di Massimo Santini - Rivista "Campo de` Fiori"

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di Massimo Santini - Rivista "Campo de` Fiori"
Campo de’ fiori
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La redazione augura Buon Compleanno a
Campo de’ fiori
che, con il numero 18,
ha raggiunto la maggiore età
ATTENZIONE
ci è stato segnalato,
da alcuni operatori commerciali, di essere stati contatti
per l’inserzione pubblicitaria
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Campo de’ fiori,
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da persone a noi sconosciute.
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persone incaricate a qualsiasi
titolo, da Campo de’ fiori,
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dovranno essere munite di
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autorizzazione su carta intestata, debitamente firmata
Internazionale
dal direttore e contenente i
D’Italia
dati anagrafici dell’incaricato
stesso. L’incaricato dovrà
inoltre esibire un documento www.accademiainternazionaleditalia.it
di riconoscimento.
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Campo de’ fiori è distribuito a Civita Castellana, Corchiano, Fabrica di Roma, Vignanello, Vallerano, Canepina, Vasanello, Soriano Nel Cimino,
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Riano, Ostia, Nettuno, Anzio, Fregene e nei migliori locali di Roma, in tutte le stazioni MET.RO. Spedito a tutti gli abbonati in Italia e all’estero,
inviato ad Istituzioni Culturali e sedi Universitarie italiane e straniere, a personaggi politici, della cultura, dello sport e dello spettacolo.
Vita Cittadina
foto Mauro e Martina Topini
foto Mauro e Martina Topini
Civita Castellana Fz. Sassacci
21 Giugno
Festa di San Luigi Gonzaga
Civita Castellana - Parrocchia San Giuseppe Operaio - 2 Giugno - festa diocesana dell’ UNITALSI
Corchiano - infiorata del 29 Maggio
Giuseppe Angeli Rossi
un presidente UNITALSI “poco formale”
Campo de’ fiori
Sono addolorato
nel constatare gli
ultimi episodi di
violenza contro le
persone svantaggiate.
Comportamenti inqualificabili
che
fanno inorridire:
ucciso a coltellate
a solo 23 anni per
aver difeso un
disabile; tre ragazzi uccidono per
di Sandro Anselmi
noia un barbone
disabile; un operaio ed un pensionato violentano per anni
una ragazzina disabile; giovani riempiono di
offese gratuite un disabile in carrozzina; il
branco violenta una ragazzina in pieno centro … …
tutto questo è allarmante.
Come si possono tollerare simili atti di
vigliaccheria? Come non far pagare caro questi “sbagli” diabolici?
Senza dubbio l’insicurezza, la scarsa stima di
se stessi e tanti altri problemi che vengono
da lontano, portano questi esseri, che non so
definire, ad usare tali comportamenti aberranti. Se l’analisi fosse rivolta ai soli giovani,
direi facilmente che loro hanno perso i valori
fondamentali del buon vivere civile, direi che
la cattiva tv, la debolezza della scuola, l’affievolimento della fede e la latitanza della fami-
Dare amore,
per ricevere amore
glia, li hanno lasciati soli. Direi che l’attuale
difficile situazione crea loro confusione e l’incertezza del futuro, in un mondo pieno di
guerre e di odio, non li aiuta certo a sognare. Direi che sono spesso le vittime sacrificali di una famiglia allo sbando e viaggiano,
perciò, su una nave senza nocchiero che ha
perduta la stella polare. Direi paradossalmente che risultano quasi comprensibili i loro
comportamenti imitativi della violenza ad
ogni costo, quando essi la fanno diventare un
valore di riferimento per la vita.
Direi infine che è scontata, allora, la loro fuga
da una realtà così pesante per rifugiarsi in
mondi artificiali e falsi.
Ce l’ho però anche con le persone “mature”
che, con la loro indifferenza da novelli Pilato,
addirittura avallano i comportamenti anomali dei ragazzi, facendoli crescere nella sopraffazione degli altri, specie se più deboli e
svantaggiati.
Fare loro invece un po’ di male, per dargli poi
tanto bene, giustifica, se necessario, il non
accondiscendere a tutte le loro richieste.
Dargli poi tutta la gratitudine quando la meri-
Mamme o veline?
di Sandro Anselmi
La mamma,
la figura più
grande e più
nobile
del
creato, l’essere che genera
la vita, la sublimazione dell’amore,
la
creatura più
dolce e più
pura, la bontà e la comprensione infinita. La mamma invocata, la mamma
supplicata, la mamma piangente, la
mamma ricovero di ogni male, confidente di tutte le pene.
La mamma che ci fa crescere, che ci
accompagna nel nostro cammino, che
invecchia, che non c’è più, ma che
resta in noi fino all’ultimo respiro della
nostra vita,
(mio padre, spirando fra le mie braccia,
ha invocato “mamma”).
Che succede a molte madri di oggi?
Non comprendono più il valore della
missione più grande? Non riescono più
a godere del tenero amore dei loro pargoletti? Che cosa le ha “rovinate”? La
paura di dover fare delle rinuncie (la
palestra, il ballo, il salotto con le amiche, una improbabile carriera, il terrore innaturale di invecchiare…) ? Questo
porta le mamme a non amare più i figli,
a compiere il sacrificio più grande?
Questo la porta a togliere la vita a chi
l’hanno data?
Il fatto più innaturale, la violenza più
grande e più folle, è la notizia che sempre più spesso riempie le cronache.
Perché non parlare invece delle Madri
degne di questo nome, che per fortuna
sono ancora la maggior parte?
Perché non lodarle, per i loro comportamenti umani ed esemplari nei confronti della famiglia e dei figli?
Questi dovrebbero essere gli argomenti trattati dai mediia, per sperare che
finalmente ritornino
più Mamme e meno veline.
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tano, è una cosa tanto salutare, come
dispensare manifestazioni di affetto, non
deve essere atto di vergogna.
Chi semina vento raccoglie tempesta,
chi semina bene riceve Amore.
Direi infine che la TV non dovrebbe dare
troppo spazio alle notizie di violenza e spesso di morte, perché questo non porta nulla,
non costituisce un monito, ma ingenera pericolosi comportamenti imitativi.
E’ come se per insegnare la vita si raccontasse la morte. Perché non far vedere invece
i tanti e tanti giovani che si adoperano nel
volontariato, che donano i loro sorrisi e le
loro azioni ai loro “fratelli” meno fortunati?
Perché non riproporre, come in un carosello
pubblicitario, le immagini delle folle felici e
poi commosse e piangenti dei papa boys?
Dare immagini positive, riportare testimonianze edificative, quali la tolleranza ed il
rispetto degli altri, stimola ed accresce la
parte migliore che è dentro di noi e se stiamo bene con noi stessi, stiamo bene con il
mondo.
L’uomo
in frac
Sul modello di una stravagante
usanza spagnola, stà nascendo
a Roma una particolare società
per recupero crediti. Alcune
persone, infatti, che hanno
constatato la validità del sistema, si apprestano ad applicarlo anche in Italia e cercano
soci. Ma vediamo di cosa si
tratta. In Spagna, quando una
persona deve dare dei soldi ad
un’altra e non riesce a riscuoterli, dà l’incarico all’agenzia di
recupero crediti che attiva i
suoi particolari metodi.
Un
uomo vestito con un frac
nero, con i guanti, il bastone
ed il cappello, a bordo di una macchina vistosa e nera,
segue incessantemente il debitore in ogni suo movimento durante il giorno . Inizia con il parcheggiare la
macchina sotto casa del malcapitato, e non appena
esso esce, lo segue dappertutto. Lo segue in ogni
negozio, in ogni ufficio, dal barbiere, al ristorante, al
cinema ed in ogni luogo, insomma,ovunque il soggetto si reca .Si ferma ad una breve distanza e sta lì senza
dire né fare nulla. Siccome in Spagna tutti conoscono
la funzione dell’uomo in frac, immaginate il disagio e la
vergogna della persona oggetto “dell’operazione pedinamento”. Sembra che i risultati siano garantiti. Spero
proprio che la costituenda società possa operare quanto prima, perché allora tanti “malandrini”, “bombardini” o “re della sola”, verranno smascherati per la gioia
di tante persone e con il divertimento e lo scherno di
tutta la popolazione. Mi piace immaginare tanti uomini in frac, dalle altezze diverse, a seconda dell’entità
del debito. Potremmo così vedere un uomo piccolo
come un nano, per i piccoli debiti, ed un altro alto
come un giocatore di pallacanestro, per i debiti più
grandi. Quanti eleganti uomini in frac popolerebbero
allora la nostra città……
Benvenuto uomo in frac.
Sandro Anselmi
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Campo de’ fiori
MARTUFELLO
dispensatore di risate da trent’anni
di Loredana Filoni
Incontro Martufello in un, già torrido,
pomeriggio di Maggio, nella sua splendida
villa. Davanti a due bei tea freddi, con
grande naturalezza e disinvoltura, inizia a
raccontarsi.
Devo dire che questa intervista, durata
quaranta minuti, mi ha provocato più volte
delle grandi risate. Certo, sul palco sapevamo che Martufello è maestro di risate,
ma in privato è una ulteriore conferma.
L’attore è una persona molto semplice e
cordiale e, a me, sembrava quasi di essere a casa di un amico.
Al termine dell’intervista si era instaurato
un tale clima di vivacità che lo stesso
Martufello chiedeva di essere fotografato
anche con i suoi cani ed un cucciolo di
gatto, facendomi promettere di portargli in
seguito le foto.
QUESTA E’ SEMPLICITA’ AUTENTICA.
D. Signor Martufello dove è nato?
R. Sono nato a Sezze, il 21 Dicembre
1951….pensa un po’ … ho quasi 54 anni!!!
D. E’ sposato ?
R. Sono stato sposato ed ora sono divorziato… non ho figli. Ho due cani, un gatto
che m’ha fatto pure una cucciolata che
devo cercare di sistemare! Vivo qui a Nepi
da undici anni; con me vive una donna.
D’estate viene mia madre.
Stò tranquillo e beato!!!
D. A cosa stà lavorando attualmente?
R. Adesso stò facendo due tournee teatra-
li: una con una maga, che si
intitola “Cabaret di prestigio”. E’
una cosa un po’ diversa dal solito, dato che, in genere un attore comico e brillante come me,
lavora con un corpo di ballo. Io
qui, invece, ho voluto inserire
questa maga, che si chiama
Eleonora ed è bravissima.
Inoltre stò facendo un tour di
dodici tappe con Pippo Franco,
Oreste Lionello e gli altri del
Bagaglino: è la prima volta che
facciamo uno spettacolo al di
fuori del Salone Margherita,
tutti insieme. In più faccio serate da solo nei teatri e nelle
piazze. Poi stò preparando un
debutto in grande con Gino
Landi il 9 Luglio a Palermo al
Teatro Massimo, con l’operetta
“Al Cavallino Bianco”.
D. Come è iniziata questa professione e come è arrivato al
Bagaglino?
R. Fin da bambino ho sempre
pensato che ognuno di noi possiede una dote e una qualità.
Tutto stà nel saperla scoprire,
ed io l’ho trovata. E’ come l’intelligenza, tutti la possiedono, poi c’è chi
sa usarla e chi no. Una volta trovata, mi
sono buttato a capofitto e con convinzione
senza lasciare nulla di intentato. Da sempre ho capito che era questo ciò che volevo fare…. Veramente volevo fare il “bel
tenebroso”, poi mi sono guardato davanti
allo specchio e ho detto: “ma che vai a fa
il bel tenebroso… che non sei manco
bello?”. Al Bagaglino sono arrivato nel
1980, quindi quest’anno ho festeggiato le
“nozze d’argento”, venticinque anni di
Bagaglino e trentuno anni di carriera.
D. Come è stata la sua lunga carriera al
Bagaglino?
R. La mia esperienza al Bagaglino, che
spero duri ancora a lungo, è stata bellissima: mi ha fatto diventare Martufello, mi
ha consentito di comprare una casa, di
stare bene e sono felice e contento della
scelta fatta, nonostante abbia rinunciato a
qualche guadagno più consistente. Ho
accettato dieci, lasciando cento, per rimanere fedele ad una idea, anche perché
questo è un mestiere nel quale devi cercare di imparare il più possibile. Io ho cercato di fare questo e credo di essere arrivato abbastanza in alto.
D. Com’è il rapporto con i suoi compagni
di lavoro?
R. E’ bellissimo quando siamo insieme a
lavorare. Al di fuori ognuno ha la sua vita.
Con qualcuno ho rapporti anche fuori dal
lavoro. L’amicizia vera ce l’ho con Pingitore
che è il regista e autore, come ce l’avevo
con Castellacci che, purtroppo è morto,
con Oreste Lionello, con il quale lavoro da
venticinque anni. Con gli altri, come Pippo
Franco, Zama, Battaglia e Miseferi ci
vogliamo bene, ci stimiamo e c’è molto
feeling.
D. Ha qualche aneddoto da raccontare sul
Bagaglino?
R. Ero ragazzetto quando ho cominciato al
Bagaglino e mi ricordo che un giorno dissi
a Pippo Franco: “sai Pippo io c’ho una marcia in più” e Pippo Franco mi rispose: “peccato che te sei scordato il freno a mano…!”
Di aneddoti in venticinque anni ce ne sono
tantissimi, ci vorrebbe una enciclopedia.
Consideri che ho lavorato anche con
Bombolo, con tante prime donne e ballerine, quindi di cose da raccontare ce ne
sarebbero tante. Sono stati venticinque
anni trascorsi bene , per quello che mi
riguarda, con tanta soddisfazione, piacere,
gioia.
Consideri anche che io sono venuto da un
paese non avendo neppure la licenza
media, arrivato a Roma ho iniziato a fare
questo mestiere, prima nelle balere, poi
nelle province alle diverse sagre, che tutt’ora faccio, perché la festa in piazza è una
forma di spettacolo che mi entusiasma e la
faccio con molto piacere.
Poi sono arrivato ad un teatro prestigioso
come il Bagaglino e questo è stato per me
un motivo di grande orgoglio, ringrazio
sempre il Signore per tutto quello che mi
ha dato.
Continua a pag. 44 ... ...
Campo de’ fiori
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Un salto nel gusto
quando l’arte culinaria non è solo cibo, ma anche benessere
Incontro con HEINZ BECK
Il ROME CAVALIERI HILTON non ha
certo bisogno di presentazioni, non è semplicemente un albergo di lusso, è molto di
più…! E’ situato nel cuore di un rigoglioso
parco mediterraneo di circa sette ettari. La
hall ed il bar sfoggiano una magnifica collezione di mobili d’epoca, dipinti, arazzi e preziosi oggetti d’arte, insieme ad alcuni olii del
XIX secolo. Nell’hotel vi sono, inoltre, boutiques, sei diversi bar e ristoranti, fra i quali
“La Pergola”, di cui è chef l’eccellentissimo
Heinz Beck. Il fatto di trovarsi su uno dei
setti colli di Roma (Monte Mario), rende il
Cavalieri Hilton un luogo suggestivo ed
unico, potendo ammirare, dalle sue terrazze,
un panorama spettacolare della città eterna.
Esattamente sul roof garden dell’Hilton si
trova “La Pergola”. Pluripremiato ristorante
gourmet, gode di una vista mozzafiato su
Roma, con la cupola di San Pietro in primo
piano. Qui il personale è qualificatissimo e
molto cordiale. La grande fortuna del ristorante sta nel poter vantare uno Chef di altissima qualità come Heinz Beck. Con grande
disponibilità e gentilezza, il signor Beck, nonostante innumerevoli impegni, mi ha concesso questa intervista. Tutto si è svolto
davanti ad un fumante caffè, con mio sommo
piacere, nel salotto de “La Pergola”.
Romantico scorcio dalla terrazza dell’Hilton
D. Signor Beck, dove è nato?
R. In Germania, il 3 Novembre 1963.
D. E’ sposato?
R. Si, con Teresa, dal 2001. Lei è Italiana,
esattamente di Palermo.
D. Ha figli?
R. No
D. Da quanti anni è in Italia?
R. Da undici anni.
D. Come ha iniziato questa professione? Le è
stata tramandata da una passione di famiglia
o è una sua passione personale?
R. No. Né tramandata, né passione personale. Io volevo fare il pittore, ma mio padre,
essendo contrario, non mi ha permesso di
frequentare l’Università di Belle Arti, perché
non voleva un pittore in famiglia. Mio fratello
il famoso chef Heinz Beck con Loredana Filoni
di Loredana Filoni
R. Ci sono molte specialità. Non ce n’è una in
particolare, anche perché vario molto le mie
pietanze.
D. Il suo piatto preferito?
R. Da mangiare o cucinare?
D. Quello da mangiare.
R. I miei gusti cambiano, come i miei piatti,
perché la cucina è evoluzione; così in continuazione vario a seconda della stagione:
ogni anno assaggio cose nuove.
D. Quindi ogni piatto de “La Pergola” possiede una sua ‘impronta’ personale?
R. Si, certo. Anche perché io creo i piatti, non
li copio!
D. Quindi anche per quanto concerne ricette
tipiche italiane, Lei ci mette sempre un po’ di
suo?
R. Si. La base resta uguale, ma cerco di renderla un po’ più moderna e adatta a questo
tipo di ristorante.
D. Quando torna a casa ha ancora voglia di
cucinare?
R. A casa cucina mia moglie che è molto
brava. Anche perché io “distruggo” una cucina!
D. Come ci si sente ad essere considerato
un’artista del palato?
R. Ci si sente come tutti gli altri. Non è che
mi senta superiore. Sono contento di stare
qui, di lavorare con tutti questi giovani, di
insegnare loro tutto quello che ho imparato
io e vederli crescere professionalmente. E’
molto bello. Non è importante essere il più
bravo, o più famoso, ma che nel lavoro hai
un’armonia con le persone che ti circondano,
in modo tale che, ogni giorno, ti fa piacere
andare al lavoro. Tutto il resto viene da sé.
gemello, che voleva diventare uno chef, mi
ha dato l’idea di seguirlo nell’impresa. Ma
anche in questo caso mio padre non gradiva
avere due chef in casa, ha lanciato una
moneta in aria e la sorte ha privilegiato me.
Così sono diventato chef! Poco romantico!
D. Ha frequentato una scuola alberghiera in
Germania o in Italia?
R. In Germania, anche perché faccio questo
mestiere da venticinque anni. Da undici sono
in Italia e, i rimanenti quattordici, ho lavorato in altre parti del mondo.
Auguro a quest’uomo che è stato di una
D. Cosa l’ha spinta a venire in Italia?
modestia e cortesia autentica, ancora la preR. Il Direttore dell’Hilton che mi ha chiamato
parazione di molti piatti! Anche perché io, le
insistentemente. Così sono venuto qui, per
sue pietanze, le ho assaggiate e, credetemi,
fare un colloquio e vedere il posto. In seguisono sublimi per il palato e per la mente.
to ho deciso di venire in Italia. Sono stato
Hanno davvero un tocco unico: per gusti
assunto a “La Pergola”, dopo il colloquio,
sopraffini.
immediatamente come chef.
