Dopo il Decameron. L`oralità nelle opere latine di
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Dopo il Decameron. L`oralità nelle opere latine di
Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio Anna Cerbo Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” Riassunto La tradizione orale occupa largo spazio nel Decameron di Boccaccio e continua ad essere presente nelle opere della maturità. In questo contributo si studia in che modo l’uso delle fonti storiche e mitologiche orali obbedisca al progetto umanistico dello Scrittore di recuperare e trasmettere tessere vive di cultura, di storia e di cronaca, che sarebbero cadute inevitabilmente nell’oblio. Si individua la presenza delle esperienze napoletane e fiorentine dell’Autore nel De casibus; la presenza della storia e della cronaca coeva nel De mulieribus claris; la presenza di alcuni «testimoni» contemporanei nelle Genealogie deorum illustrium. Boccaccio mitografo inserisce, all’interno del corpus mitologico della tradizione, frammenti delle lezioni inedite di Andalò del Negro e di Paolo da Perugia, che aveva ascoltato a Napoli, e frammenti delle lezioni di Leonzio Pilato che gli aveva letto e tradotto Omero. Parole chiavi Boccaccio, scrittura, oralità, storia, mitologia Anna Cerbo, studiosa del Boccaccio latino, si è occupata anche di Dante e del Petrarca. Si è interessata della letteratura italiana fra Cinque e Seicento, soprattutto della poesia filosofica di Tommaso Campanella e di Giordano Bruno, e della cultura letteraria del primo Ottocento (Leopardi in particolare). Ha curato l’edizione critica della Furiosa di G. B. Della Porta e di un trattatello di estetica di Iacopo di Gaeta. Ha pronta per la pubblicazione l’edizione critica della Sirenide di Paolo Regio. Nel 2011 è uscita, a sua cura, la Lectura Dantis 2002-2009. Omaggio a V. Placella per i suoi settanta anni, in 4 tomi, Napoli, Il Torcoliere, Officine Grafico-Editoriali d’Ateneo, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Tra i suoi interessi più recenti si annovera lo studio del mito nella Letteratura italiana, in particolare nei suoi auctores frequentati da tempo. MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Depois do Decameron. A oralidade nas obras latinas de Boccaccio Anna Cerbo Universidade de Nápoles “L’Orientale” Resumo A tradição oral ocupa grande espaço no Decameron de Boccaccio e continua presente nas obras da maturidade. Neste artigo, estuda-se de que modo o uso das fontes históricas e mitológicas orais obedece ao projeto humanístico do Escritor, de recuperar e trasmitir fragmentos de cultura vivos, de história e de crônica, que inevitavelmente cairíam no esquecimento. Identifica-se a presença das experiências napolitanas e florentinas do Autor no De casibus uirorum illustrium [Da queda dos homens ilustres]; a presença da história e da crônica coeva no De mulieribus claris [Sobre as mulheres ilustres]; a presença de alguns «testemunhos» contemporâneos nas Genealogie deorum illustrium [Genealogias dos deuses ilustres]. O Boccaccio mitógrafo insere, dentro do corpus mitologico da tradição, fragmentos das lições inéditas de Andalò del Negro e de Paolo da Perugia, que havia escutado em Nápoles, e fragmentos das lições de Leonzio Pilato que lhe havia lido e traduzido Homero. Palavras-chave Boccaccio, escrita, oralidade, história, mitologia Anna Cerbo, estudiosa do Boccaccio latino, também pesquisou Dante e Petrarca. Dedicou-se à literatura italiana dos séculos XVI e XVII, sobretudo à poesia filosófica de Tommaso Campanella e Giordano Bruno, e à cultura literária da primeira metade do século XIX (em particular, Leopardi). Organizou a edição crítica da Furiosa de G. B. Della Porta e de um trattatello de estética de Iacopo di Gaeta. Está no prelo a edição crítica da Sirenide de Paolo Regio. Em 2011 foi publicada a Lectura Dantis 2002-2009, por ela organizada, Omaggio a V. Placella per i suoi settanta anni, em 4 tomos (Napoli, Il Torcoliere, Officine Grafico-Editoriali d’Ateneo, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”). Entre seus interesses mais recentes consta o estudo do mito na literatura italiana, em particular nos auctores que ela tem frequentado assiduamente. MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio sservatore attento della realtà umana e sociale contemporanea nel Decameron, Boccaccio sposta col tempo la propria attenzione sulla storia e sulla mitologia. Il De casibus e il De mulieribus segnano il passaggio dalla novella alla biografia; le Genealogie approfondiscono, accanto alla ricerca storica, lo studio della mitologia. Dopo lo sperimentalismo dei generi letterari giovanili, illustrato con acume critico da Vittore Branca (1976, p. 13-35), e dopo la stagione del realismo decameroniano, sempre «ambizioso e scrupoloso nell’uso della lingua» (Dionisotti, 1967, p. 139), il Certaldese si avvicina alle opere letterarie dell’amico e maestro Petrarca, soprattutto al De viris illustribus. Boccaccio continua a portare l’oralità nella scrittura letteraria anche dopo il Decameron. Se nella raccolta di novelle l’utilizzo delle fonti orali, occidentali e orientali, è utile alla fondazione e alla costruzione della prosa narrativa italiana, contribuendo all’elaborazione della struttura e all’arricchimento dei temi e degli ingredienti delle novelle, nelle opere latine l’uso delle fonti storiche e mitologiche orali obbedisce al progetto umanistico della scrittore: recuperare e trasmettere tessere vive di