Discipline Turistico Aziendali-idoneità

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Discipline Turistico Aziendali-idoneità
I.T.S.E. TURISMO
IDONEITA’
DISCIPLINE TURISTICO AZIENDALI
- L’Evoluzione storica del Turismo
- Il Mercato Turistico: caratteristiche della Domanda e
dell’Offerta
- Il Patrimonio Culturale
- Il Turismo Culturale
- Impatti del Turismo
- La Struttura del Mercato Turistico
- Nuovi Trend del Turismo
- I Prezzi dei Servizi Turistici
- L’Impresa Turistica
- Le Imprese Turistiche nel Sistema
- La Gestione delle Risorse Umane nelle Imprese Turistiche
- Il Bilancio d’Esercizio
- Volo Charter
L’EVOLUZIONE STORICA DEL TURISMO
Il turismo nel mondo greco-romano
Il turismo inteso nel senso moderno del termine (ossia lo spostamento dal luogo di
abituale residenza sulla scorta di motivazioni culturali, religiose, ricreative, di salute,
e quindi non per scopi meramente lavorativi, commerciali o militari), realizzato nelle
forme e con i presupposti che abitualmente associamo a questo concetto
(organizzazione e promozione turistica da parte dell’offerta, intervento di soggetti
intermediari, consapevolezza turistica da parte della domanda), nasce intorno alla fine
dell’Ottocento nell’Europa settentrionale e negli Stati Uniti, per poi diffondersi ad
altri paesi europei, all’Australia e quindi al Giappone.
Tuttavia, già nell’Antichità ebbero luogo movimenti di persone che, pur nella esiguità
numerica dei flussi (generalmente rappresentati da una ristretta élite,
economicamente e socialmente in grado di affrontare un viaggio in terre lontane,
considerati i mezzi di trasporto dell’epoca) e nella radezza della scansione temporale
(legata per lo più a celebrazioni religiose e manifestazioni sportive), possono essere
considerati forme primordiali di turismo. Tali prime manifestazioni del fenomeno
turistico hanno inaugurato, per così dire, una fase storica che è stata definita del
prototurismo (Battilani, 2000). Il prototurismo, in realtà, non si configura come una
categoria unitaria e univocamente definibile: esso si articola piuttosto in una ampia
casistica di viaggi e spostamenti associabili sì all’idea moderna di turismo, ma che
precedono l’avvento del turismo vero e proprio, e si estende lungo un arco temporale
plurimillenario, che va dai tempi dell’antico Egitto (dove già molti secoli prima
dell’era cristiana il pellegrinaggio verso luoghi sacri rappresentava una pratica
comune) al cosiddetto Grand Tour.
Di particolare interesse, appaiono le pratiche prototuristiche che caratterizzavano le
civiltà greca e romana. Sebbene mancassero strade carrozzabili, attrezzature ricettive
e professioni turistiche, e sebbene le comunicazioni marittime fossero soggette alle
scorrerie dei pirati, il mondo ellenico fu fortemente interessato dal fenomeno
prototuristico. L’antica Grecia era organizzata, dal punto di vista politico, in cittàstato, che vivevano in completa autonomia le une rispetto alle altre. Alla
frammentazione politica si contrapponeva però un forte un senso di identità
nazionale. Pur nella diversità dei dialetti, l’omogeneità linguistica permetteva infatti
una completa comunicazione, che consentì lo sviluppo di una cultura unitaria,
elemento questo che favorì i movimenti di persone all’interno del mondo ellenofono.
Accanto alla lingua, anche la religione favorì e mantenne questa straordinaria unità,
rappresentando peraltro un ulteriore, potente, fattore di sviluppo delle prime forme di
viaggio per motivazioni che oggi definiremmo turistiche. La religione greca, difatti,
favoriva l’abitudine di recarsi laddove si riteneva che gli dei pronunciassero i loro
oracoli. Centinaia di devoti giungevano nei luoghi caratterizzati dalla presenza
divina, sia per devozione, sia per beneficiare del misterioso potere taumaturgico che
si riteneva vi fosse presente. I santuari degli dei erano inoltre aperti a tutti e, in
occasione delle feste religiose, da ogni città convergevano delegazioni ufficiali e
flussi di cittadini. Uno dei più visitati era senz’altro il santuario di Esculapio ad
Epidauro, dove i malati trascorrevano una notte intera in attesa di svegliarsi la
mattina seguente miracolosamente guariti. Nei dintorni si trovavano locande per i
parenti che accompagnavano i malati.
Ma il flusso turistico di maggiori proporzioni si realizzava in occasione delle
manifestazioni sportive, come i giochi Olimpici dedicati a Zeus: erano una
manifestazione sportiva e religiosa insieme, che prevedeva anche strutture in grado di
ospitare le persone che sarebbero giunte per assistervi. A Olimpia si svolgevano gare
per lo più atletiche, e in tutto i giochi duravano circa 5 giorni, durante i quali ogni
attività bellica veniva sospesa. Oltre ai più famosi giochi Olimpici, in Grecia si
svolgevano anche i giochi Pitici (a Delfi, dedicati ad Apollo) e i giochi Istmici (a
Corinto, dedicati a Nettuno). Nell’antica Grecia si sviluppò anche l’idea del viaggio
motivato dal piacere di conoscere e da impulsi di carattere culturale, come la
partecipazione alle Feste Dionisiache, a rappresentazioni teatrali, a competizioni
letterarie. Queste manifestazioni rendevano peraltro necessaria una forma – ancorché
primordiale - di organizzazione del viaggio, dall’accesso all’evento - religioso,
agonistico o culturale - all’ospitalità. Sotto questo secondo profilo, alla carenza delle
strutture sopperiva l’ospitalità concessa dai privati, almeno a certe categorie di
viaggiatori. L’ospitalità privata, che fu la forma prevalente e preferita di
alloggiamento dei turisti per molti secoli, nell’antica Grecia era infatti considerata un
dovere sacro: il viaggiatore, lo straniero, l’ospite, era sotto la protezione di Zeus
Xenios e doveva essere accolto con tutti gli onori.
Con l’impero romano aumentò enormemente la mobilità delle persone. I viaggi
vennero facilitati, oltre che dalla eccellente rete viaria, anche da un lungo periodo di
pace e dalla conseguente prosperità economica, ed alimentati da motivazioni non solo
di carattere religioso e culturale, ma anche di puro riposo e svago (otium). Essi
ebbero un notevole sviluppo, forse il più cospicuo dell’era prototuristica. Tale
movimento di persone, imponente per quell’epoca, impose la costruzione di alberghi
lungo le vie imperiali (stationes) o presso località importanti per l’esistenza di templi,
terme e mercati, e determinò la nascita di veri e propri centri turistici di villeggiatura.
Il cursus publicus (servizio pubblico per il trasporto di persone o cose), la carruca
dormitoria (carro attrezzato con letto, destinato ai viaggi notturni), ed il conductus
nundinarum (l’affidarsi ad una giuda) dimostrano l’esistenza di una embrionale
organizzazione turistica, mentre compaiono guide stradali di carattere pratico, dette
itineraria: itineraria scripta, ossia elenchi di località su un dato percorso con relative
distanze, ed itineraria picta, sorta di rudimentali carte stradali.
Quanto poi alle motivazioni dello spostamento, va innanzitutto citato quella religiosa:
il culto tipicamente greco per gli oracoli, ed il conseguente pellegrinaggio verso i
santuari delle divinità, prese piede anche nel mondo romano, caratterizzandosi però
per un maggiore dinamismo e per il sorgere di attività di ristorazione, alloggio e
vendita di feticci sacri (precursori dei moderni souvenir) intorno ai santuari. Anche la
partecipazione ai Giochi, di carattere sia sportivo che culturale, generava cospicui
flussi di persone, più volte nel corso dell’anno: basti pensare che in età imperiale
erano previsti ben 130 giorni festivi in un anno e con l’inaugurazione del Colosseo ci
furono 100 giorni di giochi.
Una forma di spostamento dal luogo di abituale residenza che nel mondo romano,
diversamente da quello greco, ebbe un notevole sviluppo, sia pur limitatamente alle
classi elevate, fu quello della villeggiatura, intesa proprio nel senso etimologico del
termine: risiedere per un determinato periodo dell’anno – tipicamente quello estivo –
lontano dal chiasso della città, in ville situate in località amene, soprattutto nel
territorio dell’attuale Campania (Capri, Ischia, Stabia, Baia, Miseno), nei dintorni di
Roma (Tivoli, Anzio) ed in Etruria (corrispondente grosso modo all’attuale Toscana).
Quanto poi al termalismo, esso conobbe un grande sviluppo nel mondo romano, ma
fu legato più alla dimensione urbano-residenziale che a quella turistica vera e propria.
La caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche ed il dissolversi delle
istituzioni politiche ed amministrative segnarono la fine delle pratiche prototuristiche
che, con motivazioni e modalità organizzative sorprendentemente moderne, avevano
caratterizzato il periodo imperiale.
Le terme al tempo dei romani
Il termalismo ebbe uno straordinario sviluppo ai tempi dell’antica Roma, e bisognerà
attendere l’Ottocento perché questa forma di leisure ritrovi i fasti e lo splendore di un
lontano passato, dopo il ripudio medievale e la funzione puramente curativa che essa
assumerà dal Rinascimento in poi. Mentre però il termalismo ottocentesco era legato
ad una dimensione tipicamente turistica, caratterizzata quindi dalla mobilità dei
fruitori verso i centri termali, generalmente localizzati in contesti ameni e comunque
non urbani (montani, rurali, lacuali, balneari), nella Roma imperiale il termalismo
assumerà un connotato prevalentemente cittadino, ad uso e consumo della
popolazione residente più che di un flusso proveniente dall’esterno, anche se nel
contesto turistico della romanità non sono mancati luoghi di villeggiatura (Stabia,
Campi Flegrei, in minor misura Ischia), la cui fortuna va attribuita, oltre che
all’amenità del sito, anche alla presenza di acque termali.
Le terme romane fusero l’idea greca del gymnasium (istituzione preposta
all’educazione fisica ed intellettuale dei giovani) con il bagno a vapore già noto agli
egizi. Esse infatti si caratterizzarono, oltre che per la funzione strettamente termale,
assicurata da locali e vasche a diverse temperature (frigidarium, tepidarium,
calidarium), anche come luoghi d’incontro e di socializzazione, e furono accessibili a
tutta la popolazione senza distinzione di classe (anche se in realtà esistevano due
categorie di terme, una di livello più modesto destinata al popolo, e una più lussuosa
riservata alla élite). Oggi le considereremmo come dei centri polifunzionali, essendo
dotate anche di palestre, piscine, parchi, biblioteche, piccoli teatri e saloni per le
feste. In buona sostanza, le terme romane hanno anticipato di un paio di millenni
l’idea – oggi molto alla moda – di “centro benessere” e di termalismo come wellness.
Inoltre, consentendo abluzioni regolari garantivano l’igiene personale e svolgevano
quindi una importante funzione di tutela della salute pubblica, che si perderà con il
crollo dell’Impero e l’avvento del Medioevo. Le prime terme pubbliche in Roma
furono realizzate nel 12 a.C. a Campo Marzio ad opera di Marco Vipsanio Agrippa.
Nei secoli a seguire molti imperatori romani si cimentarono nella realizzazione di
complessi termali sempre più monumentali (Nerone nel 65 d.C., Tito nell’81 d.C.,
Domiziano nel 95 d.C., Commodo nel 185 d.C., Caracalla nel 217 d.C., Diocleziano
nel 302 d.C. e Costantino nel 315 d.C.). Oltre che nella capitale, strutture termali
furono realizzate in tutto l’Impero, arrivando a rappresentare un tratto caratteristico
ed un elemento ineliminabile della vita quotidiana della Roma imperiale.
I pellegrinaggi medievali
Il periodo alto-medioevale (secoli V-X) si caratterizzerà per la quasi totale scomparsa
della pratica del viaggio, per ragioni facilmente comprensibili: fu un’epoca
costantemente tormentata da guerre, pestilenze e disordini, che provocarono un
generale senso di insicurezza, il decadimento della cultura, la stagnazione dei
commerci e dell’economia. La mobilità personale avveniva solo per ragioni di
assoluta necessità, mentre l’ospitalità ai viandanti veniva offerta da chiese e
monasteri, in mancanza di qualsiasi tipo di struttura ricettiva.
La rinascita economica, sociale e culturale che si ebbe a partire dall’anno Mille fece
emergere nuove motivazioni al viaggio, nuovi itinerari e nuove forme di ospitalità:
dal secolo XI, ad esempio, il turismo collegato a viaggi d’affari, fiere e mercati
acquistò dimensioni rilevanti, grazie anche all’azione dei mercanti medievali, che
furono veri precursori del moderno turismo d’affari, e svolsero anche una importante
funzione di promozione della cultura del viaggio, sia pur nei limiti imposti dalle
condizioni politiche ed economiche dell’epoca. A partire dal XII secolo, inoltre, la
cultura del viaggio ricevette un notevole impulso anche dalle nascenti università, che
si andavano configurando come comunità di apprendimento tra insegnanti e studenti
in cui la dimensione dello spostamento per motivi di studio ed elevamento culturale
acquistava un rilievo non secondario.
Inoltre gli studiosi, gli studenti e i clerici vagantes, attraverso i loro viaggi e le
esperienze di vita fuori dalla sede di abituale residenza, contribuivano a creare legami
tra città o tra Stati e a diffondere la cultura e lo scambio di idee. Nacque quindi in
quell’epoca, sia pur in una forma embrionale e limitata a pochi privilegiati, il turismo
di studio e di ricerca, oggi assai diffuso grazie ai numerosi strumenti di mobilità
destinati a studenti e ricercatori.
Ma la forma di mobilità più comune nel Medioevo, tanto da configurarsi quasi come
un elemento caratterizzante dell’epoca, fu il pellegrinaggio, di natura devozionale ma
soprattutto penitenziale.
Come già sottolineato, fino a tutto l’Alto Medioevo i pellegrinaggi – ed in generale
gli spostamenti – erano stati caratterizzati da grandi difficoltà, dovute alle pessime
condizioni delle vie di collegamento, all’assenza di strutture di accoglienza, alla
pericolosità ed all’instabilità politica. A partire dal secolo XI, invece, le migliorate
condizioni politiche, economiche e sociali, unitamente ad una accresciuta efficienza
nell’organizzazione della mobilità, renderanno il pellegrinaggio – anche in terre
lontane - accessibile ad un numero crescente di persone, la qual cosa decreterà già
allora l’importanza di alcune destinazioni, come Roma, Santiago de Compostela,
Gerusalemme e la Terra Santa per il mondo cristiano, La Mecca per quello islamico,
tutti luoghi questi che ancora oggi sono meta di enormi flussi di pellegrini. Il
pellegrinaggio, tra i secoli XIII e XIV, diverrà quindi un fenomeno “di massa”,
agevolmente praticabile anche perché assistito da una rete di enti caritatevoli dediti
alla ospitalità dei pellegrini, alla organizzazione del loro soggiorno ed al
soddisfacimento, sia pur in forme primordiali, delle loro necessità materiali e
spirituali, ma anche servito da società commerciali (tipicamente quelle armatoriali,
soprattutto veneziane) che, non diversamente dai moderni tour operator,
proponevano per il pellegrinaggio in Terra Santa un “pacchetto” – come oggi
verrebbe definito - comprensivo di viaggio, vitto, alloggio, pratiche amministrative e
quant’altro si rendesse necessario per l’espletamento di questa particolare forma di
mobilità.
Quando si parla di pellegrinaggi medievali tre aspetti vanno presi in considerazione:
le crociate, le indulgenze, il Giubileo. Il pellegrinaggio, che oggi – come nell’antica
Grecia e nella Roma imperiale - risponde a motivazioni di natura spirituale e
culturale, in epoca medievale aveva invece uno spiccato carattere penitenziale: si
partiva per un pellegrinaggio – sottoponendosi a disagi e pericoli - non tanto perché
spinti dal desiderio di recarsi presso un luogo considerato sacro e meritevole di
devozione, ma soprattutto per espiare le proprie colpe. E pertanto, in una temperie
storico-religiosa come quella medievale, fortemente caratterizzata dall’idea della
redenzione dei peccati attraverso la mortificazione personale, la partenza per le
crociate (che ebbero luogo tra la fine dell’XI e la metà del XIII secolo) finì per
rappresentare la forma più elevata di espiazione, soprattutto dopo che il papa Urbano
II ebbe garantito indulgenza plenaria, ossia la remissione completa dei peccati, a chi
fosse partito per la prima crociata verso Costantinopoli e la Palestina (1096). Le
crociate, quindi, accanto alla dimensione prettamente militare e di conquista,
assunsero anche la valenza di pellegrinaggio, sia pur armato: il crociato riceveva una
sorta di investitura e gli venivano consegnati i simboli del pellegrino (un bastone, un
mantello e una bisaccia).
Sempre in tema di mobilità indotta dal desiderio di remissione dei peccati, va citata la
Perdonanza istituita da papa Celestino V nel 1294: chiunque si fosse recato in
pellegrinaggio a L’Aquila, in particolare nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio
(oggi gravemente danneggiata dal sisma del 6 aprile 2009), nei giorni compresi tra il
28 ed il 29 agosto, avrebbe ottenuto indulgenza plenaria da tutti i peccati. La
Perdonanza celestiniana anticipò una delle celebrazioni più importanti della
Cristianità: il Giubileo, o Anno Santo, destinato a generare nel corso della Storia
grandi flussi di pellegrini verso Roma con una cadenza originariamente fissata in 100
anni, poi ridotta a 50 e quindi a 25. Il Giubileo fu istituito da papa Bonifacio VIII nel
1300 con la Bolla Antiquorum habet fidem, in forza della quale il pellegrinaggio alle
Basiliche romane di San Pietro e di San Paolo fuori le mura nel corso di quell’anno
avrebbe garantito l’indulgenza plenaria. Vi è incertezza riguardo al numero dei
pellegrini affluiti a Roma nel corso dell’anno 1300, ma la stima più prudente indica
in 200mila il loro ammontare, una cifra comunque enorme se rapportata alla
consistenza demografica della Roma medievale ed alla contenuta entità degli
spostamenti dell’epoca.
La modernizzazione
Il termalismo ottocentesco
Le terme hanno svolto un ruolo di grande importanza nella storia del turismo europeo
e mondiale, sostenendone lo sviluppo fino a tutto il XIX secolo. Ed in effetti è
opinione comune che la prima tipologia di turismo nel senso moderno del termine sia
stata quella termale, anche se naturalmente si trattava di una forma di mobilità ancora
riservata all’aristocrazia ed all’emergente ceto borghese.
Riprendendo l’excursus storico iniziato nel precedente paragrafo (vedi box Le terme
al tempo dei romani), possiamo affermare che la caduta dell’Impero Romano e il
decadimento delle strutture termali abbiamo decretato la fine del termalismo come
fenomeno culturale e sociale. Nel corso del Medioevo, tuttavia, mentre l’uso del
bagno come pratica igienica andava scomparendo e il suo antico valore sociale e
ricreativo veniva addirittura messo al bando, si assistette alla nascita dell’idrologia
come pratica terapeutica. Si ampliò, inoltre, il campo delle metodiche: accanto al
bagno comparvero le terapie inalatorie e sudatorie in grotte naturali e l’applicazione
di fanghi. Nel corso del Rinascimento si ebbe un ulteriore sviluppo delle cure
idrologiche, ma è dal Settecento, con l’avvento della chimica moderna, che divennero
possibili le prime indagini sulla composizione delle acque minerali e, di conseguenza,
la svolta scientifica dell’idrologia.
Nell’Ottocento, un’intensa attività di ricerca garantì un supporto scientifico alle
terapie e ne ampliò i campi di intervento. I reparti di cura degli stabilimenti termali
vennero potenziati, ma al tempo stesso la stazione termale si trasformò in qualcosa di
simile all’antico luogo romano di arricchimento culturale e sociale, sulla scorta però
della concezione romantica di rigenerazione del corpo e dello spirito. Da centri di
cura le località termali andarono evolvendo in centri di villeggiatura e di vita
mondana, con importanti ricadute dal punto di vista urbanistico, oltre che economico:
le località termali à la page si dotarono infatti di ville, alberghi, café-concert , parchi
e giardini per richiamare e accogliere una clientela internazionale e facoltosa.
In questo senso, la località pioniera fu l’inglese Bath, le cui acque termali, ben note ai
romani (le terme romane datano intorno al 43 d.C.), erano probabilmente già
utilizzate in epoca preromana dalle popolazioni celte ivi insediate. Nel corso del
XVIII secolo Bath conobbe quelle trasformazioni urbanistiche ed architettoniche - in
stile georgiano - che la resero località mondana di riferimento per la nobiltà europea e
modello da seguire per le altre stazioni termali europee. Fra queste, una particolare
importanza ha rivestito nella storia del turismo termale il centro belga di Spa, al
punto che il toponimo Spa ha finito per diventare sinonimo di termalismo. Secondo
una opinione piuttosto comune, Spa deriverebbe dall’acronimo di “salus per
acquam” (salute attraverso l’acqua). In realtà, sembra più probabile che derivi dal
termine vallone espa, che significa “fonte”, “sorgente”. Come Bath, anche Spa
rappresentò un luogo privilegiato di ritrovo dell’aristocrazia europea, soprattutto
dopo che l'imperatore Giuseppe II l’ebbe definita “Caffè d'Europa”. A Spa è stato
inoltre fondato il primo casinò moderno, la Redoute.
Fra le altre località europee di spicco del termalismo ottocentesco è necessario citare
Baden-Baden in Germania, Marienbad (Mariánské Lázně) e Karlsbad (Karlovy Vary)
nella Repubblica Ceca, Aix-les-Bains e Bagnères-de-Luchon in Francia. Il massimo
sviluppo del termalismo italiano, con qualche decennio di ritardo rispetto all’Europa
centro-settentrionale, si ebbe invece tra la fine del XIX secolo e la prima guerra
mondiale: Montecatini, Salsomaggiore, San Pellegrino e Abano ne rappresentavano
in quel periodo le mete principali.
La nascita della balneoterapia
Il medico inglese Richard Russell (1687-1759) è considerato l’inventore della
talassoterapia o balneoterapia (trattamento sanitario basato sull’azione curativa del
mare e del clima marino), tanto che lo storico francese Jules Michelet lo definì
“l'inventeur de la mer”. L’aspetto interessante ed invero innovativo per l’epoca
dell’opera di Russell fu quello di aver tentato – senza peraltro riuscirvi del tutto - di
dimostrare scientificamente l’efficacia delle “bagnature” in acqua marina nella cura
di malattie polmonari e cardiocircolatorie, patologie molto diffuse nei secoli XVIII e
XIX. Tutto ciò, aprirà la strada a quello che ancora oggi – nonostante l’estrema
diversificazione dell’offerta e la sempre maggiore frammentazione della domanda può essere considerato uno dei principali, se non il principale, generatore di flussi
turistici di massa (ma non necessariamente di reddito prodotto) a livello sia mondiale
che nazionale: il turismo balneare marino.
Il connotato primigenio del turismo balneo-marino fu, dunque, spiccatamente
terapeutico, così come lo era stato per il turismo termale. Tuttavia, tale tipologia di
turismo assumerà ben presto, già nel corso dell’Ottocento, anche una valenza ludicoricreativa, pur non rinunciando del tutto all’aspetto curativo, che invece è
praticamente assente nella sua manifestazione contemporanea.
Inoltre, pur essendo inizialmente appannaggio dell’aristocrazia e dell’alta borghesia,
a partire dalla seconda metà del XIX secolo il turismo balneo-marino si diffonderà,
grazie alla sviluppo dei trasporti ferroviari ed all’aumento del tempo libero, anche
alle classi lavoratrici, per lo meno nei Paesi dell’Europa settentrionale, già interessate
dalla Rivoluzione Industriale.
Le prime località balneoterapiche saranno anche in questo caso quelle britanniche,
ancora una volta pioniere nello sviluppare nuove forme di turismo e nello stimolare
nuove motivazioni al viaggio:
Scarborough, piccolo centro di pescatori sulle coste dello Yorkshire, attivo già dagli
inizi del Settecento.
Blackpool, sulla costa nord-occidentale e non lontana da Liverpool.
Ma soprattutto Brighton, sulla costa meridionale nella contea dell’East Sussex, che
diverrà, sotto l’egida di Giorgio IV, il principale centro balneoterapico del Regno,
assurgendo anche a sede estiva della corte.
