Corchiano - infiorata del 29 Maggio Giuseppe Angeli Rossi un presidente UNITALSI “poco formale” Campo de’ fiori Sono addolorato nel constatare gli ultimi episodi di violenza contro le persone svantaggiate. Comportamenti inqualificabili che fanno inorridire: ucciso a coltellate a solo 23 anni per aver difeso un disabile; tre ragazzi uccidono per di Sandro Anselmi noia un barbone disabile; un operaio ed un pensionato violentano per anni una ragazzina disabile; giovani riempiono di offese gratuite un disabile in carrozzina; il branco violenta una ragazzina in pieno centro … … tutto questo è allarmante. Come si possono tollerare simili atti di vigliaccheria? Come non far pagare caro questi “sbagli” diabolici? Senza dubbio l’insicurezza, la scarsa stima di se stessi e tanti altri problemi che vengono da lontano, portano questi esseri, che non so definire, ad usare tali comportamenti aberranti. Se l’analisi fosse rivolta ai soli giovani, direi facilmente che loro hanno perso i valori fondamentali del buon vivere civile, direi che la cattiva tv, la debolezza della scuola, l’affievolimento della fede e la latitanza della fami- Dare amore, per ricevere amore glia, li hanno lasciati soli. Direi che l’attuale difficile situazione crea loro confusione e l’incertezza del futuro, in un mondo pieno di guerre e di odio, non li aiuta certo a sognare. Direi che sono spesso le vittime sacrificali di una famiglia allo sbando e viaggiano, perciò, su una nave senza nocchiero che ha perduta la stella polare. Direi paradossalmente che risultano quasi comprensibili i loro comportamenti imitativi della violenza ad ogni costo, quando essi la fanno diventare un valore di riferimento per la vita. Direi infine che è scontata, allora, la loro fuga da una realtà così pesante per rifugiarsi in mondi artificiali e falsi. Ce l’ho però anche con le persone “mature” che, con la loro indifferenza da novelli Pilato, addirittura avallano i comportamenti anomali dei ragazzi, facendoli crescere nella sopraffazione degli altri, specie se più deboli e svantaggiati. Fare loro invece un po’ di male, per dargli poi tanto bene, giustifica, se necessario, il non accondiscendere a tutte le loro richieste. Dargli poi tutta la gratitudine quando la meri- Mamme o veline? di Sandro Anselmi La mamma, la figura più grande e più nobile del creato, l’essere che genera la vita, la sublimazione dell’amore, la creatura più dolce e più pura, la bontà e la comprensione infinita. La mamma invocata, la mamma supplicata, la mamma piangente, la mamma ricovero di ogni male, confidente di tutte le pene. La mamma che ci fa crescere, che ci accompagna nel nostro cammino, che invecchia, che non c’è più, ma che resta in noi fino all’ultimo respiro della nostra vita, (mio padre, spirando fra le mie braccia, ha invocato “mamma”). Che succede a molte madri di oggi? Non comprendono più il valore della missione più grande? Non riescono più a godere del tenero amore dei loro pargoletti? Che cosa le ha “rovinate”? La paura di dover fare delle rinuncie (la palestra, il ballo, il salotto con le amiche, una improbabile carriera, il terrore innaturale di invecchiare…) ? Questo porta le mamme a non amare più i figli, a compiere il sacrificio più grande? Questo la porta a togliere la vita a chi l’hanno data? Il fatto più innaturale, la violenza più grande e più folle, è la notizia che sempre più spesso riempie le cronache. Perché non parlare invece delle Madri degne di questo nome, che per fortuna sono ancora la maggior parte? Perché non lodarle, per i loro comportamenti umani ed esemplari nei confronti della famiglia e dei figli? Questi dovrebbero essere gli argomenti trattati dai mediia, per sperare che finalmente ritornino più Mamme e meno veline. 3 tano, è una cosa tanto salutare, come dispensare manifestazioni di affetto, non deve essere atto di vergogna. Chi semina vento raccoglie tempesta, chi semina bene riceve Amore. Direi infine che la TV non dovrebbe dare troppo spazio alle notizie di violenza e spesso di morte, perché questo non porta nulla, non costituisce un monito, ma ingenera pericolosi comportamenti imitativi. E’ come se per insegnare la vita si raccontasse la morte. Perché non far vedere invece i tanti e tanti giovani che si adoperano nel volontariato, che donano i loro sorrisi e le loro azioni ai loro “fratelli” meno fortunati? Perché non riproporre, come in un carosello pubblicitario, le immagini delle folle felici e poi commosse e piangenti dei papa boys? Dare immagini positive, riportare testimonianze edificative, quali la tolleranza ed il rispetto degli altri, stimola ed accresce la parte migliore che è dentro di noi e se stiamo bene con noi stessi, stiamo bene con il mondo. L’uomo in frac Sul modello di una stravagante usanza spagnola, stà nascendo a Roma una particolare società per recupero crediti. Alcune persone, infatti, che hanno constatato la validità del sistema, si apprestano ad applicarlo anche in Italia e cercano soci. Ma vediamo di cosa si tratta. In Spagna, quando una persona deve dare dei soldi ad un’altra e non riesce a riscuoterli, dà l’incarico all’agenzia di recupero crediti che attiva i suoi particolari metodi. Un uomo vestito con un frac nero, con i guanti, il bastone ed il cappello, a bordo di una macchina vistosa e nera, segue incessantemente il debitore in ogni suo movimento durante il giorno . Inizia con il parcheggiare la macchina sotto casa del malcapitato, e non appena esso esce, lo segue dappertutto. Lo segue in ogni negozio, in ogni ufficio, dal barbiere, al ristorante, al cinema ed in ogni luogo, insomma,ovunque il soggetto si reca .Si ferma ad una breve distanza e sta lì senza dire né fare nulla. Siccome in Spagna tutti conoscono la funzione dell’uomo in frac, immaginate il disagio e la vergogna della persona oggetto “dell’operazione pedinamento”. Sembra che i risultati siano garantiti. Spero proprio che la costituenda società possa operare quanto prima, perché allora tanti “malandrini”, “bombardini” o “re della sola”, verranno smascherati per la gioia di tante persone e con il divertimento e lo scherno di tutta la popolazione. Mi piace immaginare tanti uomini in frac, dalle altezze diverse, a seconda dell’entità del debito. Potremmo così vedere un uomo piccolo come un nano, per i piccoli debiti, ed un altro alto come un giocatore di pallacanestro, per i debiti più grandi. Quanti eleganti uomini in frac popolerebbero allora la nostra città…… Benvenuto uomo in frac. Sandro Anselmi 4 Campo de’ fiori MARTUFELLO dispensatore di risate da trent’anni di Loredana Filoni Incontro Martufello in un, già torrido, pomeriggio di Maggio, nella sua splendida villa. Davanti a due bei tea freddi, con grande naturalezza e disinvoltura, inizia a raccontarsi. Devo dire che questa intervista, durata quaranta minuti, mi ha provocato più volte delle grandi risate. Certo, sul palco sapevamo che Martufello è maestro di risate, ma in privato è una ulteriore conferma. L’attore è una persona molto semplice e cordiale e, a me, sembrava quasi di essere a casa di un amico. Al termine dell’intervista si era instaurato un tale clima di vivacità che lo stesso Martufello chiedeva di essere fotografato anche con i suoi cani ed un cucciolo di gatto, facendomi promettere di portargli in seguito le foto. QUESTA E’ SEMPLICITA’ AUTENTICA. D. Signor Martufello dove è nato? R. Sono nato a Sezze, il 21 Dicembre 1951….pensa un po’ … ho quasi 54 anni!!! D. E’ sposato ? R. Sono stato sposato ed ora sono divorziato… non ho figli. Ho due cani, un gatto che m’ha fatto pure una cucciolata che devo cercare di sistemare! Vivo qui a Nepi da undici anni; con me vive una donna. D’estate viene mia madre. Stò tranquillo e beato!!! D. A cosa stà lavorando attualmente? R. Adesso stò facendo due tournee teatra- li: una con una maga, che si intitola “Cabaret di prestigio”. E’ una cosa un po’ diversa dal solito, dato che, in genere un attore comico e brillante come me, lavora con un corpo di ballo. Io qui, invece, ho voluto inserire questa maga, che si chiama Eleonora ed è bravissima. Inoltre stò facendo un tour di dodici tappe con Pippo Franco, Oreste Lionello e gli altri del Bagaglino: è la prima volta che facciamo uno spettacolo al di fuori del Salone Margherita, tutti insieme. In più faccio serate da solo nei teatri e nelle piazze. Poi stò preparando un debutto in grande con Gino Landi il 9 Luglio a Palermo al Teatro Massimo, con l’operetta “Al Cavallino Bianco”. D. Come è iniziata questa professione e come è arrivato al Bagaglino? R. Fin da bambino ho sempre pensato che ognuno di noi possiede una dote e una qualità. Tutto stà nel saperla scoprire, ed io l’ho trovata. E’ come l’intelligenza, tutti la possiedono, poi c’è chi sa usarla e chi no. Una volta trovata, mi sono buttato a capofitto e con convinzione senza lasciare nulla di intentato. Da sempre ho capito che era questo ciò che volevo fare…. Veramente volevo fare il “bel tenebroso”, poi mi sono guardato davanti allo specchio e ho detto: “ma che vai a fa il bel tenebroso… che non sei manco bello?”. Al Bagaglino sono arrivato nel 1980, quindi quest’anno ho festeggiato le “nozze d’argento”, venticinque anni di Bagaglino e trentuno anni di carriera. D. Come è stata la sua lunga carriera al Bagaglino? R. La mia esperienza al Bagaglino, che spero duri ancora a lungo, è stata bellissima: mi ha fatto diventare Martufello, mi ha consentito di comprare una casa, di stare bene e sono felice e contento della scelta fatta, nonostante abbia rinunciato a qualche guadagno più consistente. Ho accettato dieci, lasciando cento, per rimanere fedele ad una idea, anche perché questo è un mestiere nel quale devi cercare di imparare il più possibile. Io ho cercato di fare questo e credo di essere arrivato abbastanza in alto. D. Com’è il rapporto con i suoi compagni di lavoro? R. E’ bellissimo quando siamo insieme a lavorare. Al di fuori ognuno ha la sua vita. Con qualcuno ho rapporti anche fuori dal lavoro. L’amicizia vera ce l’ho con Pingitore che è il regista e autore, come ce l’avevo con Castellacci che, purtroppo è morto, con Oreste Lionello, con il quale lavoro da venticinque anni. Con gli altri, come Pippo Franco, Zama, Battaglia e Miseferi ci vogliamo bene, ci stimiamo e c’è molto feeling. D. Ha qualche aneddoto da raccontare sul Bagaglino? R. Ero ragazzetto quando ho cominciato al Bagaglino e mi ricordo che un giorno dissi a Pippo Franco: “sai Pippo io c’ho una marcia in più” e Pippo Franco mi rispose: “peccato che te sei scordato il freno a mano…!” Di aneddoti in venticinque anni ce ne sono tantissimi, ci vorrebbe una enciclopedia. Consideri che ho lavorato anche con Bombolo, con tante prime donne e ballerine, quindi di cose da raccontare ce ne sarebbero tante. Sono stati venticinque anni trascorsi bene , per quello che mi riguarda, con tanta soddisfazione, piacere, gioia. Consideri anche che io sono venuto da un paese non avendo neppure la licenza media, arrivato a Roma ho iniziato a fare questo mestiere, prima nelle balere, poi nelle province alle diverse sagre, che tutt’ora faccio, perché la festa in piazza è una forma di spettacolo che mi entusiasma e la faccio con molto piacere. Poi sono arrivato ad un teatro prestigioso come il Bagaglino e questo è stato per me un motivo di grande orgoglio, ringrazio sempre il Signore per tutto quello che mi ha dato. Continua a pag. 44 ... ... Campo de’ fiori 7 Un salto nel gusto quando l’arte culinaria non è solo cibo, ma anche benessere Incontro con HEINZ BECK Il ROME CAVALIERI HILTON non ha certo bisogno di presentazioni, non è semplicemente un albergo di lusso, è molto di più…! E’ situato nel cuore di un rigoglioso parco mediterraneo di circa sette ettari. La hall ed il bar sfoggiano una magnifica collezione di mobili d’epoca, dipinti, arazzi e preziosi oggetti d’arte, insieme ad alcuni olii del XIX secolo. Nell’hotel vi sono, inoltre, boutiques, sei diversi bar e ristoranti, fra i quali “La Pergola”, di cui è chef l’eccellentissimo Heinz Beck. Il fatto di trovarsi su uno dei setti colli di Roma (Monte Mario), rende il Cavalieri Hilton un luogo suggestivo ed unico, potendo ammirare, dalle sue terrazze, un panorama spettacolare della città eterna. Esattamente sul roof garden dell’Hilton si trova “La Pergola”. Pluripremiato ristorante gourmet, gode di una vista mozzafiato su Roma, con la cupola di San Pietro in primo piano. Qui il personale è qualificatissimo e molto cordiale. La grande fortuna del ristorante sta nel poter vantare uno Chef di altissima qualità come Heinz Beck. Con grande disponibilità e gentilezza, il signor Beck, nonostante innumerevoli impegni, mi ha concesso questa intervista. Tutto si è svolto davanti ad un fumante caffè, con mio sommo piacere, nel salotto de “La Pergola”. Romantico scorcio dalla terrazza dell’Hilton D. Signor Beck, dove è nato? R. In Germania, il 3 Novembre 1963. D. E’ sposato? R. Si, con Teresa, dal 2001. Lei è Italiana, esattamente di Palermo. D. Ha figli? R. No D. Da quanti anni è in Italia? R. Da undici anni. D. Come ha iniziato questa professione? Le è stata tramandata da una passione di famiglia o è una sua passione personale? R. No. Né tramandata, né passione personale. Io volevo fare il pittore, ma mio padre, essendo contrario, non mi ha permesso di frequentare l’Università di Belle Arti, perché non voleva un pittore in famiglia. Mio fratello il famoso chef Heinz Beck con Loredana Filoni di Loredana Filoni R. Ci sono molte specialità. Non ce n’è una in particolare, anche perché vario molto le mie pietanze. D. Il suo piatto preferito? R. Da mangiare o cucinare? D. Quello da mangiare. R. I miei gusti cambiano, come i miei piatti, perché la cucina è evoluzione; così in continuazione vario a seconda della stagione: ogni anno assaggio cose nuove. D. Quindi ogni piatto de “La Pergola” possiede una sua ‘impronta’ personale? R. Si, certo. Anche perché io creo i piatti, non li copio! D. Quindi anche per quanto concerne ricette tipiche italiane, Lei ci mette sempre un po’ di suo? R. Si. La base resta uguale, ma cerco di renderla un po’ più moderna e adatta a questo tipo di ristorante. D. Quando torna a casa ha ancora voglia di cucinare? R. A casa cucina mia moglie che è molto brava. Anche perché io “distruggo” una cucina! D. Come ci si sente ad essere considerato un’artista del palato? R. Ci si sente come tutti gli altri. Non è che mi senta superiore. Sono contento di stare qui, di lavorare con tutti questi giovani, di insegnare loro tutto quello che ho imparato io e vederli crescere professionalmente. E’ molto bello. Non è importante essere il più bravo, o più famoso, ma che nel lavoro hai un’armonia con le persone che ti circondano, in modo tale che, ogni giorno, ti fa piacere andare al lavoro. Tutto il resto viene da sé. gemello, che voleva diventare uno chef, mi ha dato l’idea di seguirlo nell’impresa. Ma anche in questo caso mio padre non gradiva avere due chef in casa, ha lanciato una moneta in aria e la sorte ha privilegiato me. Così sono diventato chef! Poco romantico! D. Ha frequentato una scuola alberghiera in Germania o in Italia? R. In Germania, anche perché faccio questo mestiere da venticinque anni. Da undici sono in Italia e, i rimanenti quattordici, ho lavorato in altre parti del mondo. Auguro a quest’uomo che è stato di una D. Cosa l’ha spinta a venire in Italia? modestia e cortesia autentica, ancora la preR. Il Direttore dell’Hilton che mi ha chiamato parazione di molti piatti! Anche perché io, le insistentemente. Così sono venuto qui, per sue pietanze, le ho assaggiate e, credetemi, fare un colloquio e vedere il posto. In seguisono sublimi per il palato e per la mente. to ho deciso di venire in Italia. Sono stato Hanno davvero un tocco unico: per gusti assunto a “La Pergola”, dopo il colloquio, sopraffini. immediatamente come chef. D. Si interessa personalmente della ricerca dei prodotti da usare per la preparazione dei suoi piatti? R. Certo! Questo è normale! Gran parte del mio lavoro si svolge nella ricerca dei prodotti, perché la qualità di quest’ultimi è fondamentale per una buona cucina. D. La sua specialità qual è? una bellissima sala del ristorante “La Pergola” dell’Hilton Campo de’ fiori 8 Albertazzi torna con Anna Proclemer al Teatro Argentina di Roma hanno interpretato “DIARIO PRIVATO” di Loredana Filoni Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer, di nuovo insieme, dopo molti anni, ad interpretare, magistralmente, un taccuino di appunti che và a scavare nei sentimenti meno in vista dell’individuo; di nuovo insieme, a parlare solo di sesso, usando anche i termini più espliciti (che è una novità per questi due straordinari “mostri” sacri del teatro italiano), per la prima volta diretti da Luca Ronconi. E’ “Diario Privato”, tratto da un’opera di Paul Leautaud, il “Journal Litteraire”. Questo diario è sterminato: diciannove volumi nei quali, per sessantatre anni, l’autore ha scritto di tutto. Ne è stato tradotto un sunto, in italiano, di quattrocento pagine. A questo è stata data una ulteriore limatura per adattarlo alla rappresentazione teatrale. Il pezzo tratta della tempestosa relazione fra l’autore e Anne Cayssac, ed ha lo scopo di mettere in scena l’originalità di questo autore poco conosciuto in Italia. E’ un rapporto d’amore durato diciannove anni, fra sesso e baruffe, annotate con dovizia, censite e narrate con una crudezza di termini che solo la carta può sostenere e solo due figure adeguate, grandi, autorevoli