cultura, di storia e di cronaca che cadrebbero inevitabilmente nell’oblio. Se il novelliere, oltre ai maestri classici, prende a modello abili «dicitori» di novelle come Coppo di Borghese Domenichi, conoscitore e buon «ragionatore» di storia e di cronaca fiorentina (Decameron V, 9, 4)1, oppure Michele Scalza, arguto motteggiatore fiorentino (Decameron VI, 6, 4)2, il mitografo raccoglie e riporta, all’interno del corpus mitologico della tradizione, le inedite lezioni di Andalò del Negro, di Paolo da Perugia e di Leonzio Pilato. Dal Decameron alle opere latine giunge a compimento l’idea della scrittura come ricerca e confronto di documenti, come strutturazione, costruzione, fissazione di tessere, come un «monumentum che testifica», per usare le parole di Carlo 1 Coppo di Borghese Domenichi è ricordato anche nelle Esposizioni sopra la Comedia, a proposito di Gualdrada (Inferno, XVI, 16) e a proposito di Filippo Argenti (Inferno, VIII, esp. litt., 68). 2 «Egli non era ancora guari di tempo passato che nella nostra città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale era il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo e le più nuove novelle aveva per le mani, per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si trovavano, di poter aver lui» (Branca, 1976, p. 553). Oltre a Coppo e a Michele Scalza, nel Decameron Boccaccio cita altre fonti orali: Marino Bolgaro (V, 6) e Pietro Canigiano (VIII, 10). 23 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo Ossola nell’Introduzione a Barthes, Variazioni sulla scrittura (1999, p. XXI). Ossola osserva che «in fondo, scrivere è, inevitabilmente, accedere a una memoria più profonda della coscienza, e dunque libera e necessaria insieme» (1999, p. XIV). E ciò vale per uno scrittore come Boccaccio, per la cui intelligenza possono essere utili le riflessioni di Barthes, tra le quali: la scrittura è anche ritorno, «variando», sulla scrittura precedente, è un continuo riprendere, «è una pratica infinita» (1999, p. 43). Le pagine latine del De mulieribus, del De casibus e delle Genealogie traggono materiale innanzitutto dai libri degli antichi storici: Livio, Tacito, Valerio Massimo, Giustino e Orosio, dalle Croniche (soprattutto dalla Cronica di Giovanni Villani ampiamente utilizzata e citata nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante) e dai compendi medievali di fatti e di personaggi della storia, dalle Summae e dalle Collectiones dei miti pagani, ma anche dalla narrazione orale di racconti storici e mitologici. Boccaccio latino spesso racconta quanto aveva ascoltato e imparato a Napoli dagli uomini di cultura che frequentavano la corte angioina, soprattutto dall’astronomo e scienziato Andalò del Negro, da Paolo da Perugia, da Paolo Minorita e da altri; o ancora quanto aveva conosciuto attraverso le informazioni del padre, Boccaccio di Chellino, o di altri amici come Coppo di Borghese Domenichi. Si compiace infine di tramandare, in una efficace prosa latina, ciò che aveva visto con i propri occhi, oppure ciò che gli era capitato di ascoltare. Ma l’oralità deve essere accertata con più di una testimonianza e confrontata con la narrazione fatta dai cronisti, prima di andare a costituire la materia di un’opera decisamente letteraria, filosofica e moralistica. Era per Boccaccio una questione di metodo, del resto già presente nelle opere giovanili, piuttosto che facile «soggezione a schemi letterari», «deformazione letteraria» della realtà e delle esperienze personali (Branca, 1975, p. 235). E così, parlando dei Templari o di Filippa Catanese o ancora di Gualdrada, si confronta con i capitoli di Giovanni Villani che narrano le stesse vicende di storia e di cronaca contemporanea. Vittore Branca, sottolineando il modo boccacciano costante di «far convergere due tradizioni», di «filtrare» il racconto orale MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 24 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio attraverso testi letterari, ha individuato riscontri puntuali (errori e inesattezze comuni) tra il racconto di Villani e la narrazione di Boccaccio (1975, p. 235-242). 1. Esperienze napoletane e fiorentine nel De casibus virorum illustrium Oltre che sul piano storico e culturale, il De casibus merita attenzione su quello storiografico e letterario. Nei primi sette libri Boccaccio segue e «rimaneggia fonti antiche» (Zaccaria, 2001, p. 55); negli ultimi due libri invece utilizza fonti medievali, soprattutto le opere di Paolo Diacono, di Goffredo da Viterbo, di Martin Polono, e altre meno frequentate, quali la Chronologia Magna di Paolino Veneto, le Historie di Riccobaldo da Ferrara e il Flos historiarum terre Orientis di Aitone da Corico: la prima opera medievale sulla geografia e sulla storia dell’Asia. In più, nei libri VIII e IX del De casibus, il Certaldese si serve spesso di testimonianze dirette: quedam oculis sumpta meis describam (IX, 25, 3-4) [“descreverei certas coisas selecionadas por meus olhos”]; que fere viderim ipse iam referam (IX, 26, 8) [“contarei coisas as quais, a maior parte das vezes, eu mesmo já tenha visto”].3 Ma qualche esperienza diretta si trova anche nei libri precedenti. Nel De casibus III, 1 (Paupertatis et Fortune certamen [“confronto da Fortuna e da Pobreza”]), Boccaccio indugia nel narrare quanto un giorno aveva ascoltato a Napoli da Andalò del Negro, il dotto astrologo che gli aveva insegnato celorum motus et syderum [“o movimento dos céus e das estrelas”] (De casibus, 1983, p. 192). Ricordando una lontana lezione napoletana e ricostruendone la dissertazione su una sentenza morale presente in un testo, Boccaccio evoca come Andalò si servisse di una lepida fabella et antiquissima [“lépida e antiquissima fabulazinha”] per provare la verità contenuta in quella sentenza: Dum igitur iuvenis Neapoli olim apud insignem virum atque venerabilem, Andalum de Nigro ianuensem, celorum motus et syderum eo docente perciperem, inter legendo die una, huiusmodi verbum occurrit: «Non incusanda sydera sunt, cum sibi infortunium quesierit oppressus». Quod audiens festinus homo, esto longevus, hilari vultu inquit: – Hoc profecto lepida fabella et antiquissima probatum est –. Quam a 3 Traduções dos trechos latinos de Talita J. Juliani. 