Diari bolognesi
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Diari bolognesi
1 ! Giugno, ore quattro, alba rovente. L’ascensore ci scarica nell’androne del nostro condominio dopo tre piani di schiamazzi. Al ritorno troveremo in bacheca il solito avviso - si ricorda che i rumori molesti sono vietati. Così come nutrire i piccioni, amoreggiare nelle cantine, intrattenere gli ospiti con balli di gruppo stile Macarena e... tenere anatre vive in terrazzo. In realtà l’anatra era una sola e si chiamava Brigitta. Che dire? Noi ragazze siamo fiere di contribuire allo studio di nuovi articoli del regolamento condominiale. La prima a uscire sul marciapiede è Alice in quello che ha definito outfit futuristico. Camicetta color panna con smisurate maniche a sbuffo su leggins liquirizia. Quando le ho chiesto se alla fine della cerimonia potevamo mangiarceli, lei era davanti allo specchio, intenta a imbrigliare i capelli in una vertiginosa 2 cotonatura stile anni Sessanta. Mi ha tirato in testa lo spray fissante. Ai piedi ha delle ballerine così viscide che per poco non prende il volo sul marciapiede come la palla sulla pista da bowling. Perde l’equilibrio e la maniglia del portone d’ingresso le sfugge di mano. Cento chili di ferro vecchio di un secolo sbattono alle nostre spalle con un boato che rimbomba per la strada deserta. «Potevi almeno mettere uno scialle!» grida Marina per la decima volta. Tutta colpa della scollatura di Alice. Simile a una mina, ha esploso un battibecco snervante. «Questa camicetta è stata ai battesimi dei miei nipoti e nessuno ha avuto niente da ridire» protesta Alice con gli occhi lucidi di lacrime. Piagnucola sempre quando si arrabbia. Si specchia nella vetrina del dentista tirando in dentro la pancia. Non che sia grassa, la colpa è degli aperitivi. Dice che la sera non se la sente di rincasare prima di essersi scolata due mojito con patatine e il 3 bar dirimpetto alla nostra libreria concorda in pieno. È il prezzo da pagare per vivere e lavorare con noi, come ci ha spiegato, anziché tornare a casa da un marito e bambini come le sue sorelle. Chiamato in causa l’argomento bambini, Alice è pronta a partire alla carica come un toro. Quello di non avere figli è il suo nervo scoperto. Il mio è di non avere un soldo, quello di Marina di gestire una libreria senza clienti. Cala il silenzio. Oggi si va in Friuli. La figlia della cugina della zia di Marina, un groviglio generazionale di ventuno anni etichettato come nipote, si sposa. Ha scritto un libretto e ha intenzione di farne il fulcro del discorso al tavolo degli sposi. Noi che di professione siamo libraie con marcato spirito imprenditoriale, non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di fare pubblicità alla nostra piccola libreria bolognese. O meglio, l’occasione non se la poteva lasciare sfuggire la nostra titolare Marina. Il guaio di me e Alice, semplici dipendenti nonché coinquiline di Marina, è non 4 fare mai fronte comune di fronte a simili stronzate. Nella visione di Celeste, la sposa, i suoi ospiti saranno felicissimi di ricevere un utile vademecum sul matrimonio al posto delle bomboniere. «Ingoiato quest’amaro boccone, sorbirsi te come relatore sarà una passeggiata» ha detto Marina a suo tempo ridendo. Il malloppo dei libri di Celeste è al sicuro in un borsone da palestra che ho caricato in schiena tipo sherpa. La tipografia ci ha fatto il venti percento di sconto pur di riuscire a smerciare un centinaio di vecchie copertine viola. Speriamo che la sposa non sia superstiziosa, specie al momento di pagare. Marina e i suoi tacchi ticchettano per il marciapiede guadagnandosi le simpatie del vicino del primo piano, un omone in canotta che abbevera l’oleandro con finta noncuranza. La vetrina del dentista fa per la seconda volta il suo sporco lavoro. Una nuvola di tulle dal colore indefinito ritrae Marina in abito da damigella. 5 «Sembra il mio vestito da fatina a Carnevale» brontola Alice, prendendosi la sua rivincita mentre attraversa la strada. Marina si serve della vetrina per sistemare il cappellino in coordinato. «Se l’idea era quella, allora potevano abbinarci il cappello da stregone» dice a denti stretti. «L’effetto non sarebbe peggiore». «Intendi quello con le stelle filanti in cima?» chiedo bloccandomi in mezzo alla strada. Un flash dei miei sette anni. Io che reggo una bacchetta magica e un sorriso sdentato si stampa sull’obiettivo. Un inquietante senso di déjà vu mi secca la gola: io e le ragazze condividiamo lo stesso ricordo. Se non è predestinazione, poco ci manca. «Se non sei troppo occupata, ti togli dalla linea continua?» Alice irrompe nei miei ricordi che si disperdono per l’aria assieme all’umidità di questo torrido mattino. Un pakistano carico di frutta a bordo di uno scassato Ape mi schiva d’un pelo e sgomma via. 6 Marina è troppo occupata a guardarsi con occhio critico per sentire i nostri battibecchi. Credo che il suo cervello sia in blackout. Un conto è partecipare al matrimonio di tua nipote, un conto è indossare un abito scelto da una ragazzina di vent’anni che sembra fatto apposta per ridicolizzarti. «In quante sarete, vestite così?» le chiedo attirandola con la mano di qua della strada. «Sette» risponde. Immagino questa squadra di fatine fare il suo ingresso in chiesa, tutte saltellanti. Nella mia personale idea, le damigelle somigliano sempre a un rumoroso gruppo di ragazze pon-pon. Ingresso con capriola, elevazione, spaccata finale della veterana trentottenne ed esplosione di giubilo del pubblico. «Quello che proprio mi fa incazzare è il colore» mi confida Marina sibilando le zeta come un serpente. Spiace sentir cadere nella volgarità un dottore in lettere dell’Alma Mater di Bologna. Alice scuote la testa rifiutandosi di commentare. Apre il 7 bagagliaio e io finalmente mollo il malloppo che scarica il suo peso sugli ammortizzatori posteriori. Meglio star zitte, considerando che questa storia va avanti da ieri sera. Motivo del contendere: il colore del vestito di Marina. Lei, a cui il vestito è stato imposto, è