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Giorgio Nebbia
Racconti di ecologia
Ecoalfabeto
Collana diretta da Marcello Baraghini e Stefano Carnazzi
Coordinatore della collana: Edgar Meyer
© 2011 Giorgio Nebbia
© 2011 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
ISBN 978-88-6222-156-6
www.stampalternativa.it
email: [email protected]
foto di copertina: © gjfoto - Fotolia.com
Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons “Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5”, consultabile all’indirizzo http://creativecommons.org. Pertanto questo libro è libero, e può essere riprodotto e distribuito, con ogni mezzo fisico, meccanico o elettronico, a condizione che la riproduzione del testo avvenga integralmente e senza modifiche, a fini non commerciali e con attribuzione della paternità dell’opera.
Ecoalfabeto – i libri di Gaia
Per leggere la natura, diffondere nuove idee, spunti inediti e
originali. Spiegare in modo accattivante, convincente. Offrire stimoli per la crescita personale. Trattare i temi della consapevolezza, dell’educazione, della tutela della salute, del
nuovo rapporto con gli animali e l’ambiente.
I LIBRI DI
GAIA ANIMALI & AMBIENTE
CON IL CONTRIBUTO DI
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alla produzione di questo libro
sono state compensate dal processo
di riforestazione certificato
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Alla Gabriella
che mi ha accompagnato
nella vita e nel lavoro
per 54 anni felici di matrimonio
Introduzione
L’ecologia è una disciplina scientifica – o forse una
maniera di vedere il mondo – che si occupa dei rapporti degli esseri viventi fra loro e col mondo circostante.
Giorgio Nebbia, pioniere dell’ecologia, scienziato, giornalista e lucido divulgatore delle tematiche ambientali, propone in questo libro una serie di riflessioni – che
abbiamo voluto chiamare “racconti” perché hanno il
fascino e la scorrevolezza delle narrazioni – tra le più
argute della sua vasta produzione intellettuale e saggistica. Attraverso gli articoli, divisi in capitoli tematici,
si spazia su (quasi) tutto lo scibile della sostenibilità
ambientale: dalle origini del termine “ecologia” ai ritratti di alcuni pionieri, dalle considerazioni sull’importanza dell’acqua e del sole alla necessità della riciclo-logia .
In questi articoli, in questi “racconti”, in queste “lettere”, Nebbia (collaboratore di Gaia, l’associazione che
in partnership con Stampa Alternativa promuove questa collana: altri suoi gustosi scritti si possono trovare
nella sua rubrica all’interno del portale www.gaiaitalia.it) si rivolge agli insegnanti, agli studenti, alla
classe dirigente, ai cittadini attenti ai destini del nostro piccolo pianeta. Con parole semplici. Ricordando
fatti e persone. Avanzando proposte. Unendo analisi
scientifica e buonsenso.
Scorrendo le pagine di Ambientiamoci si impara ad
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amare la robinia e la ginestra, si incontrano Garrett
Hardin e la sua parabola della mucca, si scoprono le
radici (italiane) dell’energia geotermica, si ripercorre
per qualche attimo la vicenda di Seveso, si comprende
perché la scelta nucleare è errata. L’autore ci prende
gentilmente per mano e ci racconta storie di inquinamenti, di scoperte scientifiche, di uomini del futuro.
Ma anche di escrementi (l’oro nelle fogne), della vicenda dell’intossicazione delle operaie di un’oscura fabbrica americana, dei meccanismi dell’energia osmotica. Insomma, attraverso storie e aneddoti ci parla di
acqua, di energia, di merci, di rifiuti, di lavoro e ambiente, di pace. In una parola: di ecologia. Per conoscere e capire l’ambiente che ci sta attorno. E rispettarlo.
Per “ambientarci”.
Giorgio Nebbia è uno dei padri nobili del movimento
ambientalista italiano e internazionale. È stato – ed è
ancora – uno dei protagonisti di assoluto rilievo nello
studio della questione ambientale, affrontata nell’ottica del chimico, dell’economista e del merceologo. Libero docente di Merceologia, ne è stato professore ordinario (ora emerito) presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari dal 1959 al 1995. Nella
stessa facoltà ha insegnato Ecologia dal 1972 al 1994.
Si è occupato dei processi di trasformazione delle risorse naturali in merci, del carattere dei sottoprodotti
e delle scorie dei processi di produzione e di consumo
e del loro nuovo destino nei corpi riceventi naturali.
Di questa circolazione natura-merci-natura ha elaborato una contabilità economico-ecologica. Proprio
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l’analisi di tale circolazione consente di esaminare gli
effetti delle attività antropiche sugli ecosistemi, di riconoscere le attività che sono dannose per l’ambiente e di
identificare i mezzi per ricostruire una buona “sintonia” fra gli esseri umani e la natura.
Oltre ad una quarantennale attività di docente (assieme all’analisi del ciclo delle merci, Nebbia ha orientato i suoi studi sull’energia solare, sulla dissalazione
delle acque e sulle questioni relative alla risorsa acqua), è stato ed è attivo nei principali movimenti di
difesa dell’ambiente – soprattutto a fianco delle popolazioni che lottavano contro le centrali nucleari, le fabbriche inquinanti, la speculazione edilizia e la caccia
– ed è stato deputato (dal 1983 al 1987) e senatore (dal
1987 al 1992) della Sinistra indipendente.
Noto a livello internazionale anche per la partecipazione alle prime conferenze mondiali sull’ambiente e
lo sviluppo (Stoccolma 1972, Vancouver 1976), i materiali da lui prodotti sono di dimensioni imponenti:
una parte (specie riguardante l’attività parlamentare)
è stata anni addietro depositata presso l’Archivio di
Stato di Roma, mentre un’altra enorme parte (riguardante gli aspetti tecnici e militanti dell’attività ambientalista) è ordinata con cura presso la Fondazione
Micheletti di Brescia.
Le riflessioni di Ambientiamoci rappresentano un po’ il
“succo” della sua imponente mole di lavoro scientifico
e accademico, scritti però con la freschezza e la chiarezza che contraddistinguono la sua opera. Ogni periodo – pur nella assoluta facilità di lettura – è denso
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di spunti e va letto e riletto costantemente. Gustatevi la
prosa limpida di Nebbia, è quanto di più stimolante ci
sia nel panorama ambientalista.
In Ambientiamoci si ritrova tutta la verve ma anche la
profondità del pensiero di Nebbia, la densità delle riflessioni eppure la leggerezza di lettura, il rigore
scientifico eppure la capacità di raccontare e appassionare. Spero che ai lettori questo libro faccia lo stesso effetto che fa a me: la sensazione di aver ascoltato le
parole di un maestro saggio e paziente.
Edgar Meyer
presidente Gaia Animali & Ambiente
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Pionieri
Occam e l’elogio della semplicita’à
Un bravo studente di liceo (ce ne sono di bravi, anche molto bravi, e ci sono dei bravi insegnanti) mi ha scritto chiedendo che cosa c’entra con l’ambiente il frate francescano
inglese Guglielmo Occam che avevo citato in un articolo.
Secondo me c’entra e molto, perché molti problemi ambientali possono essere risolti proprio adottando scelte, o
azioni, o processi “semplici” e della virtù della semplicità si
è fatto propugnatore proprio questo Occam.
Guglielmo di Occam era nato a Ockham, nel Surrey, in Inghilterra, alla fine del XIII secolo. Aveva studiato al Merton
College di Oxford, che a quel tempo era un importante
centro intellettuale, poi è diventato francescano e ha studiato e insegnato a Parigi e Oxford fino al 1323. La sua vita successiva è stata in gran parte occupata dalla controversia col papa Giovanni XXII, e i suoi successori, su temi
come il concetto di povertà evangelica e il quesito se l’imperatore potesse deporre il papa. Nel 1324, Guglielmo fu
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convocato come imputato ad Avignone, dove il papa era
esiliato; riuscì a scappare e a rifugiarsi presso Ludovico IV
il Bavaro a Pisa e Roma e finalmente a Monaco. Morto circa nel 1349, probabilmente scomunicato perché eretico, è
stato sepolto nella chiesa francescana di Monaco, distrutta
all’inizio dell’Ottocento.
Guglielmo di Occam è noto per il suo principio di parsimonia, o di semplicità, spesso chiamato “rasoio di Occam”,
che afferma l’inutilità di fare con più, quello che si può fare con meno; in latino: “quia frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”. Risparmio al lettore la ricostruzione di dove e quando è stato scritto questo passaggio, ma
sta di fatto che il principio di Occam ha influenzato Lutero
e molti filosofi successivi, da Locke a Bertrand Russell. E
ancora oggi, in un periodo di scetticismo verso la saggezza
francescana, su internet si trova addirittura un sito dedicato ai seguaci del pensiero di parsimonia e semplicità:
www.ilrasoiodioccam.it.
Nella ricerca scientifica, il rasoio di Occam invita a tagliare
via, con un rasoio appunto, le teorie e gli esperimenti eccessivi e inutili nella ricerca della verità. In ecologia invita
a ricercare i fenomeni che influenzano la natura e l’ambiente semplificando le teorie, le operazioni e le analisi.
Prendiamo il caso della raccolta dei rifiuti solidi: una buona soluzione consisterebbe nel cercare di rendere minima
la richiesta di discariche e di inceneritori e di recuperare
tutto quello che è possibile dai rifiuti stessi. Non sono ubbie, anzi questo principio è imposto dalla legge italiana ed
europea; per raggiungere questo obiettivo, come è noto,
occorre convincere le persone a riconoscere che una parte
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delle componenti dei rifiuti può essere trasformata in nuove merci a condizione che le varie frazioni siano separate
correttamente: tutto il vetro a parte, tutta la plastica a parte, tutta la carta e i cartoni a parte.
L’operazione è un po’ scomoda e fastidiosa e richiede un
po’ di impegno personale. Più comodo è fare una finta raccolta differenziata, come purtroppo spesso avviene.
Prendiamo il caso degli imballaggi: si trovano in molte città dei contenitori che invitano a mettere insieme bottiglie
di vetro e plastica. Il principio di semplicità richiederebbe
ai cittadini di mettere da una parte le bottiglie di vetro e
dall’altra le bottiglie di plastica, in modo da consentire il riciclo di ciascuna delle due materie separate con processi
semplici ed efficienti e ben noti. Quando vetro e plastica
sono miscelati, occorre un complicato processo di separazione e la frazione del vetro così recuperato è contaminata
da parti di plastica che rendono meno efficiente il recupero e generano altre scorie inquinanti. Lo stesso vale per la
plastica che è più difficile da recuperare e trasformare in
nuovi manufatti di plastica riciclata se è contaminata da
tracce di vetro o metalli.
Per il recupero della carta e dei cartoni accade la stessa cosa. Guardate le bocche spalancate dei cassonetti destinati
a raccogliere la carta: anche le persone volonterose mettono in tali cassonetti i contenitori di tetrapak, che non sono
riciclabili insieme alla carta perché contengono plastica e
cere, quando non mettono addirittura i sacchetti delle immondizie tali e quali.
Potrei citare altri casi: il principio di semplicità suggerirebbe di costruire strade ed edifici nelle zone non franose, per
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evitare i danni e i costi delle frane e delle alluvioni, di predisporre processi con un minor consumo d’acqua, meno
energia, eccetera; in un mondo dominato dal dogma che
“di più è meglio” si capisce che non abbia molto ascolto la
parola di frate Guglielmo che suggerisce che “di meno è
meglio”, nel nome del minore consumo di risorse naturali,
del minore inquinamento dell’aria e delle acque.
Marie Curie e la scoperta del polonio
Uno dei più importanti capitoli dell’ecologia ha a che fare
con gli effetti della radioattività. Una pagina della storia
della fisica e della natura cominciata in un capannone col
tetto dalla copertura sconnessa che lasciava passare la
pioggia. In quel laboratorio improvvisato di Parigi c’era un
mucchio di terra scura sul pavimento, un bancone e una
giovane donna, laureata in fisica e in matematica che, al
caldo e al freddo, passava le sue giornate a trattare quella
terra scura a venti chili per volta, con acidi, e a filtrare e a
ridisciogliere i residui con altri acidi ancora. Accanto a lei
il marito, un giovane professore di fisica, controllava ogni
frazione di materiale separato con un apparecchio (di sua
invenzione) che misurava la presenza di “raggi” capaci di
provocare una scarica elettrica fra due elettrodi. Raggi simili a quelli emessi dall’uranio e dal torio.
La giovane fisica di origine polacca, Marie Sklodowska
(1867-1934) sposata Curie, aveva osservato che un minerale di uranio, la pechblenda, emanava i misteriosi “raggi
dell’uranio” in quantità molto maggiore di quanto potesse
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essere giustificato dal suo contenuto di uranio: era come se
nel minerale fosse presente un altro elemento molto più attivo dell’uranio stesso.
Maria e il marito Pierre Curie (1859-1906), dopo un gran
numero di separazioni, nel giugno del 1898 poterono riferire di aver identificato un nuovo elemento chimico molto
attivo, con proprietà chimiche simili a quelle del bismuto.
“Suggeriamo”, scrissero nella loro pubblicazione, “che il
nuovo elemento sia chiamato ‘polonio’ dal nome del Paese
di origine di uno di noi”. Dopo altri sei mesi di lavoro, poterono descrivere l’esistenza di un altro elemento ancora,
che emanava i raggi dell’uranio con una intensità un milione di volte superiore a quella dell’uranio, con comportamento chimico simile a quello del bario, e chiamarono la
nuova sostanza “radio” e il fenomeno “radioattività”.
Per accertare la natura delle nuove sostanze, i Curie riuscirono a farsi regalare, e in parte comprarono di tasca propria, alcune tonnellate di scorie residue delle miniere di
pechblenda di Joachimsthal in Boemia (oggi Jachymov,
nella Repubblica Ceca). Finalmente, nel 1903 Marie Curie
riuscì a isolare cento milligrammi di cloruro di radio puro,
e tale ricerca fu l’argomento della sua tesi di laurea in chimica.
Ben presto fu scoperto che il radio era prezioso per la cura dei tumori; una troppo lunga esposizione, però, provocava ferite e tumori. L’arma che uccide e risana – era il
titolo di un romanzo popolare del tempo – destò un’enorme impressione nell’opinione pubblica in tutto il mondo.
I Curie si rifiutarono di brevettare il procedimento di preparazione del radio che fu ben presto fabbricato su scala
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commerciale. Il governo austriaco, di cui allora Joachimsthal faceva parte, vietò le esportazioni della pechblenda
che si trovava nel suo territorio e si mise a estrarre il radio
sul posto. Quasi contemporaneamente, il radio fu prodotto
in Francia, negli Stati Uniti, in Svezia. Ma, al di là delle applicazioni pratiche, le scoperte dei coniugi Curie aprirono
le porte alla comprensione della natura dell’atomo e del
suo nucleo, alla radioattività artificiale, alla fissione e alla
fusione nucleare, insomma al mondo moderno.
Altrettanto romanzesca quanto la storia del radio è la vita
entusiasmante e drammatica di Marie Curie. In pochi anni
diventò nota in Francia e in tutto il mondo; tuttavia, nonostante la celebrità, i Curie non solo non diventarono ricchi,
ma dovettero fare i conti con ristrettezze economiche alleviate solo in parte dall’assegnazione, nel 1903, del premio
Nobel per la fisica. Nello stesso anno 1903, Pierre Curie fu
proposto per la Legion d’Onore, la massima onorificenza
francese, ma replicò che gli occorrevano non medaglie,
quanto piuttosto un buon laboratorio in cui continuare le
sue ricerche. Pierre Curie morì a Parigi nel 1906, investito
da un carro a cavalli, e Marie rimase vedova a 38 anni con
due bambine: Irene (1897-1956), che avrebbe ottenuto il
premio Nobel per la fisica nel 1935 col marito Frederic Joliot (1900-1958) per la scoperta della radioattività artificiale, ed Eva (1904-2007), a cui si deve una bella biografia della madre, pubblicata nel 1937 e tradotta anche in italiano.
Nonostante l’impegno familiare e l’insegnamento, Marie
Curie continuò le ricerche sulla separazione, purificazione
e sulle proprietà del radio, che le valsero nel 1911 un secondo premio Nobel, questa volta per la chimica. Il succes14
so, che fino ad allora in Francia mai una donna, straniera
per di più, aveva raggiunto, destò, come spesso capita, gelosie e invidie e la Curie fu al centro di una campagna denigratoria: dapprima fu accusata di essere ebrea, proprio
negli anni in cui la Francia era travolta da un’ondata di antisemitismo culminata nel caso Dreyfus, poi di essere
l’amante del collega Paul Langevin (1872-1946), un fisico
anche lui. Queste accuse le preclusero l’elezione, che sarebbe stata ben meritata, all’Accademia di Francia.
Eppure, Marie Curie rimase fedele al suo impegno di studiosa, di madre e al suo altruismo: durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1919) organizzò delle unità mobili dotate di apparecchi per raggi X che permettevano, nelle vicinanze del fronte, di identificare rapidamente e con sicurezza le ferite dei soldati. Marie stessa, con la figlia Irene diciottenne, guidava uno dei laboratori mobili.
Nel 1918, alla fine della guerra, Marie Curie poté finalmente entrare nel nuovo Istituto del radio di Parigi, tanto desiderato, dove aveva a disposizione laboratori adeguati, anche se l’Istituto era dotato soltanto di una piccolissima
quantità, un solo grammo, del radio necessario per le sue
ricerche, quando la produzione mondiale del prezioso e costoso elemento, da lei scoperto, ammontava ormai a vari
chilogrammi.
Una giornalista americana organizzò allora, nel 1926, un
viaggio che portò Marie Curie, già malata, in numerose città
e università americane dove tenne faticosamente varie conferenze e fu accolta entusiasticamente come “la donna del
radio”. Come premio per tanta fatica riuscì a raccogliere i
fondi per acquistare due grammi di radio per il suo Istituto.
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La leucemia provocata dal contatto, per trent’anni, con
tanto materiale radioattivo uccise Marie Curie nel 1934.
Per iniziativa del presidente francese Mitterrand, nel 1995
le sue ceneri, insieme a quelle del marito Pierre, furono
portate nel Pantheon, il tempio della gloria della Francia.
Credo che ogni fisico, ogni chimico, ogni studioso, ogni
donna, direi, dovrebbero essere orgogliosi di avere qualcosa in comune con una persona come Marie Curie. Vorrei
che la sua passione e la sua storia umana, più che la speranza di cattedre, stipendi, onori e interviste televisive,
spingessero un numero crescente di giovani studiosi a
esplorare il mondo della natura con lo stesso disinteresse,
premessa essenziale per le scoperte capaci di alleviare il
dolore dell’umanità.
Vladimir Ivanovich Vernadskij: la biosfera
e la noosfera
Era il gennaio 1945, un inverno terribile di bombardamenti, di lotte sanguinose per sconfiggere definitivamente i tedeschi, la stagione della drammatica scoperta dei campi di
sterminio nazisti. Proprio in mezzo a tanto sangue, la rivista
americana American Scientist pubblicava, come messaggio di speranza, un articolo intitolato: “La biosfera e la noosfera”, scritto dal russo Vladimir Ivanovich Vernadskij
(1863-1945). L’articolo era preceduto da una presentazione
del grande ecologo americano George Evelyn Hutchinson
(1903-1991) che annunciava, con dolore, che pochi giorni
prima l’autore era morto, ottantaduenne, nell’Unione Sovie16
tica. Il dolore della comunità scientifica era ben giustificato
perché Vernadskij era stato un personaggio straordinario e
sorprende che, con tanti ecologi ed ecologisti in circolazione, si parli così poco di lui in Italia.
Vernadskij, nato nel 1863, aveva studiato nella Russia zarista partecipando ai movimenti giovanili di protesta contro
l’assolutismo degli Zar. Dopo un periodo di studi in Germania, Vernadskij era diventato professore di geochimica nel
1890, poi membro dell’Accademia delle Scienze e presidente di una speciale commissione per lo studio delle risorse naturali, incaricata di identificare i giacimenti di minerali di importanza economica sparsi nello sterminato impero russo. Vernadskij aveva studiato, in particolare, i minerali radioattivi che erano stati scoperti e descritti pochi
anni prima dai coniugi Curie.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, Vernadskij aveva
continuato i suoi studi e l’insegnamento. Non era iscritto al
Partito comunista, ma fu rispettato e apprezzato dal governo bolscevico e da Lenin (1870-1924) e poi da Stalin
(1878-1953) che lo incaricarono di continuare a dirigere la
Commissione per le risorse naturali e anzi di intensificarne
l’attività. In un periodo della storia russa che molti libri descrivono come oscuro, violento, intollerante, questo noncomunista fu nominato presidente della prestigiosa Accademia delle Scienze dell’Urss, girava il mondo e passò alcuni anni, dal 1924 al 1926, a Parigi presso l’Istituto Pasteur.
A Parigi insegnò all’università, mettendo a punto la nuova
rivoluzionaria visione biogeochimica della grande unità di
tutto il mondo biologico e inanimato che sta alla base della moderna ecologia. Nel periodo parigino apparvero, pri17
ma in francese e poi in russo, due opere fondamentali di
Vernadskij: La Geochimica e La Biosfera.
Nella Parigi di quegli anni Venti – l’“età dell’oro dell’ecologia”, come l’ha chiamata il biologo italiano Franco Scudo
(1935-1998) – vivevano e insegnavano il grande matematico italiano Vito Volterra (1860-1940), che descrisse le leggi
fondamentali della coesistenza delle popolazioni animali, e
il russo Vladimir Alexandrovitch Kostitzin (1883-1963),
emigrato dall’Unione Sovietica dopo un passato di rivoluzionario, a cui si devono altre opere fondamentali di biologia
matematica.
Le lezioni di Vernadskij erano seguite dal gesuita Pierre
Teilhard de Chardin (1881-1955), che conduceva ricerche
di paleontologia in Cina e a cui si deve il concetto di “noosfera”, la forma in cui la storia naturale dell’uomo si completerà come trionfo della mente.
Tornato nell’Urss, Vernadskij si batté con successo perché
l’Accademia delle Scienze sovietica restasse indipendente
dall’influenza politica del governo, e continuò le sue ricerche sui minerali strategici e radioattivi che avrebbero assicurato all’Unione Sovietica la produzione industriale e la
vittoria contro il nazismo.
Ma, soprattutto, Vernadskij va ricordato per aver elaborato,
in forma compiuta la grande visione unitaria della vita sul
pianeta. Una vita che si basa sulla circolazione degli elementi dall’atmosfera alle piante, agli animali, al suolo, e poi
di nuovo all’atmosfera e alle acque; di questi cicli vitali fanno, naturalmente, parte gli esseri umani.
Oggi sono stati inventati nuovi termini: si parla di visione
“olistica”, unitaria, appunto, dell’ecologia, ma il concetto di
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unità bio-geochimica della vita sul pianeta nasce proprio
con gli studiosi sovietici. Il loro contributo è poco noto forse perché molte delle loro opere sono state scritte in russo, ma c’è stata anche una specie di pigrizia, da parte di
tanti, nei confronti della ricerca delle radici culturali dell’ecologia. A tale pigrizia si deve la limitata circolazione in
Italia delle opere di Vernadskij, anche di quelle scritte in
francese e pubblicate in Francia. La Geochimica non è
mai stato tradotto in italiano, pur essendo un libro ricco di
informazioni e di intuizioni.
Vernadskij, per esempio, parla chiaramente delle alterazioni del clima dovute alla modificazione della composizione
chimica dell’atmosfera. Nel 1926 era già quindi chiaro il
concetto di quello che oggi chiamiamo “effetto serra”. Vernadskij parla del ruolo dell’ozono stratosferico come filtro
delle radiazioni ultraviolette solari biologicamente dannose
e delle conseguenze di quello che oggi chiamiamo il “buco
dell’ozono”. Negli studi biogeochimici di Vernadskij erano
descritti chiaramente i danni dell’erosione del suolo e i pericoli di perdita di fertilità dei terreni a causa delle attività
antropiche irrazionali.
L’altro bel libro di Vernadskij, La Biosfera, ha avuto solo
di recente una traduzione parziale in inglese, da cui è stata realizzata una traduzione, parziale anch’essa, in italiano, pubblicata dall’editore red di Como con una buona introduzione di Jacques Grinevald. Alcuni altri scritti di
Vernadskij sulla storia e filosofia della scienza (con una
bella introduzione di Silvano Tagliagambe) sono stati tradotti e pubblicati per la prima volta in italiano in un libro
distribuito insieme al numero di agosto 1994 della rivista
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mensile Teknos, pubblicata a Roma. La Biosfera e la
Noosfera, a cura di Daniele Fais, è stato pubblicato a Palermo da Sellerio nel 1999 (traduzione dal francese de La
Biosphére, Paris, Fuderot, 1997).
Ma forse l’opera più interessante, quasi il testamento
scientifico e spirituale, è il breve saggio del 1945 pubblicato in America e anche questo non tradotto in italiano, sulla biosfera e la noosfera. Vernadskij usa il termine “noosfera” con un significato diverso da quello, trascendente, usato da Teilhard de Chardin. Per Vernadskij la noosfera è l’insieme delle modificazioni operate sulla biosfera dalle attività derivate dalla mente umana.
Vernadskij spiega bene che tali modificazioni possono
essere negative per i grandi cicli biogeochimici da cui
dipende la sopravvivenza della stessa specie umana, ma
nota che tali modificazioni – se dominate dalla mente
umana, anziché dall’avidità di gruppi o singoli – possono
anche essere positive, possono contribuire al progresso
umano attraverso l’uso razionale e illuminato delle ricchezze della natura.
Un avvertimento e un messaggio di speranza di grande
valore che vengono da uno scienziato passato, a testa alta e rispettato, attraverso lo zarismo e l’epoca sovietica,
giustamente onorato in Russia, tanto che a Mosca portano il suo nome l’Istituto di Geochimica dell’Accademia
delle Scienze, un grande viale, una stazione della metropolitana. In onore di Vernadskij sono stati emessi francobolli e innumerevoli libri ne ricordano la figura e
l’opera.
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Cecil Pigou e le radici dell’economia
ambientale
Se si cercano le radici dell’economia ambientale, della disciplina che cerca di capire come è possibile compensare i
danni economici arrecati dalla violenza all’ambiente, si deve andare a cercare Arthur Cecil Pigou (1877-1959), economista inglese, allievo, all’Università di Cambridge, di Alfred Marshall (1842-1924), che nel 1908 successe a quest’ultimo sulla cattedra di Economia.
Pigou scrisse nel 1912 la sua principale opera, Ricchezza
e benessere, di cui pubblicò varie riedizioni col titolo Economia del benessere, a partire dal 1920. Fra le altre sue
opere si può ricordare L’economia dello stato stazionario, pubblicata nel 1935 in piena crisi economica, in un
tempo che assomiglia sotto molti aspetti a quello odierno.
Fu uno dei primi sostenitori dell’imposta sul reddito e dell’intervento dello Stato per correggere i “fallimenti del
mercato”, fonti di diseconomie esterne, di danni e costi per
alcuni soggetti economici in seguito all’operare, anche se
lecito, di altri soggetti economici.
Le anticipazioni di Pigou non solo trovano conferma negli
eventi di questo inizio del XXI secolo, ma possono farci
comprendere meglio quello che ci aspetta. Il contributo di
Pigou alla “economia del benessere” si può così riassumere: nella vita economica le azioni di ogni soggetto economico non sono isolate, ma influenzano, nel bene e nel male,
altri soggetti economici circostanti, “esterni”, e da questi
stessi sono influenzati. Se una fabbrica sta vicina ad altre
(si pensi ai poli industriali), ne trae vantaggio perché tutte
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mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna
trae beneficio da questa integrazione; le economie integrate però possono anche essere fragili proprio perché dipendono l’una dalle altre. D’altra parte, ogni attività di un soggetto economico può provocare “diseconomie esterne”,
cioè danni e costi ai soggetti economici vicini.
Immaginiamo un soggetto economico, un vignaiolo, che
produce uva, un bene utile, e che, vendendola, guadagna
diciamo 100 lire all’anno; un giorno accanto alla vigna si insedia una fabbrica di scarpe, in modo del tutto legittimo,
anzi lodevole perché produce una merce, le scarpe, di cui
c’è bisogno e fa lavorare gli operai e assicura benessere alle loro famiglie. Però dal camino della fabbrica escono dei
fumi che ricadono sulla vigna vicina e danneggiano l’uva al
punto che il vignaiolo, dopo l’arrivo della fabbrica, guadagna soltanto 50 lire all’anno. Il vignaiolo va dal fabbricante
di scarpe e gli chiede un risarcimento per il danno subito.
A questo punto si possono avere vari eventi. Il fabbricante
tira fuori dalle sue tasche le 50 lire perdute dal vignaiolo e
il vignaiolo ritorna a guadagnare 100 lire all’anno ed è contento, così il fabbricante di scarpe può continuare a inquinare (e la natura non è contenta), ma guadagna di meno e
deve recuperare i soldi dati al vignaiolo; può farlo aumentando il prezzo delle scarpe, che vengono a costare di più
e si vendono di meno, e il fabbricante deve ridurre la produzione licenziando gli operai, con danno alle loro famiglie,
oppure il fabbricante può diminuire il salario agli operai,
sempre con danno alle loro famiglie.
Oppure il fabbricante di scarpe, invece di dare 50 lire al vignaiolo, con la stessa cifra compra un filtro da mettere sul
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camino in modo da non inquinare più, e sono così contenti la natura, il venditore di filtri e il vignaiolo che, cessato
l’inquinamento, ricomincia a produrre l’uva che gli assicura un guadagno di 100 lire all’anno. Ma il fabbricante di
scarpe deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e torniamo al caso precedente. A questo punto fabbricante e
operai vanno dallo “Stato”, da un’autorità superiore a tutti,
e chiedono che sia ristabilita una situazione di giustizia:
che il vignaiolo e il fabbricante siano compensati per il loro lavoro, gli operai abbiano lo stesso salario di prima, le
scarpe costino come prima e possano essere più facilmente vendute. A questo punto lo “Stato” può dare 50 lire al
fabbricante di scarpe e sono contenti tutti: vignaiolo, fabbricante di scarpe, fabbricante di filtri, operai, acquirenti
delle scarpe ed è contenta anche la natura non più inquinata. Ma lo “Stato” deve recuperare le 50 lire aumentando
le tasse al vignaiolo, al fabbricante di scarpe, al venditore
di filtri, agli operai e agli acquirenti di scarpe, e alla fine sono scontenti tutti.
A meno che, come suggerisce Pigou, le tasse non siano applicate sulla base del reddito e pesino di meno sui redditi
minori. La parabola del vignaiolo riflette eventi davanti a
tutti noi ogni giorno. I fabbricanti di una merce (diciamo di
oggetti di plastica) hanno un legittimo guadagno e assicurano un salario ai loro operai, ma purtroppo l’aumento della plastica in circolazione fa aumentare la massa dei rifiuti
inquinanti e danneggia la salute degli abitanti di un Paese.
Si può applicare un’imposta sugli oggetti di plastica e con
il ricavato pagare gli ospedali in cui ricoverare gli ammalati, ma in questo caso gli acquirenti comprano di meno la
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merce inquinante; diminuiscono i rifiuti e gli ammalati, ma
i fabbricanti sono costretti a fabbricare meno plastica e licenziano gli operai. Lo Stato, per assicurare un reddito ai
disoccupati (la cassa integrazione), deve aumentare le tasse o diminuire le pensioni e le spese per gli ospedali.
Un altro caso: il consumo di carbone, petrolio, gas naturale ed elettricità fa aumentare l’inquinamento atmosferico
dovuto all’anidride carbonica che provoca mutamenti climatici e costi; per diminuire queste diseconomie esterne
gli Stati fanno pagare qualche soldo a chi usa combustibili
ed elettricità (la cosiddetta “carbon tax”) per indurlo a
consumarne di meno; i minori danni al clima comportano
però minori guadagni per chi vende energia e merci dipendenti dall’energia e per i lavoratori dei relativi settori.
Che fare? I governanti si arrovellano su questi problemi
nelle innumerevoli conferenze sul clima: forse farebbero
bene a rileggere Pigou per far sì che le diseconomie esterne, sociali e ambientali che ci sono sempre, non ricadano
sulle classi meno abbienti e che anche i ricchi paghino.
Girolamo Azzi e la prima cattedra
di ecologia
Ormai le parole “ecologia” ed “ecologico” sono entrate nel
linguaggio comune per indicare le più svariate cose: la benzina ecologica, le patate ecologiche, la casa ecologica, eccetera, al punto che sono stati dimenticati l’origine vera e
il significato di “ecologia”.
I lettori più informati pensano che l’ecologia sia nata ai
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tempi delle battaglie antinucleari o ai tempi dell’incidente
di Seveso; quelli ancora più informati ricordano le lotte
“ecologiche” contro la contaminazione radioattiva dovuta
alle esplosioni nucleari o contro i pesticidi e le denunce
della “Primavera silenziosa” fatte da Rachel Carson (19071964) nel 1962; i più informati di tutti, infine, sanno che la
parola “ecologia” è stata usata per la prima volta dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) nel 1866. Questo
ammiratore e divulgatore di Charles Darwin (1809-1882)
spiegò che occorreva studiare le interazioni degli esseri viventi fra di loro e con l’ambiente inorganico circostante, i
relativi scambi di materia e di energia e indicò l’ecologia
come l’“economia della natura”.
Pochi però ricordano che una cattedra universitaria di ecologia è stata creata in Italia già nel 1922 a Perugia e affidata a Girolamo Azzi (1885-1969), studioso dimenticato, ma
non per questo meno interessante. Se non fosse stato per
iniziativa dell’Associazione Turistica Pro Loco di Imola, la
città in cui Azzi è nato nel 1885, non avremmo neanche
l’unica biografia disponibile, Girolamo Azzi, il fondatore
dell’ecologia agraria, stampata in appena 500 copie dalla
casa editrice La Mandragora (Via Selice 92, 40026 Imola,
www.editricelamandragora.it).
Appena laureato in Scienze naturali, Azzi – grazie alla sua
buona conoscenza di ben sette lingue straniere, fra cui
portoghese, svedese e russo – fu assunto dall’Istituto Internazionale di Agricoltura di Roma, in un certo senso il precursore di quella che sarebbe diventata l’odierna Fao, l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite, con sede ancora a Roma. Ad Azzi fu affidata la re25
dazione del Bollettino dell’Istituto e con tale incarico conobbe studiosi russi e tedeschi che conducevano ricerche
sui rapporti fra agricoltura e clima. Del resto, in questo
campo già in Italia esisteva l’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica che dal 1876 pubblicava, ogni dieci giorni, la Rivista Meteorico-agraria, sospesa nel 1920.
Nello stesso 1920 una commissione dell’Accademia dei
Lincei riconosceva l’importanza di una disciplina autonoma, l’ecologia agraria, e auspicava l’istituzione di una cattedra universitaria di questa disciplina che fu affidata nel
1924 proprio al professor Azzi. In tale veste, Azzi ebbe continui rapporti internazionali e nel 1934 fu invitato nell’Unione Sovietica dal celebre professor Nikalaj Vavilov
(1887-1943) che conduceva le stesse ricerche nel suo Paese. Non bisogna dimenticare che erano gli anni della grande crisi, della necessità di aumentare la produzione agricola, della “battaglia del grano” fascista in Italia.
Per i suoi rapporti scientifici con l’Unione Sovietica, Azzi fu
guardato con sospetto dal regime fascista; eppure il suo testo Ecologia agraria, pubblicato in Italia nel 1928, con varie ristampe, fu tradotto in russo, in portoghese per il Brasile, in bulgaro, e poi in spagnolo, in inglese, in francese.
Nel 1929, per conto dall’Istituto Internazionale di Agricoltura, Azzi scrisse una monumentale opera, di 1165 pagine,
in francese sui rapporti fra clima e produzione di frumento. Per questi suoi contributi, Azzi fu invitato in tutto il
mondo per conferenze su quella che sembrava la nuova via
per comprendere come le piante reagiscono ai mutamenti
“ecologici” dell’ambiente circostante.
Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), Az26
zi continuò a essere invitato a tenere lezioni e conferenze
in molti Paesi stranieri (dove è ancora conosciuto e ricordato molto più di quanto non lo sia in Italia), sostenendo
l’importanza dell’ecologia agraria: una specie di uomo di
“pubbliche relazioni” per la sua disciplina, come lo ha definito il professor Alessandro Baltadori, che ha scritto l’affettuosa presentazione del libro sul profesor Azzi, prima ricordato, e che è stato, dopo il 1955, il suo successore sulla
cattedra di Perugia.
Girolamo Azzi morì nel 1969 e i pur pochi scritti, riprodotti nel volume già citato, illustrano bene alcuni aspetti della
sua attività e dei suoi interessi che si estendevano dall’ecologia all’agricoltura, alla geografia, all’economia. Ricordo di
avere conosciuto, quando ero un giovane assistente a Bologna, il professor Azzi, già anziano, quando ben pochi sapevano che cosa fosse questa ecologia, la strana materia
che insegnava. Hanno fatto bene i suoi amici a ricordarlo,
sia pure in un piccolo “libro sommerso”, di quelli che sfuggono alla grancassa pubblicitaria, e mi auguro che qualche
lettore sia tentato di procurarsene una copia e magari di
amare un poco l’ecologia, quella vera.
Georgescu-Roegen, padre dell’economia
ambientale
Se qualcuno mi chiedesse quale testo leggere per imparare qualcosa di economia dell’ambiente, un insegnamento
che da alcuni anni a questa parte si sta diffondendo fra le
discipline economiche anche in Italia, suggerirei un libro il
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cui titolo in italiano potrebbe essere “La legge dell’entropia
e il processo economico”, anche se il libro in italiano non è
mai stato tradotto. L’autore è un professore di origine romena, Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1990); in italiano
sono comunque disponibili vari altri suoi libri che spaziano
dall’economia agraria, al comportamento dei consumatori,
a varie rielaborazioni delle idee contenute nel libro fondamentale prima ricordato. Una raccolta dei saggi più “ambientalisti” fu pubblicata da Bollati Boringhieri nel 1998 col
titolo Energia e miti economici, con una breve biografia.
Georgescu-Roegen ha avuto una lunga vita avventurosa;
nato a Costanza, in Romania, vinse giovanissimo una cattedra di statistica nell’Università di Bucarest e, come brillante professore, visitò varie università in Inghilterra e negli
Stati Uniti nei turbolenti anni Trenta del secolo scorso. Nel
1937 rifiutò una cattedra negli Stati Uniti e ritornò in Romania con l’idea di essere utile al suo Paese. Oltre all’insegnamento, diresse il Ministero del Commercio estero in un
periodo in cui la Romania era corteggiata dai sovietici e dai
nazisti per le sue ricchezze petrolifere. Nell’agosto 1944
Bucarest fu occupata dall’esercito sovietico e nel 1944-45
Georgescu-Roegen fu segretario generale della commissione romena per l’armistizio; nel 1948 si trasferì negli Stati
Uniti e ottenne una cattedra di economia nell’Università
Vanderbilt di Nashville, nel Tennessee, una sede abbastanza decentrata rispetto al circuito delle grandi facoltà economiche americane.
Georgescu-Roegen è stato un economista dissidente, eterodosso; non lo sentirete mai nominare dagli economisti seri
ufficiali, perché è andato a esplorare dei territori di confine
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fra l’economia, la fisica e l’ecologia e perché da tale esplorazione ha tratto la sua critica, appunto, ai “miti” dell’economia tradizionale. Nella seconda metà dell’Ottocento, e nella prima metà del Novecento, vari studiosi hanno messo in
evidenza alcune analogie fra fenomeni biologici e fisici e fenomeni economici. L’economia è la scienza di come soddisfare i bisogni umani di cibo e di merci, in un mondo, in una
società, in cui sono limitati lo spazio, le risorse energetiche
e minerarie, la fertilità dei campi, limiti descritti esattamente proprio dalla biologia e dalla fisica. Come è possibile allora far crescere continuamente il benessere, il numero e la
massa dei beni materiali, come richiede l’economia, quando
esistono degli oggettivi limiti fisici e biologici nelle risorse
naturali? Gli economisti seri rispondono che è possibile perché le risorse dell’ingegno, della scienza, della tecnica, sono
illimitate: basta investire denaro ed energia per dilatare i
beni che la Terra può offrire.
Georgescu-Roegen non è d’accordo e ha elaborato una sua
teoria, che ha chiamato di “bioeconomia”, mettendo in evidenza i vincoli imposti all’economia dalle ineluttabili leggi
fisiche della termodinamica, quelle che descrivono la contabilità, la ragioneria, delle trasformazioni dell’energia. È
infatti l’energia che tiene in moto tutti i fenomeni economici e produttivi, è il flusso dell’energia che sta alla base del
flusso di denaro. L’energia, quella del Sole e quella richiesta per fabbricare i concimi e per muovere i trattori, fornisce i raccolti agricoli; l’energia occorre per trasformare i
pomodori nella conserva che arriva nei negozi; l’energia occorre per trasformare i minerali in acciaio e per far muovere le automobili e i treni e per far funzionare i computer.
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Possono cambiare i prezzi del petrolio o dell’elettricità, ma
la quantità di energia necessaria per produrre una tonnellata di grano o di plastica o per tenere accesa una lampadina, pur variabile a seconda della tecnologia dei processi o
dei prodotti, non può scendere al di sotto di una soglia, fissata dalla fisica. E, una volta usata per un processo, l’energia non si recupera più, non torna più disponibile per rifare lo stesso processo; se ne perde sempre un poco. Si dice
che ogni processo trasforma l’energia a bassa entropia in
energia a più alta entropia, e l’economia deve fare i conti
con questa continua perdita e dissipazione di energia utile,
con questo continuo aumento dell’entropia.
Georgescu-Roegen ha ampliato questa visione sostenendo
che si deve tenere conto non solo dell’energia, che si degrada sempre, ma anche della materia. Si ha un bel dire del
riciclo dei materiali usati; raccogliere separatamente la
carta usata è certamente virtuoso perché si evita di tagliare nuovi alberi per fare nuova carta, ma non ci si illuda del
riciclo illimitato. L’atto stesso di usare la carta, o un qualsiasi altro bene, ne altera e peggiora la qualità; un giornale
usato è fatto di carta ma è anche “contaminato” con inchiostri e additivi; quando si ricicla un chilo di giornali si può
stare certi che la carta riciclata recuperata sarà sempre
meno di un chilo; la differenza è costituita da inchiostri,
sporcizia, eccetera. Insomma, nel produrre e nell’usare una
merce “si perde” sempre un poco, sia dell’energia, sia della materia utili. Il messaggio non è di disperazione: è possibile soddisfare i bisogni materiali di cibo, merci, servizi, conoscenza, mobilità, se si tiene presente che le quantità e il
tipo dei beni necessari devono essere scelti tenendo conto
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della disponibilità non solo di denaro, ma di risorse naturali e di energia. La legge dell’entropia stimola, non frena, innovazione e progresso.
Molti ritengono che, per la sua opera, Georgescu-Roegen
avrebbe meritato il premio Nobel per l’economia. Non l’ha
avuto, ma in compenso ancora oggi è riconosciuto come
padre dell’economia ambientale e viene letto e discusso.
Barry Commoner: chiudere il cerchio
della natura
Nel 1972, in coincidenza con la prima conferenza “ecologica” delle Nazioni Unite, quella di Stoccolma sull’“Ambiente
umano”, apparve un libro del biologo americano Barry
Commoner (nato nel 1917) intitolato Il cerchio da chiudere. Il libro ebbe un successo mondiale grandissimo, fu
pubblicato subito in italiano dall’editore Garzanti e una seconda edizione italiana, ampliata, apparve nel 1986. Il “cerchio” è quello della natura, nella quale i fenomeni della vita vegetale e animale si svolgono secondo cicli chiusi; nella natura non esistono rifiuti perché le spoglie dei vegetali
e degli animali e gli escrementi riportano in ciclo gli elementi chimici che essi contengono e che diventano fonti di
vita per altri vegetali; si può dire che nella natura non esiste la morte perché la materia di qualsiasi essere, alla fine
del suo ciclo vitale, ritorna ben presto materia per altri. La
vita è il fine unico della natura e della vita stessa. Lo stesso discorso è valso, per secoli, per le merci non alimentari,
utili a fini umani, derivate dai vegetali e dagli animali: fibre
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tessili, legname come materiale da costruzione e fonte di
energia, saponi, concimi, coloranti, eccetera.
Le molecole offerte dalla natura sono però complicate da
conoscere e trasformare in prodotti commerciali; peraltro
sono distribuite in tutto il pianeta in maniera, direi, “equa”
e democratica; si trovano spesso nelle foreste o nei campi
di Paesi abitati da persone “arretrate” e da tali Paesi arretrati dovevano importarle i Paesi scientificamente, politicamente e industrialmente più “progrediti”. Dopo un po’ di
secoli, i Paesi industriali hanno cercato di liberarsi da questa dipendenza dalla natura e dalle importazioni e hanno
cercato di produrre le stesse, o simili, materie commerciali per proprio conto per via sintetica dal carbone o dal petrolio, più abbondanti e accessibili. A questo punto, il cerchio della natura si è rotto; le merci sintetiche si sono rivelate ben presto non biodegradabili, a lungo persistenti nelle acque e nel terreno, spesso tossiche e inquinanti e si sono formate quantità sempre più grandi di rifiuti intrattabili perché estranei alla natura: si pensi alle montagne di materie plastiche e di imballaggi, ai residui di pesticidi, eccetera. A poco a poco le scelte industriali hanno portato a impoverire il mondo della natura e a degradarlo con le scorie,
e così si è avuta quella rottura del cerchio della natura denunciata dal libro di Commoner.
Sembra che in questi tempi si debba ricominciare a cercare le materie prime rivolgendosi alla natura e alle sue risorse, ad un qualche tentativo di “chiudere il cerchio”, non
perché è aumentata la saggezza e la consapevolezza dei governi, ma perché le materie su cui ci siamo basati finora,
specialmente il petrolio, stanno diventando sempre più
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scarse e costose, perché l’inquinamento e il volume dei rifiuti stanno diventando insostenibili e perché la natura
“fabbrica”, col Sole, e rinnova, anno dopo anno, sempre le
stesse materie. C’è un bel lavoro da fare, per chimici, merceologi (e, perché no?, anche per storici della tecnica), dal
momento che gran parte delle conoscenze del passato sono andate perdute e bisogna ricominciare daccapo. Solo a
titolo di esempio, in gran parte è andata perduta la tecnologia di coltivazione e produzione della canapa e del lino, in
cui l’Italia era all’avanguardia. La tendenza alla sostituzione di parte della benzina con alcol etilico di origine agricola costringe ad andare a ripescare le tecnologie di fermentazione, trasformazione dell’amido, degli zuccheri e della
cellulosa in alcol etilico, le tecniche di distillazione e concentrazione dell’alcol. Vedo, ormai, sul tavolo dei nuovi
ecologisti vecchi trattati come quello di Giorgio Meloni,
L’industria dell’alcol, tre volumi pubblicati da Hoepli nei
primi anni Cinquanta del Novecento, ormai una rarità bibliografica, nei quali sono esposti e spiegati tutti i problemi relativi a quello che è stato ribattezzato “bioetanolo”. Il
cosiddetto “biodiesel”, che è poi un derivato chimico (per
la precisione un estere con alcol metilico) degli acidi grassi presenti negli oli e grassi vegetali e animali, viene prodotto industrialmente da scarti di altre lavorazioni agroalimentari e anche dai grassi residui della frittura (quando si
dice che si possono riciclare anche gli avanzi di cucina!).
