periodico di studi e azione politica

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periodico di studi e azione politica
periodico di studi e azione politica
Anno L (nuova serie) - N. 1 - Luglio - Agosto - Settembre 2013 - Autorizzazione Trib. di Napoli n. 1638 del 21.5.1963
Luglio - Agosto - Settembre 2013
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% LATINA Aut C/LT/27/2013
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EDITORIALE
SOMMARIO
di Angelo Ruggiero ....................................................................... pag. 3
RISPOSTA A PANEBIANCO:
UN RISCHIOSO RITORNO ALL’OCCIDENTALISMO
di Pietro Giubilo ......................................................................... pag. 23
MANIFESTO PER IL RISCATTO DELL’EUROPA
la Direzione di Tradizione ............................................................ pag. 5
LA DIFESA DEL RISPARMIO
E LA GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI FINANZIARI
UN GOVERNO A RISCHIO
di Riccardo Pedrizzi .................................................................... pag. 25
di Massimo Anderson .................................................................... pag. 7
LO SCONTRO DI POTERE IN RCS
UNA CASTA DI GRANDI MANAGER CONTROLLA IL PIANETA
IL MONDO VERSO IL CAOS
di Piero Sindaci ............................................................................ pag. 8
di Salvatore Grillo Morassutti ...................................................... pag. 28
ANCHE I NOSTRI GOVERNANTI SONO DEI RETTILIANI?
L’ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO,
di Giandomenico Tanza ................................................................ pag. 9
UNA RISPOSTA ALLA SFIDA DELLA CRISI GLOBALE
di Pier Paolo Salieri ..................................................................... pag. 30
UNA REPUBBLICA AGLI SGOCCIOLI
di Paolo Armaroli ......................................................................... pag. 10
PER UNA NUOVA REPUBBLICA
LE PAROLE DI FRANCESCO:
STORIA, POLITICA, IDENTITÀ
di Papa Francesco Jorge Mario Bergoglio ....................................... pag. 34
di Gennaro Malgieri .................................................................... pag. 11
LA RIFORMA “MADRE” STA IN UNA NUOVA STAGIONE
DEI DOVERI, DELLA CORRETTEZZA E DELLA SOLIDARIETÀ
di Enrico La Loggia .................................................................... pag. 17
DIVO BARSOTTI: IL SACERDOTE, IL MISTICO, IL PADRE
di Fausto Belfiori ......................................................................... pag. 35
EREDITÀ E ATTUALITÀ DEL FUTURISMO
di Luigi Tallarico ......................................................................... pag. 39
IL MANIFESTO PER LA RIFONDAZIONE DELLO STATO
appello del CESI ......................................................................... pag. 18
LA CREATIVITÀ ITALIANA NELLE ARTI
di Francesco Gallo Mazzeo ........................................................... pag. 41
DALLA PRIMAVERA ARABA ALL’AUTUNNO TURCO
di Alfredo Mantica ...................................................................... pag. 20
CINEMA
di Enzo Natta .............................................................................. pag. 43
L’INCERTA STAGIONE DELLE “PRIMAVERE ARABE”
di P. G. ....................................................................................... pag. 21
Tὰ βιβλία
a cura di Francesco Cappuccio, Enzo Galizia e Maria Sara Ruggiero
Periodico di studi e Azione Politica
Anno L (cinquantesimo) - nuova serie nr. 1
N° 42 luglio/settembre 2013
Autorizzazione Trib. di Napoli n.1638 del 21.05.1963
Editore: Editoriale Intervento S.r.l.
Direttore responsabile: Angelo Ruggiero
Direzione: Massimo Anderson - Riccardo Pedrizzi
Gennaro Malgieri - Ruggiero Ferrara - Pietro Giubilo
Salvatore Grillo - Giorgio Gervasi - Ezio Lozzi
Giuseppe Manzoni di Chiosca - Andrea Bottone
Giusppe Valentino - Alfredo Mantica - Giulio Alfano
Comitato Scientifico: Umberto Andolfato -Paolo Armaroli - Luca Gallesi
Nicola Golia - Alfonso Indelicato - Mimmo Loiacono - Giovanni Mancino
Francesco Menna - Angela Napoli - Giancarla Novelli
Sergio Pessot - Gaetano Rasi - Tommaso Romano
Maria Pia Ruggiero - Primo Siena - Ugo Sgubbi - Giandomenico Tanza
Piero Vassallo
Redazione: Piazza Roma, 4 Sc/c - 04100 LATINA
Tel. 0773.480553 - fax 0773.412412
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PRIMO SIENA
Incontri nella terra di mezzo
profili del pensiero differente
di Angelo Ruggiero ....................................................................... pag. 47
PAOLO DEOTTO - LUCIANO GARIBALDI
La vera storia dell’Uomo qualunque
di Francesco Cappuccio .................................................................. pag. 49
GIANFRANCO AMATO
I nuovi Unni
di Vittorio Del Tufo ...................................................................... pag. 50
PADRE GIOVANNI MANCINI
Francesco Denza metereologo ed astrologo
di Alessandra Gargiulo .................................................................. pag. 51
Copertina: De Chirico, Piazza d’Italia, 1951, olio su tela, Inghilterra, collezione privata
Giorgio De Chirico
Figlio di un ingegnere ferroviario trasferitosi in Grecia, Giorgio De Chirico
(1888-1978) vissuto a Monaco e a Parigi, ricorderà con fastidio quella «masnada internazionale di pittori moderni» conosciuti in Francia, così come con
lo stesso aperto disprezzo valuterà la portata - per lui pari a zero - dell’esperienza futurista italiana. L’artista aveva opposto alle proposte innovative
del primo decennio del secolo scorso una propria poetica, che in chiave
moderna recuperava la tradizione classica e dei primitivi toscani. A questa
posizione, che teneva conto della matrice simbolista e che intendeva rappresentare figurazioni espressive di significati complessi e misteriosi, specie
utilizzando iconografie architettoniche (Le Piazze d’Italia) De Chirico, in
uno scritto pubblicato nel 1918 nel primo numero della rivista Valori plastici,
darà nome di “pittura metafisica”. Se in Italia l’interesse verso De Chirico
s’avvia nel 1914 per affermarsi solo nel 1918, altrove il pittore era già largamente noto: frequentatore a Parigi di Apollinaire, Cocteau, Saimon e Raynal,
espositore al Salon d’Automne (dal 1912) e des Indépendant (dal 1913), le
sue opere erano comparse nella rivista americana 291 ed esposte alla galleria Dada di Zurigo nel 1917.
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EdITORIALE
di Angelo Ruggiero
“
Tradizione” con questo numero compie
cinquant’anni. Coloro che lo fondarono
erano giovani che nati intorno agli anni
della seconda guerra mondiale, militavano con entusiasmo e impegno nella destra italiana fin dall'immediato dopo guerra.
Al termine del conflitto mondiale e della
guerra fra italiani il nostro Paese si trovò profondamente diviso tra “vinti” e “vincitori”. Le forze
politiche che presero il potere riportarono in Italia
formule istituzionali sostanzialmente analoghe a
quelle precedenti l’avvento del fascismo, ma con
la forma repubblicana. L’antifascismo era il collante che univa social-comunisti e cattolico-democratici
e
l’”intreccio”
si
espresse
nell’approvazione
della Costituzione.
Il
mondo si era
diviso per la
Guerra fredda
in blocco occidentale
e
blocco sovietico. La maggioranza della popolazione italiana che aveva
assistito alla guerra civile, ancora una volta restava
passiva di fronte ai nuovi eventi. Temeva solo la
vittoria del blocco social comunista.
Precedentemente, il 26 dicembre 1946, era
nata una nuova formazione politica che subito fu
indicata dagli avversari come un partito neo
fascista, ma che in effetti non aveva alcuna intenzione di ripercorrere le orme del Fascismo che
veniva considerato un’esperienza storica definitivamente conclusa, che veniva affidata al giudizio
della storia. Il Movimento Sociale Italiano infatti
voleva recuperare valori sempre validi in qualsiasi
epoca, avendo ben chiara la questione della stabilità dei valori in una società come quella contemporanea che si andava sempre più secolarizzando.
Occorreva quindi un ritorno e un rilancio della
tradizione italiana fondata sulla sacralità della vita
e sul rispetto della legge naturale. L’azione politica
della destra si svolse nell’ambito parlamentare e
attraverso libri di ricerca storica, di dottrina politica, istituti culturali e la pubblicazione di una miriade di periodici e giornali tematici.
Un apporto significativo venne sul piano
culturale dai numerosi giovani militanti nelle organizzazioni giovanili che vennero definite “parallele”. Essi maturarono nelle vicissitudini che si
susseguirono: dalle manifestazioni per Trieste italiana, alle rivendicazioni per l’alto Adige, fino alla
denuncia dell’abbandono da parte dell'Occidente
delle rivolte nell’est dell’Europa soffocate dalla
repressione sovietica.
Particolarmente preparati, anche in ambito
storico e dottrinale, dettero il loro contributo di
idee e di azione, diventando l'elemento propulsivo
della destra, al
punto da esercitare una
vera e propria
egemonia nel
mondo giovanile italiano,
che si manifestò
anche
opponendosi
alla anarchia
sessantottina. Si svilupparono così importanti confronti e dibattiti nell’ambito della cultura di destra
che dettero vita a pubblicazioni - come le riviste
“Cantiere”, “Carattere”, “Azione” - .
Organizzazioni giovanili, come la “Giovane Italia”, si aprirono all’apporto di tutte quelle
correnti politico-culturali aliene dall’influenza
marxista. Questo mondo giovanile ebbe il ruolo di
allargare l’orizzonte sulla realtà politica , sui temi
concreti, aiutando ad abbandonare ogni forma di
“nostalgismo”.
Tra queste pubblicazioni comparve anche
la nostra rivista. Scegliere la testata “Tradizione”
fu un atto sfrontato di coraggio. La tradizione
come forza viva, portatrice di una concezione spirituale della vita e del mondo, che si identifica in
quella della Chiesa cattolica e della sua dottrina.
E' la tradizione, che si oppone al modernismo, al
RinnoviAmo
l’imPegno
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4
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Le identità non sono reperti arcaici, inerti e retorici
o, come rozzamente dice qualcuno, cazzate e baggianate? L'identità è un principio fondamentale in
filosofia: è di derivazione presocratica ma Aristotele
fonderà la logica occidentale sul principio d'identità... Personalmente preferisco riferirmi a un principio più fluido e vitale che è la tradizione, dove la
continuità implica il mutamento, il passaggio generazionale di padre in figlio, e dove il senso della
trasmissione non riguarda solo il passato ma anche
il futuro. Diciamo che l'identità sta alla tradizione
come la montagna sta al mare. O, con una formulazione più filosofica, l'identità attiene all'Essere, la
tradizione è l'essere in divenire.
sessanta e settanta anche grazie ad una periodicità
regolare. L’uscita dei numeri della rivista ha avuto
tempi più dilatati per i periodi successivi, ma la
nostra testata è sempre sopravvissuta, mentre altre
pubblicazioni, anche più autorevoli, sono scomparse e dimenticate.
Oggi,
con
questo
numero,
grazie all’impegno
anche economico
di un gruppo di
amici che comporranno la direzione
politica della rivista (avrete modo
di leggere i loro
nomi all’interno
della copertina)
riprendiamo
il
cammino.
Per ciò che
mi riguarda continuo ad essere il direttore responsabile, ma la rivista uscirà con un lavoro di
squadra, senza per altro snaturare o cambiare gli
indirizzi di fondo. Oggi è più che mai necessario
rilanciare una concezione tradizionale del mondo
e della vita, in un periodo ancora peggiore di
quello di cinquant’anni fa, con una crisi esistenziale, economico-finanziaria e sociale spaventosa
da superare.
La sfida che intendiamo lanciare è quella
di una cultura che si proponga come elemento di
iniziativa e di coesione, di approfondimento e di
indirizzo, per un’area politica che si stabilizzi
come reale alternativa ad una sinistra del tutto reclinata sul neolluminismo radicale e sulla logica
economico sociale della globalizzazione e della
grande finanza.
Intendiamo comprendere a fondo quale sia
il percorso che l’Italia ha di fronte per superare la
sua crisi politica e istituzionale e per riannodare l’
orizzonte politico europeo ad un grande disegno
di civiltà e di sviluppo.
A questo fine, in questo primo numero
pubblichiamo l’“Appello per il risveglio dell’Europa” a firma di tutti gli animatori e promotori di
questa nuova avventura.
Marcello Veneziani
Angelo Ruggiero
relativismo e al nichilismo oggi dominante.
La nostra rivista ha attraversato più di
mezzo secolo denso di avvenimenti e trasformazioni che hanno cambiato il mondo. E non ha
mai avuto vita facile per i problemi che ci hanno
sempre accompagnato, non essendo mai stati strumento di interessi
personali e di bottega. Tutti coloro
che hanno dato vita
al nostro giornale,
e tutti i collaboratori che si sono aggiunti al nucleo
originale del 1963,
non hanno mai
fatto politica per
questioni di sussistenza personale.
Tutti, dai meno noti
ai più autorevoli, si
sono conquistati un posto nella società con la loro
attività: nell’impiego pubblico e privato, nel commercio, nell’imprenditoria, nell’insegnamento,
nelle varie professioni, nel giornalismo, considerando la politica come passione, impegno
civile e dovere di testimonianza ideale e morale.
Continueremo su questa strada.
“Tradizione” ha avuto successo negli anni
La Tradizione non riguarda solo il passato
ma anche il futuro
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MANIFESTO
PER IL RISCATTO dELL’EUROPA
N
egli ultimi decenni in tutto l'Occidente ed in particolare in Europa, si è registrata la perdita di fondamentali valori sui quali questa parte del mondo aveva
affermato nei secoli la propria storia di cultura, di civiltà, di
sviluppo, con l'introduzione di stili di vita che si allontanano
dall'etica tradizionale e che si inquadrano in una visione relativista dell'uomo e con la privazione di tutte le libertà personali
che comporta l'esasperata massificazione in atto nelle società
occidentali.
Relativismo e assenza di libertà hanno infranto ogni
riferimento alla verità.
Per giunta la finanziarizzazione dell'economia e la globalizzazione dei mercati hanno soppiantato e marginalizzato il lavoro dell'uomo che ha perso la sua centralità nel processo
produttivo.
L'indebitamento degli
stati, delle imprese e delle
famiglie è la
conseguenza
di una economia che ormai
sfugge alle stesse logiche del
mercato in quanto regolata da
una leva finanziaria che si racchiude in pochi operatori in
grado di condizionare gli stessi
stati, quantomeno quelli finanziariamente più deboli.
Infatti la finanziarizzazione dell'economia si rende
evidente dalle cifre che recentemente sono state diffuse dalla
stampa specializzata. I derivati,
alla fine del 2011, erano 14 volte
la capitalizzazione delle Borse di tutto il mondo e superavano
di 9 volte il PIL del globo; essi ammontavano a 647 mila miliardi di dollari di valore mondiale.
L'affermazione di una vera e propria ideologia della
globalizzazione, anche in politica, ha privato le democrazie
del loro contenuto partecipativo, facendo emergere poteri
sovranazionali autonomi di carattere tecnocratico, che hanno
espropriato di fatto la sovranità sia dei Parlamenti che delle
forze politiche.
La stessa aggressiva polemica contro le classi
politiche cela un interesse di poteri tecnocratici ed autoreferenziali .
E' il “giudizio dei mercati” quello che conta non solo
nella politica economica e di bilancio, ma anche nella organizzazione e nella vita della società civile, con la messa al
bando e l'aggressione a popoli e nazioni. La bolla speculativa,
il cui controllo appare sempre più problematico, oltre a mettere
in ginocchio l’economia reale dei paesi assaliti, ne mina le istituzioni politiche tanto che “le banche non possono fallire,
gli stati sì”.
La globalizzazione però non si può negare, ma si
deve controllare; occorrono perciò delle regole ed un quadro
di riferimento giuridico fondati su alcuni principi di etici che
coniughino la economia del libero mercato con la solidarietà.
Occorre raggiungere un riequilibrio del rapporto tra finanza
ed economia reale.
E' necessario innanzitutto che l'Unione europea recuperi l'idea di Nazione e di Stato.
Il disegno economicistico ha prodotto il fallimento
dell'idea di Europa che non
può realizzarsi con norme
e regolamenti, ma richiede la ripresa di una idea
politica
che
riscopra e rilanci le comuni radici della nostra civiltà.
Appare urgente risanare le ferite storiche dell'800 e
del '900 delle guerre civili
europee se si vuole
costruire la “casa comune europea”, “dall'Atlantico agli
Urali”.
L'Europa deve innanzitutto trovare la forza per riaffermare la propria identità cristiana
e occidentale.
Per promuovere il “Bene
Comune”, a cui si è andato sostituendo, in questi ultimi decenni,
un paradigma incentrato sulla priorità dell'economia, oscurando il
cammino politico ed innescando
un processo egoistico e non solidale. Al più presto perciò occorre
una politica estera e di difesa comuni.
L'Unità dell'Europa o sarà
Berlino - Porta di Brandeburgo fondata sulla solidarietà tra i
popoli o non sarà. di questa idea
l'Italia deve farsi promotrice e muovere i governi e le opinioni
pubbliche. Senza accelerazione del processo di unificazione
politica non potranno più essere cedute quote di sovranità
nazionale ad organismi privi di legittimità democratica ed ogni
interferenza nelle scelte politiche ed elettorali di ciascun paese
costituisce una palese violazione del principio di democrazia
secondo il quale ogni popolo ha diritto di essere governato da
chi egli stesso sceglie.
La crisi dei paesi dell'aerea sud del Continente, maggiormente esposti sul debito ed in particolare per l’Italia, è nata
anche a causa di operazioni speculative creando oltretutto una
forte conflittualità all'interno della stessa Europa. Gli interventi
per la ripresa delle economie locali devono essere accompagnati da una revisione profonda del ruolo e delle competenze
della struttura finanziaria europea a partire dalla Banca Centrale che deve trasformarsi in un organismo portatore di
garanzia del debito , mentre il rientro dal debito non può che
realizzarsi a più lungo termine e con l'emissione di nuovi strumenti (eurobond) che sostituiscano i titoli dei singoli stati.
Il sistema politico italiano deve essere in grado di
contrastare i fattori disgregatori che si stanno diffondendo nella
Continua a pag. 6
6
Continua da pag. 5
società e causa della crisi economico-finanziaria.
A tal fine è necessario un progetto di riforma della
Costituzione italiana secondo una visione non ideologica, ma
fondata sul diritto naturale che rigeneri la legittimità del governo del Paese, sulla base di una legittimazione popolare, attraverso l'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una
repubblica presidenziale che, da un lato, rafforzi il ruolo dell'Esecutivo, e, dall'altro, riaffermi il principio di sussidiarietà
come articolazione organica e decentrata del sistema statuale.
Senza una “grande riforma”, la democrazia italiana rischia di
degenerare in una oligarchia in corpi dello stato e della società.
L'inarrestabile diffusione dei virus dell' “antipolitica”
raccolti da alcune forze scese in campo cavalcando la protesta
avvicinate e blandite dagli ambienti intellettuali ispirati alla
“rivoluzione laicista”, impone di agire per il rafforzamento
della democrazia, intesa come partecipazione popolare. Infatti
l'indebolimento del sistema politico rischia di essere pagato a
caro prezzo dal popolo italiano, ed, in particolare, dalle fasce
più deboli della società. Oltretutto
la crisi economica che sta determinando la crescita delle diseguaglianze può essere arrestata
solo da un intervento della politica.
del resto, anche il ceto
medio produttivo, la classe media,
che ha sempre rappresentato la
spina dorsale della nostra società,
con una forte capacità di crescita
civile, è oggi spaesata, cioè non si
sente rappresentata e ritiene che si
tenti di fargli pagare il prezzo
della crisi. E’ venuto a mancare il
quadro sul quale si poggia la sua
alta capacità di impegno e di creatività. Nell’Italia di oggi sono venute a mancare le certezze e
la stabilità che costituiscono il suo terreno operativo. Attualmente il sistema istituzionale non produce decisioni adeguate
sul piano amministrativo e politico; il valore economico e
civile del risparmio e il patrimonio familiare e di impresa sono
aggrediti da una fiscalità ossessiva; il sistema giudiziario
lentissimo sul piano civile e inefficace e politicamente finalizzato sul piano penale non garantisce una giustizia giusta, i
servizi educativi e della sicurezza sono inadeguati. Occorre
richiamare valori e interessi sui quali ricostruire la fiducia, e
rilanciare la grande capacità di questi ceti di creare ricchezza
e sviluppo per il Paese.
dopo anni di egemonia della cultura di sinistra, alla
quale avevano contribuito l'eclisse del pensiero cattolico ed il
clima consociativo che aveva caratterizzato gran parte del secondo dopoguerra, l'emergere di una politica bipolare aveva riaperto spazi per una cultura affrancata delle ideologie.
L'incontro tra la fede biblica di matrice giudaica, il
pensiero greco ed il patrimonio di Roma ha consegnato alla
civiltà occidentale una impronta perenne ed una visione dell'uomo oggi attaccato dallo scientismo, la nuova ideologia
che, superando le filosofie immanentiste, razionaliste, illuministe e esistenzialiste non si limita “più soltanto ad interpretare
l'uomo, ma addirittura a trasformarlo”.
Nasce perciò la “questione antropologica”, che si
gioca su un terreno sul quale è impossibile ogni forma di mediazione: è il campo dei valori indisponibili.
Sono questi valori “non negoziabili” radicati nella
retta regione e quindi validi anche per i non credenti, senza i
quali non si è in grado di tutelare il vivere civile e il quadro
complessivo giuridico istituzionale: la sacralità della vita, dal
suo concepimento al suo termine naturale, la bioetica, l'istituto
familiare come regolato dalla Costituzione, l'etica della responsabilità, il rispetto e la valorizzazione del merito, la dimensione partecipativa, la coesione e la solidarietà sociale, la
libertà di educazione, la valorizzazione del lavoro e dell'iniziativa d'impresa in una economia sociale di mercato, in sostanza
il “Bene Comune” rispetto all'individualismo che caratterizza
l'epoca attuale. Tali principi e indicazioni politiche non possono essere confinati alla sfera delle testimonianze individuali,
ma richiedono espressioni? programmatiche chiare e coerenti.
Su tali prospettive si fonda la rinascita della politica.
L'esigenza di un forte
carattere identitario deriva dalla
necessità di contrastare l'ideologia
relativista che si è diffusa in Occidente e che si è rivelata non è in
grado di affrontare i problemi che
sorgono dalle società multietniche
prodotte dalle forti ondate migratorie. «Del resto una democrazia
senza valori si converte facilmente in quel totalitarismo aperto
oppure subdolo come dimostra la
storia» (giovanni Paolo ii, Enciclica Centesimus Annus). Solo
su queste basi in Italia va impostata la questione degli immigrati che si risolve con corrette ed
efficaci politiche di integrazione.
Il magistero sociale della Chiesa indica che è ancora possibile
percorrere una strada che riconsegni un grande destino all'uomo d'oggi.
Conclusioni
Pertanto nell'Europa che vogliamo è necessario che venga promosso e nasca una coscienza “patriottica” europea, che riaffermi:
a)
La valorizzazione della piena libertà di educazione e
d'impresa quali elementi indispensabili di reazione
alla crisi globale .
b)
Il riconoscimento dei principi di responsabilità per
sonale e di rappresentanza democratica;
c)
L'applicazione del principio di “sussidiarietà” per re
golare i rapporti fra l'Unione, gli Stati nazionali e i
cittadini europei e del principio di solidarietà.
d)
Il sostegno giuridico ed economico-sociale alla
famiglia naturale basata sull'unione tra uomo e donna,
fondamento della società.
Massimo Anderson - Riccardo Pedrizzi - Angelo Ruggiero Gennaro Malgieri - Ruggiero Ferrara - Pietro Giubilo
Salvatore Grillo - Giorgio Gervasi - Ezio Lozzi
Giuseppe Manzoni di Chiosca - Andrea Bottone Giusppe Valentino - Alfredo Mantica - Giulio Alfano
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Attualità
UN GOVERNO A RISChIO
di massimo Anderson
C
on le decisioni di Bruxelles rientriamo tra i Paese virtuosi e il governo incassa in Europa due punti a
suo favore. Il primo, sull’occupazione
giovanile; il secondo, dopo aver “fatto i
compiti a casa” abbiamo ottenuto il riconoscimento sulla “flessibilità di bilancio” che potrebbe liberare alcuni miliardi
nei prossimi tre anni, ma sono in arrivo
anche nuovi vincoli.
Questi riconoscimenti insufficienti a risolvere la grave crisi che il Paese
attraversa potrebbero riattivare la speculazione finanziaria internazionale; se ciò
non si è verificato lo si deve, ancora una
volta, all’intervento di Draghi che con la
dichiarazione che: “la Bce avrebbe mantenuto bassi i tassi d’interesse (-0,5) ha
messo sotto protezione l’euro. Questo intervento di Draghi a difesa dell’economia
europea, scrivono alcuni giornali, non è
stato gradito dalla finanza americana
come dimostrano anche le improvvide
dichiarazioni dal Fondo Monetario Internazionale. Questi ripropone l’imposizione
dell’IMU sulla prima casa che rappresenta, dopo quella delle intercettazioni
telefoniche (spionaggio politico-industriale) una ulteriore illegittima interferenza
che lede gravemente la sovranità del parlamento italiano. Il Fondo Monetario Internazionale, espressione della finanza
internazionale manifesta una opinione,
non richiesta, ma finalizzata alla esclusiva
salvaguardia degli interessi bancari-finanziari.
Le conseguenze nefaste di queste
ingerenze, in un recente passato, hanno interessato Grecia, Cipro e l’Argentina i cui
disastrosi risultati sono sotto gli occhi di
tutti.
Tra l’altro va tenuto conto che
Equitalia , a tutt’oggi non ha riscosso imposte per oltre 545 miliardi di euro quindi
è sempre più incomprensibile l’accanimento teso all’incasso eventuale dell’IMU
sulla prima casa per ottenere 4 miliari,
mentre lo Stato per aver determinato la
crisi del mercato immobiliare ha bruciato
introiti per oltre 1 miliardo e 700 milioni
di euro a causa di mancate transazioni e 40
miliardi di indotti relativamente al comparto casa.
Non sottovalutiamo che alcune
forze politiche e sindacali stanno conducendo una operazione per “convincere e
costringere”, a causa del pesante gravame
fiscale, i proprietari di casa a non investire
nel mattone, ma a dirottare i loro risparmi
verso gli investimenti della finanza (per
ritrovarci spesso, con un pugno di mosche
in mano).
A tal proposito, vogliamo ricordare che l’economia reale nulla ha che
spartire con la speculazione finanziaria,
mentre, oggi, ci si lascia travolgere da
questa riconoscendogli valore primario. Si
plasmano così le misure a immagine e
somiglianza degli intendimenti degli speculatori, evitando accuratamente di porre
mano a provvedimenti per la crescita e lo
sviluppo. Ci si accanisce, con determinazione degna di migliore causa, sulla ricchezza del Paese reale, cioè sugli immobili
e sui loro proprietari, togliendo così liquidità al mercato, deprimendo i consumi ed
impedendo di fatto qualsiasi possibilità di
ripresa.
Tornando all’economia reale, a
livello europeo ci sono margini di intervento, ma per avere maggiore libertà di
fare alcune scelte per la crescita occorre
conquistare la fiducia dei mercati e degli
investitori. Il governo dovrebbe presentare
un piano triennale, approvato dal Parlamento, di riduzione delle imposte e
apportare consistenti tagli alla spesa pubblica; Alesina e giovazzi, sul “Corriere
della Sera” lo hanno quantificato in 50
miliardi di minori tasse sul lavoro e altrettanti di minori spese spalmate su tre
anni. Contemporaneamente l’Italia
dovrebbe chiedere all’Europa di poter su-
perare per due anni la soglia del 3 % come
concesso a Francia e Spagna.
Per mutare il percorso della crisi
economica occorre che il governo , LettaAlfano, abbia come obiettivo il raggiungimento di alcuni fondamentali e condivisi
obiettivi (legge elettorale, riforma istituzionale, tagli alla spesa pubblica e agli
sperperi della politica) per condurre il
Paese verso nuove elezioni.
Questo è il compito del Governo
voluto e difeso da napolitano. Se non vi
sarà stabilità politica e rispetto degli impegni sottoscritti (IMU-IVA) tra i due
“contraenti” se ne dovrà prendere atto con
tutte le conseguenze del caso.
Il PdL presenta al Governo un
piano per tagliare il debito di 400 miliardi;
il Pd si lacera nelle polemiche pre-congressuali.
P. S.
Berlusconi sembra “sconfitto” da
una sentenza della magistratura, ma non
certo dal consenso popolare.
Sino a quando le sinistre
manettare e forcaiole non sapranno
scegliere tra fazione e la convivenza civile,
si può essere certi che la faziosità, l’odio,
prevarranno sino all’assurdo; cioè sino alla
morte politica e civile dell’avversario.
E da napolitano un gesto di
pacificazione nazionale non è venuto e
forse non verrà.
Ma l’utopia è quella di voler imporre, con una sentenza giudiziaria, una
democrazia priva della presenza di un
leader che rappresenta 9 milioni di elettori,
che si riconoscono nell’alternativa del centro destra.
De Chirico - La torre rossa 1913
8
Attualità
LO SCONTRO dI POTERE IN RCS
Esiste in italia una stampa libera e autonoma?
di Piero Sindaci
L
a disputa tra la Fiat e l’imprenditore
Diego Della valle - che possiede
quote importante dei grandi magazzini di lusso americani Saks e più noto
per Tod’s - sull’azionariato di controllo di
RCS presenta tutte le caratteristiche di
uno scontro di potere.
La testata del “Corriere della
Sera” non si pone , in questa disputa, come
una espressione qualificata dell’ informazione da tutelare nella sua autonomia,
ma appare come il frutto proibito di cordate di imprenditori, con cospicui interessi da difendere, che se ne contendono
la proprietà o comunque la quota di maggioranza e di controllo della testata.
Già il sistema RCS era organizzato secondo un patto di sindacato (che comunque durerà fino al 2014), nel senso che
la quota di controllo sfuggiva al libero
mercato borsistico. Come a dire che in
Italia si può tentare qualsiasi scalata borsistica, ma ciò viene impedito per RCS.
Siamo in presenza cioè di un
qualcosa che è l'opposto della libertà di
mercato e dell'autonomia della stampa, in
fin dei conti della libertà e dell’autonomia
dell’informazione.
Della valle, che non è certo un
editore puro, ed ha i suoi ben precisi interessi industriali, ha raggranellato quello che
poteva sul mercato e poi, di fronte alla defezione di qualche socio, ha aperto una
disputa interna al patto di sindacato, contestando alla Fiat l’acquisto di un pacchetto azionario che ne ha raddoppiato la
quota di controllo .
Poi, con grande abilità, nella sua
battaglia in favore “della libertà di opinione”, ha chiamato in causa, con una lettera ad alcuni quotidiani, il Presidente
Napolitano, affinchè facesse sentire la sua
“voce” e invitando “tutti” gli azionisti a
fare “un passo indietro lasciando completamente l’azionariato del Gruppo liberandolo così da tutte le vecchie polemiche e
da tutte le dietrologie di ogni tipo”.
“La situazione da me auspicabile
- ha anche scritto - non essendoci editori
puri disponibili, sarebbe quella di trovare
un gruppo di investitori privati, liberi, italiani che abbiano come unico obbiettivo
quello di far tornare la società competitiva”.
RCA non è competitiva perché è
vissuta in un quadro chiuso al mercato ed
i tentativi di scalata che si sono avuti, più
o meno qualificati, sono finiti nelle
cronache giudiziarie.
In quanto all’editore puro, uno
dei più grandi editori in Italia, Angelo
Rizzoli, pur tra errori, si trovò dalla mattina alla sera privato della proprietà del
giornale con un non ancora chiarito giallo,
bancario, piduista e imprenditoriale.
Lo stesso giorno del “manifesto”
di Della valle, sulla stessa pagina, del
“Corriere”, però si dava evidenza ed una
dichiarazione di Sergio marchionne: “
Rcs è strategica”, come a dire che
l’azienda Fiat ritiene decisivo, per la sua
prospettiva industriale, l’asset RCS.
Più chiari di così!
Che la stampa quotidiana più
“autorevole” sia strategica per il mondo
industriale italiano è un dato di fatto eppure non desta alcuna reazione nei paladini in servizio permanente effettivo della
libertà e della democrazia.
Basti pensare a “La Stampa”, al
“Sole 24 Ore”, al “Messaggero”, al “Mattino”, e così via. Non si vede un solo editore puro, ma Banche, Imprese industriali
e compagnia cantando e nessuno dei difen-
La sede di RCS Group
sori in servizio permanente effettivo della
libertà di opinione si domanda cosa c’entri
un imprenditore che fabbrica cemento con
la proprietà di un quotidiano.
La situazione è tale che l’entrata,
come lui stesso ha definito, prudentemente, “in punta di piedi” dell’editore
“puro” Urbano Cairo nel capitale RCS,
con un modesto 2,8 per cento, ha destato
molto stupore.
