dialogo sulla cooperazione migratoria nel mediterraneo occidentale
Transcript
dialogo sulla cooperazione migratoria nel mediterraneo occidentale
Le politiche migratorie nel Mediterraneo Occidentale: contesto, contenuto e prospettive Philippe Fargues• Introduzione•• Il fenomeno della migrazione trova la sua principale giustificazione nelle differenze di sviluppo economico a livello internazionale. Secondo la teoria delle migrazioni internazionali, la migrazione è il frutto di una scelta razionale degli individui, nella loro ricerca di una situazione migliore in termini di opportunità d’impiego, remunerazione e sicurezza. Stante tale teoria ci si dovrebbe attendere una circolazione intensa su tutto il globo, di ampiezza paragonabile alle disuguaglianze che la caratterizzano. Eppure, i migranti internazionali rappresentano solo il 2,5% della popolazione mondiale. La teoria non serve perciò a spiegare il comportamento del restante 97,5% della popolazione1; dal momento, infatti, che le differenze economiche esistenti tra le varie parti del mondo sono così marcate, perché sono pochissime le persone che decidono di migrare? Nel Mediterraneo Occidentale sono presenti condizioni economiche propizie per il verificarsi di flussi migratori intensi, con scarti di reddito pro capite di uno a cinque: 4.300$ a parità di potere d’acquisto nel sud contro i 22.300$ nel nord. Un milione settecentomila emigrati (Tabelle 1 e 2) e un flusso annuale di circa 90.000 da sud a nord (Tabella 4) sono cifre importanti, che esprimono bene la realtà dei contrasti economici e dei legami trans-nazionali presenti nel Mediterraneo. Al tempo stesso, però, tali cifre sono relativamente piccole in rapporto al potenziale disponibile: i migranti, infatti, rappresentano solo il 2,2% della popolazione del Magreb (ottanta milioni) ed i flussi annuali non assorbono che il 6% della sua crescita (+1,5 milioni l’anno). • Istituto Nazionale di Studi Demografici (Parigi) e Centro di Studi Avanzati Robert Schuman, European University Institute (Firenze). •• L’autore desidera ringraziare Maxime Tandonnet (Francia) per l’aiuto nella preparazione di questo rapporto, nonché David Zammit (Malta) e Mohamed Lemine Moujtaba (Mauritania) per i numerosi elementi da loro forniti. 1 La tesi è di Arango, Joaquin (2000) « Explaining migration: a critical view », International Social Science Journal, n° 165 : 283-96. 1 I fattori che limitano le migrazioni internazionali sono da ricercarsi in tutto ciò che lega un individuo al proprio Paese, alla propria cultura, al suo universo affettivo. I magrebini non desiderano trasferirsi in Europa. I meccanismi adottati dagli Stati per il controllo delle frontiere costituiscono un freno ulteriore alla mobilità. Nel momento in cui le leggi del mercato hanno sottratto i flussi internazionali di merci, capitali ed informazioni al controllo diretto dello Stato, la circolazione delle persone vi resta quanto mai soggetta. Il presente documento prende in esame le politiche migratorie dei Paesi del Mediterraneo Occidentale, illustrando innanzitutto il contesto economico in rapida evoluzione nel quale tali politiche vengono elaborate ed applicate. 1— Il cambiamento demografico dei Paesi del sud e la nuova offerta migratoria La pressione esercitata dalle nuove generazioni sul mercato lavorativo del Magreb è un fattore centrale dell’emigrazione. Tra il 2000 ed il 2010, il mercato del lavoro sarà invaso dalla più numerosa ondata di giovani della storia della regione. Tale allarmante constatazione, tuttavia, non rappresenta che uno degli aspetti della realtà. L’altra faccia, è invece più rassicurante: il numero massimo di potenziali lavoratori, infatti, è stato praticamente già raggiunto (Tabelle 7 e 8), in ragione del crollo drastico della natalità registrato in tutta la regione a partire dagli anni Ottanta. Non è quindi la dinamica demografica a destare preoccupazione, quanto piuttosto quella del mercato del lavoro. La disoccupazione, infatti, è notevolmente elevata nei tre Paesi del Magreb centrale, in particolare in seguito all’adozione di programmi di riforma economica ispirati alle raccomandazioni del FMI: attualmente essa raggiunge il 30% in Algeria, il 16% in Tunisia ed il 13% in Marocco. Quale può essere l’impatto del futuro assetto demografico sul fenomeno delle migrazioni internazionali? La fecondità media nel Magreb è ormai scesa al disotto dei tre figli per donna, con alcune differenze a seconda della regione e dello status sociale. L’avvento della famiglia a due figli non implica che la crescita demografica zero venga registrata in questo momento, visto che solo verso negli anni ’80 – ’90, a seconda dei Paesi, si è registrato il maggior numero di nascite annuali. La straordinaria riduzione avvenuta da allora in avanti (si aggira intorno al –30% nell’area del Magreb) non avrà ripercussioni sui mercati del lavoro prima del 2010. La competizione per il lavoro resta 2 forte, tanto più che è sempre maggiore il numero di giovani donne che entrano nel mondo del lavoro e che il livello d’istruzione, così come quello delle aspirazioni personali, è in continua ascesa. C’è comunque un’enorme differenza, tra la situazione del mercato del lavoro in cui vivono i giovani oggi e quella delle generazioni precedenti. La nuova generazione gode di una situazione demografica estremamente favorevole: ci sono pochi bambini, a causa della fecondità ormai bassa, ma numerosissimi fratelli e sorelle con i quali condividere il peso dei genitori, in virtù della elevata fecondità della generazione precedente. Si tratta di una situazione particolarmente fortunata che non si era mai verificata prima e che durerà solo il tempo di una generazione2. Una simile situazione può avere effetti opposti sulle migrazioni. In primo luogo, essa apre una “finestra d’opportunità” demografica: i giovani entrano nella vita attiva sapendo che i benefici del loro lavoro non sono anticipatamente ipotecati per il mantenimento delle generazioni precedenti, e ciò stimola gli investimenti ed il risparmio. Essi possono inoltre contare sul fatto che i loro investimenti serviranno a migliorare la qualità della vita piuttosto che ad assorbire, come avveniva in passato, gli effetti della spinta demografica. Visto in tale prospettiva, il cambiamento demografico porterebbe ben presto ad una riduzione fra i giovani del desiderio di emigrare. Per trasformare questo vantaggio potenziale in un beneficio tangibile sarebbe tuttavia necessario che i giovani avessero la possibilità di risparmiare, ossia di lavorare e percepire una remunerazione sufficiente. Se l’economia non offre loro tali opportunità, il cambiamento demografico sopra descritto potrà comportare piuttosto una rottura con le costrizioni familiari del passato, ossia crescita della libertà di movimento degli individui e, conseguentemente, con la probabile conseguenza di un aumento della propensione ad emigrare3. 2 Fargues, Philippe (2000) Générations arabes. L’Alchimie du nombre. Fayard, Parigi. Il potenziale migratorio può essere stimato in base alla propensione ad emigrare. Secondo la ricerca NIDI-EUROSTAT, che ha tentato di misurare tale propensione, il 29% degli uomini marocchini dichiara di avere l’intenzione di emigrare, ma di essi, solo il 3% ha effettivamente avviato le pratiche necessarie. Riteniamo che tali cifre siano superiori alla realtà, dal momento che lo studio è stato condotto in una regione a forte emigrazione: il comportamento delle persone residenti in quell’area non riflette, infatti, quello che abbiamo riscontrato in altre regioni, dove l’individuo non si confronta quotidianamente con la cultura migratoria. V. EUROSTAT 2000, Push and pull factors of international migration. A comparative report, General Statistics collection. 3 3 Le osservazioni sopra riportate suggeriscono uno sforzo affinché le politiche occupazionali captino la disponibilità di una gioventù numerosa, affrancata da vincoli e costrizioni familiari. Un recente studio del FMI4 suggeriva di trarre beneficio da questa struttura demografica favorevole incoraggiando la costruzione di alloggi: rispondendo ad un bisogno nato dalla pressione demografica dei decenni precedenti (l’insufficienza delle abitazioni), lo sviluppo di questo settore a forte intensità lavorativa assorbirebbe parte dell' eccesso di manodopera e ridistribuirebbe le entrate con un effetto trainante sulla maggior parte degli altri settori economici. Questa soluzione, tuttavia, ha lo svantaggio di non prevedere l’impiego di quella parte della forza lavoro valorizzata dallo sviluppo dell’istruzione nel Magreb. 2—L’invecchiamento demografico al nord e la migrazione sostitutiva Nella primavera del 2000, in Europa fece grande scalpore un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Migrazione sostitutiva: una soluzione alla diminuzione ed all’invecchiamento delle popolazioni?”. Esso indicava, sotto forma di proiezioni demografiche, la risposta al quesito << quanti immigrati provenienti dai Paesi in via di sviluppo sarebbe necessario accogliere per compensare le tendenze demografiche negative dei Paesi più sviluppati?