“S. Antonio di Padova” - Soverato n. 3 / maggio 2011

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“S. Antonio di Padova” - Soverato n. 3 / maggio 2011
Periodico del Liceo Classico “S. Antonio di Padova” - Soverato
n. 3 / maggio 2011
all’interno
La terra trema e il progresso va
in frantumi ...
 pag. 4
La finestra sul cortile
Maggio 2011
Si scrive pace, si legge petrolio
ma si pronuncia guerra
 pag. 11
… e c’è chi sui cocci vorrebbe
costruire l’avvenire
 pag. 5
Don Gianni ci svela i misteri
della Pasqua
 pag. 12
Tutti a Salerno per salutare Don
Martino
 pag. 6
A Grumento si va: un po’ per sfida e un po’ per spiritualità
 pag. 13
Per noi è festa, voi continuate a
chiamarla pure tragedia
universo ò
 pag. 7
 pag. 14
chiediamolo a...
Il teatro tra emozioni e magie
 pagg. 8 e 9
 pag. 15
Il Metal e il Rock li ha inventati
Beethoven
Il I Liceo sul tetto del torneo
 pag. 16
 pag. 10
REDAZIONE
La finestra sul cortile
Periodico del Liceo Classico
“S. Antonio di Padova” - Soverato
Via G. Verdi, 1 - 88068 Soverato (CZ)
Tel.: 0967 522017
CAPO REDATTORE E RESPONSABILE
Prof. Eugenio Orrico
HANNO COLLABORATO
Roberto Falbo
Gustavo Pregoni
Francesco Gratteri
Claudio Signoretta
2
Miriam Marino
Domenico Cirillo
Francesca Mancuso
Chiara Gnasso
Giuseppe Casentino
Don Giuseppe Ieva
IMMAGINE DI COPERTINA
Carlotta Barillà
IMPAGINAZIONE
Domenico Cirillo
l’editoriale
“Cum adhuc
tenebrae essent…
Et discipulus vidit
et credit”
(Gv. 20, 1.8)
Don Tobia Carotenuto
Caro lettore de “La Finestra sul
cortile”,
nell’augurarti la Buona Pasqua, mi
muovo in continuità tematica con
la mia strenna di Natale.
Ricorderai che allora presi spunto
dalla “notte” carica di attesa e di
dono, quella della nascita del Bimbo Santo. E allora, partendo da
Isaia, chiedevo anche a te di interrogarti quanto nella notte mancasse ancora del giorno: “Custos quid
de nocte?! (Is 21,11)
Adesso che è Pasqua mi piace rivisitare il tempo di quel grande fenomeno, non solo fisico, ma cosmico
e sovra storico, quello della Risurrezione di Cristo; fenomeno religioso avvenuto anch’esso di notte.
Le persone più familiari di Gesù,
sua mamma, Maria Maddalena, la
peccatrice, e gli apostoli Pietro e
Giovanni, mentre era ancora buio,
vanno al sepolcro (Gv. 12,1).
Caro lettore, la ricerca della persona amata e di ogni cosa bella avviene nella notte della sofferenza,
del distacco e di quella solitudine
senza riflettori accecanti di luci
artificiali, e perciò spesso fredde di
verità.
E così la ricerca e l’incontro con
Dio, il più delle volte, si realizzano
nella notte della domanda, della
vigilia e dell’attesa.
“Quaerere Deum”, ci ha ricordato
l’anno scorso il Papa a Parigi. Cercare Dio anche nella notte della
confusione, dell’imbroglio, dei
figli delle tenebre, che comunque
spesso “sono più scaltri dei figli
della luce” (Lc 16, 1-8); sì, cercare
la luce della Risurrezione anche
nel buio fitto del nostro e altrui
peccato, dello smarrimento e dello
scandalo del Venerdì Santo e nel
tempo quasi limbatico e irrilevante
del Sabato Santo.
Il cristiano è chiamato a liberare la
luce dove c’è tenebra; tra alcune buie
icone informatiche e, ancor più spesso, tra icone di morte della cultura
contemporanea.
Il cristiano deve imparare a scorgere
la luce, la vita vera che il più delle
volte ci toglie il reale della vita, quel
reale non virtuale, che è il “ pulito
semplice ed essenziale”.
Le passioni vere e l’amore autentico
fanno cercare Lui, la “luce del mondo”, che per il cristiano è la Persona
di cui innamorarsi prima ancora e
più perdutamente di altri amori, pur
belli e leciti.
Una delle donne che più ha amato
Gesù, la Maddalena, ed è ricordata
ancora oggi dopo duemila anni, afferma: “Cristo mia speranza è risorto” (sequenza liturgica della Pasqua).
La fede, luce dell’anima, sostiene e
qualifica l’amore e la passione. Ecco
perché ancora l’evangelista ci dice
che la luce della fede fa vedere e
credere: “Vidit et credit” (Gv. 20,8).
A voi ragazzi, che studiate il greco,
mi piace evidenziare come il verbo
vedere, (orào), nella sua radice (id)
significa anche un vedere di conoscenza esistenziale, un vedere esperienziale.
Giovanni , perciò, nel buio della
tomba, e nel suo soffrire l’assenza di
Gesù, vede la luce della sua fede e
crede perché riascolta la voce di chi
l’ha amato. Non è forse Giovanni il
discepolo che Gesù ama?
E Maria, nel giardino della tomba tra
i pianti per non aver ritrovato il suo
Gesù, non si sente chiamata per nome proprio dal suo “rabbunì”, dal
suo maestro, e perciò poi lo riconosce? (Gv. 20,11-18)
È l’amore il principio vero della
comprensione e della visione dei
valori. Ed è proprio l’amore, la genesi del fenomeno inaudito della
Risurrezione di Cristo.
Ora definitivamente sarà proprio
l’amore, che ci farà “vedere” Gesù
Risorto. La razionalità ci può aprire
solo la porta del divino, ed è necessaria solo all’inizio del percorso di
fede. Ma poi diventa necessaria la
fede, che è quella luce di Dio che ci
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fa poi innamorare di Lui.
Il Risorto è visto da chi ha occhi
abilitati, gli occhi dell’accoglienza e
dell’ amore.
Sì, caro amico, vedrai il Risorto più
facilmente se tu, deponendo la tua
tenebra, Gli apri il cielo della tua
anima.
Fatti afferrare da Cristo ed Egli ti
libererà! (S. Agostino)
In quest’epoca di democratizzazione
dei popoli del Mediterraneo rigustiamo la gioia di essere liberi.
Troviamo anche noi la nuova terra
della libertà.
Come cristiani, la nuova terra è la
Risurrezione del Cristo, dove ognuno è nuovo senza quella opacità che
ci rende vecchi e stanchi nel vedere
bene l’uomo.
Il Risorto ci dia luce per vedere in
novità l’uomo che è la cifra di Dio.
Che anche tu, caro lettore, possa
dire, con l’anima credente: “Io prima
ti conoscevo per sentito dire, ora
invece ti ho visto con i miei occhi” (Gb 42,5).
Carissimo, ti auguro che questo tempo di “rumores”, di chiacchierio
abituale e assordante sulle verità e
soprattutto sulla “Verità”, non ti
distragga da quella parola di vita del
Risorto.
Ricordati che, come per i discepoli,
Gesù vuole venire a cena con la tua
anima: “Ascoltate, io sto alla porta e
busso. Se uno mi sente e mi apre, io
entrerò e cenerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me” (Ap.
3,20).
Liberiamo gli occhi da tanta polvere,
e forse anche dal fango del peccato,
per “vedere” Lui e crederGli. 
Buona Pasqua di visione del Signore Risorto!
attualità
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La terra trema e il progresso va in frantumi ...
