Settembre / Ottobre 2009 - Associazione Italiana Sommelier

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Settembre / Ottobre 2009 - Associazione Italiana Sommelier
Anno XVI - n. 89 - € 3,50 - Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 - n. 46) art. 1, comma 1, DCB Milano
DEVinis
LA COMPETENZA, LA PROFESSIONALITÀ,
LA CULTURA, IL PIACERE,
I PROTAGONISTI DEL BERE BENE
Settembre / Ottobre 2009
PUBBLICAZIONE UFFICIALE DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIERS z www.sommelier.it - [email protected]
Editoriale
La
sfida
del nuovo
di Terenzio Medri
a crisi economica mondiale ha disegnato scenari inediti e creato situazioni non immaginabili
anche nel mondo del vino. Mentre in molti sostengono che il peggio è passato e il tunnel sta per finire,
tutti si domandano quando comincerà a vedersi un po’
di luce. Intanto i produttori di champagne si accorgono che l’invenduto è tale da costringerli a un drastico
taglio di produzione (260 milioni di bottiglie anziché
325 milioni del 2008), enoteche e ristoranti stappano
meno bottiglie (e quelle bevute non sono certamente le
più costose), migliaia di italiani scoprono il “vino fai da
te”, quello ottenuto direttamente in cantina dall’uva
comperata in campagna. È un modo per combattere
la moltiplicazione dei prezzi dal campo alla tavola e
gustare un prodotto buono e genuino.
Parto da questi presupposti per sostenere che i sommelier devono adeguarsi alla realtà, parlare un linguaggio semplice, valorizzare tutte le bottiglie, non solo le
cosiddette eccellenze. Ogni anno il sistema vino italiano produce tre miliardi di bottiglie, ma solo cinquanta milioni sono di alta qualità e comunque destinate a
un pubblico molto ristretto. L’Ais e i suoi associati,
devono riconsegnare alla bottiglia il ruolo di protagonista della convivialità: questo si può fare dando dignità sia al “Vino da tavola” sia alle grandi nobiltà enologiche apprezzate dai pochi appassionati che possono
permettersele.
Dico questo perché l'Ais deve sì continuare a tutelare
i consumatori come ha sempre fatto, ma deve anche
essere consapevole dei mutamenti in corso: sui mercati stanno affacciandosi nuovi protagonisti, l’Europa vede
restringersi la sua fetta di introiti e quindi anche il sommelier deve rinnovarsi.
Questo significa incrementare l’utilizzo di internet per
raggiungere i consumatori (soprattutto i più giovani),
migliorare ulteriormente la nostra didattica (magari
rendendola più semplice), prendere cioè atto della sfida
che il nuovo ha lanciato. Il sommelier deve ampliare i
suoi orizzonti, proponendosi non solo come comunica-
L
tore, ma anche come degustatore ufficiale riconosciuto. È quindi mia intenzione organizzare nell’immediato futuro gli “Stati generali del vino”, un convegno con
Federvini, Assoenologi, presidenti dei Consorzi,
Istituzioni, stampa agroalimentare e sommelier per parlare del vino a 360 gradi, per non rimanere fermi e passivi a guardare cosa accadrà, domandandosi a crisi finita che mercato del vino avremo.
Occorre quindi continuare a mettere in evidenza i
profumi della nostra terra, quelli delle uve che sono soltanto nostre, senza dimenticare che comunque ci sono
altri Paesi che meritano piena attenzione.
Il percorso, già programmato, ci porterà all’Expo 2015.
Qui, nel cuore dell’esposizione universale che avrà come
tema alimentazione e sviluppo, ci sarà un padiglione
dedicato ai vitigni autoctoni, un patrimonio che è esclusivo, unico e che nessuno ci potrà mai copiare.
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AIS Associazione Italiana Sommeliers
Presidente | Terenzio Medri
Vicepresidenti | Antonello Maietta, Rossella Romani
Membri della Giunta Esecutiva Nazionale | Terenzio Medri, Antonello Maietta, Roberto Gardini, Lorenzo
Giuliani, Vincenzo Ricciardi, Catia Soardi, Rossella Romani, Marco Aldegheri, Roberto Bellini.
La competenza, la professionalità, la cultura, il piacere, i protagonisti del bere bene.
Anno XVI settembre-ottobre 2009
Associazione Italiana Sommeliers Editore
Direttore editoriale e responsabile | Terenzio Medri, [email protected]
Coordinamento redazionale | Francesca Cantiani, [email protected]
Per la pubblicità | Roberto Pizzi, [email protected] tel. 02/72095574 – ICE Srl – Corso Garibaldi, 16 –
20121 Milano
Redazione | Associazione Italiana Sommeliers
Viale Monza 9 - 20125 Milano
Tel. +39 02/2846237 - Fax +39 02/26112328 - [email protected]
Segreteria di redazione | Emanuele Lavizzari, [email protected]
Hanno collaborato | Silvia Baratta, Luisa Barbieri, Sandro Camilli, Francesca Cantiani, Luigi Caricato, Riccardo
Castaldi, Alessia Cipolla, Pinuccio Del Menico, Elisa della Barba, Alessandro Franceschini, Natalia Franchi, Angelo
Gaja, Salvatore Giannella, Maddalena Giuffrida, Emanuele Lavizzari, Maurizio Maestrelli, Angelo Matteucci, Davide
Oltolini, Roberto Piccinelli, Cesare Pillon, Paolo Pirovano, Alessandra Rotondi, Lorenzo Simoncelli, Daniele Urso,
Franco Ziliani.
Fotografie | Archivio Ais
Per l’articolo a firma di Salvatore Giannella si ringrazia per la collaborazione: l’UGIS (Unione giornalisti italiani
scientifici, membro co-fondatore dell’europea EUSJA) e la sua presidente Paola De Paoli; la Fondazione Bernadotte
e il Council for the Lindau Nobel Laureate Meeting (per saperne di più sulla loro attività: www.lindau-nobel.de).
Le fotografie del servizio da Lindau sono di Christian Flemming e Mario A. Rosato
Per l’articolo a firma di Alessandra Rotondi foto della stessa autrice
Per l'articolo a firma di Alessia Cipolla foto di Vaclav Sedy
Per l’articolo a firma di Alessandro Franceschini foto dello stesso autore
Per l’articolo a firma di Elisa della Barba foto della stessa autrice
Per l’articolo a firma di Sandro Camilli foto di Andrea Boccalini e Massimo Romanelli
Per l’articolo a firma di Riccardo Castaldi foto dello stesso autore
Si ringrazia Urbano Sintoni per il ritratto fotografico del presidente Terenzio Medri (editoriale)
Reg.Tribunale Milano n.678 del 30/11/2001
Associato USPI
Abbonamento annuo a 6 numeri | ITALIA € 20,00 ESTERO € 35,00
Intestare ad “Associazione Italiana Sommeliers – viale Monza, 9 – 20125 Milano” specificando il motivo del versamento da effettuarsi secondo una delle tre seguenti modalità:
- pagamento tramite c/c postale 000058623208
- bonifico su Banco Posta, codice IBAN IT83K0760101600000058623208 (aggiungere per versamenti dall’estero codice SWIFT BPPIITRRXXX)
- bonifico bancario presso “Banca Intesa Sanpaolo, via Costa 1/A, Milano,
IBAN IT26H0306909442625008307992 (aggiungere per versamenti dall’estero codice SWIFT BCITIT22001)
Stampa | Grafiche Parole Nuove Srl - Brugherio Milano
Copie di questo numero | 40.000
Errata corrige | Nel numero 88 di luglio-agosto 2009 a pagina 38 è stato indicato erroneamente il prezzo del Lagone 2007
di Aia Vecchia. Il prezzo corretto è di € 5,90 + IVA a bottiglia. Ci scusiamo con gli interessati e con i lettori.
AIS 2009
Rinnovo quota associativa 2009
E’ possibile rinnovare l’iscrizione nei
seguenti modi:
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basta collegarsi al sito
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cliccare su “Rinnovi Online”
e seguire le istruzioni
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tramite Carta di Credito
(escluso Diners Card).
4
c/c postale
n. 58623208 intestato ad
“Associazione Italiana Sommeliers
Viale Monza 9, 20125 Milano”,
indicare nella causale
“Quota associativa 2009”.
Bonifico presso Banco Posta
intestato ad “Associazione Italiana
Sommeliers” IBAN
IT83K0760101600000058623208
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dall’estero codice
SWIFT BPPIITRRXXX).
Bonifico bancario
presso “Banca Intesa Sanpaolo,
via Costa 1/A, Milano” intestato ad
“Associazione Italiana Sommeliers”
codice IBAN
IT26H0306909442625008307992
(aggiungere per versamenti
dall’estero codice
SWIFT BCITIT22001)
La quota associativa è di 80 euro
e comprende l’abbonamento annuo
alla rivista ufficiale AIS e alla Guida
Duemilavini edizione 2010.
Sommario
Settembre / Ottobre 2009
10
Storia, tradizioni e vino in Basilicata
RIONERO
14
ANCHE
VULTURE
PARERE DI
26
ANGELO GAJA
30
SULLA RIFORMA
OCM
Alla conquista del continente
IL CONCORSO
“MIGLIOR SOMMELIER D’EUROPA”
“El vin de Milan”
SAN COLOMBANO
AL
LAMBRO
E LA SUA
DOC
I premi Nobel danno l’allarme
CAMBIAMENTI CLIMATICI MINACCIANO ANCHE LA VITE
36
ROSSESE
44
Alla scoperta di una Doc storica
DI
DOLCEACQUA
52
DA DEGUSTARE
Insieme ai cuochi della “Grande Mela”
“CHEFS & CHAMPAGNE”
IN SCENA A
NEW YORK
Arrivederci estate!
LOCALI DI SUCCESSO DELLA BELLA STAGIONE
56
IL MONTE VULTURE
E RIONERO (PZ),
SEDE DEL 43.MO
CONGRESSO NAZIONALE
NAZIONALE
L’Europa sulla buona strada
A SAN MARINO
I
43.MO CONGRESSO
IL VINO HA I SUOI CONFLITTI DI INTERESSI
22
I
ACCOGLIE IL
Il rating delle etichette
20
IL
IN
LA
Merito di Caterina de’ Medici!
DEGUSTAZIONE DEI VINI DI
CARMIGNANO
Sommario
Settembre / Ottobre 2009
62
IL
I colori del deserto
TURISMO IN
68
IL
VINO, MEDICINA DEL PASSATO
Le ricchezze dell’Umbria
AMELIADOC
88
RADICI CRISTIANE NEL PANE E NEL VINO
Viticoltura agli antipodi
IL PINOT
48
72
74
76
78
80
98
112
114
DA SORSEGGIARE LENTAMENTE
“Prendete e mangiatene tutti”
94
All’interno
TRA STORIA E PROGRESSO
L’eredità dei faraoni
84
LE
MAROCCO
NERO DELLA
NUOVA ZELANDA
Architettura e vino
CONTINUA
Olio
CHE CREA LE DIFFERENZE
L’OLEOLOGO, L’ESPERTO
Birra
IL
PRIMO BREWPUB DI
Distillati
Acqua
C’ERA
LISCIA
IL VIAGGIO NELLE CANTINE INNOVATIVE
MILANO
UNA VOLTA LA VODKA
O GASSATA?
Enopassione
DAL
SOFTWARE ALLA VIGNA
Sicurezza stradale
Sullo scaffale
Io non ci sto!
LE
IMPARIAMO
A USARE L’ETILOMETRO
NOVITÀ EDITORIALI
ABBASSARE
I PREZZI È NECESSARIO, SBRACARE È SUICIDA!
Congresso nazionale
Nuovo slancio
al sistema-vino
e ai suoi protagonisti
di Francesca Cantiani
a Basilicata è una regione che
sprigiona dalle sue strettoie
un’intelligenza aspra, asciutta.
È una terra intrisa di luce e di fascino ruvido, difficile da dimenticare.
Sono gente fiera i Lucani, che hanno
saputo mantenere la propria identità culturale basata su solide tradizioni e su un carattere ospitale e orgoglioso, ostinato e determinato, fondamentale per la sopravvivenza di un
popolo. Dominazioni e inadempien-
L
10
ze politiche non li hanno sopraffatti
e sono riusciti a rimettersi in piedi
anche su questa terra difficile, per la
quale hanno sempre lottato aspramente e ricordato nel cuore.
Oggi la Basilicata è una regione che
sta riscoprendo le sue potenzialità,
prima tra tutte la vocazione turistica, legata alle tradizioni e al ricco
patrimonio artistico, paesaggistico ed
enogastronomico.
Infatti pur non essendo annoverata
tra le zone enologiche più ricercate,
la Basilicata non solo produce buoni
vini ma vanta l’origine di uno dei vitigni più apprezzati in tutto il mondo:
l’Aglianico del Vulture Doc. Un territorio, dunque, tutto da scoprire e da
rilanciare e che vede l’Ais tra i promotori di questa rinascita. È per questo
motivo che proprio in questa terra
generosa e dura si è deciso di organizzare il 43° Congresso nazionale
dell’Associazione italiana sommelier.
L I Sassi di Matera
Castelmezzano,
uno dei borghi più
pittoreschi d'Italia
«Vogliamo far scoprire la nostra regione, in un percorso che emozioni profondamente e che faccia apprezzare
anche ai non addetti ai lavori il nostro
panorama vitivinicolo, che vanta
punte d’eccellenza» tiene a sottolineare Vito Giuseppe D’Angelo, presidente Ais Basilicata. Ma il congresso
segna anche un momento importante per fare il punto dell’attività dell’Ais
da sempre impegnata nel rilancio del
vino italiano di qualità. «Il nostro
obiettivo primario è quello di essere
leader in assoluto nel sistema vitivinicolo nostrano e internazionale.
Attualmente godiamo la stima dei
produttori, l’apprezzamento da parte
dei consumatori ma non dobbiamo
fermarci qui» spiega con forza il presidente dell’Ais nazionale, Terenzio
Medri. «Da anni portiamo avanti un
programma volto non solo a promuovere la qualità ma ad aprire questo
mondo al grande pubblico. Perché il
vino, la sua cultura, il lavoro che sta
dietro, dalla vigna fino al prodotto
finito, deve essere patrimonio di tutti
gli italiani. Sento con piacere l’orgoglio di chi oggi è sommelier e appartiene alla nostra associazione, che da
decenni lavora per il vino a 360 gradi.
Questo congresso segna l’occasione
per promuovere nuove iniziative e per
lanciare progetti che sappiano coinvolgere tutti i protagonisti del sistema-vino».
Il programma prevede cinque giorni
(30 settembre - 4 ottobre) densi di
appuntamenti non solo tecnici ma
anche turistici, che offriranno la possibilità di scoprire bellezze paesaggistiche e artistiche meno note al turismo di massa ma ugualmente indimenticabili. Come l’Abbazia di San
Michele a Monticchio, che risale al
VIII secolo d.C. e venne edificata
attorno a una grotta dai monaci
Basiliani per passare poi a diversi
ordini monastici fino a quello militare costantiniano, che ne fu proprietario fino al 1866. Da non perdere
anche i laghi di origine vulcanica
immersi nel verde del Monte Vulture
o la visita a Venosa, città natale del
poeta latino Orazio, o al Castello di
Uno veduta di Melfi,
dominata dal castello
11
Congresso nazionale
L Rionero e il Monte Vulture
Melfi, uno tra i più importanti di
epoca medievale del Sud Italia, risalente al IX secolo a opera dei
Normanni. Oppure una sosta a
Rionero in Vulture, con la casa natale del senatore Giustino Fortunato,
padre della questione meridionale, e
luogo che vide la nascita del brigante-eroe Carmine Donatelli Crocco,
che fu a capo di un vero esercito nel
periodo post-unitario. E infine la passeggiata a Matera, nello splendido
scenario dei Sassi, iscritti nel 1933
12
nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità dell’Unesco, primo sito
dell’Italia meridionale, scelti perché
rappresentano un ecosistema urbano straordinario, capace di perpetuare il sistema abitativo dalle caverne della preistoria fino alla modernità.
A Rionero in Vulture è prevista la cerimonia di apertura presso il Palazzo
Giustino Fortunato, il più importante degli edifici signorili, con l’intervento delle autorità cittadine.
Un’occasione importante per spiegare anche al mondo della politica la
lotta che l’Ais da anni ha intrapreso
per diffondere la cultura del bere
sano, ora cavallo di battaglia anche
dell’attuale governo, per insegnare ai
giovani, ma non solo, che bere nel
modo giusto significa ritrovarsi, riscoprire i valori della propria cultura.
«La bottiglia deve essere al centro
della convivialità» osserva il presidente Medri. «Non deve essere identificata con la paura dei prezzi, con la
perdita dei punti della patente, con
le stragi del sabato sera, non si deve
insomma frantumare questo mondo
prezioso, che è uno dei fiori all’occhiello del nostro Paese nel mondo.
Per questo è essenziale che la nostra
associazione, forte dell’esperienza
maturata negli anni, si faccia promo-
L Uno dei laghi di Monticchio
L Vito Giuseppe D'Angelo,
presidente Ais Basilicata
trice della capacità e della necessità
della comunicazione tra tutti i soggetti interessati, dai produttori ai consumatori, rimanendo radicata alla
realtà. A tale proposito sta maturando l’intenzione di convocare gli Stati
Generali, perché solo dal coinvolgimento di tutti i protagonisti del sistema-vino si può dare nuova energia e
trovare contenuti in grado di garantire l’eccellenza del prodotto e l’attenzione verso il consumatore». Un consumatore sempre più attento ed esigente per il quale occorrono esperti del
vino preparati e in grado di parlare un
linguaggio semplice ed efficace. E
venerdì 2 ottobre, a Melfi, al ristorante “Relais La Fattoria” si terranno le
selezioni per il concorso “Miglior sommelier d’Italia 2009”. I tre finalisti si
disputeranno il titolo, vinto la scorsa
edizione da Ivano Antonini, a Matera,
all’Auditorium del Conservatorio
“Duni”. Al vincitore verrà assegnato
anche il Trofeo Guido Berlucchi,
accompagnato da un sostanzioso premio. Una sfida sicuramente emozionante che permetterà di apprezzare
le qualità dei candidati in degustazioni alla cieca, prove di servizio e
correzioni della carta dei vini. Un altro
esempio di come l’Ais miri ad ampliare la conoscenza e la cultura enologica e le capacità di chi si dedica
all’attività di sommelier. Una figura
professionale ormai indispensabile
che, con la sua autorevolezza, è
diventata il tramite insostituibile tra
il mondo dei produttori e i consumatori. Anche su questo punto il presidente Medri ha le idee chiare: «Il
linguaggio deve essere rivisto nel
prossimo futuro. Dobbiamo poter
essere capiti da tutti, la cultura del
vino che noi promuoviamo deve
entrare nelle case degli italiani e l’Ais
ne deve essere garante, come lo è
sempre stata».
Il presidente dell’Ais Basilicata
D’Angelo mette in rilievo l’importanza e il ruolo che l’Ais è riuscita a conquistare nel panorama vinicolo. «Nella
nostra regione abbiamo ormai un’immagine di competenza e di professionalità che ci viene riconosciuta dagli
operatori del settore e dagli appassionati che sempre più numerosi ci
seguono. La strada che l’Ais ha deciso di intraprendere promuovendo il
bere consapevole da contrapporre ai
“beveroni”, allo sballo e al consumo
sregolato di superalcolici o di vino di
scarsa qualità sta premiando i nostri
sforzi».
Il 43° congresso non è dunque un
traguardo ma una tappa da cui rilanciare i grandi temi che contraddistinguono i contenuti e la cultura dell’Ais.
13
Vino e finanza
Rating:
è bufera
anche sul
vino
di Lorenzo Simoncelli
NEMMENO
LE AGENZIE
DI SCORE DEL VINO
SEMBRANO ESSERE
PRIVE DI CONFLITTI
E
D’INTERESSI.
NELL’ERA DI
INTERNET 2.0
E DEI
SOCIAL NETWORK SONO
ANCORA EFFICACI?
IN
ESCLUSIVA ECCO
L’OPINIONE DI
ANTONIO
GALLONI, DELLO STAFF
DI ROBERT PARKER
14
uando si parla di conflitto
d’interessi chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Dalla politica all’economia,
passando per la magistratura, sono
pochi i settori in Italia e all’estero che
riescono a evitare gli accumuli di
incarichi per fini personali. Vino compreso.
Lasciando da parte politica e magistratura, in ambito finanziario i soggetti più chiacchierati sono le agenzie di rating, quegli strumenti che
soprattutto dopo Basilea 2, avrebbero dovuto suggerire ai risparmiatori, quanto fosse rischioso il loro investimento in titoli obbligazionari.
Peccato che a pochi mesi dal crack
della Lehman Brothers, le principali
agenzie di rating Moody’s, Standard
& Poor’s e Fitch avessero stimato praticamente impossibile (A) il suo rischio
di default. Dopo il fallimento di una
delle principali banche d’affari americane la comunità finanziaria internazionale ha messo duramente sotto
Q
accusa le tre sorelle del rating per non
aver tempestivamente informato
risparmiatori e addetti ai lavori sulla
reale solidità finanziaria della Lehman
Brothers. Questo, insieme al consueto irrigidimento normativo di un post
crisi, ha fatto sì che le agenzie di
rating non fossero più considerate
come in passato punti di riferimento
per chi investe in titoli obbligazionari. Ma com’è potuto succedere? Il
problema è strutturale, ed ecco che
ritorna il conflitto d’interessi. Le società che commissionano il giudizio dei
loro titoli alle agenzie di rating, sono
anche quelle che pagano questo servizio, e allora si capisce che mettere
un segno più al rating finale potrebbe anche dipendere da qualche
biglietto verde in aggiunta da mettere sul tavolo. Anche se il tutto dovrebbe essere supervisionato dalla Sec
(Securities and Exchange Commission),
che probabilmente ha chiuso non
uno, ma due occhi di troppo. Ahimè,
anche il nostro amato vino di cui scri-
viamo sempre con passione su queste pagine non è estraneo al conflitto d’interessi.
Anzi, forse operando un parallelismo
tra vino e finanza, come cerco sempre di fare in questa rubrica, essendo meno regolamentato è proprio il
mercato del vino ad essere più a
rischio di impeachment. A differenza della finanza, infatti, “i servizi di
rating” che danno giudizi, più o meno
attendibili, sulla qualità del vino
imbottigliato, sono molteplici. Anche
qui a pagare, come nelle agenzie di
rating tradizionali, è chi richiede la
valutazione del prodotto, nel caso specifico le aziende vinicole. Ma a rendere meno limpido il tutto nel mondo
del vino è la mancanza di un’autorità super partes, come la Sec nella
finanza, che eviti potenziali conflitti
d’interessi. Inoltre le agenzie di rating
del vino forniscono informazioni limitate agli acquirenti, che nel momento in cui si trovano a comprare una
determinata bottiglia vorrebbero
conoscere esattamente la morfologia
del vino (condizioni climatiche, tipologia di coltivazione d’uva etc…), cosa
che spesso viene omessa nelle varie
valutazioni. Come ovviare dunque al
problema? In Francia, dove la produzione di vino è assai cospicua, esiste un comitato locale, detto il sindacato, che ha il compito di giudicare
se il vino riflette accuratamente le
indicazioni di uvaggio presenti sull’etichetta, ma anche qui i criteri utilizzati dal comitato non forniscono
molte specifiche agli acquirenti finali. A differenza della finanza, esiste
anche un ampio numero di servizi di
rating finanziati da chi compra il vino.
Tra i principali The Wine Advocate di
Robert Parker, The Burghound di Allen
Meadows e The Wine Spectator
Magazine. Questi, i cosiddetti critici
del vino, di cui Robert Parker è il
più famoso, in cambio di una sottoscrizione annuale vanno ad assaggiare le varie cantine in giro per il
mondo, fornendo un giudizio personale.
Ma è giusto che la voce di un singolo critico possa influenzare il livello
e soprattutto il prezzo di un’etichetta? Se poi pensate che Parker può
arrivare a degustare fino a mille vini
al giorno, siamo sicuri che la capacità di percezione non muti? Ma soprattutto nell’era di Internet 2.0 e dei
social network dove nascono fan club
legati ai vini, su Facebook sono
19.083 i fan del Brunello di Montalcino, è ancora attuale questo metodo di valutazione? Sono passati 31
anni quando nel mondo della critica
enologica stava per compiersi una
grande rivoluzione: un certo Robert
Parker decideva di dare dei voti alle
etichette in scala da 1 a 100. Di per
sé non una grande innovazione, visto
che i vini venivano giudicati in base
al sistema dei voti delle High School
degli Usa. Fino a 50/100 il vino si
può considerare difettoso, tra i
50/100 e gli 80/100 molto probabilmente andrà invenduto e solo superata la soglia dei 90/100 potrà entrare di diritto nell’olimpo dell’enologia.
Con il passare degli anni si sono create delle alternative a questo sistema
di valutazione: la scuola francese ha
inventato la scala in ventesimi, poi è
L Robert Parker,
il più noto “eno-critico”
15
Vino e finanza
L Antonio Galloni,
stretto collaboratore
di Robert Parker
16
nato il sistema delle cinque stelle.
Se dunque già in passato si è dubitato non poco sui metodi di assegnazione degli score del vino, negli ultimi anni con la diffusione dell’enofilia
anche tra i meno esperti, l’edificio
della critica del vino si sta pericolosamente crepando.
Soprattutto dopo che l’autorevole Wall
Street Journal ha duramente criticato l’imparzialità di Parker e della sua
newsletter The Wine Advocate per
aver scoperto che una casa vinicola
australiana, la Wine Australia, ha
finanziato con 25 mila dollari la trasferta in Australia del suo collaboratore Jay Miller.
Fenomeno non isolato da quanto si
legge nell’articolo del Wsj (http://onli-
ne.wsj.com/article/SB12433018307
4253149.html), visto che anche Mark
Squires, un altro collaboratore di
Parker, sarebbe andato in Portogallo,
Grecia e Israele sempre pagato da enti
governativi o aziende agricole. Noi
di questo e molto altro ne abbiamo
parlato in esclusiva con Antonio
Galloni, uno dei nove esponenti del
team di Robert Parker, specializzato
nell’area italiana e dello Champagne.
Molti dicono che il metodo di valutazione di Robert Parker è ormai
vecchio, soprattutto nell'era del
web 2.0: lei come risponde a queste critiche e perchè è ancora valido e affidabile?
«Queste sono solamente delle osservazioni che ognuno è libero di fare.
Penso che il nostro metodo di valutare i vini, con tante degustazioni e
visite nelle regioni, sia abbastanza
unico. Inoltre nelle aree vinicole più
importanti al mondo, facciamo in
aggiunta a quelle correnti delle degustazioni di annate storiche.
Pubblichiamo tra le 12 mila e le 14
mila recensioni all’anno, oltre a tutto
il materiale che c’è sul nostro sito
www.erobertparker.com, incluso verticali e articoli su ristoranti. Non
accettiamo pubblicità di nessun tipo,
perciò siamo finanziati al 100% da
abbonamenti. Siamo e rimaniamo
prima di tutto dei consumatori e degli
appassionati di vino. Personalmente
in un anno compro molto vino, perciò se una bottiglia al quale ho dato
un punteggio alto risulta poi deludente, sarò io tra i primi a non essere soddisfatto.
Sicuramente la tecnologia sta cambiando il mondo in tutti gli aspetti.
Abbiamo cercato di creare un sito
molto interattivo per i nostri abbonati. Oltre al forum pubblico (aperto
anche ai non abbonati) io gestisco
uno spazio dedicato esclusivamente
agli abbonati sulle regioni di mia competenza (Italia e Champagne) che
penso sia totalmente unico nel mondo
del vino. I lettori sono liberi di chiedermi tutto quello che vogliono, e
ovviamente partecipo spesso ai dibattiti per tenere tutti i nostri lettori
aggiornati. Questo forum chiamato
“In the Cellar” è uno delle parti più
seguite del sito. Oltre a questo ho una
pagina su Twitter e un'altra su
Facebook».
Il WSJ a giugno sulle sue pagine ha
criticato il vostro sistema di valutazione dei vini affermando che
alcuni membri dello staff di Parker,
e quindi suoi colleghi, usufruivano
di benefit (anche viaggi pagati) per
andare ad assaggiare i vini. Lei non
pensa che ci sia un po’ di conflitto
d'interessi?
«Si tratta di due episodi molto diversi sul quale Parker ha parlato ampiamente. Nel primo caso, uno dei nostri
collaboratori, Mark Squires, ha accettato viaggi pagati da enti con il permesso di Parker per vedere regioni
emergenti, come Israele e Portogallo,
dove normalmente non avremmo
potuto mandare uno del nostro staff.
Ci sembrava un servizio aggiunto per
i nostri lettori poter inviare qualcuno
per vedere in prima persona queste
aree, ma non avendo il budget per
farlo, abbiamo accettato un supporto esterno. Non volendo creare neanche una piccola possibilità di conflitto d’interessi abbiamo deciso di
sospendere tutto. Nel secondo caso,
il mio collega Jay Miller ha accettato
dei viaggi, oltre ad aver condiviso
periodi di ferie con un importatore,
che è un suo amico personale. Jay
ha vissuto una vita nel mondo del
vino e dopo decenni di attività diventa difficile sapere come e quando
separare la vita professionale da quella privata. Da parte sua Jay si è scusato pubblicamente con i nostri lettori per valutazioni che potevano creare possibili conflitti d’interessi; Parker
allora ha analizzato le recensioni di
Jay con quelle che aveva fatto lui negli
anni passati, naturalmente delle stesse regioni, cioè Spagna e Australia, e
ha notato che nella maggioranza dei
casi i punteggi erano molto simili tra
loro. Parker ha anche dichiarato pubblicamente che licenzierebbe subito
chiunque dei suoi collaboratori nel
caso di conflitti d’interessi».
Come il mondo del vino ha attraversato la crisi economico-finanziaria degli ultimi due anni? I fondi
di investimento in vino non sembrano averne risentito troppo, ma
la vendita al dettaglio?
«Il vino continua a passare un
momento estremamente difficile in
tutto il mondo. Negli USA la vendita
di etichette sopra i 25 dollari è bloccata. Questo vale per tutti i paesi e
L La tabella di riferimento di Robert Parker per valutare i vini
per tutte le categorie, cioè per i vini
italiani, francesi, americani, etc. In
questo momento il consumatore sta
scegliendo di spendere meno o di bere
vini che aveva già in cantina. Lo stesso discorso vale per i ristoranti dove
comunque si lavora abbastanza bene,
ma il prezzo medio delle bottiglie vendute è calato in modo drammatico. I
miglioramenti della tecnica in vigna
e in cantina, le condizioni climatiche
in genere più favorevoli che mai
(soprattutto in zone fresche tipo
Bordeaux, Borgogna e Piemonte) e
l’aumento di qualità nella produzione nei paesi del nuovo mondo hanno
creato una situazione dove non è
necessario spendere molti soldi per
bere bene. Lo stress sul rallentamento delle vendite adesso incomincia a
vedersi sulla vulnerabilità degli ope-
ratori (importatori, distributori, enoteche) del mondo del vino. Ovviamente
i produttori vendono meno di prima,
una condizione che rende difficile
gli investimenti futuri e mette a rischio
i programmi già presi quando le previsioni erano più rosee. Gli importatori eliminano aziende che hanno nel
loro portafoglio, tagliano gli ordini
anche ai produttori con i quali lavorano bene, gli importatori e i distributori fanno fatica a pagare la merce
e non mi sorprenderà se qualche
azienda fallirà».
Come stanno andando i vini italiani sia da un punto di vista qualitativo che di distribuzione?
«Il vino italiano ha due grandi vantaggi. Il primo è che si abbina molto
bene al cibo, e questo fa sì che la cul-
17
Vino e finanza
tura mediterranea rimanga molto
popolare negli Usa e nel resto del
mondo. Il secondo punto di forza è la
diversità di un Paese con tante regioni e vitigni diversi».
I rossi italiani sono da sempre in
grande competizione con i rossi
francesi. Che cosa ne pensa lei?
Può fare il nome di qualche etichetta italiana che le piace particolarmente?
«Ovviamente i più grandi vini italiani
possono fare concorrenza ai più grandi vini di qualsiasi altra regione del
mondo. A questi livelli conta soprattutto la reputazione delle cantine.
In questo contesto, è il Piemonte che
chiaramente rappresenta la leader-
18
ship per i vini da collezione negli Usa,
con aziende come Gaja, Bruno Giacosa, Giacomo Conterno e Luciano
Sandrone, oltre a molti altri. Il
Brunello di Montalcino è anche molto
popolare negli Usa, ma è in una categoria dove c’e interesse solo delle
annate di rilievo. A questi si aggiungono altri nomi importanti tra cui
Romano dal Forno, Quintarelli e le
grandi aziende Toscane come Ornellaia, Tua Rita, Antinori e altre. Il sud
ha ancora un po’ di strada da fare,
ma sono sicuro che riuscirà».
Quale Nazione la sta colpendo di
più e quali sono gli scenari futuri
di crescita per questi Paesi?
«C’è una possibilità di crescita enor-
me, ma è importante che questa
avvenga in modo graduale e sostenibile, altrimenti si verrà a creare
un’altra bolla. Penso che in questi
tempi si capisca quanto sia duro
attraversare un periodo di correzione. Da quanto mi dice la collega Lisa
Perrotti-Brown, che copre l’Asia, c’è
molto interesse in questi Paesi,
soprattutto per i vini con marchi prestigiosi. Non avendo una propria cultura enologica, hanno dovuto costruire tutto da zero, un po’ come è succeso negli Usa molti anni fa. C’è inoltre grande rispetto per il vino, come
mantenerlo, come servirlo, soprattutto nei ristoranti, cosa che secondo la
mia opinione rimane uno dei punti
deboli della ristorazione italiana».
L’opinione
L’
Unione
europea
promossa
a pieni voti
di Angelo Gaja
e norme dettate dalla commissione agricola di
Bruxelles venivano spesso accolte da sfottò, ironia, sarcasmo.
Quel voler legiferare sulla lunghezza e curvatura dei
fagiolini verdi, sul colore del guscio delle uova, su forma
e calibro dei pomodori con la pretesa di stabilire quali
di questi prodotti fossero commerciabili e quali altri no
appariva quanto meno bizzarro.
Quella introdotta da Bruxelles il 1° agosto è una riforma vera, che si ispira al buon senso – merce rara al giorno d’oggi – e pone termine a trent’anni di spreco di denaro pubblico.
Da soli i Paesi del vino non ce l’avrebbero fatta mai: va
reso merito ai Paesi del nord Europa.
Certo, si è dovuto pagare il prezzo di una eccessiva liberalizzazione ma di questa è responsabile anche l’Italia
per essere stata lungamente latitante al tavolo delle trattative.
C’è una buona ragione in più per sentirci europei.
L
III C’È‘ MOLTO DI BUONO NELLA NUOVA OCM VINO
Come dirlo? Ci provo con i voti.
Il primo agosto 2009, Voto 10 per la puntualità, in
barba ai furbetti dei rinvii sono entrate in vigore le
nuove norme elaborate dalla commissione agricola di
20
Bruxelles che regoleranno il mercato del vino europeo
(Ocm vino). Per comprendere la partita che si è giocata a Bruxelles occorre fare qualche passo indietro e
seguire la pista dei sussidi agricoli comunitari: quelli
ingenti riservati al comparto del vino europeo venivano per oltre il 75 % destinati alla distruzione delle eccedenze, spesso costruite ad arte. A finanziare i sussidi
comunitari contribuiscono per quota parte ciascuno
degli Stati dell’Europa unita: appena qualche anno fa
l’Inghilterra di Blair tuonava contro lo sperpero dei contributi agricoli comunitari e proponeva di dimezzarne
l’importo. Bruxelles ha saputo cogliere il momento favorevole e attuare una profonda riforma che passa attraverso una serie di norme atte a riequilibrare il mercato disincentivando la sovra-produzione vinicola; Voto
10 per l’eliminazione dei sussidi destinati alla distruzione delle eccedenze; Voto 8 per i premi all’estirpazione dei vigneti; Voto 8 per il contenimento della pratica dello zuccheraggio dopo averne minacciato la totale eliminazione; Voto 9 per la progressiva riduzione
sino alla totale eliminazione dei sussidi al Mosto Concentrato Rettificato (Mcr). I contributi recuperati verranno destinati, Voto 7, alla promozione del vino europeo nei mercati extra-comunitari senza però che siano
stati previsti adeguati sistemi di vigilanza. È auspica-
L Angelo Gaja e Terenzio Medri
bile che gli sprechi del passato insegnino qualcosa.
Al tavolo delle trattative fecero sentire la loro voce
tutti gli Stati europei, anche quelli che non producono
vino ma sono invece produttori di spiriti. La nazionale
degli spiriti è potentissima nel centro-nord Europa e
guarda con crescente interesse a espandere gli investimenti nel settore del vino europeo. L’occasione era buona
per allearsi con quelli che più o meno sommessamente già invocavano una liberalizzazione del mercato. Voto
5 allo scioglimento di vincoli e lacci vari e all’ampliamento delle pratiche di cantina riconosciute legali. Accese polemiche hanno accolto in Italia queste ultime
norme: alcune di esse però non entrerebbero in vigore
prima di una decina di anni mentre per altre, che non
sono strettamente vincolanti e dovranno essere accolte dal nostro ordinamento, esistono margini di trattativa che andranno esplorati.
Quale fu l’atteggiamento dell’Italia nel corso delle trattative? A gufare contro il vento della riforma fin dal
nascere fu la poderosa compagine dei succhiatori perenni di denaro pubblico. Si esultò prematuramente non
senza ambiguità per il ripetuto tentativo che Bruxelles
fece di abolire lo zuccheraggio come fosse una vittoria
nostra in grado di giovare al Mcr italiano; per il resto
ogni provvedimento di quelli in discussione veniva liqui-
dato con critiche severe. Al tavolo delle trattative l’Italia si autoescluse, si ridusse a giocare un ruolo marginale senza mai riuscire a incidere sulle questioni di
nostro specifico interesse. Dilaniata dalle divisioni delle
varie associazioni di categoria, accanite nella difesa dei
rispettivi interessi e incapaci di tessere tra di loro uno
straccio di accordo da affidare ai negoziatori incaricati
di rappresentare il nostro Paese; con scarsa autorità
morale per avere in passato beneficiato e fatto largo
spreco di contributi comunitari; arroccata in difesa del
Mcr per la produzione del quale succhiava sussidi anno
dopo anno. Venne sottovalutato il peso che la nazionale degli spiriti avrebbe avuto nel corso delle trattative: ma questa è l’Europa e occorre prendere atto che
le questioni del vino in futuro non verranno più discusse soltanto dal nostro Paese, Francia e Spagna. L’Italia perse malamente la partita ma il torneo europeo
durerà ancora a lungo e per riprendere a competere
bisogna rimediare ai molti errori commessi: rifare la
squadra da inviare a Bruxelles, precisare gli obiettivi,
ridisegnare la strategia delle alleanze senza scordare
che è la Francia la naturale alleata dell’Italia. L’avvio è
da Voto 10 per l’avvenuta nomina dell’ex-ministro Paolo
De Castro alla presidenza della commissione agricoltura del Parlamento europeo, ma è solo l’inizio.
21
Wsa
A San Marino
la Champions
League
dei sommelier
di Emanuele Lavizzari
migliori sommelier del Vecchio Continente si danno appuntamento
nella più antica repubblica del mondo. Dopo il titolo assegnato nella
passata edizione a Londra, la prestigiosa competizione internazionale giunge quest’anno a San Marino.
Sarà una tre giorni entusiasmate quella che dal 13 al 15 novembre
vedrà coinvolti i concorrenti più qualificati in una serie di dure prove per
l’assegnazione del titolo di “Miglior Sommelier d’Europa”. Lo straordinario evento è stato organizzato dalla Worldwide sommelier association, dall’Associazione italiana sommeliers e dall’Associazione sommelier della
Repubblica di San Marino con il patrocinio delle Segreterie di Stato di
“Territorio, Ambiente e Agricoltura”, “Turismo” e “Istruzione e Cultura”,
istituzioni corrispondenti ai nostri ministeri.
Ai blocchi di partenza saranno presenti tutti i big del settore. Il nostro
Paese sarà rappresentato da Luca Gardini. A lui è affidata la responsabilità di portare in alto i colori italiani e siamo certi che il giovane sommelier romagnolo abbia tutte le carte in regola per giocarsi il gradino più alto
del podio.
Gli altri concorrenti che animeranno la competizione provengono dagli
altri Stati membri della Wsa, ma ne vedremo anche di nuovi. Il campionato vuole essere infatti motivo di allargamento verso altre associazioni
che al momento non fanno ancora ufficialmente parte della Worldwide
sommelier association, ma che hanno già espresso l’intenzione di unirsi
e di promuovere corsi e attività all’interno dei propri confini. I candidati
provengono da rigorose selezioni nazionali e per questo i contenuti tecnici della competizione saranno elevatissimi.
