periodico di studi e azione politica
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periodico di studi e azione politica Anno L (nuova serie) - N. 1 - Luglio - Agosto - Settembre 2013 - Autorizzazione Trib. di Napoli n. 1638 del 21.5.1963 Luglio - Agosto - Settembre 2013 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% LATINA Aut C/LT/27/2013 2 EDITORIALE SOMMARIO di Angelo Ruggiero ....................................................................... pag. 3 RISPOSTA A PANEBIANCO: UN RISCHIOSO RITORNO ALL’OCCIDENTALISMO di Pietro Giubilo ......................................................................... pag. 23 MANIFESTO PER IL RISCATTO DELL’EUROPA la Direzione di Tradizione ............................................................ pag. 5 LA DIFESA DEL RISPARMIO E LA GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI FINANZIARI UN GOVERNO A RISCHIO di Riccardo Pedrizzi .................................................................... pag. 25 di Massimo Anderson .................................................................... pag. 7 LO SCONTRO DI POTERE IN RCS UNA CASTA DI GRANDI MANAGER CONTROLLA IL PIANETA IL MONDO VERSO IL CAOS di Piero Sindaci ............................................................................ pag. 8 di Salvatore Grillo Morassutti ...................................................... pag. 28 ANCHE I NOSTRI GOVERNANTI SONO DEI RETTILIANI? L’ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO, di Giandomenico Tanza ................................................................ pag. 9 UNA RISPOSTA ALLA SFIDA DELLA CRISI GLOBALE di Pier Paolo Salieri ..................................................................... pag. 30 UNA REPUBBLICA AGLI SGOCCIOLI di Paolo Armaroli ......................................................................... pag. 10 PER UNA NUOVA REPUBBLICA LE PAROLE DI FRANCESCO: STORIA, POLITICA, IDENTITÀ di Papa Francesco Jorge Mario Bergoglio ....................................... pag. 34 di Gennaro Malgieri .................................................................... pag. 11 LA RIFORMA “MADRE” STA IN UNA NUOVA STAGIONE DEI DOVERI, DELLA CORRETTEZZA E DELLA SOLIDARIETÀ di Enrico La Loggia .................................................................... pag. 17 DIVO BARSOTTI: IL SACERDOTE, IL MISTICO, IL PADRE di Fausto Belfiori ......................................................................... pag. 35 EREDITÀ E ATTUALITÀ DEL FUTURISMO di Luigi Tallarico ......................................................................... pag. 39 IL MANIFESTO PER LA RIFONDAZIONE DELLO STATO appello del CESI ......................................................................... pag. 18 LA CREATIVITÀ ITALIANA NELLE ARTI di Francesco Gallo Mazzeo ........................................................... pag. 41 DALLA PRIMAVERA ARABA ALL’AUTUNNO TURCO di Alfredo Mantica ...................................................................... pag. 20 CINEMA di Enzo Natta .............................................................................. pag. 43 L’INCERTA STAGIONE DELLE “PRIMAVERE ARABE” di P. G. ....................................................................................... pag. 21 Tὰ βιβλία a cura di Francesco Cappuccio, Enzo Galizia e Maria Sara Ruggiero Periodico di studi e Azione Politica Anno L (cinquantesimo) - nuova serie nr. 1 N° 42 luglio/settembre 2013 Autorizzazione Trib. di Napoli n.1638 del 21.05.1963 Editore: Editoriale Intervento S.r.l. Direttore responsabile: Angelo Ruggiero Direzione: Massimo Anderson - Riccardo Pedrizzi Gennaro Malgieri - Ruggiero Ferrara - Pietro Giubilo Salvatore Grillo - Giorgio Gervasi - Ezio Lozzi Giuseppe Manzoni di Chiosca - Andrea Bottone Giusppe Valentino - Alfredo Mantica - Giulio Alfano Comitato Scientifico: Umberto Andolfato -Paolo Armaroli - Luca Gallesi Nicola Golia - Alfonso Indelicato - Mimmo Loiacono - Giovanni Mancino Francesco Menna - Angela Napoli - Giancarla Novelli Sergio Pessot - Gaetano Rasi - Tommaso Romano Maria Pia Ruggiero - Primo Siena - Ugo Sgubbi - Giandomenico Tanza Piero Vassallo Redazione: Piazza Roma, 4 Sc/c - 04100 LATINA Tel. 0773.480553 - fax 0773.412412 indirizzo e-mail: [email protected] Stampa: ABC Service S.r.l. - Via Magra, 26 - 04100 LATINA Articoli e fotografie, anche se non pubblicati, non si restituiscono. Le opinioni espresse negli articoli pubblicati rispecchiano unicamente il pensiero dei rispettivi autori. 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PRIMO SIENA Incontri nella terra di mezzo profili del pensiero differente di Angelo Ruggiero ....................................................................... pag. 47 PAOLO DEOTTO - LUCIANO GARIBALDI La vera storia dell’Uomo qualunque di Francesco Cappuccio .................................................................. pag. 49 GIANFRANCO AMATO I nuovi Unni di Vittorio Del Tufo ...................................................................... pag. 50 PADRE GIOVANNI MANCINI Francesco Denza metereologo ed astrologo di Alessandra Gargiulo .................................................................. pag. 51 Copertina: De Chirico, Piazza d’Italia, 1951, olio su tela, Inghilterra, collezione privata Giorgio De Chirico Figlio di un ingegnere ferroviario trasferitosi in Grecia, Giorgio De Chirico (1888-1978) vissuto a Monaco e a Parigi, ricorderà con fastidio quella «masnada internazionale di pittori moderni» conosciuti in Francia, così come con lo stesso aperto disprezzo valuterà la portata - per lui pari a zero - dell’esperienza futurista italiana. L’artista aveva opposto alle proposte innovative del primo decennio del secolo scorso una propria poetica, che in chiave moderna recuperava la tradizione classica e dei primitivi toscani. A questa posizione, che teneva conto della matrice simbolista e che intendeva rappresentare figurazioni espressive di significati complessi e misteriosi, specie utilizzando iconografie architettoniche (Le Piazze d’Italia) De Chirico, in uno scritto pubblicato nel 1918 nel primo numero della rivista Valori plastici, darà nome di “pittura metafisica”. Se in Italia l’interesse verso De Chirico s’avvia nel 1914 per affermarsi solo nel 1918, altrove il pittore era già largamente noto: frequentatore a Parigi di Apollinaire, Cocteau, Saimon e Raynal, espositore al Salon d’Automne (dal 1912) e des Indépendant (dal 1913), le sue opere erano comparse nella rivista americana 291 ed esposte alla galleria Dada di Zurigo nel 1917. 3 EdITORIALE di Angelo Ruggiero “ Tradizione” con questo numero compie cinquant’anni. Coloro che lo fondarono erano giovani che nati intorno agli anni della seconda guerra mondiale, militavano con entusiasmo e impegno nella destra italiana fin dall'immediato dopo guerra. Al termine del conflitto mondiale e della guerra fra italiani il nostro Paese si trovò profondamente diviso tra “vinti” e “vincitori”. Le forze politiche che presero il potere riportarono in Italia formule istituzionali sostanzialmente analoghe a quelle precedenti l’avvento del fascismo, ma con la forma repubblicana. L’antifascismo era il collante che univa social-comunisti e cattolico-democratici e l’”intreccio” si espresse nell’approvazione della Costituzione. Il mondo si era diviso per la Guerra fredda in blocco occidentale e blocco sovietico. La maggioranza della popolazione italiana che aveva assistito alla guerra civile, ancora una volta restava passiva di fronte ai nuovi eventi. Temeva solo la vittoria del blocco social comunista. Precedentemente, il 26 dicembre 1946, era nata una nuova formazione politica che subito fu indicata dagli avversari come un partito neo fascista, ma che in effetti non aveva alcuna intenzione di ripercorrere le orme del Fascismo che veniva considerato un’esperienza storica definitivamente conclusa, che veniva affidata al giudizio della storia. Il Movimento Sociale Italiano infatti voleva recuperare valori sempre validi in qualsiasi epoca, avendo ben chiara la questione della stabilità dei valori in una società come quella contemporanea che si andava sempre più secolarizzando. Occorreva quindi un ritorno e un rilancio della tradizione italiana fondata sulla sacralità della vita e sul rispetto della legge naturale. L’azione politica della destra si svolse nell’ambito parlamentare e attraverso libri di ricerca storica, di dottrina politica, istituti culturali e la pubblicazione di una miriade di periodici e giornali tematici. Un apporto significativo venne sul piano culturale dai numerosi giovani militanti nelle organizzazioni giovanili che vennero definite “parallele”. Essi maturarono nelle vicissitudini che si susseguirono: dalle manifestazioni per Trieste italiana, alle rivendicazioni per l’alto Adige, fino alla denuncia dell’abbandono da parte dell'Occidente delle rivolte nell’est dell’Europa soffocate dalla repressione sovietica. Particolarmente preparati, anche in ambito storico e dottrinale, dettero il loro contributo di idee e di azione, diventando l'elemento propulsivo della destra, al punto da esercitare una vera e propria egemonia nel mondo giovanile italiano, che si manifestò anche opponendosi alla anarchia sessantottina. Si svilupparono così importanti confronti e dibattiti nell’ambito della cultura di destra che dettero vita a pubblicazioni - come le riviste “Cantiere”, “Carattere”, “Azione” - . Organizzazioni giovanili, come la “Giovane Italia”, si aprirono all’apporto di tutte quelle correnti politico-culturali aliene dall’influenza marxista. Questo mondo giovanile ebbe il ruolo di allargare l’orizzonte sulla realtà politica , sui temi concreti, aiutando ad abbandonare ogni forma di “nostalgismo”. Tra queste pubblicazioni comparve anche la nostra rivista. Scegliere la testata “Tradizione” fu un atto sfrontato di coraggio. La tradizione come forza viva, portatrice di una concezione spirituale della vita e del mondo, che si identifica in quella della Chiesa cattolica e della sua dottrina. E' la tradizione, che si oppone al modernismo, al RinnoviAmo l’imPegno Continua a pag. 4 4 Continua da pag. 3 Le identità non sono reperti arcaici, inerti e retorici o, come rozzamente dice qualcuno, cazzate e baggianate? L'identità è un principio fondamentale in filosofia: è di derivazione presocratica ma Aristotele fonderà la logica occidentale sul principio d'identità... Personalmente preferisco riferirmi a un principio più fluido e vitale che è la tradizione, dove la continuità implica il mutamento, il passaggio generazionale di padre in figlio, e dove il senso della trasmissione non riguarda solo il passato ma anche il futuro. Diciamo che l'identità sta alla tradizione come la montagna sta al mare. O, con una formulazione più filosofica, l'identità attiene all'Essere, la tradizione è l'essere in divenire. sessanta e settanta anche grazie ad una periodicità regolare. L’uscita dei numeri della rivista ha avuto tempi più dilatati per i periodi successivi, ma la nostra testata è sempre sopravvissuta, mentre altre pubblicazioni, anche più autorevoli, sono scomparse e dimenticate. Oggi, con questo numero, grazie all’impegno anche economico di un gruppo di amici che comporranno la direzione politica della rivista (avrete modo di leggere i loro nomi all’interno della copertina) riprendiamo il cammino. Per ciò che mi riguarda continuo ad essere il direttore responsabile, ma la rivista uscirà con un lavoro di squadra, senza per altro snaturare o cambiare gli indirizzi di fondo. Oggi è più che mai necessario rilanciare una concezione tradizionale del mondo e della vita, in un periodo ancora peggiore di quello di cinquant’anni fa, con una crisi esistenziale, economico-finanziaria e sociale spaventosa da superare. La sfida che intendiamo lanciare è quella di una cultura che si proponga come elemento di iniziativa e di coesione, di approfondimento e di indirizzo, per un’area politica che si stabilizzi come reale alternativa ad una sinistra del tutto reclinata sul neolluminismo radicale e sulla logica economico sociale della globalizzazione e della grande finanza. Intendiamo comprendere a fondo quale sia il percorso che l’Italia ha di fronte per superare la sua crisi politica e istituzionale e per riannodare l’ orizzonte politico europeo ad un grande disegno di civiltà e di sviluppo. A questo fine, in questo primo numero pubblichiamo l’“Appello per il risveglio dell’Europa” a firma di tutti gli animatori e promotori di questa nuova avventura. Marcello Veneziani Angelo Ruggiero relativismo e al nichilismo oggi dominante. La nostra rivista ha attraversato più di mezzo secolo denso di avvenimenti e trasformazioni che hanno cambiato il mondo. E non ha mai avuto vita facile per i problemi che ci hanno sempre accompagnato, non essendo mai stati strumento di interessi personali e di bottega. Tutti coloro che hanno dato vita al nostro giornale, e tutti i collaboratori che si sono aggiunti al nucleo originale del 1963, non hanno mai fatto politica per questioni di sussistenza personale. Tutti, dai meno noti ai più autorevoli, si sono conquistati un posto nella società con la loro attività: nell’impiego pubblico e privato, nel commercio, nell’imprenditoria, nell’insegnamento, nelle varie professioni, nel giornalismo, considerando la politica come passione, impegno civile e dovere di testimonianza ideale e morale. Continueremo su questa strada. “Tradizione” ha avuto successo negli anni La Tradizione non riguarda solo il passato ma anche il futuro 5 MANIFESTO PER IL RISCATTO dELL’EUROPA N egli ultimi decenni in tutto l'Occidente ed in particolare in Europa, si è registrata la perdita di fondamentali valori sui quali questa parte del mondo aveva affermato nei secoli la propria storia di cultura, di civiltà, di sviluppo, con l'introduzione di stili di vita che si allontanano dall'etica tradizionale e che si inquadrano in una visione relativista dell'uomo e con la privazione di tutte le libertà personali che comporta l'esasperata massificazione in atto nelle società occidentali. Relativismo e assenza di libertà hanno infranto ogni riferimento alla verità. Per giunta la finanziarizzazione dell'economia e la globalizzazione dei mercati hanno soppiantato e marginalizzato il lavoro dell'uomo che ha perso la sua centralità nel processo produttivo. L'indebitamento degli stati, delle imprese e delle famiglie è la conseguenza di una economia che ormai sfugge alle stesse logiche del mercato in quanto regolata da una leva finanziaria che si racchiude in pochi operatori in grado di condizionare gli stessi stati, quantomeno quelli finanziariamente più deboli. Infatti la finanziarizzazione dell'economia si rende evidente dalle cifre che recentemente sono state diffuse dalla stampa specializzata. I derivati, alla fine del 2011, erano 14 volte la capitalizzazione delle Borse di tutto il mondo e superavano di 9 volte il PIL del globo; essi ammontavano a 647 mila miliardi di dollari di valore mondiale. L'affermazione di una vera e propria ideologia della globalizzazione, anche in politica, ha privato le democrazie del loro contenuto partecipativo, facendo emergere poteri sovranazionali autonomi di carattere tecnocratico, che hanno espropriato di fatto la sovranità sia dei Parlamenti che delle forze politiche. La stessa aggressiva polemica contro le classi politiche cela un interesse di poteri tecnocratici ed autoreferenziali . E' il “giudizio dei mercati” quello che conta non solo nella politica economica e di bilancio, ma anche nella organizzazione e nella vita della società civile, con la messa al bando e l'aggressione a popoli e nazioni. La bolla speculativa, il cui controllo appare sempre più problematico, oltre a mettere in ginocchio l’economia reale dei paesi assaliti, ne mina le istituzioni politiche tanto che “le banche non possono fallire, gli stati sì”. La globalizzazione però non si può negare, ma si deve controllare; occorrono perciò delle regole ed un quadro di riferimento giuridico fondati su alcuni principi di etici che coniughino la economia del libero mercato con la solidarietà. Occorre raggiungere un riequilibrio del rapporto tra finanza ed economia reale. E' necessario innanzitutto che l'Unione europea recuperi l'idea di Nazione e di Stato. Il disegno economicistico ha prodotto il fallimento dell'idea di Europa che non può realizzarsi con norme e regolamenti, ma richiede la ripresa di una idea politica che riscopra e rilanci le comuni radici della nostra civiltà. Appare urgente risanare le ferite storiche dell'800 e del '900 delle guerre civili europee se si vuole costruire la “casa comune europea”, “dall'Atlantico agli Urali”. L'Europa deve innanzitutto trovare la forza per riaffermare la propria identità cristiana e occidentale. Per promuovere il “Bene Comune”, a cui si è andato sostituendo, in questi ultimi decenni, un paradigma incentrato sulla priorità dell'economia, oscurando il cammino politico ed innescando un processo egoistico e non solidale. Al più presto perciò occorre una politica estera e di difesa comuni. L'Unità dell'Europa o sarà Berlino - Porta di Brandeburgo fondata sulla solidarietà tra i popoli o non sarà. di questa idea l'Italia deve farsi promotrice e muovere i governi e le opinioni pubbliche. Senza accelerazione del processo di unificazione politica non potranno più essere cedute quote di sovranità nazionale ad organismi privi di legittimità democratica ed ogni interferenza nelle scelte politiche ed elettorali di ciascun paese costituisce una palese violazione del principio di democrazia secondo il quale ogni popolo ha diritto di essere governato da chi egli stesso sceglie. La crisi dei paesi dell'aerea sud del Continente, maggiormente esposti sul debito ed in particolare per l’Italia, è nata anche a causa di operazioni speculative creando oltretutto una forte conflittualità all'interno della stessa Europa. Gli interventi per la ripresa delle economie locali devono essere accompagnati da una revisione profonda del ruolo e delle competenze della struttura finanziaria europea a partire dalla Banca Centrale che deve trasformarsi in un organismo portatore di garanzia del debito , mentre il rientro dal debito non può che realizzarsi a più lungo termine e con l'emissione di nuovi strumenti (eurobond) che sostituiscano i titoli dei singoli stati. Il sistema politico italiano deve essere in grado di contrastare i fattori disgregatori che si stanno diffondendo nella Continua a pag. 6 6 Continua da pag. 5 società e causa della crisi economico-finanziaria. A tal fine è necessario un progetto di riforma della Costituzione italiana secondo una visione non ideologica, ma fondata sul diritto naturale che rigeneri la legittimità del governo del Paese, sulla base di una legittimazione popolare, attraverso l'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una repubblica presidenziale che, da un lato, rafforzi il ruolo dell'Esecutivo, e, dall'altro, riaffermi il principio di sussidiarietà come articolazione organica e decentrata del sistema statuale. Senza una “grande riforma”, la democrazia italiana rischia di degenerare in una oligarchia in corpi dello stato e della società. L'inarrestabile diffusione dei virus dell' “antipolitica” raccolti da alcune forze scese in campo cavalcando la protesta avvicinate e blandite dagli ambienti intellettuali ispirati alla “rivoluzione laicista”, impone di agire per il rafforzamento della democrazia, intesa come partecipazione popolare. Infatti l'indebolimento del sistema politico rischia di essere pagato a caro prezzo dal popolo italiano, ed, in particolare, dalle fasce più deboli della società. Oltretutto la crisi economica che sta determinando la crescita delle diseguaglianze può essere arrestata solo da un intervento della politica. del resto, anche il ceto medio produttivo, la classe media, che ha sempre rappresentato la spina dorsale della nostra società, con una forte capacità di crescita civile, è oggi spaesata, cioè non si sente rappresentata e ritiene che si tenti di fargli pagare il prezzo della crisi. E’ venuto a mancare il quadro sul quale si poggia la sua alta capacità di impegno e di creatività. Nell’Italia di oggi sono venute a mancare le certezze e la stabilità che costituiscono il suo terreno operativo. Attualmente il sistema istituzionale non produce decisioni adeguate sul piano amministrativo e politico; il valore economico e civile del risparmio e il patrimonio familiare e di impresa sono aggrediti da una fiscalità ossessiva; il sistema giudiziario lentissimo sul piano civile e inefficace e politicamente finalizzato sul piano penale non garantisce una giustizia giusta, i servizi educativi e della sicurezza sono inadeguati. Occorre richiamare valori e interessi sui quali ricostruire la fiducia, e rilanciare la grande capacità di questi ceti di creare ricchezza e sviluppo per il Paese. dopo anni di egemonia della cultura di sinistra, alla quale avevano contribuito l'eclisse del pensiero cattolico ed il clima consociativo che aveva caratterizzato gran parte del secondo dopoguerra, l'emergere di una politica bipolare aveva riaperto spazi per una cultura affrancata delle ideologie. L'incontro tra la fede biblica di matrice giudaica, il pensiero greco ed il patrimonio di Roma ha consegnato alla civiltà occidentale una impronta perenne ed una visione dell'uomo oggi attaccato dallo scientismo, la nuova ideologia che, superando le filosofie immanentiste, razionaliste, illuministe e esistenzialiste non si limita “più soltanto ad interpretare l'uomo, ma addirittura a trasformarlo”. Nasce perciò la “questione antropologica”, che si gioca su un terreno sul quale è impossibile ogni forma di mediazione: è il campo dei valori indisponibili. Sono questi valori “non negoziabili” radicati nella retta regione e quindi validi anche per i non credenti, senza i quali non si è in grado di tutelare il vivere civile e il quadro complessivo giuridico istituzionale: la sacralità della vita, dal suo concepimento al suo termine naturale, la bioetica, l'istituto familiare come regolato dalla Costituzione, l'etica della responsabilità, il rispetto e la valorizzazione del merito, la dimensione partecipativa, la coesione e la solidarietà sociale, la libertà di educazione, la valorizzazione del lavoro e dell'iniziativa d'impresa in una economia sociale di mercato, in sostanza il “Bene Comune” rispetto all'individualismo che caratterizza l'epoca attuale. Tali principi e indicazioni politiche non possono essere confinati alla sfera delle testimonianze individuali, ma richiedono espressioni? programmatiche chiare e coerenti. Su tali prospettive si fonda la rinascita della politica. L'esigenza di un forte carattere identitario deriva dalla necessità di contrastare l'ideologia relativista che si è diffusa in Occidente e che si è rivelata non è in grado di affrontare i problemi che sorgono dalle società multietniche prodotte dalle forti ondate migratorie. «Del resto una democrazia senza valori si converte facilmente in quel totalitarismo aperto oppure subdolo come dimostra la storia» (giovanni Paolo ii, Enciclica Centesimus Annus). Solo su queste basi in Italia va impostata la questione degli immigrati che si risolve con corrette ed efficaci politiche di integrazione. Il magistero sociale della Chiesa indica che è ancora possibile percorrere una strada che riconsegni un grande destino all'uomo d'oggi. Conclusioni Pertanto nell'Europa che vogliamo è necessario che venga promosso e nasca una coscienza “patriottica” europea, che riaffermi: a) La valorizzazione della piena libertà di educazione e d'impresa quali elementi indispensabili di reazione alla crisi globale . b) Il riconoscimento dei principi di responsabilità per sonale e di rappresentanza democratica; c) L'applicazione del principio di “sussidiarietà” per re golare i rapporti fra l'Unione, gli Stati nazionali e i cittadini europei e del principio di solidarietà. d) Il sostegno giuridico ed economico-sociale alla famiglia naturale basata sull'unione tra uomo e donna, fondamento della società. Massimo Anderson - Riccardo Pedrizzi - Angelo Ruggiero Gennaro Malgieri - Ruggiero Ferrara - Pietro Giubilo Salvatore Grillo - Giorgio Gervasi - Ezio Lozzi Giuseppe Manzoni di Chiosca - Andrea Bottone Giusppe Valentino - Alfredo Mantica - Giulio Alfano 7 Attualità UN GOVERNO A RISChIO di massimo Anderson C on le decisioni di Bruxelles rientriamo tra i Paese virtuosi e il governo incassa in Europa due punti a suo favore. Il primo, sull’occupazione giovanile; il secondo, dopo aver “fatto i compiti a casa” abbiamo ottenuto il riconoscimento sulla “flessibilità di bilancio” che potrebbe liberare alcuni miliardi nei prossimi tre anni, ma sono in arrivo anche nuovi vincoli. Questi riconoscimenti insufficienti a risolvere la grave crisi che il Paese attraversa potrebbero riattivare la speculazione finanziaria internazionale; se ciò non si è verificato lo si deve, ancora una volta, all’intervento di Draghi che con la dichiarazione che: “la Bce avrebbe mantenuto bassi i tassi d’interesse (-0,5) ha messo sotto protezione l’euro. Questo intervento di Draghi a difesa dell’economia europea, scrivono alcuni giornali, non è stato gradito dalla finanza americana come dimostrano anche le improvvide dichiarazioni dal Fondo Monetario Internazionale. Questi ripropone l’imposizione dell’IMU sulla prima casa che rappresenta, dopo quella delle intercettazioni telefoniche (spionaggio politico-industriale) una ulteriore illegittima interferenza che lede gravemente la sovranità del parlamento italiano. Il Fondo Monetario Internazionale, espressione della finanza internazionale manifesta una opinione, non richiesta, ma finalizzata alla esclusiva salvaguardia degli interessi bancari-finanziari. Le conseguenze nefaste di queste ingerenze, in un recente passato, hanno interessato Grecia, Cipro e l’Argentina i cui disastrosi risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro va tenuto conto che Equitalia , a tutt’oggi non ha riscosso imposte per oltre 545 miliardi di euro quindi è sempre più incomprensibile l’accanimento teso all’incasso eventuale dell’IMU sulla prima casa per ottenere 4 miliari, mentre lo Stato per aver determinato la crisi del mercato immobiliare ha bruciato introiti per oltre 1 miliardo e 700 milioni di euro a causa di mancate transazioni e 40 miliardi di indotti relativamente al comparto casa. Non sottovalutiamo che alcune forze politiche e sindacali stanno conducendo una operazione per “convincere e costringere”, a causa del pesante gravame fiscale, i proprietari di casa a non investire nel mattone, ma a dirottare i loro risparmi verso gli investimenti della finanza (per ritrovarci spesso, con un pugno di mosche in mano). A tal proposito, vogliamo ricordare che l’economia reale nulla ha che spartire con la speculazione finanziaria, mentre, oggi, ci si lascia travolgere da questa riconoscendogli valore primario. Si plasmano così le misure a immagine e somiglianza degli intendimenti degli speculatori, evitando accuratamente di porre mano a provvedimenti per la crescita e lo sviluppo. Ci si accanisce, con determinazione degna di migliore causa, sulla ricchezza del Paese reale, cioè sugli immobili e sui loro proprietari, togliendo così liquidità al mercato, deprimendo i consumi ed impedendo di fatto qualsiasi possibilità di ripresa. Tornando all’economia reale, a livello europeo ci sono margini di intervento, ma per avere maggiore libertà di fare alcune scelte per la crescita occorre conquistare la fiducia dei mercati e degli investitori. Il governo dovrebbe presentare un piano triennale, approvato dal Parlamento, di riduzione delle imposte e apportare consistenti tagli alla spesa pubblica; Alesina e giovazzi, sul “Corriere della Sera” lo hanno quantificato in 50 miliardi di minori tasse sul lavoro e altrettanti di minori spese spalmate su tre anni. Contemporaneamente l’Italia dovrebbe chiedere all’Europa di poter su- perare per due anni la soglia del 3 % come concesso a Francia e Spagna. Per mutare il percorso della crisi economica occorre che il governo , LettaAlfano, abbia come obiettivo il raggiungimento di alcuni fondamentali e condivisi obiettivi (legge elettorale, riforma istituzionale, tagli alla spesa pubblica e agli sperperi della politica) per condurre il Paese verso nuove elezioni. Questo è il compito del Governo voluto e difeso da napolitano. Se non vi sarà stabilità politica e rispetto degli impegni sottoscritti (IMU-IVA) tra i due “contraenti” se ne dovrà prendere atto con tutte le conseguenze del caso. Il PdL presenta al Governo un piano per tagliare il debito di 400 miliardi; il Pd si lacera nelle polemiche pre-congressuali. P. S. Berlusconi sembra “sconfitto” da una sentenza della magistratura, ma non certo dal consenso popolare. Sino a quando le sinistre manettare e forcaiole non sapranno scegliere tra fazione e la convivenza civile, si può essere certi che la faziosità, l’odio, prevarranno sino all’assurdo; cioè sino alla morte politica e civile dell’avversario. E da napolitano un gesto di pacificazione nazionale non è venuto e forse non verrà. Ma l’utopia è quella di voler imporre, con una sentenza giudiziaria, una democrazia priva della presenza di un leader che rappresenta 9 milioni di elettori, che si riconoscono nell’alternativa del centro destra. De Chirico - La torre rossa 1913 8 Attualità LO SCONTRO dI POTERE IN RCS Esiste in italia una stampa libera e autonoma? di Piero Sindaci L a disputa tra la Fiat e l’imprenditore Diego Della valle - che possiede quote importante dei grandi magazzini di lusso americani Saks e più noto per Tod’s - sull’azionariato di controllo di RCS presenta tutte le caratteristiche di uno scontro di potere. La testata del “Corriere della Sera” non si pone , in questa disputa, come una espressione qualificata dell’ informazione da tutelare nella sua autonomia, ma appare come il frutto proibito di cordate di imprenditori, con cospicui interessi da difendere, che se ne contendono la proprietà o comunque la quota di maggioranza e di controllo della testata. Già il sistema RCS era organizzato secondo un patto di sindacato (che comunque durerà fino al 2014), nel senso che la quota di controllo sfuggiva al libero mercato borsistico. Come a dire che in Italia si può tentare qualsiasi scalata borsistica, ma ciò viene impedito per RCS. Siamo in presenza cioè di un qualcosa che è l'opposto della libertà di mercato e dell'autonomia della stampa, in fin dei conti della libertà e dell’autonomia dell’informazione. Della valle, che non è certo un editore puro, ed ha i suoi ben precisi interessi industriali, ha raggranellato quello che poteva sul mercato e poi, di fronte alla defezione di qualche socio, ha aperto una disputa interna al patto di sindacato, contestando alla Fiat l’acquisto di un pacchetto azionario che ne ha raddoppiato la quota di controllo . Poi, con grande abilità, nella sua battaglia in favore “della libertà di opinione”, ha chiamato in causa, con una lettera ad alcuni quotidiani, il Presidente Napolitano, affinchè facesse sentire la sua “voce” e invitando “tutti” gli azionisti a fare “un passo indietro lasciando completamente l’azionariato del Gruppo liberandolo così da tutte le vecchie polemiche e da tutte le dietrologie di ogni tipo”. “La situazione da me auspicabile - ha anche scritto - non essendoci editori puri disponibili, sarebbe quella di trovare un gruppo di investitori privati, liberi, italiani che abbiano come unico obbiettivo quello di far tornare la società competitiva”. RCA non è competitiva perché è vissuta in un quadro chiuso al mercato ed i tentativi di scalata che si sono avuti, più o meno qualificati, sono finiti nelle cronache giudiziarie. In quanto all’editore puro, uno dei più grandi editori in Italia, Angelo Rizzoli, pur tra errori, si trovò dalla mattina alla sera privato della proprietà del giornale con un non ancora chiarito giallo, bancario, piduista e imprenditoriale. Lo stesso giorno del “manifesto” di Della valle, sulla stessa pagina, del “Corriere”, però si dava evidenza ed una dichiarazione di Sergio marchionne: “ Rcs è strategica”, come a dire che l’azienda Fiat ritiene decisivo, per la sua prospettiva industriale, l’asset RCS. Più chiari di così! Che la stampa quotidiana più “autorevole” sia strategica per il mondo industriale italiano è un dato di fatto eppure non desta alcuna reazione nei paladini in servizio permanente effettivo della libertà e della democrazia. Basti pensare a “La Stampa”, al “Sole 24 Ore”, al “Messaggero”, al “Mattino”, e così via. Non si vede un solo editore puro, ma Banche, Imprese industriali e compagnia cantando e nessuno dei difen- La sede di RCS Group sori in servizio permanente effettivo della libertà di opinione si domanda cosa c’entri un imprenditore che fabbrica cemento con la proprietà di un quotidiano. La situazione è tale che l’entrata, come lui stesso ha definito, prudentemente, “in punta di piedi” dell’editore “puro” Urbano Cairo nel capitale RCS, con un modesto 2,8 per cento, ha destato molto stupore. Il caso volle che, nello stesso numero del “Corriere” di martedì 9 luglio, in prima pagina, il quotidiano di via Solferino anticipasse, con straordinario tempismo, le motivazioni per le quali la Cassazione avrebbe deciso, poche ore dopo, di fissare per il 30 luglio l’udienza sul ricorso degli avvocati di Berlusconi per la sentenza Mediaset. La dovizia di particolari e l’elencazione precisa delle possibili conseguenze nei riguardi dei problemi giudiziari di Berlusconi di uno slittamento all’autunno dell’udienza, insieme all’annuncio intervenuto subito dopo, hanno fatto pensare, a giornalisti e parlamentari dell’area PdL che l’“anticipazione” venisse da una “imbeccata” giudiziaria. Qualcuno ha ricordato l’“anticipazione” sempre del “Corriere” per l’avviso di garanzia a Berlusconi a Napoli nel 1994. Ancora una volta il “Corriere” sembra caratterizzarsi come uno straordinario mezzo di potere che interviene con precisione e con informazioni riservate, comprese le trascrizioni di intercettazioni, sulle vicende della politica italiana. Quando si troverà, un pugno di parlamentari coraggiosi, (ma ci vuole davvero coraggio per simili iniziative?) disposti a presentare una legge che, prendendo ad esempio la normativa che regola la stampa negli Stati Uniti, impedisca a imprese industriali ed alle banche ecc. ecc. di possedere quote di proprietà di aziende editoriali? Un’ultima domanda: quando si deciderà il nuovo Presidente della Camera a ripristinare la rubrica accessibile a tutti della rassegna stampa quotidiana che gli editori hanno preteso di lasciare riservata solo all’interno dell’istituzione, privando così centinaia di migliaia di cittadini di accedere ad un sevizio informativo gratuito ? 