Roberto Falbo
Si dice spesso che
l’uomo sia l’artefice
del proprio destino:
quindi lo è anche
delle proprie disgrazie. La lezione che
in questi giorni viene dal Sol Levante è
indicativa della riflessione di cui sopra. Le cifre dei
morti del terremoto
e del conseguente
tsunami
gettano
nello sconforto anche gli ottimisti:
oltre 12 mila morti,
più di 20 mila i dispersi. I danni vanno al di là delle centinaia di miliardi di dollari. È una
catastrofe che segnerà sicuramente
l’umanità, ma è un’occasione in
più per parlare di quanto l’uomo ci
stia in mezzo a questi cataclismi.
Sì, perché la natura gioca pure un
ruolo da titolare nella partita della
sciagura: gli tsunami e i terremoti
non li provoca l’uomo (per fortuna
non rientra tra i suoi poteri), ma ha
un ruolo da comprimario in questo
gioco al disastro. È responsabile prima di tutto della sua superficialità: il
fatto stesso che, come si apprende
ormai ogni ora dai telegiornali, la
Tepco - l’azienda che gestisce la centrale nucleare di Fukushima - afferma
di non aver fatto i controlli opportuni
prima della messa in funzione della
centrale non offre il minimo conforto
ai pensieri di chi fa orecchie da mercante al nichilismo. Dichiarazioni,
quelle della Tepco, sulle quali non
basterebbe un secolo per riflettere.
D’altra parte il Giappone, come tante
zone del nostro pianeta, è preda di
quella che una retorica forse fin troppo spicciola chiamerebbe: forza della natura. Bisognerebbe chiedersi
allora quale rimedio si potrebbe opporre come argine. Non c’è, al momento, (forse non esiste nemmeno)
una risposta significativa. Si potrebbe
solo azzardare che basterebbe far uso
della lungimiranza. Un affare da non
poco visto che, da tempo ormai, l’umanità ha smarrito la strada della
saggezza e quindi non sa più far esercizio di lungimiranza. Se a tutto questo si aggiunge l’ipotesi (speriamo
resti tale) terribile, ma probabile, che
a causare il terremoto in Giappone
siano stati i test nucleari, si può giungere alla conclusione che l’uomo sia
veramente ingovernabile quasi quanto la natura, alla quale si dà sempre la
colpa di tutto: ma è un alibi con il
quale l’umanità, quella di cui tutti
facciamo parte, si lava la coscienza e
si tira fuori dalle responsabilità. Quasi che l’effetto serra, l’inquinamento,
la desertificazione, i popoli che rischiano la fame e la sete a causa delle
inondazioni, siano fatti estranei che
non appartengono direttamente all’uomo e ai suoi simili. Poi ci sono i
governanti, che sprecano giorni, mesi, anni per mettersi d’accordo: da più
di trent’anni ci raccontano questa
fiaba. E questo non ha scongiurato gli
Stati Uniti, l’ex URSS e la Cina pare già dal 1950 - dal condurre test
nucleari, dopo i quali (sarà pura casualità?) si sono verificati terremoti
di varia entità. Proseguendo nella ricerca,
sembra che nel 1974 il
Dottor
Matsushita,
scienziato del National
Center of Atmosferic
Research, abbia scoperto che dopo questi
test nucleari la ionosfera e il campo magnetico terrestre venivano disturbati per un
periodo di circa due
settimane,
portando
addirittura a oscillazioni i poli terrestri. Pare
che lo scienziato sia
stato messo a tacere
dal governo degli Stati
Uniti e verosimilmente
gli sarebbe stato impedito di continuare le sue ricerche. Ancora una
volta la paura che qualcuno potesse
alzare la testa per dire una verità spiacevole potrebbe aver vinto sull’onestà. Non siamo sicuri se queste tesi
siano accertate e reali, o se siano soltanto ipotesi scientifiche. Sta di fatto
che i dubbi restano, sia sulle cause, sia
sugli effetti del terremoto: dello stesso
che ha provocato onde alte 40 metri,
che hanno sommerso l’intero nord-est
del Giappone, distruggendo ogni cosa
al loro passaggio, case, strade, vite.
Un danno a cui si aggiunge altro danno ancor più grave, rappresentato dal
rischio ormai accertato della diffusa
radioattività. Un mostro ques’ultimo
che genera paure, psicosi, incertezze:
ormai non si è più sicuri di quello che
si mangia e non si ha fiducia neanche
dei controlli. Ora in Giappone i superstiti non solo dovranno avere la forza
per ricominciare a vivere, ma dovranno stare con gli occhi aperti per evitare di cadere in una trappola mortale da
cui non si può più uscire. Ancora una
volta il nucleare, dopo Hiroshima e
Nagasaki. Ancora una volta è l’uomo
a generare disastri in concorso stavolta e non è un’attenuante - con la
natura. 
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… e c’è chi sui cocci vorrebbe costruire l’avvenire
Gustavo Pregoni
In seguito a uno tra i più devastanti terremoti dell’ultimo
secolo e al successivo maremoto, i reattori della centrale
di Fukushima continuano a esplodere. In questo particolare momento, l’attenzione degli italiani è catturata
dalla questione dell’eventuale costruzione di centrali
nucleari per risolvere il problema dell’insufficienza di
energia, a cui attualmente il nostro Paese trova rimedio
bussando ai confini francesi. Prima di azzardare affermazioni e, prima che i maggiorenni possano fare scelte affrettate quando andranno a votare per il referendum, potrebbe essere necessario avere chiara la problematica divenuta più che mai tema d’attualità. Esaminare e valutare
scrupolosamente pro e contro costituisce l’assai impegna-
tivo compito. Innanzitutto occorre ribadire che il problema sorge dall’attuale impossibilità di produrre l’energia
necessaria al fabbisogno del Paese: quest’ultimo si trova
infatti costretto ad acquistare la fetta energetica mancante
dalla nazione francese, che trova nella risorsa delle centrali nucleari una disponibilità di energia tale da potersene
permettere la vendita ad altri Paesi. Oltre a rappresentare
un espediente che non contribuisce all’inquinamento atmosferico, il nucleare costituisce una forma energetica
molto compatta (produce energia utilizzando piccole
quantità di combustibili) che necessita di contenute entità
dei molto abbondanti in natura uranio e torio. È evidente
il vantaggio che comporterebbe l’adozione di questa risorsa. Il preoccupante problema conseguente alla produzione dell’energia nucleare è, però, lo smaltimento delle
scorie radioattive che rimangono un gravissimo pericolo
per 24.000 anni. Lo smaltimento delle scorie può essere
effettuato in due differenti modi: deposito superficiale o
deposito geologico. Il primo consiste nel confinamento in
aree terrene protette e contenute all'interno di barriere
ingegneristiche; per quanto riguarda il secondo, si tratta
di profondi bunker sotterranei. Inoltre, dal momento che
il trasporto delle scorie comporta un rischio elevatissimo,
si deduce, quindi, che i depositi di scorie dovrebbero essere situati nelle vicinanze della centrale. Oggi Fukushima, riapre un caotico e articolato dibattito. Nel caso in cui
il referendum di giugno dia via libera al nucleare, solo
dopo l’individuazione di un luogo apposito sulla penisola
(ricordiamo le proteste di Veneto, Lombardia, Puglia e
Sicilia davanti alla possibilità che le centrali fossero costruite nel loro territorio) si procederà alla realizzazione
delle strutture. Dal momento che
una catastrofe nucleare può procurare danni permanenti e durevoli
negli anni in un raggio di migliaia
di chilometri, risulta evidente che
le proteste non potrebbero mai
essere messe a tacere dalla
“soluzione” di edificare la centrale
in un’altra regione, limitrofa o
relativamente distante che sia, che
metta eventualmente a disposizione il proprio territorio. Da ciò è
possibile dedurre che nel caso in
cui ci fosse un’esplosione nucleare
nel territorio francese, sull’Italia
graverebbero comunque conseguenze non di poco conto; fortunatamente secondo la teoria del movimento delle placche (dai loro
scontri hanno origine i vari sismi),
la Francia si estende su una superficie costituita da una sola placca: ciò comporta il rischio
minore di disastri analoghi a quelli prima menzionati.