D. Si interessa personalmente
della
ricerca dei prodotti
da usare per la preparazione dei suoi
piatti?
R. Certo! Questo è
normale! Gran parte
del mio lavoro si
svolge nella ricerca
dei prodotti, perché
la qualità di quest’ultimi è fondamentale per una
buona cucina.
D. La sua specialità
qual è?
una bellissima sala del ristorante “La Pergola” dell’Hilton
Campo de’ fiori
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Albertazzi torna con Anna Proclemer
al Teatro Argentina di Roma hanno interpretato “DIARIO PRIVATO”
di Loredana Filoni
Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer, di
nuovo insieme, dopo molti anni, ad interpretare, magistralmente, un taccuino di
appunti che và a scavare nei sentimenti
meno in vista dell’individuo; di nuovo
insieme, a parlare solo di sesso, usando
anche i termini più espliciti (che è una
novità per questi due straordinari “mostri”
sacri del teatro italiano), per la prima volta
diretti da Luca Ronconi. E’ “Diario Privato”,
tratto da un’opera di Paul Leautaud, il
“Journal Litteraire”. Questo diario è sterminato: diciannove volumi nei quali, per sessantatre anni, l’autore ha scritto di tutto.
Ne è stato tradotto un sunto, in italiano, di
quattrocento pagine. A questo è stata data
una ulteriore limatura per adattarlo alla
rappresentazione teatrale. Il pezzo tratta
della tempestosa relazione fra l’autore e
Anne Cayssac, ed ha lo scopo di mettere in
scena l’originalità di questo autore poco
conosciuto in Italia. E’ un rapporto d’amore durato diciannove anni, fra sesso e
baruffe, annotate con dovizia, censite e
narrate con una crudezza di termini che
solo la carta può sostenere e solo due
figure adeguate, grandi, autorevoli e di
qualità, come Albertazzi e Proclemer, potevano dire ad alta voce. La scena è semplice: i due protagonisti recitano sempre
seduti su due poltrone rosse che si muovono, avanzano, roteano, attraversando il
palcoscenico. Non vi è nulla di fisico e
niente che faccia il verso alla passione o
alla lascivia che viene narrata. Il pezzo si
apre con l’autore (Albertazzi) che annuncia
la morte di Madame Cayssac che, da lui,
crudamente soprannominata “Flagello”, è
morta Sabato 15 alle ore 8.00 del mattino.
E’ quindi un cammino a ritroso, di questi
lunghi anni di una passione puramente
fisica. Leautaud (Albertazzi), ci racconta
che
conobbe
Madame
Cayssac
(Proclemer) a quarantadue anni. Lei ne
aveva quattro di più. Lo scrittore dice che,
prima di lei, aveva conosciuto molte
fuse, tra una donna piena di temperamento, che litiga, si riappacifica e fa la “sguaiata” e lui che, con pazienza, sopporta.
Malgrado tutto questo, l’amore durò, perché nonostante vi fosse una sessualità allo
stato puro, un amore sconfinato per gli
animali ed un eguale egoismo, di amore si
trattò. Grande prova per i due attori in
questi ruoli così inconsueti. Sanno dare
donne, senza avere, tuttavia, questa predisposizione alla passione meramente erotica, come con lei. Lei, contrariamente,
una donna piccolo-borghese, sposata con
uno statale, aveva un’ottima reputazione e
teneva a mantenerla. La passione fra i due
sorse repentina. Ma cosa li aveva spinti,
l’una nelle braccia dell’altro? Cosa aveva
attirato due individui così diversi? Innanzi
tutto, li accomunava un grande amore per
gli animali, cani e gatti, in particolare.
E poi la passione erotica
che, fra alti e bassi, scenate e recriminazioni,
non si interrompe mai,
appunto perché, in
primo luogo, i due
devono occuparsi dei
loro animali ed in
secondo luogo è come
se, quando sono insieme, durante le loro
“sedute”, diventano essi
stessi, animali. E’ una
lunga storia contraddittoria e di emozioni con-
una tale prova di bravura che le parole
spinte, pronunciate da loro, sembrano
quasi assumere un suono ed un significato
diverso, quasi non volgare. Presenti anche
spunti ilari, che strappano risate a scena
aperta. Il pezzo si vive per cento minuti
filati ed, al termine, si apprezza la bravura e la maestosità dei due interpreti, non
senza restarne un po’ storditi. Nei camerini ho potuto apprezzare l’umorismo e la
simpatia del Maestro Albertazzi che, attorniato da belle donne, non ha disdegnato di
farsi fotografare. “Grazie Maestro! L’ho
apprezzato maggiormente perché Lei è un
Grande del nostro teatro”. Più schiva la
signora Proclemer che, però, mi ha firmato un autografo e, perfino concesso una
foto insieme! Durante tutto questo, parlava di come, per un po’, fosse stata indecisa se accettare questo ruolo così particolare ed un po’ “sopra le righe” per lei, che a
mio avviso, è una vera signora del palcoscenico italiano. La mia conclusione è che,
sì, ha fatto benissimo, perché uscendo
dagli schemi che le sono congeniali, ha
ancora una volta dimostrato la sua ecletticità e versatilità! Brava! Una curiosità
divertente: la signora Proclemer, durante
le repliche, aveva il suo simpatico (e gelosissimo) barboncino ad attenderla in
camerino! Una passione affine al personaggio da lei interpretato.
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Campo de’ fiori
ECCE BANCO !
di Carlo Cattani
Se ne parlava da almeno
tre anni dell’eventualità di
pubblicazione di un concerto “storico” e d’annata
del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO; la
grande “fiesta”
del 6 luglio del 2002
all’Ippodromo delle Capannelle in Roma,
organizzata per marcare il trentennale della
carriera della band, vide la partecipazione di
alcune migliaia di persone, rappresentanza di
un’ampia fascia di età, che testimoniarono
con vigore il grande affetto verso il gruppo
rock, per “eccellenza”, di Roma ; l’attivo
management della band si prodigava, in un
apposito stand per raccogliere prenotazioni relative alla
pubblicazione di una registrazione “storica”. Poi, forse, a causa del
mancato appoggio da parte di qualche
grande etichetta discografica, che avrebbe
dovuto garantire il confezionamento editoriale e la distribuzione, del ventilato progetto
discografico si persero le tracce a vantaggio
di un’ altra produzione discografica live, “NO
PALCO”, predisposta per commercializzare
l’evento del trentennale : molto attraente
nella grafica, nel suono, nelle immagini (c’era
anche l’edizione in cd+dvd) , nella composizione degli ospiti ma che per i fedelissimi
della prima ora, i vecchi fans, gli over 45,
quelli che avevano avuto tra le mani nel 1972
il 1° lp “BANCO DEL MUTUO SOCCORSO”, con la celebre copertina (della prima
tiratura) a forma di salvadanaio ( per coloro
che non l’hanno presente, si trattava di una
copertina sagomata nella forma del classico
tondeggiante salvadanaio di coccio ) placava
parzialmente
la delusione del mancato
“ritorno al passato”. Ora, grazie all’appassionato lavoro dello staff in seno alla giovane
etichetta indipendente MA.RA.CASH, il popolo dei “risparmiatori / BANCHISTI”, può tornare a vivere oltre 70 minuti di atmosfera
“seventies” offerta dal BANCO, in vena di
“sperpero” di qualche spicciolo …..ma che
dico di qualche Tallero d’argento di Maria
Teresa (per dare una giusta comparazione di
valore numismatico alle registrazioni proposte ) idealmente prelevati dal succitato
panciuto “dindarolo” gelosamente custodito
dal trio superstite di quell’epoca Nocenzi - Di
Giacomo - Maltese! Il cd di cui parliamo,
recentemente uscito, dal titolo “Seguendo
le tracce”, propone una performance completa del “BANCO” datata 23 aprile 1975. In
quel TEATRO VERDI di Salerno, si esibiva
una band lanciatissima, con alle spalle un
“tris discografico” di successo per critica e
risultati commerciali, “Banco Del Mutuo
Soccorso”/1972 (una pietra miliare del
cosiddetto genere rock progressivo ,per
l’Italia e non solo!) , “Darwin”/1972, ”Io
sono nato libero”/1973, tutti piazzatisi
nelle TOP TEN di vendita delle classifiche
Italiane dell’epoca; una formazione grandemente affiatata, stabilizzatasi dopo l’ingresso, nel 1973 in occasione di “Io sono nato
libero”, del grande Rodolfo Maltese alle chitarre e tromba; un collettivo unito sul piano
umano,ben puntellato sul piano artistico
dalla presenza, di “BIG” Francesco Di
Giacomo alla esclusivissima duttile voce, dei
“Brothers Nocenzi”, Gianni e Vittorio, alle
intricatissime trame tastieristiche, del già
citato Rodolfo Maltese, abile ed elegante chitarrista nonché trombettista,
di Pierluigi
Calderoni, pirotecnico batterista, dal bassista
Renato D’Angelo. Una band che, lusingata
dal responso delle vendite in Italia, desiderava tentare il lancio estero sostenuta, in ciò,
dalla Manticore, etichetta discografica di proprietà del contemporaneo ed universalmente famoso trio Inglese Emerson, Lake &
Palmer (la stessa supporterà anche PFM),
per la quale andava
realizzando
lp
“BANCO” , una selezione dei migliori brani
relativi ai precedenti tre album, tradotti in
Inglese, con l’ unico inedito rappresentato
da “L’albero del pane” ...... insomma un
gruppo pienamente in corsa sul viale dei
desideri e delle aspettative! Ed è proprio un
frammento di questa “speranza” di affermarsi sui mercati esteri, in particolare Inghilterra
e U.S.A. (dove verrano intrapresi dei brevi
tour), che apre il programma musicale proposto da “Seguendo le tracce”: la celeberrima “R.I.P.”, in versione Inglese, tratta dal 1°
lp : attacco al fulmicotone , corposo momento di gran ritmo e concitazione, passaggio
melodico di “fine corsa”, il tutto abilmente
cavalcato
dalla grande voce di Mr.Di
Giacomo e caratterizzato da un costante dialogo tastieristico “tra i fratelli”. Proprio nel
passaggio tra questo brano e il successivo,
11
“L’Albero del pane” , Di Giacomo annuncia al
pubblico il “piano di attacco all’estero” rappresentato dalla pubblicazione di “Banco” .
…..ma l’ascoltatore “segugio” è solo all’inizio
del suo percorso : “SEGUENDO LE TRACCE”
propone una scaletta a “raffica” di brani,
oggi storici, quali “La danza dei grandi
rettili”, ”Non mi rompete”, “Dopo niente è più lo stesso” ,“Traccia II”,
“Metamorfosi”, dalle complesse, colte,
costruzioni musicali fatte di sospensioni
classicheggianti, di accelerazioni rock, di
contaminazione jazz, impreziosite dalle “farciture poetiche” dei testi di un Francesco Di
Giacomo in grande forma. Insomma ….sarà
bello (ri)perdersi “SEGUENDO LE TRACCE”
di questa band che ancora oggi continua la
sua corsa con esibizioni “senza sconti” !
Gruppo: Banco del Mutuo Soccorso
Origine: Roma e Castelli Romani
Cd: “Seguendo le tracce”/ dal vivo al Teatro
Verdi in Salerno – 23 Aprile 1975
La Band nel cd: Renato d’Angelo: basso;
Rodolfo Maltese: chitarre, tromba; Gianni
Nocenzi: piano acustico ed elettrico, clarinetto;
Francesco di Giacomo: voce; Pier Luigi Calderoni:
batteria e percussioni; Vittorio Nocenzi: tastiere,
organo Hammond, sintetizzatori. I titoli: 1)
R.I.P. (English Version) 2) L’albero del pane 3) La
danza dei grandi rettili 4) Passaggio 5) Non mi
rompete 6) Dopo…niente è più lo stesso 7)
Traccia II 8) Metamorfosi Total Time: 74:47 /
informazioni utili: ww.bancodelmutuosoccorso.it
www.maracash.com / il cd è in vendita tramite il
Camelot Club al prezzo di 15 € ed è possibile
ordinarlo tramite e-mail a [email protected]
12
Scopri l’Arte
Voler
illustrare ai lettori la vita e
le opere di
uno tra i più
grandi artisti
del ‘900 che
si è distinto
non solo come pittore
ma anche
come disegnatore, ill u s t ra t o r e ,
Renato Cenni
caricaturista, incisore, scultore, regista , pubblicista, scrittore e
critico d’arte, in così breve spazio è impresa
impossibile; ma avendo avuto il privilegio di
visitare la casa-museo dell’artista, a Genova,
mantenuta con scrupolosa cura dal nipote
Giorgio Cenni , tenterò di trasmettere le sensazioni ricevute nell’osservare tanti piccoli e
grandi capolavori da semplice spettatore .
Prima, tuttavia, ritengo necessario riassumere alcuni tratti della sua personalità e
momenti caratteristici della sua vita per comprendere non solo l’artista ma anche l’uomo.
Per questa operazione non potevo che usare
la penna di chi ha avuto la fortuna d’incontrarlo , di conoscerlo da vicino; mi sono affidato quindi a brani di una monografia curata
da Giuseppe Costa ed edita dallo “Studio
d’arte S.Giorgio” di Genova e pubblicata nel
1987. “Coerente,arguto, incorruttibile, - scrive Costa- egli non si affermò mai al pari dei
suoi meriti; rifiutò spesso riconoscimenti e
ricompense per non prosperare in un clima
culturale per lui falso e vuoto, in una società
dove il compromesso vanifica la validità artistica e l’onestà del messaggio”
E questa prima nota , già ci dice che Cenni
non avrebbe mai rinunciato alla sua libertà
espressiva qualunque fosse la proposta di
baratto, stilando una sorta di “Giuramento
d’Ippocrate” per veri artisti; ma continua
Costa “Cenni fu in sostanza un idealista che
combattè senza soste e con ogni mezzo i
soprusi, le ingiustizie, la corruzione, denunciando senza esitazioni le atrocità e le vergogne di cui fu testimone. Questo suo atteggiamento andò a discapito della sua affermazione in campo artistico facendolo più volte
apparire un personaggio scomodo.”
Scomodo, tuttavia, Renato Cenni non lo è per
gli amici artisti che ne comprendono il genio
e la purezza d’intenti; gli scrive, infatti ,
Giuseppe Marotta :” ..Il tuo talento è ugualmente degno della penna e del pennello..”e ,
da par suo, Giovanni Arpino : “Carissimo
Renato, e cioè nume tutelare delle mie sorti
letterario-mondane…Mi pare che tutto peggiori ,in giro. Ho proprio bisogno di venire a
pigliare un po’ d’aria e di sorriso da te, Ada
(moglie di Cenni) e soci . A me l’alloro non
dà certo alla testa, è ingrediente che serve
meglio in cucina..” . Giulio Renato Cenni
viene alla luce nel 1906 , a Firenze,
(Quartiere S. Lorenzo) e la famiglia si trasferisce , quasi subito , prima a Montecatini e
Campo de’ fiori
di Massimo Santini
Ricordo di Renato Cenni
(1906-1977)
poi ,definitivamente a Genova (1911); dopo
una infanzia difficile costellata di mille
mestieri, riesce a seguire i corsi serali
dell’Accademia di Belle Arti di Genova. Le sue
prime esperienze sono di carattere graficopubblicitario (1930) con alcune “commesse”
di società di navigazione, ma il sodalizio con
Dario Bernazzoli ne completa la formazione
scoprendone le qualità pittoriche. Insofferente al regime fascista , nelle sue prime
mostre non manca di sottolineare tale atteggiamento nelle sue opere, nonostante le raccomandazioni alla prudenza degli amici.
Indomabile nella sua difesa della libertà, nel
1933 Cenni si arrende solamente alla bellissima ventenne Ada Varni, la quale, oltre che
moglie diventerà la sua musa ispiratrice nonché modella in molte sue splendide opere.
Nel 1937 è a Parigi e il periodo trascorso
nella capitale francese segnerà profondamente il suo stile . L’occupazione tedesca
spazza via l’atmosfera gaia e produttiva ,pregna di vivacità intellettuale . R.Cenni resta ,
pericolosamente a Parigi trasformando il
giornale per cui lavora, in un covo antinazista. Alla caduta del Fascismo torna in Italia ,
ma viene arrestato ed incarcerato nella stessa cella di Giuseppe Saragat. . Liberato dai
partigiani R.Cenni entra nella Resistenza con
lo pseudonimo di “Neri” e vi resterà fino al
1945 . Anche questo drammatico periodo
sarà ricco di opere prevalentemente grafiche..Alla fine del 1945 è a Roma dove incontrerà la “crema” della scuola romana :
Guttuso, Carpi,Soffici,Omiccioli, Mafai e tanti
altri e parteciperà ,con la sua grafica ironica
alla fondazione di un giornale politico-satirico-umoristico (LISCIO E BUSSO); quando
,tuttavia, il direttore Marco Cesarini Sforza lo
inviterà a”seguire” certe maniere pittoriche
per diventare il pittore del momento, l’indomito “toscanaccio” si accomiaterà con numerosi irripetibili improperi e tornerà alla “sua”
Genova dove riprenderà, con grande lena, la
sua attività pittorica sottolineata da un
numero sempre crescente di mostre come
“lui solo le intendeva!”.Mostre, ma anche
viaggi nei cinque continenti alla ricerca
costante di esperienze, forme,colori , incontri
e rapporti umani che modificheranno il suo
stile a tal punto da spingere la ricerca fino al
dissolversi della forma per calare nell’astrattismo puro del microcosmo.
Nel dicembre del 1959 termina la sua più
grande opera “IL CALVARIO” , la cui realizzazione è costata tra studi,esperimenti e
ripensamenti un anno di lavoro. L’opera composta di 12 tele fu offerta
e rifiutata
dall’UNESCO e successivamente anche
dall’ONU , che suggeriva , per acquisirla di
abolire ( per ragioni politiche) alcuni personaggi ivi rappresentati. L’ovvia risposta dell’artista ha consentito di poterla ammirare
(oltrechè riprodotta sulla nostra rivista) al
Museo di Genova. Nel 1977 ,purtroppo
Renato Cenni ci ha lasciato , ma egli rimarrà
sempre vivo nel nostro ricordo con le sue
opere e soprattutto con la sua eredità morale .