9 ANChE I NOSTRI GOVERNANTI SONO dEI RETTILIANI? di giandomenico Tanza d avid icke è, in Gran Bretagna e in tutti i paesi di lingua anglosassone, uno degli scrittori e conferenzieri più conosciuti, con un enorme seguito di lettori appassionati pronti a comprare ogni suo libro alla prima uscita. Meno noto in Italia, il nostro ha elaborato una teoria molto originale. Semplificando all’estremo, il nucleo del suo pensiero, espresso in numerose pubblicazioni e in oltre quindici libri/best seller, consiste nella convinzione che un governo ombra mondiale, guidato dalla “fratellanza babilonese/babylonian brotherhood” e costituito da “umanoidi rettiliani” (rettili in grado d’assumere sembianze umane) determini il destino del mondo attraverso esperimenti d’ingegneria sociale e mediante il controllo e la manipolazione mentale esercitati dai mass media e da messaggi subliminali. Questa teoria una volta espressa, se per un verso segnò la fine della carriera politica di Icke (espulso dal movimento verde britannico di cui era esponente di rilievo e portavoce) dall’altro favorì grandemente la sua popolarità di scrittore presso i sudditi di sua maestà. Tra l’altro Icke indicava come appartenenti alla razza dei rettiliani alcuni personaggi di assoluto peso nella vita politica anglosassone quali la regina madre, Harold Wilson, Tony Blair, e presidenti degli Stati Uniti quali george Bush e Bill Clinton. La sua convinzione che un gruppo di “illuminati” abbia instaurato un nuovo ordine mondiale secondo i dettami dei “Protocolli dei savi di Sion” gli ha comportato, tra le altre, anche accuse di antisemitismo cui icke ha replicato sostenendo, in sostanza, che i banchieri d’origine ebraica indicati come facenti parte del governo ombra mondiale erano da lui additati non in quanto ebrei ma nella loro qualità di rettiliani. Molti critici e molti commentatori si sono sbizzarriti cercando di trovare la vera interpretazione del pensiero dello scrittore inglese taluni anche ritenendo che quello dei rettiliani sia un escamotage dello stesso icke per riuscire a passare come “matto del villaggio” e poter così liberamente indicare al suo vasto pubblico gli appartenenti a lobbies mondialiste effettivamente esistenti e operanti. Quali che siano le autentiche motivazioni del successo di Icke è da rilevarsi come in effetti, soprattutto in occidente, si sia venuta a creare, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, una frattura enorme fra governanti e governati, fra amministratori e amministrati, fra politici e popolo sostanzialmente. distanza questa che si è accentuata col rafforzarsi di istituzioni sovranazionali che hanno, via via limitato, nel corso degli anni, la dimensione politica dello stato/nazione rendendo, in molti casi, quasi inutile l’attività dei singoli parlamenti nazionali che hanno abdicato alla loro funzione a favore di quel mostro giuridico che è l’attuale Unione Europea. Spiega perfettamente il quadro l’antropologa ida magli in un suo editoriale dal titolo esplicito “I governanti ci vogliono uccidere” in cui indica due principali ordini di interessi da parte dei governanti: “Il primo è di carattere politico; Ida Magli Attualità David Icke distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea distruggere i popoli d’Europa ossia i “bianchi” facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere ad un governo “americano mondiale”…Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costituiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande “Impero” finto, di carta che non conta nulla ma che per i politici dei singoli stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi”. In un quadro simile, i governanti, non possono non essere percepiti come estranei al corpo sociale: dei marziani, dei rettiliani appunto, assolutamente diversi in tutto dai sudditi che li mantengono. Il caso italiano è, come al solito, emblematico: in un momento di crisi economica drammatico, in cui le imprese chiudono, gli imprenditori che vedono fallire la propria azienda si suicidano insieme ai lavoratori che perdono il loro posto di lavoro, alcune anime belle tra i nostri politici propongono l’introduzione dello “ius soli” nella legislazione italiana, ovviamente per favorire un’invasione di disperati tale da azzerare l’identità nazionale. O forse anche per poter assistere dalle loro postazioni privilegiate allo spettacolo immondo, ma per loro eccitante, della guerra fra poveri. Allora ha ragione David icke: sono dei marziani, dei rettiliani provengono da altri mondi a noi ignoti e molto lontani. O forse vengono dal Congo. Sempre ida magli, questa saggia signora nata nel 1925, ce li descrive: “Sono i nuovi governanti del popolo italiano, i suoi despoti, i suoi sfruttatori, i suoi traditori, i suoi nemici, i delegati di quel Potere che si nasconde dietro il Bildelberg, la Trilaterale, l’Aspen Institute…” 10 Dibattiti: Riforme UNA REPUBBLICA AGLI SGOCCIOLI di Paolo Armaroli L a forma di governo presidenziale o semipresidenziale è stata sempre minoritaria nel nostro Belpaese. E lo è stata, siamo giusti, a ragion veduta. All’Assemblea costituente, praticamente solo contro tutti, si spese in tal senso un gigante del diritto come Piero Calamandrei. E, con lui, il minuscolo Partito d’Azione. Nella convinzione che il ripristino del regime parlamentare, sia pure riveduto e corretto, non avrebbe evitato le crisi ministeriali a ripetizione e la sudditanza dell’Esecutivo al Legislativo. Ma prevalse il timore del tiranno: quello morto e sepolto e l’altro che da un momento all’altro poteva materializzarsi con le sembianze di Peppino Stalin. dopo Calamadrei, hanno rialzato il vessillo del presidenzialismo personalità diverse come Randolfo Pacciardi, giorgio Almirante e Bettino Craxi. Convinti che per ridimensionare una democrazia mediata nel bel modo che sappiamo dai partiti occorresse passare all’elezione popolare diretta del capo dello Stato, dotato di poteri simili a quello dell’omolologo d’Oltrape. Ma tutto fu inutile. Perché Sua Maestà la Partitocrazia, il tiranno senza volto illustrato da par suo da giuseppe maranini, non ha mai avuto la benché minima intenzione di privarsi dello scettro per consegnarlo al popolo sovrano. Ecco che a partire dal 1858 si allarga la forbice tra le consorelle latine. La Quinta Repubblica francese rompe con il parlamentarismo vecchia maniera, riproduce in sostanza le istituzioni della Seconda Repubblica del 1848 e inforca la bicicletta del bipolarismo. La Prima Repubblica di casa nostra, invece, prosegue il suo trantran come se nulla fosse. Continua a rosicchiare - per dirla col Carducci - il cardo rosso e turchino del parlamentarismo e procede lemme lemme a cavallo di un triciclo sgangherato: con una grossa ruota centrale di governo e due ruote più piccole a dritta e a manca condannate a rimanere all’opposizione in servizio permanente effettivo. Agli albori della Repubblica avevamo istituzioni deboli compensate da partiti forti. Ora, senza riforme degne di questo nome, le istituzioni sono rimaste gracili. Per di più, i partiti hanno perduto la spinta propulsiva di una volta. E il vuoto di potere si è avvertito sempre più. Ma anche la politica ha orrore del vuoto. Come sosteneva il generale De gaulle, un esperto in materia, il potere non si prende. No, si raccatta. Una frase che avrebbe potuto dire nel 1922 Benito mussolini. Ecco che pian piano il potere disperso dalla palude partitica viene accumulato dal Colle. La presidenza leone - e non certo per suo demerito ma per la canagliesca campagna contro di lui che non aveva neppure l’ombra del fondamento - segna il punto più basso della suprema magistratura dello Stato. Ma dopo leone la curva potestativa del Quirinale segna un’impennata. Sandro Pertini recita due parti in commedia: santo protettore dei suoi governi e fustigatore di una classe politica della quale fa parte. Francesco Cossiga nell’ultimo biennio usa il piccone per demolire il marcio politico. oscar luigi Scalfaro, devoto al Parlamento, è forse il più presidenzialista di tutti: scioglie le Camere motu proprio nel 1994, fa vedere i sorci verdi al governo Berlusconi e ne favorisce la caduta, fa il bello e il cattivo tempo. Carlo Azeglio Ciampi con intelletto d’amore ricuce gli strappi della nostra storia nazionale. E infine giorgio napolitano è l’unico presidente della Repubblica rieletto da un Parlamento che guarda a lui come i napoletani implorano la grazia a San Gennaro. E nel messaggio d’insediamento più lui usa la frusta senza risparmio di energie, più i grandi elettori si spellano le mani dagli applausi. Segno, più che di masochismo, di cattiva coscienza. Un pugno d’uomini buoni a nulla e capaci di tutto. napolitano alla fine del 2011 s’inventa il governo Monti e lo segue passo passo per un anno. dopo le elezioni del 2013, abbiamo il suicidio in diretta di Bersani. dopo di che il Quirinale nomina il governo presieduto da enrico letta suggerendogli più di un ministro, vincolandolo alla formula politica delle larghe intese senza che nessuno muova obiezioni e consegnandogli in pratica un programma come quello distillato dai dieci saggi. Si conferma così il Lord Protettore di una Seconda Repubblica che ha i mesi contati. enrico letta nelle sue dichiarazioni programmatiche è stato chiarissimo. ha detto che non ha intenzione di sopravvivere e di vivacchiare a tutti i costi. Una bella presa di distanza dalla massima di giulio Andreotti secondo la quale è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Non a caso ha rilanciato quella Convenzione costituente enunciata da Bersani su consiglio di napolitano come mero espediente per attirare un Pdl escluso nelle intenzioni di Bersani dal governo e poi ripresa dai comitati istituiti dal capo dello Stato. E’ significativo che uno dei dieci “saggi”, gaetano Quagliariello, sia il ministro preposto alla riforme costituzionali. In una recente intervista Quagliariello ha osservato che ancora una volta la Repubblica si troverà a un bivio: regime parlamentare o regime semipresidenziale alla francese? Ecco il dilemma. Quando nel 1958 la Francia passò dalla Quarta alla Quinta Repubblica, in Italia la sinistra ne disse di cotte e di crude: che era un abito su misura per il Generale, che era un colpo di Stato permanente. Poi fu eletto il socialista mitterrand e solo allora si cominciarono a rivalutare le istituzioni d’Oltralpe. Adesso perfino Bersani, ed è tutto dire, si dichiara non pregiudizialmente contrario al semipresidenzialismo. d’altra parte posso portare la mia personale testimonianza. Alla commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da D’Alema, grazie a un accordo segreto tra Pinuccio Tatarella e Roberto maroni, passò per un soffio l’elezione popolare diretta del capo dello Stato. A quel punto, più pallido che mai, forse perché carente di globuli rossi, scese dal tronetto allestito nella Sala della Regina di Montecitorio D’Alema e, con un filo di voce, esalò queste parole: “Ma allora qui ci vuole il doppio turno alla francese per eleggere i deputati”. Ripartiamo da qui. E, soprattutto, non rassegniamoci all’idea che le riforme da noi si realizzano di fatto senza i crismi della legalità. 11 PER UNA NUOVA REPUBBLICA Dibattiti: Riforme Dalla democrazia mafiosa alla sovranità popolare di gennaro malgieri sua stessa indolenza le traballanti is- zarono nel profondo, nella seconda tituzioni che non ha saputo o voluto metà del XIX secolo, la partitocrazia i è tornata alla mente, rivitalizzare per come i tempi es- ha convissuto e convive con le istinegli ultimi tempi segnati igevano. Quando una classe politica tuzioni al punto di essere considerata dalla crescente polemica non assolve agli elementari doveri elemento permanente del paesaggio sull’antipolitica e sull’inadeguatezza cui è tenuta, è inevitabile che si qual- politico italiano, fino a connotarsi della politica a comprendere i suoi ifichi come Maranini l’aveva quali- come una sottile forma di totalilimiti, un’amara considerazione di ficata sul finire degli anni Quaranta: tarismo, oppressiva ed invadente. E’ giuseppe maranini, inascoltato partitocrazia. stato comunque nel corso degli ultimi sessant’anni che essa si è profeta dell’avvento del “tiranno Partitocrazia: una formula allargata come un’infezione, prosenza volto”, la partitocrazia. Nel 1963 maranini lanciava questo attuale ducendo guasti irreparabili. Il connubio, infatti, tra partitismo ed tremendo atto d’accusa: “Senza dubE’ da questa nozione che affarismo segna la crisi della politica bio la moralità pubblica è infima, la educazione è pessima. Ma come la bisogna ripartire per immaginare il i cui costi oggi vengono messi sul moralità e la educazione possono ritorno - non so quanto utopistico - banco degli imputati per giustificare migliorare, finché operi un sistema al primato della politica ed alla ri- la crisi del rapporto tra popolo e parpolitico-amministrativo così caotico costruzione delle strutture statali e titi, ma è un problema marginale, di e irresponsabile, e dunque tanto costituzionali, in una prospettiva de- facile soluzione e chiara marca demdiseducativo? Finché nella paralisi cisionista, partecipativa, solidarista agogica: basterebbe abolire gli enti della giustizia e nell’assenza di ogni e libertaria che dia sostanza alla inutili, le assemblee elettive pleresponsabilità politica ed ammin- democrazia, la rinvigorisca, la proi- toriche, consigli di amministrazione istrativa, proprio gli interessi più etti nella dimensione che dovrebbe fasulli, gruppi parlamentari microsolidali e le necessità più moral- esserle propria: patrimonio di tutti i scopici (la cui formazione è stata autorizzata dal presidente della mente giustificate, debbano affi- cittadini. Camera) e mettere le mani sugli darsi, per non soccombere, a quella sprechi di Stato per ottenere il risulstessa tecnica di ricatto e di intimidazione di cui fa scuola la domitato di una più corretta “spesa” politica. nante pirateria politica?”. Forse non c’è bisogno di agLa questione vera, sulla giungere altre parole per definire il quale si glissa da parte delle forze disagio che ci pervade di fronte allo politiche, siano esse di maggioranza scollamento accentuatosi negli ulo di opposizione, è l’occupazione timi anni tra leadership politica e citdello Stato e della società civile che tadini. maranini, e con lui molti hanno perpetrato, con il contorno di altri analisti delle degenerazioni del corruzione fondata su forme di sistema, avevano visto giusto. Chi si clientelismo, anche primitive, come condannava alla cecità e non ha ansi registra soprattutto, ma non esclucora riacquistato la vista era ed è la sivamente, nel Mezzogiorno. Basta classe politica, sufficientemente dare uno sguardo a quanto avviene De Chirico - Song of Love 1914 paga della sua inamovibilità al punto nella gestione degli enti locali per di non accorgersi come gli sberleffi La partitocrazia, come si sa, rendersene conto. Sono sempre più di un comico l’abbiano costretta è un male antico connaturato al nos- numerosi i soggetti che cercano di all’angolo senza che sia stata capace tro sistema politico al punto di aver entrare nel grande gioco della politdi reagire. Essa ha mostrato la pro- accompagnato la vicenda unitaria ica e partecipare alla spartizione pria inadeguatezza scegliendo, con- del nostro Paese. da quando delle spoglie del potere. In occasione sapevolmente, di non autoriformarsi, Ruggero Bonghi, Francesco De delle competizioni elettorali ammintrascinando nel gorgo insieme con la Sanctis, marco minghetti l’analiz- istrative, vi sono candidati che M Continua a pag. 12 12 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 11 spendono cifre da capogiro: deve pur voler dire qualcosa un dato del genere che viene sistematicamente sottovalutato. Una decina d’anni fa, Sergio Romano, su “Liberal” descrisse ciò che quasi tutti si rifiutavano di vedere: “I partiti stanno tornando in campo con i loro apparati, le loro ambizioni, la loro ingordigia, la logica nazionale della loro strategia. Non basta. Si Stanno dividendo e moltiplicando, come le amebe sotto la lente di un microscopio. E molti di essi si affollano nel centro dello schieramento politico, vale a dire là dove si accampano i battaglioni degli elettori indecisi e fluttuanti”. Era il 1998: il fenomeno si è dilatato come nessuno all’epoca immaginava e la “casta” è cresciuta e si è sviluppata nell’indifferenza dei moralisti dell’ultima ora. Partitocrazia, dunque, è un termine, un concetto, un modo d’essere - intorno al quale si sono esercitati critici autorevoli come Costamagna e Sturzo, Panfilo gentile e Caboara, vinciguerra e maranini, operti, Curcio, Pacciardi - che non è uscito dal nostro immaginario collettivo, come ottimisticamente qualcuno credeva agli esordi della cosiddetta Seconda Repubblica, ma che con forza condiziona il sistema politico sempre più debole, vanificando le speranze di quanti immaginavano l’alternanza tra due schieramenti al governo del Paese come l’approdo possibile di una democrazia finalmente matura. Si potrebbe obiettare: partiti che non s’ingeriscono negli affari del governo, del parlamento, delle amministrazioni locali quando si tratti di procedere a nomine e ad assumere decisioni sia strategiche che di basso livello, cosa devono fare? Propongo la risposta che dava a tale quesito Luigi Sturzo. Pur ritenendo che di tutto questo i partiti si debbano occupare, osservava che la loro ingerenza deve fermarsi davanti al campo dei poteri e delle competenze del governo, del parlamento e delle pubbliche amministrazioni. Ed aggiungeva che “il compito specifico dei partiti politici in democrazia è quello di organizzare il corpo elettorale; prepararlo ed educarlo alla vita pubblica; fare da intermediario fra gli organismi del potere e dell’amministrazione e i cittadino; aiutarlo nella difesa dei propri diritti; indurlo allo scrupoloso adempimento dei doveri pubblici; correggerne l’istinto demagogico e indirizzare al servizio pubblico la impulsiva passionalità delle masse”. Su questo indirizzo, a più riprese, soprattutto dopo la stagione di Tangentopoli, politici ed intellettuali si sono detti d’accordo. Ma le cose non sono cambiate, come abbiamo visto. Così il sistema, oltre che minato dall’inefficienza e dalla corruzione, è imbalsamato; le decisioni non vengono assunte; le responsabilità respinte. La democrazia, insomma, è tutt’altro che migliorata e la partitocrazia continua ad essere la “cancrena dello Stato”, come sosteneva Lorenzo Caboara. Democrazie mafiose Una quarantina d’anni fa, un fustigatore della partitocrazia, Panfilo gentile, conservatore e liberal- democratico, editorialista del “Corriere della sera” che fu costretto a lasciare quando cadde nelle mani della sinistra più estrema, osservava: “Le democrazie, degenerando nelle oligarchie, com’è nel nostro caso, consegnano le sorti del Paese ai capricci, agli arbitri, agli errori di un gruppo di ambiziosi, incapaci di ben governare, ma capaci di issarsi sulle vette del potere e di trascinarsi dietro un codazzo di ascari con l’intimidazione e con la corruzione”. difficile dargli torto oggi, mentre la partitocrazia continua a celebrare i suoi fasti potendo cantare vittoria sulle riforme riposte, sul gracile e malaticcio bipolarismo, sulle aspettative di quanti ritenevano la revisione della Costituzione acquisita una volta per tutte. La partitocrazia è connaturata ad una democrazia poco vitale nella quale il cittadino conta sempre meno: una “democratie sans peuple”, come diceva maurice Duverger. Il cui superamento potrebbe e dovrebbe essere una democrazia decidente, sostanziata dal rapporto tra le forze politiche ed i cittadini, in atteggiamento attivo e non clientelare. Sosteneva maranini che il problema della lotta alla partitocrazia è da un lato un problema di liberazione dei partiti da elementi inquinanti e, dall’altro, un problema di liberazione dello Stato. Tanto la prima che la seconda, aggiungeva, “sono possibili solo con una radicale revisione delle nostre leggi. Tale revisione può sembrare utopistica e assurda: ma tante tirannie sono cadute, e anche la tirannia partitocratica cadrà. Cadrà il giorno nel quale tutto il Paese sarà diventato consapevole della natura del male e della sua tragica gravità; cadrà il giorno nel quale tutti sentiranno l’illegittimità di un’autorità fondata solo sulla frode e le rifiuteranno ossequio; cadrà il giorno nel quale ciascuno si renderà conto del rapporto di casualità che intercede fra Continua a pag. 13 13 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 12 i mille problemi particolari che angustiano la sua vita privata d’ogni giorno e questa cancrena della vita pubblica. Solo un moto di opinione, d’irresistibile forza, potrà imporre quelle forme legislative che strapperanno il potere dalle mani dei suoi attuali illegittimi detentori (di ogni partito). Ma quel moto sicuramente si produrrà”. Che maranini avesse ragione allora come oggi è incontestabile. Resta sul tappeto lo stesso problema: chi raccoglierà il disagio e che uso ne farà? La letteratura politica di questi ultimi decenni ed i ricorrenti sondaggi di opinione più recenti testimoniano che nel Paese c’è la diffusa consapevolezza della necessità di radicali cambiamenti nell’ordine costituzionale. Ad essa si contrappone la resistenza del partitismo a sottrarre la sovranità al popolo: da qui le forme impropriamente dette di “antipolitica”. Tuttavia, la strada delle riforme resta l’unica opzione possibile per rimettere in piedi il Paese. Riforme che non possono prescindere dal sottrarre ai partiti tutto il potere indebitamente accumulato (riconoscimento giuridico degli stessi, dunque, e delimitazione del loro ruolo). Rimedio questo, come osservava il giurista inglese John Bryce, che potrà sembrare possibile “solo in una società dove i cittadini si conoscano l’un l’altro così bene da scegliere i membri del potere legislativo e d esecutivo con riguardo al loro merito personale, e dove i legislatori siano di una virtù così pura da discutere di ogni questione alla stregua soltanto della verità, a vantaggio dello Stato”. Questa non è l’immagine della “democrazia degli angeli”, come diceva J.J. Rousseau, ma l’aspirazione alla ricostruzione di forme organiche di rappresentanza distrutte dall’egoismo partitocratico, il peggiore dei danni nella sfera politica, causato da una malintesa concezione della democrazia, cui si accompagna la disintegrazione dello Stato. numero degli elettori, e più ampio, dunque, il collegio elettorale”. dunque, “i Governi più forti sono La democrazia diretta indubbiamente quelli dei regimi ‘presidenziali’, ove le funzioni di Ricomporre il quadro del capo dello Stato e di responsabile rapporto tra popolo ed istituzioni dell’Esecutivo coincidono. Esempi significa tornare a proporre la più massimi del genere sono offerti dalla lineare, efficace e compiuta rappre- Costituzione statunitense e (in parte) sentazione del potere che trae dal da quella francese della Quinta Rebasso la sua legittimazione, dunque pubblica”. la più alta espressione della Ci si entusiasmati, forse con democrazia diretta, vale a dire qualche eccesso di superficialità, per l’elezione popolare del capo del- il decisionismo che connota la l’esecutivo: un grande tema che ha Quinta Repubblica francese, ma non intrigato trasversalmente innu- è un “miracolo”. Il presidente può merevoli politici ed intellettuali fare fin dal momento dell’elezione dall’immediato dopoguerra ad oggi. ciò che ritiene opportuno, nei limiti della Costituzione perché questa gli consente la massima agibilità e nessun condizionamento da parte dell’Assemblea legislativa che, invece, esercita un controllo efficace sugli atti dell’esecutivo, come del resto accade al presidente degli Stati Uniti che tuttavia può agire per come le istituzioni gli consentono e rappresenta effettivamente l’unità della nazione in nome della quale agisce cercando il consenso del Congresso, ma in alcune materie anche al di là delle pretese di condizionarlo da parte del potere legislativo. Ciò non vuol dire che il sisScriveva gianfranco miglio: “Se, tema francese, ed in misura diversa in un regime elettivo-rappresenta- quello americano, costituisca una tivo, si vuole (e non si può non vol- sorta di deriva plebiscitaria della erlo) un supremo potere decisionale democrazia diretta. Al contrario, (cioè un Governo) sottratto alle esso si propone come modello di pressioni ed ai ricatti degli interessi rappresentatività e di buona legisfrazionali organizzati, la via obbli- lazione in coerenza con l’indirizzo gata è costituita dall’elezione diretta dell’Eliseo. Sempre miglio spigava del suo titolare da parte del popolo. che la differenza tra il parlamenDa un vero ‘leader’ nazionale, des- tarismo costituzionale della Quinta ignato da milioni di elettori, nessuno Repubblica francese ed il nostro parsi sogna di pretendere poi, in cambio lamentarismo “integrale”, è data dal del voto, favori personali o di cate- fatto che nel primo “la stabilità del goria; né il candidato ad un a com- Governo non è scopo a se stessa, ma petizione di tale dimensione è è finalizzata esclusivamente a costretto a presentare ‘piattaforme’ garantire la produzione normativa. elettorali molto particolareggiate: il La quale non deve in alcun modo esrapporto di ‘rappresentanza’ è tanto sere ostacolata. E la Costituzione più fiduciario quanto maggiore è il francese raggiunge questo obiettivo Continua a pag. 14 14 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 13 garantendo la coerenza e l’omogeneità dei progetti presentati dal Governo e tradotti in leggi (cioè attraverso mezzi coerenti con i fini, come specialmente si vede nella procedura delle legge finanziaria per l’approvazione dei bilanci)”. Il Parlamento, dunque, ha il compito di occuparsi della grande legislazione, ma non ha l’esclusiva della funzione normativa una parte della quale spetta al governo. In Italia, dove vige un parlamentarismo assoluto, e dunque un assoluto dominio dei partiti, l’obiettivo del legislatore non è garantire la funzione normativa, ma il diritto di ogni parlamentare di far valere contro le iniziative del governo, di qualsiasi segno sia, gli interessi, più presunti che reali, dei suoi elettori o delle lobby che rappresenta e lo sostengono in campagna elettorale. La questione s’inscrive nella grande disputa sulla sovranità e, dunque, sui limiti dei poteri costituzionali. Se si proiettano le deficienze rilevate nel contesto policentrico che caratterizza l’assetto istituzionale del nostro Paese, si ha un quadro esatto della paralisi politica cui si deve il disagio crescente nella popolazione. Ed allora sarà bene, nell’affrontare la tematica presidenzialista, spendere qualche parola al riguardo. La sovranità politica attuale non è più quella che era fino a qualche tempo fa. Essa è divisa fra enti sovranazionali, enti territoriali, autorità indipendenti: tutti elementi che non potevano essere contemplati nella Carta costituzionale la quale si fonda, invece, sulla sovranità concepita sul modello dello Statonazione il quale, com’è noto, discende da un’antica concezione dello Stato che ha avuto in Jean Bodin il più grande teorico e che fu codificata in Europa con la pace di Westfalia nel 1648. Oggi si può dire, proprio perché sono radicalmente mutate le forme della sovranità, che assistiamo all’emergere di una sovranità che trae legittimità dal basso, dai cittadini, dai movimenti, dagli enti territoriali e sopranazionali, a cui vengono delegati o devoluti buona parte di molti poteri che in precedenza appartenevano in esclusiva allo Stato nazionale. Siamo forse entrati in quella dimensione dello Stato prevista da giovanni Althusius fondata, in una certa misura, sul principio di sussidiarietà che connota la legittimazione di un nuovo tipo di sovranità; sussidiarietà che impone che le decisioni vengano prese, al più basso livello possibile, da parte di chi sopporta le conseguenze delle decisioni stesse. Attraverso la sussidiarietà si attiva la democrazia integrale; un principio non soltanto economico, dunque, che ha attraversato tutto il secolo scorso. Essa, infatti, non è una scoperta recente, tanto che sue tracce ritroviamo in documenti papali e perfino nella Carta del Lavoro del 1927. tarismo) socialista, non servirebbe ad altro che ad alienare, sempre più, il nostro popolo dallo Stato e dalla sua unità. Solo la libertà economica, l’iniziativa individuale, il rispetto delle caratteristiche e delle diversità regionali, il libero sviluppo delle differenti culture può dare alla nostra Penisola il bisogno di restare unita nelle sue diversità, al nostro popolo la convinzione della lealtà e della disciplina verso uno Stato che assicura i massimi beni cui un popolo può aspirare. La conclusione che qui si propone è quella di accettare e sviluppare le autonomie locali per dare libero sfogo all’iniziativa e allo sviluppo, riducendo il potere centrale ai limiti estremi dell’indispensabile, senza spaventarsi se molti comuni e alcune regioni restano nelle mani indesiderate di forze politiche avversarie”. Questi diversi livelli di sovranità vanno ricondotti ad unità se si vuole evitare il pericolo di una disgregazione possibile del tessuto nazionale. La sola possibile unità è una istituzione che tragga la propria legittimità dai cittadini: l’elezione diretta del presidente della Repubblica o del capo dell’esecutivo, come istanza di coesione della molteplicità delle componenti della società civile. diversamente, continueremo ad assistere al diffondersi del policentrismo fino ai limiti estremi dell’incontrollabilità e, dunque, alla disgregazione dell’unità statale priva di rappresentanza unitaria. Un grande tema trasversale Richiamandosi indirettamente alla grande questione del rapporto tra le strutture statali, lo storico mario Attilio levi, in un