Non deve però sfuggire un dettaglio: perché la Francia
possa trarre i vantaggi che sono stati elencati, il suo territorio ha visto l’edificazione di ben 58 centrali. Urge quindi sottolineare che una sola centrale nucleare nel nostro
Paese non risolverebbe alcun problema; senza considerare quel che concerne le elevatissime spese di costruzione
e di mantenimento che, nel caso in cui l’attività della
struttura (che può avere un’età massima non superiore ai
40 anni) debba essere anticipatamente interrotta, verrebbero difficilmente coperte dalla produzione energetica. A
poco più di un anno dall’ancora dolente tragedia de L’Aquila, non ci si dimentica peraltro che l’Italia presenta un
rischio sismico superiore a quello francese. Nessun rappresentante politico avrebbe potuto e potrà mai assumersi
la responsabilità di una così delicata decisione. Agli italiani, a giugno, l’ardua sentenza. 
attualità
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Tutti a Salerno per salutare don Martino
Francesco Gratteri
il pranzo ed è stato possibile trascorrere un pomeriggio tra vecchie e nuove amicizie e godere di balli e musica
fino alle 16.00 quando tutti hanno
salutato l’ispettore. 
I giovani e la fede
secondo il prof. Matteo
Claudio Signoretta
C’erano i colori a testimoniare il
clima della festa, quella ispettoriale
del 9 e 10 aprile, di Salerno, e c’erano, elemento essenziale, i giovani
– provenienti dalla Calabria, dalla
Puglia, dalla Basilicata, dalla Campania, dall’Albania e dal Kosovo –
a testimoniare la gioia dell’appartenenza a don Bosco e alla condivisione dei valori che sono pietre
miliari dell’educazione salesiana.
Poi sulla ricorrenza è passata a volo
basso, quasi radente, la commozione
d’un saluto, d’un ciclo che si chiude,
d’un mandato, quello di don Pasquale Martino, che si conclude. I saluti
fanno sempre tristezza, si sa. Ma la
tristezza nelle case di don Bosco dura
poco. Subito dopo torna la gaiezza di
un’esperienza irripetibile, unica. Dopo il momento dell’accoglienza i
ragazzi, le centinaia di giovani di cui
sopra hanno iniziato a sistemarsi
nell’oratorio della cittadina campana.
Tutti avevano in dotazione, oltre ai
buoni pasto, il materiale che sarebbe
servito poi durante la festa. Appena il
tempo di sistemare borsoni e valigie
e prendere confidenza con l’ambiente
che l’attenzione della moltitudine è
stata chiamata sui campetti di palla-
volo e di calcio per i tornei che sono
stati vinti rispettivamente da Campania e Albania, dopo l’eliminazione
della squadra composta dai preti Salesiani. Alla conclusione dei giochi,
nel tardo pomeriggio, tutti si sono
recati nella grande palestra dell’oratorio di Salerno per un piccolo intrattenimento, prima di consumare la
cena offerta dalla famiglia salesiana,
cena stile pub, composta da panino,
pizza e bibita. Dopodiché tutti sono
rientrati nella palestra per assistere a
una rappresentazione canora e alla
visione di cortometraggi, alla conclusione della quale si è proceduto ad
una votazione per i migliori. La serata si è conclusa con una veglia, infine
molti giovani sono stati ospitati in
alcune stanze dell’oratorio in cui
hanno trascorso la notte dormendo in
sacchi a pelo. La mattina seguente la
festa è cominciata alle 9.30, con la
premiazione dei vincitori votati la
sera precedente, i quali hanno ricevuto rispettivamente 50 CD (incisi con
la canzone vincitrice) e una videocamera, entrambi i premi sono stati
destinati ai rispettivi oratori. Successivamente c’è stata la messa , alla
fine della celebrazione è stato offerto
Il 4 marzo 2011 nel salone parrocchiale di Soverato il Prof. Armando
Matteo docente di Teologia Fondamentale alla PUG e Assistente nazionale FUCI ha tenuto una conferenza
sul difficile rapporto tra giovani e
fede. Dopo la presentazione del parroco don Tobia Carotenuto il relatore
ha esordito facendo alcuni esempi
sull’ ignoranza religiosa diffusa tra
i giovani di oggi. Uno degli esempi
più eclatanti da lui riportati è stato
quello di una ragazza che si era iscritta all’università presso la quale don
Matteo è docente e durante il colloquio preparatorio le viene posta la
domanda su quale tra le frasi beati i
poveri, beati i misericordiosi, beati i
ricchi e beati i miti Gesù non abbia
mai detto. L’esaminante risponde con
convinzione beati i miti argomentando che durante il corso di cresima il
parroco abbia più volte ripetuto di
non farsi dei miti. Dopo questa introduzione il professore ha continuato riportando alcuni dati su
come negli ultimi venti anni i giovani che vanno regolarmente in chiesa vanno sempre diminuendo. Ha
chiarito in seguito come per molti
ragazzi il sacramento della cresima è
il cosiddetto sacramento dell’addio,
perché dopodichè non mettono più
piede in chiesa. Il relatore poi si è
spostato a chiarire le cause di tale
situazione, spiegando che i maggiori
responsabili sono gli adulti e la società in cui viviamo. 
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Roberto Falbo
Fatherland
VOTO DEL LIBRO
“Immagino che si perda la ragione”
“Oppure può succedere di peggio. La si può ritrovare”
1964. Periferia di Berlino. Alla
vigilia di un importante incontro diplomatico tra la Germania e gli Stati Uniti, viene ritrovato il cadavere di un gerarca nazista. Ad occuparsi del
caso è un investigatore della
polizia criminale di Berlino,
Xavier March. Un thriller
favoloso e potente. L’autore
inglese Robert Harris – nato
nel 1954 – ci regala un’opera
straordinaria, ucronica, un’avventura in un mondo diverso
da come ce lo immaginiamo.
Lo scrittore e giornalista inglese, famoso oltre che per questo
titolo, anche per altri prestigiosi romanzi, quali Enigma
(1995), Pompei (2003) e la
trilogia su Cicerone segnata
dai primi due romanzi usciti
( Imperium del 2006 e Conspirata del 2010), ci consegna
uno dei thriller bestseller più
amati e premiati degli ultimi
vent’anni. Un classico contemporaneo. Cosa sarebbe successo se la Germania nazista
avesse vinto la guerra? Cosa
sarebbe accaduto nel 1964,
quando il Terzo Reich sarebbe
stato ancora, da tanti anni, dominatore indiscusso dell’Europa? Cosa sarebbe successo se
il genocidio degli ebrei fosse
rimasto segreto, ignorato da
tutti a parte Hitler e compagni,
mentre il mondo continuava a
vivere ignaro da tutto? Cosa
sarebbe successo se la storia
non avesse seguito il suo corso. Tutto questo è Fatherland,
la poliziesca avventura di un
investigatore che, attraverso
una serie di indagini emozionanti e di avventure a colpi di
veridicità storica, riuscirà a
mettere a nudo la corruzione e
la scontentezza di una società
dominata da un potere sempre
forte, che però comincia a barcollare. Terribile, da seguire
fino all’ultima pagina e da
entrarvi in ognuna, il capolavoro di Robert Harris ci trasporterà in un mondo più
reale di quanto non si possa
immaginare. Ma sarebbe stato
reale, se qualcuno non lo avesse voluto. Per la prima volta,
un’avventura poliziesca, un
thriller fantapolitico, ci porterà
in una Germania in cui ancora
le SS mettono paura ai cittadini, gerarchi nazisti sempre più
interessati alle loro ricchezze,
Hitler ancora al potere. Forte,
intenso, ma anche simbolo di
tutta un’epoca che il mondo ha
rischiato di vivere, Fatherland
non è solo un romanzo poliziesco come gli altri. È l’avventura di un passato che avrebbe potuto cambiare il destino
del mondo. Un’ipotesi che fu
sul punto di avverarsi. Fantasia, azione, ma anche realtà
storica. Personaggi inventati ce
ne sono pochi. Sono quasi tutti
esistiti. Nomi come Heydrich,
Globocnik, Nebe, che per noi
possono non avere significato,
ai loro tempi fecero tremare
mezza Europa con i loro genocidi feroci. E ora li ritroviamo
tutti in un libro, in un’avventura mozzafiato, gerarchi nazisti
e poteri senza nome, simbolo
di un’epoca, di un mondo che
l’umanità non può rischiare di
dimenticare. 