e di qualità, come Albertazzi e Proclemer, potevano dire ad alta voce. La scena è semplice: i due protagonisti recitano sempre seduti su due poltrone rosse che si muovono, avanzano, roteano, attraversando il palcoscenico. Non vi è nulla di fisico e niente che faccia il verso alla passione o alla lascivia che viene narrata. Il pezzo si apre con l’autore (Albertazzi) che annuncia la morte di Madame Cayssac che, da lui, crudamente soprannominata “Flagello”, è morta Sabato 15 alle ore 8.00 del mattino. E’ quindi un cammino a ritroso, di questi lunghi anni di una passione puramente fisica. Leautaud (Albertazzi), ci racconta che conobbe Madame Cayssac (Proclemer) a quarantadue anni. Lei ne aveva quattro di più. Lo scrittore dice che, prima di lei, aveva conosciuto molte fuse, tra una donna piena di temperamento, che litiga, si riappacifica e fa la “sguaiata” e lui che, con pazienza, sopporta. Malgrado tutto questo, l’amore durò, perché nonostante vi fosse una sessualità allo stato puro, un amore sconfinato per gli animali ed un eguale egoismo, di amore si trattò. Grande prova per i due attori in questi ruoli così inconsueti. Sanno dare donne, senza avere, tuttavia, questa predisposizione alla passione meramente erotica, come con lei. Lei, contrariamente, una donna piccolo-borghese, sposata con uno statale, aveva un’ottima reputazione e teneva a mantenerla. La passione fra i due sorse repentina. Ma cosa li aveva spinti, l’una nelle braccia dell’altro? Cosa aveva attirato due individui così diversi? Innanzi tutto, li accomunava un grande amore per gli animali, cani e gatti, in particolare. E poi la passione erotica che, fra alti e bassi, scenate e recriminazioni, non si interrompe mai, appunto perché, in primo luogo, i due devono occuparsi dei loro animali ed in secondo luogo è come se, quando sono insieme, durante le loro “sedute”, diventano essi stessi, animali. E’ una lunga storia contraddittoria e di emozioni con- una tale prova di bravura che le parole spinte, pronunciate da loro, sembrano quasi assumere un suono ed un significato diverso, quasi non volgare. Presenti anche spunti ilari, che strappano risate a scena aperta. Il pezzo si vive per cento minuti filati ed, al termine, si apprezza la bravura e la maestosità dei due interpreti, non senza restarne un po’ storditi. Nei camerini ho potuto apprezzare l’umorismo e la simpatia del Maestro Albertazzi che, attorniato da belle donne, non ha disdegnato di farsi fotografare. “Grazie Maestro! L’ho apprezzato maggiormente perché Lei è un Grande del nostro teatro”. Più schiva la signora Proclemer che, però, mi ha firmato un autografo e, perfino concesso una foto insieme! Durante tutto questo, parlava di come, per un po’, fosse stata indecisa se accettare questo ruolo così particolare ed un po’ “sopra le righe” per lei, che a mio avviso, è una vera signora del palcoscenico italiano. La mia conclusione è che, sì, ha fatto benissimo, perché uscendo dagli schemi che le sono congeniali, ha ancora una volta dimostrato la sua ecletticità e versatilità! Brava! Una curiosità divertente: la signora Proclemer, durante le repliche, aveva il suo simpatico (e gelosissimo) barboncino ad attenderla in camerino! Una passione affine al personaggio da lei interpretato. 01100 Viterbo P.zza Verdi, 2/A - Tel./Fax 0761.347651 e-mail: [email protected] Centro Commerciale Tuscia - Tangenziale Ovest - Tel. 0761.390013 e-mail: [email protected] 01030 Vallerano (VT) Via Don Minzoni, 58 - Tel./Fax 0761.751551 e-mail: [email protected] 01033 Civita Castellana (VT) Via Giovanni XXIII, 28-28A - Tel./Fax 0761.517951 e-mail: [email protected] 00169 Roma Centro Commerciale Casilino - Via Casilina, 1011 - Tel. 06.23260306, Fax 06.23279988 e-mail: [email protected] 63037 Porto D’Ascoli (AP) Centro Commerciale Portogrande - Via Pasubio, 144 - Tel./Fax 0735.753665 e-mail: [email protected] 70124 Bari Centro Commerciale Carrefour - Viale L. Pasteur, 6 - Tel./Fax 080.5382652 e-mail: [email protected] Smarrimento e furto Validità un anno dalla data di consegna. Te li hanno rubati o li hai smarriti? Per te una riduzione del 50% sull’acquisto di occhiali nuovi uguali o equivalenti. 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Poi, forse, a causa del mancato appoggio da parte di qualche grande etichetta discografica, che avrebbe dovuto garantire il confezionamento editoriale e la distribuzione, del ventilato progetto discografico si persero le tracce a vantaggio di un’ altra produzione discografica live, “NO PALCO”, predisposta per commercializzare l’evento del trentennale : molto attraente nella grafica, nel suono, nelle immagini (c’era anche l’edizione in cd+dvd) , nella composizione degli ospiti ma che per i fedelissimi della prima ora, i vecchi fans, gli over 45, quelli che avevano avuto tra le mani nel 1972 il 1° lp “BANCO DEL MUTUO SOCCORSO”, con la celebre copertina (della prima tiratura) a forma di salvadanaio ( per coloro che non l’hanno presente, si trattava di una copertina sagomata nella forma del classico tondeggiante salvadanaio di coccio ) placava parzialmente la delusione del mancato “ritorno al passato”. Ora, grazie all’appassionato lavoro dello staff in seno alla giovane etichetta indipendente MA.RA.CASH, il popolo dei “risparmiatori / BANCHISTI”, può tornare a vivere oltre 70 minuti di atmosfera “seventies” offerta dal BANCO, in vena di “sperpero” di qualche spicciolo …..ma che dico di qualche Tallero d’argento di Maria Teresa (per dare una giusta comparazione di valore numismatico alle registrazioni proposte ) idealmente prelevati dal succitato panciuto “dindarolo” gelosamente custodito dal trio superstite di quell’epoca Nocenzi - Di Giacomo - Maltese! Il cd di cui parliamo, recentemente uscito, dal titolo “Seguendo le tracce”, propone una performance completa del “BANCO” datata 23 aprile 1975. In quel TEATRO VERDI di Salerno, si esibiva una band lanciatissima, con alle spalle un “tris discografico” di successo per critica e risultati commerciali, “Banco Del Mutuo Soccorso”/1972 (una pietra miliare del cosiddetto genere rock progressivo ,per l’Italia e non solo!) , “Darwin”/1972, ”Io sono nato libero”/1973, tutti piazzatisi nelle TOP TEN di vendita delle classifiche Italiane dell’epoca; una formazione grandemente affiatata, stabilizzatasi dopo l’ingresso, nel 1973 in occasione di “Io sono nato libero”, del grande Rodolfo Maltese alle chitarre e tromba; un collettivo unito sul piano umano,ben puntellato sul piano artistico dalla presenza, di “BIG” Francesco Di Giacomo alla esclusivissima duttile voce, dei “Brothers Nocenzi”, Gianni e Vittorio, alle intricatissime trame tastieristiche, del già citato Rodolfo Maltese, abile ed elegante chitarrista nonché trombettista, di Pierluigi Calderoni, pirotecnico batterista, dal bassista Renato D’Angelo. Una band che, lusingata dal responso delle vendite in Italia, desiderava tentare il lancio estero sostenuta, in ciò, dalla Manticore, etichetta discografica di proprietà del contemporaneo ed universalmente famoso trio Inglese Emerson, Lake & Palmer (la stessa supporterà anche PFM), per la quale andava realizzando lp “BANCO” , una selezione dei migliori brani relativi ai precedenti tre album, tradotti in Inglese, con l’ unico inedito rappresentato da “L’albero del pane” ...... insomma un gruppo pienamente in corsa sul viale dei desideri e delle aspettative! Ed è proprio un frammento di questa “speranza” di affermarsi sui mercati esteri, in particolare Inghilterra e U.S.A. (dove verrano intrapresi dei brevi tour), che apre il programma musicale proposto da “Seguendo le tracce”: la celeberrima “R.I.P.”, in versione Inglese, tratta dal 1° lp : attacco al fulmicotone , corposo momento di gran ritmo e concitazione, passaggio melodico di “fine corsa”, il tutto abilmente cavalcato dalla grande voce di Mr.Di Giacomo e caratterizzato da un costante dialogo tastieristico “tra i fratelli”. Proprio nel passaggio tra questo brano e il successivo, 11 “L’Albero del pane” , Di Giacomo annuncia al pubblico il “piano di attacco all’estero” rappresentato dalla pubblicazione di “Banco” . …..ma l’ascoltatore “segugio” è solo all’inizio del suo percorso : “SEGUENDO LE TRACCE” propone una scaletta a “raffica” di brani, oggi storici, quali “La danza dei grandi rettili”, ”Non mi rompete”, “Dopo niente è più lo stesso” ,“Traccia II”, “Metamorfosi”, dalle complesse, colte, costruzioni musicali fatte di sospensioni classicheggianti, di accelerazioni rock, di contaminazione jazz, impreziosite dalle “farciture poetiche” dei testi di un Francesco Di Giacomo in grande forma. Insomma ….sarà bello (ri)perdersi “SEGUENDO LE TRACCE” di questa band che ancora oggi continua la sua corsa con esibizioni “senza sconti” ! Gruppo: Banco del Mutuo Soccorso Origine: Roma e Castelli Romani Cd: “Seguendo le tracce”/ dal vivo al Teatro Verdi in Salerno – 23 Aprile 1975 La Band nel cd: Renato d’Angelo: basso; Rodolfo Maltese: chitarre, tromba; Gianni Nocenzi: piano acustico ed elettrico, clarinetto; Francesco di Giacomo: voce; Pier Luigi Calderoni: batteria e percussioni; Vittorio Nocenzi: tastiere, organo Hammond, sintetizzatori. I titoli: 1) R.I.P. (English Version) 2) L’albero del pane 3) La danza dei grandi rettili 4) Passaggio 5) Non mi rompete 6) Dopo…niente è più lo stesso 7) Traccia II 8) Metamorfosi Total Time: 74:47 / informazioni utili: ww.bancodelmutuosoccorso.it www.maracash.com / il cd è in vendita tramite il Camelot Club al prezzo di 15 € ed è possibile ordinarlo tramite e-mail a [email protected] 12 Scopri l’Arte Voler illustrare ai lettori la vita e le opere di uno tra i più grandi artisti del ‘900 che si è distinto non solo come pittore ma anche come disegnatore, ill u s t ra t o r e , Renato Cenni caricaturista, incisore, scultore, regista , pubblicista, scrittore e critico d’arte, in così breve spazio è impresa impossibile; ma avendo avuto il privilegio di visitare la casa-museo dell’artista, a Genova, mantenuta con scrupolosa cura dal nipote Giorgio Cenni , tenterò di trasmettere le sensazioni ricevute nell’osservare tanti piccoli e grandi capolavori da semplice spettatore . Prima, tuttavia, ritengo necessario riassumere alcuni tratti della sua personalità e momenti caratteristici della sua vita per comprendere non solo l’artista ma anche l’uomo. Per questa operazione non potevo che usare la penna di chi ha avuto la fortuna d’incontrarlo , di conoscerlo da vicino; mi sono affidato quindi a brani di una monografia curata da Giuseppe Costa ed edita dallo “Studio d’arte S.Giorgio” di Genova e pubblicata nel 1987. “Coerente,arguto, incorruttibile, - scrive Costa- egli non si affermò mai al pari dei suoi meriti; rifiutò spesso riconoscimenti e ricompense per non prosperare in un clima culturale per lui falso e vuoto, in una società dove il compromesso vanifica la validità artistica e l’onestà del messaggio” E questa prima nota , già ci dice che Cenni non avrebbe mai rinunciato alla sua libertà espressiva qualunque fosse la proposta di baratto, stilando una sorta di “Giuramento d’Ippocrate” per veri artisti; ma continua Costa “Cenni fu in sostanza un idealista che combattè senza soste e con ogni mezzo i soprusi, le ingiustizie, la corruzione, denunciando senza esitazioni le atrocità e le vergogne di cui fu testimone. Questo suo atteggiamento andò a discapito della sua affermazione in campo artistico facendolo più volte apparire un personaggio scomodo.” Scomodo, tuttavia, Renato Cenni non lo è per gli amici artisti che ne comprendono il genio e la purezza d’intenti; gli scrive, infatti , Giuseppe Marotta :” ..Il tuo talento è ugualmente degno della penna e del pennello..”e , da par suo, Giovanni Arpino : “Carissimo Renato, e cioè nume tutelare delle mie sorti letterario-mondane…Mi pare che tutto peggiori ,in giro. Ho proprio bisogno di venire a pigliare un po’ d’aria e di sorriso da te, Ada (moglie di Cenni) e soci . A me l’alloro non dà certo alla testa, è ingrediente che serve meglio in cucina..” . Giulio Renato Cenni viene alla luce nel 1906 , a Firenze, (Quartiere S. Lorenzo) e la famiglia si trasferisce , quasi subito , prima a Montecatini e Campo de’ fiori di Massimo Santini Ricordo di Renato Cenni (1906-1977) poi ,definitivamente a Genova (1911); dopo una infanzia difficile costellata di mille mestieri, riesce a seguire i corsi serali dell’Accademia di Belle Arti di Genova. Le sue prime esperienze sono di carattere graficopubblicitario (1930) con alcune “commesse” di società di navigazione, ma il sodalizio con Dario Bernazzoli ne completa la formazione scoprendone le qualità pittoriche. Insofferente al regime fascista , nelle sue prime mostre non manca di sottolineare tale atteggiamento nelle sue opere, nonostante le raccomandazioni alla prudenza degli amici. Indomabile nella sua difesa della libertà, nel 1933 Cenni si arrende solamente alla bellissima ventenne Ada Varni, la quale, oltre che moglie diventerà la sua musa ispiratrice nonché modella in molte sue splendide opere. Nel 1937 è a Parigi e il periodo trascorso nella capitale francese segnerà profondamente il suo stile . L’occupazione tedesca spazza via l’atmosfera gaia e produttiva ,pregna di vivacità intellettuale . R.Cenni resta , pericolosamente a Parigi trasformando il giornale per cui lavora, in un covo antinazista. Alla caduta del Fascismo torna in Italia , ma viene arrestato ed incarcerato nella stessa cella di Giuseppe Saragat. . Liberato dai partigiani R.Cenni entra nella Resistenza con lo pseudonimo di “Neri” e vi resterà fino al 1945 . Anche questo drammatico periodo sarà ricco di opere prevalentemente grafiche..Alla fine del 1945 è a Roma dove incontrerà la “crema” della scuola romana : Guttuso, Carpi,Soffici,Omiccioli, Mafai e tanti altri e parteciperà ,con la sua grafica ironica alla fondazione di un giornale politico-satirico-umoristico (LISCIO E BUSSO); quando ,tuttavia, il direttore Marco Cesarini Sforza lo inviterà a”seguire” certe maniere pittoriche per diventare il pittore del momento, l’indomito “toscanaccio” si accomiaterà con numerosi irripetibili improperi e tornerà alla “sua” Genova dove riprenderà, con grande lena, la sua attività pittorica sottolineata da un numero sempre crescente di mostre come “lui solo le intendeva!”.Mostre, ma anche viaggi nei cinque continenti alla ricerca costante di esperienze, forme,colori , incontri e rapporti umani che modificheranno il suo stile a tal punto da spingere la ricerca fino al dissolversi della forma per calare nell’astrattismo puro del microcosmo. Nel dicembre del 1959 termina la sua più grande opera “IL CALVARIO” , la cui realizzazione è costata tra studi,esperimenti e ripensamenti un anno di lavoro. L’opera composta di 12 tele fu offerta e rifiutata dall’UNESCO e successivamente anche dall’ONU , che suggeriva , per acquisirla di abolire ( per ragioni politiche) alcuni personaggi ivi rappresentati. L’ovvia risposta dell’artista ha consentito di poterla ammirare (oltrechè riprodotta sulla nostra rivista) al Museo di Genova. Nel 1977 ,purtroppo Renato Cenni ci ha lasciato , ma egli rimarrà sempre vivo nel nostro ricordo con le sue opere e soprattutto con la sua eredità morale . Quando sono entrato nel suo studio di Via Bernardo Castello , quasi in punta di piedi, in un silenzio irreale , girando lo sguardo nella prima sala mi sono sentito immerso immediatamente nel favoloso mondo parigino degli impressionisti francesi. Profondo e sensibile è stato l’influsso dei Degas, Manet, Monet, Lautrec,Utrillo ,Van Gogh ecc sulla pittura di Cenni , a tal punto, che ho goduto la vista di uno stupendo Renoir firmato Cenni. Ma se l’influsso impressionista è evidente, lo è altrettanto lo stile assolutamente personale. L’atmosfera delle opere è soffusa, dolce e misteriosa a volte languida a volte delicatamente erotica , la pennellata è fitta e policroma ma l’assieme non sprigiona mai colori forti e la tela è lavorata a lungo in strati sovrapposti, fino a raggiungere una morbidezza di assieme vellutata e piena di calore. I ritratti di Ada, poi trasudano amore , quasi una sorta di contemplazione estatica della bellezza e finanche la rappresentazione della nudità è sottolineata da una infinità di morbidi colpi di pennello, quasi una sorta del “pointillisme” di Pissarro, dove anche i toni “freddi” contribuiscono a creare una figura che esprime grande calore. Assolutamente diverse fino ad arrivare al risultato opposto, sono le grafiche che numerose circondano, forse, il più bel ritratto di Ada; qui il segno è nervoso, si snoda veloce, serpentino ; corre sulla carta spesso con grafia violenta, quasi volesse liberarsi dal laccio del segno e la sua sintesi è espressiva in pochi tratti anche quando viene completato da veloci “guache” che calibrano i rapporti di vuoto-pieno.Nei quadri d’ispirazione africana il colore s’imprime in modo quasi “selvaggio” e le delicate stesure dei quadri impressionisti lasciano il posto ad un colore dal violento cromatismo e dallo spessore della materia. Le figure perdono la forma tradizionale e s’incupiscono in una durezza d’immagine vicina ad una realtà drammatica propria della situazione sociale dei popoli visitati a cui Cenni non è rimasto, certo ,indifferente. Da questo momento si succedono quadri di facciate di fabbricati anonimi con i buchi neri delle finestre a significare disperazione e vuoto interiore,fino a che nell’ultima sala questo iter si concluderà ,in modo significativo, sull’analisi astratta di un muro ed il suo microcosmo dove evidente s’infrange l’ultima speranza dell’artista , consapevole che i grandi messaggi di pace , l’invito solenne alla riflessione ed alla solidarietà umana espressi nel Calvario non sono stati ascoltati da chi detiene il potere e sono caduti nell’assenteismo colpevole dell’indifferenza generale. Noi di Campo de’ fiori caro Renato Cenni raccogliamo volentieri il testimone e riproponiamo di nuovo il messaggio da uomini di buona volontà. Campo de’ fiori 13 ... continua a pag. 14 14 Campo de’ fiori ... continua da pag. 13 “Il Calvario” di Renato Cenni Campo de’ fiori 15 QUINTE ALLA RIBALTA Si cercavano braccia e sono venuti uomini: la realtà di un’utopia - GIORGIO CENNI “Gli uomini si dividono in cinque categorie: uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani e quaqquaraquà..” sanzionava il “parrino” di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta ed aggiungeva che di “… i primi sono veramente Massimo Santini pochi…..” Beh, senza dubbio ,tra questi pochi possiamo annoverare GIORGIO CENNI’’. Chi ,non conoscendolo, lo incontra per la prima volta, si trova di fronte un signore molto distinto ,elegante nel vestire , di media statura ed asciutto nel fisico, con una folta capigliatura spruzzata di grigio ed un paio di baffetti ad incorniciare un sorriso che non ha mai perso il suo credo nella vita ed il suo ottimismo, nonostante tutto, “perché domani è un altro giorno….” e si può sempre ricominciare; nessuno ,tuttavia, sarebbe in grado d’intuire quale “vulcano di energia” si celi nell’animo di questo signore, dall’aspetto tranquillo, né quali risultati abbia ottenuto durante l’arco della sua “incredibile vita” spesa ad applicare con i fatti i “veri” ideali di libertà, di giustizia e di solidarietà che diventano troppo spesso “vuote parole” nella ribalta dei politici. E’ proprio ripercorrendo la sua vita ,dunque, che possiamo comprendere l’uomo. Giorgio Cenni ha i suoi natali a Sestri Ponente , come lui stesso precisa: “…a quell’epoca era un comune autonomo non ancora inglobato nel territorio di Genova..,” era il 1927 . Il padre era un’artista, bravo, ma grande sognatore, la madre dolce ma energica. Gli anni della sua infanzia sono sottolineati dalle condizioni di miseria in cui versava il paese ,nel difficile periodo a cavallo trai due conflitti mondiali: “Era l’epoca, racconta Giorgio, della libbra di pasta, del mezzo etto di salsa, dell’etto di zucchero ,del quartino d’olio comprati a credito: si pagava ogni quindici giorni o quando si poteva; per questo ho cominciato a lavorare molto presto…..”