saggio del 1983 dedicato alle autonomie locali, concludeva: “L’estendersi della cappa di piombo delle nazionalizzazioni e del troppo governo, minaccia implicita di ogni regime di autoritarismo (se non di totali- Il presidenzialismo è un grande tema politico-istituzionale che da sempre è stato uno dei cavalli di battaglia della destra italiana, ma non soltanto della destra. Anche all'Assemblea costituente ci fu chi propose, senza successo, all'attenzione la “soluzione presidenzialista”: i rappresentanti del Partito d'Azione e tra essi, in particolare, Piero CalamanContinua a pag. 15 15 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 14 drei e leo valiani s'impegnarono a fondo in una delle Sottocommissioni dell'Assemblea per far valere le ragioni del presidenzialismo. Negli anni Sessanta fu il repubblicano Randolfo Pacciardi ad imbracciare la bandiera del presidenzialismo al punto di essere accusato di sovversivismo e di tentazioni “golpiste”. Agli inizi degli anni Settanta furono alcuni “giovani leoni”, come si definirono allora, della democrazia cristiana, aderenti al gruppo “Europa '70”, che posero all'attenzione le tematiche presidenzialiste. Poi venne la stagione socialista: politici come Bettino Craxi ed intellettuali come luciano Cafagna rilanciarono, tra la seconda metà dei Settanta e gli inizi degli Ottanta, la necessità di operare un radicale mutamento nella forma di governo del nostro Paese. Non si può dimenticare, naturalmente, che il Movimento sociale italiano fece del presidenzialismo, fin dalla sua nascita nel dicembre 1946, uno dei temi centrali e più incisivi della sua propaganda istituzionale, da Costamagna ad Almirante. Ricordo anche una fiorente pubblicistica che circa trent’anni fa rianimò il dibattito sul presidenzialismo grazie, soprattutto, all'attivismo del professor gianfranco miglio e del cosiddetto “Gruppo di Milano”. La tematica presidenzialista, quindi, ha avuto lungo corso nella storia della Repubblica, sia da punto di vista dottrinario che nel dibattito politico. Il presidenzialismo non bisogna considerarlo una sorta di contropotere, ma come un elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione della decisione che è uno dei fattori necessari alla modernizzazione del Paese. da essa, dal momento decisionale "forte", non si può prescindere se si intende procedere alla modernizzazione sociale e delle strutture civili del Paese, se non si dotano, cioè, i centri decisionali di poteri efficaci che, al momento, non dimentichiamo che vengono esercitati da soggetti diversa dalla classe politica, e dunque privi di legittimazione democratica, come supplenti insomma, che agiscono sulla spinta di interessi personali o di gruppo. detto “premierato” incentrato sulla valorizzazione della figura del presidente del Consiglio: si resta, in questo caso, nell'ambito del governo parlamentare che è il vero equivoco da superare. Naturalmente su tale questione non mancano opinioni difformi anche a destra ed il dibattuto, Il presidenzialismo, dunque, è un elemento di partecipazione, ma è anche di chiarificazione all'interno dei rapporti tra i poteri dello Stato. Con la sua adozione si stabilisce una netta linea di demarcazione tra i controllori ed i controllati, tra potere legislativo e potere esecutivo. Il Parlamento può effettivamente esercitare un controllo sul governo avendo questi la sua fonte di legittimazione fuori dalle aule parlamentari. dunque, è aperto. Tuttavia, permettetemi di aggiungere un invito alla riflessione: se dovesse prevalere l'ipotesi di un capo del governo eletto dal popolo co-abitante con un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, chi dei due sarebbe più rappresentativo, il primo che potrebbe essere sfiduciato dalle camere o il secondo che dovrebbe assommare in sé, nella sua funzione, la rappresentanza dell' unità della nazione? Il presidenzialismo non va considerato, come sostengono alcuni suoi detrattori, come una sorta di contropotere rispetto agli altri apparati periferici dello Stato, ma quale elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione della decisione, controllata dal Parlamento, in un sistema di bilanciamento costituzionalmente previsto. Con la sua adozione si stabilisce una linea di demarcazione netta tra i controllori ed i controllati, tra potere legislativo e potere esecutivo. In più, come osservò giorgio Rebuffa in uno splendido libretto che meriterebbe di essere ristampato, non a caso intitolato Elogio del pres- Una mitica suggestione La formula della Repubblica presidenziale ha pure, oltretutto, una sua carica di suggestione quasi mitica perché avvicinando direttamente i cittadini al potere è il prodotto di un meccanismo di immediata comprensione proponendosi come rottura rispetto ad un sistema come l'attuale nel quale le degenerazioni partitocratiche sconfinano nel trasformismo e nella rottura del patto fiduciario con gli elettori. Tutto ciò risulta immediatamente chiaro ed evidente a differenza del cosid- Continua a pag. 16 16 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 15 idenzialismo, “Il presidenzialismo potrà portare al nostro sistema politico le cose che non ha fin qui avuto. In primo luogo, la visibilità delle scelte e la ‘personalizzazione’ democratica: sapremo chi accusare e chi premiare. E ci porterà la distinzione tra chi governa e chi si oppone. L’esperienza parlamentare italiana è stata esattamente il contrario, caratterizzata dall’invisibilità delle decisioni e dall’irresponsabilità di fronte al corpo elettorale. Le ragioni di tutto ciò sono state molte: le regole della vita parlamentare e quelle della Costituzione, l’ideologizzazione e gli stili della politica. Ma la ragione di fondo è stata quella che in anni lontani si cominciò a chiamare ‘partitocrazia’: un sistema di oligarchie che ha piegato le istituzioni ai propri interessi. Per questo il ‘paradosso italiano’ si è configurato come una lunga continuità delle élites, a cui si sono accompagnate un’altrettanto lunga instabilità ed un’assenza di leadership. Per questo abbiamo bisogno del presidenzialismo. Perché è un sistema costituzionale capace di piegare i comportamenti politici, di rendere le istituzioni più forti dei partiti. Il sistema presidenziale non serve a dare ad una comunità un leader e una maggioranza. Ma serve a spezzare le oligarchie immobili, le culture politiche sclerotizzate, a dare alle icone le dimensioni e lo spazio. La Repubblica presidenziale è la strada per dare anche all’Italia la sua rivoluzione liberale”. Riforma radicale Una radicale riforma del sistema, per come la presuppone una riforma in senso presidenziale, non può non tener conto anche del problema della rappresentanza. discutere, come talvolta si fa, della cosiddetta Camera delle regioni in un quadro di sgretolamento dello Stato è un non senso. E già quaran- t’anni fa se ne discuteva con bel altra cognizione di causa. Tra i molti interventi, ne propongo uno di Costantino Mortati, uno dei più grandi costituzionalisti del Novecento, tratto da un dibattito ospitato nel 1973 dalla rivista “Gli Stati” diretta da giorgio Torchia e Franco Cangini. Ricordò mortati che “alla Costituente io, quale relatore della parte del progetto di Costituzione riguardante il Parlamento fui tenace sostenitore di una integrazione della rappresentanza stessa che avrebbe dovuto effettuarsi ponendo accanto alla Camera dei deputati un Senato, formato su base regionale, da rappresentanti delle varie attività socialmente rilevanti. Non è il caso di ricordare i particolari delle proposte allora fatte bastando richiamarsi al fine che intendevano conseguire, di creare cioè un consesso che riflettesse, per ogni regione, le grandi categorie degli interessi economici professionali e culturali”. De Chirico - Ettore e Andromaca - 1917 “Sembrava - aggiunse mortati - che alla determinazione dell'interesse generale meglio si potesse giungere consentendo ad ognuna delle categorie di interessi particolari (di categoria e territoriali) di far sentire la propria voce in un pubblico dibattito e attraverso un contraddittorio potesse giungersi a sintesi politiche meglio aderenti a situazioni reali, ad un rapporto di forze meglio equilibrate”. “Sotto un altro aspetto poi una Camera che fosse rappresentativa dei nuclei regionali offrirebbe il grande vantaggio di fornire quello strumento di coordinamento fra essi e lo Stato che attualmente fa difetto, e che invece si palesa essenziale per conciliare le esigenze autonomistiche con quelle unitarie”. E concludeva: “Non sono da nascondere le difficoltà pratiche offerte da questo tipo di rappresentanza, ma sembra che sia in questa direzione a cui bisogna avvicinarsi per dare una ragion d'essere ad una seconda Camera, che non sia, come avviene per l'attuale Senato, un inutile doppione della prima”. Era ben altra prospettiva rispetto alle pericolose tentazioni autonomiste con le quali tutte le forze politiche hanno trescato nell’ultimo ventennio. Le convulsioni politiche di questi ultimi anni dovrebbero renderci consapevoli che un ordine civile, fondato sul consenso, può ottenersi soltanto attraverso riforme strutturali che siano il frutto di compromessi alti. Il presidenzialismo non è una sfida, ma una proposta per immaginare una Repubblica nuova, dei cittadini e non dei partiti. Jean Jaurés, socialista e democratico, sosteneva che la Repubblica non va soltanto difesa: va organizzata. Sono convinto che la migliore difesa della Repubblica e dei valori repubblicani stia nell’organizzazione delle sue strutture politico-istituzionali. Se la scelta presidenzialista resta sullo sfondo delle possibilità, declinata nel modo che si reputa più opportuno, credo sia una possibilità che non dovremmo lasciarci sfuggire. Sia pur tenendo presente che il contesto non è favorevole all’apertura di una stagione di riforme, ma che soltanto da un’Assemblea costituente, sottratta alla dialettica parlamentare ed allo scontro tra i poteri dello Stato, potrà nascere una Nuova Repubblica. La Repubblica degli italiani. GennaroMalgieri 17 Dibattiti: Riforme LA RIFORMA “MAdRE” STA IN UNA NUOVA STAGIONE dEI dOVERI, dELLA CORRETTEzzA E dELLA SOLIdARIETà di enrico la loggia N el costruire l'impianto costituzionale del '48 i padri costituenti vollero, nell'equilibrio tra i poteri, garantire che il fascino non potesse risorgere, e affidare a Capo dello Stato una funzione di garanzia sul sistema democratico del Paese. Si impianto così, una repubblica parlamentare con forti contrappesi tra i diversi poteri. In quel tempo, questo sistema, così realizzato, ha funzionato, consentendo la rinascita del Paese e un forte sviluppo economico-sociale su tutto il territorio. Ma oggi? E' ancora così? O occorre un radicale ripensamento almeno della II parte della Costituzione? da tempo sono convinto della necessità di introdurre in Italia un sistema “all'americana” come si suol dire. Con un Presidente eletto direttamente dai cittadini e con un Parlamento con forti poteri di controllo come il Congresso degli Stati Uniti. Presentai un disegno di legge di questo tipo già nell'ormai lontano '94. da allora non ho cambiato idea. Ma ci siamo dovuti arrendere all'evidenza. In Parlamento non c'è mai stata una maggioranza per approvarlo. Più recentemente si è parlato di sistema “alla francese”. Certo non è è la stessa cosa tra ciò che abbiamo e ciò che potremmo avere, ma considero questa mobilità come la “second best”, la migliore fra le ipotesi formulate. Una cosa è sicura: così com'è il nostro sistema non funziona più. I pilastri, su cui reggeva l'equilibrio costituzionale, si sono radicalmente modificati nel corso del tempo e hanno dato luogo a quella che viene definita “costituzione materiale”contrapposta a quella “formale” così come disegnata nel '48. Ed infatti, in estrema sintesi, la modifica dell'art. 68 ha alterato l'equilibrio tra il potere legislativo e l'ordine giudiziario; il CSM ha acquisito man mano poteri che la legge istituiva non gli riconosceva; la legge elettorale ha modificato il rapporto cittadini-Parlamento-governo-Capo dello Stato, lasciando a quest'ultimo solo il potere di verifica del risultato elettorale e l'indicazione del Premier, secondo la scelta del partito o della coalizione che ha prevalso nulla competizione; La stessa corte Costituzionale ha sempre più spesso, con le sue sentenze “creative” supplito alla carenza di iniziativa o agli errori del potere legislativo. Modifiche queste ed altre ancora che, come le novelle sui regolamenti delle Camere del 1971, che hanno trasformato il nostro sistema da repubblica parlamentare a repubblica assembleare, hanno rotto e non sostituito adeguatamente l'equilibrio del 1948. La crisi economica ci attanaglia, i cittadini e le imprese soffrono drammaticamente. sigenza di giustizia. E non riferisco solo all'azione quasi sempre impeccabile della magistratura, spesso però, perché non ammetterlo, offuscata da alcuni protagonisti astratti più dall'ideologia di parte che dall'esigenza di essere oltre che di apparire concretamente terzi e garanzia e a testimonianza che la dea che tiene in mano la bilancia faccia sempre in modo che i due piatti stiano sempre allo stesso livello. Mi riferisco soprattutto all'esigenza fortemente avvertita che cessino i soprusi, le inefficienze, le ottuse lungaggini burocratiche ingiustificate e ingiustificabili che ci penalizzano sempre di più e che i responsabili paghino e paghino rapidamente, La stessa stagione dei diritti langue in assenza di una equilibrata stagione dei doveri. La lentezza bisantina con la quale si prendono decisioni importanti inefficaci e impotenti: E nel frattempo ci troviamo a competere con i partners europei e mondiali che hanno ben altri strumenti decisionali e rapidità a noi sconosciute. Ben venga allora il semipresidenzialismo “alla francese”. Ben venga il Senato delle autonomie. Ben vengono soprattutto riforme che taglino i nodi intrecciati di procedure infinite, incerte e scoraggiamenti per intraprendere qualsiasi attività. Ben vengano meccanismi di controllo sulla spesa che evitino sprechi e ruberie e taglino le ali ai furbi e ai corrotti che hanno lucrato sulla inefficienza e spesso sulla connivenza della classe dirigente. Si sente come mai in passato l'e- per tali soprusi, inefficienze, lungaggini. Solo così i cittadini potranno recuperare fiducia nelle istituzioni. Ma come sempre la riforma madre, la riforma delle riforme sta nella testa di tutti noi. Sino a quando non nascerà una stagione dei doveri, della correttezza, dell'attenzione ai più deboli, della solidarietà nel senso più proprio del termine, della capacità di farsi carico della ragione altrui, della moderazione non solo nel linguaggio, ma anche nei comportamenti, del rispetto per le idee diverse e per chi ha più bisogno, non c'è riforma, per quanto ben fatta che potrà cambiare realmente le cose. Saprà la classe politica fare questo salto di qualità e porsi come guida autorevole e simbolo del cambiamento nei quali i cittadini si possano riconoscere? Io sono ottimista. Se non lo faranno per convinzione, saranno comunque costretti a farlo per convenienza. E sarebbe già tanto...... 18 Dibattiti: Riforme L’APPELLO DEL CESI PER UNA AUTENTICA COSTITUENTE PRESENTATO A ROMA IL MANIFESTO PER LA RIFONdAzIONE dELLO STATO M ercoledì 19 giugno 2013 nella Sala del Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra a Roma, presenti molti esponenti del mondo politico istituzionale e associativo di diversi orientamenti è stato presentato dal Cesi, il Centro nazionale di Studi Politici, il volume: Appello agli italiani per l’Assemblea Costituente. Manifesto Politico e Programmatico per la Rifondazione dello Stato (ed. Cesi, giugno 2013, pagg.128), patrocinato dalla Fondazione Alleanza Nazionale. Il Presidente del Cesi, prof. gaetano Rasi, ha introdotto l’argomento e il Vicepresidente, prof. Franco Tamassia, ha svolto la relazione sui contenuti sia dell’Appello che del Manifesto. Sono poi in- tervenuti nel dibattito altri studiosi che avevano fornito contributi alla stesura del volume: il prof. Carlo vivaldi Forti, sociologo dell’Università di Lugano; il dott. gabriele Adinolfi del Centro Studi Polaris; il Consigliere del Cesi dott. ettore Rivabella dirigente nazionale dell’Ugl; il prof. Angelo Scognamiglio, Economista dell’Università di Napoli; il prof. Riccardo Scarpa della Terza Università di Roma e il prof. lucio Zichella, già dell’Università La Sapienza di Roma e Consigliere Cesi. ha preso pure la parola il parlamentare dott. Carlo Ciccioli, il quale, come esperto professionale della materia ha trattato il problema del necessario aggiornamento del Sistema Sanitario Nazionale. Il prof. Rasi dopo aver illustrato l’attività di studio, di ricerca e di divulgazione del Cesi ne ha sottolineato l’importanza di fronte all’attuale stallo della vita politica ed economica del Paese. I problemi istituzionali possono trovare soluzione solo con una Assemblea Costituente, sulla base di una nuova legittimazione politica che proceda alla rifondazione dello Stato. Al riguardo, il Presidente del Cesi, ha annunciato per l’autunno un Convegno Nazionale (con il titolo, per ora provvisorio, Un progetto politico per l’Assemblea Costituente) che si baserà sui contenuti del volume e che quindi offrirà un approfondimento delle tematiche propedeutiche alla stesura di una Costituzione adeguata ad una moderna Nazione, come l’Italia, che possa essere protagonista nella Unione Europea. Trattando della incapacità del sistema di auto riformarsi, Rasi, ha affermato che ciò appare in maniera palese dal miope dibattito politico offerto non solo dal Governo e da tutte le forze politiche ma anche dalla stampa , incentrato esclusivamente su temi fiscali, mentre invece dovrebbe affrontare i temi dello sviluppo cioè della programmazione delle attività produttive e la realizzazione di infrastrutture. Tali obbiettivi sarebbero le uniche azioni in grado di ammodernare l’Italia, riducendo il peso del deficit sul PIL, riequilibrando il bilancio statale e garantendo lavoro, redditi e nuovi impieghi e consumi diffusi. Rasi ha, infine, illustrato la struttura del volume che fa riferimento alla materia costituente. In particolare l’oratore ha riassunto per larghi tratti le sette parti nelle quali è strutturato il volume: L’Appello agli italiani per l’Assemblea Costituente; le definizioni politologiche e sociologiche; i Principi programmatici o progettuali; il Nuovo Ordinamento dello Stato; la Politica economia e lo sviluppo civile del Paese; la necessaria revisione istituzionale dell’Unione Europea ed infine le indicazioni circa natura e le procedure che debbono caratterizzare una autentica Convenzione per la Costituente. Il prof. Tamassia, che ha steso la Continua a pag. 19 19 Dibattiti: Riforme Continua da pag. 18 bozza iniziale del Manifesto ed ha poi coordinato i contributi giunti da vari studiosi ed esperti, ha svolto la relazione centrale costatando anzitutto che la situazione politica dell’Italia, interna ed esterna, sotto ogni profilo istituzionale, economico e culturale è bloccata. La ragione, ha detto l’oratore, è nell’impossibilità dell’attuale sistema giuridico-politico di continuare a funzionare; esso ha esaurito il suo ciclo vitale storico e, pertanto, non è più in grado di trovare in sé stesso la capacità di autoriformarsi e di adeguarsi alla complessa dinamica evolutiva politico istituzionale, nazionale ed internazionale. Nell’attuale bipolarismo - ha poi constatato Tamassia - persiste una impossibilità di dialogo anche su alcuni temi importanti, quali per esempio la legge elettorale, la giustizia, il lavoro, l’elezione del Presidente della Repubblica. Le soluzioni in corso di riforma parziale si dimostrano inadeguate a fornire strumenti funzionali per uscire dallo stallo politico e di conseguenza economico e occupazionale. Il tentativo di nominare una Commissione di consulenza costituzionale sta destando molte perplessità, pochi entusiasmi e molte avversioni. Il nodo sta nella crisi di rappresentanza che coinvolge anche l’attuale Parlamento mentre la stessa legge elettorale appare più effetto che causa del fenomeno. L’inadeguatezza della classe politica rischia di condurre il Paese verso il declino del sistema politico che si sta allontanando dalle originarie basi democratiche e pluralistiche. L’attuale struttura politico-istituzionale produce una classe politica incapace di difendere il sistema stesso. Le ultime riforme costituzionali hanno sortito un sistema poliarchico e liederistico insieme che ha esautorato progressivamente lo stesso Parlamento e ha lasciato degenerare i tradizionali protagonisti della politica: i Partiti politici con conseguenza sull’economia e il lavoro. di qui la proposta di una Assemblea Costituente legittimata non dai poteri costituiti in atto, ma direttamente dalla base sociale. Il Manifesto, ha poi spiegato Tamassia, è costituito da analisi e proposte intese a riportare gli italiani ad un dialogo di fondo che decanti le antistoriche polarità (guelfi-ghibellini, sinistra-destra, nordsud) che impediscono alla Nazione di raggiungere conclusioni condivise sui problemi della propria esistenza. Il Manifesto, ha sottolineato Tamassia, nella prima parte affronta i concetti e le nozioni fondamentali, come per esempio Stato, ordinamento giuridico Intervento nella Società e politico, Nazione, classe politica, classe dirigente, classe sociale, ceto, attività politica, attività amministrativa, cultura, lavoro. In una seconda parte si propongono i valori di principio, e i corollari costituzionali, sui quali dovrebbe fondarsi un nuovo ordinamento: l’Unità dello Stato Nazionale, la Partecipazione alla gestione dello Stato attraverso l’integrazione della rappresentatività politica dei partiti con la rappresentanza del mondo della produzione, dei servizi, della scienza e della cultura, l’elezione diretta del Capo dello Stato la cui figura sia più credibile come organo super partes chiamato a fornire gli indirizzi fondamentali alla Nazione. Il principio del presidenzialismo fa leva sulla legittimazione popolare che fornirà al Capo dello Stato l’autorevolezza e la forza di intervento nei momenti di crisi. Il pericolo più grave, in questi drammatici momenti - ha concluso Tamassia è la scissione del nostro Stato, nato dal Risorgimento, e il suo ritorno ad aggregato di popolazioni divise, conflittuali e sottomesse a qualche potenza d’oltralpe che attende la nostra deflagrazione per tornare a dominarci in modo irreversibile e più duro di quanto non abbia fatto nei secoli passati. provincia di Latina in tutte le edicole, nelle chiese, per un totale di circa 20.000 copie. Il target di riferimento del nostro editoriale è comunque concentrato sulle istituzioni ed in particolare sulla imprenditoria e le professioni dalle quali è particolarmente apprezzato e sostenuto. è una rivista trimestrale di intervento sociale edita dalla Società Editoriale Intervento S.r.l. che sviluppa temi di cultura, politica, economia e informazione. Viene pubblicato da 15 anni ad ogni trimestre, ottenendo crescenti consensi grazie alla coerenza della sua linea editoriale ed alla collaborazione di personalità di rilievo del mondo politico, economico e culturale. La rivista viene regolarmente distribuita sia sul territorio nazionale mediante spedizione postale ordinaria, sia sul territorio regionale ed in particolare nella 20 Politica estera dALLA PRIMAVERA ARABA ALL’AUTUNNO TURCO di Alfredo mantica L a rivolta turca di piazza Taksim ha aggiunto un curioso paradosso alla lunga filiera delle primavere arabe. Sicuramente nessuno pensava ad Istanbul come ad un ulteriore tessera del lungo effetto domino delle rivolte iniziate in Tunisia, ormai oltre due anni fa, nel dicembre del 2010. Ankara, in forza della identità non araba della popolazione turca e della natura democratica del paese, non appariva essere nell’elenco delle capitali ritenute esposte alla possibile diffusione delle proteste anti-regime esplose in molti paesi medio-orientali. Ankara, piuttosto, era considerata il vaccino al contagio dell’instabilità, il modello con cui sostituire regimi non più al passo dei tempi. Il modello di un islamismo liberale e morbido, compatibile con l’Occidente, con i suoi valori e con la democrazia europea. da questo punto di vista la rivolta di piazza Taksim ha lasciato sorpresi e spiazzati i tanti acritici sostenitori delle primavere arabe. La prospettiva di un inatteso autunno turco a segnare il definitivo tramonto della stagione riformista islamica ha colto tutti di sorpresa, non meno quanto l’avvio delle rivolte e la caduta di regimi che apparivano immutabili. A metà 2013 lo spettacolo che offre ad un osservatore europeo il quadrante del Mediterraneo centro-orientale è tutt’altro che rassicurante: l’unica democrazia islamica mediorientale vacilla sotto ondate di protesta di massa reggendosi grazie a dosi imponenti di gas lacrimogeni e alla mano pesante della polizia; mentre la Siria affonda nelle efferate violenze di una guerra intra-islamica senza senso, l’Egitto scompare dal quadrante delle potenze regionali, l’antico laicismo tunisino affonda sotto la montante ondata di orgoglio islamista, e la Libia è ormai terra di nessuno, frantumata in centinaia di milizie e poteri locali familistici e tribali che verosimilmente nessuno riuscirà più a rimettere assieme. Solo le due monarchie della regione, Marocco e Giordania hanno apparentemente retto meglio l’onda d’urto dei cambiamenti modernizzatori sotto cui sono caduti i vecchi regimi post coloniali d’impronta prevalentemente socialista e secolare. Con le proteste di piazza Taksim, il menù delle contraddizioni della primavera dell’islam è oramai completo. Il sistema politico turco sopravvivrà alle proteste - che tuttavia hanno dimostrato le vulnerabilità anche del più perfetto dei sistemi politici islamici - le ampie sacche di malcontento e soprattutto l’esistenza di un consenso alla protesta molto radicato in molte delle numerose anime della società turca. Che resta profondamente spaccata e piena di contraddizione ma che ha trovato nell’opposizione alle tendenze autoritarie ed anti-moderniste di Erdogan un bersaglio su cui sfogare la propria irrequietezza. Il ribellismo di una parte crescente della popolazione turca contro il lungo governo di erdogan, rischia di mettere in crisi la stessa possibilità di costruire una via liberal-islamista alla modernità, ricacciando nella nota dialettica religione verso modernizzazione anche l’esperimento politico culturale di sintesi dell’AKP. Un duro colpo per un partito che nello scorso decennio aveva giocato proprio la carta della modernizzazione islamista, modificando profondamente la natura della democrazia turca. Avviando un processo di de-kemalizzzione, in primo luogo attraverso la riduzione del peso e del ruolo dei militari nella vita politica del paese e attraverso l’uso strumentale delle libertà richieste dai parametri di convergenza con l’Unione Europea. de - kemalizzare voleva dire sostanzialmente modernizzare il paese, attenuando i tratti di autoritarismo, secolarismo e nazionalismo turco-centrico che avevano a loro volta preso il posto dell’identità imperiale, universale ed islamica del precedente impero ottomano. Il paradosso che l’Occidente non Continua a pag. 21 21 Politica estera Continua da pag. 20 ha capito o ha capito troppo tardi è che l’erosione dei caposaldi della vecchia Turchia kemalista - militarismo, nazionalismo, statalismo, socialismo e secolarismo - avrebbero portato non alla riemersione della religione e dell’Islam come elementi fondanti di una Turchia neo-ottomana, ossia di un paese stabile e coeso che si espande all’esterno, quanto piuttosto alla riapparizione di elementi di instabilità e conflittualità interna tra l’anima secolare e l’anima religiosa del paese. Piuttosto che esportare il modello neo-ottomano, l’islamismo dell’AKP rischia di importare conflittualità e divisioni all’interno dell’identità nazionale turca. La grande rivoluzione liberale di erdogan dello scorso decennio all’insegna del meno Stato, più moschea e più mercato se da un lato ha trasformato la Turchia in una tigre anatolica in continua crescita economica dall’altro ha attivato le contraddizioni interne della società turca, alle prese con un bicefalo processo di modernizzazione economica e di islamizzazione culturale del paese. Il contesto di destabilizzazione nell’estero vicino turco prodotto dalle primavere arabe e soprattutto l’avvitamento del conflitto siriano lungo linee settarie ha in pochi anni fatto piazza pulita della originale postura neutrale di politica estera dell’AKP di zero problemi con i vicini. La politica estera turca degli ultimi tre anni è stata piuttosto ondivaga ma la sensazione è che tale rivoluzione copernicana dell’azione internazionale di Ankara, di cui in pochi nel paese vedono i frutti, ha anch’essa in parte contribuito ad aumentare il sentimento di malcontento nei confronti del governo islamista di Erdogan di una parte importante della popolazione. È un segnale importante che bisogna augurarsi che erdogan prenda in dovuta considerazione. Con le dovute differenze, una Turchia radicalmente post-kemalista rischia di non essere meno instabile di un Egitto post-nasseriano o di una Siria postba’thista. L’INCERTA STAGIONE dELLE PRIMAVERE ARABE di P. g. h a cominciato massimo Franco, autorevole editorialista del “Corriere della Sera” che nel suo libro, uscito a febbraio, su “La crisi dell’Impero Vaticano” - non del tutto convincente dedica un capitolo , il IX, al tema delle “primavere arabe” e “pulizia religiosa”. 