Autore
Robert Harris
Casa editrice
Mondadori
Anno di pubblicazione
1992
Pagine
370
Genere
Thriller
Costo
€ 9,50
Lo scrittore e giornalista inglese Robert Harris
La copertina del libro
chiediamolo a...
La finestra sul cortile
Maggio 2011
8
a cura di Francesco Gratteri
Saverio CANDELIERI
Prof. di Italiano, Latino e Greco
Cosa voleva fare quando aveva 13 anni?
Non mi sono posto questa domanda
Cosa farebbe se avesse il potere assoluto?
Non lo posso dire
Se per espiare una colpa la obbligassero a leggere lo stesso libro?
“Dei delitti e delle pene”
Una cosa che non capisce della gente?
Incoerenza
Una parola che cancellerebbe?
Ormai
Come immagina il Paradiso?
Luogo dove capire cos’è l’amore
Se le dico “Italia” cosa le viene in mente?
Arte
Cos’è tabù oggi?
La verità
Cosa ha in comune con un giovane?
Età e voglia di vivere
E con un ottantenne?
Attaccamento alla vita
Un incipit per la sua biografia?
Nella sua vita certo poteva fare di più
Se un bambino le chiedesse cos’è la morte lei cosa risponderebbe?
Ritrovarsi con gli altri
L’ultima cosa che pensa prima di dormire?
Spero che la notte sia lunga
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Maggio 2011
9
Fabio BARLETTA
Prof. di Italiano, Latino e Greco
Cosa voleva fare quando aveva 13 anni?
Insegnante o Astronauta
Cosa farebbe se avesse il potere assoluto?
Andrei a mare e darei a tutti la possibilità di andare a mare
Se per espiare una colpa la obbligassero a leggere lo stesso libro?
“Trionfi” di Petrarca
Una cosa che non capisce della gente?
Supponenza
Una parola che cancellerebbe?
Par condicio
Come immagina il Paradiso?
Luogo di assoluta serenità
Se le dico “Italia” cosa le viene in mente?
Posto che mi piace, malgrado tutto
Cos’è tabù oggi?
Molti tabù di ieri
Cosa ha in comune con un giovane?
Spensieratezza ma non menefreghismo
E con un ottantenne?
Riflessione ma non pesantezza
Un incipit per la sua biografia?
Di cagionevole salute
Se un bambino le chiedesse cos’è la morte lei cosa risponderebbe?
Una cosa che succede ma non necessariamente un dramma
L’ultima cosa che pensa prima di dormire?
(Se non svengo per il sonno) penso alle cose piacevoli della mia vita
musica
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Il Metal e il Rock li ha inventati Beethoven
Miriam Marino
Chi ha detto che non ci sono affinità fra la Musica Classica e il Metal? Potrebbe sembrare impossibile,
ma ricercando materiale su YouTube
si trovano molti brani tratti da opere
classiche riadattati in chiave Rock e/o
Metal, ad esempio il maestoso Terzo
Movimento dell’Estate di Vivaldi,
tratto dall’opera le “Quattro Stagioni”, ripreso da Alexi Laiho, chitarrista, nonché cantante dei Children of
Bodom e l’altro chitarrista della
band, Roope Latvala, anche se questo
è solamente uno dei tanti punti in
comune che coesistono fra questi due
generi musicali. Metal e Classica
presentano molte caratteristiche simili, come la ricerca della potenza del
suono, che avviene in Beethoven
(basti pensare la Sinfonia n. 5 in Do
Minore ) come anche nel Metal, che
predilige suoni di chitarre elettriche e
bassi molto energici, talvolta aggressivi, naturalmente accompagnati dal
percuotere inarrestabile delle batterie,
che sembrano prendere la rincorsa
verso il momento in cui il suono deve
esplodere. Altre fra le peculiarità che
accomunano i due generi sono il concentrarsi principalmente sulla parte
strumentale piuttosto che su quella
cantata, il trasmettere dei sentimenti e
delle emozioni con suoni talvolta
impetuosi (anche se non sempre la
Classica si basa su sonorità del genere), i temi trattati, per esempio nella
musica Metal non può non mancare il
gusto dell’orrido e dell’artificiosità
degli effetti acustici certamente presenti nella Musica Barocca, non per
questo Bach è uno dei compositori
più seguiti nel riadattamento di brani
per strumenti tipici del Rock e della
Metal Music e le atmosfere dell’Epic
Metal molto simili a quelle dei compositori del Tardo Romanticismo. Il
tutto si concretizza in due generi:
Symphonic Metal e NeoClassical
Metal. Il primo rende noti in maniera sorprendente le “affinità”
presenti; infatti, in genere vi è una
cantante, soprano lirico, che talora
viene accompagnata da una voce
maschile in growl (forma di canto
raschiata e gridata, che serve ad esprimere il dolore interiore). Riguardo la parte strumentale, oltre la chitarra elettrica, il basso, la batteria, la
tastiera e la voce, spesso si utilizzano
strumenti musicali tipici dell’orchestra, come i violini, o addirittura cori
e altri elementi sinfonici che creano
una piacevole commistione di sonorità. Per di più, si esaltano specialmente le atmosfere gotiche, come avviene
in melodie del genere “Carmina Burana”. I due gruppi più in voga di
questo genere sono i Nightwish e i
Within Temptation, i primi che all’epoca della prima cantante, Tarja Turunen, si accostavano principalmente
al Power Metal e all’Epic Metal, i
secondi che utilizzano sonorità generalmente più leggere, che li rendono
molto orecchiabili anche per chi non
ascolta il Rock. Ma veramente spettacolare è l’esistenza del NeoClassical Metal, un altro sottogenere dell’Heavy Metal in cui sono ancora
più presenti le caratteristiche della
Classica, infatti vi è la ripresa delle
stesse complesse strutture musicali,
le stesse sonorità e la velocità delle
melodie, tipiche nuovamente della
Musica Barocca e la malinconia delle
stesse. Il termine quindi deriva dal
rifarsi ai grandi del passato, infatti
molti musicisti, specialmente chitarristi, prendono principalmente spunto
dalle composizioni del celebre violinista Niccolò Paganini e come già
accennato da Johann Sebstian Bach,
seguono nella classifica Wolfgang
Amadeus Mozart, Franz Joseph
Haydn e Antonio Vivaldi. Altri ispiratori sono i meno celebri, ma non
per questo meno talentuosi, Richard
Wagner e Igor Stavinsky. Il chitarrista più emblematico del genere è
Yngwie Malmsteen che si ispirò a
Paganini, ma che non fu certamente il
primo a seguire questa corrente, poi-
ché già negli anni ’60 i Deep Purple
fusero elementi di Hard Rock e Heavy Metal con Musica Classica. In
seguito anche Ozzy Osbourne, cantante dell’omonima band, Black Sabbath inserì nel suo modo di suonare
stilemi della Classica. Dal punto di
vista tecnico le scale più usate sono
quelle minori armoniche, in cui vi è
l’utilizzo del bending-vibrato, ossia
una “tecnica” della chitarra in cui il
dito si muove da un punto all’altro
della tastiera senza staccarsi dalla
stessa e facendo vibrare la corda sul
tasto in cui si arriva, in cui sembra ci
sia una corsa alla nota più acuta; e le
scale minori melodiche, in cui la musica sembra una fuga nervosa e disperata.Infine, vi è stato il riadattamento
e l’emulazione di molti pezzi classici
destinati al violino per la chitarra
elettrica. Quindi anche se l’Heavy
Metal nasce dall’Hard Rock, non sì
può non dire che non abbia nulla in
comune con la Classica, poiché attinge particolarmente alla musica
“madre di tutti i generi”. Per chi per
curiosità volesse ascoltare qualcosa
degli autori citati o inerenti a classica
e metal: Richard Wagner, “Cavalcata
delle Valchirie”; Igor Stravinskij, “La
Saga della primavera”; Antonio Vivaldi, “Quattro stagioni”, “Estate”,
“Terzo Movimento”; Ludwig Van
Beethoven, “Sinfonia numero 5”,
“Sinfonia numero 9”; Wolfgang Amadeus Mozart, “Rondò alla Turca”
“Greensleeves”; Johann Sebastian
Bach, “Partita numero 1”; Nightwish,
“Wishmaster Amaranth”. 
