Dicembre 2015

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Dicembre 2015
Dicembre 2015 anno 6 - n°41 5 €
Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale –70% CB-NO /GENOVA n.41 anno 2015
politica
LA CRISI DEI POLI
a pag. 14
porto
CHIUSO IL “REGNO”DI MERLO
a pag. 18
sanità
RIVISTA DI ECONOMIA, POLITICA E CULTURA IN LIGURIA
Giuseppe
Montobbio
Ha costruito come una
fortezza inespugnabile un
centro sanitario modello:
una offerta di eccellenza
per la sanità pubblica
PUBBLICA E/O PRIVATA?
a pag. 30
41
In copertina Giuseppe
Montobbio ritratto
da Marcello Scavo
editoriale – L’Occidente e l’Italia incerti di fronte alla guerra di Paolo Lingua 4 | bébert - Il giallo
delle scarpette da ballo: rosse o azzurre? 5 | l'economista - Com’è mesto lo sciatto abbandono dei
bei giardini di Genova di Mario Margiocco 6 | la finestra sul mondo – Tutti gli italiani in festa sul
gran carro dell’EXPO di Luciano Clerico 7 | ritratto – GIUSEPPE MONTOBBIO di Paolo Lingua 8 | politica
– Comunali: i due poli “imbarazzati” di Caffaro di Rustico 14 | porto - L’ammiraglio sportivo nuovo
“reggente”del Porto di Genova 18 | porto - “Count down” ora per Del Rio di Paolo Lingua 21 | genova
- Il Blue Print: un sogno o l’ennesima illusione? 22 | genova - Quanti progetti ormai imbalsamati 25
economia - Il Premio Polis al manager Giuseppe Bono 26 | economia - Autobi: tutto l’“elettrico”
di BMW 28 | sanità - La sanità secondo i progetti di Sonia Viale di Paolo Lingua 30 | sanità - Come
superare il tabù politico della sanità privata di Matteo Cantile 32 | sport - Il modello di Torino capitale
dello sport di Maurizio Michieli 34 | costume e società - Meglio un giorno da Black Widow o cento da
Zorro? O no? di Carlo Brozzo 36 | gastronomia – Quando la pasta diventò un business di Lucullo 42 |
cultura - Il senso della vita. Ho fotografato per capire 44 | cultura - Dagli impressionisti a Picasso 46
| cultura - Brassaï, pour l’amour de Paris 47 | appuntamenti – L’agenda europea del Natale di Renzo
Tebano 48 | turismo – Natale “diverso” al mercatino di Govone di Valentina De Riz 50 | moda – Fiori e
profumi di Valentina De Riz 54 | agenda di Renzo Tebano 55 |
Direttore
responsabile
Paolo Lingua
Redazione
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Impaginazione
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editoriale
bébert
L’Occidente e l’Italia
incerti di fronte alla guerra
PAOLO LINGUA
N
on è facile comprendere (ma
è mai possibile capire le nostre infinite sottigliezze e i
tortuosi distinguo che albergano nel
nostro DNA nazionale?) la politica
estera, sempre che ne esista una, dell’Italia. Dal dopoguerra a oggi abbiamo
attraversato molti “passaggi” anche
in contraddizione palese tra diverse
visioni del mondo. Dal 1945 alla fine
degli anni Cinquanta l’Italia, grazie ad
Alcide De Gasperi, autentico statista di
livello internazionale, uno dei tre della
storia italiana unitaria (con Cavour e
Giolitti), la rotta è stata univoca. L’Italia è stata correttamente fedele alla
linea dei Paesi dell’Occidente e coerente all’interno del Patto Atlantico. Si
obietterà che era una linea obbligata,
dal momento che il mondo era condizionato dalla cosiddetta “guerra fredda” e che l’Urss, oltre che a proporre
un modello politico inaccettabile (poi
clamorosamente sconfitto dalla Storia), era un incombente pericolo d’ordine militare. Pure avevamo un vasto
schieramento del quale non faceva parte solo il Pci, ma sino al 1956 anche il
Psi di Nenni, che vedeva nel modello
democratico e capitalistico occidentale
d’impronta anglosassone un modello
inquietante del Regno del Male. Non
solo: piccole minoranze di intellettuali cattolici giudicavano negativamente
l’atlantismo – anche per una inveterata
antipatia per la cultura protestante – e
vagheggiavano un non ben precisato
neutralismo. Emarginato e sconfitto da
De Gasperi, questo filone di pensiero
però influenzò, all’inizio degli anni
Sessanta il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, anche lui proveniente dalla sinistra democristiana,
che tentò un approccio “diverso” con
l’Urss, poi finito in maniera maldestra.
Nel mondo cattolico, per non parlare
4
Solo Alcide De
Gasperi lucido
nella politica
estera
di quello socialista nuovo riferimento di governo della Dc, questo filone
di pensiero sopravvisse: sfiorò, senza
contaminarlo, Amintore Fanfani che
si salvò grazie al suo pragmatismo; si
insediò in alcuni settori minoritari delle
stessa Chiesa Cattolica e si fece strada
nel contorto pensiero di Aldo Moro.
La vicenda delle Brigate Rosse e poi il
crollo dell’Unione Sovietica chiusero
quella problematica così come era stata
impostata, ma nel frattempo la visione dei politici italiani della gestione
della diplomazia e delle alleanze era
diventata un brodo limaccioso. Il post
comunismo sia pure traballante come
castello ideologico ha portato con sé,
sia pure nel gioco trasformistico del
partito di Togliatti, elementi di neutralismo e di pacifismo di maniera, così
come è continuato ad albergare in non
pochi settori degli ex Dc poi confluiti
nel Pd. Questo atteggiamento non sem-
pre emergente e non sempre definito
in termini di logica politica ha trovato
un humus fertile in un diffuso atteggiamento delle democrazie occidentali
dell’Ue. In realtà, dopo il 1945, l’Europa che aveva sconfitto il nazifascismo
con l’aiuto determinante degli Usa, è
uscita dalla mentalità bellicistica. Il
che sarebbe anche un bene e potrebbe
essere inteso con una respiro di civiltà
e di progresso se non si dimostrasse poi
incapace di voler vedere certi aspetti
della violenza diffusa nel mondo e in
particolare a causa della parte fanatica
del complicato universo islamico. Naturalmente sarebbe assurdo perseguire
scelte alla cieca come l’invio massiccio di truppe di terra (non è riuscito
alla vecchia Urss in Afganistan e non
è riuscito all’alleanza occidentale in
Irak), così come è stato un grave errore la guerra alla Libia di Gheddafi. In
questo frangente difficilissimo, dopo
la serie di atroci attentati delle scorse
settimane, il leader politico più risoluto e con le idee chiare è apparso Putin,
mentre Obama ha dimostrato i suoi limiti nella gestione della politica estera.
Certo, Putin ha il vantaggio di non dover tener conto dei processi mediatici
e dell’opinione pubblica del suo Paese
e detiene il potere come una sorta di
“caudillo”. Ma l’Occidente e l’Europa
hanno mostrati limiti, confusioni, piccole furbizie, contraddizioni e, perché
no?, vigliaccherie, al di là dei proclami roboanti. In questo contesto, non
si può forse neppure massacrare polemicamente il Governo italiano che si è
messo in coda dietro agli altri Stati più
importanti chiedendo accordi generalizzati prima di agire. Forse non si poteva far nulla di diverso, ma è indubbio
che la nostra tradizione opportunistica
e rinunciataria ci assiste minuto per minuto e non ci abbandona.
Il giallo delle scarpette da
ballo: rosse o azzurre?
I
l Gran Consigliere Pellegrino
da Gattinara esitò sulla porta
dell’imperatore Giovanni Sulla
Terra immerso nella lettura di missive
e decreti. Finalmente l’Imperatore
alzò lo sguardo aggrottando le ciglia.
“Gattinara cosa tenete in mano? Venite avanti”. Pellegrino fece tre passi:
in mano aveva una elegante scarpetta
da donna dal tacco allungato come
un pugnale. Era di cristallo appena
venato d’azzurro. Giovanni guardò
stupefatto: “Che cos’è?” “Mio Sire
– sospirò Pellegrino – alla gran festa
degli Italioti che è stata data in vostro
onore, scendendo dallo scalone, vostra nipote Cenerilaria ne ha perduta
una che è ruzzolata fuori del bordo
precipitando nel giardino: i domestici
si sono precipitati a cercarla ma nel
buio non s’è trovato nulla”.
“E allora? – il Sovrano era sempre
più stupefatto – il dramma è tutto lì?”.
Nuovo sospiro del povero Gran Consigliere: “Ma voi conoscete Cenerilaria, mio Signore. Tra due giorni a
Mediolano, il Re dei Re darà una nuova festa nella sua magione Arcoliana.
Quelle scarpette sono quasi un feticcio
per lei; vuole disperatamente trovare
quella perduta che è la sinistra. Poi
sapete che la principessa la destra
non la perde mai”. L’Imperatore fece
un cenno sulla fronte come per dire:
qui siamo fuori di testa. Pellegrino da
Gattinara allargò le braccia: “Ora
faremo il giro delle damigelle della
festa per vedere a quale potrebbe stare
alla perfezione la scarpina. Potrebbe
essere lei la ladruncola...”.
Giovanni alzò gli occhi al cielo. “Ma
andranno alle feste con una scarpa
per sola? Una di destra e una di sinistra?” Anche Pellegrino era desolato
“Ah, le donne, valle a capire”.
Così uscì in carrozza, accompagnato
Chi ha rubato la
scarpetta sinistra
della principessa
Cenerilaria?
dal prode Granpiedone che un altro
dei collaboratori dell’imperatore, alto
e aitante, gran spadaccino.
La ricerca non fu facile. Poche avevano il piede slanciato e sottile come
la principessa Cenerilaria. Furono
interrogati i domestici, si frugò dappertutto. In uno studiolo del palazzo
Granpiedone ormai stanco si fermò a
omaggiare la damigella Miscella che
era un raro caso di fanciulla erudita
che stendeva pergamene di memoriali di corte con una gran penna
d’oca rosso fiamma. Miscella era
bruna, slanciata con profondi occhi
neri. Granpiedone depose la spada
e confessò d’essere, all’occasione,
menestrello e che avrebbe volentieri
composto un’ode per esaltare le sue
grazie. Miscella ridacchiava senza
farsi notare, quando, agitando la
mano declamando fece cadere a terra
uno scrignetto dal qualche balzò fuori
una scarpina di cristallo. In quella
fece irruzione nella stanza un trafelato
Pellegrino da Gattinara. Fulminò con
uno sguardo Granpiedone e gli intimò
di bloccare Miscella sulla sedia.
Poi le provò la scarpina nel piede
sinistro. Risultò perfetta. Si scoperse
che la damigella ladra di scarpe era
una seguace di Lorenzaccio duca di
Florentia, gran nemico del Re dei Re.
Era una trama? “Sì, la congiura dei
pazzi” commentò il Gattinara.
L’Imperatore Giovanni Sulla Terra
aveva per fortuna buon senso. Firmò
un decreto di grazia per Miscella,
mentre la principessa Cenerilaria
strillava e Granpiedone cercava di
consolare una Miscella indifferente
alla sua corte. Alla festa seguente Cenerilaria danzò traballando
sulle scarpette di cristallo azzurro.
Miscella per dispetto venne con le
scarpette rosse.
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opinioni
l'economista
la finestra sul mondo
COM’È MESTO LO
SCIATTO ABBANDONO DEI
BEI GIARDINI DI GENOVA
TUTTI GLI ITALIANI IN
FESTA SUL GRAN CARRO
DELL’EXPO
MARIO MARGIOCCO
F
rancesco Messina (1900-1995) è
stato uno dei più grandi scultori
italiani ed europei moderni, le sue
opere sono nei grandi musei del mondo,
da Zurigo a Washington a San Paolo a
Tokyo, e i genovesi possono ammirare
una sua scultura giovanile (nato in Sicilia, studiò e si formò a Genova dove visse
fino al 1932) in piazza Villa a Castelletto. È il monumento (1925) ai caduti del
quartiere nella prima guerra mondiale,
al centro di un’aiuola oggi spelacchiata
dove nonostante la piccola recinzione
decine di genovesi portano ogni giorno
il loro cane o i loro cani a fare la popò.
È un piccolo rito locale a sera fare due
chiacchiere con altri proprietari mentre
gli animali razzolano. Ai turisti che lì
scendono dal pullman per incamminarsi
verso la magnifica Spianata nessuno probabilmente indica il Messina, e forse è
meglio così, per il buon nome della città.
Genova di suo è bellissima, alluvioni
permettendo. Ma ha aiuole giardini e
giardinetti tra i più trascurati d’Europa,
per la sciatteria di certi suoi abitanti e
l’incuria di chi dovrebbe fare sia la manutenzione che l’antimaleducazione,
cioè qualche multa.
Nella citata aiuola Messina di Castelletto, e in quelle vicine, bisogna dare atto al
Comune che ogni tanto un piccolo intervento per ripristinare un pezzo di recinzione (inutile, come segnale di “qui non
si passa”) , viene fatto. Sono le classiche
recinzioni delle aiuole genovesi, una serie continua di U rovesciate alte circa 30
centimetri. Ma si è visto proprietari di
cani sfondare con una ripetuta pressione
del piede un pezzo pericolante per facilitare il passaggio ai quadrupedi troppo
vecchi o grassi per saltare. Messina che
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LUCIANO CLERICO
Mario Margiocco,
genovese,
giornalista esperto
di economia
internazionale.
si aggiudicò il concorso nel 1923, i suoi
tre soldati vittime del conflitto immortalati nel bronzo, e i poco meno di 200 caduti nominati nelle lapidi rigorosamente
e giustamente in ordine alfabetico, da un
colonnello a moltissimi tenenti e capitani a moltissimi caporali e soldati, guardano tacendo. C’erano un paio di paletti
e avvisi del tipo “vietato calpestare le
aiuole e sporcare” con citata la norma
che ne fa divieto, ma da qualche tempo
sono scomparsi.
I cartelli a protezione del verde da bipedi
e quadrupedi ci sono invece nei grandi,
e nei piccoli, e un tempo bei prati di villa Gruber, dove oggi sull’erba “vietata”
si tirano calci al pallone, si fanno corse, e dove molti, moltissimi, portano i
loro cani a razzolare e a fare il dovuto.
Lo raccolgono, se si tratta di solidi, ma
non sempre. Villa Gruber non solo per
i prati è particolarmente triste, con l’edificio principale sbarrato a marcire, finestre plastificate e inchiodate, e la bella
dépendance poco sotto la villa neoclassica un rudere devastato dove ogni tanto si
muovono improbabili personaggi. Difficile che una comunità così dimentica del
passato, nei limiti del possibile, possa
ben provvedere al futuro.