>> Il rapporto ha previsto tre diversi scenari, a seconda che l’obiettivo sia il mantenimento, nel periodo 2000-2050, della popolazione totale, della popolazione attiva (15-64 anni) o del rapporto tra popolazione attiva e non attiva (15-64 anni / 65 + anni). In ognuno di essi, gli immigrati si inseriscono in maniera definitiva nella popolazione d’accoglienza, in quanto la migrazione sostitutiva viene concepita come un contributo al ripopolamento e non come una politica di guest workers. I risultati illustrati nel rapporto sono impressionanti: in base al primo scenario, tra il 2000 ed il 2050 sarebbe necessario l' ingresso nel territorio dell' Unione Europea di 47 milioni di immigrati, 79 milioni in base al secondo e 674 milioni secondo il terzo. In 4 Dhonte Pierre, Rina Bhattacharya, & Tarik Yousef (2000) « Demographic Transition in the Middle East: Implications for Growth, Employment, and Housing », Working Paper of the International Monetary Fund, FMI, Washington. 4 particolare, quest’ultimo dato equivale a dire che per neutralizzare gli effetti dell’invecchiamento demografico sull' equilibrio tra popolazione attiva e non attiva l’Europa dovrà accogliere, a partire da subito, 14 milioni di immigrati l' anno per i prossimi cinquanta anni! La strada indicata dalle Nazioni Unite ha suscitato una serie di critiche5. L’invecchiamento demografico, infatti, è un fenomeno universale. Da una parte, gli immigrati chiamati a mantenere costante il rapporto tra popolazione attiva e inattiva sono sottoposti allo stesso processo di invecchiamento che colpisce le popolazioni autoctone: più è elevato il loro numero, maggiore sarà il numero di immigrati necessari per compensare l’invecchiamento di quelli della generazione precedente. Dall’altra, si presume che i Paesi del sud, dai quali provengono i flussi migratori, siano essi stessi soggetti al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione. Su scala mondiale (dove le migrazioni sono per definizione nulle), per mantenere il rapporto tra popolazione attiva ed inattiva ai livelli attuali sarebbe necessario che la natalità raggiungesse i 3,5 figli per donna, corrispondente ad un tasso di crescita demografica annuale dell’1,5%: un simile obiettivo risulta, ovviamente, irraggiungibile. Malgrado l’immigrazione non sarà in grado di compensare in maniera duratura gli effetti dell’invecchiamento in Europa, essa potrà rappresentare una soluzione transitoria, in grado di ammortizzare il passaggio all’età pensionabile delle generazioni nate durante il baby boom del secondo dopoguerra. Alcune professioni si troveranno improvvisamente prive di lavoratori, è ciò genererà un’enorme offerta di lavoro in alcuni settori specializzati, nei quali non ci sono sufficienti giovani europei. Tale transizione richiederà una gestione politica dei trasferimenti intergenerazionali, dal momento che esiste un rapporto asimmetrico tra le popolazioni immigrate e quelle autoctone. Gli immigrati (molti dei quali sono all’inizio della loro vita attiva e familiare) sono spesso più giovani dei cittadini autoctoni (molti dei quali sono invece pensionati); tuttavia, i due sottogruppi sono legati da un unico sistema di solidarietà intergenerazionale. Ne deriva una certa asimmetria nei trasferimenti sociali: la popolazione attiva autoctona contribuisce più che proporzionalmente alle spese di scolarizzazione dei bambini immigrati, mentre la popolazione attiva immigrata 5 Léridon, Henry (2000) “Vieillissement démographique et migrations : quand les nations unies veulent remplir le tonneau des Danaïdes”, Population et Sociétés, n.358, INED, Parigi. 5 contribuisce più che proporzionalmente alle spese pensionistiche e sanitarie degli autoctoni. I trasferimenti intergenerazionali coincidono spesso con trasferimenti interetnici, comportando il rischio di una doppia stratificazione della società, all’interno della quale le tensioni generate dal “Contratto sociale” all’interno di una popolazione progressivamente più anziana alimentano anche tensioni di carattere etnico6. Sul lungo termine, il comportamento delle popolazioni, che attraverso i matrimoni misti confonde le origini etniche delle nuove generazioni, può prevenire tali tensioni. Sul breve termine, però, questo delicato compito spetta alla politica. 3—Il richiamo da parte delle nuove economie della riva nord Nel vocabolario della migrazione mediterranea, l’espressione “Fortezza Europa” è utilizzata sempre più frequentemente per indicare i Paesi della riva nord. Sebbene il suo utilizzo sia giustificato dalla lunghezza delle code di attesa davanti ai consolati europei nei Paesi arabi, tale immagine non appare appropriata: come può, infatti, definirsi l’Europa una “fortezza”, dal momento che essa è divenuta, nel corso degli anni ’90, il principale polo di destinazione delle correnti migratorie mondiali, superando gli Stati Uniti? La crisi economica che colpì il mondo industriale a causa del rincaro del prezzo del petrolio durante la guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973 ebbe ripercussioni profonde e a lungo termine sulla migrazione verso il nord-ovest d’Europa. La Francia, la Germania e poco dopo altri Paesi europei sospesero le convenzioni bilaterali che regolavano le migrazioni di lavoratori e sottomisero l' ingresso degli stranieri ad una serie di restrizioni, molte delle quali ancora in vigore. Il venire meno dell’ammissione legale dei lavoratori immigrati ha prodotto due risultati principali. La prima conseguenza fu che le famiglie cominciarono a stabilirsi in modo permanente sul territorio del Paese d’accoglienza. Dal momento che gli spostamenti andata-ritorno dei lavoratori erano diventati impossibili e che l' unica possibilità di immigrare 6 La tesi è stata sviluppata nell’ambito dell’immigrazione messicana in California : Hayes-Bautista D. & al. 1988, The burden of support. Young Latinos in an aging society, Stanford University Press. 6 legalmente era costituita dal ricongiungimento familiare, la circolazione a doppio senso degli uomini di un tempo fu sostituita dall' immigrazione di donne e bambini, ormai a senso unico. La seconda conseguenza fu che l' immigrazione di lavoratori proseguì, ma attraverso nuove strade per aggirare la legge: attraverso l' ingresso clandestino, attraverso l' ingresso regolare seguito da un soggiorno prolungato al di là dei termini di legge o ancora attraverso la richiesta di asilo. Si stima che ogni anno circa mezzo milione di nuovi immigrati irregolari entrino nel territorio dell' Europa dei quindici (flusso) e che un numero equivalente presenti domanda di asilo (Tabella 6). Alla fine degli anni ' 90, una stima presumeva la presenza nell' Europa mediterranea di circa 1,1 milioni di immigrati irregolari (stock): 150.000 in Spagna, 175.000 in Francia, 250.000 in Italia e 525.000 in Grecia7. L’Europa mediterranea conobbe in quel periodo un’altra serie di avvenimenti che contribuirono all’inversione dei movimenti migratori della regione. La caduta delle dittature in Portogallo, Spagna e Grecia, il decollo delle loro economie nazionali, l’ingresso nell' Unione Europea, hanno fatto di questi tradizionali Paesi d’emigrazione dei poli d’attrazione per i migranti provenienti dal sud e dall’est. Con gli accordi di Schengen, inoltre, l’Europa mediterranea è divenuta una porta d' ingresso privilegiata verso il resto dell’Europa. Tanto nelle sue dimensioni che nella forma (tipologia e numero delle persone in situazione irregolare), l’immigrazione degli anni ‘90 e 2000 risponde ampiamente a queste trasformazioni economiche. La crescita notevole che ha interessato settori quali, l’agricoltura d’esportazione, l’edilizia ed il turismo ha generato un’offerta consistente di lavoro stagionale, flessibile e generalmente poco qualificato, ormai rifiutato dalle popolazioni locali, a cui invece l’immigrazione clandestina offre una risposta adeguata. Il lavoratore in situazione irregolare, infatti, è il più interessante per il datore di lavoro che offre a sua volta un impiego irregolare; non tutelato dalle leggi sul lavoro, il lavoratore si trova in una situazione di vulnerabilità che lo costringe ad accettare un salario più basso e garanzie minori rispetto a quelle offerte ai lavoratori autoctoni o agli immigrati regolari. Non è l’irregolarità dell’immigrazione, quindi, a creare l’irregolarità del lavoro, ma il contrario8. 