25 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo quibusdam viris egregiis nobilitate auditoribus suis et a me peroratus ut diceret, cum placidi et flexibilis esset ingenii, confestim diserto sermone sic inquit: [...]4. [“Pois enquanto eu, ainda então um jovem, estava em Nápoles sob a tutela de um insigne e venerável homem, o genovese Andalo de Nigro, estando ele a ensinar a observação do movimento dos céus e dos astros, um dia, enquanto se lia, apareceu tal frase: ‘quando um infortúnio opressor tenha sido procurado por você mesmo, os astros não devem ser acusados’. Escutando isso, o homem apressado, embora já ancião, disse com o rosto contente: ‘isto sem dúvida é demonstrado por uma graciosa e antiquíssima fabulazinha’. Como tivesse sido requisitado a concluí-la por alguns de seus alunos, homens egrégios por sua nobreza, e também por mim, e porque tinha engenho flexível e brando, com discurso eloquente, rapidamente falou desse modo:...”] Secondo la consuetudine dell’epoca la lectio consisteva nella lectura di un testo che poi il maestro commentava, come Boccaccio stesso farà con la Comedia di Dante. Boccaccio ricorda la prontezza e la piacevolezza con cui l’astrologo Andalò narrò la favola: qualità che, nella VI Giornata del Decameron, il novelliere considera indispensabili all’arte del narrare. E, come nel Decameron, anche nel De casibus III, 1, alla fine del racconto il Certaldese menziona il piacere con cui i giovani discepoli napoletani ascoltarono la favola (letitia ab assistentibus celebrata fabella est [“a fabulazinha foi celebrada com alegria por aqueles que assistiam”])5 e il commento che ne seguì. Andalò del Negro era stato dunque un esempio del ben raccontare presso la corte angioina – e con lui qualche altro narratore di professione – ed è pertanto un punto di riferimento solido per l’Autore del Decameron, insieme al modello fiorentino incarnato da Coppo di Borghese Domenichi. Ritornando agli ultimi due libri del De casibus, è soprattutto nel IX che Boccaccio racconta alcuni fatti a lui noti per esperienza diretta. Per esempio molti degli avvenimenti legati a Gualtieri di Brienne, duca di Atene e tiranno dei fiorentini, di cui egli narra i costumi e la rovina − perché così vuole Dante quando si incontrano nel sogno-visione −6, furono da lui conosciuti, in quanto testimone diretto, e accuratamente utilizzati nell’ampio capitolo 24 del libro IX. Ne viene fuori una biografia caratterizzata 4 De casibus, III, 1, 1-2 (1983, p. 192-194). De casibus, III, 1, 22 (ivi, p. 200). 6 Cfr. De casibus, IX, 23, 8-10: “[...] ut pateat posteri quos expellant quosque suscipiant cives tui” (ivi, p. 836). [“...a fim de que fique claro aos pósteros quem são aqueles que os teus conterrâneos expulsaram e aqueles que abrigaram”] 5 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 26 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio da azioni nefande (già raccontate da Giovanni Villani, Chronica XI-XII), rigorosamente commentata, che esalta il valore della libertà e condanna la scellerata crudeltà del tiranno. Sono pagine schiette, vive per il sentimento civile e patriottico che le pervade, volte a scuotere dal torpore il popolo fiorentino e a condannare colui che aveva macchiato di eterna infamia il nome di Firenze. La novità boccacciana è nel contrasto tra il ritratto di Gualtieri in vita (IX, 24) e quello del tiranno dopo la morte, quale appare alla fine del capitolo 23 del De casibus. In altri capitoli del libro IX, invece, il biografo di Certaldo racconta di personaggi contemporanei attingendo da testimonianze di seconda mano, da persone a lui vicine. Nel capitolo 21, a proposito del supplizio dei Templari, Boccaccio ricorda di aver ascoltato alcune notizie dal padre, Boccaccio di Chellino, in quanto testimone oculare delle ultime ore del Gran Maestro: [...] ut aiebat Boccaccius, genitor meus, qui tunc forte Parisius negotiator honesto cum labore rem curabat augere domesticam et se his testabatur interfuisse rebus [...] [“Como dizia Boccaccio, meu pai, que naquela época era um negociante em Paris e cuidava de aumentar seu próprio negócio com trabalho honesto, e declarava ter assistido a essas coisas”]7. In effetti il racconto delle ultime ore di Jacques de Molay è molto preciso e fedele alla verità dei fatti. E proprio questa precisione è per Vittorio Zaccaria una garanzia che il padre di Boccaccio ne fosse stato testimone oculare (1987, p. 1055; 2001, p. 54), diversamente da Vittore Branca che sostiene la dipendenza del racconto boccacciano dalla Cronica (VIII, 92) di Giovanni Villani (1975, p. 235-236). Il lungo capitolo di Filippa di Catania (De casibus IX, 26) è, invece, il frutto del racconto che il giovane Boccaccio aveva ascoltato presso la corte di Roberto, re di Gerusalemme e di Sicilia, dall’anziano Marino Bulgaro (vir annosus et ingenti memoria [“um homem já idoso que se valia de grande memória”])8 e dal calabrese Costantino Rocca, e di quanto egli stesso in parte aveva visto con i propri occhi tra il 1327 e il 7 De casibus, IX, 21 (ivi, p. 830). Cfr. De casibus, IX, 26, 1. Marino Bulgaro è citato anche nel Decameron, V, 6, 4, 39, dove la novella riscrive sostanzialmente un episodio del Filocolo. 