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“Occorre amarli a uno a uno,
totalmente e
incondizionatamente”
Convegno per il 25° anniversario della costituzione dell’Associazione Fraternità
[Il messaggio di]
Julián Carrón
25° anniversario
Associazione Fraternità
Crema, 12 settembre 2009
Carissimi,
la festa per i vostri 25 anni vi trovi più grati e più
certi della ragione per cui ogni giorno portate il
peso di un amore gratuito verso coloro che vi sono
affidati: la sorpresa di essere stati abbracciati da
Cristo, l’unico che ha avuto pietà del nostro niente
fino a dare se stesso perché noi fossimo felici.
Questo vuol dire amare incondizionatamente.
Un forte abbraccio
Julián Carrón
Milano, 10 settembre 2009
Foto: Sonzogni Paolo
[Introduzione]
Mons.
Mauro
Inzoli
Presidente Associazione Fraternità
Indice
Introduzione
pag. 5
. .........................................................
Mons. Mauro Inzoli
Presidente Associazione Fraternità
Saluto autorità Bruno Bruttomesso
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Presidente Provincia di Cremona
Gianni Rossoni .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 10
Sindaco di Crema
Massimiliano Salini
. .......................................................
pag. 8
pag. 9
Vice-presidente Regione Lombardia
Davide Prosperi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Responsabile Regionale di Comunione e Liberazione
Interventi
Livia Pomodoro
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Presidente Tribunale di Milano
Maurizio Sacconi
. .............................................................
Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
S. Ecc. Mons.
Vescovo di Crema
Testimonianze
Oscar Cantoni
.....................................
Marco Ademaj
Pietro Arnone
Linda Garlati
.....................................................................
. ......................................................................
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
François Bambara
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ombretta Tirelli in Merlini
Intervento finale
S. Em. R. Cardinale Ennio Antonelli
Conclusione
Galleria fotografica
pag. 16
pag. 20
pag. 24
Carmen D’Alessio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 28
pag. 13
..........................................
pag. 35
pag. 39
pag. 43
pag. 44
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pag. 50
. .........................................................
pag. 54
Presidente Pontificio Consiglio per la Famiglia
Mons. Mauro Inzoli
pag. 33
Presidente Associazione Fraternità
. .......................................................................................................
pag. 55
S
ono molto lieto di poter
dare inizio a questo
gesto, che è innanzitutto
un gesto di gratitudine per
quello che è successo in questi
anni. E vi ringrazio ad uno ad
uno perché se voi siete qui, a
cominciare da Sua Eminenza
il Cardinale Antonelli, il nostro
vescovo Oscar, alla Presidente
del Tribunale di Milano Livia
Pomodoro, a tutte le autorità
qui presenti, a tutti gli amici,
è un segno che il cuore non
resta indifferente a ciò che
il mistero opera nella storia.
E questo è il punto: Dio si è
commosso per il nostro niente.
Non solo. Dio si è commosso
per il nostro tradimento,
per la nostra povertà rozza
dimentica e traditrice, per
la nostra meschinità. Dio si
è commosso per la nostra
meschinità, che è più ancora
che essersi commosso per il
nostro niente; ha avuto pietà
del tuo niente, ha avuto pietà
del tuo odio a me. Mi sono
commosso perché tu mi odi,
come un padre e una madre
che piangono di commozione
per l’odio del figlio. Non
piangono perche sono colpiti;
piangono di commozione, vale
a dire di un pianto totalmente
determinato dal desiderio del
bene del figlio, del destino del
figlio, che il figlio cambi per il
suo destino, che si salvi. E’ una
compassione, una pietà, una
passione. E’ per questo che ci
scriveva sempre don Giussani
qualche anno fa: “siamo
ammirati e commossi dal
vostro impeto che ha saputo
immaginare operazioni di
carità con il coraggio giocato
dalla fedeltà ai principi della
vostra fede. E vi esprimiamo
il nostro desiderio di seguire
quella fedeltà che anche nelle
peggiori situazioni ha saputo
costruire quello che nessuno
immaginava”.
E’ una commossa gratitudine
che ci fa essere qui più
coscienti del niente che siamo,
ma più coscienti di essere
stati trascinati, affascinati
e trascinati dentro a quel
mistero di carità che ci ha
raggiunto ad uno ad uno e ci
ha abbracciati totalmente e
incondizionatamente.
Quello che vogliamo oggi è
lasciarci di nuovo commuovere
dalla carità del mistero,
testimoniata da tutti coloro che
interverranno quest’oggi, ma
non solo, perché dovremmo
intervenire tutti; ma dal vivere
ora, dal lasciarsi colpire ora,
dal lasciarsi investire ora da
questo avvenimento di gratuità
totale, affinché sia possibile
per ciascuno di noi rintracciare
una luce che ci permetta di
uscire tutti dalla confusione
nella quale siamo e di essere
più certi che Colui che ci è
venuto incontro compie anche
nelle circostanze più difficili il
nostro destino.
Ora chiedo al nostro sindaco
di portarci il suo saluto e colgo
l’occasione per ringraziare
l’amministrazione comunale
di averci concesso gli spazi
che stiamo utilizzando anche
adesso. Grazie signor sindaco.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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[Saluto autorità]
Bruno Bruttomesso
Massimiliano Salini
Gianni Rossoni
Davide Prosperi
[Saluto autorità]
[Saluto autorità]
Bruno
Bruttomesso
Sindaco di Crema
Massimiliano
Salini
Presidente Provincia di Cremona
cremaschi, per tutti noi che lo
stimiamo, che lo apprezziamo,
lo ammiriamo, che gli vogliamo
bene, per tutti noi lui sarà
sempre don Mauro.
Il mio saluto va in particolare
agli illustri relatori di oggi: la
dottoressa Livia Pomodoro,
Sua Eminenza il Cardinale
Antonelli e il nostro vescovo.
Però quello più sincero va a
tutti voi che siete qui presenti
così numerosi, cremaschi
e non cremaschi. Ai non
cremaschi auguro il benvenuto
nella nostra città; ai cremaschi
e a tutti voi auguro una buona
giornata. Grazie.
B
uongiorno a tutti. Mi
fa veramente molto
piacere essere qui
oggi per questa importante
celebrazione. Io porto il mio
saluto - ma il mio da solo non
avrebbe un grande valore
- io porto in questo momento
il saluto dell’intera città di
Crema, che ho l’onore di
rappresentare, a tutti voi che
siete qui. Un saluto veramente
sincero e anche affettuoso,
ed un omaggio particolare
all’Associazione Fraternità, che
tanto fa per Crema e per tutto il
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territorio. Nel mio programma
elettorale ho messo come uno
dei cardini la sussidiarietà e
l’Associazione Fraternità vuol
dire realizzare quelli che sono
i principi che sono fondamenti
anche del mio programma,
per cui li ringrazio vivamente.
Voglio portare quindi un
saluto sincero attraverso
tutta l’Associazione al
presidente dell’Associazione,
Monsignor Mauro Inzoli. E,
se me lo permettete, vorrei
portarlo soprattutto a don
Mauro, perché per tutti noi
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Don Mauro: Diamo la parola ora
al Presidente della Provincia di
Cremona, Massimiliano Salini.
I
o dovrei ringraziare di “una
vita”, non solo del fatto
di poter oggi contribuire
in piccola parte all’avvio di
una giornata che mi colpisce
il cuore e mi colpisce nel più
profondo del giudizio che do
della mia vita e della decisione
di fare politica.
Nella decisione che ho assunto
a un certo punto della mia vita
di fare politica, la conoscenza
del lavoro e della ricchezza
che costituisce l’Associazione
Fraternità ha rappresentato
il cuore pulsante perché se
è vero che in politica c’è
il bisogno delle persone,
è ancora più vero che per
conoscere e capire il bisogno
delle persone bisogna avere
a che fare e avere il coraggio
di avere a che fare con una
persona che abbia bisogno,
farci i conti, guardarla negli
occhi. E io ho imparato a
guardare negli occhi le persone
e a guardare negli occhi il loro
bisogno e quindi il mio bisogno,
soprattutto grazie a don Mauro
e all’Associazione Fraternità.
Grazie di cuore.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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[Saluto autorità]
[Saluto autorità]
Gianni
Rossoni
Vice-Presidente Regione Lombardia
Don Mauro: Ora cediamo la
parola al professor Gianni
Rossoni, vice-presidente della
Regione Lombardia.
P
orto il saluto
oltre che mio, del
Presidente Formigoni,
impossibilitato a partecipare,
a Sua Eminenza Monsignor
Antonelli Presidente Pontificio
Consiglio per la Famiglia, a
sua Eccellenza Monsignor
Oscar Cantoni Vescovo di
Crema, alla Presidente del
Tribunale Dottoressa Livia
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Pomodoro che penso trovi qui
stamattina il frutto di un lavoro,
di un tratto di strada nel segno
dell’accoglienza e dell’affido
con tutte le sue difficoltà
quando era Presidente del
Tribunale dei Minori e che ha
avuto l’occasione di incontrare
e di conoscere l’Associazione
di Monte Cremasco.
Il Presidente rivolge poi un
saluto particolare a don Mauro,
diciamo Monsignore, ma per
noi tutti è don Mauro Inzoli,
Presidente dell’Associazione
Fraternità. “Cari amici” scrive
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Gianni
Rossoni
Vice-Presidente Regione Lombardia
il Presidente, “vi ringrazio di
cuore per l’invito a partecipare
al convegno per i vostri 25 anni
di attività. Pur non potendo
partecipare personalmente,
desidero comunque
testimoniarvi la mia vicinanza
ideale e il sostegno pieno e
convinto, non solo a l’incontro
di oggi, ma più in generale
alla vostra storia e alla vostra
esperienza di accoglienza di
carità reale.
Esperienze come quelle
dell’Associazione Fraternità
sono esempi positivi di
quell’eroismo quotidiano che
verrà testimoniato anche da
questa giornata. Un quarto
di secolo di storia che ha
visto oltre 600 bambini
crescere nell’amore gratuito
e incondizionato di famiglie a
loro volta mosse e commosse
dall’incontro del carisma di
don Luigi Giussani e dallo
sguardo di amore e di guida
paterna di don Mauro Inzoli.
Nel clima culturale odierno, voi
avete un compito pedagogico
fondamentale, quello di
portare l’esperienza in atto di
un’accoglienza compiuta e, in
quanto tale, possibile per tutti.
Perché l’accoglienza, come
voi insegnate da sempre, non è
prerogativa solo di una famiglia
perfetta, ma un atto d’amore
che chiunque può fare. Oggi
più che mai, la famiglia, per sua
natura luogo di accoglienza
e di educazione, è sfidata, o
forse dovremmo dire, attaccata
dalla cultura dominante,
individualista e libertaria, tanto
attenta a domandare sempre
nuovi diritti per i singoli quanto
risolutamente avversa a
qualunque soggettività sociale
entro cui si sperimentino
forme di responsabilità
personale e comunitarie. Per
questo siamo chiamati ad una
battaglia per la maestà della
vita, come la definì il genio
poetico di Giovanni Testori,
la maestà di chi si impegna
ogni giorno per difendere la
vita dal suo sorgere al suo
termine naturale. La battaglia
di milioni di padri e di madri
che non demordono, che
continuano ad avere voglia
di educare i propri figli è una
battaglia di civiltà, cari amici,
cui noi non ci sottraiamo,
una battaglia che, attraverso
l’applicazione del principio di
sussidiarietà, deve portare al
riconoscimento pieno della
famiglia come soggetto attivo
nel nostro welfare e, come tale,
difesa, sostenuta, agevolata.
In Lombardia abbiamo iniziato
ad applicare la sussidiarietà
nel 1999, con la prima legge
sulla famiglia del nostro paese
e stiamo andando avanti
continuando a mettere in
campo una serie di politiche
che non partono da una
concezione assistenzialistica
della famiglia, bensì da un
suo riconoscimento come
soggetto attivo nella società
civile. Abbiamo realizzato
così una politica sociale
sempre più concepita come
un investimento che concorre
al rilancio della competitività
del sistema e non come
spesa sociale, coinvolgendo
direttamente le famiglie e
incentivando la loro libertà
nell’impiego delle risorse.
Vogliamo infatti permettere
ai genitori di costruire la
famiglia che desiderano senza
il timore di non potercela
fare economicamente,
realizzare una migliore
possibilità di conciliazione tra
famiglia e lavoro, garantire
a tutti i bambini di crescere
e di realizzare le proprie
aspettative, potendo disporre
delle condizioni e delle
opportunità migliori. Restituire
spessore e vitalità alla famiglia
serve a restituire alla nostra
comunità una delle sue più
importanti strutture culturali,
vera e propria difesa unitaria
senza la quale non possiamo
muovere alcun passo verso
il futuro; per questo colgo
l’occasione per ringraziarvi di
cuore per quello che siete e
testimoniate augurando a tutti
voi buon lavoro per il convegno
odierno e il meritato successo
dell’intera giornata di festa che
seguirà. Roberto Formigoni.”