Il Royal Pavilion, fatto edificare in stile pseudo-orientale quale residenza reale
dall’allora Principe di Galles, diverrà l’emblema di questa nuova, prestigiosa,
vocazione turistico-residenziale e l’icona urbana alla base della fortuna di Brighton.
Partendo quindi dai primi centri inglesi, la pratica della balneoterapia si diffonderà
anche nel continente, interessando località come Dieppe e Biarritz in Francia,
Ostenda in Belgio, Livorno (primo centro italiano di balneoterapia), Abbazia
(Opatija, sulla costa istriana, oggi in territorio croato), e questo grazie anche alla
visibilità ed al prestigio che le case reali ed i ceti aristocratici, soggiornandovi,
garantivano alle nascenti stazioni balneari, così pubblicizzate – sia pure in una
forma sui generis - come località alla moda dove scoprire i benefici delle terapie
idrologiche e marine. Nel caso specifico delle località mediterranee, sarà anche il
fattore climatico a decretarne la fortuna turistica: l’amenità del clima rendeva
piacevole, oltre che possibile, il soggiorno e la cura anche durante la stagione
invernale.
Non si può parlare di turismo balneare dei primordi senza accennare alla formula
architettonica del kursaal: letteralmente “sala di cura” (denominazione che riecheggia
il connotato terapeutico delle origini), consisteva in un edificio, che oggi
definiremmo polifunzionale, di grandi dimensioni, generalmente localizzato sulla
spiaggia ed adibito ad albergo, stabilimento balneare, sala da gioco, café-concert,
casinò. Il primo ad essere edificato fu quello di Ostenda nel 1852 (ancora oggi attivo,
ma più che altro come auditorium), seguito da una lunga serie di strutture analoghe
che si diffusero in tutto il continente e che resero il termine kursaal sinonimo di
complesso turistico-ricreativo a servizio di vacanzieri e bagnanti.
La “scoperta” della Natura
Come è stato sottolineato nei precedenti paragrafi, gli inglesi furono i precursori sia
del termalismo che della balneoterapia. In tutte queste forme di turismo il rapporto
con la natura era però mediato da esigenze di comfort e protezione: essa veniva
percepita e vissuta come uno scenario pittoresco ed attraente ma temibile, da
osservare mantenendosi a rispettosa distanza, oppure da “addomesticare” ed asservire
ai bisogni umani.
La concezione della natura in quanto valore a sé stante, sia da un punto di vista
estetico, sia da un punto di vista etico-ambientale, sia da un punto di vista turistico,
ha origine invece negli Stati Uniti.
Sulla scorta del Romanticismo e delle nuove tendenze pittoriche incentrate sulla
rappresentazione del paesaggio naturale (principali esponenti ne furono in realtà gli
inglesi John Constable and J. M. W. Turner), si fa strada in America un desiderio di
scoperta e di contemplazione - a distanza anche ravvicinata - di paesaggi inediti, di
fenomeni naturali, di luoghi selvaggi e disabitati. Certamente le caratteristiche
naturali del territorio nord-americano hanno giocato un ruolo fondamentale nel
determinare questo “mutamento culturale” in materia di preferenze paesaggistiche, e
poi anche turistiche, caratterizzate dalla dimensione della wilderness (vedi box), e
non è un caso che proprio negli Stati Uniti siano stati creati i primi parchi nazionali:
quello di Yellowstone, istituito il 1 marzo del 1872, è il primo esempio nel mondo di
area protetta nel pubblico interesse su larga scala. Il Parco Nazionale di Yellowstone
indubbiamente rappresentò tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento il
principale riferimento internazionale in materia di protezione ambientale, sia dal
punto di vista legislativo che dal punto di vista operativo, oltre a assurgere,
nell’immaginario collettivo, ad emblema stesso di area protetta. È stato inoltre
giustamente osservato che l’assenza di un patrimonio storico-artistico sul modello
europeo abbia stimolato negli Stati Uniti la ricerca di riferimenti identitari autoctoni,
che sono stati individuati nei grandi scenari naturali che caratterizzano il territorio
nord-americano.
In Europa i primi parchi nazionali furono istituiti in Svezia tra il 1909 ed il 1910. Il
primo parco nazionale italiano è stato quello del Gran Paradiso nel 1922, seguito da
quello d’Abruzzo (oggi denominato Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise),
istituito l’11 gennaio 1923 su iniziativa di un gruppo di politici e intellettuali fra cui il
filosofo Benedetto Croce.
Questa “scoperta” della natura incontaminata ha generato, in prima battuta, nuove
modalità di fruizione dei paesaggi montani che, oltre a soddisfare il nuovo gusto
estetico di ispirazione romantica, offrivano anche la possibilità – ad una élite,
beninteso – di un rapporto immediato ed avventuroso con l’elemento naturale
attraverso la pratica dell’alpinismo: da qui la fortuna di centri montani come Zermatt,
Chamonix, Saint Moritz, Cortina d’Ampezzo, decretata ancor prima dell’avvento
dello sci alpino. L’alpinismo, prima confinato in una dimensione iniziatica o motivata
da esigenze scientifiche, evolverà quindi verso connotati più tipicamente sportivi e
dilettantistici:
nel giro di alcuni decenni, tra il 1800 ed il 1870, tutte le principali cime delle Alpi
vennero scalate e si iniziarono anche le prime spedizioni extraeuropee. Da ricordare,
ad esempio, quelle di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi (Monte Saint
Elias in Alaska, 1897; Ruwenzori in Uganda, 1906; Karakorum, con il fallito
tentativo di ascesa del K2, 1909). Va infine ricordata, a testimonianza dell’interesse
che l’alpinismo andava riscuotendo anche in Italia, l’istituzione nel 1863 del Club
Alpino Italiano, su iniziativa di Quintino Sella, uomo politico ed economista
appassionato di alpinismo, zio dell’alpinista e fotografo Vittorio Sella (celebri i suoi
reportage fotografici di spedizioni alpinistiche).
Turismo e wilderness
Il termine wilderness indica l’ambiente naturale allo stato selvaggio (in inglese wild,
da cui wilderness), incontaminato, non alterato dall’attività umana. La scaturigine e
l’implementazione dell’idea di wilderness quale valore a sé stante ed elemento del
patrimonio collettivo da preservare in quanto tale, indipendentemente da
considerazioni di ordine economico (e quindi turistico), vanno individuate negli Stati
Uniti, che infatti sono stati i primi a creare un Parco Nazionale già nel XIX secolo
(Yellowstone, 1872). La wilderness assunse, nelle sue battute iniziali, un connotato
marcatamente protezionista, estrinsecandosi, dal punto di vista normativo, nella
istituzione di aree assoggettate ad un regime speciale di protezione ambientale, allo
scopo di mantenerne intatto l’equilibrio ecologico, di tutelarne la biodiversità e di
sottoporle ad attività di studio e di ricerca scientifica. Lo sviluppo, tra la fine del XIX
secolo e l’inizio del XX, di una nuova concezione basata sull’esaltazione dei valori
estetici della Natura condusse all’emersione di una forma embrionale di turismo
naturalistico, ed alla finalità protezionista si aggiunse quella ricreativa: preservare la
natura nel suo stato primitivo, oltre a tutelare il territorio e ad assicurare la
sopravvivenza della fauna e della flora nella loro condizione originaria, cominciò ad
essere considerato anche un modo per garantire la fruizione di aree di rilevanza
turistica. Lo sviluppo delle reti ferroviarie in paesi come Stati Uniti, Canada ed
Australia consentì ad un numero crescente di persone di praticare un’esperienza
turistica nei primi Parchi Nazionali, il che a sua volta determinò la nascita di strutture
di accoglienza nei pressi delle aree interessate dai flussi. L’esplosione della
motorizzazione privata, nel secondo dopoguerra, trasformò il turismo verso le aree
wilderness in un fenomeno di massa, soprattutto negli Stati Uniti. In Europa, e
certamente anche in Italia, una minore presenza di aree naturali vaste e
incontaminate, associata ad una intesa antropizzazione dei territori, ha condotto nel
tempo ad una concezione della protezione ambientale meno legata ad un’idea di pura
wilderness e più associata al recupero - anche in chiave turistica - dei generi di vita e
dei paesaggi culturali delle comunità locali, oggi minacciate dallo spopolamento o
dalla assimilazione da parte del dominante modello urbano-industriale.
Analogamente, il termine wilderness ha assunto nel nostro Paese, quanto meno
nell’ambito della divulgazione, un significato più generico e sfumato, ossia di
ambiente naturale scarsamente antropizzato, dotato di speciali pregi paesaggistici e
caratterizzato dalla presenza di specie animali selvatiche. In tale accezione più
“morbida” del termine rientrano certamente quasi tutte le aree protette italiane, che
invece, salvo qualche eccezione, verrebbero escluse dal novero delle aree wilderness
in senso stretto.
I pionieri del tour operating
Come è noto, e come sarà meglio specificato in seguito, l’attività del tour operator
consiste nel creare o nell’assemblare pacchetti turistici, generalmente inclusivi di
titoli di trasporto, pernottamenti alberghieri, ristorazione e altri servizi forniti da
operatori locali, e si differenzia nettamente da quella delle agenzie di viaggio, che
invece sono esercizi commerciali che, accanto ad una sempre più marginale attività di
biglietteria aerea, ferroviaria e marittima, vendono al consumatore finale le proposte
di viaggio elaborate dai tour operator (anche se, come vedremo, questa tradizionale
articolazione della filiera commerciale turistica ha subito sostanziali modifiche
negli ultimi anni).
L’esplosione dell’attività di tour operating è coincisa temporalmente, come è
piuttosto ovvio, con il boom del turismo di massa, che possiamo collocare tra il
secondo dopoguerra e gli anni Sessanta, per poi consolidarsi – di pari passo con
l’evoluzione del mercato turistico – nei decenni successivi e fino a tutto il XX secolo.
Cionondimeno, l’attività di intermediazione ed organizzazione nel soddisfacimento di
esigenze complesse di mobilità (tale è, a conti fatti, quella del tour operator) ha
origini remote: si ricorderà che già nel Medioevo gli armatori veneziani fornivano ai
pellegrini diretti in Terra Santa un “pacchetto” che oggi chiameremmo, sempre con
termine inglese, “all inclusive” (viaggio, vitto, alloggio, pratiche amministrative etc.).
Per potersi però parlare di tour operating nel senso moderno del termine, ossia di una
attività d’impresa caratterizzata da una organizzazione stabile e riconoscibile in
quanto tale, e da una comunicazione commerciale rivolta, attraverso canali
istituzionali, ad un pubblico il più ampio possibile, bisognerà attendere la seconda
metà del XIX secolo, quando inizierà a consolidarsi e ad assumere una dimensione
aziendale l’iniziativa, pionieristica per l’epoca, avviata nel 1841 dall’inglese Thomas
Cook. Fervido religioso ed attivista in campo sociale, in particolar modo nella lotta
contro l’alcolismo, organizzò il 5 luglio 1841 il primo trasporto collettivo low cost
della storia moderna: affittò dalla società ferroviaria Midland Counties Railway una
carrozza per trasportare a basso costo – uno scellino - 570 attivisti della
organizzazione filantropica “Società della Temperanza” da Leicester a Loughborough
(una distanza di 11 miglia), perché potessero partecipare ad una riunione di detta
organizzazione. Quattro anni dopo questo primo esperimento – reiterato in seguito
con regolarità - Cook passò dalla dimensione del mero impegno filantropico a quella
dell’attività d’impresa, sia pure condotta all’insegna della solidarietà, organizzando
brevi viaggi in Inghilterra e Scozia per categorie sociali svantaggiate. Va tuttavia
detto che alla lungimiranza ed al talento organizzativo Cook non seppe associare una
dose sufficiente di spirito imprenditoriale: la sua società attraversò alti e bassi dal
punto di vista finanziario, e fu solo con l’ingresso nella gestione del più pragmatico
John Mason – figlio di Thomas - che la “Thomas Cook and Son” conobbe una
duratura fase di sviluppo.
Alla fine del XIX secolo la società aveva aperto filiali in numerose città europee,
nordamericane ed australiane, ed organizzava viaggi in diverse destinazioni mondiali
(offrendo persino un viaggio di 222 giorni intorno al mondo), specializzandosi in
Egitto e Medio Oriente. Pionieristica anche l’introduzione, nel 1890, della
“banconota circolare”: una forma di pagamento, antesignana del traveller’s cheque,
riservata ai clienti della “Thomas Cook and Son” e spendibile negli esercizi
alberghieri convenzionati con quest’ultima. Nel corso del XX secolo complesse
vicende societarie modificheranno più volte l’assetto proprietario dell’azienda, che
rappresenta ancora oggi uno dei principali tour operator europei.
Ancora una volta, quindi, il Regno Unito ha rappresentato il Paese ”apripista” in
materia di indirizzi turistici. Cionondimeno, non può essere sottaciuto il ruolo svolto
da altri operatori europei nello sviluppare con successo, tra la fine del XIX e l’inizio
del XX secolo, l’attività di tour operating in forme moderne, come la belga
“Compagnie Internationale des Wagons-Lits et du Tourisme”, fondata nel 1872 e
legata indissolubilmente all’idea stessa del trasporto ferroviario su lunga distanza (il
suo fondatore, Georges Nagelmakers, fu anche il creatore del leggendario Orient
Express), oppure la svizzera Kuoni, fondata nel 1909 e dichiarata nel 2010 “World’s
Leading Tour Operator”. In Italia, fra i precursori del settore, è possibile citare la
Chiari, fondata nel 1878 a Milano da Massimiliano Chiari (il primo agente di viaggi
italiano), rilevata dalla Sommariva a fine Ottocento ed ancora oggi in attività come
“Chiariva”.
Il turismo: un fenomeno di massa
Le trasformazioni post-belliche
Con l’espressione “turismo di massa” si intende quella fase del fenomeno turistico, il
cui inizio è databile intorno agli anni Venti-Trenta negli Stati Uniti ed intorno agli
anni Cinquanta-Sessanta in Europa, caratterizzata dall’estensione delle pratiche e
della cultura del turismo a tutte le fasce sociali in grado di produrre un reddito, sia
pure modesto. In questa fase il turismo non è più appannaggio dei ceti aristocratici ed
alto-borghesi, come all’epoca del Grand Tour e, successivamente, della Belle
Époque, ma diviene accessibile anche ai lavoratori impiegati nei settori
manifatturiero e terziario. Le ragioni sono molteplici: sviluppo economico generale e
quindi maggiore disponibilità di reddito per le classi lavoratrici, fino ad allora escluse
dai circuiti turistici per motivi innanzitutto economici; ferie pagate, e quindi
disponibilità di tempo libero da impiegare in attività ricreative al di fuori della
località di abituale residenza; sviluppo dei trasporti, ed in particolare della
motorizzazione privata, conseguenza anche questa delle migliorate condizioni
economiche ed infrastrutturali; sviluppo dell’urbanizzazione, con conseguenti
desiderio di evasione dalla routine metropolitana da un lato, e diffusione di modelli
culturali urbani – e fra questi il turismo – dall’altro.
Si tratta, come è evidente, di una svolta epocale, destinata a cambiare per sempre
l’assetto della società occidentale: la sua scala di valori, i suoi bisogni, i suoi costumi,
i suoi paradigmi ne vengono trasformati. Particolarmente pregnante, a tal proposito,
l’incipit del saggio “Storia della villeggiatura”, di Orvar Löfgren: “Considero le
vacanze come un laboratorio culturale in cui le persone hanno la possibilità di
sperimentare nuovi aspetti della propria identità, nei rapporti sociali o
nell’interazione con la natura, e anche di sfruttare importanti attitudini quali sognare
a occhi aperti e compiere viaggi mentali. Si tratta di un contesto in cui la fantasia
diventa un’importante pratica sociale”. Ed in effetti, l’espressione “turismo di massa”
non ha solo una valenza economicistica: se da un lato essa richiama il principio
aziendale della minimizzazione dei costi – e quindi della massimizzazione del
profitto - attraverso l’offerta di un prodotto indifferenziato ad una massa il più ampia
possibile di acquirenti, dall’altro suggerisce una dimensione sociologica di
appartenenza ad una massa, appunto, di vacanzieri. Si va in vacanza anche per una
esigenza identitaria e culturale, per non sentirsi esclusi dal proprio ambito sociale e
per partecipare ad un rituale collettivo che, in questo momento storico, assume
soprattutto le forme del turismo cosiddetto delle 4 S (sun, sea, sand, sex), volendo
con ciò significare la “balnearizzazione” – qualcuno parla più specificamente di
“mediterraneizzazione” – dell’immaginario e delle pratiche del turismo: in buona
sostanza, predomina in questa fase la vacanza estiva in una località balneare
(preferibilmente del Mediterraneo per gli europei, della Florida per i nord-americani)
raggiungibile con la propria vettura o, nel caso delle isole, con forme di trasporto
combinato (ad esempio auto più traghetto).
Ne è conseguita l’esplosione tanto delle attività di intermediazione (agenzie di viaggi
e tour operator), tanto dell’offerta di ricettività (alberghi, pensioni, campeggi,
villaggi, seconde case) e dei servizi turistici (ristoranti, stabilimenti, trasporti
marittimi) in un numero crescente di località dotate di risorse riconducili al
paradigma delle 4 S. Tutto ciò ha generato prospettive concrete di sviluppo e una
massiccia terziarizzazione del tessuto economico delle località marittime interessate
dal turismo balneare, ma al tempo stesso ha prodotto una alterazione spesso
irreversibile dei paesaggi costieri e in non pochi casi ha introdotto un meccanismo di
segregazione spaziale tra popolazione residente e vacanzieri.
Mutatis mutandis, quanto detto a proposito del turismo balneare vale anche per il
turismo montano invernale legato alla pratica dello sci alpino: sulla scorta dei primi
elitari esempi che già ai primi del Novecento avevano interessato alcune località
dell’arco alpino, si assiste a partire dagli anni Sessanta, complice anche l’evoluzione
tecnologica in materia di impianti funiviari, ad uno sviluppo dai connotati
tipicamente di massa - tanto che si è arrivati a coniare l’immaginifica espressione di
“oro bianco” – e ad una capillare diffusione geografica di stazioni sciistiche in tutti i
Paesi dell’Occidente in possesso dei necessari requisiti climatici ed orografici, con
tutto ciò che ne è conseguito in termini di sviluppo locale da un lato e di alterazione
paesaggistica dall’altro.
Il dilatarsi degli spazi e dei tempi del turismo
Nelle fasi iniziale e di consolidamento della dimensione massiva del turismo (anni
Cinquanta-Settanta, grosso modo), la natura dell’industria della vacanza è stata
quindi sostanzialmente duplice:
balneare in estate e montana in inverno.
Al novero dei risvolti problematici, sopra accennati, se ne è andato quindi
aggiungendo un altro: quello della accentuata stagionalità, ossia della concentrazione
dei flussi - indotta dalle condizioni climatiche - in determinati periodi dell’anno,
tipicamente nei mesi di luglio e agosto per le località balneari e nei mesi da dicembre
a marzo (e pur sempre con l’alea delle precipitazioni nevose) per quelle sciistiche.
È sempre esistito, e sempre esisterà, un nesso deterministico tra clima e turismo.
Anzi, si può dire che la motivazione climatica – il cosiddetto “tropismo”– sia stata in
misura rilevante alla base del turismo moderno di stampo ottocentesco, molto basato
sulla ricerca di condizioni climatiche più amene o più salutari di quelle dei Paesi di
provenienza dei flussi (in buona sostanza Regno Unito, Germania e Paesi nordici,
generalmente freddi, umidi e piovosi). In quel periodo storico, tuttavia, l’esiguità dei
flussi rendeva lento e graduale il processo di diffusione del fenomeno turistico dalle
prime località pioniere ad altre di successiva istituzione. Nell’epoca del turismo di
massa, invece, l’azione combinata di una accentuata stagionalità e di un incremento
esponenziale dei flussi, sia interni che internazionali, ha dilatato enormemente gli
spazi di mercato dell’industria turistica. Ciò si è tradotto, sul piano territoriale, in una
moltiplicazione delle stazioni balneari e montane secondo un modello di diffusione
spaziale molto ben descritto dal geografo francese Miossec.
Alle soglie degli anni Ottanta, dopo lo sviluppo intenso e caotico degli anni Sessanta
e Settanta, si è raggiunta la saturazione, in termini sia spaziali che temporali, delle
località balneari e montane del Mediterraneo settentrionale e dell’arco alpino, oltre
che di ampie sezioni di altre catene montuose europee (Appennini, Pirenei, Sierra
Nevada, Carpazi, ecc.). Si è reso quindi necessario in questa fase, che si è
caratterizzata per la riproposizione in forme nuove di prodotti ormai maturi,
individuare nuovi spazi e nuovi tempi verso cui indirizzare un flusso in costante
incremento. Le forme di turismo prevalenti sono ancora quelle tradizionali, e non
sono maturi i tempi per le innovazioni che emergeranno a partire dagli anni Novanta
e che dilateranno gli spazi e i tempi del turismo facendo leva soprattutto sulla
diversificazione tipologica e motivazionale. Ed ecco quindi prendere piede, complice
anche l’abbattimento dei costi del trasporto aereo che è stato possibile realizzare
attraverso la formula del volo charter, una pratica fino a quel momento riservata ad
una élite di benestanti: il mare in inverno in località tropicali del Mar Rosso,
dell’Oceano Indiano, del Pacifico o dei Caraibi, destinazioni che finiranno per
raggiungere una posizione apicale nell’immaginario turistico collettivo, grazie anche
ad abili operazioni di marketing messe in atto da tour operator internazionali.
Parzialmente diverso invece il discorso del turismo montano estivo, tipologia già di
moda presso le aristocrazie ottocentesche, ma che conoscerà una dimensione massiva
solo a partire dall’ultimo quarto del XX secolo. In questo caso, accanto alla necessità
di attenuare la stagionalità dei flussi verso le località di montagna attraverso
l’estensione della stagione turistica ai mesi estivi, ed in presenza anche di una
motivazione puramente climatica, legata al tropismo (crescente intolleranza
individuale verso le temperature e i tassi di umidità estivi al livello del mare, in reale
o presunto aumento medio), ha molto contato lo sviluppo di una sensibilità
naturalistico-ambientale presso strati sempre più ampi della popolazione occidentale:
il turismo escursionistico montano è infatti una tipologia molto basata sul desiderio di
contatto con la natura in contesti scarsamente antropizzati, se non proprio connotati
da wilderness. Causa ed effetto al tempo stesso di questa tendenza evolutiva è stata,
in Italia e in altri Paesi europei, l’istituzione nei primi anni Novanta di numerosi
nuovi Parchi Nazionali in aree montane, al duplice scopo di tutelare porzioni di
territorio di particolare pregio ambientale dal rischio di speculazioni edilizie e di
tentazioni produttivistiche (ad esempio attività estrattive o impianti di risalita), e di
ampliare l’offerta di turismo naturalistico ed escursionistico in una forma non lesiva
degli ecosistemi, prospettando al tempo stesso nuove ipotesi di sviluppo per contesti
geografici altrimenti destinati alla marginalità e allo spopolamento.
Il consolidamento dell’offerta turistica
Come si diceva nel paragrafo precedente, tra gli anni Cinquanta e Settanta del XX
secolo, in Europa e in altre regioni del pianeta, si è verificato un intenso processo di
diffusione territoriale dell’offerta turistica che ha seguito, grosso modo, lo schema
proposto dal citato modello di Miossec. Scendendo più nel concreto, si è osservata
generalmente una dinamica di questo tipo: le località definite pioniere, ossia quelle
che erano già state interessate da forme di turismo – tipicamente balneare o montano,
ma anche lacuale e termale - tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento (in
Italia, ad esempio, Viareggio, Grado e Rimini per il turismo balneare; Cortina
d’Ampezzo per quello montano), hanno funto da esempio per le nuove realtà che
andavano emergendo ed organizzandosi in funzione dell’attività turistica, e questo sia
per quanto riguarda gli aspetti materiali (strutture ricettive, esercizi commerciali e di
ristorazione, stabilimenti balneari, impianti di risalita e via dicendo), sia per quanto
riguarda quelli immateriali (conoscenze e competenze del personale addetto ai servizi
turistici, metodologie di gestione, forme di comunicazione e marketing ecc). In
qualche caso, le nuove località si sono andate strutturando a partire dall’orbita
geografica della località pioniera, secondo un processo di diffusione spaziale per
contiguità, fino a formare una sorta di regione turistica più o meno omogenea,
strutturata e interconnessa (ad esempio, la Riviera Romagnola, oppure la Val Badia),
il che oggi facilita l’adozione di forme sistemiche di organizzazione dell’offerta
turistica . In altri casi, invece, si è seguito un esempio geograficamente molto
distante, secondo un processo imitativo basato su tipologie insediative ed edilizie
spesso del tutto estranee al contesto territoriale in cui sono state realizzate: nelle aree
costiere, ad esempio, ci si è richiamati in maniera generalizzata alla “mediterraneità”,
in quelle montane ha prevalso lo stile “tirolese”. Si è trattato inoltre di un processo
che ha prodotto, nei casi migliori, paesaggi per così dire “artificiali” anche quando ci
si è ispirati a modelli culturali autoctoni: valga in proposito l’esempio di Porto Cervo
in Costa Smeralda.
