Dioskourion
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1 IL DEPOSITO VOTIVO DAL TEMPIO DI CIBELE NEL QUARTIERE DELL’AGORÀ DI CIRENE INDICE Introduzione p. 3 I. L’area sacra del Dioskourion nell’Agorà di Cirene p. 5 II. Il Tempio di Cibele nel Dioskourion dell’Agorà p. 12 Il Tempio di Cibele: gli scavi e la ricostruzione delle fasi architettoniche Il deposito votivo dell’ambiente C, US 3 La dedicazione del Tempio e il culto p. 12 Valenza cultuale del deposito: i depositi votivi nel Quartiere dell’Agorà di Cirene p. 33 Il deposito votivo del Tempio di Afrodite nel Dioskourion dell’Agorà di Cirene Trasformazione e funzione del deposito votivo del Tempio di Cibele Il Dioskourion dell’Agorà di Cirene fra III e IV sec.d.C. p. 33 Le sculture dal Tempio di Cibele p. 41 Tipologie scultoree p. 41 Catalogo p. 70 II.1 II.2 II.3 III. III.1 III.2 III.3 IV. IV.1 V. p. 24 p. 29 p. 36 p. 38 V.1 Rilievi V.1.1 Rilievi con divinità V.1.2 Rilievi con heros equitans p. 71 p. 71 p. 75 V.2. V.2.1 V.2.2 V.2.3 V.2.4 V.2.5 p. 81 p. 81 p. 83 p. 85 p. 86 p. 88 Plastica ideale Persefone in anakalypsis Demetra peplophoros Kóre Torso di Dioniso Statuetta miniaturistica di Afrodite che si scioglie il sandalo 2 V.2.6 Aristeo V.2.7 Torso di Afrodite V.2.8 Priapo V.2.9 Hekataia V.2.10 Statuette di Cibele V.2.11 Erma di Ermes V.2.12 Testa di Dioniso tauromorfo V.2.13 Busto di Iside V.2.14 Omphalos V.2.15 Testa di Níke V.2.16 Testa di Zeus V.2.17 Testa di Dioniso V.2.18 Testa colossale di Efesto p. 88 p. 91 p. 92 p. 93 p. 96 p. 104 p. 106 p. 107 p. 109 p. 111 p. 112 p. 114 p. 115 V.3 V.3.1 V.3.2 V.3.3 V.3.4 V.3.5 V.3.6 V.3.7 Plastica iconica Ritratto di atleta Ritratto femminile con stepháne Ritratto maschile con diadema Ritratti di fanciulle Busto funerario femminile Ritratto femminile idealizzato Ritratto di Commodo giovane p. 118 p. 118 p. 119 p. 121 p. 123 p. 124 p. 125 p. 126 V.4 Elementi scultorei frammentari p. 129 VI. Considerazioni conclusive p. 143 VII. Abbreviazioni bibliografiche p. 147 VIII. Abbreviazioni delle riviste e dei repertori p. 169 IX. Indice delle tavole p. 171 3 INTRODUZIONE La ricerca intende esaminare il corpus di statuaria del deposito votivo rinvenuto nell’ambiente C, US 3, del Tempio di Cibele nel Quartiere dell’Agorà di Cirene: l’edificio è stato oggetto di costanti campagne di scavo negli anni 2001-2006 da parte degli archeologi della Missione Archeologica Italiana a Cirene dell’Università degli Studi di Urbino, diretta dal Prof. M. Luni. L’importanza del ritrovamento, avvenuto nel 2003, consiste nella possibilità di analizzare un contesto sigillato, benché costituito da materiale in situazione di reimpiego, in connessione con la terza fase del Tempio. L’indagine si è sviluppata esaminando i 75 elementi scultorei del deposito1 seguendo due ipotesi di lavoro: l’analisi, per ogni singolo esemplare, dell’aspetto tipologico e stilistico ed un approfondimento sulla valenza cultuale del deposito nella sua interezza. Prendendo quindi le mosse dai dati di scavo già elaborati, il lavoro si è articolato in uno studio preliminare della documentazione archeologica relativa al contesto, nel rilievo fotografico dei reperti ed in una schedatura degli stessi finalizzata alla redazione di un catalogo. Il database così ottenuto è stato oggetto di un’indagine tipologica e stilistica, indirizzata all’individuazione dell’iconografia dei singoli esemplari ed alla datazione degli stessi, con l’ausilio bibliografico della statuaria già nota da Cirene e Cirenaica, per quanto concesso dall’esiguità delle pubblicazioni in merito, che spesso trattano reperti privi del contesto archeologico di rinvenimento: si tratta di una criticità già espressa da E. Paribeni per la redazione del Catalogo delle Sculture di Cirene nel 1959, paradigma di riferimento in merito alla produzione scultorea e alle influenze stilistiche, utile come modello di confronto per una materia tanto vasta. Dall’opera dello studioso al presente catalogo, esclusi singoli contributi specifici, corre un sostanziale vuoto di opere di sintesi e di approfondimento sulla statuaria di Cirene e della Cirenaica: consapevole che non omnes possunt omnia, ma animata dal medesimo desiderio di comprendere il linguaggio artistico della produzione scultorea di Cirene, riprendo dunque idealmente là dove il maestro aveva lasciato, avendo a che fare con le stesse difficoltà e gli stessi problemi. Se è vero, infatti, che il contesto archeologico di rinvenimento è sigillato, è altresì evidente che i materiali risultano in giacitura secondaria, situazione che rende ancor più complessa la datazione, data anche l’eterogeneità delle tipologie rappresentate. Esaurita, quindi, la fase di ricerca iconografica sulla statuaria, è stato necessario interrogarsi proprio sul significato del contesto del Tempio di Cibele e quindi sulla plausibile destinazione d’uso dell’ambiente C a “magazzino-sacrario”: va precisato che il deposito, composto dai 75 elementi scultorei, da 21 frammenti di 1 Le lucerne e gli incensieri, facenti parte del deposito, sono stati già studiati per una recente Tesi di Dottorato: MEI 2009, pp. 72-78. 4 lucerne, da 12 frammenti di incensieri e da due rozzi altari in calcare, può essere definito “votivo” solo in quanto “… insieme coerente di materiali, di diversa tipologia e natura, ma accomunati dal fatto di essere coinvolti a vario titolo nell’attività rituale…”2. La documentazione di scavo, infatti, consente di escludere un seppellimento voluto, come testimonia il materiale scultoreo o parzialmente ancora in situ o in crollo a causa del disastroso terremoto del 365 d.C. che ha posto fine alla vita dell’edificio. Congiungendo, quindi, i risultati sul materiale scultoreo e le conoscenze acquisite sulle fasi di vita del Tempio, l’esame della valenza cultuale ha voluto mettere in connessione la simbologia espressa dai reperti scultorei, a prevalenza votiva o cultuale, con la più vasta religiosità di Cirene. Proprio a tal fine, è parso utile riprendere in esame il contesto del Tempio di Afrodite, immediatamente adiacente al Tempio di Cibele e a sud di esso, scavato a metà del XIX sec. da Smith e Porcher su committenza del British Museum3: l’edificio, oggetto di uno sterro e non di un’indagine stratigrafica, potrebbe testimoniare - con il ritrovamento registrato all’interno della cella e, genericamente, nel tempio (59 fra statue e frammenti di sculture, fra cui 10 immagini di Afrodite) un interessante confronto di “deposito” scultoreo nell’area sacra dell’Agorà. I reperti, oggi conservati presso i Magazzini del British Museum, sono stati oggetto di rilievo fotografico e schedatura4, al fine di implementare i confronti e di offrire un ulteriore elemento di valutazione per la disamina della valenza cultuale del nostro deposito. In conclusione, l’esame del contesto sacro del Tempio di Cibele ha permesso di evidenziare una particolare forma di devozione, retaggio di un’antica tradizione di culto, in rapporto con un momento storico di transizione tra paganesimo e cristianesimo nel Dioskourion dell’Agorà di Cirene. 2 PARISI 2011a, p. 95. SMITH - PORCHER 1864. 4 Le sculture sono già state pubblicate dopo la relazione Smith-Porcher: HUSKINSON 1975. 3 5 I. L’AREA SACRA DEL DIOSKOURION NELL’AGORÀ DI CIRENE Le recenti campagne di scavo nel Quartiere dell’Agorà di Cirene, condotte dalla Missione Archeologica Italiana a Cirene dell’Università degli Studi di Urbino, diretta dal Prof. M. Luni, hanno permesso di identificare l’area sacra a Sud del Ginnasio-Forum come Dioskourion (Fig. 1)5. Un sondaggio effettuato nel settembre 2006 in connessione con il Tempio “della Fecondità”, già identificato come “Ipetrale”6, ha consentito, infatti, il ritrovamento di una coppa di epoca arcaica (fine VII sec.a.C.) (Fig. 2) con l’iscrizione sinistrorsa, incisa sul bordo esterno, di una dedica “tois Dioscorois”, caratterizzata dai nomi delle divinità dedicatarie in dativo, dal nome del dedicante senza patronimico e dal verbo di dedica “anetheke” (Fig. 3)7. Fig. 1. Veduta aerea della parte orientale del Quartiere dell’Agorà, con l’area sacra a sud del Ginnasio-Forum; al centro il Teatro 3 (da MEI 2009, p. 7, fig. 1). La freccia segnala la cella settentrionale del Tempio di Cibele; quella meridionale è obliterata dalla massicciata della decauville. 5 LUNI-MARENGO 2010a, pp. 11-36; LUNI 2010b, pp. 55-58, con bibliografia precedente. Prima di questo ritrovamento, che sembra caratterizzare in modo definitivo l’originaria titolarità del culto, l’area era stata convenzionalmente attribuita a “divinità della fecondità”: LUNI 2006, p. 57. 6 GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 6364. 7 LUNI-MARENGO 2010a, pp. 26-33. 6 Fig. 2. Coppa di Chios rinvenuta nel Dioskourion (da LUNI-MARENGO 2010, p. 18, fig. 7). Fig. 3. Disegno della coppa con iscrizione dal Dioskourion (da LUNI- MARENGO 2010, p. 18, fig. 8). Si tratta, quindi, di una fondamentale conferma archeologica alla testimonianza letteraria di uno scolio a Pindaro, di età ellenistica, che menziona l’esistenza di un Dioskourion lungo la Skyrotà8; un altro scolio attribuisce addirittura a Batto l’istituzione delle feste in onore dei Dioscuri, “tà Dioskoúreia”9. Il Santuario risulta caratterizzato da cinque templi, disposti a sud del Ginnasio-Forum, sul lato occidentale e sul fronte meridionale della platea, da Nord a Sud: l’Hestiatorion (già identificato come Tempio “A Due Ali”), il Tempio dei 8 Schol. Pynd.Pyth., V, 124a; Pausanias, III, 16,2; VITALI 1932, p. 72; CHAMOUX 1953, p. 272; CALLOT 1999, pp. 56-57; STUCCHI 1975 conosce la fonte ma dichiara l’impossibilità di identificare il luogo; nomina, altresì, come Tempietto dei Dioscuri, un edificio di età romana nel Santuario di Apollo: p. 251, tav. I, n. 23, fig. 243. 9 Schol. Pynd.Pyth., V, 10a. 7 Dioscuri (“Ipetrale”), il Tempio del Mosaico a Meandro, il Tempio di Cibele e il Tempio di Afrodite (Fig. 4). Fig. 4. Pianta del Santuario dei Dioscuri con i cinque templi, da Nord a Sud: l’Hestiatorion (già Tempio “A Due Ali”), il Tempio dei Dioscuri (“Ipetrale”), il Tempio del Mosaico a Meandro, il Tempio di Cibele e il Tempio di Afrodite (da LUNI-MARENGO 2010a, p. 14, fig. 2). Hestiatorion (Fig. 5) È l’edificio che costeggia la via Skyrotà, a nord dell’area sacra: già identificato come Tempio “A Due Ali”10, risulta orientato verso Est, con pianta rettangolare allungata ed ingresso rilevato posto al centro di uno dei lati lunghi. La facciata è prospiciente il Teatro n. 3 e il lato postico costeggia il cardo che separa l’area sacra dall’insula di Giasone Magno; mentre al lato meridionale si è sovrapposto il muro del Tempio dei Dioscuri (“Ipetrale”). La pianta è caratterizzata da due celle simmetriche, all’estremità di ciascun lato e da un vano centrale ipetrale, cui si accede attraverso un propileo, posto su un podio con tre gradini: questo accesso monumentale è costituito da quattro colonne a fusto liscio, con base attica e con capitello corinzio11. Le recenti indagini archeologiche condotte negli anni 2004-2009 dalla Missione Archeologica dell’Università degli Studi di Urbino hanno consentito di comprendere approfonditamente la concezione strutturale dell’edificio e la funzionalità dello stesso, consentendone l’interpretazione come Hestiatorion12. 10 GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, n. 7; STUCCHI 1975, p. 259; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 6163; LUNI 2010b, p. 57, fig. 54. 11 MEI 2009, pp. 8-10. 12 Lo studio dell’edificio è stato oggetto di una recente Tesi di Dottorato: MONTANARI 2009. 8 Individuate, infatti, le tre fasi architettoniche, l’originaria di età ellenistica, la seguente di età augusteo-tiberiana e l’ultima di età antonina, è stata definitivamente riconosciuta la funzione di una sala destinata a banchetti rituali all’interno dell’area sacra13; fra gli elementi a supporto della nuova attribuzione: l’associazione di un colonnato d’ingresso con ciascuna delle due sale, la forma pressoché quadrata delle stesse e le misure di queste14. Fig. 5. Hestiatorion (da MEI 2009, fig. 3, p. 10). Tempio dei Dioscuri (Fig. 6) Procedendo verso Sud, si incontra il Tempio dei Dioscuri, già designato come Tempietto “Ipetrale”15: orientato in origine verso Est, con ampia scalinata di accesso formata da cinque gradini, l’edificio era costituito da tre ambienti successivi più larghi che profondi, di dimensioni pressoché simili, anche se il primo vano è leggermente meno profondo degli altri due; al danneggiamento causato dalla rivolta giudaica seguì una ristrutturazione durante il II sec.d. C., con un ulteriore intervento, dopo il terremoto del 262 d.C.16. Le più recenti indagini archeologiche, effettuate nell’area sacra e, specificatamente, in connessione con il Tempio, hanno portato alla scoperta della coppa chiota con iscrizione17 che ha permesso di identificare la struttura come dedicata ai Dioscuri, con certezza già dalla fine del VII sec.a.C. L’edificio risulta così essere il più antico dell’area, in fase con l’altare di calcare obliterato dalle sostruzioni del Teatro 3, di cui ora è leggibile la facies di età 13 MONTANARI 2010, pp. 207-220. MONTANARI 2010, p. 217. 15 GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), p. 63, fig. 8. 16 MEI 2009, pp. 11-12. 17 V. supra. 14 9 classica; in età arcaica questo doveva probabilmente essere costituito da un ammasso di pietre informi e da un accumulo di ceneri ed ossa combuste18 (Fig. 7). Risulta così definitivamente documentata l’ipotesi di un Dioskourion nell’Agorà, aperta, ma non confermata, già dallo Stucchi19. Fig. 6. Tempio dei Dioscuri (da MEI 2009, fig. 4, p. 11). Fig. 7. Pianta del Dioskourion con l’allineamento del Tempio e del grande Altare in calcare (da LUNI-MARENGO 2010a, p. 16, fig. 5). 18 19 LUNI 2010b, p. 56. STUCCHI 1975, p. 22. 10 Tempietto “del Mosaico a Meandro” (Fig. 8) Subito a Sud del Tempio dei Dioscuri, si trova il Tempio “del Mosaico a Meandro”, così denominato per il pavimento delimitato da una cornice a meandro di tessere bianche e nere20: doveva essere originariamente orientato ad Est e caratterizzato da una pianta ad oikos. Anche questo edificio sembra essere passato dalla distruzione della rivolta giudaica alla ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C.: a questa fase va ascritta una rifunzionalizzazione dello spazio interno ad uso di serbatoio per l’acqua; i gradini di accesso ancora visibili di un piccolo castellum aquae, nell’angolo sud-occidentale dell’edificio, confermano ulteriormente la nuova destinazione d’uso21. Con il terremoto del 365 d.C. termina la vita del Tempio. Fig. 8. Tempietto del “Mosaico a Meandro”, con il crollo dei blocchi della parete meridionale (da MEI 2009, fig. 5, p. 13). Tempio di Afrodite (Fig. 9) Sul limite meridionale dell’area sacra è posizionato il Tempio di Afrodite, oggetto di uno sterro effettuato negli anni 1860-61 ad opera della spedizione guidata da Smith & Porcher22 su committenza del British Museum. L’attribuzione convenzionale ad Afrodite, dovuta al rinvenimento all’interno della cella e genericamente nel Tempio di 59 fra statue e frammenti di sculture, fra cui 10 immagini di Venere, è rimasta inalterata in bibliografia23. 20 GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 102, 241, fig. 229; LUNI 2006, p. 64 (scheda di O. Mei). 21 MEI 2009, pp. 12-13. 22 SMITH – PORCHER 1864, pp. 76-77: gli scavatori parlano di “Tempio di Venere”. 11 L’edificio, orientato ad Est, è caratterizzato da un pronao con facciata di tipo cirenaico, da una cella con larghi banconi e otto basi quadrangolari lungo i lati lunghi ed un adyton con inquadratura architettonica. Come dimostrato da recenti saggi di scavo alle fondazioni del pronao, nella sua fase originaria il Tempio doveva essere privo dell’avancorpo con facciata di tipo cirenaico, realizzato in età romana; con la ristrutturazione successiva alla rivolta giudaica, forse in età antonina o severiana, si assiste alla realizzazione dell’adyton sopraelevato24. Fig. 9. Il Tempio di Afrodite, dopo i recenti saggi alle fondazioni del pronao (da MEI 2009, p. 14, fig. 6). In conclusione, il Dioskourion nasce in età arcaica con la realizzazione del Tempio dei Dioscuri nella seconda metà del VII sec.a.C. e del relativo Altare; entrambe le strutture subiscono un ulteriore intervento in età classica25; in età ellenistica il Santuario si incrementa con l’aggiunta dell’Hestiatorion, del Tempietto del “Mosaico a Meandro”, del Tempio di Afrodite e del Tempio di Cibele, il più tardo nella sequenza. Per tutti gli edifici dell’area è documentata una ricostruzione successiva alla rivolta giudaica; la ricostruzione dopo il terremoto del 262 d.C. non è documentata né per l’Hestiatorion né per il Tempio di Afrodite; il terremoto del 365 d.C. porta la definitiva distruzione sugli ultimi edifici ancora in uso: il Tempio dei Dioscuri, quello del “Mosaico a Meandro” ed il Tempio di Cibele. 23 GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 54, pp. 255-256, figg. 249-250; LUNI 2006, p. 66 (scheda di O. Mei). 24 MEI 2009, pp. 14-15. 25 LUNI 2010 b, p. 57. 12 II. IL TEMPIO DI CIBELE NEL DIOSKOURION DELL’AGORÀ II.1 Il Tempio di Cibele: gli scavi e la ricostruzione delle fasi architettoniche Il Tempio di Cibele, orientato ad Est, è situato sul fronte meridionale dell’area sacra del Dioskourion, inserito in uno spazio delimitato a Nord dall’ingombro delle sostruzioni del Teatro 3 e a Sud dal Tempio di Afrodite. La struttura venne messa parzialmente in luce, nella sola parte settentrionale, in occasione degli sterri compiuti dagli archeologi italiani nel 1938: la parte meridionale rimaneva completamente obliterata dalla massicciata di supporto alla decauville, realizzata per portare a discarica la terra di risulta dello scavo (Fig. 1); in seguito i binari vennero smontati, benché rimanesse la massicciata; detriti e vegetazione concorsero a ricoprire anche la parte settentrionale già scavata26. Una pianta dell’edificio venne inserita nella pianta generale dell’Agorà pubblicata da Stucchi nel 196727, riproposta nella pianta della città edita per “Architettura cirenaica” del 1975, peraltro senza un approfondimento specifico sull’edificio. Solo negli anni 2000-2001, ad opera della Missione Archeologica di Urbino, diretta dal Prof. M. Luni e con la direzione in cantiere del Dott. O. Mei 28, l’edificio è stato nuovamente individuato e fatto oggetto di un primo intervento di pulizia superficiale (Figg. 10-11). Fig. 10. Il Tempio di Cibele, dopo la pulizia del 2001 (da MEI 2009, p. 19, fig. 9). 26 MEI 2009, pp. 17-18. STUCCHI 1967, tav. IX. 28 Si devono interamente al Dott. Mei l’esecuzione dei saggi di scavo, l’elaborazione scientifica dei dati e la ricostruzione delle fasi architettoniche dell’edificio. 27 13 Fig. 11. Il Tempio di Cibele visto da Nord, con l’ingombro della massicciata della decauville; a sud i resti del Tempio di Afrodite (da MEI 2009, p. 19, fig. 10). Nel 2003 è cominciata l’indagine archeologica del Tempio, con l’asportazione della massicciata della decauville e lo scavo dell’ambiente meridionale; fino al 2006 l’edificio è stato oggetto di saggi stratigrafici mirati ad indagarne le strutture superstiti e a ricostruirne l’intera sequenza stratigrafica (Figg. 12-13-14). Fig. 12. Pianta archeologica del Tempio di Cibele con l’ubicazione dei saggi effettuati tra il 2003 e il 2006. In beige è evidenziata la parte meridionale del Tempio (da MEI 2009, p. 21, fig. 12). 14 Fig. 13. Foto zenitale del Tempio con i saggi del 2006. La struttura appare qui completamente messa in luce (da MEI 2009, fig. 16, p. 25). Fig. 14. Sequenza stratigrafica del Tempio di Cibele (da MEI 2009, fig. 21, p. 29). 15 Legenda29 US 1: strato di terra grigiastra di formazione moderna; US 2: strato di terra marrone chiaro mista a blocchi di pietra, da mettere in relazione con il crollo definitivo dell’edificio avvenuto probabilmente in seguito ad un terremoto; US 3: strato di terra marrone chiaro, con numerosi frammenti ceramici, pertinente all’ultima fase di vita del monumento; USM 4: blocchi di pietra squadrati, pertinenti alla struttura costruita con materiali di reimpiego dell’ultimo periodo di vita dell’edificio; US 5: strato di terra grigia, con alcuni frammenti di ceramica romana, inerente la seconda fase di vita del Tempio; US 6: ciottoli e scaglie di pietra compattati, costituenti la ruderatio del piano pavimentale della seconda fase del Tempio; US 7: strato di terra marrone chiaro, probabilmente un riempimento utilizzato come base per la ruderatio US6; USM 8: blocchi di calcare, pertinenti alla seconda fase dell’edificio; US 9: taglio di fondazione della seconda fase, riempito da US7; US 10: scaglie di calcare giallo ben compattate, utilizzate come preparazione del piano pavimentale della prima fase del Tempio. Tagliato da US9; US 11: strato di terra marrone, compatta, tagliato da US9. Probabilmente un riempimento per livellare il piano originario dell’edificio; US 12: riempimento del taglio di fondazione (US15) dell’edificio, costituito da terra marrone chiaro, sabbiosa; US 13: scaglie di calcare giallastro ben compattate, anch’esse da mettere in riferimento con il riempimento del taglio di fondazione US15; USM 14: blocchi di calcare, costituenti le fondazioni dell’edificio originario; US 15: taglio di fondazione per l’alloggiamento dei blocchi USM14. Riempito da US12 e US13, taglia US16, US17, US18 e US19; US 16: strato di terra rossastra, abbastanza compatta, uniforme, ricca di ceramica ellenistica. Tagliato da US15; US 17: strato di terra rosso scuro, compatta. Tagliato da US15. La lettura della stratigrafia ha permesso di ricostruire le tre fasi architettoniche dell’edificio e la relativa cronologia. Della fase originaria, databile alla metà del I sec.a.C., sono superstiti solamente le fondazioni, di locale calcare conchiglifero, che fanno ipotizzare l’esistenza di un pronaos e di due celle simmetriche, di forma allungata. Le dimensioni, a livello del primo filare di fondazione, sono di m 11,05 in senso Est-Ovest e m 8,12 in senso Nord-Sud; il pronao misura internamente m 5,95 in senso Nord-Sud e m 3,10 in senso Est-Ovest; le due celle hanno le stesse dimensioni, misurando m 2,70 in senso Nord-Sud e m 5,20 in senso Est-Ovest; l’unità di misura utilizzata è il piede tolemaico di 36,5 cm. Diversi i reperti connessi a questa prima fase: dieci frammenti ceramici, sette monete e tre frammenti scultorei30; la cronologia delle monete, coniate sotto Tolomeo Apione tra il 104 ed il 96 a.C. e quella della ceramica, che copre un arco cronologico che va dal III al I sec.a.C., fanno propendere per una datazione della I fase al tardo ellenismo31. La seconda fase, della metà del II sec.d.C., è una ricostruzione successiva alla rivolta giudaica del 115-117 d.C., di cui si conservano: due gradini su tutto il perimetro, tre filari dell’alzato sulla parete nord, su quella ovest e nel muro divisorio fra le due celle, i blocchi dello stilobate con l’impronta delle due colonne centrali, uno zoccolo modanato nell’angolo nord-est, la soglia di ingresso e la fondazione 29 MEI 2009, pp. 27-28. Per il catalogo dettagliato dei materiali rimando a MEI 2009, pp. 33-36. 31 MEI 2009, pp. 30-47. 30 16 della base per la statua di culto nella cella settentrionale32; il materiale impiegato è sempre il calcare locale. Anche la pianta riproduce quella della fase originaria con la bipartizione dello spazio interno in due celle simmetriche e pronao caratterizzato da una “facciata cirenaica”, con due colonne centrali e due semicolonne d’anta, ampiamente nota negli edifici di Cirene33 (Fig. 15). L’unità metrologica utilizzata è il piede romano di 29,7 cm: le misure del monumento, a livello del primo gradino, sono di m 11 in senso Est-Ovest e di m 8,12 in senso Nord-Sud; a livello dello stilobate, compreso lo spessore dei muri, l’edificio misura m 10,25 in senso Est-Ovest e m 7,03 in senso Nord-Sud34. Il pronao misura internamente m 3,15 in senso Est-Ovest e m 6,00 in senso Nord-Sud. Fig. 15. Pianta della seconda fase del Tempio (da MEI 2009, fig. 47, p. 49). 32 MEI 2009, p. 48. MEI 2009, p. 48; STUCCHI 1975, p. 52, 83, 84 nota 1, p. 190, 244, 251. 34 MEI 2009, p. 48. 33 17 L’ingresso alle due celle simmetriche era garantito da due accessi distinti sul pronao: la cella Nord misura internamente m 5,20 in senso Est – Ovest e m 2,82 in senso Nord – Sud. Sul muro di fondo della cella era una base rettangolare probabilmente per la statua di culto, profonda cm 80 e larga cm 204, di cui si conserva il nucleo interno in pietra frammista a malta cementizia (Fig. 16). Fig. 16. La cella Nord vista dal muro di fondo: in primo piano la base per la statua di culto, ormai in stato del tutto frammentario; sullo sfondo la soglia di ingresso (da MEI 2009, fig. 51, p. 53). La cella meridionale è pressoché identica a quella Nord, è soltanto una decina di cm più stretta, misurando infatti m 5,20 in senso Est – Ovest e m 2,71 in senso Nord – Sud35. Dallo scavatore è stata ipotizzata l’esistenza anche in questa cella, in posizione speculare rispetto alla cella Nord, di una base per la statua di culto addossata al muro di fondo, sia per ragioni di simmetria, sia per la presenza, in situazione di reimpiego, nella tamponatura interna della facciata del Tempio, di uno sgabello poggiapiedi in calcare con gambe configurate forse a protome leonina (Fig. 35 MEI 2009, pp. 52-53. 18 17), da mettere probabilmente in relazione con l’immagine sacra venerata all’interno del naos36. Fig. 17. La tamponatura tarda della parte meridionale della facciata con, al centro e in posizione rialzata, uno sgabello poggiapiedi in calcare (indicato dalla freccia) appartenente ad una statua di divinità femminile in trono (da MEI 2009, fig. 56, p. 60). Reperti utili ai fini della datazione di questa seconda fase edilizia provengono dai saggi effettuati in corrispondenza della cella Nord; il totale degli oggetti rinvenuti in connessione con la riedificazione di età imperiale comprende: quattro frammenti di ceramica, una placchetta in piombo raffigurante la dea Cibele ed il suppedaneo in calcare37. La terza ed ultima fase dell’edificio, realizzata con materiale di reimpiego, sempre in calcare locale, può essere collocata in un arco cronologico immediatamente successivo al terremoto del 262 d.C.; la vita dell’edificio termina con il disastroso terremoto del 365 d.C. Di questo rifacimento si conservano alcuni filari di blocchi appartenenti alla fase precedente, mentre testimoniano la nuova edificazione cinque filari nel muro meridionale e in quello occidentale, due in quello orientale e in quello divisorio centrale. L’edificio si caratterizza per una radicale trasformazione della pianta ed una completa rifunzionalizzazione degli ambienti interni, per cui all’originaria bipartizione in due celle simmetriche si sostituisce una divisione dello spazio in tre diversi ambienti. 36 37 MEI 2009, pp. 53-54, p. 57. Per il catalogo dettagliato: MEI 2009, pp. 55-57. 19 Fig. 18. Pianta della terza fase del Tempio, con l’indicazione dei tre ambienti (da MEI 2009, fig. 57, p. 63). In pianta (Fig. 18) il monumento arrivò a misurare m 10,30 in senso Est – Ovest e m 7,90 in senso Nord – Sud a livello delle murature, m 11 in senso Est – Ovest e m 8,45 in senso Nord – Sud se si tiene conto anche dei gradini laterali del Tempio di età imperiale, ancora in situ38. L’ambiente A (m 2,85 x 3,35) ricavato nella metà settentrionale del pronao, doveva fungere da vano d’accesso agli ambienti più interni dell’edificio (Fig. 19). 38 MEI 2009, pp. 62-63. 20 Fig. 19. L’ambiente di ingresso A nella terza fase dell’edificio, visto da Nord: a destra si nota il tamponamento della porta che introduceva nella cella, mentre sullo sfondo si apre una piccola porta che immette nel vano C (da MEI 2009, fig. 58, p. 64). Come testimoniato dai fori dei cardini praticati nello stilobate della II fase, sul muro Est, una porta consentiva l’accesso esterno all’ambiente (Fig. 20), così come una piccola porta (50 cm), sul muro divisorio, consentiva a Sud il passaggio al vano C39. Fig. 20. Accesso all’ambiente A: si notano i fori per i cardini della porta (da MEI 2009, fig. 60, p. 66). 39 MEI 2009, pp. 64-66. 21 Il vano B, privo di entrata (m 2,82 x 5,03), intonacato in cocciopesto, doveva fungere da reservoir, probabilmente a cielo aperto, per consentire la raccolta dell’acqua piovana (Fig. 13). Un foro praticato nel muro settentrionale, all’esterno dell’edificio, permetteva il deflusso dell’acqua in una canaletta di scolo ricavata nella pietra. L’acqua giungeva qui da un piccolo castellum aquae ubicato nell’angolo sudorientale del Tempietto “del Mosaico a Meandro” (Fig. 21)40. Fig. 21. Veduta da Est del Tempio con l’indicazione, in alto, del castellum aquae, in basso della canaletta (da MEI 2009, fig. 62, p. 67). L’ambiente C (m 3,75 x 9, 18), in questa terza fase, venne ampliato verso Sud realizzando un nuovo muro con blocchi di recupero: lungo il muro vennero realizzati tre gradini, il primo dei quali era costituito dai blocchi di fondazione della prima fase dell’edificio, mentre gli altri vennero costruiti ex novo proprio in occasione di questo rifacimento (Fig. 22). La pavimentazione, probabilmente di terra battuta, deve aver sostituito quella di età romana, ormai danneggiata. Fig. 22. Veduta da Ovest dell’ambiente C: a destra il muro Sud con i tre gradini; al centro il muro rasato che divideva la cella dal pronao (da MEI 2009, fig. 63, p. 68). 40 MEI 2009, pp. 66-67. 22 Come detto in precedenza, la cella meridionale è stata scavata ex novo poiché risparmiata dagli sterri degli anni 1938-39 in occasione dei quali la massicciata di supporto alla decauville insisteva proprio sulla parte meridionale del Tempio, obliterandola completamente. L’importanza dell’indagine archeologica è proprio dovuta alla fortunata circostanza di poter studiare un contesto sigillato, conservatosi nello stato di seppellimento dovuto al terremoto del 365 d.C. Le operazioni di scavo sono quindi consistite nell’asportazione di US 1 41 e quindi nel rilevamento del crollo dei blocchi pertinenti alla parete Sud; il crollo, US 2, ricopriva completamente la stanza C (Figg. 23-24)42. Una volta smontato il crollo, sono stati rinvenuti in US 3, 75 pezzi scultorei, oggetto del presente studio, di tipologia e materiale eterogenei: alcuni di questi sono stati trovati ancora in situ sui banconi dell’ambiente C (Figg. 25-26); molti, invece, in crollo sul pavimento a ridosso della parete meridionale (Fig. 27). Fig. 23. Veduta Est del crollo di blocchi (da MEI 2009, fig. 64, p. 69). Fig. 24. Veduta Ovest del crollo di blocchi (da MEI 2009, fig. 65, p. 69). 41 42 Vedi Legenda. MEI 2009, pp. 67-71. 23 Fig. 25. Statuette di Cibele in situ sul piano dei banconi dell’ambiente C (da MEI 2009, fig. 66, p. 70). Fig. 26. Frammenti di rilievi e statuette in situ sul piano dei banconi dell’ambiente C (da MEI 2009, fig. 67, p. 70). Fig. 27. Elementi scultorei in crollo sul pavimento dell’ambiente C (da MEI 2009, fig. 68, p. 71). 24 Nello stesso strato, US 3, sono stati trovati due altari in calcare in prossimità del muro Ovest, lucerne in stato frammentario (21) e frammenti d’incensieri (12); le monete rinvenute in US 2 e US 1 offrono un riferimento cronologico per datare l’ultimo momento di vita dell’edificio, in concomitanza con il terremoto del 365 d.C.43. II.2 Il deposito votivo dell’ambiente C, US 3 L’importanza dell’ambiente C, US 3 consiste nell’essere un contesto sigillato, nell’aver restituito materiale notevole, come i reperti scultorei (la maggior parte in marmo) e nell’associazione tra questi ultimi e gli altri materiali in strato. Il materiale scultoreo risulta così articolato44: 9 rilievi, 31 esemplari di plastica ideale fra statuette acefale, teste di piccola plastica e teste di plastica monumentale, 8 esemplari di plastica iconica, compreso un busto funerario femminile, 27 elementi scultorei frammentari fra cui statuine di animali e frammenti anatomici (Figg. 28-29). Fig. 28. Foto d’insieme di alcuni reperti scultorei: al centro, in alto, grande rilievo con divinità greco-libye (foto MIC). 43 44 Si veda il catalogo dettagliato delle lucerne, degli incensieri e delle monete in MEI 2009, pp. 72-80. Rimando al Catalogo sia per la documentazione fotografica che per le schede, cfr. cap. V. 25 Fig. 29. Foto d’insieme delle teste in marmo: al centro, la testa colossale di Efesto (foto MIC). Si è già detto che la maggior parte dei materiali è stata trovata in crollo sul battuto pavimentale a seguito del terremoto (Figg. 30-31-32-33-34). Fig. 30. Rilievo con heros equitans in crollo sul piano di calpestio (foto MIC). Fig. 31. Erma di Ermes in crollo sul piano di calpestio (foto MIC). 26 Fig. 32. Statuette in crollo sul piano di calpestio (foto MIC). Fig. 33. Statuetta di Priapo in crollo sul piano di calpestio (foto MIC). Fig. 34. Testa marmorea di Dioniso in crollo su piano di calpestio. 27 Dallo stesso strato provengono due altari in calcare (altare maggiore cm 114 x 25; altare minore cm 64 x 24), a ridosso del muro Ovest, ma sempre in prossimità dei banconi realizzati lungo il muro Sud (Fig. 35). Fig. 35. Veduta Est dell’ambiente C: in fondo i due altari in calcare (foto MIC). Si tratta di due altari monolitici rettangolari45, con cornici aggettanti sopra e sotto il plinto centrale, di una tipologia che continua dal VI sec.a.C. fino in età romana46: tipologia ben nota a Cirene47, declinata in diverse varianti in Cirenaica, come negli esemplari da Martuba48. Gli altari, rinvenuti ancora in situ sotto il crollo di blocchi della parete meridionale dell’ambiente C (Fig. 36) e databili genericamente fra età ellenistica ed età romana, sicuramente dovevano essere impiegati a fini cultuali: forse la mensa poteva essere utilizzata per bruciare incenso o profumi (va detto, però, che sulle mense non si individuano tracce di combustione) o, piuttosto, per libagioni di vino od olio o per l’offerta limitata di qualche cerale, ritualità ipotizzata anche nel caso della piccola aruletta portatile in calcare rinvenuta all’interno del deposito (n. inv. 10). Fig. 36. Veduta ovest dell’ambiente C: gli altari in situ sotto il crollo di blocchi (foto MIC). 45 YAVIS 1949, pp. 154-155. YAVIS 1949, pp. 171-172. 47 FABBRICOTTI 2007a. 48 BACCHIELLI 1987, pp. 479-481. 46 28 Nello stesso contesto sono state trovate 21 lucerne frammentarie (una sola è integra): in ceramica comune, sono datate tra il III e il IV sec.d.C.49 (Fig. 37). Fig. 37. Lucerna integra (n. inv. TC03D3 4) dall’ambiente C, US 3 (da MEI 2009, fig. 72, p. 81). Sempre dallo stesso contesto stratigrafico provengono 12 incensieri in stato frammentario, datati fra il III e il IV sec.d.C.50 (Fig. 38). Fig. 38. Incensieri (da MEI 2009, fig. 90, p. 83). Come detto in precedenza, la terza fase del tempio copre un arco di vita di circa un secolo (post 262 d.C.-365 d.C.) e il termine ultimo di riferimento cronologico ci è dato dalle monete in US 2 (tredici esemplari) e US1 (un esemplare) che forniscono il terminus post quem: dall’US 1 proviene una moneta di 49 50 Cfr. schede di C. PANICO in MEI 2009, pp. 72-77. MEI 2009, p. 78. 29 Valentiniano II emessa tra il 378 ed il 383 d.C. e le monete in US 2 furono emesse tra il 330 ed il 348 (addirittura 4 su 13 tra 347 e 348); ci sono quindi indicazioni concrete per collocare la fine dell’edificio all’interno di un arco cronologico compreso tra il 348 ed il 383 d.C51. In sintesi, fra III e IV sec.d.C. l’ambiente C, US 3 diventa un luogo in cui si accumulano intenzionalmente: due altari, lucerne, incensieri ed un corpus scultoreo che associa materiali di tipologia e cronologia differenti. II.3 La dedicazione del Tempio e il culto Per quanto riguarda la dedicazione del Tempio, è stato ipotizzato che, in riferimento alla fase tardo-ellenistica di fondazione, fosse Afrodite la divinità titolare del culto, per il rinvenimento, all’interno di un saggio praticato nella cella settentrionale, di una piccola testa in marmo della dea di età ellenistica52 (Fig. 39). Fig. 39. Piccola testa di Afrodite, h. 5,9 cm (da MEI 2009, fig. 39, p. 43). In riferimento alla seconda fase di vita del Tempio, è stato rinvenuto, in un saggio effettuato nella cella meridionale, un suppedaneo in calcare per una statua53, detta di Cibele (Fig. 40), mentre, da un saggio nella cella settentrionale54, proviene una placchetta plumbea raffigurante Cibele (Fig. 41). 51 MEI 2009, p. 91. Si vedano le schede delle monete a cura di M. ASOLATI in MEI 2009, pp. 79-80. MEI 2009, scheda n. 1, pp. 35-36. 53 MEI 2009, scheda a p. 57; si è già fatto cenno al suppedaneo, in riferimento alla seconda fase del Tempio, v. supra, fig. 17. 54 MEI 2009, scheda a p. 56. 52 30 Fig. 40. Suppedaneo in calcare, in situazione di reimpiego; alt. cm 47, lungh. cm 85, prof. cm 28 (foto MIC). Fig. 41. Placchetta in piombo raffigurante la dea Cibele (da MEI 2009, fig. 55, p. 59). La presenza di questi materiali ha fatto quindi concludere che le due divinità titolari fossero, fin dall’origine, Afrodite e Cibele55. Va detto che, in mancanza di dati incontrovertibili, quali un’attestazione epigrafica che confermi l’intitolazione del Tempio piuttosto che il ritrovamento della statua di culto ancora in situ, questi rinvenimenti possono dare un’indicazione di riferimento per la sfera cultuale oggetto di devozione. 55 MEI 2009, p. 93. 31 Se, infatti, la piccola testina miniaturistica di Afrodite da sola non basta a dimostrare una definitiva dedicazione, testimonia comunque l’ambito rituale intorno al quale si è sviluppata la prassi religiosa legata alla fase originaria del tempio; per la seconda fase, la placchetta raffigurante Cibele (datata in età imperiale) andrà considerata tra i votivi ed il suppedaneo in calcare, in situazione di reimpiego, non può essere con certezza riferito alla statua di culto. Questo oggetto, datato in età imperiale, forse con zampe leonine piuttosto che a protome leonina56, è stato messo in connessione con la statua di culto di Cibele, alloggiata nella cella meridionale. Trattandosi di un supporto per una statua di dimensioni pari al vero o addirittura maggiori del vero, saremmo in presenza di una rara attestazione scultorea monumentale della dea Cibele a Cirene57, per altro oggetto di un culto diffuso in città ma mai effettivamente ufficializzato. I numerosi esemplari scultorei a tutt’oggi noti sono statuette votive, come quelle rinvenute appunto nell’ambiente C, di terza fase, del Tempio58. Sarebbe, quindi, forse da ipotizzare che il suppedaneo appartenesse ad una statua di Demetra, ripetendo lo schema iconografico della statua della dea rinvenuta nel Tempio di Demetra, nel Santuario al di fuori della porta Sud di Cirene59: si tratta di una figura femminile abbigliata con chitone ed himation seduta su di un trono completato da un suppedaneo con zampe leonine. Del resto è già stato notato il sincretismo tra le due divinità che tende anche a riprodurre caratteristiche iconografiche simili, in cui lo schema fisso è quello della figura femminile seduta in trono60: il culto della dea “frigia” ricadrebbe quindi nella sfera cultuale della divinità metropolita. Osservando, quindi, i materiali, è possibile fare un’ipotesi sulla sfera cultuale espressa da questo edificio sacro: se, infatti, non possiamo affermare con certezza la titolarità definitiva di una divinità, possiamo però immaginare che i devoti o, forse meglio, le devote, tentassero di ingraziarsi il favore di Afrodite, dea della forza vitale e della potenza generatrice, con l’offerta di oggetti votivi come la piccola testina in marmo. Possiamo altresì presupporre che si affiancasse poi nel rito il tributo alla dea Cibele, madre di ogni forma di vita, equiparata ad Afrodite61: sono poi accomunate entrambe dal destino di innamorarsi di un mortale62. La Méter, onorata con riti orgiastici miranti all’estasi, deve poi aver preso le più ufficiali sembianze della dea metropolita di Cirene, Demetra63, la dea del culto 56 MEI 2009, p. 57. Da Apollonia proviene una statua frammentaria di Cibele in trono alta 1,12 m: PARIBENI 1959, n. 231, tav. 120, p. 90; MCALEER 1978, n. 2, pp. 8-10, pl. II,1. 58 LONGARINI 2006, pp. 70-74. 59 CELLINI 2010, pp. 101-104. 60 CELLINI 2010, p. 102. 61 BURKERT 2010, p. 346. 62 NÄSSTRÖM 1998, p. 34, 38. 63 LONGARINI 2010, p. 93. 57 32 tesmoforico; proprio per questo sincretismo è plausibile pensare che la componente femminile, prevalentemente di spose e madri64, fosse preponderante nel culto65. Infine, va detto che l’intitolazione del Tempio a Cibele, per il rinvenimento di 12 statuette di Cibele fra i materiali scultorei del deposito - in connessione con la terza fase del Tempio - resta ipotetica e recupera l’intitolazione convenzionale del contiguo Tempio di Afrodite, così nominato da Smith & Porcher per il rinvenimento, durante lo sterro dell’edificio, di 10 statuette di Afrodite66. Naturalmente, benché resti la criticità di un’intitolazione solo ipotetica, non v’è dubbio alcuno che queste due divinità siano state oggetto, almeno dall’età ellenistica, di una particolare venerazione nell’area sacra del Dioskourion. 64 GASPARRO 1986, p. 236. LIPPOLIS 2006, pp. 12-13. 66 MEI 2009, p. 88. 65 33 III. VALENZA CULTUALE DEL DEPOSITO: I DEPOSITI VOTIVI NEL QUARTIERE DELL’AGORÀ DI CIRENE III.1 Il deposito votivo del Tempio di Afrodite nel Dioskourion dell’Agorà di Cirene Del Tempio di Afrodite, ubicato sul limite meridionale dell’area sacra del Dioskourion, immediatamente contiguo al Tempio di Cibele67, venne pubblicata una prima pianta da Smith & Porcher a seguito degli sterri effettuati negli anni 1860-6168 in occasione della spedizione in Cirenaica voluta dal British Museum69 (Fig. 42). Fig. 42. Pianta del Tempio di Afrodite: la didascalia generica identifica l’edificio in base alla topografia dell’area oggetto di scavo (da SMITH - PORCHER 1864, pl. 57). Successivamente il Tempio è citato da Goodchild70 ed inserito nella pianta dell’Agorà, quindi analizzato da Stucchi con particolare riferimento all’evoluzione della pianta: lo studioso sottolinea l’importanza del rilievo degli scavatori inglesi per ricostruire la pianta dell’edificio che, ormai, si presentava come un contesto sconvolto e difficilmente documentabile nella sequenza stratigrafica. La pianta del Tempio si ricostruisce, quindi, con un pronao caratterizzato da facciata di tipo cirenaico, cella con colonne le cui basi restano sui lati lunghi e adyton rilevato con inquadratura architettonica71 (Fig. 43). 