Permettetemi di chiedere
ancora qualche minuto, per
unirmi anch’io ai sentimenti
di gratitudine del Presidente
Formigoni che ho appena
pronunciato, aggiungendo
un grazie mio personale a
don Mauro Inzoli e a tutte le
famiglie dell’Associazione
Fraternità, perché con il loro
sì, la vita di tanti bambini, ma
anche di tanti adulti, è rifiorita
inaspettatamente. Diceva ieri
sera don Mauro, prima della
proiezione del filmato questa
frase: “Anche se fosse stato
per uno solo di questi bimbi
ne valeva la pena”. Penso che
sia una frase che non abbia
bisogno di commenti. Conosco
personalmente tante delle
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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[Saluto autorità]
[Saluto autorità]
Gianni
Rossoni
Vice-Presidente Regione Lombardia
famiglie che contribuiscono
da anni a rendere grande
quest’opera, così come
conosco personalmente
lo stesso don Mauro, che
è, è stato ed è non solo
l’iniziatore della Fraternità ma
un compagno di strada, un
amico fraterno, un padre per
tutti quelli che hanno avuto
il coraggio di iniziare questa
avventura lunga 25 anni.
Nel commuovente libro di
Cristiano Guarneri, appena
uscito e che vi invito a leggere,
“Ho imparato a chiamarti
figlio”, ci si imbatte in alcune
di queste famiglie e ci si rende
conto di quale portata umana
abbia la vostra esperienza.
Mi hanno sempre colpito la
caparbietà e la tenerezza
insieme che i genitori come
voi hanno usato nell’ospitare
chi ne aveva bisogno.
“Caparbietà” perché di fronte
alla fatica e ai sacrifici e,
a volte, al dolore che vi è
toccato vivere, nessuno è mai
fuggito. “Tenerezza” perché
è l’unico atteggiamento che
avete vissuto anche verso
chi inizialmente rifiutava il
vostro amore. So che nessuno
di voi ama sentirsi definire
“eroe”, come diceva prima
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il Presidente Formigoni, e
probabilmente nessuno di
voi lo è. E’ vero, ciò che ha
reso grande la vostra opera
quotidiana non è l’infallibilità
né la coerenza, è piuttosto il
metodo della condivisione a
guidare il vostro cammino,
un metodo ereditato dalla
grande esperienza del
cristianesimo, quella nata dal
carisma di don Luigi Giussani.
Il metodo della comunione
cristiana è impareggiabile
dal punto di vista educativo e
per la capacità di sostenere
la rinascita dei tanti minori
accolti spesso arrivati da prove
devastanti.
La rete familiare che ne è
nata andrebbe presa ad
esempio di come tutto, non
solo l’accoglienza, può essere
vissuta come capacità di
sostegno, compagnia di
amicizia, mutuo aiuto. Non a
caso il momento per voi più
significativo è l’assemblea
mensile delle famiglie, durante
la quale sono messi a tema
gioie, dolori, difficoltà, sacrifici,
speranze e dove si indica una
strada. Questa unità, che ci
è dettata dall’appartenenza
all’unità cristiana, ha reso
evidenti in questi 25 anni
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Davide
Prosperi
Responsabile Regionale di Comunione e Liberazione
quanto la famiglia sia
indispensabile per la tenuta
della società, perché non solo
ne costituisce l’ossatura ma
è l’antidoto alle piaghe della
solitudine e dell’abbandono
che vanno allargandosi senza
misura.
Da sole le istituzioni non
riuscirebbero a rimarginare
queste ferite, quindi, come
rappresentanti delle istituzioni
che siamo qui stamattina, non
possiamo non sostenere, come
diceva anche il Presidente
Formigoni nel suo messaggio, i
corpi sociali vivi, forti, capaci di
aggregazione e di solidarietà.
Ne va della crescita del nostro
tessuto sociale.
Con la vostra testimonianza
voi rendete evidente che tutti
possono sentirsi abbracciati,
bianchi o di colore, cristiani o
musulmani, sani o malati.
E questo può accadere solo se,
a propria volta, si è abbracciati
da qualcuno di più grande,
come lo siete voi.
A voi tutti dunque il mio
rinnovato grazie per una
testimonianza di accoglienza
bella, ricca e soprattutto vera.
Perché solo le cose vere
durano nel tempo. Grazie.
Don Mauro: Davide Prosperi,
Responsabile Regionale del
Movimento di Comunione
e Liberazione, porta con
sé in questo momento
così particolare un atteso
messaggio, brevissimo, ma per
noi, per tutta la nostra storia,
decisivo: il messaggio di Julian
Carron.
Q
uando qualche
giorno fa don
Mauro Inzoli mi
ha telefonato per invitarmi
a partecipare a questo
momento, ho accettato subito
molto volentieri, più che per
motivi di rappresentanza,
proprio per un’amicizia. Per
l’amicizia che è nata e che
è cresciuta soprattutto negli
ultimi tempi, da quando ho
potuto conoscervi meglio, e
per la quale adesso leggerò
questo saluto di don Carron,
un saluto breve, come ha detto
don Mauro, anche perché
preceduto da un incontro
che ha fatto con la vostra
Associazione e di cui parte
dei contenuti sono inclusi in
una pubblicazione recente.
Oggi, mentre venivo qui,
pensavo che quello che ho
visto in questi pochi mesi da
quando ci siamo conosciuti,
è proprio l’evidenza del fatto
che noi viviamo in un’epoca
in cui l’appartenenza sembra
una parola sbagliata, da cui
nascondersi, e che invece,
quando l’appartenenza viene
concepita non come un
mero fatto corporativo, ma
innanzitutto come concezione
della persona che dipende
dal mistero, allora si diventa
capaci di abbracciare
chiunque. L’appartenenza è
proprio una gratuità, perché
uno non si aspetta che l’altro
cambi per poter essere amato.
Leggo il messaggio di don
Carron: “Carissimi, la festa per
i vostri 25 anni vi trovi più grati
e più certi della ragione per cui
ogni giorno portate il peso di
un amore gratuito verso coloro
che vi sono affidati: la sorpresa
di essere stati abbracciati da
Cristo, l’unico che ha avuto
pietà del nostro niente fino
a dare se stesso perché noi
fossimo felici. Questo vuol dire
amare incondizionatamente.
Un forte abbraccio.
Julian Carron”
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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[Interventi]
Livia Pomodoro
Maurizio Sacconi
Oscar Cantoni
[Interventi]
[Interventi]
Livia
Pomodoro
Presidente Tribunale di Milano
Don Mauro: La discepolanza e
l’amicizia che c’è stata con la
dottoressa Livia Pomodoro, ai
tempi Presidente del Tribunale
per i Minori di Milano, oggi
Presidente del Tribunale, non è
stata ininfluente per la nostra
storia.
E’ per questo che oggi
l’abbiamo voluta qui, l’abbiamo
voluta qui per amicizia
soprattutto. E adesso le
chiediamo di intervenire.
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G
razie don Mauro.
Per la verità è stata
molto importante
l’influenza che ha esercitato la
conoscenza dell’Associazione
di Monte Cremasco sulla mia
persona e sul percorso che ho
fatto in mezzo a tante difficoltà,
dapprima come Presidente
del Tribunale dei Minorenni
e poi, oggi, come Presidente
del Tribunale di Milano.
Con grande responsabilità,
con grande fatica, ma mi è
servito molto e sono io che
vi sono molto grata, perché
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Livia
Pomodoro
Presidente Tribunale di Milano
l’Associazione di Monte
Cremasco mi fa sentire di casa
e mi accoglie sempre con
molto rispetto e soprattutto con
molto affetto, anche quando
abbiamo avuto forti divergenze
- e don Mauro ricorderà quanti
litigi abbiamo fatto... e don
Mauro ricorderà anche come
io sono stata sempre talmente
rigorosa che riconosco di
non aver reso la vita facile
all’Associazione.
Ma ho accettato quest’oggi di
venire qui proprio per rendere
una testimonianza.
Ormai faccio un altro mestiere
- anche se un mestiere
analogo dal punto di vista
della giurisdizione a quello
che ho fatto come Presidente
del Tribunale per i Minori - ma
credo che sia giusto che altri
prendano il mio posto, che altri
facciano le esperienze che
ho fatto io e possano portare
queste esperienze all’interno
dei percorsi che sono
propri sia della giurisdizione
minorile, che del mondo delle
Associazioni, del terzo settore
e così via.
Però oggi voglio dire qualcosa,
perché nell’interrogarmi sul
motivo per cui ho conservato
questo forte legame con tutti
voi, io vedo due aspetti.
Uno fortissimamente
sentimentale. Vedere oggi
infatti tante famiglie, che
hanno realizzato il loro sogno
dell’adozione, o tante famiglie
che si sono realizzate in
quello che c’è di più generoso
nel nucleo familiare, il dono
dell’accoglienza per altri meno
fortunati che però possono
ritrovare con le loro famiglie
d’origine un percorso comune
e il percorso della naturalità
della vita, mi ha fatto pensare
che almeno una parte del
mio lavoro non è stata vana.
Trovare un riconoscimento
così concreto allo sforzo che
si è fatto per venire incontro ai
bisogni di coloro che a noi si
sono rivolti, riempie il cuore di
gioia. E io questa gioia voglio
condividerla con voi che siete
qui quest’oggi. Questa è la
parte sentimentale - diciamo
così - del mio intervento.
Per altro verso molti di voi
sanno che sono una persona
molto razionale e cerco di
lavorare guardando più in là
della contingente soddisfazione
o insoddisfazione. Ebbene,
penso che anche nell’attuale
attività che svolgo sto
continuando questo lavoro di
aiuto, questo lavoro di piccola
messa in moto di qualcosa
che faccia ritrovare dignità
e rispetto di se stessi anche
agli adulti che si avvicinano
all’amministrazione della
giustizia, perché poi possano
essere indotti a comportarsi
da buoni educatori dei loro
figli. Credo molto sinceramente
che una società rancorosa
e insoddisfatta, ostile come
quella nella quale noi viviamo
e che negli anni ha stratificato
richieste e domande, ma
non si è sufficientemente e
adeguatamente interrogata
sulle proprie responsabilità
e sul proprio ruolo all’interno
di una società virtuosa, sia
una società che vada aiutata
a ritrovare la capacità di
educarsi, prima ancora di
educare. Quando sono arrivata
al Tribunale di Milano, nella
cerimonia di insediamento,
che per la prima volta è
stata pubblica e si è svolta
nell’Aula Magna del Palazzo
di Giustizia - la novità era
rappresentata dal fatto che
si trattava della prima donna
che aveva questo incarico
- io ho voluto attribuire a tutto
questo un valore simbolico
diverso, perché io credo sì che
le diversità siano importanti,
ma che tutte le diversità siano
connotate da consapevolezza,
coscienza, professionalità
e attenzione all’individuo
e all’uomo. E io ho dato un
valore simbolico diverso – l’ho
anche detto nella cerimonia di
insediamento – per me questa
è una sfida che io però voglio
fare all’interno del sistema ma
nei confronti dei cittadini. Del
resto io sono qui al servizio dei
cittadini e finché noi avremo
l’idea che il potere è “Il Potere”
ma che non è “al servizio”,
noi non avremo risolto
nessun problema della nostra
società, delle nostre società.
La concezione tradizionale
del potere è quella che il
potente governa, comanda.
Ma in nome di che cosa?
Io esercito la giurisdizione
in nome del popolo italiano,
quindi rispondo ai cittadini.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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[Interventi]
[Interventi]
Livia
Pomodoro
Presidente Tribunale di Milano
E uno dei compiti ai quali mi
sono accinta è stato quello di
tentare di fare in modo che
il Palazzo di Giustizia, questo
luogo cupo, triste, nel quale
non si vorrebbe mai entrare,
provasse a diventare invece
un luogo non ostile, un luogo
nel quale si è costretti ad
entrare perché vi è un conflitto,
perché si è commesso un
reato, perché vi sono delle
situazioni che esigono che
qualcuno dipani la matassa
degli interessi che pur sempre
esistono tra gli individui, ma
che non dev’essere visto come
ostilità. Dev’essere visto invece
come quel servizio che un altro
cittadino, con la sua coscienza,
con la sua professionalità,
con la sua competenza,
rende alla comunità. Ho fatto
qualche mese fa un’esperienza
18
straordinaria poiché a Milano
erano state indette delle
giornate dedicate alla lettura e
io ho dedicato una domenica
mattina del Palazzo di Giustizia
alla più affascinante delle
letture: la Costituzione Italiana.
Il gabbiotto degli ingressi
dove si fanno i controlli è
stato cancellato
da un grande
cubo sui quali
erano scritti gli
articoli della
Costituzione. Nel
grande Salone,
nel quale due
grandi artisti
del Piccolo
Teatro di Milano
hanno letto
alcuni brani profetici dei Padri
Costituenti della Costituzione,
c’erano più di 500 persone. Ma
la cosa sorprendente è stata
che quelle persone non erano
magistrati, avvocati, addetti ai
lavori, che anzi non c’erano o
erano pochissimi. E perché non
c’erano? Perché era domenica
mattina? Perché c’era il sole ed
era una delle prime domeniche
di primavera? Può darsi. Sta
di fatto che quell’assenza è
stato un grande trionfo per me.