In quelli peggiori, ben più numerosi, la speculazione edilizia ad uso turistico ha
invece introdotto una dimensione urbano-residenziale di scarso valore estetico e di
dubbia funzionalità in contesti naturali e paesaggistici talvolta di grande pregio. Tale
processo di edificazione, in larga misura, si è estrinsecato nella realizzazione di
“seconde case” di villeggiatura in località, sia marine che montane, ubicate in
prossimità di grandi centri urbani e dotate di attrattive paesaggistiche, naturalistiche e
climatiche tali da giustificare massicci investimenti nel settore edilizio e nella
realizzazione delle necessarie opere di urbanizzazione. Quello delle seconde case, in
realtà, non è un fenomeno recente: a prescindere dalla dimensione “patrizia” ed
estremamente elitaria che esso conobbe nel mondo romano, già nel Settecento e
nell’Ottocento era un tratto comune di località termali, lacuali e marine alla moda,
soprattutto nell’Europa settentrionale. Né d’altro canto esso si limita necessariamente
ai contesti balneari e sciistici: nei mondi anglosassone e scandinavo è sempre stato
usuale possedere seconde case di villeggiatura in contesti rurali, dotati di condizioni
climatiche e paesaggistiche (nel senso lato del termine) antitetiche rispetto a quelle
urbane, ma certamente privi di quelle attrattive comunemente riconducibili al turismo
di massa. Esso ha conosciuto lo sviluppo abnorme che oggi osserviamo, ed una
esasperata concentrazione in località costiere e montane, solo a partire dagli anni
Cinquanta-Sessanta, in concomitanza con l’esplosione del turismo di massa legato
alla balneazione ed alla pratica dello sci alpino.
Se da un lato questa riconversione ad uso turistico-residenziale ha apportato nuove
risorse economiche sotto forma di attività commerciali, di ristorazione, di
manutenzione del patrimonio edilizio, di servizi immobiliari, legali, finanziari ecc.,
dall’altro ha comportato un indubbio e pressoché generalizzato degrado del
paesaggio, un consumo di territorio non sempre realizzato in nome dell’interesse
collettivo e una pressione antropica sulle infrastrutture e sui servizi pubblici (reti
elettriche, idriche, fognarie, parcheggi, rimozione dei rifiuti) destinata, nei periodi di
maggiore afflusso turistico, a superare la capacità di carico del territorio. La
questione si pone con particolare intensità nelle aree, come le Alpi, caratterizzate da
grande valenza paesaggistica ed elevata vulnerabilità degli ecosistemi: nel solo
territorio alpino italiano si stima la presenza di 590.000 seconde case, soprattutto
nelle sezioni piemontese, lombarda e veneta, laddove invece l’Alto Adige si segnala
per un’offerta turistica basata quasi esclusivamente su strutture alberghiere ed extra
alberghiere.
È opinione comune – e condivisibile – che il turismo delle seconde case non apporti
nel lungo periodo, alle località che ne sono interessate, vantaggi economici
commisurati alle esternalità negative, sopra descritte. A tal riguardo, basti considerare
i seguenti dati, riferiti all’Italia: secondo una stima dell’Osservatorio Nazionale del
Turismo le presenze nelle seconde case, nel 2009, sarebbero state pari a 502 milioni,
contro i 358 milioni di presenze nelle strutture ricettive (rispettivamente il 58% ed il
42% del totale). Di contro, dei 75,9 miliardi di euro di consumi turistici effettuati in
quell’anno nel nostro Paese, ben 48,5 (il 64%) sono attribuibili ai turisti che hanno
usufruito di strutture ricettive e solo 27,4 (il 36%) a coloro che, a titolo di proprietà o
di locazione, hanno soggiornato nelle seconde case.
Turismo di massa nella regione mediterranea
La regione del Mediterraneo, con uno sviluppo costiero di 46.000 km, è forse la
principale destinazione turistica mondiale: un terzo dell’intero fatturato del settore è
riconducibile a questa regione. Gli arrivi internazionali – escludendo quindi quelli
nazionali - avevano raggiunto alla fine degli anni Novanta un valore di 220 milioni, e
si stima (WTO) che toccheranno i 350 milioni nel 2020. L’80% del flusso turistico
complessivo è diretto verso Spagna, Francia, Italia e Grecia. I principali Paesi di
provenienza dei flussi (84%) sono europei, Germania in primis, seguita da Regno
Unito, Francia e Italia.
Cionondimeno, un flusso turistico non limitato ai ceti aristocratici e borghesi - che
frequentavano le località balneari à la page italiane, francesi e spagnole già dalla
metà dell’Ottocento - cominciò a svilupparsi relativamente tardi, quanto meno
rispetto al Nord Europa, per le vicende politiche ed economiche degli anni Venti,
Trenta e Quaranta, che hanno reso tortuoso e accidentato il percorso di diffusione
delle pratiche turistiche nella regione. Lo scenario, tuttavia, è cambiato radicalmente
nella seconda metà del Novecento, quando l’Europa meridionale, ritrovata la stabilità
politica, è diventata il simbolo del turismo di massa europeo. Non sarebbe esagerato
definire paradigmatica la formula turistica che già negli anni Cinquanta veniva
proposta dai tour operator attivi nell’area mediterranea: una “miscela” basata sulla
presenza di un clima caldo e soleggiato, di un antico retaggio culturale ricollegabile
alla classicità, di un ambiente sociale amichevole e di una buona tradizione enogastronomica, formula in seguito ben sintetizzata dalle famose 4 S (sun, sea, sand,
sex). Ne è scaturito un modello lineare di urbanizzazione, immediatamente contiguo e
parallelo alla costa, noto come “marbellizzazione”, in cui i processi di edificazione ad
uso turistico hanno finito per incidere pesantemente sui quadri paesaggistici e sugli
ecosistemi costieri.
È in questa fase (anni Cinquanta – Settanta) che il Mediterraneo diventa una
destinazione turistica privilegiata, non solo a livello quantitativo, ma anche a livello
simbolico: la “mediterraneità” assurge a modello per località turistiche anche
lontanissime, come la California meridionale o la Nuova Zelanda. Anche il
Mediterraneo turistico propriamente detto finisce per estendersi oltre i suoi limiti
geografici: ad esempio le Canarie, politicamente spagnole ma geograficamente
atlantiche, vengono promosse sul mercato turistico come una destinazione
mediterranea in cui l’estate “dura tutto l’anno”.
La geografia del turismo del Mediterraneo si è andata articolando anche in funzione
dei rivolgimenti politici che hanno interessato la regione nell’ultimo trentennio del
XX secolo. Se il regime franchista in Spagna non aveva mai posto – se non in una
primissima fase - un serio freno allo sviluppo del turismo, solo la fine delle dittature
in Grecia e Portogallo negli anni ’70 consentirà l’ingresso massiccio di questi paesi
nel circuito turistico internazionale, e di certo anche alla regione portoghese
dell’Algarve, sulla costa atlantica, è stata conferita la patente di “mediterraneità”,
stante la prossimità geografica e l’affinità paesaggistico-culturale. Per quanto
riguarda la seziona mediorientale del bacino, e con l’unica eccezione della Turchia,
dove il turismo ha potuto consolidarsi senza particolari fattori di limitazione, la
presenza di conflitti interni o internazionali, ed in generale l’instabilità politica,
hanno sempre ridisegnato la mappa delle destinazioni turistiche.
Il perdurante conflitto israelo-palestinese, nelle sue ramificazioni regionali, ha
influenzato – e influenza tuttora - lo sviluppo del turismo nell’area interessata: il
Libano, ad esempio, era una delle mete turistiche più alla moda negli anni Sessanta e
Settanta, fino a quando la guerra civile non lo ha reso inaccessibile, favorendo lo
sviluppo di Cipro, limitatamente però alla parte meridionale dell’isola, essendo quella
settentrionale soggetta all’occupazione militare turca dal 1974. Fra i paesi del Nord
Africa, solo Egitto, Tunisia e Marocco hanno potuto conoscere uno sviluppo rilevante
del turismo (oggi reso problematico dalla transizione politica legata alla cosiddetta
“primavera araba”), laddove invece la Libia e l’Algeria sono sempre state quasi del
tutto inaccessibili a causa di eventi politici legati al processo di decolonizzazione, alla
presenza di regimi dittatoriali o all’instabilità politica. Passando alla sezione
balcanica, il comparto turistico di Slovenia, Croazia e Montenegro, fiorente già in
epoca socialista, è stato ostacolato a lungo dal conflitto nella ex-Jugoslavia e dai suoi
strascichi, mentre in Albania la totale chiusura verso il mondo esterno imposta dal
folle regime di Enver Hoxha prima, e l’instabilità politica degli anni Novanta poi,
hanno finora impedito l’emersione di un settore turistico di livello internazionale, a
dispetto di risorse ambientali e paesaggistiche di grande pregio.
Gli sviluppi contemporanei
Turismo e globalizzazione
Con il termine globalizzazione si intende, sinteticamente, la crescita progressiva delle
relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, i cui effetti principali
sono la convergenza economica e culturale fra le regioni coinvolte in tale processo e
l’aumento del divario con quelle che ne restano ai margini. Lungi dal rappresentare
un fenomeno degli ultimi decenni, essendo piuttosto la manifestazione più recente
dell’interazione che è in atto da migliaia di anni fra le popolazioni che abitano il
Pianeta, il processo di globalizzazione si connota per la simultaneità e la molteplicità
delle esperienze, delle identità, dei modelli operativi in quello che è stato definito il
“villaggio globale” (Marshall McLuhan, 1964), dove la tanto avversata quanto
ineludibile tendenza all’omologazione culturale coesiste con l’esaltazione, talvolta
intrisa di ideologismi, delle specificità e delle identità locali. Al tempo stesso, la
globalizzazione ha accelerato il passaggio da sistemi chiusi a sistemi aperti, da fissità
a mobilità, da isolamento ad interdipendenza: il centro o, per meglio dire, i centri del
potere economico, politico, finanziario, culturale, religioso influenzano le periferie in
maniera immediata e diretta, a prescindere dalla distanza geografica, così come
immediata e diretta è la presenza – demografica, economica, culturale, simbolica delle periferiche nel centro, in forme sia tangibili che intangibili. Da qui la
consapevolezza, o quanto meno l’aspirazione, per l’individuo contemporaneo – che
qualcuno definirebbe post-moderno – di appartenere ad un sistema socioculturale più
ampio di quello rappresentato dalla semplice dimensione locale o nazionale, e quindi
il desiderio di ampliare i propri orizzonti esistenziali attraverso l’esperienza autoptica
di realtà, culture, territori che sono “altri” rispetto ai propri, esperienza che diviene
possibile innanzitutto attraverso la pratica del turismo.
La crescente apertura che la globalizzazione ha generato in campo geopolitico,
economico, culturale ha influenzato in maniera determinante lo sviluppo del turismo
contemporaneo, dilatandone a dismisura il raggio di azione e gli ambiti territoriali, ed
ha reso il turismo uno dei principali settori economici a livello mondiale, con il più
alto tasso di sviluppo e la maggiore reattività alle crisi economiche. D’altro canto, il
turismo è a sua volta strumento di contatto fra culture: non è inesatto affermare che
una delle ricadute del turismo internazionale è la reciproca contaminazione culturale
tra i centri generatori dei flussi (Europa, Nord America, Giappone) e le periferie,
sempre meno relegate al ruolo di mere aree di ricezione (è il caso di Cina, India,
Brasile, Europa Orientale), il che fa del turismo una delle cause della globalizzazione,
oltre che uno dei suoi effetti. Nel loro strettissimo intreccio globalizzazione e turismo
internazionale sono quindi in grado di innescare un processo (virtuoso o vizioso, a
seconda dei casi e dei punti di vista) che si autoalimenta e si potenzia.
Lo stretto legame che intercorre tra globalizzazione e turismo è dimostrato anche
dalle rispettive dinamiche storico-evolutive. La scaturigine di entrambi i fenomeni
appare intrinsecamente legata al progresso tecnologico che si è registrato nel settore
dei trasporti e delle telecomunicazioni a partire dalla seconda metà dell’Ottocento,
epoca alla quale si fanno risalire sia la prima brusca accelerazione del processo di
internazionalizzazione delle relazioni economiche (oggi culminato nella
globalizzazione), sia la nascita del turismo moderno, fortemente connesso, in una
prima fase, allo sviluppo dei trasporti ferroviari. Nei decenni successivi, ad ogni
progresso tecnologico nel campo dei trasporti (navigazione transoceanica, aviazione,
motorizzazione privata) e delle telecomunicazioni (telegrafo, telefono, Internet),
globalizzazione e turismo hanno conosciuto sviluppi paralleli e interdipendenti, tanto
da rappresentare due dimensioni e due chiavi di lettura dello stesso fenomeno, quello
della crescente interazione spaziale a livello planetario.
Una “svolta culturale”: dalle 4 S alle 4 E
Sulla scorta dei processi descritti nel precedente paragrafo, il turismo contemporaneo
si va caratterizzando per una sempre maggiore segmentazione della domanda, in
termini di reddito, età, consumi, abitudini, luoghi di residenza, livelli di istruzione,
motivazioni, attitudini. Gli analisti concordano, inoltre, sul fatto che la domanda
mondiale di turismo sia destinata a diversificarsi ulteriormente nel medio e nel lungo
periodo. L’offerta, di conseguenza, va evolvendo verso formule sempre più
specifiche e soluzioni sempre più personalizzate: come vedremo nei prossimi
paragrafi, da un lato nascono e si sviluppano nuove forme di turismo, dall’altro si
affermano nuovi modi di interpretare e vivere le forme tradizionali.
Le ragioni alla base di questa evoluzione del mercato turistico sono di ordine sia
tecnologico (migliore accessibilità di un numero crescente di località grazie allo
sviluppo dei trasporti, soprattutto di quelli aerei low cost; informazione più ampia,
puntuale e disponibile grazie a Internet), sia motivazionale (ricerca di destinazioni
alternative; desiderio di incontro con culture, identità e atmosfere “altre”, purché
percepite come autentiche; aspirazione ad allargare la propria sfera di azione a
esperienze nuove, inconsuete o semplicemente trendy).
Accanto al turismo cosiddetto delle “4 S” (sun, sea, sand, sex), espressione –
riferibile in particolar modo al turismo balneare di massa - con cui si vuol
rappresentare il prototipo della vacanza standardizzata, si registrano con crescente
intensità, a livello globale e per tutti i comparti turistici, dinamiche che sono state
definite delle “4 E” (équipement, encadrement, événement, environnement; cfr. al
riguardo M. Morazzoni, Turismo Territorio Cultura): per il successo di una nuova
destinazione turistica – o per la rivitalizzazione di una località in fase di declino - non
ci si basa più unicamente sulle economie di scala che si possono realizzare attraverso
l’offerta di un prodotto indifferenziato al maggior numero possibile di turisti
(paradigma questo del turismo di massa), ma anche – e forse soprattutto - sulla
creazione e sulla promozione, attraverso canali non solo tradizionali, di un “contesto”
turistico (environnement) altamente specifico e legato alle caratteristiche del territorio
di riferimento, ben organizzato sotto il profilo logistico e dell’accoglienza
(équipement), in grado di soddisfare le esigenze di un pubblico esigente e
competente, attento alla qualità del servizio (di qui l’esigenza dell’encadrement, ossia
della formazione professionale degli addetti) ed agli aspetti culturali che la
destinazione è in grado di proporre (sintetizzati, nell’espressione sopra citata, dal
termine événement, che potremmo rendere con “politica degli eventi”, intesi questi
ultimi nel senso più ampio possibile, purché coerenti con l’immagine del luogo). Si
tratta quindi di un complesso eterogeneo di offerte turistiche fortemente segmentate
ed accomunate dal fatto di rappresentare un’alternativa al turismo di massa: si
rivolgono infatti a mercati che appaiono di nicchia se considerati in un’ottica locale,
ma che alla scala continentale o globale possono contare su una massa critica di
potenziali utenti in grado di assicurare la redditività degli investimenti realizzati dagli
operatori, a patto naturalmente di garantire alla località interessata le necessarie
condizioni di visibilità, immagine, accessibilità, attrattività e fruibilità.
In letteratura sono state coniate numerose definizioni per questa nuova “filosofia” del
fare turismo (soft tourism, slow tourism, special interest tourism, total leisure
experience), che si estrinseca in un approccio al viaggio, allo svago, alla vacanza
come a una fruizione unitaria e organica – qualcuno la definirebbe “olistica” - del
territorio e ad una forma di appagamento non superficiale né banale, in grado di
arricchire il proprio bagaglio di esperienze personali (diversamente da quanto
avverrebbe, secondo molti, nelle forme di turismo che rientrano nella categoria sopra
definita delle “4 S”).
Di qui, anche una certa ambivalenza concettuale del termine anglosassone leisure6,
ossia quella quota di tempo che l’individuo destina ad attività di svago, intese in
senso lato. Il concetto di leisure oggi appare strettamente collegato al turismo, e
questo non soltanto per superficialità o per imprecisione terminologica: se è vero che
il turismo è una delle possibili forme di leisure (ossia di impiego del tempo libero), è
anche vero che le attività di leisure si estrinsecano sempre di più in dinamiche di tipo
turistico (ossia spostamenti dal luogo di abituale residenza, che danno origine a uno o
più pernottamenti in strutture ricettive). Non ci si sposta più soltanto episodicamente
(tipicamente d’estate o durante il periodo dell’innevamento) per la classica vacanza
balneare, per la settimana bianca o per la visita a una città d’arte. Come vedremo
oltre, ci si sposta – impiegando quindi il proprio tempo libero - sempre più spesso,
per periodi mediamente più brevi, con le più svariate motivazioni e per svolgere le
più disparate attività: si pensi, a puro titolo di esempio, ai flussi turistici attivati dal
desiderio di praticare uno sport come il golf, che ha dato luogo ad una vera e propria
nicchia di turismo d’élite, o di effettuare shopping in siti prestigiosi, come Via
Montenapoleone a Milano, o di visitare luoghi che sono stati teatro di capitoli
drammatici della storia dell’Umanità (il cosiddetto dark tourism).
Prodotti innovativi e destinazioni emergenti
Come accennato nel precedente paragrafo, in tutti i contesti geografici, sia in quelli
consolidati che in quelli emergenti, emergono nuovi modi di fare turismo: di fatto,
qualsiasi manifestazione visibile dell’azione umana o della fenomenologia naturale è
oggi potenzialmente oggetto di interesse per il mercato turistico. Accanto alle nuove
modalità di fruizione delle risorse tradizionali nascono e si sviluppano segmenti
totalmente nuovi, sulla scorta di motivazioni e sensibilità inusitate (geoturismo, cine
e tele-turismo, “industriale”, “shopping”, “landscape”, “heritage”, “memory”,
“wellness”, “adventure”, “dark” ecc.), di cui si darà conto nel prossimo capitolo. Di
pari passo, e coerentemente, una attenzione sempre maggiore viene rivolta verso
quello che potremmo definire il “paradigma dell’integrazione dell’offerta turistica”.
Con l’esclusione di poche realtà caratterizzate dal requisito della infungibilità (ad
esempio Roma o Parigi per il turismo culturale urbano, la Sardegna o le Maldive per
quello balneare, le Dolomiti per quello montano ecc.), è ormai definitivamente
acquisita l’idea che il successo di una destinazione sia legato anche - e soprattutto alla possibilità di integrare fra loro diverse forme di turismo: sempre più spesso, ad
esempio, le località balneari o montane si dotano di centri benessere e campi da golf,
elaborano itinerari enogastronomici ed escursioni naturalistiche, organizzano eventi
culturali, sportivi, musicali ecc. E questo per due ragioni fondamentali: quanto più
ricca e diversificata è l’offerta, tanto più numerosi saranno i segmenti della domanda
che possono essere intercettati, da un lato; tanto più specifica e riconoscibile - e
quindi tanto meno fungibile – sarà la località nel suo mercato di riferimento,
dall’altro.
Il turismo culturale è forse il comparto che meglio si presta sia all’ideazione di nuovi
prodotti sia all’integrazione con altre tipologie turistiche, e questo anche grazie al
fatto che il termine “cultura” viene oggi correttamente inteso in senso lato, ossia di
qualsiasi manifestazione sedimentata e sensibile dell’azione umana. Sotto questo
profilo, l’Italia rappresenta sicuramente una delle realtà di punta a livello
internazionale, potendo contare su un patrimonio storico, artistico, paesaggistico ed
enogastronomico - e quindi sui un complesso di risorse da proporre in modo
innovativo ed integrato ad un pubblico sempre più eterogeneo ed esigente - forse
unico al mondo. A questo riguardo, di particolare importanza per lo sviluppo del
turismo nel nostro Paese appare il crescente interesse che sia i turisti italiani che
quelli stranieri dimostrano verso le località cosiddette “minori”, ignorate dal turismo
di massa e periferiche rispetto ai circuiti classici (ad esempio, rispetto al cosiddetto
“turisdotto”
Venezia-Milano-Firenze-Roma-Napoli),
prive
di
emergenze
monumentali e artistiche di grande richiamo, ma caratterizzate da un mix di attrattive
(natura, paesaggio, architettura, enogastronomia, tradizioni, artigianato) tale da
crearvi un’ambientazione peculiare e dotata di fascino. All’interno di simili contesti,
il turista che potremmo definire “allocentrico”, ma non necessariamente “no frills”, ché anzi, spesso, questo tipo di turista è alla ricerca del fasto, pur se in versione
country - può calarsi per vivere o, più probabilmente, per illudersi di vivere,
un’esperienza di condivisione delle espressioni culturali di una comunità e di un
territorio che non sia contingente o artefatta (come accade invece, senza infingimenti,
nel turismo di massa). Il rischio, tuttavia, è che questa forma di rivitalizzazione
territoriale in chiave turistica si traduca piuttosto in una “musealizzazione” e che
l’“atmosfera” si trasformi in mera “scenografia”. Si tratta di un limite ovvio e
ineludibile, di cui è bene essere consapevoli, che tuttavia non sopprime l’opportunità
di rivitalizzare, sfruttando la leva turistica, territori altrimenti destinati ad una
irreversibile marginalizzazione. Ecco quindi che un numero crescente di località, o
più precisamente di “micro-regioni”, solo fino pochi anni fa escluse dal mercato
turistico poiché prive dei tradizionali fattori di attrazione (mare, lago, neve, terme,
monumenti), ma dotate invece di risorse riconducibili all’ambito delle “4 E”, vanno
conoscendo una certa notorietà ed anche un promettente sviluppo grazie ad una
combinazione di promozione efficace e di accresciuta accessibilità (soprattutto se
prossime ad uno scalo aereo di secondo livello servito da una o più compagnie low
cost). In Italia è il caso, ad esempio, del Val di Noto in Sicilia, dell’Abruzzo aquilano
“non sciistico”, di alcune zone della Basilicata, del Sannio molisano e campano, del
Cilento interno, della Sila.
Con questo non si vuole certamente affermare che il fenomeno di cui si tratta riguardi
solo il nostro Paese: dinamiche analoghe, ad esempio, si registrano in Francia e nella
Penisola Iberica, che presentano una dotazione di risorse paesaggistico-culturali
simile a quella italiana. Nei contesti caratterizzati invece da una preponderanza del
fattore naturalistico su quello storico-culturale (ad esempio l’Islanda o la Nuova
Zelanda) si punta piuttosto sulle nuove modalità di fruizione della risorsa ambientale
(come il whale watching, ossia l’avvistamento dei cetacei, o il rafting), talvolta anche
in forme estreme e discutibili sotto il profilo della sostenibilità ambientale (come
l’eliski o le escursioni su ghiacciaio), integrate con forme di turismo culturale (ad
esempio eventi, musei naturalistici, cineturismo) che prescindono da una dotazione
patrimoniale di natura storico-artistica.