Il caso volle che, nello stesso numero del “Corriere” di martedì 9 luglio, in
prima pagina, il quotidiano di via
Solferino anticipasse, con straordinario
tempismo, le motivazioni per le quali la
Cassazione avrebbe deciso, poche ore
dopo, di fissare per il 30 luglio l’udienza
sul ricorso degli avvocati di Berlusconi
per la sentenza Mediaset.
La dovizia di particolari e l’elencazione precisa delle possibili conseguenze nei riguardi dei problemi
giudiziari di Berlusconi di uno slittamento
all’autunno dell’udienza, insieme all’annuncio intervenuto subito dopo, hanno
fatto pensare, a giornalisti e parlamentari
dell’area PdL che l’“anticipazione”
venisse da una “imbeccata” giudiziaria.
Qualcuno ha ricordato l’“anticipazione”
sempre del “Corriere” per l’avviso di
garanzia a Berlusconi a Napoli nel 1994.
Ancora una volta il “Corriere” sembra
caratterizzarsi come uno straordinario
mezzo di potere che interviene con precisione e con informazioni riservate, comprese le trascrizioni di intercettazioni, sulle
vicende della politica italiana.
Quando si troverà, un pugno di
parlamentari coraggiosi, (ma ci vuole
davvero coraggio per simili iniziative?)
disposti a presentare una legge che, prendendo ad esempio la normativa che regola
la stampa negli Stati Uniti, impedisca a
imprese industriali ed alle banche ecc. ecc.
di possedere quote di proprietà di aziende
editoriali?
Un’ultima domanda: quando si
deciderà il nuovo Presidente della Camera
a ripristinare la rubrica accessibile a tutti
della rassegna stampa quotidiana che gli
editori hanno preteso di lasciare riservata
solo all’interno dell’istituzione, privando
così centinaia di migliaia di cittadini di
accedere ad un sevizio informativo gratuito ?
9
ANChE I NOSTRI GOVERNANTI
SONO dEI RETTILIANI?
di giandomenico Tanza
d
avid icke è, in Gran Bretagna e in
tutti i paesi di lingua anglosassone, uno degli scrittori e conferenzieri più conosciuti, con un enorme
seguito di lettori appassionati pronti a
comprare ogni suo libro alla prima uscita.
Meno noto in Italia, il nostro ha elaborato
una teoria molto originale. Semplificando
all’estremo, il nucleo del suo pensiero,
espresso in numerose pubblicazioni e in
oltre quindici libri/best seller, consiste
nella convinzione che un governo ombra
mondiale, guidato dalla “fratellanza babilonese/babylonian brotherhood” e costituito da “umanoidi rettiliani” (rettili in
grado d’assumere sembianze umane) determini il destino del mondo attraverso esperimenti d’ingegneria sociale e mediante
il controllo e la manipolazione mentale esercitati dai mass media e da messaggi subliminali. Questa teoria una volta espressa,
se per un verso segnò la fine della carriera
politica di Icke (espulso dal movimento
verde britannico di cui era esponente di
rilievo e portavoce) dall’altro favorì
grandemente la sua popolarità di scrittore
presso i sudditi di sua maestà. Tra l’altro
Icke indicava come appartenenti alla razza
dei rettiliani alcuni personaggi di assoluto
peso nella vita politica anglosassone quali
la regina madre, Harold Wilson, Tony
Blair, e presidenti degli Stati Uniti quali
george Bush e Bill Clinton. La sua convinzione che un gruppo di “illuminati”
abbia instaurato un nuovo ordine mondiale
secondo i dettami dei “Protocolli dei savi
di Sion” gli ha comportato, tra le altre,
anche accuse di antisemitismo cui icke ha
replicato sostenendo, in sostanza, che i
banchieri d’origine ebraica indicati come
facenti parte del
governo
ombra
mondiale erano da
lui additati non in
quanto ebrei ma
nella loro qualità di
rettiliani. Molti critici e molti commentatori
si
sono
sbizzarriti cercando
di trovare la vera interpretazione del
pensiero dello scrittore inglese taluni
anche ritenendo che quello dei rettiliani sia
un escamotage dello stesso icke per riuscire a passare come “matto del villaggio”
e poter così liberamente indicare al suo
vasto pubblico gli appartenenti a lobbies
mondialiste effettivamente esistenti e operanti. Quali che siano le autentiche motivazioni del successo di Icke è da rilevarsi
come in effetti, soprattutto in occidente, si
sia venuta a creare, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, una frattura
enorme fra governanti e governati, fra amministratori e amministrati, fra politici e
popolo sostanzialmente. distanza questa
che si è accentuata col rafforzarsi di istituzioni sovranazionali che hanno, via via
limitato, nel corso degli anni, la dimensione politica dello stato/nazione rendendo, in molti casi, quasi inutile l’attività
dei singoli parlamenti nazionali che hanno
abdicato alla loro funzione a favore di quel
mostro giuridico che è l’attuale Unione
Europea. Spiega perfettamente il quadro
l’antropologa ida magli in un suo editoriale dal titolo esplicito “I governanti ci
vogliono uccidere” in cui indica due principali ordini di interessi da parte dei governanti: “Il primo è di carattere politico;
Ida Magli
Attualità
David Icke
distruggere gli Stati nazionali e per mezzo
dell’unificazione europea distruggere i
popoli d’Europa ossia i “bianchi” facilitando l’invasione degli africani e dei
musulmani per giungere ad un governo
“americano mondiale”…Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costituiti, spremendo e
schiacciando il corpo dei sudditi, un
grande “Impero” finto, di carta che non
conta nulla ma che per i politici dei singoli
stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori,
di benemerenze, di poltrone, di soldi”. In
un quadro simile, i governanti, non possono non essere percepiti come estranei al
corpo sociale: dei marziani, dei rettiliani
appunto, assolutamente diversi in tutto dai
sudditi che li mantengono. Il caso italiano
è, come al solito, emblematico: in un momento di crisi economica drammatico, in
cui le imprese chiudono, gli imprenditori
che vedono fallire la propria azienda si suicidano insieme ai lavoratori che perdono
il loro posto di lavoro, alcune anime belle
tra i nostri politici propongono l’introduzione dello “ius soli” nella legislazione
italiana, ovviamente per favorire un’invasione di disperati tale da azzerare l’identità
nazionale. O forse anche per poter assistere dalle loro postazioni privilegiate allo
spettacolo immondo, ma per loro eccitante, della guerra fra poveri. Allora ha ragione David icke: sono dei marziani, dei
rettiliani provengono da altri mondi a noi
ignoti e molto lontani. O forse vengono dal
Congo. Sempre ida magli, questa saggia
signora nata nel 1925, ce li descrive:
“Sono i nuovi governanti del popolo italiano, i suoi despoti, i suoi sfruttatori, i suoi
traditori, i suoi nemici, i delegati di quel
Potere che si nasconde dietro il Bildelberg, la Trilaterale, l’Aspen Institute…”
10
Dibattiti: Riforme
UNA REPUBBLICA AGLI SGOCCIOLI
di Paolo Armaroli
L
a forma di governo presidenziale o
semipresidenziale è stata sempre
minoritaria nel nostro Belpaese. E
lo è stata, siamo giusti, a ragion veduta. All’Assemblea costituente, praticamente solo
contro tutti, si spese in tal senso un gigante
del diritto come Piero Calamandrei. E,
con lui, il minuscolo Partito d’Azione.
Nella convinzione che il ripristino del
regime parlamentare, sia pure riveduto e
corretto, non avrebbe evitato le crisi ministeriali a ripetizione e la sudditanza dell’Esecutivo al Legislativo. Ma prevalse il
timore del tiranno: quello morto e sepolto
e l’altro che da un momento all’altro
poteva materializzarsi con le sembianze di
Peppino Stalin.
dopo Calamadrei, hanno
rialzato il vessillo del presidenzialismo
personalità diverse come Randolfo Pacciardi, giorgio Almirante e Bettino
Craxi. Convinti che per ridimensionare
una democrazia mediata nel bel modo che
sappiamo dai partiti occorresse passare
all’elezione popolare diretta del capo dello
Stato, dotato di poteri simili a quello dell’omolologo d’Oltrape. Ma tutto fu inutile.
Perché Sua Maestà la Partitocrazia, il
tiranno senza volto illustrato da par suo da
giuseppe maranini, non ha mai avuto la
benché minima intenzione di privarsi dello
scettro per consegnarlo al popolo sovrano.
Ecco che a partire dal 1858 si allarga la forbice tra le consorelle latine. La
Quinta Repubblica francese rompe con il
parlamentarismo vecchia maniera, riproduce in sostanza le istituzioni della Seconda Repubblica del 1848 e inforca la
bicicletta del bipolarismo. La Prima Repubblica di casa nostra, invece, prosegue il
suo trantran come se nulla fosse. Continua
a rosicchiare - per dirla col Carducci - il
cardo rosso e turchino del parlamentarismo
e procede lemme lemme a cavallo di un triciclo sgangherato: con una grossa ruota
centrale di governo e due ruote più piccole
a dritta e a manca condannate a rimanere
all’opposizione in servizio permanente effettivo.
Agli albori della Repubblica avevamo istituzioni deboli compensate da partiti forti. Ora, senza riforme degne di
questo nome, le istituzioni sono rimaste
gracili. Per di più, i partiti hanno perduto
la spinta propulsiva di una volta. E il vuoto
di potere si è avvertito sempre più. Ma
anche la politica ha orrore del vuoto. Come
sosteneva il generale De gaulle, un esperto in materia, il potere non si prende.
No, si raccatta. Una frase che avrebbe potuto dire nel 1922 Benito mussolini. Ecco
che pian piano il potere disperso dalla
palude partitica viene accumulato dal
Colle.
La presidenza leone - e non
certo per suo demerito ma per la canagliesca campagna contro di lui che non aveva
neppure l’ombra del fondamento - segna il
punto più basso della suprema magistratura
dello Stato. Ma dopo leone la curva potestativa del Quirinale segna un’impennata.
Sandro Pertini recita due parti in commedia: santo protettore dei suoi governi e
fustigatore di una classe politica della
quale fa parte. Francesco Cossiga nell’ultimo biennio usa il piccone per demolire il
marcio politico. oscar luigi Scalfaro, devoto al Parlamento, è forse il più presidenzialista di tutti: scioglie le Camere motu
proprio nel 1994, fa vedere i sorci verdi al
governo Berlusconi e ne favorisce la
caduta, fa il bello e il cattivo tempo. Carlo
Azeglio Ciampi con intelletto d’amore
ricuce gli strappi della nostra storia
nazionale. E infine giorgio napolitano è
l’unico presidente della Repubblica rieletto
da un Parlamento che guarda a lui come i
napoletani implorano la grazia a San Gennaro. E nel messaggio d’insediamento più
lui usa la frusta senza risparmio di energie,
più i grandi elettori si spellano le mani
dagli applausi. Segno, più che di
masochismo, di cattiva coscienza. Un
pugno d’uomini buoni a nulla e capaci di
tutto.
napolitano alla fine del 2011
s’inventa il governo Monti e lo segue passo
passo per un anno. dopo le elezioni del
2013, abbiamo il suicidio in diretta di
Bersani. dopo di che il Quirinale nomina
il governo presieduto da enrico letta suggerendogli più di un ministro, vincolandolo
alla formula politica delle larghe intese
senza che nessuno muova obiezioni e consegnandogli in pratica un programma
come quello distillato dai dieci saggi. Si
conferma così il Lord Protettore di una
Seconda Repubblica che ha i mesi contati.
enrico letta nelle sue dichiarazioni programmatiche è stato chiarissimo. ha detto
che non ha intenzione di sopravvivere e di
vivacchiare a tutti i costi. Una bella presa
di distanza dalla massima di giulio Andreotti secondo la quale è sempre meglio
tirare a campare che tirare le cuoia. Non a
caso ha rilanciato quella Convenzione costituente enunciata da Bersani su consiglio
di napolitano come mero espediente per
attirare un Pdl escluso nelle intenzioni di
Bersani dal governo e poi ripresa dai
comitati istituiti dal capo dello Stato. E’
significativo che uno dei dieci “saggi”,
gaetano Quagliariello, sia il ministro preposto alla riforme costituzionali.
In una recente intervista
Quagliariello ha osservato che ancora una
volta la Repubblica si troverà a un bivio:
regime parlamentare o regime semipresidenziale alla francese? Ecco il dilemma.
Quando nel 1958 la Francia passò dalla
Quarta alla Quinta Repubblica, in Italia la
sinistra ne disse di cotte e di crude: che era
un abito su misura per il Generale, che era
un colpo di Stato permanente. Poi fu eletto
il socialista mitterrand e solo allora si
cominciarono a rivalutare le istituzioni
d’Oltralpe. Adesso perfino Bersani, ed è
tutto dire, si dichiara non pregiudizialmente contrario al semipresidenzialismo.
d’altra parte posso portare la mia
personale testimonianza. Alla commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da D’Alema, grazie a
un accordo segreto tra Pinuccio Tatarella e
Roberto maroni, passò per un soffio
l’elezione popolare diretta del capo dello
Stato. A quel punto, più pallido che mai,
forse perché carente di globuli rossi, scese
dal tronetto allestito nella Sala della Regina
di Montecitorio D’Alema e, con un filo di
voce, esalò queste parole: “Ma allora qui
ci vuole il doppio turno alla francese per
eleggere i deputati”. Ripartiamo da qui. E,
soprattutto, non rassegniamoci all’idea che
le riforme da noi si realizzano di fatto
senza i crismi della legalità.
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PER UNA NUOVA REPUBBLICA
Dibattiti: Riforme
Dalla democrazia mafiosa alla sovranità popolare
di gennaro malgieri
sua stessa indolenza le traballanti is- zarono nel profondo, nella seconda
tituzioni che non ha saputo o voluto metà del XIX secolo, la partitocrazia
i è tornata alla mente, rivitalizzare per come i tempi es- ha convissuto e convive con le istinegli ultimi tempi segnati igevano. Quando una classe politica tuzioni al punto di essere considerata
dalla crescente polemica non assolve agli elementari doveri elemento permanente del paesaggio
sull’antipolitica e sull’inadeguatezza cui è tenuta, è inevitabile che si qual- politico italiano, fino a connotarsi
della politica a comprendere i suoi ifichi come Maranini l’aveva quali- come una sottile forma di totalilimiti, un’amara considerazione di ficata sul finire degli anni Quaranta: tarismo, oppressiva ed invadente. E’
giuseppe maranini, inascoltato partitocrazia.
stato comunque nel corso degli
ultimi sessant’anni che essa si è
profeta dell’avvento del “tiranno
Partitocrazia: una formula
allargata come un’infezione, prosenza volto”, la partitocrazia. Nel
1963 maranini lanciava questo
attuale
ducendo guasti irreparabili. Il connubio, infatti, tra partitismo ed
tremendo atto d’accusa: “Senza dubE’ da questa nozione che affarismo segna la crisi della politica
bio la moralità pubblica è infima, la
educazione è pessima. Ma come la bisogna ripartire per immaginare il i cui costi oggi vengono messi sul
moralità e la educazione possono ritorno - non so quanto utopistico - banco degli imputati per giustificare
migliorare, finché operi un sistema al primato della politica ed alla ri- la crisi del rapporto tra popolo e parpolitico-amministrativo così caotico costruzione delle strutture statali e titi, ma è un problema marginale, di
e irresponsabile, e dunque tanto costituzionali, in una prospettiva de- facile soluzione e chiara marca demdiseducativo? Finché nella paralisi cisionista, partecipativa, solidarista agogica: basterebbe abolire gli enti
della giustizia e nell’assenza di ogni e libertaria che dia sostanza alla inutili, le assemblee elettive pleresponsabilità politica ed ammin- democrazia, la rinvigorisca, la proi- toriche, consigli di amministrazione
istrativa, proprio gli interessi più etti nella dimensione che dovrebbe fasulli, gruppi parlamentari microsolidali e le necessità più moral- esserle propria: patrimonio di tutti i scopici (la cui formazione è stata autorizzata dal presidente della
mente giustificate, debbano affi- cittadini.
Camera) e mettere le mani sugli
darsi, per non soccombere, a quella
sprechi di Stato per ottenere il risulstessa tecnica di ricatto e di intimidazione di cui fa scuola la domitato di una più corretta “spesa” politica.
nante pirateria politica?”.
Forse non c’è bisogno di agLa questione vera, sulla
giungere altre parole per definire il
quale si glissa da parte delle forze
disagio che ci pervade di fronte allo
politiche, siano esse di maggioranza
scollamento accentuatosi negli ulo di opposizione, è l’occupazione
timi anni tra leadership politica e citdello Stato e della società civile che
tadini. maranini, e con lui molti
hanno perpetrato, con il contorno di
altri analisti delle degenerazioni del
corruzione fondata su forme di
sistema, avevano visto giusto. Chi si
clientelismo, anche primitive, come
condannava alla cecità e non ha ansi registra soprattutto, ma non esclucora riacquistato la vista era ed è la
sivamente, nel Mezzogiorno. Basta
classe politica, sufficientemente
dare uno sguardo a quanto avviene
De Chirico - Song of Love 1914
paga della sua inamovibilità al punto
nella gestione degli enti locali per
di non accorgersi come gli sberleffi
La partitocrazia, come si sa, rendersene conto. Sono sempre più
di un comico l’abbiano costretta è un male antico connaturato al nos- numerosi i soggetti che cercano di
all’angolo senza che sia stata capace tro sistema politico al punto di aver entrare nel grande gioco della politdi reagire. Essa ha mostrato la pro- accompagnato la vicenda unitaria ica e partecipare alla spartizione
pria inadeguatezza scegliendo, con- del nostro Paese. da quando delle spoglie del potere. In occasione
sapevolmente, di non autoriformarsi, Ruggero Bonghi, Francesco De delle competizioni elettorali ammintrascinando nel gorgo insieme con la Sanctis, marco minghetti l’analiz- istrative, vi sono candidati che
M
Continua a pag. 12
12
Dibattiti: Riforme
Continua da pag. 11
spendono cifre da capogiro: deve pur
voler dire qualcosa un dato del
genere che viene sistematicamente
sottovalutato.
Una decina d’anni fa, Sergio
Romano, su “Liberal” descrisse ciò
che quasi tutti si rifiutavano di
vedere: “I partiti stanno tornando in
campo con i loro apparati, le loro
ambizioni, la loro ingordigia, la logica nazionale della loro strategia.
Non basta. Si Stanno dividendo e
moltiplicando, come le amebe sotto
la lente di un microscopio. E molti
di essi si affollano nel centro dello
schieramento politico, vale a dire là
dove si accampano i battaglioni
degli elettori indecisi e fluttuanti”.
Era il 1998: il fenomeno si è
dilatato come nessuno all’epoca immaginava e la “casta” è cresciuta e
si è sviluppata nell’indifferenza dei
moralisti dell’ultima ora.
Partitocrazia, dunque, è un
termine, un concetto, un modo
d’essere - intorno al quale si sono esercitati critici autorevoli come
Costamagna e Sturzo, Panfilo
gentile e Caboara, vinciguerra e
maranini, operti, Curcio, Pacciardi - che non è uscito dal nostro immaginario
collettivo,
come
ottimisticamente qualcuno credeva
agli esordi della cosiddetta Seconda
Repubblica, ma che con forza condiziona il sistema politico sempre
più debole, vanificando le speranze
di quanti immaginavano l’alternanza
tra due schieramenti al governo del
Paese come l’approdo possibile di
una democrazia finalmente matura.
Si potrebbe obiettare: partiti
che non s’ingeriscono negli affari
del governo, del parlamento, delle
amministrazioni locali quando si
tratti di procedere a nomine e ad assumere decisioni sia strategiche che
di basso livello, cosa devono fare?
Propongo la risposta che dava a tale
quesito Luigi Sturzo. Pur ritenendo
che di tutto questo i partiti si debbano occupare, osservava che la loro
ingerenza deve fermarsi davanti al
campo dei poteri e delle competenze
del governo, del parlamento e delle
pubbliche amministrazioni. Ed aggiungeva che “il compito specifico
dei partiti politici in democrazia è
quello di organizzare il corpo elettorale; prepararlo ed educarlo alla
vita pubblica; fare da intermediario
fra gli organismi del potere e dell’amministrazione e i cittadino; aiutarlo nella difesa dei propri diritti;
indurlo allo scrupoloso adempimento dei doveri pubblici; correggerne l’istinto demagogico e
indirizzare al servizio pubblico la
impulsiva passionalità delle masse”.
Su questo indirizzo, a più
riprese, soprattutto dopo la stagione
di Tangentopoli, politici ed intellettuali si sono detti d’accordo. Ma le
cose non sono cambiate, come abbiamo visto. Così il sistema, oltre che
minato dall’inefficienza e dalla
corruzione, è imbalsamato; le decisioni non vengono assunte; le
responsabilità
respinte.
La
democrazia, insomma, è tutt’altro
che migliorata e la partitocrazia continua ad essere la “cancrena dello
Stato”, come sosteneva Lorenzo
Caboara.
Democrazie mafiose
Una quarantina d’anni fa, un
fustigatore della partitocrazia, Panfilo gentile, conservatore e liberal-
democratico, editorialista del “Corriere della sera” che fu costretto a
lasciare quando cadde nelle mani
della sinistra più estrema, osservava:
“Le democrazie, degenerando nelle
oligarchie, com’è nel nostro caso,
consegnano le sorti del Paese ai
capricci, agli arbitri, agli errori di
un gruppo di ambiziosi, incapaci di
ben governare, ma capaci di issarsi
sulle vette del potere e di trascinarsi
dietro un codazzo di ascari con l’intimidazione e con la corruzione”.
difficile dargli torto oggi, mentre la
partitocrazia continua a celebrare i
suoi fasti potendo cantare vittoria
sulle riforme riposte, sul gracile e
malaticcio bipolarismo, sulle aspettative di quanti ritenevano la revisione della Costituzione acquisita
una volta per tutte.
La partitocrazia è connaturata ad una democrazia poco vitale
nella quale il cittadino conta sempre
meno: una “democratie sans peuple”, come diceva maurice Duverger. Il cui superamento potrebbe
e dovrebbe essere una democrazia
decidente, sostanziata dal rapporto
tra le forze politiche ed i cittadini, in
atteggiamento attivo e non clientelare. Sosteneva maranini che il
problema della lotta alla partitocrazia è da un lato un problema di
liberazione dei partiti da elementi inquinanti e, dall’altro, un problema di
liberazione dello Stato. Tanto la
prima che la seconda, aggiungeva,
“sono possibili solo con una radicale revisione delle nostre leggi. Tale
revisione può sembrare utopistica e
assurda: ma tante tirannie sono
cadute, e anche la tirannia partitocratica cadrà. Cadrà il giorno nel
quale tutto il Paese sarà diventato
consapevole della natura del male e
della sua tragica gravità; cadrà il
giorno nel quale tutti sentiranno l’illegittimità di un’autorità fondata
solo sulla frode e le rifiuteranno ossequio; cadrà il giorno nel quale
ciascuno si renderà conto del rapporto di casualità che intercede fra
Continua a pag. 13
13
Dibattiti: Riforme
Continua da pag. 12
i mille problemi particolari che angustiano la sua vita privata d’ogni
giorno e questa cancrena della vita
pubblica. Solo un moto di opinione,
d’irresistibile forza, potrà imporre
quelle forme legislative che strapperanno il potere dalle mani dei suoi
attuali illegittimi detentori (di ogni
partito). Ma quel moto sicuramente
si produrrà”.
Che maranini avesse ragione allora come oggi è incontestabile. Resta sul tappeto lo stesso
problema: chi raccoglierà il disagio
e che uso ne farà?
La letteratura politica di
questi ultimi decenni ed i ricorrenti
sondaggi di opinione più recenti testimoniano che nel Paese c’è la diffusa consapevolezza della necessità
di radicali cambiamenti nell’ordine
costituzionale. Ad essa si contrappone la resistenza del partitismo a
sottrarre la sovranità al popolo: da
qui le forme impropriamente dette di
“antipolitica”. Tuttavia, la strada
delle riforme resta l’unica opzione
possibile per rimettere in piedi il
Paese. Riforme che non possono
prescindere dal sottrarre ai partiti
tutto il potere indebitamente accumulato (riconoscimento giuridico
degli stessi, dunque, e delimitazione
del loro ruolo). Rimedio questo,
come osservava il giurista inglese
John Bryce, che potrà sembrare
possibile “solo in una società dove i
cittadini si conoscano l’un l’altro
così bene da scegliere i membri del
potere legislativo e d esecutivo con
riguardo al loro merito personale, e
dove i legislatori siano di una virtù
così pura da discutere di ogni questione alla stregua soltanto della verità, a vantaggio dello Stato”. Questa
non è l’immagine della “democrazia
degli angeli”, come diceva J.J.
Rousseau, ma l’aspirazione alla ricostruzione di forme
organiche
di rappresentanza distrutte dall’egoismo partitocratico, il peggiore dei
danni nella sfera politica, causato da
una malintesa concezione della
democrazia, cui si accompagna la
disintegrazione dello Stato.
numero degli elettori, e più ampio,
dunque, il collegio elettorale”.
dunque, “i Governi più forti sono
La democrazia diretta
indubbiamente quelli dei regimi
‘presidenziali’, ove le funzioni di
Ricomporre il quadro del capo dello Stato e di responsabile
rapporto tra popolo ed istituzioni dell’Esecutivo coincidono. Esempi
significa tornare a proporre la più massimi del genere sono offerti dalla
lineare, efficace e compiuta rappre- Costituzione statunitense e (in parte)
sentazione del potere che trae dal da quella francese della Quinta Rebasso la sua legittimazione, dunque pubblica”.
la più alta espressione della
Ci si entusiasmati, forse con
democrazia diretta, vale a dire qualche eccesso di superficialità, per
l’elezione popolare del capo del- il decisionismo che connota la
l’esecutivo: un grande tema che ha Quinta Repubblica francese, ma non
intrigato trasversalmente innu- è un “miracolo”. Il presidente può
merevoli politici ed intellettuali fare fin dal momento dell’elezione
dall’immediato dopoguerra ad oggi. ciò che ritiene opportuno, nei limiti
della Costituzione perché questa gli
consente la massima agibilità e nessun condizionamento da parte dell’Assemblea legislativa che, invece,
esercita un controllo efficace sugli
atti dell’esecutivo, come del resto
accade al presidente degli Stati Uniti
che tuttavia può agire per come le istituzioni gli consentono e rappresenta effettivamente l’unità della
nazione in nome della quale agisce
cercando il consenso del Congresso,
ma in alcune materie anche al di là
delle pretese di condizionarlo da
parte del potere legislativo.
Ciò non vuol dire che il sisScriveva gianfranco miglio: “Se, tema francese, ed in misura diversa
in un regime elettivo-rappresenta- quello americano, costituisca una
tivo, si vuole (e non si può non vol- sorta di deriva plebiscitaria della
erlo) un supremo potere decisionale democrazia diretta. Al contrario,
(cioè un Governo) sottratto alle esso si propone come modello di
pressioni ed ai ricatti degli interessi rappresentatività e di buona legisfrazionali organizzati, la via obbli- lazione in coerenza con l’indirizzo
gata è costituita dall’elezione diretta dell’Eliseo. Sempre miglio spigava
del suo titolare da parte del popolo. che la differenza tra il parlamenDa un vero ‘leader’ nazionale, des- tarismo costituzionale della Quinta
ignato da milioni di elettori, nessuno Repubblica francese ed il nostro parsi sogna di pretendere poi, in cambio lamentarismo “integrale”, è data dal
del voto, favori personali o di cate- fatto che nel primo “la stabilità del
goria; né il candidato ad un a com- Governo non è scopo a se stessa, ma
petizione di tale dimensione è è finalizzata esclusivamente a
costretto a presentare ‘piattaforme’ garantire la produzione normativa.
elettorali molto particolareggiate: il La quale non deve in alcun modo esrapporto di ‘rappresentanza’ è tanto sere ostacolata. E la Costituzione
più fiduciario quanto maggiore è il francese raggiunge questo obiettivo
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14
Dibattiti: Riforme
Continua da pag. 13
garantendo la coerenza e l’omogeneità dei progetti presentati dal
Governo e tradotti in leggi (cioè attraverso mezzi coerenti con i fini,
come specialmente si vede nella procedura delle legge finanziaria per
l’approvazione dei bilanci)”.
Il Parlamento, dunque, ha il
compito di occuparsi della grande
legislazione, ma non ha l’esclusiva
della funzione normativa una parte
della quale spetta al governo. In
Italia, dove vige un parlamentarismo
assoluto, e dunque un assoluto dominio dei partiti, l’obiettivo del legislatore non è garantire la funzione
normativa, ma il diritto di ogni parlamentare di far valere contro le iniziative del governo, di qualsiasi
segno sia, gli interessi, più presunti
che reali, dei suoi elettori o delle
lobby che rappresenta e lo sostengono in campagna elettorale.
La questione s’inscrive nella
grande disputa sulla sovranità e,
dunque, sui limiti dei poteri costituzionali. Se si proiettano le deficienze rilevate nel contesto
policentrico che caratterizza l’assetto istituzionale del nostro Paese,
si ha un quadro esatto della paralisi
politica cui si deve il disagio crescente nella popolazione. Ed allora
sarà bene, nell’affrontare la tematica
presidenzialista, spendere qualche
parola al riguardo.
La sovranità politica attuale
non è più quella che era fino a
qualche tempo fa. Essa è divisa fra
enti sovranazionali, enti territoriali,
autorità indipendenti: tutti elementi
che non potevano essere contemplati
nella Carta costituzionale la quale si
fonda, invece, sulla sovranità concepita sul modello dello Statonazione il quale, com’è noto,
discende da un’antica concezione
dello Stato che ha avuto in Jean
Bodin il più grande teorico e che fu
codificata in Europa con la pace di
Westfalia nel 1648. Oggi si può dire,
proprio perché sono radicalmente
mutate le forme della sovranità, che
assistiamo all’emergere di una
sovranità che trae legittimità dal
basso, dai cittadini, dai movimenti,
dagli enti territoriali e sopranazionali, a cui vengono delegati o devoluti
buona parte di molti poteri che in
precedenza appartenevano in esclusiva allo Stato nazionale.
Siamo forse entrati in quella
dimensione dello Stato prevista da
giovanni Althusius fondata, in una
certa misura, sul principio di sussidiarietà che connota la legittimazione di un nuovo tipo di
sovranità; sussidiarietà che impone
che le decisioni vengano prese, al
più basso livello possibile, da parte
di chi sopporta le conseguenze delle
decisioni stesse. Attraverso la sussidiarietà si attiva la democrazia integrale; un principio non soltanto
economico, dunque, che ha attraversato tutto il secolo scorso. Essa, infatti, non è una scoperta recente,
tanto che sue tracce ritroviamo in
documenti papali e perfino nella
Carta del Lavoro del 1927.
tarismo) socialista, non servirebbe
ad altro che ad alienare, sempre più,
il nostro popolo dallo Stato e dalla
sua unità. Solo la libertà economica,
l’iniziativa individuale, il rispetto
delle caratteristiche e delle diversità
regionali, il libero sviluppo delle differenti culture può dare alla nostra
Penisola il bisogno di restare unita
nelle sue diversità, al nostro popolo
la convinzione della lealtà e della
disciplina verso uno Stato che assicura i massimi beni cui un popolo
può aspirare. La conclusione che qui
si propone è quella di accettare e
sviluppare le autonomie locali per
dare libero sfogo all’iniziativa e allo
sviluppo, riducendo il potere centrale ai limiti estremi dell’indispensabile, senza spaventarsi se molti
comuni e alcune regioni restano
nelle mani indesiderate di forze
politiche avversarie”.
Questi diversi livelli di
sovranità vanno ricondotti ad unità
se si vuole evitare il pericolo di una
disgregazione possibile del tessuto
nazionale. La sola possibile unità è
una istituzione che tragga la propria
legittimità dai cittadini: l’elezione
diretta del presidente della Repubblica o del capo dell’esecutivo, come
istanza di coesione della molteplicità
delle componenti della società civile.
diversamente, continueremo ad assistere al diffondersi del policentrismo fino ai limiti estremi
dell’incontrollabilità e, dunque, alla
disgregazione dell’unità statale priva
di rappresentanza unitaria.
Un grande tema trasversale
Richiamandosi indirettamente alla grande questione del rapporto tra le strutture statali, lo storico
mario Attilio levi, in un saggio del
1983 dedicato alle autonomie locali,
concludeva: “L’estendersi della
cappa di piombo delle nazionalizzazioni e del troppo governo, minaccia implicita di ogni regime di
autoritarismo (se non di totali-
Il presidenzialismo è un
grande tema politico-istituzionale
che da sempre è stato uno dei cavalli
di battaglia della destra italiana, ma
non soltanto della destra. Anche all'Assemblea costituente ci fu chi propose, senza successo, all'attenzione
la “soluzione presidenzialista”: i rappresentanti del Partito d'Azione e tra
essi, in particolare, Piero CalamanContinua a pag. 15
15
Dibattiti: Riforme
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drei e leo valiani s'impegnarono a
fondo in una delle Sottocommissioni
dell'Assemblea per far valere le ragioni del presidenzialismo.