Perché c’erano i cittadini. Sono
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Livia
Pomodoro
Presidente Tribunale di Milano
entrati i cittadini al Palazzo di
Giustizia per ascoltare com’è
nata e perché è nata la nostra
Costituzione! Costituzione che
è fatta di diritti sì, ma è fatta
anche di doveri. Noi dobbiamo
scoprire e dobbiamo riscoprire
che i doveri sono l’esatto
contrario della faccia della
medaglia su cui ci sono i nostri
diritti, perché in quel momento
avremo finalmente capito quali
sono le nostre responsabilità
e finalmente potremo dirci
delle persone capaci di
interpretare il nostro ruolo
nella società e di trasmettere
un ruolo virtuoso ai nostri figli.
Vedere entrare i ragazzini al
Palazzo di Giustizia - dove
normalmente non entrano
come voi potete immaginare
- vedere entrare i ragazzi delle
scuole medie accompagnati
dai genitori e vederli
interessati a capire perché
abbiamo una straordinaria
Costituzione - nella quale
peraltro il ruolo della famiglia,
il ruolo della comunità, il
ruolo della socialità, il ruolo
solidale di ognuno di noi è
fortissimamente esaltato ed
è di là che noi prendiamo il
nostro fondamento - è stata
per me una gioia grandissima,
quasi quanto quella di vedere
alcuni di questi ragazzi
che oggi daranno anche
testimonianza e che sono
i miei figli.
Le ultime parole che voglio dirvi
sono queste. L’Associazione è
una testimonianza di carattere
sociale. Ed è il terzo punto che
volevo affrontare con voi.
La società ha bisogno di queste
forme di volontariato, di queste
forme di associazionismo, non
solo perché sono di aiuto e ci
consentono di fare un percorso
di relazione e di comunicazione
insieme, ma perché
costituiscono il fondamento
di quello che noi possiamo
chiamare “il cammino comune
degli uomini”. Vedete, si può
camminare tra tanta gente
ma essere assolutamente
soli, si può camminare
insieme con poche persone,
ma sentirsi in mezzo ad una
moltitudine: quando vi è
identità di pensiero, quando
vi è capacità di accoglienza
anche del disagio degli
altri, quando vi sono quelle
forme di rispetto e, al tempo
stesso, di aiuto che non sono
mortificanti per l’uomo e che
non sono mortificanti per la
sua dignità. Quando io dico
che in un Palazzo di Giustizia
si deve rispettare la dignità
delle persone che ci entrano
e si deve fare in modo che si
sentano “persone”, questo
è già un grandissimo passo
avanti. Eppure gli abissi
nei quali possiamo cadere
tutti quanti - davvero senza
realtà come quella di Monte
Cremasco.
E’ veramente importante poter
sapere che esiste un luogo o
che esistono tanti luoghi o che
esistono tante realtà alle cui
porte si può bussare. Io l’ho
detto tante volte e continuo
a dirlo - l’ho detto anche ai
nessuno escluso - sono tanti,
sono dinanzi a noi ogni giorno;
e nel vivere quotidiano, che è
fatica, nel vivere quotidiano
insieme, è ancora più
pericoloso. E allora perché non
darsi la mano? Non darsela
non solo amorevolmente,
ma darsela anche
costruttivamente? Io credo che
questo sia il fondamento di una
giornalisti - io non mi sento
fuori da questa realtà perché
faccio un altro mestiere.
Certo, dal punto di vista tecnico
e della mia professionalità è
tutto cambiato, ma vi prego di
ricordarvi che se mai avessi
delle difficoltà, io penserei
prima di tutto di rompere la
scatole a don Mauro!
Grazie.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
19
[Interventi]
Maurizio
Sacconi
Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
B
uongiorno a tutti.
Vi rivolgo un sentito
ringraziamento per
avermi invitato al vostro 25°
anniversario e porto con me gli
auguri dell’intero governo. Mi
scuso di non essere presente
fisicamente tra voi come mi
sarebbe piaciuto e come si
conviene per i momenti di
festa come quello di oggi,
ma sopraggiunti impegni mi
obbligano ad essere altrove.
Il titolo che avete dato a
questa vostra tavola rotonda
mi colpisce e mi interroga,
20
perché pone al centro
l’affetto più importante e più
misterioso della vita quale
è l’amore. Occorre amarli
a uno a uno totalmente e
incondizionatamente. Come
è possibile? Che genere di
esperienza umana è mai
questa? Sembra appunto
impossibile alle nostre
capacità, eppure voi siete
la prova, la testimonianza
che non si tratta di parole
vuote, frutto di sogno o di
utopia, ma di un’esperienza
viva, fatta di sangue e di
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
carne. Già il vostro nome
“Associazione Fraternità”
è paradigmatico di quella
società dell’amore, di quel
concetto di fraternità ancora
recentemente richiamato da
Benedetto XVI nella “Caritas
in Veritate” come termine
ultimo di ogni azione umana,
sociale e politica. La crisi sta
facendo emergere una malattia
profonda che ha attaccato la
nostra società, segnata dai
germi dell’individualismo e del
relativismo. Sono questi che,
entrando in causa senza che
quasi ce ne accorgessimo,
hanno avvelenato i pozzi della
nostra civiltà per cui oggi
iniziamo a vederne i risultati
più virulenti, non solo in campo
economico. Il tratto delle
società occidentali, pur vivendo
in un mondo piatto dove sono
azzerati tempi e distanze, è
infatti la solitudine. Per cui i
rapporti sono frammentati e
strumentali, per cui non sembra
valer più la pena di rischiare
e costruire, di studiare e
mettere su famiglia, far fatica
e rialzarsi nei momenti di
difficoltà. L’uomo si è trovato
d’un tratto solo, senza sapere
più dove attingere la propria
identità e scarico delle proprie
[Interventi]
Maurizio
Sacconi
Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
energie morali. Il collasso dei
mercati finanziari e creditizi,
l’innalzamento dei tassi di
disoccupazione, il calo dei
consumi, in sintesi, la crisi del
circolo della fiducia, segnano
il passo anche in economia.
Si tratta del fallimento di un
modello di sviluppo fondato
sull’illusione della produzione
di ricchezza senza fatica, a
prescindere cioè dalla capacità
di creare benessere reale. Ma
come la vita insegna e come
tutti noi facciamo esperienza,
senza fatica e sacrificio non
esiste soddisfazione, non esiste
risultato e quello che sembrava
un sogno si è trasformato
presto in un incubo. Da dove
ripartire allora? L’Italia e
con essa l’Europa è nata e
cresciuta su alcuni valori
condivisi frutto della cultura
greco-giudaica-cristiana che
negli ultimi decenni sono stati
purtroppo spesso accantonati
come fattore di arretratezza.
La centralità della persona,
la centralità della famiglia, il
rispetto e la difesa della vita,
la comunità e il lavoro come
ambiti sociali, sono i pilastri su
cui rifondare un sano sviluppo
sociale ed economico, uno
sviluppo umano integrale. Non
è infatti possibile un vitalismo
economico senza un vitalismo
sociale e non è immaginabile
un vitalismo sociale senza un
profondo amore per la vita. Nel
recente libro bianco sul futuro
del modello sociale ho provato
a descrivere quello che a mio
avviso è un modello di Welfare
moderno. Lo
immagino
comunitario
e relazionale,
in cui siano
tenuti insieme
meriti e
bisogni,
libertà e
responsabilità;
che agevoli
comunque
il nascere di
una società
più attiva, dove ciascuno
possa ambire a una vita più
buona. Cos’è in fondo una vita
più buona se non una vita più
amata? Ed è proprio la famiglia
il primo luogo in cui ciascuno di
noi sperimenta e impara questo
amore. Purtroppo ancora molti
bambini vivono situazioni di
abbandono e di trauma che
chiedono di essere ascoltate
e abbracciate. E’ grande la
scelta di aprire le porte della
vostra casa a questi bambini
che molte volte si fermano
solo pochi mesi trovando
comunque quell’amore che
solo una famiglia può dare. È
questa la medicina che può
sanare le ferite del loro cuore
ricomponendo in un rapporto
affettivo gratuito i pezzi
infranti della loro personalità.
La famiglia, dunque, come
ambito educativo fondato
su un rapporto affettivo
stabile tra un uomo e una
donna che sentono viva la
responsabilità della paternità
e della maternità; soprattutto
le famiglie come le vostre che
si aprono alla vita e in modo
più evidente hanno bisogno
di essere sostenute. Già nello
scorso governo Berlusconi
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
21
[Interventi]
Maurizio
Sacconi
Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
avevamo avviato deduzioni
fiscali commisurate al carico
familiare e oggi sappiamo
che è necessario reintrodurre
ed estendere quelle misure
successivamente cancellate
dal governo che è succeduto
al nostro e che aveva appunto
sostituito le deduzioni con
detrazioni per carichi di
famiglia che hanno avuto un
ben diverso impatto, in questo
secondo caso penalizzante
soprattutto per i nuclei familiari
più numerosi. Quindi dobbiamo
riprendere un percorso, per
quanto graduale, che ci riporti
a una fiscalità realmente vicina
alle famiglie e proporzionale
alla composizione del nucleo
familiare. L’Italia ha bisogno
come il pane di una rinnovata
capacità educativa in grado di
crescere nuove generazioni
per sé e per tutti e che
abbiano, come diceva don
Giussani, come orizzonte il
mondo e negli occhi l’infinito.
Sono rimasto colpito durante
l’ultimo Meeting di Rimini della
capacità educativa nata dal
suo carisma che ha generato
anche la vostra Fraternità. Le
migliaia di giovani volontari
che hanno tenuto in piedi il
Meeting sono la dimostrazione
22
di come sia possibile tirare
grandi uomini e donne capaci a
loro volta di affermare un senso
della vita. Ho scritto nel libro
bianco: il destino di un popolo è
positivamente perseguito solo
se nei più prevale l’idea vitale
della ricerca della felicità e la
coscienza che il desiderio di
realizzazione di ciascuno si
compie solo nella dimensione
comunitaria. L’amore e la carità
come fattori generativi di un
popolo. Oggi abbiamo bisogno
di ritornare a essere popolo.
E questa possibilità si gioca
nella paternità che sapremo
esprimere. Se uno dei fattori
principali su cui misurare la
maturità sociale di un paese
è la sua capacità generativa
e di accoglienza, l’esperienza
dell’affido è sicuramente un
importante banco di prova su
cui testarla. In Italia i numeri
dell’affido crescono di anno in
anno e questo dimostra come
il nostro paese sia veramente
capace di gratuità. Nella
sua complessità mi preme
sottolineare 5 punti che credo
attuali per quanto riguarda
l’affido.
Il primo: l’esperienza della
vostra Associazione è
straordinaria perché supera i
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
vecchi modelli di accoglienza.
Ad ogni livello legislativo ed
amministrativo è necessario
un riconoscimento sempre
più deciso della famiglia e
delle comunità familiari come
fulcro dell’affido. Purtroppo in
alcune regioni siamo ancora
lontani dalla chiusura completa
degli istituti per minori come
predisposto per legge.
Secondo: per prime le
istituzioni sono chiamate a uno
scatto culturale che consideri
i bambini in affido realmente
come figli dei genitori che li
accolgono. Ancora oggi non
è prevista, per esempio, la
possibilità che essi entrino a
far parte dello stato di famiglia
con conseguenti difficoltà
anche amministrative per la
famiglia soprattutto nei casi
di affido che durano per anni.
La famiglia infatti svolge un
servizio sociale che lo stato
non è in grado di compiere e
che dunque delega ad essa
dietro minimo contributo
economico.
Terzo punto: il tessuto sociale
italiano sta mutando con
una componente sempre più
ingente e variegata di persone
straniere. Con ciò cresce
anche la presenza dei minori
[Interventi]
Maurizio
Sacconi
Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
stranieri abbandonati che
entrano nel circuito dei servizi
sociali. In tal senso siamo
chiamati ad attrezzarci per
essere pronti ad accogliere
bambini con tradizioni, culture
e abitudini diverse. Siamo
chiamati ad attrezzarci a ciò.
Le istituzioni, quarto, devono
fare di più per facilitare i
percorsi di accoglienza. Penso
per esempio di ampliare
la categoria dello stato di
svantaggio, estendendo le
tutele di assistenza per un
periodo ragionevole oltre il
raggiungimento della maggiore
età. Bisogna pensare che c’è
un periodo di transizione che
evita di trovarsi da un giorno
all’altro e in un’età ancora
critica senza più alcuna
protezione sociale.
Quinto: credo che la
dimensione associativa e
comunitaria sia vitale per
le famiglie che accolgono.
La maggior parte dei casi di
fallimento dell’affido nasce
infatti dalla solitudine delle
famiglie che non hanno un
luogo dove essere sostenute
nel difficile percorso di
accoglienza. Le istituzioni
pertanto, ognuna con le proprie
competenze, sono chiamate
a discutere e
sostenere quelle
realtà associative
come la vostra,
dove il tentativo
di amore gratuito,
di amore gratuito
dell’affido è
accompagnato e
condiviso. Auspico
un riconoscimento
effettivo delle
associazioni di famiglie come
forma nata dalla genialità
sociale e per rispondere
meglio ad un bisogno della
comunità. Richiamo in
particolare le autonomie
locali a non sovrapporsi
all’attività dell’associazionismo
e a rimanere secondo quel
dettato costituzionale della
sussidiarietà nei limiti delle
proprie competenze che sono
innanzitutto di regolazione
e controllo, tali cioè da
stimolare, riconoscere e
sostenere i soggetti della
sussidiarietà stessa come
sono in primo luogo le famiglie.