8 27 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo 1341. Oltre a quello che il Certaldese ha scritto nell’incipit del capitolo 26 (De Phylippa Cathinensi): Me adhuc adolescentulo versanteque Roberti, Ierusalem et Sycilie regis, in aula, solitus erat vir annosus et ingenti memoria valens, Marinus Bulgarus, origine ysclanus et a iuventute sua nautice artis peritissimus, et secum calaber Constantinus de Rocca, homo tam etate quam meritis venerabilis, antiquitates seu stemata curialium recensentes, inter alia referre Robertum, tunc Calabrie ducem, iussu Caroli regis, patris sui, adversus Fredericum, Sycilie insulam occupantem, expeditionem sumpsisse [“Sendo eu, até então, um rapazinho morando no palácio de Roberto, rei da Sicília e Jerusalém, estava lá um homem já idoso que se valia de grande memória, Marino Bulgaro, originário de Ísquia e instruidíssimo na arte naval desde sua juventude, e consigo o calabrês Constantino de Rocca, homem de tantos anos quantos veneráveis méritos, contando sobre as antigas linhagens da corte, e, entre outras coisas, que Roberto, naquela época príncipe da Calábria, por ordem do rei Carlos, seu pai, conduziu uma expedição contra Frederico, que estava ocupando a ilha da Sicília.”]9, continuando nello stesso capitolo a distinguere tra le cose che aveva udito e le cose che in parte aveva visto10, è molto importante la premessa alla biografia nel capitolo 25: Excusatio auctoris ob Phylippam Cathinensem [“justificativa do autor em razão da história de Filipa da Catânia”]. Osserva Vittorio Zaccaria che qui il biografo di Certaldo anticipa la sua «ostinata ricerca della verità storica» nelle vicende di Filippa (1983, p. 1060). In più, Boccaccio non solo giustifica la presenza della biografia di Filippa alla fine del De casibus – essendo cominciata l’opera da un nobilissimo uomo, è opportuno che abbia termine con una donna plebea e vile11 –, ma motiva anche la lunghezza della storia per la sua novità, essendo nota solo a pochi, e per testimonianze orali, non attraverso la tradizione scritta (purtroppo Boccaccio non conosceva ancora le Cronache di Domenico di Gravina e di Edoardo Acciaiuoli): 9 De casibus, IX, 26, 1 (1983, p. 856). “Hec igitur, senum dictorum relatione, prima nobilitatis seu claritatis – ut rectius dixerim – Phylippe rudimenta fuisse audivi. Sed que fere viderim ipse, iam referam” (De casibus, IX, 26, 7-8, p. 858). [“Assim ouvi essas coisas, contadas pelos velhos, acerca da história da nobreza – ou melhor dizendo celebridade de Filipa. Mas daqui por diante contarei o que, por vezes, eu mesmo vi”.] 11 Boccaccio è molto attento all’incipit e all’explicit delle sue opere: pensiamo al Decameron, che inizia con un protagonista vizioso e blasfemo, ser Ciappelletto, e termina con un personaggio femminile esemplare per le sue virtù cristiane: dedizione, pazienza e umiltà. 10 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 28 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio [...] in quibus cum exordiatur a letis et in miserias finiatur, visum est, uti a nobilissimo homine operi initium datum est, sic in plebeiam degeneremque feminam finis imponeretur. Prosecuturus igitur infelicis Phylippe tam successus quam reliqua, eo quod propter sui novitatem paucis adhuc cognita sit, nec ex literis sed relatibus habeantur, non incongrue arbitratus sum, ne brevitas nimia, alibi ampliationem facile non habens, dicendorum intentionem auferat, hystoriam simul et intentum contexere, in qua quedam auribus, quedam oculis sumpta meis describam. In visis vero me minime deceptum scio; si in auditis veriora tradantur, non reprehendendus venio, cum exquisiverim certiora pro viribus12. [“...uma vez que começa com alegrias e termina em desgraças, parece que, como o início da obra foi dado por um nobilíssimo homem, da mesma forma se impõe o fim numa mulher degenerada e plebeia. Então, se seguirá o sucesso da infeliz Felipa tanto quanto o resto, e já que sua singularidade é conhecida por poucos até agora, e não se o tem por escrito mas através de relatos, para que a brevidade excessiva, não podendo ser ampliada em outra parte, não tire o desenvolvimento das coisas a se dizer, não julguei incoerente compor ao mesmo tempo a história e o seu desenvolvimento. Nela descreverei certas coisas que ouvi, e coisas selecionadas por meus próprios olhos. Sei que, nas coisas vistas, certamente não me enganei. Se no que ouvi tiverem sido transmitidas coisas mais genuínas, não devo vir a ser repreendido, uma vez que tenha procurado as mais certas segundo minhas forças.”]13 È fondamentale questa attestazione per una buona intelligenza del rapporto oralità e scrittura secondo Boccaccio, delle sue tecniche narrative e delle strutture contrappositive che caratterizzano le sue opere. Questa dichiarazione di poetica rinvia ad altre due dichiarazioni che si leggono nell’incipit del Filocolo (I, 1) e nella Lettera a Fiammetta che precede il Teseida. È cosa utile tessere la storia sconosciuta di Filippa e accompagnarla con un commento che ne spieghi la vita. Molte testimonianze orali di seconda mano sono state utilizzate, insieme alla Cronica di Villani, per raccontare l’atroce tortura dei corpi di Roberto, di Sancia e di Filippa, a proposito della quale non mancano errori, inesattezze e particolari falsi (Branca, 1975, p. 238-240). Nell’ultima parte della biografia Annalisa Carraro ha individuato forti corrispondenze con il Chronicon de rebus in Apulia gestis di Domenico di Gravina (1980, p. 259-260), che il Certaldese avrebbe conosciuto solo in un secondo momento. 