67 V. cap. I, fig. 1, 4. L’attività di sterro del Tempio durò poco più di una settimana: SMITH - PORCHER 1864, p. 77. 69 SMITH - PORCHER 1864, pp. 76-77, pl. 57. 70 GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, 6. 71 STUCCHI 1975, pp. 255-256, figg. 249-250. 68 34 Fig. 43. Pianta del Tempio di Afrodite (da STUCCHI 1975, fig. 249). Le indagini recenti (2001-2006) effettuate nell’area sacra del Dioskourion ad opera della MIC dell’Università di Urbino72 hanno consentito di chiarire ulteriormente la sequenza delle fasi architettoniche dell’edificio e delle relative planimetrie. Infatti, la realizzazione di saggi di scavo in corrispondenza del muro settentrionale del pronao (Fig. 9), consente di asserire che, nella fase originaria di età ellenistica, il Tempio mancava del pronao, aggiunto in età romana con la caratterizzazione della facciata cirenaica; successivamente alla rivolta giudaica, la ricostruzione di età antonina o severiana, porta alla costruzione dell’adyton sopraelevato; la tecnica costruttiva è isodomica, con muratura a secco. I nuovi scavi nel Quartiere dell’Agorà a sud del Ginnasio, con un’indagine estesa e scavi mirati, hanno permesso, quindi, di comprendere le fasi di monumentalizzazione del Dioskourion all’interno del quale il Tempio di Afrodite definisce il limite meridionale (Fig. 4). In questo contesto è interessante notare l’origine e l’evoluzione dei due Templi contigui, di Afrodite e di Cibele nell’area sacra: entrambi nascono in età ellenistica, anche se il Tempio di Afrodite, di proporzioni maggiori73, è precedente; il Tempio di Cibele sembra collocarsi, infatti, nell’unico spazio rimasto libero all’interno dell’area sacra. Entrambi gli edifici vengono ristrutturati a seguito della rivolta giudaica e questa seconda fase termina con il terremoto del 262 d.C.; solamente il Tempio di Cibele viene ricostruito a seguito del terremoto rimanendo in uso fino al devastante terremoto del 365 d.C. con cui termina definitivamente la vita dell’edificio. La dedicazione del Tempio alla dea Afrodite si deve proprio all’intervento di scavo di Smith & Porcher, i quali, rinvenendo nello sterro del Tempio numerose “…statue e statuette” della dea, attribuirono provvisoriamente l’intitolazione di “Temple of Venus”74, denominazione invariata in bibliografia con la variante “Tempio di Afrodite” inaugurata da Stucchi75, così recepita dagli studiosi e qui adottata. Il Tempio di Afrodite, dunque, riveste uno specifico interesse all’interno del Dioskourion non solo perché sorge in stretta contiguità con il Tempio di Cibele, 72 LUNI 2006, p. 66 (scheda di O. Mei); MEI 2009, pp. 14-15. SMITH - PORCHER 1864, p. 76: “The Aedes, which consisted of Cella and Pronaos, was 84 feet in length by 35 feet in breadth”. 74 SMITH - PORCHER 1864, p. 77. 75 STUCCHI 1975, pp. 255-256, figg. 249-250. 73 35 condividendo in parte le fasi di edificazione e rifacimento, ma anche perché è stato il luogo di un fortunato rinvenimento di sculture. “Ovunque nel Tempio”76, infatti, gli scavatori rinvennero numerosi esemplari scultorei: 59 se ne contano nell’Appendice III77 in cui sono elencati i ritrovamenti in riferimento ai siti scavati; fra questi è indubbia la ricorrenza di votivi per Afrodite, ben 10 esemplari78, fra cui una copia del tipo Cnido79, modello che si è voluto riconoscere anche per il piccolo busto dal Tempio di Cibele (n. inv. 19); inoltre una statuetta di Afrodite Euploia colta nell’atto di sciogliersi il sandalo80, gesto che è forse individuabile nel frammento miniaturistico sempre proveniente dal Tempio di Cibele (n. inv. 67). Le tipologie scultoree rappresentate da questi rinvenimenti del Tempio di Afrodite sono varie ed eterogenee quanto quelle del Tempio di Cibele: prevalgono senz’altro le immagini di “divinità e personificazioni”81 (31 esemplari), seguono le “miscellanee”82 (16 esemplari, prevalentemente di plastica iconica), quindi le “scene mitologiche” (il rilievo con la ninfa Cirene incoronata da Libya)83, i “ritratti” (7 esemplari)84, infine due esemplari inclusi fra i monumenti funerari85; i materiali sono datati in un arco cronologico sostanzialmente uniforme in età romana, tra I e II sec.d.C.; forse l’unica eccezione è rappresentata dalla piccola testa ritratto (di Alessandro?)86, in cui è stato individuato un influsso alessandrino di III-II sec.a.C. Il materiale utilizzato è sempre il marmo bianco, valutato empiricamente in base all’aspetto granulometrico: solo tre esemplari sono in calcare87, uno, eccezionalmente, un busto di Iside, in alabastro88; a fronte di un massiccio impiego del marmo va detto che la qualità formale di questi materiali è scarsa e sembra potersi ricondurre al “…carattere industriale e decorativo comune alla produzione di età romana”89 per cui non si segnalano esemplari di particolare pregio artistico o particolarmente significativi per l’iconografia. Non è più possibile, ormai, ricostruire il contesto stratigrafico in cui è avvenuto il rinvenimento delle sculture, visto che nessuna attenzione è stata posta a ricostruire una sequenza cronologica; i dati, quindi, attualmente in nostro possesso riguardano unicamente il corpus di sculture, caratterizzate da tipologie eterogenee, 76 SMITH - PORCHER 1864, p. 77. SMITH - PORCHER 1864, pp. 102-103, nn. 46-104. Le sculture, conservate al British Museum unitamente a tutti reperti provenienti dagli scavi Smith & Porcher, sono state pubblicate per due cataloghi del Museo: SMITH 1900; HUSKINSON 1975 (nell’indice topografico registra 57 esemplari dal Tempio di Afrodite); una mostra temporanea, con una selezione di pezzi, venne allestita nel Museo nel 1973: ANTIQUITIES 1973. 78 HUSKINSON 1975, nn. 2, 3, 4 pl. 1; nn. 5, 7, 8, pl. 2; nn. 6, 9, 10, 11, pl. 3. 79 HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1. 80 HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1. 81 HUSKINSON 1975, pp. 1-30. Per il conteggio dei pezzi il riferimento è sempre a questo catalogo. 82 HUSKINSON 1975, pp. 55-76. 83 HUSKINSON 1975, n. 60, pl. 25, pp. 31-32. 84 HUSKINSON 1975, pp. 33-48. 85 HUSKINSON 1975, n. 93, pl. 37, pp. 52-53; n. 95, pl. 37, pp. 53-54. 86 HUSKINSON 1975, n. 62, pl. 26, p. 33. 87 HUSKINSON 1975, n. 10, pl. 3, p. 5; n. 29, pl. 11, p. 16; n. 51, pl. 21, pp. 26-27. 88 HUSKINSON 1975, n. 46, pl. 19, p. 24. 89 PARIBENI 1959, p. IX. 77 36 prevalentemente in marmo anche se di scarsa qualità, raccolte sicuramente prima del 262 d.C., anno del terremoto che determina la distruzione del Tempio. È plausibile l’ipotesi di un deposito votivo anche per il Tempio di Afrodite? È verosimile che, in concomitanza con la ricostruzione successiva alla rivolta giudaica (115-117 d.C.) si sia deciso di rifunzionalizzare il Tempio come thesauròs, all’interno del Dioskourion ancora praticato come area sacra, forse per raccogliere e ricollocare gli oggetti sfuggiti alla devastazione del tumulto che aveva disastrosamente travolto uomini e cose, come testimoniano le fonti90 e la realtà archeologica: in particolare, “per quanto riguarda l’Agorà si è constatato che i danni subiti dal patrimonio monumentale di Cirene sono paragonabili a quelli di un cataclisma”91. In definitiva possono essere suggerite due ipotesi interpretative sui due depositi contigui nel Dioskourion, ad oggi, purtroppo, indimostrabili per la mancanza di dati stratigrafici relativi allo scavo del Tempio di Afrodite: che il deposito originario fosse unico, tutto collocato nel Tempio di Afrodite, edificio più antico, per cui si spiegherebbero i materiali ellenistici nel Tempio di Cibele; in seguito alla distruzione del terremoto del 262 d.C. solo i materiali di maggior pregio sarebbero stati recuperati e ricollocati nel Tempio di Cibele ricostruito. Oppure, più semplicemente, bisogna pensare a due depositi differenti, raccolti in momenti diversi ed indipendenti l’uno dall’altro. III.2 Trasformazione e funzione del deposito votivo del Tempio di Cibele In un preciso momento storico che non è possibile datare ad annum ma compreso tra la ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C. e la definitiva distruzione causata dal sisma del 365 d.C., all’interno dell’ambiente C, US 3 del Tempio di Cibele si raccolgono: due altari in calcare (databili fra età ellenistica ed età romana), 21 lucerne (datate al III-IV sec.d.C.), 12 frammenti di incensieri (datati al III-IV sec.d.C.), 75 esemplari scultorei, eterogenei quanto alle tipologie e alla cronologia, datati in un arco cronologico che va dall’età ellenistica fino al termine ultimo di riferimento dato dal ritratto di Commodo, riferibile agli anni 175-177 d.C. Quindi, se individuiamo due elementi distintivi del nostro contesto, quali l’intenzionalità dell’accumulo e la destinazione ad uso rituale, possiamo utilizzare, senza stridenti forzature, la definizione di deposito votivo: “ a livello generico, si può definire il deposito votivo come un insieme coerente di materiali, di diversa tipologia e natura, ma accomunati dal fatto di essere stati coinvolti a vario titolo nell’attività rituale, il cui accumulo all’interno o in prossimità di un’area sacra non è dovuto a ragioni accidentali, ma a una scelta intenzionale. La definizione e la stessa denominazione di deposito votivo mostrano un certo margine di indeterminatezza e imprecisione, che tuttavia per praticità si può conservare, assegnando 90 91 CALLOT 1999, p. 41, 4, pp. 339-340; PACI 2000, pp. 25-26. STUCCHI 1975, p. 233, nota 2. 37 consapevolmente lo stesso nome a un fenomeno che in realtà si declina in numerose varianti”92. L’intenzionalità dell’accumulo è dimostrata dalle condizioni di ritrovamento del deposito: al momento dello smontaggio del crollo di blocchi della parete meridionale dell’ambiente C, gli altari in calcare risultavano ancora in situ così come parte delle sculture, alloggiate sui banconi realizzati appositamente in concomitanza con il rifacimento di terza fase del Tempio93. Quanto poi alla destinazione rituale, se essa è indubbia per gli incensieri, le lucerne e gli altari, è più difficilmente dimostrabile per i materiali scultorei, specialmente per i ritratti: come, infatti, è possibile ricondurre gli esemplari di plastica iconica, così diversi fra loro, ad una comune attività rituale? Forse sarebbe possibile risolvere l’aporia adattando al nostro contesto due definizioni, “votivi per trasformazione” e “votivi per destinazione”94, che Parisi utilizza a proposito della produzione per il consumo sacro: in altre parole, in riferimento alle tipologie scultoree rappresentate, i rilievi come gli esemplari di plastica ideale nascono, ab origine, per uso cultuale e vengono poi, per lo stesso uso, reimpiegati nel Tempio; i ritratti, invece, sono “trasformati” ad uso votivo ma nati, originariamente, a scopo celebrativo. Se, quindi, questa può essere una possibile ipotesi per cercare di comprendere la natura del deposito, è necessario interrogarsi sulle motivazioni storiche e culturali che possono averne determinato la formazione. La ricostruzione di terza fase del Tempio (post 262 d.C.- 365 d.C.), caratterizzata da una rifunzionalizzazione degli ambienti interni95, coincide con un momento di profonda crisi per la città, rifondata ad opera di Claudio II (268-269 d.C.) come Claudiopoli96, forse in parte dovuta ad una più vasta crisi del mondo romano, la cui parabola si aggrava con la perdita d’importanza a favore di Tolemaide fino al drammatico tracollo con il terremoto del 365 d.C.97: si assiste in questo arco di secolo ad una contrazione dell’attività edificatoria, con un rifacimento ed adattamento dell’esistente98. In questo contesto storico, si assiste alla progressiva affermazione della comunità cristiana con un radicamento già nella metà del III sec.d.C. ed il conseguente affievolirsi del paganesimo per cui nella prima metà del IV sec.d.C. il cristianesimo è la religione dominante99: l’attecchire “precoce” del cristianesimo in Cirenaica viene spiegato con l’influenza esercitata dalla comunità giudaica, ben radicata già in età tolemaica100. 92 PARISI 2011a, p. 95. V. figg. 25-26; fig. 36. 94 PARISI 2011b, p. 103. 95 V. cap. II.1. 96 ROMANELLI 1943, p. 130; REYNOLDS 1977, p. 55; LLOYD 1990, p. 47 e ss.: esamina le differenti cause (invasioni, terremoto, fallimento economico) che possono aver determinato il cambiamento del III sec.d.C. in Cirenaica; fra gli indicatori di impoverimento segnala anche la scarsa attestazione di esemplari scultorei in età post-severiana, p. 51; PACI 2000, p. 26. 97 REYNOLDS 1977, p. 56. 98 STUCCHI 1975, p. 333 e ss.; ENSOLI 2000b, p. 78. 99 CALLOT 1999, p. 340. 100 ROQUES 1987, p. 317; sul giudaismo ellenistico, cfr. WENDLAND 1986, p. 252-275. 93 38 Nell’instaurarsi di questi rapporti di forza fra le due religioni, Roques interpreta gli episodi di iconoclastia contro il tentativo di Giuliano (361-3) di una restaurazione del paganesimo (con il culto di Helios Re e della Mater Deorum) una rappresaglia contro l’autoritarismo imperiale piuttosto che contro i pagani della Pentapoli: di fatto, all’epoca di Costantino, la Pentapoli era una provincia cristiana101; con l’editto di Costantinopoli del 392 d.C. Teodosio vieta ogni forma di rito pagano: “…era, sul piano legislativo, la fine della religione pagana anche come religione tollerata nella vita pubblica” 102. Dunque è questo il momento storico in cui si raccoglie il deposito all’interno del Tempio di Cibele: una fase di decremento dell’attività edificatoria e di progressivo spegnimento di una religione che proprio nella monumentalità dell’architettura doveva trovare l’espressione più immediata; è possibile, quindi, ipotizzare che un singolo o una ristretta comunità abbiano voluto raccogliere e salvare le antiche sculture per una ritualità privata che ancora riconosceva un valore identitario a simboli della tradizione pagana. Purtroppo numerosi sono gli interrogativi cui questa ipotesi non può rispondere, quali: l’originaria ubicazione delle sculture, le forme del rito, l’identità della “committenza”. Quanto al primo quesito, si può pensare che i materiali facessero già parte dell’arredo sacro dei templi del Dioskourion dell’Agorà, ma non possiamo escludere a priori che vi sia materiale proveniente dalla chora103; del resto, le incursioni dei Marmaridi104 devono aver coinvolto per prime le località dell’entroterra. Non è dato identificare il singolo o la comunità che abbiano voluto raccogliere questi materiali: non possiamo pensare ad un collegio sacerdotale visto che nel corso del III sec.d.C. vengono a cessare le testimonianze epigrafiche relative ai sacerdozi in concomitanza con il declino dei culti tradizionali105. Più genericamente si dovrà pensare a singoli operanti a titolo individuale: si è notato, poi, che in questa fase di rifunzionalizzazione del Tempio106, l’accessibilità degli ambienti e lo spazio fruibile sono esigui; in altre parole, bisogna pensare ad una frequentazione limitata, in cui anche le forme del rito, come testimoniano gli “strumenti”funzionali ad esso (altari, lucerne, incensieri), sembrano ridotti al minimo in un contesto ormai impoverito e depotenziato di significato. III.3 Il Dioskourion dell’Agorà di Cirene fra III e IV sec. d.C. In concomitanza con la terza fase di ricostruzione del Tempio di Cibele (post 262 d.C.-365 d.C.) l’antica area sacra del Dioskourion si presenta in stato di abbandono e l’antico polo santuariale sembra aver perso l’antica funzione di area sacra o conservarla solo in minima parte ed in forma del tutto secondaria: in altre 101 ROQUES 1987, pp. 321-322. CLEMENTE 1996, p. 302. 103 Ricordiamo che Fabbricotti ipotizza per i rilievi con divinità greco-libye l’ubicazione nelle nicchie del Santuario di Budrash: FABBRICOTTI 1987, pp. 241-244. 104 PACI 2000, p. 26. 105 CALLOT 1999, p. 107. 106 V. par. II.1 102 39 parole, qui si verifica, con le evidenze della realtà archeologica, la rovina devastante determinata dal sisma del 262 d.C.107. L’Hestiatorion108, il luogo deputato ai banchetti rituali, non viene più ricostruito dopo il terremoto, quando strutture di case si sono sovrapposte all’edificio alterandone la planimetria originaria: blocchi di spoglio pertinenti una gradinata della fase augusteo-tiberiana vengono riutilizzati per le abitazioni109 che, progressivamente, occuperanno anche il centro dell’Agorà110. Il Tempio dei Dioscuri111 deve essere stato oggetto di un rifacimento, come testimonia il reimpiego di un portale marmoreo decorato con ovoli e astragali, probabilmente reperito in prossimità, in funzione di soglia nel passaggio tra la cella est ed il vano centrale112: ancora in quest’epoca, quindi, il Tempio potrebbe aver conservato l’antica funzione di luogo di culto. Una rifunzionalizzazione simile a quella riscontrata nel Tempio di 113 Cibele si verifica anche nel Tempio del Mosaico a Meandro114, all’interno del quale è alloggiata una cisterna con la tamponatura della porta con rocchi di colonna e l’impermeabilizzazione delle pareti con intonaco di opus signinum. Si è già fatto cenno al castellum aquae (Fig. 21), realizzato nell’angolo Sud-Ovest dell’edificio, di cui rimangono i gradini di accesso115 e collegato, tramite una canaletta, al Tempio di Cibele: la canaletta “convogliava acqua verso la fontana a ridosso della porta monumentale sull’esterno dell’angolo Sud – Est del Forum. Costituiva dunque parte integrante di un complesso sistema di adduzione delle acque che caratterizza tutta l’area in età tardo-romana e che è tuttora in fase di studio”116. I recenti saggi di scavo hanno documentato che, per il Tempio di Afrodite, gli ultimi interventi di ristrutturazione si datano probabilmente in età severiana: l’edificio, quindi, viene abbandonato a seguito del terremoto del 262 d.C. Il grande altare, infine, sorto in età arcaica in concomitanza con il Tempio dei Dioscuri e monumentalizzato in età classica, perde la sua antica funzione a seguito della rivolta giudaica quando verrà obliterato dalle sostruzioni del Teatro 3117. Sembra, dunque, di poter concludere che il terremoto del 262 d.C. debba rappresentare uno spartiacque significativo nell’area del Dioskourion: non si ricostruisce più l’Hestiatorion né il Tempio di Afrodite, l’antico altare è ormai coperto, ma si ricostruiscono, con materiali di reimpiego, il Tempio dei Dioscuri, il Tempio del Mosaico a Meandro ed il Tempio di Cibele; in questi due ultimi edifici si documenta chiaramente la rifunzionalizzazione degli ambienti interni in cui è 107 È noto il dibattito tra gli studiosi sulla realtà storica di questo terremoto: apertamente contraria è la posizione di ROQUES 1987, pp. 43-44, il quale contesta l’interpretazione del passo dell’Historia Augusta che confermerebbe, secondo altri, la realtà del terremoto. 108 V. cap. I. 109 MONTANARI 2010, p. 209, 212. 110 STUCCHI 1975, p. 351. 111 V. cap. I. 112 MEI 2009, p. 12. 113 V. cap. II.1. 114 V. cap. I. Sulla pavimentazione a mosaico di età romana, si veda: VENTURINI 2010, pp. 231-233. 115 MEI 2009, p. 13. 116 MEI 2009, p. 67. 117 BACCHIELLI 1999, pp. 22-23, fig. 16; LUNI-MARENGO 2010a, p. 23. 40 prevalente la funzione ad uso di reservoir per l’acqua forse in connessione con il sorgere delle povere case di abitazione che si impostano sugli antichi edifici. In questo contesto, il rinvenimento del deposito di sculture in associazione con oggetti legati al rito (altari, incensieri, lucerne) all’interno del Tempio di Cibele è l’unica testimonianza oggettiva del persistere di forme di culto all’interno dell’antico Santuario. 41 IV. LE SCULTURE DAL TEMPIO DI CIBELE IV.1 Tipologie scultoree Le sculture dal Tempio di Cibele costituiscono un corpus eterogeneo quanto alle tipologie, alle dimensioni, alla cronologia, allo stato di conservazione. Si è quindi deciso, nella strutturazione del Catalogo, di ripartire gli esemplari in macro-categorie comprendenti rilievi, plastica ideale, plastica iconica, elementi scultorei frammentari (fra cui lastrine marmoree di rivestimento, frammenti di statuine, frammenti anatomici). Considerato poi che l’arco cronologico su cui si dispongono gli esemplari procede dal primo ellenismo fino ai decenni finali del II sec.d.C., cui si data il ritratto del giovane Commodo, all’interno delle singole categorie i materiali sono stati disposti secondo una progressione cronologica118. La complessità di questo deposito offre l’occasione di riflettere sulle acquisizioni scientifiche relative alla produzione scultorea cirenea, per cui manca un’opera di sintesi sull’origine, l’evoluzione e il mutamento delle forme stilistiche, come anche di approfondimento analitico su temi specifici. In questo quadro, il Catalogo delle Sculture del Museo di Cirene del 1959119, il Catalogue of Cyrenaican Portrait Sculpture del 1960120 ed il volume del Corpus Signorum Imperii Romani, Roman Sculpture from Cyrenaica in the British Museum121 costituiscono ancora oggi gli unici apparati di riferimento sull’iconografia di Cirene e della Cirenaica. Per la varietà ed eterogeneità dei materiali presentati il Catalogo di Paribeni è lo strumento che si è rivelato più utile per il confronto con le sculture del Tempio di Cibele. ARTISTI E ARTIGIANI Prendo a prestito questo titolo di una raccolta di saggi curata da Coarelli sulla figura dell’ “artista e dell’artigiano” in Grecia122, perché anche nella produzione scultorea di Cirene sono state individuate rare figure di artisti, attestate epigraficamente soprattutto nell’ellenismo, rispetto ad una ben più diffusa attività seriale e industriale dovuta ad ateliers locali123. 118 In realtà, diversi sono gli esemplari che possono essere datati in un arco cronologico di transizione tra fine ellenismo e principio dell’età romana, criticità che impedisce nette cesure temporali. 119 PARIBENI 1959. 120 ROSENBAUM 1960. 121 HUSKINSON 1975. 122 COARELLI 1980. 123 PARIBENI 1959, p. VIII. 42 Due scultori di Cirene sono ricordati per l’età ellenistica: Polianthes (attivo poco prima del 167 a.C.) ed Euphranor (attivo dopo il 115 a.C.)124: il primo, personaggio di prestigio, opera stabilmente a Delos dove svolge prevalentemente attività di ritrattista, di influsso alessandrino125; attivo proprio a Cirene doveva essere, invece, Euphranor, anch’egli ritrattista, di cui è ricordata una statua per Tolomeo Soter II126. Eccettuate queste due figure, labili tracce, la scultura di Cirene, copiosa e di livello eterogeneo, deve forse essere principalmente ricondotta all’attività anonima di ateliers specializzati e botteghe operanti per una committenza diversificata: questo naturalmente non esclude importazioni isolate di esemplari od opere di alto valore artistico. Si tratterebbe, quindi, di produzioni scultoree eseguite soprattutto in loco per commissioni private declinate secondo un “…bilinguismo ora ellenico, ora, in minor misura, indigeno o libico”127, per cui si utilizzerebbero, nel primo caso, marmi di importazione (pario e pentelico), nel secondo il calcare e l’arenaria reperibili nel territorio. Posto che gli esemplari del nostro deposito si distribuiscono su di un arco cronologico che, seppur di circa quattro secoli, taglia fuori le testimonianze di età arcaica e classica, sembra verificarsi ancora una volta il dato acquisito in bibliografia: la produzione è, per quel che risulta, locale, generalmente di livello buono od ottimo, quando rappresentata da materiali in marmo, corsiva, invece, nel caso in cui vengano impiegati calcare od arenaria locali. Isolerei da questo contesto, omogeneo quanto alla provenienza, due esemplari: il busto di Iside (n. inv. 61) che, per l’originalità del tipo e quindi la soluzione iconografica, riporterei all’Egitto di età tolemaica, forse opera di botteghe alessandrine e la testa colossale di Efesto (n. inv. 34) che, per la monumentalità dell’esemplare e l’aulicità del modello, si potrebbe ricondurre ad una volontà ufficiale che agisce a nome della città commissionando il simulacro a botteghe neoattiche itineranti. Se, quindi, da una parte abbiamo ateliers specializzati nella lavorazione del marmo, le cui tecniche sono state progressivamente assimilate dall’età arcaica prima con “…commissioni esterne, importazioni e prestiti”128, fino ad elaborazioni proprie - l’importazione di blocchi di materiale grezzo, per ovviare ad un incremento dei costi, ha certo contribuito allo sviluppo di maestranze locali129 - dall’altra si assiste allo sviluppo di botteghe che, utilizzando un materiale immediatamente disponibile e di minor costo, come il calcare o l’arenaria, corrispondono le esigenze di una committenza che, evidentemente, non può o non vuole- forse anche per una consapevole affermazione dell’identità etnica- diffondere l’impiego del marmo. 124 MULLER – DUFEU 2002, pp. 783-785; p. 909. FABBRICOTTI 1998. 126 OLIVERIO 1961, n. 11, p. 31; ai nn. 12, 13 sono citati due nomi di scultori, dal profilo evanescente. 127 BESCHI 1996, p. 437. 128 BESCHI 1996, p. 437. 129 MCALEER 1978, p. xvii. 125 43 LA COMMITTENZA Riuscire a comprendere il canale di committenza rappresenta sicuramente una chiave di lettura per comprendere anche le forme della produzione scultorea di Cirene: si tratta di una criticità acuita dal fatto che raramente è possibile intrecciare testimonianze epigrafiche che possano fornire dati prosopografici con le relative sculture, o, altrettanto fondamentale, connettere il reperto scultoreo con il contesto archeologico originario. Il “bilinguismo”, di cui parlava Beschi, sembra fare riferimento a due diverse componenti etniche, greca e libya, che pur riconoscendosi negli stessi modelli ideali, nelle stesse soluzioni iconografiche, negli stessi simboli cultuali, declinerebbero con materiali diversi gli stessi soggetti: dovremmo, quindi, ipotizzare una componente autoctona che ambisce comunque a riprodurre i più noti “suggerimenti esterni”, ricorrendo al materiale immediatamente disponibile, o per una mancanza di mezzi o per una voluta scelta. Prova di ciò sarebbe offerta dalla serie di statuette di Cibele all’interno del deposito, datate fra età ellenistica ed età romana: su dodici esemplari, declinazioni variate di uno stesso tipo derivante da quello del Metròon di Atene, che si diffonde dal IV sec.a.C.130, la produzione è equamente ripartita fra sei statuette in marmo e sei in calcare, queste ultime le più corsive. Questa stessa variante nei canali della committenza si verifica nella produzione dei rilievi con divinità greco-libye da Cirene (cui appartiene anche un esemplare dal nostro deposito, n. inv. 2-2a), classe di monumenti che, sa da un lato esprime in modo inequivocabile il sincretismo fra elemento ellenico e indigeno, dall’altro pone ancora numerosi interrogativi sull’identificazione dell’iconografia, sul contesto di riferimento, sulla valenza cultuale e, infine, proprio sulla committenza131. Se, quindi, un criterio per distinguere la produzione è quello di riconoscere le richieste preponderanti di commissioni private, operanti su due livelli di artigianato, all’interno del nostro corpus scultoreo alcuni esemplari sembrano piuttosto riconducibili ad una committenza “ufficiale”. Posta la difficoltà di giungere ad una identificazione ad personam del ritratto femminile con stepháne (n. inv. 35-35a) e del ritratto maschile con diadema (n. inv. 71), non si possono non riconoscere i tratti della regalità dinastica e lo stile della ritrattistica tolemaica: bisogna ipotizzare una committenza ufficiale, a fini 130 SIMON 1997, p. 753, n. 47a. Lo schema iconografico della dea seduta in trono con due leoni ai lati, fortemente ricorrente a Cirene, sembra invece poco attestato in Grecia e nelle isole: VERMASEREN 1982, n. 60, p. 25 (da Atene, età romana), n. 555, p. 178 (rilievo da Lesbo), n. 576, p. 185 (rilievo da Samo, I sec.a.C.), n. 667, p. 213 (rilievo da Calymna), n. 685, p. 219 (statuetta da Achna), n. 686, p. 220 (statuetta da Sinda), n. 688, p. 220 (statuetta da Kythrea), n. 690, p. 221 (statua da Soli), n. 721, p. 227 (statuetta in terracotta da Cipro), n. 723, p. 228 (da Cipro). 131 GIOVANNINI 2010, con bibl. 44 celebrativi; per la propaganda è poi voluto il ritratto di Commodo giovane (n. inv. 23), imposto per volontà imperiale. L’intento celebrativo sembra caratterizzare anche l’acrolito colossale di Efesto (n. inv. 34): siamo in età adrianea e non possiamo escludere che l’apparato politico di un principato come quello di Adriano, amante della classicità con spirito filologico, abbia potuto commissionare una statua di divinità che poteva avere una connessione con l’antico e tradizionale culto dei Dioscuri. Si potrebbe pensare all’attività di un collegio o di qualche privato per la committenza della Testa di Dioniso (n. inv. 13) e della Testa di Níke (n. inv. 45): in particolare quest’ultima sembra riconfermare ulteriormente un fiorire della produzione di età augustea, di cui sarebbe proprio testimonianza l’attività di un atelier che, in quest’epoca, lavora nel cantiere dello Zeus Olympios132, come anche all’elaborazione di plastica ideale di alto livello, come la nostra testa, ma anche, ritengo, alla produzione di votivi di ottimo livello, come la piccola testa di Zeus (n. inv. 12) rinvenuta nel deposito. All’origine di questi manufatti può ben esserci l’iniziativa di singole personalità, pur operanti all’interno di un quadro istituzionale, come dimostra, proprio nel medesimo volgere di anni, l’iscrizione di M. Sufenas Proculus sull’architrave del Tempio di Demetra fuori le mura133. Anche per il Busto di Iside (n. inv. 61), esemplare di importazione, ipotizzerei una committenza ufficiale, forse quella di un collegio sacerdotale attivo in città; qualora nel busto si dovesse riconoscere una regina tolemaica ritratta nelle sembianze di Iside, risulterebbe ulteriormente confermato il carattere ufficiale del manufatto. I MATERIALI Il dato rilevante per quanto riguarda le produzioni è che su 75 esemplari del deposito, 19 sono in calcare, 56 sono in marmo, nessuno in arenaria. La prevalenza del marmo, valutato autopticamente ed identificato genericamente come marmo bianco dalle diverse granulometrie (a grana grossa- media-fine) ad eccezione di un frammento di greco scritto (n. inv. 42) e di due frammenti di bigio venato (nn. inv. 58, 59)134, fa rientrare le sculture del deposito all’interno di una produzione di buon livello, con punte di eccellenza nella plastica ideale (testa di Níke, testa colossale di Efesto) e nella plastica iconica (ritratto femminile con stepháne, ritratto maschile con diadema, ritratto di Commodo giovane). La produzione scultorea di Cirene descrive anche i flussi di importazione del materiale (il marmo bianco): l’annoso dibattito sulla individuazione delle cave e sullo 132 PARIBENI 1959, p. n. 182, p. 77, tav. 104, 105. PACI 2010. 134 Possediamo dati certi solamente per i nn. inv. 25, 20, 21, tre rilievi, campionati ed analizzati: sono in marmo di Paros, zona di Lakkoi, LAZZARINI - LUNI 2010, tab. 7. A causa della mancanza di un esperto organico alla MIC dell’Università di Urbino che procedesse ai campionamenti e allo studio degli stessi non sono state purtroppo effettuate analisi mineropetrografiche, che avrebbero potuto chiarire la tipologia di marmo usata per i diversi esemplari. Le identificazioni dei marmi, quindi, si basano solamente sull’esame autoptico. 133 45 sfruttamento delle stesse sembra oggi chiarirsi definitivamente grazie ai risultati di analisi di laboratorio condotte su di una campionatura rappresentativa135. Emerge, così, un quadro di riferimento per cui, con progressione diacronica, è possibile associare l’utilizzo del marmo ad una data epoca. Per il periodo arcaico risulta prevalente il marmo di Paros, della zona di Lakkoi; si riscontra, dato fino ad oggi ignorato136, anche il raro impiego del pentelico; nel periodo classico è il pentelico ad affermarsi, mentre, in età ellenistica, si assiste ad una diversificazione nell’approvvigionamento per cui, al consolidato uso di pario e pentelico, si associano i marmi delle cave tasie e proconnesie. In età romana, infine, continua l’uso di pario e pentelico, con un intensificarsi, in età adrianea, dell’impiego del pentelico: si tratta di un periodo in cui, a fronte di un incremento degli esemplari, si lavora su blocchi più piccoli per sculture di proporzioni più ridotte; si tende, inoltre, a rilavorare sculture precedenti137. Come detto, si tratta di un paradigma di riferimento, da non applicare in maniera meccanica, dal momento che la datazione di un esemplare solo sulla base del marmo, non riscontrata con parametri stilistici, potrebbe portare anche ad interpretazioni erronee: si è visto, infatti, che il marmo bianco di Paros è impiegato, continuativamente, dall’età arcaica all’età romana. ICONOGRAFIA E MODELLI RILIEVI Rilievi con divinità Il rilievo con divinità greco-libye (n. inv. 2-2a, età ellenistica ) si distingue per la paratassi di figure stanti frontali in secondo piano e sedute di tre quarti in primo piano138, secondo uno schema compositivo ben noto nei rilievi cultuali da Cirene139, tipologicamente simili a questo nostro. La caratterizzazione dell’abbigliamento, himation per le figure maschili, chitone ed himation per le figure femminili, è volutamente alternata a quella di dee/ninfe vestite alla libya con chitone e cappa libya; anche l’acconciatura diventa distintiva: riccioli calamistrati per le ninfe; polos e capo velato per le dee greche. Alcuni soggetti sono segnalati da attributi: la corona per il giovane offerente, il pilos e la bandoliera per la divinità maschile enchoria, caratterizzata come guerriero, Bendîs con nebride e fiaccola, la ninfa con la coppa apoda, Zeus Ammon, con le corna di ariete, seduto su di un ariete; Apollo mantico intento al vaticinio con 135 LAZZARINI - LUNI 2010. LAZZARINI - LUNI 2010, p. 190. 137 KANE et ALII 2010, con bibl. 138 PURCARO 2010. 139 FABBRICOTTI 1987; WANIS 1992; FABBRICOTTI 1996; FABBRICOTTI 1997; GIOVANNINI 2010; PURCARO 2010; MARINI 2012. 136 46 il volumen aperto sulle ginocchia, Artemide, solennemente seduta con l’arco imbracciato140. Sicuramente questi rilievi da Cirene sono improntati stilisticamente ai rilievi attici di periodo classico, votivi e funerari141, inoltre a quelli di carattere politico142: si riproduce la teoria di divinità o personaggi, la sintassi tra gli stessi, la caratterizzazione dell’iconografia con l’abbigliamento greco; si inseriscono, però, figure che attingono ad un diverso sostrato cultuale e culturale, le ninfe libye, il guerriero mitico, gli offerenti. Non si tratta, in altre parole, di una ripetizione pedissequa: il rilievo greco-libyo non è la banale riproduzione di un cartone inflazionato, bensì la tavola su cui leggere e interpretare la tradizione di un popolo. Il rilievo con teoria di divinità (n. inv. 17-48, età ellenistica) presenta la stessa paratassi di figure allineate ma, in questo caso, manca del tutto la caratterizzazione libya: i personaggi, alternati fra figure maschili, sedute ai lati del rilievo e figure femminili stanti, al centro; l’abbigliamento è greco, con himation per gli uomini, chitone ed himation o solo chitone per le donne. I modelli di riferimento sono sempre i rilievi attici, fatta salva l’originalità del manufatto cireneo. Anche il rilievo con divinità femminile (n. inv. 25, età ellenistica, primo ellenismo?), solo un frammento, rientra nella stessa categoria dei precedenti, con l’unica figura superstite, una dea (?) vestita di chitone podéres e di un ricco himation con apoptygma: l’ipotesi di una Persefone in anakalypsis, forse qui riconoscibile, sarebbe l’esito di una commistione stilistica fra il tipo delle “divinità funerarie cirenaiche”143 e modelli di IV sec.a.C, attestati nella produzione di Cirene per rappresentare la divina fanciulla144. Rilievi con heros equitans Tipo I: cavaliere su cavallo rampante (o al galoppo) incedente verso destra (dall’età ellenistica all’età romana) È qui declinata la figura dell’heros equitans: su di uno schema ripetuto, del cavaliere incedente verso destra, un dettaglio distintivo è dato dalla caratterizzazione della clamide, ora aperta per il turbinio della corsa (n. inv. 64), ora ripiegata e portata a tracolla (n. inv. 22). Tipo II: cavaliere stante frontale (fine I a.C.- inizi I sec.d.C.) Il cavaliere è qui rappresentato (nn. inv. 20, 14) nella variante dell’offerente: l’eroe, abbigliato con una lorica di tipo ellenistico, trattiene con la destra una phiale, nell’atto della libagione. 140 Questa nostra figura sembra essere una variante di una Artemide con arco presente su di un rilievo dall’Acropoli, datato al terzo quarto del IV sec.a.C., conservato al Museo Nazionale di Atene: KAHILICARD 1984, n. 674, p. 672. 141 BESCHI 1969-70; BÖHM 2003; COMELLA 2001; COMELLA 2002; HAMILTON 2009; HAUSMANN 1960; JONES - ROCCOS 2000; MITROPOULOU 1976; PARODO 2001; REINACH 1909. 142 LAWTON 1955. 143 BESCHI 1969-70, p. 325. 144 WHITE 1976-77, pl. LXXI a-b, p. 270, nota 8. 47 Tipo III: cavaliere et alii (fine I a.C.- inizi I sec.d.C.) In questa terza variante, la sintassi figurativa diventa più complessa (n. inv. 21): un armigero in appoggio su di un grande scudo rotondo è affiancato da una figura femminile, di modulo maggiore, vestita con lungo chitone ed himation raccolto intorno al corpo; manca, effettivamente, la figura dell’heros, che dobbiamo immaginare incedente verso destra, proprio nella porzione mancante del rilievo, accanto al piccolo scudiero; l’ipotesi di identificare nella figura femminile Persefone, è solo una possibile suggestione. Le labili tracce di iscrizione purtroppo non contribuiscono all’interpretazione dell’iconografia. I rilievi, seppur declinati in diverse varianti, ripropongono il motivo dell’heros equitans che dall’età ellenistica prosegue in età romana145, con una continuità anche nel tipo del Cavaliere tracio146. PLASTICA IDEALE La Persefone in anakalypsis (n. inv. 55, primo ellenismo), vestita di chitone ed himation con apoptygma, panneggiato come velo sul capo, è stata così identificata come commistione di tratti iconografici differenti: il gesto caratterizzante le “divinità funerarie cirenaiche”, in cui è stata individuata un’ipostasi della dea147 e la tipizzazione del volto che contraddistingue Kóre secondo modelli stilistici di IV sec.a.C.; lo stesso abbigliamento, con la combinazione fra chitone ed himation con apoptygma, si presenta come variante di uno schema declinato dal IV sec.a.C.148 fino in età imperiale romana149. La Demetra peplophoros (n. inv. 27, inizio III sec.a.C.), riconoscibile per l’abbigliamento, sembra derivare dal tipo Capitolino150 la cui fortuna è testimoniata dalle numerose varianti attestate a Cirene151. Anche la Kóre (n. inv. 53, inizio III sec.a.C.), sembra riconducibile a modelli noti come la Kóre di Firenze che, secondo Mansuelli sarebbe di matrice lisippea152, mentre secondo Rizzo di derivazione prassitelica153 e la Kóre di Vienna, il cui tipo si data intorno al 320 a.C.154. Il piccolo Torso di Dioniso (n. inv. 52, età ellenistica) non è con certezza ascrivibile all’iconografia del dio, dal momento che gli attributi qui caratterizzanti, l’himation panneggiato lungo il fianco e i riccioli sul petto, raramente ricorrono 145 CERMANOVIĆ-KUZMANOVIĆ ET ALII 1992. VAGALINSKI 1997. 147 BESCHI 1969-70, p. 325. 148 MENDEL 1912, pp. 336-340, nn. 130-132. 149 ROSENBAUM 1960, pp. 89-90, n. 148, pl. LXXI; n. 149, pl. LXXI; n. 150, pl. LXXI; KANE TRIMBLE 1976-77, pl. XCV a-b, p. 326, n. 11. 150 LIPPOLD 1950, p. 181; BESCHI 1988, n. 55, p. 566. 151 PARIBENI 1959, n. 65, tav. 58; n. 66, tav. 58 (esemplare con peplo e chitone); n. 67, tav. 58; n. 68, tav. 58; WHITE 1971, pp. 85-104, pl. XXXVIII b, n. 4; MACDONALD 1976; KANE-TRIMBLE 1976-77, pl. XCI, n. 3, p. 315; pl. XCII, n. 4, p. 317. 152 MANSUELLI 1958, n. 37, pp. 60-61. 153 RIZZO 1932, p. 102, tav. CLIV. 154 TODISCO 1993, p. 134, nn. 286, 290. 146 48 associati nelle immagini note della divinità155; anche l’identificazione con Apollo156 non offre alcun elemento di appiglio sicuro: se l’unico accostabile, a Cirene, è il tipo “Pizio stante”157, va detto che proprio questo esemplare è stato ampiamente dibattuto dalla critica e recentemente identificato con un Aristeo158. Un esiguo frammento di statuetta miniaturistica con un piedino in appoggio sulla coda di un delfino (n. inv. 67, fine II sec.a.C.) è stato attribuito ad una statuetta di Afrodite, colta nell’atto di sciogliersi il sandalo159, esemplare raro a Cirene160, che, alla fine del II sec.a.C., riprodurrebbe un’iconografia diffusa in Asia Minore e nell’arte di Alessandria161, dalle cui botteghe potrebbero giungere in città modelli per piccoli votivi, o, addirittura, esemplari finiti. La figura di Aristeo (n. inv. 26, età romana), drappeggiata in himation che lascia nudo il torso con il caratteristico lembo del mantello lungo il fianco, è caratterizzata dalla presenza del bastone, su cui si avvolgono le spire del serpente e dall’attributo dell’omphalos, reso in maniera molto semplificata. In realtà si tratta di un’iconografia che, a partire dal V sec.a.C.162, appartiene ad Asclepio163: un sincretismo formale che, solo in età romana, giungerebbe ad una affermazione autonoma in cui riconoscere il giovane dio164. Il piccolo torso di Afrodite (n. inv. 19, età flavia), attribuito alla dea per la nudità del busto, potrebbe essere considerato una declinazione del tipo Cnido165, riprodotto diffusamente in modo seriale ad uso votivo166. Inequivocabile è l’iconografia di Priapo (n. inv. 28, I-II sec.d.C.)167, rappresentato nell’atto di mostrare il fallo eretto sollevando il lembo del chitone, in cui si raccoglie una copiosa messe di frutti. Si tratta di un’iconografia attestata prevalentemente da esemplari di I-II sec.d.C., recepita anche nel repertorio iconografico della chora cirenaica168. 155 GASPARRI 1986, nn. 120a, 120b, p. 305; nn. 120f, 121a, 122a, 122d, p. 306; nn. 122e, 122f, 123a, 123b, 123c, p. 307; nn. 124a, 124b, 125, 126a, 126c, p. 308. 156 LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984, nn. 200i, 200h, p. 200; n. 231, p. 203; n. 261, p. 205; n. 295, p. 207. 157 MARCHIONNO 1995, p. 370 (classifica i tipi iconografici di Apollo a Cirene). 158 FERRI 1927; PARIBENI 1959, n. 144, tav. 86, p. 65; MARCHIONNO 1995, pp. 366-367; LARONDE 2011, pp. 14-18, fig. 2. 159 DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 464, p. 44. 