Negli anni Sessanta fu il repubblicano Randolfo Pacciardi ad
imbracciare la bandiera del presidenzialismo al punto di essere accusato
di sovversivismo e di tentazioni
“golpiste”. Agli inizi degli anni Settanta furono alcuni “giovani leoni”,
come si definirono allora, della
democrazia cristiana, aderenti al
gruppo “Europa '70”, che posero all'attenzione le tematiche presidenzialiste. Poi venne la stagione
socialista: politici come Bettino
Craxi ed intellettuali come luciano
Cafagna rilanciarono, tra la seconda
metà dei Settanta e gli inizi degli Ottanta, la necessità di operare un radicale mutamento nella forma di
governo del nostro Paese. Non si
può dimenticare, naturalmente, che
il Movimento sociale italiano fece
del presidenzialismo, fin dalla sua
nascita nel dicembre 1946, uno dei
temi
centrali e più incisivi della
sua propaganda istituzionale, da
Costamagna ad Almirante. Ricordo anche una fiorente pubblicistica che circa trent’anni fa rianimò
il dibattito sul presidenzialismo grazie, soprattutto, all'attivismo del professor gianfranco miglio e del
cosiddetto “Gruppo di Milano”.
La tematica presidenzialista,
quindi, ha avuto lungo corso nella
storia della Repubblica, sia da punto
di vista dottrinario che nel dibattito
politico.
Il presidenzialismo non
bisogna considerarlo una sorta di
contropotere, ma come un elemento
di equilibrio e di riconoscibilità del
processo di formazione della decisione che è uno dei fattori necessari
alla modernizzazione del Paese. da
essa, dal momento decisionale
"forte", non si può prescindere se si
intende procedere alla modernizzazione sociale e delle strutture civili
del Paese, se non si dotano, cioè, i
centri decisionali di poteri efficaci
che, al momento, non dimentichiamo che vengono esercitati da
soggetti diversa dalla classe politica,
e dunque privi di legittimazione democratica, come supplenti insomma,
che agiscono sulla spinta di interessi
personali o di gruppo.
detto “premierato” incentrato sulla
valorizzazione della figura del presidente del Consiglio: si resta, in
questo caso, nell'ambito del governo
parlamentare che è il vero equivoco
da superare. Naturalmente su tale
questione non mancano opinioni difformi anche a destra ed il dibattuto,
Il presidenzialismo, dunque,
è un elemento di partecipazione, ma
è anche di chiarificazione all'interno
dei rapporti tra i poteri dello Stato.
Con la sua adozione si stabilisce una
netta linea di demarcazione tra i controllori ed i controllati, tra potere
legislativo e potere esecutivo. Il Parlamento può effettivamente esercitare un controllo sul governo
avendo questi la sua fonte di legittimazione fuori dalle aule parlamentari.
dunque, è aperto. Tuttavia, permettetemi di aggiungere un invito alla
riflessione: se dovesse prevalere
l'ipotesi di un capo del governo
eletto dal popolo co-abitante con un
presidente della Repubblica eletto
dal Parlamento, chi dei due sarebbe
più rappresentativo, il primo che
potrebbe essere sfiduciato dalle
camere o il secondo che dovrebbe
assommare in sé, nella sua funzione,
la rappresentanza dell' unità della
nazione? Il presidenzialismo non va
considerato, come sostengono alcuni
suoi detrattori, come una sorta di
contropotere rispetto agli altri apparati periferici dello Stato, ma quale
elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione
della decisione, controllata dal Parlamento, in un sistema di bilanciamento costituzionalmente previsto.
Con la sua adozione si stabilisce una
linea di demarcazione netta tra i controllori ed i controllati, tra potere
legislativo e potere esecutivo. In più,
come osservò giorgio Rebuffa in
uno
splendido
libretto
che
meriterebbe di essere ristampato,
non a caso intitolato Elogio del pres-
Una mitica suggestione
La formula della Repubblica
presidenziale ha pure, oltretutto, una
sua carica di suggestione quasi mitica perché avvicinando direttamente
i cittadini al potere è il prodotto di un
meccanismo di immediata comprensione proponendosi come rottura
rispetto ad un sistema come l'attuale
nel quale le degenerazioni partitocratiche
sconfinano
nel
trasformismo e nella rottura del patto
fiduciario con gli elettori. Tutto ciò
risulta immediatamente chiaro ed
evidente a
differenza del cosid-
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16
Dibattiti: Riforme
Continua da pag. 15
idenzialismo, “Il presidenzialismo
potrà portare al nostro sistema
politico le cose che non ha fin qui
avuto. In primo luogo, la visibilità
delle scelte e la ‘personalizzazione’
democratica: sapremo chi accusare
e chi premiare. E ci porterà la distinzione tra chi governa e chi si oppone. L’esperienza parlamentare
italiana è stata esattamente il contrario, caratterizzata dall’invisibilità
delle decisioni e dall’irresponsabilità di fronte al corpo elettorale. Le
ragioni di tutto ciò sono state molte:
le regole della vita parlamentare e
quelle della Costituzione, l’ideologizzazione e gli stili della politica.
Ma la ragione di fondo è stata quella
che in anni lontani si cominciò a
chiamare ‘partitocrazia’: un sistema
di oligarchie che ha piegato le istituzioni ai propri interessi. Per
questo il ‘paradosso italiano’ si è
configurato come una lunga continuità delle élites, a cui si sono accompagnate un’altrettanto lunga
instabilità ed un’assenza di leadership. Per questo abbiamo bisogno
del presidenzialismo. Perché è un
sistema costituzionale capace di piegare i comportamenti politici, di rendere le istituzioni più forti dei partiti.
Il sistema presidenziale non serve a
dare ad una comunità un leader e
una maggioranza. Ma serve a spezzare le oligarchie immobili, le culture politiche sclerotizzate, a dare
alle icone le dimensioni e lo spazio.
La Repubblica presidenziale è la
strada per dare anche all’Italia la
sua rivoluzione liberale”.
Riforma radicale
Una radicale riforma del sistema, per come la presuppone una riforma in senso presidenziale, non
può non tener conto anche del problema della rappresentanza. discutere, come talvolta si fa, della
cosiddetta Camera delle regioni in
un quadro di sgretolamento dello
Stato è un non senso. E già quaran-
t’anni fa se ne discuteva con bel altra
cognizione di causa. Tra i molti interventi, ne propongo uno di Costantino Mortati, uno dei più grandi
costituzionalisti del Novecento,
tratto da un dibattito ospitato nel
1973 dalla rivista “Gli Stati” diretta
da giorgio Torchia e Franco
Cangini. Ricordò mortati che “alla
Costituente io, quale relatore della
parte del progetto di Costituzione
riguardante il Parlamento fui tenace
sostenitore di una integrazione della
rappresentanza stessa che avrebbe
dovuto effettuarsi ponendo accanto
alla Camera dei deputati un Senato,
formato su base regionale, da rappresentanti delle varie attività socialmente rilevanti. Non è il caso di
ricordare i particolari delle proposte
allora fatte bastando richiamarsi al
fine che intendevano conseguire, di
creare cioè un consesso che riflettesse, per ogni regione, le grandi
categorie degli interessi economici
professionali e culturali”.
De Chirico - Ettore e Andromaca - 1917
“Sembrava - aggiunse mortati - che alla determinazione dell'interesse generale meglio si potesse
giungere consentendo ad ognuna
delle categorie di interessi particolari (di categoria e territoriali) di far
sentire la propria voce in un pubblico dibattito e attraverso un contraddittorio potesse giungersi a
sintesi politiche meglio aderenti a
situazioni reali, ad un rapporto di
forze meglio equilibrate”.
“Sotto un altro aspetto poi
una Camera che fosse rappresentativa dei nuclei regionali offrirebbe il
grande vantaggio di fornire quello
strumento di coordinamento fra essi
e lo Stato che attualmente fa difetto,
e che invece si palesa essenziale per
conciliare le esigenze autonomistiche con quelle unitarie”. E concludeva: “Non sono da nascondere
le difficoltà pratiche offerte da
questo tipo di rappresentanza, ma
sembra che sia in questa direzione a
cui bisogna avvicinarsi per dare una
ragion d'essere ad una seconda
Camera, che non sia, come avviene
per l'attuale Senato, un inutile
doppione della prima”. Era ben altra
prospettiva rispetto alle pericolose
tentazioni autonomiste con le quali
tutte le forze politiche hanno trescato
nell’ultimo ventennio.
Le convulsioni politiche di
questi ultimi anni dovrebbero renderci consapevoli che un ordine
civile, fondato sul consenso, può ottenersi soltanto attraverso riforme
strutturali che siano il frutto di compromessi alti.
Il presidenzialismo non è
una sfida, ma una proposta per immaginare una Repubblica nuova, dei
cittadini e non dei partiti. Jean Jaurés, socialista e democratico,
sosteneva che la Repubblica non va
soltanto difesa: va organizzata. Sono
convinto che la migliore difesa della
Repubblica e dei valori repubblicani
stia nell’organizzazione delle sue
strutture politico-istituzionali. Se la
scelta presidenzialista resta sullo
sfondo delle possibilità, declinata nel
modo che si reputa più opportuno,
credo sia una possibilità che non
dovremmo lasciarci sfuggire. Sia pur
tenendo presente che il contesto non
è favorevole all’apertura di una stagione di riforme, ma che soltanto da
un’Assemblea costituente, sottratta
alla dialettica parlamentare ed allo
scontro tra i poteri dello Stato, potrà
nascere una Nuova Repubblica. La
Repubblica degli italiani.
GennaroMalgieri
17
Dibattiti: Riforme
LA RIFORMA “MAdRE” STA IN UNA NUOVA STAGIONE
dEI dOVERI, dELLA CORRETTEzzA E dELLA SOLIdARIETà
di enrico la loggia
N
el costruire l'impianto costituzionale del '48 i padri costituenti
vollero, nell'equilibrio tra i poteri,
garantire che il fascino non potesse risorgere, e affidare a Capo dello Stato una funzione di garanzia sul sistema democratico
del Paese. Si impianto così, una repubblica
parlamentare con forti contrappesi tra i diversi poteri.
In quel tempo, questo sistema,
così realizzato, ha funzionato, consentendo la rinascita del Paese e un forte
sviluppo economico-sociale su tutto il territorio.
Ma oggi? E' ancora così? O occorre un radicale ripensamento almeno
della II parte della Costituzione?
da tempo sono convinto della necessità di introdurre in Italia un sistema
“all'americana” come si suol dire. Con un
Presidente eletto direttamente dai cittadini
e con un Parlamento con forti poteri di
controllo come il Congresso degli Stati
Uniti.
Presentai un disegno di legge di
questo tipo già nell'ormai lontano '94.
da allora non ho cambiato idea.
Ma ci siamo dovuti arrendere all'evidenza.
In Parlamento non c'è mai stata una maggioranza per approvarlo.
Più recentemente si è parlato di
sistema “alla francese”. Certo non è è la
stessa cosa tra ciò che abbiamo e ciò che
potremmo avere, ma considero questa mobilità come la “second best”, la migliore
fra le ipotesi formulate.
Una cosa è sicura: così com'è il
nostro sistema non funziona più.
I pilastri, su cui reggeva l'equilibrio costituzionale, si sono radicalmente
modificati nel corso del tempo e hanno
dato luogo a quella che viene definita
“costituzione materiale”contrapposta a
quella “formale” così come disegnata nel
'48. Ed infatti, in estrema sintesi, la modifica dell'art. 68 ha alterato l'equilibrio tra
il potere legislativo e l'ordine giudiziario;
il CSM ha acquisito man mano poteri che
la legge istituiva non gli riconosceva; la
legge elettorale ha modificato il rapporto
cittadini-Parlamento-governo-Capo dello
Stato, lasciando a quest'ultimo solo il
potere di verifica del risultato elettorale e
l'indicazione del Premier, secondo la scelta
del partito o della coalizione che ha
prevalso nulla competizione; La stessa
corte Costituzionale ha sempre più spesso,
con le sue sentenze “creative” supplito alla
carenza di iniziativa o agli errori del potere
legislativo. Modifiche queste ed altre ancora che, come le novelle sui regolamenti
delle Camere del 1971, che hanno trasformato il nostro sistema da repubblica parlamentare a repubblica assembleare, hanno
rotto e non sostituito adeguatamente l'equilibrio del 1948. La crisi economica ci
attanaglia, i cittadini e le imprese soffrono
drammaticamente.
sigenza di giustizia. E non riferisco solo
all'azione quasi sempre impeccabile della
magistratura, spesso però, perché non ammetterlo, offuscata da alcuni protagonisti
astratti più dall'ideologia di parte che dall'esigenza di essere oltre che di apparire
concretamente terzi e garanzia e a testimonianza che la dea che tiene in mano la bilancia faccia sempre in modo che i due
piatti stiano sempre allo stesso livello. Mi
riferisco soprattutto all'esigenza fortemente avvertita che cessino i soprusi, le
inefficienze, le ottuse lungaggini burocratiche ingiustificate e ingiustificabili che
ci penalizzano sempre di più e che i responsabili paghino e paghino rapidamente,
La stessa stagione dei diritti
langue in assenza di una equilibrata stagione dei doveri.
La lentezza bisantina con la quale
si prendono decisioni importanti inefficaci
e impotenti: E nel frattempo ci troviamo a
competere con i partners europei e mondiali che hanno ben altri strumenti decisionali e rapidità a noi sconosciute.
Ben venga allora il semipresidenzialismo “alla francese”.
Ben venga il Senato delle autonomie.
Ben vengono soprattutto riforme
che taglino i nodi intrecciati di procedure
infinite, incerte e scoraggiamenti per intraprendere qualsiasi attività.
Ben vengano meccanismi di controllo sulla spesa che evitino sprechi e ruberie e taglino le ali ai furbi e ai corrotti
che hanno lucrato sulla inefficienza e
spesso sulla connivenza della classe dirigente.
Si sente come mai in passato l'e-
per tali soprusi, inefficienze, lungaggini.
Solo così i cittadini potranno recuperare fiducia nelle istituzioni.
Ma come sempre la riforma
madre, la riforma delle riforme sta nella
testa di tutti noi.
Sino a quando non nascerà una
stagione dei doveri, della correttezza, dell'attenzione ai più deboli, della solidarietà
nel senso più proprio del termine, della capacità di farsi carico della ragione altrui,
della moderazione non solo nel linguaggio, ma anche nei comportamenti, del
rispetto per le idee diverse e per chi ha più
bisogno, non c'è riforma, per quanto ben
fatta che potrà cambiare realmente le cose.
Saprà la classe politica fare
questo salto di qualità e porsi come guida
autorevole e simbolo del cambiamento nei
quali i cittadini si possano riconoscere?
Io sono ottimista. Se non lo
faranno per convinzione, saranno comunque costretti a farlo per convenienza.
E sarebbe già tanto......
18
Dibattiti: Riforme
L’APPELLO DEL CESI PER UNA AUTENTICA COSTITUENTE
PRESENTATO A ROMA
IL MANIFESTO PER LA RIFONdAzIONE dELLO STATO
M
ercoledì 19 giugno 2013 nella
Sala del Tempio di Adriano, in
Piazza di Pietra a Roma, presenti molti esponenti del mondo politico
istituzionale e associativo di diversi orientamenti è stato presentato dal Cesi, il
Centro nazionale di Studi Politici, il volume: Appello agli italiani per l’Assemblea
Costituente. Manifesto Politico e Programmatico per la Rifondazione dello Stato (ed.
Cesi, giugno 2013, pagg.128), patrocinato
dalla Fondazione Alleanza Nazionale.
Il Presidente del Cesi, prof. gaetano Rasi, ha introdotto l’argomento e il
Vicepresidente, prof. Franco Tamassia,
ha svolto la relazione sui contenuti sia dell’Appello che del Manifesto. Sono poi in-
tervenuti nel dibattito altri studiosi che
avevano fornito contributi alla stesura del
volume: il prof. Carlo vivaldi Forti, sociologo dell’Università di Lugano; il dott.
gabriele Adinolfi del Centro Studi Polaris; il Consigliere del Cesi dott. ettore
Rivabella dirigente nazionale dell’Ugl;
il prof. Angelo Scognamiglio, Economista
dell’Università di Napoli; il prof. Riccardo Scarpa della Terza Università di
Roma e il prof. lucio Zichella, già dell’Università La Sapienza di Roma e Consigliere Cesi. ha preso pure la parola il
parlamentare dott. Carlo Ciccioli, il quale,
come esperto professionale della materia
ha trattato il problema del necessario
aggiornamento del Sistema Sanitario
Nazionale.
Il prof. Rasi dopo aver illustrato
l’attività di studio, di ricerca e di divulgazione del Cesi ne ha sottolineato l’importanza di fronte all’attuale stallo della
vita politica ed economica del Paese. I
problemi istituzionali possono trovare
soluzione solo con una Assemblea Costituente, sulla base di una nuova legittimazione politica che proceda alla
rifondazione dello Stato.
Al riguardo, il Presidente del
Cesi, ha annunciato per l’autunno un Convegno Nazionale (con il titolo, per ora
provvisorio, Un progetto politico per
l’Assemblea Costituente) che si baserà sui
contenuti del volume e che quindi offrirà
un approfondimento delle tematiche propedeutiche alla stesura di una Costituzione
adeguata ad una moderna Nazione, come
l’Italia, che possa essere protagonista
nella Unione Europea.
Trattando della incapacità del sistema di auto riformarsi, Rasi, ha affermato
che ciò appare in maniera palese dal miope
dibattito politico offerto non solo dal
Governo e da tutte le forze politiche ma
anche dalla stampa , incentrato esclusivamente su temi fiscali, mentre invece
dovrebbe affrontare i temi dello sviluppo
cioè della programmazione delle attività
produttive e la realizzazione di infrastrutture. Tali obbiettivi sarebbero le uniche
azioni in grado di ammodernare l’Italia,
riducendo il peso del deficit sul PIL,
riequilibrando il bilancio statale e garantendo lavoro, redditi e nuovi impieghi e
consumi diffusi.
Rasi ha, infine, illustrato la struttura del volume che fa riferimento alla
materia costituente. In particolare l’oratore
ha riassunto per larghi tratti le sette parti
nelle quali è strutturato il volume: L’Appello agli italiani per l’Assemblea Costituente; le definizioni politologiche e
sociologiche; i Principi programmatici o
progettuali; il Nuovo Ordinamento dello
Stato; la Politica economia e lo sviluppo
civile del Paese; la necessaria revisione istituzionale dell’Unione Europea ed infine
le indicazioni circa natura e le procedure
che debbono caratterizzare una autentica
Convenzione per la Costituente.
Il prof. Tamassia, che ha steso la
Continua a pag. 19
19
Dibattiti: Riforme
Continua da pag. 18
bozza iniziale del Manifesto ed ha poi coordinato i contributi giunti da vari studiosi
ed esperti, ha svolto la relazione centrale
costatando anzitutto che la situazione politica dell’Italia, interna ed esterna, sotto
ogni profilo istituzionale, economico e
culturale è bloccata. La ragione, ha detto
l’oratore, è nell’impossibilità dell’attuale
sistema giuridico-politico di continuare a
funzionare; esso ha esaurito il suo ciclo vitale storico e, pertanto, non è più in grado
di trovare in sé stesso la capacità di autoriformarsi e di adeguarsi alla complessa dinamica evolutiva politico istituzionale,
nazionale ed internazionale. Nell’attuale
bipolarismo - ha poi constatato Tamassia
- persiste una impossibilità di dialogo
anche su alcuni temi importanti, quali per
esempio la legge elettorale, la giustizia, il
lavoro, l’elezione del Presidente della Repubblica.
Le soluzioni in corso di riforma
parziale si dimostrano inadeguate a fornire
strumenti funzionali per uscire dallo stallo
politico e di conseguenza economico e occupazionale. Il tentativo di nominare una
Commissione di consulenza costituzionale
sta destando molte perplessità, pochi entusiasmi e molte avversioni. Il nodo sta nella
crisi di rappresentanza che coinvolge
anche l’attuale Parlamento mentre la
stessa legge elettorale appare più effetto
che causa del fenomeno.
L’inadeguatezza della classe politica rischia di condurre il Paese verso il
declino del sistema politico che si sta allontanando dalle originarie basi democratiche e pluralistiche.
L’attuale struttura politico-istituzionale produce una classe politica incapace di difendere il sistema stesso. Le
ultime riforme costituzionali hanno sortito
un sistema poliarchico e liederistico insieme che ha esautorato progressivamente
lo stesso Parlamento e ha lasciato degenerare i tradizionali protagonisti della politica: i Partiti politici con conseguenza
sull’economia e il lavoro.
di qui la proposta di una Assemblea Costituente legittimata non dai poteri
costituiti in atto, ma direttamente dalla
base sociale.
Il Manifesto, ha poi spiegato
Tamassia, è costituito da analisi e proposte
intese a riportare gli italiani ad un dialogo
di fondo che decanti le antistoriche polarità (guelfi-ghibellini, sinistra-destra, nordsud) che impediscono alla Nazione di
raggiungere conclusioni condivise sui
problemi della propria esistenza.
Il Manifesto, ha sottolineato
Tamassia, nella prima parte affronta i
concetti e le nozioni fondamentali, come
per esempio Stato, ordinamento giuridico
Intervento nella Società
e politico, Nazione, classe politica, classe
dirigente, classe sociale, ceto, attività politica, attività amministrativa, cultura, lavoro.
In una seconda parte si propongono i valori di principio, e i corollari costituzionali, sui quali dovrebbe fondarsi un
nuovo ordinamento: l’Unità dello Stato
Nazionale, la Partecipazione alla gestione
dello Stato attraverso l’integrazione della
rappresentatività politica dei partiti con la
rappresentanza del mondo della produzione, dei servizi, della scienza e della
cultura, l’elezione diretta del Capo dello
Stato la cui figura sia più credibile come
organo super partes chiamato a fornire gli
indirizzi fondamentali alla Nazione.
Il principio del presidenzialismo
fa leva sulla legittimazione popolare che
fornirà al Capo dello Stato l’autorevolezza
e la forza di intervento nei momenti di
crisi. Il pericolo più grave, in questi drammatici momenti - ha concluso Tamassia è la scissione del nostro Stato, nato dal
Risorgimento, e il suo ritorno ad aggregato
di popolazioni divise, conflittuali e sottomesse a qualche potenza d’oltralpe che
attende la nostra deflagrazione per tornare
a dominarci in modo irreversibile e più
duro di quanto non abbia fatto nei secoli
passati.
provincia di Latina in tutte le edicole,
nelle chiese, per un totale di circa
20.000 copie. Il target di riferimento
del nostro editoriale è comunque concentrato sulle istituzioni ed in particolare sulla imprenditoria e le professioni
dalle quali è particolarmente apprezzato e sostenuto.
è una rivista trimestrale di intervento
sociale edita dalla Società Editoriale
Intervento S.r.l. che sviluppa temi di
cultura, politica, economia e informazione. Viene pubblicato da 15 anni
ad ogni trimestre, ottenendo crescenti
consensi grazie alla coerenza della sua
linea editoriale ed alla collaborazione
di personalità di rilievo del mondo
politico, economico e culturale. La rivista viene regolarmente distribuita sia
sul territorio nazionale mediante spedizione postale ordinaria, sia sul territorio regionale ed in particolare nella
20
Politica estera
dALLA PRIMAVERA ARABA
ALL’AUTUNNO TURCO
di Alfredo mantica
L
a rivolta turca di piazza Taksim ha
aggiunto un curioso paradosso alla
lunga filiera delle primavere arabe.
Sicuramente nessuno pensava ad Istanbul
come ad un ulteriore tessera del lungo effetto domino delle rivolte iniziate in
Tunisia, ormai oltre due anni fa, nel dicembre del 2010. Ankara, in forza della identità non araba della popolazione turca e
della natura democratica del paese, non appariva essere nell’elenco delle capitali
ritenute esposte alla possibile diffusione
delle proteste anti-regime esplose in molti
paesi medio-orientali. Ankara, piuttosto,
era considerata il vaccino al contagio dell’instabilità, il modello con cui sostituire
regimi non più al passo dei tempi. Il modello di un islamismo liberale e morbido,
compatibile con l’Occidente, con i suoi
valori e con la democrazia europea. da
questo punto di vista la rivolta di piazza
Taksim ha lasciato sorpresi e spiazzati i
tanti acritici sostenitori delle primavere
arabe. La prospettiva di un inatteso autunno turco a segnare il definitivo tramonto della stagione riformista islamica ha
colto tutti di sorpresa, non meno quanto
l’avvio delle rivolte e la caduta di regimi
che apparivano immutabili. A metà 2013
lo spettacolo che offre ad un osservatore
europeo il quadrante del Mediterraneo centro-orientale è tutt’altro che rassicurante:
l’unica democrazia islamica mediorientale
vacilla sotto ondate di protesta di massa
reggendosi grazie a dosi imponenti di gas
lacrimogeni e alla mano pesante della
polizia; mentre la Siria affonda nelle efferate violenze di una guerra intra-islamica
senza senso, l’Egitto scompare dal quadrante delle potenze regionali, l’antico
laicismo tunisino affonda sotto la montante
ondata di orgoglio islamista, e la Libia è
ormai terra di nessuno, frantumata in centinaia di milizie e poteri locali familistici e
tribali che verosimilmente nessuno riuscirà
più a rimettere assieme. Solo le due
monarchie della regione, Marocco e Giordania hanno apparentemente retto meglio
l’onda d’urto dei cambiamenti modernizzatori sotto cui sono caduti i vecchi regimi
post coloniali d’impronta prevalentemente
socialista e secolare. Con le proteste di piazza Taksim, il menù delle contraddizioni
della primavera dell’islam è oramai completo. Il sistema politico turco sopravvivrà
alle proteste - che tuttavia hanno dimostrato le vulnerabilità anche del più perfetto dei sistemi politici islamici - le ampie
sacche di malcontento e soprattutto l’esistenza di un consenso alla protesta molto
radicato in molte delle numerose anime
della società turca. Che resta profondamente spaccata e piena di contraddizione
ma che ha trovato nell’opposizione alle
tendenze autoritarie ed anti-moderniste di
Erdogan un bersaglio su cui sfogare la propria irrequietezza.
Il ribellismo di una parte crescente della popolazione turca contro il
lungo governo di erdogan, rischia di mettere in crisi la stessa possibilità di costruire
una via liberal-islamista alla modernità, ricacciando nella nota dialettica religione
verso modernizzazione anche l’esperimento politico culturale di sintesi dell’AKP. Un duro colpo per un partito che
nello scorso decennio aveva giocato proprio la carta della modernizzazione
islamista, modificando profondamente la
natura della democrazia turca. Avviando
un processo di de-kemalizzzione, in primo
luogo attraverso la riduzione del peso e del
ruolo dei militari nella vita politica del
paese e attraverso l’uso strumentale delle
libertà richieste dai parametri di convergenza con l’Unione Europea. de - kemalizzare voleva dire sostanzialmente
modernizzare il paese, attenuando i tratti
di autoritarismo, secolarismo e nazionalismo turco-centrico che avevano a loro
volta preso il posto dell’identità imperiale,
universale ed islamica del precedente impero ottomano.
Il paradosso che l’Occidente non
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21
Politica estera
Continua da pag. 20
ha capito o ha capito troppo tardi è che
l’erosione dei caposaldi della vecchia
Turchia kemalista - militarismo, nazionalismo, statalismo, socialismo e secolarismo
- avrebbero portato non alla riemersione
della religione e dell’Islam come elementi
fondanti di una Turchia neo-ottomana,
ossia di un paese stabile e coeso che si espande all’esterno, quanto piuttosto alla riapparizione di elementi di instabilità e
conflittualità interna tra l’anima secolare e
l’anima religiosa del paese. Piuttosto che
esportare il modello neo-ottomano, l’islamismo dell’AKP rischia di importare
conflittualità e divisioni all’interno dell’identità nazionale turca. La grande rivoluzione liberale di erdogan dello scorso
decennio all’insegna del meno Stato, più
moschea e più mercato se da un lato ha
trasformato la Turchia in una tigre anatolica in continua crescita economica
dall’altro ha attivato le contraddizioni interne della società turca, alle prese con un
bicefalo processo di modernizzazione economica e di islamizzazione culturale del
paese. Il contesto di destabilizzazione
nell’estero vicino turco prodotto dalle primavere arabe e soprattutto l’avvitamento
del conflitto siriano lungo linee settarie ha
in pochi anni fatto piazza pulita della originale postura neutrale di politica estera dell’AKP di zero problemi con i vicini. La
politica estera turca degli ultimi tre anni è
stata piuttosto ondivaga ma la sensazione
è che tale rivoluzione copernicana dell’azione internazionale di Ankara, di cui in
pochi nel paese vedono i frutti, ha anch’essa in parte contribuito ad aumentare
il sentimento di malcontento nei confronti
del governo islamista di Erdogan di una
parte importante della popolazione. È un
segnale importante che bisogna augurarsi
che erdogan prenda in dovuta considerazione. Con le dovute differenze, una
Turchia radicalmente post-kemalista
rischia di non essere meno instabile di un
Egitto post-nasseriano o di una Siria postba’thista.
L’INCERTA STAGIONE
dELLE PRIMAVERE ARABE
di P. g.
h
a cominciato massimo Franco,
autorevole editorialista del “Corriere della Sera” che nel suo libro,
uscito a febbraio, su “La crisi dell’Impero
Vaticano” - non del tutto convincente dedica un capitolo , il IX, al tema delle
“primavere arabe” e “pulizia religiosa”.
20 ottobre 2011, è seguita all’appoggio
che i Paesi europei e gli USA hanno offerto
agli insorti, sottovalutando il peso crescente che aveva nelle loro file la componente islamica dei salafiti”. Qui ci sarebbe
da sottolineare il ruolo e gli intenti della
Francia, l’imposizione di tale scelta all’I-
Svolge alcune considerazioni iniziali di carattere geopolitico: dopo aver individuato quello che definisce l’“arco
integralista”, cioè “una mezzaluna di fondamentalismo che va da dalla Somalia ad
est , fino ai paesi africani che si affacciano
ad ovest sull’Oceano Atlantico”, sottolinea
che “stavolta fra Spagna, Italia, fra l’Europa e questa marea umana e georeligiosa
in ebollizione non ci sono migliaia di kilometri di distanza. Soprattutto , non esistono più le odiose ma indispensabili
dighe delle dittature laiche nordafricane
che contenevano militarmente e socialmente con i mezzi più brutali il fondamentalismo religioso ; e di fatto garantivano
la stabilità ai loro regimi dominati dai militari e ai servizi segreti, e la assicuravano
alle nazioni occidentali sull’altra sponda
del Mediterraneo”.
Poi una considerazione un pò
fuori del coro: “L’uccisione di Gheddafi, il
talia e, soprattutto il fatto che quella libica
fu una rivoluzione importata e non spontanea. Il sogno neocoloniale di Sarkozy fu
tutto in funzione antiitalina e trovò sponda
nel nostro Paese in una sinistra che antepone sempre le sue convinzioni ideologiche all’interesse nazionale.
Ma andiamo oltre: “L’entusiasmo
occidentale - così prosegue l’analisi di
massimo Franco - ,in primis statunitense,
per una fioritura di movimenti spontanei
che usavano internet e mostravano il volto
giovane di società dove la demografia rimane da record, ha fatto pensare che si
potesse passare di colpo dall’autoritarismo alla democrazia : tipico salto ideologico di chi applica agli altri i propri
schemi”. Anche in questo caso dobbiamo
sottolineare che la questione delle mobilitazioni via internet potrebbe confermare e nessuno ha approfondito questo aspetto
- l’influenza esterna e la etero direzione di
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Politica estera
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avvenimenti
molti
nordafricani.
In queste ricostruzioni ci piace
sottolineare quanto riportato a riguardo
delle dichiarazioni di
monsignor giuseppe
nazaro, vicario apostolico di Aleppo in
Siria: “Se Assad cadr,
allora cadremo tutti in
mano ai musulmani
salafiti come è successo in Egitto , in
Libia e come sta accadendo in Tunisia . La
Russia fa bene a
tenere la sua posizione
pro-Assad, mentre la
debolezza dell’ America è sconcertante”. E
proprio questo aspetto
è stato posto in risaldo
dalle vicende del rapimento dei quattro giornalisti italiani che
svolgevano un servizio per la Rai presi
subito dopo aver ripreso una “Chiesa bruciata” e rilasciati dopo più di dieci giorni.
Nonostante una linea minimalista diffusa
da molti media e, in parte dalle stesse autorità governative italiane, questo rapimento mostra un atteggiamento dei ribelli
assai violento. “In Siria” - è scritto in un
commento sul sito de “Le Monde” del 13
aprile - “i rapimenti, attuati per motivi
confessionali, politici o solamente finanziari, sono diventati sempre più frequenti. Il governo siriano aveva
recentemente proposto l’amnistia per coloro che , in un margine di quindici giorni,
avessero liberato le persone rapite, di
fronte al rischio d’essere condannati ai lavori forzati a vita”.
Poche settimane dopo l’uscita del
libro di massimo Franco, Limes, mensile
di geopolitica di lucio Caracciolo, dedica il suo numero di marzo alla “Guerra
mondiale in Siria”.
