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robiniaOnline
FELICI TROPICI.
Non ci sono più le mezze stagioni
APPUNTI PILIPINI
Central Visayas, Filippine
«Le Filippine?» chiese una volta un generale americano. «Che cosa sono? Una qualche specie di
sardine?»
[ Tiziano Terzani, "In Asia" ]
Il viaggio comincia la mattina della vigilia di Natale quando, invece di sfinirmi di aperitivi a Bari
vecchia, ero incolonnata al check-in della Cathay Pacific dell'aeroporto di Fiumicino, insieme a
centinaia di filippini pimpanti che impugnavano carrelli carichi di valigie, misteriose scatole di
cartone e alcuni panettoni e pandori, molti dei quali sarebbero arrivati a destinazione mezzi
sfondati. In quel momento pensavo che i filippini immigrati all'estero se la tirassero di più rispetto ai
filippini rimasti a casa loro, anche se poi ho scoperto che, poiché il popolo filippino è uno di quelli
che se la tira di meno in assoluto a livello mondiale, anche i filippini emigrati non se la tirano poi
tantissimo.
Sorvoliamo il mar Adriatico e il mar Nero, ma poco prima del Caspio mi addormento perdutamente e
quando mi sveglio è già buio. Il breve volo da Hong Kong a Manila mi viene addirittura anticipato e lo
trascorro in quel sonno profondo tipico dell'alta quota da cui mi sveglia la mia vicina che, all'apparire
dei primi lembi delle sue isole natie, inizia a piangere dalla commozione. Io vorrei farla sedere al mio
posto-finestrino, ma non si può perché è già accesa la cintura di sicurezza luminosa che segnala la
fase di atterraggio, così lei mi racconta che quando si è trasferita in Italia ha dovuto abbandonare la
sua figlioletta di soli tre mesi con il marito e oggi fa ritorno a casa dopo ben cinque anni di assenza.
Entrambi dovrebbero essere là ad accoglierla, come cerca di accertarsi digitando qualcosa sul
cellulare — anche se io penso che, secondo le più elementari norme di sicurezza, in volo dovrebbe
tenerlo spento.
Manila International Airport
Un posto per il vecchio c'è / non fa questioni e lava la sua roba / la luce qui si spegne alle ventitré /
non sarà mai come nei bar di Manila.
[ Ivano Fossati, "Manila '23" ]
Giunta all'aeroporto internazionale di Manila, esco a fumarmi una sigaretta nell'aria satura di umidità
e mi metto a conversare con un tassista della differenza tra taxi normale e taxi metered (che costa
meno perché lo dividi con altri passeggeri). Poi lui mi interrompe delicatamente per informarmi che
se non esco dall'aeroporto non potrò in alcun modo incontrare il mio amico e mi spiega che devo
uscire seguendo le indicazioni dell'iniziale del cognome.
Le uscite sono due, come in certi corsi universitari: A-L da un lato ed M-Z dall'altro; seguendo
ligiamente l'incanalamento contrassegnato dalle lettere M-Z mi rendo conto che in strada esistono
presumibili 26 spazi simili a quei box auto presenti al piano interrato degli ipermercati (con i
pilastrini di cemento pieni di segni di carrozzerie di auto che hanno sbagliato manovra), dove i
passeggeri appena sbarcati si sistemano in attesa di essere riconosciuti dai loro parenti venuti a
prenderli. Molti non tornano a casa da molti anni e magari sono invecchiati: infatti ho visto alcuni
parenti che si chiedevano se il passeggero posizionato dentro il box con la lettera R fosse davvero la
persona che aspettavano.
Dopo essere rimasta alcuni minuti impalata ad osservare questi movimenti, tra sgommate, clacson e
continui quanto inutili fischi dei vigili, decido di lasciarmi alle spalle questo inusuale mercato dei
parenti, pensando che a noi tutta questa storia dei cognomi non ci può essere di nessuna utilità,
poiché il mio amico è più alto di minimo venti centimetri rispetto a tutti gli altri parenti e inoltre noi
non ci vediamo da sole tre settimane e non credo di essere invecchiata tantissimo.
Mentre tutti gli ex-passeggeri insieme ai loro relativi parenti vanno a festeggiare la santa festività a
casa propria, noi andiamo a mangiare in un ristorante indiano, che tanto a loro del Natale non
interessa un cavolo. Manila City, una delle città più caotiche e congestionate del pianeta, oggi è
innaturalmente tranquilla e silenziosa, i viali sono deserti e noi ci rinfreschiamo dal caldo umido
bevendo una coca in un baretto, vicino ad un sontuoso presepe di cartapesta.
Seven thousand islands
Queste Filippine sono un arcipelago di circa settemila isole — di cui solo duemila abitate — che
spunta fuori dall'Oceano Pacifico a sud della Cina. In questo mio breve viaggio, che mi ha visto
razzolare nella regione delle Central Visayas, ne ho calpestate soltanto sette: quattro delle maggiori
(Luzon, Cebu, Bohol e Negros), tre piccine (Panglao, Siquijor e Mactan) e purtroppo nessuna
disabitata. La prima è la più facile: a Luzon sorge Manila con il suo aeroporto dedicato a Ninoy Aquin,
il capo dell'opposizione a Marcos ucciso in un attentato voluto dal regime.
La seconda, Cebu, la sto per raggiungere con un volo pomeridiano acquistato su Internet. In attesa
dell'imbarco nel pulitissimo bagno dell'aeroporto mi confronto con queste curatissime filippine che
non fanno altro che spazzolarsi i capelli lisci e lucidi e specchiarsi con molta attenzione per verificare
se tutti gli abiti e gli accessori siano perfetti, mentre io sono proprio un cesso dopo un autunno
lavorativo tristissimo e un volo intercontinentale nel quale, a causa dello sfasamento di orario, non
ho dormito a sufficienza.
Sbarchiamo al Cebu Airport che è già buio (il sole cala prima delle 18) e chiediamo informazioni sulle
accomodation alla signora del desk apposito, la quale ci fa capire che l'isola di Mactan, su cui
fisicamente l'aeroporto è situato, non fa assolutamente al caso nostro, in quanto è un covo di
prestigiosi resort, lussuosi centri diving e spa da sogno molto poco filippini. Così prendiamo una
stanza in una losca pensione di Cebu City, la seconda città più grande del Paese, nota per i suoi
sofisticati night e bar dove, volendo, puoi conoscere una sfaccendata ragazza filippina e proporle di
passare una settimana di vacanza al mare con te.
Panglao
Al mattino ci facciamo condurre al porto, con l'intenzione di raggiungere una qualche isola dotata di
spiagge bianche e palme diagonali. Secondo il tabulato degli orari e il parere personale di alcuni
personaggi interpellati sul posto (tra cui una coppia di missionari francescani di lingua spagnola), la
meta più indicata è l'isola di Bohol, e in particolare la località di Panglao, anch'essa una piccola isola,
collegata da due ponti alla città dove approda il traghetto. Ci sono altri turisti bianchi che attendono
di partire alla volta della stessa isoletta, anche se loro hanno la Lonely Planet e hanno già
sottolineato gli eventuali hotel dove alloggiare, mentre noi la guida non ce l'abbiamo.
Questi turisti francesi, inglesi, tedeschi, neozelandesi, sicuramente sono riusciti prima di noi ad
accaparrarsi un posto per dormire, mentre noi mangiamo spiedini di pollo alla brace, passeggiamo
scherzando con i ragazzini, diamo un'occhiata al mercato, e infine ci facciamo trasportare da un
guidatore di triciclo poco operativo in una spiaggia che nemmeno noi conosciamo. Fino a che, quando
ormai stanno per calare le tenebre, ci dà un passaggio non richiesto un filippino sovrappeso
americanizzato, che aveva affittato un pulmino privato e che ci offre con molta prodigalità qualcosa
di fresco da bere dal loro frigo bar portatile, mentre si sbaciucchia con la sua fidanzata.
Alona Beach
Il finto californiano ci risolve il problema di dove andare, perché ci fa scendere nei pressi di Alona
Beach, la spiaggia più rinomata. L'atmosfera è molto vacanziera e spensierata mentre partecipiamo
all'happy hour di questo locale sulla spiaggia con le lucine e le cameriere sorridenti. Il contesto è
molto invitante, considerata anche la presenza di un arpista molto bravo che suona i pezzi dei
Bonjovi, ma purtroppo dobbiamo andare a cercare una camera, cosa che poi è risultata abbastanza
agevole una volta allontanatici dalla spiaggia, perché abbiamo trovato un bellissimo cottage situato
in un ampio giardino.
Per la cena sulla spiaggia sono allestiti buffet di pesce ancora crudo che su ordinazione viene
grigliato. Noi scegliamo il posto meno tiroso, gestito da una specie di attrice di film di Tarantino un
po' sfiorita e dall'espressione vagamente allusiva. Anche dopo le dieci è possibile proseguire la serata
in un paio di bar che propongono musica dal vivo, anche se, ascoltando bene, ci si rende conto che il
chitarrista e il cantante si sovrappongono ad una base tipo karaoke di noti pezzi come “Hotel
California”, “Losing my religion”, “Carrie” degli Europe e molti dei Guns'n'Roses, che sono molto in
auge tra i filippini nonostante il fatto che essi non possiedano nemmeno un briciolo della grinta
giusta per eseguirli. Grazie a queste canzoni molto passionali, i due fidanzati francesi che da Cebu
City praticamente non si rivolgevano la parola possono fare pace, ed anche la tedesca mastodontica
con i capelli corti può trovare un partner, che si capiva era il suo obiettivo principale (e infatti lo
trova subito).
A Panglao siamo rimasti tre notti, abbiamo mangiato più di una volta nel ristorante della finta attrice
di Tarantino, che prepara degli ottimi noodles alle verdure, e abbiamo frequentato la spiaggia
contigua, quasi vuota perché tutti sono in giro a fare diving, hopping, snorkeling ed altre attività che
finiscono in -ing. Mi sono fatta fare un fantastico massaggio sulla sabbia e ho anche guardato i fondali
con la maschera, che sono ricchi di stelle marine blu elettrico oppure rosa con chiazze marroni.
Purtroppo il secondo giorno non ha fatto altro che piovere e questo è davvero troppo dopo che mi ero
sciroppata più di tredici ore di volo. Allora il pomeriggio alle cinque ci siamo seduti al tavolo di
questo minimarket-bar e abbiamo bevuto vino rosso fino a sera insieme a vari europei ed americani
definitivamente trasferitisi qui nelle Filippine, e poi ci siamo spostati nel ristorante di fronte, dove
abbiamo mangiato varie parti di pollo e maiale al barbecue spalmate con una salsa dolciastra
accompagnate da riso scondito e abbiamo conosciuto vari gruppi di turisti cinesi e svizzeri e anche di
filippini con i loro bambini molto teneri.
Public transport
Decidiamo di raggiungere l'interno dell'isola di Bohol, dove sono presenti queste famosissime
Chocolate Hills, che volendo puoi votare su internet per farle entrare tra le dieci meraviglie del
mondo. Certi turisti stanziali a Panglao pagano circa 30 euro per andarci con un pulmino (di cui non
riesco a immaginare la portata stratosferica di aria condizionata) in una gita organizzata che
comprende anche la navigazione sul fiume di Loboc e la visita ad una scimmietta minuscola con gli
occhi a palla di nome tarsier, che è l'attrazione faunistica del luogo.
Noi invece prima di tutto saliamo su un jeepney, che sarebbe un pulmino pubblico ricavato dalle jeep
americane allungate con dei pezzi di lamiera e decorate con disegni coloratissimi un po' lisergici e
scritte inquietanti come, ad esempio, "God bless us". Per scendere è previsto un raffinato sistema di
pugni sulla carrozzeria, seguiti a ruota da suoni codificati emessi dal bigliettaio, il quale viaggia
attaccato sul predellino posteriore con le banconote dei passeggeri infilate tra le dita nel senso della
lunghezza. Di norma tutti tendono a sedersi verso l'uscita per poter saltare giù al volo, così chi entra
deve superare tutti i filippini seduti, che comunque non occupano tanto spazio. Le abitudini locali
contemplano inoltre che le donne portino pressato sul viso un fazzoletto che le preservi dalla polvere
e dallo smog, mentre gli uomini abbiano sempre a portata di mano un più rustico straccio che serve a
molteplici scopi, tra i quali asciugarsi il sudore.
Poi a Tagbilaran saliamo su uno di quei pullman a lunga percorrenza, gialli e con tutte le finestre
spalancate, dotati di sedili lillipuziani, tipici di questo Paese dove i divani in vendita sono minuscoli, i
letti degli hotel di bassa categoria sono corti, persino i tovagliolini di carta sono grandi la metà, se
non un quarto, dei nostri. Anche su questo pullman il bigliettaio provvede a passare da tutti i
passeggeri, districandosi nell'ammasso di corpi, per chiedergli la destinazione e dargli il biglietto;
dopo un po' fa da capo il giro per farsi pagare e infila le banconote tra le dita. Inoltre, dà manforte ai
passeggeri che bussano sulla carrozzeria, con l'ausilio di un fischietto oppure urlando “Para!”, per
dire fermati, e “Sige!”, per dire prosegui, praticamente in spagnolo, che è la lingua che a quanto
pare più è rimasta nei loro dialetti.
Su questo bus, oltre al festone dorato che augura buon Natale e buon anno nuovo, c'è un sofisticato
sistema per cui quando il conducente tiene premuto il freno, si accende una scritta luminosa rossa
che recita, a nome di tutti noi, "Pray for us". Negli autobus, come d'altra parte nei bar, nei ristoranti,
nei negozi, nei taxi, nei traghetti, c'è sempre la musica ad un volume altissimo e, dove è fisicamente
possibile, anche un televisore che trasmette videoclip.
Chocolate Hills
Una popolazione di pelfetti pulitoli di case.
[ Elio e le storie tese, "Pilipino rock" ]
Dopo aver attraversato una meravigliosa fittissima foresta pluviale, nei pressi delle prestigiose colline
di cioccolato il bigliettaio ci fa scendere e subito siamo presi in carico da un motociclista che ci
propone di accompagnarci al "complex". Questo fatto che sono tutti così gentili con noi, che ci
riservano i posti migliori, ci danno consigli disinteressati e non sono proprio capaci di ragionare in
termini di tornaconto personale, da un lato è un commovente miracolo, quasi unico al mondo,
dall'altro mi fa stare un po' in pena, perché lo sconfinamento nel servilismo è veramente dietro
l'angolo.
Il "complex" è una rotonda di cemento sormontata da una tettoia, circondata da venditrici di gelato e
massaggiatori ciechi, e abbellita dai manifesti della scimmietta dagli occhi a palla. Accanto vi è una
articolata scalinata composta di 214 gradini che porta al punto panoramico, dal quale si possono
vedere tutte queste centinaia di tette senza capezzolo che sono verdi nella stagione umida e marroni
al termine di quella secca. Per questo motivo sono definite Chocolate Hills e nei manifesti
pubblicitari che infestano il Paese le mostrano metà verdi e metà marroni, con un ben riuscito
ritocco fotografico.
Al termine di questa visita, che ci ha visto entrare in acerrima competizione fotografica con i
giapponesi e i coreani, una venditrice di gelati ci ha risolto il problema di abbandonare la location
(dove stazionavano soltanto pulmini privati dotati di arie condizionate potentissime e schermi
televisivi), mettendosi in comunicazione telefonica con un giovane parente dotato di motocicletta.
Questi è venuto a prenderci, subito dopo abbiamo forato, è riuscito a procurarsi un altro scooter
funzionante e ci ha depositati a Carmen, vicino ai venditori di botti di capodanno.
At the market
Mentre facciamo colazione con caffè e torta alle banane, si avvicina un vegliardo molto ansioso di
scambiare due parole con noi. Saputo che cerchiamo un alloggio in città, ci comunica che non
esistono pensioni, ma che può chiedere a una coppia di suoi amici di affittarci una stanza. Giunti in
questa villa poco distante, facciamo conoscenza con i padroni di casa, stravaccati nel patio come due
cani malati: lui posizionato su una specie di lettino ginecologico di legno, lei semisdraiata su una
panchetta. La vecchia, appreso che non siamo una coppia sposata, si rifiuta categoricamente di
accoglierci nella sua puritana magione e si chiude subito in un silenzio ricco di significato. A quanto
pare le Filippine hanno preso molto seriamente i discutibili regolamenti interni della Chiesa
cattolica: non possono convivere se non sono sposati, non possono divorziare né abortire.
Al nostro uomo dispiace tantissimo non aver potuto combinare l'affare; noi invece non ci
preoccupiamo minimamente, poiché il motociclista di prima ci aveva consigliato un lodge a
pochissimi chilometri dalla cittadina. Qui sembra di stare a casa, con la ciarliera tenutaria che ci
spadella un ricco piatto di noodles alle verdure e ci cucina un paio di uova fritte per secondo.
Nell'ampio giardino è in corso una movimentata festa delle medie che termina verso le dieci dopo
numerosi tuffi in piscina e primi approcci sentimentali.
Al mercato di Carmen siamo l'attrazione del giorno: accorrono anche dai banchi più lontani e si
immobilizzano con le braccia incrociate per guardare lo spettacolo di due italiani che comprano
scarpe di plastica e DVD cinesi. Ci aggiriamo nel reparto pesce secco, frutta e verdura, dove le noci
di cocco vengono svuotate da una specie di spremiagrumi elettrico gigante che trasforma il contenuto
in farina. Tutti sono felici di sapere che siamo italiani perché hanno tanti amici che vivono nel nostro
Paese.
Al ritorno sul bus per Tagbilaran siamo tentati di scendere nella zona del fiume Loboc e dell'orrenda
scimmietta minuscola, come tutti in coro ci avevano consigliato prima della partenza del bus, ma la
pioggia incessante ce lo impedisce. Giunti in città, facciamo un giro nel mall, dotato come al solito di
aria condizionata impressionante e pieno di gente che mangia allietata dalle note stucchevoli delle
canzoni di Natale.
Fully booked
Partiamo per Siquijor. Nel traghetto i film trasmessi, e da tutti seguiti con molta partecipazione, sono
le solite americanate per cui il popolo filippino, del tutto succube degli Stati Uniti, impazzisce. L'aria
condizionata raggiunge temperature polari e dunque non c'è da sorprendersi se la sera il mio amico
soccombe ad una febbre con nevralgia tipica da “aircon”, da cui nemmeno io qualche giorno dopo
resterò immune. A Siquijor si arriva molto tardi e i tricicli attendono gli ultimi passeggeri sbarcati.
Essendo il 30 dicembre dovevamo aspettarci che i resort fossero tutti “puli buk”, ma grazie alla
solerzia del guidatore di triciclo, che rivolta l'isola come un calzino per più di un'ora, riusciamo a
trovare un alloggio in una guest house di proprietà tedesca, situata accanto all'ospedale (dove però
tutti già dormono e non possiamo nemmeno comprare dell'acqua per prendere l'aspirina).
Per trascorrere in un posto più ameno il capodanno, vado alla ricerca di un hotel sulla spiaggia. Un
ragazzo mi accompagna in moto, basta che gli pago la benzina (che vendono dentro alle bottiglie di
coca-cola). In questo giro perlustrativo noto che l'isola è rigogliosa, piena di palme e gente che
aggiusta tricicli o ripara le reti o fa volare aquiloni. Il primo resort è situato sulla spiaggia e dotato di
un ottimo rapporto qualità-prezzo. Peccato che i vicini sono dei tagliatori di alberi di cocco,
nemmeno troppo esperti con la motosega, e questo frastuono non è proprio l'ideale per ristabilirsi da
un'influenza, nonostante la spiaggia bianca, ricoperta di gusci di noci di cocco, a pochi passi.
Fireworks
Raggiungiamo la località di San Juan con un triciclo e lì sulla spiaggia incontriamo, nell'ordine:
filippino americanizzato in compagnia di maiali e fidanzata, che ci propone di prendere in affitto una
palafitta a due metri dal mare circondata da numerosi, preoccupanti galli; una signora filippina,
sposata con un tedesco, che ha a disposizione una stanza su un albero; un australiano dalle movenze
topolinesche che ha terminato le camere ma che ci affitta uno scooter. A questo punto, provvisti di
un mezzo privato, schivando i cadaveri di rane morte sulla strada, raggiungiamo un resort sulla
spiaggia in cui ci sistemano in un cottage enorme a due piani molto elegante.
Siamo invitati al buffet di capodanno previsto per le otto; in effetti due giovani stanno arrostendo
due maialini da latte allo spiedo lì fuori, e questa attività proseguirà per le due ore successive sotto
una pioggia incessante, da cui si riparano con delle foglie di banano grandi come vassoi. Il buffet è
molto appetitoso, se togliamo il tipico piatto di pasta scotta condita con maionese e ananas e il misto
di interiora di maiale piccante. Gli invitati sono i numerosi parenti della moglie del boss (un giovane
europeo occhialuto sempre sorridente) e Sudoku, il nostro vicino di cottage, un bianco sui
settant'anni (inseparabile dal suo zainetto), la cui unica occupazione quotidiana era risolvere
appassionanti rompicapo sul suo giornaletto. Gli altri cottage sono occupati da due coppie di
puttaniere con filippina, che non partecipano al buffet.
A mezzanotte, quando i parenti maschi sono ciucchi di rum, inizia la gara di botti e fuochi d'artificio
che ammiriamo sulla spiaggia. Uscendo in strada invece la tentazione è di mettersi a strisciare sui
gomiti, in quanto il fumo, gli scoppi, il buio e la vegetazione tropicale creano un molto verosimile
effetto Vietnam nelle scene di "Apocalipse Now".