I
L Roger Viusà, campione europeo
Wsa nella precedente edizione
del concorso
22
L’ASSALTO ITALIANO AL TITOLO CONTINENTALE
Luca Gardini sarà il portabandiera della sommellerie italiana. Originario di Ravenna, si è formato presso l’Istituto Tecnico Agrario Luigi
Perdisia. È diventato sommelier professionista poco più che ventenne dopo anni di gavetta tra hotel e ristoranti della Romagna.
Tra le sue esperienze professionali non si può non ricordare quella
come chef sommelier presso l’Enoteca Pinchiorri, il famoso Tre Stelle Michelin in pieno centro storico a Firenze. Attualmente ricopre lo
stesso ruolo al Cracco Peck di Milano.
È difficile tenere il conto dei concorsi in cui si è imposto: Nebbiolo
2003, titolo regionale e Master Sangiovese nello stesso anno, Miglior
Sommelier d’Italia 2004, Premio alla Carriera Ais 2005 e altri concorsi che non riportiamo per motivi di spazio!
L Luca Gardini
III Alla scoperta di San Marino
Il concorso sarà anche motivo per conoscere
da vicino una nazione a tutti gli effetti straniera, con il suo patrimonio storico, artistico, culturale e, dulcis in fundo, enogastronomico. L’indipendenza del Paese ha origini antichissime,
tanto che San Marino è ritenuta la più antica
repubblica esistente. La tradizione fa risalire la
sua fondazione al 3 settembre 301 dopo Cristo,
quando il Santo che porta lo stesso nome, un
tagliapietre dalmata dell’isola di Arbe fuggito
dalle persecuzioni contro i cristiani da parte dell’imperatore romano Diocleziano, stabilì una piccola comunità sul Monte Titano, il più alto dei
sette colli su cui sorge la Repubblica. La proprietaria dell’area, la benestante Donna Felicissima
di Rimini, donò il territorio del Monte Titano al
gruppo di cristiani, che lo chiamarono in memoria del fondatore “Terra di San Marino”. Il santo
prima di morire avrebbe, secondo la leggenda,
salutato i suoi seguaci nel modo seguente: «Relinquo vos liberos ab utroque homine» («Vi lascio liberi dall’uno e dall’altro uomo»). Ovvero liberi dall’Imperatore e dal Papa. Parole che sono il fondamento dell’indipendenza della Repubblica, come testimoniato da un documento di un processo per la
mancata riscossione dei tributi svoltosi nel 1296
(circa mille anni dopo la morte del Santo) presso
il convento di Valle Sant’Anastasio: «Non pagano
perché non hanno mai pagato. È stato il loro Santo
a lasciarli liberi».
Enclave all’interno dei confini italiani, San Marino ha un’estensione territoriale di soli 61 km², popolati da poco più di 31 mila abitanti. A partire dal 2008 il centro storico della città di San Marino e il Monte Titano
sono stati inseriti dall’Unesco fra i patrimoni dell’umanità. La motivazione data dal comitato parla di «testimonianza della continuità di una repubblica libera fin dal Medioevo».
23
Wsa
III La vite e il vino
La prima documentazione storica che testimonia l’importanza della vite
risale al XIII secolo. Più precisamente, in un contratto di vendita datato
1253, si cita l’esistenza di vigne su terreni agricoli del Castello di Casole,
venduti dal Conte Taddeo di Montefeltro al Sindaco Oddone Scarito.
Successivamente, come risulta dagli statuti del 1352-53, le vigne vengono protette da specifici articoli che prevedono pene pecuniarie a chiunque le danneggi. Poi, negli statuti del 1600, si
indicano i lavori da svolgersi nelle vigne e le
pene per i rivenditori di vino “annacquato”.
Il 1775 segna la costituzione del primo Catasto Rustico della Repubblica di San Marino,
che testimonia un investimento viticolo di 600
ettari. Diversi documenti del periodo attestano che i vitigni più comuni sono il Canino bianco, il Biancale, il Trebbiano, il Moscatello bianco e nero, l’Aleatico, l’Albana, il Sangiovese e
che le viti vengono coltivate basse, “all’altezza di due palmi da terra”, oppure “maritate
agli aceri”. Nei vigneti sono sempre presenti
ulivi e piante da frutto. I vini ottenuti sin da
quei tempi sono assai pregiati, come dimostra il commercio giunto fino alla città di Venezia.
Sul finire del 1800 Borgo Maggiore diviene il
centro commerciale della Repubblica di San
Marino e accentra a sé ogni produzione e
scambio di merci. Qui sono collocate freschissime cantine e grotte incuneate nelle
profondità dei monti, dove i vini sammarinesi possono affinarsi.
Si ritrovano, oltre al Sangiovese, vari vini
bianchi di particolare pregio. Il famoso
“Moscato sammarinese” si afferma in questo periodo, acquistando subito grande notorietà. I turisti che da Rimini salgono a San
Marino su carrozze e cavalli sostano lungamente alle “Grotte”, riposandosi e deliziandosi con il caratteristico prodotto locale che costituisce anche l’oggetto di grandi affari nelle giornate di fiera e di mercato. Significativi riconoscimenti vengono
conferiti negli anni 1878, 1889 e 1890,
all’Exposition Universelle de Paris, in cui
vengono premiati alcuni produttori sammarinesi con medaglie d’argento e di bronzo per campioni di vini bianchi e Sangiovese.
Nel 1974 si avvia la valorizzazione del
patrimonio vitivinicolo sammarinese. Lo
Stato inizia un importante lavoro di selezione clonale che porta al recupero del patrimonio autoctono per la sua
propagazione nei nuovi vigneti. Di seguito i viticoltori, consapevoli dell’importanza di tale ricchezza, si alleano creando una nuova forma associativa. Nasce così nel 1976 il Consorzio Vini Tipici. Le leggi e i decreti, successivi a questa data, fondano le basi per il riconoscimento ufficiale
della viticoltura della Repubblica di San Marino.
La Legge del 31 ottobre 1986 n. 127 sulla viticoltura e produzione di vini
nasce dopo 12 anni di ricerca e sperimentazione e può essere considerata lo strumento base per la valorizzazione delle produzioni vinicole sammarinesi. Questa legge istituisce il Marchio di Identificazione di Origine
24
L Il Castello di San Marino
per i vini ottenuti secondo le norme stabilite nei disciplinari di produzione. Vengono inoltre previsti controlli che coprono l’intero ciclo di lavorazione dei vini, partendo dal vigneto per giungere al prodotto finale. Le verifiche vengono effettuate da organi tecnici e operativi dello Stato a garanzia delle produzioni e a tutela dei consumatori.
L’istituzione del Catasto Vigneti, previsto dalla già citata “Legge generale
sulla Viticoltura e produzione del vino” del 31/10/86 n. 127, rileva attualmente la presenza di 574 vigneti per una superficie complessiva di circa
200 ettari: il totale della produzione è costituito per il 65% da uve nere
(principalmente Sangiovese), il 28% da uve bianche (principalmente Biancale) e il 7% da uve Moscato.
La maggior parte di questi terreni, compresi nei territori dei Castelli di
Serravalle, Domagnano e Faetano, sono situati sul versante orientale del
Monte Titano, lungo superfici che degradano verso l’Adriatico a una distanza media di quindici chilometri dal mare e a un’altitudine compresa tra i
100 e i 400 metri. I vitigni ammessi alla coltivazione nel territorio sammarinese sono Biancale, Moscato, Ribolla, Canino, Cargarello e Sangiovese. Vi è stata anche l’introduzione sperimentale di Chardonnay, Pinot
bianco e nero, Pignoletto, Sauvignon, Vermentino, Ancelotta, Syrah e
Cabernet Sauvignon.
Il Consorzio Vini Tipici vanta attualmente oltre trecento soci, in grado di
conferire annualmente 14.000 quintali di uve, mentre la produzione totale è stimata in circa 20.000 quintali. Oltre ai vini a Identificazione d’Origine, si producono anche ottimi vini da tavola, vini frizzanti e spumanti.
Tutti prodotti che vengono commercializzati principalmente sul territorio sammarinese e italiano ma anche in Paesi come Germania, Svizzera,
Belgio, Giappone, Usa e Brasile.
I viticoltori sammarinesi, seppur eterogenei, condividono una matrice
comune: la tradizione secolare, la tenacia e la passione che dedicano
alla coltivazione della vite. Un rapporto sentimentale ampiamente corrisposto da nobili vini che, grazie a un’ottima qualità, sono capaci di accompagnare ed esaltare ogni tipo di cucina.
IL PROGRAMMA
VENERDÌ 13 NOVEMBRE
Arrivo dei membri WSA, candidati e ospiti
Previsto transfer con bus navetta da Aeroporto e stazione ferroviaria di Rimini
Sistemazione in Hotel
Ore 17.30 Saluto di benvenuto delle autorità di San Marino presso un castello o un palazzo storico (con l’esibizione degli sbandieratori di San Marino)
Ore 19.30 Cena di benvenuto presso Ristorante La Fratta.
SABATO 14 NOVEMBRE
Ore 9.30 Percorso storico per San Marino
Ore 10.00 Prove di Semifinale Miglior Sommelier d’Europa 2009 (per gli addetti ai lavori)
Ore 11.30 degustazione di un grande vino storico di San
Marino (Moscato Spumante a Identificazione d’Origine)
Ore 13.00 Pranzo nei ristoranti di San Marino
Ore 17.00 Convegno “Consorzio Vini: 30 Anni di Viticoltura a San Marino”, i vini di San Marino nel panorama enologico internazionale con interventi di autorità, giornalisti, esperti del settore (moderatore Franco Maria Ricci)
Presentazione del concorso fotografico/artistico e presentazione bottiglia inedita con l’etichetta vincitore del
concorso
Ore 19.00 Visita alla mostra
Ore 20.00 Buffet prodotti tipici (serata con cabaret e
musica)
DOMENICA 15 NOVEMBRE
Mattinata libera (percorso enogastronomico)
Ore 13.00 Pranzo nei ristoranti di San Marino
Ore 15.00 Palazzo dei Congressi: proclamazione dei tre
finalisti
Ore 15.30 Prove pubbliche: Finale Miglior Sommelier
d’Europa Wsa 2009
Ore 20.30 Cena di Gala, proclamazione del vincitore e
consegna dei premi
LUNEDÌ 16 NOVEMBRE
Partenza per le rispettive sedi
Transfer con bus navetta per aeroporto e stazione ferroviaria di Rimini
Per informazioni e prenotazioni,
segreteria organizzativa:
Vip Incentive House
Tel. (+378) 0549.906353 – Fax (+378) 0549.875280
[email protected]
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San Colombano
El vin
de Milan
LA
DI
STORIA TRAVAGLIATA MA A LIETO FINE DI UNA CANTINA
SAN COLOMBANO
CHE IL GIORNALISTA
AL
LAMBRO,
BRERA
DOVE SI PRODUCE QUELLO
AVEVA SOPRANNOMINATO IL VINO DI
MILANO
di Cesare Pillon
Q
uando nell’aprile dell’anno scorso il gruppo di
degustatori ufficiali dell’Ais Lombardia andò
alla scoperta dei vini meno noti della regione,
scelse San Colombano al Lambro come prima
tappa per capire come mai quello che il giornalista Gianni Brera aveva battezzato “el vin de Milan”, è invece un
illustre sconosciuto anche nel capoluogo lombardo. Lo
è, aveva spiegato il direttore del Consorzio di tutela,
Marco Tonni, perché la zona di produzione è troppo piccola e le risorse per farla conoscere troppo scarse: ci
vorrebbe, aveva sostenuto, un’azienda di adeguate
dimensioni che ne promuovesse la conoscenza con l’impatto di una produzione di qualità quantitativamente
significativa.
Proprio quest’anno un’azienda con queste caratteristiche è entrata in scena. Ce la farà? Si chiama Poderi di
San Pietro, ma non è nata adesso. Creata nel 1998, la
sua crescita ha subito una brusca interruzione un paio
d’anni fa: coinvolta nei guai giudiziari del proprietario, finito in tribunale per un complicato dissesto, è
stata posta in vendita per sanare i debiti provocati dal
crac. L’anno scorso perciò nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul suo futuro, anche perché la società Neuroni Agrari, che aveva vinto l’asta giudiziaria,
risultava di proprietà di due personaggi, Modesto Volpe
e Giuseppe Apicella Guerra, del tutto estranei al mondo
del vino: un imprenditore industriale e un ex-dirigente bancario ch’era facile presumere fossero scesi in
campo spinti soltanto da motivazioni speculative.
26
Le cose infatti stavano proprio così, e c’è voluto un
miracolo per cambiarle. Il miracolo è avvenuto perché i due nuovi proprietari si sono accorti della fortuna che avevano avuto acquisendo un’azienda dalle straordinarie potenzialità e si sono resi conto che quel colpo
di fortuna era stato raddoppiato da un vincolo imposto dal tribunale, quello di non licenziare almeno per
un anno neanche uno dei dipendenti, una ventina.
Quella che sembrava una condizione capestro non
aveva soltanto facilitato il loro successo nella gara all’incanto inducendo molti potenziali acquirenti a disertarla, ma aveva consegnato nelle loro mani un patrimonio umano e professionale di inestimabile valore.
“Nei lunghi mesi della vicenda giudiziaria e dell’amministrazione controllata è stata proprio quella squadra
di dipendenti a mantenere integro il valore dell’azienda”, raccontano Volpe e Apicella: “hanno continuato
tutti a lavorare anche quando sono rimasti senza retribuzione per un anno: per aiutare quelli tra loro maggiormente in difficoltà hanno perfino organizzato delle
collette. A questo punto noi due soci ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: no, non possiamo tradire le speranze di chi ha dato una simile prova di generosità e di passione. E ci siamo impegnati a gestire i
Poderi di San Pietro mettendo in campo tutte le nostre
capacità, per farne un’azienda pilota, un centro di promozione del territorio”.
La loro prima mossa, dotare la cantina di un enologo
di grande prestigio, l’avevano progettata come opera-
zione d’immagine. Temevano di dover vincere chissà
quali resistenze, erano preparati anche a ricevere un
rifiuto: non si aspettavano che un personaggio famoso e ricercato come Donato Lanati si entusiasmasse
invece scoprendo che quella sconosciuta azienda del
microcosmo di San Colombano al Lambro disponesse
di una delle cantine tecnologicamente più attrezzate
d’Italia per produrre qualità, ma soprattutto possedesse 75 ettari di terreno, di cui 66 vitati, nelle migliori
posizioni, che le permettono di produrre 500 mila bottiglie all’anno, e di alto profilo. “Quel che mi ha colpito di più, infatti”, racconta Lanati, “è la potenzialità di
questa microzona. Non esagero: è uno dei territori più
vocati alla vitivinicoltura che io abbia conosciuto. E a
me la collina di San Colombano ricorda Pantelleria: è
un’isola verde di vigneti e di boschi nel mare giallo della
pianura cerealicola”.
Secondo i geologi quella collina è stata creata da un
movimento tellurico che l’ha fatta emergere dal mare
in epoca preistorica. Forse durante il Miocene, forse
in un’era successiva, come fanno pensare conchiglie
e coralli ritrovati nel territorio e conservati nel locale
Museo paleontologico e archeologico Virginio Caccia.
“Qualunque fosse l’epoca”, dice il direttore tecnico dell’azienda, Danilo Gilberti, “l’origine di suolo e sottosuolo è stata sicuramente questa. Lo testimoniano le
quattro fontane che sgorgano nel comune: una è sulfurea, l’altra salso-bromo-jodica, sono quattro acque
termali diverse, ma tutte di origine marina”.
Insieme al clima, sono quel suolo e quel sottosuolo
particolarissimi a determinare la vocazione enoica
dei 12 chilometri quadrati del rilievo collinare. La
leggenda vuole che a insegnare come si coltiva
la vite alle popolazioni stanziate tra il Po e il
Lambro sia stato San Colombano, il monaco irlandese che all’inizio del VII secolo
evangelizzò il territorio che da lui ha poi
preso il nome. Ma parecchi reperti conservati nel Museo Virginio Caccia, anfore vinarie e attrezzi di cantina d’epoca romana, dimostrano invece che la
vite veniva coltivata già molto tempo
prima, per trarne vino, sui colli banini (si chiama banino tutto ciò che si
riferisce a San Colombano, abitanti
compresi).
In ognuno dei 28 vigneti dei Poderi di
San Pietro vengono coltivati i vitigni più
adatti per quel determinato terreno e per
il suo microclima. In qualche località hanno
trovato il loro ambiente ideale le varietà prescritte per la Doc San Colombano, e cioè Barbera, Croatina e Uva rara, in altre maturano meglio
le uve nere internazionali, il Cabernet sauvignon, il
Merlot, il Pinot Nero. Ma quali sono i vitigni tradizionali e quali gli innovativi? Non è detto che la risposta
giusta sia quella dettata dal disciplinare della Doc. ”Lo
testimonia uno dei nostri vigneti di più vecchio impianto”, spiega il direttore Gilberti: “Che è di Malbec, non
di Barbera. Fino ai primi anni Cinquanta i vigneti di
San Colombano si estendevano su mille ettari, mentre oggi arrivano sì e no a 300. Ad abbandonare allora l’agricoltura per andare a lavorare a Milano furono
i giovani, ed è comprensibile che gli anziani rimasti
sulla terra abbiano preferito coltivare le viti più produttive, che sembravano garantire un maggior reddito, scartando quelle più nobili, che rendevano meno.
Come il Malbec”.
Sono i vigneti, comunque, e non i vitigni, a dare il nome
ai vini dell’azienda. Delle tre versioni del San Colombano rosso a Doc, quella frizzante si chiama Balestra
perché le uve che gli danno vita provengono da quella località, e per lo stesso motivo il vino fermo si chiama Collada e la Riserva prende nome dal Monastero
di Valbissera. Il rosso più ambizioso della casa è però
il Trianon, un taglio bordolese maturato in barrique
(60% Cabernet Sauvignon, 40% Merlot) commercializzato come Collina del Milanese Igt (Indicazione geografica tipica). È proprio il Trianon, per ora, a dare le maggiori soddisfazioni: il primo aprile scorso il millesimo
2003 ha ottenuto la menzione d’onore al Concorso enologico internazionale che precede il Vinitaly. “Ed è un
vino che non abbiamo fatto noi: ce lo siamo trovato
in cantina”, commentano soddisfatti Volpe e Apicella.
“Il che significa che disponiamo di una materia prima
d’altissimo livello”.
L’azienda non produce San Colombano bianco a Doc
perché il disciplinare impone di utilizzare il 10% di
Pinot nero che va vinificato in assenza delle bucce, ma
per quanta cura si ponga in questa operazione è sem27
San Colombano
IL CASTELLO
Di origine longobarda, fu distrutto e riedificato da
Federico Barbarossa e in seguito ampliato dai Visconti.
I possedimenti e il castello furono donati dal monarca
al conte Ludovico Belgioioso; rimasero proprietà della
casata, con alterne vicende, sino alla prima metà del
XX secolo. L'antico borgo agricolo di San Colombano
sorse ai piedi dell'omonimo sistema collinare che si
eleva inaspettato tra la pianura lodigiana e la bassa
pavese a testimonianza del ritirarsi del mare dalla pianura padana e oggi ricco di dolci e suggetivi vigneti.
Il piccolo borgo si dispone intorno al Castello che
prese il nome dall'ipotetico soggiorno del monaco
irlandese che nel 595 fondò il monastero di Bobbio e
che secondo la tradizione insegnò agli abitanti la
coltivazione della vite. Della fortificazione si hanno
notizie fin dall'età longobarda; alle dipendenze della
Signoria Milanese, nel 1164 fu distrutta e in seguito
riedificata da Federico Barbarossa. Nel 1396 il castello
fu assegnato da Gian Galeazzo Visconti alla Certosa
di Pavia che lo tenne fino alla sua soppressione nel
1782. La fortificazione diventò in seguito dimora dei
Barbiano Belgioioso che compirono diversi interventi di
restauro. Il castello fu poi acquistato dalla parrocchia
e molte delle sue parti furono demolite.
pre necessario procedere poi alla decolorazione. Rientrano perciò nell’Igt
Collina del Milanese sia il bianco frizzante Serafina che il fermo Morosa
e il passito Solarò. Solo quest’ultimo è ricavato esclusivamente da uve
autoctone (con prevalenza di una varietà locale, la Verdea): negli altri due
la presenza dominante è di Chardonnay. E a base di Chardonnay (85%)
con un po’ di Trebbiano è anche il Brut metodo Martinotti Ca’ della Signora che completa la gamma.
La completa solo attualmente, però, giacché Lanati sta per ampliarla
preparando nuovi prodotti. E le novità che ha in serbo per il prossimo
futuro sono sorprendenti: sta mettendo a punto due ambiziosi spumanti metodo classico. Uno è rosato e scaturisce dalle uve meno prevedibili, quelle di nebbiolo. La prima cuvée sperimentale manifesta già adesso, con i suoi intensi sentori di ribes, una personalità fuori del comune, che il prolungato soggiorno in bottiglia renderà ancora più affascinante.
San Colombano al Lambro dista da Milano una quarantina di chilometri, ma la visita della cantina dei Poderi di San Pietro giustifica il viaggio.
Tutta in acciaio inox, è un autentico gioiello di razionalità ed efficienza,
articolata con decine di fermentini a temperatura controllata e vasche di
stoccaggio saturate con azoto, in modo da vinificare separatamente
ogni varietà d’uva d’ogni parcella, e poi di conservarne il vino proteggendolo dall’ossidazione prima di affinarlo in una monumentale barricheria termocondizionata dal pavimento al soffitto. Ma la tecnologia non
fa battere il cuore agli appassionati del vino. Volpe e Apicella, che lo sanno
benissimo, fanno appello perciò a tutt’altri stimoli per portare la gente in
azienda.
La loro invenzione più brillante è il Mercato in Cantina: ogni prima
domenica del mese mettono gratuitamente a disposizione dei produttori di eccellenze alimentari del territorio alcune bancarelle, nel cortile
quando fa bello o in uno spazioso salone quando piove. I visitatori, che
giungono numerosi da Milano, hanno così la possibilità di acquistare
latte crudo, yogurt, formaggio grana e raspadura, salumi, pane, pizza,
focaccia, frutta e verdura. E naturalmente vino. Ma non solo dei Poderi
di San Pietro: anche di tutte le altre aziende di San Colombano che
aderiscono all’iniziativa. “Lo dicono tutti che bisogna fare sistema”, iro-
28
nizzano Volpe e Apicella. “Noi proviamo a farlo sul serio”.
Li ispira soprattutto la vendemmia, che quest’anno segnerà una svolta:
sarà una vendemmia solare. Merito dei pannelli fotovoltaici che installa
una delle aziende di Volpe, la V.T. Energy, con cui sono stati ricoperti i
tetti della cantina. “Producono energia sufficiente per far funzionare tutti
gli impianti durante la spremitura delle uve e la fermentazione dei mosti”,
spiegano i due proprietari. “Da quest’anno, insomma, il sole che ha fatto
maturare le uve fornirà anche la corrente elettrica necessaria per vinificarle. I nostri saranno davvero i vini del sole”.
Per sottolineare questo evento Volpe e Apicella metteranno in azione tutte
le strutture di cui dispongono, a cominciare dal loro Château, il Trianon,
un hotel di charme a tre stelle ricavato da una villa d’inizio 900 sulla
sommità della collina: 10 camere arredate con gusto, dotate d’ogni
comfort. Non sarà difficile coinvolgere gli ospiti nel clima della vendemmia: l’albergo è immerso nei vigneti.
E proprio nei vigneti del Trianon i due intraprendenti soci hanno deciso
di realizzare, a fine settembre, un’altra loro idea: la Vendemmia degli
Amici. È un’iniziativa piuttosto singolare: i vendemmiatori non vengono
pagati ma pagano una quota d’iscrizione. Come mai? “È semplice”,
spiegano Volpe e Apicella: “la raccolta dell’uva, con grigliata tra i filari e
relax ai bordi della piscina dell’hotel Trianon o nel Country Club La Palazzina, è soltanto il primo passo di un percorso che i partecipanti faranno
con noi. L’uva che raccoglieremo insieme verrà infatti vinificata a parte
e ognuno riceverà periodicamente via e-mail la “curva di crescita” del
vino, elaborata da Lanati, potrà andare a degustarlo durante l’affinamento e sarà invitato ad assistere all’imbottigliamento. Infine, a maggio o giugno del 2010, potrà partecipare al primo assaggio del “Vino degli amici”,
di cui si porterà a casa 12 bottiglie. È un prodotto esclusivo, non in commercio, con un’etichetta firmata da tutti coloro che hanno vissuto questa esperienza”.
Bizzarro? Può darsi, ma il bizzarro è di casa, in territorio banino. Nel
1992, quando fu creata la provincia di Lodi, gli abitanti di San Colombano decisero, con un referendum, di continuare a far parte della provincia di Milano. Anche se il loro territorio è in provincia di Lodi, confina con
quella di Pavia, e dalla provincia di Milano è lontano 22 chilometri.
29
Vino e scienza
Vino
e scienza
di Salvatore Giannella
IL
VINO CAMPANELLO
D’ALLARME DEI
CAMBIAMENTI CLIMATICI.
L’INCREMENTO
GRADUALE DELLA
TEMPERATURA
INFLUENZERÀ LA
GEOGRAFIA DEL
SETTORE VINICOLO NEL
CENTRO-SUD
DELL’EUROPA,
ALTERANDO LE
CONDIZIONI DI CRESCITA
DELLA VITE E DI
MATURAZIONE DELL’UVA
AL PUNTO DA
RICHIEDERE
CAMBIAMENTI
STRUTTURALI DELLE
PRODUZIONI
30
i è ripetuto a Lindau, sulla costa tedesca del lago di Costanza, un
rito immutato da cinquantanove anni: il Lindau Meeting of Nobel
Laureates. La famiglia Bernadotte (rappresentata dal padre Lennart,
uno dei pionieri della moderna ecologia, e da due anni dalla figlia, la giovane contessa Bettina) ha convocato ventiquattro premi Nobel e oltre
seicento giovani ricercatori provenienti da sessantasette Paesi del mondo
per favorire la conoscenza e il dialogo tra generazioni sui problemi chiave del pianeta e sulle soluzioni da adottare.
Tra i grandi temi affrontati sul palco della Hinselhalle è particolarmente
interessante estrapolare e sintetizzare uno dei filoni di stringente attualità, confermato dalla conferenza a Ginevra dell’Organizzazione meteorologica mondiale e dall’allarme lanciato a settembre ai leader mondiali
dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon («Agite prima che sia troppo tardi, firmate l’accordo alla prossima conferenza di Copenhagen»):
l’emergenza surriscaldamento, che è stata al centro degli interventi e delle
preoccupazioni di alcuni dei grandi scienziati approdati a Lindau come
Peter Agre, Paul J. Crutzen, Sherwood Rowland e Mario J. Molina.
Un dato su tutti: negli ultimi cinquant’anni gli eventi disastrosi (alluvioni, inondazioni, uragani) si sono moltiplicati per dieci. Di questi sconvolgimenti si sono accorte anche le grandi compagnie di assicurazione: “La
Terra ha la febbre. E le conseguenze possono essere sconvolgenti, come
dimostrano le ultime calamità naturali che hanno trasformato il 2008 in
uno degli anni più funesti mai registrati”. Sta scritto così nell’ultimo
rapporto reso pubblico dal gruppo tedesco Munich Re, un colosso mondiale del ramo assicurativo, sui costi dei disastri naturali nel mondo.
Tra gli incendi che devastano in continuazione la California e il ciclone
tropicale Nargis che si è abbattuto in Birmania, tra il terremoto in Cina
e gli uragani ad Haiti o le colate di fango che hanno sepolto la città di
Taoshi nel nord della Cina, sono morte nell’ultimo anno oltre 220 mila
persone, mentre i danni sono saliti al livello record di circa 200 miliardi
di dollari.
E poi ci sono fenomeni drammatici e duraturi: la concentrazione atmosferica del più importante dei gas serra (la CO2) è aumentata del 30 per
cento negli ultimi centocinquanta anni e ha toccato un valore mai raggiunto negli ultimi 700 mila anni di storia del pianeta; l’agonia di molti degli
ottocento ghiacciai alpini (per citare un esempio: il ghiacciaio dei Forni,
del gruppo Ortles-Cevedale tra Lombardia e Trentino, il più grande delle
Alpi italiane, è arretrato di 2,6 chilometri dal 1864 a oggi, con un regresso medio annuale di 18 metri) e l’incremento delle aree desertificate in Italia
meridionale e in Spagna. Mentre i cambiamenti climatici potrebbero far
spostare le zone vinicole sempre più a nord. Uno di questi casi emblema-
S
Il porto di Lindau
L’accesso al porto di Lindau, sulla
riva tedesca del lago di Costanza,
e il leone simbolo della Baviera.
Città teutonica dal fascino
mediterraneo, Lindau ha 24 mila
abitanti ed è una tra le più
apprezzate mete turistiche della
Germania. Nella centrale
Inselhalle si riuniscono ogni anno i
vincitori del premio Nobel. Nella
metà del XIX secolo, alti funzionari
e membri della famiglia reale
bavarese fecero costruire le loro
eleganti ville sulle sponde del lago
nel quartiere di Bad Schachen.
Alcune di queste ville sono state
trasformate in alberghi a 5 stelle
(ma anche quelli non di lusso,
come l’hotel-ristorante
Schachener Hof di Thomas e
Brigitte Kraus, si distinguono per
un’ospitalità eccelsa in una calda
cornice familiare). Nella villa
neoclassica Lindenhof si trova il
Friedenmuseum (Museo della
pace) aperto dal 1980: vuole
documentare attraverso una
L Mario J. Molina, 66 anni, premio
Nobel per la chimica nel 1995,
insieme alla moglie Guadalupe e
a Salvatore Giannella. Insegna
all’Università della California e
anche nella natìa Città del
Messico dove ha creato un centro studi su energie e ambiente.
raccolta di lettere, materiale
fotografico e carteggi, come sia
difficile da parte dell’uomo
trovare soluzioni pacifiche ai
conflitti.
tici è la Champagne che forse in futuro troveremo in Oltremanica, in un
giorno non lontano perché da tempo è arrivato il primo vino di ispirazione e tradizione champenoise “Made in England” a opera di due coniugi
americani trapiantati nel West Sussex, a sud di Londra, che, dopo aver
piantato Pinot Noir, Meunier e Chardonnay in circa 14 ettari, hanno visto
venire alla luce il primo vino spumante prodotto con il metodo classico.
Sono tutti segni del cambiamento del clima, segni avvertibili anche nelle
regioni della nostra penisola: da vari decenni le temperature medie annuali in Lombardia, per esempio, tendono ad aumentare a un ritmo di crescita doppia rispetto a quello medio del pianeta Terra: circa 1,5 – 2 gradi centigradi negli ultimi 150-200 anni. Le segnalazioni degli assicuratori si sommano a quelle degli scienziati, che stanno vedendo concretizzarsi molte
delle previsioni avanzate già vent’anni fa: era il 23 giugno 1988 quando,
davanti ai senatori americani, lo scienziato della Nasa James Hansen
denunciava l’effetto serra parlando per la prima volta di una minaccia
reale per il pianeta.
Oggi la comunità scientifica è sostanzialmente unanime nella valutazione dell’origine e della gravità dell’effetto serra (a Lindau s’è sentita la
sola voce scettica del danese Bjorn Lomborg, che ritiene il surriscaldamento grave ma non la priorità del pianeta: “Nella mia classifica metto al
primo posto la prevenzione dell’Aids, poi la lotta alla malnutrizione e alla
malaria”). I cambiamenti climatici sono reali, provati, sono già in atto e
per giunta in fase di accelerazione. Risultano generati in modo preponderante dalle emissioni di gas serra prodotte dal consumo di combustibili
fossili, e le previsioni sui possibili effetti a breve appaiono decisamente
preoccupanti. Eppure l’allarme non viene ancora percepito da larghi strati della popolazione. La spiegazione?
È semplice: le “prove” sono spesso lontane dai nostri occhi. Un esempio,
per capirsi: ha impressionato, ma solo pochi e per poco, l’appello lanciato da Anote Tong, presidente di Kiribati, una nazione-isola di 105.400 abitanti costituita da 33 atolli nel Pacifico, a est dell’Australia, che sta scomparendo a causa dell’innalzamento dell’oceano. Non va meglio in paradisi tropicali come le Maldive e le Seychelles, mentre a Tuvalu (sempre nel
Pacifico) si coltivano patate nelle tinozze perché lo scarso suolo ora disponibile è diventato troppo salmastro.
31
Vino e scienza
L Mario J. Molina durante il suo
intervento a Lindau. Nel 1995
Molina vinse il premio Nobel per
la Chimica, insieme a F.
Sherwood Rowland e a Paul J.
Crutzen. Motivazione: "Per il loro
lavoro in chimica atmosferica, e
in particolare sulla formazione e
sulla decomposizione dell’ozono".
L La contessa Bettina Bernadotte,
35 anni, presidente del Council
for the Lindau Nobel Laureate
Meetings. Imprenditrice turistica,
amministra l’isola di Mainau,
incastonata nel lago di Costanza
e conosciuta come “l’isola dei
fiori”: uno scrigno di colori e di
profumi creato dai suoi genitori,
Lennart e Sonja. Conosce, e ne
ha fatto un modello di vita, Rita
Levi Montalcini.
32
Le immagini da satellite che documentano lo scioglimento delle calotte
polari e le altre grandi sciagure naturali hanno finito per radicare in
Occidente la convinzione che il problema dei cambiamenti climatici non
ci riguarderà direttamente, che le nostre vite continueranno come prima,
che un po’ di tecnologie amiche saranno sufficienti per contrastare gli
effetti dei mutamenti. È sicuramente una grave sottovalutazione e se ne
ha conferma anche in un volume fresco di stampa, Progetto Kyoto Lombardia
(edito dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente con la Regione
Lombardia). I risultati di anni di ricerche di autorevoli scienziati come
Giulio De Leo, Stefano Caserini, Maurizio Maugeri, Gunther Seufert, Marzio
Galeotti hanno mostrato i possibili impatti su questo territorio chiave
dell’Italia: qui sono destinati ad aumentare la frequenza dei fenomeni estremi collegati a temperatura e a piogge, le emergenze sanitarie (soprattutto nella fascia più anziana della popolazione) per le ondate di calore, i
danni all’agricoltura dovuti alla siccità, il rischio di frane e alluvioni causate da precipitazioni più violente. Qui (ma il discorso vale ovviamente
anche per le altre regioni delle nostre Alpi) potrebbero verificarsi cambiamenti traumatici nel turismo alpino dovuti alla progressiva diminuzione delle precipitazioni nevose. E l’allarme vale anche per l’Italia meridionale: in generale, secondo quello che indicano i modelli dei ricercatori,
molte terre del Sud Italia e del Mediterraneo meridionale potrebbero essere a rischio di forte inaridimento, se non di desertificazione nei tempi più
lunghi. Insomma, sono prevedibili impatti che saranno tanto più severi
quanto meno efficaci si dimostreranno gli interventi mitigatori. Agire, non
rinviare più decisioni che sono inevitabili. Anche su questo la comunità
scientifica non mostra dubbi. Gli scienziati dell’Ipcc (il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima, istituito dall’Onu, 2.500 esperti, vincitori a pari merito del Nobel per la Pace nel 2007 con Al Gore, passato da
ex vicepresidente degli Stati Uniti a “coscienza pubblica”) hanno elaborato documenti molto forti come il Rapporto Bangkok: “I drastici, necessari tagli alle emissioni di gas sono economicamente e tecnicamente fattibili. Tagliare le emissioni significa diminuire il consumo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, metano), aumentare l’efficienza e il risparmio energetico e aumentare il ricorso alle energie rinnovabili”. L’obiettivo
dichiarato di questo nuovo corso basato su uno sviluppo sostenibile è, per
l’Europa, in una formula matematica facile da ricordare: 20-20-20 entro
il 2020. Vuol dire, in sostanza: produrre e consumare energia con il 20
per cento di efficienza energetica in più; far dipendere il fabbisogno
energetico per almeno il 20 per cento da fonti rinnovabili (sole, vento, geotermico, biomasse, mini-idroelettrico); ridurre, infine, di un ulteriore 20
per cento le emissioni di gas serra.
Siamo partiti da una cifra riguardante il portafoglio e torniamo ancora a
puntare su questo decisivo argomento. “I Paesi ricchi del mondo devono
investire al più presto almeno 500 miliardi di dollari all’anno per mitigare i cambiamenti climatici. Devono avere il coraggio di un nuovo Piano
Marshall per aiutare, e non solo a parole, i Paesi in via di sviluppo e affrontare le sfide del riscaldamento globale senza rinunciare alla crescita economica e salvare così il pianeta come nel Dopoguerra fecero gli Stati Uniti
per ricostruire l’Europa”. È quanto si legge in un documento delle Nazioni
Unite fresco di stampa, Rapporto sulla situazione economica e sociale nel
mondo. Promuovere lo sviluppo, Proteggere il pianeta. Le tecnologie che
consentirebbero ai Paesi poveri di intraprendere la strada dello sviluppo
sostenibile già esistono (edifici a basso consumo energetico, nuovi ceppi
di piante resistenti alla siccità, nuove energie), il loro costo è ancora alto
e una tale trasformazione richiederebbe “un livello di assistenza e solidarietà internazionale raramente raggiunto al di fuori dei periodi di
guerra”. Secondo il rapporto dell’Onu, per orientare le spese di investimento verso la realizzazione di una crescita più pulita, un sostegno internazionale massiccio dovrà manifestarsi sotto forma di un programma di
investimento mondiale. Tra i meccanismi ipotizzati per favorire tali investimenti, il rapporto parla ad esempio di un Fondo globale per l’energia
L Il professor Wolfgang Schürer, 62
anni, economista, “motore” operativo della Fondazione che organizza ogni anno i meeting con i
premi Nobel e i giovani ricercatori. Tra i suoi idoli, l’italiano
Aurelio Peccei.
L Salvatore Giannella davanti alle
gigantografie dei Nobel partecipanti al 59° Meeting di Lindau.
pulita, elemento fondamentale di una crescita sostenibile. “Il dato centrale del rapporto è questo: l’uno per cento del Prodotto interno lordo (Pil)
mondiale, circa 500 miliardi di dollari all’anno, pari al sostegno internazionale necessario ai Paesi in via di sviluppo” per affrontare la sfida del
clima e dello sviluppo, è la tesi di Richard Kozul-Wright, tra gli autori dello
studio. È necessario un nuovo corso, globale e verde. Il rapporto ricorda
che i Paesi ricchi hanno contribuito per circa tre quarti all’aumento delle
emissioni di CO2 nocive, mentre si prevede che saranno i Paesi più poveri a subirne il maggiore impatto. Il presidente degli Stati Uniti Barak Obama
proprio sui temi delle energie e delle politiche ambientali punta per un
New Deal americano. L’Unione europea ha invece accettato, nel dicembre
scorso, solo un accordo-compromesso che è ben lontano dall’essere un
esempio per il mondo (“L’obiettivo del 20 per cento suona bene a parole
ma è vuoto nei fatti, perché ai Paesi europei è consentito comprare ‘crediti’, il che significa che le emissioni europee saranno ridotte del solo 4-5
per cento tra oggi e il 2020”, è l’opinione di Mariagrazia Midulla, responsabile del Programma Clima del Wwf). E l’Italia, che si era impegnata a
ridurre del 6 per cento le emissioni nell’atmosfera, in realtà le ha aumentate di oltre il 12 per cento rispetto al 2000. E allora? Antonio Ballarin
Denti, docente di fisica ambientale all’Università Cattolica di Brescia e
coordinatore della fondazione Lombardia per l’Ambiente parla chiaro:
“In un brillante fondo l’Economist ricorda che quando una famiglia acquista la casa in cui va ad abitare, valuta certamente come molto remota la
possibilità che un incendio la distrugga (e le statistiche le danno ragione).
Ciò nonostante, se previdente, preferisce attivare una bella polizza assicurativa, privandosi di una quota di reddito, per proteggersi da un rischio
potenziale che potrebbe altrimenti produrre dei costi insostenibili. Così
dovrebbero fare i governi: investire cioè una parte del loro Pil (magari attraverso una tassa sul carbonio dei combustibili fossili) per mettersi al
riparo di una evenienza (un cambiamento climatico irreversibile) che,
quand’anche fosse poco probabile, una volta verificatosi, produrrebbe
danni catastrofici e situazioni sociali drammatiche. Ma se poi, ritenendo
poco probabili questi eventi, non vogliamo neanche farci un’assicurazione, allora siamo non solo malaccorti ma anche irresponsabili”. E se poi in
Europa o in Italia dovesse mancare la volontà politica di questo Nuovo
Corso, sappiamo che quella della politica è un’energia rinnovabile.