La cultura del dono e della
carità, come ho scritto nel
libro bianco, dedicandovi
anzi la conclusione del libro
bianco, e come viene ben più
autorevolmente sottolineato
nell’ultima enciclica sociale,
è il collante di una società
viva. Dobbiamo liberare le
energie positive di questo
Paese, la voglia di quanti come
voi sono pronti a mettersi
in gioco e rischiare. Io vi
ringrazio per questo, ancora
una volta per l’esempio che
nel silenzio, a volte purtroppo
ostacolati dalle istituzioni, dalle
amministrazioni, ma in modo
imponente voi date comunque
a tutto il Paese.
Solo nell’amore è possibile
ritrovare noi stessi e costruire
quel mondo nuovo che,
pur rimanendo segnato
dell’ingiustizia e dalla
sofferenza, è ultimamente
determinato soprattutto
dalla bellezza e dalla carità.
Vi ringrazio e vi auguro una
meravigliosa giornata di
meritata festa.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
23
[Interventi]
[Interventi]
Oscar
Cantoni
Vescovo di Crema
Don Mauro: Eccellenza, tocca
a Lei. Sta in piedi, il nostro
Vescovo sta in piedi.
C
ari amici, saluto
cordialmente ciascuno
e ciascuna di voi qui
presenti. Mi sia consentito
però rivolgermi innanzitutto
a sua Eminenza il Cardinale
Ennio Antonelli, per esprimergli
la mia stima e il mio affetto,
mentre lo ringrazio, a nome
della nostra Chiesa locale e di
tutti voi, della sua presenza che
onora questa felice ricorrenza
nella quale facciamo memoria
del miracolo dell’ospitalità
che l’Associazione Fraternità
24
promuove e ha promosso
lungo questi 25 anni di
vita. Un rispettoso saluto
anche alle autorità civili
e militari qui presenti.
Come pastore della
Chiesa di Crema, mi
sono chiesto quale
sia il posto che
l’Associazione Fraternità
occupa all’interno di
essa, quale risonanza
essa abbia suscitato e
come la nostra chiesa
possa valorizzare
anche per il futuro
questa opportunità.
Noto innanzitutto che le
radici di questa Associazione
Fraternità sono proprio
cremasche, perché qui è nata
e lo constato con orgoglio,
anzi senza orgoglio. Una
terra di consolidate tradizioni
cristiane, con una popolazione
molto sensibile alla carità, al
farsi prossimo in situazioni
concrete. Iniziata tra noi nel
1984, l’Associazione, di anno
in anno, si è sviluppata oltre i
confini della nostra chiesa, da
Crema e da Monte Cremasco a
Perugia, Lodi, Cremona, Busto
Garolfo, a Borghetto Lodigiano,
a Varese, e a Treviglio nel
2007, almeno fino ad ora
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Oscar
Cantoni
Vescovo di Crema
siamo giunti fino a qui, ma poi
certamente si aggiungeranno
altre destinazioni. Certamente
tutti possono verificare dai frutti
che ne sono emersi lungo questi
anni che si tratta di un grande
dono, un dono offerto a tante
famiglie in difficoltà, soprattutto
verso i 600 bambini e ragazzi
che hanno potuto gustare il
clima accogliente di una casa
ospitale, dal momento che
numerose famiglie affidatarie
hanno trovato il coraggio di
aprire ad essi le porte della
loro casa e del loro cuore. Un
dono anche per la comunità
cristiana che è stata stimolata
a moltiplicare la fantasia della
carità, ad imitazione della scelta
di carità evangelica di queste
famiglie che si sono offerte a
bambini e ragazzi bisognosi di
affettuosa vicinanza, di guida
educativa, di avviamento alla
vita. La serietà della fede
è misurata dalla capacità
di soccorrere le famiglie in
difficoltà in situazioni di povertà,
ma anche di squilibri relazionali,
dalla capacità di prendersi
cura dei piccoli di farsi carico
dei loro problemi affettivi, di
salute, di istruzione dentro
la vita quotidiana ordinaria.
L’Associazione Fraternità è
diventata così una presenza
segno all’interno della nostra
Chiesa di Crema, perché
sia manifestato uno spazio
privilegiato in cui annunciare
la chiesa della carità, quale via
più immediata, perché gli uomini
conoscano l’autentico volto di
Dio amore, così come risplende
nella storia, nelle parole e nei
gesti di Gesù. La testimonianza
della carità possiede in se
stessa una intrinseca forza
evangelizzatrice. Nella mia
prima lettera pastorale sul
Battesimo, sorgente di vita
nuova invitavo la comunità
cristiana, le famiglie, le
parrocchie a intravedere
quegli spazi concreti per
manifestare coraggiosamente
la novità e la differenza della
vita cristiana, mediante
appunto scelte coraggiose,
quali ad esempio l’accoglienza
e l’ospitalità. E osservavo
che, se il Battesimo è il gesto
sacramentale con cui Dio ci
ha accolti nella sua amicizia,
l’accoglienza e l’ospitalità dei
nostri fratelli, soprattutto dei
più poveri, è la forma esterna
con cui restituiamo al Signore,
presente in ogni uomo, il dono
immeritato che Egli ci ha
riservato ammettendoci nella
sua famiglia. Già da molti anni
l’Associazione si era proposta
con questa medesima finalità.
Anche attraverso la presenza
in diocesi dell’Associazione
Fraternità, mi pare che la
comunità cristiana abbia avuto
la possibilità di riflettere sul
corretto ruolo dei movimenti,
delle associazioni e dei gruppi
nella chiesa locale oggi.
Suscitati dallo Spirito, essi non
hanno il compito di svolgere
funzioni di supplenza, né di
avanzare in parallelo alla
chiesa locale, al di fuori di un
progetto pastorale comune,
ma di lasciare intravedere,
anticipandoli, nuovi cammini a
servizio dell’evangelizzazione,
così che anche le parrocchie
e i singoli battezzati possano
testimoniare la carità di Dio
nelle forme esigite dalle
situazioni storiche. Gruppi,
associazioni e movimenti si
propongono in tutta umiltà
alla visibilità delle comunità
cristiana, anche civile, senza
tuttavia considerarsi né
migliori, né gli unici, perché
essa diventi sempre più il luogo
in cui l’amore di Dio può oggi
essere sperimentato in spirito
di servizio e di pura gratuità.
Accanto alla presenza operativa
dell’Associazione Fraternità,
devo rimarcare che anche
altre persone e altri organismi
associativi della nostra diocesi
hanno accolto l’invito ad essere
segno della carità di Cristo
e sia pure con metodi e stili
diversi propongono spazi ed
occasioni di accoglienza e di
stima con iniziative analoghe e
complementari.
Care famiglie, membri
dell’Associazione, grazie
per la vostra presenza nella
nostra chiesa. Siete una
provvidenziale ricchezza
per tanti bambini e ragazzi
che, ospiti nelle vostre case,
ritrovano serenità, equilibrio
e gioia della vita. Grazie per la
vostra testimonianza di gratuità
che è amare senza attendersi
nulla in cambio. Grazie perché
ci ricordate che l’amore ha
bisogno di gesti concreti, a volte
anche costosi e sofferti, quali
proprio sapete realizzare voi,
soprattutto accogliendo casi
difficili e umanamente pesanti.
Vi accompagni e vi sostenga
la grazia di Dio, egli faccia
risplendere su di voi il suo volto
e vi doni ogni consolazione dello
spirito. Amen.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
25
[Le Testimonianze]
Carmen D’Alessio
Marco Ademaj
Pietro Arnone
Linda Garlati
François Bambara
Ombretta Tirelli in
Merlini
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Carmen D’Alessio
Don Mauro: Grazie Eccellenza
della paternità che ci ha
sempre riservato così tenera e
sicura in tutti questi anni in cui
lei è vescovo tra di noi. E ora...
il bello.
Abbiamo chiesto ad alcuni
nostri amici, che hanno vissuto
e alcuni stanno vivendo ancora
l’esperienza di accoglienza,
di raccontarci la loro storia.
Quello che faccio fatica
sempre umanamente a vedere
è come dal nulla che siamo,
il mistero riesce anche dalle
macerie a fare crescere fiori
28
realmente belli da vedere.
Cominciamo da Carmen, che
è tra le prime nostre amiche
che è stata accolta. Come
vedete, si è fatta anche un look
particolare, si è fatta una dieta
particolare in questi mesi per
arrivare a questo giorno.
M
i chiamo Carmen,
ho 38 anni e la mia
storia inizia proprio
22 anni fa. Era il 17 settembre
1987, quando a 16 anni facevo
il mio ingresso nella famiglia
Bellani di Castelleone.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Carmen D’Alessio
Ci eravamo già incontrati
un paio di volte nei mesi
precedenti con la mia
assistente sociale. La famiglia
dove in seguito sarei andata
in affido insieme alla mia
bimba, Laura, di dieci mesi
mi era piaciuta fin da subito.
In particolare conoscendo
la mamma Teresa, con la
sua dolcezza sia nell’aspetto
che nei modi, mi ero detta:
“È proprio così che me
l’immaginavo la mamma”.
Io la mamma ce l’avevo ma
purtroppo, a causa della sua
malattia psichiatrica, non
aveva potuto mai fare la mia
mamma. Si era ammalata
di un brutto esaurimento
nervoso proprio durante la
gravidanza e poi con il parto
tutto si era aggravato al punto
tale che mi avevano dovuta
subito allontanare da lei,
che fu trasferita nel reparto
psichiatrico, tutto nel giro di
una settimana.
Questo è quanto mi ha
raccontato mio papà in merito
alla mia nascita. In seguito,
tutta una serie di baby-sitter si
sono succedute per prendersi
cura di me accanto a mio papà
che cercava di crescermi con
molte difficoltà. L’ultimo anno
di asilo mio padre incontra
una vecchia conoscente in
difficoltà, cacciata di casa
dal marito perchè beveva
molto e a cui avevano dato
l’unico figlio in custodia al
padre e alla nonna paterna.
Lei sarà la mia tata per molti
anni. Io, comunque la chiamo
“mamma” e mi cresce anche
lei con molte difficoltà dovute
ai suoi problemi familiari.
Morirà anni dopo, al termine di
una brutta malattia trascurata,
tra le braccia della mia
mamma affidataria Teresa
che, accogliendo me e la
mia bimba, Laura, ha accolto
proprio tutto di noi, anche una
persona in fin di vita come la
mia tata.
Con l’adolescenza a Milano mi
imbatto in una serie di incontri
molto pericolosi per la mia
vita, ma alla fine rimango SOLO
incinta.
Non dico niente a casa, ma
nel frattempo la tata è andata
via per fare da badante ad
una vecchietta paralizzata e,
ormai giunta all’ottavo mese di
gravidanza, lo dico a mio papà
che mi chiede perchè non
glielo avessi detto prima, visto
che lui era un padre “aperto”.
Io risposi che sapendo che
lui era un “padre aperto” mi
avrebbe fatta abortire e io
non volevo proprio. Così il 6
novembre è nata Laura alla
Mangiagalli alle 23,30 con un
dottore molto speciale, che
mi tratta anche lui con una
dolcezza e un’umanità mai
viste prima di allora e del tutto
inspiegabili, visto che prima
di lui c’era stato un andirivieni
di medici quasi ad osservare
una cosa rara come una
ragazzina di 15 che tiene il
proprio figlio. Il 23 marzo, mio
padre, dopo due mesi e forse
più di malattia - non ho mai
saputo da quanto lo sapesse
- muore e io rimango da sola
con la bimba. Vengo affidata
ai servizi sociali del Comune
di Milano ed ho la grazia
di incontrare un’assistente
sociale, la
dott.ssa Nadia Milli, anche
lei molto speciale, che mi
accompagna in una piccola
comunità per ragazze madri,
gestita da tre dolcissime
suore spagnole in una villa
incantevole affacciata sul
lago di Como. La comunità,
costituita da sette mamme
con sette bimbi più le tre
suore, è molto familiare ed
accogliente. Nel frattempo è
maggio e le suore mi dicono
che devo assolutamente
continuare gli studi perchè ho
ricevuto una buona istruzione.
Io dico subito che il mio
sogno sarebbe frequentare il
liceo linguistico. Subito suor
Giuseppina, la superiora, si
informa e insieme si decide
che a settembre andrò al
liceo linguistico di Como. La
mia assistente sociale viene
spesso a trovarmi e parliamo a
lungo dei miei desideri, di cosa
mi sarebbe piaciuto realmente
fare e con lei riesco a trovare
le parole per dire che, pur
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
29
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Carmen D’Alessio
trovandomi molto bene lì, sento
che mi manca una famiglia
VERA, proprio perchè non l’ho
mai avuta. Lei mi risponde che
non sarà facile ma nemmeno
impossibile trovare una
famiglia che ospiti una mamma
e una bimba entrambe minori.
Dopo una settimana mi chiama
e mi dice cha ha trovato una
famiglia e che me ne parlerà
al nostro successivo incontro.
Così di lì a poco ho un papà,
Erminio, una mamma, Teresa,
30
una nonna materna,
Bettina classe 1900
e niente meno che 5
fratelli, un fratello e
quattro sorelle. Le prime
due sorelle si sono
sposate qualche tempo
prima e in casa si sono
liberati due posti.