convinta che lo facciamo apposta ma a torto. Io ho scommesso cinque euro sul pesca, Alice venti sul salmone. Per Marina è rosa confetto. E ancora non ha sentito la nostra opinione sull’acconciatura. Farebbe invidia a Maria Antonietta… o a una coppietta di tortore intente a nidificare. Apriamo gli sportelli. Nel vederci salire, gonfie come pavoni nella migliore livrea, la Panda sembra farsi più piccola. «Scarpe da tennis?» Alice guarda i miei piedi con disappunto. «Qualcuno dovrà pur guidare e scaricare la mercanzia» dico io sedendo al posto di guida. «Non preoccuparti, ho il cambio». Marina e Alice comprimono le sofisticate mise all’interno dell’abitacolo, una al mio fianco, l’altra di dietro. Condisco la mia risposta con uno sbuffo polemico che fanno finta di non 8 sentire. È già stato tutto sviscerato ieri sera. Marina non vuole guidare perché è stressata dal vestito e velenosa come una serpe. Suonerebbe a tutti e finiremmo linciate ancor prima di essere uscite dalla tangenziale. Alice non guida auto non sue, una specie di regola d’onore della sua famiglia. Resto solo io che non possiedo alcuna auto e l’ultima volta che ho guidato correva l’anno del Signore duemilaquattro, poco prima che la mia piccoletta mi abbandonasse per andarsene in Spagna al seguito di un ladruncolo con un vagone d’erba nel bagagliaio. La ritrovarono in riva al mare, poveretta, le avevano dato fuoco per cancellare le impronte. I poliziotti mi hanno assicurato di aver disperso le sue ceneri nell’oceano. Marina comincia subito a smanettare con la radio. Faccio retromarcia in un bagno di sudore. L’abitino lilla, la cui giacca in coordinato è finita sotto il sedere di Alice, è già tutto appiccicato alle cosce. Il tempo di guidare fino in Friuli e sarà carta da pacchi stropicciata. Il bustino mi lascia a malapena respirare. 9 Come abbia fatto a restringersi senza lavaggi, solamente restando appeso nell’armadio, è certamente da imputarsi al pessimo tessuto. Di sicuro al matrimonio di mia cugina non mi stritolava la pancia, protesterò in negozio. Imbocchiamo il viale della stazione di Bologna. «Dobbiamo fare benzina al self service» dico con un sorriso tagliente. Marina sbuffa, poi guarda le mie scarpe e tace. Mai sottovalutare il potere di persuasione degli oggetti. Scende e fa benzina tutta vergognosa, i furgoni di panettieri e giornalai che le sfilano accanto. Tangenziale, svincolo per Padova ed ecco l’autostrada. Potrei anche rilassarmi, non fosse il gufo appollaiato alle mie spalle. «E se troviamo coda a Mestre?» chiede Alice cercando di intercettarmi nel retrovisore. «Tranquilla. C’è il nuovo raccordo» dico. «Io direi di fare un riepilogo della presentazione» dice Marina. Il fatto che siamo ingabbiate in una lamiera sotto il sole e che 10 io sia concentrata sulla guida, nemmeno la sfiora. Sta per cedere alla paranoia, lo sento. È l’unica a non aver fatto le prove da damigella e tutti i parenti si aspettano il massimo da lei, o almeno così ho capito. O forse è solo per via di quella bambolina che si sposa prima di lei, chissà. Nessuna è così temeraria da porle la domanda, specie adesso che ha quel vestito. In quanto a me, non ingrano le marce a dovere. Non guido con ambo le mani sul volante e se lo faccio sono a ore nove e un quarto anziché dieci e dieci. Pigio troppo sul freno. Vado troppo forte ma quando mi metto dietro ai camion non ho visibilità. Insomma, se non riusciamo a fare un riassunto della presentazione è solo perché ho appena tirato dritto a un autogrill durante un sorpasso quando invece dovevamo fermarci per andare in bagno. La Panda ruggisce e il camion dietro a noi strombazza. «Uno dei miei pregi è che non mi arrabbio mai» dico asciugandomi il sudore dalla fronte. Come frase socializzante, mi 11 sembra ottima. Ecco uno spunto da cui le altre potranno partire a sbrodolarsi sul mio buon carattere. «E perché mai dovresti arrabbiarti?» mi rimbecca Marina. «L’auto è mia ed eventuali danni li pagherò io. In quanto alla presentazione, la fai a nome della libreria di cui sei una semplice dipendente. Se fai fiasco, di chi credi rideranno i miei parenti?» Non era così che doveva andare ma ieri ho mandato a monte una vendita e non me la sento di polemizzare. Lascerò che la mia professionalità parli per me. «La sottile inimicizia dell’amore» dico stringendo bene il volante. «Cosa?» fa Alice. «È il titolo del romanzo» le spiega Marina ruotando verso di lei. Il solo vedere quel movimento mi dà la nausea. «Parte da una tesi interessante: per amarsi bisogna anche un po’ odiarsi» dico. «In pratica… Celeste odia il suo sposo?» chiede Alice. 12 «Solo un po’. È inevitabile in qualunque rapporto d’amore». «Spiegati». «Il romanzo è diviso in parti della giornata. Il primo capitolo si apre con le tazze da colazione. Sapevi che noi donne tendiamo a metterle nel lavello lavandone via il residuo di caffè?» «Beh, è piuttosto istintivo» annuisce Alice. «Sciacquo la tazza così posso lavarla in santa pace più tardi, senza che puzzi di caffè o si macchi». «Gli uomini non lo fanno. Tocca a noi, assieme a mille altre cose». «Ma dai?» «È la tesi di Celeste. Che la donna passi metà del suo tempo a sistemare i casini causati da uomini che ripongono nei cassetti le tovagliette americane senza averle pulite con cura». «Con le briciole?» «Tolgono solo il grosso, per dirla alla maniera di Celeste. Il che è una metafora del modo di vivere maschile: l’uomo raschia 13 solo la superficie, la donna invece si sofferma sul dettaglio. Prendi il secondo capitolo, per esempio. Il bagno». «Che fanno gli uomini nel bagno?» Alice sporge il labbro in avanti, visibilmente eccitata. «Schizzano di sapone le piastrelle della doccia. Poi s’infilano nell’accappatoio e vanno in camera a vestirsi. Nota bene: la loro non è malafede, non è che pretendano che le donne puliscano al posto loro. È che proprio non se ne rendono conto». «Ma resteranno le macchie di calcare» gracchia Alice, rauca a causa del climatizzatore. «Sono felice che tu abbia ravvisato la similitudine con la pubblicità» dico osservandola