Troppi genovesi spesso a un metro del
“vietato calpestare” liberano con soddisfazione il loro Fuffi, a villa Gruber
e altrove. Qualcuno che ne ha potere
dovrebbe dare un’occhiata, perché un
privato, se ricorda l’elementare civismo,
viene in genere mandato a quel paese.
Come qualcuno di nostra conoscenza
che per tre o quattro volte gentilmente
ha fatto osservare a chi “pascolava” il
cagnetto o il cagnone o i due cani nelle
aiuole sotto il monumento a Mazzini, tra
Villetta di Negro e Corvetto, che la cosa
era vietata da cartelli appositi. Oltretutto
sono fra i pochissimi prati erbosi sempre
ben curati della città. Prima non si era
mai visto, ma da qualche tempo in particolare verso sera e più sul tardi all’ombra di Mazzini succede, eccome. “Pensi
ai fatti suoi”, “va fa…” e “pensa ai c…
tuoi” sono fra le risposte ricevute, anche
da parte di “signore”.
Fino a quando non si sparge la voce di
qualche piccola multa appioppata ai
trasgressori non può che peggiorare.
Coraggio, signori vigili urbani. Se vogliamo essere una città turistica, anche a
questo occorre provvedere.
Per non parlare di un altro gioiello di Genova, la passeggiata Anita Garibaldi di
Nervi. Qui i poveri cani c’entrano poco.
C’entra l’incuria. Il salino corrode tutto:
panchine, per metà con le tavole marce
o andate, le intelaiature di ferro corrose,
i lampioni e la ringhiera malandati oltre
il possibile recupero, a volte. Tutto era
stato sistemato una ventina di anni fa.
Ma, come a bordo, ci vorrebbe sempre
qualcuno con il pennello in mano.
Si conferma quanto diceva Leo Longanesi: l’Italia più che di rivoluzione
ha bisogno di manutenzione. E a volte
di educazione.
M
ILANO - L’Expo ha chiuso con un successo “di
tutti”. Se fosse andata
male era una colpa “di pochi”. Niente
di nuovo, sotto il sole italiano. Basti
pensare al memorabile incipit dei “23
giorni della città di Alba” del grande
Beppe Fenoglio. Per raccontare la
presa della città da parte dei partigiani, e la successiva perdita della città
un mese dopo, Fenoglio comincia così
il racconto: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”.
Così è, in Italia. Da sempre. È un
modo d’essere che porta l’italiano
medio a salire sul carro dei vincitori,
a trasformarsi in maggioranza silenziosa quando non si sa chi vincerà, a
scendere in fretta (e prima) dal carro
dei perdenti quando le cose si mettono male. Niente di nuovo, appunto,
neppure per Expo.
Per chi l’ha vissuto dall’interno,
però, fa un po’ specie registrare certi
trionfalismi da parte di persone ‒ e
non farò nomi ‒ che nei mesi precedenti manifestavano apertamente
tutto il loro scetticismo. Ed è questo
il punto vero: il bisogno, tutto italiano, di “esibire” se stessi e le proprie
facce spacciandole per opinioni. No,
cari italiani, una faccia non è un’opinione. Non lo è mai stata, né lo sarà
mai. Un’opinione è qualcosa di argomentato, di ponderato, di sofferto
addirittura. Una faccia, in genere, è
solo un indizio.
Nell’esperienza di Expo ciò che colpisce è lo scarto tra la percezione interna dell’evento e la percezione esterna. Ad aprile, mentre in Italia ancora
Esposizione
universale da
grandi numeri,
tra trionfalismo
e lamento made
in Italy
Luciano Clerico,
caposervizio ANSA
è stato a lungo
corrispondente
dagli Stati Uniti.
imperversava il dibattito-scontro tra
ottimisti e pessimisti circa l’opportunità di “fare” Expo, negli Stati Uniti il
“New York Time”s segnalava ai suoi
lettori che ‒ per l’estate 2015 ‒ il posto nel mondo da andare a vedere era
Milano. Ed elencava i motivi, cominciando dalla mostra di Leonardo.
Il servizio non taceva gli scandali
tutti italiani degli appalti poco chiari, riportava con chiarezza il profilo
e la funzione ‒ nell’ambito di Expo
‒ del presidente dell’Anticorruzione,
Raffaele Cantone, non nascondeva
la possibilità che i turisti potessero
incontrare scioperi o ritardi. Tuttavia, alla fine, giungeva a questa conclusione: nell’estate di Expo vale la
pena andare a Milano. Per il cibo, la
storia, l’arte, la cultura. Milano era la
prima in classifica tra 52 destinazioni
consigliate.
In Italia invece prevaleva il lamento.
È un’arte antica e tutta italiana che ha
varie declinazioni, ma riguarda tutte
le nostre culture regionali, da nord a
sud. Ciò che a Genova è il mugugno,
a Napoli è la preghiera a San Gennaro, ma è sempre la stessa minestra.
Ben sintetizzata dall’espressione
vernacolare della tradizione partenopea che più di altre esprime un modo
d’essere dell’italiano medio: “chiagne e fotte”.
Con Expo, o per meglio dire con
coloro che ne prevedevano il totale
insuccesso, è successo qualcosa di
analogo. Prima piangevano miseria,
prevedendo sfracelli. Ora si autocelebrano, dicendo che è stato merito
loro. Il commissario Sala tace. E sorride.
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ritratto
Con grinta e con tenacia,
convinto che alla fine
dei conti la storia “gli
darà ragione”, GIUSEPPE
MONTOBBIO, imprenditore
del settore sanitario
sogna un cambiamento di
mentalità da parte della
politica per arrivare a una
integrazione tra pubblico e
privato in un settore sociale
della massima importanza:
è sicuro, al di là del suo ruolo
nel mercato, che i cittadini
avranno solo dei vantaggi
PAOLO LINGUA
8
9
ritratto
Nel 2006 apre
la più grande delle
filiali Biomedical,
quella di Genova
Sestri Ponente
G
iuseppe Montobbio nasce a Genova
nel 1952. Trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza nel ponente genovese, conseguendo il diploma di Scuola Media Superiore nei primi anni Settanta.
Dopo un breve periodo trascorso in qualità di
dipendente pubblico nella sanità, decide di dar
vita ad attività privata con la nascita di Biomedical, sorta come Laboratorio di Analisi Cliniche, all’interno di un locale di circa 10 mq e
con un investimento estremamente modesto.
Ma se l’investimento è esiguo l’intuizione è
grande e dà inizio ad una storia aziendale fortemente positiva.
Difficile scindere la vita di Montobbio da
quella di Biomedical; la crescita dell’uomo
è sempre direttamente proporzionale a quella
dell’Azienda.
Reinveste costantemente nella propria attività,
intraprendendo un percorso, certamente non
privo di asperità, ma dove la capacità imprenditoriale e innovativa sono punti cardine degli
obiettivi di Giuseppe Montobbio, non si spiegherebbero altrimenti gli importanti investimenti fatti nel corso degli anni, in una logica
di adesione totale ai processi di cambiamento
e di risposta ai nuovi bisogni emergenti.
Il periodo di espansione va avanti negli anni
fino al 1988 quando Montobbio porta, nella
filiale di Radiologia di Biomedical, la prima
Tac del ponente.
Nel 1993 il salto di qualità è fatto, con la creazione della nuova sede operativa, che unisce le
due originarie sedi di Laboratorio Analisi e Fisioterapia e di Radiologia, mantenendo una filiale a Genova Pegli , aperta negli anni Ottanta.
La nuova struttura è un edificio di circa 1800
mq, con 2500 mq di posteggio privato, posta
tra le delegazioni di Pegli e Prà.
Tutto sembra andare per il meglio, ma, a solo
un mese dall’inaugurazione, l’alluvione del
23 settembre 1993 mette in ginocchio la zona
e con essa anche Biomedical. È un periodo
buio, occorre ricominciare e le risorse sono
quasi inesistenti.
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La radiodiagnostica
è un servizio di
eccellenza sul
quale Biomedical
ha investito
con l’acquisto
di moderne
e sofisticate
attrezzature.
Nessun contributo straordinario da parte delle
istituzioni viene in aiuto.
Biomedical è costretta a rinunciare ad un progetto già in fase di realizzazione, ovvero la nascita di una Casa di Salute della capienza di 90
posti letto, e per far fronte alle spese più urgenti
deve “svendere” l’immobile già di proprietà. Ma
Montobbio ama le sfide, soprattutto ama vincerle, ed è così che mettendo in campo tutta la sua
intraprendenza e coadiuvato dalla partecipazione dei suoi collaboratori, riesce a superare le avversità e riprende l’ascesa.
Nel 2004 ottiene l’accreditamento definitivo da
parte della Regione Liguria, che comprende anche
la creazione di un blocco operatorio con annesso
Day Hospital, Day Surgery e One Day Surgery.
Nel 2006 si realizza l’apertura della più grande
delle filiali Bomedical, quella di Genova Sestri
Ponente. A questa seguono nel 2013 la filiale di
Con oltre settanta
persone tra dipendenti
e collaboratori, è
uno degli istituti più
qualificati del Nord
d’Italia
Mele, nell’immediato entroterra e nel 2015 la filiale di Arenzano.
Motivo di soddisfazione e di riconoscimento da
parte della popolazione che frequenta l’Istituto è
la sottoscrizione di un prestito obbligazionario,
chiusa anticipatamente sia la prima volta, nel
2007, che la seconda nel 2012.
Montobbio non ritiene di ricorrere al prestito
obbligazionario per meri motivi finanziari, vuole
capire quanto la sua azienda goda di stima e di
credibilità fra coloro che accedono alle prestazioni e la gente risponde. Questo è uno dei successi che egli ritiene più importante.
Tutto ciò pone Biomedical Spa tra gli istituti più
qualificati del Nord Italia.
Oggi Montobbio può considerarsi imprenditore
affermato, in grado di fornire alla propria utenza
prestazioni di eccellenza e di dar lavoro a circa
70 persone, tra dipendenti e collaboratori, mantenendo una società sana ed efficiente anche in
tempi difficili come quelli attuali.
Montobbio ha certamente sacrificato buona
parte della sua esistenza alla sua azienda, rimanendo a lavorare in Liguria, malgrado le innumerevoli difficoltà che questa Regione presenta
e le richieste che gli vengono fatte di trasferire
altrove la propria azienda e la propria persona.
Forse perché, malgrado tutto, la dignità e la serietà che gli vengono dalle proprie origini, fanno
parte della sua vita.
L
a sua azienda annuncia importanti innovazioni e un aumento del suo potenziale
di servizio. Ci saranno nell’immediato
avvenire altre novità e altri investimenti?
Ritengo che per il 2015 un investimento sull’innovazione tecnologica di 2.000.000,00 Euro sia molto
più che sufficiente. Nel dettaglio l’operazione consiste nell’ampliamento ed il rinnovo di una Risonanza Magnetica ad alto campo da 1,5 tesla, anche
se si tratta di una macchina di soli 5 anni, ed è stata
acquistata una nuova Risonanza Magnetica da 1,5
tesla Optima 450 Gem General Electric, la prima
silent scan, dove le prime sequenze non creano più
rumore, con un “tubo” di 70 cm di diametro, (utile
per le persone in forte sovrappeso, i bambini ed i
claustrofobici) e più corto di 40 cm.
Le due macchine sono corredate di ogni tipo di software, consentendo l’esecuzione di qualsiasi prestazione ad altissimo livello. Inoltre è stata rinnovata
la radiodiagnostica generale con l’acquisto di un
digitale diretto “robotizzato”.
È stato acquistato un nuovo Ecografo dedicato ad
indagini vascolari e proctologiche. Infine è stato acquistato un nuovo sistema Ris Pacs, per la gestione
dei referti medici e relative immagini. Il sistema
consentirà di avere immagini consultabili “on line”
di 10 anni di archivio.
continua a pag. 12
X
11
ritratto
Tra le novità, un nuovo
ecografo per indagini
vascolari e proctologiche
e un nuovo sistema per la
gestione dei referti medici
e relative immagini
Queste scelte strategiche rispondono a una precisa esigenza di mercato oppure lei ritiene che
siamo alla vigilia di importanti cambiamenti?
La situazione del mercato di oggi è esattamente la
stessa di quella di 10 anni fa. Ritengo e spero di essere alla vigilia di importanti cambiamenti.
Quale è secondo lei il rapporto oggi tra sanità
pubblica e sanità privata?
Ancora oggi è un rapporto gestito in modo unilaterale; la speranza è che diventi un rapporto di collaborazione costruttiva, in grado di apportare vantaggi ad entrambe le parti.
Intravede dei cambiamenti, con la nuova giunta,
nella politica sanitaria della Regione Liguria?
I cambiamenti li auspico. Basti pensare che nel precedente decennio l’Assessore alla Sanità, più volte
invitato, non ha mai visitato Biomedical.
Tengo comunque a precisare che ho notato una
volontà da parte della nuova giunta ad ascoltare e
cercare di capire i problemi da risolvere.
Come giudica l’annunciato asse di collaborazione tra Liguria e Lombardia?
Se la Liguria è destinata a rimanere terra di conquista da parte di altre regioni è evidente che il mio
giudizio è negativo; altresì se accade che la regione
Lombardia trasmette la sua impostazione di gestione sanitaria la collaborazione diventa positiva. Pensiamo alle lunghe liste di attesa ed alle conseguenti
“fughe” verso altre regioni; senza contare l’esodo
dei nostri specialisti che sono andati a prestare la
loro opera nelle regioni limitrofe. È evidente che
con un concetto di “libera scelta” da parte del cittadino, come accade da loro, si avrebbe un rilancio
delle strutture liguri (ammesso che ci siano nella nostra regione strutture tecnologicamente avanzate).
Tutto ciò darebbe adito al rientro di professionalità ligure e di nuovi investimenti sul territorio.
Proprio a seguito dell’avvenuta conoscenza di
questo progetto mi sono affrettato a trasmettere le
potenzialità tecnologiche e di risorse umane di Biomedical, affermando che “un pezzo di Lombardia
è già qua”.
Secondo lei in Italia ci sono ancora molti sprechi
nella gestione della medicina e dell’assistenza?
Penso di sì, ma tanto dipende da regione a regione.
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Nel 2015 Biomedical ha
investito 2.000.000
di euro sull’innovazione
tecnologica con una
risonanza magnetica
di altissimo livello.
Biomedical è un importante
punto di riferimento
in materia di sanità per
l'ampio bacino di utenza
del ponente cittadino
Ha anche lei un “dream”, un sogno da realizzare?
Il sogno irrealizzabile è una azienda di produzione, in quanto confesso che la sanità non mi è mai
piaciuta. Invece un sogno da realizzare, rimanendo
ahimè nel mondo della sanità, è una scuola intesa
non in senso tradizionale, ma in grado di colmare un
“vuoto” istituzionale che esiste tra il conseguimento della laurea e della specialità e l’inserimento nel
mondo del lavoro delle nuove generazioni.