Già il tema indica come dalle vicende innestate dalla cosiddetta “primavera araba”, si stanno sviluppando germi
destabilizzanti della condizione internazionale che espongono al rischio di un
conflitto internazionale.
Nell’editoriale si evidenzia il
“rilievo strategico della guerra civile siriana”, che verrebbe misurato da: la “competizione all’interno del triangolo Stati
Uniti-Cina-Russia per ridefinire i rapporti
di forza fra le potenze leader”, le “velleità
franco-britanniche di rinverdire il rango
perduto nei loro ex domini coloniali”, la
“lotta per la sopravvivenza/egemonia di
Israele in un ambiente geopolitico ostile”,
la
“partita
arabo/persiana
e
sunnita/scita”, la “Turchia neo-ottomana”.
Tutti elementi di una condizione dalla
quale potrebbe scaturire un conflitto assai
più allargato.
Una considerazione assai interessante è contenuta nell’articolo a pagina 30
di Fabio mini: “Nonostante l’appoggio
incondizionato ai ribelli siriani,molti studiosi e politici occidentali cominciano a
mandare segnali di preoccupazione sulle
trappole disseminate sul percorso della
guerra siriana. Il Ministro degli esteri
tedesco Guido Westerwelle ha avvertito
che una guerra per delega in Siria
potrebbe provocare uno scontro che coinvolgerebbe anche Pechino e Mosca. Il
primo ministro russo Medvedev ha
dichiarato che le azioni che minano la
sovranità statale possono causare conflitti
regionali e perfino l’impiego di armi nucleari …. El Husain del Council on Foreign Relations ha avvertito che la Siria è
diventata un magnete di attrazione per il
jihad globale: ‘ Presi dall’entusiasmo di
vedere la caduta del regime di al-Assad
stiamo rischiando d’incoraggiare la
ripresa della minaccia jihadista”.
Nel mese di aprile è, infine, uscito il n. 60 di Aspenia sull’argomento dei
“Conti del Golfo” . Nell’editoriale ,anche
se non con valutazioni del tutto pes-
simistiche, si mostra
un attento revisionismo del modo con il
quale erano state salutate le “primavere
arabe”.
“La Primavera
araba - così si apre
l’articolo - che tanti
entusiasmi aveva suscitato solo due anni fa,
si è trasformata in
un’aspra e incerta stagione: stagione di conflitti e soprattutto di
profonde e inquietanti
incertezze sul corso di
una storia che troppo
presto
avevamo
ritenuto avviata verso
un progresso in termini di democrazia e
diritti”. “Avevamo, in
altri termini, - continua l’articolo più
avanti - incautamente confuso l’universalità della domanda di democrazia con la
possibilità di riprodurre tempi e modalità
della crescita politica in contesti storicamente, socialmente e culturalmente diversi”.
Questi ripensamenti espressi da
intellettuali importanti e da riviste specializzate, mostrano, tuttavia, non solo un livello di approfondimento che a volte non
risulta adeguato alla complessità dei
fenomeni osservati, ma anche e soprattutto
come larga parte della cultura giornalistica,
per il fatto che è posseduta dal paradigma
progressista, tende a piegare la realtà degli
avvenimenti alle proprie convinzioni ideologiche.
Salvo, poi, voler beneficiare ed
esprimersi con un revisionismo di comodo
, negato e condannato per altri aspetti della
storia e della politica.
P. G.
Quanti morti fa davvero una guerra
Si disse che durante la guerra civile del 2011, che
portò alla caduta e all’uccisione del colonnello
Gheddaf, vi furono 50.000 morti. Non molto tempo
fa, il governo di Tripoli ha ammesso che i morti
sono stati 10.000. La notizia non è stata ripresa
da nessun organo di informazione. In Siria la storia
si ripete, secondo i dati comparati, gli uomini uccisi
sono 24.269, le donne 3.048, i bambini 4.788, ne
restano da identificare 2.368. Questi dati sono
stati diffusi quasi sempre da una sola fonte,
l’Osservatorio siriano per i diritti umani, una Ong
dell’opposizione al regime di Assad, che ha un
solo impiegato, un esiliato siriano che vive a Londra, dove ha un negozio di abbigliamento.
Saranno smentiti anche questi dati come quelli relativi alla Libia?
23
Politica estera
RISPOSTA A PANEBIANCO:
UN RISChIOSO RITORNO ALL’OCCIdENTALISMO
di Pietro giubilo
L
e rivelazioni di edward Snowden
sui sistemi di intercettazione della
nSA hanno provocato una serie di
tensioni di carattere internazionale ed in
particolare tra Europa e Stati Uniti.
Alle iniziali perplessità, in quasi
i tutti casi espresse, comunque, con molta
pacatezza, hanno fatto seguito alcune
prese di posizione tese non solo a ridurre
la portata di un sistema sleale e poco
dignitoso per i paesi “osservati”, ma indirizzate ad assicurare il carattere “indispensabile” della relazione USA/Europa
(vedi l’articolo di Angelo Panebianco su
il Corriere della Sera del 5 luglio).
Questo ostentato ritorno di occidentalismo che minimizza il senso di un
rapporto di sudditanza che le intercettazioni hanno svelato, viene giustificato a partire dalla esigenza di non
“compromettere le trattative per l’accordo
di libero scambio fra Stati Uniti e Europa,
la Ttip … un accordo che , in prospettive,
potrebbe dare un salutare colpo di frusta
all’economia euro-atlantica , ma , anche,
forse, contribuire a falsificare le più cupe
profezie sul ‘ declino dell’occidente’ e l’inarrestabile ascesa dell’Oriente”.
Proprio così.
In quanto al primo aspetto, cioè
alla capacità taumaturgica dell’accordo
Ttip per risolvere i problemi dell’economia europea, ci sarebbe da ricordare all’immemore Panebianco, che i guai
dell’Europa hanno inizio dalla tragica vicenda della crisi del sistema finanziario
statunitense che, indirizzato da Clinton e
greenspan sulla bolla dei derivati, ha,
poi, innestato la “necessità” di politiche di
rigore, fermamente volute dalle autorità finanziarie internazionali, ma portatrici di
recessione e disoccupazione in Europa.
Sul secondo aspetto, cioè la possibilità - sempre con l’accordo Ttip - di arrestare il “declino dell’occidente”, siamo
veramente di fronte ad uno spudorato imbroglio intellettuale.
Il tema è assai più complesso di
quanto l’articolo del Corriere, pur di passata, registra.
Senza riandare alle grandi opere
degli scrittori europei tra le due guerre che
affrontarono il tema del declino sotto
Edward Snowden
l’aspetto della fase di “civilizzazione” o di
“nichilismo culturale” nella quale si
trovava il Continente, il ridotto ruolo
dell’Europa appare fortemente segnato
dalla rinuncia ad una unità politica dell’Europa occidentale e ad una concezione
di politica estera che non solo segni la fine
della guerra civile europea, ma che costruisca la casa comune “dall’Atlantico agli
Urali”.
Ed è questo l’altro aspetto che
l’articolo di Panebianco chiama in causa.
Questo rilancio di un occidentalismo in un
quadro nel quale “la tensione fra gli Stati
Uniti e la Russia di Putin era arrivata alle
stelle” e “le relazioni con la Cina sono
destinate a diventare sempre più competitive e tese” puzza terribilmente di “guerra
fredda”, di schieramenti tra due blocchi,
Continua a pag. 24
In Egitto una tecnocrazia militare o un islmamismo più radicale?
Ancora una volta sulle manifestazioni di piazza e sulle cause che hanno portato alla defenestrazione di Mohamed
Morsi in Egitto sembra calare, da parte della stampa italiana una interpretazione forzata, secondo schemi culturali e storici “occidentali”. Sarebbe stato il “fronte laico” contrario ai Fratelli Mussulmani e alla Carta ispirata ai
principi islamici, a riprendere la piazza, mentre l’esercito sarebbe intervenuto per garantire questa linea. Che ci
siano state iniziative in questa direzione non vi è dubbio e Morsi paga sia le difficoltà del suo governo per avviare
una ripresa economica, sia e soprattutto una linea politica e costituzionale di scontro con la “casta” militare .
Tuttavia questo schema non tiene conto a sufficienza di un altro attore della scena politica egiziana: quello dei
salafiti che, con il raggruppamento al-Nur, nelle elezioni parlamentari del 2011, ha ottenuto il 27, 84 per cento,
affermandosi come seconda forza politica del Paese a soli dieci punti di distanza da Libertà e Giustizia di Morsi
e deI Fratelli Mussulmani. Al Nur non solo ha appoggiato le manifestazioni di piazza e l’azione contro Morsi,
ma nei caotici momenti successivi quando El Baradei, definito “unico rappresentante di tutta l ‘ ’’opposizione
laica”, sembrava giunto alla carica di premier, ha posto un veto che ne misura la forza anche nei riguardi dei
militari. Si vedranno gli ulteriori sviluppi. L’esperienza di questi giorni in Egitto dimostra, intanto, che la linea islamica “moderata” dei fratelli Mussulmani, sulla quale aveva inizialmente scommesso Obama, pur avendo una
adesione maggioritaria nel Paese, è apparsa fragile di fronte al potere militare. Anche le manifestazioni a
sostegno del premier arrestato - del resto brutalmente represse con decine di morti - non sono riuscite a incidere
e a modificare il corso degli eventi. Il futuro più o meno imminente dirà se le componenti islamiche “moderate”,
di fronte al golpe militare ed alla repressione sanguinosa, verranno o meno assorbite dai salafiti che già detengono un forte peso elettorale che sembrerebbe destinato a crescere. In questo quadro sarà difficile e rischioso far svolgere in tempi brevi o medi una competizione elettorale per un nuovo Parlamento, e si va profilando
una tecnocrazia garantita dai militari con esponenti accreditati presso le istituzioni internazionali che, pur essendo “stranieri in Patria” (così il Corriere definiva il premio Nobel El Baradei) e minoranza, intendono detenere
il potere e sottrarlo a elezioni democratiche. L’espressione più evidente di questa condizione è rappresentata
dalla composizione del governo che, alla fine, è prevalsa: il presidente ad interim è l’ex capo della corte costituzionale Adly Mansour, il premier è un economista: Hazem el Beblawy, vice premier è El Baradei, il ministro
degli esteri è l’ex ambasciatore negli usa Nabil Fahmy, ma l’uomo forte è il vice premier e ministro della Difesa
generale Abdel-Fattah Al Sisi, cioè il capo dell’esercito egiziano che il 3 luglio ha deposto Morsi. Non ci sono
rappresentanti dei partiti islamici. L’insediamento dei ministri è avvenuto il giorno dopo della visita del vice segretario di stato usa Bill Burns che ha provocato violenti scontri di piazza tra manifestanti e polizia con sette morti.
La politica estera degli USA dimostra tutte le sue difficoltà di fronte agli avvenimenti egiziani: dopo avere inizialmente , con qualche esitazione, difeso Mubarak, hanno poi offerto una copertura a Morsi ed ora, con qualche
esortazione formalistica sul “ritorno del potere ai civili”, si sono rifiutati di chiamare la svolta di Al Sisi un golpe.
Più che un approccio pragmatico, dimostra una incapacità a comprendere e controllare sviluppi che sfuggono
alle logiche “occidentali”. In Egitto la “primavera araba” si va svelando come il contrario del “cammino verso
democrazia”, mentre crescono complessivamente e non solo in questo Paese le componenti mussulmane più
integraliste.
di P. G.
24
Politica estera
Continua da pag. 23
in “un mondo” - conclude l’articolo - ove
“si giocano complesse partite per il potere
e l’egemonia internazionale”.
Ora - pur essendo sostenitori di
buoni rapporti con gli USA e lontani da
ogni forma di sciovinismo antiamericano
- è assolutamente intollerabile incasellare
l’Europa nella sfera di una comunità atlantica in contrapposizione con il resto del
mondo e con una stessa parte dell’Europa,
cioè la Russia.
Bill Clinton
Checchè ne pensi Panebianco, la
Russia è sempre appartenuta all’Europa,
come comunità civile, religiosa ed anche
culturale.
Tutta la storia della Russia è una
storia europea.
Fu la tragedia della rivoluzione
bolscevica a tagliare la Russia (che divenne URSS) dall’Europa occidentale e
fu l’errore di Yalta a stendere una cortina
di ferro tra una parte e l’altra dell’Europa.
Helen Carrère d’encausse, in un libro
del 2011 (“La Russia tra due mondi”,
Salerno Editrice), ha scritto : “Per la maggioranza dei cittadini come per chi li governa, la Russia non è un paese asiatico,
ma una grande potenza europea che la geografia situa in Asia e che, grazie a
questa sua collocazione eccezionale a cavallo di Europa e Asia, può partecipare a
pieno titolo al mondo post-occidentale”. E
prosegue: “Ma la coscienza dell’identità
europea della Russia non è mai stata tanto
forte come in questo XXI secolo in cui la
questione è venuta alla luce”. E conclude:
“Per altro, i due uomini che guidano
la Russia, Vladimir Putin e Dmitrij
Medvedev , in più occasioni hanno posto
l’accento sul ruolo del cristianesimo ,
ortodosso nello specifico, nella formazione dell’identità russa”.
La riproposizione di una visione
duale dei rapporti internazionali, suggerita
anche dall’ultimo numero di Aspenia (n.
61 giugno 2013) dal significativo titolo
“Ritorno a Occidente”, tende a limitare le
aperture di alcuni paesi europei agli accordi energetici con la Russia o a rapporti
Tradizione
Alan Greenspan
con la regione mediorientale che, salvaguardando l’esistenza di Israele, eviti i
rischi di un conflitto generalizzato nell’area.
Al mondo di oggi non è sufficiente un equilibrio di carattere imperialistico o di deterrenza economica, ma
richiede di raggiungere un grande equilibrio geopolitico.
Un’Europa che non si ponga
come un’entità politica in una visione continentale viene, di necessità, ricondotta a
seguire gli interessi economici e le
politiche degli Stati Uniti anche quando intervengono, senza grande avvedutezza e
con palesi contraddizioni, in alcune aree
calde, come in Siria e in Egitto, aprendo
scenari inquietanti.
Pietro Giubilo
della legge di natura e per arginare agnosticismo, relativismo e nichilismo. E dal 2003
la pubblicazione per merito di Cosimo
Rutigliano e Franco Polver, ha iniziato una
nuova vita, rinnovata nella veste tipografica
chimando a collaborare autorevolissimi autori che si sono aggiunti ai “reduci” della
pattuglia iniziale, “Tradizione” è una pubblicazione laica che si rifà alla dottrina ed al
magistero della Chiesa.
Nasce nel 1963, ad opera di una pattuglia nutrita di giovani impegnati politicamente nella
“Giovane Italia”, nel FUAN e nelle organizzazioni della destra giovanile. Non vi erano
intenti passisti e “nostalgici” da parte di quei
giovani che andavano realizzando, studi,
ricerche, analisi e riflessioni. Sul grande
filone del pensiero conservatore e controriv-
oluzionario, i loro intenti erano quelli di
partecipare agli eventi del loro tempo, dare
un contributo di passione civile, di idee e di
proposte per costruire il futuro salvaguardando principi e valori perennemente
validi che rappresentano l'architrave di una
visione spirituale del mondo e della vita. Da
quegli anni sessanta del secolo scorso
“Tradizione” si è sempre schierata a difesa
25
Economia e Finanza
LA dIFESA dEL RISPARMIO
E LA GLOBALIzzAzIONE dEI MERCATI FINANzIARI
di Riccardo Pedrizzi
U
n principio fondamentale della
nostra Costituzione recita che “La
Repubblica incoraggia e tutela il
risparmio in tutte le sue forme; disciplina,
coordina e controlla l’esercizio del credito”. Si tratta di un principio che è stato,
purtroppo, spesso disatteso ma che oggi,
più che mai, manifesta la sua validità e la
sua attualità.
Il nesso inscindibile tra tutela del
risparmio, disciplina del credito e sviluppo
economico tanto più va ribadito ora che la
mondializzazione della finanza speculativa
determinando i danni che sono sotto gli
occhi di tutti, ha svincolato il risparmio da
ogni nesso con il territorio e col Paese in
cui esso si forma.
Ora una serie di segnali che
provengono dall’economia reale e dalla società civile, sottoposte a tensioni laceranti,
indicano che è indifferibile una profonda
riflessione sui temi cruciali del ruolo del
risparmio e della funzione del credito.
Una riflessione che guardi alla
concretezza della realtà più che ai dogmi
delle teorie economiche, per ritrovare i valori fondanti ed irrinunciabili di ogni civile
convivenza.
È ormai sotto gli occhi di tutti
come, nell'attuale fase dell'economia, la
redistribuzione della ricchezza, della
produzione e degli investimenti abbia
provocato delle modifiche epocali sui sistemi economici mondiali, creando, al
tempo stesso, problemi di natura regionale,
nazionale e globale.
La globalizzazione sta trasformando ed anche distruggendo i sistemi di
welfare sino ad oggi sperimentati, sta
creando nuovi assetti organizzativi nella
produzione di beni, ha ormai dato il via a
massicci fenomeni di delocalizzazione
produttiva e di riallocazione delle risorse,
dando luogo a nuove forme di competizione tra paesi e tra aree economiche.
Contemporaneamente, l'evoluzione
delle nuove tecnologie dell'informazione e
della comunicazione sta inesorabilmente
modificando i modi di produrre e distribuire beni e servizi, con modalità e tempi
che variano da settore a settore e da Paese
a Paese ma che coinvolgono, tuttavia, tutte
le economie del mondo.
Se guardiamo in particolare alla
finanza internazionale, qui i tempi del cambiamento e dell'innovazione sono stati
enormemente ridotti, e con la velocità è
anche aumentato il grado di omogeneizzazione degli strumenti, dei mercati e degli
intermediari.
Per certi versi il settore finanziario rappresenta l'emblema della
globalizzazione. È indubbio che si tratti di
un sistema che ha procurato grandi vantaggi ma che non è immune da conseguenze negative, come ricordò anche
Joseph Ratzinger in una sua omelia; è un
sistema perciò su cui occorre intervenire
per migliorarne i meccanismi e per governarne gli effetti.
Le conseguenze di quanto sta accadendo sono enormi. Le transazioni giornaliere sui mercati dei cambi sono ormai
pari al totale delle riserve valutarie delle
banche centrali; le transazioni di origine fi-
Basti pensare che solo a partire
dagli anni Novanta, nei cosiddetti Paesi
emergenti abbiamo contato oltre venti
episodi di crisi di debito sovrano: Uruguay
e Venezuela nel 1990; Algeria e Tunisia nel
1991; Sud Africa e Cile nel 1993; Mexico,
Venezuela e Argentina nel 1995; Thailandia, Indonesia e Corea nel 1997; Russia,
Pakistan, Brasile e Ucraina nel 1998;
Ecuador nel 1999; Turchia nel 2000; Argentina e Brasile nel 2001; Indonesia nel
2002. Nel 2008 sono arrivati alle soglie del
defaul l'Equador e l'Irlanda, nel 2009 l'Ucraina ed in questo periodo la Grecia. Attualmente per la verità, è difficile
distinguere tra crisi del debito sovrano e
crisi bancarie in quanto si combinano e si
mescolano nei processi di default. Si possono ricordare Argentina, Perù, (altri stati
dell’America Latina) Irlanda, Islanda,
Cipro, Portogallo, Spagna, Italia (c’è crisi
ma non default), Usa.
nanziaria sono di gran lunga superiori alle
transazioni di natura commerciale.
Accade anche che le voci, gli
umori degli operatori, come abbiamo constatato in questi giorni, si trasmettano istantaneamente tra le Borse di tutto il
mondo, causando fughe di capitali, crisi
valutarie, fallimenti a catena di banche e
imprese, insolvenze, arresti improvvisi
della produzione, prolungate fasi di stagnazione.
La media del debito sovrano dei
paesi dell’ocse è aumentata, dal fallimento
della Lehman Brothers del 2008 ad oggi,
di oltre il 20%.
In questo unico mercato finanziario globale, il cui funzionamento ha
messo in moto colossali flussi finanziari, è
mancato una qualunque àncora di
riferimento, in una realtà in cui operano
investitori istituzionali e internazionali,
speculatori, multinazionali, che sono in
Continua a pag. 26
26
Economia e Finanza
Continua da pag. 25
grado di spostare in tempo reale quantità
tali di risorse da provocare sconvolgimenti
enormi.
La crescita dell'integrazione finanziaria è stata dunque imponente. A
fronte di un PIL mondiale di 71.800 miliardi di dollari stimati al 31/12/2012 (secondo il FMI nel 2000 il PIL era di 35.960
mld di $ con 6.028 milioni di abitanti, nel
2007 il PIL è stato di 54.545 con 6.500 milioni di abitanti), il solo mercato dei prodotti
“derivati” OTC è valutabile - secondo la
Banca dei Regolamenti - in 640.000 miliardi di dollari al 31/12/2012, pari a circa 9
volte il PIL mondiale: si tratta di un dato,
peraltro, che non è solo enorme ma anche
in costante crescita. Era pari
a 169.700 miliardi di dollari
nel giugno 2003 ed a
127.500 miliardi di dollari
nel giugno 2002, con poche
banche - Bank of America,
JP.morgan, City group e
goldman Sachs - a dominare il mercato (94% di tutti
i derivati in USA); un altro
esempio: secondo il Fondo
monetario internazionale
ammontava a 78.000 miliardi di dollari il volume totale dei corporate bond in
circolazione, un comparto in
continua crescita.
In Europa l'avvento della moneta
unica ha favorito il mercato delle obbligazioni societarie, allargando i confini
oltre quelli del singolo Paese per le società
che vogliono entrare nel mercato dei capitali.
Le tecnologie informatiche e gli
strumenti finanziari innovativi - quali i derivati (options, futures, ecc.) - hanno consentito inoltre di mobilizzare ingenti risorse
sui mercati anche a piccoli operatori altamente specializzati: si stima, ad esempio,
che relativamente ai cosiddetti “hedge
funds” (veicoli alternativi di gestione dei
patrimoni) il patrimonio complessivo da
essi gestito sia cresciuto a livello globale
da 375 miliardi a 1.868 miliardi di dollari
dal 1998 al 2007 ed a 2.130 miliardi a fine
2012.
Persino i titoli spazzatura, i junk
bond, stanno conoscendo un nuovo momento di grande popolarità. da inizio anno
2012 ad oggi, poco meno della metà dei
nuovi fondi della clientela retail è andata a
finire in questi titoli spazzatura, esattamente 11,8 miliardi di dollari contro i 43,8
miliardi che hanno trovato la strada dei
fondi che investono in azioni e i 9,9 mil-
iardi destinati a veicoli specializzati in obbligazioni a livello investimento.
La ragione di questo ritorno di
fiamma è da ricercare nella volontà dei
risparmiatori di garantirsi rendimenti che
non bastino solo a coprire la crescita dell'inflazione. Gli investitori stanno dunque
cercando una categoria di asset che offra
maggiori ritorni pur a fronte di rischi più
elevati.
Altra tendenza, ancora, è stata la
crescita degli operatori non-bancari, (fondi
pensioni, fondi d'investimento, assicurazioni, ecc.) oggetto di regolamentazioni
e regimi di vigilanza meno stringenti dei
tradizionali operatori bancari: ad esempio
gli "hedge funds" sono abitualmente localizzati in centri off-shore, appunto caratterizzati da controlli minimi.
Si tratta di un vero e proprio
fiume di denaro che, grazie ai progressi
della telematica, può spostarsi in un attimo
da un punto ad un altro, in un qualunque
mercato del globo.
Tuttavia di tale massa di denaro
solo una parte ormai irrisoria serve a pagare scambi di merci e servizi. Una parte
importante è in realtà mossa dalla speculazione. «All'inizio degli anni '90 – ha
scritto marco Panara su “Affari e Finanza” di Repubblica - era il capitalismo
industriale a prevalere, tra General Electric o General Motors e Golman Sachs
erano le prime a contare di più.
La crisi ha rotto quella alleanza
e oggi le logiche e gli interessi dell'una e
dell'altra sono diventati confliggenti. Ma
non finisce qui. La finanza compete con l'economia reale per le risorse. Tra mettere
su un'impresa, conquistare un mercato,
lottare con le regole, il fisco e i debiti e
mettere i soldi in un hedge fund o in un private equity e incassare la rendita non c'è
partita.
Il problema è che in questo strano
conflitto all'interno del capitalismo le vittime non sono astratte. Siamo noi, cittadini, la gente comune.
Non c'è bisogno di demonizzare
nessuno, la finanza se regolata serve a
tutti, e di regole ne basterebbero due: una
Toibin Tax e l'obbligo di trattare i derivati
compresi i famigerati cds (credit default
swaps) su mercati regolati».
Bene, però Repubblica arriva con
15 anni almeno di ritardo.
Basterebbe infatti andarsi a rileggere il documento “Una nuova politica per
il credito” redatto da un gruppo di manager, studiosi e giornalisti dal dipartimento
del Credito di AN allora
guidato dal sottoscritto, per
rendersi conto che queste
dinamiche e queste situazioni le avevamo già individuate e denunciate.
In questo quadro le capacità di difesa delle singole
autorità monetarie, ferme
restando le attuali regole,
sono, come è risultato evidente nelle vicende che stiamo vivendo, purtroppo
limitate. Ma un recupero di
una qualche sovranità monetaria, esige anzitutto forme
di controllo sui flussi di capitali, che operino una netta distinzione fra i
trasferimenti di capitali a fini d’investimento o in pagamento di merci e servizi ed
i flussi monetari a brevissimo termine a fini
speculativi.
Occorrerebbe, inoltre, in tema di
libera circolazione delle merci, pensare a
clausole di una qualche salvaguardia europea e ad un sistema di accordi bilaterali che
mirino a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei
Paesi Terzi, in misura che sia però compatibile con la salvaguardia dei livelli d'occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi
dell'Unione europea.
Il rischio, altrimenti, è quello di
un liberismo senza controlli che possa impoverire gli uni e gli altri e, contemporaneamente, arricchire trafficanti e
speculatori.
Negli ultimi anni i mercati finanziari sono stati una delle espressioni più
evidenti della globalizzazione dell’economia. Boom vertiginosi e drammatici crolli
si sono associati a sogni di facili arricchimenti ed a più frequenti incubi di veder
volatilizzare i propri risparmi.
Quello che è accaduto nel merContinua a pag. 27
27
Economia e Finanza
Continua da pag. 26
cato statunitense è emblematico. La deregulation e il diffondersi degli strumenti finanziari innovativi, molti dei quali oggi
definiamo “tossici”, sono stati fattori che
hanno pompato la crescita del sistema finanziario americano. Che peraltro, è il più
grande debitore netto mondiale, con un
deficit della bilancia pari a circa 700 miliardi di dollari l’anno ed uno stock di debito estero pari a oltre 2.800 miliardi di
dollari, un debito pubblico che ha superato
i 15.500 miliardi di dollari (103% del PIL),
esclusi i colossi dei finanziamenti immobiliari Fannie mae e Freddie mac che
hanno debiti per 4-5000 miliardi di dollari
ed esclusi i debiti dei singoli Stati federali,
alcuni dei quali sull'orlo del fallimento.
Tutto questo indebitamente è detenuto per
il 50% da banche estere centrali (cinesi e
giapponesi, ecc.).
La deregolamentazione,
riducendo inevitabilmente le forme di controllo istituzionale che presiedevano all'equilibrio dei mercati, non è stata estranea in un contesto caratterizzato dalla diffusione di titoli derivati - all'esplodere di
quelle crisi del mercato mobiliare ed immobiliare manifestatesi poi, in forma particolarmente virulenta, con lo scoppio delle
bolle speculative (prima dalla new-economy, poi dei mutui sub-prime).
Eppure come si ricorderà, il caso
Enron portò all'attenzione generale gli
enormi rischi che un certo assetto inadeguato dei mercati finanziari poteva
comportare.
La enron, che era una società del
settore energetico che negli anni novanta
aveva allargato le proprie attività anche nel
settore della finanza, dichiarò fallimento
all'inizio di dicembre 2001. La enron era
l'undicesima società per capitalizzazione
della Borsa americana (circa 66 miliardi di
dollari a settembre 2000) ma aveva potuto
nascondere in bilancio i debiti e le perdite
di oltre 600 società off-shore.
E gli effetti del disastro enron
furono drammatici: milioni di risparmiatori
videro dissolversi i loro risparmi; migliaia
di lavoratori persero il posto; tutti i dipendenti persero gran parte della loro pensione
poiché il fondo aziendale era investito per
quasi due terzi nelle azioni della stessa società.
Con enron (e quindi con Arthur
Andersen), e ancora con Worldcom e
Tyco, solo per ricordare i casi più clamorosi, l'immagine di Wall Street ricevette
una ferita profondissima, tradendo l'idea di
tuzioni, come del resto è previsto nella nostra Carta costituzionale.
Il risparmio, frutto del lavoro e di
una autolimitazione nei consumi, è una
virtù ed un valore sociale, e va tutelato.
Il valore morale e sociale del
risparmio è conseguenza di una duplice
valenza:
un mercato capace di imporre gli standard
di comportamento più severi e la protezione dei risparmiatori più efficace.
In seguito anche in Europa scoppiarono analoghi scandali - Vivendi in
Francia, Ahold in Olanda, BCCI in Gran
Bretagna ed in Italia, Cirio e Parmalat i più
clamorosi - che in molti casi trassero origine dalle dinamiche del processo di globalizzazione finanziaria e dal fallimento dei
sistemi di controllo interni ed internazionali.
Non si è trattato di casi isolati,
pertanto, ma di una serie di dissesti che
hanno senza dubbio costituito una evidente
manifestazione di degenerazione del funzionamento dei mercati e degli strumenti
preposti alla loro tutela.
Ad essi hanno concorso tanti fattori: comportamenti fraudolenti, colpe
gravi degli amministratori, compiacenze di
alcuni controlli ed anche inadeguatezza
delle regole.
Le vicende finanziarie che hanno
visto coinvolti Stati, istituzioni finanziarie
e banche oggi hanno aperto il dibattito sull'assetto complessivo del sistema finanziario: sono infatti proprio le crisi di
legalità “nel” e “del” sistema che debbono
stimolare il ripensamento delle regolamentazioni.
Quella che stiamo vivendo ha
tutte le caratteristiche di una vera e propria
emergenza economica e finanziaria, soprattutto per piccoli risparmiatori e famiglie,
ma anche per investitori e imprese.
dobbiamo perciò partire dalla riaffermazione del valore e dalla virtù
morale del risparmio che, in quanto frutto
del lavoro e della fatica dell'uomo, è degno
della massima difesa da parte delle isti-
a) esso è in primo luogo una forma di responsabile previdenza di cui l’individuo si
fa carico;
b) questo “lavoro del passato”, mutandosi
in credito e capitale d’investimento e combinandosi di nuovo col lavoro del presente
e del futuro, è il fattore imprescindibile dell’ulteriore sviluppo economico e del benessere della comunità.
Purtroppo questa concezione virtuosa del risparmio è stata troppo spesso
travisata e distorta, così come il concetto di
investimento.
La mondializzazione della finanza ha sradicato il risparmio dal territorio in cui si è formato, lo ha ridotto a
semplice “merce” da allocare là ove il suo
prezzo è più alto. Così come a semplice
“merce” vuol ridurre il lavoro, da acquistare là ove il suo prezzo è più basso.
Ogni connessione virtuosa tra lavoro, risparmio e sviluppo della comunità
nazionale viene infranta e sacrificata sull’altare del profitto, e in nome di una mondializzazione senza Patria e senza dio,
“funesta e esecrabile”, come la definiva già
oltre settanta anni or sono l’enciclica
“Quadragesimo anno”.
Occorre correggere la rotta; noi lo
possiamo fare più agevolmente di altri perché nel nostro sistema operano già in
questa ottica le Banche Popolari e le
BCC, banche di territorio e di prossimità.
dobbiamo essere in grado di promuovere
un'etica nuova della trasparenza, in cui la
responsabilità divenga l'arma in mano all'impresa per avere successo sui mercati.
È un nuovo umanesimo del lavoro e della
produzione che dobbiamo indicare, proporre e realizzare.
Riccardo Pedrizzi
28
Economia e Finanza
UNA CASTA dI GRANdI MANAGER
CONTROLLA IL PIANETA
Il mondo verso il caos
di Salvatore grillo morassutti
L
e grandi imprese capitalistiche
sino agli anni ’50 del secolo
scorso sono state saldamente
collegate alla figura dell’ideatore o a
quella dei suoi eredi, raramente a uomini scelti all’esterno della
“famiglia” i quali, eventualmente,
erano comunque fortemente controllati dagli azionisti di riferimento. Nei
decenni successivi, a causa dell’aumento della dimensione economica delle
grandi società dovuta
principalmente al successo delle borse e alla
diffusione della partecipazione dei cittadini
al rischio d’impresa, si
è avuta una diminuzione
progressiva
della partecipazione diretta dei proprietari del
capitale alle scelte
aziendali, mentre ha
preso vita una categoria
speciale, quella dei
grandi manager.