nel retrovisore. Sembra impossibile sia la stessa donna che non vede l’ora di sposarsi. «Secondo Celeste, il ragazzo del prodotto anticalcare altro non è che la proiezione freudiana della donna nel corpo di un uomo. Quello che tutte vorremmo avere in giro per casa a ripulire ma che nessuna vorrebbe nel letto. Te lo vedi un uomo che mentre 14 fai l’amore ti dice: stai attenta a non macchiare le lenzuola?» «La sottile inimicizia dell’amore…» ripete Alice. «Dovresti leggerlo. Ti apre gli occhi su un sacco di cose e alla fine ti rendi conto che le cose che più odiamo di loro sono proprio quelle che ce li fanno amare». «Ad esempio?» «Non sentirai mai un uomo dirti: metti il sottobicchiere sennò sporchi il tavolo, oppure: non ti sembra di aver vestito la bambina troppo poco?» «Tutto qua?» borbotta Alice. «Avevo un’altra idea dell’amore. Detto così il marito ideale è un babbeo pronto a farsi mettere in croce per ogni scemenza, ma troppo tontolone per ravvisare i difetti della sua dolce metà». «Aspetta un momento» Marina sbatte un pugno sul cruscotto facendoci sobbalzare come lepri al cospetto del cacciatore. «Non avrai mica intenzione di sputtanare lo sposo? Dimmi che non sarà questo il tema della presentazione». 15 La nostra auto fa un piccolo scarto e la monovolume di dietro ne approfitta per superarci. C’è puro odio negli occhi del guidatore, ma quello che mi ferisce sono le linguacce dei bambini. Di solito piaccio ai bambini. «Te lo devo proprio dire, stamattina sei di una volgarità insopportabile» sbotta Alice. Marina trasecola, colpita dall’osservazione. Mette in bocca una gomma e comincia a masticare. Il peggio è che lo fa rumorosamente. «È che devo sfogarmi prima di arrivare» dice. «Ma davvero. Non puoi mettere alla berlina lo sposo». Gira la manopola dell’aria condizionata e Alice si copre la pancia con la stola. «Ehi, vacci piano» protesta. «Non capisco dove sia il problema» ribatto. «Sarà un’interessante alternativa al consueto spogliarello dello sposo. Anziché deriderlo sul piano fisico, come avviene a tutti i matrimoni, lo faremo sul piano letterario. Lo spoglieremo… a parole». 16 Marina mi guarda intensamente. Ha un colorito verdastro che non mi piace affatto. «È il leitmotiv che ho voluto dare alla presentazione: spogliamo lo sposo. Mettiamoci un po’ di gossip e dettagli piccanti. Già vedo i camerieri chiamarsi a frotte e chiedere del libro. La nostra libreria sarà sulla bocca di tutti. Un po’ di entusiasmo, che diamine!» proclamo e la voce mi s’incrina di emozione. Ho fatto le prove davanti allo specchio perché Marina fosse fiera di me. «Spogliamo lo sposo» ripete inebetita. «Se gli sposi hanno scritto quel libretto come regalo per gli ospiti, di sicuro hanno un gran senso dell’umorismo. Ti preoccupi troppo» dico ridendo. «Hanno scritto?» m’interrompe Marina. «Cosa ti sei messa in testa? Vedi forse un altro nome in copertina oltre a quello di Celeste?» «Ma io davo per scontato…» dico. La verità mi fulmina 17 passando attraverso i due emisferi cerebrali. «Ascoltami bene» dice Marina. «Mia nipote è una stronzetta che ci gode un mondo a mettere in imbarazzo le persone. Gli uomini dovrebbero tirarle le trecce come facevano i suoi compagni alle elementari, ma crescendo le priorità cambiano. Oggi che i suoi genitori sono proprietari della più grande casa vinicola del Collio, stuoli di pretendenti si prostrano ai suoi piedi pur di prendersi una fetta di torta. Il futuro marito ha avuto il suo Suv. In cambio, Celeste si è arrogata il diritto di deriderlo pubblicamente. Vuoi abbassarti al suo livello? Io ho dovuto farlo in quanto parente, ma tu?» Quel vestito da capocomica le dà un’aria buffa ma è tutto un bluff. Sono nei guai. La presentazione avrà luogo alle sei del pomeriggio. Per quell’ora devo riscriverla tutta, a meno di non voler finire linciata dai parenti dello sposo e probabilmente licenziata in tronco. Oggi Marina è proprio dell’umore giusto per darmi un bel calcio nel sedere. 18 «Speriamo di non trovare coda a Latisana» dice Alice tanto per smorzare la tensione e Marina alza il volume della radio. A Latisana un tamponamento tra auto ci ferma per due ore. Sono le undici fatte, il sole è quasi al suo apice e ci sono dieci chilometri di coda. La cerimonia comincia alle undici e trenta. È chiaro che non arriveremo prima dell’una. Siamo prigioniere di una lamiera rovente con le vesciche prossime al cedimento in compagnia di una damigella scontrosa che non porterà mai a termine il suo compito. Guardo Alice sul sedile di dietro attraverso lo specchietto retrovisore. Accavalla le gambe, poi le allunga, si sposta da un finestrino all’altro, infine torna alla posizione originale. Mi viene in mente un racconto di Michael Ende. «Ma sì» insisto. «Il ballerino costretto a una posa eterna dietro un sipario che non si apre mai». Le altre sono troppo nervose per connettere, ma fortunatamente ci sono io a recitare a memoria il paragrafo. 19 «Di tanto in tanto, sempre più stanco, cambiava posizione trasformandosi di nuovo nell’inverso della sua immagine riflessa». «Crepa!» dice Marina masticando la sua dannata gomma. Non dice a me, ma al notiziario radio dove della coda non si fa menzione. Siamo prigioniere di una bolla spazio-temporale ignota ai mass media. «Facciamo una prova di coraggio?» chiede Alice. Alice ha il pallino delle prove di coraggio. Le trova stimolanti e il fatto che non si tiri mai indietro è piuttosto irritante. Vince sempre lei. «L' ultima volta mi sono ritrovata in mutande in terrazzo» dice Marina. «Per stavolta passo». «Passo anch' io» dico e con convinzione, visto che voleva mangiassi una formica. Beh, non dovevo ingoiarla, solo masticarla. «Siete più noiose di due befane» sentenzia Alice e si fa scudo 20 della mia giacca per ripararsi dal sole obliquo che le centra il viso. Quando intercetta i miei occhi so già cosa vuol dire. «L’altra corsia va più in fretta». Cambio corsia e mi guadagno il lampeggiamento isterico della berlina di dietro, un altro papà carico di marmocchi con la moglie che gesticola neanche volesse tagliarmi la gola. Strisciamo con la lentezza di un rullo compressore contro il guardrail centrale, un serpentone surriscaldato in viaggio verso il mare. Quando finalmente acceleriamo, i nostri telefoni squillano in contemporanea. «Devono avere allestito un’unità di crisi» dico sbirciando il numero. È proprio quello della famiglia della sposa. Mi guardo bene dal rispondere. «Pronto?» dice Marina. Crolla esanime sul sedile come una colomba colpita al cuore. «Per la cerimonia, mi sostituiscono con la piccola Giusi» strilla, poi si strappa il cappellino dalla testa e lo lancia fuori dal 21 finestrino. 