Parallelamente, aree del pianeta fino a pochi anni fa scarsamente o affatto visitate
vengono oggi “scoperte” dal turismo: nuove destinazioni emergono e si sviluppano, e
questo sia in conseguenza dell’evoluzione del settore, sopra descritta, sia in funzione
di mutati assetti geopolitici. Sotto questo profilo, una delle novità più rilevanti degli
ultimi anni (in particolare, a partire dalla fine degli anni Novanta) è stata l’esplosione
del turismo nell'Europa centro-orientale, soprattutto per le tipologie tradizionali
(balneare, montana, lacuale, termale, culturale, rurale ecc.), ma anche, in una certa
misura, per quelle innovative (dark, memory, adventure, medical ecc.).
Con la fine dei regimi comunisti e l’apertura dei Paesi di quest’area all’economia di
mercato ed alla democrazia si sono attivati importanti flussi internazionali verso le
capitali e le città storiche della regione (Praga, Budapest, Mosca, San Pietroburgo,
Danzica, capitali baltiche), ma anche verso le località balneari delle coste adriatica
(Slovenia, Croazia e più recentemente Montenegro) e del Mar Nero (Romania e
Bulgaria), così come verso quelle montane della sezione slovena delle Alpi (Kranjska
Gora), dei Monti Tatra (tra Slovacchia e Polonia), dei Carpazi (Romania e, in minor
misura, Ucraina). Più ad est, sempre nell’ambito post-comunista, alcuni Paesi del
Caucaso meridionale (Armenia e Georgia) e dell’Asia Centrale (Uzbekistan e
Kirghizistan) si stanno affacciando al mercato turistico internazionale: essi possono
infatti contare su risorse di straordinario fascino culturale (ad esempio le città storiche
di Samarcanda e Bukhara in Uzbekistan, i monasteri dell’Armenia, le torri di pietra
dello Svaneti in Georgia) e naturalistico (il Caucaso georgiano, il Tien Shan
kirghiso), in grado di attirare un flusso – per il momento di assoluta nicchia – di
“aficionados” di mete inusuali, e questo nonostante l’instabilità regionale, le difficili
congiunture interne e la scarsa accessibilità. Si vuole poi segnalare il tumultuoso
sviluppo della Cina come destinazione turistica, sulla base di un’offerta competitiva
sotto il profilo economico ed estremamente ampia e diversificata (turismo culturale,
montano, balneare, naturalistico ecc.): già nel 2004, con 41,8 milioni di arrivi
internazionali, la Cina aveva scalzato l’Italia dal 4° posto nella graduatoria mondiale
dei Paesi più visitati. Attualmente rappresenta il terzo Paese al mondo (dopo Francia
e Stati Uniti), con 56 milioni di turisti stranieri nel 2010/11. Merita infine un cenno
l’Antartide, nuovissima frontiera del turismo naturalistico, raggiunta da un finora
limitato numero di viaggi su navi da crociera (che offrono anche brevi escursioni
verso l’interno) destinati ad un pubblico abbiente. Nonostante la sua esiguità, il flusso
turistico verso l’Antartide comincia a sollevare non irrilevanti questioni di
sostenibilità ambientale, rese ancora più complesse dal particolare status giuridico
dell’Antartide (condominio internazionale regolato dal Trattato Antartico del 1959),
che rende difficile stabilire quale sia il soggetto titolato ad intervenire in materia di
regolamentazione dei flussi e di individuazione di limiti all’attività turistica.
L’impatto delle crisi internazionali
Come è comprensibile, il turismo moderno ha subito nel corso del XX secolo
prolungate battute d’arresto in corrispondenza dei due conflitti mondiali: si tratta di
eventi che per la loro gravità hanno reso impraticabile – o quanto meno estremamente
limitato - lo svolgimento di attività ludiche e ricreative, soprattutto se al di fuori dei
confini nazionali. Venendo a tempi più recenti, il discorso si è fatto più articolato, e si
collega a quanto prima affermato a proposito di globalizzazione, ampliamento del
raggio d’azione del turista, emersione di nuove tipologie, destinazioni e filosofie del
fare turismo: è evidente che l’esposizione del turismo al rischio di una crisi politica,
ambientale o sanitaria è andata crescendo in maniera direttamente proporzionale alla
dilatazione dei suoi spazi, dei suoi tempi, dei suoi modi e dei suoi volumi di traffico.
Al tempo stesso, però, si suole affermare che il turismo “ha la memoria corta”:
volendo con ciò significare che, ad una immediata contrazione dei flussi, soprattutto
di quelli internazionali, causata da eventi – come conflitti armati, attentati terroristici,
epidemie, catastrofi naturali o provocate dall’uomo – che deprimono la motivazione
individuale e collettiva allo spostamento per mere ragioni di svago, che la rendono
oggettivamente impossibile, o che spingono verso una mobilità di raggio più limitato
o verso destinazioni non interessate dalla crisi, segue in genere una ripresa del
movimento turistico che viene percepita come relativamente rapida, quanto meno
rispetto alla drammaticità dell’evento.
Si pensi ad esempio all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 alle Twin
Towers di New York: nei mesi immediatamente successivi si è registrata una
significativa riduzione del movimento turistico, non solo da e verso gli Stati Uniti,
come è ovvio, ma in quasi tutti gli scenari regionali, riduzione generata soprattutto
dal timore di viaggiare in aereo, in modo particolare su rotte intercontinentali.
Tuttavia, a dispetto delle analisi più pessimistiche, già alla fine del 2002 il turismo
internazionale alla scala globale aveva superato i livelli precedenti l’11 settembre
(rispettivamente 702,6 e 696,7 milioni di arrivi). Comprensibilmente, gli Stati Uniti –
che nel frattempo avevano avviato le operazioni militari in Afghanistan ed Iraq hanno dovuto aspettare il 2005 per ritornare ai valori pre-crisi in termini di arrivi
dall’estero, ma il calo è stato parzialmente compensato da un incremento del turismo
interno. Un discorso analogo può farsi per gli attentati, anch’essi riconducibili alla
matrice qaedista, di Bali, Madrid, Londra e Sharm el-Sheick: in tutti questi casi, il
timore di visitare queste destinazioni, massimo nell’immediatezza dell’evento
terroristico, è andato progressivamente scemando e l’attività turistica è ritornata in
breve tempo ai suoi normali livelli.
In caso di catastrofi naturali di grande entità o di conflitti armati su vasta scala i tempi
di ripresa sono ovviamente più lunghi, perché verosimilmente si renderà necessaria
una più intensa opera di ricostruzione delle infrastrutture – non solo turistiche – dei
territori interessati e, nei casi più gravi, anche delle istituzioni della società civile: si
pensi ad esempio al conflitto nella ex-Jugoslavia, che ha pesantemente limitato
l’attività turistica sulle coste istriana e dalmata (nelle attuali Slovenia e Croazia) ben
oltre la sua conclusione, sancita nel 1995 dagli accordi di Dayton.
Vi sono poi casi in cui un evento catastrofico si abbatte su località turistiche nel pieno
svolgimento dell’attività stagionale, coinvolgendo quindi direttamente i turisti
presenti: è il caso dello tsunami che ha devastato le coste del sud-est asiatico nel
dicembre del 2004, provocando centinaia di migliaia di vittime, fra cui un gran
numero di turisti. In questo caso, alla distruzione massiccia si è accompagnato il forte
impatto emotivo dell’evento, che ovviamente ha lasciato nell’immaginario turistico
collettivo un ricordo di difficile rimozione. Infine, è verosimile ipotizzare che
l’incidente nucleare di Fukushima avrà una ricaduta duratura sul turismo verso il
Giappone, mentre al momento è difficile stimare l’effetto della cosiddetta “Primavera
araba”12 sui flussi verso importanti destinazioni turistiche come Egitto, Tunisia,
Yemen. Molto dipenderà dall’esito della transizione politica, in termini di
democrazia, laicità ed apertura verso il mondo esterno, che è in atto in questi Paesi.
Paradossalmente, ma il paradosso è solo apparente, una località colpita da un evento
catastrofico, bellico o terroristico può proprio per questa ragione diventare oggetto di
interesse di quel segmento turistico, molto specifico e di nicchia, noto come “dark
tourism” (definito anche “black tourism” o “thanatourism”). Si accennava in un
precedente paragrafo all’estrema eterogeneità delle motivazioni che sono alla base
del turismo contemporaneo: ed ecco che finiscono per attirare masse più o meno
consistenti di turisti – con relativa creazione di strutture organizzative di supporto – i
luoghi che sono stati teatro delle due guerre mondiali o di conflitti più recenti, i
campi di concentramento nazisti, le aree interessate da catastrofi naturali o provocate
dall’uomo, le scene di crimini efferati. Nella maggior parte dei casi si tratta di una
forma particolare di turismo culturale, motivata dal desiderio di approfondire capitoli
dolorosi della storia dell’Umanità, anche allo scopo di mantenerne vivo il ricordo. Fra
i possibili esempi: Auschwitz in Polonia, Hiroshima in Giappone, Chernobyl in
Ucraina, Ground Zero a New York.
Abbiamo finora tralasciato di considerare le crisi economiche che, diversamente da
quelle finora descritte, hanno un impatto sul turismo che non è soltanto psicologico e
motivazionale, oppure legato a fattori tecnici (cessata fruibilità o sopraggiunta
inaccessibilità di una destinazione turistica) o politici (irrigidimento delle procedure
di rilascio di visti, chiusura temporanea di confini statali):
le crisi economiche vanno ad incidere in maniera diretta su uno dei fattori che
maggiormente contribuiscono allo sviluppo del turismo, ossia la disponibilità di
reddito e la conseguente capacità di spesa per beni voluttuari. Come è ben noto, nel
2008 ha avuto inizio una crisi economica globale che sta avendo effetti depressivi sui
consumi dei Paesi che generano la maggior parte dei flussi turistici.
Conseguentemente, in quello stesso anno si è registrato un calo degli arrivi
internazionali del 4%, cui però ha fatto seguito una significativa ripresa nel 2009
(+7%), a testimonianza della capacità di reazione del settore, ma anche della
maggiore presenza di turisti provenienti da Paesi emergenti – anche dal punto di vista
della generazione dei flussi - come Cina ed India. Ciò che però sicuramente sta
cambiando è la propensione alla spesa per servizi turistici: si continua a viaggiare, ma
per periodi più brevi, privilegiando destinazioni più vicine e soluzioni più
economiche per ciò che riguarda il trasporto e l’alloggio. Anche se le statistiche
relative agli arrivi internazionali manifestano un andamento moderatamente
crescente, è tuttavia probabile che la spesa complessiva per acquisti di servizi turistici
stia seguendo un trend meno brillante, con ricadute che verosimilmente non saranno
positive nel breve-medio periodo e che renderanno necessarie significative
riorganizzazioni, soprattutto nelle destinazioni caratterizzate da più elevata fungibilità
(condizione questa tipica delle località balneari e montane).
Le nuove forme di ricettività
L’evoluzione del mercato turistico verso tipologie di viaggio sempre più eterogenee,
personalizzate e di breve durata ha generato nuove forme di ricettività, caratterizzate
da una maggiore flessibilità e da un più stretto legame con il territorio. Da qui la
capillare diffusione nel nostro Paese di offerte di ospitalità alternative rispetto al
modello alberghiero classico, come i bed&breakfast, gli agriturismi, le country
houses, le dimore storiche e di charme, gli alberghi diffusi, che si sono andati
sviluppando con una dinamica che non sarebbe eccessivo definire esplosiva: in un
solo quinquennio (2002-2007), ad esempio, gli agriturismi sono passati da 8.700 a
14.000, i bed&breakfast addirittura da 4.300 a 97.000. Mentre i bed&breakfast
rappresentano un fenomeno più tipicamente urbano, le altre tipologie sono diffuse
prevalentemente nei contesti extra-urbani e rurali: si tratta, nella maggior parte dei
casi, di forme di ospitalità che consentono di destinare alla funzione ricettiva strutture
già esistenti e patrimoni abitativi spesso abbandonati, che vengono recuperati anche
grazie a specifici finanziamenti previsti nei piani di sviluppo territoriale predisposti a
livello locale, nazionale o comunitario. L’adozione della formula del recupero
consente di limitare l’impatto paesaggistico dell’offerta turistica, arrivando, nei casi
più “virtuosi”, a valorizzare ed esaltare le peculiarità del territorio, contribuendo in
questo modo a contrastare lo spopolamento e l’abbandono che hanno caratterizzato
fin dal secondo dopoguerra le aree interne, soprattutto meridionali, del nostro Paese.
Inoltre, queste forme di ospitalità legate alle peculiarità del territorio rispondono in
maniera efficace al desiderio di autenticità e di contatto diretto con la realtà locale
che connota il turismo culturale cosiddetto “minore”, oggi in fase espansiva.
Un esempio particolarmente interessante è quello dell’ “albergo diffuso”. Si tratta di
una formula ideata in Italia già dagli anni Ottanta, quando si pensò di recuperare in
chiave di ospitalità turistica alcuni borghi distrutti dal terremoto del Friuli. Esso
consiste in una struttura alberghiera facente capo, sotto il profilo proprietario, allo
stesso soggetto, ma composta di camere e servizi dislocati in edifici diversi
localizzati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro all’interno di un borgo. Si
distingue da altre forme di ospitalità diffusa per il fatto di connotarsi non come un
semplice insieme di case, pur se tra loro collegate, ma come una vera e propria
struttura alberghiera, in grado di garantire tutti i servizi di un hotel. Un esempio
particolarmente riuscito è quello - ormai celebre - del piccolo centro montano
abruzzese di Santo Stefano di Sessanio (in provincia dell’Aquila) che, dalla
situazione di abbandono in cui versava fino ai primi anni Novanta, è arrivato oggi a
costituire un modello di recupero e a richiamare flussi turistici, anche stranieri, di una
certa consistenza.
IL MERCATO TURISTICO:
CARATTERISTICHE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA
Sin dai tempi più antichi l’uomo si è continuamente spostato da una località all’altra,
spinto dalla necessità di scoprire nuovi luoghi e dall’esigenza di sviluppare traffici
commerciali. A queste motivazioni se ne sono poi aggiunte numerose altre, di natura
religiosa (visite ai luoghi di culto), sportiva, di svago, di affari ecc.
Il turismo nasce dallo spostamento temporaneo delle persone da una località a
un’altra, e genera relazioni umane, culturali, economiche, finanziarie tra paesi,
culture e persone diverse. Chi viaggia esprime una serie di bisogni, che vanno dal
trasporto, all’alloggio, al vitto e a tanti altri ancora. Il soddisfacimento dei bisogni dei
viaggiatori è stato ed è lo stimolo per lo sviluppo di una pluralità di attività
economiche: l’industria ricettiva, della ristorazione, dei viaggi, dei trasporti ecc.
Che cos’è il turismo: arrivi e presenze
Il turismo è un’attività ormai da tempo entrata nella vita di noi tutti, tanto da essere
considerato da molti un bisogno primario. Si può essere d’accordo oppure no con
quest’affermazione, ma i numeri del turismo dimostrano che esso è divenuto una
delle principali attività economiche a livello mondiale sia per le implicazioni dirette
sull’economia dei paesi interessati (creazione di imprese e di occupati nel settore
specifico, aumento della ricchezza e dei redditi ecc.), sia per le implicazioni indirette
(sviluppo di attività indotte, come la ristorazione, le costruzioni, l’industria dei
trasporti, delle costruzioni ecc.).
Cominciamo con il definire che cos’è il turismo
Il turismo contemporaneo consiste nel viaggio e nel soggiorno temporaneo in una
determinata località dei non residenti, qualunque sia la motivazione del viaggio e del
soggiorno: svago, cultura, affari, congressi ecc.
Il turista è dunque una persona che effettua un soggiorno temporaneo in una località
che, per vari motivi, ha deciso di visitare. Questa precisazione ci porta a distinguere
tra escursionista e turista.
L’escursionista è una persona che effettua trasferimenti giornalieri al di fuori della
località di residenza senza effettuare pernottamenti.
Il turista è una persona che si sposta dal suo luogo di abituale residenza, arriva nella
località di destinazione e vi trascorre una o più notti.
A proposito del turista, bisogna ora chiarire due semplici ma importanti termini:
arrivi e presenze, che sono legati al suo viaggio e che troveremo in tutte le statistiche
sui flussi turistici. Il turista che giunge in una determinata località costituisce un
arrivo: gli arrivi indicano il numero di persone che giungono in un luogo e/o in
un’impresa ricettiva, ma poiché il turista effettua da uno a più pernottamenti, è
importante conteggiare anche questi. Un singolo turista, che giunto in una
determinata località rappresenta per essa un arrivo, può pernottarvi una o più notti.
Nelle statistiche sul turismo il numero di pernottamenti effettuati dal turista è indicato
come presenze: un turista effettua quindi una o più presenze in una data località e/o
impresa ricettiva.
Le dimensioni del turismo
Abbiamo già osservato che il turismo ha assunto nel mondo dimensioni notevoli ed è
in continua crescita, se si eccettuano particolari momenti di crisi. I dati relativi al
turismo mostrano infatti che a livello internazionale il fenomeno turistico ha assunto
una tendenza espansiva che sembra inarrestabile, coinvolgendo un numero sempre
maggiore di persone e di paesi. Basti pensare che gli arrivi turistici in tutto il mondo
sono passati da circa 25 milioni nel 1950 a circa 1 miliardo nel 2010, mentre si
prevede supereranno 1,5 miliardi nel 2020 (Tabelle 1.1 e 1.2 e Figura 1.1).
La parte del leone nella distribuzione degli arrivi turistici continua a farla l’Europa,
dove si registra tuttora la maggior parte degli arrivi turistici mondiali (Tabella 1.3).
La posizione europea si è tuttavia indebolita nel corso del tempo; infatti l’Europa, pur
mantenendo ancora il maggior numero di arrivi turistici rispetto agli altri continenti,
riporta tassi annui di crescita più lenti e perde quote di mercato turistico
internazionale (ossia, pur rimanendo elevata, la percentuale di arrivi turistici sul
totale mondiale diminuisce di anno in anno, passando dal 68% del 1980 al 50% del
2010 e al previsto 46% del 2020) a favore delle aree turisticamente emergenti, in
particolare Asia, Oceania e Africa (Tabella 1.3 e Figura 1.2).
Questo significa che, nel corso del tempo, non è solamente cresciuto il numero dei
viaggiatori, ma sono cambiate anche le caratteristiche dei viaggi. I consumatori,
grazie anche allo sviluppo dei mezzi di trasporto e all’abbattimento dei costi del
trasporto aereo, prediligono sempre più i viaggi a lungo raggio (destinazioni lontane)
rispetto a quelli a medio e breve raggio.
Nel lungo periodo il turismo si caratterizza inoltre come un fenomeno che apporta
sempre più ricchezza, poiché nella maggior parte dei paesi le entrate valutarie per
motivi turistici crescono in misura superiore rispetto agli arrivi di turisti (in generale,
e salvo particolari momenti di crisi, non aumenta solo il numero dei viaggiatori, ma
cresce in misura ancora più accentuata la loro spesa turistica).
Questo dato è un chiaro indicatore sia dell’aumentata capacità di spesa del turista
medio, sia della crescita dei prezzi dei servizi turistici. Basti pensare che nel 2010 le
entrate internazionali derivanti dal turismo sono state, secondo il WTO (World
Tourism Organization), circa 920 miliardi di dollari (poco meno di 700 miliardi di
euro), con una crescita dell’ 8% rispetto all’anno precedente.
Un altro dato di rilievo da tenere presente per capire il peso del turismo è l’incidenza
del PIL (Prodotto interno lordo) del settore turistico sull’insieme del PIL di un
determinato sistema economico. In Italia, per esempio, tale incidenza è valutata nel
10% circa, corrispondente nel 2010 a un valore pari a circa 170 miliardi di euro.
Cause ed evoluzione del turismo
I dati sopra riportati evidenziano ormai che per molte persone il turismo non è più un
bisogno voluttuario, ma una necessità. Ma quali sono le principali cause di sviluppo
del turismo? Originato dalla società industriale, il turismo si è sviluppato con essa,
come conseguenza di una serie di fattori, tra i quali vi sono:
la maggiore disponibilità di tempo libero;
l’aumento del reddito familiare e pro capite;
la modifica dello stile di vita;
l’invecchiamento della popolazione e il conseguente allungamento della
vita media.
La maggiore disponibilità di tempo libero (le ferie annuali, i giorni liberi nella
settimana) e di reddito spinge ciascuno di noi a svolgere attività che consentono di
uscire dalla quotidianità e di migliorare, nel tempo libero, il nostro stile di vita (modo
di vivere di una persona o di una popolazione, definito prendendone in esame cultura,
valori, risorse, consumi) e di allargare i nostri orizzonti.
Altri contributi ai tassi di sviluppo del turismo vengono dall’invecchiamento della
popolazione e dall’allungamento della vita media che caratterizzano la nostra società.
Basti pensare allo sviluppo del turismo della terza età, oppure alla maggiore
possibilità di muoversi per turismo dei single o delle famiglie senza figli.
L’evoluzione del turismo ha attraversato più fasi, vediamole sinteticamente.
1. In primo luogo sono aumentate le motivazioni che spingono a viaggiare: qualche
decennio fa le persone si spostavano quasi esclusivamente per riposo, salute e
cultura; oggi lo fanno anche in misura crescente per lavoro, divertimento, studio,
congressi, avventura, sport ecc.
2. Le forme di turismo si sono diversificate: un tempo si trattava prevalentemente
di turismo balneare, montano, collinare, lacuale, d’arte e culturale, oggi si parla anche
di agriturismo, di turismo congressuale, sportivo, nautico, sociale e per motivi di
studio, d’affari ecc. (Figura 1.3).
3. Si è passati da un turismo come fenomeno esclusivamente elitario a un turismo che
coinvolge larghi strati della popolazione (turismo di massa), anche se con modalità
molto diverse.
4. L’offerta ricettiva e dei viaggi organizzati si è diversificata per poter rispondere
alla diversificazione delle forme del turismo.
5. Le modalità di utilizzo del viaggio si sono evolute: dalla classica villeggiatura agli
inclusive tour.
6. L’atteggiamento della società nei confronti dei turisti è mutato, passando dalla
tolleranza alla massima attenzione, poiché il turismo è ormai da tutti considerato un
importante fattore di sviluppo socioeconomico delle aree che ne sono interessate.
Il Codice del turismo
Con la promulgazione del Codice del turismo (DLgs 79/2011), destinato a
ottimizzare la promozione dei prodotti turistici, la legge italiana ha individuato una
serie di tipologie di prodotti e di circuiti nazionali di eccellenza, di percorsi e di
itinerari tematici omogenei che collegano regioni diverse lungo tutto il territorio
nazionale, anche tenendo conto della capacità ricettiva dei luoghi interessati.
In base al DLgs 79/2011, esse riguardano:
a) turismo della montagna;
b) turismo del mare;
c) turismo dei laghi e dei fiumi;
d) turismo della cultura;
e) turismo religioso;
f) turismo della natura e faunistico;
g) turismo dell’enogastronomia;
h) turismo termale e del benessere;
i) turismo dello sport e del golf;
l) turismo congressuale;
m) turismo giovanile;
n) turismo del made in Italy e della relativa attività industriale e artigianale;
o) turismo delle arti e dello spettacolo.
Caratteristiche della domanda turistica
La domanda turistica – intesa sia come arrivi (cioè numero di persone giunte in una
località o in un’impresa ricettiva), sia come presenze (cioè numero di pernottamenti
delle persone arrivate nella località) – è costituita dall’insieme dei servizi e dei beni
turistici richiesti al prezzo corrente in un determinato paese e in un determinato
momento.
Il livello che la domanda turistica può raggiungere in un certo momento dipende da
diversi fattori.
Reddito disponibile dei potenziali consumatori (reddito familiare più che reddito
individuale): quanto più è elevato il reddito disponibile, tanto maggiore è la
propensione a effettuare viaggi turistici.
