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“Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Convegno per il 25° anniversario della costituzione dell’Associazione Fraternità [Il messaggio di] Julián Carrón 25° anniversario Associazione Fraternità Crema, 12 settembre 2009 Carissimi, la festa per i vostri 25 anni vi trovi più grati e più certi della ragione per cui ogni giorno portate il peso di un amore gratuito verso coloro che vi sono affidati: la sorpresa di essere stati abbracciati da Cristo, l’unico che ha avuto pietà del nostro niente fino a dare se stesso perché noi fossimo felici. Questo vuol dire amare incondizionatamente. Un forte abbraccio Julián Carrón Milano, 10 settembre 2009 Foto: Sonzogni Paolo [Introduzione] Mons. Mauro Inzoli Presidente Associazione Fraternità Indice Introduzione pag. 5 . ......................................................... Mons. Mauro Inzoli Presidente Associazione Fraternità Saluto autorità Bruno Bruttomesso .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Presidente Provincia di Cremona Gianni Rossoni .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 10 Sindaco di Crema Massimiliano Salini . ....................................................... pag. 8 pag. 9 Vice-presidente Regione Lombardia Davide Prosperi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Responsabile Regionale di Comunione e Liberazione Interventi Livia Pomodoro .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Presidente Tribunale di Milano Maurizio Sacconi . ............................................................. Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali S. Ecc. Mons. Vescovo di Crema Testimonianze Oscar Cantoni ..................................... Marco Ademaj Pietro Arnone Linda Garlati ..................................................................... . ...................................................................... .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . François Bambara .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ombretta Tirelli in Merlini Intervento finale S. Em. R. Cardinale Ennio Antonelli Conclusione Galleria fotografica pag. 16 pag. 20 pag. 24 Carmen D’Alessio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 28 pag. 13 .......................................... pag. 35 pag. 39 pag. 43 pag. 44 .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 50 . ......................................................... pag. 54 Presidente Pontificio Consiglio per la Famiglia Mons. Mauro Inzoli pag. 33 Presidente Associazione Fraternità . ....................................................................................................... pag. 55 S ono molto lieto di poter dare inizio a questo gesto, che è innanzitutto un gesto di gratitudine per quello che è successo in questi anni. E vi ringrazio ad uno ad uno perché se voi siete qui, a cominciare da Sua Eminenza il Cardinale Antonelli, il nostro vescovo Oscar, alla Presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro, a tutte le autorità qui presenti, a tutti gli amici, è un segno che il cuore non resta indifferente a ciò che il mistero opera nella storia. E questo è il punto: Dio si è commosso per il nostro niente. Non solo. Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza dimentica e traditrice, per la nostra meschinità. Dio si è commosso per la nostra meschinità, che è più ancora che essersi commosso per il nostro niente; ha avuto pietà del tuo niente, ha avuto pietà del tuo odio a me. Mi sono commosso perché tu mi odi, come un padre e una madre che piangono di commozione per l’odio del figlio. Non piangono perche sono colpiti; piangono di commozione, vale a dire di un pianto totalmente determinato dal desiderio del bene del figlio, del destino del figlio, che il figlio cambi per il suo destino, che si salvi. E’ una compassione, una pietà, una passione. E’ per questo che ci scriveva sempre don Giussani qualche anno fa: “siamo ammirati e commossi dal vostro impeto che ha saputo immaginare operazioni di carità con il coraggio giocato dalla fedeltà ai principi della vostra fede. E vi esprimiamo il nostro desiderio di seguire quella fedeltà che anche nelle peggiori situazioni ha saputo costruire quello che nessuno immaginava”. E’ una commossa gratitudine che ci fa essere qui più coscienti del niente che siamo, ma più coscienti di essere stati trascinati, affascinati e trascinati dentro a quel mistero di carità che ci ha raggiunto ad uno ad uno e ci ha abbracciati totalmente e incondizionatamente. Quello che vogliamo oggi è lasciarci di nuovo commuovere dalla carità del mistero, testimoniata da tutti coloro che interverranno quest’oggi, ma non solo, perché dovremmo intervenire tutti; ma dal vivere ora, dal lasciarsi colpire ora, dal lasciarsi investire ora da questo avvenimento di gratuità totale, affinché sia possibile per ciascuno di noi rintracciare una luce che ci permetta di uscire tutti dalla confusione nella quale siamo e di essere più certi che Colui che ci è venuto incontro compie anche nelle circostanze più difficili il nostro destino. Ora chiedo al nostro sindaco di portarci il suo saluto e colgo l’occasione per ringraziare l’amministrazione comunale di averci concesso gli spazi che stiamo utilizzando anche adesso. Grazie signor sindaco. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 5 [Saluto autorità] Bruno Bruttomesso Massimiliano Salini Gianni Rossoni Davide Prosperi [Saluto autorità] [Saluto autorità] Bruno Bruttomesso Sindaco di Crema Massimiliano Salini Presidente Provincia di Cremona cremaschi, per tutti noi che lo stimiamo, che lo apprezziamo, lo ammiriamo, che gli vogliamo bene, per tutti noi lui sarà sempre don Mauro. Il mio saluto va in particolare agli illustri relatori di oggi: la dottoressa Livia Pomodoro, Sua Eminenza il Cardinale Antonelli e il nostro vescovo. Però quello più sincero va a tutti voi che siete qui presenti così numerosi, cremaschi e non cremaschi. Ai non cremaschi auguro il benvenuto nella nostra città; ai cremaschi e a tutti voi auguro una buona giornata. Grazie. B uongiorno a tutti. Mi fa veramente molto piacere essere qui oggi per questa importante celebrazione. Io porto il mio saluto - ma il mio da solo non avrebbe un grande valore - io porto in questo momento il saluto dell’intera città di Crema, che ho l’onore di rappresentare, a tutti voi che siete qui. Un saluto veramente sincero e anche affettuoso, ed un omaggio particolare all’Associazione Fraternità, che tanto fa per Crema e per tutto il 8 territorio. Nel mio programma elettorale ho messo come uno dei cardini la sussidiarietà e l’Associazione Fraternità vuol dire realizzare quelli che sono i principi che sono fondamenti anche del mio programma, per cui li ringrazio vivamente. Voglio portare quindi un saluto sincero attraverso tutta l’Associazione al presidente dell’Associazione, Monsignor Mauro Inzoli. E, se me lo permettete, vorrei portarlo soprattutto a don Mauro, perché per tutti noi “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Don Mauro: Diamo la parola ora al Presidente della Provincia di Cremona, Massimiliano Salini. I o dovrei ringraziare di “una vita”, non solo del fatto di poter oggi contribuire in piccola parte all’avvio di una giornata che mi colpisce il cuore e mi colpisce nel più profondo del giudizio che do della mia vita e della decisione di fare politica. Nella decisione che ho assunto a un certo punto della mia vita di fare politica, la conoscenza del lavoro e della ricchezza che costituisce l’Associazione Fraternità ha rappresentato il cuore pulsante perché se è vero che in politica c’è il bisogno delle persone, è ancora più vero che per conoscere e capire il bisogno delle persone bisogna avere a che fare e avere il coraggio di avere a che fare con una persona che abbia bisogno, farci i conti, guardarla negli occhi. E io ho imparato a guardare negli occhi le persone e a guardare negli occhi il loro bisogno e quindi il mio bisogno, soprattutto grazie a don Mauro e all’Associazione Fraternità. Grazie di cuore. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 9 [Saluto autorità] [Saluto autorità] Gianni Rossoni Vice-Presidente Regione Lombardia Don Mauro: Ora cediamo la parola al professor Gianni Rossoni, vice-presidente della Regione Lombardia. P orto il saluto oltre che mio, del Presidente Formigoni, impossibilitato a partecipare, a Sua Eminenza Monsignor Antonelli Presidente Pontificio Consiglio per la Famiglia, a sua Eccellenza Monsignor Oscar Cantoni Vescovo di Crema, alla Presidente del Tribunale Dottoressa Livia 10 Pomodoro che penso trovi qui stamattina il frutto di un lavoro, di un tratto di strada nel segno dell’accoglienza e dell’affido con tutte le sue difficoltà quando era Presidente del Tribunale dei Minori e che ha avuto l’occasione di incontrare e di conoscere l’Associazione di Monte Cremasco. Il Presidente rivolge poi un saluto particolare a don Mauro, diciamo Monsignore, ma per noi tutti è don Mauro Inzoli, Presidente dell’Associazione Fraternità. “Cari amici” scrive “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Gianni Rossoni Vice-Presidente Regione Lombardia il Presidente, “vi ringrazio di cuore per l’invito a partecipare al convegno per i vostri 25 anni di attività. Pur non potendo partecipare personalmente, desidero comunque testimoniarvi la mia vicinanza ideale e il sostegno pieno e convinto, non solo a l’incontro di oggi, ma più in generale alla vostra storia e alla vostra esperienza di accoglienza di carità reale. Esperienze come quelle dell’Associazione Fraternità sono esempi positivi di quell’eroismo quotidiano che verrà testimoniato anche da questa giornata. Un quarto di secolo di storia che ha visto oltre 600 bambini crescere nell’amore gratuito e incondizionato di famiglie a loro volta mosse e commosse dall’incontro del carisma di don Luigi Giussani e dallo sguardo di amore e di guida paterna di don Mauro Inzoli. Nel clima culturale odierno, voi avete un compito pedagogico fondamentale, quello di portare l’esperienza in atto di un’accoglienza compiuta e, in quanto tale, possibile per tutti. Perché l’accoglienza, come voi insegnate da sempre, non è prerogativa solo di una famiglia perfetta, ma un atto d’amore che chiunque può fare. Oggi più che mai, la famiglia, per sua natura luogo di accoglienza e di educazione, è sfidata, o forse dovremmo dire, attaccata dalla cultura dominante, individualista e libertaria, tanto attenta a domandare sempre nuovi diritti per i singoli quanto risolutamente avversa a qualunque soggettività sociale entro cui si sperimentino forme di responsabilità personale e comunitarie. Per questo siamo chiamati ad una battaglia per la maestà della vita, come la definì il genio poetico di Giovanni Testori, la maestà di chi si impegna ogni giorno per difendere la vita dal suo sorgere al suo termine naturale. La battaglia di milioni di padri e di madri che non demordono, che continuano ad avere voglia di educare i propri figli è una battaglia di civiltà, cari amici, cui noi non ci sottraiamo, una battaglia che, attraverso l’applicazione del principio di sussidiarietà, deve portare al riconoscimento pieno della famiglia come soggetto attivo nel nostro welfare e, come tale, difesa, sostenuta, agevolata. In Lombardia abbiamo iniziato ad applicare la sussidiarietà nel 1999, con la prima legge sulla famiglia del nostro paese e stiamo andando avanti continuando a mettere in campo una serie di politiche che non partono da una concezione assistenzialistica della famiglia, bensì da un suo riconoscimento come soggetto attivo nella società civile. Abbiamo realizzato così una politica sociale sempre più concepita come un investimento che concorre al rilancio della competitività del sistema e non come spesa sociale, coinvolgendo direttamente le famiglie e incentivando la loro libertà nell’impiego delle risorse. Vogliamo infatti permettere ai genitori di costruire la famiglia che desiderano senza il timore di non potercela fare economicamente, realizzare una migliore possibilità di conciliazione tra famiglia e lavoro, garantire a tutti i bambini di crescere e di realizzare le proprie aspettative, potendo disporre delle condizioni e delle opportunità migliori. Restituire spessore e vitalità alla famiglia serve a restituire alla nostra comunità una delle sue più importanti strutture culturali, vera e propria difesa unitaria senza la quale non possiamo muovere