Dioskourion

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Dioskourion
1
IL DEPOSITO VOTIVO DAL TEMPIO DI CIBELE
NEL QUARTIERE DELL’AGORÀ DI CIRENE
INDICE
Introduzione
p. 3
I.
L’area sacra del Dioskourion nell’Agorà di Cirene
p. 5
II.
Il Tempio di Cibele nel Dioskourion dell’Agorà
p. 12
Il Tempio di Cibele: gli scavi e la ricostruzione
delle fasi architettoniche
Il deposito votivo dell’ambiente C, US 3
La dedicazione del Tempio e il culto
p. 12
Valenza cultuale del deposito: i depositi votivi
nel Quartiere dell’Agorà di Cirene
p. 33
Il deposito votivo del Tempio di Afrodite
nel Dioskourion dell’Agorà di Cirene
Trasformazione e funzione del deposito votivo
del Tempio di Cibele
Il Dioskourion dell’Agorà di Cirene fra III e IV sec.d.C.
p. 33
Le sculture dal Tempio di Cibele
p. 41
Tipologie scultoree
p. 41
Catalogo
p. 70
II.1
II.2
II.3
III.
III.1
III.2
III.3
IV.
IV.1
V.
p. 24
p. 29
p. 36
p. 38
V.1 Rilievi
V.1.1 Rilievi con divinità
V.1.2 Rilievi con heros equitans
p. 71
p. 71
p. 75
V.2.
V.2.1
V.2.2
V.2.3
V.2.4
V.2.5
p. 81
p. 81
p. 83
p. 85
p. 86
p. 88
Plastica ideale
Persefone in anakalypsis
Demetra peplophoros
Kóre
Torso di Dioniso
Statuetta miniaturistica di Afrodite che si scioglie
il sandalo
2
V.2.6 Aristeo
V.2.7 Torso di Afrodite
V.2.8 Priapo
V.2.9 Hekataia
V.2.10 Statuette di Cibele
V.2.11 Erma di Ermes
V.2.12 Testa di Dioniso tauromorfo
V.2.13 Busto di Iside
V.2.14 Omphalos
V.2.15 Testa di Níke
V.2.16 Testa di Zeus
V.2.17 Testa di Dioniso
V.2.18 Testa colossale di Efesto
p. 88
p. 91
p. 92
p. 93
p. 96
p. 104
p. 106
p. 107
p. 109
p. 111
p. 112
p. 114
p. 115
V.3
V.3.1
V.3.2
V.3.3
V.3.4
V.3.5
V.3.6
V.3.7
Plastica iconica
Ritratto di atleta
Ritratto femminile con stepháne
Ritratto maschile con diadema
Ritratti di fanciulle
Busto funerario femminile
Ritratto femminile idealizzato
Ritratto di Commodo giovane
p. 118
p. 118
p. 119
p. 121
p. 123
p. 124
p. 125
p. 126
V.4
Elementi scultorei frammentari
p. 129
VI.
Considerazioni conclusive
p. 143
VII.
Abbreviazioni bibliografiche
p. 147
VIII.
Abbreviazioni delle riviste e dei repertori
p. 169
IX.
Indice delle tavole
p. 171
3
INTRODUZIONE
La ricerca intende esaminare il corpus di statuaria del deposito votivo
rinvenuto nell’ambiente C, US 3, del Tempio di Cibele nel Quartiere dell’Agorà di
Cirene: l’edificio è stato oggetto di costanti campagne di scavo negli anni 2001-2006
da parte degli archeologi della Missione Archeologica Italiana a Cirene
dell’Università degli Studi di Urbino, diretta dal Prof. M. Luni.
L’importanza del ritrovamento, avvenuto nel 2003, consiste nella possibilità
di analizzare un contesto sigillato, benché costituito da materiale in situazione di
reimpiego, in connessione con la terza fase del Tempio.
L’indagine si è sviluppata esaminando i 75 elementi scultorei del deposito1
seguendo due ipotesi di lavoro: l’analisi, per ogni singolo esemplare, dell’aspetto
tipologico e stilistico ed un approfondimento sulla valenza cultuale del deposito nella
sua interezza.
Prendendo quindi le mosse dai dati di scavo già elaborati, il lavoro si è
articolato in uno studio preliminare della documentazione archeologica relativa al
contesto, nel rilievo fotografico dei reperti ed in una schedatura degli stessi
finalizzata alla redazione di un catalogo.
Il database così ottenuto è stato oggetto di un’indagine tipologica e stilistica,
indirizzata all’individuazione dell’iconografia dei singoli esemplari ed alla datazione
degli stessi, con l’ausilio bibliografico della statuaria già nota da Cirene e Cirenaica,
per quanto concesso dall’esiguità delle pubblicazioni in merito, che spesso trattano
reperti privi del contesto archeologico di rinvenimento: si tratta di una criticità già
espressa da E. Paribeni per la redazione del Catalogo delle Sculture di Cirene nel
1959, paradigma di riferimento in merito alla produzione scultorea e alle influenze
stilistiche, utile come modello di confronto per una materia tanto vasta.
Dall’opera dello studioso al presente catalogo, esclusi singoli contributi
specifici, corre un sostanziale vuoto di opere di sintesi e di approfondimento sulla
statuaria di Cirene e della Cirenaica: consapevole che non omnes possunt omnia, ma
animata dal medesimo desiderio di comprendere il linguaggio artistico della
produzione scultorea di Cirene, riprendo dunque idealmente là dove il maestro aveva
lasciato, avendo a che fare con le stesse difficoltà e gli stessi problemi.
Se è vero, infatti, che il contesto archeologico di rinvenimento è sigillato, è
altresì evidente che i materiali risultano in giacitura secondaria, situazione che rende
ancor più complessa la datazione, data anche l’eterogeneità delle tipologie
rappresentate.
Esaurita, quindi, la fase di ricerca iconografica sulla statuaria, è stato
necessario interrogarsi proprio sul significato del contesto del Tempio di Cibele e
quindi sulla plausibile destinazione d’uso dell’ambiente C a “magazzino-sacrario”:
va precisato che il deposito, composto dai 75 elementi scultorei, da 21 frammenti di
1
Le lucerne e gli incensieri, facenti parte del deposito, sono stati già studiati per una recente Tesi di
Dottorato: MEI 2009, pp. 72-78.
4
lucerne, da 12 frammenti di incensieri e da due rozzi altari in calcare, può essere
definito “votivo” solo in quanto “… insieme coerente di materiali, di diversa
tipologia e natura, ma accomunati dal fatto di essere coinvolti a vario titolo
nell’attività rituale…”2. La documentazione di scavo, infatti, consente di escludere
un seppellimento voluto, come testimonia il materiale scultoreo o parzialmente
ancora in situ o in crollo a causa del disastroso terremoto del 365 d.C. che ha posto
fine alla vita dell’edificio.
Congiungendo, quindi, i risultati sul materiale scultoreo e le conoscenze
acquisite sulle fasi di vita del Tempio, l’esame della valenza cultuale ha voluto
mettere in connessione la simbologia espressa dai reperti scultorei, a prevalenza
votiva o cultuale, con la più vasta religiosità di Cirene.
Proprio a tal fine, è parso utile riprendere in esame il contesto del Tempio di
Afrodite, immediatamente adiacente al Tempio di Cibele e a sud di esso, scavato a
metà del XIX sec. da Smith e Porcher su committenza del British Museum3:
l’edificio, oggetto di uno sterro e non di un’indagine stratigrafica, potrebbe
testimoniare - con il ritrovamento registrato all’interno della cella e, genericamente,
nel tempio (59 fra statue e frammenti di sculture, fra cui 10 immagini di Afrodite) un interessante confronto di “deposito” scultoreo nell’area sacra dell’Agorà.
I reperti, oggi conservati presso i Magazzini del British Museum, sono stati
oggetto di rilievo fotografico e schedatura4, al fine di implementare i confronti e di
offrire un ulteriore elemento di valutazione per la disamina della valenza cultuale del
nostro deposito.
In conclusione, l’esame del contesto sacro del Tempio di Cibele ha permesso
di evidenziare una particolare forma di devozione, retaggio di un’antica tradizione di
culto, in rapporto con un momento storico di transizione tra paganesimo e
cristianesimo nel Dioskourion dell’Agorà di Cirene.
2
PARISI 2011a, p. 95.
SMITH - PORCHER 1864.
4
Le sculture sono già state pubblicate dopo la relazione Smith-Porcher: HUSKINSON 1975.
3
5
I.
L’AREA SACRA DEL DIOSKOURION
NELL’AGORÀ DI CIRENE
Le recenti campagne di scavo nel Quartiere dell’Agorà di Cirene, condotte
dalla Missione Archeologica Italiana a Cirene dell’Università degli Studi di Urbino,
diretta dal Prof. M. Luni, hanno permesso di identificare l’area sacra a Sud del
Ginnasio-Forum come Dioskourion (Fig. 1)5.
Un sondaggio effettuato nel settembre 2006 in connessione con il Tempio
“della Fecondità”, già identificato come “Ipetrale”6, ha consentito, infatti, il
ritrovamento di una coppa di epoca arcaica (fine VII sec.a.C.) (Fig. 2) con
l’iscrizione sinistrorsa, incisa sul bordo esterno, di una dedica “tois Dioscorois”,
caratterizzata dai nomi delle divinità dedicatarie in dativo, dal nome del dedicante
senza patronimico e dal verbo di dedica “anetheke” (Fig. 3)7.
Fig. 1. Veduta aerea della parte orientale del Quartiere dell’Agorà, con l’area sacra a sud del
Ginnasio-Forum; al centro il Teatro 3 (da MEI 2009, p. 7, fig. 1). La freccia segnala la cella
settentrionale del Tempio di Cibele; quella meridionale è obliterata dalla massicciata della
decauville.
5
LUNI-MARENGO 2010a, pp. 11-36; LUNI 2010b, pp. 55-58, con bibliografia precedente. Prima di
questo ritrovamento, che sembra caratterizzare in modo definitivo l’originaria titolarità del culto,
l’area era stata convenzionalmente attribuita a “divinità della fecondità”: LUNI 2006, p. 57.
6
GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 6364.
7
LUNI-MARENGO 2010a, pp. 26-33.
6
Fig. 2. Coppa di Chios rinvenuta nel Dioskourion
(da LUNI-MARENGO 2010, p. 18, fig. 7).
Fig. 3. Disegno della coppa con iscrizione dal Dioskourion
(da LUNI- MARENGO 2010, p. 18, fig. 8).
Si tratta, quindi, di una fondamentale conferma archeologica alla
testimonianza letteraria di uno scolio a Pindaro, di età ellenistica, che menziona
l’esistenza di un Dioskourion lungo la Skyrotà8; un altro scolio attribuisce addirittura
a Batto l’istituzione delle feste in onore dei Dioscuri, “tà Dioskoúreia”9.
Il Santuario risulta caratterizzato da cinque templi, disposti a sud del
Ginnasio-Forum, sul lato occidentale e sul fronte meridionale della platea, da Nord a
Sud: l’Hestiatorion (già identificato come Tempio “A Due Ali”), il Tempio dei
8
Schol. Pynd.Pyth., V, 124a; Pausanias, III, 16,2; VITALI 1932, p. 72; CHAMOUX 1953, p. 272;
CALLOT 1999, pp. 56-57; STUCCHI 1975 conosce la fonte ma dichiara l’impossibilità di identificare il
luogo; nomina, altresì, come Tempietto dei Dioscuri, un edificio di età romana nel Santuario di
Apollo: p. 251, tav. I, n. 23, fig. 243.
9
Schol. Pynd.Pyth., V, 10a.
7
Dioscuri (“Ipetrale”), il Tempio del Mosaico a Meandro, il Tempio di Cibele e il
Tempio di Afrodite (Fig. 4).
Fig. 4. Pianta del Santuario dei Dioscuri con i cinque templi, da Nord a Sud: l’Hestiatorion (già
Tempio “A Due Ali”), il Tempio dei Dioscuri (“Ipetrale”), il Tempio del Mosaico a Meandro, il
Tempio di Cibele e il Tempio di Afrodite (da LUNI-MARENGO 2010a, p. 14, fig. 2).
Hestiatorion (Fig. 5)
È l’edificio che costeggia la via Skyrotà, a nord dell’area sacra: già
identificato come Tempio “A Due Ali”10, risulta orientato verso Est, con pianta
rettangolare allungata ed ingresso rilevato posto al centro di uno dei lati lunghi.
La facciata è prospiciente il Teatro n. 3 e il lato postico costeggia il cardo che
separa l’area sacra dall’insula di Giasone Magno; mentre al lato meridionale si è
sovrapposto il muro del Tempio dei Dioscuri (“Ipetrale”).
La pianta è caratterizzata da due celle simmetriche, all’estremità di ciascun
lato e da un vano centrale ipetrale, cui si accede attraverso un propileo, posto su un
podio con tre gradini: questo accesso monumentale è costituito da quattro colonne a
fusto liscio, con base attica e con capitello corinzio11.
Le recenti indagini archeologiche condotte negli anni 2004-2009 dalla
Missione Archeologica dell’Università degli Studi di Urbino hanno consentito di
comprendere approfonditamente la concezione strutturale dell’edificio e la
funzionalità dello stesso, consentendone l’interpretazione come Hestiatorion12.
10
GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, n. 7; STUCCHI 1975, p. 259; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 6163; LUNI 2010b, p. 57, fig. 54.
11
MEI 2009, pp. 8-10.
12
Lo studio dell’edificio è stato oggetto di una recente Tesi di Dottorato: MONTANARI 2009.
8
Individuate, infatti, le tre fasi architettoniche, l’originaria di età ellenistica, la
seguente di età augusteo-tiberiana e l’ultima di età antonina, è stata definitivamente
riconosciuta la funzione di una sala destinata a banchetti rituali all’interno dell’area
sacra13; fra gli elementi a supporto della nuova attribuzione: l’associazione di un
colonnato d’ingresso con ciascuna delle due sale, la forma pressoché quadrata delle
stesse e le misure di queste14.
Fig. 5. Hestiatorion (da MEI 2009, fig. 3, p. 10).
Tempio dei Dioscuri (Fig. 6)
Procedendo verso Sud, si incontra il Tempio dei Dioscuri, già designato come
Tempietto “Ipetrale”15: orientato in origine verso Est, con ampia scalinata di accesso
formata da cinque gradini, l’edificio era costituito da tre ambienti successivi più
larghi che profondi, di dimensioni pressoché simili, anche se il primo vano è
leggermente meno profondo degli altri due; al danneggiamento causato dalla rivolta
giudaica seguì una ristrutturazione durante il II sec.d. C., con un ulteriore intervento,
dopo il terremoto del 262 d.C.16.
Le più recenti indagini archeologiche, effettuate nell’area sacra e,
specificatamente, in connessione con il Tempio, hanno portato alla scoperta della
coppa chiota con iscrizione17 che ha permesso di identificare la struttura come
dedicata ai Dioscuri, con certezza già dalla fine del VII sec.a.C.
L’edificio risulta così essere il più antico dell’area, in fase con l’altare di
calcare obliterato dalle sostruzioni del Teatro 3, di cui ora è leggibile la facies di età
13
MONTANARI 2010, pp. 207-220.
MONTANARI 2010, p. 217.
15
GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), p.
63, fig. 8.
16
MEI 2009, pp. 11-12.
17
V. supra.
14
9
classica; in età arcaica questo doveva probabilmente essere costituito da un ammasso
di pietre informi e da un accumulo di ceneri ed ossa combuste18 (Fig. 7).
Risulta così definitivamente documentata l’ipotesi di un Dioskourion
nell’Agorà, aperta, ma non confermata, già dallo Stucchi19.
Fig. 6. Tempio dei Dioscuri (da MEI 2009, fig. 4, p. 11).
Fig. 7. Pianta del Dioskourion con l’allineamento del Tempio e del grande Altare in calcare (da
LUNI-MARENGO 2010a, p. 16, fig. 5).
18
19
LUNI 2010b, p. 56.
STUCCHI 1975, p. 22.
10
Tempietto “del Mosaico a Meandro” (Fig. 8)
Subito a Sud del Tempio dei Dioscuri, si trova il Tempio “del Mosaico a
Meandro”, così denominato per il pavimento delimitato da una cornice a meandro di
tessere bianche e nere20: doveva essere originariamente orientato ad Est e
caratterizzato da una pianta ad oikos. Anche questo edificio sembra essere passato
dalla distruzione della rivolta giudaica alla ricostruzione successiva al terremoto del
262 d.C.: a questa fase va ascritta una rifunzionalizzazione dello spazio interno ad
uso di serbatoio per l’acqua; i gradini di accesso ancora visibili di un piccolo
castellum aquae, nell’angolo sud-occidentale dell’edificio, confermano ulteriormente
la nuova destinazione d’uso21.
Con il terremoto del 365 d.C. termina la vita del Tempio.
Fig. 8. Tempietto del “Mosaico a Meandro”, con il crollo dei blocchi della parete meridionale
(da MEI 2009, fig. 5, p. 13).
Tempio di Afrodite (Fig. 9)
Sul limite meridionale dell’area sacra è posizionato il Tempio di Afrodite,
oggetto di uno sterro effettuato negli anni 1860-61 ad opera della spedizione guidata
da Smith & Porcher22 su committenza del British Museum.
L’attribuzione convenzionale ad Afrodite, dovuta al rinvenimento all’interno
della cella e genericamente nel Tempio di 59 fra statue e frammenti di sculture, fra
cui 10 immagini di Venere, è rimasta inalterata in bibliografia23.
20
GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 102, 241, fig. 229; LUNI 2006, p. 64 (scheda di O.
Mei).
21
MEI 2009, pp. 12-13.
22
SMITH – PORCHER 1864, pp. 76-77: gli scavatori parlano di “Tempio di Venere”.
11
L’edificio, orientato ad Est, è caratterizzato da un pronao con facciata di tipo
cirenaico, da una cella con larghi banconi e otto basi quadrangolari lungo i lati lunghi
ed un adyton con inquadratura architettonica.
Come dimostrato da recenti saggi di scavo alle fondazioni del pronao, nella
sua fase originaria il Tempio doveva essere privo dell’avancorpo con facciata di tipo
cirenaico, realizzato in età romana; con la ristrutturazione successiva alla rivolta
giudaica, forse in età antonina o severiana, si assiste alla realizzazione dell’adyton
sopraelevato24.
Fig. 9. Il Tempio di Afrodite, dopo i recenti saggi alle fondazioni del pronao
(da MEI 2009, p. 14, fig. 6).
In conclusione, il Dioskourion nasce in età arcaica con la realizzazione del
Tempio dei Dioscuri nella seconda metà del VII sec.a.C. e del relativo Altare;
entrambe le strutture subiscono un ulteriore intervento in età classica25; in età
ellenistica il Santuario si incrementa con l’aggiunta dell’Hestiatorion, del Tempietto
del “Mosaico a Meandro”, del Tempio di Afrodite e del Tempio di Cibele, il più
tardo nella sequenza.
Per tutti gli edifici dell’area è documentata una ricostruzione successiva alla
rivolta giudaica; la ricostruzione dopo il terremoto del 262 d.C. non è documentata
né per l’Hestiatorion né per il Tempio di Afrodite; il terremoto del 365 d.C. porta la
definitiva distruzione sugli ultimi edifici ancora in uso: il Tempio dei Dioscuri,
quello del “Mosaico a Meandro” ed il Tempio di Cibele.
23
GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 54, pp. 255-256, figg. 249-250; LUNI 2006, p. 66
(scheda di O. Mei).
24
MEI 2009, pp. 14-15.
25
LUNI 2010 b, p. 57.
12
II.
IL TEMPIO DI CIBELE NEL DIOSKOURION
DELL’AGORÀ
II.1
Il Tempio di Cibele: gli scavi e la ricostruzione delle fasi architettoniche
Il Tempio di Cibele, orientato ad Est, è situato sul fronte meridionale
dell’area sacra del Dioskourion, inserito in uno spazio delimitato a Nord
dall’ingombro delle sostruzioni del Teatro 3 e a Sud dal Tempio di Afrodite.
La struttura venne messa parzialmente in luce, nella sola parte settentrionale,
in occasione degli sterri compiuti dagli archeologi italiani nel 1938: la parte
meridionale rimaneva completamente obliterata dalla massicciata di supporto alla
decauville, realizzata per portare a discarica la terra di risulta dello scavo (Fig. 1); in
seguito i binari vennero smontati, benché rimanesse la massicciata; detriti e
vegetazione concorsero a ricoprire anche la parte settentrionale già scavata26.
Una pianta dell’edificio venne inserita nella pianta generale dell’Agorà
pubblicata da Stucchi nel 196727, riproposta nella pianta della città edita per
“Architettura cirenaica” del 1975, peraltro senza un approfondimento specifico
sull’edificio.
Solo negli anni 2000-2001, ad opera della Missione Archeologica di Urbino,
diretta dal Prof. M. Luni e con la direzione in cantiere del Dott. O. Mei 28, l’edificio è
stato nuovamente individuato e fatto oggetto di un primo intervento di pulizia
superficiale (Figg. 10-11).
Fig. 10. Il Tempio di Cibele, dopo la pulizia del 2001 (da MEI 2009, p. 19, fig. 9).
26
MEI 2009, pp. 17-18.
STUCCHI 1967, tav. IX.
28
Si devono interamente al Dott. Mei l’esecuzione dei saggi di scavo, l’elaborazione scientifica dei
dati e la ricostruzione delle fasi architettoniche dell’edificio.
27
13
Fig. 11. Il Tempio di Cibele visto da Nord, con l’ingombro della massicciata
della decauville; a sud i resti del Tempio di Afrodite (da MEI 2009, p. 19, fig. 10).
Nel 2003 è cominciata l’indagine archeologica del Tempio, con
l’asportazione della massicciata della decauville e lo scavo dell’ambiente
meridionale; fino al 2006 l’edificio è stato oggetto di saggi stratigrafici mirati ad
indagarne le strutture superstiti e a ricostruirne l’intera sequenza stratigrafica (Figg.
12-13-14).
Fig. 12. Pianta archeologica del Tempio di Cibele
con l’ubicazione dei saggi effettuati tra il 2003 e il 2006.
In beige è evidenziata la parte meridionale del Tempio (da MEI 2009, p. 21, fig. 12).
14
Fig. 13. Foto zenitale del Tempio con i saggi del 2006.
La struttura appare qui completamente messa in luce (da MEI 2009, fig. 16, p. 25).
Fig. 14. Sequenza stratigrafica del Tempio di Cibele (da MEI 2009, fig. 21, p. 29).
15
Legenda29
US 1: strato di terra grigiastra di formazione moderna; US 2: strato di terra marrone chiaro mista a
blocchi di pietra, da mettere in relazione con il crollo definitivo dell’edificio avvenuto probabilmente
in seguito ad un terremoto; US 3: strato di terra marrone chiaro, con numerosi frammenti ceramici,
pertinente all’ultima fase di vita del monumento; USM 4: blocchi di pietra squadrati, pertinenti alla
struttura costruita con materiali di reimpiego dell’ultimo periodo di vita dell’edificio; US 5: strato di
terra grigia, con alcuni frammenti di ceramica romana, inerente la seconda fase di vita del Tempio; US
6: ciottoli e scaglie di pietra compattati, costituenti la ruderatio del piano pavimentale della seconda
fase del Tempio; US 7: strato di terra marrone chiaro, probabilmente un riempimento utilizzato come
base per la ruderatio US6; USM 8: blocchi di calcare, pertinenti alla seconda fase dell’edificio; US 9:
taglio di fondazione della seconda fase, riempito da US7; US 10: scaglie di calcare giallo ben
compattate, utilizzate come preparazione del piano pavimentale della prima fase del Tempio. Tagliato
da US9; US 11: strato di terra marrone, compatta, tagliato da US9. Probabilmente un riempimento per
livellare il piano originario dell’edificio; US 12: riempimento del taglio di fondazione (US15)
dell’edificio, costituito da terra marrone chiaro, sabbiosa; US 13: scaglie di calcare giallastro ben
compattate, anch’esse da mettere in riferimento con il riempimento del taglio di fondazione US15;
USM 14: blocchi di calcare, costituenti le fondazioni dell’edificio originario; US 15: taglio di
fondazione per l’alloggiamento dei blocchi USM14. Riempito da US12 e US13, taglia US16, US17,
US18 e US19; US 16: strato di terra rossastra, abbastanza compatta, uniforme, ricca di ceramica
ellenistica. Tagliato da US15; US 17: strato di terra rosso scuro, compatta. Tagliato da US15.
La lettura della stratigrafia ha permesso di ricostruire le tre fasi
architettoniche dell’edificio e la relativa cronologia.
Della fase originaria, databile alla metà del I sec.a.C., sono superstiti
solamente le fondazioni, di locale calcare conchiglifero, che fanno ipotizzare
l’esistenza di un pronaos e di due celle simmetriche, di forma allungata.
Le dimensioni, a livello del primo filare di fondazione, sono di m 11,05 in
senso Est-Ovest e m 8,12 in senso Nord-Sud; il pronao misura internamente m 5,95
in senso Nord-Sud e m 3,10 in senso Est-Ovest; le due celle hanno le stesse
dimensioni, misurando m 2,70 in senso Nord-Sud e m 5,20 in senso Est-Ovest;
l’unità di misura utilizzata è il piede tolemaico di 36,5 cm.
Diversi i reperti connessi a questa prima fase: dieci frammenti ceramici, sette
monete e tre frammenti scultorei30; la cronologia delle monete, coniate sotto
Tolomeo Apione tra il 104 ed il 96 a.C. e quella della ceramica, che copre un arco
cronologico che va dal III al I sec.a.C., fanno propendere per una datazione della I
fase al tardo ellenismo31.
La seconda fase, della metà del II sec.d.C., è una ricostruzione successiva alla
rivolta giudaica del 115-117 d.C., di cui si conservano: due gradini su tutto il
perimetro, tre filari dell’alzato sulla parete nord, su quella ovest e nel muro divisorio
fra le due celle, i blocchi dello stilobate con l’impronta delle due colonne centrali,
uno zoccolo modanato nell’angolo nord-est, la soglia di ingresso e la fondazione
29
MEI 2009, pp. 27-28.
Per il catalogo dettagliato dei materiali rimando a MEI 2009, pp. 33-36.
31
MEI 2009, pp. 30-47.
30
16
della base per la statua di culto nella cella settentrionale32; il materiale impiegato è
sempre il calcare locale. Anche la pianta riproduce quella della fase originaria con la
bipartizione dello spazio interno in due celle simmetriche e pronao caratterizzato da
una “facciata cirenaica”, con due colonne centrali e due semicolonne d’anta,
ampiamente nota negli edifici di Cirene33 (Fig. 15).
L’unità metrologica utilizzata è il piede romano di 29,7 cm: le misure del
monumento, a livello del primo gradino, sono di m 11 in senso Est-Ovest e di m 8,12
in senso Nord-Sud; a livello dello stilobate, compreso lo spessore dei muri, l’edificio
misura m 10,25 in senso Est-Ovest e m 7,03 in senso Nord-Sud34.
Il pronao misura internamente m 3,15 in senso Est-Ovest e m 6,00 in senso
Nord-Sud.
Fig. 15. Pianta della seconda fase del Tempio (da MEI 2009, fig. 47, p. 49).
32
MEI 2009, p. 48.
MEI 2009, p. 48; STUCCHI 1975, p. 52, 83, 84 nota 1, p. 190, 244, 251.
34
MEI 2009, p. 48.
33
17
L’ingresso alle due celle simmetriche era garantito da due accessi distinti sul
pronao: la cella Nord misura internamente m 5,20 in senso Est – Ovest e m 2,82 in
senso Nord – Sud. Sul muro di fondo della cella era una base rettangolare
probabilmente per la statua di culto, profonda cm 80 e larga cm 204, di cui si
conserva il nucleo interno in pietra frammista a malta cementizia (Fig. 16).
Fig. 16. La cella Nord vista dal muro di fondo: in primo
piano la base per la statua di culto, ormai in stato del tutto
frammentario; sullo sfondo la soglia di ingresso (da MEI
2009, fig. 51, p. 53).
La cella meridionale è pressoché identica a quella Nord, è soltanto una decina
di cm più stretta, misurando infatti m 5,20 in senso Est – Ovest e m 2,71 in senso
Nord – Sud35.
Dallo scavatore è stata ipotizzata l’esistenza anche in questa cella, in
posizione speculare rispetto alla cella Nord, di una base per la statua di culto
addossata al muro di fondo, sia per ragioni di simmetria, sia per la presenza, in
situazione di reimpiego, nella tamponatura interna della facciata del Tempio, di uno
sgabello poggiapiedi in calcare con gambe configurate forse a protome leonina (Fig.
35
MEI 2009, pp. 52-53.
18
17), da mettere probabilmente in relazione con l’immagine sacra venerata all’interno
del naos36.
Fig. 17. La tamponatura tarda della parte meridionale della facciata con, al centro e in posizione
rialzata, uno sgabello poggiapiedi in calcare (indicato dalla freccia) appartenente ad una statua
di divinità femminile in trono (da MEI 2009, fig. 56, p. 60).
Reperti utili ai fini della datazione di questa seconda fase edilizia provengono
dai saggi effettuati in corrispondenza della cella Nord; il totale degli oggetti rinvenuti
in connessione con la riedificazione di età imperiale comprende: quattro frammenti
di ceramica, una placchetta in piombo raffigurante la dea Cibele ed il suppedaneo in
calcare37.
La terza ed ultima fase dell’edificio, realizzata con materiale di reimpiego,
sempre in calcare locale, può essere collocata in un arco cronologico
immediatamente successivo al terremoto del 262 d.C.; la vita dell’edificio termina
con il disastroso terremoto del 365 d.C.
Di questo rifacimento si conservano alcuni filari di blocchi appartenenti alla
fase precedente, mentre testimoniano la nuova edificazione cinque filari nel muro
meridionale e in quello occidentale, due in quello orientale e in quello divisorio
centrale.
L’edificio si caratterizza per una radicale trasformazione della pianta ed una
completa rifunzionalizzazione degli ambienti interni, per cui all’originaria
bipartizione in due celle simmetriche si sostituisce una divisione dello spazio in tre
diversi ambienti.
36
37
MEI 2009, pp. 53-54, p. 57.
Per il catalogo dettagliato: MEI 2009, pp. 55-57.
19
Fig. 18. Pianta della terza fase del Tempio, con l’indicazione dei tre ambienti (da MEI 2009, fig.
57, p. 63).
In pianta (Fig. 18) il monumento arrivò a misurare m 10,30 in senso Est –
Ovest e m 7,90 in senso Nord – Sud a livello delle murature, m 11 in senso Est –
Ovest e m 8,45 in senso Nord – Sud se si tiene conto anche dei gradini laterali del
Tempio di età imperiale, ancora in situ38.
L’ambiente A (m 2,85 x 3,35) ricavato nella metà settentrionale del pronao,
doveva fungere da vano d’accesso agli ambienti più interni dell’edificio (Fig. 19).
38
MEI 2009, pp. 62-63.
20
Fig. 19. L’ambiente di ingresso A nella terza fase dell’edificio, visto da Nord: a destra si nota il
tamponamento della porta che introduceva nella cella, mentre sullo sfondo si apre una piccola
porta che immette nel vano C (da MEI 2009, fig. 58, p. 64).
Come testimoniato dai fori dei cardini praticati nello stilobate della II fase, sul
muro Est, una porta consentiva l’accesso esterno all’ambiente (Fig. 20), così come
una piccola porta (50 cm), sul muro divisorio, consentiva a Sud il passaggio al vano
C39.
Fig. 20. Accesso all’ambiente A: si notano i fori per i cardini della porta
(da MEI 2009, fig. 60, p. 66).
39
MEI 2009, pp. 64-66.
21
Il vano B, privo di entrata (m 2,82 x 5,03), intonacato in cocciopesto, doveva
fungere da reservoir, probabilmente a cielo aperto, per consentire la raccolta
dell’acqua piovana (Fig. 13).
Un foro praticato nel muro settentrionale, all’esterno dell’edificio, permetteva
il deflusso dell’acqua in una canaletta di scolo ricavata nella pietra. L’acqua
giungeva qui da un piccolo castellum aquae ubicato nell’angolo sudorientale del
Tempietto “del Mosaico a Meandro” (Fig. 21)40.
Fig. 21. Veduta da Est del Tempio con l’indicazione, in alto, del castellum aquae,
in basso della canaletta (da MEI 2009, fig. 62, p. 67).
L’ambiente C (m 3,75 x 9, 18), in questa terza fase, venne ampliato verso Sud
realizzando un nuovo muro con blocchi di recupero: lungo il muro vennero realizzati
tre gradini, il primo dei quali era costituito dai blocchi di fondazione della prima fase
dell’edificio, mentre gli altri vennero costruiti ex novo proprio in occasione di questo
rifacimento (Fig. 22).
La pavimentazione, probabilmente di terra battuta, deve aver sostituito quella
di età romana, ormai danneggiata.
Fig. 22. Veduta da Ovest dell’ambiente C: a destra il muro Sud con i tre gradini;
al centro il muro rasato che divideva la cella dal pronao (da MEI 2009, fig. 63, p. 68).
40
MEI 2009, pp. 66-67.
22
Come detto in precedenza, la cella meridionale è stata scavata ex novo poiché
risparmiata dagli sterri degli anni 1938-39 in occasione dei quali la massicciata di
supporto alla decauville insisteva proprio sulla parte meridionale del Tempio,
obliterandola completamente.
L’importanza dell’indagine archeologica è proprio dovuta alla fortunata
circostanza di poter studiare un contesto sigillato, conservatosi nello stato di
seppellimento dovuto al terremoto del 365 d.C.
Le operazioni di scavo sono quindi consistite nell’asportazione di US 1 41 e
quindi nel rilevamento del crollo dei blocchi pertinenti alla parete Sud; il crollo, US
2, ricopriva completamente la stanza C (Figg. 23-24)42.
Una volta smontato il crollo, sono stati rinvenuti in US 3, 75 pezzi scultorei,
oggetto del presente studio, di tipologia e materiale eterogenei: alcuni di questi sono
stati trovati ancora in situ sui banconi dell’ambiente C (Figg. 25-26); molti, invece,
in crollo sul pavimento a ridosso della parete meridionale (Fig. 27).
Fig. 23. Veduta Est del crollo di blocchi (da MEI 2009, fig. 64, p. 69).
Fig. 24. Veduta Ovest del crollo di blocchi (da MEI 2009, fig. 65, p. 69).
41
42
Vedi Legenda.
MEI 2009, pp. 67-71.
23
Fig. 25. Statuette di Cibele in situ sul piano dei banconi dell’ambiente C
(da MEI 2009, fig. 66, p. 70).
Fig. 26. Frammenti di rilievi e statuette in situ sul piano dei banconi dell’ambiente C
(da MEI 2009, fig. 67, p. 70).
Fig. 27. Elementi scultorei in crollo sul pavimento dell’ambiente C
(da MEI 2009, fig. 68, p. 71).
24
Nello stesso strato, US 3, sono stati trovati due altari in calcare in prossimità
del muro Ovest, lucerne in stato frammentario (21) e frammenti d’incensieri (12); le
monete rinvenute in US 2 e US 1 offrono un riferimento cronologico per datare
l’ultimo momento di vita dell’edificio, in concomitanza con il terremoto del 365
d.C.43.
II.2
Il deposito votivo dell’ambiente C, US 3
L’importanza dell’ambiente C, US 3 consiste nell’essere un contesto sigillato,
nell’aver restituito materiale notevole, come i reperti scultorei (la maggior parte in
marmo) e nell’associazione tra questi ultimi e gli altri materiali in strato.
Il materiale scultoreo risulta così articolato44: 9 rilievi, 31 esemplari di
plastica ideale fra statuette acefale, teste di piccola plastica e teste di plastica
monumentale, 8 esemplari di plastica iconica, compreso un busto funerario
femminile, 27 elementi scultorei frammentari fra cui statuine di animali e frammenti
anatomici (Figg. 28-29).
Fig. 28. Foto d’insieme di alcuni reperti scultorei: al centro, in alto, grande rilievo con divinità
greco-libye (foto MIC).
43
44
Si veda il catalogo dettagliato delle lucerne, degli incensieri e delle monete in MEI 2009, pp. 72-80.
Rimando al Catalogo sia per la documentazione fotografica che per le schede, cfr. cap. V.
25
Fig. 29. Foto d’insieme delle teste in marmo: al centro, la testa colossale di Efesto (foto MIC).
Si è già detto che la maggior parte dei materiali è stata trovata in crollo sul
battuto pavimentale a seguito del terremoto (Figg. 30-31-32-33-34).
Fig. 30. Rilievo con heros equitans in crollo sul piano di calpestio (foto MIC).
Fig. 31. Erma di Ermes in crollo sul piano di calpestio (foto MIC).
26
Fig. 32. Statuette in crollo sul piano di calpestio (foto MIC).
Fig. 33. Statuetta di Priapo in crollo sul piano di calpestio (foto MIC).
Fig. 34. Testa marmorea di Dioniso in crollo su piano di calpestio.
27
Dallo stesso strato provengono due altari in calcare (altare maggiore cm 114 x
25; altare minore cm 64 x 24), a ridosso del muro Ovest, ma sempre in prossimità dei
banconi realizzati lungo il muro Sud (Fig. 35).
Fig. 35. Veduta Est dell’ambiente C: in fondo i due
altari in calcare (foto MIC).
Si tratta di due altari monolitici rettangolari45, con cornici aggettanti sopra e
sotto il plinto centrale, di una tipologia che continua dal VI sec.a.C. fino in età
romana46: tipologia ben nota a Cirene47, declinata in diverse varianti in Cirenaica,
come negli esemplari da Martuba48.
Gli altari, rinvenuti ancora in situ sotto il crollo di blocchi della parete
meridionale dell’ambiente C (Fig. 36) e databili genericamente fra età ellenistica ed
età romana, sicuramente dovevano essere impiegati a fini cultuali: forse la mensa
poteva essere utilizzata per bruciare incenso o profumi (va detto, però, che sulle
mense non si individuano tracce di combustione) o, piuttosto, per libagioni di vino od
olio o per l’offerta limitata di qualche cerale, ritualità ipotizzata anche nel caso della
piccola aruletta portatile in calcare rinvenuta all’interno del deposito (n. inv. 10).
Fig. 36. Veduta ovest dell’ambiente C: gli altari in situ sotto il
crollo di blocchi (foto MIC).
45
YAVIS 1949, pp. 154-155.
YAVIS 1949, pp. 171-172.
47
FABBRICOTTI 2007a.
48
BACCHIELLI 1987, pp. 479-481.
46
28
Nello stesso contesto sono state trovate 21 lucerne frammentarie (una sola è
integra): in ceramica comune, sono datate tra il III e il IV sec.d.C.49 (Fig. 37).
Fig. 37. Lucerna integra (n. inv. TC03D3 4) dall’ambiente C, US 3
(da MEI 2009, fig. 72, p. 81).
Sempre dallo stesso contesto stratigrafico provengono 12 incensieri in stato
frammentario, datati fra il III e il IV sec.d.C.50 (Fig. 38).
Fig. 38. Incensieri (da MEI 2009, fig. 90, p. 83).
Come detto in precedenza, la terza fase del tempio copre un arco di vita di
circa un secolo (post 262 d.C.-365 d.C.) e il termine ultimo di riferimento
cronologico ci è dato dalle monete in US 2 (tredici esemplari) e US1 (un esemplare)
che forniscono il terminus post quem: dall’US 1 proviene una moneta di
49
50
Cfr. schede di C. PANICO in MEI 2009, pp. 72-77.
MEI 2009, p. 78.
29
Valentiniano II emessa tra il 378 ed il 383 d.C. e le monete in US 2 furono emesse tra
il 330 ed il 348 (addirittura 4 su 13 tra 347 e 348); ci sono quindi indicazioni
concrete per collocare la fine dell’edificio all’interno di un arco cronologico
compreso tra il 348 ed il 383 d.C51.
In sintesi, fra III e IV sec.d.C. l’ambiente C, US 3 diventa un luogo in cui si
accumulano intenzionalmente: due altari, lucerne, incensieri ed un corpus scultoreo
che associa materiali di tipologia e cronologia differenti.
II.3
La dedicazione del Tempio e il culto
Per quanto riguarda la dedicazione del Tempio, è stato ipotizzato che, in
riferimento alla fase tardo-ellenistica di fondazione, fosse Afrodite la divinità titolare
del culto, per il rinvenimento, all’interno di un saggio praticato nella cella
settentrionale, di una piccola testa in marmo della dea di età ellenistica52 (Fig. 39).
Fig. 39. Piccola testa di Afrodite, h. 5,9 cm
(da MEI 2009, fig. 39, p. 43).
In riferimento alla seconda fase di vita del Tempio, è stato rinvenuto, in un
saggio effettuato nella cella meridionale, un suppedaneo in calcare per una statua53,
detta di Cibele (Fig. 40), mentre, da un saggio nella cella settentrionale54, proviene
una placchetta plumbea raffigurante Cibele (Fig. 41).
51
MEI 2009, p. 91. Si vedano le schede delle monete a cura di M. ASOLATI in MEI 2009, pp. 79-80.
MEI 2009, scheda n. 1, pp. 35-36.
53
MEI 2009, scheda a p. 57; si è già fatto cenno al suppedaneo, in riferimento alla seconda fase del
Tempio, v. supra, fig. 17.
54
MEI 2009, scheda a p. 56.
52
30
Fig. 40. Suppedaneo in calcare, in situazione di reimpiego; alt. cm 47, lungh. cm 85, prof. cm 28
(foto MIC).
Fig. 41. Placchetta in piombo raffigurante la dea Cibele
(da MEI 2009, fig. 55, p. 59).
La presenza di questi materiali ha fatto quindi concludere che le due divinità
titolari fossero, fin dall’origine, Afrodite e Cibele55.
Va detto che, in mancanza di dati incontrovertibili, quali un’attestazione
epigrafica che confermi l’intitolazione del Tempio piuttosto che il ritrovamento della
statua di culto ancora in situ, questi rinvenimenti possono dare un’indicazione di
riferimento per la sfera cultuale oggetto di devozione.
55
MEI 2009, p. 93.
31
Se, infatti, la piccola testina miniaturistica di Afrodite da sola non basta a
dimostrare una definitiva dedicazione, testimonia comunque l’ambito rituale intorno
al quale si è sviluppata la prassi religiosa legata alla fase originaria del tempio; per la
seconda fase, la placchetta raffigurante Cibele (datata in età imperiale) andrà
considerata tra i votivi ed il suppedaneo in calcare, in situazione di reimpiego, non
può essere con certezza riferito alla statua di culto.
Questo oggetto, datato in età imperiale, forse con zampe leonine piuttosto che
a protome leonina56, è stato messo in connessione con la statua di culto di Cibele,
alloggiata nella cella meridionale. Trattandosi di un supporto per una statua di
dimensioni pari al vero o addirittura maggiori del vero, saremmo in presenza di una
rara attestazione scultorea monumentale della dea Cibele a Cirene57, per altro oggetto
di un culto diffuso in città ma mai effettivamente ufficializzato.
I numerosi esemplari scultorei a tutt’oggi noti sono statuette votive, come
quelle rinvenute appunto nell’ambiente C, di terza fase, del Tempio58.
Sarebbe, quindi, forse da ipotizzare che il suppedaneo appartenesse ad una
statua di Demetra, ripetendo lo schema iconografico della statua della dea rinvenuta
nel Tempio di Demetra, nel Santuario al di fuori della porta Sud di Cirene59: si tratta
di una figura femminile abbigliata con chitone ed himation seduta su di un trono
completato da un suppedaneo con zampe leonine.
Del resto è già stato notato il sincretismo tra le due divinità che tende anche a
riprodurre caratteristiche iconografiche simili, in cui lo schema fisso è quello della
figura femminile seduta in trono60: il culto della dea “frigia” ricadrebbe quindi nella
sfera cultuale della divinità metropolita.
Osservando, quindi, i materiali, è possibile fare un’ipotesi sulla sfera cultuale
espressa da questo edificio sacro: se, infatti, non possiamo affermare con certezza la
titolarità definitiva di una divinità, possiamo però immaginare che i devoti o, forse
meglio, le devote, tentassero di ingraziarsi il favore di Afrodite, dea della forza vitale
e della potenza generatrice, con l’offerta di oggetti votivi come la piccola testina in
marmo.
Possiamo altresì presupporre che si affiancasse poi nel rito il tributo alla dea
Cibele, madre di ogni forma di vita, equiparata ad Afrodite61: sono poi accomunate
entrambe dal destino di innamorarsi di un mortale62.
La Méter, onorata con riti orgiastici miranti all’estasi, deve poi aver preso le
più ufficiali sembianze della dea metropolita di Cirene, Demetra63, la dea del culto
56
MEI 2009, p. 57.
Da Apollonia proviene una statua frammentaria di Cibele in trono alta 1,12 m: PARIBENI 1959, n.
231, tav. 120, p. 90; MCALEER 1978, n. 2, pp. 8-10, pl. II,1.
58
LONGARINI 2006, pp. 70-74.
59
CELLINI 2010, pp. 101-104.
60
CELLINI 2010, p. 102.
61
BURKERT 2010, p. 346.
62
NÄSSTRÖM 1998, p. 34, 38.
63
LONGARINI 2010, p. 93.
57
32
tesmoforico; proprio per questo sincretismo è plausibile pensare che la componente
femminile, prevalentemente di spose e madri64, fosse preponderante nel culto65.
Infine, va detto che l’intitolazione del Tempio a Cibele, per il rinvenimento di
12 statuette di Cibele fra i materiali scultorei del deposito - in connessione con la
terza fase del Tempio - resta ipotetica e recupera l’intitolazione convenzionale del
contiguo Tempio di Afrodite, così nominato da Smith & Porcher per il rinvenimento,
durante lo sterro dell’edificio, di 10 statuette di Afrodite66.