Per meglio intendere un insieme di professionisti,
meglio ancora se organizzati in una associazione,
che mettono a disposizione la loro esperienza ed il
loro lavoro per “traghettare” i giovani nelle realtà
lavorative locali e perché no anche in quelle di Paesi
in via di sviluppo.
13
politica
La primavera elettorale
si prospetta un campo
di battaglia, dal
capoluogo alle province.
Tra antichi conflitti
e nuove coalizioni
Marco Doria sta pensando
di ripresentarsi forte d’uno
schieramento che raccoglierebbe
tutta l’estrema sinistra, la sua lista
indipendente e che godrebbe
del sostegno di una parte del Pd.
Comunali:
i due poli
“imbarazzati”
CAFFARO DI RUSTICO
I
l 2016 sarà una sorta di “anno di prova” per
tutti i variegati schieramenti politici della Liguria. La “prova” verrà dalla tornata
elettorale di primavera che avrà come epicentro
(siamo nella logica dei terremoti) le elezioni comunali di Savona. Nel capoluogo ponentino, per
adesso, non sono ancora emerse indicazioni nette.
Il Pd ha subito una secca sconfitta nell’arco della
provincia alla prova delle elezioni regionali, dopo
un più che discreto esito delle “primarie” che aveva suscitato non poche illusioni. I vertici locali,
che non potranno per legge ripresentare il sindaco
uscente Federico Berruti, dopo due mandati consecutivi, si sono chiusi in se stessi e divisi, come
un po’ dovunque, in molte tribù. Savona, se fosse
conquistata dal centrodestra o (ancor peggio per
la stessa sinistra) dal movimento Cinquestelle,
sarebbe il preludio a una probabile sconfitta a Genova, dove si voterà nel 2017. Forse per il Pd sarà
14
possibile conservare la roccaforte spezzina che
però è per molti aspetti anomala rispetto al resto
della Liguria.
Il nocciolo del problema della sinistra resta però
la situazione di Genova che è stata il vero campo di battaglia dove è maturata la sconfitta della
scorsa primavera con la conseguente perdita della
Regione. Il Pd ha subito emorragie a sinistra, ufficiali e ufficiose. Non si sa ancora se i malumori in
qualche modo si concreteranno nella formazione
d’una lista in antitesi al Pd. Per il momento, non
si capisce ancora la strategia dei cosiddetti “civatiani”: correranno da soli o faranno squadra con
il “nuovo” raggruppato attorno a Sel e ad alcuni
fuoriusciti. All’interno del Pd, comunque, sopravvive ancora una componente storica nostalgica
solo in parte dell’ideologia del vecchio Pci, ma
che è soprattutto legata ai miti, ai rituali, al linguaggio e ad alcuni punti di riferimento che han-
L’epicentro della
tornata elettorale
della prossima
primavera saranno
le elezioni comunali
di Savona
no costituito l’ossatura d’un movimento che per
decenni è stato alternativo sia in politica interna
sia in politica estera. Sono i vecchi ex deputati,
ex assessori ed ex dirigenti che non si ritrovano
nel “renzismo” che modifica il DNA al partito.
Al tempo stesso ci sono i giovani “renziani” che
potremmo definire la destra dello schieramento
del partito che incalzano perché vogliono chiudere l’esperienza del sindaco Marco Doria che
ritengono negativa. Agitate anche le acque degli
esponenti Pd che provengono dall’area cattolica,
ex democristiana. Una parte sono “renziani” e vedono nel leader nazionale il loro riscatto e la loro
rivincita sugli ex comunisti. Ma non mancano
dissensi da parte di frange che un tempo sarebbero state definite “cattocomuniste” e che trovano
Renzi troppo disinvolto.
Le scelte, che il commissariamento della federazione regionale non hanno assolutamente risolto
come del resto era prevedibile, si presentano assai complesse. La giunta Doria è spaccata e ogni
giorno è ricucita a stento. Il gruppo dei consiglieri
è dilaniato: politica sociale, mercatini, trasporti,
progetto di Renzo Piano per il nuovo porto, strategie industriali, urbanistica sono tutti argomenti di scontro che poi si riflettono in quella realtà
politica fragile e priva di identità che va sotto il
nome di Città Metropolitana.
Marco Doria sta pensando di ripresentarsi forte d’uno schieramento che raccoglierebbe tutta l’estrema
sinistra, la sua lista indipendente e che godrebbe
del sostegno di una parte del Pd. Avrebbe contro la
maggioranza del Pd e un po’ di gruppuscoli eredi
d’un centro disgregato. Sarebbe una candidatura
destinata a spaccare magari evitando le primarie
che sarebbero laceranti. Al tempo stesso i moderati “renziani” sono per ora senza un candidato di
riferimento, capace di “mangiare” spazio e voti al
centro. Qualcuno dice che ci vorrebbe un “nuovo
Pericu” cinquantenne. Ma esiste? E se esistesse
avrebbe voglia di mettersi in gioco?
Il Centrodestra
Lo schieramento di centrodestra che ha vinto sorprendentemente alle elezioni regionali potrebbe
avere, per la prima volta, qualche chance di conquistare la roccaforte storica della sinistra, ovvero
il Comune di Genova. Nel 2012 il Pd commise
una serie impressionante di errori. Si fece sorprendere dalla candidatura di Marco Doria che poi, a
denti stretti, dovette subire dopo lo sgangheramencontinua a pag. 16
X
15
politica
Giovanni Toti è presidente
della regione Liguria in carica
dalla scorsa primavera.
La soluzione, per Giovanni Toti
è la riproposizione del modello
vincente già collaudato.
Tutti uniti e con un candidato
presidente più di centro
che di destra
to delle primarie. Lo schieramento di sinistra però
nel 2012 nella disgrazia ebbe fortuna perché i partiti e i partitini di centrodestra si presentarono alla
urne con tre-quattro candidati che si massacrarono
l’un l’altro perché l’odio e la rivalità furono più
forti della voglia di vincere. Fu una delle peggiori
“performance” politiche dell’area moderata. Alle
regionali è successo il contrario: tutti uniti e con
un candidato presidente più di centro che di destra. La soluzione – Giovanni Toti lo sta ripetendo
sino alla esasperazione – è la riproposizione del
modello vincente già collaudato. Ma non mancano i problemi. Dato per scontato che i tre partiti
del centrodestra (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia) faranno blocco, resta il problema – non
secondario – del candidato sindaco. Sarà un espo-
16
nente di Forza Italia o della Lega Nord? Oppure
una personalità esterna ai partiti, un imprenditore,
un manager o un professionista? E sia pure nella
sua posizione esterna, sarà più incline alle posizioni della Lega o di Forza Italia? Non è una questione tanto semplice. Oggi la poltrona di sindaco è
in assoluto la più scomoda cui possa aspirare un
politico. Genova è un capoluogo certamente ricco di problemi e di contraddizioni e da decenni in
crisi di crescita, ma il panorama italiano non è dei
migliori: Napoli, Roma, Palermo sono gli esempi
più vistosi. Il sindaco è un amministratore pubblico che decide ogni attimo sulla pelle dei cittadini,
è sotto il riflettori 24 ore su 24 e il suo incarico non
è neppure particolarmente remunerato, condizione
quest’ultima (non bisogna essere ipocritici) che
frena chiunque stia attraversando un momento di
brillante carriera nella propria vita. Una considerazione che, obiettivamente, pesa di più nel mondo
del centrodestra, dover l’individualismo è più forte che in quello del centrosinistra. La soluzione,
come s’è detto, apparirebbe semplice sulla carta:
bisognerebbe trovare una sorta di nuovo Toti e poi
andare alle urne blindati e compatti come una sorta
di falange macedone. Soluzione auspicata per Forza Italia. Ma alla Lega di Salvini andrà bene? Non
manca chi storce il naso ricordando che la Lega,
per adesso, è lo schieramento più forte e che il candidato sindaco dovrebbe essere un esponente del
Carroccio. Una scelta del genere non comporterebbe una perdita di voti al centro, perché la Lega
potrebbe strappare suffragi ai Cinquestelle. Il ragionamento per certi aspetti sta in piedi. E allora?
Ai liguri, di tutti gli schieramenti, toccherà ancora
un anno di colpi di scena e di spostamenti tattici.
Sempre con l’ombra inquietante dei Cinquestelle
alle spalle degli eterni contendenti.
porto
L’ammiraglio
sportivo nuovo
“reggente”del
Porto di Genova
Nella sua prima
uscita pubblica,
al Propeller,
ha sostenuto la
riforma della
portualità allo
studio del governo
18
L’
ammiraglio Giovanni Pettorino, 59 anni, si è insediato
a Palazzo San Giorgio senza
enfasi, scortato dal presidente uscente
Luigi Merlo. In borghese, lasciata la
divisa in Capitaneria, il nuovo commissario ha cominciato dai dipendenti
dell’Autorità portuale e si è fatto consegnare tutti i dossier aperti.
Sposato, due figli, laureato in Scienze Politiche, specializzato in “Diritto
internazionale marittimo”, nel 1989
ha ottenuto il suo primo incarico di
peso Comandante del porto di Sanremo, successivamente è stato trasferito
a Roma presso il Comando Generale
del Corpo delle Capitanerie di Porto,
quindi ha partecipato alla prima missione in Albania ed è stato comandante delle Capitanerie di Porto di
Pescara e di Gioa Tauro (dove è stato
commissario dell’Autorità portuale,
per un anno, nel 2000). Dal 2001,
presso il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, è stato
prima Ufficiale superiore addetto ai
rapporti con il Parlamento, poi Ufficiale Superiore addetto al Ministro.
Nel 2005/2007 è stato Comandante
del porto della Spezia e nel 2010 è stato promosso Contrammiraglio. I suoi
ultimi incarichi: Comandante del porto di Ancona e Capo del 3° Reparto
Piani e Operazioni alle cui dipendenze opera il Centro Nazionale di Coordinamento di Soccorso Marittimo
(IMRCC), impegnato per lo più nelle
operazioni in soccorso dei migranti. È
35%
La quota sul totale nazionale
di container movimentati
dai terminal genovesi
2,173
mln di
teu
Nel 2014 viene stabilito il nuovo
record storico per traffico di teu
stato per quattro volte campione Marina Militare nei 5000 metri di marcia
negli anni 1985, 1989, 1991 e 1997.
Oggi è al vertice del Porto di Genova
e il suo stile è quello di sempre: toni
gentili, determinazione, profilo mai
sopra le righe. Nella sua prima uscita pubblica, al Propeller, in giacca e
cravatta, ha sostenuto la riforma della portualità allo studio del governo:
“È un buon progetto perché offre una
visione sistemica”. Intanto ha già convocato due comitati portuali nel primo
mese di insediamento.
Pettorino ha ricevuto dalle mani di
Luigi Merlo un porto in ottima salute,
nonostante la crisi sui traffici che soffia
dal Far East. I terminal genovesi movimentano nel loro insieme oltre il 35%
dei container trattati in Italia e negli
ultimi anni, nonostante la crisi globale,
Genova ha aumentato le sue quote di
mercato del 4,4% rispetto alla situazione nell’anno peggiore, il 2009. È stato
il porto che ha raggiunto le migliori
performance, anche all’interno del solo
ambito tirrenico (che detiene l’80% del
mercato nazionale e nel quale Genova
cresce più degli altri scali).
Tra il 2008 e il 2014 i traffici sono cresciuti a un tasso medio del 3,5%, più
del doppio rispetto alla media nazionale. Se si considera solo il periodo della ripresa la percentuale sale al 7,2%.
L’ultimo anno certificato, il 2014, ha
visto aumenti del traffico container a
Genova del 9,3%, dato che ha consentito di determinare il nuovo record
storico per traffico di teu (2,173 mln).
Battuto il precedente record, del 2012,
coinciso con il simbolico sfondamento dei due milioni di teu. Il ritmo conseguito dallo scalo, con oltre sei mila
navi in arrivo ogni anno, consente
oggi una movimentazione che supera,
nei mesi migliori, i 200 mila container. Insomma, come ha detto Merlo:
“Nel 2008 il Porto di Genova era stato
battezzato come la Striscia di Gaza dai
giornali nazionali, era il problema più
grande della città. Ora è la più grande
speranza di sviluppo”.
Anche grazie alla pianificazione e
alla programmazione di nuove opere,
nonché grazie alla coesione della comunità portuale e all’efficienza degli
operatori, Genova ha infatti saputo
attrarre anche le imprese italiane che
sono state capaci di reagire alla crisi,
come dimostra l’aumento delle esportazioni, ormai allo stesso livello delle
importazioni. Il totale delle tonnellate
di merci trattate si consolida sopra i 50
milioni, mentre prosegue lo sforzo per
riportare i passeggeri attorno alla soglia dei 3 milioni di unità soprattutto
recuperando nel settore delle crociere,
partito da 500 mila passeggeri e arrivato oggi a prevedere lo stabile ritorno
sul milione.
Il Porto di Genova, inoltre, dal luglio
del 2009 è soggetto alla più grande
opera di dragaggio mai avvenuta nella
sua millenaria storia. Durante l’opera,
interamente finanziata dall’Autorità
portuale con 68 milioni di euro e con
un cantiere che è previsto in chiusura
nel dicembre 2015, sono stati smaltiti
(e, una volta monitorati, utilizzati per
i riempimenti di Calata Bettolo) oltre
3,5 milioni di metri cubi di materiale. I fondali verranno portati a quote
compatibili alla navigazione di navi
continua a pag. 20
X
19
porto
Giovanni Pettorino
ha ricevuto dalle
mani di Luigi
Merlo un porto
in ottima salute
mercantili di elevato tonnellaggio e
all’attracco delle più moderne navi
da crociera. Le aree interessate dai
dragaggi sono state: il canale di Sampierdarena, l’area del super bacino,
calata Sanità, i bacini di carenaggio, il
bacino di evoluzione, il Porto Antico,
calata Massaua, calata Inglese, calata
Giaccone, il Porto petroli, la vasca di
decantazione del torrente Polcevera,
la zona tra Ponte Ronco ponente e la
banchina Italsider di levante, l’imboccatura di ponente del bacino di evoluzione e il canale di calma antistante la
banchina Italsider sud.
Oggi, a detta di ogni soggetto, il Porto
di Genova ha caratteristiche e immagine di una comunità portuale che sa
fare sistema e che sa confrontarsi su
temi e progetti che la pongono all’avanguardia della portualità nazionale.