Questi soggetti
sono tenuti solamente a
rispettare due regole:
garantire alte quotazioni dei titoli e
buoni dividendi. Per il resto sono rimasti arbitri assoluti delle gestioni,
conquistando così, a carico dei bilanci societari, emolumenti milionari
e una serie di benefit di altissimo livello che li hanno portati a essere i clienti esclusivi del top di ogni settore.
Progressivamente
questi
manager, presenti maggiormente
nelle nazioni politicamente ed economicamente più forti, hanno raggiunto la consapevolezza di avere un
interesse comune: mantenere e ampliare la condizione che li aveva spinti
al comando della economia mondiale. Questo li ha portati a lavorare
affinché gli Stati si dessero una rete
di regole legislative e comportamentali capaci di difendere il loro status,
regole che i parlamenti nazionali e le
rappresentanze multinazionali hanno
fatto proprie, quasi folgorati da improvvise e comuni rivelazioni.
Questo è il nuovo capitalismo, non più diretto da imprenditori
pioneristici, ma da burocrati ai quali
l’accesso a questa prestigiosa funzione viene garantito da una selezione interna a un mondo
ermeticamente chiuso, forte del controllo di alcune Università nelle quali
si è venuto a creare un linguaggio
nuovo, incomprensibile alla collettività, anche a quella della stampa specializzata. Una casta, quindi, che usa
una comunicazione criptata, la cui
comprensione determina la possibilità di accedere all’olimpo, anche attraverso
master
esclusivi
e
attentamente controllati. Per incontrare questi nuovi “dominatori” oc-
corre accedere alle classi esclusive
degli aerei, agli alberghi di lusso, a
luoghi esotici, dove trascorrono
buona parte del loro tempo, mentre
tra i bilanci ufficiali della grandi società e il valore reale dei beni, la comparazione diviene sempre più difficile
in una economia mondiale retta da
valute cartacee, prima tra tutte il dollaro, la cui massa è ormai fuori controllo e si allontana velocemente da
ogni rapporto concreto con la ricchezza reale del Paese
che le emette.
Come fa questa
nuova aristocrazia a
mantenere la propria
condizione di privilegio?
Innanzitutto attraverso il ricatto: se
dovessero
saltare,
salterebbe il sistema sul
quale trova fondamento
il mondo moderno,
cresciuto attorno al
mercato mondiale dei
beni e dei servizi. Non
rimarrebbe che polvere,
mentre lo spettro della
povertà e della disperazione si diffonderebbe
in tutte le nazioni con alta urbanizzazione e con una economia basata
sul meccanismo perverso costruito attorno al grande bluff della finanza
virtuale.
Poi attraverso il controllo
dell’informazione
che
oramai
dipende da una rete mondiale dalla
quale discendono le scelte sui format,
sulle campagne di opinione, sulla diffusione della conoscenza dei fatti. I
grandi network vengono controllati o
attraverso le partecipazioni dirette, o
ponendo alla loro guida un management “omologato”, o attraverso i voContinua a pag. 29
29
Continua da pag. 28
Economia e Finanza
lumi di pubblicità che determinano lo potrebbe scatenarsi a causa di un in- litica all’interno delle grandi nazioni,
sviluppo o la chiusura di un giornale ceppamento del “sistema”, o anche una politica sganciata dal ricatto e dal
o di una televisione.
per una sua eccessiva espansione che condizionamento terribile dell’inforFuori da questi grandi circuiti venga a determinare l’incapacità di mazione omologata, una politica che
possono sopravvivere alcune realtà continuare a tenere celata la sua reale metta al centro l’interesse dell’umannazionali o regionali che però riman- debolezza.
ità e non quello egoistico del singolo,
gono incapaci di muovere le opinioni
Qualche
teorico
green che riscopra ideali capaci di dare nuopubbliche mondiali che sono quelle prospetta scenari di “ritorno alla vamente valore al coraggio, alla genche determinano le scelte politiche campagna”, ancestrale richiamo alla erosità, alla fantasia creativa.
della grandi nazioni e degli organismi simbiosi tra uomo e natura, dove la
In questa logica ogni popolo,
sovranazionali.
sopravvivenza deriva dalla risposta senza necessariamente sconfessare
Ovviamente, accanto a “naturale” dell’ambiente nel quale, totalmente quanto di positivo è
questa casta dominante, nei Paesi per- con un ritorno all’equilibrio, con- emerso
attraverso l’apertura
iferici come l’Italia, si determina lo vivono le specie vegetali e quelle an- dei mercati e la circolazione dei beni
scimmiottamento di pseudo manager, imali. Altri cominciano ad ipotizzare e delle persone, dovrebbe riprendere
i quali recitano lo stesso copione al- una autarchia come risposta alla im- contatto con le proprie tradizioni per
l’interno di soggetti economicamente plosione delle grandi strutture trarre da queste la forza culturale con
sorretti dalla finanza pubblica dove sovranazionali. Ma le correnti di pen- la quale costruire un nuovo sistema di
non sono tenuti a prorapporti, nei quali i
durre utili alle imprese
valori dei beni diLo Stato non riesce ad incassare 545 miliardi di euro
Evasione, tante parole e poche decisioni
e possono, come il
vengano nuovamente
famigerato
Cimoli, Evasione e debito pubblico: i nodi vengono al pettine. In questi ultimi tempi politici, sindacalisti, rispondenti al sacrifiopinionisti tv, gente comune si sono cimentati in discussioni più o meno approfondite.
sommare miliardi di Ora
cio necessario ad otci sono due prese di posizione ufficiali dalle quali non si può più derogare. I numeri dell’evadebiti, causare il tra- sione fiscale sono stati riferiti alla Camera dei Deputati dal Viceministro dell’economia Luigi tenerli o alla specialità
collo delle imprese che Casero.
delle loro caratterisLa tabella depositata in Commissione Finanze di Montecitorio dovrebbe diventare il vademecum
dirigono, ricevendo co- di ogni azione dello Stato. Negli ultimi 12 anni l’Erario avrebbe dovuto incassare 808 miliardi di tiche.
munque non solo ap- euro. Ne ha incassati poco più di 69. Dall’ammontare del non riscosso vanno detratti 193 miliardi Una scelta culturale
di euro che non dovevano essere riscossi in quanto beneficiari di sgravi di vario genere ( depannaggi fantastici, ma duzioni, detrazioni).
di questo tipo non può
Il
problema
,
ha
ammesso
Casero,
va
riferito
allora
a
545,
5
miliardi
che
lo
Stato
deve
esigere.
liquidazioni milionarie,
che discendere dal reDi questi ,però, 107 sono riferibili a soggetti già falliti e quindi lo Stato non sa dove andare a
venendo premiati per pescare
cupero di valori legati
i responsabili. Venti miliardi sono sospesi in quanto oggetto di un contenzioso con il fisco.
avere risposto co- Dalle risposte alle interrogazioni degli onorevoli Capezzone e Zanetti, presidente e vice della alla capacità delmunque agli interessi di Commissione Finanze, si è venuto a sapere che lo Stato incontra a volte difficoltà insuperabili l’uomo, al suo inper riscuotere il dovuto Ecco una parte della casistica: ci sono i falliti prima e dopo la consegna
chi li aveva nominati. del ruolo, altri che all’anagrafe tributaria non possiedono nulla ( per questi l’agenzia delle entrate gegno, alla sua forza
Ovviamente, in o la guardia di finanza dovrebbero allora avviare complesse attività ispettive), oppure sono morti. fisica e morale: in
Una larga schiera è composta da quelli che hanno chiesto la rateizzazione oppure che una volta
mezzo alla tragedia chiesta non pagano. Non mancano poi i nullatenenti ai quali sono intestate società fittizie.
poche parole a quanto
economica che questo Restano pur sempre 452 miliardi da riscuotere riferibili a 121.409 soggetti, considerati grandi appartiene alla natura
debitori per importi superiori ai 500 mila euro, dietro ai quali si nascondono quindi ingenti patrifinto capitalismo sta moni.
umana. Il recupero di
preparando nel mondo,
S.M. un uomo libero da
condizionamenti, che
non può mancare la
con
maggiori
iscritti torna a essere il motore del mondo, è
farsa; in Italia saremo costretti a siero
subire soprattutto gli effetti di preferiscono allontanare la data del- la prospettiva che può liberare la soquest’ultima, unita alla tragedia eco- l’impatto e continuare a studiare cietà odierna dalla schiavitù dell’innomica che si profila e che rischia di come dare ossigeno all’attuale sis- ganno post capitalista, dando corpo
essere ben maggiore di quella deter- tema, magari bruciandovi dentro le alla costruzione di una classe sociale
minata dalla massa di mutui immobil- nuove energie economiche e umane la quale, lavorando in controteniari insoluti del mercato americano . che provengono dalle risorse di denza, costruisca le basi di una
Quale può essere la via per grandi nazioni come il Brasile o l’In- risposta capace di evitare il caos,
dia, altro carburante forse capace di scongiurando un pericolo molto probuscire da questa folle condizione?
Questo è l’interrogativo rivo- tenere acceso il motore di questa or- abile: il ritorno del mito del colletluzionario del secolo che si è aperto, renda macchina economica per un tivismo, imposto da nuove tirannidi
come reazione al fallimento della deunito, parallelamente, alla ricerca di altro ventennio.
Viceversa potrebbe essere generazione capitalista.
contromisure da adottare per evitare
di essere impreparati alla nuova percorsa un’altra strada, coraggiosa:
Salvatore Grillo Morassutti
grande insolvenza mondiale che quella del ritorno al primato della po-
30
Economia e Finanza
L’ECONOMIA SOCIALE dI MERCATO,
UNA RISPOSTA ALLA SFIdA dELLA CRISI GLOBALE
di Pier Paolo Saleri
Il mercatismo: l’ultima ideologia
Vi è un rapporto diretto tra crisi economica
globale e cultura relativista: è l’affermarsi
dell’egemonia della cultura relativista,
anche nel pensiero economico, che ha portato alla definitiva scissione tra etica ed
economia. Alcuni esempi: la scuola di
Chicago, milton Friedman ed i suoi allievi, il Nobel gary Becher ecc..
La crisi finanziaria ed economica
che ha colpito l’intera comunità internazionale si è fatta carico di attestare
questa realtà. La nascita del “mercatismo”
come ideologia del mercato è l’ultimo
frutto avvelenato del XX secolo:l’ultima
ideologia.
La scissione tra etica ed economia ha portato al prevalere della finanza
sull’economia reale e del profitto esclusivamente fine a se stesso e, dunque, a
perdere di vista il rapporto essenziale tra
economia e persona umana, tra economia
e comunità ignorando il fatto che l’economia è “naturaliter” al servizio della vita
delle persone e della comunità.
Negare la dimensione comunitaria e sociale dell’economia e del mercato
significa in realtà tagliarne le radici e bloccarne il motore di sviluppo. Economia e
mercato non possono infatti esistere senza
dimensione comunitaria e sociale in
quanto presuppongono, per loro stessa
natura, l’incontro con gli altri. Ogni logica
di mercato in chiave meramente individualistica ed egoistica, “l’istinto animale che
porta ad arricchirsi senza limiti”1 finisce
col risultare autodistruttiva.
Il meccanismo finanziario scisso
dalle esigenze dell’economia reale, e finalizzato solo al profitto, porta inevitabilmente alla distruzione dell’economia
stessa. Innesca, in un certo senso, un meccanismo di spropositato arricchimento di
pochissimi individui ai danni dell’intera
comunità internazionale con la conseguenza di un suo impoverimento generalizzato e conseguenze ancora più
tragiche, soprattutto, nei paesi più poveri:
“Per effetto della crisi cento milioni di
persone torneranno in povertà. Fra 200
mila e 400mila bambini rischiano di
perdere la vita per la denutrizione e la
mancata assistenza sanitaria”2 . Non a
caso negli Stati Uniti d’America si sta configurando una vera e propria criminalizzazione di Wall Street intesa come
“tempio dell’economia finanziaria”: caso
mardoff , caso Aig, rivolta popolare a
fronte dei bonus milionari dei supermanagers ecc….
Sulla base di queste considerazioni l’attuale crisi economico-finanziaria
va letta come uno dei volti della crisi globale, che richiede una risposta globale e,
dunque, una radicale svolta culturale, un
cambio netto di orientamento che abbia la
forza di ricostruire il rapporto vitale tra
etica ed economia. E’ questo il senso del
discorso sull’economia pronunciato da
Benedetto Xvi al Sinodo dell’ottobre
2008. “La Parola di Dio è il fondamento
di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa
realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea
che la materia, le cose solide, da toccare,
sarebbero la realtà più solida, più sicura.
Alla fine del Sermone della Montagna il
Signore ci parla delle due possibilità di
costruire la casa della propria vita: sulla
sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili
e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui
soldi. Apparentemente queste sono le vere
realtà. Ma tutto questo un giorno passerà.
Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi
banche: questi soldi scompaiono, sono
niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare,
sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che
appare, costruisce sulla sabbia. Solo la
Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il
cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo”3.
Dottrina sociale della Chiesa
ed economia sociale di mercato
Nel contesto di una crisi economica e sociale devastante generata, soprattutto, da una ben specifica concezione
culturale, ritornano d’attualità, dopo essere
stati ignorati e derisi per molti anni dagli
economisti, i principi e le soluzioni proposte dalla dottrina sociale della Chiesa e
dall’ “l’economia sociale di mercato” che,
per molti versi, alla dottrina sociale della
Chiesa è strettamente collegata. L’economia sociale di mercato, nell’ottica della
cultura dell’integralismo liberista, cioè del
“mercatismo” secondo l’efficace neologismo coniato non molti anni or sono, si
configura come una specie di “enantiosemia”: una contraddizione in termini.
Per una visione economica fondata sull’
“istinto animale all’arricchimento senza
limiti” il principio del “mercato” e quello
del “sociale” sono tra loro incompatibili.
Come se fosse possibile immaginare il
mercato, cioè l’economia di scambio, al di
fuori dei rapporti sociali!
In realtà è, invece, vero esattamente il contrario. Non a caso nella città
medievale dei primordi del capitalismo il
mercato, che era il luogo principale, se non
unico, dello scambio, si colloca sempre
nella piazza, cioè nel luogo sociale per eccellenza, là dove sorge anche la Cattedrale
luogo, simbolo e fondamento della centralità della dimensione spirituale nella società
degli uomini. Il progresso economico non
può dunque,in realtà prescindere, a meno
di avviarsi verso insanabili contraddizioni
che poi generano drammatiche crisi, dal
rispetto per l’altro e da un tessuto di valori
spirituali dove, anche e soprattutto in
questo caso, la fede e la ragione non possono che coincidere ed essere alleate in
quanto proprio da questa alleanza sorse il
progresso economico e civile dell’occidente cristiano: “Incoraggiata dalla
Scolastica e concretizzata nelle grandi
università medievali fondate dalla Chiesa,
la fede nel potere della ragione pervase la
cultura occidentale, stimolando la dedizione alla scienza e l’evoluzione della teoria e della pratica democratica. Anche la
nascita del capitalismo è da considerarsi
una vittoria della ragione ispirata dalla
Chiesa, dal momento che esso altro non è
Continua a pag. 31
31
Economia e Finanza
Continua da pag. 30
se non l’essenziale applicazione della ragione al commercio in modo sistematico e
duraturo, il che si vide per la prima volta
all’interno delle grandi proprietà monastiche” .
Lo sviluppo capitalistico dell’occidente europeo nasce e trova il suo terreno di coltura in una società fortemente
caratterizzata da un tessuto di valori spirituali ed in un contesto sociale fortemente
articolato nel quale, comunque, la preoccupazione per il benessere spirituale della
persona forniva, senza dubbio, l’orientamento prevalente all’ intera società. Il capitalismo, che non è appunto altro se non
“l’essenziale applicazione della ragione al
commercio in modo sistematico e duraturo”, abbandonato a se stesso e concepito non più come metodo di
organizzazione del mercato, ma come valore di per se stesso, finisce con il risultare
assolutamente distruttivo anche dell’equilibrio e della libertà del mercato proprio
perché non ne riconosce più la dimensione
sociale e sostituisce la centralità del profitto alla centralità della persona umana e
della società intesa come comunità di persone.
Per queste ragioni vediamo nei
principi dell’’economia sociale di mercato,
che nasce proprio dalla consapevolezza
della sostanziale interconnessione tra progresso economico e salvaguardia dei valori spirituali e della centralità della
persona umana - messa a fuoco da un
gruppo di studiosi dell’economia della
cosiddetta scuola di Friburgo (muller-Arckman Ropke, eucker ecc…) che hanno
significativamente orientato con le loro
idee il modello di sviluppo della ricostruzione dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra - la risposta più adeguata
alla crisi economica globale.
4
Economia e ordine dei valori
L’economia sociale di mercato si fonda infatti , innanzitutto, sulla convinzione della
necessità di garantire alla dinamica del
mercato il solido riferimento di un ordine
di valori, cioè di una dimensione etica.
Non a caso la rivista di questo gruppo di
studiosi aveva come titolo la parola
latina“Ordo” - Ordine - e la loro corrente
di pensiero economico venne ben presto
definita come: “Ordoliberalismo”. La loro
visione, che si sviluppa tra gli anni della
grande depressione e la ricostruzione postbellica dell'Europa, è contrassegnata da
una visione liberale e sociale in cui prevale
soprattutto la preoccupazione per la salvaguardia dei valori spirituali della civiltà
europea: cioè la salvaguardia delle sue
radici cristiane. ha scritto Benedetto Xvi:
“Dove Dio non viene più onorato, tutto il
resto intristisce”5.
da questa impostazione nasce
come naturale conseguenza la centralità
del lavoro dell’uomo nel processo economico in quanto dalla salvaguardia dei
valori spirituali della civiltà europea consegue necessariamente il primato della
persona umana nella logica politica, sociale ed economica. Il collegamento con la
dottrina sociale della Chiesa e con il suo
Magistero risulta di tutta evidenza. Afferma giovanni Paolo ii nella “Laborem
exercens”: “Così quindi, il principio della
priorità del lavoro nei confronti del capitale è un postulato appartenente all’ordine
della morale sociale…Il lavoro è in un
certo senso inseparabile dal capitale e non
accetta sotto nessuna forma quell’autonomia, cioè la separazione e la contrapposizione in rapporto ai mezzi di produzione,
che ha gravato sopra la vita umana negli
ultimi secoli, come risultato di premesse
unicamente economiche”.
Nell’ottica di una visione dell’economia che fa riferimento forte ad un ordine di valori spirituali e, dunque ad una
dimensione etica dell’economia stessa, la
visione liberista di stampo anglosassone
che individua nella “mano invisibile” del
mercato il supremo regolatore della vita
economica - in quanto la forza con cui i
soggetti economici perseguono gli interessi individuali, i cosiddetti “spiriti animali”, finirebbe, naturalmente, con il
realizzare l’interesse collettivo - non può
trovare spazio. Troppe volte la storia e la
realtà dei fatti si sono preoccupati di smentire questo assioma del liberismo classico,
così come hanno anche radicalmente
smentito l’utopia collettivista del comunismo.
Nell’ottica dell’economia sociale
di mercato l’idea centrale è, invece, che il
mercato sia, si, il modo migliore per organizzare l’attività economica di un Paese,
ma che esso non sia in grado di garantire,
di per se stesso, l’equilibrio distributivo
che dovrebbe essere assicurato dai meccanismi automatici di aggiustamento, mitizzati dalla teoria neoclassica: non sia, in
altre parole, autoreferente. Il conflitto sociale, che consegue necessariamente ad un
iniquo equilibrio distributivo, finirebbe,
infatti, per comprometterne l’attività autonoma creando gravi squilibri e perenne
conflittualità. Mercato e protezione sociale
sono due concetti indissolubili per realizzare la crescita economica, poiché la seconda assicura che l’efficiente e corretto
funzionamento del primo sia un obiettivo
condiviso dell’intera comunità. Ed è
questa la chiave non solo per la realizzazione di una società più giusta, ma anche
per il conseguimento di un successo economico solido e duraturo.
Primato della politica e orientamento
del mercato
I principi generali del libero mercato - valuta stabile, libera contrattazione, regole
fisse di politica economica, mercati orientati all’esportazione - vanno associati con
l’idea che le forze spontanee e la flessibilità non sono in grado da sole di generare
un mercato efficiente. In altre parole lo
Stato deve creare le precondizioni per un
funzionamento corretto del mercato. Un
Continua a pag. 32
www.culturaperlapartecipazionecivica.it - www.cpceuropa.it
CULTURA PER LA PARTECIPAZIONE CIVICA E' UN SITO CHE SEGUE L'ATTUALITA' CON ANALISI E COMMENTI CULTURALI E POLITICI CONTROCORRENTE. NELLA REDAZIONE FIGURANO INTELLETTUALI ,SCRITTORI, POLITICI E PROFESSIONISTI IMPEGNATI SUI TEMI DEL CONTRASTO AL RELATIVISMO,E, IN ITALIA , PER UNA RIFORMA COSTITUZIONALE IN SENSO PRESIDENZIALE CHE SOSTENGA LA MISSIONE DELL'ITALIA PER
COSTRUIRE UN'EUROPA POLITICA, INCARDINATA SUI VALORI TRADIZIONALI.
32
Economia e Finanza
Continua da pag. 31
principio che oggi, di fronte al fenomeno
della globalizzazione non può più essere
limitato alle singole economie nazionali o
di area, ma deve vedere il ristabilimento di
precondizioni e regole certe anche da parte
della comunità internazionale: soprattutto
per quanto concerne l’economia finanziaria. In questo contesto diviene sempre più importante che anche l’Unione
Europea acquisti sempre più spessore
politico per contribuire con tutto il peso
dei valori ideali della sua civiltà alla
ridefinizione di queste regole.
Questa concezione del
mercato, visto come elemento essenziale dello sviluppo economico che deve essere rigidamente
rispettato e salvaguardato ma nel
contempo, anche orientato ed indirizzato in quanto, di per se
stesso e da solo, non è in grado di
creare un equilibrio socioeconomico giusto e pienamente rispondente alle esigenze dell’interesse
generale, comporta naturalmente
anche un rivalutazione del primato della politica nella società. Con la
crisi globale il primato della politica si
ripresenta con forza dopo anni ed anni di
eclisse. E’ solo dalla politica e dagli interventi dei governi che i lavoratori, le imprese e le categorie sociali possono
attendersi un indirizzo ,un aiuto, una protezione ed un sostegno per non essere travolti, ed uscire con successo, dalla
tempesta prima finanziaria e, poi, economica. Una tempesta che “gli spiriti animali”
del capitalismo - con le loro avventure finanziarie speculative, edge founds, equity
founds ed ulteriori varianti dello stesso
tipo - hanno, dissennatamente, innescato.
Economia sociale di mercato significa, dunque, una forte capacità di orientamento del mercato, da parte dello Stato
e dunque della politica senza alterarne i
meccanismi fondamentali, anzi rispettandoli profondamente e creando le precondizioni perché essi possano sviluppare
tutte le loro potenzialità in una logica di
consolidamento complessivo dell’equilibrio sociale e di sviluppo di una comunità
solidale. E’ solo questa, infatti, la via per
assicurare un forte sviluppo economico
evitando l’insorgere delle contraddizioni,
delle ingiustizie, delle povertà, del conflitto sociale. I due pilastri della politica
economica ispirata all’economia sociale di
mercato possono essere perciò riassunti in
a) orientamento al mercato e b) integrazione sociale, la quale deve essere realizzata sia sul piano individuale che sul
cipali pilastri su cui questa impostazione
si fonda: “Questa idea della condivisione,
è un’idea fondamentale nell’economia sociale di mercato proprio come “cum-dividere” ed è un’idea che fa coesione
nazionale, che fa coesione sociale, ma sottolineo: la coesione nazionale è un aspetto fondamentale della coesione sociale
in un Paese profondamente diviso come il
nostro, e il “cum-dividere” vale nella dimensione del sistema Paese e vale anche
nella dimensione dell’azienda”7.
L’economia
sociale
di
mercato,implica una visione unitaria ed armonica della società.
Essa è antagonistica rispetto ad
ogni visione settoriale anche e soprattutto, rispetto alle logiche tecnocratiche del più recente
capitalismo. “Ogni società in tutte
le sue manifestazioni ed in tutti i
suoi aspetti, forma una unità, nella
quale tutte le parti sono legate da
un rapporto di interdipendenza:
un’entità che non possiamo scomDe Chirico - La scuola dei gladiatori - 1928 porre e ricomporre a capriccio.
amento del mercato e che non sono attività Anche l’ordine economico non fa ecche i privati hanno interesse ad intrapren- cezione a questa regola, dovendo essere
dere. In questo senso vale la pena di riflet- inteso come una parte dell’ordinamento
tere interrogandosi sulla questione se globale della società che deve corrisponanche il”miracolo economico” italiano del dere all’ordine spirituale e politico, esatsecondo dopoguerra non sia legato in tamente come questo, a sua volta, deve
misura notevole all’applicazione di alcuni armonizzarsi con l’ordinamento economfondamentali principi dell’economia so- ico. La libertà dello spirito, della cultura,
ciale di mercato seppure interpretati in quella politica e quella economica - tutte
modo anomalo e, forse, con più accentuata - sono egualmente importanti e si convocazione statalista. ha scritto giuseppe dizionano a vicenda, e altrettanto vale per
De Rita in riferimento alla ricostruzione l’assenza di libertà”.8 E’ in questo senso
postbellica, al boom degli anni 50-60, al- che l’impostazione dell’economia sociale
l’esplosione della piccola impresa e del lo- di mercato è, al contempo, profondamente
calismo negli anni 70: “Lo sviluppo è stato liberale e sociale.
Nella logica di questa visione ordi “popolo”. Sarebbe però meglio dire
“governo e popolo”(frase cara ad Aldo ganica della società, l’economia sociale di
Moro) perché tutto quel che è successo mercato che si propone come obbiettivo la
nella seconda metà del Novecento è stato realizzazione di un economia sana fondata
frutto anche di una azione pubblica che ha sulla centralità della persona, piuttosto che
garantito stimolo e supporto al proliferare su quella del capitale - cioè sulla centralità
del fine rispetto a quella dello strumento dei comportamenti collettivi”6.
presuppone uno Stato sano. Uno Stato non
Una visione unitaria ed armonica
solo fondato sui principi classici di libertà
della società
e di democrazia ma anche decisamente anNel impostazione dell’economia sociale di corato a quei principi di solidarietà, partemercato è fondamentale sviluppare e raf- cipazione, sussidiarietà e territorialità
forzare il principio della partecipazione e senza i quali la stessa democrazia appasdel coinvolgimento delle parti sociali, so- sisce ed il mercato, in ultima analisi, entra
prattutto, dei lavoratori, perché questa è la in contraddizione con se stesso imploprincipale precondizione per ottenere una dendo, come l’attuale crisi globale ci ha
crescita economica forte e radicata. L’e- ampiamente confermato. Non a caso, per
conomia sociale di mercato è, dunque, una quanto concerne specificamente la territoimpostazione fortemente democratica e rialità le imprese dei distretti italiani legati
popolare. La condivisione è uno dei prin- al territorio “hanno saputo via via crescere
piano dell’organizzazione istituzionale.
Il mercato, pertanto, deve avere
le caratteristiche che risultano vincenti per
realizzare efficienza e produttività e lo
Stato deve assicurare politiche di espansione di lungo periodo che abbiano prevalentemente ad oggetto: gli investimenti in
infrastrutture; gli investimenti in ricerca e
sviluppo e gli investimenti in formazione
del capitale umano. In altri termini si deve
occupare della costituzione delle precondizioni che assicurano l’efficiente funzion-
Continua a pag. 33
33
Economia e Finanza
Continua da pag. 32
e diventare delle multinazionali tascabili
non dando retta a quei borghesi che
ripetevano che la moda o il tessuto erano
settori maturi da abbandonare”9 configurandosi trai principali punti di forza della
tenuta dell’economia italiana a fronte della
crisi.
L’economia sociale di mercato
presuppone uno Stato fondato sul diritto
naturale, e non su una propria autopresunta
eticità; uno Stato capace di garantire una
“vita buona”ai suoi cittadini; uno Stato nel
quale i suoi cittadini si riconoscono pienamente perché si pone come ragione ed
obbiettivo primario del suo stesso esistere
il “bene comune”: “Solo quando la cosa
pubblica sia suddivisa secondo una scala
naturale, per cui ognuno faccia parte dello
Stato partecipando ai compiti della parte
che gli è più vicina, soltanto allora è possibile una vera comunità entro la cerchia
vicina, soltanto allora il singolo può veramente identificarsi con lo Stato considerandolo suo e legale, soltanto allora
possono prosperare assieme ordine e libertà”.10
Democrazia, solidarietà, sussidiarietà e territorialità
Emerge, a questo punto, in tutta la sua centralità il tema fondamentale del rapporto
tra democrazia ed economia L’economia
non è una questione tecnica, un qualsiasi
settore ad altissima specializzazione le cui
questioni riguardano escusivamente gli
economisti, i managers, i tecnocrati, gli
imprenditori, le banche ed, in via totalmente subordinata e marginale, i lavoratori
ed il popolo. L’economia, come dice la sua
stessa etimologia “oixos-nomia” è “l’arte
di saper amministrare bene la casa”: la
casa comune, l’intera comunità. Non può
essere,dunque, affare di ristrette elites più
o meno intellettuali. E’ un affare di tutti è
un affare che riguarda il popolo nel suo
complesso e nella sua articolazione in
corpi intermedi: implica la partecipazione
dei lavoratori e delle loro organizzazioni
alla responsabilità ed alla elaborazione
delle strategie economiche generali della
società come delle singole aziende.
Nei momenti di crisi economica
grave, come è quello attuale la consapevolezza della necessità della democrazia
economica riemerge con forza. E’ indispensabile che intorno ad essa si susciti un
serio approfondito ed articolato dibattito per farne sistema anche in Italia - liberandosi degli ideologismi neoliberisti e veteromarxisti che, si basano ambedue sulla
logica dell’esclusione e della conflittualità
strutturale tra capitale e lavoro, ostacolando il principio della partecipazione
dei lavoratori alla gestione dell’impresa e
la loro condivisione nella dimensione
aziendale. “La democrazia economica è
importante. Dobbiamo imitare la Germania: lì, nei periodi di crisi, le aziende
rielaborano assieme ai sindacati i propri
piani. Un sindacalismo maturo non può
che fare così.. Questo vuol dire anche che
partecipa alle discussioni sulle strategie
aziendali… Sono decenni che predichiamo
il sistema tedesco. Sin da quando Enrico
Mattei propose di fare questa cosa, di introdurre il sistema tedesco in Eni e si trovò
l’opposizione della Confindustria di Costa
ma anche dei comunisti. La Confindustria
perché non voleva che nel capitalismo
familiare che si stava costruendo, potesse
entrare uno “zoticone” di sindacalista per
dirgli cosa dovevano fare. Il Partito comunista perché non voleva che un operaio
potesse essere responsabilizzato dall’azienda: a quel punto saltavano i presupposti per la lotta di classe. Questi
condizionamenti culturali influenzano ancora sia la Confindustria - tuttora fredda
su questa ipotesi - sia la sinistra che non
sembra disposta a discutere di questo”11.
Per la democrazia economica
oltre la partecipazione sono, poi, essenziali
i principi di solidarietà, sussidiarietà e territorialità. E questi principi sono legati
assieme in una logica organica che rende
difficile separarli senza depotenziarli e negarli. La solidarietà è il fulcro essenziale
intorno al quale, nella logica dell’economia sociale di mercato, si articola l’intero
sistema economico e politico. Senza il
principio di solidarietà non vi è più alcuna
comunità, la stessa anima della società si
disgrega perché non vi è più nessun sentire
comune che possa indurre alla cooperazione,
alla
collaborazione,
alla
costruzione del futuro in altre parole alla
partecipazione.
Ma solidarietà può esservi solo
nella equità, nel giusto riconoscimento
dell’apporto e del ruolo di ciascuno, nel
consentirgli di fare liberamente la propria
parte nel contesto di una concezione armonica della società: cioè nella logica
della sussidiarietà, in altre parole della territorialità e del decentramento. Scrive
Ropke, il principale ispiratore della realizzazione dei principi dell’economia sociale
di mercato nell’esperienza tedesca del secondo dopoguerra: “Il principio di decentramento politico è un principio universale
e potrebbe definirsi nel miglior modo con
un’espressione tolta alla dottrina sociale
cattolica, come principio di sussidiarietà.
Ciò vuol dire che dal singolo individuo
fino al centro statale il diritto originario è
sul gradino più basso, e ogni gradino superiore subentra soltanto come sussidio al
compito di quello immediatamente più
basso quando un compito esorbita dal territorio di quest’ultimo. Ne risulta una
gradinata dall’individuo attraverso la
famiglia e il comune alla provincia e infine
allo Stato centrale, una scala che delimita
lo Stato stesso e gli contrappone il diritto
proprio dei gradini inferiori con la loro inviolabile zona di libertà. In questo senso
sussidiario il principio di decentramento
politico contiene dunque già il programma
del liberalismo nella sua accezione più
lata e generale, un programma che è una
delle condizioni essenziali di uno Stato
sano che impone a se stesso i limiti necessari e conserva nel rispetto della libere
zone statali la propria sanità, la propria
forza e stabilità”12.