22 " Varchiamo la chiesa di M*** del Friuli alle dodici e trenta, giusto in tempo per scambiare il segno della pace con emeriti sconosciuti. Sembriamo dei soufflé ammosciati e, se solo ne avessimo l’energia, ci azzufferemmo per la navata come galli da combattimento. Bologna deve aver compromesso il nostro fiuto perché l’atmosfera carica di tensione non ci scalfisce. Eppure avremmo dovuto sentirlo sulla lingua, l’acre della tragedia. Celeste non riesce nemmeno ad affacciarsi sul sagrato. Quintali di riso la abbattono sui gradini della chiesa con l’impeto di una grandinata, mentre le munizioni passano di mano in mano. Il fotografo è trascinato in salvo un secondo prima che si scateni la guerriglia, onte secolari sono vendicate a suon di secchiate di riso, il prete si barrica dietro i battenti. La povera Celeste è 23 stordita. La strappano dal sagrato, la issano su un carro agricolo come una statua della Vergine, mentre il marito è costretto a segare un ciocco di legno tra cori da stadio (una sorta di tradizione contadina. Interrogato in merito, non uno degli invitati ha saputo dirmi cosa rappresentava). Quando anche lui si arrampica sul carro, il baldacchino è completo. Un contadino sale sul trattore. Innesta una rombante prima marcia e parte, carro al seguito. Scaraventa gli sposi per le viuzze del paese dove spariscono alla prima svolta. «Che bella cerimonia» Un robusto ragazzone faccia da canaglia brinda alle vittime con birra fresca portata da casa. Ha la cravatta strappata e gli occhiali da sole scassati, ma sprizza ottimismo da tutti i pori. Sembra un generale intento a complimentarsi con la truppa. «Piacere mio» dice Alice porgendogli la mano. Ne approfitto per precipitarmi in chiesa mentre lei fa gli occhi dolci alla nuova conoscenza. 24 Il sacerdote sta stringendo un sacco di mani. Attendo il mio turno. «Padre, le devo parlare» dico quando finalmente gli ospiti si incamminano verso la vicina osteria per il rinfresco. «Adesso?» chiede il sacerdote e mi rendo conto che anche lui fa parte della combriccola. Avrà settant’anni, se tutto va bene avrà battezzato Celeste. Sto sottraendo una specie di parente acquisito ai festeggiamenti di rito: la mia dannazione comincia oggi. «È che…» balbetto a testa bassa e frugo nella borsetta. «Io e le ragazze siamo arrivate solo adesso. Un incidente stradale ci ha fatto perdere tutta la predica». «Omelia» mi corregge. «Non fa niente, mica me la prendo a male». Fa motto al chierichetto di sbrigarsi a spegnere le candele sull’altare e intanto si umetta le labbra con la lingua. Dall’altra parte della strada, in osteria, i bicchieri tintinnano allegri, un richiamo irresistibile. 25 «Mi potrebbe confidare il tema del suo discorso?» insisto. «Omelia». Finalmente trovo carta e penna. Rovescio i fogli dell’ormai inutile presentazione dalla parte intonsa e attendo. «Ah, ma poteva dirlo che era di Tele Isonzo» dice il buon padre allargando le braccia con un gesto magnanimo. «Tele Isonzo?» «Signorina Crucich, seguo il suo programma da sempre, per quanto in replica la sera. Sa, un apostolo del Signore deve essere sempre reperibile durante il giorno». Il sacerdote si liscia i paramenti. «Devo toglierli o è meglio tenerli per le riprese? Che emozione! Devo dire che la telecamera la fa più magra e anche un tantino più vecchia. E, non so se mi spiego… più castana». «Aspetti, io non sono…» «È un onore averla nel nostro piccolo paese. Sapere che le riprese andranno in onda sulla televisione nazionale. Ma io divago. Cosa voleva sapere?» 26 Guardo oltre il portone della chiesa. Il modo rocambolesco in cui siamo entrate e la successiva lapidazione degli sposi non mi aveva fatto cogliere i dettagli. Pensavo fossero i soliti fotografi, solo adesso mi accorgo che sono troppi. Hanno in spalla telecamere professionali, arrotolano fili ovunque e, cosa ben peggiore, entrano ed escono da due furgoni di cui uno sul tettuccio ha montato l’ombrello di un’enorme parabola. «Mi scusi un secondo, padre» dico e scappo fuori. «Matteo» mi bisbiglia da dietro. «Come quello del telefilm». Marina e Alice non si sono mosse dal sagrato. Mi fanno un cenno di saluto e il fustacchione biondo corre ad accogliermi. Si è tolto gli occhiali che giacciono, spaccati a metà, nel taschino di un abito così bianco da abbagliare. Non sono in molti gli uomini in grado di portare con disinvoltura un Armani da cinquemila euro scarpe escluse, calcolo mentalmente. E ancora meno quelli che mi fanno venire la voglia di saltargli addosso sul piazzale di una chiesa. 