. A 13 anni ,la madre, riesce a farlo assumere in una cooperativa di operai metallurgici, collegata, come molte altre, al grande gruppo industriale ANSALDO di Genova; qui ,il giovane Cenni spera d’imparare un mestiere e poter “crescere professionalmente”, ma il suo primo incarico è quello di “stagnare” le pentole di rame ed il secondo è quello di “scaldachiodi”, vale a dire, arroventare pezzi di metallo per creare la testa dei bulloni ,necessari, ad unire le lamiere delle navi in costruzione nei cantieri del porto. A Giorgio sembra un lavoro faticoso ma importante per “progredire professionalmente “in alto”, fino a quando i compagni di lavoro non lo disilludono affermando che: “Si è vero, salirai, ma sulla tolda di una nave in cantiere a piantar bulloni…” e il giovane Cenni apprendista, scappa a casa, ferito non tanto dalla rivelazione, quanto dall’arrendersi dei compagni ad un destino senza speranza, senza almeno tentare di migliorare. Spinto più dalle necessità della famiglia, che dai buoni uffici della madre e del datore di lavoro, Giorgio torna al lavoro e per “premio”, data la sua statura e costituzione minuta, viene messo a dare il “minio” (antiruggine) all’interno di lunghi tubi per le condotte dell’acqua (diametro 70 cm circa); per ricompensa oltre la scarna paga : mezzo litro di latte al giorno. Sono gli anni “quaranta” e la guerra infuria nel mondo. Giorgio Cenni viene finalmente assunto all’Ansaldo Fossati , trasformato in industria bellica, come apprendista tornitore, in quegli anni di lavoro duro e di paura (dai bombardamenti alleati all’occupazione tedesca) si trova, l’8 settembre 1943, a tentare di difendere la fabbrica, inerme, con i pochi compagni di lavoro presenti, dal previsto smantellamento da parte dei tedeschi ; qui, assiste impotente all’assassinio di un giovane amico e compagno di lavoro, ucciso (storico) da un ufficiale delle SS al comando di una colonna corazzata. Nel giugno del ’44 viene “rastrellato” dalle brigate fasciste per rappresaglia ( episodio splendidamente narrato nel suo libro nov. 2004 “Le Mura delle Cappuccine” Sorbello Editore): picchiato e recluso nel carcere di Marassi ;sfugge alla fucilazione per puro caso. Alla fine della guerra, negli anni 1946/47 è al lavoro nelle cosiddette “Brigate Internazionali” per la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra e quindi nel 1950 parte per la naja. Ventiquattro mesi di “ferma”, in marina ,di cui 18 passati come “cuoco” (improvvisato, beata incoscienza giovanile !) di stanza a Venezia al servizio dell’ammiragliato ,dove restano “famose” le sue trenette cu pesto ,ed i restanti 6 (una volta pratico) a salvare le “ulcere” dell’equipaggio di una corvetta ,maltrattato da un cuoco, più interessato a lucrare sulle razioni che alla salute dei commilitoni. Durante l’imbarco partecipa, volontario, al salvataggio della propria nave in pericolo d’affondamento, a bordo di un rimorchiatore (Golfo Aranci – Olbia). Al termine del servizio militare torna all’Ansaldo, che nel frattempo ha convertito il suo prodotto finito: dai carri armati ai trattori, ma sono tempi difficili, a causa della crisi dell’industria metallurgica schiacciata dalla concorrenza dei mercati più forti ed a farne le spese maggiori sono gli operai e le loro famiglie. Le condizioni di lavoro sono pessime: orari stressanti, turni assurdi, nessuna assistenza, nessuna protezione, si mangia un veloce pasto freddo,seduti sui marciapiedi esterni alla fabbrica , ci sono i “tempi” del cottimo ed un salario con cui si sbarca, appena, il lunario. Giorgio Cenni non si perde d’animo, amato e rispettato dai compagni per la sua onestà e preparazione (durante la sua vita non ha mai smesso di leggere e studiare) viene eletto come sindacalista nella Commissione Interna e dopo mesi di scioperi e “serrate” riesce ad ottenere alcuni miglioramenti per i lavoratori e garanzie soprattutto per le donne. La difesa dei lavoratori gli costa il “licenziamento in tronco” (1952) ed a nulla vale il tentativo padronale di ricattarlo proponendogli di riassumerlo a condizione di sottoscrivere un documento di messa al bando di qualsivoglia protesta e reclamo da parte dei lavoratori. Lo stesso direttore generale dell’Ansaldo ,per rispetto e stima, s’impegna personalmente a trovargli un altro lavoro e, nel frattempo, un salario minimo per consentirgli di “tirare avanti”. Il posto arriva presso un’impresa per costruzioni stradali; ed ancora una volta Cenni deve improvvisare; dopo un breve apprendistato viene messo alla guida di un “caterpillar” (pala meccanica cingolata per scavi); il lavoro , tuttavia, dura poco perché l’impresa chiude i battenti ed il “nostro” si ritrova nuovamente senza lavoro. Con una dose ,non comune, di “faccia tosta” e coraggio si presenta ad una ditta di trasporti e si professa autista di autocarri con rimorchio per il trasporto di carburanti; viene assunto sulla “parola” e questo è il commento del suo compagno nel primo viaggio da Genova a Chivasso: “Adesso vai bene , ma per un bel po’ me la sono fatta sotto …!” Nel 1955 Giorgio Cenni sposa la sua “dolce Mariù”, una ragazza affascinante, colta ed emancipata che, con la sua personalità ed il suo amore, diventerà la compagna ideale di tante battaglie . Dopo altri tre anni trascorsi sulle ruote ecco la svolta! Siamo nell’aprile del 1958 ed a G. Cenni vengono fatte due proposte di lavoro: addetto alle escavatrici alla diga di Kariba sullo Zambesi (Zimbabwe) o tecnico meccanico di precisione a Berna (Svizzera) in una fabbrica di prodotti telefonici. La scelta cade su Berna e da emigrante “ben vestito” (come dice sorridendo lo stesso Giorgio “…Che allora per gli svizzeri esisteva lo strano principio che gli emigranti dovevano essere per forza individui miseri e straccioni…) prende alloggio nella soffitta di una famiglia amica conosciuta nel dopoguerra e si presenta in fabbrica. Già al primo contatto la prima delusione: i tanto decantati svizzeri hanno macchinari antidiluviani e metodi di lavoro antiquati. Continua a pag. 44 ...... 16 ITALIA 2005, regia di Gabriele Salvatores, con Angela Baraldi, Claudia Zanella, Gigio Alberti, Andrea Renzi, Elio Germano e Luigi Maria Burruano; fotografia d’Italo Petriccione; montaggio a cura di di Claudio Di Mauro; Maria Cristina Caponi produzione Maurizio Totti per Colorado Film, in collaborazione con Medusa e Sky; distribuzione Medusa; durata 1h e 42’ L’inquadratura iniziale di Quo vadis, baby? ostenta un’abbozzata silhouette femminile, in atto di brandire, con ostentata destrezza, l’obbiettivo grandangolare di una macchina fotografica. Da quest’istante, l’evolversi della trama permetterà allo spettatore di arguire l’identità della donna: si tratta di Giorgia Contini (Angela Baraldi), investigatrice privata, assoldata con lo scopo di pedinare mogli fedigrafe. La palese imperturbabilità con cui la detective svolge le sue indagini vacilla quando il destino le riapre una vecchia ferita rimossa. Infatti, al suo domicilio viene recapitato un pacco contenente una dozzina di vhs, che recano in calce la firma della sorella Ada (Claudia Zanella), promettente attrice, morta suicida nella sua abitazione alle porte di Roma, sedici anni prima. Nelle videocassette, la giovane aspirante stella del cinema faceva reiteratamente riferimenti ad una sua relazione immorale con un anelante regista di cui, però, taceva il nome, menzionandolo soltanto per mezzo della sua iniziale: A. Alle spalle di una livida Bologna, patria del noir nostrano, Giorgia si propone di sondare i dati in suo possesso, per giungere ad una risoluzione del caso. Sulla sua strada si frappongono due uomini, attratti dal comportamento politicamente scorretto della sgraziata agente. Il primo è un tutore dell’ordine: l’aitante commissario di polizia Bruni (Andrea Renzi), uomo probo su cui fare Campo de’ fiori Quo vadis, Baby? affidamento; il secondo è Andrea Berti (Gigio Alberti), un brizzolato professore di cinema, che si fregia di un aurea intrigante per far capitolare il sesso femminile. Inoltre, un terzo personaggio maschile incide profondamente sull’esistenza di Giorgia: è l’austero signor Contini (Luigi Maria Burruano), austero ex esponente dell’arma, che nasconde nelle pieghe del suo volto una straziante verità, che lo attanaglia. Tratto dal romanzo omonimo di Grazia Verasani, Gabriele Salvatores gira un film con un budget volutamente ridotto di due milioni e mezzo d’euro; utilizzando per la prima volta un digitale ad alta definizione, aiutato da un eccellente tecnico della fotografia Italo Petriccione. L’opera filmica confezionata dal regista premio oscar nel 1991 per Mediterraneo, segna il suo ritorno ad una libertà sperimentale, com’è precedentemente avvenuto per Denti. Le location esterne fra cui si aggirano le fugaci esistenze di codesti personaggi, alla resa dei conti con i propri rovelli interiori, sono degli squarci significativi di Roma e Bologna; metropoli connotate da una forte personalità storica e sociale. L’inicisività iconografica è il nodo focale su cui punta il film; ne consegue perciò che il prodotto formale è avvinto da un’estrinseca atmosfera poetica, dovuta al flusso d’immagini. D’altra parte, il rovesciamento della medaglia si verifica nel momento in cui il pubblico si estrania da un reale interesse verso la storia narrata, succube della gratificazione visiva. Si può definire anomalo il ricorrere, per una parte da protagonista, ad un’attrice non professionista come Agela Baraldi, le cui radici derivano dal mondo della musica. Sorprende anche la scelta che Salvatores compie, incentrando per la prima volta, la storia su due personaggi femminili, legate da un vincolo familiare; non rinuncia però a tracciare constatazioni sulle sue solite tematiche: il rapporto ambiguo con i genitori e la fuga dalla realtà. Quo vadis, baby? può essere considerato un viaggio trascendentale attraverso cui il regista di Io non ho paura eleva un inno di lode al cinema che ha amato. Al fine di elogiarlo ricorre ad una ridda di citazioni che si ripercuote nei cangianti poster e manifesti filmici, appesi alle pareti della casa di Ada. Metaforico il finale con cui si chiude l’opera: un ammonimento presente nel capolavoro di Fritz Lang M: Il mostro di Dusserdolf a vigilare sui nostri bambini… Campo de’ fiori 18 Capozucchi Gaia Cimarra Viola Cirioni Tommaso Lu Zu Zheng Ouafio Mariam Patassini Andrea Sabatini Erik Stanila Matteo Tulli Francesca Yonas Asfawesn Naiher Badzak Mehmet Biondi Emma Brunelli Federico Calisti Nicolò Corazza Tommaso Corhama Stefano Daniele D’Alessio Diego Di Matteo Elisa Fallini Francesco Mancini Lorenzo Marcu Berenice Iondallia Morelli Simone Zampelli Benedetta Di Giacomo Sofia Fioretti Andrea Nucci Beatrice Vatra Andrei Matrimoni 05/04/2005 12/04/2005 23/04/2005 12/04/2005 11/04/2005 06/04/2005 01/04/2005 02/04/2005 04/04/2005 06/04/2005 05/05/2005 29/05/2005 17/05/2005 11/05/2005 31/05/2005 10/05/2005 31/05/2005 13/05/2005 01/05/2005 12/05/2005 09/05/2005 29/05/2005 17/05/2005 03/06/2005 06/05/2005 08/06/2005 06/06/2005 Aguzzi Katia e Urbani Marco 23/04/2005 Allegretti Giuliana e Ciommei Massimo 30/04/2005 Calamanti Emanuela e Rocchi Luca 24/04/2005 Capozucchi Giuliano e Tranzi Simona 02/04/2005 Egidi Roberto e Sanna Roberta 10/04/2005 Funari Laura e Pecilli Mirko 16/04/2005 Gentili Tiziana e Papa Maurizio 30/04/2005 Germini Rita e Lutri stefano 22/05/2005 Mancini Luana e Moscioni Marco 22/05/2005 Mancini Tiziano e Norbiato Michela 22/05/2005 Maroni Francesco e Canensi Roberta 22/05/2005 Mindel Giorgia e Nelli Fabrizio 14/05/2005 Quattrociocchi Livio e Testa Francesca 28/05/2005 Accettone Luigina E Adorno Gian Luca 04/06/2005 OLaru Daniela e Panfile Daniel Adri 09/06/2005 Pantani Alessandro e Serena Francesca 11/06/2005 Fabrica di Roma: Chi era Paolo Monfeli? Paolo Monfeli morto all’età di 73 anni il giorno 3 giugno 2005, è stato, secondo me, uno dei più grandi studiosi della lingua Italiana del territorio della Tuscia. Questo grande Fabrichese, profondo conoscitore della lingua Italiana, della lingua Greca e di quella Latina, non ha avuto in vita i giusti riconoscimenti per la grande tenacia con cui ha lavorato assiduamente per poter poi pubblicare un’opera di immenso valore per il basso Viterbese. La sua opera consiste in un libro con vocabolario del dialetto Fabrichese il cui titolo è “ Cento gusti non si possono avere: di essere bella e di saper cantare. Vocabolario del dialetto di Fabrica di Roma.”