alcun passo verso il futuro; per questo colgo l’occasione per ringraziarvi di cuore per quello che siete e testimoniate augurando a tutti voi buon lavoro per il convegno odierno e il meritato successo dell’intera giornata di festa che seguirà. Roberto Formigoni.” Permettetemi di chiedere ancora qualche minuto, per unirmi anch’io ai sentimenti di gratitudine del Presidente Formigoni che ho appena pronunciato, aggiungendo un grazie mio personale a don Mauro Inzoli e a tutte le famiglie dell’Associazione Fraternità, perché con il loro sì, la vita di tanti bambini, ma anche di tanti adulti, è rifiorita inaspettatamente. Diceva ieri sera don Mauro, prima della proiezione del filmato questa frase: “Anche se fosse stato per uno solo di questi bimbi ne valeva la pena”. Penso che sia una frase che non abbia bisogno di commenti. Conosco personalmente tante delle “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 11 [Saluto autorità] [Saluto autorità] Gianni Rossoni Vice-Presidente Regione Lombardia famiglie che contribuiscono da anni a rendere grande quest’opera, così come conosco personalmente lo stesso don Mauro, che è, è stato ed è non solo l’iniziatore della Fraternità ma un compagno di strada, un amico fraterno, un padre per tutti quelli che hanno avuto il coraggio di iniziare questa avventura lunga 25 anni. Nel commuovente libro di Cristiano Guarneri, appena uscito e che vi invito a leggere, “Ho imparato a chiamarti figlio”, ci si imbatte in alcune di queste famiglie e ci si rende conto di quale portata umana abbia la vostra esperienza. Mi hanno sempre colpito la caparbietà e la tenerezza insieme che i genitori come voi hanno usato nell’ospitare chi ne aveva bisogno. “Caparbietà” perché di fronte alla fatica e ai sacrifici e, a volte, al dolore che vi è toccato vivere, nessuno è mai fuggito. “Tenerezza” perché è l’unico atteggiamento che avete vissuto anche verso chi inizialmente rifiutava il vostro amore. So che nessuno di voi ama sentirsi definire “eroe”, come diceva prima 12 il Presidente Formigoni, e probabilmente nessuno di voi lo è. E’ vero, ciò che ha reso grande la vostra opera quotidiana non è l’infallibilità né la coerenza, è piuttosto il metodo della condivisione a guidare il vostro cammino, un metodo ereditato dalla grande esperienza del cristianesimo, quella nata dal carisma di don Luigi Giussani. Il metodo della comunione cristiana è impareggiabile dal punto di vista educativo e per la capacità di sostenere la rinascita dei tanti minori accolti spesso arrivati da prove devastanti. La rete familiare che ne è nata andrebbe presa ad esempio di come tutto, non solo l’accoglienza, può essere vissuta come capacità di sostegno, compagnia di amicizia, mutuo aiuto. Non a caso il momento per voi più significativo è l’assemblea mensile delle famiglie, durante la quale sono messi a tema gioie, dolori, difficoltà, sacrifici, speranze e dove si indica una strada. Questa unità, che ci è dettata dall’appartenenza all’unità cristiana, ha reso evidenti in questi 25 anni “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Davide Prosperi Responsabile Regionale di Comunione e Liberazione quanto la famiglia sia indispensabile per la tenuta della società, perché non solo ne costituisce l’ossatura ma è l’antidoto alle piaghe della solitudine e dell’abbandono che vanno allargandosi senza misura. Da sole le istituzioni non riuscirebbero a rimarginare queste ferite, quindi, come rappresentanti delle istituzioni che siamo qui stamattina, non possiamo non sostenere, come diceva anche il Presidente Formigoni nel suo messaggio, i corpi sociali vivi, forti, capaci di aggregazione e di solidarietà. Ne va della crescita del nostro tessuto sociale. Con la vostra testimonianza voi rendete evidente che tutti possono sentirsi abbracciati, bianchi o di colore, cristiani o musulmani, sani o malati. E questo può accadere solo se, a propria volta, si è abbracciati da qualcuno di più grande, come lo siete voi. A voi tutti dunque il mio rinnovato grazie per una testimonianza di accoglienza bella, ricca e soprattutto vera. Perché solo le cose vere durano nel tempo. Grazie. Don Mauro: Davide Prosperi, Responsabile Regionale del Movimento di Comunione e Liberazione, porta con sé in questo momento così particolare un atteso messaggio, brevissimo, ma per noi, per tutta la nostra storia, decisivo: il messaggio di Julian Carron. Q uando qualche giorno fa don Mauro Inzoli mi ha telefonato per invitarmi a partecipare a questo momento, ho accettato subito molto volentieri, più che per motivi di rappresentanza, proprio per un’amicizia. Per l’amicizia che è nata e che è cresciuta soprattutto negli ultimi tempi, da quando ho potuto conoscervi meglio, e per la quale adesso leggerò questo saluto di don Carron, un saluto breve, come ha detto don Mauro, anche perché preceduto da un incontro che ha fatto con la vostra Associazione e di cui parte dei contenuti sono inclusi in una pubblicazione recente. Oggi, mentre venivo qui, pensavo che quello che ho visto in questi pochi mesi da quando ci siamo conosciuti, è proprio l’evidenza del fatto che noi viviamo in un’epoca in cui l’appartenenza sembra una parola sbagliata, da cui nascondersi, e che invece, quando l’appartenenza viene concepita non come un mero fatto corporativo, ma innanzitutto come concezione della persona che dipende dal mistero, allora si diventa capaci di abbracciare chiunque. L’appartenenza è proprio una gratuità, perché uno non si aspetta che l’altro cambi per poter essere amato. Leggo il messaggio di don Carron: “Carissimi, la festa per i vostri 25 anni vi trovi più grati e più certi della ragione per cui ogni giorno portate il peso di un amore gratuito verso coloro che vi sono affidati: la sorpresa di essere stati abbracciati da Cristo, l’unico che ha avuto pietà del nostro niente fino a dare se stesso perché noi fossimo felici. Questo vuol dire amare incondizionatamente. Un forte abbraccio. Julian Carron” “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 13 [Interventi] Livia Pomodoro Maurizio Sacconi Oscar Cantoni [Interventi] [Interventi] Livia Pomodoro Presidente Tribunale di Milano Don Mauro: La discepolanza e l’amicizia che c’è stata con la dottoressa Livia Pomodoro, ai tempi Presidente del Tribunale per i Minori di Milano, oggi Presidente del Tribunale, non è stata ininfluente per la nostra storia. E’ per questo che oggi l’abbiamo voluta qui, l’abbiamo voluta qui per amicizia soprattutto. E adesso le chiediamo di intervenire. 16 G razie don Mauro. Per la verità è stata molto importante l’influenza che ha esercitato la conoscenza dell’Associazione di Monte Cremasco sulla mia persona e sul percorso che ho fatto in mezzo a tante difficoltà, dapprima come Presidente del Tribunale dei Minorenni e poi, oggi, come Presidente del Tribunale di Milano. Con grande responsabilità, con grande fatica, ma mi è servito molto e sono io che vi sono molto grata, perché “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Livia Pomodoro Presidente Tribunale di Milano l’Associazione di Monte Cremasco mi fa sentire di casa e mi accoglie sempre con molto rispetto e soprattutto con molto affetto, anche quando abbiamo avuto forti divergenze - e don Mauro ricorderà quanti litigi abbiamo fatto... e don Mauro ricorderà anche come io sono stata sempre talmente rigorosa che riconosco di non aver reso la vita facile all’Associazione. Ma ho accettato quest’oggi di venire qui proprio per rendere una testimonianza. Ormai faccio un altro mestiere - anche se un mestiere analogo dal punto di vista della giurisdizione a quello che ho fatto come Presidente del Tribunale per i Minori - ma credo che sia giusto che altri prendano il mio posto, che altri facciano le esperienze che ho fatto io e possano portare queste esperienze all’interno dei percorsi che sono propri sia della giurisdizione minorile, che del mondo delle Associazioni, del terzo settore e così via. Però oggi voglio dire qualcosa, perché nell’interrogarmi sul motivo per cui ho conservato questo forte legame con tutti voi, io vedo due aspetti. Uno fortissimamente sentimentale. Vedere oggi infatti tante famiglie, che hanno realizzato il loro sogno dell’adozione, o tante famiglie che si sono realizzate in quello che c’è di più generoso nel nucleo familiare, il dono dell’accoglienza per altri meno fortunati che però possono ritrovare con le loro famiglie d’origine un percorso comune e il percorso della naturalità della vita, mi ha fatto pensare che almeno una parte del mio lavoro non è stata vana. Trovare un riconoscimento così concreto allo sforzo che si è fatto per venire incontro ai bisogni di coloro che a noi si sono rivolti, riempie il cuore di gioia. E io questa gioia voglio condividerla con voi che siete qui quest’oggi. Questa è la parte sentimentale - diciamo così - del mio intervento. Per altro verso molti di voi sanno che sono una persona molto razionale e cerco di lavorare guardando più in là della contingente soddisfazione o insoddisfazione. Ebbene, penso che anche nell’attuale attività che svolgo sto continuando questo lavoro di aiuto, questo lavoro di piccola messa in moto di qualcosa che faccia ritrovare dignità e rispetto di se stessi anche agli adulti che si avvicinano all’amministrazione della giustizia, perché poi possano essere indotti a comportarsi da buoni educatori dei loro figli. Credo molto sinceramente che una società rancorosa e insoddisfatta, ostile come quella nella quale noi viviamo e che negli anni ha stratificato richieste e domande, ma non si è sufficientemente e adeguatamente interrogata sulle proprie responsabilità e sul proprio ruolo all’interno di una società virtuosa, sia una società che vada aiutata a ritrovare la capacità di educarsi, prima ancora di educare. Quando sono arrivata al Tribunale di Milano, nella cerimonia di insediamento, che per la prima volta è stata pubblica e si è svolta nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia - la novità era rappresentata dal fatto che si trattava della prima donna che aveva questo incarico - io ho voluto attribuire a tutto questo un valore simbolico diverso, perché io credo sì che le diversità siano importanti, ma che tutte le diversità siano connotate da consapevolezza, coscienza, professionalità e attenzione all’individuo e all’uomo. E io ho dato un valore simbolico diverso – l’ho anche detto nella cerimonia di insediamento – per me questa è una sfida che io però voglio fare all’interno del sistema ma nei confronti dei cittadini. Del resto io sono qui al servizio dei cittadini e finché noi avremo l’idea che il potere è “Il Potere” ma che non è “al servizio”, noi non avremo risolto nessun problema della nostra società, delle nostre società. La concezione tradizionale del potere è quella che il potente governa, comanda. Ma in nome di che cosa? Io esercito la giurisdizione in nome del popolo italiano, quindi rispondo ai cittadini. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 17 [Interventi] [Interventi] Livia Pomodoro Presidente Tribunale di Milano E uno dei compiti ai quali mi sono accinta è stato quello di tentare di fare in modo che il Palazzo di Giustizia, questo luogo cupo, triste, nel quale non si vorrebbe mai entrare, provasse a diventare invece un luogo non ostile, un luogo nel quale si è costretti ad entrare perché vi è un conflitto, perché si è commesso un reato, perché vi sono delle situazioni che esigono che qualcuno dipani la matassa degli interessi che pur sempre esistono tra gli individui, ma che non dev’essere visto come ostilità. Dev’essere visto invece come quel servizio che un altro cittadino, con la sua coscienza, con la sua professionalità, con la sua competenza, rende alla comunità. Ho fatto qualche mese fa un’esperienza 18 straordinaria poiché a Milano erano state indette delle giornate dedicate alla lettura e io ho dedicato una domenica mattina del Palazzo di Giustizia alla più affascinante delle letture: la Costituzione Italiana. Il gabbiotto degli ingressi dove si fanno i controlli è stato cancellato da un grande cubo sui quali erano scritti gli articoli della Costituzione. Nel grande Salone, nel quale due grandi artisti del Piccolo Teatro di Milano hanno letto alcuni brani profetici dei Padri Costituenti della Costituzione, c’erano più di 500 persone. Ma la cosa sorprendente è stata che quelle persone non erano magistrati, avvocati, addetti ai lavori, che anzi non c’erano o erano pochissimi. E perché non c’erano? Perché era domenica mattina? Perché c’era il sole ed era una delle prime domeniche di primavera? Può darsi. Sta di fatto che quell’assenza è stato un grande trionfo per me. Perché c’erano i cittadini. Sono “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Livia Pomodoro Presidente Tribunale di Milano entrati i cittadini al Palazzo di Giustizia per ascoltare com’è nata e perché è nata la nostra Costituzione! Costituzione che è fatta di diritti sì, ma è fatta anche di doveri. Noi dobbiamo scoprire e dobbiamo riscoprire che i doveri sono l’esatto contrario della faccia della medaglia su cui ci sono i nostri diritti, perché in quel momento avremo finalmente capito quali sono le nostre responsabilità e finalmente potremo dirci delle persone capaci di interpretare il nostro ruolo nella società e di trasmettere un ruolo virtuoso ai nostri figli. Vedere entrare i ragazzini al Palazzo di Giustizia - dove normalmente non entrano come voi potete immaginare - vedere entrare i ragazzi delle scuole medie accompagnati dai genitori e vederli interessati a capire perché abbiamo una straordinaria Costituzione - nella quale peraltro il ruolo della famiglia, il ruolo della comunità, il ruolo della socialità, il ruolo solidale di ognuno di noi è fortissimamente esaltato ed è di là che noi prendiamo il nostro fondamento - è stata per me una gioia grandissima, quasi quanto quella di vedere alcuni di questi ragazzi che oggi daranno anche testimonianza e che sono i miei figli. Le ultime parole che voglio dirvi sono queste. L’Associazione è una testimonianza di carattere sociale. Ed è il terzo punto che volevo affrontare con voi. La società ha bisogno di queste forme di volontariato, di queste forme di associazionismo, non solo perché sono di aiuto e ci consentono di fare un percorso di relazione e di comunicazione insieme, ma perché costituiscono il fondamento di quello che noi possiamo chiamare “il cammino comune degli uomini”. Vedete, si può camminare tra tanta gente ma essere assolutamente soli, si può camminare insieme con poche persone, ma sentirsi in mezzo ad una moltitudine: quando vi è identità di pensiero, quando vi è capacità di accoglienza anche del disagio degli altri, quando vi sono quelle forme di rispetto e, al tempo stesso, di aiuto che non sono mortificanti per l’uomo e che non sono mortificanti per la sua dignità. Quando io dico che in un Palazzo di Giustizia si deve rispettare la dignità delle persone che ci entrano e si deve fare in modo che si sentano “persone”, questo è già un grandissimo passo avanti. Eppure gli abissi nei quali possiamo cadere tutti quanti - davvero senza realtà come quella di Monte Cremasco. E’ veramente importante poter sapere che esiste un luogo o che esistono tanti luoghi o che esistono tante realtà alle cui porte si può bussare. Io l’ho detto tante volte e continuo a dirlo - l’ho detto anche ai nessuno escluso - sono tanti, sono dinanzi a noi ogni giorno; e nel vivere quotidiano, che è fatica, nel vivere quotidiano insieme, è ancora più pericoloso. E allora perché non darsi la mano? Non darsela non solo amorevolmente, ma darsela anche costruttivamente? Io credo che questo sia il fondamento di una giornalisti - io non mi sento fuori da questa realtà perché faccio un altro mestiere. Certo, dal punto di vista tecnico e della mia professionalità è tutto cambiato, ma vi prego di ricordarvi che se mai avessi delle difficoltà, io penserei prima di tutto di rompere la scatole a don Mauro! Grazie. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 19 [Interventi] Maurizio Sacconi Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali B uongiorno a tutti. Vi rivolgo un sentito ringraziamento per avermi invitato al vostro 25° anniversario e porto con me gli auguri dell’intero governo. Mi scuso di non essere presente fisicamente tra voi come mi sarebbe piaciuto e come si conviene per i momenti di festa come quello di oggi, ma sopraggiunti impegni mi obbligano ad essere altrove. Il titolo che avete dato a questa vostra tavola rotonda mi colpisce e mi interroga, 20 perché pone al centro l’affetto più importante e più misterioso della vita quale è l’amore. Occorre amarli a uno a uno totalmente e incondizionatamente. Come è possibile? Che genere di esperienza umana è mai questa? Sembra appunto impossibile alle nostre capacità, eppure voi siete la prova, la testimonianza che non si tratta di parole vuote, frutto di sogno o di utopia, ma di un’esperienza viva, fatta di sangue e di “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” carne. Già il vostro nome “Associazione Fraternità” è paradigmatico di quella società dell’amore, di quel concetto di fraternità ancora recentemente richiamato da Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” come termine ultimo di ogni azione umana, sociale e politica. La crisi sta facendo emergere una malattia profonda che ha attaccato la nostra società, segnata dai germi dell’individualismo e del relativismo. Sono questi che, entrando in causa senza che quasi ce ne accorgessimo, hanno avvelenato i pozzi della nostra civiltà per cui oggi iniziamo a vederne i risultati più virulenti, non solo in campo economico. Il tratto delle società occidentali, pur vivendo in un mondo piatto dove sono azzerati tempi e distanze, è infatti la solitudine. Per cui i rapporti sono frammentati e strumentali, per cui non sembra valer più la pena di rischiare e costruire, di studiare e mettere su famiglia, far fatica e rialzarsi nei momenti di difficoltà. L’uomo si è trovato d’un tratto solo, senza sapere più dove attingere la propria identità e scarico delle proprie [Interventi] Maurizio Sacconi Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali energie morali. Il collasso dei mercati finanziari e creditizi, l’innalzamento dei tassi di disoccupazione, il calo dei consumi, in sintesi, la crisi del circolo della fiducia, segnano il passo anche in economia. Si tratta del fallimento di un modello di sviluppo fondato sull’illusione della produzione di ricchezza senza fatica, a prescindere cioè dalla capacità di creare benessere reale. Ma come la vita insegna e come tutti noi facciamo esperienza, senza fatica e sacrificio non esiste soddisfazione, non esiste risultato e quello che sembrava un sogno si è trasformato presto in un incubo. Da dove ripartire allora? L’Italia e con essa l’Europa è nata e cresciuta su alcuni valori condivisi frutto della cultura greco-giudaica-cristiana che negli ultimi decenni sono stati purtroppo spesso accantonati come fattore di arretratezza. La centralità della persona, la centralità della famiglia, il rispetto e la difesa della vita, la comunità e il lavoro come ambiti sociali, sono i pilastri su cui rifondare un sano sviluppo sociale ed economico, uno sviluppo umano integrale. Non è infatti possibile un vitalismo economico senza un vitalismo sociale e non è immaginabile un vitalismo sociale senza un profondo amore per la vita. Nel recente libro bianco sul futuro del modello sociale ho provato a descrivere quello che a mio avviso è un modello di Welfare moderno. Lo immagino comunitario e relazionale, in cui siano tenuti insieme meriti e bisogni, libertà e responsabilità; che agevoli comunque il nascere di una società più attiva, dove ciascuno possa ambire a una vita più buona. Cos’è in fondo una vita più buona se non una vita più amata? Ed è proprio la famiglia il primo luogo in cui ciascuno di noi sperimenta e impara questo amore. Purtroppo ancora molti bambini vivono situazioni di abbandono e di trauma che chiedono di essere ascoltate e abbracciate. E’ grande la scelta di aprire le porte della vostra casa a questi bambini che molte volte si fermano solo pochi mesi trovando comunque quell’amore che solo una famiglia può dare. È questa la medicina che può sanare le ferite del loro cuore ricomponendo in un rapporto affettivo gratuito i pezzi infranti della loro personalità. La famiglia, dunque, come ambito educativo fondato su un rapporto affettivo stabile tra un uomo e una donna che sentono viva la responsabilità della paternità e della maternità; soprattutto le famiglie come le vostre che si aprono alla vita e in modo più evidente hanno bisogno di essere sostenute. Già nello scorso governo Berlusconi “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 21 [Interventi] Maurizio Sacconi Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali avevamo avviato deduzioni fiscali commisurate al carico familiare e oggi sappiamo che è necessario reintrodurre ed estendere quelle misure successivamente cancellate dal governo che è succeduto al nostro e che aveva appunto sostituito le deduzioni con detrazioni per carichi di famiglia che hanno avuto un ben diverso impatto, in questo secondo caso penalizzante soprattutto per i nuclei familiari più numerosi. Quindi dobbiamo riprendere un percorso, per quanto graduale, che ci riporti a una fiscalità realmente vicina alle famiglie e proporzionale alla composizione del nucleo familiare. L’Italia ha bisogno come il pane di una rinnovata capacità educativa in grado di crescere nuove generazioni per sé e per tutti e che abbiano, come diceva don Giussani, come orizzonte il mondo e negli occhi l’infinito. Sono rimasto colpito durante l’ultimo Meeting di Rimini della capacità educativa nata dal suo carisma che ha generato anche la vostra Fraternità. Le migliaia di giovani volontari che hanno tenuto in piedi il Meeting sono la dimostrazione 22 di come sia possibile tirare grandi uomini e donne capaci a loro volta di affermare un senso della vita. Ho scritto nel libro bianco: il destino di un popolo è positivamente perseguito solo se nei più prevale l’idea vitale della ricerca della felicità e la coscienza che il desiderio di realizzazione di ciascuno si compie solo nella dimensione comunitaria. L’amore e la carità come fattori generativi di un popolo. Oggi abbiamo bisogno di ritornare a essere popolo. E questa possibilità si gioca nella paternità che sapremo esprimere. Se uno dei fattori principali su cui misurare la maturità sociale di un paese è la sua capacità generativa e di accoglienza, l’esperienza dell’affido è sicuramente un importante banco di prova su cui testarla. In Italia i numeri dell’affido crescono di anno in anno e questo dimostra come il nostro paese sia veramente capace di gratuità. Nella sua complessità mi preme sottolineare 5 punti che credo attuali per quanto riguarda l’affido. Il primo: l’esperienza della vostra Associazione è straordinaria perché supera i “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” vecchi modelli di accoglienza. Ad ogni livello legislativo ed amministrativo è necessario un riconoscimento sempre più deciso della famiglia e delle comunità familiari come fulcro dell’affido. Purtroppo in alcune regioni siamo ancora lontani dalla chiusura completa degli istituti per minori come predisposto per legge. Secondo: per prime le istituzioni sono chiamate a uno scatto culturale che consideri i bambini in affido realmente come figli dei genitori che li accolgono. Ancora oggi non è prevista, per esempio, la possibilità che essi entrino a far parte dello stato di famiglia con conseguenti difficoltà anche amministrative per la famiglia soprattutto nei casi di affido che durano per anni. La famiglia infatti svolge un servizio sociale che lo stato non è in grado di compiere e che dunque delega ad essa dietro minimo contributo economico. Terzo punto: il tessuto sociale italiano sta mutando con una componente sempre più ingente e variegata di persone straniere. Con ciò cresce anche la presenza dei minori [Interventi] Maurizio Sacconi Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali stranieri abbandonati che entrano nel circuito dei servizi sociali. In tal senso siamo chiamati ad attrezzarci per essere pronti ad accogliere bambini con tradizioni, culture e abitudini diverse. Siamo chiamati ad attrezzarci a ciò. Le istituzioni, quarto, devono fare di più per facilitare i percorsi di accoglienza. Penso per esempio di ampliare la categoria dello stato di svantaggio, estendendo le tutele di assistenza per un periodo ragionevole oltre il raggiungimento della maggiore età. Bisogna pensare che c’è un periodo di transizione che evita di trovarsi da un giorno all’altro e in un’età ancora critica senza più alcuna protezione sociale. Quinto: credo che la dimensione associativa e comunitaria sia vitale per le famiglie che accolgono. La maggior parte dei casi di fallimento dell’affido nasce infatti dalla solitudine delle famiglie che non hanno un luogo dove essere sostenute nel difficile percorso di accoglienza. Le istituzioni pertanto, ognuna con le proprie competenze, sono chiamate a discutere e sostenere quelle realtà associative come la vostra, dove il tentativo di amore gratuito, di amore gratuito dell’affido è accompagnato e condiviso. Auspico un riconoscimento effettivo delle associazioni di famiglie come forma nata dalla genialità sociale e per rispondere meglio ad un bisogno della comunità. Richiamo in particolare le autonomie locali a non sovrapporsi all’attività dell’associazionismo e a rimanere secondo quel dettato costituzionale della sussidiarietà nei limiti delle proprie competenze che sono innanzitutto di regolazione e controllo, tali cioè da stimolare, riconoscere e sostenere i soggetti della sussidiarietà stessa come sono in primo luogo le famiglie. La cultura del dono e della carità, come ho scritto nel libro bianco, dedicandovi anzi la conclusione del libro bianco, e come viene ben più autorevolmente sottolineato nell’ultima enciclica sociale, è il collante di una società viva. Dobbiamo liberare le energie positive di questo Paese, la voglia di quanti come voi sono pronti a mettersi in gioco e rischiare. Io vi ringrazio per questo, ancora una volta per l’esempio che nel silenzio, a volte purtroppo ostacolati dalle istituzioni, dalle amministrazioni, ma in modo imponente voi date comunque a tutto il Paese. Solo nell’amore è possibile ritrovare noi stessi e costruire quel mondo nuovo che, pur rimanendo segnato dell’ingiustizia e dalla sofferenza, è ultimamente determinato soprattutto dalla bellezza e dalla carità. Vi ringrazio e vi auguro una meravigliosa giornata di meritata festa. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 23 [Interventi] [Interventi] Oscar Cantoni Vescovo di Crema Don Mauro: Eccellenza, tocca a Lei. Sta in piedi, il nostro Vescovo sta in piedi. C ari amici, saluto cordialmente ciascuno e ciascuna di voi qui presenti. Mi sia consentito però rivolgermi innanzitutto a sua Eminenza il Cardinale Ennio Antonelli, per esprimergli la mia stima e il mio affetto, mentre lo ringrazio, a nome della nostra Chiesa locale e di tutti voi, della sua presenza che onora questa felice ricorrenza nella quale facciamo memoria del miracolo dell’ospitalità che l’Associazione Fraternità 24 promuove e ha promosso lungo questi 25 anni di vita. Un rispettoso saluto anche alle autorità civili e militari qui presenti. Come pastore della Chiesa di Crema, mi sono chiesto quale sia il posto che l’Associazione Fraternità occupa all’interno di essa, quale risonanza essa abbia suscitato e come la nostra chiesa possa valorizzare anche per il futuro questa opportunità. Noto innanzitutto che le radici di questa Associazione Fraternità sono proprio cremasche, perché qui è nata e lo constato con orgoglio, anzi senza orgoglio. Una terra di consolidate tradizioni cristiane, con una popolazione molto sensibile alla carità, al farsi prossimo in situazioni concrete. Iniziata tra noi nel 1984, l’Associazione, di anno in anno, si è sviluppata oltre i confini della nostra chiesa, da Crema e da Monte Cremasco a Perugia, Lodi, Cremona, Busto Garolfo, a Borghetto Lodigiano, a Varese, e a Treviglio nel 2007, almeno fino ad ora “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Oscar Cantoni Vescovo di Crema siamo giunti fino a qui, ma poi certamente si aggiungeranno altre destinazioni. Certamente tutti possono verificare dai frutti che ne sono emersi lungo questi anni che si tratta di un grande dono, un dono offerto a tante famiglie in difficoltà, soprattutto verso i 600 bambini e ragazzi che hanno potuto gustare il clima accogliente di una casa ospitale, dal momento che numerose famiglie affidatarie hanno trovato il coraggio di aprire ad essi le porte della loro casa e del loro cuore. Un dono anche per la comunità cristiana che è stata stimolata a moltiplicare la fantasia della carità, ad imitazione della scelta di carità evangelica di queste famiglie che si sono offerte a bambini e ragazzi bisognosi di affettuosa vicinanza, di guida educativa, di avviamento alla vita. La serietà della fede è misurata dalla capacità di soccorrere le famiglie in difficoltà in situazioni di povertà, ma anche di squilibri relazionali, dalla capacità di prendersi cura dei piccoli di farsi carico dei loro problemi affettivi, di salute, di istruzione dentro la vita quotidiana ordinaria. L’Associazione Fraternità è diventata così una presenza segno all’interno della nostra Chiesa di Crema, perché sia manifestato uno spazio privilegiato in cui annunciare la chiesa della carità, quale via più immediata, perché gli uomini conoscano l’autentico volto di Dio amore, così come risplende nella storia, nelle parole e nei gesti di Gesù. La testimonianza della carità possiede in se stessa una intrinseca forza evangelizzatrice. Nella mia prima lettera pastorale sul Battesimo, sorgente di vita nuova invitavo la comunità cristiana, le famiglie, le parrocchie a intravedere quegli spazi concreti per manifestare coraggiosamente la novità e la differenza della vita cristiana, mediante appunto scelte coraggiose, quali ad esempio l’accoglienza e l’ospitalità. E osservavo che, se il Battesimo è il gesto sacramentale con cui Dio ci ha accolti nella sua amicizia, l’accoglienza e l’ospitalità dei nostri fratelli, soprattutto dei più poveri, è la forma esterna con cui restituiamo al Signore, presente in ogni uomo, il dono immeritato che Egli ci ha riservato ammettendoci nella sua famiglia. Già da molti anni l’Associazione si era proposta con questa medesima finalità. Anche attraverso la presenza in diocesi dell’Associazione Fraternità, mi pare che la comunità cristiana abbia avuto la possibilità di riflettere sul corretto ruolo dei movimenti, delle associazioni e dei gruppi nella chiesa locale oggi. Suscitati dallo Spirito, essi non hanno il compito di svolgere funzioni di supplenza, né di avanzare in parallelo alla chiesa locale, al di fuori di un progetto pastorale comune, ma di lasciare intravedere, anticipandoli, nuovi cammini a servizio dell’evangelizzazione, così che anche le parrocchie e i singoli battezzati possano testimoniare la carità di Dio nelle forme esigite dalle situazioni storiche. Gruppi, associazioni e movimenti si propongono in tutta umiltà alla visibilità delle comunità cristiana, anche civile, senza tuttavia considerarsi né migliori, né gli unici, perché essa diventi sempre più il luogo in cui l’amore di Dio può oggi essere sperimentato in spirito di servizio e di pura gratuità. Accanto alla presenza operativa dell’Associazione Fraternità, devo rimarcare che anche altre persone e altri organismi associativi della nostra diocesi hanno accolto l’invito ad essere segno della carità di Cristo e sia pure con metodi e stili diversi propongono spazi ed occasioni di accoglienza e di stima con iniziative analoghe e complementari. Care famiglie, membri dell’Associazione, grazie per la vostra presenza nella nostra chiesa. Siete una provvidenziale ricchezza per tanti bambini e ragazzi che, ospiti nelle vostre case, ritrovano serenità, equilibrio e gioia della vita. Grazie per la vostra testimonianza di gratuità che è amare senza attendersi nulla in cambio. Grazie perché ci ricordate che l’amore ha bisogno di gesti concreti, a volte anche costosi e sofferti, quali proprio sapete realizzare voi, soprattutto accogliendo casi difficili e umanamente pesanti. Vi accompagni e vi sostenga la grazia di Dio, egli faccia risplendere su di voi il suo volto e vi doni ogni consolazione dello spirito. Amen. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 25 [Le Testimonianze] Carmen D’Alessio Marco Ademaj Pietro Arnone Linda Garlati François Bambara Ombretta Tirelli in Merlini [Testimonianze] [Testimonianze] Carmen D’Alessio Don Mauro: Grazie Eccellenza della paternità che ci ha sempre riservato così tenera e sicura in tutti questi anni in cui lei è vescovo tra di noi. E ora... il bello. Abbiamo chiesto ad alcuni nostri amici, che hanno vissuto e alcuni stanno vivendo ancora l’esperienza di accoglienza, di raccontarci la loro storia. Quello che faccio fatica sempre umanamente a vedere è come dal nulla che siamo, il mistero riesce anche dalle macerie a fare crescere fiori 28 realmente belli da vedere. Cominciamo da Carmen, che è tra le prime nostre amiche che è stata accolta. Come vedete, si è fatta anche un look particolare, si è fatta una dieta particolare in questi mesi per arrivare a questo giorno. M i chiamo Carmen, ho 38 anni e la mia storia inizia proprio 22 anni fa. Era il 17 settembre 1987, quando a 16 anni facevo il mio ingresso nella famiglia Bellani di Castelleone. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Carmen D’Alessio Ci eravamo già incontrati un paio di volte nei mesi precedenti con la mia assistente sociale. La famiglia dove in seguito sarei andata in affido insieme alla mia bimba, Laura, di dieci mesi mi era piaciuta fin da subito. In particolare conoscendo la mamma Teresa, con la sua dolcezza sia nell’aspetto che nei modi, mi ero detta: “È proprio così che me l’immaginavo la mamma”. Io la mamma ce l’avevo ma purtroppo, a causa della sua malattia psichiatrica, non aveva potuto mai fare la mia mamma. Si era ammalata di un brutto esaurimento nervoso proprio durante la gravidanza e poi con il parto tutto si era aggravato al punto tale che mi avevano dovuta subito allontanare da lei, che fu trasferita nel reparto psichiatrico, tutto nel giro di una settimana. Questo è quanto mi ha raccontato mio papà in merito alla mia nascita. In seguito, tutta una serie di baby-sitter si sono succedute per prendersi cura di me accanto a mio papà che cercava di crescermi con molte difficoltà. L’ultimo anno di asilo mio padre incontra una vecchia conoscente in difficoltà, cacciata di casa dal marito perchè beveva molto e a cui avevano dato l’unico figlio in custodia al padre e alla nonna paterna. Lei sarà la mia tata per molti anni. Io, comunque la chiamo “mamma” e mi cresce anche lei con molte difficoltà dovute ai suoi problemi familiari. Morirà anni dopo, al termine di una brutta malattia trascurata, tra le braccia della mia mamma affidataria Teresa che, accogliendo me e la mia bimba, Laura, ha accolto proprio tutto di noi, anche una persona in fin di vita come la mia tata. Con l’adolescenza a Milano mi imbatto in una serie di incontri molto pericolosi per la mia vita, ma alla fine rimango SOLO incinta. Non dico niente a casa, ma nel frattempo la tata è andata via per fare da badante ad una vecchietta paralizzata e, ormai giunta all’ottavo mese di gravidanza, lo dico a mio papà che mi chiede perchè non glielo avessi detto prima, visto che lui era un padre “aperto”. Io risposi che sapendo che lui era un “padre aperto” mi avrebbe fatta abortire e io non volevo proprio. Così il 6 novembre è nata Laura alla Mangiagalli alle 23,30 con un dottore molto speciale, che mi tratta anche lui con una dolcezza e un’umanità mai viste prima di allora e del tutto inspiegabili, visto che prima di lui c’era stato un andirivieni di medici quasi ad osservare una cosa rara come una ragazzina di 15 che tiene il proprio figlio. Il 23 marzo, mio padre, dopo due mesi e forse più di malattia - non ho mai saputo da quanto lo sapesse - muore e io rimango da sola con la bimba. Vengo affidata ai servizi sociali del Comune di Milano ed ho la grazia di incontrare un’assistente sociale, la dott.ssa Nadia Milli, anche lei molto speciale, che mi accompagna in una piccola comunità per ragazze madri, gestita da tre dolcissime suore spagnole in una villa incantevole affacciata sul lago di Como. La comunità, costituita da sette mamme con sette bimbi più le tre suore, è molto familiare ed accogliente. Nel frattempo è maggio e le suore mi dicono che devo assolutamente continuare gli studi perchè ho ricevuto una buona istruzione. Io dico subito che il mio sogno sarebbe frequentare il liceo linguistico. Subito suor Giuseppina, la superiora, si informa e insieme si decide che a settembre andrò al liceo linguistico di Como. La mia assistente sociale viene spesso a trovarmi e parliamo a lungo dei miei desideri, di cosa mi sarebbe piaciuto realmente fare e con lei riesco a trovare le parole per dire che, pur “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 29 [Testimonianze] [Testimonianze] Carmen D’Alessio trovandomi molto bene lì, sento che mi manca una famiglia