Naturalmente, benché resti la criticità di un’intitolazione solo ipotetica, non
v’è dubbio alcuno che queste due divinità siano state oggetto, almeno dall’età
ellenistica, di una particolare venerazione nell’area sacra del Dioskourion.
64
GASPARRO 1986, p. 236.
LIPPOLIS 2006, pp. 12-13.
66
MEI 2009, p. 88.
65
33
III.
VALENZA CULTUALE DEL DEPOSITO: I DEPOSITI VOTIVI NEL
QUARTIERE DELL’AGORÀ DI CIRENE
III.1 Il deposito votivo del Tempio di Afrodite nel Dioskourion dell’Agorà di
Cirene
Del Tempio di Afrodite, ubicato sul limite meridionale dell’area sacra del
Dioskourion, immediatamente contiguo al Tempio di Cibele67, venne pubblicata una
prima pianta da Smith & Porcher a seguito degli sterri effettuati negli anni 1860-6168
in occasione della spedizione in Cirenaica voluta dal British Museum69 (Fig. 42).
Fig. 42. Pianta del Tempio di Afrodite: la didascalia generica identifica l’edificio
in base alla topografia dell’area oggetto di scavo (da SMITH - PORCHER 1864, pl. 57).
Successivamente il Tempio è citato da Goodchild70 ed inserito nella pianta
dell’Agorà, quindi analizzato da Stucchi con particolare riferimento all’evoluzione
della pianta: lo studioso sottolinea l’importanza del rilievo degli scavatori inglesi per
ricostruire la pianta dell’edificio che, ormai, si presentava come un contesto
sconvolto e difficilmente documentabile nella sequenza stratigrafica.
La pianta del Tempio si ricostruisce, quindi, con un pronao caratterizzato da
facciata di tipo cirenaico, cella con colonne le cui basi restano sui lati lunghi e adyton
rilevato con inquadratura architettonica71 (Fig. 43).
67
V. cap. I, fig. 1, 4.
L’attività di sterro del Tempio durò poco più di una settimana: SMITH - PORCHER 1864, p. 77.
69
SMITH - PORCHER 1864, pp. 76-77, pl. 57.
70
GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, 6.
71
STUCCHI 1975, pp. 255-256, figg. 249-250.
68
34
Fig. 43. Pianta del Tempio di Afrodite (da STUCCHI 1975, fig. 249).
Le indagini recenti (2001-2006) effettuate nell’area sacra del Dioskourion ad
opera della MIC dell’Università di Urbino72 hanno consentito di chiarire
ulteriormente la sequenza delle fasi architettoniche dell’edificio e delle relative
planimetrie.
Infatti, la realizzazione di saggi di scavo in corrispondenza del muro
settentrionale del pronao (Fig. 9), consente di asserire che, nella fase originaria di età
ellenistica, il Tempio mancava del pronao, aggiunto in età romana con la
caratterizzazione della facciata cirenaica; successivamente alla rivolta giudaica, la
ricostruzione di età antonina o severiana, porta alla costruzione dell’adyton
sopraelevato; la tecnica costruttiva è isodomica, con muratura a secco.
I nuovi scavi nel Quartiere dell’Agorà a sud del Ginnasio, con un’indagine
estesa e scavi mirati, hanno permesso, quindi, di comprendere le fasi di
monumentalizzazione del Dioskourion all’interno del quale il Tempio di Afrodite
definisce il limite meridionale (Fig. 4).
In questo contesto è interessante notare l’origine e l’evoluzione dei due
Templi contigui, di Afrodite e di Cibele nell’area sacra: entrambi nascono in età
ellenistica, anche se il Tempio di Afrodite, di proporzioni maggiori73, è precedente; il
Tempio di Cibele sembra collocarsi, infatti, nell’unico spazio rimasto libero
all’interno dell’area sacra. Entrambi gli edifici vengono ristrutturati a seguito della
rivolta giudaica e questa seconda fase termina con il terremoto del 262 d.C.;
solamente il Tempio di Cibele viene ricostruito a seguito del terremoto rimanendo in
uso fino al devastante terremoto del 365 d.C. con cui termina definitivamente la vita
dell’edificio.
La dedicazione del Tempio alla dea Afrodite si deve proprio all’intervento di
scavo di Smith & Porcher, i quali, rinvenendo nello sterro del Tempio numerose
“…statue e statuette” della dea, attribuirono provvisoriamente l’intitolazione di
“Temple of Venus”74, denominazione invariata in bibliografia con la variante
“Tempio di Afrodite” inaugurata da Stucchi75, così recepita dagli studiosi e qui
adottata.
Il Tempio di Afrodite, dunque, riveste uno specifico interesse all’interno del
Dioskourion non solo perché sorge in stretta contiguità con il Tempio di Cibele,
72
LUNI 2006, p. 66 (scheda di O. Mei); MEI 2009, pp. 14-15.
SMITH - PORCHER 1864, p. 76: “The Aedes, which consisted of Cella and Pronaos, was 84 feet in
length by 35 feet in breadth”.
74
SMITH - PORCHER 1864, p. 77.
75
STUCCHI 1975, pp. 255-256, figg. 249-250.
73
35
condividendo in parte le fasi di edificazione e rifacimento, ma anche perché è stato il
luogo di un fortunato rinvenimento di sculture.
“Ovunque nel Tempio”76, infatti, gli scavatori rinvennero numerosi esemplari
scultorei: 59 se ne contano nell’Appendice III77 in cui sono elencati i ritrovamenti in
riferimento ai siti scavati; fra questi è indubbia la ricorrenza di votivi per Afrodite,
ben 10 esemplari78, fra cui una copia del tipo Cnido79, modello che si è voluto
riconoscere anche per il piccolo busto dal Tempio di Cibele (n. inv. 19); inoltre una
statuetta di Afrodite Euploia colta nell’atto di sciogliersi il sandalo80, gesto che è
forse individuabile nel frammento miniaturistico sempre proveniente dal Tempio di
Cibele (n. inv. 67).
Le tipologie scultoree rappresentate da questi rinvenimenti del Tempio di
Afrodite sono varie ed eterogenee quanto quelle del Tempio di Cibele: prevalgono
senz’altro le immagini di “divinità e personificazioni”81 (31 esemplari), seguono le
“miscellanee”82 (16 esemplari, prevalentemente di plastica iconica), quindi le “scene
mitologiche” (il rilievo con la ninfa Cirene incoronata da Libya)83, i “ritratti” (7
esemplari)84, infine due esemplari inclusi fra i monumenti funerari85; i materiali sono
datati in un arco cronologico sostanzialmente uniforme in età romana, tra I e II
sec.d.C.; forse l’unica eccezione è rappresentata dalla piccola testa ritratto (di
Alessandro?)86, in cui è stato individuato un influsso alessandrino di III-II sec.a.C.
Il materiale utilizzato è sempre il marmo bianco, valutato empiricamente in
base all’aspetto granulometrico: solo tre esemplari sono in calcare87, uno,
eccezionalmente, un busto di Iside, in alabastro88; a fronte di un massiccio impiego
del marmo va detto che la qualità formale di questi materiali è scarsa e sembra
potersi ricondurre al “…carattere industriale e decorativo comune alla produzione di
età romana”89 per cui non si segnalano esemplari di particolare pregio artistico o
particolarmente significativi per l’iconografia.
Non è più possibile, ormai, ricostruire il contesto stratigrafico in cui è
avvenuto il rinvenimento delle sculture, visto che nessuna attenzione è stata posta a
ricostruire una sequenza cronologica; i dati, quindi, attualmente in nostro possesso
riguardano unicamente il corpus di sculture, caratterizzate da tipologie eterogenee,
76
SMITH - PORCHER 1864, p. 77.
SMITH - PORCHER 1864, pp. 102-103, nn. 46-104. Le sculture, conservate al British Museum
unitamente a tutti reperti provenienti dagli scavi Smith & Porcher, sono state pubblicate per due
cataloghi del Museo: SMITH 1900; HUSKINSON 1975 (nell’indice topografico registra 57 esemplari dal
Tempio di Afrodite); una mostra temporanea, con una selezione di pezzi, venne allestita nel Museo
nel 1973: ANTIQUITIES 1973.
78
HUSKINSON 1975, nn. 2, 3, 4 pl. 1; nn. 5, 7, 8, pl. 2; nn. 6, 9, 10, 11, pl. 3.
79
HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1.
80
HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1.
81
HUSKINSON 1975, pp. 1-30. Per il conteggio dei pezzi il riferimento è sempre a questo catalogo.
82
HUSKINSON 1975, pp. 55-76.
83
HUSKINSON 1975, n. 60, pl. 25, pp. 31-32.
84
HUSKINSON 1975, pp. 33-48.
85
HUSKINSON 1975, n. 93, pl. 37, pp. 52-53; n. 95, pl. 37, pp. 53-54.
86
HUSKINSON 1975, n. 62, pl. 26, p. 33.
87
HUSKINSON 1975, n. 10, pl. 3, p. 5; n. 29, pl. 11, p. 16; n. 51, pl. 21, pp. 26-27.
88
HUSKINSON 1975, n. 46, pl. 19, p. 24.
89
PARIBENI 1959, p. IX.
77
36
prevalentemente in marmo anche se di scarsa qualità, raccolte sicuramente prima del
262 d.C., anno del terremoto che determina la distruzione del Tempio.
È plausibile l’ipotesi di un deposito votivo anche per il Tempio di Afrodite?
È verosimile che, in concomitanza con la ricostruzione successiva alla rivolta
giudaica (115-117 d.C.) si sia deciso di rifunzionalizzare il Tempio come thesauròs,
all’interno del Dioskourion ancora praticato come area sacra, forse per raccogliere e
ricollocare gli oggetti sfuggiti alla devastazione del tumulto che aveva
disastrosamente travolto uomini e cose, come testimoniano le fonti90 e la realtà
archeologica: in particolare, “per quanto riguarda l’Agorà si è constatato che i danni
subiti dal patrimonio monumentale di Cirene sono paragonabili a quelli di un
cataclisma”91.
In definitiva possono essere suggerite due ipotesi interpretative sui due
depositi contigui nel Dioskourion, ad oggi, purtroppo, indimostrabili per la mancanza
di dati stratigrafici relativi allo scavo del Tempio di Afrodite: che il deposito
originario fosse unico, tutto collocato nel Tempio di Afrodite, edificio più antico, per
cui si spiegherebbero i materiali ellenistici nel Tempio di Cibele; in seguito alla
distruzione del terremoto del 262 d.C. solo i materiali di maggior pregio sarebbero
stati recuperati e ricollocati nel Tempio di Cibele ricostruito. Oppure, più
semplicemente, bisogna pensare a due depositi differenti, raccolti in momenti diversi
ed indipendenti l’uno dall’altro.
III.2
Trasformazione e funzione del deposito votivo del Tempio di Cibele
In un preciso momento storico che non è possibile datare ad annum ma
compreso tra la ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C. e la definitiva
distruzione causata dal sisma del 365 d.C., all’interno dell’ambiente C, US 3 del
Tempio di Cibele si raccolgono: due altari in calcare (databili fra età ellenistica ed
età romana), 21 lucerne (datate al III-IV sec.d.C.), 12 frammenti di incensieri (datati
al III-IV sec.d.C.), 75 esemplari scultorei, eterogenei quanto alle tipologie e alla
cronologia, datati in un arco cronologico che va dall’età ellenistica fino al termine
ultimo di riferimento dato dal ritratto di Commodo, riferibile agli anni 175-177 d.C.
Quindi, se individuiamo due elementi distintivi del nostro contesto, quali
l’intenzionalità dell’accumulo e la destinazione ad uso rituale, possiamo utilizzare,
senza stridenti forzature, la definizione di deposito votivo: “ a livello generico, si può
definire il deposito votivo come un insieme coerente di materiali, di diversa tipologia
e natura, ma accomunati dal fatto di essere stati coinvolti a vario titolo nell’attività
rituale, il cui accumulo all’interno o in prossimità di un’area sacra non è dovuto a
ragioni accidentali, ma a una scelta intenzionale. La definizione e la stessa
denominazione di deposito votivo mostrano un certo margine di indeterminatezza e
imprecisione, che tuttavia per praticità si può conservare, assegnando
90
91
CALLOT 1999, p. 41, 4, pp. 339-340; PACI 2000, pp. 25-26.
STUCCHI 1975, p. 233, nota 2.
37
consapevolmente lo stesso nome a un fenomeno che in realtà si declina in numerose
varianti”92.
L’intenzionalità dell’accumulo è dimostrata dalle condizioni di ritrovamento
del deposito: al momento dello smontaggio del crollo di blocchi della parete
meridionale dell’ambiente C, gli altari in calcare risultavano ancora in situ così come
parte delle sculture, alloggiate sui banconi realizzati appositamente in concomitanza
con il rifacimento di terza fase del Tempio93.
Quanto poi alla destinazione rituale, se essa è indubbia per gli incensieri, le
lucerne e gli altari, è più difficilmente dimostrabile per i materiali scultorei,
specialmente per i ritratti: come, infatti, è possibile ricondurre gli esemplari di
plastica iconica, così diversi fra loro, ad una comune attività rituale?
Forse sarebbe possibile risolvere l’aporia adattando al nostro contesto due
definizioni, “votivi per trasformazione” e “votivi per destinazione”94, che Parisi
utilizza a proposito della produzione per il consumo sacro: in altre parole, in
riferimento alle tipologie scultoree rappresentate, i rilievi come gli esemplari di
plastica ideale nascono, ab origine, per uso cultuale e vengono poi, per lo stesso uso,
reimpiegati nel Tempio; i ritratti, invece, sono “trasformati” ad uso votivo ma nati,
originariamente, a scopo celebrativo.
Se, quindi, questa può essere una possibile ipotesi per cercare di comprendere
la natura del deposito, è necessario interrogarsi sulle motivazioni storiche e culturali
che possono averne determinato la formazione.
La ricostruzione di terza fase del Tempio (post 262 d.C.- 365 d.C.),
caratterizzata da una rifunzionalizzazione degli ambienti interni95, coincide con un
momento di profonda crisi per la città, rifondata ad opera di Claudio II (268-269
d.C.) come Claudiopoli96, forse in parte dovuta ad una più vasta crisi del mondo
romano, la cui parabola si aggrava con la perdita d’importanza a favore di Tolemaide
fino al drammatico tracollo con il terremoto del 365 d.C.97: si assiste in questo arco
di secolo ad una contrazione dell’attività edificatoria, con un rifacimento ed
adattamento dell’esistente98.
In questo contesto storico, si assiste alla progressiva affermazione della
comunità cristiana con un radicamento già nella metà del III sec.d.C. ed il
conseguente affievolirsi del paganesimo per cui nella prima metà del IV sec.d.C. il
cristianesimo è la religione dominante99: l’attecchire “precoce” del cristianesimo in
Cirenaica viene spiegato con l’influenza esercitata dalla comunità giudaica, ben
radicata già in età tolemaica100.
92
PARISI 2011a, p. 95.
V. figg. 25-26; fig. 36.
94
PARISI 2011b, p. 103.
95
V. cap. II.1.
96
ROMANELLI 1943, p. 130; REYNOLDS 1977, p. 55; LLOYD 1990, p. 47 e ss.: esamina le differenti
cause (invasioni, terremoto, fallimento economico) che possono aver determinato il cambiamento del
III sec.d.C. in Cirenaica; fra gli indicatori di impoverimento segnala anche la scarsa attestazione di
esemplari scultorei in età post-severiana, p. 51; PACI 2000, p. 26.
97
REYNOLDS 1977, p. 56.
98
STUCCHI 1975, p. 333 e ss.; ENSOLI 2000b, p. 78.
99
CALLOT 1999, p. 340.
100
ROQUES 1987, p. 317; sul giudaismo ellenistico, cfr. WENDLAND 1986, p. 252-275.
93
38
Nell’instaurarsi di questi rapporti di forza fra le due religioni, Roques
interpreta gli episodi di iconoclastia contro il tentativo di Giuliano (361-3) di una
restaurazione del paganesimo (con il culto di Helios Re e della Mater Deorum) una
rappresaglia contro l’autoritarismo imperiale piuttosto che contro i pagani della
Pentapoli: di fatto, all’epoca di Costantino, la Pentapoli era una provincia
cristiana101; con l’editto di Costantinopoli del 392 d.C. Teodosio vieta ogni forma di
rito pagano: “…era, sul piano legislativo, la fine della religione pagana anche come
religione tollerata nella vita pubblica” 102.
Dunque è questo il momento storico in cui si raccoglie il deposito all’interno
del Tempio di Cibele: una fase di decremento dell’attività edificatoria e di
progressivo spegnimento di una religione che proprio nella monumentalità
dell’architettura doveva trovare l’espressione più immediata; è possibile, quindi,
ipotizzare che un singolo o una ristretta comunità abbiano voluto raccogliere e
salvare le antiche sculture per una ritualità privata che ancora riconosceva un valore
identitario a simboli della tradizione pagana.
Purtroppo numerosi sono gli interrogativi cui questa ipotesi non può
rispondere, quali: l’originaria ubicazione delle sculture, le forme del rito, l’identità
della “committenza”.
Quanto al primo quesito, si può pensare che i materiali facessero già parte
dell’arredo sacro dei templi del Dioskourion dell’Agorà, ma non possiamo escludere
a priori che vi sia materiale proveniente dalla chora103; del resto, le incursioni dei
Marmaridi104 devono aver coinvolto per prime le località dell’entroterra.
Non è dato identificare il singolo o la comunità che abbiano voluto
raccogliere questi materiali: non possiamo pensare ad un collegio sacerdotale visto
che nel corso del III sec.d.C. vengono a cessare le testimonianze epigrafiche relative
ai sacerdozi in concomitanza con il declino dei culti tradizionali105.
Più genericamente si dovrà pensare a singoli operanti a titolo individuale: si è
notato, poi, che in questa fase di rifunzionalizzazione del Tempio106, l’accessibilità
degli ambienti e lo spazio fruibile sono esigui; in altre parole, bisogna pensare ad una
frequentazione limitata, in cui anche le forme del rito, come testimoniano gli
“strumenti”funzionali ad esso (altari, lucerne, incensieri), sembrano ridotti al minimo
in un contesto ormai impoverito e depotenziato di significato.
III.3
Il Dioskourion dell’Agorà di Cirene fra III e IV sec. d.C.
In concomitanza con la terza fase di ricostruzione del Tempio di Cibele (post
262 d.C.-365 d.C.) l’antica area sacra del Dioskourion si presenta in stato di
abbandono e l’antico polo santuariale sembra aver perso l’antica funzione di area
sacra o conservarla solo in minima parte ed in forma del tutto secondaria: in altre
101
ROQUES 1987, pp. 321-322.
CLEMENTE 1996, p. 302.
103
Ricordiamo che Fabbricotti ipotizza per i rilievi con divinità greco-libye l’ubicazione nelle nicchie
del Santuario di Budrash: FABBRICOTTI 1987, pp. 241-244.
104
PACI 2000, p. 26.
105
CALLOT 1999, p. 107.
106
V. par. II.1
102
39
parole, qui si verifica, con le evidenze della realtà archeologica, la rovina devastante
determinata dal sisma del 262 d.C.107.
L’Hestiatorion108, il luogo deputato ai banchetti rituali, non viene più
ricostruito dopo il terremoto, quando strutture di case si sono sovrapposte all’edificio
alterandone la planimetria originaria: blocchi di spoglio pertinenti una gradinata della
fase augusteo-tiberiana vengono riutilizzati per le abitazioni109 che,
progressivamente, occuperanno anche il centro dell’Agorà110.
Il Tempio dei Dioscuri111 deve essere stato oggetto di un rifacimento, come
testimonia il reimpiego di un portale marmoreo decorato con ovoli e astragali,
probabilmente reperito in prossimità, in funzione di soglia nel passaggio tra la cella
est ed il vano centrale112: ancora in quest’epoca, quindi, il Tempio potrebbe aver
conservato l’antica funzione di luogo di culto.
Una rifunzionalizzazione simile a quella riscontrata nel Tempio di
113
Cibele si verifica anche nel Tempio del Mosaico a Meandro114, all’interno del
quale è alloggiata una cisterna con la tamponatura della porta con rocchi di colonna e
l’impermeabilizzazione delle pareti con intonaco di opus signinum. Si è già fatto
cenno al castellum aquae (Fig. 21), realizzato nell’angolo Sud-Ovest dell’edificio, di
cui rimangono i gradini di accesso115 e collegato, tramite una canaletta, al Tempio di
Cibele: la canaletta “convogliava acqua verso la fontana a ridosso della porta
monumentale sull’esterno dell’angolo Sud – Est del Forum. Costituiva dunque parte
integrante di un complesso sistema di adduzione delle acque che caratterizza tutta
l’area in età tardo-romana e che è tuttora in fase di studio”116.
I recenti saggi di scavo hanno documentato che, per il Tempio di Afrodite, gli
ultimi interventi di ristrutturazione si datano probabilmente in età severiana:
l’edificio, quindi, viene abbandonato a seguito del terremoto del 262 d.C.
Il grande altare, infine, sorto in età arcaica in concomitanza con il Tempio dei
Dioscuri e monumentalizzato in età classica, perde la sua antica funzione a seguito
della rivolta giudaica quando verrà obliterato dalle sostruzioni del Teatro 3117.
Sembra, dunque, di poter concludere che il terremoto del 262 d.C. debba
rappresentare uno spartiacque significativo nell’area del Dioskourion: non si
ricostruisce più l’Hestiatorion né il Tempio di Afrodite, l’antico altare è ormai
coperto, ma si ricostruiscono, con materiali di reimpiego, il Tempio dei Dioscuri, il
Tempio del Mosaico a Meandro ed il Tempio di Cibele; in questi due ultimi edifici si
documenta chiaramente la rifunzionalizzazione degli ambienti interni in cui è
107
È noto il dibattito tra gli studiosi sulla realtà storica di questo terremoto: apertamente contraria è la
posizione di ROQUES 1987, pp. 43-44, il quale contesta l’interpretazione del passo dell’Historia
Augusta che confermerebbe, secondo altri, la realtà del terremoto.
108
V. cap. I.
109
MONTANARI 2010, p. 209, 212.
110
STUCCHI 1975, p. 351.
111
V. cap. I.
112
MEI 2009, p. 12.
113
V. cap. II.1.
114
V. cap. I. Sulla pavimentazione a mosaico di età romana, si veda: VENTURINI 2010, pp. 231-233.
115
MEI 2009, p. 13.
116
MEI 2009, p. 67.
117
BACCHIELLI 1999, pp. 22-23, fig. 16; LUNI-MARENGO 2010a, p. 23.
40
prevalente la funzione ad uso di reservoir per l’acqua forse in connessione con il
sorgere delle povere case di abitazione che si impostano sugli antichi edifici.
In questo contesto, il rinvenimento del deposito di sculture in associazione
con oggetti legati al rito (altari, incensieri, lucerne) all’interno del Tempio di Cibele è
l’unica testimonianza oggettiva del persistere di forme di culto all’interno dell’antico
Santuario.
41
IV.
LE SCULTURE DAL TEMPIO DI CIBELE
IV.1
Tipologie scultoree
Le sculture dal Tempio di Cibele costituiscono un corpus eterogeneo quanto
alle tipologie, alle dimensioni, alla cronologia, allo stato di conservazione.
Si è quindi deciso, nella strutturazione del Catalogo, di ripartire gli esemplari
in macro-categorie comprendenti rilievi, plastica ideale, plastica iconica, elementi
scultorei frammentari (fra cui lastrine marmoree di rivestimento, frammenti di
statuine, frammenti anatomici).
Considerato poi che l’arco cronologico su cui si dispongono gli esemplari
procede dal primo ellenismo fino ai decenni finali del II sec.d.C., cui si data il ritratto
del giovane Commodo, all’interno delle singole categorie i materiali sono stati
disposti secondo una progressione cronologica118.
La complessità di questo deposito offre l’occasione di riflettere sulle
acquisizioni scientifiche relative alla produzione scultorea cirenea, per cui manca
un’opera di sintesi sull’origine, l’evoluzione e il mutamento delle forme stilistiche,
come anche di approfondimento analitico su temi specifici. In questo quadro, il
Catalogo delle Sculture del Museo di Cirene del 1959119, il Catalogue of Cyrenaican
Portrait Sculpture del 1960120 ed il volume del Corpus Signorum Imperii Romani,
Roman Sculpture from Cyrenaica in the British Museum121 costituiscono ancora oggi
gli unici apparati di riferimento sull’iconografia di Cirene e della Cirenaica.
Per la varietà ed eterogeneità dei materiali presentati il Catalogo di Paribeni è
lo strumento che si è rivelato più utile per il confronto con le sculture del Tempio di
Cibele.
ARTISTI E ARTIGIANI
Prendo a prestito questo titolo di una raccolta di saggi curata da Coarelli sulla
figura dell’ “artista e dell’artigiano” in Grecia122, perché anche nella produzione
scultorea di Cirene sono state individuate rare figure di artisti, attestate
epigraficamente soprattutto nell’ellenismo, rispetto ad una ben più diffusa attività
seriale e industriale dovuta ad ateliers locali123.
118
In realtà, diversi sono gli esemplari che possono essere datati in un arco cronologico di transizione
tra fine ellenismo e principio dell’età romana, criticità che impedisce nette cesure temporali.
119
PARIBENI 1959.
120
ROSENBAUM 1960.
121
HUSKINSON 1975.
122
COARELLI 1980.
123
PARIBENI 1959, p. VIII.
42
Due scultori di Cirene sono ricordati per l’età ellenistica: Polianthes (attivo
poco prima del 167 a.C.) ed Euphranor (attivo dopo il 115 a.C.)124: il primo,
personaggio di prestigio, opera stabilmente a Delos dove svolge prevalentemente
attività di ritrattista, di influsso alessandrino125; attivo proprio a Cirene doveva
essere, invece, Euphranor, anch’egli ritrattista, di cui è ricordata una statua per
Tolomeo Soter II126.
Eccettuate queste due figure, labili tracce, la scultura di Cirene, copiosa e di
livello eterogeneo, deve forse essere principalmente ricondotta all’attività anonima di
ateliers specializzati e botteghe operanti per una committenza diversificata: questo
naturalmente non esclude importazioni isolate di esemplari od opere di alto valore
artistico.
Si tratterebbe, quindi, di produzioni scultoree eseguite soprattutto in loco per
commissioni private declinate secondo un “…bilinguismo ora ellenico, ora, in minor
misura, indigeno o libico”127, per cui si utilizzerebbero, nel primo caso, marmi di
importazione (pario e pentelico), nel secondo il calcare e l’arenaria reperibili nel
territorio.
Posto che gli esemplari del nostro deposito si distribuiscono su di un arco
cronologico che, seppur di circa quattro secoli, taglia fuori le testimonianze di età
arcaica e classica, sembra verificarsi ancora una volta il dato acquisito in
bibliografia: la produzione è, per quel che risulta, locale, generalmente di livello
buono od ottimo, quando rappresentata da materiali in marmo, corsiva, invece, nel
caso in cui vengano impiegati calcare od arenaria locali.
Isolerei da questo contesto, omogeneo quanto alla provenienza, due
esemplari: il busto di Iside (n. inv. 61) che, per l’originalità del tipo e quindi la
soluzione iconografica, riporterei all’Egitto di età tolemaica, forse opera di botteghe
alessandrine e la testa colossale di Efesto (n. inv. 34) che, per la monumentalità
dell’esemplare e l’aulicità del modello, si potrebbe ricondurre ad una volontà
ufficiale che agisce a nome della città commissionando il simulacro a botteghe
neoattiche itineranti.
Se, quindi, da una parte abbiamo ateliers specializzati nella lavorazione del
marmo, le cui tecniche sono state progressivamente assimilate dall’età arcaica prima
con “…commissioni esterne, importazioni e prestiti”128, fino ad elaborazioni proprie
- l’importazione di blocchi di materiale grezzo, per ovviare ad un incremento dei
costi, ha certo contribuito allo sviluppo di maestranze locali129 - dall’altra si assiste
allo sviluppo di botteghe che, utilizzando un materiale immediatamente disponibile e
di minor costo, come il calcare o l’arenaria, corrispondono le esigenze di una
committenza che, evidentemente, non può o non vuole- forse anche per una
consapevole affermazione dell’identità etnica- diffondere l’impiego del marmo.
124
MULLER – DUFEU 2002, pp. 783-785; p. 909.
FABBRICOTTI 1998.
126
OLIVERIO 1961, n. 11, p. 31; ai nn. 12, 13 sono citati due nomi di scultori, dal profilo evanescente.
127
BESCHI 1996, p. 437.
128
BESCHI 1996, p. 437.
129
MCALEER 1978, p. xvii.
125
43
LA COMMITTENZA
Riuscire a comprendere il canale di committenza rappresenta sicuramente una
chiave di lettura per comprendere anche le forme della produzione scultorea di
Cirene: si tratta di una criticità acuita dal fatto che raramente è possibile intrecciare
testimonianze epigrafiche che possano fornire dati prosopografici con le relative
sculture, o, altrettanto fondamentale, connettere il reperto scultoreo con il contesto
archeologico originario.
Il “bilinguismo”, di cui parlava Beschi, sembra fare riferimento a due diverse
componenti etniche, greca e libya, che pur riconoscendosi negli stessi modelli ideali,
nelle stesse soluzioni iconografiche, negli stessi simboli cultuali, declinerebbero con
materiali diversi gli stessi soggetti: dovremmo, quindi, ipotizzare una componente
autoctona che ambisce comunque a riprodurre i più noti “suggerimenti esterni”,
ricorrendo al materiale immediatamente disponibile, o per una mancanza di mezzi o
per una voluta scelta.
Prova di ciò sarebbe offerta dalla serie di statuette di Cibele all’interno del
deposito, datate fra età ellenistica ed età romana: su dodici esemplari, declinazioni
variate di uno stesso tipo derivante da quello del Metròon di Atene, che si diffonde
dal IV sec.a.C.130, la produzione è equamente ripartita fra sei statuette in marmo e sei
in calcare, queste ultime le più corsive.
Questa stessa variante nei canali della committenza si verifica nella
produzione dei rilievi con divinità greco-libye da Cirene (cui appartiene anche un
esemplare dal nostro deposito, n. inv. 2-2a), classe di monumenti che, sa da un lato
esprime in modo inequivocabile il sincretismo fra elemento ellenico e indigeno,
dall’altro pone ancora numerosi interrogativi sull’identificazione dell’iconografia, sul
contesto di riferimento, sulla valenza cultuale e, infine, proprio sulla committenza131.
Se, quindi, un criterio per distinguere la produzione è quello di riconoscere le
richieste preponderanti di commissioni private, operanti su due livelli di artigianato,
all’interno del nostro corpus scultoreo alcuni esemplari sembrano piuttosto
riconducibili ad una committenza “ufficiale”.
Posta la difficoltà di giungere ad una identificazione ad personam del ritratto
femminile con stepháne (n. inv. 35-35a) e del ritratto maschile con diadema (n. inv.
71), non si possono non riconoscere i tratti della regalità dinastica e lo stile della
ritrattistica tolemaica: bisogna ipotizzare una committenza ufficiale, a fini
130
SIMON 1997, p. 753, n. 47a. Lo schema iconografico della dea seduta in trono con due leoni ai lati,
fortemente ricorrente a Cirene, sembra invece poco attestato in Grecia e nelle isole: VERMASEREN
1982, n. 60, p. 25 (da Atene, età romana), n. 555, p. 178 (rilievo da Lesbo), n. 576, p. 185 (rilievo da
Samo, I sec.a.C.), n. 667, p. 213 (rilievo da Calymna), n. 685, p. 219 (statuetta da Achna), n. 686, p.
220 (statuetta da Sinda), n. 688, p. 220 (statuetta da Kythrea), n. 690, p. 221 (statua da Soli), n. 721, p.
227 (statuetta in terracotta da Cipro), n. 723, p. 228 (da Cipro).
131
GIOVANNINI 2010, con bibl.
44
celebrativi; per la propaganda è poi voluto il ritratto di Commodo giovane (n. inv.
23), imposto per volontà imperiale.
L’intento celebrativo sembra caratterizzare anche l’acrolito colossale di
Efesto (n. inv. 34): siamo in età adrianea e non possiamo escludere che l’apparato
politico di un principato come quello di Adriano, amante della classicità con spirito
filologico, abbia potuto commissionare una statua di divinità che poteva avere una
connessione con l’antico e tradizionale culto dei Dioscuri.
Si potrebbe pensare all’attività di un collegio o di qualche privato per la
committenza della Testa di Dioniso (n. inv. 13) e della Testa di Níke (n. inv. 45): in
particolare quest’ultima sembra riconfermare ulteriormente un fiorire della
produzione di età augustea, di cui sarebbe proprio testimonianza l’attività di un
atelier che, in quest’epoca, lavora nel cantiere dello Zeus Olympios132, come anche
all’elaborazione di plastica ideale di alto livello, come la nostra testa, ma anche,
ritengo, alla produzione di votivi di ottimo livello, come la piccola testa di Zeus (n.
inv. 12) rinvenuta nel deposito.
All’origine di questi manufatti può ben esserci l’iniziativa di singole
personalità, pur operanti all’interno di un quadro istituzionale, come dimostra,
proprio nel medesimo volgere di anni, l’iscrizione di M. Sufenas Proculus
sull’architrave del Tempio di Demetra fuori le mura133.
Anche per il Busto di Iside (n. inv. 61), esemplare di importazione, ipotizzerei
una committenza ufficiale, forse quella di un collegio sacerdotale attivo in città;
qualora nel busto si dovesse riconoscere una regina tolemaica ritratta nelle sembianze
di Iside, risulterebbe ulteriormente confermato il carattere ufficiale del manufatto.
I MATERIALI
Il dato rilevante per quanto riguarda le produzioni è che su 75 esemplari del
deposito, 19 sono in calcare, 56 sono in marmo, nessuno in arenaria. La prevalenza
del marmo, valutato autopticamente ed identificato genericamente come marmo
bianco dalle diverse granulometrie (a grana grossa- media-fine) ad eccezione di un
frammento di greco scritto (n. inv. 42) e di due frammenti di bigio venato (nn. inv.
58, 59)134, fa rientrare le sculture del deposito all’interno di una produzione di buon
livello, con punte di eccellenza nella plastica ideale (testa di Níke, testa colossale di
Efesto) e nella plastica iconica (ritratto femminile con stepháne, ritratto maschile con
diadema, ritratto di Commodo giovane).
La produzione scultorea di Cirene descrive anche i flussi di importazione del
materiale (il marmo bianco): l’annoso dibattito sulla individuazione delle cave e sullo
132
PARIBENI 1959, p. n. 182, p. 77, tav. 104, 105.
PACI 2010.
134
Possediamo dati certi solamente per i nn. inv. 25, 20, 21, tre rilievi, campionati ed analizzati: sono
in marmo di Paros, zona di Lakkoi, LAZZARINI - LUNI 2010, tab. 7.
A causa della mancanza di un esperto organico alla MIC dell’Università di Urbino che procedesse ai
campionamenti e allo studio degli stessi non sono state purtroppo effettuate analisi mineropetrografiche, che avrebbero potuto chiarire la tipologia di marmo usata per i diversi esemplari. Le
identificazioni dei marmi, quindi, si basano solamente sull’esame autoptico.
133
45
sfruttamento delle stesse sembra oggi chiarirsi definitivamente grazie ai risultati di
analisi di laboratorio condotte su di una campionatura rappresentativa135.
Emerge, così, un quadro di riferimento per cui, con progressione diacronica, è
possibile associare l’utilizzo del marmo ad una data epoca.
Per il periodo arcaico risulta prevalente il marmo di Paros, della zona di
Lakkoi; si riscontra, dato fino ad oggi ignorato136, anche il raro impiego del
pentelico; nel periodo classico è il pentelico ad affermarsi, mentre, in età ellenistica,
si assiste ad una diversificazione nell’approvvigionamento per cui, al consolidato uso
di pario e pentelico, si associano i marmi delle cave tasie e proconnesie. In età
romana, infine, continua l’uso di pario e pentelico, con un intensificarsi, in età
adrianea, dell’impiego del pentelico: si tratta di un periodo in cui, a fronte di un
incremento degli esemplari, si lavora su blocchi più piccoli per sculture di
proporzioni più ridotte; si tende, inoltre, a rilavorare sculture precedenti137.
Come detto, si tratta di un paradigma di riferimento, da non applicare in
maniera meccanica, dal momento che la datazione di un esemplare solo sulla base
del marmo, non riscontrata con parametri stilistici, potrebbe portare anche ad
interpretazioni erronee: si è visto, infatti, che il marmo bianco di Paros è impiegato,
continuativamente, dall’età arcaica all’età romana.
ICONOGRAFIA E MODELLI
RILIEVI
Rilievi con divinità
Il rilievo con divinità greco-libye (n. inv. 2-2a, età ellenistica ) si distingue
per la paratassi di figure stanti frontali in secondo piano e sedute di tre quarti in
primo piano138, secondo uno schema compositivo ben noto nei rilievi cultuali da
Cirene139, tipologicamente simili a questo nostro. La caratterizzazione
dell’abbigliamento, himation per le figure maschili, chitone ed himation per le figure
femminili, è volutamente alternata a quella di dee/ninfe vestite alla libya con chitone
e cappa libya; anche l’acconciatura diventa distintiva: riccioli calamistrati per le
ninfe; polos e capo velato per le dee greche.
Alcuni soggetti sono segnalati da attributi: la corona per il giovane offerente,
il pilos e la bandoliera per la divinità maschile enchoria, caratterizzata come
guerriero, Bendîs con nebride e fiaccola, la ninfa con la coppa apoda, Zeus Ammon,
con le corna di ariete, seduto su di un ariete; Apollo mantico intento al vaticinio con
135
LAZZARINI - LUNI 2010.
LAZZARINI - LUNI 2010, p. 190.
137
KANE et ALII 2010, con bibl.
138
PURCARO 2010.
139
FABBRICOTTI 1987; WANIS 1992; FABBRICOTTI 1996; FABBRICOTTI 1997; GIOVANNINI 2010;
PURCARO 2010; MARINI 2012.
136
46
il volumen aperto sulle ginocchia, Artemide, solennemente seduta con l’arco
imbracciato140.
Sicuramente questi rilievi da Cirene sono improntati stilisticamente ai rilievi
attici di periodo classico, votivi e funerari141, inoltre a quelli di carattere politico142: si
riproduce la teoria di divinità o personaggi, la sintassi tra gli stessi, la
caratterizzazione dell’iconografia con l’abbigliamento greco; si inseriscono, però,
figure che attingono ad un diverso sostrato cultuale e culturale, le ninfe libye, il
guerriero mitico, gli offerenti. Non si tratta, in altre parole, di una ripetizione
pedissequa: il rilievo greco-libyo non è la banale riproduzione di un cartone
inflazionato, bensì la tavola su cui leggere e interpretare la tradizione di un popolo.
Il rilievo con teoria di divinità (n. inv. 17-48, età ellenistica) presenta la stessa
paratassi di figure allineate ma, in questo caso, manca del tutto la caratterizzazione
libya: i personaggi, alternati fra figure maschili, sedute ai lati del rilievo e figure
femminili stanti, al centro; l’abbigliamento è greco, con himation per gli uomini,
chitone ed himation o solo chitone per le donne. I modelli di riferimento sono sempre
i rilievi attici, fatta salva l’originalità del manufatto cireneo.
Anche il rilievo con divinità femminile (n. inv. 25, età ellenistica, primo
ellenismo?), solo un frammento, rientra nella stessa categoria dei precedenti, con
l’unica figura superstite, una dea (?) vestita di chitone podéres e di un ricco himation
con apoptygma: l’ipotesi di una Persefone in anakalypsis, forse qui riconoscibile,
sarebbe l’esito di una commistione stilistica fra il tipo delle “divinità funerarie
cirenaiche”143 e modelli di IV sec.a.C, attestati nella produzione di Cirene per
rappresentare la divina fanciulla144.
Rilievi con heros equitans
Tipo I: cavaliere su cavallo rampante (o al galoppo) incedente verso destra (dall’età ellenistica
all’età romana)
È qui declinata la figura dell’heros equitans: su di uno schema ripetuto, del
cavaliere incedente verso destra, un dettaglio distintivo è dato dalla caratterizzazione
della clamide, ora aperta per il turbinio della corsa (n. inv. 64), ora ripiegata e portata
a tracolla (n. inv. 22).
Tipo II: cavaliere stante frontale (fine I a.C.- inizi I sec.d.C.)
Il cavaliere è qui rappresentato (nn. inv. 20, 14) nella variante dell’offerente:
l’eroe, abbigliato con una lorica di tipo ellenistico, trattiene con la destra una phiale,
nell’atto della libagione.
140
Questa nostra figura sembra essere una variante di una Artemide con arco presente su di un rilievo
dall’Acropoli, datato al terzo quarto del IV sec.a.C., conservato al Museo Nazionale di Atene: KAHILICARD 1984, n. 674, p. 672.
141
BESCHI 1969-70; BÖHM 2003; COMELLA 2001; COMELLA 2002; HAMILTON 2009; HAUSMANN
1960; JONES - ROCCOS 2000; MITROPOULOU 1976; PARODO 2001; REINACH 1909.
142
LAWTON 1955.
143
BESCHI 1969-70, p. 325.
144
WHITE 1976-77, pl. LXXI a-b, p. 270, nota 8.
47
Tipo III: cavaliere et alii (fine I a.C.- inizi I sec.d.C.)
In questa terza variante, la sintassi figurativa diventa più complessa (n. inv.
21): un armigero in appoggio su di un grande scudo rotondo è affiancato da una
figura femminile, di modulo maggiore, vestita con lungo chitone ed himation
raccolto intorno al corpo; manca, effettivamente, la figura dell’heros, che dobbiamo
immaginare incedente verso destra, proprio nella porzione mancante del rilievo,
accanto al piccolo scudiero; l’ipotesi di identificare nella figura femminile Persefone,
è solo una possibile suggestione. Le labili tracce di iscrizione purtroppo non
contribuiscono all’interpretazione dell’iconografia.
I rilievi, seppur declinati in diverse varianti, ripropongono il motivo
dell’heros equitans che dall’età ellenistica prosegue in età romana145, con una
continuità anche nel tipo del Cavaliere tracio146.
PLASTICA IDEALE
La Persefone in anakalypsis (n. inv. 55, primo ellenismo), vestita di chitone
ed himation con apoptygma, panneggiato come velo sul capo, è stata così identificata
come commistione di tratti iconografici differenti: il gesto caratterizzante le “divinità
funerarie cirenaiche”, in cui è stata individuata un’ipostasi della dea147 e la
tipizzazione del volto che contraddistingue Kóre secondo modelli stilistici di IV
sec.a.C.; lo stesso abbigliamento, con la combinazione fra chitone ed himation con
apoptygma, si presenta come variante di uno schema declinato dal IV sec.a.C.148 fino
in età imperiale romana149.
La Demetra peplophoros (n. inv. 27, inizio III sec.a.C.), riconoscibile per
l’abbigliamento, sembra derivare dal tipo Capitolino150 la cui fortuna è testimoniata
dalle numerose varianti attestate a Cirene151.
Anche la Kóre (n. inv. 53, inizio III sec.a.C.), sembra riconducibile a modelli
noti come la Kóre di Firenze che, secondo Mansuelli sarebbe di matrice lisippea152,
mentre secondo Rizzo di derivazione prassitelica153 e la Kóre di Vienna, il cui tipo si
data intorno al 320 a.C.154.
Il piccolo Torso di Dioniso (n. inv. 52, età ellenistica) non è con certezza
ascrivibile all’iconografia del dio, dal momento che gli attributi qui caratterizzanti,
l’himation panneggiato lungo il fianco e i riccioli sul petto, raramente ricorrono
145
CERMANOVIĆ-KUZMANOVIĆ ET ALII 1992.
VAGALINSKI 1997.
147
BESCHI 1969-70, p. 325.
148
MENDEL 1912, pp. 336-340, nn. 130-132.
149
ROSENBAUM 1960, pp. 89-90, n. 148, pl. LXXI; n. 149, pl. LXXI; n. 150, pl. LXXI; KANE
TRIMBLE 1976-77, pl. XCV a-b, p. 326, n. 11.
150
LIPPOLD 1950, p. 181; BESCHI 1988, n. 55, p. 566.
151
PARIBENI 1959, n. 65, tav. 58; n. 66, tav. 58 (esemplare con peplo e chitone); n. 67, tav. 58; n. 68,
tav. 58; WHITE 1971, pp. 85-104, pl. XXXVIII b, n. 4; MACDONALD 1976; KANE-TRIMBLE 1976-77,
pl. XCI, n. 3, p. 315; pl. XCII, n. 4, p. 317.
152
MANSUELLI 1958, n. 37, pp. 60-61.
153
RIZZO 1932, p. 102, tav. CLIV.
154
TODISCO 1993, p. 134, nn. 286, 290.
146
48
associati nelle immagini note della divinità155; anche l’identificazione con Apollo156
non offre alcun elemento di appiglio sicuro: se l’unico accostabile, a Cirene, è il tipo
“Pizio stante”157, va detto che proprio questo esemplare è stato ampiamente dibattuto
dalla critica e recentemente identificato con un Aristeo158.
Un esiguo frammento di statuetta miniaturistica con un piedino in appoggio
sulla coda di un delfino (n. inv. 67, fine II sec.a.C.) è stato attribuito ad una statuetta
di Afrodite, colta nell’atto di sciogliersi il sandalo159, esemplare raro a Cirene160, che,
alla fine del II sec.a.C., riprodurrebbe un’iconografia diffusa in Asia Minore e
nell’arte di Alessandria161, dalle cui botteghe potrebbero giungere in città modelli per
piccoli votivi, o, addirittura, esemplari finiti.