27 «Le famose bellezze bolognesi» esordisce battendo le mani con due schiocchi assordanti. «Ho fatto bene a chiamare la televisione: belle donne che saltano fuori da ogni parte!» Quest’uomo m’intimorisce. Tutto in lui sembra fatto per sfidare le avversità della natura e i rovesci d’umore delle donne: il fisico muscoloso, la voce bassa e rauca, la barba ispida che non posso fare a meno di chiedermi che effetto farebbe sul mio collo nudo. «Pietro, il fratello di Celeste» ci presenta Marina. «A proposito della televisione» dico distogliendo lo sguardo dai pericolosi occhi azzurri. Marina mi artiglia il braccio e mi trascina via con tutta la forza trainante dei suoi altissimi tacchi. Alice non fa una piega. Gongola in compagnia del nuovo fidanzato, almeno nella sua fantasia. Povera sciocca. Non ha sentito come mi ha accolto? È ovvio che sono io la prescelta. «Televisione nazionale?» sibilo. «Per cosa credi che abbia sopportato tutto questo?» dice 28 Marina strattonandosi l’orlo del vestito da fatina, salito fin sopra le ginocchia. Il sudore che abbiamo versato durante il viaggio deve averlo ristretto perché adesso sembra un tutù da ballerina. «Te l’avevo detto che i genitori di Celeste sono ricchi, no?» mi chiede Marina. Annuisco. Marina ha delle cosce davvero muscolose, tutta quella palestra paga. «Hanno pagato un reportage televisivo sulla loro azienda vinicola. Sai quel programma che va in onda la domenica mattina, quello con le riprese dall’elicottero, le tavolate gastronomiche e tutto il resto?» Le labbra di Alice si stanno avvicinando un po’ troppo a quelle di Pietro. Maledetta intrigante. «Pietro ha avuto l’idea: è l’erede, dopotutto» continua Marina. «Diavolo di un uomo. I produttori facevano resistenza, servizi dal Friuli ce ne sono a settimane alterne, così lui ha calato l’asso della sorella. Un bel matrimonio alla furlana, come si dice qua, 29 per ingolosire lo spettatore sullo sfondo di un’azienda vinicola vecchio stile. La famosa civiltà contadina paniere di valori e tradizioni». «E noi che c’entriamo?» «Quando ha saputo che il fratello intendeva sfruttarla per farsi pubblicità, Celeste ha fatto il diavolo a quattro e preteso un servizio completo sulla presentazione del suo libro. E qui entriamo in gioco noi. Il marchio della nostra libreria sarà ben visibile dietro il relatore. Sulla televisione nazionale, ti rendi conto?» «Cosa aspettavi a dirmelo?» All’improvviso ho un groppo in gola. «Non volevo stressarti e ho ottenuto l’effetto opposto» Marina scuote la testa. «La tua presentazione sembra una barzelletta ed è tutta colpa mia. Avrei dovuto…» Dietro a Marina, la scena si sconvolge. Una valchiria bionda e riccia che sembra sospinta da tutti gli spiriti dell’inferno afferra 30 Pietro neanche fosse un fuscello. Si pianta per bene sui piedi mentre lo spacco della gonna si allarga in modo osceno: davvero è entrata così in chiesa? Un piccolo tatuaggio sulla coscia destra fa capolino per sparire subito. Una stellina. La valchiria riparte e trascina via la sua preda. Pietro sparisce dentro l’osteria dall’altra parte della strada in un abbacinante bagliore Armani, lasciando Alice inebetita. «Speravo di improvvisare, di fare io da relatore» confessa Marina. «Invece dovrò stare schierata con le damigelle per tutta la durata delle riprese, me lo hanno detto adesso». Sono la ruota di scorta e le parole di Marina sono chiodi. Tutto il mio orgoglio sibila via e mi affloscio. «Cerca di capire» interviene Alice che finalmente è dei nostri. «Non puoi davvero attaccare con quella roba da cerebrolesa. Spogliamo lo sposo, figurati!» Il tatto non è il suo forte. Marina gioca col piede, tutta imbarazzata. Sposta un sassolino. 31 Sto per perdere il lavoro? «È tutta colpa tua» sbotto. «Mi tratti sempre come una bambina! Sì, a sapere della televisione mi sarei agitata da morire ma almeno non avrei scritto questa farsa. Volevo solo far sorridere gli ospiti, che ne sapevo della pubblicità alla nostra libreria? Credevo fossimo amiche!» Mi incammino verso il cancello e la ghiaia mi crocchia sotto i piedi. «Lo siamo» dice Marina correndomi dietro. «Era solo per proteggerti, sei così emotiva. Non avresti chiuso occhio tutta la notte». «Stiamo dando spettacolo» sussurra Alice. Don Matteo ci sfila accigliato e si dirige in osteria. I furgoni mettono in moto e ci avvolgono in una nube di diesel. Mi lascio raggiungere dalle ragazze per non rendermi ridicola. «Facciamo così» dice Alice rivolta a Marina. «Preparo la presentazione durante il pranzo. Sistemo questo casino». 32 «Mi tagli fuori e me lo dici in faccia?» protesto. Le sparerei un pugno sul muso, ma ha ragione. Solo che c’è modo e modo di dirlo. «Non puoi» sentenzia Marina. «Perché no?» protesta Alice a pugni stretti. «Il successo di una presentazione dipende da tante cose, ma il fattore umano è il marchio di fabbrica del relatore. L’empatia con l’autore e il pubblico è tanto importante quanto l’efficacia del discorso. Tu, Alice…» «Io cosa?» «Sei professionale da far paura ma così fredda. Lei, invece, col suo stile passionale». Marina mi spara un abbraccio intenso che mi seppellisce in una nuvola di tulle. «A volte sembra che tu viva in una galassia tutta tua, mi ricordi certi bambini quando s' immedesimano in un gioco. Ridacchi, hai la testa tra le nuvole, parli tra te e te, sei davvero irritante». «Grazie» sospiro io mezza soffocata. 33 «Ma quando si tratta di libri sei insuperabile: ricordi intere citazioni a memoria, mai visto niente di simile. È come se tu ci vivessi dentro. Sei un controsenso vivente: non vendi un accidenti ma la gente starebbe a sentirti parlare per ore». Arrossisco fino alla punta delle orecchie. Marina si scosta appena. «Sarò onesta con te. La libreria non va come mi aspettavo. Un importante finanziamento si è volatilizzato, un parente mi ha abbandonato dopo tante promesse. Il massimo che posso offrirti sono questi ultimi due mesi di contratto, poi ne discuteremo. Ma ti prometto una cosa: non ti lascio per strada. A costo di abbuonarti l' affitto». Marina ha gli occhi che le brillano. Se dicessi che si è commossa si schernirebbe, parlerebbe di vision aziendale e orgoglio di imprenditore. A me sembra tanto affetto, ma in quanto mia titolare non lo ammetterà mai. Gli sbuffi del trattore risalgono dalla vallata. 34 «Ma se mi presti la tua testolina per questa presentazione, forse...» Marina s’interrompe. E in un istante decido. Farò la dannata presentazione. Dimostrerò a queste due quanto valgo. Sarò così gagliarda che a Bologna ci aspetteranno fiumane di gente, esordienti che non vedono l’ora di pubblicizzare il loro romanzo in una libreria andata in onda sulla televisione nazionale. Veterani delle scene pagheranno pur di parlare ai nostri microfoni. Avremo l’agenda piena per mesi e staremo tutte assieme. «D’accordo, lo faccio» dico. Schivo scherzosamente il secondo abbraccio di Marina. «Sempre che non abbiano scaricato gli sposi giù per il dirupo, in tal caso la scena passerà a Don Matteo per i funerali». «C' è Terence Hill? Dove?» chiede Alice e non capisce più niente. «Grazie. Non sai cosa vuol dire per me». Marina è più luminosa del sole di mezzogiorno. 