Pier Paolo Saleri
1) intervista a Stefano Zamagni Avvenire, 7
ottobre 2008.
2) Intervista a Robert Zoellick Banca Mondiale Corriere della Sera 22 marzo 2009.
3) Meditazione del Santo Padre Benedetto XVI nel
corso della prima congregazione generale della XII
assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi,
6 ottobre 2008.
4) Rodney Stark, La vittoria della Ragione: come il
Cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza p. 9.
5) Joseph Ratzinger Benedetto XVI, 365 giorni con il
Papa, p. 192.
6) Giuseppe De Rita: Nostalgie segrete del declino,
Corriere della sera 20 febbraio 2007.
7) Maurizio Sacconi: Intervento al Convegno “ L’economia sociale di mercato come risposta alla recessione globale” Roma 29 ottobre 2008.
8) Wilhelm Ropke: Democrazia ed economia, l’umanesimo liberale nella civitas humana, p 187.
9) Maurizio Sacconi, Sacconi e i salotti “borghesi”:
nemici della piccola impresa,Corriere della Sera, 3
maggio 2009.
10) Wilhelm Ropke: ibidem, p. 124.
11) Raffaele Bonanni, Basta con il jihad, la Cgil dialoghi, Il Riformista 28 aprile 2009.
12) Wilhelm Ropke: Democrazia ed economia, l’umanesimo liberale nella civitas humana, pp. 124-125.
34
Catholica
LE PAROLE dI FRANCESCO:
STORIA, POLITICA, IdENTITà
ico a causa delle crisi e dei conflitti,ma
comunque un ordinamento,finalizzato
al bene comune. Per formare comunità
ognuno ha un munus, un ufficio, un
compito, un obbligo, un darsi, un impegnarsi, un dedicarsi agli altri. Queste
categorie, che ci vengono dal patrimonio storico-culturale, sono cadute
nell’oblio,oscurate di fronte all’impellente spinta dell’individualismo consumistico che unicamente chiede,
esige, domanda, critica, moraleggia e,
incentrato su se stesso, non aggrega,
non scommette, non rischia, non “si
mette in gioco” per gli altri.
I
l Cardinale Jorge
Mario
Bergoglio il 16 ottobre 2010 a
Buenos Aires tenne un discorso in
una occasione che costituiva l’inizio delle
celebrazioni del duecentesimo anno della
indipendenza dell’Argentina.
Il Paese si trovava ancora in
una situazione difficile a motivo della
crisi economica che si era abbattuta sul
Paese all’inizio del XX secolo.
- <<Oggi esiste una tendenza,
sempre più accentuata ,ad esaltare l’individuo. E’ il primato dell’individuo e
dei suoi diritti sulla dimensione che
vede l’uomo come un essere in relazione. E’ l’individualizzazione autoreferenziale; è il dominio dell’“io
penso, io ritengo, io credo” al di sopra
della stessa realtà, dei parametri
morali, dei riferimenti normativi, per
non parlare dei precetti di ordine religioso. E’ il primato della ragione sull’intelligenza, della ratio sulla
intellectio. Questo è stato definito
come il nuovo individualismo contemporaneo. Genealogicamente può essere
ricondotto e iscritto nell’individualismo possessivo del liberalismo del
XIX secolo
- Ognuno di noi deve recuperare sempre più concretamente la propria identità personale come cittadino,
ma orientato al bene comune. Etimologicamente, cittadino viene dal latino
citatorium. Il cittadino è il convocato,
il chiamato al bene comune, convocato
perché si associ in vista del bene comune. Cittadino non è il soggetto preso
individualmente,come lo presentavano
i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini
filosofici si definisce “l’unità di accumulazione”. Si tratta di persone convocate a creare un’unione che tenda al
bene
comune,
incerto
modo
ordinata;ciò che viene definito “l’unità
di ordine”. Il cittadino entra in un ordinamento armonico, talora disarmon-
- Quando parliamo di cittadino, quindi, lo contrapponiamo alla
massa di persone. Il cittadino non è il
mucchio, l’ammasso amorfo. Esiste
una differenza sostanziale tra massa
e popolo. Popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole e unita
in vista di un obiettivo o un progetto
comune.
- La riflessione sul cittadino, la
riflessione esistenziale ed etica,culminata sempre in vocazione politica,
nella chiamata costruire con altri un
popolo-nazione, un‘esperienza di
vita in comune attorno a valori e
principi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi...>>.
35
Catholica
dIVO BARSOTTI: IL SACERdOTE,
IL MISTICO, IL PAdRE
Lectio, meditatio, oratio, contemplatio
di Fausto Belfiori
E
’ stata un’iniziativa meritoria quella
di procedere alla terza edizione di
“Il Signore è uno”, un’opera in cui
Divo Barsotti conferma la sua “profonda
dottrina spirituale strettamente ancorata
al dogma”, come sottolinea Diego maria
Pancaldo, docente presso la facoltà teologica dell’Italia Centrale: un’opera “in cui
è colta - si legge nell’introduzione allo studio dell’ispirato teologo e mistico toscano
- la eccezionale capacità di don Barsotti,
capacità che è un dono, di assimilare e
rielaborare la lezione dei grandi maestri
dello spirito, dei Dottori, della grande
tradizione patristica d’Oriente e d’Occidente.”
Diego Maria Pancaldo
Queste pagine, infatti, accompagnano e vengono in soccorso, se necessario, nell’itinerario della mente e del
cuore alla sapienza del Cristo e pongono
in solare evidenza come l’Incarnazione
costituisca l’intervento soprannaturale a
conclusione di quella millenaria preparatio
evangelica la cui ultima meta è stato l’annuncio del dio Uno e Trino: la verità
proclamata dalla fede romana- cattolica.
Oggi i banchi e gli scaffali delle
librerie “religiose” sono fitte di volumi
scritti da persone per lo più inaffidabili che
presumono di insegnare a pensare e a vivere da cristiani: in realtà si tratta di gente
irrimediabilmente lontana dalla luce del
Verbo. L’aspetto più grave e preoccupante
è dato dalla preferenza accordata dagli organi di comunicazione e di informazione
a tali manipolatori delle coscienze, abili
soltanto a privare dell’energia interiore di
cui l’anima ha bisogno. In questi anni
siamo stati sopraffatti dai libri - una produzione a cascata - di un eminentissimo
prelato che, sulla scia degli altrettanto pubblicizzati nonché colleghi “esperti conciliari”, ha proposto una strada che non
presenta alcuna somiglianza e alcun punto
in comune con la via indicata da Cristo e
fatta propria dalla Chiesa: mater et magistra per il credente.
Non è vano ricordare che nel
maggio del 1824 fu emanata un’enciclica
nella quale si condanna il “tollerantismo”
del cristianesimo da cattedra accademica
e da salotto. Sono trascorsi quasi due secoli e oggi, non fuori, ma dentro la Chiesa
il tollerantismo è divenuto talmente intollerante da spingere a confondere l’esasperazione tradizionalistica con la
fedeltà, la coerenza e la fermezza nella
dottrina e nella liturgia.
L’attuale pontefice insiste nell’esortare a rendersi conto in tutta la sua gravità e pericolosità della crisi dell’uomo di
cui molti credenti non hanno la necessaria
consapevolezza per poterne venire a capo
e superarla. In questa urgente opera di
riedificazione spirituale sono di grande
aiuto gli studi e le meditazioni di Divo
Barsotti, fondatore di un istituto di alta
spiritualità come la “Comunità dei Figli di
Dio”, presente in tutto il mondo con i suoi
sacerdoti ed i suoi laici mobilitati nella
propagazione e nell’esaltazione di una cultura e di un credo che superano i secoli.
Il primo compito di colui che si
pone nella giusta sequela, avverte Barsotti,
è raggiungere la condizione essenziale per
vivere alla divina Presenza. “Anche i più
elevati maestri della spiritualità cristiana
- assicura l’autore de “Il Signore è uno” ci insegnano che l’esercizio fondamentale
della vita spirituale è l’esercizio della presenza di Dio. Ma l’esercizio della presenza
di Dio suppone precisamente la fede.” E
la fede è focolaio di libertà: quella “vera
libertà - sono parole del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo i,
pronunciate nella sua lectio magistralis in
occasione dei millesettecento anni dell’editto di Milano, celebrati nella città am-
brosiana con il cardinale Angelo Scola che si trova nella nostra permanenza in
Dio. La via della libertà è nell’ascesi faticosa.” Ed è sempre il Patriarca costantinopolitano a rilevare che “tutti i movimenti
umani convinti e decisi a raggiungere la
libertà fuori di Dio, senza Cristo, non solo
sono falliti, ma hanno avuto conseguenze
catastrofiche per l’umanità.” L’Ottantanove francese, il colpo di stato leninista e
le recenti, sanguinose e per ora tutt’altro
che primaverili rivolte arabe sono eventi
nefasti impressi nella memoria.
Divo Barsotti
In questo momento storico la
Chiesa è costretta ad affrontare e a neutralizzare le insidie di dentro e di fuori. Quelle
di dentro, giova ripeterlo, sono le più difficili da evitare e da debellare. Nella storia
sacra, dagli anni di Gesù Cristo ad oggi, il
filo aureo della storia, divenuto irrilevante
all’analista non accorto, ha rischiato
spesso di rompersi e non per colpa di atei
o di fanatici esponenti di altre religioni, ma
a causa dell’improntitudine di chi, all’interno, proponeva uno smussamento dottrinario che finiva per colpire il cuore stesso
della fede. Aveva ragione nicolàs gòmez
Dàvila nell’individuare in tanti “riformatori” succedutisi nei secoli più insipienza
che ragionevolezza.
Ora, quindi, i pericoli sono aumentati: non soltanto per la protervia di
non pochi teologici accreditati, ma anche
e non secondariamente per l’incuria di
vescovi che, privi di forte carisma, non
Continua a pag. 36
36
Catholica
Continua da pag. 35
aiutano nel cammino da compiere al fine
di imitare il Verbo. Un cammino che in
questi tempi burrascosi il credente è
costretto a percorrere da solo affidandosi
alla pratica delle virtù teologali e avvalendosi dell’eredità lasciataci dai Padri, dai
dottori e, soprattutto, dai contemplativi e
dagli spiriti che hanno visto nel simbolo
apostolico un sicuro viatico.
Carlo Caffarra
Recentemente la “Rivista di ascetica e mistica” ha preso una felice iniziativa riproponendo in un numero speciale
tutti gli articoli di Divo Barsotti apparsi
negli anni in questa pubblicazione curata
dai monaci del Convento fiorentino di San
Marco. Basterebbero le pagine qui raccolte
a dare l’idea di quanto lo scrittore si sia inoltrato nel sentiero della contemplazione.
La tematica è ricchissima andando da figure come ignazio d’Antioca e Carlo de
Foucauld, dalla sottolineatura dei legami
tra l’Antico Testamento e la spiritualità
cristiana, dall’intenso coinvolgimento dei
fedeli nel ciclo liturgico per indugiare infine opportunamente sui dogmi che sono
il fondamento della fede. Qui vorrei soffermarmi sul testo che offre l’esegesi spirituale del Quarto Vangelo. Sono note,
infatti, che aprono all’orizzonte giovanneo
dove la Rivelazione penetra nella fervorosa intelligenza dell’Apostolo e dei
suoi lettori assistiti dallo Spirito Santo.
“La storia della Rivelazione - spiega Barsotti - ha termine nell’Incarnazione del
Verbo: sembra che sia questa la dottrina
implicita nel Prologo giovanneo. La storia, pertanto, non è che la continuazione
della creazione che allora veramente si
compie quando non soltanto per la Parola
di Dio si fanno le cose, ma quando la
Parola stessa si fa carne. Il contrasto delle
espressioni Parola e carne è voluto dall’evangelista per sottolineare il mistero, che
supera ogni mistero, dell’unità di Dio con
la creazione. Non vogliono esprimere l’opposizione tra la carne e lo spirito, ma tra
il Dio trascendente della Rivelazione
ebraica e la fragilità dell’uomo. Nel Cristo
l’uomo e Dio sono Uno. Nell’Incarnazione
del Verbo tutta la storia e tutta la
creazione sono riassunte.”
E’ evidente che la storia di cui si parla non
è la stessa che si insegna nelle aule dei
licei e delle università. Oppure l’altra delle
enciclopedie a dispense. Ancora più incapace di andare al cuore degli eventi. Non
necessita di “riletture” o di “rivisitazioni”.
Qui è la storia sacra ad occupare lo spazio
e ad essere motivo di raccoglimento, di
ammaestramento e nel caso di ravvedimento: “Nuova creazione, nuovo giudizio,
nuovo esodo, nuovo regno è l’avvento di
Cristo... Un avvenimento solo, l’avvento
di Cristo, è l’adempimento ultimo e definitivo di tutta la storia, di tutte le promesse,
di tutte le profezie, di tutte le figure.”
Per conoscere ancor più ampiamente la spiritualità e il pensiero di don
Divo Barsotti è consigliabile la lettura di
un’opera animata non soltanto da affetto
filiale, ma dall’intento di compiere un lavoro in grado di situare nella giusta luce
l’azione di un sacerdote che ha segnato la
vita di chi a lui si è rivolto per ascoltare
discorsi di vita eterna. Uno studio che
aiuta a non confondere l’inquietudine spirituale con l’irrequietezza intellettuale. La
prima è data dalla volontà di non attardarsi
e di procedere alla conoscenza approfondita di se stessi e, quindi, di staccarsi da
ciò che in un modo o nell’altro costringe,
chiude nel quotidiano.
Un esempio di vita apostolica:
questo è stato il monaco di cui ha delineato
la ricca e complessa personalità il discepolo più vicino, padre Serafino Tognetti.
Nel libro in questione - “Divo Barsotti: il
sacerdote, il mistico, il padre” - l’autore
delinea il personaggio in pagine che uniscono alla devozione verso colui che lo ha
guidato magistralmente una sapienza devota oggi introvabile nel disordine e nel
frastuono provocato da frati e suore in fregola di esibizioni.
Perciò, ha ragione il cardinale
Carlo Caffarra nell’affermare che “dobbiamo essere grati a padre Serafino per il
dono che ci ha fatto con questo libro”.
Grazie all’amorevole biografo, si può
ripercorrere quella via alla sofferenza sulla
quale ha avanzato don divo spesso trovandosi solo. Il contemplativo Barsotti visse
quotidianamente nello stato di disagio e di
disadattamento che prova chi, autodisci-
plinandosi, non ha bisogno di discipline
esterne.
Questo non vuole essere una critica, tantomeno un rifiuto di quegli istituti
ecclesiali, spesso venerandi pur nella corrosione del tempo; istituti che offrirono e
continuano ad offrire alle anime una via
sicura nel perseguimento delle finalità
evangeliche. Ma il mistico non vuole intermediari o intermediazioni. E’ un cercatore solitario. da qui, le tribolazioni di
Barsotti che, fino agli ultimi giorni dell’esistenza terrena, teme di non aver saputo
rispondere alla chiamata del Cristo.
Questo tormento, questo assillo è
posto in evidenza da padre Tognetti che
ha rivissuto e oggi fa rivivere la lotta interiore affrontata dal suo maestro. Il mistico
è inevitabilmente soggetto ad un doppio rifiuto. Innanzi tutto al proprio, verso la vita
“normale” compresa quella del prete e poi
l’altro, non meno duro e pesante, costituito
dal rifiuto di chi non accetta la sua singolarità: non l’accetta perché non la comprende. E’ troppo, infatti, tentare di
immedesimarsi nello sforzo compiuto don
divo al fine di superare “ogni limite
umano per entrare nella solitudine della
vita divina”. Lo sforzo che lo porta a scrivere con la sincerità di un cuore ansioso
del soprannaturale: “Sono stanco di vivere,
perché voglio la vita.” Come fa una “persona normale” a capire questa sua affermazione-invocazione: “Tutta la vita è
gettar via tutto per possedere Lui solo. Andiamo via, o Cristo, fuggiamo via fintanto
che non saremo indisturbati e soli. Lontano.”
Serafino Tognetti
Lectio, meditatio, oratio, contemplatio: è la linea di condotta di Barsotti
negli anni del raccoglimento e del
nascondimento in cui viene a trovarsi
quando l’autorità diocesana lo costringe
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37
Catholica
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alla solitudine di Palaia, il paesetto toscano
dove è nato e dove vivono i suoi familiari.
Solitudine creativa come quella dei Padri
del deserto, dei grandi Padri della Chiesa
d’oriente e d’occidente. La solitudine creativa di Sergio di Radonez, il mistico russo
che fece conoscere e sul quale indusse a
meditare.
Lorenzo Milani
E’ questa solitudine a temprarlo
per il passaggio a Firenze dove dimora nel
resto della vita. Non che gli anni trascorsi
nella città del Fiore, rappresentino un
tempo senza la triste constatazione dell’incuria pastorale di tanti preti, della
vaghezza e dell’inconsistenza di certe
teorie inconciliabili con la dottrina. Non è
un tempo senza contrasti e senza affanni.
Per il sacerdote di Palaia molte nuvole attraversano frequentemente il cielo di
Firenze: il capoluogo toscano ha dato esemplari testimoni di Cristo, ma ha pure
registrato momenti di deviante superbia da
chi avrebbe dovuto sapere che la fedeltà
non è un accessorio della fede. Quindi,
come sarebbe possibile un suo rapporto,
sia pure soltanto intellettuale, una sua col-
laborazione, dopo i loro pronunciamenti
antiecclesiali, con un lorenzo milani ed
un ernesto Balducci?
Ma la mestizia non prevale sulle
energie interiori di Divo Barsotti che seguita a studiare, a meditare e soprattutto
insiste nella orazione contemplativa. Le
sue Messe sono senza limiti di tempo. del
resto, non erano lunghe, lunghissime
anche quelle di Filippo neri, il fiorentino
chiamato nell’Urbe a coltivare la devozione (non il plumbeo bigottismo) del
popolo romano? A Firenze, dopo amarezze
e sanzioni, gli è affidato l’insegnamento.
due cattedre: Cristologia e dottrina sociale della Chiesa.
Gli anni trascorrono. Le relazioni, i compiti e anche le afflizioni non
mancano, ma il prete venuto da San Miniato è di buona scorza spirituale. I contatti
sono molti. Sia pur lentamente c’è chi
vede in lui l’uomo e il sacerdote la cui intelligenza, la cui cultura, la cui volontà e
sensibilità lo differenziano e lo distanziano
da molti altri del suo stesso ambiente.
Certo, le chiusure mentali sono sempre
gravi e non prive di conseguenze, ma al
tempo stesso c’è chi si rivolge a lui per
ricevere quella parola che aiuta ad affrontare le debolezze proprie ed altrui. Frequenta circoli e monasteri finché giunge il
momento di creare una piattaforma sulla
quale possano ritrovarsi anime oranti.
Giorgio La Pira
Ernaesto Balducci
Un dovere da adempiere. Ed oggi
è lecito dire che si trattò di una vera ispirazione. dinanzi ai sussulti ecclesiali, i
credenti provano sofferenza e insofferenza. Quando giovanni XXiii indice
il Concilio, dopo l’entusiasmo iniziale,
non pochi vivono il momento della consapevolezza: troppi prelati, teologi, esegeti
sembrano aver perduto la bussola spirituale. Il Concilio non risolve alcun problema, al contrario. L’affastellamento dei
concetti nei documenti conciliari ed il conseguente disordine dottrinario e liturgico
del postconcilio - favorito pure dal frequente ed insensato protagonismo di frati,
monache e zelanti di vario tipo - produce
un susseguirsi di equivoci. In molte chiese
si predica un cristianesimo “adatto ai
tempi”, malleabile, al servizio di un pensiero e di un comportamento che con il
cristianesimo autentico - quello del Verbo
diffuso dagli Apostoli, dai Padri e dai dottori - non ha alcuna parentela. Ebbene a
queste operazioni riduttivistiche Divo
Barsotti, fino all’ultimo giorno, non si
presta.
Filippo Neri
E’ sempre più richiesto per conferenze, lezioni, esercizi e convegni su
temi spirituali, libri di chiarimento e di approfondimento allo scopo di controbattere,
fronteggiare le nuove eresie e impedire
nuove fratture. E il bisogno di essere
solo... l’eremitaggio a Monte Senario
prima del trasferimento a Settignano.
Molti personaggi si rivolgono a lui per
avere una sicura direzione spirituale. Tra
gli altri giorgio la Pira e giuseppe Dossetti che, però, non sanno afferrare il senso
profondo del suo insegnamento, non sono
in grado di seguire il suo esempio.
Ricordare coloro che gli si avvicinano e le iniziative che lo vedono protagonista: è l’impegno di padre Serafino che
tutto registra. Un’esattezza che è fusione
di affetto e di rispetto per la storia di uno
spirito tanto ricco e tanto tormentato dal
desiderio di dio. Il desiderio di un “custode obbediente e rigoroso della grande
Tradizione e insieme umilmente aperto
alle novità del Soffio Divino”. Novità - sia
ben chiaro - che nulla avvicina alle scomposte “innovazioni” verificatesi nei decenni trascorsi dal Concilio. Innovazioni
che non sembra possano essere spiegate
Continua a pag. 38
38
Catholica
Continua a pag. 37
con “l’ermeneutica della continuità”.
La sua vita è un’esistenza dedicata all’adorazione ed alla contemplazione. Ma anche allo studio per meglio
far comprendere in tutta la sua ricchezza
spirituale la fede nel Verbo. Divo Barsotti,
come tutti i Padri ed i dottori, sa che il
vero amore è sempre fattore di
conoscenza. E viceversa. “Io non riesco a
capire - scrive - come si possa vivere senza
sentire la necessità di studiare, di
conoscere.” E proprio studiando e meditando sui testi ci si accorge che “i veri responsabili della crisi del mondo - parola
di Barsotti - sono i teologi”.
Giuseppe Dossetti
Studiare per conoscere meglio e
amare di più. Per testimoniare più intensamente la fede nel dio uno e trino. Ma
questo non gli si perdona. La congrega
dell’ipocrisia, le sette del clerico-progressismo, trincerate nella curia di Firenze, fomentano in modo che don divo paghi per
la sua coerenza, per la chiarezza delle proprie posizioni. I giovanni vannucci,
lorenzo milani, David maria Turoldo,
ernesto Balducci ecc... non faticano ad
additare nel mistico studioso un provocatore, uno che si oppone alla disponibilità
del neocristianesimo a fare causa comune
con il marxismo, il laicismo, lo scientismo,
l’ateismo.
L’ostracismo sistematico non
ammette repliche e censura i suoi libri.
Tante le miserie curiali succedutesi nei
secoli e presenti anche oggi. Ma debbono
essere affrontate annientando gli insidiosi
attacchi della delusione. don divo supera
i momenti in cui ha modo di verificare fino
a che punto può arrivare la viltà clericale
ed antiecclesiale.
Intanto nella Comunità non si
coltivano soltanto rose e fiori profumanti.
Satana agisce pure lì dentro: incomprensioni, divisioni, allontanamenti, rotture.
Umano, troppo umano. Le conseguenze di
un Concilio che, purtroppo, non ha
risposto alle speranze: un’assise svoltasi
all’insegna della fretta, dell’improvvisazione, dell’arroganza intellettuale,
del sopravvento fazioso. Un Concilio male
impostato, peggio condotto, pessimamente
concluso.
Su questa realtà Divo Barsotti
medita molto. Gli è presto evidente che
l’ottimismo, pure il suo, è stato fuori
luogo, senza alcuna giustificazione. Riconosce che la fiducia nel vedere genericamente in tutte le religioni, nella poesia,
nella filosofia, nell’arte i segni della preparatio evangelica è priva di fondamento.
Sono indispensabili accortezza e pastorale
severità. Mancano l’una e l’altra o, almeno, è assente la dovuta prudenza. Ancora oggi i credenti soffrono dinanzi ad un
clero pavido, disorientato e tentato dalla
diserzione. Le recenti, insensate prese di
posizione di non pochi preti dell’Europa
centrosettentrionale - sia detto per inciso lo confermano.
Una catastrofe dinanzi alla quale
il sacerdote di Palaia e San Miniato non
chiude gli occhi e non si tappa la bocca.
Parla, scrive, registra quel che sente, quel
che vede. Tenta di mettere in guardia e
rimprovera paternamente e fraternamente
per quello che è stato abbandonato e perduto. E vive ancora a lungo per assistere
alla inconsulta profanazione e devasDivo Barsotti
Il sacerdote, il mistico, il padre
di Serafino Tognetti
La vita, il pensiero, il messaggio spirituale di
uno dei più grandi mistici del ’900. «Chi non si
è mai accostato al sacerdote fiorentino, o lo ha
fatto solo saltuariamente, trova in questo libro
una partenza per iniziare un viaggio affascinante. Più leggo e studio l’opera di don divo,
più resto conquistato dalla sua unità interiore,
da una “logica intrinseca” che tiene assieme
un’impressionante ricchezza di temi. Che cosa
pone in essere questa unità? Se ho visto bene,
la contemplazione instancabile dell’Atto di
Cristo, l’Atto con cui Cristo dona se stesso sulla
David Maria Turoldo
tazione. Il Concilio ha evidenziato “la presunzione dei Vescovi” e “la povertà del
loro insegnamento”. Più che povertà, una
miseria desolante. Ma, con vero strazio, rimane ubbidiente.
Molto ci sarebbe ancora da dire
su Divo Barsotti perché molto ancora è
quel che racconta Serafino Tognetti in
questo libro da leggere se si vuole riconquistare l’antica certezza e rimanere noi
stessi.
Giovanni Vannucci
Divo Barsotti preconizza momenti durissimi. La nuova ondata di cristofobia è appena agli inizi. Tuttavia, non
perdere la speranza. “Il vero compito di
ciascuno - è i messaggio che rimane - consiste nell’assumere la responsabilità di
una salvezza universale”. E’ impellente la
necessità di un riferimento spirituale e intellettuale: Divo Barsotti lo indica.
Fausto Belfiori
Croce. da qui la centralità dell’Eucarestia e
della Liturgia: del “Mistero cristiano nella Liturgia”. Speriamo che quest’opera segni l’inizio di
una conoscenza più ampia, non limitata a
qualche pubblicazione o congresso».
(dalla Prefazione del card.
Carlo Caffarra)
Pagg. 430 - € 29,00
Casa Editrice: San Paolo
Piazza Soncino, 5
20092 Cinisello Balsamo (MI)
Tel. 02/660751 Fax: 02/66075211
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Cultura
EREdITà E ATTUALITà dEL FUTURISMO
di luigi Tallarico
Il futurista enzo Benedetto, rientrato a
Roma da un campo di concentramento alleato di “non cooperatori”, ha firmato nel
1967 con i futuristi superstiti della guerra
il manifesto che si chiamerà “Futurismooggi” in cui si affermava che il movimento
marinettiano era ed è in primo luogo
un’idea attiva, perché legata ad una concezione di vita, “non soltanto una raccolta
di opere e di intuizioni ereditate” (V.
Conte). Con il tema “Eredità e attualità
del Futurismo” si è svolto a Roma presso
il “Centro Culturale
Elsa
Morante”
un
convegno internazionale a cui
hanno partecipato alcuni fra i
maggiori studiosi italiani ed
esteri. L’iniziativa culturale è
stata patrocinata
dall’assessore
alle Politiche
Culturali e Centro Storico di
Roma Capitale,
in
collaborazione con l’Università
di
Roma “Tor Vergata”. A quattro
anni di distanza
dalle celebrazioni per il centenario dell’avanguardia italiana, “è la prima volta - ha
confermato il prof. Antonio Saccoccio, curatore con il prof. Giancarlo Carpi del
convegno internazionale - che si dibatte,
oltre la ricostruzione storica, l’eredità e
l’attualità dell’ideologia e della poetica
futurista”.
Infatti gli interventi sono stati incentrati non soltanto sulla validità e continuità in sede storica delle idee e dei
principi del movimento, ma anche e soprattutto sull’attualità e modernità di una
eredità da trasmettere alle nuove generazioni. Come aveva osservato F. T.
marinetti, l’attualità vivente del futurismo non è così rigida e d’altra parte il bilancio non si fonda su “due dominii distinti
e nettamente separati tra passato e futuro”, dal momento che “ogni spirito creatore ha potuto constatare , durante il
lavoro creativo , che i fenomeni intuitivi si
fondano coi fenomeni dell’intelligenza
logica”. E questo perché nel consolidamento della nostra eredità - ha sostenuto
il prof. Riccardo Campa dell’Università
di Cracovia - non si vuole “gettare a mare
il pensiero razionale, l’analisi logica, la
riflessione ponderata, le forme tipiche del
ragionamento filosofico, ma piuttosto di
non lasciare ad esse tutto il campo”. Se si
vuole dare spazio - ha ribadito Campa –
“anche all’azione, all’intuizione, al fenomeno analogico”, in quanto questo “compenetrarsi di intelligenza logica e
fenomeni intuitivi, ottenuti tramite la distruzione della sintassi, il lirismo essenziale
e sintetico, l’immaginazione senza fili, le
parole in libertà” , ha riguardato e riguarda
la continuità di una eredità che passa alle
nuove generazioni.
Si è così consolidato il convincimento che tra le istanze proposte dal convegno emergono con chiarezza unitaria,
non solo la concezione estetica e poetica
di marinetti e di Balla, ossia degli elementi costitutivi delle sub discipline
filosofiche in campo, ma anche il valore di
investimento tecnico e scientifico, rappresentato dal dinamismo plastico di Boc-
cioni, della Città Nuova con i contrafforti
ascensionali di Sant’elia, dall’atmosferastruttura di Prampolini, dalla città aerea
di Depero e dalla trasformazione in musica dell’enarmonismo di Russolo: elementi storicamente consolidati che
rappresentano il pensiero nuovo, attivo e
traslativo delle arti e della scienza moderne. d’altronde all’emanazione o accettazione di una così complessa eredità
non era consentito l’opposizione di codicilli limitativi di un fedecommesso, in
quanto la forza attiva del futurismo si è
dispiegata per oltre un secolo ed è già
aperta al divenire
delle
idee, che come
si sa si fanno
progetto continuo nel momento in cui si
annodano
al
processo
storico. Mentre
i ricordi e i sentimenti
del
tempo cadùco ancorchè rispettabili - non
fanno storia,
p e r c h é
fenomeni connessi ad un presente che non
continua.
Boccioni - La città che sale del resto, per
marinetti
e
Boccioni, per Sant’elia e Russolo, il futurismo non era considerato una categoria
estetica fissa e immutabile, avendo mirato
fin dalla nascita a vivere le imprevedibilità
della vita e a lottare per le contraddizioni
della storia, di quella storia che va continuamente rifondata alla “luce dei giorni
nuovi”. E se per il filosofo (Hegel) “l’origine del passato è il futuro”, per i futuristi è attraverso il processo storico che si
consentirà “di abbracciare più strettamente la vita dell’avvenire”, evitando “le
idee e i costumi delle barbarie iniziali”,
come aveva sostenuto nel 1912 Auguste
Joly, citato dal prof. Campa. Ed è forse
pensando a questo “abbraccio” , inesauribile nel tempo , che il poeta-filosofo gian
Pietro lucini
aveva suggerito a
Continua a pag. 40
40
Cultura
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Boccioni - La carica dei lancieri
marinetti di definire il futurismo
“filosofia del divenire”, in unione, non in
contrapposizione, con la qualità di quell’essere, rigoroso e unitario (ossia del
soggetto, non dell’oggetto), che conduce
alla molteplicità e alla continuità del divenire.
Con riferimento a questo percorso bivalente, sia dinamico che
fenomenico, Boccioni lancia nel 1912 il
manifesto tecnico della scultura, di cui è
da poco ricorso il centenario, per confermare alcuni principi che riguardano il polimaterismo e il prolungamento dei piani e
dei volumi, non conflittuali rispetto allo
spazio, allo scopo di abolire la linea finita
e la statua chiusa cubista, soprattutto la
frammentarietà della realtà secondo la visione dell’impressionismo. Il passaggio
decisivo, dalla teoresi alla prassi, è
avvenuto con la creazione di una “architettura che cammina” ( la definizione è
del Longhi ), titolata Forme uniche della
continuità dello spazio e che risolverà l’ossimoro del suo trattato del 1914, “Pittura
scultura futuriste” e che porta come sottotitolo “Dinamismo plastico”. Appunto,
soluzione dinamica e fenomenica di struttura e ambiente.
In effetti, il concetto della dinamicità dell’arte era stato già annunciato nel
manifesto di fondazione del 1909, in cui
marinetti aveva affermato che la
“bellezza della velocità” va espressa in
tutte le strutture, soprattutto in “un’automobile da corsa” che “col suo cofano
adorno di grossi tubi simili a serpenti
dall’alito esplosivo … sembra correre
sulla mitraglia”. E concludeva ( provocatoriamente?): “un’automobile ruggente …
è più bella della Vittoria di Samotracia”.
A proposito di questo bruciante confronto
tra l’automobile da corsa - che è “bella”
in quanto dinamica - e la Vittoria di Samotracia - che è bella in quanto mossa dalle
sue pieghe - occorre precisare che
marinetti, fin dalla fondazione del futurismo, aveva posto il problema del moto
come dinamismo plastico e non come
mero movimentismo, tanto “flagrante”
quanto occasionale.