La figura di Aristeo (n. inv. 26, età romana), drappeggiata in himation che
lascia nudo il torso con il caratteristico lembo del mantello lungo il fianco, è
caratterizzata dalla presenza del bastone, su cui si avvolgono le spire del serpente e
dall’attributo dell’omphalos, reso in maniera molto semplificata. In realtà si tratta di
un’iconografia che, a partire dal V sec.a.C.162, appartiene ad Asclepio163: un
sincretismo formale che, solo in età romana, giungerebbe ad una affermazione
autonoma in cui riconoscere il giovane dio164.
Il piccolo torso di Afrodite (n. inv. 19, età flavia), attribuito alla dea per la
nudità del busto, potrebbe essere considerato una declinazione del tipo Cnido165,
riprodotto diffusamente in modo seriale ad uso votivo166.
Inequivocabile è l’iconografia di Priapo (n. inv. 28, I-II sec.d.C.)167,
rappresentato nell’atto di mostrare il fallo eretto sollevando il lembo del chitone, in
cui si raccoglie una copiosa messe di frutti. Si tratta di un’iconografia attestata
prevalentemente da esemplari di I-II sec.d.C., recepita anche nel repertorio
iconografico della chora cirenaica168.
155
GASPARRI 1986, nn. 120a, 120b, p. 305; nn. 120f, 121a, 122a, 122d, p. 306; nn. 122e, 122f, 123a,
123b, 123c, p. 307; nn. 124a, 124b, 125, 126a, 126c, p. 308.
156
LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984, nn. 200i, 200h, p. 200; n. 231, p. 203; n. 261, p. 205; n. 295, p.
207.
157
MARCHIONNO 1995, p. 370 (classifica i tipi iconografici di Apollo a Cirene).
158
FERRI 1927; PARIBENI 1959, n. 144, tav. 86, p. 65; MARCHIONNO 1995, pp. 366-367; LARONDE
2011, pp. 14-18, fig. 2.
159
DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 464, p. 44.
160
Un solo esemplare: HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1, pp. 1-2.
161
BIEBER 1961, pp. 98-99.
162
MANSUELLI 1958, n. 18, pp. 43-44.
163
HOLTZMANN 1984.
164
ENSOLI 1994, pp. 71- 73.
165
HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1, p. 5; DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 391-408, pp. 36-37; CORSO
2007, pp. 9-187.
166
CORSO 2007, p. 121, fig. 77, nota 8, n. 211.
167
MEGOW 1997, n. 69, p. 685; n. 76, p. 685; n. 81, p. 685.
168
HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20; BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25: iconografia molto simile
ma realizzazione molto più rozza, in calcare.
49
Hekataia
Tipo I: τριπρόσωπος
Non è possibile stabilire se l’esemplare (n. inv. 24, età ellenistica),
caratterizzato dalle tre teste addossate ad un pilastrino centrale, sia ascrivibile al tipo
ermaico169, quindi desinente a pilastro, o piuttosto configurato tipo τρίμορφον, con i
tre corpi lavorati a parte: sembrerebbe trattarsi della replica, in scala ridotta,
dell’Hekataion in arenaria, di età alessandrina, conservato presso il Museo di
Cirene170.
Tipo II: τρίμορφος (fine età ellenistica-inizi età romana)
La dea (n. inv. 44) è qui raffigurata con tre corpi, addossati ad una colonnina
centrale: l’abbigliamento è costituito da chitone a corte maniche e peplo altocinto
con apoptygma; i lunghi capelli sono bipartiti in due sottili ciocche che scendono
sulle spalle; elemento distintivo del carattere divino della figura è qui il polos, alto e
stretto; gli attributi sono quelli caratterizzanti abitualmente la dea, fiaccola,
melagrana (?), phiále mesόmphalos.
Si tratta di una tipologia ben nota in età ellenistica171 e ampiamente attestata a
Cirene, soprattutto con varianti nell’associazione degli attributi172. Esemplari simili
al nostro dall’Agorà di Atene sono datati tra I a.C. e I sec.d.C.: l’esecuzione tecnica
non differisce in modo sostanziale nel passaggio dall’età ellenistica all’età romana173.
Variante del tipo precedente è la statuetta, molto corsiva (n. inv. 62), in cui la
dea, abbigliata con chitone e peplo, è caratterizzata da una capigliatura di lunghi
capelli, senza l’attributo del polos.
Statuette di Cibele
Tipo I: Cibele in trono con due leoni affiancati (età ellenistica-età romana)
Gli esemplari (nn. inv. 3, 4, 9, 31, 32, 30) presentano la dea assisa su di un
trono, in posizione frontale, vestita di lungo chitone ed himation affiancata da due
leoni.
Tipo II: Cibele in trono con un solo leone (età ellenistica)
Nelle due statuette ascrivibili al tipo (n. inv. 7, esemplare senza n. inv.), la
dea, sempre assisa in trono in posizione frontale, è affiancata da un solo leone.
169
SARIAN 1992, n. 200, pl. 669; nn. 201, 203, 204, p. 669.
PARIBENI 1959, n. 167, pp. 72-73, tavv. 96, 97, 98.
171
SARIAN 1992, n. 115, p. 661; n. 117, n. 122, p. 662; n. 125, n. 126, p. 663; n. 132, n. 133, n. 134; n.
137, n. 138, n. 139, n. 140, n. 142, p. 665.
172
PARIBENI 1959, n. 172, tav. 100, p. 74; n. 173, tav. 101, p. 75; n. 174, tav. 101, p. 75; HUSKINSON
1975, n. 41, p. 21, pl. 16.
173
HARRISON 1965, p. 87: nn. 136, 137 pl. 33, p. 100; n. 139, pl. 34, pp. 100-101.
170
50
Tipo IV: Cibele in trono (età ellenistica)
La dea (nn. inv. 8, 5), seduta in trono in posizione frontale, vestita di chitone
ed himation, compare qui sola, senza attributi riconoscibili e distintivi.
Tipo V: Cibele con timpano e leone (età ellenistica)
Un unico esemplare (n. inv. 6) in cui Cibele, vestita con chitone ed himation,
è affiancata da un leone sulla destra e porta un grande timpano sulla sinistra.
Tutti gli esemplari citati sembrano rappresentare declinazioni variate da uno
stesso tipo, riconducibile al modello del Metròon di Atene, diffusosi dal IV
sec.a.C.174, la cui fortuna a Cirene è rappresentata dalle numerose statuette della
dea175.
Tipo III: Cibele con due personaggi ai lati del trono (età ellenistica)
L’unico esemplare ascrivibile al tipo (n. inv. 29), rappresenta la dea seduta in
trono, questa volta anche con un suppedaneo distinto da protomi leonine; sulle ante
del trono, sono lavorati a bassissimo rilievo due personaggi: a destra Ermes con
petaso, stante frontale, vestito con corto chitone su cui è appoggiata la clamide; a
sinistra Zeus, stante frontale, con himation che sembra denudare parzialmente il torso
(la mano destra appare piegata sul petto, la sinistra trattiene un lembo del mantello).
L’iconografia è riconducibile al tipo efesino attestato dal IV sec.a.C. fino in
età romana, rappresentato prevalentemente da rilievi176; affiancata, invece, da Ermes
ed Ecate, la dea compare soprattutto su esemplari attici177.
In sintesi, un’osservazione su questi votivi della dea Cibele: non possiamo
escludere che le statuette venissero alloggiate entro naískoi, come è il caso di una
statuetta ellenistica alloggiata entro naískos in marmo dal Ceramico178.
L’erma di Ermes (n. inv. 15, I sec a.C.), derivante dal modello dell’Ermes
Propylaios di Alkamenes179, si caratterizza qui per lo stile arcaizzante: il dio è
identificabile per la resa della barba e della capigliatura, trattata con una doppia fila
di riccioli a piccole volute; un diadema, stretto e leggermente bombato, incornicia il
capo. Si tratta di un’iconografia già attestata a Cirene, proprio nella declinazione del
tipo arcaizzante, nota da un esemplare molto frammentario pubblicato dal Paribeni180
e da un inedito conservato presso i Magazzini del Museo Archeologico di Cirene181.
Pone problemi di identificazione la Testa di Dioniso tauromorfo (n. inv. 56,
età ellenistico-romana): l’elaborata capigliatura con due ciocche di riccioli
“calamistrati”, la folta barba e, soprattutto, i bulbi cornei sulla testa farebbero
174
SIMON 1997, p. 753, n. 47a.
LONGARINI 2006, p. 71.
176
NAUMANN 1983, pp. 351-352, nn. 493-500; SIMON 1997, n. 41, p. 509; LONGARINI 2006, pp. 7374, fig. 5.
177
VERMASEREN 1977b, n. 61, p. 19, pl. XLIV; n. 174, p. 49, pl. CV; NAUMANN 1983, pp. 318-319,
nn. 188-200; GUNTNER, p. 129, B2 e B7 (fine età classica-inizi età ellenistica).
178
VERMASEREN 1982, p. 67, n. 253, pl. LVIII.
179
CAPUIS 1968, pp. 35-58; SIEBERT 1990, p. 298.
180
PARIBENI 1959, n. 373, tav. 167, p. 132.
181
V. scheda.
175
51
propendere per un’identificazione con Pan182, del quale, però, il nostro volto,
serenamente volitivo, non riproduce i tratti fisiognomici spesso alterati in modo
grottesco; si può quindi propendere per una soluzione quale Dioniso tauromorfo,
dall’esito sincretistico che combinerebbe il volto maturo del dio con le fattezze del
tauromorfo sempre dal volto giovanile.
Di notevole interesse è il Busto di Iside (n. inv. 61, I sec.a.C.), in cui la dea è
rappresentata nell’iconografia faraonica183: la parrucca egizia184 in cui è incisa una
maglia reticolata con cui si indicano le spoglie di Horus, i fori predisposti sul capo
per l’alloggiamento dell’ureo contribuiscono all’identificazione della dea, evocata
nella potente sensualità con il dettaglio dei seni pronunciati, le linee del collare di
Venere, il volto rotondo dai lineamenti piccoli e gentili con le orecchie grandi aperte
verso l’esterno, tratti caratterizzanti riprodotti ancora in esemplari di età romana185.
La scultura è del tutto eccezionale a Cirene, dove la dea è attestata in diverse
rappresentazioni186 in cui l’iconografia è sempre nella variante ellenizzata, con i
riccioli calamistrati alla libya187, non, quindi, nella variante egizia. Un’ipotesi
secondaria, che pure va presa in considerazione, è quella di poter qui identificare una
regina tolemaica, anche se l’espressione idealizzata del nostro volto e dei ritratti
faraonici delle regine difficilmente consentono una sovrapposizione fisiognomica188.
Si è ipotizzata, per questo busto, l’importazione dall’Egitto, forse produzione di
botteghe alessandrine.
Di enigmatica lettura è l’Omphalos (n. inv. 1, fine I - inizi II sec.d.C.) con
serpente: l’oggetto, in realtà, non è confrontabile con la pietra delfica189 e nemmeno
con gli omphaloi che si trovano, a Cirene, sulle statuette di Aristeo, piccoli blocchetti
squadrati, senza volumetria190; al nostro esemplare possiamo avvicinare una
colonnina conica con serpente arrotolato da Delos, interpretato come simbolo
dell’Apollon Agyeus191, il cui culto, radicato a Cirene nel Santuario di Apollo192, è
simboleggiato anche dalla presenza di alcuni κιονίσκοι avvolti da spirali193, in cui si
deve riconoscere un’evoluzione del simulacro betilico194.
La testa di Níke (n. inv. 45, età augustea), è un esemplare di eccellente
fattura: l’impostazione è di impronta classica, come si evince dalla trattazione dei
lineamenti del volto, seppur frammentario, nonché dal dettaglio dei capelli ondulati,
182
BOARDMAN 1997.
MALAISE 1997, III.1, p. 96.
184
SCHWENTZEL 2000, p. 27.
185
BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 154, tav. LXX, p. 103, statuetta di Iside che allatta Horus, copia di età
romana da sculture della XVIII- XIX dinastia.
186
PARIBENI 1959, nn. 412, 413, 414, p. 143, tav. 180; HUSKINSON 1975, n. 45, pl. 18, pp. 23-24; n.
46, pl. 19, p. 24.
187
SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27.
188
RICHTER 1965, p. 263, figg. 1805-1806: ritratto ufficiale di Arsinoe II, realizzato prima della
deificazione.
189
KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73.
190
Cfr. n. inv. 26 (statuetta di Aristeo, da Tempio di Cibele); HUSKINSON 1975, nn. 18-19, pl. 7, pp.
10-11.
191
ROSCHER 1913, pp. 128-129, p. 132, taf. VI, 8.
192
DI FILIPPO BALESTRAZZI 2010.
193
DI FILIPPO BALESTRAZZI ET ALII 1976, p. 147; DI FILIPPO BALESTRAZZI 1984.
194
SCHMITTER 1971.
183
52
resi da linee parallele incise; tratti severi si riscontrano nelle sopracciglia e nel naso.
Il prototipo va, quindi, collocato negli anni 440-30 a.C., arco cronologico fra
l’Amazzone ferita195 e la Níke196 della Parthenos197, di cui si è voluto riconoscere
una possibile replica in una testa di II sec.d.C. dall’Agorà di Atene.
Naturalmente la frammentarietà del pezzo e la mancanza di attributi distintivi
rendono impossibile un’identificazione del soggetto, per cui si ipotizza il
riconoscimento come Níke, anche in virtù del confronto citato. Di certo, si tratta di
un lavoro di alto livello riconducibile all’attività di un atelier locale che riproduce
modelli classici in età augustea, forse la stessa produzione dello Zeus Olympios198;
del resto, si è già notato come l’età augustea, anche tramite la committenza di singole
personalità, sia un periodo di fioritura per la città199.
La piccola testa di Zeus (n. inv. 12, età augustea), ci riporta nuovamente a
quella produzione di età augustea, di cui si è appena detto. Posto che numerose a
Cirene sono le declinazioni scultoree per rappresentare il dio200, questa nostra sembra
una replica, in scala ridotta, dello Zeus Olympios, caratterizzata da un’espressione di
solenne calma, con la morbida capigliatura dove quasi per nulla si nota l’uso del
trapano e la folta barba che traduce il particolare, ben evidenziato dal Guidi, della
sporgenza del mento201: avremmo, quindi, un’ulteriore testimonianza a Cirene
dell’attività di un atelier locale, specializzato nella riproduzione di modelli classici e
probabilmente anche attivo per una richiesta di plastica votiva.
La testa di Dioniso (n. inv. 13, I sec.d.C.), se da un lato è riconoscibile per
l’iconografia in cui dettagli caratterizzanti e distintivi sono la taenia sulla fronte e la
corona di grappoli d’uva intorno al capo, dall’altro sfugge ad una codificazione
dell’esito stilistico. Si pensa ad una rielaborazione di età romana, in cui confluiscono
modelli diversi: l’esito finale è quello di un certo schematismo nell’espressione del
volto che, al contrario, nelle rappresentazioni del dio è caricato di ricercata
espressività202, anche a Cirene203.
195
BECATTI 1951, pp. 185-199, con ampia discussione dei tipi e attribuzione definitiva al tipo Mattei;
WEBER 1976, ampia discussione dei tipi e attribuzione al tipo Sosikles; DEVAMBEZ 1981, n. 602, p.
625, Amazzone Sosikles; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 174, n. 395, tipo Mattei; BECATTI 2004,
pp. 216-218, tipo Mattei; BANDINELLI-PARIBENI 2005, n. 461, tipo Mattei.
196
CARPENTER 1953-54; LEIPEN 1971, pp. 34-36; THÖNE 1999, p. 105, pp. 111- 113, taf. 12,2.
197
BECATTI 1951, pp. 109-123, tav. 62; TRAVLOS 1971, p. 445; KARANASTASSIS 1987, pp. 323-339;
NICK 2002; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 144, n. 393; BANDINELLI-PARIBENI 2005, nn. 458-459;
LAPATIN 2005; HÖLSCHER 2010, pp. 204-205; MONACO 2010.
198
PARIBENI 1959, n. 182, tav. 104, 105, n. 182, p. 77.
199
PACI 2000, pp. 24-25.
200
PARIBENI 1959, n. 183, tav. 107, p. 78; n. 184, tav. 107, p. 78; n. 185, tav. 106, pp. 78-79; n. 185,
tav. 107, p. 80; n. 187, tav. 108, p. 80; n. 188, tav. 108, p. 80; n. 189, tav. 108, p. 81; n. 190, tav. 108,
p. 81; n. 191, tav. 109, p. 81; n. 192, tav. 109, p. 81; n. 193, tav. 109, p. 81; n. 194, tav. 109, p. 82;
HUSKINSON 1975, n. 52, p. 27, pl. 22.
201
GUIDI 1927, p. 12.
202
GASPARRI 1986.
203
PARIBENI 1959, n. 317, tav. 150, p. 113; n. 318, tav. 151, p. 113; n. 319, tav. 151, p. 114; n. 320,
tav. 151, p. 114; n. 321, tav. 151, p. 114; n. 322, tav. 152, pp. 114-115; nn. 323, 324, 325, tav. 153, p.
115; n. 326, tav.153, p. 116; nn. 327, 328, 329, tav. 154, p. 116; nn. 330, 331, tav. 155, p. 117;
HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18; nn. 33-34, pl. 12, pp. 18-19.
53
Lo stato di non finito in cui si conserva la scultura contribuisce
all’indeterminatezza del tipo, immagine eclettica forse da modelli databili intorno
alla metà del IV sec.a.C.204.
La testa colossale di Efesto (n. inv. 34, età adrianea), di cui si è ipotizzata la
pertinenza ad un acrolito, è stata oggetto di un percorso interpretativo problematico,
conclusosi, allo stato attuale, con l’identificazione di un’immagine di Efesto.
Per quanto riguarda l’iconografia, il volto barbato di tratti maturi è
caratterizzato unicamente dal pilos, attributo peraltro comune a divinità ed eroi,
quali: i Dioscuri205, Odisseo206, Efesto207; a Cirene, poi, il pilos è caratterizzante una
figura di divinità enchoria presente sul rilievo di Lysanίas208 in riferimento alla
quale, però, Stucchi ha identificato il copricapo come pilos metallico (Kegelhelm), il
pileo militare209.
Dovendo, quindi, convergere sull’ipotesi più plausibile, più motivata per i
confronti possibili e per il contesto cultuale di Cirene, si è addivenuti
all’identificazione di Efesto, elaborazione adrianea (per l’impiego massivo del
trapano, il trattamento delle superfici, le palpebre a spigolo acuto) da prototipo di V
sec.a.C.
L’Efesto più noto di età classica è sicuramente l’Efesto di Alkamenes,
realizzato per il gruppo dell’Ephaisteion di Atene, di cui rimane labile traccia nelle
fonti letterarie210 oltre che nella stele marmorea in tre frammenti che riporta il
rendiconto dei lavori211. Illustri studiosi si sono cimentati nella ricostruzione del
gruppo, elaborando varianti riguardo alla combinazione delle due divinità e alla
caratterizzazione iconografica delle stesse212. Per quanto riguarda la datazione del
gruppo, il riesame recente del testo epigrafico della stele marmorea ha chiarito
inequivocabilmente che il riferimento all’intervento degli anni 421-13 a.C., data
pressoché unanimemente ritenuta valida per l’elaborazione del gruppo, vada
piuttosto messa in connessione con un intervento di smontaggio delle sculture già
esistenti213.
I “testimoni” scultorei ascrivibili all’originale sono esigui e oggetto di
dibattito aperto tra gli studiosi: Furtwäengler214 ha proposto una ricostruzione
dell’Efesto di Alkamenes combinando l’Erma del Vaticano con il torso Kassel, ma
l’ipotesi è rifiutata quasi unanimemente215; un torso in exomis al Museo Nazionale di
204
GASPARRI 1986, n. 203b, p. 322.
HERMARY 1986; PARIBENI 1959, n. 378, tav. 168.
206
TOUCHEFEU-MEYNIER 1992: in particolare, è evidenziata la differenza tra il pilos di IV sec.a.C.,
una cuffia alta e appuntita e quello dell’arte ellenistica e romana, una cuffia rotonda.
207
ARIAS 1960.
208
GHISLANZONI 1927b; PARIBENI 1959, n. 50, tav. 49.
209
STUCCHI 1987, p. 211, 217.
210
CAPUIS 1968, p. 13; DEMARGNE 1984, p. 978, A12.
211
LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 253-257.
212
Rassegna dettagliata in BROMMER 1978, pp. 77-82. V. scheda per la ricognizione delle varie ipotesi
interpretative, con bibl.
213
LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 257-259.
214
FURTWÄENGLER 1964, pp. 88-89; BROMMER 1978, tav. 46,1, p. 98.
215
HERMARY - JACQUEMIN 1988, p. 635; contra HARRISON 1977a, p. 81: la studiosa esamina,
analiticamente, il problema dell’identificazione delle sculture.
205
54
Atene deriverebbe dall’Efesto di Alkamenes216, così come l’effigie originaria del dio
si conserverebbe su due lucerne dall’Agorà di Atene217.
D’Abruzzo218 rivoluziona completamente la prospettiva esegetica, poiché il
prototipo ricercato andrebbe individuato non nell’Erma del Vaticano bensì
nell’Asclepio Uffizi219, tipo secondo cui il dio viene rappresentato su di una base da
Atene al Museo dell’Acropoli220.
L’unica attestazione scultorea a Cirene che potrebbe essere riferita al dio è un
torso in exomis, simile al torso Kassel, per cui purtroppo Paribeni non propone
un’identificazione certa (Efesto o guerriero)221.
In sintesi, sullo stile di questa scultura, l’unica certezza che si può affermare è
la derivazione da un modello di V sec.a.C., forse opera di botteghe neoattiche
itineranti: nello stesso arco di tempo, in concomitanza con il “rinascimento”
adrianeo, è attiva a Tolemaide una scuola attica, che riproduce modelli di IV sec a.C.,
il cui maestro è stato riconosciuto nella figura di Asklepiades222; non possiamo
escludere che le stesse maestranze operassero anche a Cirene, forse occasionalmente
e su modelli diversi.
Sulla “legittimazione cultuale” che fa propendere per un culto di Efesto in
connessione con il culto dei Dioscuri, si dirà più oltre.
Sulla motivazione culturale si è già fatto cenno: un principato come quello di
Adriano, filologicamente attento ai temi della classicità greca, può aver avuto un
duplice interesse nella produzione di questo esemplare, per cui va senz’altro
ipotizzata una committenza ufficiale operante a nome della città: il radicamento con
un culto tradizionale e attestato fin da epoca arcaica proprio nel Quartiere dell’Agorà,
per cui sarebbe suggestivo ipotizzare l’ubicazione dell’acrolito proprio nell’area
sacra dell’antico Dioskourion; inoltre, la ragione artistica, la volontà di adottare
modelli classici, quindi prestigiosi e sicuramente evocativi, per un nuovo simulacro.
PLASTICA ICONICA
Il ritratto di atleta (n. inv. 54, fine III sec.a.C.), si conserva in stato piuttosto
precario, data la corrosione del marmo che giunge a compromettere una lettura nitida
della lavorazione dei piani del volto. Il giovane può essere identificato come atleta
per il dettaglio del solco circolare intorno alla testa, visibile prevalentemente sui due
profili, predisposto per l’alloggiamento della corona. Senz’altro il piccolo esemplare
testimonia a Cirene la ricezione di modelli lisippei223: in particolare va citata, come
confronto per il nostro ritratto, una testina di pancraziaste recentemente rinvenuta
216
PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131; BROMMER 1978, p. 83, taf. 44,1-2-3-4.
PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, fig. 1; HARRISON 1977a, p. 147; BROMMER 1978, p. 85, taf.
33,4; HARRISON 1977, p. 147, fig. 4; BROMMER 1978, tav. 33, n. 2.
218
D’ABRUZZO 1981, pp. 20-22.
219
MANSUELLI 1958, n. 133, pp. 160-162.
220
BROMMER 1978, tav. 55,4; D’ABRUZZO 1981, pp. 15-16, figg. 2-3.
221
PARIBENI 1959, n. 459, tav. 198, p. 157.
222
FABBRICOTTI 1985, p. 226.
223
ENSOLI 1998: la studiosa analizza le repliche cirenee di tre temi lisippei, l’Agia, l’Eros con l’arco e
l’Eracle in riposo.
217
55
all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene224, datata tra la fine del IV e il
III sec.a.C. per cui è stata riconosciuta la derivazione dall’Agia di Lisippo225, di cui è
già stata individuata a Cirene un’altra replica226; un altro ritratto, “di tipo atletico
indeterminato”227, fa sempre parte di questa stessa serie. La fortuna dell’arte del
maestro trova eco anche a Cirene, persino in esemplari di piccola plastica.
Il ritratto femminile con stepháne (n. inv. 35-35a, tardo ellenismo) pone
notevoli problemi interpretativi: l’iconografia si caratterizza per l’impostazione
solida del volto tornito, i corti riccioli a fiamma e, soprattutto, l’alta stepháne.
L’unico attributo distintivo è quindi la corona, comune a dee, quali Afrodite
228
ed Era nonché a regine: purtroppo non si può qui riconoscere un’effigie della
mitica Berenice II229, nota a Cirene per il ritratto dall’Iseo sull’Acropoli230 dal volto
di fanciulla e acconciatura a melone; neppure vale il confronto con Arsinoe II,
caratterizzata dall’alta stepháne sia nelle effigi monetali231 che in una testa marmorea
da Istanbul232; lo stesso attributo compare in un ritratto in marmo proveniente
dall’Egitto e conservato in una collezione inglese (Kingston Lacy)233.
Dovendo ipotizzare un confronto stilistico di transizione tra medio e tardo
ellenismo per l’iconografia di una regina, è interessante il ritratto di una regina
attalide, Apollonis, moglie di Attalo I, morta intorno al 184-3 a.C.234: forse il ritratto
potrebbe essere stato realizzato dopo la morte. L’immagine può riuscire utile come
confronto per avere un’idea degli stilemi secondo cui avrebbe potuto essere
rappresentata una regina ellenistica intorno alla prima metà del II sec.a.C.
La nostra scultura condivide l’impronta del ritratto e l’astrattezza del
simulacro: una testa di Demetra-Io, proveniente dall’Egitto, ma conservata a
Ginevra, presenta proprio l’attributo della stepháne; è stilisticamente compatibile con
la nostra e Adriani la considera elaborazione romana di modelli tolemaici235. Un’altra
testa che ci riporta alla ritrattistica tolemaica è il ritratto di Cleopatra I da
Tolemaide236, considerata copia antonina da un originale ellenistico.
In sintesi, sembrano qui confluire modelli di IV sec.a.C. mediati dall’arte di
Alessandria, dove è già stata notata l’influenza di Leochares237.
Il ritratto maschile con diadema (n. inv. 71, tardo ellenismo) può essere
ricondotto alla medesima temperie stilistica del ritratto precedente: altrettanto incerta
224
MEI 2010a.
MORENO 1987, pp. 34-43; TODISCO 1993, p. 115, n. 241; CHARBONNEAUX ET ALII 2005, pp. 218220, fig. 230; MEI 2010a, p. 119, nota 4, con ampia bibliografia.
226
PARIBENI 1959, n. 43, tavv. 45, 46, pp. 30-31.
227
PARIBENI 1959, n. 44, tav. 46, p. 31.
228
DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 430, tav. 41; n. 472, tav. 45; n. 627, tav. 61; PALMA 1983, n. 41, pp.
97-101; KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 127, tav. 410; TRAVERSARI 1973, n. 57, p. 134, cfr. KOSSATZ
- DEISSMANN 1997, n. 132, tav. 411.
229
POMEROY 1984, pp. 20-23; BACCHIELLI 1995.
230
GHISLANZONI 1927a, pp. 165-166; ANTI 1927b; ROSENBAUM 1960, n. 6, pl. VIII, 3-4, pp. 38-39;
KYRIELEIS 1975, p. 100, note 402-403.
231
POOLE 1963, p.xxxix, p. 42, pl. VIII; MORENO 1994, n. 412, pp. 328-329.
232
PRANGE 1990, p. 200, taf, 42, 1-2.
233
KYRIELEIS 1975, p. 180, J11, taf. 81, S. 85 f. 94.
234
SMITH 1998, n. 29, pp. 160-161.
235
ADRIANI 1948, pp. 22-23, tav. XVII, 1.
236
KRAELING 1962, pp. 177-180.
237
VERMEULE 1992, p. 786.
225
56
ne è, purtroppo, l’identificazione. Il volto, con una leggera torsione del collo verso
destra, si caratterizza per il pathos dell’espressione cui contribuiscono le labbra
appena socchiuse e l’orbita oculare infossata; la capigliatura, di corti riccioli che si
dipartono dalla fronte con sottili linee incise, è caratterizzata dalla presenza
dell’unico attributo distintivo, visibile sul profilo destro, un diadema piatto e stretto.
Il diadema, simbolo di dignità regale maschile e femminile238, sarebbe stato
adottato per primo da Alessandro Magno, retaggio della tiara dei re di Persia e poi
dai successori239. In effetti, stilisticamente, il nostro ritratto si inserisce nella
tradizione dei ritratti di dinasti ellenistici improntati al ritratto lisippeo di Alessandro
Magno240.
La ricognizione della ritrattistica dei dinasti ellenistici non consente
un’identificazione del soggetto241: il ritratto di Tolomeo IV da Tolemaide242 che
Laronde attribuisce genericamente ad un sovrano lagide243, presenta un diadema
piatto e stretto, in tutto simile a quello del nostro ritratto.
Nonostante l’attribuzione rimanga per ora anonima, si deve pensare o ad un
sovrano o ad un alto funzionario.
Di nessun interesse stilistico sono i due ritratti di fanciulle (nn. inv. 57, 72, età
ellenistica?), in cui lo stato degradato di conservazione non consente una lettura
dell’iconografia, peraltro molto semplificata, per cui le ipotesi di identificazione
possono essere varie: iniziate al culto di Demetra, defunte, oppure ritratti pertinenti a
gruppi di famiglia di benefattori locali244.
Il busto funerario femminile (n. inv. 47, età giulio-claudia) è da considerare, a
Cirene, uno degli esemplari più rifiniti ed elaborati della tipologia nota dei busti
funerari per nicchia245: la femminilità della figura è caratterizzata dal volto tornito,
dal collo con gli anelli di Venere ma, soprattutto, dall’acconciatura elaborata con tre
file parallele di riccioli, a mo’ di corona, che terminano sulle tempie con tre ciocche a
volute; due sottili ciocche di riccioli scivolano lungo il collo; sulla testa si nota
l’elaborazione non rifinita dello chignon.
Questa acconciatura si riscontra anche sulle maschere di mummie egiziane da
Antinoe in cui compare lo chignon che nel nostro busto è solo accennato246:
l’iconografia è stata interpretata come elaborazione dell’acconciatura di Iside, in uso
per immagini di sacerdotesse e di alcune regine tolemaiche.
238
SAGLIO 1969a.
WERNER RITTER 1965, affronta, con taglio diacronico, la storia dell’evoluzione del diadema come
simbolo di regalità maschile dai re persiani ai regni ellenistici.
240
CHAMAY-MAIER 1987; MORENO 1987, pp. 92-96, fig. 45.
241
SMITH 1998.
242
ROSENBAUM 1960, n. 7, pl. IX, 1-2, p. 39.
243
LARONDE 1987, pp. 438-439, fig. 174.
244
Due ritratti di fanciulle dal Santuario dello Wadi Bel Gadi, benchè non offrano un confronto
stilistico, pongono spunti di riflessione interessanti anche per i nostri ritratti: WHITE 1973, pp. 214215.
245
ROSENBAUM 1960, pp. 101-123; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49; n. 86, pl. 33, p. 49; n. 87,
pl. 33, pp. 49-50; n. 88, pl. 34, p. 50; n. 89, pl. 34, pp. 50-51; n. 90, pl. 34, p. 51; BACCHIELLI 1977,
con bibl.; BACCHIELLI 1990.
246
ROSENBAUM 1960, p. 17, nn. 3-4, pl. III.
239
57
All’inizio del I sec.d.C., periodo nel quale si colloca il nostro busto,
l’iconografia ellenizzata di Iside, in particolare l’elaborazione della capigliatura247, è
un fatto ormai acquisito a Cirene e la ripetizione del motivo va considerata di
carattere locale.
Bacchielli, esaminando l’intera serie di questi busti rinvenuti a Cirene e nella
chora nota che “…la base concettuale del nuovo costume funerario e la sua data di
inizio lo collegano strettamente all’arrivo dei Romani in Cirenaica, che si registra dal
96 a.C. in poi”248.
Analizzando, poi, l’influsso che il ritratto funerario romano può aver
esercitato su questa produzione locale, lo studioso ha notato che l’apparente
“predominio del tipo giovanile” di cui parlava Rosenbaum249, sarebbe dovuto alla
mancata capacità della ritrattistica di Cirene e Cirenaica di rielaborare il carattere
analitico del ritratto romano, con la conseguente individuazione della fisionomia: nel
nostro caso non siamo, quindi, in grado di dire con certezza se la defunta
rappresentata fosse effettivamente una donna nel fiore degli anni, o piuttosto
un’anziana, effigiata secondo la tipizzazione corrente.
Il ritratto femminile idealizzato (n. inv. 49, I sec.a.C.- prima metà I sec.d.C.),
presenta un’elaborazione formale decisamente semplificata, di una produzione
“decorativa”, ancora in una fase di transizione fra la fine dell’età ellenistica e gli inizi
dell’età romana250: il volto, caratterizzato da una certa sproporzione accentuata dalla
torsione del collo verso sinistra, è incorniciato da una capigliatura bipartita da una
scriminatura centrale in due sottili ciocche che scendono lungo il collo.
Il ritratto di Commodo giovane (n. inv. 23, 175-177 d.C.) presenta un alto
livello di elaborazione formale, unico esemplare di tutto il deposito in cui si possa
apprezzare anche l’intervento di lucidatura del marmo.
Il volto, dal morbido ovale, dall’espressione trasognata e proiettata in
lontananza, dalla capigliatura di folti riccioli, ricchi sul capo tanto da poterne
percepire la soffice consistenza, si direbbe quello di un adolescente, fra i 14-16 anni,
in cui le labbra serrate, sembrano già indizio di una volizione.
L’identificazione come Commodo251 si deve soprattutto al confronto con un
busto conservato ai Capitolini252, modello per altri ritratti simili253.
Da Cirene proviene un ritratto, pubblicato da Rosenbaum come “…member
of the Costantinian dynasty”254 che Zanker identifica come ritratto di Commodo255,
247
SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27.
BACCHIELLI 1990, p. 56.
249
BACCHIELLI 1977, pp. 88-91.
250
HUSKINSON 1975, n. 126, pl. 49, pp. 67-68.
251
BAHARAL 1996, fig. 81, pl. XXXIV.
252
BERNOULLI 1891, II,2, n. 29, p. 232, taf. LXIIIa, taf. LXIII b; WEGNER 1939, p. 264, tavv. 48-49;
JONES 1969, pl. 52, n. 43; FITTSCHEN - ZANKER 1985, p. 81, n. 74; taf.84-86 und beil 96.
253
Ritratti senza barba: BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 43, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891
II,2, p. 232, n. 34, WEGNER 1939, p. 270; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 38; BERNOULLI 1891 II,2,
p. 233 n. 50, WEGNER 1939 p. 254; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, n. 45, WEGNER 1939, p. 255;
BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 47, WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 46,
WEGNER 1939, p. 256, BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 42, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891
II,2, p. 233, n. 40, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 41, WEGNER 1939, p. 261;
BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 31, WEGNER 1939, p. 264; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 30,
WEGNER 1939, p. 266.
248
58
riconoscimento rifiutato da Wegner256, ritengo con motivazioni molto convincenti e,
direi, ulteriormente corroborate dal nostro ritratto257. Fatta eccezione per questo
esemplare “dubbio” non sono noti altri ritratti di Commodo provenienti da Cirene.
Il rinvenimento di questo ritratto nel deposito del Tempio di Cibele mi
sembra offrire una diversa prospettiva da cui valutare il rapporto tra arte ufficiale e
arte provinciale nella ritrattistica imperiale romana258.
A Cirene si conserva un busto di Marco Aurelio259, il cui tratto caratterizzante
è la lavorazione dell’occhio, che spiegherei con le parole impiegate da Polacco per
descrivere due ritratti di Annia Lucilla (sorella di Commodo) provenienti da
Apollonia: “l’iride convessa a forma di fagiolo e il contorno della pupilla reso con
profonda incisione al compasso sono tipici dei ritratti aureliani (161-180)”260; in altre
parole, questo dettaglio diventa un “tratto di famiglia”.
Il Commodo capitolino, realizzato negli anni 175-177 d.C., manca di questa
caratterizzazione dell’occhio o, perlomeno, ne risente in maniera molto meno
accentuata; al contrario, il nostro giovane Commodo, realizzato presumibilmente
negli stessi anni, è distinto proprio dallo sguardo, la cui profondità è data dalla
lavorazione dell’iride e della pupilla.
Come risolvere questa apparente aporia?
Il nostro Commodo potrebbe derivare dal Marco Aurelio di Cirene, per cui
Rosenbaum parla di “…«provincial» artist”261, come il Commodo capitolino
potrebbe derivare da un tipo di ritratto di Marco Aurelio giovane conservato ai
Capitolini262, datato al 140 d.C. e perciò privo della caratterizzazione dell’iride che,
come detto, si riscontra a partire dal 160 d.C.
In definitiva, negli stessi anni, il ritratto ufficiale esprimerebbe un tratto
decisamente più conservativo di quello provinciale.
ELEMENTI SCULTOREI FRAMMENTARI
Tra i numerosi materiali frammentari è compreso anche un oggetto
dell’arredo sacro, la piccola aruletta in calcare, integra (n. inv. 10, età romana),
variante di una tipologia di arulae, diffusa dal VI sec.a.C. fino in età romana263: un
corpo parallelepipedo centrale poggia su di una base con modanature a listelli; anche
la mensa, aggettante rispetto al corpo centrale, presenta le stesse modanature.
A Cirene gli esemplari noti, datati in età romana, sono ricondotti alla
tradizione alessandrina per via delle iscrizioni a Serapide, Iside, Samotrax e delle
raffigurazioni isiache264.
254
ROSENBAUM 1960, p. 75, n. 98, pl. LXI.
ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1, 2.
256
WEGNER 1980, p. 83 (inv. C. 17011).
257
V. scheda per la discussione sull’ipotesi Zanker.
258
ZANKER 1983, pp. 26-29.
259
ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58.
260
POLACCO 1959, p. 309.
261
ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58.
262
FITTSCHEN - ZANKER 1985, taf. 71, n. 62; taf. 70, n. 61.
263
YAVIS 1949, pp. 171-172.
264
FABBRICOTTI 2007a, p. 286, 288.
255
59
Si tratta di oggetti portatili e quindi non facilmente riconducibili ad un
contesto votivo o funerario: per il nostro esemplare penso che, data l’esiguità della
mensa, debba essere ipotizzata una libagione per aspersione di vino od olio o per
deposizione limitata di qualche cereale.
In conclusione, può forse essere indicato un bilancio finale sul dato stilisticoformale offerto dai materiali esaminati.
Beschi, tratteggiando un profilo di sintesi sulla scultura di Cirene, individuava
presenze cicladiche e laconiche per il periodo arcaico, influenze di Egina e Paro per
il periodo severo, un periodo classico “ateniese” ed una fase ellenistica in cui si nota
un fiorire di espressioni locali in concomitanza con l’influsso di Alessandria;
seguirebbe quindi nel tardoellenismo un manierismo che si rifà a modelli classici e
quindi il classicismo di età romana e la tradizione copistica265.
Posto che, come detto, gli esemplari del deposito dal Tempio di Cibele sono
rappresentativi di un arco cronologico limitato, che si estende dal primo ellenismo
fino al 175-177 d.C., termine ultimo cui è assegnato il ritratto di Commodo, per
quanto riguarda il segmento temporale individuato, sembra di poter riconoscere le
costanti della produzione scultorea di Cirene: l’ellenismo è una lunga fase di
elaborazione stilistica, in cui si ripetono convintamente modelli attici precedenti,
inserendo varianti proprie dall’esito sincretistico (rilievo con divinità greco-libye);
vengono declinati prototipi noti con notevole libertà espressiva (le numerose varianti
della Cibele in trono), talora, invece, è più tangibile l’attenzione filologica nel
riprodurre il soggetto di un grande maestro (ritratto di atleta).
Poco, in realtà, ho potuto notare dell’influsso di Alessandria, eccezion fatta
per la statuetta miniaturistica di Afrodite intenta a sciogliersi il sandalo, forse da
modelli o botteghe alessandrini, per il ritratto femminile con stepháne, per cui si è
ipotizzata una mediazione da Alessandria, dove si rielaborano stilemi di IV sec.a.C.
(in particolare di Leochares); per il busto di Iside, infine, non parlerei di influsso,
bensì di importazione, quindi una concezione del tutto allotria.
Si possono riscontrare anche le ricorrenze che Beschi individuava per la
produzione romana, come il classicismo, evidente in due opere di alto livello, quali la
Níke di età augustea, per cui si ipotizza il prototipo fidiaco e l’Efesto, di età adrianea,
forse dall’originale di Alkamenes o, comunque, da modello di V sec.a.C. e nei due
corrispettivi della piccola plastica, la piccola testa di Zeus Olympios e l’Ermes
Propylaios.
In definitiva, l’elaborazione artistica di Cirene, se da un lato non è
identificabile in modo stringente in una scuola regionale, per cui il nome della città
non figura nella rassegna delle scuole regionali di età ellenistica266 o nella personalità
di singoli artisti, rivela comunque una tradizione fortemente consapevole nella
rielaborazione dei modelli, ora con mano eclettica e talora “straniante”, ora con
impressionante attenzione all’originale di cui si giunge ad eguagliare la concezione e
la politezza formale.
265
266
BESCHI 1996, p. 437.
PALAGIA-COULSON 1998.
60
I CULTI
Il pantheon greco-libyo
Il sincretismo del pantheon greco-libyo è distintamente leggibile sul rilievo
con divinità greco-libye (n. inv. 2-2a).
Le divinità greche Apollo, Era267, Artemide268, sono inserite in un contesto
del tutto specifico ed anche oggetto di varianti iconografiche orientali, come nel caso
di Bendîs269: la duplicazione della dea, nella versione greca e orientale, va
interpretata presumibilmente sia nel senso di un potenziamento cultuale270, sia per la
volontà di distinguere le varianti ormai acquisite della tradizione iconografica.
Evidente è poi l’influsso egizio per cui Zeus è tutt’uno con l’Ammon dell’oasi
di Siwah, sempre connotato simbolicamente dalla presenza dell’ariete271;
riconoscibile è poi il sostrato libyo che identifica le figure femminili
nell’abbigliamento272 e nella capigliatura273 come Ninfe Chthonie274; alla stessa sfera
cultuale va ricondotta la figura di offerente maschile con corona. Ricorrente è poi il
guerriero, identificato come divinità enchoria, legata alla più antica leggenda mitica
di Cirene275.
Questo consesso di divinità, ricorrente con varianti in altri rilievi da Cirene,
laddove sono ben riconoscibili la coppia Demetra-Persefone o Aristeo-Asclepio276,
deve aver rappresentato uno schema iconografico ricorrente per tutelare i fatti salienti
della vita nella comunità cirenea: il legame coniugale, la funzione curotrofica, la
paideia, il nesso con il mondo infero con Persefone regina dei morti e divinità
poliadica quasi quanto la madre Demetra.
Viatico del rito, ipotizzato in contesto rupestre277, il medium oracolare, forse
nella forma oniromantica regolata da pratiche incubatorie, come attesterebbe la
ricorrenza della figura di Asclepio-Aristeo278.
267
LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984; KOSSATZ - DEISSMANN 1997; STOJANOV 1988.
KAHIL-ICARD 1984.
269
GOČEVA-POPOV 1986.
270
HADZISTELIOU-PRICE 1971.
271
BISI 1983; KEIMER 1938; LECLANT – CLERC 1981; PARKE 1967, pp. 194-241.
272
FABBRICOTTI 1987, p. 222. Parlano della cappa libya sia Erodoto, IV, 189 che Apollonio Rodio,
IV, 1348/9.
273
FERRI 1937.
274
MICHELI - SANTUCCI 2000.
275
GHISLANZONI 1927b; STUCCHI 1987.
276
FABBRICOTTI 1987, fig. 1, n. 1; fig. 4, n. 3; fig. 5 n. 4, fig. 10, n. 8.
277
FABBRICOTTI 1987, pp. 241-244 pensa che i rilievi venissero allogiati nelle nicchie ricavate nella
roccia del Santuario di Budrasc; sul Santuario: FERRI 1922. Ancora di recente il gruppo di ricerca
dell’Università di Chieti, che da anni si occupa dei santuari rupestri della chora cirenea, ha ribadito la
pertinenza dei rilievi al Santuario. Colgo l’occasione per una rettifica: i due frammenti di rilievi da me
pubblicati, GIOVANNINI 2010, figg. 7-8, vanno ritenuti pertinenti come pubblicati in MENOZZI 2007,
fig. 6.
268
61
Il deposito ci ha infatti restituito anche una statuetta di Aristeo (n. inv. 26) per
cui si è notata la contiguità con l’iconografia di Asclepio. Il sincretismo a Cirene è
possibile visto che si tratta di due “fratellastri”, figli di Apollo. Se dell’uno, tributario
di un culto dedicato nel Santuario di Balagrae279 sono l’arte medica280 e i poteri
mantici, l’altro ha le prerogative del dio civilizzatore, insignito della corona turrita
come dio “eciste”281.
Sempre al pantheon greco-libyo collegherei la figura di Persefone nell’atto
dell’anakalypsis, individuata solo ipoteticamente su due rilievi (n. inv. 25, n. inv.
21), con maggior probabilità, invece, nella statuetta di figura femminile nell’atto
dell’anakalypsis (n. inv. 55).
