Divinis® è lieto di proporvi
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Divinis® è lieto di proporvi
Divinis® Bar à Vins è lieto di proporvi “DI...VINO, MA NON SOLO…” Martedì 31/3/2015 Lo Chardonnay Italiano, ma con l’Intruso Alto Adige Chardonnay Sanct Valentin 2012 Cantina Produttori San Michele Appiano ~ San Michele Appiano (BZ) Alto Adige D.O.C. ~ Chardonnay ~ 14° ~ Euro 26,50 Valle d'Aosta Chardonnay Élevé en Fût de Chêne 2009 Maison Anselmet ~ Villeneuve (AO) Valle d'Aosta D.O.C. ~ Chardonnay ~ 14° ~ Euro 29,50 Piemonte Chardonnay Monteriolo 2008 Luigi Coppo ~ Canelli (AT) Piemonte D.O.C. ~ Chardonnay ~ 12,5° ~ Euro 31,50 Collio Chardonnay 2011 Borgo del Tiglio ~ Brazzano (GO) Collio D.O.C. ~ Chardonnay ~ 13,5° ~ Euro 27,50 Sicilia Chardonnay 2012 Planeta ~ Menfi (AG) Sicilia D.O.C. ~ Chardonnay ~ 13,5° ~ Euro 29,50 Contea di Sclafani Chardonnay 2012 Tasca d'Almerita ~ Sclafani Bagni (PA) Contea di Sclafani D.O.C. ~ Chardonnay ~ 13,5° ~ Euro 33,00 < Esclusivamente in occasione della serata a chi desidera acquistare i vini per l’asporto, riserviamo uno sconto del 10%. Le nostre iniziative sono dirette a favorire un consumo moderato e consapevole del vino. Qualità e non quantità. CHARDONNAY Un nome così familiare agli appassionati di vino di tutto il mondo che molti non sanno che si tratta di una varietà viticola. Nella terra natia, la Borgogna, lo Chardonnay è stato a lungo l'unico vitigno da cui derivavano tutti i migliori bianchi. Perciò, in una terra che si affida alle indicazioni geografiche, il suo nome era noto solo ai viticoltori. Tutto è cambiato in tempi recenti, con l'introduzione di etichette varietali, quando Chardonnay è diventato in pratica un marchio di fabbrica. È tanto popolare che non si usano quasi mai sinonimi (ma qualche austriaco della Stiria continua a chiamarlo Morillon). Il livello alcolico relativamente elevato del vino, che sovente può lasciare una sensazione di lieve dolcezza, ha probabilmente contribuito a tale popolarità, come l'ovvio richiamo del rovere usato molto spesso per produrlo. Non sono però soltanto gli appassionati di vino ad apprezzare le grandi attrattive, facili da cogliere e difficili da descrivere, del dorato Chardonnay (l'iniziativa dell'Australian Wine Research Institute, un'analisi delle componenti aromatiche delle varietà maggiori, ha incontrato nello Chardonnay un soggetto particolarmente sfuggente, identificando componenti che si trovano anche in lamponi, vaniglia, frutti tropicali, pesche, pomodori, tabacco, tè e petali di rose). I viticoltori apprezzano la facilità con cui possono ricavare rese relativamente alte da questo vitigno in climi diversi tra loro (può rendersi necessario limitarne la vigoria naturale con un'alta densità d'impianto o con il controllo della vegetazione). Ma la qualità del vino è fortemente compromessa da rese superiori a 80 hl/ha, e per ottenere vini di grande qualità bisogna limitarsi a 30 hl/ha o meno. L'unica seria riserva è che la vite germoglia abbastanza presto, subito dopo il Pinot Noir, con conseguente, regolare rischio di gelate primaverili per le vigne più fredde di Chablis e Champagne. La vite è soggetta a colatura e occasionalmente ad acinellatura e le bucce degli acini, piuttosto sottili, possono favorire il marciume se piove in vendemmia, ma si sviluppa in climi diversi come quello di Chablis in Francia settentrionale e nella calda Riverland australiana. Il momento della vendemmia è cruciale perché lo Chardonnay, diversamente dal Cabernet Sauvignon, può perdere rapidamente nelle fasi successive di maturazione la necessaria acidità. I produttori amano lo Chardonnay per la sua maturità regolarmente buona e la sua flessibilità. Risponde positivamente a una serie di tecniche di vinificazione ben più ampia di altre varietà: allo Chardonnay si può applicare la ricetta della Mosella o del Vouvray, ossia una lunga macerazione a bassa temperatura seguita da un immediato imbottigliamento, oppure lo si può fermentare e affinare in botticelle di rovere, e il frutto di qualità superiore sopporta bene il legno nuovo. Si piega senza difficoltà alla scelta di ciascun produttore in fatto di fermentazione malolattica, per ammorbidire il vino, e di bàtonnage. È altresì un ingrediente essenziale in gran parte dei migliori spumanti del mondo, non solo nello Champagne, dimostrando la sua capacità di invecchiare in bottiglia anche quando è vendemmiato precocemente. Se invece viene vendemmiato tardi, ha dimostrato di saper produrre alcuni vini dolci degni di lode, in particolare nel Màconnais, in Romania e in Nuova Zelanda, da uve attaccate dal marciume nobile. Riesce a conservare in buona parte il suo carattere anche quando è tagliato con altre varietà meno di moda come Chenin Blanc, Sémillon o Colombard per soddisfare la domanda del segmento più basso del mercato, forse perché il suo carattere, diversamente da quello dell'altro bianco di gran moda, il Sauvignon Blanc, non è troppo marcato. Lo Chardonnay di viti giovani o troppo produttive può risultare quasi acquoso. I prodotti di base sono appena fruttati (mela o melone), ma al suo meglio questo vitigno, come il Pinot Noir, non è che il mezzo d'espressione del carattere della vigna in cui cresce. In molti altri vini ambiziosi fatti a immagine dei grandi Bourgogne bianchi il suo «gusto» in realtà è quello del rovere in cui è stato affinato o il risultato delle tecniche di vinificazione impiegate (si veda sopra). Quando il vigneto è sito nel posto giusto, le rese non sono eccessive, l'acidità non troppo bassa e la vinificazione corretta, lo Chardonnay può dare vini che continuano a migliorare in bottiglia per uno, due e eccezionalmente più decenni, ma non è una varietà in grado di dare vini di lunghissima durata, al contrario del RIESLING e dei migliori CHENIN BLANC e SÉMILLON colpiti dalla botrite. Le origini dello Chardonnay sono oscure. Si è creduto a lungo che fosse una mutazione bianca del Pinot Noir, tanto da essere chiamato Pinot Chardonnay, ma Galet offre valide indicazioni ampelografiche a riprova del fatto che è una varietà a se stante. Un paese del Màconnais che si chiama Chardonnay ha dato la stura a diverse teorie, altri invece pensano che abbia origini mediorientali, indicandone la lunga storia nelle vigne del Libano. Esiste una mutazione rara ma distinta a bacche rosa, lo Chardonnay Rose, nonché uno Chardonnay Blanc Musqué dai profumi inebrianti, usato a volte come taglio. Alcuni dei 34 cloni ufficiali francesi di Chardonnay hanno un analogo profumo d'uva, in specie il 77 e l'809, oggi piuttosto diffusi, che possono apportare una singolare nota aromatica ad assemblaggi con altri cloni della varietà. L'applicazione tanto entusiastica di tecniche di selezione