A coloro che avevano gridato allo
scandalo, la risposta verrà data da Boccioni, non solo in via teorica con il
richiamato manifesto tecnico della scultura, ma in termini creativi con il “feticcio”, detto Camminatore in cui viene
chiarito che il movimento non è determinato da un’Istanza empirica, trattandosi invece di un evento collegato alla struttura
stessa. Il problema verrà sollevato ai nostri
giorni dallo scultore Arturo martini, il
quale osserverà che l’ “enfasi greca” della
Vittoria era stata risolta da un flusso esterno, come se provenisse - dirà testualmente - dal … ventilatore! Mentre lo
storico Cesare Brandi ribadirà, con idioma toscano, che alla famosa scultura
greca il moto “le venta di sotto “, perché
determinato da un fatto esterno e non
strutturale, distinguendo in termini strettamente critici che “la struttura del fatto
come flagranza non sarà la struttura del
fatto come semiosi”.
Nella specie si deduce che il collegamento semiotico di arte-vita, teso a
classificare le idee secondo struttura (e la
struttura è la forma nel tempo data), ha
portato Boccioni ad impostare il Camminatore con riferimento alla nuova concezione, insieme plastica e dinamica del
suo manifesto e che ha rappresentato e
rappresenta, esteticamente e storicamente,
una conquista dell’arte italiana. Oltre tutto
conquista importante per la storia dell’arte,
dal momento che il futurismo , contrariamente alla “fissità” espressiva dell’avanguardia francese, non “blocca” in sé
l’oggetto, né “isola l’elemento che lo
nutre: la vita”, ma tende alla simultaneità
d’ambiente e al dinamismo corporeo e
strutturale, non estraniato dallo spazio che
l’accetta e lo continua come una sua
espressione concreta.
In termini critici, lo storico dell’arte Roberto longhi, nel suo saggio del
1913 sui Pittori futuristi aveva infatti rilevato che Boccioni, “volendo conservare la
massa, cioè la corporeità delle cose , e non
volendo che la massa fosse statica e immobile”, ha tramutato “la massa in funzione della linea”, quale “forza attiva”,
con il risultato di unificare sia la struttura
che l’ambiente. Ed è proprio questa la
soluzione di tempo e spazio, di passato futuro, che riteniamo valida per la conferma dell’eredità e dell’attualità del “futurismo che continua”, come aveva
affermato enzo Benedetto nel manifesto
del 1967.
Luigi Tallarico
Boccioni - Quelli che vanno
41
Cultura
Il presente ha obblighi verso il passato
ma anche verso il futuro
LA CREATIVITà ITALIANA NELLE ARTI
di Francesco gallo mazzeo*
I
l Novecento Italiano, inteso come
movimento artistico-culturale di cui
mario Sironi è diventato l’emblema,
si è caratterizzato come un vero e proprio
stile, la cui politicità negli anni del fascismo, non ne offusca affatto l’originalità
e la qualità, piuttosto emblematizza che la
genialità vera non è né assimilabile, né
strumentalizzabile, ma è indomabile
quando ha come peculiarità l’uomo storico
e, nel caso in specie, la modernità, come
esaltazione dell’individuo, ma anche come
suo dramma.
alessandrino, come il barocco italiano,
come la Secessione Viennese, in una visione totalitaria delle manifestazioni creative umane, che sono strettamente
connesse le une alle altre, perché non c’è
suono che non richiami un colore, non c’è
odore che non richiami un tatto, non c’è
fisicità che non richiami una metafisica,
come nell’eros originario, in cui maschile
e femminile convivevano felici, prima di
essere separati e dar luce al desiderio, alla
passione, alla escursione dei bisogni radicali, per cui come Creso, a cui andò male,
vogliamo possedere tutto, come Ulisse, a
cui andò bene, vogliamo sapere tutto, nel
dramma della biografia, come hanno testimoniato i grandi del passato come
michelangelo, Caravaggio e del presente
come Bacon e Cioran. Per cui futurismo,
musica, teatro, cucina, cinema, architettura, città utopiche, pittura, scultura, molto
più del cubismo, molto meglio del
dadaismo.
Mario Sironi
Col futurismo, si conclude la fase
uno dell’Unità d’Italia, quella che ha visto
la nascita della Roma moderna, città mai
più esistita dalla caduta di Romolo Augustolo, se non per edifici, chiese e torri,
neanche dopo la sistemazione michelangiolesca di Piazza del Popolo, Campidoglio
e di quella berniniana del colonnato. La
Roma, orto urbano, di Porta Pia, ha lasciato il posto a quella che poi con il fascismo
diventerà una città vera e propria; ma il futurismo, frutto e parto italiano deve andare
a nascere a Parigi, sulle colonne del “Figarò” testimoniando però di un fermento
complessivo capace di dialogare con la velocità, con l’industrialismo, con il tempo
avvenire.
dal suo manifesto geniale,
marinetti fa scaturire, direttamente e indirettamente un progetto che vale per tutto
il sistema delle arti, come l’ellenismo
Filippo Tommaso Marinetti
Il primato della pittura
Il primato della pittura, ci appartiene da
giotto in poi, che ha reso italiana la
leggenda dei greci Zeusi e Parrasio,
facendo della rappresentazione una literatura laicorum, con una valenza pedagogica importante nella formazione del gusto,
dello stile, del saper vedere, che sono in
mezzo a noi, non solo come consapevolezza e studio, ma anche come traspi-
razione molecolare, in una continuità
narrabile, logica e una linea della discontinuità non omologabile.
dagli anni sessanta, interessanti,
ma che molti definiscono, imprudentemente, mitici, s’è mossa l’Italia più attenta
a New York che a Roma, anche per l’attenuarsi di tutto il profilo europeo, dovuto
alla guerra fredda, combattuta negli anni
cinquanta, con un gioco al massacro tra
ovest ed est, nel campo della cultura e
dell’arte, non meno che in quello sociale,
politico e militare. da un lato action painting e popart e dall’altro realismo socialista, con ostilità e reciproche condanne, ma
con l’irrompere sulle scene creative di un
giovanilismo poco incline alle discipline
rigide; è stato un rompete le righe geniale
e una contaminazione, che da noi si sono
chiamati Schifano, Festa, Angeli, ma poi
Calzolari e Pistoletto, Transavanguardia, con personalità come Rotella, i
fratelli Cascella, i fratelli Pomodoro, vettor Pisani, luca maria Patella, Castellani, Kounellis, Ferroni, Piruca, in una
varietà ricca, interessante, che ha visto
crescere mercanti d’arte come Palazzoli,
gian Ferrari, lorenzelli e poi marconi,
Sperone, mazzoli, che ci hanno rimesso
in gioco internazionale.
La scultura del nostro novecento,
si è delimitata come una grande eredità
della modernità italiana che da Canova, a
Bistolfi, a medardo Rosso, ha saputo
continuare l’eccellenza, pari a quella di
Fidia e Prassitele, di michelangelo e
Bernini, continuando, in un contesto
nuovo, una presenza che si chiama martini, manzù, messina, greco, melotti,
Perez, Trubbiani, mentre oggi quella che
doveva diventare lingua morta è praticata
anche da molti pittori e architetti che si
vogliono confrontare (in barba all’era della
virtualità) con una materia vera, senza
sofismi, con un informe che può anche diventare mistico paesaggio come il caso di
Tuoro sul Trasimeno, Gibellina, Marina di
Tusa.
L’architettura è il nostro punto
debole, dal punto di vista realizzativo,
dopo una fase felice, nella prima parte del
Novecento, europea e non autarchica,
come detto da una storiografia prima
Continua a pag. 42
42
Cultura
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esaltatrice e poi negatrice di Eur, Foro Italico, Via della Conciliazione, a Roma,
Arengario e Palazzo dei Giornali a Milano,
Via Medina a Napoli, e poi dal nulla Littoria-Latina, Pontinia, Sabaudia, degne di
Pienza e Sabbioneta.
Nel secondo Novecento ci siamo
fermati, schiacciando la nostra forma urbis
in una retorica dell’anti retorica, da cui
fino ad oggi non è riuscita a venire fuori,
se non fosse per la Fiera di Rho, non si
saprebbe di cosa parlare. Paradosso, abbiamo grandi architetti, e poca (troppo
poca!) architettura.
design e moda sono gli ultimi
nati, in un ipotetico schema temporale, il
primo si afferma già negli anni cinquanta,
la seconda negli anni ottanta e rappresentano la nostra migliore carta di modernità
sperimentale, innovativa, diventando emblemi di un made in italy che ha trascinato
tutti gli altri comparti creativi in una coordinata orizzontale, in termini quantitativi
e verticale, in termini qualitativi, nomi
come quello di mario Bellini, dei fratelli
mendini, Sottosass, Sambonet, ne rappresentano le punte avanzate di tante guglie
degne del duomo di Milano. La moda ha
emulato il design, per cui oggi nomi come
Bulgari, Gucci, Valentino, Versace, Officine Panerai, Bottega Veneta, Prada, costituendo una visibilità in cui stanno geni
autentici come ottavio missoni e nuovi
marco Polo, come Brunello Cucinelli.
Il grande artigianato italiano
Il grande artigianato, costituisce il nostro
punto di forza, sia in campo artistico che
produttivo in senso generale, perché ha
una sua forte peculiarità, in quanto non è
residuale di una realtà del passato, ma è
vivo e vegeto nel fare cose eccellenti del
nostro sistema di civiltà materiale, variando in tutti i campi, dalla rubinetteria,
che sembra scaturita dalla mente di Benvenuto Cellini, all’occhialeria, dalla campanaria alla calzaturiera, dalla cappelleria,
con una qualità che si chiama Beretta,
ducati, Firrao, Sacco, Bisazza, Sambonet,
Alessi, come numeri primi di una numerazione quasi infinita che va dal nord al
sud, come un tessuto di abilità materiali,
che sono linguaggio, identità.
Murano e non solo, c’è tutto un
sistema da confermare nella internazionalizzazione, dove nessuno può competere
con il “distretto” di Pietra Santa, dove tutti
gli scultori del mondo devono riferirsi se
vogliono lavorare pietra e marmo, alle
nostre fonderie, e anche a potere fare
bronzi, capaci di competere (tecnicamente) con quelli di Riace e col Satiro di
Mazzara, in un ideale labirinticità con la
nostra formazione artistica, che nella sua
unicità attira studenti e talenti da tutto il
mondo,a cui non è estraneo il nostro primato nel Salone Internazionale del Mobile
di Milano e la rete che si è creata attorno
all’esplosione dei Versace, Ferrè, Armani,
che non sarebbe potuta avvenire senza la
nostra manifattura dell’accessorio, che
nessuno al mondo possiede, da Alessandria a Valenza, da Prato ad Ascoli Piceno,
dall’Umbria Felix al Tarì di Caserta. Ma
non solo istruzione e formazione meramente professionale e tecnica, ma quel
grande Ghota, che sono le nostre accademie, da Milano, a Roma, a Napoli, a
Palermo e con quell’unicum che è Santa
Cecilia.
Oggi, oggi, oggi, lo dico tre volte
per segnare il punto sulla forza dell’attualità, sulla sua volontà di sfidare il futuro e
di immaginare l’invisibile e l’ignoto, come
necessità di stare nella modernità in senso
pieno, senza trasformarsi in archeologia,
in passato, in tradizionalisti grigi, di una
incapacità d’inventare e di fantasticare.
Lavorare teoricamente e praticamente, in
un pieno, qual è quello italiano è molto
difficile, come insegna il Ponte di Santiago
Calatrava a Venezia, ma è appunto a
questa sfida che dobbiamo rispondere affiancando il grande di oggi al grande del
passato e immaginando un laboratorio del
futuro (e questo potrebbe essere il modesto
Aeroporto Leonardo da Vinci, di Fiumicino) per recuperare la dignità del nome,
anche per la domus Galileiana di Pisa,
umiliata e senza personale e per la Biblioteca di Marotta a Napoli, sfrattata da
Palazzo Serra di Cassano.
Francesco Gallo Mazzeo
Docente di Storia dell’Arte Moderna
e Contemporanea; critico d’arte
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IL CINEMA È IL CUORE,
Cinema
IL RESPIRO Ed IL VOLTO dELLA COMUNITà NAzIONALE
SUPERARE LA CRISI SI PUò, RECUPERANDO L’IDENTITà CULTURALE
di enzo natta
I
l 2013 è iniziato fiutando il sapore
della rivincita. La commedia farsesca
(Colpi di fulmine, I 2 soliti idioti,
Mai Stati Uniti) supera il prodotto hollywoodiano, ma gli incassi precipitano: 8
per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Che già portava
in sé tutti i motivi, le cause e le ragioni
di un vero e proprio tracollo.
“Un anno difficile. Ripresa nei
prossimi mesi?”. Così il “Giornale dello
spettacolo”, autorevole voce dell'industria cinematografica, nel numero dell'ottobre scorso che tradizionalmente segna
l'avvio della nuova stagione dopo la
pausa estiva. La preoccupazione si evidenzia fin dalle prime cifre che impietosamente denunciano la calata degli
spettatori: nel 2012 un meno 25 per cento
rispetto all'anno precedente.
Il cinema non marcia a pieno
regime, va a tre cilindri, e quello fatto in
casa arranca con maggiore difficoltà
rispetto all'abituale contendente, ovvero
quel prodotto hollywoodiano che dalla
fine della seconda guerra mondiale la fa
da padrone incontrastato nelle sale della
Penisola e che nel 2012 ha sfiorato il 52
per cento degli incassi contro il 26 del
prodotto nazionale .
Si era fatta dell'ironia sulla
proposta di anticipare le uscite settimanali al giovedì, ritenuto un giorno fiacco nella programmazione, schiacciato
fra la riduzione del costo del biglietto
praticata al mercoledì e le nuove uscite
del venerdì. Invece, all'inizio della nuova
stagione che parte ai primi di settembre
in contemporanea con la mostra di
venezia, il mercato ha risposto bene e gli
incassi sono aumentati del 37 per cento.
A goderne è stato però il cinema “made
in Usa”, che ha piazzato otto titoli fra i
primi dieci, lasciando a Reality di matteo garrone soltanto il sesto posto e a Il
rosso e il blu di giuseppe Piccioni il
decimo. Aurelio De laurentiis, re del
“cinepanettone” natalizio e “grand patron” del napoli Calcio, se l'è presa con
la pirateria che, una classe politica timorosa di perdere voti, si guarda bene da
sgominare colpendo in prima fila i consumatori, e a sostegno della sua tesi ha
citato la Francia, dove un film di grande
successo è visto da circa 12 milioni di
spettatori, mentre da noi arriva sì e no a
5. Basta confrontare gli incassi di film
come The Amazing Spider-Man, Biancaneve e il cacciatore, Il cavaliere oscuro-Il Ritorno, Prometheus. Metà di
quelli francesi.
Gravato di questo fardello, il
cinema italiano vive una situazione
ancora peggiore fuori casa. Se negli anni
'70 la quota dei film italiani in Francia era
del 12 per cento, oggi siamo scesi all' 1
e, nonostante un leggero ma sempre
modesto recupero, sugli schermi
transalpini arriva soltanto una ventina di
titoli l'anno. Il fatto è che l'industria della
pellicola non è paragonabile a quella
“fabbrica Italia superata” di cui parlava
Sergio marchionne. I film non sono
automobili che si possono costruire
ovunque, il cinema non è una multinazionale come la
Fiat, non può
emigrare (lo si è
visto con lo
scarso esito conseguito da Un
giorno questo dolore ti sarà utile di
Roberto Faenza,
girato negli Stati
Uniti e interpretato da attori
americani), è costretto a operare sul territorio e da questo è condizionato. In un
apparato assai debole, più artigianale che
industriale, dove la selezione qualitativa
si è sviluppata al ribasso godendo di riflettori spesso indulgenti e addomesticati.
La crescita è quanto mai difficile e complicata. Si veda il caso Bellocchio alla
mostra di venezia con la stizzita e isterica reazione alla mancata premiazione di
Bella addormentata (il film sul caso eluana englaro, la ragazza in stato vegetativo per la quale la Corte d'appello civile
di Milano autorizzò l'interruzione dell'alimentazione artificiale). Tanto rumore
per nulla. Segno che il collante culturale
di una volta non tiene più, che il pubblico
è rimasto del tutto indifferente (sia al
tema trattato, l'eutanasia, sia alla successiva polemica sul premio mancato) e che
l'accoglienza riservata al film non è riuscita a pareggiare i conti né a riparare il
presunto torto subìto.
in fila per tre
Attualmente il cinema italiano è riconducibile a tre categorie. Quella che va per
la maggiore e che vede la commedia
stagliarsi in condizione egemone sopra
ogni altro genere; quella del cinema d'autore o di ciò che ne resta; quella dei giovani e degli esordienti, alle prese con
tutte le difficoltà che conseguono al tentativo di inserimento nel mercato.
La commedia ha perso il cinismo e lo stile graffiante, sostituiti dal
gusto per il lazzo e il frizzo, di quell'inimitabile marchio “all'italiana” che
all'insegna del “castigat ridendo mores”
aveva fatto la differenza fra la nostra e le
altre cinematografie. Ciò nonostante il
filone della commedia conserva un'amarezza di fondo e una malinconica
rassegnazione che ne fanno il miglior termometro della temperatura del Paese, indicatore ideale del suo stato d'animo e
della situazione psicologica e morale in
cui versa. Ma a tradirne la genuinità sono
i toni, eccessivamente alti e spesso fuori
luogo che finiscono per corrompersi in
una comicità plateale. E' pur vero che le
problematiche del momento sono al centro dell'attenzione (il disagio giovanile,
la disoccupazione, il precariato, una progressiva e devastante crisi dei sentimenti,
Continua a pag. 44
44
Cinema
Continua da pag. 43
le carenze della scuola, la massificazione
televisiva, la disaffezione dalla politica),
ma è altrettanto vero che il più delle volte
si sprofonda nella demagogia, nel becerume e nella volgarità.
dopo sette mesi di crisi ai primi
di novembre 2012 un film italiano è tornato in testa al box-office. Nel primo
trimestre del 2012 il cinema italiano
aveva calato un poker d'assi: Immaturi,
Benvenuti al Nord, Com'è bello far
l'amore e Posti in piedi in Paradiso. Poi
il buio, finché al botteghino si è imposto
Viva l'Italia di massimiliano Bruno (da
non confondersi con l'omonimo film di
Rossellini che raccontava come si era
fatta l'Italia, mentre questo fa il discorso
inverso), ma non è il caso di aggiungere
“finalmente” perché lo ha fatto con le
armi del peggior repertorio dell'antipolitica sguazzando compiaciuto nella maleodorante sentina del degrado nazionale.
Una fabbrica di qualunquismo, al cui
confronto Beppe grillo è un pari
d'Inghilterra.
Anche se non scadono a simili
livelli, film come Un giorno speciale di
Francesca Comencini e Tutti i santi
giorni di Paolo virzì cadono nella stessa
trappola, che è quella di coniugare un
problema sociale particolarmente sentito
(come quello del malessere giovanile in
Un giorno speciale o delle coppie senza
figli in Tutti i santi giorni) con la tendenza al macchiettismo gravando i
personaggi di tratti vistosamente caricaturali. Il tutto nella convinzione che, al
botteghino, la grana grossa faccia la differenza.
dalla scivolata generale si salva
Il comandante e la cicogna di Silvio
Soldini, in cui convergono più anime
stilistiche, dalla favola surreale (dote
principale dell'autore di Pane e tulipani)
alla garbata ironia su un Paese che ha
smarrito i suoi valori e che sotto lo
sguardo severo e preoccupato dei Grandi
Padri quali furono garibaldi, verdi,
leopardi, leonardo, arranca faticosamente alla ricerca di un'autenticità che
possa rigenerarlo. Anche se il tono è sfumato, non si può non avvertire la leggera
brezza che spira dai Sepolcri del Foscolo:
le virtù hanno smesso di guidare la società, ma sotto lo sguardo dei forti l'animo
ancora si accende a egregie cose.
Il comandante e la cicogna è la
mosca bianca nello sciame involgarito
della commedia.
Roberto Faenza
(forse
toccato
dalla sfavorevole
esperienza americana) ha centrato
il problema di una
preoccupante tendenza chiedendosi: “Un Paese
può vivere solo di
risate?”. Giusta
preoccupazione di fronte al predominio
di una commedia versata al comico,
ripetitiva, monopolizzata dalle stesse
facce e dalle stesse situazioni trite e
ritrite. Fino a che noia e disaffezione inflazioneranno il mercato.
meno spazio per gli autori
Il cinema d'autore resiste, ma a fatica perché risente della crisi delle monosale e
dei cinema d'essai, ovvero di quel complesso di locali ubicato nei centri storici e
tradizionalmente suo punto di forza, oggi
costretto a chiudere i battenti, una sala
dopo l'altra, per via di mutate abitudini di
vita, per l'impossibilità di accedere con
l'auto alle zone a traffico limitato, ma
soprattutto per il crescente fenomeno dei
multiplex che hanno scosso le periferie
urbane svegliandole dal torpore di
quartieri-dormitorio, nuovi santuari dello
spettacolo e della socializzazione giovanile in cui si è spostato un consumo di
massa fino a poco tempo prima assorbito
dall'home-video e dal divano di casa.
Se qualche soddisfazione c'è
stata, è venuta comunque proprio dal cinema d'autore: da Cesare deve morire dei
fratelli Paolo e vittorio Taviani, Orso
d'oro al Festival di Berlino e candidato
italiano all'Oscar, rilettura del Cesare di
Shakespeare messo in scena dai detenuti
del carcere romano di Rebibbia, a dimostrazione che arte e vita possono
fondersi trasformando cinema e teatro in
strumenti di redenzione; da Reality di
matteo garrone, Grand Prix al Festival
di Cannes, favola satirica sulla tv oppio
dei popoli e sull'ossessione della popolarità; da Il primo uomo di gianni Amelio, Premio della critica internazionale al
Festival di Torino, opera di formazione
in cui Amelio rilegge la sua adolescenza
attraverso il romanzo postumo di Albert
Camus. E non sono mancate neppure le
sorprese, soprattutto con Io e te di
Bernardo Bertolucci, il tanto discusso
regista di Ultimo tango a Parigi, ora convinto sostenitore dell'unità della famiglia
e delle ferite che divorzi e separazioni infliggono ai figli.
nel cantuccio di Cenerentola
Continua a mostrare debolezze il fronte
degli esordienti, delle opere-prime e seconde (anche se qualche debutto ha fatto
centro come Scialla - neologismo gioContinua a pag. 45
45
Cinema
Continua da pag. 44
vanile che significa
“calma,
stai tranquillo” di
Francesco
Bruni, imperniato sulla crisi dell ' i s t i t u t o
familiare,
sul
conflitto generazionale e sul
vuoto delle centrali educative) a causa di un sistema produttivo che, attingendo le sue
sovvenzioni quasi esclusivamente dal
Fondo per lo spettacolo del ministero
dei Beni Culturali, si trova poi completamente sguarnito sul versante della distribuzione. Con il risultato che i film dei
giovani, della sperimentazione, del ricambio generazionale si fanno, ma poi
all'atto pratico non li vede nessuno perché non circolano.
A dimostrazione della scarsa
considerazione che gode questo segmento di cinema valga per tutti il rimedio
a cui ha fatto ricorso il Festival di Roma
riservandogli la sezione “Alice nella
città”, esiliata nella struttura allestita in
piazza Apollodoro, equivalente di quell'isola lontano da tutte le rotte che era la
sezione “De Sica” alla Mostra di
Venezia, “refugium peccatorum” che sa
tanto di frettolosa rimozione di un senso
di colpa..
Eppure è proprio dietro queste
opere che spesso si nascondono
promesse e segnali favorevoli, novità e
intuizioni tutt'altro che trascurabili e meritorie di maggior attenzione. Basterebbe
notare come Stefano mordini, che ha
portato sullo schermo il romanzo Acciaio
di Silvia Avallone, abbia saputo evitare
le secche della trasposizione-illustrazione
per trovare invece un'autonomia stilistica
in un linguaggio antiletterario, o come in
Sette opere di misericordia i fratelli gianluca e massimiliano De Serio siano
riusciti a realizzare un'appendice del
decalogo di Krzyszof Kieslowski dando
corpo al paradosso delle opere di misericordia nella disumanizzazione della società del nostro tempo. due esempi, ai
quali potrebbero aggiungersene tanti altri
(da L'intervallo di leonardo Di
Costanzo a Gli equilibristi di ivano De
matteo passando per Isole di Stefano
Chiantini e maternity Blues di Fabrizio Cattani, tutti film che vanno alla
ricerca di temi e motivi che sono all'origine dello smarrimento in cui versano le
giovani generazioni, sempre più fragili e
indifese) per evidenziare lo stato di abbandono e di isolamento al quale sono
condannate opere dell'ingegno appena
sbocciate.
Stelle cadenti
A 2013 iniziato, anno di un'altra svolta
epocale come furono quelle del sonoro,
del colore, dei maxischermi e del 3d, in
cui la pellicola esalerà l'ultimo respiro
per lasciar posto esclusivamente al digitale, in un momento in cui la sala non è
più l'unico terminale ma si vede circondata da temibili concorrenti come il dvd
e il web, da tablet come l'iPad, quali connotati delineano il volto del cinema italiano ormai prossimo ad affacciarsi su
questa nuova realtà? L'identikit che solitamente si traccia di lui il più delle volte
non corrisponde alla vera identità, ma a
un vago simulacro di maschera in cui
prevalgono i tratti della commedia, sradicata da una realtà di cui coglie e riflette
soltanto umori passeggeri e superficiali.
Qualche esempio? I già citati Un giorno
speciale di Francesca Comencini, Tutti
i santi giorni di Paolo virzì, Il rosso e il
blu di giuseppe Piccioni, tutti film che
rimangono in superficie, incapaci di arrivare alla profondità di problemi come
il malessere giovanile, la disoccupazione,
la
precarietà di lavori occasionali,
la deriva della
scuola, la crisi affettive e il clima
di generale demoralizzazione
che logorano i
rapporti umani
generando insicurezza e solitudine. A
tutto ciò si aggiunge inoltre la tendenza
a indorare la pillola premendo sull'acceleratore di una comicità il più delle volte
becera e sguaiata. Con il risultato finale
che la dismisura diventa la qualità fon-
dante di questo cinema.
C'è inoltre una crisi di leadership. Il cinema italiano non è più un modello, come lo era anni fa: oggi è una stella
cadente, non più un punto di riferimento
per altre cinematografie, per autori emergenti, scuole e tendenze. Come il neorealismo lo era stato per la “nouvelle
vague” francese, il “cinema novo” brasiliano, il “free cinema” inglese.
Per tornare ad affermarsi sui
mercati interazionali (non vinciamo più
un Oscar dal 1998, da La vita è bella di
Roberto Benigni) deve ricollocarsi all'altezza delle sfide che si profilano all'orizzonte, come riuscì a fare con il
neorealismo (sostenuto e vivificato da
una profonda esigenza di verità, espressa
non soltanto nei contenuti ma soprattutto
nella forma e nel linguaggio), con la
“commedia all'italiana” che graffiava
con cinismo beffardo i nostri vizi peggiori dopo averli messi a nudo con malcelata complicità da cineasti del calibro
di mario monicelli, Dino Risi e luigi
Comencini, con l'originalità e il singolare mondo poetico di autori come visconti, Fellini, Antonioni.
Non è poi neppure del tutto vero
che il cinema italiano sia privo di una
precisa identità e che non sappia confrontarsi a fondo la la realtà del suo tessuto sociale. Anche negli ultimissimi
tempi il nostro cinema ha posato lo
sguardo sulla storia e sui suoi misteri,
sulla politica, sulle piaghe e sulle malformazioni del nostro sistema e lo ha fatto
con film come Romanzo di una strage di
marco Tullio giordana, diaz di
Daniele vicari, Acab di Stefano Sollima. Orfano delle ideologie ha girovagato alla cieca tra i frammenti della
cronaca e li ha fissati, più sull'onda dell'emozione che della riflessione storicocritica, in immagini che hanno registrato
il diffuso malessere conseguente alla
strategia della tensione, alla repressione
conseguente al G8, alla frustrazione delle
forze dell'ordine di fronte allo stato di imContinua a pag. 46
46
Cinema
Continua da pag. 45
potenza che il più delle volte ne paralizza
l'operato.
esperienze parallele
E' fuori dubbio che il cinema italiano
viva una situazione di stallo determinata
da una complessità di cause che vanno da
una moltiplicazione di offerte (la banda
larga, il digitale, la crescente diffusione
di tablet, smartphone, internet tv) che
rischia di disperderne l'effetto benefico,
alla contrazione della spesa causata dalla
crisi economica e all'incertezza del sistema legislativo in materia, mai come in
questo periodo assente e defilato. Inevitabilmente, e non solo di rimbalzo, sul
cinema si riflette e grava inoltre la stagione politica che stiamo vivendo. Non
ci può essere distacco fra istituzioni e
modelli comunicativi, fra politica e cultura. Si tratta di esperienze parallele che
corrono su binari affiancati e di conseguenza la latitanza di una politica cinematografica si traduce in mancanza di
progetti e prospettive. Tutta questo ha
fatto sì che il meccanismo si sia inceppato e che abbia smarrito la stessa consapevolezza del proprio ruolo, oltre che
della propria identità, incapace di offrire
una visione della società in prospettiva
storica, se non quella di tanti piccoli segmenti occasionali oscillando fra commedia e dramma mai coordinati fra loro e
riconducibili a una crisi epocale. Indubbiamente stiamo galleggiando in un
vuoto di tempo dove manca un atteggiamento spirituale in grado di denotare
un'anima comune, stiamo vivendo
un'epoca storica caratterizzata dalla frammentazione, dove trionfano il livellamento del gusto, la massificazione, la
perdita di identità (si torna inevitabilmente a Reality) e tutto questo si espande
e si ricompone in una metamorfosi progressiva, nel gigantesco e magmatico
blob di una situazione generale ingarbugliata e paradossale, incapace di darsi
contorni più chiari. Una patina confusa
finisce così per stendersi sull'intera vita
sociale e non si vede la voglia di voltare
pagina. Se non a parole, in un inutile, immediatamente disatteso ritornello. E il
cinema, parte di un tutto, non si sottrae
all'andazzo generale,
“Quando abbiamo bisogno di ricostruire
il senso di un'epoca è agli scrittori che
chiediamo aiuto” disse una volta giovanni Raboni. Mai parole furono più
sagge, ma soprattutto appropriate al caso
in questione.
Il punto debole del cinema italiano, il suo nervo scoperto è la carenza di
bravi sceneggiatori, di scrittori capaci di
trasformare i bisogni reali della gente in
un tesoro a cui tutti possano attingere. Lo
ha detto gary newman, presidente della
Fox Television, indicando nella sceneggiatura “un laboratorio per esplorare e
usare come risorse immaginative le vere
L'Alfiere
emozioni del pubblico.” d'altra parte non
era forse san Paolo, il grande comunicatore, a dire che “se le parole sono pietre,
le parole scritte sono i mattoni con i
quali è costruito l'edificio della cultura,
fondamento di ogni sapere”?
Il cinema italiano deve recuperare innanzitutto la sua identità culturale
per farsi interprete (e perciò anche guida)
della società. Baudelaire vedeva negli
impressionisti una categoria privilegiata
di “flaneur”, osservatori della commedia
umana che si offriva quotidianamente ai
loro occhi. La stessa opportunità si presenta oggi agli intellettuali-cineasti che
hanno la possibilità di comunicare con
milioni di persone trasformando la funzione sociale del cinema in civile e pedagogica. Il cinema è parte integrante
della comunità nazionale, ne è il cuore
pulsante che le dà respiro e volto, ne è
messaggero, ambasciatore e punta strategica. Purtroppo, l'accondiscendenza ai
gusti più banali del pubblico ne ha deteriorato il rendimento e la domanda ha
prevalso sull'offerta trasformandola in un
rigido canovaccio di commedia rimpinzata oltre misura di accenti comici. La
piaga del trasformismo è onnipresente e
non ha risparmiato neppure i cineasti.
Che non hanno esitato a saltare il fosso e
a passare dall'altra parte.
Enzo Natta
pero della memoria storica delle Due Sicilie,
permettendo a tanti di riscoprire eventi e personaggi cancellati dalla storiografia ideologizzata trasmessa nelle aule scolastiche e
universitarie.
Per molti, L’Alfiere è stato il punto
di partenza per una ricerca culturale, ma
anche personale, delle proprie radici e della
L’Alfiere è la storica pubblicazione napoletana tradizionalista fondata nel 1960 dall’avvocato Silvio Vitale.
Autorevole punto di riferimento per
il mondo tradizionalista meridionale e non, la
rivista per prima intraprese la difficile strada
del recupero delle fonti storiche per una rilet-
propria identità.
tura critica della vicenda risorgimentale, in
netto contrasto con la retorica storiografica
rinnovata dal centenario dell’unificazione
d’Italia, allora appena celebrato.