7 Ordini di grandezza approssimativi forniti da Reyneri (2001). Awad, Ibrahim 2002, « Dynamics of Labour Migration in the Mediterranean Basin at the Turn of the Century », European University Institute, Third Mediterranean Social and Political Research Meeting Firenze, Marzo 2002, http://www.iue.it/RSC/MED/meeting2002/index.html. Wrench, John 1998, 8 7 L’attrattiva rappresentata dall’occupazione irregolare varia da Paese a Paese. In Italia, per esempio, l’economia sommersa è una tradizione ben radicata e risalente ad un periodo precedente l’immigrazione: essa offre impieghi informali per i quali non viene richiesto al lavoratore di presentare alcun documento. Essa rappresenta una nicchia nella quale gli immigrati in situazione irregolare possono trovare sistemazione, in settori in cui gli italiani non sono più disposti a lavorare. In Spagna è stato il progresso dell’agricoltura, in particolare dopo l’ingresso nell’Unione Europea, a creare numerosi posti di lavoro stagionali che, non offrendo opportunità di promozione sociale, e dunque non interessano le popolazioni autoctone. In Portogallo è stato il settore dell’edilizia a stimolare la dinamica migratoria: l’emigrazione dei portoghesi verso l’Europa del nord ha provocato un deficit di manodopera, stimolando al tempo stesso la domanda (dal momento che gli emigrati investivano in beni immobiliari nel Paese d’origine); allo stesso tempo, l’ingresso nell’Unione Europea, ha apportato fondi comunitari per i grandi lavori d’infrastruttura pubblica. Due osservazioni di carattere politico possono trarsi da quanto appena illustrato. In primo luogo, le restrizioni imposte alla circolazione degli stranieri hanno avuto l’effetto di ostacolare gli spostamenti andata-ritorno più che di impedire gli ingressi. Esse hanno favorito il moltiplicarsi delle situazioni di soggiorno irregolare. Una politica di liberalizzazione dei visti potrebbe perciò configurarsi come uno strumento di lotta contro l’immigrazione clandestina9. In secondo luogo, il mercato si è rivelato più forte nel generare flussi migratori di quanto non lo siano gli Stati nel regolarli10. L’immigrazione clandestina nel Mediterraneo è in parte una risposta razionale alle esigenze del mercato del lavoro nei settori portanti delle economie dell’Europa del sud. La lotta che gli Stati intendono condurre contro l’immigrazione irregolare non può prescindere, dunque, dalla lotta contro il lavoro clandestino in Europa. « Discrimination formelle et informelle sur le marché du travail européen » Hommes et Migrations, n° 1211 : 100-111. Reyneri, Emilio 2001, « Migrants in irregular employment in the Mediterranean countries of the European Union », International Migration Papers n°41, ILO, Ginevra. 9 Wihtol de Wenden, Catherine 2001, L’Europe des migrations, La Documentation Française, Parigi. 10 Peixoto, João 2002 « Strong market, weak state : the case of recent foreign immigration in Portugal », Journal of Ethnic and Migration Studies Vol. 28, No. 3 : 483-497. 8 4— Le politiche migratorie del Magreb: amministrare il contributo economico degli emigrati I Paesi del Magreb centrale hanno sempre definito le loro politiche migratorie sulla base di due principi fondamentali: considerare gli apporti positivi dell’emigrazione all’economia del Paese d’origine e mantenere legami con le proprie comunità espatriate. Così come la ragione principale che spinge gli individui ad migrare è rappresentata da motivazioni economiche, anche le motivazioni che hanno spinto gli Stati a definire una politica dell’emigrazione e a concepire specifici strumenti d’intervento sono state di natura economica11. Il Marocco ha avuto la politica più costante in favore dell' emigrazione. Il piano quinquennale del 1968-1972 si proponeva già come obiettivo il maggior numero possibile di emigrati, al fine di limitare al massimo la disoccupazione nel mercato del lavoro locale, attirare nell' economia nazionale quanta più valuta possibile, sotto forma di rimesse, e migliorare le competenze della manodopera nazionale in previsione del ritorno. Anche mentre i governi europei decidevano di adottare, l’uno dopo l' altro, politiche molto restrittive, il governo del Marocco mantenne la stessa rotta. Al tempo stesso, però, Re Hassan II proclamava la propria reticenza all' integrazione dei marocchini all' estero e rifiutava di riconoscere la doppia nazionalità. La politica marocchina era e continua ad essere perfettamente coerente: l' emigrazione viene considerata al pari di qualunque altra attività d' esportazione; la sua promozione equivale ad un maggiore beneficio per il Paese. Le cifre parlano da sole: con verosimilmente due milioni di emigrati, 12 il Marocco riceve annualmente più di 2 miliardi di dollari di rimesse,13 ed in forte aumento nel corso degli ultimi due anni (36,162 miliardi di dirham nel 2001, pari a 3 miliardi di dollari) che equivale al 40% delle rimesse dell’insieme dei Paesi africani. 11 Sulla predominanza, presente e passata, per i migranti delle motivazioni economiche, v. lo studio EUROSTAT-NIDI : Fadloullah Abdellatif, Abdallah Berrada & Mohamed Khachani (2000), Facteurs d’attraction et de répulsion à l’origine des flux migratoires internationaux. Rapport National : Le Maroc, Eurostat. Sulla definizione delle politiche migratorie, v. Collinson, Sarah (1996), Shore to Shore : The Politics of Migration in Euro-Magreb Relations, Londra, Istituto Reale Affari Internazionali. 12 Le cifre non sono precise e le stime variano tra 1,5 e 2,5 milioni. 13 Per comprendere le relazioni economiche che i marocchini emigrati mantengono con il Paese d’origine, è stato condotto uno studio sui marocchini in vacanza nel loro Paese: Hamdouch, Bachir, & al. (2000), Les Marocains résidant à l’étranger. Une enquête socio-économique, INSEA, Rabat. 9 In Tunisia l’aspetto economico ha sempre rivestito un ruolo predominante tra i motivi di interesse dello Stato verso gli emigrati, tuttavia questo non si è però tradotto in una politica di costante incoraggiamento all' emigrazione come quella del Marocco. Nel 1974, per esempio, la Tunisia si allineò all’Algeria incitando i propri emigrati a fare ritorno. I benefici che la Tunisia trae dall' emigrazione sono comunque notevoli. L’Ufficio per i Tunisini all’Estero, che contabilizza i flussi di capitali e di beni provenienti dagli emigrati, stimava intorno ai 700 milioni di dollari l’anno (1999) il volume delle rimesse e a più di 15 milioni di dollari l’anno gli investimenti produttivi in Tunisia (fatta esclusione del settore immobiliare), capaci di creare direttamente 20.468 posti di lavoro tra il 1993 ed il 1999. L' emigrazione verso l' Europa rappresenta di gran lunga la fonte primaria con 4,109 miliardi di dinari trasferiti dall’Europa, tra il 1993 e il 1998, contro i 352 milioni ricevuti dai Paesi arabi (Golfo e Libia)14. L' Algeria adottò una posizione più moderata rispetto ai suoi due vicini. Paese ricco di petrolio e di gas naturali, iniziò a riscuotere direttamente le entrate provenienti dallo sfruttamento delle sue risorse naturali dopo la nazionalizzazione del 1971 e da allora ha smesso di condividere la medesima prospettiva economica dei suoi vicini, Marocco e Tunisia, che all' epoca erano Paesi a vocazione essenzialmente agricola. Contando sul fatto che il denaro proveniente dal petrolio avrebbe creato nel Paese più posti di lavoro rispetto alla capacità dell’emigrazione di “esportare” disoccupati, il governo sospese l' emigrazione verso la Francia a partire dal 1973, precedendo così la decisione francese di chiudere le sue frontiere all' immigrazione dei lavoratori e delle loro famiglie (1974). Il governo algerino incoraggiò persino i propri emigrati a fare ritorno in patria. Tuttavia, solo un numero ristretto poté farlo. L’amministrazione, infatti, era presa tra due posizioni contraddittorie, una di politica interna e l’altra estera. Da un lato, essa non poteva ignorare il permanere di un livello allarmante di disoccupazione, per cui la permanenza degli emigrati in Francia rappresentava un mezzo per evitare l' aumento della pressione sul mercato del lavoro interno, ossia sullo Stato stesso. Dall’altro, il governo vedeva l' emigrazione come una forma di dipendenza neo-coloniale e per questo da condannare. Il risultato fu l' immobilità dei migranti, sia effettivi che potenziali. Quelli che erano partiti non ritornarono e quelli che avrebbero potuto partire non lo 14 OTE (2000), Transferts de fonds et investissements en Tunisie, Tunisi. 10 fecero più. Questa politica degli anni ‘70 spiega forse perché gli avvenimenti drammatici che attraversarono il Paese negli anni ' 90 non abbiano prodotto flussi migratori di massa: la catena migratoria era stata spezzata. Accanto alla politica monetaria dell' Algeria, questa rottura della tradizione migratoria aiuta a comprendere la relativa debolezza dei legami economici mantenuti con il Paese d' origine dal milione di emigrati algerini e dai loro discendenti. 