12 De casibus, IX, 25, 2-4 (1983, p. 854). A tradutora agradece a ajuda do professor Paulo Sérgio de Vasconcellos e de Carol Martins da Rocha na tradução deste trecho. 13 29 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo 2. Storia e cronaca contemporanea nel De mulieribus claris Negli ultimi capitoli del De mulieribus claris, in generale «meno riusciti» degli altri per Vittorio Zaccaria (2001, p. 9), piuttosto scialbi e monotoni, dedicati a donne dell’età più recente e contemporanea, si infittisce l’uso delle fonti orali. Boccaccio trae notizie e informazioni dalle cronache del tempo e spesso dalle conversazioni con i dotti che aveva frequentato prima a Napoli e poi a Firenze. Nel capitolo di Camiola (De mulieribus, CV), che sarà una fonte primaria per il De rebus siculis del cronista siciliano Tommaso Fazello, è possibile – secondo Zaccaria – che Boccaccio raccogliesse notizie «direttamente dai baroni siciliani prigionieri a Napoli» durante il soggiorno napoletano (1970, p. 555). Molti particolari della biografia boccacciana coincidono comunque con quelli del Chronicon siculum di autore anonimo. La biografia della vedova Camiola, donna magnanima, onesta e virtuosa, lodevole per la sua pudicizia, si inserisce in una realtà storica ben delineata che è quella siciliana della guerra tra angioini ed aragonesi e della battaglia di Lipari, su cui si concentra l’attenzione del biografo. Anche nella biografia di Gualdrada, vergine fiorentina (De mulieribus, CIII), il Certaldese si rifà sia alle fonti storiche (Villani, Cronica, V, 37) e letterarie (Dante, Inferno, XVI, 37), sia alle fonti orali, secondo la sua consueta tecnica di scrittura. Il capitolo in latino su Gualdrada viene poi elegantemente tradotto in volgare nelle Esposizioni sopra la Comedia (XVI, 16-21), tanto che Giorgio Padoan considera quella traduzione una delle pagine più belle dell’opera (Padoan, 1965, p. 971). E proprio nelle Esposizioni, Inferno XVI, v. 3: «nepote fu de la buona Gualdrada» (Guido Guerra), Boccaccio indica che la fonte del racconto è l’amico e concittadino Coppo di Borghese Domenichi: Questa Gualdrada, secondo che soleva il venerabile uomo Coppo di Borghese Domenichi racontare, al quale per certo furono le notabili cose della nostra città notissime, fu figliuola di messer Bellincion Berti de’ Ravignani, nostri antichi e nobili cittadini14. 14 Esposizioni sopra la Comedia, XVI, 16 (1965, p. 690-692). MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 30 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio Un altro breve richiamo a Coppo, alla sua consuetudine di «ragionare» di fatti e di personaggi fiorentini, si legge a proposito Filippo Argenti, sempre nelle Esposizioni: Fu questo Filippo Argenti, secondo che ragionar solea Coppo il Borghese Domenichi, de’ Cavicciuli, cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare d’ariento e da questo trasse il sopranome [...].15 Ma il profilo più completo e più elogiativo si trova nel Decameron, nel proemio della nona novella della V Giornata: la novella di Federico degli Alberighi. Qui si dice che Coppo, appartenente a una ben nota famiglia fiorentina, non solo era esperto di storia e di cronaca cittadina, ma sapeva raccontare con ordine e con «ornato parlare»: Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Domenichi, il quale fu nella nostra città, e forse ancora è, uomo di grande e di reverenda auttorità ne’ dì nostri, e per costumi e per vertù molto più che per nobiltà di sangue chiarissimo e degno d’eterna fama, essendo già d’anni pieno, spesse volte delle cose passate co’ suoi vicini e con altri si dilettava di ragionare: la qual cosa egli meglio e con più ordine e con maggior memoria e ornato parlare che altro uom seppe fare16. Boccaccio fa riferimento a tre importanti parti della retorica: la dispositio (mettere in ordine) l’elocutio e la memoria, fondamentali nell’arte del raccontare, come si evince dalla novella di madonna Oretta, una «metanovella» (Freedman, 1975-1976) in cui si riflette sulla metodologia narrativa e sulla modalità della comunicazione piacevole (Decameron, VI, 1). Insieme ad altri fatti del passato, Coppo era solito raccontare ai suoi vicini, nel quartiere di S. Croce dove abitava in Firenze, le vicende di Federico e di monna Giovanna. Nella quinta Giornata del Decameron Dioneo non fa che riproporre il racconto di Coppo, «un racconto raccontato» (Alfano, 2006, p. 81) La bella novella di Federico degli Alberighi presenta qualche riscontro con una leggenda buddista, con un racconto del Pantschatantra (III, 7) e dei Mahâbhârata (XII, v. 546), con la leggenda di Hatim Taï; presenta vaghe somiglianze anche con le Metamorfosi di Ovidio (VIII, 611 ss.) e con il fabliau Guillaume au Faucon. Ma le 15 16 Esposizioni sopra la Comedia, VIII, esp. litt., 68, (ivi, p. 462). Decameron, V, 9, 4 (1976, p. 509-510). 