Il vino è stato definito “il canarino nella miniera di carbone dei cambiamenti climatici” (Los Angeles Times). Anche piccole variazioni climatiche
hanno influenza diretta sulla produzione del vino, in particolare dei grandi vini di alta qualità che sono i più sensibili, come indica lo scenario disegnato da Giulio De Leo, professore ordinario di Ecologia presso il dipar-
L Martin Chalfie, 61 anni, docente di scienze biologiche alla Columbia University (Nobel nel 2008 per
la scoperta della Green Fluorescent Protein, usata
come marcatore in medicina) discute insieme a giovani ricercatori arrivati a Lindau dall’India.
L La contessa Bettina Bernadotte con José Manuel
Barroso, presidente della Commissione europea,
accolto nel comitato d’onore del consiglio d’amministrazione della Fondazione.
33
Vino e scienza
L Il professor Giulio De Leo
34
timento di Scienze ambientali dell’Università di Parma, responsabile di una delle linee di ricerca del “Progetto Kyoto
Lombardia” sfociate in un dettagliato volume fresco di stampa, curato dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente con la
Regione Lombardia.
Al di là degli impatti in agricoltura generati da fenomeni climatici estremi come le onde di calore, le alluvioni e il perdurare di periodi di siccità, un incremento anche lento e graduale della temperatura influenzerà la geografia del settore vinicolo nel centro-sud dell’Europa, alterando le condizioni di crescita della vite e di maturazione dell’uva al punto da richiedere cambiamenti strutturali delle produzioni. La temperatura
media, nelle zone di produzione del vino di alta qualità, è
aumentata di circa 1,26 gradi nel periodo 1950-1999. Per ora
non ci sono impatti che possono essere considerati negativi,
anzi l’aumento di temperatura apre nuovi scenari nell’orizzonte dei vini, con la possibilità di realizzare nuove coltivazioni
anche nel Sud dell’Inghilterra.
Nel Nord della Francia l’aumento della temperatura ha causato un graduale ma costante anticipo della vendemmia: se
negli anni Settanta cadeva entro la prima metà di ottobre, nel
2007 è cominciata addirittura il 24 di agosto, un record per tutto
il Nord-Est francese. In tutta la Francia i viticoltori stanno abbandonando la pratica di addizionare zuccheri al mosto per renderlo più alcolico e aumentarne i profumi; ormai, infatti, l’aumento delle temperature
estive fa tutto il lavoro per loro, rendendo addirittura, in alcuni casi, il
vino troppo alcolico, tanto da costringere alcuni viticoltori ad aggiungere
composti acidi.
Queste e altre prospettive, se pur di medio periodo, possono essere preoccupanti per un settore che in Lombardia nel 2004 poteva contare su 15
mila addetti a fronte di una produzione annuale complessiva di oltre 75
milioni di bottiglie Doc, per un fatturato di 700 milioni di euro. Dall’Oltrepò
alla Franciacorta, dalla zona del Garda alle coltivazioni di San Colombano,
passando per i vigneti del Mantovano, la vendemmia del 2007 in Lombardia
è cominciata in anticipo, rispetto alla norma, di una ventina e più di giorni.
Secondo una ricerca condotta nel Trevigiano (Tomasi et al., 2007, Centro
di ricerca per la viticoltura), un’eccessiva esposizione dei grappoli a temperature troppo elevate causa un eccessivo aumento degli zuccheri, con
conseguente tasso alcolico del vino troppo elevato e una perdita di precursori aromatici, quindi meno sapori e profumi. Dallo stesso studio è
emerso che, al momento, sono sufficienti delle tettoie in telo traspirante
per proteggere i grappoli dai raggi diretti del sole ed evitare questa situazione. Anche se al momento non sono presenti studi specifici per la
Lombardia, si possono prospettare notevoli danni economici e questa certezza ci è data dai numeri espressi dal settore vinicolo: oltre mille chilometri di strade del vino e dei sapori della Lombardia hanno attratto nel
2004 oltre 500 mila presenze da ogni parte d’Italia e d’Europa con un
importante indotto nel settore eno-gastronomico.
Il 100 per cento della viticoltura lombarda (23 mila ettari di vigneti censiti) ricade in zone Doc e ben l’80 per cento delle bottiglie di vino lombardo sono Doc o Docg. Gli effetti di piccoli cambiamenti di temperatura sulla
crescita e maturazione dell’uva e quindi sulla qualità del prodotto finale
possono essere corretti con interventi tecnologici durante il processo di
lavorazione ma per vitigni che si trovano già ai margini dell’intervallo di
temperatura ammissibili per una specifica produzione, un incremento
della temperatura potrebbe rendere vana ogni correzione e richiedere quindi un cambiamento di produzione a partire dal vitigno. Sarà quindi necessario approfondire se in quali casi e in che tempi i cambiamenti climatici potranno rendere necessari questi mutamenti, operazione che comporterà comunque costi elevati.
Degustazioni
Aria
di rinascimento
Rossese
sul
di
Dolceacqua
36
di Franco Ziliani
l nome suggestivo, Rossese Style. È la degustazione svoltasi a fine luglio nell’incanto di quel paesino
sperduto ma splendido che è Baiardo, organizzata
meritoriamente da un attivo gruppo di produttori,
l’Associazione Vigne Storiche del Rossese, con la collaborazione fattiva del blog VinoGlocal e di un sommelier
di formazione Ais, Massimo Sacco, ora attivo a
Montecarlo, che costituisce sicuramente un momento
fondamentale, di svolta lo definirei, nella vicenda di questa storica Doc ligure (nata nel 1972) che comprende
poco meno di un centinaio di ettari nella magnifica zona
collinare in provincia di Imperia che ha come capitale
l’incantevole borgo di Dolceacqua.
Altrove, nello spazio delle news nel sito dell’Ais, riporto il vivacissimo dibattito in atto
in questa denominazione, dove
le aziende grazie a un ricambio
generazionale finalmente sono
in grado di dialogare e di confrontarsi e di crescere insieme
in un clima di continuo stimolo
a fare meglio e a fare crescere
l’intera denominazione.
Che sia destinato a vini da apprezzare e consumare più giovani,
oppure a vini con maggiori ambizioni di durare nel tempo e di proporsi in alcuni casi come vin de
garde, il vitigno autoctono locale,
il Rossese, è il vero pilastro e
punto di riferimento della denominazione, visto che il disciplinare vigente ne prevede l’utilizzo per almeno il 95 per cento.
Un’uva difficile ma straordinaria, dotata di un peculiare corredo aromatico e di un patrimonio tannico interessante, che
I
esprime tutte le sue grandi potenzialità soprattutto nei
vigneti più vecchi, per larga parte coltivati ad alberello, che si trovano in posizioni isolate e scoscese, spesso su vigneti terrazzati, nelle valli: Valle Nervia, Valle
Crosia e Val Verbone, comprese nell’area della denominazione.
Affidato a vignaioli dotati di grande passione e savoir
faire oggi il Rossese (di Dolceacqua, ça va sans dire)
sa esprimere vini di sicura personalità (da non dimenticare alcuni vini rosati che non possono riportare in
etichetta la Doc perché il disciplinare vigente non contempla la tipologia rosato) che hanno molte frecce al
loro arco per potere coinvolgere e affascinare, grazie alla
loro innegabile ampelo-diversità, e alla capacità di essere veri e propri vin de terroir
specchio di terroir di straordinario fascino viticolo e paesaggistico, gli appassionati più
curiosi. Che sono assetati di vini
non omologati, autentici, inimitabili, complessi e dialettici, ma
che sappiano farsi capire e
apprezzare, perché no, per la
loro bevibilità.
Di questi vini la degustazione di
Rossese Style, da cui ho selezionato i vini che mi hanno maggiormente convinto, ne ha messi
in evidenza parecchi. Ed è questo, lasciando la parola alle note
di degustazione e alle valutazioni, l’elemento più importante.
Tira aria nuova per questa che è
la più storica e la più importante tra le denominazioni in rosso
della Liguria. Di Dolceacqua e del
suo Rossese sentiremo sicuramente ancora parlare molto…
37
Degustazioni
LA DEGUSTAZIONE
ROSSESE DI DOLCEACQUA 2008
Rossese di Dolceacqua 2008 Galeae Ka Manciné
Colore rubino violaceo vivo di bella intensità e luminosità. Il naso inizialmente è cauto,
quasi misterioso e poco espressivo poi si apre progressivamente, pur mantenendo una
certa tessitura molto salda e ancora piuttosto in sé che denota la giovane età su note di
lampone e ribes molto succose e nitide che richiamano il Pinot nero, con sfumature di
melograno, macchia mediterranea e un leggero accenno di menta. La bocca, larga,
piena, ben polputa, conferma le impressioni di vino molto ricco e pieno che abbisogna
ancora di tempo per esprimersi appieno, ma c’è, con ampia struttura, dinamismo, multidimensionalità, materia consistente ma fresca, grande persistenza e nerbo e un bellissimo
retrogusto balsamico mentolato di grande freschezza. Eccellente.
Rossese di Dolceacqua 2008 Il Bausco Fratelli Maccario
/
Colore rubino violaceo di bella intensità e brillantezza si propone subito con un naso ricco,
articolato, cremoso, di notevole densità, fragranza e pulizia, dove spicca un fruttato succoso ben polputo e pieno di energia che richiama il ribes, i lamponi, la mora di rovo, il
tutto completato da sfumature minerali. La bocca è parimenti ricca, piena, ben strutturata, con una materia prima ricca di polpa di grande soddisfazione e calibrata dolcezza
innervata da una fresca acidità che regala piacevolezza, bella persistenza e un finale
sapido e nervoso. Vino da coltivazione biologica.
Rossese di Dolceacqua 2008 Beragna Kà Manciné
Colore molto intenso, vivo e brillante, naso fitto, selvatico, speziato, con note di pepe
nero, ginepro e accenni di cuoio, quasi cremoso. La bocca è viva, sapida, ben bilanciata
in tutte le componenti, con bella materia viva e succosa, grande sapidità e acidità e un
perfetto bilanciamento che regala grande piacevolezza. Bel retrogusto, giocato tra liquirizia e more di rovo.
Rossese di Dolceacqua 2008 Marco Foresti
Colore rubino brillante di grande lucentezza, si propone con un naso caratteristico, molto
petroso e minerale, di grande essenzialità e purezza, profumato di ribes e lampone, sapido, nervoso, dal carattere quasi “valtellinese”. La bocca conferma la sensazione di grande purezza e di una nitidezza salata senza fronzoli, quasi appuntita grazie a un’acidità
importante, con un palato fresco, vivo, succoso, molto pulito e una grande piacevolezza
di beva in un finale verticale e persistente. Molto giovane, con eccellente possibilità di
evoluzione.
Rossese di Dolceacqua 2008 Terre Bianche
Colore rubino intenso vivace e profondo, si propone con un naso molto consistente, fitto,
selvatico, con prevalenza di note salmastre che ricordano l’acciuga, e poi macchia
mediterranea, erbe aromatiche, accenni animali. In bocca è largo, pieno, succoso, di
grande impegno e bella consistenza, con una struttura imponente che non pregiudica
poi, grazie a una fresca acidità, la beva. Ancora molto giovane, con ottimo potenziale
d’evoluzione.
Rossese di Dolceacqua 2008 Poggi dell’Elmo
Colore rubino squillante molto luminoso, mostra un naso preciso, sapido, minerale, di grande fragranza ed eleganza, giocato su note pinot-nereggianti con ribes e lamponi in evidenza e una bella freschezza essenziale e petrosa. In bocca è vivo, succoso, di grande
nerbo ed equilibrio, con buona persistenza e vivacità e una bella nota di liquirizia sul finale. Bella piacevolezza e sapidità.
38
Rossese di Dolceacqua 2008 Maccario Dringenberg
Colore di notevole intensità e profondità mostra un naso dove il carattere selvatico, note
leggermente cavalline e cuoiose e accenni salmastri prevalgono sulla dolcezza del frutto.
La bocca è diretta, essenziale, viva, ma un po’ carente di sviluppo e complessità.
Piacevole ma un po’ troppo semplice.
Rossese di Dolceacqua 2008 Caldi Luigi
Rubino brillante il colore, il vino si propone con profumi molto fruttati (netta la ciliegia) e
succosi, con slancio, articolazione e bella pulizia anche se non di particolare complessità.
Al palato conferma questa impostazione molto diretta, con un gusto rotondo, equilibrato,
piacevole, una bella materia fruttata matura al punto giusto, equilibrio e immediatezza.
ROSSESE DI DOLCEACQUA 2007
Rossese di Dolceacqua 2007 Galeae Ka Manciné
Ottimo il 2008, ma ancora meglio, perché più espressivo il 2007 del Galeae, espressione di
uno dei grandi cru del Rossese. Magnifica intensità e vivacità di colore, un tono elegante
nei profumi che emerge sin dal primo contatto e poi si sviluppa progressivamente nel
segno di una compresenza di accenni floreali, fruttati (netto il lampone), leggermente selvatici, con striature di erbe aromatiche, pepe nero, ginepro, e grande sapidità a designare un carattere quasi da Pinot noir. In bocca il vino è sapido, di gran nerbo e personalità,
con una dolcezza di frutto calibrata e innervata da un’acidità ben bilanciata e presente,
da un saldo corredo tannico e da una notevole freschezza, che innesca un finale lunghissimo, incisivo e nervoso.
Rossese di Dolceacqua 2007
Vigneto Serro de’ Becchi Ramoino
/
Uno dei vini più convincenti di tutta la degustazione, ben riuscito da ogni punto di
vista. Colore rubino squillante di grande brillantezza, si propone con un naso fitto, complesso, profumato di erbe aromatiche e macchia mediterranea, di piccoli frutti rossi,
che vira su note dapprima terrose poi petrose e minerali.
Al gusto ha bella materia viva e succosa, grande dinamismo e articolazione, saldo
sostegno tannico ben rilevato ma non aggressivo e una linearità e un nerbo minerale
e petroso che esalta la piacevolezza e la freschezza. Interessante il retrogusto, che
richiama il ginepro, la liquirizia e il rabarbaro.
Rossese di Dolceacqua 2007
Vigneto Luvaira Tenuta Anfosso
/
Altro vino splendidamente riuscito, già godibile ora, ma con grande potenziale d’evoluzione. Rubino di bella intensità e concentrazione propone un bouquet aromatico molto fitto,
maturo, caldo, ricco, molto polputo e succoso, di grande concentrazione e quasi cremoso. Un’impostazione del vino, molto diretta, decisamente appealing, che si conferma
anche al gusto, ricco, pieno, multistrato, di grande impatto e densità, cui difetta solo un
pizzico di freschezza, un’acidità più incisiva per raggiungere la perfezione. Che, come si
sa, non è di questo mondo.
Rossese di Dolceacqua 2007
Vigneto dei Pini Poggi dell’Elmo
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Altro eccellente risultato. Rubino brillante di bella intensità, profumi molto diretti, succosi e
di grande immediatezza, che richiamano il lampone e le erbe aromatiche, con polpa
ben succosa e freschezza. In bocca è pieno, ben polputo, carnoso nella componente
fruttata ben sottolineata, dotato di materia ricca e ben matura, saldo corredo tannico,
grande equilibrio e piacevolezza per una beva davvero “contagiosa”.
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Degustazioni
Rossese di Dolceacqua 2007 Marco Foresti
Ben fatto, vivace, elegante come il 2008 questo Dolceacqua di Foresti. Rubino vivace il
colore di bella brillantezza e luminosità, naso fine, incisivo, di grande freschezza, con una
componente minerale spiccata. Al gusto il frutto è ben polputo e succoso, maturo al
punto giusto, e il vino si propone al palato dinamico, di grande energia, scandito da
un’acidità molto bilanciata che regala al vino sapidità, freschezza, grande piacevolezza
di beva e un finale lungo. Ancora giovane, con buon potenziale d’evoluzione.
Rossese di Dolceacqua 2007 Vigneto Luvaira Maccario Dringenberg
Grande vigneto storico, anche con ceppi di 80-100 anni, e ottimo risultato, che avrebbe
potuto essere ancora migliore se il vino avesse avuto un filo di finezza in più. Splendido
rubino brillante intenso e luminoso, naso intensamente selvatico e caratteristico, con erbe
selvatiche, mora di rovo, rosmarino, accenni salmastri, note di macchia mediterranea e
pepe in evidenza, a formare un insieme molto compatto e quasi cremoso. Bocca materica, di grande impatto e potenza, multistrato, molto ricca e piena, succosa, solo leggermente carente in chiave di freschezza, perché il vino riempie e satura il palato, ma difetta
un po’ di slancio e dinamismo.
Rossese di Dolceacqua 2007
Cantina del Rossese Fratelli Gajaudo
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Colore rubino brillante vivo di grande lucentezza, mostra un naso ricco, ben strutturato,
succoso, con note succose di frutta (ciliegia, lampone, ribes) in evidenza e una certa fragranza aromatica. Al palato si propone vivo, con salda struttura, sapidità, nerbo incisivo,
una notevole freschezza e una polputa ricchezza di sapore che rende piacevole la beva.
Rossese di Dolceacqua 2007 Vigneto Savoia Danila Pisano
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Un vino che colpisce per la sua eleganza e la freschezza in ogni suo aspetto. Colore rubino brillante di bella intensità e vivacità si propone con un naso vivo e minerale, essenziale,
incisivo, quasi petroso, con note dolci succose di ribes e lampone, al gusto pur non avendo una grandissima struttura e confermandosi essenziale e vivo convince per il nerbo, la
polpa fruttata “croccante”, la bella verticalità e il finale lungo e di carattere. Vino da uve
biologiche.
Rossese di Dolceacqua 2007 A Trincea
/
Colore rubino brillante luminoso, naso molto floreale, con accenni varianti dal ciclamino al
geranio alla rosa che poi aprono a note selvatiche, di liquirizia e salmastre. Attacco molto
incisivo, nervoso, sapido, con buon sviluppo e con un tannino solo leggermente astringente. Semplice, ma ben fatto.
Rossese di Dolceacqua 2007 Mauro Antonio Zino
/
Sono l’essenzialità, la freschezza, una vivacità un po’ pungente e “sbarazzina” le armi
migliori di questo vino, che si fa bere con piacere. Colore rubino brillante, ha aromi freschi,
vivaci, immediati, varianti tra il lampone e il ribes, molto essenziale e minerale nei toni. In
bocca è lungo, vivo sapido, di grande essenzialità, con acidità spiccata e nerbo e non
grande struttura, ma molto piacevole.
Rossese di Dolceacqua 2007
Vigneto Bricco Arcagna Terre Bianche
/
Un vino che nella complessità e in un carattere estrattivo ha il suo forte. Rubino intenso di
grande vivacità e concentrazione, mostra un naso molto sapido e petroso, con un fruttato succoso e rotondo che richiama il lampone e la mora e note minerali intrecciate ad
accenni selvatici, con erbe aromatiche in evidenza. La bocca è ampia, di grande impegno e consistenza, con un tannino che tende a essere un po’ rigido e che necessita di un
po’ di tempo per distendersi. Buono ma ancora molto giovane.
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Rossese di Dolceacqua 2007 Terra dei Doria
Bella vivacità di colore, naso e palato molto coerenti, di buona ricchezza e fragranza e
plasticità d’espressione, con una certa piacevolezza, ma con un tono un po’ calligrafico
e con poca complessità. Piacevole ma troppo semplice.
ROSSESE DI DOLCEACQUA 2006
Rossese di Dolceacqua 2006 Vigneto Poggio Pini Tenuta Anfosso
Indiscutibilmente il 2006 più convincente e meglio riuscito, espressione di un grande vigneto e di un indubbio savoir faire in cantina. Colore di grande bellezza e smalto, si propone
con un naso fitto, denso, cremoso, con bella polpa succosa e cremosa, un frutto maturo
al punto giusto, increspata e innervata da toni pepati, selvatici, di sottobosco e macchia
mediterranea, da striature balsamiche di grande freschezza. Fresco e vivo il vino si conferma anche al gusto, pieno, ben polputo, avvolgente, ricco e di grande persistenza. Un
vino che ti conquista sino in fondo.
Rossese di Dolceacqua 2006
Vigneto Arcagna Cantina del Rossese Fratelli Gajaudo
/
Vino che abbina complessità a freschezza e grande piacevolezza. Rubino intenso profondo, mostra un naso selvatico, affumicato, petroso di grande fascino, con note di melograno, ribes, erbe aromatiche, rabarbaro, china, leggeri accenni salmastri. Al gusto, nonostante la struttura importante e la ricchezza della materia è vivo, nervoso, dinamico, pieno
di energia, con persistenza lunga e verticale e sapidità da vendere.
Rossese di Dolceacqua 2006 Vigneto Pian del Vescovo Tenuta Giuncheo
Un vino ancora tremendamente giovane e difficilmente giudicabile in questa fase, espressione di un cru di primario valore e vino che volutamente punta sulla potenza e sulla ricchezza più che sull’eleganza. Bellissima l’intensità e la concentrazione del colore, naso
molto fitto, caldo, pieno, succoso, multistrato, con sfumature di liquirizia e accenni minerali
e una bocca di grande estrattività, multistrato, materica, piena, che al momento è un po’
carente di slancio e freschezza e che ha indubbiamente bisogno di tempo, in bottiglia,
per trovare pieno equilibrio.
Rossese di Dolceacqua 2006 Terre Bianche
Bella la vivacità e la brillantezza del colore, ma il naso non riesce a evolvere da una fase iniziale
riduttiva, non perfettamente pulita, piuttosto aggressiva. Una certa secchezza e durezza, una
carenza di equilibrio e di distensione nel vino, che rimane sempre piuttosto in sé, ricco, compatto, ma non di grande piacevolezza, al gusto. Grande materia ma ancora piuttosto contratta.
Rossese di Dolceacqua 2006 Vigneto Luvaira Marco Foresti
Grande vigneto ma una prova un po’ sottotono rispetto ai 2008 e 2007 di Foresti. Naso
pieno, caldo, fitto, sovramaturo e vino che si conferma potente, ricco, con un tono alcolico in eccesso, anche al gusto, dove la piacevolezza piena è pregiudicata da una carenza di freschezza e di acidità.
Rossese di Dolceacqua 2006 Terra dei Doria
Anche in questo caso la potenza, l’estrazione e un alcol un po’ eccessivo la fanno da
padrone, con colore molto vivo, grande intensità e pienezza sia nella fase olfattiva che al
gusto, ma mancano decisamente slancio, vivacità, freschezza ed equilibrio, con un finale
inoltre leggermente asciutto, a rendere pienamente riuscito questo 2006.
Per ulteriori dettagli sul Rossese visitate il sito Ais alle pagine web
http://www.sommelier.it/archivio.asp?ID_Categoria=8&ID_Articolo=1644
http://www.sommelier.it/archivio.asp?ID_Categoria=8&ID_Articolo=1658
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Vendemmia
Il
2009
regalerà vini
di
alta
qualità
rima di tutto i numeri: la vendemmia 2009 permetterà di produrre, secondo una stima della Coldiretti e della Confederazione italiana agricoltori,
47 milioni di ettolitri, al di sotto della media degli ultimi cinque anni ma con un aumento contenuto (entro
il 5 per cento) rispetto al 2008. Meno ottimista è Maurizio Zanella, presidente del consorzio Franciacorta, che
prevede invece un calo della produzione "del 7-8% rispetto al 2008".
Una vendemmia anticipata di dieci giorni ma ottima
anche per la qualità: nella maggior parte delle zone è
infatti addirittura migliore di quella eccezionale del 2003.
Resta invece un punto di domanda per quanto riguarda l’economia tra effetti della crisi, perdita di competitività delle aziende e calo dei consumi. E a proposito di
crisi in Franciacorta, che oltre a produrre eccellenze
enologiche è una delle zone più industrializzate d’Italia sono stati moltissimi i cassintegrati che hanno partecipato alla vendemmia per sbarcare il lunario: da quest’anno il governo ha infatti esteso a casalinghe e cassintegrati la possibilità (in precedenza prevista solo per
pensionati e studenti) di compiere lavori stagionali agricoli. Il pagamento è avvenuto tramite i famosi voucher
da riscuotere in Posta. La paga oraria, stabilita con il
datore di lavoro, si aggira tra i sei e i dieci euro, di cui
il 25 per cento è destinato ai contributi previdenziali.
Ma a coloro i quali hanno partecipato alla raccolta per
arrotondare le entrate si sono aggiunti molti enoturisti
che hanno preso parte alla vendemmia per curiosità e
per “divertimento” tanto che molti produttori hanno parlato di una vera e propria vendemmia-mania.
Ma torniamo all’aspetto squisitamente tecnico: l’anda-
P
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mento climatico è stato contraddistinto dalla presenza
di un anticiclone subtropicale e da una fase instabile e
fresca, con buoni accumuli piovosi, che si sono sommati a quelli invernali e primaverili. Il successivo arrivo dell’ondata di caldo, unito alle elevate percentuali
di umidità, ha favorito lo sviluppo di alcune malattie
fungine della vite, che, però, stando a quello che dicono enologi e agronomi, non hanno causato danni rilevanti. La vite ha concluso ovunque la fioritura senza
particolari problemi. Qualche anticipo sul 2008 nel ciclo
fenologico della pianta si è registrato al nord; al centro
e al sud la maggior parte dei produttori hanno segnalato una sostanziale analogia con i tempi dello scorso
anno.
Se i giudizi sulla qualità sono positivi, altrettanto non
si può dire sul fronte dell’economia con l’allarme per le
aziende vitivinicole italiane per la caduta dei prezzi delle
uve ai produttori. A sostenerlo è la Confederazione italiana agricoltori (Cia), che evidenzia “una situazione
sempre più difficile per le aziende che devono affrontare una una sensibile crescita dei costi produttivi e
contributivi, con riflessi negativi anche sui redditi”.
“Al favorevole andamento produttivo, quest’anno si è
contrapposto – ha commentato il presidente della Cia,
Giuseppe Politi – uno scenario complesso e carico di
nubi oscure per le imprese. Sul comparto si riflettono
gli effetti della crisi economica. Abbiamo assistito a una
perdita di competitività delle aziende accompagnata dal
costante calo dei consumi interni (soprattutto per i vini
da tavola) che preoccupano e rendono inquieto il settore”.
(P. P.)
VENDEMMIA
Il Veneto
conferma
il primato
La vendemmia 2009 sarà
quantitativamente sugli stessi livelli
dello scorso anno e la qualità si
profila più che buona, ma a causa
della crisi economica i prezzi del
vino subiranno ribassi con punte
anche del 15-20 per cento. È
quanto emerge dai primi dati
ufficiali elaborati dall'Assoenologi
che stima una produzione
complessiva di uva tra i 63 e i 65
milioni di quintali da cui usciranno
circa 46,3 milioni di ettolitri di vini e
mosti, in linea con il 2008.
Gli incrementi maggiori nella
produzione vitivinicola 2009 si sono
registrati – sottolinea Assoenologi –
in Piemonte, Campania e
Sardegna, mentre le regioni più
deficitarie risultano le Marche,
l'Abruzzo e la Puglia. Il Veneto, con
8,1 milioni di ettolitri, si conferma
per il terzo anno consecutivo la
regione più produttiva, seguita in
classifica da Emilia Romagna (6,6
ettolitri), Puglia (6,2 ettolitri) e Sicilia
(6,1 ettolitri). Insieme, queste
quattro regioni, producono quasi il
60% di tutto il vino italiano.
Eventi
▼ Insalata di anatra e mango, Le Cirque, New York
La grande kermesse
“Chefs e
champagne”
di
L Il presidente della JBF Susan Ungaro in un'intervista per la Hamptons TV
44
L Julian Niccolini e Alessandra Rotondi
di Alessandra Rotondi
nnanzitutto una premessa: considerate l’articolo che vi state accingendo a leggere come
una sorta di “continuazione delle puntate precedenti”. Ancora una volta infatti si parla della
James Beard Foundation e delle sue attività a
New York (vedi numero 88 di DeVinis). Non è un
errore. Il fatto è che la James Beard Foundation, a New York, e negli Stati Uniti in genere, è
sinonimo di “tutto quanto fa cultura enogastronomica” e la maggioranza degli eventi che si tengono durante l’anno in città, o in America in genere che abbiano a che fare con il cibo o vino, sono
a firma Jbf. Come “Chefs and Champagne” tenutosi questa estate negli Hamptons, meta storica
delle vacanze dei newyorkesi dell’alta società. Gli
Hamptons sono infatti la spiaggia glamour e chic
a un’ora e mezza dalla città, dove i ricchi vanno
a trascorrere i week-end o le ferie. “Chefs e Champagne” perché tutto l’evento si è svolto attorno
questi due soggetti: i cuochi di circa 30 ristoranti della Big Apple – tra cui alcuni di proprietà
italiana come il famoso Le Cirque del toscano Sirio
Maccioni – ma anche di Las Vegas, Anguilla, East
e Bridge Hamptons; e lo Champagne di tre maison d’Oltralpe che hanno sponsorizzato la serata. L’evento si è svolto nell’azienda vinicola Wölffer Estate Vineyards, dal primo pomeriggio fino
a notte inoltrata.
Pochi sanno che anche lo Stato di New York è
molto vocato per la produzione vinicola, magari
non al pari dei più famosi California o Oregon,
ma si nota un grande impegno e voglia di perfezionismo che stanno dando grandi risultati. A fare
gli onori di casa, oltre alla presidente della Jbf
Susan Ungaro, Andrea Wölffer, titolare della tenuta, figlia del patriarca Christian, personaggio di
grande fama, vero vignaiolo e un’icona per gli
addetti ai lavori, recentemente scomparso, a cui
sono stati dedicati momenti di commemorazione
e alla cui memoria è stata indetta una borsa di
studio di cui possa usufruire uno studente nelle
arti culinarie, particolarmente meritevole.
La prima beneficiaria è stata la giovane Christina Cassell che ha ricevuto il riconoscimento proprio durante la serata. Ma i veri “Ospiti d’Onore”
erano Julian Niccolini e Alex Von Bidder, proprietari dello storico ristorante Four Season di Manhattan. A loro, il tributo più grande. L’edizione
2009 di Chefs and Champagne celebrava i 50 anni
del ristorante di loro proprietà che si trova sulla
52 Street e Park Avenue, ovvero in un incrocio
ideale tra una Via Montenapoleone meneghina e
una Via Condotti romana. È considerato dai
newyorkesi come qualcosa di sacro e inviolabile,
un patrimonio cittadino o, usando la definizione
data da Zagat (la guida più accreditata sulla ristorazione) “una meraviglia gastronomica e architettonica che non passerà mai di moda o di stile”.
Il palazzo che lo ospita è il Seagram Building, uno
dei primi grattacieli in acciaio inossidabile e vetro
comparsi in città. Siamo nel 1959 quando gli allora proprietari si rivolgono a James Beard in per-
I
Eventi
L Lo chef Eddy Leroux, Daniel New York
L Ostriche del Four Season Restaurant
L Gli chef Alain Allegretti e Kerry Heffernan, NYC
L Lo chef Paul Bartolotta, Las Vegas
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sona, il fondatore dell’organizzazione, scomparso
nel 1985, per chiedergli una consulenza da esperto enogastronomico su come creare un locale tutto
incentrato sulle eccellenze culinarie delle 4 stagioni. Comincia una collaborazione che non si è
mai interrotta e che ha fatto del Four Season,
mezzo secolo dopo, un locale-testamento di tutto
quello in cui credeva Beard: “Freschezza degli
ingredienti stagionali, creatività americana, apertura verso il mondo, il tutto alimentato dalla convinzione che il sedersi a tavola è molto più che un
‘semplice nutrirsi’: è innanzitutto cultura”. Gli
eredi di questa filosofia di lavoro e vita sono gli
attuali Niccolini e Von Bidder appunto, vere celebrità a livello nazionale. Vale la pena spendere
qualche parola sull’italiano Julian Niccolini, lucchese di origine, poliedrico operatore di tutto ciò
che è correlato all’enogastronomia essendo anche
apicoltore e produttore vinicolo, titolare di una
sua linea di miele e di sauvignon blanc prodotto
da uve vendemmiate a Napa Valley con la collaborazione di Michael Mondavi che, a detta di molti
e della campagna pubblicitaria che lo promuove, sarebbe in grado di far capitolare tutte le
donne. Niccolini è così: simpaticissimo, accento
toscano ancora percettibile, una forza della natura, grande esperto e tecnico, ma con grande affabilità e ironia. Ma Julian non era l’unico italiano
presente.
Spieghiamo il perché con una breve premessa.
Chefs and Champagne, come tutti gli eventi a
firma Jbf, si proponeva di raccogliere fondi a favore dell’organizzazione City Meals on Wheels e
per le borse di studio future. Oltre alle degustazioni di tutte le prelibatezze culinarie preparati
dagli chefs partecipanti, tra cui abbondanza di
pesce – con ceviches, ostriche, cocktail di aragosta, frutti di mare in tutte le versioni – si è tenuta un’asta di numerosi prodotti il cui ricavato è
andato appunto in beneficienza. Tra i prodotti
una linea di vino e olio d’oliva toscani dell’Azienda Diadema, titolare Alberto Giannotti, la quale
produce anche vero champagne nell’omonima
regione. Ma anche il caviale d’allevamento italiano era presente, proveniente dalla provincia di
Brescia, azienda Agroittica, il cui presidente Sandro Cancellieri ha recentemente aperto un Lounge Bar proprio a Manhattan, all’interno del Four
Season Hotel.
Eventi come Chefs and Champagne hanno il merito aggiunto di aiutare a superare la crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti. Afferma infatti Susan Ungaro: “Abbiamo vissuto fino ad ora un
buon 2009. Mi sento autorizzata a pensare che
la Jbf sia un indicatore visibile che l’economia si
stia riprendendo. La gente che ama le arti culinarie non smetterà mai di celebrare il grande cibo
e i grandi vini, né di godere di essi”. Con questa
convinzione, la Jbf ha creato un nuovo motto che
ci caratterizza: “We are going to eat our way out
of these tough times.” Che tradotto significa: “Continueremo a mangiare a modo nostro, malgrado
i tempi duri”, ma con un secondo significato non
troppo nascosto che “l’arte culinaria saprà condurci alla soluzione e a uscire da questi tempi
duri”.
Vino e architettura
Le prime emozioni
nascono
in
cantina
L La barricaia della Cantina La Brunella
di Alessia Cipolla
a trasformazione del mondo del vino procede di pari Negli ultimi anni il marketing tradizionale ha infatti lasciapasso con la trasformazione del consumatore che, to sempre più spazio al marketing esperienziale che rivolseppur sempre più interessato e preparato, è però ge la sua attenzione verso il cliente e tenta di rendere
ancora troppo distante dalla conoscenza del processo unica l’esperienza di fruizione e di consumo. Ecco alloproduttivo. L’attenzione dei professionisti è giustamen- ra che le aziende vitivinicole potrebbero quindi cogliere
te rivolta al prodotto finale, all’abbinamento cibo-vino l’occasione della visita in cantina per trasformare la culmigliore, al territorio di provenienza, ma viene trascu- tura del prodotto in un’esperienza unica, attraverso un
rato troppo spesso il fatto che la conoscenza di un pro- progetto globale di intrattenimento, un evento che impedotto è un’esperienza privata e personale che necessita gni tutti i sensi dell’ enoturista.
di grandi cure. Le regole delle buona accoglienza in can- Come sostiene il professor Schmitt, autore del libro Expetina, una attrezzata sala da degustazione, un funziona- riental marketing, “le esperienze sono stimolazioni indotte ai sensi, al cuore e alla
le spazio vendita, servizi
mente. Esse, inoltre, uniigienici e parcheggi per gli
scono l’azienda e la marca
enoturisti sono elementi
allo stile di vita del cliente
fondamentali ma non più
e collocano sia le azioni del
sufficienti per creare una
singolo sia l’occasione d’acstretta relazione e fiducia
quisto in un contesto sociada parte del fruitore verso
le più ampio. In breve, le
il prodotto.
esperienze forniscono valoChi compra, non paga più
ri sensoriali, emotivi, cognisolo una bottiglia di vino o
tivi, comportamentali e
un buon servizio, ma chierelazionali che sostituiscode di poter trascorre del
no quelli funzionali”. Le
tempo a gustare un buon
esperienze verso il prodotbicchiere, ascoltando il proto vengono suddivise dal
duttore, o l’addetto all’acprofessor Schmitt in cincoglienza, sulle storie legaque moduli, che potrebbete al vino, sui vecchi saporo rappresentare la base
ri e sentori, sul territorio. L La grande vetrata della sala da degustazione
L
48
L L’esterno della cantina
del processo di conoscenza del vino all’interno della
visita in cantina.
Il sense costruisce esperienze sensoriali utilizzando il gusto, l’olfatto, il tatto, l’udito e la vista. Il percorso all’interno della cantina deve tener conto dell’impatto sensoriale sui clienti o potenziali clienti
per aggiungere valore all’identità di marca.
Il feel si riferisce alle esperienze affettive e interiori del cliente. Le tappe di conoscenza del vino dovrebbero saper suscitare emozioni, sentimenti, stati
d’animo. Il prodotto dovrebbe essere in grado di relazionarsi con il mondo delle emozioni del consumatore.
Il think ha l’obiettivo di creare stimoli ed esperienze per la mente. Durante la visita l’ enoturista
dovrebbe essere coinvolto nella sua voglia di scoprire, capire e apprendere cose sempre nuove nel
suo desiderio di essere sorpreso e provocato.
L’act consiste nel proporre azioni fisiche e corporee
ai clienti, un invito all’azione: in cantina il cliente
potrebbe essere coinvolto fisicamente nella spiegazione di come avviene il processo produttivo del
vino.
Il relate va oltre l’esperienza personale dell’individuo, perché lo inserisce in un contesto sociale più
ampio. In questa fase, l’esperienza è in grado di mettere l’individuo in relazione con gli altri individui e
con le altre culture. L’enoturista deve sentirsi parte
di un territorio fino ad allora mai esplorato, in pieno
contatto con la gente, le tradizioni, la storia del luogo
e dell’azienda.
Continua con questo numero un percorso all’interno delle nuove cantine italiane realizzate tra il 2001
e il 2009 in tutte le regioni d’Italia scelte secondo la
qualità architettonica e funzionale, oltre che al rispetto e alla valorizzazione del paesaggio circostante.
III Cantina Azienda Agricola La Brunella (CN)
Un progetto fatto in famiglia, Achille responsabile
dell’azienda e Guido architetto, autore del progetto del packaging e della cantina per vinificazione,
Vino e architettura
La sala da degustazione
invecchiamento e affinamento di Nebbiolo da Barolo e
cru Villero, a Castiglione Falletto, in una delle zone più
belle e interessanti d’Italia, le Langhe. Il progetto è del
2004, la realizzazione del 2006. La struttura, circa trecento metri quadri di superficie complessiva, è costituita da un piano interrato con funzione di cantina da invecchiamento e un piano fuori terra dedicato all’imbottigliamento, etichettatura e confezionamento.
I percorsi per la visita della cantina sono stati debitamente separati dai percorsi di produzione, ma l’enoturista, attraverso scorci e aperture, può seguire tutto il
ciclo del vino. La nuova costruzione è un edificio dalla
forma architettonica tradizionale, con tetto a falde e struttura semplice e compatta, costruito di fronte alla cantina pre-esistente, un edificio storico del Seicento all’interno del quale avviene la vinificazione.
L’enoturista viene accolto in un piazzale tra i due edifici, il nuovo con una facciata di colore rosso, semplice e
pulita, senza aggetti o elementi decorativi, nel tentativo
di un primo dialogo con l’edificio storico. I restanti lati
sono rivestiti da un innovativo modo di riutilizzare e riciclare le vecchie botti in disuso: si tratta infatti di facciate alte quasi dieci metri rivestite da pannelli fatti con le
doghe di circa duecento barrique. In corrispondenza delle
luci, è stata inserita una lamina d’acciaio che produce
un sistema di riflessi, di giorno grazie alla luce del sole
e di notte grazie all’ illuminazione notturna di colore blu,
enfatizzando gli effetti e le sfumature del colore del legno
e regalando all’edificio un aspetto fiabesco.
Entrando, dopo aver attraversato un intimo disimpegno,
si procede su una rampa dalla quale, attraverso apposite aperture, si resta in continuo contatto con il paesaggio circostante. Si entra quindi nella sala da degustazione, un locale rettangolare aggettante rispetto al filo della
facciata, con circa 60 metri quadrati di vetrate rivolte
verso le colline che circondano l’azienda agricola. Le altre
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pareti sono state colorate con una tinta rossa usata anche
per altre parti strutturali dell’edificio, un colore che conferisce alla stanza di degustazione corpo e personalità,
percepibile sia verso l’esterno sia verso l’interno. Arredi
e dettagli essenziali rendono questa zona un luogo adatto a una seria degustazione. Grazie a piccole feritoie presenti sulle pareti opposte alla vetrata si riescono a intravedere il resto degli ambienti della cantina e la produzione del vino.