New Year's Day
Il primo dell'anno esploriamo l'isola in moto, constatando che i filippini festeggiano giocando a
biliardo, a basket (sport nazionale nonostante l'altezza media sia di un metro e 50), o partecipando ai
combattimenti di galli, che è uno dei loro passatempi preferiti, e infatti in tanti portano in braccio la
loro amata bestiola, lucida e ben alimentata con mangimi energizzanti.
Noi invece attraversiamo il centro dell'isola, più montagnoso, e poi sbuchiamo dall'altra parte dove ci
fermiamo sulla spiaggia di Salagdoong, vicino la cittadina di Maria, frequentata da filippini che
bevono birra, lanciano sassi nel mare, fanno pic-nic e mi guardano (scopro infatti che le donne
filippine fanno il bagno completamente vestite, e anzi la maggioranza non lo fa proprio il bagno).
Proseguiamo a costeggiare l'isola fino ad arrivare a Lazi, dove un uomo lava un lunghissimo intestino
di maiale nel mare, assistito da un ragazzo ritardato che blatera continuamente. Nei paraggi ci sono
una chiesa e un convento spagnoli dell'Ottocento, a cui hanno sostituito il tetto con una orrenda
lamiera bordeaux.
L'aperitivo lo prendiamo da un tedesco, anche lui sposato con una filippina (anche perché, se non
hanno un socio indigeno, gli stranieri non possono aprire attività commerciali). Questi è un
mastodontico uomo alto più di due metri che fa una certa impressione perché mezzo polpaccio gli è
stato mangiato da uno squalo, in Australia. Per la cena invece torniamo dall'australiano John,
sperando che non si accorga che il casco ci è rotolato giù dalla moto e si è tutto scheggiato. Qui i
nostri commensali sono un sosia di Alvaro Vitali (che John ci spiffera sia italiano) in compagnia di
signorina filippina molto molto annoiata, e una coppia alternativa in cui è lei l'europea e lui il
filippino.
Mentre attendiamo che ci griglino il pesce, assistiamo al video-karaoke sulla spiaggia, che è
un'attività tra le più amate nel Paese: le canzoni prescelte sono sempre molto passionali, i video che
le accompagnano invece come tematiche hanno paesaggi marini pieni di palme e tramonti, culi e
tette, appassionanti partite di basket.
Big waves
Il 2 gennaio i traghetti riprendono il loro quotidiano andirivieni dopo la pausa festiva, e noi decidiamo
di lasciare l'isola. I tre quarti d'ora del viaggio fino a Dumaguete sono indimenticabili: il mare è
agitatissimo, non c'è l'aria condizionata, siamo tutti stipati al chiuso con la porta ermeticamente
chiusa e sudiamo copiosamente. La tragicità della situazione viene immediatamente messa in
evidenza dai numerosi rosari che compaiono nelle mani delle filippine, e poi punteggiata da frequenti
conati di vomito nelle retrovie. Scesi finalmente sulla terraferma, ancora incapaci di mantenere una
posizione stabile sulla banchina, conosciamo dei toscani. Costoro, apparentemente meno turbati di
noi dall'esperienza, ci propongono di seguirli a Moalboal (che si trova su un'altra isola, raggiungibile
con un traghetto di soli 20 minuti) perché hanno saputo da "fonte attendibile" che da quella parte è
bel tempo.
Per una questione di attimi, non riusciamo a comprare il biglietto per il primo traghetto, così i
toscani, più tempestivi di noi, si imbarcano credendo di vederci dopo poche ore a Moalboal. Invece
accade che il traghetto successivo non riesce nemmeno ad attraccare tanto le onde sono alte. Il
poliziotto con cui mi metto a chiacchierare non riesce a capire la nostra preoccupazione per il mare
grosso: secondo lui infatti non c'è alcun pericolo di tifoni. A questo punto tiriamo un sospiro di
sollievo, ci facciamo rimborsare il biglietto e mandiamo a quel paese Moalboal, la compagnia di
navigazione, i poliziotti e naturalmente i toscani, che a dirla tutta erano un po' boriosi e parlavano a
voce troppo alta.
Freedom
Dalla stazione dei bus partiamo per il nord dell'isola di Negros, percorrendo una strada costiera
parallela alla dirimpettaia isola di Cebu, che raggiungeremo in traghetto quando le acque si saranno
calmate. La scelta della località dove scendere dipende fondamentalmente dalle promesse nascoste
nel nome. Scartata l'interessante Vallehermoso, non per motivi toponomastici ma perché troppo
piccola e vicina, scendiamo a La Libertad, che non è male come premessa. Scendiamo nel buio più
totale e percorriamo la piazza dove volti e attività in corso sono poco visibili e dunque, ci viene
subito da pensare, loschi. Dopo pochi minuti però ci ricordiamo che siamo nelle Filippine e quasi
proviamo vergogna della nostra sensazione di insicurezza.
Si avvicina un ragazzo che ci propone di accompagnarci in un resort distante pochi chilometri,
insieme ad un amico che guida un triciclo e ad altri due o tre sfaccendati che si appollaiano sul
mezzo. Il lodge è enorme, ha i cottage di legno, la musica da discoteca e la piscina dove un ragazzo
butta il cloro a mani nude. Il vento inclina le palme e alcuni poliziotti armati fino ai denti bevono
birra e ridono. Si scopre che in questo resort spesso alloggiano i rappresentanti dell'ambasciata
americana e per questo è richiesta la massima sicurezza. Per cena riusciamo a rimediare soltanto una
coscia di pollo e del riso scondito, con un calcolo delle porzioni assolutamente filippino.
Al mattino fervono i preparativi per il ricevimento di matrimonio che avrà luogo di lì ad alcune ore.
La signora dell'internet cafè è curiosa di sapere tutti i pettegolezzi, mentre attende con noi il bus per
San Carlos; ne approfitta per raccontarci a sua volta dei suoi figli laureati e di suo marito che fa
l'imprenditore in Florida, e di quella volta che andò a San Carlos per imbarcarsi per l'isola di Cebu,
ma i traghetti non partirono e fu costretta a dormire in una pensione pulitissima e confortevole nella
piazza principale.
San Carlos
Facciamo sosta a Kanlaon, una località interna in alta quota, raggiungibile attraversando una valle
piena di risaie terrazzate. Il panorama è molto gradevole e beviamo un ottimo caffè insieme agli
sfaccendati locali. Purtroppo non ci sono bancomat in zona dunque dobbiamo ritornare sulla costa e
fermarci a dormire a San Carlos, che appare quando terminano le piantagioni di canna da zucchero
lungo la strada. Questa città è molto tranquilla e la gente, come mi racconta la padrona dell'hotel, è
più innocente, va a dormire presto e insomma si fa i cazzi suoi.
Converso a lungo con la donna dopo cena, davanti a un tè, e lei mi racconta di questo marito
australiano morto due anni fa, che è stata la più grande fortuna della sua vita: e ci credo, lui
possedeva delle miniere d'oro in Papua Nuova Guinea. Poi hanno deciso di investire nella città di
origine di lei, dove i suoi genitori si sono spezzati la schiena tutta una vita nelle piantagioni di canna
da zucchero, e così lei si ritrova proprietaria di questo hotel, anche se le due figlie abitano a
Brisbane e lei è costretta a fare avanti e dietro con l'Australia. La signora ci informa che durante la
giornata i traghetti per Cebu Island non hanno effettuato servizio a causa delle solite big waves che
implacabili impazzavano lungo le coste di quell'isola, e dunque ecco spiegato il motivo per cui le
pensioni cittadine erano tutte “puli buk”!
La notte, a causa della febbre, ho affrontato un delirante carosello di galli, uccelli, zoccoli di legno,
stereo e sgommate. Al mattino dobbiamo muoverci molto presto per assicurarci i biglietti, e per
fortuna c'è il sole che scotta mentre siamo in coda presso la compagnia dei traghetti. In attesa di
imbarcarci, ammazziamo il tempo di questa domenica mattina al mall, dove cerchiamo di fare
qualche acquisto filippino, che è un'operazione molto difficile perché non c'è davvero niente da
comprare.
Lapu Lapu Country
Questa traversata è perfetta, senza onde e senza vomito. A Toledo saliamo subito sul bus per Cebu
City e ci stipiamo sui sedili filippini, ascoltando i Bee Gees ad altissimo volume e mangiando una
pannocchia bollita, che è uno dei cibi che vengono venduti sui bus insieme alle pallottole di riso lesso
incartate nel cellofan e alle arachidi all'aglio. All'appressarsi della città il traffico diventa quello
tipico dell'ora di punta. Fuori dal terminal saliamo sul taxi scelto per noi da una signorina che in
cambio guadagna una moneta dal tassista (un vecchio signore che con una lentezza esasperante ci
accompagna all'isola di Mactan).
In effetti Mactan è sempre quel covo di resort poco filippini che sapevamo dall'inizio, ma ha
l'indubbia comodità che sopra ci sorge l'aeroporto e poi, penso, le vacanze di Natale sono finite (e
anche le mie stanno per scadere). E infatti trovare una sistemazione non prestigiosa non è affatto
facile, finché non incontriamo il Lapu Lapu cottage. Il tedesco che lo gestisce ci manda dalla sua
vicina, la quale ci affitta un appartamento intero e ci racconta di suo marito (il finanziatore
dell'attività, per così dire), uno scozzese morto due anni prima per un brutto male. Lapu-Lapu invece
sarebbe quel re che ebbe ad ammazzare Magellano, il quale come tutti sanno trovò la morte nelle
Filippine mentre il suo equipaggio riuscì a tornare in Europa, compiendo la prima circumnavigazione
del globo della storia. Il navigatore spagnolo fu ucciso proprio qui nella famosa battaglia di Mactan,
come mi ha spiegato un navigatore di internet un po' paranoico, che guardava con grande entusiasmo
alcuni video cruenti dedicati ai terroristi islamici. In onore dell'eroe nazionale, che aveva rifiutato di
sottomettersi al nuovo re di Spagna Carlo V, su quest'isola è stata eretta una statua in bronzo alta
quattro metri (non lontana dal mausoleo di Magellano) e inoltre la città principale, l'aeroporto e un
pesce molto prelibato sono stati chiamati Lapu-Lapu.
Presso il tedesco possiamo cenare, in compagnia di diverse coppie composte da un tedesco maschio e
una filippina femmina. I maschi bevono molta birra e ridono in maniera molto scenografica per far
vedere che sono in vacanza e si divertono e dimostrare a tutti la sicurezza di sé, che in realtà gli
manca totalmente, e la capacità di seduzione che hanno avuto nel conquistare quella ragazza, la
quale si annoia platealmente e si vede lontano un miglio che preferirebbe di gran lunga essere
altrove.
Damned aircon!
Si riaprono le scuole e noi esploriamo l'isola. È pieno di giapponesi e coreani, i quali hanno anche
costruito degli orrendi alberghi di cemento sul mare, oltre a riempire l'isola di loro ristoranti, così i
loro connazionali non devono sforzarsi di mangiare riso scondito e spezzatini filippini. Anche qui i
turisti sono tutti intenti a svolgere attività che terminano in -ing e le spiagge sono tutte private, ma
per fortuna conosciamo un filippino esuberante e allegro, che ci fa entrare gratis in una di esse.
Durante il bagno vengo punta da un riccio (la cui spina mi verrà estratta dopo diversi giorni in Italia
da un istruttore di Acquagym), per cui mi rifiuto categoricamente di rientrare in mare per guardare il
fondale con la maschera.
Al pomeriggio abbandoniamo la spiaggia per andare a farci un massaggio. Nel primo centro molto
lussuoso scopro che lo stesso massaggio può costare 27 dollari se sei un turista occidentale e 4 se
invece sei uno normale. Nel secondo centro invece i prezzi sono filippini e il massaggio molto
energico.
E venne l'ultimo giorno, in cui ebbi la malaugurata idea di lavarmi i capelli di mattina, senza pensare
che avrei dovuto prendere un aereo, e che nelle sale d'attesa ci sarebbe stata un'aria condizionata
spaventosa e che mi sarebbe venuta una nevralgia tremenda accompagnata da febbre alta. Tra volo
interno, voli di ritorno e arrivo definitivo a casa mia mi attendevano 36 ore interminabili di dolore e
bestemmie contro questa incomprensibile usanza di erogare aria condizionata assassina anche in
località dove la temperatura esterna non supera i 28 gradi.
Nel volo di ritorno in Italia, invece di viaggiare in compagnia di centinaia di filippini pimpanti, mi
ritrovo con molti cachemire indossati da italiani borghesi di ritorno da località esotiche, che non
fanno altro che criticare le scelte del tour operator che, ad esempio, poteva inserire il pranzo in
ristorante quel giorno a Saigon. E infatti applaudono all'atterraggio.
(gennaio 2009)
LA SPIAGGIA NON ESISTE
Thailandia Centrale
«In Thailandia,» riprese Robert, «tutti possono avere quello che vogliono, e tutti possono averlo al
meglio.»
[ Michel Houellebecq, "Piattaforma" ]
Avevo scelto la Thailandia come destinazione del mio viaggio estivo per una ragione molto terra
terra: la Emirates proponeva biglietti aerei da Roma a Bangkok con scalo a Dubai a soli 400 euro. Mi
trovo dunque all'aeroporto di Dubai: ora locale le ventitré e trenta e una lunga notte da trascorrere lì
(diciamolo che questo era uno dei motivi dell'infimo prezzo dei voli). Il problema dell'aeroporto di
Dubai è che c'è un'unica smoking lounge minuscola dove l'aria è irrespirabile e la gente che aspira ad
entrarci è troppa. L'alternativa è fumare in un bar o ristorante dove sei obbligato ad acquistare una
consumazione piuttosto esosa, da pagare possibilmente con carta di credito in modo da non ricevere
inutile moneta degli Emirati Arabi come resto. Per farla breve sono entrata verso mezzanotte in un
Irish Pub e ne sono uscita alcune Guinness dopo, al sorgere del sole.
Le Guinness sono state gentilmente offerte dai diversi viaggiatori in transito che si sono alternati al
mio fianco durante quella lunga notte del mio primo giorno di viaggio verso Bangkok; dunque devo
ringraziare pubblicamente Malcolm, ingegnere scozzese, George, consulente aziendale gallese, e
Justus, diplomatico kenyota di stanza ad Addis Abeba (con il quale mi sono moralmente impegnata a
visitare presto il suo Paese). Inoltre grande stima al cameriere nepalese e alla cameriera filippina che
facevano il turno di notte e che si sono ricordati di me quando sono ripassata al ritorno, quasi quattro
settimane dopo, a bere un caffellatte.
Ci crediamo viaggiatori, ma siamo tutti turisti
Il mio arrivo a Bangkok è praticamente identico all'arrivo di Leonardo Di Caprio nel film “The Beach”,
con la differenza che nessuno mi offre sangue di serpente da bere e che nella camera accanto alla
mia non c'è nessuno che fa sesso. Anche perché al quinto piano di questa guest house, che è la
fotocopia di quella del film, ci sono soltanto camere singole ed è espressamente vietato l'ingresso ad
estranei (in particolare — si precisa — alle prostitute). Mi stabilisco anch'io nella Khao San Road, il
ghetto dei backpackers mondiali di passaggio a Bangkok. Per le esigenze dei viaggiatori stanchi e
straniti o dei nuovi arrivati come me è un posto più addomesticato rispetto al resto della città, ossia
è uguale a tutte le località per turisti del mondo: gli internet point sono affollati di giovani che
parlano tramite Skype con fidanzati o parenti, o che scrivono su Facebook che stanno a Bangkok e
hanno accarezzato una tigre, che hanno rischiato un incidente in pulmino e piove sempre.
Dopo un'indispensabile doccia, come prima cosa mi tolgo le scarpe e varco la porta di un centro
massaggi per fare la conoscenza con il famoso thai massage: un'esperienza sublime che ripeterò con
una spaventosa frequenza. Allo scadere di un'ora sotto le sapienti mani della massaggiatrice mi siedo
a un tavolino e ordino alla donna che cucina con il wok un piatto di noodles alle verdure e pesce. Dal
banco di fronte compro la prima birra, la Singha (che in seguito verrà scalzata dalle mie preferenze
quando assaggerò la Leo). A quell'ora gli avventori non sono tanti e dunque un neozelandese di
origine turca, proprietario di un ristorante italiano ad Auckland, attacca inevitabilmente bottone con
me, introducendomi nelle usanze cittadine e dilungandosi nel corso delle due ore trascorse insieme
sulle pietanze italiane nella cui preparazione lui eccelle. Nonostante sia di una rara bruttezza, ci
prova anche a chiedermi di rivederci, sottintendendo un possibile sviluppo sentimentale, ma viene
prontamente fulminato dal mio sguardo schifato.
Pericoli e contrattempi
Il primo risveglio a Bangkok avviene ad un'ora così tarda che le mie aspirazioni culturali sulla giornata
non possono assolutamente essere ambiziose. È il momento per fare esperienza della consueta “finta
truffa della Lonely Planet”. In alcuni templi di Bangkok ti si avvicinano delle persone amichevoli e
colte che ti consigliano di andare a visitare dei luoghi interessanti e meno battuti dai turisti. En
passant ti indirizzano verso quello che loro definiscono l'ufficio del turismo, per ricevere indicazioni e
organizzare al meglio il viaggio. In realtà questo ufficio non è altro che un'agenzia viaggi come mille
altre (che però vende pacchetti molto più costosi della norma), da cui questi personaggi ricevono una
percentuale. Per compiere questo stravagante tour, la donna che incontro mi dice che basta fermare
un tuc-tuc e dargli l'equivalente di un euro (con cui un normale tuc-tuc di Bangkok non ti fa fare
manco un chilometro, figuriamoci un tour di tre ore con varie soste).
Curiosa di conoscere i meccanismi della faccenda e comunque alle 14 del mio primo giorno in una
metropoli sconosciuta che sta covando un temporale con i controfiocchi, mi imbarco sul tuc-tuc
munita del foglietto thai-english accuratamente compilato dalla gentilissima signora di Chang Mai.
Nel primo tempio un tale cerca di terrorizzarmi elencandomi gli innumerevoli furti, rapimenti e
assassinii che avvengono ogni anno e mi consiglia caldamente di rivolgermi all'ufficio turistico per
prenotare un pacchetto. Di fronte al mio sprezzante disinteresse, prima si spazientisce, ma poi, con
una metaforica capriola acrobatica, si qualifica come professore universitario e mi invita a cena.
Rifiuto cortesemente e saluto, meditando sulle curiose abitudini locali.
Pensando che il tuc-tuc ci avrebbe spuntato qualche bath, mi faccio comunque accompagnare al
cosiddetto ufficio del turismo, dove un distinto signore mi propone istantaneamente un pacchetto di
21 giorni in Thailandia a “soli” 800 euro. Quando cerco di spiegargli che non è il mio genere di
vacanza, l'ex gentile impiegato si alza in piedi, mi deride con i suoi colleghi sicuramente riferendosi
al mio status di saccopelista spiantata e urlando mi indica la porta. Il giro prosegue con la visita del
Marble Temple e dello Standing Buddha. Nel frattempo aveva cominciato a diluviare a secchiate e
dunque ho benedetto la santa donna che in cambio di un vaffanculo da un impiegato di agenzia viaggi
ladra mi ha offerto un giro turistico di due ore al riparo dalla pioggia. Alla fine il guidatore — che non
parla inglese se non per una serie di frasi standard che leggeva da un taccuino — mi sbarca
casualmente alla fermata del battello sul Chao Praya, in pratica alle spalle della mia guest house.
Verso la spiaggia
Grazie a circostanze fortunate, alle dieci della mattina seguente sono già in assetto da visitatrice
determinata che sa il fatto suo, decisa a non farsi distrarre da nessuno. Parto alla volta delle
attrazioni più famose di Bangkok: il Wat Phra Kaew con il Buddha di smeraldo, il palazzo reale, il Wat
Pho con il gigantesco Buddha sdraiato e il Wat Arun (il "tempio dell'alba" con la torre in stile khmer). I
suddetti monumenti sono davvero ammirevoli, anche se un essere umano innocente dovrebbe avere il
diritto di goderne senza sudare così copiosamente e senza rischiare così di frequente un collasso
durante quel continuo togliersi e mettersi le scarpe fuori dai luoghi sacri. Così torno in Khao San con
il servizio di battelli long-tail, che mi sembra un modo molto più fresco e arioso di viaggiare rispetto
a camminare sui marciapiedi roventi.
Anch'io dunque, proprio come Di Caprio, programmo di fuggire immediatamente da Bangkok alla
volta delle isole del Golfo del Siam — benché nessun tossicomane pazzo mi avesse lasciato attaccata
alla porta una mappa per raggiungerle, ricamandoci sopra tutta una storia leggendaria che non sta in
piedi, come succede nel film. Leo decide di andarci prendendo un treno notturno diretto a Surat
Thani e portandosi appresso una coppia di francesi — cosa inconcepibile nella realtà, ovviamente a
meno che non sei un figo biondo con cui la flessuosa e sensuale fidanzatina francese vuole andare a
letto. Io invece opto per una soluzione di viaggio ancora più facile e a buon mercato, che vendono in
qualunque agenzia squinternata e si chiama “joint ticket” (biglietto combinato bus e traghetto).