clonale in Bourgogne ha fatto sì che oggi i viticoltori possano scegliere tra un'ampia gamma di cloni selezionati appositamente per la loro produttività, soprattutto il 75, 78, 121, 124, 125 e 277. Chi invece punta sulla qualità sceglierà più probabilmente il 76, il 95 e il 96. Le talee di Chardonnay sono ricercate in tutto il mondo e in molti paesi - Francia, America, perfino Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa, nonostante la rigorosa quarantena - è la varietà bianca per la quale i vivaisti hanno ricevuto la domanda maggiore a fine anni Ottanta, dovuta in parte alla richiesta dei consumatori di bianchi di corpo con la parola magica Chardonnay in etichetta, ma anche alla crescita spettacolare dell'industria mondiale degli spumanti. Lo Chardonnay gode di tale fama che probabilmente è la varietà di cui sono state contrabbandate più talee a opera di produttori ambiziosi frustrati dalle normative sulla quarantena per le piante. Se in fatto di superficie vitata questa varietà bianca di qualità superiore è superata di gran lunga da quelle usate tradizionalmente per produrre Brandy, come AIRÉN e TREBBIANO, a fine anni Ottanta era così popolare da diventare in pochi anni la prima o la seconda per ettari vitati in Francia, California, Washington State, Australia e Nuova Zelanda. Negli anni Ottanta ha perciò superato Sémillon e Riesling, occupando una quota delle vigne del mondo superiore a ogni altra varietà a bacca bianca, ad eccezione di Airén, Trebbiano, RKATSITELI e forse CATARRATTO: un risultato notevole per un vitigno considerato tanto aristocratico. In Francia, ad esempio, gli impianti di Chardonnay sono quasi raddoppiati dal 1980 al 1993, raggiungendo i 25.000 ha, un fenomeno dovuto inizialmente all'espansione del vigneto della Champagne, dove oggi lo Chardonnay rappresenta ben un terzo delle viti piantate, e della zona di Chablis, dove l'uva può acquisire un carattere fine e austero e, nei prodotti migliori, notevole longevità. Il progresso delle tecniche di protezione dalle gelate ha contribuito a tali espansioni. Nel cuore della Borgogna, in Cóte d'Or, gli impianti di Chardonnay sono aumentati di un quarto negli anni Ottanta, per un totale di 1.400 ha, ovvero la metà di quanto è stato piantato in un solo anno, il 1988, in California! Forse non c'è da meravigliarsi che Meursault sia un nome sconosciuto a moltissimi bevitori di Chardonnay. Anche se il vitigno, detto a volte Beaunois o Aubaine in Borgogna, ha sostituito gradualmente il GAMAY e l'ALIGOTÉ, le viti di Pinot Noir sono ancora oltre quattro volte più numerose di quelle di Chardonnay in Cóte d'Or. Lo Chardonnay è molto più presente nella Cóte de Beaune a Sud che nella Cóte de Nuits. Celebri denominazioni di bianchi, con gli aromi caratteristici indicati tra parentesi, sono da Nord a Sud Corton-Charlemagne (marzapane), Meursault (burro), Puligny-Montrachet (fine e austero), Chassagne-Montrachet (nocciole) e tutte le denominazioni che contengono la parola Montrachet (concentrazione enorme, gradazione alcolica di 13 e più). Nella Cóte Chalonnaise e nel Màconnais, più a Sud, lo Chardonnay ha superato il Gamay negli anni Ottanta, e nel 1988 occupava 4.500 ha. Nella Cóte Chalonnaise i bianchi di Rully, Mercurey e Montagny possono fornire versioni economiche, seppure un po' rustiche, dei fratelli maggiori della Cóte d'Or. Il Màconnais, dove lo Chardonnay può acquisire un marcato carattere di mela, non produce solo Màcon bianchi con diversi suffissi geografici ma anche vari Pouilly, il più famoso dei quali è il corposo Pouilly-Fuissé. Ancora più a Sud troviamo gli affini Saint-Véran e Beaujolais Blanc. Sebbene il disciplinare autorizzi l'uso di Aligoté per il Beaujolais Blanc e del PINOT BLANC per i bianchi etichettati Bourgogne e Màcon, la maggior parte di questi bianchi meno cari è prodotta in misura predominante con Chardonnay. Con grande disgusto delle autorità responsabili, si va affermando la tendenza a presentare la parola Chardonnay sull'etichetta dei bianchi per accrescerne il fascino agli occhi dei consumatori non francesi. Anche se tre quarti circa dello Chardonnay del paese è piantato in Champagne o in Bourgogne, da lì la varietà si è fatta strada a Sud e a Ovest. È contemplata in un numero crescente di denominazioni e si può trovare in Alsazia, Ardèche, Jura, Savoia, Loira e soprattutto in Languedoc, dove venne introdotta inizialmente per conferire un fascino internazionale ai vini citrini di Limoux. I dati ufficiali indicano che in Languedoc tra il 1988 e il 1993 ne sono stati piantati in tutto oltre 5.200 ha, in gran parte utilizzati oggi per i varietali Vins de Pays d'Oc, di qualità estremamente variabile. Nel 1980, quando in California gli ettari a Chardonnay erano solo 7.200, pochi avrebbero creduto che otto anni dopo gli impianti totali nello Stato avrebbero superato quelli francesi (in rapida crescita), tanto che nel 1994 la California contava 26.600 ha. Ma il ritmo di crescita degli impianti ha toccato il culmine nel 1988 e all'inizio degli anni Novanta i viticoltori californiani hanno dovuto fare i conti con la nuova moda dei vini rossi. Quasi metà dello Chardonnay californiano è concentrata nelle contee di Sonoma, Napa e Monterey, ma è discretamente presente anche più a Sud, a Santa Barbara e San Luis Obispo. La qualità va da vini ambiziosi e costosi notevolmente più uniformi e facili dei classici borgognoni a tagli commerciali dolci, ma l'archetipo resta grosso modo lo stesso: vini brillanti e dorati con un «tocco di legno». Lo Chardonnay, ormai sinonimo di vino bianco in Nord America, è stato adottato con pari entusiasmo in tutta l'America settentrionale, dalla Columbia Britannica a Long Island, New York. Nel 1990 ha superato il Riesling diventando la varietà più piantata in assoluto nello Stato di Washington, con 1.000 ha, ed è popolare anche in Oregon e Texas, pur non avendo sempre un successo incondizionato. Le dimensioni della passione americana per lo Chardonnay in generale e per quello affinato in rovere in particolare hanno avuto effetti profondi sulla struttura dell'industria internazionale delle botti. Vari paesi del Sudamerica hanno puntato su zone più fresche per conferire ai loro Chardonnay una reale concentrazione. Le regioni di Casablanca in Cile e di Tupungato in Argentina sono gli esempi più noti; i vini migliori che producono uniscono le virtù proprie del Nuovo Mondo dell'accessibilità e del costo. Il settore fondamentale delle esportazioni dell'industria vinicola australiana si basa su Chardonnay dal tipico stile esuberante. Prodotti ricchi di aromi fruttati, spesso mitigati dall'acidità aggiunta e impreziositi da un tocco di rovere, si possono trovare a prezzi ragionevoli. La domanda