Una scala, elemento compatto e scultoreo che si insinua
nella soletta del piano terra tra la sala di degustazione
e la barricaia, permette la discesa verso il luogo di riposo del vino. La scala, rivestita internamente su tutti i lati
da pannelli lisci di legno di pino, con luci a terra che
segnano il passo verso la discesa, rappresenta un collegamento ovattato tra una realtà più pubblica e un’altra
più contemplativa.
Qui, oltre alle barriques, riposano anche botti e tonneaux: le une vicine alle altre, presenze in uno spazio dalla
intima atmosfera. Le pareti sono colorate di nero, quasi
a voler espandere infinitamente i confini di questo luogo.
Al lato opposto della scala di accesso vi è un portone,
superato il quale, all’esterno dell’edificio, dopo esser risaliti, si arriva al livello della produzione dove troviamo tutta
la linea dell’imbottigliamento, l’etichettatrice, e il confezionamento. È questo un enorme spazio dal pavimento
in battuto di cemento grigio, liscio e le pareti in resina
rossa, un altro involucro contemporaneo per un prodotto così antico in continua trasformazione.
Una scala interna in ferro zincato porta a un soppalco
dove sono posizionati gli uffici, la zona riunioni e dove
grazie a una finestra triangolare si ha l’affaccio sulla parte
pre-esistente dell’azienda La Brunella.
Un semplice e, nello stesso tempo, ricco oggetto architettonico poggiato delicatamente all’interno di un paesaggio pieno di fascino.
Tendenze
Sogno di una notte di
mezza estate
di Roberto Piccinelli
estate sta finendo, un
anno se ne va…” cantavano i Righeira qualche
lustro fa, dimostrando di comprendere bene quanto la fine della bella stagione non rappresenti soltanto uno
spartiacque climatico, ma per tanti
versi anche la fine di un sogno, il tramonto dei momenti spensierati. Che
si trovano, ora, a scontrarsi con la realtà nuda e cruda. Anche se, a ben guardare, l’eterna lotta fra il bene e il male
ci ha perseguitato anche nel bel mezzo
del solleone. Ripercorriamo insieme
gli accadimenti estivi, facendone tesoro per un verso e continuando a
sognare per un altro.
“L’
Siete mai arrivati a Panarea, di notte,
fendendo un mare liscio come l’olio,
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ammirando un cielo stellato oltre ogni
umana immaginazione, zigzagando fra
i panfili in rada e avendo una ragazza
dagli occhi di ghiaccio al vostro fianco? Qualora la risposta sia negativa,
attrezzatevi, perché ne vale la pena.
Avendo cura di scegliere la terrazza del
Banacalii per un aperitivo e quella del
Raya per balli glamorous. Senza
dimenticare una cena Da Pina, ristorante chic&gastroshock, per eccellenza. Quello con la clientela più fashion
e l’atmosfera più smart. Quello con il
look più curato e la cucina più ricercata. Quello con i tavoli ceramicati dallo
sfondo blu oltremare, i porta-tovaglioli artistici di matrice etno, i veli eterei
e il nebulizzatore perimetrale. Quello,
infine, che propone l’eccezionale Bauletto di Gamberoni di Cala Junco, non-
ché una Tartare di Tonno capace di
resuscitare un morto... Ma sull’isola
c’è un quarto locale da non perdere,
non foss’altro perché le cronache estive lo hanno tirato in ballo abbondantemente. Stiamo parlando di quel Bridge Sushi Bar che ha negato un tavolo da 8 a Roman Abramovich, all’ora
dell’aperitivo. Certo, il miliardario russo
è ormai abituato, perché l’anno scorso, sempre a causa di tardiva prenotazione, si vide impedire una cena al
Bistrot di Forte dei Marmi, ma va peggiorando: un conto è la cena e un conto
l’aperitivo… È al tempo stesso piacevole e divertente riscontrare che, per
i nostri locali, i soldi non sono tutto,
nemmeno in tempo di crisi. Fatto sta
che l’ex Circolo del Bridge ha fatto strike. Non solo grazie a una filosofia vita-
le imperniata sul jap-food e ad una deliziosa terrazza con vista panoramica sul
porto, ma soprattutto alle cure amorevoli di Angela Mascolo, colei che in
tempi non sospetti è stata definita da
Carlo Rossella “La ragazza più bella
del Mediterraneo”. Ovviamente, per il
direttore e l’amico Diego Della Valle il
tavolo ci sarebbe stato. Ça va sans dire.
Gossip a parte, Panarea è, purtroppo, salita alla ribalta anche per una
pessima notizia.
Una diciottenne è entrata in coma etilico, a causa della grande quantità di
alcol bevuto in una festa in barca, in
mare aperto. Cosa e quanto abbia
bevuto non è dato sapere, ma le circostanze sono note da anni.
Nonostante si sia impropriamente ed
inopportunamente parlato di “Rave
party sul mare”, perché i rave sono tutt’altro, si tratta di eventi che si sviluppano al largo, a partire dalle 18.00,
intorno a una barca dotata di potente
impianto audio. La musica va a palla,
tutti gli ospiti del natante principale
iniziano a ballare sulla chiglia dello
scafo e intorno all’ape regina si stabilizza una pletora di altre barche, i cui
componenti non esitano ad adeguarsi al ballo, ma anche a socializzare e
interscambiarsi.
Fermo restando che ciascuna delle barche presenti in loco ha un frigorifero
(magari anche due, con supporti di
cesti termici, per di più) pieno di bevande che spaziano dal vino bianco allo
Champagne, dalla vodka al gin, con il
supporto di energetici vari. Bere e ballare diventa un tutt’uno. Ma un conto
era essere sulla dance-boat (con casse
da discoteca!) del mitico Tonno o sul
Magnum di Andrea Lotti, chez Andrea
Camurri, al largo di Porto Cervo (preferibilmente, fronte isola di Mortorio o
al largo della spiaggia della Celvia), dove
la qualità del beverage era garantita e
dove lo champagne ce lo consegnavano le aziende stesse tramite motoscafo, e un conto è bere quello che capita, mischiando schifezze a vanvera. Il
problema è sempre lo stesso, in terra,
in mare e in cielo: binge drinking, come
direbbero gli americani. Il bere per il
bere. Pratica che va strenuamente
combattuta, facendo in modo che famiglie, istituzioni e media abbiano ben
chiaro questo assurdo fenomeno, che
coinvolge in modo assai pericoloso
fasce sempre più giovani di età. La battaglia contro il binge drinking deve partire e tutti devono fare la loro parte.
Ecco perché sono molto lieto di essere stato pesantemente coinvolto nel
progetto “Bevi il giusto, basta il
gusto”, voluto dall’Associazione tutti
più educati e mirato a una campagna
di sensibilizzazione, ma soprattutto a
un percorso formativo rivolto alla scuole secondarie superiori.
La prima pietra è stata la tavola rotonda organizzata nel Salone degli Affreschi del Chiosco dell’Umanitaria di
Milano: il punto focale del progetto inizia a svilupparsi fra ottobre e novembre negli istituti scolastici della Lom53
Tendenze
bardia. Avremo quindi modo di riparlarne, a fronte della pronta partnership concessa dall’Ais e a fronte di
quanto abbiamo purtroppo dovuto registrare, proprio a Milano: nell’ambito
dei controlli post divieto di vendita alcolici ai minori di 16 anni, una ragazzina di 14 anni è stata trovata ubriaca
persa di pomeriggio, in centro, in piena
estate. Non ho più occhi per piangere.
MA, ALLO STESSO TEMPO,
PENSO POSITIVO…
Ragion per cui non posso fare a meno
di celebrare a dovere la riapertura del
Covo di Nord Est di Santa Margherita Ligure: storica discoteca, rocciosa, a picco sul mare dove cantarono
Frank Sinatra, Liza Minnelli, Sammy
Davis jr., Barry White, Grace Jones e
John Mc Enroe si scoprì chitarrista,
dimostrando però di non essere dotato di talento in quella veste. Il rilancio
del mito ha fatto felice anche la vicina Portofino, che, finalmente, non vede
tutti i suoi giovani viaggiare di notte
fino alla Versilia, pur di trovare qualcosa di divertente da fare. Ma, transumanze o meno, a Forte dei Marmi
qualcosa da festeggiare c’è stato, eccome. La Capannina ha compiuto 80
anni! Inaugurata nel 1929 e amata da
Italo Balbo che vi ammarava di fronte,
ma anche da Emilio Pucci, Guglielmo
Marconi ed Edith Piaf, ha saputo celebrarsi a dovere il giorno di Ferragosto.
Stesso giorno scelto per i festeggiamenti de La Cicala, pronta a palesarsi a
Viareggio dopo anni di assenza dalla
piazza dance, ma dopo un ventennio
dalla nascita. In questo caso, si tratta di una delle prime discoteche trendy della Versilia che Marco
Galeotti&C. hanno voluto rispolverare ad hoc. Rimanendo in Toscana, non
posso fare a meno di celebrare i fiumi
di Champagne Drappier che hanno
fatto da corollario alla mia, magica e
frizzante festa di compleanno al Manduca di Firenze, con Selen per la prima
volta in veste di dj. Passando, come di
dovere, all’altra riviera, va santificata
la stagione di Jesolo, The City Beach,
che ha potuto contare sul successomonstre del concerto dei Chemical
Brothers sulla Terrazza del Faro, ma
anche sulla verve vincente di locali
quali Il Muretto, Zebù, Terrazza Mare
e Marina Club.
A scendere, va elogiato il Villa Prati di
Bertinoro per il giovedì oceanico crea-
54
to da Sauro Moretti, anche se, come
al solito, sono Cervia e Milano Marittima a fare strike. Cervia, grazie a un
Fantini Club, che compie 50 anni,
amplia le sue strutture balneari e organizza un’affollata tavola rotonda sull’evoluzione degli stabilimenti balneari. Milano Marittima, grazie a Pacifico e Pineta Club che tengono ampiamente botta, ma anche a La Frasca
che porta la buona cucina in loco, finalmente. Quanto a Fantini, che ha aperto anche un hotel, sperimentato proprio in occasione del convegno Cinquant’anni di vacanze sulle spiagge della Riviera: 1959-2009 cui ho
partecipato con piacere, ci sarebbero
tanti meriti da elencare, ma nell’occasione mi piace fare il critico, a ragion
veduta: nel buffet proposto, post chiacchierata pubblica e costruttiva, il vino
privilegiato era un Gewürztraminer.
Niente da dire sulla qualità dello stesso ma, visto che a promozionare il tutto
c’era l’Apt Emiliano-Romagnola, con
il trio Babbi-Gottifredi-Grassi in pole
position, perché non dare spazio solo
e soltanto al pur presente Aulente
Bianco by San Patrignano?
Del resto, quando l’ho fatto stappare,
facevano a gara per rubarmelo da sotto
il naso… Quanto a Milano Marittima,
ho per l’ennesima volta potuto toccare con mano l’importanza del Pineta
per l’economia cittadina. Nell’ambito
del cambio stagionale datato fine luglioinizio agosto, il martedì notte era pieno
e vivace grazie all’apertura della famosa discoteca. La controprova si è avuta
il giorno dopo, mercoledì, a dancefloor chiuso: poche persone in strada,
pochissima gente nei locali pubblici,
con un’eccezione, La Frasca. Che aveva
tavoli sufficientemente pieni, ai prezzi
che la qualità impone. E che mi ha proposto un piacevolissimo, non conosciuto prima, nonostante sui vini siciliani
sia particolarmente ferrato, Montalto,
collezione di famiglia, sauvignon blanc.
Quanto alla cena, beh non posso fare
altro che ribadire quanto scritto e
affermato in altre occasioni: era proprio necessario che si scomodasse
Gianfranco Bolognesi, trasferitosi qui
con armi e bagagli e il suo gioiello goloso denso di storia e futuro, per regalare, finalmente, una cucina qualitativa a una località trendy! Fra le chicche golose assaggiate, mi sentirei di
consigliare urbi et orbi Calamaretti,
sardoncini e funghi porcini fritti, ma
anche Bocconcini di rombo chiodato
al salfiore di Cervia profumato alla vaniglia, verdure brasate e tulle al sesamo.
Una particolare attenzione la merita
il look del locale, attuale, moderno,
cosmopolita. Potrebbe essere qua o a
New York e si sentirebbe ugualmente
a casa, fra i due pini marittimi incastonati, le finestre listellate, le sedie a
spirali bicolori, il salottino di pelle nera
sovrastato dalla scritta futurista, la statua neoclassica, le maxi lampade a
forma di carciofo, legate da fili luminosi ed i mitici quadri pop ricavati su
una sorta di scudi circolari. Pare
un modo per far capire che
Milano Marittima non è
solo veline e calciatori,
ma
anche
imprenditori aperti al mondo. Per
far capire che siamo
entrati nel Terzo Millennio, dove a fare i
locali uno uguale all’altro si rischia, seriamente, di lasciarci le
penne. Complimenti di cuore,
caro Gianfranco, ma ti prego: i prossimi che entrano dicendo “Com’era calda
la vecchia Frasca!” e “Non ha niente a
che vedere con gli altri ristoranti della
zona!”, lasciali fuori. Non ti meritano.
DULCIS IN FUNDO
Un resoconto degli accadimenti estivi
non può prescindere dal grande afflusso giovanile riscontrato a Gallipoli in
particolare e nell’intero Salento, più in
generale. Sandro Toffi ha puntato forte
sui privè-champagneria tanto nell’Outline quanto nel Praya, entrambe discoteche all’aperto, entrambe baciate da
un ottimo successo di pubblico. A Capri
dove, nottetempo, continuano a spopolare Anema e Core e Number Two,
continuano a sorprendere le vendite di
grandi formati targate Aurora Vino,
microenoteca di lusso che, in soli 22
mq, incassa quasi 3.000 bottiglie di
vino: potenze della scienza e della tecnica! Eh sì, perché il regno eno-hi-tech
di Mia e
Raffaele
D’Alessio
guarda al futuro
con pareti di acciaio, vetrine climatizzate e videofondale.
Per finire, un tarlo casalingo, nato nella mia testa
durante le giornate spese per
la realizzazione della mia Guida
al Piacere e al Divertimento, versione 2010: perché i supermercati
non si dotano di un sommelier o quanto meno di un direttore agli acquisti che di vino ne mastica,
davvero?
Proposte insulse e
rapporti qualitàprezzo disattesi
sono all’ordine del
giorno. Ma ditemi
cosa ne pensate di
Franciacorta Brut
Valentinus (8,49 euro),
Franciacorta Brut Mirabella
(10,00 euro) mentre il Saten ne costa
15,00), Franciacorta Saten Castel
Faglia (9,99 euro, ma pagato 7,99, perché in offerta, versione Brut a 8,99, con
prezzo ribassato a 6,99 euro) e Bortolin Cartizze (12,50 euro): a me c’è qualcosa che non torna ed a voi?
INDIRIZZI
Anema e Core - via Sella Orta 39/e, Capri (NA)
Tel. 081/8376461
La Frasca - Rotonda Don Minzoni 3, Milano Marittima (RA)
Tel. 0544/995877
Aurora Vino - Via Longano 8, Capri (NA)
Tel. 081/8374458
Marina Club - Via Roma Destra 120/b, Jesolo Lido (VE)
Tel. 0421/370645
Banacalii - Via San Pietro, Panarea (ME)
Tel. 090/983004
Number Two - via Camerelle 1, Capri (NA)
Tel. 081/8377078
Bistrot - Viale Della Repubblica 14, Forte Dei Marmi (LU)
Tel. 0584/89879
Outline - Via Adriatica Km. 2, Lecce.
Tel. 320/2703377; 333/3452042
Bridge Sushi Bar - Via Porto, Panarea (ME)
Tel. 339/2172605
Pacifico - Viale Romagna 64, Milano Marittima (RA)
Tel. 0544/994727
Covo di Nord Est - Lungomare Rossetti 1,
Santa Margherita Ligure (GE)
Tel. 0185/290348; 348/5177777
Pineta Club - Viale Romagna 66, Milano Marittima (RA)
Tel. 0544/994728
Da Pina - Via San Pietro 3, Panarea (ME)
Tel. 090/983032
Fantini - Lungomare Grazia Deledda 182, Cervia (RA)
Tel. 0544/72236
Il Muretto - Via Roma Destra 120, Jesolo Lido (VE)
Tel. 0421/371310
Praya - Loc. Baia Verde, Litoranea Sud, Gallipoli (LE)
Tel. 347/6308687
Raya - Punta Peppe e Maria, Panarea (ME)
Tel. 090/983013
Terrazza Mare - Vicolo Faro1, Jesolo Lido (VE)
Tel. 0421/370012
La Capannina - Via Repubblica 16, Forte dei Marmi (LU)
Tel. 0584/80169
Zebù - Piazza Venezia
c/o Laguna Shopping, Jesolo Lido (VE)
Tel. 0421/381839
La Cicala - Terrazza Repubblica 2, Viareggio (LU)
Tel. 0584/50005
Villa Prati - Loc. Capocolle, via Nuova 2447,
Bertinoro (FC) Tel. 0543/445523
55
Degustazioni
I vini piccoli
e “diversi”
di
Carmignano
di Alessandro Franceschini
angiovese in purezza oppure
no? “Forse oggi si potrebbe
anche provare. Ma qui l’uva
francesca è coltivata dai tempi dei
Medici”. Questo il problema, o forse,
al contrario, la caratteristica distintiva. Dipende dai punti di vista. Chi
parla è Giuseppe Rigoli, enologo e
proprietario di Fattoria Ambra, piccola realtà tra Comeana e Poggio
Caiano, nel cuore di produzione del
Carmignano, che curerà anche l’introduzione sulle caratteristiche dell’annata 2008 durante la presentazione alla stampa dei nuovi millesimi il giorno dopo presso le sale di
S
56
degustazione di un altro storico produttore della zona; la Tenuta di
Capezzana.
La domanda, lecita, nasce durante
un piacevole pomeriggio trascorso
con questo giovane enologo, che ci
ha accompagnato alla scoperta dei
vini della più piccola Docg italiana,
quella Carmignano, in provincia di
Prato, a due passi dalla zona di produzione del Chianti, ma diversa per
epoca di vendemmia e conformazione dell’intero territorio.
“Carmignano anticipa sempre nel germogliamento e nella vendemmia
rispetto al Chianti Classico, circa due
settimane” e in alcuni areali anche
un mese, come nel caso della vigna
Montefortini, dalla quale Rigoli vinifica separatamente il sangiovese di
uno dei quattro cru aziendali. Una
scelta coraggiosa quella di presentare quattro Carmignano differenti
a seconda di quattro differenti terroir, nata un po’ dalla lucida follia
e passione insieme del loro broker
e importatore per il mercato statunitense, ma soprattutto perché,
effettivamente, i terreni erano diversi: “alberese a Santa Cristina, galestro e arenarie a Montalbiolo, Tufo
ed arenarie a Montefortini e infine
galestro e argilla a Elzana”.
E l’assaggio da botte dei sangiovese 2008, in alcuni casi già assemblati con piccole quantità di canaiolo, che poi diverranno Carmignano, anche nelle versioni riserva, non
tradiscono quelle differenze tanto
inseguite in etichetta: molto floreale con una gran dolcezza della componente fruttata l’Elzana, più austero, elegante e vibrante nella sua vena
acida il Montalbiolo, lievemente vegetale il Montefortini, già speziato con
lievi cenni che rimandano alla macchia mediterranea il Santa Cristina.
Con accentuati sentori di mora e
lievi, a dire il vero, sfumature vegetali l’assaggio di un campione da una
botte di cabernet sauvignon e franc
insieme. Sicché? L’uva “francesca”,
qui a Carmignano, sente il terroir
come il sangiovese o prevale, comunque, il varietale? Quel 10 per cento
che si deve, come minimo, aggiungere, a un massimo di 90 per cento
di sangiovese consentito, influisce o
meno sul prodotto finale? “Difficile
rispondere” ci dice ancora Rigoli. Difficile perché per molti, visto l’oramai
secolare acclimatamento del cabernet da queste parti, l’influenza sull’assemblaggio finale si sente, ma
non stravolge l’identità del sangiovese. Probabilmente è anche inutile
porsi il problema.
Così, d’altronde, vuole la tradizione
da queste parti poiché, come si dice
in questi casi, “si narra” che fu Caterina de’ Medici nel sedicesimo secolo a volere che a Carmignano si piantasse anche l’uva “francesca”, chiara
storpiatura che indicava la provenienza d’Oltralpe delle uve. Questa “diversità” è sempre stata uno dei tratti
distintivi, tanto da far sì che molti
definissero il Carmignano quasi un
progenitore dei Supertuscans poi
andati in voga negli anni Novanta,
proprio per quella presenza di uva
francese. Ma l’originalità di questo
vino non dipende solo dall’antica presenza, certamente significativa, di
quest’ultima.
Pur vicino al Chianti, tanto da essere inglobato nel suo primo disciplinare del 1932 in una delle sue sette
sottodenominazioni, conserva peculiarità che lo rendono indipendente:
piovosità concentrata negli ultimi
due mesi di maturazione dell’uva,
cioè a settembre e ottobre, una grande luminosità, una differenza di altitudine media rispetto al vicino
Chianti Montalbano di circa 200
metri in meno e di conseguenza una
maggior quantità di calore assorbito dal terreno che porta, come detto
all’inizio, a una vendemmia solitamente anticipata. 40 chilometri quadrati, dunque, con una chiara collocazione pedoclimatica che, nel
1975 riconquistano la loro “indipendenza”, ottenendo la Doc per merito di una congregazione di viticultori locali, dal cui nucleo nel 1999
nascerà poi il Consorzio di Tutela
vero e proprio.
L’attuale disciplinare, datato 9 luglio
1998, che ha modificato il precedente del 20 ottobre del 1990, anno di
conseguimento della Docg, consente quel miscellaneo tipico anche nel
vicino Chianti: quindi spazio al sangiovese (minimo 50 per cento), a
cabernet franc e sauvignon (tra il 10
per cento e il 20 per cento), al canaiolo nero (usato oramai da pochissimi e, nel caso, per un massimo del
20 per cento), a trebbiano toscano,
canaiolo bianco e malvasia del
Chianti (da soli o insieme per un
massimo del 10 per cento) e infine a
un 10 per cento di vitigni a bacca
rossa raccomandati o autorizzati
nella provincia di Prato. Quali? Spesso merlot e syrah che negli ultimi
anni stanno sostituendo progressivamente la triade bianca autoctona.
C’è, d’altronde, fermento in questo
piccolo comprensorio, che si è tramutato in una crescita quantitativa, a livello di superficie vitata e di
ettolitri prodotti, non indifferente,
senza stravolgere i connotati di una
denominazione che difende con orgoglio e passione la sua piccola originalità.
Se agli inizi degli anni Novanta gli
ettari vitati erano poco più di 100,
praticamente come ai tempi di Cosimo III de’ Medici, oggi superano i
200, dei quali 150 destinati proprio alle produzioni di vini Doc e
Docg. Stesso discorso per gli ettolitri: dai 2000 agli attuali 7000 del
2007. Numeri in aumento che si traducono anche in una maggior offerta produttiva: dal 2000 ad oggi sono
nate cinque nuove aziende (Tenuta
la Borriana, Fattoria Le Ginestre,
Podere Le Poggiarelle, Podere Il Sassolo e Colline San Biagio), nonché il
numero di produttori aderenti al
Consorzio è cresciuto e con il nuovo
ingresso previsto nel 2009 (Il Castellaccio), raggiungerà le 16 unità. Il
mercato, come per molte altre denominazioni italiane, toscane in particolare, è sbilanciato all’estero: il 60
per cento, prende infatti la via dei
paesi della Comunità europea e d’Oltreoceano (Stati Uniti, Canada, Brasile e Messico). Il restante 40 per
cento in Italia.
57
Degustazioni
LA DEGUSTAZIONE
Le degustazioni alla cieca si sono tenute nella Tenuta di Capezzana all’interno della manifestazione “Di Vini Profumi” giunta alla sua decima edizione. 49 i campioni testati tra Barco Reale Doc, Carmignano Vin Ruspo Doc, Carmignano e Carmignano Riserva Docg, Vin Santo di Carmignano Doc e gli Igt locali. Un doveroso ringraziamento
alla locale delegazione Ais di Prato, coordinata da Bruno Caverni, che ha svolto il servizio dei vini in una sala
tanto bella quanto di non semplice gestione, visti gli spazi angusti. Vi proponiamo 10 vini, scelti all’interno delle
categorie presentate.
Fattoria di Bacchereto – Carmignano Docg 2007 Terre a Mano – Bacchereto (PO)
Vitigni: sangiovese 75%, canaiolo nero 10%, cabernet sauvignon 15%
L’azienda di Rossella Bencini Tesi, dotata di uno splendido agriturismo, mostra da tempo
un vivace interesse nei confronti dall’agricoltura biodinamica. Da vigne di 15 e 25 anni,
con rese molto basse (33 quintali per ettaro) ottiene questa convincente versione di Carmignano, fermentata con lieviti indigeni e affinata per 24 mesi in tonneaux da 350 lt. Spezie fini in apertura, con sfumature di cardamomo e un frutto dolce di ciliegia. Fresco,
ottimo centro bocca e lunghezza di grande spessore e incisività.
Tenuta di Capezzana – Carmignano Docg 2006 Villa di Capezzana – Seano (PO)
Vitigni: sangiovese 80%, cabernet sauvignon 20%
Vinificato in acciaio e affinato per 14 mesi in tonneaux da 350 lt, colpisce per la sua
mineralità, il centro bocca di grande struttura ed una persistenza lunga, fascinosa, sapida, che richiama i mirtilli e le ciliegie. Un campione di gran razza quello dell’azienda di riferimento quando si parla di Carmignano, vuoi per la qualità della sua produzione, vuoi
per la storia della tenuta della famiglia Bonacossi.
Fattoria Ambra – Carmignano Riserva Docg 2006 Elzana – Carmignano (PO)
Vitigni: sangiovese 90%, cabernet sauvignon 10%
Giuseppe Rigoli conduce i 20 ettari di famiglia suddivisi tra quattro cru, tra i quali l’Elzana,
che esce in versione riserva. Ambra, nome scelto dalla mamma nel 1955, trae origine dall’omonimo poema scritto da Lorenzo il Magnifico. 24 i mesi di affinamento, 12 dei quali in
tonneaux da 350 lt e 500 lt e il restante periodo in botti di rovere. Un grande connubio, quello tra spezie, balsamicità e ciliegia ben matura, fresca ed elegante. Così come l’impatto in
bocca, deciso, snello, con tannino di ottima tessitura e finale lungo e deciso.
Piaggia – Carmignano Riserva Docg 2006 – Poggio a Caiano (PO)
Vitigni: Sangiovese 70%, Cabernet Sauvignon 20%, Merlot 10%
Mauro Vannucci, ovvero Piaggia; 17 ettari di proprietà sulle colline di Cegoli, Poggetto,
Santa Cristina, Mezzana e Carmignano e una riserva che riesce con eleganza a coniugare
uso della barrique e grande concentrazione di estratti. Vino dolce all’impatto, nelle sfumature speziate di frutto. Tannini ancora vigorosi, mordenti con PAI di bella lunghezza e
un finale che richiama il ribes e le note vegetali.
Tenuta Le Farnete – Carmignano Riserva Docg 2006 – Comeana (PO)
Vitigni: Sangiovese 80%, cabernet sauvignon 20%
40 gli ettari totali, 8 quelli dedicati alla vite con proprietà che spaziano anche a Montalbano con la Tenuta Cantagallo e a Greve in Chianti con la tenuta Matrone. Di stile
moderno con una buona mano nell’uso del legno, non dimentica freschezza, buona trama
sapida, tannini di grana fine e ben integrati e un’ottima lunghezza dai richiami balsamici.
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Marchese Pancrazi – Pinot Nero Villa di Bagnolo Igt 2007 – Bagnolo di Montemurlo (PO)
Vitigno: pinot nero 100%
Un errore del vivaista, nel 1970, fece sì che venisse piantato pinot nero invece che il tradizionale sangiovese. La fortuna che fosse piantato in un cru dalla bella vocazionalità ha
fatto sì che ancora oggi venga vinificato non senza soddisfazioni. Un anno di affinamento
in barrique e un bouquet garbato, elegante, selvatico nella sua trama di frutti di bosco e
cenni vegetali. Bella la distensione del frutto anche in bocca, con lunghezza di bella fattura, equilibrio e tannini setosi.
Tenuta la Borriana – Barco Reale di Carmignano Doc 2007 – Carmignano (PO)
Vitigni: Sangiovese 70%, canaiolo 10%, cabernet sauvignon 15%, merlot 5%
30 gli ettari sui quali si estende la tenuta tra olivi, vigneti e il complesso agrituristico. Piacevolmente dolce l’impatto, con note di viola e ciliegia e un tocco speziato. Semplice quanto snello, di facile lettura e beva, tannini vivi e una lunghezza che richiama sfumature lievemente minerali e agrumate. Un’ottima interpretazione del carmignano “giovane”.
Fattoria Ambra – Barco Reale di Carmignano Doc 2008 – Carmignano (PO)
Vitigni: sangiovese 80%, cabernet sauvignon 10%, Canaiolo 5%, Merlot 5%
Tannini di bella grana e setosità, maturazione del frutto sempre ben calibrata e fine. I vini
di Rigoli hanno un timbro inconfondibile, quello della bevibilità. Anche in questo caso,
con un vino meno pretenzioso, slancio e apertura aromatica non mancano, insieme a un
tocco floreale di bella fattura.
Tenuta la Borriana – Carmignano Vin Ruspo Doc 2008 – Carmignano (PO)
Vitigni: Sangiovese 70%, canaiolo 10%, cabernet sauvignon 15%, merlot 5%
È il rosato di Carmignano, antico retaggio, nel nome, dell’usanza del mezzadro di ritardare il trasporto in fattoria dell'ultima tinella di uva ammostata, dalla quale, durante la notte,
"ruspava" un certo quantitativo di mosto che finiva nella sua cantina. Fresco, nervoso,
di bella tensione acida, è lineare nel suo sviluppo aromatico, con i lamponi in bella evidenza al naso.
Tenuta di Capezzana – Trebbiano di Capezzana Igt 2006 – Seano (PO)
Vitigni: trebbiano 100%
Un vino nato nel 2000, con l’intenzione di rilanciare il trebbiano in Toscana, operando una
selezione massale di questo vitigno in azienda. Un vino di gran classe, perfetto nella coniugazione dei legni piccoli, nei quali affina per 15 mesi, e della freschezza gustativa. Burroso, con note di frutti tropicali appena accennate e zafferano. Morbido e fresco insieme, con
un finale di grande persistenza.
59
Proverbi
Pillole di
di Luisa Barbieri
ciuccio porta ‘o vino e veve l’acqua. L’asino porta il vino e
beve l’acqua, dicono i napoletani. È solo uno delle centinaia di
migliaia di proverbi sul nettare di Bacco.
Si tratta della testimonianza diretta di
quel che il vino, nell’immaginario collettivo, da sempre rappresenta.
“In vino veritas”. Partiamo da qui: quando si beve un po’ più del solito si dice
la verità. Mica male unire il piacere di
una buona bevuta alla soddisfazione di
poter dire quel che si pensa vis-à-vis.
Tanto, a prendersi la colpa, sarà lui: il
solito e “maledetto” bicchiere di troppo.
E poi “Il vino fa buon sangue” recita un
altro detto. Perciò, in linea con quel che
la saggezza popolare suggella, come dare
torto a Vittorio Sgarbi che provocatoriamente invita tutti i giovani milanesi
a bere vino a Salemi, di cui ora è primo
cittadino? Le nuove generazioni vanno
educate a quel che di prezioso produciamo in Italia, dice l’ex assessore della
giunta milanese rivolgendosi al sindaco del capoluogo lombardo Letizia
Moratti, firmataria dell’ordinanza che
giustamente, diciamo noi, vieta la vendita di alcol ai ragazzi. “No ai super alcolici, sì al buon vino”, aggiunge Sgarbi.
Per tutti ecco invece una rapida e “proverbiale” rassegna:
I A chi non beve il vino, il Signore tolga anche
l’acqua.
I A chi piace il bere parla sempre di vino.
I Amicizia stretta da vino non dura da sera a mattino.
I Bellezza senza bontà è come vino svanito.
I Bevi del buon vino e lascia andare l’acqua al
mulino.
I Chi ha buon vino in casa ha sempre i fiaschi alla
porta.
I Chi ha buona cantina in casa non va pel vino
all’osteria.
I Chi ha pane e vino sta me’ che il suo vicino.
I Del vino il primo, del caffè il secondo, della cioccolata il fondo.
I Dir pane al pane e vino al vino.
I Dove regna il vino non regna il silenzio.
I Il cuore è come il vino: ha il fiore a galla.
I Il vino di casa non ubriaca.
I Il vino fa ballare i vecchi.
I Il vino è buono per chi lo sa bere.
I Il vino è mezzo vitto.
Perle di saggezza popolare e di vita
quotidiana nate dall’esperienza che
‘O
60
L Vittorio Sgarbi
insegna a dosare il “nettare divino” per
poterne godere. Divino, sì; lo conferma la leggenda. Si narra che il vino
sia un dono concesso agli uomini dalle
divinità, per gli Egiziani Osiride, per
i Greci Dioniso, per i Latini Bacco, per
gli Italici Saturno e per gli Ebrei Noè.
Le leggende sono numerose: tutte narrano di un dio che dona il prezioso
frutto dell’uva all’uomo. La più antica di queste leggende dice che Saturno, cacciato da suo figlio Giove dall’Olimpo, si rifugia nel Lazio dove inse-
gna la viticoltura al re Giano che prende il nome di Enotrio. Un’altra leggenda racconta che Bacco in viaggio in
Arabia, per riposare un momento,
siede vicino a una giovane e rigogliosa vite che, dopo aver deciso di portare con sé, sradica introducendola, per
ripararla dal sole, in un osso di uccello. Essendo poi cresciuta, la ripone in
un osso di leone e ancora successivamente nel cranio di un asino. Giunto
a Nisa, mette il tralcio nella terra e
assiste alla sua crescita con produzione di grappoli d’uva meravigliosa dai
quali ottiene un dolce vino che dà da
bere agli uomini. Questi diventano
allora loquaci, forti come leoni, ma
bevendo quel nettare così esageratamente diventano simili agli asini. Leggende, dunque, che lasciano intendere come da sempre gli effetti del vino
siano noti e che si prodigano per allontanare gli uomini dal vizio. Ma che
soprattutto inneggiano alla virtù di
saperne apprezzare i benefici con un
punto fermo: la moderazione.
Paese che vai,
proverbio che trovi
CHI VA VIA PERDE IL POSTO ALL’OSTERIA
Romagna: Chi ch’va a sant’Anna, perd e’ post a la scranna
Emilia: Chi va a sant’Anna, perd al lug e la scrana
Piemonte: Chi aossa l’anca, èperd la banca
Veneto: Chi alza el culo perde el scagno
Lombardia: Chi va n’campagna, perde la scagna
Sicilia: Cui si susiu, locu pirdiù; cui s’assitau, locu truvau
NON SI PUÒ AVERE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA
Marche: En s’pol avè la bott pina e la moj imberiaca
Campania: Non è possibbele avere greco e cappucce; la votta
chiena e ‘a mogliera ‘mbriaca
VINO AMARO TIENILO CARO
Piemonte: Vin amar, ten’lo car
Veneto: El vino amaro, tientelo caro
Calabria: Vinu amaru, tenalu caru
QUANDO LA BARBA FA BIANCHINO, LASCIA LA DONNA E TIENI AL VINO
Romagna: Quand che la berba la tir a e ‘stupen, lassa la dona e beda
a e’ ven
Emilia: Quand la berba fa al stupen, lasa el don e tent al ven
Veneto: Co ‘lcavelo trà al bianchin, lassa la dona e tiente al vin
Lombardia: Quando la bara la trà al bianchì, lassa la dona e ciapa ‘l vì
Piemonte: A la barba grisulina a i veul suvens ‘l gius d’la tina
Campania: Abbecine a sessantine, llasse i ffèmmene e ppiglie u vine
saggezza popolare
L’ANTOLOGIA ENOLOGICA
Non potevano mancare alcune citazioni di celebri
artisti, poeti e scrittori.
Leonardo Da Vinci: “Et però credo che molta felicità
sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni”
Umberto Saba: “Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico dell’uomo, a cui rimargina ferite, gli chiude solchi dolorosi; alcuno venuto qui
da spaventosi esigli si scalda a lui come chi ha freddo al
sole”
Giosuè Carducci: “…ma per le vie del borgo dal ribollir
de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar….”
Catullo: “E voi andatevene dove vi pare, acque che rovinate il vino, andatevene dalle persone serie. Qui bacco è
schietto”
Confratello: “Bevo solo in due occasioni: quando sono
assetato e quando non lo sono”
Oscar Wilde: “Trovo che l’alcol, assunto in dosi adeguate, provochi tutti i sintomi dell’ubriachezza”
Charles Baudelaire: “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere…”
Ligabue: “Carponi si esce dalla cantina… non si entra”
Turismo
Marocco,
la bellezza
della varietà
62
Le Tanneries di Fés, dove si tingono le pelli
di Elisa della Barba
l canto del muezzin è un’onda. Quando arriva investe di passato e presente, di suoni, emozione e polvere. Ne intuisci il vociare che porta il
messaggio di moschea in moschea fino a quando si fa sempre più vicina, potente, violenta, fino a raggiungerti rumorosamente il cuore. Del Marocco, al ritorno, ti porti indietro la nostalgia. Dei rumori, dei colori, dei profumi, degli odori, dei sorrisi delle persone.
E allora metti insieme i pezzi e comprendi la grandezza delle diversità, il
mistero del cercare senza dover necessariamente trovare.
Il Marocco, nonostante tra tutti i Paesi Africani sia uno dei più economicamente indipendenti e attrezzati per il turismo, è simbolo di terre sconosciute, esotiche e culturalmente lontane per la maggior parte dell’Occidente.
La maggioranza dei turisti del Marocco sono europei, e lo hanno reso una
delle mete turistiche più apprezzate del mondo.
Dall’ambiziosa strategia ideata nel 1999 chiamata ‘Vision 2010’, che mirava ad attrarre 10 milioni di turisti entro il 2010 e a incassare ricavi turistici pari al 20% del prodotto interno lordo, ad oggi, si può dire che il Marocco abbia raggiunto molti degli obiettivi che si era prefissato: con 8 milioni
di turisti nel 2008, il Marocco ha guadagnato 57 miliardi di dirham in incassi turistici. Un ammontare, appunto, pari al 20% del suo prodotto interno
lordo (127 miliardi di dollari nel 2007). Nei primi cinque mesi del 2008 il
paese ha calcolato un incremento del turismo dell’11% rispetto agli stessi
mesi del precedente anno, con 927.000 turisti francesi in cima alla lista,
seguiti da 587.000 spagnoli e 141.000 inglesi.
È pur vero che questi stessi turisti hanno diminuito la durata della loro
permanenza, visto che il livello dei pernottamenti è sceso del 3%, ma si può
comunque parlare di risultati più che soddisfacenti vista l’aria di crisi che
pare avere solo sfiorato il Paese.
Ulteriore strategia volta al turismo è il ‘Plan Azur’, che mira a internazionalizzare il paese. Ideato e iniziato da Mohammed VI, re del Marocco, il programma prevede la costruzione di 6 Resort distribuiti lungo la costa – 5
sulla costa atlantica e uno sul Mediterraneo – adibiti a seconde case e per
affitti temporanei a uso dei turisti.
Il Paese prevede anche un perfezionamento degli aeroporti regionali (in
parte già avvenuto per Fès e Marrakech) e la costruzione di nuovi treni e
strade. Il Marocco in realtà è già molto ben collegato rispetto ai suoi
“cugini” africani: dispone di eccellenti collegamenti ferroviari e stradali che
mettono in comunicazione le città principali e le regioni più turistiche sia
con porti che con aeroporti internazionali.
Un quadro positivo per un Paese che non rientra nei ‘rivali diretti’ dell’Italia ma che comunque va tenuto d’occhio, capito e analizzato, soprattutto
per quanto riguarda le problematiche in comune.
Così come per l’Italia, anche per il Marocco la stagionalità è un problema:
agosto rimane il mese più gettonato, con un totale di 2.027.942 pernottamenti (2008), seguito da luglio con 1.640.518 e aprile con 1.516.864. I mesi
difficili però restano, con dicembre e gennaio in coda per il 2008 con un 3% e un tasso d’occupazione delle camere del 45%.
In calo anche in Italia il numero dei pernottamenti dei turisti con un ammontare di – 5,4% del 2008 rispetto al 2007.
L’Italia soffre anche di un mercato fruito principalmente dai Paesi dell’Unione Europea (in testa la Germania) per quanto riguarda la nazionalità dei
turisti.