35 «Tutte per una…» mette la mano al centro del nostro piccolo cerchio e noi ci poggiamo sopra le nostre. «Una per tutte!» gridiamo. Siamo una squadra. Beh qualcosa di simile. «In quanto a te, Alice, sei mia ospite. Non arrovellarti, goditi la giornata e lascia a noi sbrogliare la matassa». «Me la godrei se quel demonio di donna non mi avesse rubato Pietro da sotto il naso» obietta Alice. «Sai chi è?» «Elettra, sua moglie» dice Marina facendoci rizzare i capelli in testa. 36 # Ci rinfreschiamo nella vicina osteria in attesa della transumanza verso San Daniele. Per me che sono astemia è un bagno di sangue. Tra il sospetto generale mi servo al tavolo dei bambini e scopro che le aranciate sono state corrette. «È per far festa!» mi grida nelle orecchie una mamma. Alle sei del pomeriggio la pensa diversamente. I bambini sono preda della più creativa sbornia da zuccheri mai vista: chi balla per la sala intralciando gli ospiti, chi vaga per il prato, chi dorme aggrappato ai tendaggi neanche fossero le sottane della mamma. Alice e due damigelle si contendono Pietro sulla pista da ballo. Lui flirta con tutte ma ormai la gradazione alcolica è tale che nessuno ci fa più caso, nemmeno sua moglie che canta al karaoke. Un tizio che all’inizio del pranzo esibiva la sobrietà di un 37 impiegato di pompe funebri, prende la rincorsa e salta sul palco del deejay. Se la sua idea era quella di superarlo come un saltatore a ostacoli, ha preso male le misure: sfascia microfoni e casse, rotola di sotto e si rialza con un taglio nella guancia. Quando cercano di abbatterlo, suona sulla tastiera del mixer un motivetto stonato che suscita il nervosismo della madre della sposa. «Prova. Prova». La voce dello speaker testa i microfoni mentre scappo in bagno. Sono in preda al panico. Non ho preparato niente, ho dato ascolto al mitico sesto senso di cui parlava Marina. Dice che i clienti della libreria mi adorano, e quando mai ho recitato per loro una parte scritta? Ma il momento si avvicina e io me la faccio sotto. Una donna con auricolare e microfono chiama a raccolta gli operatori televisivi. Io e Celeste abbiamo quindici minuti. Eleonora Crucich non si è vista, con grande scorno di don Matteo. Dicono che Pietro le abbia fatto da cicerone per l’azienda vinicola e che se ne sia andata sul far della 38 sera. Fortunata. La tensione monta. Ho bisogno di concentrarmi. Apro la porta del bagno e uno splendido cigno dispiega le sue ali dinanzi a me. Celeste. «Ci siamo» dice. «Eh già». Quella che Marina chiama stronzetta è una ragazza con gli stessi occhi azzurri del fratello. Mi ero dimenticata di quanto si sia giovani a ventuno anni. Guardo incantata questa sposa che ciondola da un piede all’altro col tipico atteggiamento della donna torturata dai tacchi. «Mi sono nascosta un momento a tirare il fiato» dice. «Sarà anche il giorno più bello della mia vita ma non vedo l’ora di andare a letto». Annuisco. «A dormire, scema!» ride, un poco rauca, un poco alticcia. Empatia con l'autore, diceva Marina. 39 «Posso chiederti una cosa?» le chiedo. «Tutto tranne baci. Ho le labbra screpolate». «Perché la sottile inimicizia dell’amore? Perché sposarsi a vent’anni?» «Perché, perché» ripete come una scolaretta e mi fa le linguacce nello specchio. «Sai cosa vuol dire essere donna in un’azienda agricola dove comanda tuo fratello? Che tra l’altro si sbatte qualunque puttanella di paese senza che nessuno abbia niente da ridire. Essere sempre la numero due, quella da cui i genitori si aspettano nipotini e gli uomini un SUV?» «No. Ma così su due piedi mi sembra uno schifo». «Perché è uno schifo» gesticola lei barcollando e mi finisce addosso. Sbattiamo contro la porta chiusa con un tonfo. Mi chiedo cosa pensino quelli di fuori. Relatore e sposa fanno a botte nel bagno poco prima delle riprese? «Sai che non ho nemmeno finito le scuole superiori?» mi alita 40 in faccia con fiato alcolico. «Ero troppo pigra e poi a che scopo sgobbare sui libri quando avevo già tutto quello che volevo? Le persone hanno sogni e passioni. I miei me li compravano perché non mi struggessi. So essere una gran rompiballe sai?» «Non ne dubito». «Invece lo dubiti, te lo leggo in quegli occhietti furbi». Due lunghissime unghie fresche di manicure cercano di penetrarmi le pupille e io mi divincolo. «Dubiti del potere dei miei» sibila Celeste. «Te che sei così sfigata… che sogno potresti avere?» «Chissà» chiedo allontanandomi di due passi. Non ci posso far niente. Contrariamente a Marina che la riempirebbe di schiaffi, io ho solo voglia di portarla in cameretta a dormire. «Dimmi la cosa che più desideri al mondo e io ti dimostrerò che i miei possono comprartela» insiste. «Fare sesso con tuo fratello». «Ah che sagoma!» Celeste si piega sulle ginocchia dalle risate, 41 ma il sottogonna a gabbia la sbilancia e cade per terra, gambe all’aria. Vedo cose che non vorrei vedere, oltre a un piccolo tatuaggio. Due stelline intrecciate, simili al tipico ricamo sul cuscino delle fedi nuziali. Dove l’ho già visto? La aiuto a rialzarsi e lei mi osserva. Come un essere umano, non come uno dei tanti giullari che popolano la sua corte. «Marina con me non ci parla. Davvero mi odia ancora per quella storia di Giuseppe?» mi chiede. «Lasciami immaginare» la interrompo. Durante la piccola pausa a effetto visualizzo mentalmente la foto che Marina tiene sul comodino, la data scritta col pennarello e il bel ragazzo biondo che la abbraccia. Biondo come quasi tutti da questa parti. «Era il fidanzato di Marina, tu avevi circa diciotto anni… scommetto che si è beccato un Suv pure lui». «Lui amava le moto sportive e io di anni ne avevo sedici» mi corregge. In effetti la matematica non è il mio forte. «Quando papà l’ha saputo voleva denunciarli tutti e due» dice 42 Celeste. «In fondo era stata Marina a portare in famiglia un