VERA, proprio perchè non l’ho mai avuta. Lei mi risponde che non sarà facile ma nemmeno impossibile trovare una famiglia che ospiti una mamma e una bimba entrambe minori. Dopo una settimana mi chiama e mi dice cha ha trovato una famiglia e che me ne parlerà al nostro successivo incontro. Così di lì a poco ho un papà, Erminio, una mamma, Teresa, 30 una nonna materna, Bettina classe 1900 e niente meno che 5 fratelli, un fratello e quattro sorelle. Le prime due sorelle si sono sposate qualche tempo prima e in casa si sono liberati due posti. A casa con noi oltre a mamma, papà e nonna materna ci sono il fratello medico, guarda caso compagno di studi del dottore che mi aveva assistito durante il parto (questo l’ho saputo dopo che sono arrivata in famiglia) e le due sorelle Cecilia di sei anni maggiore di me e Margherita di due anni maggiore di me con cui ho un rapporto proprio da sorella, tanto che ci si prestano scarpe ed indumenti e talvolta si litiga per il maglione preferito. Litigi a cui spesso pone fine il fratello maggiore Pigio dicendoci di smetterla di fare la galline. Anche le due sorelle maggiori, Chiara e Betty insieme ai loro mariti Carlo e Marco sono per me modello di ciò che avrei desiderato diventare da grande. A casa “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Carmen D’Alessio c’è un clima di grande serenità nonostante il numeroso nucleo familiare e questo favorisce molto il mio desiderio di apprendere cose nuove. Proprio a partire da settembre di quell’anno don Mauro prende in gestione l’allora unico liceo linguistico in Crema e io inizio la prima superiore raggiungendo dei buoni risultati, anche grazie all’amorevole cura con cui mi segue la mamma Teresa, che da maestra elementare in pensione dotata di una grande cultura, mi chiarisce i dubbi relativi al latino e alle materie umanistiche. La matematica rimarrà purtroppo per sempre il punto debole, questo vale anche per la mamma Teresa, che mi fa sentire ancora più somigliante a lei. Lei mi dà anche la possibilità di frequentare i miei coetanei anche fuori dalla scuola, spesso al sabato sera per la pizza o in occasione di tante attività organizzate, occupandosi lei della mia bambina e così mi permette di vivere la mia età come gli altri miei coetanei, esattamente come ha fatto con i suoi figli e io mi sento veramente la sua sesta figlia. Mi insegna veramente tutto anche a prendermi cura della mia bambina e a crescerla con grande amore e rispetto per la così mi iscrivo alla facoltà di lingue e anche lì è l’occasione per conoscere persone che segnano per sempre la mia vita, perchè mi fanno sperimentare la gratuità sua individualità, esattamente come lei ha fatto con i suoi 5 figli naturali, dandomi la possibilità di essere me stessa in tutta la mia interezza, per cui mamma e allo stesso tempo anche ragazzina. Accanto a lei c’è sempre il papà, discreto ma presente, e se qualcosa non va per il verso giusto lui fa sentire la sua voce. Finito il liceo con buoni risultati si decide insieme alla famiglia che è opportuno che io frequenti l’università e dell’amicizia vera, l’aiuto reciproco nello studio. E come non ricordare tutte le amiche che mi hanno ospitata a Milano il giorno prima di un esame o le belle vacanze trascorse insieme a loro con mia figlia Laura! Ci sarebbero ancora tante cose meravigliose da raccontare perchè il buon Dio mi ha dato una vita veramente speciale, perchè da tutte le mie vicissitudini è nata la mia FEDE, che mi ha portata fin qui oggi, perchè potessi raccontare a tutti, e per prima a me stessa, che non ci sono circostanze che non meritino di essere vissute e giudicate come buone per raggiungere la Verità della nostra vita. Oggi a 38 anni sono sposata felicemente con Giuliano e dal nostro matrimonio sono nate Benedetta, quasi in occasione del diciottesimo compleanno di Laura, e Francesca due anni dopo. Subito però, anzi ancora da fidanzati, ho messo in chiaro con Giuliano che avrei voluto prendere dei bambini in affido, sia che avessimo avuto dei figli nostri sia che non ne fossero arrivati, e anche lui, vedendo il suo amico di sempre Giorgio con sua moglie Elena che vivevano questa esperienza, mi disse che desiderava la stessa cosa. E così, alla fine di luglio, quando Benedetta aveva poco più di otto mesi, arriva una bimba di due anni e mezzo che resta con noi quasi un anno per poi andare in adozione. Dopo qualche mese nasce Francesca e poi arriva per qualche tempo un’adolescente indiana di 15 anni. Laura, la sorella maggiore, si iscrive alla facoltà di Scienze del “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 31 [Testimonianze] [Testimonianze] Carmen D’Alessio servizio sociale perchè vuole diventare un’assistente sociale. Io, continuamente sollecitata dagli incontri mensili tra famiglie che fanno affido e don Mauro, in cui viene sempre data importanza non solo ai minori ma anche al rapporto con le loro famiglie di origine che hanno bisogno quanto i loro figli di essere abbracciate e volute bene da noi che lo facciamo perchè tanto abbiamo ricevuto per primi, intuisco che non posso non accogliere la mia mamma naturale che vive a Milano in 32 una comunità psichiatrica. La andiamo a trovare regolarmente e la portiamo a casa alla domenica, anche grazie al cuore di mio marito che molto spesso fa 280 km in un giorno per andare a prenderla e a riportarla. Ormai da diversi anni ho fatto richiesta di avvicinamento in un struttura della zona, ma le risposte tardano ad arrivare. Sempre insieme a mio marito Giuliano, anzi lui quasi più deciso di me, pensiamo di accogliere mia mamma a casa nostra. Ci informiamo, ci sono un sacco di controindicazioni sia a livello pratico di gestione che a livello burocratico, ma non ci perdiamo d’animo e, pur di fronte alle molte difficoltà che stiamo per incontrare, spostiamo un po’ di cose in casa in modo da creare uno spazio per lei, visto che noi siamo già in cinque in famiglia e così mia mamma passa con “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Marco Ademaj noi il suo primo weekend di inserimento/ambientamento. Il lunedì successivo una delle strutture della zona (proprio quella di Castelleone) a cui era stata fatta la richiesta, mi chiama per dirmi che si è liberato un posto per mia mamma Anna, che lo scorso otto maggio è arrivata a Castelleone. La grazia di averla qui – è qui anche oggi – oltre al fatto che la vedo molto di più, è che tutte quelle persone che mi hanno fatto da famiglia, a partire dai miei genitori Erminio e Teresa, insieme a molti amici e parenti, accolgono anche mia mamma come una della famiglia e lei intuisce in modo così chiaro, con la sua malattia, questa nuova familiarità, al punto che mi chiede sempre di portarla dai suoi parenti e cioè dallo “zio Erminio” e dalla “zia Teresa”. Concludo dicendo che sono grata all’Associazione Fraternità perché, avendomi dato una famiglia, mi ha dato la possibilità di ricevere così tanto che adesso non posso che desiderare di fare la stessa cosa. B uongiorno a tutti. Mi chiamo Marco, sono nato a Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina. Attualmente abito a Perugia nella casa Famiglia San Giuseppe con i miei genitori e 12 fratelli. Ho 22 anni e lavoro come operaio termoidraulico. Nel 1989 è iniziata la guerra nel mio paese; io e tanti altri bambini fummo collocati in un istituto per le gravi condizioni di vita in quel momento. Successivamente, siamo stati accolti dallo Stato Italiano che ci ha inserito in un istituto di suore di Monza. All’istituto mi avvertirono che c’erano anche le mie sorelle, Fatima, Arminia e Aida. Ho vissuto 7 anni lì. Un giorno ci accompagnarono in una cascina di Crema dove incontrai un prete di nome don Mauro Inzoli. Mi abbracciò forte e mi confidò in un orecchio che mi aveva trovato una famiglia: mi ricordo come fosse oggi, la gioia e la felicità provate mentre ascoltavo le parole di quell’uomo. Nello stesso giorno incontrai mio padre e mia madre con i miei fratelli Davide e Luca. Ero così felice da non riuscire a dormire la notte, non vedevo l’ora di essere accolto da loro. Quello stesso giorno chiesi loro di poter essere battezzato e cambiare il nome perché provavo imbarazzo nel sentirmi chiamare “Mohamed” che era il mio vero nome. Loro accettarono la mia richiesta e subito mi sentii realmente un’altra persona. Quando io e le mie sorelle arrivammo a Perugia, ero felice, finalmente lasciavo il mio passato alle spalle e iniziavo una nuova vita, non mi sembrava vero avere una mamma, un papà, dei nonni, degli zii... Il giorno del mio battesimo con il cambio del nome ero “strafelice”. Nel frattempo i miei genitori accoglievano altri bambini e mia madre aspettava una bambina; insomma la famiglia si allargava ed era stupendo vedere la felicità di mio padre e mia madre nel compiere il gesto dell’accoglienza. Io mi chiedevo perché e chi glielo faceva fare. In fondo crescere dei figli è faticoso... “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 33 [Testimonianze] [Testimonianze] Marco Ademaj Solo dopo capii che erano spinti dall’amore e non badavano alla fatica ma solo alla bellezza che ne derivava. Dopo aver frequentato le medie mi iscrissi alla scuola Salesiana di Perugia, feci due anni per inserirmi nel mondo del lavoro e nel 2004 iniziai a lavorare come apprendista termoidraulico. Nel 2007 ho anche avuto il piacere di avere un nipote da una delle mie sorelle, si chiama Matteo e ora vive in casa con noi. Oggi sono 34 fidanzato con una ragazza di nome Valentina che mi ha fatto scoprire l’esistenza di un nuovo modo di amare, mi sono innamorato di lei perchè mi accetta per quel che sono con tutta la mia storia, è una delle esperienze più belle che mi potevano capitare. Concludendo, vorrei ringraziare don Mauro per avermi dato la possibilità di incontrare questa famiglia e per essere sempre stato un sostegno per me e per la mia famiglia con l’opera “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Pietro Arnone dell’Associazione Fraternità. Ho apprezzato ed apprezzo l’aiuto delle assistenti sociali dell’associazione, in particolar modo vorrei ricordare Silvia Gerevini, Silvia Bassi ma soprattutto Barbara Vecchia, ora suora presso le Trappiste di Vitorchiano perchè mi ha aiutato con tanto impegno con le lunghe faccende burocratiche per ricevere il permesso di soggiorno. Grazie a tutti per aver ascoltato la mia storia. Don Mauro: E adesso Pietro. “ P ietro: cosa rende casa una casa?”, mi chiese un giorno don Mauro. Io gli risposi: “La famiglia”. Ma è solo negli ultimi due anni degli otto che sono a Crema che sento la famiglia che mi ha accolto come la “mia” famiglia, che sento come miei genitori mamma Antonella e papà Emilio. Sono Pietro Arnone, ho 25 anni e vivo con le famiglie della Fraternità dal ’99. All’età di 14 anni, il 17 luglio del ’98 sono stato allontanato insieme ai miei fratelli dalla mia famiglia, dove mio padre litigava sempre con mia madre, perennemente disoccupato e sempre ubriaco. Ci portarono a Monza, al “Mamma Rita”, un istituto per adolescenti con problemi familiari. Allora ero contento, magari un po’ incoscientemente, ma almeno ero tranquillo. Da quel momento dentro di me mi sono detto: “Bene, ora sono da solo, adesso devo crearmi da me. E soprattutto, se non ci sono riusciti i miei genitori a farmi da padre e da madre, non può più riuscirci nessuno”. Questo pensiero l’ho portato avanti fino all’anno scorso. Superato il primo anno delle superiori, visto che mio padre e mia madre non miglioravano, il Tribunale dei Minori di Milano mi affidò all’Associazione Fraternità di Crema per darmi una nuova famiglia. Ma chi la voleva? Non sentivo l’esigenza di avere due persone che, in qualche modo, mi facessero da genitori. Ma mi rassegnai e decisi di starci per poi andare via il prima possibile. Tramite l’Associazione e insieme a don Mauro trovai famiglia a Paullo. Qui ho trascorso tre anni della mia vita presso una famiglia dove, come in tutte le famiglie, c’erano delle regole, l’autorità di due genitori molto severi a cui bisognava obbedire e dei nuovi fratelli con cui stare. Questi tre anni li ho vissuti sempre al limite della sopportazione. C’era un’enorme difficoltà ad andare d’accordo. Io ero molto testardo e loro altrettanto. Nessuno ha mai dato cenno ad arrendersi, ad accettare l’altro per come era. Non mi sono mai sentito “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 35 [Testimonianze] [Testimonianze] Pietro Arnone solo come in quegli anni. Con la morte di mio padre e con mia madre che continuava a peggiorare per via della troppa tensione, al compimento del mio diciottesimo anno decisi di andarmene via. Ero diventato diffidente su tutto e tutti. Non me ne importava di niente e di nessuno perché, a mia volta, non mi sentivo di appartenere a nessuno. Il mio problema stava nella difficoltà ad affezionarsi a quelle persone che, in quegli anni, si sono preoccupate del mio bene; anzi, provavo molto 36 odio nei loro confronti. Siamo nel luglio del 2002. Decisi di passare l’estate con mia madre, giù al mio paese, dove nel frattempo si era trasferita per stare più vicina ai parenti. Scesi con l’intenzione di trovarmi una sistemazione per restare lì a vivere. Era l’unico posto dove potessi sentirmi a casa. Lì almeno c’era mia mamma, anche se non in condizioni normali, ma almeno sapevo che mi voleva bene. Prima di partire ho avuto la possibilità di parlare con don Mauro per comunicargli quali fossero veramente le mie intenzioni e il perché volevo andarmene via. Don Mauro ascoltò tutto quello che avevo da dire. Poi, senza dirmi niente, mi abbracciò. Ero paralizzato. “Perché quell’abbraccio? Non ho fatto altro che lamentarmi!”