A casa con noi oltre a
mamma, papà e nonna
materna ci sono il fratello
medico, guarda caso
compagno di studi del
dottore che mi aveva
assistito durante il parto
(questo l’ho saputo
dopo che sono arrivata
in famiglia) e le due
sorelle Cecilia di sei
anni maggiore di me e
Margherita di due anni
maggiore di me con cui ho un
rapporto proprio da sorella,
tanto che ci si prestano scarpe
ed indumenti e talvolta si
litiga per il maglione preferito.
Litigi a cui spesso pone fine
il fratello maggiore Pigio
dicendoci di smetterla di fare
la galline. Anche le due sorelle
maggiori, Chiara e Betty
insieme ai loro mariti Carlo e
Marco sono per me modello
di ciò che avrei desiderato
diventare da grande. A casa
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Carmen D’Alessio
c’è un clima di grande serenità
nonostante il numeroso nucleo
familiare e questo favorisce
molto il mio desiderio di
apprendere cose nuove.
Proprio a partire da settembre
di quell’anno don Mauro
prende in gestione l’allora
unico liceo linguistico in
Crema e io inizio la prima
superiore raggiungendo dei
buoni risultati, anche grazie
all’amorevole cura con cui
mi segue la mamma Teresa,
che da maestra elementare in
pensione dotata di una grande
cultura, mi chiarisce i dubbi
relativi al latino e alle materie
umanistiche.
La matematica rimarrà
purtroppo per sempre il punto
debole, questo vale anche per
la mamma Teresa, che mi fa
sentire ancora più somigliante
a lei.
Lei mi dà anche la possibilità
di frequentare i miei coetanei
anche fuori dalla scuola,
spesso al sabato sera per
la pizza o in occasione di
tante attività organizzate,
occupandosi lei della mia
bambina e così mi permette di
vivere la mia età come gli altri
miei coetanei, esattamente
come ha fatto con i suoi figli
e io mi sento veramente la
sua sesta figlia. Mi insegna
veramente tutto anche a
prendermi cura della mia
bambina e a crescerla con
grande amore e rispetto per la
così mi iscrivo alla facoltà di
lingue e anche lì è l’occasione
per conoscere persone
che segnano per sempre la
mia vita, perchè mi fanno
sperimentare la gratuità
sua individualità, esattamente
come lei ha fatto con i suoi
5 figli naturali, dandomi la
possibilità di essere me stessa
in tutta la mia interezza, per cui
mamma e allo stesso tempo
anche ragazzina. Accanto a lei
c’è sempre il papà, discreto ma
presente, e se qualcosa non va
per il verso giusto lui fa sentire
la sua voce.
Finito il liceo con buoni
risultati si decide insieme
alla famiglia che è opportuno
che io frequenti l’università e
dell’amicizia vera, l’aiuto
reciproco nello studio. E come
non ricordare tutte le amiche
che mi hanno ospitata a Milano
il giorno prima di un esame
o le belle vacanze trascorse
insieme a loro con mia figlia
Laura! Ci sarebbero ancora
tante cose meravigliose da
raccontare perchè il buon Dio
mi ha dato una vita veramente
speciale, perchè da tutte le
mie vicissitudini è nata la
mia FEDE, che mi ha portata
fin qui oggi, perchè potessi
raccontare a tutti, e per prima
a me stessa, che non ci sono
circostanze che non meritino
di essere vissute e giudicate
come buone per raggiungere
la Verità della nostra vita.
Oggi a 38 anni sono sposata
felicemente con Giuliano e dal
nostro matrimonio sono nate
Benedetta, quasi in occasione
del diciottesimo compleanno
di Laura, e Francesca due anni
dopo. Subito però, anzi ancora
da fidanzati, ho messo in
chiaro con Giuliano che avrei
voluto prendere dei bambini in
affido, sia che avessimo avuto
dei figli nostri sia che non
ne fossero arrivati, e anche
lui, vedendo il suo amico di
sempre Giorgio con sua moglie
Elena che vivevano questa
esperienza, mi disse che
desiderava la stessa cosa.
E così, alla fine di luglio,
quando Benedetta aveva poco
più di otto mesi, arriva una
bimba di due anni e mezzo che
resta con noi quasi un anno
per poi andare in adozione.
Dopo qualche mese nasce
Francesca e poi arriva per
qualche tempo un’adolescente
indiana di 15 anni. Laura, la
sorella maggiore, si iscrive
alla facoltà di Scienze del
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
31
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Carmen D’Alessio
servizio sociale perchè vuole
diventare un’assistente
sociale. Io, continuamente
sollecitata dagli incontri
mensili tra famiglie che fanno
affido e don Mauro, in cui
viene sempre data importanza
non solo ai minori ma anche al
rapporto con le loro famiglie
di origine che hanno bisogno
quanto i loro figli di essere
abbracciate e volute bene da
noi che lo facciamo perchè
tanto abbiamo ricevuto per
primi, intuisco che non posso
non accogliere la mia mamma
naturale che vive a Milano in
32
una comunità psichiatrica.
La andiamo a trovare
regolarmente e la portiamo
a casa alla domenica, anche
grazie al cuore di mio marito
che molto spesso fa 280 km in
un giorno per andare
a prenderla e a
riportarla.
Ormai da diversi anni
ho fatto richiesta
di avvicinamento
in un struttura
della zona, ma le
risposte tardano ad
arrivare. Sempre
insieme a mio marito
Giuliano, anzi lui
quasi più deciso
di me, pensiamo
di accogliere
mia mamma a
casa nostra. Ci
informiamo, ci
sono un sacco di
controindicazioni sia a livello
pratico di gestione che a
livello burocratico, ma non
ci perdiamo d’animo e, pur
di fronte alle molte difficoltà
che stiamo per incontrare,
spostiamo un po’ di cose in
casa in modo da creare uno
spazio per lei, visto che noi
siamo già in cinque in famiglia
e così mia mamma passa con
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Marco Ademaj
noi il suo primo weekend di
inserimento/ambientamento.
Il lunedì successivo una delle
strutture della zona (proprio
quella di Castelleone) a cui
era stata fatta la richiesta,
mi chiama per dirmi che si
è liberato un posto per mia
mamma Anna, che lo scorso
otto maggio è arrivata a
Castelleone.
La grazia di averla qui – è qui
anche oggi – oltre al fatto che
la vedo molto di più, è che tutte
quelle persone che mi hanno
fatto da famiglia, a partire dai
miei genitori Erminio e Teresa,
insieme a molti amici e parenti,
accolgono anche mia mamma
come una della famiglia e lei
intuisce in modo così chiaro,
con la sua malattia, questa
nuova familiarità, al punto che
mi chiede sempre di portarla
dai suoi parenti e cioè dallo
“zio Erminio” e dalla “zia
Teresa”.
Concludo dicendo che
sono grata all’Associazione
Fraternità perché, avendomi
dato una famiglia, mi ha dato
la possibilità di ricevere così
tanto che adesso non posso
che desiderare di fare la
stessa cosa.
B
uongiorno a tutti. Mi
chiamo Marco, sono
nato a Sarajevo,
capitale della Bosnia
Erzegovina. Attualmente
abito a Perugia nella casa
Famiglia San Giuseppe con i
miei genitori e 12 fratelli. Ho
22 anni e lavoro come operaio
termoidraulico.
Nel 1989 è iniziata la guerra
nel mio paese; io e tanti altri
bambini fummo collocati in un
istituto per le gravi condizioni
di vita in quel momento.
Successivamente, siamo stati
accolti dallo Stato Italiano che
ci ha inserito in un istituto di
suore di Monza. All’istituto mi
avvertirono che c’erano anche
le mie sorelle, Fatima, Arminia
e Aida. Ho vissuto 7 anni lì.
Un giorno ci accompagnarono
in una cascina di Crema dove
incontrai un prete di nome don
Mauro Inzoli. Mi abbracciò
forte e mi confidò in un
orecchio che mi aveva trovato
una famiglia: mi ricordo come
fosse oggi, la gioia e la felicità
provate mentre ascoltavo le
parole di quell’uomo. Nello
stesso giorno incontrai mio
padre e mia madre con i miei
fratelli Davide e Luca. Ero
così felice da non riuscire a
dormire la notte, non vedevo
l’ora di essere accolto da loro.
Quello stesso giorno chiesi
loro di poter essere battezzato
e cambiare il nome perché
provavo imbarazzo nel sentirmi
chiamare “Mohamed” che
era il mio vero nome. Loro
accettarono la mia richiesta
e subito mi sentii realmente
un’altra persona.
Quando io e le mie sorelle
arrivammo a Perugia, ero
felice, finalmente lasciavo
il mio passato alle spalle e
iniziavo una nuova vita, non
mi sembrava vero avere una
mamma, un papà, dei nonni,
degli zii... Il giorno del mio
battesimo con il cambio del
nome ero “strafelice”.
Nel frattempo i miei genitori
accoglievano altri bambini
e mia madre aspettava una
bambina; insomma la famiglia
si allargava ed era stupendo
vedere la felicità di mio padre
e mia madre nel compiere il
gesto dell’accoglienza.
Io mi chiedevo perché e chi
glielo faceva fare. In fondo
crescere dei figli è faticoso...
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
33
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Marco Ademaj
Solo dopo capii che erano
spinti dall’amore e non
badavano alla fatica ma solo
alla bellezza che ne derivava.
Dopo aver frequentato le
medie mi iscrissi alla scuola
Salesiana di Perugia, feci due
anni per inserirmi nel mondo
del lavoro e nel 2004 iniziai a
lavorare come apprendista
termoidraulico.
Nel 2007 ho anche avuto il
piacere di avere un nipote
da una delle mie sorelle, si
chiama Matteo e ora vive
in casa con noi. Oggi sono
34
fidanzato con una ragazza
di nome Valentina che mi ha
fatto scoprire l’esistenza di un
nuovo modo di amare, mi sono
innamorato di lei perchè mi
accetta per quel che sono con
tutta la mia storia, è una delle
esperienze più belle che mi
potevano capitare.
Concludendo, vorrei
ringraziare don Mauro per
avermi dato la possibilità di
incontrare questa famiglia
e per essere sempre stato
un sostegno per me e per
la mia famiglia con l’opera
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Pietro Arnone
dell’Associazione Fraternità.
Ho apprezzato ed apprezzo
l’aiuto delle assistenti sociali
dell’associazione, in particolar
modo vorrei ricordare Silvia
Gerevini, Silvia Bassi ma
soprattutto Barbara Vecchia,
ora suora presso le Trappiste
di Vitorchiano perchè mi ha
aiutato con tanto impegno
con le lunghe faccende
burocratiche per ricevere il
permesso di soggiorno.
Grazie a tutti per aver
ascoltato la mia storia.
Don Mauro: E adesso Pietro.
“
P
ietro: cosa rende casa
una casa?”, mi chiese
un giorno don Mauro.
Io gli risposi: “La famiglia”.
Ma è solo negli ultimi due anni
degli otto che sono a Crema
che sento la famiglia che mi
ha accolto come la “mia”
famiglia, che sento come miei
genitori mamma Antonella
e papà Emilio. Sono Pietro
Arnone, ho 25 anni e vivo con
le famiglie della Fraternità dal
’99. All’età di 14 anni, il 17 luglio
del ’98 sono stato allontanato
insieme ai miei fratelli dalla
mia famiglia, dove mio padre
litigava sempre con mia madre,
perennemente disoccupato e
sempre ubriaco. Ci portarono
a Monza, al “Mamma Rita”,
un istituto per adolescenti
con problemi familiari. Allora
ero contento, magari un
po’ incoscientemente, ma
almeno ero tranquillo. Da quel
momento dentro di me mi sono
detto: “Bene, ora sono da solo,
adesso devo crearmi da me.
E soprattutto, se non ci sono
riusciti i miei genitori a farmi
da padre e da madre, non può
più riuscirci nessuno”. Questo
pensiero l’ho portato avanti
fino all’anno scorso. Superato
il primo anno delle superiori,
visto che mio padre e mia
madre non miglioravano, il
Tribunale dei Minori di Milano
mi affidò all’Associazione
Fraternità di Crema per darmi
una nuova famiglia. Ma chi la
voleva? Non sentivo l’esigenza
di avere due persone che, in
qualche modo, mi facessero
da genitori. Ma mi rassegnai e
decisi di starci per poi andare
via il prima possibile. Tramite
l’Associazione e insieme a
don Mauro trovai famiglia a
Paullo. Qui ho trascorso tre
anni della mia vita presso
una famiglia dove, come in
tutte le famiglie, c’erano delle
regole, l’autorità di due genitori
molto severi a cui bisognava
obbedire e dei nuovi fratelli con
cui stare. Questi tre anni li ho
vissuti sempre al limite della
sopportazione. C’era un’enorme
difficoltà ad andare d’accordo.