5—Le politiche migratorie del Magreb: reinventare il legame con gli emigrati La seconda linea guida delle politiche migratorie magrebine è rappresentata dal mantenimento del legame con gli emigrati, soprattutto al fine di tutelare i loro diritti ed aiutarli a preservare la loro identità nazionale all’interno della società d’accoglienza. I primi strumenti operativi di questa politica sono state le “Amicales”, delle associazioni create sul modello algerino. Fino alla metà degli anni ‘70, esse hanno operato come organismi ufficiali per la tutela degli interessi degli espatriati, occupandosi della gestione dei loro rapporti con gli Stati d' accoglienza, in particolare in materia di occupazione e di sicurezza sociale. Con il passaggio da un' emigrazione di tipo lavorativo ad una per ricongiungimento familiare, alla stabilizzazione della presenza delle comunità emigrate ed all' aumento delle generazioni nate all' estero (di seconda ed ormai anche terza generazione), gli Stati del Magreb dovettero rivedere le relazioni nei confronti della diaspora. Le comunità di emigrati rappresentano in effetti una sfida per lo Stato-nazione, dal momento che esse sfuggono al suo principio d' organizzazione politica, il quale si basa sulla corrispondenza tra popolo e territorio. Come mantenere, nonostante la separazione geografica, il legame con gli emigrati e quale forma di partecipazione alla vita nazionale riservare loro? Come gestire la nascita di comunità transnazionali e costituire, con attori che sfuggono al controllo nazionale, organizzazioni non governative e compagnie multinazionali? Come conciliare sentimenti di lealtà nazionale potenzialmente contrastanti? Gli Stati del Magreb hanno trovato risposte simili a tali questioni, che stanno ormai assumendo una portata universale15. Essi hanno creato istituzioni capaci di gestire i 15 V. Brand, Laurie (2002) « States and Their Expatriates : Explaining the Development of Tunisian and Moroccan Emigration-Related Institutions », Istituto Universitario Europeo, Third Mediterranean Social 11 numerosi aspetti del legame esistente fra gli emigrati ed il loro Paese d’origine: a partire dagli strumenti bancari o legislativi per facilitare gli investimenti produttivi o immobiliari, fino agli strumenti culturali e religiosi destinati a mantenere o a ravvivare l’identità araba, musulmana e magrebina in seno alle comunità emigrate. Dalle vacanze scolastiche organizzate in Tunisia o in Marocco fino ai corsi di lingua araba in Europa, l' accento è posto in particolar modo sulla gioventù, ossia sull' avvenire delle relazioni del Magreb con la propria diaspora. Nel 1990 è stato creato il Ministero per i Marocchini residenti all' estero, che nel 1997 è stato incorporato nel Ministero degli Affari Esteri. La Fondazione Hassan II, un' istituzione le cui linee d’orientamento sono dettate dallo Stato, è stata investita dal 1990 di una missione d' azione culturale, religiosa e sociale fra gli emigrati marocchini. In Tunisia, l' Ufficio per i Tunisini all’Estero (fondato nel 1998) e l’Alto Consiglio per i Tunisini all’Estero (1990) operano per il rafforzamento dei legami con le comunità tunisine all’estero, gestendo il loro contributo allo sviluppo economico della Tunisia e facilitando un' eventuale ritorno dei loro membri. La Mauritania, dove il fenomeno dell' emigrazione è meno consistente rispetto ai Paesi vicini16, ha adottato nel 1995 una Dichiarazione sulla politica della popolazione, delineando diverse strategie per una migliore assistenza agli emigrati, fra cui: l’elaborazione di convenzioni con i paesi di accoglienza, l’incentivazione agli investimenti nel Paese d' origine, la definizione di una politica di reinserimento dei migranti di ritorno. Dal 1994, inoltre, tre seggi parlamentari sono riservati ai rappresentanti dei cittadini mauritani residenti all' estero. Se l' intervento degli Stati per la tutela degli interessi economici e dell' identità culturale e religiosa degli emigrati ha favorito il mantenimento di un legame oltre l’emigrazione, le questioni politiche hanno talvolta reso difficile se non oscurato tale legame. A partire dagli anni ‘70, i governi magrebini cominciarono a preoccuparsi dell’emergere di opposizioni politiche in seno alle comunità emigrate; più tardi, con il diffondersi dell' islamismo politico, essi iniziarono a temere che la relativa libertà d' azione che i sistemi politici europei offrivano ai loro oppositori fondamentalisti potesse danneggiarli, mentre l' opinione pubblica europea sarebbe stata di lì a poco scossa dalle manifestazioni radicali di alcuni elementi delle comunità immigrate. and Political Research Meeting http://www.iue.it/RSC/MED/meeting2002/index.html. 12 Firenze, Marzo 2002, 6—La migrazione nell’agenda multilaterale La gestione economica e politica delle migrazioni internazionali è passata dal terreno delle relazioni bilaterali a quello delle relazioni multilaterali. In occasione della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, tenutasi nel 1994 al Cairo, la Tunisia sollecitò la comunità internazionale ad un maggior interesse verso le cause dell' emigrazione e le condizioni di vita degli emigrati nei Paesi d' accoglienza. Il governo tunisino suggerì l' organizzazione di una conferenza internazionale sulle migrazioni. Nel quadro Euro-Mediterraneo, gli accordi di associazione firmati con la Tunisia, il Marocco e l' Algeria contengono tutti una serie di disposizioni mirate a garantire la protezione dei diritti delle popolazioni immigrate presenti in Europa in situazione regolare 17. Tali accordi contengono altresì disposizioni finalizzate a ridurre la pressione migratoria attraverso la creazione di posti di lavoro nelle zone a forte pressione migratoria. Il controllo della migrazione diventa così uno strumento sul tavolo dei negoziati: l' Europa, infatti, deve accordare un aiuto maggiore ed incoraggiare ulteriormente gli investimenti nel Magreb, se non vuole trovarsi a dover ricevere un maggior numero di immigrati. Gli accordi contengono, inoltre, articoli sulla necessità di combattere la migrazione irregolare. La migrazione clandestina è divenuta una questione spinosa nelle relazioni euromagrebine, che chiama in causa differenti livelli di responsabilità. Il primo livello è anonimo, ma centrale: l’Europa economica. Il suo ruolo potrebbe essere riassunto nella seguente domanda: quanti lavoratori marocchini (regolari o irregolari) servono oggi all’agricoltura spagnola per produrre derrate destinate al mercato europeo che prima dell’ingresso della Spagna nell' Unione Europea provenivano dal Marocco? Il secondo livello è invece identificabile, ma difficile da eliminare: si tratta delle reti criminali che organizzano i passaggi clandestini e lo sfruttamento dei lavoratori migranti. 16 La cifra ufficiale di 53.000 cittadini mauritani residenti all’estero è verosimilmente sotto stimata. Gli accordi non menzionano tuttavia la tutela dei diritti umani della quale godono gli immigrati in situazione irregolare. V. Cholewinsky, Ryszard (2002). 17 13 Il terzo livello è rappresentato dal fatto che il Mediterraneo occidentale non costituisce un sistema chiuso. Una nuova popolazione vi è apparsa, quella dei migranti originari dell' Africa sub-sahariana che transitano attraverso l' Algeria, il Marocco18 o la Tunisia e vi permangono per una durata indefinita, nel tentativo di giungere in Europa. Questi nuovi flussi sfuggono ai dispositivi di controllo esistenti, tanto nel momento dell’ingresso dal Sahara quanto in quello di prendere il mare o di attraversare le frontiere di Ceuta e Melilla. I governi del Magreb si trovano tutto ad un tratto confrontati con due ordini di problemi: quelli tipici dei Paesi di nuova immigrazione le cui economie, a differenza di quelle dell' Europa del sud, non sono preparate ad accogliere la manodopera proveniente dall' estero, e quelli tipici dei Paesi d' emigrazione incaricati di gestire non solo l' uscita dei propri cittadini, ma anche quella dei cittadini di Paesi terzi. Questa situazione influenza profondamente i rapporti fra governi magrebini da un lato e Paesi d' emigrazione Sub-sahariani e di destinazione dell' Europa mediterranea dall’altro, in modo particolare quelli tra Marocco e Spagna. 7—La Libia, paese d’immigrazione a sud La Libia rappresenta un caso eccezionale all’interno della regione magrebina. Avendo a disposizione abbondanti risorse petrolifere ed una popolazione poco numerosa, la Libia ha sviluppato uno schema migratorio paragonabile a quello dei Paesi del Golfo. Le risorse finanziarie garantite dallo sfruttamento del petrolio hanno stimolato un intenso sviluppo delle infrastrutture, dei servizi e dei consumi che ha rapidamente superato, quantitativamente e qualitativamente, la capacità della forza lavoro locale. Gli immigrati, circa un milione di persone proveniente in maggioranza dai Paesi arabi (Egitto, Tunisia, Sudan, Marocco), sono quindi divenuti una componente essenziale della vita economica. Sono dei guest workers, in larga parte uomini soli, non destinati ad integrarsi con la propria famiglia nella popolazione autoctona. Grazie all’importazione di manodopera, la rendita petrolifera fu trasformata in benessere per i cittadini ed in capitale per lo Stato. Tale meccanismo culminò durante il 18 Un primo studio su questa popolazione, di cui non conosciamo il numero esatto, è stato condotto a Rabat, Tangeri e Casablanca : Barros, Lucile, Mehidi Lahlou & al. (2002) « L’immigration irégulière 14 decennio del boom petrolifero (1974-1983)19. Il crollo dei prezzi del petrolio avvenuto a partire dalla metà degli anni ' 80 e l’isolamento della Libia in seguito all' embargo internazionale degli anni ‘90 scossero le basi economiche dello Stato assistenziale e misero in discussione la validità di un sistema eccessivamente dipendente dall' importazione di manodopera. Tutto ciò ebbe ripercussioni sulla percezione e sul trattamento riservato ai lavoratori immigrati. Progressivamente, essi furono percepiti come potenziali concorrenti rispetto alla popolazione nazionale e per alcuni di loro fu messa in discussione la possibilità di continuare a soggiornare nel Paese. La Libia (così come i Paesi petroliferi del Golfo) avviò