Quando sono entrato nel suo studio di Via
Bernardo Castello , quasi in punta di piedi, in
un silenzio irreale , girando lo sguardo nella
prima sala mi sono sentito immerso immediatamente nel favoloso mondo parigino
degli impressionisti francesi. Profondo e sensibile è stato l’influsso dei Degas, Manet,
Monet, Lautrec,Utrillo ,Van Gogh ecc sulla
pittura di Cenni , a tal punto, che ho goduto
la vista di uno stupendo Renoir firmato
Cenni. Ma se l’influsso impressionista è evidente, lo è altrettanto lo stile assolutamente
personale. L’atmosfera delle opere è soffusa,
dolce e misteriosa a volte languida a volte
delicatamente erotica , la pennellata è fitta e
policroma ma l’assieme non sprigiona mai
colori forti e la tela è lavorata a lungo in strati sovrapposti, fino a raggiungere una morbidezza di assieme vellutata e piena di calore.
I ritratti di Ada, poi trasudano amore , quasi
una sorta di contemplazione estatica della
bellezza e finanche la rappresentazione della
nudità è sottolineata da una infinità di morbidi colpi di pennello, quasi una sorta del
“pointillisme” di Pissarro, dove anche i toni
“freddi” contribuiscono a creare una figura
che esprime grande calore. Assolutamente
diverse fino ad arrivare al risultato opposto,
sono le grafiche che numerose circondano,
forse, il più bel ritratto di Ada; qui il segno è
nervoso, si snoda veloce, serpentino ; corre
sulla carta spesso con grafia violenta, quasi
volesse liberarsi dal laccio del segno e la sua
sintesi è espressiva in pochi tratti anche
quando viene completato da veloci “guache”
che calibrano i rapporti di vuoto-pieno.Nei
quadri d’ispirazione africana il colore s’imprime in modo quasi “selvaggio” e le delicate
stesure dei quadri impressionisti lasciano il
posto ad un colore dal violento cromatismo e
dallo spessore della materia. Le figure perdono la forma tradizionale e s’incupiscono in
una durezza d’immagine vicina ad una realtà drammatica propria della situazione sociale dei popoli visitati a cui Cenni non è rimasto, certo ,indifferente. Da questo momento
si succedono quadri di facciate di fabbricati
anonimi con i buchi neri delle finestre a
significare disperazione e vuoto interiore,fino
a che nell’ultima sala questo iter si concluderà ,in modo significativo, sull’analisi astratta
di un muro ed il suo microcosmo dove evidente s’infrange l’ultima speranza dell’artista
, consapevole che i grandi messaggi di pace
, l’invito solenne alla riflessione ed alla solidarietà umana espressi nel Calvario non
sono stati ascoltati da chi detiene il potere e
sono caduti nell’assenteismo colpevole dell’indifferenza generale. Noi di Campo de’
fiori caro Renato Cenni raccogliamo volentieri il testimone e riproponiamo di nuovo il
messaggio da uomini di buona volontà.
Campo de’ fiori
13
... continua a pag. 14
14
Campo de’ fiori
... continua da pag. 13
“Il Calvario” di Renato Cenni
Campo de’ fiori
15
QUINTE ALLA RIBALTA
Si cercavano braccia e sono venuti uomini: la realtà di un’utopia - GIORGIO CENNI
“Gli uomini si dividono in
cinque categorie: uomini,
mezzi uomini, ominicchi,
ruffiani e quaqquaraquà..”
sanzionava il “parrino” di
Leonardo
Sciascia
nel
romanzo Il giorno della
civetta ed aggiungeva che
di
“…
i primi sono veramente
Massimo Santini
pochi…..” Beh, senza dubbio ,tra questi pochi possiamo annoverare GIORGIO CENNI’’. Chi ,non
conoscendolo, lo incontra per la prima volta,
si trova di fronte un signore molto distinto
,elegante nel vestire , di media statura ed
asciutto nel fisico, con una folta capigliatura
spruzzata di grigio ed un paio di baffetti ad
incorniciare un sorriso che non ha mai perso
il suo credo nella vita ed il suo ottimismo,
nonostante tutto, “perché domani è un altro
giorno….” e si può sempre ricominciare; nessuno ,tuttavia, sarebbe in grado d’intuire
quale “vulcano di energia” si celi nell’animo
di questo signore, dall’aspetto tranquillo, né
quali risultati abbia ottenuto durante l’arco
della sua “incredibile vita” spesa ad applicare
con i fatti i “veri” ideali di libertà, di giustizia
e di solidarietà che diventano troppo spesso
“vuote parole” nella ribalta dei politici. E’ proprio ripercorrendo la sua vita ,dunque, che
possiamo comprendere l’uomo. Giorgio
Cenni ha i suoi natali a Sestri Ponente , come
lui stesso precisa: “…a quell’epoca era un
comune autonomo non ancora inglobato nel
territorio di Genova..,” era il 1927 . Il padre
era un’artista, bravo, ma grande sognatore,
la madre dolce ma energica. Gli anni della
sua infanzia sono sottolineati dalle condizioni
di miseria in cui versava il paese ,nel difficile
periodo a cavallo trai due conflitti mondiali:
“Era l’epoca, racconta Giorgio, della libbra di
pasta, del mezzo etto di salsa, dell’etto di
zucchero ,del quartino d’olio comprati a credito: si pagava ogni quindici giorni o quando
si poteva; per questo ho cominciato a lavorare molto presto…..”. A 13 anni ,la madre,
riesce a farlo assumere in una cooperativa di
operai metallurgici, collegata, come molte
altre, al grande gruppo industriale ANSALDO
di Genova; qui ,il giovane Cenni spera d’imparare un mestiere e poter “crescere professionalmente”, ma il suo primo incarico è
quello di “stagnare” le pentole di rame ed il
secondo è quello di “scaldachiodi”, vale a
dire, arroventare pezzi di metallo per creare
la testa dei bulloni ,necessari, ad unire le
lamiere delle navi in costruzione nei cantieri
del porto. A Giorgio sembra un lavoro faticoso ma importante per “progredire professionalmente “in alto”, fino a quando i compagni
di lavoro non lo disilludono affermando che:
“Si è vero, salirai, ma sulla tolda di una nave
in cantiere a piantar bulloni…” e il giovane
Cenni apprendista, scappa a casa, ferito non
tanto dalla rivelazione, quanto dall’arrendersi dei compagni ad un destino senza speranza, senza almeno tentare di migliorare.
Spinto più dalle necessità della famiglia, che
dai buoni uffici della madre e
del datore di lavoro, Giorgio
torna al lavoro e per “premio”, data la sua statura e
costituzione minuta, viene
messo a dare il “minio” (antiruggine) all’interno di lunghi
tubi per le condotte dell’acqua (diametro 70 cm circa);
per ricompensa oltre la scarna paga : mezzo litro di latte
al giorno. Sono gli anni “quaranta” e la guerra infuria nel
mondo. Giorgio Cenni viene
finalmente assunto
all’Ansaldo Fossati , trasformato in
industria
bellica,
come
apprendista tornitore, in quegli anni di lavoro duro e di paura (dai bombardamenti alleati all’occupazione tedesca) si trova, l’8 settembre 1943, a tentare di difendere la fabbrica, inerme, con i pochi compagni di lavoro presenti, dal previsto smantellamento da
parte dei tedeschi ; qui, assiste impotente
all’assassinio di un giovane amico e compagno di lavoro, ucciso (storico) da un ufficiale delle SS al comando di una colonna corazzata. Nel giugno del ’44 viene “rastrellato”
dalle brigate fasciste per rappresaglia ( episodio splendidamente narrato nel suo libro
nov. 2004
“Le Mura delle Cappuccine”
Sorbello Editore): picchiato e recluso nel carcere di Marassi ;sfugge alla fucilazione per
puro caso. Alla fine della guerra, negli anni
1946/47 è al lavoro nelle cosiddette “Brigate
Internazionali” per la ricostruzione dei paesi
distrutti dalla guerra e quindi nel 1950 parte
per la naja. Ventiquattro mesi di “ferma”, in
marina ,di cui 18 passati come “cuoco”
(improvvisato, beata incoscienza giovanile !)
di stanza a Venezia al servizio dell’ammiragliato ,dove restano “famose” le sue trenette
cu pesto ,ed i restanti 6 (una volta pratico) a
salvare le “ulcere” dell’equipaggio di una corvetta ,maltrattato da un cuoco, più interessato a lucrare sulle razioni che alla salute dei
commilitoni. Durante l’imbarco partecipa,
volontario, al salvataggio della propria nave
in pericolo d’affondamento, a bordo di un
rimorchiatore (Golfo Aranci – Olbia). Al termine del servizio militare torna all’Ansaldo,
che nel frattempo ha convertito il suo prodotto finito: dai carri armati ai trattori, ma
sono tempi difficili, a causa della crisi dell’industria metallurgica schiacciata dalla concorrenza dei mercati più forti ed a farne le
spese maggiori sono gli operai e le loro famiglie. Le condizioni di lavoro sono pessime:
orari stressanti, turni assurdi, nessuna assistenza, nessuna protezione, si mangia un
veloce pasto freddo,seduti sui marciapiedi
esterni alla fabbrica , ci sono i “tempi” del
cottimo ed un salario con cui si sbarca, appena, il lunario. Giorgio Cenni non si perde d’animo, amato e rispettato dai compagni per la
sua onestà e preparazione (durante la sua
vita non ha mai smesso di leggere e studiare) viene eletto come sindacalista nella
Commissione Interna e dopo mesi di scioperi e “serrate” riesce ad ottenere alcuni miglioramenti per i lavoratori e garanzie soprattutto per le donne. La difesa dei lavoratori gli
costa il “licenziamento in tronco” (1952) ed a
nulla vale il tentativo padronale di ricattarlo
proponendogli di riassumerlo a condizione di
sottoscrivere un documento di messa al
bando di qualsivoglia protesta e reclamo da
parte dei lavoratori. Lo stesso direttore generale dell’Ansaldo ,per rispetto e stima, s’impegna personalmente a trovargli un altro
lavoro e, nel frattempo, un salario minimo
per consentirgli di “tirare avanti”. Il posto
arriva presso un’impresa per costruzioni stradali; ed ancora una volta Cenni deve improvvisare; dopo un breve apprendistato viene
messo alla guida di un “caterpillar” (pala
meccanica cingolata per scavi); il lavoro , tuttavia, dura poco perché l’impresa chiude i
battenti ed il “nostro” si ritrova nuovamente
senza lavoro. Con una dose ,non comune, di
“faccia tosta” e coraggio si presenta ad una
ditta di trasporti e si professa autista di autocarri con rimorchio per il trasporto di carburanti; viene assunto sulla “parola” e questo è
il commento del suo compagno nel primo
viaggio da Genova a Chivasso: “Adesso vai
bene , ma per un bel po’ me la sono fatta
sotto …!” Nel 1955 Giorgio Cenni sposa la
sua “dolce Mariù”, una ragazza affascinante,
colta ed emancipata che, con la sua personalità ed il suo amore, diventerà la compagna ideale di tante battaglie . Dopo altri tre
anni trascorsi sulle ruote ecco la svolta!
Siamo nell’aprile del 1958 ed a G. Cenni vengono fatte due proposte di lavoro: addetto
alle escavatrici alla diga di Kariba sullo
Zambesi (Zimbabwe) o tecnico meccanico di
precisione a Berna (Svizzera) in una fabbrica
di prodotti telefonici. La scelta cade su Berna
e da emigrante “ben vestito” (come dice sorridendo lo stesso Giorgio “…Che allora per gli
svizzeri esisteva lo strano principio che gli
emigranti dovevano essere per forza individui miseri e straccioni…) prende alloggio
nella soffitta di una famiglia amica conosciuta nel dopoguerra e si presenta in fabbrica.
Già al primo contatto la prima delusione: i
tanto decantati svizzeri hanno macchinari
antidiluviani e metodi di lavoro antiquati.
Continua a pag. 44 ......
16
ITALIA 2005, regia di
Gabriele Salvatores,
con Angela Baraldi,
Claudia Zanella, Gigio
Alberti,
Andrea
Renzi, Elio Germano
e
Luigi
Maria
Burruano; fotografia
d’Italo Petriccione;
montaggio a cura di
di
Claudio Di Mauro;
Maria Cristina Caponi produzione Maurizio
Totti per Colorado Film, in collaborazione
con Medusa e Sky; distribuzione Medusa;
durata 1h e 42’
L’inquadratura iniziale di Quo vadis, baby?
ostenta un’abbozzata silhouette femminile, in atto di brandire, con ostentata
destrezza, l’obbiettivo grandangolare di
una macchina fotografica. Da quest’istante, l’evolversi della trama permetterà allo
spettatore di arguire l’identità della donna:
si tratta di Giorgia Contini (Angela Baraldi),
investigatrice privata, assoldata con lo
scopo di pedinare mogli fedigrafe. La palese imperturbabilità con cui la detective
svolge le sue indagini vacilla quando il
destino le riapre una vecchia ferita rimossa. Infatti, al suo domicilio viene recapitato un pacco contenente una dozzina di
vhs, che recano in calce la firma della
sorella Ada (Claudia Zanella), promettente
attrice, morta suicida nella sua abitazione
alle porte di Roma, sedici anni prima. Nelle
videocassette, la giovane aspirante stella
del cinema faceva reiteratamente riferimenti ad una sua relazione immorale con
un anelante regista di cui, però, taceva il
nome, menzionandolo soltanto per mezzo
della sua iniziale: A. Alle spalle di una livida Bologna, patria del noir nostrano,
Giorgia si propone di sondare i dati in suo
possesso, per giungere ad una risoluzione
del caso. Sulla sua strada si frappongono
due uomini, attratti dal comportamento
politicamente scorretto della sgraziata
agente. Il primo è un tutore dell’ordine:
l’aitante commissario di polizia Bruni
(Andrea Renzi), uomo probo su cui fare
Campo de’ fiori
Quo vadis, Baby?
affidamento; il secondo è Andrea Berti
(Gigio Alberti), un brizzolato professore di
cinema, che si fregia di un aurea intrigante per far capitolare il sesso femminile.
Inoltre, un terzo personaggio maschile
incide profondamente sull’esistenza di
Giorgia: è l’austero signor Contini (Luigi
Maria Burruano), austero ex esponente
dell’arma, che nasconde nelle pieghe del
suo volto una straziante verità, che lo attanaglia.
Tratto dal romanzo omonimo
di Grazia Verasani, Gabriele
Salvatores gira un film con un
budget volutamente ridotto di
due milioni e mezzo d’euro;
utilizzando per la prima volta
un digitale ad alta definizione,
aiutato da un eccellente tecnico della fotografia Italo
Petriccione. L’opera filmica
confezionata dal regista premio oscar nel 1991 per
Mediterraneo, segna il suo
ritorno ad una libertà sperimentale, com’è precedentemente avvenuto per Denti. Le location esterne fra cui si
aggirano le fugaci esistenze di codesti personaggi, alla resa dei
conti con i propri rovelli interiori, sono degli
squarci significativi di
Roma
e
Bologna;
metropoli connotate da
una forte personalità
storica
e
sociale.
L’inicisività iconografica
è il nodo focale su cui
punta il film; ne consegue perciò che il prodotto formale è avvinto
da un’estrinseca atmosfera poetica, dovuta al
flusso
d’immagini.
D’altra parte, il rovesciamento della medaglia si verifica nel momento in cui il pubblico si estrania da un reale interesse
verso la storia narrata, succube della gratificazione visiva.
Si può definire anomalo il ricorrere, per
una parte da protagonista, ad un’attrice
non professionista come Agela Baraldi, le
cui radici derivano dal mondo della musica. Sorprende anche la scelta che
Salvatores compie, incentrando per la
prima volta, la storia su due personaggi
femminili, legate da un vincolo familiare;
non rinuncia però a tracciare constatazioni
sulle sue solite tematiche: il rapporto
ambiguo con i genitori e la fuga dalla realtà.
Quo vadis, baby? può essere considerato
un viaggio trascendentale attraverso cui il
regista di Io non ho paura eleva un inno di
lode al cinema che ha amato. Al fine di
elogiarlo ricorre ad una ridda di citazioni
che si ripercuote nei cangianti poster e
manifesti filmici, appesi alle pareti della
casa di Ada. Metaforico il finale con cui si
chiude l’opera: un ammonimento presente
nel capolavoro di Fritz Lang M: Il mostro di
Dusserdolf a vigilare sui nostri bambini…
Campo de’ fiori
18
Capozucchi Gaia
Cimarra Viola
Cirioni Tommaso
Lu Zu Zheng
Ouafio Mariam
Patassini Andrea
Sabatini Erik
Stanila Matteo
Tulli Francesca
Yonas Asfawesn Naiher
Badzak Mehmet
Biondi Emma
Brunelli Federico
Calisti Nicolò
Corazza Tommaso
Corhama Stefano Daniele
D’Alessio Diego
Di Matteo Elisa
Fallini Francesco
Mancini Lorenzo
Marcu Berenice Iondallia
Morelli Simone
Zampelli Benedetta
Di Giacomo Sofia
Fioretti Andrea
Nucci Beatrice
Vatra Andrei
Matrimoni
05/04/2005
12/04/2005
23/04/2005
12/04/2005
11/04/2005
06/04/2005
01/04/2005
02/04/2005
04/04/2005
06/04/2005
05/05/2005
29/05/2005
17/05/2005
11/05/2005
31/05/2005
10/05/2005
31/05/2005
13/05/2005
01/05/2005
12/05/2005
09/05/2005
29/05/2005
17/05/2005
03/06/2005
06/05/2005
08/06/2005
06/06/2005
Aguzzi Katia e Urbani Marco
23/04/2005
Allegretti Giuliana e Ciommei Massimo
30/04/2005
Calamanti Emanuela e Rocchi Luca
24/04/2005
Capozucchi Giuliano e Tranzi Simona
02/04/2005
Egidi Roberto e Sanna Roberta
10/04/2005
Funari Laura e Pecilli Mirko
16/04/2005
Gentili Tiziana e Papa Maurizio
30/04/2005
Germini Rita e Lutri stefano
22/05/2005
Mancini Luana e Moscioni Marco
22/05/2005
Mancini Tiziano e Norbiato Michela
22/05/2005
Maroni Francesco e Canensi Roberta
22/05/2005
Mindel Giorgia e Nelli Fabrizio
14/05/2005
Quattrociocchi Livio e Testa Francesca
28/05/2005
Accettone Luigina E Adorno Gian Luca
04/06/2005
OLaru Daniela e Panfile Daniel Adri
09/06/2005
Pantani Alessandro e Serena Francesca
11/06/2005
Fabrica di Roma: Chi era Paolo Monfeli?