Io ero molto testardo e loro
altrettanto. Nessuno ha mai
dato cenno ad arrendersi, ad
accettare l’altro per come
era. Non mi sono mai sentito
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
35
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Pietro Arnone
solo come in quegli anni. Con
la morte di mio padre e con
mia madre che continuava a
peggiorare per via della troppa
tensione, al compimento del
mio diciottesimo anno decisi di
andarmene via. Ero diventato
diffidente su tutto e tutti. Non
me ne importava di niente e di
nessuno perché, a mia volta,
non mi sentivo di appartenere a
nessuno. Il mio problema stava
nella difficoltà ad affezionarsi
a quelle persone che, in quegli
anni, si sono preoccupate del
mio bene; anzi, provavo molto
36
odio nei loro confronti. Siamo
nel luglio del 2002. Decisi
di passare l’estate con mia
madre, giù al mio paese, dove
nel frattempo si era trasferita
per stare più vicina ai parenti.
Scesi con l’intenzione di
trovarmi una sistemazione per
restare lì a vivere.
Era l’unico posto dove potessi
sentirmi a casa. Lì almeno
c’era mia mamma, anche se
non in condizioni normali, ma
almeno sapevo che mi voleva
bene. Prima di partire ho avuto
la possibilità di parlare con
don Mauro per comunicargli
quali fossero veramente le mie
intenzioni e il perché volevo
andarmene via. Don Mauro
ascoltò tutto quello che avevo
da dire. Poi, senza dirmi niente,
mi abbracciò. Ero paralizzato.
“Perché quell’abbraccio? Non
ho fatto altro che lamentarmi!”.
Poi capii che in quell’abbraccio
c’era qualcuno che mi stava
perdonando. A differenza di
come venivo trattato dagli altri,
che spesso mi commiseravano,
in quell’abbraccio sentii per
la prima volta qualcuno che
mi voleva per sé, che voleva
che rimanessi con lui. “Pietro,
voglio che rimani con me. Non
so dove ti metterò ma fidati di
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Pietro Arnone
me”. E’ stato proprio in quel
momento che, per la prima
volta, ho sperimentato su di
me quello che chiamiamo
“preferenza”. Avevo davanti
un uomo che non conoscevo,
ma che più di tutti gli altri
sentivo come padre. Ed io,
per la prima volta come figlio,
risposi: “Sì, papà.”. Così, dal 4
settembre 2002 iniziai a vivere
presso la famiglia Gobbi di
Crema. Quando andai da loro,
dopo aver conosciuto i nuovi
genitori, la prima cosa che
notai erano la semplicità e la
naturalezza con cui mi fecero
entrare in casa. Ho pensato:
“Chissà quante persone sono
passate di qua. Ormai saranno
abituati.”. Così lasciai la
famiglia vecchia ed entrai in
una famiglia nuova, sperando
che sarebbe cambiato tutto.
Neanche dopo un mese che
vivevo lì, saltarono fuori di
nuovo tutti gli stessi problemi
della famiglia precedente.
Siamo punto e a capo...Anzi,
qui è ancora più difficile. Sono
il più grande e ho otto fratelli
a cui devo dare esempio. Ma
come? A differenza di dov’ero
prima, qui queste persone sono
tranquille. All’inizio pensavo
fosse apparenza e invece,
con il passare del tempo, ho
proprio visto che quello che
facevano era vero. Ma per
chi? Per tutti e due: per loro,
che erano i genitori, e per me.
La ragione delle loro azioni
era il rispondere a don Mauro,
portatore di quell’esperienza
cristiana per cui l’Associazione
e la Comunità sono nate. Stavo
decisamente meglio, ero
tranquillo. Riuscii a diplomarmi
e iniziai Ingegneria a Milano.
Ma quello che mi serviva non
era la sola riuscita scolastica.
Piano piano mi stavo
accorgendo che nella mia vita,
anche se andava tutto bene,
sentivo sempre distanti quelle
persone che mi aspettavano
a casa il week end, poiché
vivevo in appartamento a
Milano durante la settimana.
Questo è il problema: durante
l’esperienza di affido, ogni
ragazzo deve aver chiaro quei
rapporti di padre e madre che,
nel caso mio, erano via via
svaniti. Vivevo senza rendere
conto di quello che facevo, se
non per una regola imposta.
L’unica autorità a cui obbedivo,
per un amore a quella presenza
che era sempre viva quando si
stava con lui, era l’autorità di
don Mauro. Per questo motivo,
quando potevo, cercavo di
sfuggire, cercavo di essere
sempre meno presente in
casa Gobbi, non riuscivo a
sentirli come genitori. Per
quanto volessi bene a loro, non
riuscivo a concepirmi come
parte della famiglia. Questo mi
faceva sentire disonesto nei
rapporto con don Mauro, iniziai
a cercare questo riferimento
fuori: con la morosa, gli amici,
l’università, con la squadra
di rugby, in appartamento a
Milano...ho sempre cercato
qualcuno a cui naturalmente
potessi dire di sì. Questo fino
all’anno scorso. Ad un certo
loro confronti. Non riuscivo a
dare a loro quello che ricevevo
da almeno quattro anni. Quello
che non riuscivo a trovare con
loro, chissà perché...mi veniva
facile trovarlo con tutto ciò che
era al di fuori della famiglia.
Non riuscendo ad avere
sempre presente fisicamente il
punto è crollato per me uno dei
rapporti su cui puntavo tutto e,
di conseguenza, in negativo,
sono stati travolti tutti gli altri
rapporti. E per quei rapporti
dove facevo più fatica, per
me era diventato ancora più
difficile, come appunto con la
famiglia. “Dio ti fa accadere
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
37
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Linda Garlati
Pietro Arnone
certe cose perché possiamo
maturare.”, mi disse don
Mauro quando andai da lui
per raccontargli della mia
situazione. In quel momento
don Mauro mi ha fatto capire
che il significato di quello che
mi era accaduto, allora e in
tutta la mia vita, c’era. Le cose
non succedono a caso. Il fatto
che io sia finito a Crema, le
persone che ho incontrato...
tutto quello che è accaduto,
sia di bello che di brutto,
hanno uno scopo preciso che
all’epoca non avevo chiaro.
Ma la certezza che ci fosse mi
ha dato la speranza di andare
38
avanti. Iniziai a stare attaccato
a quelle circostanze che mi
erano state date. Ho iniziato
a stare a casa. Ho iniziato a
pregare quando stavo a casa,
desiderando, con lo stare lì,
di vedere come miei genitori
mamma Antonella e papà
Emilio. L’inizio per me non è
stato facile, non è stato facile
passare dalle circostanze
che mi ero scelto per la vita a
quelle che mi erano state date
e viverle con il cuore aperto,
pronto a sentire che era lì
che potevo trovare la risposta
al mio desiderio di sentirmi
voluto bene da qualcuno di
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
presente. Ma poi è cambiato
il mio modo di stare a casa.
Non vivevo più il doverci stare
come “regola”, ma lo facevo
per amore, per tutto quello
che tutti i giorni vedevo nella
mia famiglia. Dall’amore e da
questo rapporto che vivevo
a casa sono stati influenzati
tutti i rapporti che avevo. Ora li
desidero tutti di questa natura.
Non posso nascondere che
ci sono sempre gli stessi litigi
tra genitori e figli, ma quello
che è diverso adesso è che
vedo queste persone come la
mia famiglia, qualcosa di cui
vado orgoglioso, qualcuno
di cui sono fiero e a cui sono
contento di poter dire di
appartenere.
B
uongiorno a tutti, mi
chiamo Linda, ho
quasi 23 anni e sono in
affido da 9 anni da Antonella
ed Evelino, che molti di voi
conoscono.
La mia esperienza fuori dalla
mia famiglia d’origine inizia
però molto prima: avevo 10
anni quando io e le mie tre
sorelle siamo state inserite in
un istituto a Milano in attesa
di una possibile adozione,
cosa che si verificò solo per
la più piccola delle quattro.
Rimasi con le altre due, Luana
e Luciana, per quattro anni
in istituto e devo dire che è lì
che, nel ruolo di mamma anche
delle mie sorelle, ho imparato a
diventare “grande”, soprattutto
quando decisero che non
dovevamo più avere nessun
rapporto con la nostra famiglia
naturale. Fu inizialmente
molto dura, soprattutto
perchè non avevo né risposte
né spiegazioni da dare alla
più piccole di ciò che stava
succedendo.
Si affidavano totalmente a me.
Quando ci comunicarono che
saremmo state affidate a tre
diverse famiglie fu difficilissima
la separazione, non sarei stata
in grado di assumere il ruolo
di figlia al posto di quello di
madre.
Su questo devo dire che
don Mauro ci vide giusto: la
famiglia scelta per me era
composta da bambini più
piccoli di me, quindi sarei
rimasta la più grande. Iniziò
un percorso molto duro. Era
difficile vestire quei panni, non
ne ero capace; inoltre non
sapevo assolutamente cosa
dovessi offrire in cambio.
Scoprii presto che non mi si
stava chiedendo nulla; per la
prima volta nella mia vita due
sconosciuti con i loro figli mi
stavano aprendo la porta della
loro casa e del loro cuore
chiedendomi solo di farmi
amare e di farmi amare con
tutto ciò che avevo dietro, con
tutto ciò che avevo dentro.
Divenni una figlia,
velocemente, con un padre e
una madre; scoprii che queste
persone, nella compagnia che
avevano incontrato e sempre
per mano all’autorità che
riconoscevano, non ponevano
censure all’affetto che
dispensavano ai propri figli,
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
39
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Linda Garlati
40
proprio perché accolti, non
perché messi al mondo, proprio
perché posti loro dinanzi.
La vita cominciò subito, scelsi
di fare il liceo socio-psicopedagogico: è sempre stato
chiaro in me il mio compito
viveva ciò che era capitato a
me e punire tutti i padri che
quegli errori commettevano.
Era una rabbia profonda, un
dolore che si risolveva in
una sorta di male di vivere
che non lasciava fuori nulla...
qui, lo stesso compito che
mi sono sentita addosso
quando ho scelto di iscrivermi
a giurisprudenza, dopo aver
preso il diploma; la differenza
ora, rispetto a quegli anni, è
principalmente la rabbia di
prima: mi sentivo una sorta
di vendicatrice, dovevo fare
questo percorso di studio
perché dovevo aiutare chi
C’erano momenti in cui mi
sentivo assorta in una tristezza
senza fine, senza senso e
senza speranza che finisse;
sembra paradossale, ma avevo
davanti agli occhi la risposta a
questa tristezza, ma era come
se volessi continuamente
difendere il mio dolore; quasi
fosse stato un tradimento a
me stessa sentire concreta
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
Linda Garlati
una speranza che avevo
davanti. Si trasformò quella
rabbia, divenne una sensibilità
e il desiderio che oggi sento
insito in me di spendere la
mia vita ancorata a ciò che
ho vissuto; non un nostalgico
attaccamento a dei ricordi, ma
proprio la consapevolezza di
una ferita che avrò sempre nel
cuore e che per la paternità
che ho ricevuto ha oggi un suo
valore.
Credo di poter dire che le
difficoltà in questi 9 anni sono
state né più né meno quelle di
ogni adolescente, anche se
sicuramente queste venivano
viste da me come più gravi
o dirompenti proprio per la
“ribellione” che provavo verso
questi genitori, nella parte in
cui mi dicevano, come ogni
padre e madre, cosa fare
e cosa non. Ed è proprio in
questo periodo che decisi,
compiuti i diciotto anni, che
avrei riaperto il capitolo
chiuso parecchi anni prima
riguardante la mia famiglia
d’origine: ho voluto incontrare
mia madre, quella naturale.
Non è stata immediata la
scelta, ho aspettato alcuni mesi
prima di affrontare realmente
il timore e la paura che questo
incontro suscitavano.
L’avrei incontrata in carcere,
dove sta tuttora scontando una
pena di 24 anni.
È stata un’emozione fortissima,
e al contempo assolutamente
nuova: era mia madre, è
mia madre, ma una sorta di
estraneità veniva celata dagli
abbracci che ci davamo;
un’estraneità che tutt’ora,
a 5 anni da quell’incontro, è
cambiata ma non del tutto
scomparsa.
Differentemente dalle
aspettative non è stato e non è
difficile condividere con lei la
mia vita, le mie preoccupazioni
universitarie o le mie relazioni
affettive; la vera difficoltà sta
nel semplice gesto di chiamarla
“madre”, proprio perché non
posso pensarla tale e questo
mi ha sempre procurato un
enorme senso di colpa, quasi il
mio cuore non fosse disposto
a perdonare i suoi errori con
semplicità. In questo è stato
decisivo come aiuto da un lato
la confessione con don Mauro,
che mi ha paternamente
suggerito una carità che può
esprimersi anche nel semplice
chiamare “madre” una donna
che sta scontando i suoi errori,
dall’altro la posizione presa fin
da subito da lei stessa, che ha
ricominciato il rapporto con me
e con i miei genitori affidatari,
permettendomi di darle il ruolo
che più mi sarebbe stato utile,
non necessariamente quello
di madre, capendo lei per
prima che quest’ultimo era già
occupato, nella mia vita, da
un’altra donna, a cui vedo che
cerca di somigliare.
Non è difficile, ora, ricercare
quell’unità che ho desiderato
sempre per la mia vita:
un’unità che non è negata
nemmeno da una situazione
come questa. E questo è
possibile soprattutto per la
gratuità che, ogni giorno, ogni
singolo giorno, i miei genitori
mostrano verso me e verso
mia madre, quasi che non
potessero accogliermi del
tutto senza accogliere
anche lei.