160 Un solo esemplare: HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1, pp. 1-2. 161 BIEBER 1961, pp. 98-99. 162 MANSUELLI 1958, n. 18, pp. 43-44. 163 HOLTZMANN 1984. 164 ENSOLI 1994, pp. 71- 73. 165 HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1, p. 5; DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 391-408, pp. 36-37; CORSO 2007, pp. 9-187. 166 CORSO 2007, p. 121, fig. 77, nota 8, n. 211. 167 MEGOW 1997, n. 69, p. 685; n. 76, p. 685; n. 81, p. 685. 168 HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20; BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25: iconografia molto simile ma realizzazione molto più rozza, in calcare. 49 Hekataia Tipo I: τριπρόσωπος Non è possibile stabilire se l’esemplare (n. inv. 24, età ellenistica), caratterizzato dalle tre teste addossate ad un pilastrino centrale, sia ascrivibile al tipo ermaico169, quindi desinente a pilastro, o piuttosto configurato tipo τρίμορφον, con i tre corpi lavorati a parte: sembrerebbe trattarsi della replica, in scala ridotta, dell’Hekataion in arenaria, di età alessandrina, conservato presso il Museo di Cirene170. Tipo II: τρίμορφος (fine età ellenistica-inizi età romana) La dea (n. inv. 44) è qui raffigurata con tre corpi, addossati ad una colonnina centrale: l’abbigliamento è costituito da chitone a corte maniche e peplo altocinto con apoptygma; i lunghi capelli sono bipartiti in due sottili ciocche che scendono sulle spalle; elemento distintivo del carattere divino della figura è qui il polos, alto e stretto; gli attributi sono quelli caratterizzanti abitualmente la dea, fiaccola, melagrana (?), phiále mesόmphalos. Si tratta di una tipologia ben nota in età ellenistica171 e ampiamente attestata a Cirene, soprattutto con varianti nell’associazione degli attributi172. Esemplari simili al nostro dall’Agorà di Atene sono datati tra I a.C. e I sec.d.C.: l’esecuzione tecnica non differisce in modo sostanziale nel passaggio dall’età ellenistica all’età romana173. Variante del tipo precedente è la statuetta, molto corsiva (n. inv. 62), in cui la dea, abbigliata con chitone e peplo, è caratterizzata da una capigliatura di lunghi capelli, senza l’attributo del polos. Statuette di Cibele Tipo I: Cibele in trono con due leoni affiancati (età ellenistica-età romana) Gli esemplari (nn. inv. 3, 4, 9, 31, 32, 30) presentano la dea assisa su di un trono, in posizione frontale, vestita di lungo chitone ed himation affiancata da due leoni. Tipo II: Cibele in trono con un solo leone (età ellenistica) Nelle due statuette ascrivibili al tipo (n. inv. 7, esemplare senza n. inv.), la dea, sempre assisa in trono in posizione frontale, è affiancata da un solo leone. 169 SARIAN 1992, n. 200, pl. 669; nn. 201, 203, 204, p. 669. PARIBENI 1959, n. 167, pp. 72-73, tavv. 96, 97, 98. 171 SARIAN 1992, n. 115, p. 661; n. 117, n. 122, p. 662; n. 125, n. 126, p. 663; n. 132, n. 133, n. 134; n. 137, n. 138, n. 139, n. 140, n. 142, p. 665. 172 PARIBENI 1959, n. 172, tav. 100, p. 74; n. 173, tav. 101, p. 75; n. 174, tav. 101, p. 75; HUSKINSON 1975, n. 41, p. 21, pl. 16. 173 HARRISON 1965, p. 87: nn. 136, 137 pl. 33, p. 100; n. 139, pl. 34, pp. 100-101. 170 50 Tipo IV: Cibele in trono (età ellenistica) La dea (nn. inv. 8, 5), seduta in trono in posizione frontale, vestita di chitone ed himation, compare qui sola, senza attributi riconoscibili e distintivi. Tipo V: Cibele con timpano e leone (età ellenistica) Un unico esemplare (n. inv. 6) in cui Cibele, vestita con chitone ed himation, è affiancata da un leone sulla destra e porta un grande timpano sulla sinistra. Tutti gli esemplari citati sembrano rappresentare declinazioni variate da uno stesso tipo, riconducibile al modello del Metròon di Atene, diffusosi dal IV sec.a.C.174, la cui fortuna a Cirene è rappresentata dalle numerose statuette della dea175. Tipo III: Cibele con due personaggi ai lati del trono (età ellenistica) L’unico esemplare ascrivibile al tipo (n. inv. 29), rappresenta la dea seduta in trono, questa volta anche con un suppedaneo distinto da protomi leonine; sulle ante del trono, sono lavorati a bassissimo rilievo due personaggi: a destra Ermes con petaso, stante frontale, vestito con corto chitone su cui è appoggiata la clamide; a sinistra Zeus, stante frontale, con himation che sembra denudare parzialmente il torso (la mano destra appare piegata sul petto, la sinistra trattiene un lembo del mantello). L’iconografia è riconducibile al tipo efesino attestato dal IV sec.a.C. fino in età romana, rappresentato prevalentemente da rilievi176; affiancata, invece, da Ermes ed Ecate, la dea compare soprattutto su esemplari attici177. In sintesi, un’osservazione su questi votivi della dea Cibele: non possiamo escludere che le statuette venissero alloggiate entro naískoi, come è il caso di una statuetta ellenistica alloggiata entro naískos in marmo dal Ceramico178. L’erma di Ermes (n. inv. 15, I sec a.C.), derivante dal modello dell’Ermes Propylaios di Alkamenes179, si caratterizza qui per lo stile arcaizzante: il dio è identificabile per la resa della barba e della capigliatura, trattata con una doppia fila di riccioli a piccole volute; un diadema, stretto e leggermente bombato, incornicia il capo. Si tratta di un’iconografia già attestata a Cirene, proprio nella declinazione del tipo arcaizzante, nota da un esemplare molto frammentario pubblicato dal Paribeni180 e da un inedito conservato presso i Magazzini del Museo Archeologico di Cirene181. Pone problemi di identificazione la Testa di Dioniso tauromorfo (n. inv. 56, età ellenistico-romana): l’elaborata capigliatura con due ciocche di riccioli “calamistrati”, la folta barba e, soprattutto, i bulbi cornei sulla testa farebbero 174 SIMON 1997, p. 753, n. 47a. LONGARINI 2006, p. 71. 176 NAUMANN 1983, pp. 351-352, nn. 493-500; SIMON 1997, n. 41, p. 509; LONGARINI 2006, pp. 7374, fig. 5. 177 VERMASEREN 1977b, n. 61, p. 19, pl. XLIV; n. 174, p. 49, pl. CV; NAUMANN 1983, pp. 318-319, nn. 188-200; GUNTNER, p. 129, B2 e B7 (fine età classica-inizi età ellenistica). 178 VERMASEREN 1982, p. 67, n. 253, pl. LVIII. 179 CAPUIS 1968, pp. 35-58; SIEBERT 1990, p. 298. 180 PARIBENI 1959, n. 373, tav. 167, p. 132. 181 V. scheda. 175 51 propendere per un’identificazione con Pan182, del quale, però, il nostro volto, serenamente volitivo, non riproduce i tratti fisiognomici spesso alterati in modo grottesco; si può quindi propendere per una soluzione quale Dioniso tauromorfo, dall’esito sincretistico che combinerebbe il volto maturo del dio con le fattezze del tauromorfo sempre dal volto giovanile. Di notevole interesse è il Busto di Iside (n. inv. 61, I sec.a.C.), in cui la dea è rappresentata nell’iconografia faraonica183: la parrucca egizia184 in cui è incisa una maglia reticolata con cui si indicano le spoglie di Horus, i fori predisposti sul capo per l’alloggiamento dell’ureo contribuiscono all’identificazione della dea, evocata nella potente sensualità con il dettaglio dei seni pronunciati, le linee del collare di Venere, il volto rotondo dai lineamenti piccoli e gentili con le orecchie grandi aperte verso l’esterno, tratti caratterizzanti riprodotti ancora in esemplari di età romana185. La scultura è del tutto eccezionale a Cirene, dove la dea è attestata in diverse rappresentazioni186 in cui l’iconografia è sempre nella variante ellenizzata, con i riccioli calamistrati alla libya187, non, quindi, nella variante egizia. Un’ipotesi secondaria, che pure va presa in considerazione, è quella di poter qui identificare una regina tolemaica, anche se l’espressione idealizzata del nostro volto e dei ritratti faraonici delle regine difficilmente consentono una sovrapposizione fisiognomica188. Si è ipotizzata, per questo busto, l’importazione dall’Egitto, forse produzione di botteghe alessandrine. Di enigmatica lettura è l’Omphalos (n. inv. 1, fine I - inizi II sec.d.C.) con serpente: l’oggetto, in realtà, non è confrontabile con la pietra delfica189 e nemmeno con gli omphaloi che si trovano, a Cirene, sulle statuette di Aristeo, piccoli blocchetti squadrati, senza volumetria190; al nostro esemplare possiamo avvicinare una colonnina conica con serpente arrotolato da Delos, interpretato come simbolo dell’Apollon Agyeus191, il cui culto, radicato a Cirene nel Santuario di Apollo192, è simboleggiato anche dalla presenza di alcuni κιονίσκοι avvolti da spirali193, in cui si deve riconoscere un’evoluzione del simulacro betilico194. La testa di Níke (n. inv. 45, età augustea), è un esemplare di eccellente fattura: l’impostazione è di impronta classica, come si evince dalla trattazione dei lineamenti del volto, seppur frammentario, nonché dal dettaglio dei capelli ondulati, 182 BOARDMAN 1997. MALAISE 1997, III.1, p. 96. 184 SCHWENTZEL 2000, p. 27. 185 BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 154, tav. LXX, p. 103, statuetta di Iside che allatta Horus, copia di età romana da sculture della XVIII- XIX dinastia. 186 PARIBENI 1959, nn. 412, 413, 414, p. 143, tav. 180; HUSKINSON 1975, n. 45, pl. 18, pp. 23-24; n. 46, pl. 19, p. 24. 187 SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27. 188 RICHTER 1965, p. 263, figg. 1805-1806: ritratto ufficiale di Arsinoe II, realizzato prima della deificazione. 189 KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73. 190 Cfr. n. inv. 26 (statuetta di Aristeo, da Tempio di Cibele); HUSKINSON 1975, nn. 18-19, pl. 7, pp. 10-11. 191 ROSCHER 1913, pp. 128-129, p. 132, taf. VI, 8. 192 DI FILIPPO BALESTRAZZI 2010. 193 DI FILIPPO BALESTRAZZI ET ALII 1976, p. 147; DI FILIPPO BALESTRAZZI 1984. 194 SCHMITTER 1971. 183 52 resi da linee parallele incise; tratti severi si riscontrano nelle sopracciglia e nel naso. Il prototipo va, quindi, collocato negli anni 440-30 a.C., arco cronologico fra l’Amazzone ferita195 e la Níke196 della Parthenos197, di cui si è voluto riconoscere una possibile replica in una testa di II sec.d.C. dall’Agorà di Atene. Naturalmente la frammentarietà del pezzo e la mancanza di attributi distintivi rendono impossibile un’identificazione del soggetto, per cui si ipotizza il riconoscimento come Níke, anche in virtù del confronto citato. Di certo, si tratta di un lavoro di alto livello riconducibile all’attività di un atelier locale che riproduce modelli classici in età augustea, forse la stessa produzione dello Zeus Olympios198; del resto, si è già notato come l’età augustea, anche tramite la committenza di singole personalità, sia un periodo di fioritura per la città199. La piccola testa di Zeus (n. inv. 12, età augustea), ci riporta nuovamente a quella produzione di età augustea, di cui si è appena detto. Posto che numerose a Cirene sono le declinazioni scultoree per rappresentare il dio200, questa nostra sembra una replica, in scala ridotta, dello Zeus Olympios, caratterizzata da un’espressione di solenne calma, con la morbida capigliatura dove quasi per nulla si nota l’uso del trapano e la folta barba che traduce il particolare, ben evidenziato dal Guidi, della sporgenza del mento201: avremmo, quindi, un’ulteriore testimonianza a Cirene dell’attività di un atelier locale, specializzato nella riproduzione di modelli classici e probabilmente anche attivo per una richiesta di plastica votiva. La testa di Dioniso (n. inv. 13, I sec.d.C.), se da un lato è riconoscibile per l’iconografia in cui dettagli caratterizzanti e distintivi sono la taenia sulla fronte e la corona di grappoli d’uva intorno al capo, dall’altro sfugge ad una codificazione dell’esito stilistico. Si pensa ad una rielaborazione di età romana, in cui confluiscono modelli diversi: l’esito finale è quello di un certo schematismo nell’espressione del volto che, al contrario, nelle rappresentazioni del dio è caricato di ricercata espressività202, anche a Cirene203. 195 BECATTI 1951, pp. 185-199, con ampia discussione dei tipi e attribuzione definitiva al tipo Mattei; WEBER 1976, ampia discussione dei tipi e attribuzione al tipo Sosikles; DEVAMBEZ 1981, n. 602, p. 625, Amazzone Sosikles; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 174, n. 395, tipo Mattei; BECATTI 2004, pp. 216-218, tipo Mattei; BANDINELLI-PARIBENI 2005, n. 461, tipo Mattei. 196 CARPENTER 1953-54; LEIPEN 1971, pp. 34-36; THÖNE 1999, p. 105, pp. 111- 113, taf. 12,2. 197 BECATTI 1951, pp. 109-123, tav. 62; TRAVLOS 1971, p. 445; KARANASTASSIS 1987, pp. 323-339; NICK 2002; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 144, n. 393; BANDINELLI-PARIBENI 2005, nn. 458-459; LAPATIN 2005; HÖLSCHER 2010, pp. 204-205; MONACO 2010. 198 PARIBENI 1959, n. 182, tav. 104, 105, n. 182, p. 77. 199 PACI 2000, pp. 24-25. 200 PARIBENI 1959, n. 183, tav. 107, p. 78; n. 184, tav. 107, p. 78; n. 185, tav. 106, pp. 78-79; n. 185, tav. 107, p. 80; n. 187, tav. 108, p. 80; n. 188, tav. 108, p. 80; n. 189, tav. 108, p. 81; n. 190, tav. 108, p. 81; n. 191, tav. 109, p. 81; n. 192, tav. 109, p. 81; n. 193, tav. 109, p. 81; n. 194, tav. 109, p. 82; HUSKINSON 1975, n. 52, p. 27, pl. 22. 201 GUIDI 1927, p. 12. 202 GASPARRI 1986. 203 PARIBENI 1959, n. 317, tav. 150, p. 113; n. 318, tav. 151, p. 113; n. 319, tav. 151, p. 114; n. 320, tav. 151, p. 114; n. 321, tav. 151, p. 114; n. 322, tav. 152, pp. 114-115; nn. 323, 324, 325, tav. 153, p. 115; n. 326, tav.153, p. 116; nn. 327, 328, 329, tav. 154, p. 116; nn. 330, 331, tav. 155, p. 117; HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18; nn. 33-34, pl. 12, pp. 18-19. 53 Lo stato di non finito in cui si conserva la scultura contribuisce all’indeterminatezza del tipo, immagine eclettica forse da modelli databili intorno alla metà del IV sec.a.C.204. La testa colossale di Efesto (n. inv. 34, età adrianea), di cui si è ipotizzata la pertinenza ad un acrolito, è stata oggetto di un percorso interpretativo problematico, conclusosi, allo stato attuale, con l’identificazione di un’immagine di Efesto. Per quanto riguarda l’iconografia, il volto barbato di tratti maturi è caratterizzato unicamente dal pilos, attributo peraltro comune a divinità ed eroi, quali: i Dioscuri205, Odisseo206, Efesto207; a Cirene, poi, il pilos è caratterizzante una figura di divinità enchoria presente sul rilievo di Lysanίas208 in riferimento alla quale, però, Stucchi ha identificato il copricapo come pilos metallico (Kegelhelm), il pileo militare209. Dovendo, quindi, convergere sull’ipotesi più plausibile, più motivata per i confronti possibili e per il contesto cultuale di Cirene, si è addivenuti all’identificazione di Efesto, elaborazione adrianea (per l’impiego massivo del trapano, il trattamento delle superfici, le palpebre a spigolo acuto) da prototipo di V sec.a.C. L’Efesto più noto di età classica è sicuramente l’Efesto di Alkamenes, realizzato per il gruppo dell’Ephaisteion di Atene, di cui rimane labile traccia nelle fonti letterarie210 oltre che nella stele marmorea in tre frammenti che riporta il rendiconto dei lavori211. Illustri studiosi si sono cimentati nella ricostruzione del gruppo, elaborando varianti riguardo alla combinazione delle due divinità e alla caratterizzazione iconografica delle stesse212. Per quanto riguarda la datazione del gruppo, il riesame recente del testo epigrafico della stele marmorea ha chiarito inequivocabilmente che il riferimento all’intervento degli anni 421-13 a.C., data pressoché unanimemente ritenuta valida per l’elaborazione del gruppo, vada piuttosto messa in connessione con un intervento di smontaggio delle sculture già esistenti213. I “testimoni” scultorei ascrivibili all’originale sono esigui e oggetto di dibattito aperto tra gli studiosi: Furtwäengler214 ha proposto una ricostruzione dell’Efesto di Alkamenes combinando l’Erma del Vaticano con il torso Kassel, ma l’ipotesi è rifiutata quasi unanimemente215; un torso in exomis al Museo Nazionale di 204 GASPARRI 1986, n. 203b, p. 322. HERMARY 1986; PARIBENI 1959, n. 378, tav. 168. 206 TOUCHEFEU-MEYNIER 1992: in particolare, è evidenziata la differenza tra il pilos di IV sec.a.C., una cuffia alta e appuntita e quello dell’arte ellenistica e romana, una cuffia rotonda. 207 ARIAS 1960. 208 GHISLANZONI 1927b; PARIBENI 1959, n. 50, tav. 49. 209 STUCCHI 1987, p. 211, 217. 210 CAPUIS 1968, p. 13; DEMARGNE 1984, p. 978, A12. 211 LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 253-257. 212 Rassegna dettagliata in BROMMER 1978, pp. 77-82. V. scheda per la ricognizione delle varie ipotesi interpretative, con bibl. 213 LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 257-259. 214 FURTWÄENGLER 1964, pp. 88-89; BROMMER 1978, tav. 46,1, p. 98. 215 HERMARY - JACQUEMIN 1988, p. 635; contra HARRISON 1977a, p. 81: la studiosa esamina, analiticamente, il problema dell’identificazione delle sculture. 205 54 Atene deriverebbe dall’Efesto di Alkamenes216, così come l’effigie originaria del dio si conserverebbe su due lucerne dall’Agorà di Atene217. D’Abruzzo218 rivoluziona completamente la prospettiva esegetica, poiché il prototipo ricercato andrebbe individuato non nell’Erma del Vaticano bensì nell’Asclepio Uffizi219, tipo secondo cui il dio viene rappresentato su di una base da Atene al Museo dell’Acropoli220. L’unica attestazione scultorea a Cirene che potrebbe essere riferita al dio è un torso in exomis, simile al torso Kassel, per cui purtroppo Paribeni non propone un’identificazione certa (Efesto o guerriero)221. In sintesi, sullo stile di questa scultura, l’unica certezza che si può affermare è la derivazione da un modello di V sec.a.C., forse opera di botteghe neoattiche itineranti: nello stesso arco di tempo, in concomitanza con il “rinascimento” adrianeo, è attiva a Tolemaide una scuola attica, che riproduce modelli di IV sec a.C., il cui maestro è stato riconosciuto nella figura di Asklepiades222; non possiamo escludere che le stesse maestranze operassero anche a Cirene, forse occasionalmente e su modelli diversi. Sulla “legittimazione cultuale” che fa propendere per un culto di Efesto in connessione con il culto dei Dioscuri, si dirà più oltre. Sulla motivazione culturale si è già fatto cenno: un principato come quello di Adriano, filologicamente attento ai temi della classicità greca, può aver avuto un duplice interesse nella produzione di questo esemplare, per cui va senz’altro ipotizzata una committenza ufficiale operante a nome della città: il radicamento con un culto tradizionale e attestato fin da epoca arcaica proprio nel Quartiere dell’Agorà, per cui sarebbe suggestivo ipotizzare l’ubicazione dell’acrolito proprio nell’area sacra dell’antico Dioskourion; inoltre, la ragione artistica, la volontà di adottare modelli classici, quindi prestigiosi e sicuramente evocativi, per un nuovo simulacro. PLASTICA ICONICA Il ritratto di atleta (n. inv. 54, fine III sec.a.C.), si conserva in stato piuttosto precario, data la corrosione del marmo che giunge a compromettere una lettura nitida della lavorazione dei piani del volto. Il giovane può essere identificato come atleta per il dettaglio del solco circolare intorno alla testa, visibile prevalentemente sui due profili, predisposto per l’alloggiamento della corona. Senz’altro il piccolo esemplare testimonia a Cirene la ricezione di modelli lisippei223: in particolare va citata, come confronto per il nostro ritratto, una testina di pancraziaste recentemente rinvenuta 216 PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131; BROMMER 1978, p. 83, taf. 44,1-2-3-4. PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, fig. 1; HARRISON 1977a, p. 147; BROMMER 1978, p. 85, taf. 33,4; HARRISON 1977, p. 147, fig. 4; BROMMER 1978, tav. 33, n. 2. 218 D’ABRUZZO 1981, pp. 20-22. 219 MANSUELLI 1958, n. 133, pp. 160-162. 220 BROMMER 1978, tav. 55,4; D’ABRUZZO 1981, pp. 15-16, figg. 2-3. 221 PARIBENI 1959, n. 459, tav. 198, p. 157. 222 FABBRICOTTI 1985, p. 226. 223 ENSOLI 1998: la studiosa analizza le repliche cirenee di tre temi lisippei, l’Agia, l’Eros con l’arco e l’Eracle in riposo. 217 55 all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene224, datata tra la fine del IV e il III sec.a.C. per cui è stata riconosciuta la derivazione dall’Agia di Lisippo225, di cui è già stata individuata a Cirene un’altra replica226; un altro ritratto, “di tipo atletico indeterminato”227, fa sempre parte di questa stessa serie. La fortuna dell’arte del maestro trova eco anche a Cirene, persino in esemplari di piccola plastica. Il ritratto femminile con stepháne (n. inv. 35-35a, tardo ellenismo) pone notevoli problemi interpretativi: l’iconografia si caratterizza per l’impostazione solida del volto tornito, i corti riccioli a fiamma e, soprattutto, l’alta stepháne. L’unico attributo distintivo è quindi la corona, comune a dee, quali Afrodite 228 ed Era nonché a regine: purtroppo non si può qui riconoscere un’effigie della mitica Berenice II229, nota a Cirene per il ritratto dall’Iseo sull’Acropoli230 dal volto di fanciulla e acconciatura a melone; neppure vale il confronto con Arsinoe II, caratterizzata dall’alta stepháne sia nelle effigi monetali231 che in una testa marmorea da Istanbul232; lo stesso attributo compare in un ritratto in marmo proveniente dall’Egitto e conservato in una collezione inglese (Kingston Lacy)233. Dovendo ipotizzare un confronto stilistico di transizione tra medio e tardo ellenismo per l’iconografia di una regina, è interessante il ritratto di una regina attalide, Apollonis, moglie di Attalo I, morta intorno al 184-3 a.C.234: forse il ritratto potrebbe essere stato realizzato dopo la morte. L’immagine può riuscire utile come confronto per avere un’idea degli stilemi secondo cui avrebbe potuto essere rappresentata una regina ellenistica intorno alla prima metà del II sec.a.C. La nostra scultura condivide l’impronta del ritratto e l’astrattezza del simulacro: una testa di Demetra-Io, proveniente dall’Egitto, ma conservata a Ginevra, presenta proprio l’attributo della stepháne; è stilisticamente compatibile con la nostra e Adriani la considera elaborazione romana di modelli tolemaici235. Un’altra testa che ci riporta alla ritrattistica tolemaica è il ritratto di Cleopatra I da Tolemaide236, considerata copia antonina da un originale ellenistico. In sintesi, sembrano qui confluire modelli di IV sec.a.C. mediati dall’arte di Alessandria, dove è già stata notata l’influenza di Leochares237. Il ritratto maschile con diadema (n. inv. 71, tardo ellenismo) può essere ricondotto alla medesima temperie stilistica del ritratto precedente: altrettanto incerta 224 MEI 2010a. MORENO 1987, pp. 34-43; TODISCO 1993, p. 115, n. 241; CHARBONNEAUX ET ALII 2005, pp. 218220, fig. 230; MEI 2010a, p. 119, nota 4, con ampia bibliografia. 226 PARIBENI 1959, n. 43, tavv. 45, 46, pp. 30-31. 227 PARIBENI 1959, n. 44, tav. 46, p. 31. 228 DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 430, tav. 41; n. 472, tav. 45; n. 627, tav. 61; PALMA 1983, n. 41, pp. 97-101; KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 127, tav. 410; TRAVERSARI 1973, n. 57, p. 134, cfr. KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 132, tav. 411. 229 POMEROY 1984, pp. 20-23; BACCHIELLI 1995. 230 GHISLANZONI 1927a, pp. 165-166; ANTI 1927b; ROSENBAUM 1960, n. 6, pl. VIII, 3-4, pp. 38-39; KYRIELEIS 1975, p. 100, note 402-403. 231 POOLE 1963, p.xxxix, p. 42, pl. VIII; MORENO 1994, n. 412, pp. 328-329. 232 PRANGE 1990, p. 200, taf, 42, 1-2. 233 KYRIELEIS 1975, p. 180, J11, taf. 81, S. 85 f. 94. 234 SMITH 1998, n. 29, pp. 160-161. 235 ADRIANI 1948, pp. 22-23, tav. XVII, 1. 236 KRAELING 1962, pp. 177-180. 237 VERMEULE 1992, p. 786. 225 56 ne è, purtroppo, l’identificazione. Il volto, con una leggera torsione del collo verso destra, si caratterizza per il pathos dell’espressione cui contribuiscono le labbra appena socchiuse e l’orbita oculare infossata; la capigliatura, di corti riccioli che si dipartono dalla fronte con sottili linee incise, è caratterizzata dalla presenza dell’unico attributo distintivo, visibile sul profilo destro, un diadema piatto e stretto. Il diadema, simbolo di dignità regale maschile e femminile238, sarebbe stato adottato per primo da Alessandro Magno, retaggio della tiara dei re di Persia e poi dai successori239. In effetti, stilisticamente, il nostro ritratto si inserisce nella tradizione dei ritratti di dinasti ellenistici improntati al ritratto lisippeo di Alessandro Magno240. La ricognizione della ritrattistica dei dinasti ellenistici non consente un’identificazione del soggetto241: il ritratto di Tolomeo IV da Tolemaide242 che Laronde attribuisce genericamente ad un sovrano lagide243, presenta un diadema piatto e stretto, in tutto simile a quello del nostro ritratto. Nonostante l’attribuzione rimanga per ora anonima, si deve pensare o ad un sovrano o ad un alto funzionario. Di nessun interesse stilistico sono i due ritratti di fanciulle (nn. inv. 57, 72, età ellenistica?), in cui lo stato degradato di conservazione non consente una lettura dell’iconografia, peraltro molto semplificata, per cui le ipotesi di identificazione possono essere varie: iniziate al culto di Demetra, defunte, oppure ritratti pertinenti a gruppi di famiglia di benefattori locali244. Il busto funerario femminile (n. inv. 47, età giulio-claudia) è da considerare, a Cirene, uno degli esemplari più rifiniti ed elaborati della tipologia nota dei busti funerari per nicchia245: la femminilità della figura è caratterizzata dal volto tornito, dal collo con gli anelli di Venere ma, soprattutto, dall’acconciatura elaborata con tre file parallele di riccioli, a mo’ di corona, che terminano sulle tempie con tre ciocche a volute; due sottili ciocche di riccioli scivolano lungo il collo; sulla testa si nota l’elaborazione non rifinita dello chignon. Questa acconciatura si riscontra anche sulle maschere di mummie egiziane da Antinoe in cui compare lo chignon che nel nostro busto è solo accennato246: l’iconografia è stata interpretata come elaborazione dell’acconciatura di Iside, in uso per immagini di sacerdotesse e di alcune regine tolemaiche. 238 SAGLIO 1969a. WERNER RITTER 1965, affronta, con taglio diacronico, la storia dell’evoluzione del diadema come simbolo di regalità maschile dai re persiani ai regni ellenistici. 240 CHAMAY-MAIER 1987; MORENO 1987, pp. 92-96, fig. 45. 241 SMITH 1998. 242 ROSENBAUM 1960, n. 7, pl. IX, 1-2, p. 39. 243 LARONDE 1987, pp. 438-439, fig. 174. 244 Due ritratti di fanciulle dal Santuario dello Wadi Bel Gadi, benchè non offrano un confronto stilistico, pongono spunti di riflessione interessanti anche per i nostri ritratti: WHITE 1973, pp. 214215. 245 ROSENBAUM 1960, pp. 101-123; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49; n. 86, pl. 33, p. 49; n. 87, pl. 33, pp. 49-50; n. 88, pl. 34, p. 50; n. 89, pl. 34, pp. 50-51; n. 90, pl. 34, p. 51; BACCHIELLI 1977, con bibl.; BACCHIELLI 1990. 246 ROSENBAUM 1960, p. 17, nn. 3-4, pl. III. 239 57 All’inizio del I sec.d.C., periodo nel quale si colloca il nostro busto, l’iconografia ellenizzata di Iside, in particolare l’elaborazione della capigliatura247, è un fatto ormai acquisito a Cirene e la ripetizione del motivo va considerata di carattere locale. Bacchielli, esaminando l’intera serie di questi busti rinvenuti a Cirene e nella chora nota che “…la base concettuale del nuovo costume funerario e la sua data di inizio lo collegano strettamente all’arrivo dei Romani in Cirenaica, che si registra dal 96 a.C. in poi”248. Analizzando, poi, l’influsso che il ritratto funerario romano può aver esercitato su questa produzione locale, lo studioso ha notato che l’apparente “predominio del tipo giovanile” di cui parlava Rosenbaum249, sarebbe dovuto alla mancata capacità della ritrattistica di Cirene e Cirenaica di rielaborare il carattere analitico del ritratto romano, con la conseguente individuazione della fisionomia: nel nostro caso non siamo, quindi, in grado di dire con certezza se la defunta rappresentata fosse effettivamente una donna nel fiore degli anni, o piuttosto un’anziana, effigiata secondo la tipizzazione corrente. Il ritratto femminile idealizzato (n. inv. 49, I sec.a.C.- prima metà I sec.d.C.), presenta un’elaborazione formale decisamente semplificata, di una produzione “decorativa”, ancora in una fase di transizione fra la fine dell’età ellenistica e gli inizi dell’età romana250: il volto, caratterizzato da una certa sproporzione accentuata dalla torsione del collo verso sinistra, è incorniciato da una capigliatura bipartita da una scriminatura centrale in due sottili ciocche che scendono lungo il collo. Il ritratto di Commodo giovane (n. inv. 23, 175-177 d.C.) presenta un alto livello di elaborazione formale, unico esemplare di tutto il deposito in cui si possa apprezzare anche l’intervento di lucidatura del marmo. Il volto, dal morbido ovale, dall’espressione trasognata e proiettata in lontananza, dalla capigliatura di folti riccioli, ricchi sul capo tanto da poterne percepire la soffice consistenza, si direbbe quello di un adolescente, fra i 14-16 anni, in cui le labbra serrate, sembrano già indizio di una volizione. L’identificazione come Commodo251 si deve soprattutto al confronto con un busto conservato ai Capitolini252, modello per altri ritratti simili253. Da Cirene proviene un ritratto, pubblicato da Rosenbaum come “…member of the Costantinian dynasty”254 che Zanker identifica come ritratto di Commodo255, 247 SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27. BACCHIELLI 1990, p. 56. 249 BACCHIELLI 1977, pp. 88-91. 250 HUSKINSON 1975, n. 126, pl. 49, pp. 67-68. 251 BAHARAL 1996, fig. 81, pl. XXXIV. 252 BERNOULLI 1891, II,2, n. 29, p. 232, taf. LXIIIa, taf. LXIII b; WEGNER 1939, p. 264, tavv. 48-49; JONES 1969, pl. 52, n. 43; FITTSCHEN - ZANKER 1985, p. 81, n. 74; taf.84-86 und beil 96. 253 Ritratti senza barba: BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 43, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 34, WEGNER 1939, p. 270; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 38; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233 n. 50, WEGNER 1939 p. 254; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, n. 45, WEGNER 1939, p. 255; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 47, WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 46, WEGNER 1939, p. 256, BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 42, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 40, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 41, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 31, WEGNER 1939, p. 264; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 30, WEGNER 1939, p. 266. 248 58 riconoscimento rifiutato da Wegner256, ritengo con motivazioni molto convincenti e, direi, ulteriormente corroborate dal nostro ritratto257. Fatta eccezione per questo esemplare “dubbio” non sono noti altri ritratti di Commodo provenienti da Cirene. Il rinvenimento di questo ritratto nel deposito del Tempio di Cibele mi sembra offrire una diversa prospettiva da cui valutare il rapporto tra arte ufficiale e arte provinciale nella ritrattistica imperiale romana258. A Cirene si conserva un busto di Marco Aurelio259, il cui tratto caratterizzante è la lavorazione dell’occhio, che spiegherei con le parole impiegate da Polacco per descrivere due ritratti di Annia Lucilla (sorella di Commodo) provenienti da Apollonia: “l’iride convessa a forma di fagiolo e il contorno della pupilla reso con profonda incisione al compasso sono tipici dei ritratti aureliani (161-180)”260; in altre parole, questo dettaglio diventa un “tratto di famiglia”. Il Commodo capitolino, realizzato negli anni 175-177 d.C., manca di questa caratterizzazione dell’occhio o, perlomeno, ne risente in maniera molto meno accentuata; al contrario, il nostro giovane Commodo, realizzato presumibilmente negli stessi anni, è distinto proprio dallo sguardo, la cui profondità è data dalla lavorazione dell’iride e della pupilla. Come risolvere questa apparente aporia? Il nostro Commodo potrebbe derivare dal Marco Aurelio di Cirene, per cui Rosenbaum parla di “…«provincial» artist”261, come il Commodo capitolino potrebbe derivare da un tipo di ritratto di Marco Aurelio giovane conservato ai Capitolini262, datato al 140 d.C. e perciò privo della caratterizzazione dell’iride che, come detto, si riscontra a partire dal 160 d.C. In definitiva, negli stessi anni, il ritratto ufficiale esprimerebbe un tratto decisamente più conservativo di quello provinciale. ELEMENTI SCULTOREI FRAMMENTARI Tra i numerosi materiali frammentari è compreso anche un oggetto dell’arredo sacro, la piccola aruletta in calcare, integra (n. inv. 10, età romana), variante di una tipologia di arulae, diffusa dal VI sec.a.C. fino in età romana263: un corpo parallelepipedo centrale poggia su di una base con modanature a listelli; anche la mensa, aggettante rispetto al corpo centrale, presenta le stesse modanature. A Cirene gli esemplari noti, datati in età romana, sono ricondotti alla tradizione alessandrina per via delle iscrizioni a Serapide, Iside, Samotrax e delle raffigurazioni isiache264. 254 ROSENBAUM 1960, p. 75, n. 98, pl. LXI. ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1, 2. 256 WEGNER 1980, p. 83 (inv. C. 17011). 257 V. scheda per la discussione sull’ipotesi Zanker. 258 ZANKER 1983, pp. 26-29. 259 ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58. 260 POLACCO 1959, p. 309. 261 ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58. 262 FITTSCHEN - ZANKER 1985, taf. 71, n. 62; taf. 70, n. 61. 263 YAVIS 1949, pp. 171-172. 264 FABBRICOTTI 2007a, p. 286, 288. 255 59 Si tratta di oggetti portatili e quindi non facilmente riconducibili ad un contesto votivo o funerario: per il nostro esemplare penso che, data l’esiguità della mensa, debba essere ipotizzata una libagione per aspersione di vino od olio o per deposizione limitata di qualche cereale. In conclusione, può forse essere indicato un bilancio finale sul dato stilisticoformale offerto dai materiali esaminati. Beschi, tratteggiando un profilo di sintesi sulla scultura di Cirene, individuava presenze cicladiche e laconiche per il periodo arcaico, influenze di Egina e Paro per il periodo severo, un periodo classico “ateniese” ed una fase ellenistica in cui si nota un fiorire di espressioni locali in concomitanza con l’influsso di Alessandria; seguirebbe quindi nel tardoellenismo un manierismo che si rifà a modelli classici e quindi il classicismo di età romana e la tradizione copistica265. Posto che, come detto, gli esemplari del deposito dal Tempio di Cibele sono rappresentativi di un arco cronologico limitato, che si estende dal primo ellenismo fino al 175-177 d.C., termine ultimo cui è assegnato il ritratto di Commodo, per quanto riguarda il segmento temporale individuato, sembra di poter riconoscere le costanti della produzione scultorea di Cirene: l’ellenismo è una lunga fase di elaborazione stilistica, in cui si ripetono convintamente modelli attici precedenti, inserendo varianti proprie dall’esito sincretistico (rilievo con divinità greco-libye); vengono declinati prototipi noti con notevole libertà espressiva (le numerose varianti della Cibele in trono), talora, invece, è più tangibile l’attenzione filologica nel riprodurre il soggetto di un grande maestro (ritratto di atleta). Poco, in realtà, ho potuto notare dell’influsso di Alessandria, eccezion fatta per la statuetta miniaturistica di Afrodite intenta a sciogliersi il sandalo, forse da modelli o botteghe alessandrini, per il ritratto femminile con stepháne, per cui si è ipotizzata una mediazione da Alessandria, dove si rielaborano stilemi di IV sec.a.C. (in particolare di Leochares); per il busto di Iside, infine, non parlerei di influsso, bensì di importazione, quindi una concezione del tutto allotria. Si possono riscontrare anche le ricorrenze che Beschi individuava per la produzione romana, come il classicismo, evidente in due opere di alto livello, quali la Níke di età augustea, per cui si ipotizza il prototipo fidiaco e l’Efesto, di età adrianea, forse dall’originale di Alkamenes o, comunque, da modello di V sec.a.C. e nei due corrispettivi della piccola plastica, la piccola testa di Zeus Olympios e l’Ermes Propylaios. In definitiva, l’elaborazione artistica di Cirene, se da un lato non è identificabile in modo stringente in una scuola regionale, per cui il nome della città non figura nella rassegna delle scuole regionali di età ellenistica266 o nella personalità di singoli artisti, rivela comunque una tradizione fortemente consapevole nella rielaborazione dei modelli, ora con mano eclettica e talora “straniante”, ora con impressionante attenzione all’originale di cui si giunge ad eguagliare la concezione e la politezza formale. 265 266 BESCHI 1996, p. 437. PALAGIA-COULSON 1998. 60 I CULTI Il pantheon greco-libyo Il sincretismo del pantheon greco-libyo è distintamente leggibile sul rilievo con divinità greco-libye (n. inv. 2-2a). Le divinità greche Apollo, Era267, Artemide268, sono inserite in un contesto del tutto specifico ed anche oggetto di varianti iconografiche orientali, come nel caso di Bendîs269: la duplicazione della dea, nella versione greca e orientale, va interpretata presumibilmente sia nel senso di un potenziamento cultuale270, sia per la volontà di distinguere le varianti ormai acquisite della tradizione iconografica. Evidente è poi l’influsso egizio per cui Zeus è tutt’uno con l’Ammon dell’oasi di Siwah, sempre connotato simbolicamente dalla presenza dell’ariete271; riconoscibile è poi il sostrato libyo che identifica le figure femminili nell’abbigliamento272 e nella capigliatura273 come Ninfe Chthonie274; alla stessa sfera cultuale va ricondotta la figura di offerente maschile con corona. Ricorrente è poi il guerriero, identificato come divinità enchoria, legata alla più antica leggenda mitica di Cirene275. Questo consesso di divinità, ricorrente con varianti in altri rilievi da Cirene, laddove sono ben riconoscibili la coppia Demetra-Persefone o Aristeo-Asclepio276, deve aver rappresentato uno schema iconografico ricorrente per tutelare i fatti salienti della vita nella comunità cirenea: il legame coniugale, la funzione curotrofica, la paideia, il nesso con il mondo infero con Persefone regina dei morti e divinità poliadica quasi quanto la madre Demetra. Viatico del rito, ipotizzato in contesto rupestre277, il medium oracolare, forse nella forma oniromantica regolata da pratiche incubatorie, come attesterebbe la ricorrenza della figura di Asclepio-Aristeo278. 267 LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984; KOSSATZ - DEISSMANN 1997; STOJANOV 1988. KAHIL-ICARD 1984. 269 GOČEVA-POPOV 1986. 270 HADZISTELIOU-PRICE 1971. 271 BISI 1983; KEIMER 1938; LECLANT – CLERC 1981; PARKE 1967, pp. 194-241. 272 FABBRICOTTI 1987, p. 222. Parlano della cappa libya sia Erodoto, IV, 189 che Apollonio Rodio, IV, 1348/9. 273 FERRI 1937. 274 MICHELI - SANTUCCI 2000. 275 GHISLANZONI 1927b; STUCCHI 1987. 276 FABBRICOTTI 1987, fig. 1, n. 1; fig. 4, n. 3; fig. 5 n. 4, fig. 10, n. 8. 277 FABBRICOTTI 1987, pp. 241-244 pensa che i rilievi venissero allogiati nelle nicchie ricavate nella roccia del Santuario di Budrasc; sul Santuario: FERRI 1922. Ancora di recente il gruppo di ricerca dell’Università di Chieti, che da anni si occupa dei santuari rupestri della chora cirenea, ha ribadito la pertinenza dei rilievi al Santuario. Colgo l’occasione per una rettifica: i due frammenti di rilievi da me pubblicati, GIOVANNINI 2010, figg. 7-8, vanno ritenuti pertinenti come pubblicati in MENOZZI 2007, fig. 6. 268 61 Il deposito ci ha infatti restituito anche una statuetta di Aristeo (n. inv. 26) per cui si è notata la contiguità con l’iconografia di Asclepio. Il sincretismo a Cirene è possibile visto che si tratta di due “fratellastri”, figli di Apollo. Se dell’uno, tributario di un culto dedicato nel Santuario di Balagrae279 sono l’arte medica280 e i poteri mantici, l’altro ha le prerogative del dio civilizzatore, insignito della corona turrita come dio “eciste”281. Sempre al pantheon greco-libyo collegherei la figura di Persefone nell’atto dell’anakalypsis, individuata solo ipoteticamente su due rilievi (n. inv. 25, n. inv. 21), con maggior probabilità, invece, nella statuetta di figura femminile nell’atto dell’anakalypsis (n. inv. 55). La dea greca trova un singolare sincretismo con l’iconografia di una classe di monumenti scultorei rinvenuti a Cirene, le “divinità funerarie cirenaiche”, ipostasi della dea “…nelle sue qualità di sposa di Ade e di regina dell’oltretomba”282. Proprio in tale declinazione, quale tramite con il mondo infero e la dimensione ctonia, può essere interpretata la presenza della dea sul rilievo con heros equitans (n. inv. 21), forse pinakion celebrativo del giovane cavaliere defunto, in connessione con le guerre marmariche. Divinità orientali Cibele (nn. inv. 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 29, 30, 31, 32, es. senza n. inv.) Benchè non ci siano dubbi sull’affermazione e diffusione del culto di Cibele a Cirene, stanti le attestazioni scultoree, mancano tuttavia fonti letterarie283 o epigrafiche che possano testimoniare il momento in cui può aver avuto inizio il culto; inoltre, se si eccettua il Tempio di Cibele oggetto del presente studio, nessun Μητρῷον è mai stato identificato a Cirene o in Cirenaica284; va detto, per altro, che l’anonimità della dea è paradossalmente un tratto distintivo. La dea, di origine orientale, “Madre di tutti gli dei e di tutti gli uomini”285, presiede alla fertilità e alla fecondità e quindi, anche alla riproduzione, elemento questo che la assimila ad Afrodite286; il culto, dalla connotazione orgiastica, deve portare al rapimento, all’estasi con il frastuono della percussione di timpani e cembali; alla Madre “sono cari l’urlo dei lupi e dei fieri leoni”287. È molto probabile che, a Cirene, sia stato operato un sincretismo nella dimensione cultuale con la divinità metropolita, Demetra, anche a livello 278 GIOVANNINI 2010, pp. 193-195; p. 206. CALLOT 1999, p. 174, n. 117. 280 VITALI 1932, p. 133. 281 VITALI 1932, p. 130. 282 BESCHI 1969-70, p. 325. 283 Fatta eccezione per una tarda testimonianza di Sinesio che ricorda una processione per le strade di Tocra con una fanciulla travestita con gli attributi della dea: cfr. CALLOT 1999, n. 30, p. 56. 284 VERMASEREN 1977a, p. 128. 285 Hom. Hymn. 14. 286 BURKERT 2010, p. 346. 287 BURKERT 2010, p. 347. 