. Solo Lui, profondo conoscitore della cultura Viterbese, poteva realizzare un’ opera così difficile. Io personalmente, ho avuto la fortuna di averlo come insegnante di Italiano all’inizio degli anni sessanta, quando frequentavo l’allora neonato avviamento industriale di Fabrica di Roma, trasformato successivamente in scula media unificata. Le nozioni che lui ci Morti Cecchini Gillero D’Orazio Giulio De Franceschi Romeo Gigante Pietro Midossi LIliana Paolelli Giovanni Tuia Tullio Vaselli Francesca Vittori Osfelto Bruschi Elio Carosi Gaetana Coretti Regina Darida Domenica Di Loreto Irma Fantera Valdemiro Leonardi Rossana Lorenzoni Santa Menichelli Antonio Primanni Natalina Pucciarmati Leonide Rossi Giuliano Tarani Concetta Tuia Piramo Zocco Rocco Castantini Casilde Luzi Sabatino Nelli Annita Patrizi Patrizio Pesci Caterina Piconi Giuseppina 20/04/2005 30/04/2005 13/04/2005 07/04/2005 11/04/2005 28/04/2005 29/04/2005 22/04/2005 03/04/2005 20/05/2005 22/05/2005 17/05/2005 28/05/2005 06/05/2005 01/05/2005 21/05/2005 12/05/2005 07/05/2005 15/05/2005 25/05/2005 20/05/2005 09/05/2005 18/05/2005 01/05/2005 05/06/2005 13/06/2005 17/06/2005 12/06/2005 12/06/2005 03/06/2005 ha trasferito con grande serietà e professionalità, sono a me servite moltissimo nel proseguire gli studi e nell’attività lavorativa successiva. Quando lo incontravo per le vie di Fabrica, mi fermavo sempre a parlare con lui, perchè, per me, lui era e rimarrà sempre il mio stimatissimo ed amatissimo PROFESSOR MONFELI. Arnaldo Ricci La redazione di Campo de’ fiori, ricorda con stima ed affetto, il Prof. Paolo Monfeli. Civita Castellana Civita Castellana Natii Campo de’ fiori 19 Protegge i tuoi valori Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25 01033 Civita Castellana (VT) Tel.0761.599444 Fax 0761.599369 [email protected] Il personaggio misterioso Vi invitiamo ad indovinare il personaggio misterioso riprodotto nella foto sotto. I primi cinque che lo identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dalla Profumeria Paolo e Concetta: Bar Alessandrini snc di Alessandrini B.e C. Via Vincenzo Ferretti, 86 Civita Castellana (VT) Tel. 0761.518298 Via della Repubblica, 6 Civita Castellana (VT) Tel e Fax 0761.51.32.17 e-mail: [email protected] 20 Campo de’ fiori U.N.I.T.A.L.S.I. e il treno della speranza di Cristina Evangelisti Loreto anno 1947 - il gruppo UNITALSI di Civita Castellana accompagnato da Don Gino Conti foto della Sig.ra Igea Parroccini Civita Castellana ha visto come presidenti Carlo Chiricozzi, Bruno Corazza e l’attuale presidente Anna Chiara Manocchio, affiancata dal presidente diocesano Giuseppe Angeli Rossi, con il Vescovo Divo Zadi. Ogni anno, da più di cento anni, migliaia di persone malate, provenienti da tutta l’Italia, si recano nei Santuari di Lourdes, Fatima e Loreto, accompagnati ed assistiti da altrettanti barellieri, dame, sacerdoti e medici che, volontariamente, con ispirazione cristiana e carità, ne condividono la sofferenza, la solitudine e l’emarginazione. Luogo di culto per eccellenza, era stato fino ad allora il Santuario di Lourdes, ma, nel 1936, per la prima volta, per volere del Principe viterbese Enzo di Napoli Rampolla, partì da Roma, con destinazione Loreto, il primo treno bianco e da allora questo non si è mai fermato. Ma la U.N.I.T.A.L.S.I. non si mobilita soltanto per il trasporto degli ammalati verso i luoghi di culto; essa, insieme alla CARITAS, condivide quotidianamente le problematiche sociali di chi è solo, organizza feste, soggiorni estivi e giornate di solidarietà. Oggi, in tutta Italia, migliaia di ragazzi e ragazze, associati alla U.N.I.T.A.L.S.I. , hanno trovato in essa il loro scopo di vita e cioè l’attenzione e la solidarietà da rivolgere ai fratelli meno fortunati con la semplicità e l’amore nel cuore, che li porta a vedere nel fratello malato il volto del Signore. In questo terzo millennio, dove il mutamento degli scenari politici e sociali hanno portato nuove povertà e nuove sofferenze, rivolgiamo tutte le nostre speranze ai giovani di tutto il mondo che, sotto la guida di organizzazioni cattoliche, possano diventare anche loro “binari della speranza”. questa continua il suo viaggio verso i luoghi di culto, superando sia le difficoltà economiche, grazie all’intervento di numerosi benefattori, quali ad esempio le famiglie Montanari, Morelli e Feroldi, sia la fine anni ‘50 - barellieri del gruppo UNITALSI di Civita Castellana paura per i rischi da correre in quel grave momento. Quando ricevetti in redazione queste belNel 1946 il gruppo viene diretto da lissime foto, mi resi subito conto che non Angela Colamedici e nel 1977 diventa potevano essere semplicemente pubblisottosezione di Viterbo cate sulle pagine dell’Album dei ricordi. Si con Angelo Costantini doveva dare loro, e a chi vi era ritratto, il insieme ai “pionieri” della giusto valore, ricordare doverosamente rinascita dell’ U.N.I.quegli uomini, quelle donne e quei sacerT.A.L.S.I. nelle persone di doti che, avevano dedicato parte della Otello Ammannato, Celoro esistenza ad una nobile causa: assisare Corazza, Umberto stere ed aiutare i deboli, gli ammalati e Mozzicarelli, Alfredo Brugli invalidi, nel loro viaggio verso i luoghi nori, Pierina Paolelli e guidi culto e di speranza, uniti sotto un’unidati dal padre spirituale ca bandiera: quella dell’ U.N.I.T.A.L.S.I. Don Gino Conti e dal A Civita Castellana l’ U.N.I.T.A.L.S.I. Vescovo Massimiliani. In nasce come gruppo, sotto la direzione di tempi più recenti e sotto Delia Tarquini, ancora prima della seconla guida del Vescovo da guerra mondiale e, nonostante sia Loreto 1951 - foto del Sig. Pietro Morselli Rosina, la sottosezione di messa a dura prova dall’evento bellico, Campo de’ fiori Amarcord Via della Repubblica, o per meglio dire il quartiere “Catamello” era, già negli anni ’50 e ’60, un quartiere in espansione. Chi andava via dal centro storico e riusciva a comprarsi una casa nella “zona nuova”, era considerato un benestante. La via prolificava di negozi di ogni genere. C’era il Bar della Stazione, allora “il Bar de Richetta” di Pieri e Paolini, più avanti il grande negozio di Umberto Ciarletti che era pieno di mille bontà alimentari. C’era Sacchetti, che lavorava il ferro, “Magnavino” (Angeletti) il “calzolaio” ed il forno di Finesi, tutt’ora in piena attività. Quirino Quirini gestiva la sua macelleria e più avanti, Giovanni Bellizzi detto “o Barese”, esponeva in vetrina bellissime stoffe pronte per essere modellate, dalle mani delle abili sarte, che avevano già in mente un nuovo modello visto su BURDA. Poi c’era il negozio di Rosa che vendeva bambolette e “giocarelli” e la tabaccheria de “o sacrestano” (Crestoni). Lì, dove ora si trova il Monte dei Paschi di Siena, c’era la pompa di benzina di Mariani, che aveva la sua grande insegna dall’altra parte della strada. L’attuale negozio delle Sorelle Bellizzi, ospitava la famosa “Trattoria dei Cacciatori” di Giano Soli. Di fronte alla trattoria, attraversando la strada, proprio dove ora c’è il Banco di Brescia, c’era il Molino di “Toto” Ribaldi. Ritornando verso la stazione c’era il marmista Sacchetti e Carlino Bergamaschi, “o barbiere”. Seguivano Giulia Baldoffei col negozio di alimentari, l’osteria di Peppe Colonnelli ed infine, l’officina dei fratelli Gomiero. Sono passati tanti anni e chi mi ha elencato tutti questi negozi, lo ha fatto con la preoccupazione di essersene dimenticato qualcuno. Pertanto vogliate perdonarci 21 “Catamellesi” D.O.C. di Cristina Evangelisti 1955 Ciarletti Umberto nel suo negozio di Via della Repubblica, 48 eventuali omissioni. “Catamello” ha dato via al progetto espansionistico urbano di Civita Castellana e, i vecchi catamellesi, ne vanno fieri, tanto che, ogni anno, nel mese di Giugno, viene organizzata una grande festa di quartiere. 1965 Carlo Gemma e Saverio Dentico giocano in Via della Repubblica. Sullo sfondo l’insegna Shell di Mariani 22 Vignanello - Vallerano IL NEGOZIO DI MIO PADRE Il negozio di mio padre, stava in fondo alla discesa che dal “Poggiolo” porta alla piazza principale di Vallerano, la piazza è posta appena al di fuori dell’ antico centro racchiuso dalle mura, ed è un punto di di Emilio Annesi raccordo con le altri parti del paese, dalla bottega si poteva scorgere, un po’ spostato sulla destra il torrione sede del vecchio Comune, l’ arco di accesso al borgo subito li attaccato, e poco più in alto la facciata della Chiesa di Sant’ Andrea, dall’ altra parte della strada c’era e c’è tuttora il chiosco di frutta e verdura “dell’ Assunta” , che durante i giorni di festa, si trasforma in rivendita di porchetta e frittura, che insieme all’ anguilla marinata, sono forse le specialità principali del paese. Fuori l’uscio del negozio un gradino in pietra che, nato per una strada in discesa, aumentava gradatamente la sua alzata, da uno stipite all’altro della porta, per compensare il profilo della via, e proprio dalla parte verso la piazza, dove il gradino era più alto da terra, amavo sedermi per osservare quello che accadeva intorno. Capitava spesso di vedere i muli che tornavano dal lavoro dei boschi, erano legati tra loro in fila indiana, guidati da un cavallo con un grosso campanaccio al collo; con il loro camminare ritmico, sul selciato attiravano l’attenzione di tutti, ed il rumore che aumentava progressivamente al loro avvicinarsi, si poteva udire ancora per un po’, sempre più fievole anche dopo la loro scompar- L’Angolo misterioso Nella foto sopra è riprodotta una via di Civita Castellana. I primi tre che la identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dalla Vinicola Mancini Via M.Masci,19 Civita Castellana (VT) T.0761.513182 Ab.T.0761.517601 Campo de’ fiori sa. Durante il periodo delle elezioni, i Valleranesi che per indole eccedono sempre in tutto quello che fanno, contrariamente a noi Vignanellesi, notoriamente più parsimoniosi, erano soliti organizzare, (almeno i militanti di una certa parte politica), delle vere e proprie sfilate di automobili, che erano aperte da un signore di una certa età, che, con il sigaro perennemente in bocca, guidava sicuro e fiero di se, una Bianchina che forse già allora, si poteva considerare d’ epoca. Ma la cosa che mi attirava di più, era quella di ascoltare, infatti, seduti fuori della porta in estate, o all’ interno vicino ad una stufa a gas in inverno, un gruppetto di pensionati che stazionavano quasi in pianta stabile ed insieme a mio padre, anche lui già di una certa età, si raccontavano vicendevolmente, gli aneddoti di una vita. I racconti della guerra prendevano inevitabilmente il sopravento. Tra di loro ricordo in maniera piuttosto viva, tre o quattro persone, l’ Avvocato Poscia, che non credo però avesse mai esercitato la professione forense, “Giggetto il moretto” che indossava curiosamente un solo guanto in pelle marrone, credo pensandoci oggi, perché avesse semplicemente un arto artificiale, Augusto della Porta ed un altro paio di persone, di cui però non ricordo il nome. Era una specie di circolo culturale, in cui si parlava degli argomenti più disparati ed in cui chiunque passava, poteva dire la sua. Di tanto in tanto entrava qualcuno, che quasi con senso di vergogna, chiedeva a mio padre di compilare un bollettino di conto corrente, o addirittura di scrivere una lettera e forse quelli che entravano per comprare qualche taglio di tessuto, alla fine, erano la minoranza. Pillole di sapienza popolare Da cosa deriva… “fare il portoghese”? Agli inizi del settecento parallelamente alla crescita economica, si sviluppò anche una rinascita letteraria, soprattutto in Italia. I più grandi scrittori che quel secolo conobbe, furono italiani. I potenti di tutto il mondo amavano circondarsi di cultura e si recavano nei salotti italici per poter apprendere l’arte dello scriver bene. In quegli anni, motivato da una gran voglia di scambi economici e culturali, giunse nella penisola un ambasciatore Portoghese. Al suo arrivo, il nostro paese ospitale, decise di organizzare una delle feste più memorabili per il rappresentante di quella terra che aveva, parecchi decenni prima, reso possibile le imprese di Cristoforo Colombo. A quel banchetto erano invitati tutti. I portoghesi avevano libero accesso, mentre gli altri dovevano pagare una quota….fu così che si generò una grande confusione. Chiunque passava da quelle parti, per non spendere i sudati soldi, si spacciava per portoghese. Il risultato fu che nessuno pagò per partecipare a quella festa dalla quale l’Ambasciatore e lo Stato italiano contavano di trarre guadagni. Erminio Quadraroli Campo de’ fiori 23 Cari amici la storia di Noel si arricchisce sempre più di nuove avventure. Conservate gli inserti e... buona lettura dai vostri Cecilia e Federico ...continua sul prossimo numero Campo de’ fiori 24 Residence “La Quercia” per la terza età la Direttrice Sig.ra Gioia Sirolli Abbiamo incontrato la Sig.ra Gioia che ci ha illustrato le sue linee guida per la conduzione del residence “La Quercia” e ci ha trasmesso tanta positività e tanto ottimismo che serve ad animare e dare “gioia” agli ospiti di questa bellissima struttura. Ci ha accolto con il suo sorriso gentile ed aperto e ci ha raccontato dei suoi moltissimi anni vissuti all’estero. L’esperienza da Lei acquisita aiuterà gli anziani affinché non restino abbandonati a se stessi ma aiutati con terapie occupazionali ed integrati in attività sociali. E’ stato infatti provato che, le persone istituzionalizzate, vanno incontro ad un grave decadimento psico-fisico e così, nel rispetto della legge 9 Settembre 1996 n. 38, la Signora impegnerà tutte le sue energie per la realizzazione del suo progetto. 01030 Faleria (VT) - Via Prati della Banditaccia Tel. +39 0761 588989 Fax +39 0761 587879 [email protected] Il Residence “La Quercia” è la struttura del Gruppo COFISAN, una casa di riposo a pochi chilometri da Roma Nord, alle porte di Calcata, immersa nel verde e nella pace campestre. L’impegno che il Residence “La Quercia” ha assunto con dedizione e professionalità è di rendere il soggiorno gradevole all’Ospite che qui trova un ambiente ideale. Il Residence è circondato da uno spazio verde e protetto, con appositi sentieri in cui gli ospiti possono effettuare in libertà e sicurezza passeggiate per circa un chilometro, con l’opportunità di soffermarsi sulle numerose aree di sosta, nella terrazza della piscina o arrivare fino ai laghetti. Dalle ampie terrazze e dalle verande panoramiche si scorgono in lontananza i monti Cimini. Gli spazi a disposizione degli ospiti sono numerosi: sale polivalenti, sala proiezione, bar-ristorante, biblioteca e sala visita medica. Lo staff del Residence propone quotidianamente molteplici attività occupazionali e motorie, intervallate da iniziative turistiche e culturali all’esterno. Le stanze sono ampie ed eleganti con soffitti di legno e tutte con terrazze, giardino ed ampie finestre. Sono tutte dotate di servizi privati con vasca o doccia. Ciascun letto dispone di autonomo dispositivo di chiamata in caso di necessità. In ogni piano è posto un bagno assistito oltre a speciali spazi e servizi per disabili. I servizi offerti INCLUSI nella retta sono: - Assistenza medica (una volta a settimana) - Attività motorie (tutti i giorni) Terapia occupazionale (tre volte a settimana) - Servizio animazione e musica dal vivo (una volta al mese e occasioni speciali) - Servizio ristorante - Servizio bar Servizio lavanderia - Servizio in camera TV in camera - Servizio religioso (una volta a settimana) - Servizio navetta (una volta al mese) I servizi NON INCLUSI nella retta sono: - Servizio infermieristico (su richiesta quando necessario) - Consulenze mediche specialistiche (su richiesta) - Esami diagnostici (su richiesta) - Servizio di catering per feste private (su richiesta) - Servizio parrucchiere/barbiere (un volta al mese) Servizio podologia (una volta al mese) Servizio telefonico - Assistenza personalizzata - Materiale d’incontinenza Trasferimenti con l’accompagnatore. Campo de’ fiori L’angolo ... cin cin Come promesso nel precedente numero, in questo articolo affronteremo un viaggio virtuale tra le zone vitivinicole del Lazio. Allacciamo le cinture e partiamo! Iniziamo il viaggio dalla provincia di Viterbo, sulle pendici del bellissimo Lago di Bolsena, qui viene prodotto un vino legato ad una antica leggenda del XII secolo (della quale parleremo nei prossimi articoli) e dal curioso nome latino: Est!Est!!Est!!! di Monte-fiascone. Sul versante occidentale di quest’area e precisamente a Gradoli troviamo l’Aleatico di Gradoli, un vino da dessert che prende il nome dal vitigno da cui si ottiene. Dirigiamoci ora sul Lago di Vico e precisamente nella zona Est, dove troviamo la zona di produzione della D.O.C. Vignanello. Se volgiamo l’attenzione alla provincia di Rieti il cui territorio è dislocato sui monti dell’Appennino, scoviamo una sola D.O.C. Colli Della Sabina, che viene condivisa con la provincia di Roma, posta quasi per intero sulla riva destra del Tevere. Passiamo ora ad esaminare la zona dei Castelli Romani che è senz’ombra di dubbio la più importante per ciò che riguarda la produzione vitivinicola,tutto ciò è dovuto ai terreni ricchi di sali di potassio e di fosforo, ed ai microclimi ideali, favoriti dall’azione mitigatrice dei laghi presenti sul territorio. Molto apprezzate, qui, sono le produzioni del Frascati provenienti da Marmorelle nel comune di Colonna; Santa Teresa, Cervio e Fontana Candida nel comune di Monte Porzio Catone; S.Anna, S. Matteo e Colle Papa nel comune di Frascati e Collevecchio di Grattaferrata. Per il 25 di Letizia Chilelli vino Marino particolarmente vocate sono le zone di Marino e Castel Gandolfo. Per i Colli Albani si citano le zone di Fontana di Papa a Cecchina e Pavona. Scendiamo un pochino e troviamo la provincia di Latina, dove la viticoltura è diffusa soprattutto nell’agro Pontino, bonificato dopo il 1932, anche se i tentativi di risanamento risalgono all’epoca di Teodorico e di alcuni Papi tra cui Sisto V, comunque per l’impianto dei vigneti si dovranno aspettare gli anni ’50. Non ci possiamo allontanare da questa zona, però, senza prima parlare di Aprilia che può essere considerata come un naturale proseguimento dei Castelli Romani, e di Cori. In queste zone infatti, nonostante la drastica riduzione delle superfici coltivate, si sono rivalutati vitigni come il Trebbiano, il Merlot e il Sangiovese. Concludiamo questo piccolo viaggio parlando della provincia di Frosinone, qui ci troviamo in zone dove si parla soprattutto di vino rosso, ottenuto da vitigno Cesanese, si citino in particolare le vigne di Castel Cervino e di Colli Santi del comune di Paliano. Negli ultimi anni nel Lazio, sono state fatte molte sperimentazioni di cloni di vitigni autoctoni e di rivalutazione e recupero di varietà tipiche delle zone specifiche, come la Malvasia del Lazio ed i suoi cloni, il Bombino Bianco, il Bellone e il Cacchione. Ricordiamo che i vitigni autoctoni a bacca bianca del Lazio sono Malvasie, Trebbiani, Bellone, Cacchione, Bombino Bianco e Grechetto. Per i rossi si possono citare il Ciliegiolo, il MontepulFrutta golosona ciano, il Merlot, il Cabernet, il Si l’estate è oramai arrivata, Barbera e il Cesanese. Degna di non puoi fare un’abbuffata. Per sentirti leggero e rilassato, nota è anche la produzione di uve mangià frutta e un poco di gelato. pregiate da tavola, principalmente Senza avere tanta fretta, nelle zone pianeggianti, mentre le prepara questa fresca ricetta. uve da vino sono generalmente Prendi grandi e saporose pesche, ottenute in collina e in aree con ciliege, fragole, melone e albicocche. terreni vulcanici. Con questo artiTaglia tutta questa frutta a cubetti, colo si conclude la “presentazioe unita allo zucchero in una terrina metti. ne”della nostra regione, ci accingeIntanto che per mezz’ora fai riposare, remo quindi, nei prossimi incontri a gelato e panna montata vai a preparare. parlare dei vini del Lazio,quei vini Un dolce odor d’estate nella stanza si fa sentire, che da sempre accompagnano la ecco, è già ora di iniziare a guarnire. gastronomia laziale e rendono La frutta e il suo succo metti in un fondo piatto, ancora più gustose e serene le poni intorno palline di gelato e qualche biscotto. “mangiate”e le “rimpatriate”che E per finire,prima di gustare, tanto caratterizzano la nostra, anzi versaci la panna già fatta montare. permettetemi stavolta di dire con Il sapore dell’estate solletica or ora il tuo palato, una punta di sano orgoglio, la mia buon appetito e goditi il preparato. Erminio Quadraroli tanto amata “Terra”. Civita Castellana I vent’anni della Confraternita S.S. Marciano e Giovanni La Confraternita “S.S. Marciano e Giovanni” festeggia quest’anno il ventesimo anno della sua fondazione, avvenuta il 5 aprile del 1985, quando tenne la sua prima uscita pubblica in occasione del Venerdì Santo. La sua fondazione fu dovuta all’impegno di Mons. Giuseppe Bellamaria, di molti altri confratelli e del primo presidente della Confraternita, Paolo Chilini. Essa è dedicata al servizio di S.E. il Vescovo (prima Mons. Marcello Rosina e poi Mons. Divo Zadi), essendo coinvolta nelle più importanti funzioni religiose e si occupa anche di sociale, attraverso iniziative di beneficenza. Per il ventesimo della fondazione, sono stati ricordati con una messa i confratelli scomparsi: Federico Mecarocci, Ferruccio Cima, Paolo Paolelli e Carlo Angeletti. La giornata dei festeggiamenti ha avuto poi una appendice festaiola, con una cena organizzata insieme alle Consorelle dell’ Addolorata, presso l’ANSPI di Civita Castellana. “La mia e nostra speranza – afferma l’attuale presidente, Alessandro Corazza – è che la nostra Confraternita possa essere sempre più numerosa e impegnata”. 