L’aspetto più prorompente in
me di questa esperienza è che
è diventato quasi semplice
sentirsi addosso questo
amore così inaspettato e così
immediato; diviene semplice,
e questo per me è evidente
oggi nei rapporti che desidero
per la mia vita; la presenza di
un’inquietudine nel mio cuore
- un’inquietudine sana - è
come una spia che non posso
non ascoltare, un criterio
veramente infallibile, che mi
permette, senza più paura, di
scegliere per me stessa quale
tipo di amore corrisponde ai
desideri del mio cuore. So che
è un’inquietudine che mai si
addormenterà, proprio perchè
intrisa di un amore nuovo,
un modo di amare la mia
persona ed il suo valore che
prima non avevo conosciuto.
Non è un’esperienza che
si ferma al ricevere, porta
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
41
[Testimonianze]
[Testimonianze]
Linda Garlati
anzi con sé un metodo di
insegnamento, un’apertura
verso la vita che fa guardare
anche le situazioni dolorose
in modo diverso perché gliene
si dà un senso, quasi che
non si possa completamente
amare nemmeno gli altri
senza prendere sul serio
il proprio bisogno; nel mio
caso, il bisogno di essere
accompagnata per mano da
una madre e un padre.
La grandezza di ciò che è stato
fatto per me non ha cancellato
42
nulla di ciò che è stata la mia
infanzia, ma ha fatto sì che io
raggiungessi dei punti fermi
oggi: una fiducia innanzitutto
verso il mondo degli adulti,
che riconosco come autorità
e non come “padri-padroni”;
il desiderio, in secondo luogo,
di saper dire di sì quando ci
viene proposto di accogliere
un nuovo bambino, pur nelle
difficoltà che questo comporta
e una capacità a riconoscere
ed accettare che il bene per
me e per ogni fratello che mi
trovo, piccolo o grande che sia,
non è deciso nemmeno dai miei
genitori che lo accolgono
come figlio.
Penso che questo, il miracolo
dell’ospitalità, il dono che mi è
stato fatto, sia stato possibile
sicuramente per l’umanità e la
santità dei miei genitori, che
sono certi della bontà della loro
opera, ma anche e soprattutto
per l’amicizia e la guida che la
persona di don Mauro - e con
lui l’intera Fraternità - hanno
rivestito in questo cammino e
tuttora rivestono, seppure il mio
affido sia legalmente terminato.
Non mi sento più una ragazza
sfortunata, non associo più i
miei piccoli fallimenti personali,
quelli di tutti i giorni, con la
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
François Bambara
situazione che ho vissuto da
bambina; non sottolineo più
la differenza che c’è stata
nella mia crescita rispetto
a quella di chiunque altro.
Sono orgogliosa e grata del
lavoro fatto, del durissimo
cammino fatto, che sono
consapevole non essere
ancora terminato, ma che mi
ha visto protagonista di una
storia in cui alla sofferenza, alla
violenza, alla solitudine e alla
paura è stata data una risposta
cui nessuno può rimanere
indifferente.
Una risposta che ti strappa
di dosso il niente che credi
di valere, una risposta che ti
ferisce perchè inizialmente
incomprensibile tanto è
sproporzionata rispetto alla vita
precedente, ma che finisce per
suscitare la speranza reale e
concreta di un amore possibile
per sé; per sé e non per
qualcun altro.
Grazie.
Don Mauro: Tra le cose più
belle nate in questi anni,
c’è stata l’amicizia con tanti
genitori di bambini accolti
da noi, l’amicizia tra padri e
madri che hanno imparato
a guardarsi con reciproca
stima e con una capacità
di accoglienza che non ha
lasciato nessuno come è stato
trovato. François è un papà
che si è incontrato con la
nostra esperienza attraverso
la sua figlia che è stata da
noi in affido, e adesso ci dice
qualcosa di quello che è
accaduto a sé.
B
uongiorno a tutti,
non ho preparato
un discorso perché
volevo dire quello che sento
e quello che penso. Per me
è stata un’esperienza molto
positiva, perché vedo mia
figlia oggi molto serena,
amata. Questa bimba è stata
affidata dall’Associazione
Fraternità a una famiglia che
mi posso permettere oggi
di dire “meravigliosa”; loro
hanno accolto mia figlia come
la loro propria figlia. Mia figlia
cresce sempre, la vedo, sono
contento. Un padre pensa
sempre a suo figlio in ogni
momento della giornata e
sapendo che il figlio è amato,
sta bene, è sereno e può stare
tranquillo.
Per questo ringrazio
l’Associazione Fraternità, se mi
permette di chiamarlo “papà”
don Mauro. Ringrazio anche la
famiglia che è diventata anche
la “mia” famiglia.
Posso chiamare Giorgio,
“fratello Giorgio”, ed Elena,
“sorella Elena”.
Ci sono tante persona da
ringraziare. Ringrazio anche la
mia fidanzata che fa tanto per
la serenità della bimba, e mi
auguro che tutti i bambini che
sono in difficoltà abbiano la
fortuna che ha avuto mia figlia.
Grazie.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
43
[Testimonianze]
Ombretta Tirelli in Merlini
Don Mauro: E per finire
Ombretta. Ombretta è una
mamma che nella sua vicenda
personale, familiare, segnata
così profondamente dal
mistero della croce, ha potuto
sperimentare fin da subito la
promessa di una risurrezione.
M
i chiamo Ombretta
e vengo da un
piccolo paese
della bassa bresciana.
“Gesù noi viviamo per te.
Gesù noi moriamo per te.
Sia che viviamo,
44
sia che moriamo
noi siamo tuoi”.
Questi sono gli auguri che
il 10 aprile ‘99, giorno del
matrimonio mio e di Sergio,
ci mandava oralmente un
nostro grandissimo amico
Memores Domini.
Giuseppe Maggioni in quei
giorni stava per terminare la
sua lunga battaglia contro un
male incurabile. Non poteva
essere presente fisicamente,
e nemmeno con un biglietto
scritto, ma aveva affidato
oralmente queste parole ad un
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
amico perché ce le riportasse.
Sono stati gli auguri più belli di
quel giorno, mai dimenticati.
Giuseppe aveva visto più
volte la casa dove io e Sergio
saremmo andati a vivere.
Si tratta della stessa cascina
dove io avevo sempre vissuto
con la mia famiglia, e a lui
piaceva in modo speciale,
tanto da averci più volte
detto: “In questa casa non
dimenticate di preparare la
stanza dell’angelo”.
A distanza di tempo da quelle
parole è sempre più evidente
che Giuseppe intendeva
proprio invitarci ad accogliere
le parole di San Paolo agli
Ebrei (parole tanto care al
don Giussani ed evidenziate
nel suo libro “Il miracolo
dell’ospitalità”): “Non
dimenticate l’ospitalità; alcuni,
praticandola, hanno accolto
degli angeli senza saperlo”.
Il nostro amico Giuseppe è
morto il 21/04/99 dopo aver
detto: “Sono pronto”.
Io e Sergio in quel giorno
stavamo rientrando dal
viaggio di nozze e la notizia
della sua dipartita ci toccò
profondamente: era come
se ci avesse aspettato per
l’ultimo saluto terreno.
[Testimonianze]
Ombretta Tirelli in Merlini
Questi avvenimenti non sono
forse tutti segni di ciò che Dio
ha in serbo per noi, ben al di là
di ogni nostro progetto?
E così iniziò il nostro
matrimonio. Sergio lavorava,
come tuttora, come
responsabile del reparto
collaudo di un’azienda che
produce pullman ed io a quei
tempi stavo svolgendo la
pratica per la professione di
dottore commercialista.
La sera e tutto il sabato facevo
una scuola in preparazione
agli esami di stato.
Il 2 settembre del 2000 iniziano
per noi ad incarnarsi le parole
del nostro amico Giuseppe
circa la stanza dell’angelo.
Nasce infatti Matteo, il nostro
bambino, e Dio ce lo affida
profondamente segnato.
Matteo ha un’importante
malformazione cerebrale ed
i medici, sin dai primi mesi di
vita, visto il suo progressivo
aggravarsi,
spiegano
a me e a
Sergio che
la sua vita
sarà breve
e molto
sofferente.
E così noi
accogliamo
Matteo (il
cui nome
significa
“dono di Dio”) con il nostro
primo affido.
Matteo resterà tra
noi quattro anni, a
sorpresa dei medici.
Metà della sua
vita la passerà in
ospedale. Per stare
con lui lascio subito
il lavoro perchè
intuisco che per me
quella è la strada che
il mistero ha scelto
per rendersi a me
familiare, e, attraverso me,
rendersi familiare a chi ci sta
accanto.
Il dolore innocente è proprio il
mistero presente.
“Che vale la vita se non per
essere data?”. Matteo l’ha
data tutta e interamente per
la nostra conversione, per la
nostra continua rigenerazione
all’essenziale, al vero e al
bello. E noi, davanti a questo
corpo che veniva nutrito con
una sonda, cateterizzato,
con continue crisi epilettiche
nonostante i farmaci, davanti
a questi occhi che non
vedevano la luce, davanti ai
continui ricoveri perchè la
sua vita è stata molte volte
sul punto più estremo, davanti
al pellegrinaggio degli amici
in ospedale e a casa, davanti
a questo spettacolo di un
Gesù Bambino che il giorno
di Natale tanti venivano a
trovare, davanti a tutto ciò,
noi siamo rimasti impotenti e
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
45
[Testimonianze]
Ombretta Tirelli in Merlini
siamo giunti ad avere per lui
una vera e propria adorazione,
come quella che si ha per
l’ostia consacrata.
Di fronte alla nostra totale
impotenza ad alleviare le sue
sofferenze non ci restava che
riconoscere che solo qualcun
altro poteva darci pace ed
abbiamo iniziato a far memoria
del Sì della Madonna, alla
quale era stato chiesto tutto
e lei aveva detto il suo Sì ogni
istante della sua vita, anche
davanti alla flagellazione.
E così è cresciuta la nostra
46
domanda che la memoria del
Sì della Madonna rendesse
per noi possibile una calma
affezione alle circostanze
drammatiche nelle quali
ci veniva chiesto
di vivere. Le nostre
famiglie e i nostri amici
ci sono stati di grande
aiuto e conforto, anzi,
sono stati proprio loro
che hanno continuato
ad infonderci la
speranza.
Di fronte alla
sofferenza di
Matteo tutti i rapporti
si sono fatti intensi
e la nostra famiglia
ha conosciuto anni
di sovrabbondanza
della Sua grazia. Lo
spettacolo quotidiano di
un figlio sul calvario ci
ha portati a riconoscere
la nostra dipendenza
da qualcun altro che
solo poteva realizzare il
desiderio di felicità che
noi, come ogni mamma
e papà, avevamo sul
nostro bambino.
Ma in lui era tutto
compiuto, ed era Matteo che
educava noi a consegnare
la sua e la nostra vita nelle
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
mani di Colui che solo può
compierla.
Nei momenti di maggiore
debolezza abbiamo visto
manifestarsi la Sua forza; e
così abbiamo fatto esperienza
di portare un tesoro in vasi di
creta.
Abbiamo chiesto a don
Mauro di aiutarci ad aprirci
ad altri affidi, riconoscendo
di essere debitori di tanta
grazia. Il nostro desiderio era
di far riaccadere lo sguardo
di positività di cui noi siamo
stati fatti oggetto. L’esperienza
dolorosa di Matteo ci ha
in fondo resi più certi della
positività della vita.
E così abbiamo accolto nel
2005 Alessandro, nel 2007
due fratelli: Erik e Roberto e
a gennaio di quest’anno due
sorelle: Iside e Chantal.
Questi bambini ci stanno
[Testimonianze]
Ombretta Tirelli in Merlini
facendo una speciale
compagnia e, in cambio
delle non poche difficoltà,
assistiamo ogni giorno al
miracolo del loro affezionarsi
a noi come ad una roccia a cui
stare aggrappati.
Io e Sergio ci siamo man mano
aggrappati sempre più a don
Mauro e a tante persone e
famiglie dell’Associazione
Fraternità perché la loro
tutti gli amici che sono venuti
a messa e poi si sono fermati
in cascina da noi a fare festa.
Una ragazza è venuta per la
prima volta, colpita dall’invito
di un nostro amico che le ha
detto se voleva andare con
lui la sera a festeggiare il
compleanno di un bambino in
cielo. E spinta dalla curiosità
è venuta a vedere di cosa si
trattava.
presenza e la compagnia
che ci fanno nel quotidiano
è la nostra forza e la nostra
sicurezza.
Sabato scorso è stato il quinto
anniversario della morte di
Matteo che coincide anche
con il suo nono compleanno.
E noi dobbiamo ringraziare
Ma ancor più stupiti eravamo
io, Sergio e i nonni a vedere
i nostri bambini darsi da fare
tutto il giorno per preparare il
cartellone, i tavoli e le sedie,
felici perché era il giorno della
festa di Matteo.
“La tua grazia vale più della
vita”. Cosa desiderare più di
questa grazia che riempie il
nostro cuore di pace e letizia?
Il volto di ciascuno dei nostri
bambini è come se ci dicesse:
“Guardami, guardami! Io sono
soltanto un promemoria. Che
cosa ti ricordo?”