pervertito a caccia di ragazzine. Dovevi vedere la velocità con cui Giuseppe è sparito... Vrum vrum!» dice mimando la spinta delle mani sulle manopole dell’acceleratore. «Ma tu come lo sai?» s’interrompe accigliata. «Marina non può avertelo detto, è la sua vergogna. E poi sei una dipendente, l’ultima arrivata». Provo sincera compassione per le domestiche di casa sua. «Ho tirato a indovinare». «So che a Marina butta male» dice. «Vuoi darle il colpo di grazia?» «Mi ha sempre giudicata. Crede di essere migliore di me, la grande imprenditrice. Invece dovrà tornare in paese con la coda fra le gambe. Già pregusto la cena di Natale, quando non si parlerà d’altro che della pecorella tornata all’ovile» conclude e se ne va. Adesso sì che la prenderei a schiaffi ma la posta in gioco è 43 troppo alta. Scappo in gabinetto. Alice entra nell’anticamera cinque secondi dopo. «Ci sei?» «Un po’ scomoda. E ho finito la carta igienica. Perché i ristoranti, per quanto lussuosi, hanno sempre servizi igienici inadeguati?» «Mi riferivo alla presentazione. Aspettano solo te». «L’avevo capito» dico giocando col cilindretto di cartone esausto. «Riguardo a quello che ho detto stamattina» mormora Alice. «Non volevo soffiarti la presentazione. Niente di personale, ok?» «È tutto personale, Alice». «Quindi ce l’hai con me». «Solo un po’». Aspetto finché non sento la porta sbattere. Esco dal gabinetto e mi guardo allo specchio. Assenza di pensiero, fase di trance. 44 Riconosco questo stato. Ogni volta che vado nel pallone il mio cervello entra in modalità Jane Austen. Spero solo di non esagerare. «Eccoti» mi dice la donna con gli auricolari, che poi è l’assistente di studio. Vive in un mondo frenetico in cui respira a malapena. «Parti subito che l’introduzione ce la aggiungiamo noi. Vai avanti anche se sbagli, poi sistemiamo tutto in postproduzione. Non tossire, non soffiarti il naso, non guardare dritto in camera, niente pause. Io terrò il tempo: se temi di sforare guarda me». Mi scorta fino al palco dove un enorme cartellone della nostra libreria Mangia&Felsi fa da scenario. Il logo delle due Torri è ben visibile sugli schienali delle sedie. Marina ha fatto le cose in maniera impeccabile. Tra gadget e tipografo dev’essere andato via un capitale. Mi siedo e i faretti alogeni mi inondano di un calore liquido da togliere il fiato. Sento solo il battito del mio cuore mentre le dita dell’assistente di studio fanno il conto alla 45 rovescia. Cinque, quattro. «In bocca al lupo». Marina mi passa una copia del libro. Celeste è seduta al mio fianco in tailleur, una donna bambina molto più scafata della sottoscritta. Si è cambiata in cinque minuti, le hanno strappato il vestito di dosso? Due, uno. I bambini sono spariti nel parco assieme all’animatrice. Il silenzio è totale. Non c’è niente di più difficile che tener desta l’attenzione di gente in pieno processo digestivo. La madre della sposa si sventola col ventaglio. Ficco i miei occhi in quelli di Celeste e lei ghigna. Si comincia. «Bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembra riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e ha quasi raggiunto i ventun' anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere». «Ah questa la conosco» m’interrompe Celeste facendomi 46 l’occhiolino. «Emma, il mio romanzo preferito, ambientato nel periodo Regency. Niente auto né moto sportive, non so se mi spiego». Jane Austen, non sai quanto ti sono grata, ma adesso devo reggermi con le mie gambe. «Ma quali sono le vere inclinazioni e i proponimenti dell’autrice de la sottile inimicizia dell’amore? Nessuno lo sa. Tutti conoscono la persona, tutti raschiano solo la superficie, il grosso per dirlo alla maniera di Celeste. Vedono solo la ragazza viziata e prepotente». «Sono una gran rompiballe» ammette lei con vocina civettuola. Scrosciano gli applausi, qualcuno fa motto di alzarsi per congratularsi con lei, ma l’assistente di studio lo ferma. Mi chiedo se Celeste non sia un mattatore nato. «In queste pagine», dico sollevando il libro su cui zooma la telecamera, «ho incontrato disillusione. Una giovane donna ingabbiata dalle convenzioni. Un animo nobile che ci svela la 47 vita di coppia con un sorriso a tratti sarcastico, a tratti triste. Chi immaginava di trovare una simile perla?» Seduta in prima fila, Elettra sta facendo a pezzi un tovagliolino di carta. Beve avida ogni mia parola, tanto da non accorgersi di Pietro e Alice che amoreggiano sulla porta del ristorante. «I tesori si trovano nei luoghi più impensati» annuisce Celeste. «Nel tuo libro parli di uomini, della barriera invisibile che ci separa da loro. Sta tutta nelle piccole cose e col passare degli anni si fa sempre più invalicabile. Eppure, se non sbaglio, stanotte tu e il tuo sposo dormirete sotto lo stesso tetto per la prima volta». «Sono cattolica, non può essere altrimenti» dice Celeste sorridendo a don Matteo che le fa ciao ciao con la mano. «Capitolo primo: la colazione. Nel leggerlo, ho annuito così tanto che mi è venuto il torcicollo» dico e qualcuno ridacchia, subito zittito dall’assistente di studio. «Mariti che seminano il caos inseguiti da premurose cameriere che raccolgono le loro 48 mutande da terra. Donne che ricevono un distratto bacio al gusto di caffè prima che gli uomini spariscano per tornare la sera, affamati e stanchi». «La cara vecchia civiltà contadina» commenta Celeste. «O meglio, l’interpretazione che la mia famiglia ha voluto darne». Mi sembra di vederla. Il fratello che le scombina i capelli prima di andare nei vigneti di cui è signore e padrone. I genitori che la viziano fino a renderla incapace come un poppante, una ragazzina che per passare il tempo legge romanzi e si consola come può. A vent’anni, nel dubbio che faccia qualche sciocchezza, la sposano subito per cementarla al ruolo di moglie e madre. Celeste non avrà visto un libro contabile in tutta la sua vita, per quanto in un futuro non lontano sarà padrona dell’azienda tanto quanto il fratello. Guardo Elettra. Si sta asciugando gli occhi umidi. Ecco un’altra moglie