Questa usanza tipica della Thailandia consiste nel raggruppare un plotone di giovani occidentali con
zaino sulle spalle, appiccicare ad ognuno un adesivo sul petto che dirà all'universo mondo dove sta
andando e comandarli con dei modi piuttosto sbrigativi, come se fossero bambini in colonia. Non è
raro che le tradizioni locali prevedano anche la narcosi dei suddetti saccopelisti e la conseguente
rapina durante la notte in bus (com'è accaduto a persone che ho conosciuto).
Ko Samui
Durante l'attesa mattutina al porto di Surat Thani, una ragazza ceca che è in viaggio da 6 mesi ,
probabilmente illanguidita dalla romantica alba che abbiamo ammirato insieme, mi propone di
dividere la camera con lei a Koh Phangan, ma visto che non ho il suo stesso budget pidocchioso non
mi faccio corrompere e raggiungo Koh Samui in tarda mattina, accompagnata dai delfini saltellanti.
L'autista del pulmino vuole sapere a tutti i costi dove sarei andata a dormire; purtroppo, dopo la
terza volta che gli dico di lasciarmi a Lamai beach che poi me la sarei vista io, sono costretta ad
infrangere le note regole di civile rispetto thailandese che consigliano di non perdere mai la pazienza
e non alzare la voce. Pranzo tra anziani occidentali con gli occhi a cuoricino che guardano la loro
dolcissima giovanissima compagna, osservo i travestiti che giocano a pallavolo, mi addormento tra le
mani della massaggiatrice vicino al mare: così trascorre il placido pomeriggio.
La sera Lamai city è un mortorio, così vado a cena in un ristorante thai dove rimango diverse ore
insieme ad una coppia di inglesi alcolizzati. Poiché è il compleanno di Dan, il padrone del ristorante,
a una cert'ora arrivano tutti gli amici e si mangia e soprattutto si beve in allegra compagnia. Joe,
panettiere tedesco che vive a Bristol da 52 anni, e sua moglie Lala, matta come un cavallo, tornano
ogni anno in quest'isola per cui manifestano un entusiasmo immotivato, mentre nella loro tristissima
città albionica a quest'ora sono tutti chiusi in casa o al massimo in un pub dove il tenore delle battute
lascia molto a desiderare. Certo che la vita quotidiana per due esseri umani che si sono sposati vestiti
da Teletubbies non deve essere semplice, considero tra me e me all'alba mentre faccio ritorno verso
la mia capanna.
Quegli occhi allegri da italiano in gita
L'angoscia ha origine non nel guardare dei grassoni tedeschi che sfilano in costume su spiagge un
tempo immacolate, ma deriva innanzitutto dalla nostra concezione, mutuata dai media, di come
dovrebbero essere quelle stesse spiagge. È l'attesa in sé che spoglia le destinazioni a cui siamo
diretti di parte della loro autenticità.
[ Rolf Potts, "Marco Polo non ci è mai stato" ]
Al mattino la proprietaria dell'agenzia si reca personalmente da me per accertarsi che mi prelevino
per l'escursione prenotata. È una trentenne chiacchierona e allegra, ma con sbalzi d'umore
terrificanti; il suo problema è che vuole un bambino, ma purtroppo è single e dunque cerca
alacremente un boyfriend. Le andrebbe bene anche un fidanzato straniero e infatti nel passato ha già
avuto una relazione con un italiano, con il quale ha visitato Napoli e Parigi, ma poi si sono lasciati. Il
pick-up che viene a prendermi è già occupato da quattro italiani che parlano incessantemente dei
ristoranti dove hanno mangiato sorprendenti quantità di pesce spendendo solo venti euro (io per
mangiare ho speso al massimo due euro).
Per un'incomprensibile ragione, mi aggrego al loro gruppo capitanato da Enzo, un italiano residente a
Koh Samui da più di quindici anni, che lavora con un'agenzia viaggi, collabora con la trasmissione di
Licia Colò e a tempo perso fa l'ammaestratore di cobra. Ci fermiamo per uno snorkeling sulla
“migliore barriera corallina della zona” con pesciolini “numerosissimi e non timidi”, come spiega il
dépliant, che praticamente bussano alla maschera. E io non posso non chiedermi, se questa è la
migliore, come devono essere le peggiori. L'isola di fronte, Koh Tan, è invece legata ad una curiosa
storia di cani morti a causa degli ultrasuoni emessi dai pipistrelli.
La seconda tappa è l'isola di Koh Mudsum. Attracchiamo su questa spiaggia che in effetti avrebbe
tutte le caratteristiche della famosa “spiaggia” del film omonimo, la quale però, tecnicamente,
secondo l'autore del libro dovrebbe essere ubicata dentro al Parco Nazionale Marino di Ang Thong
(che è una gita che non ho fatto perché ci volevano un casino di ore di barca). Invece il film lo hanno
girato a Maya Bay, sull'isola di Phi Phi Leh, parco nazionale situato nel Mare delle Andamane, che
oltre alla spiaggiosità e al mare turchese-verde, ha tutta una serie di faraglioni di fronte che lo
rendono un po' più intimo e morboso, in linea con le situazioni tipo “Isola dei famosi” ma più estreme
che si svolgono nel film.
A differenza del film, qui nessuno di noi manifesta l'intenzione di allungare a dismisura la
permanenza — forse perché non abbiamo scoperto maestose piantagioni di marijuana all'interno
dell'isola. Anzi, i connazionali a mollo nell'acqua bollente non riescono a capacitarsi del fatto che un
italiano di Riva del Garda da quindici anni viva in Thailandia e abbia rinunciato allo sci.
Lady bar
Quel che mi è sempre piaciuto del buddhismo è la sua tolleranza, l'assenza del peccato, la mancanza
di quel peso sordo che noi occidentali, invece, ci portiamo sempre dietro e che è in fondo la colla
della nostra civiltà: il senso di colpa. Nei paesi buddhisti niente è mai terribilmente riprovevole,
nessuno ti rinfaccia mai qualcosa, nessuno ti fa mai una predica o cerca di darti una lezione. Per
questo sono paesi piacevolissimi e fanno sentire a loro agio tanti giovani viaggiatori occidentali, in
cerca appunto di libertà.
[ Tiziano Terzani, "Un indovino mi disse" ]
Lamai Beach al tramonto è incantevole e anche il mare perfetto per un ultimo bagnetto. Mi sdraio su
uno di quei materassini con il cuscino triangolare di cui sono dotati i bar sulla spiaggia, ma i silenziosi
e implacabili mosquitos arrivano a frotte e, mentre si comincia a preparare la magica atmosfera
della sera, vado a rifugiarmi nella mia casetta di legno.
La sera decido di approfondire la conoscenza dei go-go bar, che la sera prima erano chiusi a causa del
Buddha Day, durante il quale non si beve e non si fa festa (e questa era la ragione del mortorio). Ce
ne sono decine tutti vicini, c'è un bancone in legno e un paio di pali di metallo dove queste minuscole
ragazzine fanno finta di essere eccitanti per questi panzoni che bevono la birra, finché una qualche
ragazza gli si avvicina e chiacchierano tutta la sera, oppure continuano per la notte, oppure
addirittura per una settimana o due.
Durante la gita Enzo mi aveva fatto un quadretto piuttosto squallido dei rapporti uomo-donna in
questo Paese, spiegandomi senza mezzi termini che gli uomini sono fondamentalmente delle merde,
che si sposano con ragazze molto giovani che poi mollano senza problemi quando sono vecchie (ossia
a 25-30 anni) e se ne trovano un'altra. In quel caso la legge thailandese non li obbliga a versare
alimenti o comunque a provvedere in qualche maniera alla famiglia, così molte donne, non sapendo
come mantenere i figli, li lasciano dai genitori e vanno a prostituirsi a Patpong in Bangkok, oppure a
Pattaya, Koh Samui, Phuket o altre località turistiche. I venti euro che guadagnano per una sera li
vanno a versare immediatamente in banca.
La stessa realtà me l'ha confermata Sasi, questa ragazza che mi invita a bere nel bar dove lavora —
fondamentalmente il loro lavoro è questo, quindi se sei uomo o donna non cambia, basta che
consumi, e io consumo un paio di birre mentre cerco di capire lei come la pensa. La pensa prima di
tutto che vorrebbe avere il mio colore di pelle. Poi che vorrebbe avere i miei stessi diritti di donna
farang: per esempio che se mio marito mi lascia, almeno mi dà i soldi per dare da mangiare ai nostri
figli.
Ovviamente quella di Enzo e di questa ragazza minuta e dal sorriso perenne è solo una delle realtà,
come al solito non si può generalizzare: ci sono anche uomini come si deve e ci sono una moltitudine
di donne senza scrupoli, che magari hanno passato un'infanzia poverissima nel nord est del Paese e
poi, accalappiato il farang di turno, passano le giornate dal parrucchiere e dall'estetista e mangiano
solo ostriche e champagne tirandosela un casino.
Non prendere il vizio
Dopo un paio di giorni a Koh Samui, è giunto il momento di spostarmi nell'isola di Koh Tao, evitando
accuratamente Koh Phangan dove il Full Moon Party aveva attirato adolescenti impasticcati di tutto il
mondo. Purtroppo prima di arrivare a Koh Tao bisogna caricare i suddetti deficienti da Koh Phangan
(tappa obbligata nel tragitto della nave) i quali crollano senza forze in ogni angolo libero, cercando
invano di riprendersi dagli eccessi della notte appena terminata.
A Koh Tao mi sento in paradiso mentre mi faccio massaggiare in riva al mare, davanti al tramonto. La
sera è tutto un trionfo di lucine, musica lounge, cuscini e divanetti, ragazzoni biondi reduci dalla
giornata di immersioni. Questo Paese ti vizia: tutti i piaceri della vita loro te li offrono anche se non
li hai chiesti. Al Vibes conosco questa ragazza inglese bionda e frizzante che sta cercando di
trasferirsi sull'isola per fare la baby sitter, dopo aver insegnato un anno in una scuola primaria di
Bangkok. Tanti europei son stufi di come vanno le cose a casa loro e io non posso dargli torto.
Nonostante il cielo non prometta niente di buono, l'indomani me ne vado a zonzo tra vegetazione
tropicale e scorci di mare. La passeggiata per raggiungere la spiaggia di Aow Leuk è piuttosto
impegnativa e quando arrivo in questa meravigliosa baia dotata di un'acqua turchese cristallina mi
immergo istantaneamente, sguazzando per un'oretta. In pratica finché non comincia un diluvio
massiccio che sarebbe durato tutto il pomeriggio.
Nel frattempo avevo fatto amicizia con queste due italiane con cui chiacchieriamo alcune ore, prima
in acqua e poi nel ristorante a picco sul mare. Una è di Trento e sta spendendo qualche giorno al
mare prima di andare in Myanmar; l'altra è una bolognese diventata buddista da alcuni anni, in
viaggio con due amiche abbandonate alla loro coattaggine su un'altra spiaggia. Lei a un certo punto è
dovuta andar via perché una tipa le era entrata nel motorino preso in affitto, sfasciandoglielo, e
dunque doveva gestire questo inquietante incontro con l'uomo che affitta i motorini e la responsabile
dell'incidente. Invece io per andarmene da lì tento di salire sul motorino con la Paola, ma purtroppo
la mia fobia nei confronti dei motorini guidati da donne italiane sulle isole dalle strade scoscese e
non asfaltate ha la meglio e preferisco prendere un passaggio da un pick-up lasciando la trentina sola
con la sua gomma bucata.
Stiamo sotto al cielo
Il tempo non si è sicuramente rimesso al bello, ma prima o poi lo dovevo fare questo benedetto tour
con lo snorkeling. Certo avrei preferito recarmi con il sole alla stupenda isola di Nangyuan — in
pratica tre isolette da cartolina collegate da sottili strisce di sabbia, ovviamente sede di un esclusivo
resort —, alla baia dei Manghi e alla Hin Wong Bay, dove si può osservare con la maschera una
meravigliosa barriera corallina piena di pesci stupendi. E poi il viaggio di ritorno su questa barchetta
di legno colorata non è comodissimo e ci metto un bel po' per riprendere l'equilibrio una volta scesa.
Mi ristoro in uno dei milioni di bar rasta che infestano il Paese, dove l'unica colonna sonora concessa
è Bob Marley e c'è sempre il thailandese con i dread, lo sguardo stolido e il sorriso ebete, che in
questo caso sta cercando malamente di scrivere con un pennarello le voci del menu del bar su
cartoncini di carta fatta a mano. È in compagnia di una bellissima ragazza lituana con i capelli corti
la quale qualche mese fa, appena adocchiato questo bar, aveva all'istante deciso di fermarcisi a
lavorare ed era stata sua l'idea di questi menu fatti a mano tremendi e soprattutto poco pratici in un
Paese dove piove sempre (oltretutto li sta facendo scrivere al thailandese rasta chiaramente semianalfabeta). E questo nonostante la lituana sappia il fatto suo e infatti mi parla a lungo della
situazione sociale ed economica del suo Paese dopo il crollo dei regimi comunisti.
Sulla strada del ritorno incontro le due italiane e mi faccio coinvolgere in una serata mal assortita in
compagnia delle amiche bolognesi coatte di cui sopra e di un tedesco e uno svizzero tedesco
istruttori di scubadiving che vivono sull'isola. È paradossale viaggiare da sola e poi ritrovarmi con
quattro donne italiane a digiuno di inglese e che parlano a voce troppo alta, mentre cercano di
mangiare un piatto siberiano o mongolo in maniera impropria. Per fortuna anche al tedesco la
situazione pare insostenibile e ha la gentilezza di accompagnarmi in motorino alla mia spiaggia.
Through the monsoon
Decido di lasciare l'isola. Il mare non è propriamente quello che si dice una tavola, ma erroneamente
penso che il traghetto superveloce non dia problemi. Non mi rendo conto del dramma che sto per
vivere nemmeno quando vedo i passeggeri appena sbarcati: bende sugli occhi, visi bianchi come
stracci, donne sostenute a braccio dai compagni, omoni che si siedono a metà passerella sulle loro
stesse valigie guardando nel vuoto.
Persino la ragazza ceca che è in viaggio da 6 mesi (che ne deve avere di pelo sullo stomaco) è ridotta
molto male. La mia occasionale compagna, una ragazzona canadese dotata di quella inscalfibile
serenità tipica di chi frequenta lunghi seminari di yoga in India, mi calma dicendomi che in
biglietteria le hanno detto che il tragitto è tranquillo.
Ora, io non so che idea hanno i thailandesi della tranquillità, però due ore e mezza in
un'imbarcazione che dà delle “tuzzate” contro le onde così forti che le griglie da cui entra l'aria
condizionata si staccano dal soffitto (sfiorando la testa mia e di altri passeggeri), piena di gente che
urla aggrappata alla poltrona davanti e vomita in continuazione, insomma a me non sembrano tanto
tranquille. Per fortuna la canadese col suo sorriso ayurvedico tiene a lungo poggiata la mano sulla
mia dicendo: «È tutto okay» (mentre io sono intimamente convinta di stare vivendo i miei ultimi
minuti di vita, pensando «Che cazzo sono venuta a fare in Thailandia? Aveva ragione mia madre: non
me ne potevo andare come tutti in campeggio nel Salento?»). Quando finalmente scendiamo, la
canadese mi svela che, avendo vissuto dieci anni su una barca ormeggiata nei pressi di Vancouver,
non era stata particolarmente turbata dall'esperienza.
La felicità di essere ancora viva
Ognuno per la sua strada: la mia è prendere una stanza a Chumpon e non muovermi fino al giorno
dopo per nessuna ragione al mondo. E infatti trovo subito alloggio presso una guest house molto
accogliente e a buon mercato, di cui sono l'unica cliente. La ragazza che la gestisce non ha più di
diciannove anni ed è di una dolcezza disarmante. Insieme a lei, sul divano, guardo il telegiornale.
Come ogni sera alle 8 per una buona mezz'ora trasmettono tutto il resoconto dell'intensa giornata del
re e della regina, durante la quale normalmente aiutano un casino di gente e benedicono plotoni di
persone in divisa che si stendono ai piedi del re e, con la testa vicina ai suoi piedi, ricevono una
foglia sull'orecchio e uno sbaffo sulla fronte, che il re Bhumibol gli appone con le mani tremanti dato
che è parecchio anziano e infatti è al potere da 63 anni. Questo amore per la famiglia reale è così
grande che praticamente tutti hanno in casa delle foto del re e della regina più o meno recenti,
oppure portano un braccialetto di plastica arancione con scritto "I love the king", frase che scrivono
anche sugli autobus e in infiniti altri posti.
A Chumpon celebro la felicità di essere ancora viva: vado al mercato, mangio pollo fritto, compro dei
vestiti e vado a cena in un locale poco avvezzo alla presenza di farang. Qui purtroppo sbaglio
ordinazione e mi ritrovo un'enorme zuppa di pesce piccantissima che cerco di mangiare bevendoci su
un'intera birra grande gelata, ma poi devo miseramente lasciare lì sul tavolo, mentre questo gruppo
rock thailandese capellone suona sul palco.
Al Farang Bar faccio due chiacchiere con questo inglese arrogante, il quale smanetta su Facebook col
suo laptop, pieno di acredine nei confronti dei suoi vecchi amici che hanno messo tutti su famiglia e
non si divertono più come un tempo. Mi racconta che l'unica volta che è stato in Italia ci è venuto in
aereo per una giornata soltanto (a Milano, in via Montenapoleone), per comprare un portafogli di
Gucci e per bere del vino rosso con la sua morosa dell'epoca. Quando va in bagno ne approfitto per
scappare.
Zeitgeist
Quanto a me, credo ancora nel Paradiso, ma ho capito che non è un posto dove andare: lo senti
dentro, quando per la prima volta senti di far parte di qualcosa di unico... e quando lo trovi, quel
momento... dura per sempre.
["The Beach", film di Danny Boyle]
Dopo la traversata da incubo abbandono definitivamente l'idea di recarmi all'arcipelago di Tarutao e
invece viro verso il parco nazionale di Khao Sok, raggiungibile senza dover prendere traghetti. Il
resort che mi aveva consigliato quella ragazza della guest house è molto accogliente e anche la
famiglia che lo gestisce è davvero squisita. Peccato che è veramente isolato nella giungla e dopo le 7
e mezza non posso raggiungere la strada principale perché vige una compatta oscurità punteggiata di
lucciole e rane gracidanti. Gli unici altri clienti del resort sono tutti olandesi: i due membri della
giovane coppia sono fortemente sovrappeso, quelli della famigliola magri e biondissimi.
Dopo mangiato non c'è altro da fare se non chiudersi nella palafitta e passare la notte ad ascoltare i
terrificanti rumori della foresta, tra i quali riconosco un essere che, inequivocabilmente, si lava i
denti per ore e un altro che in pratica russa come una locomotiva.
Finalmente sorge il sole e qualche ora dopo sono in partenza per una gita meravigliosa con tutti
questi olandesi, in un lago stupendo grande quasi duecento chilometri quadrati, con dentro centinaia
di isolotti e baie e grotte lavorate dalla pioggia. Saliamo in barca, ci fermiamo presso le case
galleggianti di bambù, facciamo dei bagni da film, mangiamo del pesce che era vivo solo pochi quarti
d'ora prima, poi c'è la passeggiata nella giungla e infine la visita delle grotte. Ora, qui, anche se
siamo dentro a un lago, il paesaggio è identico a quello dove hanno girato il film “The beach”
(faraglioni e tutto) e dunque il cerchio sembrerebbe chiudersi. In realtà è identico tranne un
particolare: manca la spiaggia bianca con le palme, visto che appunto siamo in un lago. Anche se, a
dirla tutta, pure sulla spiaggia di Phi Phi Leh (dove hanno girato il film) hanno piantato cento palme
da cocco perché non corrispondeva ancora esattamente agli standard hollywoodiani di come sarebbe
dovuta essere una tipica spiaggia thailandese. Bisogna però aggiungere che, a differenza della gita
con gli italiani, durante la quale sembravamo tutti amici per la pelle, questi stitici olandesi hanno
continuato per tutta la gita a trattarsi con freddezza e a scambiarsi frasi di circostanza.
La sera mi trasferisco in un resort meno isolato, dove trascorro una serata memorabile all'interno di
questa piccola comunità di viaggiatori. L'australo-cileno Jaime Antonio, i suoi due compagni di
viaggio, la sudafricana con i capelli corti, l'americano dai lunghi capelli ricci che vive a Barcellona e
l'insegnante inglese stanno parlando del documentario americano “Zeitgeist”, e nulla poteva essere
più adatto per confermare l'identità di visioni che tutti noi, provenienti ognuno da un angolo di
mondo diverso e distante, ci trovavamo ad avere lì, seduti ad un tavolo pieno di bottiglie vuote di
birra, a parlare di educazione e di ignoranza, di amore e di potere, di religione e di libertà di
opinione. Lo spirito del tempo aleggiava proprio lì, in questa casetta di legno sommersa nella giungla,
al centro della Thailandia. E forse ero io che stavo sbagliando fino a quel momento, rincorrendo un
posto con la sabbia e le palme e le onde.
La spiaggia è deserta
Dalla stazione dei bus di Surat Thani sta partendo un grosso pullman con aria condizionata diretto a
Bangkok. Ci salgo intenzionata a scendere a Hua Hin: dal finestrino osservo per molte ore camion
carichi di durian e ananas, distese immense di noci di cocco, diversi Buddha seduti o sdraiati. A Hua
Hin tutto è cambiato rispetto a ciò che mi avevano detto: grossi grattacieli e hotel di lusso mi
accolgono sul viale. Prendo una stanza economica sul molo, arredata con mobili di legno lucido, ed è
come dormire su una nave.