279 62 iconografico, per cui l’immagine della dea seduta in trono diventa quasi un’icona comune alle due divinità288; inoltre, il sincretismo operante fra Demetra, Cibele, Iside ed Ecate è già stato notato in connessione con la dimensione cultuale del Santuario di Demetra lungo lo Wadi Bel Gadir289. In un rilievo a naìskos da Cirene290, la dea Cibele è affiancata da due divinità lavorate a bassissimo rilievo, Ecate ed Ermes; mentre nella nostra statuetta dal Tempio di Cibele (n. inv. 29), sulle ante del trono, compaiono a bassissimo rilievo Zeus ed Ermes: la possibilità delle molteplici associazioni sembra dovuta prorio alla natura stessa del potere di grande madre, rispetto alla quale tutti gli dei sono figli, ma, con evidente ambivalenza, la dea stessa nell’Inno omerico dedicato è definita “madre di tutti gli dei e di tutti gli uomini, figlia del grande Zeus”291. Iside (n. inv. 61) Ensoli Vittozzi ha dedicato una disamina molto articolata alla genesi e alla progressiva affermazione del culto di Iside a Cirene che, se nasce primieramente come riconoscimento di una dea precoloniale libyo-egizia, assume poi con la fondazione della colonia caratteri demetriaci292: la più antica attestazione scultorea a Cirene, di V sec.a.C. testimonia il sincretismo potente fra Iside e Demetra293. Al dominio tolemaico (ultimo ventennio del IV sec.a.C.) si fa risalire la realizzazione del Tempio di Iside nel Santuario di Apollo, sede del culto ufficiale, in cui la dea sarebbe stata venerata come divinità salutare294: qui prevalgono le influenze demetriache, come sposa e madre, quindi come kourotrophos295, come dimostra la statua di culto, rielaborata in età romana, di Iside stante con il piccolo Horus in braccio, sicuramente ripetuta in altri esemplari296, anche nelle cretule del Nomophylakeion297. Il polo cultuale più antico è quello del Santuario di Iside e Serapide sull’Acropoli, per il quale Ensoli, grazie alle più recenti indagini archeologiche, ha individuato otto fasi costruttive databili a partire dalla fine del VII-inizi VI sec.a.C. fino a tutto il V sec.d.C.298: da qui proviene la statua policroma della dea, forse di età 288 LONGARINI 2010, pp. 91-93. KANE 1998, p. 294. 290 PARIBENI 1959, n. 236, tav. 121, pp. 91-92. 291 Hom. Hymn. 14. 292 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 167; p. 171. 293 PARIBENI 1959, n. 30, p. 25, tav. 36. 294 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 180; p. 185; p. 190. 295 TIRADRITTI 1997, pp. 545-546. 296 PARIBENI 1959, n. 418, tav. 182, pp. 144-145; nn. 419, 420, tav. 182, p. 145; ENSOLI-VITTOZZI 1992, pp. 191-192, tav. IV, 2; tav. V, 1. 297 MADDOLI 1965, fig. 17, nn. 254, 255, p. 82; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 193, tav. V, 2-3. 298 ENSOLI 2007, p. 13: la studiosa affronta in dettaglio la ricostruzione delle fasi architettoniche. 289 63 ellenistica299; questo è il luogo in cui il culto assume valenze misteriche ed iniziatiche300, dove è testimoniata la presenza di una classe sacerdotale egiziana301. Si è voluto poi riconoscere Iside ed Arpocrate in un rilievo con divinità grecolibye, nella figura femminile vestita alla libya con bambino in braccio 302; le cretule del Nomophylakeion attestano alcune varianti dell’iconografia della dea, anche in forme sincretistiche303. Della vitalità del culto in età imperiale sono testimonianza: la statua di adepta di Iside, dall’Iseo nel Santuario di Apollo, di media età antonina304 e quella pressoché identica, della stessa epoca, dall’Iseo sull’Acropoli305; dal Praetorium di Gortina proviene una statua acefala, con serto di fiori e frutta a tracolla, in tutto simile alle due precedenti306; sempre dall’Acropoli proviene la statuetta di Iside in arenaria, di III sec.d.C.307; in tutti i manufatti compare il motivo della ghirlanda portata a tracolla. La dimensione cultuale di Iside è contaminata da altre divinità, per esempio da Ecate, nei caratteri mistici del culto308 e nei poteri magici309, come anche da Cibele, nella dimensione della fecondità/fertilità310; l’azione taumaturgica311 e l’oniromanzia sono in comune con Asclepio312, cui potrebbe essere simbolicamente ricondotta la stele con serpente dall’Iseo dell’Acropoli313; il duplice sincretismo Iside-Afrodite/Iside-Demetra descrive una polarità tra “gioia della primavera e splendore della vita e deperimento della natura in autunno e inverno ed oscurità della morte”314. Tra i vari monumenti scultorei la Demetra-Iside, assemblata con un corpo di peplophoros di età ellenistica e testa di Libya-Iside di I sec.a.C.315, è testimonianza del triplice sincretismo, quello più antico, fra Libya o divinità epicorica libya, riconoscibile dai riccioli calamistrati come raccolti a calotta a richiamare la parrucca, Iside, caratterizzata dagli attributi ormai perduti, Demetra, nel tipo della peplophoros. L’associazione tra Libya ed Iside si nota poi nell’erma bifronte (LibyaIside/Zeus Ammon) che sostiene un ariete, di età ellenistica316. 299 PARIBENI 1959, n. 411, p. 142, pp. 142-143; GHISLANZONI 1927a, pp. 172-187, fig. 16: l’autore data la testa e il corpo, che non ritiene pertinenti, al I sec.d.C; FERRI 1963 data l’esemplare ai primi decenni del IV sec.a.C. (p. 13, nota 34) e lo identifica come idolo del culto libyo-cirenaico di Iside. 300 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 209; TIRADRITTI 1997, pp. 545-546. 301 ENSOLI 2007, p. 25. La studiosa affronta la duplice valenza del culto di Iside, sull’Acropoli e nel Santuario di Apollo, in parallelo con la “duplicazione” del culto di Demetra, nel Santuario extraurbano ed in quello dell’Agorà, pp. 25-26. 302 FABBRICOTTI 1987, p. 225, fig. 4; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 210. 303 MADDOLI 1965, fig. 26, n. 484, p. 98; fig. 16, n. 221, p. 80; fig. 18, n. 258, p. 83; fig. 17, n. 252a, p. 82; ENSOLI-VITTOZZI 1992, pp. 212-213, tav. X, 2; tav. XI, 1-2-3. 304 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 223, tav. XV, 1, con bibl. 305 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 224, tav. XV, 2, con bibl. 306 PACE 1927, p. 124, fig. 2. 307 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 224, tav. XV, 3, con bibl. 308 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 232. 309 Nella religione egizia Iside è la maga per eccellenza: KÁKOSY 1997. 310 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 233. 311 Il potere magico di Iside si manifesta anche nell’azione taumaturgica: KÁKOSY 1997, p. 143. 312 Iside compare di frequente nei testi di oniromanzia: KÁKOSY 1997, p. 145. 313 ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 235. 314 WITT 1971, p. 128. 315 GHISLANZONI 1927a, pp. 198-201; PARIBENI 1959, n.78, tav. 62. 316 PARIBENI 1959, n. 416, p. 144, tav. 181; ENSOLI-VITTOZZI 1992, p. 237. 64 Dunque, quello di Iside è un culto profondamente radicato a Cirene, dalla continuità di vita fino al V sec.d.C.317. Divinità greche Le dee di Eleusi (nn. inv. 27, 53) Demetra, a Cirene, è divinità “metropolita” tributaria di un culto nel Tempio circolare dell’Agorà318, nel Santuario Extraurbano di Demetra319 e nel nuovo Santuario di Demetra a sud della cinta urbica, sito quest’ultimo che si sta rivelando come un polo santuariale di straordinaria entità320. Grazie alle recenti indagini archeologiche è stato possibile ricostruire quello che doveva essere il percorso dei riti thesmophorici321: la processione, muovendo dal tempio circolare nell’Agorà, percorreva la Skyrotà verso Est, piegava verso Sud per arrivare alla grande porta meridionale, quindi varcava il Propileo, monumentale accesso al Santuario di Demetra; continuava poi verso l’altare in calcare, prospiciente il Tempio di Demetra322. L’imponente area santuariale, allo stato attuale delle ricerche, comprende ancora: una serie di oikoi ad Ovest del Tempio di Demetra, il Teatro di Dioniso, una seconda serie di oikoi ad Ovest del Teatro, fino a giungere al Santuario Extraurbano di Demetra e Kóre323, limite ad oggi noto dell’area sacra324, da cui proviene l’attestazione più antica in onore della dea, su di una base in marmo, datata al IV-III sec.a.C.325. Per spiegare gli opposti estremi che si toccano nelle Tesmoforie, dalla morte alla rinascita di nuova vita, in cui le donne sono coinvolte in modo pressoché esclusivo, Burkert così si esprime: “le donne entrano così in contrasto con il sotterraneo, con morte e putrefazione, mentre nel contempo sono presenti sessualità e fecondità, con falli, serpenti e abeti; …i Greci alla fine hanno inteso Demetra thesmophóros come portatrice del «regolamento», dell’ordine del matrimonio, della civiltà, della vita in fondo, e ciò non del tutto a torto”326. 317 ENSOLI-VITTOZZI 1992, pp. 240-241. SANTUCCI 2000a, con bibl. 319 SANTUCCI 2000b, con bibl. 320 Le indagini archeologiche sono tuttora in corso ad opera della MIC dell’Università degli Studi di Urbino. Si veda, come contributo più recente: LUNI 2010c, con bibl. (in particolare, nota 37, p. 30); in generale, sull’analisi delle strutture, sulla funzione ad uso cultuale e sul rito: LUNI 2010 c, pp. 25-48. 321 Sull’attestazione di un culto thesmophorico a Cirene nell’Inno a Demetra di Callimaco: LUNI 2010c, nota 40, con bibl. 322 LUNI 2010c, pp. 25-43. 323 Sul culto di Demeter-Libyssa, cfr. WHITE 1987. 324 LUNI 2010c, pp. 43-47. 325 WHITE 1976-77, pl. LXXV, a; pp. 274-275. 326 BURKERT 2010, p. 450. 318 65 Per quanto riguarda Kóre, qui declinata non come “sposa e regina dell’oltretomba”, quindi nella gestualità tipica dell’anakalypsis, bensì quale fanciulla e figlia, va detto che, ad oggi, l’attestazione epigrafica più antica relativa al culto data al II sec.a.C.327. Dal Santuario di Demetra di Chiparissi a Cos provengono due statuette di Demetra e Kóre dedicate insieme, datate all’inizio del III sec.a.C.328: possiamo forse ipotizzare che anche la nostra Demetra (n. inv. 27) e la Kóre venissero dedicate all’interno di uno stesso sacello; anche nella coppia di Chiparissi la madre è di proporzioni maggiori della figlia329. La duplice versione iconografica della dea, come Persefone regina dell’oltretomba e come Kóre figlia divina, potrebbe forse ancora essere l’interpraetatio di un retaggio della tradizione eleusina330: la stessa divinità appare in ruoli differenti e talora anche simultaneamente331; Kóre e Thea sono due differenti duplicazioni di Persefone332, regina dei morti, il cui nome terribile e temuto, è evitato in conformità con le pratiche cultuali attestate in altri siti greci333. Divinità maschili La figura di Dioniso (nn. inv. 52, 13), dio della fertilità e della fecondità, il cui culto deve aver avuto origine in età tolemaica334, sia per le prerogative cultuali che per la tradizione letteraria ha un legame con le dee di Eleusi, come ci testimonia l’Inno di Callimaco a Demetra335 e come attesta la scoperta recente delle strutture monumentali all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene: il Teatro di Dioniso, la cui intitolazione è stata determinata tramite un’iscrizione reperita nell’area del Teatro336, si trova in un punto centrale del Santuario, tra il Tempio di Demetra e il Santuario di Demetra lungo lo Wadi Bel Gadir337. Il culto di Ermes, rappresentato dalla piccola erma arcaizzante (n. inv. 15), quasi essenza di sé stesso nello sdoppiamento fra dio ed erma338, potrebbe essere giunto in Cirenaica da Thera o dall’Arcadia, che ne è la patria di origine339; nell’epiclesi di Parammon è dio pastorale ma è da mettere in connessione, a Cirene, anche con l’istituzione ginnasiale340; nell’inno a Demetra è proprio Ermes che 327 WHITE 1972-73, p. 208, nota 26. La testimonianza epigrafica è problematica visto che la menzione di Kóre è esito di integrazione, in virtù della menzione di Demetra. 328 KABUS-PREISSHOFEN 1975, pp. 31-64; CORSO 2004, pp. 192-193, figg. 85-86. 329 Sulle varie combinazioni con cui sono associate le due divinità sui rilievi di V e IV sec.a.C. cfr.: PESCHLOW BINDOKAT 1972, pp. 109-121. 330 GASPARRO 1986; CLINTON 1992; LIPPOLIS 2006. 331 KERÉNYI 1967, p. 148, pp. 150-154. 332 KERÉNYI 1967, p. 155. 333 WHITE 1981, p. 24. 334 VITALI 1932, pp. 137-138. 335 LUNI 2010c, nota 75, p. 45. 336 MARENGO 2010, pp. 144-146, figg. 8-9. 337 LUNI 2010c, p. 43 e ss. 338 BURKERT 2010, p. 309. 339 VITALI 1932, p. 141. 340 CALLOT 1999, p. 261. 66 riconduce Kóre dall’Ade341 e ciò conferma ancora una volta l’importanza delle dee di Eleusi nel contesto cultuale di Cirene. La piccola testa di Zeus (n. inv. 12) che rappresenta il dio nella forma più propriamente greca, quale Zeus Olympios, è segno, ancora nel I sec.d.C., dell’antichissimo radicamento del culto a Cirene, con una particolare connessione con il Santuario ellenico testimoniata dall’iscrizione del Tesoro dei Cirenei a Olimpia di VI sec.a.C.342; naturalmente il dio è noto anche con altre epiclesi per altri culti, basti ricordare quello di Zeus Meilichios in associazione con le Eumenidi in un Santuario rupestre nella chora di Cirene343. Per il dio Priapo (n. inv. 28), una divinità minore propiziatrice di fertilità e fecondità, la nostra statuetta e le altre uniche due rappresentazioni scultoree 344 sono testimonianze tarde di un culto che a Cirene doveva avere un’attestazione ben più antica, come ricorda un’iscrizione su base di statua, dedicata al dio, datata tra il III e il II sec.a.C.345, nel Santuario di Apollo. La colossale testa di Efesto (n. inv. 34) sarebbe la prima ed unica testimonianza di un culto del dio a Cirene. È piuttosto interessante un’iscrizione su base di statua, datata alla seconda metà del II sec.d.C. che recita: “Al Padre di Samotracia, dio immortale e supremo”346; secondo Callot347, la dedica sarebbe di uno straniero e non avrebbe a che fare con il culto samotracio dei Cabiri348. Stante la riserva espressa, è forte la tentazione di risalire induttivamente ad un possibile culto di Efesto, evocato forse in formula anonima, secondo il rito misterico degli “dei di Samotracia”: “…i Cabiri sono genealogicamente classificati come figli o nipoti di Efesto”349, a Lemno ha sede il Santuario dei Cabiri, ma si trova anche il centro di culto di Efesto350. Bisogna poi ricordare che il Tempio di Cibele è collocato nell’area sacra del Diokourion351, la cui consacrazione al culto dei Dioscuri è testimoniata, fin da età arcaica, non solo dalla coppa con iscrizione dedicatoria352 ma anche da una cimasa di stele rinvenuta nei pressi del Tempio dei Dioscuri (già “Ipetrale”) decorata con i pilei dei Dioscuri353; nel Tempio di Afrodite, immediatamente adiacente il Tempio di Cibele, è stata rinvenuta una piccola testa di Dioscuro, datata al II-III sec.d.C., 341 Hom. Hymn. II, vv. 335 e ss. VITALI 1932, pp. 145-146. 343 CALLOT 1999, p. 264; LAZZARINI 1998; MENOZZI 2006, pp. 67-68; sul culto presso il Santuario di Ain Hofra, si veda FABBRICOTTI 2007b; sulla peculiarità del culto a Cirene: ZUNTZ 1971, pp. 101-103. 344 HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20; BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25. 345 CALLOT 1999, p. 84, n. 34; CARRATELLI 1963, n. 167, p. 317. 346 CARRATELLI 1963, n. 168, p. 317 (Museo di Cirene, Magazzino epigrafico); SEG, XX, 724; FABBRICOTTI 2007a, p. 280, n. 14 (andata perduta). 347 CALLOT 1999, n. 118, p. 97; p. 271. 348 SQUARCIAPINO 1959; GLÖKLER 1997. 349 BURKERT 2010, p. 505. 350 MASSA 2007-2008. 351 Cfr. cap. I. 352 LUNI-MARENGO 2010a, pp. 17-19, figg. 7-8. 353 STUCCHI 1975, p. 22, nota 8; LUNI-MARENGO 2010a, pp. 20-21, fig. 9. 342 67 mentre di un’altra testa, sempre conservata al British Museum come la precedente e della stessa epoca, non si conosce l’esatto punto di rinvenimento354. Va detto, inoltre, che lo stesso Paribeni nota l’analogia tipologica e formale fra i rilievi con i Dioscuri355 e quelli con heros equitans, di cui abbiamo ben sei esemplari all’interno del deposito del Tempio di Cibele, datati in un arco cronologico fra età ellenistica e I sec.d.C. Tutti questi ritrovamenti nell’area sacra dell’Agorà testimoniano una continuità di culto dall’epoca arcaica fino ad età imperiale avanzata. Il collegamento con il culto dei Dioscuri non è irrilevante, visto che stretto è il rapporto fra Cabiri, Dioscuri e dei di Samotracia356; se, quindi, Efesto è “padre” dei Cabiri, la cui identità coincide con quella dei Dioscuri, non può sfuggire il legame tra questi ed Efesto, per cui, in un’area da sempre consacrata ai fratelli divini, avrebbe potuto trovare posto il simulacro colossale del dio, forse qui deposto in età adrianea, momento in cui, con spirito “filologico”, si valorizzerebbe un antico culto nell’area dell’Agorà: forse ancora in chiave celebrativa del legame con la madrepatria e con Sparta? Non dovrebbe, del resto, stupire, visto che ancora alla fine del IV sec.d.C. Sinesio poteva scrivere in una lettera ad un amico, orgogliosamente: “quanto all’origine io sono Laconico”357. Tra le sculture del Tempio di Cibele è stato rinvenuto anche il ritratto di atleta (n. inv. 54), dedicato probabilmente dal clan aristocratico di cui il giovane atleta faceva parte, forse ancora con spirito di eusébeia verso l’antichissimo culto dei Dioscuri ospitato nell’Agorà: anche i rilievi con heros equitans rinvenuti nel Tempio, come detto formalmente simili a quelli con i Dioscuri, devono essere stati dedicati da ghéne aristocratici, almeno gli esemplari in marmo. Potrebbero essere, queste, testimonianze della sopravvivenza, in epoche diverse, di un culto aristocratico, ancora in connessione con l’antico Dioskourion dell’Agorà; va ricordata, infine, la testimonianza di Pindaro che menziona Castore come protettore della casa regnante358. Divinità femminili Il culto di Afrodite (nn. inv. 19, 67), di cui si fa risalire l’origine addirittura ai primordi della colonia359, come dimostrano le piccole sculture dal Tempio di Cibele, nonché le numerose statue e statuette rinvenute a Cirene, è oggetto di venerazione in età ellenistica e romana360; la dimensione cultuale, connessa con la sfera sessuale361 dell’Ouranía362 e della Pándemos, dalla preponderante forza vitale, presenta elementi di contaminazione con Cibele, Demetra, Iside ed Ecate. 354 HUSKINSON 1975, n. 39, pl. 15, pp. 20-21; n. 38, pl. 15, pp. 20-21; LUNI-MARENGO 2010a, p. 21, fig. 10. 355 PARIBENI 1959, n. 394, tav. 174, p. 137. 356 BURKERT 2010, p. 400. 357 FRASER 1972, p. 786. 358 VITALI 1932, p. 138. 359 VITALI 1932, p. 124. 360 CALLOT 1999, pp. 257-258. 361 PARKER 2011, p. 77. 362 ANTI 1927a. 68 Ecate (nn. inv. 24, 44, 62), dea universale e benefattrice, dispensatrice di luce e associata alla luna e quindi simbolo della ciclicità della vita, dispiega funzioni ctonie, funerarie e profilattiche fino a divenire dal V sec.a.C. una dea legata alle superstizioni e alla magia, soprattutto in età ellenistica. La più antica attestazione epigrafica è di V sec.a.C. con la menzione della dea, insieme ad Afrodite, su di un altare dal Santuario di Apollo363; anche Ecate, come Dioniso, è legata alle dee di Eleusi: è presente “…al momento del ratto di Kóre; Ecate accompagna Demetra nella sua ricerca reggendo la fiaccola, saluta Kóre che ritorna e ne diventa la compagna inseparabile”364. Già dal primo ellenismo la dea è venerata a Cirene come dea dai poteri profilattici e taumaturgici in associazione anche con altre divinità dalle prerogative analoghe come testimonia un’iscrizione dall’Agorà degli Dei, datata al IV-III sec.a.C.365: qui la compresenza fra “Hygieia, Panakeia ed Hekáte” si spiega con la connessione delle tre dee con la sfera femminile366. In riferimento alle pratiche cultuali è interessante un’iscrizione datata al III sec.a. C. in cui è espresso il divieto di introdurre incenso nello spazio consacrato alla dea, perché dannoso per l’aura lunare e notturna di Ecate367. La venerazione per la dea continua anche in età romana come si evince dalla presenza di Ecate dadofora su di un rilievo con divinità greco-libye datato in età romana368. Culto dei Tolomei Il ritratto femminile con stepháne (n. inv. 35-35a) e il ritratto maschile con diadema (n. inv. 71) riconducono, stilisticamente, alla ritrattistica tolemaica: benchè, infatti, non sia al momento possibile ricostruirne l’esatta identità, il volto femminile è con ogni probabilità quello di una regina, forse divinizzata, mentre quello maschile deve essere interpretato come effigie di un dinasta o, altrimenti, di un alto funzionario lagide. Le testimonianze scultoree superstiti non offrono confronti stringenti 369 ma attestano la diffusione di immagini dei Tolomei, sia a Cirene che in Cirenaica; numerose sono poi le iscrizioni che, a partire dal III sec.a.C. menzionano i sovrani lagidi e gli alti funzionari di corte370; proprio nell’Agorà sono state trovate iscrizioni dedicatorie su basi di marmo per statue (non rinvenute) di Tolomeo Evergete II (dopo il 145 a.C.), Cleopatra III (fra il 128 a.C. e il 116 a.C.), Tolomeo Sotere II (dopo il 115 a.C.)371: sotto Evergete II sono citati “…sacrifici annuali, libagioni e devoti che preghino per «la salute e salvezza del re, delle regine e dei loro figli»”; 363 CARRATELLI 1963, n. 215, p. 341. Le attestazioni vanno dal V al III sec.a.C.: CARRATELLI 1963, n. 217, p. 341; n. 218, p. 342; n. 219, p. 342; n. 220, p. 342; CALLOT 1999, p. 83. 364 BURKERT 2010, p. 416. 365 FERRI 1923, p. 10, h; VITALI 1932, n. 209, p. 83; PRESICCE 1992, p. 157, fig. 6. 366 PRESICCE 1994, p. 94. 367 CARRATELLI 1961. 368 FABBRICOTTI 1987, n. 8, fig. 10, pp. 230-231. 369 CALLOT 1999, pp. 210-211; STUCCHI 1967, pp. 121-127. 370 CALLOT 1999, pp. 90-91. 371 PESCE 1959, p. 677; VON HABSBURG 1985, p. 363. 69 mentre sotto il regno di Soter II è indicata la prassi rituale cui devono attenersi sacerdoti e sacerdotesse nell’adornare i templi e nell’offrire sacrifici372. È stata ipotizzata l’esistenza di un ciclo dinastico tolemaico alloggiato in nicchie nel Tempio di Zeus: “le nicchie avrebbero ospitato almeno i primi due re Tolomei, Sotere e Filadelfo, le rispettive consorti, Berenice I e Arsinoe I, la coppia regnante, Tolomeo III e Berenice II e forse i genitori di quest’ultima. Al supposto gruppo dinastico apparterrebbe la testa di Tolomeo III, rinvenuta da Guidi nel 1929 all’interno della cella”373; Tolomeo III e Berenice II sono considerati σύνναοι delle divinità maggiori374. Ma sarebbe suggestivo pensare che, in seguito, la sede dedicata per l’esposizione di statue per un culto dinastico potesse essere il Cesareo, Ptolomaion, eretto probabilmente da Tolomeo VIII Evergete II375; qualora i nostri ritratti debbano essere considerati pertinenti ad un gruppo, si potrebbe pensare ad una soluzione simile al Serapeion di Alessandria, con il gruppo di Serapide, re e regina376 (il culto della dinastia regale e di Serapide fu di centrale importanza per i Tolomei)377. In realtà Fraser nega la presenza del culto di Serapide e “ della sua famiglia” sia a Cipro che a Cirene378; per quanto riguarda le attestazioni archeologiche a Cirene, non possiamo trascurare quella del Tempio di Iside e Serapide sull’Acropoli, tra i più antichi luoghi di culto della città379, in cui la dedica alle divinità alessandrine è stata interpretata come epressione diretta della volontà dei Tolomei380. Non stupirebbe che venissero recepiti modelli alessandrini visto il rapporto privilegiato tra Cirene ed Alessandria: già prima della realizzazione del Ptolomaion, con il Filadelfo e l’Evergete, Cirene è riconosciuta tra i centri propulsori, insieme a Cos e Samo, da cui deriva l’intelligentia di Alessandria: a questi tre centri è riconosciuto un ruolo di primo piano nello sviluppo della regalità tolemaica381. A riprova della vicinanza fra i due centri si può notare che Cirene è la prima città greca assorbita dalla sovranità tolemaica e che vi sono elementi comuni nell’ordinamento civico; anche l’organizzazione della comunità giudaica, dovuta all’iniziativa dei Tolomei, è simile nei due centri382. 372 FRASER 1972, p. 233. PRESICCE 2007, p. 206; sul ritratto di Tolomeo III, si veda ROSENBAUM 1960, n. 5, p. 37, pl. VIII, 1-2. 374 LARONDE 2007, p. 286, 288. 375 LUNI 2006, p. 40. 376 SMITH 2005, p. 207, fig. 227. 377 WALBANK 1983, p. 126. 378 FRASER 1972, p. 275. 379 ENSOLI 2007, p. 13. 380 ENSOLI 2000a, p. 56. 381 FRASER 1972, p. 307. 382 FRASER 1972, p. 48, p. 56. 373 70 V. CATALOGO Le sculture, attualmente conservate presso il Magazzino del Museo Archeologico di Cirene, ad eccezione degli esemplari nn. inv. 68, 36, 76, 75, conservati presso il Magazzino della Missione Italiana a Cirene (Casa Parisi), sono state oggetto di un intervento di pulitura a fini conservativi, operato dal Dott. Oliviero Gessaroli, restauratore della Missione Archeologica Italiana a Cirene dell’Università degli Studi di Urbino. Un primo intervento con acqua distillata è stato mirato all’asportazione dello strato terroso superficiale; successivamente, per eliminare le incrostazioni calcaree dovute al ricircolo delle acque sotterranee, si è proceduto con degli impacchi di polpa di carta imbibiti con una soluzione di acqua e carbonato d’ammonio al 5%. Il passaggio successivo è consistito nella rimozione della polpa con strumenti non metallici (pennelli, spazzolini). Infine, sono stati eseguiti dei calchi di alcuni esemplari, attualmente conservati383 presso la Gipsoteca dell’Università degli Studi di Urbino. Abbreviazioni usate: N. inv.: numero di inventario Alt.: altezza (massima) Largh.: larghezza (massima) Prof.: profondità (massima) Spess.: spessore (massimo) MIC: Missione Italiana a Cirene MMC: Magazzino del Museo di Cirene Casa Parisi: Magazzino della Missione Archeologica Italiana a Cirene 383 Nn. inv. 2-2a; 5; 24; 44; 56; 53; 27; 55. 71 V.1 Rilievi V.1.1 Rilievi con divinità 1. Rilievo con divinità greco-libye (Tav. I, 1-2). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 2-2a. Dimensioni: alt. 39 cm; largh. 82 cm; prof. 15 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: PURCARO 2010. Condizione: la lastra, ricomposta da due frammenti, è attraversata da una frattura longitudinale circa a metà dello sviluppo del rilievo; lacunosa è la parte superiore; la superficie del marmo risulta parzialmente corrosa. Descrizione: il rilievo, caratterizzato da una base che delimita il campo figurato, presenta una teoria di divinità maschili e femminili. In primo piano quattro figure, da sinistra a destra: una figura femminile isolata, seduta su cista o masso stondato, è rivolta verso sinistra ed è caratterizzata dall’abbigliamento libyo (cappa su chitone podéres) e dalla capigliatura di riccioli calamistrati; regge una piccola coppa apoda con la mano sinistra. Segue una coppia di figure, proprio al centro della scena: la prima, ben riconoscibile, è Zeus Ammon, seduto di tre quarti sull’ariete accovacciato; il dio, avvolto nell’himation, è caratterizzato dalle corna di ariete. Di fronte, siede di tre quarti su di un masso stondato Apollo mantico, avvolto nell’himation e caratterizzato dal volumen appoggiato sul grembo; il dio porta lunghi riccioli che scendono raccolti sulle spalle. Chiude questa sequenza primaria una figura femminile, seduta su cista o masso stondato, rivolta a destra e caratterizzata da chitone podéres ed himation; la capigliatura è dettagliata da lunghi riccioli che scendono sulle spalle. La donna imbraccia con entrambe le mani un oggetto dalla forma curvilinea, interpretato come cornucopia384 ma piuttosto da riconoscere come arco, attributo che inequivocabilmente dovrebbe identificare la figura come Artemide385. In secondo piano, compaiono dodici personaggi stanti frontali, da sinistra: una figura maschile avvolta in himation dal volto completamente abraso, segue un altro personaggio maschile dal volto barbato; quindi una figura femminile caratterizzata da una capigliatura di riccioli ben visibili sulla fronte e da un polos 384 PURCARO 2010, p. 189. Questa nostra figura sembra essere una variante di una Artemide con arco presente su di un rilievo dall’Acropoli, datato al terzo quarto del IV sec.a.C., conservato al Museo Nazionale di Atene: KAHILICARD 1984, n. 674, p. 672. 385 72 velato; a lato un giovane offerente in himation impugna con entrambe le mani una corona. Alle spalle di Zeus Ammon compaiono: una figura di guerriero, caratterizzato da corazza, veste podéres, bandoliera e pilos ed una figura femminile, forse Era Ammonia, visto che con la mano sinistra è compiuto l’atto dell’anakalypsis, vestita di himation con lunghi capelli ricadenti lungo il collo, polos e velo. Segue una figura femminile completamente avvolta nell’himation, forse un’adepta del culto di Iside. A lato compare un personaggio maschile in himation dal volto barbato, danneggiato dalla consunzione; un altro personaggio maschile in himation, con il braccio sinistro piegato sull’addome, è l’unica figura che non guarda in posizione frontale, bensì alla sua destra. Chiudono la teoria tre figure femminili: la prima ha il capo avvolto nell’himation ed il collo subisce una leggera torsione verso destra. Segue una figura femminile libya per l’abbigliamento e la capigliatura e all’estrema destra si colloca Bendîs, con nebrìs e fiaccola. Sopra queste figure, in alto a destra una linea irregolare in rilievo isola la quadriga di Hélios di cui sono visibili ormai solo le protomi dei quattro animali incedenti verso sinistra. Questo rilievo appartiene ad una tipologia di rilievi cultuali ben nota a Cirene : rappresenta paradigmaticamente il sincretismo culturale e cultuale affiorante nella produzione scultorea cirenea. La matrice greco-attica si rivela nella struttura compositiva del campo figurato, con la paratassi dei soggetti entro uno spazio circoscritto, ricorrente nei rilievi votivi attici ed in quelli funerari387, similmente nei rilievi di carattere politico388; si evidenzia poi anche nella caratterizzazione dell’abbigliamento (chitone ed himation)389. Le divinità del pantheon olimpico (Apollo, Era,)390 sono inserite in un contesto del tutto specifico ed anche oggetto di varianti iconografiche orientali, come nel caso di Bendîs391. Evidente è poi l’influsso egizio per cui Zeus è tutt’uno con l’Ammon dell’oasi di Siwah, sempre connotato simbolicamente dalla presenza dell’ariete392; riconoscibile è poi il sostrato libyo che caratterizza le figure femminili nell’abbigliamento393 e nella capigliatura394 come Ninfe Chthonie395; ricorrente è poi 386 386 FABBRICOTTI 1987; FABBRICOTTI 1996; FABBRICOTTI 1997; WANIS 1992; GIOVANNINI 2010; PURCARO 2010; MARINI 2012. 387 BESCHI 1969-70; BÖHM 2003; COMELLA 2001; COMELLA 2002; HAMILTON 2009; HAUSMANN 1960; JONES - ROCCOS 2000; MITROPOULOU 1976; PARODO 2001; REINACH 1909. 388 LAWTON 1955. 389 LOSFELD 1991; MCKELDERKIN 1928. 390 LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984; KOSSATZ - DEISSMANN 1997; STOJANOV 1988. 391 GOČEVA-POPOV 1986. 392 BISI 1983; KEIMER 1938; LECLANT – CLERC 1981; PARKE 1967, pp. 194-241. 393 FABBRICOTTI 1987, p. 222. Parlano della cappa libya sia Erodoto, IV, 189 che Apollonio Rodio, IV, 1348/9. 394 FERRI 1937. 395 MICHELI - SANTUCCI 2000. 73 la figura del guerriero, identificato come divinità enchoria, legata alla più antica leggenda mitica di Cirene396. 2. Rilievo con teoria di divinità (Tav. II, 3-4). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 17-48. Dimensioni: alt. 28 cm; largh. 31 cm; prof. 6 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la lastra, ricomposta da due frammenti, è attraversata da una frattura longitudinale a metà dello sviluppo del rilievo; manca la parte superiore e la superficie del marmo risulta gravemente consunta. Descrizione: il campo figurato, delimitato dalla base del rilievo e da due cornici laterali, è costituito da una teoria di cinque figure, acefale o dai lineamenti illeggibili, probabilmente divinità. Da sinistra a destra: un personaggio maschile seduto frontale su di un trono con schienale curvo, vestito di himation che sembra lasciare nudo il torso; il braccio destro è in appoggio sulla seduta, mentre il sinistro è piegato a reggere il lembo dell’himation. Segue una figura femminile stante frontale, vestita di chitone podéres ed himation; il braccio destro non è visibile a causa della consunzione della superficie del marmo, mentre il sinistro è ripiegato sotto il petto; si distingue nettamente la flessione del ginocchio sinistro. Alle spalle della figura, in rilievo, compare un elemento verticale desinente in un piccolo rettangolo: non è chiara la natura dell’oggetto. Segue una figura femminile stante frontale, vestita di chitone podéres cinto in vita: non si distingue il braccio destro, mentre il sinistro sembra impegnato a reggere un attributo pressoché illeggibile (fiaccola, scettro?); risulta evidente la flessione della gamba destra. Accanto siede frontalmente un personaggio maschile (?) vestito di chitone podéres e himation il cui lembo dalla mano destra passa all’avambraccio sinistro. Due bande parallele in rilievo si intravedono dietro la nuca, forse ad indicare un cuscino poggiatesta; il trono si confonde con l’ingombro della figura. Chiude la sequenza un personaggio maschile stante vestito di himation il cui lembo è disposto a tracolla sul petto; la posizione del braccio destro è coperta dalla figura seduta, mentre il braccio sinistro è appoggiato sulla gamba con il palmo della mano aperto. 396 GHISLANZONI 1927b; STUCCHI 1987. 74 La lettura di questa scena risulta molto problematica a causa dello stato di danneggiamento del rilievo, in parte lacunoso e della corrosione del marmo che non consente l’individuazione di attributi o di dettagli caratterizzanti. La paratassi ieratica delle figure, tutte in posizione rigorosamente frontale, rende plausibile l’ipotesi di un consesso divino: ad aprire e chiudere la teoria due personaggi in trono. Non è chiara, inoltre, la natura dell’oggetto che, al centro, separa le due figure femminili: non so se si possa interpretare come l’estrema semplificazione di un rilievo sorretto da portarilievo come compare in una lastra votiva da Oropos, datata alla prima metà del IV sec.a.C.397. La figura femminile centrale, acefala, impugna forse una fiaccola, per cui si potrebbe pensare ad Ecate398: la dea dadofora compare su di un rilievo votivo da Cirene399. Il rilievo differisce formalmente da quelli con divinità greco-libye, sia per lo schema iconografico che per la caratterizzazione dei soggetti: qui compare, infatti, un numero limitato di figure ed, inoltre, manca completamente la volontà di segnalare l’identità libya; in ogni caso, l’impostazione statica e solenne non può essere che quella di un consesso divino. 3. Rilievo con divinità femminile (Tav. III, 5-8). Età ellenistica (primo ellenismo). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 25. Dimensioni: alt. 28,6 cm; largh. 12,6 cm; prof. 8,1 cm. Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi400. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo è gravemente lacunoso con un’unica figura superstite che doveva probabilmente chiudere una teoria di divinità; manca anche della parte terminale; la superficie del marmo non è gravemente corrosa e si notano due fori sulla veste401, in corrispondenza dei piedi. La superficie sul retro è ben levigata. Descrizione: sulla lastra compare una figura femminile stante frontale, purtroppo acefala, vestita di chitone podéres da cui spuntano i piedi calzati; sopra è panneggiato un ricco himation con apoptygma. Un lembo arrotolato, forse del mantello sistemato sul capo a mo’ di velo, copre il seno sinistro e lambisce il seno destro. Il braccio destro è rotto all’altezza della spalla; mentre il sinistro, lungo il corpo, trattiene con la mano un lembo della veste che si dispiega con morbide volute; sotto il braccio, all’altezza del gomito, il mantello è come arrotolato con un nodo. 397 COMELLA 2002, p. 132, fig. 134. SARIAN 1992. 399 FABBRICOTTI 1987, fig. 10, n. 8. 400 LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7 401 Ø 0,2 cm. 398 75 Vistosa è la flessione della gamba destra flessa che sembra controbilanciare l’inarcatura della spalla destra. La postura del corpo e la gestualità potrebbero essere quelle di una figura nell’atto dell’anakalypsis, il gesto dello svelamento, con una soluzione iconografica simile all’esemplare n. 55 del deposito, dea in anakalypsis, in cui il braccio destro è girato verso l’esterno e ripiegato sul capo a sistemare il velo. È noto che il gesto, connotante le spose nell’atto rituale degli Anakalypteria402, ricorre, con notevole frequenza, nell’iconografia di Afrodite403: la dea, ritratta in questa gestualità, compare anche su monumenti scultorei da Cirene404. L’atto dell’anakalypsis è poi associato alla sposa divina per eccellenza, Era405, caratterizzata in questa gestualità anche a Cirene406 all’interno di una teoria di divinità che ripete la sequenza di Dodekatheoi su di un altare da Atene407: ritengo, inoltre, che una Era Ammonia in anakalypsis possa essere la figura che compare associata a Zeus Ammon in alcuni rilievi votivi da Cirene408. Va detto, infine, che proprio a Cirene, l’atto di portare la mano al velo ricorre su una particolare classe di monumenti, i segnacoli tombali configurati con sembianze femminili409: si è voluto vedere in queste immagini l’ipostasi di Persefone, “…nelle sue qualità di sposa di Ade e di regina dell’oltretomba” 410; la connessione con l’ambito funerario è poi documentata dalla ricorrenza del gesto sulle stele funerarie attiche411. Naturalmente, data la frammentarietà del rilievo e l’incompletezza della figura, non è possibile definire con certezza né la postura né tanto meno l’iconografia del soggetto. V.1.2 Rilievi con heros equitans Tipo I: cavaliere su cavallo rampante (o al galoppo) incedente verso destra 1. Heros equitans (Tav. IV, 9). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 16. Dimensioni: alt. 19,4 cm; largh. 17 cm; prof. 3,1 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. 402 OAKLEY 1982, nota 16, p. 116. DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 136, 143, p. 17; n. 185, p. 21; n. 225, p. 25; nn. 235, 237, p. 27; CAPALDI 2009, n. 24, pp. 58-62; FURTWÄENGLER 1964, p.71, fig. 24; BLÜMEL 1966, pp. 98-99, abb. 192-195. 404 ANTI 1927, p. 44, fig. 3; TRAVERSARI 1959; PARIBENI 1959, n. 49, p. 34, tav. 49; n. 63, p. 41, tav. 48. 405 KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 207, p. 684; n. 208, p. 684; n. 261, p. 689. 406 PARIBENI 1959, n. 64, tav. 57. 407 BERGER – DOER 1986, n. 5, p. 649. 408 GIOVANNINI 2010, pp. 193-194, figg. 1-2. 409 FERRI 1929; BESCHI 1969-70. 410 BESCHI 1969-70, p. 325. 411 SISMONDO RIDGWAY 1997, p. 168, pl. 40. 403 76 MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il piccolo rilievo manca della parte superiore ed è parzialmente frammentario sui due lati. Il campo figurato è compreso all’interno di una cornice lavorata a listello piatto che, con tutta probabilità, doveva circoscrivere l’immagine su tutti i lati. La superficie del marmo presenta punti di corrosione. Descrizione: un cavaliere, ritratto nel profilo destro, è in sella al suo destriero; l’animale, ben delineato nell’anatomia, è rampante verso destra con la punta della coda e lo zoccolo anteriore destro in appoggio sulla linea di base del rilievo. Il motivo dell’heros equitans412, qui riconoscibile, si attesta prevalentemente in epoca ellenistica, con una continuità in epoca romana, fino in età tarda nella declinazione del Cavaliere Tracio413. L’iconografia, declinata in diverse varianti, è già ampiamente attestata a Cirene414, anche in esemplari inediti (Fig. 44) e in Cirenaica415: non è univoca, però, l’interpretazione degli studiosi sulla valenza simbolica dei rilievi con heros equitans nei contesti di Cirene e della Cirenaica. Se, infatti, Pandolfi sostiene che sia prevalente il significato votivo piuttosto che l’eroizzazione del defunto in quanto “…i rilievi sono da mettere in relazione con un ambiente dove esisteva una classe di cavalieri che poteva o onorare un dio rappresentandolo a cavallo o offrire ex-voto rappresentanti gli offerenti a cavallo”416, secondo Kane è la volontà di eroizzazione del defunto che spiega il significato delle immagini417. Il rilievo più complesso della serie, da Apollonia, rappresenterebbe invece il culto tributato ad uno solo dei Dioscuri, Castore, in qualità di eroe418. È plausibile che il nostro pinakion rappresenti un ex-voto voluto da qualche esponente della nobiltà cirenea. 412 CERMANOVIĆ-KUZMANOVIĆ ET ALII 1992. VAGALINSKI 1997. 414 PARIBENI 1959, n. 394, tav. 174; n. 395, tav. 174; n. 396, tav. 174; PANDOLFI 1998, pp. 449-450, tavv. I-II; KANE 2003; MEI 2010b, p. 223, fig. 9. 415 BONANNO 1979, p. 63, n. G39, pl. IV; DOBIAS-LALOU 2006; MICOCKI 2010, p. 193, fig. 24. 416 PANDOLFI 1998, p. 453. 417 KANE 2003, pp. 27-28. 418 DOBIAS-LALOU 2006, p. 89. 413 77 Fig. 44. Rilievo in calcare, Casa Parisi, (foto V. Giovannini). 2. Heros equitans con clamide aperta (Tav. IV, 10). Tardo ellenismo. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 64 Dimensioni: alt. 22,2 cm; largh. 16,4 cm; prof. 6,7 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo risulta gravemente frammentario sulla base, sul lato destro e sulla parte superiore; la superficie, ormai evanida, consente solo una schematica lettura dell’immagine. Descrizione: diversamente dal rilievo precedente, la figura dell’heros equitans non è qui circoscritta entro cornice. La variante principale è la clamide aperta al vento che caratterizza il cavaliere: il destriero è sempre rampante verso destra con la coda e lo zoccolo posteriore destro puntati sulla linea di base. Lo schema iconografico del cavaliere su destriero rampante riconduce sempre alla tipologia del pinakion votivo con heros equitans419. 3. Heros equitans con clamide a tracolla (Tav. IV, 11). Età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 22. Dimensioni: alt. 32,5 cm; largh. 13,5 cm; prof. 7 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC 419 Per la lavorazione: cfr. PARIBENI n. 394, tav. 174, p. 137. 