di Chardonnay australiani a fine anni Ottanta era tale che la superficie vitata di questa varietà è più che quintuplicata nel decennio, sicché nel 1990 lo Chardonnay, con 4.300 ha, è diventato l'uva bianca più coltivata nel paese (anche se 1.300 ha erano troppo giovani per entrare in produzione). Lo stile varia dai prodotti citrini provenienti dalle località più fredde del Victoria e della Tasmania agli assemblaggi quasi scirop- posi e fumé derivanti dalle calde vigne irrigate dell'interno. La vita media di uno Chardonnay dell'Australia (e di larga parte del Nuovo Mondo) è breve. Neppure la Nuova Zelanda è sfuggita alla Chardonnay-mania, tanto che nel 1992 solo il più tradizionale MÙLLER-THURGAU vi occupava una superficie maggiore. Gli Chardonnay neozelandesi contengono un'acidità naturale sensibilmente superiore a quella dei vicini transtasmaniani. Lo Chardonnay ha avuto alterne vicende in Sud Africa, e alcune delle prime talee spacciate per Chardonnay risultarono poi essere di AUXERROIS, assai meno fine e non altrettanto di moda. Da allora la qualità dei cloni piantati è migliorata di continuo. Quantunque possa crescere in climi relativamente caldi (come le zone irrigue d'Australia), va vendemmiato prima che l'acidità scemi (spesso prima che l'uva abbia acquisito un reale carattere) e richiede tecniche piuttosto sofisticate e l'uso di tecnologie per il raffreddamento in cantina. Ecco perché non si adatta bene nelle regioni vinicole mediterranee meno sviluppate. Anche in Libano, dove sono saldamente radicate specie locali di Chardonnay, il vino tende a tradire il clima torrido. Nondimeno, l'abilità dell'uomo e gli investimenti in tecnologie possono produrre Chardonnay più equilibrati e davvero interessanti, come alcuni isolati esemplari israeliani. La varietà continua a essere piantata in una serie sempre più nutrita di paesi, ma l'Italia vanta una lunga storia di coltivazione dello Chardonnay, in specie nella fascia subalpina. Per decenni non si è fatta grande distinzione tra il Pinot Bianco (PINOT BLANC, detto anche Weissburgunder in Alto Adige) e Chardonnay (tradizionalmente chiamato Gelber, o Golden, Weissburgunder in Alto Adige). Il censimento agricolo del 1982 non identificava una sola vite di Chardonnay, mentre quello del 1990 ne ha individuati oltre 6.000 ha. Le pressioni del mercato internazionale hanno finalmente convinto gli italiani che la distinzione poteva essere utile, anche se le autorità hanno tardato a concedere a quest'uva minacciosamente gallica di comparire ufficialmente in una DOC. L'Alto Adige Chardonnay è stato il primo a ottenere la DOC nel 1984, e da allora il vitigno ha ammaliato i produttori di tutta Italia, dalla Puglia al Piemonte e, naturalmente, alla francofona Valle d'Aosta. Oggi buona parte dello Chardonnay italiano è prodotta, spesso senza grandi risultati, in Friuli e Trentino e in misura più limitata in Veneto, dov'è utilizzato soprattutto per dare equilibrio alla GARGANEGA di Soave. Se ne produce qualcuno buono in zone privilegiate del Friuli e del Trentino, ma una parte considerevole viene usata per gli spumanti. Quasi tutti gli Chardonnay fermi italiani più ambiziosi sono passati in legno e prodotti con ogni possibile tecnica di vinificazione. Il vitigno si è fatto rapidamente strada ed è stato piantato in Toscana là dove il Sangiovese matura con difficoltà e in Piemonte in sostituzione del Dolcetto, che può trovare difficoltà sul mercato. Anche la Svizzera produce Chardonnay molto meno spettacolari, soprattutto a Ginevra e nel Valais. In Austria una vite straniera detta Morillon in Stiria e Feinburgunder a Vienna e nel Burgenland è stata identificata come lo Chardonnay tanto di moda solo alla fine degli anni Ottanta (quando in Stiria ve n'erano più di 200 ha). Alcuni Chardonnay austriaci sono piuttosto ricchi e vengono affinati in legno di rovere, altri sono sottili e aromatici, sull'esempio dei loro migliori Riesling, altri ancora sono vini dolci passiti. La Bulgaria vanta un'ampia superficie vitata a Chardonnay che però, forse a causa della sovrapproduzione o della vinificazione, in bottiglia raramente esprime il vero carattere del vitigno. È presente in misura modesta in Slovenia, Ungheria e Romania (che ha esportato qualche Chardonnay Vendemmia Tardiva), mentre sembra che il caos politico in Unione Sovietica a fine anni Ottanta abbia' risparmiato a questo paese la grande invasione di Chardonnay verificatasi in quel periodo quasi ovunque. Le statistiche ufficiali del 1993 hanno rilevato che era arrivato solo in Moldova e Georgia ed era decisamente secondario rispetto alle varietà bianche RKATSITELI e RIESLING, per esempio, e al rivale dello Chardonnay in Borgogna, l'ALIGOTÉ. La Germania è stata uno degli ultimi paesi produttori di vino a inserire lo Chardonnay tra le varietà autorizzate, nel 1991, ma in misura molto limitata; ciò non deve stupire, perché consegnare una delle zone privilegiate del paese a questa varietà squisitamente francese era giudicato da alcuni una sconfitta della nobile varietà bianca tedesca, il Riesling. Fama e popolarità dello Chardonnay sono tali che viene coltivato in una certa misura in climi diversi come quello inglese, indiano e uruguaiano. In Catalogna il vitigno ha conferito classe e un gusto riconoscibile a livello internazionale agli spumanti Cava, oltre a dare vita a vini tranquilli piuttosto grassi sia lì sia in Costers del Segre e Somontano. Il Portogallo, forse la sola eccezione, non sembra essere stato contagiato dalla mania dello Chardonnay. Informazioni tratte da “Guida ai Vitigni del Mondo” di Jancis Robinson, edizioni Slow Food Cantina Produttori San Michele Appiano La Cantina San Michele Appiano è stata fondata nel 1907 e raccoglie, oggi, circa 340 famiglie di viticoltori che ne costituiscono la spina dorsale. Appiano - con oltre 1.000 ettari di vigna il più grande comune vitivinicolo dell'Alto Adige - si trova su un altura pianeggiante (Oltradige), nel cuore della provincia di Bolzano. I vigneti degli oltre 340 soci della cantina sono sparsi su pendii soleggiati, dove la natura offre eccellenti presupposti per la produzione di straordinari vini di punta: tanto sole, temperature miti, venti freschi di caduta e terreni molto vari. La maggior parte (70 %) dei 380 ettari di vigneti si trova sui pendii rivolti a sud-est del massiccio della Mendola nel comune di Appiano, da Pianizza di Sopra e Monte fino a Missiano. Altri vigneti si trovano sulla piana intorno a San Michele fino a Cornaiano in direzione Lago di Caldaro. Singole vigne si trovano anche a Bolzano, zona Gries, Campegno, La Costa, Coste e Corona presso Cortaccia. Grazie allo straordinario clima dell' Alto Adige prosperano sia varietà di uva bianca come Pinot