Per le strade molti turisti thailandesi in grappoli familiari, numerosi puttanieri soli di ogni
provenienza e rari stranieri sperduti come me, che sicuramente si chiedono cosa diavolo ci stiano
facendo lì. Evitando accuratamente le decine di ristoranti italiani, svedesi, svizzeri, tedeschi,
francesi, norvegesi, mi reco al mercato notturno per una cena con riso e granchio seduta ad uno dei
tanti tavolini di plastica, da cui posso agevolmente seguire i concerti di Michael Jackson trasmessi dal
piccolo televisore. In centro conto anche numerose sartorie che vorrebbero inutilmente imitare lo
stile italiano e magari anche vendermi un vestito di A.R.Mani.
Stasera sono stufa dei turisti ciccioni che bevono la birra, delle lady bar, della musica, di tutta questa
finta allegria e di questo ancor più finto gioco della seduzione: me ne vado a passeggio sul lungomare
deserto. In lontananza brillano le luci della nave che staziona a difesa della residenza reale di Hua
Hin. Questa ragazza paffuta che lavora nell'unico bar aperto vicino al porto mi racconta che i malesi
che lavorano sulle navi sono pericolosi quando scendono sulla terraferma, e infatti sono obbligati a
tornare a dormire a bordo.
Al mattino è molto nuvoloso e la spiaggia, ampia e orlata di palme, è triste e deserta con la bassa
marea, punteggiata dai buchini dei granchietti che entrano ed escono. Il numero di ombrelloni e
sdraio pronte ad ospitare clientela che non c'è mi fanno pensare che in altre stagioni ci debba essere
una certa affluenza, e anche i cavalli con cui fare passeggiate sulla battigia sono annoiati. Solo al bar
rasta se ne fregano altamente di tutto e stanno lì con i loro dread e i sorrisi stolidi. Forse sono gli
unici ad aver capito tutto.
Sleeping on the river Kway
Dalla caratteristica stazione rossa prendo un treno diretto a nord, salutando per sempre le deludenti
spiagge thailandesi e dedicandomi piuttosto alle acque dolci. Sulla carrozza di terza classe è una
sfilata continua di gente che vende cose da mangiare, controllori attillatissimi e addetti a lavare i
pavimenti; i sedili sono duri, i ventilatori millenari pendono dal soffitto e i passeggeri indossano le
mascherine. A Ban-Pong prendo un bus che mi porta comodamente a Kanchanaburi.
Alloggerò per quattro notti in un'ampia casa galleggiante di legno, con letto a tre piazze, cullata
incessantemente dal fiume Kwai. Al piccolo schermo della terrazza-ristorante, la sera, tutto il
personale guarda le telenovele thai che hanno come protagonisti uomini in abito scuro di taglio
italiano e donne elegantissime compostamente sedute su divani in broccato (la cameriera e il
guardiano di notte sognano scioccamente di diventare come loro). Il tatuatore Joe introduce me e
questa ragazza milanese — reduce da un corso di thai massage a Chang Mai — alle usanze locali.
In questa città c'è il famoso ponte ricostruito sul fiume Kwai. La storia racconta che durante la
seconda guerra mondiale i giapponesi invasero la Thailandia e costrinsero una multietnica congerie di
prigionieri a costruire questa ferrovia che avrebbe collegato la Thailandia alla Birmania, col proposito
nascosto di arrivare fino in India. Sfiancati dalle terribili condizioni di lavoro furono in tantissimi ad
ammalarsi e morire e poi alla fine il ponte di Kancha fu abbattuto dalle bombe, rendendo inservibile
la ferrovia stessa.
Sul viale principale registro una teoria infinita di concessionari di auto ed esercizi commerciali
dell'indotto automobilistico, finché non mi estasio di fronte al negozio dove realizzano e vendono le
casine degli spiriti. Questi tempietti in legno colorato, presenti davanti ad ogni casa e in ogni angolo
delle città, servono a ingraziarsi gli spiriti — o pii — che secondo il popolo thailandese vivono
ovunque, invisibili, e devono essere tenuti buoni offrendo loro fanta, coca, frutta, patatine, fiori ecc.
(anche i doni si sono adeguati ai tempi). Tiziano Terzani raccontava che quando si trasferì a Bangkok
con la sua famiglia molti segnali negativi gli dimostrarono che gli spiriti non erano contenti, così
dovettero ingraziarli con la visita al Buddha di smeraldo e invitando dei bonzi a “bonificare” la casa.
Take it easy
Le giornate a Kanchanaburi scorrono placidamente seguendo i ritmi take it easy tanto cari ai
thailandesi. Sdraiata sull'amaca in bar ombrosi, sul lettino di un centro massaggi sottoposta ad un
trattamento alle erbe, al tavolino del bar a bere rum Sang Som e cocacola, dentro locali accoglienti
ad ascoltare musica dal vivo, al centro commerciale con gli studenti in divisa dediti al karaoke, nel
locale di Joe in compagnia della varia umanità dei giovani viaggiatori.
Una giornata è dedicata alla gita organizzata alle cascate di Erawan. Appena arrivati nel parco
nazionale faccio amicizia con Monika, questa ragazza slovacca da tanti anni adottata dall'Italia, che
non le pare vero di poter finalmente parlare italiano. Arranchiamo insieme fino al settimo salto delle
cascate, incontrando nel tragitto le simpatiche scimmie macaco che vivono sugli alberi. Poi facciamo
il bagno in una di queste piscine naturali piene di pesci che ti mangiano la pelle morta. La sensazione
a prima vista è molto seccante, ma poi assolutamente imperdibile quando apprendi che questo
pedicure con i pesci, definito “Terapia del Dr. Fish”, è l'ultimo grido in fatto di trattamenti di
bellezza (infatti è molto costoso e si sta diffondendo in tutto il mondo). Non solo dà risultati estetici
che tutti giudicano strabilianti, ma è anche un ottimo modo per curare la psoriasi e addirittura le
ferite più gravi.
Dopo le cascate ci portano a fare la gita sull'elefante, poi in una grotta con statua di Buddha e infine
su un treno che percorre un pezzo di "ferrovia della morte". Tornati a Kancha, Monika vuole farmi
assaggiare assolutamente il durian, quel frutto gigante con la buccia piena di aculei, per il quale lei
impazzisce e che puzza così tanto che è vietato portarselo dietro in autobus e in treno. A me fa
effettivamente vomitare.
La casa della gioia
Vado a Sangkhlaburi, al confine con la Birmania, seguendo il consiglio di quell'inglese conosciuto
l'altra sera, quello che affermava che la Thailandia ha la forma di un'ascia. La strada per arrivarci è
molto panoramica, soprattutto l'ultimo tratto, quando comincia ad intravedersi questo enorme lago
tra gli alberi e le montagne. Il lago fa parte del parco nazionale più vasto di tutto il Paese e per il
momento posso vedere delle case che ci galleggiano dentro. Considerando che dall'acqua spuntano
delle cime di albero, devo dedurre che in altre stagioni il livello del lago sia più basso di diversi
metri, ma potrei anche arrivare a pensare che non ha ancora raggiunto l'altezza massima, e che
comunque nel frattempo questa gente continua ad abitare nella stessa casa. Alla guest house
consigliata dal tatuatore Joe è disponibile una stanza con un'incantevole vista sul lago e su tutte le
nuvole, inevitabili nella stagione delle piogge ma che rendono il tutto brumoso e malinconico al
livello del lago Maggiore in primavera.
Nelle vicinanze c'è un panificio, dotato di internet point, che fa capo al Baan Unrak ("La Casa della
Gioia"), il centro di accoglienza per bambini orfani ed abbandonati e ragazze madri che si trova in
cima alla collina. Questo me lo spiega Giulia, che è di Firenze e sta facendo due mesi di volontariato
in questa remota terra piovosa. Molte persone, in particolare bambini, per sfuggire al regime
birmano, passano il confine e restano in zona perché non hanno un regolare permesso d’immigrazione
in Thailandia. Questo centro, fondato dall'italiana Didi alcuni anni fa, offre ospitalità a queste
persone, dà loro da mangiare e un minimo di assistenza sanitaria, in una regione molto colpita da
malattie come l'AIDS, la malaria e il tifo. Inoltre i bambini frequentano la scuola e le donne sono
impiegate nel centro di tessitura in cui si producono sciarpe, stoffe e vestiti che sono in vendita qui.
Giulia mi invita il giorno dopo al centro dove ci sarebbe stata la consueta esibizione di yoga del
mercoledì, attività che, insieme alla meditazione, alla ludoterapia ecc., fa parte integrante del
programma finalizzato ad uno sviluppo olistico — come si dice adesso — dei bambini.
Una gita poco divertente
Con la compagnia non sono stata troppo fortunata. Non solo avevo trascorso una serata tremenda con
un insopportabile trio di ventenni composto da un olandese biondo che aveva preso troppo sole,
un'odiosissima biondina dell'Ohio in calzoncini che se la tirava un sacco e il suo amico americano che
le sbavava dietro. Ma pure la mattina dopo, avendo prenotato una gita per visitare il lago e i
dintorni, mi sono ritrovata in compagnia di un gruppo organizzato proveniente da Bangkok,
capitanato da questa guida thailandese antipaticissima. Dopo la gita sul lago marrone, durante la
quale ammiriamo il ponte di legno e il tempio sommerso (visibile interamente in gennaio e
completamente sott'acqua in ottobre), il capo gita mi comunica contrito che purtroppo non sarebbe
stato possibile fare la passeggiata a piedi nella foresta, a causa delle forti piogge, e dunque che devo
andare sull'elefante per un'ora e mezza. Io la gita sull'elefante l'avevo già fatta e non l'avevo trovata
molto divertente, quindi avevo proprio una faccia di cazzo nel video che riunisce tutti i momenti
salienti della giornata con sottofondi musicali azzeccati, al quale abbiamo potuto assistere la sera a
cena. Non solo nella foresta è pieno di zanzare e a tratti piove, ma devo pure condividere il posto
con una neozelandese che non si capisce nulla di cosa dica, nonostante io cerchi in tutti i modi di
farle capire che l'inglese non è la mia prima lingua e che deve parlare più lentamente.
Smontati dall'elefante ci danno il solito piatto di riso e pollo e ananas per dessert, che insieme
all'anguria e alle banane è l'unico frutto che offrono ai turisti, nonostante l'abbondanza di frutta
tropicale di cui sono provvisti. Dopo il pranzo questa guida odiosa ci fa vedere come funziona la
faccenda dell'albero della gomma, che secerne un liquido bianco che loro raccolgono e poi attraverso
vari passaggi in contenitori diversi viene fuori il prodotto finale, cioè un tappetino di gomma.
Sulla linea di confine
Il diluvio non accenna a smettere, per cui mi organizzo con ombrello e impermeabile per andare a
vedere il Budda gigante sdraiato, il Wat Somdet e il mercato. All'ora prevista vado allo spettacolo di
yoga. Questo è un pomeriggio magico in cui gioco a lungo con i ragazzini prima dell'esibizione e in
particolare stringo amicizia con una tipina flessuosa con la frangetta, che se ne sta tutto il tempo
appollaiata sulle mie gambe a scattare impropriamente con la mia fotocamera, mentre assistiamo
insieme a numerosi altri turisti alle evoluzioni acrobatiche dei nanetti birmani. La sera ceno alla
guest house osservando i miei commensali, soprattutto il gruppo organizzato che ormai odio con tutto
il cuore.
Al risveglio un pick up mi porta al Three Pagodas Pass, che segna il confine con il Myanmar. Avevo
letto che è possibile attraversarlo per un giorno per recarsi in questa cittadina birmana ricca di
negozietti e sale da tè tipiche. Purtroppo l'edizione della Lonely Planet di cui sono fornita è stata
scritta più di tre anni fa e dunque scopro soltanto al mio arrivo che la frontiera ormai è chiusa: i
turisti latitano, i resort che avevano costruito sono vuoti e la zona è in crisi. Mi spiega la faccenda
questo simpaticissimo birmano rifugiato qui che mi propone un giro in moto per vedere i dintorni;
anche lui sta meditando di trasferirsi in Malesia, visto che qui non riesce a guadagnare più un bath.
Solo ora capisco come mai tutti quelli a cui avevo detto che andavo al Passo delle tre pagode mi
guardavano come per dire: «E che cavolo ci vai a fare?», tranne quelli che proprio me lo chiedevano:
«Che cavolo ci vai a fare?»
Qui gli uomini masticano il betel, che è quella roba indiana eccitante rossa che fa sembrare a tutti
che gli sia scoppiata una granata in bocca.
La città degli angeli
Dopo diverse ore di viaggio, vengo catapultata di nuovo in Khao San Road, a Bangkok, circondata da
branchi di giovani biondastri non sbarbati e con lo zaino, uomini soli a caccia di business o ragazze,
disperati pieni di piercing, italiani in coppia critici su tutto. Trascorro la sera con un sosia sudafricano
di Paolo Conte ad ascoltare musica dal vivo: è appena arrivato e questa volta sono io a introdurlo alle
usanze locali.
Nel lungo sightseeing che mi aspetta ormai sono scaltrissima e posso rispondere con sufficienza ai
personaggi che mi consigliano di andare a visitare il Marble Temple e lo Standing Buddha, o che mi
danno la solita dritta dell'ufficio turistico sgamuffo; gli faccio vedere addirittura la foto, contro la
quale loro non possono fare altro che ammutolire e salutare.
Giro come una trottola tra le strade di Bangkok: ci sono da visitare diversi Wat, devo salire sulla
Golden Mountain, da cui si ammira un grandioso panorama che mescola il monumentale della città
antica con il futuristico dei quartieri moderni, e mi ritrovo nel quartiere specializzato nella vendita
di statue di Buddha. Con il taxi d'acqua raggiungo in un battibaleno il quartiere Siam, quello nuovo,
pieno di grattacieli e centri commerciali. Qui anche solo per attraversare la strada devi servirti delle
passerelle sopraelevate, che collegano tutti gli shopping center senza bisogno che tu esca all'aperto a
sudare. Dentro al Siam Paragon non posso farmi sfuggire la pulizia dei denti a 20 euro dalla dentista
Suzie, che mi bacchetta impietosamente per il mio tartaro e per la mia incapacità di stare con la
bocca aperta mentre l'acqua deborda. Dopo un breve giro di Chinatown (delirio, caldo, puzza e
inquinamento), eccomi al salutare Lumpini Park, accanto al quale c'è il night market, con un enorme
capannone stipato di tavoloni stile Oktoberfest, dove si può mangiare, bere e naturalmente fare
shopping.
Per ripararci dal consueto acquazzone, io e Monika ci rimpinziamo di ravioli al vapore e pollo al
bambù in un ristorante cinese al coperto. Poi assoldiamo un tuc-tuc che ci porti a Sukhumvit, nota
per i templi del sesso: in realtà la noia, gli squallidi frequentatori e i prezzi europei ci fanno passare
la voglia di proseguire lì la serata e dunque gettiamo soltanto qualche sguardo nei semibui locali. Al
mercato è pieno di musulmani integralisti e mi chiedo come possano convivere i burqa con le tette di
fuori. Al mio quartiere ci torno con un finto tassista di moto che mi fa così cagare sotto che gli do la
metà del compenso pattuito (che lui accetta senza battere ciglio, d'altra parte).
Cerimonia d'addio
Ogni sabato, nella periferia nord occidentale di Bangkok, si tiene il mercato galleggiante di Taling
Chan. Si tratta di un posto dove fondamentalmente i thailandesi vanno a scofanarsi di pesce: il klong
è affollato di barche sulle quali cucinano granchi, gamberi, molluschi, risotti e diverse altre
imprecisate caterve di cibo così colorato da sembrare di plastica, mentre sul pontile sono sistemati i
tavoli. Durante la gita in barca sui canali, la gente che abita in queste case di legno ci saluta dalle
amache che dondolano in terrazza, i ragazzini fanno il bagno tuffandosi dalla scaletta di legno, gli
altri turisti invece acquistano il "lucky bread" (che sarebbe pane in cassetta) e lo buttano in pasto ai
pesci praticamente intero. Tra le tappe, c'è un ennesimo wat e un centro dove coltivano differenti
tipi di orchidee.
La domenica raggiungiamo Ayuttaya, la vecchia gloriosa capitale, sostituita da Bangkok dopo essere
stata spazzolata via dai birmani. Purtroppo il caldo asfissiante ha reso insopportabile il Buddha
sepolto dalle radici di un albero, il Buddha gigante sdraiato, il Buddha seduto con la canottiera gialla,
il laghetto, i resti degli antichi templi, i monaci, gli elefanti, il mercato, il cocco caldo. E non ho
fatto altro che sognare una doccia.
La scintillante serata finale la trascorro con un imponente negro della Guyana inglese, il quale mi
racconta che è in partenza per Torino, che si occupa di commercio di pietre preziose, che è esperto
di gastronomia e infine che è completamente a secco di soldi (quest'ultima è effettivamente l'unica
informazione credibile di tutto l'elenco). Però per fortuna gli piace il jazz: mi conduce dunque in un
accogliente locale dove si ascolta musica dal vivo. Qui conosciamo questi divertenti thailandesi
appassionati di musica, che risolvono il problema della penuria di soldi perché ci offrono prima da
bere e poi persino da mangiare in un locale lì vicino. E anche questa, alla fine, è la Thailandia: un
bar-karaoke dove mangiare anatra fredda cantando a squarciagola pezzi di cui non capisci una
parola, insieme a uno sciroccato alto quasi due metri, proveniente da un Paese che non sai manco
bene dove si trovi, brindando col Sang Som insieme a dei ragazzi ubriachi che sicuramente non
rivedrai mai più.
L'ultimo giorno è identico a tutti gli ultimi giorni di tutti i viaggi, in cui l'unica incombenza è finire i
soldi e riuscire a raggiungere l'aeroporto in tempo. La notte a Dubai, mancando l'entusiasmo e la
vitalità iniziali, la trascorro dormendo su una sedia allungabile ricoperta della maggior parte del
contenuto del mio unico bagaglio, quello a mano.
(luglio 2009)
UNA BRICIOLA DI INDIA
Viaggio in Kerala
India, India, quante volte ti ho vista sulla cartina e ti ho sottovalutata.
[ Elio e le storie tese, "L'eterna lotta tra il bene e il male" ]
Thiruvananthapuram (nota — per comprensibili motivi — anche con il nome coloniale di Trivandrum) è
la capitale dello stato federale del Kerala e conta circa 750mila abitanti. A quanto pare, la maggior
parte di loro è accatastata oltre la transenna degli arrivi dell'aeroporto internazionale, certificato
ISO, alle quattro della mattina del nostro sbarco in India meridionale.
Kovalam Beach, situata a circa dieci chilometri a sud, accoglie in letti umidi i viaggiatori reduci da
una ventiquattro ore di transiti aeroportuali, film in hindi sottotitolati, partite di tetris in alta quota,
polli speziati nelle vaschette, comandanti che vi parlano, paradossali controlli di sicurezza, smoking
lounge anguste.
In tarda mattinata, uscendo in avanscoperta, possiamo provare quella magnifica sensazione di shock
termico, tipica di chi si risveglia in estate senza aver vissuto la primavera. Ad un'estremità di
Lighthouse Beach sta di guardia un faro (appunto) a strisce orizzontali bianche e rosse, sul quale ci
arrampichiamo grazie alla scala a chiocciola, e dall'alto — una volta pagato il sovrapprezzo —
possiamo fotografare il panorama. Realizziamo così che questa località balneare è costituita da una
stretta fascia sabbiosa, modellata in tondeggianti insenature affiancate, sulla quale si affacciano
ristoranti di pesce e bar, negozi di vestiti e parei, hotel e centri ayurvedici, mentre l'interno è
interamente occupato da superbi palmeti. Il mare, le barche di legno dipinto e la moschea gialla
scintillano all'unisono.
Tornati sulla terra, un donnone che gestisce un negozio di gioielli mi saluta ammiccante, sorridendo.
Constatato il mio disinteresse nei confronti dei preziosi, mi propone un rilassante massaggio
ayurvedico, somministrato da questa giovane terapista che ha seguito dei corsi a Singapore. Anche la
matrona e sua figlia partecipano al massaggio, da allieve diligenti, dividendosi alcune parti del mio
corpo.
A Kovalam possiamo stenderci sui lettini a prendere il sole, possiamo fare il bagno stando bene
attenti alle temibili correnti, possiamo consumare qualcosa di fresco al bar accanto al divino Otelma
il quale, quasi irriconoscibile senza i suoi eclatanti abiti di scena, siede al tavolino con le gambe
mollemente accavallate e sorbisce una bibita con la cannuccia, in compagnia di se stesso. Per la
cena, consumata in uno dei ristoranti lungo la spiaggia, indosso una gonna di seta verde squillante,
ricamata a motivi di piccoli pavoni, simbolo di qualcosa che ora non ricordo. Il pesce, se proprio lo
volete sapere, non sa di niente.
Jungle bells
Ristabilito l'equilibrio fisico e morale, possiamo dirigerci alla volta di Alleppey, da dove partono le
migliori crociere sulle backwaters, un fitto intrico di placidi canali che si dipana parallelamente alla
costa del Kerala per diverse centinaia di chilometri. Il barcone di giunco che ci accoglie è dotato di
un ampio patio nel quale, stravaccati su poltrone e divani, ci godiamo la suprema sensazione di pace,
di silenzio, di abbandono a cui probabilmente i keralesi sono abituati da sempre. Trascorriamo la
giornata di Natale cullati dalle onde, riscaldati dal sole, ipernutriti dal pranzo e dalla cena serviti dai
cuochi di bordo. Nell'estasi del momento, non possiamo fare a meno di pensare ai nostri amici e
parenti che, sfasati di quattro ore e mezzo, stanno celebrando la santa festività a latitudini molto
superiori alla nostra. In loro onore, dopo aver dato fondo al riso, al dal, al pesce, alle rondelle di
banana fritte e all'intera dotazione di caffè della houseboat, tagliamo solennemente un cubo che un
tempo era un panettone Maina.