28 Campo de’ fiori Centro di Diagnosi e Terapia Neuropsichiatrica, Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica Come riconoscere precocemente un disturbo di linguaggio Via T.Tasso 6/a - Civita Castellana (VT) Tel. 0761.517522 Pur considerando l’enorme variabilità nello sviluppo adeguato del linguaggio, alcuni segnali di rischio sono evidenziabili molto precocemente: Assenza della lallazione a cura della Dott.ssa (dai 5-7 meAnna Maria Sambuci si ai 9-10 Logopedista mesi) 6-7 mesi vocalizzazioni di tipo consonante + vocale: pa, da, ba; 9-10 mesi le combinazioni diventano più elaborate. Assenza di utilizzazione dei gesti deittici e referenziali (12-14 mesi) Gesti deittici alla fine del 1° anno di vita: mostrare: il bambino tende l’oggetto verso l’adulto, del quale vuole attirare l’attenzione. dare: il bambino lascia andare un oggetto nelle mani di un adulto. indicare: Il bambino indica con il braccio teso e/o con l’indice puntato in una certa direzione guardando alternativamente l’oggetto e l’adulto. Gesti referenziali a partire dai 12 mesi: Il bambino dimostra attraverso alcuni gesti come ad esempio “ciao, non c’è più, ecc.” di usare la gestualità per comunicare situazioni reali. Mancanza di “schemi d’azione con gli oggetti” (12 mesi) es.: utilizzare il cucchiaino per mangiare. Assente o ridotta presenza del “gioco simbolico” (24-30 mesi) es.: giocare a far finta di… Vocabolario ridotto (minore di 20 parole a 18 mesi, minore di 50 parole a 24 mesi) Ritardo della combinazione gestoparola (dopo i 12 mesi) es.: il bambino dice “da” mentre indica la palla. Ritardo della comprensione di ordini dati al bambino non troppo contestualizzati (24-30 mesi) es.: stando in cucina si chiede al bambino di andare a prendere il sapone in bagno. Persistere di espressioni verbali incomprensibili dopo i 2½-3 anni Tutti questi segnali sono da valutare attentamente soprattutto se sono contemporaneamente presenti due o più indicatori di rischio. E’ possibile porre quesiti relativi agli interventi terapeutici e diagnostici del Centro,e ricevere chiarimenti in proposito, visitando il sito www.centroceral.com Per una’ulteriore esemplificazione di quanto abbiamo finora detto riportiamo di seguito la trascrizione di un breve racconto inventato e verbalizzato da un bambino con disordine fonologico, all’interno di un gioco: FRASE DEL BAMBINO TRADUZIONE Tano tano tano, no le bono Lontano lontano lontano, un re buono bono viveva no lello ande buono viveva in un castello grande ande. Era una babbina, grande. C’era una bambina uno mago. Uno rado butto un mago. Un drago brutto arrida talello, vende babbina arriva castello, prende bambina botta via gnagna, voco butta. porta via montagna, fuoco butta. Maco vende babbino, miana Mago prende bambino, chiama babbino. Babbino colle colle Bambino. Bambino corre corre colle vavallo machismo corre cavallo magico. Colle magna, l’acqua penne voco corre montagna, l’acqua spegne il fuoco more i dado, muore il drago. Babbino vende babbina Bambino prende bambina botta via le papa. porta via dal papà. Tratto da “Il disordine fonologico nel bambino con disturbi del linguaggio” di Sabbadini, De Cagno, Michelazzo e Vaquer - Edizione Springer-Verlag Italia Campo de’ fiori 29 MESSAGGI MESSAGGI L’ 8 Giugno - Giampaolo Calisti e Alessandra D’Abbondanza hanno ricevuto il più bel dono : la nascita di Michele e Mattia Tantissimi auguri dai nonni, gli zii e tutti i parenti, congiuntamente a quelli della redazione di Campo de’ fiori Per la gioia di papà Fabrizio Calisti e di mamma Gioia Tentella l’11 Maggio è nato Nicolò. Auguri dai nonni, zii, parenti e dalla redazione di Campo de’ fiori La Villa Romana in località Giardino a Sant’Oreste di Francesco Zozi Lungo la strada antica che collegava la chiesa di S.Maria Hospitalis con il Fontanile di Fellonica e con la strada che attraverso la “Molaccia” porta al colle di Civitucola e a Capena, considerato anche dall’Hasby un tracciato romano, si trovano i resti di una grandiosa villa in parte ancora interrata e scavata nelle zone in luce in modo pedestre. I resti visti dai redattori della carta archeologica e dall’Hasby, constano in “tre celle oblunghe costruite in calcestruzzo e coperte da fornice a tutto sesto. Queste si estendevano in direzione Sud sotto il casale diruto, la cui fondazione è rappresentata da un grande recinto rettangolare di solido calcestruzzo coperto di “cemento idraulico”. Sulla destra dei tre ambienti nominati, si appoggia ad angolo retto un lungo corridoio sotterraneo largo m 5,20 e diviso in nove vani con archi e mattoni, che posano su pilastri murati. Sia le volte a crociera, che le pareti di queste fondazioni, sono costruite ad emplecton ed intonacate con grosso strato di cemento e le centine degli archi ad intradosso e delle volte ornate di un rozzo ovulo di stucco. Sulla testata di questo corridore sono visibili macerie informi e grandi muraglioni in opus reticolatum, che dovevano costituire un’ala dell’edificio girante sul lato di un’area quadrata e tagliata artificialmente,nonché sul fianco destro sostenuta da solidi pilastri di calcestruzzo.” In questo scavo sono stati messi in luce ad ovest del “lungo corridore sotterraneo” un impianto termale rivestito di pavimenti musivi di tesserine vitree verdi. A fianco di questi vi sono numerosi ambienti di cui non è possibile ricostruire la funzione, adibiti ora a “restauro” dei numerosi frammenti di decorazione pittorica. Si tratta di affreschi di ottima fattura con soggetti mitologici e marini, che mantengono ancora i loro colori in buono stato. Nella stalla si trovano resti di decorazione musiva in tessere bianco/nere. Non è possibile intuire il disegno coperto di letame. Le tessere che si trovano in superficie sono molto belle di circa 2 cm le bianche;1cm x2 cm le nere. La recinzione moderna della terra da a ovest sulla strada che conduce a Fellonica è costituita da macerie. La strada taglia pochi metri sotto l’ingresso attuale del fondo da un muro in laterizio terminante nei pressi di un terreno di proprietà Napoleoni, in cui sono stati trovati dei cunicoli rivestiti di Signino facenti parte di una cisterna forse legata a qualche struttura della villa ora persa.. Dalla villa, in completo abbandono, provengono materiali, alcuni dei quali riutilizzati nella vicina Chiesa di S. Maria Hospitalis. E’ ora che le autorità competenti intervengano per sbloccare questa scandalosa situazio- ne. I nostri beni culturali vanno difesi.Da tempo l’Associazione Pro Loco ha chiesto al Comune che questa località venga inserita come parco archeologico nel futuro piano Regolatore. Le immagini testimoniano il degrado in cui l’area versa. Anni ‘70 - La maestra Ceccarelli con i suoi ex alunni Castel Sant’Elia - Asilo infantile anno 1941 30 Campo de’ fiori Album d Civita Castellana 1960 - gruppo di amici - foto del Sig. Trequattrini Antonio Campo de’ fiori dei ricordi Civita Castellana anni ‘50 Colonia estiva foto della Sig.ra Loretta Manoni 31 32 Campo de’ fiori Roma che se n’è andata: luoghi figure, personaggi Le usanze che furono Allorquando ritorna alla memoria qualche vecchia Usanza popolare romana, può succedere che subentri uno stato di indicibile nostalgia e tutto ciò a prescindere dalla circostanza che di quella usanza se di Riccardo Consoli ne abbia diretta conoscenza; infatti basta sfogliare alcune incisioni dell’epoca, per rendersi conto di quello che queste antiche usanze rappresentavano e sapevano offrire. Tutti i romani e le romane sono fermamene convinti di essere allegri a questo mondo e ciò, indipendentemente dalle vicissitudine della vita quotidiana, portando innato quell’ ottimismo e quella spensieratezza che è, probabilmente, la loro migliore qualità; c’è chi molto spesso non ha casa, né mezzi, né sicurezza per il domani, ma canta, ride ed è sempre in movimento. Vivendo quasi sempre all’aperto ed esercitando mestieri faticosi, ma lavorando poche ore al giorno, i romani mangiano bene, bevono meglio, si divertono in campagna a tutte le feste e, vestendo costumi pittoreschi, sono proprio belli. Circa l’abbigliamento gli uomini, vestono un costume costituito da una giacchetta di velluto che non arriva alla cintola, generalmente gettata sulle spalle, un panciotto dello stesso tessuto, una camicia candida, la vita cinta da un’ampia fascia a colori, i calzoni simili alla giacca affibbiati sotto il ginocchio, le gambe rivestite da calze a colori, ai piedi una scarpa di cuoio con una larga fibbia che ricurva ai lati, camminando, batte per terra. Le donne indossano anch’esse una giacchetta di velluto o di cotone a colori, con colli e petti rovesciati e adorni di pizzi, maniche rigonfie all’altezza dell’omero e, quindi, strette fino al polso, le vesti dello stesso tessuto e colore, scendono fino al collo del piede che calza una scarpa di cuoio; le ragazze portano ancora un grande pettine d’argento e uno stiletto, il cosiddetto spadino, infilato nelle trecce che serve come ornamento e come difesa, alle orecchie lunghi pendenti. In altra occasione ho già ricordato di Giggi Zanazzo, che di romani e di romanità se ne intendeva e che, per meglio rendere l’idea, ha lasciato alcune significative indi- cazioni sulle abitudini della sua città dove: “…er primo dell’anno se màgneno le lenticchie e l’uva, perché chi magna ‘ste dù cose, dice, che conta quatrini tutto l’anno; “…er giovedì grasso se màgneno le frappe, li bocconotti e li ravioli; “…in Quaresima ceci, baccalà e maritozzi a tutta battuta; “…er giorno de San Giuseppe le frittelle e li bignè; “…er giorno de Pasqua l’agnello, er brodetto, l’ova, er salame, e la pizza rincresciuta; “…in Aprile er capretto gentile: “…pè l’Ascenzione la giuncata; “…la notte de San Giuvanni se màgneno le lumache; “…pè Settembre l’uva che fatta e ‘r fico che pènne; “…in Ottobbere che se fanno le svignate, gnocchi e maccaroni a tutto spiano; “…pè li Morti se màgneno le fava pè minestra e poi, le fava da marto dorce e l’ossa da morto; “…pè San Martino s’opre la botte e s’assaggia er vino novo; “…pè Natale se màgneno li vermicelli cò l’alice, l’anguilla, er salamone, li broccoli, er torrone, er pangiallo, et eccetra et eccetra. Ma vediamo di ripercorrere e rivivere insieme qualcuna di quelle usanze che furono. Innanzi tutto è interno al vino, bianco o rosso che sia, è intorno al litro , alla foglietta, al quartino, al bicchieretto ed al sospiro che si incentra tutta una gamma di cerimonie e rituali, tutta una folla di personaggi, di protagonisti, di generici e di spettatori – attori; dall’oste gran sacerdote di questo moderno Tempio di Bacco al carrettiere che da tempi remoti fa la spola tra le vigne dei Castelli e le osterie di Regola e di Trastevere, piuttosto che di Monti e di Testaccio. Ciò detto, come non ricordare le famosissime Ottobrate romane con i tavernieri ritti sulle porte delle osterie ad aspettare le carrettelle che giungevano sul posto a tre, a sei o a dieci? Come rinunciare ad assistere a queste splendide parate che preannunciano ancora più splendide magnate e bevute? Nessun avvenimento sarebbe mai riuscito a distogliere i romani da quelle gite fuori porta, infatti, si può tranquillamente credere al cronista dell’epoca che nell’anno 1924, sull’Almanacco di Roma, commentando la situazione interna del paese, ricordava come il mese di Ottobre così gravido di avvenimenti nelle altre città d’Italia, per i noti fatti politici, non lo era a Roma, perché a Roma in Ottobre si fanno le Ottobrate. I romani non rinuncerebbero mai in questo mese alle belle scampagnate ed alla sosta nelle osterie suburbane; in quelle chiare domeniche di ottobre persino la sera deve lasciare per strada il fardello delle sue tristezze se vuole affacciarsi sotto i pergolati delle osterie affollate e rumorose. L’ingresso di queste è sempre vigilato dal venditore di porchetta che, fatta sera, accende il lume di acetilene affinché le ombre non deteriorino la sua merce ancora odorosa di forno; in mezzo ai tavoli c’è sempre un organetto che suona forte arie allegra per impedire l’ascolto del canto malinconico dei grilli notturni; in lontananza, i rintocchi profondi di una campana che batte l’ora della notte. Da quell’epoca in avanti le usanze sarebbero state, come dire, addomesticate, integrate e forze anche politicizzate, ma fino a quel momento è certo che erano riuscite a conciliare i diversi ceti e le varie classi della popolazione. Ma quali le usanze romane che furono? Lo lascerò intendere con l’aiuto di alcune rapide annotazioni scaturenti da quella tavolozza di colori frutto di alcune ricerche che, per quanto attente, non sono mai state spinte oltre l’indispensabile evitando, in tal modo, un superfluo appesantimento; osservazioni che, tralasciando volutamente il lato religioso e polito di quelle straordinarie stagioni, si soffermano su alcuni elementi gastronomici anche por ricalcare il solco di altre opere di grande prestigio dedicate ai romani, alla loro vita quotidiana, ai loro costumi. Continua sul prossimo numero Campo de’ fiori 33 Ronciglione Croce Rossa Italiana: serata di gala e beneficenza “…In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me…”. Nessuna frase, come questo versetto del di Erminio Quadraroli Vangelo di Matteo, può descrivere appieno lo spirito che ha animato la “serata di gala”, organizzata con maestria dal Presidente della Sezione femminile della C.R.I. di Ronciglione Olympia D’Onofrio Bucossi in collaborazione con il Consiglio Direttivo. La fresca brezza che ha solleticato la serata del 30 aprile scorso, in cui il buio mostrava timidamente i lineamenti offuscati dei Monti Cimini, è stata riscaldata dal cuore di tutti coloro che hanno preso parte alla cena di beneficenza presso uno dei più pittoreschi ristoranti che si affacciano sul Lago di Vico. L’atmosfera allegra e a tratti densa di emozioni, è stata resa ancor più elegante dalla presenza di numerose personalità tra cui il Commissario Provinciale della C.R.I. Egidio Manzoni, l’Ispettrice Provinciale delle Infermiere Volontarie Laura Casanova e il Presidente della Sezione Femminile di Rieti Luisella Di Marco. Mescolati alle Volontarie del Comitato Femminile di Ronciglione, l’assessore alla cultura Alfonso Pensosi, il Commissario del Comitato locale della C.R.I. Enrico Lotti e altri illustri ospiti hanno unito il piacere dalla tavola alla gioia di donare “qualcosa” ai meno fortunati, mentre l’orchestra di Massimo Chiossi intratteneva lietamente i commensali. Una specialissima pesca di beneficenza ha, infine, concluso questa fantastica serata che, grazie alla chiara fama del Ristorante Fiorò, ha regalato raffinati sapori ai palati dei presenti che hanno, a loro volta, arricchito il menù di tanta solidarietà. SOSTENETE CAMPO DE’ FIORI CON IL VOSTRO ABBONAMENTO CARTOLINA DI ABBONAMENTO ANNUALE SI desidero abbonarmi a : Campo de’ fiori (12 numeri) a € 25,00 I miei dati Nome___ ____ ___ Cognome____________________Età_________CAP________Città________________________Prov._______ Telefono______________________e-Mail________________________ Desidero regalare l’abbonamento a: Campo de’ fiori (12 numeri) a € 25,00 Il regalo è per: Nome__________________________Cognome_____________________Età___Via_________________________________________ CAP_______Città__________________________Prov._____Telefono__________________e-Mail______________________________ effettuerò il pagamento con c/c postale n. 42315580 intestato alla Associazione Accademia Internazionale D’Italia - P.za della Liberazione n. 2 - Civita Castellana Firma________________________________________________________ Autorizzo il trattamento dei miei dati personali secondo quanto disposto dalla legge n. 675 del 31.12.1996 in materia di “Tutela dei dati personali”. Titolare del trattamento dei dati è Campo de’ fiori - P.za della Liberazione,2 - 01033 Civita Castellana (VT) Data_______________Firma_____________________________________ Per abbonarti puoi spedire questa cartolina a Campo de’ fiori - P.za della Liberazione, 2 - 01033 Civita Castellana (VT) o puoi trasmetterla per fax allo 0761 . 