Bianco, Chardonnay, Riesling, Sauvignon, Pinot Grigio, MüllerThurgau, Silvaner e Gewürztraminer, ché uve a bacca rossa, come Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Merlot, Lagrein e varie tipologie di Schiava. I terreni del comune vitivinicolo di Appiano ricordano un complicato puzzle. La composizione geologica e suoi relativi effetti sulla vite cambiano da vigna a vigna. Sui pendii, dove domina la coltivazione della vite si trovano in prevalenza terreni ghiaiosi, formatisi attraverso l'azione dei ghiacciai e la successiva erosione. I vari terreni: I terreni morenici intorno ad Appiano si sono formati dai depositi dell'epoca delle glaciazioni. Presentano un pH basso, sono ben aerati e permeabili solo fino ad una certa profondità. Queste caratteristiche determinano una lenta maturazione delle uve. Ad Appiano, sui terreni morenici si coltivano soprattutto varietà bianche come Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Chardonnay, Pinot Grigio e più raramente varietà a bacca rossa come Pinot Nero, Merlot, Lagrein e Schiava. Sui pendii predominano i terreni calcarei ghiaiosi, anch'essi originatisi durante le glaciazioni. Presentano pH elevati e una buona capacità di accumulo dei nutrienti. Nei dintorni di Appiano i terreni sono composti da rocce dolomitiche e calcaree e si presentano una composizione variegata: in presenza di un alto contenuto di argilla, ad esempio, cresce bene il Pinot Nero. I terreni calcarei di tipo ghiaioso-sabbioso, sono invece adatti ad altre varietà a bacca rossa, come Schiava, Cabernet e Merlot, ma anche a varietà a bacca bianca, come Gewürztraminer, Chardonnay e Sauvignon. I terreni alluvionali si sono formati in modo simile a quelli morenici: il materiale trasportato dai fiumi si è deposito lungo le rive dando vita a terreni sabbiosi poco ciottolosi. Il “Flins”, nome col quale è denominato questo tipo di terreno in Sudtirolo, rappresenta suo tipico terroir alla varietà autoctona Lagrein. Ma anche altre varietà a bacca rossa come Schiava, Merlot e Pinot Nero o a bacca bianca, come Chardonnay, Pinot Grigio e Gewürztraminer traggono si vantaggiano dal profondo terreno alluvionale ricco di minerali. I terreni porfirici dall’appariscente colorazione rossastra sono composti da rocce vulcaniche disgregate, mescolate ad argilla e sabbia. Questi terreni asciutti e poveri di humus sono eccellenti accumulatori di calore, permeabili alla luce e generalmente bene aerati, e si adattano principalmente alla produzione di vini bianchi di carattere. In vigna, in genere, il lavoro lo fa la natura. Ma senza l'attiva collaborazione e l'operosità delle famiglie di viticoltori, la Cantina San Michele - Appiano non riuscirebbe mai a vendere 2,5 milioni di bottiglie all'anno di qualità così elevata. L'enologo Hans Terzer pone molta attenzione alla vinificazione di vini varietali di estrema qualità, chiari e puliti. Questo è possibile soltanto grazie al preciso, accurato e attento lavoro in vigna, effettuato nel rispetto dell'ambiente, con un sapiente defogliamento e un diradamento mirato dei grappoli. Solo così è possibile garantire il massimo della qualità, stimolando in modo naturale l'equilibrio biologico del terreno e della vite. Questo poi si ripercuote ancora sul terroir, il più importante capitale dei viticoltori. La vite apprezza climi miti con molto sole, ma bagnati anche da sufficienti precipitazioni. Studi moderni hanno riconosciuto che occorrono da 1.600 a 2.500 ore di sole all'anno affinché la vite prosperi in modo ottimale. In questo senso l'Alto Adige offre condizioni ideali con le sue circa 2.000 ore di sole. L’alta temperatura diurna permette l'accumulo degli zuccheri necessari nell'acino. Le notti fresche regolano invece il contenuto di acidità dei grappoli, rallentano la maturazione troppo precoce e conservano sia gli acidi che le componenti aromatiche. Ad Appiano, nel pomeriggio spira da sud la calda ventilazione dell’Ora, mentre la sera soffiano venti freschi discendenti dal massiccio della Mendola. Il vento ha una doppia funzione: da un lato asciuga rapidamente l'uva dopo la pioggia, proteggendola dagli attacchi fungini, dall'altro provvede al necessario raffreddamento notturno. Sankt Valentin Al centro della frazione Monte, in una classica area di produzione di vini bianchi, il cru Sankt Valentin circonda l'omonimo palazzo signorile del 15 secolo. Su questi pendii soleggiati le condizioni sono ideali per le viti che qui hanno fino a 30 anni di età. I venti di caduta provenienti dal massiccio della Mendola assicurano notti fresche, determinanti per i profumi e l'inconfondibile acidità dei vini. Il cru Sankt Valentin dà il nome anche alla "linea Sanct Valentin", che copre ormai un territorio molto più vasto della tenuta originaria. Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda Borgo del Tiglio . Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda Coppo La storia della famiglia si intreccia con quella della città di Canelli, già d'allora capitale del moscato, ma anche ricca di barbera; ne segue le orme per oltre un secolo e si consolida. Nasce nel segno del moscato, quando Piero Coppo, il fondatore, inizia a produrre, ai primi del Novecento, gli spumanti dolci che sono l'impronta distintiva del made in Italy, prima che l'abitudine anglofila lo chiamasse così. Dagli spumanti dolci ai vini brut a base pinot il passo è ovvio, così come ovvio è stato confrontarsi con i grandi vini rossi del Monferrato e di Langa. L’azienda diviene solida e lo testimoniano l'elegante casa di famiglia nel centro della città, la lunga teoria di cantine che penetrano nella collina mettendo a nudo, per stratificazioni geologiche successive, le varie epoche. A Piero segue il figlio, Luigi, che amplia l’azienda, la dota di strutture e strumenti che mettano in grado di competere con i mercati che si stanno aprendo nel difficile dopoguerra e lascia ai propri figli, Piero, Gianni, Paolo e Roberto, oltre ai vigneti anche una filosofia di vita e di produzione da cui nascono i vini di oggi. L ’entusiasmo dei quattro ragazzi, che prendono giovanissimi in mano l’azienda, li porta ad anticipare quelle che saranno poi le tendenze vincenti dei ruggenti anni ottanta. La morte del padre, nell’ottantaquattro, coincide con la vendemmia del rinascimento: nasce, tra gli altri cru, il Pomorosso, la Barbera, bandiera dell’orgoglio piemontese di questo vitigno riscattato. Il coraggio della gioventù che ha i piedi ben saldi nella tradizione li porta a confrontarsi anche con i vitigni che stanno formando il gusto di un mercato internazionale, così chardonnay e cabernet entrano nella sfida della famiglia. Ovviamente rimane il moscato, diventa protagonista la freisa, che interpretano, col Mondaccione, in