31 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo somiglianze e i riscontri citati, individuati dall’acribia filologica e critica di Branca (1976, p. 1305-1306), risultano vaghi e approssimativi, a confronto con la caratterizzazione fiorentina propria della novella decameroniana. 3 «Testimoni» contemporanei nelle Genealogie deorum gentilium Nel trattato mitografico Boccaccio introduce come «testimoni», accanto alle antiche auctoritates, molti insigni contemporanei. L’autorità di costoro viene affiancata a quella di un gran numero di autori latini: Virgilio, Ovidio, Lucano, Cicerone, Macrobio, Valerio Massimo, Svetonio, Livio e Seneca, del quale vengono citate molte tragedie; viene accostata all’autorità di molti autori medievali, di lessicografi quali Papia e Uguccione da Pisa, di mitografi e di esegeti del mito classico, persino all’autorità dei Padri e dei Dottori della Chiesa: sant’Agostino, san Girolamo, Lattanzio, Isidoro di Siviglia, Gregorio Magno. Tra i numerosi interpreti delle favole pagane (Servio, Varrone, Fulgenzio, Marziano Capella, Alberico, Paolo da Perugia, Leonzio Pilato), c’è anche uno scrittore ed esegeta misterioso: Teodonzio. Gli autorevoli «testimoni» contemporanei si rintracciano assai frequentemente nei tredici libri delle Genealogie. Ma Boccaccio dedica a costoro un intero capitolo (il sesto: Insignes viros esse quos ex novis inducit in testes [“São homens insígnes da atualidade os que o autor introduz como testemunha”]) nel libro XV del trattato. Qui, dopo aver indicato il valore di «questi moderni sconosciuti agli ignoranti», ma ben noti a lui e molto apprezzati, il Certaldese traccia il ritratto di ognuno di loro: il genovese Andalò del Negro, il poeta fiorentino Dante Alighieri, Francesco da Barberino, il monaco calabrese Barlaam, Paolo da Perugia, il tessalonicese Leonzio Pilato, il fiorentino Paolo Geometra e Francesco Petrarca. Grazie a Paolo da Perugia e a Leonzio Pilato, Boccaccio aveva conosciuto molti miti latini e greci con una ricchezza di varianti che non può non stupire il lettore. Attraverso il recupero, nei libri delle Genealogie, di quella preziosa materia mitologica orale, patrimonio della sua memoria, vuole rendere immortali gli insegnamenti dei MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 32 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio maestri, degni di attenzione, al pari degli antichi. Il breve capitolo su Iarba (Genealogie, XI, 11) è significativo per capire come il Certaldese abbia costruito molte pagine del trattato mitografico mettendo insieme, confrontandole e discutendole, testimonianze letterarie e testimonianze orali legate al soggiorno presso la corte angioina. Alla base delle opere di Boccaccio c’è sempre un progetto culturale; c’è un metodo di ricerca e di creazione letteraria. Accanto al metodo narrativo, al quale si accennava prima, nelle Genealogie viene fuori il metodo esegetico del protoumanista − sebbene con qualche confusione e qualche approssimazione come nota Vittorio Zaccaria nell’Introduzione all’edizione critica −, che tiene conto dei quattro sensi dell’interpretazione medievale dei testi sacri (letterale, allegorico, morale e anagogico). Sono interessanti le pagine che Boccaccio dedica al mito di Perseo, proponendole come esempio di esegesi dei miti pagani (Genealogie, I, 3). L’interpretazione boccacciana si muove in direzione cristiana, seguendo soprattutto la lezione di sant’Agostino e di Fulgenzio e pervenendo ad acute quanto inedite intuizioni in alcuni capitoli, come quelli dedicati a Psiche o a Orfeo o a Pasifae o alle Muse. Grazie alla consuetudine con Leonzio Pilato, lettore e traduttore di Omero, il Certaldese avverte il bisogno di andare oltre la latinità17, di introdurre nella prosa latina delle Genealogie molti versi greci tratti dall’Iliade e dall’Odissea18, di cimentarsi nella traduzione in latino di alcuni brani mitologici di Omero, di riproporre, rielaborandoli, certi passi di Virgilio, di Ovidio e di Apuleio: esercitazioni di riscrittura e proposte traduttorie in gran parte sperimentate con Leonzio. Nelle Genealogie Boccaccio non solo raccoglie e riordina i miti pagani, confrontando le varie lezioni e ricostruendone la storia esegetica, con aggiunte inedite quando le ritiene opportune, ma racconta pure qualche avvenimento di cronaca contemporanea e qualche episodio legato alla sua vita giovanile e a quella attuale. Nel libro IV, cap. 68, narra con viva emozione, in una concitata pagina latina, in cui la 17 18 Cfr. Genealogie, XV, 7, 4. Sull’utilità e sulla funzione delle citazioni nella scrittura letteraria cfr. Genealogie, XV, 7, 2-3. 33 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo sintassi e la psicodinamica dei protagonisti ricordano indimenticabili passi del Decameron, un evento contemporaneo degno di essere immortalato: una scoperta archeologica avvenuta a Trapani. Che il Boccaccio latino avesse interesse per le rovine archeologiche lo testimoniano anche altri luoghi delle Genealogie, tra i quali la descrizione del tempio di Samo in onore di Giunone, nel Proemio del libro IX: un monumentale edificio semidistrutto e sepolto da cumuli di macerie, da rovi e da piante selvatiche, eppure eloquente per sollecitare a riflettere sulla grandezza dell’arte e sul trionfo del tempo. Ma, a confronto, molto più immediata e vibrante di sensazioni e di emozioni, di paure e di curiosità, è la descrizione del gigante rinvenuto in una grotta ai piedi del monte che sovrasta Trapani: Nam cum in radicibus montis, qui supereminet