513117 34 Campo de’ fiori Campo de’ fiori Civita Castellana. La chiesa abbandonata: Santa Chiara in Via Ferretti 35 (1860-1970) Abbandonata e dimenticata: è il singolare destino della Chiesa di Santa Chiara in via Vincenzo Ferretti, attigua al Convento delle Suore Clarisse Francescane del Santissimo Sacramento e posta sul lato est del pianoro tufaceo su cui sorge il centro storico di Civita Castellana, in un’area urbana ricca di insediamenti religiosi come le Chiese Rupestri di San Selmo e San Cesareo, di Santa Maria del Carmine, Sant’ Antonio e Santa Chiara, appartenente quest’ultima al complesso ospedaliero Andosilla. Abbandonata: in quanto l’intera struttura architettonica risulta degradata dal tempo e dall’incuria degli uomini. Dimenticata: dagli storici dell’arte e dagli esperti del settore, dal clero e dagli enti pubblici preposti alla tutela delle opere d’arte. La storia della Chiesa di Santa Chiara è assai singolare. Nel 1860, anno di edificazione del complesso conventuale, Civita Castellana poteva contare diversi e importanti insediamenti Francescani: San Lorenzo al Cimitero, soppresso nel 1882, San Francesco in piazza Matteotti, Santa Maria del Carmine in via Ferretti e Santa Chiara all’Ospedale Andosilla. Nel 1856, le Suore Francescane dell’Andosilla, per divergenze con le autorità comunali, che negarono l’utilizzo di alcuni locali destinati ad ospitare il primo nucleo di quello che successivamente sarebbe diventato l’ospedale cittadino, abbandonano il convento e ritornano alla casa madre di Roma. La popolazione di Civita Castellana per far ritornare le religiose, ormai parte integrante della comunità, promuove una vasta e proficua raccolta di fondi per edificare l’attuale Chiesa di Santa Chiara, con annesso convento, prospettante su Via Ferretti che dal 1860, ininterrottamente fino a nostri giorni, ospita le Suore Clarisse Francescane. Con l’edificazione del nuovo convento, il primitivo insediamento dello Andosilla viene totalmente abbandonato e destinato ad usi civili. Nel 1870, con l’ unità d’ Italia e le leggi di spoliazione dei beni ecclesiastici, molti conventi cittadini vengono chiusi e soppressi: San Lorenzo al cimitero nel 1882 e San Francesco in Piazza Matteotti nel 1894. Sopravvivono soltanto Santa Maria del Carmine e Santa Chiara in Via Ferretti, grazie anche alla tenacia e alla forza secolare dell’ordine francescano di non abbandonare un centro vitale ed importante come Civita Castellana. La Chiesa di Santa Chiara, colpisce il visitatore per la vastità e imponenza delle strutture murarie e per la particolare tipologia dell’impianto architettonico. Si accede alla chiesa da una cancellata in ferro battuto, posta tra due ampie volute con pilastri ornamentali, posta su Via Ferretti. Una vasta scalinata in travertino, conduce al portale d’ingresso sormontato da un timpano triangolare, attraverso il quale lo spettatore accede al maestoso interno, dominato dalla volta a botte dell’unica navata interna, illuminata da grandi finestroni sommitali collocati sopra il rilevante cornicione interno. La facciata ha una altezza di 20 ml., misurata dal piano di calpestio alla sommità del timpano triangolare. Sommando i tre metri dello stilobate su cui poggia l’intera struttura, risulta immediato ed evidente il carattere di maestosità ed imponenza della facciata stessa a dominare il modesto invaso di Via Ferretti e a costituire un segno urbano dal forte impatto visivo e formale. Lineare e sobria, due paraste laterali con ordine tuscanico poggianti su di un plinto modanato con sottostante basamento in travertino, sorreggono il cornicione a doppia fascia, recante la scritta con la dedicazione della Chiesa a Santa Chiara e il vasto timpano triangolare dalle modanature estremamente semplici e lineari, conclude l’intera facciata, dominata, altresì, dal portale d’ingresso e dal finestrone centrale. L’impianto tipologico è del tipo a croce latina: un’unica navata, il transetto con le due cappelle laterali dedicate a San Francesco e Santa Chiara, l’altare maggiore e l’abside terminale. In corrispondenza del transetto, sulla volta a crociera, troviamo un vasto ed importante ciclo pittorico, di pregevole fattura, con episodi della vita di Santa Chiara. Sempre sul transetto, è collocato l’ingresso alla sacrestia, parte integrante e fondamentale del complesso religioso: al piano terra modesti ambienti con arredi e suppellettili varie ed una scala in muratura che conduce all’alloggio posto al primo piano, ormai completamente abbandonato. L’abside terminale, posta dietro l’altare maggiore, conclude prospetticamente l’impianto architettonico. Le pareti laterali della vasta navata interna sono caratterizzate da dieci paraste con ordine tuscanico e fornice centrale, sorreggenti l’imponente cornicione a doppia fascia come in facciata. su cui si innesta la volta a botte, che domina visivamente l’interno essendo collocata ad una altezza di 16 ml.. L’imponenza della facciata e dell’interno si somma alla notevole ampiezza della superfice della chiesa di 884 mq. di superfice: un’opera architettonica, dunque, dimensionalmente rilevante contro cui contrasta la semplicità formale delle varie membrature architettoniche. Esternamente, la chiesa presenta i volumi della vasta sacrestia e dei contrafforti in muratura atti a sostenere le possenti murature in tufo di ml.1,20 di spessore, quasi a costituire un complesso fortificato, dominato dalla copertura lignea, parzialmente nascosta in facciata dal timpano triangolare e caratterizzata dal campanile a vela, posto in prossimità della zona absidale. La Chiesa con l’attiguo convento, accettuata la facciata intonacata, è caratterizzata dalla murature in tufo a faccia-vista e l’intero sistema forma un complesso urbano ed architettonico di rara bellezza, con i vasti giardini e orti interni, racchiusi all’interno di un alto muro, secondo una tipologia e un modello derivante dai complessi conventuali romani. Recentemente infausti interventi hanno profondamente alterato la struttura della chiesa: l’abside interna con i grandi finestroni è stata trasformata in aula della scuola religiosa e la cappella sinistra del transetto dedicata Santa Chiara, trasformata in sacrestia della cappellina interna al convento. Alcuni ambienti al piano terra della sacrestia, sono stati trasformati in magazzini e locali di servizio del refettorio. Lo stato attuale di estremo degrado è comune a tante altre chiese del viterbese, destinate alla lenta e irreversibile rovina. E’ nel contempo un gioiello dell’Arte Religiosa e uno dei tanti capolavori che aspettano di essere studiati ed analizzati compiutamente. Prof. Arch. Enea Cisbani Campo de’ fiori 36 Corchiano/Sant’Antioco La musica no s trana oltre il Tirreno di Ermelinda Benedetti fare un’esperienza del genere. Il merito è dell’attuale direttore della banda, il maestro Alessandro Achilli, artefice dell’iniziativa, al quale rivolgiamo qualche domanda. Breve gita fuori porta per la Banda musicale “G. Verdi” di Corchiano, in occasione del gemellaggio nato lo scorso anno, con il Complesso Bandistico “G. Verdi” di Sant’Antioco. Proprio nel Settembre 2004, infatti, durante i consueti festeggiamenti in onore della Madonna delle Grazie, era stata la Banda sarda a visitare Corchiano, esibendosi in un concerto serale con la banda locale. Grande successo che si è decisamente ripetuto domenica 13 giugno, questa volta al cospetto degli abitanti dell’Isola. Nonostante il grave lutto, che ha visto la perdita di uno dei principali organizzatori della festa subito dopo l’accoglienza agli ospiti, i festeggiamenti, con l’annuale “Palio del lancio dell’uovo”, si sono svolti regolarmente. Entusiasmo e curiosità hanno animato, sin dall’inizio, gli spiriti dei componenti del gruppo di Corchiano che, in tutto l’arco della sua storia, non aveva mai avuto l’opportunità di Alcuni abitanti di Via E. Di Nicola e Largo Saragat di Civita Castellana, denunciano il fatto che i marciapiedi che attraversano i giardini di fronte alle abitazioni, vengono usati come “strada privata” da chi, a bordo di autovetture o motorini, deve raggiungere Via Catalano, come pure dai furgoni, autobotti comunali, postini in motorino e chi più ne ha più ne metta. Inoltre numerosi cani senza museruola, vengono lasciati scorazzare sull’area verde. SE I BAMBINI DELLA ZONA RIESCONO A SCAMPARE A TUTTI QUESTI PERICOLI...SONO BAMBINI DAVVERO FORTUNATI!!! Sarebbe ora di prendere qualche provvedimento o vogliamo pensarci quando potrebbe essere troppo tardi?? (lettera firmata) D. Come è nata l’idea di questo scambio musicale e culturale e perché proprio con questa banda? “L’idea è nata dalla voglia di confrontarsi con un gruppo diverso. Le bande dei paesi che ci circondano sono tutte più o meno simili a noi. Abbiamo scelto la banda sarda perché ha radici culturali diverse dalle nostre, ma allo stesso tempo abbiamo punti in comune, come il nome, gli anni di vita, 130 per noi e 131 per loro, il fatto che per entrambe c’è stata sempre una continuità.” D. Come è stata questa esperienza? “Sicuramente molto positiva. Tutti si sono comportati in maniera eccellente. Il gruppo si è unito moltissimo, c’è grande affiatamento e dal punto di vista musicale sembravano dei veri professionisti. Non me lo aspettavo e sono orgoglioso di loro!” D. Prossimi impegni per la banda musicale di Corchiano? “Quest’anno scade il mio mandato di direttore ma sarei lieto se mi fosse rinnovato. Tuttavia è in programma un concerto in estate, probabilmente a metà luglio, e il consueto concerto di Natale.” Vuoi ricevere tutti i mesi Campo de’ fiori a casa tua??? Sottoscrivi il tuo abbonamento. Troverai il coupon di adesione a pagina 33 Campo de’ fiori 37 CIAK SI GIRA di Roberto Moscioni L ‘ armata Brancaleone tare le gesta del Gran Ca-valiere Bran-caleone da Norcia (Vittorio Gasman), impavido straccione alla conquista del feudo di Eurocastro nelle Puglie, seguito dal suo piccolisCorchiano - Chiesa della Madonna del Soccorso simo e imbranato esercito coCorrevano i prima anni 60, quando il cinenosciuto da tutti come ma italiano, smise di raccontare la storia “L’Armata Brancaleone”. Nepi - zona della Bottata recente di quegli anni, conosciuta nella Tra gli interpreti troviacommedia all’italiana di Totò, Sordi, Fabrizi mo, oltre all’incredibile ecc.. per raccontare la storia antica quella Vittorio Gasman, nel delle nostre origini rivisitata in chiave perfetto ruolo di comico grottesca. Brancaleone, anche Il film capostipite di questo nuovo genere, Gian Maria Volonte nel è senza ombra di dubbio “L’ARMATA ruolo di Teofilatto, BRANCALEONE” del 1966 scritto e diretEnrico Maria Salerno to da uno dei registi più prolifici della stonel Santone Zenone, ria del cinema italiano ovvero Mario Catherine SpaaK, la Monicelli (regista di molti grandi successi Metelda, l’indimenticacome: La Grande Guerra, I soliti ignoti, bile Carlo Pisacane (da Amici miei, tanto per citarne alcuni) che tutti conosciuto nel insieme agli sceneggiatori Age e Scarpelli, ruolo di Capannelle nel ideò un nuovo tipo di linguaggio cinemafilm I Soliti Ignoti), nel tografico quello volgar-popolare. ruolo di Abacuc, Folco Fabrica di Roma - Falerii Novi Con questo film, la commedia all’italiana Lulli, che interpreta Chiesa di Santa Maria in Falerii (V.Gasman - C.Pisacane - G.M.Volontè) approdò nel lontano medioevo per racconPecoro ed infine il pic- Civita Castellana - Loc. Pian Paradiso (Gian Maria Volontè) colo Luigi Sangiorgi che interpretò il personaggio Taccone e del quale parleremo nella seconda parte dell’articolo che verrà pubblicata sul prossimo numero di Campo de’ fiori. Il Film fu girato, per volere del regista Mario Monicelli e dello scenografo Piero Gherardi, quasi interamente nel territorio viterbese, che, grazie alle sue bellezze naturali, si prestò meravigliosamente come set cinematografico. Molti furono i luoghi scelti: Nepi, Civita Castellana, Fabbrica di Roma (nella località di Falerii Novi), Corchiano, Vitor-chiano, Tuscanica, Viterbo, Lago di Vico, Ronciglione, Civita di Bagnoregio e tanti altri luoghi di questa meravigliosa terra. ... continua sul prossimo numero 38 Campo de’ fiori La notte prima degli esami E’ vero, come diceva del tema di Italiano, quando dovrai sceStrano, sono i tuoi preferiti, vedrai che al Eduardo , che gli esami gliere tra quello letterario, o storico, o di momento opportuno, la tua mente non ti non finiscono mai. La attualità. Pensi alla versione che dovrai tradirà. Poi, riesci ad addormentarti, ma vita da sempre mette tradurre sia essa di latino o di greco, o di quanti incubi e sogni strani: ti vedi davanl’uomo di fronte a prove inglese ecc., pensi al “rebus matematico”, ti al foglio dell’esame, te l’hanno appena che sembrano insuperao ai compiti tecnici, che il ministero ha consegnato, è ancora bianco, non sai da bili: la malattia, il lavoscelto, per valutare la tua idoneità ad che parte incominciare, poi dopo circa ro, il successo, la famientrare nel tuo mondo futuro. un’ora, dopo aver scelto il tema da svolgeglia, il sesso, tanto per Arrivi così, stressato e stanco, alla notte re, ed aver sbirciato con un pizzico di invidi Alessandro Soli citarne alcune, ci spinprima degli esami. dia il tuo vicino di banco che ha già riemgono a scelte a volte difficili e rischiose. Non riesci a dormire, malgrado la camopito una pagina, inizi finalmente a scriveSiamo nel periodo degli esami scolastici, e tutti, credo, abbiamo vissuto, come del resto la stanno vivendo i giovani studenti d’oggi, questa particolare esperienza. Antonello Venditti descrisse in modo egregio e reale, le sensazioni che si provano da studente, nella canzone “La notte prima degli esami”, ricordando i tempi del Liceo, già celebrati nella mitica “Giulio Cesare” (appunto il suo Liceo). Personalmente credo che gli studenti, a parte il modo di vivere e le varie riforme che riguardano l’insegnamento, siano rimasti gli stessi degli anni passati. L’affannoso ripasso delle materie, la paura che ti attanaglia, specialmente negli ultimissimi giorni, non risparmia nessuno, nemmeno i primi della classe, i cosiddetti “secchioni”, poi, l’atSquadra di atletica del Liceo Classico “M.Buratti” di Viterbo - campionati studenteschi anno 1963 tesa spasmodica dei quadri di milla che tua madre ha messo sul comodire….”E’ ora di alzarti, forza!” è tua madre, ammissione. Tutto concorre a renderti insino, cerchi di non pensare a niente, inveche svegliandoti, ti riporta alla realtà di curo, nervoso, hai paura di non farcela, le ce…, ti alzi di scatto, vai ad aprire il libro quel fatidico giorno, e dopo aver fatto amnesie ti vengono a ripetizione, di colpo dei poeti del novecento, perché non ricorcolazione, ti avvii col vocabolario sotto dimentichi le certezze e i voti che hanno di più il pensiero “leopardiano”, o l’imporbraccio verso il tuo destino. caratterizzato l’intero anno scolastico. Ti tanza della “provvidenza” nel Manzoni. lambicchi il cervello pensando alla traccia Campo de’ fiori 39 MESSAGGI Tantissimi auguri a Giancarlo Bonamin che il 23 Giugno ha compiuto 18 ANNI. Auguri dalla sorella Sonia, il fratello Michele, dai genitori e da Aldo. Tantissimi auguri a Cataldo e Simonetta Affatato che il 7 Giugno hanno festeggiato le nozze d’argento. Auguri particolari dagli amici Paola, Antonio, Alessandro e Stefano Caon. AUGURI !!! a Michele Moscioni che il 19 Giugno ha compiuto 23 anni. Dalla mamma, il papà, il fratello Roberto e da tutti gli amici di Campo de’ fiori. TANTISSIMI AUGURI a Marta Annesi e Maria Chiara Di Niccola che il 23 Giugno e il 28 Giugno hanno compiuto 18 ANNI. Perchè la vita vi possa sorridere sempre... i vostri genitori Paola, Carmine e Elisabetta e Massimo. Tantissimi auguri anche dai parenti e amici Per Marta che ha compiuto 18 anni il 23 Giugno. 18 anni per te che li compi sono un traguardo, per me che li ricordo, un dolce rimpianto; un pensiero affettuosissimo nel giorno che ti affacci ad assaporare la vita in tutta la sua pienezza!! La tua mamma Paola, il tuo papà Carmine, la tua sorellina Noemi, i nonni, gli zii ed i cugini. Tantissimi auguri a Mirco Rossi e Simona Moretti che si uniranno in matrimonio il 30 Luglio. I genitori, i parenti, tutti gli amici e la redazione si uniscono alla vostra gioia. I nostri più sinceri auguri ai nostri amici Francesco Antenore e Loredana Filoni che il 19 Giugno hanno festeggiato il loro primo anniversario di matrimonio. LA REDAZIONE Tantissimi auguri a Francesca e Alessandro Pantani che l’ 11 Giugno hanno coronato il loro sogno d’amore. L’augurio di una lunga vita insieme da parte dei parenti, gli amici e tutta la redazione. 