Paolo Monfeli morto all’età di 73 anni il
giorno 3 giugno 2005, è stato, secondo
me, uno dei più grandi studiosi della lingua
Italiana del territorio della Tuscia. Questo
grande Fabrichese, profondo conoscitore
della lingua Italiana, della lingua Greca e
di quella Latina, non ha avuto in vita i
giusti riconoscimenti per la grande tenacia
con cui ha lavorato assiduamente per
poter poi pubblicare un’opera di immenso
valore per il basso Viterbese.
La sua opera consiste in un libro con
vocabolario del dialetto Fabrichese il cui
titolo è “ Cento gusti non si possono
avere: di essere bella e di saper cantare. Vocabolario del dialetto di
Fabrica di Roma.”.
Solo Lui, profondo conoscitore della cultura Viterbese, poteva realizzare un’ opera
così difficile. Io personalmente, ho avuto
la fortuna di averlo come insegnante di
Italiano all’inizio degli anni sessanta,
quando frequentavo l’allora neonato
avviamento industriale di Fabrica di
Roma, trasformato successivamente in
scula media unificata. Le nozioni che lui ci
Morti
Cecchini Gillero
D’Orazio Giulio
De Franceschi Romeo
Gigante Pietro
Midossi LIliana
Paolelli Giovanni
Tuia Tullio
Vaselli Francesca
Vittori Osfelto
Bruschi Elio
Carosi Gaetana
Coretti Regina
Darida Domenica
Di Loreto Irma
Fantera Valdemiro
Leonardi Rossana
Lorenzoni Santa
Menichelli Antonio
Primanni Natalina
Pucciarmati Leonide
Rossi Giuliano
Tarani Concetta
Tuia Piramo
Zocco Rocco
Castantini Casilde
Luzi Sabatino
Nelli Annita
Patrizi Patrizio
Pesci Caterina
Piconi Giuseppina
20/04/2005
30/04/2005
13/04/2005
07/04/2005
11/04/2005
28/04/2005
29/04/2005
22/04/2005
03/04/2005
20/05/2005
22/05/2005
17/05/2005
28/05/2005
06/05/2005
01/05/2005
21/05/2005
12/05/2005
07/05/2005
15/05/2005
25/05/2005
20/05/2005
09/05/2005
18/05/2005
01/05/2005
05/06/2005
13/06/2005
17/06/2005
12/06/2005
12/06/2005
03/06/2005
ha trasferito con grande serietà e professionalità, sono a me servite moltissimo nel
proseguire gli studi e nell’attività lavorativa successiva. Quando lo incontravo per le
vie di Fabrica, mi fermavo sempre a parlare con lui, perchè, per me, lui era e rimarrà sempre il mio stimatissimo ed amatissimo
PROFESSOR MONFELI.
Arnaldo Ricci
La redazione di Campo de’ fiori, ricorda
con stima ed affetto, il Prof. Paolo Monfeli.
Civita Castellana
Civita Castellana
Natii
Campo de’ fiori
19
Protegge i tuoi valori
Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25
01033 Civita Castellana (VT)
Tel.0761.599444 Fax 0761.599369
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Il personaggio misterioso
Vi invitiamo ad indovinare il personaggio misterioso riprodotto nella foto sotto.
I primi cinque che lo identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio
offerto dalla Profumeria Paolo e Concetta:
Bar Alessandrini
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Alessandrini B.e C.
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20
Campo de’ fiori
U.N.I.T.A.L.S.I. e il treno della speranza
di Cristina Evangelisti
Loreto anno 1947 - il gruppo UNITALSI di Civita Castellana accompagnato da Don Gino Conti
foto della Sig.ra Igea Parroccini
Civita Castellana ha visto come presidenti Carlo Chiricozzi, Bruno Corazza e l’attuale presidente Anna Chiara Manocchio,
affiancata dal presidente diocesano
Giuseppe Angeli Rossi, con il Vescovo
Divo Zadi. Ogni anno, da più di cento
anni, migliaia di persone malate, provenienti da tutta l’Italia, si recano nei
Santuari di Lourdes, Fatima e Loreto,
accompagnati ed assistiti da altrettanti
barellieri, dame, sacerdoti e medici che,
volontariamente, con ispirazione cristiana e carità, ne condividono la sofferenza,
la solitudine e l’emarginazione. Luogo di
culto per eccellenza, era stato fino ad
allora il Santuario di Lourdes, ma, nel
1936, per la prima volta, per volere del
Principe viterbese Enzo di Napoli
Rampolla, partì da Roma, con destinazione Loreto, il primo treno bianco e da allora questo non si è mai fermato. Ma la
U.N.I.T.A.L.S.I. non si mobilita soltanto
per il trasporto degli ammalati verso i
luoghi di culto; essa, insieme alla CARITAS, condivide quotidianamente le problematiche sociali di chi è solo, organizza
feste, soggiorni estivi e giornate di solidarietà. Oggi, in tutta Italia, migliaia di
ragazzi e ragazze, associati alla
U.N.I.T.A.L.S.I. , hanno trovato in essa il
loro scopo di vita e cioè l’attenzione e la
solidarietà da rivolgere ai fratelli meno
fortunati con la semplicità e l’amore nel
cuore, che li porta a vedere nel fratello
malato il volto del Signore. In questo
terzo millennio, dove il mutamento degli
scenari politici e sociali hanno portato
nuove povertà e nuove sofferenze, rivolgiamo tutte le nostre speranze ai giovani
di tutto il mondo che, sotto la guida di
organizzazioni cattoliche, possano diventare anche loro “binari della speranza”.
questa continua il suo viaggio verso i luoghi di culto,
superando sia
le
difficoltà
economiche,
grazie all’intervento di numerosi benefattori, quali ad
esempio le famiglie Montanari, Morelli e
Feroldi, sia la
fine anni ‘50 - barellieri del gruppo UNITALSI di Civita Castellana
paura per i
rischi da correre in quel grave momento.
Quando ricevetti in redazione queste belNel 1946 il gruppo viene diretto da
lissime foto, mi resi subito conto che non
Angela Colamedici e nel 1977 diventa
potevano essere semplicemente pubblisottosezione di Viterbo
cate sulle pagine dell’Album dei ricordi. Si
con Angelo Costantini
doveva dare loro, e a chi vi era ritratto, il
insieme ai “pionieri” della
giusto valore, ricordare doverosamente
rinascita dell’ U.N.I.quegli uomini, quelle donne e quei sacerT.A.L.S.I. nelle persone di
doti che, avevano dedicato parte della
Otello Ammannato, Celoro esistenza ad una nobile causa: assisare Corazza, Umberto
stere ed aiutare i deboli, gli ammalati e
Mozzicarelli, Alfredo Brugli invalidi, nel loro viaggio verso i luoghi
nori, Pierina Paolelli e guidi culto e di speranza, uniti sotto un’unidati dal padre spirituale
ca bandiera: quella dell’ U.N.I.T.A.L.S.I.
Don Gino Conti e dal
A Civita Castellana l’ U.N.I.T.A.L.S.I.
Vescovo Massimiliani. In
nasce come gruppo, sotto la direzione di
tempi più recenti e sotto
Delia Tarquini, ancora prima della seconla guida del Vescovo
da guerra mondiale e, nonostante sia
Loreto 1951 - foto del Sig. Pietro Morselli
Rosina, la sottosezione di
messa a dura prova dall’evento bellico,
Campo de’ fiori
Amarcord
Via della Repubblica, o per meglio dire il
quartiere “Catamello” era, già negli anni
’50 e ’60, un quartiere in espansione.
Chi andava via dal centro storico e riusciva a comprarsi una casa nella “zona
nuova”, era considerato un benestante.
La via prolificava di negozi di ogni genere.
C’era il Bar della Stazione, allora “il Bar de
Richetta” di Pieri e Paolini, più avanti il
grande negozio di Umberto Ciarletti che
era pieno di mille bontà alimentari.
C’era Sacchetti, che lavorava il ferro,
“Magnavino” (Angeletti) il “calzolaio” ed il
forno di Finesi, tutt’ora in piena attività.
Quirino Quirini gestiva la sua macelleria e
più avanti, Giovanni Bellizzi detto “o
Barese”, esponeva in vetrina bellissime
stoffe pronte per essere modellate, dalle
mani delle abili sarte, che avevano già in
mente un nuovo modello visto su BURDA.
Poi c’era il negozio di Rosa che vendeva
bambolette e “giocarelli” e la tabaccheria
de “o sacrestano” (Crestoni). Lì, dove ora
si trova il Monte dei Paschi di Siena, c’era
la pompa di benzina di Mariani, che aveva
la sua grande insegna dall’altra parte della
strada. L’attuale negozio delle Sorelle
Bellizzi, ospitava la famosa “Trattoria dei
Cacciatori” di Giano Soli. Di fronte alla trattoria, attraversando la strada, proprio
dove ora c’è il Banco di Brescia, c’era il
Molino di “Toto” Ribaldi. Ritornando verso
la stazione c’era il marmista Sacchetti e
Carlino Bergamaschi, “o barbiere”.
Seguivano Giulia Baldoffei col negozio di
alimentari, l’osteria di Peppe Colonnelli ed
infine, l’officina dei fratelli Gomiero.
Sono passati tanti anni e chi mi ha elencato tutti questi negozi, lo ha fatto con la
preoccupazione di essersene dimenticato
qualcuno. Pertanto vogliate perdonarci
21
“Catamellesi” D.O.C.
di Cristina Evangelisti
1955 Ciarletti Umberto nel suo negozio di Via della Repubblica, 48
eventuali omissioni.
“Catamello” ha
dato via al progetto espansionistico urbano
di Civita Castellana e, i vecchi catamellesi,
ne vanno fieri,
tanto che, ogni
anno, nel mese
di Giugno, viene
organizzata una
grande festa di
quartiere.
1965 Carlo Gemma e Saverio Dentico giocano in Via della Repubblica.
Sullo sfondo l’insegna Shell di Mariani
22
Vignanello - Vallerano
IL NEGOZIO DI MIO PADRE
Il negozio di mio padre, stava
in fondo alla discesa che dal
“Poggiolo” porta alla piazza
principale di Vallerano, la piazza è posta appena al di fuori
dell’ antico centro racchiuso
dalle mura, ed è un punto di
di Emilio Annesi
raccordo con le altri parti del
paese, dalla bottega si poteva scorgere, un po’
spostato sulla destra il torrione sede del vecchio
Comune, l’ arco di accesso al borgo subito li
attaccato, e poco più in alto la facciata della
Chiesa di Sant’ Andrea, dall’ altra parte della
strada c’era e c’è tuttora il chiosco di frutta e
verdura “dell’ Assunta” , che durante i giorni di
festa, si trasforma in rivendita di porchetta e frittura, che insieme all’ anguilla marinata, sono
forse le specialità principali del paese. Fuori l’uscio del negozio un gradino in pietra che, nato
per una strada in discesa, aumentava gradatamente la sua alzata, da uno stipite all’altro della
porta, per compensare il profilo della via, e proprio dalla parte verso la piazza, dove il gradino
era più alto da terra, amavo sedermi per osservare quello che accadeva intorno. Capitava
spesso di vedere i muli che tornavano dal lavoro dei boschi, erano legati tra loro in fila indiana,
guidati da un cavallo con un grosso campanaccio al collo; con il loro camminare ritmico, sul
selciato attiravano l’attenzione di tutti, ed il
rumore che aumentava progressivamente al loro
avvicinarsi, si poteva udire ancora per un po’,
sempre più fievole anche dopo la loro scompar-
L’Angolo misterioso
Nella foto sopra è riprodotta una via
di Civita Castellana. I primi tre che la
identificheranno e ne daranno comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dalla
Vinicola Mancini
Via M.Masci,19
Civita Castellana (VT)
T.0761.513182 Ab.T.0761.517601
Campo de’ fiori
sa. Durante il periodo delle elezioni, i Valleranesi
che per indole eccedono sempre in tutto quello
che fanno, contrariamente a noi Vignanellesi,
notoriamente più parsimoniosi, erano soliti organizzare, (almeno i militanti di una certa parte
politica), delle vere e proprie sfilate di automobili, che erano aperte da un signore di una certa
età, che, con il sigaro perennemente in bocca,
guidava sicuro e fiero di se, una Bianchina che
forse già allora, si poteva considerare d’ epoca.
Ma la cosa che mi attirava di più, era quella di
ascoltare, infatti, seduti fuori della porta in estate, o all’ interno vicino ad una stufa a gas in
inverno, un gruppetto di pensionati che stazionavano quasi in pianta stabile ed insieme a mio
padre, anche lui già di una certa età, si raccontavano vicendevolmente, gli aneddoti di una
vita. I racconti della guerra prendevano inevitabilmente il sopravento. Tra di loro ricordo in
maniera piuttosto viva, tre o quattro persone, l’
Avvocato Poscia, che non credo però avesse
mai esercitato la professione forense, “Giggetto
il moretto” che indossava curiosamente un solo
guanto in pelle marrone, credo pensandoci
oggi, perché avesse semplicemente un arto artificiale, Augusto della Porta ed un altro paio di
persone, di cui però non ricordo il nome. Era una
specie di circolo culturale, in cui si parlava degli
argomenti più disparati ed in cui chiunque passava, poteva dire la sua. Di tanto in tanto entrava qualcuno, che quasi con senso di vergogna,
chiedeva a mio padre di compilare un bollettino
di conto corrente, o addirittura di scrivere una
lettera e forse quelli che entravano per comprare qualche taglio di tessuto, alla fine, erano
la minoranza.
Pillole di sapienza popolare
Da cosa deriva… “fare il portoghese”?
Agli inizi del settecento parallelamente
alla crescita economica, si sviluppò
anche una rinascita letteraria, soprattutto in Italia. I più grandi scrittori che
quel secolo conobbe, furono italiani.
I potenti di tutto il mondo amavano circondarsi di cultura e si recavano nei
salotti italici per poter apprendere l’arte dello scriver bene. In quegli anni,
motivato da una gran voglia di scambi
economici e culturali, giunse nella
penisola un ambasciatore Portoghese.
Al suo arrivo, il nostro paese ospitale,
decise di organizzare una delle feste
più memorabili per il rappresentante di
quella terra che aveva, parecchi decenni prima, reso possibile le imprese di
Cristoforo Colombo.
A quel banchetto erano invitati tutti. I
portoghesi avevano libero accesso,
mentre gli altri dovevano pagare una
quota….fu così che si generò una grande confusione.
Chiunque passava da quelle parti, per
non spendere i sudati soldi, si spacciava per portoghese.
Il risultato fu che nessuno pagò per
partecipare a quella festa dalla quale
l’Ambasciatore e lo Stato italiano contavano di trarre guadagni.
Erminio Quadraroli
Campo de’ fiori
23
Cari amici
la storia di Noel si arricchisce sempre più di nuove avventure.
Conservate gli inserti e... buona lettura
dai vostri Cecilia e Federico
...continua sul prossimo numero
Campo de’ fiori
24
Residence “La Quercia” per la terza età
la Direttrice Sig.ra Gioia Sirolli
Abbiamo incontrato la Sig.ra Gioia che ci
ha illustrato le sue linee guida per la conduzione del residence “La Quercia” e ci ha
trasmesso tanta positività e tanto ottimismo che serve ad animare e dare “gioia”
agli ospiti di questa bellissima struttura.
Ci ha accolto con il suo sorriso gentile ed
aperto e ci ha raccontato dei suoi moltissimi anni vissuti all’estero. L’esperienza da
Lei acquisita aiuterà gli anziani affinché
non restino abbandonati a se stessi ma
aiutati con terapie occupazionali ed integrati in attività sociali.
E’ stato infatti provato che, le persone istituzionalizzate, vanno incontro ad un grave
decadimento psico-fisico e così, nel rispetto della legge 9 Settembre 1996 n. 38, la
Signora impegnerà tutte le sue energie per
la realizzazione del suo progetto.
01030 Faleria (VT) - Via Prati della Banditaccia
Tel. +39 0761 588989 Fax +39 0761 587879
[email protected]
Il Residence “La Quercia” è la struttura del
Gruppo COFISAN, una casa di riposo a
pochi chilometri da Roma Nord, alle porte
di Calcata, immersa nel verde e nella pace
campestre. L’impegno che il Residence “La
Quercia” ha assunto con dedizione e professionalità è di rendere il soggiorno gradevole all’Ospite che qui trova un ambiente
ideale. Il Residence è circondato da uno
spazio verde e protetto, con appositi sentieri in cui gli ospiti possono effettuare in
libertà e sicurezza passeggiate per circa un
chilometro, con l’opportunità di soffermarsi
sulle numerose aree di sosta, nella terrazza
della piscina o arrivare fino ai laghetti. Dalle
ampie terrazze e dalle verande panoramiche si scorgono in lontananza i monti
Cimini. Gli spazi a disposizione degli ospiti
sono numerosi: sale polivalenti, sala proiezione, bar-ristorante, biblioteca e sala visita
medica. Lo staff del Residence propone
quotidianamente molteplici attività occupazionali e motorie, intervallate da iniziative
turistiche e culturali all’esterno. Le stanze
sono ampie ed eleganti con soffitti di legno
e tutte con terrazze, giardino ed ampie
finestre.
Sono tutte dotate di servizi privati con
vasca o doccia. Ciascun letto dispone di
autonomo dispositivo di chiamata in caso di
necessità. In ogni piano è posto un bagno
assistito oltre a speciali spazi e servizi per
disabili.
I servizi offerti INCLUSI nella retta sono:
- Assistenza medica (una volta a settimana) - Attività motorie (tutti i giorni) Terapia occupazionale (tre volte a settimana) - Servizio animazione e musica dal
vivo (una volta al mese e occasioni speciali) - Servizio ristorante - Servizio bar Servizio lavanderia - Servizio in camera TV in camera - Servizio religioso (una
volta a settimana) - Servizio navetta (una
volta al mese)
I servizi NON INCLUSI nella retta sono:
- Servizio infermieristico (su richiesta
quando necessario) - Consulenze mediche
specialistiche (su richiesta) - Esami diagnostici (su richiesta) - Servizio di catering
per feste private (su richiesta) - Servizio
parrucchiere/barbiere (un volta al mese) Servizio podologia (una volta al mese) Servizio telefonico - Assistenza personalizzata - Materiale d’incontinenza Trasferimenti con l’accompagnatore.
Campo de’ fiori
L’angolo ... cin cin
Come promesso nel precedente numero,
in questo articolo affronteremo un viaggio
virtuale tra le zone vitivinicole del Lazio.
Allacciamo le cinture e partiamo! Iniziamo
il viaggio dalla provincia di Viterbo, sulle
pendici del bellissimo Lago di Bolsena, qui
viene prodotto un vino legato ad una antica leggenda del XII secolo (della quale
parleremo nei prossimi articoli) e dal
curioso nome latino: Est!Est!!Est!!! di
Monte-fiascone. Sul versante occidentale
di quest’area e precisamente a Gradoli troviamo l’Aleatico di Gradoli, un vino da dessert che prende il nome dal vitigno da cui
si ottiene.