20 ottobre 2011, è seguita all’appoggio che i Paesi europei e gli USA hanno offerto agli insorti, sottovalutando il peso crescente che aveva nelle loro file la componente islamica dei salafiti”. Qui ci sarebbe da sottolineare il ruolo e gli intenti della Francia, l’imposizione di tale scelta all’I- Svolge alcune considerazioni iniziali di carattere geopolitico: dopo aver individuato quello che definisce l’“arco integralista”, cioè “una mezzaluna di fondamentalismo che va da dalla Somalia ad est , fino ai paesi africani che si affacciano ad ovest sull’Oceano Atlantico”, sottolinea che “stavolta fra Spagna, Italia, fra l’Europa e questa marea umana e georeligiosa in ebollizione non ci sono migliaia di kilometri di distanza. Soprattutto , non esistono più le odiose ma indispensabili dighe delle dittature laiche nordafricane che contenevano militarmente e socialmente con i mezzi più brutali il fondamentalismo religioso ; e di fatto garantivano la stabilità ai loro regimi dominati dai militari e ai servizi segreti, e la assicuravano alle nazioni occidentali sull’altra sponda del Mediterraneo”. Poi una considerazione un pò fuori del coro: “L’uccisione di Gheddafi, il talia e, soprattutto il fatto che quella libica fu una rivoluzione importata e non spontanea. Il sogno neocoloniale di Sarkozy fu tutto in funzione antiitalina e trovò sponda nel nostro Paese in una sinistra che antepone sempre le sue convinzioni ideologiche all’interesse nazionale. Ma andiamo oltre: “L’entusiasmo occidentale - così prosegue l’analisi di massimo Franco - ,in primis statunitense, per una fioritura di movimenti spontanei che usavano internet e mostravano il volto giovane di società dove la demografia rimane da record, ha fatto pensare che si potesse passare di colpo dall’autoritarismo alla democrazia : tipico salto ideologico di chi applica agli altri i propri schemi”. Anche in questo caso dobbiamo sottolineare che la questione delle mobilitazioni via internet potrebbe confermare e nessuno ha approfondito questo aspetto - l’influenza esterna e la etero direzione di Continua a pag. 22 22 Politica estera Continua da pag. 21 avvenimenti molti nordafricani. In queste ricostruzioni ci piace sottolineare quanto riportato a riguardo delle dichiarazioni di monsignor giuseppe nazaro, vicario apostolico di Aleppo in Siria: “Se Assad cadr, allora cadremo tutti in mano ai musulmani salafiti come è successo in Egitto , in Libia e come sta accadendo in Tunisia . La Russia fa bene a tenere la sua posizione pro-Assad, mentre la debolezza dell’ America è sconcertante”. E proprio questo aspetto è stato posto in risaldo dalle vicende del rapimento dei quattro giornalisti italiani che svolgevano un servizio per la Rai presi subito dopo aver ripreso una “Chiesa bruciata” e rilasciati dopo più di dieci giorni. Nonostante una linea minimalista diffusa da molti media e, in parte dalle stesse autorità governative italiane, questo rapimento mostra un atteggiamento dei ribelli assai violento. “In Siria” - è scritto in un commento sul sito de “Le Monde” del 13 aprile - “i rapimenti, attuati per motivi confessionali, politici o solamente finanziari, sono diventati sempre più frequenti. Il governo siriano aveva recentemente proposto l’amnistia per coloro che , in un margine di quindici giorni, avessero liberato le persone rapite, di fronte al rischio d’essere condannati ai lavori forzati a vita”. Poche settimane dopo l’uscita del libro di massimo Franco, Limes, mensile di geopolitica di lucio Caracciolo, dedica il suo numero di marzo alla “Guerra mondiale in Siria”. Già il tema indica come dalle vicende innestate dalla cosiddetta “primavera araba”, si stanno sviluppando germi destabilizzanti della condizione internazionale che espongono al rischio di un conflitto internazionale. Nell’editoriale si evidenzia il “rilievo strategico della guerra civile siriana”, che verrebbe misurato da: la “competizione all’interno del triangolo Stati Uniti-Cina-Russia per ridefinire i rapporti di forza fra le potenze leader”, le “velleità franco-britanniche di rinverdire il rango perduto nei loro ex domini coloniali”, la “lotta per la sopravvivenza/egemonia di Israele in un ambiente geopolitico ostile”, la “partita arabo/persiana e sunnita/scita”, la “Turchia neo-ottomana”. Tutti elementi di una condizione dalla quale potrebbe scaturire un conflitto assai più allargato. Una considerazione assai interessante è contenuta nell’articolo a pagina 30 di Fabio mini: “Nonostante l’appoggio incondizionato ai ribelli siriani,molti studiosi e politici occidentali cominciano a mandare segnali di preoccupazione sulle trappole disseminate sul percorso della guerra siriana. Il Ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle ha avvertito che una guerra per delega in Siria potrebbe provocare uno scontro che coinvolgerebbe anche Pechino e Mosca. Il primo ministro russo Medvedev ha dichiarato che le azioni che minano la sovranità statale possono causare conflitti regionali e perfino l’impiego di armi nucleari …. El Husain del Council on Foreign Relations ha avvertito che la Siria è diventata un magnete di attrazione per il jihad globale: ‘ Presi dall’entusiasmo di vedere la caduta del regime di al-Assad stiamo rischiando d’incoraggiare la ripresa della minaccia jihadista”. Nel mese di aprile è, infine, uscito il n. 60 di Aspenia sull’argomento dei “Conti del Golfo” . Nell’editoriale ,anche se non con valutazioni del tutto pes- simistiche, si mostra un attento revisionismo del modo con il quale erano state salutate le “primavere arabe”. “La Primavera araba - così si apre l’articolo - che tanti entusiasmi aveva suscitato solo due anni fa, si è trasformata in un’aspra e incerta stagione: stagione di conflitti e soprattutto di profonde e inquietanti incertezze sul corso di una storia che troppo presto avevamo ritenuto avviata verso un progresso in termini di democrazia e diritti”. “Avevamo, in altri termini, - continua l’articolo più avanti - incautamente confuso l’universalità della domanda di democrazia con la possibilità di riprodurre tempi e modalità della crescita politica in contesti storicamente, socialmente e culturalmente diversi”. Questi ripensamenti espressi da intellettuali importanti e da riviste specializzate, mostrano, tuttavia, non solo un livello di approfondimento che a volte non risulta adeguato alla complessità dei fenomeni osservati, ma anche e soprattutto come larga parte della cultura giornalistica, per il fatto che è posseduta dal paradigma progressista, tende a piegare la realtà degli avvenimenti alle proprie convinzioni ideologiche. Salvo, poi, voler beneficiare ed esprimersi con un revisionismo di comodo , negato e condannato per altri aspetti della storia e della politica. P. G. Quanti morti fa davvero una guerra Si disse che durante la guerra civile del 2011, che portò alla caduta e all’uccisione del colonnello Gheddaf, vi furono 50.000 morti. Non molto tempo fa, il governo di Tripoli ha ammesso che i morti sono stati 10.000. La notizia non è stata ripresa da nessun organo di informazione. In Siria la storia si ripete, secondo i dati comparati, gli uomini uccisi sono 24.269, le donne 3.048, i bambini 4.788, ne restano da identificare 2.368. Questi dati sono stati diffusi quasi sempre da una sola fonte, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una Ong dell’opposizione al regime di Assad, che ha un solo impiegato, un esiliato siriano che vive a Londra, dove ha un negozio di abbigliamento. Saranno smentiti anche questi dati come quelli relativi alla Libia? 23 Politica estera RISPOSTA A PANEBIANCO: UN RISChIOSO RITORNO ALL’OCCIdENTALISMO di Pietro giubilo L e rivelazioni di edward Snowden sui sistemi di intercettazione della nSA hanno provocato una serie di tensioni di carattere internazionale ed in particolare tra Europa e Stati Uniti. Alle iniziali perplessità, in quasi i tutti casi espresse, comunque, con molta pacatezza, hanno fatto seguito alcune prese di posizione tese non solo a ridurre la portata di un sistema sleale e poco dignitoso per i paesi “osservati”, ma indirizzate ad assicurare il carattere “indispensabile” della relazione USA/Europa (vedi l’articolo di Angelo Panebianco su il Corriere della Sera del 5 luglio). Questo ostentato ritorno di occidentalismo che minimizza il senso di un rapporto di sudditanza che le intercettazioni hanno svelato, viene giustificato a partire dalla esigenza di non “compromettere le trattative per l’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa, la Ttip … un accordo che , in prospettive, potrebbe dare un salutare colpo di frusta all’economia euro-atlantica , ma , anche, forse, contribuire a falsificare le più cupe profezie sul ‘ declino dell’occidente’ e l’inarrestabile ascesa dell’Oriente”. Proprio così. In quanto al primo aspetto, cioè alla capacità taumaturgica dell’accordo Ttip per risolvere i problemi dell’economia europea, ci sarebbe da ricordare all’immemore Panebianco, che i guai dell’Europa hanno inizio dalla tragica vicenda della crisi del sistema finanziario statunitense che, indirizzato da Clinton e greenspan sulla bolla dei derivati, ha, poi, innestato la “necessità” di politiche di rigore, fermamente volute dalle autorità finanziarie internazionali, ma portatrici di recessione e disoccupazione in Europa. Sul secondo aspetto, cioè la possibilità - sempre con l’accordo Ttip - di arrestare il “declino dell’occidente”, siamo veramente di fronte ad uno spudorato imbroglio intellettuale. Il tema è assai più complesso di quanto l’articolo del Corriere, pur di passata, registra. Senza riandare alle grandi opere degli scrittori europei tra le due guerre che affrontarono il tema del declino sotto Edward Snowden l’aspetto della fase di “civilizzazione” o di “nichilismo culturale” nella quale si trovava il Continente, il ridotto ruolo dell’Europa appare fortemente segnato dalla rinuncia ad una unità politica dell’Europa occidentale e ad una concezione di politica estera che non solo segni la fine della guerra civile europea, ma che costruisca la casa comune “dall’Atlantico agli Urali”. Ed è questo l’altro aspetto che l’articolo di Panebianco chiama in causa. Questo rilancio di un occidentalismo in un quadro nel quale “la tensione fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin era arrivata alle stelle” e “le relazioni con la Cina sono destinate a diventare sempre più competitive e tese” puzza terribilmente di “guerra fredda”, di schieramenti tra due blocchi, Continua a pag. 24 In Egitto una tecnocrazia militare o un islmamismo più radicale? Ancora una volta sulle manifestazioni di piazza e sulle cause che hanno portato alla defenestrazione di Mohamed Morsi in Egitto sembra calare, da parte della stampa italiana una interpretazione forzata, secondo schemi culturali e storici “occidentali”. Sarebbe stato il “fronte laico” contrario ai Fratelli Mussulmani e alla Carta ispirata ai principi islamici, a riprendere la piazza, mentre l’esercito sarebbe intervenuto per garantire questa linea. Che ci siano state iniziative in questa direzione non vi è dubbio e Morsi paga sia le difficoltà del suo governo per avviare una ripresa economica, sia e soprattutto una linea politica e costituzionale di scontro con la “casta” militare . Tuttavia questo schema non tiene conto a sufficienza di un altro attore della scena politica egiziana: quello dei salafiti che, con il raggruppamento al-Nur, nelle elezioni parlamentari del 2011, ha ottenuto il 27, 84 per cento, affermandosi come seconda forza politica del Paese a soli dieci punti di distanza da Libertà e Giustizia di Morsi e deI Fratelli Mussulmani. Al Nur non solo ha appoggiato le manifestazioni di piazza e l’azione contro Morsi, ma nei caotici momenti successivi quando El Baradei, definito “unico rappresentante di tutta l ‘ ’’opposizione laica”, sembrava giunto alla carica di premier, ha posto un veto che ne misura la forza anche nei riguardi dei militari. Si vedranno gli ulteriori sviluppi. L’esperienza di questi giorni in Egitto dimostra, intanto, che la linea islamica “moderata” dei fratelli Mussulmani, sulla quale aveva inizialmente scommesso Obama, pur avendo una adesione maggioritaria nel Paese, è apparsa fragile di fronte al potere militare. Anche le manifestazioni a sostegno del premier arrestato - del resto brutalmente represse con decine di morti - non sono riuscite a incidere e a modificare il corso degli eventi. Il futuro più o meno imminente dirà se le componenti islamiche “moderate”, di fronte al golpe militare ed alla repressione sanguinosa, verranno o meno assorbite dai salafiti che già detengono un forte peso elettorale che sembrerebbe destinato a crescere. In questo quadro sarà difficile e rischioso far svolgere in tempi brevi o medi una competizione elettorale per un nuovo Parlamento, e si va profilando una tecnocrazia garantita dai militari con esponenti accreditati presso le istituzioni internazionali che, pur essendo “stranieri in Patria” (così il Corriere definiva il premio Nobel El Baradei) e minoranza, intendono detenere il potere e sottrarlo a elezioni democratiche. L’espressione più evidente di questa condizione è rappresentata dalla composizione del governo che, alla fine, è prevalsa: il presidente ad interim è l’ex capo della corte costituzionale Adly Mansour, il premier è un economista: Hazem el Beblawy, vice premier è El Baradei, il ministro degli esteri è l’ex ambasciatore negli usa Nabil Fahmy, ma l’uomo forte è il vice premier e ministro della Difesa generale Abdel-Fattah Al Sisi, cioè il capo dell’esercito egiziano che il 3 luglio ha deposto Morsi. Non ci sono rappresentanti dei partiti islamici. L’insediamento dei ministri è avvenuto il giorno dopo della visita del vice segretario di stato usa Bill Burns che ha provocato violenti scontri di piazza tra manifestanti e polizia con sette morti. La politica estera degli USA dimostra tutte le sue difficoltà di fronte agli avvenimenti egiziani: dopo avere inizialmente , con qualche esitazione, difeso Mubarak, hanno poi offerto una copertura a Morsi ed ora, con qualche esortazione formalistica sul “ritorno del potere ai civili”, si sono rifiutati di chiamare la svolta di Al Sisi un golpe. Più che un approccio pragmatico, dimostra una incapacità a comprendere e controllare sviluppi che sfuggono alle logiche “occidentali”. In Egitto la “primavera araba” si va svelando come il contrario del “cammino verso democrazia”, mentre crescono complessivamente e non solo in questo Paese le componenti mussulmane più integraliste. di P. G. 24 Politica estera Continua da pag. 23 in “un mondo” - conclude l’articolo - ove “si giocano complesse partite per il potere e l’egemonia internazionale”. Ora - pur essendo sostenitori di buoni rapporti con gli USA e lontani da ogni forma di sciovinismo antiamericano - è assolutamente intollerabile incasellare l’Europa nella sfera di una comunità atlantica in contrapposizione con il resto del mondo e con una stessa parte dell’Europa, cioè la Russia. Bill Clinton Checchè ne pensi Panebianco, la Russia è sempre appartenuta all’Europa, come comunità civile, religiosa ed anche culturale. Tutta la storia della Russia è una storia europea. Fu la tragedia della rivoluzione bolscevica a tagliare la Russia (che divenne URSS) dall’Europa occidentale e fu l’errore di Yalta a stendere una cortina di ferro tra una parte e l’altra dell’Europa. Helen Carrère d’encausse, in un libro del 2011 (“La Russia tra due mondi”, Salerno Editrice), ha scritto : “Per la maggioranza dei cittadini come per chi li governa, la Russia non è un paese asiatico, ma una grande potenza europea che la geografia situa in Asia e che, grazie a questa sua collocazione eccezionale a cavallo di Europa e Asia, può partecipare a pieno titolo al mondo post-occidentale”. E prosegue: “Ma la coscienza dell’identità europea della Russia non è mai stata tanto forte come in questo XXI secolo in cui la questione è venuta alla luce”. E conclude: “Per altro, i due uomini che guidano la Russia, Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev , in più occasioni hanno posto l’accento sul ruolo del cristianesimo , ortodosso nello specifico, nella formazione dell’identità russa”. La riproposizione di una visione duale dei rapporti internazionali, suggerita anche dall’ultimo numero di Aspenia (n. 61 giugno 2013) dal significativo titolo “Ritorno a Occidente”, tende a limitare le aperture di alcuni paesi europei agli accordi energetici con la Russia o a rapporti Tradizione Alan Greenspan con la regione mediorientale che, salvaguardando l’esistenza di Israele, eviti i rischi di un conflitto generalizzato nell’area. Al mondo di oggi non è sufficiente un equilibrio di carattere imperialistico o di deterrenza economica, ma richiede di raggiungere un grande equilibrio geopolitico. Un’Europa che non si ponga come un’entità politica in una visione continentale viene, di necessità, ricondotta a seguire gli interessi economici e le politiche degli Stati Uniti anche quando intervengono, senza grande avvedutezza e con palesi contraddizioni, in alcune aree calde, come in Siria e in Egitto, aprendo scenari inquietanti. Pietro Giubilo della legge di natura e per arginare agnosticismo, relativismo e nichilismo. E dal 2003 la pubblicazione per merito di Cosimo Rutigliano e Franco Polver, ha iniziato una nuova vita, rinnovata nella veste tipografica chimando a collaborare autorevolissimi autori che si sono aggiunti ai “reduci” della pattuglia iniziale, “Tradizione” è una pubblicazione laica che si rifà alla dottrina ed al magistero della Chiesa. Nasce nel 1963, ad opera di una pattuglia nutrita di giovani impegnati politicamente nella “Giovane Italia”, nel FUAN e nelle organizzazioni della destra giovanile. Non vi erano intenti passisti e “nostalgici” da parte di quei giovani che andavano realizzando, studi, ricerche, analisi e riflessioni. Sul grande filone del pensiero conservatore e controriv- oluzionario, i loro intenti erano quelli di partecipare agli eventi del loro tempo, dare un contributo di passione civile, di idee e di proposte per costruire il futuro salvaguardando principi e valori perennemente validi che rappresentano l'architrave di una visione spirituale del mondo e della vita. Da quegli anni sessanta del secolo scorso “Tradizione” si è sempre schierata a difesa 25 Economia e Finanza LA dIFESA dEL RISPARMIO E LA GLOBALIzzAzIONE dEI MERCATI FINANzIARI di Riccardo Pedrizzi U n principio fondamentale della nostra Costituzione recita che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Si tratta di un principio che è stato, purtroppo, spesso disatteso ma che oggi, più che mai, manifesta la sua validità e la sua attualità. Il nesso inscindibile tra tutela del risparmio, disciplina del credito e sviluppo economico tanto più va ribadito ora che la mondializzazione della finanza speculativa determinando i danni che sono sotto gli occhi di tutti, ha svincolato il risparmio da ogni nesso con il territorio e col Paese in cui esso si forma. Ora una serie di segnali che provengono dall’economia reale e dalla società civile, sottoposte a tensioni laceranti, indicano che è indifferibile una profonda riflessione sui temi cruciali del ruolo del risparmio e della funzione del credito. Una riflessione che guardi alla concretezza della realtà più che ai dogmi delle teorie economiche, per ritrovare i valori fondanti ed irrinunciabili di ogni civile convivenza. È ormai sotto gli occhi di tutti come, nell'attuale fase dell'economia, la redistribuzione della ricchezza, della produzione e degli investimenti abbia provocato delle modifiche epocali sui sistemi economici mondiali, creando, al tempo stesso, problemi di natura regionale, nazionale e globale. La globalizzazione sta trasformando ed anche distruggendo i sistemi di welfare sino ad oggi sperimentati, sta creando nuovi assetti organizzativi nella produzione di beni, ha ormai dato il via a massicci fenomeni di delocalizzazione produttiva e di riallocazione delle risorse, dando luogo a nuove forme di competizione tra paesi e tra aree economiche. Contemporaneamente, l'evoluzione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione sta inesorabilmente modificando i modi di produrre e distribuire beni e servizi, con modalità e tempi che variano da settore a settore e da Paese a Paese ma che coinvolgono, tuttavia, tutte le economie del mondo. Se guardiamo in particolare alla finanza internazionale, qui i tempi del cambiamento e dell'innovazione sono stati enormemente ridotti, e con la velocità è anche aumentato il grado di omogeneizzazione degli strumenti, dei mercati e degli intermediari. Per certi versi il settore finanziario rappresenta l'emblema della globalizzazione. È indubbio che si tratti di un sistema che ha procurato grandi vantaggi ma che non è immune da conseguenze negative, come ricordò anche Joseph Ratzinger in una sua omelia; è un sistema perciò su cui occorre intervenire per migliorarne i meccanismi e per governarne gli effetti. Le conseguenze di quanto sta accadendo sono enormi. Le transazioni giornaliere sui mercati dei cambi sono ormai pari al totale delle riserve valutarie delle banche centrali; le transazioni di origine fi- Basti pensare che solo a partire dagli anni Novanta, nei cosiddetti Paesi emergenti abbiamo contato oltre venti episodi di crisi di debito sovrano: Uruguay e Venezuela nel 1990; Algeria e Tunisia nel 1991; Sud Africa e Cile nel 1993; Mexico, Venezuela e Argentina nel 1995; Thailandia, Indonesia e Corea nel 1997; Russia, Pakistan, Brasile e Ucraina nel 1998; Ecuador nel 1999; Turchia nel 2000; Argentina e Brasile nel 2001; Indonesia nel 2002. Nel 2008 sono arrivati alle soglie del defaul l'Equador e l'Irlanda, nel 2009 l'Ucraina ed in questo periodo la Grecia. Attualmente per la verità, è difficile distinguere tra crisi del debito sovrano e crisi bancarie in quanto si combinano e si mescolano nei processi di default. Si possono ricordare Argentina, Perù, (altri stati dell’America Latina) Irlanda, Islanda, Cipro, Portogallo, Spagna, Italia (c’è crisi ma non default), Usa. nanziaria sono di gran lunga superiori alle transazioni di natura commerciale. Accade anche che le voci, gli umori degli operatori, come abbiamo constatato in questi giorni, si trasmettano istantaneamente tra le Borse di tutto il mondo, causando fughe di capitali, crisi valutarie, fallimenti a catena di banche e imprese, insolvenze, arresti improvvisi della produzione, prolungate fasi di stagnazione. La media del debito sovrano dei paesi dell’ocse è aumentata, dal fallimento della Lehman Brothers del 2008 ad oggi, di oltre il 20%. In questo unico mercato finanziario globale, il cui funzionamento ha messo in moto colossali flussi finanziari, è mancato una qualunque àncora di riferimento, in una realtà in cui operano investitori istituzionali e internazionali, speculatori, multinazionali, che sono in Continua a pag. 26 26 Economia e Finanza Continua da pag. 25 grado di spostare in tempo reale quantità tali di risorse da provocare sconvolgimenti enormi. La crescita dell'integrazione finanziaria è stata dunque imponente. A fronte di un PIL mondiale di 71.800 miliardi di dollari stimati al 31/12/2012 (secondo il FMI nel 2000 il PIL era di 35.960 mld di $ con 6.028 milioni di abitanti, nel 2007 il PIL è stato di 54.545 con 6.500 milioni di abitanti), il solo mercato dei prodotti “derivati” OTC è valutabile - secondo la Banca dei Regolamenti - in 640.000 miliardi di dollari al 31/12/2012, pari a circa 9 volte il PIL mondiale: si tratta di un dato, peraltro, che non è solo enorme ma anche in costante crescita. Era pari a 169.700 miliardi di dollari nel giugno 2003 ed a 127.500 miliardi di dollari nel giugno 2002, con poche banche - Bank of America, JP.morgan, City group e goldman Sachs - a dominare il mercato (94% di tutti i derivati in USA); un altro esempio: secondo il Fondo monetario internazionale ammontava a 78.000 miliardi di dollari il volume totale dei corporate bond in circolazione, un comparto in continua crescita. In Europa l'avvento della moneta unica ha favorito il mercato delle obbligazioni societarie, allargando i confini oltre quelli del singolo Paese per le società che vogliono entrare nel mercato dei capitali. Le tecnologie informatiche e gli strumenti finanziari innovativi - quali i derivati (options, futures, ecc.) - hanno consentito inoltre di mobilizzare ingenti risorse sui mercati anche a piccoli operatori altamente specializzati: si stima, ad esempio, che relativamente ai cosiddetti “hedge funds” (veicoli alternativi di gestione dei patrimoni) il patrimonio complessivo da essi gestito sia cresciuto a livello globale da 375 miliardi a 1.868 miliardi di dollari dal 1998 al 2007 ed a 2.130 miliardi a fine 2012. Persino i titoli spazzatura, i junk bond, stanno conoscendo un nuovo momento di grande popolarità. da inizio anno 2012 ad oggi, poco meno della metà dei nuovi fondi della clientela retail è andata a finire in questi titoli spazzatura, esattamente 11,8 miliardi di dollari contro i 43,8 miliardi che hanno trovato la strada dei fondi che investono in azioni e i 9,9 mil- iardi destinati a veicoli specializzati in obbligazioni a livello investimento. La ragione di questo ritorno di fiamma è da ricercare nella volontà dei risparmiatori di garantirsi rendimenti che non bastino solo a coprire la crescita dell'inflazione. Gli investitori stanno dunque cercando una categoria di asset che offra maggiori ritorni pur a fronte di rischi più elevati. Altra tendenza, ancora, è stata la crescita degli operatori non-bancari, (fondi pensioni, fondi d'investimento, assicurazioni, ecc.) oggetto di regolamentazioni e regimi di vigilanza meno stringenti dei tradizionali operatori bancari: ad esempio gli "hedge funds" sono abitualmente localizzati in centri off-shore, appunto caratterizzati da controlli minimi. Si tratta di un vero e proprio fiume di denaro che, grazie ai progressi della telematica, può spostarsi in un attimo da un punto ad un altro, in un qualunque mercato del globo. Tuttavia di tale massa di denaro solo una parte ormai irrisoria serve a pagare scambi di merci e servizi. Una parte importante è in realtà mossa dalla speculazione. «All'inizio degli anni '90 – ha scritto marco Panara su “Affari e Finanza” di Repubblica - era il capitalismo industriale a prevalere, tra General Electric o General Motors e Golman Sachs erano le prime a contare di più. La crisi ha rotto quella alleanza e oggi le logiche e gli interessi dell'una e dell'altra sono diventati confliggenti. Ma non finisce qui. La finanza compete con l'economia reale per le risorse. Tra mettere su un'impresa, conquistare un mercato, lottare con le regole, il fisco e i debiti e mettere i soldi in un hedge fund o in un private equity e incassare la rendita non c'è partita. Il problema è che in questo strano conflitto all'interno del capitalismo le vittime non sono astratte. Siamo noi, cittadini, la gente comune. Non c'è bisogno di demonizzare nessuno, la finanza se regolata serve a tutti, e di regole ne basterebbero due: una Toibin Tax e l'obbligo di trattare i derivati compresi i famigerati cds (credit default swaps) su mercati regolati». Bene, però Repubblica arriva con 15 anni almeno di ritardo. Basterebbe infatti andarsi a rileggere il documento “Una nuova politica per il credito” redatto da un gruppo di manager, studiosi e giornalisti dal dipartimento del Credito di AN allora guidato dal sottoscritto, per rendersi conto che queste dinamiche e queste situazioni le avevamo già individuate e denunciate. In questo quadro le capacità di difesa delle singole autorità monetarie, ferme restando le attuali regole, sono, come è risultato evidente nelle vicende che stiamo vivendo, purtroppo limitate. Ma un recupero di una qualche sovranità monetaria, esige anzitutto forme di controllo sui flussi di capitali, che operino una netta distinzione fra i trasferimenti di capitali a fini d’investimento o in pagamento di merci e servizi ed i flussi monetari a brevissimo termine a fini speculativi. Occorrerebbe, inoltre, in tema di libera circolazione delle merci, pensare a clausole di una qualche salvaguardia europea e ad un sistema di accordi bilaterali che mirino a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei Paesi Terzi, in misura che sia però compatibile con la salvaguardia dei livelli d'occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi dell'Unione europea. Il rischio, altrimenti, è quello di un liberismo senza controlli che possa impoverire gli uni e gli altri e, contemporaneamente, arricchire trafficanti e speculatori. Negli ultimi anni i mercati finanziari sono stati una delle espressioni più evidenti della globalizzazione dell’economia. Boom vertiginosi e drammatici crolli si sono associati a sogni di facili arricchimenti ed a più frequenti incubi di veder volatilizzare i propri risparmi. Quello che è accaduto nel merContinua a pag. 27 27 Economia e Finanza Continua da pag. 26 cato statunitense è emblematico. La deregulation e il diffondersi degli strumenti finanziari innovativi, molti dei quali oggi definiamo “tossici”, sono stati fattori che hanno pompato la crescita del sistema finanziario americano. Che peraltro, è il più grande debitore netto mondiale, con un deficit della bilancia pari a circa 700 miliardi di dollari l’anno ed uno stock di debito estero pari a oltre 2.800 miliardi di dollari, un debito pubblico che ha superato i 15.500 miliardi di dollari (103% del PIL), esclusi i colossi dei finanziamenti immobiliari Fannie mae e Freddie mac che hanno debiti per 4-5000 miliardi di dollari ed esclusi i debiti dei singoli Stati federali, alcuni dei quali sull'orlo del fallimento. Tutto questo indebitamente è detenuto per il 50% da banche estere centrali (cinesi e giapponesi, ecc.). La deregolamentazione, riducendo inevitabilmente le forme di controllo istituzionale che presiedevano all'equilibrio dei mercati, non è stata estranea in un contesto caratterizzato dalla diffusione di titoli derivati - all'esplodere di quelle crisi del mercato mobiliare ed immobiliare manifestatesi poi, in forma particolarmente virulenta, con lo scoppio delle bolle speculative (prima dalla new-economy, poi dei mutui sub-prime). Eppure come si ricorderà, il caso Enron portò all'attenzione generale gli enormi rischi che un certo assetto inadeguato dei mercati finanziari poteva comportare. La enron, che era una società del settore energetico che negli anni novanta aveva allargato le proprie attività anche nel settore della finanza, dichiarò fallimento all'inizio di dicembre 2001. La enron era l'undicesima società per capitalizzazione della Borsa americana (circa 66 miliardi di dollari a settembre 2000) ma aveva potuto nascondere in bilancio i debiti e le perdite di oltre 600 società off-shore. E gli effetti del disastro enron furono drammatici: milioni di risparmiatori videro dissolversi i loro risparmi; migliaia di lavoratori persero il posto; tutti i dipendenti persero gran parte della loro pensione poiché il fondo aziendale era investito per quasi due terzi nelle azioni della stessa società. Con enron (e quindi con Arthur Andersen), e ancora con Worldcom e Tyco, solo per ricordare i casi più clamorosi, l'immagine di Wall Street ricevette una ferita profondissima, tradendo l'idea di tuzioni, come del resto è previsto nella nostra Carta costituzionale. Il risparmio, frutto del lavoro e di una autolimitazione nei consumi, è una virtù ed un valore sociale, e va tutelato. Il valore morale e sociale del risparmio è conseguenza di una duplice valenza: un mercato capace di imporre gli standard di comportamento più severi e la protezione dei risparmiatori più efficace. In seguito anche in Europa scoppiarono analoghi scandali - Vivendi in Francia, Ahold in Olanda, BCCI in Gran Bretagna ed in Italia, Cirio e Parmalat i più clamorosi - che in molti casi trassero origine dalle dinamiche del processo di globalizzazione finanziaria e dal fallimento dei sistemi di controllo interni ed internazionali. Non si è trattato di casi isolati, pertanto, ma di una serie di dissesti che hanno senza dubbio costituito una evidente manifestazione di degenerazione del funzionamento dei mercati e degli strumenti preposti alla loro tutela. Ad essi hanno concorso tanti fattori: comportamenti fraudolenti, colpe gravi degli amministratori, compiacenze di alcuni controlli ed anche inadeguatezza delle regole. Le vicende finanziarie che hanno visto coinvolti Stati, istituzioni finanziarie e banche oggi hanno aperto il dibattito sull'assetto complessivo del sistema finanziario: sono infatti proprio le crisi di legalità “nel” e “del” sistema che debbono stimolare il ripensamento delle regolamentazioni. Quella che stiamo vivendo ha tutte le caratteristiche di una vera e propria emergenza economica e finanziaria, soprattutto per piccoli risparmiatori e famiglie, ma anche per investitori e imprese. dobbiamo perciò partire dalla riaffermazione del valore e dalla virtù morale del risparmio che, in quanto frutto del lavoro e della fatica dell'uomo, è degno della massima difesa da parte delle isti- a) esso è in primo luogo una forma di responsabile previdenza di cui l’individuo si fa carico; b) questo “lavoro del passato”, mutandosi in credito e capitale d’investimento e combinandosi di nuovo col lavoro del presente e del futuro, è il fattore imprescindibile dell’ulteriore sviluppo economico e del benessere della comunità. Purtroppo questa concezione virtuosa del risparmio è stata troppo spesso travisata e distorta, così come il concetto di investimento. La mondializzazione della finanza ha sradicato il risparmio dal territorio in cui si è formato, lo ha ridotto a semplice “merce” da allocare là ove il suo prezzo è più alto. Così come a semplice “merce” vuol ridurre il lavoro, da acquistare là ove il suo prezzo è più basso. Ogni connessione virtuosa tra lavoro, risparmio e sviluppo della comunità nazionale viene infranta e sacrificata sull’altare del profitto, e in nome di una mondializzazione senza Patria e senza dio, “funesta e esecrabile”, come la definiva già oltre settanta anni or sono l’enciclica “Quadragesimo anno”. Occorre correggere la rotta; noi lo possiamo fare più agevolmente di altri perché nel nostro sistema operano già in questa ottica le Banche Popolari e le BCC, banche di territorio e di prossimità. dobbiamo essere in grado di promuovere un'etica nuova della trasparenza, in cui la responsabilità divenga l'arma in mano all'impresa per avere successo sui mercati. È un nuovo umanesimo del lavoro e della produzione che dobbiamo indicare, proporre e realizzare. Riccardo Pedrizzi 28 Economia e Finanza UNA CASTA dI GRANdI MANAGER CONTROLLA IL PIANETA Il mondo verso il caos di Salvatore grillo morassutti L e grandi imprese capitalistiche sino agli anni ’50 del secolo scorso sono state saldamente collegate alla figura dell’ideatore o a quella dei suoi eredi, raramente a uomini scelti all’esterno della “famiglia” i quali, eventualmente, erano