modo assolutamente personale. Ristrutturazione della cantina storica e onerosi investimenti, restauri e recuperi ambientali caratterizzano gli ultimi anni. Massimiliano ed Edoardo, i nuovi arrivati di quarta generazione, si presentano come portatori di energia per una nuova svolta poiché sono mutate le condizioni del mondo, il mercato si è fatto globale, il gusto si è orientato sul nuovo modello di consumo: ci vuole prontezza, naso, visione d’assieme per chiudere il cerchio di quell’eleganza formale e sostanziale che si trova nelle vetrate liberty della casa di famiglia, e nei vini. Che Canelli sia la capitale del moscato è cosa risaputa, che vi si produca altrettanto barbera, e sin dai tempi più antichi è un fatto meno conosciuto ma significativo per chi sta attento a comprendere fino in fondo i valori di un territorio. Le colline che circondano Canelli sono dense di vigne da secoli e i 56 ettari che la famiglia Coppo possiede o conduce sono tutti all'interno di questa zona se si escludono il Nebbiolo e il Gavi, che sembrano lontani pur distando pochi chilometri. La filosofia dell'azienda è lineare, esplicita: un vino viene prodotto perché è patrimonio della storia della gente del luogo e della tradizione di famiglia. Ecco allora che il Barbera viene proposto in tutte le sue ampie possibilità, come vino di quotidiana eccellenza e come testimone di momenti eccezionali; perfino lo chardonnay si avvale della tradizione ottocentesca, minoritaria certo, ma non insignificante, di vinificare uve bianche alla francese ed entra anche nella versione spumantizzata. La Freisa resta un monumento all'individualità eroica, mentre il Moscato è rigorosamente a fermentazione naturale. Nebbiolo e Gavi sono il corollario che vuol dire al mondo Piemonte, perchè Piemonte significa colline dure, pendenze alte e rese basse, aziende minime che curano il prodotto in ogni dettaglio, fatica: unico strumento necessario e irrinunciabile per avere qualità. Entrando dal viale alberato si accede ad una zona di ricezione ricca di gadget, bottiglie, libri; prima del corridoio che porta agli uffici un quadro grande rappresenta una donna tricolore trionfante che rimanda subito alla grandezza che ebbe Canelli all'inizio del '900 e ricorda la storia lunga di questa famiglia, distogliendo un attimo dagli uffici, spartani e moderni, che esprimono efficienza e razionalità. Appena dietro, rispetto alla strada, si entra in cantina, ampia, altissima, luminosa, sia nella zona di magazzino e spedizione sia nelle avveniristiche sequenze di acciaio delle macchine ricche di strumenti e di controlli. Pochi addetti ai lavori si muovono con mete chiare, definite. Il tutto esprime asettica pulizia. Ancora più all'interno della collina cominciano ad abbassarsi i soffitti che si fanno volte di mattoni, archi ampi a sesto abbassato; l'acciaio viene sostituito dal legno chiaro delle barriques, i toni di luce si fanno più caldi e l'atmosfera più ovattata. Non più muletti che girano, pallets trasportati, cartoni impilati, non più il tintinnare delle bottiglie sulla catena d'imbottigliamento e il ronzio dei motori a pompe, ma silenzio e penombra. In una galleria vedi botti; poi bottiglie orizzontali riflettono piccoli bagliori verdi nella semioscurità. Continuando a camminare la cantina si fa galleria, penetra nel ventre della terra. Un'illuminazione attenta e discreta mostra le pareti in cui è distinguibile la falda e le varie stratificazioni dei secoli. Si entra nella cattedrale sotterranea. Negli angoli le più preziose bottiglie riposano protette dalla collina e da un labirinto di gallerie che è candidato a diventare uno dei presidi Unesco come Patrimonio dell'Umanità. Chi conosce il labirinto può penetrare fino a uscire dall'altra parte del colle ove si trova la casa padronale della famiglia. Come le stratificazioni della terra, si sono sovrapposte antiche tradizioni e moderne tecnologie in un percorso che è un viaggio verso la conoscenza. Monteriolo Lo Chardonnay, in Piemonte, non è come molti credono un’introduzione moderna. La sua presenza è attestata a partire dalla prima metà dell’Ottocento grazie all’intraprendenza di Filippo Asinari, Conte di San Marzano e Costigliole ed importante figura politica-militare. Al suo rientro dalla Francia, dove aveva collaborato al fianco di Napoleone, portò con sé alcune barbatelle di Chardonnay dalla famosissima vigna di Montrachet per metterle a dimora a Costigliole. La loro presenza sul territorio ancora perdura perché la composizione del nostro suolo e il microclima a loro congeniale ne ha permesso il radicarsi. VITIGNO: Chardonnay PRIMA ANNATA PRODOTTA: 1984 ESPOSIZIONE: sud — sud est TIPO DI TERRENO: marna argilloso-calcarea con prevalenza limo ALTITUDINE VIGNETI: 200 m s.l.m. FORMA DI ALLEVAMENTO: Guyot DENSITA’ DI IMPIANTO: 4.500 piante per Ha VENDEMMIA: selezione in vigneto delle uve più sane e mature raccolte a mano in cassette da 20 Kg VINIFICAZIONE: pressatura soffice e fermentazione in barriques AFFINAMENTO: 9 mesi in barriques sui lieviti con frequenti batonnages. Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda Planeta Planeta è un produttore di vino siciliano nato nel 1995. Una lunga tradizione agricola alle spalle che da 17 generazioni - dal 1500 - si tramanda tra Sambuca di Sicilia e Menfi. Oggi Planeta rappresenta, non uno, ma sei modi di esprimere il territorio in sei cornici diverse. Tante sono, infatti, le tenute nelle quali si produce vino, ciascuna con uno specifico progetto di ricerca e valorizzazione. Ulmo a Sambuca di Sicilia, Dispensa a Menfi, Dorilli a Vittoria, Buonivini a Noto, Feudo di Mezzo sull'Etna a Castiglione di Sicilia, e infine La Baronia a Capo Milazzo. Questi sono i luoghi di Planeta, per una superficie complessiva di vigneti che ammonta a 363 ettari. Attraverso le proprietà di famiglia quello di Planeta si configura come un viaggio attorno alla Sicilia e ai suoi vini più grandi. I contenuti sono innovativi, contemporanei, tuttavia coerenti con un'interpretazione storica e rituale del vino che altrove risulta ormai quasi dimenticata. Il progetto di Planeta, una ricerca paziente e meticolosa, mai affrettata, è rivolto tanto al passato quanto al futuro. Da un lato un profondo legame con la più antica tradizione enologica siciliana, con il suo patrimonio di varietà indigene: Grecanico, Carricante, Moscato di Noto, Frappato, Nerello Mascalese e Nero d'Avola. Dall'altro, l'arena su cui si misurano i più grandi produttori dei cinque continenti con i vitigni Chardonnay, Syrah, Merlot, Cabernet: grandi classici dell'enologia internazionale interpretati da un territorio che li marca in maniera inconfondibile. Senza dimenticare la sperimentazione varietale più spinta e