Tempo libero: avere tempo libero (per esempio le ferie) è la condizione base per
qualsiasi viaggio turistico.
Tendenza al consumo: non basta avere reddito e tempo libero; per fare viaggi
turistici, è necessario che vi sia anche una tendenza al consumo del reddito
disponibile oltre il livello di soddisfacimento dei bisogni ritenuti primari.
Prezzi dei servizi turistici: la domanda turistica è elastica rispetto al prezzo dei
servizi turistici, il che vuol dire che esiste in genere una relazione inversa tra
domanda di servizi turistici e livello dei prezzi degli stessi, nel senso che – a parità di
altre condizioni – al crescere dei prezzi la domanda tende a diminuire, mentre tende a
crescere se i prezzi scendono.
Moda: molti turisti si recano in una certa località perché questa è diventata
attraente per molti (ci va il Tale e allora ci devo andare anch’io).
Fenomeni naturali: i turisti che si recano in una località per le sue attrattive
naturali (presenza di neve, mare pulito ecc.), possono allontanarsene o rinunciare ad
andarvi a causa della presenza di fenomeni naturali negativi (per esempio mancanza
di neve in una località sciistica) o di catastrofi naturali (terremoti, alluvioni ecc.).
Fenomeni sociali ed economici: una bella destinazione turistica può non attrarre
più a causa di tensioni sociali (scioperi, guerre civili ecc.) o di difficoltà economiche.
Stagionalità: intesa come concentrazione della domanda turistica in determinate
stagioni o in determinati periodi dell’anno, in virtù delle condizioni climatiche, della
disponibilità dei periodi di ferie, dell’organizzazione degli eventi di richiamo ecc.; il
turismo balneare si pratica nei mesi caldi, lo sci si pratica quando c’è neve ecc.
Domanda interna e domanda estera
In base alla provenienza dei turisti e alla destinazione geografica possiamo
suddividere la domanda turistica in:
domanda turistica interna;
domanda turistica estera.
La domanda turistica interna (turismo interno) proviene dai cittadini presenti o
residenti in un dato paese ed è relativa ai beni e ai servizi turistici prodotti nello
stesso paese (per esempio, è domanda interna quella relativa agli spostamenti di
cittadini italiani all’interno dell’Italia, ma anche quella di cittadini stranieri residenti
in Italia per lavoro e che decidono di trascorrervi le vacanze). Il turismo generato
dalla domanda interna è una forma di turismo attivo per il paese interessato, perché
ha effetti ampiamente positivi sull’intera economia del paese: il reddito che i cittadini
destinano al consumo turistico è speso nello stesso paese in cui è prodotto, facendo
crescere la domanda di beni e di servizi diretti e indotti, creando occupazione ecc.
La domanda turistica estera (turismo estero) proviene da cittadini che dal proprio
paese si recano in un paese diverso da quello nel quale risiedono abitualmente,
consumando servizi turistici prodotti nel paese di destinazione.
Per un determinato paese il turismo estero può essere attivo (quando i turisti arrivano
dall’estero) e passivo (quando i cittadini del paese si recano come turisti all’estero).
Per esempio si parla di turismo estero attivo per l’Italia quando cittadini stranieri
entrano nel nostro paese per motivi turistici: un tedesco che viene in Italia
rappresenta dunque per noi una forma di turismo attivo. Gli stranieri spendono in
Italia parte del loro reddito prodotto nei paesi di origine, con effetti ovviamente
positivi sulla nostra economia e sulla nostra bilancia dei pagamenti.
Allo stesso modo si ha turismo estero passivo per l’Italia quando cittadini italiani si
recano in un altro paese per motivi turistici: un italiano in vacanza in Francia
rappresenta per il nostro paese una forma di turismo passivo, perché sposta ricchezza
prodotta in Italia per consumarla altrove (in questo caso è turismo passivo per l’Italia
e turismo attivo per la Francia).
Per questi suoi effetti, la domanda turistica dall’estero è assimilata a un processo di
esportazione indiretta di beni e di servizi, in cambio dei quali entra valuta estera.
Allo stesso modo, la domanda turistica verso l’estero è assimilata a un processo di
importazione indiretta di beni e di servizi, in cambio dei quali esce valuta
nazionale. Questo aspetto riveste notevole importanza per l’economia di un paese, in
quanto contribuisce al saldo complessivo della bilancia dei pagamenti.
Il turismo interno in Italia
L’Italia è per vocazione un paese turistico e si colloca ai primi posti nel mondo per
numero di visitatori. Ogni anno milioni di viaggiatori italiani e stranieri girano la
nostra penisola per visitare le sue città d’arte, le sue località balneari e montane ecc.
Secondo l’ISTAT, nel 2010 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato 99 milioni di
arrivi (Tabella 1.4). Di questi visitatori circa il 57% (pari a oltre 55 milioni di arrivi) è
costituito da italiani, mentre il rimanente 43% circa è costituito da stranieri
provenienti da ogni parte del mondo, a dimostrazione della grande attrazione che
l’Italia esercita nel mondo.
Questi arrivi hanno dato luogo a circa 375 milioni di presenze, con una permanenza
media di 3,80 giorni. Di queste, circa il 56% (pari a oltre 210 milioni di presenze) è
costituito da presenze di italiani (che si fermano mediamente 3,82 giorni negli
esercizi ricettivi) e il 44% (pari a oltre 165 milioni di presenze) da presenze di
stranieri (che si fermano mediamente 3,77 giorni). Circa il 66% dei pernottamenti
complessivi di italiani e stranieri (cioè circa 251 milioni di presenze) viene effettuato
negli esercizi ricettivi alberghieri e nelle residenze turistico alberghiere, e il 34%
(circa 124 milioni di presenze) nelle altre tipologie di esercizi ricettivi (Tabella 1.4).
Considerando solo il segmento di domanda italiana, si può osservare che circa il 66%
dei pernottamenti complessivi di italiani (cioè circa 140 milioni di presenze) viene
effettuato negli esercizi ricettivi alberghieri e nelle residenze turistico alberghiere, e il
34% (pari a circa 71 milioni di presenze) nelle altre tipologie di esercizi ricettivi
(Tabella 1.4).
Prendendo in considerazione i dati relativi alle tipologie di strutture ricettive che
ospitano i turisti, appare evidente che la domanda italiana esprime i seguenti
comportamenti di consumo: circa 44 milioni di arrivi di italiani (cioè circa l’80%
degli arrivi italiani) si è recato presso gli esercizi alberghieri, nei quali ha effettuato
circa 140 milioni di presenze (pari a circa il 66% delle presenze di italiani), con una
permanenza media di 3,15 giorni (Tabella 1.4). Il restante 20% degli arrivi di italiani
(pari a circa 10,6 milioni di arrivi) si è recato negli esercizi ricettivi complementari,
dove ha effettuato circa 71 milioni di presenze (cioè il 34% circa delle presenze di
italiani) con una permanenza media di 6,64 giorni (Tabella 1.4).
Se consideriamo i dati secondo le tipologie di località visitate (Tabella 1.5), vediamo
che la domanda italiana privilegia le località marine, che sono situate al primo posto
con circa 14 milioni di arrivi di italiani e 77,6 milioni di presenze italiane. Seguono le
città d’arte, con circa 15 milioni di arrivi di italiani e circa 38 milioni di presenze
italiane, e le località montane, con oltre 6 milioni di arrivi di italiani e circa 30
milioni di presenze italiane.
Il turismo estero in Italia
Nelle Tabelle 1.4 e 1.5 abbiamo già osservato alcuni dati sul turismo estero in Italia.
In questo paragrafo prendiamo in considerazione altri aspetti. L’Italia è una delle
principali destinazioni turistiche nel mondo, anche se nel corso degli ultimi anni ha
perso qualche posizione di mercato, passando – come evidenziano i dati del UNWTO
– dal 4° al 5° della graduatoria mondiale degli arrivi internazionali; conserva tuttavia
il 4° nella classifica degli introiti turistici, e ciò significa che il turismo internazionale
che si reca in Italia è un pò più ricco della media, emerge la continua crescita della
domanda straniera verso l’Italia, sebbene in alcuni momenti – a causa delle crisi
economiche e finanziarie internazionali – vi siano state flessioni sia nel numero di
arrivi sia in quello delle presenze. In ogni caso, la permanenza media degli stranieri
in Italia si aggira intorno ai 4 giorni.
Prendendo in considerazione i dati relativi alle tipologie di strutture ricettive che
ospitano i turisti (Tabella 1.4), emerge che la domanda straniera esprime i seguenti
comportamenti di consumo: circa 35 milioni di arrivi stranieri (cioè circa l’80% degli
arrivi stranieri) si è recato presso gli esercizi alberghieri, nei quali ha effettuato circa
111 milioni di presenze (pari a circa il 67% delle presenze di stranieri), con una
permanenza media pari a 3,8 giorni. Il restante 20% degli arrivi di stranieri (pari a
circa 8,7 milioni di arrivi) si è recato negli esercizi ricettivi complementari, dove ha
effettuato circa 54 milioni di presenze (cioè il 33% circa delle presenze di stranieri)
con una permanenza media di 6,1 giorni.
La domanda estera privilegia le città di interesse storico e artistico, che sono al primo
posto con circa 20 milioni di arrivi di stranieri e circa 56 milioni di presenze
straniere. Seguono le località marine con circa 7 milioni di arrivi dall’estero e 38
milioni di presenze straniere, le località montane con circa 3,7 milioni di arrivi
stranieri e 19 milioni di presenze straniere. I principali mercati esteri da cui
provengono i turisti in Italia sono la Germania, gli Stati Uniti d’America, la Francia e
il Regno Unito. Le regioni visitate dagli stranieri vedono al primo posto, per arrivi, il
Veneto, seguito dal Lazio, dalla Toscana, dalla Lombardia, dal Trentino-Alto Adige e
dall’Emilia-Romagna.
La bilancia turistica
La bilancia turistica è il documento che indica le entrate derivanti dai viaggi e dai
soggiorni degli stranieri in Italia (turismo estero attivo) e le uscite derivanti dai viaggi
e dai soggiorni degli italiani all’estero (turismo estero passivo). Questo documento è
costituito dalla sezione Viaggi della parte denominata Conto corrente della bilancia
dei pagamenti.
La consistenza della domanda estera per motivi turistici verso l’Italia determina un
apporto di valuta estera superiore a quello in uscita, con un saldo positivo della
bilancia turistica (Tabella 1.11); questo saldo positivo contribuisce alla parziale
copertura del deficit della bilancia commerciale italiana (conto corrente) e quindi
della bilancia dei pagamenti.
L’Italia è notoriamente uno dei paesi più ricchi di risorse turistiche naturali, culturali
e monumentali, ed è per questo meta di apprezzabilissimi flussi turistici dall’estero.
Questi flussi costituiscono turismo estero attivo, che comporta un’entrata di valuta ed
è quindi assimilabile a un processo di esportazione indiretta di beni e di servizi. Ai
flussi in entrata va aggiunto l’elevato livello della domanda interna, poiché ancora
oggi la stragrande maggioranza dei turisti italiani rimane nei confini nazionali.
Tuttavia un numero crescente di italiani si reca anche all’estero, generando una
domanda turistica fuori dai confini nazionali: per il paese ciò rappresenta una forma
di turismo passivo, perché vi è un’uscita di valuta equiparabile a un processo di
importazione indiretta di beni e di servizi.
IL PATRIMONIO CULTURALE
Definizione Patrimonio Culturale
Definire cosa sia il patrimonio culturale non è cosa semplice, ancora oggi non esiste
un'unica ed inequivocabile definizione riconosciuta universalmente, piuttosto si tratta
di un concetto. Genericamente si può dire che sia l’insieme di beni, materiali ed
immateriali, nonché naturali, che per particolare rilievo storico, culturale, artistico e
paesaggistico, sono di interesse pubblico e costituiscono la ricchezza di un luogo e
della relativa popolazione.
Dunque si intende per patrimonio culturale tutto ciò che possa testimoniare la cultura,
ovvero l’insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli
ideali, delle abitudini, di un popolo o società del mondo. Con il sostantivo
"patrimonio" si allude inoltre al valore economico attribuito ai beni che lo
compongono, proprio in ragione della loro artisticità e storicità.
Una definizione puntuale ci è data dall’UNESCO “United Nations Educational
Scientific and Cultural Organization” ed in particolare dalla Convenzione del 1972
relativa alla tutela del patrimonio culturale e naturale mondiale secondo cui per
patrimonio culturale si intende:
«I monumenti: opere architettoniche, plastiche o pittoriche monumentali, elementi o
strutture di carattere archeologico, iscrizioni, grotte e gruppi di elementi di valore
universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o scientifico, gli agglomerati:
gruppi di costruzioni isolate o riunite che, per la loro architettura, unità o integrazione
nel paesaggio hanno valore universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o
scientifico, i siti: opere dell’uomo o opere coniugate dell’uomo e della natura, come
anche le zone, compresi i siti archeologici, di valore universale eccezionale
dall’aspetto storico ed estetico, etnologico o antropologico» mentre patrimonio
naturale viene considerato:
« I monumenti naturali costituiti da formazioni fisiche e biologiche o da gruppi di tali
formazioni di valore universale eccezionale dall’aspetto estetico o scientifico, le
formazioni geologiche e fisiografiche e le zone strettamente delimitate costituenti
l’habitat di specie animali e vegetali minacciate, di valore universale eccezionale
dall’aspetto scientifico o conservativo, i siti naturali o le zone naturali strettamente
delimitate di valore universale eccezionale dall’aspetto scientifico, conservativo o
estetico naturale».
Nel 2003 il concetto di bene culturale viene ulteriormente ampliato, attraverso la
compilazione della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale
immateriale, che viene definito come:
«… le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how che le
comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro
patrimonio culturale … si manifesta tra l’altro nei seguenti settori: tradizioni ed
espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio
culturale immateriale; le arti dello spettacolo; le consuetudini sociali, gli eventi rituali
e festivi; le cognizioni e le prassi relative alla natura e all’universo; l’artigianato
tradizionale».
Costruzione sociale del Patrimonio Culturale
Sin dalle epoche più remote l’uomo ha avuto la capacità di produrre oggetti per così
dire “realizzati ad arte” che quindi avevano oltre che una funzione pratica una
dimensione simbolica, di fatti già i Greci ed i Romani avevano coscienza del valore
estetico, culturale e rappresentativo posseduti da determinati manufatti.
Sicuramente però, il passo più importante verso una coscienza collettiva del
patrimonio culturale è segnato dalla nascita dei Musei, ovvero quelle istituzioni
create appositamente con lo scopo di salvaguardare e conservare tutto ciò che di
culturalmente rilevante l’essere umano ha prodotto.
Come abbiamo detto esisteva già dagli albori della storia dell’uomo un interesse per
le “cose d’arte”, ma fino al XV sec. non si ebbero mai dei veri e propri musei, più che
altro si trattava di preziose raccolte che avevano il carattere di collezioni private.
La svolta che determinò la creazione di queste istituzioni venne proprio dall’Italia
dove nel 1471 nacque il primo nucleo dei Musei Capitolini, costituito dalle donazioni
che Papa Sisto IV fece “al popolo romano” e che rappresenta il primo museo della
storia.
Un altro contributo fondamentale venne alcuni secoli dopo dalla Francia, dove verso
la fine del XVIII sec., per opera di Napoleone Bonaparte, il museo du Louvre divenne
il primo museo Nazionale, rappresentante la forma più avanzata ed evoluta del
fenomeno, che da quel momento in poi progredì verso un reale utilizzo pubblico ed
un fine prevalentemente divulgativo del bene culturale.
Ad oggi la definizione di Museo data dall’ICOM (Internetional Council Of Museum)
è di «un istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del
suo sviluppo, aperta al pubblico, che compie ricerche sulle testimonianze materiali
dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e soprattutto le
espone a fini di studio, di educazione e di diletto».
IL TURISMO CULTURALE
Definizione Turismo
Secondo la definizione dell'OMT, Organizzazione Mondiale del Turismo (World
Tourism Organization,) un dipartimento delle Nazioni Unite, «un turista è chiunque
viaggi in paesi diversi da quello in cui ha la sua residenza abituale, al di fuori del
proprio ambiente quotidiano, per un periodo di almeno una notte ma non superiore ad
un anno e il cui scopo abituale sia diverso dall’esercizio di ogni attività remunerata
all’interno del paese visitato. In questo termine sono inclusi coloro che viaggiano per:
svago, riposo e vacanza; per visitare amici e parenti; per motivi di affari e
professionali, per motivi di salute, religiosi, pellegrinaggio e altro».
L’origine della pratica del turismo può essere ricondotta all’esperienza dei cosiddetti
“Grand Tour” effettuati dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII
secolo. Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale durante il quale i
giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l'arte e le antichità dei paesi
europei. L'Italia con la sua eredità della Roma antica, con i suoi monumenti, divenne
uno dei posti più popolari da visitare, una delle tappe obbligate. Questa pratica rimase
in uso almeno fino al XIX sec. e proprio tra i più illustri viaggiatori di questo periodo
si ricordano Stendhal e Goethe.
Il caso dei Grand Tour però, costituisce un fenomeno d'Èlite, questi viaggi potevano
essere intrapresi solo da una parte molto esigua della popolazione, mentre invece ciò
che oggi si intende per turismo, ovvero una pratica di massa, ha una data di origine
certa ed un inventore ben determinato: il 5 luglio 1841, Thomas Cook, sfruttando le
nuove possibilità offerte dal treno, organizzò un viaggio di 11 miglia da Leicester a
Loughborough. Ben 570 persone vi parteciparono e il successo fu tale da spingere lo
stesso Cook ad organizzare pacchetti turistici sempre più articolati, dando inizio
all'industria turistica modernamente intesa.
Da questo momento in poi il turismo ha subito un continuo sviluppo fino ad arrivare
negli ultimi decenni, grazie all'evoluzione e alla moltiplicazione dei mezzi di
trasporto, all'incremento dei redditi nel mondo occidentale e anche ai nuovi mezzi di
comunicazione che hanno cambiato l'accesso alle informazioni, ad essere uno tra i
pochi settori dell’economia in constante ascesa a livello mondiale.
Cos’è il Turismo Culturale?
Il concetto di Turismo Culturale nasce a partire dagli anni 90’ del XX secolo e
rappresenta in un certo senso un ritorno alle origini, ovvero la volontà di recuperare
alcuni dei contenuti che erano stati caratteristici delle forme di viaggio del XVII sec.
Di fatto i viaggiatori del Grand Tour avevano spesso alle spalle una preparazione
classica e storica che li orientava anche nei loro itinerari, caratteristica questa che si
perderà con l’avvento del turismo di massa, che come abbiamo detto avviene del XIX
sec. e che appunto oggi si cerca di recuperare attraverso la promozione di un turismo
definito “Culturale”.
Esso è «il movimento di turisti, interamente o parzialmente motivati da un interesse
per la storia, l'arte, la scienza o le tradizioni e gli stili di vita di un popolo o di una
regione» (definizione Organizzazione Mondiale del Turismo).
La definizione dell’OMT ci indica che ad attirare il popolo dei turisti culturali, non è
solo un interesse specifico per la visita di monumenti, chiese, musei e siti storici ed
archeologici, ma anche una motivazione più ampia che spinge a cercare di vivere il
fascino della cultura di un popolo.
In questo senso rientrano negli interessi di questo tipo di turista non solo opere d’arte
e architettoniche, ma anche tradizioni, gastronomia, artigianato e quell’insieme di
elementi socio-culturali che caratterizzano un’area.
Ad oggi le attrattive storico-culturali risultano essere tra i primi fattori del flusso
turistico, bisogna però sottolineare che non è sufficiente disporre di un patrimonio
culturale di rilievo per poter attrarre la domanda culturale, ma è necessario
valorizzare i beni artistici e culturali tenendo presente sia le aspettative della
domanda che le logiche del mercato turistico.
IMPATTI DEL TURISMO
Se sulla capacità del turismo di produrre sviluppo, occupazione e ricchezza si è spesa
buona parte della scienza economica moderna, definendo il turismo come una
smokeless industry (settore dell'economia che, basandosi soprattutto sulla fruizione
di beni intangibili, non mostra immediatamente i propri impatti negativi e a cui sono
attribuiti soprattutto effetti benefici), è solo di recente che gli studi di settore hanno
ampliato l’analisi per considerare anche gli impatti prodotti da questa attività. La
necessità di comprendere nell’analisi gli effetti, anche negativi, dello sviluppo
turistico è data dal fatto che il turismo esercita immancabilmente una pressione
sull’economia, la società, la cultura, l’ambiente naturale dei luoghi di destinazione, le
cui conseguenze, in mancanza di un’adeguata capacità di comprensione e gestione,
possono comportare danni irreversibili e decretarne la fine in quanto mete in grado di
attrarre turismo.
Le linee programmatiche di sviluppo, soprattutto a livello europeo, fanno sempre più
spesso riferimento alle connessioni esistenti fra economia, ambiente ed etica. Nel
turismo questi legami diventano, se possibile, ancora più importanti: l’equilibrio fra
sviluppo dell’industria turistica e tutela della destinazione è essenziale in un settore
che trova nelle risorse ambientali, culturali, umane il substrato sul quale costruire le
proprie attività.
La destinazione turistica è, infatti, un sistema integrato di risorse che, per generare
ricchezza e benessere nel territorio, deve essere gestita in modo da non distruggere se
stessa. Lo sviluppo della destinazione turistica, anche nel suo aspetto di impresa, non
può quindi prescindere dalla tutela e dalla conservazione dei beni ambientali e
culturali, come sottolineato nel Libro Bianco del Touring Club “Sostenibilità e
competitività del settore turistico” (TCI, 2005):
“Il turismo trova proprio nei fattori di attrattività ambientale, artistica e culturale la
leva principale della propria competitività ed è quindi perfettamente coerente con le
strategie di promozione e sviluppo del settore perseguire obiettivi di salvaguardia e
valorizzazione di tali fattori”…”gli obiettivi di tutela e valorizzazione, impliciti nella
strategia di sostenibilità, contribuiscono infatti ad aumentare l’attrattività del
patrimonio ambientale, artistico, culturale di una destinazione, divenendo quindi, a
tutti gli effetti, misure di sostegno alla competitività del settore turistico”.
La qualità di queste risorse, infatti, costituisce nel turismo un importante fattore di
scelta da parte dei consumatori; ne consegue che la tutela delle attrazioni naturali e
paesaggistiche, la diversità culturale, la qualità globale dell’ambiente naturale e
umano sono condizioni necessarie per uno sviluppo economico durevole della
destinazione, che include l’esperienza positiva di visitatori e turisti. Nello stesso
tempo, una politica di conservazione e valorizzazione delle risorse non riproducibili
del turismo diventa la chiave anche per prevenire impatti negativi sulle realtà locali,
migliorando la qualità della vita nelle destinazioni.
Dalla presa di coscienza a livello mondiale dell'importanza di valutare gli impatti del
turismo, inizia a farsi strada il concetto di Turismo Sostenibile che - secondo la
definizione dell'Organizzazione Mondiale del Turismo (ispirata a quella di Sviluppo
Sostenibile contenuta nel Rapporto Bruntland) - è quel "turismo capace di soddisfare
le esigenze dei turisti di oggi e delle regioni ospitanti prevedendo ed accrescendo le
opportunità per il futuro. Tutte le risorse dovrebbero essere gestite in modo tale che
le esigenze economiche, sociali ed estetiche possano essere soddisfatte mantenendo
l'integrità culturale, i processi ecologici essenziali, la diversità biologica, i sistemi di
vita dell'aria in questione. I prodotti turistici sostenibili sono quelli che agiscono in
armonia con l'ambiente, la comunità e le culture locali, in modo tale che essi siano i
beneficiari e non le vittime della sviluppo turistico."
Uno dei fattori più facilmente riconoscibili di “inquinamento” turistico è legato al
numero di visitatori: soprattutto in quelle località dove la maggior parte dei flussi si
concentra in pochi e determinati periodi dell’anno, l’eccessiva presenza di visitatori,
rispetto non solo alle dimensioni fisiche della destinazione, ma alla sua capacità di
sopportarne il carico da un punto di vista dei servizi, delle infrastrutture,
dell’organizzazione sociale delle comunità locali, può portare a gravi conseguenze
per l’ambiente e per il tessuto economico e sociale. In molte località turistiche
“sensibili” da un punto di vista naturale, come le aree naturali protette, o di rilevante
pregio artistico e architettonico, come le città d’arte, si effettuano studi e ricerche per
cercare di determinare il limite di turisti che la destinazione può sostenere senza
subire un danno irreversibile. Il calcolo di questo limite porta alla definizione della
Capacità di Carico di una località turistica.