Lungo le rive dei canali la vita scorre al rallentatore. Moschee, chiese e templi, case e scuole.
Mangrovie, banani, palme, ninfee e risaie. Canoe che trasportano merci, houseboat affollate di
turisti che fotografano, imbarcazioni colorate occupate da suore che salutano. Pescatori che vendono
aragoste blu, bambini che si rincorrono, giovani che camminano con il dhoti sollevato. Chilometri di
vestiti stesi ad asciugare, sacchi in bilico sulle teste, pubblicità della Vodafone. E poi, donne che si
lavano i capelli, donne che fanno il bucato, donne che salutano, donne che sorridono, donne che
stanno sedute a fare niente.
Ultimo viene il corvo
A ogni sparo il soldato guardava il corvo: cadeva? No, l'uccello nero girava sempre piú basso sopra di
lui. Possibile che il ragazzo non lo vedesse? Forse il corvo non esisteva, era una sua allucinazione.
Forse chi sta per morire vede passare tutti gli uccelli: quando vede il corvo vuol dire che è l'ora.
[ Italo Calvino, "Ultimo viene il corvo" ]
Il panorama cambia colore assecondando il graduale calare del sole, finché non arriva la sera; i corvi,
se possibile, sono ancora più numerosi. Il loro piumaggio è così lucido, di un nero quasi metallico, e
sono così eleganti con quella loro livrea e quel becco così ben disegnato. Devo confessare che, a
dispetto della cattiva fama che li accompagna, la loro presenza non la trovo affatto malaugurante. A
meno che non te ritrovi uno nella zuppa. Ora, non è sicurissimo che quello spezzatino (poco speziato,
a dire il vero) fosse di corvo e non di pollo (come giurava il cuoco), però quegli ossicini così piccoli e
friabili, quel sapore inedito e selvatico e quei borbottii intestinali notturni ci hanno convinto che lo
fosse. E anche se tutti i keralesi a cui lo abbiamo chiesto (massaggiatrici, invitati a matrimoni, autisti
di tuc-tuc) hanno giurato e spergiurato che il corvo non è un ingrediente contemplato nella cucina
locale, e anche se effettivamente quella pietanza non fosse altro che un giovane polletto in
fricassea, nessuno ci toglierà dalla testa che noi abbiamo mangiato un corvo, quella sera.
Il risveglio mattutino è indimenticabile: il sole sta sorgendo dietro ai palmeti e l'acqua è ferma e
piena di riflessi. Da lontano, se ci si mette in ascolto, un canto dolcissimo si spande nell'aria. Se devo
dire la verità, non sono ancora convintissima che quella melodia quasi impercettibile fosse reale;
probabilmente me la stavo soltanto immaginando, visto che è proprio la tipica melodia che verrebbe
in mente ammirando quello scenario. Comunque sia, è un vero peccato dover tornare sulla
terraferma e salire sul bus che si arrampicherà verso le prime propaggini dei monti Ghati occidentali.
Ho voglia di tè
Ha ben piccole foglie la pianta del tè.
[ Ivano Fossati, "La pianta del tè" ]
La destinazione finale della giornata è la città di Thekkady, dove trascorreremo la notte. La strada
per giungervi è lunga e tortuosa e, poiché abbiamo anche in programma la visita della fabbrica di tè
di Vandiperiyar Town, ci concederemo soltanto le soste realmente indispensabili, altrimenti
arriveremo tardi al parco nazionale di Periyar.
Devo dirvi che comunque, indipendentemente dai chilometri da percorrere e dalle condizioni della
strada, nessuno spostamento nel nostro pulmino da diciassette posti dura meno di cinque ore,
durante le quali si soffrono, alternativamente o contemporaneamente: caldo, freddo, mal d'auto con
conseguenti nausea e vomito, schiacciamento dell'osso sacro, variegati dolori alle ginocchia, gonfiore
dei piedi, fame, sete, necessità impellente di una toilette, punture di zanzara, asfissia causata dai
gas di scarico. Inoltre, a bordo del pulmino, sono frequenti i casi di nervosismo semplice o, più di
rado, di vera e propria isteria con conseguente sfuriata all'autista incolpevole il quale, a seconda dei
casi: va troppo piano o troppo forte, si posiziona troppo al centro strada oppure troppo rasente agli
altri mezzi di locomozione, non trova l'hotel, dice che sa dov'è ma in effetti non lo sa, si ferma a
chiedere e chiede male, sbaglia strada, torna indietro, scuote la testa, sorride e infine dice che ha
capito dov'è (anche se non è vero), si ferma a chiedere e chiede bene, nonostante questo non trova
l'hotel, quindi si ferma dove non può, ma i vigili gli fischiano, quindi procede e non si ferma dove
può, quindi alcuni passeggeri gli intimano di fermarsi ma nel frattempo non può più eccetera
eccetera.
Fuori dal finestrino scorrono rapidi: eucalipti altissimi, piante di cardamomo ed alberi della gomma,
incisi e trasudanti bianco lattice (legno che piange, lo chiamavano gli indigeni della foresta
amazzonica). Man mano che si sale di quota ci inoltriamo nella zona delle piantagioni di tè, lucidi
cespugli bassi che ricoprono tutta la superficie collinare disponibile, ordinatamente intervallati da
corridoietti di passaggio che suddividono le aree in scaglie. Giunti a Vandiperiyar scopriamo che la
factory, gestita dalla irlandese Connemara, oggi è chiusa (come tutte le domeniche, del resto) e
dunque non possiamo assistere alla trasformazione delle piccole foglioline verdi in polvere per
infusione. Per rifarci visitiamo uno dei numerosi giardini delle spezie che affollano la zona. La
lezioncina di botanica tropicale riscuote poco successo: soltanto poche diligenti massaie sono
disposte alla tortura anglo-indiana, mentre gli altri cazzeggiano tra ragni giganti, piante di chiodi di
garofano, caffè e cacao, oppure si siedono a discettare — ad esempio — sui migliori piadinari di
Rimini.
La sosta al negozio di spezie presente in loco fa sforare definitivamente sulla tabella di marcia e, se
a ciò si aggiunge il traffico dell'ora di punta di Thekkady, non dovete meravigliarvi se arriviamo al
Wildlife Sanctuary di Periyar troppo tardi sia per la gita in battello sul lago, sia per il trekking nella
foresta decidua. A me non dispiace troppo: non avrei voluto fare la fine di quei 35 turisti che il primo
ottobre del 2009 sono affogati nel lago (la notizia ANSA recitava: "India: per vedere elefanti
rovesciano battello, decine morti"). E anche il trekking nella giungla nella speranza di vedere un
fruscio scambiato per una coda di tigre non mi faceva impazzire di gioia. In sintesi ciò che abbiamo
visto è stato: un bar a forma di tartaruga, un cartello del parco a forma di culo di elefante, alcuni
fastidiosi macachi, un paio di “scoiattoli indiani giganti” e infine molti turisti indiani che ci
fotografavano facendo finta di fotografare i loro parenti.
La località registra il tutto esaurito in questi giorni di vacanze natalizie e dunque gli hotel e i
ristoranti sono pieni (e questa è una buona notizia per i keralesi, che nel turismo stanno investendo
speranze e soldi), ma per lo stesso motivo il parco non riesce a far fronte a tutte le richieste di visite
guidate, per cui non c'è posto nemmeno per le escursioni del mattino presto.
Dove c'è turismo, oltre ai negozi di spezie e di artigianato indiano, ci sono i centri di massaggio
ayurvedico, uno dei plus salutisti della regione. Esso funziona così. Il massaggio base è preceduto da
una strofinata alla testa, piuttosto piacevole, che ricevete nudi come vermi e seduti su uno sgabello
di plastica. Con i capelli impiastricciati, vi fanno stendere su un lettino scivolosissimo, sul quale
sguscerete tutto il tempo: lì mani oleose vi percorreranno il corpo per circa quarantacinque minuti.
Al termine, sul viso vi sarà applicata una maschera di bellezza all'arancia o al gelsomino. Volendo,
potete degnamente coronare l'esperienza con un bagno di vapore di un quarto d'ora. A seconda dei
casi, poi, c'è chi vi dirà di non farvi la doccia minimo per un'ora al fine di non perdere gli effetti
benefici (e quindi solamente vi strofinerà via con un asciugamano l'eccesso di unto) e chi invece vi
darà asciugamano e campioncino di shampoo e vi condurrà in un bagno nella stanza attigua.
Munnar
As close to heaven as it gets.
[ Cartello segnaletico, strada Thekkady-Munnar ]
La strada da percorrere oggi, serpeggiante e suggestiva, ci condurrà a Munnar. La tabella di marcia
per fortuna è di ispirazione indiana, quindi ogni tanto possiamo anche guardare dal vivo i verdissimi,
squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni, senza l'interferenza dei vetri del bus (ma purtroppo
rischiando di essere presi a bastonate dai guardiani delle piantagioni). Abbiamo anche tempo per le
soste, durante le quali, ad esempio, mangiare ananas sbucciate e bere latte di cocco serviti in
baracchini che spuntano sulla strada. Le aree di sosta sono predisposte in base alla presenza di una
cascatella oppure di un panorama a perdita d'occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate,
folti gruppi di parenti indiani si fermano a mangiare, ma non pensate al classico panino Camogli, no,
questi sono attrezzati con pentoloni enormi e padelle di alluminio e piatti di ceramica e mangiano
pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si fotografano molto o riprendono
con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno acquista una pannocchia o una borsa, la maggior
parte sta in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche,
abbigliamento maschile che qui batte dieci a zero la più tipica gonna pareo.
Giunti a Munnar, scendiamo per mischiarci alla cittadinanza brulicante: al vigile che dirige il traffico
proteggendosi con un ombrello viola, ai signori che prelevano al bancomat e non rispettano la fila, ai
venditori di essenze e profumi, alle donne in sari che aspettano l'autobus, a tutti quelli che
trasportano scatole e sacchi, intrecciano corone di fiori, affettano cipolle, scrivono sms, sorridono.
Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggono dall'alto la cittadina, posizionati a
corona uno accanto all'altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si può facilmente dedurre che il
predominante induismo convive pacificamente con larghissime fette di credenti di fede islamica e
cristiana. Il tempio induista è al solito coloratissimo, festoso, ricoperto di altorilievi che
rappresentano il pantheon di divinità, tra cui è possibile riconoscere, ad esempio, il panciuto Ganesh
(raffigurato con la testa di elefante mono-zanna), il preservatore Visnu (membro della Trimurti,
dotato di quattro braccia), il creatore Brahma (barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano).
La Chiesa cristiana è meno allegra e colorata, anche se bisogna dire che, percorrendo le strade dello
Stato, è frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai colori pastello o
dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L'unica cosa ridente invece, qui sul sagrato, è il
presepe, che rende evidenti una serie di contraddizioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui,
essendo un'accozzaglia di: neve di ovatta, cammelli di legno, palme di cartone, foto ritagliate di case
europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri, e dietro a tutto quanto, a
fare da sfondo, da un lato un albero di Natale a grandezza naturale decorato con palloncini e altri
pendagli, dall'altra un poster di babbo Natale gigante e un'enorme fotografia che raffigura imponenti
catene montuose innevate.
Elephant's coming
L'hotel prenotato si trova a diversi chilometri dalla città, piuttosto isolato da tutto, e dunque non
abbiamo altra scelta: dobbiamo cenare nello squalliderrimo ristorante al piano di sotto. È uno di quei
self-service con i vassoi di metallo con coperchio, nei quali purtroppo giacciono il solito riso lesso, i
soliti spezzatini di corvo piccantissimi, i soliti mischioni di teste di pesce e la solita zuppetta acquosa
di mais, il tutto passibile di essere condito con una salsa a scelta tra quelle rosso sangue, marrone o
giallone (che sia masala o curry, io faccio fatica a distinguerle a causa dell'immediata
anestetizzazione di tutto l'apparato preposto al gusto). Nonostante la temperatura rigida (siamo a
circa 2500 metri di altitudine) faremmo volentieri una passeggiata digestiva nella semideserta strada
su cui si affaccia l'hotel, se non fosse che la direzione ci aveva messo in guardia, preventivamente,
dall'allontanarci troppo a causa dei pericolosi elefanti selvatici che potrebbero facilmente aggredirci.
— Elephant's coming? — chiediamo circospetti al guardiano notturno. Risponde come tutti gli indiani:
dondolando la testa con ritmo dolce e cadenzato, come disegnando il simbolo dell'infinito nell'aria
con il mento. Questo movimento (che li fa assomigliare a quei soprammobili cinesi di plastica dorata
a forma di gattini) nel linguaggio del corpo indiano significa un'affermazione, ma poiché dire No o
Non so risulta per cultura poco educato, e poiché questo movimento è uguale a quello per dire No, in
pratica il messaggio non è mai molto chiaro. — Insomma, hai detto sì o no? — mi verrebbe da urlare
all'omino — Questi benedetti elefanti ci sono o no? E se ci sono, sono effettivamente pericolosi? —
Dopo il consueto sforzo sovrumano necessario per decifrare l'indo-inglese, sembra di capire che: 1)
Gli elefanti, se passano, passano almeno a 5 o 6 chilometri più avanti; 2) Alle 11 di sera hanno altro
da fare e si palesano soltanto ai primi chiarori del giorno; 3) Sono soliti abbeverarsi placidamente in
loro private pozze d'acqua e non ti cagano di striscio. È finito da poco questo ieratico sermone
tranquillizzante, quando si odono in lontananza due barriti gemelli: la querelle termina
definitivamente e ce ne andiamo a dormire.
Voglio vederti danzare
Voglio vederti danzare / Come i Derviches tourneurs / Che girano sulle spine dorsali / O al suono di
cavigliere del Katakali.
[ Franco Battiato, "Voglio vederti danzare" ]
Dopo le temperature alpine di Munnar, l'arrivo a Cochin, seppur preceduto da lunghe ore di
acclimatamento in bus (minimo cinque, come si è detto), inizialmente crea un certo disagio. Il tipico
traffico indiano poi, tra camion troppo grandi per certe microstradine a senso unico, galline e
mucche, capre, pedoni carichi di mercanzia e strombazzate continue, ci fa quasi pentire di aver
lasciato gli altipiani. Ma la sensazione negativa dura poco.
Siamo nel quartiere coloniale e una sintesi di secoli di storia si apparecchia di fronte a noi, a partire
dal simbolo della città: le reti cinesi, introdotte dai mercanti della corte del Kubla Khan. Non
mancano le chiese cattoliche, che cominciarono a comparire dopo l'arrivo di Vasco da Gama, il quale
— attratto come tutti dall'abbondanza delle preziosissime spezie — diede il via alla colonizzazione
europea. Ai portoghesi seguirono i ben più agguerriti olandesi, che — ad esempio — restaurarono il
Palazzo di Matancherry (che infatti oggi si chiama "Dutch Palace") e la sinagoga, distrutta dai
portoghesi. Come avrete già capito, c'è anche il quartiere ebraico, che ancora oggi rappresenta il
centro del commercio delle spezie ed è un vivace emporio per turisti a caccia di pezzi di artigianato
e antichità.
A Cochin possiamo assistere alla versione per turisti dello spettacolo tradizionale del Kathakali, una
sorta di antichissimo teatro-danza a sfondo religioso, in cui vengono drammatizzati tutti i più grandi
temi tratti dai grandi poemi epici hindu. Gli attori devono subire un processo di vestizione e trucco
molto elaborato e hanno a disposizione un numero limitato ma precisissimo di gesti ed espressioni
facciali, poco chiari per noi turisti rimbambiti dal caldo e dal sonno, ma comprensibilissimi ai
keralesi. Stessa storia vale per i ballerini, tanto graziosi e affascinanti: i sorrisi, i movimenti delle
sopracciglia e anche del naso sono parte integrante della danza. Attori e danzatori sono
accompagnati dai percussionisti, che sottolineano con ritmi ipnotici le fasi della rappresentazione.
Non credo che gli artisti impazziscano di gioia a snaturare completamente una cerimonia che da
sempre dura tutta la notte (e non un'ora), si tiene fuori dai templi (e non in un teatro, accanto ai
negozi di souvenir) e si rivolge ad un pubblico in grado di provare vere emozioni. Anche se, di fronte
ai soldi, qualcuno di loro (più uomo di mondo degli altri) se ne sarà fatta una ragione.
Sposarsi a Fort Cochin
Appena usciti dall'albergo belli riposati e freschi di doccia, un'enorme comitiva di gente multicolore
attira la nostra attenzione. Uno dei soliti, gentilissimi indiani ci fa cenno di entrare nel giardino e poi
nell'auditorium: si festeggiano i neo-sposi Sandya e Ganesh. Raffinatissime mise si affollano in questa
sorta di teatrino, pieno di sedie di plastica schierate di fronte al misero e poco illuminato palchetto
in fondo. Ganesh (baffo e capello con la riga lunga anni Settanta) è mestamente seduto su una
poltrona di velluto, con una collana di fiori. Di fronte a lui il sacerdote traffica con fiori e unguenti
misteriosi vicino a un fuocherello, mentre Sandya si allontana spesso per cambiarsi d'abito. A un certo
punto spariscono entrambi: i parenti lì presenti ci spiegano che si sono recati temporaneamente al
tempio, ma di aspettarli perché dopo dieci minuti sarebbe stato servito il pranzo. Nel frattempo
possiamo bere una bibita molto molto arancione, adornarci con fiori freschi e scambiare quattro
chiacchiere con gli invitati.
Cerchiamo di capire in che maniera siano imparentati con gli sposi ("Siete dalla parte della sposa o
dello sposo?") e se secondo loro la coppia funziona (tutti, per la cronaca, sono soddisfatti della scelta
effettuata). La nostra presenza non passa inosservata, gli invitati ci indicano tra loro, ci sorridono, ci
chiedono una fotografia e ci fanno domande (ad esempio: "Siete dalla parte della sposa o dello
sposo?"). Anche se in Kerala ci sono minori disparità sociali, gli abiti eleganti, la forbitezza nel parlare
e l'enorme numero di invitati indicano che si tratta di un matrimonio di una casta elevata. I giovani e
giovanissimi ci parlano della scuola, dove studiano il malayalam (la lingua del Kerala), l'hindi e
l'inglese. Con un ritardo di più di un'ora viene servito il pranzo: centinaia di persone sono
ordinatamente sedute su file interminabili di tavoli, di fronte a una foglia di banano ricoperta di riso,
pollo e verdure, tutti privi di posate e con le mani unte. È solo approfittando della confusione
generale che accompagna il cambio turno che riusciamo a defilarci.
Girare tra le strade di Fort Cochin e Matancherry è gravido di sorprese: i sorrisi fioriscono in bocca al
venditore di limoni appoggiato al suo carretto, ai tassisti in sciopero seduti vicino al mare, ai bambini
che smettono di giocare e si mettono in posa, al dignitoso ottantenne impassibile che tutti ci
indicano, agli scheletrici lavoratori del magazzino di zenzero che si apre sulla strada, ai membri delle
famiglie che — in piedi davanti alla porta di casa accanto ai contenitori ancora vuoti — attendono il
camion dell'acqua, al negoziante col naso adunco che ci invita a dare un'occhiata ai gioielli, al
venditore di statue hindu che cerca di illustrarci le intricate vicende di Krisna e di Visnu. Al tramonto
il cielo è rosa dietro alle reti cinesi, il pesce arrosto copre il profumo di zenzero, i vestiti colorati
sventolano dalle bancarelle, i tuc tuc crumiri avanzano a pedali, i ristoranti hanno posizionato gli
zampironi per terra, vicino ai tavoli.
Abbracciando il mondo
Se Dio è morto in Occidente, in India ha ancora mille indirizzi.
[ Tiziano Terzani, "In Asia" ]
Prima di raggiungere l'ultima tappa del viaggio, Varkala, dove trascorreremo alcune giornate di relax,
abbiamo un ultimo compito da svolgere: risvegliare l'amore divino che è in noi. Dovete sapere che tra
Cochin e Varkala, nei pressi di Kollam, sorge la "Mata Amritanandamayi Mission", ossia l’ashram di
Amma, una guru nota in tutto il mondo (vabbè, io non l'avevo mai sentita nominare) per la sua
performance spirituale che consiste nell'abbracciare migliaia di persone al giorno.
Il suo Ashram è situato all'interno delle backwaters, assediato da rigogliose palme e circondato da
paradisiaci canali (peccato davvero quegli orrendi condomini di cemento a molti piani dove
alloggiano gli ospiti). Esso viene presentato come un luogo pieno di bellezza e gioia, dove — al di là di
ogni credo e religione — si cerca e si può trovare la propria libertà. Ora, io capisco il desiderio di
scappare a molti chilometri dalla propria routine, comprendo e giustifico persino la fuga da un
occidente frenetico e stressante, votato al gretto materialismo e al predominio del dio denaro, ma in
merito alla libertà, io ne avrei una concezione un po' differente.