. Poi capii che in quell’abbraccio c’era qualcuno che mi stava perdonando. A differenza di come venivo trattato dagli altri, che spesso mi commiseravano, in quell’abbraccio sentii per la prima volta qualcuno che mi voleva per sé, che voleva che rimanessi con lui. “Pietro, voglio che rimani con me. Non so dove ti metterò ma fidati di “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Pietro Arnone me”. E’ stato proprio in quel momento che, per la prima volta, ho sperimentato su di me quello che chiamiamo “preferenza”. Avevo davanti un uomo che non conoscevo, ma che più di tutti gli altri sentivo come padre. Ed io, per la prima volta come figlio, risposi: “Sì, papà.”. Così, dal 4 settembre 2002 iniziai a vivere presso la famiglia Gobbi di Crema. Quando andai da loro, dopo aver conosciuto i nuovi genitori, la prima cosa che notai erano la semplicità e la naturalezza con cui mi fecero entrare in casa. Ho pensato: “Chissà quante persone sono passate di qua. Ormai saranno abituati.”. Così lasciai la famiglia vecchia ed entrai in una famiglia nuova, sperando che sarebbe cambiato tutto. Neanche dopo un mese che vivevo lì, saltarono fuori di nuovo tutti gli stessi problemi della famiglia precedente. Siamo punto e a capo...Anzi, qui è ancora più difficile. Sono il più grande e ho otto fratelli a cui devo dare esempio. Ma come? A differenza di dov’ero prima, qui queste persone sono tranquille. All’inizio pensavo fosse apparenza e invece, con il passare del tempo, ho proprio visto che quello che facevano era vero. Ma per chi? Per tutti e due: per loro, che erano i genitori, e per me. La ragione delle loro azioni era il rispondere a don Mauro, portatore di quell’esperienza cristiana per cui l’Associazione e la Comunità sono nate. Stavo decisamente meglio, ero tranquillo. Riuscii a diplomarmi e iniziai Ingegneria a Milano. Ma quello che mi serviva non era la sola riuscita scolastica. Piano piano mi stavo accorgendo che nella mia vita, anche se andava tutto bene, sentivo sempre distanti quelle persone che mi aspettavano a casa il week end, poiché vivevo in appartamento a Milano durante la settimana. Questo è il problema: durante l’esperienza di affido, ogni ragazzo deve aver chiaro quei rapporti di padre e madre che, nel caso mio, erano via via svaniti. Vivevo senza rendere conto di quello che facevo, se non per una regola imposta. L’unica autorità a cui obbedivo, per un amore a quella presenza che era sempre viva quando si stava con lui, era l’autorità di don Mauro. Per questo motivo, quando potevo, cercavo di sfuggire, cercavo di essere sempre meno presente in casa Gobbi, non riuscivo a sentirli come genitori. Per quanto volessi bene a loro, non riuscivo a concepirmi come parte della famiglia. Questo mi faceva sentire disonesto nei rapporto con don Mauro, iniziai a cercare questo riferimento fuori: con la morosa, gli amici, l’università, con la squadra di rugby, in appartamento a Milano...ho sempre cercato qualcuno a cui naturalmente potessi dire di sì. Questo fino all’anno scorso. Ad un certo loro confronti. Non riuscivo a dare a loro quello che ricevevo da almeno quattro anni. Quello che non riuscivo a trovare con loro, chissà perché...mi veniva facile trovarlo con tutto ciò che era al di fuori della famiglia. Non riuscendo ad avere sempre presente fisicamente il punto è crollato per me uno dei rapporti su cui puntavo tutto e, di conseguenza, in negativo, sono stati travolti tutti gli altri rapporti. E per quei rapporti dove facevo più fatica, per me era diventato ancora più difficile, come appunto con la famiglia. “Dio ti fa accadere “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 37 [Testimonianze] [Testimonianze] Linda Garlati Pietro Arnone certe cose perché possiamo maturare.”, mi disse don Mauro quando andai da lui per raccontargli della mia situazione. In quel momento don Mauro mi ha fatto capire che il significato di quello che mi era accaduto, allora e in tutta la mia vita, c’era. Le cose non succedono a caso. Il fatto che io sia finito a Crema, le persone che ho incontrato... tutto quello che è accaduto, sia di bello che di brutto, hanno uno scopo preciso che all’epoca non avevo chiaro. Ma la certezza che ci fosse mi ha dato la speranza di andare 38 avanti. Iniziai a stare attaccato a quelle circostanze che mi erano state date. Ho iniziato a stare a casa. Ho iniziato a pregare quando stavo a casa, desiderando, con lo stare lì, di vedere come miei genitori mamma Antonella e papà Emilio. L’inizio per me non è stato facile, non è stato facile passare dalle circostanze che mi ero scelto per la vita a quelle che mi erano state date e viverle con il cuore aperto, pronto a sentire che era lì che potevo trovare la risposta al mio desiderio di sentirmi voluto bene da qualcuno di “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” presente. Ma poi è cambiato il mio modo di stare a casa. Non vivevo più il doverci stare come “regola”, ma lo facevo per amore, per tutto quello che tutti i giorni vedevo nella mia famiglia. Dall’amore e da questo rapporto che vivevo a casa sono stati influenzati tutti i rapporti che avevo. Ora li desidero tutti di questa natura. Non posso nascondere che ci sono sempre gli stessi litigi tra genitori e figli, ma quello che è diverso adesso è che vedo queste persone come la mia famiglia, qualcosa di cui vado orgoglioso, qualcuno di cui sono fiero e a cui sono contento di poter dire di appartenere. B uongiorno a tutti, mi chiamo Linda, ho quasi 23 anni e sono in affido da 9 anni da Antonella ed Evelino, che molti di voi conoscono. La mia esperienza fuori dalla mia famiglia d’origine inizia però molto prima: avevo 10 anni quando io e le mie tre sorelle siamo state inserite in un istituto a Milano in attesa di una possibile adozione, cosa che si verificò solo per la più piccola delle quattro. Rimasi con le altre due, Luana e Luciana, per quattro anni in istituto e devo dire che è lì che, nel ruolo di mamma anche delle mie sorelle, ho imparato a diventare “grande”, soprattutto quando decisero che non dovevamo più avere nessun rapporto con la nostra famiglia naturale. Fu inizialmente molto dura, soprattutto perchè non avevo né risposte né spiegazioni da dare alla più piccole di ciò che stava succedendo. Si affidavano totalmente a me. Quando ci comunicarono che saremmo state affidate a tre diverse famiglie fu difficilissima la separazione, non sarei stata in grado di assumere il ruolo di figlia al posto di quello di madre. Su questo devo dire che don Mauro ci vide giusto: la famiglia scelta per me era composta da bambini più piccoli di me, quindi sarei rimasta la più grande. Iniziò un percorso molto duro. Era difficile vestire quei panni, non ne ero capace; inoltre non sapevo assolutamente cosa dovessi offrire in cambio. Scoprii presto che non mi si stava chiedendo nulla; per la prima volta nella mia vita due sconosciuti con i loro figli mi stavano aprendo la porta della loro casa e del loro cuore chiedendomi solo di farmi amare e di farmi amare con tutto ciò che avevo dietro, con tutto ciò che avevo dentro. Divenni una figlia, velocemente, con un padre e una madre; scoprii che queste persone, nella compagnia che avevano incontrato e sempre per mano all’autorità che riconoscevano, non ponevano censure all’affetto che dispensavano ai propri figli, “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 39 [Testimonianze] [Testimonianze] Linda Garlati 40 proprio perché accolti, non perché messi al mondo, proprio perché posti loro dinanzi. La vita cominciò subito, scelsi di fare il liceo socio-psicopedagogico: è sempre stato chiaro in me il mio compito viveva ciò che era capitato a me e punire tutti i padri che quegli errori commettevano. Era una rabbia profonda, un dolore che si risolveva in una sorta di male di vivere che non lasciava fuori nulla... qui, lo stesso compito che mi sono sentita addosso quando ho scelto di iscrivermi a giurisprudenza, dopo aver preso il diploma; la differenza ora, rispetto a quegli anni, è principalmente la rabbia di prima: mi sentivo una sorta di vendicatrice, dovevo fare questo percorso di studio perché dovevo aiutare chi C’erano momenti in cui mi sentivo assorta in una tristezza senza fine, senza senso e senza speranza che finisse; sembra paradossale, ma avevo davanti agli occhi la risposta a questa tristezza, ma era come se volessi continuamente difendere il mio dolore; quasi fosse stato un tradimento a me stessa sentire concreta “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” Linda Garlati una speranza che avevo davanti. Si trasformò quella rabbia, divenne una sensibilità e il desiderio che oggi sento insito in me di spendere la mia vita ancorata a ciò che ho vissuto; non un nostalgico attaccamento a dei ricordi, ma proprio la consapevolezza di una ferita che avrò sempre nel cuore e che per la paternità che ho ricevuto ha oggi un suo valore. Credo di poter dire che le difficoltà in questi 9 anni sono state né più né meno quelle di ogni adolescente, anche se sicuramente queste venivano viste da me come più gravi o dirompenti proprio per la “ribellione” che provavo verso questi genitori, nella parte in cui mi dicevano, come ogni padre e madre, cosa fare e cosa non. Ed è proprio in questo periodo che decisi, compiuti i diciotto anni, che avrei riaperto il capitolo chiuso parecchi anni prima riguardante la mia famiglia d’origine: ho voluto incontrare mia madre, quella naturale. Non è stata immediata la scelta, ho aspettato alcuni mesi prima di affrontare realmente il timore e la paura che questo incontro suscitavano. L’avrei incontrata in carcere, dove sta tuttora scontando una pena di 24 anni. È stata un’emozione fortissima, e al contempo assolutamente nuova: era mia madre, è mia madre, ma una sorta di estraneità veniva celata dagli abbracci che ci davamo; un’estraneità che tutt’ora, a 5 anni da quell’incontro, è cambiata ma non del tutto scomparsa. Differentemente dalle aspettative non è stato e non è difficile condividere con lei la mia vita, le mie preoccupazioni universitarie o le mie relazioni affettive; la vera difficoltà sta nel semplice gesto di chiamarla “madre”, proprio perché non posso pensarla tale e questo mi ha sempre procurato un enorme senso di colpa, quasi il mio cuore non fosse disposto a perdonare i suoi errori con semplicità. In questo è stato decisivo come aiuto da un lato la confessione con don Mauro, che mi ha paternamente suggerito una carità che può esprimersi anche nel semplice chiamare “madre” una donna che sta scontando i suoi errori, dall’altro la posizione presa fin da subito da lei stessa, che ha ricominciato il rapporto con me e con i miei genitori affidatari, permettendomi di darle il ruolo che più mi sarebbe stato utile, non necessariamente quello di madre, capendo lei per prima che quest’ultimo era già occupato, nella mia vita, da un’altra donna, a cui vedo che cerca di somigliare. Non è difficile, ora, ricercare quell’unità che ho desiderato sempre per la mia vita: un’unità che non è negata nemmeno da una situazione come questa. E questo è possibile soprattutto per la gratuità che, ogni giorno, ogni singolo giorno, i miei genitori mostrano verso me e verso mia madre, quasi che non potessero accogliermi del tutto senza accogliere anche