Negli oli e grassi, gli acidi grassi sono combinati con uno
speciale alcol che è la glicerina. Quando gran parte dei
grassi erano utilizzati per la produzione del sapone (al
punto che anche la Puglia esportava gli oli di sansa in Ame33
rica dove erano impiegati in saponeria: il colore verde delle saponette di “palmolive” era quello degli oli acidi pugliesi), le industrie ottenevano come residuo la glicerina che
aveva vari usi industriali, fra cui l’impiego nella fabbricazione di un potente esplosivo: la nitroglicerina.
Dal 1950 in poi, l’uso dei saponi è declinato sotto la concorrenza dei detersivi sintetici e la glicerina derivata dai grassi “naturali” è diventata scarsa e per molti anni la si è dovuta fabbricare dal propilene derivato dal petrolio. La produzione di biodiesel dai grassi naturali sta mettendo a disposizione, a basso prezzo, di nuovo grandi quantità di glicerina che ora è diventato conveniente utilizzare addirittura come materia prima per la produzione di quello stesso
propilene, derivato dal petrolio, da cui si otteneva finora la
glicerina. Mezzo secolo fa intitolai “Le merci sintetiche” la
prolusione al mio corso di Merceologia a Bari; sembrava allora che le sintesi dal petrolio e dal carbone potessero liberare i Paesi industriali dalla servitù delle importazioni dai
Paesi sottosviluppati. Forse qualche futuro professore di
Merceologia dovrà dare alla sua prolusione il titolo “Le
merci naturali”. Forse davvero il cerchio della natura si sta
chiudendo.
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Ecologia
Ecologia e storia
Provate a parlare di ecologia con un conoscente: quasi certamente vi risponderà che poche persone sono più attente
di lui ai problemi della natura, all’inquinamento dell’aria (e
magari sta fumando), alla difesa della natura (anche se è
un accanito cacciatore). E, soprattutto, molto probabilmente vi dirà che lui è sempre stato un ecologista, che lo
era fin dal 1980 (per dire una data lontanissima). Altri potranno citare, a titolo di merito, l’iscrizione al Wwf da tempi ancora più lontani. Non si capisce allora come mai, con
tutto l’amore per l’ecologia in circolazione, il pianeta Terra
debba registrare crescenti inquinamenti dell’aria e del mare, frane, scomparsa di specie vegetali e animali, tanto che
viene da chiedersi che cosa intenda tanta gente quando
nomina l’ecologia.
Il sostantivo “ecologia” è stato “inventato”, nel 1866, dal
biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), un fervente
seguace e divulgatore del pensiero evoluzionistico darwi35
niano: Charles Darwin (1809-1882) aveva pubblicato pochi
anni prima, nel 1859, il suo celebre libro sull’origine delle
specie, il risultato delle osservazioni fatte come naturalista
nel suo viaggio di cinque anni intorno al mondo.
In una delle sue conferenze (che venivano poi raccolte in
libri di grande successo, tradotti in numerose lingue), Haeckel fece notare che gli studi sull’evoluzione mostravano
come i vegetali e gli animali si adattino all’ambiente circostante a seconda delle sostanze che possono trarne per la
propria sopravvivenza. Così, i vegetali si nutrono dei composti inorganici presenti nell’aria e nel suolo e li rielaborano, grazie all’energia solare, nelle sostanze organiche delle
foglie, delle radici e del tronco; gli animali si nutrono dei
vegetali; le scorie della vita vegetale e animale – le spoglie
delle piante alla fine del ciclo vegetativo, gli escrementi e i
corpi degli animali – ritornano nel mondo circostante e sono decomposti da esseri viventi specializzati nel trasformarne i vari componenti di nuovo in nutrimento per altri
vegetali e animali.
C’è, insomma, un grande progetto planetario che ha come
fine la propagazione della vita ed è basato su scambi di materia ed energia fra gli esseri viventi e l’ambiente circostante: Haeckel disse che questi scambi sono simili a quelli che
avvengono nell’economia, quando gli esseri umani comprano e usano e scartano le merci. L’“economia della natura”
doveva perciò essere oggetto di una speciale disciplina che
Haeckel chiamò “ecologia”, appunto.
Francamente, credo sia difficile parlare sensatamente di
inquinamento, ambiente ed ecologia, se non ci immedesimiamo in questa grande avventura culturale e scientifica,
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se non si ripercorrono le tappe dello sviluppo dell’ecologia.
Gli ecologi dell’Ottocento avevano già chiaro il concetto di
“limite” delle risorse naturali: quando ci sono troppi animali in un pascolo, troppi alberi in un bosco, non c’è cibo e
spazio per tutti e alcuni muoiono. Gli studiosi di ecologia
hanno ben presto riconosciuto che la vita è bellissima, ma
dolorosa. Alcuni animali, nel grande disegno della vita, sono destinati a diventare nutrimento di altri animali predatori e la morte delle prede è accompagnata da sofferenze.
Vegetali e animali, predatori e prede, parassiti e ospiti,
svolgono funzioni ben precise e ubbidiscono a precise leggi che occorre conoscere se si vogliono limitare i danni dei
parassiti ad alcune piante “economiche” senza avvelenare
con pesticidi l’intera biosfera, leggi che spiegano come occorra limitare la pesca e la caccia se non si vuole che i mari o i boschi restino senza animali, eccetera.
Una bella corsa attraverso centotrenta anni di ecologia è
offerta dal libro dello studioso francese Jean-Paul Deleage,
Storia dell’ecologia. Una scienza dell’uomo e della natura (Napoli, CUEN), un libro che si legge come un romanzo, pieno di attori e di colpi di scena.
Per esempio, negli anni fra il 1925 e il 1940 si incontra
una “età dell’oro” dell’ecologia, come l’ha definita lo studioso italiano Franco Scudo in un libro pubblicato in inglese alcuni anni fa: un quindicennio affollato di personaggi che, pur in tempi turbinosi (fascismo e nazismo in
Europa, rivoluzione sovietica in Russia), giravano per il
mondo e si scambiavano notizie e anche invettive, in una
gara per strappare alla natura i segreti delle leggi della
vita.
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L’americano Alfred Lotka (1880-1949), un matematico che
lavorava per una compagnia di assicurazioni, dotato di
grande passione per la biologia, nel 1925 formulò alcune
equazioni matematiche che spiegano come varia il numero
di prede (immaginate i conigli) e di predatori (immaginate
le volpi) quando convivono nello stesso territorio.
Se aumenta il numero delle volpi queste mangiano più conigli il cui numero diminuisce, ma se diminuisce il numero
dei conigli c’è meno cibo per le volpi, il cui numero comincia così a diminuire; se le volpi diminuiscono, i conigli sono divorati di meno e il loro numero aumenta; a questo
punto le volpi, se trovano più conigli da mangiare, aumentano di numero, e il ciclo continua.
Quasi contemporaneamente, il grande matematico italiano
Vito Volterra (1860-1940), professore universitario, accademico dei Lincei e senatore del regno, fu incuriosito da
una osservazione fatta dal genero, Umberto D’Ancona
(1896-1964), un biologo marino: durante la Prima Guerra
Mondiale, quando la pesca nell’Adriatico era sospesa, si osservò un aumento del numero dei pesci predatori e una diminuzione dei pesci di cui essi si nutrivano (le prede).
Ci doveva essere qualche rapporto fra il numero delle prede e dei predatori e Volterra raffinò la trattazione di Lotka,
elaborando una teoria matematica della “lotta per la vita”.
Altri dati sperimentali furono forniti da un giovane studioso sovietico, Georgii Gause (1910-1986), nei primi anni
Trenta del Novecento.
Nel frattempo Volterra – uno degli undici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo – fu privato
della cattedra universitaria ed espulso dall’Accademia dei
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Lincei. Volterra continuò i suoi studi e tenne lezioni a Parigi, dove viveva anche il russo Vladimir Kostitzin, rivoluzionario in gioventù, poi professore nell’Urss, infine emigrato in Francia, autore di altri perfezionamenti della teoria della lotta per l’esistenza.
Nonostante l’odio fascista per Volterra, l’editore Einaudi
pubblicò nel 1942 un bel libro: La lotta per l’esistenza, in
cui D’Ancona espone il pensiero e le teorie del suocero antifascista ed ebreo, opera ormai rara, ma fondamentale per
la comprensione dell’ecologia.
Deleage racconta bene la storia e le avventure, fra Europa
e America, del gran giro cosmopolita di scienziati italiani,
francesi, americani, russi, inglesi, delle loro scoperte e controversie che avrebbero influenzato lo sviluppo della scienza “ecologia” del dopoguerra
Una anche breve esplorazione della storia dell’ecologia
permette di capire le basi di tutti i fenomeni con cui ci dobbiamo confrontare oggi. Così, l’inquinamento appare come
la conseguenza della immissione delle scorie – della vita
naturale e degli oggetti artificiali – in quantità eccessiva rispetto alla capacità ricettiva dell’aria e delle acque. E proprio la teoria di Volterra spiega che quando gli esseri viventi occupano uno spazio inquinato dai propri detriti il loro
numero diminuisce, oppure essi si ammalano, proprio come accade a noi nell’aria inquinata delle città. Del resto, gli
scritti sui “limiti alla crescita”, iniziati con un celebre libro
del Club di Roma nel 1972, erano proprio basati su una
estensione delle leggi ecologiche della lotta per la vita.
L’ecologia – quella vera, non il chiacchiericcio da salotto
che viene spacciato per ecologismo o ambientalismo –
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spiega le ragioni dell’impoverimento dei mari, della rarefazione delle specie viventi, della perdita di diversità biologica. E i mutamenti climatici di cui si discute oggi erano stati descritti nei primi decenni del Novecento dal russo Vladimir Vernadskij, altro membro del circolo internazionale
di cui parlavo prima.
Una buona storia dell’ecologia è (sarebbe) perciò medicina
utile per gli amministratori, nazionali o locali, che dovranno fare i conti con problemi ambientali, ma è in grado di
fornire anche a molti giovani ecologisti efficaci stimoli per
le loro battaglie.
George Perkins Marsh
Nel 1864 appariva negli Stati Uniti il libro L’uomo e la natura, ossia la superficie terrestre modificata per opera
dell’uomo che, come dice l’autore, George Perkins Marsh
(1801-1882), descrive “la natura e l’estensione dei cambiamenti indotti dall’azione dell’uomo nelle condizioni fisiche
del globo che abitiamo”.
Il libro spiega, sulla base di quanto l’autore aveva pazientemente e attentamente osservato nei suoi viaggi in America, Europa, Asia, Africa, come la vegetazione rappresenti
l’unica difesa efficace contro le frane e le alluvioni; come il
diboscamento sia l’unica certa origine dei danni e costi che
le frane e alluvioni arrecano, come le dune abbiano un ruolo essenziale nella difesa degli ecosistemi costieri. Il libro
continua spiegando l’origine dell’innalzamento degli alvei
dei fiumi – un lungo capitolo è dedicato al Po – e dell’alte40
razione dei profili delle coste. Il libro offre un grande quadro del nostro pianeta, del ruolo degli esseri viventi nel
grande ciclo di vegetali, di animali e di decompositori, uniti nell’evoluzione della vita, fino a quando la miopia, l’arroganza e l’avidità umana non alterano tali cicli, facendo ricadere gli effetti negativi su chi li ha provocati, ma anche su
chi non li ha provocati e sulle generazioni future.
Si ritrovano in queste pagine la descrizione di quanto sta
avvenendo da decenni in Italia e la ricetta di quanto sarebbe opportuno fare.
Marsh era nato a Woodstock, nel Vermont, nel 1801; figlio
di un possidente, passò la giovinezza nel piccolo Stato della Nuova Inghilterra immerso nei boschi e nelle colline, facendo buoni studi che gli hanno consentito di conoscere
molte lingue straniere, oltre al latino e al greco, vivendo in
una casa con una buona biblioteca e circondato da persone di buona cultura, coltivando senza sosta studi di geografia, di filologia e di storia naturale.
Ottenne meritati riconoscimenti come intellettuale e uomo
pubblico, tanto che nel 1849 venne nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia. Marsh raggiunse Costantinopoli con la famiglia dopo un lungo viaggio che lo portò, fra
l’altro, a Pisa, Firenze, Roma, Napoli e durante il quale incontrò uomini politici e intellettuali. Da tale viaggio nacque
il suo grande amore per l’Italia e per la Toscana. Tornato in
patria nel 1854, nel 1861 fu nominato ambasciatore degli
Stati Uniti presso il neonato Regno d’Italia, prima a Torino
e poi a Firenze.
I fenomeni naturali che aveva osservato in tante parti del
mondo nel corso di molti anni, indussero Marsh a racco41
gliere tali osservazioni in un libro intitolato Man and Nature; or physical geography as modified by human action, di 560 pagine, pubblicato a New York nel 1864. Gli
amici italiani sollecitarono l’autore a curare una traduzione
italiana che fu pubblicata, dopo alcune vicissitudini, nel
1870 dall’editore Barbèra di Firenze col titolo L’uomo e la
natura: ossia la superficie terrestre modificata per
opera dell’uomo, un volume di 635 pagine, ristampato nel
1872. Non era facile trovare, nelle biblioteche italiane,
l’edizione italiana o quelle americane dell’opera di Marsh fino a quando, molto opportunamente, nel 1988 l’editore
Franco Angeli di Milano ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione Barbèra del 1872, con una ricca e ampia
introduzione di Fabienne Vallino. A tale introduzione di
127 pagine deve ricorrere chi vuole sapere di più sulla vita
di Marsh e sui suoi rapporti con personalità italiane e straniere, specialmente nella seconda metà della sua vita passata in prevalenza fra Roma e la Toscana. Marsh morì a Vallombrosa, nel luglio 1882, durante una vacanza fra i boschi
che tanto gli ricordavano il lontano Vermont. Marsh è sepolto a Roma nel cimitero cosiddetto “degli inglesi”, vicino
alla Piramide Cestia, accanto a Keats e Shelley, e a tanti altri, fra cui Labriola e Gramsci. La biblioteca di Marsh, sia la
parte rimasta a Burlington, nella casa di famiglia del Vermont, sia quella rimasta in Italia, fu venduta e poi donata
dall’acquirente all’Università del Vermont.
L’influenza di Marsh sulla cultura geografica e naturalistica
è stata enorme. Ne è stato profondamente influenzato Lewis Mumford (1895-1990) che “riscoprì” Marsh nel 1931
con il libro The brown decades. Alla fine della Seconda
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Guerra Mondiale l’azione dell’uomo sulla Terra aveva assunto nuovi volti: la contaminazione radioattiva ad opera
delle attività nucleari militari e civili, l’esplosione delle città, l’aumento della popolazione mondiale, gli effetti dello
sfruttamento coloniale dei Paesi del “Terzo Mondo”, indussero alcuni studiosi a ripensare il tema centrale dell’opera
di Marsh. Carl Sauer (1889-1975), Marston Bates (19061974), Lewis Mumford e altri decisero allora di tenere a
Princeton, nel 1955, un grande simposio i cui contributi sono stati raccolti nei due volumi dell’opera curata da William
Thomas Jr. e intitolata Man’s role in changing the face of
the Earth (Chicago, 1956).
Dagli anni Cinquanta del Novecento si sono tenute decine
di conferenze internazionali su quella che, grossolanamente, è stata chiamata “ecologia”, ma poche hanno avuto lo
spirito profetico che ha animato gli studiosi, i geografi, i naturalisti della fine dell’Ottocento e della metà del Novecento: Marsh, Aleksandr Ivanovich Woeikof (1842-1914), Eliseo Reclus (1830-1905), Paul Vidal de la Blache (18451918), Mumford.
I problemi descritti da Marsh e quelli analizzati nel 1955
sono gli stessi che abbiamo di fronte oggi, anzi aggravati
dall’ulteriore aumento della popolazione, dalla crescente
scomparsa di boschi e di copertura vegetale, dall’espansione delle aree urbanizzate, dai mutamenti climatici anch’essi indotti dalle attività umane, come appare dall’analisi
condotta da Virginio Bettini e altri nel libro L’uomo cambia la faccia del pianeta. Mezzo secolo dopo il simposio
internazionale “Man’s role in changing the face of the
Earth” (2008).
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La salvezza, o quello che è possibile salvare, per le generazioni future, vanno cercati nella diffusione di una cultura
che analizzi le condizioni dei fiumi e delle valli, che rallenti la distruzione dei boschi, che ricominci a imparare la lezione del moto delle acque. Le pagine, per esempio, in cui
Marsh tratta il problema delle sabbie e delle coste e il ruolo delle dune sabbiose, meriterebbero un’attenta lettura,
specialmente in questo periodo in cui in Italia esiste una
frenesia per l’apertura di nuovi porti turistici e insediamenti costieri.
Chi sa che cosa direbbe Marsh se vedesse le coste della sua
amata Toscana in cui si fa fatica a trovare le tracce di quelle dune che ancora esistevano ai suoi tempi, in cui sono
stati spianati e cementificati i reticoli di fossi scolmatori e
canali che pure gli ultimi Lorena avevano curato con amore? Cosa direbbe delle valli italiane disboscate, in cui ogni
pioggia più intensa allaga i fondo valle e spazza via case e
abitazioni?
La cosa più impressionante è che si conoscono esattamente i meccanismi con cui “l’opera dell’uomo” modifica la natura e la “superficie terrestre” e si conoscono esattamente
gli effetti che tali modifiche provocano sulla vita non solo
della natura, ma degli stessi esseri umani. Non a caso
Marsh aveva proposto per il suo libro il titolo Man, the disturber. Troppo provocatorio per l’editore dell’Ottocento:
figurarsi per i nostri contemporanei per i quali il progresso, l’aumento dell’economia e del Pil possono avvenire soltanto “modificando” la natura, considerato compito primario di una società moderna avanzata.
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Garrett Hardin e la parabola della mucca
Immaginate un pascolo, grande ma non illimitato, attraversato da un ruscello ricco di acqua fresca e pulita, uno di
quei pascoli che possono essere utilizzati da tutti gli abitanti del villaggio vicino. In Inghilterra si chiamano beni
collettivi, “commons”, in Italia sono beni soggetti a “usi civici”. Qualunque abitante del villaggio può pascolare i propri animali o raccogliere la legna. Una primavera un pastore, abitante nel villaggio, porta a pascolare nel prato le sue
dieci mucche; le mucche passano l’estate al pascolo, trovano nel ruscello acqua buona e nel prato erba abbondante,
si nutrono e producono latte; i loro escrementi cadono sul
terreno, vengono assorbiti e forniscono elementi nutritivi
per la crescita dell’erba la primavera successiva. Alla fine
dell’estate sono contenti tutti: il pastore che ha venduto il
latte abbondante con un buon guadagno, le mucche che
hanno vissuto bene, il pascolo che è pronto a fornire erba
quando tornerà la primavera, il ruscello che ha le sue acque ancora incontaminate.
Ma si sa come sono gli uomini: durante l’inverno il pastore
pensa che potrebbe guadagnare di più se portasse a pascolare, come del resto è suo diritto in quanto membro del villaggio, cinquanta mucche invece di dieci. E così fa quando
arriva la primavera, ma adesso le mucche sono “troppe”, rispetto alla dimensione del pascolo e alla portata del ruscello; il pascolo non fornisce erba sufficiente, anche perché gli
zoccoli delle mucche pestano e schiacciano l’erba e fanno
indurire il terreno; gli escrementi di così tante mucche non
sono più assorbiti dal suolo e ristagnano nel terreno e scor45
rono verso il ruscello che viene così inquinato e non è più
in grado di fornire acqua da bere.
Alle fine dell’estate il pastore ha ottenuto un po’ più latte,
ma non certo cinque volte di più dell’anno precedente, ed
è infelice perché sono sfumate le sue speranze di grandi
guadagni; sono scontente le mucche che hanno trovato poca erba e poca acqua pulita; è scontentissimo il pascolo la
cui fertilità è compromessa e il suolo indurito dagli zoccoli
delle mucche ed è infelicissimo anche il ruscello perché la
sua acqua è ora sporca. L’avidità del pastore ha fatto sì che
la prossima primavera non ci sarà più erba né per cinquanta, né per dieci mucche e neanche per le mucche degli altri abitanti del villaggio che, come il pastore, hanno diritto
a pascolare nello stesso prato – di proprietà comune, come
si è detto – e neanche per quelle degli abitanti futuri.
Si tratta di una parabola, proposta nel 1833 da un certo
William Forster Lloyd (1795-1852), un quasi sconosciuto
demografo inglese, e “ripescata” da Garrett Hardin (19152003), professore di ecologia umana nell’Università della
California, in un celebre articolo apparso nel dicembre
1968 nella rivista Science.
Il pascolo corrisponde alla Terra, un pianeta grande, ricco
di beni materiali e di acque, che fornisce tutte le risorse
necessarie alla vita degli umani che hanno tutti uguale diritto, in quanto abitanti e “proprietari” del comune pianeta. Le risorse sono sufficienti e si rinnovano finché gli umani sono pochi e si accontentano di trarre dalla Terra quei
beni che si rigenerano nei grandi cicli della natura. Ma
quando il numero delle persone aumenta, quando aumenta la loro avidità di possesso e di vantaggio individuale, ar46
riva un punto in cui le risorse diventano insufficienti per gli
occupanti di oggi e per quelli che verranno e il loro possesso diventa motivo di competizione e di conflitti. In ecologia
si dice che un territorio, che può anche essere l’intera Terra, grande ma non infinito, ha una capacità ricettiva o portante (una “carrying capacity”) limitata per gli esseri viventi, umani compresi, e per le loro attività “economiche”.
L’articolo di Hardin fu tradotto in tutte le lingue (anche in
italiano, su Sapere nel marzo 1969), fu ristampato decine
di volte nelle antologie che circolavano ai tempi della contestazione ecologica e fu oggetto di roventi dibattiti, ormai
dimenticati come è stato dimenticato l’autore. Su questo
controverso ecologo e pensatore, si veda utilmente il sito
internet: www.garretthardinsociety.org. C’è materiale per
qualche bella tesi di laurea.
La “parabola delle mucche”, il regalo che Hardin ci ha lasciato, ripreso poi nei suoi numerosi scritti e libri, si presta
a varie interpretazioni. La più banale è che la crisi ambientale, lo sfruttamento delle limitate risorse naturali fino al
loro impoverimento, dipendono dal numero “eccessivo” di
esseri umani. Era la tesi di Thomas Robert Malthus (17661834), fortemente contestata da parte cattolica, anche se
l’invito ad una paternità responsabile si trova nelle encicliche Populorum progressio e Humanae vitae.
L’altra lettura della parabola riguarda la contestazione
dell’“economia”, la quale si basa sulla legge fondamentale
dell’aumento della crescita della massa dei beni materiali
usati, “consumati”, dagli individui e dalle comunità, espressa con quel curioso indicatore che è il “Prodotto Interno
Lordo”. La crescita economica in un pianeta di dimensione
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e risorse limitate comporta inevitabilmente l’impoverimento dei beni naturali disponibili ad altri componenti della
stessa comunità umana (nella parabola l’avidità di un pastore toglie agli altri pastori la possibilità di usare lo stesso
pascolo) presente e futura.
Una terza lettura riguarda come si può e chi deve regolare
l’appropriazione individuale dei beni collettivi, considerando che, fino a quando tali beni sono di tutti, il più veloce, o
il più “furbo”, o il più prepotente si appropria della maggior
parte e lascia poveri gli altri. Alcuni pensano che solo
un’autorità centrale, uno “Stato”, possa e debba decidere
quanto, dei beni comuni, ciascun soggetto economico può
ottenere; altri pensano che il bene comune collettivo vada
diviso fra vari privati, ciascuno dei quali si comporterà nei
confronti degli altri usando il meccanismo dei prezzi e del
mercato.
Per farla breve, col povero professor Hardin se la sono presa tutti: i cattolici per le prospettive di controllo della popolazione, i comunisti per le proposte di liberalizzazione
dei beni collettivi a favore del mercato, i conservatori per
il pericolo di tentazioni comunistiche. Il che non esclude
che Hardin abbia con coraggio descritto e indicato il problema centrale non solo dell’economia e della democrazia,
ma del futuro dell’umanità in questo pianeta di dimensioni
e risorse limitate e di crescente avidità dei suoi abitanti.
Forse proprio nella gestione solidale e più giusta delle risorse della Terra, nostra unica casa comune nello spazio,
sta la ricetta per sradicare la violenza del terrorismo e delle guerre e per aiutare l’umanità ad avviarsi verso un genuino sviluppo umano.
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Robinia
Io amo la robinia, una pianta bella, ma anche di grande interesse ambientale. Il suo nome botanico esatto è Robinia
pseudoacacia, ma viene comunemente chiamata robinia o
impropriamente acacia per la sua somiglianza con le piante del genere Acacia. La robinia è originaria del Nord America, forse della Louisiana, negli attuali Stati Uniti, ed è arrivata in Europa col flusso di semi di piante strane provenienti dal Nuovo Mondo. Carlo Linneo (1707-1778), il
grande naturalista svedese a cui si deve la classificazione
delle piante, la chiamò così in onore di Jean Robin (15501629), erborista e farmacista dei re francesi, che aveva
avuto l’incarico di organizzare l’Orto botanico dell’Università di Parigi. I semi di robinia erano capitati nelle sue mani, pare, nel 1601; Robin li piantò e ne ottenne dei bellissimi alberi ornamentali, divenuti in poco tempo di gran moda e ben presto diffusi in tutta Europa.
In Italia, la robinia fu coltivata per la prima volta già nel
1602 nell’Orto botanico di Padova da dove si diffuse in Piemonte e in Lombardia sia come pianta ornamentale, sia come specie forestale. Alessandro Manzoni (1785-1873) introdusse la robinia nel giardino della sua bella villa di Brusuglio in Brianza e ne consigliò l’uso per il rimboschimento
e il consolidamento dei terreni collinari erosi.
La robinia ha varie virtù: cresce rapidamente e spontaneamente, con tronchi diritti che possono superare i 15-20
metri di altezza e che raggiungono, in pochi anni, un diametro anche di un metro, sviluppando una gran massa di
foglie che, per molti mesi, assicurano ombra e una grade49
vole vista nel periodo in cui si formano grappoli di fiori
bianchi. Le robinie si prestano bene come piante ornamentali nelle città e nei parchi e giardini urbani anche perché
resistono bene all’inquinamento. Con la loro facile diffusione e le radici profonde, rappresentano un economico e sicuro sistema di difesa del suolo contro l’erosione, un problema che riguarda tante zone d’Italia, anche del Mezzogiorno.
Una seconda virtù è costituita dall’elevata resa di biomassa. La robinia è una “macchina” solare che cresce molto rapidamente fissando la radiazione del Sole per formare materia vegetale: in molti casi, in un ettaro e in un anno si formano venti tonnellate di biomassa avente un valore energetico equivalente a quello di oltre cinque tonnellate di petrolio, e questo anno dopo anno. La terza virtù sta nel fatto che la robinia è una leguminosa, cioè una pianta capace
di crescere senza bisogno di concimi perché fissa l’azoto
atmosferico mediante batteri presenti in speciali noduli
nelle radici. I batteri vivono in simbiosi con la pianta: traggono dalla pianta le sostanze necessarie alla propria vita e,
in cambio, cedono alla pianta molecole organiche azotate
che i batteri formano al proprio interno utilizzando l’azoto,
gratuito, dell’aria. Piccole, quasi invisibili ma efficientissime fabbriche chimiche.
Le foglie della robinia hanno, perciò, un elevato contenuto
di proteine, dal 200 a 250 grammi per chilogrammo di foglie secche, e sono quindi adatte per l’alimentazione del
bestiame, inoltre le foglie che restano nel terreno restituiscono l’azoto al terreno stesso. I fiori della robinia attraggono le api che elaborano un miele di qualità, molto buono,
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commercializzato come “miele di robinia” (o di acacia): un
ettaro di robinieto può dare anche 800 chili di questo miele in un anno.
Il maggiore interesse è rivolto al legno di robinia che è stato ed è usato come combustibile perché brucia bene, con
poco fumo anche quando è ancora umido, e con elevato
potere calorifico. Oltre che come combustibile, tale legno,
fra i più duri e resistente agli incendi, è molto ricercato sia
per la fabbricazione di mobili, giocattoli di legno, parquet,
addirittura case, sia per la trasformazione in pali e traversine. In molte zone esiste il problema dello smaltimento di
traversine ferroviarie di legno rese resistenti all’attacco dei
microrganismi per addizione dell’inquinante creosoto; ebbene i pali e il legname di robinia sono resistenti nel terreno senza bisogno di alcun trattamento e sono, fra l’altro,
utili per le palificazioni nelle miniere. Se la robinia ha tante virtù, qualche difetto dovrà pure averlo.
Lo scrittore Carlo Emilio Gadda (1893-1973) aveva rimproverato a Manzoni di aver avuto la malaccorta idea di diffondere una così “pungentissima” pianta. Effettivamente le
spine del suo fusto sono fastidiose e inoltre la robinia è infestante; se volete liberarvene farete una certa fatica, perché si diffonde in maniera invasiva e anzi soffoca altre
piante e tende a creare dei veri boschi di sole robinie. Le
virtù tecniche e commerciali devono però essere prevalenti, perché la robinia è diffusa in tutti i Paesi dell’Europa
centrale e orientale, dove si stima una presenza di due milioni di esemplari.
In Ungheria esiste addirittura un centro di ricerche, “Hungarobinia”, dedicato alla diffusione delle conoscenze scien51
tifiche, ma soprattutto applicative, della pianta e del suo
legno. Le robinie crescono bene in ambienti molto diversi,
anche in montagna, e la loro diffusione si sta estendendo
anche in Africa e in altri Paesi. In Italia sono state e sono
abbastanza diffuse, come testimoniano i numerosi alberghi
e ville che ne portano il nome, anche se attualmente occupano appena 150.000 ettari, soprattutto nell’Italia settentrionale. Un centro di ricerca sulla robinia come potenziale fonte energetica esiste a Porano, vicino Roma. Mi chiedo perché una maggiore attenzione a questa pianta non sia
dedicata in tutto il Mezzogiorno, dove terreni esposti all’erosione ce ne sono in abbondanza. Ancora una volta, da
capitoli meno conosciuti del regno vegetale, della biomassa “solare”, ci si possono aspettare occasioni di lavoro, e
vantaggi economici e ambientali.
Sprecare meno natura
Il primo decennio del 2000 è stato caratterizzato da eventi
meteorologici (apparentemente) fuori dal comune: siccità
seguite da alluvioni, avanzata dei deserti e allagamento di
pianure fertili, diminuzione della superficie e del volume dei
ghiacci considerati “permanenti”. Ciascuno di questi eventi
ha destato chiacchiere senza fine, ma ben poco si è fatto per
dare una risposta a tre domande: si tratta di eventi veramente fuori dal comune? In caso affermativo, qual è l’origine? Se
le alterazioni derivano da azioni antropiche, ce la farà la Terra a sopportare il “peso” di una popolazione umana crescente e di un crescente impoverimento delle risorse naturali?
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La “vita”, quella vegetale e animale e quella “economica”
(cioè l’insieme della produzione e dell’uso di beni materiali e di servizi), è resa possibile da una grande circolazione
di materia e di energia dai corpi della natura – l’aria, le acque, il suolo, il sottosuolo – agli esseri viventi, umani compresi, e da un ritorno, negli stessi corpi della natura, dei
prodotti di trasformazione della vita: gas della fotosintesi,
delle respirazioni e delle combustioni, rifiuti solidi, eccetera. Mentre i cicli della vita vegetale e animale comportano
l’emissione di “rifiuti” che vengono riassorbiti dalla natura
e addirittura diventano nuove materie “utili” – gli escrementi animali diventano concime per le colture vegetali,
l’anidride carbonica emessa dalle respirazioni animali diventa materia prima per la fotosintesi dei vegetali –, i cicli
della vita “economica”, la produzione di alimenti industriali, di metalli, macchine, edifici, eccetera, comporta una sottrazione di materie dalla natura – sabbia e ghiaia e argilla
per i cementi e i laterizi, minerali, sostanze nutritive per i
vegetali asportate dal suolo – che non si rigenerano mai
più, e un ritorno nei corpi naturali di scorie spesso non assimilabili, che alterano la qualità delle acque e dell’aria,
rendendole meno utilizzabili dalla vita. Producono cioè inquinamento.
Tutto comincia dal Sole che, attraverso la fotosintesi, “fabbrica” ogni anno sui continenti circa cento miliardi di tonnellate di biomassa vegetale secca: amido, cellulosa, proteine, grassi, eccetera. Di questa biomassa, circa cinque
miliardi di tonnellate ogni anno sono utilizzati come materie prime commerciali dall’industria agroalimentare, dalla
zootecnia, dalle industrie del legno e della carta, della gom53
ma, dei tessuti, eccetera. Gran parte dei “prodotti” alimentari e industriali ritornano abbastanza presto nella natura,
ma per lo più come scarti che vengono sepolti nelle discariche o bruciati.
La grande macchina “economica” che fornisce prodotti di
“consumo” – sia pure in quantità e di qualità molto diverse
da Paese a Paese – ai quasi 7.000 milioni di abitanti del pianeta Terra, all’inizio del secondo decennio del 2000, richiede inoltre, per il suo funzionamento, circa 12 miliardi di
tonnellate ogni anno di carbone, petrolio, metano, eccetera. Anche questi derivano dal Sole e dal ciclo del carbonio,
ma si sono formati centinaia di milioni di anni fa e la natura ce li ha tenuti da parte nel sottosuolo, per ere geologiche lunghissime: riserve che le nostre società umane stanno svuotando in pochi secoli per far funzionare macchine e
industrie. E con questo siamo ad una sottrazione di circa
17 miliardi di tonnellate all’anno di materiali organici.
Gli “alimenti” derivati dal ciclo del carbonio attuale e quelli fossili, necessari per l’economia, restituiscono nell’atmosfera gran parte del loro carbonio sotto forma di anidride
carbonica. Nel caso dei prodotti derivati dall’agricoltura si
tratta dell’anidride carbonica sottratta pochi mesi o pochi
anni prima, ma nel caso dei combustibili fossili – carbone,
petrolio, metano – l’anidride carbonica immessa “oggi” nell’atmosfera è quella sottratta dall’atmosfera milioni di anni
fa. Da qui, il graduale aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, con conseguente lento
graduale riscaldamento della superficie terrestre per effetto serra e modificazione del clima planetario. La costruzione di macchine, strade, edifici, abitazioni, eccetera, richie54
de altre materie tratte dalla natura sotto forma di rocce e
minerali in quantità che si può stimare di circa venti miliardi di tonnellate all’anno. Gran parte di questi materiali resta immobilizzata negli edifici, nelle fabbriche, nelle strade,
per tempi lunghi o lunghissimi.
Da questo conto è esclusa l’acqua che attraversa la “tecnosfera” – case e città, fabbriche, campi, eccetera – in ragione di circa mille miliardi di tonnellate all’anno, prelevata
dal flusso continuo di acqua che scorre sulla superficie della Terra. L’acqua che esce da ogni casa, fabbrica o campo
coltivato e ritorna alla natura è più o meno nella stessa
quantità dell’acqua entrata, ma è stata addizionata con
agenti chimici, residui di concimi, pesticidi, scorie alimentari, polveri, escrementi e la sua qualità – la sua possibilità
di utilizzazione a fini biologici, e non solo umani e commerciali – peggiora. Ogni persona del peso medio di sessanta
chili “pesa” sulla Terra, movimentando ogni anno quasi sei
tonnellate di materiali (acqua esclusa, come si è detto).
Ce la farà la Terra a sopportare una tale pressione umana
sulle risorse naturali? Le società umane potranno soddisfare le proprie necessità di beni, di progresso, di sviluppo individuale e sociale, di liberazione dalla povertà, di maggiore giustizia distributiva, a condizione che tengano conto
dei precedenti numeri e che modifichino i modi di produrre e di consumare, adattando i cicli economici a quelli della natura, utilizzando energie e materie rinnovabili che il
Sole ricostruisce continuamente, depurando i rifiuti prima
che tornino nei corpi riceventi naturali. Un compito non facile, ma che alcuni Paesi stanno già adottando; la storia
mostra che quando le società umane hanno dovuto cam55
biare le proprie abitudini, non sono diventate più povere,
ma anzi hanno migliorato le proprie condizioni, con minore “spreco di natura”. Un compito che richiede ai governanti e ai cittadini lungimiranza, coraggio e solidarietà.
Agosto torrido: commerci e clima
Davanti ai sempre più frequenti e vistosi segni di bizzarrie
del clima ci sono due scuole di pensiero; alcuni ritengono
che ciò dipenda da un lento continuo riscaldamento planetario dovuto all’immissione nell’atmosfera di gas a “effetto
serra” da parte delle attività umane di produzione e di consumo; altri ritengono che in certe stagioni ci sia stato da
sempre “un gran caldo” e in altre “un gran freddo”, indipendentemente dal numero di automobili, dal consumo di
carbone e petrolio, dalla distruzione delle foreste, dal numero delle mucche che, con il metano che emettono durante il metabolismo, alterano l’equilibrio energetico del
pianeta, insomma dal lodato e vituperato Prodotto Interno
Lordo. Chi avrà ragione?
La storia delle modificazioni umane della superficie del pianeta ha interessato, fortunatamente, molti studiosi. Citerò
soltanto l’americano George Marsh, autore del famoso libro
L’uomo e la natura, ossia la superficie terrestre modificata per opera dell’uomo e gli atti di un convegno sulle
modificazioni della Terra ad opera dell’uomo, pubblicati a
Chicago a cura di William Thomas Jr. nel 1956, un tema ripreso nel 2008 dal geografo Virginio Bettini, nel volume
L’uomo cambia la faccia del pianeta. Mezzo secolo dopo
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il simposio internazionale “Man’s role in changing the
face of the Earth”. Un interessante contributo al dibattito
sui rapporti fra attività umane e clima è contenuto nel libro
di Mike Davis Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, pubblicato da Feltrinelli nel 2002. L’autore è uno storico e geografo americano, autore, fra l’altro, di due libri sulla crescita e fragilità di Los
Angeles, La città di quarzo (manifestolibri), e Geografia
della paura (Feltrinelli).
In Olocausti tardovittoriani, Davis passa in rassegna le
cause delle carestie, della fame e dei relativi olocausti che
hanno colpito l’Asia, specialmente l’India e la Cina, ma anche l’Africa e il Sud America, nella seconda metà dell’Ottocento, dominato dalla grande regina Vittoria che ha regnato sull’Inghilterra e sul suo grande impero coloniale dal
1837 al 1901, quasi un secolo, appunto, quello “vittoriano”.
Anche quelle carestie sono state provocate dal brusco
cambiamento delle secolari successioni di piogge e di periodi secchi, a sua volta dovuto contemporaneamente, sia
a fenomeni “naturali”, sia a profonde modificazioni delle
condizioni del suolo provocate dai cambiamenti delle coltivazioni agricole e della copertura vegetale e forestale. Fra
i fenomeni “naturali”, un ruolo importante hanno le oscillazioni della temperatura degli oceani centrali e meridionali
con conseguenti alterazioni del ciclo dei monsoni, attribuite all’influenza delle oscillazioni periodiche (ogni undici
anni) dell’intensità e del numero delle macchie solari. Tali
oscillazioni si verificano verso Natale e possono essere verso il “caldo” (El Niño) o verso il “freddo” (La Niña).
I rapporti fra commerci e clima sono ben illustrati dal caso
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dell’India, colonia dell’Impero britannico per tutto l’Ottocento, i cui governatori avevano “il dovere” di trarre dalla
colonia le merci, fra cui il cotone e l’indaco, in grado di assicurare i massimi profitti, in patria, all’industria manifatturiera. L’industria britannica esportava poi i tessuti, ottenuti dalle materie prime indiane, ad alto prezzo nella stessa India e nelle altre colonie, impoverendo e facendo indebitare gli abitanti, i quali avevano sempre meno denaro per
acquistare anche un minimo di alimenti. Si realizzava così,
in aggiunta ai mutamenti climatici “naturali”, la spirale perversa: sfruttamento del suolo per sostituire i prodotti agricoli alimentari con quelli da esportare in Inghilterra a basso prezzo, diminuzione delle rese e dei raccolti di prodotti
alimentari e aumento dei relativi prezzi e conseguenti carestie; importazioni ad alto prezzo di manufatti dall’Inghilterra, diminuzione del denaro disponibile per acquistare
prodotti alimentari, pressione per aumentare i redditi dei
contadini con la crescente produzione e vendita di prodotti industriali, e così via. Questo è il capitalismo.
Una situazione aggravata da pessimi, corrotti e soprattutto
stupidi amministratori inglesi e locali, da una spietata stratificazione di classe con la complicità dei grandi proprietari terrieri con i governanti britannici. Il tutto pagato dal
proletariato con milioni di morti. Ma anche la produzione
del cotone indiano entrò in crisi: a partire dal 1873, finita
la Guerra di Secessione (1861-1865), dagli Stati Uniti arrivarono in Europa grandi quantità di cotone a basso prezzo;
crollato il prezzo internazionale del cotone, i proprietari
terrieri delle colonie guadagnarono un po’ di meno, ma i
contadini videro calare il già scarso reddito, dovettero af58
frontare maggiori costi dei prodotti alimentari e si trovarono di fronte ad una terra impoverita. Un simile destino fu
riservato alla coltivazione dello zucchero e, in India alla fine del secolo, a quella dell’indaco che l’industria chimica
riuscì a sostituire con coloranti sintetici e addirittura, alla
fine dell’Ottocento, con lo stesso indaco sintetico.
I governatori imperiali sono andati via, le colonie hanno acquistato una libertà politica, ma le regole che preparano e
moltiplicano i disastri climatici sono ancora le stesse, anzi
si sono estese a livello mondiale. Questa è la globalizzazione. Nei tempi “vittoriani” c’era un “mondo” di poveri e poverissimi sfruttato che subiva le conseguenze dei disastri
ecologici provocati dai colonizzatori, adesso esiste un solo
mondo che distrugge se stesso e gli altri, con un Sud del
mondo che cerca di assimilare più rapidamente possibile i
modelli di consumi e di distruzione ecologica dei Paesi del
Nord del mondo. Chi ci salverà?
Io amo la ginestra
Oltre ad amare la robinia, amo anche la ginestra che si trova, con i suoi arbusti spontanei perenni, nelle valli italiane
e specialmente nel Mezzogiorno, dove un mare di fiori gialli accoglie, da maggio a ottobre, i viaggiatori. Sembra che il
Sole, dopo aver fatto crescere la pianta, abbia voluto offrire una fonte di energia e di materie prime rinnovabili, proprio sulla porta di casa e, per sovrappiù, aggiungere i carotinoidi per rendere ancora più belli e splendenti i suoi fiori, e un attraente profumo.
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Il principale genere di ginestra diffuso in Italia ha il nome
botanico Spartium junceum. La ginestra è citata dal botanico greco Teofrasto (371-187 avanti Cristo) e dal naturalista romano Plinio (23-79 dopo Cristo) il quale addirittura credeva che le ceneri della pianta contenessero oro,
chi sa?, forse ispirato dal colore oro dei fiori. La ginestra ha
molte virtù ecologiche, per esempio, è una leguminosa e
come tale cresce fissando direttamente l’azoto atmosferico, senza bisogno di apporto di concimi azotati sintetici.
La ginestra, con le sue radici, ha un effetto stabilizzante
sulle scarpate e sui pendii e fornisce un contributo diretto
e gratuito alla difesa del suolo contro l’erosione che continua a distruggere ricchezza, provocando frane e alluvioni.
Almeno una parte dei costi e dei dolori provocati dalle frane e dalle alluvioni, specialmente nel Mezzogiorno, avrebbero potuto e potrebbero essere evitati se si ricoprissero i
pendii con le piante che trattengono il suolo, come appunto la ginestra o la robinia. La ginestra è un’interessante
fonte di fibre tessili naturali rinnovabili: i Fenici, i Cartaginesi, i Greci e i Romani avevano capito che i suoi steli potevano essere utilizzati per realizzare canestri e che potevano fornire una fibra tessile adatta per intrecciare corde;
negli scavi di Pompei sono stati trovati degli stoppini per
lucerne fatti con fibre di ginestra.
L’utilizzo degli steli delle ginestre a fini tessili è però rimasta circoscritta per molti secoli a livello artigianale e familiare, anche se fibre di ginestra sono state presentate alla
Fiera Campionaria di Napoli del 1821, alle Esposizioni di
Firenze e di Napoli del 1850, 1857, 1864 e a quella di Parigi del 1878. L’interesse per le fibre di ginestra è aumenta60
to nel periodo dell’autarchia fascista perché potevano sostituire, per la produzione di tele, corde e sacchi, le fibre di
iuta che dovevano essere importate. Negli anni Trenta del
Novecento furono approfondite le conoscenze sulla coltivazione della ginestra e furono perfezionati i sistemi di produzione delle fibre. Nel 1940 funzionavano una sessantina
di ginestrifici, soprattutto in Toscana, con una produzione
di 700.000 tonnellate all’anno.
Dopo la Liberazione, sono tornate disponibili le fibre di iuta di importazione e subito dopo c’è stato l’avvento delle fibre sintetiche che hanno oscurato l’interesse per le fibre di
ginestra, la cui produzione è sopravvissuta su piccola scala in poche comunità della Basilicata e della Calabria. Musei della lavorazione della ginestra si possono visitare a
Longobucco (Cosenza) e a San Paolo Albanese (Potenza),
a testimonianza del lavoro di molte generazioni con queste
fibre. La nuova attenzione “ecologica” per le fibre naturali
rinnovabili ha spinto molti studiosi, anche in Italia, a riscoprire quanto era noto sulla produzione delle fibre di ginestra e sui suoi usi.
Le fibre di ginestra si ottengono dai rami nuovi, o al più di
uno o due anni, detti “verbene”. Le verbene devono essere
sottoposte ad un processo di macerazione per decomporre
le sostanze pectiche che tengono “incollate” fra loro le fibre, le quali, dopo la macerazione, vengono staccate per
trattamento meccanico. Si ottengono circa cinque chili di
fibre da cento chili di verbene, la cui resa arriva a dieci tonnellate per ettaro; come sottoprodotto si ottiene un materiale adatto per la produzione della carta. Siamo quindi di
fronte ad un sistema integrato che consente la difesa del
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suolo e la produzione di fibre tessili e carta. Le fibre di ginestra sono state utilizzate in molti campi industriali che
vanno da pannelli isolanti, a componenti delle carrozzerie
di automobili. È in corso una nuova attenzione della moda
per oggetti “ecologici” a base di ginestra, come scarpe, borse, tessuti. Con i perfezionamenti tecnici già disponibili e
con quelli che possono essere sviluppati, la ginestra può
avere un ruolo economico e merceologico importante, con
prospettive di occupazione nel Mezzogiorno.