La dea greca trova un singolare sincretismo con l’iconografia di una classe di
monumenti scultorei rinvenuti a Cirene, le “divinità funerarie cirenaiche”, ipostasi
della dea “…nelle sue qualità di sposa di Ade e di regina dell’oltretomba”282. Proprio
in tale declinazione, quale tramite con il mondo infero e la dimensione ctonia, può
essere interpretata la presenza della dea sul rilievo con heros equitans (n. inv. 21),
forse pinakion celebrativo del giovane cavaliere defunto, in connessione con le
guerre marmariche.
Divinità orientali
Cibele (nn. inv. 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 29, 30, 31, 32, es. senza n. inv.)
Benchè non ci siano dubbi sull’affermazione e diffusione del culto di Cibele a
Cirene, stanti le attestazioni scultoree, mancano tuttavia fonti letterarie283 o
epigrafiche che possano testimoniare il momento in cui può aver avuto inizio il culto;
inoltre, se si eccettua il Tempio di Cibele oggetto del presente studio, nessun
Μητρῷον è mai stato identificato a Cirene o in Cirenaica284; va detto, per altro, che
l’anonimità della dea è paradossalmente un tratto distintivo. La dea, di origine
orientale, “Madre di tutti gli dei e di tutti gli uomini”285, presiede alla fertilità e alla
fecondità e quindi, anche alla riproduzione, elemento questo che la assimila ad
Afrodite286; il culto, dalla connotazione orgiastica, deve portare al rapimento,
all’estasi con il frastuono della percussione di timpani e cembali; alla Madre “sono
cari l’urlo dei lupi e dei fieri leoni”287.
È molto probabile che, a Cirene, sia stato operato un sincretismo nella
dimensione cultuale con la divinità metropolita, Demetra, anche a livello
278
GIOVANNINI 2010, pp. 193-195; p. 206.
CALLOT 1999, p. 174, n. 117.
280
VITALI 1932, p. 133.
281
VITALI 1932, p. 130.
282
BESCHI 1969-70, p. 325.
283
Fatta eccezione per una tarda testimonianza di Sinesio che ricorda una processione per le strade di
Tocra con una fanciulla travestita con gli attributi della dea: cfr. CALLOT 1999, n. 30, p. 56.
284
VERMASEREN 1977a, p. 128.
285
Hom. Hymn. 14.
286
BURKERT 2010, p. 346.
287
BURKERT 2010, p. 347.
279
62
iconografico, per cui l’immagine della dea seduta in trono diventa quasi un’icona
comune alle due divinità288; inoltre, il sincretismo operante fra Demetra, Cibele, Iside
ed Ecate è già stato notato in connessione con la dimensione cultuale del Santuario di
Demetra lungo lo Wadi Bel Gadir289.
In un rilievo a naìskos da Cirene290, la dea Cibele è affiancata da due divinità
lavorate a bassissimo rilievo, Ecate ed Ermes; mentre nella nostra statuetta dal
Tempio di Cibele (n. inv. 29), sulle ante del trono, compaiono a bassissimo rilievo
Zeus ed Ermes: la possibilità delle molteplici associazioni sembra dovuta prorio alla
natura stessa del potere di grande madre, rispetto alla quale tutti gli dei sono figli,
ma, con evidente ambivalenza, la dea stessa nell’Inno omerico dedicato è definita
“madre di tutti gli dei e di tutti gli uomini, figlia del grande Zeus”291.
Iside (n. inv. 61)
Ensoli Vittozzi ha dedicato una disamina molto articolata alla genesi e alla
progressiva affermazione del culto di Iside a Cirene che, se nasce primieramente
come riconoscimento di una dea precoloniale libyo-egizia, assume poi con la
fondazione della colonia caratteri demetriaci292: la più antica attestazione scultorea a
Cirene, di V sec.a.C. testimonia il sincretismo potente fra Iside e Demetra293.
Al dominio tolemaico (ultimo ventennio del IV sec.a.C.) si fa risalire la
realizzazione del Tempio di Iside nel Santuario di Apollo, sede del culto ufficiale, in
cui la dea sarebbe stata venerata come divinità salutare294: qui prevalgono le
influenze demetriache, come sposa e madre, quindi come kourotrophos295, come
dimostra la statua di culto, rielaborata in età romana, di Iside stante con il piccolo
Horus in braccio, sicuramente ripetuta in altri esemplari296, anche nelle cretule del
Nomophylakeion297.
Il polo cultuale più antico è quello del Santuario di Iside e Serapide
sull’Acropoli, per il quale Ensoli, grazie alle più recenti indagini archeologiche, ha
individuato otto fasi costruttive databili a partire dalla fine del VII-inizi VI sec.a.C.
fino a tutto il V sec.d.C.298: da qui proviene la statua policroma della dea, forse di età
288
LONGARINI 2010, pp. 91-93.
KANE 1998, p. 294.
290
PARIBENI 1959, n. 236, tav. 121, pp. 91-92.
291
Hom. Hymn. 14.
292
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 167; p. 171.
293
PARIBENI 1959, n. 30, p. 25, tav. 36.
294
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 180; p. 185; p. 190.
295
TIRADRITTI 1997, pp. 545-546.
296
PARIBENI 1959, n. 418, tav. 182, pp. 144-145; nn. 419, 420, tav. 182, p. 145; ENSOLI-VITTOZZI
1992, pp. 191-192, tav. IV, 2; tav. V, 1.
297
MADDOLI 1965, fig. 17, nn. 254, 255, p. 82; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 193, tav. V, 2-3.
298
ENSOLI 2007, p. 13: la studiosa affronta in dettaglio la ricostruzione delle fasi architettoniche.
289
63
ellenistica299; questo è il luogo in cui il culto assume valenze misteriche ed
iniziatiche300, dove è testimoniata la presenza di una classe sacerdotale egiziana301.
Si è voluto poi riconoscere Iside ed Arpocrate in un rilievo con divinità grecolibye, nella figura femminile vestita alla libya con bambino in braccio 302; le cretule
del Nomophylakeion attestano alcune varianti dell’iconografia della dea, anche in
forme sincretistiche303.
Della vitalità del culto in età imperiale sono testimonianza: la statua di adepta
di Iside, dall’Iseo nel Santuario di Apollo, di media età antonina304 e quella pressoché
identica, della stessa epoca, dall’Iseo sull’Acropoli305; dal Praetorium di Gortina
proviene una statua acefala, con serto di fiori e frutta a tracolla, in tutto simile alle
due precedenti306; sempre dall’Acropoli proviene la statuetta di Iside in arenaria, di
III sec.d.C.307; in tutti i manufatti compare il motivo della ghirlanda portata a tracolla.
La dimensione cultuale di Iside è contaminata da altre divinità, per esempio
da Ecate, nei caratteri mistici del culto308 e nei poteri magici309, come anche da
Cibele, nella dimensione della fecondità/fertilità310; l’azione taumaturgica311 e
l’oniromanzia sono in comune con Asclepio312, cui potrebbe essere simbolicamente
ricondotta la stele con serpente dall’Iseo dell’Acropoli313; il duplice sincretismo
Iside-Afrodite/Iside-Demetra descrive una polarità tra “gioia della primavera e
splendore della vita e deperimento della natura in autunno e inverno ed oscurità della
morte”314.
Tra i vari monumenti scultorei la Demetra-Iside, assemblata con un corpo di
peplophoros di età ellenistica e testa di Libya-Iside di I sec.a.C.315, è testimonianza
del triplice sincretismo, quello più antico, fra Libya o divinità epicorica libya,
riconoscibile dai riccioli calamistrati come raccolti a calotta a richiamare la parrucca,
Iside, caratterizzata dagli attributi ormai perduti, Demetra, nel tipo della
peplophoros. L’associazione tra Libya ed Iside si nota poi nell’erma bifronte (LibyaIside/Zeus Ammon) che sostiene un ariete, di età ellenistica316.
299
PARIBENI 1959, n. 411, p. 142, pp. 142-143; GHISLANZONI 1927a, pp. 172-187, fig. 16: l’autore
data la testa e il corpo, che non ritiene pertinenti, al I sec.d.C; FERRI 1963 data l’esemplare ai primi
decenni del IV sec.a.C. (p. 13, nota 34) e lo identifica come idolo del culto libyo-cirenaico di Iside.
300
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 209; TIRADRITTI 1997, pp. 545-546.
301
ENSOLI 2007, p. 25. La studiosa affronta la duplice valenza del culto di Iside, sull’Acropoli e nel
Santuario di Apollo, in parallelo con la “duplicazione” del culto di Demetra, nel Santuario extraurbano
ed in quello dell’Agorà, pp. 25-26.
302
FABBRICOTTI 1987, p. 225, fig. 4; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 210.
303
MADDOLI 1965, fig. 26, n. 484, p. 98; fig. 16, n. 221, p. 80; fig. 18, n. 258, p. 83; fig. 17, n. 252a,
p. 82; ENSOLI-VITTOZZI 1992, pp. 212-213, tav. X, 2; tav. XI, 1-2-3.
304
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 223, tav. XV, 1, con bibl.
305
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 224, tav. XV, 2, con bibl.
306
PACE 1927, p. 124, fig. 2.
307
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 224, tav. XV, 3, con bibl.
308
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 232.
309
Nella religione egizia Iside è la maga per eccellenza: KÁKOSY 1997.
310
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 233.
311
Il potere magico di Iside si manifesta anche nell’azione taumaturgica: KÁKOSY 1997, p. 143.
312
Iside compare di frequente nei testi di oniromanzia: KÁKOSY 1997, p. 145.
313
ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 235.
314
WITT 1971, p. 128.
315
GHISLANZONI 1927a, pp. 198-201; PARIBENI 1959, n.78, tav. 62.
316
PARIBENI 1959, n. 416, p. 144, tav. 181; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 237.
64
Dunque, quello di Iside è un culto profondamente radicato a Cirene, dalla
continuità di vita fino al V sec.d.C.317.
Divinità greche
Le dee di Eleusi (nn. inv. 27, 53)
Demetra, a Cirene, è divinità “metropolita” tributaria di un culto nel Tempio
circolare dell’Agorà318, nel Santuario Extraurbano di Demetra319 e nel nuovo
Santuario di Demetra a sud della cinta urbica, sito quest’ultimo che si sta rivelando
come un polo santuariale di straordinaria entità320.
Grazie alle recenti indagini archeologiche è stato possibile ricostruire quello
che doveva essere il percorso dei riti thesmophorici321: la processione, muovendo dal
tempio circolare nell’Agorà, percorreva la Skyrotà verso Est, piegava verso Sud per
arrivare alla grande porta meridionale, quindi varcava il Propileo, monumentale
accesso al Santuario di Demetra; continuava poi verso l’altare in calcare,
prospiciente il Tempio di Demetra322.
L’imponente area santuariale, allo stato attuale delle ricerche, comprende
ancora: una serie di oikoi ad Ovest del Tempio di Demetra, il Teatro di Dioniso, una
seconda serie di oikoi ad Ovest del Teatro, fino a giungere al Santuario Extraurbano
di Demetra e Kóre323, limite ad oggi noto dell’area sacra324, da cui proviene
l’attestazione più antica in onore della dea, su di una base in marmo, datata al IV-III
sec.a.C.325.
Per spiegare gli opposti estremi che si toccano nelle Tesmoforie, dalla morte
alla rinascita di nuova vita, in cui le donne sono coinvolte in modo pressoché
esclusivo, Burkert così si esprime: “le donne entrano così in contrasto con il
sotterraneo, con morte e putrefazione, mentre nel contempo sono presenti sessualità e
fecondità, con falli, serpenti e abeti; …i Greci alla fine hanno inteso Demetra
thesmophóros come portatrice del «regolamento», dell’ordine del matrimonio, della
civiltà, della vita in fondo, e ciò non del tutto a torto”326.
317
ENSOLI-VITTOZZI 1992, pp. 240-241.
SANTUCCI 2000a, con bibl.
319
SANTUCCI 2000b, con bibl.
320
Le indagini archeologiche sono tuttora in corso ad opera della MIC dell’Università degli Studi di
Urbino. Si veda, come contributo più recente: LUNI 2010c, con bibl. (in particolare, nota 37, p. 30); in
generale, sull’analisi delle strutture, sulla funzione ad uso cultuale e sul rito: LUNI 2010 c, pp. 25-48.
321
Sull’attestazione di un culto thesmophorico a Cirene nell’Inno a Demetra di Callimaco: LUNI
2010c, nota 40, con bibl.
322
LUNI 2010c, pp. 25-43.
323
Sul culto di Demeter-Libyssa, cfr. WHITE 1987.
324
LUNI 2010c, pp. 43-47.
325
WHITE 1976-77, pl. LXXV, a; pp. 274-275.
326
BURKERT 2010, p. 450.
318
65
Per quanto riguarda Kóre, qui declinata non come “sposa e regina
dell’oltretomba”, quindi nella gestualità tipica dell’anakalypsis, bensì quale fanciulla
e figlia, va detto che, ad oggi, l’attestazione epigrafica più antica relativa al culto data
al II sec.a.C.327.
Dal Santuario di Demetra di Chiparissi a Cos provengono due statuette di
Demetra e Kóre dedicate insieme, datate all’inizio del III sec.a.C.328: possiamo forse
ipotizzare che anche la nostra Demetra (n. inv. 27) e la Kóre venissero dedicate
all’interno di uno stesso sacello; anche nella coppia di Chiparissi la madre è di
proporzioni maggiori della figlia329.
La duplice versione iconografica della dea, come Persefone regina
dell’oltretomba e come Kóre figlia divina, potrebbe forse ancora essere
l’interpraetatio di un retaggio della tradizione eleusina330: la stessa divinità appare in
ruoli differenti e talora anche simultaneamente331; Kóre e Thea sono due differenti
duplicazioni di Persefone332, regina dei morti, il cui nome terribile e temuto, è evitato
in conformità con le pratiche cultuali attestate in altri siti greci333.
Divinità maschili
La figura di Dioniso (nn. inv. 52, 13), dio della fertilità e della fecondità, il
cui culto deve aver avuto origine in età tolemaica334, sia per le prerogative cultuali
che per la tradizione letteraria ha un legame con le dee di Eleusi, come ci testimonia
l’Inno di Callimaco a Demetra335 e come attesta la scoperta recente delle strutture
monumentali all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene: il Teatro di
Dioniso, la cui intitolazione è stata determinata tramite un’iscrizione reperita
nell’area del Teatro336, si trova in un punto centrale del Santuario, tra il Tempio di
Demetra e il Santuario di Demetra lungo lo Wadi Bel Gadir337.
Il culto di Ermes, rappresentato dalla piccola erma arcaizzante (n. inv. 15),
quasi essenza di sé stesso nello sdoppiamento fra dio ed erma338, potrebbe essere
giunto in Cirenaica da Thera o dall’Arcadia, che ne è la patria di origine339;
nell’epiclesi di Parammon è dio pastorale ma è da mettere in connessione, a Cirene,
anche con l’istituzione ginnasiale340; nell’inno a Demetra è proprio Ermes che
327
WHITE 1972-73, p. 208, nota 26. La testimonianza epigrafica è problematica visto che la menzione
di Kóre è esito di integrazione, in virtù della menzione di Demetra.
328
KABUS-PREISSHOFEN 1975, pp. 31-64; CORSO 2004, pp. 192-193, figg. 85-86.
329
Sulle varie combinazioni con cui sono associate le due divinità sui rilievi di V e IV sec.a.C. cfr.:
PESCHLOW BINDOKAT 1972, pp. 109-121.
330
GASPARRO 1986; CLINTON 1992; LIPPOLIS 2006.
331
KERÉNYI 1967, p. 148, pp. 150-154.
332
KERÉNYI 1967, p. 155.
333
WHITE 1981, p. 24.
334
VITALI 1932, pp. 137-138.
335
LUNI 2010c, nota 75, p. 45.
336
MARENGO 2010, pp. 144-146, figg. 8-9.
337
LUNI 2010c, p. 43 e ss.
338
BURKERT 2010, p. 309.
339
VITALI 1932, p. 141.
340
CALLOT 1999, p. 261.
66
riconduce Kóre dall’Ade341 e ciò conferma ancora una volta l’importanza delle dee di
Eleusi nel contesto cultuale di Cirene.
La piccola testa di Zeus (n. inv. 12) che rappresenta il dio nella forma più
propriamente greca, quale Zeus Olympios, è segno, ancora nel I sec.d.C.,
dell’antichissimo radicamento del culto a Cirene, con una particolare connessione
con il Santuario ellenico testimoniata dall’iscrizione del Tesoro dei Cirenei a Olimpia
di VI sec.a.C.342; naturalmente il dio è noto anche con altre epiclesi per altri culti,
basti ricordare quello di Zeus Meilichios in associazione con le Eumenidi in un
Santuario rupestre nella chora di Cirene343.
Per il dio Priapo (n. inv. 28), una divinità minore propiziatrice di fertilità e
fecondità, la nostra statuetta e le altre uniche due rappresentazioni scultoree 344 sono
testimonianze tarde di un culto che a Cirene doveva avere un’attestazione ben più
antica, come ricorda un’iscrizione su base di statua, dedicata al dio, datata tra il III e
il II sec.a.C.345, nel Santuario di Apollo.
La colossale testa di Efesto (n. inv. 34) sarebbe la prima ed unica
testimonianza di un culto del dio a Cirene. È piuttosto interessante un’iscrizione su
base di statua, datata alla seconda metà del II sec.d.C. che recita: “Al Padre di
Samotracia, dio immortale e supremo”346; secondo Callot347, la dedica sarebbe di uno
straniero e non avrebbe a che fare con il culto samotracio dei Cabiri348.
Stante la riserva espressa, è forte la tentazione di risalire induttivamente ad un
possibile culto di Efesto, evocato forse in formula anonima, secondo il rito misterico
degli “dei di Samotracia”: “…i Cabiri sono genealogicamente classificati come figli
o nipoti di Efesto”349, a Lemno ha sede il Santuario dei Cabiri, ma si trova anche il
centro di culto di Efesto350.
Bisogna poi ricordare che il Tempio di Cibele è collocato nell’area sacra del
Diokourion351, la cui consacrazione al culto dei Dioscuri è testimoniata, fin da età
arcaica, non solo dalla coppa con iscrizione dedicatoria352 ma anche da una cimasa di
stele rinvenuta nei pressi del Tempio dei Dioscuri (già “Ipetrale”) decorata con i pilei
dei Dioscuri353; nel Tempio di Afrodite, immediatamente adiacente il Tempio di
Cibele, è stata rinvenuta una piccola testa di Dioscuro, datata al II-III sec.d.C.,
341
Hom. Hymn. II, vv. 335 e ss.
VITALI 1932, pp. 145-146.
343
CALLOT 1999, p. 264; LAZZARINI 1998; MENOZZI 2006, pp. 67-68; sul culto presso il Santuario di
Ain Hofra, si veda FABBRICOTTI 2007b; sulla peculiarità del culto a Cirene: ZUNTZ 1971, pp. 101-103.
344
HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20; BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25.
345
CALLOT 1999, p. 84, n. 34; CARRATELLI 1963, n. 167, p. 317.
346
CARRATELLI 1963, n. 168, p. 317 (Museo di Cirene, Magazzino epigrafico); SEG, XX, 724;
FABBRICOTTI 2007a, p. 280, n. 14 (andata perduta).
347
CALLOT 1999, n. 118, p. 97; p. 271.
348
SQUARCIAPINO 1959; GLÖKLER 1997.
349
BURKERT 2010, p. 505.
350
MASSA 2007-2008.
351
Cfr. cap. I.
352
LUNI-MARENGO 2010a, pp. 17-19, figg. 7-8.
353
STUCCHI 1975, p. 22, nota 8; LUNI-MARENGO 2010a, pp. 20-21, fig. 9.
342
67
mentre di un’altra testa, sempre conservata al British Museum come la precedente e
della stessa epoca, non si conosce l’esatto punto di rinvenimento354.
Va detto, inoltre, che lo stesso Paribeni nota l’analogia tipologica e formale
fra i rilievi con i Dioscuri355 e quelli con heros equitans, di cui abbiamo ben sei
esemplari all’interno del deposito del Tempio di Cibele, datati in un arco cronologico
fra età ellenistica e I sec.d.C.
Tutti questi ritrovamenti nell’area sacra dell’Agorà testimoniano una
continuità di culto dall’epoca arcaica fino ad età imperiale avanzata. Il collegamento
con il culto dei Dioscuri non è irrilevante, visto che stretto è il rapporto fra Cabiri,
Dioscuri e dei di Samotracia356; se, quindi, Efesto è “padre” dei Cabiri, la cui identità
coincide con quella dei Dioscuri, non può sfuggire il legame tra questi ed Efesto, per
cui, in un’area da sempre consacrata ai fratelli divini, avrebbe potuto trovare posto il
simulacro colossale del dio, forse qui deposto in età adrianea, momento in cui, con
spirito “filologico”, si valorizzerebbe un antico culto nell’area dell’Agorà: forse
ancora in chiave celebrativa del legame con la madrepatria e con Sparta?
Non dovrebbe, del resto, stupire, visto che ancora alla fine del IV sec.d.C.
Sinesio poteva scrivere in una lettera ad un amico, orgogliosamente: “quanto
all’origine io sono Laconico”357.
Tra le sculture del Tempio di Cibele è stato rinvenuto anche il ritratto di atleta
(n. inv. 54), dedicato probabilmente dal clan aristocratico di cui il giovane atleta
faceva parte, forse ancora con spirito di eusébeia verso l’antichissimo culto dei
Dioscuri ospitato nell’Agorà: anche i rilievi con heros equitans rinvenuti nel Tempio,
come detto formalmente simili a quelli con i Dioscuri, devono essere stati dedicati da
ghéne aristocratici, almeno gli esemplari in marmo.
Potrebbero essere, queste, testimonianze della sopravvivenza, in epoche
diverse, di un culto aristocratico, ancora in connessione con l’antico Dioskourion
dell’Agorà; va ricordata, infine, la testimonianza di Pindaro che menziona Castore
come protettore della casa regnante358.
Divinità femminili
Il culto di Afrodite (nn. inv. 19, 67), di cui si fa risalire l’origine addirittura ai
primordi della colonia359, come dimostrano le piccole sculture dal Tempio di Cibele,
nonché le numerose statue e statuette rinvenute a Cirene, è oggetto di venerazione in
età ellenistica e romana360; la dimensione cultuale, connessa con la sfera sessuale361
dell’Ouranía362 e della Pándemos, dalla preponderante forza vitale, presenta elementi
di contaminazione con Cibele, Demetra, Iside ed Ecate.
354
HUSKINSON 1975, n. 39, pl. 15, pp. 20-21; n. 38, pl. 15, pp. 20-21; LUNI-MARENGO 2010a, p. 21,
fig. 10.
355
PARIBENI 1959, n. 394, tav. 174, p. 137.
356
BURKERT 2010, p. 400.
357
FRASER 1972, p. 786.
358
VITALI 1932, p. 138.
359
VITALI 1932, p. 124.
360
CALLOT 1999, pp. 257-258.
361
PARKER 2011, p. 77.
362
ANTI 1927a.
68
Ecate (nn. inv. 24, 44, 62), dea universale e benefattrice, dispensatrice di luce
e associata alla luna e quindi simbolo della ciclicità della vita, dispiega funzioni
ctonie, funerarie e profilattiche fino a divenire dal V sec.a.C. una dea legata alle
superstizioni e alla magia, soprattutto in età ellenistica.
La più antica attestazione epigrafica è di V sec.a.C. con la menzione della
dea, insieme ad Afrodite, su di un altare dal Santuario di Apollo363; anche Ecate,
come Dioniso, è legata alle dee di Eleusi: è presente “…al momento del ratto di
Kóre; Ecate accompagna Demetra nella sua ricerca reggendo la fiaccola, saluta Kóre
che ritorna e ne diventa la compagna inseparabile”364.
Già dal primo ellenismo la dea è venerata a Cirene come dea dai poteri
profilattici e taumaturgici in associazione anche con altre divinità dalle prerogative
analoghe come testimonia un’iscrizione dall’Agorà degli Dei, datata al IV-III
sec.a.C.365: qui la compresenza fra “Hygieia, Panakeia ed Hekáte” si spiega con la
connessione delle tre dee con la sfera femminile366.
In riferimento alle pratiche cultuali è interessante un’iscrizione datata al III
sec.a. C. in cui è espresso il divieto di introdurre incenso nello spazio consacrato alla
dea, perché dannoso per l’aura lunare e notturna di Ecate367. La venerazione per la
dea continua anche in età romana come si evince dalla presenza di Ecate dadofora su
di un rilievo con divinità greco-libye datato in età romana368.
Culto dei Tolomei
Il ritratto femminile con stepháne (n. inv. 35-35a) e il ritratto maschile con
diadema (n. inv. 71) riconducono, stilisticamente, alla ritrattistica tolemaica: benchè,
infatti, non sia al momento possibile ricostruirne l’esatta identità, il volto femminile è
con ogni probabilità quello di una regina, forse divinizzata, mentre quello maschile
deve essere interpretato come effigie di un dinasta o, altrimenti, di un alto
funzionario lagide.
Le testimonianze scultoree superstiti non offrono confronti stringenti 369 ma
attestano la diffusione di immagini dei Tolomei, sia a Cirene che in Cirenaica;
numerose sono poi le iscrizioni che, a partire dal III sec.a.C. menzionano i sovrani
lagidi e gli alti funzionari di corte370; proprio nell’Agorà sono state trovate iscrizioni
dedicatorie su basi di marmo per statue (non rinvenute) di Tolomeo Evergete II
(dopo il 145 a.C.), Cleopatra III (fra il 128 a.C. e il 116 a.C.), Tolomeo Sotere II
(dopo il 115 a.C.)371: sotto Evergete II sono citati “…sacrifici annuali, libagioni e
devoti che preghino per «la salute e salvezza del re, delle regine e dei loro figli»”;
363
CARRATELLI 1963, n. 215, p. 341. Le attestazioni vanno dal V al III sec.a.C.: CARRATELLI 1963, n.
217, p. 341; n. 218, p. 342; n. 219, p. 342; n. 220, p. 342; CALLOT 1999, p. 83.
364
BURKERT 2010, p. 416.
365
FERRI 1923, p. 10, h; VITALI 1932, n. 209, p. 83; PRESICCE 1992, p. 157, fig. 6.
366
PRESICCE 1994, p. 94.
367
CARRATELLI 1961.
368
FABBRICOTTI 1987, n. 8, fig. 10, pp. 230-231.
369
CALLOT 1999, pp. 210-211; STUCCHI 1967, pp. 121-127.
370
CALLOT 1999, pp. 90-91.
371
PESCE 1959, p. 677; VON HABSBURG 1985, p. 363.
69
mentre sotto il regno di Soter II è indicata la prassi rituale cui devono attenersi
sacerdoti e sacerdotesse nell’adornare i templi e nell’offrire sacrifici372.
È stata ipotizzata l’esistenza di un ciclo dinastico tolemaico alloggiato in
nicchie nel Tempio di Zeus: “le nicchie avrebbero ospitato almeno i primi due re
Tolomei, Sotere e Filadelfo, le rispettive consorti, Berenice I e Arsinoe I, la coppia
regnante, Tolomeo III e Berenice II e forse i genitori di quest’ultima. Al supposto
gruppo dinastico apparterrebbe la testa di Tolomeo III, rinvenuta da Guidi nel 1929
all’interno della cella”373; Tolomeo III e Berenice II sono considerati σύνναοι delle
divinità maggiori374.
Ma sarebbe suggestivo pensare che, in seguito, la sede dedicata per
l’esposizione di statue per un culto dinastico potesse essere il Cesareo, Ptolomaion,
eretto probabilmente da Tolomeo VIII Evergete II375; qualora i nostri ritratti debbano
essere considerati pertinenti ad un gruppo, si potrebbe pensare ad una soluzione
simile al Serapeion di Alessandria, con il gruppo di Serapide, re e regina376 (il culto
della dinastia regale e di Serapide fu di centrale importanza per i Tolomei)377.
In realtà Fraser nega la presenza del culto di Serapide e “ della sua famiglia”
sia a Cipro che a Cirene378; per quanto riguarda le attestazioni archeologiche a
Cirene, non possiamo trascurare quella del Tempio di Iside e Serapide sull’Acropoli,
tra i più antichi luoghi di culto della città379, in cui la dedica alle divinità alessandrine
è stata interpretata come epressione diretta della volontà dei Tolomei380.
Non stupirebbe che venissero recepiti modelli alessandrini visto il rapporto
privilegiato tra Cirene ed Alessandria: già prima della realizzazione del Ptolomaion,
con il Filadelfo e l’Evergete, Cirene è riconosciuta tra i centri propulsori, insieme a
Cos e Samo, da cui deriva l’intelligentia di Alessandria: a questi tre centri è
riconosciuto un ruolo di primo piano nello sviluppo della regalità tolemaica381.
A riprova della vicinanza fra i due centri si può notare che Cirene è la prima
città greca assorbita dalla sovranità tolemaica e che vi sono elementi comuni
nell’ordinamento civico; anche l’organizzazione della comunità giudaica, dovuta
all’iniziativa dei Tolomei, è simile nei due centri382.
372
FRASER 1972, p. 233.
PRESICCE 2007, p. 206; sul ritratto di Tolomeo III, si veda ROSENBAUM 1960, n. 5, p. 37, pl. VIII,
1-2.
374
LARONDE 2007, p. 286, 288.
375
LUNI 2006, p. 40.
376
SMITH 2005, p. 207, fig. 227.
377
WALBANK 1983, p. 126.
378
FRASER 1972, p. 275.
379
ENSOLI 2007, p. 13.
380
ENSOLI 2000a, p. 56.
381
FRASER 1972, p. 307.
382
FRASER 1972, p. 48, p. 56.
373
70
V.
CATALOGO
Le sculture, attualmente conservate presso il Magazzino del Museo
Archeologico di Cirene, ad eccezione degli esemplari nn. inv. 68, 36, 76, 75,
conservati presso il Magazzino della Missione Italiana a Cirene (Casa Parisi), sono
state oggetto di un intervento di pulitura a fini conservativi, operato dal Dott.
Oliviero Gessaroli, restauratore della Missione Archeologica Italiana a Cirene
dell’Università degli Studi di Urbino.
Un primo intervento con acqua distillata è stato mirato all’asportazione dello
strato terroso superficiale; successivamente, per eliminare le incrostazioni calcaree
dovute al ricircolo delle acque sotterranee, si è proceduto con degli impacchi di polpa
di carta imbibiti con una soluzione di acqua e carbonato d’ammonio al 5%. Il
passaggio successivo è consistito nella rimozione della polpa con strumenti non
metallici (pennelli, spazzolini).
Infine, sono stati eseguiti dei calchi di alcuni esemplari, attualmente
conservati383 presso la Gipsoteca dell’Università degli Studi di Urbino.
Abbreviazioni usate:
N. inv.: numero di inventario
Alt.: altezza (massima)
Largh.: larghezza (massima)
Prof.: profondità (massima)
Spess.: spessore (massimo)
MIC: Missione Italiana a Cirene
MMC: Magazzino del Museo di Cirene
Casa Parisi: Magazzino della Missione Archeologica Italiana a Cirene
383
Nn. inv. 2-2a; 5; 24; 44; 56; 53; 27; 55.
71
V.1 Rilievi
V.1.1 Rilievi con divinità
1. Rilievo con divinità greco-libye (Tav. I, 1-2).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 2-2a.
Dimensioni: alt. 39 cm; largh. 82 cm; prof. 15 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: PURCARO 2010.
Condizione: la lastra, ricomposta da due frammenti, è attraversata da una
frattura longitudinale circa a metà dello sviluppo del rilievo; lacunosa è la parte
superiore; la superficie del marmo risulta parzialmente corrosa.
Descrizione: il rilievo, caratterizzato da una base che delimita il campo
figurato, presenta una teoria di divinità maschili e femminili.
In primo piano quattro figure, da sinistra a destra: una figura femminile
isolata, seduta su cista o masso stondato, è rivolta verso sinistra ed è caratterizzata
dall’abbigliamento libyo (cappa su chitone podéres) e dalla capigliatura di riccioli
calamistrati; regge una piccola coppa apoda con la mano sinistra.
Segue una coppia di figure, proprio al centro della scena: la prima, ben
riconoscibile, è Zeus Ammon, seduto di tre quarti sull’ariete accovacciato; il dio,
avvolto nell’himation, è caratterizzato dalle corna di ariete. Di fronte, siede di tre
quarti su di un masso stondato Apollo mantico, avvolto nell’himation e caratterizzato
dal volumen appoggiato sul grembo; il dio porta lunghi riccioli che scendono raccolti
sulle spalle.
Chiude questa sequenza primaria una figura femminile, seduta su cista o
masso stondato, rivolta a destra e caratterizzata da chitone podéres ed himation; la
capigliatura è dettagliata da lunghi riccioli che scendono sulle spalle. La donna
imbraccia con entrambe le mani un oggetto dalla forma curvilinea, interpretato come
cornucopia384 ma piuttosto da riconoscere come arco, attributo che
inequivocabilmente dovrebbe identificare la figura come Artemide385.
In secondo piano, compaiono dodici personaggi stanti frontali, da sinistra:
una figura maschile avvolta in himation dal volto completamente abraso, segue un
altro personaggio maschile dal volto barbato; quindi una figura femminile
caratterizzata da una capigliatura di riccioli ben visibili sulla fronte e da un polos
384
PURCARO 2010, p. 189.
Questa nostra figura sembra essere una variante di una Artemide con arco presente su di un rilievo
dall’Acropoli, datato al terzo quarto del IV sec.a.C., conservato al Museo Nazionale di Atene: KAHILICARD 1984, n. 674, p. 672.
385
72
velato; a lato un giovane offerente in himation impugna con entrambe le mani una
corona.
Alle spalle di Zeus Ammon compaiono: una figura di guerriero, caratterizzato
da corazza, veste podéres, bandoliera e pilos ed una figura femminile, forse Era
Ammonia, visto che con la mano sinistra è compiuto l’atto dell’anakalypsis, vestita
di himation con lunghi capelli ricadenti lungo il collo, polos e velo.
Segue una figura femminile completamente avvolta nell’himation, forse
un’adepta del culto di Iside. A lato compare un personaggio maschile in himation dal
volto barbato, danneggiato dalla consunzione; un altro personaggio maschile in
himation, con il braccio sinistro piegato sull’addome, è l’unica figura che non guarda
in posizione frontale, bensì alla sua destra.
Chiudono la teoria tre figure femminili: la prima ha il capo avvolto
nell’himation ed il collo subisce una leggera torsione verso destra. Segue una figura
femminile libya per l’abbigliamento e la capigliatura e all’estrema destra si colloca
Bendîs, con nebrìs e fiaccola. Sopra queste figure, in alto a destra una linea irregolare
in rilievo isola la quadriga di Hélios di cui sono visibili ormai solo le protomi dei
quattro animali incedenti verso sinistra.
Questo rilievo appartiene ad una tipologia di rilievi cultuali ben nota a
Cirene : rappresenta paradigmaticamente il sincretismo culturale e cultuale
affiorante nella produzione scultorea cirenea.
La matrice greco-attica si rivela nella struttura compositiva del campo
figurato, con la paratassi dei soggetti entro uno spazio circoscritto, ricorrente nei
rilievi votivi attici ed in quelli funerari387, similmente nei rilievi di carattere
politico388; si evidenzia poi anche nella caratterizzazione dell’abbigliamento (chitone
ed himation)389. Le divinità del pantheon olimpico (Apollo, Era,)390 sono inserite in
un contesto del tutto specifico ed anche oggetto di varianti iconografiche orientali,
come nel caso di Bendîs391.
Evidente è poi l’influsso egizio per cui Zeus è tutt’uno con l’Ammon dell’oasi
di Siwah, sempre connotato simbolicamente dalla presenza dell’ariete392;
riconoscibile è poi il sostrato libyo che caratterizza le figure femminili
nell’abbigliamento393 e nella capigliatura394 come Ninfe Chthonie395; ricorrente è poi
386
386
FABBRICOTTI 1987; FABBRICOTTI 1996; FABBRICOTTI 1997; WANIS 1992; GIOVANNINI 2010;
PURCARO 2010; MARINI 2012.
387
BESCHI 1969-70; BÖHM 2003; COMELLA 2001; COMELLA 2002; HAMILTON 2009; HAUSMANN
1960; JONES - ROCCOS 2000; MITROPOULOU 1976; PARODO 2001; REINACH 1909.
388
LAWTON 1955.
389
LOSFELD 1991; MCKELDERKIN 1928.
390
LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984; KOSSATZ - DEISSMANN 1997; STOJANOV 1988.
391
GOČEVA-POPOV 1986.
392
BISI 1983; KEIMER 1938; LECLANT – CLERC 1981; PARKE 1967, pp. 194-241.
393
FABBRICOTTI 1987, p. 222. Parlano della cappa libya sia Erodoto, IV, 189 che Apollonio Rodio,
IV, 1348/9.
394
FERRI 1937.
395
MICHELI - SANTUCCI 2000.
73
la figura del guerriero, identificato come divinità enchoria, legata alla più antica
leggenda mitica di Cirene396.
2. Rilievo con teoria di divinità (Tav. II, 3-4).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 17-48.
Dimensioni: alt. 28 cm; largh. 31 cm; prof. 6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la lastra, ricomposta da due frammenti, è attraversata da una
frattura longitudinale a metà dello sviluppo del rilievo; manca la parte superiore e la
superficie del marmo risulta gravemente consunta.
Descrizione: il campo figurato, delimitato dalla base del rilievo e da due
cornici laterali, è costituito da una teoria di cinque figure, acefale o dai lineamenti
illeggibili, probabilmente divinità.
Da sinistra a destra: un personaggio maschile seduto frontale su di un trono
con schienale curvo, vestito di himation che sembra lasciare nudo il torso; il braccio
destro è in appoggio sulla seduta, mentre il sinistro è piegato a reggere il lembo
dell’himation. Segue una figura femminile stante frontale, vestita di chitone podéres
ed himation; il braccio destro non è visibile a causa della consunzione della
superficie del marmo, mentre il sinistro è ripiegato sotto il petto; si distingue
nettamente la flessione del ginocchio sinistro. Alle spalle della figura, in rilievo,
compare un elemento verticale desinente in un piccolo rettangolo: non è chiara la
natura dell’oggetto.
Segue una figura femminile stante frontale, vestita di chitone podéres cinto in
vita: non si distingue il braccio destro, mentre il sinistro sembra impegnato a reggere
un attributo pressoché illeggibile (fiaccola, scettro?); risulta evidente la flessione
della gamba destra. Accanto siede frontalmente un personaggio maschile (?) vestito
di chitone podéres e himation il cui lembo dalla mano destra passa all’avambraccio
sinistro. Due bande parallele in rilievo si intravedono dietro la nuca, forse ad indicare
un cuscino poggiatesta; il trono si confonde con l’ingombro della figura.
Chiude la sequenza un personaggio maschile stante vestito di himation il cui
lembo è disposto a tracolla sul petto; la posizione del braccio destro è coperta dalla
figura seduta, mentre il braccio sinistro è appoggiato sulla gamba con il palmo della
mano aperto.
396
GHISLANZONI 1927b; STUCCHI 1987.
74
La lettura di questa scena risulta molto problematica a causa dello stato di
danneggiamento del rilievo, in parte lacunoso e della corrosione del marmo che non
consente l’individuazione di attributi o di dettagli caratterizzanti.
La paratassi ieratica delle figure, tutte in posizione rigorosamente frontale,
rende plausibile l’ipotesi di un consesso divino: ad aprire e chiudere la teoria due
personaggi in trono. Non è chiara, inoltre, la natura dell’oggetto che, al centro, separa
le due figure femminili: non so se si possa interpretare come l’estrema
semplificazione di un rilievo sorretto da portarilievo come compare in una lastra
votiva da Oropos, datata alla prima metà del IV sec.a.C.397.
La figura femminile centrale, acefala, impugna forse una fiaccola, per cui si
potrebbe pensare ad Ecate398: la dea dadofora compare su di un rilievo votivo da
Cirene399.
Il rilievo differisce formalmente da quelli con divinità greco-libye, sia per lo
schema iconografico che per la caratterizzazione dei soggetti: qui compare, infatti, un
numero limitato di figure ed, inoltre, manca completamente la volontà di segnalare
l’identità libya; in ogni caso, l’impostazione statica e solenne non può essere che
quella di un consesso divino.
3. Rilievo con divinità femminile (Tav. III, 5-8).
Età ellenistica (primo ellenismo).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 25.
Dimensioni: alt. 28,6 cm; largh. 12,6 cm; prof. 8,1 cm.
Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi400.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo è gravemente lacunoso con un’unica figura superstite
che doveva probabilmente chiudere una teoria di divinità; manca anche della parte
terminale; la superficie del marmo non è gravemente corrosa e si notano due fori
sulla veste401, in corrispondenza dei piedi. La superficie sul retro è ben levigata.
Descrizione: sulla lastra compare una figura femminile stante frontale,
purtroppo acefala, vestita di chitone podéres da cui spuntano i piedi calzati; sopra è
panneggiato un ricco himation con apoptygma. Un lembo arrotolato, forse del
mantello sistemato sul capo a mo’ di velo, copre il seno sinistro e lambisce il seno
destro. Il braccio destro è rotto all’altezza della spalla; mentre il sinistro, lungo il
corpo, trattiene con la mano un lembo della veste che si dispiega con morbide volute;
sotto il braccio, all’altezza del gomito, il mantello è come arrotolato con un nodo.
397
COMELLA 2002, p. 132, fig. 134.
SARIAN 1992.
399
FABBRICOTTI 1987, fig. 10, n. 8.
400
LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7
401
Ø 0,2 cm.
398
75
Vistosa è la flessione della gamba destra flessa che sembra controbilanciare
l’inarcatura della spalla destra.
La postura del corpo e la gestualità potrebbero essere quelle di una figura
nell’atto dell’anakalypsis, il gesto dello svelamento, con una soluzione iconografica
simile all’esemplare n. 55 del deposito, dea in anakalypsis, in cui il braccio destro è
girato verso l’esterno e ripiegato sul capo a sistemare il velo.
È noto che il gesto, connotante le spose nell’atto rituale degli
Anakalypteria402, ricorre, con notevole frequenza, nell’iconografia di Afrodite403: la
dea, ritratta in questa gestualità, compare anche su monumenti scultorei da Cirene404.
L’atto dell’anakalypsis è poi associato alla sposa divina per eccellenza, Era405,
caratterizzata in questa gestualità anche a Cirene406 all’interno di una teoria di
divinità che ripete la sequenza di Dodekatheoi su di un altare da Atene407: ritengo,
inoltre, che una Era Ammonia in anakalypsis possa essere la figura che compare
associata a Zeus Ammon in alcuni rilievi votivi da Cirene408.
Va detto, infine, che proprio a Cirene, l’atto di portare la mano al velo ricorre
su una particolare classe di monumenti, i segnacoli tombali configurati con
sembianze femminili409: si è voluto vedere in queste immagini l’ipostasi di
Persefone, “…nelle sue qualità di sposa di Ade e di regina dell’oltretomba” 410; la
connessione con l’ambito funerario è poi documentata dalla ricorrenza del gesto sulle
stele funerarie attiche411.
Naturalmente, data la frammentarietà del rilievo e l’incompletezza della
figura, non è possibile definire con certezza né la postura né tanto meno l’iconografia
del soggetto.
V.1.2 Rilievi con heros equitans
Tipo I: cavaliere su cavallo rampante (o al galoppo) incedente verso destra
1. Heros equitans (Tav. IV, 9).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 16.
Dimensioni: alt. 19,4 cm; largh. 17 cm; prof. 3,1 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
402
OAKLEY 1982, nota 16, p. 116.
DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 136, 143, p. 17; n. 185, p. 21; n. 225, p. 25; nn. 235, 237, p. 27;
CAPALDI 2009, n. 24, pp. 58-62; FURTWÄENGLER 1964, p.71, fig. 24; BLÜMEL 1966, pp. 98-99, abb.
192-195.
404
ANTI 1927, p. 44, fig. 3; TRAVERSARI 1959; PARIBENI 1959, n. 49, p. 34, tav. 49; n. 63, p. 41, tav.
48.
405
KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 207, p. 684; n. 208, p. 684; n. 261, p. 689.
406
PARIBENI 1959, n. 64, tav. 57.
407
BERGER – DOER 1986, n. 5, p. 649.
408
GIOVANNINI 2010, pp. 193-194, figg. 1-2.
409
FERRI 1929; BESCHI 1969-70.
410
BESCHI 1969-70, p. 325.
411
SISMONDO RIDGWAY 1997, p. 168, pl. 40.
403
76
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il piccolo rilievo manca della parte superiore ed è parzialmente
frammentario sui due lati. Il campo figurato è compreso all’interno di una cornice
lavorata a listello piatto che, con tutta probabilità, doveva circoscrivere l’immagine
su tutti i lati. La superficie del marmo presenta punti di corrosione.
Descrizione: un cavaliere, ritratto nel profilo destro, è in sella al suo destriero;
l’animale, ben delineato nell’anatomia, è rampante verso destra con la punta della
coda e lo zoccolo anteriore destro in appoggio sulla linea di base del rilievo.
Il motivo dell’heros equitans412, qui riconoscibile, si attesta prevalentemente
in epoca ellenistica, con una continuità in epoca romana, fino in età tarda nella
declinazione del Cavaliere Tracio413.
L’iconografia, declinata in diverse varianti, è già ampiamente attestata a
Cirene414, anche in esemplari inediti (Fig. 44) e in Cirenaica415: non è univoca, però,
l’interpretazione degli studiosi sulla valenza simbolica dei rilievi con heros equitans
nei contesti di Cirene e della Cirenaica.