Gli impatti negativi derivanti da eccessivo carico antropico si possono dividere in:
- Fisici o ecologici: danni alle risorse naturali o storico-artistiche non riproducibili
dovuti a emissioni di gas nocivi, eccessivi consumi energetici e idrici, eccessiva
produzione di rifiuti ecc.
- Economici/di esperienza: limite di presenze oltre il quale la qualità dell’offerta
diminuisce con conseguente calo della qualità dell’esperienza del visitatore e
contrazione della domanda;
- Sociali: cresce l’offerta per i turisti, la domanda dei turisti diviene più importante di
quella dei residenti spingendo lo sviluppo locale verso una “monocultura”, con
ricadute negative sui servizi per i residenti. Il turismo, inoltre, può provocare un
cambiamento o la perdita di valori e di identità locali attraverso processi di
standardizzazione che riducono autenticità e spontaneità della destinazione.
Enclave turistica
Le imprese locali vedono fortemente ridursi le loro possibilità di entrare e di
sopravvivere nel mercato turistico quando l’offerta della destinazione è basata su
hotel e resort commercializzati tramite pacchetti vacanza “tutto compreso”. Se,
infatti, i turisti trascorrono il loro intero soggiorno sulla stessa nave da crociera o
nello stesso resort, in cui possono soddisfare ogni necessità di svago, di relax e di
spesa, non rimangono molte opportunità ai residenti di trarre vantaggio dal turismo.
I pacchetti turistici all inclusive generano un grande giro d’affari, ma solo una piccola
percentuale contribuisce allo sviluppo economico locale. Secondo le stime
dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) le strutture ricettive dedicate ai
pacchetti “tutto compreso” contribuiscono allo sviluppo della destinazione in
percentuale minore rispetto all’ospitalità locale, importando maggiori quantità di beni
e impiegando meno persone rispetto al fatturato delle strutture ricettive locali (Fonte:
Tourism Concern).
Lo stesso meccanismo sfavorevole per le comunità locali si manifesta con il turismo
crocieristico, in cui la destinazione ha una importanza relativa, poiché gli ospiti sono
invogliati a spendere la maggior parte del loro tempo e denaro a bordo, limitando le
opportunità di spesa nelle località turistiche.
Le énclave turistiche, replicabili in ogni parte del mondo, per la domanda turistica
sono considerate pressoché perfettamente sostituibili, poiché la loro offerta
principalmente costituita da “spiaggia e mare” non trova particolari ostacoli al
cambiamento di destinazione, determinando una “guerra di prezzi” fra le
destinazioni, che spinge al ribasso il prezzo della vacanza portando al collasso
l’economia turistica locale.
Altri impatti negativi
Costi infrastrutturali
Lo sviluppo del turismo può costare al governo della destinazione e ai contribuenti
locali una grande quantità di denaro. Ciò accade quando il governo locale si fa carico
dell’esigenza degli imprenditori esteri di migliorare gli aeroporti, le strade e le altre
infrastrutture per lo sviluppo turistico; questo tipo di investimenti aumenta la spesa
pubblica e riduce gli interventi negli altri settori chiave come educazione e sanità. Il
peso degli investimenti pubblici diventa ancora più gravoso per la destinazione
quando i governi sono costretti a ricorrere a nuovi prestiti, aumentando così la spirale
del debito e provocando la svendita delle risorse, incluse quelle ambientali.
Inflazione
La crescita della domanda di beni e i servizi dei turisti causa un aumento dei prezzi
generalizzato nella destinazione che impatta negativamente sui residenti. Molto
spesso infatti la presenza di flussi turistici genera un aumento di prezzi, anche per i
beni di prima necessità, che non è correlato a un aumento di reddito per i residenti. Il
costo della vita per un residente può essere ulteriormente gravato dal rincaro del
valore della terra e del prezzo delle case che solitamente avviene in fase di
espansione turistica della destinazione, così che le opportunità di investimento dei
residenti si assottigliano intensificando al contrario il potere estero (di imprese e
turisti che acquistano terreni e seconde case) sul territorio.
Dipendenza economica dal turismo (monocultura turistica)
Se un paese dipende fortemente dal turismo (come molti PVS) in caso di eventi
negativi che condizionano i flussi turistici sarà maggiormente esposto a crisi
economiche rispetto a destinazioni che diversificano la propria economia. Ad
esempio se si verificano recessioni economiche nei paesi di provenienza turistica o
sopravvengono disastri naturali nelle destinazioni (vedi Tsunami), i Paesi fortemente
dipendenti dal turismo soffriranno un calo di entrate che colpirà il lavoro e
conseguentemente il livello di vita dei residenti. Il pericolo “monocultura” si
manifesta in modo più consistente nelle località turistiche “di moda” e in quelle
destinazioni che non garantiscono una situazione politica stabile. Proprio per questo
motivo i Paesi del Sud del mondo sono considerati più affidabili dagli internazionali
del settore quando la stabilità viene ottenuta a spese della democrazia attraverso
dittature e regimi militari. Il problema della dipendenza dal turismo è aggravata dalla
caratteristica stagionale del lavoro turistico. La pericolosità della monocultura
turistica si rivela in tutta la sua evidenza nei Paesi come le Maldive, dove secondo le
stime del WTO vi è una dipendenza della forza lavoro dal turismo dell’83%.
Quando si presentano i meccanismi sopra descritti, il ritorno economico per la
destinazione è destinato a decrescere sensibilmente.
Nel periodo 1980-1998, nonostante i turisti nelle destinazioni del Sud del mondo
siano passati dal 19% al 28%, il fatturato degli stessi Paesi è sceso dal 31% al 28%.
Impatti positivi
Secondo l’UNEP i principali impatti positivi sull’economia della destinazione si
possono dividere in:
• Ingresso di valuta pregiata: il turismo stimola direttamente l’economia locale
attraverso gli acquisti dei turisti e indirettamente attraverso il reinvestimento delle
entrate turistiche nello sviluppo di altri settori.
• Contributo positivo al bilancio dello stato: le casse governative della destinazione
possono trarre un beneficio diretto dalla tassazione sui redditi (sia dei residenti che
delle imprese turistiche) e dalle imposte (come quelle applicate sui biglietti aerei) e in
un modo indiretto attraverso tasse e imposte (come l’IVA) sugli acquisti dei turisti.
• Creazione di posti di lavoro: la rapida espansione del turismo internazionale ha
contribuito notevolmente alla creazione di posti di lavoro. Secondo le stime del
WTO, il settore alberghiero offre nel mondo più di 11 milioni di posti di lavoro
(1995) e se si include anche il lavoro creato dall’indotto turistico, si stima che il
turismo generi occupazione per il 7% dei lavoratori mondiali.
• Stimolo all’investimento in infrastrutture: lo sviluppo turistico può stimolare i
governi locali a migliorare la qualità delle infrastrutture che sono essenziali anche
alla comunità locale; un miglioramento del sistema fognario, delle strade, della rete
elettrica, telefonica e del trasporto pubblico soddisfano il turista, migliorando la vita
dei residenti.
• Contributo alle economie locali (effetto moltiplicatore): è la capacità del turismo di
stimolare un’economia correlata (artigianato, prodotti tipici, servizi di animazione e
ricreazione ecc.). Oltre ai posti di lavoro creati dall’indotto “ufficiale” vi è poi una
serie di lavori informali (venditori di strada, guide turistiche informali ecc.) che
sebbene non regolari e non tutelati, creano un reddito che viene speso localmente
generando un effetto moltiplicatore.
LA STRUTTURA DEL MERCATO TURISTICO
Il mercato turistico è caratterizzato dalla presenza di organizzazioni che si
differenziano fra loro sia per tipologia di servizi offerti che per dimensione aziendale.
Dal punto di vista della dimensione delle imprese, l’industria turistica può essere
idealmente divisa in due parti; la prima comprende le piccole strutture ricettive
alberghiere ed extralberghiere, i piccoli ristoranti, le agenzie di viaggio, i negozi e i
servizi ricreativi caratterizzati spesso dal fatto di essere imprese famigliari e di
lavorare su mercati di nicchia. Nel contesto internazionale, questo tipo di strutture è
contraddistinto da investimenti bassi, dalla scarsa stabilità del mercato e da un
elevato turnover.
Dall’altra parte troviamo invece le grandi imprese, a volte pubbliche (come nel caso
dei trasporti) molto più spesso private, come le grandi catene alberghiere e di
ristorazione, i parchi di divertimento, i tour operator internazionali ecc. Questa
tipologia di imprese è invece contraddistinta dal lavoro non famigliare, dall’alto
livello degli investimenti, dalla divisione e specializzazione del lavoro, dalla
separazione fra gestione e proprietà.
Da un punto di vista dell’offerta, il mercato turistico comprende diverse tipologie di
impresa:
- Hotel e ristoranti o alberghi, campeggi e altre strutture extralberghiereo ristoranti,
bar, taverne, catering ecc
- Imprese di trasporto o di terra (ferrovie, bus, taxi, noleggio auto...) o aerei o navali
(traghetti, crociere...)
- Imprese di produzione di pacchetti turistici (tour operator)
- Imprese di intermediazione di servizi turistici (agenzie di viaggio)
- Imprese che organizzano e gestiscono eventi aggregativi (congressi, fiere, raduni,
grandi eventi)
- Imprese pubbliche e private di gestione di singoli fattori attrattivi (musei, teatri,
palazzetti sportivi, stadi, parchi tematici, parchi naturali...)
- Enti e associazioni gestori di servizi “collaterali” rilevanti per il settore (Touring
Club Italiano, Automobile Club d’Italia, Federalberghi, Enit – Agenzia Nazionale del
Turismo...)
- Imprese individuali o associazioni di guide turistiche
- Altre imprese per la fornitura di servizi connessi (finanziari, assicurativi…).
La varietà di imprese che compongono il mercato turistico rispecchia l’eterogeneità
dei servizi offerti, i quali a loro volta vanno a individuare e caratterizzare le diverse
tipologie di turismo, che possono essere segmentate a seconda dell’attività
prevalente, della tipologia di destinazione, del target a cui si rivolgono:
- Segmentazione per tipo di attività: turismo sportivo, turismo nautico, turismo
balneare, turismo termale, turismo estetico e salutistico, turismo di formazione,
turismo gastronomico, turismo d’arte, turismo religioso, turismo musicale. . .
- Segmentazione per tipo di destinazione: turismo di mare, turismo lacustre, turismo
montano, turismo urbano…
- Segmentazione per target: turismo scolastico, turismo studentesco, turismo per la
terza età, turismo giovanile, turismo aziendale, turismo congressuale...
L’offerta turistica non prevede (solitamente) una distinzione netta fra i vari “turismi”,
ma quasi sempre in una vacanza si possono rilevare diversi elementi (a volte integrati
fra loro in un pacchetto turistico) che possono rientrare nelle diverse tipologie di
turismo sopra elencate. Sebbene eterogeneo, il settore turistico è caratterizzato da
integrazione sia verticale che orizzontale.
Nel primo caso esistono grandi tour operator internazionali che controllano tutta la
“filiera turistica”, ovvero dispongono di strutture ricettive, mezzi di trasporto e altri
servizi in loco. Secondo uno studio di Tourism Concern (Ong inglese e network
internazionale per il turismo sostenibile e responsabile) negli ultimi anni quattro tra i
più grandi T.O. internazionali hanno rilevato molti piccoli e diversificati operatori e
attualmente queste grandi compagnie controllano più del 50% dell’outgoing
britannico.
Figura 16: il mercato turistico e le sue relazioni
Come si può notare dalla figura 16, nel mercato turistico l’offerta è influenzata in
primo luogo dalla domanda, alla quale l’industria si rivolge cercando di soddisfare i
diversi e mutevoli bisogni e trend di consumo. I servizi turistici sono inoltre
influenzati dal mercato del lavoro che comprende figure con differenti competenze,
esperienze e qualifiche e una grande varietà di aspettative e desideri. L’offerta di
lavoro è influenzata dai picchi stagionali, in cui la manodopera necessaria è per lo più
costituita da lavoratori occasionali, spesso reclutati tra gli immigrati o gli studenti.
Questo tipo di lavoratori spesso si trova a eseguire i compiti meno piacevoli e sicuri,
con basso salario.
Il mercato turistico è inoltre influenzato e influenza governi, regioni, sindacati ecc. in
materia fiscale, giuridica ed economica.
Nell’analisi del mercato turistico non bisogna dimenticare di menzionare che esso è
caratterizzato da un’altissima competizione, non tanto e non solo a livello locale o
regionale, ma a livello internazionale e globale. Le agenzie di viaggi e i tour operator
offrono una vastissima scelta ai propri clienti, cosicché le destinazioni turistiche
diventano nell’immaginario del turista prodotti facilmente “intercambiabili”.
NUOVI TREND DEL TURISMO
Short and low
Esperti del settore rilevano che le lunghe vacanze estive (soprattutto quelle in agosto)
lasceranno sempre più spazio agli short trip, ovvero vacanze di una o due settimane
realizzate in più periodi dell’anno, e agli short break, vacanze di pochi giorni
effettuate nei mesi primaverili e in autunno.
Questa tendenza è già in atto in gran parte del mondo cosiddetto occidentale: sia a
causa della perdita del potere d’acquisto delle nostre valute, sia per le paure legate al
fenomeno del terrorismo internazionale, il numero dei turisti che sceglieranno
vacanze più brevi e dilazionate durante l’anno crescerà notevolmente. Il loro viaggio
privilegerà le mete più vicine al luogo di partenza e la riscoperta del territorio di
appartenenza.
Buona parte del turismo, soprattutto quello di massa, individua nella variabile prezzo
la motivazione principale nella scelta del viaggio. Spesso non è la destinazione che
invoglia la scelta ma, viceversa, è la situazione economica che impone la meta di una
vacanza.
Il fenomeno dei “lastminute” e dei voli low-cost è un tipico segnale del nostro tempo:
si viaggia al minor costo possibile e la destinazione non ha quasi importanza.
Slow and active
Secondo l’indagine svolta su alcuni T.O. nazionali e internazionali, i clienti dei T.O.
(che per la maggior parte provengono da aree urbane fortemente antropizzate)
ricercano sempre di più nella vacanza una forma di evasione dalla vita stressante
delle grandi città e una possibile risposta la trovano in viaggi che offrono
un’immersione completa in ambienti integri, autentici, puliti, più conservati e tutelati.
C’è quindi in atto una tendenza a vivere la vacanza lentamente, assaporando il
territorio nella sua profondità, gustando il piacere di mangiare e bere sano e in modo
naturale, rilassandosi ma in modo “attivo” alla scoperta di luoghi e culture diverse. Il
turista chiede inoltre di essere l’attore della propria vacanza (aumentano i turisti che
vogliono partecipare al “confezionamento” del prodotto) in contrapposizione alle
formule “passive” tipiche di una vacanza passata in spiaggia o di un viaggio “all
inclusive” organizzato in modo standard e non personalizzato.
Questo tipo di cambiamento si riscontra anche nei consumi, non solo turistici, degli
ultimi anni:
slow food, tour enogastronomici, prodotti biologici, agriturismo sono tendenze sociali
e di mercato in continua crescita. Secondo Harvey Hartman “le società moderne sono
state dominate da valori tecnologici fin dalla metà del secolo XIX e sebbene quasi
nessuno si lamenti dei benefici materiali, c’è un desiderio di una connessione più
profonda con la natura, la famiglia, gli anziani e la comunità”.
Ambiente e Cultura
Il turismo agrituristico, quello enogastronomico e il turismo “verde” in generale,
mostrano previsioni di aumento nelle tendenze turistiche internazionali. Alcune
indagini sulla domanda turistica “verde” confermano questi trend:
• Un’indagine effettuata nel Regno Unito (Market Opinion and Research
International, 1997) ha rivelato che il 61% dei consumatori riteneva “molto” o
“abbastanza importante” il fatto che le compagnie di viaggio di fiducia prendessero in
considerazione le tematiche ambientali, con un incremento di 9 punti percentuali
rispetto al 1995. I consumatori dichiaravano inoltre di essere disposti a pagare 7
sterline in più, in media, per viaggi di tour operator di cui fosse sicuro l’impegno
nella protezione ambientale e 7,50 sterline in più per lo stesso impegno assicurato
dalle strutture ricettive presenti nel proprio tour;
• Il Centro Dati del Turismo USA stimò che nel 1992 il 7% dei viaggiatori
statunitensi aveva realizzato per lo meno un viaggio in destinazioni con attrazioni
naturali e che nel 1995 l’83% dei turisti sosteneva compagnie turistiche “verdi” ed
era disposto a pagare di più per usufruire dei servizi offerti da esse;
• Negli Stati Uniti più dei tre quarti dei viaggiatori ritiene importante che il proprio
viaggio non rechi danno all’ambiente, mentre in Gran Bretagna la stessa percentuale
sale all’87%4;
• Il 61% degli americani afferma che l’esperienza di viaggio è migliore quando la
destinazione è integra da un punto vista ambientale, storico e culturale.
Accanto all’interesse per l’ambiente naturale cresce anche l’attenzione per gli aspetti
culturali, che non comprendono solo le peculiarità artistiche della destinazione, ma
integrano il piacere di scoprire le tradizioni del luogo e i modi di vivere della
popolazione locale.
Alcune indagini di mercato e il libro bianco del TCI (2005) confermano la crescita
delle destinazioni turistiche “alternative” e di nuove tendenze della domanda
turistica: “dal 1990 al 2002, l’incidenza delle località d’arte e di quelle montane
aumenta rispettivamente del 5% e del 3%, a conferma di un aumento di richiesta di
turismo culturale e maggiore sensibilità all’ambiente”.
• Agli inizi degli anni ‘90 il 40% dei turisti statunitensi desiderava viaggi che
“arricchissero la propria vita” contro un 20% che solamente “cercava il sole”;
• Tre quarti dei turisti britannici afferma che vorrebbe effettuare un viaggio che
includesse l’esperienza della cultura e del cibo locale, con un incremento del 4% (dal
77% all’81%) fra il 2000 e il 2002.
Fair tourism
• Il 29% dei turisti britannici ritiene che, se il prezzo del viaggio garantisse buoni
stipendi e degne condizioni di lavoro per la comunità locale, sarebbe disposto a
pagare di più per la propria vacanza. In un’altra indagine la stessa percentuale sale al
53%.
Secondo queste indagini di mercato la scelta della vacanza nel XXI secolo è legata
anche al bisogno di contribuire a creare un “mondo migliore”.
In effetti, a partire dalla fine degli anni Novanta e nei primi anni del 2000, fra
l’opinione pubblica si assiste a una crescita della consapevolezza sui temi della
giustizia sociale, sull’etica nel business e (soprattutto in relazione alle imprese
occidentali stabilitesi nei Paesi in via di sviluppo) sulla tutela dei diritti umani,
sull’equità nella distribuzione della ricchezza.
L’esistenza di questa tendenza fra i cittadini è confermata dalla crescita del cosiddetto
“consumo critico” e dalla nascita di forme alternative di commercio che si prefiggono
lo scopo di migliorare l’equilibrio della distribuzione della ricchezza mondiale
(commercio equo e solidale).
L’idea del “commercio giusto” sembra catturare la domanda di quella parte di
popolazione che è interessata a pagare prezzi giusti per il lavoro e per la tutela
dell’ambiente e, secondo alcune teorie, una tendenza di acquisto e consumo generale
si può tramutare facilmente in un’analoga scelta turistica: “la gente non compra
vacanze in modo isolato, esse sono di solito una estensione del loro modello di vita
quotidiano e spesso sono correlate al modo in cui i consumatori comprano altri
prodotti. È quindi probabile che le risposte dei consumatori ai messaggi di acquisto
di cibo, vestiti o intrattenimento siano similari alle risposte in relazione ai prodotti
turistici”.
• Secondo un recente studio pubblicato dalla Fairtrade Foundation, i britannici sono i
più grandi sostenitori del consumo equo e solidale al mondo. Nel Regno Unito, nel
2004, le vendite dei prodotti con il marchio equo-solidale “Faitrade” sono aumentate
del 50% rispetto all’anno precedente;
• Sempre in Gran Bretagna, nel 2000, la percentuale di popolazione che boicottava
prodotti o società per motivi etici era pari al 30%.
Anche in Italia l’interesse per il consumo critico sembra sia in netta crescita. Secondo
un’indagine Censis, nel 2004 più della metà dei consumatori italiani dichiarava di
conoscere la realtà del commercio equo e solidale, il 35% dichiarava una frequenza di
acquisti solidali di “qualche volta all’anno” e il 42% di comprare prodotti equosolidali “una o più di una volta al mese”.
Inoltre, secondo i risultati emersi da una ricerca promossa dalla Camera di
Commercio di Milano agli inizi del 2005, si evince che più della metà degli italiani
nell’ultimo anno di analisi aveva acquistato prodotti dopo aver verificato che non
inquinassero o che per la loro produzione non fosse stato impiegato lavoro minorile e
che fossero stati rispettati i diritti dei lavoratori. Inoltre, il 14,2% degli italiani ha
partecipato a campagne di boicottaggio verso aziende che riteneva non avessero
comportamenti etici.
Un’inequivocabile conferma dell’avanzare del concetto di fair trade anche nel
turismo viene dall’annuncio (8 novembre 2006) dell’Organizzazione Mondiale del
Turismo del lancio, in partnership con il World Travel Market (WTM), della
Giornata Mondiale del Turismo Responsabile con l’intenzione di stimolare l’industria
turistica, i turisti e gli stakeholder pubblici sui temi etici legati al turismo.
Altre tendenze
Le tendenze del turismo del nuovo millennio incorporano altre due attitudini che si
riscontrano nei trend di acquisto generali, quali la domanda crescente di qualità del
prodotto (marchi e certificazioni, diritti dell’acquirente e del consumatore) e la
maggiore propensione a spendere (e quindi anche a viaggiare) da parte del segmento
della “terza età”.
Infine vi è la tendenza in aumento dei viaggi in territori sconosciuti, alla ricerca di
località meno affermate, che possano offrire un’esperienza “diversa”.
Trend e dati occupazionali in Italia
Città dal valore storico e artistico, musei e scavi archeologici, chiese e cattedrali (con
siti religiosi tra i più visitati al mondo), parchi nazionali, quasi 8.000 km di costa con
località di mare, lagune, laghi, stazioni termali e strutture di montagna attrezzate per
lo sport invernale. Ed è la Nazione che detiene nel mondo il maggior numero di
siti (50) inclusi nella lista dei Patrimoni dell'Umanità. L’Italia è senza dubbio il Paese
in cui il turismo rappresenta un settore fondamentale per la crescita e lo sviluppo
economico con enormi potenzialità in campo occupazionale.
Secondo Eurispes, l’incidenza del turismo sul Pil nazionale è circa il 10% con la
previsione che, con interventi per rilanciare il settore, il dato andrà a raddoppiare nel
giro di una decina di anni. L’istituto di ricerca annovera, inoltre, il turismo (insieme a
cultura, manifattura e agricoltura) tra i “pilastri della nostra economia e fattore
determinante per una ricostruzione del ruolo dell’Italia nel mondo”.
Sul fronte occupazionale, il Quarto osservatorio sul mercato del lavoro del turismo in
Italia, stima che il settore turistico conta quasi 1 milione di posti di lavoro in Italia,
una cifra che rappresenta il 5% dell’occupazione nazionale (percentuale confermata
anche dai dati Istat). Il Rapporto del 2014 è stato elaborato, sulla base dei dati Inps
per gli anni 2008-2011, da Federalberghi, Fipe (Federazione italiana pubblici
esercizi), ed Ebnt (Ente bilaterale nazionale del turismo).
Il turismo è settore trainante anche dell’occupazione giovanile. Dall’industria dei
viaggi, con agenti e tour operator, al settore alberghiero e della ristorazione, il settore
offre sempre più opportunità ai giovani. Secondo il Rapporto sopra citato, i giovani
rappresentano il 63% degli occupati, 602 mila dipendenti sotto i 40 anni e 342 mila
sotto i 30.
Il settore garantisce anche stabilità economica visto che i lavoratori assunti con
contratto a tempo indeterminato rappresentano il 67% del totale.