Non sono certo il solo ad amare e ammirare la ginestra:
Giacomo Leopardi (1798-1837) nel 1836 osservandola sulle falde del Vesuvio le ha dedicato una celebre poesia,
”ecologica” anch’essa: “Tu, lenta ginestra/che di selve odorate/ queste campagne dispogliate adorni”, riconoscendo la
paziente resistenza della pianta nelle condizioni avverse di
un’arida natura, nel nome della forza della vita. E Gabriele
d’Annunzio (1863-1938) nella poesia “La pioggia nel pineto” chiama le ginestre “fulgenti /di fiori accolti”. La ginestra
deve essere stata amata anche da tutti gli abitanti delle valli italiane, poiché se ne trova così diffuso il nome in tanti
paesi e villaggi. Un nome tristemente noto è quello di Portella della Ginestra in provincia di Palermo, l’altopiano in
cui i banditi di Salvatore Giuliano tesero un agguato ai contadini che celebravano pacificamente e festosamente il primo maggio del 1947, uccidendone undici, fra cui due bambini. Gli altri sono nomi gioiosi come quelli di due paesi in
provincia di Benevento e di Potenza, di Ginestra degli
Schiavoni anch’essa in provincia di Benevento, del torrente Ginestra nel bacino idrografico del Calore, eccetera.
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Acqua
La virtu’ della solidarieta’à
La sete in Italia e nel mondo aumenta sempre per la concomitanza di vari eventi.
Da alcuni decenni sono in corso mutamenti climatici che
hanno fatto diminuire le piogge; apparentemente la quantità totale di pioggia diminuisce di poco, ma il carattere
delle piogge, spesso intense ma concentrate in brevi periodi, impedisce la ricarica con acqua dolce delle falde sotterranee e dei laghi artificiali. Un secondo importante evento
riguarda le migliorate condizioni di vita delle popolazioni,
un evento da salutare con gioia, senza dubbio, ma che
comporta crescenti richieste di acqua che deve essere sottratta da riserve – fiumi, falde sotterranee, laghi naturali e
laghi artificiali – che sono limitate. Un terzo aspetto riguarda la svolta culturale e politica degli ultimi anni: la diffusione della cultura degli affari finanziari e del libero mercato
fa guardare con fastidio ad una pianificazione da parte dello Stato, anche quando si tratta di risorse naturali colletti63
ve ed essenziali come l’acqua. Anzi, “pianificazione” è diventata una parolaccia.
Il libero mercato può andare bene per le imprese che producono merci e servizi, le quali possono acquistare materie prime – agricole, energetiche, minerarie, forestali, mano d’opera, tecnici – dove si trovano abbondanti (finché
durano) e a basso prezzo, in qualsiasi parte del globo, ma
il libero mercato fallisce quando una comunità può fare i
conti soltanto con le risorse locali, come l’acqua. Le imprese possono acquistare plastica o petrolio o pellami in Russia, nel Sud Africa o in Argentina, ma la comunità italiana
può trarre acqua soltanto dalle riserve che la natura gli assicura nel suo territorio o a non grande distanza.
Questo lo sapevano già nell’Ottocento, quando i governi
nazionali decisero, con una pianificazione nazionale, di
chiedere alla Campania di rinunciare ad una parte delle
sue acque per dissetare la Puglia attraverso il gigantesco
Acquedotto Pugliese; lo sapevano gli economisti di mezzo
secolo fa quando hanno deciso di creare in Puglia, Basilicata e Molise, una serie di laghi artificiali che avrebbero dovuto essere collegati fra loro per raccogliere razionalmente ogni goccia di pioggia utilizzabile per le città e i campi.
Lo sapeva il Parlamento, negli ultimi anni prima della trionfale pressione del libero mercato, quando varò, nel 1989, la
legge n. 183 che stabiliva l’amministrazione delle acque secondo i bacini idrografici.
L’acqua di ciascun fiume non è di proprietà delle regioni attraversate dal fiume, ma di tutti gli abitanti che gravitano
nel bacino idrografico del fiume, dalle sorgenti al mare, valli e affluenti compresi. La “183” era basata sul principio di
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solidarietà: le autorità di ciascun bacino idrografico, dopo
aver redatto degli accurati inventari (che non sono mai
stati fatti) delle disponibilità idriche, avrebbero dovuto stabilire come distribuire quest’acqua, come renderne disponibili le eccedenze ai bacini idrografici vicini. La “183” stabiliva inoltre che ciascuna autorità di bacino avrebbe dovuto realizzare opere per regolamentare il deflusso (irregolare nel tempo e scarso) delle acque attraverso la pianificazione (sono parole di tale legge) di opere per la difesa del
suolo e per il rimboschimento.
Non si potrà mai cancellare la sete dalle case, soprattutto
del Mezzogiorno, fino a quando non si farà un “piano” basato sulla conoscenza di quanta acqua è disponibile, di come viene usata, di come si possono aumentare (sia pure di
poco) le disponibilità, almeno regolando la corsa delle
piogge verso il mare, piano basato su una coraggiosa compartecipazione delle risorse idriche esistenti fra regioni vicine.
La solidarietà è la chiave per la soluzione del problema. Solidarietà significa, intanto, revisione e correzione degli errori compiuti, dei laghi artificiali lasciati abbandonati e diventati depositi di fango, significa volontà delle autorità di
governo, locali e nazionali, di superare le logiche municipali e di decidere di lavorare con gli enti vicini o lontani in un
comune servizio civile per la comunità. Solidarietà significa spiegare a tutti i cittadini, cominciando nelle scuole, che
l’acqua è scarsa non solo nei villaggi sperduti o nei mesi
estivi; che bisogna consumare meno acqua possibile: ogni
metro cubo sprecato nelle case, nei bagni, nelle fontane a
perdere, è acqua “tolta” a qualche altra persona, da qual65
che parte. Perché l’acqua circola nel corpo fisico di ciascuna regione e dell’intero Paese come il sangue circola nel
corpo umano; ogni rubinetto, ogni persona, è legato alla vita di un’altra persona.
Oggi, in una società basata sull’ideologia del consumo e
dello spreco, può sembrare fuori luogo parlare di un’etica
del “consumare di meno”, del limitare i consumi, eppure
chi visita molti Paesi della Terra, a cominciare dagli stessi
Stati Uniti, vede spesso avvisi o pubblicità o francobolli che
ricordano che l’acqua è scarsa e preziosa e se ne deve consumare il meno possibile. “Save water”, risparmiate l’acqua, avverte un dirigibile che percorre il cielo di alcune
grandi città americane. Senza contare che la progettazione
di rubinetti, docce, gabinetti, capaci di svolgere la stessa
funzione consumando meno acqua, potrebbe stimolare invenzioni, innovazioni e nuove attività produttive e occasioni di lavoro.
L’acqua intorno a noi
Un bel tema per gli studenti di tutte le scuole potrebbe essere: “Spiegate da dove viene l’acqua che esce (quando
esce) dal rubinetto di casa vostra”. Un tema che, a mio modesto parere, potrebbe stimolare lo studente appassionato
di storia a ricordare quel Frontino che descrisse gli acquedotti della città di Roma, a ricordare la nascita dell’industrializzazione italiana ai piedi delle Alpi e dei ghiacciai, le
cui acque furono raccolte nei laghi artificiali che generavano anche energia; lo studente appassionato di geografia a
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ricordare come la California è diventata il giardino della
frutta e del cinema grazie a un gigantesco acquedotto che
porta l’acqua dal fiume Sacramento, a nord, a San Diego, fino a sud, a ottocento chilometri di distanza.
E lo studente appassionato di storia politica potrebbe utilmente ricordare come la miopia e l’avidità siano state capaci di trasformare, nel 1963, l’acqua del lago artificiale del
Vajont in un veicolo di morte e come un quarto (un terzo
nell’Italia meridionale) dell’acqua prelevata dal sottosuolo,
dai laghi artificiali e dalle sorgenti vada “perduta” per guasti negli acquedotti o per mancanza di acquedotti.
Pochi conti mostrano che l’acqua in Italia è scarsa in assoluto: sulla superficie del nostro Paese cadono circa 300 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, circa. Il “circa” è d’obbligo perché ci sono gravi carenze nei servizi meteorologici; una volta, pazientemente, sul tetto di grandi e piccoli
comuni, in molte scuole, negli aeroporti, veniva misurata
diligentemente la quantità di acqua piovana. Le apparecchiature sono relativamente semplici: una sorta di imbuti
di superficie determinata, che raccolgono l’acqua, avviata
poi ad una bottiglia. La difficoltà sta nel trovare migliaia di
persone che ogni giorno, domeniche comprese, misurino
con precisione la quantità di acqua raccolta nella bottiglia.
Naturalmente ci sono strumenti più raffinati e automatici,
ma sono proprio quelli più rudimentali che usati, ripeto,
con pazienza e diligenza, ben distribuiti nel territorio, consentono di rilevare le bizzarrie delle piogge e permettono
di avere dati statistici accurati.
Dell’acqua piovana, circa la metà va perduta per evaporazione; restano, sul territorio nazionale, circa 150 miliardi di
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metri cubi all’anno che vengono assorbiti, all’incirca (anche qui la mancanza di statistiche accurate è drammatica),
per 10 miliardi di metri cubi all’anno dalle comunità urbane, per circa 40 miliardi di metri cubi all’anno dall’agricoltura, e per una quantità stimabile in circa 10 miliardi di metri cubi all’anno dalle industrie.
L’acqua impiegata per l’irrigazione dei campi in parte viene
incorporata nei raccolti, ma per la maggior parte evapora o
va a raggiungere le falde idriche del sottosuolo da cui torna al mare. Per farla breve: per una via o per l’altra circa
150 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno in Italia tornano al mare scorrendo sul suolo o nel sottosuolo e, alla fine, attraverso laghi e fiumi.
L’acqua attraversa i sistemi umani – le abitazioni, le città, i
campi, le fabbriche, eccetera – senza scomparire, ad eccezione di quella che evapora e ritorna nell’atmosfera. La
maggior parte passa senza perdere il suo carattere di “acca-due-o”, e prosegue il cammino, dopo l’uso, addizionata,
però, di molte sostanze che essa discioglie, essendo dotata
di eccezionali proprietà di solvente. Per guardare meglio
questa storia naturale dell’acqua, proviamo a seguire il suo
ciclo attraverso la vita quotidiana.
Cominciamo con il bagno e la doccia. L’acqua viene impiegata per sciogliere il sapone che asporta lo sporco dal
corpo; si forma una soluzione schiumosa, ma non molto
sporca, che continua il suo cammino giù dal lavandino o
dalla vasca da bagno. Andremo a raggiungerla fra poco. In
cucina l’acqua è usata per lavare le verdure, per cuocere
la pasta, per bere: l’acqua usata per lavare le verdure porta con sé in sospensione poche sostanze, quelle che ade68
rivano alla superficie delle foglie o dei frutti e, col suo pur
limitato carico di sostanze estranee, viene buttata giù dal
secchiaio.
L’acqua in cui è stata fatta cuocere la pasta contiene quel
poco di amido che la pasta rilascia e anche l’acqua di cottura per lo più va perduta giù dal secchiaio; nel secchiaio e
negli scarichi va a finire anche l’acqua delle lavatrici, col
suo carico di detersivi e di sostanze estranee.
L’acqua è usata come bevanda, circa un litro al giorno per
persona. Anche se l’acqua del rubinetto è fresca e di buona qualità, la società dei consumi spinge i cittadini italiani
a comprare e bere ogni anno 12 milioni di metri cubi di acqua in bottiglia, acqua che viaggia in bottiglie di vetro o di
plastica, su camion o vagoni ferroviari, dalla Basilicata al
Trentino e dal Trentino alla Toscana e dalla Toscana al Piemonte, acqua pubblica, della collettività, che dovrebbe essere avviata agli acquedotti pubblici piuttosto che concessa alle imprese private.
L’acqua che è stata assorbita con il cibo da ciascuna persona, in parte viene perduta con la respirazione, in parte col
sudore e in parte ha un destino più prosaico e finisce nel gabinetto sotto forma di escrementi liquidi o solidi. Praticamente tutta l’acqua che entra in un sistema umano – è un
ecosistema anche una casa o una fabbrica – sopravvive come acqua, praticamente nella stessa quantità, ma con un
contenuto più o meno rilevante di sostanze estranee disciolte o in sospensione. Se, con un po’ di fantasia, immaginassimo di seguire il moto dell’acqua scaricata nel lavandino, nel secchiaio o nel gabinetto, ci troveremmo dentro un
gigantesco flusso di acque usate che confluisce in condotte
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più grandi, in fognature (dove esistono) e da qui in impianti di trattamento o depurazione (dove esistono) e infine
questo grande fiume di “acque usate” finisce nel mare.
L’acqua che attraversa l’ecosistema urbano si può immaginare divisa in tre flussi: l’acqua piovana che cade sulle strade e che è poco contaminata; le “acque bianche”, provenienti dai lavandini o dalle docce, addizionate con poco detersivo; le “acque nere” provenienti dai gabinetti e molto
più contaminate.
È un puro delitto lasciare che questa grande massa di acqua vada persa. Una parte delle acque usate subisce qualche trattamento essenzialmente per evitare l’inquinamento dei corpi riceventi – fiumi o mare – ma molto di più si
può fare per recuperare gran parte dell’acqua presente nei
flussi prima indicati e tali tecniche consentono di ottenere
acqua adatta per lavare le strade, per irrigazione o per raffreddamento di impianti industriali. I processi di trattamento delle acque usate possono essere progettati e scelti
a seconda della qualità “merceologica” dell’acqua da depurare e possono dare acqua depurata adatta per molti degli
usi nei quali adesso viene usata acqua rara e preziosa.
È assurdo lavare le strade o annaffiare i giardini con la costosa acqua trasportata talvolta da centinaia di chilometri di
distanza, dotata di caratteristiche igieniche di altissima qualità, essendo destinata ad usi igienici e alimentari. Così come
è assurdo usare acqua potabile di alta qualità igienica, costosa e sottratta ad altre regioni, per lo scarico dei gabinetti. Sarà il caso di cominciare anche in Italia, almeno nelle nuove
case, a predisporre una doppia rete di distribuzione dell’acqua, una alimentata con acqua di buona qualità per usi ali70
mentari e igienici e un’altra, che potrebbe anche essere alimentata con acqua di recupero, per i gabinetti.
Guerre per l’acqua
Fin dai tempi più antichi, le comunità umane si sono insediate vicino all’acqua; l’acqua era essenziale per bere, per
l’igiene, per irrigare i campi, per smaltire i rifiuti. Le antiche civiltà sono state civiltà dei fiumi: del Nilo, del Tigri e
dell’Eufrate, del Fiume giallo e, in tempi relativamente recenti, del Tevere e del Giordano.
I fiumi sono vie di comunicazione fra l’interno e il mare e il
loro controllo politico e militare è essenziale per la sopravvivenza dei poteri economici. D’altra parte, nei conflitti fra
Paesi vicini i confini sono stati tracciati proprio lungo i fiumi, perché sono facilmente difendibili contro un’invasione,
permettono di riscuotere i dazi commerciali e frenano il
contrabbando e le migrazioni ostili.
Una situazione che si vede bene in Italia e nella Val Padana,
dove il Ticino è stato per secoli il confine fra il regno del Piemonte e gli occupanti della Lombardia; l’Adda fra i padroni
della Lombardia e la libera repubblica di Venezia. Renzo
scappa dalle angherie degli spagnoli a Milano varcando clandestinamente l’Adda per cercare sotto la Repubblica un lavoro libero e tornare poi alla sposa promessa. E il sogno del
Risorgimento è stato quello di riunificare l’Italia divisa dai
confini artificiali degli Stati creati dagli stranieri. “Soffermati sull’arida sponda/volti i guardi al varcato Ticino/han giurato: non fia che quest’onda/scorra più fra due rive straniere”.
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D’altra parte, poco prima, uno dei primi atti della rivoluzione è stata la divisione del territorio francese in dipartimenti che prendevano il nome dal fiume principale. Fiumi e acque che uniscono in solidarietà i popoli che vivono in un
bacino idrografico, ma che sono diventati motivi sempre
più spesso di tensioni e conflitti, a mano a mano che una
popolazione in aumento gravava su un fiume e si voleva appropriare delle sue acque, e a mano a mano che l’acqua diventava scarsa o inquinata.
Gli organismi internazionali cercano di stabilire accordi per
regolare i prelievi delle acque dei fiumi che attraversano
vari Paesi, per frenare gli inquinamenti che fanno sentire i
loro effetti nei Paesi a valle. Anche una legge italiana prevede che i bacini idrografici debbano essere governati da
autorità, le quali dovrebbero prendere decisioni al di là degli egoismi delle regioni entro i cui confini scorrono le acque dello stesso fiume.
Purtroppo, l’egoismo prevale sempre e in alcune zone porta a vere e proprie guerre, tanto che si stanno moltiplicando i libri che parlano di “guerre dell’acqua”. Due libri recenti, pubblicati in inglese, uno di Vandana Shiva e uno di
Marq de Villiers, hanno lo stesso titolo: Water Wars.
Il caso più noto è quello delle acque del Giordano, dove Gesù ha predicato la pace e che ora sono contese con un infinito conflitto da Israele, dai palestinesi, da Siria, Giordania e Libano. Le acque del Tigri-Eufrate, in cui si specchiavano la favolosa Babilonia e la Bagdad dei Califfi, sono contese fra Turchia, Iraq e Siria. Su tali acque, oltre che sul petrolio, incombono le terribili ombre della guerra. Altrettanto drammatica è la situazione dei fiumi africani, tutti inter72
nazionali; ciascun Paese, sul “suo” pezzo di fiume vuole fare quello che gli pare: costruire dighe per produrre elettricità e per l’irrigazione, con la conseguenza di togliere acqua ai Paesi che si trovano a valle.
Il Rio Grande fa da confine per centinaia di chilometri fra
gli Stati Uniti e il Messico e ciascun Paese rivendica dei diritti su una parte delle sue acque. Si pensi poi ai grandi fiumi internazionali dell’America meridionale. Talvolta, come
nel caso di Israele e dell’Africa, siamo di fronte a vere e
proprie guerre; in altri casi a contese forse non militari, ma
altrettanto dolorose per le popolazioni.
In Asia le acque del fiume Mekong “appartengono” a Vietnam, Cambogia, Thailandia, Myanmar, Cina. E invece le acque di un fiume o di un bacino idrografico non appartengono a nessuno, sono beni collettivi, sono il “bene comune”
per eccellenza. Lo ripete, al primo punto, il manifesto per
un “contratto mondiale” dell’acqua.
Proprio i fiumi sono – dovrebbero essere –- la prima scuola e palestra di solidarietà; proprio il carattere dell’acqua
che si muove continuamente da un posto all’altro, da un
Paese all’altro, dovrebbe spingere le persone ad unirsi per
usare insieme questo bene. Eppure, neanche i Paesi sviluppati, neanche la nostra stessa Italia, sono esenti da conflitti sull’acqua. Non si tratta di guerre, ma di controversie
senza fine: fra Basilicata e Puglia, fra Puglia e Molise e
Campania, regioni e popolazioni unite e divise dalla stessa
acqua che è scarsa.
E che minaccia di diventare sempre più scarsa in futuro: i
mutamenti climatici di cui siamo testimoni renderanno in
futuro l’acqua sempre più difficile da governare. L’acqua
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talvolta è scarsa al punto da rendere asciutti i laghi e inaridire i campi, poi improvvisamente violenta e nemica, al
punto da spazzare le valli, portando nei fiumi i detriti dell’erosione e allagando campi e città.
Acqua amica e acqua nemica, suscettibile di diventare più
amica, più veicolo di solidarietà se cresce la comprensione
delle sue leggi. Vorrei concludere con la proposta di distribuire nelle scuole delle carte geografiche in cui, al posto
dei (o “sopra”) i confini politici e le strade, fossero tracciati i confini dei bacini idrografici, insieme a dei quaderni che
spieghino come l’acqua si muove sul suolo, come ha bisogno di spazio per espandersi quando è abbondante e veloce, come può e deve essere usata con cautela. Molti anni
fa, negli Stati Uniti si tenne una conferenza intitolata proprio “Acqua per la pace”. Mai come adesso dall’acqua dipende la pace fra i popoli.
Il costo in acqua delle merci
Le alterazioni dell’ambiente, che si manifestano sotto forma di mutamenti climatici, inquinamenti, erosione del suolo e alluvioni, hanno la comune origine nell’aumento dei
consumi di beni fisici e nell’errata progettazione e scelta di
tali beni materiali, delle merci.
Qualsiasi merce, dagli alimenti, ai metalli, alle macchine, ai
tessuti, eccetera, arriva nei negozi e nelle nostre case dopo un lungo cammino che comincia dalla natura, il grande
serbatoio di prodotti agricoli e forestali, minerali, idrocarburi, acqua, passa attraverso dei processi di trasformazio74
ne e alla fine fornisce quello che noi acquistiamo: frigoriferi e scarpe, scatolette di carne e acqua in bottiglia e infinite altre cose. Nel corso dei processi di produzione e di uso
delle merci, una parte delle materie entrate in ciclo ritorna
nei corpi riceventi naturali – acqua, suolo, aria – sotto forma di scorie e rifiuti.
In questa grande circolazione, “natura-merci-natura”, le riserve di risorse naturali, dai minerali al petrolio alle falde
idriche, risultano impoverite e la qualità delle acque e dell’aria e del suolo “peggiora”, per la contaminazione con i rifiuti. Esposta in questi termini, la situazione potrebbe sembrare disperata e potrebbe indurre a raccomandare una riduzione dei consumi di beni materiali; se una revisione dei
consumi è pure necessaria, una via di salvezza va cercata
anche in una revisione della “qualità” delle merci, in nuovi
metodi di progettazione dei processi e degli oggetti.
Qualche segnale di speranza arriva. Per motivi economici,
oltre che ecologici, un numero crescente di imprese ha deciso di progettare oggetti con più bassi consumi di energia
per unità di peso o per unità di servizio. Autoveicoli di nuova concezione permettono ad una persona di percorrere
un chilometro consumando la metà dell’energia rispetto al
1990; è possibile fare il bucato con meno energia e acqua
rispetto a dieci anni fa, lavando altrettanto bene. Adatte
scelte delle materie prime e innovazioni tecnico-scientifiche consentono di ridurre il peso di agenti inquinanti immessi nelle acque o nell’aria e quindi di ridurre i costi di
produzione.
Per guidare queste innovazioni occorrono nuovi indicatori
del valore; al di là del valore monetario, è ora necessario
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identificare per ciascun prodotto o processo un “valore” in
unità fisiche, espresso, per esempio, sulla base della quantità di energia o acqua o minerali necessaria per ottenere
un’unità di peso di un oggetto o un’unità di servizio.
C’è, per fortuna, un crescente interesse per questi problemi. Il consumo di energia per unità di merce prodotta è un
tema a cui molti studiosi di merceologia si sono a lungo dedicati. Alcuni studiosi hanno esaminato quanto si sa sul
“consumo” di acqua per ottenere una tonnellata di patate
o di carne o di acciaio o per lavare cinque chili di bucato:
acqua che viene estratta dalle sorgenti, dai fiumi e dalle
falde del sottosuolo ed entra in un grande sistema di reti di
distribuzione che consentono di farla arrivare nelle case
delle persone, nei campi e nelle fabbriche.
Progettare le merci diversamente e in modo ecologicamente corretto è il primo passo; occorre poi spiegare agli acquirenti perché è virtuoso acquistare i prodotti a basso impatto ambientale. A questo proposito un ruolo essenziale
possono avere le istituzioni: in Italia la legge sui rifiuti prescrive che gli uffici della pubblica amministrazione debbano acquistare, per esempio, carta riciclata, ma troppi ostacoli ancora impediscono il pieno rispetto di questa norma,
tanto che dei circa dieci milioni di tonnellate di carta e cartoni usati in Italia nel 2010, appena sei sono recuperati per
essere riciclati e quattro milioni di tonnellate finiscono nelle discariche e negli inceneritori.
Un altro ruolo essenziale dovrebbe avere l’informazione
nelle scuole. Eppure, le recenti riforme hanno espulso le
materie che si occupavano di questi temi: la Merceologia, e
adesso anche l’“Educazione tecnica”, che era obbligatoria
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nelle scuole medie inferiori, come si chiamavano una volta.
L’insegnamento di “Tecnologia”, introdotto nella Scuola secondaria inferiore, offre certo molte occasioni per comprendere come è possibile soddisfare i bisogni umani con
minore consumo di energia e anche di acqua.
Mi auguro che la crescente sensibilizzazione in atto, nonché le pubblicazioni, scientifiche e non, apparse sul tema,
stimolino produttori, distributori e consumatori – ed educatori – a riconoscere e spiegare che è possibile avere beni essenziali e sviluppo economico con minore violenza
verso la natura.
Il mare intorno a noi
Ogni anno il mare attrae turisti, persone in cerca di riposo
e di natura, spesso deluse per le alghe puzzolenti, la plastica galleggiante, gli escrementi e i mozziconi di sigarette
sparsi vicino alle spiagge, la puzza di benzina che accompagna i gommoni, i motoscafi e le moto d’acqua che sfrecciano lungo le coste.
Giustamente, nel 2006, col secondo governo Prodi, il Ministero dell’Ambiente ha voluto aggiungere, fra le sue finalità,
oltre alla difesa del territorio anche quella del “mare”, riconoscendo che il mare non è solo la base delle attività della
“Marina mercantile”, non è solo l’autostrada per le navi da
trasporto di merci e passeggeri, non è solo la sede di porti e
della nautica o pesca commerciale, attrazione del turismo e
quindi di lavoro e di ricchezza, ma è il grande, anzi il più
grande territorio dell’ambiente, sede e fonte di vita.
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Credo che i governanti potrebbero utilmente leggere (spero “rileggere”) il bel libro Il mare intorno a noi, scritto
nel 1951 dalla famosa biologa americana Rachel Carson
(1907-1964, l’autrice del più noto libro Primavera silenziosa). Il libro è stato pubblicato in italiano dall’editore Casini e poi da Einaudi, e sarebbe utile che fosse letto nelle
scuole, a cominciare da quelle elementari e medie, quando
i ragazzi sono ancora disposti a meravigliarsi. Opportunamente, la televisione di Stato trasmette documentari con
belle immagini di vita marina, ma bisognerebbe che gli
spettatori si rendessero conto che non si tratta soltanto di
roba da mari tropicali; la vita e la bellezza del mare riguardano qualcosa che è “intorno a noi”, nascosto anche nelle
pozze di acqua salina che si formano sulle spiagge e nelle
rocce costiere, nello sciacquio del mare avanti e indietro.
Questa vita marina, che dovrebbe essere difesa gelosamente perché da essa dipende, direttamente e indirettamente,
anche la nostra vita e salute, viene offesa continuamente e,
quando è uccisa, si lascia dietro organismi putrefatti e puzzolenti. Ogni anno, d’estate e d’inverno, nei mari italiani finiscono circa cinquecento miliardi di litri di acque di fogna
non trattate, contenenti non solo gli escrementi umani, ma
tutto ciò che fuoriesce dai gabinetti, lavandini, lavatrici,
fabbrichette, allevamenti zootecnici, ristoranti, canalette
di scolo agricole, acque ricche di detersivi, pesticidi, concimi, medicinali non usati, e tanti altri veleni per la vita marina. E non si tratta semplicemente della morte di alcuni
degli esseri viventi del mare, non si tratta dei turisti che,
indignati, lasciano le spiagge alla ricerca di mari più puliti,
dei pescatori che vedono diminuire il pescato e il loro red78
dito, ma si tratta di alterazioni dei delicati equilibri del mare che cominciano con le alghe fotosintetiche, gli alimenti
per lo zooplancton, a sua volta nutrimento per tutti gli altri esseri viventi marini, alcuni dei quali arrivano sulle nostre tavole.
In troppe zone d’Italia i depuratori delle acque di fogna non
ci sono o non funzionano; questi depuratori rappresentano
le prime e più urgenti infrastrutture a cui mettere mano.
Strade e ferrovie ad alta velocità serviranno a poco se i turisti vanno a fare il bagno altrove. È probabilmente lodevole, ai fini dell’economia cantieristica, incoraggiare la vendita di barche, da quelle piccole a quelle grandi e grandissime che parcheggiano nei porti turistici, talvolta sfacciate
esibizioni di opulenza guadagnata con soldi nascosti alle
tasse italiane, talvolta cialtronesche manifestazioni di rumore e puzza come quelle degli scooter d’acqua; però non
si può tollerare che nautica significhi sporcizia e inquinamento per chi deve accontentarsi di bagnarsi nel mare. Ci
sono leggi di polizia marittima che stabiliscono che non si
deve circolare a motori accesi ad una certa distanza dalle
coste, sia per la sicurezza delle persone, sia per spostare il
più lontano possibile fumi e scarichi di benzina, ma tali leggi sono continuamente violate, anzi le violazioni sono viste
quasi con benevolenza, giovanili manifestazioni sportive. E
ancora: il mare è compromesso dalle costruzioni che arrivano e portano i loro rifiuti proprio sulla riva, anche nelle
zone che la legge, e le minime norme di difesa del mare,
vorrebbero sgombre da cemento e asfalto.
Purtroppo, alla radice di tutte le violenze al mare c’è un distorto senso della proprietà: se qualcuno venisse a versare
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il vaso da notte nel salotto della casa di ciascuno di noi, ci
indigneremmo e lo denunceremmo; se lo fa nel mare, nella maggior parte dei casi nessuno dice niente. La salvezza
della salute individuale sarà possibile soltanto quando ci
renderemo conto che il mare è “proprietà” di ciascuno di
noi, è un pezzo della nostra casa e del nostro salotto e come tale va rispettato e trattato.
Di chi la colpa?
L’acqua amica e nemica: anche il primo decennio del XXI
secolo è stato caratterizzato, in numero crescente, da frane e alluvioni che spazzano via vite umane, povere case e
le loro suppellettili e ricordi. Qualcuno dice che non è colpa della natura, ma dell’“uomo”, quasi genericamente malvagio e nemico della natura; in realtà la colpa è della forza
del denaro e della speculazione e di un potere politico attento agli interessi degli affari e dei soldi, anche a costo del
disprezzo della vita umana e della natura.
L’acqua fa il mestiere per il quale è stata predisposta dall’inizio del pianeta, come fonte della vita, non di morte: cade ogni anno sulla superficie della Terra in quantità abbastanza costante e abbastanza prevedibile da luogo a luogo,
da stagione a stagione. L’acqua raggiunge il terreno e scorre verso il piano lungo i pendii, e poi nei canali e nei torrenti e poi nei fiumi più grandi fino al mare; nel cadere sulla superficie della Terra, l’acqua viene a contatto con le
rocce e il terreno e ne sposta le parti più leggere che diventano sabbia e limo, che scendono per gravità, depositando80
si nelle parti più basse, creando quei beni utili agli esseri
umani come le fertili pianure alluvionali e le spiagge. In
questo suo istancabile e provvidenziale andare, l’acqua dà
vita ai vegetali, disseta gli animali, assicura la vita umana.
E la vegetazione, in tutte le sue forme, dai prati agli alberi,
alla macchia spontanea, è anche fondamentale nel regolare la forza che l’acqua esercita nel disgregare e spostare il
terreno. Le foglie sono state inventate dal Padreterno proprio perché attenuano la forza erosiva dell’acqua. Nel corso dei millenni e dei secoli, le acque si sono assicurate lo
spazio in cui muoversi a seconda della loro velocità, cambiando talvolta il loro corso e riservandosi degli spazi in cui
adagiarsi nei periodi di piogge più intense e di piene dei
fiumi.
“Purtroppo”, le pianure e le zone lungo i torrenti, i fiumi e
i laghi sono quelle più pregiate per gli insediamenti umani;
i terreni agricoli si sono estesi anche sulle rive dei fiumi,
nelle zone che la natura aveva riservato a se stessa per far
espandere le acque di piena; case e villaggi e poi città e
fabbriche hanno occupato pendii e fondo valle e le rive dei
fiumi, dei laghi e del mare, creando ostacoli al moto delle
acque; così quando cadono piogge più intense, le acque aumentano di velocità e di forza erosiva e cercano con violenza uno spazio per scendere a valle, spostando masse di terra, alberi e addirittura edifici e ponti e strade.
Tutto qui. Le frane e le alluvioni e i costi e i dolori e i morti sono dovuti all’avidità di alcuni “soggetti economici” che,
nel nome del proprio interesse “economico”, hanno edificato od occupato gli spazi che dovevano essere lasciati liberi per il moto delle acque, incanalando fiumi e torrenti in
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prigioni di cemento; altri, sempre per motivi “economici”,
per guadagnare spazi edificabili hanno distrutto, anche col
fuoco degli incendi, gli alberi e la vegetazione spontanea e
le macchie, di conseguenza le acque hanno finito per muoversi con maggiore violenza sul suolo; molte pratiche agricole intensive hanno reso il terreno più esposto all’erosione che sposta a valle la terra fertile.
Terra, fango, detriti, ramaglie, alberi, rocce, trascinati dalle acque sempre più veloci, diventano un “tappo” fisico dei
corsi d’acqua e ne facilitano l’uscita dalle loro vie naturali.
È il quadro che appare dopo frane e alluvioni che divorano
da decenni, ogni anno in Italia, miliardi di euro di ricchezza e centinaia di vite umane. L’unica nostra difesa dovrebbe essere lo “Stato” che, se operasse per il bene pubblico,
dovrebbe impedire, con le leggi e con il loro rispetto, dal livello nazionale a quello delle amministrazioni locali, la costruzione di opere, private e pubbliche, edifici e strade e
ponti, eccetera, nei luoghi da riservare al moto delle acque;
che dovrebbe ricostruire la copertura vegetale, vietando la
distruzione del verde e dei boschi e dovrebbe provvedere
alla pulizia del greto di canali, torrenti e fiumi per assicurare il regolare fluire delle acque.
Purtroppo le leggi, che sono giustamente attente a punire
la violenza ai privati, sono silenziose, talvolta compiacenti,
quando si tratta di impedire la violenza di privati – e talvolta dello stesso Stato – contro la natura, cioè contro la vita
di altri cittadini. Anche se è certo che tale violenza si manifesterà periodicamente, sotto forma di disastri e morti e
dolori. Ogni volta che lo Stato dovrebbe dire a un cittadino
che “non deve” costruire in una golena o in una lama o sul
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greto di un torrente o in una zona franosa, sta zitto, perché
bisogna “fare”, costruire, anche se ciò sarà pagato da altri
e da tutti, oggi e in futuro. Eppure, con leggi e con una
buona amministrazione, si può “fare” e assicurare lavoro e
case e strade, costruendo diversamente, in altri luoghi,
proteggendo il suolo contro l’erosione con il rimboschimento, combattendo gli incendi.
E le leggi ci sono state: nel 1985 la legge 431 stabiliva che
dovevano essere sottoposte a vincolo le rive dei torrenti e
dei fiumi e del mare, la legge 183 del 1989 stabiliva regole
di difesa del suolo e delle acque; e così prevedevano le leggi “Sarno” (267 del 1998), e “Soverato” (365 del 2000),
emanate dopo i rispettivi disastri idrogeologici. Tutte leggi
non applicate o violate, o rimandate o vanificate da condoni, o abrogate. Si sentono promesse e programmi prima di
ogni elezione, ma non sento nessun impegno per aggiornare e far rispettare le leggi che impediscono gli interventi
sul territorio, nocivi per la vita futura degli italiani.
Se proprio i governi locali e nazionali non hanno “il coraggio di dire no” alla speculazione, all’egoismo, all’avidità che
si mangiano il territorio italiano, alla violenza contro la natura, almeno abbiano il pudore di smetterla con i piagnistei
sui cadaveri che sono generati dalla loro incapacità di prevedere e prevenire le cause, che sono sotto gli occhi di tutti, delle morti e dei dolori e dei costi di ieri, di oggi, di domani e dopodomani.
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Veleni nel mare
Nel Tirreno c’è una nave piena di fusti contenenti sostanze
tossiche, anzi radioattive, anzi la nave affondata è una comune nave mercantile, anzi di navi affondate con rifiuti
tossici ce ne sono molte fra Mar Tirreno e Mar Jonio. Qual
è la verità? Il mare, con il suo volume di acqua di 1400 milioni di miliardi di metri cubi, rappresenta una tentazione
troppo forte per coloro che, illegalmente, vogliono versarvi un po’ di milioni di metri cubi di rifiuti prodotti dalle attività umane, quelli che è troppo costoso o che non si riescono a nascondere in qualche cava o pozzo sui continenti. Non credo sia mai stata scritta una storia naturale dei rifiuti finiti nel mare; peccato, perché si imparerebbero molte cose utili. Il mare, infatti, non è una massa ferma e neutrale di acqua, ma è una soluzione contenente 35 grammi
di sali ogni mille litri di acqua, leggermente alcalina, corrosiva, ed è sede di innumerevoli forme di vita influenzate e
avvelenate dalle sostanze tossiche che vi finiscono dentro.
Nella sua lunga (quattromila milioni di anni) storia, nel mare è finito di tutto. Le piogge che sono cadute ininterrottamente sulle terre emerse hanno disgregato e corroso le
rocce superficiali e hanno trascinato i prodotti dell’erosione, insolubili o solubili in acqua, fino ai mari; da tale flusso
continuo di materiali si sono formati i grandi depositi di
fanghi e rocce esistenti sui fondali marini, dentro i quali
spesso di trovano giacimenti di metalli preziosi; sul fondo
del mare sono finite le spoglie di innumerevoli esseri viventi che, decomponendosi, hanno generato i depositi di idrocarburi che si trovano sotto il fondo del mare.
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Le alterazioni del mare, però, si sono fatte più intense a
mano a mano che esso è diventato la grande via di comunicazione fra le terre emerse e non a caso nel mare si trovano i resti di navi affondate da tremila anni a questa parte. Delle navi di legno i resti non si trovano più, scomposti
chimicamente e per attacco microbiologico, al più si trovano alcuni degli oggetti trasportati: anfore, talvolta ancora
con parte del loro contenuto, statue di marmo o di metallo, eccetera. Per i tempi più vicini a noi si sa, ma non si sa
dove, che sono affondati dei galeoni, le grandi navi spagnole e portoghesi che trasportavano le ricchezze del “Nuovo
Mondo” alle corti dei Paesi europei.
A partire dalla fine del 1800, quando le navi sono state fatte di ferro, più resistente alla corrosione, e si sono fatte più
numerose, è aumentato anche il numero degli affondamenti per cause accidentali o di guerra. Durante tutto il XX secolo, le navi hanno trasportato attraverso gli oceani materiali strategici, idrocarburi, metalli; ogni parte in guerra
cercava di affondare le navi dirette al nemico, e ogni nave
trascinava sul fondo dei mari non solo vite umane, ma anche materiali che sono ancora lì, esposti da decenni all’azione corrosiva del mare. Un capitolo quasi inesplorato
della chimica e della biologia del mare dovrebbe studiare
come si sono trasformate, sotto l’azione dei sali marini e
degli esseri viventi marini, le sostanze finite in fondo al mare, fra cui acidi, gas di guerra, prodotti chimici industriali.
La nostra attenzione recente maggiore è giustamente rivolta agli effetti sulla nostra vita dei “rifiuti” industriali che organizzazioni criminali caricano su vecchie navi, affondate
poi da qualche parte, più o meno vicino alle coste. Nel ma85
re finiscono illegalmente anche grandi quantità di prodotti
petroliferi scaricati dalle navi cisterna che collegano ogni
anno i pozzi petroliferi e le raffinerie e i luoghi di consumo:
milioni di tonnellate di idrocarburi ogni anno vanno ad aggiungersi a quelle che, nei decenni, sono finite nel mare in
seguito a incidenti. Fra i maggiori disastri, si ricordano la
fuoriuscita di petrolio per incidente dal pozzo al largo di
Santa Barbara in California nel 1969, l’incendio del pozzo
di Nawruz nel Golfo Persico nel 1983. Ma la maggior paura
destano i prodotti velenosi come l’iprite, contenuta in fusti
finiti nel mare di Bari e poi trascinati nell’Adriatico durante la Seconda Guerra Mondiale, o i fusti di piombo tetraetile finiti pure nell’Adriatico nel 1974 e in parte recuperati,
o i prodotti (bromuro di metile e altri) affondati nel 1979
con la nave Klearcos in Sardegna e riportati in superficie
nel 1981, o il petrolio nel relitto della nave Haven, affondata nell’aprile 1991 davanti a Genova, riportati in superficie
nel 2008, per non citare che alcuni dei molti attentati alla
vita del mare, fino all’inquinamento ad opera del petrolio,
circa un milione di tonnellate, fuoriuscito nel Golfo del
Messico nell’agosto 2010.
Di questi eventi si hanno notizie precise, ma certo molti altri avvelenamenti del mare sono rimasti sconosciuti e in
qualche parte dei mari e degli oceani, sott’acqua, ci sono
contenitori che continuano a rilasciare sostanze tossiche e
radioattive. Di queste ultime, poi, per anni, grandi quantità sono state immesse nel mare, anche nel Mediterraneo,
dagli enti governativi francesi e inglesi. E piccole, ma non
insignificanti, quantità sono state rilasciate nel Mar Jonio
dagli impianti di ritrattamento delle scorie radioattive di
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Rotondella in Basilicata. Un pericolo a cui saranno esposte
per chi sa quanto tempo le generazioni future, perché alcuni elementi continuano a rilasciare radioattività per secoli e tale radioattività entra nelle catene alimentari marine. Giustamente, ci siamo indignati per la scoperta che la
malavita ha praticato, per anni, lo scarico di rifiuti tossici e
radioattivi anche nei mari vicini alle nostre coste e che solo una minima parte di questi eventi è stata identificata. Il
problema ci riguarda da vicino, perché le coste italiane sono lunghe ottomila chilometri.
Tutte le forze scientifiche delle università, degli enti di ricerca e del Ministero dell’Ambiente e del “mare” dovrebbero essere impegnate nella ricostruzione storica sia degli
eventi criminali, sia degli inquinamenti accidentali o anche
autorizzati o tollerati senza pensare alle conseguenze; di
ciascuno dovrebbe essere localizzata con certezza la posizione per provvedere ad attenuarne le conseguenze. Non
dimentichiamo mai quanto la nostra vita sia strettamente
legata a quella del mare.
87
Energia
Le “cinque lampadine” e l’inizio dell’energia
geotermica
Il 4 luglio 1904 veniva utilizzato per la prima volta a Larderello, in Toscana, il vapore caldissimo di uno dei soffioni,
diffusi in quelle valli, per azionare un motore elettrico. Con
questo furono accese le “cinque lampadine” elettriche che
avrebbero rappresentato una svolta nell’uso delle risorse
rinnovabili offerte gratuitamente dal ventre della Terra.
L’artefice dell’operazione era un giovane toscano, il principe Piero Ginori Conti, e tutto era cominciato con il nonno
di suo suocero, Francesco de Larderel (1789-1858).
Di nobile famiglia francese, questo de Larderel era venuto
nel 1814 in Toscana ai tempi di Napoleone e aveva cominciato a interessarsi degli strani fanghi biancastri che si formavano intorno ai soffioni nelle valli interne. Nel 1777, il
chimico tedesco Francesco Höfer, direttore delle farmacie
del Granducato di Toscana, aveva riconosciuto che la polvere bianca di questi fanghi era acido borico, trascinato dal
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vapore geotermico che arrivava in superficie e poi si condensava nella valle di Montecerboli, vicino Pisa. L’acido borico era noto e raccolto fin dai tempi degli Etruschi e trovava impiego nella preparazione di smalti e vernici e anche
in medicina come disinfettante.
Già nel 1818, Francesco de Larderel decise di estendere e
razionalizzare la produzione e la vendita di acido borico; il
granduca di Toscana Leopoldo II aveva apprezzato l’iniziativa industriale e aveva nominato de Larderel conte di
Montecerboli. Nel 1846, il villaggio di Montecerboli assunse il nome di Larderello. Fino al 1827 l’acido borico era ottenuto facendo evaporare con forni a legna l’acqua dei fanghi, ma nel 1827 de Larderel ebbe l’idea di utilizzare per
l’evaporazione il calore dello stesso vapore geotermico, prima utilizzazione industriale ed economica di questa fonte
energetica.
In quei primi decenni dell’Ottocento, la Toscana e la zona
di Livorno erano centri di vita intellettuale, commerciale e
finanziaria con la partecipazione di una folla di personaggi
anche stranieri. In questa atmosfera, proprio in Toscana, a
Pisa, si era tenuta la prima Riunione degli scienziati italiani nel 1846 e negli stessi anni il toscano Eugenio Barsanti
(1821-1864) aveva realizzato il primo motore a scoppio.
Per farla breve, con l’acido borico la famiglia de Larderel
fece una grossa fortuna, come testimonia fra l’altro un bel
palazzo a Livorno, ora proprietà comunale. A Francesco
successe il figlio Federigo e poi il figlio di quest’ultimo Florestano; Adriana, figlia di Florestano, sposò nel 1894 Piero
Ginori Conti (1865-1940), figlio di una nobiltà fiorentina
che si era guadagnata fama e quattrini negli affari interna89
zionali, orgogliosa della propria tradizione e nello stesso
tempo attenta alla cultura e alle innovazioni che attraversavano l’Europa dell’Ottocento.
Fra queste novità un ruolo speciale aveva l’elettricità. La dinamo, la macchina capace di trasformare un moto rotatorio
in elettricità, era stata inventata da Antonio Pacinotti (18411912). Si trattava soltanto di trasformare il moto di una ruota mossa da una macchina a vapore o dall’energia meccanica dell’acqua in movimento, per ottenere l’elettricità per illuminare le strade, per realizzare reazioni chimiche.
Negli ultimi anni dell’Ottocento, l’elettricità fu utilizzata per
la fabbricazione dei primi prodotti chimici: del carburo di
calcio e della calciocianammide a Bussi, in Abruzzo, per la
produzione dell’idrato sodico e del cloro. L’uso del carbone
per le macchine termiche che azionavano le dinamo era però costoso e Piero Ginori Conti pensò di utilizzare quel vapore che la Terra offriva gratis nei suoi soffioni, e il cui calore era sottoutilizzato, per produrre elettricità. In quel giorno
di cento anni fa, Ginori Conti alimentò col vapore geotermico di Larderello un motore a pistoni collegato con una dinamo da 10 kilowatt, l’elettricità prodotta accese le storiche
“cinque lampadine” già ricordate. L’operazione fu tanto più
importante in quanto il commercio dell’acido borico stava
entrando in crisi dopo la scoperta, negli anni Ottanta dell’Ottocento, dei grandi giacimenti di borace nella Death Valley
della California e poi a Boron, nello stesso Stato.