punto di vista
La finestra sul cortile
Maggio 2011
11
Si scrive pace, si legge petrolio ma si pronuncia guerra
Domenico Cirillo
L’intervento nel territorio libico
da parte dei “volenterosi” fa acqua un po’ da tutte le parti. È
quasi surreale pensare che l’operazione Odissea all’Alba sia un
piano strategico-militare unicamente volto alla completa redenzione di un popolo soggiogato dal
governo dei raìs. Il petrolio, si
sa, fa gola a tutti; la frenetica
corsa all’oro nero vedrà il suo
termine soltanto quando ne
verrà prosciugata l’ultima goccia: è un dato di fatto. Ridursi,
però, soltanto al prezioso combustibile è cosa molto approssimativa poiché si riscontrano altri fattori che, in qualche modo, potrebbero delegittimare quanto alcuni
Stati europei hanno deciso di intraprendere. In Francia, le ultime
elezioni presidenziali si sono tenute nel mese di maggio del 2007; fra non meno di un anno si
tornerà alle urne e Nicolas Sarkozy è in cerca, come si sa, di un
secondo mandato. Il “ben apparire”, in queste delicate circostanze,
è fondamentale, la scaltrezza politico-elettorale
determinante.
L’offensiva alla Libia è scaturita
a seguito di un rapido summit
promosso dal Governo francese il
quale ha avviato, nello stesso
pomeriggio, le prime ricognizioni
aeree per poi attaccare. Gli Stati
Uniti, fanno centro con i
“Tomahawk” e il Regno Unito
esordisce con la Royal Navy e la
Royal Air Force coordinate, secondo fonti anonime, da alcuni
uomini del rinomato Special Air
Service (SAS). Il nostro Paese, da
parte sua, rompe il vincolo di
amicizia con il Colonnello e offre, alcune basi militari con l’appoggio di mezzi navali e aerei i
quali, in una prima fase, non hanno esploso un solo colpo (i nostri
caccia si sono limitati, secondo
precisi ordini, ad effettuare delle
“scansioni” sul territorio interessato dall’operazione). Ognuno
contribuisce “come può”: nonostante la decisa mobilitazione
militare e politica si teme di frantumare gli “equilibri internazionali” già compromessi. Spolveriamo il tutto ed eliminiamo la polvere dell’ipocrisia ponendo alcune domande: quando lo Stato
d’Israele attaccava la popolazione
palestinese stanziata nella striscia
di Gaza, perché non si è intervenuti prontamente? Perché s’interviene militarmente in Libia ma
non si interviene per fermare la
dura repressione governativa in
alcuni paesi del Golfo persico e
della Penisola arabica come lo
Yemen e il Bahrein? Interrogativi
che, certo, fanno riflettere. È notizia di qualche settimana fa, la
decisione del Governo Italiano di
autorizzare dei bombardamenti
mirati, sulla Libia, utilizzando i
Tornado; ciò ha innescato non
poche polemiche ma la scelta
nasce, forse, dalla consapevolezza che la posizione assunta dal
nostro Paese, cioè quella del fare
tacere le armi, non sia più plausibile. L’intervento militare libico è
un evento ancora in fase di svolgimento ed è azzardato fare facili
(e probabilmente inesatte) previsioni sulla sua conclusione; suo
obiettivo (almeno quello ufficiale) è deporre il governo dittatoriale del raìs con la conseguente
“importazione” della democrazia
(si spera quella vera: il démos
cràtos ovvero il potere del popolo). Un buon proposito, certo. Ma
è probabile che dietro l’angolo,
aspettando che le acque si plachino e sostenendo i ribelli, ci sia chi
è pronto a sostituire Muammar.
Dalla padella alla brace … rovente. 
attualità
La finestra sul cortile
Maggio 2011
12
Don Gianni ci svela i misteri della Pasqua
Francesca Mancuso
 Il significato della Pasqua?
 L’uovo di cioccolata tanto atteso che collegamento ha con la Pasqua?

Perché la festività cade sempre di domenica?
 Ma quale domenica?

I giorni della quaresima sono proprio quaran ta?

Il termine ebraico che indica la Pasqua è PESAH
e significa “ passare oltre”. Questo verbo fa riferimento a
due avvenimenti dell’Antico Testamento. Il primo riguarda la decima piaga d’Egitto, quando l’angelo sterminatore
sarebbe passato oltre le case degli ebrei, le cui porte erano
state intinte con il sangue dell’agnello. Invece avrebbe
colpito i primogeniti degli egiziani le cui porte non erano
state intinte. Un secondo evento è quando gli Ebrei passarono il Mar Rosso, dopo essere stati liberati dalla loro
schiavitù. Chiaramente questi sono due passaggi simbolici. Quello dell’angelo è il passaggio di chi porta la morte
a chi non ha obbedito alla legge di Dio e la vita a chi invece l’ha rispettata. Il passaggio del Mar Rosso rappresenta la purificazione attraverso le acque e richiama il
sacramento del battesimo. Questo per riallacciarsi al significato antico della Pasqua. Per i cristiani, naturalmente, è il passaggio dalle tenebre alla luce, dal peccato alla
grazia, dalla morte alla vita. Questo passaggio di purificazione avviene attraverso l’acqua del battesimo. Proprio
per questo motivo il Sabato Santo si celebra il ricordo di
questo sacramento, rinnovando le promesse battesimali.
Con la Pasqua i cristiani celebrano la Risurrezione di
Gesù Cristo, con la quale il Figlio di Dio ha mostrato
all’uomo il proprio destino, cioè la risurrezione nel
Giorno Finale, quando tornerà come giudice di tutta
l’umanità. Per il cristianesimo e’ la festa più importante
dell’anno.

L’uovo è uno dei tanti simboli pasquali. Esso rappresenta il grembo materno, che genera la vita ed è quindi
espressione di quel messaggio di risurrezione di cui è
portatrice la Pasqua.