Dentro l'ashram vigono leggi rigidissime: è proibito mangiare carne, bere alcolici, fare sesso e
fumare. Ci si deve vestire di bianco, non indossare le scarpe e coprirsi castamente braccia e gambe,
come illustrano i disegni alle pareti. Non si possono utilizzare apparecchi elettrici ed elettronici —
però nell'auditorium numerosi fogli A4 appesi ai muri raccomandano di non lasciare incustoditi i
computer portatili perché i furti sono molto frequenti. Ognuno deve svolgere il Seva, ossia prestare
opera per la comunità in base a ciò che sa fare meglio: c'è chi prepara il caffè e il tè, chi fa le
pulizie, chi insegna yoga (un plotone di donne che, suppongo, non sa fare altro, lecca e imbusta full
time dépliant da inviare in tutto l'orbe terracqueo). Inoltre non si possono avere contatti con gli
abitanti dell'adiacente villaggio di Vallikavu, è vietato mangiare cibo acquistato oltre le mura
dell'ashram e avventurarsi fuori dopo l'ora del tramonto (tutte queste vengono spacciate per misure
finalizzate alla propria sicurezza e al proprio benessere). Gli utili dell'ashram, insieme alle donazioni
internazionali, servono per finanziare le attività umanitarie erogate da Amma in tutto il mondo da
più di vent'anni: soccorso dopo catastrofi naturali, autonomia economica per le donne, assistenza
sociale, lotta alla fame, orfanotrofi, case, istruzione eccetera.
I frequentatori dell'ashram hanno un non so che di familiare. I nuovi arrivati si riconoscono subito dal
volto estatico e dalle frequenti crisi pianto di cui sono vittime. Una volta entrate nell'ashram, le
donne occidentali si trasformano immediatamente in befane: smettono di farsi la tinta e portano i
capelli legati in una pudica treccia, non si fanno più la ceretta ai baffi e ovviamente non si truccano.
Uomini e donne indossano orridi camicioni bianchi che poco li valorizzano, con i quali sperano
inutilmente di cancellare i segni di tragedie più o meno recenti o addirittura vite intere votate alla
sfiga e alla povertà morale, se non peggio.
Il nostro improvvisato cicerone è Lello, un adepto napoletano senza scarpe, con pochi capelli e ancor
meno denti, che ci fa visitare le proprietà del monastero. Per prima cosa ci conduce dalle mucche di
Amma, segno tangibile della presenza del Divino sulla Terra (benché a me sembrino identiche a tutte
le vacche generiche che ruminano indisturbate nel mondo). Poi saliamo sui tetti di uno dei casermoni
e, tra i panni degli adepti stesi ad asciugare nell'aria tropicale, Lello improvvisa un ben augurante
saluto al sole. Entriamo dunque nel tempio e infine nel negozio di souvenir, dove — accanto alle
immagini di Gesù Cristo e alle statuette delle divinità hindu — vendono la bambola di Amma. E
finalmente arriva il momento tanto sognato, l'esperienza più forte della nostra vita: l'abbraccio di
Amma. Lei — giura Lello — ti getta un seme dentro. Grazie al nostro nuovo amico napoletano
possiamo dunque passare avanti a centinaia di indiani in fila e poter ritirare il seme messo in palio, in
tempo per il nostro programma di viaggio.
Dopo una fila di circa un'ora e mezza, siamo al cospetto della Mahatma, la quale sta seduta su una
comoda sedia, circondata dai suoi assistenti più fedeli che gestiscono il traffico degli abbracci. A un
metro di distanza da lei, uno di loro ti costringe ad inginocchiarti e subito dopo un altro ti schiaccia
la faccia contro le sue enormi tette. Sempre sorridente, Amma ti sussurra parole incomprensibili
all'orecchio e poi, mentre i valletti ti stanno già per strappare con decisione dall'affettuosa stretta, ti
fa dono di una bustina tipo carta per il pane che contiene una misteriosa polverina e una caramella
all'arancia. A me effettivamente ne ha dati due di regalini, perché aveva intuito che Fulvio si era
categoricamente rifiutato di partecipare a questa messinscena (ma per fortuna, afflitto dal senso di
colpa, aveva guardato lo show sul maxischermo).
Terminato il darshan, siamo invitati a pranzo, che consiste in un pastone piccantissimo di riso e
legumi da mangiare con le mani. Qui un friulano biondo, alto quasi due metri, attacca bottone con
me. Poiché però non ho mai letto né Osho né Maestro Eckhart, poiché non ho mai praticato la
meditazione, poiché infine vado matta per la carne rossa, bevo alcolici e fumo, la conversazione
dopo meno di due minuti comincia a languire e lui si mette a parlare con un'altra.
Felici Tropici
Se il futuro del pianeta appartiene alle megalopoli asiatiche, mostri urbani con venti e più milioni
di abitanti, congestioni di grattacieli e baraccopoli sull'orlo del collasso, evidentemente qualcuno si
è dimenticato di dirlo agli abitanti del Kerala.
[ Federico Rampini, "La speranza indiana" ]
La seconda parte del viaggio assomiglia più ad una vacanza che all'itinerario concitato a cui sono
abituata. Ma mi va bene, visto che si tratta di Varkala Beach, un serpente di negozietti, locali lounge
e resort in bambù che si snoda in cima ad una suggestiva scogliera, sotto la quale sono incastonate
alcune spiagge schiumose di onde. Tale villaggio è prettamente realizzato per i turisti, è vero, ma
turisti appartenenti alla categoria tra le meno odiose al mondo: non si ubriacano in modo molesto,
non vanno in discoteca, non sfoggiano abiti da abbordaggio, leggono molto e, grazie alla pratica dello
yoga, ai trattamenti ayurvedici e all'uso moderato di cannabis, sono — quasi tutti — molto rilassati.
Questa imponente scogliera rappresenta un'eccezione nell'intera costa del Kerala, altrimenti bassa e
sabbiosa, e in effetti rende l'esperienza della "spiaggia tropicale con palme, Budda bar e pesce crudo
nel ghiaccio pronto per essere grigliato" diversa rispetto alle identiche situazioni oramai standard un
po' ovunque.
L'intero apparato commerciale di Varkala Beach è nelle mani dei rifugiati tibetani, ladakhesi o
kashmiri, che coprono sia il settore gastronomico, sia quello delle accomodation, sia quello dei
souvenir. Il risultato è che siamo costretti a portare come regali agli amici campane tibetane e
singing bowl (ma tanto la maggior parte di loro non si accorge minimamente dell'incongruenza), per
fortuna però non siamo obbligati a mangiare sozzi manicaretti indiani piccantissimi e possiamo
strafogarci liberamente di momo vegetariani e noodles.
La stagione balneare di Varkala dura pochi mesi: tra giugno e settembre ci sono i classici monsoni di
sud-ovest che portano le piogge, poi, quando altrove già si va verso la stagione secca, zac!, a fine
ottobre arriva la coda del monsone di nord-est e quindi acquazzoni e anche qualche ciclone, giusto
per gradire; se pensate infine che nei mesi di aprile e maggio fa un caldo da scoppiare, potete
facilmente intuire perché la maggior parte delle attività commerciali sia attiva soltanto da dicembre
a febbraio. Da marzo in poi molti operatori infagottano le loro cose e tornano al nord, dove il clima
consente di lavorare anche nei mesi estivi.
La nostra stanza è situata al piano terra di questo edificio a pochi passi dalla mitica scogliera. È
molto spartana, ma abbastanza pulita, a parte la puzza di fogna che proviene dal bagno (afrore che
cerchiamo di neutralizzare bruciando di continuo bacchette d'incenso). Esattamente sopra la stanza,
sulla terrazza vista mare, si tengono due volte al giorno le lezioni di yoga di Sunhil. Uno dei più
perfetti momenti trascorsi a Varkala è lo savasana (la posizione del cadavere, una asana di
rilassamento totale) sulla terrazza dell'Hill Cliff, accompagnata dal gracchiare dei corvi vicino, dalla
melodiosa chiamata alla preghiera del muezzin lontana e dal vento fresco che fa sventolare le foglie
di palma. E comunque nei giorni trascorsi a Varkala, sembra sempre di udire un canto esotico: se non
è il muezzin, sono gli inni induisti, se non è l'ohm di un corso di yoga è un cd Cafè del mar.
In questa località potete trovare una straordinaria offerta di trattamenti ayurvedici: lungo la
passeggiata numerosi cartelli invitano a provare lo sgocciolante Siro dhara o il tamponante
Njavarakizhi. La foto del faccione baffuto del medico di riferimento serve come garanzia e agisce da
testimonial. Durante l'anamnesi questi, in carne e ossa questa volta, vi tasta il polso mentre vi
riempie di domande e ascolta le vostre risposte con un'imperscrutabile espressione (uguale a quella
della foto). Poi vi confeziona un pacchetto della durata dei vostri giorni di vacanza, in cui vengono
sapientemente alternati uno sgocciolante Siro dhara ad un tamponante Njavarakizhi. In realtà non so
bene che senso abbia tutto ciò, considerando che i benefici che derivano dalla medicina ayurvedica
in termini di benessere e longevità necessiterebbero di lunghi trattamenti che coinvolgano anche lo
stile di vita, l'alimentazione, l'eliminazione dello stress; comunque, male non dovrebbero fare.
A Varkala Beach i turisti, più o meno fricchettoni, possono trovare nei negozi tutte le merci di cui
hanno bisogno e che non faranno loro rimpiangere di trovarsi a migliaia di chilometri da casa loro:
sigarette e tabacco (in Kerala è proibito fumare in pubblico), birra Kingfisher e a volte anche
superalcolici (in Kerala è proibito bere alcolici, e dunque li servono con molta accortezza),
bagnoschiuma (in Kerala non riescono nemmeno a immaginare perché un sapone debba essere
liquido), crema solare (gli indiani vanno al mare vestiti dunque non ne hanno bisogno), repellenti per
zanzare (anche se in Kerala il rischio malaria è molto ridotto), croissant francesi, pasticceria tedesca,
pasta e pizza italiane.
Il caro vecchio Malabar
Si potrebbe sostenere altrettanto giustamente che in realtà tutto ebbe inizio migliaia di anni prima.
Molto prima che arrivassero i marxisti. Prima che gli inglesi conquistassero il Malabar, prima della
dominazione portoghese, prima dell'arrivo di Vasco de Gama, prima che lo Zamorin conquistasse
Calicut. Prima che i cadaveri dei tre vescovi siriano-ortodossi dalle tonache viola uccisi dai
portoghesi venissero ripescati in mare, con grovigli di serpenti marini nel petto e ostriche incollate
alle barbe aggrovigliate. Si potrebbe sostenere che cominciò prima che il cristianesimo arrivasse dal
mare e si diffondesse nel Kerala come il tè da una bustina immersa nell'acqua.
[Arundhati Roy, " Il dio delle piccole cose" ]
Per certi versi, poco è cambiato dalla fine degli anni Cinquanta, quando Rossellini girò il suo
documentario sulle coste del Malabar meridionale: le stesse palme da cocco scompigliate, lo stesso
vento carico di sabbia e salsedine, le stesse enormi onde oceaniche, le stesse ali spiegate di corvi e
falchetti, gli stessi robusti pescatori con le facce cotte dal sole, che trascinano barche di legno
scavate nei tronchi d'albero dalla riva al mare aperto e le riportano faticosamente a terra al mattino.
Soltanto, nel frattempo, questi millenari pescatori hanno dovuto abituarsi a qualche culo occidentale
steso al sole — che hanno imparato a scavalcare con noncuranza mentre per decine di metri stendono
sulla sabbia le reti per la manutenzione quotidiana. Soltanto, sopra alla gonna pareo rimboccata
all'altezza delle ginocchia, spicca qualche polo griffata che, per quanto scolorita dal sole e dal sale,
denota un contatto più utilitaristico con i turisti, a cui — ogni tanto — vengono spillate sigarette o
richiesto bonariamente aiuto per ricondurre l'imbarcazione sulla terraferma.
È questo lo spettacolo a cui il bagnante può assistere mentre raggiunge la spiaggia nera, oppure
mentre si avventura lungo la costa verso nord, fino a raggiungere la moschea, il villaggio dei
pescatori, le pozze dove i bufali si bagnano e infine la spiaggia di Odayam, schivando i granchi, le
bucce di noci di cocco e gli aironi. Procedendo in direzione sud rispetto al cliff, invece, si allarga
prima una grande spiaggia frequentata soprattutto da occidentali in costume e solo in minima parte
da indiani vestiti. La successiva insenatura è terreno riservato tacitamente agli abitanti del luogo, in
cui dunque al posto dei bikini e dei boxer colorati, è tutto uno sventolio di sari colorati e gonne
pareo o pantaloni per gli uomini, abiti con cui eventualmente ci si tuffa nel mare. A dire il vero, in
questi giorni i sari sono per la maggior parte gialli perché si celebra il Pellegrinaggio in onore del
Guru Narayana. Se a qualcuno interessa, posso rendere noto che questo grande maestro di Varkala
morì in settembre, ma chiese che i pellegrini festeggiassero tra il 30 Dicembre ed il 1 Gennaio,
indossando vesti di color giallo (il colore di Buddha); e inoltre posso aggiungere che costui, dopo
essersi adoperato tutta la vita per superare le rigide divisioni tra le caste, morì quasi un secolo fa
sulla vicina collina di Sivagiri.
E così cari amici, tra un rinfrancante tadasana e un pedicure ayurvedico, tra un acido lassi alla
banana e un paio di ali baba pants viola, gli spensierati giorni di vacanza all'insegna del benessere e
della vitalità volgono al termine. Il volo di ritorno parte dall'aeroporto di Trivandrum (situato a circa
un'ora di strada) intorno alle quattro di mattina: verso le undici dunque cominciamo ad avviarci,
poiché siamo pur sempre in India (per quanto in uno Stato che vanta una speranza di vita e un tasso
di alfabetizzazione superiori alla media nazionale di minimo 10 punti). E meno male, perché l'autista
non aveva ancora del tutto smaltito la sbronza mattutina e ci sono voluti diversi test prima che ci
convincessimo a salire sul mezzo (e anche una commovente confessione del pover'uomo che, essendo
single e soffrendo di solitudine, non ha altra amica fuorché la bottiglia). È ripensando alla triste
storia dell'autista alcolista (e anche a tutti gli altri guidatori incontrati durante il viaggio, alcolisti o
meno) che ci sottoponiamo alle ore di fila di routine all'aeroporto internazionale, certificato ISO, di
Thiruvananthapuram (detta Trivandrum), alle quattro della mattina del nostro ritorno dall'India
meridionale.
(gennaio 2011)
INDIA PER PRINCIPIANTI
Maharashtra, Karnataka, Goa
L’India è inesauribile. Ci si va sempre per la prima volta. O per l’ultima.
[ Alberto Moravia ]
Quando arrivi in India, vieni subito avvolto dall'odore di India: una conturbante miscela di gas di
scarico, spezie, frutta in decomposizione, merda bovina e legno bruciato. A seconda se lo
catalogherai istintivamente come un profumo o come una puzza, si capirà se rientri nella categoria
degli amanti dell'India o in quella dei suoi detrattori. Coloro i quali la disprezzano, oltre all'odore,
non sopporteranno altre tipiche peculiarità indiane: ad esempio la polvere, i clacson continui,
l'ambigua gestualità, la burocrazia, il fatto di essere continuamente fissati dalla gente. L'India non è
un semplice Paese, bensì una disposizione d'animo.
Quando fuoriesci per la prima volta da un aeroporto indiano, ti accoglie subito il noto clima
tropicale. Ad esempio, mentre a casa tua non solo iniziano i primi freddi ma oltretutto sono tutti
impegnati a comprare i regali di Natale, qui se ne vanno in giro con le ciabatte e le magliette a
maniche corte (e alcuni anche senza), felici che in questa stagione non piove praticamente mai.
Quando invece a casa tua è estate piena, in India ci sono i famosi monsoni, le temperature sono
elevatissime e l'umidità paurosa. In ogni caso, il caldo che ti accoglie in inverno è un caldo clemente
e delicato — e in molte zone, soprattutto di sera, neanche tanto caldo.
BOMBAY
La porta dell'India
Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so dominare la bestia assetata chiusa dentro
di me, come in una gabbia.
[ Pier Paolo Pasolini, "L'odore dell'India" ]
Poniamo che tu abbia preso un aereo per Bombay (ribattezzata da alcuni anni Mumbai in un tardivo
impeto nazionalista). Intanto, se sei atterrato di giorno hai potuto osservare delle immense
baraccopoli, alcune delle quali confinano con la pista di atterraggio. Sono gli slum per cui Bombay è
giustamente rinomata, co-protagonisti di un celebre film dal titolo “The millionaire”, che però non
tutti lì a Bombay hanno apprezzato — non hanno capito infatti perché, invece di matrimoni e balletti,
uno in un film debba inserire delle antiestetiche bidonville. Non se lo meritano, questi sette-otto
milioni di abitanti, il pregiudizio estetico degli autori di cinema.
L'aeroporto dista dal centro di Mumbai circa 25 chilometri: se durante la notte con 40 minuti te la
cavi, di giorno i tempi possono tranquillamente dilatarsi all'infinito in un serpentone di auto e taxi,
tre ruote criminali e biciclette sovraccariche, vecchi autobus londinesi a due piani e pullman indiani
a un piano, motorette scoppiettanti e camion lisergici, i quali, indistintamente, pregano gli
automobilisti di suonare il clacson, a caratteri cubitali ("HORN PLEASE OK"). Il tassista potrebbe
chiederti di fare il “sea link”, ovvero il ponte che collega la zona di Bandra con la parte sud della
città, e tu potresti inizialmente pensare che si tratti di un modo per estorcerti un po' di rupie, prima
di realizzare che attraversare l'avvenieristico ponte richiede il pagamento di un pedaggio — che tra
l'altro è il motivo per cui è innaturalmente deserto. Quando in India vedi una cosa moderna e deserta
ti viene spontaneo pensare che non sembra India.
Un'impetuosa crescita demografica
Facilmente avrai prenotato un hotel dal nome altisonante come Chateau Windsor Hotel oppure Queen
Victoria Resort aspettandoti una struttura signorile, e invece avrai trovato ad accoglierti un
fatiscente palazzo a più piani che giace in stato di semi-abbandono. È un'usanza tipica dell'India,
voglio dire ai principianti, chiamare tipo Royal Chicken Center un sottoscala dove spennano i polli,
oppure Krisna Time House un bugigattolo dove aggiustano gli orologi rotti.
In hotel ci lavora un mucchio di persone, che spuntano da ogni dove come gli Umpa Lumpa. C'è quello
che ti dà il benvenuto ("Goomoning ma'm"), quello che ti indica l'ascensore, quello che pigia il tasto
del quinto piano, quello che ti accoglie fuori dall'ascensore, quello che ti guida nella reception. Nella
reception ce ne sono altri 7: uno scrive i tuoi dati su un librone preistorico, gli altri sono impegnati in
loro personalissime faccende. In camera ti accompagnano in tre: uno ti porta la valigia, uno torna
con gli asciugamani, uno ti dà la password del wi-fi (che non funziona). Quando esci ce n'è uno che
pulisce per terra, uno che ti indica l'ascensore, uno che ti fa entrare, uno che pigia il tasto del piano
terra, l'altro che apre la porta quando sei arrivato, uno che ti saluta (" Goodbye ma'm"), l'altro che ti
vuole chiamare per forza il taxi. Insomma, in India non ti senti mai solo.
Per raggiungere il famoso Gateway of India, probabilmente non potrai evitare di costeggiare
l'immenso parco chiamato Oval Maidan, dove giocano a cricket. Noterai edifici storici come l'High
Court e l'Università, ma ciò che ti colpirà di più sarà la vita che pullula in ogni dove: i venditori di
giganteschi palloncini a forma di lampadina e quelli di cartoccetti di arachidi, gli addetti alla
spremitura della canna da zucchero, gli operai in equilibrio sui ponteggi di legno e corda e quelli che
distribuiscono l'acqua potabile, i guardiani dei parcheggi che dormono sul posto di lavoro. In India è
impossibile annoiarsi, c'è sempre qualcosa di assurdo, ridicolo, tenero e colorato che attira
l'attenzione del principiante.
La contraddittoria eredità britannica
Al Gateway of India, l'imponente arco di trionfo costruito dagli inglesi circa un secolo fa a due passi
dal mare Arabico, c'è sempre un'immensa e variopinta folla di turisti. Sicuramente anche tu verrai
molestato da questi omini che ti vogliono fotografare mentre sembra che tocchi la cima del noto
monumento oppure del suo dirimpettaio, il superlussuoso hotel Taj Mahal, grazie ad un'originale
prospettiva ottica (non temere, la stampante la tengono nella borsa). Inoltre verrai sicuramente
braccato da un tizio vestito di bianco che ti legherà un cordino al polso e ti segnerà la fronte con una
ditata di polvere colorata, svelandoti che in quella giornata cade la festa di Visnù, o altro dio a
scelta. In India non sai mai se quella folla è lì per festeggiare una festa religiosa particolare oppure
se è il quotidiano tran tran.
Mentre passeggi nei paraggi può essere che sarai attratto dal bar Leopold, perché (oltre a schierare
in vetrina appetitose torte) da fuori ti sembrerà meno indiano degli altri e infatti, dopo essere stato
sottoposto ad un fugace controllo della borsa col metal detector, ti siederai al tavolo e scoprirai di
essere circondato da turisti muniti di Lonely Planet.