Con Ginori Conti la produzione di acido borico e quella di
elettricità furono abbinate; nel 1912 fu fondata la Società
Boracifera di Larderello. La produzione di elettricità geotermica andò aumentando fino alla Seconda Guerra Mon90
diale, quando le centrali furono distrutte. Dopo la Liberazione, le centrali furono ricostruite e la società di Larderello fu incorporata nell’Enel.
Piero Ginori Conti fu uno straordinario personaggio che attraversa la storia economica, scientifica e industriale della
prima metà del Novecento. Una sua bella biografia, ricca di
informazioni su una pagina meno nota dell’industrializzazione italiana, si trova in Internet. L’iniziativa di Larderello
attrasse enorme attenzione in tutto il mondo e Larderello
e la vicina Pisa divennero un centro di ricerca e consulenza avanzata per tutti coloro che avevano a disposizione manifestazioni geotermiche nel mondo. Tali manifestazioni
erano presenti nei Paesi industrializzati, come gli Stati Uniti o l’Islanda, ma anche in Paesi arretrati, in cui la nuova
fonte di energia diede un contributo essenziale allo sviluppo economico.
Nel mondo, l’elettricità geotermica è ottenuta con centrali
che hanno una potenza di circa 8300 megawatt; l’Italia, con
una potenza istallata di 860 megawatt e una produzione
(2010) di circa cinque miliardi di chilowattore all’anno, è al
terzo posto dopo Stati Uniti e Filippine. Il vapore geotermico è usato anche direttamente come fonte di calore per appartamenti, serre, stabilimenti industriali.
Eugenio Barsanti e l’invenzione del motore
a scoppio
L’invenzione del motore a scoppio, capace di trasformare
nel moto rotatorio il calore liberato dalla combustione di
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un gas o di un liquido, ha permesso di ottenere la più importante “macchina” degli ultimi due secoli, quella che tiene in moto, nel mondo, centinaia di milioni di autoveicoli,
che ha aperto le strade alla conoscenza fra i popoli, alla circolazione delle merci, alla “civiltà moderna”.
A chi si deve tale invenzione? Agli italiani Eugenio Barsanti (1821-1864) e Felice Matteucci (1809-1887) o al francese Etienne Lenoir (1822-1900), come viene per lo più detto e scritto? La controversia si trascina da oltre un secolo
e mezzo. I concittadini di Barsanti hanno costituito una
Fondazione che si è presentata al Parlamento europeo con
una mostra e che girerà anche in molte città europee, per
dimostrare che i due italiani hanno inventato il motore a
scoppio nel 1853, vari anni prima che Lenoir depositasse,
nel 1859, il suo brevetto per un motore simile a quello di
Barsanti e Matteucci.
Non si tratta di orgoglio nazionalistico, del resto insensato
in un’Europa unita, ma di far riconoscere il merito di un geniale studioso dimenticato. Eugenio Barsanti era nato (col
nome Nicolò) nel 1821 a Pietrasanta, la bella cittadina della Versilia, da una famiglia di modeste condizioni e aveva
scelto l’insegnamento e la vita religiosa nella congregazione dei Padri Scolopi che allora, come oggi, si dedicava all’educazione dei ragazzi. Appassionato di fisica, Barsanti
(divenuto padre Eugenio) era rimasto affascinato dagli
esperimenti che allora si facevano anche nelle aule scolastiche in cui insegnava, a Volterra. Uno di questi consisteva nel mettere una miscela di aria con idrogeno o con il gas
illuminante dentro un cilindro metallico chiuso con un tappo; la miscela veniva accesa all’interno con una scintilla
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elettrica, la “pistola di Volta”. I gas reagivano sviluppando
calore, aumentavano di volume e spingevano violentemente per aria il tappo, con gran divertimento degli scolari.
Barsanti decise di sfruttare la pressione dei gas per muovere un pistone posto nel cilindro metallico, in questo modo si otteneva un movimento meccanico, che però era fine
a se stesso. Barsanti pensò, allora, di utilizzare la pressione provocata dalla combustione per imprimere al cilindro
un movimento in grado di far girare una ruota. Come era
comune agli scienziati e agli inventori dell’Ottocento, il fine era di alleviare, con delle macchine, la fatica umana degli operai. A quel tempo erano già diffuse le macchine a vapore che però erano grosse e ingombranti: Barsanti pensava invece ad una macchina piccola, adatta anche alle officine artigiane, diffuse nella Toscana in cui viveva e insegnava.
Per ottenere un moto continuo occorreva dotare il sistema
cilindro-pistone di due valvole: una avrebbe dovuto far
uscire i gas di combustione consentendo al pistone di tornare nella posizione primitiva; l’altra avrebbe dovuto aspirare all’interno del cilindro una nuova miscela di aria e
combustibile. Barsanti aveva, insomma, ideato un “motore”
capace di generare una successione continua di salite e discese di un pistone dentro un cilindro, proprio quanto avviene nel motore a scoppio odierno.
Per realizzare il suo motore, Barsanti chiese, nel 1851, la
collaborazione dell’ingegnere toscano Felice Matteucci e
insieme progettarono un “motore per ottenere una forza
motrice con l’esplosione di gas” che fu costruito dalla fonderia fiorentina di Pietro Benini. Barsanti e Matteucci de93
scrissero il loro motore in una dettagliata relazione e per
assicurarsi la priorità dell’invenzione la affidarono, il 5 giugno 1853, in un plico sigillato, alla prestigiosa Accademia
dei Georgofili di Firenze. La quale, in occasione dei 150 anni dell’invenzione, italiana, del motore a scoppio e in coincidenza del 250° anniversario della sua fondazione, nel
2003 ha pubblicato un bel volume commemorativo.
Barsanti e Matteucci depositarono una domanda di brevetto
in Inghilterra nel 1854 e cominciarono a far conoscere la loro invenzione: nel 1856 un primo esemplare azionava già alcune macchine utensili nelle officine della stazione ferroviaria di Firenze; nel 1858 l’invenzione è dettagliatamente descritta in una rivista inglese di ingegneria e il motore a scoppio comincia ad apparire in varie esposizioni internazionali.
Come spesso accade, gli imitatori non tardarono a presentarsi: nel 1859 il meccanico francese di origine belga,
Etienne Lenoir, costruì e pubblicizzò un motore a scoppio
più rudimentale di quello di Barsanti ed ebbe subito grande ascolto in tutto il mondo. Non si dimentichi che gli
eventi qui descritti si svolgono in una Toscana che sta vivendo gli ultimi anni del dominio dei Lorena e il passaggio
al Regno d’Italia. La Francia stava vivendo invece anni di
successi politici internazionali, ben intenzionata a valorizzare i suoi inventori e i suoi valori.
Nel 1863, le officine Bauer (poi Breda) di Milano costruirono altri esemplari del motore a scoppio e nel 1864 Barsanti si recò in Belgio a Seraing per stipulare un accordo
con le officine locali per la costruzione in serie del motore
da lui inventato. Ma in quella città Barsanti morì nello stesso 1864.
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Nel 1867 il tedesco Nikolaus Otto (1832-1891) esponeva un
motore del tutto simile, anzi copiato da quello di Barsanti e
Matteucci, e anche Otto ebbe ampi riconoscimenti, tanto
che ancora oggi il ciclo del motore a scoppio prende da lui il
nome. Gli anni Sessanta dell’Ottocento furono anni di delusione per i due inventori italiani, meno attrezzati finanziariamente dei loro concorrenti stranieri, sconosciuti e anzi in
parte anche derisi in Italia. Matteucci (frattanto, nel 1866,
era fallita la “Società anonima del nuovo motore Barsanti e
Matteucci”) cercò di rivendicare la priorità della loro invenzione, ma tutte le proteste furono vane. Matteucci fu colpito da una profonda depressione e morì nel 1887. Molte altre
utili informazioni si trovano nel sito Internet dedicato ai due
grandi: www.barsantiematteucci.it.
La storia di Barsanti rappresenta un altro episodio delle
occasioni perdute dall’Italia in un mondo che si stava avviando verso l’industrializzazione moderna ed è di qualche
conforto che qualcuno cerchi di ricordarla, sia pure a un
secolo e mezzo di distanza. Chi passa da Pietrasanta (e la
gita merita), vada a vedere la lapide che fu apposta nel
1887 sulla facciata della casa in cui Barsanti è nato, in Via
Mazzini. La salma del grande inventore fu trasferita nel
1954 nella chiesa di Santa Croce a Firenze, fra le “urne de’
forti”. Sulla sua tomba c’è un busto, una copia del quale è
stata posta all’angolo fra Via Barsanti e Via Mazzini a Forte
dei Marmi, la bella località balneare a pochi chilometri da
Pietrasanta.
In questo tempo in cui tutto è volatile, frivolo, virtuale e
chiacchiericcio, quando ci sediamo sull’automobile, accendiamo il motore e ci mettiamo in moto, volgiamo un pen95
siero a chi ha reso possibili questi gesti, fra l’incredulità generale, con la convinzione che l’inventare e l’innovare è un
servizio civile, alla collettività.
Il picco di Hubbert
Nel 1956, un geologo della compagnia petrolifera Shell,
King Hubbert (1903-1989), si presentò alla Conferenza
dell’Istituto Americano del Petrolio per leggere una relazione sul futuro dell’energia. Hubbert aveva passato la sua
vita professionale fra le miniere di carbone e i campi petroliferi, studiando la loro estensione e le riserve disponibili.
Aveva scritto la sua relazione in fretta e furia e ne aveva
mandato una copia agli uffici della Shell, per cui lavorava.
Mentre stava per leggerla, uno dei funzionari della Shell gli
telegrafò di non presentarla, ma era troppo tardi e Hubbert
espose quella che si sarebbe rivelata una bomba tecnicoscientifica ed economica. Sulla base dei suoi dati, Hubbert
sostenne che, se si conosce la dimensione delle riserve di
una fonte di energia – carbone o petrolio (allora il metano
si affacciava appena all’orizzonte) – e si conoscono i consumi annui, si può prevedere che arriverà un giorno in cui
le riserve cominceranno a diminuire e la produzione comincerà a diminuire, dopo aver raggiunto un massimo: il
“picco di Hubbert”.
Lo studio di Hubbert era rivolto principalmente alla situazione degli Stati Uniti; nel 1956 stava cominciando l’era
dell’energia atomica a fini civili e il futuro ruolo di questa
nuova fonte di energia sarebbe dipeso da quanto a lungo
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sarebbero durate le riserve di petrolio americano. Stimando delle riserve di circa 30 miliardi di tonnellate, sulla base dei consumi annui prevedibili, Hubbert calcolò che dal
1975 in poi la produzione di petrolio degli Stati Uniti sarebbe andata diminuendo. Così è stato e oggi il Paese sopravvive importando oltre la metà del petrolio che consuma: da
qui la nervosa attenzione per i Paesi petroliferi come Iraq
e Iran.
Nel mezzo secolo trascorso da quando Hubbert presentò la
sua relazione (il testo integrale si trova in Internet, in un
“sito” intestato a Hubbert), decine di studiosi (fra cui l’inglese Colin Campbell, il francese Jean Laherrere e l’italiano Ugo Bardi) hanno riesaminato i suoi dati e hanno studiato l’andamento della produzione di petrolio nel mondo.
I migliori dati oggi disponibili stimano delle riserve mondiali di petrolio intorno a 150 miliardi di tonnellate e, all’attuale ritmo di estrazione di oltre 4 miliardi di tonnellate all’anno, tali riserve potrebbero durare meno di quarant’anni. Il massimo di estrazione (il “picco di Hubbert”) potrebbe essere raggiunto (o è già stato raggiunto) in questi primi anni del XXI secolo e un declino nell’estrazione di petrolio si sta già osservando nei pozzi dell’Alaska, del mare
del Nord e in alcuni pozzi del Golfo Persico. Qualche anno
fa si è arrivati all’esaurimento dei campi petroliferi del Bahrein, uno degli “emirati” del Golfo Persico in cui gli inglesi avevano iniziato l’estrazione del petrolio già nel 1934.
C’è poca speranza di trovare altri grandi giacimenti di petrolio, nonostante oggi le trivelle raggiungano grandi profondità sotto la crosta esistente nel fondo degli oceani. Anche se le nuove riserve di petrolio sono raggiungibili sol97
tanto a costi sempre più elevati. I giacimenti del nostro
“Texas lucano” forniscono, ogni anno, una piccola frazione
del petrolio che l’Italia importa e stanno raggiungendo il
“picco di Hubbert”, prima che la produzione declini, nei
primi anni Duemila.
Resta il gas naturale, di cui esistono grandi, ma non illimitate riserve. La produzione italiana di metano ha raggiunto
il “picco di Hubbert” negli ultimi anni del secolo scorso e
l’Italia dipende dalle importazioni attraverso i grandi metanodotti, anche sottomarini: dal Nord Africa, dalla Siberia
russa, dal Mare del Nord. Gli Stati Uniti importano il gas
naturale dal Canada. Quanto durerà il metano esistente nel
mondo? Forse ce ne sono riserve per alcuni decenni. I Paesi dell’Estremo Oriente offrono all’Europa e agli Stati Uniti
del metano, ma questo, per poter raggiungere i Paesi di destinazione, deve essere portato allo stato liquido, raffreddandolo a bassissima temperatura. Il gas viene poi trasportato allo stato liquido in navi refrigerate e deve essere infine riportato allo stato gassoso in adatti rigassificatori. Fino
a quando anche l’estrazione di metano dai pozzi esistenti
comincerà a declinare e allora diventeranno inutili le trivelle, le navi refrigeranti, i rigassificatori.
L’avvertimento di Hubbert è stato importante perché era
basato non su stime pessimistiche, ma sulle “leggi” che si
incontrano in biologia ogni volta che si ha a che fare con risorse non rinnovabili. La teoria matematica risale all’italiano Vito Volterra e all’americano Alfred Lotka che, nel 1934,
hanno descritto come una popolazione smette di crescere,
e anzi comincia a diminuire, quando la disponibilità di cibo
finisce. I pozzi petroliferi, o di metano, sono il “cibo” che
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alimenta i nostri mercati e le nostre società industriali e
quando questi pozzi cominciano ad esaurirsi, anche i consumi basati su tali fonti di energia (automobili a benzina,
elettricità, riscaldamento domestico, plastica) vengono
frenati.
Oggi ci è ben chiaro che le riserve energetiche fossili – petrolio e gas naturale – prima diventeranno scarse e più costose, poi, fra alcuni decenni, cominceranno ad esaurirsi. Il
pericolo di eventi che si verificheranno fra trenta o quarant’anni può sembrare lontanissimo, ma un cambiamento
tecnico-economico e sociale richiede anni; sarebbe perciò
utile cominciare fin da adesso a progettare e costruire
mezzi di trasporto, sistemi di riscaldamento e centrali elettriche che consumino meno energia e che siano basate su
altre fonti energetiche, non inquinanti o esauribili e che
siano rinnovabili, disponibili a lungo in futuro. Una bella
sfida.
Nucleare: nessun sito adatto in Italia
Dal 2009 è in corso in Italia un vivace dibattito sulla possibile costruzione di centrali nucleari, dette “di nuova generazione”, che sarebbero capaci di “produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto
dell’ambiente”. Ci sono state prevedibili reazioni positive e
negative: se l’elettricità nucleare è economica o no, se ci
salverà dai cambiamenti climatici, se le centrali nucleari
sono pericolose o inquinanti o no, se c’è o ci sarà una soluzione per la sistemazione delle scorie. Qui voglio conside99
rare l’aspetto ambientale relativo alla localizzazione delle
eventuali centrali. Sono circolate notizie su possibili “siti”
in cui le centrali potrebbero essere costruite, con nomi
presto smentiti, anzi con la precisazione che le relative notizie vere saranno coperte dal segreto di Stato.
La scelta di una località adatta per “ospitare” una centrale
nucleare presuppone alcune conoscenze: prima di tutto
occorre sapere quante centrali e di quale tipo si prevede la
costruzione. Quelle cosiddette “di nuova generazione”,
cioè con maggiore sicurezza e minore inquinamento, disponibili in commercio sono varie: non se ne acquista una
come si sceglierebbe un’automobile.
Le centrali nucleari cosiddette “di terza generazione”
(Epr) hanno una potenza di circa 1600 megawatt ciascuna:
ne esistono due, una finlandese ad Olkiluoto, a metà del
suo cammino costruttivo, una in Francia a Flamanville, che
dovrebbe essere completata entro alcuni anni. Si tratta di
centrali che producono elettricità col calore che si libera in
seguito alla fissione, mediante urto di neutroni, rallentati
per passaggio attraverso acqua, dei nuclei di uranio-235
con formazione di vari sottoprodotti fra cui plutonio e numerosi nuclei più piccoli, tutti radioattivi. Il calore che si libera viene trasferito ad una massa di acqua sotto pressione a circa 150 atmosfere e circa 300 gradi che circola in un
circuito “primario” di tubazioni, e viene poi trasferito ad altra acqua (circuito “secondario”) che si trasforma a sua
volta in vapore e fa girare le turbine del generatore di elettricità. Un flusso di acqua di raffreddamento (circa 70 metri cubi al secondo, quattro volte la portata media alla foce
di un fiume com l’Ofanto) trasforma di nuovo il vapore in
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uscita dalle turbine in acqua liquida che torna nella caldaia del circuito secondario. In queste centrali l’acqua del circuito primario del reattore, radioattiva, non viene a contatto con l’acqua del circuito secondario.
I reattori di terza generazione scoppiano come quello di
Chernobyl? Quasi certamente no, perché sono circondati
da un doppio involucro di protezione di cemento armato e
sono dotati di speciali accorgimenti di raccolta del fluido
del reattore, nel caso si verificasse una frattura nella zona
contenente la radioattività.
Dove potrebbero essere messi? Già le poche cose note indicano che il reattore, il circuito delle turbine, gli impianti
di presa e di circolazione dell’acqua di raffreddamento, sono grosse strutture, del volume di circa un milione di metri cubi, che contengono una massa di cemento, acciaio e
materiali vari di circa un milione di tonnellate. La centrale
deve essere istallata in una zona dove è disponibile molta
acqua di raffreddamento (dato lo stato e la portata dei nostri fiumi, l’unica soluzione è data dall’uso dell’acqua di mare), su suolo geologicamente stabile e senza rischi di terremoti: i due reattori in costruzione, quello finlandese e quello francese, sono in due promontori di rocce granitiche in
riva al mare.
L’eventuale centrale dovrebbe essere vicino ad un grande
porto perché una parte dei macchinari deve essere importato via mare: il contenitore del reattore finlandese è stato
costruito in Giappone. Qui comincia il lavoro degli analisti
del territorio; si tratta di percorrere le coste italiane e vedere se si trova una zona adatta per una o per il “gruppo”
di centrali annunciate. Ci sono naturalmente molti altri
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vincoli; ai tempi della precedente avventura nucleare italiana, dal 1975 al 1986, sono state condotte numerose indagini territoriali e fu elaborata una “carta dei siti” ritenuti idonei alla localizzazione delle (quattro) centrali nucleari allora previste, che erano più piccole e con minori vincoli di localizzazione. Allora le norme internazionali indicavano la necessità di avere, intorno alle centrali nucleari, una
zona di rispetto del raggio di circa quindici chilometri nella quale non dovevano trovarsi città o paesi, strade di grande comunicazione e ferrovie, impianti industriali, depositi
di esplosivi, istallazioni militari.
La varie località proposte – in Piemonte, a San Benedetto
Po in Lombardia, ad Avetrana in Puglia – dovettero essere
scartate dopo indagini territoriali più accurate, e l’idea di
costruire centrali nucleari in Italia fu finalmente abbandonata dopo la catastrofe al reattore di Chernobyl.
Anche se la, o le, localizzazioni delle nuove centrali saranno coperte dal segreto di Stato, ci sarà pure un giorno in
cui i cittadini di una qualche zona d’Italia – il fiammifero
acceso toccherà ancora una volta al Mezzogiorno? – vedranno arrivare sonde e geologi e ruspe e recinzioni e gli
amministratori locali dovranno fare i conti con autorizzazioni ed espropri. Sarà quello il momento in cui gli abitanti delle zone interessate vorranno interrogarsi su quello
che sta accadendo, sulla propria sicurezza futura, sul destino delle acque sotterranee e delle spiagge e coste.
Non sarà il segreto o il controllo militare a impedire ai cittadini di informarsi, di leggere le carte geologiche e la frequenza dei terremoti, le norme internazionali di sicurezza
delle centrali. A parte il fatto che le centrali nucleari non
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producono energia a costi competitivi e che è irrisolto il
problema dello smaltimento delle scorie radioattive, ci si
accorgerà allora che non c’è neanche un posto in cui insediarle, nel rispetto dell’ambiente, in un Paese come il nostro geologicamente fragile, esposto a terremoti e frane,
con coste già sovraffollate, spiagge erose e mari inquinati.
L’energia osmotica
Noi ci affanniamo a cercare di ricavare energia dal petrolio
o dal carbone, dal nucleo atomico o dal Sole, ma non ci accorgiamo che siamo circondati da altri grandissimi flussi di
energia che potrebbero essere messi al servizio delle fabbriche e delle città. Guardate una pianta o un albero: al loro interno è continuamente in funzione una pompa che, in
silenzio, senza macchine, preleva l’acqua dal terreno, attraverso le radici, e la solleva anche a molti metri di altezza:
la pompa delle piante e dei vegetali funziona mediante
“forze” naturali, in particolare attraverso i fenomeni di capillarità e osmosi.
Le radici sono immerse nell’acqua, povera di sali, presente
nel terreno; le cellule delle radici sono ricche di sostanze
disciolte e, attraverso le loro pareti, l’acqua passa all’interno delle cellule e sale fino alle estremità delle foglie e dei
rami e da qui evapora. Le pareti cellulari si comportano come membrane “semipermeabili” perché lasciano entrare
l’acqua e non lasciano uscire le sostanze presenti all’interno delle cellule, un fenomeno descritto e chiamato “osmosi” dal botanico Henri Dutrochet (1776-1847). Il botanico
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tedesco Wilhelm Pfeffer (1845-1920) scoprì che la pressione osmotica, la forza che si manifesta ogni volta che un solvente entra in una soluzione attraverso una membrana semipermeabile, è proporzionale alla concentrazione della
soluzione. Non è facile calcolare la quantità di acqua che,
nei continenti, sale dal terreno alle estremità delle piante,
ma una stima grossolana suggerisce che si tratta di oltre
10mila miliardi di tonnellate all’anno. L’energia che solleva
quest’acqua si può stimare dell’ordine di 50-100 miliardi di
chilowattora all’anno, corrispondente all’energia prodotta
da una decina di centrali nucleari.
Perché non utilizzare il fenomeno dell’osmosi per produrre energia commerciale? Immaginiamo di disporre di una
torre contenente acqua di mare, chiusa sul fondo da una
membrana semipermeabile e immersa nell’acqua di un
fiume. L’acqua dolce del fiume entrerebbe all’interno della torre, passando attraverso la membrana, e in questo
modo costringerebbe l’acqua di mare a sollevarsi anche di
alcune decine di metri rispetto al livello originale, come
spinta da una grande forza, la “pressione osmotica”. Dalla torre, l’acqua di mare potrebbe essere fatta discendere
di nuovo al livello originale e quest’acqua, passando attraverso una turbina, produrrebbe, con lo stesso principio
delle centrali idroelettriche, elettricità continuamente,
senza emissione di anidride carbonica, pulita e rinnovabile. L’applicazione pratica comporta però varie difficoltà e
la prima consiste nella preparazione di membrane semipermeabili.
Le prime membrane semipermeabili artificiali sono state
inventate nel 1959 da Sidney Loeb (1917-2008), parten104
do da soluzioni di acetato di cellulosa in acetone. Stendendo una tale soluzione su una superficie di vetro e lasciando evaporare il solvente, Loeb osservò che la parte
esposta all’aria assumeva una struttura porosa, differente
da quella continua che si formava a contatto col vetro.
Queste nuove membrane asimmetriche risultarono semipermeabili. La prima applicazione fu nella dissalazione: se
l’acqua di mare, salina, è separata da acqua pura da una
membrana semipermeabile, e se è compressa contro la
membrana ad una pressione superiore a quella osmotica
(23 atmosfere per l’acqua di mare), l’acqua passa dall’acqua di mare all’acqua dolce e l’acqua marina viene così
dissalata per “osmosi inversa”.
Col passare degli anni, sono state fabbricate numerose
membrane semipermeabili perfezionate, anche a base di
poliammidi, tanto che i dissalatori a osmosi inversa sono
ormai molto diffusi nel mondo. L’osmosi inversa viene utilizzata anche per separazioni nel campo dell’industria alimentare o del trattamento delle acque inquinate. Lo stesso Loeb nel 1973 suggerì che il fenomeno osmotico avrebbe potuto anche essere utilizzato per produrre delle pressioni utilizzabili come fonti di energia per centrali elettriche. Sono stati proposti vari tipi di centrali elettriche a
energia osmotica e secondo uno di questi progetti l’acqua
dolce priva o povera di sali, per esempio l’acqua di un fiume, viene fatta entrare in un lungo tubo al cui interno si
trova la membrana semipermeabile. Al di sopra di tale
membrana si trova l’acqua di mare; dal flusso dell’acqua
dolce attraverso la membrana, l’acqua di mare diluita aumenta di volume e viene così spinta all’esterno attraverso
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una turbina che genera elettricità. La centrale può essere
istallata in superficie o sotto il livello del mare.
Una centrale elettrica osmotica funziona sempre, comunque, ogni volta che si dispone di due soluzioni aventi differente salinità, separate da una membrana semipermeabile. Si potrebbe, per esempio, utilizzare come soluzione
a bassa salinità la stessa acqua di mare e come soluzione
concentrata quella delle acque madri di una salina, come
quella di Margherita di Savoia. Una simile proposta è stata fatta per ottenere elettricità sfruttando l’elevata pressione osmotica dell’acqua di laghi salati come il Mar Morto, il Lago Salato negli Stati Uniti e altri laghi salati che
esistono in Russia, sulle Ande e altrove. Il successo commerciale delle centrali osmotiche dipende anche dai perfezionamenti delle membrane semipermeabili: tutte le
cellule viventi, vegetali e animali, hanno delle pareti semipermeabili, ma è difficile riprodurre in laboratorio e
nell’industria la loro struttura chimica. C’è ancora molto
da inventare anche per gli aspetti meccanici, ma non bisogna scoraggiarsi.
Il potenziale mondiale di energia elettrica ottenibile con
centrali osmotiche è grandissimo, dell’ordine di mille miliardi di chilowattore all’anno, un ventesimo di tutta l’elettricità prodotta nel mondo, e si tratta di energia sempre disponibile e non soggetta a fluttuazioni. Un impianto ad
energia osmotica della superficie di un campo di calcio potrebbe fornire elettricità per 10.000 famiglie. I costi per ora
sembrano ancora elevati, ma non bisogna dimenticare che
cinquant’anni fa nessuno poteva immaginare che con
l’osmosi inversa si potesse produrre acqua dolce dal mare
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e oggi questi impianti dissetano milioni di persone nel
mondo. Le prime centrali elettriche osmotiche stanno per
entrare in funzione e siamo appena all’inizio di un altro capitolo delle fonti di energia rinnovabili e non inquinanti.
Vita, morte e miracoli del petrolio
Tanto per cominciare, “il petrolio” non esiste, esistono “i
petroli”. Da ogni pozzo nelle varie parti del mondo, nei deserti, nelle giungle, in fondo al mare, nelle zone ghiacciate,
sgorga una differente miscela di sostanze, principalmente
idrocarburi, molecole organiche costituite da carbonio e
idrogeno legati fra loro, e poi altri elementi fra cui zolfo, vanadio e tanti altri: innumerevoli qualità di “petrolio”. Il
prezzo, tanti dollari al barile, annunciato quotidianamente
dai telegiornali, è quello riferito ad una particolare qualità
merceologica di petrolio (Brent o Texas), scelta come base delle contrattazioni.
In secondo luogo, il petrolio come tale non serve a niente.
Gli oltre quattromila milioni di tonnellate di petrolio estratti ogni anno dai pozzi del mondo per servire a qualcosa devono essere sottoposti a processi chimici e fisici di “raffinazione”, che permettono di ottenere dal petrolio carburanti
per autoveicoli e navi, per il riscaldamento domestico, per
alimentare le centrali termoelettriche, materie prime per
produrre plastica, fibre tessili sintetiche e innumerevoli
merci.
Tutto comincia, più o meno, nell’estate del 1859. Avevano
deciso di smontare tutta la baracca, quel 29 agosto1859,
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centocinquant’anni fa. Edwin Drake (1819-1880) e il suo
socio avevano finito i soldi per le trivellazioni nel sottosuolo della Pennsylvania alla ricerca di petrolio, quel materiale oleoso e bituminoso che affiorava qua e là e che veniva
venduto per ricavarne olio da lampade e lubrificanti per
carri. Di petrolio fino allora non avevano trovato traccia e
la leggenda vuole che quella sera, perforando l’ultimo pozzo, il petrolio finalmente sia sgorgato. La testardaggine di
Drake aveva aperto una nuova pagina della storia del mondo. In quel 1859 qualche pozzo petrolifero veniva scavato
in Russia e Romania, ma la richiesta di petrolio era limitata. Ai tempi di Drake, il petrolio veniva sottoposto ad una
rudimentale distillazione e una delle frazioni, il cherosene,
si rivelò adatta come olio per le lampade. Fino allora il principale olio per illuminazione era quello di balena, ma la richiesta di olio di balena aveva portato all’impoverimento
delle popolazioni di balene e il nuovo “olio” risolveva un
problema di esaurimento di una risorsa naturale divenuta
scarsa.
Negli anni successivi furono perfezionate le tecniche di
“distillazione frazionata” del petrolio greggio con le quali si
potevano ottenere varie sostanze, alcune più volatili, altre
più “dense”. La scoperta del petrolio “americano” diede
una spinta decisiva all’uso commerciale della nuova risorsa, apparentemente abbondante, offerta dalla natura. Si
può quindi ben dire che il pozzo di Drake segnò l’inizio di
una nuova era, nel bene e nel male. Intorno al petrolio si
scatenò ben presto una guerra per il diritto di sfruttamento dei giacimenti e nel 1865 entra in scena John Rockefeller (1839-1937) che comprò una traballante raffineria di
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petrolio, la potenziò e le diede il nome di Standard Oil. In
quell’anno era finita la Guerra Civile Americana (18611865) e, con l’unificazione fra Stati industriali del Nord e
Stati agricoli del Sud, l’America era assetata di energia. Il
petrolio doveva essere trasportato dai pozzi alle raffinerie
e Rockefeller costruì i primi oleodotti. I “derricks”, le torri
che sostengono le trivelle dei pozzi petroliferi, apparvero
sempre più spesso nell’orizzonte di sempre più numerose
zone del mondo.
Il successo commerciale dei derivati del petrolio ne fece
aumentare l’estrazione in Russia e nelle colonie britanniche, da dove il petrolio arrivava in Europa con navi petrolifere che, dal 1869, potevano passare attraverso il canale
di Suez.
Aumentavano le grandi compagnie petrolifere: la Standard
di Rockefeller, i russi, la britannica Shell, l’olandese Royal
Dutch che sfruttava i pozzi delle colonie del Sud-est asiatico. Nel vocabolario entravano parole nuove come “trust”,
accordo fra le compagnie per spartirsi il mercato tenendo
alti i prezzi e, naturalmente, i guadagni dei pochi baroni del
petrolio. Il perfezionamento del motore a scoppio e la sua
applicazione alle automobili e agli aeroplani fece aumentare, nei primi anni del Novecento, la richiesta di petrolio e
dei suoi prodotti di raffinazione e tale aumento fece crescere a sua volta la richiesta di automobili e di aerei.
Gli usi militari durante la Prima Guerra Mondiale (19141918) e gli anni della frenesia consumistica del dopoguerra videro l’esplosione dell’industria petrolifera. Una nuova
svolta nella storia del petrolio si chiamò “Texas” e si ebbe
intorno al 1930: bastava fare un buco per terra perché nel
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Texas sgorgasse petrolio e si formasseroo sterminate ricchezze. L’atmosfera di quel tempo è ben riprodotta nel film
Il gigante di George Stevens (1955), con James Dean (fu
il suo ultimo film) che interpreta un giovane povero bracciante a cui il padrone aveva regalato un pezzetto delle sue
immense proprietà texane. Il povero bracciante scopre nel
sottosuolo il petrolio (celebre la scena del protagonista che
fa la doccia sotto il primo getto di petrolio) e diventa ricchissimo.
Petrolio, fonte di immense ricchezze e povertà, fonte di inquinamenti e di conflitti. Afghanistan, Iran, Iraq, Sud America, Libia, Indonesia, Caucaso, Ucraina, Nigeria: dovunque
ci sono guerre, morti per violenza e per fame, c’è lui, il petrolio, e ci siamo noi con la nostra sete di benzina e di elettricità. Petrolio che oggi occorre estrarre da pozzi sempre
più profondi, sotto gli oceani, fra i ghiacci polari, da giacimenti che mostrano i segni di impoverimento o esaurimento. Il libro Il premio di Daniel Yergin (editore Sperling e
Kupfer) spiega tutti i motivi di tutte le crisi e violenze e
guerre attuali, e di quelle future.
Gassificazione sotterranea del carbone
Il carbone è il combustibile fossile più abbondante in natura, con riserve accessibili valutate in oltre mille miliardi di
tonnellate, ed è quello più prodotto nel mondo: circa sette
miliardi di tonnellate all’anno. Ma il carbone è anche il
combustibile più scomodo, innanzitutto perché è scomodo
da trasportare allo stato solido; poi perché si trova in giaci110
menti sotterranei, talvolta a centinaia di metri sotto il livello del suolo, dove il lavoro è nocivo ed è pericolosissimo;
poi perché nella combustione produce gas contenenti zolfo e polveri cancerogene e contenenti metalli tossici come
arsenico e mercurio; poi perché dopo la combustione restano grandi, fra il 10 e il 15%, quantità di ceneri inorganiche, contenenti anche elementi radioattivi, da immettere
in discariche, e fonti anch’esse di inquinamento delle acque sotterranee; poi perché fra i gas di combustione si forma l’anidride carbonica, responsabile del riscaldamento
globale del pianeta, in quantità superiore, per unità di calore prodotto, a quella liberata dal petrolio e dal metano.
Pur essendo abbondante nel mondo, il carbone è, insomma, un concentrato di nocività ambientali, il che non vieta
che sia usato nel mondo in una quantità superiore a quella
dello stesso petrolio. Dal momento che è abbondante, diffuso in molti Paesi del mondo, dalla Siberia all’Africa meridionale, alla Cina, dal Canada al Sud America, e che costa
poco, rispetto agli idrocarburi, tutti i Paesi del mondo cercano di inventare dei sistemi per utilizzarlo in maniera “pulita”, si fa per dire, in attesa di una transizione ad un crescente uso delle fonti energetiche rinnovabili, non fossili,
non esauribili e non inquinanti. Molti sforzi in tutto il mondo sono concentrati nella possibilità di trasformare il carbone, nei suoi giacimenti sotterranei, in gas combustibili
da portare in superficie senza bisogno di andare a mettere
le mani direttamente nei giacimenti di carbone.
I processi di gassificazione sotterranea sono stati pensati e
proposti già molte volte nel passato: il primo a proporli, nel
1868, è stato William Siemens (1823-1883), uno scienziato
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tedesco a cui si devono anche fondamentali invenzioni in
siderurgia. Quasi contemporaneamente la stessa idea fu
proposta dal chimico russo Dimitri Mendeleev (18341907), quello della tabella degli elementi. Il primo brevetto fu ottenuto nel 1909 dall’americano Anson G. Betts e il
chimico scozzese William Ramsey (1852-1916) propose subito di applicare il processo in Inghilterra. Queste ricerche
attrassero l’attenzione di Lenin, allora in esilio a Zurigo,
che nel 1913 scrisse un articolo sulla “Pravda”, citando i
benefici che la gassificazione sotterranea avrebbe potuto
dare ad una società socialista, eliminando il duro lavoro
nelle miniere. A partire dal 1928, Stalin decise di applicare
il processo nell’Unione Sovietica e i primi impianti cominciarono a funzionare dal 1937 in poi.
La gassificazione sotterranea del carbone si ottiene facendo arrivare all’interno del giacimento, a centinaia di metri
di profondità, nel sottosuolo, delle tubazioni verticali, simili a quelle usate per raggiungere i giacimenti petroliferi.
Nel caso del carbone occorrono due tubi: attraverso uno di
questi viene iniettata nel giacimento di carbone dell’aria
calda o dell’aria insieme a vapore acqueo. Nel sottosuolo
inizia una reazione di combustione parziale del carbone.
L’ossigeno dell’aria e dell’acqua reagiscono con il carbonio,
che rappresenta il principale elemento chimico presente
nel carbone fossile, con formazione di ossido di carbonio,
idrogeno e vapore acqueo, a seconda della proporzione dei
gas iniettati. I gas così formati vengono raccolti nel secondo dei due tubi immersi nel giacimento e salgono in superficie; i gas di combustione parziale contengono ancora sostanze inquinanti che però possono essere più facilmente
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separate e filtrate; le ceneri e molti elementi tossici e sostanze cancerogene restano sul fondo del giacimento di
carbone.
L’ossido di carbonio e l’idrogeno, i principali gas che ritornano in superficie in seguito alla gassificazione sotterranea
del carbone, sono entrambi combustibili, relativamente poco inquinanti, possono essere immessi nei metanodotti esistenti, possono essere utilizzati come fonte di calore per
centrali elettriche, industrie e abitazioni. Del resto, il “gas
di città”, ottenuto dal carbone nelle officine del gas (i “gasometri” esistenti in molte città) e utilizzato per molti decenni come combustibile per cucina e scaldabagni, era proprio costituito da ossido di carbonio e idrogeno. Questi
stessi due gas si prestano, inoltre, come materie prime per
sintesi organiche, quelle che oggi sono realizzate partendo
da metano o da prodotti petroliferi, per esempio per la sintesi dell’ammoniaca e dei concimi azotati, e addirittura per
la “benzina sintetica”, una miscela di idrocarburi uguali a
quelli oggi ottenuti dalla raffinazione del petrolio.
La gassificazione sotterranea del carbone deve essere condotta con grandi cautele, perché c’è il rischio che la reazione sfugga ai controlli e si formi un incendio esteso all’intero giacimento, con il conseguente rischio di un collasso
delle rocce sovrastanti e di esplosioni; ma anche a questo i
proponenti pensano si possa rimediare, regolando i flussi
dei gas in entrata o allagando i giacimenti sotterranei con
le falde idriche che sovrastano il carbone.
Non ci sono rischi? Possiamo, quindi, utilizzare questo
combustibile abbondante, poco inquinante, libero da scorie e ceneri che restano nel sottosuolo, con produzione di
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gas che si prestano a molti usi? Non proprio, perché se alcuni inconvenienti del carbone vengono così eliminati, e la
gassificazione sotterranea merita comunque di essere studiata e perfezionata, alla fine, tutto il carbonio presente
originariamente nel carbone nel sottosuolo, anche se portato in superficie in forma gassosa, si trasforma nella solita
anidride carbonica, principale responsabile del riscaldamento del pianeta, proprio come se il carbone fosse bruciato in superficie. Purtroppo la natura non dà niente gratis.
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Merci e ambienti
Fiammiferi e veleni
Anche quello di lavoro è un ambiente, e fonte di nocività,
perciò esiste anche un’ecologia della fabbrica e dei campi.
Un esempio è offerto dalla storia dei fiammiferi.
Alla fine dell’Ottocento, il Regno d’Italia aveva disperato
bisogno di quattrini dopo le costose stangate prese nella
guerra di Abissinia (1895-1896) e dopo i moti di protesta
per il caro pane che il feroce generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) aveva soffocato nel sangue nel giugno
1898. L’idea di unificare le grandi fabbriche di fiammiferi, e
di creare un monopolio statale per riscuotere una fruttuosa imposta su un genere di così grande necessità come i
fiammiferi, sembrava geniale ai governi che si succedevano senza tregua, spesso senza il controllo del Parlamento.
Il “cartello” fra produttori avrebbe gettato sul lastrico migliaia di piccoli fabbricanti e i loro sventurati operai.
Sventurati davvero, perché la produzione dei fiammiferi
era una delle manifatture più pericolose e nocive. I fiammi115
feri erano allora fabbricati tagliando dei pezzetti di legno,
immergendoli in una massa fusa e fumosa di fosforo bianco e lasciando essiccare all’aria la capocchia. I fiammiferi si
accendevano sfregandoli su una superficie ruvida.
Si trattava di un’industria relativamente giovane; la tecnica di fabbricazione dei fiammiferi era stata perfezionata intorno al 1840, dopo che era stato messo a punto anche un
processo per la produzione del fosforo. La materia prima
era rappresentata dai fosfati minerali e dalle ceneri delle
ossa, contenenti fosfato di calcio. Per trattamento con acido solforico, altro prodotto dell’industria chimica nascente, si otteneva l’acido fosforico che veniva poi trattato con
carbone e trasformato in fosforo. Ho parlato prima di fosforo bianco, perché il fosforo esiste in due forme chimicamente identiche, ma diverse come tossicità. Il fosforo bianco, più facile da ottenere e più economico, ma molto tossico, era usato per i fiammiferi; col fosforo rosso, molto meno tossico, era più difficile produrre i fiammiferi.
Lavorare in spazi ristretti, pieni di fumi, rappresentava una
delle più gravi fonti di mortalità sul lavoro: si trattava di alcune decine di migliaia di persone, per lo più donne e bambini, che letteralmente mangiavano “pane e fosforo”. Il pane attossicato, infatti, è proprio il titolo di un libro che offre uno sguardo agghiacciante su oltre un secolo di morti e
incidenti. L’autrice Nicoletta Nicolini, chimica e storica, ripercorre il lungo intreccio di rapporti fra industriali e governo, da una parte, e la voce di coloro che difendevano la
salute dei lavoratori, sparsi in alcuni grandi stabilimenti,
ma anche in decine di fabbrichette presenti in tutta Italia,
talvolta nelle cantine delle case.
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Nel corso di oltre mezzo secolo, il fosforo bianco dei fiammiferi è stato causa di morti anche fuori dalle fabbriche. A
parte la nuova moda del suicidio per ingestione delle capocchie degli ”zolfanelli”, erano numerosi i casi di intossicazione per contatto accidentale, specialmente nelle campagne, con il fosforo dei fiammiferi, fino ai bambini che si
ustionavano per l’accensione accidentale dei fiammiferi
con cui stavano giocando. In un libro “pedagogico”, che si
leggeva ancora quando ero ragazzo io, Pierino Porcospino, è raccontata la triste favoletta dell’imprudente Paolinella, ridotta in cenere per aver acceso i fiammiferi nonostante l’invito alla prudenza dei gatti di casa.
Le morti e le malattie si potevano evitare sostituendo il fosforo rosso a quello bianco; addirittura l’Italia aveva firmato accordi internazionali che vietavano l’uso del fosforo
bianco. Ma gli industriali, con la complicità anche di alcuni
grandi cattedratici e di vari parlamentari, riuscirono a evitare i costi dei mutamenti tecnologici richiesti dal divieto
dell’uso del fosforo bianco, rimandando l’entrata in vigore
del divieto dal 1905 al 1924. Il libro citato è dedicato alle
migliaia di giovani vite sacrificate, nel corso di quel ventennio, sull’altare del profitto e racconta gli intrighi di questa
pagina sconosciuta della storia industriale ed economica
italiana nell’Italia preunitaria poi di quella unita, fino alla
Prima Guerra Mondiale e all’avvento del fascismo. Tutti
eventi visti attraverso gli occhi di piccoli imprenditori, di
sconosciuti operai, di grandi affaristi.
Il libro racconta anche la lunga storia dell’imposta sui fiammiferi e dei tentativi per allontanare le industrie nocive dai
centri urbani, due gruppi di eventi che ricevettero, a cavallo
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fra il XIX e il XX secolo, grande risonanza e furono oggetto
di inchieste e dibattiti parlamentari, un’importante e dimenticata pagina della storia della chimica e della storia politica.
Goodyear e la scoperta della vulcanizzazione
Non potremmo andare in automobile, non potremmo usare Internet o scrivere con il computer, non avremmo luce
elettrica nelle case, non potremmo godere delle merci e
dei beni della società moderna, se non fosse stato per
l’americano Charles Goodyear (1800-1860), un uomo a cui
dobbiamo tanto e a cui la società del suo tempo ha dato così poco.
Da ragazzo, Goodyear aiutava il padre in un negozio di ferramenta che fallì abbastanza presto; le imprese commerciali a cui si dedicò nel corso della vita furono tutte degli insuccessi e morì in miseria; per tutta la vita fu ossessionato dai
misteri della “gomma elastica” che, in quei primi anni dell’Ottocento, veniva importata dal Brasile e che aveva trovato soltanto qualche modesta applicazione commerciale.
Si trattava della gomma estratta dalla corteccia di alcune
piante del genere Hevea, presenti nella foresta brasiliana;
un materiale elastico che poteva essere sciolto in un solvente e, in soluzione, poteva essere steso su un tessuto
rendendolo impermeabile, anche se di pessima qualità. La
gomma diventava appiccicosa col caldo e dura col freddo.
La “febbre della gomma”, che aveva investito l’America, era
già finita nel 1830, migliaia di oggetti di gomma venivano
buttati via o restavano invenduti per questi inconvenienti.
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La leggenda vuole che Goodyear, in prigione per debiti, si
sia fatto portare dalla moglie dei campioni di gomma per
vedere come potevano esserne migliorate le caratteristiche. Se la gomma era appiccicosa, forse aggiungendo qualche polvere l’inconveniente avrebbe potuto essere eliminato. Nei mesi successivi, a Filadelfia, provò a scaldare la
gomma con magnesia, ma i vicini protestavano per la puzza che si levava dalla sua casa. Per farla breve, provò molte altre sostanze e, facendosi prestare dei soldi, cercò di
produrre a New York sovrascarpe di gomma che erano una
peggiore dell’altra. La grande crisi economica americana
del 1837 lo gettò sul lastrico e si ridusse a vivere con la moglie e i figli mangiando il pesce che pescava nel porto di
Staten Island.
Nel 1839, sempre nella miseria più nera, Goodyear si trasferì a Woburn, nello Stato del Massachusetts, cittadina destinata a diventare celebre proprio perché, nel febbraio di
quell’inverno, Goodyear fece la scoperta fondamentale a
cui resta legato il suo nome: provò a preparare una miscela di gomma e di polvere di zolfo e la lasciò su una stufa; la
miscela prese fuoco e Goodyear la raffreddò rapidamente
e, con grande sorpresa, si trovò fra le mani una gomma, ancora elastica, ma resistente al caldo e al freddo, impermeabile all’acqua, facilmente lavorabile e finalmente adatta per
la preparazione dei manufatti con cui l’inventore avrebbe
voluto riempire il mondo. Il caso aveva premiato l’uomo
che aveva dedicato tutta la sua vita a trasformare la gomma greggia nel materiale più importante della storia, quello che si sarebbe chiamato “gomma vulcanizzata”.