comunque fortemente controllati dagli azionisti di riferimento. Nei decenni successivi, a causa dell’aumento della dimensione economica delle grandi società dovuta principalmente al successo delle borse e alla diffusione della partecipazione dei cittadini al rischio d’impresa, si è avuta una diminuzione progressiva della partecipazione diretta dei proprietari del capitale alle scelte aziendali, mentre ha preso vita una categoria speciale, quella dei grandi manager. Questi soggetti sono tenuti solamente a rispettare due regole: garantire alte quotazioni dei titoli e buoni dividendi. Per il resto sono rimasti arbitri assoluti delle gestioni, conquistando così, a carico dei bilanci societari, emolumenti milionari e una serie di benefit di altissimo livello che li hanno portati a essere i clienti esclusivi del top di ogni settore. Progressivamente questi manager, presenti maggiormente nelle nazioni politicamente ed economicamente più forti, hanno raggiunto la consapevolezza di avere un interesse comune: mantenere e ampliare la condizione che li aveva spinti al comando della economia mondiale. Questo li ha portati a lavorare affinché gli Stati si dessero una rete di regole legislative e comportamentali capaci di difendere il loro status, regole che i parlamenti nazionali e le rappresentanze multinazionali hanno fatto proprie, quasi folgorati da improvvise e comuni rivelazioni. Questo è il nuovo capitalismo, non più diretto da imprenditori pioneristici, ma da burocrati ai quali l’accesso a questa prestigiosa funzione viene garantito da una selezione interna a un mondo ermeticamente chiuso, forte del controllo di alcune Università nelle quali si è venuto a creare un linguaggio nuovo, incomprensibile alla collettività, anche a quella della stampa specializzata. Una casta, quindi, che usa una comunicazione criptata, la cui comprensione determina la possibilità di accedere all’olimpo, anche attraverso master esclusivi e attentamente controllati. Per incontrare questi nuovi “dominatori” oc- corre accedere alle classi esclusive degli aerei, agli alberghi di lusso, a luoghi esotici, dove trascorrono buona parte del loro tempo, mentre tra i bilanci ufficiali della grandi società e il valore reale dei beni, la comparazione diviene sempre più difficile in una economia mondiale retta da valute cartacee, prima tra tutte il dollaro, la cui massa è ormai fuori controllo e si allontana velocemente da ogni rapporto concreto con la ricchezza reale del Paese che le emette. Come fa questa nuova aristocrazia a mantenere la propria condizione di privilegio? Innanzitutto attraverso il ricatto: se dovessero saltare, salterebbe il sistema sul quale trova fondamento il mondo moderno, cresciuto attorno al mercato mondiale dei beni e dei servizi. Non rimarrebbe che polvere, mentre lo spettro della povertà e della disperazione si diffonderebbe in tutte le nazioni con alta urbanizzazione e con una economia basata sul meccanismo perverso costruito attorno al grande bluff della finanza virtuale. Poi attraverso il controllo dell’informazione che oramai dipende da una rete mondiale dalla quale discendono le scelte sui format, sulle campagne di opinione, sulla diffusione della conoscenza dei fatti. I grandi network vengono controllati o attraverso le partecipazioni dirette, o ponendo alla loro guida un management “omologato”, o attraverso i voContinua a pag. 29 29 Continua da pag. 28 Economia e Finanza lumi di pubblicità che determinano lo potrebbe scatenarsi a causa di un in- litica all’interno delle grandi nazioni, sviluppo o la chiusura di un giornale ceppamento del “sistema”, o anche una politica sganciata dal ricatto e dal o di una televisione. per una sua eccessiva espansione che condizionamento terribile dell’inforFuori da questi grandi circuiti venga a determinare l’incapacità di mazione omologata, una politica che possono sopravvivere alcune realtà continuare a tenere celata la sua reale metta al centro l’interesse dell’umannazionali o regionali che però riman- debolezza. ità e non quello egoistico del singolo, gono incapaci di muovere le opinioni Qualche teorico green che riscopra ideali capaci di dare nuopubbliche mondiali che sono quelle prospetta scenari di “ritorno alla vamente valore al coraggio, alla genche determinano le scelte politiche campagna”, ancestrale richiamo alla erosità, alla fantasia creativa. della grandi nazioni e degli organismi simbiosi tra uomo e natura, dove la In questa logica ogni popolo, sovranazionali. sopravvivenza deriva dalla risposta senza necessariamente sconfessare Ovviamente, accanto a “naturale” dell’ambiente nel quale, totalmente quanto di positivo è questa casta dominante, nei Paesi per- con un ritorno all’equilibrio, con- emerso attraverso l’apertura iferici come l’Italia, si determina lo vivono le specie vegetali e quelle an- dei mercati e la circolazione dei beni scimmiottamento di pseudo manager, imali. Altri cominciano ad ipotizzare e delle persone, dovrebbe riprendere i quali recitano lo stesso copione al- una autarchia come risposta alla im- contatto con le proprie tradizioni per l’interno di soggetti economicamente plosione delle grandi strutture trarre da queste la forza culturale con sorretti dalla finanza pubblica dove sovranazionali. Ma le correnti di pen- la quale costruire un nuovo sistema di non sono tenuti a prorapporti, nei quali i durre utili alle imprese valori dei beni diLo Stato non riesce ad incassare 545 miliardi di euro Evasione, tante parole e poche decisioni e possono, come il vengano nuovamente famigerato Cimoli, Evasione e debito pubblico: i nodi vengono al pettine. In questi ultimi tempi politici, sindacalisti, rispondenti al sacrifiopinionisti tv, gente comune si sono cimentati in discussioni più o meno approfondite. sommare miliardi di Ora cio necessario ad otci sono due prese di posizione ufficiali dalle quali non si può più derogare. I numeri dell’evadebiti, causare il tra- sione fiscale sono stati riferiti alla Camera dei Deputati dal Viceministro dell’economia Luigi tenerli o alla specialità collo delle imprese che Casero. delle loro caratterisLa tabella depositata in Commissione Finanze di Montecitorio dovrebbe diventare il vademecum dirigono, ricevendo co- di ogni azione dello Stato. Negli ultimi 12 anni l’Erario avrebbe dovuto incassare 808 miliardi di tiche. munque non solo ap- euro. Ne ha incassati poco più di 69. Dall’ammontare del non riscosso vanno detratti 193 miliardi Una scelta culturale di euro che non dovevano essere riscossi in quanto beneficiari di sgravi di vario genere ( depannaggi fantastici, ma duzioni, detrazioni). di questo tipo non può Il problema , ha ammesso Casero, va riferito allora a 545, 5 miliardi che lo Stato deve esigere. liquidazioni milionarie, che discendere dal reDi questi ,però, 107 sono riferibili a soggetti già falliti e quindi lo Stato non sa dove andare a venendo premiati per pescare cupero di valori legati i responsabili. Venti miliardi sono sospesi in quanto oggetto di un contenzioso con il fisco. avere risposto co- Dalle risposte alle interrogazioni degli onorevoli Capezzone e Zanetti, presidente e vice della alla capacità delmunque agli interessi di Commissione Finanze, si è venuto a sapere che lo Stato incontra a volte difficoltà insuperabili l’uomo, al suo inper riscuotere il dovuto Ecco una parte della casistica: ci sono i falliti prima e dopo la consegna chi li aveva nominati. del ruolo, altri che all’anagrafe tributaria non possiedono nulla ( per questi l’agenzia delle entrate gegno, alla sua forza Ovviamente, in o la guardia di finanza dovrebbero allora avviare complesse attività ispettive), oppure sono morti. fisica e morale: in Una larga schiera è composta da quelli che hanno chiesto la rateizzazione oppure che una volta mezzo alla tragedia chiesta non pagano. Non mancano poi i nullatenenti ai quali sono intestate società fittizie. poche parole a quanto economica che questo Restano pur sempre 452 miliardi da riscuotere riferibili a 121.409 soggetti, considerati grandi appartiene alla natura debitori per importi superiori ai 500 mila euro, dietro ai quali si nascondono quindi ingenti patrifinto capitalismo sta moni. umana. Il recupero di preparando nel mondo, S.M. un uomo libero da condizionamenti, che non può mancare la con maggiori iscritti torna a essere il motore del mondo, è farsa; in Italia saremo costretti a siero subire soprattutto gli effetti di preferiscono allontanare la data del- la prospettiva che può liberare la soquest’ultima, unita alla tragedia eco- l’impatto e continuare a studiare cietà odierna dalla schiavitù dell’innomica che si profila e che rischia di come dare ossigeno all’attuale sis- ganno post capitalista, dando corpo essere ben maggiore di quella deter- tema, magari bruciandovi dentro le alla costruzione di una classe sociale minata dalla massa di mutui immobil- nuove energie economiche e umane la quale, lavorando in controteniari insoluti del mercato americano . che provengono dalle risorse di denza, costruisca le basi di una Quale può essere la via per grandi nazioni come il Brasile o l’In- risposta capace di evitare il caos, dia, altro carburante forse capace di scongiurando un pericolo molto probuscire da questa folle condizione? Questo è l’interrogativo rivo- tenere acceso il motore di questa or- abile: il ritorno del mito del colletluzionario del secolo che si è aperto, renda macchina economica per un tivismo, imposto da nuove tirannidi come reazione al fallimento della deunito, parallelamente, alla ricerca di altro ventennio. Viceversa potrebbe essere generazione capitalista. contromisure da adottare per evitare di essere impreparati alla nuova percorsa un’altra strada, coraggiosa: Salvatore Grillo Morassutti grande insolvenza mondiale che quella del ritorno al primato della po- 30 Economia e Finanza L’ECONOMIA SOCIALE dI MERCATO, UNA RISPOSTA ALLA SFIdA dELLA CRISI GLOBALE di Pier Paolo Saleri Il mercatismo: l’ultima ideologia Vi è un rapporto diretto tra crisi economica globale e cultura relativista: è l’affermarsi dell’egemonia della cultura relativista, anche nel pensiero economico, che ha portato alla definitiva scissione tra etica ed economia. Alcuni esempi: la scuola di Chicago, milton Friedman ed i suoi allievi, il Nobel gary Becher ecc.. La crisi finanziaria ed economica che ha colpito l’intera comunità internazionale si è fatta carico di attestare questa realtà. La nascita del “mercatismo” come ideologia del mercato è l’ultimo frutto avvelenato del XX secolo:l’ultima ideologia. La scissione tra etica ed economia ha portato al prevalere della finanza sull’economia reale e del profitto esclusivamente fine a se stesso e, dunque, a perdere di vista il rapporto essenziale tra economia e persona umana, tra economia e comunità ignorando il fatto che l’economia è “naturaliter” al servizio della vita delle persone e della comunità. Negare la dimensione comunitaria e sociale dell’economia e del mercato significa in realtà tagliarne le radici e bloccarne il motore di sviluppo. Economia e mercato non possono infatti esistere senza dimensione comunitaria e sociale in quanto presuppongono, per loro stessa natura, l’incontro con gli altri. Ogni logica di mercato in chiave meramente individualistica ed egoistica, “l’istinto animale che porta ad arricchirsi senza limiti”1 finisce col risultare autodistruttiva. Il meccanismo finanziario scisso dalle esigenze dell’economia reale, e finalizzato solo al profitto, porta inevitabilmente alla distruzione dell’economia stessa. Innesca, in un certo senso, un meccanismo di spropositato arricchimento di pochissimi individui ai danni dell’intera comunità internazionale con la conseguenza di un suo impoverimento generalizzato e conseguenze ancora più tragiche, soprattutto, nei paesi più poveri: “Per effetto della crisi cento milioni di persone torneranno in povertà. Fra 200 mila e 400mila bambini rischiano di perdere la vita per la denutrizione e la mancata assistenza sanitaria”2 . Non a caso negli Stati Uniti d’America si sta configurando una vera e propria criminalizzazione di Wall Street intesa come “tempio dell’economia finanziaria”: caso mardoff , caso Aig, rivolta popolare a fronte dei bonus milionari dei supermanagers ecc…. Sulla base di queste considerazioni l’attuale crisi economico-finanziaria va letta come uno dei volti della crisi globale, che richiede una risposta globale e, dunque, una radicale svolta culturale, un cambio netto di orientamento che abbia la forza di ricostruire il rapporto vitale tra etica ed economia. E’ questo il senso del discorso sull’economia pronunciato da Benedetto Xvi al Sinodo dell’ottobre 2008. “La Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo”3. Dottrina sociale della Chiesa ed economia sociale di mercato Nel contesto di una crisi economica e sociale devastante generata, soprattutto, da una ben specifica concezione culturale, ritornano d’attualità, dopo essere stati ignorati e derisi per molti anni dagli economisti, i principi e le soluzioni proposte dalla dottrina sociale della Chiesa e dall’ “l’economia sociale di mercato” che, per molti versi, alla dottrina sociale della Chiesa è strettamente collegata. L’economia sociale di mercato, nell’ottica della cultura dell’integralismo liberista, cioè del “mercatismo” secondo l’efficace neologismo coniato non molti anni or sono, si configura come una specie di “enantiosemia”: una contraddizione in termini. Per una visione economica fondata sull’ “istinto animale all’arricchimento senza limiti” il principio del “mercato” e quello del “sociale” sono tra loro incompatibili. Come se fosse possibile immaginare il mercato, cioè l’economia di scambio, al di fuori dei rapporti sociali! In realtà è, invece, vero esattamente il contrario. Non a caso nella città medievale dei primordi del capitalismo il mercato, che era il luogo principale, se non unico, dello scambio, si colloca sempre nella piazza, cioè nel luogo sociale per eccellenza, là dove sorge anche la Cattedrale luogo, simbolo e fondamento della centralità della dimensione spirituale nella società degli uomini. Il progresso economico non può dunque,in realtà prescindere, a meno di avviarsi verso insanabili contraddizioni che poi generano drammatiche crisi, dal rispetto per l’altro e da un tessuto di valori spirituali dove, anche e soprattutto in questo caso, la fede e la ragione non possono che coincidere ed essere alleate in quanto proprio da questa alleanza sorse il progresso economico e civile dell’occidente cristiano: “Incoraggiata dalla Scolastica e concretizzata nelle grandi università medievali fondate dalla Chiesa, la fede nel potere della ragione pervase la cultura occidentale, stimolando la dedizione alla scienza e l’evoluzione della teoria e della pratica democratica. Anche la nascita del capitalismo è da considerarsi una vittoria della ragione ispirata dalla Chiesa, dal momento che esso altro non è Continua a pag. 31 31 Economia e Finanza Continua da pag. 30 se non l’essenziale applicazione della ragione al commercio in modo sistematico e duraturo, il che si vide per la prima volta all’interno delle grandi proprietà monastiche” . Lo sviluppo capitalistico dell’occidente europeo nasce e trova il suo terreno di coltura in una società fortemente caratterizzata da un tessuto di valori spirituali ed in un contesto sociale fortemente articolato nel quale, comunque, la preoccupazione per il benessere spirituale della persona forniva, senza dubbio, l’orientamento prevalente all’ intera società. Il capitalismo, che non è appunto altro se non “l’essenziale applicazione della ragione al commercio in modo sistematico e duraturo”, abbandonato a se stesso e concepito non più come metodo di organizzazione del mercato, ma come valore di per se stesso, finisce con il risultare assolutamente distruttivo anche dell’equilibrio e della libertà del mercato proprio perché non ne riconosce più la dimensione sociale e sostituisce la centralità del profitto alla centralità della persona umana e della società intesa come comunità di persone. Per queste ragioni vediamo nei principi dell’’economia sociale di mercato, che nasce proprio dalla consapevolezza della sostanziale interconnessione tra progresso economico e salvaguardia dei valori spirituali e della centralità della persona umana - messa a fuoco da un gruppo di studiosi dell’economia della cosiddetta scuola di Friburgo (muller-Arckman Ropke, eucker ecc…) che hanno significativamente orientato con le loro idee il modello di sviluppo della ricostruzione dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra - la risposta più adeguata alla crisi economica globale. 4 Economia e ordine dei valori L’economia sociale di mercato si fonda infatti , innanzitutto, sulla convinzione della necessità di garantire alla dinamica del mercato il solido riferimento di un ordine di valori, cioè di una dimensione etica. Non a caso la rivista di questo gruppo di studiosi aveva come titolo la parola latina“Ordo” - Ordine - e la loro corrente di pensiero economico venne ben presto definita come: “Ordoliberalismo”. La loro visione, che si sviluppa tra gli anni della grande depressione e la ricostruzione postbellica dell'Europa, è contrassegnata da una visione liberale e sociale in cui prevale soprattutto la preoccupazione per la salvaguardia dei valori spirituali della civiltà europea: cioè la salvaguardia delle sue radici cristiane. ha scritto Benedetto Xvi: “Dove Dio non viene più onorato, tutto il resto intristisce”5. da questa impostazione nasce come naturale conseguenza la centralità del lavoro dell’uomo nel processo economico in quanto dalla salvaguardia dei valori spirituali della civiltà europea consegue necessariamente il primato della persona umana nella logica politica, sociale ed economica. Il collegamento con la dottrina sociale della Chiesa e con il suo Magistero risulta di tutta evidenza. Afferma giovanni Paolo ii nella “Laborem exercens”: “Così quindi, il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale è un postulato appartenente all’ordine della morale sociale…Il lavoro è in un certo senso inseparabile dal capitale e non accetta sotto nessuna forma quell’autonomia, cioè la separazione e la contrapposizione in rapporto ai mezzi di produzione, che ha gravato sopra la vita umana negli ultimi secoli, come risultato di premesse unicamente economiche”. Nell’ottica di una visione dell’economia che fa riferimento forte ad un ordine di valori spirituali e, dunque ad una dimensione etica dell’economia stessa, la visione liberista di stampo anglosassone che individua nella “mano invisibile” del mercato il supremo regolatore della vita economica - in quanto la forza con cui i soggetti economici perseguono gli interessi individuali, i cosiddetti “spiriti animali”, finirebbe, naturalmente, con il realizzare l’interesse collettivo - non può trovare spazio. Troppe volte la storia e la realtà dei fatti si sono preoccupati di smentire questo assioma del liberismo classico, così come hanno anche radicalmente smentito l’utopia collettivista del comunismo. Nell’ottica dell’economia sociale di mercato l’idea centrale è, invece, che il mercato sia, si, il modo migliore per organizzare l’attività economica di un Paese, ma che esso non sia in grado di garantire, di per se stesso, l’equilibrio distributivo che dovrebbe essere assicurato dai meccanismi automatici di aggiustamento, mitizzati dalla teoria neoclassica: non sia, in altre parole, autoreferente. Il conflitto sociale, che consegue necessariamente ad un iniquo equilibrio distributivo, finirebbe, infatti, per comprometterne l’attività autonoma creando gravi squilibri e perenne conflittualità. Mercato e protezione sociale sono due concetti indissolubili per realizzare la crescita economica, poiché la seconda assicura che l’efficiente e corretto funzionamento del primo sia un obiettivo condiviso dell’intera comunità. Ed è questa la chiave non solo per la realizzazione di una società più giusta, ma anche per il conseguimento di un successo economico solido e duraturo. Primato della politica e orientamento del mercato I principi generali del libero mercato - valuta stabile, libera contrattazione, regole fisse di politica economica, mercati orientati all’esportazione - vanno associati con l’idea che le forze spontanee e la flessibilità non sono in grado da sole di generare un mercato efficiente. In altre parole lo Stato deve creare le precondizioni per un funzionamento corretto del mercato. Un Continua a pag. 32 www.culturaperlapartecipazionecivica.it - www.cpceuropa.it CULTURA PER LA PARTECIPAZIONE CIVICA E' UN SITO CHE SEGUE L'ATTUALITA' CON ANALISI E COMMENTI CULTURALI E POLITICI CONTROCORRENTE. NELLA REDAZIONE FIGURANO INTELLETTUALI ,SCRITTORI, POLITICI E PROFESSIONISTI IMPEGNATI SUI TEMI DEL CONTRASTO AL RELATIVISMO,E, IN ITALIA , PER UNA RIFORMA COSTITUZIONALE IN SENSO PRESIDENZIALE CHE SOSTENGA LA MISSIONE DELL'ITALIA PER COSTRUIRE UN'EUROPA POLITICA, INCARDINATA SUI VALORI TRADIZIONALI. 32 Economia e Finanza Continua da pag. 31 principio che oggi, di fronte al fenomeno della globalizzazione non può più essere limitato alle singole economie nazionali o di area, ma deve vedere il ristabilimento di precondizioni e regole certe anche da parte della comunità internazionale: soprattutto per quanto concerne l’economia finanziaria. In questo contesto diviene sempre più importante che anche l’Unione Europea acquisti sempre più spessore politico per contribuire con tutto il peso dei valori ideali della sua civiltà alla ridefinizione di queste regole. Questa concezione del mercato, visto come elemento essenziale dello sviluppo economico che deve essere rigidamente rispettato e salvaguardato ma nel contempo, anche orientato ed indirizzato in quanto, di per se stesso e da solo, non è in grado di creare un equilibrio socioeconomico giusto e pienamente rispondente alle esigenze dell’interesse generale, comporta naturalmente anche un rivalutazione del primato della politica nella società. Con la crisi globale il primato della politica si ripresenta con forza dopo anni ed anni di eclisse. E’ solo dalla politica e dagli interventi dei governi che i lavoratori, le imprese e le categorie sociali possono attendersi un indirizzo ,un aiuto, una protezione ed un sostegno per non essere travolti, ed uscire con successo, dalla tempesta prima finanziaria e, poi, economica. Una tempesta che “gli spiriti animali” del capitalismo - con le loro avventure finanziarie speculative, edge founds, equity founds ed ulteriori varianti dello stesso tipo - hanno, dissennatamente, innescato. Economia sociale di mercato significa, dunque, una forte capacità di orientamento del mercato, da parte dello Stato e dunque della politica senza alterarne i meccanismi fondamentali, anzi rispettandoli profondamente e creando le precondizioni perché essi possano sviluppare tutte le loro potenzialità in una logica di consolidamento complessivo dell’equilibrio sociale e di sviluppo di una comunità solidale. E’ solo questa, infatti, la via per assicurare un forte sviluppo economico evitando l’insorgere delle contraddizioni, delle ingiustizie, delle povertà, del conflitto sociale. I due pilastri della politica economica ispirata all’economia sociale di mercato possono essere perciò riassunti in a) orientamento al mercato e b) integrazione sociale, la quale deve essere realizzata sia sul piano individuale che sul cipali pilastri su cui questa impostazione si fonda: “Questa idea della condivisione, è un’idea fondamentale nell’economia sociale di mercato proprio come “cum-dividere” ed è un’idea che fa coesione nazionale, che fa coesione sociale, ma sottolineo: la coesione nazionale è un aspetto fondamentale della coesione sociale in un Paese profondamente diviso come il nostro, e il “cum-dividere” vale nella dimensione del sistema Paese e vale anche nella dimensione dell’azienda”7. L’economia sociale di mercato,implica una visione unitaria ed armonica della società. Essa è antagonistica rispetto ad ogni visione settoriale anche e soprattutto, rispetto alle logiche tecnocratiche del più recente capitalismo. “Ogni società in tutte le sue manifestazioni ed in tutti i suoi aspetti, forma una unità, nella quale tutte le parti sono legate da un rapporto di interdipendenza: un’entità che non possiamo scomDe Chirico - La scuola dei gladiatori - 1928 porre e ricomporre a capriccio. amento del mercato e che non sono attività Anche l’ordine economico non fa ecche i privati hanno interesse ad intrapren- cezione a questa regola, dovendo essere dere. In questo senso vale la pena di riflet- inteso come una parte dell’ordinamento tere interrogandosi sulla questione se globale della società che deve corrisponanche il”miracolo economico” italiano del dere all’ordine spirituale e politico, esatsecondo dopoguerra non sia legato in tamente come questo, a sua volta, deve misura notevole all’applicazione di alcuni armonizzarsi con l’ordinamento economfondamentali principi dell’economia so- ico. La libertà dello spirito, della cultura, ciale di mercato seppure interpretati in quella politica e quella economica - tutte modo anomalo e, forse, con più accentuata - sono egualmente importanti e si convocazione statalista. ha scritto giuseppe dizionano a vicenda, e altrettanto vale per De Rita in riferimento alla ricostruzione l’assenza di libertà”.8 E’ in questo senso postbellica, al boom degli anni 50-60, al- che l’impostazione dell’economia sociale l’esplosione della piccola impresa e del lo- di mercato è, al contempo, profondamente calismo negli anni 70: “Lo sviluppo è stato liberale e sociale. Nella logica di questa visione ordi “popolo”. Sarebbe però meglio dire “governo e popolo”(frase cara ad Aldo ganica della società, l’economia sociale di Moro) perché tutto quel che è successo mercato che si propone come obbiettivo la nella seconda metà del Novecento è stato realizzazione di un economia sana fondata frutto anche di una azione pubblica che ha sulla centralità della persona, piuttosto che garantito stimolo e supporto al proliferare su quella del capitale - cioè sulla centralità del fine rispetto a quella dello strumento dei comportamenti collettivi”6. presuppone uno Stato sano. Uno Stato non Una visione unitaria ed armonica solo fondato sui principi classici di libertà della società e di democrazia ma anche decisamente anNel impostazione dell’economia sociale di corato a quei principi di solidarietà, partemercato è fondamentale sviluppare e raf- cipazione, sussidiarietà e territorialità forzare il principio della partecipazione e senza i quali la stessa democrazia appasdel coinvolgimento delle parti sociali, so- sisce ed il mercato, in ultima analisi, entra prattutto, dei lavoratori, perché questa è la in contraddizione con se stesso imploprincipale precondizione per ottenere una dendo, come l’attuale crisi globale ci ha crescita economica forte e radicata. L’e- ampiamente confermato. Non a caso, per conomia sociale di mercato è, dunque, una quanto concerne specificamente la territoimpostazione fortemente democratica e rialità le imprese dei distretti italiani legati popolare. La condivisione è uno dei prin- al territorio “hanno saputo via via crescere piano dell’organizzazione istituzionale. Il mercato, pertanto, deve avere le caratteristiche che risultano vincenti per realizzare efficienza e produttività e lo Stato deve assicurare politiche di espansione di lungo periodo che abbiano prevalentemente ad oggetto: gli investimenti in infrastrutture; gli investimenti in ricerca e sviluppo e gli investimenti in formazione del capitale umano. In altri termini si deve occupare della costituzione delle precondizioni che assicurano l’efficiente funzion- Continua a pag. 33 33 Economia e Finanza Continua da pag. 32 e diventare delle multinazionali tascabili non dando retta a quei borghesi che ripetevano che la moda o il tessuto erano settori maturi da abbandonare”9 configurandosi trai principali punti di forza della tenuta dell’economia italiana a fronte della crisi. L’economia sociale di mercato presuppone uno Stato fondato sul diritto naturale, e non su una propria autopresunta eticità; uno Stato capace di garantire una “vita buona”ai suoi cittadini; uno Stato nel quale i suoi cittadini si riconoscono pienamente perché si pone come ragione ed obbiettivo primario del suo stesso esistere il “bene comune”: “Solo quando la cosa pubblica sia suddivisa secondo una scala naturale, per cui ognuno faccia parte dello Stato partecipando ai compiti della parte che gli è più vicina, soltanto allora è possibile una vera comunità entro la cerchia vicina, soltanto allora il singolo può veramente identificarsi con lo Stato considerandolo suo e legale, soltanto allora possono prosperare assieme ordine e libertà”.10 Democrazia, solidarietà, sussidiarietà e territorialità Emerge, a questo punto, in tutta la sua centralità il tema fondamentale del rapporto tra democrazia ed economia L’economia non è una questione tecnica, un qualsiasi settore ad altissima specializzazione le cui questioni riguardano escusivamente gli economisti, i managers, i tecnocrati, gli imprenditori, le banche ed, in via totalmente subordinata e marginale, i lavoratori ed il popolo. L’economia, come dice la sua stessa etimologia “oixos-nomia” è “l’arte di saper amministrare bene la casa”: la casa comune, l’intera comunità. Non può essere,dunque, affare di ristrette elites più o meno intellettuali. E’ un affare di tutti è un affare che riguarda il popolo nel suo complesso e nella sua articolazione in corpi intermedi: implica la partecipazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni alla responsabilità ed alla elaborazione delle strategie economiche generali della società come delle singole aziende. Nei momenti di crisi economica grave, come è quello attuale la consapevolezza della necessità della democrazia economica riemerge con forza. E’ indispensabile che intorno ad essa si susciti un serio approfondito ed articolato dibattito per farne sistema anche in Italia - liberandosi degli ideologismi neoliberisti e veteromarxisti che, si basano ambedue sulla logica dell’esclusione e della conflittualità strutturale tra capitale e lavoro, ostacolando il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa e la loro condivisione nella dimensione aziendale. “La democrazia economica è importante. Dobbiamo imitare la Germania: lì, nei periodi di crisi, le aziende rielaborano assieme ai sindacati i propri piani. Un sindacalismo maturo non può che fare così.. Questo vuol dire anche che partecipa alle discussioni sulle strategie aziendali… Sono decenni che predichiamo il sistema tedesco. Sin da quando Enrico Mattei propose di fare questa cosa, di introdurre il sistema tedesco in Eni e si trovò l’opposizione della Confindustria di Costa ma anche dei comunisti. La Confindustria perché non voleva che nel capitalismo familiare che si stava costruendo, potesse entrare uno “zoticone” di sindacalista per dirgli cosa dovevano fare. Il Partito comunista perché non voleva che un operaio potesse essere responsabilizzato dall’azienda: a quel punto saltavano i presupposti per la lotta di classe. Questi condizionamenti culturali influenzano ancora sia la Confindustria - tuttora fredda su questa ipotesi - sia la sinistra che non sembra disposta a discutere di questo”11. Per la democrazia economica oltre la partecipazione sono, poi, essenziali i principi di solidarietà, sussidiarietà e territorialità. E questi principi sono legati assieme in una logica organica che rende difficile separarli senza depotenziarli e negarli. La solidarietà è il fulcro essenziale intorno al quale, nella logica dell’economia sociale di mercato, si articola l’intero sistema economico e politico. Senza il principio di solidarietà non vi è più alcuna comunità, la stessa anima della società si disgrega perché non vi è più nessun sentire comune che possa indurre alla cooperazione, alla collaborazione, alla costruzione del futuro in altre parole alla partecipazione. Ma solidarietà può esservi solo nella equità, nel giusto riconoscimento dell’apporto e del ruolo di ciascuno, nel consentirgli di fare liberamente la propria parte nel contesto di una concezione armonica della società: cioè nella logica della sussidiarietà, in altre parole della territorialità e del decentramento. Scrive Ropke, il principale ispiratore della realizzazione dei principi dell’economia sociale di mercato nell’esperienza tedesca del secondo dopoguerra: “Il principio di decentramento politico è un principio universale e potrebbe definirsi nel miglior modo con un’espressione tolta alla dottrina sociale cattolica, come principio di sussidiarietà. Ciò vuol dire che dal singolo individuo fino al centro statale il diritto originario è sul gradino più basso, e ogni gradino superiore subentra soltanto come sussidio al compito di quello immediatamente più basso quando un compito esorbita dal territorio di quest’ultimo. Ne risulta una gradinata dall’individuo attraverso la famiglia e il comune alla provincia e infine allo Stato centrale, una scala che delimita lo Stato stesso e gli contrappone il diritto proprio dei gradini inferiori con la loro inviolabile zona di libertà. In questo senso sussidiario il principio di decentramento politico contiene dunque già il programma del liberalismo nella sua accezione più lata e generale, un programma che è una delle condizioni essenziali di uno Stato sano che impone a se stesso i limiti necessari e conserva nel rispetto della libere zone statali la propria sanità, la propria forza e stabilità”12. Pier Paolo Saleri 1) intervista a Stefano Zamagni Avvenire, 7 ottobre 2008. 