Perché la domenica è il giorno in cui Cristo è risorto (il primo dopo il sabato, giorno sacro per gli ebrei).
Domenica infatti significa “Giorno del Signore”, e la Pasqua si celebra sia settimanalmente, ogni domenica, sia
soprattutto annualmente diventando il giorno più importante dell’anno per i cristiani.

Alcune festività sono fisse, perché hanno una data
prestabilita, altre sono mobili, perché la loro data è diversa da un anno all’altro. E’ il caso della Pasqua, la cui data
può rientrare nei giorni tra il 22 Marzo e il 25 Aprile. Nel
325 d.C. il concilio di Nicea stabilì che la Pasqua dovesse
cadere nella domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, che è il 21 Marzo.
Inoltre si parla di Pasqua alta o bassa in base al giorno in
cui è celebrata questa festività. Per esempio, quest’anno,
il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera è lunedì 18 Aprile, quindi Pasqua slitta a domenica 24. Dunque
possiamo dire che la Pasqua del 2011 è alta perché rientra
proprio negli ultimi giorni disponibili.

Il quaranta, come tanti altri numeri biblici, è un
numero simbolico. Ad esempio nell’Antico Testamento si
ricorda gli anni in cui il popolo ebraico attraversò il deserto, dopo essere uscito dall’Egitto, per arrivare alla terra
promessa; nel Vangelo si ricorda il digiuno di Gesù, che è
durato quaranta giorni. Ma sono realmente quaranta i
giorni quaresimali? In realtà i giorni sono quarantaquattro (dal mercoledì delle ceneri al Giovedì Santo),
ma quelli effettivi sono trentotto.Infatti mentre nei primi
secoli dopo Cristo la quaresima iniziava dalla prima domenica e finiva il giovedì Santo (totale quaranta giorni),
successivamente sono state escluse le sei domeniche
(Pasqua della settimana), dal computo e aggiunti quattro
giorni all’inizio (dal mercoledì) e due alla fine (venerdì e
sabato Santo); infine sono stati esclusi questi ultimi due
giorni per rendere il triduo pasquale autonomo. 
La finestra sul cortile
Maggio 2011
13
A Grumento si va: un po’ per sfida e un po’ per spiritualità
Claudio Signoretta
Nove ragazzi (sette del primo liceo e
due del secondo) in cerca di una forte esperienza di fede: potrebbe essere
più o meno questo il titolo dell’esperienza di Grumento, l’esperienza del
terzo turno triennio scuola, degli esercizi spirituali di QuaresimaViva.
Partenza lunedì 4 aprile, da Soverato:
tante aspettative, incertezze pure,
comunque si va. Ad accompagnarci
ci sono i salesiani Emilio e Raffaele.
Si viaggia cinque ore prima di raggiungere la meta. Lo scenario che
appare dai finestrini è mutevole e
suggestivo, come suggestivo è il
viaggio su quella lingua d’asfalto
eternamente cantierizzata che è l’A3
Salerno-Reggio Calabria. Poi, ancora,
le amene montagne della Basilicata e
le stradine strette, tortuose, dove il
pulmino arranca non senza fatica. E
intanto l’allegra compagnia viaggia e
ascolta le storie degli accompagnatori. E poi le note della chitarra di Miriam e infine le battute simpatiche(?)
di Nicola. Il tempo passa, il viaggio
giunge a compimento: Grumento è lì
davanti ai nostri occhi. Un paesino
arroccato in cima a una collina, ma
non è il paese la nostra destinazione.
Il pulmino imbocca una stradina di
campagna. Una stradina che manco è
una stradina, ma qualunque cosa fosse ci conduce verso quella sperduta
casa di don Bosco. Il cancello del
cortile è aperto: don Gino e don Tom
sono lì in mezzo, ci aspettano, ci accolgono: sono loro i salesiani che ci
guideranno in questa esperienza. Nell’attesa degli altri ragazzi allietiamo
il silenzioso ambiente circostante con
canzoni non sempre intonate. Dopo
circa mezz’ora arrivano i quattordici
partecipanti di Caserta e, un po’ di
tempo dopo, i dieci di Napoli-
Vomero. Il primo momento di gruppo
è caratterizzato da un’ottima merenda
preparata dai genitori di un salesiano
che si sono offerti gratuitamente per
allietare la nostra permanenza con
ottime pietanze. Appena il tempo di
rifocillarci che veniamo introdotti in
un gioco che credo dovesse servire a
farci socializzare, in parte ci riesce,
ma è ancora troppo presto per instaurare relazioni: ognuno rimane con il
suo gruppo di appartenenza. I giochi
continueranno la sera, dopo la cena.
Poi cominciano i primi sbadigli premonitori dell’ora della nanna. La
mattina successiva ci si sveglia tutti
presto con l’ansia d’iniziare una giornata, che scopriamo segnata da intensi momenti di preghiera alternati a
silenzio e esperienze di condivisione.
La sera ci si distrae un po’: dopo
cena i salesiani, che in fatto d’animazione (oltre che di preghiera e spiritualità) non sono secondi a nessuno,
hanno dato l’avvio a una straordinaria girandola di giochi e balli. Poi
nuovamente tutti a nanna: il secondo
giorno è scivolato via intensamente e
ciò che più conta senza tele, com-
puter, mp3, con un uso limitatissimo del telefonino e la constatazione
che si vive lo stesso, chi l’avrebbe
mai detto. Il sonno arriva puntuale,
manco il tempo di un esame di coscienza e l’accenno di un’Ave Maria.
E il terzo giorno è lì, puntuale, ad
attenderci, con le sue mansioni, i suoi
lavori: le nostre nuove prove. L’ambiente, di Grumento è molto sobrio
ed essenziale, le pulizie devono essere fatte da noi a turno, ogni mattina,
così come a noi spetta apparecchiare,
sparecchiare e lavare le posate dopo i
pasti. Quasi tre giorni e ancora abbiamo qualche difficoltà a rapportarci
con i colleghi delle altre scuole. In
compenso, però, iniziamo a conoscerci meglio tra noi soveratesi: e ci
apriamo a una relazione più profonda di quella instaurata durante
le ore scolastiche. E’ questa la sensazione con cui si apre il terzo giorno
che è dedicato quasi completamente
alla riflessione personale. Poi, piano
piano accade il miracolo (per così
dire): cominciamo a interagire con gli
altri grazie anche ai gruppi di condivisione che vengono creati al termine
dei momenti di silenzio. E durante
questa condivisione alcuni di noi
iniziano ad apprendere il napoletano
dai ragazzi del Vomero, che si rivelano ottimi maestri. Tutti i giorni viene
poi celebrata la Messa e il giovedì
sera, al termine di una serata organizzata da noi ragazzi, c’è l’adorazione
eucaristica. Il giorno successivo è il
giorno del commiato, sempre triste,
ma con la certezza d’esser persone
diverse e su questa base ci toccherà
lavorare per raccogliere i frutti di
questo breve lavoro spirituale, destinato a produrre future azioni concrete. 