Dopo altri mesi di miseria, malattie, lutti familiari (dei dodi119
ci figli, sei morirono da piccoli), finalmente trovò degli industriali che riconobbero l’importanza della scoperta. Goodyear
tardò nel chiedere un brevetto per la sua invenzione e mandò vari campioni della nuova gomma in Inghilterra; uno di
questi cadde sotto gli occhi di un famoso pioniere inglese della gomma, Thomas Hancock (1786-1865), che per vent’anni
aveva cercato anche lui di eliminare gli inconvenienti della
gomma naturale, senza successo. Hancock notò la presenza
di tracce di zolfo nella gomma vulcanizzata e immediatamente ripeté gli esperimenti che tanta fatica erano costati a Goodyear e brevettò, nel 1843, l’effetto vulcanizzante dello zolfo,
appropriandosi della scoperta che Goodyear aveva fatto quattro anni prima. Quando Goodyear chiese di brevettare in Inghilterra la sua invenzione, scoprì che Hancock lo aveva preceduto di poche settimane.
Goodyear espose alle fiere mondiali di Parigi e Londra del
1850 i suoi oggetti di gomma vulcanizzata, riscuotendo
grande attenzione e successo, ma finì di nuovo in prigione
per debiti, con tutta la famiglia. E fu in prigione che ricevette la croce della Legion d’Onore assegnatagli dall’imperatore Napoleone III come riconoscimento per la sua rivoluzionaria invenzione.
Quando morì, nel 1860, Goodyear lasciò 200mila dollari di
debiti alla famiglia e come testamento scrisse: “La vita non
si può valutare soltanto sulla base dei soldi; non mi rammarico di avere seminato e che altri abbiano raccolto i frutti
del mio lavoro. Un uomo deve rammaricarsi soltanto se ha
seminato e nessuno raccoglie”.
Quello che Goodyear aveva seminato fece esplodere la domanda mondiale della gomma; dal Brasile la coltivazione
120
delle piante della gomma passò nel Sud-est asiatico e in
Africa; la raccolta della gomma provocò crisi militari, sfruttamento dei lavoratori, guerre, disastri ecologici: quando la
gomma naturale cominciò a scarseggiare furono inventati
dei surrogati sintetici.
Nel 2010 si sono prodotte nel mondo oltre dieci milioni di
tonnellate di gomma naturale e quattordici di gomma sintetica. Trattato e vulcanizzato secondo l’invenzione di
Goodyear, tutto questo materiale entra nei copertoni di
automobile e di aereo, nei fili elettrici, nei nastri trasportatori dei raccolti agricoli, nelle scarpe, in innumerevoli
merci e processi industriali. “Goodyear” è oggi il nome di
uno dei colossi dell’industria della gomma, anche se l’inventore della vulcanizzazione e la sua famiglia non ebbero niente a che fare con questa impresa e non ne trassero alcun vantaggio.
Plastica
“Sappi che l’avvenire è racchiuso in una sola parola, una
sola: plastica”. Nel celebre film Il laureato, di Mike Nichols
(1967), è questo il consiglio che un amico di famiglia dà al
giovane Braddock (Dustin Hoffman) durante la sua festa di
laurea, per indicare dove orientare il suo futuro di lavoro.
La frase rifletteva il pensiero corrente nell’età dell’oro della plastica; si può ben dire che il Novecento sia stato segnato dai nuovi materiali sintetici che, del resto, sono “nati”, si
può dire, proprio agli inizi del secolo scorso, nel 1906.
Risale infatti a quell’anno il brevetto americano n. 942.699
121
depositato da Leo Baekeland (1863-1944), per un nuovo
materiale ottenuto dalla combinazione del fenolo con la formaldeide. Quando fece la rivoluzionaria invenzione della
“plastica”, questo Leo Baekeland era già un personaggio
speciale. Nato in Belgio da modesta famiglia, si era laureato
in chimica, poi si era trasferito negli Stati Uniti, animato dalla passione per le invenzioni e per il successo economico.
Baekeland aveva già inventato una carta fotografica, chiamata Velox, con la quale era possibile sviluppare le fotografie anche alla luce artificiale, un’innovazione molto importante perché fino allora le fotografie potevano essere sviluppate soltanto alla luce del Sole. Per la produzione di
questa carta Velox aveva fondato la società Nepera. George Eastman (1854-1932), altro imprenditore nato povero
che aveva fatto una fortuna con l’invenzione della macchina fotografica popolare Kodak, capì l’importanza dell’innovazione e acquistò nel 1899 la Nepera e i brevetti Baekeland per un milione di dollari, una cifra allora favolosa.
Ma intanto altri problemi richiamarono l’attenzione di Baekeland. La fine dell’Ottocento era stata caratterizzata dall’espansione dell’elettricità: le forze del calore e del moto
delle acque potevano essere trasformate in elettricità mediante dinamo e l’elettricità poteva azionare le macchine
mediante motori elettrici e l’elettricità poteva arrivare dalle dinamo ai motori e agli impianti di illuminazione e nelle
città e nelle fabbriche e ai telegrafi mediante fili di rame.
Per evitare dispersioni e perdite nelle dinamo e nei motori, i fili elettrici erano rivestiti con la gommalacca, una sostanza resinosa che fuoriesce dai rami di alcune piante, in
seguito alla puntura di una cocciniglia, l’insetto Laccifera
122
lacca, che va a deporvi le uova. L’aumento della richiesta
aveva reso la gommalacca scarsa e costosa e Baekeland
cercò di ottenere un surrogato artificiale.
Qualche anno prima, durante le ricerche per la sintesi dell’indaco, il grande chimico tedesco Adolf von Baeyer (18351917) aveva osservato che dalla reazione del fenolo, un liquido derivato dalla distillazione del catrame di carbone,
con la formaldeide, un sottoprodotto della distillazione secca del legno, si formava un residuo resinoso e appiccicoso
che rappresentava uno scarto inquinante. Partendo da questo rifiuto, Baekeland studiò a fondo la reazione fra fenolo e
formaldeide e osservò che il materiale resinoso risultante
era un buon isolante elettrico e rappresentava il surrogato
ideale della gommalacca. Si trattava della prima vera macromolecola artificiale e quindi era la prima materia plastica.
La resina fenolo-formaldeide non si rivelò soltanto adatta
come vernice e isolante elettrico; nel 1907 si scoprì che, miscelando la resina con farina fossile, si otteneva una materia
solida, stampabile a caldo, che fu chiamata “bachelite” e che
ebbe un grande successo per oggetti domestici, telefoni, apparecchiature elettriche, eccetera. Baekeland creò la società “Bakelite” per la fabbricazione e commercializzazione delle resine fenolo-formaldeide (la società fu venduta successivamente al gigante chimico Union Carbide).
Gli anni successivi videro molti altri successi della materia
scoperta da Baekeland. Mentre cercavano dei surrogati per
la mica, il minerale usato come isolante elettrico in sottili
fogli, alcuni scoprirono che una materia adatta allo stesso
scopo, che fu chiamata “For-mica” (al posto della mica), si
otteneva miscelando resine fenolo-formaldeide con sega123
tura o polvere di legno. Da questa scoperta derivarono i laminati plastici denominati “formica” ancora oggi usati, partendo da resine diverse.
Leo Baekeland, che era stato, oltre che scienziato e inventore, un fortunato e abile imprenditore, morì nel 1944 nella sua villa vicino New York.
Ormai si parla di resine fenoliche per indicare molte materie
plastiche sintetiche termoindurenti, ottenute facendo reagire con formaldeide, o con altre aldeidi, il fenolo e i cresoli,
con addizione di vari materiali di carica. Benché non siano
fra le più diffuse materie plastiche commerciali, sono usate
ancora per molti oggetti di uso comune e addirittura alcuni
stilisti ne stanno riscoprendo alcune virtù estetiche.
Questa storia offre l’occasione per ricordare che molte invenzioni sono nate alla ricerca di surrogati di materiali diventati scarsi e costosi; molte invenzioni sono nate osservando le proprietà di cose buttate via, rifiutate; molti inventori erano nati poveri e sono diventati persone di successo perché tenevano gli occhi aperti sul mondo circostante. Louis Pasteur (1822-1895) disse una volta che il caso aiuta la mente preparata.
La guerra delle terre rare
Dimitri Mendeleev, il grande chimico russo, è ricordato
principalmente per aver “scritto”, nel 1869, una tabella
nella quale aveva disposto in ordine di peso atomico crescente tutti i sessantatré elementi noti al suo tempo. A mano a mano che procedeva, quando trovava un elemento con
124
proprietà chimiche simili a quelle di uno già incontrato, lo
scriveva in una casella sotto il primo, e così via. In questo
modo ciascuna riga conteneva atomi con proprietà diverse
e ciascuna colonna conteneva atomi con proprietà simili. Le
righe si chiamano oggi “periodi” e le colonne “gruppi”. Era
un’intuizione sbalorditiva: infatti quando veniva scoperto
un nuovo elemento, ancora Mendeleev in vita, questo andava a collocarsi proprio in una delle caselle lasciate vuote.
Non solo, ciascuna posizione nella tabella mostrò di avere
un significato chimico ben preciso. Immagino il dispiacere
di Mendeleev nel vedere che nella sua tabella c’erano degli
enormi vuoti. Dopo il lantanio, che ha peso atomico 138
(138 volte il peso dell’idrogeno). conosceva il cerio che pesava 140 (un metallo usato negli accendini a sfregamento),
ma l’elemento successivo noto pesava 180. Deve essere
contento, là dove ora si trova, vedendo che tutte le caselle
sono state riempite e anzi che quel vuoto è ora pieno di ben
diciassette elementi: i primi due sono lantanio e cerio, seguiti da elementi dai nomi poetici: neodimio, promezio, samario, europio, lutezio, eccetera, chiamati, per la loro limitata diffusione, “terre rare”.
Non varrebbe la pena parlare delle terre rare, o “elementi
lantanidi”, se non fossero venuti a occupare delle posizioni
commerciali e strategiche enormi, al punto che c’è un intenso crescente sfruttamento delle poche miniere in cui si
trovano, peraltro a bassissima concentrazione. Tanto per
capirci, ve li nomino tutti, in ordine: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio,
terbio, disprosio, olmio, erbio, tallio, itterbio, lutezio. Guardate le pale dei motori eolici che si stagliano contro il cie125
lo delle nostre colline, ruotando lentamente e producendo
elettricità. Ebbene, questo è possibile perché sono stati inventati dei magneti permanenti che trasformano la rotazione delle pale in elettricità e tali magneti sono costituiti da
una lega neodimio-ferro-boro contenente circa il 27% di
neodimio. La lega è stata scoperta quasi contemporaneamente nel 1982 dall’americana General Motors, dalla giapponese Sumimoto e dall’Accademia delle Scienze cinese.
Una turbina da un megawatt di potenza contiene magneti
che richiedono circa 200 chili di neodimio.
Sentite parlare delle automobili ibride, a benzina ed elettriche, come la soluzione ecologica del futuro? Ebbene anche
in ognuna di queste c’è un motore elettrico con magneti
permanenti contenente neodimio. Le auto elettriche, poi,
hanno bisogno di batterie di accumulatori a idruri di nichel
che richiedono uno degli elementi delle terre rare, il lantanio, con aggiunta di praseodimio, disprosio e terbio. Il neodimio è indispensabile anche in tutti i magneti permanenti
di cui siamo circondati, dalla superficie dei CD e dei DVD,
a quelle strisce nere delle carte di credito, senza le quali
non si potrebbero fare acquisti.
Siete contenti dei bei colori brillanti delle immagini del vostro televisore? I vivaci toni del rosso sono possibili perché
il rivestimento del video contiene europio. I grandi progressi degli schermi di computer, e di telefoni cellulari con
cui si può comunicare col tocco di un dito, sono stati resi
possibili da rivestimenti contenenti terre rare. Senza contare l’uso del lantanio nella raffinazione del petrolio e di
terre rare nelle ultrasofisticate apparecchiature militari.
La richiesta dei metalli delle terre rare sta rapidamente au126
mentando e aumenta anche il prezzo, dal momento che il
monopolio della loro estrazione è cinese, e i cinesi fanno
sapere di voler limitare l’esportazione delle terre rare per
usarle tutte nei loro grandi progetti di diffusione dei motori eolici e di sviluppo dell’elettronica di consumo che producono ed esportano in tutto il mondo. Oltre il 90% di tutte le terre rare prodotte nel mondo, poco più di 100mila
tonnellate all’anno, sono estratte da una grande miniera
che si trova a Bayanobo nell’altopiano della Mongolia. La
Cina produce il 100% delle tre terre rare più “strategiche”:
disprosio, terbio ed europio; assorbe il 60% della propria
produzione ed esporta il resto, ma il grande Paese è in rapida espansione e si prevede che aumenterà l’uso interno
e diminuirà l’esportazione di terre rare.
Si può immaginare che i Paesi occidentali siano ben preoccupati e cerchino altri giacimenti dei minerali da cui è possibile estrarre terre rare. A Mountain Pass, in California,
c’è una grande miniera che, negli anni Ottanta del secolo
scorso, era arrivata a produrre 20mila tonnellate all’anno di
lantanio e ossidi misti di neodimio e praseodimio. Fu poi
chiusa nel 2002, quando la Cina cominciò a invadere il
mondo con le proprie terre rare a basso prezzo. Altri giacimenti da cui estrarre terre rare, ma con maggiori costi, si
trovano in Canada, in Australia, in Russia. Per inciso, i minerali contenenti terre rare sono accompagnati da altri
contenenti gli elementi radioattivi torio e uranio. Se cesseranno le esportazioni cinesi di terre rare, aumenterà il
prezzo di molte apparecchiature elettroniche, dei motori
eolici e delle tanto attese auto elettriche. Inutile dire che
c’è una grande agitazione nei mercati mondiali dei metalli
127
e una febbrile ricerca di nuove leghe adatte per la fabbricazione di magneti permanenti. Una di queste è costituita
da cobalto e samario; quest’ultimo, però, è anch’esso un
elemento delle terre rare. Insomma, gli elementi che Mendeleev non conosceva si stanno rivelando più preziosi dell’oro e dei diamanti.
Olio di palma
Si fa una gran fatica ad essere amici dell’ambiente. Il gran
dibattito in corso ricorda che le modificazioni climatiche
sono dovute all’aumento della concentrazione nell’atmosfera dell’anidride carbonica (il principale dei “gas serra”),
proveniente dalla combustione dei combustibili fossili. Infatti, la combustione di ogni nuova tonnellata di carbone o
petrolio immette nell’atmosfera circa tre tonnellate di anidride carbonica che va ad aggiungersi a quella che l’atmosfera già contiene. Ci sono altre cause del peggioramento
del clima, come gli incendi degli alberi delle foreste: ogni
albero bruciato non “porta via” più, dall’atmosfera, l’anidride carbonica che continuamente, da vivo, assorbirebbe per
la sua crescita e anzi libera altra anidride carbonica.
Per rallentare i cambiamenti climatici in atto, un primo
passo sarebbe la diminuzione dei consumi di combustibili
fossili. In alternativa, per riscaldare le case, far circolare le
automobili e far funzionare i televisori, viene proposto di
usare dei combustibili ricavati dai vegetali, sostanze anche
loro ricche di energia e che possono ricrescere, una volta
usate, grazie ai grandi cicli della natura. Su questo criterio
128
è basata la produzione di biodiesel, un derivato dei grassi
naturali usato al posto del gasolio o come additivo del gasolio petrolifero. Il biodiesel è costituito da sostanze derivate (si chiamano esteri) dagli acidi grassi presenti in tutti i grassi vegetali e animali: si tratta di prendere dei grassi, per lo più vegetali, che costino poco e siano abbondanti
e di trasformarli con reazioni chimiche negli esteri metilici
dei loro acidi grassi.
La massima attenzione nel mondo dei produttori di biodiesel è rivolta all’uso degli acidi grassi dell’olio di palma, l’olio
vegetale di cui vengono prodotti nel mondo circa 35 milioni
di tonnellate all’anno. Ci vorrebbero delle quantità enormi di
olio di palma se si volessero sostituire tutte le centinaia di
milioni di tonnellate di gasolio usate ogni anno nel mondo,
ma almeno è un passo avanti. Come risultato di questa innovazione tecnologica è aumentata la richiesta mondiale di olio
di palma che si ottiene dal frutto della palma da olio. I botanici la chiamano Elaeis guineensis perché è originaria dello Stato africano della Guinea, dove l’ha trovata e descritta,
nel 1763, il botanico olandese Nikolaus von Jacquin (17271807). Il chimico francese Edmond Frémy (1814-1894) ha
analizzato la composizione dell’olio di palma e ha identificato i due principali acidi grassi presenti: l’acido laurico e l’acido palmitico (che ha preso il nome dalla palma da olio); due
acidi grassi saturi, cioè privi di doppi legami, solidi.
Ben presto l’olio di palma, l’unico grasso solido, proprio per
questa proprietà ha cominciato ad essere utilizzato industrialmente, nel corso dell’Ottocento, sia come grasso alimentare, al posto del burro, sia per la fabbricazione di saponi e di candele e anche come lubrificante per macchina129
ri. Nel 1848, gli olandesi iniziarono la coltivazione della palma da olio a Giava e, nel 1910, lo scozzese William Sime e
il banchiere Henry Darby, che avevano già delle piantagioni di gomma in Malesia, pensarono di introdurre la coltivazione della palma da olio in quel Paese, allora colonia britannica. La richiesta mondiale di olio di palma aumentò
continuamente e dopo l’indipendenza della Malesia le piantagioni furono nazionalizzate, “malesizzate”. La Malesia,
oggi Malaysia, è il principale produttore ed esportatore di
olio di palma.
Il frutto della palma pesa da 6 a 20 grammi e contiene una
polpa e un seme. La polpa, che contiene circa il 50% di grasso, viene sterilizzata con vapore, e, dopo la separazione dei
semi, viene cotta e pressata. L’olio di palma che se ne ricava
è di colore rosso per l’elevato contenuto di beta-carotene. Il
seme, a sua volta, contiene il 50% di grasso (olio di palmisto) e, dopo l’estrazione dell’olio, resta un panetto proteico
adatto per l’alimentazione del bestiame. La maggior parte
dell’olio di palma e di palmisto trova impiego per usi alimentari, nell’industria dei detersivi, eccetera, ma la produzione
di biodiesel sta rapidamente aumentando e di conseguenza
è aumentata la richiesta di olio di palma. Circa la metà della
produzione mondiale si realizza in Malaysia, che è anche il
grande esportatore mondiale, seguita dall’Indonesia e dalla
Nigeria.
Tutto bene, quindi? Un aumento della produzione di biodiesel, e quindi una minore emissione di anidride carbonica per ogni chilometro percorso da un automezzo, l’aumento della produzione di olio di palma in Malaysia e Indonesia, con conseguente vantaggio economico per questi
130
due Paesi emergenti, nuove attività nell’industria chimica:
sembrerebbe che le azioni per la difesa del clima siano accompagnate da vantaggi economici. Fino a un certo punto,
perché la crescente richiesta di olio di palma ha indotto gli
abitanti dei due principali Paesi produttori ad estendere le
coltivazioni in terreni fino allora occupati dalle foreste tropicali che da anni vengono selvaggiamente tagliate o bruciate per lasciare spazio alle nuove colture.
La distruzione delle foreste tropicali non solo contribuisce,
come si accennava prima, al peggioramento del clima, ma
comporta anche la perdita di biodiversità, essenziale per la
stabilità degli equilibri ecologici e per l’alimentazione delle
popolazioni locali. Inoltre, le foreste tropicali crescono in
terreni ecologicamente e geologicamente poveri e istabili:
distrutte le foreste, ben presto le piogge tropicali provocano
rapidi fenomeni di erosione che rendono poco produttivi i
terreni liberati nella speranza di grandi guadagni. Nelle scelte ecologiche future bisogna quindi vigilare, attraverso una
ricerca scientifica lungimirante, per non uscire da una trappola tecnologica e cadere in un’altra. Davvero, ci piaccia o
no, in natura, ogni cosa è legata a tutte le altre.
L’auto elettrica e il litio
Verrà un giorno in cui l’aria delle città sarà limpida e trasparente, il traffico sarà silenzioso, forse addirittura fin
troppo silenzioso, tanto da dover stare attenti ad attraversare la strada guardandosi a destra e sinistra? Questo scenario potrebbe non essere tanto lontano, a giudicare dalla
131
corsa fra le grandi società automobilistiche per arrivare a
mettere in commercio auto elettriche. Così, l’automobilista
la sera attaccherà il filo dell’automobile alla presa di corrente nel proprio garage e la mattina dopo l’automobile sarà pronta a muoversi silenziosa e non inquinante e, durante un lungo viaggio, troverà dei distributori di elettricità
accanto a quelli di benzina.
La transizione ai veicoli elettrici non è comunque facile e
indolore; richiederebbe una crescente quantità di elettricità prodotta in centrali inquinanti, poste in località lontane dalle città. La pulizia dell’aria urbana, perciò, sarebbe
pagata con l’inquinamento e costi ambientali in altre zone
del territorio di ciascun Paese. L’interesse per le auto elettriche è stimolato sia dalla necessità di diminuire l’inquinamento dell’aria delle città, sia da crescenti difficoltà e
costi per l’approvvigionamento del petrolio, da cercare nei
deserti, nelle zone artiche, nelle paludi africane, in fondo
al mare, con gli inconvenienti dimostrati dal disastro del
2010 del Golfo del Messico. Ma la natura non dà niente
gratis: se si vuole sfuggire alla schiavitù del petrolio occorrono altri dispositivi che richiedono materiali anch’essi,
materiali che potrebbero generare altre schiavitù economiche e ambientali.
L’elettricità, infatti, ha l’inconveniente di non stare mai ferma: la benzina può essere raccolta in un serbatoio e usata
domani, l’elettricità deve essere usata subito. L’elettricità
può essere “conservata” in batterie di accumulatori che
forniscono elettricità per qualche ora, poi devono essere ricaricate. Le batterie al piombo-acido delle attuali automobili sono pesanti e scomode e l’auto elettrica del futuro ha
132
bisogno di batterie ricaricabili molto più potenti e leggere
e le uniche oggi disponibili sono quelle a base di litio.
Il litio è il terzo elemento della tabella di Mendeleev e viene dopo l’idrogeno e l’elio; è un metallo “leggero” perché il
suo peso specifico è appena la metà di quello dell’acqua.
Finora, i composti del litio sono stati usati nella produzione del vetro, delle ceramiche e di alcune leghe leggere, per
la preparazione di fluidi lubrificanti, e in pochi altri campi.
Il litio ha riscosso interesse nel campo nucleare per la produzione delle bombe atomiche all’idrogeno. La grande
svolta nell’utilizzazione e richiesta del litio si è avuta con
l’invenzione delle batterie a ioni di litio ricaricabili, piccoli
generatori di elettricità per telefoni cellulari, macchine fotografiche, computer, eccetera.
In ogni batteria esiste un anodo e un catodo, separati da un
elettrolita; durante la carica l’elettricità scorre in una direzione, dopo di che, con un flusso in direzione opposta, la
batteria restituisce l’elettricità accumulata. Per gli autoveicoli occorrono batterie al litio di altro tipo, a litio-polimeri,
come si dice, nelle quali il catodo è costituito da ossido di
litio e cobalto od ossido di litio e manganese, e l’anodo è
costituito da litio. Fra il catodo e l’anodo è posto un elettrolita, capace di trasportare l’elettricità nell’una e nell’altra direzione. A differenza delle piccole batterie a ioni di litio, quelle a litio-polimeri possono arrivare ad erogare da
0,13 a 0,30 chilowattore di elettricità per ogni chilo di peso. L’energia necessaria per percorre tragitti lunghi, anche
di 150 chilometri prima della ricarica, può essere contenuta in un ingombro relativamente modesto. Certo, l’automobile elettrica deve essere progettata in modo del tutto dif133
ferente da quelle con motore a scoppio, ma sono già in
commercio i primi modelli di auto tutte elettriche (che sono diverse da quelle ibride in cui è ancora presente un motore a scoppio).
Il litio è diventato così, improvvisamente, una materia prima strategica. Gli Stati Uniti hanno prodotto litio dai minerali estratti da una miniera nel Montana; altri produttori
sono Cile, Argentina, Cina e Australia. Ma occorre molto
più litio e un nuovo gigante si affaccia nel mercato di questo metallo: la Bolivia, in cui si trovano grandi deserti salati, residui dell’evaporazione di antichi laghi. Simili laghi salati si trovano anche in Argentina e Cile, ma la Bolivia possiede la metà delle riserve mondiali di litio nel Salar de
Uyuni, un giacimento grandissimo in una terra desolata,
assolata e arida. I sali di questi giacimenti, contenenti da
mezzo grammo ad alcuni grammi di litio per chilogrammo,
insieme a magnesio e altri elementi, vengono disciolti in
acqua e dalle soluzioni risultanti vengono fatti precipitare i
sali meno solubili. Alla fine, si ottiene una soluzione concentrata di cloruro di litio dalla quale, per aggiunta di carbonato di sodio, viene fatto precipitare il carbonato di litio
insolubile che sarà trasformato in ossido e litio metallico.
Finora lo sfruttamento del litio boliviano è stato ostacolato
dalla popolazione locale, preoccupata dai danni ambientali
dovuti alla formazione di grandi depositi di residui, centinaia di tonnellate per ogni tonnellata di litio ottenuto, ma
anche dal sospetto che le compagnie multinazionali straniere si possano portare via questa ricchezza mineraria del
Paese, senza lasciare niente ai suoi abitanti. La Bolivia ha
un governo socialista che ritiene (giustamente) che i pro134
fitti della vendita del litio debbano restare al popolo della
Bolivia e si profila, perciò, una “guerra del litio”. La maggior parte delle batterie ricaricabili al litio è prodotta in Cina e Giappone che si offrono di finanziare le imprese per
l’estrazione dei sali di litio in Bolivia e in Argentina, con
l’obiettivo di essere le prime nell’offerta anche di auto elettriche, in concorrenza con Germania e Stati Uniti. Questa
corsa ha fatto aumentare in pochi anni di quattro volte il
prezzo del litio. Come scriveva il settimanale inglese “The
Economist” anni fa: “Tutto il potere alle materie prime”.
135
Lavoro e Ambiente
Love Canal: una bomba a orologeria
Love Canal non è, come qualcuno potrebbe pensare, il canale dell’amore, ma il canale che un imprenditore americano, William Love, fece scavare intorno al 1890 per alimentare di acqua ed energia una città industriale modello, Model City, che aveva progettato di costruire sulla riva settentrionale del fiume Niagara, a poca distanza dalle celebri cascate, usate, in quegli anni, per la produzione di energia
idroelettrica. Anzi, a Niagara Falls, nel territorio dello Stato di New York, nacque la grande industria elettrochimica
americana.
Il canale non fu mai completato, Model City non fu mai costruita, il sogno del signor Love svanì, ma il suo nome sarebbe diventato tristemente celebre, molti decenni dopo,
perché associato al primo clamoroso caso di avvelenamento collettivo dovuto ad una discarica di rifiuti industriali.
Negli anni dal 1942 al 1953, la società chimica Hooker (oggi Occidental) affittò (e poi acquistò nel 1947) una parte
136
del terreno e il canale abbandonato e lo usò come discarica di circa 20.000 tonnellate di rifiuti tossici. La discarica
fu chiusa nel 1953 e il terreno fu venduto dalla Hooker al
distretto scolastico della città di Niagara Falls che vi costruì la scuola elementare di un nuovo quartiere. L’edificio
si trovava sulla 99a strada, proprio di fronte alla discarica
coperta. La parte rimanente del terreno fu venduta dal distretto scolastico ad alcuni privati che vi costruirono un
quartiere: durante la costruzione, iniziata nel 1966, il terreno fu livellato e qualsiasi traccia della vecchia discarica
scomparve. Nel 1972, il quartiere era completato.
Dall’autunno del 1975 alla primavera del 1976 si ebbero
piogge intense che impregnarono il terreno che si abbassò
in vari punti. Si formarono così delle pozze di acqua fortemente contaminata che si infiltrarono nelle case. Gli abitanti cominciarono a lamentarsi di strani odori e della comparsa di sostanze sgradevoli e, nel 1976, un analista incaricato dagli abitanti scoprì la presenza di sostanze tossiche
nell’aria e nei pozzi di molte delle case che si affacciavano
sul canale abbandonato.
Nella fognatura furono trovate elevate concentrazioni di
bifenili policlorurati (PCB) cancerogeni, e di altre sostanze tossiche. In seguito alla protesta, nel 1977 e nel 1978 i
funzionari del servizio sanitario dello Stato di New York riconobbero l’esistenza di una contaminazione, con pericolo
per la salute degli abitanti, e fecero intervenire gli organi
federali. Da quel momento in poi le cose precipitarono.
Il 2 agosto 1978 le autorità sanitarie dello Stato di New
York e il 7 agosto il presidente Carter dichiararono lo stato
di emergenza. Lo stesso 7 agosto il governatore dello Sta137
to di New York, Carey, annunciò il trasferimento degli abitanti delle 238 abitazioni site proprio a ridosso del canale.
Lo Stato avrebbe acquistato quelle abitazioni ad un prezzo
che consentisse ai proprietari l’acquisto di altre case in altra zona. Alla fine del 1979 erano stati spesi 20 milioni di
dollari di allora per il trasferimento degli abitanti e per l’inizio della bonifica della discarica; l’accesso alla zona fu vietato a tutti, un po’ come era avvenuto a Seveso dopo l’incidente all’Icmesa di Meda, del luglio 1976.
Il 20 dicembre 1979, dopo un’inchiesta durata un anno, il
Dipartimento della Giustizia americano ha avviato una causa civile contro la società Hooker accusata di aver causato,
o di aver contribuito a causare, un grave danno alla salute
pubblica e all’ambiente. Su richiesta del Dipartimento della Giustizia, la Environmental Protection Agency (Epa) degli Stati Uniti ha condotto un’indagine citogenetica su trentasei abitanti o ex-abitanti della zona di Love Canal. Il 19
maggio 1980 sono stati resi pubblici i risultati che hanno
dimostrato un eccesso, rispetto alla media, di anomalie e
danni cromosomici nel gruppo di soggetti esaminati.
L’indagine ebbe grande risonanza in tutti gli Stati Uniti e
provocò ulteriore allarme fra i cittadini, anche se i “minimizzatori” – ben capendo che stava per scoppiare la bomba delle discariche industriali abusive in tutto il Paese – si affrettarono a mettere in discussione la validità dei risultati.
In seguito a questi eventi, il 21 maggio 1980 il presidente
degli Stati Uniti dichiarò, per la seconda volta, lo stato di
emergenza e altre 800 famiglie furono fatte sloggiare e trasferite in altre case. Nello stesso tempo fu dato ordine all’Epa di condurre uno studio sulle condizioni ambientali
138
dell’intera zona intorno al canale. Lentamente, iniziarono i
prelievi di campioni di suolo, acqua e aria fra le proteste
degli abitanti delle case di Love Canal che non si fidavano
delle procedure di indagine. I risultati delle analisi furono
pubblicati nel 1982, in tre volumi, e furono oggetto di varie
critiche e inchieste anche parlamentari.
Ho raccontato questa storia americana perché suggerisce
varie considerazioni. La prima riguarda ancora gli Stati
Uniti: Love Canal ebbe, sull’opinione pubblica americana,
lo stesso effetto che ebbe sugli italiani la parola “Seveso”.
Nel caso Love Canal c’erano, inoltre: l’irresponsabilità e
ignoranza dell’industria che tratta sostanze tossiche; lo
sfruttamento del territorio; la protesta popolare, anche se
fatta non tanto nell’interesse generale, quanto perché erano colpite le proprietà private; i modi di intervento del governo, tentennante fra la necessità di mettere quieta la
gente e la volontà di non disturbare eccessivamente l’industria; il ruolo degli “scienziati” impegnati, a favore dell’industria, a minimizzare pericoli e danni; la vittoria, alla fine,
della protesta.
La scoperta di Love Canal mise in moto la ricerca di altre discariche e ne furono scoperte, negli Stati Uniti, centinaia, al
punto da indurre il governo a finanziamenti straordinari
(con la legge cosiddetta “Superfund”) per la bonifica delle
zone contaminate. I rifiuti tossici diventarono, per l’opinione
pubblica e il governo americani, un “problema”, che mobilitò ricerche, indagini territoriali e che, bene o male, portò ad
avviare bonifiche e nuovi controlli su larga scala.
Comunque, l’esperienza di Love Canal mostra che il maggior pericolo per la popolazione viene dalle discariche di ri139
fiuti tossici formatesi nel passato, di cui spesso si è perso il
ricordo, in cui si sono miscelate e stratificate varie sostanze pericolose, e sulle quali spesso sono sorti quartieri e abitazioni.
Nel corso della storia industriale, anche in Italia centinaia di
fabbriche hanno gettato nell’ambiente e depositato nel sottosuolo, anche in seguito a innumerevoli incidenti e sversamenti, le più varie sostanze (fenoli, amianto, idrocarburi
cancerogeni, residui di pesticidi, cromo, altri metalli, altri
veleni). Spesso le fabbriche se ne sono andate una dopo l’altra, lasciando – a parte la disoccupazione – le falde sotterranee inquinate e una terra desolata che gli ex-proprietari, dopo averla avvelenata, spesso vendono ad incauti acquirenti
che andranno a vivere su una bomba ad orologeria.
Una grande, coraggiosa ricostruzione della storia industriale del territorio italiano e delle scorie abbandonate, l’identificazione dei veleni ancora esistenti (un lavoro per centinaia di chimici, biologi, geologi, professori d’università), di
bonifica (un lavoro per migliaia di tecnici e operai), offrirebbe un segno che il nostro Paese ha una certa voglia di
diventare davvero moderno.
La premiata ditta Bossi
Il viandante che percorre, a Milano, Via Carducci si fermi
all’angolo con Corso Magenta; se guarda verso Santa Maria
delle Grazie e il Palazzo delle Stelline si trova di fronte al
sito in cui si è svolta una delle prime contestazioni ecologiche italiane. L’interessante storia è stata raccontata molti
140
anni fa da Valerio Broglia, professore di chimica e storico
appassionato, purtroppo scomparso, in due articoli dimenticati, pubblicati nella rivista Chimica, ormai scomparsa
anch’essa. Merita di essere dissepolta dall’oblio.
Alla fine del 1700, una fiorente industria chimica esisteva
già in Inghilterra, Francia, Germania. Il processo di produzione dell’acido solforico dallo zolfo e dal salnitro era stato
applicato su scala industriale intorno al 1750 in Inghilterra
e ben presto erano sorte fabbriche simili in altri Paesi europei. L’acido solforico era la materia essenziale per la produzione delle altre merci chimiche importanti. Trattando
con acido solforico il sale, era possibile ottenere il solfato
di sodio e l’acido cloridrico. Dal solfato di sodio, per reazione con la calce (idrato di calcio), si otteneva l’idrato di sodio. Ossidando l’acido cloridrico si otteneva cloro. Questi
prodotti erano richiesti dall’industria tessile e della carta,
per il trattamento dei metalli, per la fabbricazione del vetro e del sapone.
Nel 1781, gli industriali inglesi avevano ottenuto l’abolizione dell’imposta sul sale, una pratica fiscale che poteva avere senso in una società agricola e arretrata, ma che ostacolava l’industria chimica che aveva bisogno del sale a basso
prezzo come materia prima. Negli altri Paesi europei l’imposta sul sale fu abolita poco dopo. In questo fervore produttivo internazionale, l’Italia doveva acquistare all’estero i
prodotti chimici di cui aveva bisogno e ciò spinse un certo
Francesco Bossi a chiedere al governo, nel maggio 1799,
l’autorizzazione per istallare una fabbrica di acido solforico
e di altri prodotti chimici. In quell’anno Milano e la Lombardia, dopo una temporanea occupazione da parte di Na141
poleone, erano stati restituiti all’Impero austriaco che li occupava dal 1748.
Il procedimento proposto da Bossi consisteva nel bruciare,
in un apposito fornello, una miscela di zolfo e salnitro: i gas
sviluppati dalla combustione venivano portati a contatto
con acqua in una “camera”, una specie di recipiente, di
piombo. In un documento del 13 maggio 1800, Bossi descrisse il processo chiedendo anche un monopolio per vent’anni per i prodotti ottenuti. La richiesta fu esaminata da
padre Ermenegildo Pini (1742-1819), regio delegato alle
miniere, che espresse un parere favorevole in data 30 maggio 1800. Pochi giorni dopo, il 14 giugno, in seguito alla
battaglia di Marengo, al governo austriaco successe la Repubblica italiana.
La pratica andò avanti col nuovo governo che nominò come perito Antonio Porati (1742-1819), “farmacista in del
rion de Porta Ticines”. Questi riferì di aver visitato il laboratorio di Bossi e di averlo trovato conforme a quanto descritto “nelle più recenti opere di chimica”. Il vicepresidente della Repubblica italiana rifiutò però a Bossi il monopolio richiesto, probabilmente per non danneggiare gli interessi dell’industria francese.
Bossi allora chiese un dazio doganale sull’acido solforico
importato dalla Francia e un prestito: non ottenne né l’uno,
né l’altro, ma solo la concessione dell’uso gratuito di alcuni locali dell’ex-convento di San Girolamo, confiscato dallo
Stato repubblicano e adibito a caserma e ad abitazione.
Questo convento di San Girolamo si trovava nei pressi della Porta Vercellina – l’attuale incrocio fra Via Carducci e
Corso Magenta – lungo il naviglio oggi coperto e dava il no142
me all’attuale Via Carducci. Prima dell’ingresso dei francesi, l’edificio era stato un collegio o un seminario dei gesuiti ed è stato distrutto all’inizio del 1900. In San Girolamo,
quindi, si può dire che sia nata la prima industria chimica
italiana.
Oltre all’acido solforico, Bossi produceva anche acido cloridrico, acido nitrico, cloruro di ammonio, solfati di sodio,
di potassio, di magnesio e di rame. L’acido nitrico era, fra
l’altro, usato per la preparazione delle lastre per la stampa
delle monete da parte della Zecca.
Ben presto la fabbrica fece sentire la sua presenza con la
produzione di fumi e miasmi che provocarono la protesta
dei coinquilini e dei gendarmi, ospitati nello stesso convento. È uno dei primi casi di protesta popolare e di lotta contro l’inquinamento dovuto a scorie industriale. Il 13 giugno
1802 fu emessa un’ordinanza che obbligava Bossi a interrompere subito la produzione. Bossi cercò di opporsi, accusando i concorrenti e gli importatori di acido di aver sobillato la protesta contro di lui. Ancora più arrabbiati, gli
abitanti dell’edificio di San Girolamo ricorsero, il 16 giugno
1802, alla Commissione Sanità del Dipartimento dell’Olona
(la struttura amministrativa che comprendeva Milano e
provincia), qualcosa come l’assessorato regionale alla Sanità. La Commissione fece fare subito un sopralluogo e il 18
giugno 1802 – a giudicare dalle date i procedimenti amministrativi in difesa della salute pubblica erano più rapidi di
oggi – diede a Bossi tre giorni di tempo per murare le finestre verso il cortile, “onde togliere ogni comunicazione degli effluvi solforici col caseggiato”.
I guai non erano finiti. Il 10 luglio, Bossi e un suo operaio
143
furono “mezzi abbrucciati” dall’acido solforico; i due malcapitati con i vestiti in fiamme si gettarono in un sarcofago
di pietra pieno d’acqua e Bossi dovette rimanere tre mesi
in ospedale.
Con la ripresa del lavoro, l’inquinamento e la puzza continuarono fra le proteste dei soldati e dei coinquilini. Nel novembre dello stesso sfortunato anno 1802 il povero Bossi,
pieno di debiti, dovette cedere la sua quota nell’impresa al
socio L. Diotto e ad un certo Michele (o Carlo o Francesco)
Fornara (detto il Folcione), una specie di impiantista che
aveva costruito le apparecchiature. I tre soci litigarono per
qualche tempo e Bossi uscì definitivamente di scena proprio nel momento in cui, nonostante l’inquinamento, gli affari cominciavano ad andare meglio.
La produzione della nuova ditta continuò nei locali di San
Girolamo, ma l’inquinamento e le nocività continuarono a
destare le proteste dei gendarmi e del vicinato. Nel 1807, il
prefetto del Dipartimento dell’Olona (la Repubblica italiana si era nel frattempo trasformata in Regno Italico) fece
compiere un ennesimo sopralluogo nella fabbrica di acido
solforico, ora della ditta Fornara & C. Ancora una volta fu
costatata la nocività delle esalazioni gassose irritanti e il
Prefetto ordinò il definitivo trasferimento della fabbrica.
Dapprima venne proposto il convento sconsacrato dei Cappuccini (dove più tardi fu istallata un’altra fabbrica di acido solforico), ma poi nel 1808, dopo lunghe discussioni, la
fabbrica Fornara si trasferì in San Vincenzo in Prato, altra
chiesa sconsacrata dalle parti di Porta Genova (esiste ancora oggi Via San Vincenzo), che sorgeva appunto in mezzo ai prati, abbastanza isolata.
144
La chiesa di San Vincenzo fu venduta nel 1810 ai soci Diotto & Fornara per lire 10.193. Questi la vendettero poco dopo alla ditta di Giuseppe Candiani (1830-1910) e Biffi che
vi istallò una fabbrica di acidi e per questo nell’Ottocento
era chiamata “casa del Mago”. La chiesa fu riaperta al culto di nuovo intorno al 1880.
In San Vincenzo, la fabbrica Fornara riprese la produzione
di acido solforico e derivati nella primavera del 1809, sollevando altre proteste dei nuovi vicini, ma ci fu anche allora
un perito compiacente, ancora quel Porati che abbiamo incontrato all’inizio, pronto a testimoniare che non c’era nessun posto migliore per una fabbrica di acido solforico. Se
può esserci qualche disturbo per le persone che devono respirare i vapori di acido da vicino – al più, tanto, si tratta
degli operai – questi vapori anzi “diventano salubri quando
si dilatano e si allontanano dalla loro sorgente”. Il mondo
non cambia mai.
Questa pagina della storia minore – ma la storia del lavoro
e dell’industria è proprio “minore”? – di Milano meriterebbe di essere maggiormente conosciuta. Chi sa che qualcuno non voglia ricordare, con una lapide, i luoghi in cui è nata l’industria chimica e si sono sperimentate le prime contraddizioni fra produzione di merci, produzione di scorie e
rifiuti, e salute dei lavoratori e dei cittadini.
Seveso
La Icmesa era una fabbrichetta chimica di Meda, nell’hinterland milanese, che produceva triclorofenolo, una so145
stanza intermedia da cui si ottengono erbicidi e disinfettanti. La mattina di sabato 10 luglio 1976 il sistema di raffreddamento della miscela contenente triclorofenolo e soda caustica si interruppe e la temperatura della miscela cominciò ad aumentare, provocando la formazione di una sostanza poco nota, la tetraclorodibenzo-para-diossina, o
Tcdd, altamente tossica. Dentro il reattore si formò una
massa pulverulenta che avrebbe dovuto essere trattenuta
da un filtro, ma la valvola non funzionò e una polvere bianca – che sarebbe stata nota come la “nube tossica” – si disperse nell’aria e ricadde, col suo contenuto di alcuni chili
di diossina, sulle campagne e le case del vicino paese di Seveso, abitato da piccoli agricoltori e artigiani.
Gli animali da cortile cominciarono ben presto a morire,
sulla pelle di alcune bambine comparvero delle pustolette
di cloracne, gli abitanti di Seveso furono presi dal terrore;
intanto la polvere era finita nelle acque del vicino fiume,
poi sulle strade attaccandosi alle ruote delle automobili
che portavano la diossina verso i laghi e le zone vicine. Per
vari giorni scienziati, amministratori locali, uomini politici,
dirigenti dell’Icmesa, diffusero notizie contraddittorie. Ben
pochi sapevano che cosa produceva la fabbrica e solo molti giorni dopo l’incidente, al nome “triclorofenolo” fu associata la parola “diossina”. Eppure incidenti simili a quello
dell’Icmesa si erano già verificati ed erano noti: la presenza di diossina era stata scoperta e descritta, fin dal 1970,
nei defolianti (prodotti da triclorofenolo impuro di diossina) che l’esercito americano spargeva in abbondanza nelle
giungle del Vietnam “infestate” dai partigiani comunisti e
dalla povera popolazione ostile agli arroganti invasori, e
146
che provocarono morti e intossicazioni nelle popolazioni
locali e fra gli stessi soldati americani.
In quel luglio del ‘76 nessuno era veramente in grado di indicare gli effetti biologici e genetici del contatto con la diossina. Che cosa sarebbe accaduto ai figli delle donne incinte
sulle quali era caduta la polvere tossica? Sarebbe stato opportuno consigliarle di abortire? Pagine di dolore e di spavento umano, pagine di crisi e incapacità e viltà del potere
politico, di fallimento degli “scienziati” incapaci di analizzare i terreni contaminati, di suggerire dei rimedi per fermare la diffusione della diossina dai terreni di Seveso alle popolose zone circostanti. Ormai è un capitolo lontano, dimenticato, della storia dell’ambiente: la biologa Laura Conti (1921-1993) ha scritto un bellissimo drammatico resoconto di quei mesi di dolori, vissuti accanto alle, e dalla parte delle, donne, nel libro Visto da Seveso, ormai una rarità.
Negli anni successivi, la diossina di Seveso è stata grattata
dai muri della fabbrica, dal terreno contaminato, è stata
bruciata in Svizzera o sepolta chi-sa-dove, i danneggiati sono stati tacitati dai proprietari dell’Icmesa con un po’ di
soldi e tutti cercano ora di dimenticare.
Il dramma di Seveso, però, non va dimenticato. L’ultimo
quarto del XX secolo è stato dolorosamente costellato di
altri incidenti e dolori e morti: a Massa Carrara, a Manfredonia, a Marghera, a Napoli, in Piemonte, in Sicilia, eccetera. Il lungo calvario delle “Seveso” italiane ha mostrato che
il “progresso” tecnico-scientifico ci ha fatto circondare di
impianti produttivi di cui ben pochi conoscono i processi e
la composizione delle materie trattate e la natura delle
merci fabbricate e delle scorie che si formano. Una diretti147
va dell’Unione europea del 1982, con molte varianti successive, prescrive che le industrie “a rischio” debbano denunciare quali materie contengono quando queste superano un certo peso, ma il “doveroso” segreto industriale fa sì
che le relative notizie siano sepolti negli uffici e che l’informazione della popolazione “a rischio” sia praticamente inesistente.
L’esperienza – e lo stesso evento di Seveso – mostrano che
i pericoli per la vita dei lavoratori e degli stessi cittadiniconsumatori derivano non soltanto dalle catastrofi, ma anche dalla diffusione e dispersione, nelle officine, nei negozi e nell’ambiente, di sostanze che sfuggono alla conoscenza dei singoli, dei governi, e ai controlli tecnici.