78 Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo si presenta gravemente frammentario su tutti i lati; si distingue la linea di base del rilievo lavorata a listello sporgente e la superficie del marmo consente ancora la lettura dell’immagine. Descrizione: il cavaliere, acefalo, incede verso destra ed è qui maggiormente caratterizzato nei dettagli dell’abbigliamento, nel corto chitone e nella clamide che, con un lembo, è passata sul petto e portata a tracolla fino a lambire il fianco destro dell’animale. Anche l’animale è delineato con ricercatezza di dettaglio anatomico: si distinguono, infatti, sia la descrizione degli arti posteriori che l’accenno del ventre e dei genitali. Qui la figura del destriero non sembra più in posizione rampante, bensì incedente; così, data anche la frammentarietà del rilievo non si può escludere che il rilievo continuasse verso destra con un’altra figura di cavaliere secondo una soluzione simile a quella di un altro rilievo da Cirene in cui è stata riconosciuta la coppia dei Dioscuri420. L’elemento di similitudine è dato dal risvolto della clamide portato a tracolla; ciò che, invece, diverge è la postura del braccio destro che, nel nostro rilievo, è piegato in avanti, probabilmente a trattenere le redini, mentre nel rilievo dei Dioscuri è sollevato in alto forse per incitare al galoppo. Tipo II: cavaliere stante frontale 4. Heros equitans offerente (Tav. IV, 12). Fine I a.C.-inizi I sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 20. Dimensioni: alt. 33 cm; largh.28 cm; prof. 3,5 cm. Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi421. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo è frammentario nella parte inferiore e sul lato destro; è ben leggibile, invece, il margine superiore. La superficie del marmo, corrosa in più punti, consente comunque di distinguere le linee dell’immagine. Descrizione: il cavaliere stante frontale davanti al cavallo è vestito con una lorica di tipo ellenistico con corsetto cilindrico dal quale scendono due balze caratterizzate da pteryghes; in vita è allacciata la cintura (cingulum) con le estremità del nodo fermate al di sotto della cintura stessa. La figura, acefala, con la mano destra distesa in avanti porge una phiale; il braccio sinistro, coperto in parte dal mantello portato a tracolla sul petto, è flesso con la mano in appoggio sul balteus. Le gambe sono fratturate poco sopra le ginocchia; il 420 421 PARIBENI 1959, n. 392, tav. 173. LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7. 79 destriero, dalla sagoma elegante, è visto di profilo con una lunga coda flessuosa e con il muso reclinato sul petto; si distinguono ancora le redini sul collo. Ancora una figura di heros equitans, nella variante del cavaliere stante caratterizzato dal gesto dell’offerta. La caratterizzazione dell’abbigliamento ricorre su due rilievi dal Santuario dello Wadi Bel Gadir422: un’evidente analogia si riscontra con il torso loricato in marmo pario (datato al 100 a.C.) proveniente dalla cella del Tempio di Demetra dal Nuovo Santuario di Demetra a Cirene423. A proposito di questa lorica, il cui uso nell’iconografia continua dall’età ellenistica all’età romana, analizzando la statua loricata proveniente dalle immediate vicinanze dell’Augusteo, Stucchi mette in evidenza le varianti, di età ellenistica e romana, con cui può essere realizzata la stessa corazza424. Anche per questo rilievo è ipotizzabile l’uso votivo, con uno schema iconografico ben noto riprodotto in un materiale di pregio come il marmo. 5. Heros equitans offerente (Tav. IV, 13). Fine I a.C.-inizi I sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 14. Dimensioni: alt.40 cm; largh. 29,5 cm; prof. 3 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo è frammentario su tutti e quattro i lati; si conserva solo una parte del bordo superiore; la superficie del marmo ancora evidenzia bene il dettaglio dell’immagine. Descrizione: il cavaliere è rappresentato stante frontale davanti al cavallo. Il giovane volto, parzialmente danneggiato nei lineamenti, è incorniciato da una capigliatura di folti riccioli; l’abbigliamento è composto da una lorica di tipo ellenistico con corsetto cilindrico dal quale scendono due balze caratterizzate da pteryghes; in vita è allacciata la cintura (cingulum) con le estremità del nodo fermate al di sotto della cintura stessa. La figura, con la mano destra distesa in avanti, porge una phiale; il braccio sinistro, coperto in parte dal mantello portato a tracolla sul petto, è flesso con la mano in appoggio sul balteus. Di particolare interesse è la figura del cavallo, visto di profilo, caratterizzato con ricerca di dettaglio anatomico: la coda non è più visibile a causa della rottura del rilievo, ma l’animale è vivificato con una resa realistica del muso, con le redini ben in vista, della criniera, del taglio degli occhi, delle froge e del morso stesso. Notevole 422 KANE 2003, pp. 30-32, figg. 3-4. CELLINI 2010, pp. 104-107. 424 STUCCHI 1967, pp. 129-130, fig. 120, 121, 123. 423 80 effetto è dato dalla cura con cui sono create le pieghe del collo e quelle sull’attacco della zampa anteriore destra. Esemplare votivo simile al precedente, si caratterizza per la finezza della lavorazione e per la maestria nel trattare le superfici in rilievo. Tipo III: cavaliere et alii 6. Heros equitans con scudiero e figura femminile (Tav. V, 14-16). Fine I a.C.- inizi I sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 21. Dimensioni: alt. 28 cm; largh. 31 cm; prof. 8 cm. Materiale: marmo di Paros, zona di Lakkoi425. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il rilievo, rotto sulla base, sul lato destro e sul bordo superiore, è attualmente ricomposto da due frammenti. La superficie del marmo presenta una vistosa sgranatura. Descrizione: su di una base che, in prossimità del margine destro, presenta tracce di un’iscrizione in lettere greche426 (Fig. 45) si impostano due figure: una maschile di modulo minore, l’altra femminile. Fig. 45. Frottage dell’iscrizione (E. Rosamilia, V. Giovannini). La piccola figura maschile, acefala, è stante frontale: il personaggio, vestito con gonnellino a pteryghes, si appoggia con il braccio sinistro su di un grande scudo rotondo mentre il braccio destro è sollevato in alto e rotto all’altezza del polso. L’appoggio sullo scudo contribuisce allo sbilanciamento della figura che, in effetti, presenta le gambe leggermente divaricate. La figura femminile, anch’essa acefala, stante frontale, veste un chitone podéres che lascia intravedere i piedi: sopra è panneggiato un himation che la donna raccoglie sul fianco con la mano sinistra; il braccio destro, invece, è ripiegato e chiuso sul petto, forse anch’esso avvolto dall’himation. 425 LAZZARINI-LUNI 2010, tab. 7. Ringrazio il Dott. Emilio Rosamilia, dell’Università Normale di Pisa, per la collaborazione nella realizzazione del frottage e nella lettura dell’iscrizione. Questa la sua ipotesi di restituzione: … . Quindi: , “…essendo sacerdote”. Modulo delle lettere quadrato, datazione I a.C.-I d.C. 426 81 Questo esemplare appartiene ad una tipologia ancora diversa, in cui l’heros equitans compare associato ad altre figure, quali uno scudiero ed una figura femminile: in realtà, nel nostro caso, manca proprio il cavaliere ma compaiono sia lo scudiero/armigero sia la figura femminile. Questa stessa sintassi figurativa si riscontra in un rilievo in marmo, inedito, da Cirene, in cui compare un cavaliere incedente verso destra, un personaggio di modulo ridotto stante frontale dietro uno scudo ed una donna velata stante frontale a chiudere la sequenza (Fig. 46); sempre da Cirene proviene un frammento di rilievo con figura di scudiero e frammento di zoccolo di cavallo427. Dal Santuario dello Wadi Bel Gadir proviene un rilievo in cui compaiono: un cavaliere incedente verso destra, un bambino, una figura femminile colta nello stesso atteggiamento della nostra; davanti al bambino un altare e alle spalle della donna una stele con iscritto il nome del giovane defunto; ai piedi del cavallo un serpente. Kane428 ipotizza che i due personaggi possano rappresentare due membri della famiglia del giovane defunto, colti nell’atto di onorare il giovane eroe, caduto in combattimento durante le guerre marmariche. È, questa, un’ipotesi suggestiva anche per il nostro esemplare, unico della serie a conservare tracce di iscrizione: va detto, però, che la lettura dell’iscrizione non aiuta nell’interpretazione, anche perché non consente un’identificazione così esplicita con il giovane eroe defunto. Quanto alla figura femminile, che Kane fa rientrare nel tipo della Grande Ercolanese 429, non escluderei l’ipotesi di un’identificazione con Persefone, dea che rappresenta la condizione liminare tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Fig. 46. Rilievo in marmo, Museo Archeologico, Cirene, (foto V. Giovannini). V.2. Plastica ideale V.2.1 Persefone in anakalypsis (Tav. VI, 17-21). Primo ellenismo. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 55. Dimensioni: alt. 33,4 cm; largh.7,3 cm; spess. 9,8 cm. 427 PARIBENI 1959, n. 397, tav. 174. KANE 2003, pp. 29-30, fig. 2; WHITE 1978-79, p. 176, pl. LIV b. 429 KANE 2003, p. 30. 428 82 Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è rotta circa all’altezza delle ginocchia e la superficie del marmo presenta tratti di sgranatura. Descrizione: la figura indossa un chitone a corte maniche di cui si distinguono le abbondanti pieghe sulle gambe e le sottili pieghe sul seno; sopra è indossato un ricco himation intorno al corpo in modo tale da creare un panneggio con apoptygma sul grembo; con un lembo raccolto in vita, il mantello, stretto con un nodo a mo’ di rosetta sotto il braccio sinistro, passa con un lembo sul capo e si apre come nimbo terminando con un’ampia piega lungo il fianco destro. Il braccio destro è piegato e portato in alto ad aprire con una mano il velo; il sinistro, invece, trattiene con la mano una falda del mantello. Il viso, dai lineamenti gentili con la piccola bocca carnosa ed il taglio obliquo dell’orbita oculare, è leggermente inclinato a sinistra, tratto che conferisce una sorta di malinconica sensualità all’espressione; incornicia il volto una capigliatura caratterizzata da riccioli a fiamma. Come dettagli tecnici va notata la presenza di un foro passante430 all’interno della parete del velo, dietro la testa; un altro foro passante si trova sul capo431; sulla superficie di base della statuetta un foro conserva ancora infisso un perno in ferro, probabilmente per il fissaggio con la parte terminale della figura. Il retro, levigato e con incisioni che dovevano indicare il panneggio del mantello, manca di volumetria, per cui è ipotizzabile che la statuetta venisse fissata contro parete per una veduta solo frontale. La figura femminile è connotata dal gesto dell’anakalypsis che, come detto in precedenza a proposito del rilievo con divinità femminile432, caratterizza Afrodite433 anche nei monumenti scultorei di Cirene434 ed Era435, anch’essa così effigiata a Cirene436 in una teoria di divinità che sembra ripetere la stessa sequenza iconografica di un altare da Atene, conservato al Museo Nazionale437. È vero che l’attestazione epigrafica di un culto tributato ad Afrodite risale addirittura al V sec.a.C.438, mentre un’attestazione indiretta in onore di Era si data al II sec.a.C.439, ma l’identificazione 430 Ø 3,6 cm. Ø 1,6 cm. 432 N. inv. 25. 433 DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 136, 143, p. 17; n. 185, p. 21; n. 225, p. 25; nn. 235, 237, p. 27 ; CAPALDI 2009, n. 24, pp. 58-62; FURTWÄENGLER 1964, p.71, fig. 24; BLÜMEL 1966, pp. 98-99, abb. 192-195. 434 ANTI 1927; PARIBENI 1959, n. 49, p. 34, tav. 49; n. 63, p. 41, tav. 48. 435 KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 207, p. 684; n. 208, p. 684; n. 261, p. 689. 436 PARIBENI 1959, n. 64, tav. 57. 437 BERGER – DOER 1986, n. 5, p. 649. 438 CARRATELLI 1963, n. 215, p. 341. 439 CARRATELLI 1960. 431 83 più probabile per la nostra statuetta sembrerebbe quella con Persefone440, per la ricorrenza del gesto nelle “divinità funerarie cirenaiche”, ipostasi della dea “…nelle sue qualità di Ade e di regina dell’oltretomba”441; inoltre i segnacoli tombali di proporzioni maggiori, presentano un sistema di fori passanti sul capo, forse per l’alloggiamento di una stepháne o di un menisco protettivo442, soluzione tecnica che si riscontra anche sul nostro esemplare. L’attribuzione potrebbe poi essere ulteriormente confermata dal confronto con una testa di Kóre dal Santuario dello Wadi Bel Gadir, datata al IV sec.a.C.443. Benchè pertinente ad una statua di proporzioni maggiori del vero, il volto presenta alcune caratteristiche che si ritrovano nella nostra statuetta: la capigliatura con riccioli a fiamma444, la piccola bocca carnosa, il taglio del naso dalle narici appena dilatate; lo stato gravemente frammentario di conservazione non consente di capire se il collo presenti una torsione. Per quanto riguarda, poi, l’abbigliamento si tratta di una combinazione fra chitone ed himation con apoptygma che dal IV sec.a.C.445 continua fino in età imperiale romana446. In conclusione, non escluderei l’ipotesi che la statuetta potesse essere destinata all’alloggiamento entro la nicchia di una tomba. V.2.2 Demetra peplophoros (Tav. VII, 22-25). Inizio III sec.a.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 27. Dimensioni: alt. 25,5 cm; largh. 10 cm; spess. 6,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta, acefala, è priva del braccio destro, rotto all’altezza della spalla, mentre il sinistro è rotto poco sopra il gomito; una frattura obliqua corre all’altezza delle ginocchia. Descrizione: una figura femminile stante frontale indossa, sopra un chitone a corte maniche in cui si individuano ancora i segni incisi che indicavano i bottoni447, un peplo con kolpos; le pieghe della veste sono realizzate con finezza di dettaglio a rendere delle increspature sul seno appena accennato e a segnalare la flessione della gamba sinistra; si notano due scheggiature sui fianchi. Anche il retro è lavorato con 440 GÜNTNER 1997, n. 292, tav. 653. BESCHI 1969-70, p. 325; ZUNTZ 1971, p. 80. 442 BESCHI 1969-70, p. 314. 443 WHITE 1976-77, pl. LXXI a-b, p. 270, nota 8. 444 KERÉNYI 1967, pp. 124-125, fig. 36; pp. 151-152, fig. 42. 445 MENDEL 1912, pp. 336-340, nn. 130-132. 446 ROSENBAUM 1960, pp. 89-90, n. 148, pl. LXXI; n. 149, pl. LXXI; n. 150, pl. LXXI; KANE TRIMBLE 1976-77, pl. XCV a-b, p. 326, n. 11. 447 MCKELDERKIN 1928, p. 337. 441 84 lo scopo di delineare le pieghe del peplo con una certa ricchezza di dettaglio; l’effetto, comunque, sembra privo di volumetria. Si individua qui una Demetra peplophoros derivante dal tipo Capitolino448, di cui si conoscono numerose varianti449; a Cirene il tipo è già ampiamente attestato, con diverse declinazioni, in esemplari di proporzioni maggiori450; c’è poi la DemetraIside, statua assemblata con un corpo di peplophoros di età ellenistica e testa di Libya-Iside di I sec.a.C.451. Al proposito, nella realizzazione della capigliatura con riccioli calamistrati in una calotta uniforme e disposti su due “ordini”, è possibile riscontrare una commistione tra l’acconciatura della dea Libya 452, come ricorre nel noto rilievo del British Museum453 e come è ripetuta nella documentazione numismatica dagli esemplari di III sec.a.C. fino a quelli di I sec.a.C.454 e l’esito di parrucca libya che caratterizza Iside o sacerdotesse/adepte del culto di Iside dall’età tolemaica fino in età romana455. Non mancano, infine, a Cirene, attestazioni di peplophoroi di proporzioni simili alla nostra456: si conservano, presso i Magazzini del Museo di Cirene due statuette inedite, una, con peplo ed himation, sembrerebbe un non-finito a giudicare dalla mancata caratterizzazione delle pieghe della veste nella parte inferiore della figura (Figg. 47-48)457; l’altra, invece, è caratterizzata con finezza di dettaglio nel modellato del corpo e nella descrizione dell’abbigliamento costituito da peplo su chitone manicato ed himation agganciato sulle spalle (Fig. 49)458. Figg. 47-48. Peplophoros, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC, (foto V. Giovannini). 448 LIPPOLD 1950, p. 181; BESCHI 1988, n. 55, p. 566. BESCHI 1988, n. 66, p. 567; n. 72, p. 568; n. 69, p. 568. 450 PARIBENI 1959, n. 65, tav. 58; n. 66, tav. 58 (esemplare con peplo e chitone); n. 67, tav. 58; n. 68, tav. 58; WHITE 1971, pp. 85-104, pl. XXXVIII b, n. 4; MACDONALD 1976; KANE-TRIMBLE 1976-77, pl. XCI, n. 3, p. 315; pl. XCII, n. 4, p. 317. 451 GHISLANZONI 1927a, pp. 198-201; PARIBENI 1959, n.78, tav. 62. 452 CATANI 1987, pp. 390-391. 453 HUSKINSON 1975, n. 60. pl. 25, pp. 31-32. 454 ASOLATI 2010, nn. 45/1-2, p. 26, 76, 124; nn. 109/1-2-3, p. 36, p. 89, p. 136. 455 SCHWENTZEL 2000, pp. 25-27. 456 WHITE 1972-73, p. 183, nota 61. 457 In marmo bianco: alt. 42 cm; largh. 26 cm; spess. 8,5 cm. 458 Arenaria (?): posseggo solo uno scatto veloce all’interno del Magazzino. 449 85 Fig. 49. Peplohoros, arenaria (?), veduta di tre quarti, MMC, (foto V. Giovannini). V.2.3 Kóre (Tav. VIII, 26-29). Inizio III sec.a.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 53. Dimensioni: alt. 19,1 cm; largh.10 cm; spess. 6 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta, acefala, manca delle braccia, rotte poco sotto la spalla e delle gambe, fratturate subito sotto le ginocchia. Nonostante le scalfitture si distinguono i dettagli caratterizzanti l’iconografia. Descrizione: la figura indossa, forse su un chitone di cui si distingue la linea della scollatura sopra il petto, un himation che avvolge il corpo creando vistose pieghe a ventaglio sulle gambe; un lembo del mantello è portato a tracolla sul petto e, coprendo il seno sinistro, risale sulla spalla ricadendo indietro con una lunga falda che doveva probabilmente coprire il braccio sinistro. Ai lati del collo si distinguono ancora tracce di sottili ciocche di capelli, mentre la testa, lavorata a parte, doveva essere alloggiata nel foro che ancora si conserva sul collo. Il retro è lavorato solo per dettagliare le pieghe del mantello, mentre non vi è ricerca per la volumetria del collo: la statuetta doveva essere predisposta quasi esclusivamente per una veduta frontale. Abbiamo qui una declinazione iconografica della fanciulla divina diversa dalle precedenti caratterizzate dall’anakalypsis: qui la giovane dea è riconoscibile per la caratteristica dell’himation panneggiato intorno al corpo con un lembo a tracolla sul petto, come nella Kóre di Vienna459, nella Kóre di Firenze460, ritenuta da 459 460 GÜNTNER 1997, n. 10, p. 641. GÜNTNER 1997, n. 11, p. 641. 86 Mansuelli di derivazione lisippea461, da Rizzo, invece, di matrice prassitelica462 e nelle varianti della stessa463. Una statuetta di Kóre, datata al IV sec.a.C. si conserva al Museo Archeologico di Venezia464; caratterizzata con lo stesso abbigliamento la dea compare su di un rilievo da Eleusi, datato alla seconda metà del IV sec.a.C.465; ampia attestazione, quindi, ha questa iconografia già dal IV sec.a.C. Anche a Cirene il tipo è documentato da numerosi esemplari, soprattutto di plastica monumentale: può variare il lembo del mantello a tracolla, ora più leggero466 ora più pesante467; dal taglio diritto, quasi geometrico468, o più sinuoso469; generalmente, poi, è anche dettagliata la veste indossata sotto l’himation, per esempio con un fluire di pieghe sul petto470. Tra gli esemplari di proporzioni minori, una Kóre (dadofora) presenta una lavorazione piuttosto grossolana471, mentre un’altra è simile alla nostra per il modellato asciutto e sobrio472. Questa specifica declinazione iconografica sembra scarsamente attestata tra i votivi: proprio nell’Agorà, da un saggio sotto il Portico Ovest, proviene un piccolo busto in marmo, pertinente ad una statuetta di Kóre473. L’attestazione epigrafica più antica relativa al culto data al II sec.a.C.474. V.2.4 Torso di Dioniso (Tav. IX, 30-31). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 52. Dimensioni: alt. 23,3 cm; largh. 15 cm; spess. 5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il piccolo torso acefalo manca delle braccia, di cui non è visibile neppure un accenno. La superficie del marmo, benché a tratti corrosa, presenta ancora una notevole nitidezza. Descrizione: una lastrina lavorata a rilievo configura il torso in nudità di una figura maschile, sicuramente una divinità, per il dettaglio dell’himation che scende a 461 MANSUELLI 1958, n. 37, pp. 60-61. RIZZO 1932, p. 102, tav. CLIV. 463 GÜNTNER 1997, n. 12, p. 641. 464 TRAVERSARI 1973, n. 73, pp. 167-168. 2 465 GÜNTNER 1997, n. 45, tav. 643. 466 WHITE 1972-73, pl. LXXXII c, p. 184, nota 66. 467 WHITE 1971, pl. LXXXII c, p. 184, nota 66. 468 PARIBENI 1959, n.73, tav. 60. 469 PARIBENI 1959, n.75, tav. 61; TRAVERSARI 1960, n. 30, pp. 70-72, tav. XVI. 470 ROSENBAUM 1960, n. 155, pl. LXXII. 471 PARIBENI 1959, n.74, tav. 60. 472 PARIBENI 1959, n.76, tav. 61. 473 STUCCHI 1967, p. 120, fig. 94. 474 WHITE 1972-73, p. 208, nota 26. La testimonianza epigrafica è problematica visto che la menzione di Kóre è esito di integrazione, in virtù della menzione di Demetra. 462 87 zig-zag dalla spalla sinistra lungo il fianco e per le fluenti ciocche di lunghi riccioli che ricadono, morbide, sulle spalle. Il torace è delineato con ricercatezza di dettaglio anatomico, ad indicare i pettorali, i muscoli addominali e l’ombelico. Dal momento che la piccola lastra non sembra fratturata lateralmente, la mancata indicazione delle braccia sembra intenzionale, forse per un lavoro incompiuto. Sul retro il rilievo è solo sbozzato, con vistose scalpellature, segno che probabilmente doveva essere alloggiato entro nicchia; non possiamo escludere che il manufatto dovesse essere rifinito con materiale diverso, forse in stucco, tecnica tipica dell’età alessandrina impiegata soprattutto per definire dettagli quali la capigliatura, il retro della testa e la barba475. L’identificazione del soggetto come Dioniso476 rimane ipotetica, dal momento che gli unici dettagli caratterizzanti sono il mantello e i lunghi riccioli sulle spalle ricadenti sul petto. Il dio, a torso nudo con himation sulla spalla sinistra e lunghi riccioli sul petto, è raffigurato in una statuetta in calcare da Cirene, conservata al British Museum477 e nella grande statua di culto del Tempio di Bacco 478, di età romana da un originale del III sec.a.C. Escluderei l’identificazione con Apollo479, visto che, a Cirene, il tipo con attributi simili al nostro presenta di volta in volta alcune varianti: un piccolo torso conserva il mantello solo appoggiato sulla spalla sinistra480 come anche la grande statua di culto dell’Apollo Citaredo dal British Museum481, insieme alla piccola statua che ne deriva, conservata al Museo di Cirene482. Marchionno individua cinque tipi iconografici attestati a Cirene per l’iconografia di Apollo: tipo eclettico Pizio-Citaredo, Citaredo seduto, Citaredo stante tipo Patròos, Pizio stante, variante del Pizio-Citaredo, Pizio seduto483. Di questi l’unico che potrebbe offrire un confronto più stringente per il nostro piccolo torso è il Pizio stante, per il dettaglio dell’himation scivolato con un lungo lembo sulla spalla sinistra ma, purtroppo, questo è l’esemplare che ha creato più dibattito fra gli interpreti ed è stato recentemente interpretato come un Aristeo484. 475 SMITH 2005, p. 206. GASPARRI 1986, nn. 120a, 120b, p. 305; nn. 120f, 121a, 122a, 122d, p. 306; nn. 122e, 122f, 123a, 123b, 123c, p. 307; nn. 124a, 124b, 125, 126a, 126c, p. 308. In tutti questi esemplari il dio è sì caratterizzato dalle lunghe ciocche di riccioli sul petto, ma non ha l’himation panneggiato sulla spalla: solo il n. 126b, p. 308 presenta questo dettaglio, un lembo di mantello raccolto sulla spalla. 477 HUSKINSON 1975, n. 33, pl. 12, p. 18; 478 HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18. 479 In realtà il tipo in nudità con le lunghe ciocche di riccioli sul petto è comune anche ad Apollo, cfr. LAMBRINUDAKIS ET ALII 1984, nn. 200i, 200h, p. 200; n. 231, p. 203; n. 261, p. 205; n. 295, p. 207. 480 PARIBENI 1959, n. 147, p. 66, tav. 86. 481 HUSKINSON 1975, n. 12, pl. 5, pp. 6-7. 482 PARIBENI 1959, n. 142, tav. 85, p. 64. 483 MARCHIONNO 1995, p. 370. 484 FERRI 1927; PARIBENI 1959, n. 144, tav. 86, p. 65; MARCHIONNO 1995, pp. 366-367; LARONDE 2011, pp. 14-18, fig. 2. 476 88 V.2.5 Statuetta miniaturistica di Afrodite che si scioglie il sandalo (Tav. IX, 3234). Fine II sec.a.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 67. Dimensioni: alt. 3,5 cm; largh. 1,6 cm; spess. 2,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: il piccolo frammento superstite presenta una sgranatura del marmo molto vistosa. Descrizione: un piccolo piede sinistro, in cui ancora si nota l’anatomia delle dita, risulta in appoggio sulla coda di un delfino: la sagoma dell’animale è delineata schematicamente. Potrebbe trattarsi di un esemplare miniaturistico di Afrodite che si scioglie il sandalo485, cui si può risalire tramite il confronto con una statuetta da Smirne. Il tipo è attestato a Cirene da questo piccolo esemplare e da una statuetta, di età romana, conservata al British Museum, identificata come Euploia486, il cui originale, secondo Bagnani, sarebbe opera dello stesso artista che ha prodotto la Venere di Cirene e l’Apollo di Cirene487. Bieber ha notato come il tipo, diffuso in Asia Minore e nelle isole, sia attestato anche nell’arte di Alessandria, cui è ascritta anche la Venere di Cirene488. La nostra statuetta, quindi, rientra in una produzione di votivi miniaturistici, prodotti o da ateliers locali operanti su modelli importati o direttamente importati da botteghe alessandrine. V.2.6 Aristeo (Tav. X, 35-38). Età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 26. Dimensioni: alt. 38,4 cm; largh. 19,6 cm; spess. 12,3 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. 485 DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 464, p. 44. HUSKINSON 1975, n. 2, pl. 1, pp. 1-2. 487 BAGNANI 1921, p. 235. 488 BIEBER 1961, pp. 98-99. 486 89 Condizione: la statuetta, acefala, manca del braccio destro, di cui rimangono solamente l’attacco della spalla e la mano; il braccio sinistro è privo della mano. La superficie del marmo consente ancora una lettura di dettaglio dei particolari. Descrizione: un personaggio maschile frontale, stante su di una base rettangolare, è avvolto da un ampio himation panneggiato intorno al corpo in modo da lasciare il torso nudo, con un ricco lembo portato sulla spalla sinistra e ripiegato in avanti; il braccio destro era piegato sul fianco, come dimostra ancora la mano, mentre il sinistro, disteso lungo il corpo, poggiava su di un bastone intorno al quale si avvitano le spire di un serpente. Il corpo, in effetti, con la gamba destra tesa e la sinistra flessa, risulta sbilanciato verso sinistra, come ad appoggiarsi sul bastone. Ai piedi sono calzati sandali di cuoio: due strisce oblique fermano la caviglia e si raccordano con una terza striscia al centro del piede. Il retro presenta una lavorazione piuttosto sommaria delle pieghe del mantello, ma si notano due particolari interessanti: una ciocca di riccioli sulla nuca e, in corrispondenza della gamba sinistra, un masso dalla forma arrotondata che probabilmente rappresenta un omphalos. L’iconografia si addice sia ad Asclepio489, con uno schema iconografico che si attesta già dal V sec.a.C.490, che ad Aristeo491, identificato solitamente dalle fattezze giovanili e dalla corona turrita. A Cirene il tipo è già attestato492, in particolare in alcune statuette conservate al British Museum: una statuetta acefala493 presenta un’iconografia simile alla nostra, con il dettaglio dell’omphalos dietro il piede sinistro; il simbolo sacro, poi, conserva l’ἀγρηνόν, dalle forme semplificate, che imita quello di Delfi494. Un altro frammento di statuetta, forse sempre di Aristeo/Asclepio, conserva il dettaglio dell’himation lungo fino ai piedi che mette in evidenza i sandali di cuoio: in entrambi i casi, si tratta di esemplari di età romana tarda. Una figura maschile in himation, acefala, è sempre ascritta al tipo in quanto si ipotizza l’esistenza in origine del bastone, in virtù della curvatura del fianco destro495; l’unico esemplare di proporzioni maggiori conserva ancora tutti gli attributi distintivi496: il capo cinto dalla corona turrita, il bastone con le spire del serpente ed un omphalos appena sbozzato. Una statuetta di figura maschile in himation è di incerta identificazione497: manca la testa e la figura, avvolta in himation con apoptygma triangolare raccolto sotto il braccio destro con un nodo a mo’ di rosetta, risulta fortemente sbilanciata verso destra, come se il peso del corpo fosse retto da un sostegno, forse un bastone 489 HOLTZMANN 1984. MANSUELLI 1958, n. 18, pp. 43-44. 491 COOK 1984. 492 VITALI 1938. 493 HUSKINSON 1975, n. 18, p. 11, pl. 7. 494 KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73. 495 VITALI 1938, p. 27, fig. 11; HUSKINSON 1975, n. 20, pl. 8, p. 11. 496 HUSKINSON 1975, n. 19, pl. 7, pp. 10-11. 497 HUSKINSON 1975, n. 100, pl. 39, p. 57. 490 90 con serpente, non più conservato; è probabile che anche qui si possa ravvisare il tipo dell’Aristeo/Asclepio498. Testimoniano, inoltre, la ricorrenza del tipo, ritrovamenti inediti499: una statuetta acefala in calcare (Fig. 50) conserva un foro atto all’alloggiamento della testa; sul retro sono delineate le pieghe del panneggio500. Altre due statuette in marmo (Figg. 51-52 )501 ripropongono lo stesso schema della figura maschile con himation che lascia nudo il torso: manca in questi esemplari l’attributo del bastone con serpente. Fig. 50. Statuetta in calcare, Aristeo, MMC (foto V. Giovannini). Fig. 51. Statuetta in marmo, Aristeo (?), MMC (foto V. Giovannini) Fig. 52. Statuetta in marmo, Aristeo (?), MMC (foto V. Giovannini). Che l’iconografia sia soggetta ad un evidente sincretismo è dimostrato anche dall’analisi di Paribeni che, pur assegnando l’attribuzione degli esemplari considerati ad Asclepio, annota i tratti comuni con l’immagine di Aristeo502; la dipendenza di 498 Anche nella relazione Smith & Porcher si parla di Aristeo: SMITH & PORCHER 1864, p. 108, n. 140. Le statuette sono conservate presso il Magazzino del Museo di Cirene. 500 Altezza 17 cm; larghezza 9 cm; spessore 4 cm. Il votivo fa parte del cosiddetto “Fondo Nuri”: devo la segnalazione al compianto Soprintendente alle Antichità di Cirene, Dott. Abdulgader Mzeini. 501 Di questi due ultimi esemplari posseggo solo scatti veloci all’interno del Magazzino. 502 PARIBENI 1959, nn. 197, 198, p. 82, tav. 110; n. 199, p. 83, tav. 110; nn. 200, 201, p. 83, tav. 111; nn. 210, 211, 212, p. 85, tav. 112; nn. 214, 215, 216, p. 86, tav. 113; n. 202, p. 83, tav. 114; nn. 203, 205, p. 84, tav. 114; n. 209, p. 85, tav. 114; nn. 204, 206, 207, p. 84, tav. 115; n. 208, p. 84, tav. 115. I nn. 197, 202, 203, in cui Paribeni vede una possibile contaminazione con la figura di Aristeo, sono citati come confronto certo per due statuette di Asklepios da Rodi: GUALANDI 1976, pp. 88-89, fig. 67; pp. 90-91, fig. 68. 499 91 Aristeo dalla tradizione iconografica di Asclepio è sottolineata anche da Ensoli, secondo la quale solo in età romana l’iconografia di Aristeo acquisterebbe una propria autonomia503: un rilievo con divinità greco-libye, di età romana, attesterebbe la compresenza di Aristeo e Asclepio504. Uno degli ultimi contributi del Prof. Laronde riprende la disamina della figura di Aristeo a Cirene, con una ricognizione generale sulle fonti che ne attestano la tradizione mitica e su quelle iconografiche che testimoniano il culto: lo studioso ridiscute, infatti, l’attribuzione dell’Apollo dalle Grandi Terme, ipotizzando una più probabile identificazione con Aristeo per le tracce superstiti di una corona turrita505. La statua, esito di una rilavorazione da un simulacro di Aslepio, sarebbe poi stata rielaborata nel II sec.d.C. come immagine di Aristeo: l’interpretazione sembra riconfermare ancora una volta la vicinanza fra le due divinità che condividono tradizione mitica ed iconografia. V.2.7 Torso di Afrodite (Tav. XI, 39-42). Età flavia. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 19. Dimensioni: alt. 11,5 cm; largh.12 cm; spess. 6 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: piccolo torso di statuetta acefala, rotto circa all’altezza dell’ombelico; entrambe le braccia sono fratturate poco sopra il gomito; la superficie del marmo risulta ancora abbastanza nitida, benché compaia una scalfittura dietro la spalla sinistra. Descrizione: il busto, caratterizzato da una femminilità ancora acerba per i seni appena accennati, presenta, sulla superficie del collo, un foro circolare506 per l’incasso della testa che, quindi, era lavorata a parte; un altro foro è presente dietro la spalla sinistra507, forse esito di un intervento successivo; un terzo foro508 è presente sul braccio destro, per l’originario fissaggio dell’avambraccio. La lavorazione del retro manca di volumetria, anche se è indicata la curvatura della colonna vertebrale. La nudità del busto evoca immediatamente l’immagine di una piccola Afrodite509: data l’estrema semplificazione del modellato e la mancanza di attributi distintivi è pressoché impossibile ricondurre la statuetta ad un tipo preciso. 503 ENSOLI 1994, pp.71- 73. La studiosa ripercorre l’evoluzione dei due culti di Asclepio ed Aristeo in connessione con gli avvenimenti storici e politici di Cirene. 504 FABBRICOTTI 1987, p. 230, n. 8, fig. 10; p. 238, fig. 18. 505 LARONDE 2011, pp. 14-18, fig. 2; PARIBENI 1959, n. 144, p. 65, tav. 86. 506 Ø 3,5 cm. 507 Ø 3,7 cm. 508 Ø 3,7 cm. 509 DELIVORRIAS ET ALII 1984. 92 A Cirene sono numerosissimi gli esemplari scultorei dedicati alla dea, dalla Capitolina510 all’Afrodite tipo Rodi511; ad Alessandria si conserva un piccolo busto molto simile a questo, dall’esito un po’ schematico512 ed il nostro piccolo torso potrebbe essere considerato come una interpretazione, decisamente corsiva, del tipo Cnido513; per la datazione un confronto si può istituire, con un torso, copia del tipo, datato in età flavia, conservato a Basilea514. Della ricorrenza di quest’ultimo tipo è testimonianza anche una statuetta inedita da Cirene (Figg. 53-54)515: la figura acefala, in nudità, presenta una leggera flessione del busto a sinistra; il braccio destro, rotto a metà dell’avambraccio, doveva probabilmente terminare con la mano sul pube e presenta un’armilla in rilievo a metà della spalla; un’altra armilla è sul braccio sinistro, rotto proprio all’altezza del monile. La gamba destra sembra tesa, la sinistra invece flessa: entrambe sono spezzate all’altezza del ginocchio. Il dettaglio anatomico è poco percepibile, come si evince dalla linea schematica del pube, dai seni appena accennati; sul retro è espressa una maggiore sensualità con il movimento sinuoso della schiena e la rotondità dei glutei: l’esemplare va considerato replica del tipo Afrodite di Cnido. Figg. 53-54. Statuetta di Afrodite, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC (foto V. Giovannini). V.2.8 Priapo (Tav. XII, 43-46). I-II sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 28. Dimensioni: alt. 23,6 cm; largh. 16,8 cm; spess. 8,6 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. 510 PARIBENI 1959, nn. 246, 247, tav. 126, p. 96; nn. 248, 249, tav. 127, p. 97; nn. 250, 251, 252, 253, tav. 128, pp. 97-98; nn. 254, 255, 256, 257, tav. 129, p. 98. 511 PARIBENI 1959, nn. 258, 259, 260, 261, tav. 130, p. 99; HUSKINSON 1975, n. 9, pl. 3, p. 5; DELIVORRIAS ET ALII 1984, p. 82. 512 ADRIANI 1961, serie A, vol. II, n. 92, tav. 56, 169. 513 HUSKINSON 1975, n. 3, pl. 1, p. 5; DELIVORRIAS ET ALII 1984, nn. 391-408, pp. 36-37; CORSO 2007, pp. 9-187. 514 CORSO 2007, p. 121, fig. 77, nota 8, n. 211; sulla storia e fortuna del tipo, cfr. anche CORSO 1997. 515 Marmo bianco a grana fine; alt. 28,5 cm; largh. 13 cm; spess. 5 cm. Magazzino del Museo Archeologico di Cirene. 93 Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la statuetta acefala è rotta poco sotto le ginocchia e la superficie del marmo si presenta piuttosto consunta. Descrizione: una figura maschile stante frontale veste un chitone a corte maniche; entrambe le braccia sono impegnate a sollevare la falda della veste in modo da denudare il fallo eretto; sul chitone, raccolto in grembo, è raccolta una messe di frutti tra i quali si notano, in primo piano, una melagrana e un grappolo d’uva. Sul petto sono ancora visibili le ciocche fluenti della barba, mentre dietro la nuca si notano ancora le tracce della lunga capigliatura. La lavorazione del retro, assolutamente piatta e priva di volumetria, presenta annotazioni della veste che sembrano enfatizzare il gesto compiuto dal dio. Forse la statuetta era destinata alla sola visione frontale. Il dio Priapo è qui rappresentato secondo il tipo Anásyrma, “impudico”, come ricorre prevalentemente in esemplari di I-II sec. d.C.516. Questa nostra è una versione più elaborata, sia per il modellato che per l’impiego del marmo, di una statuetta in calcare di Priapo proveniente dalla chora di Cirene517: questa conserva ancora la base rettangolare di appoggio che, probabilmente, doveva esserci anche nella nostra ed il dettaglio dell’himation panneggiato sul petto; anch’essa è lavorata per una veduta esclusivamente frontale. Sempre dalla Cirenaica proviene un supporto in marmo su cui è lavorata ad altorilievo una figura di Priapo518, dalla resa schematica e semplificata: il dio, in posizione stante frontale, vestito di lungo himation, è raffigurato nell’atto di sollevare la falda del mantello a denudare il membro eretto; il volto barbato è caratterizzato da un capigliatura di lunghi ricci. V.2.9 Hekataia Tipo I: τριπρόσωπος 1. Hekátaion τριπρόσωπον (Tav. XIII, 47-50). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 24. Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 12,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. 516 MEGOW 1997, n. 69, p. 685; n. 76, p. 685; n. 81, p. 685. BACCHIELLI 1987, p. 479, fig. 25. 518 La figura è molto danneggiata: HUSKINSON 1975, n. 48, p. 25, pl. 20. 517 94 Condizione: compaiono scheggiature sulla parte terminale del pilastro centrale, sulle parti sporgenti dei volti (soprattutto il naso) e nei passaggi di raccordo tra le teste. La superficie del marmo risulta piuttosto sgranata. Descrizione: tre volti si appoggiano intorno ad un pilastrino centrale svettante sulle teste; si conserva un foro sulla superficie di base519, probabilmente per il fissaggio su supporto; un altro foro520 si trova sulla superficie della colonnina, forse per l’alloggiamento di qualche attributo. I volti, pressoché identici, sono caratterizzati da un’acconciatura di lunghi capelli ondulati, indicati da sottili linee incise, raccolti con una scriminatura centrale sulla fronte e bipartiti poi sulle spalle in due ciocche simmetriche; proprio le ciocche di capelli fanno da raccordo fra le teste. Il viso, dall’ovale pieno, è di espressione volitiva benché i tratti siano delicati: la piccola bocca serrata come in un sorriso appena accennato, il naso diritto, le arcate sopracciliari segnate con l’orbita oculare un po’ infossata. Un ulteriore tratto di femminilità è dato dal collare di Venere delineato sul collo delle tre teste. Una Ecate dalle tre teste521, per cui non possiamo essere certi che terminasse con tre figure, l’invenzione di Alkamenes522 o se sia piuttosto ipotizzabile l’ascrizione al tipo ermaico523; per la ieraticità dello sguardo richiama, a Cirene, la triplice Ecate in arenaria di età alessandrina524. Tipo II: τρίμορφος 2. Hekátaion τρίμορφον (Tav. XIV, 51-56). Fine età ellenistica- inizi età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 44. Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 5,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: delle tre figure, solo una conserva la testa, un’altra è completamente acefala, la terza manca proprio dei lineamenti del volto. Sono in parte danneggiate da scalfitture le parti più esposte, come le braccia; la superficie del marmo risulta fortemente consunta. Descrizione: le tre figure sono addossate ad una colonnina centrale che termina con un foro circolare525. La dea, sempre vestita di chitone a corte maniche e 519 Ø 1,8 cm. Ø 1,8 cm. 521 SARIAN 1992, pp. 1014-1015. 522 LAWTON 2006, p. 39. 523 SARIAN 1992, n. 200, pl. 669; nn. 201, 203, 204, p. 669. 524 PARIBENI 1959, n. 167, pp. 72-73, tavv. 96, 97, 98. 525 Ø 0,6 cm. 520 95 peplo altocinto con apoptygma e sempre in posizione frontale stante, sembra caratterizzata da uno sguardo fermo e volitivo, per quel poco che si può giudicare dall’espressione del volto, dai tratti gentili; i lunghi capelli, bipartiti in due sottili ciocche sulle spalle, sono incorniciati da un polos alto e stretto. Diverse sono le caratterizzazioni delle tre figure: una è ritratta con le braccia distese lungo il corpo come a trattenere la veste; un’altra flette il braccio destro sul petto, nell’atto di mostrare un fiore o un frutto, forse una melagrana; il braccio sinistro è, invece, disteso lungo il corpo, forse anch’esso a trattenere la veste. La terza figura impugna, con la mano destra lungo il fianco, una phiále mesόmphalos, con la sinistra, invece, una lunga fiaccola. Si nota, in questa statuetta, una certa cura per i particolari, come nella resa delle pieghe della veste in corrispondenza delle gambe e del busto. Ancora una volta una triplice Ecate, descritta qui a figura intera, in una tipologia ben nota già in età ellenistica526, anche in esemplari da Cirene, con varianti nella caratterizzazione degli attributi: in un caso l’oinochόe527, in un altro esemplare tre sono le faci e costituiscono il raccordo tra le figure528; un terzo esemplare conserva anche la figura di un piccolo cane529; un frammento di statuetta dallo schema iconografico simile al nostro si conserva in stato gravemente frammentario530; presso i Magazzini del Museo di Cirene si conserva un piccolo torso in marmo, inedito, forse attribuibile ad Hekátaion531 (Figg. 55-56). Figg. 55-56. Busto femminile, marmo, veduta frontale e posteriore, MMC (foto V. Giovannini). Una statuetta sempre di Hekátaion τρίμορφον è stata rinvenuta, nel corso dei recenti scavi, nell’area sacra di Callicrateia ad Apollonia532. 526 SARIAN 1992, n. 115, p. 661; n. 117, n. 122, p. 662; n. 125, n. 126, p. 663; n. 132, n. 133, n. 134; n. 137, n. 138, n. 139, n. 140, n. 142, p. 665. 527 PARIBENI 1959, n. 172, tav. 100, p. 74. 528 PARIBENI 1959, n. 173, tav. 101, p. 75. 529 HUSKINSON 1975, n. 41, p. 21, pl. 16. 530 PARIBENI 1959, n. 174, tav. 101, p. 75. 531 Senza n. di inventario; marmo bianco; alt. 13 cm; largh. 13; spess. 3,5 cm. “Fondo Nuri”. Si tratta di una figura femminile acefala, di cui si conserva il foro per l’alloggiamento della testa; il braccio destro è rotto all’altezza del gomito e il sinistro all’altezza dell’avambraccio; il retro è liscio e conserva tratti del panneggio e, forse, della capigliatura appena delineata con due tratti paralleli. L’abbigliamento è costituito da un chitone a corte maniche su cui è indossato un peplo altocinto con apoptygma. 