Rinfrancato da una birra Kingfisher e da qualche ancora ignota cibaria fritta, sarai pronto per
raggiungere Victoria Terminus (che oggi si chiama Chhatrapati Shivaji), una delle stazioni ferroviarie
più affollate dell’India. A parte lo stile neogotico-vittoriano, a parte gli elementi veneziani ed
indiani, a parte i legni intagliati, le ringhiere in ferro battuto, le griglie per le biglietterie, ciò che ti
colpirà maggiormente saranno i passaggi metal detector stile aeroporto sotto i quali tutti passano
anche se palesemente non funzionano. Noterai che i treni hanno gli scompartimenti per signore
(infatti visi di donna con foulard sono disegnati sul vagone), che molti di essi viaggiano con le porte
aperte e che i binari pullulano di roditori. In India non è mai una buona idea guardare con troppa
convinzione per terra.
Un delicato equilibrio tra modernità e tradizione
Quando vorrai raggiungere un posto troppo lontano per andare a piedi, dovrai salire su un taxi oppure
su un tre ruote, in molti casi personalizzato con tendine e carta da parati. L'esperienza potrebbe
essere divertente oppure traumatica (a seconda della categoria a cui appartieni) e comunque a
Mumbai, nelle ore di punta, è più probabile che sia traumatica. Certo, anche affrontare certe strade
a piedi prevede una certa quantità di rischi, soprattutto se hai la malsana idea di attraversare una
strada.
A Mumbai per esempio con il taxi puoi andare al Dhobi Ghat (una gigantesca distesa di vasche dove si
lavano a mano i vestiti di tutta la città), al piccolo tempietto Jain su Malabar Hill, o a Dharavi (un
tempo conosciuto come lo slum più grande d’Asia). Oppure puoi andare nella più vicina spiaggia di
Chowpatty, meta affollata soprattutto nel tardo pomeriggio, quando non di rado si possono ammirare
solenni tramonti tra i grattacieli. Per raggiungerla in effetti sarebbe preferibile una bella passeggiata
sul lungomare, come fanno molte coppiettine sognanti. Lungo la strada potresti imbatterti in una
festa di matrimonio, cosa non improbabile perché gli indiani, prima di entrare nel ristorante o
tendone o salone prescelto per il ricevimento, usano cantare, ballare e suonare fuori dall'ingresso. In
quel caso potrai gustarti le eleganti mise, tenere il ritmo dei tamburi e della trombe, e se sei
fortunato anche assaggiare un drink analcolico o un dolcetto. In India è sempre preferibile andare a
piedi.
VIABILITÀ PER PRINCIPIANTI
L’India è il Paese delle cose incredibili che si guardano tre volte stropicciandosi gli occhi e credendo
di avere avuto le traveggole.
[ A. Moravia, “Un’idea dell’India” ]
Per effettuare i lunghi spostamenti via terra in India, così ad occhio ti sconsiglierei di affittare
un'auto (a meno che tu non sia un patito di sport estremi). Se sei un principiante dell'India, l'opzione
più comoda (e anche più costosa, ma sempre commisurata agli infimi standard di prezzi indiani)
consiste nel prendere una macchina con autista.
Per viaggi di più giorni tieni conto di quanto segue: a) ogni Stato indiano ha una lingua differente,
dunque se intendi attraversarne più d'uno potrebbe convenirti sostituire il conducente con uno che
comprende l'idioma locale; b) costui dormirà quasi certamente in auto; c) il conducente suddetto
molto probabilmente masticherà il tabacco e quindi sputerà in continuazione fuori dal finestrino.
Sulla perizia dello stesso, ti devi affidare alla fortuna, o a scelta al ricco pantheon di divinità locali.
Se speravi infatti che fuori dalle grandi città il traffico sarebbe stato meno caotico, ti devo
contraddire. Prima di tutto, le strette corsie di molte strade interurbane sono affollate da lentissimi
camion stracarichi, e più o meno tutti gli autisti si dedicano a sorpassi banditeschi. Il concetto di
karma tanto in voga tra gli induisti non depone a favore della prudenza: Se tutto è già stato deciso in
alto — è più o meno ciò che pensa un guidatore indiano tipo — cosa cambia se effettuo questo
sorpasso criminale oppure no?
Poi c'è un'ulteriore complicazione: i dossi artificiali. Questi veri e propri muretti teoricamente sono
stati disseminati in tutto il subcontinente per ridurre la velocità media, ma nella pratica le cose
vanno diversamente: l'uomo al volante corre lo stesso, ma in prossimità del dosso frena, più o meno
bruscamente a seconda di quanto tempo prima se ne accorge. Insomma, non è un caso se l'India
consolida con orgoglio il record mondiale di incidenti mortali, battendo addirittura la più popolosa
Cina.
Se non puoi evitare di salire su un mezzo dotato di ruote, i consigli sono i seguenti: 1) sforzati di non
pensare a questo primato, 2) non sederti al posto del passeggero, ma scegli i sedili posteriori, dove il
paesaggio ai lati delle strade ti distrarrà (per esempio se viaggi di prima mattina noterai che i campi
sono affollati di gente che fa la cacca), 3) in casi estremi, rivolgiti al dio Ganesh d'ordinanza che
staziona sul cruscotto.
In merito ai treni, il consiglio è di prenotarli con largo anticipo, di informarti prima sulle varie
tipologie di classi e di prepararti a lunghe trafile sballottato da una biglietteria all'altra. Di più non
posso dirti proprio perché io non li ho prenotati in anticipo.
Infine, se hai l'avventatezza di prendere un autobus notturno (cosa non improbabile, visto che la
maggior parte delle corse ha luogo di notte, quando c'è meno traffico) verifica attentamente cosa
intendono per sleeper seats. Se sulla carta il nome promette un bel sonno ristoratore, nella pratica
potrebbe trattarsi di una sorta di letto a castello "matrimoniale", dotato di materassini plasticosi
sottilissimi e privo di cuscino e coperte, da spartire con il tuo occasionale compagno di viaggio (che
potrebbe pure rivelarsi un mastodontico occidentale di cento chili per un metro e novanta di altezza,
oppure una mamma con bambino di 3 anni che ne dimostra 9). Sappi che sin dalle 6 di sera il bus sarà
completamente buio e che così sdraiato nel loculo non potrai guardare fuori. Infine ti avviso che gli
ammortizzatori potrebbero essere sfondati: in quel caso non remotissimo avrai l'impressione di
compiere 12 ore di percorso fuoristrada e scenderai pieno di lividi.
Comunque, per assistere alle assurdità della guida indiana non è detto che tu debba stare su un
mezzo: le puoi verificare, con meno ansia, anche se cammini a piedi. Ad esempio osserva con molta
attenzione i passaggi a livello oppure le strettoie: tutti i mezzi di locomozione (auto, camion, moto,
biciclette, tre ruote ecc.) si accatasteranno creando una nuvola nera di fumo puzzolente, assordante
di clacson impazziti. Se poi quelle strade o ponti prevedono — Dio non voglia! — il senso unico
alternato, i vigili fischieranno a lungo per far capire che adesso tocca a quelli che vengono da destra:
nessuno li degnerà della benché minima attenzione, e anche quelli di sinistra passeranno come se
niente fosse. Peccato che poi, com'è ovvio, prenderà corpo un ingorgo inestricabile, dal quale tutti
impiegheranno diverse decine di minuti per venir fuori.
La sacralità delle vacche
Che le vacche siano sacre in India è risaputo. Ma forse non ti sei mai fermato a riflettere sul perché
se ne vanno girando per le strade, brucando dai cumuli di spazzatura, lasciando gigantesche frittelle
di cacca ovunque e a volte piazzandosi esattamente al centro delle strade a scorrimento veloce.
Dietro l'apparente spiritualità, si nasconde una motivazione molto più materiale: poiché non si
possono macellare, nel momento in cui sono vecchie e non più utili per produrre latte, vengono
abbandonate al loro destino. Ora le cose stanno per cambiare grazie alla tecnologia: nelle grandi
città hanno già iniziato a dotarle di microchip, riducendo di gran lunga la loro presenza errante, ma
ce ne vorrà di tempo prima di microchippare tutto il parco vacche dell'India. Nelle zone rurali e nelle
città non di grandi dimensioni, ce ne sono infatti ancora un sacco di mucche in giro; esse devono
vedersela sia con i maialini neri (forse per una sorta di par condicio religiosa) sia con le capre e i
cani. Anche se credo che solo loro abbiano diritto alla colazione quando si affacciano alle case, ai
negozi, agli hotel.
AURANGABAD
Una storia millenaria
... un popolo che usa la stessa parola per dire "ieri" e "domani", non si può dire che abbia un solido
controllo sul tempo.
[ S. Rushdie, "I figli della Mezzanotte" ]
Se stai cercando una destinazione non troppo distante da Bombay, e nutri uno spiccato interesse per
l'affascinante e millenaria storia indiana, Aurangabad fa al caso tuo. La città in sé non è niente di
speciale, ma rappresenta un'ottima base di partenza per visitare alcune delle maggiori attrazioni
turistiche dello Stato del Maharashtra. Fu il controverso imperatore mogul Aurangzeb, nella seconda
metà del 1600, a darle il nome; la città però fu capitale soltanto per pochi decenni, prima che la
corte fosse trasferita ad Hyderabad in seguito alla morte del sovrano stesso.
Un tripudio di straordinari ceselli in marmo
A testimonianza di questo seppur fulmineo momento di gloria, nella periferia della città si erge il
Bibi-ka Maqbara, una copia in versione povera del Taj Mahal. Questo mausoleo fu commissionato dal
figlio di Aurangzeb in memoria di sua madre, cercando appunto di emulare il capolavoro fatto
realizzare ad Agra da suo nonno Shah Jahan per l'amata seconda moglie, alias la madre di Aurangzeb
(per entrare nell'edificio e recare omaggio ai resti mortali di Rabia Daurani devi fare i conti con una
tremenda puzza di piedi).
Se non hai avuto modo di visitare il vero Taj Mahal, probabilmente non ti accorgerai delle differenze.
In realtà, anche se l'architetto che ha progettato l'opera era il figlio del principale artefice del
mausoleo di Agra, tutti dicono che il risultato non può assolutamente competere con l'originale
(interamente realizzato in marmo bianco): l'intransigente Aurangzeb infatti si rifiutò di dilapidare
tutti i soldi rimasti in cassa e optò per materiali meno pregiati. L'intollerante imperatore infatti non
solo era il sostenitore di una linea di condotta economica piuttosto spartana, ma oltretutto era solito
sperperare tutti i soldi del tesoro reale in guerre di espansione. Anche la semplice tomba in cui fu
seppellito rispecchia la sua sobrietà, e soprattutto riflette il rigido rispetto per l'osservanza della
legge islamica che egli aveva simpaticamente imposto a tutta la popolazione. Questa umile sepoltura
la puoi visitare da queste parti, a Khuldabad, ma sarai soggetto all'estorsione di numerose mance.
Un'antichissima tradizione di tolleranza
Sempre in città ci sono delle grotte buddhiste, ma io ti consiglio di lasciartele per ultime. Visitale
solo nel caso (improbabile) in cui non ne avrai ancora abbastanza dopo aver visitato le ben più
prestigiose grotte di Ajanta e quelle di Ellora (che non a caso sono inserite nel patrimonio
dell'umanità dell'UNESCO).
Comincia dalle grotte di Ajanta, che sono più antiche (furono realizzate all'epoca dell'impero Gupta,
tra il secondo e il sesto secolo), anche se per la maggior parte della loro esistenza sono state
ricoperte dalla vegetazione e dimenticate dall'umanità (pare sia stato un ufficiale britannico a
scoprirle, all'inizio dell''800, durante una caccia alla tigre).
Si tratta di una sorta di monastero buddhista composto da una trentina di sale di forma rettangolare
o quadrata, scavate una di seguito all'altra nella parete di questa gola a forma di U. Il punto di forza
del sito sono i murales in stucco colorato che decorano muri e soffitti, considerati i resti delle pitture
buddhiste più antiche e meglio conservate al mondo. Nel tuo giro osserverai anche numerose statue
del Buddha, in varie posizioni ma soprattutto in quella tipica della preghiera, rinchiuso dentro a una
celletta oppure in uno stupa. Gli ambienti sono piuttosto bui e se non ti porti la torcia non vedrai
granché; inoltre ogni volta che entri ti devi togliere le scarpe ("a tuo rischio"). Se non puoi o non vuoi
percorrere tutta la gola, esiste un comodo servizio di portatori con sedia (e secondo me questo ti
risolve anche il problema di toglierti e metterti le scarpe).
Fatti coraggio: a Ellora di grotte scavate nella roccia ce ne sono altre 34, solo che qui, oltre ai
monasteri buddhisti, ci sono templi induisti e giainisti. Le grotte buddhiste sono molto simili a quelle
di Ajanta, anche se più grandi e lievemente più tarde. Ma è tra le opere induiste, realizzate tra il
settimo e il nono secolo secondo i dettami dell'arte Chalukya, che troverai il cosiddetto monumento
"da non perdere": la mitica Kailasa, un tempio gigantesco dedicato a Shiva costruito spolpando
letteralmente con lo scalpello un pezzo di montagna.
Le grotte del gruppo giainista si trovano un po' distaccate rispetto alle altre: se non hanno ancora
riparato il pezzo di parete crollata che impedisce il passaggio a piedi, devi fare tutto il giro. I gianisti
sono quegli stravaganti che vanno in giro con una mascherina sulla bocca e con una scopa in mano,
per evitare di fare del male anche al più minuscolo degli esseri viventi.
Il fatto che i monasteri buddhisti di Ajanta siano stati costruiti sotto i sovrani Gupta, solidamente
induisti, e che religioni diverse convivessero con tanta facilità gomito a gomito, non ti sorprenderà se
già sei stato informato della proverbiale tolleranza religiosa indiana di un tempo (precedente ad
Aurangzeb, si intende). Fai conto che mentre in Europa a quell'epoca per questioni di lana caprina si
veniva accusati di eresia e perseguitati, qui in India la stabilità politica e la prosperità economica
condussero ad un notevole sviluppo, non solo architettonico e artistico, ma anche letterario,
scientifico e perfino nell'arte della guerra. Mentre in Europa l'Impero Romano era agli sgoccioli e ci si
preparava a molti secoli di decadenza, qui venivano elaborati i concetti dello zero e di infinito, erano
stati inventati i cosiddetti numeri "arabi", era già stata calcolata correttamente la durata dell'anno
solare e la Terra già ruotava intorno al suo asse.
Un passato fiero e bellicoso
Visto che ti trovi, non ti perderai di certo la visita al forte di Daulatabad, una delle fortezze
medievali meglio costruite e meglio conservate al mondo: troneggia su una collina sin dal dodicesimo
secolo. Le difese strategiche sono così robuste ed efficaci che gli storici si sono sempre chiesti cosa
cavolo avessero da proteggere là dentro. In realtà poi non si è capito se sono stati invasi veramente,
oppure se il sito fu abbandonato perché venne a scarseggiare l'acqua. Ciò che è certo però è che qui
fu trasferita in massa l'intera popolazione di Delhi (distante più di mille chilometri), secondo il folle
piano del sultano Tughluq che si era messo in testa di spostare qui la capitale.
Il cuore della faccenda è il palazzo di Baradari, che sta in cima ad uno sperone roccioso. Per
arrivarci, non solo devi percorrere sette linee di difesa e porte a tenaglia, non solo devi
inginocchiarti di fronte alla statua della Madre India, non solo devi salutare stringendo la mano
centinaia di bambini in gita, ma sei anche costretto a percorrere al buio una serie di temibilissimi
passaggi segreti sotterranei: se all'epoca gli eventuali incursori rischiavano di ricevere un caldo
benvenuto consistente in olio bollente o braci ardenti, oggi rischi una non meno spiacevole
accoglienza a base di cacca di pipistrelli, di cui i cunicoli sono letteralmente infestati. Se giungi illeso
nel palazzo e ti affacci dalla bianca terrazza o dall'arabeggiante porticato, potrai ammirare un
bellissimo panorama sulla vallata e sulle rovine delle mura.
Affascinanti riti senza tempo
Il tempio di Grishneshwar si trova a metà strada tra il forte di Daulatabad e le grotte di Ellora ed è
uno dei dodici templi di tutta l'India che custodiscono il radioso linga, ossia questo attributo
devozionale che rappresenta il dio Shiva. Il tempio fu costruito nel Settecento sotto il patrocinio
della regina Ahilyabai Holkar, la cui famiglia amava scialacquare l'ingente patrimonio in suo possesso
per costruire templi in tutto il Paese. Molte leggende sono legate a questo tempio, come quella della
devota Kusuma, il cui rituale (che consisteva nell'immergere lo shivalinga in una tanica d'acqua) fece
resuscitare il figlio precedentemente ucciso dalla prima moglie di suo marito.
Essendo un'antica destinazione di pellegrinaggio, non ti sorprendere se, una volta tolte le scarpe e
varcato l'ingresso, troverai davanti a te centinaia di persone colorate in ordinata fila a serpentina i
quali, muniti di vassoi pieni di fiori e frutta, aspettano pazientemente di entrare. Dopo questa lunga
attesa (durante la quale ovviamente verrai guardato insistentemente e indicato da quasi tutti i fedeli
in fila), poco prima di entrare, noterai che gli uomini si tolgono la maglietta ed entrano a torso nudo.
Nella stanza interna, mentre girerai intorno allo Shivalinga insieme agli altri, la cerimonia, tra
incensi, fiori e banconote svolazzanti, acquisterà un'inquietante piega perché tutti cominceranno a
gridare ed emettere strani versi.
Uscendo dalla stanza, incontrerai la statua di Nandi, la vacca inseparabile compagna di avventure e
mezzo di locomozione prediletto da Shiva.
CELEBRITÀ PER PRINCIPIANTI
Un europeo interrogato al suo ritorno dalle Indie, non esita e risponde: "ho visto Madras, ho visto
questo, ho visto quello!" E invece no, egli è stato visto molto più di quanto non abbia visto.
[ Henry Michaux, "Un barbaro in Asia" ]
In India, da quando hanno inventato gli smartphone, anche tu — in quanto turista straniero —
proverai l'ebbrezza di sentirti una celebrità. Quando visiterai un tempio, un mausoleo, un palazzo,
ma anche una spiaggia, o un qualunque altro luogo affollato di principianti del turismo indiano, prima
o poi ti affiancherà qualcuno che ti chiederà con voce emozionata di scattare una foto insieme. La
faccenda potrebbe rubare poco tempo solo nel caso in cui decidano di fare una foto di gruppo,
altrimenti dovrai stare in posa a lungo, per dare il tempo a ognuno di loro di avere la sua foto
personale con te. Ti faranno tenerezza i più timidi, che ti fotograferanno facendo finta di inquadrare
il paesaggio, e i più ingegnosi, che si faranno un selfie con te dietro. Ma i più inquietanti saranno
quelli che ti daranno in braccio il neonato, pretendendo di immortalare per sempre l'incontro con
questo pallido figuro in calzoncini e scarpe da ginnastica.
In ogni caso, resterai abbastanza stupefatto — e forse imbarazzato — dall'entusiasmo e dall'emozione
sincera che proveranno gli indiani nei tuoi confronti. La cosa curiosa però è che, nonostante questa
evidente ammirazione e fascino emanato dallo straniero, poi per il resto loro continuano a vestirsi
con i loro sari e i loro pajama kurta e le loro sciarpine e i loro parei quadrettati, e continuano a
ballare i loro balli, e leggersi i loro autori di letteratura, e guardarsi beatamente i loro film, senza
mostrare quella permeabilità all'influenza culturale occidentale che si può vedere, ad esempio, in
Thailandia.
Una cerimonia da mille e una notte
Decidi di uscire dall'albergo per andare a cenare in un ristorante. Percorri una lunga arteria stradale
al solito priva di marciapiedi, schivando imprecisate caterve di rifiuti e occasionali cadaveri di topi.
Sei tirata dentro a un paio di templi arancione fosforescente o giallo banana, dove partecipi alla
puja, cioè per esempio accarezzi un Ganesh e ne ricavi uno sbaffo sulla fronte e anche una doccia di
acqua indù. Qualcuno ti invita pure a spartire il suo misero piatto di riso nel buio anfratto di
un'edicola votiva.
Giunta sulla via della stazione, dove sono posizionati la maggior parte degli hotel e dei ristoranti,
vieni attirata da un enorme tendone illuminato a giorno da plafoniere da stadio. La curiosità ti
conduce all'ingresso dove vedi un gruppo di uomini in jeans che indossano un turbante rosso, donne in
sari dai variopinti colori con fiori freschi intrecciati nei capelli, un cavallo bianco che procede verso
l'ingresso del tendone con a cavalcioni quello che si suppone essere lo sposo. Mentre osservi il
procedere degli eventi, cominci a socializzare con alcuni degli invitati. Si dà il caso che alcuni tra i
parenti più stretti dello sposo ti invitino alla cerimonia. Tu ti vergogni un po' del tuo abbigliamento
turistico composto da pantaloni sformati a zompafosso, gambaletti non coordinati, scarpe da
trekking, borsa turistica lurida a tracolla, ma confidi nel fascino esotico che emani.