Dirigiamoci ora sul Lago di Vico e precisamente nella zona Est, dove troviamo
la zona di produzione della D.O.C.
Vignanello. Se volgiamo l’attenzione
alla provincia di Rieti il cui territorio è
dislocato sui monti dell’Appennino,
scoviamo una sola D.O.C. Colli Della
Sabina, che viene condivisa con la
provincia di Roma, posta quasi per
intero sulla riva destra del Tevere.
Passiamo ora ad esaminare la zona
dei Castelli Romani che è senz’ombra
di dubbio la più importante per ciò
che riguarda la produzione vitivinicola,tutto ciò è dovuto ai terreni ricchi
di sali di potassio e di fosforo, ed ai
microclimi ideali, favoriti dall’azione
mitigatrice dei laghi presenti sul territorio.
Molto apprezzate, qui, sono le produzioni del Frascati provenienti da
Marmorelle nel comune di Colonna;
Santa Teresa, Cervio e Fontana
Candida nel comune di Monte Porzio
Catone; S.Anna, S. Matteo e Colle
Papa nel comune di Frascati e
Collevecchio di Grattaferrata. Per il
25
di Letizia Chilelli
vino Marino particolarmente vocate sono
le zone di Marino e Castel Gandolfo.
Per i Colli Albani si citano le zone di
Fontana di Papa a Cecchina e Pavona.
Scendiamo un pochino e troviamo la provincia di Latina, dove la viticoltura è diffusa soprattutto nell’agro Pontino, bonificato
dopo il 1932, anche se i tentativi di risanamento risalgono all’epoca di Teodorico e
di alcuni Papi tra cui Sisto V, comunque per
l’impianto dei vigneti si dovranno aspettare gli anni ’50.
Non ci possiamo allontanare da questa
zona, però, senza prima parlare di Aprilia
che può essere considerata come un naturale proseguimento dei Castelli Romani, e
di Cori. In queste zone infatti, nonostante
la drastica riduzione delle superfici coltivate, si sono rivalutati vitigni come il
Trebbiano, il Merlot e il Sangiovese.
Concludiamo questo piccolo viaggio parlando della provincia di Frosinone, qui ci
troviamo in zone dove si parla soprattutto
di vino rosso, ottenuto da vitigno
Cesanese, si citino in particolare le vigne
di Castel Cervino e di Colli Santi del comune di Paliano. Negli ultimi anni nel Lazio,
sono state fatte molte sperimentazioni di
cloni di vitigni autoctoni e di rivalutazione
e recupero di varietà tipiche delle zone
specifiche, come la Malvasia del Lazio ed i
suoi cloni, il Bombino Bianco, il Bellone e il
Cacchione. Ricordiamo che i vitigni
autoctoni a bacca bianca del Lazio
sono Malvasie, Trebbiani, Bellone,
Cacchione, Bombino Bianco e
Grechetto. Per i rossi si possono
citare il Ciliegiolo, il MontepulFrutta golosona
ciano, il Merlot, il Cabernet, il
Si l’estate è oramai arrivata,
Barbera e il Cesanese. Degna di
non puoi fare un’abbuffata.
Per sentirti leggero e rilassato,
nota è anche la produzione di uve
mangià frutta e un poco di gelato.
pregiate da tavola, principalmente
Senza avere tanta fretta,
nelle zone pianeggianti, mentre le
prepara questa fresca ricetta.
uve da vino sono generalmente
Prendi grandi e saporose pesche,
ottenute in collina e in aree con
ciliege, fragole, melone e albicocche.
terreni vulcanici. Con questo artiTaglia tutta questa frutta a cubetti,
colo si conclude la “presentazioe unita allo zucchero in una terrina metti.
ne”della nostra regione, ci accingeIntanto che per mezz’ora fai riposare,
remo quindi, nei prossimi incontri a
gelato e panna montata vai a preparare.
parlare dei vini del Lazio,quei vini
Un dolce odor d’estate nella stanza si fa sentire,
che da sempre accompagnano la
ecco, è già ora di iniziare a guarnire.
gastronomia laziale e rendono
La frutta e il suo succo metti in un fondo piatto,
ancora più gustose e serene le
poni intorno palline di gelato e qualche biscotto.
“mangiate”e le “rimpatriate”che
E per finire,prima di gustare,
tanto caratterizzano la nostra, anzi
versaci la panna già fatta montare.
permettetemi stavolta di dire con
Il sapore dell’estate solletica or ora il tuo palato,
una punta di sano orgoglio, la mia
buon appetito e goditi il preparato.
Erminio Quadraroli
tanto amata “Terra”.
Civita Castellana
I vent’anni della Confraternita S.S. Marciano e Giovanni
La Confraternita “S.S. Marciano e
Giovanni” festeggia quest’anno il ventesimo anno della sua fondazione, avvenuta il
5 aprile del 1985, quando tenne la sua
prima uscita pubblica in occasione del
Venerdì Santo.
La sua fondazione fu dovuta all’impegno di
Mons. Giuseppe Bellamaria, di molti altri
confratelli e del primo presidente della
Confraternita, Paolo Chilini.
Essa è dedicata al servizio di S.E. il
Vescovo (prima Mons. Marcello Rosina e
poi Mons. Divo Zadi), essendo coinvolta
nelle più importanti funzioni religiose e si
occupa anche di sociale, attraverso iniziative di beneficenza.
Per il ventesimo della fondazione, sono
stati ricordati con una messa i confratelli
scomparsi: Federico Mecarocci, Ferruccio
Cima, Paolo Paolelli e
Carlo Angeletti.
La giornata dei festeggiamenti ha avuto poi
una appendice festaiola, con una cena organizzata insieme alle
Consorelle dell’ Addolorata, presso l’ANSPI di
Civita Castellana.
“La mia e nostra speranza – afferma l’attuale presidente, Alessandro Corazza – è che la
nostra
Confraternita
possa essere sempre più numerosa e
impegnata”.
28
Campo de’ fiori
Centro di Diagnosi e Terapia Neuropsichiatrica,
Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica
Come riconoscere precocemente
un disturbo di linguaggio
Via T.Tasso 6/a - Civita Castellana (VT)
Tel. 0761.517522
Pur considerando l’enorme variabilità
nello sviluppo
adeguato del
linguaggio, alcuni segnali di
rischio sono
evidenziabili
molto precocemente:
Assenza della lallazione
a cura della Dott.ssa
(dai 5-7 meAnna Maria Sambuci
si ai 9-10
Logopedista
mesi)
6-7
mesi vocalizzazioni di tipo consonante + vocale: pa,
da, ba;
9-10 mesi le combinazioni diventano
più elaborate.
Assenza di utilizzazione dei gesti
deittici e referenziali (12-14 mesi)
Gesti deittici alla fine del 1° anno di vita:
mostrare: il bambino tende l’oggetto verso
l’adulto, del quale vuole attirare l’attenzione.
dare: il bambino lascia andare un oggetto
nelle mani di un adulto.
indicare: Il bambino indica con il braccio
teso e/o con l’indice puntato in una certa
direzione guardando alternativamente
l’oggetto e l’adulto.
Gesti referenziali a partire dai 12 mesi:
Il bambino dimostra attraverso alcuni gesti
come ad esempio “ciao, non c’è più, ecc.”
di usare la gestualità per comunicare
situazioni reali.
Mancanza di “schemi d’azione con gli
oggetti” (12 mesi)
es.: utilizzare il cucchiaino per mangiare.
Assente o ridotta presenza del “gioco
simbolico” (24-30 mesi)
es.: giocare a far finta di…
Vocabolario ridotto (minore di 20
parole a 18 mesi, minore di 50 parole
a 24 mesi)
Ritardo della combinazione gestoparola (dopo i 12 mesi)
es.: il bambino dice “da” mentre indica la palla.
Ritardo della comprensione di ordini
dati al bambino non troppo contestualizzati (24-30 mesi)
es.: stando in cucina si chiede al bambino di andare a prendere il sapone in
bagno.
Persistere di espressioni verbali
incomprensibili dopo i 2½-3 anni
Tutti questi segnali sono da valutare attentamente soprattutto se sono contemporaneamente presenti due o più indicatori di
rischio.
E’ possibile porre quesiti relativi agli
interventi terapeutici e diagnostici
del Centro,e ricevere chiarimenti in
proposito, visitando il sito www.centroceral.com
Per una’ulteriore esemplificazione di quanto
abbiamo finora detto riportiamo di seguito la
trascrizione di un breve racconto inventato e
verbalizzato da un bambino con disordine
fonologico, all’interno di un gioco:
FRASE DEL BAMBINO
TRADUZIONE
Tano tano tano, no le bono
Lontano lontano lontano, un re buono
bono viveva no lello ande
buono viveva in un castello grande
ande. Era una babbina,
grande. C’era una bambina
uno mago. Uno rado butto
un mago. Un drago brutto
arrida talello, vende babbina
arriva castello, prende bambina
botta via gnagna, voco butta.
porta via montagna, fuoco butta.
Maco vende babbino, miana
Mago prende bambino, chiama
babbino. Babbino colle colle
Bambino. Bambino corre corre
colle vavallo machismo
corre cavallo magico.
Colle magna, l’acqua penne voco
corre montagna, l’acqua spegne il fuoco
more i dado,
muore il drago.
Babbino vende babbina
Bambino prende bambina
botta via le papa.
porta via dal papà.
Tratto da “Il disordine fonologico nel
bambino con disturbi del linguaggio” di
Sabbadini, De Cagno, Michelazzo e
Vaquer - Edizione Springer-Verlag Italia
Campo de’ fiori
29
MESSAGGI
MESSAGGI
L’ 8 Giugno - Giampaolo Calisti e Alessandra D’Abbondanza hanno
ricevuto il più bel dono : la nascita di Michele e Mattia
Tantissimi auguri dai nonni, gli zii e tutti i parenti, congiuntamente a
quelli della redazione di Campo de’ fiori
Per la gioia di papà Fabrizio Calisti e di mamma
Gioia Tentella l’11 Maggio è nato Nicolò.
Auguri dai nonni, zii, parenti
e dalla redazione di Campo de’ fiori
La Villa Romana in località Giardino a Sant’Oreste
di Francesco Zozi
Lungo
la strada antica
che collegava la
chiesa di S.Maria
Hospitalis con il Fontanile di
Fellonica e con la strada che
attraverso la “Molaccia” porta
al colle di Civitucola e a
Capena, considerato anche
dall’Hasby un tracciato romano,
si trovano i resti di una grandiosa villa in
parte ancora interrata e scavata nelle zone
in luce in modo pedestre.
I resti visti dai redattori della carta archeologica e dall’Hasby, constano in “tre celle
oblunghe costruite in calcestruzzo e coperte
da fornice a tutto sesto. Queste si estendevano in direzione Sud sotto il casale diruto,
la cui fondazione è rappresentata da un
grande recinto rettangolare di solido calcestruzzo coperto di “cemento idraulico”. Sulla
destra dei tre ambienti nominati, si appoggia
ad angolo retto un lungo corridoio sotterraneo largo m 5,20 e diviso in nove vani con
archi e mattoni, che posano su pilastri murati. Sia le volte a crociera, che le pareti di
queste fondazioni, sono costruite ad emplecton ed intonacate con grosso strato di
cemento e le centine degli archi ad intradosso e delle volte ornate di un rozzo ovulo di
stucco.
Sulla testata di questo corridore sono visibili macerie informi e grandi muraglioni in
opus reticolatum, che dovevano costituire
un’ala dell’edificio girante sul lato di un’area
quadrata e tagliata artificialmente,nonché
sul fianco destro sostenuta da solidi pilastri
di calcestruzzo.”
In questo scavo sono stati messi in luce ad
ovest del “lungo corridore sotterraneo” un
impianto termale rivestito di pavimenti musivi di tesserine vitree verdi. A fianco di questi
vi sono numerosi ambienti di cui non è possibile ricostruire la funzione, adibiti ora a
“restauro” dei numerosi frammenti di decorazione pittorica. Si tratta di affreschi di ottima fattura con soggetti mitologici e marini,
che mantengono ancora i loro colori in
buono stato.
Nella stalla si trovano resti di decorazione
musiva in tessere bianco/nere. Non è possibile intuire il disegno coperto di letame. Le
tessere che si trovano in superficie sono
molto belle di circa 2 cm le bianche;1cm x2
cm le nere.
La recinzione moderna della terra da a ovest
sulla strada che conduce a Fellonica è costituita da macerie. La strada taglia pochi metri
sotto l’ingresso attuale del fondo da un muro
in laterizio terminante nei pressi di un terreno di proprietà Napoleoni, in cui sono stati
trovati dei cunicoli rivestiti di Signino facenti
parte di una cisterna forse legata a qualche
struttura della villa ora persa..
Dalla villa, in completo abbandono, provengono materiali, alcuni dei quali riutilizzati
nella vicina Chiesa di S. Maria Hospitalis.
E’ ora che le autorità competenti intervengano per sbloccare questa scandalosa situazio-
ne. I nostri beni culturali vanno difesi.Da
tempo l’Associazione Pro Loco ha chiesto al
Comune che questa località venga inserita
come parco archeologico nel futuro piano
Regolatore.
Le immagini testimoniano il degrado in cui
l’area versa.
Anni ‘70 - La maestra Ceccarelli con i suoi ex alunni
Castel Sant’Elia - Asilo infantile anno 1941
30
Campo de’ fiori
Album d
Civita Castellana 1960 - gruppo di amici - foto del Sig. Trequattrini Antonio
Campo de’ fiori
dei ricordi
Civita Castellana anni ‘50 Colonia estiva
foto della Sig.ra Loretta Manoni
31
32
Campo de’ fiori
Roma che se n’è andata: luoghi figure, personaggi
Le usanze che furono
Allorquando ritorna alla memoria
qualche vecchia
Usanza popolare
romana, può succedere che subentri uno stato di
indicibile nostalgia e tutto ciò a
prescindere dalla
circostanza che di
quella usanza se
di Riccardo Consoli
ne abbia diretta
conoscenza; infatti basta sfogliare alcune incisioni dell’epoca,
per rendersi conto di quello che queste antiche usanze rappresentavano e sapevano
offrire. Tutti i romani e le romane sono fermamene convinti di essere allegri a questo
mondo e ciò, indipendentemente dalle vicissitudine della vita quotidiana, portando innato quell’ ottimismo e quella spensieratezza
che è, probabilmente, la loro migliore qualità; c’è chi molto spesso non ha casa, né
mezzi, né sicurezza per il domani, ma canta,
ride ed è sempre in movimento. Vivendo
quasi sempre all’aperto ed esercitando
mestieri faticosi, ma lavorando poche ore al
giorno, i romani mangiano bene, bevono
meglio, si divertono in campagna a tutte le
feste e, vestendo costumi pittoreschi, sono
proprio belli. Circa l’abbigliamento gli uomini,
vestono un costume costituito da una giacchetta di velluto che non arriva alla cintola,
generalmente gettata sulle spalle, un panciotto dello stesso tessuto, una camicia candida, la vita cinta da un’ampia fascia a colori, i calzoni simili alla giacca affibbiati sotto il
ginocchio, le gambe rivestite da calze a colori, ai piedi una scarpa di cuoio con una larga
fibbia che ricurva ai lati, camminando, batte
per terra. Le donne indossano anch’esse una
giacchetta di velluto o di cotone a colori, con
colli e petti rovesciati e adorni di pizzi, maniche rigonfie all’altezza dell’omero e, quindi,
strette fino al polso, le vesti dello stesso tessuto e colore, scendono fino al collo del
piede che calza una scarpa di cuoio; le
ragazze portano ancora un grande pettine
d’argento e uno stiletto, il cosiddetto spadino, infilato nelle trecce che serve come ornamento e come difesa, alle orecchie lunghi
pendenti. In altra occasione ho già ricordato
di Giggi Zanazzo, che di romani e di romanità se ne intendeva e che, per meglio rendere l’idea, ha lasciato alcune significative indi-
cazioni sulle abitudini della sua città dove:
“…er primo dell’anno se màgneno le lenticchie e l’uva, perché chi magna ‘ste dù cose,
dice, che conta quatrini tutto l’anno;
“…er giovedì grasso se màgneno le frappe, li
bocconotti e li ravioli;
“…in Quaresima ceci, baccalà e maritozzi a
tutta battuta;
“…er giorno de San Giuseppe le frittelle e li
bignè;
“…er giorno de Pasqua l’agnello, er brodetto,
l’ova, er salame, e la pizza rincresciuta;
“…in Aprile er capretto gentile:
“…pè l’Ascenzione la giuncata;
“…la notte de San Giuvanni se màgneno le
lumache;
“…pè Settembre l’uva che fatta e ‘r fico che
pènne;
“…in Ottobbere che se fanno le svignate,
gnocchi e maccaroni a tutto spiano;
“…pè li Morti se màgneno le fava pè minestra e poi, le fava da marto dorce e l’ossa da
morto;
“…pè San Martino s’opre la botte e s’assaggia er vino novo;
“…pè Natale se màgneno li vermicelli cò l’alice, l’anguilla, er salamone, li broccoli, er
torrone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.
Ma vediamo di ripercorrere e rivivere insieme
qualcuna di quelle usanze che furono.
Innanzi tutto è interno al vino, bianco o
rosso che sia, è intorno al litro , alla foglietta, al quartino, al bicchieretto ed al sospiro
che si incentra tutta una gamma di cerimonie e rituali, tutta una folla di personaggi, di
protagonisti, di generici e di spettatori –
attori; dall’oste gran sacerdote di questo
moderno Tempio di Bacco al carrettiere che
da tempi remoti fa la spola tra le vigne dei
Castelli e le osterie di Regola e di Trastevere,
piuttosto che di Monti e di Testaccio. Ciò
detto, come non ricordare le famosissime
Ottobrate romane con i tavernieri ritti sulle
porte delle osterie ad aspettare le carrettelle
che giungevano sul posto a tre, a sei o a
dieci? Come rinunciare ad assistere a queste
splendide parate che preannunciano ancora
più splendide magnate e bevute?