visionaria, quella che ha permesso di ottenere per la prima volta in Sicilia un Fiano dalle caratteristiche rivoluzionarie. E poi l'oro verde, l'altra grande passione dei Planeta: l'olio extravergine d'oliva prodotto nell'oasi naturale di Capparrina, a ridosso delle spiagge di Menfi. L'attività dell'azienda ha un punto di riferimento irrinunciabile: la sostenibilità ambientale, ottenuta attraverso la tutela del paesaggio, le energie rinnovabili, i materiali riciclati e l'agricoltura sostenibile, nel massimo rispetto del territorio, del patrimonio culturale e delle comunità all'interno delle quali agisce l'azienda. Alessio, Francesca e Santi Planeta hanno dato vita a questo progetto, ma insieme a loro c'è tutta la famiglia, da generazioni radicata nella realtà agricola siciliana. A cominciare da Diego Planeta, riconosciuto protagonista del rinascimento vinicolo siciliano degli ultimi quarant'anni. Un marchio, una famiglia, che ha puntato ad obiettivi ambiziosi, seguendo la stella polare della qualità. Tanuta Sambuca di Sicilia / Ulmo Situata vicino a Sambuca di Sicilia, paese di origine araba sulle sponde del Lago Arancio, la tenuta dell’Ulmo è la prima di Planeta, inaugurata nel 1995. Circondata da 93 ettari di vigne di diverse varietà, è in una posizione paesaggistica di rara bellezza, con una cantina costruita a pochi metri dal Baglio del ’500, da sempre proprietà della famiglia. Qui nascono, lo Chardonnay Planeta uno dei supercru della produzione aziendale, i cru single vineyard: Merlot Sito dell’Ulmo e Syrah Maroccoli e infine i territoriali: Alastro e Plumbago, rispettivamente Grecanico e Nero d’Avola in purezza. Ad Ulmo, insieme al vino, particolare attenzione è dedicata agli ospiti e visitatori che possono effettuare visite guidate in cantina, degustazioni e passeggiate tra le vigne. Il desiderio di valorizzare il territorio ha portato all’inaugurazione di un museo Iter vitis, a cielo aperto, dedicato alla storia della viticoltura siciliana, che include un campo didattico dove si possono osservare tutte le varietà siciliane ed anche alcune antiche georgiane. Inoltre è possibile percorrere il sentiero natura La Segreta che offre tre possibili passeggiate che costeggiano i vigneti, alla scoperta di angoli selvatici e panorami inediti. La Cantina Sorta nel 1995, è la prima cantina dell’azienda. Architettonicamente in sintonia con il territorio e con le tradizioni del luogo, al suo interno, al piano terra, ospita le vasche di fermentazione. Nella sottostante barricaia, che conta circa 700 barriques, ha luogo l’affinamento della migliore selezione delle nostre uve e del Brut Metodo Classico, la nostra ultima sfida. Ettari. Ulmo 51 e Maroccoli 42 ettari Suoli ULMO — La vallata, anticamente attraversata da un fiume, oggi è diventata un lago; questo ha contribuito a rendere i suoli del fondo profondi, e con uno scheletro abbondante costituito da ciottoli. I suoli più in alto sono invece più calcarei, con frazioni di terreni scuri e vegetali. MAROCCOLI — La vigna di Maroccoli è a 450 metri sul livello del mare. Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda Maison Anselmet La storia di Maison Anselmet non è legata alla nascita dell'Azienda nel 2001, ma una testimonianza tramandata da generazioni di uomini che hanno legato la loro vita alla terra e ai suoi frutti: è storia di passione, di fatica, di lavoro è la vita degli Anselmet. La prima traccia certa di un Anselmet vignaiolo si ha nel 1585 attraverso un contratto di acquisto di una vigna in località Villeneuve, da allora la passione di fare vino si è tramandata di generazione in generazione, sino alla fine degli anni settanta. Nel 1978 Renato Anselmet, padre di Giorgio, decide di proseguire la tradizione di famiglia, ma di iniziare a produrre vino non solo per il proprio consumo personale gettando così le basi per quella che sarebbe divenuta nel giro di pochi anni una delle più importanti e apprezzate realtà viti-vinicole della Valle d’Aosta: Maison Anselmet. Anno dopo anno, sono stati selezionati i vitigni, ampliata la superficie dei vigneti e aumentata la produzione in termini quantitativi e qualitativi. Sono state introdotte innovazioni tecniche e tecnologiche, fatte scelte coraggiose che hanno trasformato una piccola azienda in un punto di riferimento della viticoltura, non solo valdostana. Dalle 70 bottiglie imbottigliate da Renato nel 1978 con etichette fatte dalle stesse mani che lavoravano la vigna, Giorgio supera, nel 2008, quota 70.000 bottiglie. Il prossimo traguardo, ambizioso ma raggiungibile a breve saranno i 1.000 ettolitri, dopo le 90.000 bottiglie del 2011. La data più recente che la Maison scolpisce nella propria storia è quella legata alla inaugurazione della nuova cantina in Località Vereytaz. Una struttura che nella zona di accoglienza ha mantenuto i valori e le caratteristiche delle costruzioni storiche della valle: legno 'vecchio' recuperato, pietra antica solo spazzolata, ferri battuti recenti ma nel rispetto del lavoro manuale degli artigiani locali. Nella zona di produzione invece, anche grazie ai preziosi consigli e ai suggerimenti appassionati di Beppe Caviola la tecnologia impera: nessun fronzolo, ma tutto quello che serve per ottimizzare i processi e le lavorazioni. E la collaborazione con Beppe Caviola continua con grande soddisfazione e porta risultati sempre più confortanti. Ciascuna bottiglia racchiude la filosofia della Maison e il carattere degli Anselmet, perché il vino per loro è passione, è piacere, è qualità, è tradizione e, non ultimo, è condivisione. Le Vigne Le vigne di Maison Anselmet non sono sicuramente ripetitive: sono diverse per dimensione da 1.000 a 14.000 mq, diverse per localizzazione da St. Pierre a Chambave, diverse per quota da 600 a 900 m s.l.m., diverse per costituzione del terreno, diverse per vitigni impiantati. Per la Maison, questa frammentazione del territorio è al tempo stesso gioia (nei risultati) e dolore (nelle lavorazioni)! Ogni zona trasmette alle uve profumi, sapori, colori particolari e caratteristici, ma quanto lavoro e fatica, quanta cura in più! Numerosi vigneti sono impiantati da decenni e non consentono una lavorazione meccanica, tutto deve essere fatto a mano. Molti altri, anche più recenti, sono terrazzati con muri in pietra a secco e necessitano di manutenzione frequente. Questo territorio tanto duro e difficile offre, a chi lo conosce, lo comprende e lo rispetta, altrettante soddisfazioni. La Valle d’Aosta ha un clima secco, la piovosità è molto bassa, inferiore a quella di Sardegna, è attraversata da venti, ha escursioni termiche importanti. La conformazione orografica della regione poi consente di ridurre al minimo i trattamenti a protezione delle viti (2, massimo 3 