La realtà è ostinata e chiede
risposta. Beato chi trova in Te
la sua forza e decide nel suo
cuore il santo viaggio.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
47
[Intervento finale]
S. Em. R.
Cardinale
Ennio Antonelli
[Conclusione]
Mons.
Mauro Inzoli
[Intervento finale]
Cardinale
Ennio
Antonelli
Presidente Pontificio per la famiglia
Don Mauro: Ora cediamo
volentierissimo la parola
a Sua Eccellenza, perché,
raccogliendo tutto il mistero
che si è svelato in questi
interventi, ci aiuti ad andare più
a fondo nella conoscenza di ciò
che non solo è all’origine ma ci
accompagna quotidianamente.
S
aluto innanzitutto
con viva fraternità
il vescovo di questa
Chiesa di Crema e saluto con
rispetto ed amicizia le autorità
presenti e saluto con grande
50
gioia le famiglie che sono al
centro di questa festa, e tutti
quanti sono convenuti per
festeggiare, per celebrare,
per onorare queste famiglie,
questa Associazione nel
venticinquesimo anniversario
della sua fondazione. Ma un
saluto particolarissimo non può
che essere per don Mauro,
mio amico da tanti anni. Amico
ammirato, ammirato per la
passione, per l’intelligenza con
cui si dedica ai suoi impegni, e
in particolare per la passione
e l’intelligenza con cui guida
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
questa associazione di
famiglie, questa Associazione
Fraternità. Veramente la vostra
è una splendida esperienza
umana e cristiana, piena
di significato, una grande
amicizia per l’accoglienza, per
accogliere i bambini bisognosi
di affetto, bisognosi di aiuto
per crescere come uomini
veri e come cristiani. Insieme
per accogliere. Che bello!
Mi ha colpito molto questa
vostra identità tanto che non
ho potuto fare a meno nei
giorni scorsi di segnalarla
a un Seminario di Studio
Internazionale che stavamo
svolgendo sulla famiglia
soggetto di evangelizzazione
e sarei ben lieto che voi
possiate portare questa vostra
esperienza al grande convegno
che faremo l’anno prossimo
sullo stesso tema: “La Famiglia
soggetto di evangelizzazione”.
Un grande convegno
internazionale, sicuramente
fareste la vostra bella figura e
dareste un bel contributo.
Quando ero Arcivescovo
a Perugia, un giorno fui
molto meravigliato e molto
commosso davanti ad alcune
famiglie di professionisti, che
vennero da me per presentarmi
[Intervento finale]
Cardinale
Ennio
Antonelli
Presidente Pontificio per la famiglia
un loro progetto, per chiedere
la mia approvazione e la mia
benedizione, e il progetto
era questo: lasciare le loro
case. Per alcuni si trattava di
venderle, per altri di affittarle,
comunque di lasciare le loro
case ed andare ad abitare
una famiglia vicino all’altra in
un gruppo di case a schiera,
proprio per aiutarsi ad
accogliere i bambini senza
famiglia.
Animatore di questa
esperienza, che poi si è
realizzata e si sta realizzando,
era un medico chirurgo,
Vittorio Trancanelli, insieme
con sua moglie, medico di cui
adesso è in corso la causa
di beatificazione; che sia un
auspicio anche per don Mauro!
Don Mauro: Aspettiamo un po’,
aspettiamo un po’, perché poi
mi tocca morire subito.
Ecco, hanno chiamato questa
loro comunità di famiglie,
questa famiglia “Le querce
di Manbre”, perché come
sapete in questo luogo biblico
Abramo ospitò tre misteriosi
personaggi, ospitò Dio venuto
a far visita in questa presenza
di tre personaggi misteriosi. E
questo per indicare che loro
erano mossi dalla convinzione
che accogliendo i bambini
bisognosi, accoglievano anche
Dio, accoglievano anche Cristo
nella loro famiglia. Ecco, qui
c’è una realtà simile, con la
stessa ispirazione di fondo,
ma è una realtà molto più
grande, circa 300
famiglie insieme in
una associazione
di collaborazione,
di amicizia, per una
accoglienza su
larga scala di tanti
bambini in situazioni
di difficoltà. Siamo
davanti ad una
splendida Epifania
dell’amore umano e,
in definitiva, di Dio stesso, di
Dio che è amore. Lo sviluppo
dell’amore umano a me sembra
che si possa descrivere come
un cammino progressivo
verso l’alterità e verso la
comunione nello stesso tempo.
Il bambino nasce bisognoso
di tutto e perciò anche
naturalmente egocentrico,
vive la dipendenza dei genitori,
sperimenta innanzitutto e
soprattutto l’essere amato,
impara ad essere figlio e se ci
sono anche altri figli, impara
anche ad essere fratello, a
condividere, a cominciare
a condividere l’amore.
L’adolescente poi è interessato
ad uscire dalla sua famiglia,
a guardare specialmente agli
amici, si inserisce, costituisce
gruppi, un gruppo di amici
soprattutto dello stesso sesso.
Il giovane poi si interessa
sempre di più all’altro sesso.
Impara ad apprezzare, a
rispettare, ad accogliere le
persone dell’altro sesso, a
costruire rapporti di amicizia
con loro, fino a costituire una
coppia, un legame di coppia
che tende a diventare stabile,
definitivo nel matrimonio. E
poi i coniugi, a loro volta, non
si chiudono nel rapporto di
coppia, ma insieme si donano
ai figli, cioè ad altri ancora, ad
un’ulteriore alterità. Si aprono
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
51
[Intervento finale]
Cardinale
Ennio
Antonelli
Presidente Pontificio per la famiglia
all’accoglienza di un terzo o
di terzi di una, appunto, più
ampia alterità. Una stessa
dinamica porta l’uno verso
l’altro e ambedue verso il terzo,
verso un’ulteriore alterità. Il
singolo è chiamato ad uscire
da se stesso, la coppia è
chiamata a trascendere
se stessa, la sessualità è
altruismo scritto nell’anima e
nel corpo. Così la persona si
sviluppa, si perfeziona, l’essere
padre e madre secondo
San Tommaso d’Aquino è
una grande perfezione della
persona umana, è un diventare
procreatori in un’unione con
Dio creatore e a somiglianza
di Dio creatore. Quando poi
la paternità e la maternità
si estendono ai figli degli
altri, come nel caso vostro,
come nel caso di questa
52
associazione, abbiamo una
più alta alterità, abbiamo una
sovrabbondanza di amore,
abbiamo un di più di dedizione,
di cura, di sacrificio, ma anche
di valore, di significato, di
intima soddisfazione, di gioia,
perché come il Signore ha
detto: “C’è più gioia, più felicità
a dare che
a ricevere.”
Siamo quindi
di fronte a
una dinamica
più grande,
più vasta
dell’amore,
tanto più che
come nel
caso vostro
voi vi siete
messi insieme per aiutarvi ad
estendere questa dinamica
dell’amore, questo andare
verso gli altri. Ecco dunque, mi
pare una splendida epifania
dell’amore umano, cresciuto,
sviluppato in pienezza, ma
anche nello stesso tempo
un’epifania di Dio, di amore.
Dio è Padre, Figlio e Spirito
Santo. Il Padre è tutto rivolto
al Figlio, il Figlio è tutto rivolto
al Padre; il Padre e il Figlio
insieme sono rivolti allo Spirito
Santo, insieme sono protesi
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
verso la novità incessante,
inesauribile dello Spirito,
verso questa sovrabbondanza
di gioia, di creatività che è
lo Spirito Santo che poi si
esprime anche nella creazione
del mondo degli angeli e degli
uomini. Ecco, ogni famiglia
vera, autentica, anche se
non lo sa, è a immagine della
Trinità divina. Ogni famiglia è
dalla Trinità, è dentro la Trinità
ed è verso la Trinità. E come
la famiglia così è anche la
Chiesa, ogni comunità umana,
ossia anche un’associazione
di famiglie come la vostra.
Dovunque c’è comunione e
c’è creatività nel bene, c’è
apertura verso la novità,
l’alterità. Lì c’è un’immagine
viva, una partecipazione viva
della Trinità divina.
Ecco, mi pare che il vostro
esempio, il vostro modello,
sia quanto mai significativo,
quanto mai necessario in una
società come la nostra, in
cui c’è la crisi della famiglia,
la crisi della coppia, la
crisi della natalità, la crisi
dell’educazione.
La vostra realtà è una risorsa
preziosa per questa società,
per la società civile; è un
fattore efficace di coesione
[Intervento finale]
Cardinale
Ennio
Antonelli
Presidente Pontificio per la famiglia
e di sviluppo. Giovanni Paolo
II ha messo in grande risalto
il compito nativo, originale,
insostituibile, inalienabile
della famiglia nella società.
Questa cellula fondamentale
e vitale, nella misura in cui
è animata dall’amore e ben
riuscita, alimenta in tutti i
suoi membri importanti virtù
personali e sociali: fiducia
negli altri, giustizia, servizio,
laboriosità, cura dei più deboli,
gratuità, perdono, reciprocità,
dialogo, sincerità, fedeltà,
esercizio dell’autorità come
servizio, generosa obbedienza,
cooperazione, solidarietà,
rispetto della natura e, in
un contesto di democrazia
avanzata, di mobilità, di
flessibilità del lavoro come
il nostro, la famiglia è un
potente fattore di coesione
e sviluppo più necessario
che mai. Numerose indagini
sociologiche realizzate in
diversi paesi, mettono in
evidenza che la coppia uomo
donna, unita in matrimonio
stabile e duraturo, offre molti
vantaggi rispetto alle famiglie
disgregate o incomplete,
rispetto alle convivenze di
fatto. Ad esempio, migliore
salute fisica ed equilibrio
psichico, con minore consumo
di sigarette, di alcool, di droghe
- indicatori come vedete molto
concreti - migliore educazione
e minore devianza giovanile,
migliore frequenza e riuscita
scolastica, maggiore successo
lavorativo e reddito economico,
più lunga aspettativa di vita,
meno suicidi e meno violenza,
meno abusi sui bambini e meno
mortalità infantile. Viceversa
il non matrimonio causa
molte sofferenze agli uomini,
alle donne, ai figli, ai parenti,
ed ha pesanti costi sanitari,
psicologici, etici, giudiziari,
economici, demografici e
sociali. E’ anche interessante
che in Europa si moltiplichino
in questo momento le proposte
per sostenere la natalità
e la famiglia. Mentre in un
recente passato l’attenzione
si concentrava sulle pari
opportunità di uomini e donne
in una logica di competizione,
ora l’interesse comincia a
focalizzarsi sui bambini; è
l’interesse dei bambini che
emerge sempre più.
Allora è interesse pubblico che
le famiglie siano unite e stabili,
fondate sul matrimonio, capaci
di compiere la loro missione
procreativa ed educativa, ed
esse hanno diritto di ricevere
un adeguato sostegno
culturale, giuridico, sociale ed
economico.
Ma la famiglia è anche
soggetto di evangelizzazione,
proprio perché è anche una
rivelazione, una epifania di Dio
Amore. Davanti ad esperienze
come le vostre è spontaneo
domandarsi perché fanno
questo?
La risposta non può che
essere perché sappiamo di
aver ricevuto amore e quindi
abbiamo l’esigenza di donare
amore. Ci sentiamo accolti da
Dio, dalla famiglia trinitaria
e vogliamo anche noi aprirci
all’accoglienza degli altri.
Secondo la Parola di San
Paolo: “Accoglietevi gli uni
gli altri come anche Cristo
accolse voi per la gloria
di Dio”.
Ecco, le famiglie cristiane si
aprono all’accoglienza non
solo dei propri figli, ma anche
di quegli degli altri, perciò
veramente dobbiamo far
festa, dobbiamo dire grazie,
grazie a tutti voi, grazie alla
vostra associazione, e grazie
innanzitutto al Signore.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
53
[Conclusione]
Mons.
Mauro
Inzoli
Presidente Associazione Fraternità
E
ora mentre attendiamo
che si preparino tutti
i bambini ad entrare,
almeno faremo un canto
finale insieme, volevo dire
una piccolissima, ultima cosa.
54
Uno dei segni più stupefacenti
di questi anni, insieme alla
misteriosa e gratuita capacità
di condivisione di tante
famiglie, è stato vedere come
qualcuno abbia sentito il
desiderio di portare lo
stesso peso, magari in
forma diversa, mettendo a
disposizione il necessario.
Non è formale perché
vedere qualcuno che
ci mette del suo per
permettere ad un altro di
fare quello che desidera
è di più di quello che stai
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
[Galleria]
Fotografica
facendo tu, è qualcuno che
condivide con te, e questo
diventa un metodo, perché
collaborare all’opera che sta
facendo un altro è di più che
costruire la propria e io credo
che da questo abbia imparato
davvero tanto.
E’ per questo che vorrei
rendere esplicita gratitudine
ad alcune delle persone che
sono qui presenti e che hanno
permesso alla Fraternità in
questi anni di realizzare quello
che si è costruito e che non
sarebbe stato tale se non ci
fossero stati loro. Grazie.
Ed ora facciamo entrare i nostri
bambini
Se ci alziamo possiamo
recitare insieme l’Angelus.
“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”
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