Nessun avvenimento sarebbe mai riuscito a
distogliere i romani da quelle gite fuori porta,
infatti, si può tranquillamente credere al cronista dell’epoca che nell’anno 1924,
sull’Almanacco di Roma, commentando la
situazione interna del paese, ricordava come
il mese di Ottobre così gravido di avvenimenti nelle altre città d’Italia, per i noti fatti
politici, non lo era a Roma, perché a Roma in
Ottobre si fanno le Ottobrate. I romani non
rinuncerebbero mai in questo mese alle belle
scampagnate ed alla sosta nelle osterie suburbane; in quelle chiare domeniche di ottobre persino la sera deve lasciare per strada il
fardello delle sue tristezze se vuole affacciarsi sotto i pergolati delle osterie affollate e
rumorose. L’ingresso di queste è sempre
vigilato dal venditore di porchetta che, fatta
sera, accende il lume di acetilene affinché le
ombre non deteriorino la sua merce ancora
odorosa di forno; in mezzo ai tavoli c’è sempre un organetto che suona forte arie allegra
per impedire l’ascolto del canto malinconico
dei grilli notturni; in lontananza, i rintocchi
profondi di una campana che batte l’ora della
notte. Da quell’epoca in avanti le usanze
sarebbero state, come dire, addomesticate,
integrate e forze anche politicizzate, ma fino
a quel momento è certo che erano riuscite a
conciliare i diversi ceti e le varie classi della
popolazione.
Ma quali le usanze romane che furono?
Lo lascerò intendere con l’aiuto di alcune
rapide annotazioni scaturenti da quella tavolozza di colori frutto di alcune ricerche che,
per quanto attente, non sono mai state spinte oltre l’indispensabile evitando, in tal
modo, un superfluo appesantimento; osservazioni che, tralasciando volutamente il lato
religioso e polito di quelle straordinarie stagioni, si soffermano su alcuni elementi
gastronomici anche por ricalcare il solco di
altre opere di grande prestigio dedicate ai
romani, alla loro vita quotidiana, ai loro
costumi.
Continua sul prossimo numero
Campo de’ fiori
33
Ronciglione
Croce Rossa Italiana: serata di gala e beneficenza
“…In verità vi dico:
ogni volta che avete
fatto queste cose a
uno solo di questi
miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a
me…”.
Nessuna frase, come
questo versetto del
di Erminio Quadraroli
Vangelo di Matteo,
può descrivere appieno lo spirito che ha animato la “serata di
gala”, organizzata con maestria dal
Presidente della Sezione femminile della
C.R.I. di Ronciglione Olympia D’Onofrio
Bucossi in collaborazione con il Consiglio
Direttivo.
La fresca brezza che ha solleticato la serata
del 30 aprile scorso, in cui il buio mostrava
timidamente i lineamenti offuscati dei Monti
Cimini, è stata riscaldata dal cuore di tutti
coloro che hanno preso parte alla cena di
beneficenza presso uno dei più pittoreschi
ristoranti che si affacciano sul Lago di Vico.
L’atmosfera allegra e a tratti densa di emozioni, è stata resa ancor più elegante dalla
presenza di numerose personalità tra cui il
Commissario Provinciale della C.R.I. Egidio
Manzoni, l’Ispettrice Provinciale delle
Infermiere Volontarie Laura Casanova e il
Presidente della Sezione Femminile di Rieti
Luisella Di Marco. Mescolati alle Volontarie
del Comitato Femminile di Ronciglione, l’assessore alla cultura Alfonso Pensosi, il
Commissario del Comitato locale della C.R.I.
Enrico Lotti e altri illustri ospiti hanno unito il
piacere dalla tavola alla gioia di donare
“qualcosa” ai meno fortunati, mentre l’orchestra di Massimo Chiossi intratteneva lietamente i commensali. Una specialissima
pesca
di
beneficenza
ha,
infine,
concluso questa fantastica
serata che,
grazie
alla
chiara fama
del Ristorante
Fiorò, ha regalato raffinati sapori ai
palati dei presenti che hanno, a loro volta, arricchito
il menù di
tanta solidarietà.
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34
Campo de’ fiori
Campo de’ fiori
Civita Castellana.
La chiesa abbandonata: Santa Chiara in Via Ferretti
35
(1860-1970)
Abbandonata e dimenticata: è il singolare destino della Chiesa di Santa Chiara
in via Vincenzo Ferretti, attigua al
Convento delle Suore Clarisse Francescane del Santissimo Sacramento e
posta sul lato est del pianoro tufaceo su
cui sorge il centro storico di Civita
Castellana, in un’area urbana ricca di
insediamenti religiosi come le Chiese
Rupestri di San Selmo e San Cesareo, di
Santa Maria del Carmine, Sant’ Antonio e
Santa Chiara, appartenente quest’ultima
al complesso ospedaliero Andosilla.
Abbandonata: in quanto l’intera struttura
architettonica risulta degradata dal
tempo e dall’incuria degli uomini.
Dimenticata: dagli storici dell’arte e dagli
esperti del settore, dal clero e dagli enti
pubblici preposti alla tutela delle opere d’arte. La storia della Chiesa di Santa Chiara è
assai singolare. Nel 1860, anno di edificazione del complesso conventuale, Civita
Castellana poteva contare diversi e importanti insediamenti Francescani: San Lorenzo
al Cimitero, soppresso nel 1882, San
Francesco in piazza Matteotti, Santa Maria
del Carmine in via Ferretti e Santa Chiara
all’Ospedale Andosilla. Nel 1856, le Suore
Francescane dell’Andosilla, per divergenze
con le autorità comunali, che negarono l’utilizzo di alcuni locali destinati ad ospitare il
primo nucleo di quello che successivamente
sarebbe diventato l’ospedale cittadino,
abbandonano il convento e ritornano alla
casa madre di Roma. La popolazione di Civita
Castellana per far ritornare le religiose, ormai
parte integrante della comunità, promuove
una vasta e proficua raccolta di fondi per edificare l’attuale Chiesa di Santa Chiara, con
annesso convento, prospettante su Via
Ferretti che dal 1860, ininterrottamente fino
a nostri giorni, ospita le Suore Clarisse
Francescane. Con l’edificazione del nuovo
convento, il primitivo insediamento dello
Andosilla viene totalmente abbandonato e
destinato ad usi civili. Nel 1870, con l’ unità
d’ Italia e le leggi di spoliazione dei beni
ecclesiastici, molti conventi cittadini vengono
chiusi e soppressi: San Lorenzo al cimitero
nel 1882 e San Francesco in Piazza Matteotti
nel 1894. Sopravvivono soltanto Santa Maria
del Carmine e Santa Chiara in Via Ferretti,
grazie anche alla tenacia e alla forza secolare dell’ordine francescano di non abbandonare un centro vitale ed importante come Civita
Castellana. La Chiesa di Santa Chiara, colpisce il visitatore per la vastità e imponenza
delle strutture murarie e per la particolare
tipologia dell’impianto architettonico.
Si accede alla chiesa da una cancellata in
ferro battuto, posta tra due ampie volute con
pilastri ornamentali, posta su Via Ferretti.
Una vasta scalinata in travertino, conduce al
portale d’ingresso sormontato da un timpano
triangolare, attraverso il quale lo spettatore
accede al maestoso interno, dominato dalla
volta a botte dell’unica navata interna, illuminata da grandi finestroni sommitali collocati
sopra il rilevante cornicione interno.
La facciata ha una altezza di 20 ml., misurata dal piano di calpestio alla sommità del timpano triangolare. Sommando i tre metri dello
stilobate su cui poggia l’intera struttura, risulta immediato ed evidente il carattere di maestosità ed imponenza della facciata stessa a
dominare il modesto invaso di Via Ferretti e a
costituire un segno urbano dal forte impatto
visivo e formale. Lineare e sobria, due paraste laterali con ordine tuscanico poggianti su
di un plinto modanato con sottostante basamento in travertino, sorreggono il cornicione
a doppia fascia, recante la scritta con la dedicazione della Chiesa a Santa Chiara e il vasto
timpano triangolare dalle modanature estremamente semplici e lineari, conclude l’intera
facciata, dominata, altresì, dal portale d’ingresso e dal finestrone centrale. L’impianto
tipologico è del tipo a croce latina: un’unica navata, il transetto con le due cappelle
laterali dedicate a San Francesco e Santa
Chiara, l’altare maggiore e l’abside terminale.
In corrispondenza del transetto, sulla volta a
crociera, troviamo un vasto ed importante
ciclo pittorico, di pregevole fattura, con episodi della vita di Santa Chiara.
Sempre sul transetto, è collocato l’ingresso
alla sacrestia, parte integrante e fondamentale del complesso religioso: al piano
terra modesti ambienti con arredi e suppellettili varie ed una scala in muratura
che conduce all’alloggio posto al primo
piano, ormai completamente abbandonato. L’abside terminale, posta dietro
l’altare maggiore, conclude prospetticamente l’impianto architettonico. Le pareti laterali della vasta navata interna sono
caratterizzate da dieci paraste con ordine
tuscanico e fornice centrale, sorreggenti
l’imponente cornicione a doppia fascia
come in facciata. su cui si innesta la volta
a botte, che domina visivamente l’interno essendo collocata ad una altezza di
16 ml.. L’imponenza della facciata e dell’interno si somma alla notevole ampiezza della superfice della chiesa di 884 mq. di
superfice: un’opera architettonica, dunque,
dimensionalmente rilevante contro cui contrasta la semplicità formale delle varie membrature architettoniche. Esternamente, la
chiesa presenta i volumi della vasta sacrestia
e dei contrafforti in muratura atti a sostenere le possenti murature in tufo di ml.1,20 di
spessore, quasi a costituire un complesso
fortificato, dominato dalla copertura lignea,
parzialmente nascosta in facciata dal timpano triangolare e caratterizzata dal campanile
a vela, posto in prossimità della zona absidale. La Chiesa con l’attiguo convento, accettuata la facciata intonacata, è caratterizzata
dalla murature in tufo a faccia-vista e l’intero
sistema forma un complesso urbano ed
architettonico di rara bellezza, con i vasti
giardini e orti interni, racchiusi all’interno di
un alto muro, secondo una tipologia e un
modello derivante dai complessi conventuali
romani.
Recentemente infausti interventi hanno profondamente alterato la struttura della chiesa:
l’abside interna con i grandi finestroni è stata
trasformata in aula della scuola religiosa e la
cappella sinistra del transetto dedicata Santa
Chiara, trasformata in sacrestia della cappellina interna al convento.
Alcuni ambienti al piano terra della sacrestia,
sono stati trasformati in magazzini e locali di
servizio del refettorio. Lo stato attuale di
estremo degrado è comune a tante altre
chiese del viterbese, destinate alla lenta e
irreversibile rovina. E’ nel contempo un
gioiello dell’Arte Religiosa e uno dei tanti
capolavori che aspettano di essere studiati
ed analizzati compiutamente.
Prof. Arch. Enea Cisbani
Campo de’ fiori
36
Corchiano/Sant’Antioco
La musica no s trana oltre il Tirreno
di Ermelinda Benedetti
fare un’esperienza del genere. Il merito è
dell’attuale direttore della banda, il maestro Alessandro Achilli, artefice dell’iniziativa, al quale rivolgiamo qualche domanda.
Breve gita fuori porta per la Banda musicale “G. Verdi” di Corchiano, in occasione
del gemellaggio nato lo scorso anno, con il
Complesso Bandistico “G. Verdi” di
Sant’Antioco. Proprio nel Settembre 2004,
infatti, durante i consueti festeggiamenti
in onore della Madonna delle Grazie, era
stata la Banda sarda a visitare Corchiano,
esibendosi in un concerto serale con la
banda locale. Grande successo che si è
decisamente ripetuto domenica 13 giugno,
questa volta al cospetto degli abitanti
dell’Isola. Nonostante il grave lutto, che ha
visto la perdita di uno dei principali organizzatori della festa subito dopo l’accoglienza agli ospiti, i festeggiamenti, con
l’annuale “Palio del lancio dell’uovo”, si
sono svolti regolarmente. Entusiasmo e
curiosità hanno animato, sin dall’inizio, gli
spiriti dei componenti del gruppo di
Corchiano che, in tutto l’arco della sua storia, non aveva mai avuto l’opportunità di
Alcuni abitanti di
Via E. Di Nicola e
Largo Saragat di
Civita Castellana,
denunciano il fatto
che i marciapiedi
che attraversano i
giardini di fronte
alle
abitazioni,
vengono usati come “strada privata” da chi, a bordo
di autovetture o
motorini, deve raggiungere Via Catalano, come pure
dai furgoni, autobotti
comunali,
postini in motorino e chi più ne ha più ne metta. Inoltre numerosi cani senza museruola,
vengono lasciati scorazzare sull’area verde.
SE I BAMBINI DELLA ZONA RIESCONO A SCAMPARE A TUTTI QUESTI PERICOLI...SONO
BAMBINI DAVVERO FORTUNATI!!! Sarebbe ora di prendere qualche provvedimento o
vogliamo pensarci quando potrebbe essere troppo tardi??
(lettera firmata)
D. Come è nata l’idea di questo scambio musicale e culturale e perché proprio con questa banda?
“L’idea è nata dalla voglia di confrontarsi
con un gruppo diverso. Le bande dei paesi
che ci circondano sono tutte più o meno
simili a noi. Abbiamo scelto la banda sarda
perché ha radici culturali diverse dalle
nostre, ma allo stesso tempo abbiamo
punti in comune, come il nome, gli anni di
vita, 130 per noi e 131 per loro, il fatto che
per entrambe c’è stata sempre una continuità.”
D. Come è stata questa esperienza?
“Sicuramente molto positiva. Tutti si sono
comportati in maniera eccellente. Il gruppo si è unito moltissimo, c’è grande affiatamento e dal punto di vista musicale
sembravano dei veri professionisti. Non
me lo aspettavo e sono orgoglioso di loro!”
D. Prossimi impegni per la banda
musicale di Corchiano?
“Quest’anno scade il mio mandato di direttore ma sarei lieto se mi fosse rinnovato.
Tuttavia è in programma un concerto in
estate, probabilmente a metà luglio, e il
consueto concerto di Natale.”
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a pagina 33
Campo de’ fiori
37
CIAK SI GIRA
di Roberto Moscioni
L ‘ armata Brancaleone
tare le gesta del
Gran Ca-valiere
Bran-caleone da
Norcia (Vittorio
Gasman), impavido straccione
alla conquista
del feudo di
Eurocastro nelle
Puglie, seguito
dal suo piccolisCorchiano - Chiesa della Madonna del Soccorso
simo e imbranato esercito coCorrevano i prima anni 60, quando il cinenosciuto da tutti come
ma italiano, smise di raccontare la storia
“L’Armata Brancaleone”.
Nepi - zona della Bottata
recente di quegli anni, conosciuta nella
Tra gli interpreti troviacommedia all’italiana di Totò, Sordi, Fabrizi
mo, oltre all’incredibile
ecc.. per raccontare la storia antica quella
Vittorio Gasman, nel
delle nostre origini rivisitata in chiave
perfetto
ruolo
di
comico grottesca.
Brancaleone, anche
Il film capostipite di questo nuovo genere,
Gian Maria Volonte nel
è senza ombra di dubbio “L’ARMATA
ruolo di Teofilatto,
BRANCALEONE” del 1966 scritto e diretEnrico Maria Salerno
to da uno dei registi più prolifici della stonel Santone Zenone,
ria del cinema italiano ovvero Mario
Catherine SpaaK, la
Monicelli (regista di molti grandi successi
Metelda, l’indimenticacome: La Grande Guerra, I soliti ignoti,
bile Carlo Pisacane (da
Amici miei, tanto per citarne alcuni) che
tutti conosciuto nel
insieme agli sceneggiatori Age e Scarpelli,
ruolo di Capannelle nel
ideò un nuovo tipo di linguaggio cinemafilm I Soliti Ignoti), nel
tografico quello volgar-popolare.
ruolo di Abacuc, Folco
Fabrica di Roma - Falerii Novi
Con questo film, la commedia all’italiana
Lulli, che interpreta
Chiesa di Santa Maria in Falerii (V.Gasman - C.Pisacane - G.M.Volontè)
approdò nel lontano medioevo per racconPecoro ed infine il pic-
Civita Castellana - Loc. Pian Paradiso (Gian Maria Volontè)
colo Luigi Sangiorgi
che interpretò il personaggio Taccone e
del quale parleremo
nella seconda parte
dell’articolo
che
verrà pubblicata sul
prossimo numero di
Campo de’ fiori.
Il Film fu girato, per
volere del regista
Mario Monicelli e
dello
scenografo
Piero Gherardi, quasi
interamente nel territorio viterbese, che,
grazie alle sue bellezze naturali, si prestò
meravigliosamente come set cinematografico.
Molti furono i luoghi scelti: Nepi, Civita
Castellana, Fabbrica di Roma (nella località di Falerii Novi), Corchiano, Vitor-chiano,
Tuscanica, Viterbo, Lago di Vico,
Ronciglione, Civita di Bagnoregio e tanti
altri luoghi di questa meravigliosa terra.
... continua sul prossimo numero
38
Campo de’ fiori
La notte prima degli esami
E’ vero, come diceva
del tema di Italiano, quando dovrai sceStrano, sono i tuoi preferiti, vedrai che al
Eduardo , che gli esami
gliere tra quello letterario, o storico, o di
momento opportuno, la tua mente non ti
non finiscono mai. La
attualità. Pensi alla versione che dovrai
tradirà. Poi, riesci ad addormentarti, ma
vita da sempre mette
tradurre sia essa di latino o di greco, o di
quanti incubi e sogni strani: ti vedi davanl’uomo di fronte a prove
inglese ecc., pensi al “rebus matematico”,
ti al foglio dell’esame, te l’hanno appena
che sembrano insuperao ai compiti tecnici, che il ministero ha
consegnato, è ancora bianco, non sai da
bili: la malattia, il lavoscelto, per valutare la tua idoneità ad
che parte incominciare, poi dopo circa
ro, il successo, la famientrare nel tuo mondo futuro.
un’ora, dopo aver scelto il tema da svolgeglia, il sesso, tanto per
Arrivi così, stressato e stanco, alla notte
re, ed aver sbirciato con un pizzico di invidi Alessandro Soli
citarne alcune, ci spinprima degli esami.
dia il tuo vicino di banco che ha già riemgono a scelte a volte difficili e rischiose.
Non riesci a dormire, malgrado la camopito una pagina, inizi finalmente a scriveSiamo nel periodo degli esami
scolastici, e tutti, credo, abbiamo vissuto, come del resto la
stanno vivendo i giovani studenti d’oggi, questa particolare
esperienza. Antonello Venditti
descrisse in modo egregio e
reale, le sensazioni che si provano da studente, nella canzone “La notte prima degli
esami”, ricordando i tempi del
Liceo, già celebrati nella mitica
“Giulio Cesare” (appunto il suo
Liceo). Personalmente credo
che gli studenti, a parte il modo
di vivere e le varie riforme che
riguardano
l’insegnamento,
siano rimasti gli stessi degli
anni passati.