40 Campo de’ fiori Annunci -TECNICO DEL MASSAGGIO esegue a domicilio massaggio generale e rilassante. Esamina collaborazioni con società e centri sportivi - palestre e centri estetici. Tel. 339.3249864 -VENDO Volkswagen Golf 1.600, anno ‘90, motore perfetto, gommatissima, tetto apribile. € 300,00 T. 333.7176338 -RAGAZZO 19ENNE cerca urgentemente qualsiasi tipo di lavoro purchè serio, in zona Civita castellana e dintorni anche per volantinaggio, supermercato o in ufficio alll’interno di una azienda. Sono in possesso del diploma di qualifica come operatore della gestione aziendale con 75/100 e sono in prossimità di avere il diploma di stato in tecnico della gestione aziendale. Tel. 333.8112409 -SIGNORE 52ENNE cerca urgentemente qualsiasi tipo di lavoro purchè serio in zona Civita Castellana e dintorni. 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Tel.....................................................................Firma........................................................................................ 42 Campo de’ fiori Sante Ciani e la stagione d’oro della ceramica civitonica (1926-1940) La ricostruzione biografica grandi protagonisti della dell’opera del Pittore EmiPittura Italiana: RENATO liano Sante Ciani, particoGUTTUSO, negli anni 1939larmente attivo a Civita 1940 e RENZO MONTANACastellana negli anni ’30, RINI, docente tra l’altro grande protagonista della presso il locale Istituto ceramica artistica del d’Arte, vera fucina di talenti tempo, figura di grande e decoratori per l’industria interesse storiografico diartistica locale. menticata dagli storici della Come valente ceramista il ceramica locale, risulta parCiani dimostra doti tecniche ticolarmente complessa, a non comuni: il gusto per il partire, innanzitutto, dalla dettaglio e per il colore, dai data di nascita, che in seguitoni accesi e luminosi. to a ricerche archiviali, tutCome pittore e ritrattista, tora in corso, va posta in prevale l’interesse e la ricerFusignano, provincia di ca del dettaglio, delle qualiParma, nel Luglio del 1894. tà salienti del soggetto e Nessun documento e immal’introspezione psicologica, gine fotografica, possono in particolare nel ritratto del mostrarci il pensiero e l’anotaio Midossi, prima della spetto esteriore dell’artista. morte: il largo cappello, la Dati frammentari si raccolvisione frontale e ravvicinata gono circa la formazione del soggetto, il lieve sorriso Sante Ciani - dipinto dei S.S. Martiri Marciano e Giovanni (1930) artistica avvenuta, dapprima e l’interesse per il particolapresso l’Accademia di Belle re estremo caratterizzante il Arti di Bologna e, successipersonaggio dato dal camL’opera mostra i Santi Patroni con sullo sfonvamente presso botteghe d’arte e pittura meo della cravatta. do Civita Castellana con i suoi monumenti della città emiliana. Negli altri ritratti dei componenti della famipiù significativi, come il Comune e il Duomo. Nel 1929 lo troviamo a Civita Castellana, glia del Notaio, si deve rilevare la mirabile Tra le sue opere certe in ceramica, vanno come responsabile della decorazione dei esecuzione tecnica a velature dei colori ad elencate la lunetta di un portale della Chiesa manufatti in ceramica in alcune manifatture olio, i toni chiaroscurali e la sintesi psicologidi Santa Chiara all’Andosilla e l’edicola votiva artistiche locali. ca e descrittiva dei personaggi ritratti. di Piazza San Gregorio. Negli anni che vanno dal 1930 al 1936, è pitIl percorso artistico e tecnico del Ciani, si Gli anni ’30 rappresentano per la ceramica tore e decoratore capo presso la F.A.C.I., rivela, dunque, estremamente lineare e artistica locale un momento di grande fervoFabbrica Artistica Ceramiche Italiane, di dotato di una forza artistica e culturale non re e produzione: sono operanti manifatture Adolfo Brunelli in Via Ferretti, importante e comune, dapprima nelle ceramiche e sucdi grande livello produttivo come la vitale centro della ceramica artistica locale, cessivamente come ritrattista, segno di un Ceramica Becchetti Bruno, (1928-1952), la fondata nel 1926 e attiva fino al 1967. successo ed una importanza notevole. Ceramicaunita, (1910-1920), la Cipriani Da testimonianze orali si rileva che risiedeva Nel 1936, il pittore abbandona Civita Carmine, (1932-1940), la Coletta Ugo & C., con la moglie e un figlio nel palazzo Trocchi Castellana per ritornare propabilmente nella (1900-1960), la Coramusi Antonio e Figlio, di Corso Buozzi. sua città natale. (1921-1950), la Sbordoni, (1915-1950), la Se la scarsezza e frammentarietà dei dati In quegli anni si perde ogni traccia del Ciani. Safac, (1924-1940), la Fratelli Crestoni di biografici, mette a dura prova le certezze Sante Ciani, è dunque il massimo protagoniGirolamo, (1900-1931), la Fratelli Cassieri, della ricerca storiografica basata sulle inopsta di una stagione artistica unica e irripeti(1839-1900), la F.I.A.M., (1927-1934), la pugnabili prove documentarie, sono invece bile come fu la ceramica artistica civitonica Ars Falisca, (1900-1920), La Casimiro certe e ben documentabili le opere pittoriche negli anni 1926-1940, basata su regole chiaMarcantoni, (1881-1960), la stessa F.A.C.I., e ceramiche lasciate dall’artista, nei suoi re e semplici: una scuola d’arte creatrice di per citare i centri più attivi e importanti. anni di permanenza a Civita Castellana dal valenti tecnici, committenti e imprenditori Tali manifatture si servono, dunque, di gio1929 al 1936. illuminati e affermati pittori. vani pittori a cui vengono affidati i settori Il Ciani è, dunque, una figura singolare di Una stagione irripetibile. dello stile e della ricerca, secondo una pittore: tecnico e decoratore nelle ceramiche moderna e attuale prassi. Prof. Arch. Enea Cisbani locali e mirabile ritrattista, dotato di un In quegli anni troviamo a Civita Castellana, repertorio formale e una tecnica pittorica due giovani pittori, che poi assurgeranno a non comune. Durante la sua permanenza a Civita Castellana, esegue i ritratti di alcuni maggiorenti locali: del notaio Ulderico Midossi e dei componenti della sua famiglia, del parroco Antonio Cardinali, del dottor Erminio Mariani e dei figli di Adolfo Brunelli, suo datore di lavoro e committente. Un suo dipinto dedicato ai Santi Patroni Marciano e Giovanni, è stato eseguito nel Gennaio del 1930 e commissionato dalla Sig.ra Laura De Angelis. Viene regolarmente esposto in ricorrenza delle festività patronali presso il Duomo. Campo de’ fiori 43 Indovina l’Artista Di lato è riportato il particolare di un famoso quadro denominato “L’urlo”. Sai dirci chi l’ha dipinto? I primi tre che indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione riceveranno un simpatico omaggio offerto dal Centro Parati di Selli Vittorio Storia e Geografia Sai dirci qual’è la capitale de El Salvador? i primi tre che la indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione, riceveranno un simpatico omaggio offerto da SAMU Informatica VISITATE I NOSTRI SITI WWW.CAMPODEFIORI.BIZ WWW.ACCADEMIAINTERNAZIONALEDITALIA.IT WWW.CAMPODEFIORIONLINE.IT Tessuti Via Rio Fratta, 11 Civita Castellana Tel. 0761.513946 ... ... continua da pag.15 Campo de’ fiori “Nella stessa Italia della ricostruzione e del piano Marshall (aprile 1948)”precisa Cenni “avevamo strumenti e tecnologie ben più avanzate.” Ma se l’impatto appare deludente quella semplice constatazione accende la miccia della consapevolezza ,giorno per giorno, di quale sia la realtà degli emigranti nel paese elvetico. “La Svizzera – spiega Giorgio Cenni- , neutrale durante la seconda guerra mondiale, fu tra le prime a ricevere commesse industriali, dato che il suo apparato era intatto e per sopperire alle numerose richieste aveva necessità impellente di mano d’opera. Per tale ragione il governo favoriva l’immigrazione dei cosiddetti “Gastarbeiter”, vale a dire , lavoratori per lo più “stagionali”che dovevano sostituire gli svizzeri nei lavori pesanti a bassi costi. Per mantenere questo stato di cose il governo elvetico ostacolava con tutte le sue forze l’aspirazione dei lavoratori stranieri all’integrazione e dato che,nonostante tutto qualcuno riusciva lo stesso a migliorare, si arrivò alla formazione di associazioni xenofobe fino a sottoporre con due referendum (1970) al popolo svizzero la decisione di mantenere o meno la mano d’opera straniera (quasi totalmente italiana). Prevalse il “si” aprendo nuove prospettive per i lavoratori ed io compresi immediatamente che l’unica strada per progredire era la cultura e soprattutto la “formazione professionale”. Da quel giorno Giorgio Cenni è un treno inarrestabile: dopo l’orario di lavoro alla fabbrica si reca al vecchio ristorante Waldhorn di Berna ( abituale ritrovo di lavoratori italiani) e con mezzi di fortuna ed una targa poggiata sopra un tavolino inizia un corso teorico di mecca- nica. L’iniziativa incontra il consenso dei lavoratori ,l’aiuto del Consolato Italiano, la simpatia delle autorità svizzere ed il 28 gennaio 1966 insieme a colleghi di lavoro, con cui ha formato un “gruppo promotore” fonda ufficialmente il CISAP (Centro Addestramento Professionale Italiano in Svizzera). Mariù lo ha raggiunto da tempo e lavora nella stessa fabbrica e non manca di assisterlo nell’opera intrapresa. La prima sede (ricorda Cenni) viene fissata in tre stanzette e due vani di circa 100 mq complessivi , rispettivamente al piano terreno e nel seminterrato di una villetta al n. 7 dello Jagerweg quartiere di Breiterrein e l’inaugurazione viene effettuata invitando le autorità e gli industriali a visitare una scuola dove, al di fuori di una lavagna e qualche banco, manca tutto il resto, soprattutto le macchine dell’officina per la “pratica” ,la cui sagoma è però ordinatamente disegnata con il gesso sul pavimento. Passato un primo attimo di scoramento la fede incrollabile di Giorgio Cenni fà il miracolo; da un’industriale italiano “venuto anche lui dal”niente” riceve con “credito ad infinito termine” (sarà ripagato alcuni anni dopo) una intera officina ed i corsi possono cominciare. Da qui , pur sempre con duro lavoro e sacrifici, la strada è in discesa ; migliaia di alunni e tre generazioni di giovani si alternano sui banchi del CISAP; la sede generale è oramai quella prestigiosa di Berna in Freiburgstrasse ed altre sedi sono state aperte in tutta la svizzera. Giorgio Cenni , prima di andare in pensione avrà ancora il tempo di aggiungere alla sede di Berna , con l’aiuto di prestigiosi artisti internazionali, una superba collezione di opere d’arte : “Perché – come afferma lui stesso- mentre si studia è bello ed istruttivo vivere a contatto con l’arte..”. Giorgio Cenni è stato più volte decorato,insignito ,nominato ; riconoscimenti ed attestati sono piovuti da ogni dove ma io so bene che il suo premio più grande è rappresentato dal consuntivo finale del CISAP: ventiseimila diplomati ! Ventiseimila professionisti ed altrettante famiglie che hanno migliorato le proprie condizioni di vita ,integrate a pieno titolo e con prospettive di crescita legate solamente alle proprie capacità. Da qualche anno Giorgio Cenni e la sua Mariù sono tornati a Genova , ma pensare che lui si dedichi ad un sereno riposo è pura utopia; egli ha fondato un’associazione culturale “Il Cenacolo”, per la scoperta di giovani talenti e per attività varie d’interesse artistico; scopertosi scrittore di vaglia ,narra le sue memorie e racconti di vita vissuta con un lessico semplice ,spontaneo ed umano, infine cura con particolare affetto l’opera dello zio: il grande pittore toscano Renato Cenni la cui monografia ,per cortese concessione dello stesso Giorgio , è presente in questo numero. Salutiamo ,dunque, Giorgio Cenni e per ringraziarlo colgo l’occasione, assieme a tutta la redazione di Campo de’ fiori, per inviargli infiniti auguri in occasione delle sue Nozze d’Oro con la dolce Mariù.(giugno 1955-giugno 2005). PS. Chi volesse notizie dove rintracciare i libri scritti da Giorgio Cenni, può scrivere alla redazione di Campo de’fiori. ... ... continua da pag. 4 44 D. Quanto è importante fare la gavetta? R. E’ importantissimo. La gavetta ti permette di dire: “quest’anno sono trentun’anni che faccio questo lavoro, venticinque che stò al Bagaglino e venti che faccio televisione, con la gavetta”. Non so se tra vent’anni potremo parlare con qualcuno degli interpreti e registi dell’attuale televisione. Adesso stai parlando con me che ho fatto la gavetta e comunque al Bagaglino una sorta di gavetta c’è sempre, perché ti fanno stare con i piedi per terra, non ti puoi montare la testa. Questo significa la gavetta. D. E come ha scelto i suoi personaggi e il suo nome d’arte? R. Guarda, Martufello mi ci chiamarono fin dall’infanzia, perché nel mio paese, fin dall’antichità, chiamavano Martufello il bambino più vispo e dispettoso. Per quanto riguarda i miei personaggi, non li ho scelti io. Il mio personaggio “principe” è il burino, e lo dico con orgoglio, lì non c’era niente da scegliere perché lo ero!! Tutto il resto è frutto della creatività di Pingitore. D. Quali altre esperienze lavorative ha avuto? R. Sempre con Pingitore, ho fatto delle commedie estive. Ho fatto una commedia brillante che si intitolava “Le Barzotte”, con Laura Troschel, Lorenza Guerrieri e Massimiliano Tortora. Non dico che fosse una vera e propria prova da attore, ma attore brillante si. Poi Pingitore ha riscritto “I Menecmi” di Plauto, dove io ho avuto il doppio ruolo dei gemelli. D. Il suo rapporto con cinema e televisione? R. Devo dire che il cinema “non mi cerca proprio”, quindi non lo so che rapporto ho. Si ho fatto qualcosina ma sempre con Pingitore. Il fatto, comunque, che il cinema non mi contatti, non mi crea alcun problema, perché sono un artista che lavora talmente tanto sia in televisione che in teatro, per cui non ne sento la mancanza. D. Farebbe un reality show? R. No, non lo farei, perché sono talmente preso con il teatro, d’inverno, con la televisione e con tante altre cose, che non avrei il tempo per farlo. Non perché penso che quelli che lo fanno si debbano “riciclare”, non ho neanche idea se li pagano. Al momento dico no, non ho tempo. Andare tre mesi in Brasile, ad esempio, significherebbe sacrificare mesi di lavoro dato che d’estate ho persone e impresari che lavorano con me e quindi puntano su di me, non mi va di lasciare nessuno. D. Si sentirebbe di suggerire questa carriera ad un giovane? R. Certo che gliela suggerisco! Qual è quell’artista che stà venticinque anni in teatro e televisione come ho fatto io !?! Suggerire questa carriera significa che un ragazzo oggi vent’enne, inizia e tra venticinque anni c’è ancora qualcuno che lo va ad intervistare. D. Il successo le ha dato molto ma le ha anche tolto qualcosa? R. Il successo mi ha dato molto, ma non mi ha tolto nulla perché io sono rimasto sempre paesano, non vivo nella grande città ma fuori, non vado spesso a cene ufficiali, ad esempio faccio teatro per cinque mesi in inverno e andrò più o meno tre volte a cena fuori. Le cose positive di questo lavoro me le godo da solo, senza apparire……. Una delle cose che mi ha tolto ad esempio, è quella che non posso “litigà coi vigili”; alcune volte non posso essere me stesso, nel senso che se hai dei problemi, o per esempio accompagno mia madre in ospedale, la gente mi dice: “ma come mai che in televisione ridi sempre e qui no?” E io devo dare spiegazioni. Oppure quando è morto mio padre mi hanno chiesto un autografo nella camera mortuaria!!! Queste cose sono un po’ negative, ma sono piccole cose. D. Chi è stato il suo maestro? R. I miei maestri sono stati Castellacci e Pingitore. Forse Pingitore un po’ di più, perché ha fatto anche la regia degli spettacoli del Bagaglino. Mi sono sempre fidato ciecamente di lui. D. Qual è il suo comico preferito del passato? R. A me fanno ridere un po’ tutti. Sono stato, però, un grande amante di Nino Manfredi, perché ritengo che Nino sia stato un grande artista, a tutto tondo. Poi è chiaro… Totò mi ha fatto impazzire, Sordi etc. D. E di quelli giovani? R. Mi piacciano Antonio Giuliani, Enrico Brignano che considero un bravo attore oltre che cabarettista. Mi dispiace se magari tralascerò alcuni nomi che mi sfuggono. Poi c’è Enzo Salvi detto “er cipolla”, che oltre a lavorare con me, mi vuole un bene dell’anima e altrettanto gliene voglio io. Poi ci sono tutti i miei colleghi del Bagaglino. D. Quanto è “doloroso” fare il comico? R. Io penso che fare il comico sia un dono di natura, una cosa che hai dentro. Ci si nasce. Doloroso, come ho detto, che se alcune volte nella vita hai un momento di tristezza e malinconia, sei costretto a “viverti” a casa tua, perché fuori la gente vuole che fai sempre e comunque ridere. D. C’è qualcosa, per concludere, che vorrebbe aggiungere o che non ha mai detto? R. Vorrei solo dire che mi auguro di lavorare sempre. Finchè si lavora “qualcosa può succedere”. Ho questo sogno nel cassetto: di lavorare sempre, perché oggi se non lavori con la velocità che c’è in tutto, ti dimenticano presto. Devi stare sempre sulla cresta dell’onda. Campo de’ fiori Indovina Indovinello... Sò scrivere anche bene, ma non ho occhi e non posso leggere ciò che scrivo. Cosa sono? 45 i primi tre che, telefonando in redazione, daranno la soluzione dell’indovinello riportato qui a fianco, riceveranno un simpatico omaggio offerto dalla profumeria GLAMOUR. L’oggetto Misterioso Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato. I primi cinque che lo indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dal negozio IL QUADRIFOGLIO di Foggi Antonella. Campo de’ fiori 46 Una “Fabrica” di ricordi storie e immagini di Fabrica di Roma Giugno dalle bionde messi di Sandro Anselmi Quella sera i ragazzi erano usciti per guardare la luna, si erano sdraiati sul prato con gli occhi verso il cielo