Questo vale anche per il Marocco, che sta lanciando diverse modifiche per
richiamare a sé un più ampio spettro di provenienza dei turisti, oggi in prevalenza Europei (Francia, Spagna, Inghilterra, Italia, Belgio). Non solo: si
cerca di recuperare le nazionalità “in fuga”, come i turisti tedeschi, la cui
I
63
Turismo
L Tangeri, storico crocevia di popoli e di culture
Le strade strette della Medina di Fès,
riparate dalle grate per difendersi dal calore
affluenza è diminuita di quasi il 10% dal 2001 al 2008.
Per invertire questa tendenza, il Marocco ha messo in
atto nuove strategie come la riapertura del Resort Spa
a Taghazoute (che vanta l’argan terapia, dal prezioso olio
d’argan che si può estrarre esclusivamente in Marocco) o il Resort Spa in Saidia (apertura 2009) e Magazan
(ottobre 2009), concepiti per soddisfare la domanda tedesca.
Il Marocco sta investendo in maniera significativa anche
per una migliore distribuzione del turismo all’interno del
paese (problema che per l’Italia riguarda il Sud e le Isole,
con un deficit nel 2008 dell’11,9% rispetto al 2007). Marrakech continua a essere la città più visitata del paese
(ha, infatti, a disposizione quasi il 30% dei posti letto
totali), con il 34% di pernottamenti in albergo. Fès però
ha riportato già nel 2004 un incremento del 20% di turisti, dimostrando che una diversificazione del settore è
possibile. Fès ha migliorato la capacità dei suoi hotel e
ha ristrutturato la città vecchia, che vanta la Medina più
grande del mondo. Con i suoi muri stretti stretti fra loro,
uniti da grate per creare un poco d’ombra, la Medina è
un labirinto che conduce a luoghi appartenenti a un passato lontano, come le Tanneries, dove si tingono le pelli.
Molti turisti si recano a Fès anche solo per assistere a
questo bellissimo “acquerello gigante”, che provoca commozione per chi vi lavora così aspramente e stupore
per la bellezza degli spazi.
Va ricordato che la svolta positiva della situazione turistica di Fès è dovuta soprattutto ai trasporti: varie linee
low cost da tutta Europa hanno inaugurato tratte dirette per la città senza dover fare scalo a Casablanca.
Per un quadro d’insieme, le attrazioni turistiche del Paese
possono essere riassunte in 7 aree: Tangeri e le aree
adiacenti, Agadir e i suoi resort sulla spiaggia, Casablanca, le città Imperiali, Ouarzazate, Tarfaya e i suoi
resort.
L’industria del turismo si avvale di un marketing vincente per pubblicizzare i siti storici e i monumenti: il
60% dei turisti visita il Marocco per ragioni culturali.
64
Nel 2006 inoltre le montagne del Rif (la parte della catena montuosa al confine col Mediterraneo) sono cresciute esponenzialmente come meta turistica, visto che offrono eccellenti opportunità di camminate e trekking da
marzo a novembre.
Ampia l’offerta per attrarre i turisti, dunque, per un
Paese in cui il turismo è al secondo posto per entrate
provenienti dall’estero dopo l’industria dei fosfati. Il
Marocco è infatti il terzo produttore al mondo di fosfati
(dopo Stati Uniti e Cina), ma parte rilevante l’ha anche
l’agricoltura. Con un territorio di 446.550 km quadrati, il Marocco è il cinquantasettesimo paese del mondo
e possiede ben 85.000 km quadrati di terra arabile. Il
clima temperato fa il resto, creando un potenziale per
l’agricoltura eguagliato solo da pochi altri paesi arabi o
africani: il Marocco è uno dei pochi Paesi che ha la possibilità di raggiungere l’autosufficienza nella produzione di cibo.
In un anno il Marocco produce 2/3 dei cereali (principalmente grano, orzo, mais) necessari per il consumo
domestico e il Paese esporta anche agrumi e verdure nel
mercato Europeo.
L La vita frenetica della Medina di Fès,
tra lo svolazzare degli abiti colorati
Anche l’industria vinicola è sviluppata e ha dato un grande stimolo al settore del turismo, creando 10.000 posti
di lavoro per i locali. Il Marocco vende oltre 40 milioni
di bottiglie nel Paese e all’estero: il 75% della produzione è di vini rossi, il 20% di rosé e il restante 5% è rappresentato da vini bianchi. Nonostante il consumo di
alcolici sia proibito dalla religione, il vino è infatti ampiamente apprezzato dagli stranieri. Così tanto che nel 2007
i più grandi produttori di vino del Marocco, i Celliers
de Meknès, hanno riportato in vita il “Festival della vite”
proprio a Meknès per celebrare il loro successo. Lo scopo
L Agadir, una tra le più importanti mete turistiche
sull'Oceano Atlantico
è incrementare il turismo nella regione e in Marocco in
generale. Anche la produzione di tessuti è uno dei settori più importanti dell’economia del Marocco e impiega circa il 40% delle forze lavorative. Impossibile dimenticare per chi ha camminato in una delle Medine del
Marocco lo svolazzare colorato e veloce degli abiti marocchini, lunghi e colorati, i jilbab. Abiti e stoffe sono la
punta di diamante dei mercati, dove vengono posizionati abilmente per creare l’imbarazzo della scelta nei
turisti.
L’Unione Europea è il cliente più importante per tessili
e vestiario, con la Francia in testa, che importa il 46%
della maglieria, il 28,5% dei tessuti e il 27% del prêt-àporter dal Marocco: nel 2007 il Marocco ha esportato
l’equivalente di 3,7 miliardi di dollari.
Importantissimo anche l’artigianato, che porta 1/6 del
Pil ed è un settore in crescita.
Ma il Marocco ha molte carte da giocare. Prima fra
tutti la cucina, molto varia visto le interazioni storiche
del Marocco con diverse civiltà come i Berberi, i Mori,
gli Arabi e gli Africani.
Gli ingredienti freschi non mancano, abbondano frutta
e verdura spesso cucinate insieme alle carni. Procedura
tradizionale utilizzata ancora oggi nei ristoranti è la
tajine, metodo di cottura attraverso un cono di terracotta utilizzato come coperchio del piatto in cui la carne
viene servita. Questo mantiene l’umidità all’interno, rendendo quindi la carne, spesso d’agnello o pollo, morbidissima. La razza delle pecore allevate nel Nord Africa
accumula il grasso principalmente nella coda, il che fa
sì che l’agnello non abbia il sapore pungente di quello
Occidentale a cui siamo abituati noi.
Anche i legumi sono serviti in abbondanza, cotti al vapore e insaporiti con le spezie.
Pesce e frutti di mare sono presenti in quantità lungo la
costa, mentre i datteri sono il regalo delle oasi del deserto.
Famoso almeno quanto la tajine è il couscous, farina di
semola color crema, cotto al vapore e condito con carne
65
Turismo
Casablanca, la Moschea di Hassan II
con il pù́ alto minareto esistente (210 m)
L La Medina di Fès, la parte più antica della città
e brodo in cui è stata cotta.
Anche la Pastilla, cotta al forno o fritta, composta da
ripieno di carne di piccione con spezie e sfoglia dolce e
zucchero, è considerata una prelibatezza per le occasioni speciali.
Tocco onnipresente sono le spezie: importate da migliaia di anni, alcune sono coltivate localmente. Lo zafferano a Tiliouine, la menta e le olive da Meknès, arance
e limoni da Fès. Le spezie più comuni sono la karfa (cannella), kamoun (il cumino), skingbir (zenzero), libzar (il
pepe), tahmira (paprika), semi di anice, di sesamo,
kasbour (coriandolo), maadnous (prezzemolo). Il loro
odore e il loro colore pervade le strade delle città principali e la memoria di chiunque sia stato in Marocco.
Anche le olive sono essenziali, conservate in succo di
limone e sale.
A fine pasto viene servito tè alla menta zuccherato. Di
importanza almeno eguale alla qualità del tè è il rituale con cui si serve, velocemente e dall’alto.
Anche la posizione strategica del Paese gioca la sua parte,
molto prossima all’Europa e in particolar modo alla Spa-
66
gna del Sud. È da qui che si intraprendono gite di 3-5
giorni in Marocco compiute non solo dagli spagnoli ma
anche dagli altri turisti, che tendono sempre di più a
spostarsi verso il Marocco visto l’aumento del costo degli
hotel in Spagna.
Da quando poi i confini tra Algeria e Marocco sono stati
riaperti nel 2008 (chiusi nel 1994 in seguito alle tensioni dei due Paesi per la contesa dei territori del Sahara
Occidentale), molti Algerini si sono recati in Marocco per
fare visita a parenti e amici o anche solo per fare shopping.
Ciliegina sulla torta, la svalutazione della moneta locale, il dirham, che lo ha reso un Paese economico in cui
viaggiare, al contrario della nostra sempre più cara
Italia.
Al di là del mero calcolo matematico dei turisti in arrivo
e delle economie, il Marocco resta un paese unico per spiritualità dei luoghi e incredibile bellezza dei paesaggi.
Poco importa quindi se esiste la reale possibilità che diventi concorrente diretto dell’Italia. In fondo, in gara, correre con un degno rivale significa già avere vinto.
Vino e medicina
vino terapeutico
arriva dagli egizi
Il
di Francesca Cantiani
consigli della medicina preventiva arrivano sulle nostre tavole, anzi
dentro il bicchiere di vino. E non certo per condannarlo. A sostenere
la tesi che il vino possiede numerose virtù che agiscono in modo benefico su diversi organi sono sempre più medici e scienziati. A partire dal
professor Renaud dell’Istituto Superiore di Ricerche di Parigi che ha potuto accertare l’azione protettiva del vino rosso sull’apparato cardiovascolare. Recente è anche un protocollo del dottor David Kritchevsky del
Winstar Institute di Filadelfia, in cui si dichiara che un bicchiere di vino
può contribuire alla riduzione del colesterolo e al corrispondente aumen-
I
68
to delle alfa-proteine, indispensabili elementi anti-arteriosclerosi. Analoga opinione arriva dal più famoso dietologo del mondo,
Ancel Keys, dell’Università del Minnesota.
Dopo esperimenti in collaborazione con
il grande cardiologo Paul Dudley, Keys
è giunto ad una conclusione: il succo
della vite è dotato di una considerevole
capacità antibatterica e antivirale.
Insomma, autorevoli studiosi sono concordi nel ritenere che il vino, in quantità controllate, abbia un positivo
impatto sull’organismo umano. E questo anzitutto per la presenza di glicerina e di tannino (che blocca fenomeni tossici) e dell’acido succinico, che
stimola la respirazione muscolare.
Senza contare la notevole quantità di
sostanze presenti, ben duecentocinquanta, tra carboidrati, fosfati, solfati,
proteine, vitamine e vari enzimi che, in
alcuni casi, possono sostituirsi agli ingredienti dei farmaci. Insomma un bicchiere
di vino fa bene alla salute e giova all’organismo tanto più se deriva da particolari vitigni e
da un’attenta stagionatura.
Qualche esempio? È stato accertato come
Barolo, Barbaresco, Freisa e altre tipologie
piemontesi siano efficaci contro l’anemia e
gli stati di ipertensione arteriosa. I vini
dell’Oltrepò Pavese, invece, per la loro
equilibrata alcolicità, danno benefici
in alcune forme di colite e in stati di
depressione. I rosati e i chiaretti
del Garda aiuterebbero la peristalsi intestinale, combattendo stipsi e difficoltà digestive. Il
Bardolino sarebbe in grado di
intervenire nelle bronchiti e
bronco-polmoniti. I bianchi dei
Colli Euganei, di San Severo, di
Valdobbiadene e di Conegliano
Veneto, Portogruaro e San Donà
del Piave, grazie allo scarso contenuto di sali, sarebbero ottimi
per contrastare i calcoli renali,
biliari e l’eccesso di colesterolo nel
sangue. Infine, perfetto nelle malattie febbrili il Chianti, mentre l’Etna
rosso siciliano negli stati di dimagrimento, l’Orvieto nelle astenie, come il
Frascati, il Garigliano del Sulcis, il
Cannonau di Ogliastra e il Cirò classico. E
l’elenco potrebbe continuare. Anche perché i vini
italiani di qualità sono oltre mille e numerosi possiedono doti organolettiche superiori, tanto da farli considerare alimentimedicinali. Un concetto che, nonostante gli studi recenti ne abbiano sottolineato l’importanza e indicato con chiarezza gli organi e le patologie sui
quali influisca, arriva da molto lontano nel tempo.
Un gruppo di ricercatori statunitensi ha scoperto, infatti, tracce di quella che era stata una medicina a base alcolica in antiche anfore egizie, risa-
69
Vino e medicina
lenti a cinquemila anni fa. Gli scienziati hanno estratto residui di vino e
di ingredienti medicinali ricavati da piante da anfore trovate nella tomba
di uno dei primi faraoni d’Egitto, Scorpion I.
Gli archeologi del Museum Applied Science Center for Archaeology
dell’University of Pennsylvania, guidati dal professor Patrick McGovern,
hanno esaminato con tecniche di biologia molecolare il vasellame rinvenuto nella tomba risalente a un periodo che va dal VI al IV secolo a.C.,
scoprendo la presenza di numerosi composti organici assorbiti dalle giare
e dalle anfore. Sono risaliti in questo modo a identificare tracce di alcol
mescolate a erbe aromatiche, quali salvia, rosmarino, coriandolo, menta
e resina di pino. Per cui l’ipotesi più accreditata è che in antico Egitto,
già nel 3150 a.C., veniva prodotto vino aromatizzato a scopi terapeutici.
«Questi risultati forniscono una prova diretta di natura chimica che gli
antichi Egizi utilizzavano rimedi medicinali che avevano alla base bevande alcoliche, scelte perché considerate le più idonee a diluire le sostanze
di origine vegetale» ha sottolineato il professor McGovern.
Che il vino fosse considerato alla stregua di un medicinale nel mondo
antico lo si ricava anche da studiosi del passato remoto, quali Plinio il
Vecchio, Galeno e Ippocrate, tutti devoti estimatori dei poteri terapeutici
del nettare di Bacco, fino ad arrivare ad illustri cervelli: da Leonardo da
Vinci a Paracelso, da Bacone ad Erasmo da Rotterdam, da Nostradamus
a san Tommaso d’Aquino. Il che sta ad indicare come da centinaia di anni
il vino legato alla medicina sia una materia che ha saputo coinvolgere non
soltanto gli addetti ai lavori (vinificatori e distillatori) ma anche santi,
scienziati, artisti, pensatori e profeti. Tra le ipotesi che possono spiegare un tale interesse da parte di tali e
illustri ingegni, al di là delle esigenze del palato, quella secondo cui il
vino e i suoi derivati erano appunto
considerati alla pari di medicinali, in
epoche in cui le farmacie non potevano avvalersi dei medicinali che si
trovano oggi sul mercato. Lo dimostra, ad esempio, nel XIV secolo il
cardinale Vitalis de Furno, vescovo
di Albano, il quale affermava che “lo
spirito de lo vino è una vera panacea” o altri esperti che lo definivano
“aqua de oro”, “cielo dei filosofi”, “elisir di vita pro conservanda sanitate
e pro conservanda juventute”. Anche
il fisico padovano Michele Savonarola
(1384-1468), nonno del famoso
Girolamo, prescriveva ai pazienti, per
certi malanni, “vino e miele con
essenza di rose”, da cui il rosolio.
Prescrizioni legate al vino ci arrivano anche dai Frati Camaldolesi che
ordinavano una sorta di acquavite
calda contro la malaria e il raffreddore. Ricetta confermata dal botanico Pierandrea Mattioli (1500-1577)
nel suo “Pedanii Discoridis de materia medica, libri sex” fino ad
Alessandro Tadino nel suo
“Ragguaglio della peste di Milano”
(1684), da cui poi Manzoni trasse
L Erasmo da Rotterdam, filosofo e teologo, padre dell'Umanesimo cristiano, documentazione per il capitolo de
apprezzava i principi curativi del “nettare di Bacco”
“I Promessi Sposi”, in cui ricorda
70
come nei lazzaretti venisse adottata la “dieta spiritosa”. Naturalmente
oggi non sono più santi e filosofi ad
occuparsi dei poteri terapeutici del
vino ma gli studi hanno dimostrato ampiamente come da sempre il
vino sia considerato più di una semplice bevanda. Per tornare ai nostri
giorni, negli Usa è possibile indicare in etichetta il contenuto di
“resveratrolo”, un antiossidante con
effetti benefici sull’apparato cardiovascolare, presente soprattutto nel
vino rosso. Inoltre oggi si sa che il
consumo prolungato di vino modifica le componenti del sangue nei
soggetti considerati bevitori occasionali, che presentano una resistenza superiore nei confronti di stimoli ossidativi rispetto alle cellule
sanguigne degli astemi. In sostanza un bicchiere di vino durante il
pasto può considerasi un sorso di
salute a eccezione che si escludano
gli eccessi e lo slittamento dall’uso
all’abuso.
L Leonardo, il grande genio, era un estimatore delle qualità terapeutiche del vino
Amarone
d e l l a Va l p o l i c e l l a
Famiglia, Tradizione,
Territorio, Sapienza, Amore.
Ingredienti unici,
Valori inconfondibili.
S a n t ’A m b r o g i o d i Va l p o l i c e l l a ,
Ve r o n a - Te l . + 3 9 0 4 5 6 8 6 1 3 5 6
w w w. c a n t i n e a l d e g h e r i . i t
Oli d’Italia
L’oleologo,
l’esperto che crea
le differenze
di Luigi Caricato
l presidente nazionale dell’Ais Terenzio Medri si è soffermato, nell’editoriale del numero scorso, sulla possibile istituzione di un albo sommelier, non condividendo il
disegno di legge presentato al Senato. Non entro nel merito
della questione, anche perché intendo concentrarmi sulla
nuova figura professionale da me ideata alcuni anni fa e che
oggi, dopo averla oramai storicizzata nel frequente uso del
nome, è già ben avviata e pronta a essere recepita in via ufficiale dai vari soggetti coinvolti nel mondo dell’olio.
Mi riferisco alla figura professionale dell’oleologo, una figura in verità che ha poco a che vedere con i sommelier e, in
generale, con il mondo dei degustatori professionali. L’oleologo
si avvicina infatti per natura e compiti a un’altra figura centrale nell’ambito del vino: quella dell’enologo.
Colgo dunque l’occasione del dibattito che si è aperto su questo fronte sia per chiarire la mia intenzione di connotare professionalmente tale figura professionale, sia per scrivere nello
stesso tempo, del mio tentativo – per nulla facile e scontato
come sembrerebbe – di ufficializzarne un ruolo professionale non ancora definito in tutte le sue dinamiche.
L’oleologo ha un compito difficile. In quanto esperto di una
materia prima come le olive, deve giungere a un prodotto,
l’olio extra vergine di oliva, consapevole che non è facile come
per il vino. Infatti, mentre l’enologo in cantina può “fare miracoli”, l’oleologo non può procedere a trasformazioni di prodotto. Per ottenere l’olio non si trasforma alcuna materia
prima, come nel caso del vino, ma si effettua una pura e
semplice estrazione: dall’oliva, d’altra parte, si ricava l’olio
attraverso una operazione di natura meccanica che consiste appunto nella esclusiva spremitura del frutto.
Un’operazione che può apparire semplice ma che non lo è
affatto. E se finora della figura dell’oleologo non si era sentita l’esigenza, oggi, con gli studi così accurati che si hanno
sul prodotto, l’extra vergine non è più qualcosa confinabile
nel novero dei condimenti, ma è un “alimento funzionale”,
quindi con un ruolo nutrizionalmente decisivo nell’ambito
della dieta.
La differenza tra olio e olio ha dunque un senso evidenziarla: l’extra vergine non è soltanto materia grassa, c’è qualcosa di più del grasso liquido quale appare a prima vista. E
I
72
per ottenere quel “di più” c’è bisogno di ricorrere all’oleologo, un professionista capace di far emergere, attraverso il
suo lavoro in campo e in frantoio, le differenze. Mentre in
passato mancava una professionalità specifica, ora è diverso: il ricorso all’oleologo è possibile, perché a partire dagli
ultimi dieci anni le conoscenze in materia si sono particolarmente perfezionate.
Non si tratta più di spremere le olive per ottenere l’olio, ci
sono oggi approcci che segnano una sostanziale differenza
tra i vari oli prodotti, e tutto ciò indipendentemente dalle
cultivar e dai territori di produzione.
Oggi si può per l’esattezza giungere a definire uno specifico
profilo sensoriale, ma anche un altrettanto peculiare profilo chimico-fisico e nutrizionale. In altri termini si può “costruire” un extra vergine che risponda non solo al criteri della
massima qualità, ma anche alle mutevoli tendenze di gusto
del consumatore.
Gli strumenti e gli studi ci sono, le professionalità pure: si
può dunque procedere con maggiore scientificità e non più
in maniera approssimativa come nel passato. È evidente che
si richieda proprio per questo motivo una figura professionale all’altezza dei compiti: da qui – ripeto – l’oleologo, nome
che ho in prima persona coniato per dare dignità professionale a una figura ancora inedita, e che sarebbe da attribuire, a pieno titolo, a quell’esperto in grado di elaborare un
prodotto realmente d’eccellenza: nei fatti e non solo con le
parole.
In tutti questi anni ho fatto sì che tale figura professionale
potesse emergere, ma non ho mai pensato di ricorrere a un
albo, giacché gli albi sottraggono vita e senso alla realtà.
Meglio insistere sulla formazione ed essere più esigenti.
Proteggere il nome, questo sì. Non tutti potranno chiamarsi “oleologo”, altrimenti si banalizza un ruolo professionale
importante e delicato, centrale nel nuovo corso dell’oleicoltura nazionale. Allo stesso modo i sommelier, devono avere
cura di non svilire il proprio nome, ma di esigere da se stessi una sempre maggiore professionalità. Senza per questo
ricorrere a inutili albi con l’effetto di ingessare una professione che deve invece risultare dinamica e sempre orientata al futuro.
GLI ASSAGGI
SCIAURO DI SICILIA
“Magarìa”, Dop Valle del Belice, da olive Nocellara del Belice in
purezza .
Nel bicchiere. Giallo oro dai riflessi verdi, ha profumi vegetali di
media intensità, con chiari sentori di pomodoro fresco. Morbido, e
dalle note amare e piccanti contenute e in ottimo equilibrio, al palato esprime buona fluidità e finezza. In chiusura una lieve punta di piccante e toni mandorlati.
L’abbinamento. Nella preparazione della salsa di olive; con crocchette
di patate alle erbe e mandorle; con carni bianche e pesci alla griglia.
Azienda agricola Sciauro di Sicilia di Calcedonio Calcara: via G. Gentile
28, Castelvetrano (Trapani), cell. 339.1154001, fax 0331.975296, [email protected], www.sciaurodisicilia.it
FRANTOIO STATTI
“Carolea”, da olive Carolea in purezza.
Nel bicchiere. È giallo oro dai riflessi verdi, limpido. Al naso ha profumi
fruttati verdi di media intensità, dai chiari sentori di mandorla e carciofo. Equilibrato nelle note amare e piccanti, presenta una sensazione iniziale dolce al palato e una fluidità medio-elevata. Morbido,
chiude con toni mandorlati.
L’abbinamento. Insalate verdi e di mare; frittelle con carote e germogli di soia; filetti di San Pietro con olive verdi, arancia e olio.
Statti Cantine e Frantoio: contrada Lenti, 88046 Lamezia Terme
(Catanzaro), tel. 0968.456138, [email protected], www.statti.com
GRADASSI
“Lo sgocciolato naturale” è ottenuto con metodo Sinolea da olive
Moraiolo in purezza.
Nel bicchiere. Verde smeraldo dai riflessi dorati, al naso si apre con
profumi fruttati verdi intensi, dalle nette connotazioni erbacee. Al
gusto è sapido, con chiari rimandi al carciofo che ritornano anche in
chiusura. Al palato ha buona fluidità e armonia delle note amare e
piccanti. In chiusura, la mandorla e l’elegante punta piccante.
L’abbinamento. Zuppa di legumi; crostoni di pane integrale con salsa
di porri e tartufo; spalla di vitello al vapore aromatico con olive.
Azienda agraria con frantoio Gradassi: via Virgilio 2, 06042 Campello
sul Clitunno (Perugia), [email protected], www.cufrol.com
FRANTOIO SANT’AGATA D’ONEGLIA
“Cru Primo Fiore”, Dop Riviera Ligure-Riviera dei Fiori, da olive
Taggiasca in purezza raccolte nella campagne Martine Fascei.
Nel bicchiere. Giallo oro e limpido, al naso ha profumi vegetali tenui
che rimandano al carciofo e alla mandorla. Fine e di buona fluidità
e armonia, presenta una sensazione dolce iniziale e toni mandorlati
che si percepiscono eleganti anche in chiusura, unitamente a dei
freschi sentori erbacei.
L’abbinamento. Nella preparazione del pesto; su insalate di verdure
a foglia tenera; nei frittini di gamberi e zucchine alla maggiorana; su
sogliole con salsa di olive.
Frantoio Sant’Agata d’Oneglia: strada dei Francesi 48, 18100
Imperia, tel. 0183.293472, [email protected],
www.frantoiosantagata.com
73
Birra di qualità
birra che
milanese
La
parla
IL
PRIMO BREWPUB
DI
MILANO
HA
INCREMENTATO LA
PRODUZIONE
E AMPLIATO LA GAMMA
DI BIRRE: FRESCHE E
LUPPOLATE COME LA
LIGERA
E L’ORTIGA,
BEVERINE COME LA
DRAGO VERDE
I prodotti
del Birrificio
Lambrate
di Maurizio Maestrelli
da un po’ che non scriviamo del Birrificio
Lambrate (www.birrificiolambrate.com), il primo
di Milano. Aperto nel 1996, è costantemente
preso “d’assalto” da torme di amanti della buona birra.
I motivi per farlo indubbiamente non mancano: i “ragazzi” di quello che ancora qualcuno si ostina a chiamare
Skunky Pub hanno dimostrato di saper crescere in termini sia di varietà di birre proposte, sia di costanza
qualitativa. Il nuovo e più moderno impianto, la più
precisa e azzeccata suddivisione dei ruoli, l’affinamento delle capacità e l’ingresso nella produzione di figure di sicura esperienza come Maurizio Cancelli, già birraio affermato del bresciano Babb, hanno decisamente innalzato la caratura del microbirrificio che era già
comunque di tutto rispetto.
In produzione il volante è nelle mani di Fabio Brocca:
a lui, ma anche a Cancelli e a Stefano Di Stefano, va il
merito di aver recentemente inanellato una serie di ottime birre che si sono affiancate a classici come la chiara luppolata Montestella, la birra di frumento Domm,
l’affumicata Ghisa, l’ambrata Lambrate.
La tradizione dei nomi meneghini non è comunque venuta meno, ormai è quasi un marchio “di fabbrica”: così
ecco l’Ortiga, che prende il nome da un quartiere di
Milano (l’Ortica), la Ligera, a sua volta battezzata dal
nomignolo che aveva la malavita locale attorno agli anni
Venti, e infine, ultima nata al momento in cui scriviamo queste righe, la Drago Verde, pure in questo caso
“nickname” con il quale si definivano le tipiche fontane verdi che ancora si vedono in città. Ma, al di là dell’origine dei nomi, azzeccati indubbiamente, è la qualità di queste birre l’aspetto che maggiormente ci inte-
È
74
ressa e, proprio perché non ci sembra una mera coincidenza, il fatto che tutte e tre abbiano una basso o
moderato tenore alcolico e una straordinaria bevibilità
dissetante.
L’Ortiga, in primis, ricorda un po’ le classiche bitter
inglesi forse solo con una maggiore presenza del luppolo, è decisamente aromatica con un bel finale secco
e pulito, una birra sicuramente da pub, ma anche da
aperitivo con 5% vol.
La Drago Verde, ultima nata, scende ulteriormente a
livello alcolico, appena 3,7% vol, è ispirata alle lager
leggere americane, nel palato scorre facilmente ma non
senza lasciare traccia: l’impronta dei luppoli americani rimane a lungo infatti.
Tra tutte, a nostro modo di vedere è ovvio, impressiona comunque la Ligera, American pale ale da 4,5% vol.
Ambrata, intrigante nei profumi leggermente agrumati e floreali, un discreto corpo che si chiude in un lungo
finale secco ed erbaceo dei luppoli impiegati.
Non stanca praticamente mai ed è la birra che vorremmo suggerire di avere sempre a portata di mano quando si organizza una grigliata in giardino. Ovvero da bere
rilassati mentre si lavora sulle braci ardenti. Stimola
l’appetito più di uno spritz o di un cocktail Martini. O,
per lo meno, ne rappresenta una validissima alternativa.
Del resto la si può trovare anche in bottiglia. Già perché una delle tante belle novità del Lambrate riguarda proprio la possibilità di avere queste birre in bottiglia. Ormai quasi tutta la gamma viaggia anche secondo questa linea e se proprio non si riesce ad andare in
via Adelchi, sede del brewpub, e nemmeno a ordinare
un impianto di spillatura “su ruote”, al Lambrate adesso hanno pure quello, la bottiglia rimane l’unica alternativa praticabile.
Con le sue due “sorelle” Ortiga e Drago Verde, la Ligera
rappresenta la conferma, importante in questo momento in cui si fa un gran parlare dell’originalità dei birrai
italiani, che si possono produrre delle ottime birre “semplici”: semplici nel senso del tenore alcolico ma anche
per l’assenza di speziature particolari o di territorio. La
Ligera utilizza luppoli quasi sconosciuti al grande pubblico, come il Chinook, l’Amarillo o il Willamette, ma di
luppolo, malto d’orzo, lievito e acqua è fatta e la si
può bere andando alla ricerca dell’aroma particolare
del tal luppolo o semplicemente perché è una birra che
tonifica e toglie la sete. È insomma una birra “didattica” che ci permette di sottolineare che il valore della
birra artigianale italiana non si misura solo nella straordinaria capacità che hanno i nostri birrai di fare birre
“strane”, passando dagli ingredienti del territorio, miele,
tabacco, zafferano, spezie e chi più ne ha più ne metta,
alle metodologie più disparate e “all’avanguardia”, ma
anche dalla tecnica giocata “semplicemente” sugli ingredienti base che determinano alla fine un prodotto di
grande qualità. Insomma, la storia recente del Lambrate
mi porta a trarre alcune riflessioni sullo stato dell’arte
nel mondo della birra artigianale italiana, che mai come
in questo ultimo periodo sembra essere santificata
sui media con un indiscutibile ritorno d’immagine per
la birra tout court. Il che, tutto sommato, è positivo,
ma qualche rischio lo si corre. Quello ad esempio di
scambiare i birrai artigiani come una sorta di setta di
creativi strampalati con il gusto della provocazione, il
che per qualche giornalista generico può essere un’autentica manna. La notizia che si possa fare una birra
con petali di rosa o con sale nero delle Hawaii, esisto-
no davvero, rischia però di finire nelle notizie di costume più che in quelle dedicate ai piaceri della tavola. E
questo sarebbe un errore perché una birra non la si
dovrebbe giudicare per la “stranezza” ma, come per
qualsiasi altra cosa destinata a entrare nel nostro organismo, per la qualità, per gli aromi e il gusto, per l’equilibrio e la struttura, insomma per tutte le sue caratteristiche organolettiche. Ovviamente non credo proprio
che i lettori di DeVinis, in gran parte sommelier professionisti, abbiano la necessità di sentirsi questa mia specie di “paternale”: li considero tutti abbastanza navigati da poter scegliere, giudicare e decidere.
Ma, a volte, la tentazione dello scoop è forte anche al
di fuori della mia categoria, quella dei giornalisti, per
cui mi pare possa valere la pena richiamare, per quello che mi compete, l’attenzione e invitare tutti a tenere i piedi per terra. Tutto questo non significa affatto
che le birre “strane” siano solo quello. Uno dei grandi
vanti del movimento artigianale è proprio quello di aver
saputo esplorare nuove strade del gusto e aver contribuito a erodere il luogo comune per cui la birra debba
essere solo frizzante, con la schiuma e leggermente
amarognola. Esistono cioè fantastiche birre con ingredienti del territorio e tecniche di produzione inusuali,
ma sono fantastiche per il loro gusto, non per gli ingredienti impiegati.
Per concludere dunque e come per i vini o i cibi, le birre
vanno lette ma soprattutto vanno assaggiate con la consapevolezza che questa bevanda si declina in svariate
tipologie e che ogni birra ha una sua ragion d’essere
anche se fosse solo frutto della fantasia del singolo birraio. Ma soprattutto le birre si dividono tra quelle buone
e quelle che non lo sono: è in fondo la suddivisione più
semplice, ma è anche quella però che richiede maggiore dedizione.
SCHEDE DI DEGUSTAZIONE
L’Intrigante
Westmalle Tripel
Chocarrubica
Produttore:
Birrificio Amiata – Arcidosso (GR)
Distributore: Turatello Italia
(www.turatelloitalia.it)
Produttore:
Abbazia trappista di Westmalle Belgio
Distributore: Dibevit Italia
Tel. 02.9039251
Produttore:
Birrificio Grado Plato – Chieri (TO)
(www.gradoplato.it)
Weizen artigianale toscana, interessante per l’aroma particolarmente fresco
e agrumato. Si presenta di
colore giallo paglierino,
velata per la presenza dei
lieviti, con schiuma
abbondante e candida.
Al gusto la notevole
componente citrica la rende
molto dissetante, ma non
mancano note frutttate e,
leggere, sfumature speziate.
Da abbinare a piatti particolarmente grassi, come salsicce di maiale, arrosti di coppa o
con tomini piemontesi avvolti
nello speck.
Birra trappista eccellente, da più
parti considerata tra le migliori del
mondo. Grado alcolico importante, 9,5% vol, ma equilibrata nella
sua imponenza. Il colore è dorato
con riflessi arancioni, al naso
emergono subito le note fresche del luppolo, il fruttato di
agrumi e una leggera speziatura. In bocca il corpo si sente
ma non penalizza affatto la
bevibilità straordinaria. Va servita a non meno di 10° C e si
può abbinare bene ad arrosti
e grigliate, ma è splendida su formaggi a crosta lavata o a pasta
semi-dura.
Sergio Ormea, birraio
torinese di provata
esperienza e capacità, ha realizzato qualche anno fa questa
birra originale con
fave di cacao, avena
e carrube siciliane dal
bel colore del mogano e una schiuma
abbondante e fine. Al naso rivela note di tostatura, caffè, cioccolato e frutta tropicale. In
bocca è morbida, quasi setosa,
per niente stucchevole, anzi
molto fresca e pulita. Da provare con dolci al cioccolato o con
la classica torta “sbrisolona” di
Sabbioneta.
75
Distillati
C’era una volta
la
P ER
vodka
RINNOVARE L ’ IMMAGINE E CONQUISTARE NUOVI MERCATI SONO STATI
INTRODOTTI NUOVI PRODOTTI, DEFINITI
“ULTRA
SUPER PREMIUM”
di Angelo Matteucci
l mondo della distillazione è particolarmente attento per trovare e rafforzare vie di sviluppo laddove
nascono mercati importanti e relativamente nuovi
come India, Cina e Russia che sono molto ricettivi
soprattutto per prodotti definiti “de-luxe” di qualità,
immagine e prestigio. Il Vecchio Continente in generale risulta un mercato stabile con flessioni in alcuni
Paesi. Questo porta i produttori a ricercare un’immagine rinnovata dei prodotti consolidati che vengono presentati spesso con nuova, moderna veste, sovente di
qualità superiore. E’ il caso della vodka che, senza rinnegare la tradizione che continua ad avere in importantissimi mercati nell’Est e nel Nord Europa e nel Nord
America, ha introdotto nuovi prodotti definiti “ultra
super premium”.
La vodka di fatto può essere prodotta in ogni parte del
mondo (oltre 3.000 marchi) utilizzando qualsiasi alcol
commestibile. Russia e Polonia sono i principali produttori di vodka: oltre al largo consumo interno, la
esportano in grandi quantità a livello mondiale.
L’elenco è particolarmente lungo e ci limitiamo a cita-
I
76
re tra le qualità tradizionali mondiali le russe
Moskovskaya e Stolichnaya, le polacche Wyborowa,
Zubrowka e Zytnia. La Svezia produce Absolut mentre Finlandia è la vodka dell’omonimo Paese. Indichiamo
anche Smirnoff prodotto in vari Paesi inclusa la Russia
e la statunitense Skyy.
Verso la fine del secolo scorso nacquero nuove qualità
prodotte sia con cereali tradizionali quali frumento e
segale, sia con orzo, mais e, grande novità, uva. La particolare cura in ogni fase, la ricerca delle materie prime,
le prestigiose bottiglie e l’alto costo di questo tipo di
vodka (alcune superano sessanta euro la bottiglia) hanno
trovato, prima negli Stati Uniti e quindi negli altri Paesi,
una richiesta da parte del mondo della moda, del cinema e teatro, delle persone più in vista con un crescente numero di seguaci imitatori.
L’ondata di nuove bottiglie ha creato stimoli anche
per la vodka tradizionale che sulla scia sopra citata sta
ottenendo una distribuzione incrementale a tutto campo.
Le qualità ultra super premium si caratterizzano per la
scelta della materia prima, generalmente frumento defi-
nito “invernale” (si semina in autunno, è dormiente nei mesi freddi, si risveglia in primavera e si raccoglie ad inizio estate). La scelta dell’acqua
purissima è altrettanto importante. La distillazione è effettuata con diversi passaggi,
spesso sensibilmente superiori alla duplice distillazione tradizionale e il filtraggio
avviene in diverse fasi.
Nascono così distillati puri ed eleganti presentati in splendide bottiglie create da designer a completare l’opera di marketing nell’offrire prodotti di grande appeal.
Scopriamo quindi la vodka Beluga prodotta a Mariinsk in Siberia in una delle più
antiche distillerie dell’ex Unione Sovietica.
Per questo distillato è usato l’orzo biologico, al posto dei più comuni frumento e segale, coltivato in Siberia.
La produzione avviene con l’utilizzo di lieviti naturali per una lenta fermentazione dell’orzo che rende il prodotto finale particolarmente morbido. L’acqua purificata naturalmente da sabbia silicea è prelevata da un
pozzo artesiano. Nella preparazione vengono
immessi nel distillato le erbe siberiane
Rhodiola rosea e Silybum naranium oltre a
lattosio naturale e miele. Prima dell’imbottigliamento riposa fino a 180 giorni in recipienti di acciaio inossidabile. Beluga è disponibile nelle qualità Export e Gold Line.
Sempre in Russia troviamo Kauffman lanciata nel 2002. Anche in questo caso lo scopo è
di offrire una vodka ultra super premium atta
ad un consumo elitario. Per raggiungere elevati
risultati si utilizza esclusivamente frumento di una singola mietitura che abbia raggiunto risultati qualitativi
ottimali. Nasce così la vodka di annata.
Il frumento è selezionato di volta in volta in una delle
sette regioni produttrici russe prescelte per
poter ottenere sempre la migliore
qualità sia hard selected sia soft
selected. La produzione è limitata
a circa 32.000 bottiglie litro per
la qualità Kauffman Luxury
Vintage e 60.000 bottiglie da
0,70 cl. per la vodka
Kauffman Special Selected
Vintage. Data la limitata
quantità prodotta l’imbottigliamento, in speciali bottiglie
create in Francia, avviene ciascun
anno in un’unica soluzione per dare
maggiore garanzia di autenticità di annata.
La vodka polacca Belvedere, che prende il nome dalla
residenza presidenziale, utilizza la speciale segale dankowskie gold rye. L’acqua prelevata dai pozzi artesiani
è filtrata undici volte mentre quattro sono i passaggi di
distillazione per ottenere una vodka eccezionalmente
morbida.
Nelle 33 fasi di produzione il distillato viene sottoposto
ad altrettanti controlli qualità. E’ disponibile nelle qua-
lità Belvedere vodka con macerazione di frutti e fiori che donano una
particolare fragranza oltre a
Belvedere Intense 50° alcolici con duplice passaggio in
filtri di carbone di betulla. E’
presentata in bottiglia decorata con alberi argentei e
disponibile nei migliori duty
free.
L’ultima creazione è Belvedere
New IX Vodka, ispirata al
mondo della notte. E’ indicata come “new super premium
vodka” dove IX sta per il
numero di ingredienti come
ginseng, guarana, bacca di
acai, ginger, mandorla dolce,
gelsomino, eucalipto, cannella, ciliegia nera. Gli ingredienti sono distillati individualmente in piccole quantità che vengono uniti a vodka Belvedere
50° alcolici e ad acqua artesiana.
Nel 1995 fu annunciata la produzione canadese di una Ultra
Super Premium Vodka utilizzando l’acqua ricavata da blocchi di ghiaccio provenienti da
iceberg e trasportati dal mare
artico e dall’oceano nord atlantico fino alle coste del
Newfoundland. Il cereale utilizzato è mais e la distillazione avviene con triplice passaggio. Il suo nome è Iceberg Canada Vodka
che ha vinto la medaglia d’oro al World Spirits
Championship del 1998 e la medaglia d’argento
all’International Wine & Spirit Competition di Londra
nel 2000.