Drepano, haud longe ab oppido, non nulli agrestes ad construendam pastoralem domum fundamenta foderent, apparuit caverne cuiusdam introitus, quem cum visuri quidnam intus esset, faculis incensis fossores intrassent avidi, antrum summe altitudinis atque amplitudinis invenere. Per quod incedentes in oppositum introitus ingentis magnitudinis sedentem viderunt hominem, ex quo terrefacti repente fugam arripientes exivere antrum, nec ante tenuere cursum, quam in oppidum devenissent, occurrentibus quod viderant nuntiantes. Mirabundi autem cives visuri quidnam mali hoc esset, incensis funalibus armisque sumptis, quasi in hostem unanimes exivere civitatem, et ultra trecentos intravere speculum, videruntque, non minus quam primi stupidi, quem retulerant villici [...]19. [“Quando, pois, alguns camponeses estavam cavando alicerces para construir uma casa pastoril no sopé da montanha que se eleva em Drépano não longe da cidade, viu-se a entrada de certa caverna. Como os escavadores, com pequenas tochas acesas, adentravam ávidos para ver o que, afinal, haveria de existir lá dentro, descobriram uma cavidade da maior profundidade e grandeza. Avançando por ela viram um homem de enorme magnitude sentado em direção oposta à entrada, de quem imediatamente fugiram, apavorados, e saíram da caverna. Não detiveram o passo até que chegassem à cidade, anunciando o que tinham visto àqueles que vinham a seu encontro. Os cidadãos, então, cheios de curiosidade pelo que, pois, haveria de mal naquele ser, saíram de comum acordo da cidade, acesas as tochas e tomadas as armas, como que para enfrentar um inimigo. Mais de trezentos homens entraram na caverna e viram, não menos estupefatos que os primeiros, aquilo que os camponeses tinham relatado.”] La narrazione descrive un susseguirsi di stati d’animo e di passioni: il terrore dei contadini scavatori (terrefacti) e la meraviglia dei Trapanesi (mirabundi) che armati, in più di trecento, entrano nella grotta contro i presunti nemici; e quindi la scoperta e 19 Si legga per intero il lungo e bellissimo brano delle Genealogie, IV, 68, 5-10, che nell’Autografo si presenta in aggiunta marginale. In questo racconto mimesi e descrizione raggiungono livelli alti. MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 34 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio l’osservazione del corpo del gigante che, appena toccato, si dissolve quasi tutto in polvere; successivamente il rinvenimento di tre denti mostruosi ancora fissi nella bocca del gigante che, alla fine, legato ad un filo di ferro, viene sospeso in una Chiesa di Trapani. Forte è la ripercussione di quell’evento straordinario sulle credenze mitologiche dei Giganti, che coinvolge in primis Boccaccio, che scrive entusiasta: Multa his dictis superdicenda veniunt, si fictionum velimus ambages resolvere. Sed ante alia non omnino fictum est fuisse Gigantes, idest homines forma, seu statura ultra modum ceteros excedentes; imo constat esse verissimum et liquido his diebus apud Drepanum Sycilie oppidum fortuitus demonstravit eventus20, [“Muitas coisas devem ser acrescentadas a estas já ditas se quisermos desvendar as obscuridades das histórias fictícias. Mas, antes de mais nada, têm-se que dizer que a história dos Gigantes não é uma total ficção, ou seja, eles são homens que se sobressaem em relação aos outros quanto à forma e estatura demasiadas; e de fato consta que isso foi muito verdadeiro, e que nesses dias um evento fortuito na cidade de Drépano, na Sicília, demonstrou claramente...”] e subito dopo i dotti del luogo intenti a decifrare l’identità del gigante, alcuni ipotizzando che fosse Erice, altri Entello, altri credendo che fosse uno dei Ciclopi, e forse proprio Polifemo21. È un caso esemplare questo, in cui Boccaccio, non avendo testimonianze scritte con cui confrontarsi, può abbandonarsi liberamente ad una personale trascrizione dell’evento. Il passaggio dal racconto orale alla scrittura è scandito con l’antica perizia del novelliere ed è una prova tangibile di quanto «la scrittura sia un’attività che allarga la coscienza» (Ong, 1986, p. 211). E ancora, in Genealogie, XII, 65, facendo riferimento a un’usanza fiorentina che risaliva all’antico rito dei Lari, e che continuava a praticarsi ai suoi tempi, il Certaldese ricorda con nostalgia lo svolgersi della medesima cerimonia officiata dal padre nella propria casa, quando era fanciullo: Quod quidem nondum apud nos abolitum est. Nam etsi error ille insipidus abierit, stant adhuc nomina, et quedam veterum sacrorum vestigium sapientia. Habemus autem Florentini et sic forsan non nulle alie nationes, ut plurimum, in aulis 20 Genealogie, IV, 68, 5. Guido Martellotti, raffrontando la redazione dell’Autografo con quella della Vulgata (che considera posteriore), fa notare come in un passo presente in quest’ultima, nel capitolo di Polifemo (X, 14), ma assente nell’Autografo, Boccaccio sia meno entusiasta e più prudente nell’accettare come vere le favole antiche (1951: p. 18-19). 21 Cfr. Genealogie, IV, 68, 11. 