Dal 2008 a oggi il Porto di Genova ha
ridotto del 30% (in via prudenziale)
i tempi di transito e di stazionamento dell’autotrasporto. Il viadotto di
Voltri, che da solo regge la metà del
traffico portuale genovese, vede il
passaggio di 2.000 camion al giorno
alla media di uno ogni 20 secondi. Si
tratta di un risparmioa di oltre 400 ore
di lavoro per ogni giornata. L’Autorità
portuale si è fatta promotrice di un costante dialogo con i soggetti coinvolti
nel lavoro quotidiano, dai privati agli
organismi di vigilanza, creando piattaforme, programmi e sistemi logistici
integrati capaci di gestire il traffico
ordinario e le urgenze. In questo senso, oltre al netto miglioramento delle
procedure a terra, ha avuto un peso
fondamentale il coordinamento delle
procedure a mare insieme alla Capitaneria di Porto e alle frontiere insieme all’Agenzia delle Dogane, con
linguaggi uniformi ed eliminazioni
delle procedure doppie. È stata creata una disciplina del carico-scarico
20
Palazza San Giorgio,
la sede dell'Autorità
portuale genovese.
“Count
down” ora
per Del Rio
-78%
Incidenti sul lavoro dal 2008
merci senza paragoni in Italia. Valga
per il corridoio recentemente destinato all’Expo di Milano (che ha visto
Genova porto dei paesi partecipanti) e
valga per le riforme strutturali come il
preclearing (lo sdoganamento a mare,
che ormai riguarda oltre il 93% delle navi procedibili), il Pmis e le varie
procedure unificate.
Non è stata solo una corsa verso lo
sviluppo, quella che ha caratterizzato
l’era Merlo. È stata anche una lotta per
la tutela del lavoro, con 540 riunioni
sindacali per favorire la pace sociale e
una battaglia costante per la sicurezza,
prova ne è il fatto che gli incidenti sul
lavoro in porto sono calati del 78%.
La riforma
dovrebbe
ridurre le
Autorità a
pochi centri
localizzati
strategicamente sul
territorio
È
possibile fare una riforma decente in
Italia? La prima risposta che esce dalle
labbra è: no. Pensiamo al pasticcio delle province o alla follia della legge Fornero con
la creazione allucinante degli esodati. Riflettiamo sui corsi e i ricorsi sulle norme fiscali con il
tentativo surrettizio ogni volta di dare alle scelte
una etichetta di destra o di sinistra. Ma, per noi
che viviamo in Liguria, da anni e anni, ministro
dopo ministro (di qualunque coalizione si voglia), aspettiamo l’esito – se mai ci sarà – della
più volte annunciata riforma dell’organizzazione
delle Autorità Portuali. Occorre una premessa.
In Italia, a differenza dal resto dei grandi Stati
dell’Europa occidentale (Spagna, Francia ,Gran
Bretagna e Germania), ci sono 24 enti di questo
tipo. In queste due dozzine di strutture burocra-
tiche si trovano porti che hanno la dimensione
del traffico di Genova, Napoli, Trieste accanto a
piccoli scali insignificanti. Nella storia politica
del nostro Paese i “piccoli porti” soprattutto ubicati nel Mezzogiorno o nelle isole in realtà sono
sempre stati, dal dopoguerra a oggi, dei centri
di sottogoverno per distribuire posti di potere e
raccogliere consensi elettorali. La riforma dovrebbe ridurre – ed era stato detto – le Autorità a pochi centri localizzati strategicamente sul
territorio. Invece i tagli appaiono a questo punto
assai limitati e non sempre coerenti. In Liguria
ci stiamo trascinando l’annessione di Savona a
Genova, mentre La Spezia ha annesso il porto di
Carrara. Certo, le polemiche sono legate a molti
aspetti storici di rivalità localistica.
Su questi punti ha sorvolato, nel giorno del suo
addio a Palazzo San Giorgio, Luigi Merlo, dopo
otto anni di presidenza. Merlo ha rivendicato i
successi e la netta ripresa dei traffici dello scalo.
Non ha torto. Merlo è salito a Palazzo San Giorgio all’indomani dell’arresto del suo predecessore Giovanni Novi, una delle peggiori operazioni
della magistratura genovese, aizzata anche indirettamente dalla rissa tra non pochi degli operatori privati in lite tra di loro. Novi dopo alcuni
anni è stato assolto con formula piena insieme a
tutti gli altri coimputati, ma proprio per questo,
lo slancio di Merlo è stato in parte condizionato
dal timore dell’intervento dei giudici. Probabilmente si sarebbe potuto fare di più senza la “spada di Damocle” delle Procure. Il porto ha bisogno di una cultura imprenditoriale e privatistica
più libera, più agile e meno condizionata dai giochi dei veti incrociati e dagli asfissianti percorsi
burocratici. Anche dal punto di vista sindacale
occorrerebbe superare la cultura di trent’anni fa
che era inchiodata alla difesa dell’occupazione
anche se dentro imprese passive o con una molto
bassa produttività.
Adesso ci aspettano mesi, speriamo solo due
o tre, di gestione commissariale e di attesa del
varo definitivo della riforma. Molto interrogativi
sul “nuovo” che ancora deve avanzare. p.l.
21
Genova
“B
lueprint”, termine con cui
vengono indicate le copie
dei disegni per il cantiere, è
il titolo della visione donata alla Città da
Renzo Piano Building Workshop il 23
settembre 2015 come apporto libero e
gratuito per il futuro urbanistico, portuale, industriale e sociale di Genova.
Questo studio, che ridisegna quella porzione di città che va da Porta Siberia a
Punta Vagno, esprime una visione che
proprio come un Blueprint ha quell’immediatezza necessaria a tracciare una
relazione armonica tra porto e città, gettando un ponte tra le istanze dei cittadini e quelle degli operatori portuali, tra
chi pretende uno sviluppo ecosostenibile e chi auspica un maggiore incremento delle attività produttive della macchina portuale e della Fiera del Mare. Con
esso Genova potrà tornare ad essere una
città di mare: così come il recupero del
Porto Antico, ridisegnato da Renzo Piano, ha consentito al centro storico di ritrovare un affaccio al mare, il Blueprint
aprendo un canale in quell’area che collega il Porto Antico alla Fiera permetterebbe di superare la cesura tra città
e mare provocata dall’accrescimento
portuale del secondo dopoguerra. Anzichè riempire il mare per conquistare
spazio, il disegno prevede infatti che si
predisponga un processo inverso in cui
sia l’acqua a riconquistare spazio.
Rappresenta inoltre un’opportunità per:
dare vita a quella che l’architetto chiama
“fabbrica del porto”, una grande realtà
commerciale e produttiva, idealmente
assai vicina al “porto-emporio” del passato quando la città aveva ancora una
stretta relazione con il mare. Il nuovo
porto dovrà creare occupazione e favorire tutte quelle attività collaterali che
portano alla città ricchezza e lavoro, dalle riparazioni navali, ai servizi connessi
alla nautica da diporto e alle più svariate
attività commerciali che da sempre gravitano intorno al mondo del mare.
rendere più attrattiva e vivibile la città
con una promenade che dal waterfront
prosegue sino alla Foce
supportare il settore della cantieristica
navale, in cui la città ricopre un ruolo
d’eccellenza, garantendo spazi adeguati
sia per quanto riguarda le dimensioni dei
bacini che gli spazi a terra
rilanciare il settore della nautica
riqualificare le aree ex fieristiche, ripensando l’utilizzo di spazi oggi poco valorizzati e in cattivo stato di manutenzione
22
Questo studio,
donato alla Città
da Renzo Piano
Building Workshop
il 23 settembre
2015 ridisegna
quella porzione
di Genova che va
da Porta Siberia
a Punta Vagno.
Il Blue Print:
un sogno o
l’ennesima
illusione?
Fonte www.comune.genova.it
ma ubicati in un contesto centrale e strategico per la città.
Il Blueprint in 10 punti
Fonte www.comune.genova.it
Il Blueprint si fonda essenzialmente su
dieci punti e rappresenta una visione
concreta di ridisegno della parte della
città che va da Porta Siberia a Punta Vagno per restituire il rapporto con il mare
alla città, così come il progetto di Porto
Antico lo ha restituito al Centro Storico.
1. Realizzazione della nuova Torre dei
Piloti in corrispondenza dell’estremità del molo di sottoflutto all’ingresso del porto.
2. Riorganizzazione dello Yacht Club
Italiano nello specchio d’acqua antistante la Fiera del Mare (circa 1.000
ml di attracchi, contro i 900 ml attua-
li) e negli spazi a terra a ridosso del
molo esistente (circa 15.000 mq, contro i 10.000 mq attuali), mantenendo
la palazzina e la banchina storica
come sede di rappresentanza (Museo
dello Yacht Club Italiano).
3. Creazione di un “canale-urbano” o
darsena navigabile a ridosso delle
mura antiche della città. Questo ‒
largo in più punti fino a 50 m ‒ connetterà il Porto Antico alla Fiera. La
demolizione dell’edificio ex Nira e
dei Padiglioni obsoleti della Fiera
(padiglioni C, M e Fiat) consentirà
la realizzazione di un “porto-canale”
de-cementificando un’area di 85.000
mq (circa 780.000 mc). Grazie al
canale-urbano si realizza l’isola della
“fabbrica del porto” che staccandosi
dalla linea della terra consente alla
città di riconquistare quell’affaccio
sul mare che nel tempo ha perso.
4. Riorganizzazione dei circoli nautici
(Elpis, Rowing, LNI, UDP) e della
Marina Molo Gianolungo il nuovo
canale-urbano (1.800 ml di attracchi,
contro i 1.700 ml attuali).
5. Utilizzando gli sterri e le demolizioni per la realizzazione del
canale-urbano e del porto-canale,
ampliamento (78.000 mq) dell’area
delle riparazioni navali nell’isola
del “porto-fabbrica” e riorganizzazione dei bacini di carenaggio.
6. Riorganizzazione ad uso terziario,
commerciale e residenziale delle
superfici delle strutture demolite
(48.300 mq), diminuendone la volumetria da 332.000 mc a 120.000
mc (le funzioni commerciali sono
parzialmente ipogee). Si realizza
continua a pag. 24
X
23
Genova
Quanti
progetti ormai
imbalsamati
Il progetto mira
a rendere più
attrattiva e vivibile
Genova con una
promenade che
dal waterfront
prosegue sino
alla Foce.
Genova è
sempre alle
prese con
burocrazia e
voglia di fare
Blueprint
permetterebbe
di superare la
cesura tra città
e mare provocata
dall’accrescimento
portuale del secondo
dopoguerra
24
in questo modo una nuova polarità urbana tra la Fiera e la città, la
quale riacquista un nuovo fronte sul
mare prima negato dai volumi della
Fiera, con 1.200 ml di attracchi nel
Porto Canale. È prevista inoltre la
riorganizzazione della zona fieristica e il recupero del Palasport con la
possibilità di mantenere la sua vocazione sportiva.
7. Messa a punto di un sistema di movimentazione delle acque ferme del
porto attraverso il canale-urbano
aprendo la radice di Calata Gadda
e del Molo Giano e realizzazione
di un sistema di ossigenazione per
bonificare le acque interne attraverso dispositivi energetico-ambientali
connessi ai nuovi interventi.
8. Creazione di un parco lineare urbano formato da circa 1.000 alberi (lecci, pini, palme e platani) da
Porta Siberia a Punta Vagno, arricchendo la promenade urbana lungo
il canale e gli spazi interstiziali a
ridosso della sopraelevata di un verde pubblico di immediata vicinanza
alla città e al mare. In corrispondenza di Piazzale Kennedy si realizzerebbe un “giardino-urbano” (con
relativa spiaggia), una sorta di oasi
naturalistica alla Foce del Bisagno,
preservando un diretto rapporto ambientale della città con il mare.
9. Prosecuzione della passeggiata a
mare di Corso Italia, dalla Foce
sino a Porta Siberia e quindi al
Porto Antico, con affaccio diretto
sul mare lungo il canale-urbano,
con diversi collegamenti verticali
con Corso Aurelio Saffi, restituendo alla città le aree di maggior vocazione urbana. Contemporaneamente viene riorganizzata l’attuale
viabilità di accesso all’isola della
“fabbrica del porto” che avverrà
tramite due ponti sul canale, uno
a Ponente in corrispondenza del
Molo Giano, e uno a Levante (mobile per la navigazione).
A
Genova, più che in altre parti d’Italia, è
impossibile progettare e decidere, passando poi all’esecuzione, nel volgere di pochi
mesi. Si tratti di un’opera pubblica, d’un progetto
strategico ma anche di iniziative non di utilità pubblica bensì privata. Per quanto s’è discusso sul Terzo
Valico che è in via di realizzazione tra infiniti “stop
and go”? Da quanto si parla del trasferimento della
Facoltà di Ingegneria agli Erzelli? Da quanto si articola il dibattito sulle aree potenzialmente produttive
di Ponente? E le tracce della Gronda si sono perdute? E il Tunnel della Fontanabuona quando sarà mai
almeno disegnato su un progetto? Infine, per concludere con la classica “comica finale”, quando si
riprenderà la discussione sul “tunnel sottomarino”
che, attraversando il porto, renderebbe – si fa per
dire – “demolibile” la provvidenziale Sopraelevata?
Genova è così, se vi pare. Con una analisi di tipo
psicanalitico si potrebbe azzardare che l’accanito ed
eterno gioco dei veti incrociati in realtà è come una
partita a filetto in un club di ottuagenari. Si discute sul nulla perché non accada nulla. Anche perché
nessuno, pubblico o privato, caccia un quattrino.
Nessuno rischia e discutere non fa male.
La premessa serve per introdurre un breve ragionamento sul cosiddetto “blue print” di Renzo Piano
che dovrebbe armonizzare l’attuale struttura del
porto di levante, consentendo un recupero estetico-
turistico, accanto a una nuova funzionalità dell’approdo turistico, della boccheggiante Fiera Internazionale, del Porto Antico. Renzo Piano dovrebbe
ormai avere una consumata esperienza sul difficile
approccio con la propria città quando si tratta di
progetti.
Qualche anno fa, il suo “Affresco”, nel bene e nel
male, venne esaltato e criticato e poi trasformato in
un disegno da museo. Il suo inserimento nel disegno dell’area avveniristica degli Erzelli finì in una
ritirata strategica di cui nessuno parla più.
Adesso è la volta del “blue print”. Renzo Piano non
è uno sprovveduto, ma ormai dovrebbe aver capito che i suoi progetti – eleganti e geniali finché si
vuole – a Genova servono per far vivere di rendita
per qualche giorno o per qualche settimana i leader
politici che ci mettono il cappello sopra. Poi, al momento di dover diventare operativi, emergono le dolenti note. Oggi assistiamo al ricorso dei club nautici
alla magistratura amministrativa contro il progetto
perché nessuno si vuole spostare per pigrizia e per
arroganza. Poi è subentrato lo scontro all’interno
della maggioranza del Comune – sindaco Marco
Doria contro il vicesindaco Stefano Bernini – che
non è stato ancora bloccato da un Pd disastrato e
diviso in tribù rivali. Al gioco al massacro partecipa
così tutta la città, dalle organizzazioni di categoria
agli imprenditori e da tutti quelli che hanno qualche
interesse. Come finirà? Boh, siamo come dinanzi a
una teatro kabuki giapponese, di quelli che durano
giorni e giorni dinanzi agli spettatori accampati.