I PREZZI DEI SERVIZI TURISTICI
Approccio Tradizionale
Il percorso tradizionale che si segue per determinare il prezzo di un qualsiasi prodotto
consiste nel definirne i costi e nell’aggiungere una quota di utile che si intende
ottenere.
Il primo problema che si incontra procedendo in questo modo è che non sempre è
facile stabilire quanto costa un prodotto. Si prenda un semplice pacchetto-viaggio
fatto di aereo più albergo: si possono conoscere il prezzo del posto in aereo e quello
del soggiorno in hotel a persona, ma chiaramente non è sufficiente la loro somma per
fare il prezzo. Non è solo una questione di utile, ma soprattutto di tener conto di tutte
le spese connesse con l’attività organizzativa, di progettazione, di rapporto con i
fornitori, di pubblicità, di stampa del catalogo, insomma delle spese generali.
Se un’impresa è monoprodotto, nel senso che vende una sola cosa, la definizione
delle spese generali potrebbe risultare semplice.
Per esempio: un tour operator vende solo soggiorni di una settimana in un certo
albergo in Costa Brava, ovvero un solo tipo di prodotto. Il costo del trasporto più il
soggiorno è di 400 € a persona. Le spese di gestione dell’impresa, l’affitto, gli
stipendi, la pubblicità, le spese di vendita, la stampa dei cataloghi e così via sono di
100 000 € all’anno. In un anno l’organizzatore vende 1000 di quei soggiorni tutti
uguali. In questo caso sarebbe abbastanza facile dire che i 100 000 €di spese generali
possono essere divisi per i 1000 viaggi e quindi considerare di attribuire 100 €
di costo per ognuno di essi. Il costo totale del viaggio diventa in questo modo di 500
€. Per arrivare al prezzo non resta che aggiungere l’utile. Il problema è che le
aziende monoprodotto praticamente non esistono: anche l’impresa turistica più
modesta non vende un solo tipo di pacchetto, ne presenta diversi.
Come si dividono le spese generali fra i vari tipi di prodotto? Per arrivare a fornire
una risposta razionale, è necessario fare alcune considerazioni sui costi d’impresa.
È tuttavia importante una premessa: ormai nessuna impresa può sperare di definire il
proprio prezzo come somma dei costi più una generosa dose di utile.
Il percorso deve essere inverso. Si parte dal prezzo, che è quello di mercato, ovvero
quello al quale si suppone di trovare un consumatore disponibile all’acquisto.
Si valutano quindi i costi e si verifica se i due valori sono compatibili: se il prezzo
sembra coprire gli oneri il prodotto è vendibile, altrimenti si rinuncia e si inventa
qualcos’altro.
I COSTI FISSI E I COSTI VARIABILI
I costi fissi sono quelli che non variano al mutare della produzione, i costi variabili
sono invece quelli che dipendono dalla quantità di prodotto.
Per un tour operator sono da considerare fissi i costi di struttura aziendale, come
quelli relativi all’affitto e alla pulizia dei locali, agli stipendi dei dipendenti, agli
allacciamenti dei terminali, agli ammortamenti delle macchine di ufficio ecc.
Sono invece da considerare variabili quelli relativi ai servizi che vengono acquistati
su richiesta dei clienti: soggiorni alberghieri, biglietti aerei, passaggi marittimi e via
dicendo. Evidentemente, se le richieste e le vendite ai clienti sono molte, anche i costi
che si sostengono per gli acquisti sono elevati; viceversa, in mancanza di domanda e
quindi di ricavi, anche questi costi vengono a mancare.
In sostanza, mentre l’affitto, gli stipendi, le assicurazioni, gli allacciamenti (costi
fissi) devono essere sostenuti comunque, anche se non si vende, i costi direttamente
connessi con le vendite (costi variabili) sono in diretta relazione con l’entità dei
ricavi.
Anche i costi fissi presentano elementi di variabilità: i locali in affitto costano un
canone fisso, ma se il lavoro da svolgere cresce molto, può rendersi necessario
l’affitto di nuovi locali. Gli stipendi ai dipendenti sono fissi, ma se l’attività
dell’azienda aumenta oltre le capacità degli impiegati esistenti, se ne devono
assumere altri, e questo comporta l’acquisto di nuovi mobili, nuove macchine per
l’ufficio, nuovi allacciamenti di terminali e via dicendo. Il risultato è che si
modificano i costi che fino a quel momento erano fissi.
I COSTI SPECIFICI A IMPUTAZIONE DIRETTA E I COSTI COMUNI A
IMPUTAZIONE INDIRETTA
Una distinzione molto importante ai fini dell’analisi dei costi di un’azienda è quella
fra costi specifici e costi comuni. I costi specifici sono quelli che riguardano
direttamente un determinato bene o servizio. I costi comuni sono relativi a più beni e
servizi e quindi non sono direttamente riferibili a uno in particolare.
Per esempio, se, su richiesta di un cliente, un tour operator prenota un soggiorno
alberghiero, il costo relativo è specifico in quanto riferito direttamente al servizio
venduto a quel cliente. In una gestione tradizionale sono costi specifici, per un tour
operator, quelli relativi ai servizi contenuti nei viaggi venduti (soggiorni in albergo,
passaggi aerei, visite ed escursioni ecc.).
Il t.o. che organizza un package tour acquista i servizi che lo compongono solo dietro
prenotazione del cliente, solo, cioè, quando il pacchetto viene venduto.
In questo modo, per il viaggio di ogni cliente il t.o. è in grado di stabilire con
precisione i costi ad esso specifici. I costi comuni di un t.o. sono invece quelli riferiti
a più prodotti, quindi, tipicamente, i costi di struttura (affitti, stipendi, ammortamenti
ecc.).
Esistono anche costi specifici a imputazione diretta che non vengono rilevati perché
sarebbe troppo oneroso.
Per esempio, sarebbe possibile, per ogni prodotto venduto, rilevare le telefonate fatte
per prenotazioni, informazioni, contatti con i clienti; sarebbe anche possibile
determinare il tempo utilizzato da ogni impiegato e persino la quantità di carta che
viene utilizzata. In questo modo si avrebbero molti costi specifici e si potrebbe avere
una visione più completa del costo di un prodotto. Tuttavia questi calcoli sono
ritenuti, il più delle volte, troppo macchinosi e quindi le spese telefoniche, quelle di
lavoro e quelle del materiale di cancelleria sono sempre considerate comuni. Perciò,
se si vuole sapere quanto incidono su ogni viaggio queste spese comuni si deve
compiere un’imputazione indiretta.
LE CONFIGURAZIONI DEI COSTI
La distinzione fra costi a imputazione diretta e co sti a imputazione indiretta può
portare, per ogni prodotto, a determinare diverse configurazioni di costo.
Il costo primo di un prodotto è dato dall’insieme dei costi specifici a imputazione
diretta. Quindi, per esempio, per un viaggio, il costo primo può essere costituito
dall’insieme dei servizi: trasporto, albergo, transfer, visite ecc.
Il costo complessivo di un prodotto è dato dal costo primo più una quota di costi
comuni che a quel prodotto vengono attribuiti.
È ovvio che il costo primo costituisce solo una parte del costo effettivo di un
prodotto. Se un t.o. vende a un cliente un viaggio composto di passaggio aereo +
soggiorno alberghiero non può vendere detto viaggio al suo costo primo perché non
solo non guadagnerebbe niente, ma perderebbe: infatti, per organizzare e vendere
quel viaggio, il tour operator deve usare la propria struttura, i propri impiegati, i
propri telefoni, insomma deve sostenere dei costi comuni.
Il costo economico-tecnico di un prodotto è dato dal suo costo complessivo più una
quota di oneri figurativi.
Infatti, il costo complessivo ancora non può essere considerato il costo totale del
prodotto. Fra le spese generali di gestione di un’azienda si deve tenere conto anche
degli oneri figurativi.
Che cosa sono gli oneri figurativi? Sono i mancati ricavi dell’impresa che assumono
l’aspetto di costi che non possono entrare nella contabilità.
Per esempio: ogni azienda per funzionare necessita di capitali. Poniamo che un
imprenditore investa in essa 50 000 €. Se invece di usare quel denaro per far
funzionare l’azienda, acquistasse titoli di Stato, avrebbe un reddito sicuro e senza
rischi.
Quindi l’imprenditore che investe denaro in un’attività sostiene un costo derivante
dagli interessi su quel denaro, ai quali rinuncia. Questo costo è detto interesse
figurativo.
Analoga è la situazione dell’imprenditore che è proprietario dei locali dove svolge la
sua attività: se non li usasse per la propria azienda potrebbe affittarli.
Il mancato ricavo di affitto prende il nome di fitto figurativo.
Ancora, si pensi alla persona che abbandona il lavoro che svolgeva per aprire
un’agenzia di viaggi in proprio: per farlo deve rinunciare allo stipendio.
Quindi l’apertura della propria azienda comporta il mancato ricavo costituito dallo
stipendio, cioè un costo di stipendio figurativo.
Nel costo di ogni prodotto si deve tenere conto anche di questi elementi, che vanno
attribuiti alle singole unità secondo criteri di imputazione indiretta.
Il costo economico-tecnico è il costo totale di un prodotto, non è ancora il suo prezzo:
per determinarlo va aggiunta una quota di utile. La configurazione
dei costi è sintetizzato nella figura 1.1.
COSTI SPECIFICI = COSTO PRIMO +
+ QUOTA DI CONSUMI COMUNI = COSTO COMPLESSIVO +
+ QUOTA DI ONERI FIGURATIVI = COSTO ECONOMICO TECNICO
Figura 1.1 La configurazione dei costi.
IL FULL COSTING
Quello che si è andato delineando attraverso la determinazione prima del costo
primo, poi del costo complessivo, poi di quello economico tecnico di un prodotto è
un metodo di calcolo che consente di determinare il prezzo da attribuire a ogni
singola unità venduta.
Questo metodo di calcolo del prezzo è detto di full costing (costo pieno), in quanto
parte dalla determinazione dei costi attribuiti a ogni unità di prodotto.
Il full costing è un metodo di calcolo che mira alla determinazione del costo pieno
relativo a un singolo prodotto.
Il full costing costituisce il metodo di calcolo del prezzo più tradizionale.
TANTI PREZZI, TANTI PRODOTTI
Quando si apre il catalogo di un tour operator, quando si consultano le tariffe di una
compagnia aerea, quando si osserva il listino di un albergo è normale trovare
un’elencazione più o meno lunga di prezzi. Su uno stesso volo di linea da Roma a
New York viaggiano persone che hanno pagato almeno venti prezzi diversi: c’è chi
ha prenotato con largo anticipo, chi torna non prima della domenica successiva, chi
può variare la prenotazione e chi non può variarla, chi viaggia in prima classe, chi
viaggia in classe business e chi in classe economica, chi viaggia in gruppo e chi per
conto proprio, chi ha meno di 12 anni e chi più di 65, chi è in viaggio di nozze, chi è
giornalista, chi è dipendente di compagnia aerea e così via.
È normale, nessuno si stupisce per l’esistenza di queste diversificazioni, anzi, ci si
stupirebbe del contrario.
Anche per i soggiorni di vacanza esistono normalmente cinque o sei periodi diversi,
dalla bassa all’altissima stagione, che comportano il pagamento di altrettanti prezzi
diversi. In Gran Bretagna si arriva a determinare almeno una dozzina di diverse
stagionalità. Ci sono poi le riduzioni per l’advance booking, cioè per chi prenota con
almeno due-tre mesi di anticipo e quelle per il last minute, ovvero per chi decide
all’ultimo minuto.
Anche in questo campo la differenziazione è considerata normale. Non sono del tutto
sopite le polemiche sul last minute, che è considerato soprattutto da alcuni agenti di
viaggio uno strumento di turbativa per il mercato, ma ci si va accorgendo via via che
anche quello va a costituirsi come un segmento a sé stante di domanda.
Questo avviene perché la logica della differenziazione dei prezzi risiede proprio nella
constatazione del fatto che ogni livello tariffario identifica un cliente: c’è il cliente di
bassa stagione e quello di altissima stagione; chi prenota con largo anticipo perché i
suoi impegni lo obbligano a programmare prima le vacanze, oppure perché è ansioso;
chi acquista il last minute perché si è ritrovato con un po’ di tempo libero e coglie al
volo la prima occasione che gli capita, osservando maggiormente il prezzo che la
destinazione del viaggio.
È una logica irreversibile, che procede verso una sempre più articolata segmentazione
tariffaria, fino ad arrivare allo yield management, una metodologia di determinazione
dei prezzi sulla base dell’andamento della domanda, che comporta la scomparsa
del prezzo predeterminato.
Nei paragrafi che seguono si cerca di arrivare, per gradi, a scoprire alcune delle
moltissime tecniche che possono condurre alla definizione dei prezzi multipli.
Si possono individuare diverse impostazioni metodologiche:
➽ il direct costing, un metodo ormai tradizionale di definizione del prezzo sulla base
dei costi comuni, che sempre meno può essere usato in presenza di bassi margini di
redditività;
➽ il calcolo di costi medi, da ripartire differenziandoli per tariffe, attualmente il
metodo più usato dai tour operator, dai vettori e da altre imprese nelle quali l’utile
unitario è ridotto;
➽ i prezzi modulari, applicati laddove si vuole generare un’offerta flessibile;
➽ lo yield management, tecnica attraverso la quale si cerca la massimizzazione del
reddito con la massimizzazione delle opportunità di vendita a prezzi adeguati.
L’IMPRESA TURISTICA
La l 135 29/3/2001 definisce turistiche le imprese che esercitano attività economiche
organizzate per la produzione, la commercializzazione, l’intermediazione e la
gestione di prodotti, di servizi (tra cui gli stabilimenti balneari), di infrastrutture e di
esercizi, compresi quelli di somministrazione facenti parte dei sistemi turistici locali,
concorrenti alla formazione dell’offerta turistica. Si tratta di una definizione assai
ampia, essendovi riconducibili la maggior parte delle attività di offerta di servizi
turistici. È infatti la tipologia di attività esercitata a conferire all’impresa il carattere
turistico. All’identificazione delle diverse tipologie di imprese turistiche provvedono
le regioni, secondo le indicazioni contenute nel DPCM 13/9/2002.
1. L’azienda alberghiera. L’esercizio dell’impresa alberghiera è subordinato al
rilascio di uno apposito provvedimento autorizzatorio dell’autorità comunale.
Specificamente, la legge dispone che l’apertura e il trasferimento di sede degli
esercizi ricettivi (alberghi, residenze turistico alberghiere, case e appartamenti per
vacanze, campeggi, villaggi turistici, ecc.) sono soggette ad autorizzazione del
Sindaco del luogo. Insieme alla prestazione del servizio ricettivo, l’autorizzazione
abilita a somministrare alimenti e bevande alle persone alloggiate ed ai loro ospiti,
oltre che a coloro che sono ospitati nella struttura ricettiva in occasione di eventi
quali manifestazioni e convegni organizzati, nonché a fornire alle persone alloggiate
piccoli beni di consumo quali giornali, riviste, cartoline, pellicole, ecc. Il rilascio
dell’autorizzazione consente anche l’installazione, ad uso esclusivo delle persone
ospitate, di attrezzature e strutture di carattere ricreativo. Nell’esercizio dell’attività
ricettiva debbono essere rispettate le norme, le prescrizioni e le autorizzazioni in
materia edilizia, urbanistica, igienico sanitaria, di pubblica sicurezza e di destinazione
d’uso di locali ed edifici. Le legge elenca inoltre le ipotesi di revoca
dell’autorizzazione. I criteri e le modalità di classificazione delle aziende alberghiere
sono definite dalla legislazione regionale.
2. Deposito in albergo. È il contratto di deposito riguardante gli oggetti portati dal
cliente in albergo (vestiario, valigie ecc.). L’albergatore è responsabile cc 1783 s di
ogni deterioramento, distruzione o sottrazione (incendi, furti, rapine ecc.), delle cose
portate dal cliente nel suo albergo, fino a un ammontare pari a cento volte il prezzo
giornaliero della stanza. La responsabilità dell’albergatore è invece illimitata (cioè
egli risponde dei danni senza limiti di importo) per le cose espressamente
consegnategli in custodia (denaro, gioielli, altri oggetti di valore). L’albergatore non è
comunque responsabile per deterioramenti, distruzioni o sottrazioni dovuti al
comportamento del cliente o delle persone che sono con lui, oppure a cause di forza
maggiore (ad es., a un allagamento provocato da un’alluvione), o alla natura della
cosa (ad es., quando si tratta di oggetti deteriorabili, come fiori o frutta).
Agriturismo. L 730 5/12/1985 Si definisce agriturismo l’uso delle aziende agricole
per l’ospitalità di turisti, con possibilità di praticare attività agricole. Perché
l’imprenditore agricolo rimanga tale (con tutti i vantaggi offerti dalla legge), nella sua
azienda la coltivazione del fondo, l’allevamento del bestiame e la silvicoltura devono
essere le attività prevalenti, mentre l’agriturismo deve essere solo un’attività
secondaria, svolta grazie a quella agricola. Anche questa attività è di competenza
delle Regioni, che devono stabilire i soggetti abilitati, i requisiti delle attrezzature da
utilizzare e degli immobili da adibire all’agriturismo. Per esercitare tale attività
occorre l’autorizzazione del sindaco del luogo dove l’azienda agricola ha la sede
legale.
LE IMPRESE TURISTCHE NEL SISTEMA
Le imprese turistiche si collocano all’interno di un sistema di cui rappresentano
l’offerta turistica, ma nella maggior parte dei casi esse costituiscono un supporto alla
fruizione delle attrattive del territorio, e non la motivazione prevalente del viaggio. Il
ruolo più o meno forte delle caratteristiche delle imprese turistiche (per esempio
prezzo e qualità) nel determinare la scelta d’acquisto e il recarsi in una località
piuttosto che in un’altra dipende però dalle motivazioni del consumatore: è la
domanda perciò l’elemento centrale del sistema. A competere tra loro, insomma,
sono generalmente i prodotti turistici globali.
Ad esempio, nel caso delle motivazioni di viaggio culturale, l’unicità delle risorse di
determinate aree (città d’arte, ecc.) le rende attrattive anche a prescindere dal livello e
dal prezzo di alcuni servizi. Si tratta in questo caso di aree che hanno un carattere di
”insostituibilità”, cioè una specializzazione così forte nell’ambito competitivo da
rendere quasi ininfluente nella scelta della destinazione la valutazione del prezzo
della ricettività o della ristorazione o dei trasporti. In altri termini “il vantaggio
competitivo sta non nel costo ma nella specializzazione”.
Lo stesso può accadere nell’ambito delle motivazioni religiose, del bisogno di alcune
cure specifiche, di alcuni eventi, ecc. Laddove la motivazione sia più generica, come
nel caso di un bisogno di vacanza o di relax, la variabile prezzo dei servizi o altre
caratteristiche assume un valore diverso. Infatti possono esserci più possibilità di
soddisfazione delle esigenze di viaggio con prodotti sostituibili (es. Ibiza o Rodi).
Tuttavia, la presenza di imprese che garantiscano la possibilità di fruizione (tramite
manutenzione, sicurezza, accesso, informazione, in primis) delle risorse è
irrinunciabile e contribuisce essa stessa alla valorizzazione del territorio.
Altro elemento da considerare è la pluralità di usi a cui alcuni servizi adempiono:
molti servizi (si pensi all’esempio più semplice, la ristorazione, ma anche ai trasporti,
all’attività di guida nei musei, varie modalità di intrattenimento e sport, ecc.) sono
indirizzati sia ai turisti che ai residenti nella località e nelle aree limitrofe o agli altri
utilizzatori di essa. Rivolti sia ai turisti che ai residenti sono soprattutto i beni e
servizi di norma gestiti o tutelati dall'ente pubblico (si pensi al patrimonio
ambientale, ma anche al verde pubblico, ai servizi pubblici, ecc.), beni e servizi che,
anche senza turismo, dovrebbero comunque essere garantiti alla popolazione locale.
Se così fosse, allora anche l'aiuto o il contributo dato all'amministrazione pubblica
per la tutela del paesaggio, dei corsi d'acqua, del verde pubblico, per il recupero di
beni artistici e culturali dovrebbe essere considerato un aiuto che falsa la
concorrenza, quando invece garantisce livelli di vita e salvaguardia del territorio e
della cultura locali oggi indispensabili per la sopravvivenza di molti comuni.
Le imprese sono viste come partecipi al sistema turistico con una produzione
specializzata e come puntualizzato sempre nella letteratura, ogni produzione turistica
si integra con le altre e con il contesto ambientale, e quindi il prodotto dell'impresa
contiene:
° elementi realizzati direttamente (es. il pasto);
° elementi appartenenti all’ambiente: sia beni e servizi realizzati da altre imprese
(inseriti nel prodotto con forme di collaborazione o di “vicinanza”), sia risorse e
infrastrutture legate all’ambiente circostante (es. la vicinanza ad una celebre piazza).
Questi possono essere controllati in maniera più o meno forte;
°una parte importante di informazione (anche questa in parte gestita dall’azienda, in
parte esterna e talora involontaria e non controllata). L’informazione permette infatti
al turista di “creare” il prodotto.
Non tutte le imprese turistiche sono influenzate allo stesso modo dai fattori
ambientali e di sistema locale. Si pensi ai tour operator che svolgono funzioni
outgoing, che sono ovviamente condizionati dalla presenza della domanda (e si
collocano di conseguenza nei bacini d’origine) ma non dalle risorse locali, ecc. Anzi,
proprio perché il tour operator agisce direttamente sui bacini di origine della
domanda, ha più potere in qualità di influenzatore, di motivazioni e soprattutto di
destinazioni.
Il rapporto tra prodotto globale e prodotto specifico della singola impresa
Per meglio capire in quale misura si differenzia l’impresa turistica dalle altre
tipologie di imprese, e quindi quali conseguenze possono registrarsi in termini di
capacità competitiva, è necessario analizzare il rapporto tra prodotto globale e
prodotto specifico, della singola impresa.
Ogni azienda turistica risponde con una produzione specializzata (ristorazione,
accoglienza, assistenza, trasporto) - inserita nel sistema d’offerta - alla domanda
generale del consumatore. Il prodotto tipico di una categoria d’azienda è quindi quel
sottoinsieme di prodotto globale offerto e organizzato da un soggetto strategico. Gli
elementi offerti però possono distinguersi per ricchezza delle componenti, cioè avere
un’estensione e composizione particolare, a partire dal nucleo caratterizzante.
L’estensione è in genere, nelle aziende turistiche, costituta non solo da altri elementi
prodotti, ma dal controllo sull’ambiente, che si può realizzare tramite controllo di
risorse non riproducibili (le concessioni sulle spiagge), la collaborazione con altre
aziende, l’informazione, ecc.
Il prodotto può allargarsi in quanto l’impresa estende il range di servizi di sua diretta
produzione, oppure si organizza per garantire quei servizi acquisendoli dall’esterno
con varie modalità. Entro il suo sistema, l’impresa può assumere il ruolo di pivot,
ossia fungere da attrattore attorno a cui si coordina l’offerta degli altri servizi e fattori
di attrattiva, svolgere un ruolo complementare, oppure partecipare in modo paritario a
progetti articolati (o meno), servendosi di associazioni, catene di marchio, ecc.
Gli elementi che condizionano la competitività delle imprese turistiche
Avendo analizzato il sistema turistico, definito il prodotto turistico globale, la
domanda, è necessario approfondire le caratteristiche delle imprese turistiche. Il
turismo si configura inoltre come un servizio, con alcune ulteriori specificità:
• le specificità delle imprese turistiche di servizio rispetto a quelle manifatturiere;
• gli elementi interni all'impresa che ne possono condizionare la competitività, dalle
risorse umane alla scelta dei servizi fondamentali da quelli accessori;
• gli elementi esterni all'impresa che ne possono condizionare la competitività, in
particolare la collocazione in una determinata destinazione e in un determinato
sistema locale di offerta.
Infatti la specificità delle imprese turistiche non è solo quella delle imprese di servizi
ma è legata alla loro collocazione sul territorio e alla prossimità con fattori di
attrattiva specifici e con gli altri attori del sistema che contribuiscono alla creazione
del prodotto turistico globale.