2) Intervista a Robert Zoellick Banca Mondiale Corriere della Sera 22 marzo 2009. 3) Meditazione del Santo Padre Benedetto XVI nel corso della prima congregazione generale della XII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 6 ottobre 2008. 4) Rodney Stark, La vittoria della Ragione: come il Cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza p. 9. 5) Joseph Ratzinger Benedetto XVI, 365 giorni con il Papa, p. 192. 6) Giuseppe De Rita: Nostalgie segrete del declino, Corriere della sera 20 febbraio 2007. 7) Maurizio Sacconi: Intervento al Convegno “ L’economia sociale di mercato come risposta alla recessione globale” Roma 29 ottobre 2008. 8) Wilhelm Ropke: Democrazia ed economia, l’umanesimo liberale nella civitas humana, p 187. 9) Maurizio Sacconi, Sacconi e i salotti “borghesi”: nemici della piccola impresa,Corriere della Sera, 3 maggio 2009. 10) Wilhelm Ropke: ibidem, p. 124. 11) Raffaele Bonanni, Basta con il jihad, la Cgil dialoghi, Il Riformista 28 aprile 2009. 12) Wilhelm Ropke: Democrazia ed economia, l’umanesimo liberale nella civitas humana, pp. 124-125. 34 Catholica LE PAROLE dI FRANCESCO: STORIA, POLITICA, IdENTITà ico a causa delle crisi e dei conflitti,ma comunque un ordinamento,finalizzato al bene comune. Per formare comunità ognuno ha un munus, un ufficio, un compito, un obbligo, un darsi, un impegnarsi, un dedicarsi agli altri. Queste categorie, che ci vengono dal patrimonio storico-culturale, sono cadute nell’oblio,oscurate di fronte all’impellente spinta dell’individualismo consumistico che unicamente chiede, esige, domanda, critica, moraleggia e, incentrato su se stesso, non aggrega, non scommette, non rischia, non “si mette in gioco” per gli altri. I l Cardinale Jorge Mario Bergoglio il 16 ottobre 2010 a Buenos Aires tenne un discorso in una occasione che costituiva l’inizio delle celebrazioni del duecentesimo anno della indipendenza dell’Argentina. Il Paese si trovava ancora in una situazione difficile a motivo della crisi economica che si era abbattuta sul Paese all’inizio del XX secolo. - <<Oggi esiste una tendenza, sempre più accentuata ,ad esaltare l’individuo. E’ il primato dell’individuo e dei suoi diritti sulla dimensione che vede l’uomo come un essere in relazione. E’ l’individualizzazione autoreferenziale; è il dominio dell’“io penso, io ritengo, io credo” al di sopra della stessa realtà, dei parametri morali, dei riferimenti normativi, per non parlare dei precetti di ordine religioso. E’ il primato della ragione sull’intelligenza, della ratio sulla intellectio. Questo è stato definito come il nuovo individualismo contemporaneo. Genealogicamente può essere ricondotto e iscritto nell’individualismo possessivo del liberalismo del XIX secolo - Ognuno di noi deve recuperare sempre più concretamente la propria identità personale come cittadino, ma orientato al bene comune. Etimologicamente, cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune, convocato perché si associ in vista del bene comune. Cittadino non è il soggetto preso individualmente,come lo presentavano i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini filosofici si definisce “l’unità di accumulazione”. Si tratta di persone convocate a creare un’unione che tenda al bene comune, incerto modo ordinata;ciò che viene definito “l’unità di ordine”. Il cittadino entra in un ordinamento armonico, talora disarmon- - Quando parliamo di cittadino, quindi, lo contrapponiamo alla massa di persone. Il cittadino non è il mucchio, l’ammasso amorfo. Esiste una differenza sostanziale tra massa e popolo. Popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole e unita in vista di un obiettivo o un progetto comune. - La riflessione sul cittadino, la riflessione esistenziale ed etica,culminata sempre in vocazione politica, nella chiamata costruire con altri un popolo-nazione, un‘esperienza di vita in comune attorno a valori e principi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi...>>. 35 Catholica dIVO BARSOTTI: IL SACERdOTE, IL MISTICO, IL PAdRE Lectio, meditatio, oratio, contemplatio di Fausto Belfiori E ’ stata un’iniziativa meritoria quella di procedere alla terza edizione di “Il Signore è uno”, un’opera in cui Divo Barsotti conferma la sua “profonda dottrina spirituale strettamente ancorata al dogma”, come sottolinea Diego maria Pancaldo, docente presso la facoltà teologica dell’Italia Centrale: un’opera “in cui è colta - si legge nell’introduzione allo studio dell’ispirato teologo e mistico toscano - la eccezionale capacità di don Barsotti, capacità che è un dono, di assimilare e rielaborare la lezione dei grandi maestri dello spirito, dei Dottori, della grande tradizione patristica d’Oriente e d’Occidente.” Diego Maria Pancaldo Queste pagine, infatti, accompagnano e vengono in soccorso, se necessario, nell’itinerario della mente e del cuore alla sapienza del Cristo e pongono in solare evidenza come l’Incarnazione costituisca l’intervento soprannaturale a conclusione di quella millenaria preparatio evangelica la cui ultima meta è stato l’annuncio del dio Uno e Trino: la verità proclamata dalla fede romana- cattolica. Oggi i banchi e gli scaffali delle librerie “religiose” sono fitte di volumi scritti da persone per lo più inaffidabili che presumono di insegnare a pensare e a vivere da cristiani: in realtà si tratta di gente irrimediabilmente lontana dalla luce del Verbo. L’aspetto più grave e preoccupante è dato dalla preferenza accordata dagli organi di comunicazione e di informazione a tali manipolatori delle coscienze, abili soltanto a privare dell’energia interiore di cui l’anima ha bisogno. In questi anni siamo stati sopraffatti dai libri - una produzione a cascata - di un eminentissimo prelato che, sulla scia degli altrettanto pubblicizzati nonché colleghi “esperti conciliari”, ha proposto una strada che non presenta alcuna somiglianza e alcun punto in comune con la via indicata da Cristo e fatta propria dalla Chiesa: mater et magistra per il credente. Non è vano ricordare che nel maggio del 1824 fu emanata un’enciclica nella quale si condanna il “tollerantismo” del cristianesimo da cattedra accademica e da salotto. Sono trascorsi quasi due secoli e oggi, non fuori, ma dentro la Chiesa il tollerantismo è divenuto talmente intollerante da spingere a confondere l’esasperazione tradizionalistica con la fedeltà, la coerenza e la fermezza nella dottrina e nella liturgia. L’attuale pontefice insiste nell’esortare a rendersi conto in tutta la sua gravità e pericolosità della crisi dell’uomo di cui molti credenti non hanno la necessaria consapevolezza per poterne venire a capo e superarla. In questa urgente opera di riedificazione spirituale sono di grande aiuto gli studi e le meditazioni di Divo Barsotti, fondatore di un istituto di alta spiritualità come la “Comunità dei Figli di Dio”, presente in tutto il mondo con i suoi sacerdoti ed i suoi laici mobilitati nella propagazione e nell’esaltazione di una cultura e di un credo che superano i secoli. Il primo compito di colui che si pone nella giusta sequela, avverte Barsotti, è raggiungere la condizione essenziale per vivere alla divina Presenza. “Anche i più elevati maestri della spiritualità cristiana - assicura l’autore de “Il Signore è uno” ci insegnano che l’esercizio fondamentale della vita spirituale è l’esercizio della presenza di Dio. Ma l’esercizio della presenza di Dio suppone precisamente la fede.” E la fede è focolaio di libertà: quella “vera libertà - sono parole del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo i, pronunciate nella sua lectio magistralis in occasione dei millesettecento anni dell’editto di Milano, celebrati nella città am- brosiana con il cardinale Angelo Scola che si trova nella nostra permanenza in Dio. La via della libertà è nell’ascesi faticosa.” Ed è sempre il Patriarca costantinopolitano a rilevare che “tutti i movimenti umani convinti e decisi a raggiungere la libertà fuori di Dio, senza Cristo, non solo sono falliti, ma hanno avuto conseguenze catastrofiche per l’umanità.” L’Ottantanove francese, il colpo di stato leninista e le recenti, sanguinose e per ora tutt’altro che primaverili rivolte arabe sono eventi nefasti impressi nella memoria. Divo Barsotti In questo momento storico la Chiesa è costretta ad affrontare e a neutralizzare le insidie di dentro e di fuori. Quelle di dentro, giova ripeterlo, sono le più difficili da evitare e da debellare. Nella storia sacra, dagli anni di Gesù Cristo ad oggi, il filo aureo della storia, divenuto irrilevante all’analista non accorto, ha rischiato spesso di rompersi e non per colpa di atei o di fanatici esponenti di altre religioni, ma a causa dell’improntitudine di chi, all’interno, proponeva uno smussamento dottrinario che finiva per colpire il cuore stesso della fede. Aveva ragione nicolàs gòmez Dàvila nell’individuare in tanti “riformatori” succedutisi nei secoli più insipienza che ragionevolezza. Ora, quindi, i pericoli sono aumentati: non soltanto per la protervia di non pochi teologici accreditati, ma anche e non secondariamente per l’incuria di vescovi che, privi di forte carisma, non Continua a pag. 36 36 Catholica Continua da pag. 35 aiutano nel cammino da compiere al fine di imitare il Verbo. Un cammino che in questi tempi burrascosi il credente è costretto a percorrere da solo affidandosi alla pratica delle virtù teologali e avvalendosi dell’eredità lasciataci dai Padri, dai dottori e, soprattutto, dai contemplativi e dagli spiriti che hanno visto nel simbolo apostolico un sicuro viatico. Carlo Caffarra Recentemente la “Rivista di ascetica e mistica” ha preso una felice iniziativa riproponendo in un numero speciale tutti gli articoli di Divo Barsotti apparsi negli anni in questa pubblicazione curata dai monaci del Convento fiorentino di San Marco. Basterebbero le pagine qui raccolte a dare l’idea di quanto lo scrittore si sia inoltrato nel sentiero della contemplazione. La tematica è ricchissima andando da figure come ignazio d’Antioca e Carlo de Foucauld, dalla sottolineatura dei legami tra l’Antico Testamento e la spiritualità cristiana, dall’intenso coinvolgimento dei fedeli nel ciclo liturgico per indugiare infine opportunamente sui dogmi che sono il fondamento della fede. Qui vorrei soffermarmi sul testo che offre l’esegesi spirituale del Quarto Vangelo. Sono note, infatti, che aprono all’orizzonte giovanneo dove la Rivelazione penetra nella fervorosa intelligenza dell’Apostolo e dei suoi lettori assistiti dallo Spirito Santo. “La storia della Rivelazione - spiega Barsotti - ha termine nell’Incarnazione del Verbo: sembra che sia questa la dottrina implicita nel Prologo giovanneo. La storia, pertanto, non è che la continuazione della creazione che allora veramente si compie quando non soltanto per la Parola di Dio si fanno le cose, ma quando la Parola stessa si fa carne. Il contrasto delle espressioni Parola e carne è voluto dall’evangelista per sottolineare il mistero, che supera ogni mistero, dell’unità di Dio con la creazione. Non vogliono esprimere l’opposizione tra la carne e lo spirito, ma tra il Dio trascendente della Rivelazione ebraica e la fragilità dell’uomo. Nel Cristo l’uomo e Dio sono Uno. Nell’Incarnazione del Verbo tutta la storia e tutta la creazione sono riassunte.” E’ evidente che la storia di cui si parla non è la stessa che si insegna nelle aule dei licei e delle università. Oppure l’altra delle enciclopedie a dispense. Ancora più incapace di andare al cuore degli eventi. Non necessita di “riletture” o di “rivisitazioni”. Qui è la storia sacra ad occupare lo spazio e ad essere motivo di raccoglimento, di ammaestramento e nel caso di ravvedimento: “Nuova creazione, nuovo giudizio, nuovo esodo, nuovo regno è l’avvento di Cristo... Un avvenimento solo, l’avvento di Cristo, è l’adempimento ultimo e definitivo di tutta la storia, di tutte le promesse, di tutte le profezie, di tutte le figure.” Per conoscere ancor più ampiamente la spiritualità e il pensiero di don Divo Barsotti è consigliabile la lettura di un’opera animata non soltanto da affetto filiale, ma dall’intento di compiere un lavoro in grado di situare nella giusta luce l’azione di un sacerdote che ha segnato la vita di chi a lui si è rivolto per ascoltare discorsi di vita eterna. Uno studio che aiuta a non confondere l’inquietudine spirituale con l’irrequietezza intellettuale. La prima è data dalla volontà di non attardarsi e di procedere alla conoscenza approfondita di se stessi e, quindi, di staccarsi da ciò che in un modo o nell’altro costringe, chiude nel quotidiano. Un esempio di vita apostolica: questo è stato il monaco di cui ha delineato la ricca e complessa personalità il discepolo più vicino, padre Serafino Tognetti. Nel libro in questione - “Divo Barsotti: il sacerdote, il mistico, il padre” - l’autore delinea il personaggio in pagine che uniscono alla devozione verso colui che lo ha guidato magistralmente una sapienza devota oggi introvabile nel disordine e nel frastuono provocato da frati e suore in fregola di esibizioni. Perciò, ha ragione il cardinale Carlo Caffarra nell’affermare che “dobbiamo essere grati a padre Serafino per il dono che ci ha fatto con questo libro”. Grazie all’amorevole biografo, si può ripercorrere quella via alla sofferenza sulla quale ha avanzato don divo spesso trovandosi solo. Il contemplativo Barsotti visse quotidianamente nello stato di disagio e di disadattamento che prova chi, autodisci- plinandosi, non ha bisogno di discipline esterne. Questo non vuole essere una critica, tantomeno un rifiuto di quegli istituti ecclesiali, spesso venerandi pur nella corrosione del tempo; istituti che offrirono e continuano ad offrire alle anime una via sicura nel perseguimento delle finalità evangeliche. Ma il mistico non vuole intermediari o intermediazioni. E’ un cercatore solitario. da qui, le tribolazioni di Barsotti che, fino agli ultimi giorni dell’esistenza terrena, teme di non aver saputo rispondere alla chiamata del Cristo. Questo tormento, questo assillo è posto in evidenza da padre Tognetti che ha rivissuto e oggi fa rivivere la lotta interiore affrontata dal suo maestro. Il mistico è inevitabilmente soggetto ad un doppio rifiuto. Innanzi tutto al proprio, verso la vita “normale” compresa quella del prete e poi l’altro, non meno duro e pesante, costituito dal rifiuto di chi non accetta la sua singolarità: non l’accetta perché non la comprende. E’ troppo, infatti, tentare di immedesimarsi nello sforzo compiuto don divo al fine di superare “ogni limite umano per entrare nella solitudine della vita divina”. Lo sforzo che lo porta a scrivere con la sincerità di un cuore ansioso del soprannaturale: “Sono stanco di vivere, perché voglio la vita.” Come fa una “persona normale” a capire questa sua affermazione-invocazione: “Tutta la vita è gettar via tutto per possedere Lui solo. Andiamo via, o Cristo, fuggiamo via fintanto che non saremo indisturbati e soli. Lontano.” Serafino Tognetti Lectio, meditatio, oratio, contemplatio: è la linea di condotta di Barsotti negli anni del raccoglimento e del nascondimento in cui viene a trovarsi quando l’autorità diocesana lo costringe Continua a pag. 37 37 Catholica Continua da pag. 36 alla solitudine di Palaia, il paesetto toscano dove è nato e dove vivono i suoi familiari. Solitudine creativa come quella dei Padri del deserto, dei grandi Padri della Chiesa d’oriente e d’occidente. La solitudine creativa di Sergio di Radonez, il mistico russo che fece conoscere e sul quale indusse a meditare. Lorenzo Milani E’ questa solitudine a temprarlo per il passaggio a Firenze dove dimora nel resto della vita. Non che gli anni trascorsi nella città del Fiore, rappresentino un tempo senza la triste constatazione dell’incuria pastorale di tanti preti, della vaghezza e dell’inconsistenza di certe teorie inconciliabili con la dottrina. Non è un tempo senza contrasti e senza affanni. Per il sacerdote di Palaia molte nuvole attraversano frequentemente il cielo di Firenze: il capoluogo toscano ha dato esemplari testimoni di Cristo, ma ha pure registrato momenti di deviante superbia da chi avrebbe dovuto sapere che la fedeltà non è un accessorio della fede. Quindi, come sarebbe possibile un suo rapporto, sia pure soltanto intellettuale, una sua col- laborazione, dopo i loro pronunciamenti antiecclesiali, con un lorenzo milani ed un ernesto Balducci? Ma la mestizia non prevale sulle energie interiori di Divo Barsotti che seguita a studiare, a meditare e soprattutto insiste nella orazione contemplativa. Le sue Messe sono senza limiti di tempo. del resto, non erano lunghe, lunghissime anche quelle di Filippo neri, il fiorentino chiamato nell’Urbe a coltivare la devozione (non il plumbeo bigottismo) del popolo romano? A Firenze, dopo amarezze e sanzioni, gli è affidato l’insegnamento. due cattedre: Cristologia e dottrina sociale della Chiesa. Gli anni trascorrono. Le relazioni, i compiti e anche le afflizioni non mancano, ma il prete venuto da San Miniato è di buona scorza spirituale. I contatti sono molti. Sia pur lentamente c’è chi vede in lui l’uomo e il sacerdote la cui intelligenza, la cui cultura, la cui volontà e sensibilità lo differenziano e lo distanziano da molti altri del suo stesso ambiente. Certo, le chiusure mentali sono sempre gravi e non prive di conseguenze, ma al tempo stesso c’è chi si rivolge a lui per ricevere quella parola che aiuta ad affrontare le debolezze proprie ed altrui. Frequenta circoli e monasteri finché giunge il momento di creare una piattaforma sulla quale possano ritrovarsi anime oranti. Giorgio La Pira Ernaesto Balducci Un dovere da adempiere. Ed oggi è lecito dire che si trattò di una vera ispirazione. dinanzi ai sussulti ecclesiali, i credenti provano sofferenza e insofferenza. Quando giovanni XXiii indice il Concilio, dopo l’entusiasmo iniziale, non pochi vivono il momento della consapevolezza: troppi prelati, teologi, esegeti sembrano aver perduto la bussola spirituale. Il Concilio non risolve alcun problema, al contrario. L’affastellamento dei concetti nei documenti conciliari ed il conseguente disordine dottrinario e liturgico del postconcilio - favorito pure dal frequente ed insensato protagonismo di frati, monache e zelanti di vario tipo - produce un susseguirsi di equivoci. In molte chiese si predica un cristianesimo “adatto ai tempi”, malleabile, al servizio di un pensiero e di un comportamento che con il cristianesimo autentico - quello del Verbo diffuso dagli Apostoli, dai Padri e dai dottori - non ha alcuna parentela. Ebbene a queste operazioni riduttivistiche Divo Barsotti, fino all’ultimo giorno, non si presta. Filippo Neri E’ sempre più richiesto per conferenze, lezioni, esercizi e convegni su temi spirituali, libri di chiarimento e di approfondimento allo scopo di controbattere, fronteggiare le nuove eresie e impedire nuove fratture. E il bisogno di essere solo... l’eremitaggio a Monte Senario prima del trasferimento a Settignano. Molti personaggi si rivolgono a lui per avere una sicura direzione spirituale. Tra gli altri giorgio la Pira e giuseppe Dossetti che, però, non sanno afferrare il senso profondo del suo insegnamento, non sono in grado di seguire il suo esempio. Ricordare coloro che gli si avvicinano e le iniziative che lo vedono protagonista: è l’impegno di padre Serafino che tutto registra. Un’esattezza che è fusione di affetto e di rispetto per la storia di uno spirito tanto ricco e tanto tormentato dal desiderio di dio. Il desiderio di un “custode obbediente e rigoroso della grande Tradizione e insieme umilmente aperto alle novità del Soffio Divino”. Novità - sia ben chiaro - che nulla avvicina alle scomposte “innovazioni” verificatesi nei decenni trascorsi dal Concilio. Innovazioni che non sembra possano essere spiegate Continua a pag. 38 38 Catholica Continua a pag. 37 con “l’ermeneutica della continuità”. La sua vita è un’esistenza dedicata all’adorazione ed alla contemplazione. Ma anche allo studio per meglio far comprendere in tutta la sua ricchezza spirituale la fede nel Verbo. Divo Barsotti, come tutti i Padri ed i dottori, sa che il vero amore è sempre fattore di conoscenza. E viceversa. “Io non riesco a capire - scrive - come si possa vivere senza sentire la necessità di studiare, di conoscere.” E proprio studiando e meditando sui testi ci si accorge che “i veri responsabili della crisi del mondo - parola di Barsotti - sono i teologi”. Giuseppe Dossetti Studiare per conoscere meglio e amare di più. Per testimoniare più intensamente la fede nel dio uno e trino. Ma questo non gli si perdona. La congrega dell’ipocrisia, le sette del clerico-progressismo, trincerate nella curia di Firenze, fomentano in modo che don divo paghi per la sua coerenza, per la chiarezza delle proprie posizioni. I giovanni vannucci, lorenzo milani, David maria Turoldo, ernesto Balducci ecc... non faticano ad additare nel mistico studioso un provocatore, uno che si oppone alla disponibilità del neocristianesimo a fare causa comune con il marxismo, il laicismo, lo scientismo, l’ateismo. L’ostracismo sistematico non ammette repliche e censura i suoi libri. Tante le miserie curiali succedutesi nei secoli e presenti anche oggi. Ma debbono essere affrontate annientando gli insidiosi attacchi della delusione. don divo supera i momenti in cui ha modo di verificare fino a che punto può arrivare la viltà clericale ed antiecclesiale. Intanto nella Comunità non si coltivano soltanto rose e fiori profumanti. Satana agisce pure lì dentro: incomprensioni, divisioni, allontanamenti, rotture. Umano, troppo umano. Le conseguenze di un Concilio che, purtroppo, non ha risposto alle speranze: un’assise svoltasi all’insegna della fretta, dell’improvvisazione, dell’arroganza intellettuale, del sopravvento fazioso. Un Concilio male impostato, peggio condotto, pessimamente concluso. Su questa realtà Divo Barsotti medita molto. Gli è presto evidente che l’ottimismo, pure il suo, è stato fuori luogo, senza alcuna giustificazione. Riconosce che la fiducia nel vedere genericamente in tutte le religioni, nella poesia, nella filosofia, nell’arte i segni della preparatio evangelica è priva di fondamento. Sono indispensabili accortezza e pastorale severità. Mancano l’una e l’altra o, almeno, è assente la dovuta prudenza. Ancora oggi i credenti soffrono dinanzi ad un clero pavido, disorientato e tentato dalla diserzione. Le recenti, insensate prese di posizione di non pochi preti dell’Europa centrosettentrionale - sia detto per inciso lo confermano. Una catastrofe dinanzi alla quale il sacerdote di Palaia e San Miniato non chiude gli occhi e non si tappa la bocca. Parla, scrive, registra quel che sente, quel che vede. Tenta di mettere in guardia e rimprovera paternamente e fraternamente per quello che è stato abbandonato e perduto. E vive ancora a lungo per assistere alla inconsulta profanazione e devasDivo Barsotti Il sacerdote, il mistico, il padre di Serafino Tognetti La vita, il pensiero, il messaggio spirituale di uno dei più grandi mistici del ’900. «Chi non si è mai accostato al sacerdote fiorentino, o lo ha fatto solo saltuariamente, trova in questo libro una partenza per iniziare un viaggio affascinante. Più leggo e studio l’opera di don divo, più resto conquistato dalla sua unità interiore, da una “logica intrinseca” che tiene assieme un’impressionante ricchezza di temi. Che cosa pone in essere questa unità? Se ho visto bene, la contemplazione instancabile dell’Atto di Cristo, l’Atto con cui Cristo dona se stesso sulla David Maria Turoldo tazione. Il Concilio ha evidenziato “la presunzione dei Vescovi” e “la povertà del loro insegnamento”. Più che povertà, una miseria desolante. Ma, con vero strazio, rimane ubbidiente. Molto ci sarebbe ancora da dire su Divo Barsotti perché molto ancora è quel che racconta Serafino Tognetti in questo libro da leggere se si vuole riconquistare l’antica certezza e rimanere noi stessi. Giovanni Vannucci Divo Barsotti preconizza momenti durissimi. La nuova ondata di cristofobia è appena agli inizi. Tuttavia, non perdere la speranza. “Il vero compito di ciascuno - è i messaggio che rimane - consiste nell’assumere la responsabilità di una salvezza universale”. E’ impellente la necessità di un riferimento spirituale e intellettuale: Divo Barsotti lo indica. Fausto Belfiori Croce. da qui la centralità dell’Eucarestia e della Liturgia: del “Mistero cristiano nella Liturgia”. Speriamo che quest’opera segni l’inizio di una conoscenza più ampia, non limitata a qualche pubblicazione o congresso». (dalla Prefazione del card. Carlo Caffarra) Pagg. 430 - € 29,00 Casa Editrice: San Paolo Piazza Soncino, 5 20092 Cinisello Balsamo (MI) Tel. 02/660751 Fax: 02/66075211 www.edizionisanpaolo.it [email protected] 39 Cultura EREdITà E ATTUALITà dEL FUTURISMO di luigi Tallarico Il futurista enzo Benedetto, rientrato a Roma da un campo di concentramento alleato di “non cooperatori”, ha firmato nel 1967 con i futuristi superstiti della guerra il manifesto che si chiamerà “Futurismooggi” in cui si affermava che il movimento marinettiano era ed è in primo luogo un’idea attiva, perché legata ad una concezione di vita, “non soltanto una raccolta di opere e di intuizioni ereditate” (V. Conte). Con il tema “Eredità e attualità del Futurismo” si è svolto a Roma presso il “Centro Culturale Elsa Morante” un convegno internazionale a cui hanno partecipato alcuni fra i maggiori studiosi italiani ed esteri. L’iniziativa culturale è stata patrocinata dall’assessore alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale, in collaborazione con l’Università di Roma “Tor Vergata”. A quattro anni di distanza dalle celebrazioni per il centenario dell’avanguardia italiana, “è la prima volta - ha confermato il prof. Antonio Saccoccio, curatore con il prof. Giancarlo Carpi del convegno internazionale - che si dibatte, oltre la ricostruzione storica, l’eredità e l’attualità dell’ideologia e della poetica futurista”. Infatti gli interventi sono stati incentrati non soltanto sulla validità e continuità in sede storica delle idee e dei principi del movimento, ma anche e soprattutto sull’attualità e modernità di una eredità da trasmettere alle nuove generazioni. Come aveva osservato F. T. marinetti, l’attualità vivente del futurismo non è così rigida e d’altra parte il bilancio non si fonda su “due dominii distinti e nettamente separati tra passato e futuro”, dal momento che “ogni spirito creatore ha potuto constatare , durante il lavoro creativo , che i fenomeni intuitivi si fondano coi fenomeni dell’intelligenza logica”. E questo perché nel consolidamento della nostra eredità - ha sostenuto il prof. Riccardo Campa dell’Università di Cracovia - non si vuole “gettare a mare il pensiero razionale, l’analisi logica, la riflessione ponderata, le forme tipiche del ragionamento filosofico, ma piuttosto di non lasciare ad esse tutto il campo”. Se si vuole dare spazio - ha ribadito Campa – “anche all’azione, all’intuizione, al fenomeno analogico”, in quanto questo “compenetrarsi di intelligenza logica e fenomeni intuitivi, ottenuti tramite la distruzione della sintassi, il lirismo essenziale e sintetico, l’immaginazione senza fili, le parole in libertà” , ha riguardato e riguarda la continuità di una eredità che passa alle nuove generazioni. Si è così consolidato il convincimento che tra le istanze proposte dal convegno emergono con chiarezza unitaria, non solo la concezione estetica e poetica di marinetti e di Balla, ossia degli elementi costitutivi delle sub discipline filosofiche in campo, ma anche il valore di investimento tecnico e scientifico, rappresentato dal dinamismo plastico di Boc- cioni, della Città Nuova con i contrafforti ascensionali di Sant’elia, dall’atmosferastruttura di Prampolini, dalla città aerea di Depero e dalla trasformazione in musica dell’enarmonismo di Russolo: elementi storicamente consolidati che rappresentano il pensiero nuovo, attivo e traslativo delle arti e della scienza moderne. d’altronde all’emanazione o accettazione di una così complessa eredità non era consentito l’opposizione di codicilli limitativi di un fedecommesso, in quanto la forza attiva del futurismo si è dispiegata per oltre un secolo ed è già aperta al divenire delle idee, che come si sa si fanno progetto continuo nel momento in cui si annodano al processo storico. Mentre i ricordi e i sentimenti del tempo cadùco ancorchè rispettabili - non fanno storia, p e r c h é fenomeni connessi ad un presente che non continua. Boccioni - La città che sale del resto, per marinetti e Boccioni, per Sant’elia e Russolo, il futurismo non era considerato una categoria estetica fissa e immutabile, avendo mirato fin dalla nascita a vivere le imprevedibilità della vita e a lottare per le contraddizioni della storia, di quella storia che va continuamente rifondata alla “luce dei giorni nuovi”. E se per il filosofo (Hegel) “l’origine del passato è il futuro”, per i futuristi è attraverso il processo storico che si consentirà “di abbracciare più strettamente la vita dell’avvenire”, evitando “le idee e i costumi delle barbarie iniziali”, come aveva sostenuto nel 1912 Auguste Joly, citato dal prof. Campa. Ed è forse pensando a questo “abbraccio” , inesauribile nel tempo , che il poeta-filosofo gian Pietro lucini aveva suggerito a Continua a pag. 40 40 Cultura Continua da pag. 39 Boccioni - La carica dei lancieri marinetti di definire il futurismo “filosofia del divenire”, in unione, non in contrapposizione, con la qualità di quell’essere, rigoroso e unitario (ossia del soggetto, non dell’oggetto), che conduce alla molteplicità e alla continuità del divenire. Con riferimento a questo percorso bivalente, sia dinamico che fenomenico, Boccioni lancia nel 1912 il manifesto tecnico della scultura, di cui è da poco ricorso il centenario, per confermare alcuni principi che riguardano il polimaterismo e il prolungamento dei piani e dei volumi, non conflittuali rispetto allo spazio, allo scopo di abolire la linea finita e la statua chiusa cubista, soprattutto la frammentarietà della realtà secondo la visione dell’impressionismo. Il passaggio decisivo, dalla teoresi alla prassi, è avvenuto con la creazione di una “architettura che cammina” ( la definizione è del Longhi ), titolata Forme uniche della continuità dello spazio e che risolverà l’ossimoro del suo trattato del 1914, “Pittura scultura futuriste” e che porta come sottotitolo “Dinamismo plastico”. Appunto, soluzione dinamica e fenomenica di struttura e ambiente. In effetti, il concetto della dinamicità dell’arte era stato già annunciato nel manifesto di fondazione del 1909, in cui marinetti aveva affermato che la “bellezza della velocità” va espressa in tutte le strutture, soprattutto in “un’automobile da corsa” che “col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo … sembra correre sulla mitraglia”. E concludeva ( provocatoriamente?): “un’automobile ruggente … è più bella della Vittoria di Samotracia”. A