una politica di ammissione più restrittiva ed allo stesso tempo volta a favorire l’impiego di nazionali. Il mutamento nella condizione degli immigrati egiziani negli anni ‘90 illustra chiaramente la portata del riassetto della politica migratoria libica. Durante la crisi del Golfo (1990-1991), la Libia aveva garantito uno sbocco per l' emigrazione egiziana, nel momento in cui l’Iraq era divenuto un luogo avverso per la comunità egiziana. Alla vigilia della crisi, Egitto e Libia firmarono un accordo (4 Luglio 1990) con cui si riconosceva agli egiziani il diritto di acquistare proprietà terriere nel sud della Libia. Mentre l' invasione del Kuwait monopolizzava l' attenzione del mondo intero e centinaia di migliaia di rifugiati affluivano in Giordania, il governo libico annunciava la disponibilità di 300.000 posti di lavoro ed il lancio di progetti agricoli che avrebbero dato lavoro ad un milione di egiziani. Per rendere ancor più concreto questo spirito di cooperazione, furono creati comitati misti nel campo dei trasporti e delle comunicazioni. Nel luglio del 1991 furono aboliti i controlli alle frontiere tra i due Paesi; successivamente ripristinati, nel giugno del 1992, in seguito all’aumento della circolazione stradale dovuto all' embargo aereo imposto dalle Nazioni Unite contro la Libia. L' immigrazione fu sottoposta a controlli sempre maggiori. Nel giugno del 1995, il Congresso Generale del Popolo denunciò l' immigrazione clandestina quale vettore di criminalità organizzata e traffico di droga. Furono organizzati campi di smistamento ed il governo concesse alle imprese straniere un periodo di due mesi per regolarizzare la situazione del personale immigrato. Le espulsioni realizzate nell’autunno del 1995 furono centinaia di migliaia: un bilancio subsaharienne à travers et vers le Maroc », Cahiers de Migrations Internationales n°54F, BIT, Ginevra. 19 Birks, J.S. e C.A. Sinclair (1980), Arab Manpower, St Martin' s Press, New York. 15 risalente al febbraio del 1996 stima a 325.000 il numero di espulsioni dalla Libia in applicazione delle misure adottate nell' estate del ' 95. 8—La politica migratoria della Francia La Francia è il solo Paese con una lunga tradizione di immigrazione del Mediterraneo. La presenza straniera è stabile, con un ammontare che si è mantenuto intorno ai 3,5 milioni dal 1975 al 1990, prima di subire una leggera diminuzione: nel marzo del 1999, infatti, gli stranieri erano 3,260 milioni, pari al 5,6% della popolazione totale. La diminuzione verificatasi tra il 1990 ed il 1999 è dovuta alla naturalizzazione di quasi un milione di persone. Essendo lo status di straniero una categoria giuridica, che scompare dalle statistiche nel momento in cui avviene la naturalizzazione, l’Istituto Nazionale di Statistica e Sudi Economici (INSEE) ha definito la categoria statistica delle “popolazione immigrata”, per definire le persone nate all’estero, con nazionalità straniera e residenti in Francia da un anno al massimo. Secondo questa definizione, che non ha valore giuridico, nel 1999 la Francia ospitava 4,3 milioni di immigrati (Tabella 3). La Francia registra pertanto un saldo migratorio positivo, che le naturalizzazioni assorbono, ad un ritmo di circa 100.000 arrivi l’anno contro le 100.000 acquisizioni della cittadinanza francese. Negli ultimi venti anni, il dibattito sulla questione migratoria ha assunto in Francia toni particolarmente accesi, soprattutto in seguito all’ascesa di un partito politico che ha posto il rifiuto dell’immigrazione al centro del proprio programma. Di fatto, comunque, la politica migratoria francese è organizzata attorno ad una piattaforma centrale estremamente realistica e largamente condivisa. La Francia dispone di un testo fondamentale di riferimento in materia d’immigrazione: l’ordinanza del 2 novembre 1945, su cui sono state innestate tutte le successive riforme in materia di asilo e immigrazione. La legge del 17 luglio 1984 ha istituito un titolo di soggiorno della durata di dieci anni, rinnovabile, di cui beneficiano attualmente i due terzi degli stranieri residenti sul territorio francese. La legge Pasqua del 9 novembre 1986 apporta importanti miglioramenti ai dispositivi di allontanamento degli stranieri in situazione irregolare. La legge Joxe del 2 agosto 1989 amplia le garanzie offerte agli stranieri 16 soggetti ad allontanamento. Le leggi Pasqua, del 24 agosto e del 30 dicembre 1993, rafforzano gli strumenti di lotta contro gli abusi in materia di diritto d’asilo e matrimoni di convenienza. La legge Debré del 24 aprile 1997 potenzia i mezzi di lotta contro l’immigrazione irregolare, in particolare aumentando da 7 a 10 giorni la durata della detenzione amministrativa (ossia il periodo durante il quale l’amministrazione può detenere uno straniero per organizzarne l’allontanamento dal Paese). La legge Chevenement del maggio 1998 mira a conciliare l’interesse nazionale con il rispetto dei principi umanitari, ispirandosi al principio secondo il quale l’immigrazione può rappresentare un vantaggio per la Francia, a condizione che venga gestita. Da un lato, introduce misure d’apertura (carte di soggiorno speciali per scienziati, estensione del diritto al soggiorno per motivi privati o familiari, miglioramento del diritto d’asilo); dall’altro, la legge rafforza gli strumenti di lotta contro l’immigrazione illegale e contro le domande d’asilo illecite. Il governo francese considera le regolarizzazioni come possibile soluzione ai problemi umanitari e come un modo per arginare il diffondersi dell’esclusione e della marginalizzazione. Nel 1997-1998, su 140.000 domande presentate circa 100.000 stranieri sono stati regolarizzati sulla base di criteri precisi (durata del soggiorno superiore a quindici anni, esistenza di relazioni familiari, presenza di figli di nazionalità francese, rischi in caso di rimpatrio nel paese di origine). Da allora, ci si e’ mossi nella direzione di una modesta apertura all’immigrazione lavorativa, basata su criteri selettivi, se non elitari. sotto la pressione delle aziende alla ricerca di lavoratori qualificati, ormai difficili da trovare sul mercato nazionale, una circolare del Ministro del lavoro e della solidarietà del 16 luglio 1998 ha autorizzato il reclutamento all’estero di esperti informatici ed ingegneri ed ha soppresso la procedura di opponibilità della situazione di impiego per tali categorie. Nel 2001, 4.000 persone erano già state assunte sulla base di tale disposizione. La Francia possiede una lunga esperienza in materia di integrazione. Innanzitutto, essa ha adottato una politica aperta di accesso alla cittadinanza francese della quale beneficiano ogni anno 140.000 stranieri, dei quali, metà per decreto di naturalizzazione del governo ed il resto attraverso il principio dello jus soli (nascita sul territorio francese) o per matrimonio con un cittadino francese. La “politica della città”, inoltre, 17 consiste nella mobilitazione dei servizi pubblici (istruzione, polizia) e delle attori locali (autorità locali, società di edilizia popolare, associazioni) nella realizzazione di opere di recupero delle città dove sono concentrate le comunità immigrate in situazione di esclusione sociale, per un costo di circa 3 miliardi di euro l’anno. Le “piattaforme d’accoglienza” dell’Ufficio delle Migrazioni Internazionali, infine, offrono ai nuovi arrivati un insieme di prestazioni finalizzate a facilitarne l’adattamento all’interno della società francese: visite mediche, illustrazione dei valori fondamentali della nazione, in particolare il principio della laicità, la formazione linguistica, il sostegno alla scolarizzazione e per l’accesso agli alloggi. 9— Le politiche migratorie degli altri Paesi dell’Europa mediterranea Gli altri Paesi mediterranei dell’Unione Europea hanno una situazione e, soprattutto, una storia migratoria distinta da quella della Francia, caratterizzata da un’abbondante offerta di lavoro concentrata nei settori economici in cui i cittadini europei non sono più disposti a lavorare e dall’aumento dell' immigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo. Le rispettive politiche migratorie presentano pertanto caratteristiche comuni: maggiore apertura verso l’immigrazione per motivi di lavoro; regolarizzazioni massicce basate su criteri umanitari ed economici, in particolare l’occupazione irregolare: consistente rafforzamento delle misure di lotta contro l' immigrazione clandestina. La Francia, tradizionale terra d' immigrazione in cui la popolazione straniera o d’origine straniera recente è molto più numerosa, mostra una certa reticenza ad adottare misure d' apertura verso l' immigrazione per motivi di lavoro e procede a regolarizzazioni esclusivamente su base umanitaria. In Italia, un tempo Paese d' emigrazione, l' immigrazione rappresenta un nodo politico essenziale. Gli stranieri in situazione regolare sono 1,3 milioni; il Paese riceve inoltre il numero più alto di immigrati ogni anno, fra tutti i paesi europei del Mediterraneo: 268.000 ingressi ufficiali nel 1999, senza contare il considerevole aumento dell' immigrazione irregolare per via marittima proveniente dall' est e dal sud del Mediterraneo. Per