L’affannoso ripasso delle materie, la paura che ti attanaglia,
specialmente negli ultimissimi
giorni, non risparmia nessuno,
nemmeno i primi della classe, i
cosiddetti “secchioni”, poi, l’atSquadra di atletica del Liceo Classico “M.Buratti” di Viterbo - campionati studenteschi anno 1963
tesa spasmodica dei quadri di
milla che tua madre ha messo sul comodire….”E’ ora di alzarti, forza!” è tua madre,
ammissione. Tutto concorre a renderti insino, cerchi di non pensare a niente, inveche svegliandoti, ti riporta alla realtà di
curo, nervoso, hai paura di non farcela, le
ce…, ti alzi di scatto, vai ad aprire il libro
quel fatidico giorno, e dopo aver fatto
amnesie ti vengono a ripetizione, di colpo
dei poeti del novecento, perché non ricorcolazione, ti avvii col vocabolario sotto
dimentichi le certezze e i voti che hanno
di più il pensiero “leopardiano”, o l’imporbraccio verso il tuo destino.
caratterizzato l’intero anno scolastico. Ti
tanza della “provvidenza” nel Manzoni.
lambicchi il cervello pensando alla traccia
Campo de’ fiori
39
MESSAGGI
Tantissimi auguri a
Giancarlo Bonamin
che il 23 Giugno
ha compiuto 18 ANNI.
Auguri dalla sorella
Sonia, il fratello
Michele, dai genitori e
da Aldo.
Tantissimi auguri a
Cataldo e Simonetta Affatato
che il 7 Giugno hanno festeggiato le nozze
d’argento. Auguri particolari dagli amici
Paola, Antonio, Alessandro e Stefano Caon.
AUGURI !!!
a Michele Moscioni che il 19 Giugno ha
compiuto 23 anni.
Dalla mamma, il papà, il fratello
Roberto e da
tutti gli amici di Campo de’ fiori.
TANTISSIMI
AUGURI a
Marta Annesi e
Maria Chiara Di
Niccola che
il 23 Giugno e
il 28 Giugno
hanno
compiuto 18
ANNI.
Perchè la vita vi
possa sorridere
sempre... i vostri genitori Paola, Carmine e
Elisabetta e Massimo. Tantissimi auguri anche
dai parenti e amici
Per Marta che ha compiuto 18 anni il
23 Giugno. 18 anni per te che li compi sono un
traguardo, per me che li ricordo, un dolce rimpianto; un pensiero affettuosissimo nel giorno
che ti affacci ad assaporare la vita in tutta la
sua pienezza!!
La tua mamma Paola, il tuo papà Carmine, la
tua sorellina Noemi, i nonni, gli zii ed i cugini.
Tantissimi auguri a
Mirco Rossi e Simona Moretti
che si uniranno in matrimonio il 30
Luglio. I genitori, i parenti, tutti gli amici
e la redazione si uniscono
alla vostra gioia.
I nostri più
sinceri
auguri ai
nostri amici
Francesco
Antenore e
Loredana
Filoni che il
19 Giugno
hanno
festeggiato
il loro primo anniversario di matrimonio. LA REDAZIONE
Tantissimi
auguri a
Francesca e
Alessandro
Pantani che l’
11 Giugno
hanno coronato
il loro sogno
d’amore.
L’augurio di
una lunga vita
insieme da
parte dei
parenti, gli
amici e tutta la
redazione.
40
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42
Campo de’ fiori
Sante Ciani
e la stagione d’oro della ceramica civitonica
(1926-1940)
La ricostruzione biografica
grandi protagonisti della
dell’opera del Pittore EmiPittura Italiana: RENATO
liano Sante Ciani, particoGUTTUSO, negli anni 1939larmente attivo a Civita
1940 e RENZO MONTANACastellana negli anni ’30,
RINI, docente tra l’altro
grande protagonista della
presso il locale Istituto
ceramica
artistica
del
d’Arte, vera fucina di talenti
tempo, figura di grande
e decoratori per l’industria
interesse storiografico diartistica locale.
menticata dagli storici della
Come valente ceramista il
ceramica locale, risulta parCiani dimostra doti tecniche
ticolarmente complessa, a
non comuni: il gusto per il
partire, innanzitutto, dalla
dettaglio e per il colore, dai
data di nascita, che in seguitoni accesi e luminosi.
to a ricerche archiviali, tutCome pittore e ritrattista,
tora in corso, va posta in
prevale l’interesse e la ricerFusignano, provincia di
ca del dettaglio, delle qualiParma, nel Luglio del 1894.
tà salienti del soggetto e
Nessun documento e immal’introspezione psicologica,
gine fotografica, possono
in particolare nel ritratto del
mostrarci il pensiero e l’anotaio Midossi, prima della
spetto esteriore dell’artista.
morte: il largo cappello, la
Dati frammentari si raccolvisione frontale e ravvicinata
gono circa la formazione
del soggetto, il lieve sorriso
Sante Ciani - dipinto dei S.S. Martiri Marciano e Giovanni (1930)
artistica avvenuta, dapprima
e l’interesse per il particolapresso l’Accademia di Belle
re estremo caratterizzante il
Arti di Bologna e, successipersonaggio dato dal camL’opera mostra i Santi Patroni con sullo sfonvamente presso botteghe d’arte e pittura
meo della cravatta.
do Civita Castellana con i suoi monumenti
della città emiliana.
Negli altri ritratti dei componenti della famipiù significativi, come il Comune e il Duomo.
Nel 1929 lo troviamo a Civita Castellana,
glia del Notaio, si deve rilevare la mirabile
Tra le sue opere certe in ceramica, vanno
come responsabile della decorazione dei
esecuzione tecnica a velature dei colori ad
elencate la lunetta di un portale della Chiesa
manufatti in ceramica in alcune manifatture
olio, i toni chiaroscurali e la sintesi psicologidi Santa Chiara all’Andosilla e l’edicola votiva
artistiche locali.
ca e descrittiva dei personaggi ritratti.
di Piazza San Gregorio.
Negli anni che vanno dal 1930 al 1936, è pitIl percorso artistico e tecnico del Ciani, si
Gli anni ’30 rappresentano per la ceramica
tore e decoratore capo presso la F.A.C.I.,
rivela, dunque, estremamente lineare e
artistica locale un momento di grande fervoFabbrica Artistica Ceramiche Italiane, di
dotato di una forza artistica e culturale non
re e produzione: sono operanti manifatture
Adolfo Brunelli in Via Ferretti, importante e
comune, dapprima nelle ceramiche e sucdi grande livello produttivo come la
vitale centro della ceramica artistica locale,
cessivamente come ritrattista, segno di un
Ceramica Becchetti Bruno, (1928-1952), la
fondata nel 1926 e attiva fino al 1967.
successo ed una importanza notevole.
Ceramicaunita, (1910-1920), la Cipriani
Da testimonianze orali si rileva che risiedeva
Nel 1936, il pittore abbandona Civita
Carmine, (1932-1940), la Coletta Ugo & C.,
con la moglie e un figlio nel palazzo Trocchi
Castellana per ritornare propabilmente nella
(1900-1960), la Coramusi Antonio e Figlio,
di Corso Buozzi.
sua città natale.
(1921-1950), la Sbordoni, (1915-1950), la
Se la scarsezza e frammentarietà dei dati
In quegli anni si perde ogni traccia del Ciani.
Safac, (1924-1940), la Fratelli Crestoni di
biografici, mette a dura prova le certezze
Sante Ciani, è dunque il massimo protagoniGirolamo, (1900-1931), la Fratelli Cassieri,
della ricerca storiografica basata sulle inopsta di una stagione artistica unica e irripeti(1839-1900), la F.I.A.M., (1927-1934), la
pugnabili prove documentarie, sono invece
bile come fu la ceramica artistica civitonica
Ars Falisca, (1900-1920), La Casimiro
certe e ben documentabili le opere pittoriche
negli anni 1926-1940, basata su regole chiaMarcantoni, (1881-1960), la stessa F.A.C.I.,
e ceramiche lasciate dall’artista, nei suoi
re e semplici: una scuola d’arte creatrice di
per citare i centri più attivi e importanti.
anni di permanenza a Civita Castellana dal
valenti tecnici, committenti e imprenditori
Tali manifatture si servono, dunque, di gio1929 al 1936.
illuminati e affermati pittori.
vani pittori a cui vengono affidati i settori
Il Ciani è, dunque, una figura singolare di
Una stagione irripetibile.
dello stile e della ricerca, secondo una
pittore: tecnico e decoratore nelle ceramiche
moderna e attuale prassi.
Prof. Arch. Enea Cisbani
locali e mirabile ritrattista, dotato di un
In quegli anni troviamo a Civita Castellana,
repertorio formale e una tecnica pittorica
due giovani pittori, che poi assurgeranno a
non comune.
Durante la sua permanenza a Civita
Castellana, esegue i ritratti di alcuni maggiorenti locali: del notaio Ulderico Midossi e dei
componenti della sua famiglia, del parroco
Antonio Cardinali, del dottor Erminio Mariani
e dei figli di Adolfo Brunelli, suo datore di
lavoro e committente. Un suo dipinto dedicato ai Santi Patroni Marciano e Giovanni, è
stato eseguito nel Gennaio del 1930 e commissionato dalla Sig.ra Laura De Angelis.
Viene regolarmente esposto in ricorrenza
delle festività patronali presso il Duomo.
Campo de’ fiori
43
Indovina l’Artista
Di lato è riportato il particolare
di un famoso quadro denominato “L’urlo”. Sai dirci chi l’ha
dipinto? I primi tre che indovineranno e ne daranno comunicazione in redazione riceveranno un simpatico omaggio offerto dal Centro Parati di Selli
Vittorio
Storia e Geografia
Sai dirci qual’è la capitale
de El Salvador?
i primi tre che la indovineranno
e ne daranno comunicazione in
redazione, riceveranno un simpatico omaggio offerto da
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... ... continua da pag.15
Campo de’ fiori
“Nella stessa Italia della ricostruzione e del
piano Marshall (aprile 1948)”precisa Cenni
“avevamo strumenti e tecnologie ben più
avanzate.” Ma se l’impatto appare deludente
quella semplice constatazione accende la
miccia della consapevolezza ,giorno per giorno, di quale sia la realtà degli emigranti nel
paese elvetico. “La Svizzera – spiega Giorgio
Cenni- , neutrale durante la seconda guerra
mondiale, fu tra le prime a ricevere commesse industriali, dato che il suo apparato era
intatto e per sopperire alle numerose richieste aveva necessità impellente di mano d’opera. Per tale ragione il governo favoriva l’immigrazione dei cosiddetti “Gastarbeiter”, vale
a dire , lavoratori per lo più “stagionali”che
dovevano sostituire gli svizzeri nei lavori
pesanti a bassi costi. Per mantenere questo
stato di cose il governo elvetico ostacolava
con tutte le sue forze l’aspirazione dei lavoratori stranieri all’integrazione e dato che,nonostante tutto qualcuno riusciva lo stesso a
migliorare, si arrivò alla formazione di associazioni xenofobe fino a sottoporre con due
referendum (1970) al popolo svizzero la decisione di mantenere o meno la mano d’opera
straniera (quasi totalmente italiana). Prevalse
il “si” aprendo nuove prospettive per i lavoratori ed io compresi immediatamente che l’unica strada per progredire era la cultura e
soprattutto la “formazione professionale”. Da
quel giorno Giorgio Cenni è un treno inarrestabile: dopo l’orario di lavoro alla fabbrica si
reca al vecchio ristorante Waldhorn di Berna
( abituale ritrovo di lavoratori italiani) e con
mezzi di fortuna ed una targa poggiata sopra
un tavolino inizia un corso teorico di mecca-
nica. L’iniziativa incontra il consenso dei lavoratori ,l’aiuto del Consolato Italiano, la simpatia delle autorità svizzere ed il 28 gennaio
1966 insieme a colleghi di lavoro, con cui ha
formato un “gruppo promotore” fonda ufficialmente il CISAP (Centro Addestramento
Professionale Italiano in Svizzera). Mariù lo
ha raggiunto da tempo e lavora nella stessa
fabbrica e non manca di assisterlo nell’opera
intrapresa. La prima sede (ricorda Cenni)
viene fissata in tre stanzette e due vani di
circa 100 mq complessivi , rispettivamente al
piano terreno e nel seminterrato di una villetta al n. 7 dello Jagerweg quartiere di
Breiterrein e l’inaugurazione viene effettuata
invitando le autorità e gli industriali a visitare
una scuola dove, al di fuori di una lavagna e
qualche banco, manca tutto il resto, soprattutto le macchine dell’officina per la “pratica”
,la cui sagoma è però ordinatamente disegnata con il gesso sul pavimento. Passato un
primo attimo di scoramento la fede incrollabile di Giorgio Cenni fà il miracolo; da un’industriale italiano “venuto anche lui dal”niente”
riceve con “credito ad infinito termine” (sarà
ripagato alcuni anni dopo) una intera officina
ed i corsi possono cominciare. Da qui , pur
sempre con duro lavoro e sacrifici, la strada è
in discesa ; migliaia di alunni e tre generazioni di giovani si alternano sui banchi del
CISAP; la sede generale è oramai quella prestigiosa di Berna in Freiburgstrasse ed altre
sedi sono state aperte in tutta la svizzera.
Giorgio Cenni , prima di andare in pensione
avrà ancora il tempo di aggiungere alla sede
di Berna , con l’aiuto di prestigiosi artisti
internazionali, una superba collezione di
opere d’arte : “Perché – come afferma lui
stesso- mentre si studia è bello ed istruttivo
vivere a contatto con l’arte..”. Giorgio Cenni è
stato più volte decorato,insignito ,nominato ;
riconoscimenti ed attestati sono piovuti da
ogni dove ma io so bene che il suo premio più
grande è rappresentato dal consuntivo finale
del CISAP: ventiseimila diplomati !
Ventiseimila professionisti
ed altrettante
famiglie che hanno migliorato le proprie condizioni di vita ,integrate a pieno titolo e con
prospettive di crescita legate solamente alle
proprie capacità. Da qualche anno Giorgio
Cenni e la sua Mariù sono tornati a Genova ,
ma pensare che lui si dedichi ad un sereno
riposo è pura utopia; egli ha fondato un’associazione culturale “Il Cenacolo”, per la scoperta di giovani talenti e per attività varie
d’interesse artistico; scopertosi scrittore di
vaglia ,narra le sue memorie e racconti di
vita vissuta con un lessico semplice ,spontaneo ed umano, infine cura con particolare
affetto l’opera dello zio: il grande pittore
toscano Renato Cenni la cui monografia ,per
cortese concessione dello stesso Giorgio , è
presente in questo numero. Salutiamo ,dunque, Giorgio Cenni e per ringraziarlo colgo
l’occasione, assieme a tutta la redazione di
Campo de’ fiori, per inviargli infiniti auguri in
occasione delle sue Nozze d’Oro con la dolce
Mariù.(giugno 1955-giugno 2005). PS. Chi
volesse notizie dove rintracciare i libri scritti
da Giorgio Cenni, può scrivere alla redazione
di Campo de’fiori.
... ... continua da pag. 4
44
D. Quanto è importante fare la gavetta?
R. E’ importantissimo. La gavetta ti permette
di dire: “quest’anno sono trentun’anni che
faccio questo lavoro, venticinque che stò al
Bagaglino e venti che faccio televisione, con
la gavetta”. Non so se tra vent’anni potremo
parlare con qualcuno degli interpreti e registi
dell’attuale televisione. Adesso stai parlando
con me che ho fatto la gavetta e comunque
al Bagaglino una sorta di gavetta c’è sempre,
perché ti fanno stare con i piedi per terra,
non ti puoi montare la testa. Questo significa
la gavetta.
D. E come ha scelto i suoi personaggi e il suo
nome d’arte? R. Guarda, Martufello mi ci
chiamarono fin dall’infanzia, perché nel mio
paese, fin dall’antichità, chiamavano
Martufello il bambino più vispo e dispettoso.
Per quanto riguarda i miei personaggi, non li
ho scelti io. Il mio personaggio “principe” è il
burino, e lo dico con orgoglio, lì non c’era
niente da scegliere perché lo ero!! Tutto il
resto è frutto della creatività di Pingitore.
D. Quali altre esperienze lavorative ha
avuto? R. Sempre con Pingitore, ho fatto
delle commedie estive. Ho fatto una commedia brillante che si intitolava “Le Barzotte”,
con Laura Troschel, Lorenza Guerrieri e
Massimiliano Tortora. Non dico che fosse una
vera e propria prova da attore, ma attore
brillante si. Poi Pingitore ha riscritto “I
Menecmi” di Plauto, dove io ho avuto il doppio ruolo dei gemelli. D. Il suo rapporto con
cinema e televisione? R. Devo dire che il
cinema “non mi cerca proprio”, quindi non lo
so che rapporto ho. Si ho fatto qualcosina ma
sempre con Pingitore. Il fatto, comunque,
che il cinema non mi contatti, non mi crea
alcun problema, perché sono un artista che
lavora talmente tanto sia in televisione che in
teatro, per cui non ne sento la mancanza.
D. Farebbe un reality show? R. No, non lo
farei, perché sono talmente preso con il teatro, d’inverno, con la televisione e con tante
altre cose, che non avrei il tempo per farlo.
Non perché penso che quelli che lo fanno si
debbano “riciclare”, non ho neanche idea se
li pagano. Al momento dico no, non ho
tempo. Andare tre mesi in Brasile, ad esempio, significherebbe sacrificare mesi di lavoro
dato che d’estate ho persone e impresari che
lavorano con me e quindi puntano su di me,
non mi va di lasciare nessuno.
D. Si sentirebbe di suggerire questa carriera
ad un giovane? R. Certo che gliela suggerisco! Qual è quell’artista che stà venticinque
anni in teatro e televisione come ho fatto io
!?! Suggerire questa carriera significa che un
ragazzo oggi vent’enne, inizia e tra venticinque anni c’è ancora qualcuno che lo va ad
intervistare.
D. Il successo le ha dato molto ma le ha
anche tolto qualcosa? R. Il successo mi ha
dato molto, ma non mi ha tolto nulla perché
io sono rimasto sempre paesano, non vivo
nella grande città ma fuori, non vado spesso
a cene ufficiali, ad esempio faccio teatro per
cinque mesi in inverno e andrò più o meno
tre volte a cena fuori. Le cose positive di questo lavoro me le godo da solo, senza apparire……. Una delle cose che mi ha tolto ad
esempio, è quella che non posso “litigà coi
vigili”; alcune volte non posso essere me
stesso, nel senso che se hai dei problemi, o
per esempio accompagno mia madre in
ospedale, la gente mi dice: “ma come mai
che in televisione ridi sempre e qui no?” E io
devo dare spiegazioni. Oppure quando è
morto mio padre mi hanno chiesto un autografo nella camera mortuaria!!! Queste cose
sono un po’ negative, ma sono piccole cose.