proposito di questo bruciante confronto tra l’automobile da corsa - che è “bella” in quanto dinamica - e la Vittoria di Samotracia - che è bella in quanto mossa dalle sue pieghe - occorre precisare che marinetti, fin dalla fondazione del futurismo, aveva posto il problema del moto come dinamismo plastico e non come mero movimentismo, tanto “flagrante” quanto occasionale. A coloro che avevano gridato allo scandalo, la risposta verrà data da Boccioni, non solo in via teorica con il richiamato manifesto tecnico della scultura, ma in termini creativi con il “feticcio”, detto Camminatore in cui viene chiarito che il movimento non è determinato da un’Istanza empirica, trattandosi invece di un evento collegato alla struttura stessa. Il problema verrà sollevato ai nostri giorni dallo scultore Arturo martini, il quale osserverà che l’ “enfasi greca” della Vittoria era stata risolta da un flusso esterno, come se provenisse - dirà testualmente - dal … ventilatore! Mentre lo storico Cesare Brandi ribadirà, con idioma toscano, che alla famosa scultura greca il moto “le venta di sotto “, perché determinato da un fatto esterno e non strutturale, distinguendo in termini strettamente critici che “la struttura del fatto come flagranza non sarà la struttura del fatto come semiosi”. Nella specie si deduce che il collegamento semiotico di arte-vita, teso a classificare le idee secondo struttura (e la struttura è la forma nel tempo data), ha portato Boccioni ad impostare il Camminatore con riferimento alla nuova concezione, insieme plastica e dinamica del suo manifesto e che ha rappresentato e rappresenta, esteticamente e storicamente, una conquista dell’arte italiana. Oltre tutto conquista importante per la storia dell’arte, dal momento che il futurismo , contrariamente alla “fissità” espressiva dell’avanguardia francese, non “blocca” in sé l’oggetto, né “isola l’elemento che lo nutre: la vita”, ma tende alla simultaneità d’ambiente e al dinamismo corporeo e strutturale, non estraniato dallo spazio che l’accetta e lo continua come una sua espressione concreta. In termini critici, lo storico dell’arte Roberto longhi, nel suo saggio del 1913 sui Pittori futuristi aveva infatti rilevato che Boccioni, “volendo conservare la massa, cioè la corporeità delle cose , e non volendo che la massa fosse statica e immobile”, ha tramutato “la massa in funzione della linea”, quale “forza attiva”, con il risultato di unificare sia la struttura che l’ambiente. Ed è proprio questa la soluzione di tempo e spazio, di passato futuro, che riteniamo valida per la conferma dell’eredità e dell’attualità del “futurismo che continua”, come aveva affermato enzo Benedetto nel manifesto del 1967. Luigi Tallarico Boccioni - Quelli che vanno 41 Cultura Il presente ha obblighi verso il passato ma anche verso il futuro LA CREATIVITà ITALIANA NELLE ARTI di Francesco gallo mazzeo* I l Novecento Italiano, inteso come movimento artistico-culturale di cui mario Sironi è diventato l’emblema, si è caratterizzato come un vero e proprio stile, la cui politicità negli anni del fascismo, non ne offusca affatto l’originalità e la qualità, piuttosto emblematizza che la genialità vera non è né assimilabile, né strumentalizzabile, ma è indomabile quando ha come peculiarità l’uomo storico e, nel caso in specie, la modernità, come esaltazione dell’individuo, ma anche come suo dramma. alessandrino, come il barocco italiano, come la Secessione Viennese, in una visione totalitaria delle manifestazioni creative umane, che sono strettamente connesse le une alle altre, perché non c’è suono che non richiami un colore, non c’è odore che non richiami un tatto, non c’è fisicità che non richiami una metafisica, come nell’eros originario, in cui maschile e femminile convivevano felici, prima di essere separati e dar luce al desiderio, alla passione, alla escursione dei bisogni radicali, per cui come Creso, a cui andò male, vogliamo possedere tutto, come Ulisse, a cui andò bene, vogliamo sapere tutto, nel dramma della biografia, come hanno testimoniato i grandi del passato come michelangelo, Caravaggio e del presente come Bacon e Cioran. Per cui futurismo, musica, teatro, cucina, cinema, architettura, città utopiche, pittura, scultura, molto più del cubismo, molto meglio del dadaismo. Mario Sironi Col futurismo, si conclude la fase uno dell’Unità d’Italia, quella che ha visto la nascita della Roma moderna, città mai più esistita dalla caduta di Romolo Augustolo, se non per edifici, chiese e torri, neanche dopo la sistemazione michelangiolesca di Piazza del Popolo, Campidoglio e di quella berniniana del colonnato. La Roma, orto urbano, di Porta Pia, ha lasciato il posto a quella che poi con il fascismo diventerà una città vera e propria; ma il futurismo, frutto e parto italiano deve andare a nascere a Parigi, sulle colonne del “Figarò” testimoniando però di un fermento complessivo capace di dialogare con la velocità, con l’industrialismo, con il tempo avvenire. dal suo manifesto geniale, marinetti fa scaturire, direttamente e indirettamente un progetto che vale per tutto il sistema delle arti, come l’ellenismo Filippo Tommaso Marinetti Il primato della pittura Il primato della pittura, ci appartiene da giotto in poi, che ha reso italiana la leggenda dei greci Zeusi e Parrasio, facendo della rappresentazione una literatura laicorum, con una valenza pedagogica importante nella formazione del gusto, dello stile, del saper vedere, che sono in mezzo a noi, non solo come consapevolezza e studio, ma anche come traspi- razione molecolare, in una continuità narrabile, logica e una linea della discontinuità non omologabile. dagli anni sessanta, interessanti, ma che molti definiscono, imprudentemente, mitici, s’è mossa l’Italia più attenta a New York che a Roma, anche per l’attenuarsi di tutto il profilo europeo, dovuto alla guerra fredda, combattuta negli anni cinquanta, con un gioco al massacro tra ovest ed est, nel campo della cultura e dell’arte, non meno che in quello sociale, politico e militare. da un lato action painting e popart e dall’altro realismo socialista, con ostilità e reciproche condanne, ma con l’irrompere sulle scene creative di un giovanilismo poco incline alle discipline rigide; è stato un rompete le righe geniale e una contaminazione, che da noi si sono chiamati Schifano, Festa, Angeli, ma poi Calzolari e Pistoletto, Transavanguardia, con personalità come Rotella, i fratelli Cascella, i fratelli Pomodoro, vettor Pisani, luca maria Patella, Castellani, Kounellis, Ferroni, Piruca, in una varietà ricca, interessante, che ha visto crescere mercanti d’arte come Palazzoli, gian Ferrari, lorenzelli e poi marconi, Sperone, mazzoli, che ci hanno rimesso in gioco internazionale. La scultura del nostro novecento, si è delimitata come una grande eredità della modernità italiana che da Canova, a Bistolfi, a medardo Rosso, ha saputo continuare l’eccellenza, pari a quella di Fidia e Prassitele, di michelangelo e Bernini, continuando, in un contesto nuovo, una presenza che si chiama martini, manzù, messina, greco, melotti, Perez, Trubbiani, mentre oggi quella che doveva diventare lingua morta è praticata anche da molti pittori e architetti che si vogliono confrontare (in barba all’era della virtualità) con una materia vera, senza sofismi, con un informe che può anche diventare mistico paesaggio come il caso di Tuoro sul Trasimeno, Gibellina, Marina di Tusa. L’architettura è il nostro punto debole, dal punto di vista realizzativo, dopo una fase felice, nella prima parte del Novecento, europea e non autarchica, come detto da una storiografia prima Continua a pag. 42 42 Cultura Continua da pag. 41 esaltatrice e poi negatrice di Eur, Foro Italico, Via della Conciliazione, a Roma, Arengario e Palazzo dei Giornali a Milano, Via Medina a Napoli, e poi dal nulla Littoria-Latina, Pontinia, Sabaudia, degne di Pienza e Sabbioneta. Nel secondo Novecento ci siamo fermati, schiacciando la nostra forma urbis in una retorica dell’anti retorica, da cui fino ad oggi non è riuscita a venire fuori, se non fosse per la Fiera di Rho, non si saprebbe di cosa parlare. Paradosso, abbiamo grandi architetti, e poca (troppo poca!) architettura. design e moda sono gli ultimi nati, in un ipotetico schema temporale, il primo si afferma già negli anni cinquanta, la seconda negli anni ottanta e rappresentano la nostra migliore carta di modernità sperimentale, innovativa, diventando emblemi di un made in italy che ha trascinato tutti gli altri comparti creativi in una coordinata orizzontale, in termini quantitativi e verticale, in termini qualitativi, nomi come quello di mario Bellini, dei fratelli mendini, Sottosass, Sambonet, ne rappresentano le punte avanzate di tante guglie degne del duomo di Milano. La moda ha emulato il design, per cui oggi nomi come Bulgari, Gucci, Valentino, Versace, Officine Panerai, Bottega Veneta, Prada, costituendo una visibilità in cui stanno geni autentici come ottavio missoni e nuovi marco Polo, come Brunello Cucinelli. Il grande artigianato italiano Il grande artigianato, costituisce il nostro punto di forza, sia in campo artistico che produttivo in senso generale, perché ha una sua forte peculiarità, in quanto non è residuale di una realtà del passato, ma è vivo e vegeto nel fare cose eccellenti del nostro sistema di civiltà materiale, variando in tutti i campi, dalla rubinetteria, che sembra scaturita dalla mente di Benvenuto Cellini, all’occhialeria, dalla campanaria alla calzaturiera, dalla cappelleria, con una qualità che si chiama Beretta, ducati, Firrao, Sacco, Bisazza, Sambonet, Alessi, come numeri primi di una numerazione quasi infinita che va dal nord al sud, come un tessuto di abilità materiali, che sono linguaggio, identità. Murano e non solo, c’è tutto un sistema da confermare nella internazionalizzazione, dove nessuno può competere con il “distretto” di Pietra Santa, dove tutti gli scultori del mondo devono riferirsi se vogliono lavorare pietra e marmo, alle nostre fonderie, e anche a potere fare bronzi, capaci di competere (tecnicamente) con quelli di Riace e col Satiro di Mazzara, in un ideale labirinticità con la nostra formazione artistica, che nella sua unicità attira studenti e talenti da tutto il mondo,a cui non è estraneo il nostro primato nel Salone Internazionale del Mobile di Milano e la rete che si è creata attorno all’esplosione dei Versace, Ferrè, Armani, che non sarebbe potuta avvenire senza la nostra manifattura dell’accessorio, che nessuno al mondo possiede, da Alessandria a Valenza, da Prato ad Ascoli Piceno, dall’Umbria Felix al Tarì di Caserta. Ma non solo istruzione e formazione meramente professionale e tecnica, ma quel grande Ghota, che sono le nostre accademie, da Milano, a Roma, a Napoli, a Palermo e con quell’unicum che è Santa Cecilia. Oggi, oggi, oggi, lo dico tre volte per segnare il punto sulla forza dell’attualità, sulla sua volontà di sfidare il futuro e di immaginare l’invisibile e l’ignoto, come necessità di stare nella modernità in senso pieno, senza trasformarsi in archeologia, in passato, in tradizionalisti grigi, di una incapacità d’inventare e di fantasticare. Lavorare teoricamente e praticamente, in un pieno, qual è quello italiano è molto difficile, come insegna il Ponte di Santiago Calatrava a Venezia, ma è appunto a questa sfida che dobbiamo rispondere affiancando il grande di oggi al grande del passato e immaginando un laboratorio del futuro (e questo potrebbe essere il modesto Aeroporto Leonardo da Vinci, di Fiumicino) per recuperare la dignità del nome, anche per la domus Galileiana di Pisa, umiliata e senza personale e per la Biblioteca di Marotta a Napoli, sfrattata da Palazzo Serra di Cassano. Francesco Gallo Mazzeo Docente di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea; critico d’arte 43 IL CINEMA È IL CUORE, Cinema IL RESPIRO Ed IL VOLTO dELLA COMUNITà NAzIONALE SUPERARE LA CRISI SI PUò, RECUPERANDO L’IDENTITà CULTURALE di enzo natta I l 2013 è iniziato fiutando il sapore della rivincita. La commedia farsesca (Colpi di fulmine, I 2 soliti idioti, Mai Stati Uniti) supera il prodotto hollywoodiano, ma gli incassi precipitano: 8 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Che già portava in sé tutti i motivi, le cause e le ragioni di un vero e proprio tracollo. “Un anno difficile. Ripresa nei prossimi mesi?”. Così il “Giornale dello spettacolo”, autorevole voce dell'industria cinematografica, nel numero dell'ottobre scorso che tradizionalmente segna l'avvio della nuova stagione dopo la pausa estiva. La preoccupazione si evidenzia fin dalle prime cifre che impietosamente denunciano la calata degli spettatori: nel 2012 un meno 25 per cento rispetto all'anno precedente. Il cinema non marcia a pieno regime, va a tre cilindri, e quello fatto in casa arranca con maggiore difficoltà rispetto all'abituale contendente, ovvero quel prodotto hollywoodiano che dalla fine della seconda guerra mondiale la fa da padrone incontrastato nelle sale della Penisola e che nel 2012 ha sfiorato il 52 per cento degli incassi contro il 26 del prodotto nazionale . Si era fatta dell'ironia sulla proposta di anticipare le uscite settimanali al giovedì, ritenuto un giorno fiacco nella programmazione, schiacciato fra la riduzione del costo del biglietto praticata al mercoledì e le nuove uscite del venerdì. Invece, all'inizio della nuova stagione che parte ai primi di settembre in contemporanea con la mostra di venezia, il mercato ha risposto bene e gli incassi sono aumentati del 37 per cento. A goderne è stato però il cinema “made in Usa”, che ha piazzato otto titoli fra i primi dieci, lasciando a Reality di matteo garrone soltanto il sesto posto e a Il rosso e il blu di giuseppe Piccioni il decimo. Aurelio De laurentiis, re del “cinepanettone” natalizio e “grand patron” del napoli Calcio, se l'è presa con la pirateria che, una classe politica timorosa di perdere voti, si guarda bene da sgominare colpendo in prima fila i consumatori, e a sostegno della sua tesi ha citato la Francia, dove un film di grande successo è visto da circa 12 milioni di spettatori, mentre da noi arriva sì e no a 5. Basta confrontare gli incassi di film come The Amazing Spider-Man, Biancaneve e il cacciatore, Il cavaliere oscuro-Il Ritorno, Prometheus. Metà di quelli francesi. Gravato di questo fardello, il cinema italiano vive una situazione ancora peggiore fuori casa. Se negli anni '70 la quota dei film italiani in Francia era del 12 per cento, oggi siamo scesi all' 1 e, nonostante un leggero ma sempre modesto recupero, sugli schermi transalpini arriva soltanto una ventina di titoli l'anno. Il fatto è che l'industria della pellicola non è paragonabile a quella “fabbrica Italia superata” di cui parlava Sergio marchionne. I film non sono automobili che si possono costruire ovunque, il cinema non è una multinazionale come la Fiat, non può emigrare (lo si è visto con lo scarso esito conseguito da Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza, girato negli Stati Uniti e interpretato da attori americani), è costretto a operare sul territorio e da questo è condizionato. In un apparato assai debole, più artigianale che industriale, dove la selezione qualitativa si è sviluppata al ribasso godendo di riflettori spesso indulgenti e addomesticati. La crescita è quanto mai difficile e complicata. Si veda il caso Bellocchio alla mostra di venezia con la stizzita e isterica reazione alla mancata premiazione di Bella addormentata (il film sul caso eluana englaro, la ragazza in stato vegetativo per la quale la Corte d'appello civile di Milano autorizzò l'interruzione dell'alimentazione artificiale). Tanto rumore per nulla. Segno che il collante culturale di una volta non tiene più, che il pubblico è rimasto del tutto indifferente (sia al tema trattato, l'eutanasia, sia alla successiva polemica sul premio mancato) e che l'accoglienza riservata al film non è riuscita a pareggiare i conti né a riparare il presunto torto subìto. in fila per tre Attualmente il cinema italiano è riconducibile a tre categorie. Quella che va per la maggiore e che vede la commedia stagliarsi in condizione egemone sopra ogni altro genere; quella del cinema d'autore o di ciò che ne resta; quella dei giovani e degli esordienti, alle prese con tutte le difficoltà che conseguono al tentativo di inserimento nel mercato. La commedia ha perso il cinismo e lo stile graffiante, sostituiti dal gusto per il lazzo e il frizzo, di quell'inimitabile marchio “all'italiana” che all'insegna del “castigat ridendo mores” aveva fatto la differenza fra la nostra e le altre cinematografie. Ciò nonostante il filone della commedia conserva un'amarezza di fondo e una malinconica rassegnazione che ne fanno il miglior termometro della temperatura del Paese, indicatore ideale del suo stato d'animo e della situazione psicologica e morale in cui versa. Ma a tradirne la genuinità sono i toni, eccessivamente alti e spesso fuori luogo che finiscono per corrompersi in una comicità plateale. E' pur vero che le problematiche del momento sono al centro dell'attenzione (il disagio giovanile, la disoccupazione, il precariato, una progressiva e devastante crisi dei sentimenti, Continua a pag. 44 44 Cinema Continua da pag. 43 le carenze della scuola, la massificazione televisiva, la disaffezione dalla politica), ma è altrettanto vero che il più delle volte si sprofonda nella demagogia, nel becerume e nella volgarità. dopo sette mesi di crisi ai primi di novembre 2012 un film italiano è tornato in testa al box-office. Nel primo trimestre del 2012 il cinema italiano aveva calato un poker d'assi: Immaturi, Benvenuti al Nord, Com'è bello far l'amore e Posti in piedi in Paradiso. Poi il buio, finché al botteghino si è imposto Viva l'Italia di massimiliano Bruno (da non confondersi con l'omonimo film di Rossellini che raccontava come si era fatta l'Italia, mentre questo fa il discorso inverso), ma non è il caso di aggiungere “finalmente” perché lo ha fatto con le armi del peggior repertorio dell'antipolitica sguazzando compiaciuto nella maleodorante sentina del degrado nazionale. Una fabbrica di qualunquismo, al cui confronto Beppe grillo è un pari d'Inghilterra. Anche se non scadono a simili livelli, film come Un giorno speciale di Francesca Comencini e Tutti i santi giorni di Paolo virzì cadono nella stessa trappola, che è quella di coniugare un problema sociale particolarmente sentito (come quello del malessere giovanile in Un giorno speciale o delle coppie senza figli in Tutti i santi giorni) con la tendenza al macchiettismo gravando i personaggi di tratti vistosamente caricaturali. Il tutto nella convinzione che, al botteghino, la grana grossa faccia la differenza. dalla scivolata generale si salva Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini, in cui convergono più anime stilistiche, dalla favola surreale (dote principale dell'autore di Pane e tulipani) alla garbata ironia su un Paese che ha smarrito i suoi valori e che sotto lo sguardo severo e preoccupato dei Grandi Padri quali furono garibaldi, verdi, leopardi, leonardo, arranca faticosamente alla ricerca di un'autenticità che possa rigenerarlo. Anche se il tono è sfumato, non si può non avvertire la leggera brezza che spira dai Sepolcri del Foscolo: le virtù hanno smesso di guidare la società, ma sotto lo sguardo dei forti l'animo ancora si accende a egregie cose. Il comandante e la cicogna è la mosca bianca nello sciame involgarito della commedia. Roberto Faenza (forse toccato dalla sfavorevole esperienza americana) ha centrato il problema di una preoccupante tendenza chiedendosi: “Un Paese può vivere solo di risate?”. Giusta preoccupazione di fronte al predominio di una commedia versata al comico, ripetitiva, monopolizzata dalle stesse facce e dalle stesse situazioni trite e ritrite. Fino a che noia e disaffezione inflazioneranno il mercato. meno spazio per gli autori Il cinema d'autore resiste, ma a fatica perché risente della crisi delle monosale e dei cinema d'essai, ovvero di quel complesso di locali ubicato nei centri storici e tradizionalmente suo punto di forza, oggi costretto a chiudere i battenti, una sala dopo l'altra, per via di mutate abitudini di vita, per l'impossibilità di accedere con l'auto alle zone a traffico limitato, ma soprattutto per il crescente fenomeno dei multiplex che hanno scosso le periferie urbane svegliandole dal torpore di quartieri-dormitorio, nuovi santuari dello spettacolo e della socializzazione giovanile in cui si è spostato un consumo di massa fino a poco tempo prima assorbito dall'home-video e dal divano di casa. Se qualche soddisfazione c'è stata, è venuta comunque proprio dal cinema d'autore: da Cesare deve morire dei fratelli Paolo e vittorio Taviani, Orso d'oro al Festival di Berlino e candidato italiano all'Oscar, rilettura del Cesare di Shakespeare messo in scena dai detenuti del carcere romano di Rebibbia, a dimostrazione che arte e vita possono fondersi trasformando cinema e teatro in strumenti di redenzione; da Reality di matteo garrone, Grand Prix al Festival di Cannes, favola satirica sulla tv oppio dei popoli e sull'ossessione della popolarità; da Il primo uomo di gianni Amelio, Premio della critica internazionale al Festival di Torino, opera di formazione in cui Amelio rilegge la sua adolescenza attraverso il romanzo postumo di Albert Camus. E non sono mancate neppure le sorprese, soprattutto con Io e te di Bernardo Bertolucci, il tanto discusso regista di Ultimo tango a Parigi, ora convinto sostenitore dell'unità della famiglia e delle ferite che divorzi e separazioni infliggono ai figli. nel cantuccio di Cenerentola Continua a mostrare debolezze il fronte degli esordienti, delle opere-prime e seconde (anche se qualche debutto ha fatto centro come Scialla - neologismo gioContinua a pag. 45 45 Cinema Continua da pag. 44 vanile che significa “calma, stai tranquillo” di Francesco Bruni, imperniato sulla crisi dell ' i s t i t u t o familiare, sul conflitto generazionale e sul vuoto delle centrali educative) a causa di un sistema produttivo che, attingendo le sue sovvenzioni quasi esclusivamente dal Fondo per lo spettacolo del ministero dei Beni Culturali, si trova poi completamente sguarnito sul versante della distribuzione. Con il risultato che i film dei giovani, della sperimentazione, del ricambio generazionale si fanno, ma poi all'atto pratico non li vede nessuno perché non circolano. A dimostrazione della scarsa considerazione che gode questo segmento di cinema valga per tutti il rimedio a cui ha fatto ricorso il Festival di Roma riservandogli la sezione “Alice nella città”, esiliata nella struttura allestita in piazza Apollodoro, equivalente di quell'isola lontano da tutte le rotte che era la sezione “De Sica” alla Mostra di Venezia, “refugium peccatorum” che sa tanto di frettolosa rimozione di un senso di colpa.. Eppure è proprio dietro queste opere che spesso si nascondono promesse e segnali favorevoli, novità e intuizioni tutt'altro che trascurabili e meritorie di maggior attenzione. Basterebbe notare come Stefano mordini, che ha portato sullo schermo il romanzo Acciaio di Silvia Avallone, abbia saputo evitare le secche della trasposizione-illustrazione per trovare invece un'autonomia stilistica in un linguaggio antiletterario, o come in Sette opere di misericordia i fratelli gianluca e massimiliano De Serio siano riusciti a realizzare un'appendice del decalogo di Krzyszof Kieslowski dando corpo al paradosso delle opere di misericordia nella disumanizzazione della società del nostro tempo. due esempi, ai quali potrebbero aggiungersene tanti altri (da L'intervallo di leonardo Di Costanzo a Gli equilibristi di ivano De matteo passando per Isole di Stefano Chiantini e maternity Blues di Fabrizio Cattani, tutti film che vanno alla ricerca di temi e motivi che sono all'origine dello smarrimento in cui versano le giovani generazioni, sempre più fragili e indifese) per evidenziare lo stato di abbandono e di isolamento al quale sono condannate opere dell'ingegno appena sbocciate. Stelle cadenti A 2013 iniziato, anno di un'altra svolta epocale come furono quelle del sonoro, del colore, dei maxischermi e del 3d, in cui la pellicola esalerà l'ultimo respiro per lasciar posto esclusivamente al digitale, in un momento in cui la sala non è più l'unico terminale ma si vede circondata da temibili concorrenti come il dvd e il web, da tablet come l'iPad, quali connotati delineano il volto del cinema italiano ormai prossimo ad affacciarsi su questa nuova realtà? L'identikit che solitamente si traccia di lui il più delle volte non corrisponde alla vera identità, ma a un vago simulacro di maschera in cui prevalgono i tratti della commedia, sradicata da una realtà di cui coglie e riflette soltanto umori passeggeri e superficiali. Qualche esempio? I già citati Un giorno speciale di Francesca Comencini, Tutti i santi giorni di Paolo virzì, Il rosso e il blu di giuseppe Piccioni, tutti film che rimangono in superficie, incapaci di arrivare alla profondità di problemi come il malessere giovanile, la disoccupazione, la precarietà di lavori occasionali, la deriva della scuola, la crisi affettive e il clima di generale demoralizzazione che logorano i rapporti umani generando insicurezza e solitudine. A tutto ciò si aggiunge inoltre la tendenza a indorare la pillola premendo sull'acceleratore di una comicità il più delle volte becera e sguaiata. Con il risultato finale che la dismisura diventa la qualità fon- dante di questo cinema. C'è inoltre una crisi di leadership. Il cinema italiano non è più un modello, come lo era anni fa: oggi è una stella cadente, non più un punto di riferimento per altre cinematografie, per autori emergenti, scuole e tendenze. Come il neorealismo lo era stato per la “nouvelle vague” francese, il “cinema novo” brasiliano, il “free cinema” inglese. Per tornare ad affermarsi sui mercati interazionali (non vinciamo più un Oscar dal 1998, da La vita è bella di Roberto Benigni) deve ricollocarsi all'altezza delle sfide che si profilano all'orizzonte, come riuscì a fare con il neorealismo (sostenuto e vivificato da una profonda esigenza di verità, espressa non soltanto nei contenuti ma soprattutto nella forma e nel linguaggio), con la “commedia all'italiana” che graffiava con cinismo beffardo i nostri vizi peggiori dopo averli messi a nudo con malcelata complicità da cineasti del calibro di mario monicelli, Dino Risi e luigi Comencini, con l'originalità e il singolare mondo poetico di autori come visconti, Fellini, Antonioni. Non è poi neppure del tutto vero che il cinema italiano sia privo di una precisa identità e che non sappia confrontarsi a fondo la la realtà del suo tessuto sociale. Anche negli ultimissimi tempi il nostro cinema ha posato lo sguardo sulla storia e sui suoi misteri, sulla politica, sulle piaghe e sulle malformazioni del nostro sistema e lo ha fatto con film come Romanzo di una strage di marco Tullio giordana, diaz di Daniele vicari, Acab di Stefano Sollima. Orfano delle ideologie ha girovagato alla cieca tra i frammenti della cronaca e li ha fissati, più sull'onda dell'emozione che della riflessione storicocritica, in immagini che hanno registrato il diffuso malessere conseguente alla strategia della tensione, alla repressione conseguente al G8, alla frustrazione delle forze dell'ordine di fronte allo stato di imContinua a pag. 46 46 Cinema Continua da pag. 45 potenza che il più delle volte ne paralizza l'operato. esperienze parallele E' fuori dubbio che il cinema italiano viva una situazione di stallo determinata da una complessità di cause che vanno da una moltiplicazione di offerte (la banda larga, il digitale, la crescente diffusione di tablet, smartphone, internet tv) che rischia di disperderne l'effetto benefico, alla contrazione della spesa causata dalla crisi economica e all'incertezza del sistema legislativo in materia, mai come in questo periodo assente e defilato. Inevitabilmente, e non solo di rimbalzo, sul cinema si riflette e grava inoltre la stagione politica che stiamo vivendo. Non ci può essere distacco fra istituzioni e modelli comunicativi, fra politica e cultura. Si tratta di esperienze parallele che corrono su binari affiancati e di conseguenza la latitanza di una politica cinematografica si traduce in mancanza di progetti e prospettive. Tutta questo ha fatto sì che il meccanismo si sia inceppato e che abbia smarrito la stessa consapevolezza del proprio ruolo, oltre che della propria identità, incapace di offrire una visione della società in prospettiva storica, se non quella di tanti piccoli segmenti occasionali oscillando fra commedia e dramma mai coordinati fra loro e riconducibili a una crisi epocale. Indubbiamente stiamo galleggiando in un vuoto di tempo dove manca un atteggiamento spirituale in grado di denotare un'anima comune, stiamo vivendo un'epoca storica caratterizzata dalla frammentazione, dove trionfano il livellamento del gusto, la massificazione, la perdita di identità (si torna inevitabilmente a Reality) e tutto questo si espande e si ricompone in una metamorfosi progressiva, nel gigantesco e magmatico blob di una situazione generale ingarbugliata e paradossale, incapace di darsi contorni più chiari. Una patina confusa finisce così per stendersi sull'intera vita sociale e non si vede la voglia di voltare pagina. Se non a parole, in un inutile, immediatamente disatteso ritornello. E il cinema, parte di un tutto, non si sottrae all'andazzo generale, “Quando abbiamo bisogno di ricostruire il senso di un'epoca è agli scrittori che chiediamo aiuto” disse una volta giovanni Raboni. Mai parole furono più sagge, ma soprattutto appropriate al caso in questione. Il punto debole del cinema italiano, il suo nervo scoperto è la carenza di bravi sceneggiatori, di scrittori capaci di trasformare i bisogni reali della gente in un tesoro a cui tutti possano attingere. Lo ha detto gary newman, presidente della Fox Television, indicando nella sceneggiatura “un laboratorio per esplorare e usare come risorse immaginative le vere L'Alfiere emozioni del pubblico.” d'altra parte non era forse san Paolo, il grande comunicatore, a dire che “se le parole sono pietre, le parole scritte sono i mattoni con i quali è costruito l'edificio della cultura, fondamento di ogni sapere”? Il cinema italiano deve recuperare innanzitutto la sua identità culturale per farsi interprete (e perciò anche guida) della società. Baudelaire vedeva negli impressionisti una categoria privilegiata di “flaneur”, osservatori della commedia umana che si offriva quotidianamente ai loro occhi. La stessa opportunità si presenta oggi agli intellettuali-cineasti che hanno la possibilità di comunicare con milioni di persone trasformando la funzione sociale del cinema in civile e pedagogica. Il cinema è parte integrante della comunità nazionale, ne è il cuore pulsante che le dà respiro e volto, ne è messaggero, ambasciatore e punta strategica. Purtroppo, l'accondiscendenza ai gusti più banali del pubblico ne ha deteriorato il rendimento e la domanda ha prevalso sull'offerta trasformandola in un rigido canovaccio di commedia rimpinzata oltre misura di accenti comici. La piaga del trasformismo è onnipresente e non ha risparmiato neppure i cineasti. Che non hanno esitato a saltare il fosso e a passare dall'altra parte. Enzo Natta pero della memoria storica delle Due Sicilie, permettendo a tanti di riscoprire eventi e personaggi cancellati dalla storiografia ideologizzata trasmessa nelle aule scolastiche e universitarie. Per molti, L’Alfiere è stato il punto di partenza per una ricerca culturale, ma anche personale, delle proprie radici e della L’Alfiere è la storica pubblicazione napoletana tradizionalista fondata nel 1960 dall’avvocato Silvio Vitale. Autorevole punto di riferimento per il mondo tradizionalista meridionale e non, la rivista per prima intraprese la difficile strada del recupero delle fonti storiche per una rilet- propria identità. tura critica della vicenda risorgimentale, in netto contrasto con la retorica storiografica rinnovata dal centenario dell’unificazione d’Italia, allora appena celebrato. Nel corso degli anni, L’Alfiere ha ospitato firme di indiscutibile valore nel campo della ricerca storica ed ha promosso innumerevoli iniziative culturali per il recu- 47 