teatro
La finestra sul cortile
Maggio 2011
14
Per noi è una festa, voi continuate pure a chiamarla tragedia
Chiara Gnasso
Signore e Signori si riapre per il secondo anno di fila la
stagione teatrale gentilmente offerta dalla Scuola Salesiana Sant’Antonio di Padova: la vittima di quest’anno è
“le Coefore”, seconda tragedia dell’ultima trilogia di
Eschilo. Giovani professionisti in erba, degni del miglior
teatro mondiale, si riuniscono ogni settimana in sala don
Rinaldi, e con la loro bravura fanno vibrare le corde più
profonde dell’animo umano, lasciano commuovere l’intero pubblico di assistenti e sarti. Inoltriamoci in una
giornata tipo: oggi stiamo provando la prima scena, in
cui le Coefore arrivano alla tomba di Agamennone, tramite un balletto che il povero Luca tenta di coordinare,
non comprendendo il libero estro di professionisti ballerini quali Francesca Genco e Natalia Riccio, che fanno un
baffo all’illustre Roberto Bolle; tenta ancora Luca di modulare il tono di voce di tutti, di eliminare quella cadenza
di autoctonia presente in tutti, tranne che nel componente onorato dell’Accademia della Crusca, Cimino, s’intende. Ahi ahi… “non state dondolando” esclama Luca,
e pensare che si è tanto applicato a fare un balletto simile a quello delle signore che vanno al funerale! E poi c’è
Grande, aiuto regia, ormai professionista, e ufficialmente
portatrice di caffè, che saranno la ricchezza di Soverato
Dolci da qui a giugno. Ancora, la tragica coppia di protagonisti, Clitemnsestra, Marta Staiano, e Oreste, Antonio
Procopio, che stanno aspettando il loro momento, la
loro vendetta. Ogni tanto passa da queste parti il caro
don Giuseppe a prendere visione della tragicità della situazione. In questo preciso istante lo stato d’animo di
Luca è a metà tra lo sconforto più assoluto e l’instancabile ricerca di una minima speranza. Manca la Mrs, la signora Annamaria de Luca, con le sue lezioni di dialettica impartite rigorosamente in dialetto, intervallato da un italiano perfettamente scandito. La Mrs (per i non bilingue
“Missis”), così è stata ribattezzata da tutti noi, è il capo
della sartoria, creatrice di abiti alla moda cuciti dalla migliore equipe di sarti che Armani possa desiderare: Kika
Coluccio, che quest’anno ha portato con sé anche la sorellina, Ginevra, le veterane sorelle Scuderi e Carlotta
Barillà. Tutti qui, come ogni settimana, che lavoriamo
per voi e per noi, partecipi ognuno dello stesso viaggio,
imbarcati tutti sulla stessa barca, dal capitano al mozzo, essendo ognuno indispensabile e utile per la comunità. Questo è quello che, al di là delle battute, delle risate,
di tutte le sciocchezze che facciamo, stiamo imparando in questa bellissima esperienza…e per quanto riguarda lo spettacolo, che avrà la sua prima serata nel
cortile salesiano, prima di iniziare un tour internazionale di grande successo, ci vediamo a giugno. Dalla
sala don Rinaldi, sul primo ponte, a poppa, passo e
chiudo.
Si ritorna a lavorare
col ricordo di chi non c’è più
L’anno scorso tutti sappiamo essere stata ripresa una
bellissima tradizione, degna di un liceo classico quale
siamo, ossia la rappresentazione di una tragedia a conclusione dell’anno scolastico. Dopo il successo con la
messa in scena dell’Antigone di Sofocle, quest’anno
si è voluta ripetere l’esperienza, inscenando “le Coefore” di Eschilo. La regia, è affidata ancora una volta
a Luca Michienzi e Annamaria De Luca, figlio e moglie del compianto Pino Michienzi, principale artefice
della preparazione teatrale dell’anno passato e venuto
a mancare improvvisamente nel mese di febbraio; La
sua assenza si avverte, manca Pino Michienzi ma non
la professionalità: i componenti della sua famiglia,
infatti, da anni oltre alla loro normale professione di
attori, seguono anche corsi di dizione e recitazione
creati appositamente per gli istituti scolastici. Dopo la
bellissima esperienza dell’anno passato si è dunque
deciso di riprendere quella che ci auguriamo possa
divenire una tradizione, una peculiarità del nostro istituto. Bisogna a tal proposito elogiare il professore
Candelieri, che in particolar modo si è impegnato per
realizzare questo progetto. Le Coefore sono la seconda
tragedia dell’ultima trilogia di Eschilo, che narra la
vendetta di Oreste, uccisore della madre Clitemnestra,
a sua volta assassina del marito Agamennone, il quale
aveva sacrificato la prima figlia, Ifigenia, prima della
sua partenza per Troia. Un’opera dall’intensissima
morale, una vittoria delle leggi della città su quelle del
 come ognuno di noi ha studiato o studierà nel
corso di questi cinque anni. E tra risate, figuracce,
sgridate e duro lavoro, ognuno di noi partecipanti coglie quest’occasione per crescere insieme ai propri
compagni, imparando a superare le proprie difficoltà, i
propri difetti, ciò che di noi ci da fastidio e riuscendo a
mostrare la nostra bravura. Già l’anno scorso il risultato si è mostrato soddisfacente. 
La finestra sul cortile
Maggio 2011
15
Il teatro tra emozioni e magia
Giuseppe Cosentino
Si spengono le luci, cala il silenzio, si alza il sipario: eccoci in teatro, la forma di spettacolo per eccellenza. Eh sì
perché la magia che è capace di attivare il palcoscenico
teatrale difficilmente la si trova in altre forme di racconto
come il cinema o la televisione. In teatro infatti è diverso:
c’è l’attore e c’è il pubblico; queste due figure però stanno tra di loro in un rapporto molto diretto poiché l’attore
quando parla si rivolge, per comunicare qualcosa, al pubblico che a sua volta partecipa attivamente. L’attore sviluppa il suo contatto fisico con esso principalmente attraverso la parola che si può esplicitare tramite il monologo,
il canto, l’alternanza dei suoni vocali ecc... Ho parlato di
contatto fisico perché nel cinema e nella televisione non
c’è una volontà di far capire e riflettere, ma soltanto di
rendere visibile al pubblico ciò che è stato prodotto non
attraverso una figura attiva, ma soltanto tramite un video
in cui viene proiettato qualcosa. In teatro è diverso: infatti
lo spettatore impara da ciò che assiste e si porta dentro
sensazioni ed emozioni di una rappresentazione. Ecco, il
teatro è proprio questo: sentimenti che si susseguono e
che ti trascinano dal mondo reale e ti portano a pensare in
modo diverso e a imparare ciò che prima non sapevi.
Spesso nel corso dei secoli si è provveduti a fare in modo
che il teatro avvicinasse sempre più lo spettatore al palcoscenico come ad esempio nel teatro di Plauto in cui ci fu
per la prima volta la cosiddetta: “rottura dell’illusione
scenica” che consisteva nell’eliminazione di una quarta
parete che separava il palcoscenico dallo spettatore e soprattutto in un ampio coinvolgimento del pubblico nelle
battute o nei dialoghi dei vari attori. Oggi però si è perso
questo senso di partecipazione nel teatro poiché l’attore
non recita per se stesso ma per il pubblico che apprende,
si porta via qualcosa dentro di se e partecipa tramite una
cosa che troppe volte viene sottovalutata: l’applauso; esso
infatti è qualcosa di emozionante per l’attore che lo fa
sentire maggiormente responsabilizzato soprattutto per
quello che ha regalato al pubblico e che acquista perciò
un significato molto importante. Solo in teatro si trova
la verità, l’attore si mette a nudo e non può né mentire
né sbagliare, deve essere capace d’improvvisare e deve
saper regalare emozioni al pubblico, non può fingere,
deve mostrarsi nella sua veste e deve cercare di portare lo
spettatore a una conoscenza più ampia di quella che aveva
precedentemente perché il pubblico teatrale non è un insieme di persone sedute su delle poltrone a passare due o
tre ore senza fare niente, ma è un pubblico che viene per
capire e conoscere e per poter dire all’ uscita dallo spettacolo: “è valsa la pena venire a teatro, sono uscito più sicuro di prima”. Speriamo che siano in molti a capirlo. 