all’anno) e di gestire ciascuna vigna secondo il ritmo dettato dalla natura. Clima, ambiente, vitigni e tradizione hanno portato la Maison Anselmet a fare delle vere e proprie scelte nel sistema di coltivazione delle viti al fine di ottenere uve selezionatissime. Le Viti Le viti si sviluppano con tre diverse tecniche. Ad alberello che, determinando una parte vegetativa di dimensione ridotta, ben si adatta al suolo povero, siccitoso e alle basse temperature; tipicamente vitigni Petit Rouge. A guyot, ideale per i vitigni altamente produttivi, gran parte dei quali autoctoni, che possono rinunciare alla fruttificazione delle prime gemme e sfruttare al meglio la fertilità e la capacità irrigua di alcuni vigneti. A cordone speronato, adatto ai vitigni internazionali, che fruttifica anche sulle gemme basali e che, grazie alle dimensioni della parte legnosa, è in grado di distribuire linfa in abbondanza sino ai grappoli più periferici. Risvegliandosi più tardi degli altri dopo il periodo invernale, è anche meno sensibile alle gelate primaverili. Per quanto riguarda la suddivisione geografica, in Valle d'Aosta si identificano tre zone: Alta (dal Mont Blanc a St. Pierre), Media (da St. Pierre a St. Vincent) e Bassa Valle (da St. Vincent a Pont St. Martin). In Media Valle a bassa quota troviamo le vigne di Chambave Muscat, in Alta Valle sono distribuite le vigne di Torrette, a bassa quota troviamo i vitigni di Pinot Gris, mentre in quota gli internazionali ovvero Pinot Noir, Müller Thurgau e Chardonnay. Petit Rouge e Cornalin sono invece sempre in Alta Valle, ma a quote medio-basse. Renato Anselmet La sua seconda giovinezza inizia nel 1978 quando passa da un affiancamento saltuario al padre che si occupa delle vigne di proprietà ad una attività più intensa e continuativa. Quando poi per il conseguimento del diploma allo IAR, Giorgio gli chiede una vigna anziché una macchina nuova, capisce che il destino della famiglia è già un po' segnato, e non se ne dispiace. Nei vent'anni successivi affina la tecnica, la integra con la propria esperienza e con la tecnologia che discende dagli studi del figlio e, non ultimo, incrementa la superficie coltivata. Sino al 2001 quando passa l'attività a Giorgio senza per questo rinunciare a seguire tutte le fasi produttive. Giorgio Anselmet Da sempre sapeva che si sarebbe occupato di agricoltura, ma ben presto decide che il suo futuro è la vitivinicoltura. Si dedica con umiltà agli studi allo IAR, ascoltando chi ne sa più di lui e chi ha capito che le '3T' (tradizione, tecnica, tecnologia) sono il futuro. É un curioso: quando scopre un testo, magari dimenticato, ha la rara capacità di coglierne l'essenza e di estrarre quello che poi lo aiuterà in vigna o in cantina. É un entusiasta: incapace di descrivere un vino, lo deve interpretare, confrontare, sezionare per poi ricomporre. É un condottiero: che però vuole la condivisione di esperienze, segno di forza e maturità. Come i suoi vini. Bruna Cavagnet Nasce a Cogne dove trascorre la propria adolescenza innamorandosi dello sci di fondo e diventando maestra di sci. Una volta sposata affianca alle attività invernali la sua seconda più grande passione, il contatto con la terra. Ogni anno, con il disgelo inizia le attività di preparazione della vigna, il regno di Bruna che con il primo sole primaverile si trasforma in una forza della natura e inizia a macinare chilometri con la cesoia in mano. Tutte le lavorazioni in vigna, dalla faticosissima potatura verde alla conviviale vendemmia, sono di sua totale competenza. Non si occupa dei trattamenti antiparassitari che sono però effettuati massimo tre volte l'anno. I Vini Ciascun vino ha una storia e una personalità, tutti i vini di Maison Anselmet hanno una cosa in comune: la qualità costante. Dalla vendemmia alla cernita, alla premacerazione, alla decantazione, dalla fermentazione alla messa in bottiglia, gli Anselmet seguono ogni fase con accuratezza, precisione e dedizione, con un continuo controllo delle temperature e il batonage alla francese per i vini bianchi, i rimontaggi per il Pinot Nero e la grande cura per i Passiti. Questi ultimi nascono dalla miscelazione di Pinot Gris (50%), Chambave Muscat (30%) e Gewürztraminer (20%). Ciascun vitigno ha una propria necessità: il Moscato viene fatto essiccare in cassetta ad evitare la formazione di marciume acido. Il Pinot Gris deve avere il tralcio tagliato solo quando raggiunge il giusto equilibrio fra acidità e zuccheri ad evitare un successivo crollo dell'acidità. Il Gewürztraminer infine che deve appassire sulla pianta per poter accogliere le muffe nobili. Si parte con la spremitura di uve Moscato e Gewürztraminer facendo poi fermentare in acciaio. Le tre vinificazioni proseguono separate, ma, prima della fine della fermentazione, si procede con l'assemblage per poi far riposare 18 mesi in barriques francesi. Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda Tasca d’Almerita Otto generazioni di una famiglia legata a due luoghi straordinari e anch'essi parte della storia siciliana: Regaleali, oggi di 500 ettari, al centro geografico del triangolo siciliano e Villa Tasca (già Camastra) centro della vita sociale e artistica siciliana della seconda metà dell'800. I Conti Tasca hanno rappresentato sempre la punta avanzata di una cultura legata al fare, impegnandosi nell'innovazione delle tecniche con l'introduzione immediata di nuove colture e macchinari agricoli. A Regaleali tra la fine dell'800 e i primi anni del 900 lo scopo è di fare della Tenuta un'azienda agricola modello, moderna e specializzata, con le mille difficoltà di operare al centro di una Sicilia ancora indietro nello sviluppo. Dalla metà del '900 la famiglia si allarga e si specializza per diventare azienda organizzata, gruppo di uomini che inventa, produce e diffonde nel mondo le cose della terra, portatori di messaggi di concretezza e coerenza, a partire dall'umile sforzo quotidiano. Regaleali diventa azienda vitivinicola e inizia la lunga storia della produzione e distribuzione del Rosso del Conte, riserva di Nero d'Avola e Perricone elevato in castagno, dichiarando fin dall'inizio la propria vocazione alla tipica valorizzazione del territorio e della cultura siciliana, per arrivare al successo di mercato del Regaleali Bianco, il primo vero interprete del più puro Made in Sicily vocato al territorio. asca d'Almerita coltiva oggi quasi 600 ettari di vigneto e ne valorizza il frutto distribuendolo nei quattro continenti del mondo. Cura con dedizione gli ospiti di due tra i più bei Resort della Sicilia e valorizza ognuna delle cinque Tenute dell'azienda. Più di settanta uomini in azienda, affiancati da altri 200 che seguono il ritmo delle stagioni nelle cinque tenute, con