che non conta niente, quella che deve baciare la terra su cui cammina il marito solo perché straricco. Le due donne si scambiano un cenno 49 affettuoso. Il tatuaggio… perché non ci ho pensato subito? «Com’è possibile?» continuo. «Come fa una ragazza così giovane a conoscere i più reconditi segreti della vita di coppia? Quelli che le mamme nascondono sotto il letto come la polvere e condividono solo a matrimonio consumato? La mia amica Alice, per esempio, è rimasta allibita nel leggere di come gli uomini imbrattino le docce». «E le vasche da bagno» dice una nonnina, subito allontanata. La mettono in disparte coi camerieri. «Quello che voglio dire è che la mia amica, a trentacinque anni suonati, ancora non lo sapeva. Celeste invece sì. In tutta sincerità, questo libro è un enigma». Indico il monitor alle nostre spalle. Parte il book trailer del libro di Celeste e la stanza si oscura. Sembra che io stia prendendo appunti, ma in realtà disegno due stelline sulla prima pagina del libro. Sotto alla prima scrivo Elettra, sotto la seconda… 50 «Strega» mi sussurra Celeste fermandomi la mano. Mi strappa la penna e aggiunge qualcosa di suo pugno. Si assicura che lo legga, poi si riprende il libro. Giusto in tempo. In sala sta tornando la luce. Chiedi e ti sarà dato. Don Matteo sarebbe fiero di lei. «Questo libro contiene un affascinante mistero» concludo. «Un mistero che lascio a voi scoprire». La gente si guarda in dubbio se potersi alzare. Un minuto! mi indica l’assistente di studio con occhi fiammeggianti. Marina è una statua di sale. «La sottile inimicizia dell’amore» dico e mi sento un venditore di fustini di detersivo. «Da oggi disponibile alla libreria Mangia&Felsi di Bologna. Venite a trovarci». E in un baleno è tutto finito. Le telecamere si spengono, mi asciugo il sudore e Celeste abbraccia Elettra. «Non preoccuparti, non parlerà» la rassicura con un bisbiglio. Gli invitati si disperdono in attesa del dolce mentre la sposa 51 confabula con la madre. Le due donne mi vengono incontro ma a parlare è solo Celeste. «Questo dovrebbe bastare a chiuderti il becco» dice. Mi ficca in borsa il suo libro e sparisce. «Lo sapeva?» chiedo alla madre. «E ha acconsentito a questa farsa?» La donna mi guarda dall’alto in basso e se ne va. «Se è successo qualcosa, io non l’ho capito» dice Alice comparendo alle mie spalle. Ha tutto il rossetto sbavato. «Dov' è Marina?» le chiedo. «È andata in direzione del parco a piedi nudi. Era stravolta» dice Alice che in effetti regge le scarpe di Marina, ma nemmeno lei ci sta con la testa. Cerca Pietro con lo sguardo ma quello sta seducendo una moretta riccia. Corro a cercare Marina. Non voglio che faccia una sciocchezza, specie adesso. So che sta pensando che la presentazione sia stata un fallimento ma si sbaglia. 52 Dopo mezz’ora passata a perlustrare ogni cantuccio dello smisurato parco dell' hotel e non aver concluso nulla, torno in sala. Ormai sono le otto passate, si sta facendo buio. Lo sposo inscena uno spogliarello a beneficio delle nonne. «Mi fa male la testa, per carità» dice e tutte applaudono. Era meglio spogliarlo a parole, poveretto. Celeste è tornata a essere un cigno. Gira al ritmo di un valzer con Elettra, i bambini ruotano loro intorno come satelliti. Al Ciapa la galeina, danza romagnola in nostro onore, Marina torna, ubriaca fradicia. «Mi hai rovinato» farfuglia. «Dove sono le gallinelle bolognesi?» ci chiama Pietro. Nessuno la fa franca ai matrimoni. Cammino nel mio lilla stropicciato e m’immedesimo gallina assieme alle altre due. «Coccodè!» cantano tutti. Il resto della sera lo trascorriamo aiutando giovani madri alle 53 prese coi problemi intestinali dei loro pargoli. I bambini sono stomaci sensibili e tutti quei dolci, conditi col freddo dell’aria condizionata, li hanno stesi. Il libro di Celeste giace ancora nella mia borsetta, mentre Marina trattiene la testa di Giuseppina sull’orlo del water. La povera bambina dorme in piedi, bisogna lavarle il viso e metterla a letto. Gli sposi sono stati previdenti: hanno prenotato tutte le stanze disponibili dell’hotel per noi ospiti. Purtroppo le camere sono proprio sopra alla sala ristorante e i bagordi di sotto impediscono ai bambini di addormentarsi. È tutto un fuggi fuggi per i corridoi. «Non mangerò dolci per almeno un mese» dice Marina. «Specie se marroni». La mamma di Giuseppina è sfinita. A furia di ringraziarci ci ha elevato al ruolo di martiri. «Delle belle ragazze come voi dovrebbero essere a divertirsi» dice e noi ci scherniamo come se avesse ragione. A divertirsi con 54 chi? Qua ci sono solo ragazzini e uomini sposati. Alice è sparita. «Forse è in compagnia di Pietro e forse Celeste è in compagnia di Elettra, chissà» dico. Rimbocchiamo le coperte a Giuseppina, finalmente sole. «In un mondo perfetto sarebbe così». «Che stai cianciando?» mi chiede Marina. L’alcol la rende piuttosto aggressiva. «Celeste e Elettra sono amanti» le confido. «Cosa?» «È Elettra quella che ha scritto il libro. L’uomo descritto è Pietro, fratello despota e marito infedele. Il povero sposo non c’entrava niente». «Hai le prove di quello che dici?» «Qua dentro» dico e finalmente estraggo il libro. Sono troppo eccitata. Faccio frusciare le pagine fino al capitolo giusto. «La sera, ovvero il ritorno del guerriero» leggo. «Troppo 55 stanco per occuparsi dei figli ma geneticamente modificato per resistere a una partita di calcio da novanta minuti». Un foglietto fa capolino tra le pagine. Lo porgo a Marina. «Un assegno da… tremila euro» dice incredula. «Intestato al Mangia&Felsi e firmato dalla tua cara nipotina». «C’è scritto qualcosa sul retro» osserva Marina, che ha gli occhi appannati. Le strappo l’assegno di mano. «È solo uno scarabocchio a matita. Lo cancello subito». Marina si mette la mano sul cuore ma non è di lei che mi preoccupo, nonostante stia per avere un infarto. Povero don Matteo. Guardo la scrivania: un astuccio di Barbie. Prendo la gomma a forma di arcobaleno e comincio a cancellare. Stronza. Detto da una professionista, non può che far piacere. 56