532 CAILLOU 2010, pp. 177-178. 96 Sullo stile arcaizzante di queste realizzazioni che deriverebbero dall’Hekátaion di Alkaménes, inventore del tipo533, vale l’osservazione della Harrison a proposito degli Hekátaia dell’Agorà di Atene: l’esecuzione tecnica non differisce radicalmente negli esemplari di età ellenistica e di età romana534. Gli attributi come la melagrana e la fiaccola esplicitano il legame della dea con il mondo infero, legame condiviso con la stessa Kόre: del resto la dea compare nel viaggio in Ade, nel ratto e nel ritorno di Persefone535; il cane è un riferimento al corteggio di cani ululanti che accompagnano la dea notturna nel suo misterioso vagare536. 3. Hekátaion τρίμορφον (Tav. XV, 57-60). Fine età ellenistica- inizi età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 62. Dimensioni: alt. 23 cm; largh. 6 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la statuetta, ricostituita da due frammenti, è molto danneggiata; le figure mancano delle braccia, fratturate poco sopra il gomito; la superficie è gravemente consunta tanto che a stento si distinguono i dettagli del modellato. Descrizione: le figure sembrano realizzate senza soluzione di continuità, in quanto non si distingue la separazione tra l’una e l’altra; solo le teste sembrano più caratterizzate. La dea indossa un abbigliamento costituito da chitone e peplo; il volto, dai tratti estremamente semplificati è incorniciato da una lunga chioma di capelli ondulati che scendono sulle spalle. Si tratta di un esemplare molto corsivo, forse un non finito: testimonia un’ulteriore variante della triplice Ecate. V.2.10 Statuette di Cibele Tipo I: Cibele in trono con due leoni affiancati 1. Cibele (Tav. XVI, 61-63). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 3. Dimensioni: alt. 13 cm; largh. 9,3 cm; spess. 5 cm. Materiale: calcare. 533 CAPUIS 1968, p. 12. HARRISON 1965, p. 87. Esemplari simili al nostro sono datati tra I a.C. e I d.C.: n. 136, 137 pl. 33, p. 100; n. 139, pl. 34, pp. 100-101. 535 BURKERT 2010, p. 316, p. 333. 536 BURKERT 2010, p. 333. 534 97 Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta si conserva in stato molto precario, per la presenza di scheggiature sulla parte superiore del trono e la corrosione generalizzata sulla superficie. Il retro è solo sbozzato sì da consentire la sola veduta frontale. Descrizione: una figura femminile acefala è seduta in posizione frontale su di un trono dalla forma rettangolare, ricavato in negativo dalla lavorazione della figura. La dea veste un lungo chitone podéres: sembra di distinguere sul grembo una piega sinuosa, forse dell’himation, panneggiato fino a scendere sul braccio sinistro. Affiancano la dea due leoni, dalla forma molto stilizzata: dalla veduta laterale si nota che la sagoma dell’animale, ritto sulle zampe anteriori, è appena delineata. La dea, qui ritratta secondo una tipologia che deriva da quella del Metròon di Atene, che si diffonde dal IV sec.a.C.537, viene così rappresentata a Cirene538 con alcune varianti: è affiancata da leoni in una bella scultura, purtroppo molto frammentaria, da Apollonia539; in una statuetta dal Santuario di Iside sull’Acropoli regge il timpano con la sinistra e forse la phiále con la destra540. Dal Tempio di Iside sull’Acropoli proviene una statuetta di Cibele in trono, velato capite, sempre con la phiále nella destra541, esemplare simile a quello recentemente rinvenuto nel Tempio di Demetra fuori porta Sud542; sempre affiancata da due leoni la dea compare in una scultura frammentaria dai recenti scavi della Villa con Vista a Tolemaide543. 2. Cibele (Tav. XVI, 64-66). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 4. Dimensioni: alt. 13 cm; largh. 9 cm; spess. 7 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. 537 SIMON 1997, p. 753, n. 47a. Lo schema iconografico della dea seduta in trono con due leoni ai lati, fortemente ricorrente a Cirene, sembra invece poco attestato in Grecia e nelle isole: VERMASEREN 1982, n. 60, p. 25 (da Atene, età romana), n. 555, p. 178 (rilievo da Lesbo), n. 576, p. 185 (rilievo da Samo, I sec.a.C.), n. 667, p. 213 (rilievo da Calymna), n. 685, p. 219 (statuetta da Achna), n. 686, p. 220 (statuetta da Sinda), n. 688, p. 220 (statuetta da Kythrea), n. 690, p. 221 (statua da Soli), n. 721, p. 227 (statuetta in terracotta da Cipro), n. 723, p. 228 (da Cipro). 538 LONGARINI 2006, p. 71. 539 PARIBENI n. 231, p. 90, tav. 120; MCALEER 1978, n. 2, pp. 8-10. pl. II,1. 540 GHISLANZONI 1927a, p. 159, fig. 4; PARIBENI 1959, n. 232, tav. 120, pp. 90-91. 541 GHISLANZONI 1927a, p. 169, fig. 12; PARIBENI 1959, n. 233, tav. 120, p. 91; VERMASEREN 1986, p. 17, n. 36. 542 LONGARINI 2006, p. 71, fig. 1. 543 MUSZYŃSKA 2008. 98 Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono e la superficie presenta una corrosione tale da ostacolare la nitida comprensione del modellato. Il lavoro è di fattura decisamente corsiva, come il precedente; il retro è solo grossolanamente sbozzato, maggiormente scalpellato al centro, sì da creare una sorta di incavo. Descrizione: la dea, seduta in trono in posizione frontale, veste un chitone altocinto podéres, su cui è panneggiato un himation che crea una vistosa piega sul grembo ed una a zig-zag lungo la spalla sinistra. Ai lati della dea, due leoni ritti sulle zampe anteriori sono un tutt’uno con i braccioli del trono: nessuna ricerca vi è nella resa anatomica dell’animale. La dea distende in avanti le braccia e con la destra porge sicuramente una phiále. L’esemplare costituisce una replica del tipo precedente. 3. Cibele (Tav. XVI, 67-68). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 9. Dimensioni: alt. 16,5 cm; largh. 13 cm; spess. 9,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è gravemente danneggiata, rotta nella parte superiore del trono e gravemente corrosa su tutta la superficie; non si distinguono ormai più i dettagli del modellato. Il retro è insolitamente levigato ma la figura doveva essere predisposta prevalentemente per la veduta frontale. Il lavoro è estremamente corsivo. Descrizione: la figura, acefala e illeggibile nella parte superiore del busto, veste un lungo chitone podéres su cui è panneggiato l’himation di cui sono ben evidenti le pieghe oblique sulle gambe. Ai lati del trono, due animali, di cui non è più visibile il muso, sono ritti sulle zampe anteriori e fanno parte dei braccioli del trono: anche qui non vi è cura per l’anatomia dell’animale. Una replica del tipo precedente. 4. Cibele (Tav. XVII, 69-72). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 31. Dimensioni: alt. 21,3 cm; largh. 13,5 cm; spess. 9 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. 99 Condizione: la statuetta è fratturata nella parte superiore del trono e sul lato destro; la superficie del marmo risulta molto sgranata. Il retro è ben levigato; probabilmente la veduta prevalente doveva essere quella frontale. Descrizione: la figura femminile, acefala, veste un lungo chitone podéres altocinto su cui è riccamente panneggiato l’himation che crea una vistosa piega sul grembo ed una obliqua sulle gambe. La dea è affiancata da due leoni: i due animali, ritti sulle zampe anteriori, costituiscono un’appendice dei braccioli del trono, di cui rappresentano la parte a vista. Le braccia, appena visibili, sono distese lungo il corpo: a lato del braccio sinistro doveva forse comparire il timpano, di cui si distingue la superficie sagomata, in stato frammentario. Di nuovo una statuetta di Cibele affiancata da due leoni, qui con la variante dell’attributo del timpano. Per la resa del panneggio delle vesti e per l’attenzione nella rifinitura anche delle superfici meno in vista, daterei l’esemplare ancora in età ellenistica544. 5. Cibele (Tav. XVII, 73-75). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 32. Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 12,5 cm; spess. 15 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è gravemente frammentaria soprattutto nella parte superiore del trono e sul lato sinistro. Il livello di avanzata corrosione della superficie rende indistinguibili i tratti del modellato. La superficie, sul retro e nei lati, è levigata; sulla veste, in corrispondenza dei piedi, si nota un foro. Descrizione: la dea, veste un lungo chitone podéres altocinto, di cui si notano le lunghe pieghe parallele; sopra è panneggiato un himation che scende sulle gambe. La figura, priva della testa e delle braccia, è affiancata da due leoni, ritti sulle zampe anteriori, di cui si nota, di profilo, la sagoma appena accennata. Ancora una Cibele affiancata da due leoni: lo stato di degrado del materiale non permette di giudicare il livello formale di questa realizzazione. 6. Cibele (Tav. XVII, 76-78). Età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. 544 LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2. 100 N. inv.: 30 Dimensioni: alt. 22,2 cm; largh.14,4 cm; spess. 10,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: se non fosse per la grave corrosione della superficie del marmo, che rende indistinte le linee del modellato, la statuetta potrebbe dirsi integra; il retro è sbozzato, con evidenti tracce di scalpello, per eliminare le asperità ma senza indulgere nella levigatura. Il lavoro è decisamente poco accurato. Descrizione: la figura è seduta in posizione frontale su di un trono dallo schienale non squadrato; l’abbigliamento è costituito da un lungo chitone podéres, da cui spuntano i piedi, su cui è panneggiato l’himation che crea una piega obliqua sulle gambe. La dea, il cui volto è incorniciato da lunghi capelli che scendono sulle spalle, poggia le mani sulle teste dei due felini che siedono a fianco: anche qui gli animali sono solo una propaggine dei braccioli del trono, tanto che non vi è nessuna indicazione anatomica se non per le zampe anteriori che determinano la postura degli animali. Un esemplare ascrivibile alla serie già descritta, forse di età più tarda545. Tipo II: Cibele in trono con un solo leone 7. Cibele (Tav. XVIII, 79-81). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 7. Dimensioni: alt. 25,5 cm; largh. 17 cm; spess. 20 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è gravemente danneggiata, priva della parte superiore della figura e dello sviluppo del trono; la superficie del marmo è talmente corrosa che le forme sono pressoché indistinte. Descrizione: la dea, siede frontale su di un trono ed è affiancata sulla destra da un leone che doveva costituire la prosecuzione dei braccioli del trono; dalla veduta laterale si nota che il corpo dell’animale non era neppure accennato. La caratteristica distintiva di questo esemplare è la presenza di un suppedaneo rettangolare, ancora visibile sulla base della statuetta. La superficie del retro è resa regolare e priva di asperità. 545 GHISLANZONI 1927a, p. 169, fig. 12; PARIBENI 1959, n. 233, tav. 120, p. 91; VERMASEREN 1986, p. 17, n. 36. LONGARINI 2006, p. 71, fig. 1. 101 Lo stato di conservazione non consente di valutare stilisticamente l’esemplare ma, a giudicare da ciò che resta, il modellato è estremamente semplificato e forse l’esito originario doveva prevedere un timpano nella sinistra546. 8. Cibele (Tav. XVIII, 82-83). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: senza n. inv. Dimensioni: alt. 7 cm; spess. 3,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è rotta nella parte superiore a metà circa del busto della figura. La superficie di calcare non presenta vistose scheggiature o lacune dovute alla corrosione. Descrizione: la figura della dea, seduta frontale in trono, è qui appena incisa a bassissimo rilievo; il braccio destro sembra flesso sul busto, mentre il sinistro è disteso in avanti come in appoggio sulle ginocchia. La figura dell’animale, ritto sulle zampe anteriori, è una sottile sagoma lineare, inclinata verso destra, come se l’artigiano avesse realizzato il leone utilizzando il poco spazio rimasto. L’elaborato è di fattura così povera e di dimensioni tanto ridotte, pressoché miniaturistiche, che non consente una plausibile datazione. Tipo III: Cibele con due personaggi ai lati del trono 9. Cibele (Tav. XVIII, 84-86). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 29. Dimensioni: alt. 25 cm; largh. 14 cm; spess. 12 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: LONGARINI 2006, pp. 73-74, fig. 5. Condizione: la statuetta è frammentaria sul lato destro; è piuttosto evidente la sgranatura del marmo; la superficie del retro è ben levigata. Descrizione: la dea, acefala, è vestita di un lungo chitone podéres altocinto sopra il quale è indossato un himation riccamente panneggiato che, passato sulla 546 LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2. 102 spalla sinistra, scende sul grembo con un lembo a zig-zag e giunge fin sopra i piedi. Il braccio destro è fratturato subito sotto la spalla e conserva un foro con infisso un perno metallico; anche il braccio sinistro, spezzato, presenta un foro547 per l’alloggiamento dell’avambraccio; anche sull’attacco del collo rimane un foro con perno metallico infisso, sicuramente per la testa che era lavorata a parte. Interessante è il suppedaneo rettangolare che sembra terminare in alto con protomi leonine e poggiare su sostegni configurati a zampe leonine. Ai lati della dea compaiono due personaggi, lavorati a bassissimo rilevo: a destra Ermes con petaso, stante frontale, vestito con corto chitone su cui è appoggiata la clamide; a sinistra Zeus, stante frontale, con himation che sembra denudare parzialmente il torso (la mano destra appare piegata sul petto, la sinistra trattiene un lembo del mantello). Come è già stato evidenziato548 questa iconografia si riconduce al tipo efesino, attestato dal IV sec.a.C. fino in età romana, rappresentato prevalentemente da rilievi. In un rilievo a naískos da Cirene549, la dea Cibele è affiancata da due divinità lavorate a bassissimo rilievo, Ecate ed Ermes; se la dea, come recita l’Inno, è madre degli dei e degli uomini550, anche Zeus ed Ermes sono suoi figli ed Ecate le è paredra. Per questa variante tipologica le maggiori attestazioni provengono dall’Attica551 e già Paribeni aveva ipotizzato che l’esemplare fosse di importazione. Tipo IV: Cibele in trono 10. Cibele (Tav. XIX, 87-90). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 8. Dimensioni: alt. 17,5 cm; largh. 9,6 cm; spess. 10 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta è fratturata sulla parte sinistra della spalliera del trono; la superficie del marmo è gravemente corrosa; il retro è ben levigato. Descrizione: la dea, acefala, siede frontale su di un trono che appare sproporzionato rispetto allo sviluppo della figura; l’abbigliamento è costituito da un 547 Ø 0,5 cm. NAUMANN 1983, pp. 351-352, nn. 493-500; SIMON 1997, n. 41, p. 509; LONGARINI 2006, pp. 7374, fig. 5. 549 PARIBENI 1959, n. 236, tav. 121, pp. 91-92. 550 Hom. Hymn. 14. 551 VERMASEREN 1977b, n. 61, p. 19, pl. XLIV; n. 174, p. 49, pl. CV; NAUMANN 1983, pp. 318-319, nn. 188-200; GUNTNER , p. 129, B2 e B7 (fine età classica-inizi età ellenistica). 548 103 lungo chitone podéres, dalle fitte pieghe parallele, su cui è panneggiato l’himation. È interessante notare che il mantello, di cui sono dettagliate le pieghe sui lati, avvolge completamente la figura e scende con un lembo lungo il fianco sinistro. Qui la caratterizzazione della figura è ambigua, poiché nessun elemento distintivo richiama inequivocabilmente la dea Cibele: lo schema della divinità femminile seduta in trono conviene benissimo anche a Demetra552: si è già notato, del resto, come a Cirene sia operante una forma di sincretismo cultuale fra le due dee553. 11. Cibele (Tav. XIX, 91-93). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 5. Dimensioni: alt. 30,5 cm; largh.15,5 cm; spess. 26 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono; la superficie del marmo, levigata anche sul retro, consente una lettura dettagliata del modellato della figura. Descrizione: una figura femminile acefala siede frontale su un trono regolarmente squadrato; indossa un chitone altocinto podéres, di cui sono dettagliate sia le lunghe pieghe sulle gambe che le cuciture sulle maniche; sopra è indossato un ricco himation che, con un lembo a zig-zag, scivola dal grembo lungo le gambe, un altro lembo scende dalla spalla sinistra; sono visibili le punte dei piedi, con sandali dall’alta suola. Il braccio destro è rotto all’altezza del gomito, mentre il sinistro, spezzato a metà dell’avambraccio, è piegato verso l’alto. Anche qui, come nel caso precedente, non possediamo elementi distintivi per un’attribuzione certa a Cibele: potrebbe trattarsi della dea, se il braccio sinistro fosse portato sui capelli, come in una statuetta da Canterbury, datata alla prima età imperiale554, oppure se il braccio fosse appoggiato su un piccolo timpano, che non compare, come nella “Cibele Doria Pamphilj”555. Tipo V: Cibele con timpano e leone 12. Cibele (Tav. XIX, 94-97). Età ellenistica. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. 552 PARIBENI 1959, n. 79, tav. 62, p. 47; n. 80, tav. 63, p. 48; HUSKINSON 1975, n. 31, pl. 9, p. 17; CELLINI 2010, pp. 101-104, figg. 1-6. 553 LONGARINI 2010, p. 83. 554 SIMON 1997, n. 51a, p. 511. 555 SIMON 1997, n. 52, p. 511. 104 N. inv.: 6. Dimensioni: alt. 29 cm; largh. 20 cm; spess.15,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2. Condizione: la statuetta manca della parte superiore del trono; la superficie del marmo, levigata anche sul retro, benché presenti tratti di corrosione, consente tuttavia una lettura dettagliata del modellato della figura. Si conservano due fori sull’attacco del piede destro. Descrizione: la dea siede frontale sul trono e, come di consueto, veste un chitone altocinto podéres di cui sono dettagliate le lunghe pieghe come anche i segni delle cuciture sulle maniche; l’himation, panneggiato sulle spalle, ricade sul grembo e scivola con una lunga falda sul fianco sinistro. Il braccio destro è rotto circa all’altezza del gomito; il sinistro, invece, poggia con il palmo della mano sul grande timpano. Sulla destra siede il leone, ritto sulle zampe anteriori, che sembra qui, per la prima volta, caratterizzato con dettaglio anatomico, come si può notare dai particolari della criniera ma, soprattutto, dalla resa della gabbia toracica con cui si vuole evidenziare la muscolatura tesa e potente. Si può considerare una variante del tipo II: esemplari simili provengono dall’Attica ma anche dall’Asia Minore e si datano nel primo ellenismo556; la statuetta si caratterizza per la finezza della lavorazione e per la cura dei particolari. V.2.11 Erma di Ermes (Tav. XX, 98-101). I sec.a.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 15. Dimensioni: alt. 15.5 cm; largh. 10 cm; spess. 10,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: l’erma è fratturata all’attacco del pilastrino e la testa è fratturata sul retro; lo stadio di corrosione è molto avanzato. Il retro è lavorato con accuratezza, segno che l’erma, libera da vincoli di collocamento, doveva essere predisposta per una veduta a tutto tondo. Descrizione: su di un pilastrino rettangolare si imposta una testa maschile dal volto barbato. La fisionomia è oggi difficilmente distinguibile a causa della consunzione della superficie per cui i lineamenti risultano quasi cancellati. La bocca, coperta dai baffi che delineano una curva raccordandosi alla barba ormai informe, 556 LONGARINI 2006, pp. 71-72, fig. 2. 105 sembra caratterizzata dal labbro inferiore sporgente; il setto nasale è ormai completamente evanido; gli occhi sono segnalati dalla palpebra superiore incisa su cui si apre l’arcata sopracciliare appena accennata. Sulla fronte si imposta una capigliatura che, originariamente, doveva essere costituita da una doppia fila di riccioli a piccole volute, di cui ancora si percepisce la lavorazione nelle vedute di profilo; sul capo è fissato un diadema, stretto e leggermente bombato che separa i riccioli dal retro della capigliatura costituita da lunghi capelli segnalati da linee ondulate, incise sia sulla calotta cranica che sul retro. L’erma di Ermes557, in cui si riconosce una derivazione dall’Ermes Propylaios di Alkamenes558, è di stile arcaizzante, come denota la lavorazione della capigliatura dalle linee ondulate incise e dai riccioli a volute. A Cirene sono già noti alcuni esemplari scultorei attestanti il tipo: dall’esemplare di scuola attica di grandi proporzioni559, fino alle repliche più corsive560; di grande interesse risulta il confronto con un frammento di erma arcaizzante che presenta una caratterizzazione della capigliatura molto simile alla nostra e, in particolare, “…il motivo della ciocca di capelli ripresa sopra l’orecchio e poi scendente isolata sul collo”561, distintivo delle erme arcaizzanti. Un’erma inedita conservata presso il Magazzino del Museo Archeologico di 562 Cirene offre un confronto molto stringente per il nostro esemplare: il viso non è più leggibile, a causa di una grave lacuna, ma si conserva tutto lo sviluppo dell’erma; sulla faccia anteriore del pilastro si conserva un incasso circolare per il fissaggio dei genitali, lavorati a parte. È un’erma di Ermes, molto simile alla nostra, sempre di stile arcaizzante, come denota la lavorazione della capigliatura a ciocche ondulate, rese da lunghe incisioni continue e dal dettaglio del diadema, stretto e bombato (Figg. 57-58-59-60). Figg. 57-58-59-60. Erma di Ermes, in marmo, vedute: frontale, laterale destra, laterale sinistra, posteriore. MMC (foto V. Giovannini). 557 SIEBERT 1990, p. 298. CAPUIS 1968, pp. 35-58. 559 PARIBENI 1959, n. 368, p. 131, tav. 365. 560 PARIBENI 1959, n. 372, p. 132, tav. 167. 561 PARIBENI 1959, n. 373, tav. 167, p. 132. 562 Erma di Ermes in marmo bianco: alt. 30 cm ; largh. 9 cm; spess. 8 cm; alt. testa 11 cm (all’attacco del collo). Magazzino del Museo Archeologico di Cirene. 558 106 Dal Tempio di Afrodite proviene un rilievo frammentario in cui appare Apollo seduto affiancato da un grifone563: accanto al grifone compare anche un’erma barbata, purtroppo poco nitida a causa della consunzione della superficie, che riproduce ancora una volta il tipo dell’Ermes Propylaios564. V.2.12 Testa di Dioniso tauromorfo (?) (Tav. XX, 102-105). Età ellenistico-romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 56. Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 9,8 cm; spess. 8,2 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la testa, conservatasi con una base d’appoggio dalla forma circolare, presenta una forte scheggiatura sul naso e delle scalfitture sul collo; il retro è completamente piatto, sì che è necessario presupporre che la testa fosse alloggiata entro nicchia o contro parete e, comunque, predisposta per la sola veduta frontale. Descrizione: il volto maschile barbato, caratterizzato dalla torsione del collo verso destra, è distinto dall’elaborata acconciatura. Due lunghe ciocche di riccioli calamistrati scendono sulle spalle; sulla fronte, una scriminatura centrale spartisce i capelli che, sulle tempie, sono segnalati da solchi paralleli incisi; poco sopra si notano, a sinistra e a destra della scriminatura, due piccoli bulbi (embrioni di corna?); al centro della testa si conserva un foro circolare, forse per il fissaggio di qualche attributo565; le orecchie sono solo accennate. La barba, dai ricci morbidi e folti, lambisce le labbra piccole e carnose: il labbro superiore ha una forma decisamente arcuata; la bocca sembra semichiusa. Il setto nasale, lungo e stretto, appare ormai evanido, le orbite oculari risultano infossate con l’indicazione leggera della palpebra superiore in rilievo, mentre l’arcata sopracciliare non è quasi più percettibile. L’identificazione di questo volto resta problematica: escluderei un’effigie di Pan , cui richiama il solo dettaglio dei bulbi cornei sulla testa, attributo che ha permesso di assegnare al dio una statuetta da Cirene, datata in età ellenistica567: è 566 563 HUSKINSON 1975, n. 15, pp. 8-9, pl. 4. STUCCHI 1981, p. 106. 565 Ø 1 cm. 566 BOARDMAN 1997: il repertorio non offre confronti utili. 567 PARIBENI 1959, n. 344, p. 121, tav. 158, parla di 2 “embrioni di corna”; MARQUARDT 1995, n. 8, p. 88, data, invece, alla prima età imperiale. Nell’opera monografica sull’iconografia del dio Pan di età ellenistica e imperiale, Marquardt inserisce anche diversi esemplari da Cirene: n. 40, p. 35, taf. 5,1; n. 41, p. 36; n. 42, p. 36, taf. 5,2; n. 9, p. 88; n. 3, p. 98; n. 4, pp. 98-99, taf. 14,2; n. 9, p. 185, taf. 19,2; n. 10, p. 186, taf. 19,3. 564 107 nota l’associazione tra Pan e la dea Cibele, per esempio su rilievi databili tra fine età classica ed inizio età ellenistica568. Un’altra ipotesi che può essere avanzata è l’identificazione con un’immagine di Dioniso tauromorfo per il dettaglio dei bulbi cornei sulla testa e dell’inclinazione della testa: in realtà gli esemplari attestati traducono sempre un’immagine giovanile, dal volto imberbe569: lo spoglio dell’iconografia in un recente lavoro sul dio dalle sembianze taurine conferma la preponderanza assoluta del tipo giovanile570. Non possiamo escludere che l’effigie debba essere interpretata come l’esito eclettico del sincretismo fra due tipi, il Dioniso barbato ed il Dioniso tauromorfo. Daterei il pezzo in una fase di transizione tra età ellenistica, il cui stile è ravvisabile nella torsione del collo e in un certo pathos dell’espressione ed età romana, per la lavorazione poco accurata di alcuni particolari come la barba. V.2.13 Busto di Iside (Tav. XXI, 106-110). I sec.a.C. (?) Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 61. Dimensioni: alt. 21,7 cm; largh. 17 cm; spess. 11,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: il busto, privo delle braccia, si conserva fin sotto i seni; la superficie del marmo presenta tratti di corrosione che, soprattutto sul volto, offuscano la lettura dei lineamenti. La lavorazione del retro è piatta e priva di dettagli, segno che con ogni probabilità la statuetta doveva essere esposta alla sola veduta frontale. Descrizione: della figura femminile in nudità sono notevoli, per la caratterizzazione e l’identificazione, il volto e l’acconciatura. Il viso, dall’ovale arrotondato, è purtroppo la parte più rovinata della statuetta: si distingue, comunque, un’espressione ferma e volitiva, data dalla frontalità dello sguardo, con l’orbita oculare infossata e dall’atteggiamento delle labbra, piccole e carnose, serrate come in uno slancio rattenuto; la stessa tensione si avverte nel piccolo naso, dalle narici dilatate; altro elemento caratterizzante è quello delle orecchie, grandi rispetto al volto e aperte verso l’esterno. Sulla fronte si imposta l’elaborata acconciatura: la parrucca, dettagliata sui profili destro e sinistro con una maglia reticolata di quadretti incisi, è bipartita in due pesanti ciocche che ricadono parallele sul petto; dalla fronte si dipartono sulle tempie e quindi lungo il collo le spoglie di Horus, rese con incisioni curvilinee ad esprimere realisticamente le ali del falco divino. 568 GÜNTNER 1994, p. 134, B 36-B41, n. B44, p. 135, taf.16. GASPARRI 1986, pp. 440-441, nn. 158a, 158b, p. 313. 570 LOCCHI 2005, pp. 96-100. 569 108 Si nota la presenza di due fori allineati sul capo e sulla fronte571, probabilmente predisposti per il fissaggio dell’ureo; sulla superficie di appoggio del busto si conservano un foro572 e due piccoli incassi laterali, utili per l’assemblaggio tra questa parte della statuetta e la parte inferiore non conservata. Tutti gli elementi dell’iconografia inducono all’identificazione della dea Iside: l’attributo della parrucca con l’ureo che caratterizza la figura come appartenente alla stirpe divina, le spoglie di Horus, simbolo di protezione magica, concorrono al riconoscimento di una Iside faraonica573, tipologia che dall’età faraonica si conferma fino in età romana574. La fisionomia della dea si segnala per una sensuale femminilità grazie ad alcuni particolari di dettaglio, ricorrenti nelle rappresentazioni di età tolemaica 575 e poi romana: le orecchie aperte verso l’esterno che enfatizzano il volto, il collo tornito dalle linee del collare di Venere, i seni pronunciati e, infine, le piccole pieghe di adipe nell’attacco fra la spalla e il busto che sottolineano ancor più la giovane e fragrante femminilità della dea. Questa rappresentazione è straordinaria a Cirene, in quanto non vi sono fino ad oggi confronti, benchè il culto sia ampiamente attestato come anche le rappresentazioni scultoree576, neppure da Apollonia, che pure conserva documenti afferenti la sfera isiaca577. Risulta evidente che l’ascendenza tipologica del nostro busto di Iside non può essere ricondotta alle immagini cirenee note e va, quindi, individuata una matrice più propriamente egizia578, di età tolemaica tarda, forse nell’ambito di botteghe alessandrine: a Cirene, dunque, l’Iside ellenistica può essere declinata secondo il modello ellenizzato ma anche secondo il classicismo egizio579. Le regine ellenistiche potevano essere ritratte con gli attributi caratterizzanti divinità femminili ed è un’ipotesi plausibile che anche il nostro busto possa raffigurare una regina tolemaica: infatti, l’iconografia faraonica persiste in concomitanza con quella “ellenizzata” con continuità dalle prime regine fino alle ultime: ricordiamo che dall’Agorà di Cirene provengono iscrizioni su basi di statue per Tolomeo Evergete II, Cleopatra III e Tolomeo Soter II580. Nella sezione egiziana del Museo Vaticano si conserva una statua colossale di Arsinoe II, un ritratto ufficiale, realizzato prima della deificazione, secondo 571 Foro superiore Ø 0,6 cm; foro inferiore Ø 0,5 cm. Ø 1 cm. 573 ARSLAN 1997. 574 BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 154, tav. LXX, p. 103, statuetta di Iside che allatta Horus, copia di età romana da sculture della XVIII- XIX dinastia. 575 WITT 1971, pl. 2-3. 576 PARIBENI 1959, nn. 412, 413, 414, p. 143, tav. 180; HUSKINSON 1975, n. 45, pl. 18, pp. 23-24; n. 46, pl. 19, p. 24. 577 MCALEER 1978, n. 28, pl. XVII,1, pp. 48-49; n. 44, pl. XXI,1-2, pp. 57-58. 578 Come dimostra l’uso della parrucca: SCHWENTZEL 2000, p. 27. 579 MALAISE 1997, III.1, p. 96: statua di età tolemaica tarda (I sec.a.C.) rappresentata secondo il classicismo egizio. 580 PESCE 1959, p. 677; VON HABSBURG 1985, p. 363. 572 109 l’iconografia egizia581; Berenice I è rappresentata su di una gemma con gli attributi di Iside, ma non secondo l’iconografia faraonica, bensì secondo l’iconografia ellenizzata con riccioli calamistrati raccolti da un diadema582, che caratterizza puntualmente, a partire da Cleopatra I, le regine lagidi583; ma, ancora Cleopatra III è rappresentata secondo l’iconografia faraonica in due busti conservati al Museo Egizio di Torino ed al Museo Egizio di San Jose in California584. Non si riscontra una puntuale coincidenza fisiognomica fra il nostro busto e i due citati di Cleopatra III ma, tenuto conto del carattere idealizzante di queste immagini, sarebbe suggestivo riconoscere anche in questo esemplare da Cirene un’immagine della regina, forse da mettere in relazione con l’iscrizione dall’Agorà. V.2.14 Omphalos (?) (Tav. XXII, 111-113). Fine I-inizi II sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 1. Dimensioni: alt. 30,8 cm; spess. 19 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: l’esemplare è pressoché integro, tranne qualche piccola scheggiatura e una leggera corrosione della superficie del marmo. Descrizione: su di un pilastro dal corpo conico desinente con un’appendice globulare, è arrotolato un serpente che, con le sue spire, avvolge completamente l’oggetto. Il rettile è caratterizzato con ricerca di dettaglio nelle volute del corpo, ma soprattutto nella punta della coda e nel particolare della testa, appoggiata sul globo, con gli occhi lavorati a rilievo. Sulla superficie della base, corre intorno al pilastro un’iscrizione in lettere greche, di cui sono stati eseguiti frottage, apografo (Figg. 61-62) e scheda epigrafica585. Fig. 61. Sviluppo orizzontale dell’iscrizione (elaborazione grafica O. Mei). 581 RICHTER 1965, p. 263, figg. 1805-1806. MACURDY 1932, pp. 104-109, fig. 4c. 583 SCHWENTZEL 2000, p. 23. 584 KYRIELEIS 1975, M6, p. 184, taf. 102,3; M7, p. 184, taf. 102,4. 585 Ringrazio il Dott. Emilio Rosamilia della Scuola Normale Superiore di Pisa per la collaborazione nella realizzazione del frottage; al Dott. Rosamilia si deve la scheda epigrafica dell’iscrizione. Ringrazio inoltre la disegnatrice Dott.ssa Laura Vasta per la realizzazione dell’apografo. 582 110 Fig. 62. Calco dell’iscrizione (dis. L. Vasta). Scheda epigrafica Lettere alte circa 2 cm. ὐξαμένη ἀνέ ηκα Δομιτία αια. “Avendolo promesso in voto, io, Domizia Gaia, ho dedicato”. La lettura è più o meno agevole a seconda dello stato di conservazione del supporto lapideo. Molto difficile a leggersi è in particolare la parte finale della parola ἀνέ ηκα, ma la presenza di un tratto obliquo discendente ben riconoscibile sembra escludere che l’ultima lettera della parola possa essere un epsilon e che si possa leggere qui un più comune ἀνέ ηκε. Si noti inoltre l’ordine non comune delle parole, in quanto il nome della dedicante viene qui a chiudere il testo dopo il verbo di dedica. Quest’ordine però non può essere oggetto di dubbio, poiché la coda del serpente offre un punto di partenza quasi obbligato che il lapicida ha seguito. La dedicante, Δομιτία αια, non è altrimenti attestata in Cirenaica. Sono però noti un Δομίτιος Οἴας, forse Οἰακός (SEG IX 480, già CIG 5276), e un certo Σήστιος Δομίτιος, segretario (SEG IX 555), entrambi da Teuchira. Per il nome αια invece abbiamo un solo parallelo nella regione da un’iscrizione tombale di età imperiale di Tolemaide che fu vista dal Pacho nell’Ottocento (CIG 5421, dove, alla l.1, è menzionata una αια Ἰου λί α). Ovviamente molto più attestato è il praenomen maschile άïος1. La formula onomastica della donna è comunque pienamente romana. Per quanto concerne l’aspetto paleografico sono da segnalare alcuni nessi epigrafici, come N+H in εὐξαμένη e N+E in ἀνέ ηκα. Tratti interessanti per la datazione sono l’alpha con tratto orizzontale spezzato molto enfatizzato, il my a barre verticali parallele, il ny perfettamente regolare, il kappa con tratti obliqui perfettamente sviluppati e le lettere tonde che presentano lo stesso modulo del resto del testo. Mancano invece altre lettere, come il phi o il rho, che avrebbero forse consentito una maggior precisione in fase di datazione. Questa iscrizione inoltre si distingue per una certa ricerca di eleganza che traspare nell’apicatura abbastanza presente e nello xi con le tre barre orizzontali legate da tratti obliqui e la barra mediana sostituita da un elemento che pare di forma circolare, una resa per cui non ho trovato paralleli nella regione. Su base paleografica, in mancanza di tratti maggiormente marcati, si può ipotizzare una datazione alla seconda metà del I sec. o alla prima metà del II sec.d.C. 2 E. Rosamilia 1 S. M. MARENGO, Lessico delle iscrizioni greche della Cirenaica, Roma 1991, pp. 69-70. 2 Per alcuni confronti paleografici vedere ad esempio: SECir 5, di epoca almeno flavia (in cui compare anche il rho quadrato), SEG IX 54, posteriore al 128 d.C. e infine SEG IX 185, datato dall’Hondius al II sec.d.C. (caratterizzato anche dalla presenza del rho quadrato). La formula dell’iscrizione chiarisce inequivocabilmente la natura di ex-voto dell’oggetto, la cui valenza simbolica non è facile ricostruire. Potrebbe trattarsi di un omphalos, dalla forma molto slanciata e, quindi, non riconducibile agli esemplari delfici, quello in marmo con ἀγρηνόν586 o quello in calcare rivenuto ad Ovest del 586 KOLONIA 2009, pp. 60-62, fig. 73. 111 Tesoro degli Ateniesi587: omphaloi in statuette di Aristeo da Cirene appaiono come piccoli massi squadrati, privi di volumetria588. In effetti, in mancanza di un’esplicita dedica risulta difficile definire in maniera univoca il significato del serpente sacro che può rappresentare un attributo di fertilità in connessione con Artemide, Atena, Cibele, Demetra, Kóre, Trittolemo, Dioniso e il suo corteggio, le Ninfe e le Eumenidi589; può, poi, diventare ipostasi stessa di divinità, per Zeus Ktesios, Zeus Philios, Zeus Meilichios, Agathos Daemon, Agathos Zeos, Ermes, Zeus Sabazios, Zeus Dolichenus, Mitra; Iside e Serapide per il potere oracolare; simbolo poi di poteri medici con Apollo, Asclepio, Igea è anche segno di protezione con varie divinità, fra cui i Dioscuri, come protettori della casa, della città e poi come dei guerrieri590. Da Delo proviene un rilievo il cui campo centrale è occupato da un altare circolare intorno al quale si avvitano le spire di un serpente: la simbologia di questa rappresentazione non è stata ricondotta ad un culto specifico di divinità o eroe591. Un oggetto simile al nostro (alt. 38 cm), sempre proveniente da Delo, è stato interpretato come simbolo dell’Apollon Agyeus592. Forse anche il nostro oggetto potrebbe essere connesso con il culto di Apollo: ancora di recente si è parlato della presenza del culto dell’Agyeus nel Santuario di Apollo a Cirene593; testimonianza della diffusione di un culto aniconico sarebbero anche alcuni κιονίσκοι avvolti da spirali594, in cui si deve riconoscere un’evoluzione del simulacro betilico595. La nostra Domizia Gaia, dedicante di un ex-voto per grazia ricevuta, omette volutamente, nella formula di rito, la divinità dedicataria che, quindi, rimane anonima: potrebbe trattarsi di Apollo che, in età imperiale, è ancora la divinità poliadica per eccellenza596. V.2.15 Testa di Níke (?) (Tav. XXIII, 114-116). Età augustea. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 45. Dimensioni: alt. 15 cm; largh. 19 cm; spess. 13,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. 587 AMANDRY 1992, pp. 200-205, pl. I, 1. Cfr. n. inv. 26 (statuetta di Aristeo); HUSKINSON 1975, nn. 18-19, pl. 7, pp. 10-11. 589 MITROPOULOU 1977, p. 28 e ss. 590 MITROPOULOU 1977, p. 95 e ss.; pp. 79-81; pp. 183-201; pp. 55-61. 591 MITROPOULOU 1977, p. 223, n. 42, fig. 148. 592 ROSCHER 1913, pp. 128-129, p. 132, taf. VI, 8. 593 DI FILIPPO BALESTRAZZI 2010. 594 DI FILIPPO BALESTRAZZI ET ALII 1976, p. 147; DI FILIPPO BALESTRAZZI 1984. 595 SCHMITTER 1971. 596 CALLOT 1999, pp. 252-254. 588 112 Condizione: la testa, rotta all’attacco del collo, manca della parte superiore, a partire dalla fronte. Vistose scheggiature compaiono sulla superficie del viso, in cui è evidente il lavoro di levigatura. Descrizione: il volto è incorniciato da una chioma di capelli ondulati, caratterizzati da linee parallele incise, che coprono parzialmente le orecchie; un foro, per il fissaggio di un orecchino, rimane sul lobo sinistro; il lobo destro è fratturato. Il viso, dall’espressione ieratica, è di evidente impronta classica. Si tratta di un lavoro di prima grandezza. L’opera è una copia romana, databile entro il I sec.d.C., come si può evincere dalla trattazione della capigliatura, in cui il trapano corrente è usato in maniera leggera e dall’assenza di trattazione dell’iride: osservazioni queste che consentono di escludere un’elaborazione di età adrianea597. Per quanto riguarda il prototipo, esso va collocato tra il 440-30 a.C., gli anni che intercorrono tra la produzione dell’Amazzone ferita598 e la Níke599 della Parthenos600, di cui resta una copia di II sec.d.C dall’Agorà di Atene601; si riscontrano ancora tratti di stile severo, nelle sopracciglia e nel naso, ma l’ovale del volto e i capelli portano ad una datazione più avanzata. Nonostante l’individuazione di questi elementi stilistici, risulta estremamente difficile identificare il soggetto della nostra testa, forse una Níke, che, insieme a Temi ed Igea, è stata rappresentata con l’individualità propria delle divinità olimpiche: dalla prima rappresentazione di figura alata dovuta, secondo la tradizione, ad Archermos di Chio, successivamente “…Níke segue linee di sviluppo differenti dalle altre personificazioni”602. Di certo ci troviamo di fronte all’elaborazione di un atelier di grande livello, forse locale, attivo nella riproduzione di modelli classici di grandi artisti, una tradizione che, come dimostrerebbe lo Zeus Olympios, daterebbe già in età augustea603. V.2.16 Testa di Zeus (Tav. XXIV, 117-120). Età augustea. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. 597 Sono debitrice, per le osservazioni stilistiche, tecniche e tipologiche, al Prof. Gianfranco Adornato (Scuola Normale Superiore di Pisa) cui va tutta la mia gratitudine. 598 BECATTI 1951, pp. 185-199, con ampia discussione dei tipi e attribuzione definitiva al tipo Mattei; WEBER 1976, ampia discussione dei tipi e attribuzione al tipo Sosikles; DEVAMBEZ 1981, n. 602, p. 625, Amazzone Sosikles; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 174, n. 395, tipo Mattei; BECATTI 2004, pp. 216-218, tipo Mattei; BANDINELLI-PARIBENI 2005, n. 461, tipo Mattei. 599 CARPENTER 1953-54; LEIPEN 1971, pp. 34-36; THÖNE 1999, p. 105, pp. 111- 113, taf. 12,2. 600 BECATTI 1951, pp. 109-123, tav. 62; TRAVLOS 1971, p. 445; KARANASTASSIS 1987, pp. 323-339; NICK 2002; CHARBONNEAUX ET ALII 2004, p. 144, n. 393; BANDINELLI-PARIBENI 2005, nn. 458-459; LAPATIN 2005; HÖLSCHER 2010, pp. 204-205. 601 L’interpretazione del tipo ha suscitato grande dibattito tra gli studiosi che si sono schierati chi a favore di una attribuzione a Peonio di Mende: SHEAR 1970, p. 273, pl. 58a; MOUSTAKA ET ALII 1992, n. 137c, p. 572; chi, invece, a favore di Fidia: HARRISON 1996, pp. 51-52, figg. 19-20, con bibl.; cenno ai ritrovamenti dell’Agorà in LAWTON 2006, p. 49, fig. 56. 602 SHAPIRO 1993, p. 12; pp. 27-29. 603 PARIBENI 1959, n. 182, tavv. 104,105, n. 182, p. 77. 113 N. inv.: 12. Dimensioni: alt. 10 cm; largh. 8 cm; spess. 