che sembrava girasse tutto e raccontavano di marziani e di voli fantastici. Il giorno aveva fatto molto caldo e le cicale non s’erano ancora del tutto addormentate per lasciare la scena al concerto dei grilli. Le lucciole giocavano fra i fili d’erba e la loro luce sembrava riflettere quella delle stelle. La mietitura quell’anno era stata abbondante e le spighe dorate, gonfie di grano. La squadra dei mietitori aveva accelerato il lavoro per paura che il tempo si guastasse ed il capofalce non aveva avuto un minuto di tregua, perché i falciatori gli erano sempre sotto, pronti a sistemare i loro ‘mannelli’ sopra i ‘varzi’ da lui preparati a terra. Si sentiva, a volte, il rumore della falce affilata battere sui cannelli infilati a proteggere le dita, ed allora qualcuno gioiva al pericolo scampato. I mietitori erano di solito uomini e, quelli più richiesti, erano quelli con le mani grandi, perché rendevano di più nel lavoro. C’era poi la figura del battitore delle falci che, per l’importanza del lavoro, doveva avere provata esperienza. I ragazzi erano poi impegnati al trasporto dei covoni (gregne), che radunavano vicino al luogo dove si sarebbe formato il ‘cordello’ e si graffiavano fastidiosamente le gambe con le stoppie perché allora, per loro, non si usavano pantaloni lunghi. Il cordello doveva essere fatto ad arte e, ad una fila di covoni sistemati in verticale, che costituivano la base, ne venivano coricati sopra altre due fila a versi alterni. Sulla sommità veniva, infine, infilata una croce fatta di canne, per scongiurare il pericolo di incendi. I ragazzi erano stanchi per l’alacre lavoro svolto durante il giorno, ma si erano anche divertiti fra loro, perché quelli erano i primi giorni di vacanza dopo la chiusura estiva delle scuole ed avevano mangiato a volontà i gelsi maturi e le ciliegie, macchiandosi la bocca, le mani ed i vestiti e avevano bevuto l’ “acquato di melluzza”. La loro gioia più grande però, era quella di poter dormire quella notte tutti insieme nel casale, perché all’indomani mattina, sarebbe arrivata la trebbia nell’aia grande dal pavi- mento scavato nel tufo bianco, e tutti i contadini dei campi vicini avrebbero portato li il loro grano. Spuntava appena l’alba ed il rumore del trattore che si avvicinava si faceva sempre più nitido. Tutta la manovalanza era già pronta nell’aia ed arrivavano continui i carretti trainati dagli asini e dalle mucche, carichi di covoni che venivano sistemati ai lati dello spiazzo. Tutti aiutavano a livellare la trebbia, mentre il trattorista, con fare capace, collegava la grossa cinta di cuoio ad una presa di forza, l’avvolgeva poi alla puleggia della trebbia e dava, infine, l’avvio al motore del trattore con diversi giri di manovella. Il rito era compiuto ed allora tutto si metteva in moto con un rumore infernale, sbattevano i corvelli, urlavano le pulegge e le spighe venivano sgranate dall’organo battitore, con un rumore di grandine. Sopra la trebbia salivano con la scala almeno due persone, che inforcavano occhiali simili a quelli dei motociclisti e si proteggevano la bocca ed il naso dalla polvere, con un fazzoletto annodato dietro la nuca. Uno di loro, tagliava con un falcetto il varzo ai covoni che venivano lanciati su con un forcone dalle persone a terra, e l’altro li imboccava dentro l’apertura della trebbia. Usciva allora dalle bocchette il grano che riempiva i sacchi di iuta, e dal retro la paglia, che i contadini sistemavano nei pagliai, da usare per il letto degli animali domestici. Tutto il grano che sfuggiva ai corvelli della trebbia e cadeva a terra, per restare in mezzo alla paglia sminuzzata dalla lavorazione, veniva recuperato con la “sgamatura”. I contadini raccoglievano con le pale quello scarto e lo lanciavano in alto così che il vento portava via le pagliuche ed il grano cadeva a terra pulito. Questa operazione dava spesso un magro bottino, ma non per questo meno apprezzato, come quello delle spigolatrici che andavano raccogliendo le poche spighe di grano sfuggite ai mietitori. Tutto era a misura degli enormi sacrifici per aver portato a raccolta il prodotto più importante per l’alimentazione di quei tempi. Campo de’ fiori 47 a Viterbo con Amore e Nostalgia Un giovane pilota mancato “Porta il motore su di giri, lascia il freno, fai correre l’aereo sulla pista, impugna la cloche e tirala a te fino a vedere sparire la linea dell’orizz o n t e ”… … … di Sandro Anselmi sono finalmente libero nell’aria con il solo rumore di questo Piaggio 148 e mi sento padrone del cielo. La città sotto di me, le strade, le case ed i tetti tutti colorati e poi ancora la voce perentoria del colonnello che mi siede accanto “picchia” ed allora vedo i trenini della Roma Nord, fermi nella stazione, diventare sempre più grandi, ancora più grandi, oramai troppo grandi e ... finalmente “cabra”. Il peso dell’aria sembra schiacciarmi e lo stomaco mi si stringe; poi un bel giro fuori città, sulle campagne e l’azzurro del lago di Bolsena. Infine , “Rientra alla base”. Allora cerco, con mal celata tensione, di orientarmi per individuare il campo di volo, ma non è facile. Alfine, più per fortuna che per perizia, individuo le bandiere a strisce, gonfie di vento, sui tetti dei grandi hangar e mi appresto all’atterraggio, ma questa è la parte più difficile. Cerco di non perdere concentrazione, oriento l’aereo in direzione della pista, diminuisco il numero di giri ed abbasso la cloche, perdo quota ed aziono i flapps, poi mi impegno con dolcezza sulla pedaliera e, con un inevitabile sobbalzo, tocco terra. Freno finalmente proprio davanti al pubblico che è lì ai lati della pista e sento con sollievo e soddisfazione un “bravo”. Tutto questo mi sembra accaduto ieri, ma sono passati tanti anni, troppo anni. Ero studente alle superiori a Viterbo, ed insieme ad altri amici che come me facevano parte della squadra sportiva dell’istituto, frequentavo quell’ anno un corso di cultura aeronautica , tenuto dagli istruttori di volo della scuola di volo a vela dell’ae- ronautica militare di Guidonia. Tutte le lezioni teoriche si tennero nelle sale del palazzo della provincia e le lezioni di volo al CALE di Viterbo. Una certa dose di incoscienza mi aiutò molto per la buona riuscita del corso e, sicuramente, ebbi più profitto nelle prove di volo che in quelle teoriche, distratto forse dalla presenza della figlia del comandante del campo che era l’ unica donna a partecipare. Pensare che oggi ho paura dell’aereo!!! Campo de’ fiori 48 Sandro Anselmi P.zza della Liberazione, 2 - 01033 Civita Castellana (VT) Tel./Fax 0761.51.31.17 e-mail : [email protected] Da 35 anni al vostro servizio Pubblicizza una selezione di offerte immobiliari -VENDO locale di uso commerciale di mq 60 circa a Civita Castellana. -VENDO in Umbria azienda agricola di 160 Ha con attività di agriturismo per 31 posti letto. 1.500 mq di costruzione-17000 mc da edificare-riserva di caccia (daini,cervi e caprioli). Avviatissima. Vendita a cancelli chiusi. -CEDO attività di parafarmacia a Civita Castellana. -VENDO garage di mq 22 circa. VENDO a Cannes (Costa Azzurra) monolocale di 25 mq completamente arredato, con terrazzo, giardino e piscina condominiale. Ottimo per uso investimento -VENDO oppure AFFITTO per periodo estivo due appartamenti con veranda, giardino, posto macchina, docce esterne, pozzo. 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Dato inizio lavori. -CEDO a Civita Castellana attività di Yougurteria. Campo de’ fiori 49 Come eravamo Iniziava così una vecchia canzone della grande Gabriella Ferri: “tutti ar mare, a mostrà le chiappe chiare”. In questi primi giorni d’estate, il richiamo verso di Alessandro Soli la sabbia e l’acqua salata è grande, tutti veniamo presi dalla bramosia di tuffarci in cerca di refrigerio. Negli anni ’60 l’italiano medio, quello che Alberto Sordi ha così ben impersonato in tantissimi fillms, cercava a modo suo, di vivere l’agognata vacanza, seppur domenicale, recandosi verso le località balneari, per poter poi dire con orgoglio, il lunedì mattina sul posto di lavoro: “c’ero anch’io”. Certo i romani, con Ostia, Fregene e le altre località della costa laziale , ad un tiro di schioppo, sono da sempre stati dei privilegiati, rispetto a noi che abbiamo il mare a non meno dei canonici 70 km di Tarquinia o Ladispoli, per citare le “onde” più famose della zona. Lo spirito pionieristico che animava quei “fagottari” della domenica, è rimasto invariato anche negli anni a venire, passando dalla Tenda da campeggio, alla Roulotte, per arrivare ai super accessoriati Campers e Caravan, vere e proprie case viaggianti. Già, quello spirito che animava le mamme nelle levatacce del mattino, quando la casa si riempiva dei profumi della pasta al sugo, della frittata, o della cotoletta panata, che alzandoti vedevi pronti in terra nei recipienti cosiddetti “termici” e, che al momento del pranzo, rivelavano la loro vera identità, avendo reso il cibo caldo, freddo e le bevande fredde, calde. Il rito della partenza, quando tuo padre, che aveva la Seicento, per un giorno rimpiangeva la laurea in ingegneria delle costruzioni, perché l’auto, avendo il motore posteriore e il cofano anteriore occupato dalla ruota di scorta, lo costringeva a caricare e scaricare i bagagli innumerevoli volte. Per fortuna che sul tettino aveva messo il portabagagli. Allora la gloriosa Seicento, pian piano assumeva una forma piramidale, con sotto Tutti al mare... le sdraie, poi l’ombrellone, la ghirba dell’acqua, il piccolo canotto, i remi del canotto, le ciambelle, le pinne e gli occhiali (il fucile da sub ce l’avevano ancora in pochi), il tutto legato da quegli elastici multicolori, che avevano alle estremità dei piccoli ganci neri, che se malauguratamente ti scappavano durante la loro tensione, rischiavi tumefazioni e dolori atroci. Poi finalmente : “Tutti ar mare..”, o meglio, in viaggio verso il mare, perché per fare settanta Km, considerando auto e carico, si impiegava molto più di un’ora e mezza. In auto si sudava, i finestrini erano aperti, ma la seicento era quello che era, lungo la strada ogni tanto vedevi qualche macchina ferma, il cofano alzato, col radiatore fumante, incrociavi le dita e proseguivi, sperando di non avere gli stessi problemi. Ogni tanto ti attaccavi alla borraccia, davi una sorsata e pensavi all’arsura che avresti provato uscendo dall’acqua salata, poi la richiudevi fiducioso, pensando al ghiacciolo arcobaleno (ogni strisciolina colorata aveva un gusto diverso) che avresti comprato sulla spiaggia. Infine dopo lungo penare si arrivava e, appena compariva la spiaggia, non stavi più nella pelle, addirittura cominciavi a spogliarti in macchina, tanto il costumino l’avevi già indossato a casa, come del resto tutti i componenti della famiglia.Il problema si sarebbe presentato alla sera quando dovevi rivestirti, allora ci avrebbe pensato mamma, creando uno spogliatoio quadrato con i teli da spiaggia tenuti su dalle sue mani, da quelle di papà e da quelle di tua sorella.Dopo aver parcheggiato iniziava l’ultima fase prima del tanto agognato tuffo in mare: si doveva scaricare tutto, l’onere spettava interamente a mamma e papà, perché insieme a tua sorella, eri già corso sulla spiaggia , incurante del bruciore che la nera e ferrosa sabbia di Ladispoli provocava sui tuoi piedini scalzi, correvi, correvi sempre più veloce, fino ad arrivare al refrigerio del bagnasciuga quando…… continua sul prossimo numero...... Campo de’ fiori 51 Un’area regionale da imitare Una delle zone più belle d’Italia è certamente la Umbria e L’Alto Lazio, tanto per lo scenario ambientale quanto per quello architettonico. Seguendo orizzontalmente l’asse viario che a cura del Prof. da Civitavecchia si dirige Michele Abbate verso Rieti e verticalmente una linea che partendo da Perugia raggiunge Civita Castellana, abbiamo di fronte a noi l’intelaiatura di quella vasta area umbro-laziale che si presenta non solo molto omogenea sul piano della geografia fisica, ma anche molto simile sul piano della geografia umana e dell’evoluzione storica. Di questo abbiamo già parlato, seppure per grandi linee, nel contesto di un articolo precedente. Di conseguenza, diamo per scontato che si è compreso che siamo in presenza di un’area unitaria, pur nelle sue differenze morfologiche, tale da poter essere definita quasi come una regione a se stante. Di questa area regionale, alquanto simile sul piano fisico ed umano, vediamo ora alcune piacevoli caratteristiche. Innanzi tutto questa area è un ampio triangolo che si incunea tra la Toscana e le Marche e la cui base è delimitata dall’inizio della Campagna Romana che si apre nella zona in cui terminano le propaggini meridionali dei Monti Sabatini e Sabini. Guardando questo vasto territorio umbro-laziale piuttosto omogeneo, situato a nord della Capitale d’Italia, vediamo che presenta nell’insieme molteplici aree urbane tutte bene integrate con il territorio che le circonda. Infatti, il passaggio dalle zone Mario Segoni, Sindaco di rurali a quelle induSant’Oreste: un comune striali ed urbane, e da imitare viceversa, avviene in modo armonico ed equilibrato. L’ambiente fisico in nessuna parte risulta mai deturpato o stravolto dagli insediamenti abitativi o dalle attività di produzione economica poste in essere. In moltissime aree della nostra Penisola, al contrario, vediamo molto spesso come lo sviluppo industriale e l’edilizia abbiano distrutto la natura e fatto scempio delle bellezze del paesaggio. Per quanto concerne la conservazione del patrimonio artistico presente su questa area regionale, si può dire che esso è, nonostante tutto, ben tutelato. E questo è merito delle locali Sovraintendenze, oltre che dell’educazione al rispetto dell’ambiente e delle vestigia del passato promosso con successo dalle Amministrazioni Comunali umbro-laziali. Da Perugia a Terni, da Civitavecchia a Viterbo, da Rieti a Poggio Mirteto, da Borgorose a Civita Castellana si può constatare come sia in grandi, piccoli e medi Comuni, si cerca di fare il possibile per mantenere integro, tanto l’ambiente fisico, che il patrimonio artistico. Tutto questo è veramente encomiabile. Se pensiamo che le popolazioni umbre, nei tempi più remoti abitavano una grande estensione della nostra Penisola, superiore a quella degli Etruschi, Campo de’ fiori Periodico Sociale di Arte. Cultura ed Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale D’Italia (A.I.D.I.) senza fini di lucro Presidente Fondatore: Sandro Anselmi Direttore Editoriale: Sandro Anselmi Un incantevole scorcio di Sant’Oreste non possiamo non sperare che i loro eredi contemporanei fuori dai confini dell’attuale Umbria, si comportino verso il patrimonio artistico ed ambientale come quelli all’interno di questi confini. Ma anche gli abitanti dell’attuale Alto Lazio stanno dimostrando di comportarsi molto bene nei confronti dell’ambiente e di tutto il patrimonio culturale che li circonda. Senza togliere nulla al resto d’Italia che si comporta altrettanto bene verso l’ambiente e la cultura, non si può non sottolineare come da lunghissimo tempo sia l’Umbria che l’Alto Lazio abbiano a cuore la salvaguardia di questi due preziosi beni per l’essere umano. Addirittura vi sono piccoli Comuni in questa area regionale che hanno istituito un apposito Assessorato per l’Ambiente ed i Beni Culturali . Inoltre vi sono diverse Associazioni locali che da tempo si prendono cura della natura e del patrimonio culturale. La cosa sempre più interessante è che tutte queste non sono iniziative isolate od episodiche, ma iniziative che si estendono e vanno a rafforzare una coscienza comune ambientalista e per la tutela del patrimonio artistico. In conclusione, ancora una volta come si vede, natura e cultura vanno perfettamente d’accordo e si integrano a meraviglia quando si parla di Alto Lazio e di Umbria. Visione panoramica ambientale di S.Oreste Direttore Responsabile: Stefano De Santis Segretaria di Redazione e Coord: Cristina Evangelisti Impaginazione e Grafica: Cristina Evangelisti Consulente Editoriale: Enrico De Santis Reg.Trib. VT n. 351 del 2/6/89 Stampa: Tipolitografia A.Spada La realizzazione di questo giornale e la stesura degli articoli sono liberi e gratuiti ed impegnano esclusivamente chi li firma. Testi, foto, lettere e disegni, anche se non pubblicati, non saranno restituiti se non dopo preventiva ed esplicita richiesta da parte di chi li fornisce. I diritti di riproduzione e di pubblicazione, anche parziale, sono riservati in tutti i paesi. Direzione Amministrazione Redazione Pubblicità ed Abbonamenti: Piazza della Liberazione, 2 01033 Civita Castellana (VT) c/c postale n.42315580 Tel. e Fax 0761.513117 e-mail: [email protected] Redazione di Roma: Viale G. Mazzini 140 tiratura 30.000 copie Abbonamenti Rimborso spese spedizione Italia: 12 numeri € 25,00 Estero: 12 numeri € 60,00 Per il pagamento effettuare i versamenti sul c/c postale n. 42315580 intestato all’Associazione Accademia Internazionale D’Italia. L’abbonamento andrà in corso dal primo numero raggiungibile e può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno ed avrà, comunque, validità per 12 numeri. Garanzia di riservatezza per gli abbonati Si garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo all’editore. Le informazioni custodite nello archivio di Campo de’ fiori verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati il giornale e gli allegati, anche pubblicitari (legge 675/96 tutela dati personali).