Se, infatti, Pandolfi sostiene che sia prevalente il significato votivo piuttosto
che l’eroizzazione del defunto in quanto “…i rilievi sono da mettere in relazione con
un ambiente dove esisteva una classe di cavalieri che poteva o onorare un dio
rappresentandolo a cavallo o offrire ex-voto rappresentanti gli offerenti a cavallo”416,
secondo Kane è la volontà di eroizzazione del defunto che spiega il significato delle
immagini417. Il rilievo più complesso della serie, da Apollonia, rappresenterebbe
invece il culto tributato ad uno solo dei Dioscuri, Castore, in qualità di eroe418.
È plausibile che il nostro pinakion rappresenti un ex-voto voluto da qualche
esponente della nobiltà cirenea.
412
CERMANOVIĆ-KUZMANOVIĆ ET ALII 1992.
VAGALINSKI 1997.
414
PARIBENI 1959, n. 394, tav. 174; n. 395, tav. 174; n. 396, tav. 174; PANDOLFI 1998, pp. 449-450,
tavv. I-II; KANE 2003; MEI 2010b, p. 223, fig. 9.
415
BONANNO 1979, p. 63, n. G39, pl. IV; DOBIAS-LALOU 2006; MICOCKI 2010, p. 193, fig. 24.
416
PANDOLFI 1998, p. 453.
417
KANE 2003, pp. 27-28.
418
DOBIAS-LALOU 2006, p. 89.
413
77
Fig. 44. Rilievo in calcare, Casa Parisi, (foto V. Giovannini).
2. Heros equitans con clamide aperta (Tav. IV, 10).
Tardo ellenismo.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 64
Dimensioni: alt. 22,2 cm; largh. 16,4 cm; prof. 6,7 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo risulta gravemente frammentario sulla base, sul lato
destro e sulla parte superiore; la superficie, ormai evanida, consente solo una
schematica lettura dell’immagine.
Descrizione: diversamente dal rilievo precedente, la figura dell’heros
equitans non è qui circoscritta entro cornice. La variante principale è la clamide
aperta al vento che caratterizza il cavaliere: il destriero è sempre rampante verso
destra con la coda e lo zoccolo posteriore destro puntati sulla linea di base.
Lo schema iconografico del cavaliere su destriero rampante riconduce sempre
alla tipologia del pinakion votivo con heros equitans419.
3. Heros equitans con clamide a tracolla (Tav. IV, 11).
Età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 22.
Dimensioni: alt. 32,5 cm; largh. 13,5 cm; prof. 7 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
419
Per la lavorazione: cfr. PARIBENI n. 394, tav. 174, p. 137.
78
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo si presenta gravemente frammentario su tutti i lati; si
distingue la linea di base del rilievo lavorata a listello sporgente e la superficie del
marmo consente ancora la lettura dell’immagine.
Descrizione: il cavaliere, acefalo, incede verso destra ed è qui maggiormente
caratterizzato nei dettagli dell’abbigliamento, nel corto chitone e nella clamide che,
con un lembo, è passata sul petto e portata a tracolla fino a lambire il fianco destro
dell’animale. Anche l’animale è delineato con ricercatezza di dettaglio anatomico: si
distinguono, infatti, sia la descrizione degli arti posteriori che l’accenno del ventre e
dei genitali.
Qui la figura del destriero non sembra più in posizione rampante, bensì
incedente; così, data anche la frammentarietà del rilievo non si può escludere che il
rilievo continuasse verso destra con un’altra figura di cavaliere secondo una
soluzione simile a quella di un altro rilievo da Cirene in cui è stata riconosciuta la
coppia dei Dioscuri420. L’elemento di similitudine è dato dal risvolto della clamide
portato a tracolla; ciò che, invece, diverge è la postura del braccio destro che, nel
nostro rilievo, è piegato in avanti, probabilmente a trattenere le redini, mentre nel
rilievo dei Dioscuri è sollevato in alto forse per incitare al galoppo.
Tipo II: cavaliere stante frontale
4. Heros equitans offerente (Tav. IV, 12).
Fine I a.C.-inizi I sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 20.
Dimensioni: alt. 33 cm; largh.28 cm; prof. 3,5 cm.
Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi421.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo è frammentario nella parte inferiore e sul lato destro; è
ben leggibile, invece, il margine superiore. La superficie del marmo, corrosa in più
punti, consente comunque di distinguere le linee dell’immagine.
Descrizione: il cavaliere stante frontale davanti al cavallo è vestito con una
lorica di tipo ellenistico con corsetto cilindrico dal quale scendono due balze
caratterizzate da pteryghes; in vita è allacciata la cintura (cingulum) con le estremità
del nodo fermate al di sotto della cintura stessa.
La figura, acefala, con la mano destra distesa in avanti porge una phiale; il
braccio sinistro, coperto in parte dal mantello portato a tracolla sul petto, è flesso con
la mano in appoggio sul balteus. Le gambe sono fratturate poco sopra le ginocchia; il
420
421
PARIBENI 1959, n. 392, tav. 173.
LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7.
79
destriero, dalla sagoma elegante, è visto di profilo con una lunga coda flessuosa e
con il muso reclinato sul petto; si distinguono ancora le redini sul collo.
Ancora una figura di heros equitans, nella variante del cavaliere stante
caratterizzato dal gesto dell’offerta. La caratterizzazione dell’abbigliamento ricorre
su due rilievi dal Santuario dello Wadi Bel Gadir422: un’evidente analogia si riscontra
con il torso loricato in marmo pario (datato al 100 a.C.) proveniente dalla cella del
Tempio di Demetra dal Nuovo Santuario di Demetra a Cirene423.
A proposito di questa lorica, il cui uso nell’iconografia continua dall’età
ellenistica all’età romana, analizzando la statua loricata proveniente dalle immediate
vicinanze dell’Augusteo, Stucchi mette in evidenza le varianti, di età ellenistica e
romana, con cui può essere realizzata la stessa corazza424.
Anche per questo rilievo è ipotizzabile l’uso votivo, con uno schema
iconografico ben noto riprodotto in un materiale di pregio come il marmo.
5. Heros equitans offerente (Tav. IV, 13).
Fine I a.C.-inizi I sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 14.
Dimensioni: alt.40 cm; largh. 29,5 cm; prof. 3 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo è frammentario su tutti e quattro i lati; si conserva solo
una parte del bordo superiore; la superficie del marmo ancora evidenzia bene il
dettaglio dell’immagine.
Descrizione: il cavaliere è rappresentato stante frontale davanti al cavallo.
Il giovane volto, parzialmente danneggiato nei lineamenti, è incorniciato da
una capigliatura di folti riccioli; l’abbigliamento è composto da una lorica di tipo
ellenistico con corsetto cilindrico dal quale scendono due balze caratterizzate da
pteryghes; in vita è allacciata la cintura (cingulum) con le estremità del nodo fermate
al di sotto della cintura stessa. La figura, con la mano destra distesa in avanti, porge
una phiale; il braccio sinistro, coperto in parte dal mantello portato a tracolla sul
petto, è flesso con la mano in appoggio sul balteus.
Di particolare interesse è la figura del cavallo, visto di profilo, caratterizzato
con ricerca di dettaglio anatomico: la coda non è più visibile a causa della rottura del
rilievo, ma l’animale è vivificato con una resa realistica del muso, con le redini ben
in vista, della criniera, del taglio degli occhi, delle froge e del morso stesso. Notevole
422
KANE 2003, pp. 30-32, figg. 3-4.
CELLINI 2010, pp. 104-107.
424
STUCCHI 1967, pp. 129-130, fig. 120, 121, 123.
423
80
effetto è dato dalla cura con cui sono create le pieghe del collo e quelle sull’attacco
della zampa anteriore destra.
Esemplare votivo simile al precedente, si caratterizza per la finezza della
lavorazione e per la maestria nel trattare le superfici in rilievo.
Tipo III: cavaliere et alii
6. Heros equitans con scudiero e figura femminile (Tav. V, 14-16).
Fine I a.C.- inizi I sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 21.
Dimensioni: alt. 28 cm; largh. 31 cm; prof. 8 cm.
Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi425.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il rilievo, rotto sulla base, sul lato destro e sul bordo superiore, è
attualmente ricomposto da due frammenti. La superficie del marmo presenta una
vistosa sgranatura.
Descrizione: su di una base che, in prossimità del margine destro, presenta
tracce di un’iscrizione in lettere greche426 (Fig. 45) si impostano due figure: una
maschile di modulo minore, l’altra femminile.
Fig. 45. Frottage dell’iscrizione (E. Rosamilia, V. Giovannini).
La piccola figura maschile, acefala, è stante frontale: il personaggio, vestito
con gonnellino a pteryghes, si appoggia con il braccio sinistro su di un grande scudo
rotondo mentre il braccio destro è sollevato in alto e rotto all’altezza del polso.
L’appoggio sullo scudo contribuisce allo sbilanciamento della figura che, in effetti,
presenta le gambe leggermente divaricate. La figura femminile, anch’essa acefala,
stante frontale, veste un chitone podéres che lascia intravedere i piedi: sopra è
panneggiato un himation che la donna raccoglie sul fianco con la mano sinistra; il
braccio destro, invece, è ripiegato e chiuso sul petto, forse anch’esso avvolto
dall’himation.
425
LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7.
Ringrazio il Dott. Emilio Rosamilia, dell’Università Normale di Pisa, per la collaborazione nella
realizzazione del frottage e nella lettura dell’iscrizione. Questa la sua ipotesi di restituzione: …
.
Quindi:
, “…essendo sacerdote”. Modulo delle lettere quadrato, datazione I a.C.-I d.C.
426
81
Questo esemplare appartiene ad una tipologia ancora diversa, in cui l’heros
equitans compare associato ad altre figure, quali uno scudiero ed una figura
femminile: in realtà, nel nostro caso, manca proprio il cavaliere ma compaiono sia lo
scudiero/armigero sia la figura femminile.
Questa stessa sintassi figurativa si riscontra in un rilievo in marmo, inedito,
da Cirene, in cui compare un cavaliere incedente verso destra, un personaggio di
modulo ridotto stante frontale dietro uno scudo ed una donna velata stante frontale a
chiudere la sequenza (Fig. 46); sempre da Cirene proviene un frammento di rilievo
con figura di scudiero e frammento di zoccolo di cavallo427.
Dal Santuario dello Wadi Bel Gadir proviene un rilievo in cui compaiono: un
cavaliere incedente verso destra, un bambino, una figura femminile colta nello stesso
atteggiamento della nostra; davanti al bambino un altare e alle spalle della donna una
stele con iscritto il nome del giovane defunto; ai piedi del cavallo un serpente.
Kane428 ipotizza che i due personaggi possano rappresentare due membri
della famiglia del giovane defunto, colti nell’atto di onorare il giovane eroe, caduto
in combattimento durante le guerre marmariche. È, questa, un’ipotesi suggestiva
anche per il nostro esemplare, unico della serie a conservare tracce di iscrizione: va
detto, però, che la lettura dell’iscrizione non aiuta nell’interpretazione, anche perché
non consente un’identificazione così esplicita con il giovane eroe defunto. Quanto
alla figura femminile, che Kane fa rientrare nel tipo della Grande Ercolanese 429, non
escluderei l’ipotesi di un’identificazione con Persefone, dea che rappresenta la
condizione liminare tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Fig. 46. Rilievo in marmo, Museo Archeologico, Cirene,
(foto V. Giovannini).
V.2. Plastica ideale
V.2.1 Persefone in anakalypsis (Tav. VI, 17-21).
Primo ellenismo.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 55.
Dimensioni: alt. 33,4 cm; largh.7,3 cm; spess. 9,8 cm.
427
PARIBENI 1959, n. 397, tav. 174.
KANE 2003, pp. 29-30, fig. 2; WHITE 1978-79, p. 176, pl. LIV b.
429
KANE 2003, p. 30.
428
82
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è rotta circa all’altezza delle ginocchia e la superficie
del marmo presenta tratti di sgranatura.
Descrizione: la figura indossa un chitone a corte maniche di cui si
distinguono le abbondanti pieghe sulle gambe e le sottili pieghe sul seno; sopra è
indossato un ricco himation intorno al corpo in modo tale da creare un panneggio con
apoptygma sul grembo; con un lembo raccolto in vita, il mantello, stretto con un
nodo a mo’ di rosetta sotto il braccio sinistro, passa con un lembo sul capo e si apre
come nimbo terminando con un’ampia piega lungo il fianco destro. Il braccio destro
è piegato e portato in alto ad aprire con una mano il velo; il sinistro, invece, trattiene
con la mano una falda del mantello.
Il viso, dai lineamenti gentili con la piccola bocca carnosa ed il taglio obliquo
dell’orbita oculare, è leggermente inclinato a sinistra, tratto che conferisce una sorta
di malinconica sensualità all’espressione; incornicia il volto una capigliatura
caratterizzata da riccioli a fiamma.
Come dettagli tecnici va notata la presenza di un foro passante430 all’interno
della parete del velo, dietro la testa; un altro foro passante si trova sul capo431; sulla
superficie di base della statuetta un foro conserva ancora infisso un perno in ferro,
probabilmente per il fissaggio con la parte terminale della figura. Il retro, levigato e
con incisioni che dovevano indicare il panneggio del mantello, manca di volumetria,
per cui è ipotizzabile che la statuetta venisse fissata contro parete per una veduta solo
frontale.
La figura femminile è connotata dal gesto dell’anakalypsis che, come detto in
precedenza a proposito del rilievo con divinità femminile432, caratterizza Afrodite433
anche nei monumenti scultorei di Cirene434 ed Era435, anch’essa così effigiata a
Cirene436 in una teoria di divinità che sembra ripetere la stessa sequenza iconografica
di un altare da Atene, conservato al Museo Nazionale437. È vero che l’attestazione
epigrafica di un culto tributato ad Afrodite risale addirittura al V sec.a.C.438, mentre
un’attestazione indiretta in onore di Era si data al II sec.a.C.439, ma l’identificazione
430
Ø 3,6 cm.
Ø 1,6 cm.
432
N. inv. 25.
433
DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 136, 143, p. 17; n. 185, p. 21; n. 225, p. 25; nn. 235, 237, p. 27 ;
CAPALDI 2009, n. 24, pp. 58-62; FURTWÄENGLER 1964, p.71, fig. 24; BLÜMEL 1966, pp. 98-99, abb.
192-195.
434
ANTI 1927; PARIBENI 1959, n. 49, p. 34, tav. 49; n. 63, p. 41, tav. 48.
435
KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 207, p. 684; n. 208, p. 684; n. 261, p. 689.
436
PARIBENI 1959, n. 64, tav. 57.
437
BERGER – DOER 1986, n. 5, p. 649.
438
CARRATELLI 1963, n. 215, p. 341.
439
CARRATELLI 1960.
431
83
più probabile per la nostra statuetta sembrerebbe quella con Persefone440, per la
ricorrenza del gesto nelle “divinità funerarie cirenaiche”, ipostasi della dea “…nelle
sue qualità di Ade e di regina dell’oltretomba”441; inoltre i segnacoli tombali di
proporzioni maggiori, presentano un sistema di fori passanti sul capo, forse per
l’alloggiamento di una stepháne o di un menisco protettivo442, soluzione tecnica che
si riscontra anche sul nostro esemplare.
L’attribuzione potrebbe poi essere ulteriormente confermata dal confronto
con una testa di Kóre dal Santuario dello Wadi Bel Gadir, datata al IV sec.a.C.443.
Benchè pertinente ad una statua di proporzioni maggiori del vero, il volto presenta
alcune caratteristiche che si ritrovano nella nostra statuetta: la capigliatura con
riccioli a fiamma444, la piccola bocca carnosa, il taglio del naso dalle narici appena
dilatate; lo stato gravemente frammentario di conservazione non consente di capire
se il collo presenti una torsione. Per quanto riguarda, poi, l’abbigliamento si tratta di
una combinazione fra chitone ed himation con apoptygma che dal IV sec.a.C.445
continua fino in età imperiale romana446.
In conclusione, non escluderei l’ipotesi che la statuetta potesse essere
destinata all’alloggiamento entro la nicchia di una tomba.
V.2.2 Demetra peplophoros (Tav. VII, 22-25).
Inizio III sec.a.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 27.
Dimensioni: alt. 25,5 cm; largh. 10 cm; spess. 6,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta, acefala, è priva del braccio destro, rotto all’altezza
della spalla, mentre il sinistro è rotto poco sopra il gomito; una frattura obliqua corre
all’altezza delle ginocchia.
Descrizione: una figura femminile stante frontale indossa, sopra un chitone a
corte maniche in cui si individuano ancora i segni incisi che indicavano i bottoni447,
un peplo con kolpos; le pieghe della veste sono realizzate con finezza di dettaglio a
rendere delle increspature sul seno appena accennato e a segnalare la flessione della
gamba sinistra; si notano due scheggiature sui fianchi. Anche il retro è lavorato con
440
GÜNTNER 1997, n. 292, tav. 653.
BESCHI 1969-70, p. 325; ZUNTZ 1971, p. 80.
442
BESCHI 1969-70, p. 314.
443
WHITE 1976-77, pl. LXXI a-b, p. 270, nota 8.
444
KERÉNYI 1967, pp. 124-125, fig. 36; pp. 151-152, fig. 42.
445
MENDEL 1912, pp. 336-340, nn. 130-132.
446
ROSENBAUM 1960, pp. 89-90, n. 148, pl. LXXI; n. 149, pl. LXXI; n. 150, pl. LXXI; KANE
TRIMBLE 1976-77, pl. XCV a-b, p. 326, n. 11.
447
MCKELDERKIN 1928, p. 337.
441
84
lo scopo di delineare le pieghe del peplo con una certa ricchezza di dettaglio;
l’effetto, comunque, sembra privo di volumetria.
Si individua qui una Demetra peplophoros derivante dal tipo Capitolino448, di
cui si conoscono numerose varianti449; a Cirene il tipo è già ampiamente attestato,
con diverse declinazioni, in esemplari di proporzioni maggiori450; c’è poi la DemetraIside, statua assemblata con un corpo di peplophoros di età ellenistica e testa di
Libya-Iside di I sec.a.C.451. Al proposito, nella realizzazione della capigliatura con
riccioli calamistrati in una calotta uniforme e disposti su due “ordini”, è possibile
riscontrare una commistione tra l’acconciatura della dea Libya 452, come ricorre nel
noto rilievo del British Museum453 e come è ripetuta nella documentazione
numismatica dagli esemplari di III sec.a.C. fino a quelli di I sec.a.C.454 e l’esito di
parrucca libya che caratterizza Iside o sacerdotesse/adepte del culto di Iside dall’età
tolemaica fino in età romana455.
Non mancano, infine, a Cirene, attestazioni di peplophoroi di proporzioni
simili alla nostra456: si conservano, presso i Magazzini del Museo di Cirene due
statuette inedite, una, con peplo ed himation, sembrerebbe un non-finito a giudicare
dalla mancata caratterizzazione delle pieghe della veste nella parte inferiore della
figura (Figg. 47-48)457; l’altra, invece, è caratterizzata con finezza di dettaglio nel
modellato del corpo e nella descrizione dell’abbigliamento costituito da peplo su
chitone manicato ed himation agganciato sulle spalle (Fig. 49)458.
Figg. 47-48. Peplophoros, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC, (foto V. Giovannini).
448
LIPPOLD 1950, p. 181; BESCHI 1988, n. 55, p. 566.
BESCHI 1988, n. 66, p. 567; n. 72, p. 568; n. 69, p. 568.
450
PARIBENI 1959, n. 65, tav. 58; n. 66, tav. 58 (esemplare con peplo e chitone); n. 67, tav. 58; n. 68,
tav. 58; WHITE 1971, pp. 85-104, pl. XXXVIII b, n. 4; MACDONALD 1976; KANE-TRIMBLE 1976-77,
pl. XCI, n. 3, p. 315; pl. XCII, n. 4, p. 317.
451
GHISLANZONI 1927a, pp. 198-201; PARIBENI 1959, n.78, tav. 62.
452
CATANI 1987, pp. 390-391.
453
HUSKINSON 1975, n. 60. pl. 25, pp. 31-32.
454
ASOLATI 2010, nn. 45/1-2, p. 26, 76, 124; nn. 109/1-2-3, p. 36, p. 89, p. 136.
455
SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27.
456
WHITE 1972-73, p. 183, nota 61.
457
In marmo bianco: alt. 42 cm; largh. 26 cm; spess. 8,5 cm.
458
Arenaria (?): posseggo solo uno scatto veloce all’interno del Magazzino.
449
85
Fig. 49. Peplohoros, arenaria (?),
veduta di tre quarti, MMC, (foto V. Giovannini).
V.2.3 Kóre (Tav. VIII, 26-29).
Inizio III sec.a.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 53.
Dimensioni: alt. 19,1 cm; largh.10 cm; spess. 6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta, acefala, manca delle braccia, rotte poco sotto la
spalla e delle gambe, fratturate subito sotto le ginocchia. Nonostante le scalfitture si
distinguono i dettagli caratterizzanti l’iconografia.
Descrizione: la figura indossa, forse su un chitone di cui si distingue la linea
della scollatura sopra il petto, un himation che avvolge il corpo creando vistose
pieghe a ventaglio sulle gambe; un lembo del mantello è portato a tracolla sul petto e,
coprendo il seno sinistro, risale sulla spalla ricadendo indietro con una lunga falda
che doveva probabilmente coprire il braccio sinistro.
Ai lati del collo si distinguono ancora tracce di sottili ciocche di capelli,
mentre la testa, lavorata a parte, doveva essere alloggiata nel foro che ancora si
conserva sul collo. Il retro è lavorato solo per dettagliare le pieghe del mantello,
mentre non vi è ricerca per la volumetria del collo: la statuetta doveva essere
predisposta quasi esclusivamente per una veduta frontale.
Abbiamo qui una declinazione iconografica della fanciulla divina diversa
dalle precedenti caratterizzate dall’anakalypsis: qui la giovane dea è riconoscibile per
la caratteristica dell’himation panneggiato intorno al corpo con un lembo a tracolla
sul petto, come nella Kóre di Vienna459, nella Kóre di Firenze460, ritenuta da
459
460
GÜNTNER 1997, n. 10, p. 641.
GÜNTNER 1997, n. 11, p. 641.
86
Mansuelli di derivazione lisippea461, da Rizzo, invece, di matrice prassitelica462 e
nelle varianti della stessa463. Una statuetta di Kóre, datata al IV sec.a.C. si conserva
al Museo Archeologico di Venezia464; caratterizzata con lo stesso abbigliamento la
dea compare su di un rilievo da Eleusi, datato alla seconda metà del IV sec.a.C.465;
ampia attestazione, quindi, ha questa iconografia già dal IV sec.a.C.
Anche a Cirene il tipo è documentato da numerosi esemplari, soprattutto di
plastica monumentale: può variare il lembo del mantello a tracolla, ora più leggero466
ora più pesante467; dal taglio diritto, quasi geometrico468, o più sinuoso469;
generalmente, poi, è anche dettagliata la veste indossata sotto l’himation, per
esempio con un fluire di pieghe sul petto470. Tra gli esemplari di proporzioni minori,
una Kóre (dadofora) presenta una lavorazione piuttosto grossolana471, mentre
un’altra è simile alla nostra per il modellato asciutto e sobrio472.
Questa specifica declinazione iconografica sembra scarsamente attestata tra i
votivi: proprio nell’Agorà, da un saggio sotto il Portico Ovest, proviene un piccolo
busto in marmo, pertinente ad una statuetta di Kóre473.
L’attestazione epigrafica più antica relativa al culto data al II sec.a.C.474.
V.2.4 Torso di Dioniso (Tav. IX, 30-31).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 52.
Dimensioni: alt. 23,3 cm; largh. 15 cm; spess. 5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il piccolo torso acefalo manca delle braccia, di cui non è visibile
neppure un accenno. La superficie del marmo, benché a tratti corrosa, presenta
ancora una notevole nitidezza.
Descrizione: una lastrina lavorata a rilievo configura il torso in nudità di una
figura maschile, sicuramente una divinità, per il dettaglio dell’himation che scende a
461
MANSUELLI 1958, n. 37, pp. 60-61.
RIZZO 1932, p. 102, tav. CLIV.
463
GÜNTNER 1997, n. 12, p. 641.
464
TRAVERSARI 1973, n. 73, pp. 167-168. 2
465
GÜNTNER 1997, n. 45, tav. 643.
466
WHITE 1972-73, pl. LXXXII c, p. 184, nota 66.
467
WHITE 1971, pl. LXXXII c, p. 184, nota 66.
468
PARIBENI 1959, n.73, tav. 60.
469
PARIBENI 1959, n.75, tav. 61; TRAVERSARI 1960, n. 30, pp. 70-72, tav. XVI.
470
ROSENBAUM 1960, n. 155, pl. LXXII.
471
PARIBENI 1959, n.74, tav. 60.
472
PARIBENI 1959, n.76, tav. 61.
473
STUCCHI 1967, p. 120, fig. 94.
474
WHITE 1972-73, p. 208, nota 26. La testimonianza epigrafica è problematica visto che la menzione
di Kóre è esito di integrazione, in virtù della menzione di Demetra.
462
87
zig-zag dalla spalla sinistra lungo il fianco e per le fluenti ciocche di lunghi riccioli
che ricadono, morbide, sulle spalle. Il torace è delineato con ricercatezza di dettaglio
anatomico, ad indicare i pettorali, i muscoli addominali e l’ombelico.
Dal momento che la piccola lastra non sembra fratturata lateralmente, la
mancata indicazione delle braccia sembra intenzionale, forse per un lavoro
incompiuto. Sul retro il rilievo è solo sbozzato, con vistose scalpellature, segno che
probabilmente doveva essere alloggiato entro nicchia; non possiamo escludere che il
manufatto dovesse essere rifinito con materiale diverso, forse in stucco, tecnica tipica
dell’età alessandrina impiegata soprattutto per definire dettagli quali la capigliatura,
il retro della testa e la barba475.
L’identificazione del soggetto come Dioniso476 rimane ipotetica, dal momento
che gli unici dettagli caratterizzanti sono il mantello e i lunghi riccioli sulle spalle
ricadenti sul petto. Il dio, a torso nudo con himation sulla spalla sinistra e lunghi
riccioli sul petto, è raffigurato in una statuetta in calcare da Cirene, conservata al
British Museum477 e nella grande statua di culto del Tempio di Bacco 478, di età
romana da un originale del III sec.a.C.
Escluderei l’identificazione con Apollo479, visto che, a Cirene, il tipo con
attributi simili al nostro presenta di volta in volta alcune varianti: un piccolo torso
conserva il mantello solo appoggiato sulla spalla sinistra480 come anche la grande
statua di culto dell’Apollo Citaredo dal British Museum481, insieme alla piccola
statua che ne deriva, conservata al Museo di Cirene482.
Marchionno individua cinque tipi iconografici attestati a Cirene per
l’iconografia di Apollo: tipo eclettico Pizio-Citaredo, Citaredo seduto, Citaredo
stante tipo Patròos, Pizio stante, variante del Pizio-Citaredo, Pizio seduto483. Di
questi l’unico che potrebbe offrire un confronto più stringente per il nostro piccolo
torso è il Pizio stante, per il dettaglio dell’himation scivolato con un lungo lembo
sulla spalla sinistra ma, purtroppo, questo è l’esemplare che ha creato più dibattito fra
gli interpreti ed è stato recentemente interpretato come un Aristeo484.
475
SMITH 2005, p. 206.
GASPARRI 1986, nn. 120a, 120b, p. 305; nn. 120f, 121a, 122a, 122d, p. 306; nn. 122e, 122f, 123a,
123b, 123c, p. 307; nn. 124a, 124b, 125, 126a, 126c, p. 308. In tutti questi esemplari il dio è sì
caratterizzato dalle lunghe ciocche di riccioli sul petto, ma non ha l’himation panneggiato sulla spalla:
solo il n. 126b, p. 308 presenta questo dettaglio, un lembo di mantello raccolto sulla spalla.
477
HUSKINSON 1975, n. 33, pl. 12, p. 18;
478
HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18.
479
In realtà il tipo in nudità con le lunghe ciocche di riccioli sul petto è comune anche ad Apollo, cfr.
LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984, nn. 200i, 200h, p. 200; n. 231, p. 203; n. 261, p. 205; n. 295, p. 207.
480
PARIBENI 1959, n. 147, p. 66, tav. 86.
481
HUSKINSON 1975, n. 12, pl. 5, pp. 6-7.
482
PARIBENI 1959, n. 142, tav. 85, p. 64.
483
MARCHIONNO 1995, p. 370.
484
FERRI 1927; PARIBENI 1959, n. 144, tav. 86, p. 65; MARCHIONNO 1995, pp. 366-367; LARONDE
2011, pp. 14-18, fig. 2.
476
88
V.2.5 Statuetta miniaturistica di Afrodite che si scioglie il sandalo (Tav. IX, 3234).
Fine II sec.a.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 67.
Dimensioni: alt. 3,5 cm; largh. 1,6 cm; spess. 2,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: il piccolo frammento superstite presenta una sgranatura del
marmo molto vistosa.
Descrizione: un piccolo piede sinistro, in cui ancora si nota l’anatomia delle
dita, risulta in appoggio sulla coda di un delfino: la sagoma dell’animale è delineata
schematicamente.
Potrebbe trattarsi di un esemplare miniaturistico di Afrodite che si scioglie il
sandalo485, cui si può risalire tramite il confronto con una statuetta da Smirne. Il tipo
è attestato a Cirene da questo piccolo esemplare e da una statuetta, di età romana,
conservata al British Museum, identificata come Euploia486, il cui originale, secondo
Bagnani, sarebbe opera dello stesso artista che ha prodotto la Venere di Cirene e
l’Apollo di Cirene487. Bieber ha notato come il tipo, diffuso in Asia Minore e nelle
isole, sia attestato anche nell’arte di Alessandria, cui è ascritta anche la Venere di
Cirene488.
La nostra statuetta, quindi, rientra in una produzione di votivi miniaturistici,
prodotti o da ateliers locali operanti su modelli importati o direttamente importati da
botteghe alessandrine.
V.2.6 Aristeo (Tav. X, 35-38).
Età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 26.
Dimensioni: alt. 38,4 cm; largh. 19,6 cm; spess. 12,3 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
485
DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 464, p. 44.
HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1, pp. 1-2.
487
BAGNANI 1921, p. 235.
488
BIEBER 1961, pp. 98-99.
486
89
Condizione: la statuetta, acefala, manca del braccio destro, di cui rimangono
solamente l’attacco della spalla e la mano; il braccio sinistro è privo della mano. La
superficie del marmo consente ancora una lettura di dettaglio dei particolari.
Descrizione: un personaggio maschile frontale, stante su di una base
rettangolare, è avvolto da un ampio himation panneggiato intorno al corpo in modo
da lasciare il torso nudo, con un ricco lembo portato sulla spalla sinistra e ripiegato in
avanti; il braccio destro era piegato sul fianco, come dimostra ancora la mano,
mentre il sinistro, disteso lungo il corpo, poggiava su di un bastone intorno al quale si
avvitano le spire di un serpente.
Il corpo, in effetti, con la gamba destra tesa e la sinistra flessa, risulta
sbilanciato verso sinistra, come ad appoggiarsi sul bastone. Ai piedi sono calzati
sandali di cuoio: due strisce oblique fermano la caviglia e si raccordano con una terza
striscia al centro del piede. Il retro presenta una lavorazione piuttosto sommaria delle
pieghe del mantello, ma si notano due particolari interessanti: una ciocca di riccioli
sulla nuca e, in corrispondenza della gamba sinistra, un masso dalla forma
arrotondata che probabilmente rappresenta un omphalos.
L’iconografia si addice sia ad Asclepio489, con uno schema iconografico che
si attesta già dal V sec.a.C.490, che ad Aristeo491, identificato solitamente dalle
fattezze giovanili e dalla corona turrita.
A Cirene il tipo è già attestato492, in particolare in alcune statuette conservate
al British Museum: una statuetta acefala493 presenta un’iconografia simile alla nostra,
con il dettaglio dell’omphalos dietro il piede sinistro; il simbolo sacro, poi, conserva
l’ἀγρηνόν, dalle forme semplificate, che imita quello di Delfi494.
Un altro frammento di statuetta, forse sempre di Aristeo/Asclepio, conserva il
dettaglio dell’himation lungo fino ai piedi che mette in evidenza i sandali di cuoio: in
entrambi i casi, si tratta di esemplari di età romana tarda.
Una figura maschile in himation, acefala, è sempre ascritta al tipo in quanto si
ipotizza l’esistenza in origine del bastone, in virtù della curvatura del fianco
destro495; l’unico esemplare di proporzioni maggiori conserva ancora tutti gli attributi
distintivi496: il capo cinto dalla corona turrita, il bastone con le spire del serpente ed
un omphalos appena sbozzato.
Una statuetta di figura maschile in himation è di incerta identificazione497:
manca la testa e la figura, avvolta in himation con apoptygma triangolare raccolto
sotto il braccio destro con un nodo a mo’ di rosetta, risulta fortemente sbilanciata
verso destra, come se il peso del corpo fosse retto da un sostegno, forse un bastone
489
HOLTZMANN 1984.
MANSUELLI 1958, n. 18, pp. 43-44.
491
COOK 1984.
492
VITALI 1938.
493
HUSKINSON 1975, n. 18, p. 11, pl. 7.
494
KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73.
495
VITALI 1938, p. 27, fig. 11; HUSKINSON 1975, n. 20, pl. 8, p. 11.
496
HUSKINSON 1975, n. 19, pl. 7, pp. 10-11.
497
HUSKINSON 1975, n. 100, pl. 39, p. 57.
490
90
con serpente, non più conservato; è probabile che anche qui si possa ravvisare il tipo
dell’Aristeo/Asclepio498.
Testimoniano, inoltre, la ricorrenza del tipo, ritrovamenti inediti499: una
statuetta acefala in calcare (Fig. 50) conserva un foro atto all’alloggiamento della
testa; sul retro sono delineate le pieghe del panneggio500.
Altre due statuette in marmo (Figg. 51-52 )501 ripropongono lo stesso schema
della figura maschile con himation che lascia nudo il torso: manca in questi
esemplari l’attributo del bastone con serpente.
Fig. 50. Statuetta in calcare, Aristeo,
MMC (foto V. Giovannini).
Fig. 51. Statuetta in marmo,
Aristeo (?), MMC
(foto V. Giovannini)
Fig. 52. Statuetta in marmo, Aristeo (?),
MMC (foto V. Giovannini).
Che l’iconografia sia soggetta ad un evidente sincretismo è dimostrato anche
dall’analisi di Paribeni che, pur assegnando l’attribuzione degli esemplari considerati
ad Asclepio, annota i tratti comuni con l’immagine di Aristeo502; la dipendenza di
498
Anche nella relazione Smith & Porcher si parla di Aristeo: SMITH & PORCHER 1864, p. 108, n. 140.
Le statuette sono conservate presso il Magazzino del Museo di Cirene.
500
Altezza 17 cm; larghezza 9 cm; spessore 4 cm. Il votivo fa parte del cosiddetto “Fondo Nuri”: devo
la segnalazione al compianto Soprintendente alle Antichità di Cirene, Dott. Abdulgader Mzeini.
501
Di questi due ultimi esemplari posseggo solo scatti veloci all’interno del Magazzino.
502
PARIBENI 1959, nn. 197, 198, p. 82, tav. 110; n. 199, p. 83, tav. 110; nn. 200, 201, p. 83, tav. 111;
nn. 210, 211, 212, p. 85, tav. 112; nn. 214, 215, 216, p. 86, tav. 113; n. 202, p. 83, tav. 114; nn. 203,
205, p. 84, tav. 114; n. 209, p. 85, tav. 114; nn. 204, 206, 207, p. 84, tav. 115; n. 208, p. 84, tav. 115. I
nn. 197, 202, 203, in cui Paribeni vede una possibile contaminazione con la figura di Aristeo, sono
citati come confronto certo per due statuette di Asklepios da Rodi: GUALANDI 1976, pp. 88-89, fig. 67;
pp. 90-91, fig. 68.
499
91
Aristeo dalla tradizione iconografica di Asclepio è sottolineata anche da Ensoli,
secondo la quale solo in età romana l’iconografia di Aristeo acquisterebbe una
propria autonomia503: un rilievo con divinità greco-libye, di età romana, attesterebbe
la compresenza di Aristeo e Asclepio504.
Uno degli ultimi contributi del Prof. Laronde riprende la disamina della figura
di Aristeo a Cirene, con una ricognizione generale sulle fonti che ne attestano la
tradizione mitica e su quelle iconografiche che testimoniano il culto: lo studioso
ridiscute, infatti, l’attribuzione dell’Apollo dalle Grandi Terme, ipotizzando una più
probabile identificazione con Aristeo per le tracce superstiti di una corona turrita505.
La statua, esito di una rilavorazione da un simulacro di Aslepio, sarebbe poi stata
rielaborata nel II sec.d.C. come immagine di Aristeo: l’interpretazione sembra
riconfermare ancora una volta la vicinanza fra le due divinità che condividono
tradizione mitica ed iconografia.
V.2.7 Torso di Afrodite (Tav. XI, 39-42).
Età flavia.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 19.
Dimensioni: alt. 11,5 cm; largh.12 cm; spess. 6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: piccolo torso di statuetta acefala, rotto circa all’altezza
dell’ombelico; entrambe le braccia sono fratturate poco sopra il gomito; la superficie
del marmo risulta ancora abbastanza nitida, benché compaia una scalfittura dietro la
spalla sinistra.
Descrizione: il busto, caratterizzato da una femminilità ancora acerba per i
seni appena accennati, presenta, sulla superficie del collo, un foro circolare506 per
l’incasso della testa che, quindi, era lavorata a parte; un altro foro è presente dietro la
spalla sinistra507, forse esito di un intervento successivo; un terzo foro508 è presente
sul braccio destro, per l’originario fissaggio dell’avambraccio. La lavorazione del
retro manca di volumetria, anche se è indicata la curvatura della colonna vertebrale.
La nudità del busto evoca immediatamente l’immagine di una piccola
Afrodite509: data l’estrema semplificazione del modellato e la mancanza di attributi
distintivi è pressoché impossibile ricondurre la statuetta ad un tipo preciso.
503
ENSOLI 1994, pp.71- 73. La studiosa ripercorre l’evoluzione dei due culti di Asclepio ed Aristeo in
connessione con gli avvenimenti storici e politici di Cirene.
504
FABBRICOTTI 1987, p. 230, n. 8, fig. 10; p. 238, fig. 18.
505
LARONDE 2011, pp. 14-18, fig. 2; PARIBENI 1959, n. 144, p. 65, tav. 86.
506
Ø 3,5 cm.
507
Ø 3,7 cm.
508
Ø 3,7 cm.
509
DELIVORRIAS ET ALII 1984.
92
A Cirene sono numerosissimi gli esemplari scultorei dedicati alla dea, dalla
Capitolina510 all’Afrodite tipo Rodi511; ad Alessandria si conserva un piccolo busto
molto simile a questo, dall’esito un po’ schematico512 ed il nostro piccolo torso
potrebbe essere considerato come una interpretazione, decisamente corsiva, del tipo
Cnido513; per la datazione un confronto si può istituire, con un torso, copia del tipo,
datato in età flavia, conservato a Basilea514.
Della ricorrenza di quest’ultimo tipo è testimonianza anche una statuetta
inedita da Cirene (Figg. 53-54)515: la figura acefala, in nudità, presenta una leggera
flessione del busto a sinistra; il braccio destro, rotto a metà dell’avambraccio, doveva
probabilmente terminare con la mano sul pube e presenta un’armilla in rilievo a metà
della spalla; un’altra armilla è sul braccio sinistro, rotto proprio all’altezza del
monile. La gamba destra sembra tesa, la sinistra invece flessa: entrambe sono
spezzate all’altezza del ginocchio. Il dettaglio anatomico è poco percepibile, come si
evince dalla linea schematica del pube, dai seni appena accennati; sul retro è espressa
una maggiore sensualità con il movimento sinuoso della schiena e la rotondità dei
glutei: l’esemplare va considerato replica del tipo Afrodite di Cnido.
Figg. 53-54. Statuetta di Afrodite, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC (foto V.
Giovannini).
V.2.8 Priapo (Tav. XII, 43-46).
I-II sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 28.
Dimensioni: alt. 23,6 cm; largh. 16,8 cm; spess. 8,6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
510
PARIBENI 1959, nn. 246, 247, tav. 126, p. 96; nn. 248, 249, tav. 127, p. 97; nn. 250, 251, 252, 253,
tav. 128, pp. 97-98; nn. 254, 255, 256, 257, tav. 129, p. 98.
511
PARIBENI 1959, nn. 258, 259, 260, 261, tav. 130, p. 99; HUSKINSON 1975, n. 9, pl. 3, p. 5;
DELIVORRIAS ET ALII 1984, p. 82.
512
ADRIANI 1961, serie A, vol. II, n. 92, tav. 56, 169.
513
HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1, p. 5; DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 391-408, pp. 36-37; CORSO
2007, pp. 9-187.
514
CORSO 2007, p. 121, fig. 77, nota 8, n. 211; sulla storia e fortuna del tipo, cfr. anche CORSO 1997.
515
Marmo bianco a grana fine; alt. 28,5 cm; largh. 13 cm; spess. 5 cm. Magazzino del Museo
Archeologico di Cirene.
93
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la statuetta acefala è rotta poco sotto le ginocchia e la superficie
del marmo si presenta piuttosto consunta.
Descrizione: una figura maschile stante frontale veste un chitone a corte
maniche; entrambe le braccia sono impegnate a sollevare la falda della veste in modo
da denudare il fallo eretto; sul chitone, raccolto in grembo, è raccolta una messe di
frutti tra i quali si notano, in primo piano, una melagrana e un grappolo d’uva. Sul
petto sono ancora visibili le ciocche fluenti della barba, mentre dietro la nuca si
notano ancora le tracce della lunga capigliatura. La lavorazione del retro,
assolutamente piatta e priva di volumetria, presenta annotazioni della veste che
sembrano enfatizzare il gesto compiuto dal dio. Forse la statuetta era destinata alla
sola visione frontale.
Il dio Priapo è qui rappresentato secondo il tipo Anásyrma, “impudico”, come
ricorre prevalentemente in esemplari di I-II sec. d.C.516.
Questa nostra è una versione più elaborata, sia per il modellato che per
l’impiego del marmo, di una statuetta in calcare di Priapo proveniente dalla chora di
Cirene517: questa conserva ancora la base rettangolare di appoggio che,
probabilmente, doveva esserci anche nella nostra ed il dettaglio dell’himation
panneggiato sul petto; anch’essa è lavorata per una veduta esclusivamente frontale.
Sempre dalla Cirenaica proviene un supporto in marmo su cui è lavorata ad
altorilievo una figura di Priapo518, dalla resa schematica e semplificata: il dio, in
posizione stante frontale, vestito di lungo himation, è raffigurato nell’atto di sollevare
la falda del mantello a denudare il membro eretto; il volto barbato è caratterizzato da
un capigliatura di lunghi ricci.
V.2.9 Hekataia
Tipo I: τριπρόσωπος
1. Hekátaion τριπρόσωπον (Tav. XIII, 47-50).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 24.
Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 12,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
516
MEGOW 1997, n. 69, p. 685; n. 76, p. 685; n. 81, p. 685.
BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25.
518
La figura è molto danneggiata: HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20.
517
94
Condizione: compaiono scheggiature sulla parte terminale del pilastro
centrale, sulle parti sporgenti dei volti (soprattutto il naso) e nei passaggi di raccordo
tra le teste. La superficie del marmo risulta piuttosto sgranata.
Descrizione: tre volti si appoggiano intorno ad un pilastrino centrale svettante
sulle teste; si conserva un foro sulla superficie di base519, probabilmente per il
fissaggio su supporto; un altro foro520 si trova sulla superficie della colonnina, forse
per l’alloggiamento di qualche attributo. I volti, pressoché identici, sono
caratterizzati da un’acconciatura di lunghi capelli ondulati, indicati da sottili linee
incise, raccolti con una scriminatura centrale sulla fronte e bipartiti poi sulle spalle in
due ciocche simmetriche; proprio le ciocche di capelli fanno da raccordo fra le teste.
Il viso, dall’ovale pieno, è di espressione volitiva benché i tratti siano delicati: la
piccola bocca serrata come in un sorriso appena accennato, il naso diritto, le arcate
sopracciliari segnate con l’orbita oculare un po’ infossata. Un ulteriore tratto di
femminilità è dato dal collare di Venere delineato sul collo delle tre teste.
Una Ecate dalle tre teste521, per cui non possiamo essere certi che terminasse
con tre figure, l’invenzione di Alkamenes522 o se sia piuttosto ipotizzabile
l’ascrizione al tipo ermaico523; per la ieraticità dello sguardo richiama, a Cirene, la
triplice Ecate in arenaria di età alessandrina524.
Tipo II: τρίμορφος
2. Hekátaion τρίμορφον (Tav. XIV, 51-56).
Fine età ellenistica- inizi età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 44.
Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 5,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: delle tre figure, solo una conserva la testa, un’altra è
completamente acefala, la terza manca proprio dei lineamenti del volto. Sono in parte
danneggiate da scalfitture le parti più esposte, come le braccia; la superficie del
marmo risulta fortemente consunta.
Descrizione: le tre figure sono addossate ad una colonnina centrale che
termina con un foro circolare525. La dea, sempre vestita di chitone a corte maniche e
519
Ø 1,8 cm.
Ø 1,8 cm.
521
SARIAN 1992, pp. 1014-1015.
522
LAWTON 2006, p. 39.
523
SARIAN 1992, n. 200, pl. 669; nn. 201, 203, 204, p. 669.
524
PARIBENI 1959, n. 167, pp. 72-73, tavv. 96, 97, 98.
525
Ø 0,6 cm.