La difesa della vita umana dipende invece dalla conoscenza, diffusa, popolare, delle attività tecniche e delle materie
con cui si viene a contatto, da una cultura delle fabbriche
e delle cose, dalla pressione sui governi perché difendano
la vita umana prima degli interessi degli affari. Solo così sarà possibile evitare che altre bambine, altre donne, altri cittadini siano esposti ad altre “Seveso”, che pure sono intorno a noi.
La trappola dell’amianto
Fra “il milione” di meraviglie che Marco Polo (1250-1323)
racconta di aver trovato nel suo lungo viaggio in Asia, una
di quelle che hanno attratto maggiormente la curiosità è
stata la tovaglia “che non brucia”. Oggi sappiamo che si
trattava di un tessuto di amianto, il minerale che si presen148
ta, nelle rocce, in sottili filamenti biancastri che si prestano ad essere filati e tessuti e che sono non infiammabili,
anzi possono essere lavati mettendoli sul fuoco. Quell’antico ricordo ha stimolato, alla metà dell’Ottocento, numerose invenzioni che hanno poi assunto crescente importanza.
L’amianto è stato impiegato ogni volta che occorrevano
delle pareti o dei manufatti resistenti al fuoco e alle alte
temperature e con buon isolamento termico: l’avvento dei
treni e delle automobili richiedeva materiali per i freni e le
frizioni capaci di resistere alle alte temperature dovute agli
attriti e alla fine dell’Ottocento è stato inventato il “ferodo”, un impasto di amianto e resine che poteva essere formato in dischi. Fili e tessuti di amianto si prestavano bene
per la produzione di indumenti per vigili del fuoco; ma il
grande successo dell’amianto si ebbe con la scoperta che,
proprio per la sua natura minerale, inorganica, si prestava
bene ad essere impastato col cemento per formare dei
pannelli e tubi di amianto-cemento commercializzati in
tutto il mondo col nome di “eternit” (quasi a indicare il carattere eterno delle coperture di tetti e dei tubi di questo
materiale), fibronit, ondulit, eccetera. Addirittura con
l’amianto-cemento potevano essere costruite vasche e
contenitori inattaccabili dagli acidi e dotati di notevole resistenza meccanica: un trionfo.
L’amianto-cemento appartiene alla serie delle invenzioni
che, salutate all’inizio come liberatorie, hanno poi rivelato
di nascondere delle trappole che ne hanno provocato il declino. Ben presto si è osservato un aumento delle malattie
e dei tumori fra i lavoratori delle cave da cui veniva estratto l’amianto. Nelle rocce, l’amianto è presente in piccola
149
concentrazione in mezzo a una grande quantità di roccia
inerte che deve essere frantumata e polverizzata per ricavarne le fibre di amianto che si liberano nell’aria in polvere
finissima. Una volta respirate, le fibre d’amianto, chimicamente inerti, con le loro estremità appuntite, provocano
malattie respiratorie e mesoteliomi.
I primi casi si sono osservati fra gli operai della principale
miniera italiana di amianto che si trova a Balangero, in Piemonte. Poi altri casi sono stati osservati nelle operaie addette alla preparazione di fili e tessuti di amianto. Poi negli operai addetti alle fabbriche di amianto-cemento, presenti in varie zone d’Italia, e negli abitanti delle zone circostanti. Varie fabbriche di amianto-cemento a Casale Monferrato, Massa Carrara, Bari, sono state in funzione per decenni, fino a quando non ci si è resi conto che l’interno degli stabilimenti e le zone vicine erano state contaminate da
polvere di amianto e dovevano essere “bonificate”.
Ugualmente ci si è resi conto che fibre d’amianto, col passare del tempo e con l’usura, si liberavano dalle pareti e dai
soffitti contenenti amianto e posti nelle aule scolastiche
come isolanti termici e acustici, e dai pannelli presenti nei
vagoni ferroviari e nelle navi, finendo nei polmoni degli
scolari e dei viaggiatori. E ancora: fibre di amianto vengono rilasciate nell’aria durante l’usura dei “ferodi” dei freni
e delle frizioni.
Poi sono aumentati i sospetti che anche le tubazioni di
amianto-cemento usate per trasportare l’acqua potabile,
con l’usura provocata dal passaggio continuo di acqua, potevano liberare fibre di amianto che finivano nell’acqua del
rubinetto. Poi sono finite sotto accusa le coperture ondu150
late di amianto-cemento che pure sembravano così comode, poco costose, attraenti... ed eterne. Per farla breve, da
una ventina di anni a questa parte gli organismi sanitari internazionali hanno cominciato a emanare delle norme (in
Italia con la legge 257 del 1992) che limitano la massima
quantità di fibre di amianto ammesse nell’aria e nelle acque, una opportuna decisione che ha segnato da una parte
un declino degli usi dell’amianto, dall’altra la necessità di
eliminare l’amianto da tutti i manufatti in cui esso ancora
si trova.
E qui è apparsa la gravità della trappola in cui l’amianto ci
ha fatto cadere. “Bonifica” è operazione apparentemente
facile, ma si tratta di pulire edifici e contenitori e suolo
spazzando, grattando e raccogliendo miliardi di miliardi di
finissime fibre tossiche, con il lavoro di operai esposti a pericoli ancora più grandi di quelli degli operai che avevano
estratto e istallato l’amianto. La polvere di amianto, che si
solleva nella bonifica delle fabbriche e degli edifici, “vola”
all’esterno e compromette la salute degli abitanti delle zone vicine. I milioni di tonnellate di coperture e pannelli di
amianto-cemento, una volta smontati, nel caso migliore,
vengono sistemati in discariche. Chi viaggia in treno vede
dei binari occupati da vecchi vagoni ferroviari arrugginiti
all’aria e alla pioggia, con porte e finestre sigillate, che
aspettano qualcuno che li liberi dai pannelli di amianto.
Molte scuole hanno dovuto essere chiuse per togliere i
pannelli e le pareti di amianto e sostituirli con altre. E quelli tolti dove finiscono?
Si moltiplicano le ditte che dichiarano di essere in grado
di effettuare bonifiche di zone contaminate, di smontare
151
e smaltire manufatti di amianto, ma ben pochi controlli
vengono fatti sull’efficienza delle operazioni promesse.
Talvolta addirittura, come si è verificato, la malavita organizzata si appropria delle presunte bonifiche dei vagoni
ferroviari.
La lezione imposta da questa “bomba ad orologeria” ecologica – altri casi di merci di successo che dopo poco hanno rivelato il loro carattere nocivo sono offerti dal Ddt,
dal piombo tetraetile, dai clorofluorocarburi presenti a
milioni di tonnellate nei frigoriferi e nei manufatti di resine espanse, dalle scorie radioattive delle centrali nucleari – invita ad un riesame critico del passato e ad un esame preventivo delle innovazioni tecniche. E suggerisce
anche delicati problemi giuridici: i fabbricanti delle merci nocive ne hanno tratto subito un profitto, ma chi paga
i costi della riparazione dei danni provocati, a distanza di
tempo, dalle loro merci? E dei malati e dei morti (supposto che la perdita della vita possa essere risarcita con denaro)?
Si parla tanto di bioetica, ma non sarà male cominciare a
elaborare un’etica delle merci e dell’impresa.
Le ragazze del radio
Il radio era stato “scoperto” nel 1903, a Parigi, da Marie
Curie, la quale ne aveva isolato cento milligrammi da molte tonnellate di pechblenda: era stato questo l’argomento
della sua tesi di laurea in chimica. Da parte loro, Frederick
Soddy (1877-1956) ed Ernest Rutheford (1871-1937)
152
avevano chiarito che il polonio e il radio si trovano nelle
rocce terrestri, formati per decadimento “radioattivo” dell’uranio.
Soddy scrisse alcune opere fondamentali, anche di carattere divulgativo, sul radio e contribuì, insieme a Marie Curie,
a richiamare l’attenzione su questo elemento “miracoloso”,
le cui radiazioni erano in grado di curare il cancro e che
emetteva spontaneamente una “luce” bianca verdastra, osservabile anche al buio. La richiesta di radio e la sua produzione industriale aumentarono rapidamente.
Marie Curie aveva usato, come materia prima per la preparazione del radio, la pechblenda ottenuta dai residui della
lavorazione delle miniere di Joachimsthal (oggi Yachimov
nella Repubblica Ceca), allora sotto l’Austria. Il governo
austriaco vietò le esportazioni di pechblenda e sviluppò
una propria industria di fabbricazione del radio; un’industria del radio sorse in Svezia e poi in Francia, utilizzando
minerali di uranio inglesi, e poi negli Stati Uniti dove si utilizzava come materiale di partenza la carnotite.
Oltre che a fini medici, il radio veniva utilizzato per la produzione di vernici luminescenti che venivano applicate sulle lancette e sui numeri degli orologi, e in vari strumenti di
misura che dovevano essere osservati al buio, come gli altimetri degli aerei. Negli stessi primi anni del Novecento
stava infatti nascendo l’industria aeronautica e il mondo
stava correndo verso la Prima Guerra Mondiale.
Le eccezionali proprietà del radio avevano sollecitato innumerevoli articoli di giornali e racconti; uno di questi, la traduzione di un libro americano del 1912 di Albert Dorrington (1874-1953), era stato pubblicato, col titolo L’arma
153
che uccide e risana, addirittura a puntate sulla “Domenica del Corriere” nel 1916. La diffusa curiosità internazionale aveva spinto imbroglioni e avventurieri a mettere in
commercio “rimedi” contro il cancro. Uno di questi, chiamato “Radithor”, è stato in commercio per anni in forma di
sciroppo con una concentrazione di radio sufficiente ad
uccidere molti degli entusiasti acquirenti.
A dire la verità, già nel 1906 erano apparsi articoli, anche
della stessa Marie Curie, che mettevano in evidenza la possibile pericolosità del radio. Un numero crescente di medici morirono per eccessiva esposizione al radio e la stessa
Marie Curie morì per lo stesso motivo, nel 1934.
Qui interessa ricordare la storia della intossicazione delle
operaie di una delle fabbriche americane di radio, la U.S.
Radium Corporation, creata nel 1917 da un gruppo di imprenditori a Orange, nel New Jersey. Lo stabilimento produceva il radio dalla carnotite di un vicino giacimento e
fabbricava delle vernici luminescenti costituite da colla,
polvere di radio e acqua. Le vernici venivano spalmate, con
un pennello, sugli orologi da una settantina di ragazze che
lavoravano in uno stanzone pieno di polvere, senza precauzioni. Le ragazze – alle quali nessuno aveva spiegato la ormai nota pericolosità del materiale che stavano maneggiando – addirittura umidificavano con la saliva la punta
dei pennelli e assorbivano così continuamente radio. Era
curioso, disse una delle ragazze, che quando ci si soffiava il
naso anche il fazzoletto diventava luminescente; alcune,
per far colpo sui fidanzati, si tingevano con la vernice radioattiva le unghie che apparivano luminose al buio. E poi
tornavano al lavoro e ai loro pennelli.
154
La prima a osservare dei disturbi fu una certa Grace Fryer
che aveva lavorato a Orange dalla primavera del 1917 – la
produzione era al massimo perché la guerra in atto in Europa richiedeva orologi e strumenti luminosi al buio – fino
al 1920, quando si era licenziata per un altro lavoro. Un paio d’anni dopo aveva cominciato a perdere i denti e a osservare degli ascessi in varie parti del corpo. Nel frattempo,
nel 1922, era morta Amelia Maggia, un’altra operaia addetta alla verniciatura nella U.S. Radium; come causa della
morte le era stata diagnosticata la sifilide, ma il dentista
che l’aveva in cura aveva osservato la rapida caduta dei
denti e aveva cominciato a sospettare che la sua morte fosse dovuta al tipo di materia trattata nel posto di lavoro.
A questo punto le morti sospette cominciarono ad attirare
l’attenzione di Walter Lippmann (1889-1974), un giornalista d’assalto del quotidiano progressista “New York World”,
e della Lega dei consumatori, un’organizzazione per la difesa dei consumatori e dei lavoratori
La Fryer si rivolse all’ex-datore di lavoro per un rimborso
delle spese mediche affrontate per curarsi, ma i dirigenti
della U.S. Radium rifiutarono: i loro consulenti di parte, dopo aver visitato la ragazza, la dichiararono sanissima. Un
medico assunto dalla U.S. Radium, il professor Cecil Drinker, osservò le condizioni di lavoro delle operaie e indicò ai
dirigenti che erano esposte ad un grave pericolo. Anche un
chimico, un certo Lehman, aveva delle gravi lesioni alle
mani; questo Lehman, peraltro, per fedeltà al datore di lavoro, escluse che il disturbo potesse venire dal radio che
maneggiava senza precauzioni (morì l’anno dopo). Drinker
suggerì di modificare le condizioni di lavoro, ma l’impresa
155
si rifiutò. Per onestà, pubblicò nel giugno del 1924 le sue
osservazioni sulla fabbrica e denunciò che le ragazze lavoravano a mani nude in uno stanzone pieno di polveri con
grave esposizione al radio, al quale andavano imputate le
gravi malattie. Drinker riferì che i campioni di polvere raccolti nello stanzone erano tutti luminosi al buio: anche i capelli, le facce, le mani, i vestiti e anche le sottovesti delle
operaie erano luminescenti per colpa del radio.
A questo punto, Grace Fryer decise di fare causa alla U.S.
Radium. Nessun avvocato accettò di difenderla fino a
quando, nel 1927, trovò un giovane avvocato, Raymond
Berry, che citò in tribunale la U.S. Radium. Alla Fryer si
unirono altre cinque operaie e ciascuna chiese 250mila
dollari di danni. La U.S. Radium aveva trovato la solidarietà degli imprenditori e medici che avevano fino allora venduto e prescritto medicine, dichiarate curative, “al radio”.
Le ragazze che avevano maneggiato il radio potevano essersi ammalate per colpa della colla delle vernici, sostenevano. Il radio non poteva essere responsabile delle malattie osservate.
Il caso di quelle che sarebbero state chiamate le “ragazze
del radio” ebbe grande risonanza in America e in Europa e
la stessa Marie Curie confermò che si erano ammalate per
esposizione al radio in condizioni inadeguate. Le fabbriche
di orologi luminescenti in altri Paesi usavano nei confronti
degli operai ben altre precauzioni.
La U.S. Radium – che nel frattempo aveva dovuto chiudere nel 1926 lo stabilimento di Orange trasferendosi altrove
e che aveva tacitato gli altri operai con 13mila dollari – cercò di tirare in lungo il processo e intanto lo stato di salute
156
delle operaie peggiorava continuamente. La Fryer, quando
si presentò al processo, non aveva neanche la forza di sollevare il braccio per il giuramento e morì poco dopo. La relazione fra esposizione al radio e le malattie e le morti fu
confermata quando, nel 1928, fu riesumato il cadavere di
Amelia Maggia e fu costatato che le sue ossa erano radioattive. Altro che sifilide, come era stato diagnosticato sei
anni prima!
Il processo andò avanti fino al giugno 1928, quando le vittime ottennero dalla U.S. Radium 10.000 dollari ciascuna
(molto meno di quanto avevano chiesto), 600 dollari all’anno fino a quando fossero vissute (e vissero tutte poco) e il
rimborso delle spese mediche. Oltre a questa scia di morti, la U.S. Radium ha lasciato terreni contaminati dai residui contenenti radio gettati all’esterno e che devono essere bonificati ancora oggi.
La storia delle “ragazze del radio” richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di lavoro delle imprese
che risparmiavano, esponendo i lavoratori a pericoli per la
salute, e mostrò che, con un poco di coraggio e di protesta,
e con la solidarietà e il sostegno di una parte della stampa e
degli scienziati, è possibile assicurare ai lavoratori condizioni di lavoro migliori. Che il discorso valga ancora oggi?
La tragedia di Marcinelle
Ogni tanto, qualche televisione ritrasmette le due puntate di
una vecchia miniserie Rai del 2003, Marcinelle, sulla tragedia avvenuta in quella miniera belga di carbone l’8 agosto
157
1956. È bene che qualcuno racconti e ricordi delle storie di
lavoro e di incidenti nell’ambiente di lavoro in questo tempo
in cui sembra cancellata dal vocabolario l’“odiata” espressione “classe operaia”, che sa tanto di comunismo, e la stessa
parola “operaio” viene usata il meno possibile, come se gli
operai fossero scomparsi in questo mondo così moderno.
La storia della catastrofe di Marcinelle è un concentrato di
eventi. L’incidente avvenne in una miniera dell’Europa appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, nella quale il
grande flusso del petrolio e del gas naturale era appena all’inizio e il carbone era la principale fonte di energia, così
come lo era per tutto il mondo. A dire la verità, con tutti i
progressi che ci sono stati, il carbone è ancora oggi il principale combustibile fossile: nel mondo milioni di minatori
estraggono, ogni anno, circa settemila milioni di tonnellate
di carbone e lignite dalle viscere della Terra, risorse nascoste a centinaia e migliaia di metri di profondità. Ogni giorno milioni di persone scendono dalla superficie nelle strette gallerie sotterranee in cui il nero carbone viene staccato, pezzo per pezzo, dalle pareti della miniera, viene caricato su nastri trasportatori e carrelli e viene poi portato in
superficie con gli ascensori.
Il carbone è un materiale fossile nero, relativamente fragile, che genera, durante la frantumazione, polveri che vengono respirate dagli operai, anche se sono muniti di maschere e filtri, e che causano malattie polmonari dopo pochi anni di lavoro. Il più grande nemico dei minatori è il
metano, il “grisou”, un gas infiammabile che è rimasto intrappolato, nel corso di migliaia di secoli, “dentro” i giacimenti sotterranei di carbone e che continua a liberarsi nel158
l’aria delle gallerie a mano a mano che nuove superfici vengono a formarsi con la continua asportazione del carbone.
Per l’illuminazione delle gallerie oggi sono disponibili lampade elettriche, ma nel passato, per molti decenni, le uniche lampade disponibili erano lampade a fiamma libera che
provocavano esplosioni quando la concentrazione di metano era superiore ad una soglia di sicurezza. Soltanto nel
1816, ad opera del grande chimico Humphrey Davy (17781829), sono state inventate le lampade di sicurezza da miniera, poi continuamente perfezionate.
Per essere respirabile, l’aria delle gallerie, a centinaia di
metri di profondità, deve essere continuamente ricambiata. Fra cattiva ventilazione, polveri, scarsa illuminazione e
fatica fisica, il lavoro dei minatori del carbone è fra quelli
più usuranti e pericolosi che ci siano. Rispetto alle condizioni di lavoro delle miniere dell’Ottocento e a quelle descritte nel telefilm, peraltro ambientato in una vera miniera in Polonia, oggi le condizioni di sicurezza sono un poco
migliorate, anche se gli incidenti continuano a verificarsi e
comportano un sacrificio di migliaia di vite umane ogni anno in Cina, Stati Uniti, India, Australia, Russia, Sud Africa,
Cile, eccetera. Non bisognerebbe dimenticarlo, perché
l’elettricità che consente di accendere le lampadine, i televisori, le lavatrici, i frigoriferi, prodotta nelle centrali termoelettriche a carbone italiane, è “pagata” dalla fatica di
qualche operaio in qualche miniera in qualche parte del
mondo. C’è un “contenuto di dolore” in ogni bolletta dell’elettricità.
Erano ancora infami le condizioni di lavoro nelle miniere
del Belgio negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.
159
In Belgio, in quegli anni, non c’erano abbastanza minatori
e il governo belga strinse con quello italiano, nel marzo e
giugno 1946, un accordo con cui l’Italia incoraggiava l’emigrazione nel Belgio di operai per le miniere e, in cambio, il
Belgio assicurava la vendita del carbone a prezzi di favore
all’Italia, affamata di energia. Negli anni successivi, migrarono nel Belgio oltre 50mila operai (dovevano essere giovani, in buona salute e dovevano restare per almeno un anno in quel freddo e lontano Paese). Venivano dalla Sicilia,
dove erano state chiuse le miniere di zolfo, dalla Calabria,
dalla Puglia, dalle Marche. Un anno di lavoro di un operaio
italiano nelle miniere del Belgio “valeva” per l’Italia circa
una tonnellata di carbone a basso prezzo.
Gli operai italiani nel Belgio vivevano in condizioni miserabili, in povere baracche; in questo viaggio della speranza alcuni avevano portato le famiglie, altri avevano portato la
struggente nostalgia delle famiglie lontane a cui mandare il
povero salario. La condizione degli immigrati era ancora
più triste per l’ostilità che la popolazione locale manifestava per questi “stranieri” di lingua e abitudini diverse, che
non portavano vantaggi economici; alcuni locali pubblici
vietavano l’accesso “ai cani e agli italiani”. Nella miniera di
uno di questi paesini, Marcinelle, vicino Charleroi, avvenne
l’incendio e il crollo delle gallerie che costò la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani, e che destò, in quel lontano 1956,
un’enorme impressione in Italia e nel mondo. L’incidente fu
provocato dalla arretratezza delle strutture, dalla mancanza di manutenzione, dall’egoismo dei proprietari che avevano già deciso di chiudere la miniera e volevano sfruttare
fino all’ultimo le riserve di carbone e il lavoro dei minatori.
160
Dovremmo chiederci più spesso “che ambiente fa” anche
nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere e nelle cave, negli stessi campi in cui i lavoratori sono esposti a sostanze
tossiche e a pericoli; e spesso questi lavoratori sono immigrati, circondati da ostilità, come lo erano gli italiani nel
Belgio. Non dimentichiamolo, perché c’è qualche famiglia,
in qualche lontana parte del mondo, che mangia del pane
che ha “dentro di sé” il dolore dei parenti lontani, in Italia;
come, appena pochi anni fa, molte famiglie siciliane e calabresi mangiavano del pane che aveva “dentro di sé” il dolore dei minatori italiani lontani, nel Belgio.
161
Rifiuti
La riciclo-logia
I numeri parlano da soli: ogni anno in Italia si producono
(2010) circa 150 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, il doppio del peso del petrolio greggio importato e raffinato in Italia, venti volte di più del grano prodotto, quasi quattro volte di più del cemento prodotto in Italia nello stesso anno. Di
questi 150 milioni di tonnellate, quasi 40 milioni sono costituiti dai rifiuti urbani, quelli che escono ogni giorno da milioni di famiglie, di uffici, di negozi, che si accumulano nei
puzzolenti cassonetti, quelli che finiscono nel terreno clandestinamente e quelli che vengono buttati via senza che
nessuno se ne accorga, qua e là, dove capita. Ma poi esistono i rifiuti delle demolizioni degli edifici, i rottami di macchinari, gli scarti di lavorazioni industriali e tanti altri.
Eppure è possibile trasformare, almeno in parte, questi
scarti, rottami e rifiuti in materiali utili, in ricchezza; addirittura molte leggi nazionali e la stessa legge europea prescrivono il riutilizzo dei rifiuti a fini produttivi, per rispar162
miare materie prime, alberi, petrolio, minerali e per evitare la contaminazione ambientale dovuta alle discariche e
agli inceneritori.
Purtroppo, nonostante i fiumi di parole che ogni anno vengono scritti e detti sui rifiuti e sul loro riutilizzo, la maggior
parte di questi rifiuti va perduta o distrutta, sepolta nelle
discariche o bruciata negli inceneritori, pudicamente chiamati termovalorizzatori. Ciò è dovuto a coincidenti interessi: i profitti che pochi grandi gruppi ricavano dallo smaltimento in discarica o dalla vendita e gestione di inceneritori, grazie anche a incentivi statali che premiano la costosa
elettricità prodotta bruciando i rifiuti. I nemici del riciclo
dei rifiuti fanno inoltre circolare il falso mito che le merci
riciclate costano troppo e sono di peggiore qualità rispetto
alle merci prodotte con nuovi minerali, nuova cellulosa,
nuova plastica, nuovo vetro, nuovi metalli.
La delusione verso il riciclo dei materiali separati dai rifiuti deriva anche dal fallimento di una coraggiosa azione di
ricerca scientifica e tecnica e dalla mancanza di una cultura dell’invenzione e dell’innovazione. A molti studiosi universitari fa un po’ schifo pensare come è possibile trasformare la plastica usata in oggetti ancora utili, la carta usata
in materiali da costruzione, il vetro usato in abrasivi, eccetera. Eppure, tutte queste e molte altre soluzioni sono possibili attraverso la diffusione di una nuova scienza del riciclo – che chiamerei “riciclo-logia” – molto più difficile, ma
proprio per questo più affascinante, della normale merceologia.
Chi volesse affrontare tale nuova scienza, può avere il conforto della storia. Oggi, oltre la metà dell’acciaio prodotto
163
nel mondo viene dal riciclo di macchinari usati; la metà
dell’alluminio è prodotto dal riciclo di oggetti di alluminio,
con forte risparmio di energia e di acqua; la quasi totalità
dei cartoni da imballaggio sono ottenuti da carta straccia
riciclata. Ma anche il presente offre motivi di speranza: esistono già imprese che fabbricano mobili, attrezzi da giardino, contenitori di plastica riciclata, addirittura usando miscele di plastica usata non omogenee. Il bitume viene
“strappato” dalle strade usurate e rifuso e steso di nuovo
per la pavimentazione delle stesse strade. Polvere di vetro
usato viene impiegata come antiscivolo sui pavimenti.
Purtroppo, si tratta soltanto di pochi passi rispetto a quello che si potrebbe fare. Negli Stati Uniti, i processi di riciclo sono in continuo declino, a favore, anche là, di discariche e inceneritori, mentre intere navi di merci usate, dalla
plastica alla carta, ai computer, agli elettrodomestici vengono inviati in Estremo Oriente dove vengono trattati e riciclati e trasformati in merci nuove che magari ritornano
negli stessi Stati Uniti o vengono da noi in Europa. Non è
solo questione di basso costo della mano d’opera, ma di capacità inventiva e imprenditoriale.
Il successo della riciclo-logia presuppone varie azioni.
La prima è un genuino rilancio della raccolta separata, a livello delle singole famiglie, delle varie frazioni dei materiali presenti nei rifiuti domestici che sono suscettibili di riciclo in nuove merci. Se si miscela plastica e vetro, plastica
e carta, vetro e lattine e magari tutto insieme al comune
pattume, non si ricupera più né plastica, né vetro, né carta, né metalli in forma riciclabile.
La seconda è una crescita della consapevolezza da parte
164
dell’opinione pubblica che la raccolta separata e il riciclo
sono operazioni che giovano alla comunità e all’economia
nazionale, sotto forma di minori importazioni, di aumento
dell’occupazione, di minore inquinamento. Non basta marciare contro gli inceneritori se non si ha chiaro che l’alternativa è la raccolta separata e il riciclo, operazioni del resto indicate come priorità dalla troppo disattesa normativa
italiana sui rifiuti.
La terza azione è una crescita della cultura tecnico-scientifica. Qualsiasi materiale separato dai rifiuti può essere trasformato in nuove merci se si conoscono la sua composizione chimica e le sue caratteristiche fisiche: occorre, insomma, una merceologia dei materiali destinati al riciclo. Si tenga presente che i nemici delle operazioni di riciclo, quelli
che si vedono sfuggire di mano gli affari delle discariche o
la possibilità di bruciare plastica e carta negli inceneritori,
sono capaci di invocare l’ecologia per sostenere che il riciclo inquina di più dell’incenerimento, il che non è vero. In
questa direzione va anche il mito, prima ricordato, dell’eccessivo “costo” delle merci riciclate, come se l’inquinamento, le malattie, la migrazione di rifiuti da un Paese all’altro,
la gestione di discariche e inceneritori, non avessero degli
elevati costi che proprio il riciclo potrebbe evitare.
Una quarta linea d’azione riguarda l’innovazione: la produzione di nuove merci e manufatti partendo dalle frazioni di
materiali recuperate dai rifiuti, con una intelligente raccolta separata, sono tipiche iniziative da piccole imprese, animate da una capacità di guardare al futuro. Il mercato dei
nuovi manufatti e materiali ottenuti dal riciclo può essere
rappresentato da una crescente sensibilità dei consumato165
ri, da una pubblica amministrazione attenta ad una nuova
economia, e anche qui da ricerche sulla qualità merceologica delle merci riciclate.
Qualcosa si sta muovendo anche in Italia, ma purtroppo i
problemi del riciclo delle merci usate sono troppo poco
presenti nelle pubbliche amministrazioni, nelle università,
fra le organizzazioni di imprenditori, quelle cooperative e
dei lavoratori. E, ancora peggio, sono troppo poco presenti nel mondo della politica.
L’oro nelle fogne
Ricordate quando Jean Valjean raccoglie Marius ferito e
svenuto durante l’ultimo assalto dei soldati alla barricata
dei patrioti repubblicani asserragliati in rue de la Chanvrerie, in quel drammatico giugno del 1832? Jean Valjean
sapeva che doveva, per amore della figlioccia Cosetta,
salvare il giovanotto che lei amava e non aveva di fronte
altra via che rifugiarsi, attraverso una botola nel pavimento stradale, nelle fogne di Parigi. A questo punto, Victor
Hugo (1802-1885) si ferma e dedica l’intero secondo libro
della quarta parte de I miserabili (1862) ad una lunga e
dettagliata analisi che figurerebbe bene in un trattato di
ecologia.
“Parigi butta nell’acqua venticinque milioni (di franchi dell’epoca, NdA) all’anno, giorno e notte”. Si tratta del valore
delle sostanze organiche che le fogne della città raccoglievano, lasciavano scorrere nella Senna e poi nel mare, e che
avrebbero potuto invece essere utilizzate come concimi
166
per aumentare la produzione dei campi. “Il nostro concime
è oro”, continua lo scrittore, “e che cosa facciamo di questo oro-concime? Lo spazziamo via nell’abisso. Con grande
dispendio mandiamo convogli di navi per raccogliere al polo australe gli escrementi delle procellarie e dei pinguini
(Hugo fa riferimento alle importazioni dal Perù e dal Cile
del guano usato come concime, NdA), e gettiamo nel mare l’incalcolabile elemento di ricchezza che abbiamo sotto
mano. Tutto l’ingrasso umano che il mondo perde, restituito alla terra invece d’essere buttato nell’acqua, basterebbe
a nutrire il mondo”.
Nella metà dell’Ottocento era in corso un vasto dibattito in
tutta Europa: la rapida industrializzazione e diffusione di
un certo benessere stava facendo aumentare la popolazione e quindi la richiesta di cibo, mentre le rese dei campi diminuivano anche per la continua migrazione dei contadini
verso le fabbriche in città e per la graduale diminuzione
della fertilità del suolo, malamente sfruttato da decenni.
Gli scienziati scrivevano sui giornali che la soluzione andava cercata nell’addizione al terreno di concimi che venivano dagli escrementi animali, ma che dovevano anche essere importati. I prodotti di trasformazione degli escrementi
di uccelli marini (guano) ricchi di azoto e fosforo, i due elementi essenziali per il terreno, venivano dal Perù, mentre
dal Cile arrivavano i nitrati, di cui esistevano grandi giacimenti. I sottoprodotti della siderurgia, infine, contenevano
fosforo. Azoto, fosforo e potassio erano e sono i principali
elementi nutritivi del suolo, trasferiti poi nei prodotti agricoli e negli alimenti.
Ma l’azoto, il fosforo e il potassio presenti negli alimenti
167
umani si ritrovano anche in gran parte negli escrementi
che, per ragioni igieniche, venivano convogliati nelle fogne
urbane e finivano perduti nel mare. Victor Hugo si fa, così,
interprete dell’invito, formulato da vari scienziati, fra cui il
grande chimico tedesco Justus von Liebig (1803-1873), a
riutilizzare le sostanze nutritive presenti nelle fogne con
adatti processi capaci di trasformarle in concimi. Se vivesse oggi, l’autore de I miserabili resterebbe sbalordito osservando che, con tutta la nostra scienza, anche nelle nostre città il grande valore delle sostanze nutritive delle fogne – l’oro-concime – viene gettato nei fiumi e nel mare.
Con l’ulteriore aggravante che l’azoto e il fosforo degli
escrementi diventano “concime” per le indesiderabili alghe
che si moltiplicano, soffocando i laghi e il mare, per il fenomeno dell’eutrofizzazione. Quest’ultima è una specie di
iper-nutrimento delle alghe, dovuto a quelle sostanze che
tanto meglio sarebbero utilizzate nei campi per far crescere grano e barbabietole.
Esiste naturalmente una grande attenzione per la depurazione delle acque di fogna urbane. Sono noti apparecchi
che trattano le acque usate, dapprima facendo depositare
le sostanze sospese, come le polveri della spazzatura stradale (trascinate delle piogge nelle fogne) o le materie solide che le persone distrattamente gettano nei gabinetti (residui di cibo, carta e quei terribili batuffoli per la pulizia
delle orecchie, indistruttibili, che vanno ad intasare filtri e
tubazioni). La frazione liquida viene poi filtrata in modo da
separare le parti più grossolane che costituiscono un fango
che va ad aggiungersi ai rifiuti solidi urbani.
Infine, nei depuratori più progrediti (ma ce ne sono trop168
po pochi in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno), i liquidi
sono soggetti ad un trattamento con batteri che decompongono le sostanze organiche. Quasi tutta l’acqua che entra,
costosa e pulita, in una città fuoriesce contaminata e deve
essere eliminata per lo più nei fiumi, nei laghi e nel mare
dove disperde il suo carico inquinante. Non a caso si parla
di “metabolismo urbano” per ricordare che la città, come il
corpo umano, trasforma tutto quello che la alimenta – dal
cibo, alle materie plastiche, ai residui dei combustibili, alla
carta, eccetera – e lo disperde nelle acque di fogna.
Si potrebbe recuperare qualcosa? Anzitutto, come molti
chiedono a gran voce, bisognerebbe recuperare almeno
una parte delle acque usate che potrebbero trovare, dopo
opportuna depurazione, impiego come acqua da irrigazione. E poi potrebbe essere recuperata almeno una parte
delle sostanze adatte come concimi.
Purtroppo, il miope “progresso” merceologico ha introdotto nella vita domestica e urbana moltissime sostanze estranee ai puri e semplici cicli vitali umani. Ai tempi de I miserabili, l’unico detersivo era il sapone, facilmente degradabile ed eliminabile; oggi i perfetti preparati per lavare
con i tensioattivi sintetici in miscela con altri ingredienti,
appena intuibili leggendo le etichette dei fustini, contengono sostanze che, se finissero nei campi, danneggerebbero
la crescita delle piante. Altrettanto dannosi sono i sempre
più raffinati prodotti chimici sintetici usati come cosmetici, creme, coloranti per capelli, deodoranti. La maggior
parte delle persone, quando li usa, con soddisfacenti risultati per la bellezza e la moda, non pensa che essi non scompaiono, ma vanno a finire nei lavandini e nei gabinetti, poi
169
nelle fogne, poi nei depuratori (dove esistono), intralciandone il funzionamento. Per non citare i batteri e i virus
che, se finiscono nei campi e sulla verdura, diffondono epidemie.
Così la ricchezza “contenuta” nei prodotti del metabolismo
urbano, invece di diventare oro-concime per l’agricoltura,
va in gran parte perduta quando non finisce per intossicare
la natura. Naturalmente, migliaia di chimici, biologi, ingegneri nel mondo stanno affrontando il problema sperimentando trattamenti chimici e microbiologici, talvolta con successo. Il cammino è però ancora lungo e il premio, per chi
riuscisse a depurare e recuperare sostanze commerciali dai
centomila miliardi di litri di acqua che ogni anno entrano
nelle case del mondo e ne escono carichi di rifiuti, è la coscienza di aver alleviato, almeno un poco, la fame e di aver
migliorato la salute dei nostri concittadini della Terra.
Quanto cibo buttato via
Qualche tempo fa, in Inghilterra sono stati resi noti i risultati di un’indagine condotta da Lord Haskins, che è stato
consulente del governo per gli affari agricoli e alimentari.
Ogni anno in Inghilterra vengono gettati via circa 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 40 miliardi di euro. Lord Haskins ha fatto notare che la
massa di alimenti gettata dagli inglesi nei rifiuti equivale a
circa la metà delle importazioni alimentari dell’intera Africa e se fosse possibile evitare di gettare via anche solo una
parte di tali alimenti, si contribuirebbe a fare fronte alla
170
crescente scarsità di cibo nei Paesi poveri. La popolazione
di questi Paesi, in aumento di circa 70 milioni di persone
all’anno, è sempre più difficile da sfamare, a causa dell’aumento continuo dei prezzi dei prodotti agricoli e alimentari nel mercato internazionale. È la fame, e lo spettacolo
dell’egoismo e degli sprechi dei Paesi ricchi, alla base di ribellioni e violenza in molti Paesi poveri.
Il Consiglio nazionale dei consumatori inglesi ha riconosciuto una delle fonti di spreco degli alimenti nella politica
di promozione delle vendite praticata da molti supermercati: “compri-due-e-paghi-uno”; anche per questo i consumatori inglesi gettano via circa un terzo dei prodotti alimentari che acquistano. Lord Haskins ha sollecitato il governo inglese a prendere provvedimenti per diminuire
l’inaccettabile spreco di cibo che rappresenta uno dei più
vergognosi aspetti delle moderne “società dei consumi”.
E gli italiani quanti alimenti sprecano? Una risposta presuppone la disponibilità di una buona contabilità, in unità fisiche, dei flussi di materiali fra cinque importanti settori economici e merceologici: quello agricolo, quello agroindustriale, quello della distribuzione, quello dei consumi finali delle
“famiglie” (un termine che comprende qualsiasi unità in cui
si consuma del cibo, compresi ospedali, mense, ristoranti,
caserme, scuole, eccetera) e infine il settore dei rifiuti solidi. Ogni chilo di cibo – carne, pasta, vino, acqua in bottiglia,
frutta e verdura, eccetera – che arriva sulla nostra tavola ha
fatto un lungo cammino. Lasciamo per il momento da parte
la storia merceologica degli alimenti importati e limitiamoci a quella degli alimenti di produzione nazionale.
Storia merceologica e storia naturale perché, da questo
171
punto di vista, gli esseri umani non sono diversi dagli altri
animali che gli ecologi chiamano “consumatori” di alimenti
forniti sia dai vegetali (che gli ecologi chiamano organismi
“produttori”), sia da altri animali. Il ciclo dell’alimentazione umana comincia dall’agricoltura in cui si formano, per
fotosintesi con l’energia solare, cereali, frutta, verdura, patate, pomodori, eccetera, e altri vegetali che saranno usati
come alimenti per gli animali da allevamento: bovini, pollame, eccetera. Di tutto quello che la natura produce, solo
una parte diventa cibo umano: i prodotti agricoli sono trattati dall’industria che li trasforma in alimenti commerciali
come pasta, farina, conserve, zucchero, eccetera. Già qui si
cominciano ad avere delle prime perdite di prodotti che sarebbero utili per l’alimentazione, ma che finiscono negli
scarti o nei rifiuti perché non sono graditi ai consumatori.
L’industria agroalimentare vende gli alimenti non direttamente alle famiglie, ma al settore della distribuzione, i cui
negozi possono essere vicini o lontani, possono essere piccole botteghe o grandi supermercati. Di tutto quanto entra
nella distribuzione, solo una parte viene acquistata, un’altra parte si altera, o rappresenta scarti e finisce nei rifiuti.
Nei negozi entrano le folle di “consumatori”, i quali comprano quanto occorre in casa, ma anche prodotti in eccesso rispetto ai bisogni, talvolta attratti dalla comodità di fare rifornimenti per alcuni giorni, oppure perché attratti da
sconti, offerte speciali, eccetera. A questo punto, i prodotti acquistati entrano nelle cucine o nei frigoriferi e qui diventano il cibo che mangiamo quotidianamente, ma una
parte non viene consumata in tempo, prima della scadenza, e viene gettata via perché alterata. Così, una parte del
172
cibo viene gettata via. Badate che sto parlando delle sostanze alimentari, nutritive, non degli imballaggi con i quali gli alimenti hanno viaggiato dai campi alle industrie, ai
negozi fino a casa.
Gli imballaggi – di metallo, plastica, vetro, carta e cartone,
eccetera – finiscono direttamente nei rifiuti. Non è facile
avere statistiche accurate di questi flussi, ma in maniera
molto approssimata si può stimare che la massa degli alimenti consumati in Italia si aggiri, ogni anno, intorno a 25
milioni di tonnellate (in questa cifra sono comprese le bevande che sono in gran parte acqua), per una spesa di circa 50 miliardi di euro; più o meno, in grossolana media, un
paio di euro al chilo di alimenti veri e propri. Altrettanto
difficile è avere statistiche della massa di prodotti alimentari che finiscono, non utilizzati e come scarti, nei rifiuti. La
sola massa dei rifiuti solidi urbani è di quasi 40 milioni di
tonnellate all’anno e ci si deve accontentare anche qui di
stime. Detratta una decina di milioni di tonnellate di imballaggi dei prodotti alimentari, detratta una stima delle sostanze nutritive vere e proprie che vengono mangiate dalle persone, si può stimare che i rifiuti e gli scarti ancora dotati di valore alimentare si aggirino intorno a 10-15 milioni
di tonnellate all’anno. È quel pane, frutta, verdura, pasta
cotta e non consumata, eccetera, che molte famiglie, mense e ristoranti gettano via e che riempie i sacchetti di immondizie.
Se si aggiungono circa sei milioni di tonnellate di sostanze,
ancora di valore alimentare, che ogni anno vengono scartate e gettate via dall’agricoltura, dall’industria di trasformazione e dalla distribuzione, si possono ragionevolmente sti173
mare in circa 20 milioni di tonnellate all’anno gli sprechi
alimentari. Purtroppo, si tratta più o meno della stessa
massa di materia alimentare gettata via dagli “spreconi” inglesi e che, anche nel caso italiano, corrisponde ad un valore monetario di circa 40 miliardi di euro all’anno. Le precedenti considerazioni hanno risvolti merceologici, economici, politici ed etici. Se a qualcuno stesse a cuore il diritto di tanti terrestri ad una alimentazione sufficiente, dovrebbero essere presi accorgimenti per diminuire tale
spreco, con una migliore organizzazione dei cicli produttivi dell’industria alimentare e con migliori accorgimenti nella distribuzione. Molto possono fare le accorte massaie nella gestione dei frigoriferi e con ricette che utilizzino i residui ancora buoni.
In tempi antichi, ai bambini si raccontava la favola di Gesù
che scendeva da cavallo per raccogliere da terra una briciola di pane il cui spreco era “un peccato”. Ci stiamo piangendo addosso per le montagne di rifiuti da seppellire o da
bruciare, ma un’accorta gestione della vita domestica, oltre
a sfamare un po’ di affamati, ridurrebbe anche della metà
il costo e la richiesta delle discariche e degli inceneritori.
Carburanti dal pattume
Alcuni ritengono che i rifiuti urbani siano una delle potenziali fonti di energia del futuro. Di tutte le merci – alimenti, tessuti, carta, imballaggi, mobili, eccetera – che entrano
nell’ecosistema città e nell’ecosistema casa, solo una piccola frazione, circa il 10%, è costituita da alimenti che vengo174
no “bruciati” nel corpo umano, il resto finisce nei rifiuti e
una parte di questo 90% è rappresentato da materiale
combustibile: rifiuti di alimenti, scarti vegetali e animali,
dei macelli e dei mercati generali, plastica, carta e cartoni,
legno, stracci, eccetera. Il loro smaltimento può avvenire o
in discariche o in inceneritori, operazioni che distruggono
materie che potrebbero essere riutilizzate e riciclate, e che
sono le meno costose e le più nocive dal punto di vista ambientale.
Gli “inceneritori”, soprattutto, sono oggetto di innumerevoli contestazioni perché generano fumi e residui (ceneri)
inquinanti; d’altra parte sono molto “amati” dalle imprese
di smaltimento dei rifiuti perché producono energia elettrica che può essere venduta con buoni profitti, grazie ai
contributi dati dallo Stato (cioè da tutti noi cittadini che
paghiamo le tasse), nel nome dell’ecologia, facendo finta
che si tratti di una fonte energetica rinnovabile, il che non
è. Non meraviglia che in tanti cerchino di inventare inceneritori meno esposti alla contestazione.
Qualche tempo fa, nel 2009, la compagnia britannica di
bandiera ha deciso di costruire un impianto industriale per
produrre una parte del carburante per i suoi aerei dai rifiuti delle città vicine. Che sia stato scoperto qualche nuovo
processo per eliminare gli ingombranti rifiuti e addirittura
produrre carburanti utili? Il processo su cui si basa la nuova impresa non è nuovissimo, anzi è una variante di uno dei
tanti processi di incenerimento, quello chiamato a volta a
volta di dissociazione molecolare, torcia al plasma, gassificazione, talvolta pirolisi.
Esso consiste nel far passare i rifiuti sminuzzati in uno spa175
zio ad altissima temperatura, circa 5000 gradi, in cui la materia organica brucia e si decompone e la parte inorganica
dei rifiuti (metalli, ceramiche, vetro, eccetera) fonde e si
trasforma in un materiale utilizzabile come riempimento
stradale, ingrediente del cemento e simili. Sempre di incenerimento si tratta, anche se le ceneri alla fine si recuperano in forma fusa anziché pulverulenta. L’unica variante sta
nel trattamento ad alta temperatura realizzata con un arco
elettrico che scocca fra due elettrodi attraversati da una
corrente elettrica.
Il nome “plasma”, attribuito talvolta a questo processo, si
riferisce in realtà ad uno stato della materia ad altissima
temperatura che si ha quando un arco elettrico è fatto passare, in opportune condizioni, attraverso una massa di gas
che assumono uno stato di altissima “agitazione”. Uno stato di plasma è quello che si cerca di raggiungere nella speranza che i nuclei di deuterio e trizio “fondano” insieme, liberando energia ad alcuni milioni di gradi di temperatura;
una condizione che si verifica nelle bombe a idrogeno in
cui l’altissima temperatura di innesco è provocata dall’esplosione di una bomba a uranio. Nessun reattore nucleare a fusione ha mai funzionato nel mondo se non per
uno o due secondi. Quello degli inceneritori è quindi un
plasma per modo di dire, piuttosto è un arco elettrico,
chiamato anche “torcia”.
Gli inceneritori ad arco possono essere costruiti con molte
varianti; nel caso dei rifiuti di cui si parlava all’inizio, l’idea
è di condurre la decomposizione della materia organica dei
rifiuti, che contiene carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto,
zolfo, eccetera, in modo da ottenere due gas, ossido di car176
bonio e idrogeno, gli stessi che si formano per pirolisi (decomposizione mediante calore) di qualsiasi materia organica. La miscela di ossido di carbonio e idrogeno è detta anche
“gas di sintesi” o Syngas, o “gas d’acqua”, perché originariamente si otteneva trattando con vapore acqueo il carbone ad
alta temperatura. La miscela può essere trasformata in idrocarburi simili a quelli della benzina o del cherosene di origine petrolifera, quelli che interessano la società aerea di cui
si parlava all’inizio, mediante un processo inventato negli anni Venti del Novecento dai chimici tedeschi Franz Fischer
(1877-1947) e Hans Tropsch (1889-1935) per ottenere la
benzina sintetica in condizioni autarchiche quando manca il
petrolio ed è disponibile carbone. È stato impiegato nella
Germania nazista e per alcuni anni in Sud Africa.