Xellent Vodka è prodotta dal 2004 in Svizzera interamente con ingredienti locali. E’ utilizzata l’acqua ottenuta da anni di lento auto filtraggio attraverso i ghiacciai della catena montagnosa del Titlis nel cuore della
Svizzera. Anche il cereale, la migliore segale, è coltivata esclusivamente nel territorio elvetico con attenti controlli qualità.
Riteniamo che il successo della vodka “moderna” aprirà nuovi spiragli ai produttori di altri distillati che in
futuro, dopo varie sperimentazioni, lanceranno prodotti innovativi. Un esempio è già sul mercato: la creazione di un rhum agricole delle Antille denominato “Rhum
Rhum” fortemente voluto da Luca e Paolo Gargano. E’
prodotto sull’isola Marie Galante, con fresco succo integrale di canna (senza essere preventivamente lavorato)
e lieviti naturali in alambicchi progettati dal grande
maestro distillatore Gianni Vittorio Capovilla che al
momento della raccolta della canna si reca a Marie
Galante per provvedere lui stesso alla distillazione.
L’interessantissimo rhum è disponibile dallo scorso
anno.
77
Acqua
Liscia o gassata?
Semplicemente
di Davide Oltolini
ino ad oggi nel corso del nostro viaggio “virtuale” nel mondo dell’acqua, o meglio delle acque,
abbiamo affrontato numerose tematiche, tra le
quali la tecnica di degustazione, le modalità di abbinamento con i cibi e, in particolare, con gli antipasti,
con i primi piatti, con i secondi di carne e con quelli
di pesce, la classificazione e la tipologia delle varie
acque, i criteri di scelta delle stesse, la relativa normativa, le nanotecnologie, le tecniche di servizio, i luoghi comuni e il ciclo di mineralizzazione.
Prima di proseguire verso nuove tappe di questo percorso, affrontiamo alcuni dei quesiti che sorgono più
frequentemente a proposito dell’argomento acqua. Uno
di questi riguarda il gas presente nelle acque e, in particolare, i suoi presunti effetti negativi sulla salute dello
stomaco. A questo proposito ricordiamo che già dall’anno 2003, con due decreti ministeriali, in Italia sono
state recepite le norme comunitarie sulle acque minerali le quali prevedono la presenza in etichetta di diverse menzioni obbligatorie, tra le quali la denominazione legale di acqua minerale naturale, eventualmente
integrata da indicazioni sulla presenza di CO2.
Le acque minerali naturali possono, infatti, essere sottoposte a trattamenti di modifica del contenuto di anidride carbonica e, in riferimento a quest’ultimo, essere denominate acque minerali naturali totalmente
degassate, acque minerali naturali rinforzate con il gas
della sorgente e acque minerali naturali con aggiunta
di anidride carbonica. La carbonatura presenta alcuni innegabili vantaggi, come quello di aumentare la
sensazione dissetante offerta dall’acqua stessa, nonché quello di donare una maggiore capacità “detergente” che consente, così, l’ottimale abbinamento con cibi
grassi ed, eventualmente, anche untuosi. Una leggera effervescenza, inoltre, aiuta il processo digestivo,
anche se, in effetti, un eccesso di bollicine potrebbe
alimentare la gastrite, ovvero un’infiammazione della
mucosa gastrica.
Un’altra delle domande che vengono spesso poste
agli esperti riguarda il supposto effetto positivo delle
acque povere di sodio nei confronti della cellulite: l’azione benefica effettivamente sembra esistere, ma va anche
sottolineato che quasi tutte le acque attualmente presenti sul mercato risultano essere povere di sodio. Il
sodio ha tra le sue principali funzioni fisiologiche, quel-
F
78
la di regolatore della pressione osmotica e di conduzione nervosa e muscolare. Anche nel trattamento dell’ipertensione arteriosa sono consigliate acque con
basso contenuto di sodio, ovvero inferiore a 20 mg/l.
Tra i quesiti più comuni figura anche quello sulla possibilità della bottiglia, ovvero del contenitore, di plastica di “inquinare” l’acqua in esso contenuta. La risposta degli esperti è negativa: a tal fine vengono, infatti,
svolti appositi e accurati test che consistono nel sottoporre le bottiglie, per un periodo di una decina di
giorni, ad una temperatura di circa quaranta gradi,
per poi verificarne attentamente gli effetti.
L Forse non ci abbiamo mai pensato,
ma le fasi di coltivazione per ottenere una mela
richiedono circa 70 litri d'acqua!
acqua
È, comunque, buona norma non lasciare mai le bottiglie d’acqua esposte al sole.
Occorre tuttavia riconoscere che il vetro risulta maggiormente protettivo in quanto, come è ovvio, alcune
sostanze dannose potrebbero, almeno potenzialmente, penetrare nel Pet. Un altro degli usuali interrogativi sull’acqua è riferibile alla convinzione che bere
molto faccia bene alla salute dell’individuo. Si tratta
di un’informazione corretta, anche se, come già evidenziato in un nostro precedente articolo, la teoria dell’assunzione quotidiana di almeno otto bicchieri d’acqua sarebbe, secondo molti ricercatori, ormai, supe-
rata e da considerarsi alla stregua dei tanti altri luoghi comuni sulla salute, nonostante la sua autorevolezza, anche in funzione della sua presenza nientemeno che in una raccomandazione del 1945 del Nutrition
council statunitense.
In ogni caso si ritiene sia, comunque, meglio bere poco
durante i pasti e continuare a farlo, a piccoli sorsi,
durante l’intero arco della giornata. Un ultimo ricorrente quesito riguardarla il reale consumo umano di
acqua, e i connessi sprechi, commessi da parte di ognuno di noi, e il loro conseguente impatto ecologico. Ogni
italiano consuma mediamente, nel corso dell’intero
anno, ben 215 litri circa di acqua al giorno per dissetarsi e per la propria igiene personale, ma in realtà il
consumo risulta molto più imponente.
Si stima, indicativamente, che la cifra corretta sia superiore di circa 30 volte ai 215 litri, un risultato al quale
si arriva prendendo in considerazione non solo l’acqua
realmente impiegata, ma inserendo nel conteggio anche
la cosiddetta acqua virtuale.
Con questo termine viene indicata anche l’acqua necessaria all’alimentazione, al vestiario e a tutte le altre
esigenze proprie della moderna vita quotidiana.
Indicativamente necessitano, almeno con un sistema
di allevamento industriale, oltre 15.000 litri d’acqua
per l’ottenimento di un unico chilo di carne di manzo.
Sono, infatti, necessari tre anni prima che sia possibile la macellazione di un capo dal quale si ottengono
due quintali di carne. Decisamente inferiore, anche se,
comunque, rilevante, il fabbisogno necessario per la
produzione di un chilo di carne di maiale che si attesta attorno a poco meno di 5.000 litri e quello per la
produzione di un chilo di carne di pollo che sfiora i
4.000 litri. Una tonnellata di zucchero da barbabietola richiede, a seconda di alcune complesse variabili, dai 7 fino ai 12.000 litri, mentre un solo chilo di
caffè abbisogna, invece, per la propria produzione di
oltre 20.000 litri. Una sola singola mela “costa”, nel
tempo, una settantina di litri d’acqua. Per una tonnellata di fibre sintetiche vengono impiegati in tutto
800.000 litri, mentre per una tonnellata di lana i litri
risultano 10.000. 150.000, infine, quelli necessari per
una tonnellata di acciaio e poco meno di tale cifra quelli impiegati per l’ottenimento di una tonnellata di carta.
79
Vino che passione!
Vado a vivere in
campagna
di Pinuccio Del Menico
DAI SOFTWARE AI
VIGNETI, DAI COMPUTER
ALLE BOTTI. E’ LA
STORIA DI VITTORIO
FERRARIO, TECNICO
INFORMATICO MILANESE,
CHE CON LA
LIQUIDAZIONE ACQUISTA
UNA FATTORIA E IMPARA
UNA NUOVA
PROFESSIONE.
CON
OTTIMI RISULTATI
a milanese a mariese il passo
è breve. Quasi un anagramma. E anche in termini chilometrici si tratta di poco più di un
centinaio di chilometri, quelli che
separano Milano da Santa Maria alla
Versa i cui abitanti si chiamano,
appunto, mariesi.
Un paese che fino al 1300 non esisteva e che sorse intorno ad una cappelletta contenente la Madonna Val
Versa, un dipinto su tavola che ancor
oggi è esposta sull’altare della chiesa parrocchiale.
Un comune di 2.600 abitanti suddivisi in ventidue frazioni, alcune adagiate sulle rive del torrente Versa,
quello che nasce a Canevino per gettarsi nel Po a Portalbera, e non l’al-
D
L La fattoria ''Il Gambero'' immersa nel verde di Santa Maria della Versa
80
tro che scorre nella Val Versa astigiana da Cocconato fino ad Asti.
Una di queste frazioni di chiama Ca’
del Fosso e fino a pochi anni fa vi si
poteva vedere l’ultimo “puntù” ovvero colui che aiutava nel guado del
torrente stendendo assi in legno.
E’ un’ altra però la frazione che ci
interessa e si chiama Case Nuove,
quella che ha cambiato la vita di
Vittorio Ferrario, di sua moglie
Camilla, della piccola Bianca e dei
gemelli Vittoria, Giorgio e Caterina.
Un salto dalla grande metropoli,
Milano, alla campagna, abbandonando un lavoro di grande soddisfazione, ma anche di impegno full time.
“La mia vita precedente era da informatico. Lavoravo infatti per Investnet,
una società che si proponeva come
partner per le banche e le Sim per
realizzare una piattaforma per il trading on line. In pratica offrivamo una
piattaforma che permetteva ai clienti delle banche e delle Sim di utilizzare un software professionale per
comperare e vendere titoli sulle maggiori borse mondiali (Milano, Londra,
New York). È stata un’avventura elettrizzante e molto stimolante, ma
anche molto impegnativa: sono arrivato a essere responsabile tecnico
per l’Italia e si lavorava anche 14 ore
al giorno e quando tornavo a casa
mi collegavo col computer per verificare che tutte le operazioni di back
office fossero andate a buon fine. Non
avevo quasi più una vita privata,
vedevo poco i miei figli e dovevo sempre essere reperibile. Quando mi
sono accorto che la mia testa era
sempre e comunque dedicata al lavoro ho deciso che non potevo continuare così… e mi sono rimesso in
gioco”.
Come ha scoperto la fattoria “Il
Gambero” a Santa Maria della
Versa?
“Ha avuto un ruolo decisivo mia
moglie Camilla. Anche lei iniziava a
non sopportare più la vita routinaria e caotica della città, resa ancora più difficile dal fatto di dover crescere tre gemelli. Così, insieme,
abbiamo deciso che avremmo voluto vivere in campagna. Nell’estate
2002 abbiamo viaggiato tra Umbria,
Marche e Toscana visitando diversi agriturismi con i nostri figli per
cercare di avere l’ispirazione. Ma,
come succede spesso, le cose belle
nascono da una serie di coincidenze positive. Tornati a Milano senza
esserci chiariti le idee, abbiamo deciso di incominciare a guardare gli
annunci immobiliari per trovare una
casa in campagna vicino alla città
per viverci temporaneamente.
Durante la ricerca ci siamo imbattuti diverse volte nell’annuncio di
vendita di una tenuta agricola con
abitazione nell’Oltrepò Pavese.
Non pensavamo facesse al caso
nostro, ma quando ci è capitato per
le mani per la quarta volta in pochi
mesi abbiamo pensato fosse un
segno del destino e siamo andati a
vedere scoprendo che i venditori
erano vecchi conoscenti di Camilla.
Era una splendida giornata, leggermente ventosa, del febbraio 2003, il
cielo era terso e dal portico di casa,
guardando verso nord-ovest, si poteva vedere una collina con una piccola chiesetta sulla sommità e dietro, in lontananza, il Monte Rosa:
è stato amore a prima vista. Una
sera di fine febbraio decidemmo di
fare la nostra offerta e dopo pochi
giorni l’accordo era fatto. Un caro
amico, titolare di una grossa azienda agricola, ci presentò Roberto
Miravalle, il suo agronomo, il quale
ci confermò che la fattoria aveva i
vigneti in ordine, che la posizione
era eccellente e che si sarebbero
potuti fare ottimi vini. Cosa fondamentale, avevamo la disponibilità
economica per fare l’investimento
vendendo la nostra casa di Milano
e utilizzando la mia liquidazione dall’azienda”. Neppure un mese dopo,
ai primi di marzo 2003, Vittorio
Ferrario si trasferisce nella sua fattoria, “Il Gambero” e comincia la sua
trasformazione da informatico in
imprenditore vitivinicolo.
E’ stata maggiore la soddisfazione
o i classici problemi del neofita ?
“Io mi sono subito trasferito perché
cominciavano i lavori in campagna
e volevo subito buttarmi nella nuova
realtà e imparare il più possibile e
in fretta. La casa era in perfetto stato
e quindi anche il trasloco non è stato
drammatico. Il resto della famiglia è
arrivato definitivamente a luglio, alla
fine della scuola.
Problemi reali e gravi non ce ne sono
stati, se non quello di dover imparare un nuovo mestiere. Roberto
Miravalle mi ha presentato un amico
enologo, Enzo Galetti, col quale ci
L Vittorio Ferrario
insieme alla moglie Camilla
e ai suoi quattro figli
81
Vino che passione!
L Oltrepò Metodo Classico Brut
“Principe d’Onore”
M Bonarda “Alborada”
82
siamo messi subito al lavoro per cercare di trasformare al meglio quello
che la campagna ci poteva dare. Ho
la fortuna di avere una sorella,
Laura, che di mestiere fa la grafica
e quindi il merito della riuscita e
molto apprezzata immagine aziendale è tutto suo. Per la parte marketing, comunicazione e vendite mi
sono affidato allo Studio Rocchelli
per impostare una strategia di
ingresso sul mercato che si sta rivelando vincente. Piccoli problemi pratici ci sono stati, come la prima grandinata che ti porta via il 40 per cento
dell’uva, che però svaniscono di fronte all’immensa soddisfazione di
quando, al ristorante, senti il vicino
di tavolo che ordina il tuo vino e lo
esalta agli amici commensali. Inoltre
la vita in mezzo alla natura ti dà una
forza incredibile. Io sono sempre
stato in città e mai avrei pensato di
potere avere un feeling così forte con
la terra”.
Qual è il bilancio dopo questi
primi sei anni di attività ?
“Diciamo che tutti siamo pienamente soddisfatti della nostra scelta e
non torneremmo mai indietro. I
bambini si sono integrati bene e
Bianca, l’ultima arrivata, è nata qui
e non andrebbe mai a vivere in una
grande città. L’azienda sta crescendo, forse un po’ più lentamente di
quanto ci aspettavamo all’inizio, ma
nessuno poteva prevedere né il sensibile e costante calo dei consumi,
né questa ultima crisi economicofinanziaria che ha colpito un po’
tutti. Noi però siamo già pronti per
nuove sfide e, d’accordo con moglie
e figli, stiamo pensando a un progetto di riqualificazione dell’azienda
sul fronte della sostenibilità ambientale sia dell’azienda sia della nostra
abitazione che porti a un sensibile
abbattimento dei consumi energetici attraverso la riqualificazione edilizia e anche al miglioramento delle
tecniche colturali e alle pratiche in
cantina.”
Tutti i vini prodotti dalla fattoria
“Il Gambero” hanno nomi di cavalli. Come mai?
“Quando acquistammo l’azienda non
era avviata commercialmente e nel
creare la sua immagine abbiamo
deciso che dovevamo puntare alla
massima qualità del prodotto e
anche non differenziare i vini solo
con il nome del vitigno ma con qual-
cosa in più. Così mi è venuto in
mente di dare ai nostri prodotti i
nomi di alcuni cavalli da corsa della
scuderia di mio papà, la scuderia
Fert, fondata da mio nonno Vittorio
con gli amici Falck e Tanzi nel 1949.
Ha avuto ottimi cavalli che hanno
vinto premi prestigiosi sia in Italia
sia all’estero. Ora mio papà Paolo
continua con una passione che, a
82 anni, lo tiene ancora incollato
alla scuderia che visita spesso la
mattina presto per vedere i cavalli
in allenamento. Mi sono detto che
magari questi purosangue del passato e del presente avrebbero potuto portare fortuna ai nostri vini ed
abbiamo scelto i nomi che meglio si
adattavano”.
Ed eccoli i nomi dei vini “purosangue”: Mercuzio (chardonnay vivace),
Bobino (chardonnay), Alborada
(bonarda), Teston (cabernet sauvignon e merlot), Tinterosse (pinot
nero), Kafir (Riesling), Bacuco (barbera 50 per cento, croatina 40 per
cento e 10 per cento uva rara) e
Principe d’Onore (pinot nero spumante metodo classico).
Una preferenza ?
“Impossibile. Chiedere a un produttore quale sia il suo vino preferito
è come domandare a un padre quale
sia il figlio prediletto. Noi abbiamo
razionalizzato la gamma dei nostri
vini puntando esclusivamente su
quelli del territorio. Diciamo che
Alborada, con la sua freschezza, il
suo aroma vinoso e quell’invitante
effervescenza, è il migliore per un
consumo quotidiano. Anche se forse,
in termini di sfida enologica, il più
affascinante è il Tinterosse. Il pinot
nero è un vitigno difficile e la sua
vinificazione in rosso è una vera e
propria sfida. E a me le sfide piacciono. Penso che i risultati ci stiano
dando ragione e quindi continueremo a focalizzarci sui vini del territorio cercando di dare il meglio in
termini di qualità e soprattutto personalità del vino”.
Non rimane che passare alla degustazione che si può fare direttamente alla fattoria “Il Gambero” di Santa
Maria alla Versa (PV) a seguito di
prenotazione.
Per voi la famiglia Ferrario ha allestito una sala da 35 posti per degustare i vini accompagnati con salumi e formaggi del territorio e visite
ai vigneti e alla cantina.
Degustazioni
Amelia Doc,
la rassegna
dei
vini preziosi
Il borgo medievale di Amelia
di Sandro Camilli
econdo quando riferiscono gli antichi studiosi, tra i quali si inserisce anche Plinio, le viti
di Ameria meritano di essere lodate, in virtù
della natura amenissima del sito che, trovandosi sul fianco sinistro dell’Appennino, riceve il sole da oriente e l’aria
che spira da mezzogiorno, atta a rendere feconde le viti
e a maturare i loro umori… Abbonda di uve di ogni
specie, bianche, nere, di moscatelle, ne ha pure di alcuni tipi particolari, come le propaggini di Malvasia fatta
venire da Candia, un’uva con l’acino non molto grande,
bianca e dolce… I vini di Ameria hanno quindi le qualità proprie di queste uve, per cui alcuni sono biondi e
dorati, molti sono robusti, tali che riproposti in vasi ottimamente apprestati e in cantine ben disposte invecchiano anche in più di 10 anni…”
È uno stralcio sulla viticultura praticata dagli antichi nel
territorio amerino.
Tratto da un’opera formidabile, il “De Naturalis Vinorum
Historia” Libro V (Bacci, 1956) ci aiuta a precisare che
ci troviamo in un luogo dove la tradizione e le radici
storico-culturali di questa pratica agricola affondano
nella memoria dei secoli.
Andando avanti nel tempo e superando anche il flagello della fillossera che alla fine dell’Ottocento distrusse
quasi tutti i vigneti del comprensorio (del resto così come
“S
84
in quasi tutta l’Italia), è solo alla metà degli anni Settanta
che i produttori cambiano radicalmente tutti i metodi,
sostituendo la classica alberata (vite maritata all’olmo)
con il sostegno secco, sperimentando nuovi sistemi di
allevamento e nuove selezioni clonali, cercando di adattare i singoli vitigni ai terreni. Infatti, le terre vocatissime, il clima ideale e l’infaticabile lavoro dell’uomo hanno
contribuito a creare uno stretto legame tra produzione
di vini bianchi e rossi per arrivare ai rosati ai passiti ed
eccezionalmente agli spumanti.
Vini che, prodotti con vitigni autoctoni o internazionali,
oltre a custodire gelosamente quella precisa identità territoriale sono sempre più complessi ed eleganti grazie
alla ricerca della qualità sempre più elevata perché con
il mutare delle abitudini sociali dei consumatori il vino
si à trasformato da alimento, sempre più, in bene voluttuario.
Il territorio amerino, a sud ovest della regione Umbria
rivolto verso la valle del Tevere, partendo dal Comune di
Terni e andando verso Orvieto, fino a Baschi, comprende cantine grandi e medie, tutte prestigiose e affermate
nel panorama enologico nazionale e internazionale, e
altre di piccole dimensioni con la volontà di fare della
qualità l’elemento trainante.
Oggi tutti questi vigneti, incastonati come pietre prezio-
LA RICETTA
Piccioni selvatici all’uso di Amelia
“Palombe alla leccarda”
Dopo aver spiumato i piccioni si mettono allo spiedo senza togliere nulla dall’interno, né il gozzo, né gli
intestini. Si fanno dapprima girare sul girarrosto per una decina di minuti in modo da liberarli da ogni
traccia di umidità. Intanto, per ogni piccione, si mette in una casseruola sul fuoco un quarto di litro di
vino rosso asciutto, cinque grani di pepe, un chiodo di garofano, uno spicchio d’aglio e un pezzo di
buccia di limone ritagliata sottilmente e senza parte bianca. Quando il vino leverà il bollore vi si dà
fuoco e si lascia bruciare l’alcool contenuto nel vino fino a che la fiamma si spegnerà. Si raccoglie
questo vino nella leccarda posta sotto i piccioni che girano. Si deve poi calcolare un decilitro d’olio
per ogni piccione. Trascorsi i dieci minuti di arrostitura a secco si incominciano ad ungere i piccioni
coll’olio, il quale andrà a sgocciolare nella leccarda dove è già il vino, e si salano. Esaurita la quantità
d’olio prescritta si continuano ad ungere i piccioni con olio e vino insieme, i quali avranno formato
nella leccarda un unico liquido. La cottura va protratta a fuoco lento per un’ora e anche un’ora e
mezzo, poi si tolgono dallo spiedo e si mettono in un piatto.
Allora si toglie loro il gozzo, si aprono e si ritagliano in pezzi regolari, raccogliendo da una parte tutti gli
intestini. Si tolgono i grecili, si aprono e si getta via la borsetta interna. I grecili aperti e ben puliti si
aggiungono nuovamente al resto degli intestini e si tritano finemente sul tagliere, facendone una
poltiglia che si raccoglie in una scodella. A questa si aggiunge il liquido della leccarda passato da un
colino. In un piatto concavo si accomodano i piccioni spezzati, si ricoprono con la salsa preparata e si
mescolano un poco affinchè si intradano bene con il loro condimento.
Da “Il Talismano della Felicità”, Carla Boni, 1920
DOC “COLLI AMERINI”,
IL DISCIPLINARE
DI PRODUZIONE
“COLLI AMERINI BIANCO”
TREBBIANO TOSCANO: DAL 70% ALL’85%; GRECHETTO,VERDELLO, GARGANEGA, MALVASIA
TOSCANA, da soli o congiuntamente sino a un
massimo del 30% di cui la MALVASIA TOSCANA,
ove presente, non superiore al 10%.
I vigneti di Amelia
se sulle dolci colline, quasi tutti rivolti a mezzogiorno, tra
borghi medievali (Amelia di questo comprensorio ne è il
cuore), offrono allo sguardo del turista, dal punto di vista
paesaggistico, quanto di più affascinante ci possa essere. Ormai da quattro anni l’Associazione italiana sommeliers organizza un evento chiamato “AmeliaDoc”, legato alla comunicazione e alla promozione vinicola, riunendo tutte le cantine del territorio con una kermesse di
tre giorni di assoluto valore, all’interno della quale si
alternano conferenze, degustazioni guidate, banchi d’assaggio, degustazioni di prodotti tipici e brevi seminari
di abbinamento cibo-vino. Il titolo della manifestazione,
volutamente ambizioso, sottolinea il fatto che un piccolo territorio riesce a produrre eccellenze enologiche poco
conosciute al grande pubblico.
Ogni anno “AmeliaDoc” ospita una cantina extra-regionale di assoluto riferimento. Il successo della kermesse
è anche un riconoscimento tangibile alla professionalità
della nostra associazione.
“COLLI AMERINI MALVASIA”
MALVASIA TOSCANA: MINIMO 85%; possono concorrere alla produzione di detto vino anche il vitigno TREBBIANO TOSCANO e altri vitigni raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Terni,
da soli o congiuntamente, nella misura massima
del 15%.
“COLLI AMERINI” ROSSO,
ROSSO SIUPERIORE, ROSATO, NOVELLO
SANGIOVESE: DAL 65% AL 80%; MONTEPULCIANO,
CILIEGIOLO, CANAIOLO, MERLOT, BARBERA, congiuntamente o disgiuntamente nella misura massima del 35%, di cui MERLOT, ove presente, non
superiore al 10%.
“COLLI AMERINI” MERLOT
E “COLLI AMERNINI” MERLOT RISERVA
MERLOT: MINIMO 85%; possono concorrere alla
produzione di detti vini altri vitigni raccomandati
e/o autorizzati per la provincia di Terni, da soli o
congiuntamente, nella misura massima del 15%.
85
Degustazioni
LA DEGUSTAZIONE *
* Le valutazioni si riferiscono ai singoli campioni degustati
Agraria Ponteggia – San Gemini (TR) – Lorenzo - Igt Umbria 2005
Cabernet Sauvignon 100%
Dal colore rubino con accenni granato, mediamente trasparente percorso da vivida
luminosità. Dall’olfatto lineare ma non banale evoca ricordi di prugna, amarena, liquirizia, carbone, incenso a caratterizzare un ventaglio molto fresco e piacevole. L’assaggio
è vigoroso, la carica tannica sottolinea l’espressione gustativa dove comunque trovano spazio un frutto succoso e una buona persistenza gusto-olfattiva.
Agricola Vallantica – Loc. Valle Antica - San Gemini (TR) - Igt Umbria 2007
Grechetto 100%
Paglierino luminoso, sentori di frutta a polpa bianca, erbe fresche e sottile mineralità, ne delineano l’espressione olfattiva. Un vino che in bocca si presenta agile di sufficiente persistenza, non di grande impegno con alcolicità e sapidità che ne determinano un buon equilibrio.
Azienda Agricola Zanchi – Amelia (TR) - Lu Igt Umbria 2007
Aleatico 100%
Si presenta con un colore rubino dove si evidenziano tracce di gioventù, limpido non
di spiccata luminosità. Dall’olfatto intenso e piacevole si percepiscono note floreali di
rosa rossa, fruttate di piccoli frutti di bosco, appena erbaceo dai ricordi di lavande ed
erbe aromatiche. Entra in bocca con moderata dolcezza perfettamente bilanciata dalla
componente acido-sapida, ne risulta un quadro in equilibrio, snello con le componenti floreale e fruttata in bella evidenza, di media persistenza e ottima bevibilità.
Cantina Colli Amerini – Z. I. Fornole di Amelia (TR) - Ciliegiolo 30 anni - Igt Umbria 2006
Ciliegiolo 100%
Rubino di media trasparenza, ventaglio ricco di profumi di sottobosco, piccole bacche rosse, ricordi di geranio ben integrati con la note di legni aromatici che ne arricchiscono il naso. Corpo deciso dove la morbidezza principalmente alcolica fatica a equilibrare una verve acido-tannica che porta ad una chiusura su toni vegetali.
Castello delle Regine – Amelia (TR) - Igt Umbria 2003 – Selezione del Fondatore
Sangiovese 100%
Livrea delle grandi occasioni, rubino con riflessi granato di stupefacente luminosità.
Suntuoso l’olfatto, sentori di visciole e amarene, erbe aromatiche poi radice di liquirizia e macis ancora grafite e polvere pirica, nobilitato da soffi balsamici. In bocca si
presenta vigoroso ma non massiccio, rivela una grande morbidezza retta da tannini
incisivi ma serici perfettamente sciolti nella carica sapido-tartarica. Ritorni di frutta
e spezie portano con dinamismo ed energia a un lungo ed appagante finale.
FALESCO – Montecchio (TR) - MARCILIANO - IGT UMBRIA 2005
Cabernet Sauvignon 70%, Cabernet Franc 30%
Lento e coeso nel roteare nel bicchiere, dal colore rubino compatto ed impenetrabile,
esprime accattivanti note di piccoli frutti rossi, radice di liquirizia, legno di cedro,
accenni di peperone, mineralità ferrosa, spunti balsamici e mentolati. Il gusto di grande morbidezza con giusta verve acida e struttura tannica vellutata, entra quasi grasso e si sviluppa con delicatezza riproponendo precise sensazioni fruttate, speziate e
vegetali in perfetta rispondenza.
86
Fattoria Le Poggette – Montecastrilli (TR) – Torre Maggiore - Igt Umbria 2004
Montepulciano 100%
Veste di colore rubino con netti riflessi di evoluzione, presenta un ventaglio olfattivo
di bella evoluzione impostato su note di frutta rossa in confettura, speziatura dolce,
soffi minerali di terra asciutta e incipiente etereità. Entra in bocca robusto con netta
sensazione pseudo-calorica sostenuta da grande morbidezza, piena sapidità e uno
smussato tannino conducono a un finale non di grande dinamismo su ricordi di
frutta essiccata e ritorni minerali.
La Palazzola – Terni – Brut Grand Cuvee 2005
Pinot Nero 80%, Chardonnay 20%
Brillante veste, paglierino con riflessi oro antico e bollicine minute che risalgono il calice. Al naso è fruttato con note di ananas e pera, erbe aromatiche, lieviti con un accenno di etereità. L’assaggio palesa grande morbidezza, perfettamente bilanciata da una
cremosa effervescenza e sostenuta sapidità. Puntuale e corrispondente all’olfatto la
persistenza su toni dolci e minerali.
Azienda Agricola Le Crete - Giove (TR) - Cima del Giglio - Doc Colli Amerini 2008
Malvasia 100%
Bellissima luminosità di un giallo paglierino con leggeri riflessi oro-verde. Cattura l’olfatto con sentori di camomilla, salvia, melone bianco, nespola ed è netta la nota minerale in un quadro di tipicità varietale ben espresso. Bocca impegnata da grande morbidezza con gentile ed impercettibile contributo zuccherino, torna in chiusura il rilievo minerale a caratterizzarne la buona persistenza.
Sandonna Azienda Vitivinicola – Giove (TR) - Doc Colli Amerini 2007
Merlot 100%
Di un bel rubino luminoso, si concede all’olfatto con frutti neri sospinti dall’alcol, speziatura dolce e un minerale ferruginoso anticipano un tappeto erbaceo. Il sorso è pieno
e appagante, con trama tannica sottile di buona sapidità, i richiami alla frutta e alle
sensazioni speziate ne sottolineano l’ottima rispondenza gusto-olfattiva.
Tenuta Agricola Dei Marchesi Fezia - Narni Scalo (TR) - Santrema - Doc Colli Amerini Superiore
Sangiovese, Ciliegiolo, Merlot
Vino dal colore rubino con riflessi di evoluzione di media trasparenza. Spettro olfattivo da iniziali note di frutta rossa, visciola, mora a note scure di china rabarbaro e liquirizia, in mezzo una folata vegetale. Bocca di buona complessità, con gusto caldo,
tannini mediamente sottili, con buon dinamismo termina con ritorni vegetali.
Tenuta Pizzogallo – Amelia (TR) – Igt Umbria Bianco 2007
Malvasia, Trebbiano
Dall’aspetto mediterraneo, colore paglierino con riflessi dorati, di ottima consistenza.
Lascia sfilare al naso dolci note di albicocca, fico bianco, fieno asciutto, a completare
il quadro accenni di grafite e yogurt. Assaggio vibrante per la decisa freschezza e saporita mineralità, non proprio equilibrato ma di piacevole beva.
87
Enogastronomia e culto
pane
vino
Nel
e nel
c’è la nostra storia
di Maddalena Giuffrida
“DA
SEMPRE, DAI TEMPI
DI
NOÈ
APPUNTO,
ACCANTO AL PANE DEL
BISOGNO, AL PANE CHE
SFAMA, AL PANE
QUOTIDIANO
NECESSARIO PER
VIVERE, L'UOMO HA
AVUTO IL VINO DELLA
GRATUITÀ E DELLA
FESTA: UNA BEVANDA
NON NECESSARIA ALLA
SOPRAVVIVENZA, MA
PREZIOSA PER LA
CONSOLAZIONE, LA
GIOIA CONDIVISA,
L'AMICIZIA
RITROVATA...”
(ENZO BIANCHI,
IL PANE DI IERI)
88
ccanto al pane, necessario per
vivere, c'è sempre il vino, che,
pur non essendo indispensabile per la sopravvivenza, permette di
concedersi una pausa gioiosa dalle
incombenze terrene. E' quanto afferma Enzo Bianchi, l'autore del godibilissimo libro “Il pane di ieri”1.
Non si può parlare infatti di pane
senza accostarlo a un bicchiere di
vino. E' il vino quello che realmente
scalda i cuori e che riscatta l'uomo
dalle fatiche quotidiane.
Ma il vino non è solo un break gioioso nel “logorio della vita moderna”,
esso è anche una delle più felici
espressioni della sapienza umana,
il luogo dove il binomio cultura –
natura trova una perfetta esaltazione. Natura, in quanto il vino è il frutto della terra, e cultura, perchè il vino
è il prodotto di un lungo e faticoso
processo di lavorazione, fatto di
sapienza, tecnica e ingegno.
Sin dall'antichità il vino ha fatto da
spartiacque tra i popoli civilizzati e i
cosiddetti “barbari”. Nel mondo greco
la coltivazione della vite, ma soprattutto il saper bere vino, è il contrassegno della cultura e della civiltà.
Secondo la tradizione, fu Dioniso a
far conoscere il vino agli uomini. Egli
fu il dio da cui nacque la civiltà e con
il suo culto il vino divenne il “nettare degli dei”2.
A
Questa sorta di “umanesimo” del vino
permea e caratterizza profondamente anche la “civiltà cristiana”, che, a
differenza del mondo greco, investe
il vino di un profondo significato simbolico, connesso alla salvezza e alla
vita. E non solo.
Se la storia dell'umanità narrata dalla
Bibbia inizia con la “trasgressione alimentare” di Adamo e Eva, la nuova
alleanza tra Dio e l'uomo di cui parla
il Vangelo è sancita da due alimenti,
il pane e il vino, che diventano i simboli stessi del Cristianesimo.
“La celebrazione della “Cena del
Signore”, ovvero la ripetizione degli
atti fondanti dell’Ultima Cena (spezzare e mangiare del pane, bere del
vino), è l’atto centrale del culto che i
cristiani rivolgono a Dio ogni domenica, giorno della risurrezione di
Gesù, primo giorno della settimana”
- commenta il professor Valerio
Marchi, cultore di Storia della Chiesa,
attualmente assegnista di ricerca
presso l'Università di Udine e da oltre
vent'anni evangelista della Chiesa
di Cristo udinese, una piccola comunità di cristiani il cui anelito è il recupero della purezza del cristianesimo
delle origini.
“Lo scopo è quello di immedesimarsi appieno nella ‘comunione’, ossia
unione con il Signore e fra i fratelli in
fede – prosegue il professor Marchi
– ‘Fate questo in memoria di me’3 ha
comandato Gesù, e il vino è parte
integrante di questa memoria che non
è nostalgia di un passato morto o
indefinito, bensì esperienza spirituale costantemente e profondamente
vissuta: la presenza in ispirito del
Signore nel “banchetto” cristiano.
Gesù rende il vino rappresentativo
della donazione totale di sé sulla
croce, della spremitura del proprio
intero essere che ha come effetti la
vita e la gioia eterne per chi partecipa all’opera di Redenzione diventando cristiano, cioè convertendosi a
Cristo ed entrando a far parte del
Nuovo Patto - continua il professor
Marchi - : ecco allora che il ‘calice
della benedizione’, nel culto cristiano, simboleggia la comunione col sangue di Cristo. D’altronde, condividere il frutto del faticoso lavoro nella
vigna, simbolo del Regno di Dio4, indica l’unione nell’amicizia, nella fratellanza, nella felicità per i doni di Dio
che sostengono e allietano l’esistenza. ‘Il tuo amore è migliore del vino’,
dice l’amata al suo amato nel Cantico
dei Cantici5. Anche l’amore di Gesù
è migliore, immensamente migliore
del vino, ma come l’amata del Cantico
ha scelto il paragone del vino, così ha
fatto Gesù: il simbolo non è la realtà,
ma ha quelle caratteristiche che la
possono evocare, rappresentare,
attualizzare”.
A proposito del significato simbolico
del vino e del pane nella Eucare stia/Cena del Signore, sono profonde le differenze teologiche nel cosiddetto “mondo cristiano”. Con le
dovute cautele derivanti dalle
semplificazioni, per la Chiesa cattolica vale il principio della “transustan ziazione”, ovvero della
presenza reale di Cristo nel vino (e nel
pane), mentre, più genericamente, le Chie-
se nate con la Riforma, in particolare i Luterani, sostengono la “consustanziazione”, ovvero la compresenza del vino (e del pane) con il sangue e con il corpo di Gesù.
Ma, al di là delle divergenze teologiche, c'è da dire che si deve in gran
parte alla Chiesa la salvezza della viticoltura, soprattutto nei secoli delle
invasioni barbariche, quando anche
i vigneti non furono risparmiati dalle
incursioni e dalla distruzione.
Fu proprio l'uso sacramentale del vino
a rendere necessaria la coltivazione
della vite e furono in gran parte i
monaci, custodi delle tecniche di viticoltura e della vinificazione, a mettere in salvo la coltura (e cultura!) della
vite in Europa.
Se in Francia dobbiamo ringraziare
i cistercensi per il Clos de Vougeot e
lo Chablis, in Italia ai monaci di
Grottaferrata dobbiamo il Frascati, ai
Benedettini il Santa-Magdalena e ai
Templari il Locorotondo di Puglia. La
lista del contributo di questi “Padri
della Vigna” all'enologia è molto lunga:
dall'Austria alle rive del Duero, dalla
Svizzera all'Ungheria, l'Europa del
vino ha un enorme debito di riconoscenza nei confronti di monaci, benedettini e frati, il cui ruolo in campo
enologico resterà dominante fino al
XVIII secolo6.
Ai nostri giorni un interessante seg89
Enogastronomia e culto
mento di mercato è rappresentato dal
cosiddetto “vino da messa”, prodotto
non solo da monaci e suore, ma
anche da laici.
Nell'astigiano esiste persino un autorevole Gruppo di studio internazionale, denominato “Vino sull'altare”
che, nato nel 1987 ad opera di un
gruppo di professori, sacerdoti, tecnici, ecc, si propone l'approfondimento e la documentazione storica, liturgica e scientifica del “vino da messa”,
organizzando da diversi anni seminari internazionali. Il suo fondatore,
Roberto Bava, è uno dei fornitori del
Vaticano con il suo moscato liquoroso “Alleluja”, frutto delle ricerche
L Numerosi sono i riferimenti nel
Vangelo alla simbologia della vigna
e della vite
90
del Gruppo di studio e prodotto in
esclusiva per l'uso sacramentale.
Destinato al clero è anche il “Malvaxia
sincerum”, un passito di Malvasia di
Schierano in purezza con tanto di etichetta in latino e autorizzazione della
curia vescovile di Casale Monferrato.
“I dati su questo mercato non esistono ufficialmente - spiega Roberto
Bava – perchè si tratta di un universo ristretto e non soggetto a statistiche. Teoricamente il consumo minimo si aggira intorno al milione di litri
annuo. La produzione è frazionatissima, regionale e con poche etichette”.
Ma quali sono le caratteristiche di
questo “vino divino”?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dato il simbolismo con il
sangue di Cristo, il vino da messa non
è sempre rosso. Anzi, nella maggior
parte delle volte, i preti celebrano la
messa con il vino bianco e questo per
una ragione di ordine pratico. Il bian-
co, infatti, sporca meno del rosso gli
arredi sacri. Per il rito ortodosso, invece, il vino è rigorosamente rosso.
Secondo il Codice di Diritto Canonico,
il vino della celebrazione eucaristica
deve essere “naturale, del frutto della
vite e non alterato”7 e deve essere temperato con un po' d'acqua. L'aggiunta
d'acqua al calice dell'Eucarestia ha
avuto nella tradizione cristiana diverse interpretazioni simboliche.
Secondo San Cipriano l'acqua aggiunta al vino rappresenta il simbolo dell'unione di Cristo con la Chiesa, mentre per Sant'Ambrogio essa è l'immagine del sangue e dell'acqua che sgorgarono dal costato di Gesù durante
la sua crocifissione8.
E di vino si parla molto anche nei
Vangeli. Uno dei primi miracoli di
Gesù ha per protagonista proprio il
vino e si svolge durante un banchetto di nozze, dove, malauguratamente a metà della festa, il vino finisce.