520
95
peplo altocinto con apoptygma e sempre in posizione frontale stante, sembra
caratterizzata da uno sguardo fermo e volitivo, per quel poco che si può giudicare
dall’espressione del volto, dai tratti gentili; i lunghi capelli, bipartiti in due sottili
ciocche sulle spalle, sono incorniciati da un polos alto e stretto.
Diverse sono le caratterizzazioni delle tre figure: una è ritratta con le braccia
distese lungo il corpo come a trattenere la veste; un’altra flette il braccio destro sul
petto, nell’atto di mostrare un fiore o un frutto, forse una melagrana; il braccio
sinistro è, invece, disteso lungo il corpo, forse anch’esso a trattenere la veste.
La terza figura impugna, con la mano destra lungo il fianco, una phiále
mesόmphalos, con la sinistra, invece, una lunga fiaccola. Si nota, in questa statuetta,
una certa cura per i particolari, come nella resa delle pieghe della veste in
corrispondenza delle gambe e del busto.
Ancora una volta una triplice Ecate, descritta qui a figura intera, in una
tipologia ben nota già in età ellenistica526, anche in esemplari da Cirene, con varianti
nella caratterizzazione degli attributi: in un caso l’oinochόe527, in un altro esemplare
tre sono le faci e costituiscono il raccordo tra le figure528; un terzo esemplare
conserva anche la figura di un piccolo cane529; un frammento di statuetta dallo
schema iconografico simile al nostro si conserva in stato gravemente
frammentario530; presso i Magazzini del Museo di Cirene si conserva un piccolo
torso in marmo, inedito, forse attribuibile ad Hekátaion531 (Figg. 55-56).
Figg. 55-56. Busto femminile, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC (foto V. Giovannini).
Una statuetta sempre di Hekátaion τρίμορφον è stata rinvenuta, nel corso dei
recenti scavi, nell’area sacra di Callicrateia ad Apollonia532.
526
SARIAN 1992, n. 115, p. 661; n. 117, n. 122, p. 662; n. 125, n. 126, p. 663; n. 132, n. 133, n. 134; n.
137, n. 138, n. 139, n. 140, n. 142, p. 665.
527
PARIBENI 1959, n. 172, tav. 100, p. 74.
528
PARIBENI 1959, n. 173, tav. 101, p. 75.
529
HUSKINSON 1975, n. 41, p. 21, pl. 16.
530
PARIBENI 1959, n. 174, tav. 101, p. 75.
531
Senza n. di inventario; marmo bianco; alt. 13 cm; largh. 13; spess. 3,5 cm. “Fondo Nuri”. Si tratta
di una figura femminile acefala, di cui si conserva il foro per l’alloggiamento della testa; il braccio
destro è rotto all’altezza del gomito e il sinistro all’altezza dell’avambraccio; il retro è liscio e
conserva tratti del panneggio e, forse, della capigliatura appena delineata con due tratti paralleli.
L’abbigliamento è costituito da un chitone a corte maniche su cui è indossato un peplo altocinto con
apoptygma.
532
CAILLOU 2010, pp. 177-178.
96
Sullo stile arcaizzante di queste realizzazioni che deriverebbero
dall’Hekátaion di Alkaménes, inventore del tipo533, vale l’osservazione della
Harrison a proposito degli Hekátaia dell’Agorà di Atene: l’esecuzione tecnica non
differisce radicalmente negli esemplari di età ellenistica e di età romana534.
Gli attributi come la melagrana e la fiaccola esplicitano il legame della dea
con il mondo infero, legame condiviso con la stessa Kόre: del resto la dea compare
nel viaggio in Ade, nel ratto e nel ritorno di Persefone535; il cane è un riferimento al
corteggio di cani ululanti che accompagnano la dea notturna nel suo misterioso
vagare536.
3. Hekátaion τρίμορφον (Tav. XV, 57-60).
Fine età ellenistica- inizi età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 62.
Dimensioni: alt. 23 cm; largh. 6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la statuetta, ricostituita da due frammenti, è molto danneggiata;
le figure mancano delle braccia, fratturate poco sopra il gomito; la superficie è
gravemente consunta tanto che a stento si distinguono i dettagli del modellato.
Descrizione: le figure sembrano realizzate senza soluzione di continuità, in
quanto non si distingue la separazione tra l’una e l’altra; solo le teste sembrano più
caratterizzate. La dea indossa un abbigliamento costituito da chitone e peplo; il volto,
dai tratti estremamente semplificati è incorniciato da una lunga chioma di capelli
ondulati che scendono sulle spalle.
Si tratta di un esemplare molto corsivo, forse un non finito: testimonia
un’ulteriore variante della triplice Ecate.
V.2.10 Statuette di Cibele
Tipo I: Cibele in trono con due leoni affiancati
1. Cibele (Tav. XVI, 61-63).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 3.
Dimensioni: alt. 13 cm; largh. 9,3 cm; spess. 5 cm.
Materiale: calcare.
533
CAPUIS 1968, p. 12.
HARRISON 1965, p. 87. Esemplari simili al nostro sono datati tra I a.C. e I d.C.: n. 136, 137 pl. 33,
p. 100; n. 139, pl. 34, pp. 100-101.
535
BURKERT 2010, p. 316, p. 333.
536
BURKERT 2010, p. 333.
534
97
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta si conserva in stato molto precario, per la presenza di
scheggiature sulla parte superiore del trono e la corrosione generalizzata sulla
superficie. Il retro è solo sbozzato sì da consentire la sola veduta frontale.
Descrizione: una figura femminile acefala è seduta in posizione frontale su di
un trono dalla forma rettangolare, ricavato in negativo dalla lavorazione della figura.
La dea veste un lungo chitone podéres: sembra di distinguere sul grembo una piega
sinuosa, forse dell’himation, panneggiato fino a scendere sul braccio sinistro.
Affiancano la dea due leoni, dalla forma molto stilizzata: dalla veduta laterale si nota
che la sagoma dell’animale, ritto sulle zampe anteriori, è appena delineata.
La dea, qui ritratta secondo una tipologia che deriva da quella del Metròon di
Atene, che si diffonde dal IV sec.a.C.537, viene così rappresentata a Cirene538 con
alcune varianti: è affiancata da leoni in una bella scultura, purtroppo molto
frammentaria, da Apollonia539; in una statuetta dal Santuario di Iside sull’Acropoli
regge il timpano con la sinistra e forse la phiále con la destra540. Dal Tempio di Iside
sull’Acropoli proviene una statuetta di Cibele in trono, velato capite, sempre con la
phiále nella destra541, esemplare simile a quello recentemente rinvenuto nel Tempio
di Demetra fuori porta Sud542; sempre affiancata da due leoni la dea compare in una
scultura frammentaria dai recenti scavi della Villa con Vista a Tolemaide543.
2. Cibele (Tav. XVI, 64-66).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 4.
Dimensioni: alt. 13 cm; largh. 9 cm; spess. 7 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
537
SIMON 1997, p. 753, n. 47a. Lo schema iconografico della dea seduta in trono con due leoni ai lati,
fortemente ricorrente a Cirene, sembra invece poco attestato in Grecia e nelle isole: VERMASEREN
1982, n. 60, p. 25 (da Atene, età romana), n. 555, p. 178 (rilievo da Lesbo), n. 576, p. 185 (rilievo da
Samo, I sec.a.C.), n. 667, p. 213 (rilievo da Calymna), n. 685, p. 219 (statuetta da Achna), n. 686, p.
220 (statuetta da Sinda), n. 688, p. 220 (statuetta da Kythrea), n. 690, p. 221 (statua da Soli), n. 721, p.
227 (statuetta in terracotta da Cipro), n. 723, p. 228 (da Cipro).
538
LONGARINI 2006, p. 71.
539
PARIBENI n. 231, p. 90, tav. 120; MCALEER 1978, n. 2, pp. 8-10. pl. II,1.
540
GHISLANZONI 1927a, p. 159, fig. 4; PARIBENI 1959, n. 232, tav. 120, pp. 90-91.
541
GHISLANZONI 1927a, p. 169, fig. 12; PARIBENI 1959, n. 233, tav. 120, p. 91; VERMASEREN 1986, p.
17, n. 36.
542
LONGARINI 2006, p. 71, fig. 1.
543
MUSZYŃSKA 2008.
98
Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono e la superficie
presenta una corrosione tale da ostacolare la nitida comprensione del modellato. Il
lavoro è di fattura decisamente corsiva, come il precedente; il retro è solo
grossolanamente sbozzato, maggiormente scalpellato al centro, sì da creare una sorta
di incavo.
Descrizione: la dea, seduta in trono in posizione frontale, veste un chitone
altocinto podéres, su cui è panneggiato un himation che crea una vistosa piega sul
grembo ed una a zig-zag lungo la spalla sinistra. Ai lati della dea, due leoni ritti sulle
zampe anteriori sono un tutt’uno con i braccioli del trono: nessuna ricerca vi è nella
resa anatomica dell’animale. La dea distende in avanti le braccia e con la destra
porge sicuramente una phiále.
L’esemplare costituisce una replica del tipo precedente.
3. Cibele (Tav. XVI, 67-68).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 9.
Dimensioni: alt. 16,5 cm; largh. 13 cm; spess. 9,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è gravemente danneggiata, rotta nella parte superiore
del trono e gravemente corrosa su tutta la superficie; non si distinguono ormai più i
dettagli del modellato. Il retro è insolitamente levigato ma la figura doveva essere
predisposta prevalentemente per la veduta frontale. Il lavoro è estremamente corsivo.
Descrizione: la figura, acefala e illeggibile nella parte superiore del busto,
veste un lungo chitone podéres su cui è panneggiato l’himation di cui sono ben
evidenti le pieghe oblique sulle gambe. Ai lati del trono, due animali, di cui non è più
visibile il muso, sono ritti sulle zampe anteriori e fanno parte dei braccioli del trono:
anche qui non vi è cura per l’anatomia dell’animale.
Una replica del tipo precedente.
4. Cibele (Tav. XVII, 69-72).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 31.
Dimensioni: alt. 21,3 cm; largh. 13,5 cm; spess. 9 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
99
Condizione: la statuetta è fratturata nella parte superiore del trono e sul lato
destro; la superficie del marmo risulta molto sgranata. Il retro è ben levigato;
probabilmente la veduta prevalente doveva essere quella frontale.
Descrizione: la figura femminile, acefala, veste un lungo chitone podéres
altocinto su cui è riccamente panneggiato l’himation che crea una vistosa piega sul
grembo ed una obliqua sulle gambe.
La dea è affiancata da due leoni: i due animali, ritti sulle zampe anteriori,
costituiscono un’appendice dei braccioli del trono, di cui rappresentano la parte a
vista. Le braccia, appena visibili, sono distese lungo il corpo: a lato del braccio
sinistro doveva forse comparire il timpano, di cui si distingue la superficie sagomata,
in stato frammentario.
Di nuovo una statuetta di Cibele affiancata da due leoni, qui con la variante
dell’attributo del timpano. Per la resa del panneggio delle vesti e per l’attenzione
nella rifinitura anche delle superfici meno in vista, daterei l’esemplare ancora in età
ellenistica544.
5. Cibele (Tav. XVII, 73-75).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 32.
Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 12,5 cm; spess. 15 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è gravemente frammentaria soprattutto nella parte
superiore del trono e sul lato sinistro. Il livello di avanzata corrosione della superficie
rende indistinguibili i tratti del modellato. La superficie, sul retro e nei lati, è
levigata; sulla veste, in corrispondenza dei piedi, si nota un foro.
Descrizione: la dea, veste un lungo chitone podéres altocinto, di cui si notano
le lunghe pieghe parallele; sopra è panneggiato un himation che scende sulle gambe.
La figura, priva della testa e delle braccia, è affiancata da due leoni, ritti sulle zampe
anteriori, di cui si nota, di profilo, la sagoma appena accennata.
Ancora una Cibele affiancata da due leoni: lo stato di degrado del materiale
non permette di giudicare il livello formale di questa realizzazione.
6. Cibele (Tav. XVII, 76-78).
Età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
544
LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2.
100
N. inv.: 30
Dimensioni: alt. 22,2 cm; largh.14,4 cm; spess. 10,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: se non fosse per la grave corrosione della superficie del marmo,
che rende indistinte le linee del modellato, la statuetta potrebbe dirsi integra; il retro è
sbozzato, con evidenti tracce di scalpello, per eliminare le asperità ma senza
indulgere nella levigatura. Il lavoro è decisamente poco accurato.
Descrizione: la figura è seduta in posizione frontale su di un trono dallo
schienale non squadrato; l’abbigliamento è costituito da un lungo chitone podéres, da
cui spuntano i piedi, su cui è panneggiato l’himation che crea una piega obliqua sulle
gambe. La dea, il cui volto è incorniciato da lunghi capelli che scendono sulle spalle,
poggia le mani sulle teste dei due felini che siedono a fianco: anche qui gli animali
sono solo una propaggine dei braccioli del trono, tanto che non vi è nessuna
indicazione anatomica se non per le zampe anteriori che determinano la postura degli
animali.
Un esemplare ascrivibile alla serie già descritta, forse di età più tarda545.
Tipo II: Cibele in trono con un solo leone
7. Cibele (Tav. XVIII, 79-81).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 7.
Dimensioni: alt. 25,5 cm; largh. 17 cm; spess. 20 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è gravemente danneggiata, priva della parte superiore
della figura e dello sviluppo del trono; la superficie del marmo è talmente corrosa
che le forme sono pressoché indistinte.
Descrizione: la dea, siede frontale su di un trono ed è affiancata sulla destra
da un leone che doveva costituire la prosecuzione dei braccioli del trono; dalla
veduta laterale si nota che il corpo dell’animale non era neppure accennato. La
caratteristica distintiva di questo esemplare è la presenza di un suppedaneo
rettangolare, ancora visibile sulla base della statuetta. La superficie del retro è resa
regolare e priva di asperità.
545
GHISLANZONI 1927a, p. 169, fig. 12; PARIBENI 1959, n. 233, tav. 120, p. 91; VERMASEREN 1986, p.
17, n. 36. LONGARINI 2006, p. 71, fig. 1.
101
Lo stato di conservazione non consente di valutare stilisticamente l’esemplare
ma, a giudicare da ciò che resta, il modellato è estremamente semplificato e forse
l’esito originario doveva prevedere un timpano nella sinistra546.
8. Cibele (Tav. XVIII, 82-83).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: senza n. inv.
Dimensioni: alt. 7 cm; spess. 3,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è rotta nella parte superiore a metà circa del busto
della figura. La superficie di calcare non presenta vistose scheggiature o lacune
dovute alla corrosione.
Descrizione: la figura della dea, seduta frontale in trono, è qui appena incisa a
bassissimo rilievo; il braccio destro sembra flesso sul busto, mentre il sinistro è
disteso in avanti come in appoggio sulle ginocchia. La figura dell’animale, ritto sulle
zampe anteriori, è una sottile sagoma lineare, inclinata verso destra, come se
l’artigiano avesse realizzato il leone utilizzando il poco spazio rimasto.
L’elaborato è di fattura così povera e di dimensioni tanto ridotte, pressoché
miniaturistiche, che non consente una plausibile datazione.
Tipo III: Cibele con due personaggi ai lati del trono
9. Cibele (Tav. XVIII, 84-86).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 29.
Dimensioni: alt. 25 cm; largh. 14 cm; spess. 12 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: LONGARINI 2006, pp. 73-74, fig. 5.
Condizione: la statuetta è frammentaria sul lato destro; è piuttosto evidente la
sgranatura del marmo; la superficie del retro è ben levigata.
Descrizione: la dea, acefala, è vestita di un lungo chitone podéres altocinto
sopra il quale è indossato un himation riccamente panneggiato che, passato sulla
546
LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2.
102
spalla sinistra, scende sul grembo con un lembo a zig-zag e giunge fin sopra i piedi.
Il braccio destro è fratturato subito sotto la spalla e conserva un foro con infisso un
perno metallico; anche il braccio sinistro, spezzato, presenta un foro547 per
l’alloggiamento dell’avambraccio; anche sull’attacco del collo rimane un foro con
perno metallico infisso, sicuramente per la testa che era lavorata a parte. Interessante
è il suppedaneo rettangolare che sembra terminare in alto con protomi leonine e
poggiare su sostegni configurati a zampe leonine.
Ai lati della dea compaiono due personaggi, lavorati a bassissimo rilevo: a
destra Ermes con petaso, stante frontale, vestito con corto chitone su cui è appoggiata
la clamide; a sinistra Zeus, stante frontale, con himation che sembra denudare
parzialmente il torso (la mano destra appare piegata sul petto, la sinistra trattiene un
lembo del mantello).
Come è già stato evidenziato548 questa iconografia si riconduce al tipo
efesino, attestato dal IV sec.a.C. fino in età romana, rappresentato prevalentemente
da rilievi.
In un rilievo a naískos da Cirene549, la dea Cibele è affiancata da due divinità
lavorate a bassissimo rilievo, Ecate ed Ermes; se la dea, come recita l’Inno, è madre
degli dei e degli uomini550, anche Zeus ed Ermes sono suoi figli ed Ecate le è
paredra.
Per questa variante tipologica le maggiori attestazioni provengono
dall’Attica551 e già Paribeni aveva ipotizzato che l’esemplare fosse di importazione.
Tipo IV: Cibele in trono
10. Cibele (Tav. XIX, 87-90).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 8.
Dimensioni: alt. 17,5 cm; largh. 9,6 cm; spess. 10 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta è fratturata sulla parte sinistra della spalliera del
trono; la superficie del marmo è gravemente corrosa; il retro è ben levigato.
Descrizione: la dea, acefala, siede frontale su di un trono che appare
sproporzionato rispetto allo sviluppo della figura; l’abbigliamento è costituito da un
547
Ø 0,5 cm.
NAUMANN 1983, pp. 351-352, nn. 493-500; SIMON 1997, n. 41, p. 509; LONGARINI 2006, pp. 7374, fig. 5.
549
PARIBENI 1959, n. 236, tav. 121, pp. 91-92.
550
Hom. Hymn. 14.
551
VERMASEREN 1977b, n. 61, p. 19, pl. XLIV; n. 174, p. 49, pl. CV; NAUMANN 1983, pp. 318-319,
nn. 188-200; GUNTNER , p. 129, B2 e B7 (fine età classica-inizi età ellenistica).
548
103
lungo chitone podéres, dalle fitte pieghe parallele, su cui è panneggiato l’himation. È
interessante notare che il mantello, di cui sono dettagliate le pieghe sui lati, avvolge
completamente la figura e scende con un lembo lungo il fianco sinistro.
Qui la caratterizzazione della figura è ambigua, poiché nessun elemento
distintivo richiama inequivocabilmente la dea Cibele: lo schema della divinità femminile
seduta in trono conviene benissimo anche a Demetra552: si è già notato, del resto, come a
Cirene sia operante una forma di sincretismo cultuale fra le due dee553.
11. Cibele (Tav. XIX, 91-93).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 5.
Dimensioni: alt. 30,5 cm; largh.15,5 cm; spess. 26 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono; la superficie
del marmo, levigata anche sul retro, consente una lettura dettagliata del modellato
della figura.
Descrizione: una figura femminile acefala siede frontale su un trono
regolarmente squadrato; indossa un chitone altocinto podéres, di cui sono dettagliate
sia le lunghe pieghe sulle gambe che le cuciture sulle maniche; sopra è indossato un
ricco himation che, con un lembo a zig-zag, scivola dal grembo lungo le gambe, un
altro lembo scende dalla spalla sinistra; sono visibili le punte dei piedi, con sandali
dall’alta suola. Il braccio destro è rotto all’altezza del gomito, mentre il sinistro,
spezzato a metà dell’avambraccio, è piegato verso l’alto.
Anche qui, come nel caso precedente, non possediamo elementi distintivi per
un’attribuzione certa a Cibele: potrebbe trattarsi della dea, se il braccio sinistro fosse
portato sui capelli, come in una statuetta da Canterbury, datata alla prima età
imperiale554, oppure se il braccio fosse appoggiato su un piccolo timpano, che non
compare, come nella “Cibele Doria Pamphilj”555.
Tipo V: Cibele con timpano e leone
12. Cibele (Tav. XIX, 94-97).
Età ellenistica.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
552
PARIBENI 1959, n. 79, tav. 62, p. 47; n. 80, tav. 63, p. 48; HUSKINSON 1975, n. 31, pl. 9, p. 17;
CELLINI 2010, pp. 101-104, figg. 1-6.
553
LONGARINI 2010, p. 83.
554
SIMON 1997, n. 51a, p. 511.
555
SIMON 1997, n. 52, p. 511.
104
N. inv.: 6.
Dimensioni: alt. 29 cm; largh. 20 cm; spess.15,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2.
Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono; la superficie
del marmo, levigata anche sul retro, benché presenti tratti di corrosione, consente
tuttavia una lettura dettagliata del modellato della figura. Si conservano due fori
sull’attacco del piede destro.
Descrizione: la dea siede frontale sul trono e, come di consueto, veste un
chitone altocinto podéres di cui sono dettagliate le lunghe pieghe come anche i segni
delle cuciture sulle maniche; l’himation, panneggiato sulle spalle, ricade sul grembo
e scivola con una lunga falda sul fianco sinistro. Il braccio destro è rotto circa
all’altezza del gomito; il sinistro, invece, poggia con il palmo della mano sul grande
timpano. Sulla destra siede il leone, ritto sulle zampe anteriori, che sembra qui, per la
prima volta, caratterizzato con dettaglio anatomico, come si può notare dai particolari
della criniera ma, soprattutto, dalla resa della gabbia toracica con cui si vuole
evidenziare la muscolatura tesa e potente.
Si può considerare una variante del tipo II: esemplari simili provengono
dall’Attica ma anche dall’Asia Minore e si datano nel primo ellenismo556; la statuetta
si caratterizza per la finezza della lavorazione e per la cura dei particolari.
V.2.11 Erma di Ermes (Tav. XX, 98-101).
I sec.a.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 15.
Dimensioni: alt. 15.5 cm; largh. 10 cm; spess. 10,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: l’erma è fratturata all’attacco del pilastrino e la testa è fratturata
sul retro; lo stadio di corrosione è molto avanzato. Il retro è lavorato con accuratezza,
segno che l’erma, libera da vincoli di collocamento, doveva essere predisposta per
una veduta a tutto tondo.
Descrizione: su di un pilastrino rettangolare si imposta una testa maschile dal
volto barbato. La fisionomia è oggi difficilmente distinguibile a causa della
consunzione della superficie per cui i lineamenti risultano quasi cancellati. La bocca,
coperta dai baffi che delineano una curva raccordandosi alla barba ormai informe,
556
LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2.
105
sembra caratterizzata dal labbro inferiore sporgente; il setto nasale è ormai
completamente evanido; gli occhi sono segnalati dalla palpebra superiore incisa su
cui si apre l’arcata sopracciliare appena accennata.
Sulla fronte si imposta una capigliatura che, originariamente, doveva essere
costituita da una doppia fila di riccioli a piccole volute, di cui ancora si percepisce la
lavorazione nelle vedute di profilo; sul capo è fissato un diadema, stretto e
leggermente bombato che separa i riccioli dal retro della capigliatura costituita da
lunghi capelli segnalati da linee ondulate, incise sia sulla calotta cranica che sul retro.
L’erma di Ermes557, in cui si riconosce una derivazione dall’Ermes
Propylaios di Alkamenes558, è di stile arcaizzante, come denota la lavorazione della
capigliatura dalle linee ondulate incise e dai riccioli a volute.
A Cirene sono già noti alcuni esemplari scultorei attestanti il tipo:
dall’esemplare di scuola attica di grandi proporzioni559, fino alle repliche più
corsive560; di grande interesse risulta il confronto con un frammento di erma
arcaizzante che presenta una caratterizzazione della capigliatura molto simile alla
nostra e, in particolare, “…il motivo della ciocca di capelli ripresa sopra l’orecchio e
poi scendente isolata sul collo”561, distintivo delle erme arcaizzanti.
Un’erma inedita conservata presso il Magazzino del Museo Archeologico di
562
Cirene offre un confronto molto stringente per il nostro esemplare: il viso non è
più leggibile, a causa di una grave lacuna, ma si conserva tutto lo sviluppo dell’erma;
sulla faccia anteriore del pilastro si conserva un incasso circolare per il fissaggio dei
genitali, lavorati a parte. È un’erma di Ermes, molto simile alla nostra, sempre di
stile arcaizzante, come denota la lavorazione della capigliatura a ciocche ondulate,
rese da lunghe incisioni continue e dal dettaglio del diadema, stretto e bombato
(Figg. 57-58-59-60).
Figg. 57-58-59-60. Erma di Ermes, in marmo, vedute: frontale, laterale destra, laterale sinistra, posteriore.
MMC (foto V. Giovannini).
557
SIEBERT 1990, p. 298.
CAPUIS 1968, pp. 35-58.
559
PARIBENI 1959, n. 368, p. 131, tav. 365.
560
PARIBENI 1959, n. 372, p. 132, tav. 167.
561
PARIBENI 1959, n. 373, tav. 167, p. 132.
562
Erma di Ermes in marmo bianco: alt. 30 cm ; largh. 9 cm; spess. 8 cm; alt. testa 11 cm (all’attacco
del collo). Magazzino del Museo Archeologico di Cirene.
558
106
Dal Tempio di Afrodite proviene un rilievo frammentario in cui appare
Apollo seduto affiancato da un grifone563: accanto al grifone compare anche un’erma
barbata, purtroppo poco nitida a causa della consunzione della superficie, che
riproduce ancora una volta il tipo dell’Ermes Propylaios564.
V.2.12 Testa di Dioniso tauromorfo (?) (Tav. XX, 102-105).
Età ellenistico-romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 56.
Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 9,8 cm; spess. 8,2 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la testa, conservatasi con una base d’appoggio dalla forma
circolare, presenta una forte scheggiatura sul naso e delle scalfitture sul collo; il retro
è completamente piatto, sì che è necessario presupporre che la testa fosse alloggiata
entro nicchia o contro parete e, comunque, predisposta per la sola veduta frontale.
Descrizione: il volto maschile barbato, caratterizzato dalla torsione del collo
verso destra, è distinto dall’elaborata acconciatura. Due lunghe ciocche di riccioli
calamistrati scendono sulle spalle; sulla fronte, una scriminatura centrale spartisce i
capelli che, sulle tempie, sono segnalati da solchi paralleli incisi; poco sopra si
notano, a sinistra e a destra della scriminatura, due piccoli bulbi (embrioni di corna?);
al centro della testa si conserva un foro circolare, forse per il fissaggio di qualche
attributo565; le orecchie sono solo accennate.
La barba, dai ricci morbidi e folti, lambisce le labbra piccole e carnose: il
labbro superiore ha una forma decisamente arcuata; la bocca sembra semichiusa. Il
setto nasale, lungo e stretto, appare ormai evanido, le orbite oculari risultano
infossate con l’indicazione leggera della palpebra superiore in rilievo, mentre l’arcata
sopracciliare non è quasi più percettibile.
L’identificazione di questo volto resta problematica: escluderei un’effigie di
Pan , cui richiama il solo dettaglio dei bulbi cornei sulla testa, attributo che ha
permesso di assegnare al dio una statuetta da Cirene, datata in età ellenistica567: è
566
563
HUSKINSON 1975, n. 15, pp. 8-9, pl. 4.
STUCCHI 1981, p. 106.
565
Ø 1 cm.
566
BOARDMAN 1997: il repertorio non offre confronti utili.
567
PARIBENI 1959, n. 344, p. 121, tav. 158, parla di 2 “embrioni di corna”; MARQUARDT 1995, n. 8, p.
88, data, invece, alla prima età imperiale. Nell’opera monografica sull’iconografia del dio Pan di età
ellenistica e imperiale, Marquardt inserisce anche diversi esemplari da Cirene: n. 40, p. 35, taf. 5,1; n.
41, p. 36; n. 42, p. 36, taf. 5,2; n. 9, p. 88; n. 3, p. 98; n. 4, pp. 98-99, taf. 14,2; n. 9, p. 185, taf. 19,2;
n. 10, p. 186, taf. 19,3.
564
107
nota l’associazione tra Pan e la dea Cibele, per esempio su rilievi databili tra fine età
classica ed inizio età ellenistica568.
Un’altra ipotesi che può essere avanzata è l’identificazione con un’immagine
di Dioniso tauromorfo per il dettaglio dei bulbi cornei sulla testa e dell’inclinazione
della testa: in realtà gli esemplari attestati traducono sempre un’immagine giovanile,
dal volto imberbe569: lo spoglio dell’iconografia in un recente lavoro sul dio dalle
sembianze taurine conferma la preponderanza assoluta del tipo giovanile570. Non
possiamo escludere che l’effigie debba essere interpretata come l’esito eclettico del
sincretismo fra due tipi, il Dioniso barbato ed il Dioniso tauromorfo.
Daterei il pezzo in una fase di transizione tra età ellenistica, il cui stile è
ravvisabile nella torsione del collo e in un certo pathos dell’espressione ed età
romana, per la lavorazione poco accurata di alcuni particolari come la barba.
V.2.13 Busto di Iside (Tav. XXI, 106-110).
I sec.a.C. (?)
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 61.
Dimensioni: alt. 21,7 cm; largh. 17 cm; spess. 11,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: il busto, privo delle braccia, si conserva fin sotto i seni; la
superficie del marmo presenta tratti di corrosione che, soprattutto sul volto,
offuscano la lettura dei lineamenti. La lavorazione del retro è piatta e priva di
dettagli, segno che con ogni probabilità la statuetta doveva essere esposta alla sola
veduta frontale.
Descrizione: della figura femminile in nudità sono notevoli, per la
caratterizzazione e l’identificazione, il volto e l’acconciatura.
Il viso, dall’ovale arrotondato, è purtroppo la parte più rovinata della
statuetta: si distingue, comunque, un’espressione ferma e volitiva, data dalla
frontalità dello sguardo, con l’orbita oculare infossata e dall’atteggiamento delle
labbra, piccole e carnose, serrate come in uno slancio rattenuto; la stessa tensione si
avverte nel piccolo naso, dalle narici dilatate; altro elemento caratterizzante è quello
delle orecchie, grandi rispetto al volto e aperte verso l’esterno. Sulla fronte si imposta
l’elaborata acconciatura: la parrucca, dettagliata sui profili destro e sinistro con una
maglia reticolata di quadretti incisi, è bipartita in due pesanti ciocche che ricadono
parallele sul petto; dalla fronte si dipartono sulle tempie e quindi lungo il collo le
spoglie di Horus, rese con incisioni curvilinee ad esprimere realisticamente le ali del
falco divino.
568
GÜNTNER 1994, p. 134, B 36-B41, n. B44, p. 135, taf.16.
GASPARRI 1986, pp. 440-441, nn. 158a, 158b, p. 313.
570
LOCCHI 2005, pp. 96-100.
569
108
Si nota la presenza di due fori allineati sul capo e sulla fronte571,
probabilmente predisposti per il fissaggio dell’ureo; sulla superficie di appoggio del
busto si conservano un foro572 e due piccoli incassi laterali, utili per l’assemblaggio
tra questa parte della statuetta e la parte inferiore non conservata.
Tutti gli elementi dell’iconografia inducono all’identificazione della dea
Iside: l’attributo della parrucca con l’ureo che caratterizza la figura come
appartenente alla stirpe divina, le spoglie di Horus, simbolo di protezione magica,
concorrono al riconoscimento di una Iside faraonica573, tipologia che dall’età
faraonica si conferma fino in età romana574.
La fisionomia della dea si segnala per una sensuale femminilità grazie ad
alcuni particolari di dettaglio, ricorrenti nelle rappresentazioni di età tolemaica 575 e
poi romana: le orecchie aperte verso l’esterno che enfatizzano il volto, il collo tornito
dalle linee del collare di Venere, i seni pronunciati e, infine, le piccole pieghe di
adipe nell’attacco fra la spalla e il busto che sottolineano ancor più la giovane e
fragrante femminilità della dea.
Questa rappresentazione è straordinaria a Cirene, in quanto non vi sono fino
ad oggi confronti, benchè il culto sia ampiamente attestato come anche le
rappresentazioni scultoree576, neppure da Apollonia, che pure conserva documenti
afferenti la sfera isiaca577.
Risulta evidente che l’ascendenza tipologica del nostro busto di Iside non può
essere ricondotta alle immagini cirenee note e va, quindi, individuata una matrice più
propriamente egizia578, di età tolemaica tarda, forse nell’ambito di botteghe
alessandrine: a Cirene, dunque, l’Iside ellenistica può essere declinata secondo il
modello ellenizzato ma anche secondo il classicismo egizio579.
Le regine ellenistiche potevano essere ritratte con gli attributi caratterizzanti
divinità femminili ed è un’ipotesi plausibile che anche il nostro busto possa
raffigurare una regina tolemaica: infatti, l’iconografia faraonica persiste in
concomitanza con quella “ellenizzata” con continuità dalle prime regine fino alle
ultime: ricordiamo che dall’Agorà di Cirene provengono iscrizioni su basi di statue
per Tolomeo Evergete II, Cleopatra III e Tolomeo Soter II580.
Nella sezione egiziana del Museo Vaticano si conserva una statua colossale di
Arsinoe II, un ritratto ufficiale, realizzato prima della deificazione, secondo
571
Foro superiore Ø 0,6 cm; foro inferiore Ø 0,5 cm.
Ø 1 cm.
573
ARSLAN 1997.
574
BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 154, tav. LXX, p. 103, statuetta di Iside che allatta Horus, copia di età
romana da sculture della XVIII- XIX dinastia.
575
WITT 1971, pl. 2-3.
576
PARIBENI 1959, nn. 412, 413, 414, p. 143, tav. 180; HUSKINSON 1975, n. 45, pl. 18, pp. 23-24; n.
46, pl. 19, p. 24.
577
MCALEER 1978, n. 28, pl. XVII,1, pp. 48-49; n. 44, pl. XXI,1-2, pp. 57-58.
578
Come dimostra l’uso della parrucca: SCHWENTZEL 2000, p. 27.
579
MALAISE 1997, III.1, p. 96: statua di età tolemaica tarda (I sec.a.C.) rappresentata secondo il
classicismo egizio.
580
PESCE 1959, p. 677; VON HABSBURG 1985, p. 363.
572
109
l’iconografia egizia581; Berenice I è rappresentata su di una gemma con gli attributi di
Iside, ma non secondo l’iconografia faraonica, bensì secondo l’iconografia
ellenizzata con riccioli calamistrati raccolti da un diadema582, che caratterizza
puntualmente, a partire da Cleopatra I, le regine lagidi583; ma, ancora Cleopatra III è
rappresentata secondo l’iconografia faraonica in due busti conservati al Museo
Egizio di Torino ed al Museo Egizio di San Jose in California584.
Non si riscontra una puntuale coincidenza fisiognomica fra il nostro busto e i
due citati di Cleopatra III ma, tenuto conto del carattere idealizzante di queste
immagini, sarebbe suggestivo riconoscere anche in questo esemplare da Cirene
un’immagine della regina, forse da mettere in relazione con l’iscrizione dall’Agorà.
V.2.14 Omphalos (?) (Tav. XXII, 111-113).
Fine I-inizi II sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 1.
Dimensioni: alt. 30,8 cm; spess. 19 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: l’esemplare è pressoché integro, tranne qualche piccola
scheggiatura e una leggera corrosione della superficie del marmo.
Descrizione: su di un pilastro dal corpo conico desinente con un’appendice
globulare, è arrotolato un serpente che, con le sue spire, avvolge completamente
l’oggetto. Il rettile è caratterizzato con ricerca di dettaglio nelle volute del corpo, ma
soprattutto nella punta della coda e nel particolare della testa, appoggiata sul globo,
con gli occhi lavorati a rilievo.
Sulla superficie della base, corre intorno al pilastro un’iscrizione in lettere
greche, di cui sono stati eseguiti frottage, apografo (Figg. 61-62) e scheda
epigrafica585.
Fig. 61. Sviluppo orizzontale dell’iscrizione (elaborazione grafica O. Mei).
581
RICHTER 1965, p. 263, figg. 1805-1806.
MACURDY 1932, pp. 104-109, fig. 4c.
583
SCHWENTZEL 2000, p. 23.
584
KYRIELEIS 1975, M6, p. 184, taf. 102,3; M7, p. 184, taf. 102,4.
585
Ringrazio il Dott. Emilio Rosamilia della Scuola Normale Superiore di Pisa per la collaborazione
nella realizzazione del frottage; al Dott. Rosamilia si deve la scheda epigrafica dell’iscrizione.
Ringrazio inoltre la disegnatrice Dott.ssa Laura Vasta per la realizzazione dell’apografo.
582
110
Fig. 62. Calco dell’iscrizione (dis. L. Vasta).
Scheda epigrafica
Lettere alte circa 2 cm.
ὐξαμένη ἀνέ ηκα Δομιτία αια.
“Avendolo promesso in voto, io, Domizia Gaia, ho dedicato”.
La lettura è più o meno agevole a seconda dello stato di conservazione del supporto lapideo.
Molto difficile a leggersi è in particolare la parte finale della parola ἀνέ ηκα, ma la presenza di un
tratto obliquo discendente ben riconoscibile sembra escludere che l’ultima lettera della parola possa
essere un epsilon e che si possa leggere qui un più comune ἀνέ ηκε.
Si noti inoltre l’ordine non comune delle parole, in quanto il nome della dedicante viene qui a
chiudere il testo dopo il verbo di dedica. Quest’ordine però non può essere oggetto di dubbio, poiché
la coda del serpente offre un punto di partenza quasi obbligato che il lapicida ha seguito.
La dedicante, Δομιτία αια, non è altrimenti attestata in Cirenaica. Sono però noti un
Δομίτιος Οἴας, forse Οἰακός (SEG IX 480, già CIG 5276), e un certo Σήστιος Δομίτιος, segretario
(SEG IX 555), entrambi da Teuchira. Per il nome αια invece abbiamo un solo parallelo nella regione
da un’iscrizione tombale di età imperiale di Tolemaide che fu vista dal Pacho nell’Ottocento (CIG
5421, dove, alla l.1, è menzionata una αια Ἰου λί α). Ovviamente molto più attestato è il praenomen
maschile άïος1. La formula onomastica della donna è comunque pienamente romana.
Per quanto concerne l’aspetto paleografico sono da segnalare alcuni nessi epigrafici, come
N+H in εὐξαμένη e N+E in ἀνέ ηκα. Tratti interessanti per la datazione sono l’alpha con tratto
orizzontale spezzato molto enfatizzato, il my a barre verticali parallele, il ny perfettamente regolare, il
kappa con tratti obliqui perfettamente sviluppati e le lettere tonde che presentano lo stesso modulo del
resto del testo. Mancano invece altre lettere, come il phi o il rho, che avrebbero forse consentito una
maggior precisione in fase di datazione. Questa iscrizione inoltre si distingue per una certa ricerca di
eleganza che traspare nell’apicatura abbastanza presente e nello xi con le tre barre orizzontali legate da
tratti obliqui e la barra mediana sostituita da un elemento che pare di forma circolare, una resa per cui
non ho trovato paralleli nella regione.
Su base paleografica, in mancanza di tratti maggiormente marcati, si può ipotizzare una
datazione alla seconda metà del I sec. o alla prima metà del II sec.d.C. 2
E. Rosamilia
1 S. M. MARENGO, Lessico delle iscrizioni greche della Cirenaica, Roma 1991, pp. 69-70.
2
Per alcuni confronti paleografici vedere ad esempio: SECir 5, di epoca almeno flavia (in cui compare anche il rho quadrato),
SEG IX 54, posteriore al 128 d.C. e infine SEG IX 185, datato dall’Hondius al II sec.d.C. (caratterizzato anche dalla presenza
del rho quadrato).
La formula dell’iscrizione chiarisce inequivocabilmente la natura di ex-voto
dell’oggetto, la cui valenza simbolica non è facile ricostruire. Potrebbe trattarsi di un
omphalos, dalla forma molto slanciata e, quindi, non riconducibile agli esemplari
delfici, quello in marmo con ἀγρηνόν586 o quello in calcare rivenuto ad Ovest del
586
KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73.
111
Tesoro degli Ateniesi587: omphaloi in statuette di Aristeo da Cirene appaiono come
piccoli massi squadrati, privi di volumetria588.
In effetti, in mancanza di un’esplicita dedica risulta difficile definire in
maniera univoca il significato del serpente sacro che può rappresentare un attributo
di fertilità in connessione con Artemide, Atena, Cibele, Demetra, Kóre, Trittolemo,
Dioniso e il suo corteggio, le Ninfe e le Eumenidi589; può, poi, diventare ipostasi
stessa di divinità, per Zeus Ktesios, Zeus Philios, Zeus Meilichios, Agathos Daemon,
Agathos Zeos, Ermes, Zeus Sabazios, Zeus Dolichenus, Mitra; Iside e Serapide per il
potere oracolare; simbolo poi di poteri medici con Apollo, Asclepio, Igea è anche
segno di protezione con varie divinità, fra cui i Dioscuri, come protettori della casa,
della città e poi come dei guerrieri590.
Da Delo proviene un rilievo il cui campo centrale è occupato da un altare
circolare intorno al quale si avvitano le spire di un serpente: la simbologia di questa
rappresentazione non è stata ricondotta ad un culto specifico di divinità o eroe591.
Un oggetto simile al nostro (alt. 38 cm), sempre proveniente da Delo, è stato
interpretato come simbolo dell’Apollon Agyeus592.
Forse anche il nostro oggetto potrebbe essere connesso con il culto di Apollo:
ancora di recente si è parlato della presenza del culto dell’Agyeus nel Santuario di
Apollo a Cirene593; testimonianza della diffusione di un culto aniconico sarebbero
anche alcuni κιονίσκοι avvolti da spirali594, in cui si deve riconoscere un’evoluzione
del simulacro betilico595.
La nostra Domizia Gaia, dedicante di un ex-voto per grazia ricevuta, omette
volutamente, nella formula di rito, la divinità dedicataria che, quindi, rimane
anonima: potrebbe trattarsi di Apollo che, in età imperiale, è ancora la divinità
poliadica per eccellenza596.
V.2.15 Testa di Níke (?) (Tav. XXIII, 114-116).
Età augustea.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 45.
Dimensioni: alt. 15 cm; largh. 19 cm; spess. 13,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
587
AMANDRY 1992, pp. 200-205, pl. I, 1.
Cfr. n. inv. 26 (statuetta di Aristeo); HUSKINSON 1975, nn. 18-19, pl. 7, pp. 10-11.
589
MITROPOULOU 1977, p. 28 e ss.
590
MITROPOULOU 1977, p. 95 e ss.; pp. 79-81; pp. 183-201; pp. 55-61.
591
MITROPOULOU 1977, p. 223, n. 42, fig. 148.
592
ROSCHER 1913, pp. 128-129, p. 132, taf. VI, 8.
593
DI FILIPPO BALESTRAZZI 2010.
594
DI FILIPPO BALESTRAZZI ET ALII 1976, p. 147; DI FILIPPO BALESTRAZZI 1984.
595
SCHMITTER 1971.
596
CALLOT 1999, pp. 252-254.
588
112
Condizione: la testa, rotta all’attacco del collo, manca della parte superiore, a
partire dalla fronte. Vistose scheggiature compaiono sulla superficie del viso, in cui è
evidente il lavoro di levigatura.
Descrizione: il volto è incorniciato da una chioma di capelli ondulati,
caratterizzati da linee parallele incise, che coprono parzialmente le orecchie; un foro,
per il fissaggio di un orecchino, rimane sul lobo sinistro; il lobo destro è fratturato. Il
viso, dall’espressione ieratica, è di evidente impronta classica.
Si tratta di un lavoro di prima grandezza. L’opera è una copia romana,
databile entro il I sec.d.C., come si può evincere dalla trattazione della capigliatura,
in cui il trapano corrente è usato in maniera leggera e dall’assenza di trattazione
dell’iride: osservazioni queste che consentono di escludere un’elaborazione di età
adrianea597.
Per quanto riguarda il prototipo, esso va collocato tra il 440-30 a.C., gli anni
che intercorrono tra la produzione dell’Amazzone ferita598 e la Níke599 della
Parthenos600, di cui resta una copia di II sec.d.C dall’Agorà di Atene601; si
riscontrano ancora tratti di stile severo, nelle sopracciglia e nel naso, ma l’ovale del
volto e i capelli portano ad una datazione più avanzata.
Nonostante l’individuazione di questi elementi stilistici, risulta estremamente
difficile identificare il soggetto della nostra testa, forse una Níke, che, insieme a
Temi ed Igea, è stata rappresentata con l’individualità propria delle divinità
olimpiche: dalla prima rappresentazione di figura alata dovuta, secondo la tradizione,
ad Archermos di Chio, successivamente “…Níke segue linee di sviluppo differenti
dalle altre personificazioni”602.
Di certo ci troviamo di fronte all’elaborazione di un atelier di grande livello,
forse locale, attivo nella riproduzione di modelli classici di grandi artisti, una
tradizione che, come dimostrerebbe lo Zeus Olympios, daterebbe già in età
augustea603.
V.2.16 Testa di Zeus (Tav. XXIV, 117-120).
Età augustea.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
597
Sono debitrice, per le osservazioni stilistiche, tecniche e tipologiche, al Prof. Gianfranco Adornato
(Scuola Normale Superiore di Pisa) cui va tutta la mia gratitudine.
598
BECATTI 1951, pp. 185-199, con ampia discussione dei tipi e attribuzione definitiva al tipo Mattei;
WEBER 1976, ampia discussione dei tipi e attribuzione al tipo Sosikles; DEVAMBEZ 1981, n. 602, p.
625, Amazzone Sosikles; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 174, n. 395, tipo Mattei; BECATTI 2004,
pp. 216-218, tipo Mattei; BANDINELLI-PARIBENI 2005, n. 461, tipo Mattei.
599
CARPENTER 1953-54; LEIPEN 1971, pp. 34-36; THÖNE 1999, p. 105, pp. 111- 113, taf. 12,2.