La grande innovazione consisterebbe quindi nel produrre
la miscela di ossidi di carbonio e idrogeno per trattamento
ad alta temperatura del pattume. Gli inceneritori, detti a
torcia o plasma, hanno i loro problemi: l’arco elettrico deve essere raffreddato con acqua, le pareti interne dell’inceneritore devono essere rivestite di materiale refrattario, c’è
un consumo di elettricità per tenere in funzione l’arco elettrico e un consumo del materiale degli elettrodi. Inoltre, la
corrente di gas destinato alla sintesi trascina con sé gas
contenenti altri elementi presenti nella materia organica,
come composti dello zolfo e ossidi di azoto, e polveri contenenti i metalli volatili presenti nei rifiuti, per cui devono
essere sottoposti a processi di depurazione e filtrazione.
C’è un futuro per questi tipi di trattamenti? La compagnia
inglese prevede almeno altri tre anni di studi e perfezionamenti prima che il nuovo carburante sintetico possa entra177
re nei serbatoi degli aerei, per ora è una testimonianza
pubblicitaria di amore per l’ecologia. Per il resto, i molti
tentativi di costruire degli inceneritori a “plasma” per rifiuti urbani non hanno avuto grande successo. Credo proprio
che la vera soluzione per il problema dei rifiuti sia produrne di meno; il che sembra difficile se l’imperativo è consumare di più, che significa produrre più rifiuti. Come uscire
da questa trappola?
Lana verde
La moda scopre l’ecologia. Il fine della moda è quello di inventare sempre nuovi oggetti e merci da proporre per indurre all’acquisto i consumatori già sazi: nuovi vestiti al posto di quelli già posseduti, nuove scarpe anche quando
ogni persona ha soltanto due piedi, nuove automobili anche quando non si sa dove metterle, di giorno e di notte, e
così via. È questo, dicono, che tiene in vita l’economia. Nella sua ricerca di novità, la moda può anche scoprire qualcosa di favorevole all’ambiente; è il caso della “riscoperta”
di tessuti e indumenti fatti con fibre tessili e con materiali
“naturali”, biodegradabili, ottenuti con processi meno inquinanti, in alternativa a quelli finora ottenuti dal petrolio.
L’ultima arrivata è la “lana verde”, fabbricata riutilizzando
la lana usata, una tecnologia nota da secoli e di cui la città
toscana di Prato è stata la fortunata capitale mondiale per
decenni. La lana vergine, ricavata dal vello delle pecore, è
bella, ma non è priva di inconvenienti ecologici. La sua trasformazione dal corpo delle pecore al tessuto è un lungo
178
processo produttivo; la tosa delle pecore fornisce della lana greggia che è rivestita di sporcizia e di una sostanza cerosa, la lanolina, che devono essere eliminate, in genere sul
luogo di produzione. Talvolta la lana viene esportata in forma sudicia, “sucida”, come si dice, e deve essere lavata nel
luogo di arrivo e di trasformazione. L’eliminazione delle sostanze che sporcano la lana comporta inquinamento delle
acque, anche se consente il recupero di un sottoprodotto,
la lanolina, che trova impiego commerciale, per esempio in
cosmesi.
La lana greggia, che ha fibre abbastanza corte, di alcuni
centimetri, prima della filatura deve essere “oliata” per aumentare l’adesione fra le singole fibre e la trasformazione
in sottili fili continui; il filato che così si ottiene deve essere lavato con detergenti sintetici prima della tintura e della tessitura e anche questo lavaggio genera inquinamento
delle acque. A sua volta, il processo di tintura con coloranti sintetici e il successivo lavaggio delle fibre colorate comporta anch’esso altro inquinamento delle acque. Infine, gli
indumenti di lana usata, dopo un tempo più o meno breve,
vanno ad aumentare la massa di rifiuti solidi. Alcuni di questi disturbi ambientali possono essere evitati riutilizzando
la lana usata; talvolta si tratta di ritagli di lavorazione della
biancheria di lana (e in questo caso si ha a che fare con lana bianca di alta qualità) che possono essere facilmente
sfibrati e ritrasformati in filati e tessuti bianchi e colorati
con minore inquinamento delle acque. In altri casi, si tratta di fibre o tessuti colorati, talvolta ritagli di sartoria, talvolta indumenti usati più o meno puliti, che pure sono oggetto di un vasto commercio internazionale. Il nome volga179
re è “stracci”, ma in realtà si tratta di materiali riutilizzabili con processi ben noti: dapprima in genere gli stracci vengono separati a seconda del colore e a seconda dell’eventuale presenza di altre fibre, dopo aver tolto bottoni e cerniere. A questo punto inizia un processo di sfibratura e filatura con speciali macchinari che forniscono il tessuto cardato. Se il processo di cardatura viene applicato a fibre già
colorate è possibile ottenere filati e quindi tessuti colorati
senza impiego di altri coloranti sintetici, evitando così gli inquinanti processi di tintura. La capitale mondiale di questa
tecnologia è sempre stata Prato che dal Medioevo produce
e commercia, oltre a tessuti di lana, anche tessuti di lana
“rigenerata” che vengono anche esportati (le divise della
gloriosa “Armata Rossa” sovietica per anni sono state realizzate con cardato pratese). Gli “stracci”, ma qui li chiamano “cenci”, hanno fatto la fortuna di imprenditori, inventori di macchine e tessitori di questa industriosa città, da molti anni diventata capoluogo di provincia, nella quale ogni
anno vengono riciclate 22mila tonnellate di lana usata.
E oggi, alla luce della nuova attenzione ecologica, la lana rigenerata è giustamente presentata come “lana verde”, prodotta con processi che, fra l’altro, non comportano immissione nell’ambiente del gas serra anidride carbonica, al
punto che i tessuti così fabbricati meritano il nome ”cardato CO2 neutral”, che non contribuiscono ad alterare il clima. Si susseguono, sempre più spesso, delle manifestazioni di moda ecologica per far conoscere e valorizzare, giustamente, questa attività italiana. Senza contare che, con
opportune modifiche dei capitolati di acquisto delle merci
per la pubblica amministrazione, la lana rigenerata potreb180
be essere impiegata per divise e indumenti di dipendenti
pubblici nell’ambito della politica degli acquisti “verdi” che
sono imposti dalla legge sullo smaltimento dei rifiuti, ma
che sono ancora così poco praticati. E bisogna fare presto,
perché la produzione di lana rigenerata sta ormai attirando l’attenzione di altri Paesi industrializzati, tanto più che
dai Paesi asiatici sta arrivando in Europa un crescente flusso di stracci di lana e di altre fibre tessili.
La più antica tradizione di produzione di tessuti di lana cardata al di fuori dell’Italia si ha in Inghilterra, dove la lana rigenerata “shoddy” ha cominciato ad essere prodotta agli
inizi dell’Ottocento, quando le guerre napoleoniche fecero
cessare l’afflusso in Inghilterra delle lane spagnole. Un certo Benjamin Law (1773-1837) iniziò la produzione di lana
rigenerata a Batley, nello Yorkshire (che è una specie di
“pratese” britannico); dapprima la sua impresa incontrò lo
scetticismo dei concittadini, ma poco dopo fu coronata da
un successo che dura ancora oggi. La “lana verde” sopporta bene la presenza di fibre sintetiche eventualmente presenti negli stracci, per cui risulta, veramente, un prodotto
non solo ecologicamente attraente, ma adattabile ad un
gran numero di condizioni di lavorazione e di commercializzazione. La stessa raccolta degli stracci, condotta per ora su
scala limitata da alcune associazioni di carità, può alleggerire i costi di smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
181
Solare
La scoperta della fotoelettricita’ del selenio
Vi ricordate quando Edmond Dantès, il Conte di Montecristo del celebre romanzo di Alessandro Dumas (18021870), fa arrivare per telegrafo un’informazione sbagliata
al malvagio e avido banchiere Danglars, che lo aveva ingiustamente fatto arrestare e finire per anni nel tetro carcere
del castello d’If a Marsiglia? E così Danglars è punito con
una ingente perdita di denaro? Siamo nel 1838 e il Conte
di Montecristo si mette di persona a muovere le tre braccia del telegrafo ottico che collegava tutta l’Europa, trasmettendo i segnali da una torre di osservazione ad un’altra. Il telegrafo ottico era stato inventato alla fine del Settecento da Claude Chappe (1763-1805) e dal fratello Ignazio (1760-1830) ed era sembrato una macchina talmente
importante che l’Assemblea rivoluzionaria francese l’aveva
ufficialmente adottato nel 1792.
Il racconto di Dumas si riferisce comunque ad uno degli ultimi periodi di vita del telegrafo ottico. Nella lontana Ameri182
ca, Samuel Morse (1791-1872) aveva realizzato un sistema
per trasmettere lettere e messaggi utilizzando la corrente
elettrica e un alfabeto da lui inventato, composto di linee e
punti; il 24 maggio 1844 Morse trasmise il primo messaggio
telegrafico da Washington a Baltimora e da quel momento il
telegrafo elettrico passò da un successo all’altro.
Il passo successivo era superare mari e oceani e qui intervenne l’inglese Willoughby Smith (1828-1891), impiegato
in una fabbrica chimica che lavorava la “guttaperca”, una
gomma elastica naturale estratta da piante dell’Indonesia e
che presentava buone proprietà isolanti dell’elettricità e
buona resistenza all’acqua. Coprendo dei fili di rame con
questa guttaperca la società di Smith fabbricò i primi cavi
elettrici che potevano essere immersi nel mare, adatti
quindi alle trasmissioni telegrafiche sottomarine. Il primo
cavo, lungo 50 chilometri, collegò nel 1850 Dover in Inghilterra con Calais in Francia
L’importante passo successivo fu fatto nel 1852, quando un
cavo telegrafico ben più lungo fu steso fra la città di La
Spezia, ancora nel Regno di Sardegna, con la Corsica e poi
con la Sardegna e l’Africa settentrionale, unendo per la prima volta direttamente due continenti.
I collegamenti intercontinentali continuarono nel 1858 con
la posa del cavo telegrafico sottomarino che univa l’Irlanda
con l’isola di Terranova nel Nord America. Nasceva la società moderna e la globalizzazione, mezzo secolo prima
delle trasmissioni “senza fili” della radio di Marconi e un secolo prima delle trasmissioni con satelliti artificiali.
Tuttavia, i satelliti artificiali, e tutta l’attuale “società solare”, non sarebbero mai stati realizzati se Willoughby Smith
183
non avesse fatto anche un’altra scoperta. Per le prove di
isolamento, durante l’immersione dei cavi telegrafici sottomarini, Smith usò delle barrette di selenio metallico, considerato un cattivo conduttore dell’elettricità. Smith scoprì
però che le proprietà elettriche del selenio variavano quando era tenuto al buio, rispetto a quando era esposto al Sole. Al buio le barrette di selenio non lasciavano passare
l’elettricità e alla luce diventavano, sia pure limitatamente,
conduttrici di elettricità. Colpiti da questa strana proprietà, altri due inglesi, William Adams (1836-1915) e Richard
Day, condussero altri esperimenti e nel 1876 scoprirono
che nel selenio esposto alla luce si generava addirittura
una corrente elettrica. Questa corrente cessava quando la
superficie di selenio era tenuta al buio e chiamarono questo fenomeno “fotoelettricità”. Fra tutti questi stranieri,
non dimentichiamo che anche gli italiani hanno avuto un
ruolo nell’utilizzazione dell’energia solare: al professore pisano Antonio Pacinotti si devono alcuni fondamentali studi, pubblicati nel 1863-64, sulle proprietà fotoelettriche del
selenio.
Ormai erano aperte le porte per la produzione di elettricità direttamente dalla luce del Sole. Al fianco di alcune
applicazioni commerciali, come le celle fotoelettriche per
l’apertura e chiusura automatica delle porte o per gli
esposimetri delle macchine fotografiche, il selenio fu impiegato per la costruzione delle prime cellule fotovoltaiche solari in senso moderno. Nel 1884, l’americano Charles Fritts (1850-1903) realizzò un pannello fotovoltaico
stendendo un sottile strato di selenio su una lastra di metallo e constatò che il pannello produceva una corrente
184
elettrica quando era esposto sia alla luce solare, sia alla
luce artificiale.
Fritts mandò uno dei suoi pannelli fotovoltaici al grande fisico tedesco Werner von Siemens (1816-1892) che ne riferì all’Accademia reale di Prussia e pubblicò nel 1885 un articolo
“sulla forza elettrica generata dal selenio esposto alla luce,
scoperta dal sig. Fritts di New York”. Nel lungo cammino per
la comprensione del fenomeno delle fotoelettricità, ci sarebbe voluto addirittura Albert Einstein (1879-1955) per spiegare che la luce “contiene” dei fotoni dotati di energia, i quali
mettono in moto gli elettroni all’interno di alcuni materiali
come il selenio e, si scoprì in seguito, il silicio e altri ancora.
Per farla breve, il primo pannello solare fotovoltaico in senso moderno, a strato di selenio, fu costruito nel 1931, ma il
suo rendimento era molto basso: solo meno dell’1% dell’energia solare veniva trasformata in energia elettrica. Soltanto nel 1953 fu scoperto, nei laboratori americani della
società elettrica Bell, che il selenio poteva essere sostituito dal silicio opportunamente trattato e in pochi anni le
celle fotovoltaiche al silicio sarebbero diventate commerciali e avrebbero raggiunto, oggi, la capacità di trasformare circa il 12% dell’energia solare in energia elettrica.
Sono i pannelli solari che forniscono continuamente l’elettricità ai satelliti artificiali che trasmettono notizie, film, le partite di calcio, le informazioni meteorologiche, eccetera. I
pannelli solari, che si stanno diffondendo in tutto il mondo,
producono, alle nostre latitudini, circa 100-120 chilowattore
di elettricità all’anno per ogni metro quadrato di superficie
esposta al Sole. I pannelli solari sono importanti strumenti
per mettere il Sole al servizio degli esseri umani nei Paesi in185
dustrializzati, ma soprattutto nei Paesi del Sud del mondo.
Pannelli solari, senza parti in movimento, di semplice funzionamento, possono portare l’elettricità per far funzionare frigoriferi per la conservazione dei medicinali, per portare conoscenze e per illuminare le case in milioni di villaggi nei deserti, nelle foreste, sulle montagne, grazie al Sole.
Ma niente di quello che abbiamo oggi sarebbe stato possibile senza il contributo talvolta glorificato, ma spesso dimenticato e ignorato, di tante persone che ci hanno preceduto. Almeno un grazie!
Il Sole eliminera’ tutta la poverta’à
“Il problema dell’impiego dell’energia raggiante del Sole si
impone e s’imporrà anche maggiormente in seguito. Quando un tale sogno fosse realizzato, le industrie sarebbero ricondotte ad un ciclo perfetto, a macchine che produrrebbero lavoro colla forza della luce del giorno, che non costa
niente e non paga tasse!”. Con queste parole Giacomo Ciamician (1857-1922), professore di chimica nell’Università
di Bologna, concludeva, la “lezione” inaugurale dell’anno
accademico 1903-1904 della sua università.
Pochi anni dopo, nel 1912, in una conferenza tenuta negli Stati Uniti, lo stesso professore affermava: “Se la nostra nera e
nervosa civiltà, basata sul carbone, sarà seguita da una civiltà
più quieta, basata sull’utilizzazione dell’energia solare, non ne
verrà certo un danno al progresso e alla felicità umana!”.
Quando sono state pronunciate queste parole, il consumo
totale mondiale annuo di energia era di poco più di un mi186
liardo di tonnellate equivalenti di petrolio (tep). Tale
consumo era salito a circa due miliardi di tep/anno nel
1950 ed è oggi (2010) di circa undici miliardi di tep/anno!
Il rapido aumento dei consumi energetici e la crescente
scarsità del petrolio hanno ridestato l’attenzione degli
studiosi e dei governi verso l’energia solare: nuovi finanziamenti e stimoli arrivano a professori e inventori, ma i
passi avanti sono modesti. Ho voluto citare le parole di
Ciamician per suggerire che forse la vera soluzione sta
non tanto nel correre dietro a nuove invenzioni, quanto
nello studiare e analizzare criticamente e perfezionare
quanto è già noto.
Ciamician è stato un importante personaggio: era nato a
Trieste nel 1857 e aveva studiato a Vienna. Aveva poi vinto la cattedra di chimica all’Università di Padova ed era stato successivamente chiamato all’Università di Bologna dove ha insegnato fino alla morte, nel 1922, e dove ha creato
il più importante centro di ricerche chimiche in Italia.
Ciamician, che fu anche nominato senatore, dedicò gran
parte delle sue ricerche alla fotochimica, cioè allo studio
delle modificazioni che le sostanze chimiche subiscono
quando sono esposte alla luce. Sulla terrazza dell’Istituto
chimico dell’Università di Bologna (che oggi porta il suo
nome), Ciamician esponeva alla luce del Sole migliaia di
campioni di sostanze di cui studiava le modificazioni col
passare del tempo. Negli stessi anni ancora un italiano, Antonio Pacinotti, aveva studiato la formazione di una corrente elettrica fra le saldature di due metalli, alternativamente esposte alla radiazione solare e tenute al buio. Pacinotti
aveva anche riconosciuto le leggi della termoelettricità, un
187
altro sistema per trasformare l’energia solare direttamente
in elettricità.
Alcune delle ricerche fotochimiche di Ciamician furono dedicate alla “fissazione” dell’energia solare nei vegetali per
fotosintesi clorofilliana, la reazione che, silenziosamente,
sotto i nostri occhi, ogni giorno, fa aumentare la massa delle foglie, dei fiori, degli alberi, dei pascoli. E poiché già ai
tempi di Ciamician era nota l’enorme quantità di materiale
organico ottenuto dal Sole nel mondo vegetale, nel pensare
alla chimica del futuro, Ciamician indicò l’uso chimico della
biomassa vegetale come una delle strade da seguire per liberarsi dalla schiavitù dei combustibili fossili inquinanti,
dalla “nera e nervosa civiltà” del suo (e nostro) tempo.
L’attenzione per l’energia solare ha avuto vari cicli: è cresciuta fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, negli anni Trenta del Novecento, poi è declinata; è cresciuta di
nuovo, con altre scoperte e innovazioni, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta del Novecento,
quando l’energia nucleare non aveva ancora mantenuto le
promesse annunciate, poi è declinata nell’era del petrolio
abbondante a basso prezzo; infine è risorta dopo le crisi petrolifere degli anni Settanta del Novecento. La passione
per l’energia solare sta tornando “di moda” adesso.
Si potrà ottenere energia per le necessità umane dal Sole
soltanto se si studierà con attenzione la storia degli esperimenti, dei successi e degli insuccessi del passato.
La storia dell’energia solare spiega bene quanto è già noto
sulle molte forme in cui l’energia solare può essere usata come fonte di calore a bassa temperatura per scaldare l’acqua
e gli edifici, come calore ad alta temperatura per concentra188
zione mediante specchi, come calore per ottenere acqua
dolce dal mare, come calore raccolto e “immagazzinato” negli strati superficiali dei mari. L’energia solare può fornire
elettricità mediante fotocelle, utilizzando le forze del vento,
del moto ondoso, del movimento delle acque, forze tutte derivate dal Sole. E infine è l’energia solare che “fabbrica” la
materia vegetale – in ragione di 100 miliardi di tonnellate all’anno sui continenti – biomassa che a sua volta può essere
usata come fonte di energia per le necessità umane, direttamente o trasformata in alcol etilico o in altri carburanti.
Ai fini dell’utilizzazione “umana” dell’energia solare, va notato subito che l’intensità della radiazione solare è maggiore
nei Paesi meno abitati e in quelli oggi arretrati che sarebbero quindi favoriti da un crescente ricorso a questa fonte di
energia: una società solare contribuirebbe quindi a ristabilire una forma di giustizia distributiva energetica fra i diversi
Paesi della Terra. Come affermò nel 1912, nella conferenza
americana già ricordata, il professor Ciamician: “I Paesi tropicali ospiteranno di nuovo la civiltà che in questo modo tornerà ai suoi luoghi di origine”.
Rudolf Diesel e il motore a olio di arachide
“L’uso degli oli vegetali come carburanti per i motori può
sembrare insignificante oggi, ma tali oli nel corso del tempo possono diventare altrettanto importanti quanto il petrolio e il carbone; la forza motrice potrà essere ottenuta
col calore del Sole anche quando le riserve dei combustibili liquidi e solidi saranno esaurite”. Queste parole non ven189
gono da qualche esponente ecologista fautore dei biocarburanti, ma sono state pronunciate nel 1912 da un “certo”
Rudolf Diesel (1858-1913). Fra la fine dell’Ottocento e i
primi del Novecento, l’energia per tutte le società industriali era fornita dal carbone, di cui esistevano grandi giacimenti in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Russia
(che allora includeva la Polonia), negli Stati Uniti. Col carbone si otteneva calore e venivano alimentate le centrali
elettriche; dalla distillazione del carbone si ottenevano le
materie prime per l’industria chimica, il gas illuminante e
dei liquidi adatti come carburanti.
La quantità del carbone estratto dalle miniere aumentava
così rapidamente che un economista inglese, Stanley Jevons (1835-1882), aveva scritto un libro intitolato Il problema del carbone (1865), in cui prevedeva che un giorno le miniere di carbone avrebbero potuto esaurirsi. Davanti allo spettro di una possibile scarsità di energia, inventori e scienziati si diedero da fare per utilizzare l’enorme
energia che il Sole rende disponibile ogni anno, dovunque,
sempre nella stessa quantità: una fonte di energia, come si
dice oggi, rinnovabile e inesauribile.
La storia dell’energia mostra che l’attenzione e i progressi
nel campo dell’energia solare sono figli dei periodi di scarsità. Un secolo fa, alla fine dell’Ottocento, appunto, davanti
al rischio dell’esaurimento del carbone e in questo inizio del
Duemila davanti agli alti costi del petrolio e al pericolo del
suo esaurimento. Negli anni 1880-1910, in quella che si può
chiamare l’“età dell’oro” dell’energia solare, c’è stato un fermento incredibile di ricerche. L’italiano Antonio Pacinotti
ha descritto la possibilità di ottenere elettricità per effetto
190
fotovoltaico (usando la radiazione luminosa del Sole) e per
effetto termoelettrico (sfruttando il calore solare). L’ingegnere cileno Carlos Wilson dissetò per oltre trent’anni i minatori che lavoravano nell’assolato e arido altopiano del Cile, trasformando, per distillazione col calore solare, l’acqua
salmastra, disponibile sul posto, in acqua dolce. I distillatori solari di oggi sono ispirati a quell’impianto che produceva 22.000 litri di acqua potabile al giorno.
Grandi fisici e chimici, come il tedesco Friedrich Kohlrausch (1840-1910) e l’inglese Joseph John Thomson
(1856-1940), scrissero dei trattati indicando come le società del futuro avrebbero potuto essere alimentate per sempre dall’inesauribile forza del Sole. Il francese August Mouchot (1825-1912), lo svedese John Ericsson e gli americani Aubrey Eneas (1860-1920) e Frank Shuman (18621918) costruirono macchine e pompe per sollevare l’acqua,
azionate dal vapore prodotto concentrando con specchi
l’energia solare su adatte caldaie. Nel primo decennio del
Novecento, il grande chimico italiano Giacomo Ciamician,
professore nell’Università di Bologna, descrisse gli esperimenti di fotochimica, mostrando che la radiazione solare
alla base della fotosintesi clorofilliana, e quindi della produzione di tutti i vegetali, avrebbe consentito di istallare
grandi fabbriche chimiche nei deserti assolati. Tutta questa multinazionale della scienza e della tecnica pensava
che il Sole, disponibile in uguale maniera per tutti i popoli
della Terra, avrebbe potuto diffondere benessere e sviluppo con una migliore distribuzione della ricchezza e una
maggiore giustizia internazionale.
Il tedesco August Bebel (1840-1913) scrisse che l’energia
191
solare avrebbe consentito la realizzazione di una società
socialista e la liberazione delle donne e degli uomini dalla fatica del lavoro. Gli anni di cui stiamo parlando, fra il
1890 e il 1910, videro, oltre a molte altre invenzioni, anche la nascita di veicoli capaci di muoversi da soli, “automobili”, appunto, le cui ruote potevano essere tenute in
movimento dal motore a scoppio inventato dai toscani
Eugenio Barsanti e Felice Matteucci. Per alimentare il
suo motore a combustione interna, Barsanti utilizzò il gas
illuminante che veniva introdotto in un cilindro, insieme
all’aria; la miscela era poi compressa con un pistone, bruciata mediante una scintilla elettrica e la massa di gas caldi che si formava spingeva in basso il pistone e faceva girare le ruote.
I progressi nella raffinazione del petrolio misero a disposizione la benzina con cui era possibile migliorare il rendimento dei motori a scoppio che, comunque, avevano dimensioni e potenza limitate. Arriva, a questo punto, il giovane chimico e ingegnere franco-tedesco Rudolph Diesel.
Diesel pensò di costruire dei motori a scoppio che non
avessero bisogno di accensione con una scintilla, che potessero essere di maggiori dimensioni e potenza e che non
avessero bisogno di benzina. I suoi primi motori – poi conosciuti col nome “diesel”, quello dell’inventore, e che così si chiamano ancora oggi – furono presentati con successo all’Esposizione universale di Parigi del 1900 e attrassero molta attenzione, anche perché funzionavano con olio di
arachide, con un carburante ottenuto dall’agricoltura. Diesel, che guardava al futuro, come dimostra la frase citata
all’inizio, era di idee progressiste e pacifiste e pensava che
192
i suoi motori avrebbero potuto generare forza motrice per
far viaggiare grandi treni e navi, capaci di trasportare merci e persone facendo progredire i commerci e l’umanità.
L’uso di carburanti di origine vegetale avrebbe contribuito,
inoltre, allo sviluppo dell’agricoltura, soprattutto nei Paesi
in cui si coltivano piante oleaginose. Adesso, dopo un secolo, si riscopre la “ricetta” di Diesel e viene incentivata la
produzione di carburanti a base di oli vegetali e animali e
di loro derivati, quelli che si chiamano “biodiesel”, e che
addirittura possono essere prodotti con gli oli residui di
frittura. Rudolph Diesel fu un personaggio straordinario,
un teorico nel campo della termodinamica e un inventore
geniale. Fu un attento imprenditore e diventò ricchissimo,
girò il mondo diffondendo, nei congressi e fra gli industriali, la conoscenza e i vantaggi del suo motore, ma poi perse
tutti i propri averi e scomparve, cadendo da una nave nel
mare durante un viaggio verso l’Inghilterra. I motori diesel
muovono oggi centinaia di milioni di automobili, treni e navi nel mondo.
Il Sole, il vento e il buio
C’è un famoso racconto, attribuito a Esopo, intitolato Il padre, il figlio e l’asino. Un padre anziano, un figlio giovinetto e un asino andavano per la loro strada. Il padre, stanco, sale sull’asino e la gente che li vede passare dice: “Che
egoista quel padre che lascia andare un giovinetto a piedi”.
Allora il padre scende e fa salire sull’asino il figlio e la gente che li vede passare dice: “Vergogna quel giovinetto che
193
lascia andare a piedi il padre anziano”. Allora padre e figlio
salgono tutti e due sull’asino e la gente dice: “Vergogna:
due persone che sfiancano il povero asino”. Allora padre e
figlio scendono e vanno a piedi al fianco dell’asino e la gente dice: “Ma sono proprio scemi quei due che potrebbero
andare senza stancarsi”. Il racconto non dice come è finita:
forse si sono fermati tutti e tre. È quanto sta avvenendo nel
dibattito sulle fonti energetiche rinnovabili che vi propongo qui di seguito.
L’uso dei combustibili fossili comporta l’esaurimento delle
riserve esistenti e provoca mutamenti climatici e la soluzione nucleare è inaccettabile. La vera soluzione va cercata nel ricorso alle fonti energetiche rinnovabili, tutte derivate dal Sole, sotto forma di calore solare o di energia eolica o di moto delle acque.
Niente vero. Sulla produzione di energia dal Sole non si
può contare perché occorrerebbero migliaia di chilometri
quadrati di superficie terrestre coperta di pannelli solari
per avere quantità apprezzabili di calore o elettricità. Invece, sarebbe una cosa molto buona perché le grandi zone
terrestri in cui la radiazione solare è elevata sono proprio
nei deserti poco abitati dei Paesi poveri e quindi da questi
potrebbe venire il rifornimento di energia futura per i Paesi industrializzati. No, è inaccettabile la dipendenza da
nuovi monopoli energetici, questa volta costituiti dai Paesi
ricchi di Sole e di impianti solari. Però i Paesi industrializzati potrebbero vendere pannelli solari ai Paesi con elevata insolazione e comprare in cambio energia elettrica o
idrogeno solari dai Paesi oggi arretrati.
Il ricorso al solare sarebbe una soluzione pessima perché
194
gli impianti solari, termici o fotovoltaici, hanno una durata
limitata, e dopo alcuni anni o decenni si dovrebbero smaltire enormi quantità di rottami inquinanti. Però solo i pannelli solari al silicio comportano problemi di smaltimento e
di inquinamento, tanto che tendono ad essere sostituiti da
pannelli fotovoltaici a semiconduttori organici. Non ci si
deve neanche pensare, perché il rendimento dei nuovi
pannelli fotovoltaici è basso e occorrerebbero superfici terrestri ancora più grandi per fornire l’elettricità oggi necessaria nel mondo.
Per produrre elettricità dal Sole conviene usare non i pannelli fotovoltaici, ma piuttosto il calore solare con concentrazione per ottenere vapore per alimentare turbine. Questa soluzione non convince perché i sistemi per concentrazione producono vapore in maniera intermittente e la produzione di vapore cessa se il cielo è coperto di nuvole. Però il calore solare ad alta temperatura può essere accumulato in speciali materiali e reso disponibile durante tutto il
giorno.
Allora, se proprio si vuole ottenere elettricità dalle fonti
rinnovabili, meglio usare i motori eolici alimentati dal vento che si genera sulle terre emerse e sugli oceani dal movimento di aria che scorre dalle parti calde alle parti fredde
del pianeta, dal momento che il vento ha dentro di sé una
forza grandissima. Ma le centrali eoliche deturpano il paesaggio e uccidono gli uccelli che vengono risucchiati dal
moto delle pale. Però l’energia eolica potrebbe fornire elettricità in forma decentrata e quindi si eviterebbero le grandi reti di trasmissione dell’elettricità generata dalle grandi
centrali termoelettriche e nucleari. Sarebbe una soluzione
195
pessima perché gli impianti eolici forniscono elettricità in
forma discontinua e una interruzione dell’erogazione potrebbe far morire negli ospedali i pazienti dipendenti da
apparecchiature elettriche. Ma i problemi della discontinuità sono inesistenti perché l’elettricità di origine eolica
può essere accumulata, a mano a mano che si forma, in
adatte batterie ricaricabili come le recenti a ioni di litio. Sarebbe un disastro perché le maggiori riserve mondiali di litio sono nelle mani della Bolivia, un Paese socialista e nemico del capitalismo, e il prezzo delle batterie al litio sarebbe destinato ad aumentare. Allora la forza del vento potrebbe essere utilizzata nella maniera migliore usando la
forza delle onde generate dal vento. Ma le centrali elettriche a onde marine comportano devastanti interventi sulle
coste.
La principale funzione che il Sole sa svolgere bene è la
”fabbricazione” di biomassa vegetale con la fotosintesi clorofilliana, che porta via anidride carbonica dall’atmosfera,
e dalla biomassa vegetale è possibile ottenere sia combustibili solidi, sia combustibili liquidi come l’alcol etilico o il
biodiesel da usare come carburanti per autoveicoli.
Niente vero. La produzione di alcol etilico, o bioetanolo,
dagli amidi di cereali, alimenti indispensabili per gli esseri
umani e ancora di più per le popolazioni povere, sottrae
una grande massa di alimenti alle bocche di chi ha fame;
così i poveri non avrebbero di che mangiare per permettere ai Suv dei Paesi ricchi di andare a tutta velocità. Ma l’uso
dell’alcol etilico come carburante libera dalla dipendenza
dal petrolio e il bioetanolo può essere ottenuto da zuccheri o da materiali lignocellulosici e scarti della lavorazione
196
del legno. Anche in questo modo si incentiverebbe la piantagione di piante da zucchero o alberi a rapida crescita che
alterano molti ecosistemi naturali e impoveriscono la biodiversità.
Invece di alcol carburante si possono usare biocarburanti ottenuti dai grassi, il biodiesel. No, non si devono usare grassi
da trasformare in biodiesel perché i grassi sono prodotti in
monocolture che sottrarrebbero terreno alle coltivazioni di
piante alimentari. Conti accurati mostrano che la quantità di
energia impiegata nelle varie operazioni di produzione dei
biocarburanti è inferiore, talvolta molto inferiore, a quella
che i biocarburanti liberano nei motori a scoppio. Invece
conti accurati mostrano che il consumo di energia, in parte
ottenuta da combustibili fossili, per la preparazione dei terreni da coltivare a piante energetiche, per la semina, per il
raccolto, la trasformazione in carburanti, per la distillazione,
e lo smaltimento dei residui e sottoprodotti è molto più alta
di quella che i biocarburanti liberano nei motori a scoppio.
Anche se i sottoprodotti della trasformazione di prodotti
agricoli e forestali in biocarburanti possono trovare utile impiego nell’alimentazione del bestiame.
Però, la produzione di carburanti dalla biomassa vegetale,
fatti bene i conti, contribuisce anche lei ai mutamenti climatici. Ma no, l’uso dei biocarburanti è importante per
contrastare il riscaldamento globale perché essi immettono nell’atmosfera anidride carbonica e gas serra nella produzione e nella combustione, ma si tratta dell’anidride carbonica sottratta dall’atmosfera quando le materie prime si
sono formate per fotosintesi.
Potrei andare avanti a lungo sugli esempi di negazionismo
197
e revisionismo associati ai soli problemi energetici e ambientali. Sembra che il revisionismo sia il grande sport del
XX e XXI secolo applicato a molti aspetti della vita civile.
Direi della vita “incivile”, perché il progresso richiederebbe una grande operazione di ricerca della vera-verità anche nel campo scientifico e tecnologico e la fine del chiacchiericcio che esplode intorno ad ogni nuovo o vecchio
aspetto, amplificato dai giornali, dalle televisioni e da Internet spesso disposti a credere a chiunque sia in cerca di
qualche visibilità con idee anche strampalate.
Una persona potrebbe essere indotta a credere che la verità vada cercata nella “scienza”, ma purtroppo spesso sono
“scienziati” apparentemente “attendibili”, quelli che dicono una cosa e quelli che dicono il suo contrario. Stiamo vivendo in un’epoca in cui, come diceva Mao, al buio tutti i
gatti sono grigi. Ci deve essere allora qualche guida che
aiuti a districarsi nella selva di semi-verità e di semi-menzogne. Purtroppo la risposta non va cercata nei computer,
nelle riviste o nei trattati, ma nella propria testa, nello sforzo di conoscenza e di approfondimento diretto dei fatti,
nella verifica delle notizie alla luce dei valori che ciascuno
porta nel proprio cuore.
È un valore la possibilità di muoversi e di illuminare le case e di avere un lavoro ed è un valore il diritto alla salute e
ad avere cibo sufficiente e acqua pulita. La tale proposta o
invenzione in quale maniera rende massimo l‘accesso a ciascuno di questi diritti da parte di ciascuno e di tutti? Chi
guadagna proponendo una certa invenzione o innovazione
e chi ci rimette, natura e ambiente compresi? E io da che
parte sto fra chi ci guadagna e chi ci rimette?
198
Non c’e’ pace
Non c’è pace neanche fra le fonti energetiche rinnovabili.
A prima vista ci dovrebbe essere un generale accordo per
passare dall’attuale dipendenza dalle fonti energetiche costituite da combustibili fossili come petrolio, gas naturale,
carbone, o rifiuti, tutte inquinanti e non rinnovabili, a fonti energetiche rinnovabili, dipendenti dal Sole: calore solare, elettricità solare, elettricità dal vento o dal moto delle
acque, calore dalle biomasse agricole e forestali ricreate
ogni anno attraverso la fotosintesi solare. E invece, anche
fra i sostenitori di questa transizione ci sono opinioni non
solo differenti, ma spesso in vivace contrasto, quasi una volontà di distruggere quello che si sta faticosamente facendo, quasi una conferma di quello che diceva Pogo nel famoso fumetto: “Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi”.
I giornali, per un lungo periodo, sono stati pieni di notizie
sullo “scandalo dell’eolico” che avrebbe portato ad illeciti
arricchimenti nella costruzione di centrali eoliche. Nel caso dell’energia solare, vengono venduti pannelli fotovoltaici, in grado di trasformare la radiazione solare in elettricità, con contratti che assicurano, oltre a elettricità meno inquinante, un guadagno a chi li compra o agli enti o aziende
che li istallano. A rigore, un utente dovrebbe spendere soldi per ottenere la merce-energia, ma adesso molti di quelli che istallano pale eoliche o pannelli fotovoltaici guadagnano dei soldi provenienti da vari incentivi finanziari, pagati da tutti i cittadini sia direttamente attraverso le tasse,
sia con un sovrapprezzo nelle bollette dell’elettricità (la
componente A3 del prezzo dell’elettricità). È giusto che
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soldi pubblici o anche dei singoli cittadini siano spesi per
diffondere l’uso delle energie rinnovabili non inquinanti,
con vantaggio per l’economia nazionale e per la salute, ma
mi sembra meno giusto che tali incentivi finiscano nelle tasche di singoli privati o di speculatori. C’è qualcosa che
non funziona.
I pannelli fotovoltaici sono venduti sulla base della “potenza di picco” (capacità di produrre energia) corrispondente
a circa un chilowatt per pannelli di circa 10 metri quadrati. L’elettricità effettivamente prodotta da 10 metri quadrati di pannelli fotovoltaici, nel corso di un anno, ammonta a
circa 1000-1200 chilowattore, circa un terzo del fabbisogno
medio annuo di elettricità di una famiglia. Questa elettricità è però disponibile in maniera differente nelle varie ore
del giorno e nei vari mesi dell’anno, per cui, se non si dispone di grandi batterie di accumulatori, scomodissime,
l’elettricità solare, a mano a mano che viene prodotta, viene venduta alle reti elettriche “intelligenti” delle compagnie elettriche le quali si impegnano a fornire alla famiglia,
o all’utente, l’elettricità corrispondente a mano a mano che
ne hanno bisogno (quindi anche quando il Sole non splende nel cielo).
L’altra tecnologia solare è costituita dagli impianti a specchi che concentrano la radiazione solare su caldaie o tubi
nei quali un fluido è scaldato ad alta temperatura e può, a
sua volta, produrre vapore da avviare alle turbine, come
avviene nelle normali centrali termoelettriche; in queste
ultime, il vapore è generato dalla combustione di combustibili (carbone, gas naturale, prodotti petroliferi, rifiuti)
inquinanti, responsabili dell’immissione nell’atmosfera di
200
gas, soprattutto anidride carbonica, che provocano mutamenti climatici. Ottenere lo stesso effetto, senza danni ambientali, con il calore di origine solare è il fine della tecnologia del “solare termodinamico”. Alcuni impianti usano
specchi cilindro-parabolici, lunghe superfici riflettenti che
si muovono continuamente per “seguire” il Sole nel suo
moto apparente nel cielo: la radiazione solare viene concentrata su un tubo, posto nel “fuoco” della parabola, isolato con una copertura trasparente in modo che il calore
così concentrato non venga disperso nell’aria circostante.
Le superfici riflettenti possono anche essere lunghi specchi piani che concentrano il calore solare su un solo tubo
centrale sopraelevato, secondo una proposta fatta già mezzo secolo fa dell’italiano Giovanni Francia (1911-1980), come ricorda un articolo di Cesare Silvi pubblicato nella rivista Energia Ambiente Innovazione.
Il calore solare concentrato nel tubo ricevente dagli specchi scalda, a centinaia di gradi, un olio sintetico o una miscela di sali come nitrato di sodio e nitrato di potassio. In
questo caso, i sali fusi caldi vengono avviati ad un deposito in cui restano caldi anche di notte, quando il Sole non
c’è. Giorno e notte il calore solare “immagazzinato” nei sali fusi viene gradualmente trasferito al vapore acqueo che
aziona una turbina, in modo simile a quanto avviene nelle
centrali a combustibili fossili. Le centrali termoelettriche
solari a specchi sono macchine ingegnose, ma delicate e
complicate.
La citata rivista Energia Ambiente Innovazione fornisce
i dettagli del più recente impianto solare a specchi costruito a Priolo, vicino Siracusa (simbolicamente chiamato “Ar201
chimede”), costituito da specchi cilindro-parabolici della
superficie di 30mila metri quadrati. La potenza è di 4.700
chilowatt elettrici e la produzione di elettricità è prevista
in 9.200.000 chilowattore all’anno, corrispondenti a circa
300 chilowattore all’anno per metro quadrato di superficie
di raccolta del Sole. Il principale limite del “solare termodinamico” sta nel fatto che è possibile utilizzare soltanto la
radiazione solare “diretta”, quella che si ha quando il cielo
è limpido. Se il cielo è nuvoloso, la radiazione solare non
viene concentrata dagli specchi.
Il Sole è un’affascinante, ma scomoda, fonte di energia.
Energia che può fornire agli esseri umani soltanto se gli si
chiede di fare le cose che sa fare bene: produrre raccolti
agricoli e alberi, scaldare corpi a bassa temperatura, dissalare l’acqua marina e produrre elettricità con i sistemi fotovoltaici o per effetto termoelettrico, per i quali sono possibili ancora grandi perfezionamenti.
202
Pace
Voglia di pace
Tutti, o quasi, parlano di pace. Ciononostante continuano, senza tregua, a rombare i cannoni, a fischiare i missili e si sente nel mondo una grande delusione verso le
speranze che in tanti avevamo riposto in un’organizzazione di Paesi uniti, quella delle Nazioni Unite, appunto,
preposta alla soluzione dei conflitti. Eppure, l’Ottocento
era pur sembrato chiudersi con qualche spiraglio di speranza.
Il 18 maggio 1899, lo zar di Russia Nicola II aveva invitato i
capi di Stato all’Aja, in Olanda, per una grande “Conferenza della pace”. In una “casa nei boschi”, ventisei Paesi si
riunirono per assumere un comune impegno di risparmiare alle popolazioni civili i dolori e i danni delle guerre, per
vietare l’uso di pallottole dirompenti e di gas asfissianti,
fonti di ancor maggiori dolori, per porre un limite alle invenzioni che avrebbero prodotto armi ancora più terribili e
dolorose, per limitare le morti nella guerra marittima e ter203
restre, per trovare una sede in cui risolvere pacificamente
le controversie internazionali.
I lavori della conferenza durarono fino al 27 luglio del
1899 e si conclusero con la firma di vari accordi e convenzioni. I più importanti non furono firmati dagli Stati Uniti, né dal Regno d’Italia (che proprio l’anno prima aveva
mostrato il suo amore per la pace mitragliando gli operai
inermi a Milano per ordine del generale Fiorenzo Bava
Beccaris, per questo molto lodato dal re e dalla regina),
né da un’altra diecina dei ventisei partecipanti. I verbali
della conferenza del 1899, con l’elenco di chi votò a favore e di chi votò contro le azioni per alleviare i dolori della guerra, si trovano nel sito internet www.yale.edu/lawweb/avalon/lawofwar/hague99.
La conferenza dell’Aja del 1899 – anche se sul piano pratico non cancellò, né rese meno dolorose le guerre, né fece
rinsavire i potenti della Terra, né risparmiò lutti innumerevoli – merita tuttavia di essere ricordata perché mostrò che
la voce anche di poche persone può smuovere, almeno un
poco, i governi. E fra tali voci era risuonata, altissima, quella di una donna, Bertha von Suttner (1843-1914), nata a
Praga, educata in una nobile famiglia di militari, la quale, a
trent’anni, aveva deciso di guadagnarsi da vivere per conto proprio, facendo l’istitutrice a Vienna.
Bertha sposò il barone Arthur von Suttner (1850-1902),
contro la volontà dell’orgogliosa famiglia del marito, e la coppia visse poveramente, dando lezioni di lingue e di musica.
In questo periodo, la giovane Bertha cominciò a dedicarsi alla causa della pace e a scrivere dei libri che, nell’Europa della fine dell’Ottocento, ebbero una risonanza e un effetto
204
straordinari. Il suo libro più famoso, Giù le armi!, del 1889,
fu tradotto in moltissime lingue e nel 1897 apparve la prima
traduzione italiana, fatta sulla tredicesima (!) edizione tedesca. Dopo un lungo oblio, solo nel 1989 le edizioni Abele di
Torino ne fecero una riedizione, commentata dalla nota
scrittrice e teologa Adriana Zarri (1919-2010). Un’altra edizione, Abbasso le armi: storia di una vita, è stata pubblicata nel 1996 a Cavallermaggiore (in provincia di Cuneo).
Bertha von Suttner – “la baronessa” – trascorse il resto della sua vita a organizzare iniziative antimilitariste e di pace,
dalla Lega per la pace a vari giornali pacifisti, arrivando a
convincere Alfred Nobel (1833-1896), l’uomo che aveva inventato la dinamite ed era diventato ricchissimo con questo strumento di morte, a sostenere la causa della pace e a
istituire il premio che porta il suo nome.
La Suttner e il marito ebbero una parte centrale nella conferenza dell’Aja del 1899 e furono istancabili nel farne conoscere l’importanza e il grande contenuto di speranza, e
nel diffondere l’idea di una Corte internazionale permanente per la soluzione, mediante arbitrati, delle controversie fra Stati, l’obiettivo che avrebbe dovuto porsi la Società delle Nazioni e che dovrebbe avere l’organizzazione delle Nazioni Unite. Nel 1905, “la baronessa” ricevette il Premio Nobel per la pace (la prima donna ad avere questo
onore) e da allora fino alla morte tenne, istancabile, conferenze in tutto il mondo. Sostenne energicamente la “seconda” conferenza sulla pace, che si tenne all’Aja nel 1907. La
terza avrebbe dovuto svolgersi nel 1914, ma fu annullata
dall’inizio del primo grande massacro del Novecento, quello che la Suttner con ogni mezzo aveva voluto evitare.
205
Vorrei concludere con una modesta proposta. Non so come
e quando finiranno le tante guerre in corso in Africa e in
Asia; sarebbe però bello se qualche insegnante parlasse ai
ragazzi dello spirito della Conferenza mondiale della pace
di oltre un secolo fa, dell’idea universale della pace e di come qualche passo verso la pace possa essere fatto anche
da tante singole persone. Sarebbe bello se qualcuno spiegasse che alla vacuità e futilità delle tante chiacchiere e dibattiti televisivi, dovrebbe essere contrapposto il racconto
del coraggio di tante donne e uomini che, come Bertha
Suttner, hanno parlato e scritto che il mondo dei conflitti e
della morte si può cambiare, che si possono mettere “giù le
armi!”.