8 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: il piccolo volto, rotto all’attacco del collo, presenta vistose tracce di corrosione, soprattutto sulla parte destra; la lavorazione del retro non è accurata, quindi la veduta prevalente doveva essere quella frontale. Descrizione: il viso, dall’ovale stretto e un po’ allungato, è caratterizzato da una folta barba di riccioli incisi con leggerezza; le labbra sono ben disegnate, le narici appaiono un po’ dilatate, l’orbita oculare è delineata dalla palpebra superiore incisa, mentre l’arcata sopracciliare è appena accennata. La capigliatura è costituita da due file di morbidi riccioli che si dispongono intorno al viso, coprendo anche le orecchie che, conseguentemente, non sono lavorate; la parte superiore della testa, non rifinita, rivela ancora le tracce dello scalpello che dovevano indicare la capigliatura. Non esiterei a riconoscere qui un’immagine di Zeus604, la cui iconografia è attestata a Cirene in numerose declinazioni scultoree605; ritengo, inoltre, che in questo piccolo votivo si possa individuare una realizzazione miniaturistica dello Zeus Olympios dall’Olympieion che, se non replica certa della statua di Fidia, è riconosciuto come sicuramente improntato a modelli fidiaci606. Chi ha prodotto la piccola testa, sembra aver avuto in mente e davanti agli occhi l’imponente effigie del dio: traspare anche qui la solenne benevolenza e l’armoniosa proporzione del modello; sono copiati anche alcuni dettagli, come la lavorazione dei capelli ondulati sul cranio; la stessa lavorazione della barba, folta e morbida, traduce il particolare, ben evidenziato dal Guidi, della sporgenza del mento607. Più semplificata è qui la resa dei lineamenti, in parte evanidi per la corrosione: l’intaglio leggerissimo degli occhi e dell’arcata sopracciliare, in cui si inserisce il setto nasale, ripete lo stesso allineamento del modello; meno espressiva la bocca, forse anche qui semichiusa, in cui le labbra sono poco accentuate; similmente i baffi scendono ai margini della bocca in linee ondulate per raccordarsi alla barba. In sintesi, la piccola testa sembra riproporre lo stile del modello e viene probabilmente realizzata nello stesso periodo: daterei, quindi, anche il votivo in età augustea, cronologia proposta da Paribeni per la testa dall’Olympieion. 604 TIVERIOS ET ALII 1997. PARIBENI 1959, n. 183, tav. 107, p. 78; n. 184, tav. 107, p. 78; n. 185, tav. 106, pp. 78-79; n. 185, tav. 107, p. 80; n. 187, tav. 108, p. 80; n. 188, tav. 108, p. 80; n. 189, tav. 108, p. 81; n. 190, tav. 108, p. 81; n. 191, tav. 109, p. 81; n. 192, tav. 109, p. 81; n. 193, tav. 109, p. 81; n. 194, tav. 109, p. 82; HUSKINSON 1975, n. 52, p. 27, pl. 22. 606 GUIDI 1927; PARIBENI 1959, n. 182, p. 77, tavv. 104-105. 607 GUIDI 1927, p. 12. 605 114 V.2.17 Testa di Dioniso (XXV, 121-124). I sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 13. Dimensioni: alt. 30,7 cm; largh. 24 cm; spess. 24 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la testa è rotta all’altezza del collo e, sul retro, è solo grossolanamente sbozzata. La lavorazione della capigliatura non è rifinita e la superficie del volto presenta tracce di corrosione: nell’insieme l’impressione è quella di un non finito. Descrizione: il volto, dall’ovale pieno ed un po’ allungato, è caratterizzato da lineamenti che non risultano particolarmente armoniosi. La bocca piccola, dalle labbra serrate, non sembra corrispondere, nelle proporzioni, ad un naso troppo lungo, che conferisce all’espressione un’aria sostanzialmente rigida. L’orbita oculare è segnalata dalla palpebra superiore incisa e dall’ampia arcata sopracciliare. Sulla fronte è ben visibile la taenia; la capigliatura è costituita da una chioma di capelli ondulati, caratterizzati da leggere linee incise, bipartiti in una scriminatura centrale e raccolti sulla nuca con un nodo; tutt’intorno corre una corona di grappoli d’uva, appena evidenziati in bassissimo rilievo. Sul capo si nota un incasso rettangolare608, forse per l’alloggiamento di qualche attributo o per il fissaggio della statua. Si riconosce qui l’effigie di Dioniso609, in una rielaborazione di età romana, databile forse entro il I sec.d.C., visto che mancano dettagli della lavorazione, come il trapano corrente usato in modo massiccio o la lavorazione dell’iride, che farebbero posticipare al II sec.d.C. Nello stesso tempo, sembra che siano stati elaborati stili diversi, per cui l’esito sarebbe quello di una certa disarmonia, sottolineata da un evidente schematismo: in altre parole, qui manca completamente quella voluttuosa sensualità che traspare nelle immagini del dio, caratterizzata o da una torsione del capo o dalla rotondità dei lineamenti. Il dio è attestato a Cirene da numerose rappresentazioni scultoree610 e anche da una statuetta, di cui si conserva solo la testa, proveniente da Apollonia611. L’unico esemplare che sembra offrire lo spunto per un confronto tipologico è la statua 608 Lungh. 5,5 cm; prof. 3 cm. GASPARRI 1986, n. 100, p. 304: esemplare dalla datazione oscillante tra metà IV sec.a.C. e seconda metà II sec.a.C. 610 PARIBENI 1959, n. 317, tav. 150, p. 113; n. 318, tav. 151, p. 113; n. 319, tav. 151, p. 114; n. 320, tav. 151, p. 114; n. 321, tav. 151, p. 114; n. 322, tav. 152, pp. 114-115; nn. 323, 324, 325, tav. 153, p. 115; n. 326, tav.153, p. 116; nn. 327, 328, 329, tav. 154, p. 116; nn. 330, 331, tav. 155, p. 117; HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18; nn. 33-34, pl. 12, pp. 18-19. 611 MCALEER 1978, n. 46, pl. XXI, 3-4, pp. 59-60. 609 115 rinvenuta nel Tempio di Bacco612, ritenuta elaborazione copistica da un originale di III sec.a.C.; la nostra testa potrebbe forse derivare da un prototipo databile intorno alla metà del IV sec.a.C.613; apparenta i due volti una ricercata freddezza. V.2.18 Testa colossale di Efesto (Tav. XXVI, 125-128). Età adrianea. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 34. Dimensioni: alt. 59,1 cm; largh. 26,4 cm; spess. 27,1 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la testa, terminante con il tenone predisposto per l’alloggiamento, presenta una vistosa scheggiatura sul naso; la superficie del marmo rivela tratti di corrosione. Il retro è lavorato piuttosto grossolanamente, senza una vera rifinitura. Descrizione614: il volto barbato è caratterizzato dall’alto pilos, desinente a punta. Il trattamento dei capelli, resi con linee di trapano rigide e profonde, non dissimulate e il disegno degli occhi, con le palpebre a spigolo acuto, la palpebra superiore arcuata e il trattamento delle superfici confermano la datazione ad epoca adrianea. È plausibile che la testa fosse pertinente ad un acrolito, una statua di culto, destinata alla sola veduta frontale e osservata dal basso verso l’alto. Per quanto riguarda l’identificazione, assai problematica, gli unici elementi a disposizione sono il volto barbato ed il pilos. La presenza del copricapo potrebbe suggerire un’immagine di Dioscuro che va, però, subito cassata, visto che i Dioscuri sono rappresentati sempre con fattezze giovanili e mai dai tratti maturi615. Il Naískos di Lysanίas da Bengasi616 presenta una teoria di divinità fra le quali compare un personaggio barbato, in abito militare, contraddistinto da un alto pilos desinente a punta; lo stesso soggetto, sempre con pilos, ricorre sul rilievo con divinità greco-libye dal Tempio di Cibele617. La figura è stata identificata in entrambi i casi come divinità enchoria618 ma bisogna notare che Stucchi definisce il copricapo come pilos metallico (Kegelhelm), il pileo militare619 che imiterebbe quello di feltro, caratterizzante il nostro personaggio. 612 HUSKINSON 1975, n. 32, pl. 13, pp. 17-18. GASPARRI 1986, n. 203b, p. 322. 614 L’analisi di questo esemplare mi è stata possibile grazie al confronto con illustri studiosi, con i quali ho avuto la fortuna di confrontarmi: il compianto Prof. Di Vita, il Prof. Bonacasa e la Prof.ssa Belli che, in particolare, ha voluto seguirmi nella formulazione e nello sviluppo dell’ipotesi di lavoro. A tutti va la mia riconoscenza. 615 HERMARY 1986; PARIBENI 1959, n. 378, tav. 168. 616 GHISLANZONI 1927b; PARIBENI 1959, n. 50, tav. 49. 617 N. inv. 2-2a. 618 STUCCHI 1987, p. 211; PURCARO 2010, p. 190. 619 STUCCHI 1987, p. 211, 217. 613 116 Se, quindi, l’attributo è discriminante, è necessario considerare l’iconografia di quei soggetti in cui sia riconoscibile la cuffia di feltro. Chi è caratterizzato dal pilos di feltro, caratteristico dei naviganti, è Odisseo, soprattutto dalla prima metà del V sec.a.C.620: l’eroe è sempre caratterizzato dalla cuffia di feltro621, basti citare, tra gli esempi più noti, l’Odisseo di Antikythera622 e l’Ulisse di Sperlonga623. A tal proposito un confronto veramente interessante per la nostra scultura viene da una testa dall’Esquilino, ritenuta copia adrianea da un originale del 440 a.C.624: il volto barbato, dal pilos di feltro, presenta una trattazione della fisionomia che consente un possibile accostamento all’esemplare di Cirene; la criticità di questo confronto sta nell’identificazione della testa romana, per cui l’attribuzione ad Ulisse non è certa. A sciogliere la riserva interverrebbe Pfuhl 625 che vede nel ritratto l’immagine di Ulisse, addirittura attribuendo la paternità dell’opera a Kresilas, in virtù della somiglianza tra l’Ulisse e l’Erma di Pericle. Va detto che, per il riconoscimento di Odisseo nella testa colossale dal Tempio di Cibele, mancano a Cirene attestazioni epigrafiche relative ad un culto dedicato626 ma soprattutto sono assenti testimonianze scultoree627. Il discorso affrontato sulla testa dall’Esquilino, copia adrianea da originale di V sec.a.C., che offre un confronto per la nostra, porta a percorrere con maggiore decisione l’ipotesi di una copia da originale classico: perché, quindi, non considerare che il nostro esemplare possa essere copia dell’Efesto di Alkamenes?628. L’iconografia di Efesto è molto simile a quella di Odisseo: il dio indossa il pilos (in uso dal V sec.a.C.) - il volto barbato si afferma con Alkamenes, poi oscilla ancora imberbe- indossa l’exomis o la clamide (abbigliamento che caratterizza anche Odisseo), porta come attributi le tenaglie, il martello e, talora, alcuni pezzi di metallo infiammato, i cosiddetti μύδροι629; le molteplici rappresentazioni del dio confermano questi particolari dell’iconografia630. Visto che l’iconografia del nostro risponde al tipo di Efesto, possiamo provare a verificare se si possa parlare di una copia dell’Efesto di Alkamenes, realizzato dall’artista per il gruppo dell’Hephaisteion631 di Atene. 620 TOUCHEFEU-MEYNIER 1992: in particolare, è evidenziata la differenza tra il pilos di IV sec.a.C., una cuffia alta e appuntita e quello dell’arte ellenistica e romana, una cuffia rotonda. 621 ANDREAE-PRESICCE 1996. 622 BOL 1972; YALOURIS 1990; MASTROCINQUE 2009. 623 ANDREAE 1983. 624 PARIBENI 1953, n. 73. 625 ANDREAE-PRESICCE 1996, scheda 1.8, p. 32, con bibl. 626 Rimane solo una testimonianza letteraria di VI sec.a.C.: VITALI 1932, p. 114. 627 Ulisse compare nelle pitture tarde di una tomba in Cirenaica: BACCHIELLI 1996. 628 Ringrazio la Prof.ssa Belli e il Prof. Lippolis per avermi suggerito questa ipotesi di lavoro. 629 ARIAS 1960. 630 MUSTILLI 1939, n. 20, tav. XXXIX, 161-162, p. 57, BROMMER 1978, p. 98, tav. 46,2; BROMMER 1978, p. 98, tav. 46,3; BROMMER 1978, p. 86, tav. 46,4, ARIAS 1960, p. 235; BROMMER 1978, p. 98, tav. 45, 1-4; BROMMER 1978, p. 96, tav. 42, tav. 43,1-2, SIMON –BAUCHNESS 1997, p. 284, n. 1; PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, pp. 131-138, BROMMER 1978, p. 50, taf. 20,3; HERMARY JACQUEMIN 1988, p. 635. 631 THOMPSON-WYCHERLEY 1972. 117 Purtroppo, solo le fonti letterarie ci danno vivida testimonianza del gruppo scultoreo di Efesto ed Atena632, noto come opera di Alkamenes633, oltre alla stele marmorea in tre frammenti che riporta il rendiconto dei lavori634. Gli studiosi si sono prodigati, sulla base di queste poche tracce e di esigui “testimoni”, nella ricostruzione del gruppo scultoreo: per quanto riguarda la figura di Efesto, Sauer propone un Efesto pileato, vestito di himation, in appoggio su un bastone, con tenaglie e martello nella destra635; Stevens un Efesto pileato, in exomis, con martello nella destra e bastone nella sinistra636; Karusu un Efesto pileato, in exomis, con martello nella destra e scettro nella sinistra637; Travlos un Efesto con pilos a punta, exomis, martello nella destra e scettro nella sinistra638. La ricostruzione più elaborata è sicuramente quella della Harrison639 che inserisce, tra le due divinità, l’anthemon di cui si fa menzione nell’iscrizione; infine Brommer, cui si deve l’opera di sintesi, sotto il profilo storico-artistico, sulla figura del dio, propone un Efesto pileato, in exomis, con martello nella destra e tenaglie nella sinistra640. Alle varianti iconografiche corrispondono, poi, proposte riguardo alla datazione del gruppo, che oscillerebbe di pochi anni: secondo Morgan, le statue di culto erano complete ed installate verso il 415 a.C. ca. 641; secondo Capuis, le statue di Atena ed Efesto furono erette tra il 421-20 e il 416-15 a.C.642; per la Harrison643 la realizzazione del gruppo colossale in bronzo si deve datare negli anni 421-415 a.C. La recente rilettura del testo epigrafico registrato sulla stele marmorea, che ha fornito l’appiglio per le datazioni fin ad ora avanzate, ha consentito di riferire l’intervento citato degli anni 421-413 a.C., non alla realizzazione del gruppo, bensì ad un rifacimento che presuppone uno smontaggio delle sculture già esistenti644. Ma veniamo ai “testimoni” che, come detto, sono veramente esigui: Furtwäengler645 ha proposto una ricostruzione dell’Efesto di Alkamenes combinando l’Erma del Vaticano con il torso Kassel, ma l’ipotesi è rifiutata quasi unanimemente646; un torso in exomis al Museo Nazionale di Atene deriverebbe dall’Efesto di Alkamenes647, così come l’effigie originaria del dio si conserverebbe su due lucerne dall’Agorà di Atene648. 632 DEMARGNE 1984, p. 978, A12. CAPUIS 1968, p. 13; LIPPOLIS-VALLARINO 2010, p. 251. 634 LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 253-257. 635 BROMMER 1978, p. 77, abb. 34. 636 BROMMER 1978, p. 77, abb. 35. 637 BROMMER 1978, p. 77, abb. 36; PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1954. 638 BROMMER 1978, p. 77, abb. 37. 639 BROMMER 1978, p. 82, abb. 38. 640 BROMMER 1978, p. 82, abb. 38. 641 MORGAN 1963, p. 98, p. 102; si veda anche MORGAN 1962. 642 CAPUIS 1968, p. 30, nota 1. 643 HARRISON 1977a, p. 137; per una disamina complessiva del gruppo scultoreo in connessione con l’edificio si veda anche: HARRISON 1977b; HARRISON 1977c. 644 LIPPOLIS-VALLARINO 2010, pp. 257-259. 645 FURTWÄENGLER 1964, pp. 88-89, BROMMER 1978, tav. 46,1, p. 98. 646 HERMARY - JACQUEMIN 1988, p. 635; contra HARRISON 1977a, p. 81: la studiosa esamina, analiticamente, il problema dell’identificazione delle sculture. 647 PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, BROMMER 1978, p. 83, taf. 44,1-2-3-4. 648 PAPASPYRIDI-KAROUZOU 1968, p. 131, fig. 1; HARRISON 1977a, p. 147; BROMMER 1978, p. 85, taf. 33,4; HARRISON 1977, p. 147, fig. 4; BROMMER 1978, tav. 33, n. 2. 633 118 Chi, invece, rovescia completamente la prospettiva esegetica è D’Abruzzo649, secondo la quale il prototipo ricercato andrebbe individuato non nell’Erma del Vaticano bensì nell’Asclepio Uffizi650, tipo secondo cui il dio viene rappresentato su di una base da Atene al Museo dell’Acropoli651. Come si nota, la questione è decisamente complessa e, direi, ancora del tutto aperta. Per quanto riguarda le attestazioni scultoree di Efesto a Cirene, tutto ciò che possiamo registrare è un torso in exomis, simile al torso Kassel, per cui Paribeni non propone un’identificazione certa (Efesto o guerriero)652. In sintesi, possiamo, alla fine di questa serie di spunti interpretativi, tentare una possibile conclusione, che naturalmente non pretende di avere un valore definitivo e irreversibile, anzi muterà con il mutare del dibattito degli studiosi: la testa colossale può essere un’effigie di Efesto e potrebbe essere una copia dell’Efesto di Alkamenes se nell’Erma del Vaticano si riconosce una sorta di paradigma. Si è detto che l’opera è di età adrianea, probabilmente di botteghe neoattiche itineranti, per cui va ipotizzata una committenza ufficiale che intende riprodurre modelli aulici, con cui si interpreta una religiosità davvero vissuta dai singoli in chiave celebrativa e monumentale. V.3 Plastica iconica V.3.1 Ritratto di atleta (XXVII, 129-132). Fine III sec.a.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 54. Dimensioni: alt. 16,6 cm; largh. 12,7 cm; spess. 13,9 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la piccola testa, rotta all’altezza del collo, rivela uno stato di corrosione molto avanzato. Il retro è lavorato in modo piuttosto sommario ma con un’indicazione voluta della capigliatura, segno che la testa doveva essere predisposta per una veduta non esclusivamente frontale. Descrizione: il giovane volto maschile, di cui poco si distinguono i lineamenti a causa della corrosione, è caratterizzato da un ovale pieno; le labbra, piccole e carnose, sono serrate, il setto nasale, ormai evanido, appare dilatato, l’orbita oculare è decisamente infossata. La capigliatura è costituita da morbidi riccioli, corti sulle tempie, a coprire parzialmente le orecchie. Nelle vedute di profilo si nota chiaramente il solco circolare predisposto per l’alloggiamento della corona. 649 D’ABRUZZO 1981, pp. 20-22. MANSUELLI 1958, n. 133, pp. 160-162. 651 BROMMER 1978, tav. 55,4; D’ABRUZZO 1981, pp. 15-16, figg. 2-3. 652 PARIBENI 1959, n. 459, tav. 198, p. 157. 650 119 Individuiamo qui la fisionomia di un atleta adolescente, per come ci è già nota da altri ritratti cirenei, in particolare da una testina di pancraziaste recentemente rinvenuta all’interno del nuovo Santuario di Demetra a Cirene653. Per questo esemplare, datato tra la fine del IV sec.a.C. e il III sec.a.C., è stata riconosciuta la derivazione dall’Agias di Lisippo654, di cui è già stata individuata a Cirene un’altra replica655; un altro ritratto, “di tipo atletico indeterminato”656, fa sempre parte di questa stessa serie; l’attestazione di questi ritratti testimonia la fortuna della ricezione di modelli lisippei657. In realtà, bisogna notare che, se la nostra piccola testa è sicuramente ascrivibile al tipo dell’atleta che si afferma a partire dal ritratto di Lisippo, essa, tuttavia, non presenta né quella torsione del collo, né l’asimmetria facciale, né le ombre profonde che caratterizzano i ritratti di impronta lisippea. Si osserva, invece, una lavorazione decisamente piatta dei piani del volto, per cui è esclusa qualsiasi ombreggiatura, ma soprattutto un’impostazione statica dell’espressione, cui si aggiunge una lavorazione sommaria della capigliatura che, negli altri esemplari, è elemento di forte distinzione; perciò l’esemplare andrà ritenuto elaborazione più tarda, per la minore attenzione prestata allo stile alto del modello originario. Il ritratto è forse un ex-voto dedicato da una famiglia aristocratica cirenea a celebrazione di un proprio rampollo, vincitore in un agone sportivo. V.3.2 Ritratto femminile con stepháne (Tav. XXVIII, 133-136). Tardo ellenismo. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 35-35a. Dimensioni: alt. totale 34 cm; largh. 20 cm; spess. 18,5; alt. frammento superiore 9 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la testa è ricomposta da due frammenti; naso e bocca sono danneggiati da una vistosa scheggiatura; la superficie del marmo presenta tratti di corrosione e il retro è solo grossolanamente sbozzato. Descrizione: il volto, rotto all’altezza del collo da una frattura obliqua, si caratterizza per un ovale pieno in cui si distinguono ancora le labbra carnose e l’orbita oculare in cui l’arcata sopracciliare è appena pronunciata; gli occhi sono rotondi e distinti dalla palpebra superiore incisa; il tratto del naso è ormai danneggiato dalla scheggiatura. 653 MEI 2010a. MORENO 1987, pp. 34-43; TODISCO 1993, p. 115, n. 241; MEI 2010a, p. 119, nota 4, con ampia bibliografia. 655 PARIBENI 1959, n. 43, tavv. 45, 46, pp. 30-31. 656 PARIBENI 1959, n. 44, tav. 46, p. 31. 657 ENSOLI 1998: la studiosa analizza le repliche cirenee di tre temi lisippei, l’Agia, l’Eros con l’arco e l’Eracle in riposo. 654 120 La fronte è incorniciata da riccioli a fiamma, segnalati alla radice da sottili linee incise; i capelli, corti anche sulla nuca, scoprono parzialmente i lobi delle orecchie. Sulla testa è appoggiata una stepháne, alta al centro e più stretta sui bordi. L’impressione che l’assemblaggio sia forzoso è dovuta al fatto che già in antico i due frammenti sono stati riadattati a seguito di un restauro o di una rilavorazione: un foro si conserva sulla superficie di contatto della testa ed un altro sulla superficie di contatto del frammento superiore con stepháne, segno che i due pezzi dovevano essere ricomposti insieme. La conferma della pertinenza dei due frammenti mi sembra inequivocabilmente data dalla punta di stepháne che si conserva sul lato sinistro del frammento inferiore: che possa trattarsi di una generica corona, lo escluderei, visto che la lavorazione è la medesima del frammento conservato. L’esemplare pone notevoli problemi di identificazione. Posto che l’unico elemento distintivo è qui la corona658, va detto che l’attributo caratterizza diverse divinità femminili, quali Afrodite659 ed Era660 ma è anche distintivo di figure femminili d’alto rango. L’ipotesi di poter qui riconoscere una regina ellenistica diventa ancora più complessa perché di primo acchito si può escludere la mitica Berenice II661, nota a Cirene per il ritratto dall’Iseo sull’Acropoli662 dal volto di fanciulla e acconciatura a melone, o nelle effigi monetali in cui appare di profilo, capite velato e, prevalentemente, con diadema piatto663. Non vale purtroppo, come stringente confronto, nemmeno l’immagine di Arsinoe II, caratterizzata dall’alta stepháne sia nelle effigi monetali664 che in una testa marmorea da Istanbul665, come in un ritratto in marmo conservato in Inghilterra (Kingston Lacy) ma proveniente dall’Egitto666; riguardo agli attributi della regalità femminile Caccamo Caltabiano ha notato, esaminando le emissioni di Filistide, sposa di Ierone II, che la regina siracusana si rappresenta come Berenice, con diadema, piuttosto che come Arsinoe, con stepháne667; la stepháne ricorre, infine, anche sui ritratti monetali di Arsinoe Philopator668 e di Cleopatra VII669. Solo una suggestione viene da un busto conservato al Pergamon Museum: il ritratto di una regina attalide, forse Apollonis, moglie di Attalo I, morta intorno al 184/183670. 658 SAGLIO 1969b. DELIVORRIAS ET ALII 1984, n. 430, tav. 41; n. 472, tav. 45; n. 627, tav. 61. 660 PALMA 1983, n. 41, pp. 97-101; KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 127, tav. 410; TRAVERSARI 1973, n. 57, p. 134, cfr. KOSSATZ - DEISSMANN 1997, n. 132, tav. 411. 661 POMEROY 1984, pp. 20-23; BACCHIELLI 1995. 662 GHISLANZONI 1927a, pp. 165-166; ANTI 1927b; ROSENBAUM 1960, n. 6, pl. VIII, 3-4, pp. 38-39; KYRIELEIS 1975, p. 100, note 402-403. 663 CACCAMO CALTABIANO 1998, p. 101, tav. I, nn. 1,6. 664 POOLE 1963, p.xxxix, p. 42, pl. VIII; MORENO 1994, n. 412, pp. 328-329. 665 PRANGE 1990, p. 200, taf, 42, 1-2. 666 KYRIELEIS 1975, p. 180, J11, taf. 81, S. 85 f. 94. 667 CACCAMO CALTABIANO 1995, p. 23. 668 POOLE 1963, p. liii, p. 67, pl. XV. 669 POOLE 1963, p. lxii, p. 122, pl. XXX. 670 SMITH 1998, n. 29, pp. 160-161. 659 121 Il volto pieno è caratterizzato da labbra carnose, l’orbita oculare è sottolineata dall’incisione della palpebra superiore, l’arcata sopracciliare non è fortemente evidenziata; la capigliatura di corti riccioli ondulati è impreziosita dal dettaglio della stepháne, riccamente ornata da motivi vegetali a rilievo; sul capo scende il velo che ricade morbido sulle spalle. L’esemplare di Berlino può indicare, non tanto uno spunto di identificazione, quanto piuttosto linee stilistiche, secondo le quali avrebbe potuto essere rappresentata una regina ellenistica, o una figura di alto rango, anche a Cirene. Non si può, inoltre, dimenticare la stretta contiguità fra regine tolemaiche e 671 dee , fino ad arrivare ad una vera e propria assimilazione: Afrodite divenne per le regine ciò che Dioniso ed Eracle rappresentavano per i re672; in particolare è forte il legame tra la dea ed Arsinoe II e, come si è detto sopra, l’attributo della corona caratterizza la dea. Una testa di Demetra-Io, proveniente dall’Egitto, ma conservata a Ginevra, presenta proprio l’attributo della stepháne: come stile è simile alla nostra e Adriani la considera elaborazione romana di modelli tolemaici673. Echeggia ancora la ritrattistica tolemaica il ritratto di Cleopatra I da Tolemaide674, considerata copia antonina da un originale ellenistico: naturalmente l’analogia vale solo per l’ovale pieno del volto, i cui lineamenti, le labbra carnose e gli occhi caratterizzati dalla palpebra inferiore ombreggiata e dalla palpebra superiore in rilievo, conferiscono una languida sensualità all’espressione, accentuata da un’evidente torsione della testa verso sinistra; la capigliatura è resa da lunghe ciocche di capelli ondulati, bipartite da una scriminatura centrale; l’attributo delle exuviae elephantis segnala la regalità del personaggio. Sembra che il nostro volto risenta dello stile di modelli di IV sec.a.C., forse mediati dall’arte di Alessandria, in cui, per esempio, è stata già notata l’influenza di Leochares675. In sintesi, questo è lo stile con cui avrebbe potuto essere rappresentata una regina ellenistica, forse divinizzata, visto che la nostra testa conserva sia l’impronta del ritratto che l’astrattezza del simulacro. V.3.3 Ritratto maschile con diadema (Tav. XXIX, 137-139). Tardo ellenismo. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 71. Dimensioni: alt. 26,5 cm; largh. 22 cm; spess. 24 cm. Materiale: marmo bianco a grana grossa. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. 671 MINAS 1998. POMEROY 1984, p. 28, 30. 673 ADRIANI 1948, pp. 22-23, tav. XVII, 1. 674 KRAELING 1962, pp. 177-180. 675 VERMEULE 1992, p. 786. 672 122 Condizione: la testa, rotta all’altezza del collo, manca di buona parte della calotta cranica con una frattura molto ampia ben visibile sul retro. Vistose sono poi le scheggiature sul volto e avanzato lo stato di corrosione della superficie del marmo. Descrizione: il volto, inclinato verso destra, è caratterizzato da un’espressione di patetico languore. Le labbra, ben disegnate, dovevano risultare appena socchiuse; il tratto del naso non è più distinguibile a causa della consunzione e gli occhi sono caratterizzati dall’orbita infossata contornata dall’arcata sopracciliare appena evidenziata. Dalla fronte si diparte una capigliatura di corte ciocche di riccioli distinti, alla radice, da piccole linee incise; sul profilo destro, a metà circa dello sviluppo della capigliatura, si nota la definizione di un diadema piatto e stretto; non è chiaro se la capigliatura continuasse anche sulla nuca. Anche questa testa, come la precedente, pone notevoli difficoltà di interpretazione. L’unico attributo presente è qui il diadema676, simbolo di regalità maschile e femminile, che, erede della tiara dei re di Persia, sarebbe stato adottato per primo da Alessandro Magno ed entrato nell’uso con i suoi successori677. Questo elemento condurrebbe nuovamente all’iconografia dei dinasti ellenistici, in cui domina l’influenza lisippea del ritratto di Alessandro Magno678, ma nessuno dei ritratti noti riesce come utile confronto679, in particolare nessuno dei Tolomei: si può solo notare che il ritratto di Tolomeo IV da Tolemaide680 presenta lo stesso diadema, lavorato nello stesso modo. Il ritratto maschile dalla Casa di Giasone Magno, identificato da Stucchi come effigie di Tolomeo III681 e ritenuto copia del I sec.a.C.682 conferma l’appartenenza della nostra testa alla ritrattistica tolemaica: benché non si riscontri coincidenza immediata nei tratti iconografici (diversa la trattazione della capigliatura, della bocca, dell’ovale del volto), simile è l’espressività del volto, pateticamente accentuata, soprattutto nel nostro esemplare, dalla torsione del capo verso destra; del resto, va anche notato che “la varietà delle tendenze che hanno informato i vari ritratti attribuiti a questo re non permette perfette sovrapposizioni iconografiche”683; ricordiamo, infine, che entrambi gli esemplari provengono dall’Agorà. A conferma dell’osservazione di Stucchi sulla “varietà” dei ritratti del dinasta basta notare la differenza fra i due provenienti dall’Agorà, più simili fra loro ed altri due ritratti, derivati da uno stesso modello: il ritratto attribuito a Tolomeo III 676 SAGLIO 1969a. WERNER RITTER 1965: l’autore affronta, con taglio diacronico, la storia dell’evoluzione del diadema come simbolo di regalità maschile dai re persiani ai regni ellenistici. 678 CHAMAY-MAIER 1987; MORENO 1987, pp. 92-96, fig. 45. 679 SMITH 1998. 680 ROSENBAUM 1960, n. 7, pl. IX, 1-2, p. 39; LARONDE 1987, pp. 438-439, fig. 174. 681 STUCCHI 1967, pp. 121-126, figg. 97, 100, 102, 114, 116. 682 CALLOT 1999, p. 210, d. 683 STUCCHI 1967, p. 125. 677 123 rinvenuto nel Tempio di Zeus a Cirene684 e quello pertinente ad acrolito rinvenuto ad Apollonia685. Queyrel data il ritratto colossale da Apollonia fra il 240 e il 230 a.C., ritenendolo precedente a quello di Cirene, databile a partire dal 221 a.C.: in altre parole, lo studioso mette in evidenza come, a dispetto di un modello comune, i due ritratti siano l’uno l’effigie del re ancora in vita, l’altro un’immagine postuma686. Sembra comunque indubbio che la nostra testa debba rappresentare un personaggio d’alto rango, per la presenza del diadema e per lo stile, che ripercorre i canoni della ritrattistica ufficiale dei dinasti ellenistici. V.3.4. Ritratti di fanciulle 1. Ritratto di fanciulla (Tav. XXX, 140-143). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 57. Dimensioni: alt. 10,6 cm; largh. 7,3 cm; spess. 7,1 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la piccola testa è rotta all’altezza del collo; i lineamenti del volto, appena incisi, sono completamente evanidi, il retro ha una lavorazione assolutamente piatta, segno che la veduta predisposta era solo quella frontale. Descrizione: il piccolo ovale rotondo è assolutamente anonimo, per via della illeggibilità dei lineamenti. L’unico dettaglio in origine lavorato sembra essere la capigliatura: i capelli, divisi da una scriminatura centrale e acconciati sulle tempie, come indicano i tratti grossolanamente incisi, sembrano poi raccolti sulla nuca, forse con un kekryphalos (?), di cui sembra di distinguere la forma appena accennata con un leggero solco circolare, visibile sul profilo. Questo esemplare è un lavoro veramente scadente per via della mancata caratterizzazione dei lineamenti e per la mancanza assoluta di volumetria: per l’acconciatura si può richiamare una piccola testa femminile al Museo di Princeton, datata in età ellenistica (ca. 200 a.C.)687. 2. Ritratto di fanciulla (Tav. XXX, 144-147). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. 684 ROSENBAUM 1960, n. 5, pl. VIII, 1-2, pp. 37-38, con bibl.; KYRIELEIS 1975, p. 168, C2, taf. 18,4; 19, 1.2; S. 32.38 ff. 685 LARONDE-QUEYREL 2001, pp. 737-782: è sostenuta l’ipotesi di un culto ufficiale nel porto di Cirene, p. 769. 686 QUEYREL 2002, pp. 51-53, figg. 56-59: lo studioso esamina, in questo contributo, la varietà dei ritratti attribuiti a Tolomeo III. 687 SISMONDO RIDGWAY 1994, n. 8, p. 32. 124 N. inv.: 72. Dimensioni: alt. 14,7 cm; largh. 13 cm; spess. 16,4 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la piccola testa è rotta all’altezza del collo e si conserva in uno stato di avanzatissima corrosione; il retro manca di rifinitura per cui la veduta prevalente era solo quella frontale. Descrizione: un piccolo volto di fanciulla, dall’ovale piccolo e smunto, in cui si notano appena i lineamenti. La bocca, piccola e serrata, sembra caratterizzata dal labbro superiore arcuato, il setto nasale è ormai evanido, l’orbita oculare appare infossata e forse sottolineata dalla palpebra superiore incisa. La fronte è incorniciata da una capigliatura bipartita da una scriminatura centrale e raccolta sulla nuca con uno chignon; dalle vedute di profilo si notano le piccole orecchie e la caratterizzazione dei capelli, segnati da linee ondulate incise. Sulla testa è ricavato un incasso rettangolare688 (per il fissaggio della statuetta?) mentre, sullo chignon, si nota un piccolissimo foro circolare. Anche per questo esemplare è molto difficile arrivare ad un’identificazione, per la mancanza di attributi distintivi: potrebbe trattarsi di un volto di bambina, dai tratti idealizzati. V.3.5 Busto funerario femminile (Tav. XXXI, 148-150). Età giulio-claudia. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 47. Dimensioni: alt. 32 cm; largh. 16 cm; spess. 17,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: il busto presenta una vistosa scheggiatura sul naso ed una sul labbro superiore; la superficie del marmo presenta tratti di corrosione; il retro è solo grossolanamente sbozzato, segno che la veduta proposta era solo frontale. Descrizione: il volto si caratterizza per l’ovale pieno e rotondeggiante. I lineamenti definiscono la giovane femminilità della figura: la bella bocca, dalle labbra serrate, il naso regolare, gli occhi rotondi dalla palpebra superiore ben evidenziata, le sopracciglia minimamente segnalate. Il busto termina con la parte superiore della veste e il collo è dettagliato dagli anelli di Venere. La capigliatura è veramente elaborata: sulla fronte si impostano tre 688 Misure: lungh. 7,5 cm; alt. 4 cm; prof. 3 cm. 125 file parallele di riccioli, a mo’ di corona, che terminano sulle tempie con tre ciocche a volute; due sottili ciocche di riccioli scivolano lungo il collo. Sulla testa si nota l’elaborazione non rifinita dello chignon. Il busto appartiene alla tipologia ben nota dei busti funerari per nicchia: anche la semplice sbozzatura del retro conferma l’originaria destinazione; gli esemplari attestati, maschili e femminili, datano dal I sec.a.C. fino al IV sec.d.C.689. Il nostro sembra non solo il meglio conservato, ma anche il più rifinito ed elaborato della serie: il confronto più plausibile è quello con un busto, pubblicato da Rosenbaum, di età giulio-claudia, sia per l’elaborazione dell’acconciatura690, che per il dettaglio tecnico delle due strisce risparmiate ai lati del collo. Bacchielli ha osservato che questo particolare era finalizzato a chiudere lo spazio rimanente tra il collo e le pareti della nicchia: in questo modo si otteneva un busto a rilievo e per coprire le due parti risparmiate potevano essere lavorate ciocche di riccioli, proprio come quelle dei due busti in oggetto691. Rosenbaum ha notato, inoltre, la somiglianza, per l’acconciatura, fra il busto da Cirene e le maschere di mummie egiziane da Antinoe (un esemplare presenta lo stesso chignon che nel nostro busto è solo accennato)692: si tratterebbe dell’elaborazione dell’acconciatura di Iside, impiegata per l’iconografia di sacerdotesse e di alcune regine tolemaiche. Bacchielli ha poi spiegato il “predominio di tipo giovanile”, asserito dalla Rosenbaum, nella serie dei busti funerari, come una mancata capacità della ritrattistica cirenaica di interpretare il carattere analitico del ritratto romano, con la conseguente caratterizzazione della fisionomia693: la nostra defunta è senz’altro una giovane donna; la mancanza, però, di un’iscrizione attestante l’età della morte ci impedisce di verificare l’effettiva corrispondenza “anagrafica”. Visto che il nostro esemplare è di pregio e dalla lavorazione elaborata, potrebbe aver rappresentato una personalità di rilievo all’interno della comunità cittadina: mancano purtroppo elementi, come il nodo isiaco sul petto, per l’identificazione con una sacerdotessa di Iside694. V.3.6 Ritratto femminile idealizzato (Tav. XXXII, 151-155). I sec.a.C.-prima metà I sec.d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 49. Dimensioni: alt. 23 cm; largh. 14,5 cm; spess. 12 cm. 689 ROSENBAUM 1960, pp. 101-123; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49; n. 86, pl. 33, p. 49; n. 87, pl. 33, pp. 49-50; n. 88, pl. 34, p. 50; n. 89, pl. 34, pp. 50-51; n. 90, pl. 34, p. 51; BACCHIELLI 1977, con bibl. 690 ROSENBAUM 1960, n. 217, pl. LXXXVI, 1-2, p. 108; HUSKINSON 1975, n. 85, pl. 34, p. 49. Come confronto per la lavorazione delle ciocche di riccioli sulla fronte si può considerare un altro busto da Cirene, datato al II sec.d.C.: BACCHIELLI 1990, p. 58, fig. 3. 691 BACCHIELLI 1977, p. 87. 692 ROSENBAUM 1960, p. 17, nn. 3-4, pl. III. 693 BACCHIELLI 1977, pp. 88-91. 694 È attestata un’iscrizione commemorativa, di Markía, sacerdotessa di Iside, cfr. SEG IX, n. 233, p. 56; MARENGO 1991, p. 213. 126 Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedita. Condizione: la testa presenta tratti di corrosione sulla superficie del volto ed il retro è solo grossolanamente sbozzato; è assente la ricerca di volumetria, segno che l’esemplare, destinato alla sola veduta frontale, doveva essere alloggiato a parete. Descrizione: sulla base arrotondata della testa si conserva un foro dalla forma squadrata695che doveva servire per alloggiare la testa su di una base o supporto che non si conserva più. L’elaborazione formale di questa figura è molto rozza: su di un collo piuttosto lungo si imposta un volto, dall’ovale stretto e allungato, che presenta una notevole torsione verso sinistra. I lineamenti sembrano quasi scomposti: le labbra sono strette e mal disegnate, il naso è una linea rigida e netta, gli occhi, incisi grossolanamente, sembrano troppo grandi rispetto alle proporzioni del viso. La capigliatura, bipartita sulla fronte e solo appena sbozzata, è caratterizzata da due sottili ciocche di capelli che scendono lungo il collo. Si notano due fori sui lobi delle orecchie. Il lavoro è decisamente corsivo, non solo per la mancata rifinitura ma anche per il mancato controllo dell’elaborazione formale. Questa testa non può essere definita altrimenti che come volto femminile idealizzato; mancano completamente elementi caratterizzanti o attributi per valutarne la datazione che, comunque, possiamo collocare in una transizione tra fine età ellenistica ed inizi dell’età romana. Una testa simile, seppur più rifinita, da Cirene696, offre un confronto utile: l’esemplare è datato in età giulio-claudia697 grazie alla caratterizzazione della capigliatura. V.3.7 Ritratto di Commodo giovane (Tav. XXXIII, 156-159). 175-177 d.C. ca. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 23. Dimensioni: alt. 22 cm; largh. 19,5 cm; spess. 13 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la testa, rotta all’altezza del collo, si caratterizza per la lavorazione accuratissima, in cui è evidente anche il trattamento di lucidatura; sulla 695 Misure: lungh. 2,5 cm; largh. 2,5 cm. HUSKINSON 1975, n. 126, pl. 49, pp. 67-68. La studiosa sostiene che la testa, mancando del retro, dovesse essere completata con altro materiale; ma, per sua stessa ammissione, la veduta era solo frontale. È forse più semplice pensare che il retro non fosse completato, in quanto la testa era collocata entro nicchia o contro parete. 697 ROSENBAUM 1960, n. 19, pl. XVII, 1-2, p. 45; VON HEINTZE, p. 112, data, invece, ancora al I sec.a.C. 696 127 superficie del marmo restano tracce di corrosione che, comunque, non alterano la scultura. Descrizione: sicuramente un ritratto di adolescente, come si evince dall’ovale morbido del volto; le labbra carnose sono serrate, il naso presenta narici piuttosto dilatate, i grandi occhi, dalla palpebra superiore pesante, sono fortemente segnalati nell’iride; le sopracciglia sono caratterizzate da tratti obliqui paralleli ad indicarne la peluria. La capigliatura è lavorata a ciocche di riccioli, morbide e ben distinte, con una definizione accuratissima anche sul retro; caratteristiche sono le orecchie, grandi rispetto alle proporzioni del volto. Lo sguardo, trasognato, sembra come sospeso e ancora vagheggiante la fanciullezza; la bocca, invece, sembra esprimere un’intenzione ferma e volitiva. Se l’ipotesi di partenza era stata quella di una possibile identificazione con Geta , il percorso si è meglio definito per convergere decisamente su Commodo, primariamente con l’identificazione del giovane imperatore su di un medaglione da Roma699, quindi con il più convincente busto di Commodo giovane (14-16 anni) conservato ai Capitolini700, da cui dipendono alcuni ritratti simili701. Il busto, rinvenuto nella cosiddetta Villa di Antonino Pio a Lanuvio nel 1701, è datato al 175-177 d.C. e, confrontato con il nostro, presenta una somiglianza molto stringente per la resa della fisionomia e per i particolari della lavorazione: anche il ritratto capitolino è caratterizzato dall’aria trasognata e come assente, governata però dal tratto delle labbra, serrate e volitive; anche la capigliatura è lavorata nello stesso modo, con morbide ciocche; le orecchie grandi sono una caratteristica comune ad entrambi i ritratti. Nella sua disamina sulla ritrattistica imperiale provinciale Zanker confronta questo busto con paludamento dai Capitolini con un ritratto proveniente da Cirene702: il ritratto, già pubblicato da Rosenbaum703 ed identificato come effigie di un membro della dinastia costantiniana è stato oggetto di differenti interpretazioni704 e da ultimo, proprio da Zanker, identificato con Commodo. Il confronto risulta molto 698 698 MCCANN 1968; BAHARAL 1996, fig. 76, pl. XXXI; fig. 81, pl. XXXIV. BAHARAL 1996, fig. 81, pl. XXXIV. 700 BERNOULLI 1891, II,2, n. 29, p. 232, taf. LXIIIa, taf. LXIII b; WEGNER 1939, p. 264, tavv. 48-49; JONES 1969, pl. 52, n. 43; FITTSCHEN - ZANKER 1985, p. 81, n. 74; taf.84-86 und beil 96. 701 Ritratti senza barba: BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 43, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 34, WEGNER 1939, p. 270; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, n. 38; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233 n. 50, WEGNER 1939 p. 254; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, n. 45, WEGNER 1939, p. 255; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 47, WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II 2, p. 233, nr. 46, WEGNER 1939, p. 256; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 42, WEGNER 1939, p. 260; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, n. 40, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 233, nr. 41, WEGNER 1939, p. 261; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 31, WEGNER 1939, p. 264; BERNOULLI 1891 II,2, p. 232, nr. 30, WEGNER 1939, p. 266. 