Alla fine si spengono le tensioni perché subentra il
nulla, forse la vera divinità che sovrasta la sventurata città di Genova. p.l.
Renzo Piano è un architetto
apprezzato a livello
internazionale, tra i più
attivi nel panorama
mondiale. Nel 2013 è stato
nominato senatore a vita
dal presidente Napolitano.
25
economia
L’edizione 2015
ha premiato
l’amministratore
delegato di
Fincantieri
D
omenica 29 novembre, nel
sede storica della manifestazione, il ristorante “Manuelina” di Recco è stato assegnato il
“Premio Polis” giunto alla 17° edizione. Voluto e creato da un imprenditore
di Santa Margherita, Gian Carlo Mai,
il “Premio Polis” è stato quasi sempre assegnato a imprenditori, dirigenti
d’azienda o comunque personalità che
hanno operato nel territorio ligure e in
particolare con riferimenti all’area del
levante genovese. L’anno scorso, per
esempio, la singolare caravella preziosa che è il simbolo del riconoscimento
è stato assegnato all’imprenditore chiavarese del settore siderurgico Tonino
Gozzi, presidente dell’Entella da due
campionati in serie B. Quest’anno, la
giuria che ha come presidente onoraria
l’imprenditrice Ornella Barra e come
presidente Giovanni Carbone, “patron”
della “Manuelina”, ha assegnato all’unanimità il prestigioso riconoscimento
al dottor Giuseppe Bono, amministratore delegato della Fincantieri, società
che è presente a Sestri Ponente, a Sestri
Levante e alla Spezia.
Giuseppe Bono è nato a Pizzoni (Vibo
Valenza) nel 1944. Laureato in Economia e Commercio all’Università di
Messina, tra il 1971 e il 1993, anno in
cui è entrato in Finmeccanica, ha svolto incarichi dirigenziale in molte im-
26
Il Premio Polis
al manager
Giuseppe Bono
LA MOTIVAZIONE
Giuseppe Bono, manager
pubblico di profonda ed eclettica
formazione economica e dotato
di acute capacità organizzative
oltre che di una vasta conoscenza
dei mercati mondiali, ha sposato
il senso concreto di una gestione
moderna a un forte senso della
difesa del sociale e dell’interesse
pubblico, virtù peculiari
del migliore management
dell’impresa italiana dalla
fondazione dell’Iri ai giorni nostri.
prese sia pubbliche, sia private (Efim
e Omeca) e ha insegnato “Sistemi di
controllo di Gestione” presso l’Università Luiss di Roma. In Fimeccanica
è stato direttore generale della Sopal,
poi amministratore delegato dell’Aviofer e direttore generale dell’Efim.
Dal 2002 è amministratore delegato
della Fincantieri. È presidente della
Confindustria di Gorizia e del Friuli
Venezia Giulia. Dal 2014 è presidente
del Fondo Strategico Italiano. È Cavaliere del lavoro. L’università di Genova gli ha conferito la laurea honoris
causa in Ingegneria Navale.
economia
L
a nuova era delle auto elettriche è BMW.
A Genova la concessionaria 360° electric, esclusiva BMW e MINI per la provincia, è Autobi. Con le nuove BMW i3 e i8 “Il
mondo è in movimento noi siamo in movimento
ed il movimento porta sempre qualcosa di eccitante: il cambiamento. BMW ne è l’esempio
eclatante, non domani ma già oggi” sono parole
di Gianluigi Ottaggio, Amministratore Delegato
della Concessionaria BMW MINI Autobi che
continua parlando della i3 “Lei elettrizzata, voi
rilassati, provare per credere... presso la nostra
concessionaria a Genova Campi in via Renata
Bianchi è possibile effettuare una prova su strada e sperimentare il ‘One pedal feeling’, ossia
la tecnica di guida di BMW i3, che premia uno
stile di guida efficiente, poiché in fase di frenata
permette di recuperare energia cinetica”.
La i3 è una compatta a quattro posti dal design
futuristico ed evocativo, mentre sul fronte meccanico è disponibile in due versioni, solamente
elettrica o con motore extender. Quest’ultimo
non ha nessun impatto sulla trazione, che resta
elettrica, ma consente un aumento della tensione
della batteria e quindi dell’autonomia. In media
la i3 nella versione standard percorre 190 km se
si viaggia in modalità ECO, mentre la extender
duplica quasi questa cifra, raggiungendo la media di 350 km. La linea ecologica della vettura
non si ferma alla propulsione ma si estende agli
interni in fibra di carbonio e negli esterni interamente in alluminio: tutto è in materiale rinnovabile. Le batterie sono distribuite su tutto il pianale in maniera da conferire all’auto maggiore
stabilità e sicurezza.
La compatta monta un motore elettrico progettato appositamente per limpiego nel traffico in città
con una potenza di 125 kW/170 CV e una coppia
di 250 Nm. La macchina risulta così agile in ogni
situazione e garantisce impressionanti valori di
accelerazione: da 0 a 60 km/h in meno di 4 secondi e raggiunge i 100 km/h in soli 7,2 secondi.
“La BMW i8 – continua Gianluigi Ottaggio –
rappresenta il nuovo concetto di sportiva, è un’ibrida plug-in con i vantaggi di un’innovativa
tecnologia che unisce motore elettrico e motore a combustione. Il risultato è un’esperienza al
volante straordinaria con consumi ed emissioni
estremamente ridotti”.
Dotata di un design a forte carica emotiva classiche la BMW i8 ha le proporzioni di un’automobile sportiva interpretati in una chiave nuova
e porte ad apertura ad ali di gabbiano. Lauto è
portatrice di un concetto di sostenibilità omnicomprensivo che copre l’intera catena di valore
aggiunto; produzione della fibra di carbonio e
assemblaggio della vettura con l’utilizzo di corrente elettrica prodotta al 100 per cento da materie prime rinnovabili; innovative metodologie
di trasformazione di materiali riciclati e di ma-
28
BMW i3 e i8 sono le
innovative auto elettriche
della casa tedesca che
abbinano il piacere
della guida al massimo
dell᾿ecocompatibilità.
Nata nel 2010 Autobi è la
concessionaria esclusiva BMW e MINI
per tutta la provincia di Genova
Autobi: tutto
l’“elettrico”
di BMW
teriali lavorati in modo rispettoso dell’ambiente
garantiscono delle caratteristiche premium illimitate di tutti i componenti.
Il sistema ibrido di tipo plug-in sviluppato e prodotto dal BMW Group abbina un motore a benzina a tre cilindri della cilindrata di 1 500 cc da 170
kW/231 CV a un motore elettrico da 96 kW/131
CV, arrivando a produrre una potenza massima
di sistema di 266 kW/362 CV. Le performance
sono quelle di una vettura sportiva purosangue
(accelerazione da 0 a 100 km/h in 4,4 secondi)
mentre i valori di consumo di carburante e delle
emissioni comparabili a quelli di un’automobile
compatta (consumo nel ciclo di prova UE: 1,0 litri/100 km, valore CO2: 49 g/km).
Inoltre le vetture elettriche di BMW hanno un
altro vantaggio, ricaricare è facile, utilizzando
una comune presa di corrente e il cavo standard,
disponibile di serie.
I servizi per la ecomobilità
targati Alphabet
Alphabet, società del Gruppo BMW leader nella
fornitura di servizi d’eccellenza per la Mobilità
Aziendale, disegna soluzioni innovative e flessibili,
offrendo un’ampia gamma di prodotti e servizi
inclusa la consulenza ed il Noleggio a Lungo Termine.
Ce ne parla Andrea Cardinali, Presidente e
Amministratore Delegato di Alphabet in Italia.
“Lanciato in Italia nel 2013, AlphaElectric è
l’ecosistema olistico che include veicoli elettrici,
consulenze personalizzate, infrastrutture di
ricarica e soluzioni complete di servizi ad alto
valore aggiunto, coniugando esigenze di mobilità
e basso impatto ambientale. Con questo progetto
Alphabet aveva già effettuato una precisa scelta
di campo, al fine di percorrere, insieme ai propri
clienti, la strada di una mobilità autenticamente
virtuosa e sostenibile. Oggi l’azienda riconferma con
convinzione la propria determinazione supportando
l’adozione di veicoli ‘green’ con un approccio
consulenziale a 360°”.
“Grazie all’allargamento della nostra offerta di
soluzioni di Business Mobility con prodotti innovativi
quali AlphaElectric (eMobility) e AlphaCity (Corporate
CarSharing) – spiega Andrea Cardinali – abbiamo
consolidato partnership di lunga durata e stretto
nuovi accordi con moltissimi clienti, come Deloitte,
Aon, Costa Crociere e TenarisDalmine”.
In Italia purtroppo la eMobility rimane un fenomeno
di nicchia: vengono immatricolate circa 1.000 auto
elettriche all’anno su un totale di un milione e mezzo
di macchine. “È difficile ragionare su economie
di scala partendo da questi numeri – prosegue
Cardinali – ma alcuni fenomeni ci fanno pensare che
qualcosa si stia muovendo anche nel nostro Paese.
In primo luogo, la crescente attenzione verso i
veicoli commerciali elettrici: se i trend di quest’anno
saranno confermati, il mercato degli eLCV sarà una
delle realtà più interessanti da sviluppare”.
29
sanità
Sonia Viale è
vicepresidente della
Regione Liguria e
assessore alla sanità
della nuova giunta di
Giovanni Toti.
“U
na delle scelte qualificanti
della futura organizzazione della sanità ligure sarà
lavorare per creare una eccellenza nel
settore della geriatria”. Lo annuncia la
vicepresidente della Regione Liguria,
Sonia Viale, esponente storica della
Lega Nord, ma soprattutto assessore
alla sanità della nuova giunta di Giovanni Toti. Aggiunge ancora Sonia
Viale: “In Liguria abbiamo un record
di abitanti anziani. Più del 40% hanno
più di 60 anni. La nostra media è superiore al resto dell’Italia. Gli anziani,
non solo in condizioni precarie di salute, ma anche quelli che stanno ancora
bene, sono un problema sempre più
La sanità
secondo
i progetti
di Sonia Viale
PAOLO LINGUA
pressante. Perché vanno seguiti anche
nel momento in cui si praticano forme diverse di assistenza, nel controllo
delle richieste di visite specialistiche
e di esami diagnostici, ma anche per
creare un sistema dove assistenza e
ricerca scientifica siano collegate. La
Liguria, proprio per la sua per conformazione geofisica, per il suo clima,
per l’organizzazione dell’accoglienza
può essere una area di avanguardia per
l’assistenza sanitaria “turistica”, specie
per i soggiorni di recupero e di riabilitazione”. È una delle chiavi di collegamento di quel progetto ambizioso
che corrisponde all’accordo tra le due
regioni del Nord Ovest, Liguria e Lombardia, lanciato e sottoscritto in settembre, in occasione dell’Expo di Milano.
30
La Lombardia, al di là della sua vasta
dimensione territoriale che ne fa la
regione più abitata d’Italia e dell’alto
livello del suo reddito ha da sempre
un modello d’avanguardia nella sanità
e vanta una serie prestigiosa di eccellenze nel campo medico sia nell’assistenza, sia nella ricerca. Ma, sempre
secondo l’opinione di Sonia Viale, la
Liguria può integrare il rapporto con
le sue eccellenze e quelle delle regioni confinanti. “Un aspetto peculiare è
proprio quello di realizzare un progetto
di crescita qualitativa e di servizio integrando le eccellenze che già esistono,
come per esempio la pediatria tra un
istituto di assistenza e di ricerca come
il Gaslini che va sempre più valorizzato anche con i finanziamenti statali, con
altri aspetti emergenti e peculiari della
Lombardia”. E come va equilibrato il
rapporto che viene definito correntemente di presenza pubblica e privata
nella sanità? “È un discorso complesso che non può essere risolto solo con
degli slogan o con l’enunciazione di
principi astratti. In Lombardia esiste
da decenni una organizzazione del servizio sanitario dove pubblico e privato
coesistono in funzione d’un sistema
che è ormai un modello. In Liguria da
sempre ha prevalso l’assistenza pubblica. Il settore privato è meno che marginale. Dovremo quindi trovare accanto
alla difesa dell’interesse dei cittadini
anche una riorganizzazione equilibrata
e funzionale”.
Ci sono altri progetti che premono
sull’assessore Viale. Il primo è la valorizzazione della ricerca scientifica,
da potenziare al massimo, anche ricorrendo a uno stimolo nei confronti del
capitale privato attraverso donazioni o
interventi mirati. C’è poi da intensificare il rapporto tra la ricerca universitaria e l’IIT, visti gli ultimi risultati.
L’altro progetto su cui c’è un preciso
impegno politico della giunta, già annunciato durante la campagna elettorale riguarda il delicato problema delle liste di attesa per le visite specialistiche.
L’assessore Viale aveva già spinto per
dilatare gli orari delle visite e dei reperti diagnostici (radiografie, analisi ecc.)
è stato ridimensionato in parte per l’intervento dei sindacati di categoria per
la questione degli orari di lavoro. “Cercheremo di superare questo impasse –
spiega Sonia Viale – inoltre abbiamo
inserito i numeri verdi e le chiamate ai
Tra i progetti
dell'assessore, la
valorizzazione della
ricerca scientifica,
da potenziare
al massimo e
l’intensificazione
del rapporto
tra ricerca
universitaria e IIT
cittadini, con un impegno più serrato
dei medici di famiglia che si sono dichiarati disponibili a collaborare”.
La “spallata” della Regione alla sanità pubblica resta però un rilancio del
maggior ospedale, quello davvero delle eccellenze, ovvero San Martino che
ospita anche quasi tutti i reparti e gli
istituti universitari (con l’eccezione
della pediatria che è al Gaslini). Ma è
un riassetto che va “meditato”. Conclude l’assessore Sonia Viale: “Mi
aspettano ancora alcuni mesi di approfondimento e di studio delle strutture, poi passeremo, con cognizione di
causa, ai momenti operativi. La sfida
è difficile ma anche ambiziosa. Ma io
ci credo e opererò sino in fondo senza
risparmiarmi”.
31
sanità
Come superare
il tabù politico
della sanità
privata
MATTEO CANTILE
La nuova rotta
della sanità ligure
porta verso il
modello lombardo,
una sfida da
vincere per le
nostre imprese
32
L
a sanità privata può contribuire a contenere i costi e incrementare la qualità di quella
pubblica? Il tema, specialmente in
Liguria, è di quelli tabù: ogni ragionamento di questa portata subisce quasi
sempre uno stop ideologico, motivato
dalla paura di una sottrazione di risorse ai già disastrati ospedali di Stato a
vantaggio di qualche speculatore in
camice bianco.