600
BECATTI 1951, pp. 109-123, tav. 62; TRAVLOS 1971, p. 445; KARANASTASSIS 1987, pp. 323-339;
NICK 2002; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 144, n. 393; BANDINELLI-PARIBENI 2005, nn. 458-459;
LAPATIN 2005; HÖLSCHER 2010, pp. 204-205.
601
L’interpretazione del tipo ha suscitato grande dibattito tra gli studiosi che si sono schierati chi a
favore di una attribuzione a Peonio di Mende: SHEAR 1970, p. 273, pl. 58a; MOUSTAKA ET ALII 1992,
n. 137c, p. 572; chi, invece, a favore di Fidia: HARRISON 1996, pp. 51-52, figg. 19-20, con bibl.; cenno
ai ritrovamenti dell’Agorà in LAWTON 2006, p. 49, fig. 56.
602
SHAPIRO 1993, p. 12; pp. 27-29.
603
PARIBENI 1959, n. 182, tavv. 104,105, n. 182, p. 77.
113
N. inv.: 12.
Dimensioni: alt. 10 cm; largh. 8 cm; spess. 8 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: il piccolo volto, rotto all’attacco del collo, presenta vistose tracce
di corrosione, soprattutto sulla parte destra; la lavorazione del retro non è accurata,
quindi la veduta prevalente doveva essere quella frontale.
Descrizione: il viso, dall’ovale stretto e un po’ allungato, è caratterizzato da
una folta barba di riccioli incisi con leggerezza; le labbra sono ben disegnate, le
narici appaiono un po’ dilatate, l’orbita oculare è delineata dalla palpebra superiore
incisa, mentre l’arcata sopracciliare è appena accennata. La capigliatura è costituita
da due file di morbidi riccioli che si dispongono intorno al viso, coprendo anche le
orecchie che, conseguentemente, non sono lavorate; la parte superiore della testa,
non rifinita, rivela ancora le tracce dello scalpello che dovevano indicare la
capigliatura.
Non esiterei a riconoscere qui un’immagine di Zeus604, la cui iconografia è
attestata a Cirene in numerose declinazioni scultoree605; ritengo, inoltre, che in
questo piccolo votivo si possa individuare una realizzazione miniaturistica dello Zeus
Olympios dall’Olympieion che, se non replica certa della statua di Fidia, è
riconosciuto come sicuramente improntato a modelli fidiaci606.
Chi ha prodotto la piccola testa, sembra aver avuto in mente e davanti agli
occhi l’imponente effigie del dio: traspare anche qui la solenne benevolenza e
l’armoniosa proporzione del modello; sono copiati anche alcuni dettagli, come la
lavorazione dei capelli ondulati sul cranio; la stessa lavorazione della barba, folta e
morbida, traduce il particolare, ben evidenziato dal Guidi, della sporgenza del
mento607. Più semplificata è qui la resa dei lineamenti, in parte evanidi per la
corrosione: l’intaglio leggerissimo degli occhi e dell’arcata sopracciliare, in cui si
inserisce il setto nasale, ripete lo stesso allineamento del modello; meno espressiva la
bocca, forse anche qui semichiusa, in cui le labbra sono poco accentuate; similmente
i baffi scendono ai margini della bocca in linee ondulate per raccordarsi alla barba.
In sintesi, la piccola testa sembra riproporre lo stile del modello e viene
probabilmente realizzata nello stesso periodo: daterei, quindi, anche il votivo in età
augustea, cronologia proposta da Paribeni per la testa dall’Olympieion.
604
TIVERIOS ET ALII 1997.
PARIBENI 1959, n. 183, tav. 107, p. 78; n. 184, tav. 107, p. 78; n. 185, tav. 106, pp. 78-79; n. 185,
tav. 107, p. 80; n. 187, tav. 108, p. 80; n. 188, tav. 108, p. 80; n. 189, tav. 108, p. 81; n. 190, tav. 108,
p. 81; n. 191, tav. 109, p. 81; n. 192, tav. 109, p. 81; n. 193, tav. 109, p. 81; n. 194, tav. 109, p. 82;
HUSKINSON 1975, n. 52, p. 27, pl. 22.
606
GUIDI 1927; PARIBENI 1959, n. 182, p. 77, tavv. 104-105.
607
GUIDI 1927, p. 12.
605
114
V.2.17 Testa di Dioniso (XXV, 121-124).
I sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 13.
Dimensioni: alt. 30,7 cm; largh. 24 cm; spess. 24 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la testa è rotta all’altezza del collo e, sul retro, è solo
grossolanamente sbozzata. La lavorazione della capigliatura non è rifinita e la
superficie del volto presenta tracce di corrosione: nell’insieme l’impressione è quella
di un non finito.
Descrizione: il volto, dall’ovale pieno ed un po’ allungato, è caratterizzato da
lineamenti che non risultano particolarmente armoniosi. La bocca piccola, dalle
labbra serrate, non sembra corrispondere, nelle proporzioni, ad un naso troppo lungo,
che conferisce all’espressione un’aria sostanzialmente rigida. L’orbita oculare è
segnalata dalla palpebra superiore incisa e dall’ampia arcata sopracciliare.
Sulla fronte è ben visibile la taenia; la capigliatura è costituita da una chioma
di capelli ondulati, caratterizzati da leggere linee incise, bipartiti in una scriminatura
centrale e raccolti sulla nuca con un nodo; tutt’intorno corre una corona di grappoli
d’uva, appena evidenziati in bassissimo rilievo. Sul capo si nota un incasso
rettangolare608, forse per l’alloggiamento di qualche attributo o per il fissaggio della
statua.
Si riconosce qui l’effigie di Dioniso609, in una rielaborazione di età romana,
databile forse entro il I sec.d.C., visto che mancano dettagli della lavorazione, come
il trapano corrente usato in modo massiccio o la lavorazione dell’iride, che farebbero
posticipare al II sec.d.C. Nello stesso tempo, sembra che siano stati elaborati stili
diversi, per cui l’esito sarebbe quello di una certa disarmonia, sottolineata da un
evidente schematismo: in altre parole, qui manca completamente quella voluttuosa
sensualità che traspare nelle immagini del dio, caratterizzata o da una torsione del
capo o dalla rotondità dei lineamenti.
Il dio è attestato a Cirene da numerose rappresentazioni scultoree610 e anche
da una statuetta, di cui si conserva solo la testa, proveniente da Apollonia611. L’unico
esemplare che sembra offrire lo spunto per un confronto tipologico è la statua
608
Lungh. 5,5 cm; prof. 3 cm.
GASPARRI 1986, n. 100, p. 304: esemplare dalla datazione oscillante tra metà IV sec.a.C. e seconda
metà II sec.a.C.
610
PARIBENI 1959, n. 317, tav. 150, p. 113; n. 318, tav. 151, p. 113; n. 319, tav. 151, p. 114; n. 320,
tav. 151, p. 114; n. 321, tav. 151, p. 114; n. 322, tav. 152, pp. 114-115; nn. 323, 324, 325, tav. 153, p.
115; n. 326, tav.153, p. 116; nn. 327, 328, 329, tav. 154, p. 116; nn. 330, 331, tav. 155, p. 117;
HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18; nn. 33-34, pl. 12, pp. 18-19.
611
MCALEER 1978, n. 46, pl. XXI, 3-4, pp. 59-60.
609
115
rinvenuta nel Tempio di Bacco612, ritenuta elaborazione copistica da un originale di
III sec.a.C.; la nostra testa potrebbe forse derivare da un prototipo databile intorno
alla metà del IV sec.a.C.613; apparenta i due volti una ricercata freddezza.
V.2.18 Testa colossale di Efesto (Tav. XXVI, 125-128).
Età adrianea.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 34.
Dimensioni: alt. 59,1 cm; largh. 26,4 cm; spess. 27,1 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la testa, terminante con il tenone predisposto per l’alloggiamento,
presenta una vistosa scheggiatura sul naso; la superficie del marmo rivela tratti di
corrosione. Il retro è lavorato piuttosto grossolanamente, senza una vera rifinitura.
Descrizione614: il volto barbato è caratterizzato dall’alto pilos, desinente a
punta. Il trattamento dei capelli, resi con linee di trapano rigide e profonde, non
dissimulate e il disegno degli occhi, con le palpebre a spigolo acuto, la palpebra
superiore arcuata e il trattamento delle superfici confermano la datazione ad epoca
adrianea. È plausibile che la testa fosse pertinente ad un acrolito, una statua di culto,
destinata alla sola veduta frontale e osservata dal basso verso l’alto.
Per quanto riguarda l’identificazione, assai problematica, gli unici elementi a
disposizione sono il volto barbato ed il pilos. La presenza del copricapo potrebbe
suggerire un’immagine di Dioscuro che va, però, subito cassata, visto che i Dioscuri
sono rappresentati sempre con fattezze giovanili e mai dai tratti maturi615.
Il Naískos di Lysanίas da Bengasi616 presenta una teoria di divinità fra le quali
compare un personaggio barbato, in abito militare, contraddistinto da un alto pilos
desinente a punta; lo stesso soggetto, sempre con pilos, ricorre sul rilievo con divinità
greco-libye dal Tempio di Cibele617. La figura è stata identificata in entrambi i casi
come divinità enchoria618 ma bisogna notare che Stucchi definisce il copricapo come
pilos metallico (Kegelhelm), il pileo militare619 che imiterebbe quello di feltro,
caratterizzante il nostro personaggio.
612
HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18.
GASPARRI 1986, n. 203b, p. 322.
614
L’analisi di questo esemplare mi è stata possibile grazie al confronto con illustri studiosi, con i
quali ho avuto la fortuna di confrontarmi: il compianto Prof. Di Vita, il Prof. Bonacasa e la Prof.ssa
Belli che, in particolare, ha voluto seguirmi nella formulazione e nello sviluppo dell’ipotesi di lavoro.
A tutti va la mia riconoscenza.
615
HERMARY 1986; PARIBENI 1959, n. 378, tav. 168.
616
GHISLANZONI 1927b; PARIBENI 1959, n. 50, tav. 49.
617
N. inv. 2-2a.
618
STUCCHI 1987, p. 211; PURCARO 2010, p. 190.
619
STUCCHI 1987, p. 211, 217.
613
116
Se, quindi, l’attributo è discriminante, è necessario considerare l’iconografia
di quei soggetti in cui sia riconoscibile la cuffia di feltro.
Chi è caratterizzato dal pilos di feltro, caratteristico dei naviganti, è Odisseo,
soprattutto dalla prima metà del V sec.a.C.620: l’eroe è sempre caratterizzato dalla
cuffia di feltro621, basti citare, tra gli esempi più noti, l’Odisseo di Antikythera622 e
l’Ulisse di Sperlonga623. A tal proposito un confronto veramente interessante per la
nostra scultura viene da una testa dall’Esquilino, ritenuta copia adrianea da un
originale del 440 a.C.624: il volto barbato, dal pilos di feltro, presenta una trattazione
della fisionomia che consente un possibile accostamento all’esemplare di Cirene; la
criticità di questo confronto sta nell’identificazione della testa romana, per cui
l’attribuzione ad Ulisse non è certa. A sciogliere la riserva interverrebbe Pfuhl 625 che
vede nel ritratto l’immagine di Ulisse, addirittura attribuendo la paternità dell’opera a
Kresilas, in virtù della somiglianza tra l’Ulisse e l’Erma di Pericle.
Va detto che, per il riconoscimento di Odisseo nella testa colossale dal
Tempio di Cibele, mancano a Cirene attestazioni epigrafiche relative ad un culto
dedicato626 ma soprattutto sono assenti testimonianze scultoree627. Il discorso
affrontato sulla testa dall’Esquilino, copia adrianea da originale di V sec.a.C., che
offre un confronto per la nostra, porta a percorrere con maggiore decisione l’ipotesi
di una copia da originale classico: perché, quindi, non considerare che il nostro
esemplare possa essere copia dell’Efesto di Alkamenes?628.
L’iconografia di Efesto è molto simile a quella di Odisseo: il dio indossa il
pilos (in uso dal V sec.a.C.) - il volto barbato si afferma con Alkamenes, poi oscilla
ancora imberbe- indossa l’exomis o la clamide (abbigliamento che caratterizza anche
Odisseo), porta come attributi le tenaglie, il martello e, talora, alcuni pezzi di metallo
infiammato, i cosiddetti μύδροι629; le molteplici rappresentazioni del dio confermano
questi particolari dell’iconografia630.
Visto che l’iconografia del nostro risponde al tipo di Efesto, possiamo
provare a verificare se si possa parlare di una copia dell’Efesto di Alkamenes,
realizzato dall’artista per il gruppo dell’Hephaisteion631 di Atene.
620
TOUCHEFEU-MEYNIER 1992: in particolare, è evidenziata la differenza tra il pilos di IV sec.a.C.,
una cuffia alta e appuntita e quello dell’arte ellenistica e romana, una cuffia rotonda.
621
ANDREAE-PRESICCE 1996.
622
BOL 1972; YALOURIS 1990; MASTROCINQUE 2009.
623
ANDREAE 1983.
624
PARIBENI 1953, n. 73.
625
ANDREAE-PRESICCE 1996, scheda 1.8, p. 32, con bibl.
626
Rimane solo una testimonianza letteraria di VI sec.a.C.: VITALI 1932, p. 114.
627
Ulisse compare nelle pitture tarde di una tomba in Cirenaica: BACCHIELLI 1996.
628
Ringrazio la Prof.ssa Belli e il Prof. Lippolis per avermi suggerito questa ipotesi di lavoro.
629
ARIAS 1960.
630
MUSTILLI 1939, n. 20, tav. XXXIX, 161-162, p. 57, BROMMER 1978, p. 98, tav. 46,2; BROMMER
1978, p. 98, tav. 46,3; BROMMER 1978, p. 86, tav. 46,4, ARIAS 1960, p. 235; BROMMER 1978, p. 98,
tav. 45, 1-4; BROMMER 1978, p. 96, tav. 42, tav. 43,1-2, SIMON –BAUCHNESS 1997, p. 284, n. 1;
PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, pp. 131-138, BROMMER 1978, p. 50, taf. 20,3; HERMARY JACQUEMIN 1988, p. 635.
631
THOMPSON-WYCHERLEY 1972.
117
Purtroppo, solo le fonti letterarie ci danno vivida testimonianza del gruppo
scultoreo di Efesto ed Atena632, noto come opera di Alkamenes633, oltre alla stele
marmorea in tre frammenti che riporta il rendiconto dei lavori634.
Gli studiosi si sono prodigati, sulla base di queste poche tracce e di esigui
“testimoni”, nella ricostruzione del gruppo scultoreo: per quanto riguarda la figura di
Efesto, Sauer propone un Efesto pileato, vestito di himation, in appoggio su un
bastone, con tenaglie e martello nella destra635; Stevens un Efesto pileato, in exomis,
con martello nella destra e bastone nella sinistra636; Karusu un Efesto pileato, in
exomis, con martello nella destra e scettro nella sinistra637; Travlos un Efesto con
pilos a punta, exomis, martello nella destra e scettro nella sinistra638. La ricostruzione
più elaborata è sicuramente quella della Harrison639 che inserisce, tra le due divinità,
l’anthemon di cui si fa menzione nell’iscrizione; infine Brommer, cui si deve l’opera
di sintesi, sotto il profilo storico-artistico, sulla figura del dio, propone un Efesto
pileato, in exomis, con martello nella destra e tenaglie nella sinistra640.
Alle varianti iconografiche corrispondono, poi, proposte riguardo alla
datazione del gruppo, che oscillerebbe di pochi anni: secondo Morgan, le statue di
culto erano complete ed installate verso il 415 a.C. ca. 641; secondo Capuis, le statue
di Atena ed Efesto furono erette tra il 421-20 e il 416-15 a.C.642; per la Harrison643 la
realizzazione del gruppo colossale in bronzo si deve datare negli anni 421-415 a.C.
La recente rilettura del testo epigrafico registrato sulla stele marmorea, che ha
fornito l’appiglio per le datazioni fin ad ora avanzate, ha consentito di riferire
l’intervento citato degli anni 421-413 a.C., non alla realizzazione del gruppo, bensì
ad un rifacimento che presuppone uno smontaggio delle sculture già esistenti644.
Ma veniamo ai “testimoni” che, come detto, sono veramente esigui:
Furtwäengler645 ha proposto una ricostruzione dell’Efesto di Alkamenes combinando
l’Erma del Vaticano con il torso Kassel, ma l’ipotesi è rifiutata quasi
unanimemente646; un torso in exomis al Museo Nazionale di Atene deriverebbe
dall’Efesto di Alkamenes647, così come l’effigie originaria del dio si conserverebbe su
due lucerne dall’Agorà di Atene648.
632
DEMARGNE 1984, p. 978, A12.
CAPUIS 1968, p. 13; LIPPOLIS-VALLARINO 2010, p. 251.
634
LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 253-257.
635
BROMMER 1978, p. 77, abb. 34.
636
BROMMER 1978, p. 77, abb. 35.
637
BROMMER 1978, p. 77, abb. 36; PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1954.
638
BROMMER 1978, p. 77, abb. 37.
639
BROMMER 1978, p. 82, abb. 38.
640
BROMMER 1978, p. 82, abb. 38.
641
MORGAN 1963, p. 98, p. 102; si veda anche MORGAN 1962.
642
CAPUIS 1968, p. 30, nota 1.
643
HARRISON 1977a, p. 137; per una disamina complessiva del gruppo scultoreo in connessione con
l’edificio si veda anche: HARRISON 1977b; HARRISON 1977c.
644
LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 257-259.
645
FURTWÄENGLER 1964, pp. 88-89, BROMMER 1978, tav. 46,1, p. 98.
646
HERMARY - JACQUEMIN 1988, p. 635; contra HARRISON 1977a, p. 81: la studiosa esamina,
analiticamente, il problema dell’identificazione delle sculture.
647
PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, BROMMER 1978, p. 83, taf. 44,1-2-3-4.
648
PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, fig. 1; HARRISON 1977a, p. 147; BROMMER 1978, p. 85, taf.
33,4; HARRISON 1977, p. 147, fig. 4; BROMMER 1978, tav. 33, n. 2.
633
118
Chi, invece, rovescia completamente la prospettiva esegetica è D’Abruzzo649,
secondo la quale il prototipo ricercato andrebbe individuato non nell’Erma del
Vaticano bensì nell’Asclepio Uffizi650, tipo secondo cui il dio viene rappresentato su
di una base da Atene al Museo dell’Acropoli651. Come si nota, la questione è
decisamente complessa e, direi, ancora del tutto aperta.
Per quanto riguarda le attestazioni scultoree di Efesto a Cirene, tutto ciò che
possiamo registrare è un torso in exomis, simile al torso Kassel, per cui Paribeni non
propone un’identificazione certa (Efesto o guerriero)652.
In sintesi, possiamo, alla fine di questa serie di spunti interpretativi, tentare
una possibile conclusione, che naturalmente non pretende di avere un valore
definitivo e irreversibile, anzi muterà con il mutare del dibattito degli studiosi: la
testa colossale può essere un’effigie di Efesto e potrebbe essere una copia dell’Efesto
di Alkamenes se nell’Erma del Vaticano si riconosce una sorta di paradigma. Si è
detto che l’opera è di età adrianea, probabilmente di botteghe neoattiche itineranti,
per cui va ipotizzata una committenza ufficiale che intende riprodurre modelli aulici,
con cui si interpreta una religiosità davvero vissuta dai singoli in chiave celebrativa e
monumentale.
V.3 Plastica iconica
V.3.1 Ritratto di atleta (XXVII, 129-132).
Fine III sec.a.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 54.
Dimensioni: alt. 16,6 cm; largh. 12,7 cm; spess. 13,9 cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la piccola testa, rotta all’altezza del collo, rivela uno stato di
corrosione molto avanzato. Il retro è lavorato in modo piuttosto sommario ma con
un’indicazione voluta della capigliatura, segno che la testa doveva essere predisposta
per una veduta non esclusivamente frontale.
Descrizione: il giovane volto maschile, di cui poco si distinguono i lineamenti
a causa della corrosione, è caratterizzato da un ovale pieno; le labbra, piccole e
carnose, sono serrate, il setto nasale, ormai evanido, appare dilatato, l’orbita oculare
è decisamente infossata. La capigliatura è costituita da morbidi riccioli, corti sulle
tempie, a coprire parzialmente le orecchie. Nelle vedute di profilo si nota
chiaramente il solco circolare predisposto per l’alloggiamento della corona.
649
D’ABRUZZO 1981, pp. 20-22.
MANSUELLI 1958, n. 133, pp. 160-162.
651
BROMMER 1978, tav. 55,4; D’ABRUZZO 1981, pp. 15-16, figg. 2-3.
652
PARIBENI 1959, n. 459, tav. 198, p. 157.
650
119
Individuiamo qui la fisionomia di un atleta adolescente, per come ci è già
nota da altri ritratti cirenei, in particolare da una testina di pancraziaste recentemente
rinvenuta all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene653. Per questo
esemplare, datato tra la fine del IV sec.a.C. e il III sec.a.C., è stata riconosciuta la
derivazione dall’Agias di Lisippo654, di cui è già stata individuata a Cirene un’altra
replica655; un altro ritratto, “di tipo atletico indeterminato”656, fa sempre parte di
questa stessa serie; l’attestazione di questi ritratti testimonia la fortuna della ricezione
di modelli lisippei657.
In realtà, bisogna notare che, se la nostra piccola testa è sicuramente
ascrivibile al tipo dell’atleta che si afferma a partire dal ritratto di Lisippo, essa,
tuttavia, non presenta né quella torsione del collo, né l’asimmetria facciale, né le
ombre profonde che caratterizzano i ritratti di impronta lisippea. Si osserva, invece,
una lavorazione decisamente piatta dei piani del volto, per cui è esclusa qualsiasi
ombreggiatura, ma soprattutto un’impostazione statica dell’espressione, cui si
aggiunge una lavorazione sommaria della capigliatura che, negli altri esemplari, è
elemento di forte distinzione; perciò l’esemplare andrà ritenuto elaborazione più
tarda, per la minore attenzione prestata allo stile alto del modello originario.
Il ritratto è forse un ex-voto dedicato da una famiglia aristocratica cirenea a
celebrazione di un proprio rampollo, vincitore in un agone sportivo.
V.3.2 Ritratto femminile con stepháne (Tav. XXVIII, 133-136).
Tardo ellenismo.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 35-35a.
Dimensioni: alt. totale 34 cm; largh. 20 cm; spess. 18,5; alt. frammento superiore 9
cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la testa è ricomposta da due frammenti; naso e bocca sono
danneggiati da una vistosa scheggiatura; la superficie del marmo presenta tratti di
corrosione e il retro è solo grossolanamente sbozzato.
Descrizione: il volto, rotto all’altezza del collo da una frattura obliqua, si
caratterizza per un ovale pieno in cui si distinguono ancora le labbra carnose e
l’orbita oculare in cui l’arcata sopracciliare è appena pronunciata; gli occhi sono
rotondi e distinti dalla palpebra superiore incisa; il tratto del naso è ormai
danneggiato dalla scheggiatura.
653
MEI 2010a.
MORENO 1987, pp. 34-43; TODISCO 1993, p. 115, n. 241; MEI 2010a, p. 119, nota 4, con ampia
bibliografia.
655
PARIBENI 1959, n. 43, tavv. 45, 46, pp. 30-31.
656
PARIBENI 1959, n. 44, tav. 46, p. 31.
657
ENSOLI 1998: la studiosa analizza le repliche cirenee di tre temi lisippei, l’Agia, l’Eros con l’arco e
l’Eracle in riposo.
654
120
La fronte è incorniciata da riccioli a fiamma, segnalati alla radice da sottili
linee incise; i capelli, corti anche sulla nuca, scoprono parzialmente i lobi delle
orecchie. Sulla testa è appoggiata una stepháne, alta al centro e più stretta sui bordi.
L’impressione che l’assemblaggio sia forzoso è dovuta al fatto che già in antico i due
frammenti sono stati riadattati a seguito di un restauro o di una rilavorazione: un foro
si conserva sulla superficie di contatto della testa ed un altro sulla superficie di
contatto del frammento superiore con stepháne, segno che i due pezzi dovevano
essere ricomposti insieme. La conferma della pertinenza dei due frammenti mi
sembra inequivocabilmente data dalla punta di stepháne che si conserva sul lato
sinistro del frammento inferiore: che possa trattarsi di una generica corona, lo
escluderei, visto che la lavorazione è la medesima del frammento conservato.
L’esemplare pone notevoli problemi di identificazione. Posto che l’unico
elemento distintivo è qui la corona658, va detto che l’attributo caratterizza diverse
divinità femminili, quali Afrodite659 ed Era660 ma è anche distintivo di figure
femminili d’alto rango.
L’ipotesi di poter qui riconoscere una regina ellenistica diventa ancora più
complessa perché di primo acchito si può escludere la mitica Berenice II661, nota a
Cirene per il ritratto dall’Iseo sull’Acropoli662 dal volto di fanciulla e acconciatura a
melone, o nelle effigi monetali in cui appare di profilo, capite velato e,
prevalentemente, con diadema piatto663.
Non vale purtroppo, come stringente confronto, nemmeno l’immagine di
Arsinoe II, caratterizzata dall’alta stepháne sia nelle effigi monetali664 che in una
testa marmorea da Istanbul665, come in un ritratto in marmo conservato in Inghilterra
(Kingston Lacy) ma proveniente dall’Egitto666; riguardo agli attributi della regalità
femminile Caccamo Caltabiano ha notato, esaminando le emissioni di Filistide, sposa
di Ierone II, che la regina siracusana si rappresenta come Berenice, con diadema,
piuttosto che come Arsinoe, con stepháne667; la stepháne ricorre, infine, anche sui
ritratti monetali di Arsinoe Philopator668 e di Cleopatra VII669.
Solo una suggestione viene da un busto conservato al Pergamon Museum: il
ritratto di una regina attalide, forse Apollonis, moglie di Attalo I, morta intorno al
184/183670.
658
SAGLIO 1969b.
DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 430, tav. 41; n. 472, tav. 45; n. 627, tav. 61.
660
PALMA 1983, n. 41, pp. 97-101; KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 127, tav. 410; TRAVERSARI 1973,
n. 57, p. 134, cfr. KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 132, tav. 411.
661
POMEROY 1984, pp. 20-23; BACCHIELLI 1995.
662
GHISLANZONI 1927a, pp. 165-166; ANTI 1927b; ROSENBAUM 1960, n. 6, pl. VIII, 3-4, pp. 38-39;
KYRIELEIS 1975, p. 100, note 402-403.
663
CACCAMO CALTABIANO 1998, p. 101, tav. I, nn. 1,6.
664
POOLE 1963, p.xxxix, p. 42, pl. VIII; MORENO 1994, n. 412, pp. 328-329.
665
PRANGE 1990, p. 200, taf, 42, 1-2.
666
KYRIELEIS 1975, p. 180, J11, taf. 81, S. 85 f. 94.
667
CACCAMO CALTABIANO 1995, p. 23.
668
POOLE 1963, p. liii, p. 67, pl. XV.
669
POOLE 1963, p. lxii, p. 122, pl. XXX.
670
SMITH 1998, n. 29, pp. 160-161.
659
121
Il volto pieno è caratterizzato da labbra carnose, l’orbita oculare è sottolineata
dall’incisione della palpebra superiore, l’arcata sopracciliare non è fortemente
evidenziata; la capigliatura di corti riccioli ondulati è impreziosita dal dettaglio della
stepháne, riccamente ornata da motivi vegetali a rilievo; sul capo scende il velo che
ricade morbido sulle spalle. L’esemplare di Berlino può indicare, non tanto uno
spunto di identificazione, quanto piuttosto linee stilistiche, secondo le quali avrebbe
potuto essere rappresentata una regina ellenistica, o una figura di alto rango, anche a
Cirene.
Non si può, inoltre, dimenticare la stretta contiguità fra regine tolemaiche e
671
dee , fino ad arrivare ad una vera e propria assimilazione: Afrodite divenne per le
regine ciò che Dioniso ed Eracle rappresentavano per i re672; in particolare è forte il
legame tra la dea ed Arsinoe II e, come si è detto sopra, l’attributo della corona
caratterizza la dea.
Una testa di Demetra-Io, proveniente dall’Egitto, ma conservata a Ginevra,
presenta proprio l’attributo della stepháne: come stile è simile alla nostra e Adriani la
considera elaborazione romana di modelli tolemaici673.
Echeggia ancora la ritrattistica tolemaica il ritratto di Cleopatra I da
Tolemaide674, considerata copia antonina da un originale ellenistico: naturalmente
l’analogia vale solo per l’ovale pieno del volto, i cui lineamenti, le labbra carnose e
gli occhi caratterizzati dalla palpebra inferiore ombreggiata e dalla palpebra
superiore in rilievo, conferiscono una languida sensualità all’espressione, accentuata
da un’evidente torsione della testa verso sinistra; la capigliatura è resa da lunghe
ciocche di capelli ondulati, bipartite da una scriminatura centrale; l’attributo delle
exuviae elephantis segnala la regalità del personaggio.
Sembra che il nostro volto risenta dello stile di modelli di IV sec.a.C., forse
mediati dall’arte di Alessandria, in cui, per esempio, è stata già notata l’influenza di
Leochares675.
In sintesi, questo è lo stile con cui avrebbe potuto essere rappresentata una
regina ellenistica, forse divinizzata, visto che la nostra testa conserva sia l’impronta
del ritratto che l’astrattezza del simulacro.
V.3.3 Ritratto maschile con diadema (Tav. XXIX, 137-139).
Tardo ellenismo.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 71.
Dimensioni: alt. 26,5 cm; largh. 22 cm; spess. 24 cm.
Materiale: marmo bianco a grana grossa.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
671
MINAS 1998.
POMEROY 1984, p. 28, 30.
673
ADRIANI 1948, pp. 22-23, tav. XVII, 1.
674
KRAELING 1962, pp. 177-180.
675
VERMEULE 1992, p. 786.
672
122
Condizione: la testa, rotta all’altezza del collo, manca di buona parte della
calotta cranica con una frattura molto ampia ben visibile sul retro. Vistose sono poi le
scheggiature sul volto e avanzato lo stato di corrosione della superficie del marmo.
Descrizione: il volto, inclinato verso destra, è caratterizzato da un’espressione
di patetico languore. Le labbra, ben disegnate, dovevano risultare appena socchiuse;
il tratto del naso non è più distinguibile a causa della consunzione e gli occhi sono
caratterizzati dall’orbita infossata contornata dall’arcata sopracciliare appena
evidenziata. Dalla fronte si diparte una capigliatura di corte ciocche di riccioli
distinti, alla radice, da piccole linee incise; sul profilo destro, a metà circa dello
sviluppo della capigliatura, si nota la definizione di un diadema piatto e stretto; non è
chiaro se la capigliatura continuasse anche sulla nuca.
Anche questa testa, come la precedente, pone notevoli difficoltà di
interpretazione. L’unico attributo presente è qui il diadema676, simbolo di regalità
maschile e femminile, che, erede della tiara dei re di Persia, sarebbe stato adottato
per primo da Alessandro Magno ed entrato nell’uso con i suoi successori677. Questo
elemento condurrebbe nuovamente all’iconografia dei dinasti ellenistici, in cui
domina l’influenza lisippea del ritratto di Alessandro Magno678, ma nessuno dei
ritratti noti riesce come utile confronto679, in particolare nessuno dei Tolomei: si può
solo notare che il ritratto di Tolomeo IV da Tolemaide680 presenta lo stesso diadema,
lavorato nello stesso modo.
Il ritratto maschile dalla Casa di Giasone Magno, identificato da Stucchi
come effigie di Tolomeo III681 e ritenuto copia del I sec.a.C.682 conferma
l’appartenenza della nostra testa alla ritrattistica tolemaica: benché non si riscontri
coincidenza immediata nei tratti iconografici (diversa la trattazione della
capigliatura, della bocca, dell’ovale del volto), simile è l’espressività del volto,
pateticamente accentuata, soprattutto nel nostro esemplare, dalla torsione del capo
verso destra; del resto, va anche notato che “la varietà delle tendenze che hanno
informato i vari ritratti attribuiti a questo re non permette perfette sovrapposizioni
iconografiche”683; ricordiamo, infine, che entrambi gli esemplari provengono
dall’Agorà.
A conferma dell’osservazione di Stucchi sulla “varietà” dei ritratti del dinasta
basta notare la differenza fra i due provenienti dall’Agorà, più simili fra loro ed altri
due ritratti, derivati da uno stesso modello: il ritratto attribuito a Tolomeo III
676
SAGLIO 1969a.
WERNER RITTER 1965: l’autore affronta, con taglio diacronico, la storia dell’evoluzione del
diadema come simbolo di regalità maschile dai re persiani ai regni ellenistici.
678
CHAMAY-MAIER 1987; MORENO 1987, pp. 92-96, fig. 45.
679
SMITH 1998.
680
ROSENBAUM 1960, n. 7, pl. IX, 1-2, p. 39; LARONDE 1987, pp. 438-439, fig. 174.
681
STUCCHI 1967, pp. 121-126, figg. 97, 100, 102, 114, 116.
682
CALLOT 1999, p. 210, d.
683
STUCCHI 1967, p. 125.
677
123
rinvenuto nel Tempio di Zeus a Cirene684 e quello pertinente ad acrolito rinvenuto ad
Apollonia685.
Queyrel data il ritratto colossale da Apollonia fra il 240 e il 230 a.C.,
ritenendolo precedente a quello di Cirene, databile a partire dal 221 a.C.: in altre
parole, lo studioso mette in evidenza come, a dispetto di un modello comune, i due
ritratti siano l’uno l’effigie del re ancora in vita, l’altro un’immagine postuma686.
Sembra comunque indubbio che la nostra testa debba rappresentare un
personaggio d’alto rango, per la presenza del diadema e per lo stile, che ripercorre i
canoni della ritrattistica ufficiale dei dinasti ellenistici.
V.3.4. Ritratti di fanciulle
1. Ritratto di fanciulla (Tav. XXX, 140-143).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 57.
Dimensioni: alt. 10,6 cm; largh. 7,3 cm; spess. 7,1 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la piccola testa è rotta all’altezza del collo; i lineamenti del volto,
appena incisi, sono completamente evanidi, il retro ha una lavorazione assolutamente
piatta, segno che la veduta predisposta era solo quella frontale.
Descrizione: il piccolo ovale rotondo è assolutamente anonimo, per via della
illeggibilità dei lineamenti. L’unico dettaglio in origine lavorato sembra essere la
capigliatura: i capelli, divisi da una scriminatura centrale e acconciati sulle tempie,
come indicano i tratti grossolanamente incisi, sembrano poi raccolti sulla nuca, forse
con un kekryphalos (?), di cui sembra di distinguere la forma appena accennata con
un leggero solco circolare, visibile sul profilo.
Questo esemplare è un lavoro veramente scadente per via della mancata
caratterizzazione dei lineamenti e per la mancanza assoluta di volumetria: per
l’acconciatura si può richiamare una piccola testa femminile al Museo di Princeton,
datata in età ellenistica (ca. 200 a.C.)687.
2. Ritratto di fanciulla (Tav. XXX, 144-147).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
684
ROSENBAUM 1960, n. 5, pl. VIII, 1-2, pp. 37-38, con bibl.; KYRIELEIS 1975, p. 168, C2, taf. 18,4;
19, 1.2; S. 32.38 ff.
685
LARONDE-QUEYREL 2001, pp. 737-782: è sostenuta l’ipotesi di un culto ufficiale nel porto di
Cirene, p. 769.
686
QUEYREL 2002, pp. 51-53, figg. 56-59: lo studioso esamina, in questo contributo, la varietà dei
ritratti attribuiti a Tolomeo III.
687
SISMONDO RIDGWAY 1994, n. 8, p. 32.
124
N. inv.: 72.
Dimensioni: alt. 14,7 cm; largh. 13 cm; spess. 16,4 cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la piccola testa è rotta all’altezza del collo e si conserva in uno
stato di avanzatissima corrosione; il retro manca di rifinitura per cui la veduta
prevalente era solo quella frontale.
Descrizione: un piccolo volto di fanciulla, dall’ovale piccolo e smunto, in cui
si notano appena i lineamenti. La bocca, piccola e serrata, sembra caratterizzata dal
labbro superiore arcuato, il setto nasale è ormai evanido, l’orbita oculare appare
infossata e forse sottolineata dalla palpebra superiore incisa. La fronte è incorniciata
da una capigliatura bipartita da una scriminatura centrale e raccolta sulla nuca con
uno chignon; dalle vedute di profilo si notano le piccole orecchie e la
caratterizzazione dei capelli, segnati da linee ondulate incise. Sulla testa è ricavato un
incasso rettangolare688 (per il fissaggio della statuetta?) mentre, sullo chignon, si nota
un piccolissimo foro circolare.
Anche per questo esemplare è molto difficile arrivare ad un’identificazione,
per la mancanza di attributi distintivi: potrebbe trattarsi di un volto di bambina, dai
tratti idealizzati.
V.3.5 Busto funerario femminile (Tav. XXXI, 148-150).
Età giulio-claudia.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 47.
Dimensioni: alt. 32 cm; largh. 16 cm; spess. 17,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: il busto presenta una vistosa scheggiatura sul naso ed una sul
labbro superiore; la superficie del marmo presenta tratti di corrosione; il retro è solo
grossolanamente sbozzato, segno che la veduta proposta era solo frontale.
Descrizione: il volto si caratterizza per l’ovale pieno e rotondeggiante. I
lineamenti definiscono la giovane femminilità della figura: la bella bocca, dalle
labbra serrate, il naso regolare, gli occhi rotondi dalla palpebra superiore ben
evidenziata, le sopracciglia minimamente segnalate.
Il busto termina con la parte superiore della veste e il collo è dettagliato dagli
anelli di Venere. La capigliatura è veramente elaborata: sulla fronte si impostano tre
688
Misure: lungh. 7,5 cm; alt. 4 cm; prof. 3 cm.
125
file parallele di riccioli, a mo’ di corona, che terminano sulle tempie con tre ciocche a
volute; due sottili ciocche di riccioli scivolano lungo il collo. Sulla testa si nota
l’elaborazione non rifinita dello chignon.
Il busto appartiene alla tipologia ben nota dei busti funerari per nicchia: anche
la semplice sbozzatura del retro conferma l’originaria destinazione; gli esemplari
attestati, maschili e femminili, datano dal I sec.a.C. fino al IV sec.d.C.689.
Il nostro sembra non solo il meglio conservato, ma anche il più rifinito ed
elaborato della serie: il confronto più plausibile è quello con un busto, pubblicato da
Rosenbaum, di età giulio-claudia, sia per l’elaborazione dell’acconciatura690, che per
il dettaglio tecnico delle due strisce risparmiate ai lati del collo.
Bacchielli ha osservato che questo particolare era finalizzato a chiudere lo
spazio rimanente tra il collo e le pareti della nicchia: in questo modo si otteneva un
busto a rilievo e per coprire le due parti risparmiate potevano essere lavorate ciocche
di riccioli, proprio come quelle dei due busti in oggetto691.
Rosenbaum ha notato, inoltre, la somiglianza, per l’acconciatura, fra il busto
da Cirene e le maschere di mummie egiziane da Antinoe (un esemplare presenta lo
stesso chignon che nel nostro busto è solo accennato)692: si tratterebbe
dell’elaborazione dell’acconciatura di Iside, impiegata per l’iconografia di
sacerdotesse e di alcune regine tolemaiche.
Bacchielli ha poi spiegato il “predominio di tipo giovanile”, asserito dalla
Rosenbaum, nella serie dei busti funerari, come una mancata capacità della
ritrattistica cirenaica di interpretare il carattere analitico del ritratto romano, con la
conseguente caratterizzazione della fisionomia693: la nostra defunta è senz’altro una
giovane donna; la mancanza, però, di un’iscrizione attestante l’età della morte ci
impedisce di verificare l’effettiva corrispondenza “anagrafica”.
Visto che il nostro esemplare è di pregio e dalla lavorazione elaborata,
potrebbe aver rappresentato una personalità di rilievo all’interno della comunità
cittadina: mancano purtroppo elementi, come il nodo isiaco sul petto, per
l’identificazione con una sacerdotessa di Iside694.
V.3.6 Ritratto femminile idealizzato (Tav. XXXII, 151-155).
I sec.a.C.-prima metà I sec.d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 49.
Dimensioni: alt. 23 cm; largh. 14,5 cm; spess. 12 cm.
689
ROSENBAUM 1960, pp. 101-123; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49; n. 86, pl. 33, p. 49; n. 87,
pl. 33, pp. 49-50; n. 88, pl. 34, p. 50; n. 89, pl. 34, pp. 50-51; n. 90, pl. 34, p. 51; BACCHIELLI 1977,
con bibl.
690
ROSENBAUM 1960, n. 217, pl. LXXXVI, 1-2, p. 108; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49. Come
confronto per la lavorazione delle ciocche di riccioli sulla fronte si può considerare un altro busto da
Cirene, datato al II sec.d.C.: BACCHIELLI 1990, p. 58, fig. 3.
691
BACCHIELLI 1977, p. 87.
692
ROSENBAUM 1960, p. 17, nn. 3-4, pl. III.
693
BACCHIELLI 1977, pp. 88-91.
694
È attestata un’iscrizione commemorativa, di Markía, sacerdotessa di Iside, cfr. SEG IX, n. 233, p.
56; MARENGO 1991, p. 213.
126
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedita.
Condizione: la testa presenta tratti di corrosione sulla superficie del volto ed il
retro è solo grossolanamente sbozzato; è assente la ricerca di volumetria, segno che
l’esemplare, destinato alla sola veduta frontale, doveva essere alloggiato a parete.
Descrizione: sulla base arrotondata della testa si conserva un foro dalla forma
squadrata695che doveva servire per alloggiare la testa su di una base o supporto che
non si conserva più. L’elaborazione formale di questa figura è molto rozza: su di un
collo piuttosto lungo si imposta un volto, dall’ovale stretto e allungato, che presenta
una notevole torsione verso sinistra. I lineamenti sembrano quasi scomposti: le
labbra sono strette e mal disegnate, il naso è una linea rigida e netta, gli occhi, incisi
grossolanamente, sembrano troppo grandi rispetto alle proporzioni del viso. La
capigliatura, bipartita sulla fronte e solo appena sbozzata, è caratterizzata da due
sottili ciocche di capelli che scendono lungo il collo. Si notano due fori sui lobi delle
orecchie.
Il lavoro è decisamente corsivo, non solo per la mancata rifinitura ma anche
per il mancato controllo dell’elaborazione formale. Questa testa non può essere
definita altrimenti che come volto femminile idealizzato; mancano completamente
elementi caratterizzanti o attributi per valutarne la datazione che, comunque,
possiamo collocare in una transizione tra fine età ellenistica ed inizi dell’età romana.
Una testa simile, seppur più rifinita, da Cirene696, offre un confronto utile:
l’esemplare è datato in età giulio-claudia697 grazie alla caratterizzazione della
capigliatura.
V.3.7 Ritratto di Commodo giovane (Tav. XXXIII, 156-159).
175-177 d.C. ca.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 23.
Dimensioni: alt. 22 cm; largh. 19,5 cm; spess. 13 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la testa, rotta all’altezza del collo, si caratterizza per la
lavorazione accuratissima, in cui è evidente anche il trattamento di lucidatura; sulla
695
Misure: lungh. 2,5 cm; largh. 2,5 cm.
HUSKINSON 1975, n. 126, pl. 49, pp. 67-68. La studiosa sostiene che la testa, mancando del retro,
dovesse essere completata con altro materiale; ma, per sua stessa ammissione, la veduta era solo
frontale. È forse più semplice pensare che il retro non fosse completato, in quanto la testa era collocata
entro nicchia o contro parete.
697
ROSENBAUM 1960, n. 19, pl. XVII, 1-2, p. 45; VON HEINTZE, p. 112, data, invece, ancora al I
sec.a.C.
696
127
superficie del marmo restano tracce di corrosione che, comunque, non alterano la
scultura.
Descrizione: sicuramente un ritratto di adolescente, come si evince dall’ovale
morbido del volto; le labbra carnose sono serrate, il naso presenta narici piuttosto
dilatate, i grandi occhi, dalla palpebra superiore pesante, sono fortemente segnalati
nell’iride; le sopracciglia sono caratterizzate da tratti obliqui paralleli ad indicarne la
peluria. La capigliatura è lavorata a ciocche di riccioli, morbide e ben distinte, con
una definizione accuratissima anche sul retro; caratteristiche sono le orecchie, grandi
rispetto alle proporzioni del volto. Lo sguardo, trasognato, sembra come sospeso e
ancora vagheggiante la fanciullezza; la bocca, invece, sembra esprimere
un’intenzione ferma e volitiva.
Se l’ipotesi di partenza era stata quella di una possibile identificazione con
Geta , il percorso si è meglio definito per convergere decisamente su Commodo,
primariamente con l’identificazione del giovane imperatore su di un medaglione da
Roma699, quindi con il più convincente busto di Commodo giovane (14-16 anni)
conservato ai Capitolini700, da cui dipendono alcuni ritratti simili701.
Il busto, rinvenuto nella cosiddetta Villa di Antonino Pio a Lanuvio nel 1701,
è datato al 175-177 d.C. e, confrontato con il nostro, presenta una somiglianza molto
stringente per la resa della fisionomia e per i particolari della lavorazione: anche il
ritratto capitolino è caratterizzato dall’aria trasognata e come assente, governata però
dal tratto delle labbra, serrate e volitive; anche la capigliatura è lavorata nello stesso
modo, con morbide ciocche; le orecchie grandi sono una caratteristica comune ad
entrambi i ritratti.