Gesù, salvando invitati e sposi da un
triste epilogo della loro festa, trasforma l'acqua in un vino, giudicato
migliore rispetto a quello che era stato
servito poco prima9.
Un piccolo saggio della farmacopea
del tempo è contenuto in una delle
più note Parabole di Gesù, quella del
buon samaritano. Questi, di fronte
ad un uomo ferito, mette in atto una
vera e propria azione di pronto soccorso adoperando olio e vino10.
Un accenno al potere terapeutico del
vino ci proviene dall'apostolo Paolo,
quando consiglia al giovane predicatore Timoteo di bere anche un po' di
vino (e non solo acqua!) per alleviare i problemi di stomaco e le frequenti infermità di cui l'uomo soffriva11.
I vescovi e i diaconi della Chiesa, tra
le altre virtù, non devono “essere dediti a molto vino”12.
Numerosi sono anche nel Vangelo i
riferimenti alla simbologia della vite
e della vigna. Gesù definiva se stesso “la vera vite”, i suoi seguaci “i tralci”, per significare l'unione e la comunione di Cristo con i suoi fedeli13.
Gesù paragona il suo Vangelo al “vino
nuovo”14 che squarcia i vecchi otri,
instaurando un nuovo rapporto tra
l'uomo e Dio, privo dalle catene di una
religiosità che gli “scribi e farisei” ai
tempi del Messia avevano ridotto a
un atto vuoto e formale di osservanze di regole, anche alimentari.
Al pari dell'ebraismo, il cristianesimo
condanna l'ubriachezza e, in generale, l'uso smodato di cibo e vino. Se il
L Gesù́ trasforma l'acqua in vino
alle ''Nozze di Cana''
in un affresco di Giotto
nella Cappella degli Scrovegni,
Padova
vino è fonte di gioia e di piacere, l'uso
eccessivo e improprio, al contrario,
nuoce alla vita spirituale15.
Ma al di là della condanna dell’eccesso e dell’ubriachezza, il vino, nel suo
significato traslato, è non soltanto
simbolo di vita e di salvezza, ma
anche di gioia, di allegria e d’amore.
Se i castighi divini sono preannunciati con la privazione del vino16, per
contro la felicità promessa da Dio è
spesso espressa con abbondanza di
vino17.
Per i cristiani, dunque, il vino è una
bevanda che racchiude in sé una polisemia di significati che attraversano
profondamente tutta la Sacra
Scrittura.
Per quanto riguarda particolari restrizioni alimentari, il cristianesimo, a
differenza dell'islamismo ed ebraismo, non possiede una regola alimentare che proibisca la carne di un animale o l'uso di bevande alcoliche. Al
credente è chiesto di accostarsi al cibo
rendendo grazie a Dio attraverso la
preghiera18 e di assumerne con sobria
moderazione e senza eccessi
Per ebrei e musulmani, invece, l'identificazione religiosa passa molto più
profondamente anche attraverso il
cibo ed è regolata da un rigido codice alimentare.
Al contrario il cristiano, esente da
interdizioni alimentari, attribuendo
un ruolo preminente al vino, segna
proprio attraverso questo importante elemento simbolico la sua appartenenza religiosa e, quindi, anche la
propria identità.
Pur con le dovute differenze, cristianesimo, islamismo e ebraismo trovano proprio nel vino un denominatore comune importante, per il forte
ruolo simbolico che esso riveste nell'ambito di tutte e tre le religioni, come
abbiamo visto nei precedenti numeri di DeVinis.
E torniamo, così, al punto da cui
siamo partiti, ovvero al vino come elemento culturale irrinunciabile per
comprendere l'uomo e la sua storia.
Per dirla con Enzo Bianchi, se il vino
non garantisce la sopravvivenza, certamente i suoi ”effetti collaterali” non
solo aiutano a vivere meglio, ma rappresentano una tappa importante in
un cammino che parla di amicizia,
dialogo, confronto, diversità, condivisione e gioia.
NOTE
1 Enzo Bianchi, Il pane di ieri, Einaudi, 2008, pag.50
2 Massimo Donà, Filosofia del vino, Tascabili Bompiani, 2003
3 Vangelo di Luca, 22:19
4 Vangelo di Matteo, 20:1
5 Cantico dei Cantici, 1:2
6 Raimond Oursel, Leo Moulin, Reginald Gregoire, La civiltà
dei monasteri, Jaca Book, 1998
7 Canone 924 ,Codice di Diritto Canonico,1993 http://www.vatican.va
8 Alfredo Luciani, L'Angelo della Temperanza. Il bere moderato, Biblioteca Carità Politica, 2003
9 Vangelo di Giovanni, 2:10
10 Vangelo di Luca, 10:25-37
11 I Lettera a Timoteo, 5:23
12 I Lettera a Timoteo, 3:2-8
13 Vangelo di Giovanni, 15:1-10
14 Vangelo di Luca, 5:37-39
15 Lettera agli Efesini, 5:18
16 Deuteronomio, 28:39
17 Isaia, 25:6
18 I Corinzi, 10:31
91
Forum dei Presidenti
Cervia
A
gli Stati generali
Ais
dell’
erifica, confronto e programmazione. Sono stati i temi centrali affrontati nel corso del
Forum dei presidenti svoltosi a Cervia,
in provincia di Ravenna. Tutti i numeri uno delle sezioni regionali Ais si sono
incontrati con la Giunta esecutiva per
fare il punto della situazione delle attività sviluppate sull’intero territorio
nazionale e per uno scambio di idee e
proposte per il futuro.
Al centro del dibattito si è posto innanzi tutto il Disegno di legge 720/09 per
la disciplina della professione di sommelier. La materia è già stata ampia-
V
mente approfondita negli ultimi mesi
e l’Ais ha espresso la propria opinione al riguardo attraverso la voce del
presidente Terenzio Medri proprio
sulle pagine di questa rivista e sul sito
web ufficiale.
L’associazione tramite le sue sedi locali ha creato forti legami con le strutture territoriali di tutto il Paese, ricevendo collaborazione e riconoscimenti per l’impegno dedicato all’organizzazione di manifestazioni culturali,
ponendo professionalità e competenza al servizio della diffusione e della
valorizzazione dei prodotti tipici ita-
Un brindisi speciale
I presidenti, per “rinfrescarsi” le idee, hanno partecipato a una
cena in cui è stato accolto come gradito ospite André Beaufort
con i suoi incredibili vini.
Il produttore francese ha lasciato per pochi giorni la sua cantina
di Ambonnay per far degustare ai vertici dell’Ais alcune delle
sue eccellenze, realizzate proprio nel cuore della regione che
ha dato il nome al protagonista per antonomasia dei brindisi: lo
Champagne.
L’attività di André e Jacques Beaufort va citata non solo per la
straordinarietà delle loro bottiglie. Ormai da anni l’azienda non
utilizza più diserbanti e procede a una sarchiatura superficiale
per limitare la diffusione delle erbacce senza intaccare le radici
della vite. I concimi chimici sono sostituiti da un compost vegetale. Ripartito su tutta la superficie del suolo, trattiene la quantità
di humus necessario alla vite e costituisce una sorta di schermo
che mantiene più a lungo l’umidità in caso di siccità.
Un modo esemplare di imporsi sul mercato, puntando non solo
al fatturato ma orientandosi anche al rispetto della natura e alla
salvaguardia della salute dei consumatori.
92
liani. Il parere dei presidenti regionali è stato perciò unanime: il Ddl così
come è stato strutturato, tra l’altro
senza consultare i diretti interessati,
andrebbe a discapito di tutto quel
patrimonio che si è creato in decenni di attività didattica con la realizzazione di corsi e testi divulgativi, nonché con la valorizzazione di eventi che
hanno portato i vini e le peculiarità
gastronomiche della nostra splendida penisola in ogni angolo d’Italia e in
giro per il mondo. La discussione dei
presidenti ha valutato poi anche l’intervento dell’Associa-zione a sostegno
dei terremotati dell’Aquila nel periodo
che ha seguito il sisma. Attraverso la
sezione regionale dell’Abruzzo era stata
predisposta infatti una raccolta di fondi
a partire dai giorni immediatamente
successivi al disastro.
L’iniziativa, oltre a fornire naturalmente un aiuto concreto e immediato alle
popolazioni senza dimora, ha avuto
una forte valenza simbolica per l’agricoltura e l’economia rurale dell’aquilano: la fiducia per ripartire subito più
determinati che mai e per non perdere quelle antiche tradizioni e quei
sapori locali di aree montane che rappresentano un’enorme risorsa per questa terra.
Le sezioni regionali si sono proposte
inoltre di consolidare sempre più quella serie di concorsi, spesso denominati “master”, che in tutto il territorio
italiano portano i sommelier Ais a confrontarsi, a competere e, in un certo
senso, a dare spettacolo: oltre a favorire l’innalzamento della professionalità e della preparazione dei parteci-
L Il forum dei Presidenti
panti (tutti sommelier usciti dai corsi ufficiali), promuovono la diffusione della cultura del vino e del
“bere bene e consapevole” negli strati più variegati
della popolazione in tutte le regioni. In particolare,
si è riscontrato che queste manifestazioni, spesso
vere e proprie sfide tra sommelier a “colpi di sorsi”,
costituisco un vero e proprio traino per rendere note
le altre attività dell’Ais. Non c’è niente di più efficace per convincere la gente a frequentare i corsi e le
iniziative associative che il mostrare, anche in maniera originale e coinvolgente, la competenza, la passione e la preparazione dei nostri sommelier. A tal
proposito, la figura del “Miglior Sommelier d’Italia”,
l’annuale vincitore del prestigioso “Trofeo Guido
Berlucchi”, sarà valorizzata ancor di più nelle stagioni a venire come vero e proprio portavoce
dell’Associazione con la sua partecipazione a degustazioni, fiere, tavole rotonde e concorsi.
Sono stati infine affrontati i metodi di divulgazione
e promozione delle attività Ais per i mesi futuri. Le
immense potenzialità della rete e la diffusione sempre più capillare dei nuovi media tra i giovanissimi
sono elementi che non saranno trascurati. L’opera
dell’Ais infatti si svilupperà in maniera sempre più
intensa proprio attraverso Internet, diventato ormai
veicolo di informazioni in tempo reale su scala mondiale. Tutto ciò che potrà essere materia di discussione e approfondimento viaggerà nel web.
L’unica azione, però, che la rete non potrà mai compiere sarà quella di divulgare ciò che è racchiuso in
un buon bicchiere di vino. A questo, ancora per tanto
tempo, penserà l’Ais.
(E. L.)
L André Beaufort e la first lady dell’Ais Luciana Medri
Mappamondo
La
Nuova Zelanda
ringrazia
il
Pinot nero
di Riccardo Castaldi
COL SAUVIGNON
QUESTO VITIGNO HA
CONTRIBUITO ALLO
SVILUPPO DEL SETTORE
VITIVINICOLO DEL
PAESE
94
e difficoltà che comporta in fase
di coltivazione, sommate alla
non facile gestione enologica,
hanno contribuito a far acquisire al
Pinot nero uno status nobiliare internazionalmente riconosciuto, tanto che
gli agronomi e gli enologi in grado di
ottenere buoni risultati con questo
vitigno sono tenuti in alta considerazione.
Il Pinot nero, preceduto come importanza solo dal Sauvignon, ha giocato un ruolo di primo piano per lo svi-
L
luppo del settore vitivinicolo neozelandese, il quale è stato trainato e fatto
conoscere in tutto il mondo grazie proprio ai risultati ottenuti da questi due
vitigni. Una progetto di collaborazione con la New Zealand Winegrowers
Association di Auckland, con il
Consolato della Nuova Zelanda di
Milano e la New Zealand Trade and
Enterprise, mi ha portato nel maggio
2008 nelle regioni neozelandesi di riferimento per la produzione di questo
vitigno.
Pinot nero nella regione di Central Otago
Vigneti di Pinot Nero
presso l'azienda Mt Difficulty,
Central Otago
UN VITIGNO IN ESPANSIONE
Il Pinot nero è presente sul suolo neozelandese dal 1897, anche se i primi
risultati enologici di rilievo vengono fatti
risalire alla metà degli anni Ottanta,
quando la sua coltivazione si è diffusa
nel distretto di Martinborough, all’interno della Wairarapa region, situata
nei dintorni di Wellington, nella porzione meridionale della North Island.
Nel corso del decennio successivo il
Pinot nero è stato messo a dimora in
tutte le regioni della South Island,
ovvero Marlborough, Nelson, Canterbury/Waipara e Central Otago, nonché in alcuni siti particolari della
North Island rientranti nelle regioni
Hawkes Bay, Gisborne e Auckland,
dando vita a una impressionante crescita che, sull’onda del successo
riscosso soprattutto nei mercati esteri, non si è ancora fermata. Nell’arco
del periodo 1996-2006 il Pinot nero è
difatti passato da 431 a 4.063 ettari,
divenendo il secondo vitigno più coltivato dopo il Sauvignon a spese dello
Chardonnay, mentre nel 2008, secondo i dati forniti dalla New Zealand
Winegrowers Association, ha raggiunto 4.638 ettari.
La maggior superficie di Pinot nero è
concentrata nella Marlborough region,
nella quale è stato inizialmente messo
a dimora per la produzione di spumante metodo classico, che detiene il 44
per cento del totale, la quale è seguita dalla Central Otago region con il 23
per cento, Wellington region con il 14
per cento, Canterbury/Waipara region
con il 9 per cento e Nelson region con
il 4 per cento. Nel corso della vendemmia 2008, che è stata la più abbondante in assoluto nella storia vitivinicola del Paese, sono state prodotte
32.878 tonnellate di uva Pinot nero,
corrispondenti a una resa media di
7,09 tonnellate per ettaro.
Negli ultimi le esportazioni di Pinot
nero sono aumentate vertiginosamente, passando dai 0,3 milioni di litri del
2000 ai 4,9 milioni di litri del gennaio 2007, facendo registrare una crescita del 1534%; i mercati di riferimento sono rappresentati da Regno
Unito, Stati Uniti e Australia, che congiuntamente assorbono l’85% del
Pinot nero prodotto. Le esportazioni
di Pinot nero in Italia, come per tutti
i vini neozelandesi, sono al momento
ancora esigue ma non manca l’interesse verso il nostro Paese, confermato dal fatto che nel 2009 la Nuova
Zelanda sarà presente per la prima
volta al Vinitaly.
UN AMBIENTE DI COLTIVAZIONE IDEALE
In Nuova Zelanda il Pinot nero ha trovato condizioni pedoclimatiche ottimali per lo sviluppo e la maturazione, che assieme alle pratiche agronomiche di gestione del vigneto e alle
tecniche adottate in cantina, messe a
punto grazie anche a una ricerca concreta e mirata, ne hanno consentito
un’espressione ad alti livelli per gran
parte della sua produzione.
Senza dubbio dalla Nuova Zelanda
provengono la maggior parte dei
migliori Pinot nero prodotti nel Nuovo
Mondo, sicuramente in grado di confrontarsi alla pari con quelli prodotti
nel Vecchio Continente, visti i risultati conseguiti nei principali concorsi enologici internazionali e soprattutto il gradimento espresso dal mercato. Tra le caratteristiche che rendono l’ambiente di coltivazione neo95
Mappamondo
Wine Shop a Martinborough
zelandese particolarmente adatto alla
produzione di Pinot nero di elevata
qualità, deve essere considerato il
clima, caratterizzato da temperature
tendenzialmente fresche durante tutta
la stagione vegetativa, che favoriscono una lenta e graduale maturazione
delle uve, e da un elevato numero di
ore di sole. L’elevata escursione termica che si verifica tra il giorno e la
notte, che non di rado si avvicina a
20° C, risulta essere di fondamentale importanza per il raggiungimento
della maturazione fenolica ottimale e
per lo sviluppo della complessità aromatica. Da non sottovalutare anche
l’importanza della bassa umidità e
della scarsa piovosità che caratterizzano l’autunno, che consentono di
evitare gli attacchi di muffa grigia, a
cui il vitigno è molto sensibile, e di
vendemmiare nel momento ritenuto
più opportuno.
I suoli delle aree in cui si coltiva il
Pinot nero sono caratterizzati da una
elevata frazione di argilla, quindi tendenzialmente pesanti, arricchiti da
una componente di frammenti rocciosi grossolani che garantiscono un
buon drenaggio ed evitano il ristagno
idrico.
QUALITÀ DAL VIGNETO ALLA CANTINA
Gli impianti di Pinot nero presentano
una densità compresa tra 1300 e oltre
6000 piante per ettaro, con una media
96
Marlborough, vigneti
nazionale di 2733 piante per ettaro,
a cui ha corrisposto nel corso della
vendemmia 2008 una produzione
media di 2,6 chilogrammi di uva per
pianta. Molta importanza viene riservata alla gestione della chioma, per
cui si eseguono normalmente il diradamento dei germogli, la defogliazione – finalizzata a favorire la diffusione della luce e a impedire lo sviluppo
delle malattie fungine – nonché il diradamento dei grappoli, qualora il loro
numero sia in eccesso rispetto alle
potenzialità produttive della pianta.
L’epoca di vendemmia viene decisa
oltre che con le analisi chimiche su
campioni di uva, anche con il controllo dell’evoluzione del grado di maturazione degli acini tramite l’assaggio;
le visite in vigneto degli agronomi si
fanno via via più frequenti quanto più
ci si avvicina al momento della raccolta.
L’uva viene vendemmiata sia manualmente che meccanicamente, cercando di mantenere il più possibile integri gli acini, e rapidamente condotta
in cantina. Dopo la pigiatura e la diraspatura - nel caso della raccolta
manuale – viene eseguita generalmente una macerazione pre fermentativa
a freddo, al fine di iniziare ad estrarre dalle bucce le sostanze aromatiche
e gli antociani.
La fermentazione, che avviene in cisterne d’acciaio, è in genere sostenuta dai
lieviti selezionati inoculati e solo in alcuni casi dai lieviti selvatici naturalmente presenti sull’uva e negli ambienti di
cantina; questa seconda opzione, almeno per parte della produzione, è comunque in espansione, dato che consente
di ottenere un’espressione organolettica con picchi aromatici meno intensi
ma decisamente più ampia.
Nel corso del processo fermentativo,
che dura mediamente 7-8 giorni e raggiunge 30-32°C, vengono eseguiti 34 rimontaggi o follature giornaliere;
al termine della fermentazione si esegue una macerazione post fermentativa al fine di aumentare l’estrazione
di polifenoli. Come tutti i rossi neozelandesi, anche il Pinot nero soggiace
alla fermentazione malolattica, che
può partire spontaneamente oppure
a seguito dell’inoculo dei batteri lattici, la quale rende il prodotto più morbido.
L’invecchiamento avviene prevalentemente in barrique francesi ed ha una
durata compresa tra 9 e 18 mesi, dopo
di che si procede all’imbottigliamento; dopo un affinamento in bottiglia
variabile da 3 a 6 mesi il vino viene
immesso in commercio.
UN VITIGNO, MOLTI TERROIR
Il Pinot nero della Nuova Zelanda si
distingue da quelli prodotti nelle altre
aree viticole del mondo per intensità
e pienezza delle sensazioni organolet-
sentori di “dark fruits” e speziati; quelli della Gibbston Valley si presentano
morbidi e fruttati, con sentori di lampone, fragola, erba fresca e speziati
mentre le zone di Bannockburn e
Loburn, che presentano i microclimi
più caldi della regione, danno un Pinot
nero più corposo e tannico, con sentori di ciliegia e una leggera nota di
timo essiccato.
Pinot Nero in degustazione presso la sede della NZ Winegrowers di Auckland
tiche che riesce a esprimere; al
momento della degustazione il Pinot
nero neozelandese solitamente inizia
a stupire già dal colore, sorprendentemente intenso per questo vitigno.
Da qualche anno è in atto uno sforzo, sia da parte dei produttori che dei
ricercatori, finalizzato a mettere in
risalto e a valorizzare le differenti
espressioni che questo vitigno consente di ottenere nelle varie regioni di
produzione.
MARLBOROUGH REGION
Nella Marlborough region, dove si individuano la Wairau Valley, l’Awatere
Valley e le Southern Valleys (Omaka,
Brancott e Waihopai), il clima è in
generale marittimo, caratterizzato però
da una marcata variabilità della temperatura da un giorno all’altro.
Il Pinot nero proveniente da questa
regione ha un profilo aromatico che
rientra prevalentemente nello spettro
dei frutti rossi, con sensazioni gustative che richiamano intensamente il
lampone ma anche la prugna; la struttura è lineare, sorretta da un tannino fine e garbato.
Risponde a queste caratteristiche il
Pinot nero prodotto nella Wairau
Valley, la quale si caratterizza per il
microclima moderatamente secco e
più caldo della regione nonché per i
terreni di neo formazione scarsamente fertili. Nelle Southern Valleys inve-
ce, il microclima fresco e secco, associato a suoli di antica formazione e
mediamente fertili, porta a un Pinot
nero che si distingue per sensazioni
olfattive che rientrano nello spettro di
quelli che sono definiti “dark fruits”,
tra cui rientrano more, ribes nero,
amarene e prugne, nonché per l’intensità e la pienezza delle sensazioni
gustative. L’Awatere Valley, che ha il
microclima più fresco e più secco della
regione e suoli di recente formazione,
mediamente fertili, consente di produrre un Pinot nero le cui caratteristiche organolettiche sono intermedie tra quelle della Wairau Valley e
delle Southern Valleys.
CENTRAL OTAGO REGION
E’ la regione viticola più a sud del
Mondo, caratterizzata da clima continentale poco piovoso, con bassa
umidità relativa, reso particolare da
un elevato numero di ore di sole e
da giorni molto lunghi. I suoli sono di
origine morenica, eolica – Loess – nonché alluvionali, generalmente comunque ricchi in rocce che li rendono non
soggetti al ristagno idrico. Nell’ambito
di questa regione si individuano diverse sottoregioni ovvero Gibbston,
Bendigo, Alexandra, Bannockburn e
Loburn.
Per quanto concerne lo stile, i Pinot
nero della Central Otago region sono
intensamente profumati, corposi, con
WAIRARAPA/MARTINBOROUGH
Il clima si presenta simile a quello
della Marlborough region, anche se
con una primavera leggermente più
fresca e umida, temperature diurne
leggermente superiori durante l’estate e notti più fresche in autunno; i terreni sono alluvionali, anche in questo caso ricchi di scheletro.
Il Pinot nero di questa regione richiama frutti dolci, con sentori che rientrano nello spettro della prugna matura e del cioccolato particolarmente
intensi. Sotto il profilo gustativo si
caratterizzano per il tannino rotondo,
importante per controbilanciare le
sensazioni gustative morbide.
CANTERBURY/WAIPARA
Questa regione si caratterizza per un
clima con bassa piovosità, moderata
insolazione e autunni secchi e lunghi, confacenti a una lenta e buona
maturazione. I suoli sono depositi di
rocce grossolane del fiume Waipara
nei fondovalle e argillo-limosi alle pendici delle colline.
La combinazione pedoclimatica porta
all’ottenimento di un Pinot nero molto
intenso sotto il profilo gustativo che
si distingue per i sentori di frutti rossi
e di prugna, con una leggera nota speziata e di pepe. Ai sentori fruttati si
contrappongono una buona freschezza e una buona acidità.
NELSON
Grazie alla protezione offerta dalle
montagne a sud, ovest ed est, il clima
si presenta temperato e soleggiato,
tanto che Nelson è la regione più calda
in cui sia coltivato il Pinot nero. I suoli
sono in prevalenza limosi e ricchi di
scheletro, con una frazione variabile
di argilla.
Il Pinot nero di questa regione risulta essere fragrante, caratterizzato
da una buona complessità e da una
tessitura morbida, con sentori intensi sia di ciliegia sia di prugna.
97
Sicurezza stradale
L’etilometro
uno strumento
per autogestirsi
Associazione italiana sommelier metterà a disposizione dei soci e di coloro che parteciperanno
alle degustazioni organizzate dall’Ais etilometri omologati. La decisione fa parte del programma varato da tempo dal presidente nazionale Terenzio Medri e
dalla Giunta esecutiva nazionale per sensibilizzare tutti
gli enoappassionati sul tema del bere consapevole. “Gli
etilometri saranno utilizzati al termine delle degustazioni – ha detto Medri – prima di mettersi al volante per
testare il proprio tasso alcolico, per non provocare incidenti e per non incorrere così nella decurtazione dei
punti della patente e in multe assai salate. E’ insomma uno strumento che l’Ais mette a disposizione per
autogestirsi e valutare se si può guidare oppure no.
L’associazione è d’accordo con chi intende combattere
le stragi del sabato sera con misure rigorose, che non
deve punire chi beve un bicchiere di vino a pasto ed è
sobrio, ma deve fronteggiare chi mette a repentaglio
la sua vita e quella degli altri assumendo in maniera
L’
sconsiderata ed indiscriminata alcolici e superalcolici”.
Su questa linea si è schierato anche il ministro delle
Politiche agricole Luca Zaia: «Bisogna finirla di considerare ubriaco chi beve due bicchieri: è in atto una criminalizzazione del vino che non ha senso alcuno e
che sta uccidendo uno dei comparti più pregiati del
made in Italy». In un'intervista a Quattroruote il ministro entra nel merito del dibattito sui limiti di tasso
alcolemico per chi guida, attaccando i sostenitori della
tolleranza zero: «Non credo nella cultura del proibizionismo – commenta il ministro – il limite attuale, 0,5
grammi di alcol per litro di sangue è ragionevole e stradigerito dall'opinione pubblica, entro questi livelli si è
sobri e perfettamente in grado di guidare. Corrisponde
a due bicchieri di un vino che abbia non più di 11 gradi,
diciamo uno spumante o un rosso non strutturato».
Zaia invita a guardare con attenzione le statistiche sugli
incidenti: solo il 2,09 per cento è causato da guidatori
in stato d'ebbrezza, cioè ben al di sopra dello 0,5: «Non
vedo perché dovrei rinunciare a bere con intelligenza e
moderazione, solo perché ci sono irresponsabili che si
ubriacano», osserva Zaia.
«E perché non si guarda con altrettanta severità – conclude il ministro – alle altre cause degli incidenti?
Vogliamo parlare del fumo o dei farmaci che danno sonnolenza? Degli antistaminici che migliaia di italiani
prendono in primavera per combattere le allergie? O
dei tranquillanti? Temo siano più pericolosi dei fatidici due bicchieri, ma nessuno se ne occupa».
(P.P.)
Il ministro delle
Politiche agricole
Luca Zaia si oppone
al proibizionismo a
sostegno della cultura del “bere consapevole”
98
Nuove denominazioni
La rivoluzione
del
Prosecco
di Silvia Baratta
rosecco uguale vino spumante
italiano. Negli ultimi anni, nel
mercato internazionale, si è
diffusa questa equazione. Dalla prossima vendemmia, però, cambierà il
mondo del Prosecco che assumerà
una chiara identità. Si prepara,
infatti, una vera rivoluzione per uno
dei vini che in questi anni ha registrato i maggiori consensi. Il 17 luglio
2009 è stato pubblicato il Decreto
ministeriale che sancisce il riconoscimento della Doc Prosecco e della Docg
per Conegliano Valdobbiadene e Colli
Asolani. Dalla prossima vendemmia,
dunque, il panorama dei migliori vini
d’Italia, rappresentati dalle Docg, si
arricchirà di due nuove “bollicine” e
il Prosecco Igt diventerà Doc.
Con la nuova normativa, dunque, il
nome Prosecco diverrà sinonimo di
vino a Denominazione di origine prodotto esclusivamente nel nord est
d’Italia.
Un risultato non da poco, se si pensa
a fenomeni che in questi anni hanno
scosso il mercato come la lattina pubblicizzata da Paris Hilton o i blend
improbabili come il Prosecco rosé o
il Prosecco Moscato, proposti in
alcuni mercati. Ecco cosa accadrà.
P
L’area storica
presenta la nuova identità
Dalla prossima vendemmia il Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, area
storica di produzione, diverrà Conegliano Valdobbiadene Docg e il prodotto sarà commercializzato dall’aprile 2010. Anche la confinante zona
dei Colli Asolani, oggi Doc, diverrà
Docg. I produttori di Conegliano Val99
Nuove denominazioni
dobbiadene potranno scegliere se
usare il solo nome di territorio o associarlo anche alla parola Prosecco per
le tipologie frizzante e tranquillo, Prosecco Superiore per lo spumante.
Per aiutare il mercato a riconoscerlo, ogni bottiglia dovrà riportare il
logo identificativo della denominazione. Il passaggio a Docg per l’area
storica di produzione, che comprende 15 comuni fra le cittadine di Conegliano e Valdobbiadene, è stato complesso. Grazie anzitutto all’impegno
del Mipaaf e al lavoro del Consorzio
di tutela, delle istituzioni e delle associazioni di categoria, si è creato però
un dialogo con tutto il comparto, rappresentato da 2.913 viticoltori, 454
vinificatori e da 166 case spumantistiche, che produce ogni anno oltre
57 milioni di bottiglie.
Ma quali sono le novità? Per il Conegliano Valdobbiadene Docg si manterranno le regole applicate oggi alla
Doc. Per i più virtuosi vi sarà però
l’introduzione delle Rive, ovvero le
selezioni di singolo vigneto, che le
aziende potranno decidere di produr100
re. In questo caso, le rese saranno
di 130 q.li/ha e l’origine delle uve
dovrà essere esclusivamente di quella
vigna. In etichetta sarà riportato il
nome del territorio, ad esempio “
Conegliano Valdobbiadene Docg –
Rive di Solighetto”.
Con le Rive si potrà evidenziare in
etichetta il nome del comune o della
frazione di origine delle uve, per
mettere in luce le località, che nel
tempo hanno dimostrato particolare vocazione o pregio. Il toponimo
verrà preceduto dal termine tradizionale “Rive”, che sta a indicare i
vigneti posti in collina nel gergo
locale.
“Le Rive sono i vigneti che tutti
vogliono vedere e nessuno vuole coltivare” afferma il Presidente del Consorzio di tutela Franco Adami. Si
tratta, infatti, delle vigne più virtuose, poste in alta collina, dove è difficile anche stare in piedi senza
cadere. Al vertice della piramide qualitativa si manterrà il Cartizze, spumante della storica sottozona del
“Superiore di Cartizze”, un’unica
collina di circa 100 ettari di vigneto
fra le località di Santo Stefano,
Saccol e San Pietro di Barbozza, in
comune di Valdobbiadene.
“Comunicare la Docg sarà una
nuova sfida e dovremo quindi rinnovare la nostra strategia – afferma il
Direttore del Consorzio di Tutela
Giancarlo Vettorello – E’ stato quindi
avviato uno studio di comunicazione con la Robilant & Associati di
Milano. Obiettivo del lavoro sarà valorizzare gli elementi di identità che
accomunano i produttori, lasciando poi ai singoli l’espressione delle
differenze che rendono così interessante e ricca la denominazione”. Oltre
a individuare il messaggio da dare,
sarà importante mettere in campo
azioni di promozione mirate, anche
avviando sinergie con le altre Docg.
La prima attività sarà un evento a
inizio anno, a New York e Chicago,
dove il Conegliano Valdobbiadene si
presenterà con Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino e
Chianti Classico, vino simbolo dell’enologia italiana.
LE REGOLE
DI PRODUZIONE
DELLA DOCG
! Come al momento dell’ottenimento della Doc, nel 1969, la zona di
produzione sarà limitata ai 15
comuni collinari tra Conegliano e
Valdobbiadene.
! Il vino viene prodotto con il taglio
di uve del vitigno Glera (nuovo
nome del Prosecco) al minimo
dell’85% e per un massimo del
15% di uve Verdiso, Bianchetta,
Boschera, Glera lunga varietà presenti da secoli nelle colline di
Conegliano-Valdobbiadene.
! La produzione è di 135 q.li/ha,
come l’attuale Doc.
! I produttori potranno evidenziare
in etichetta il nome del comune o
della frazione di origine delle uve,
per mettere in luce le località di
particolare vocazione o pregio. In
questo caso il toponimo verrà preceduto dal termine tradizionale
“Rive. La produzione è di 130
q.li/ha, con l’obbligo della raccolta manuale delle uve e dell’indicazione del millesimo. Per le
“Rive” è prevista la sola tipologia
spumante.
! Al vertice qualitativo della Deno-
L Il Prosecco in lattina pubblicizzato da Paris Hilton. No comment!
minazione Garantita rimane il
“Superiore di Cartizze”, con resa
di 120 q.li/ha e la produzione
della sola tipologia spumante.
Al lavoro per l’ottenimento della Docg
si è affiancato quello per la protezione internazionale del Prosecco, resa
possibile grazie al tavolo di concertazione, creato dalla filiera vitivinicola trevigiana presso la Camera di
Commercio di Treviso, con il supporto della Regione Veneto. Il progetto
ha avuto proporzioni eccezionali,
coinvolgendo nella sola provincia di
Treviso più di 10.000 produttori.
Ecco nel dettaglio cosa accadrà.
Prosecco proprietà intellettuale
dell’Italia
Con l’ottenimento della Doc Prosecco, ogni bottiglia che porterà in etichetta il nome Prosecco dovrà sottostare a regole precise come la provenienza delle uve, il rispetto della
resa/ettaro, il controllo di filiera e
l’analisi organolettica prima dell’immissione sul mercato.
La Doc Prosecco riguarderà nove province di Veneto e Friuli Venezia Giulia
e il vino qui prodotto si chiamerà Prosecco Doc. Solo la provincia di Treviso
e quella di Trieste potranno indicare in etichetta “Prosecco di Treviso”
e “Prosecco di Trieste”. Questo perché
Treviso è l’area più antica e importante per la produzione (oltre il 90%)
e in essa si trova la denominazione
storica di Conegliano-Valdobbiade-
ne. Trieste è invece importante perché
rappresenta la provincia in cui si
trova la località di Prosecco, luogo
storicamente collegato all’origine del
vitigno.
Treviso e Trieste, nell’ottenimento
della Doc, hanno dunque avuto un
ruolo fondamentale, grazie all’unione della tradizione produttiva di
Treviso con l’origine toponomastica
della località di Prosecco.
La nuova Doc imporrà che le uve provengano dalle sole province autorizzate. Anche l’imbottigliamento
dovrà avvenire nelle 9 province
appartenenti alla Denominazione, ad
eccezione dei produttori fuori dalla
zona di coltivazione che dimostrino
di avere già prodotto questo vino per
un numero congruo di anni.
Nella nuova Doc si avranno le tipologie: Prosecco Tranquillo, Prosecco
Frizzante, Prosecco Spumante. La
nuova denominazione sarà sottoposta ai parametri previsti dalle Doc tra
cui il controllo di filiera in vigneto e
in cantina, l’analisi chimica e organolettica necessaria prima dell’entrata in commercio del prodotto
imbottigliato.
LE REGOLE
DI PRODUZIONE
DELLA DOC
! Provenienza delle uve e imbottigliamento nelle nove province
autorizzate.
! Il vino viene prodotto con il taglio
di uve del vitigno Glera (nuovo
nome del Prosecco) al minimo
dell’85% e per un massimo del
15% di Pinot Chardonnay.
! La produzione passa da 250 q.li
/ha previsti attualmente dall’Igt
a 180 q.li/ha.
Ecco, quindi, quali novità aspettano il
mercato. “Prosecco” dalla vendemmia
2009 diverrà dunque Denominazione
riferita a un vino e proprietà intellettuale di uno Stato Membro della UE,
l’Italia. La sua protezione sarà garantita dalla normativa dei prodotti di
qualità della Comunità Europea e
questo tutelerà l’immagine non solo
in Italia ma anche in tutto il mondo,
eliminando così produzioni in altri paesi
o in altre regioni d’Italia. La sfida, ora,
sarà comunicare al consumatore questo
nuovo assetto e i sommelier avranno
un ruolo fondamentale.
101
Anniversari
I 120 petali della
di Daniele Urso
era una volta una storia di
usurpatori e regine, di
misteri e furti, di barbari e
Paesi lontani. Di abbinamenti più
o meno azzeccati. C’era una volta…
(ma per fortuna c’è ancora) la pizza
Margherita. Perché al centro di un
intrigo che ha tutti gli ingredienti di
una spy story c’è proprio il più conosciuto e diffuso dei piatti italiani, che
quest’anno compie 120 anni. Questo
secondo alcuni perché se pasta,
mozzarella, pomodoro, olio e basilico mettono d’accordo tutti a tavola, altrettanto non si può dire sul
“test di paternità”. Andiamo però con
ordine.
L’11 giugno a Napoli si è festeggiato
il compleanno della pizza Margherita.
Rievocazioni storiche, figuranti in
abiti ottocenteschi e una sfilata che
ha accompagnato in giro per il capoluogo campano una bella modella
dagli occhi azzurri in candido vestito bianco su una carrozza d’epoca.
Ruolo della ragazza, interpretare una
novella Margherita di Savoia. Giunto
in piazza del Plebiscito il corteo, condotto dall’assessore provinciale
all’Agricoltura uscente Francesco
Emilio Borrelli, si è diretto verso la
“Pizzeria Brandi”. Dove, leggenda
vuole, c’è esposto “l’atto di nascita”
della madre, per fama, di tutte le
pizze. Su un documento ingiallito firmato dal Gran capo dei servizi di
tavola di casa Savoia si legge l’apprezzamento della regina per l’alimento inventato dal popolo napoletano. Fu allo storico indirizzo che nel
1889 due “marinai” offrirono la pie-
C’
La Regina Margherita al 120°
compleanno della pizza
102
tanza alla sovrana che, dopo averla
piegata a “portafoglio”, la mangiò
rigorosamente con le mani. E questo è il mito.
III LA STORIA DIETRO AL MITO
Poi c’è anche la storia, o almeno una
delle molte cronache tramandate nel
tempo. Nel 1889 Umberto I e la consorte Margherita di Savoia si recarono in Campania. Un viaggio diplomatico nell’ex Regno delle Due Sicilie,
annesso nel 1860, ma anche un tour
gastronomico per assaggiare la
decantata cucina partenopea. Fin dal
1800 le pizze più famose di Napoli
erano tre: la pizza alla mastunicola
(più o meno l'odierna pizza bianca),
la pizza alla marinara (olio, pomodoro, origano, aglio e cecenielli e cioè
alici) e la pizza pomodoro e mozzarella (con l’aggiunta di olio) . I sovrani in viaggio si fermarono a Palazzo
reale, dove vennero convocati due dei
pizzaioli più conosciuti della città,
Raffaele Esposito e sua moglie Rosina
Brandi. Dopo aver fatto assaggiare
mastunicola e marinara ai nobili, i
due cuochi offrirono anche il terzo
“must”, la pomodoro e mozzarella,
ma con l’aggiunta di basilico, in onore
del tricolore della neonata Italia. Alla
regina Margherita il piatto piacque
così tanto che si complimentò con
Esposito, il quale diede alla pizza il
nome della sovrana. Tutti felici e contenti?
III LA POLEMICA
Mentre da “Brandi” assessore, figuranti e turisti festeggiavano leccan-
Margherita
dosi le dita dopo un trancio di pizza,
a Napoli l’11 giugno è scesa in piazza anche una contromanifestazione. A organizzarla il movimento neoborbonico che mal sopporta l’accostamento di uno dei simboli di Napoli
a una “usurpatrice” sabauda. La
pizza pomodoro e mozzarella per loro
è nata sotto la dinastia Borbonica
e quello della regina Margherita
sarebbe solo un “falso storico”.
Emmanuele Rocco, infatti, autore di
“Usi e costumi di Napoli e contorni”
(1866, 23 anni prima della datazione del documento esposto da
Brandi), presenta gli ingredienti,
basilico compreso, del piatto che da
quasi un secolo si mangiava in città:
“le pizze più ordinarie, dette con
l'aglio e l'olio”, fermo restando il
pomodoro, “vi si sparge, oltre il sale,
l'origano e spicchi d'aglio trinciati
minutamente”, recita il filologo. Altre
invece “sono coperte di formaggio
grattugiato e condite con lo strutto e
vi si pone di sopra qualche foglia di
basilico” con “delle sottili fette di mozzarella”. Apriti cielo. Secondo il Movimento in questo testo, “è descritta
chiaramente la Margherita perché le
liste di mozzarella sono disposte
appunto come nel fiore”. Da ciò si
dedurrebbe che il piatto sia “storicamente antecedente alla conquista piemontese” e non debba “essere collegata alla moglie di un re usurpatore”. Ma non basta. I neoborbonici nel
loro comunicato hanno anche invitano le “pizzerie napoletane a creare la Margherita borbonica per soppiantare quella filosabauda e far sparire un'altra favola risorgimentale”.