molto tempo, nell' opinione pubblica italiana ha predominato un atteggiamento di apertura e generosità nei confronti dei rifugiati. Negli anni 1998 e 1999, la tragedia degli albanesi in fuga dal loro Paese ha suscitato una profonda 18 commozione nell' opinione pubblica italiana. Il Presidente della Repubblica si è pronunciato in più occasioni a favore di una politica di tolleranza verso l' immigrazione clandestina e di rilancio dell' immigrazione per motivi di lavoro. “Per crescere è necessario accogliere più immigrati”, ha dichiarato a Bologna il 7 febbraio del 2000. L' Italia vede nell’immigrazione una possibile via d' uscita dal declino demografico ed ha perciò sviluppato una politica di quote di ingressi per nazionalità, concordate tra Stato e mondo imprenditoriale sulla base delle necessità dell' economia: 6.000 albanesi, 3.000 marocchini, 3.000 tunisini, eccetera. Nel 2001, circa 80.000 stranieri sono stati accolti in Italia sulla base del sistema delle quote. Questo clima d' apertura non ha resistito all' inasprirsi delle tensioni su tale questione all’interno dell’Unione Europea. L' Italia si è allineata su posizioni più restrittive che dominano ormai il continente europeo. Dal 6 marzo del 1998, l’Italia si è dotata di una legge che, pur prevedendo casi di regolarizzazione, consente la detenzione amministrativa degli stranieri in situazione illegale e snellisce i meccanismi d' espulsione. Il Governo, inoltre, dispiega numerosi mezzi nella lotta contro l' immigrazione irregolare per via marittima, attraverso la mobilitazione di un quarto della marina nazionale e di equipaggiamenti estremamente sofisticati. Il Paese, inoltre, ha intrapreso una stretta cooperazione con le forze di polizia dei Paesi d’origine e di transito. La vittoria elettorale di “Forza Italia” nel maggio del 2001 e l' arrivo al potere di Silvio Berlusconi, che in più occasioni si è espresso in favore di un rafforzamento del controllo sull' immigrazione, rifletteva in parte le crescenti preoccupazioni di una parte consistente dell' opinione pubblica italiana. La legge “Fini-Bossi” dell' agosto del 2002 prevede un' ampia regolarizzazione degli immigrati clandestini che lavorano nel campo dell’assistenza domestica e dei servizi: tra il settembre ed il novembre 2002 sono state presentate 696.759 domande di regolarizzazione, una cifra record ancorché provvisoria20. Al tempo stesso, però, la legislazione italiana limita le possibilità d' ingresso, limitando i casi di diritto al ricongiungimento familiare, riconosciuto esclusivamente ai figli minori. 20 Dati aggiornati al 29/11/2002. La cifra definitiva, probabilmente molto superiore, non era ancora disponibile al momento dell’elaborazione di questo. http://www.stranieriitalia.com/ 19 Per molto tempo Paese d’emigrazione, la Spagna sta affrontando, con notevoli difficoltà, un aumento straordinario e repentino della popolazione straniera presente sul proprio territorio. Nel 1999, essa rappresentava l' 1,7% della popolazione totale ed era composta per il 50% da cittadini dell' Unione Europea; due anni più tardi, questa percentuale era arrivata al 2,7%, pari a quasi un milione di persone, in maggioranza d' origine non europea. La popolazione straniera in Spagna è notevolmente aumentata ed ha cambiato molti dei suoi connotati tradizionali. Nelle statistiche sull’immigrazione, l’America del sud compare ormai dopo il Magreb, guidato dal Marocco con 200.000 unita’. Il governo, per il quale il controllo dell’immigrazione è divenuto un nodo politico di enorme importanza, incontra non poche difficoltà nel mantenere una linea politica coerente. Nel 1999, fu adottata una legge molto liberale che ha permesso la regolarizzazione di 200.000 persone tra il gennaio 2000 e il luglio 2002. In seguito all’aumento della pressione migratoria proveniente dai Paesi dell' Africa del Nord (nel 2001, sono stati stimati circa 100.000 ingressi clandestini attraverso lo stretto di Gibilterra, contro i 15.000 del 2000) e del numero di morti per annegamento nello Stretto di Gibilterra (più di 3.000 nel corso di questi ultimi anni), le autorità spagnole hanno operato un netto cambiamento di rotta. La legge del febbraio 2001 si discosta dalla precedente, portando da due a cinque anni la durata del soggiorno necessario per la regolarizzazione, facilitando l' espulsione dei clandestini e prevedendo multe molto pesanti per i datori di lavoro che impiegano lavoratori clandestini (fino a € 60.000 per lavoratore). La Spagna si è dotata inoltre di strumenti particolarmente sofisticati di controllo, in particolare il “sistema integrato di vigilanza esterna”, una vera e propria barriera elettronica che prevede l' installazione sulla costa di Tarifa di torri dotate di radar e di telecamere ad infrarossi in grado di individuare il calore di un corpo umano nel raggio di quindici chilometri, nonché camion radar e motovedette che consentono l' intercettazione immediata dei migranti. Tale dispositivo, criticato da molti perché considerato una sorta di inutile linea Maginot che è sufficiente aggirare, verrà probabilmente estesa a gran parte della costa meridionale della Spagna. Ad ogni modo, spinta dalla preoccupazione di preservare una corrente migratoria selettiva, la Spagna ha instaurato, come l' Italia, un sistema di reclutamento all’estero per quote, basato sulle necessità dei vari settori professionali, del quale beneficiano ogni anno circa 32.000 persone. 20 Il Portogallo è divenuto solo recentemente un Paese d' immigrazione. Attualmente, il Paese ospita più di 200.000 stranieri con un forte incremento dell’immigrazione irregolare proveniente dall' Europa centrale ed orientale. Il decreto legge del 31 maggio 2001 prevede la consultazione annuale fra tutti gli attori economici al fine di determinare le quote di ingresso per i lavoratori immigrati, fino ad un massimo di 20.000 visti l’anno. Allo stesso tempo, il Paese ha rafforzato gli strumenti di lotta contro coloro che, vettori o datori di lavoro, sfruttano l' immigrazione irregolare con pene detentive fino a cinque anni. La nuova legislazione, infine, ha previsto, dopo quelle del 1992 e del 1996, un' ampia regolarizzazione dei lavoratori clandestini, della quale hanno beneficiato 120.000 persone nel 2001 e 48.000 nel 2002. Sebbene l’Italia, la Spagna ed il Portogallo si siano ormai dotate di una politica di immigrazione propria, non hanno ancora adottato dispositivi d’integrazione avanzati come quelli della Francia. La legge italiana del 6 marzo 1998 pone le basi di tale politica attraverso la creazione di un fondo nazionale di 60 milioni di euro l' anno in favore delle iniziative di inserimento dei migranti e prevedendo pesanti sanzioni nei casi di discriminazione. All’inizio del 2000, la Spagna ha annunciato il varo di un programma che prevede numerose misure “d’integrazione sociale”, quali l’organizzazione di iniziative di formazione professionale e di insegnamento della lingua spagnola finalizzate a consentire il ritorno all’occupazione di 150.000 immigrati disoccupati. In Portogallo, l’Alto commissariato per l’immigrazione e le minoranze etniche, è stato incaricato di coordinare gli interventi di assistenza agli stranieri organizzati dai servizi sociali e di denunciare qualunque forma di discriminazione. Malta ha una lunga storia d' emigrazione, ma la crescita economica degli ultimi decenni ha permesso a molti emigrati di fare rientro in patria. Tuttavia, l’economia dell’isola non attira un numero elevato di lavoratori stranieri (1.969 permessi concessi dall' ottobre 2001 al settembre 2002 e meno di 10.000 residenti stranieri). Il numero di immigrati in situazione irregolare è piuttosto esiguo (500 detenzioni e 700 espulsioni all' anno)21 anche se gli sbarchi clandestini sulle sono divenuti sempre più frequenti: tra marzo e settembre del 2002 sono state effettuate 982 intercettazioni, tutte riguardanti cittadini provenienti da Paesi esterni al Mediterraneo occidentale (Africa sub-sahariana e Medio 21 « Malta and European Migration », The Sunday Times of Malta, 29/09/2002. 21 Oriente). Le dimensioni del fenomeno restano comunque ridotte da rimanere al di fuori del dibattito pubblico; tuttavia, con la preparazione all’imminente ingresso nell' Unione Europea, la questione è al centro del dibattito politico. L' opposizione mette in guardia contro il prevedibile afflusso di lavoratori stranieri; più che ai cittadini provenienti da Paesi terzi, però, essa si riferisce a quelli degli altri Paesi dell' Europa allargata a 27. L' entrata di Malta nell' Unione Europea avrà come conseguenza diretta la necessità del visto di ingresso per i cittadini di alcuni Paesi terzi che ne erano esenti come i cittadini egiziani, marocchini, libici, tunisini e turchi. Degli stranieri che entrano annualmente nel territorio di Malta- 1,2 milioni - 40.000 sono libici. Malta ha rappresentato un importante nodo marittimo per la Libia durante gli anni in cui questa era sottoposta a embargo aereo tanto che una misura speciale, anche se temporanea, verrà adottata in favore dei cittadini libici, ai quali sarà consentito di circolare, senza necessità di visto, sul territorio maltese fino al primo gennaio del 2004. 