35 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo domesticis, ubi fit communis ignis toti familie domus, ferrea quedam instrumenta ad lignorum igni appositorum sustentationem apposita, que lares vocamus, et in sero precedente Kalendarum Ianuariarum die a patre familias omnis convocatur familia, et repleto lignis igne stipes magnus apponitur, cuius caput unum igne crematur, in reliquo insidet ipse pater familias ceteris circumstantibus, et vino sumpto bibit ipse pater primo, et inde capiti stipitis incensi superinfundit, quod vini superfuerat in calice, et deinde cum in circuitu potaverint ceteri, quasi perfecta solennitate ad officia consurgunt sua. Hec sepe puer in domo patria celebrari vidi a patre meo catholico profecto homine. Nec dubitem quin adhuc celebrentur a multis, ratione potius consuetudinis a maioribus sumpte, quam aliqua ydolatria superstitione deceptis22. [“Isso realmente ainda não foi abolido entre nós. Pois, embora aquele engano tolo tenha se desfeito, conservam-se até hoje os nomes, certa sabedoria e vestígio das coisas sagradas dos antigos. Ora, nós, florentinos, e talvez alguns outros povos, temos, quase sempre em nossos pátios particulares, onde se faz o fogo comum a toda a família da casa, certos instrumentos de ferro para a sustentação das lenhas ali colocadas para o fogo, os quais chamamos de “Lar”. Na madrugada anterior ao primeiro dia do mês de janeiro, toda a família é chamada pelo chefe da família (pater familias), e um grande pedaço de madeira é colocado na fogueira cheia de lenha, e do qual uma única ponta é queimada pelo fogo. Em seguida, o próprio chefe da família senta-se junto daqueles que estavam em volta, e ele mesmo, recebido o vinho, bebe primeiro. Depois, ele derrama sobre a ponta da cepa queimada o que sobrara do vinho no cálice e, como os restantes bebiam em roda, levantam-se para suas homenagens como que numa perfeita solenidade. Ainda menino, vi estas coisas serem celebradas muitas vezes na casa de meu pai por ele mesmo, um homem completamente católico. Que eu não duvide, pois bem, que sejam celebrados até hoje por muitas pessoas, mais em razão dos costumes adotados dos antigos, do que por alguma superstição ou idolatria enganosas.”] Spicca qui la capacità di Boccaccio di raccontare evocando antiche scene familiari che prendono consistenza scultorea, passando dalla memoria orale alla scrittura autobiografica interiorizzata. Consuetudini, abitudini, feste, brigate, giochi, aneddoti, proverbi e motti della Firenze trecentesca, mentre generano e arricchiscono la prosa narrativa del Decameron, documentano il racconto storico-sociale del De mulieribus e del De casibus e quello antropologico e mitografico delle Genealogie. Le opere di Boccaccio, come quelle di Dante, sono un serbatoio sia della tradizione colta sia della tradizione popolare. Ma, rispetto a Dante, Boccaccio, volgare e latino, è uno sperimentatore instancabile del rapporto oralità e scrittura, convinto che l’oralità può e deve produrre la scrittura. Ed è questa la tesi che si vuole comunicare con questo contributo. 22 Genealogie, XII, 65, 7 (1998, p. 1236-1238). Squarci di usanze e di costumi fiorentini si leggono nel Decameron, per esempio in VI, 9, 4-6, dove la descrizione ricorda le Esposizioni, XVI, 56-57. MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 36 Dopo il Decameron. L’oralità nelle opere latine di Boccaccio Conclusione Nelle opere della maturità di Boccaccio confluiscono le attitudini e gli interessi della stagione napoletana e della stagione fiorentina in cui vede la luce il Decameron. La poetica umanistica dello scrittore arriva a compimento con l’approdo alla ricerca storica e mitologica. Il Certaldese può finalmente vantarsi di avere uno spazio tutto suo nella fondazione della nuova cultura; può compiacersi di avere una identità prestigiosa come letterato23, in particolare come mitografo, chiudendo il cerchio della propria ricerca con un’opera monumentale quali sono le Genealogie. Interessato alla storia, alla cultura geografica, alla ricerca e all’esegesi dei miti, Boccaccio non rinuncia al gusto narrativo e alla poetica teatrale messa in atto nel Decameron. Molte biografie del De mulieribus sono delle brevi novelle in latino; molti capitoli del De casibus sono brevi testi di letteratura teatrale, veri abbozzi di tragedie; molti capitoli delle Genealogie sono riuscite riscritture di fabulae mitologiche. Vero è che ogni opera del Certaldese è esplorazione dell’animo umano; è approfondimento della propria interiorità attraverso una serie di sperimentazioni creative e di avventure conoscitive, grazie alle quali costruisce un monumento letterario nuovo, che ha le sue solide basi nel soggiorno napoletano presso la corte angioina, nella tradizione filosofico-letteraria classica e medievale, nell’esegesi scritturale di sant’Agostino24, nelle opere di Dante e nell’amicizia di Francesco Petrarca. 23 Cfr. Genealogie, XV, 7, 4, il luogo più importante del progetto culturale di Boccaccio, dove egli esortava i contemporanei allo studio della cultura greca, convinto come era – grazie ai contatti con Leonzio Pilato e, indirettamente, col calabrese Barlaam, maestro di Leonzio e amico di Paolo da Perugia – che molto ancora la latinità avrebbe potuto trarre dalla grecità. 24 Rinvio alla citazione boccacciana dal De civitate Dei, 16, 2 in Genealogie, IV, 68, 22 e ricordo che la stessa citazione ritorna nelle Esposizioni sopra la Comedia, I, esp. all. 182-183. Nell’interpretazione dei miti Boccaccio si rifà anche alle tre specie di teologie indicate da Varrone e riprese da sant’Agostino: mitica, fisica e civile. Il rapporto Boccaccio-Agostino merita sicuramente una maggiore attenzione da parte degli studiosi. 37 MORUS – Utopia e Renascimento, 9, 2013 Anna Cerbo Bibliografia BOCCACCIO, Giovanni. Decameron. A cura di Vittore Branca. Milano: Mondadori, 1976. BOCCACCIO, Giovanni. 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