Nella sua disamina sulla ritrattistica imperiale provinciale Zanker confronta
questo busto con paludamento dai Capitolini con un ritratto proveniente da Cirene702:
il ritratto, già pubblicato da Rosenbaum703 ed identificato come effigie di un membro
della dinastia costantiniana è stato oggetto di differenti interpretazioni704 e da ultimo,
proprio da Zanker, identificato con Commodo. Il confronto risulta molto
698
698
MCCANN 1968; BAHARAL 1996, fig. 76, pl. XXXI; fig. 81, pl. XXXIV.
BAHARAL 1996, fig. 81, pl. XXXIV.
700
BERNOULLI 1891, II,2, n. 29, p. 232, taf. LXIIIa, taf. LXIII b; WEGNER 1939, p. 264, tavv. 48-49;
JONES 1969, pl. 52, n. 43; FITTSCHEN - ZANKER 1985, p. 81, n. 74; taf.84-86 und beil 96.
701
Ritratti senza barba: BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 43, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891
II,2, p. 232, n. 34, WEGNER 1939, p. 270; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 38; BERNOULLI 1891 II,2,
p. 233 n. 50, WEGNER 1939 p. 254; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, n. 45, WEGNER 1939, p. 255;
BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 47, WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 46,
WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 42, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891
II,2, p. 233, n. 40, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 41, WEGNER 1939, p. 261;
BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 31, WEGNER 1939, p. 264; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 30,
WEGNER 1939, p. 266.
702
ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1,2.
703
ROSENBAUM 1960, n. 98, p. 75, pl. LXI.
704
VON HEINTZE 1962, p. 113, rigetta l’identificazione di Rosenbaum e suggerisce l’ipotesi di un
“young emperor”; WEGNER 1980, p. 83 (inv. C. 17011) non ritiene plausibile un ritratto di Commodo
giovane: “…le guance sono troppo smilze, la distanza tra la punta del naso e il labbro superiore è
troppo ampia, la fenditura della bocca è diversa, il mento è troppo aguzzo e l’espressione del viso
tradisce un altro carattere. Nel ritratto di Commodo giovane, Imperatori 43, i bulbi oculari sporgono
molto più fortemente e la palpebra superiore resta larga fino all’estremità degli occhi”.
699
128
problematico per l’identificazione ma interessante per notare la polarità fra arte
provinciale e arte ufficiale.
Per quanto riguarda l’identificazione, mi pare che il ritratto “costantiniano” si
differenzi sia da quello capitolino che dal nostro per alcune caratteristiche
fisiognomiche, come il viso stretto e allungato, lo sguardo diretto e frontale, la linea
delle labbra, dal taglio lineare e poco espressivo; l’attributo della corona di alloro,
con una pietra centrale, contribuisce a caratterizzare questo ritratto con una ieraticità
che non è degli altri due.
Zanker riconosce che specifici tratti, quali la frontalità e la staticità,
rammentano i ritratti tardoantichi, ma conclude che la lavorazione dei capelli sulla
fronte e lo stile riportano al I tipo del ritratto di Commodo e quindi confermano una
datazione alla fine del II sec.d.C.: lo studioso riconduce l’apparente anomalia proprio
ad una variante provinciale per cui l’immagine rappresentata non è ufficiale, bensì
impersonale e distaccata705.
Posto che il dibattito sull’identificazione mi sembra tutt’altro che risolto e
che, personalmente, propendo per la lettura di Wegner, il ritratto dal Tempio di
Cibele potrebbe portare nuovi spunti per l’identificazione e per l’analisi dell’arte
provinciale.
A Cirene, ad eccezione del ritratto “costantiniano” non sono fino ad oggi noti
ritratti di Commodo706, ma si conserva un interessante busto di Marco Aurelio707 che
presenta la stessa lavorazione dell’occhio del nostro esemplare per la quale,
analizzando due ritratti di Annia Lucilla (sorella di Commodo) Polacco elabora
questa definizione: “l’iride convessa a forma di fagiolo e il contorno della pupilla
reso con profonda incisione al compasso sono tipici dei ritratti aureliani (161180)”708.
Si tratta, quindi, di una caratteristica dello stile che, inaugurata con Marco
Aurelio, si protrae negli anni di transizione tra padre e figlio. Se, da una parte, questa
osservazione ci consente di confermare la datazione cui eravamo giunti per altra via,
dall’altra non sfugge che proprio il confronto con il busto capitolino presenta una
criticità: su questo, infatti, non compare quella stessa lavorazione dell’iride che
abbiamo visto rappresentare come un “tratto di famiglia”.
Questa variante potrebbe essere così motivata: il Commodo capitolino
deriverebbe stilisticamente da un tipo di ritratto di Marco Aurelio, conservato ai
Capitolini709 e datato al 140 d.C. che, quindi, precede la moda di caratterizzare
l’iride; il nostro Commodo, invece, discenderebbe dal tipo di Marco Aurelio,
705
ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1,2.
Dal tempio B nel Quartiere centrale proviene un’iscrizione fissata alla base di una statua (la
datazione del testo è tra il 185, quando Commodo divenne Felix e il 192, anno della morte):
commemora Commodo, probabilmente rappresentato come Ercole; cfr. GOODCHILD 1961, p. 85;
CALLOT 1999, n. 139, p. 100.
Attestazioni epigrafiche in onore di Commodo: CALLOT 1999, n. 140, p. 100 (portico delle Erme,
iscrizione con rasura); n. 166, p. 104 (Tempio di Zeus nell’Agorà, statua di Zeus in onore di
Commodo); n. 223, p. 116 (SEG, XXVII, 1133, da Apollonia: base di marmo per una statua di
Commodo, da parte della città, datata al 177-80 d.C.).
707
ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58.
708
POLACCO 1959, p. 309.
709
FITTSCHEN - ZANKER 1985, taf. 71, n. 62; taf. 70, n. 61.
706
129
conservato nel Museo di Cirene, sicuramente successivo al 140 d.C.710, per cui è già
stato impiegato il dettaglio dell’iride incisa, caratteristica peraltro evidentissima nel
ritratto “costantiniano”.
In sintesi, è forse possibile pensare a due diverse produzioni, l’una,
rappresentata dai tipi capitolini, di genere ufficiale, l’altra, nota attraverso gli
esemplari da Cirene ed Apollonia, espressione di un’arte provinciale, quindi locale,
fedele nel riproporre le caratteristiche fisiognomiche, diversamente da quanto
osserva Zanker a proposito del ritratto “costantiniano”, nonché i rapporti
proporzionali (il ritratto capitolino e il nostro hanno le stesse proporzioni), ma anche
distinguibile per la caratterizzazione di alcuni particolari di dettaglio.
V.4 Elementi scultorei frammentari
1. Frammento decorato (Tav. XXXIV, 160).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 18.
Dimensioni: alt. 18,5 cm; largh. 14,5 cm; spess. 6 cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: il retro del frammento è spianato come per essere assemblato con
un altro pezzo (forse il frammento n. inv. 39 è pertinente); sono visibili tracce di
corrosione sulla superficie.
Descrizione: si notano linee ondulate irregolari in rilievo; in coincidenza della
frattura obliqua è leggibile un frammento di rosetta in rilievo e, più sotto, una
sequenza decorativa a perle ed astragali.
La natura dell’oggetto non è definibile, anche la decorazione con perle e
astragali711 è talmente danneggiata e conservata in parte così ridotta da non offrire
elementi datanti.
2. Frammento con decorazione a rosetta (Tav. XXXIV, 161).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 39.
Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 12 cm; spess. 8 cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
MMC.
710
Se, infatti, il Marco Aurelio capitolino sembra ancora un adolescente, quello di Cirene è già un
uomo.
711
CAFFARELLO 1971, p. 46 (s.v. astràgalo).
130
Bibliografia: inedito.
Condizione: il retro del frammento è spianato come per essere assemblato con
un altro pezzo (forse con il frammento n. inv. 18); sono visibili tracce di corrosione
sulla superficie e qualche scheggiatura.
Descrizione: l’unico elemento caratterizzante l’oggetto è la rosetta712 lavorata
a rilievo, stilisticamente simile al frammento di rosetta sull’esemplare precedente.
Mancano elementi caratterizzanti l’identificazione e la cronologia.
3. Trapezophoros (?) decorato (Tav. XXXIV, 162-163).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 33.
Dimensioni: alt. 44,8 cm; largh. 17,7 cm; spess. 19,4 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: oggetto in stato gravemente frammentario, decorato solo nella
faccia a vista; la superficie sul retro sembra solo grossolanamente sbozzata.
Descrizione: su di una base lavorata a listello, si imposta una lastra lavorata a
rilievo con un motivo particolarmente elaborato in cui da una palmetta centrale si
aprono sinuose volute di girali.
Il frammento sembra pertinente ad un trapezophoros713: i trapezofori figurati
iniziano in età ellenistica e proseguono per tutta l’età imperiale romana714.
Un esemplare molto frammentario da Delos, datato in un ampio arco
temporale, 166-69 a.C., presenta il motivo della palmetta, stilisticamente prossima
alla nostra715.
4. Lastra di marmo bianco (Tav. XXXIV, 164).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 68.
Dimensioni: alt. 37,7 cm; largh. 41,8 cm; spess. 7,7 cm.
Materiale: marmo bianco.
Foto: MIC.
Magazzini di Casa Parisi.
Bibliografia: inedita.
712
CAFFARELLO 1971, p. 423 (s.v. rosétta).
COARELLI 1966.
714
CARUSO 1979.
715
COHON 1984, n. 245, pp. 380-381.
713
131
Condizione: lastra frammentaria con tracce di corrosione e scheggiature.
Descrizione: sono visibili su entrambe le facce tracce di scalpello.
Forse la lastra era predisposta per un rilievo (lo spessore sarebbe compatibile
con quello del rilievo n. 2-2a).
5. Frammento decorato con kymàtion lesbio (Tav. XXXV, 165).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 43.
Dimensioni: alt. 8,5 cm; largh. 9 cm; spess. 3,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento rotto su tutti e quattro i lati dalla superficie
fortemente consunta.
Descrizione: si nota ancora una fascia di decorazione a bassissimo rilievo con
kymàtion lesbio716.
Forse una lastrina di rivestimento, di cui è impossibile determinare la
cronologia, vista la consunzione del pezzo.
6. Statuetta di ariete (Tav. XXXV, 166-168).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 11.
Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 12 cm; spess. 6 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: la statuetta è gravemente frammentaria e si conserva solo la parte
anteriore del corpo dell’animale; l’esemplare non sembra rifinito, a giudicare dallo
stadio di incompletezza nella caratterizzazione del vello.
Descrizione: in base alla veduta frontale, il collo dell’animale risulta
completamente girato verso sinistra. Notevole è la caratterizzazione dei dettagli
anatomici nel muso: a rilievo sono definite le corna lunate come anche gli occhi; la
bocca è disegnata da un tratto orizzontale inciso.
716
CAFFARELLO 1971, p. 265 (s.v. kymàtion).
132
Si tratta di un piccolo votivo, di proporzioni miniaturistiche: l’ariete, simbolo
di fertilità e fecondità, a Cirene è associato a Zeus Ammon717, tanto che le corna
lunate diventano attributo distintivo del dio e l’animale stesso è spesso associato
nell’iconografia718, ma possiede anche una simbologia propria, di un retaggio che
attinge ancora alla religiosità dell’antico Egitto 719. La cura per i dettagli del muso
farebbe propendere per una datazione ancora in età ellenistica720.
7. Statuetta di aquila (?) (Tav. XXXVI, 169).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 65.
Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 6,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: solo un frammento, con un perno metallico ancora infisso.
Descrizione: si notano tratti in rilievo ripetuti in sequenza, a rendere forse il
piumaggio di un’aquila.
Si potrebbe pensare ad un votivo miniaturistico di Zeus ed aquila721, ma
nessun elemento contribuisce ad un’identificazione certa.
8. Frammento di zoccolo di cavallo (?) (Tav. XXXVI, 170).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 63.
Dimensioni: alt. 13,7 cm; largh. 6, cm; spess. 3,5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento con tracce di corrosione sulla superficie del marmo.
Descrizione: il frammento sembra identificabile come articolazione di uno
zoccolo di cavallo.
717
BISI 1983.
LECLANT-CLERC 1981; FABBRICOTTI 1987, fig. 1, n. 1; fig. 3, n. 2; fig. 4, n. 3; fig. 8, n. 6; fig. 11,
p. 231; fig. 12, p. 233; PURCARO 2010, fig. 1, p. 188, p. 189; GIOVANNINI 2010, pp. 193-194.
719
KEIMER 1938.
720
Numerose sculture di ariete, inedite, si conservano presso i Magazzini del Museo delle Sculture di
Cirene.
721
PARIBENI n. 191, p. 81, tav. 109.
718
133
È impossibile ricostruire la pertinenza di questo frammento: le
rappresentazioni di cavalli possono essere connesse con la figura di heros
equitans722, con le rappresentazioni dei Dioscuri723 ma anche con figure di aurighi,
come dimostra il rilievo con auriga conservato presso il Museo di Cirene724.
9. Statuetta di leone (XXXVI, 171-172).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 73.
Dimensioni: alt. 22,5 cm; largh. 21 cm; spess. 12,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC
Bibliografia: inedito.
Condizione: si conserva solo una parte del tronco della figura; la superficie
presenta tracce di scalfitture.
Descrizione: la statuetta doveva essere realizzata con ricercatezza per il
dettaglio anatomico, come si desume ancora dalla gabbia toracica di cui è evidenziata
la muscolatura con uso di ombreggiature o nella definizione della criniera descritta
da linee ondulate.
Una statuetta di leone, forse un piccolo votivo, che potrebbe essere messo in
connessione con il culto di Cibele, cui molto spesso nell’iconografia è associato il
felino725; per l’accuratezza della lavorazione, nonostante la povertà del materiale,
daterei ancora in età ellenistica.
10. Statuetta di scimmia (Tav. XXXVI, 173-174).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 76.
Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 11,5 cm; spess. 8 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
Magazzini di Casa Parisi.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento con tracce di scalfitture.
Descrizione: la statuetta doveva rappresentare una scimmia accovacciata; di
essa rimane solamente un frammento della zona pubica con l’indicazione dei genitali
722
Cfr. par. V.1.2.
PARIBENI n. 390, tav. 173, p. 136; nn. 391, 392, 393, tav. 173, p. 137.
724
CELLINI 2010, pp. 113-114, fig. 22.
725
Cfr. par. V.2.10.
723
134
ed una parte della zampa; sul retro si distingue ancora bene la lunga coda, lavorata a
rilievo con una linea sinuosa.
Nel bacino del Mediterraneo, dall’età orientalizzante in poi, si riscontra una
sovrapposizione tra la figura di Bes e la scimmia726: in particolare in Egitto, nella
produzione coroplastica, si riscontra proprio questa similitudine nel rappresentare la
piccola figura accovacciata, con i genitali in evidenza e la coda727, con
un’oscillazione cronologica fra età ellenistica ed età romana; la scimmia nel mondo
greco è oggetto votivo tra le forme del grottesco dell’arte di età classica728.
La valenza simbolica della scimmia è stata messa in connessione con la sfera
dell’erotismo e della nascita ma anche con la dimensione ctonia: ancora in età
ellenistica si riproducono immagini simboliche, con riferimento alla fertilità e al
rinnovarsi del ciclo vitale che derivano da un genere iconografico di età
orientalizzante729.
11. Mano destra di statuetta (XXXVII, 175-176).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 40.
Dimensioni: alt. 5,4 cm; largh. 5 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: la mano è spezzata prima dell’attacco del polso. Anche le dita si
conservano in stato frammentario: il pollice, l’indice ed il mignolo sono rotti
all’altezza della prima falange; il medio e l’anulare nella transizione tra prima e
seconda falange; sul palmo sono incise, con dettaglio anatomico, tre linee della
mano.
Descrizione: sulla superficie delle dita si notano i fori in cui dovevano essere
alloggiati i perni per il fissaggio con le articolazioni terminali; uno di questi è ancora
infisso sull’attacco del pollice.
La piccola mano di statuetta, per il livello di dettaglio con cui è caratterizzata,
può essere ancora di età ellenistica: un frammento di mano, proveniente da
Apollonia, con il dettaglio della linea incisa sul palmo, è attribuita ipoteticamente ad
una statuetta di bambino730.
726
CAPRIOTTI VITTOZZI 2003, p. 145, fig. 6: Bes è accovacciato nella stessa postura della nostra
scimmia; BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 181, tav. LXXVIII, pp. 114-115 (statua frammentaria di
cinocefalo); n. 190, tav. LXXXI, p. 119 (statuetta seduta di Bes di età tolemaica o romana).
727
DUNAND 1990, p. 42, n. 46, p. 43, n. 47: figurette di età romana; p. 300, n. 912, figuretta di
scimmia, di età romana.
728
HIMMELMANN 1994, pp. 105-106.
729
CAPRIOTTI VITTOZZI 2003, pp. 150-151.
730
MCALEER 1978, n. 38, pl. XX, 3, p. 54.
135
12. Braccio sinistro (Tav. XXXVII, 177-178).
Età ellenistica (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 74.
Dimensioni: lungh. 8,5 cm; spess.2,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: il braccio è spezzato in due punti, nella transizione tra braccio e
spalla e all’attacco dell’avambraccio; rimane una vistosa scheggiatura nella parte
interna del braccio, dove è visibile un foro731, sicuramente predisposto per
l’assemblaggio con il frammento della spalla.
Descrizione: la lavorazione è schematica, ma non manca di precisione, come
si evince dalla piccola piega interna che suggerisce l’articolazione del gomito e la
flessione del braccio; va ipotizzata una piccola statuetta.
Mancano elementi per la datazione ma il lavoro, benché semplificato,
potrebbe essere di età ellenistica.
13. Mano destra con attributo (Tav. XXXVII, 179-180).
Età ellenistica-età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 37.
Dimensioni: alt. 10 cm; largh. 10,5; spess. 8 cm.
Materiale: marmo bianco a grana media.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: la mano è fratturata prima dell’attacco del polso; il pollice è rotto
all’altezza della prima falange e l’indice manca del tutto. La superficie del marmo
presenta vistose tracce di corrosione.
Descrizione: la mano è impegnata nell’atto di stringere un attributo dalla
forma tubolare, spezzato alle due estremità; sulle dita si nota ancora la
caratterizzazione delle unghie.
La mano doveva appartenere ad una scultura di proporzioni simili al vero:
non si comprende la natura dell’oggetto impugnato, forse un bastone732; anche la
731
732
Ø 1,2 cm.
MCALEER 1978, n. 53, pl. XXIV, 5, p. 64.
136
datazione è problematica visto che la mano non è caratterizzata nell’articolazione e
rimane visibile solo il particolare dettagliato dell’unghia.
14. Mano sinistra con attributo (Tav. XXXVIII, 181-184).
Età ellenistica-età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 50.
Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 15.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: la mano è fratturata a metà circa dello sviluppo del dorso;
mancano le falangi terminali di pollice ed indice; la superficie del marmo è
caratterizzata da vistose tracce di corrosione; una scheggiatura è visibile
sull’estremità dell’oggetto che fuoriesce dalla mano.
Descrizione: la mano, dalla caratterizzazione schematica e semplificata, è
impegnata a trattenere un oggetto dalla forma difficilmente distinguibile, dalla base
più larga nell’estremità inferiore e dalla sezione a dado nell’estremità superiore; un
foro è ben visibile sul dorso della mano733, in corrispondenza dell’anulare.
Visto che la parte interna della mano non è lavorata, sembra che la veduta
prevalente dovesse essere quella del dorso, così da vedere sia l’arto che l’attributo; il
lavoro, nel complesso, è corsivo, benché ci sia un certo intento di dettaglio, come si
nota dalla caratterizzazione delle unghie.
15. Frammento di veste (?) (Tav. XXXVIII, 185).
Età ellenistica-età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 60.
Dimensioni: alt. 11 cm; largh. 7,5; spess. 5,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: oggetto frammentario, ricomposto da due frammenti; si
individuano, nonostante la consunzione della superficie, delle linee parallele in
bassissimo rilievo.
Descrizione: forse si tratta della parte inferiore di un peplo cinto in vita.
733
Ø 0,7 cm.
137
Mancano elementi per la distinzione della figura e per la datazione della
stessa.
16. Frammento di Hekátaion (?) (Tav. XXXVIII, 186).
Età ellenistica-età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 41.
Dimensioni: alt. 2,3 cm; spess. 2,4 cm.
Materiale: marmo.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: un frammento di forma cilindrica dalla superficie ben levigata.
Descrizione: come si nota dalla scheggia sulla superficie di frattura, il
frammento è rotto nel punto in cui forse si doveva raccordare alla statuetta cui
apparteneva.
Si può ipotizzare che si tratti della parte terminale di una colonnina di
Hekataion: mancano dati per l’identificazione e per la datazione.
17. Lastrina di greco scritto (Tav. XXXIX, 187).
Età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 42.
Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 6,5 cm; spess. 5 cm.
Materiale: greco scritto.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento con tracce di corrosione.
Descrizione: una piccola lastrina con bordo rialzato.
Una piccola lastra di greco scritto; non si identifica la funzione originaria.
18. Lastrina di bigio venato (?) (Tav. XXXIX, 188-189).
Fine I sec.a.C.-inizi I sec. d.C.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 58.
Dimensioni: alt. 19,3 cm; largh. 11,5 cm; spess. 1,7 cm.
Materiale: bigio venato (?).
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
138
Condizione: frammento con tracce di corrosione.
Descrizione: una lastrina, rotta su tutti e quattro i lati, di cui rimane visibile
un’alta fascia, delimitata da tre sottili listelli in rilievo; il retro non è lavorato.
Si tratta di una lastra di bigio venato, destinata forse ad un rivestimento
parietale734.
19. Lastrina di bigio venato (?) (XXXIX, 190-191).
Età romana (?).
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 59.
Dimensioni: alt. 9,5 cm; largh. 8,5 cm; spess. 2 cm.
Materiale: bigio venato (?).
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento con tracce di corrosione.
Descrizione: una lastrina, rotta su tutti e quattro i lati, di cui rimane visibile,
su di un lato, un’alta fascia, delimitata da tre sottili listelli in rilievo, con una
decorazione del tutto simile alla precedente; l’altro lato è, invece, decorato con un
motivo a rilievo costituito da un grappolo d’uva e, forse, un fiore (fiore di loto?).
Il motivo del grappolo d’uva ricorre anche negli schemi decorativi degli
elementi architettonici conservati presso il Museo greco-romano di Alessandria735.
20. Frammento con decorazione vegetale (Tav. XL, 192-193).
Età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 66.
Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 11 cm; spess. 9 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento con tracce di corrosione e scheggiature.
Descrizione: lo stato frammentario del pezzo non consente una chiara
interpretazione. Si tratta forse di un elemento decorato con grappoli d’uva in rilievo,
mentre i segni incisi potrebbero indicare dei rami.
734
735
Per il tipo di lavorazione: DE NUCCIO 2002, n. 135, pp. 421-422.
BRECCIA 1970, pl. L, nn. 186-187.
139
Posto che la frammentarietà dell’oggetto non consente un’identificazione,
sembra comunque di poter portare come confronto la statuetta di Pan conservata al
British Museum736, forse un supporto, terminante con un elemento decorato a rami e
grappoli d’uva: l’esemplare è ritenuto copia romana da un originale della prima metà
del IV sec.a.C.
21. Aruletta (Tav. XL, 194-195).
Età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 10.
Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 13,5 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: l’aruletta presenta delle scheggiature sul retro e sulle facce
laterali; la lavorazione è compiuta sulla faccia anteriore e su quelle laterali; il retro è
solo grossolanamente sbozzato, segno che la veduta prevalente era quella frontale.
Descrizione: l’altarino è costituito da un corpo parallelepipedo centrale
poggiante su di una base modanata a listelli; anche la mensa, aggettante rispetto al
corpo centrale, è modanata a listelli.
Il nostro esemplare rientra nella tipologia delle arulae, la cui mensa poteva
essere usata per offrire gocce di vino o di olio, grani di sale o di cereali: è una
tipologia che dal VI sec.a.C. continua in età romana737.
A Cirene è ben nota una serie di piccoli altari, datati in età romana ma di
tradizione alessandrina, confermata, quest’ultima, dalle iscrizioni a Serapide, Iside,
Samotrax e da raffigurazioni isiache738; purtroppo, spesso degli altari non si conosce
la provenienza e il fatto che fossero maneggevoli e portatili, impedisce di connetterli
ad una ritualità precisa, votiva o funeraria. Fabbricotti ha ipotizzato che le arulette
venissero utilizzate per bruciare incenso o profumi ma, visto che alcune non
presentano segni di combustione, anche che potessero supportare offerte di acqua,
specialmente in connessione con il culto di Iside739.
La nostra aruletta è del tipo più semplice, in cui le facce non sono lavorate a
rilievo e le stesse modanature sono piuttosto schematiche; la mensa non presenta
tracce di combustione per cui è più difficile ipotizzare l’uso come bruciaincensi/brucia-profumi, come anche per le offerte d’acqua, visto che il piano della
mensa, troppo esiguo ed irregolare, non sembra adatto a tale funzione; opterei per un
uso da aspersione di vino od olio, o per l’offerta limitata di qualche cereale. Se la
datazione in età romana è compatibile con gli esemplari noti da Cirene, non è
736
HUSKINSON 1975, n. 47, p. 24, pl. 20.
YAVIS 1949, pp. 171-172.
738
FABBRICOTTI 2007a, p. 286, 288.
739
FABBRICOTTI 2007a, p. 296.
737
140
altrettanto immediato attribuire l’oggetto ad un culto di Iside, per la mancanza di dati
a favore.
22. Pilastrino (Tav. XLI, 196).
Età romana.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 36.
Dimensioni: alt. 44,8 cm; largh. 17,7 cm; spess. 19,4 cm.
Materiale: marmo (?).
Foto: MIC.
Magazzino di Casa Parisi.
Bibliografia: inedito.
Condizione: il pilastrino, fratturato nella parte terminale, presenta
scheggiature alla base; la superficie rivela un avanzato stadio di corrosione.
Descrizione: su di una base quadrata, si imposta un pilastrino dal corpo
parallelepipedo che doveva terminare con una superficie piana.
Molto probabilmente si tratta di un pilastrino d’appoggio per una statuetta di
proporzioni inferiori al vero: questo genere di supporti caratterizza soprattutto le
sculture di età romana.
23. Frammento non identificato (Tav. XLI, 197-198).
Non databile.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 51.
Dimensioni: alt. 15,5 cm; largh. 13 cm; spess. 11,3 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento informe con vistose tracce di corrosione.
Descrizione: si tratta di un frammento sagomato, sbozzato sul retro con una
superficie concava, forse destinato all’assemblaggio con un altro pezzo.
Forma non identificata.
24. Frammento non identificato (Tav. XLI, 199).
Non databile.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 46.
Dimensioni: alt. 10,3 cm; largh. 5,3 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
141
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento informe con tracce di corrosione.
Forma non identificata.
25. Frammento non identificato (Tav. XLI, 200-201).
Non databile.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 69.
Dimensioni: alt. 17,5 cm; largh. 12 cm; spess. 10 cm.
Materiale: marmo bianco a grana fine.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento informe con vistose tracce di corrosione.
Forma non identificata.
26. Frammento non identificato (Tav. XLI, 202).
Non databile.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 75.
Dimensioni: alt. 9,5 cm; largh. 10 cm; spess. 4 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
Magazzini di Casa Parisi.
Bibliografia: inedito.
Condizione: frammento informe con tracce di corrosione e tratti di
lavorazione in rilievo.
Forma non identificata.
27. Frammento non identificato (Tav. XLI, 203).
Non databile.
Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3.
N. inv.: 70.
Dimensioni: alt. 15 cm; largh. 9,7 cm; spess. 7 cm.
Materiale: calcare.
Foto: MIC.
MMC.
Bibliografia: inedito.
142
Condizione: frammento informe con scheggiature e perno metallico ancora
infisso.
Forma non identificata.
143
VI.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Il nucleo primitivo del Dioskourion dell’Agorà di Cirene risulta costituito, già
in età arcaica, dal Tempio dei Dioscuri740 e dal prospiciente altare741: tale cronologia
è confermata dal rinvenimento della coppa chiota con iscrizione (fine VII sec.a.C.)
rinvenuta in prossimità del Tempio742, benché le strutture attualmente superstiti
dell’edificio debbano essere riferite al rifacimento successivo alla rivolta giudaica;
ciò che resta dell’altare, invece, documenta la monumentalizzazione di età classica.
Intorno a questi due primi edifici si struttura, a partire dall’età ellenistica, un
vero polo santuariale, con l’Hestiatorion743, il Tempio del Mosaico a Meandro744 ed
il Tempio di Afrodite745, sul limite meridionale della platea; il Tempio di Cibele746 è
l’ultimo ad essere realizzato e sembra inserirsi nell’esiguo spazio rimasto libero
dell’area.
I templi vengono ricostruiti dopo la rivolta giudaica ma il terremoto del 262
d.C., che, ricordiamo, non è unanimemente accettato come realtà storica747, porta
distruzione e conseguente abbandono: sull’area dell’Hestiatorion si impostano
povere case di abitazione748 ed il Tempio di Afrodite doveva ormai essere ridotto ad
un ammasso di rovine.
La ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C. si contraddistingue per
il reimpiego di materiali architettonici, come nel Tempio dei Dioscuri 749 e per una
voluta rifunzionalizzazione degli ambienti interni, come nel Tempio del Mosaico a
Meandro, riutilizzato in parte come serbatoio per l’acqua750 e, soprattutto, nel
Tempio di Cibele, dove lo spazio è destinato ad alloggiare un reservoir per l’acqua,
come testimonia l’impermeabilizzazione del vano B con cocciopesto; si crea poi
un’“aula” per il culto con banconi realizzati proprio in questa fase751.
In un arco di secolo, dalla ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C.
fino al catastrofico terremoto del 365 d.C., evento con il quale termina la vita di
questo Santuario, l’evidenza archeologica testimonia un progressivo
depotenziamento dell’antica cultualità: una continuità del culto è solo ipotizzabile
740
Già identificato come “Ipetrale”: GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI
2006, p. 63, fig. 8; MEI 2009, pp. 11-12.
741
LUNI 2010b, p. 56.
742
LUNI-MARENGO 2010a, pp. 26-33.
743
Già identificato come Tempio “A Due Ali”: GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, n. 7; STUCCHI 1975, p.
259; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 61-63; LUNI 2010b, p. 57, fig 54. Per lo studio del
monumento e l’identificazione dello stesso come Hestiatorion, si veda: MONTANARI 2009;
MONTANARI 2010.
744
GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, pp. 102, 241, fig. 229; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), p.
64; MEI 2009, pp. 12-13.
745
SMITH-PORCHER 1864, pp. 76-77; GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 54, pp. 255-256,
figg. 249-250; MEI 2009, pp. 14-15.
746
LUNI 2006, pp. 64-66 (scheda di O. Mei); pp. 68-69, figg. 13-14.
747
ROQUES 1987, pp. 43-44.
748
MONTANARI 2010, p. 209, 212.
749
LUNI 2006, p. 63 (scheda di O. Mei); MEI 2009, p. 12.
750
LUNI 2006, p. 64 (scheda di O. Mei); MEI 2009, pp. 12-13.
751
MEI 2009, pp. 66-67, fig. 61.
144
per il Tempio dei Dioscuri, più tangibile, invece, per il Tempio di Cibele, in cui la
presenza del sacrario deve aver comportato il persistere di una ritualità.
L’impegno delle ripetute indagini archeologiche degli ultimi anni (20012006) dell’Ateneo urbinate sono state proprio mirate a chiarire l’origine e
l’evoluzione di questo complesso sacro: in particolare, le ricerche si sono concentrate
proprio sul Tempio di Cibele, la cui cella settentrionale era stata già coinvolta negli
sterri degli archelogi italiani nel 1938; la cella meridionale, invece, coperta dalla
massicciata di supporto alla decauville, non era stata minimamente individuata e
quindi rappresentava un contesto sigillato dovuto al seppellimento del terremoto del
365 d.C.752.
Saggi mirati nella cella settentrionale, contestualmente allo smontaggio dei
blocchi in crollo della cella meridionale e a saggi nella stessa hanno portato
progressivamente a chiarire la sequenza stratigrafica e ad individuare le tre fasi
architettoniche dell’edificio753.
In riferimento alla prima fase, dalla metà del I sec.a.C. fino alla rivolta
giudaica (115-117 d.C.) è stato ipotizzato che la divinità titolare del culto fosse
Afrodite, per via del rinvenimento, all’interno di un saggio nella cella settentrionale,
di un votivo miniaturistico, una piccola testa raffigurante la dea, di età ellenistica754.
In connessione, poi, con la seconda fase, una ricostruzione successiva alla
rivolta giudaica fino al terremoto del 262 d.C., il ritrovamento, in situazione di
reimpiego, di un suppedaneo in calcare pertinente ad una statua e di una placchetta
plumbea raffigurante Cibele nella cella settentrionale, ha fatto concludere che le
divinità dedicatarie del Tempio fossero, fin dalla fase di fondazione, le due dee
Afrodite e Cibele755.
La terza ed ultima fase, un rifacimento successivo al terremoto la cui vita
dura fino al sisma del 365 d.C., è stata convenzionalmente intitolata a Cibele per via
dei 12 esemplari di statuette di Cibele rinvenute all’interno della cella meridionale
dell’edificio; analogamente Smith & Porcher avevano intitolato ad Afrodite il
Tempio nell’Agorà, all’interno del quale, fra le numerose sculture rinvenute,
spiccavano 10 sculture rappresentanti la dea756.
Proprio in connessione con questa terza fase del Tempio è avvenuto il
fortunato rinvenimento del deposito votivo nell’ambiente C, US 3, oggetto della
presente ricerca.
Durante le operazioni di smontaggio del crollo nella cella meridionale
affioravano: due altari monolitici rettangolari in calcare, ancora in situ, difficilmente
databili in quanto parte di una tipologia ripetuta dal VI sec.a.C. fino in età romana;
21 lucerne frammentarie (una sola integra), in ceramica comune, datate fra il III e il
IV sec.d.C.757; 12 incensieri in stato frammentario, sempre databili in un ampio arco
cronologico fra III e IV sec.d.C.758, ma soprattutto i 75 reperti scultorei del nostro
752
MEI 2009, pp. 17-18.
MEI 2009, pp. 21-30.
754
MEI 2009, p. 45.
755
MEI 2009, p. 61.
756
MEI 2009, p. 88. Per il problema dell’intitolazione si veda qui il par. II.3.
757
MEI 2009, pp. 72-73 (schede di C. Panico).
758
MEI 2009, p. 78.
753
145
Catalogo, rinvenuti in parte rovesciati a terra per la violenza del sisma, in parte
ancora in situ allineati lungo i banconi realizzati nella cella meridionale proprio in
questa terza fase del Tempio759.
Non sfugge la criticità di definire come deposito votivo l’associazione in
strato di materiali scultorei eterogenei quanto alle tipologie e alla cronologia (dall’età
ellenistica al 175-177 d.C., arco di anni in cui si data il ritratto di Commodo): si può
ipotizzare questa definizione considerando l’intenzionalità dell’accumulo, visto che,
al momento del rinvenimento, gli altari risultavano in situ nella posizione d’uso, così
come parte delle sculture, ancora intenzionalmente deposte lungo i banconi della
parete meridionale del Tempio; quanto, poi, alla destinazione rituale, oggetti
sicuramente predisposti per il culto sono gli altari, gli incensieri e le lucerne.
Se, del resto, si può comprendere come esemplari di plastica ideale o statuette
votive abbiano potuto essere conservate ad uso cultuale, non è perspicuo come
esemplari di plastica iconica abbiano potuto essere coinvolti ad usum pietatis:
l’ipotesi è che siano stati “trasformati” ad uso votivo, vale a dire tesaurizzati come
vestigia di un passato in rapido dissolvimento, cui, tramite l’iconografia, si tributa
una forma di devozione760.
Il momento storico e la transizione di modelli culturali e religiosi potrebbero
spiegare questa forma di “tesaurizzazione”: per la città, la fase successiva al
terremoto del 262 d.C. è un momento di crisi, in cui c’è la rifondazione come
Claudiopoli ad opera di Claudio II (268-269 d.C.)761 e l’attività edificatoria è limitata
alla ricostruzione dell’esistente762, con un evidente reimpiego di materiali precedenti
come si riscontra anche per il Tempio di Cibele.
In concomitanza, ragion per cui è legittimo parlare di transizione, si assiste ad
una contrazione del paganesimo e ad un’affermazione della comunità cristiana, già
radicata alla metà del III sec.d.C., proprio gli anni in cui possiamo datare la nostra
deposizione; nella prima metà del IV sec. il cristianesimo è la religione dominante763
e, all’epoca di Costantino, la Pentapoli era una provincia cristiana764; l’editto di
Costantinopoli del 392 d.C. emanato da Teodosio, con la proibizione di ogni forma
di rito pagano, sancisce ufficialmente quella che ormai era una realtà della prassi
comune765.
Dunque, in un tale frangente, è plausibile che un singolo o una ristretta
comunità -in una fase di declino dei culti tradizionali non abbiamo testimonianze
epigrafiche che possano corroborare l’ipotesi, pur suggestiva, dell’intervento di un
collegio sacerdotale- abbiano raccolto e devotamente conservato, per una
frequentazione ristretta, come fa supporre la rifunzionalizzazione degli ambienti
interni con la conseguente riduzione degli spazi: rilievi, teste, statuette, ritratti, cui
ancora si poteva riconoscere un valore identitario della tradizione pagana.
759
V. par. II.2.
V. par. III.2.
761
PACI 2000, p. 26.
762
STUCCHI 1975, p. 333 e ss.; ENSOLI 2000b, p. 78.
763
CALLOT 1999, p. 340.
764
ROQUES 1987, p. 321-322.
765
CLEMENTE 1996, p. 302.
760
146
Altro problema aperto da questo ritrovamento è la provenienza originaria dei
pezzi, rinvenuti in situazione di reimpiego: è possibile che facessero già parte
dell’arredo sacro dei Templi del Dioskourion e del Quartiere dell’Agorà, ma non
possiamo neppure escludere che provenissero dai santuari della chora che
costituiscono una sorta di “corona” sacra intorno alla città766.
Di fatto, il deposito di sculture, pur nell’eterogeneità delle tipologie, sembra
rappresentare in modo paradigmatico le più antiche tradizioni cultuali di Cirene: il
sincretismo con il pantheon greco-libyo, l’influsso preponderante delle divinità
orientali come Cibele ed Iside; le divinità greche, quelle femminili, con la presenza
radicatissima delle dee di Eleusi, di Afrodite ed Ecate, quindi le divinità maschili,
Dioniso, Ermes, Zeus, Priapo ed Efesto.
Ma si possono forse individuare anche culti connessi con la storia politica
della città, come forme votive espressione di ghene aristocratici, analogamente a culti
dinastici come sembrerebbero testimoniare i due ritratti del deposito, per cui si è
notata l’aria di famiglia con la ritrattistica tolemaica767.
Si può concludere, quindi, che, nel corso della terza ed ultima fase di vita del
Tempio, si siano volutamente raccolte e deposte le sculture nella cella meridionale
per farne oggetto di “devozione” da parte di chi in esse riconosceva ancora un valore,
forse non di semplice apprezzamento “antiquario” ma piuttosto di affinità semantica;
l’auspicio, dunque, è che future ricerche nel Dioskourion dell’Agorà ma soprattutto
nelle immediate adiacenze del Tempio di Cibele possano ulteriormente corroborare,
con l’evidenza archeologica, l’ipotesi di studio fin qui percorsa.
766
767
MENOZZI 2007, p. 80: la studiosa parla di almeno tre “cinture sacre”.
Cfr. par. IV.1.
147
VII.
ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE
ADRIANI 1948
A. ADRIANI, Testimonianze
alessandrina, Roma, 1948.
e
momenti
di
scultura
ADRIANI 1961
A. ADRIANI, Repertorio d’arte dell’Egitto Greco-romano,
serie A, I- II, Palermo 1961.
AMANDRY 1992
P. AMANDRY, Où était l’omphalos?, in Delphes, Centenaire
de la “grande fouille” réalisée par l’École française
d’Athénes (1892-1903), Actes du Colloque Paul Perdrizet,
Strasbourg 6-9 novembre 1991, Leiden, 1992, pp. 177-205.
ANDREAE 1983
B. ANDREAE, L’immagine di Ulisse, Torino, 1983.
ANDREAE - PRESICCE 1996
B. ANDREAE, C. PARISI PRESICCE, eds., Ulisse. Il mito e la
memoria, Roma, 1996.
ANTI 1927a
C. ANTI, Afrodite Urania, AfrIt, 1927, I, pp. 41-52.
ANTI 1927b
C. ANTI, Un ritratto di Berenice di Cirene, AfrIt, 1927, I,
pp. 167-178.
ANTIQUITIES 1973
Catalogue to Antiquities of Lybia: an exhibition jointly
organized by the Department of Greek and Roman
Antiquities of the British Museum & the Society for Libyan
Studies, 15 June to 30 September 1973, London, 1973.
ARIAS 1960
P. E. ARIAS, s.v. Efesto, EAA, 1960, pp. 231- 235.
ARSLAN 1997
E. ARSLAN, ed., Iside, il mito, il mistero, la magia, Milano,
Iside faraonica, pp. 44-83.
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169
VIII.
ABBREVIAZIONI DELLE RIVISTE
E DEI REPERTORI
AA
Archäologischer Anzeiger
AEphem.
Archaiologikè Ephemerís
AfrIt
Africa Italiana
AJA
American Journal of Archaeology
AM
Mitteilungen des Deutschen
Instituts, Athenische Abteilung
ASAE
Annales du service des antiquités de l’Egypte
ASAtene
Annuario della Scuola archeologica di Atene e delle
Missioni italiane in Oriente
BAR
British Archaeological Reports
CRAI
Comptes rendus de séances de l’Academie des
Inscriptions et Belles Lettres
EAA
Enciclopedia dell’Arte Antica
JdI
Jarbuch des Deutschen Archäologischen Instituts
JHS
Journal of Hellenic Studies
LibAnt
Libya Antiqua
LibSt
Libyan Studies
LIMC
Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae
NotArch
Notiziario Archeologico del Ministero delle Colonie
QAL
Quaderni di Archeologia della Libia
MonPiot
Monuments et memoires publiés par l’Académie des
Inscriptions et Belles-Lettres (Fondation Piot).
OpRom
Opuscula Romana. Edidit Institutum Romanum
Regni Sueciae. Annual of the Swedish Institut in
Rome.
Archäologischen
170
PolisStInterdis
Polis Studi Interdisciplinari sul mondo antico
PP
La Parola del Passato
RA
Revue archéologique
RivColIt
Rivista delle Colonie Italiane
StClOR
Studi Classici e Orientali
171
IX.
INDICE DELLE TAVOLE
TAV. I, 1-2: rilievo con divinità greco-libye; disegno del rilievo (L. Vasta).
TAV. II, 3-4: rilievo con teoria di divinità.
TAV. III, 5-8: rilievo con divinità femminile.
TAV. IV, 9-13: rilievi con heros equitans.
TAV. V, 14-16: rilievo con heros equitans.
TAV. VI, 17-21: Persefone in anakalypsis.
TAV. VII, 22-25: Demetra peplophoros.
TAV. VIII, 26-29: Kόre.
TAV. IX, 30-31: torso di Dioniso; 32-34: statuetta miniaturistica di Afrodite che si
scioglie il sandalo.
TAV. X, 35-38: Aristeo.
TAV. XI, 39-42: torso di Afrodite.
TAV. XII, 43-46: Priapo.
TAV. XIII, 47-50: Hekátaion.
TAV. XIV, 51-56: Hekátaion.
TAV. XV, 57-60: Hekátaion.
TAV. XVI, 61-68: statuette di Cibele.
TAV. XVII, 69-78: statuette di Cibele.
TAV. XVIII, 79-86: statuette di Cibele.
TAV. XIX, 87-97: statuette di Cibele.
172
TAV. XX, 98-101: Erma di Ermes; 102-105: Dioniso tauromorfo.
TAV. XXI, 106-110: Iside.
TAV. XXII, 111-113: Omphalos.
TAV. XXIII, 114-116: Níke.
TAV. XXIV, 117-120: Zeus.
TAV. XXV, 121-124: Dioniso.
TAV. XXVI, 125-128: Efesto.
TAV. XXVII, 129-132: atleta.
TAV. XXVIII, 133-136: ritratto femminile con stepháne.
TAV. XXIX, 137-139: ritratto maschile con diadema.
TAV. XXX, 140-143: ritratto di fanciulla; 144-147: ritratto di fanciulla.
TAV. XXXI, 148-150: busto funerario femminile.
TAV. XXXII, 151-155: ritratto femminile idealizzato.
TAV. XXXIII, 156-159: Commodo giovane.
TAV. XXXIV, 160: frammento decorato; 161: frammento con decorazione a rosetta;
162-163: trapezophoros (?) decorato; 164: lastra di marmo bianco.
TAV. XXXV, 165: frammento decorato con kymàtion lesbio; 166-168: statuetta di
ariete.
TAV. XXXVI, 169: statuetta di aquila (?); 170: zoccolo di cavallo (?); 171-172:
statuetta di leone; 173-174: statuetta di scimmia.
TAV. XXXVII, 175-176: mano destra di statuetta; 177-178: braccio sinistro; 179180: mano destra con attributo.
TAV. XXXVIII, 181-184: mano sinistra con attributo; 185: frammento di veste (?);
186: frammento di Hekátaion (?).
TAV. XXXIX, 187: lastrina di greco scritto; 188-189: lastrina di bigio venato; 190191: lastrina di bigio venato (?), dettagli con decorazione.
173
TAV. XL, 192-193: frammento con decorazione vegetale; 194-195: aruletta.
TAV. XLI, 196: pilastrino; 197-198: fr. non id; 199: fr. non id.; 200-201: fr. non id.;
202: fr. non id.; 203: fr. non id.