702 ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1,2. 703 ROSENBAUM 1960, n. 98, p. 75, pl. LXI. 704 VON HEINTZE 1962, p. 113, rigetta l’identificazione di Rosenbaum e suggerisce l’ipotesi di un “young emperor”; WEGNER 1980, p. 83 (inv. C. 17011) non ritiene plausibile un ritratto di Commodo giovane: “…le guance sono troppo smilze, la distanza tra la punta del naso e il labbro superiore è troppo ampia, la fenditura della bocca è diversa, il mento è troppo aguzzo e l’espressione del viso tradisce un altro carattere. Nel ritratto di Commodo giovane, Imperatori 43, i bulbi oculari sporgono molto più fortemente e la palpebra superiore resta larga fino all’estremità degli occhi”. 699 128 problematico per l’identificazione ma interessante per notare la polarità fra arte provinciale e arte ufficiale. Per quanto riguarda l’identificazione, mi pare che il ritratto “costantiniano” si differenzi sia da quello capitolino che dal nostro per alcune caratteristiche fisiognomiche, come il viso stretto e allungato, lo sguardo diretto e frontale, la linea delle labbra, dal taglio lineare e poco espressivo; l’attributo della corona di alloro, con una pietra centrale, contribuisce a caratterizzare questo ritratto con una ieraticità che non è degli altri due. Zanker riconosce che specifici tratti, quali la frontalità e la staticità, rammentano i ritratti tardoantichi, ma conclude che la lavorazione dei capelli sulla fronte e lo stile riportano al I tipo del ritratto di Commodo e quindi confermano una datazione alla fine del II sec.d.C.: lo studioso riconduce l’apparente anomalia proprio ad una variante provinciale per cui l’immagine rappresentata non è ufficiale, bensì impersonale e distaccata705. Posto che il dibattito sull’identificazione mi sembra tutt’altro che risolto e che, personalmente, propendo per la lettura di Wegner, il ritratto dal Tempio di Cibele potrebbe portare nuovi spunti per l’identificazione e per l’analisi dell’arte provinciale. A Cirene, ad eccezione del ritratto “costantiniano” non sono fino ad oggi noti ritratti di Commodo706, ma si conserva un interessante busto di Marco Aurelio707 che presenta la stessa lavorazione dell’occhio del nostro esemplare per la quale, analizzando due ritratti di Annia Lucilla (sorella di Commodo) Polacco elabora questa definizione: “l’iride convessa a forma di fagiolo e il contorno della pupilla reso con profonda incisione al compasso sono tipici dei ritratti aureliani (161180)”708. Si tratta, quindi, di una caratteristica dello stile che, inaugurata con Marco Aurelio, si protrae negli anni di transizione tra padre e figlio. Se, da una parte, questa osservazione ci consente di confermare la datazione cui eravamo giunti per altra via, dall’altra non sfugge che proprio il confronto con il busto capitolino presenta una criticità: su questo, infatti, non compare quella stessa lavorazione dell’iride che abbiamo visto rappresentare come un “tratto di famiglia”. Questa variante potrebbe essere così motivata: il Commodo capitolino deriverebbe stilisticamente da un tipo di ritratto di Marco Aurelio, conservato ai Capitolini709 e datato al 140 d.C. che, quindi, precede la moda di caratterizzare l’iride; il nostro Commodo, invece, discenderebbe dal tipo di Marco Aurelio, 705 ZANKER 1983, pp. 28-29, taf. 24,1,2. Dal tempio B nel Quartiere centrale proviene un’iscrizione fissata alla base di una statua (la datazione del testo è tra il 185, quando Commodo divenne Felix e il 192, anno della morte): commemora Commodo, probabilmente rappresentato come Ercole; cfr. GOODCHILD 1961, p. 85; CALLOT 1999, n. 139, p. 100. Attestazioni epigrafiche in onore di Commodo: CALLOT 1999, n. 140, p. 100 (portico delle Erme, iscrizione con rasura); n. 166, p. 104 (Tempio di Zeus nell’Agorà, statua di Zeus in onore di Commodo); n. 223, p. 116 (SEG, XXVII, 1133, da Apollonia: base di marmo per una statua di Commodo, da parte della città, datata al 177-80 d.C.). 707 ROSENBAUM 1960, pl. XXXIV, 1-2, n. 50, p. 58. 708 POLACCO 1959, p. 309. 709 FITTSCHEN - ZANKER 1985, taf. 71, n. 62; taf. 70, n. 61. 706 129 conservato nel Museo di Cirene, sicuramente successivo al 140 d.C.710, per cui è già stato impiegato il dettaglio dell’iride incisa, caratteristica peraltro evidentissima nel ritratto “costantiniano”. In sintesi, è forse possibile pensare a due diverse produzioni, l’una, rappresentata dai tipi capitolini, di genere ufficiale, l’altra, nota attraverso gli esemplari da Cirene ed Apollonia, espressione di un’arte provinciale, quindi locale, fedele nel riproporre le caratteristiche fisiognomiche, diversamente da quanto osserva Zanker a proposito del ritratto “costantiniano”, nonché i rapporti proporzionali (il ritratto capitolino e il nostro hanno le stesse proporzioni), ma anche distinguibile per la caratterizzazione di alcuni particolari di dettaglio. V.4 Elementi scultorei frammentari 1. Frammento decorato (Tav. XXXIV, 160). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 18. Dimensioni: alt. 18,5 cm; largh. 14,5 cm; spess. 6 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: il retro del frammento è spianato come per essere assemblato con un altro pezzo (forse il frammento n. inv. 39 è pertinente); sono visibili tracce di corrosione sulla superficie. Descrizione: si notano linee ondulate irregolari in rilievo; in coincidenza della frattura obliqua è leggibile un frammento di rosetta in rilievo e, più sotto, una sequenza decorativa a perle ed astragali. La natura dell’oggetto non è definibile, anche la decorazione con perle e astragali711 è talmente danneggiata e conservata in parte così ridotta da non offrire elementi datanti. 2. Frammento con decorazione a rosetta (Tav. XXXIV, 161). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 39. Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 12 cm; spess. 8 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. MMC. 710 Se, infatti, il Marco Aurelio capitolino sembra ancora un adolescente, quello di Cirene è già un uomo. 711 CAFFARELLO 1971, p. 46 (s.v. astràgalo). 130 Bibliografia: inedito. Condizione: il retro del frammento è spianato come per essere assemblato con un altro pezzo (forse con il frammento n. inv. 18); sono visibili tracce di corrosione sulla superficie e qualche scheggiatura. Descrizione: l’unico elemento caratterizzante l’oggetto è la rosetta712 lavorata a rilievo, stilisticamente simile al frammento di rosetta sull’esemplare precedente. Mancano elementi caratterizzanti l’identificazione e la cronologia. 3. Trapezophoros (?) decorato (Tav. XXXIV, 162-163). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 33. Dimensioni: alt. 44,8 cm; largh. 17,7 cm; spess. 19,4 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: oggetto in stato gravemente frammentario, decorato solo nella faccia a vista; la superficie sul retro sembra solo grossolanamente sbozzata. Descrizione: su di una base lavorata a listello, si imposta una lastra lavorata a rilievo con un motivo particolarmente elaborato in cui da una palmetta centrale si aprono sinuose volute di girali. Il frammento sembra pertinente ad un trapezophoros713: i trapezofori figurati iniziano in età ellenistica e proseguono per tutta l’età imperiale romana714. Un esemplare molto frammentario da Delos, datato in un ampio arco temporale, 166-69 a.C., presenta il motivo della palmetta, stilisticamente prossima alla nostra715. 4. Lastra di marmo bianco (Tav. XXXIV, 164). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 68. Dimensioni: alt. 37,7 cm; largh. 41,8 cm; spess. 7,7 cm. Materiale: marmo bianco. Foto: MIC. Magazzini di Casa Parisi. Bibliografia: inedita. 712 CAFFARELLO 1971, p. 423 (s.v. rosétta). COARELLI 1966. 714 CARUSO 1979. 715 COHON 1984, n. 245, pp. 380-381. 713 131 Condizione: lastra frammentaria con tracce di corrosione e scheggiature. Descrizione: sono visibili su entrambe le facce tracce di scalpello. Forse la lastra era predisposta per un rilievo (lo spessore sarebbe compatibile con quello del rilievo n. 2-2a). 5. Frammento decorato con kymàtion lesbio (Tav. XXXV, 165). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 43. Dimensioni: alt. 8,5 cm; largh. 9 cm; spess. 3,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento rotto su tutti e quattro i lati dalla superficie fortemente consunta. Descrizione: si nota ancora una fascia di decorazione a bassissimo rilievo con kymàtion lesbio716. Forse una lastrina di rivestimento, di cui è impossibile determinare la cronologia, vista la consunzione del pezzo. 6. Statuetta di ariete (Tav. XXXV, 166-168). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 11. Dimensioni: alt. 18 cm; largh. 12 cm; spess. 6 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: la statuetta è gravemente frammentaria e si conserva solo la parte anteriore del corpo dell’animale; l’esemplare non sembra rifinito, a giudicare dallo stadio di incompletezza nella caratterizzazione del vello. Descrizione: in base alla veduta frontale, il collo dell’animale risulta completamente girato verso sinistra. Notevole è la caratterizzazione dei dettagli anatomici nel muso: a rilievo sono definite le corna lunate come anche gli occhi; la bocca è disegnata da un tratto orizzontale inciso. 716 CAFFARELLO 1971, p. 265 (s.v. kymàtion). 132 Si tratta di un piccolo votivo, di proporzioni miniaturistiche: l’ariete, simbolo di fertilità e fecondità, a Cirene è associato a Zeus Ammon717, tanto che le corna lunate diventano attributo distintivo del dio e l’animale stesso è spesso associato nell’iconografia718, ma possiede anche una simbologia propria, di un retaggio che attinge ancora alla religiosità dell’antico Egitto 719. La cura per i dettagli del muso farebbe propendere per una datazione ancora in età ellenistica720. 7. Statuetta di aquila (?) (Tav. XXXVI, 169). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 65. Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 6,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: solo un frammento, con un perno metallico ancora infisso. Descrizione: si notano tratti in rilievo ripetuti in sequenza, a rendere forse il piumaggio di un’aquila. Si potrebbe pensare ad un votivo miniaturistico di Zeus ed aquila721, ma nessun elemento contribuisce ad un’identificazione certa. 8. Frammento di zoccolo di cavallo (?) (Tav. XXXVI, 170). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 63. Dimensioni: alt. 13,7 cm; largh. 6, cm; spess. 3,5 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: frammento con tracce di corrosione sulla superficie del marmo. Descrizione: il frammento sembra identificabile come articolazione di uno zoccolo di cavallo. 717 BISI 1983. LECLANT-CLERC 1981; FABBRICOTTI 1987, fig. 1, n. 1; fig. 3, n. 2; fig. 4, n. 3; fig. 8, n. 6; fig. 11, p. 231; fig. 12, p. 233; PURCARO 2010, fig. 1, p. 188, p. 189; GIOVANNINI 2010, pp. 193-194. 719 KEIMER 1938. 720 Numerose sculture di ariete, inedite, si conservano presso i Magazzini del Museo delle Sculture di Cirene. 721 PARIBENI n. 191, p. 81, tav. 109. 718 133 È impossibile ricostruire la pertinenza di questo frammento: le rappresentazioni di cavalli possono essere connesse con la figura di heros equitans722, con le rappresentazioni dei Dioscuri723 ma anche con figure di aurighi, come dimostra il rilievo con auriga conservato presso il Museo di Cirene724. 9. Statuetta di leone (XXXVI, 171-172). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 73. Dimensioni: alt. 22,5 cm; largh. 21 cm; spess. 12,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC Bibliografia: inedito. Condizione: si conserva solo una parte del tronco della figura; la superficie presenta tracce di scalfitture. Descrizione: la statuetta doveva essere realizzata con ricercatezza per il dettaglio anatomico, come si desume ancora dalla gabbia toracica di cui è evidenziata la muscolatura con uso di ombreggiature o nella definizione della criniera descritta da linee ondulate. Una statuetta di leone, forse un piccolo votivo, che potrebbe essere messo in connessione con il culto di Cibele, cui molto spesso nell’iconografia è associato il felino725; per l’accuratezza della lavorazione, nonostante la povertà del materiale, daterei ancora in età ellenistica. 10. Statuetta di scimmia (Tav. XXXVI, 173-174). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 76. Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 11,5 cm; spess. 8 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. Magazzini di Casa Parisi. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento con tracce di scalfitture. Descrizione: la statuetta doveva rappresentare una scimmia accovacciata; di essa rimane solamente un frammento della zona pubica con l’indicazione dei genitali 722 Cfr. par. V.1.2. PARIBENI n. 390, tav. 173, p. 136; nn. 391, 392, 393, tav. 173, p. 137. 724 CELLINI 2010, pp. 113-114, fig. 22. 725 Cfr. par. V.2.10. 723 134 ed una parte della zampa; sul retro si distingue ancora bene la lunga coda, lavorata a rilievo con una linea sinuosa. Nel bacino del Mediterraneo, dall’età orientalizzante in poi, si riscontra una sovrapposizione tra la figura di Bes e la scimmia726: in particolare in Egitto, nella produzione coroplastica, si riscontra proprio questa similitudine nel rappresentare la piccola figura accovacciata, con i genitali in evidenza e la coda727, con un’oscillazione cronologica fra età ellenistica ed età romana; la scimmia nel mondo greco è oggetto votivo tra le forme del grottesco dell’arte di età classica728. La valenza simbolica della scimmia è stata messa in connessione con la sfera dell’erotismo e della nascita ma anche con la dimensione ctonia: ancora in età ellenistica si riproducono immagini simboliche, con riferimento alla fertilità e al rinnovarsi del ciclo vitale che derivano da un genere iconografico di età orientalizzante729. 11. Mano destra di statuetta (XXXVII, 175-176). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 40. Dimensioni: alt. 5,4 cm; largh. 5 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: la mano è spezzata prima dell’attacco del polso. Anche le dita si conservano in stato frammentario: il pollice, l’indice ed il mignolo sono rotti all’altezza della prima falange; il medio e l’anulare nella transizione tra prima e seconda falange; sul palmo sono incise, con dettaglio anatomico, tre linee della mano. Descrizione: sulla superficie delle dita si notano i fori in cui dovevano essere alloggiati i perni per il fissaggio con le articolazioni terminali; uno di questi è ancora infisso sull’attacco del pollice. La piccola mano di statuetta, per il livello di dettaglio con cui è caratterizzata, può essere ancora di età ellenistica: un frammento di mano, proveniente da Apollonia, con il dettaglio della linea incisa sul palmo, è attribuita ipoteticamente ad una statuetta di bambino730. 726 CAPRIOTTI VITTOZZI 2003, p. 145, fig. 6: Bes è accovacciato nella stessa postura della nostra scimmia; BOTTI-ROMANELLI 1951, n. 181, tav. LXXVIII, pp. 114-115 (statua frammentaria di cinocefalo); n. 190, tav. LXXXI, p. 119 (statuetta seduta di Bes di età tolemaica o romana). 727 DUNAND 1990, p. 42, n. 46, p. 43, n. 47: figurette di età romana; p. 300, n. 912, figuretta di scimmia, di età romana. 728 HIMMELMANN 1994, pp. 105-106. 729 CAPRIOTTI VITTOZZI 2003, pp. 150-151. 730 MCALEER 1978, n. 38, pl. XX, 3, p. 54. 135 12. Braccio sinistro (Tav. XXXVII, 177-178). Età ellenistica (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 74. Dimensioni: lungh. 8,5 cm; spess.2,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: il braccio è spezzato in due punti, nella transizione tra braccio e spalla e all’attacco dell’avambraccio; rimane una vistosa scheggiatura nella parte interna del braccio, dove è visibile un foro731, sicuramente predisposto per l’assemblaggio con il frammento della spalla. Descrizione: la lavorazione è schematica, ma non manca di precisione, come si evince dalla piccola piega interna che suggerisce l’articolazione del gomito e la flessione del braccio; va ipotizzata una piccola statuetta. Mancano elementi per la datazione ma il lavoro, benché semplificato, potrebbe essere di età ellenistica. 13. Mano destra con attributo (Tav. XXXVII, 179-180). Età ellenistica-età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 37. Dimensioni: alt. 10 cm; largh. 10,5; spess. 8 cm. Materiale: marmo bianco a grana media. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: la mano è fratturata prima dell’attacco del polso; il pollice è rotto all’altezza della prima falange e l’indice manca del tutto. La superficie del marmo presenta vistose tracce di corrosione. Descrizione: la mano è impegnata nell’atto di stringere un attributo dalla forma tubolare, spezzato alle due estremità; sulle dita si nota ancora la caratterizzazione delle unghie. La mano doveva appartenere ad una scultura di proporzioni simili al vero: non si comprende la natura dell’oggetto impugnato, forse un bastone732; anche la 731 732 Ø 1,2 cm. MCALEER 1978, n. 53, pl. XXIV, 5, p. 64. 136 datazione è problematica visto che la mano non è caratterizzata nell’articolazione e rimane visibile solo il particolare dettagliato dell’unghia. 14. Mano sinistra con attributo (Tav. XXXVIII, 181-184). Età ellenistica-età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 50. Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 15. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: la mano è fratturata a metà circa dello sviluppo del dorso; mancano le falangi terminali di pollice ed indice; la superficie del marmo è caratterizzata da vistose tracce di corrosione; una scheggiatura è visibile sull’estremità dell’oggetto che fuoriesce dalla mano. Descrizione: la mano, dalla caratterizzazione schematica e semplificata, è impegnata a trattenere un oggetto dalla forma difficilmente distinguibile, dalla base più larga nell’estremità inferiore e dalla sezione a dado nell’estremità superiore; un foro è ben visibile sul dorso della mano733, in corrispondenza dell’anulare. Visto che la parte interna della mano non è lavorata, sembra che la veduta prevalente dovesse essere quella del dorso, così da vedere sia l’arto che l’attributo; il lavoro, nel complesso, è corsivo, benché ci sia un certo intento di dettaglio, come si nota dalla caratterizzazione delle unghie. 15. Frammento di veste (?) (Tav. XXXVIII, 185). Età ellenistica-età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 60. Dimensioni: alt. 11 cm; largh. 7,5; spess. 5,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: oggetto frammentario, ricomposto da due frammenti; si individuano, nonostante la consunzione della superficie, delle linee parallele in bassissimo rilievo. Descrizione: forse si tratta della parte inferiore di un peplo cinto in vita. 733 Ø 0,7 cm. 137 Mancano elementi per la distinzione della figura e per la datazione della stessa. 16. Frammento di Hekátaion (?) (Tav. XXXVIII, 186). Età ellenistica-età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 41. Dimensioni: alt. 2,3 cm; spess. 2,4 cm. Materiale: marmo. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: un frammento di forma cilindrica dalla superficie ben levigata. Descrizione: come si nota dalla scheggia sulla superficie di frattura, il frammento è rotto nel punto in cui forse si doveva raccordare alla statuetta cui apparteneva. Si può ipotizzare che si tratti della parte terminale di una colonnina di Hekataion: mancano dati per l’identificazione e per la datazione. 17. Lastrina di greco scritto (Tav. XXXIX, 187). Età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 42. Dimensioni: alt. 10,5 cm; largh. 6,5 cm; spess. 5 cm. Materiale: greco scritto. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento con tracce di corrosione. Descrizione: una piccola lastrina con bordo rialzato. Una piccola lastra di greco scritto; non si identifica la funzione originaria. 18. Lastrina di bigio venato (?) (Tav. XXXIX, 188-189). Fine I sec.a.C.-inizi I sec. d.C. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 58. Dimensioni: alt. 19,3 cm; largh. 11,5 cm; spess. 1,7 cm. Materiale: bigio venato (?). Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. 138 Condizione: frammento con tracce di corrosione. Descrizione: una lastrina, rotta su tutti e quattro i lati, di cui rimane visibile un’alta fascia, delimitata da tre sottili listelli in rilievo; il retro non è lavorato. Si tratta di una lastra di bigio venato, destinata forse ad un rivestimento parietale734. 19. Lastrina di bigio venato (?) (XXXIX, 190-191). Età romana (?). Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 59. Dimensioni: alt. 9,5 cm; largh. 8,5 cm; spess. 2 cm. Materiale: bigio venato (?). Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento con tracce di corrosione. Descrizione: una lastrina, rotta su tutti e quattro i lati, di cui rimane visibile, su di un lato, un’alta fascia, delimitata da tre sottili listelli in rilievo, con una decorazione del tutto simile alla precedente; l’altro lato è, invece, decorato con un motivo a rilievo costituito da un grappolo d’uva e, forse, un fiore (fiore di loto?). Il motivo del grappolo d’uva ricorre anche negli schemi decorativi degli elementi architettonici conservati presso il Museo greco-romano di Alessandria735. 20. Frammento con decorazione vegetale (Tav. XL, 192-193). Età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 66. Dimensioni: alt. 16 cm; largh. 11 cm; spess. 9 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento con tracce di corrosione e scheggiature. Descrizione: lo stato frammentario del pezzo non consente una chiara interpretazione. Si tratta forse di un elemento decorato con grappoli d’uva in rilievo, mentre i segni incisi potrebbero indicare dei rami. 734 735 Per il tipo di lavorazione: DE NUCCIO 2002, n. 135, pp. 421-422. BRECCIA 1970, pl. L, nn. 186-187. 139 Posto che la frammentarietà dell’oggetto non consente un’identificazione, sembra comunque di poter portare come confronto la statuetta di Pan conservata al British Museum736, forse un supporto, terminante con un elemento decorato a rami e grappoli d’uva: l’esemplare è ritenuto copia romana da un originale della prima metà del IV sec.a.C. 21. Aruletta (Tav. XL, 194-195). Età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 10. Dimensioni: alt. 21,5 cm; largh. 13,5 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: l’aruletta presenta delle scheggiature sul retro e sulle facce laterali; la lavorazione è compiuta sulla faccia anteriore e su quelle laterali; il retro è solo grossolanamente sbozzato, segno che la veduta prevalente era quella frontale. Descrizione: l’altarino è costituito da un corpo parallelepipedo centrale poggiante su di una base modanata a listelli; anche la mensa, aggettante rispetto al corpo centrale, è modanata a listelli. Il nostro esemplare rientra nella tipologia delle arulae, la cui mensa poteva essere usata per offrire gocce di vino o di olio, grani di sale o di cereali: è una tipologia che dal VI sec.a.C. continua in età romana737. A Cirene è ben nota una serie di piccoli altari, datati in età romana ma di tradizione alessandrina, confermata, quest’ultima, dalle iscrizioni a Serapide, Iside, Samotrax e da raffigurazioni isiache738; purtroppo, spesso degli altari non si conosce la provenienza e il fatto che fossero maneggevoli e portatili, impedisce di connetterli ad una ritualità precisa, votiva o funeraria. Fabbricotti ha ipotizzato che le arulette venissero utilizzate per bruciare incenso o profumi ma, visto che alcune non presentano segni di combustione, anche che potessero supportare offerte di acqua, specialmente in connessione con il culto di Iside739. La nostra aruletta è del tipo più semplice, in cui le facce non sono lavorate a rilievo e le stesse modanature sono piuttosto schematiche; la mensa non presenta tracce di combustione per cui è più difficile ipotizzare l’uso come bruciaincensi/brucia-profumi, come anche per le offerte d’acqua, visto che il piano della mensa, troppo esiguo ed irregolare, non sembra adatto a tale funzione; opterei per un uso da aspersione di vino od olio, o per l’offerta limitata di qualche cereale. Se la datazione in età romana è compatibile con gli esemplari noti da Cirene, non è 736 HUSKINSON 1975, n. 47, p. 24, pl. 20. YAVIS 1949, pp. 171-172. 738 FABBRICOTTI 2007a, p. 286, 288. 739 FABBRICOTTI 2007a, p. 296. 737 140 altrettanto immediato attribuire l’oggetto ad un culto di Iside, per la mancanza di dati a favore. 22. Pilastrino (Tav. XLI, 196). Età romana. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 36. Dimensioni: alt. 44,8 cm; largh. 17,7 cm; spess. 19,4 cm. Materiale: marmo (?). Foto: MIC. Magazzino di Casa Parisi. Bibliografia: inedito. Condizione: il pilastrino, fratturato nella parte terminale, presenta scheggiature alla base; la superficie rivela un avanzato stadio di corrosione. Descrizione: su di una base quadrata, si imposta un pilastrino dal corpo parallelepipedo che doveva terminare con una superficie piana. Molto probabilmente si tratta di un pilastrino d’appoggio per una statuetta di proporzioni inferiori al vero: questo genere di supporti caratterizza soprattutto le sculture di età romana. 23. Frammento non identificato (Tav. XLI, 197-198). Non databile. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 51. Dimensioni: alt. 15,5 cm; largh. 13 cm; spess. 11,3 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento informe con vistose tracce di corrosione. Descrizione: si tratta di un frammento sagomato, sbozzato sul retro con una superficie concava, forse destinato all’assemblaggio con un altro pezzo. Forma non identificata. 24. Frammento non identificato (Tav. XLI, 199). Non databile. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 46. Dimensioni: alt. 10,3 cm; largh. 5,3 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. 141 MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento informe con tracce di corrosione. Forma non identificata. 25. Frammento non identificato (Tav. XLI, 200-201). Non databile. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 69. Dimensioni: alt. 17,5 cm; largh. 12 cm; spess. 10 cm. Materiale: marmo bianco a grana fine. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento informe con vistose tracce di corrosione. Forma non identificata. 26. Frammento non identificato (Tav. XLI, 202). Non databile. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 75. Dimensioni: alt. 9,5 cm; largh. 10 cm; spess. 4 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. Magazzini di Casa Parisi. Bibliografia: inedito. Condizione: frammento informe con tracce di corrosione e tratti di lavorazione in rilievo. Forma non identificata. 27. Frammento non identificato (Tav. XLI, 203). Non databile. Provenienza: Tempio di Cibele, ambiente C, US 3. N. inv.: 70. Dimensioni: alt. 15 cm; largh. 9,7 cm; spess. 7 cm. Materiale: calcare. Foto: MIC. MMC. Bibliografia: inedito. 142 Condizione: frammento informe con scheggiature e perno metallico ancora infisso. Forma non identificata. 143 VI. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Il nucleo primitivo del Dioskourion dell’Agorà di Cirene risulta costituito, già in età arcaica, dal Tempio dei Dioscuri740 e dal prospiciente altare741: tale cronologia è confermata dal rinvenimento della coppa chiota con iscrizione (fine VII sec.a.C.) rinvenuta in prossimità del Tempio742, benché le strutture attualmente superstiti dell’edificio debbano essere riferite al rifacimento successivo alla rivolta giudaica; ciò che resta dell’altare, invece, documenta la monumentalizzazione di età classica. Intorno a questi due primi edifici si struttura, a partire dall’età ellenistica, un vero polo santuariale, con l’Hestiatorion743, il Tempio del Mosaico a Meandro744 ed il Tempio di Afrodite745, sul limite meridionale della platea; il Tempio di Cibele746 è l’ultimo ad essere realizzato e sembra inserirsi nell’esiguo spazio rimasto libero dell’area. I templi vengono ricostruiti dopo la rivolta giudaica ma il terremoto del 262 d.C., che, ricordiamo, non è unanimemente accettato come realtà storica747, porta distruzione e conseguente abbandono: sull’area dell’Hestiatorion si impostano povere case di abitazione748 ed il Tempio di Afrodite doveva ormai essere ridotto ad un ammasso di rovine. La ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C. si contraddistingue per il reimpiego di materiali architettonici, come nel Tempio dei Dioscuri 749 e per una voluta rifunzionalizzazione degli ambienti interni, come nel Tempio del Mosaico a Meandro, riutilizzato in parte come serbatoio per l’acqua750 e, soprattutto, nel Tempio di Cibele, dove lo spazio è destinato ad alloggiare un reservoir per l’acqua, come testimonia l’impermeabilizzazione del vano B con cocciopesto; si crea poi un’“aula” per il culto con banconi realizzati proprio in questa fase751. In un arco di secolo, dalla ricostruzione successiva al terremoto del 262 d.C. fino al catastrofico terremoto del 365 d.C., evento con il quale termina la vita di questo Santuario, l’evidenza archeologica testimonia un progressivo depotenziamento dell’antica cultualità: una continuità del culto è solo ipotizzabile 740 Già identificato come “Ipetrale”: GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 22, 256, fig. 12; LUNI 2006, p. 63, fig. 8; MEI 2009, pp. 11-12. 741 LUNI 2010b, p. 56. 742 LUNI-MARENGO 2010a, pp. 26-33. 743 Già identificato come Tempio “A Due Ali”: GOODCHILD 1971, p. 78, fig. 4, n. 7; STUCCHI 1975, p. 259; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), pp. 61-63; LUNI 2010b, p. 57, fig 54. Per lo studio del monumento e l’identificazione dello stesso come Hestiatorion, si veda: MONTANARI 2009; MONTANARI 2010. 744 GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, pp. 102, 241, fig. 229; LUNI 2006 (scheda di O. Mei), p. 64; MEI 2009, pp. 12-13. 745 SMITH-PORCHER 1864, pp. 76-77; GOODCHILD 1971, p. 78; STUCCHI 1975, p. 54, pp. 255-256, figg. 249-250; MEI 2009, pp. 14-15. 746 LUNI 2006, pp. 64-66 (scheda di O. Mei); pp. 68-69, figg. 13-14. 747 ROQUES 1987, pp. 43-44. 748 MONTANARI 2010, p. 209, 212. 749 LUNI 2006, p. 63 (scheda di O. Mei); MEI 2009, p. 12. 750 LUNI 2006, p. 64 (scheda di O. Mei); MEI 2009, pp. 12-13. 751 MEI 2009, pp. 66-67, fig. 61. 144 per il Tempio dei Dioscuri, più tangibile, invece, per il Tempio di Cibele, in cui la presenza del sacrario deve aver comportato il persistere di una ritualità. L’impegno delle ripetute indagini archeologiche degli ultimi anni (20012006) dell’Ateneo urbinate sono state proprio mirate a chiarire l’origine e l’evoluzione di questo complesso sacro: in particolare, le ricerche si sono concentrate proprio sul Tempio di Cibele, la cui cella settentrionale era stata già coinvolta negli sterri degli archelogi italiani nel 1938; la cella meridionale, invece, coperta dalla massicciata di supporto alla decauville, non era stata minimamente individuata e quindi rappresentava un contesto sigillato dovuto al seppellimento del terremoto del 365 d.C.752. Saggi mirati nella cella settentrionale, contestualmente allo smontaggio dei blocchi in crollo della cella meridionale e a saggi nella stessa hanno portato progressivamente a chiarire la sequenza stratigrafica e ad individuare le tre fasi architettoniche dell’edificio753. In riferimento alla prima fase, dalla metà del I sec.a.C. fino alla rivolta giudaica (115-117 d.C.) è stato ipotizzato che la divinità titolare del culto fosse Afrodite, per via del rinvenimento, all’interno di un saggio nella cella settentrionale, di un votivo miniaturistico, una piccola testa raffigurante la dea, di età ellenistica754. In connessione, poi, con la seconda fase, una ricostruzione successiva alla rivolta giudaica fino al terremoto del 262 d.C., il ritrovamento, in situazione di reimpiego, di un suppedaneo in calcare pertinente ad una statua e di una placchetta plumbea raffigurante Cibele nella cella settentrionale, ha fatto concludere che le divinità dedicatarie del Tempio fossero, fin dalla fase di fondazione, le due dee Afrodite e Cibele755. La terza ed ultima fase, un rifacimento successivo al terremoto la cui vita dura fino al sisma del 365 d.C., è stata convenzionalmente intitolata a Cibele per via dei 12 esemplari di statuette di Cibele rinvenute all’interno della cella meridionale dell’edificio; analogamente Smith & Porcher avevano intitolato ad Afrodite il Tempio nell’Agorà, all’interno del quale, fra le numerose sculture rinvenute, spiccavano 10 sculture rappresentanti la dea756. Proprio in connessione con questa terza fase del Tempio è avvenuto il fortunato rinvenimento del deposito votivo nell’ambiente C, US 3, oggetto della presente ricerca. Durante le operazioni di smontaggio del crollo nella cella meridionale affioravano: due altari monolitici rettangolari in calcare, ancora in situ, difficilmente databili in quanto parte di una tipologia ripetuta dal VI sec.a.C. fino in età romana; 21 lucerne frammentarie (una sola integra), in ceramica comune, datate fra il III e il IV sec.d.C.757; 12 incensieri in stato frammentario, sempre databili in un ampio arco cronologico fra III e IV sec.d.C.758, ma soprattutto i 75 reperti scultorei del nostro 752 MEI 2009, pp. 17-18. MEI 2009, pp. 21-30. 754 MEI 2009, p. 45. 755 MEI 2009, p. 61. 756 MEI 2009, p. 88. Per il problema dell’intitolazione si veda qui il par. II.3. 757 MEI 2009, pp. 72-73 (schede di C. Panico). 758 MEI 2009, p. 78. 753 145 Catalogo, rinvenuti in parte rovesciati a terra per la violenza del sisma, in parte ancora in situ allineati lungo i banconi realizzati nella cella meridionale proprio in questa terza fase del Tempio759. Non sfugge la criticità di definire come deposito votivo l’associazione in strato di materiali scultorei eterogenei quanto alle tipologie e alla cronologia (dall’età ellenistica al 175-177 d.C., arco di anni in cui si data il ritratto di Commodo): si può ipotizzare questa definizione considerando l’intenzionalità dell’accumulo, visto che, al momento del rinvenimento, gli altari risultavano in situ nella posizione d’uso, così come parte delle sculture, ancora intenzionalmente deposte lungo i banconi della parete meridionale del Tempio; quanto, poi, alla destinazione rituale, oggetti sicuramente predisposti per il culto sono gli altari, gli incensieri e le lucerne. Se, del resto, si può comprendere come esemplari di plastica ideale o statuette votive abbiano potuto essere conservate ad uso cultuale, non è perspicuo come esemplari di plastica iconica abbiano potuto essere coinvolti ad usum pietatis: l’ipotesi è che siano stati “trasformati” ad uso votivo, vale a dire tesaurizzati come vestigia di un passato in rapido dissolvimento, cui, tramite l’iconografia, si tributa una forma di devozione760. Il momento storico e la transizione di modelli culturali e religiosi potrebbero spiegare questa forma di “tesaurizzazione”: per la città, la fase successiva al terremoto del 262 d.C. è un momento di crisi, in cui c’è la rifondazione come Claudiopoli ad opera di Claudio II (268-269 d.C.)761 e l’attività edificatoria è limitata alla ricostruzione dell’esistente762, con un evidente reimpiego di materiali precedenti come si riscontra anche per il Tempio di Cibele. In concomitanza, ragion per cui è legittimo parlare di transizione, si assiste ad una contrazione del paganesimo e ad un’affermazione della comunità cristiana, già radicata alla metà del III sec.d.C., proprio gli anni in cui possiamo datare la nostra deposizione; nella prima metà del IV sec. il cristianesimo è la religione dominante763 e, all’epoca di Costantino, la Pentapoli era una provincia cristiana764; l’editto di Costantinopoli del 392 d.C. emanato da Teodosio, con la proibizione di ogni forma di rito pagano, sancisce ufficialmente quella che ormai era una realtà della prassi comune765. Dunque, in un tale frangente, è plausibile che un singolo o una ristretta comunità -in una fase di declino dei culti tradizionali non abbiamo testimonianze epigrafiche che possano corroborare l’ipotesi, pur suggestiva, dell’intervento di un collegio sacerdotale- abbiano raccolto e devotamente conservato, per una frequentazione ristretta, come fa supporre la rifunzionalizzazione degli ambienti interni con la conseguente riduzione degli spazi: rilievi, teste, statuette, ritratti, cui ancora si poteva riconoscere un valore identitario della tradizione pagana. 759 V. par. II.2. V. par. III.2. 761 PACI 2000, p. 26. 762 STUCCHI 1975, p. 333 e ss.; ENSOLI 2000b, p. 78. 763 CALLOT 1999, p. 340. 764 ROQUES 1987, p. 321-322. 765 CLEMENTE 1996, p. 302. 760 146 Altro problema aperto da questo ritrovamento è la provenienza originaria dei pezzi, rinvenuti in situazione di reimpiego: è possibile che facessero già parte dell’arredo sacro dei Templi del Dioskourion e del Quartiere dell’Agorà, ma non possiamo neppure escludere che provenissero dai santuari della chora che costituiscono una sorta di “corona” sacra intorno alla città766. Di fatto, il deposito di sculture, pur nell’eterogeneità delle tipologie, sembra rappresentare in modo paradigmatico le più antiche tradizioni cultuali di Cirene: il sincretismo con il pantheon greco-libyo, l’influsso preponderante delle divinità orientali come Cibele ed Iside; le divinità greche, quelle femminili, con la presenza radicatissima delle dee di Eleusi, di Afrodite ed Ecate, quindi le divinità maschili, Dioniso, Ermes, Zeus, Priapo ed Efesto. Ma si possono forse individuare anche culti connessi con la storia politica della città, come forme votive espressione di ghene aristocratici, analogamente a culti dinastici come sembrerebbero testimoniare i due ritratti del deposito, per cui si è notata l’aria di famiglia con la ritrattistica tolemaica767. Si può concludere, quindi, che, nel corso della terza ed ultima fase di vita del Tempio, si siano volutamente raccolte e deposte le sculture nella cella meridionale per farne oggetto di “devozione” da parte di chi in esse riconosceva ancora un valore, forse non di semplice apprezzamento “antiquario” ma piuttosto di affinità semantica; l’auspicio, dunque, è che future ricerche nel Dioskourion dell’Agorà ma soprattutto nelle immediate adiacenze del Tempio di Cibele possano ulteriormente corroborare, con l’evidenza archeologica, l’ipotesi di studio fin qui percorsa. 766 767 MENOZZI 2007, p. 80: la studiosa parla di almeno tre “cinture sacre”. Cfr. par. IV.1. 147 VII. ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE ADRIANI 1948 A. ADRIANI, Testimonianze alessandrina, Roma, 1948. e momenti di scultura ADRIANI 1961 A. ADRIANI, Repertorio d’arte dell’Egitto Greco-romano, serie A, I- II, Palermo 1961. AMANDRY 1992 P. 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ABBREVIAZIONI DELLE RIVISTE E DEI REPERTORI AA Archäologischer Anzeiger AEphem. Archaiologikè Ephemerís AfrIt Africa Italiana AJA American Journal of Archaeology AM Mitteilungen des Deutschen Instituts, Athenische Abteilung ASAE Annales du service des antiquités de l’Egypte ASAtene Annuario della Scuola archeologica di Atene e delle Missioni italiane in Oriente BAR British Archaeological Reports CRAI Comptes rendus de séances de l’Academie des Inscriptions et Belles Lettres EAA Enciclopedia dell’Arte Antica JdI Jarbuch des Deutschen Archäologischen Instituts JHS Journal of Hellenic Studies LibAnt Libya Antiqua LibSt Libyan Studies LIMC Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae NotArch Notiziario Archeologico del Ministero delle Colonie QAL Quaderni di Archeologia della Libia MonPiot Monuments et memoires publiés par l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres (Fondation Piot). OpRom Opuscula Romana. Edidit Institutum Romanum Regni Sueciae. Annual of the Swedish Institut in Rome. Archäologischen 170 PolisStInterdis Polis Studi Interdisciplinari sul mondo antico PP La Parola del Passato RA Revue archéologique RivColIt Rivista delle Colonie Italiane StClOR Studi Classici e Orientali 171 IX. INDICE DELLE TAVOLE TAV. I, 1-2: rilievo con divinità greco-libye; disegno del rilievo (L. Vasta). TAV. II, 3-4: rilievo con teoria di divinità. TAV. III, 5-8: rilievo con divinità femminile. TAV. IV, 9-13: rilievi con heros equitans. TAV. V, 14-16: rilievo con heros equitans. TAV. VI, 17-21: Persefone in anakalypsis. TAV. VII, 22-25: Demetra peplophoros. TAV. VIII, 26-29: Kόre. TAV. IX, 30-31: torso di Dioniso; 32-34: statuetta miniaturistica di Afrodite che si scioglie il sandalo. TAV. X, 35-38: Aristeo. TAV. XI, 39-42: torso di Afrodite. TAV. XII, 43-46: Priapo. TAV. XIII, 47-50: Hekátaion. TAV. XIV, 51-56: Hekátaion. TAV. XV, 57-60: Hekátaion. TAV. XVI, 61-68: statuette di Cibele. TAV. XVII, 69-78: statuette di Cibele. TAV. XVIII, 79-86: statuette di Cibele. TAV. XIX, 87-97: statuette di Cibele. 172 TAV. XX, 98-101: Erma di Ermes; 102-105: Dioniso tauromorfo. TAV. XXI, 106-110: Iside. TAV. XXII, 111-113: Omphalos. TAV. XXIII, 114-116: Níke. TAV. XXIV, 117-120: Zeus. TAV. XXV, 121-124: Dioniso. TAV. XXVI, 125-128: Efesto. TAV. XXVII, 129-132: atleta. TAV. XXVIII, 133-136: ritratto femminile con stepháne. TAV. XXIX, 137-139: ritratto maschile con diadema. TAV. XXX, 140-143: ritratto di fanciulla; 144-147: ritratto di fanciulla. TAV. XXXI, 148-150: busto funerario femminile. TAV. XXXII, 151-155: ritratto femminile idealizzato. TAV. XXXIII, 156-159: Commodo giovane. TAV. XXXIV, 160: frammento decorato; 161: frammento con decorazione a rosetta; 162-163: trapezophoros (?) decorato; 164: lastra di marmo bianco. TAV. XXXV, 165: frammento decorato con kymàtion lesbio; 166-168: statuetta di ariete. TAV. XXXVI, 169: statuetta di aquila (?); 170: zoccolo di cavallo (?); 171-172: statuetta di leone; 173-174: statuetta di scimmia. TAV. XXXVII, 175-176: mano destra di statuetta; 177-178: braccio sinistro; 179180: mano destra con attributo. TAV. XXXVIII, 181-184: mano sinistra con attributo; 185: frammento di veste (?); 186: frammento di Hekátaion (?). TAV. XXXIX, 187: lastrina di greco scritto; 188-189: lastrina di bigio venato; 190191: lastrina di bigio venato (?), dettagli con decorazione. 173 TAV. XL, 192-193: frammento con decorazione vegetale; 194-195: aruletta. TAV. XLI, 196: pilastrino; 197-198: fr. non id; 199: fr. non id.; 200-201: fr. non id.; 202: fr. non id.; 203: fr. non id.