10— Verso una politica europea d’immigrazione Con l’entrata in vigore della convenzione di Schengen, il 21 marzo 1995, tredici Stati membri hanno soppresso i controlli alle frontiere interne (cioè, quelle tra loro). Qualunque straniero che entri in uno dei Paesi firmatari, infatti, ha automaticamente accesso al territorio degli altri partner. Parallelamente, gli Stati firmatari hanno proceduto al rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne (con il resto del mondo), all’adozione di una “politica comune di permessi di soggiorno” e si sono dotati di un archivio informatico comune consultabile da qualunque punto d’accesso allo spazio Schengen, il Sistema Informativo Schengen, nel quale vengono registrate le persone sottoposte a misure di interdizione dal territorio. Tale dispositivo, però, non ha impedito l’aumento dell’immigrazione irregolare nell’Unione Europea a causa di diverse carenze nella gestione del controllo delle frontiere esterne. Il loro spostamento verso Est, con l’allargamento a 27 Paesi dell’Unione Europea nel 2004, costituisce attualmente una delle grandi preoccupazioni degli Stati membri, i quali temono un possibile ulteriore aggravio alle carenze dimostrate. Con il trattato di Amsterdam del 1997, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno inserito l’asilo e l’immigrazione fra le politiche comuni, fatta eccezione del regime derogatorio riconosciuto a Regno Unito e dell’Irlanda in quanto non firmatari degli accordi Schengen. Il Consiglio europeo di 22 Tampere (1999) ha enunciato i tre principi base della politica migratoria comune: assistenza-supporto ai Paesi d’origine, integrazione degli stranieri, gestione dei flussi migratori. Tuttavia, il disaccordo tra i partner europei compromette le possibilità di progresso dei lavori comunitari, dal momento che gli Stati membri dispongono di sistemi spesso molto diversi fra loro, cui non desiderano rinunciare, ostacolando così l’elaborazione di una legislazione comunitaria in materia. Si assiste inoltre ad una notevole proliferazione delle leggi nazionali - Germania, Regno Unito, Spagna, Italia, Danimarca, Austria, Paesi Bassi - realizzata senza concertazione ed in maniera assolutamente disordinata. Il Consiglio Europeo di Siviglia (giugno 2002), caratterizzato dall’opposizione tra gli Stati che intendevano introdurre sanzioni contro i Paesi d’origine dell’immigrazione clandestina (Gran Bretagna e Spagna) e quelli che rifiutavano tale soluzione (Francia e Svezia), è particolarmente indicativo delle divisioni presenti all’interno dell’Europa. Acconto agli strumenti finalizzati alla gestione dei flussi migratori nel quadro EuroMediterraneo, l’Europa si è dotata anche di meccanismi per il monitoraggio dei risultati della propria migratoria. Nell’ambito di EUROSTAT (l’Istituto europeo di statistica) è stato creato un programma, “MED-Migr” con l’obiettivo di realizzare raccolte periodiche di informazioni armonizzate riguardanti le migrazioni internazionali nel bacino mediterraneo. MED-Migr non solo propone un meccanismo di cooperazione tra gli istituti di statistica dei Paesi mediterranei, ma promuove anche una maggiore interazione tra questi e le autorità incaricate della concessione dei permessi di soggiorno e di lavoro, compresa la polizia di frontiera. 11— La dinamica euro-mediterranea e l’avvenire delle migrazioni Il processo di Barcellona (1995), è nato sulla scia di un altro processo, quello di Oslo, che aveva alimentato speranza di pace in Medio Oriente. Esso esprimeva la volontà di creare, attraverso lo strumento del partenariato, una zona di prosperità e sicurezza nel Mediterraneo. A questo scopo, sono stati firmati diversi accordi di associazione tra la Commissione Europea e ciascuno dei suoi partner del sud del Mediterraneo. Per quanto concerne le migrazioni internazionali, il partenariato pone l' accento su tre principi 23 fondamentali: riduzione delle pressioni migratorie grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro al sud, lotta all' immigrazione clandestina e protezione dei diritti riconosciuti agli emigranti legalmente residenti al nord. Nello spirito di Barcellona, la sicurezza, la promozione degli scambi economici ed il controllo della circolazione delle persone sono strettamente legati tra loro. Fino ad oggi, l’aspetto migratorio al centro dell’attenzione era rappresentato dall’impatto sulla sicurezza pubblica, ritenendo le migrazioni vettori di potenziale instabilità. Tuttavia, è opportuno capovolgere la questione e domandarsi se il partenariato riuscirà a fornire al Magreb la stabilità di cui ha bisogno per ridurre la propensione dei propri cittadini ad emigrare. Per produrre tale risultato, il libero scambio, la cui realizzazione è prevista per il 2010, dovrebbe portare ad un rapido innalzamento del livello di vita ed occupazionale nei Paesi del sud. I più ottimisti continuano a vedere nella libera circolazione delle merci e dei capitali il metodo migliore per ridurre la pressione migratoria22. Tuttavia, le esperienze concrete mostrano sfumature diverse; la creazione di una zona di libero scambio nell' America del Nord (NAFTA) non ha ridotto l’attraversamento, legale o illegale, del Rio Grande23. Un’esperienza riuscita ci è fornita dal caso della Spagna e del Portogallo, che hanno però operato non nel quadro di accordi di libero scambio ma in quello di una piena integrazione nell' Unione Europea, unitamente alle libertà di circolazione e di stabilimento delle persone. È necessario partire da questo presupposto: il libero mercato non ridurrà la pressione migratoria nel breve periodo, al contrario ne determinerà un aumento; sul lungo termine, invece, potrebbe produrre i risultati attesi 24. In un primo tempo, infatti, esso provocherà una perdita di competitività da parte delle industrie del sud, accompagnata da una diminuzione dell’offerta di lavoro, nonostante i programmi di “adeguamento” delle 22 Martin, Philip & Thomas Strabhaar (2002), « Best Practices to Reduce Migration Pressures », International Migration, Vol. 40, n° 3, Numero Speciale 1/2002 : 5-23. 23 Papademetriou, Demetrios (1998), « New Directions for Managing US-Mexican Migration », in OCSE (1998), Migration, Free Trade and Regional Integration in North America, OCSE, Parigi: 279-290. 24 Tapinos, Georges Photios (2000) « Migration, trade and development: the European Union and the Magreb countries »in Eldorado or fortress ? : in King, Russell, Gabriella Lazaridis and Charalambos Tsardanidis (2000) Eldorado or Fortress ? : Migration in Southern Europe.- Londra, Macmillan Press ; New York, St. Martin' s Press : 277-297. Assous, Laurence (2000) « Regional integration and migration flows: a critical review of recent literature » in OCSE (2000) Globalisation, Migration and Development OCSE, Parigi: 59-73. 24 aziende del sud, sovvenzionati dall' Unione Europea. L’abbattimento delle barriere, tariffarie e non, dovrebbe accentuare il gioco dei vantaggi comparativi, anche se per il momento il vantaggio, in termini di tecnologia ed controllo dei mercati, rimane nelle mani dei Paesi del nord. Ciò porterà verosimilmente ad un aumento della pressione migratoria verso l’Europa. Gli economisti ritengono che, dopo lo choc iniziale, la transizione economica dei Paesi del sud del Mediterraneo dovrebbe avvenire nel quadro dell’euro-partenariato e produrre risultati positivi sui salari e sull’occupazione, favorendo così la riduzione dell’emigrazione. L’aumento degli investimenti diretti stranieri nelle economie del Magreb, favorito dal processo di Barcellona, sarà in grado di creare più rapidamente i posti di lavoro di cui ha bisogno la regione? La delocalizzazione a sud di alcune attività imprenditoriali ad alta concentrazione di lavoro, inserite in catene di produzione internazionale, risulterebbe favorita dalle differenze di salario. Gli investimenti diretti stranieri rappresentano senza dubbio uno strumento di sviluppo economico e, conseguentemente, un mezzo per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, non bisogna sopravvalutarne l’impatto. In primo luogo, la maggior parte delle attività per le quali è necessaria l’importazione di manodopera nell’Europa Mediterranea (agricoltura d’esportazione, turismo, servizi) non è delocalizzabile. In secondo luogo, per poter rappresentare una valida alternativa all’emigrazione, gli investimenti stranieri diretti dovrebbero raggiungere un volume considerevole. In Marocco, nel 2001 le rimesse degli emigrati hanno raggiunto la cifra record di 3 miliardi di euro, un risultato che nessun investimento sarebbe in grado di garantire a breve termine. Lo stesso vale per gli interventi di aiuto allo sviluppo, che sono un degli elementi portanti del partenariato, ma dai quali non è realistico aspettarsi risultati miracolosi di alleggerimento della pressione migratoria. Per concludere, occorre forse guardare il problema sotto un altro punto di vista. Nello spirito di Barcellona, lo sviluppo dovrebbe fornire un’alternativa alla migrazione. Il teorema è: sviluppo o emigrazione. Perché non tentare invece di ottenere l’uno attraverso l’altra? Lo sviluppo come risultato dell’emigrazione? Il persistere nel prossimo futuro di flussi migratori nel Mediterraneo appare quasi scontato. E’ arrivato il momento di avviare una riflessione politica su come le migrazioni internazionali possano divenire lo strumento per lo sviluppo delle società di origine. Cosa fare per 25 rendere i migranti i protagonisti dello sviluppo dei loro Paesi d’origine, ossia della progressiva eliminazione delle cause della migrazione? E’ questa la domanda a cui studiosi e decisori politici dovrebbero cercare di dare al più presto una risposta. 