Dentro il gigantesco tendone ti accolgono dei camerieri che ti offrono un drink alla frutta e delle
deliziose frittelline di verdure. Tutti ti sorridono e ti danno il benvenuto. Lo zio dello sposo ti guida in
un tour tra i tavoli del buffet e ti illustra con dovizia di dettagli i vari cibi. Diciamo che trascorre
quasi tutta la serata con te. La tua iniziale timidezza si dissolve man mano che procedi tra i tavoli e
noti come tutti ti invitano a servirti. Dopo aver mangiato anche il dessert (uno squisito semifreddo
col bastoncino al gusto crema pasticcera e cardamomo) cominci a meditare la fuga (non c'è traccia di
alcolici, qui), quando vieni braccata dai fratellini della sposa e dal cognato che ti pregano di salire
sul palco a fare la foto con gli sposi. Ormai il tuo pudore si è dileguato, dai la tua macchina
fotografica al fotografo ufficiale che immortalerà per sempre gli elegantissimi sposi in compagnia di
una turista con la tuta, i gambaletti e la lurida borsa da viaggio mentre sorride su un palco illuminato
a giorno sotto ad un coreografico tendone da circo. Gli sposi ti ringraziano per aver partecipato alla
festa, tu gli auguri la migliore delle vite e buon viaggio di nozze a Singapore e te ne vai tra selve di
mani di invitati che vogliono stringere la tua gridando Thank you goodbye.
KARNATAKA
Il nuovo paradiso dei viaggiatori
Il Karnataka sta diventando uno degli Stati indiani preferiti dal turismo internazionale. La natura
tropicale (trionfante), le immense spiagge (incontaminate), le bellezze architettoniche (mozzafiato)
ti conquisteranno al pari della cucina, dell'artigianato e delle antiche usanze: molte donne ad
esempio vestono ancora con l'abito tradizionale decorato con lustrini a specchietto e ricami e si
adornano con enormi monili d'argento, compreso un immancabile gigantesco anello da naso.
Tra le attrazioni del Karnataka settentrionale si annoverano ad esempio i mausolei della città di
Bijapur. L'Ibrahim Rauza fu fatto realizzare dal sultano seicentesco Ibrahim Adil Shah II per sua
moglie, ma per ironia della sorte il primo a finirci dentro fu lui stesso (morto prima della sultana). Il
coevo Gol Gumbaz invece è la tomba del sultano Muhammad Adil Shah (& family) ed è famoso per la
sua imponenza (la cupola centrale è la seconda più grande del mondo dopo quella di San Pietro a
Roma) e per le sue caratteristiche acustiche: tutto intorno al perimetro interno della cupola infatti,
ad un'altezza di più di trenta metri dal suolo, si sviluppa la cosiddetta "galleria dei sussurri", dove
anche il minimo suono può essere distintamente ascoltato nel punto opposto. Ora purtroppo la
notizia di questa singolare caratteristica è giunta anche nelle lande più remote del paese, dunque i
nutriti gruppi di turisti che percorrono la galleria fanno un casino indescrivibile che ti renderà
impossibile verificare tale prodigio. Molti altri edifici testimoniano l'antica storia di questa città a
maggioranza musulmana; invece per verificare la cordialità e la semplicità della sua gente basta
passeggiare per le vie e per i mercati.
Antiche rovine in un paesaggio di blocchi di granito
Se stai visitando il Karnataka, oppure sei nel Goa, non perderti la visita ad Hampi, una distesa di
rovine risalenti al XVI secolo disseminate intorno al minuscolo villaggio di Hampi Bazaar, il tutto
circondato da un paesaggio naturale metafisico.
Sicuramente il tuo arrivo non passerà inosservato per i procacciatori turistici, i quali ti braccheranno
istantaneamente per aiutarti a cercare una sistemazione per la notte (le guest house qui hanno
l'usanza di non concedere prenotazioni). Trovata la camera, ti proporranno un tour dell'area da
effettuarsi sul classico tre ruote: sicuramente è il modo più rapido per visitare la maggior parte dei
monumenti, solo che rischi di sorbirti tutta la storia del Ramayama raccontata in anglo-hindi da
qualche zelante conducente. Vedi tu.
Un tempo questa era la capitale dell’ultimo grande regno hindu dei governanti Vijayanagara, e ci
viveva tipo mezzo milione di persone. Tutto sembrava andare per il meglio, finché i soliti screzi con i
regni vicini portarono gradualmente al declino (risollevato di recente soltanto grazie al turismo, e ciò
spiega l'invadenza dei procacciatori locali). In ricordo di quei tempi, al centro di Hampi Bazaar si
erge il Virupaksha Temple (con la sua svettante torre), che è ancora in uso: frotte di pellegrini
accorrono ogni giorno, e quelli che vi arrivano di sera, si accampano nel cortile. La mascotte di
questo tempio dedicato a Shiva è la povera elefantessa sacra Lakshmi; di minore importanza le
colonie di scimmie. Gli altri templi non sono più usati per funzioni religiose, ma al massimo per
girarci dei film, e sono sparsi per la vallata insieme a palazzi e opere architettoniche varie. Il più
noto è il Vittala Temple, nel cui cortile è presente un maestoso carro di pietra, dotato di ruote che
un tempo giravano veramente. Ti consiglio di raggiungere le postazioni panoramiche (come la collina
Hemakuta) all'ora del tramonto, quando le rocce dorate levigate a forma di grossi semi accatastati
acquisteranno un colore dorato, proiettandoti immediatamente dentro a un quadro di De Chirico. Se
sarai fortunato, un losco figuro col corpo dipinto e la lancia in mano si presterà come congruo
elemento umano nelle tue foto.
Ad Hampi Bazaar si respira quella rilassatezza balneare tipica delle località di mare asiatiche, senza
però il mare. Tutti i turisti sono vestiti con pantaloni larghi e bluse senza colletto in cotonaccio
colorato. Tra le stradine abbondano i finti sadhu che chiedono soldi per scattargli una foto e i
negozianti di paccottiglia che implorano continuamente di acquistare qualcosa. I ristoranti sono
terrazze dotate di lume di candela e incensi, con tavoli bassi e relativi cuscini su cui sedersi a bere
salutari succhi e frullati di frutta tropicale (qui è vietato consumare carne e alcolici).
I turisti che visitano Hampi sono obbligati a registrarsi al locale posto di polizia, come avvertono i
regolamenti appesi ovunque. Immagino che la procedura non sia dissimile da quella con la quale ci si
registra negli hotel, dove ti danno un form da compilare senza verificare se ti chiami davvero Paolino
Paperino, provieni da Gotham City e viaggi con la tua amica Marylin Monroe. La motivazione è
logicamente burocratica come al solito: le guest house, i ristoranti, i negozietti e le agenzie
turistiche di Hampi Bazaar si ammassano esattamente dentro il sito archeologico. Per questa ragione
è importante che i visitatori seguano le regole locali e che non si dedichino a risse da bar tipicamente
occidentali e, allo stesso tempo, che siano protetti dalla polizia nel caso si perdessero o fossero
attaccati da pericolosi animali selvatici.
Tutti quelli che sono stati ad Hampi ci sono stati troppo poco e consigliano di passarci più giorni. Al
posto tuo seguirei il loro consiglio, anche se temo che una maledizione colpirà anche te e che poi ci
rimarrai giusto un paio di giorni come tutti noi.
Incantevoli rituali religiosi
Molto probabilmente anche tu raggiungerai il fiume Tungabhadra soltanto dopo aver sbrigato tutte
queste faccende cultural-turistiche. A quel punto scoprirai che il suddetto fiume è sacro e dunque
usato come scenario per affascinanti ed esotici riti che attireranno la tua curiosità di principiante
dell'India. A parte il bagnetto dell'adorabile elefantina alle 8 del mattino, durante il giorno potrai
osservare un mucchio di persone che lavano i loro panni e li stendono sul prato ad asciugare, oppure
si fanno direttamente il bagno, più o meno vestiti. Nelle adiacenti scalinate in pietra, dette ghat,
scorgerai uomini a torso nudo che trafficano con tortini di riso e pentolini di rame. La faccenda a me
l'ha spiegata un bancario pelato in pareo bianco ancora umido: nella tradizione hindu, tredici giorni
dopo la cremazione del cadavere (quando i parenti di sangue sono considerati ritualmente puri), le
ceneri vengono disperse in un fiume sacro, oppure nell'oceano. Si tratta di uno degli aspetti più
importanti della cerimonia funebre, il cosiddetto sharadda, che viene poi ripetuto ad ogni
anniversario della scomparsa del parente.
Dopo aver attraversato il fiume sacro Tungabhadra con una barca a motore sovraccarica, scoprirai
una località molto meno angusta e più scevra di rompipalle, fitta di serenissimi bungalow e ampi
giardini fioriti, dove impazzano i corsi di yoga e di massaggi ayurvedici, piena di palmeti, bananeti e
risaie dove passeggiare alla ricerca di templi antichi nascosti nella fitta vegetazione. Purtroppo però
avrai già prenotato il tuo viaggio di ritorno, pressato dagli invadenti procacciatori, e a Virupapur
Gaddi ti riprometterai di tornare in un futuro imprecisato.
CUCINA INDIANA PER PRINCIPIANTI
Uno dei turisti mi disse che l'India era un paese davvero meraviglioso con tante tradizioni
straordinarie e che sarebbe stata addirittura perfetta se uno non fosse stato costretto a mangiare
costantemente cibi indiani.
[ S. Rushdie, "I figli della mezzanotte" ]
Per mangiare, nell'India del sud, potresti optare per un ristorantino alla buona o per uno più chic: in
quello popolare i piatti costeranno non più dell'equivalente di un euro e cinquanta, in quello elegante
anche quattro euro. In quello economico è molto più probabile che non troverai l'ombra di un
animale (e se recano l'insegna Pure Veg, manco le uova), in quello raffinato invece, se è al chiuso, ci
sarà un livello di aria condizionata proporzionale al costo delle pietanze. Purtroppo, se chiederai al
personale di abbassarla, riceverai la classica dondolata di testa indiana — che teoricamente vuol dire
sì. Poi, minimo cinque camerieri diversi dondoleranno la testa prima che tu capisca che non è cosa e
ti coprirai il capo con un tovagliolo. Pochi istanti dopo ti verrà recapitato un tovagliolo pulito offerto
su un piatto da un cameriere impassibile.
Non ti sfuggirà l'immensa varietà dei piatti locali. Se prenderai il thali, ad esempio, riceverai un
vassoio di acciaio inossidabile sul quale saranno adagiate numerose coppettine misteriose, e al centro
diversi tipi di pane e riso. In alcune aree meridionali il thali ti potrebbe essere servito su una foglia di
banano, e comunque ogni regione ha il suo specifico thali quindi è impossibile sapere precisamente
cosa ci sarà dentro. Quel che è certo è che quasi tutte le pietanze saranno piccanti. Se non ti piace il
piccante, te lo dico subito, non avrai vita facile, ma per fortuna puoi sempre buttarti sui piatti del
nord oppure, meglio ancora, sulla cucina cinese o tibetana.
D'altra parte sarai sorpreso nel verificare quante portate si possono preparare senza carne e
realizzerai che gli indiani sono dei grandissimi perché è anche grazie a loro che viene bilanciata a
livello mondiale tutta la quantità di carne che divoriamo in Occidente (addirittura ho letto da
qualche parte che in certi condomini di Bombay è vietato cucinarsi una bistecca perché l'odore
potrebbe disturbare i vicini).
Se la carne e le uova sono bandite in buona parte dei ristoranti, lo stesso non si può dire per i
derivati del latte, che anzi sono considerati alimenti purificanti sia per il corpo, sia per l'anima, e
abbondano su tutte le tavole. Ad esempio si fa largo uso di paneer (un formaggio tenero fresco), ghee
(burro chiarificato utilizzato come condimento), lassi (l'onnipresente bevanda a base di yoghurt e
acqua ghiacciata, spesso addolcita da zucchero e frutta).
Comunque la mettiate, sono lontani i tempi in cui uno andava in India e tornava dimagrito di qualche
chilo.
Altre abitudini alimentari indiane
In mezzo alle strade indiane si vende di tutto: il succo della canna da zucchero o quello del lime sono
spremuti in appositi baracchini, il tè più in voga è quello speziato (masala chai), il latte di cocco
viene venduto direttamente dentro al frutto, con l'apposita cannuccia. Per quanto riguarda lo street
food, nell'India meridionale alla regola vegetariana si associa quella di friggere qualunque cosa: ad
esempio ci sono i croccanti e unti puri, i triangoli di pasta sfoglia farciti di verdure piccanti detti
samosa, le paratha, fatte con la farina integrale, e la loro variante con ripieno di patate speziate.
Le tipologie meno gustose di pane sono i non lievitati roti e chapati, i dosa e gli idli sono invece a
base di farina di riso e lenticchie, ma al primo posto nella classifica della squisitezza si colloca senza
ombra di dubbio il naan, una specie di pizza cotta nel forno tandoor: spalmato di formaggio risolve
una cena, nel momento in cui ti accorgi che il cibo che hai ordinato è immangiabile.
Finito il pasto, l'indiano tipo stiva all'interno della guancia il paan e poi lo mastica lentamente: si
tratta di una specie di involtino formato da un composto di noce di areca e spezie dolci avvolto in
una foglia di betel. Il paan tradizionale invece (quello con tabacco e calce), viene masticato a tutte
le ore del giorno, in sostituzione delle sigarette (raramente gli indiani fumano). Sappi che questa
pratica colora i denti di rosso e aumenta a dismisura la salivazione, quindi se in India vedi emettere
sputi color rosso sangue, non ti agitare: non è scoppiata un'epidemia di tubercolosi.
GOA
Un luogo comune
In India non c'è che il clima, cara mamma: è l'alfa e l'omega di tutta la questione.
[ E.M. Forster, "Passaggio in India"]
Per Capodanno, confluiscono nel Goa vagonate di maschi da tutta l'India. La spiaggia di Calangute,
che va avanti per chilometri prima di trasformarsi nella spiaggia di Baga, è un formicaio di giovani
indiani, tutti in camicia e pantaloni, molti dotati di smartphone, giunti appositamente fin qui per
bere alcolici a prezzi abbordabili e fare uso di droghe, più o meno leggere. Anche perché, trovare
una donna che gliela dia (indiana oppure occidentale che sia) è un'opzione da non tenere manco
lontanamente in considerazione. Il risultato è che molti di loro eccedereanno nei beveraggi e/o nelle
sostanze psicotrope e si ridurranno in condizioni penose. A causa di una mancanza di coordinamento
e propettiva d'insieme di cui ormai non ti stupirai affatto, pare che il Goa sia circondato da stati dove
il consumo di alcolici, se non è vietato, viene fortemente scoraggiato da pesanti tasse: facile capire
perché questo minuscolo staterello si sia fatalmente trasformato nel paradiso della trasgressione.
Anche gli autobus − ammassi di lamiera adornati di fiori freschi, peperoncini e adesivi di Ganesh e
Shiva − sono un carnaio. La figura chiave sui mezzi è l'addetto allo sbigliettamento, solitamente un
giovane strafatto dagli occhi spiritati che urla come un invasato e insulta i poveri indianini accalcati,
e a volte fisicamente li solleva e li posiziona ordinatamente lungo il corridoio. Ti consiglio di stare
molto attento a questo sinistro personaggio, in quanto anche tu potresti assistere a una scenetta
simile a quella che ho visto io: una giovane vittima della dolce vita goana giaceva svenuta sulla
pedana accanto al posto di guida (un passeggero a tratti gli manteneva la testa); all'addetto nazista
non gli pareva vero di poter liberamente infierire su questo corpo esanime, così gli ha mollato un
poderoso schiaffone; per fortuna il conducente, di rimando, ha avuto la prontezza di sferrare a
bruciapelo una mazzata del grosso bastone di ordinanza sulla testa dell'addetto, grazie al quale
costui ha abbassato la cresta per un po'.
Un'ambita destinazione turistica
Il Goa è uno degli stati indiani più ricchi e il grosso del suo PIL deriva dalle attività turistiche. Salman
Rushdie, nel suo capolavoro letterario “I figli della mezzanotte”, lo definiva "il foruncolo portoghese
sul viso della madre India": saprai già infatti che questo minuscolo stato federato affacciato
sull'Oceano Indiano fu dominato per molti secoli dai portoghesi, i quali gli hanno lasciato molte
chiese cattoliche, numerosi palazzi, alcune parole e quasi tutti i toponimi. Quello che forse non sai è
che oggi il foruncolo sembrerebbe aver cambiato nazionalità: la maggior parte dei turisti che lo
visitano infatti proviene dalla Russia (addirittura, una delle mode delle nuove russe è venire a
partorire nel Goa). Non è solo il numero dei turisti ad essere imponente ma soprattutto la misura del
loro portafogli: il turismo russo è molto diverso da quello straccione e sballone che storicamente ha
scelto il Goa come sua destinazione, è più arrogante e scosciato, meno naturista e per niente
alternativo. Per misurare l'importanza del fenomeno basta guardare l'alfabeto cirillico con cui sono
scritti i menu di tutti i ristoranti sulle spiagge e la lingua con la quale si rivolgono a te i vari lavoranti
nel settore turistico prima di conoscere la tua provenienza.
Il Goa settentrionale mantiene la sua fama di località hippie e new age, dove diversi residenti
europei hanno scelto di vivere, almeno sei mesi l'anno (poi comincia la stagione del monsone e ci
vogliono alcune dita di pelo sullo stomaco per restare). Anjuna, Vagator, Arambol, Candolim, Baga
sono le spiagge più frequentate, dove si balla il goa trance nei rave party e si svolgono i mercatini,
pieni di merce difettata Desigual a prezzi irrisori, diversi tipi di spezie e qualità di tè, ciondoli a
forma di OM e vestiario "indiano" che gli indiani veri non indosserebbero mai. Allo stesso tempo è una
località rilassante e amena, ricca di frutta e vegetazione tropicale, dove la colonia di occidentali
residenti (pizzaioli, deejay, bancarellari, baby pensionati) ti permetterà di passare il tempo in
compagnia, stando alla larga dagli indecifrabili indiani.
La parte sud del Goa è invece più selvaggia e spartana, frequentata più per la bellezza della natura
che per la vita notturna.
Naturalmente non è obbligatorio trasferirti qui, ci puoi venire anche per qualche giorno di vacanza.
Le spiagge sono solitamente sabbiose e dotate di palme da cocco; appositi baracchini offrono cibo e
bevande e sparano musica ad alto volume (ognuno diversa). I lettini vengono offerti gratuitamente se
consumi qualcosa al bar, mentre nel pomeriggio vengono predisposte postazioni per l'aperitivo. A
seconda della marea, come avviene in tutte le spiagge oceaniche, potresti trovare il bagnasciuga più
o meno lontano dalla spiaggia e l'acqua più o meno piena di alghe. E comunque non è il Mediterraneo
e potrebbe essere piuttosto pericoloso (stuoli di bagnini soffiano inutilmente tutto il giorno dentro al
loro fischietto). Accanto ai russi che sbevazzano e alle loro compagne in minuscoli bikini, pascolano
incuranti diversi esemplari di bovino, più o meno sacro.
A parte le mucche, una complicazione squisitamente interculturale potrebbe insorgere se tenti di
fare il bagno in alcune spiagge indiane: mentre affronterai quei metri che ti separano dal mare,
centinaia di occhi ti osserveranno e centinaia di smartphone verranno puntati verso il tuo costume da
bagno. Oltre ai paparazzi, le principali categorie di seccatori annoverano i pulitori di orecchie e le
donne che ti vogliono depilare col filo.
Le maestose cattedrali portoghesi
Naturalmente le spiagge, i mercatini e le feste in spiaggia non esauriscono l'offerta turistica goana,
che infatti dispone di significative attrattive anche di tipo culturale.
Puoi iniziare dalla capitale, Panjim, affacciata sulla foce del fiume Mandovi. Girando tra le sue
stradine, fiancheggiando i palazzi piastrellati e i muri gialli, rossi e viola, avrai la netta sensazione di
trovarti nei paraggi di Lisbona. Ma soprattutto resterai conquistato dalla bianchissima Chiesa di
Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, dotata di una meravigliosa facciata sfavillante di calce
che spicca in cima alle rampe di scale (chissà quanti marinai portoghesi le hanno percorse prima di
ringraziare il loro Dio per averli fatti giungere sani e salvi in India). Di chiesette dal biancore
accecante ne vedrai diverse in tutto lo Stato, ma non così maestose.
Old Goa è l'antico capoluogo della regione, poi abbandonato in seguito ad epidemie di colera e
malaria. Nella vecchia Goa è sepolto il leggendario San Francesco Saverio, missionario nonché
patrono dello Stato. A parte la teca con i resti del santo, dentro l'affollatissima Basilica del Bom Jesus
c'è un inquietante Cristo crocifisso interamente ricoperto di rivoli di sangue. Se ci capiti nel periodo
natalizio, anche in questo giardino ammirerai uno di quei presepi che puoi vedere solo in India:
immersi nella vegetazione tropicale, incongruamente vi campeggiano sagome di cartone a forma di
Madonna, San Giuseppe, pastori e gigantesche mucche.
Altre chiese di grande bellezza sono dedicate a Santa Caterina e a San Francesco d'Assisi. Vale la
pena infine arrampicarsi sulla collina dove si trovano le rovine del monastero di St Agustine. Qui avrai
un'ulteriore impressione di Portogallo e forse vedrai giovani indiani che si fotografano fra i monconi
della torre in pose bollywoodiane. Dall'alto infine scoprirai che Old Goa è collocata sulla stessa riva
del fiume Mandovi, che vedrai placidamente scorrere sotto di te. Se lo segui con lo sguardo a un
certo punto finirà, ma tu saprai che prima o poi arriverà all'oceano.
A questo punto del viaggio, di India ne avrai vista già un bel pezzo, e magari avrai cambiato idea su
di lei. È possibile che sarai già entrato, trionfalmente, nella categoria dei suoi amanti — o, scuotendo
il capo, in quella dei suoi detrattori. Ma per quanta India avrai visto, secondo me, resterai sempre un
principiante.
(gennaio 2014)