D. Chi è stato il suo maestro? R. I miei maestri sono stati Castellacci e Pingitore. Forse
Pingitore un po’ di più, perché ha fatto anche
la regia degli spettacoli del Bagaglino. Mi
sono sempre fidato ciecamente di lui.
D. Qual è il suo comico preferito del passato? R. A me fanno ridere un po’ tutti. Sono
stato, però, un grande amante di Nino
Manfredi, perché ritengo che Nino sia stato
un grande artista, a tutto tondo. Poi è chiaro… Totò mi ha fatto impazzire, Sordi etc.
D. E di quelli giovani? R. Mi piacciano
Antonio Giuliani, Enrico Brignano che considero un bravo attore oltre che cabarettista.
Mi dispiace se magari tralascerò alcuni nomi
che mi sfuggono. Poi c’è Enzo Salvi detto “er
cipolla”, che oltre a lavorare con me, mi vuole
un bene dell’anima e altrettanto gliene voglio
io. Poi ci sono tutti i miei colleghi del
Bagaglino. D. Quanto è “doloroso” fare il
comico? R. Io penso che fare il comico sia un
dono di natura, una cosa che hai dentro. Ci
si nasce. Doloroso, come ho detto, che se
alcune volte nella vita hai un momento di tristezza e malinconia, sei costretto a “viverti”
a casa tua, perché fuori la gente vuole che
fai sempre e comunque ridere.
D. C’è qualcosa, per concludere, che vorrebbe aggiungere o che non ha mai detto?
R. Vorrei solo dire che mi auguro di lavorare
sempre. Finchè si lavora “qualcosa può succedere”. Ho questo sogno nel cassetto: di
lavorare sempre, perché oggi se non lavori
con la velocità che c’è in tutto, ti dimenticano presto. Devi stare sempre sulla cresta dell’onda.
Campo de’ fiori
Indovina Indovinello...
Sò scrivere anche bene, ma non ho occhi e
non posso leggere ciò che scrivo.
Cosa sono?
45
i primi tre che, telefonando
in redazione, daranno la
soluzione dell’indovinello
riportato qui a fianco, riceveranno
un
simpatico
omaggio offerto dalla profumeria GLAMOUR.
L’oggetto Misterioso
Vi invitiamo ad indovinare l’oggetto misterioso riprodotto nella foto di lato. I primi cinque che lo indovineranno e ne daranno
comunicazione in redazione, avranno diritto a ricevere un premio offerto dal negozio IL QUADRIFOGLIO di Foggi Antonella.
Campo de’ fiori
46
Una “Fabrica” di ricordi
storie e immagini di Fabrica di Roma
Giugno dalle bionde messi
di Sandro Anselmi
Quella sera i ragazzi erano usciti per guardare la luna, si erano sdraiati sul prato con gli
occhi verso il cielo che sembrava girasse
tutto e raccontavano di marziani e di voli fantastici. Il giorno aveva fatto molto caldo e le
cicale non s’erano ancora del tutto addormentate per lasciare la scena al concerto dei
grilli. Le lucciole giocavano fra i fili d’erba e
la loro luce sembrava riflettere quella delle
stelle.
La mietitura quell’anno era stata abbondante
e le spighe dorate, gonfie di grano. La squadra dei mietitori aveva accelerato il lavoro
per paura che il tempo si guastasse ed il
capofalce non aveva avuto un minuto di tregua, perché i falciatori gli erano sempre
sotto, pronti a sistemare i loro ‘mannelli’
sopra i ‘varzi’ da lui preparati a terra. Si sentiva, a volte, il rumore della falce affilata battere sui cannelli infilati a proteggere le dita,
ed allora qualcuno gioiva al pericolo scampato. I mietitori erano di solito uomini e, quelli
più richiesti, erano quelli con le mani grandi,
perché rendevano di più nel lavoro. C’era poi
la figura del battitore delle falci che, per l’importanza del lavoro, doveva avere provata
esperienza. I ragazzi erano poi impegnati al
trasporto dei covoni (gregne), che radunavano vicino al luogo dove si sarebbe formato il
‘cordello’ e si graffiavano fastidiosamente le
gambe con le stoppie perché allora, per loro,
non si usavano pantaloni lunghi. Il cordello
doveva essere fatto ad arte e, ad una fila di
covoni sistemati in verticale, che costituivano
la base, ne venivano coricati sopra altre due
fila a versi alterni. Sulla sommità veniva, infine, infilata una croce fatta di canne, per
scongiurare il pericolo di incendi. I ragazzi
erano stanchi per l’alacre lavoro svolto
durante il giorno, ma si erano anche divertiti
fra loro, perché quelli erano i primi giorni di
vacanza dopo la chiusura estiva delle scuole
ed avevano mangiato a volontà i gelsi maturi e le ciliegie, macchiandosi la bocca, le mani
ed i vestiti e avevano bevuto l’ “acquato di
melluzza”.
La loro gioia più grande però, era quella di
poter dormire quella notte tutti insieme nel
casale, perché all’indomani mattina, sarebbe
arrivata la trebbia nell’aia grande dal pavi-
mento scavato nel tufo bianco, e tutti i contadini dei campi vicini avrebbero portato li il
loro grano. Spuntava appena l’alba ed il
rumore del trattore che si avvicinava si faceva sempre più nitido. Tutta la manovalanza
era già pronta nell’aia ed arrivavano continui
i carretti trainati dagli asini e dalle mucche,
carichi di covoni che venivano sistemati ai lati
dello spiazzo. Tutti aiutavano a livellare la
trebbia, mentre il trattorista, con fare capace, collegava la grossa cinta di cuoio ad una
presa di forza, l’avvolgeva poi alla puleggia
della trebbia e dava, infine, l’avvio al motore
del trattore con diversi giri di manovella. Il
rito era compiuto ed allora tutto si metteva in
moto con un rumore infernale, sbattevano i
corvelli, urlavano le pulegge e le spighe venivano sgranate dall’organo battitore, con un
rumore di grandine. Sopra la trebbia salivano
con la scala almeno due persone, che inforcavano occhiali simili a quelli dei motociclisti
e si proteggevano la bocca ed il naso dalla
polvere, con un fazzoletto annodato dietro la
nuca. Uno di loro, tagliava con un falcetto il
varzo ai covoni che venivano lanciati su con
un forcone dalle persone a terra, e l’altro li
imboccava dentro l’apertura della trebbia.
Usciva allora dalle bocchette il grano che
riempiva i sacchi di iuta, e dal retro la paglia,
che i contadini sistemavano nei pagliai, da
usare per il letto degli animali domestici.
Tutto il grano che sfuggiva ai corvelli della
trebbia e cadeva a terra, per restare in mezzo
alla paglia sminuzzata dalla lavorazione,
veniva recuperato con la “sgamatura”. I contadini raccoglievano con le pale quello scarto
e lo lanciavano in alto così che il vento portava via le pagliuche ed il grano cadeva a
terra pulito. Questa operazione dava spesso
un magro bottino, ma non per questo meno
apprezzato, come quello delle spigolatrici che
andavano raccogliendo le poche spighe di
grano sfuggite ai mietitori.
Tutto era a misura degli enormi sacrifici per
aver portato a raccolta il prodotto più importante per l’alimentazione di quei tempi.
Campo de’ fiori
47
a Viterbo con
Amore e Nostalgia
Un giovane pilota mancato
“Porta il motore
su di giri, lascia
il freno, fai correre l’aereo sulla
pista, impugna
la cloche e tirala
a te fino a vedere sparire la
linea dell’orizz o n t e ”… … …
di Sandro Anselmi
sono finalmente
libero nell’aria
con il solo rumore di questo Piaggio 148 e
mi sento padrone del cielo.
La città sotto di me, le strade, le case ed i
tetti tutti colorati e poi ancora la voce
perentoria del colonnello che mi siede
accanto “picchia” ed allora vedo i trenini
della Roma Nord, fermi nella stazione,
diventare sempre più grandi, ancora più
grandi, oramai troppo grandi e ... finalmente “cabra”.
Il peso dell’aria sembra schiacciarmi e lo
stomaco mi si stringe; poi un bel giro fuori
città, sulle campagne e l’azzurro del lago
di Bolsena.
Infine , “Rientra alla base”.
Allora cerco, con mal celata tensione, di
orientarmi per individuare il campo di volo,
ma non è facile.
Alfine, più per fortuna che per perizia,
individuo le bandiere a strisce, gonfie di
vento, sui tetti dei grandi hangar e mi
appresto all’atterraggio, ma questa è la
parte più difficile.
Cerco di non perdere concentrazione, oriento l’aereo in direzione della pista, diminuisco il numero di giri ed abbasso la cloche, perdo quota ed aziono i flapps, poi mi
impegno con dolcezza sulla pedaliera e,
con un inevitabile sobbalzo, tocco terra.
Freno finalmente proprio davanti al pubblico che è lì ai lati della pista e sento con
sollievo e soddisfazione un “bravo”.
Tutto questo mi sembra
accaduto ieri, ma
sono passati tanti
anni, troppo anni.
Ero studente alle
superiori a Viterbo, ed insieme ad
altri amici che
come me facevano parte della
squadra sportiva
dell’istituto, frequentavo quell’
anno un corso di
cultura aeronautica , tenuto dagli
istruttori di volo
della scuola di
volo a vela dell’ae-
ronautica militare di Guidonia.
Tutte le lezioni teoriche si tennero nelle
sale del palazzo della provincia e le lezioni
di volo al CALE di Viterbo.
Una certa dose di incoscienza mi aiutò
molto per la buona riuscita del corso e,
sicuramente, ebbi più profitto nelle prove
di volo che in quelle teoriche, distratto
forse dalla presenza della figlia del comandante del campo che era l’ unica donna a
partecipare.
Pensare che oggi ho paura dell’aereo!!!
Campo de’ fiori
48
Sandro Anselmi
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Campo de’ fiori
49
Come eravamo
Iniziava così una
vecchia
canzone
della grande Gabriella Ferri: “tutti ar mare, a mostrà le chiappe
chiare”. In questi
primi giorni d’estate, il richiamo verso
di Alessandro Soli
la sabbia e l’acqua
salata è grande, tutti veniamo presi dalla
bramosia di tuffarci in cerca di refrigerio.
Negli anni ’60 l’italiano medio, quello che
Alberto Sordi ha così ben impersonato in
tantissimi fillms, cercava a modo suo, di
vivere l’agognata vacanza, seppur domenicale, recandosi verso le località balneari,
per poter poi dire con orgoglio, il lunedì
mattina sul posto di lavoro: “c’ero
anch’io”. Certo i romani, con Ostia,
Fregene e le altre località della costa
laziale , ad un tiro di schioppo, sono da
sempre stati dei privilegiati, rispetto a noi
che abbiamo il mare a non meno dei
canonici 70 km di Tarquinia o Ladispoli,
per citare le “onde” più famose della
zona. Lo spirito pionieristico che animava
quei “fagottari” della domenica, è rimasto invariato anche negli anni a venire,
passando dalla Tenda da campeggio, alla
Roulotte, per arrivare ai super accessoriati Campers e Caravan, vere e proprie
case viaggianti. Già, quello spirito che animava le mamme nelle levatacce del mattino, quando la casa si riempiva dei profumi
della pasta al sugo, della frittata, o
della cotoletta panata, che alzandoti
vedevi pronti in terra nei recipienti cosiddetti “termici” e, che al momento del
pranzo, rivelavano la loro vera identità,
avendo reso il cibo caldo, freddo e le
bevande fredde, calde. Il rito della partenza, quando tuo padre, che aveva la
Seicento, per un giorno rimpiangeva la
laurea in ingegneria delle costruzioni, perché l’auto, avendo il motore posteriore e il
cofano anteriore occupato dalla ruota di
scorta, lo costringeva a caricare e scaricare i bagagli innumerevoli volte. Per fortuna
che sul tettino aveva messo il portabagagli. Allora la gloriosa Seicento, pian piano
assumeva una forma piramidale, con sotto
Tutti al mare...
le sdraie, poi l’ombrellone, la ghirba
dell’acqua, il piccolo canotto, i remi
del canotto, le ciambelle, le pinne e
gli occhiali (il fucile da sub ce l’avevano
ancora in pochi), il tutto legato da quegli
elastici multicolori, che avevano alle
estremità dei piccoli ganci neri, che se
malauguratamente ti scappavano durante
la loro tensione, rischiavi tumefazioni e
dolori atroci. Poi finalmente : “Tutti ar
mare..”, o meglio, in viaggio verso il
mare, perché per fare settanta Km, considerando auto e carico, si impiegava molto
più di un’ora e mezza. In auto si sudava, i
finestrini erano aperti, ma la seicento era
quello che era, lungo la strada ogni tanto
vedevi qualche macchina ferma, il cofano
alzato, col radiatore fumante, incrociavi le
dita e proseguivi, sperando di non avere gli
stessi problemi. Ogni tanto ti attaccavi alla
borraccia, davi una sorsata e pensavi
all’arsura che avresti provato uscendo dall’acqua salata, poi la richiudevi fiducioso,
pensando al ghiacciolo arcobaleno
(ogni strisciolina colorata aveva un gusto
diverso) che avresti comprato sulla spiaggia. Infine dopo lungo penare si arrivava e,
appena compariva la spiaggia, non stavi
più nella pelle, addirittura cominciavi a
spogliarti in macchina, tanto il costumino
l’avevi già indossato a casa, come del resto
tutti i componenti della famiglia.Il problema si sarebbe presentato alla sera quando
dovevi rivestirti, allora ci avrebbe pensato
mamma, creando uno spogliatoio quadrato con i teli da spiaggia tenuti su dalle sue
mani, da quelle di papà e da quelle di tua
sorella.Dopo aver parcheggiato iniziava
l’ultima fase prima del tanto agognato
tuffo in mare: si doveva scaricare tutto,
l’onere spettava interamente a mamma e
papà, perché insieme a tua sorella, eri già
corso sulla spiaggia , incurante del bruciore che la nera e ferrosa sabbia di
Ladispoli provocava sui tuoi piedini scalzi,
correvi, correvi sempre più veloce, fino ad
arrivare al refrigerio del bagnasciuga quando……
continua sul prossimo numero......
Campo de’ fiori
51
Un’area regionale da imitare
Una delle zone più belle
d’Italia è certamente la
Umbria e L’Alto Lazio, tanto
per lo scenario ambientale
quanto per quello architettonico. Seguendo orizzontalmente l’asse viario che
a cura del Prof.
da Civitavecchia si dirige
Michele Abbate
verso Rieti e verticalmente
una linea che partendo da Perugia raggiunge
Civita Castellana, abbiamo di fronte a noi l’intelaiatura di quella vasta area umbro-laziale
che si presenta non solo molto omogenea sul
piano della geografia fisica, ma anche molto
simile sul piano della geografia umana e dell’evoluzione storica. Di questo abbiamo già
parlato, seppure per grandi linee, nel contesto di un articolo precedente. Di conseguenza, diamo per scontato che si è compreso
che siamo in presenza di un’area unitaria,
pur nelle sue differenze morfologiche, tale da
poter essere definita quasi come una regione
a se stante. Di questa area regionale,
alquanto simile sul piano fisico ed umano,
vediamo ora alcune piacevoli caratteristiche.
Innanzi tutto questa area è un ampio triangolo che si incunea tra la Toscana e le
Marche e la cui base è delimitata dall’inizio
della Campagna Romana che si apre nella
zona in cui terminano le propaggini meridionali dei Monti Sabatini e Sabini. Guardando
questo vasto territorio umbro-laziale piuttosto omogeneo, situato a nord della Capitale d’Italia, vediamo che presenta nell’insieme molteplici
aree urbane tutte
bene integrate con il
territorio che le circonda. Infatti, il passaggio dalle zone
Mario Segoni, Sindaco di
rurali a quelle induSant’Oreste: un comune
striali ed urbane, e
da imitare
viceversa, avviene in
modo armonico ed equilibrato. L’ambiente
fisico in nessuna parte risulta mai deturpato
o stravolto dagli insediamenti abitativi o dalle
attività di produzione economica poste in
essere. In moltissime aree della nostra
Penisola, al contrario, vediamo molto spesso
come lo sviluppo industriale e l’edilizia abbiano distrutto la natura e fatto scempio delle
bellezze del paesaggio. Per quanto concerne
la conservazione del patrimonio artistico presente su questa area regionale, si può dire
che esso è, nonostante tutto, ben tutelato. E
questo è merito delle locali Sovraintendenze,
oltre che dell’educazione al rispetto dell’ambiente e delle vestigia del passato promosso
con successo dalle Amministrazioni Comunali
umbro-laziali. Da Perugia
a Terni, da
Civitavecchia a Viterbo, da Rieti a Poggio
Mirteto, da Borgorose a Civita Castellana si
può constatare come sia in grandi, piccoli e
medi Comuni, si cerca di fare il possibile per
mantenere integro, tanto l’ambiente fisico,
che il patrimonio artistico. Tutto questo è
veramente encomiabile. Se pensiamo che le
popolazioni umbre, nei tempi più remoti abitavano una grande estensione della nostra
Penisola, superiore a quella degli Etruschi,
Campo de’ fiori
Periodico Sociale di
Arte. Cultura
ed Attualità edito
dall’Associazione
Accademia
Internazionale
D’Italia
(A.I.D.I.)
senza fini di lucro
Presidente
Fondatore:
Sandro Anselmi
Direttore Editoriale:
Sandro Anselmi
Un incantevole scorcio di Sant’Oreste
non possiamo non sperare che i loro eredi
contemporanei fuori dai confini dell’attuale
Umbria, si comportino verso il patrimonio
artistico ed ambientale come quelli all’interno
di questi confini. Ma anche gli abitanti dell’attuale Alto Lazio stanno dimostrando di
comportarsi molto bene nei confronti dell’ambiente e di tutto il patrimonio culturale
che li circonda. Senza togliere nulla al resto
d’Italia che si comporta altrettanto bene
verso l’ambiente e la cultura, non si può non
sottolineare come da lunghissimo tempo sia
l’Umbria che l’Alto Lazio abbiano a cuore la
salvaguardia di questi due preziosi beni per
l’essere umano. Addirittura vi sono piccoli
Comuni in questa area regionale che hanno
istituito un apposito Assessorato per
l’Ambiente ed i Beni Culturali . Inoltre vi sono
diverse Associazioni locali che da tempo si
prendono cura della natura e del patrimonio
culturale. La cosa sempre più interessante è
che tutte queste non sono iniziative isolate
od episodiche, ma iniziative che si estendono
e vanno a rafforzare una coscienza comune
ambientalista e per la tutela del patrimonio
artistico. In conclusione, ancora una volta
come si vede, natura e cultura vanno perfettamente d’accordo e si integrano a meraviglia quando si parla di Alto Lazio e di Umbria.
Visione panoramica ambientale di S.Oreste
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