26 Riassunto Nel Mediterraneo occidentale sono ormai presenti le condizioni economiche e sociali propizie per un’intensa dinamica migratoria, mentre le politiche continuano ad agire nella prospettiva di contenere la migrazione attraverso la ricerca di “sostituti” economici. Tale documento delinea il contesto delle migrazioni, nonché le politiche elaborate in materia dai Paesi del sud e da quelli del nord, per concludere con la necessità di fare delle migrazioni un prezioso strumento di sviluppo. Il contesto delle migrazioni I Paesi del sud sono alle soglie di un cambiamento demografico radicale. Sempre più persone raggiungono l’età lavorativa, ma con oneri sempre meno gravosi. Tale situazione apre una “finestra d’opportunità” per il tempo di una generazione. Se il mercato del lavoro si riprenderà, questa sarà disponibile al risparmio ed all’investimento, altrimenti alla migrazione. I Paesi del nord si affermano sempre più come poli d’immigrazione. Il mercato si è dimostrato più forte nel generare flussi migratori di quanto gli Stati nel regolarli. Il passaggio delle generazioni del baby boom all’età della pensione crea infatti una congiuntura propizia ad un’intensificazione dell’immigrazione lavorativa, che non riuscirà comunque a compensare in maniera duratura gli effetti dell’invecchiamento demografico, la cui natura è strutturale. Le politiche migratorie Le politiche migratorie del Magreb si basano su due principi fondamentali: protezione degli emigrati e gestione delle rimesse legate all’emigrazione. La Libia, Paese d’immigrazione, ha modificato in senso restrittivo la propria politica d’immigrazione. Nell’Europa mediterranea, i Paesi di nuova immigrazione definiscono le rispettive politiche migratorie intorno a tre pilastri: apertura all’immigrazione economica, regolarizzazione massiccia basata su criteri economici e lotta all’immigrazione clandestina. La Francia, la cui popolazione straniera è notevolmente più numerosa e da lungo tempo stabilita, è meno aperta alla migrazione per motivi di lavoro e preferisce invece applicare un principio di regolarizzazione su basi umanitarie; è inoltre il Paese di più antica tradizione in materia di politica di integrazione. Queste differenze di tradizioni spiegano la difficoltà nella creazione di una politica europea d’immigrazione. 27 I Quindici si sono dotati di istituzioni destinate all’elaborazione di una legislazione comunitaria, ma spesso a Bruxelles le trattative politiche sono caratterizzata dalla difesa dei particolarismi nazionali. Il processo di Barcellona e l’avvenire delle consultazioni regionali sulle migrazioni nel Mediterraneo Nato dall’euforia, di breve durata, del processo di pace in Medio Oriente, il processo di Barcellona mira a creare, attraverso lo strumento del partenariato, una zona di prosperità e sicurezza nel Mediterraneo. Nello spirito di Barcellona, la sicurezza, la promozione degli scambi economici ed il controllo della circolazione delle persone sono strettamente legati tra loro. La liberalizzazione dei flussi economici sarà veramente in grado di garantire la sicurezza, soprattutto economica, ai Paesi del Magreb e, conseguentemente, ridurre la propensione all’emigrazione? Forse si, ma di certo non nell’immediato. Il libero scambio, previsto per il 2010, potrebbe portare ad un momentaneo aumento della pressione migratoria, seguito però da una transizione economica in grado di arginarla. E’ perciò il momento di avviare una profonda riflessione politica, che coinvolga i Paesi del Magreb e quelli dell’Europa meridionale, su come rendere le migrazioni internazionali un prezioso strumento di sviluppo per le società di origine. 28 APPENDICE Tabella 1 : Popolazione immigrata di origine magrebina, nei paesi della riva nord del Mediterraneo Paese di cittadinanza Francia Italia 15 marzo 1999 Primo gennaio 2000 11.435 1.924 170.905 641 55.213 240.118 Paese di residenza Malta Portogallo Primo gennaio 2001 n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. Primo gennaio 2000 91 42 330 24 27 514 Spagna Primo gennaio 2001 Algeria 574.208 13.847 Libia 609 164 Marocco 522.504 199.782 Mauritania 10.037 3.764 Tunisia 201.561 643 Sub –totale 1.308.919 218.200 Magreb Totale immigrati 4.306.094 1.270.553 8.890 190.896 895.720 Fonti : Istituti Nazionali di Statistica dei paesi di residenza Osservazioni: Per la Francia, gli immigrati sono classificati per paese di nascita e non di cittadinanza; Per il Marocco e la Tunisia, le fonti nazionali dei paesi di origine forniscono dati superiori; Marocco: la cifra di 2,5 milioni di espatriati è tratta dal World Migration Report 2002. Tunisia: l' Office des Tunisiens à l' Etranger (2000) indica 660259 tunisini all’estero, di cui: Francia: 411.863 ; Italia: 62.649; Paesi magrebini: 55.586; Fonte: OTE, Transferts de fonds et investissements en Tunisie, Tunisi, aprile, 2000. 29 Tabella 2 : Evoluzione nel periodo 1990-2001 della popolazione originaria del Magreb (5 paesi) immigrata in Francia, Italia e Spagna Anno (primo gennaio) 1990 Francia Italia Spagna 1.220.298 – – 1991 – – – 1992 – – 52.597 1993 – 1994 – 120.402 65.470 1995 – 129.680 68.232 1996 – 137.985 79.678 1997 – 170.643 82.026 1998 – 191.379 118.345 1999 1.298.273 211.134 149.803 2000 – 240.118 174.209 2001 – – 218.200 58.059 Fonti: Istituti Nazionali di Statistica (INE, INSEE, ISTAT) 30 Tabella 3 : Flussi migratori Magreb – Europa Mediterranea Anno Francia 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 10911 7770 8469 12412 14523 12103 – 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 9267 6830 7669 10957 16243 16496 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 264 259 289 374 759 558 – 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2851 3832 2609 3917 5372 4954 – Paese di residenza Italia Portogallo Immigrazione algerina – – – 2302 29 1398 47 1450 11 – Immigrazione marocchina – – – 15166 61 15130 227 23122 32 Immigrazione mauritana – – – -56 7 61 2 34 0 – Immigrazione tunisina – – – 3340 14 3131 9 4566 1 – - Spagna – – – – 1242 2900 3904 – – – – 29796 20974 37912 – – – – 334 474 2143 Fonti. Francia : Thierry X 2001, « Les entrées d' étrangers en France de 1994 à 1999 », Population 56/ 3: 423-450 ;Spagna: INE ; Italia : ISTAT; Portogallo : INE 31 – – – – 67 54 53 Tabella 4 : Numero gi giovani (20-29 anni) nei paesi del Magreb, dal 2000 al 2025 (migliaia) Numero in migliaia al primo gennaio Algeria Libia Marocco Mauritania Tunisia Magreb 2000 2005 2010 2015 2020 2025 5823 1432 5475 442 1848 1501 9 Variazioni nell’arco dei periodi Algeria Libia Marocco Mauritania Tunisia Magreb 6616 1483 6078 524 2009 1671 0 2000-05 7033 1406 6394 585 2037 1745 6 2005-10 7181 1249 6227 639 1942 1723 8 2010-15 6693 1291 5820 584 1778 1616 5 2015-20 5923 1414 5601 490 1709 15136 794 51 603 82 161 1690 417 -77 317 62 28 747 148 -157 -168 54 -95 -218 2020-25 -488 -770 42 123 -407 -219 -55 -94 -164 -69 1073 1029 Fonte: Courbage, Youssef (1999), Nouveaux horizons démographiques en Méditerranée, INED, Parigi 32 Tabella 5 : Differenziale demografico e media di giovani di 25 anni nel 2000, in Magreb e nell’Europa del sud Indicatore \ Paese Concorrenza intragenerazionale (1) Algeria Libia Marocco Mauritania Tunisia 6,12 6,15 4,91 4,71 4,90 Francia Italia Portogallo Spagna 1,79 1,85 2,28 2,54 Numero medio di persone anziane a carico Numero medio, atteso, di bambini a carico Magreb 0,27 0,26 0,32 0,30 0,34 Europa del sud 1,11 1,60 1,48 1,73 2,26 2,27 2,33 2,81 2,12 1,75 1,22 1,32 1,13 (1) Indice sintetico di fecondità nel 1975 x tasso di sopravvivenza 1975-2000 (2) effettivi della generazione dei genitori/effettivi dell’età di 25 anni (3) Indice sintetico di fecondità proiettato nel 2005 Fonte: Fargues, Ph. & M. Pellicani (2000) Tabella 6: Rifugiati e richiedenti asilo (Effettivi al 31 dicembre 2000) Paese di Francia Italia Malta Portogallo Spagna Algeria Libia Mauritania Marocco Tunisia Asilo Origine 132508 6962 203 433 6987 169966 11751 394 2105 448 _ _ _ _ _ 7951 620 29752 391 1206 Fonte : UNHCR 33 Tabella 7 : Popolazione originaria del Maghreb in Francia, secondo tre categorie del censimento del 1999 Popolazione Algeria Libia Marocco Mauritania Tunisia n.d. Totale Maghreb 201.561 1.298.273 Tutti i Paesi del mondo 4.306.094 Immigrati, secondo il Paese di nascita Stranieri, secondo la cittadinanza Francesi per acquisizione, seconda la cittadinanza di origine Totale: stranieri + francesi per acquisizione Fonte: INSEE 574.208 n.d. 522.504 477.482 435 504.096 7.675 154.356 1.144.044 3.263.186 208.076 174 221.686 2.362 106.266 538.564 2.355.290 685.558 609 725.782 10.037 260.622 1.682.608 5.618.476 34