Ma la nuova rotta impostata in Regione dall’Assessore alla Sanità Sonia
Viale, le promesse di un modello lombardo e un’apertura al mondo privato,
hanno spinto Confindustria a organizzare un convegno proprio su questo
tema. Gli industriali genovesi, per altro, avevano già elaborato una serie di
proposte che solo parzialmente hanno
trovato applicazioni.
“Non possiamo dimostrare il ruolo
che la sanità privata potrebbe giocare
nel contribuire alla qualità e all’efficientamento di quella pubblica – dice
a “Il Potere” Francesco Berti Riboli,
amministratore delegato della clinica
Montallegro e delegato alla Sanità di
Confindustria – poiché il numero di
aziende private accreditate al servizio sanitario regionale è bassissimo
rispetto ad altre regioni. In Liguria
la considerazione della sanità privata
è sempre stata scarsa fin dalla nascita del sistema sanitario ragionale: il
numero dei posti letto privati accreditati con la regione è il più basso d’I-
talia – spiega Berti Riboli – l’insieme
dell’offerta ligure equivale a quella di
una singola piccola struttura lombarda
o piemontese e questo dà la dimensione del fenomeno”.
Secondo il delegato Sanità di Confindustria l’idea di un modello lombardo
sarebbe vincente anche nella nostra
Regione: “Bisognerebbe però seguirne appieno i cardini – spiega Berti
Riboli – che sono in primo luogo la
separazione tra domanda e offerta. In
Lombardia il servizio pubblico, da un
lato acquista le prestazioni per rispondere alla domanda di salute dei suoi
cittadini e vigila sulla qualità, dall’altro, con un soggetto diverso, compete
con il privato nell’erogazione delle
prestazioni”. Un meccanismo, quindi,
non dissimile da quello utilizzato in
altri settori liberalizzati, basti pensare
alle ferrovie o all’energia, dove pubblico e privato si confrontano (o meglio, dovrebbero potersi confrontare)
ad armi pari.
Il nuovo asse Genova-Milano, in ogni
caso, non spaventa le imprese della
nostra regione: “Noi sappiamo che la
competizione potrebbe favorirci ‒ continua Berti Riboli ‒ siamo complessivamente piccoli, perché le condizioni
del mercato regionale non ci hanno
consentito di espandere l’attività come
è accaduto altrove ma la qualità di
molte nostre strutture è di prim’ordine
e non temiamo alcuna colonizzazione”.
L’Assessore Viale, intervenendo sulla
materia, è rimasta interlocutoria sulle
Francesco Berti Riboli è
l’amministratore delegato
della clinica Montallegro
e delegato alla Sanità di
Confindustria.
leve politiche da azionare, rimandando i tecnicismi al Libro Bianco sulla
Sanità, annunciato a breve termine,
ma ha confermato la volontà politica
di cambiare marcia rispetto all’attuale sotto dimensionamento della sanità
privata in Liguria. Del resto la forte
presenza dell’offerta privata in ambito
pubblico non dovrebbe incontrare pregiudiziali di casacca, se solo si pensa
che la regione con il maggior numero di posti letto privati accreditati è
l’Emilia Romagna, tradizionalmente
governata dal centrosinistra. Citando
questo dato statistico la giunta Toti
potrebbe prevenire qualche barricata.
Ma il generale efficientamento della
Sanità in Liguria non può prescindere
da un ripensamento dell’intero sistema di collocazione delle risorse economiche. che sono sempre più scarse
a fronte di una domanda in crescendo.
Le regioni italiane, infatti, ricevono
dallo Stato, pro quota, una porzione
del Fondo Nazionale per la Sanità
che, a sua volta, è costituito con una
formula stabile, una percentuale fissa
del Pil nazionale: se la ricchezza del
Paese sale, cresce il Fondo, se scende
il Pil il Fondo si svuota. E in tempi di
generalizzata crisi, con recessioni o
crescite da zero-virgola, è inevitabile
che il denaro scarseggi. “Non potendo decidere quanto denaro spendere
‒ spiega Adriano Lagostena, direttore generale dell’Ospedale Galliera ‒
dobbiamo stabilire come spenderlo,
evitando gli sprechi. La mia struttura
‒ racconta ‒ ha costituito, assieme a
ospedali di altre regioni, un network
per determinare i costi standard. Quella dev’essere la nostra Stella Polare,
dobbiamo lavorare tenendo sempre
presente la cifra media da non superare in ogni singolo intervento”. Ovviamente la qualità della struttura, qui
intesa anche architettonicamente, ha il
suo impatto sull’efficienza complessiva: soffitti altri quattro metri e finestre non coibentate generano un forte
incremento dei costi energetici, per
esempio. Ma anche tecnologie obsolete, lente e costrette a continue manutenzioni, aumentano le spese. Anche
per questo il Galliera si aspetta di procedere spedito con il progetto del nuovo ospedale: “Le procedure sono ben
avviate ‒ conclude Lagostena ‒ speriamo che entro cinque anni si riesca a
lavorare nella nuova struttura”.
33
sport
La cultura dello sport
nasce tra i banchi
di scuola e fa rima
con alimentazione sana
Il modello
di Torino
capitale
dello sport
MAURIZIO MICHIELI
G
ian Francesco Lupattelli è il presidente
di Aces Europe, la prestigiosa associazione che assegna annualmente i riconoscimenti di “Capitale”, “Città” e “Comune”
europeo dello sport. L’assegnazione di tali riconoscimenti viene operata da Aces secondo principi di responsabilità e di etica, nella consapevolezza che lo sport è fattore di aggregazione della
società, di miglioramento della qualità della vita,
di benessere psico-fisico degli individui e di piena
integrazione delle fasce sociali in condizioni di
disagio. Aces opera in sinergia con la Commissione Europea, in particolare per le iniziative presentate nel cosiddetto “Libro Bianco dello Sport”,
grazie all’attivazione di relazioni strutturate con i
principali esponenti sportivi europei, mediante la
cooperazione con gli Stati membri della Ue.
Le città che hanno ottenuto il titolo di capitale
europea della Sport sono considerate positivi ed
etici esempi di politica sociale che deve essere
attuata in altri contesti; nelle strategie, nei concetti e nella distribuzione di programmi. In questo
34
modo, la capitale europea dello sport diventerà
parte di un più complesso modello europeo che
mira a proteggere i suoi abitanti e migliorare le
città. Questa iniziativa deve essere vista dalle città
europee come un progetto comune destinato ad
assumere i caratteri di un quadro istituzionale di
responsabilità etica.
Presidente, una prima domanda è d’obbligo su
Torino Capitale Europea dello sport 2015.
Per il contributo dato, Torino, con i suoi circa
1200 eventi sportivi nel corso di quest’anno, può
essere considerata tra le prime due capitali sportive a livello europeo, grazie anche all’impegno
sostenuto dal sindaco Fassino, dall’assessore Gallo e da tutti i funzionari del Comune che dimostra
la grande attenzione di tutta la città per il progetto
Torino Capitale.
Dal punto di vista educativo cosa ci lascia Torino 2015?
Nell’ambito di Torino Capitale dello sport mi preme sottolineare come diventa sempre più centrale
diffondere e incentivare la pratica sportiva, obiet-
Torino, con i suoi circa
1200 eventi sportivi nel
corso di quest’anno, può
essere considerata tra le
prime due capitali sportive
a livello europeo
tivo che può essere raggiunto partendo da due direttrici fondamentali: aumentando il numero delle
ore dedicato dalle scuole all’educazione fisica e
incentivando l’impegno di amministrazioni e Asl
verso la promozione dell’attività sportiva, che
deve essere legata a valori di tutela e salvaguardia
della salute.
Una Capitale dello Sport e tante City, Town e
Community dello Sport disseminate sul territorio di tutta Europa. Cosa può portare il lavoro di Aces Europa sui centomila municipi
europei?
Penso che tutto questo possa veramente portare ad
una rivoluzione educativa capace di incidere sulla quotidianità della vita delle nostre comunità. Il
vero valore aggiunto è che il nostro progetto parte
dal basso per arrivare in alto e quindi è estremamente efficace fin da… subito.
Sport, enogastronomia, territorio. Cosa significa?
Vuole dire che il vero sportivo sa anche alimentarsi bene, conosce i prodotti del territorio e rispetta le filiere territoriali compreso l’ambiente
circostante. In definitiva essere sportivi vuole dire
essere veri cittadini. In più tengo a ricordare che
questo progetto nasce nel Nord Ovest ed una delle
prime concretizzazioni della famosa macroregione del Nord Ovest.
A proposito di politica… Aces Europa come si
colloca?
Ci collochiamo con la gente di buon senso. Tutto
questo senza guardare il colore politico ma con
l’unico intento di costruire un Europa dei cittadini
partendo proprio dalla base dai centomila grandi
ma soprattutto piccoli comuni. Quanto dico è testimoniato dal sostegno a 360 gradi che troviamo
da parlamentari europei delle più variegate sigle
e convinzioni. A questo proposito ricordo le due
associazioni di parlamentari che sostengono Aces
Europa: Egfae il Gce.
35
costume&società
Il fenomeno Cosplay nasce negli Stati
Uniti prima della seconda guerra
mondiale, si sviluppa poi in Giappone
a metà degli anni Novanta e rapidamente
si espande anche in Europa
Spesso i loro
costumi costano
cifre a quattro zeri.
Meglio un
giorno da
Black Widow
o cento da
Zorro? O no?
CARLO BROZZO
I cosplayer
lavorano mesi per
riuscire a ottenere
una copia esatta
del personaggio
interpretato
36
L
a voglia di trasformarsi in un
personaggio famoso, in un condottiero o addirittura in un Dio
è antica quanto l’uomo. Greci e Romani hanno insegnato come il teatro sia
imperniato sulla continua ricerca della
nemesi tra attore e personaggio interpretato. Più di recente il cinema e la televisione hanno affiancato il teatro quali palcoscenici virtuali. La festa di Halloween
ha radici lontane, si perde nelle leggende
celtiche, ma oggi è interpretata come la
voglia di trasgredire e su questo il vestirsi non fa eccezione. In molti paesi si è
affiancata al Carnevale, festa pagana di
antiche tradizioni, poi legata al periodo
di Quaresima nella tradizione cattolica e
per la quale vale il detto latino “semel
in anno licet insanire” confermando che
almeno una volta l’anno è lecito impazzire cioè “uscire da se stessi”. Non
bisogna quindi stupirsi se oggi questa
voglia di interpretare un personaggio
sia diventata un’attività che coinvolge
giovani e meno giovani che ogni fine
settimana s’incontrano in qualche città
italiana dando vita al “Cosplay”. Il fenomeno nasce prima della seconda guerra
mondiale in America, dove si sviluppa
sull’onda del film “Things to come” di
William Cameron Menzies. Ma è solo a
metà degli anni ottanta che viene coniato
il termine Cosplay, crasi dei termini “costume” e “play”, dal reporter giapponese
Takahashi Nobuyuki a seguito di un suo
viaggio negli Stati Uniti. Ci vogliono
ancora dieci anni perché il fenomeno
prenda una certa rilevanza in Giappone
Tre interpretazioni: a sinistra
Arianna (Jewelry Bonney da
One Piece); in alto a sinistra
Diana (Jean Grey dagli X-Men)
e in alto a destra Sara (Black
Widow dagli Avengers).
quale trasposizione dei film d’animazione denominati “manga” o “anime”,
parole che traducono appunto il concetto di “film di fumetti” o “animazione
di fumetti”. Negli ultimi vent’anni gli
amanti del genere sono aumentati a dismisura, le convention legate al mondo
del fumetto sono state invase da persone
pronte a impersonare i propri beniamini
in tutto per tutto. Dal vestito al trucco,
dagli atteggiamenti alle movenze. Nei
paesi occidentali il fenomeno si è sviluppato anche a livello di competizione.
I cosplayer si misurano di fronte a giurie
di esperti cercando di fare notare sia le
caratteristiche di uniformità rispetto al
personaggio interpretato sia la capacità
di mimare il modo di essere di quest’ulcontinua a pag. 38
X
37
costume&società
La voglia
d’interpretare
un personaggio
famoso è insita
in ognuno di noi
fin dai tempi
antichi
Il Cosplayer
è donna, il numero
delle ragazze
supera di grand
lunga quello
dei ragazzi
timo spesso accompagnati da una base
musicale che conferisce al tutto la nobiltà di “performance scenica”. Percentualmente il cosplayer è donna, nel senso
che sono certamente le ragazze a occupare una posizione predominante sia
nelle competizioni sia nelle convention
di settore. Capita anche che le ragazze
interpretino personaggi maschili mentre
è meno frequente in contrario. Il mondo
cosplay si presenta quindi molto variegato, composto da semplici amatori che
con un cappello e un mantello si sentono
Zorro e persone che studiano mesi prima
di presentare il loro personaggio costruito nei minimi dettagli e costato settimane
di ricerca e di lavoro con costi che non di
rado arrivano a cifre a quattro zeri. Ma
che cosa spinge queste persone a esibirsi, spesso in balia di fotografi e videomaker, mettendo in gioco se stessi per interpretare il proprio eroe di riferimento? La
prima volta che ho incontrato Melissa,
23 anni, era la sua prima apparizione
come cosplayer. Una passione che si è
sviluppata rapidamente per: “Svago, una
valvola di sfogo ma soprattutto la voglia
di trovare amici con i quali instaurare un
legame unico, per condividere interessi e passioni. Un modo per mascherare
la timidezza che nella mia vita di tutti i
giorni regna sovrana”. È evidente la ricerca di un contatto di qualità perché in
quel mondo il livello culturale medio è
certamente elevato. Sara, nonostante i
suoi 19 anni, è una veterana del settore conosciuta e rispettata per costanza
e professionalità. Dal 2013 interpreta
soprattutto la Vedova Nera (Black Widow), personaggio Marvel diventato ancor più famoso da quando viene portato
sul grande schermo da Scarlett Johansson. L’inizio, come per molti, è stato per
nel costruire un personaggio che ricordi
il più possibile l’originale. Ma sopratutto una cosa che nessuno dirà mai apertamente: per egocentrismo a livello quasi
patologico! Voglio che gli altri guardandomi dicano “ma sei identica” al personaggio che sto interpretando. Quando
per esempio mi trasformo in Emma
Frost o in Misa Amane questo mi capita
spesso e mi dà una gran soddisfazione”.