Recensioni Tὰ βιβλία LIBRI - GIORNALI E RIVISTE - EVENTI - CINEMA - SPETTACOLO a cura di Francesco Cappuccio, Enzo Galizia e Maria Sara Ruggiero PRIMO SIENA Incontri nella terra di mezzo-profili del pensiero differente Solfanelli, Chieti, 2013, pagg. 216, euro 15,00 Primo Siena è uno studioso e uomo di pensiero tra i più autorevoli oggi presenti e attivi a livello dottrinario e saggistico. È anche un autore tra i più conosciuti e apprezzati da un vasto pubblico a livello internazionale, dato che le sue pubblicazioni di ricerca e puntualizzazione storica, filosofica e meta politica sono rivolte a lettori italiani ed europei e dell’America latina (e seguite, lette con interesse in altri parti del mondo occidentale), dove egli ormai vive e opera da molti anni, prima quale dirigente di istituti scolastici italiani all’estero e susseguentemente nella qualità di docente di istituti universitari in Cile e in Argentina e altri paesi del continente meridionale americano. Scrive in italiano e spagnolo, ma molti suoi libri sono stati tradotti in inglese, francese e tedesco. La sua produzione letteraria sin dai primi anni cinquanta del secolo scorso è vastissima e pregevole, e verte sui temi più diversi. Chi scrive queste note ha la fortuna e il privilegio di conoscerlo ed essere suo amico proprio dagli inizi degli anni cinquanta ed è unito a lui da ideali, valori, visione di vita spirituale. È un’amicizia la nostra lunga una vita ed egli è stato sempre per me un punto di riferimento e di confronto pur quando qualche interpretazione su singoli episodi storici o di attualità politica o su personaggi e principi sembrava diversa ed era affrontata da noi in modo dialettico. Poi, scoprivamo che dicevamo le stesse cose da angolazioni differenti. Con Primo Siena ho militato per decenni nella stessa formazione politica, ritrovandoci sempre sulle stesse posizioni e insieme a lui ho vissuto anche una lunga attività sindacale, nella gloriosa Cisnal, con funzioni dirigenziali, specialmente per ciò che riguardava visioni pedagogiche didattiche del mondo della scuola e del sistema educativo e formativo. Non credo che questa comune es- perienza sindacale possa destare stupore per due persone che hanno seguito convintamente gli stessi ideali. Ogni attività dell’uomo non può essere considerata estranea a chi ha una visione della vita che ha come presupposto essenziale il principio della trascendenza come inizio di ogni cosa e il rispetto della legge naturale, il principio della sussidiarietà come elemento essenziale di ogni concezione politica ed ogni costruzione statuale, insieme alla difesa della libertà individuale. Sempre ho apprezzato ogni suo scritto, dai tempi di “Cantiere” e di “Carattere” e condiviso con lui le sue considerazioni. Anche il suo penultimo libro, recensito dall’ottimo Enzo Natta su queste stesse pagine, mi ha colpito per le sue puntualizzazioni storiche sul tentativo costituzionale dell’ultimo mussolini nella Repubblica sociale italiana. Ora a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione di quel libro, i tipi dello stesso editore, è stata pubblicata l’ultima fatica di Primo Siena: “Incontri nella terra di mezzo”- profili del pensiero differente - che mi ha entusiasmato in modo particolare. Questo libro, un vero e proprio gioiello, in un certo qual modo è l’itinerario autobiografico di Primo Siena, delle sue esperienze vissute quale combattente nella Repubblica sociale italiana, arruolatosi volontario, a soli sedici anni, in un battaglione di bersaglieri del costituente esercito “repubblichino” nel lontano 20 novembre del 1943 e subito inviato con i suoi commilitoni in prima linea, e precisamente nello schieramento di militari della Repubblica di Salò a nord-est di Gorizia, lungo il corso del torrente Baccia, prendente posto sulle posizioni che anteriormente erano state coperte dal regio esercito italiano, a difesa dell’estremo confine orientale d’Italia, insidiato dalla pressione dell’armata partigiana comunista di Tito che avanzava pretese territoriali sul goriziano e le vallate friulane del Natisone. Siena scrive: “Il battaglione di bersaglieri era rimasto, unito, a difesa della Patria fino al 30 aprile 1945, quando -crollata la Rsi e decapitato il suo governo con la fucilazione di Mussolini e dei ministri che lo accompagnavano- le forze armate repubblicane stavano capitolando su tutti i fronti”. Il battaglione nel quale militava Primo Siena, mentre percorreva la via della ritirata, venne catturato verso Udine, nei pressi di Caporetto da una formazione partigiana del IX Corpus sloveno. I militari repubblicani italiani, già ridotti di numero per fucilazioni selvagge e violente improvvise da parte degli sloveni, furono avviati al famigerato campo di concentramento di Borovnich (piana di Lubiana) che fu definito dal coraggioso Arcivescovo di Trieste il campo dei “morti viventi” per le sofferenze inaudite che subivano i prigionieri ivi rinchiusi. Primo Siena venne liberato da quel campo ai primi di novembre del 1945, a seguito dell’ispezione di una commissione della Croce rossa internazionale determinata dalle continue denunce inoltrate dalla coraggiosa madre di Primo Siena. La commissione compilò un elenco di una trentina di prigionieri tra i quali vi era anche Primo Siena, che ottenne con molta fatica il rilascio immediato dei prigionieri più esposti a conseguenze letali per le loro condizioni fisiche e di salute. Siena venne liberato ai primi del novembre 1945. Gli altri prigionieri rimasti in quell’orribile campo di concentramento - o meglio quelli che erano sopravvissuti a una decimazione continua per sevizie e fucilazioni da parte dei partigiani comunisti sloveni - poté ritornare in Patria solo nel febbraio 1943. “Partito nell’autunno del 1943 dal suburbio rurale di Modena scrive Siena - giusto due anni dopo raggiungevo il nucleo familiare domestico a Verona, dove si era trasferito nel 1944 per sfuggire a minacciate ritorsioni da parte di partigiani della pianura modenese”. Siena, Continua a pag. 48 48 Recensioni Continua da pag. 47 pur combattendo quotidianamente insieme a tutti i suoi familiari con le ristrettezze economiche di quei tempi particolari, ma forse proprio spinto dalle necessità riprende e completa i suoi studi interrotti di scuola media superiore per conseguire il diploma magistrale, riesce subito dopo a iscriversi alla facoltà di magistero presso l’università di Verona e a laurearsi all’università “ebbe la buona sorte” di frequentare due maestri della metafisica classica come mariano gentile e Umberto Antonio Padovani che iniziano a fargli seguire il sentiero per uscire fuori dal quel “popolo dell’abisso”, come lo ha definito Antonio Carioti, quale luogo per descrivere l’esperienza della disfatta e della persecuzione vissuta dai reduci della Rsi, “avvolti da una martellante propaganda antifascista che li dipingeva come infetti di un MALE ASSOLUTO”. Per concorso si guadagnò l’ammissione ai ruoli statali d’insegnamento nel 1951, assicurandosi una carriera professionale. La raggiunta meta del completamento degli studi universitari e della conquista del posto di insegnamento statale, furono le pietre miliari iniziali per appagare il suo desiderio di “… dare metodo e disciplina alle incursioni piuttosto disordinate” che aveva iniziato”… dopo il rientro dalla prigionia nell’ambito della cultura politica per dotarsi di armi dottrinali utili ad affrontare gli avversari di quell’antifascismo che in nome della libertà l’avevano “respinto dai luoghi della recuperata democrazia italiana con una sberla sonora”. Siena racconta così l’episodio dello schiaffo: “nel febbraio del 1946 durante un’accesa discussione politica (si era nei mesi algidi della propaganda elettorale per il referendum istituzionale) nella storica piazza Bra di Verona, avevo confessato ingenuamente che educato nel Fascismo avevo difeso in buona fede i confini orientali della Patria”. Ricevetti come risposta un ceffone da un giovane antifascista. Questo episodio lo portò a concludere che se “…il Fascismo è accusato di violenze sistematiche, anziché discutere con i fascisti per educarli” i democratici li prendono a ceffoni, tanto valeva restare nel campo dei vinti fascisti e trovare con loro la strada giusta di una reale democrazia. da qui nasceva l’inquietudine di Siena, comune a tutti i giovani della sua età che avevano alcuni anni in meno e che non avevano avuto la possibilità di fare una scelta di campo e partecipare alla Rsi per difendere l’onore dell’Italia dopo il vergognoso armistizio dell’8 settembre 1945, che erano pervasi dal timore istintivo che il mondo avversario li mettesse in difficoltà. Alla resistenza e alla contrapposizione della propaganda ideologica antifascista, marxista e liberale, senza avere un adeguato bagaglio di conoscenze culturali e dottrinali per poterla respingere “vittoriosamente in nome di una concezione del mondo e della vita nutrita di convinzioni e principi suffragati dottrinalmente e che, in sintonia con il passato, potessero dare alle mie battaglie ideali e politiche uno scopo immediato, un valore affettivo, una meta finale”. Andai allora alla ricerca della mia terra di mezzo “per arroccarmi in essa a difesa delle giovanili scelte politiche ed ideali cercando, mediante successive sortite, d’incontrare gli uomini saggi in grado di placare con il loro magistero l’ansia spirituale ed intellettuale che vive dinanzi endario diacronico e continua ad esistere nella mia mente come uno spazio simbolico dove, lungo più di mezzo secolo, ho incontrato una serie di pensatori che mi hanno plasmato, via via, culturalmente e spiritualmente, sia attraverso il contatto personale che mediante la loro opera intellettuale. Ad essi molto debbo della mia personalità: “ad essi sono grato se, per gran parte, sono quello che sono, se penso come penso, se scrivo quello che scrivo”. ho riportato le stesse parole di Siena perché egli esprime con chiarezza il contributo essenziale che grandi maestri hanno dato allo sviluppo della sua personalità e in modo indelebile, senza peraltro rappresentare per lui una “camicia di nesso” dalla quale poter uscire. La dimostrazione di questa mia affermazione, non è gratuita, ma è dimostrata Giovanni Gentile alla crisi dell’epoca contemporanea”. Anche la ricerca di questi uomini, di questi autorevoli “maestri”, rappresenta la seconda tappa fondamentale del percorso autobiografico di Primo Siena. Una autobiografia intellettuale che sarà man mano sempre di maggiore spessore, con capacità di spunti originali dio analisi particolari, di riflessioni profonde e ricche di autentica dottrina spirituale, politica, letteraria, storica e filosofica che distinguono il “maestro” che oggi primo Siena rappresenta, in tutto lo spessore e l’autorità che egli è capace di irradiare. “Ho scelto scrive Siena - un titolo tolkeniano per questa raccolta di saggi dedicata a persone che hanno coltivato il pensiero differente” cioè un pensiero politicamente differente, cioè un pensiero politicamente scorretto, non allineato al conformismo del pensiero corrente. Per John Ronald R. Tolkien, la Terra di mezzo è un luogo centrale collocato, in un tempo indeterminato, tra cielo ed inferno e sconosciuto ai quattro punti cardinali. Nel mio caso, la terra di mezzo non è un luogo fisico plausibile, però è un luogo che è esistito nel mio cal- dall’incontro che lui ha avuto con due grandi maestri dei quali, insieme ad altri traccia il profilo. Il primo “maestro” che Siena “incontra”, non personalmente, è il maggiore filosofo del secolo scorso. Si tratta di giovanni gentile, e fu un incontro solo intellettuale, perché giovanni gentile fu assassinato proditoriamente e vigliaccamente da un partigiano comunista a Firenze il 15 aprile 1944. Primo Siena, su consiglio di gaetano Rasi (allora anche lui giovanissimo e con il quale dette vita a “Cantiere”, che è stata una rivista fondamentale per tutti noi che avevamo alcuni anni in meno) lesse l’ultima opera del filosofo di Castelvetrano “Genesi e struttura della società” scritta a Troghi presso Firenze nella torrida estate del 1945, ma pubblicata postuma nel 1946, dopo la morte del filosofo e quando la Rsi già non esisteva più. Quel saggio gentiliano affascinò particolarmente Siena, così come altri giovani militanti del msi, perché appariva sotto certi aspetti la sua inquietudine dottrinale che lo assillava. L’opera di gentile affrontava i problemi politici e sociali in relazione con la religione, la storia, la Continua a pag. 49 49 Recensioni Continua da pag. 48 scienza. gentile con il suo saggio sopra citato offriva un concetto potente che “amava dottrinalmente” la contrapposizione alla destra politica in contrapposizione alla demagogia operaistica della sinistra antifascista e all’egoismo individualista del liberalismo illuminista. Con gentile - come osserva Siena - si poteva rivendicare una concezione sociale in “interiore homine”, e indicava “…quella spirituale esistenza della comunità alla quale si appartiene”. Molti anni dopo, Siena ritornando sulle pagine suggestive di “Genesi e struttura della società”, preconizzando un “umanesimo del lavoro” come l’umanesimo dei tempi nuovi, riconoscendo a operai, artisti, intellettuali, scienziati una pari dignità, scavalcando la concezione operaistica, la dignità di azione che si nobilita nell’humanum e fa del lavoratore l’artefice abituato a modellare l’opera sua… “in vittorioso cimento consentendogli di ascendere al livello del valore autenticamente culturale dell’idea classica, romana dell’ozium - fatica senza fatica - come la cantò gabriele D’Annunzio - considerata nella cultura animi ciceroniana”. Naturalmente nel mettere in rilievo ed esaltare quanto di valido, umano, ideale s’intrecciava nella concezione attualistica di giovanni gentile, non dimentica tutto ciò “…che risentiva della rigidità sistematica hegeliana”, riconsiderando il pensiero del filosofo secondo una rielaborazione italiana originale, “…che abbandonasse le mere esercitazioni culturali per attualizzarsi nella vita come azione”. Allo stesso modo Primo Siena, cerca di motivare un arco dottrinario valido per chi non accetta la concezione materialistica di marx e dei suoi epigoni politici e quella liberale di origine illuminista, ricorrendo anche la pensiero di evola. Infatti, Siena, sempre intorno agli anni cinquanta incontra Julius evola che offre strumenti culturali “per svolgere, secondo la prospettiva della tradizione metafisica, una radicale analisi critica di quella modernità che coincideva con gli ambienti intellettuali dell’antifascismo trionfante”. Siena deve molto a evola, come tutti coloro che hanno cercato di fornirsi di una preparazione culturale e dottrinaria per poter controbattere alle visioni “moderniste” degli antifascisti militanti di ogni colore. Qualcuno dei giovani schierati sulle posizioni politiche del msi, invece, ha dimenticato i suoi “furori” evoliani degli anni cinquanta, e non perde occasione per demonizzarlo in ogni suo scritto e non riconoscendo che il pensiero evoliano e la sua concezione della tradizione metafisica, ha permesso a lui e alla quasi totalità dei giovani di destra di quell’epoca, di approdare sui lidi sicuri della tradizione cattolica che, a mio avviso è l’unica tradizione reale. Primo Siena si è servito dell’apporto della “tradizione aristocratica” di evola, trascurando quanto vi era in essa di “magica iniziazione” e di niccianesimo, che è il nucleo fondante, come spesso ricorda il nostro autorevole personaggio studioso (al quale sono legato da stima e profonda amicizia, considerandolo un preciso punto di riferimento) che ha ripudiato la “lezione evoliana”, del nichilismo oggi imperante. Ed in questo ha perfettamente ragione. Mi piacerebbe sintetizzare per i nostri lettori il tracciato dottrinale di sintesi compiuto da Primo Siena tra l’“umanesimo del lavoro” di gentile e l’ideale eroico di evola, senza il quale non è possibile dare all’uomo il mezzo essenziale “capace di superare se stesso e le proprie umane materiali opposizioni per universalizzarsi in superiore, ma interiormente cosciente, senso dello Stato”. Ma è evidente che in questa sede, non è possibile dilungarsi ancora, anche perché Siena presenta i profili di altri quattordici esponenti del pensiero “differente”. Essi sono: marino gentile, guido manacorda (che personalmente amo in modo particolare e suo profilo più sintetico di quello contenuto nel libro di cui parliamo è offerto in un articolo di Primo Siena che compare nelle pagine di questo numero di “Tradizione”). E ancora Siena presenta con fedeltà al personaggio e al suo pensiero Attilio mordini, che ha avuto molta influenza sulla mia formazione. E ancora, Silvano Pannunzio, michele Federico Sciacca, vintilia Horia, Russel Kirk (il pensatore conservatore statunitense più autorevole), giovanni Papini, Ferdinando Tirinnanzi, Romano guardini, emilio Bodrero, Charles maurras (un vero mito per molti giovani del dopoguerra), Carlos Alberto Di Sandro (purtroppo poco conosciuto in Europa, ma tra i maestri del “pensiero differente” più autorevoli). Ma tutti i profili dei pensatori elencati offrono a Primo Siena (per le comparazioni che egli fa tra alcuni di essi, e il pensiero di ognuno di essi esposto ed analizzato) di comporre dei preziosi e complessi saggi di alta filosofia, espressa con profondità e con grande significato semantico per ogni parola scritta. Un “gioiello” straordinario questo libro, da leggere e studiare. Sicuramente uno dei migliori libri di Primo Siena. Angelo Ruggiero PAOLO dEOTTO - LUCIANO GARIBALdI La vera storia dell’Uomo qualunque Solfanelli, Roma, pagg. 256, euro 15,00 Un omaggio a guglielmo giannini. Bello, sincero e onesto. ho la fortuna di conoscere personalmente luciano garibaldi e per questo posso enfatizzare questo libro quale tentativo migliore per riabilitare la figura di un politico italiano, guglielmo giannini appunto, fondatore del settimanale “L’uomo qualunque” prima e del partito omonimo dopo. Lasciando in eredità, almeno fino a quando non era uscito questo libro, un modo di dire che è diventato tristemente, suo malgrado, una condanna. Come succede spesso in Italia, si coniano appellativi che servono a stroncare qualsiasi tentativo serio di scardinare il sistema di potere italiano. “Qualunquismo” è entrato nel vocabolario politichese di prepotenza significando superficialità di analisi e quindi pochezza di giudizio per chi se lo vede cucire addosso. Come “fascista”, “terrone”, “talebano” e altri, con “qualunquista” si finisce per far morire sul nascere la voglia che l’interlocutore ha di smontare, spesso con completezza di argomenti, l’altrui tesi. Questo libro mette le cose a posto e smonta, invece, l’ennesimo castello di sabbia che sorregge un terribile modo di dire purtroppo molto in uso. Grazie all’opera meritoria di luciano garibaldi e di Paolo Deotto. Entrambi con questo libro ci fanno rivivere fasi della Continua a pag. 50 50 Recensioni Continua da pag. 49 storia molto importanti utili per leggere quanto sta accadendo anche in questi giorni. Non a caso l’opera editoriale si chiude con un capitolo dove si prova ad accostare la figura di giannini a quella di grillo. Con un sostanziale vantaggio per il primo. giannini, infatti, riuscì a proporre qualcosa di concreto. da grillo stiamo ancora aspettando. Entrambi comunque nascono nello stesso ambito. Lo spettacolo. L’intrattenimento. Il commediografo giannini pensa di far riflettere gli italiani umiliati dal secondo conflitto mondiale usando un giornale, e soprattutto il suo stile narrativo rivoluzionario e ancora oggi molto imitato, corredato anche, e soprattutto, da vignette umoristiche. Ma taglienti. È il 27 dicembre del 1944 quando esordisce “L’uomo qualunque”. L’articolo di fondo di quel numero apre il libro. giannini non era fascista, la guerra gli portò via anche il figlio, Mario, ventunenne che tanto adorava. E si scagliò apertamente contro gli antifascisti, visto che non li considerò alla sua stessa stregua, servitori della Patria. Quella con la P maiuscola. Questo suo non scegliere in un clima di assoluto bipolarismo lo portò a pagare un caro prezzo. Il settimanale venne subito messo alla gogna e dovette sospendere le pubblicazioni. Gli attacchi circostanziati a dc, Psi, Pri e Pci non lo aiutarono. Il Consiglio di Stato sì. Riabilitato “L’uomo qualunque” riprende le pubblicazioni in un clima favorevole a giannini che divenne sempre più popolare. garibaldi e Deotto raccontano la parabola di giannini, passato a fondare l’omonimo partito, fino al volontario esilio. Una fase della storia che serve anche alla nuove generazioni per capire cosa fu giannini e il suo tentativo di indagare le opere, i fatti e le omissioni dei padri della Costituzione. E per capire perché oggi subiamo questo paese. Con la p minuscola. Francesco Cappuccio GIANFRANCO AMATO I nuovi Unni Fede & Cultura, Verona, 2012 pagg. 224, euro 18,00 Non è lontano il giorno in cui, accertata la perfetta estinzione degli equivoci intorno alla destra a trazione liberale e/o neopagana, sarà possibile meditare seriamente sui princìpi di una scienza e di un'azione conformi alle verità della tradizione cristiana. Un rilevante contributo alla restaurazione della politologia, intanto, è offerto da gianfranco Amato, uno studioso formato alla scuola di don luigi giussani e di S. e. luigi negri e affermato nell'impegnativa attività di editorialista del quotidiano Avvenire. Per l'editore veronese giovanni Zenone, titolare di Fede & Cultura, Amato pubblica un saggio, “I nuovi Unni”, che offre una nuova via di ricerca con il catalogo degli errori discendenti dallo scisma anglicano. S. e. negri, Vescovo di Ferrara? Infatti, riconosce che Amato “riesce a dimostrare come e perché proprio la Gran Bretagna sia diventata il paradigma di una società in cui i frutti velenosi della Riforma hanno portato alla scomparsa di Dio dall'attuale orizzonte culturale”. Il giudizio apre nuovi orizzonti agli studiosi distogliendo l'attenzione dei critici dalle arretrate regioni della Germania luterana e indirizzandola, come suggerì Hilaire Belloc, al regno d'Inghilterra “che prestò e non cessò di prestare, l'energia di una grande tradizione civile alle forze [dell'eresia luterana] il cui impeto originario era diretto contro la civiltà europea e le sue tradizioni”. Il rovesciamento sulla rivoluzione inglese delle accuse per pigra convenzione rivolte al pensiero germanico, rettifica e perfezione il pensiero antimoderno, consentendo ai suoi interpreti di coniugare la controrivoluzione con la visione del disordine - la desocializzazione - gen- erato dall'individualismo e dal relativismo. Si tratta delle suggestioni abilmente diffuse da certa filosofia, che da secoli confonde i sudditi di Sua Maestà e ultimamente desta l'ammirazione dello stile inglese fra i popoli di antica tradizione cattolica. In forza del nuovo criterio gli storici di scuola tradizionale possono comprendere il processo per cui l'aristocrazia inglese, per effetto della riforma attuata da enrico viii e da elisabetta i, degenerò trasformandosi in oligarchia di stampo liberale e plutocratico. Alla luce del rinnovato giudizio sulle origini dell'eversione decadono i motivi della stima infondata che alcune scuole controrivoluzionarie nutrono nei confronti della cultura anglosassone. Al proposito Amato cita un penetrante giudizio di Alasdair macintyre: “L'io specificamente moderno, nell'acquistare la sovranità nel suo proprio reame, ha perduto i confini tradizionali che gli erano stati forniti da un'identità sociale e da una visione della vita come processo orientato verso un fine prestabilito”. d'ora in avanti la critica antimoderna, senza dimenticare l'orrore del passato germanico, deve indirizzarsi alla fiorente plutocrazia anglosassone e in ultima analisi alla filosofia che valuta le azioni degli uomini in ragione della loro capacità di produrre benessere materiale e piaceri squisiti. di qui ha infatti origine l'appiattimento della morale sul relativismo, “che relativizzando se stesso scompare nel buco nero della sua stessa creazione”. Il risultato finale del relativismo è “la riduzione dell'esistenza a mero sentimento” infine l'apparizione dell'uomo desocializzato e de-culturalizzato, il nomade smarrito nella foresta delle emozioni offerte dalla fabbrica del surreale. Quasi sviluppando la tesi di Ennio Innocenti sul ribaltamento nello stato d'animo libertario della dottrina luterana sulla natura quale species contraria al Creatore, Amato rammenta che la magia nera praticata nelle logge massoniche, non poteva trovare un terreno migliore di quello offerto dal libero protestantesimo. Nella seconda, parte del volume è proposta una panoramica dei vizi estremi che accompagnano la diffusione del relativismo. Nel campionario degli orrori narrati dalla cronaca inglese e puntualmente ripresi e commentati da Amato brilla la viContinua a pag. 51 51 Recensioni Continua da pag. 50 cenda di gianfranco Fini, che celebra il proprio autodafé laicista e antifascista nella Chatam house “vero e proprio santuario massonico dei poteri fortissimi”. Un segnale forte, lanciato ai tradizionalisti Vittorio Del Tufo .PAdRE GIOVANNI MANCINI Francesco Denza meteorologo ed astrologo Arte Tipografica, Napoli, 2009, pagg. 540, euro 30,00 Nel 1894 innumerevoli scritti di respiro internazionale ne riconobbero l'«irreparabile perdita per l'Italia e la scienza tutta». Come nei primi anniversari dalla scomparsa, solenni cerimonie ne evocarono la grandezza d'opera e d'intelletto, mai presagendo che di lì a poco l'insigne figura di eccelso luminare delle arti matematiche, di eminente scienziato capace di imporsi con autorevolezza all'opinione pubblica culturale e sociale della seconda metà dell'800, sarebbe ingiustamente entrata nell'«oblio dei tanti». Ingrata, la storia è chiamata a fare ammenda restituendo al suo illustre figlio, Padre Francesco Denza, l'afflato eterno della conoscenza dei posteri. Sacerdote religioso dell'ordine Posillipo ospita il prestigioso istituto Scolastico e della divulgazione della meteorologia in Italia di cui seppe affermare tecnologie creando una valida scienza contemporanea, di cui ne fu al completo servizio. durante la sua vita, di cui Napoli, Torino, Firenze e Roma furono storico teatro quali capitali dell'avvicendarsi temporale del Regno delle due Sicilie all'Unità d'Italia, il Denza realizzò oltre 385 osservatori meteorologici e 500 osservatori pluviometrici su tutto il territorio nazionale, dallo Stelvio allo Sicilia, fino ad istituire l'Ufficio Centrale della meteorologia a Roma. Nei sessant'anni della sua esistenza dal 1834 al 1894, anni centrali e decisivi della difficile e travagliata formazione e poi vita dell'Italia, la sua scienza si elevò infatti a baluardo unificatore, tanto che un eminente suo contemporaneo ebbe a definirlo «uomo del Risorgimento italiano». Ancor prima dell'unificazione, fu tale la sua affermazione scientifica nel mondo dei grandi luminari da essere ritenuto «padre» delle Meteorologia in Italia. Raggiunta un'equilibrata struttura politica e sociale di coscienza nazionale e maturando saggio «spirito pubblico e virtù», il Denza seppe vivere quei tormentati momenti storici con ammirevole grandezza d'animo, ma anche profondo discernimento, spirito critico e con la saggezza propria di attento ricercatore ed osservatore, abituato sempre ad una scrupolosa analisi dei fenomeni. di lui è scritto: «Con il suo brillante animo ottocentesco egli è stato una grande figura di sacerdote e di scienziato italiano che in tempi così difficili per la Patria e per la Religione ebbe vivissimo l'amore per entrambi. Fu gloria della Chiesa al cospetto della Patria giovanissima e al cospetto di tutta la Storia». Ma il suo «genio napoletano» non conobbe limiti, spaziando con competenza e fama il vasto campo dello scibile. Autentico luminare della matematica e della fisica, si interessò con successo anche alla sismologia, al magnetismo terrestre come nello studio delle «meteore luminose», delle eclissi, fino alla spettrologia e alla sua applicazione gnostica celeste. Denza, che oltre cento accademie tra le più famose al mondo l'ebbero a socio con estremo orgoglio, fu inoltre grande astronomo e in pochi anni, gli ultimi della sua vita, su incarico di Papa leone Xiii, riportò la specola Vaticana ai più alti prestigi internazionali, e fu insignito del riconoscimento di partecipare alle stesure della «Carta del Cielo». Un mese dopo la sua scomparsa, Pietro maffei, accademico, scrisse: «La morte del Denza segna per le scienze l'eclissarsi di un Sole; per cento cultori del cielo, lo scomparire di un padre». Le sue opere donarono lustro all'Italia risorgimentale ma ancor più alla Chiesa Cattolica. Ad Essa e al Papato fu devoto figlio, sacerdote e religioso esemplare, fedele al suo ordine, solerte e preparato docente ed educatore nella formazione di generazioni giovanili dell'alta società, riuscendo ad affermare una perfetta sintonia ed una totale complementarietà tra Scienza e Religione. «Ei fu uomo nel quale si unì alla severità di una cultura modernissima, la schiettezza della fede antica, alla scientifica laboriosità lo studio assiduo della religiosa perfezione... Dio fu il suo termine, fede e scienza il suo programma (P. Armani)». Quale giustificazione può dunque addursi al non aver perseverato a siffatto meritevole uomo e religioso un posto tra gli illustri della Scienza e del suo stesso Ordine? Quale l'ingiusto motivo di simile mancanza? Il Senatore dell'allora Regno d'Italia, nella commemorazione del IV Centenario dell'Ordine dei Padri Barnabiti del 29 aprile del 1934, ebbe a dire: «I Bernabiti, schivi di onori, alieni di ambizioni, rifuggenti da ogni specie di esaltazione della propria opera, sdegnosi di ogni scalpore e di troppo apparire, prediligono per contro l'ombra... Questa aristocrazia dell'anima è tradizione dell'Ordine mantenuta e custodita dai successori in tutti i tempi ed in tutti i campi dell'apostolato». Ma se ad Esso è doveroso tributare il dovuto rispetto, la Sotira invece non può e non deve più esimersi. Questo il nobile proposito che ha animato la stesura del recente volume «Francesco Denza meteorologo ed astronomo», scritto dal Padre Barnabita giovanni mancino ed edito da Arte Tipografica. Subito apprezzata a livello nazionale con diversi premi e riconoscimenti, l'opera è un'attenta ed esauriente testimonianza della grandezza umana e d'ingegno dell'illustre sacerdote al quale mancino, suo concittadino, tributa con profonda ammirazione ed impegno - spiega - scoprire, conoscere a fondo far conoscere largamente uno dei più grandi scienziati dell'Ottocento». Alessandra Gargiulo Ai lettori “Tradizione” riprende le pubblicazioni coerente con la impostazione di sempre. Vogliamo soltanto rafforzare la sua funzione di strumento di approfondimento culturale sui temi che rappresentano le sfide politiche, economiche e di civiltà di oggi. In questo numero abbiamo affrontato anche l’attualità e cercato di offrire ai lettori alcune chiavi di interpretazione che aiutano la comprensione dei fatti. La veste grafica con le immagini di qualificata arte pittorica intende esprimere un’idea unitaria di collegamento delle pagine e delle parole scritte. Le fotografie inserite negli articoli vogliono rappresentare la realtà nella sua immediatezza. Poiché vorremmo raggiungere un livello di contenuti e di grafica della rivista il più possibile coerente con il nostro obiettivo culturale e politico chiediamo la collaborazione dei lettori che sono caldamente invitati a darci suggerimenti sui contenuti e sulla impostazione grafica. Con il prossimo numero, sulla base delle proposte, che ci arriveranno, e della riflessione redazionale, daremo alla rivista la sua definitiva impostazione. Fin da ora chi vorrà seguire in tempo reale l’attualità può andare sul sito www. culturaperlapartecipazionecivica.it La diffusione di “Tradizione” dovrà avvenire con la campagna abbonamenti e “il passa parola” tra gli amici ed i lettori che si riconoscono nelle nostre tesi e nei nostri valori. Partecipare e collaborare a questa nuova avventura di “Tradizione” si può, scrivendo a: Direzione di “Tradizione”, Piazza Roma, 4, Scala C - 04110 Latina, oppure all'indirizzo di posta elettronica: [email protected]