pallavolo
La finestra sul cortile
Maggio 2011
16
Il I Liceo sul tetto del torneo
Gustavo Pregoni
Salgono sul gradino più alto del podio quelli del primo
liceo. Salgono e alzano al cielo il trofeo contro ogni previsione. Il primo girone aveva visto una sola squadra eliminata: lasciandone quattro a contendersi la gloria. Tra
tatticismi e intimidazioni nei confronti delle altre squadre, l’incessante presenza di Sara Spanò necessita di cinque giornate (in ogni giornata sono due gli incontri ad
essere disputati, con conseguente riposo della quinta
squadra) per totalizzare quei nove punti che consentono
l’indiscussa affermazione al primo posto in classifica del
II liceo. Nella prima, cruenta sfida tra Consuelo Franco e
Francesco Curcio, è quest’ultimo con i suoi compagni del
I liceo, a subire in ginocchio le poderose schiacciate delle
ragazze del II che mettono in evidenza il loro assoluto, e
talvolta leggermente maniacale, desiderio di vittoria. A
negare l’affermazione dei più grandi sono gli agguerriti
ragazzi del V ginnasio che Edoardo Tassone dà prova di
saper condurre alla vittoria con fare da grande, affascinante leader: i maturandi Bruno Genco e Alfonso Gualtieri rimpiangono che sia il IV ginnasio a riposare. Non
trovando sosta nella seconda giornata, l’umiliazione del
III liceo va avanti per mano della giocatrice e giornalista
Francesca Grande che con le sue compagne del II liceo,
anche se con qualche difficoltà iniziale, guadagna il secondo e il terzo set. Riposando il I liceo, il secondo incontro vede la guerra intestina che contrappone le due
squadre del ginnasio: non perde la testa di fronte al deludente primo set Edoardo Tassone che conquista i due
successivi punendo la “UBRIS” dei quartini: Umberto
Donato non ci sta e giurando vendetta fugge in lacrime. È
il III liceo a riposare mentre, avendo rinfrescato le idee
nella settimana di riposo, il I liceo schiera un Francesco
Curcio ed un Carmine Garcea distruttivi: non può nulla
l’inesperto IV ginnasio, inconsapevole di assistere alla
preannunciata azione dell’inevitabile caduta nel baratro.
Nel frattempo c’è chi sostiene che Edoardo Tassone non
sia in gran forma, chi teorizza che la sua distrazione sia
causata da una signorina della scuola e chi, tra Mariachiara Grande, Andrea Salerno e Marianna Aversa, suoi compagni di squadra, lo definisce una specie di venduto: l’incorruttibile direttore di gara, don Giuseppe Ieva, ricorre
al triplice fischio per decretare la sconfitta del V ginnasio
per mano delle fulminee schiacciate degli assi del II liceo, Consuelo Franco e Sara Spanò. Seguono due giornate
che vedono le due vittorie consecutive del III liceo a di-
scapito di IV ginnasio e I liceo; la conclusione del primo
girone presenta la seguente classifica: II liceo con nove
punti, III liceo con sette punti, I liceo e V ginnasio a pari
merito con sei punti. Salutandola calorosamente, è Daniele Corasaniti a informare l’avversaria del IV ginnasio
Ilaria Gnasso che per lei e la sua classe l’avventura del
torneo di pallavolo finisce qui. È la seconda fase del torneo a decidere gli accoppiamenti delle squadre per le
semifinali: con la conseguente impercettibile irritazione
nervosa della leader Sara Spanò, la perdita di concentrazione da parte dell’agguerrito Giuseppe Paoletti e del
seducente Damiano Guarna il II liceo si ferma al secondo posto; è sorpassato dal I liceo delle attente Serena
Condò, Ramona Scuderi, Maria Antonietta Palaia e Gaia
Pasceri: il commissario tecnico, Francesco Curcio, non
nasconde il vanto beffeggiando i vari avversari. È dei
maturandi il terzo posto: penalizzati in classifica a seguito della ritardata presentazione in campo per alcune gare
e per aver giocato con un numero di giocatori inferiore a
quello previsto dal regolamento; così Domenico Renda e
Giulio Migliaccio guidano i compagni in semifinale contro il II liceo. Ultimo in classifica è il V ginnasio di Marianna Aversa che affronterà la furia della capolista. Disintegrati, i ragazzi del III sono al capolinea. Due a zero è
il punteggio finale: entusiasta, Sara Spanò porta a cena
fuori le sue giocatrici per prepararle psicologicamente
alla sfida decisiva. A causa di problemi causati dal mal
tempo del fine settimana, V ginnasio e I liceo hanno modo di ritrovarsi in campo solo lunedì 18 aprile; contro le
precise battute figlie della mano di Salvatore Pittelli nulla
può una intimorita Noemi Cosentino che, vedendo andar
in fumo la brama di gloria insieme ai suoi compagni del
V ginnasio, non può far altro che maledire quell’inarrestabile I liceo che vola in finale: l’eccessivamente euforico Francesco Curcio guadagna le antipatie degli sconfitti.
È finale. Freme durante la celebrazione eucaristica l’impaziente Sara Spanò. Prude pochi banchi più in là il palmo della mano di Carmine Garcea. Una tensione snervante sembra soffocare l’aria del cortile del I piano che ospita l’apocalittico scontro. “On vincimma nenta” è il grido
che continua a riecheggiare nel rettangolo di gioco del I
liceo, finalmente affiancato dal vero commissario tecnico
Pasquale Pipicelli. Pochi minuti al fischio d’inizio e Garcea sembra abbandonare l’astuta tattica di finto corteggiamento nei confronti dell’avversaria Francesca Genco:
La finestra sul cortile
Maggio 2011
enigmatico il fatto che la ragazza se ne rallegri. Dopo aver
controllato gli schieramenti di entrambe le squadre, il direttore di gara, nonché organizzatore del torneo, don Giuseppe Ieva dà il via all’attesissima sfida. È un poderoso I
liceo quello del primo set che nega all’avversario il raggiungimento di un minimo di concentrazione. La corsa
nello spogliatoio dei ragazzi del I liceo comporta un calo
dell’attenzione che porta a sfiorare la perdita di fiducia in
se stessi di Curcio e Garcea. D’altro canto Gustavo Pregoni è esaltato, Curcio schiaccia e mentre gli spettatori organizzano una spedizione per la ricerca del pallone nel cimitero di Soverato superiore, Pregoni dà il cinque al compagno ripetendogli insistentemente che è il più forte. Il I
liceo riconquista la battuta grazie alla perfetta cooperazione dell’alzatrice Serena Condò e dello schiacciatore Carmine Garcea che il possente muro di Francesca Mancuso
non riesce a fermare per pochissimo. Sara Spanò e Consuelo Franco non sono scoraggiate e il dolce suono della
“vuvuzela” di Annalisa Mellace innervosisce Pregoni e
incita il II liceo che sembra aver ritrovato la solita armonia di gioco. Pasquale Pipicelli rimprovera ai suoi un calo
della concentrazione e gli regala quella carica che vede il
suo apice nel conseguimento degli ultimi cinque punti. È
il I liceo a guadagnarli e a conquistare la finale. Urla, corse, cori. È questa la scena su cui si chiude il sipario: I liceo nella gloria, II nel baratro. Al V ginnasio il premio disciplina, al I liceo il primo posto, al II liceo va riconosciuta quella maturità che ha portato alle strette di
mano tra i giocatori. Lasciandosi alle spalle chi la vittoria, chi la sconfitta, tutti i giocatori delle varie squadre che
hanno partecipato al torneo si salutano confermando l’appuntamento per la sera stessa per chiudere l’esperienza
davanti ad una pizza. 
IL FILM DEL TORNEO
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