Abbiamo parlato di nemesi che in molti
casi rappresenta la molla che spinge verso questa passione. È così per Diana, 25
anni, per la quale: “Il cosplay consente
di stare con gli amici e interpretare i personaggi che adoro e che ammiro anche
se a volte hanno un carattere opposto al
mio”. Calarsi nei panni di un personaggio completamente diverso da noi è un
esercizio molto utile per rendere espliciti
comportamenti latenti del nostro carattere. Come sempre non è tutto oro quello
che luccica. All’interno del mondo cosplay albergano anche sentimenti molto
meno nobili, si accendono rivalità che
spesso vengono portate all’esasperazione e che hanno sui social network i principali campi di battaglia. Per molti come
per Sara il cosplay è: “Divertimento,
come uscire con gli amici per andare al
cinema. Non esiste il migliore all’interno del cosplay. Il cosplay non dovrebbe
essere invidia, non esistono passioni
‘giuste’ e passioni ‘sbagliate’”. In fondo
ricorda Melissa: “mi piacerebbe che le
persone vedessero i lati positivi, che rimanessero colpiti e che si interessassero.
Invece spesso si è giudicati male. In fondo è solo un modo per dimenticare chi
si è e per qualche ora lasciare uscire il
proprio vero ‘io’”. Abbiamo solo toccato la superficie del fenomeno, torneremo
presto sull’argomento.
38
Tre interpretazioni in senso
orario: Nina (Biancaneve
dal classico Disney); Ilaria
Lucrezia (Lady Steampunk)
e Melissa (Juvia da Fairy Tail).
gioco, la scelta del personaggio dettata
dal colore rosso dei capelli. Ma una volta indossati i panni della Vedova Nera e
una volta visti i riscontri del pubblico è
stato amore a prima vista. Per lei è normale essere fermata a una fiera da bambini che le dicono: “Cercavamo proprio
te, speravamo di incontrare la vera Black
Widow, da grandi vogliamo essere come
te”. Evidenziare una forma di autocompiacimento è normale, la soddisfazione
di vedere il proprio lavoro apprezzato
da molti è il fil rouge che attraversa la
mente di tutti gli artisti. Creare il proprio
personaggio è un dovere per il vero cosplayer. Per Ilaria Lucrezia, 19 anni, la
realizzazione viene prima dell’esibizione: “Creo i costumi per far emergere la
mia creatività. Adoro lo stile Steampunk
perché il personaggio è inventato da chi
crea il costume, a suo piacimento. Que-
sto è il bello, sfoggiare la propria creatività”. Sulla stessa lunghezza d’onda
Arianna, 21 anni, per la quale il cosplay
è: “Una forma di artigianato realizzabile a qualunque livello di bravura, direi
come una forma d’arte. Non siamo altro
che artisti che curano tutto il processo di
realizzazione della propria opera e poi la
indossano divenendone parte. Ed è proprio così che vorrei essere vista, come
un’opera in movimento. Mi piacerebbe
che chiunque mi guardasse potesse apprezzare ogni aspetto del personaggio su
cui ho lavorato, dal costume all’acconciatura, dal trucco all’interpretazione.
Nulla nel cosplay è lasciato al caso, ogni
cosa è il risultato dell’impiego di tempo,
denaro e passione”. C’è anche chi, come
Nina, 28 anni, vive il cosplay come una
sfida con se stessi e con gli altri. Nina ci
racconta come. “La molla è l’agonismo
39
Spettacoli
&cultura
S E R I O U S C O M M I T M E N T T O C U S T O M E R S AT I S FA C T I O N
Spinelli Group provides inland logistics solutions for
Shipping Container Lines and Container Lessors through a
powerful family of companies.
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market segment, but also competes collectively under the
Spinelli Group brand.
44
Lisetta Carmi
42
Gastronomia
Spinelli Group offers the full inland shipping supply
chain ranging from p o r t t e r m i n a l f a c i l i t i e s ,
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connected container depots, warehouses,
forwarding and custom agent activities.
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global marketplace.
di Lucullo
50
Bio -vacanze
di Valentina De Riz
gastronomia
QUANDO
LA PASTA
DIVENTÒ
UN BUSINESS
LUCULLO
42
P
ochi, se non gli specialisti addetti ai lavori, sanno che la
prima vera capitale della pasta in Italia è stata proprio Genova, il
comune marinaro medievale che non
l’ha “inventata” (la pasta è nata con
l’uso del frumento macinato e impastato con l’acqua: una tecnica che si
perde molte migliaia di anni prima di
Cristo) ma che l’ha resa un prodotto
commerciale di massa. Una scoperta
e un uso geniali se si pensa che l’entroterra genovese e ligure dal punto di
vista orografico non si presta a colture
estese di cereali a differenza della pianura padana o delle pianure del Mezzogiorno della nostra penisola.
La grande operazione commerciale,
industriale e finanziaria della pasta,
concepita con una intuizione di vera
economia moderna, volendo seguire
una definizione cara a Fernand Braudel, è largamente in anticipo (un secolo e mezzo almeno se non quasi
due) rispetto ai viaggi di Marco Polo
al quale sino a non molto tempo fa si
attribuiva l’introduzione della pasta in
Europa, avendone constatato la larga
diffusione in Cina.
In realtà l’avventura genovese comincia anche prima delle Crociate, nella
seconda metà dell’XI secolo. Gli intensi commerci e gli scambi con la
Sicilia e con le città portuali dell’Italia
meridionale portarono i Genovesi a
scoprire che la grande produzione di
frumento non si traduceva in mercato,
mentre la domanda, anche proveniente dal Nord Europa, era forte perché
con scadenze regolari le aree settentrionali del nostro continente subivano
pesanti e frequenti carestie.
I mercanti Genovesi, acquistavano a
prezzi assai convenienti perché disponevano di moneta ovvero di denaro
liquido, assai raro nel Medioevo, il
grano ancora prima dei raccolti. Caricavano poi le loro galee e le caracche
riempiendo i granai del Comune che
erano a loro volta controllati dai Magistrati dell’Abbondanza. D’inverno il
frumento serviva a sfamare la popolazione (le navi non si muovevano dai
porti per via del maltempo), alla distribuzione gratuita a favore delle popolazioni residenti nell’entroterra al fine
di mantenere l’ordine pubblico, ma
soprattutto i Genovesi giocavano sulle carestie che colpivano l’Europa del
Nord in generale (ogni due o tre anni):
vendevano il grano a prezzi stratosferici realizzando utili vertiginosi.
Un altro aspetto, non secondario, riguardava la lavorazione e la trasformazione della farina. Il grano del
Mezzogiorno era “grano duro”. Ciò significava che la pasta seccata resisteva
anche dei mesi nelle casse di legno e
quindi si prestava al trasporto e al commercio con forti margini di incremento
del giro d’affari e delle aree di mercato.
Così nacquero le confraternite dei “macharonari”, dei “lasagnari”, dei “fidelari”. Tra l’altro scopriamo che alcuni
tipi di pasta come i “fidelini” derivano
il loro nome dall’arabo, così come le
“trenette”, per via della dominazione
araba in Sicilia. Troviamo la presenza
Pochi sanno che la prima vera capitale
della pasta è stata Genova che non
l'ha inventata ma resa un prodotto
commerciale di massa
Un piatto di pasta tipico della
cucina ligure, condita con pesto,
patate e fagiolini.
della pasta in documenti di banchetti
sin dal tardo XII secolo e ancora nel
XIII in documenti ereditari e persino
in prescrizioni mediche. Come veniva
mangiata quella pasta? Era condita con
olio, formaggio, verdure di stagione o
a volte solo bollita e messa insieme ad
altre pietanze. Poi, già nel XIV secolo
la troviamo condita con la salsa di noci
appresa in Oriente. Non escludiamo
presenze, forse un po’ più tarde, nei minestroni. Per ultimo, alla metà del XIX
secolo arrivò il condimento principe, il
pesto. Il boom del turismo estivo portò
l’accostamento con i sughi di pesce,
mentre dal Piemonte si recuperavano
e si riadattavano i “tocchi” a base di
carne, forse di derivazione francese.
Ma questa è tutta un’altra storia. Nel
frattempo tra il XVII e il XVIII secolo
a Napoli i sovrani avevano lanciato le
cosiddette trafile di bronzo per produrre ottima pasta. I Genovesi però non
persero la leadership.
43
cultura
IL SENSO DELLA VITA.
HO FOTOGRAFATO
PER CAPIRE
Lisetta Carmi, la
mostra personale.
Fino al 31 gennaio
2016, Loggia degli
Abati, Palazzo Ducale,
Genova.
L
44
vese o tra le pieghe delle lenzuola di un letto dove
i travestiti, all’epoca erano gli anni Settanta, potevano mostrarsi sfidando il pudore di una società
perbenista che preferiva ignorare la loro esistenza. Dietro il suo obiettivo non sono passati solo i
protagonisti del mondo culturale che animava la
Genova negli anni Settanta ma anche tutta la città, fermata nelle sue contraddizioni più profonde
e nascoste: il porto, lo scarico dei fosfati, i volti
sfigurati dalla fatica, da una quotidianità spesso
Paolo Lingua - il Melangolo
La cucina di Omero è semplice: sempre
e solo carne spiedata con pochissime
varianti; carne bovina adulta (buoi, tori,
giovenche), carne ovina (ma più sovente
agnelli e capretti), maiali particolarmente
ingrassati. In qualche caso si mangiano
cinghiali. Sulle mense di re e principi
guerrieri, accanto alla carne abbrustolita,
troviamo come unico accompagnamento il
pane (sembrerebbe sempre bianco, di farina
pregiata: non pensiamo ad alti pani lievitati,
tecnica ancora sconosciuta, ma a pani
bassi, schiacciati) e il vino di cui in alcuni
casi, per valorizzarne la qualità, si indica la
località di provenienza. L’alimentazione dei
protagonisti dei poemi omerici è, volendo
giocare sul paradosso, autoreferenziale.
Gli eroi sono pieni di forza quasi divina,
miracolosa. Una forza che viene dalla loro
vitalità fuori del comune. La carne che
quegli eroi mangiano, quasi distruggendola
a brani, con un appetito che può apparire
feroce e belluino, è solo la metafora del
circuito della vita.
isetta Carmi nel corso della sua lunga attività artistica ha sempre saputo cogliere
l’attimo, ha capito quale potere può contenere l’immagine, quale può essere il “dono”
dell’inquadratura perfetta. Un dono come il talento per la musica, la sua prima grande passione.
Di origine ebraiche, ha conosciuto l’orrore delle
persecuzioni razziali, quelle che segnarono anche
la sua adolescenza; espulsa dalla scuola, mentre
i suoi fratelli andarono a studiare in Svizzera, rimase nella solitaria casa di Lungoparco Gropallo
con un solo amico a tenerle compagnia: il pianoforte. L’incontro con la fotografia avviene in Salento dove, affascinata dalla luce e dalla bellezza
di quella terra, compra la sua prima macchina fotografica, un’Agfa Silette, e comincia a conoscere la Puglia attraverso l’obiettivo. San Nicandro,
Rodi Garganico, Venosa, le catacombe ebraiche i
suoi primi scatti.
“Come nella musica, nelle mie foto c’è ritmo, il
ritmo della musica che ho studiato per 35 anni”.
Il ritmo della vita – ci viene da aggiungere. Quella che passa dalle tavole del palco (per tre anni,
dal 1961 al 1964, è fotografa di scena al Teatro
Duse di Genova) al deserto, dagli studi degli artisti alle vie di città desolate, dove i volti dei profughi, sempre dannatamente attuali, colpiscono lo
sguardo e il cuore al di là di ogni latitudine. La
vita che scorre lenta sulle chiatte del porto geno-
Genova rende omaggio a Lisetta
Carmi con una mostra personale
a Palazzo Ducale, con il più alto
numero di fotografie mai esposte:
220 immagini che ripercorrono
l’intero percorso creativo della
grande fotografa
La cucina di Omero
lacerante, dalla sofferenza che è sintomo di emarginazione. Come pure la sofferenza che appartiene al ciclo vitale dell’umanità: undici scatti, per
molti ancora oggi scioccanti, della sequenza del
parto. La vita fermata negli attimi cruciali ma anche straordinariamente naturali. Eventi che accomunano l’umanità.
La mostra, allestita nella Loggia degli Abati, curata da Giovanni Battista Martini, si potrà visitare
fino al 31 gennaio 2016.
45
cultura
BRASSAÏ, POUR
L’AMOUR DE PARIS
“Dagli
Impressionisti
a Picasso”, i
Capolavori del
Detroit Institute
of Arts a Genova
(Palazzo ducale
– Appartamento
del Doge) fino al
10 aprile 2016.
L'eccezionale storia
di una passione, quella
che ha unito per più
di cinquant’anni lo
scrittore, il fotografo
e cineasta Brassaï agli
angoli più nascosti della
capitale francese
DAGLI IMPRESSIONISTI
A PICASSO
Una
eccezionale
sequenza di
capolavori
di Van Gogh,
Cézanne,
Gauguin,
Monet,
Matisse,
Picasso
46
I
l Detroit Institute of Arts si trasferisce a
Genova per ben 200 giorni (fino al 10 aprile 2016) con una selezione di cinquantadue
capolavori, un’occasione unica per ammirare
capolavori dei più grandi pittori del Novecento
nel loro periodo di massima espressione artistica e per ripercorrere all’inverso il tragitto che da
Detroit porta al vecchio continente. Ritroviamo
a Palazzo Ducale pionieri e simboli delle avanguardie: Monet, Van Gogh, Renoir, Degas, Picasso, Matisse, Kandinsky, artisti capaci di anticipare il gusto del moderno attraverso le loro
tele, espressione di tutte quelle novità e stimoli
che hanno caratterizzato l’Europa dei primi anni
del secolo scorso.
Curata da Salvador Salort-Pons e Stefano Zuffi,
la mostra è organizzata dal Detroit Institute of
Arts, prodotta da MondoMostre Skira insieme a
Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura ed è
promossa dal Comune di Genova e dal Ministero
dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Nel 1880 nasce la straordinaria avventura culturale
e imprenditoriale del collezionismo statunitense:
un inimitabile scambio tra pubblico e privato, uno
scenario del tutto nuovo per il mercato dell’arte
internazionale, che porta alla creazione e al rapido
sviluppo di grandi musei, considerati strategici per
la crescita culturale dell’intera nazione.
Con tipico spirito americano, nel giro di pochi
decenni, a cavallo del Novecento, si assiste a una
vera e propria competizione per la formazione
delle raccolte più complete. La scintillante Parigi
della Belle Époque è il punto di riferimento principale, ma i collezionisti, i galleristi, gli antiquari, le case d’aste, i direttori dei musei americani
sono impegnati in una continua corsa sostenuta
non solo da ingenti risorse economiche, ma anche da un gusto aperto, libero da pregiudizi.
I
n mostra al Ducale, fino al 24 gennaio, 250
fotografie vintage e una proiezione per raccontare la storia eccezionale di una passione, quella che ha unito per più di cinquant’anni lo
scrittore, il fotografo e cineasta Brassaï agli angoli
e ai più nascosti recessi della capitale ma anche
a tutti quegli intellettuali, artisti, grandi famiglie,
prostitute e mascalzoni, in breve, a tutti coloro che
hanno contribuito alla leggenda di Parigi.