Magnifiche contraddizioni del Belpaese, dove la divisione non è più tra
Nord e Sud, ma tra Savoia e Borbone…
Per rimescolare ancora un po’ le carte
basta girare indietro di qualche altro
secolo le lancette della macchina del
tempo. La parola pizza, infatti, deriverebbe secondo alcuni dal termine di
origine greca “pitta”, evolutasi poi in
“pinza” e finalmente nella moderna
pizza. Una focaccia piatta (su modello della “maza” egizia) originariamente diffusa nel Balcani, in Turchia e
sparsa per tutto il Mediterraneo. La
parola “pizza” si sentiva già pronunciare nell’undicesimo secolo nelle
Marche e in Campania. E ce ne sarebbe una trascrizione scritta nel Codice
diplomatico gaetano, già nel 997 dopo
Cristo.
Secondo il professore Francesco
Sabatini a portarla nel Paese potrebbero essere stati i Longobardi che
conobbero la pitta greca nella
Pannonia (regione che oggi comprende Ungheria, una parte dell’Austria,
nord della Croazia e qualche chilometro di Slovenia), la loro terra prima
della calata in Italia. Se lo sapesse la
Lega nord… Napoli, comunque, non
fu mai conquistata dai Longobardi
ma il buon cibo varca più facilmente le frontiere di un’armata. Certo,
non avevano pomodoro, mozzarella e
basilico, ma questa è un’altra storia.
III LA VERA PIZZA MARGHERITA
Falsi storici e manifestazioni a parte,
il centoventesimo compleanno della
regina delle pizze è stato tribolato
anche per l’allarme lanciato da
Coldiretti, che ha denunciato le troppe pizze tarocche piene di ingredienti di dubbia provenienza. Imitazioni
alle quali Napoli ha cercato di mettere un freno con un lungo percorso iniziato con gli studi della II
Università di Napoli, Cattedra di
Fisiologia della Nutrizione, che ha
tracciato il primo disciplinare scientifico di produzione della pizza napoletana.
Su questa base nel 1998 l’amministrazione del capoluogo campano ha
registrato il marchio di possesso,
seguito dalla norma Uni 10791, in
cui è sancito il carattere artigianale della pizza, con lavorazione a
mano (ma il disciplinare non boccia
l’impastatrice) e utilizzo del forno a
mattoni refrattari alimentato a legna.
Per i puristi su una Margherita deve
esserci esclusivamente olio extra vergine d'oliva, pomodoro tipo San
Marzano e mozzarella di bufala Dop
campana e basilico italiano. Il disciplinare del 2004 è di manica un po’
più larga. La “pizza Napoletana” Stg
(Specialità tradizionale garantita)
riconosce la Margherita extra e la
Margherita. Non sono obbligatori i
San Marzano, ma il pomodoro fresco sì. La extra si fa solo con mozzarella di bufala campana, mentre
per la “normale” basta il fior di latte
dell’Appennino meridionale.
III COSA BEVO?
Finalmente la Margherita arriva in
tavola, ma qui si apre un nuovo
discorso. Meglio accompagnarla con
il vino o con la birra? La disquisizione assomiglia pericolosamente a
quella sulla sesso degli angeli, quindi meglio accantonarla in fretta.
Basti notare che in pizzeria è decisamente più facile vedere una pinta,
che un calice. Questo però non
esclude la possibilità di berci del
vino. Basta che sia quello giusto. Ci
hanno provato ripetutamente con il
Prosecco di Valdobbiadene, ma i
napoletani si sono rivoltati: “Se proprio volete le bollicine l’abbinamento ideale è con un Asprinio d’Aversa
spumante”, si è sentito urlare ai
piedi del Vesuvio. Meglio quindi
muoversi con cautela, perché in ogni
regione c’è chi è convinto di produrre il perfetto vino da abbinare alla
pizza Margherita. Per non far torto
a nessuno, si può individuare il prodotto ideale in un bianco fresco,
sapido e profumato. Restando in
Campania magari un Falerno del
Massico bianco. Qualcuno ci potrebbe veder bene anche un rosso poco
strutturato e poco alcolico, magari
quel Gragnano che già Totò decantava in “Miseria e Nobiltà”. Un po’
Lambrusco e molto partenopeo.
Difficile però mettere tutti d’accordo: se non c’è riuscita una regina…
103
Eventi
Tai rosso
chiama Mondo
e i territori del
Grenache rispondono
hi abbia portato il Tai Rosso
sui Colli Berici rimane ancora un mistero. Potrebbero
essere stati i monaci Cistercensi,
nel quattordicesimo secolo, di ritorno da un viaggio ad Avignone, allora sede del papato. Oppure, molto
più tardi, qualche migrante in Francia potrebbe aver viaggiato con alcune barbatelle. Quel che è certo è che
il Tai (ma molti in loco lo chiamano
ancora Tocai, con buona pace degli
amici ungheresi che ne hanno vietato l'uso) altro non è che Grenache. Ovvero la quarta varietà più
coltivata al mondo, l'uva più diffusa nel bacino mediterraneo. La stessa che in Spagna viene chiamata
Guarnacha o Alicante, in Sardegna
Cannonau, in Umbria Gamay Trasimeno, nelle Marche Vernaccia di
Serrapetrona, in Campania Guarnaccia. E l'elenco potrebbe proseguire con decine di altre denominazioni legate ciascuna ad una zona di
produzione. Nel sud della Francia,
dove è alla base dell'uvaggio del prestigioso Châteauneuf-du-Pape, è
semplicemente Grenache. Di questa
“famiglia allargata” si è parlato a
“Tai Rosso chiama mondo, primo
simposio dei terroir del Grenache”
organizzato a Vicenza su iniziativa
di Qualithos, associazione che riunisce tre produttori di Tai Rosso (le
aziende agricole Le Pignole, Piovene Porto Godi e Dal Maso) e una
distilleria che ne produce la grappa
(la distilleria Brunello). Un'iniziativa resa possibile grazie al patrocinio di Ais Veneto. E proprio il pre-
C
104
sidente di Ais Veneto, Dino Marchi,
ha introdotto il tema dell'incontro,
sottolineando l'importanza di attingere a nuove argomentazioni per
sostenere la funzione di comunicatore del sommelier. “Oggi il vino –
L Grappa e Tai Rosso Qualithos
ha spiegato – è criminalizzato: alla
televisione si parla ormai solo di
abuso e di incidenti d'auto. Dobbiamo riappropriarci di argomentazioni costruttive, che parlano di tradizioni, di cultura, di rapporti tra
sio – ha concluso Paolo Padrin, dell'Azienda Le Pignole – rappresentano un momento di confronto con
altri territori che permette a tutti di
crescere. Oggi si deve ragionare per
il mercato globale, soprattutto per
vini legati a un territorio locale”. Il
simposio si è chiuso con la promessa di costituire un tavolo permanente di riflessione e confronto sul Grenache.
VINI E GRAPPE
PER CONOSCERE
UN “VITIGNO COLLETTIVO”
L Vigneti dei Colli Berici
popoli e che hanno nel vino un protagonista”. In questo senso la ricerca di parentele tra vitigni con un
forte radicamento culturale nel proprio territorio permette di aprire
nuove prospettive per la loro comunicazione. Per confrontare tradizioni, approcci alla coltivazione e alla
vinificazione. Da chiarire quindi i
termini della parentela tra questi
vitigni. Si tratta semplicemente della
stessa varietà che assume nomi
diversi a seconda del luogo? Per
alcuni anni questa è stata la spiegazione prevalente, inducendo molti
vivaisti a confondere l'uno con l'altro. I più recenti studi di genetica
però hanno accertato il contrario:
Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura all'Università di Milano, ha precisato che "oggi più che di sinonimi
è preferibile parlare di un vitigno collettivo, cioè di varietà simili che
hanno attraversato una storia di
ben 500 anni di diversificazione
genetica". In altre parole, siamo di
fronte a un vitigno che è migrato di
regione in regione: dall'Aragona al
Rodano, dalla Catalogna alla Sardegna, dalla Linguadoca ai Colli
Berici. Nel suo perigrinare si è adattato ai diversi climi, modificando la
propria genetica. Ne consegue che
sarebbe quanto mai un errore considerare l'uno per l'altro questi vitigni e piantare Cannonau per Alicante o Grenache per Tai Rosso. “Il
rigore – ha spiegato Scienza – deve
animare vivaisti e viticoltori”. Un
legame con il territorio non solo
dovuto alla genetica. Ne ha parlato
Roberto Cipresso, winemaker di
successo, prima di diventare anche
scrittore, secondo il quale ci troviamo di fronte a una delle varietà vinicole più plastiche, assieme al Pinot
Nero. Significa che per il Grenache
l'influenza del terroir è centrale;
molto più che nel Cabernet o nel
Merlot, nei quali l'aspetto varietale
conserva una centralità maggiore.
“Il terroir – ha spiegato Cipresso –
è l'insieme dei fattori di suolo, vento,
luce, temperatura, altitudine. La
scelta dell'uomo deve tendere a
darne un'interpretazione insolita,
unica, geniale. Come diceva Madame Le Roy, titolare del Domaine
Romanée Conti, Il miglior Pinot Nero
è quello che non sa di Pinot Nero”.
Un tema, quello del terroir, che sta
molto caro ai padroni di casa, i produttori del gruppo Qualithos. “Il Tai
Rosso – ha spiegato Tomaso Piovene, dell'azienda Piovene Porto Godi
– rappresenta per i Colli Berici il vitigno della tradizione. Oggi noi siamo
alla ricerca di nuove strade per dare
espressione alla vocazione di questo territorio che costituisce un
microambiente con caratteri originali e unici”. La scelta dei tre produttori è quella di ottenere un vino
strutturato e longevo, che prevede
un periodo di affinamento in legno.
“Con Qualithos – ha proseguito
Nicola Dal Maso, dell'azienda agricola Dal Maso - non solo abbiamo
creato un marchio di garanzia per
il consumatore, ma ci siamo dati
anche un codice di autodiscplina”.
“Occasioni come quella del simpo-
La ricerca di somiglianze e differenze nei vini prodotti con il Grenache
dei diversi territori ha mosso la degustazione di otto vini e due grappe.
A introdurla e guidarla sono stati i
rispettivi produttori. Si è partiti con
i tre Tai Rosso Colli Berici Doc, ovvero: Torengo 2007 Le Pignole presentato dall'enologo Domenico Frigo;
Colpizzarda 2007 Dal Maso proposto da Nicola Dal Maso; Thovara
2007 Piovene Porto Godi, introdotto da Tomaso Piovene. Quindi Viniola Riserva 2006 Cannonau di Sardegna Doc della Cantina di Dorgali, introdotto da Leone Braggio;
Châteauneuf-du-Pape Aoc Domaine du Banneret, spiegato da Audry
Vidal; Finca la Cinta Socarrats 2008
Doc Priorat Bodega Alvaro Palacios
e Propiedad 2007 Alfaro Doc Rioja
Bodega Palacios Remondo, presentati da Ricardo Perez Palacios. Ha
chiuso la serie dei vini un Maury
Aoc Vin Doux Naturel del Domaine Arguti, vino fortificato della regione del Roussillon prodotto con il
100% di Grenache, proposto dal
vigneron Ugo Arguti. Un ultimo
capitolo è quindi stato dedicato alla
grappa. Giovanni Brunello, titolare
della distilleria che produce la grappa di Tai Rosso Qualithos, ha presentato i risultati di una ricerca condotta da “Veneto agricoltura” comparando la grappa di Tai a quella di
Cannonau per scoprire se alcune
delle caratteristiche attribuite normalmente ai vini fossero presenti
nel distillato. Il panel-test ha dato
una risposta positiva, individuando in tutte e due sensazioni di piccoli frutti rossi e floreali. Quindi sensazioni più vegetali nella grappa di
Tai e più balsamiche nella grappa
di Cannonau. Similmente a quanto era stato riscontrato nei rispettivi vini.
105
Pillole
Doc Tullum,
il simbolo
della rinascita
abruzzese
Una delle prime buone notizie per l’Abruzzo viene proprio dal vino.
Mentre la regione sta vivendo la fase di ricostruzione dopo il
terremoto del 6 aprile non mancano i segnali positivi. La Doc Tullum
ne è la dimostrazione. Presentata ufficialmente a inizio estate,
Tullum sarà una delle Doc più piccole d’Italia: insiste, infatti,
esclusivamente sul comune di Tollo, in provincia di Chieti,
4.200 abitanti, quasi tutti viticoltori. La denominazione nasce
per valorizzare, certo, un territorio, ma anche per
dimostrare il valore dimostrato dal vino nel risollevare il
paese, distrutto completamente dai bombardamenti
della Seconda Guerra Mondiale.
Tullum è quindi il simbolo della rinascita e, perché no, un
segno di speranza per tutte le aziende abruzzesi colpite
dal terremoto. Tullum avrà poi l’obiettivo di inaugurare
un nuovo percorso per l’enologia regionale, che per
quaranta anni ha comunicato quasi esclusivamente
Trebbiano d’Abruzzo e Montepulciano d’Abruzzo.
Volutamente Tullum non comunicherà questi vitigni.
Attualmente sono in commercio le tipologie Tullum
Bianco, Tullum Pecorino, Tullum Passerina. Per il Tullum
Rosso e Tullum Riserva bisognerà attendere l’inizio del
prossimo anno. La particolarità è che le singole
tipologie dovranno provenire dalle specifiche zone del
mappale. Quest’ultima è una scelta estremamente
rigorosa, frutto di un lungo studio, che non solo individua
i confini della Doc ma anche i fogli mappali dove è
autorizzato l’uno o l’altro vitigno. Proprio le varietà sono
una novità perché, per la prima volta, Tullum rende doc
gli autoctoni Pecorino e Passerina. La resa per ettaro
per Pecorino e Passerina sarà al massimo di 90 quintali
per ettaro e la densità di impianto sarà di almeno 3.300
ceppi per ettaro. Sono esclusi i vigneti di fondovalle al di
sotto degli 80 m slm. La vinificazione potrà essere
effettuata esclusivamente in zona. Regole rigide, per
fare capire la vocazione di un territorio già noto in
epoca romana.
L I vip intervenuti alla presentazione ufficiale della Doc
106
COL SAN MARTINO
ASSOCIAZIONE
ITALIANA
SOMMELIERS
CONVOCAZIONE
ASSEMBLEA GENERALE
ORDINARIA
L’Assemblea Generale Ordinaria è convocata
in conformità all’Art. 6 dello Statuto Sociale, in
prima convocazione alle ore 6.00 del giorno giovedì 1 Ottobre 2009 e in seconda convocazione
alle ore 15.30 del giorno venerdì 2 Ottobre 2009
presso la Sala del Trono, Castello di Melfi, Melfi
(PZ)
per la trattazione del seguente
ORDINE DEL GIORNO
Relazione del Presidente
Dibattito e interventi degli Associati
Conclusioni del Presidente
Giunta Esecutiva Nazionale
Il Presidente
Terenzio Medri
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Pillole
La qualità ad alta
quota di VinoVip
Nell’anno del suo ufficiale riconoscimento da parte
dell’Unesco quale “patrimonio mondiale
dell’umanità”, Cortina ha ospitato quest’anno, il 3 e 4
settembre, la settima edizione di VinoVip Cortina,
l’evento biennale che per trenta ore richiama nella
splendida conca ampezzana gran parte del Gotha
del vino italiano di pregio e della filiera politica,
scientifica, mediatica e commerciale del suo
affascinante mondo. Due giornate particolarmente
vivaci di incontro e di discussione.
A confrontarsi con il palato di 1.500 operatori italiani
e stranieri, soprattutto centroeuropei, sono stati i vini
dei 58 produttori e distillatori invitati all’evento che
hanno presentato ciascuno quattro vini del loro
splendido carnet, più un quinto se è una novità in
senso assoluto o come anticipazione del “millesimo”
di prossima immissione sul mercato. Tutto questo nel
pomeriggio di venerdì 4 settembre nella frizzante
atmosfera dei 2.100 metri di cima Faloria per l’ormai
celebratissimo “Wine-Tasting delle Aquile”.
Questo evento clou è stato preceduto, nella
mattinata dello stesso giorno, da due degustazioni
tematiche di grande attualità, organizzate
rispettivamente in collaborazione con la Regione
Friuli Venezia Giulia e con l’Istituto della Vite e del Vino di Palermo. La prima, “E
adesso… si parla Friulano”, ha permesso di degustare, guidati dai singoli produttori,
undici esemplari selezionati del nuovo vino che, rivisitato dagli esperti enologi di
queste prestigiose aziende, hanno rivelato quelle sfumature che danno identità a ogni
singolo prodotto; la seconda – “I love you, Sicily: terra vocata alle lingue del mondo” –
ha testimoniato, con il competente, personale coinvolgimento di altri undici produttori
siciliani, il convincimento isolano, confortato dal parere scientifico di insigni studiosi e
dal parere tecnico dei professionisti della vigna e del vino, non solo isolani, che la
Sicilia vinicola non è un’isola ma un Continente proprio per le condizioni ambientali e
pedoclimatiche che assicurano un habitat naturale privilegiato ai vitigni di tutto il
mondo.
A monte di queste eccezionali opportunità per preziose scoperte enoiche, il WineTasting delle Aquile e i due
Siparietti tematici, si è discusso
del mercato e dei suoi
problemi nel corso di un
seminario organizzato dalla
Fiera di Verona che da
quest’anno gestisce la
complessa tematica
dell’evento cortinese, una
partnership molto significativa
perché conferma la crescita
dell’evento stesso fino a
meritarsi l’avallo prestigioso
della struttura che da
quarant’anni, con il suo
Vinitaly, “comunica” ai cinque
Continenti il ruolo del vino
italiano nel mondo.
108
A Villa Sandi premiati
gli ambasciatori del vino
Creatività, professionalità e spirito di iniziativa
sono le peculiarità che la giuria del Premio
Internazionale “Innovazione nella professione” ha
tenuto in considerazione nella scelta dei vincitori
del prestigioso riconoscimento, promosso da Villa
Sandi in collaborazione con l’Ais.
Giunto alla nona edizione, il concorso dalla
passata stagione è stato esteso a tutti i giovani
sommelier che lavorano all’estero. Due dei tre
vincitori di quest’anno sono infatti attivi oltre i
nostri confini: Daniel Marzotto è assistant
manager head sommelier presso l’Osteria
dell’Angolo a Londra; Diego Meraviglia ricopre il
ruolo di vice presidente e direttore del portfolio
presso la Fourcade & Hecht Wine Selections,
azienda di distribuzione e importazione di vino
negli Stati Uniti con sede a Los Angels; Riccardo
Sgarra è chef sommelier alla Locanda del Borgo
Antico a Barolo (CN).
Il premio è stato consegnato nel corso di una
serata di gala nella sede dell’azienda di
Crocetta di Montello (TV) lo scorso 7 settembre in
presenza della giuria, composta da Terenzio
Medri, presidente AIS, Giancarlo Moretti
Polegato, presidente di Villa Sandi, e dai
giornalisti Nicola Dante Basile, Mauro Remondino,
Paolo Pirovano e Alberto Schieppati.
“Coinvolgere i sommelier che lavorano fuori
dall’Italia – ha sottolineato il presidente Medri – è
stata un’idea brillante, accolta con entusiasmo
dai nostri giovani associati che vivono e lavorano
all’estero. Abbiamo ricevuto parecchi curricula e
mai come quest’anno la scelta è stata difficile,
perché la maggior parte dei concorrenti
presentava requisiti ed esperienza ad altissimo
livello”. Il concorso, come consuetudine, è stato
rivolto ai sommelier professionisti di età inferiore ai
ventinove anni che si sono particolarmente
distinti per spirito d’iniziativa e originalità
nell’esercizio della loro professione.
L’equilibrio
Perfetto
L’equilibrio perfetto non esiste, ma noi
ce la mettiamo tutta ed i risultati stanno arrivando.
I nostri vini sono stati premiati
OSCAR
QUALITÀ PREZZO
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per l’ottimo equilibrio qualità prezzo.
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Cannonau di Sardegna
DOC 2006
Pillole
“Le Loro Maestà”
di scena a La Morra
È IL TITOLO DEL CONVEGNO NEBBIOLO E PINOT NERO
IN PROGRAMMA NELLE LANGHE A METÀ NOVEMBRE
Che cosa hanno in comune il Nebbiolo di Langa e il Pinot nero di Borgogna? L’intimo
rapporto tra territorio, vitigno e lavoro dell’uomo, che dà origine a vini straordinari
espressione del terroir. Se ne parlerà a “Le Loro Maestà – Il Nebbiolo e Le Pinot Noir”, in
programma il 21 e 22 novembre a La Morra, nel cuore delle Langhe. L’evento, ideato
da Artevino, riunirà per la prima volta venti tra i migliori produttori di Borgogna e venti
tra le più significative aziende delle Langhe.
L’evento, che offrirà la possibilità di degustare i vini di due aree mito dell’enologia,
nasce in modo originale. Nel 2006, infatti, l’équipe di Artevino decide di immergersi
per due mesi nella Borgogna. Obiettivo: scrivere un libro su questa regione
affascinante con un taglio personale, creando una raccolta di storie di uomini ed
emozioni, quasi un diario di viaggio. Da qui nascono i rapporti con i più importanti
Domaines e l’idea dell’evento. Il 21 e 22 novembre “Le Loro Maestà” non vedrà la
competizione tra le due aree ma, al contrario, risponderà al desiderio di entrambe di
conoscersi meglio e fare squadra. In un mondo sempre più globale e competitivo,
aziende che lavorano con la stessa filosofia, unendosi pur mantenendo le proprie
identità, non possono che uscirne rafforzate. La manifestazione vedrà come
momento più importante le degustazioni, dove sarà possibile incontrare
personalmente grandi produttori. Non mancheranno però i momenti di confronto.
“Le Loro Maestà” si aprirà sabato 21 alle ore 14 ad Alba, presso la sede del Consorzio
Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero con il convegno “Cru: parola sintesi
di valori”, organizzato in collaborazione con il Consorzio di Tutela.
Non si tratterà di un convegno ma di un dialogo Italia Francia aperto a tutti,
produttori, sommelier, appassionati, istituzioni e giornalisti. Obiettivo? Capire meglio il
valore della parola “cru”, divenuta oggi sinonimo della migliore espressione enologica
di un territorio. Una direzione che le Langhe stanno seguendo con decisione. In questa
occasione, infatti, il Consorzio di tutela presenterà la cartografia delle menzioni
geografiche aggiuntive del Barbaresco e del Barolo e farà il punto sull’iter per
l’approvazione del testo del nuovo disciplinare. Dopo anni di studi e discussioni tra i
produttori, infatti, recentemente in Langa si è legiferato in termini di cru. Il Consorzio
tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero ha definito ufficialmente le menzioni
geografiche aggiuntive del Barbaresco, entrate a fare parte del Disciplinare di
produzione nel febbraio
2007 e quelle del Barolo,
che saranno inserite nel
Disciplinare non appena
riceveranno l’
approvazione del
Ministero.
Dopo il convegno,
l’evento si sposterà alla
Sala Polifunzionale di La
Morra per il banco
d’assaggio. Sabato dalle
17 alle 19 sarà riservato alla
stampa mentre domenica
dalle 10 alle 17 sarà aperto
anche al pubblico con
l’acquisto del biglietto in
prevendita al sito
www.leloromaesta.it.
110
La delegazione di Trieste
alla Barcolana,
la festa del mare
Duemila imbarcazioni ogni anno, quasi undicimila persone, 41
anni di storia: sono i numeri della Barcolana, la regata che si
svolge nel Golfo di Trieste rigorosamente nella seconda
settimana di ottobre.
Per Trieste è la festa del mare, la regata dove si danno
appuntamento velisti di professioni e non, imbarcazioni grandi
e piccole, grandi campioni e appassionati: per una intera
settimana le Rive di Trieste diventano un grande villaggio del
mare, dove stand, animazione, enogastronomia si uniscono
alla città per celebrare la più attesa festa della vela.
La delegazione triestina dell'Associazione italiana sommelier
del Friuli Venezia Giulia non poteva certamente mancare a
uno degli appuntamenti clou della città: la “regata di tutti”,
quella dove la parola chiave è, “c'ero anch'io”.
Quest'anno la delegazione sarà infatti presente dal'8 all11
ottobre con uno “Stand-Enoteca” nel Villaggio Barcolana sulle
rive di Trieste. Sarà l'occasione per la delegazione triestina di
offrire, non solo i vini di punta del territorio, con l'affiatatissimo
“gruppo servizi sommelier”, ma anche di fornire informazioni sul
ricco e ghiotto calendario delle attività programmate dall'Ais
provinciale e regionale e sui
i nuovi corsi che
prenderanno il via in
autunno.
Una festa, dunque, anche
per la delegazione triestina
dell'AIS, che da qualche
mese si fregia di un nuovo
delegato, Federico Trost.
“Essere presenti alla
Barcolana – commenta il
nuovo delegato – è
sicuramente una di quelle
occasioni da non perdere
sia in mare sia da terra per
lo spettacolo unico che la
regata offre. Infatti, è più
una festa del mare che una
regata, dove i velisti della
domenica possono
veleggiare a fianco dei
professionisti dell'America's
Cup. Invito, pertanto, tutti i
colleghi sommelier e i loro amici a venire in visita nella nostra
splendida città e al nostro "Stand - Enoteca" sul fronte mare di
Trieste, le Rive, dove saranno ormeggiate le barche più belle.
Potranno così assaporare il gusto di un'esperienza senza eguali
assistendo alla regata più affollata del Mediterraneo, e
avranno pure l'occasione di degustare i grandi vini della nostra
regione”.
Arrivederci, dunque, in autunno a Trieste, tra mare, vele e vino!
Federico Trost, delegato Ais di Trieste
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Libri
SULLO SCAFFALE
TAPAS, LA DELIZIOSA CUCINA
SPAGNOLA IN MINIATURA
Autore:
Editore:
Prezzo:
Paco Roncero
Calderini
39,00 euro
L’accorata prefazione al volume è di uno dei cuochi più discussi del secolo: quel Ferran Adrià a
cui si deve l’invenzione della cucina molecolare
che ha negli ultimi mesi ha provocato roventi
polemiche per i suoi presunti effetti nocivi.
A parlare, oltre alle ricette, sono infatti le fotografie (alcune scattate dallo stesso Roncero) di
questi piatti, definiti parte di una “cucina in
miniatura”, evoluzione delle tradizionali Tapas
spagnole. Diverse le scuole di pensiero circa l’origine delle Tapas: da Alfonso X di Castiglia, detto
il Saggio (1221-1284), costretto per ragioni di
salute a mangiare solo piccole porzioni; alla fetta
di salume che veniva appoggiata sul bicchiere o
sulla caraffa perché non vi cadessero dentro degli
insetti; alla più semplice necessità di “tappare”
la fame fino all’ora del
pasto principale.
Quale che sia l’origine dell’andare a prendere una tapa, è
indubbio che in tutte
le regioni spagnole
sia usanza comune,
radicata a tal punto
da giustificare vere e
proprie gare di tapas
come quella che si
tiene a Valladolid e
fino a diventare un
simbolo di identità
della cucina spagnola a livello mondiale.
Ed è con lo spirito dell’entusiasta che Paco
Roncero raccoglie in questo libro, frutto del contributo di vari colleghi, la tradizione delle origini per declinarla lungo i più recenti sentieri della
cucina dei “sensi”, che attribuisce alle tapas non
già e non più dignità di solo aperitivo, ma di cibo
vero e proprio: cibo della “cucina in miniatura”.
Perché, afferma lo chef “oggi, gusti e tendenze
percorrono un cammino di ricerca per conoscere e accostare nuove e diverse consistenze, sensazioni e materie prime”. Il tutto coadiuvato dalle
nuove tecniche culinarie e dall’influsso di altre
culture, prima tra tutte, quella orientale.
I piaceri della vita vanno assaporati in piccole dosi.
di Natalia Franchi
CATALOGO DEI CLONI
Autore:
Editore:
Prezzo:
Giulia Tamai
Edagricole
Il Sole 24 Ore Business Media
10,00 euro
Il termine clone rievoca di primo acchito altri temi di ben
altra valenza morale e religiosa: la possibile clonazione
umana e tutte le implicazioni etiche a essa connesse contribuiscono a conferire al termine un appannaggio di
“mistero” che, nel caso della vite, oltre a mancare, è alla
base dell’eccellenza qualitativa e sanitaria dei vini serviti
sulle nostre tavole.
Ad accompagnare la viticoltura per migliaia di anni, era
all’inizio la selezione massale, che consentiva l’origine di
nuove piante utilizzando parti di sarmenti prelevati da una
o più viti (propagazione per via agamica), arrivando così a
un lento miglioramento genetico
delle produzioni. Ciò era reso possibile dalla connaturata dote della
vite che consente di trasmettere,
inalterate alla discendenza, le
caratteristiche genetiche della
pianta madre dalla quale viene
prelevato il materiale di moltiplicazione (sarmento) e, quindi, di
conservarne gli aspetti positivi
per i quali è stata selezionata.
Aspetti positivi che, nei secoli,
privilegiavano le potenzialità produttive, mentre le caratteristiche
qualitative delle uve erano lasciate in secondo piano, in linea con un mercato che premiava la produttività e non la qualità dei prodotti.
La selezione massale presentava dunque dei limiti intrinseci, primo tra tutti, l’assenza di una valutazione dello
stato sanitario della vite, delle malattie da virus cui i
sarmenti potevano essere portatori. Ecco dunque fare il
suo ingresso, tra le più recenti esigenze produttive e qualitative del settore vitivinicolo, la selezione clonale che, pur
mantenendo le basi fisiologiche e genetiche del miglioramento genetico per via vegetativa, ha risposto in modo efficace al fortunato futuro di centinaia di vitigni. La sua introduzione, regolata dalla direttiva CEE 68/193, compie quest’anno 40 anni. Da allora, accurati protocolli di selezione clonale cui i Costitutori (Università, Enti ragionali,
aziende vivaistiche private) devono attenersi per arrivare
all’omologazione di un candidato clone, garantiscono la
sicurezza e la valorizzazione di uve che andranno a deliziare palati sempre più esigenti di ogni parte del pianeta.
La gamma di materiale clonale presentato nel volume supera il centinaio di tipologie, tra vitigni a diffusione internazionale, nazionale, regionale e locale. Per ognuno, una
accurata scheda descrittiva completa di zona d’origine,
anno di omologazione, peso del grappolo, contenuto zuccherino, attitudine enologica.
La scienza al servizio della natura.
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VITOVSKA. I VIGNETI
DAL MARE AL CARSO
VINO AMORE MIO
Autore:
Editore:
Prezzo:
Enzo Biondo
S.VI.SA. editrice
48,00 euro
Tutto l’orgoglio e la tradizionale “spigolosità” di un’isola
è racchiusa in questo ampio volume. L’isola in questione
è la bella Sardegna. L’autore, un uomo che del vino ha
fatto la sua ragione di vita, per trentacinque anni direttore tecnico della Cantina sociale della Marmilla, poi accademico Nazionale della vite e del vino, infine insignito nel
2001 della Medaglia di Cangrande (il prestigioso premio
che l’Ente fiere di Verona assegna ai benemeriti della
vitivinicoltura) e attualmente consulente di numerose
aziende vinicole.
Punto di forza attorno al quale ruota tutto il volume è il
riconoscimento e la valorizzazione della ricchezza varietale del territorio, con 70 diversi vitigni (biotipi) autoctoni;
una risorsa dal valore unico
per la Sardegna, nonché
un’importante difesa contro
l’omologazione del gusto. E’
infatti legando la maggior
parte della produzione vinicola, ma anche agricola, al
territorio, creando un sistema di tipicità – che rifugge
le produzioni di massa – che
il vino sardo ha tracciato la
via delle produzioni di qualità. Una specificità che vede
un predominio quasi assoluto dei vitigni autoctoni (90%
circa).
Un fattore di sviluppo, quello della tipicità, che potrà essere rafforzato e divenire elemento di competitività cominciando a stabilire connessioni sempre più strette tra
produzione e territorio. Il consumatore deve consumare
territorio, e per consumarlo deve conoscerlo, ed essere
informato.
Quale miglior strumento di conoscenza, allora, di questo
libro? Un immenso lavoro di ricerca che si snoda lungo
una attenta descrizione dei vitigni sardi a bacca bianca,
a bacca nera, dei vitigni nobili, fino ad arrivare a un vero
e proprio censimento – con relativi commenti, grafici e analisi – dei produttori vinicoli dell’isola, circa 120, divisi tra
le otto province.
Una citazione a parte merita il capitolo “Curiosità vinicole”, dove, dietro a un titolo accattivante, si celano le risposte che tutti vorremmo avere riguardo all’effetto afrodisiaco del vino (se in grandi quantità assunto, nefasto per l’uomo) e alle virtù antisbornia del cavolo.
Autore:
Editore:
Prezzo:
Stefano Cosma
Vinibuoni d’Italia
40,00 euro
Un libro dedicato alla storia di Trieste e del Carso,
con un’attenzione particolare alle produzioni locali di una terra unica, tra le rocce calcaree e il
mare, spazzata dalla frustate di bora. Un tributo d’amore da parte dell’autore, Stefano Cosma,
triestino doc e affascinato dal nonno, agronomo,
enologo e appassionato cultore della flora carsica.
Un raro esempio di analisi – bilingue – su Trieste
e il Carso, al centro di innumerevoli pubblicazioni storico-economiche, che di questa terra svela
i segreti agroalimentari.
Protagonista del volume, la Vitovska, un vitigno
a bacca bianca diffuso nella provincia di Trieste
e nella vicina Slovenia sul territorio del Carso.
Slovene le origini del nome, dove è chiamato
Vitovska Grganja. La
Vitovska può essere ritenuta varietà autoctona:
non esistono infatti in
tutta l’area mediterranea
varietà assimilabili ad
essa, capace di passare
indenne, nelle terre rosse
del Carso, bora, freddi
inverni e siccità nella
stagione calda.
Che il vino fosse di primaria importanza per il
territorio triestino lo si
comprende da molti
documenti storici, tra cui quello del 1253 con cui
il vescovo Volrico cedeva per denaro al Comune
di Trieste il diritto di esigere la collettura del vino.
Anche gli Asburgo colsero la valenza del vino per
l’economia dei Triestini, il cui sostentamento
dipendeva per la maggior parte dalla coltivazione delle vigne: nel 1551 l’imperatore Ferdinando
ordinava che i mercanti potessero condurre vini
forestieri per terra ma non per mare, e comunque al solo scopo di venderli fuori Trieste. I secoli a seguire fanno registrare analoga fortuna
per il vino di questo territorio, fino ad arrivare al
1985, con l’istituzione della denominazione di
origine controllata “Carso-Kras”.
Da allora, un cammino non propriamente in salita, ma apprezzato dai veri estimatori.
Il microcosmo carsico svelato.
“Un uomo che beve solo acqua ha un segreto da nascondere ai suoi simili”
Charles Baudelaire
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Io non ci sto
Con la crisi abbassare i prezzi
è necessario, sbracare è suicida!
di Franco Ziliani
è un rischio molto evidente in questa grande
crisi, economico-finanziaria, ma non solo, che
sembra mettere in discussione tutte le basi su
cui si è svolto il discorso sul vino da oltre vent’anni a questa parte. E’ il rischio che volendo cambiare tutto si
finisca con il gettare via anche il bambino… con l’acqua
sporca…
Intendiamoci, non sarò certo io, che all’esagerata crescita dei prezzi del vino, dovuta anche ai ricarichi allucinanti di una certa ristorazione e di una parte, con scarsa aderenza alla realtà, del mondo degli amici enotecari, ma
anche a prezzi esageratamente elevati in partenza franco cantina, non ho mai creduto, a biasimare il fatto
che, in tempi di crisi, i prezzi assurdi di molti vini tendano a essere vigorosamente abbassati. Soprattutto i prezzi dei vini senza storia, fatti con lo “spannometro”, ovvero con un calcolo approssimativo, per cui se il vino simbolo di una certa zona costa dieci, io che sono nato l’altro ieri, posso tranquillamente provare a venderlo a 7-8.
E’ la legge del mercato, la stessa legge che in epoca di
vacche grasse ha portato molti se non ad arricchirsi a
portare parecchio fieno in cascina, e ha “giustificato” che
taluni vini venissero commercializzati a prezzi inverosimili (non lo aveva prescritto il medico di comprarli ma se
si vendevano vuol dire che avevano una richiesta e un
acquirente disponibile), che oggi, quando la Borsa non
è più Toro, ma Orso, rende ineluttabile un ridimensionamento, un ritorno a dimensioni più umane del fenomeno vino.
Mi va benissimo pertanto che, giustificato più da un drammatico calo della domanda, che da un’improvvisa loro
maturazione e “presa di coscienza”, molti produttori, sollecitati a farlo dai loro clienti e dall’invenduto che si
ammassa in cantina, mentre un’altra vendemmia, pare
abbondante, si annuncia, rivedano in basso i loro listini. O meglio, ufficialmente non tocchino nulla, salvo poi
lavorare su una robusta “scontistica” (compri 10 paghi
6 o 7…) e provino a rendere di fatto più commercialmente appealing i loro vini.
Non mi va bene invece, e concordo in pieno con la definizione che il direttore del Corriere Vinicolo Marco Mancini,
in un editoriale pubblicato il 27 luglio ha bollato come
“folle battaglia al centesimo”, che questa giusta, sacrosanta e doverosa revisione dei listini, si traduca in una
gara a chi, perdonate l’espressione un po’ cruda, “cala di
più le brache”. Dice bene il presidente dell’Unione italiana vini Andrea Sartori, citato nello stesso editoriale,
che “le aziende rischiano seriamente di farsi del male.
Quando si scende al di sotto di certi prezzi – e si riferisce
a “importanti denominazioni svendute sotto i 60 centesimi al litro e fino a 0,20 euro” – non solo diventa impossibile pensare di recuperare in prospettiva certe posizioni, ma soprattutto sorge una questione di carattere
etico.
La rincorsa al ribasso potrà nell’immediato far vendere
qualche ettolitro di prodotto in più ma alla lunga cause-
C’
114
rà danni irreparabili”. Crisi terribile, ma siamo davvero
sicuri che con un simile sbracamento commerciale il
mondo del vino italiano possa risultare credibile e degno
di essere preso in considerazione dai propri interlocutori, siano essi importatori e distributori esteri, oppure operatori del canale Horeca e dagli stessi consumatori? Non
lo credo proprio.
So bene che quanto sto per scrivere rischia di apparire
stravagante e impopolare, ma sono persuaso che proprio
in momenti come questi non si possa fare di tutta un’erba un fascio. E che non si possano buttare nello stesso
calderone dei “cattivi” da mettere in castigo dietro la lavagna, il calderone, secondo una generalizzazione becera
ed eno-qualunquista, dei “produttori che comunque
fregano la gente”, sia le molte piccole e medie aziende che
virtuosamente non si sono mai lasciate prendere dalla
spirale del rialzo, del prezzo da eno-boutique e hanno
sempre mantenuto fede a un correttissimo rapporto prezzo-qualità che appare super corretto ancora più oggi, sia
un universo composito, dove entrano sia grandi aziende
sia boutique winery nate per moda e per posa, perché
faceva “fino” fare vino o c’erano dei miliardi da investire.
Anche in tempi di crisi, dove le difficoltà sono numerose e difficili da superare, occorre ribadire che una certa
qualità, quando è reale, quando si traduce in vini che
hanno storia e costanza qualitativa e capacità di esprimere l’unicità dei loro terroir d’origine, che danno lustro,
non a parole ma nei fatti, al vino italiano, oppure in vini
– si prenda il caso delle Cinque Terre, dove qualcuno
potrebbe giudicare cari venduti franco cantina a dieci
euro più Iva gli ottimi bianchi che lì vengono prodotti,
ma camminate un po’ i vigneti e fatevi un’idea di in quali
oggettive difficoltà e con che lavoro e fatica enorme nascano! – che sono espressioni di aree eroiche di viticoltura di montagna, non può essere svenduta e che sotto
determinati prezzi, se i vini sono veri, è impossibile scendere.
Impensabile accettare che possano circolare, come circolano, e non è eno-gossip, ma realtà, Barolo, Barbaresco,
Brunello di Montalcino, ma anche molti vini figli di Doc
meno mediatiche, svenduti, in Italia e all’estero, a pochi
euro. Non è serio fare così: la conclusione inevitabile è
che molti prezzi ante crisi rappresentassero una mera
speculazione che ha preso per il “naso” il consumatore
negli anni dell’eno-euforia. Per cui sono d’accordo sul
ribassare i prezzi, sull’eliminare le spese inutili di contorno (dalle bottiglie griffate o pesanti alle consulenze dei
winemaker Re Mida, alle barrique nuove a ogni vendemmia, alle cantine stile hollywoodiano) che hanno inutilmente fatto lievitare le quotazioni. Ma se devo dire che
il vino italiano, anche quello più serio, per restare a galla,
per avere un futuro, per fare in modo che coltivare vigneti sia ancora remunerativo, deve sbracare e ridursi a praticare prezzi da eno-discount, allora è automatico che io,
ad alta voce, pronunci il mio consueto e super convinto
“io non ci sto”…