lei. L’aspetto più prorompente in me di questa esperienza è che è diventato quasi semplice sentirsi addosso questo amore così inaspettato e così immediato; diviene semplice, e questo per me è evidente oggi nei rapporti che desidero per la mia vita; la presenza di un’inquietudine nel mio cuore - un’inquietudine sana - è come una spia che non posso non ascoltare, un criterio veramente infallibile, che mi permette, senza più paura, di scegliere per me stessa quale tipo di amore corrisponde ai desideri del mio cuore. So che è un’inquietudine che mai si addormenterà, proprio perchè intrisa di un amore nuovo, un modo di amare la mia persona ed il suo valore che prima non avevo conosciuto. Non è un’esperienza che si ferma al ricevere, porta “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 41 [Testimonianze] [Testimonianze] Linda Garlati anzi con sé un metodo di insegnamento, un’apertura verso la vita che fa guardare anche le situazioni dolorose in modo diverso perché gliene si dà un senso, quasi che non si possa completamente amare nemmeno gli altri senza prendere sul serio il proprio bisogno; nel mio caso, il bisogno di essere accompagnata per mano da una madre e un padre. La grandezza di ciò che è stato fatto per me non ha cancellato 42 nulla di ciò che è stata la mia infanzia, ma ha fatto sì che io raggiungessi dei punti fermi oggi: una fiducia innanzitutto verso il mondo degli adulti, che riconosco come autorità e non come “padri-padroni”; il desiderio, in secondo luogo, di saper dire di sì quando ci viene proposto di accogliere un nuovo bambino, pur nelle difficoltà che questo comporta e una capacità a riconoscere ed accettare che il bene per me e per ogni fratello che mi trovo, piccolo o grande che sia, non è deciso nemmeno dai miei genitori che lo accolgono come figlio. Penso che questo, il miracolo dell’ospitalità, il dono che mi è stato fatto, sia stato possibile sicuramente per l’umanità e la santità dei miei genitori, che sono certi della bontà della loro opera, ma anche e soprattutto per l’amicizia e la guida che la persona di don Mauro - e con lui l’intera Fraternità - hanno rivestito in questo cammino e tuttora rivestono, seppure il mio affido sia legalmente terminato. Non mi sento più una ragazza sfortunata, non associo più i miei piccoli fallimenti personali, quelli di tutti i giorni, con la “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” François Bambara situazione che ho vissuto da bambina; non sottolineo più la differenza che c’è stata nella mia crescita rispetto a quella di chiunque altro. Sono orgogliosa e grata del lavoro fatto, del durissimo cammino fatto, che sono consapevole non essere ancora terminato, ma che mi ha visto protagonista di una storia in cui alla sofferenza, alla violenza, alla solitudine e alla paura è stata data una risposta cui nessuno può rimanere indifferente. Una risposta che ti strappa di dosso il niente che credi di valere, una risposta che ti ferisce perchè inizialmente incomprensibile tanto è sproporzionata rispetto alla vita precedente, ma che finisce per suscitare la speranza reale e concreta di un amore possibile per sé; per sé e non per qualcun altro. Grazie. Don Mauro: Tra le cose più belle nate in questi anni, c’è stata l’amicizia con tanti genitori di bambini accolti da noi, l’amicizia tra padri e madri che hanno imparato a guardarsi con reciproca stima e con una capacità di accoglienza che non ha lasciato nessuno come è stato trovato. François è un papà che si è incontrato con la nostra esperienza attraverso la sua figlia che è stata da noi in affido, e adesso ci dice qualcosa di quello che è accaduto a sé. B uongiorno a tutti, non ho preparato un discorso perché volevo dire quello che sento e quello che penso. Per me è stata un’esperienza molto positiva, perché vedo mia figlia oggi molto serena, amata. Questa bimba è stata affidata dall’Associazione Fraternità a una famiglia che mi posso permettere oggi di dire “meravigliosa”; loro hanno accolto mia figlia come la loro propria figlia. Mia figlia cresce sempre, la vedo, sono contento. Un padre pensa sempre a suo figlio in ogni momento della giornata e sapendo che il figlio è amato, sta bene, è sereno e può stare tranquillo. Per questo ringrazio l’Associazione Fraternità, se mi permette di chiamarlo “papà” don Mauro. Ringrazio anche la famiglia che è diventata anche la “mia” famiglia. Posso chiamare Giorgio, “fratello Giorgio”, ed Elena, “sorella Elena”. Ci sono tante persona da ringraziare. Ringrazio anche la mia fidanzata che fa tanto per la serenità della bimba, e mi auguro che tutti i bambini che sono in difficoltà abbiano la fortuna che ha avuto mia figlia. Grazie. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 43 [Testimonianze] Ombretta Tirelli in Merlini Don Mauro: E per finire Ombretta. Ombretta è una mamma che nella sua vicenda personale, familiare, segnata così profondamente dal mistero della croce, ha potuto sperimentare fin da subito la promessa di una risurrezione. M i chiamo Ombretta e vengo da un piccolo paese della bassa bresciana. “Gesù noi viviamo per te. Gesù noi moriamo per te. Sia che viviamo, 44 sia che moriamo noi siamo tuoi”. Questi sono gli auguri che il 10 aprile ‘99, giorno del matrimonio mio e di Sergio, ci mandava oralmente un nostro grandissimo amico Memores Domini. Giuseppe Maggioni in quei giorni stava per terminare la sua lunga battaglia contro un male incurabile. Non poteva essere presente fisicamente, e nemmeno con un biglietto scritto, ma aveva affidato oralmente queste parole ad un “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” amico perché ce le riportasse. Sono stati gli auguri più belli di quel giorno, mai dimenticati. Giuseppe aveva visto più volte la casa dove io e Sergio saremmo andati a vivere. Si tratta della stessa cascina dove io avevo sempre vissuto con la mia famiglia, e a lui piaceva in modo speciale, tanto da averci più volte detto: “In questa casa non dimenticate di preparare la stanza dell’angelo”. A distanza di tempo da quelle parole è sempre più evidente che Giuseppe intendeva proprio invitarci ad accogliere le parole di San Paolo agli Ebrei (parole tanto care al don Giussani ed evidenziate nel suo libro “Il miracolo dell’ospitalità”): “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. Il nostro amico Giuseppe è morto il 21/04/99 dopo aver detto: “Sono pronto”. Io e Sergio in quel giorno stavamo rientrando dal viaggio di nozze e la notizia della sua dipartita ci toccò profondamente: era come se ci avesse aspettato per l’ultimo saluto terreno. [Testimonianze] Ombretta Tirelli in Merlini Questi avvenimenti non sono forse tutti segni di ciò che Dio ha in serbo per noi, ben al di là di ogni nostro progetto? E così iniziò il nostro matrimonio. Sergio lavorava, come tuttora, come responsabile del reparto collaudo di un’azienda che produce pullman ed io a quei tempi stavo svolgendo la pratica per la professione di dottore commercialista. La sera e tutto il sabato facevo una scuola in preparazione agli esami di stato. Il 2 settembre del 2000 iniziano per noi ad incarnarsi le parole del nostro amico Giuseppe circa la stanza dell’angelo. Nasce infatti Matteo, il nostro bambino, e Dio ce lo affida profondamente segnato. Matteo ha un’importante malformazione cerebrale ed i medici, sin dai primi mesi di vita, visto il suo progressivo aggravarsi, spiegano a me e a Sergio che la sua vita sarà breve e molto sofferente. E così noi accogliamo Matteo (il cui nome significa “dono di Dio”) con il nostro primo affido. Matteo resterà tra noi quattro anni, a sorpresa dei medici. Metà della sua vita la passerà in ospedale. Per stare con lui lascio subito il lavoro perchè intuisco che per me quella è la strada che il mistero ha scelto per rendersi a me familiare, e, attraverso me, rendersi familiare a chi ci sta accanto. Il dolore innocente è proprio il mistero presente. “Che vale la vita se non per essere data?”. Matteo l’ha data tutta e interamente per la nostra conversione, per la nostra continua rigenerazione all’essenziale, al vero e al bello. E noi, davanti a questo corpo che veniva nutrito con una sonda, cateterizzato, con continue crisi epilettiche nonostante i farmaci, davanti a questi occhi che non vedevano la luce, davanti ai continui ricoveri perchè la sua vita è stata molte volte sul punto più estremo, davanti al pellegrinaggio degli amici in ospedale e a casa, davanti a questo spettacolo di un Gesù Bambino che il giorno di Natale tanti venivano a trovare, davanti a tutto ciò, noi siamo rimasti impotenti e “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 45 [Testimonianze] Ombretta Tirelli in Merlini siamo giunti ad avere per lui una vera e propria adorazione, come quella che si ha per l’ostia consacrata. Di fronte alla nostra totale impotenza ad alleviare le sue sofferenze non ci restava che riconoscere che solo qualcun altro poteva darci pace ed abbiamo iniziato a far memoria del Sì della Madonna, alla quale era stato chiesto tutto e lei aveva detto il suo Sì ogni istante della sua vita, anche davanti alla flagellazione. E così è cresciuta la nostra 46 domanda che la memoria del Sì della Madonna rendesse per noi possibile una calma affezione alle circostanze drammatiche nelle quali ci veniva chiesto di vivere. Le nostre famiglie e i nostri amici ci sono stati di grande aiuto e conforto, anzi, sono stati proprio loro che hanno continuato ad infonderci la speranza. Di fronte alla sofferenza di Matteo tutti i rapporti si sono fatti intensi e la nostra famiglia ha conosciuto anni di sovrabbondanza della Sua grazia. Lo spettacolo quotidiano di un figlio sul calvario ci ha portati a riconoscere la nostra dipendenza da qualcun altro che solo poteva realizzare il desiderio di felicità che noi, come ogni mamma e papà, avevamo sul nostro bambino. Ma in lui era tutto compiuto, ed era Matteo che educava noi a consegnare la sua e la nostra vita nelle “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” mani di Colui che solo può compierla. Nei momenti di maggiore debolezza abbiamo visto manifestarsi la Sua forza; e così abbiamo fatto esperienza di portare un tesoro in vasi di creta. Abbiamo chiesto a don Mauro di aiutarci ad aprirci ad altri affidi, riconoscendo di essere debitori di tanta grazia. Il nostro desiderio era di far riaccadere lo sguardo di positività di cui noi siamo stati fatti oggetto. L’esperienza dolorosa di Matteo ci ha in fondo resi più certi della positività della vita. E così abbiamo accolto nel 2005 Alessandro, nel 2007 due fratelli: Erik e Roberto e a gennaio di quest’anno due sorelle: Iside e Chantal. Questi bambini ci stanno [Testimonianze] Ombretta Tirelli in Merlini facendo una speciale compagnia e, in cambio delle non poche difficoltà, assistiamo ogni giorno al miracolo del loro affezionarsi a noi come ad una roccia a cui stare aggrappati. Io e Sergio ci siamo man mano aggrappati sempre più a don Mauro e a tante persone e famiglie dell’Associazione Fraternità perché la loro tutti gli amici che sono venuti a messa e poi si sono fermati in cascina da noi a fare festa. Una ragazza è venuta per la prima volta, colpita dall’invito di un nostro amico che le ha detto se voleva andare con lui la sera a festeggiare il compleanno di un bambino in cielo. E spinta dalla curiosità è venuta a vedere di cosa si trattava. presenza e la compagnia che ci fanno nel quotidiano è la nostra forza e la nostra sicurezza. Sabato scorso è stato il quinto anniversario della morte di Matteo che coincide anche con il suo nono compleanno. E noi dobbiamo ringraziare Ma ancor più stupiti eravamo io, Sergio e i nonni a vedere i nostri bambini darsi da fare tutto il giorno per preparare il cartellone, i tavoli e le sedie, felici perché era il giorno della festa di Matteo. “La tua grazia vale più della vita”. Cosa desiderare più di questa grazia che riempie il nostro cuore di pace e letizia? Il volto di ciascuno dei nostri bambini è come se ci dicesse: “Guardami, guardami! Io sono soltanto un promemoria. Che cosa ti ricordo?” La realtà è ostinata e chiede risposta. Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 47 [Intervento finale] S. Em. R. Cardinale Ennio Antonelli [Conclusione] Mons. Mauro Inzoli [Intervento finale] Cardinale Ennio Antonelli Presidente Pontificio per la famiglia Don Mauro: Ora cediamo volentierissimo la parola a Sua Eccellenza, perché, raccogliendo tutto il mistero che si è svelato in questi interventi, ci aiuti ad andare più a fondo nella conoscenza di ciò che non solo è all’origine ma ci accompagna quotidianamente. S aluto innanzitutto con viva fraternità il vescovo di questa Chiesa di Crema e saluto con rispetto ed amicizia le autorità presenti e saluto con grande 50 gioia le famiglie che sono al centro di questa festa, e tutti quanti sono convenuti per festeggiare, per celebrare, per onorare queste famiglie, questa Associazione nel venticinquesimo anniversario della sua fondazione. Ma un saluto particolarissimo non può che essere per don Mauro, mio amico da tanti anni. Amico ammirato, ammirato per la passione, per l’intelligenza con cui si dedica ai suoi impegni, e in particolare per la passione e l’intelligenza con cui guida “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” questa associazione di famiglie, questa Associazione Fraternità. Veramente la vostra è una splendida esperienza umana e cristiana, piena di significato, una grande amicizia per l’accoglienza, per accogliere i bambini bisognosi di affetto, bisognosi di aiuto per crescere come uomini veri e come cristiani. Insieme per accogliere. Che bello! Mi ha colpito molto questa vostra identità tanto che non ho potuto fare a meno nei giorni scorsi di segnalarla a un Seminario di Studio Internazionale che stavamo svolgendo sulla famiglia soggetto di evangelizzazione e sarei ben lieto che voi possiate portare questa vostra esperienza al grande convegno che faremo l’anno prossimo sullo stesso tema: “La Famiglia soggetto di evangelizzazione”. Un grande convegno internazionale, sicuramente fareste la vostra bella figura e dareste un bel contributo. Quando ero Arcivescovo a Perugia, un giorno fui molto meravigliato e molto commosso davanti ad alcune famiglie di professionisti, che vennero da me per presentarmi [Intervento finale] Cardinale Ennio Antonelli Presidente Pontificio per la famiglia un loro progetto, per chiedere la mia approvazione e la mia benedizione, e il progetto era questo: lasciare le loro case. Per alcuni si trattava di venderle, per altri di affittarle, comunque di lasciare le loro case ed andare ad abitare una famiglia vicino all’altra in un gruppo di case a schiera, proprio per aiutarsi ad accogliere i bambini senza famiglia. Animatore di questa esperienza, che poi si è realizzata e si sta realizzando, era un medico chirurgo, Vittorio Trancanelli, insieme con sua moglie, medico di cui adesso è in corso la causa di beatificazione; che sia un auspicio anche per don Mauro! Don Mauro: Aspettiamo un po’, aspettiamo un po’, perché poi mi tocca morire subito. Ecco, hanno chiamato questa loro comunità di famiglie, questa famiglia “Le querce di Manbre”, perché come sapete in questo luogo biblico Abramo ospitò tre misteriosi personaggi, ospitò Dio venuto a far visita in questa presenza di tre personaggi misteriosi. E questo per indicare che loro erano mossi dalla convinzione che accogliendo i bambini bisognosi, accoglievano anche Dio, accoglievano anche Cristo nella loro famiglia. Ecco, qui c’è una realtà simile, con la stessa ispirazione di fondo, ma è una realtà molto più grande, circa 300 famiglie insieme in una associazione di collaborazione, di amicizia, per una accoglienza su larga scala di tanti bambini in situazioni di difficoltà. Siamo davanti ad una splendida Epifania dell’amore umano e, in definitiva, di Dio stesso, di Dio che è amore. Lo sviluppo dell’amore umano a me sembra che si possa descrivere come un cammino progressivo verso l’alterità e verso la comunione nello stesso tempo. Il bambino nasce bisognoso di tutto e perciò anche naturalmente egocentrico, vive la dipendenza dei genitori, sperimenta innanzitutto e soprattutto l’essere amato, impara ad essere figlio e se ci sono anche altri figli, impara anche ad essere fratello, a condividere, a cominciare a condividere l’amore. L’adolescente poi è interessato ad uscire dalla sua famiglia, a guardare specialmente agli amici, si inserisce, costituisce gruppi, un gruppo di amici soprattutto dello stesso sesso. Il giovane poi si interessa sempre di più all’altro sesso. Impara ad apprezzare, a rispettare, ad accogliere le persone dell’altro sesso, a costruire rapporti di amicizia con loro, fino a costituire una coppia, un legame di coppia che tende a diventare stabile, definitivo nel matrimonio. E poi i coniugi, a loro volta, non si chiudono nel rapporto di coppia, ma insieme si donano ai figli, cioè ad altri ancora, ad un’ulteriore alterità. Si aprono “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 51 [Intervento finale] Cardinale Ennio Antonelli Presidente Pontificio per la famiglia all’accoglienza di un terzo o di terzi di una, appunto, più ampia alterità. Una stessa dinamica porta l’uno verso l’altro e ambedue verso il terzo, verso un’ulteriore alterità. Il singolo è chiamato ad uscire da se stesso, la coppia è chiamata a trascendere se stessa, la sessualità è altruismo scritto nell’anima e nel corpo. Così la persona si sviluppa, si perfeziona, l’essere padre e madre secondo San Tommaso d’Aquino è una grande perfezione della persona umana, è un diventare procreatori in un’unione con Dio creatore e a somiglianza di Dio creatore. Quando poi la paternità e la maternità si estendono ai figli degli altri, come nel caso vostro, come nel caso di questa 52 associazione, abbiamo una più alta alterità, abbiamo una sovrabbondanza di amore, abbiamo un di più di dedizione, di cura, di sacrificio, ma anche di valore, di significato, di intima soddisfazione, di gioia, perché come il Signore ha detto: “C’è più gioia, più felicità a dare che a ricevere.” Siamo quindi di fronte a una dinamica più grande, più vasta dell’amore, tanto più che come nel caso vostro voi vi siete messi insieme per aiutarvi ad estendere questa dinamica dell’amore, questo andare verso gli altri. Ecco dunque, mi pare una splendida epifania dell’amore umano, cresciuto, sviluppato in pienezza, ma anche nello stesso tempo un’epifania di Dio, di amore. Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre è tutto rivolto al Figlio, il Figlio è tutto rivolto al Padre; il Padre e il Figlio insieme sono rivolti allo Spirito Santo, insieme sono protesi “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” verso la novità incessante, inesauribile dello Spirito, verso questa sovrabbondanza di gioia, di creatività che è lo Spirito Santo che poi si esprime anche nella creazione del mondo degli angeli e degli uomini. Ecco, ogni famiglia vera, autentica, anche se non lo sa, è a immagine della Trinità divina. Ogni famiglia è dalla Trinità, è dentro la Trinità ed è verso la Trinità. E come la famiglia così è anche la Chiesa, ogni comunità umana, ossia anche un’associazione di famiglie come la vostra. Dovunque c’è comunione e c’è creatività nel bene, c’è apertura verso la novità, l’alterità. Lì c’è un’immagine viva, una partecipazione viva della Trinità divina. Ecco, mi pare che il vostro esempio, il vostro modello, sia quanto mai significativo, quanto mai necessario in una società come la nostra, in cui c’è la crisi della famiglia, la crisi della coppia, la crisi della natalità, la crisi dell’educazione. La vostra realtà è una risorsa preziosa per questa società, per la società civile; è un fattore efficace di coesione [Intervento finale] Cardinale Ennio Antonelli Presidente Pontificio per la famiglia e di sviluppo. Giovanni Paolo II ha messo in grande risalto il compito nativo, originale, insostituibile, inalienabile della famiglia nella società. Questa cellula fondamentale e vitale, nella misura in cui è animata dall’amore e ben riuscita, alimenta in tutti i suoi membri importanti virtù personali e sociali: fiducia negli altri, giustizia, servizio, laboriosità, cura dei più deboli, gratuità, perdono, reciprocità, dialogo, sincerità, fedeltà, esercizio dell’autorità come servizio, generosa obbedienza, cooperazione, solidarietà, rispetto della natura e, in un contesto di democrazia avanzata, di mobilità, di flessibilità del lavoro come il nostro, la famiglia è un potente fattore di coesione e sviluppo più necessario che mai. Numerose indagini sociologiche realizzate in diversi paesi, mettono in evidenza che la coppia uomo donna, unita in matrimonio stabile e duraturo, offre molti vantaggi rispetto alle famiglie disgregate o incomplete, rispetto alle convivenze di fatto. Ad esempio, migliore salute fisica ed equilibrio psichico, con minore consumo di sigarette, di alcool, di droghe - indicatori come vedete molto concreti - migliore educazione e minore devianza giovanile, migliore frequenza e riuscita scolastica, maggiore successo lavorativo e reddito economico, più lunga aspettativa di vita, meno suicidi e meno violenza, meno abusi sui bambini e meno mortalità infantile. Viceversa il non matrimonio causa molte sofferenze agli uomini, alle donne, ai figli, ai parenti, ed ha pesanti costi sanitari, psicologici, etici, giudiziari, economici, demografici e sociali. E’ anche interessante che in Europa si moltiplichino in questo momento le proposte per sostenere la natalità e la famiglia. Mentre in un recente passato l’attenzione si concentrava sulle pari opportunità di uomini e donne in una logica di competizione, ora l’interesse comincia a focalizzarsi sui bambini; è l’interesse dei bambini che emerge sempre più. Allora è interesse pubblico che le famiglie siano unite e stabili, fondate sul matrimonio, capaci di compiere la loro missione procreativa ed educativa, ed esse hanno diritto di ricevere un adeguato sostegno culturale, giuridico, sociale ed economico. Ma la famiglia è anche soggetto di evangelizzazione, proprio perché è anche una rivelazione, una epifania di Dio Amore. Davanti ad esperienze come le vostre è spontaneo domandarsi perché fanno questo? La risposta non può che essere perché sappiamo di aver ricevuto amore e quindi abbiamo l’esigenza di donare amore. Ci sentiamo accolti da Dio, dalla famiglia trinitaria e vogliamo anche noi aprirci all’accoglienza degli altri. Secondo la Parola di San Paolo: “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio”. Ecco, le famiglie cristiane si aprono all’accoglienza non solo dei propri figli, ma anche di quegli degli altri, perciò veramente dobbiamo far festa, dobbiamo dire grazie, grazie a tutti voi, grazie alla vostra associazione, e grazie innanzitutto al Signore. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 53 [Conclusione] Mons. Mauro Inzoli Presidente Associazione Fraternità E ora mentre attendiamo che si preparino tutti i bambini ad entrare, almeno faremo un canto finale insieme, volevo dire una piccolissima, ultima cosa. 54 Uno dei segni più stupefacenti di questi anni, insieme alla misteriosa e gratuita capacità di condivisione di tante famiglie, è stato vedere come qualcuno abbia sentito il desiderio di portare lo stesso peso, magari in forma diversa, mettendo a disposizione il necessario. Non è formale perché vedere qualcuno che ci mette del suo per permettere ad un altro di fare quello che desidera è di più di quello che stai “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” [Galleria] Fotografica facendo tu, è qualcuno che condivide con te, e questo diventa un metodo, perché collaborare all’opera che sta facendo un altro è di più che costruire la propria e io credo che da questo abbia imparato davvero tanto. E’ per questo che vorrei rendere esplicita gratitudine ad alcune delle persone che sono qui presenti e che hanno permesso alla Fraternità in questi anni di realizzare quello che si è costruito e che non sarebbe stato tale se non ci fossero stati loro. Grazie. Ed ora facciamo entrare i nostri bambini Se ci alziamo possiamo recitare insieme l’Angelus. “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 55 [Galleria] Fotografica 56 “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” [Galleria] Fotografica “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 57 [Galleria] Fotografica 58 “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” [Galleria] Fotografica “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 59 [Galleria] Fotografica 60 “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” [Galleria] Fotografica “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 61 [Galleria] Fotografica 62 “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” [Galleria] Fotografica “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente” 63 [Galleria] Fotografica 64 “Occorre amarli a uno a uno, totalmente e incondizionatamente”