Nato nel 1899 a Brasso in Transilvania, Gyulus
Halasz, che prende il nome di Brassaï nel 1929,
ha quattro anni quando suo padre lo porta con
se a Parigi dove è stato invitato, in qualità di
professore di letteratura, a trascorrere un anno
sabbatico. Questo periodo affascina il giovane
e resta impresso nella sua memoria. Il fascino
per Parigi porta Brassaï a raggiungere la capitale
francese nel 1924 dopo i suoi studi d’arte a Berlino. Ben presto incontra Desnos e Prévert i quali
lo inseriscono nell’ambiente degli artisti e degli
intellettuali che hanno contribuito a rinominare
gli Anni Folli di Montparnasse e lo introducono
al surrealismo.
Allo stesso tempo, Brassaï inizia a braccare nella luce notturna della città una Parigi insolita,
sconosciuta e disprezzata. Durante le sue lunghe
passeggiate che lo portano solo o in compagnia di
Henry Miller, Blaise Cendrars e Jacques Prévert,
complici nell’alimentare le sue curiosità, rende
visibili le umili prostitute dei quartieri “caldi” o
i lavoratori della notte alle Halles. Questo perdigiorno impenitente descrive la città seguendo
i punti di vista che gli sono propri e che la luce
gli offre come la visione panoramica di Parigi
dall’alto della torre di Notre Dame.
Nel 1932, Picasso impressionato dal lavoro di
Brassaï gli affida il compito di fotografare la sua
opera scultorea fino ad allora sconosciuta e che
deve essere pubblicata nel primo numero di una
nuova rivista d’arte: Le Minotaure.
Scopritore infaticabile della Parigi notturna, Brassaï
non è insensibile al fascino della capitale alla luce
del giorno, passa da un quartiere all’altro e analizza
le specificità di ciascuno. Mentre documenta le vita
reale di questi spazi, sa anche catturare lo spirito
di ogni quartiere di Parigi: la folla elegante di rue
de Rivoli, i passanti davanti ai negozi dei Grands
Boulevards, i carbonai lungo la Senna a Bercy, ma
anche l’imponenza dei monumenti, la torre Eiffel,
l’Arco di trionfo e soprattutto Notre-Dame. Così,
da qualsiasi lato si guardi il suo lavoro, vi si ritrova
Parigi, sempre Parigi.
Genova, Palazzo
Ducale, fino 24
gennaio 2016
47
appuntamenti
L’agenda europea
del Natale
RENZO TEBANO
Sei appuntamenti
da non perdere. Ecco
le nostre proposte per
un week-end in Europa
FESTIVAL
dal 18 dicembre al 6 gennaio 2016
dal 13 ottobre al 31 gennaio 2016
1 FERIA DE REIS A LA GRAN VIA
2015
4 LIEGI, NATALE NEL VILLAGGIO
La Feria de Reyes de la Gran Via, anche
nota come Sant Tomàs i Reis (San
Tommaso e i re) è il mercato
di Natale e Capodanno più grande
di Barcellona, con ben 300 bancarelle
che vendono soprattutto giocattoli
e oggetti regalo. Tra le leccornie
da non perdere il carbon de azucar.
www.barcellonayellow.com
Il villaggio conta 200 chalet divisi in
4 temi, tra cui lo chalet “ai piedi delle
piste”, che ospitano l’esposizione
della famosa collezione di palline
di Natale, in vetro soffiato e dipinte
a mano, quest’anno arricchita di nuovi
soggetti, come per esempio l’Arlecchino
e San Nicola con l’asino, rispetto
ai più tradizionali personaggi tratti
dalla tradizione locale vallone, come
per esempio il minatore.
http://www.belgium-tourism.be
fino al 3 gennaio 2016
2 LONDRA, WONDERLAND
FOLKLORE
Amsterdam
3
Londra
2
4
Liegi
PARCHI
Barcellona
Vienna
ARTE
5
1
D’INVERNO A HYDE PARK
dal 22 ottobre al 28 febbraio 2016
Il parco giochi natalizio torna a Hyde
Park. Tra le attrazioni spiccano la pista
di pattinaggio su ghiaccio chiusa
ad anello intorno al gazebo vittoriano,
la ruota panoramica che offre viste
mozzafiato della città a 60 mt di altezza,
e il Regno Magico con il castello stile
Frozen e la foresta scintillante
di sculture di ghiaccio. Ingresso libero.
www.visitlondon.com
5 LE DONNE NEI QUADRI DI
dal 28 novembre al 17 gennaio 2016
3
AMSTERDAM
E IL FESTIVAL DELLA LUCE
Istanbul
6
PIU ANTICO DEL BELGIO
Il 2015 segna la quarta edizione
dell’Amsterdam Light Festival, che
quest’anno celebra il tema dell’amicizia.
Numerosi i protagonisti di questa
edizione, tra cui l’artista svedese
Aleksandra Stratimirovic, la cui scultura
“Northern Lights”, letteralmente “Luci
nordiche”, attraverserà il fiume Amstel.
Da non perdere la parata prevista per
sabato 19 dicembre alle 18:30 che
illuminerà il canale del Prinsengracht
prima di imboccare il fiume Amstel.
www.iamsterdam.com
KLIMT, SCHIELE E KOKOSCHKA
Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar
Kokoschka – i tre pittori principali
del modernismo viennese – interpretano
i cambiamenti sociali che segnarono
la società all’inizio del 20esimo secolo,
quando il tradizionale rapporto uomodonna inizio a essere messo in discussione
da quello che diventò il movimento verso
l’uguaglianza tra i sessi.
www.wien.info
dal 3 dicembre al 31 marzo 2016
6
LA MOSTRA DEL GIOIELLO
OTTOMANO A ISTANBUL
Il museo Sadberk Hanim di Istanbul
ospita la mostra del gioiello, un totale
di 139 oggetti preziosi ottomani che
vanno dal 17esimo al 20esimo secolo,
finemente decorati con smeraldi, rubini,
diamanti e smalti. L’assortimento di
oggetti è vasto: dalle fibbie per cintura
a orologi, ventagli, pipe, tabacchiere,
spille, medaglie e pantofole.
www.theguideistanbul.com
ARTE
FOOD
48
49
turismo
Come arrivare
Per chi raggiunge Govone con il proprio mezzo di
trasporto, ci sono aree di parcheggio dedicate a
pagamento su tutto il territorio. I parcheggi lontani dal
centro sono dotati di un servizio navetta gratuito. Chi
è in possesso dei biglietti per gli spettacoli del Magico
Paese di Natale ha la precedenza sulle navette.
Come prenotare i biglietti per spettacoli e officine del
gusto
È possibile accedere agli spettacoli “La Casa di babbo
Natale”, “Arien” e “The time of Christmas” acquistando
i biglietti online.
La “Locanda” è una struttura riscaldata che offre caldo
ristoro e un servizio self-service.
Per informazioni: www.ilpaesedinatale.com
Telefono: 0173 58200.
LO SAPEVATE CHE...
(Dal dossier del Magico Paese di Natale di Govone)
Natale “diverso” al
mercatino di Govone
VALENTINA DE RIZ
Non solo mercatini,
Govone si trasforma
nel magico paese di
Natale per stupire
grandi e piccini
50
M
ai come quest’anno c’è bisogno di
Natale. Di tradizioni secolari, di famiglia, di quello stupore innocente che
per un attimo mette da parte la guerra, il sangue e
gli attentati che scuotono il mondo occidentale e
non solo, voglia di festa, di stare insieme. I tradizionali mercatini natalizi sanciscono il conto alla
rovescia che porta al 25 dicembre. Non solo Alto
Adige, tutta Italia si anima di bancarelle, golosità ed eccellenze enogastronomiche. A Govone,
in provincia di Cuneo, si tiene il terzo mercatino
d’Italia per numero di visitatori. Dal 28 novembre al 6 gennaio, nella terra delle Langhe-Roero e
Monferrato, torna ogni fine settimana “Il Magico
Nel mondo esistono tanti modi per festeggiare il
Natale. In Spagna i personaggi più popolari sono i
Re Magi ovvero los Reyes Magos che sono popolari
nei celebri Belénes, i presepi in miniatura che
rappresentano la vita nel villaggio natale di Gesù e che
per tradizione si costruiscono a mano in famiglia. In
Grecia il Natale significa condividere con la famiglia
il pranzo e il tipico Christopsomo, letteralmente il
pane di Cristo. A differenza della tradizione spagnola e
italiana, Babbo Natale e i doni sotto l’albero non sono
una tradizione così consolidata. Al posto del classico
abete i greci addobbano modellini di barche a vela in
legno con decori e luci colorate. Spostandoci verso il
nord dell’Europa, in Scandinavia, gli Julenisse, sono
piccoli spiritelli folkloristici le cui riproduzioni sono
usate come decorazioni. Fin dall’Ottocento sono legati
al periodo natalizio e leggenda vuole che la loro indole
dispettosa sia tenuta a bada con la ricetta preferita
fatta di pappa di riso e latte. Questo piatto si ritrova nel
giorno di Natale alla fine del pranzo con una mandorla
nascosta nella ciotola, simbolo di fortuna per chi la
trova. In Islanda di Babbo Natale ce ne sono tredici
e portano regali per i più buoni e patate vecchie per
quelli cattivi. Nel corso dei tredici giorni che precedono
il Natale scendono uno alla volta dalla Montagna Blu,
situata nei dintorni della capitale, anche per fare i
dispetti. Cambiando emisfero, in Australia tradizione
vuole che ci si trovi a Bondi Beach per il tradizionale
scambio dei doni sotto il sole facendo il bagno con il
cappellino di Santa Claus.
Govone,
in provincia
di Cuneo, è il
terzo mercatino
di Natale in Italia
per numero
di visitatori.
Paese di Natale”. Chiamarlo mercatino è riduttivo perché si tratta di uno degli eventi natalizi più
significativi del panorama nazionale. Le bancarelle, con oltre ottanta espositori, sono dedicate
al cibo e all’artigianato locale. Tra i prodotti da
non perdere, i formaggi al tartufo bianco e il classico torrone. Tra le casette del mercatino si può
passeggiare sorseggiando una cioccolata calda
o un bicchiere di fumante vin brulé. Il castello
reale di Govone, residenza sabauda e patrimonio
dell’umanità, fa da cornice all’evento e ospita la
casa di Babbo Natale. Un’esperienza da vivere
con i più piccoli che potranno assistere con la famiglia, su prenotazione, ad un musical itinerante.
continua a pag. 52
X
51
turismo
LIGURIA.
LA GENTE
CHE CAMBIA
Le Officine del Gusto
sono un laboratorio
culinario dove imparare
ricette, conoscere
blogger, chef ed esperti
del settore
52
Certo è che a Govone non ci si annoia. Le Officine del Gusto sono un laboratorio culinario i
cui temi centrali sono il pane e la farina, simboli
della cucina tradizionale e di tante ricette natalizie. Grandi e piccoli potranno cucinare intorno a
una grande tavola lavorando la pasta per il pane e
per la pizza. I corsi sono giornalieri e prevedono
grandi ospiti quali chef, blogger, giornalisti che
racconteranno ricette e segreti culinari. Il laboratorio “Il pane di famiglia” è strutturato come una
vera e propria officina meccanica. Tra gli eventi
in programma, “Pane e Companatico, Friciule e
Cibi Poveri” e il “Torrone”.
Per gli amanti della carne ci sarà anche “Regina
Polpetta” dove scoprire l’arte di improvvisare in
cucina e preparare una polpetta davvero regale.
Divertimento e meraviglia per i piccoli, artigianato e buona tavola per i più grandi. Il giusto
equilibrio per accontentare tutti. Santa Claus is
coming, non c’è tempo da perdere.
Tra le casette
del mercatino
si possono
gustare prodotti
enogastronomici
della tradizione
piemontese
come formaggi
al tartufo o il
classico torrone.
Scopri ogni giorno tutte le informazioni che ti servono
per abitare, per star bene, per studiare, per lavorare,
per fare impresa, per aiutare. Per vivere in Liguria.
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Agenda
moda
Dicembre 2015 anno 6 - n°41
COSA SUCCEDE IN LIGURIA
Mostre, fiere,
spettacoli,
gli appuntamenti
più importanti
dell’agenda
dell'inverno
Renzo Tebano
PONCHO, MON AMOUR
Poncho,cappa o mantello. Quel che
conta è indossarlo. Ha conquistato
le passerelle invernali per la sua
versatilità: si abbina al jeans come
al mini-abito. Se volete essere
di tendenza sceglietelo con le
frange o anni Settanta con tessuto
patchwork. Un classico che si afferma
contemporaneo nelle sue diverse
sfaccettature.
FIORI E
PROFUMI
UN PROFUMO PER SEDURRE O UN'IDEA REGALO
UN PONCHO CHE RITORNA IN DIVERSI TESSUTI E COLORI
UN PANTALONE CULOTTE PER STARE COMODE
Volete regalare una fragranza esclusiva? Aurélien
Guichard, uno dei “nasi” più famosi al mondo, ha
creato per Shiseido un’Eau de Parfum basata su due
accordi floreali: Aura, fresco e radioso e Presence,
delicato e sensuale. Per chi apprezza un profumo
discreto. Testimonial e volto della campagna
pubblicitaria è la modella tedesca Tess Hellfeuer
fotografata da Ben Hasset.
54
FIERE
Must have per le donne, scelta
discutibile per molti uomini che
non smettono mai di apprezzare
una gonna ben portata, certamente
un capo pratico: il pantalone ampio
e corto, chiama polpacci e caviglie
sottili. Per slanciare la figura meglio
indossarlo con un tacco alto.
Chi vuole azzardare può scegliere
di abbinarlo ad uno stivaletto.
PRESEPE
5-13 DICEMBRE
17 DICEMBRE – 3 GENNAIO
8 DICEMBRE – 31 GENNAIO
NATALIDEA
LA BOHÈME
Non si respira aria natalizia senza Natalidea,
che torna puntuale come ogni anno alla
fiera di Genova.Tante novità per poter
scegliere al meglio i vostri regali.
La Bohème di Giacomo Puccini, in scena
al Teatro Carlo Felice, è una di quelle
opere che fotografano lo spirito di
un’epoca e lo consegnano per sempre
alla memoria dei posteri.
IL PRESEPE
DI MANAROLA
www.natalidea.it
CHIAMATELO... PRATICITÀ
MUSICA
www.carlofelicedigenova.it
Ogni anno l’antico borgo della Riviera di
Levante, incastonato nella suggestiva cornice
delle Cinque Terre, si illumina dando vita ad un
paesaggio mozzafiato, unico nel suo genere.
Inaugurazione 8 dicembre intorno alle 17.30.
www.incinqueterre.com