Nel corso degli anni, L’Alfiere ha
ospitato firme di indiscutibile valore nel
campo della ricerca storica ed ha promosso
innumerevoli iniziative culturali per il recu-
47
Recensioni
Tὰ βιβλία
LIBRI
- GIORNALI E RIVISTE - EVENTI - CINEMA - SPETTACOLO
a cura di Francesco Cappuccio, Enzo Galizia e Maria Sara Ruggiero
PRIMO SIENA
Incontri nella terra
di mezzo-profili
del pensiero
differente
Solfanelli, Chieti, 2013,
pagg. 216, euro 15,00
Primo Siena è uno studioso e uomo di
pensiero tra i più autorevoli oggi presenti
e attivi a livello dottrinario e saggistico. È
anche un autore tra i più conosciuti e apprezzati da un vasto pubblico a livello internazionale, dato che le sue pubblicazioni
di ricerca e puntualizzazione storica,
filosofica e meta politica sono rivolte a lettori italiani ed europei e dell’America
latina (e seguite, lette con interesse in altri
parti del mondo occidentale), dove egli
ormai vive e opera da molti anni, prima
quale dirigente di istituti scolastici italiani
all’estero e susseguentemente nella qualità
di docente di istituti universitari in Cile e
in Argentina e altri paesi del continente
meridionale americano. Scrive in italiano
e spagnolo, ma molti suoi libri sono stati
tradotti in inglese, francese e tedesco. La
sua produzione letteraria sin dai primi anni
cinquanta del secolo scorso è vastissima e
pregevole, e verte sui temi più diversi. Chi
scrive queste note ha la fortuna e il privilegio di conoscerlo ed essere suo amico proprio dagli inizi degli anni cinquanta ed è
unito a lui da ideali, valori, visione di vita
spirituale. È un’amicizia la nostra lunga
una vita ed egli è stato sempre per me un
punto di riferimento e di confronto pur
quando qualche interpretazione su singoli
episodi storici o di attualità politica o su
personaggi e principi sembrava diversa ed
era affrontata da noi in modo dialettico.
Poi, scoprivamo che dicevamo le stesse
cose da angolazioni differenti. Con Primo
Siena ho militato per decenni nella stessa
formazione politica, ritrovandoci sempre
sulle stesse posizioni e insieme a lui ho vissuto anche una lunga attività sindacale,
nella gloriosa Cisnal, con funzioni dirigenziali, specialmente per ciò che riguardava
visioni pedagogiche didattiche del mondo
della scuola e del sistema educativo e formativo. Non credo che questa comune es-
perienza sindacale possa destare stupore
per due persone che hanno seguito convintamente gli stessi ideali. Ogni attività dell’uomo non può essere considerata estranea
a chi ha una visione della vita che ha come
presupposto essenziale il principio della
trascendenza come inizio di ogni cosa e il
rispetto della legge naturale, il principio
della sussidiarietà come elemento essenziale di ogni concezione politica ed ogni
costruzione statuale, insieme alla difesa
della libertà individuale. Sempre ho apprezzato ogni suo scritto, dai tempi di
“Cantiere” e di “Carattere” e condiviso
con lui le sue considerazioni. Anche il suo
penultimo libro, recensito dall’ottimo Enzo
Natta su queste stesse pagine, mi ha colpito
per le sue puntualizzazioni storiche sul tentativo costituzionale dell’ultimo mussolini
nella Repubblica sociale italiana. Ora a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione di
quel libro, i tipi dello stesso editore, è stata
pubblicata l’ultima fatica di Primo Siena:
“Incontri nella terra di mezzo”- profili del
pensiero differente - che mi ha entusiasmato in modo particolare. Questo libro, un
vero e proprio gioiello, in un certo qual
modo è l’itinerario autobiografico di
Primo Siena, delle sue esperienze vissute
quale combattente nella Repubblica sociale
italiana, arruolatosi volontario, a soli sedici
anni, in un battaglione di bersaglieri del
costituente esercito “repubblichino” nel
lontano 20 novembre del 1943 e subito inviato con i suoi commilitoni in prima linea,
e precisamente nello schieramento di militari della Repubblica di Salò a nord-est
di Gorizia, lungo il corso del torrente Baccia, prendente posto sulle posizioni che anteriormente erano state coperte dal regio
esercito italiano, a difesa dell’estremo confine orientale d’Italia, insidiato dalla pressione dell’armata partigiana comunista di
Tito che avanzava pretese territoriali sul
goriziano e le vallate friulane del Natisone.
Siena scrive: “Il battaglione di bersaglieri
era rimasto, unito, a difesa della Patria
fino al 30 aprile 1945, quando -crollata la
Rsi e decapitato il suo governo con la fucilazione di Mussolini e dei ministri che lo
accompagnavano- le forze armate repubblicane stavano capitolando su tutti i
fronti”. Il battaglione nel quale militava
Primo Siena, mentre percorreva la via
della ritirata, venne catturato verso Udine,
nei pressi di Caporetto da una formazione
partigiana del IX Corpus sloveno. I militari
repubblicani italiani, già ridotti di numero
per fucilazioni selvagge e violente improvvise da parte degli sloveni, furono
avviati al famigerato campo di concentramento di Borovnich (piana di Lubiana) che
fu definito dal coraggioso Arcivescovo di
Trieste il campo dei “morti viventi” per le
sofferenze inaudite che subivano i prigionieri ivi rinchiusi. Primo Siena venne liberato da quel campo ai primi di novembre del
1945, a seguito dell’ispezione di una commissione della Croce rossa internazionale
determinata dalle continue denunce inoltrate dalla coraggiosa madre di Primo
Siena. La commissione compilò un elenco
di una trentina di prigionieri tra i quali vi
era anche Primo Siena, che
ottenne
con molta fatica il rilascio immediato dei
prigionieri più esposti a conseguenze letali
per le loro condizioni fisiche e di salute.
Siena venne liberato ai primi del novembre
1945. Gli altri prigionieri rimasti in quell’orribile campo di concentramento - o
meglio quelli che erano sopravvissuti a una
decimazione continua per sevizie e fucilazioni da parte dei partigiani comunisti
sloveni - poté ritornare in Patria solo nel
febbraio 1943. “Partito nell’autunno del
1943 dal suburbio rurale di Modena scrive Siena - giusto due anni dopo raggiungevo il nucleo familiare domestico a
Verona, dove si era trasferito nel 1944 per
sfuggire a minacciate ritorsioni da parte di
partigiani della pianura modenese”. Siena,
Continua a pag. 48
48
Recensioni
Continua da pag. 47
pur combattendo quotidianamente insieme
a tutti i suoi familiari con le ristrettezze
economiche di quei tempi particolari, ma
forse proprio spinto dalle necessità
riprende e completa i suoi studi interrotti di
scuola media superiore per conseguire il
diploma magistrale, riesce subito dopo a
iscriversi alla facoltà di magistero presso
l’università di Verona e a laurearsi all’università “ebbe la buona sorte” di frequentare due maestri della metafisica
classica come mariano gentile e Umberto Antonio Padovani che iniziano a
fargli seguire il sentiero per uscire fuori dal
quel “popolo dell’abisso”, come lo ha
definito Antonio Carioti, quale luogo per
descrivere l’esperienza della disfatta e della
persecuzione vissuta dai reduci della Rsi,
“avvolti da una martellante propaganda
antifascista che li dipingeva come infetti di
un MALE ASSOLUTO”. Per concorso si
guadagnò l’ammissione ai ruoli statali
d’insegnamento nel 1951, assicurandosi
una carriera professionale. La raggiunta
meta del completamento degli studi universitari e della conquista del posto di insegnamento statale, furono le pietre miliari
iniziali per appagare il suo desiderio di “…
dare metodo e disciplina alle incursioni piuttosto disordinate” che aveva iniziato”…
dopo il rientro dalla prigionia nell’ambito
della cultura politica per dotarsi di armi
dottrinali utili ad affrontare gli avversari di
quell’antifascismo che in nome della libertà l’avevano “respinto dai luoghi della
recuperata democrazia italiana con una
sberla sonora”. Siena racconta così
l’episodio dello schiaffo: “nel febbraio del
1946 durante un’accesa discussione politica (si era nei mesi algidi della propaganda elettorale per il referendum
istituzionale) nella storica piazza Bra di
Verona, avevo confessato ingenuamente
che educato nel Fascismo avevo difeso in
buona fede i confini orientali della Patria”.
Ricevetti come risposta un ceffone da un
giovane antifascista. Questo episodio lo
portò a concludere che se “…il Fascismo è
accusato di violenze sistematiche, anziché
discutere con i fascisti per educarli” i democratici li prendono a ceffoni, tanto valeva restare nel campo dei vinti fascisti e
trovare con loro la strada giusta di una reale
democrazia. da qui nasceva l’inquietudine
di Siena, comune a tutti i giovani della sua
età che avevano alcuni anni in meno e che
non avevano avuto la possibilità di fare una
scelta di campo e partecipare alla Rsi per
difendere l’onore dell’Italia dopo il vergognoso armistizio dell’8 settembre 1945, che
erano pervasi dal timore istintivo che il
mondo avversario li mettesse in difficoltà.
Alla resistenza e alla contrapposizione
della propaganda ideologica antifascista,
marxista e liberale, senza avere un
adeguato bagaglio di conoscenze culturali
e dottrinali per poterla respingere “vittoriosamente in nome di una concezione del
mondo e della vita nutrita di convinzioni e
principi suffragati dottrinalmente e che, in
sintonia con il passato, potessero dare alle
mie battaglie ideali e politiche uno scopo
immediato, un valore affettivo, una meta finale”. Andai allora alla ricerca della mia
terra di mezzo “per arroccarmi in essa a
difesa delle giovanili scelte politiche ed
ideali cercando, mediante successive sortite, d’incontrare gli uomini saggi in grado
di placare con il loro magistero l’ansia
spirituale ed intellettuale che vive dinanzi
endario diacronico e continua ad esistere
nella mia mente come uno spazio simbolico dove, lungo più di mezzo secolo, ho incontrato una serie di pensatori che mi
hanno plasmato, via via, culturalmente e
spiritualmente, sia attraverso il contatto
personale che mediante la loro opera intellettuale. Ad essi molto debbo della mia personalità: “ad essi sono grato se, per gran
parte, sono quello che sono, se penso come
penso, se scrivo quello che scrivo”. ho riportato le stesse parole di Siena perché egli
esprime con chiarezza il contributo essenziale che grandi maestri hanno dato allo
sviluppo della sua personalità e in modo indelebile, senza peraltro rappresentare per
lui una “camicia di nesso” dalla quale poter
uscire. La dimostrazione di questa mia affermazione, non è gratuita, ma è dimostrata
Giovanni Gentile
alla crisi dell’epoca contemporanea”.
Anche la ricerca di questi uomini, di questi
autorevoli “maestri”, rappresenta la seconda tappa fondamentale del percorso autobiografico di Primo Siena. Una
autobiografia intellettuale che sarà man
mano sempre di maggiore spessore, con
capacità di spunti originali dio analisi particolari, di riflessioni profonde e ricche di
autentica dottrina spirituale, politica, letteraria, storica e filosofica che distinguono il
“maestro” che oggi primo Siena rappresenta, in tutto lo spessore e l’autorità che
egli è capace di irradiare. “Ho scelto scrive Siena - un titolo tolkeniano per
questa raccolta di saggi dedicata a persone che hanno coltivato il pensiero differente” cioè un pensiero politicamente
differente, cioè un pensiero politicamente
scorretto, non allineato al conformismo del
pensiero corrente. Per John Ronald R.
Tolkien, la Terra di mezzo è un luogo centrale collocato, in un tempo indeterminato,
tra cielo ed inferno e sconosciuto ai quattro
punti cardinali. Nel mio caso, la terra di
mezzo non è un luogo fisico plausibile,
però è un luogo che è esistito nel mio cal-
dall’incontro che lui ha avuto con due
grandi maestri dei quali, insieme ad altri
traccia il profilo. Il primo “maestro” che
Siena “incontra”, non personalmente, è il
maggiore filosofo del secolo scorso. Si
tratta di giovanni gentile, e fu un incontro
solo intellettuale, perché giovanni gentile
fu assassinato proditoriamente e vigliaccamente da un partigiano comunista a
Firenze il 15 aprile 1944. Primo Siena, su
consiglio di gaetano Rasi (allora anche lui
giovanissimo e con il quale dette vita a
“Cantiere”, che è stata una rivista fondamentale per tutti noi che avevamo alcuni
anni in meno) lesse l’ultima opera del
filosofo di Castelvetrano “Genesi e struttura della società” scritta a Troghi presso
Firenze nella torrida estate del 1945, ma
pubblicata postuma nel 1946, dopo la
morte del filosofo e quando la Rsi già non
esisteva più. Quel saggio gentiliano affascinò particolarmente Siena, così come
altri giovani militanti del msi, perché appariva sotto certi aspetti la sua inquietudine
dottrinale che lo assillava. L’opera di gentile affrontava i problemi politici e sociali
in relazione con la religione, la storia, la
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scienza. gentile con il suo saggio sopra citato offriva un concetto potente che
“amava dottrinalmente” la contrapposizione alla destra politica in contrapposizione alla demagogia operaistica della
sinistra antifascista e all’egoismo individualista del liberalismo illuminista. Con
gentile - come osserva Siena - si poteva
rivendicare una concezione sociale in “interiore homine”, e indicava “…quella spirituale esistenza della comunità alla quale
si appartiene”. Molti anni dopo, Siena ritornando sulle pagine suggestive di “Genesi e struttura della società”,
preconizzando un “umanesimo del lavoro”
come l’umanesimo dei tempi nuovi, riconoscendo a operai, artisti, intellettuali,
scienziati una pari dignità, scavalcando la
concezione operaistica, la dignità di azione
che si nobilita nell’humanum e fa del lavoratore l’artefice abituato a modellare l’opera sua… “in vittorioso cimento
consentendogli di ascendere al livello del
valore autenticamente culturale dell’idea
classica, romana dell’ozium - fatica senza
fatica - come la cantò gabriele D’Annunzio - considerata nella cultura animi ciceroniana”. Naturalmente nel mettere in
rilievo ed esaltare quanto di valido, umano,
ideale s’intrecciava nella concezione attualistica di giovanni gentile, non dimentica tutto ciò “…che risentiva della rigidità
sistematica hegeliana”, riconsiderando il
pensiero del filosofo secondo una rielaborazione italiana originale, “…che abbandonasse le mere esercitazioni culturali per
attualizzarsi nella vita come azione”. Allo
stesso modo Primo Siena, cerca di motivare un arco dottrinario valido per chi non
accetta la concezione materialistica di
marx e dei suoi epigoni politici e quella
liberale di origine illuminista, ricorrendo
anche la pensiero di evola. Infatti, Siena,
sempre intorno agli anni cinquanta incontra
Julius evola che offre strumenti culturali
“per svolgere, secondo la prospettiva della
tradizione metafisica, una radicale analisi
critica di quella modernità che coincideva
con gli ambienti intellettuali dell’antifascismo trionfante”. Siena deve molto a
evola, come tutti coloro che hanno cercato
di fornirsi di una preparazione culturale e
dottrinaria per poter controbattere alle visioni “moderniste” degli antifascisti militanti di ogni colore. Qualcuno dei giovani
schierati sulle posizioni politiche del msi,
invece, ha dimenticato i suoi “furori” evoliani degli anni cinquanta, e non perde occasione per demonizzarlo in ogni suo
scritto e non riconoscendo che il pensiero
evoliano e la sua concezione della
tradizione metafisica, ha permesso a lui e
alla quasi totalità dei giovani di destra di
quell’epoca, di approdare sui lidi sicuri
della tradizione cattolica che, a mio avviso
è l’unica tradizione reale. Primo Siena si
è servito dell’apporto della “tradizione
aristocratica” di evola, trascurando
quanto vi era in essa di “magica iniziazione” e di niccianesimo, che è il nucleo fondante, come spesso ricorda il
nostro autorevole personaggio studioso (al
quale sono legato da stima e profonda amicizia, considerandolo un preciso punto di
riferimento) che ha ripudiato la “lezione
evoliana”, del nichilismo oggi imperante.
Ed in questo ha perfettamente ragione. Mi
piacerebbe sintetizzare per i nostri lettori il
tracciato dottrinale di sintesi compiuto da
Primo Siena tra l’“umanesimo del lavoro”
di gentile e l’ideale eroico di evola, senza
il quale non è possibile dare all’uomo il
mezzo essenziale “capace di superare se
stesso e le proprie umane materiali opposizioni per universalizzarsi in superiore,
ma interiormente cosciente, senso dello
Stato”. Ma è evidente che in questa sede,
non è possibile dilungarsi ancora, anche
perché Siena presenta i profili di altri quattordici esponenti del pensiero “differente”.
Essi sono: marino gentile, guido manacorda (che personalmente amo in modo
particolare e suo profilo più sintetico di
quello contenuto nel libro di cui parliamo
è offerto in un articolo di Primo Siena che
compare nelle pagine di questo numero di
“Tradizione”). E ancora Siena presenta con
fedeltà al personaggio e al suo pensiero Attilio mordini, che ha avuto molta influenza sulla mia formazione. E ancora,
Silvano Pannunzio, michele Federico
Sciacca, vintilia Horia, Russel Kirk (il
pensatore conservatore statunitense più autorevole), giovanni Papini, Ferdinando
Tirinnanzi, Romano guardini, emilio
Bodrero, Charles maurras (un vero mito
per molti giovani del dopoguerra), Carlos
Alberto Di Sandro (purtroppo poco
conosciuto in Europa, ma tra i maestri del
“pensiero differente” più autorevoli). Ma
tutti i profili dei pensatori elencati offrono
a Primo Siena (per le comparazioni che
egli fa tra alcuni di essi, e il pensiero di ognuno di essi esposto ed analizzato) di comporre dei preziosi e complessi saggi di alta
filosofia, espressa con profondità e con
grande significato semantico per ogni
parola scritta. Un “gioiello” straordinario
questo libro, da leggere e studiare. Sicuramente uno dei migliori libri di Primo
Siena.
Angelo Ruggiero
PAOLO dEOTTO - LUCIANO GARIBALdI
La vera storia
dell’Uomo qualunque
Solfanelli, Roma,
pagg. 256, euro 15,00
Un omaggio a guglielmo giannini.
Bello, sincero e onesto. ho la fortuna
di conoscere personalmente luciano
garibaldi e per questo posso enfatizzare
questo libro quale tentativo migliore per
riabilitare la figura di un politico italiano,
guglielmo giannini appunto, fondatore
del settimanale “L’uomo qualunque”
prima e del partito omonimo dopo. Lasciando in eredità, almeno fino a quando
non era uscito questo libro, un modo di
dire che è diventato tristemente, suo malgrado, una condanna. Come succede
spesso in Italia, si coniano appellativi che
servono a stroncare qualsiasi tentativo
serio di scardinare il sistema di potere italiano. “Qualunquismo” è entrato nel vocabolario politichese di prepotenza
significando superficialità di analisi e
quindi pochezza di giudizio per chi se lo
vede cucire addosso. Come “fascista”,
“terrone”, “talebano” e altri, con “qualunquista” si finisce per far morire sul nascere
la voglia che l’interlocutore ha di
smontare, spesso con completezza di argomenti, l’altrui tesi. Questo libro mette le
cose a posto e smonta, invece, l’ennesimo
castello di sabbia che sorregge un terribile
modo di dire purtroppo molto in uso.
Grazie all’opera meritoria di luciano
garibaldi e di Paolo Deotto. Entrambi
con questo libro ci fanno rivivere fasi della
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storia molto importanti utili per leggere
quanto sta accadendo anche in questi
giorni. Non a caso l’opera editoriale si chiude con un capitolo dove si prova ad accostare la figura di giannini a quella di
grillo. Con un sostanziale vantaggio per
il primo. giannini, infatti, riuscì a proporre qualcosa di concreto. da grillo
stiamo ancora aspettando. Entrambi comunque nascono nello stesso ambito. Lo
spettacolo. L’intrattenimento. Il commediografo giannini pensa di far riflettere
gli italiani umiliati dal secondo conflitto
mondiale usando un giornale, e soprattutto
il suo stile narrativo rivoluzionario e ancora oggi molto imitato, corredato anche,
e soprattutto, da vignette umoristiche. Ma
taglienti. È il 27 dicembre del 1944
quando esordisce “L’uomo qualunque”.
L’articolo di fondo di quel numero apre il
libro. giannini non era fascista, la guerra
gli portò via anche il figlio, Mario, ventunenne che tanto adorava. E si scagliò
apertamente contro gli antifascisti, visto
che non li considerò alla sua stessa
stregua, servitori della Patria. Quella con
la P maiuscola. Questo suo non scegliere
in un clima di assoluto bipolarismo lo
portò a pagare un caro prezzo. Il settimanale venne subito messo alla gogna e
dovette sospendere le pubblicazioni. Gli
attacchi circostanziati a dc, Psi, Pri e Pci
non lo aiutarono. Il Consiglio di Stato sì.
Riabilitato “L’uomo qualunque” riprende
le pubblicazioni in un clima favorevole a
giannini che divenne sempre più popolare. garibaldi e Deotto raccontano la
parabola di giannini, passato a fondare
l’omonimo partito, fino al volontario esilio. Una fase della storia che serve anche
alla nuove generazioni per capire cosa fu
giannini e il suo tentativo di indagare le
opere, i fatti e le omissioni dei padri della
Costituzione. E per capire perché oggi
subiamo questo paese. Con la p minuscola.
Francesco Cappuccio
GIANFRANCO AMATO
I nuovi Unni
Fede & Cultura, Verona, 2012
pagg. 224, euro 18,00
Non è lontano il giorno in cui, accertata la
perfetta estinzione degli equivoci intorno
alla destra a trazione liberale e/o neopagana, sarà possibile meditare seriamente
sui princìpi di una scienza e di un'azione
conformi alle verità della tradizione cristiana.
Un rilevante contributo alla
restaurazione della politologia, intanto, è
offerto da gianfranco Amato, uno studioso formato alla scuola di don luigi
giussani e di S. e. luigi negri e affermato nell'impegnativa attività di editorialista del quotidiano Avvenire.
Per l'editore veronese giovanni
Zenone, titolare di Fede & Cultura,
Amato pubblica un saggio, “I nuovi
Unni”, che offre una nuova via di ricerca
con il catalogo degli errori discendenti
dallo scisma anglicano.
S. e. negri, Vescovo di Ferrara?
Infatti, riconosce che Amato “riesce a dimostrare come e perché proprio la Gran
Bretagna sia diventata il paradigma di
una società in cui i frutti velenosi della Riforma hanno portato alla scomparsa di
Dio dall'attuale orizzonte culturale”.
Il giudizio apre nuovi orizzonti
agli studiosi distogliendo l'attenzione dei
critici dalle arretrate regioni della Germania luterana e indirizzandola, come suggerì
Hilaire Belloc, al regno d'Inghilterra “che
prestò e non cessò di prestare, l'energia di
una grande tradizione civile alle forze
[dell'eresia luterana] il cui impeto originario era diretto contro la civiltà europea
e le sue tradizioni”.
Il rovesciamento sulla rivoluzione inglese delle accuse per pigra convenzione rivolte al pensiero germanico,
rettifica e perfezione il pensiero antimoderno, consentendo ai suoi interpreti di coniugare la controrivoluzione con la visione
del disordine - la desocializzazione - gen-
erato dall'individualismo e dal relativismo.
Si tratta delle suggestioni abilmente
diffuse da certa filosofia, che da secoli
confonde i sudditi di Sua Maestà e ultimamente desta l'ammirazione dello stile inglese fra i popoli di antica tradizione
cattolica.
In forza del nuovo criterio gli
storici di scuola tradizionale possono comprendere il processo per cui l'aristocrazia
inglese, per effetto della riforma attuata da
enrico viii e da elisabetta i, degenerò
trasformandosi in oligarchia di stampo liberale e plutocratico.
Alla luce del rinnovato giudizio
sulle origini dell'eversione decadono i motivi della stima infondata che alcune scuole
controrivoluzionarie nutrono nei confronti
della cultura anglosassone.
Al proposito Amato cita un penetrante giudizio di Alasdair macintyre:
“L'io specificamente moderno, nell'acquistare la sovranità nel suo proprio
reame, ha perduto i confini tradizionali
che gli erano stati forniti da un'identità sociale e da una visione della vita come
processo orientato verso un fine prestabilito”.
d'ora in avanti la critica antimoderna, senza dimenticare l'orrore del passato
germanico, deve indirizzarsi alla fiorente
plutocrazia anglosassone e in ultima analisi alla filosofia che valuta le azioni degli
uomini in ragione della loro capacità di
produrre benessere materiale e piaceri
squisiti.
di qui ha infatti origine l'appiattimento della morale sul relativismo, “che
relativizzando se stesso scompare nel buco
nero della sua stessa creazione”.
Il risultato finale del relativismo
è “la riduzione dell'esistenza a mero sentimento” infine l'apparizione dell'uomo desocializzato e de-culturalizzato, il nomade
smarrito nella foresta delle emozioni offerte dalla fabbrica del surreale.
Quasi sviluppando la tesi di
Ennio Innocenti sul ribaltamento nello
stato d'animo libertario della dottrina luterana sulla natura quale species contraria al
Creatore, Amato rammenta che la magia
nera praticata nelle logge massoniche, non
poteva trovare un terreno migliore di
quello offerto dal libero protestantesimo.
Nella seconda, parte del volume
è proposta una panoramica dei vizi estremi
che accompagnano la diffusione del relativismo.
Nel campionario degli orrori narrati dalla cronaca inglese e puntualmente
ripresi e commentati da Amato brilla la viContinua a pag. 51
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cenda di gianfranco Fini, che celebra il
proprio autodafé laicista e antifascista
nella Chatam house “vero e proprio santuario massonico dei poteri fortissimi”. Un
segnale forte, lanciato ai tradizionalisti
Vittorio Del Tufo
.PAdRE GIOVANNI MANCINI
Francesco Denza
meteorologo
ed astrologo
Arte Tipografica, Napoli, 2009,
pagg. 540, euro 30,00
Nel 1894 innumerevoli scritti di respiro
internazionale ne riconobbero l'«irreparabile perdita per l'Italia e la scienza
tutta». Come nei primi anniversari dalla
scomparsa, solenni cerimonie ne evocarono la grandezza d'opera e d'intelletto,
mai presagendo che di lì a poco l'insigne
figura di eccelso luminare delle arti
matematiche, di eminente scienziato capace di imporsi con autorevolezza all'opinione pubblica culturale e sociale
della seconda metà dell'800, sarebbe ingiustamente entrata nell'«oblio dei tanti».
Ingrata, la storia è chiamata a fare ammenda restituendo al suo illustre figlio,
Padre Francesco Denza, l'afflato eterno
della conoscenza dei posteri. Sacerdote
religioso dell'ordine Posillipo ospita il
prestigioso istituto Scolastico e della divulgazione della meteorologia in Italia
di cui seppe affermare tecnologie creando una valida scienza contemporanea,
di cui ne fu al completo servizio.
durante la sua vita, di cui
Napoli, Torino, Firenze e Roma furono
storico teatro quali capitali dell'avvicendarsi temporale del Regno delle due Sicilie all'Unità d'Italia, il Denza realizzò
oltre 385 osservatori meteorologici e 500
osservatori pluviometrici su tutto il territorio nazionale, dallo Stelvio allo Sicilia,
fino ad istituire l'Ufficio Centrale della
meteorologia a Roma. Nei sessant'anni
della sua esistenza dal 1834 al 1894, anni
centrali e decisivi della difficile e
travagliata formazione e poi vita dell'Italia, la sua scienza si elevò infatti a baluardo unificatore, tanto che un eminente
suo contemporaneo ebbe a definirlo
«uomo del Risorgimento italiano». Ancor
prima dell'unificazione, fu tale la sua
affermazione scientifica nel mondo dei
grandi luminari da essere ritenuto
«padre» delle Meteorologia in Italia.
Raggiunta un'equilibrata struttura politica e sociale di coscienza
nazionale e maturando saggio «spirito
pubblico e virtù», il Denza seppe vivere
quei tormentati momenti storici con ammirevole grandezza d'animo, ma anche
profondo discernimento, spirito critico e
con la saggezza propria di attento ricercatore ed osservatore, abituato sempre ad
una scrupolosa analisi dei fenomeni. di
lui è scritto: «Con il suo brillante animo
ottocentesco egli è stato una grande
figura di sacerdote e di scienziato italiano che in tempi così difficili per la Patria e per la Religione ebbe vivissimo
l'amore per entrambi. Fu gloria della
Chiesa al cospetto della Patria giovanissima e al cospetto di tutta la Storia».
Ma il suo «genio napoletano»
non conobbe limiti, spaziando con competenza e fama il vasto campo dello
scibile. Autentico luminare della matematica e della fisica, si interessò con
successo anche alla sismologia, al magnetismo terrestre come nello studio delle
«meteore luminose», delle eclissi, fino
alla spettrologia e alla sua applicazione
gnostica celeste.
Denza, che oltre cento accademie tra le più famose al mondo l'ebbero
a socio con estremo orgoglio, fu inoltre
grande astronomo e in pochi anni, gli ultimi della sua vita, su incarico di Papa
leone Xiii, riportò la specola Vaticana
ai più alti prestigi internazionali, e fu insignito del riconoscimento di partecipare
alle stesure della «Carta del Cielo». Un
mese dopo la sua scomparsa, Pietro
maffei, accademico, scrisse: «La morte
del Denza segna per le scienze l'eclissarsi di un Sole; per cento cultori del
cielo, lo scomparire di un padre». Le sue
opere donarono lustro all'Italia risorgimentale ma ancor più alla Chiesa Cattolica. Ad Essa e al Papato fu devoto
figlio, sacerdote e religioso esemplare,
fedele al suo ordine, solerte e preparato
docente ed educatore nella formazione di
generazioni giovanili dell'alta società,
riuscendo ad affermare una perfetta sintonia ed una totale complementarietà tra
Scienza e Religione. «Ei fu uomo nel
quale si unì alla severità di una cultura
modernissima, la schiettezza della fede
antica, alla scientifica laboriosità lo studio assiduo della religiosa perfezione...
Dio fu il suo termine, fede e scienza il suo
programma (P. Armani)».
Quale giustificazione può
dunque addursi al non aver perseverato a
siffatto meritevole uomo e religioso un
posto tra gli illustri della Scienza e del
suo stesso Ordine? Quale l'ingiusto motivo di simile mancanza? Il Senatore
dell'allora Regno d'Italia, nella commemorazione del IV Centenario dell'Ordine
dei Padri Barnabiti del 29 aprile del
1934, ebbe a dire: «I Bernabiti, schivi di
onori, alieni di ambizioni, rifuggenti da
ogni specie di esaltazione della propria
opera, sdegnosi di ogni scalpore e di
troppo apparire, prediligono per contro
l'ombra... Questa aristocrazia dell'anima
è tradizione dell'Ordine mantenuta e custodita dai successori in tutti i tempi ed in
tutti i campi dell'apostolato». Ma se ad
Esso è doveroso tributare il dovuto
rispetto, la Sotira invece non può e non
deve più esimersi.
Questo il nobile proposito che
ha animato la stesura del recente volume
«Francesco Denza meteorologo ed astronomo», scritto dal Padre Barnabita
giovanni mancino ed edito da Arte Tipografica. Subito apprezzata a livello
nazionale con diversi premi e riconoscimenti, l'opera è un'attenta ed esauriente
testimonianza della grandezza umana e
d'ingegno dell'illustre sacerdote al quale
mancino, suo concittadino, tributa con
profonda ammirazione ed impegno - spiega - scoprire, conoscere a fondo far
conoscere largamente uno dei più grandi
scienziati dell'Ottocento».
Alessandra Gargiulo
Ai lettori
“Tradizione” riprende le pubblicazioni
coerente con la impostazione di sempre.
Vogliamo soltanto rafforzare la sua funzione
di strumento di approfondimento culturale sui temi che rappresentano
le sfide politiche, economiche e di civiltà di oggi.
In questo numero abbiamo affrontato anche l’attualità
e cercato di offrire ai lettori alcune chiavi di interpretazione che aiutano
la comprensione dei fatti.
La veste grafica con le immagini di qualificata arte pittorica
intende esprimere un’idea unitaria di collegamento delle pagine
e delle parole scritte.
Le fotografie inserite negli articoli vogliono rappresentare la realtà
nella sua immediatezza.
Poiché vorremmo raggiungere un livello di contenuti
e di grafica della rivista il più possibile coerente
con il nostro obiettivo culturale e politico
chiediamo la collaborazione dei lettori che sono caldamente invitati
a darci suggerimenti sui contenuti e sulla impostazione grafica.
Con il prossimo numero, sulla base delle proposte, che ci arriveranno,
e della riflessione redazionale,
daremo alla rivista la sua definitiva impostazione.
Fin da ora chi vorrà seguire in tempo reale l’attualità può andare sul sito
www. culturaperlapartecipazionecivica.it
La diffusione di “Tradizione” dovrà avvenire
con la campagna abbonamenti e “il passa parola” tra gli amici ed i lettori
che si riconoscono nelle nostre tesi e nei nostri valori.
Partecipare e collaborare a questa nuova avventura di “Tradizione” si può,
scrivendo a: Direzione di “Tradizione”,
Piazza Roma, 4, Scala C - 04110 Latina,
oppure all'indirizzo di posta elettronica: [email protected]