la dedizione di chi lo fa da tanti anni. Tasca d'Almerita non ha fretta. Perché rispettare la terra che coltiva significa dargli il tempo del respiro, che non è veloce come quello umano. Perché offrire ospitalità in luoghi di charme significa acquisire il rispetto orientale dei tempi dell'uomo e della terra. Negli ultimi dieci anni Tasca ha acquisito la Tenuta di Capofaro a Salina nelle Isole Eolie, intersecando la produzione della Malvasia con l'ospitalità del Resort. Ha deciso di impiantare anche sull'Etna, con il progetto Tascante, e ha allargato la propria azione anche su Marsala in joint venture con la Fondazione Whitaker e su Monreale, con Sallier de La Tour. Nuovi modi di organizzare la realizzazione di prodotti Made in Sicily non solo col pieno controllo della filiera ma con la collaborazione di altri imprenditori. Una storia moderna soprattutto di uomini, condotta con ampia visione temporale. Perché il successo vero, quello che rimane, è frutto dell'uomo nel Tempo. E Tasca d'Almerita vivifica il Tempo. Tenuta Regaleali Era uno dei feudi della Sicilia centrale, famoso per la fertilità dei suoli e la bontà dei suoi prodotti. Una classica azienda cerealicolo-zootecnica dove convivevano grano, olivi, pascolo, vite. Mandorleto, pomodoro, orticole, bovini, ovini, e quant'altro potesse trovare facile destinazione nei mercati limitrofi e contemporaneamente rendesse l'azienda autosufficiente. La sua particolare posizione geografica le conferisce un clima particolare caratterizzato da inverni freddi e forte escursione termica estiva. Infatti la tenuta si appoggia sulle colline premadonitiche della Sicilia centrale ad un altitudine compresa fra i 450 ed i 900 m. s.l.m. dove il tipico clima mediterraneo viene reso un po' più continentale dalla distanza dal mare e dalla vicinanza dei monti che superano i 1.400 m. L'azienda è estesa 520 ettari e, nonostante negli ultimi 50 anni si sia sviluppato l'aspetto vitivinicolo ed i vigneti oggi ricoprono una superficie vicina ai 360 ettari, sono state mantenute tutte le coltivazioni tradizionali in modo da garantire alla tenuta una giusta diversità colturale e da non perdere tutte quelle ricchezze agri-culturali che fanno parte del nostro patrimonio. 400 ettari vitati dai 400 ai 900 metri sul livello del mare. CHARDONNAY Nel 1979 Lucio Tasca d’Almerita decise di confrontarsi con il vitigno bianco più celebrato al mondo. Così a metà degli anni ‘80, con barbatelle arrivate anche dalla Borgogna, vennero impiantati circa 5 ettari di Chardonnay nella parte inferiore della collina San Francesco, esposizione prevalentemente a sud-ovest, circa 500 metri di altitudine. Come il Cabernet Sauvignon, una varietà non riconosciuta dal disciplinare dell’epoca. Nel 1989 la prima annata di Chardonnay vinificata e immessa in commercio. Da ricordare l’unicità della vendemmia ‘91 Botrytis Cinerea e della ‘92 Vendemmia Tardiva. Informazioni tratte dal Sito Ufficiale dell’Azienda I commenti di Maurizio Landi La serata di piacere che avevamo avuto con i Sauvignon purtroppo non si è ripetuta! Inoltre, anche se un campione di sole sette persone non è certo significativo, mi è sembrato evidente un approccio diverso a questo vino. Se solo qualche anno fa, era la “dimensione” del vino a fare la differenza, oggi l'attenzione si è spostata verso altri aspetti. E poi, una volta tanto, Planeta non sta più nella parte alta delle classifiche. Se di classifiche si può parlare. I vini sono ben fatti, su questo non si discute, ma, nella maggior parte dei casi, non hanno anima e profondità. Solo un corpo, a volte, imbarazzante, come “modelle” corpulente, ma senza eleganza. I grandi Sanct Valentin della fine degli anni '90 sono, purtroppo, un ricordo lontano. Questo vino è solo un esercizio di stile e neanche ben riuscito. È pieno, ricco di estratti e di spessore, con una esuberanza aromatica fin quasi eccessiva, ma non porta da nessuna parte. L'estrazione da una nota amarognola molto invadente che non si fonde in nessun modo con gli altri elementi. Dopo una buona ossigenazione, l'aromaticità diventa quasi eccessiva e il vino diventa poco invitante. Un vino che non mi viene voglia di bere ancora. Il Monteriolo di Coppo è più leggero e delicato. Tecnico anche questo, ma ben fatto, anche se all'inizio sembra un po' slavato. Possiede comunque una bella profondità minerale che lo rende piacevole e non privo di fascino. Certo, il prezzo non è trascurabile! L'intruso! Pierre-Yves Colin è uno degli astri nascenti della Borgogna vinicola. Il suo vino inizia dove gli altri si fermano. Pur essendo un vino “base”, peraltro di un'annata difficile, possiede uno slancio e una forza incredibili. Delicato e profondo allo stesso tempo! Questo si è piacere! Ho assaggiato diverse volte i vini di Anselmet in questi anni, ma non mi hanno mai convinto. E anche questo Chardonnay non ha fatto eccezione. Non riesco proprio a capirne il fine. L'unica nota piacevole e distintiva che ho potuto registrare, è stato sottofondo erbaceo che è venuto fuori con l'ossigenazione ed ha dato una nota un po' diversa dagli altri vini della serata. Ma il vino rimane legato in una struttura a dire poco standardizzata. Il primo siciliano della serata, Planeta, non mi è proprio piaciuto. Un vino “industriale”, tutto tecnica e perfezione. Non mi ha mia entusiasmato, anche quando raccoglieva consensi unanimi. Adesso proprio... Nicola Manferrari non nasconde le sue ascendenze borgognone e si sente. Il suo vino è il più vicino alla tradizione dei Borgogna di eleganza e struttura. Ho una passione per i suoi vini, anche se preferisco i vitigni autoctoni, ma questo Chardonnay è da manuale. Potente e vellutato, con un allungo minerale di tutto rispetto. Come quasi tutti i suoi vini, deve solo digerire un po' di legno, ma basta attendere un po'. Il ricordo dell'assaggio di alcuni suoi vini “base” con una ventina d'anni sulle spalle è ancora vivo per l'integrità di queste bottigle e per il fascino che sapevano emanare. Ancora e sempre Borgo del Tiglio! Mi rifiuto di commentare il vino di Tasca d'Almerita! Questa bottiglia non è mai stata il pezzo forte dell'azienda, ma questo vino io non riesco proprio a capirlo. Indice di Gradimento dei Partecipanti alla Degustazione Vino Produttore Totale 5 Sicilia Chardonnay 2012 Planeta 4 2 2 2 2 2 2 16 7 Contea di Sclafani Chardonnay 2012 Tasca d'Almerita 2 1 5 4 1 3 1 17 2 Piemonte Chardonnay Monteriolo 2008 Luigi Coppo 5 4 1 3 4 1 4 22 1 Alto Adige Chardonnay Sanct Valentin 2012 San Michele Appiano 1 5 6 1 5 5 5 28 4 Valle d'Aosta Chardonnay Élevé en Fût de Chêne 2009 Anselmet 6 3 4 5 3 4 3 28 3 Bourgogne Chardonnay 2011 Pierre-Yves Colin-Morey 3 7 3 6 7 6 7 39 6 Collio Chardonnay 2011 Borgo del Tiglio 7 6 7 7 6 7 6 46