Una biografia di questa grande donna si trova in Internet
nel sito http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1905/suttner-bio.html.
Tecnica e cultura: Lewis Mumford
Lewis Mumford (1895-1990) ha segnato un’epoca con un
pensiero e con idee, in gran parte dimenticate, che hanno
lasciato profonde tracce. Di Mumford è difficile dare una
definizione: urbanista e studioso di architettura, scrittore
di arte e di letteratura, analista e critico della tecnica e delle sue innovazioni, giornalista attento ai mutamenti del suo
tempo, polemista e pacifista. Ogni lettore delle sue opere
potrebbe classificarlo in una casella corrispondente alle
sue personali sensibilità.
Nato a Long Island, vicino New York, e vissuto nella citta206
dina di Amenia, pure vicino New York, da questo posto
tranquillo ha osservato come pochi altri i mutamenti del
mondo: la Prima Guerra Mondiale, la grande crisi, l’avvento dei fascismi in Europa e del “New Deal” in America, la
Seconda Guerra Mondiale, l’avvento dell’era atomica, l’utilizzo della tecnica come strumento del potere.
Mumford tratta i rapporti fra tecnica e potere principalmente nella trilogia Tecnica e cultura, Il mito della macchina e Il Pentagono del potere. In realtà, Mumford aveva pensato Tecnica e cultura (1934; traduzione italiana,
1961) come il primo volume del ciclo The renewal of life
che sarebbe continuato con La cultura delle città (1938;
traduzione italiana 1954) e The conduct of life (1951). Fino all’opera fondamentale: La città nella storia (1961;
traduzione italiana 1963). Il titolo del libro noto in italiano
come Il mito della macchina era in realtà il titolo comune di due volumi, il primo dei quali aveva come sottotitolo
Technics and human development (1967; in italiano, appunto, Il mito della macchina), mentre il secondo aveva
come sottotitolo Il Pentagono del potere (1970; traduzione italiana, 1973). Inutile dire che il tema della violenza
della tecnica usata dal potere anche contro la natura e
l’ambiente ricorre in moltissimi altri delle centinaia di
scritti di Mumford, apparsi in numerosissimi volumi di atti di conferenze e in moltissime riviste.
Tecnica e cultura è stato scritto dopo la fragile avventura
del boom economico americano dei ruggenti anni Venti del
Novecento, in quel 1934 che vedeva da una parte la conquista del potere da parte dei fascismi in Italia e in Germania, e dall’altra la primavera del “New Deal” rooseveltiano
207
negli Stati Uniti. Nel licenziare, nel 1963, una riedizione di
Tecnica e cultura, Mumford aggiunse una breve introduzione e alcuni passi in corsivo suggeriti dall’avvento della
bomba atomica e della guerra fredda e dalla degenerazione autoritaria nell’Urss di quel comunismo che Mumford,
in molte occasioni, aveva ritenuto una strada per un uso
umano della tecnica.
Mumford ha usato il termine “technics” per indicare l’arte
della trasformazione della natura con l’abilità umana in cose utili agli individui e alla società, e parla della necessità
di usare la tecnica al servizio umano, come “tecnologia sociale”.
Tecnica e cultura riprende le idee di opere di autori ammirati da Mumford: Robert Owen (1771-1858), il principe
anarchico russo Piotr Kropotkin (1842-1922), Ebenezer
Howard (1850-1928), Thornstein Veblen (1857-1929),
Werner Sombart (1863-1941), George Marsh (1801-1888),
Patrick Geddes (1854-1932). Soprattutto riprende le idee
di Patrick Geddes, di quello straordinario scozzese che ha
scritto di urbanistica (ha “inventato” la parola “conurbazione”), di biologia, di economia, di storia della tecnica. Mumford ha considerato Patrick Geddes come suo maestro spirituale, al punto da dare il nome Geddes al figlio, morto diciannovenne in combattimento sull’Appennino durante la
Seconda Guerra Mondiale e sepolto nel Cimitero di guerra
alleato di Firenze.
Dalle opere di Geddes, soprattutto da Città in evoluzione
(1915), Mumford trae alcune idee sull’evoluzione della tecnica per mettere in evidenza come il potere, più di recente il potere capitalista, si appropri, per rafforzare e accre208
scere se stesso, delle innovazioni che potrebbero essere liberatorie per tutti gli esseri umani.
Seguendo Geddes, Mumford individua un’epoca “eotecnica”, nella quale gli esseri umani utilizzavano una tecnica
basata sull’uso di fonti di energia rinnovabili come il moto
delle acque, la forza del vento, il calore della legna. Il legno
forniva il principale materiale da costruzione per gli edifici
e le navi. Nell’era eotecnica gli esseri umani conoscevano i
metalli, alcuni rudimenti della chimica, le tecniche minerarie, sapevano costruire edifici anche giganteschi, strade,
ponti.
Anche se il ricorso alle “macchine”, intese in senso moderno, era limitato, le strutture del potere ragionavano ed
operavano già come una “megamacchina”, cioè con la gerarchia e l’organizzazione che consentivano di mobilitare
grandi masse di persone e grandissime quantità di materiali per realizzare opere pubbliche e private funzionali al
consolidamento e all’estensione del potere stesso.
All’era eotecnica seguì, a partire dal 1600 circa, una nuova era, che Geddes e Mumford chiamano “paleotecnica”,
resa possibile dai perfezionamenti nell’estrazione del carbone, dall’uso del carbone per la produzione su larga scala del ferro, dalla trasformazione del ferro in macchine
capaci di fornire energia e di compiere operazioni che fino allora erano state svolte dal lavoro umano, dal progresso nelle conoscenze chimiche. Mumford, in Tecnica
e cultura, chiama questa condizione il “capitalismo del
carbone”: “La macchina, scaturita dall’intento di conquistare l’ambiente circostante e di canalizzare i suoi impulsi in attività ordinate, nella fase paleotecnica provocò la
209
sistematica negazione di tutte le sue promesse: fu il Regno del Disordine”.
L’avvento dell’era paleotecnica è resa possibile dalla nascita, nell’ambito della borghesia commerciale, di una classe
di studiosi e pensatori, insieme filosofi e naturalisti, e dalla rapida circolazione delle conoscenze attraverso le accademie scientifiche, le riviste internazionali. Il filosofo non
si vergogna di fare, incoraggiare e contribuire a diffondere
invenzioni e scoperte di rapida ricaduta commerciale, destinate al dominio della natura da cui trarre beni materiali
e ricchezza. Il principale carattere dell’era paleotecnica è
rappresentato dall’espansione della produzione delle merci che ben presto diventano, da mezzi per soddisfare bisogni umani, strumenti di oppressione e di potere.
“Dall’orientamento verso la produzione quantitativa deriva”, scrive Mumford, “la tendenza a concentrare l’efficienza della macchina nell’esclusiva produzione di beni materiali. La gente sacrifica il tempo e le soddisfazioni attuali
nella mira di procurarsene altri, in quanto suppone che ci
sia un rapporto diretto fra il benessere e il numero di vasche da bagno, di automobili e di altre simili cose fatte a
macchina. È tipico della macchina il fatto che invece di rimanere limitati ad una sola classe, questi ideali si sono
estesi, per lo meno come aspirazione, ad ogni strato della
società. Si potrebbe definire questo aspetto della macchina come ‘materialismo senza scopi’. Ha il particolare difetto”, continua Mumford, “di gettare un’ombra di discredito
sopra tutti gli interessi e le occupazioni non materiali, condannando gli spunti puramente estetici e intellettuali perché ‘non servono a nulla di utile’”.
210
La produzione su scala sempre più vasta presuppone un
consumo anch’esso su scala sempre più vasta. Si possono
utilmente rileggere le pagine, ironiche e drammatiche, di
Mumford sull’esercito, consumatore ideale. L’“uniforme”
che doveva essere indossata dai soldati, a partire dal XVI
secolo, innescò la prima richiesta su larga scala di beni assolutamente standardizzati e la macchina da cucire, inventata a Lione nel 1829, forniva una formidabile risposta alla
produzione delle uniformi militari.
“L’esercito fu il modello del consumatore ideale nel sistema
delle macchine”: esso richiede crescenti quantità di merci
e non fornisce in cambio alcun servizio, salvo la “protezione” in tempo di guerra. Anzi, “uno degli effetti più sinistri
della disciplina militare è una impenetrabilità ai valori della vita”. “Durante una guerra, inoltre”, continua Mumford,
“l’esercito non è solo un puro consumatore, ma un produttore negativo: cioè invece che benessere produce miseria,
mutilazioni, distruzione fisica, terrore, carestie e morte.
L’esercito, inoltre, è ideale come consumatore in quanto
tende a ridurre a zero l’intervallo di tempo fra vantaggiosa
produzione e vantaggiosa sostituzione. La casa più lussuosa e sovraccarica non può competere, per la rapidità di
consumo, con un campo di battaglia. Mille uomini abbattuti dai proiettili corrispondono più o meno alla richiesta di
mille nuove uniformi, di mille fucili, di mille baionette e
mille colpi sparati da un cannone non possono venire recuperati e reimpiegati. La guerra è, insomma, la salute della
macchina”.
Il sistema della macchina comporta non solo una crescente schiavitù umana, ma un crescente assalto alle risorse
211
della natura. Mumford dedica molte pagine al sistema di
miniera, che distrugge i boschi, inquina le acque con metalli tossici e l’aria con fumi pestilenziali. “Il primo segno distintivo dell’industria paleotecnica fu l’inquinamento dell’aria. Il fumo del carbone era l’incenso del nuovo industrialismo”. Ma davvero non è forse, insieme al più moderno
puzzo della benzina, l’incenso anche della società paleotecnica del nostro tempo?
La produzione di merci come fine unico di produzione di
ricchezza induce i fabbricanti e i commercianti alle frodi, a
produrre merci tossiche e pericolose pur di aumentare i
guadagni, all’“immiserimento della vita”. Il sistema di fabbrica comporta l’abbandono delle campagne e la migrazione di una crescente popolazione nelle città, vicino alle fabbriche, e la nascita di quartieri squallidi all’insegna della
speculazione immobiliare, comporta “la degradazione del
lavoratore”. Dai costi sociali e umani provocati dalla megamacchina – di cui furono e sono simboli, modernissimi, anche se intrinsecamente paleotecnici, la bomba e l’energia
atomica, l’automobile, il grattacielo – e dal suo “impero del
disordine” ci si può liberare soltanto con profondi mutamenti sia tecnici, sia politico-sociali.
In Tecnica e cultura, del 1934, Mumford immagina che
molte innovazioni tecniche, che già si profilavano all’orizzonte, avrebbero portato più o meno presto alla transizione dall’era paleotecnica ad un’era neotecnica: la sostituzione del ferro con l’alluminio, la sostituzione del carbone e
del petrolio con l’elettricità. I successi delle sintesi chimiche avrebbero potuto portare a città più umane, a una più
razionale distribuzione della popolazione fra città e campa212
gna, a una società meno inquinata, e poi ad una società
“biotecnica” con crescente ricorso alle fonti di energia e alle materie rinnovabili. Le parole di Mumford risentono delle aspirazioni e speranze che caratterizzarono l’età di Roosevelt: la pianificazione territoriale, la difesa del suolo contro l’erosione, le grandi dighe per la produzione di energia
idroelettrica, un nuovo rapporto fra città e campagna, l’uso
dei prodotti e sottoprodotti agricoli come materie prime
per l’industria chimica, la lotta alle frodi commerciali.
Sembra di grandissima attualità tutto il quadro che Mumford presenta delle soluzioni tecnico-scientifiche e delle
vie da percorrere verso la realizzazione di un’era neotecnica e biotecnica, meno violenta, più equilibrata, più rispettosa degli esseri umani e delle risorse naturali attraverso
un uso maggiore della scienza e della tecnica, ma lungo vie
completamente diverse da quelle a cui siamo abituati.
Nel parlare delle enormi “montagne di scorie” generate
dalla “civiltà della macchina”, Mumford afferma: “Possiamo
oggi guardare avanti al giorno in cui i gas velenosi e i mucchi di trucioli, i sottoprodotti della macchina una volta inutilizzabili, potranno venire trasformati dall’intelligenza e
dalla cooperazione sociale, e adattati ad usi più vitali” e discute a lungo “la possibilità di utilizzare l’energia solare o
la differenza di temperatura che sussiste tra le profondità
e la superficie dei mari tropicali; di applicare su vasta scala nuovi tipi di turbine a vento; disponendo di una efficiente batteria di accumulatori, il vento basterebbe da solo a
fornire le necessarie quantità di energia”.
Per una svolta neotecnica “si impone l’appropriazione sociale delle riserve naturali, il ridimensionamento dell’agri213
coltura, la valorizzazione di quelle regioni in cui vi è grande disponibilità di energia cinetica sotto forma di sole, vento, acqua. La socializzazione di queste sorgenti di energia
è la condizione prima dello sfruttamento efficace”, con una
nuova distribuzione delle attività umane nel territorio, il
recupero della potenziale ricchezza del regionalismo.
Inutile dire che queste idee sono state ridicolizzate, o meglio ancora ignorate, per il pericolo non solo della perdita
di profitti, ma della discussione critica di tutto il sistema
sociale, unica reale soluzione della crisi ambientale in cui
siamo impantanati. La crisi delle risorse naturali è infatti
dovuta, come aveva spiegato Mumford, allo scontro fra interessi privati e beni collettivi; allo sfruttamento privato di
risorse, come l’aria o l’acqua o la fertilità del suolo, che a rigore non hanno un padrone. La crisi ecologica è sostanzialmente crisi del bene collettivo. Alcuni traggono benefici
senza alcun costo, tengono, per esempio, pulita la propria
casa, il proprio “oikos”, scaricando i rifiuti all’esterno, nell’ambiente, in una più vasta casa d’altri.
Possiamo salvarci solo mettendo in discussione i principi
stessi della proprietà privata, recuperando il carattere
pubblico dei beni come l’aria o il mare o le acque e introducendo il principio di delitto per chi tali beni viola o rapina o sporca. “Gli obiettivi dell’economia finanziaria e quelli dell’economia sociale non possono coincidere; la proprietà collettiva delle fonti di energia, dalle regioni montagnose dove i fiumi nascono, fino ai più remoti pozzi di petrolio,
è la sola garanzia per un uso e una conservazione efficace”.
Soltanto una società pianificata e socialista potrebbe darsi
delle nuove regole, compatibili con i problemi di scarsità e
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di distribuzione secondo giustizia. Mumford insiste molto
sulla necessità di una pianificazione dei bisogni fondamentali, del potenziamento dei servizi e dei beni collettivi.
Mumford intravvedeva la soluzione in un “comunismo di base”, ben diverso dalla struttura burocratica e assolutista dei
Paesi del socialismo realizzato e proponeva un “comunismo
di fondo che implichi l’obbligo di partecipare al lavoro della
comunità”, che consenta di soddisfare i bisogni fondamentali con una pianificazione della produzione e del consumo.
“La sola alternativa a questo comunismo”, insiste Mumford, “è l’accettazione del caos: le periodiche chiusure degli stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente denominate ‘valorizzazioni’, dei beni di alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l’imperialismo, la conquista
dei mercati stranieri. Se vogliamo conservare i benefici
della macchina non possiamo permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia l’inevitabilità di un comunismo di base. Questa prospettiva appare
ingrata all’operatore economico di stampo classico, ma sul
piano umano non può non rappresentare un enorme progresso”.
Si capisce bene perché Mumford è stato attivo nel movimento di protesta contro la guerra, contro la bomba atomica: la più moderna forma nella quale si incarna la “megamacchina”, il concentrato della violenza della società paleotecnica. Nel febbraio 1965, due giorni dopo l’ordine di
bombardamento del Nord Vietnam, Mumford scrisse una
lettera aperta al presidente Johnson per protestare contro
tale azione.
215
Scienza e pace: Linus Pauling
Linus Pauling (1901-1994), premio Nobel per la chimica e
per la pace, lo scienziato che ha avuto il coraggio di rifiutarsi di collaborare, per motivi di coscienza, alla produzione della bomba atomica, non si è mai stancato di combattere per la pace, guidato nel lungo cammino della sua vita
da un profondo amore per l’umanità, dal principio etico
che tutti, e specialmente gli studiosi, hanno il dovere di
rendere minima la sofferenza umana: “the minimization of
suffering”.
Linus Pauling nacque a Portland, nello Stato dell’Oregon,
nel nord ovest degli Stati Uniti, il 28 febbraio 1901 e si laureò in chimica industriale a Corvallis, in quello che era
l’Oregon Agricultural College, ora Oregon State University.
Nel 1923 sposò Ava Helen (1903-1981) che fu una straordinaria moglie, anch’essa attiva nei movimenti per la difesa dei diritti civili e della pace, che lo ha accompagnato in
una lunga vita.
Fin dall’inizio, Pauling è stato attratto dalla ricerca del modo in cui gli atomi si uniscono nei cristalli e nelle molecole.
Dopo la laurea, si trasferì al California Institute of Technology, dove, con un piccolo stipendio guadagnato con l’insegnamento, ottenne il dottorato in chimica e in fisica matematica nel 1925. Nel 1926-27 studiò in Europa con una
borsa Guggenheim e tornò al “Caltech” nell’autunno 1927.
Dedicatosi alle ricerche sulla struttura del legame chimico
e delle molecole, chiarì la struttura dei silicati e di molecole complesse organiche misurando, con nuove tecniche, la
distanza e l’angolo fra gli atomi. L’interpretazione del com216
portamento dei quattro legami dell’atomo di carbonio mediante la formazione di legami covalenti attrasse l’attenzione mondiale sul giovane studioso che interpretò, con fenomeni di risonanza, la geometria e la stabilità di molecole
come quelle del benzene e della grafite. Pauling applicò i
principi della risonanza ai legami fra metalli e nei composti
intermetallici.
Nel 1939, Pauling riunì i risultati del suo lavoro in un libro
diventato un classico: The nature of the chemical bond
and the structure of molecules and crystals. La teoria di
Pauling si affiancava a quella del tedesco Walter Hückel
(1895-1980) che proponeva la descrizione del comportamento molecolare con la teoria degli orbitali. Le opere dei
due studiosi erano note anche in Italia, soprattutto quelle
di Hückel, specialmente in relazione alla soluzione di interessanti problemi pratici, come quello della sostituzione
nelle molecole aromatiche, che stavano alla base, fra l’altro, della sintesi di coloranti.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, a Pauling fu offerto
di collaborare al progetto “Manhattan” per la fabbricazione
della bomba atomica, ma egli rifiutò: nello stesso tempo
collaborò col governo alla realizzazione di strumenti che
potessero salvare la vita umana. Inventò uno strumento
che permetteva di misurare il contenuto di ossigeno dell’aria dei sottomarini e degli aeroplani. L’apparecchiatura
servì poi per assicurare il flusso di ossigeno nelle incubatrici per neonati e durante le anestesie. Mise a punto, inoltre,
un sostituto sintetico del plasma sanguigno da usare in trasfusioni di emergenza sui campi di battaglia.
Alla fine della guerra, Pauling tornò a dedicarsi, presso il
217
Caltech, alla struttura delle proteine, anche se altri problemi attrassero la sua attenzione. Si era all’alba dell’era atomica e Pauling con altri scienziati, fra cui Albert Einstein
(1879-1955), era preoccupato di quello che avrebbe potuto accadere alla società umana dopo Hiroshima. Pauling
cominciò a tenere conferenze sugli sviluppi del mondo dominato dalle armi atomiche, sulle conseguenze sulla vita
terrestre delle esplosioni sperimentali di bombe atomiche
nell’atmosfera e contro la cappa di segretezza che le nuove armi imponevano sulla ricerca. Queste iniziative rappresentano le prime manifestazioni della protesta civile contro
gli inquinamenti e i danni alla vita che sarebbe diventata,
negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, la “contestazione ecologica”.
Già nel 1948, Pauling con pochi altri, fra cui Einstein, aveva fondato un comitato che chiedeva a tutti i Paesi di collaborare per tenere sotto controllo internazionale gli strumenti di guerra nucleare e per promuovere la pace. Per
queste attività, nel novembre del 1950 fu sottoposto ad inchiesta da parte di una commissione del senato dello Stato della California. Erano i primi giorni della caccia alle
streghe lanciata dal senatore repubblicano Joe McCarthy e
gli effetti si fecero subito sentire: a Pauling fu negato il passaporto con la motivazione, data dal Dipartimento di Stato,
che i suoi viaggi all’estero sarebbero stati contrari “all’interesse degli Stati Uniti”. Secondo l’isterismo dominante, in
quegli anni essere un pacifista o dichiarare i pericoli delle
armi atomiche equivaleva ad essere un comunista.
Pauling dichiarò sotto giuramento di non essere un comunista, di non aver avuto legami col Partito comunista e di
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essere un leale cittadino americano, ma questo non bastò
e non bastò neanche la lettera che Einstein scrisse al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rivendicando il diritto
che questo scienziato aveva di viaggiare. Solo quando a
Pauling fu assegnato il premio Nobel per la chimica, gli fu
concesso un passaporto temporaneo per Stoccolma.
Negli anni precedenti, durante una serie di lezioni a Oxford, nel 1948, Pauling aveva elaborato un’ipotesi di struttura delle proteine, secondo la quale gli amminoacidi che
costituiscono un polipeptide sono “arrotolati” in una struttura ad elica che chiamò “elica alfa”. La verifica sperimentale di questa ipotesi si ebbe con le analisi di diffrazione coi
raggi X di alcune proteine, fra cui la cheratina, che mostrarono che una struttura ad elica spiegava la disposizione degli amminoacidi, i legami idrogeno e alcuni comportamenti delle proteine.
Pauling si stava interessando alla struttura del Dna, di cui
alcuni ricercatori inglesi, Maurice Wilkins (1916-2004) e
Rosalind Franklin (1920-1958), avevano ottenuto delle
buone fotografie di diffrazione, rese pubbliche il 28 aprile
1952 durante un congresso sulle proteine in Inghilterra. A
tale congresso Pauling, privato del passaporto, non poté
partecipare. Nel gennaio 1953, Pauling e Corey proposero
un’interpretazione della struttura del Dna. Successivamente, i loro risultati furono corretti, sulla base delle nuove conoscenze, dagli inglesi James Watson e Francis Crick
(1916-2004) che proposero per il Dna una struttura in cui
le basi sono disposte a doppia elica, scoperta alla quale dovettero la loro celebrità e il premio Nobel nel 1962.
Le scoperte della struttura a elica e a doppia elica delle
219
proteine e del Dna aprirono le porte agli studi di genetica
molecolare che hanno rivoluzionato la biologia. A Pauling
fu assegnato il premio Nobel per la chimica nel 1954.
Il prestigio che gli venne da questo riconoscimento internazionale giovò ai suoi sforzi per mobilitare l’opinione pubblica americana e internazionale nella protesta contro le
esplosioni sperimentali di bombe atomiche nell’atmosfera
che, in quegli anni Cinquanta del Novecento, si stavano
succedendo, da parte degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica, del Regno Unito, della Francia, al ritmo di alcune centinaia all’anno: mille dal 1946 al 1963. Pauling dimostrò,
con dati scientifici e statistici, che la ricaduta radioattiva
dei test atomici, divenuti ancora più potenti con l’invenzione della bomba a idrogeno, avrebbe fatto aumentare la diffusione del cancro e di difetti genetici negli adulti e nei
neonati.
Il 15 luglio 1955, Pauling, con altri cinquantadue premi Nobel, firmò la “dichiarazione di Mainau” che chiedeva la sospensione delle esplosioni nucleari nell’atmosfera. La dichiarazione concludeva che “tutti gli Stati devono decidere di rinunciare alla forza per la soluzione dei problemi politici: se non sono pronti a farlo cesseranno di esistere”.
Sulla base di questo appello, Albert Schweitzer (18751965), premio Nobel per la pace nel 1952, il 23 aprile 1957
lanciò dalla radio di Oslo un celebre messaggio che fu riprodotto nella stampa internazionale, anche se fu deliberatamente ignorato in alcuni Paesi.
Nel maggio del 1957, Pauling tenne una conferenza alla
Washington University di St. Louis, nel Missouri, dove insegnava anche il biologo Barry Commoner, anch’egli attivo
220
nella mobilitazione degli scienziati contro le armi nucleari.
Proprio quel Barry Commoner che sarebbe diventato celebre in Italia, anni dopo, come leader della contestazione
ecologica. Con Commoner e con Edward Condon (19021974), Pauling redasse un appello, firmato da 2000 scienziati americani e da oltre 8000 scienziati stranieri, che fu
consegnato, il 15 gennaio1958, al Segretario generale delle
Nazioni Unite, Dag Hammarskjold. L’appello metteva in
guardia contro i pericoli della ricaduta radioattiva delle
esplosioni nucleari nell’atmosfera e ne chiedeva l’immediata cessazione e un controllo internazionale dell’energia
atomica. Il governo americano orchestrò una campagna di
diffamazione contro Pauling sulla stampa, con la collaborazione di volonterosi scienziati, come quell’Edward Teller
(1908-2003) che ispirò la figura del dottor Stranamore nel
noto film di Stanley Kubrich del 1964.
Nello stesso 1957, Pauling pubblicò il libro No more war!
(Mai più guerre!) per diffondere la consapevolezza che
l’aumento della produzione e della sperimentazione delle
armi nucleari avrebbe potuto mettere in pericolo la sopravvivenza dell’umanità e della stessa vita sul pianeta. Con pazienza e diplomazia diffuse le sue idee, sostenendo soprattutto che gli scienziati avrebbero dovuto operare come
portatori e strumenti di pace. Nel giugno 1960, Pauling fu
convocato da una speciale commissione del senato americano e fu invitato, sotto giuramento, a riferire come erano
state raccolte le firme dell’appello. Pauling si rifiutò di fare
tali nomi.
Pauling non si fermò neanche il 29 aprile 1962, giorno in
cui il presidente Kennedy lo invitò a cena, insieme ai pre221
mi Nobel occidentali, alla Casa Bianca. Quello stesso giorno partecipò con la moglie ad una manifestazione contro le
bombe atomiche proprio davanti alla residenza presidenziale, e poi andò alla cena ufficiale. I suoi sforzi ebbero successo quando, nel 1963, le tre potenze nucleari – Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito (ma non la Francia) –
firmarono il trattato che vieta le esplosioni nucleari nell’atmosfera, il cosiddetto “Limited Test Ban Treaty”. Il 10 ottobre 1963, il giorno in cui il trattato entrò in vigore, fu annunciato che a Pauling era stato assegnato il Premio Nobel
per la pace. Pauling è stata l’unica persona a ricevere due
premi Nobel.
La Commissione norvegese riconobbe che l’azione senza
tregua di Pauling ha risparmiato a innumerevoli persone
sofferenze e morte per tumori e difetti genetici. Negli Stati Uniti questo secondo Premio Nobel suscitò varie proteste negli ambienti filonucleari e conservatori. Il settimanale “Life” il 25 ottobre 1963 scrisse che il premio Nobel a
Pauling era un insulto per l’America.
Nel 1963, il California Institute of Technology mostrò di
non gradire il suo impegno politico e Pauling lasciò l’insegnamento per continuare, in un proprio “Linus Pauling Institute”, le ricerche sulla chimica delle funzioni cerebrali e
sulle malattie mentali, sulle cause dell’anemia perniciosa e
le modificazioni dell’emoglobina nel sangue delle persone
colpite da questa malattia, e sull’effetto di forti dosi di vitamina C sia sul raffreddore, sia su alcuni tipi di tumori.
Questi studi hanno portato Pauling a elaborare la teoria
della medicina e della psichiatria “ortomolecolare”, che sono state al centro di dibattiti e polemiche. Negli ultimi an222
ni della sua vita ha anche studiato la superconduttività ad
alta temperatura.
Pauling ha disposto che la sua biblioteca e il suo archivio,
di decine di migliaia di libri e articoli e di centinaia di migliaia di lettere e appunti, fosse lasciato all’Università statale dell’Oregon, da cui aveva mosso i primi passi. Un catalogo di tale immenso patrimonio, una bibliografia completa e molte notizie su Linus e Ava Helen Pauling si trovano
in Internet nel sito http://osulibrary.oregonstate.edu/ alla
voce “Special Collections”. Inoltre, duemilacinquecento
pagine su Pauling si trovano nell’archivio dell’Fbi; anche in
questo caso il coraggio civile ha avuto la meglio sull’oscurantismo e sulle persecuzioni politiche.
Pauling ha sempre sostenuto che l’avvento della bomba
atomica avrebbe dovuto portare nel mondo la fine delle
guerre e l’avvento del regno della legge: la sopravvivenza
umana nell’era nucleare sarebbe stata possibile soltanto
con la pace, il disarmo e il dialogo razionale. Un invito ancora del tutto valido, perché nel 2010 negli arsenali nucleari di tutto il mondo si trovano ancora oltre 20mila bombe
nucleari, con una potenza distruttiva cinquecento volte superiore a quella di tutti gli esplosivi usati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Continuando l’impegno pacifista che aveva manifestato
protestando contro l’intervento militare americano nel
Vietnam, nel Sud-est asiatico e nei Paesi dell’America latina, nel 1991 comprò a proprie spese un’intera pagina del
“New York Times” e del “Washington Post”, condannando
l’intervento militare americano in Iraq. Pauling disse: “Non
mi illudo che serva a qualcosa ma so che dovevo farlo”. Nel
223
1991, ha scritto un ”Appello per la pace in Croazia” e ha firmato appelli contro le violazioni dei diritti umani.
Pauling non ha mai esitato nel sollecitare l’impegno degli
scienziati nella politica e nella società, queste le sue parole:
“Si dice talvolta che la scienza non ha niente a che fare con
la morale: è sbagliato. La scienza è la ricerca della verità, lo
sforzo di comprendere il mondo, e comporta il rifiuto di divieti, dogmi, rivelazioni, ma non il rifiuto della moralità. La
scienza non è una gara in cui uno cerca di sconfiggere il
concorrente, di arrecare danno agli altri. Bisogna trasferire lo spirito della scienza negli affari internazionali per indurli a cercare una soluzione”.
L’uomo del futuro
A molti dei lettori, il nome Robert Jungk (1913-1994) forse
dice poco, benché si sia trattato di uno scrittore le cui opere
hanno avuto un successo e un effetto grandissimi come contributi alla pace, all’ambiente e alla conoscenza del futuro.
Jungk era nato nel 1913 in Austria e aveva iniziato una fortunata carriera di giornalista. Dopo l’occupazione nazista
dell’Austria era dovuto fuggire in Svizzera dove aveva continuato a scrivere contro il nazismo, passando un periodo anche in un campo di internamento svizzero. In quegli anni ha
potuto analizzare a fondo il destino e il futuro dell’umanità
in un mondo dilaniato da stermini, massacri, dalla bomba
atomica, dalla contrapposizione fra popoli e Paesi.
Il suo primo libro di successo, Il futuro è già cominciato,
del 1952, pubblicato in italiano da Einaudi, lo fece cono224
scere in tutto il mondo e fu dedicato alla descrizione dei
possibili futuri condizionati dalle nuove tecnologie, prima
di tutto quelle nucleari, e alla propaganda della necessità
di far prevalere la pace sugli egoismi, pena la distruzione e
la contaminazione planetaria. In questo, Jungk anticipava i
temi che si sarebbero chiamati “ecologici”. Il libro successivo, del 1956, a mio parere il più bello, pubblicato in italiano col titolo Gli apprendisti stregoni, descrive le contraddizioni e i dilemmi, le viltà e il coraggio degli studiosi
che hanno trasformato il progresso della conoscenza della
natura nell’arma di sterminio di massa per eccellenza, la
bomba atomica, la grande fonte di devastazione e alterazione dell’ambiente.
La storia degli scienziati atomici, è il sottotitolo del libro,
mostra come la volontà di conoscenza possa essere asservita alla volontà di potere e come ben pochi scienziati abbiano avuto il coraggio di dire “no” alla costruzione di
un’arma che ha condizionato e condizionerà la vita di miliardi di persone.
Sarà vero che la costruzione e l’uso della bomba atomica
hanno accelerato la fine della Seconda Guerra Mondiale, sarà vero che la sfrenata concorrenza nucleare fra Stati Uniti
e Unione Sovietica ha di fatto impedito, per mezzo secolo,
una terza guerra mondiale, sarà vero che la “scienza” troverà una qualche soluzione per la sistemazione delle code avvelenate della grande macchina militare-industriale, dalle
scorie radioattive all’uranio impoverito, nuova forma di avvelenamento e morte di civili e militari, ma la storia degli
scienziati atomici insegna chiaramente che bisogna sempre
chiedersi quanto c’è di morale nelle decisioni che uno stu225
dioso, un amministratore, un soldato, un imprenditore, un
lavoratore, decidono di, o sono costretti a, prendere.
Nel filone di questo invito a interrogarsi sulle conseguenze
morali del “progresso” rientra un altro libro di Robert
Jungk, Lo stato atomico, scritto con grande passione per
indicare le conseguenze politiche ed ecologiche della diffusione delle centrali nucleari. Inevitabilmente, un Paese che
affronta l’avventura nucleare, sia militare, sia nella costruzione dei reattori commerciali, deve avere un governo autoritario, deve sottostare a rigide regole di segreti. Il libro
apparve nel 1977, quando tanti governanti, anche in Italia,
sostenevano che il futuro energetico richiedeva la moltiplicazione delle centrali nucleari, quando in Europa esistevano depositi di armi e sottomarini e basi nucleari. Conobbi
Jungk a Salisburgo nel maggio dello stesso 1977, durante
una manifestazione contro una grande conferenza internazionale a favore dell’energia nucleare. In una piccola pattuglia, con alla testa Jungk, avevamo organizzato una protesta e un picchettaggio all’entrata dei delegati ufficiali alla
conferenza. La polizia austriaca ci fermò per identificarci,
ma Jungk, che a Salisburgo era un’autorità, ottenne che
fossimo tutti rilasciati.
Gli anni Settanta del Novecento furono quelli della crisi
energetica, seguiti dalle guerre per la conquista delle materie prime, e sempre di più c’era bisogno di una voce alta che
parlasse di pace e di disarmo. Proprio in questo periodo
tempestoso, nel 1983, Jungk pubblicò il libro L’onda pacifista, edito in italiano da Garzanti. Jungk voleva completare il suo contributo alla diffusione di una cultura della pace
con un libro sull’energia solare che riconosceva, giustamen226
te, come l’unica fonte di energia che avrebbe potuto fermare i conflitti in corso e il degrado ambientale che già si manifestava con i cambiamenti climatici provocati dal crescente uso del carbone e delle altre fonti energetiche fossili.
Parlò di questo suo progetto durante una conferenza sull’energia solare a Dobbiaco nel 1989, ma ormai malato – è
morto il 14 luglio 1994 – non terminò mai il libro.
Jungk ha voluto legare alla città di Salisburgo la sua biblioteca e l’archivio dei manoscritti e dei documenti raccolti
nella sua lunga vita di lavoro, di insegnamento e di passione civile, di persona attenta al futuro, istancabile nel parlare dei pericoli provocati dalla miopia e dall’arroganza del
potere e nel diffondere un messaggio di speranza e di coraggio.
Pace e ambiente
Ogni anno comincia con le autorità politiche, morali e religiose che invocano la pace. Una pace che è indispensabile
per salvare vite umane ed evitare dolori umani, ma anche
per salvare il pianeta e l’ambiente. È la tesi di un dimenticato libro di Barry Commoner, Far pace col pianeta (Milano, Garzanti, 1990) e il tema è ripreso in un libro, Ambiente e pace: una sola rivoluzione (Milano, Edizioni
Punto Rosso, 2008), di Carla Ravaioli, autrice di molti altri
libri sul lavoro, sull’economia e sull’ambiente. Anche per
tutto il primo decennio del XXI secolo, i cannoni e le bombe hanno fatto sentire la loro voce in tante parti del mondo: in Palestina, in Iraq, in Afghanistan, nel Myanmar, in In227
donesia, nel Pakistan, in India, nel Darfur, nel Congo, in Nigeria, nello Sri Lanka, eccetera, uccidendo insieme persone e foreste, inquinando le acque e distruggendo abitazioni e campi coltivati.
Quante volte si è ripetuta la stessa storia! Sodoma e Gomorra, le ricche città sul Mar Morto in Palestina, sono state messe a ferro e fuoco (lo racconta il capitolo 13 della
Genesi) da chi voleva impadronirsi dei loro giacimenti di
sale (materiale strategico prezioso, quattromila anni fa, come oggi il petrolio). Ogni popolo invasore ha reso sterili le
terre e i pascoli del nemico e anche in tempi più vicini a noi
le stesse ricchezze della natura, che la pace e un’equa distribuzione potrebbero far utilizzare e godere da tutti i popoli della Terra, sono diventate la fonte della violenza e
delle guerre. Gli europei del Cinquecento, con la scusa di
portare la civiltà cristiana ai “selvaggi”, miravano a conquistare materie prime preziose – le spezie, l’oro, l’argento –
per le quali non esitarono a sterminare i nativi che avevano la pretesa di ritenere che tali beni naturali fossero loro.
La stessa cosa avvenne nel Nord America, dove i coloni
bianchi distrussero pascoli e boschi e sterminarono i nativi, quelli che noi chiamiamo “indiani” o pellirosse. Distruzione della natura per la conquista di materie preziose hanno caratterizzato le guerre, nella metà dell’Ottocento, fra
Cile e Bolivia per il salnitro (1879-1883), fra Brasile e Bolivia per la gomma (1899-1903) e la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) per la conquista dei ricchi giacimenti di
carbone, di minerali di ferro e di sali potassici dell’AlsaziaLorena. Durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945),
le violenze ambientali hanno accompagnato la spinta dei
228
giapponesi alla conquista del petrolio e della gomma del
Sud-est asiatico e dei nazisti alla conquista dei giacimenti
petroliferi sovietici del Mar Caspio.
I perfezionamenti tecnici hanno offerto sempre più “efficaci” mezzi di distruzione di vite umane e dell’ambiente: dalle armi chimiche usate nella Prima Guerra Mondiale, fino
alle bombe atomiche, la superarma che può avvelenare
persone e natura in tutto il pianeta per decenni e secoli.
Durante la guerra del Vietnam (1959-1975), gli erbicidi
usati dagli americani per distruggere la giungla in cui trovavano rifugio i partigiani Vietcong, non solo fecero scomparire centinaia di migliaia di ettari di foresta tropicale, ma
contaminarono grandi estensioni di campi e terreno e il
corpo degli abitanti e degli stessi soldati americani con la
diossina, una sostanza tossica e cancerogena che era presente come impurità nei prodotti sparsi dagli aerei. La
diossina, entrata con la guerra nel vocabolario mondiale, si
sarebbe poi trovata nelle fabbriche di sostanze clorurate,
come quella che avvelenò i campi di Seveso (1976), nei fumi degli inceneritori di rifiuti, e in molti altri luoghi.
Durante la lunga guerra Iran-Iraq (1980-1988) e nelle due
guerre del Golfo (1990-1991 e 2003) i cieli furono invasi
dai fumi degli incendi dei pozzi petroliferi, il petrolio ricoprì larghi tratti del Golfo Persico, il delicato ecosistema
dello Shatt al-Arab, l’estuario del Tigri-Eufrate, fu sconvolto e sulle terre furono sparse polveri contenenti uranio impoverito. Durante le lunghe guerre nella ex-Jugoslavia
(1991-1993), le esplosioni e gli incendi delle fabbriche
bombardate sparsero veleni nei terreni e nei fiumi. Le
guerre e guerriglie in Africa, nel Sud-est asiatico, in Afgha229
nistan da anni provocano la distruzione delle foreste, immettono milioni di tonnellate di gas dannosi nell’aria, fanno finire i rifiuti tossici nei fiumi; la mancanza e l’inquinamento dell’acqua peggiorano le condizioni igieniche di milioni di persone e facilitano la diffusione di epidemie.
Ciascuna delle guerre per le materie prime si lascia alle
spalle terre desolate, montagne di scorie tossiche e radioattive. Il valore monetario delle perdite di ricchezze economiche e ambientali che la pace avrebbe potuto e potrebbe
evitare sono stimate in 2000 miliardi di euro all’anno, quasi una volta e mezzo il Prodotto Interno Lordo dell’Italia, a
parte le perdite di vite umane e di beni della natura che
non hanno prezzo. Mentre nei Paesi sviluppati ci si sforza,
bene o male, di ridurre l’inquinamento dell’aria, di costruire depuratori, di salvaguardare e proteggere alcune zone di
boschi e vegetazione, in molti Paesi sottosviluppati le guerre, in cui direttamente o indirettamente sono stati e sono
coinvolti, lontano da casa propria, gli stessi Paesi sviluppati arrecano continui danni ad ecosistemi delicati e irriproducibili.
Sembra che i Paesi progrediti si sforzino di tenere pulita la
propria casa contaminando la casa altrui, facendo finta di
non accorgersi che l’ambiente è tutt’uno, che l’aria è la
stessa, nei cieli di Londra o di Bassora, che il mare è lo
stesso, sia esso il Mediterraneo o il Golfo Persico. Mentre a
Roma o a Milano i laboratori giustamente controllano se la
concentrazione delle polveri microscopiche sospese nell’aria urbana superano le soglie di sicurezza, nel qual caso
scattano doverosi provvedimenti di limitazione del traffico,
a Bagdad nel marzo-aprile 2003 cinque milioni di persone,
230
donne e uomini come noi, hanno respirato per giorni interi aria carica non solo di polveri, ma di ossidi di zolfo, mercurio, diossine, furani, sostanze cancerogene. Non ci sarà
mai pace con l’ambiente naturale se non ci sarà pace fra gli
esseri umani che tale ambiente abitano, e non ci sarà mai
pace fra gli abitanti della Terra senza un’equa distribuzione dei beni che la Terra offre. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta,
della pace.
231
Gaia Onlus, il pianeta che vive e che legge
L’Associazione Gaia Animali & Ambiente nasce nel 1995 per iniziativa di un
gruppo di giornalisti, di ambientalisti, di animalisti e di imprenditori nel campo
della comunicazione, tra i quali Edgar Meyer (attuale presidente), ricercatore,
storico dell’ambiente e giornalista, Stefano Apuzzo, ex-parlamentare, giornalista ambientalista e scrittore, Stefano Carnazzi, scrittore e direttore editoriale di
Lifegate Magazine e Lifegate Radio.
L’Associazione promuove, da subito, campagne di forte impatto mediatico. Le
iniziative sono prevalentemente per la difesa degli ecosistemi e delle foreste
pluviali, contro l’abbandono degli animali, per lo sviluppo sostenibile, per la diffusione dei prodotti “bio”, per la salute umana. L’Associazione viene riconosciuta come Onlus – Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale e collabora con ministeri e istituzioni nazionali e locali.
Dal settembre 2004, viene creato Gaia Lex, il centro di azione giuridica dell’associazione che si occupa di dare informazioni e risposte alla richiesta di assistenza legale dei cittadini sui temi dei diritti animali e della salvaguardia ambientale.
La collaborazione con aziende amiche dell’ambiente, e la denuncia di attività
produttive devastanti per l’ecosistema, rendono Gaia un’associazione attenta
al mondo delle imprese e alla comunicazione.
Dal 2006, Gaia è titolare della collana editoriale intitolata “I Libri di Gaia – Ecoalfabeto” con la casa editrice Stampa Alternativa, con la quale sono stati pubblicati diversi libri sulle tematiche dell’ambiente e della sostenibilità, dei diritti
animali, della salute umana e della sicurezza alimentare. Tra i titoli pubblicati ricordiamo: Fido non si fida, Qua la zampa, Bimbo Bio, Homo scemens, Dalla
luna alla terra, Quattrosberle in padella, Foglie di fico, Farmakiller, EcoLogo,
Cosmesi naturale e pratica, Le ecoconserve di Geltrude, Ecoalfabeto, United
business of Benetton, Senza trucco, La città del Sole, Bici ribelle, Quattrozampe in tribunale.
Gaia Animali & Ambiente Onlus è in Corso Garibaldi 11 a Milano (tel/fax
02.86463111 – mail: [email protected]), con sedi decentrate in
diverse città italiane, in Congo (R.D.) e in Gabon.
www.gaiaitalia.it
Indice
Introduzione di Edgar Meyer 5
Pi oni er i 9
Occam e l’elogio della semplicità 9
Marie Curie e la scoperta del polonio 12
Vladimir Ivanovich Vernadskij: la biosfera e la noosfera 16
Cecil Pigou e le radici dell’economia ambientale 21
Girolamo Azzi e la prima cattedra di ecologia 24
Georgescu-Roegen, padre dell’economia ambientale 27
Barry Commoner: chiudere il cerchio della natura 31
Ecol ogi a 35
Ecologia e storia 35
George Perkins Marsh 40
Garret Hardin e la parabola della mucca 45
Robinia 49
Sprecare meno natura 52
Agosto torrido: commerci e clima 56
Io amo la ginestra 59
Acqua 63
La virtù della solidarietà 63
L’acqua intorno a noi 66
Guerre per l’acqua 71
Il costo in acqua delle merci 74
Il mare intorno a noi 77
Di chi la colpa? 80
Veleni nel mare 84
Ener gi a 88
Le “cinque lampadine” e l’inizio dell’energia geotermica 88
Eugenio Barsanti e l’invenzione del motore a scoppio 91
Il picco di Hubbert 96
Nucleare: nessun sito adatto in Italia 99
L’energia osmotica 103
Vita, morte e miracoli del petrolio 107
Gassificazione sotterranea del carbone 110
Mer ci e ambi ent i 115
Fiammiferi e veleni 115
Goodyear e la scoperta della vulcanizzazione 118
Plastica 121
La guerra delle terre rare 124
Olio di palma 128
L’auto elettrica e il litio 131
Lavor o e Ambi ent e 136
Love Canal: una bomba a orologeria 136
La premiata ditta Bossi 140
Seveso 145
La trappola dell’amianto 148
Le ragazze del radio 152
La tragedia di Marcinelle 157
Ri f i ut i 162
La riciclo-logia 162
L’oro nelle fogne 166
Quanto cibo buttato via 170
Carburanti dal pattume 174
Lana verde 178
Sol ar e 182
La scoperta della fotoelettricità del selenio 182
Il Sole eliminerà tutta la povertà 186
Rudolf Diesel e il motore a olio di arachide 189
Il Sole, il vento e il buio 193
Non c’è pace 199
Pace 203
Voglia di pace 203
Tecnica e cultura: Lewis Mumford 206
Scienza e pace: Linus Pauling 216
L’uomo del futuro 224
Pace e ambiente 227
Gaia Onlus, il pianeta che vive e che legge 233
Finito di stampare nel mese di dicembre 2010
dalla tipografia Iacobelli srl, Pavona (Roma)