La competitività: definizioni e strategie
Intendiamo qui per competitività la capacità delle imprese di porsi efficacemente sul
mercato, riuscendo a soddisfare le esigenze dei consumatori e guadagnandosene le
preferenze, agendo però anche in ottica di una gestione efficiente e sostenibile nel
medio/lungo periodo. Ci rifacciamo per precisione al concetto di strategia
competitiva elaborato da Porter, che la descrive come: “taking offensive or defensive
actions to create a defendable position in a industry, to cope succesfully with the
competitive forces and therby yield a superior return on investiment for the firm“
(Porter, 1980).
Per analizzare la competitività quindi dobbiamo tenere in conto (sia come manager
che come ricercatori) una serie di fattori, che sono:
- interni alle imprese e all’unità produttiva: a questo proposito, in letteratura sono
considerate fondamentali le risorse e le competenze delle aziende. Per quanto
riguarda il settore turistico, autori quali Grant, Berney, Amit e Schoemaker,
segnalano:
- strutture, impianti e attrezzature;
- ubicazione e fattori di attrattiva;
- risorse umane;
- risorse organizzative, manageriali, tecnologiche;
- risorse di relazione, informazione, comunicazione;
- immagine, reputazione marchi;
- esterni, che riguardano l’ambiente competitivo in cui si pongono le imprese.
Secondo le dottrine di Porter e le successive elaborazioni, particolarmente
interessanti per il settore turistico, gli attori da considerare sono non solo i
concorrenti diretti (che cioè offrono un prodotto considerato simile dagli utilizzatori),
ma anche imprese che offrono servizi sostitutivi, dai potenziali entranti, dai fornitori
e dai clienti (operatori rispettivamente a valle e a monte nella filiera produttiva),
fornitori di servizi complementari (la ristorazione rispetto alla ricettività, l’affitto di
attrezzature o la scuola di sci rispetto agli impianti di risalita) e “regolatori” (enti
pubblici, per esempio), fino alla domanda, di cui ricordiamo comunque la variabilità
(nel tempo, per esempio) e la varietà (diverse caratteristiche e comportamenti
d’acquisto, diverse motivazioni, ecc.).
Le principali tipologie di imprese turistiche
Nel settore turistico sono presenti una varietà di imprese, con caratteristiche diverse e
ruoli diversi nel sistema. Per ognuna di queste sono diversi gli elementi che
condizionano la competitività, come si è detto. Tipologie di impresa simili, inoltre,
possono avere forme d’offerta diverse.
Per quanto riguarda i grandi gruppi di imprese turistiche, possiamo citare alcuni
esempi significativi, partendo dalle più classiche classificazioni e arrivando poi alla
sintesi dei fattori che ne condizionano la competitività, in assoluto e nel sistema (a
seconda della destinazione, come visto precedentemente).
Le imprese ricettive
All’interno di questo grande gruppo inseriamo sia le imprese alberghiere che quelle
extralberghiere, purché offrano effettivamente prodotti che entrano nel mercato in
maniera trasparente: sono quindi escluse le forme di ricettività privata che, come
abbiamo detto, caratterizzano molte località.
Le imprese ricettive rappresentano classicamente dei servizi fondamentali alla attività
turistica, e rappresentano tradizionalmente l’attività più tipicamente turistica, rivolta
cioè in maniera quasi esclusiva ad ospiti e viaggiatori. Altrettanto tradizionale è la
definizione però di tale attività come complementare, di supporto alla fruizione di
determinate risorse, e quindi come elementi che non influiscono sulla motivazione e
sulla decisone di viaggiare o di scegliere, per esempio, un paese piuttosto di un altro.
Tuttavia, la disponibilità di posti letto (ad un prezzo considerato equo) è la
condizione di base perché il fenomeno turistico abbia luogo. D’altra parte, oggi, si
tende a dare anche alle imprese ricettive lo “status” di fattori di attrattiva, in quanto
attori forti del sistema locale di offerta turistica. In particolare, alcune di esse non si
limitano ad offrire posti letto, ma includono nel loro prodotto direttamente degli
elementi caratterizzanti (spesso derivanti dal territorio) tanto che esso diventa più
completo e complesso e più distinguibile: si pensi agli alberghi termali, a quelli
congressuali, a quelli con servizi sportivi. In alcuni casi (come i villaggi turistici, i
resorts in paesi in via di sviluppo) è l'unico modo per fruire di determinate risorse.
Le imprese alberghiere presentano forme di offerta di tipo molto diverso, che vanno
dalla piccola impresa familiare “singleunit”, cioè con una sola unità produttiva, alla
impresa multiunit monolocalizzata o plurilocalizzata (il caso delle catene
alberghiere), ad aggregazioni e gruppi. Le situazioni competitive di ciascuna di
queste forme di offerta sono molto differenziate, perché in alcuni casi sono
strettamente legate alla destinazione in cui sono localizzate, in altri casi no.
Le imprese extralberghiere sono tipiche di alcune località e assumono forme diverse;
spesso hanno un rapporto molto forte con l’ambiente (soprattutto naturale), come i
camping o alcuni villaggi-resort. In alcuni casi, delle grandi strutture (definibili in
certi casi extralberghiere, in altri alberghiere) costituiscono una destinazione in sé:
ma questo avviene solo se le dimensioni, l’organizzazione, il rapporto con l’ambiente
sono tali da far giocare il ruolo di pivot sugli altri attori sulle risorse e sugli altri
attori.
Gli elementi che condizionano la competitività delle imprese ricettive sono, oltre agli
ovvi elementi del prezzo/costo e del suo rapporto con la qualità:
- la localizzazione rispetto alle risorse primarie (mare, sito archeologico, centro città);
- la localizzazione rispetto ai servizi di accessibilità o altri servizi;
- le caratteristiche delle risorse umane e della capacità di contatto con il cliente;
- il legame con altri servizi (transfer, ecc.);
- il legame con l’intermediazione.
Il trasporto di persone
L’attività di trasporto si configura come fondamentale per l’essenza stessa del
turismo; essa ha un ruolo di estremo rilievo nel sistema turistico e presenta una serie
di caratteristiche particolari:
- la distinzione fondamentale tra infrastrutture, che condizionano l’attività turistica, e
servizi di trasporto;
- i diversi livelli di funzione di queste attività: essi servono infatti a garantire
l’accessibilità alla destinazione, la mobilità in essa; esiste poi la gestione
dell’intermodalità;
- la commistione di usi: raramente i servizi e le infrastrutture di trasporto sono
dedicate ai turisti ma in molti casi sono ad uso promiscuo, servendo diverse categorie
di utenti e in molti casi l’utenza turistica viene vista come secondaria nella strategia
d’offerta. Riservate ai turisti sono alcune attività come quelle definibili “charter”, di
trasporto su bus o su aeromobile, o servizi navetta o di trasporto interno ad alcune
imprese turistiche di altro tipo (ad esempio le navi da crociera);
- il carattere di azienda pubblica o partecipazione pubblica e con caratteristiche di
monopolio in molti casi, con utilizzo di prezzi e tariffe non determinate dal mercato
ma dalla funzione di servizio pubblico. E’ tale funzione a determinare anche il
prodotto offerto (ad esempio il numero di corse, il tragitto) in un’ottica di consenso in
molti casi locale;
- la rilevanza degli investimenti fissi e la conseguente necessità di risorse finanziarie
delle imprese e la già nota impossibilità da parte delle aziende di adottare una politica
di scorte.
L’ambito competitivo delle aziende di trasporto è quindi assai particolare, anche
perché in molti casi la competizione si gioca su mezzi diversi: auto privata versus
treno o bus, treno vs aereo, taxi vs metropolitana, ecc. Una vera e propria
competizione si può definire solo tra aziende di trasporto private con servizi dedicati
al turismo come quelle che abbiamo definito prima. La stretta connessione tra località
e trasporto rende quindi fortemente interrelata l’azione nel sistema e rende cruciale la
presenza di sevizi e infrastrutture per lo sviluppo di tutti i settori economici; dalle
ricerche svolte (ad esempio lo studio CNR finalizzato ai trasporti, 1995-96) emerge
però che i trasporti e l’accessibilità sono caratteristiche necessarie e non sufficienti a
garantire la competitività di un’area.
La competitività quindi può essere assicurata da una serie di elementi, di cui molti
esterni alla singola impresa e in molti casi legati però all'equilibrio tra core e servizi
accessori:
- località servite;
- orari e tempi di percorrenza;
- prezzo;
- specializzazione e qualità (confort, ecc., disponibilità di alcuni servizi (es. trasporto
auto per le isole).
In realtà, date le caratterizzazioni già esposte sulla domanda, la prima scelta deve
avvenire tra mezzi, ed è giocata secondo la sensibilità al tempo e ai prezzi, data come
fissa la destinazione; la seconda tra diversi mezzi dello stesso tipo, scelta che però
non può essere sempre effettuata.
In realtà, la considerazione che qui può essere fatta è che maggiore o minore,
l'adeguatezza di uno di questi servizi (o il prezzo, ecc.) può contribuire alla scelta di
una località piuttosto che un'altra, all'interno di uno stesso stato o a livello
internazionale.
Nel caso dei rapporti tra stati, si può affermare che possono essere rilevanti le
politiche che interessano le imprese che operano internazionalmente (vettori aerei
soprattutto), e che si esprimono non tanto negli aiuti economici quanto in altri tipi di
regolamentazioni (libertà dei cieli, concessione di slot, ecc.).
Le imprese di ristorazione
Queste rappresentano un servizio complementare di base nel sistema turistico,
offrono il servizio di ristoro fuori da casa, e sono rivolte sia ai residenti che ai turisti.
La distinzione è possibile solo definendo la collocazione di alcune imprese (aree o
località frequentate da turisti). In alcuni casi, il ristorante in sé diventa meta di
spostamenti e uscite (serali, domenicali), assolvendo una funzione diversa (a seconda
appunto delle occasioni d’uso) rispetto a quella basilare.
Le imprese di ristorazione, tradizionalmente condotte a livello familiare, hanno subito
una evoluzione piuttosto rapida negli ultimi anni, adattandosi ai ritmi di vita e lavoro
e ai nuovi gusti, ed hanno visto affermarsi le catene multinazionali, che in molti casi
offrono un prodotto standardizzato in buona parte consumato da turisti. Le evoluzioni
possibili prevedono da un lato una attenzione maggiore all’adeguamento alle
normative (HACCP, per esempio) e dall’altro il recupero delle tradizioni locali.
All'interno di una destinazione in alcuni casi si può affermare che esista una
concorrenza perfetta, che viene a decadere in alcuni casi per i seguenti fattori che ne
possono condizionare la competitività:
- localizzazione all’interno della località;
- rapporto prezzo/qualità;
- caratterizzazione del prodotto (tipicità) e del servizio (rapidità);
- marchio;
- rapporti con i fornitori e con il sistema agroalimentare locale.
Sono cioè elementi che in termini porteriani derivano dall’elemento costo e
specializzazione. Come si nota, alcuni elementi possono essere considerati esterni ed
altri interni. Data comunque la caratteristica di servizio complementare, non è
pensabile che lo sviluppo delle imprese di ristorazione singole possa condizionare gli
scambi tra paesi.
Le imprese termali
Il prodotto terme è uno dei più complessi, a causa di una serie di fattori:
- la sua basilare connessione con le risorse del territorio, e quindi la non trasferibilità;
- il suo forte orientamento alla cura e alla salute come elemento che accompagna il
turismo, con delle specializzazioni a seconda dei benefici fisici promessi;
- la caratterizzazione della domanda come “di prossimità” in molti casi (in Italia, per
esempio, tra le molte località termali solo due – Ischia e Terme Euganee – possono
contare su un mercato a dominanza internazionale, oppure Vichy in Francia);
- la caratteristica spesso pubblica della risorsa, gestita unitariamente, ma con varie
differenze tra località e località e una gestione non imprenditoriale;
- l’evoluzione in corso verso una specializzazione che riguarda la bellezza e il fitness
e l’inizio di un superamento della connessione con la risorsa locale;
- l’emergere di nuove forme (talassoterapia), legata anche l’iniziativa di privati, in
alberghi che accrescono il range dei servizi offerti.
Ne deriva una situazione in cui la concorrenza si gioca tra strutture ricettive o di
servizi di una stessa località; che, data la specificità della risorsa e della cura, presenta
alcune caratteristiche di monopolio o almeno di monopolio territoriale. Gli
stabilimenti termali sono però da considerarsi strutture da sostenere, sia per
l’importanza curativa che storica e di valorizzazione delle risorse.
L’evoluzione attuale mostra invece una riduzione a meccanismi competitivi delle
imprese private. Il servizio termale viene fornito in molti casi da imprese alberghiere,
che aggiungono al range dei loro prodotti core dei servizi periferici, che però
diventano tali da costituire il vero fattore di attrattiva.
I parchi a tema e i “luoghi di ricreazione urbana e extraurbana”
E’ un prodotto turistico di nascita relativamente recente, che assume però notevole
rilevanza, anche dato il numero di visitatori in molti casi superiore a quello di beni
culturali, ecc.
Inseriamo in questa grande categoria dei gruppi che trattiamo in modo diverso:
- parchi di divertimento fissi;
- zoo, acquari, parchi tematici;
- sale da ballo, discoteche, sale da concerti;
- palazzetti dello sport, stadi (utilizzati soprattutto da chi pratica sport agonistico e,
se presenti in alcune località turistiche, anche dalle squadre in ritiro);
- luoghi di relax e sport (parchi urbani, campi da golf, tennis club, piscine, ecc.);
- contenitori di mostre ed esposizioni.
Si tratta di gruppi di servizi gestiti da imprese private profit e non profit o da aziende
pubbliche e miste, che rispondono a bisogni diversi. Li possiamo distinguere in:
- servizi pensati per i residenti o comunque “per la comunità locale” (per
aumentarne la qualità della vita, ecc.). In alcuni casi però servono come attrattiva
supplementare per i turisti, o possono costituire essi stessi delle attrattive (per
esempio per le aree circostanti). E’ il caso degli impianti sportivi, di locali da ballo,
ecc.;
- servizi pensati (come le discoteche, gli aquapark o altro) per arricchire il
prodotto di località turistiche esistenti;
- servizi destinati ad essere attrattiva in sé e quindi ad attirare turisti
autonomamente (anche se collocati di solito nei pressi di bacini turistici già
strutturati: si pensi ai parchi tematici, agli acquari, ecc.);
La stessa tipologia di impresa può rispondere a bisogni diversi, sia dei consumatori
finali che del territorio in sé (ringiovanimento del prodotto, ecc.). Ognuno di questi
servizi si colloca quindi in un ambiente competitivo complesso, e deve interrelarsi
con gli altri elementi del sistema, sia turistico che urbano.
La competitività si gioca perciò in molti casi all’interno di un sistema locale di
offerta: la presenza di uno di questi servizi è utile ad aumentare la competitività del
sistema, e d’altro lato solo la presenza di un adeguato bacino di utenza locale può
consentire il successo dell’azienda.
Solo nel caso di grandi strutture come i mega parchi a tema o di alcune strutture
particolari si può parlare di un diverso ambiente competitivo, in cui agisce
effettivamente la concorrenza diretta anche al di fuori dei confini nazionali. Ciò però
può accadere solo se il prodotto presenta delle caratteristiche di unicità tali (forza del
marchio, attrazioni e divertimenti offerti) da poter competere anche fuori dal suo
sistema. Per di più, questi “resort” si configurano come sotto il controllo di un’unica
impresa e quindi non vincolati alle azioni di altri attori esterni.
In realtà, ad una analisi più realistica, appare che anche queste grandi strutture si
collocano all’interno di sistemi turistici definiti (Disneyland Paris presso Parigi,
Gardaland nei pressi del lago di Garda) con bacini di utenza sia internazionali (attratti
anche dalle altre risorse territoriali) che locali. Infine, è opportuno ricordare anche la
presenza di grandi centri commerciali (outlet) che possono servire sia per i residenti
che come attrattori e destinazioni “in sé”.
Le imprese “di funzione”: impianti di risalita, porti turistici, ecc.
Chiamiamo in questo modo una serie di aziende - spesso a componente pubblica –
che creano infrastrutture o gestiscono servizi che permettono la fruizione di
determinate risorse ad un determinato gruppo di utenti, per una determinata funzione.
Tra queste, ricordiamo soprattutto le aziende che gestiscono impianti di risalita, i
porti turistici o nautici, le teleferiche, ecc.
Anche se possiedono alcune caratteristiche tecniche che le fanno assomigliare ad
aziende di trasporti, queste assolvono essenzialmente a una funzione di
valorizzazione/accessibilità turistica e ricreativa, legata alla possibilità di praticare un
certo sport, o di svolgere determinate attività. Sono fortemente legate al territorio, che
ne costituisce la condizione per l’esistenza, e la loro esistenza definisce la funzione e
l’utilizzo di un determinato luogo. La costruzione di determinate infrastrutture è
peraltro fortemente vincolata da norme e valutazioni (impatto ambientale, ecc.).
E’ ovvio che la presenza di iniziative di questo genere potenzialmente è in grado di
trasformare una risorsa “indifferenziata” in un fattore di attrattiva, che si inserisce in
maniera decisa nel sistema di offerta turistica e può arricchire ma anche far nascere
dei prodotti specifici, anche esclusivi e dotati di un posizionamento competitivo forte.
Tuttavia, le imprese che costruiscono e gestiscono tali impianti devono valutare
alcuni elementi per la loro competitività:
- il bacino di utenza in cui sono inseriti, sia dal punto di vista quantitativo che
qualitativo: in molti casi gli impianti hanno utilizzatori locali, che sfruttano alcuni
servizi (rimessaggio e “parcheggio” nei porti), oltre che da turisti (ad esempio, nel
caso dei porti e approdi della provincia di Ferrara, un solo porto - Marina degli
Estensi -, con 350 posti barca, garantisce il 5% ai diportisti transitori, mentre gli altri
posti sono riservati ai diportisti stanziali, nel porto di Coro, i 110 posti barca sono
riservati agli stanziali, a Porto Garibaldi, 2 posti riservati al transito e 68 agli
stanziali, nel Porto Canale su 120 posti solo una minima parte è riservata a diportisti
occasionali);
- il grado di differenziazione e di specificità offerto, sia controllabile dall’interno
(qualità dei servizi, sicurezza, ecc.) che all'esterno (paesaggio, clima, ecc.);
- la presenza di una rete di servizi locali complementari in loco: ricettività,
ristorazione;
- l’intermodalità possibile;
- la presenza di una rete di servizi analoghi nelle aree vicine: si pensi ai
comprensori sciistici collegati tra di loro, alla necessità della presenza di porti
turistici a breve distanza l’uno dall’altro per permettere l’effettuazione di brevi
distanze (40/50 km), ecc.
Si tratta di tipologie di imprese che devono sostenere ingenti costi fissi e che devono
tra l’altro essere costantemente aggiornate dal punto di vista dell’innovazione e della
sicurezza. Il prezzo gioca un ruolo importante nell’ambito di certi bacini e a parità di
condizioni qualitative (soprattutto esterne: fascino della stazione, accessibilità ecc.).
Tali impianti sono in grado di indirizzare una destinazione verso un particolare
prodotto, ma non ne garantiscono da soli il successo.
La crocieristica
Pur traendo origine da servizi di trasporto, la crocieristica oggi si propone come
fornitrici di servizio turistico, individuando come propri concorrenti i villaggi turistici
o i tour organizzati, pur non essendo – se non come collegamento con l’home port –
stabilita su un territorio particolare. La collocazione dell’impresa crocieristica nel
sistema è infatti particolare, anche se non priva di rilevanza.
I fattori che determinano la competitività di un prodotto crocieristico, sono:
- località di imbarco e sbarco (appeal della località e servizi di accessibilità e
intermodalità);
- itinerario e possibilità di visita;
- qualità dei servizi e dell’imbarcazione e marchio;
- costi del personale e del carburante.
Nel quadro attuale di internazionalizzazione di queste imprese, si può certamente
affermare che esse siano in concorrenza diretta le une con le altre in ambito europeo.
Il rapporto con le località di sbarco/imbarco e di sosta è comunque a doppio senso, in
quanto i porti vengono scelti dall’impresa crocieristica in base al loro appeal e ai loro
servizi, e comunque le località interessate vengono beneficiate dai flussi di visitatori
provenienti dalle navi: quindi il rapporto con i sistemi locali di offerta è piuttosto
forte, anche se il trasporto si svolge lontano da essi.
Leggermente diverso può apparire, per le forti specificità territoriali, il prodotto
“crociera fluviale”, con le sue varie specificità a seconda dei paesi (charteraggio di
house boat, “burchielli”, ecc.), prodotto che permette un avvicinamento (talora a
basso impatto) con le risorse diffuse.
Le imprese di intermediazione
Intendiamo raggruppare con questo termine una serie di imprese che possono essere
accomunate dalla funzione di assemblaggio, distribuzione e vendita di servizi, che
possono essere ulteriormente distinte in:
- imprese di intermediazione pura ( agenzie di viaggio);
- imprese che gestiscono reti di prenotazione;
- imprese di produzione di pacchetti turistici, talvolta con servizi incoming, (e legati
al territorio) talvolta outgoing (riferiti a luoghi lontani da quello di localizzazione
dell'azienda).
A differenza delle altre tipologie di imprese turistiche, queste svolgono attività in
molti casi non dipendenti dalla loro localizzazione territoriale (che in molti casi,
come per i sistemi di prenotazione, assume sempre più carattere "virtuale"), bensì di
quella dei fornitori (locali solo in caso di incoming). In realtà, ciò che può in maniera
maggiore condizionare le imprese di intermediazione pura è il contatto/vicinanza con
il cliente finale (o con le aziende), cioè la collocazione in determinati bacini di
utenza. Si può comunque affermare che questo tipo di imprese siano, nel settore, tra
quelli maggiormente assimilabili agli altri fornitori di servizi.
Imprese relative alla gestione e ospitalità di eventi aggregativi (il settore
congressuale)
Anche nel settore definito degli eventi aggregativi o più semplicemente dei congressi
(ma ricordiamo anche la presenza di fiere, ecc.) esistono diversi tipi di imprese con
caratteri molto diversi.
Le prime sono le imprese di organizzazione e intermediazione (Professional Congress
Organisers, ecc.), che offrono servizi assimilabili all’intermediazione turistica,
dovendo mantenere contatti sia con clienti che con fornitori, ma la loro attività si
configura come un servizio puro, non necessariamente legato al territorio.
Più complessa la questione degli spazi per congressi ed eventi aggregativi, che
possiamo distinguere in tre grandi categorie:
- spazi dedicati, anche di grandi dimensioni (palazzi dei Congressi), gestiti da
imprese che hanno come scopo la maggior saturazione possibile della capacità. In
questo caso gli investimenti iniziali sono molto forti, e sono spesso affrontati da
aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, che hanno tra i loro scopi anche il
lancio o il rilancio di una destinazione, la destagionalizzazione, la proposta insomma
di un nuovo prodotto (centri congressi in località termali, lacuali o balneari, ecc.). In
altri casi la struttura risponde alle caratteristiche di un centro urbano che presenta
funzioni economiche, scientifiche o politiche molto consistenti (capitali, ecc.).
Generalmente l’offerta di grandi spazi dedicati è unica o molto limitata per ogni
località, cosicché la concorrenza si gioca all’esterno. In questo caso, la presenza di
uno spazio adeguato può fungere da attrattore per determinati convegni od eventi a
grande partecipazione. La concorrenza, nel caso di questi eventi, si gioca
generalmente a livello internazionale, soprattutto se si tratta di convegni scientifici, di
meeting tematici, ecc. Nel caso di convention politiche o commerciali invece la
competizione resta spesso nei confini nazionali. La presenza quindi di strutture
idonee può permettere la scelta di una destinazione piuttosto che di un’altra per un
evento importante, ma non è l’unico fattore;
- spazi in strutture alberghiere (che possono offrire il servizio di ricettività,
ristorazione, ecc.). Alcuni alberghi si sono specializzati nel business dei convegni,
offrendo sia sale che i servizi tradizionali. Ciò significa che si pongono su almeno
due ambiti competitivi: quello tradizionale ricettivo e quello di eventi, cercando
quindi di attuare una strategia di differenziazione tra gli alberghi di una stessa
località, o anche di focus (riuscendo a offrire i servizi complementari a minor
prezzo). In genere in una destinazione sono presenti alcuni alberghi specializzati in
questi servizi, che quindi competono tra di loro. I più “forti” possono entrare invece
nel prodotto complessivo della località e contribuire a farla scegliere dagli
organizzatori dell’evento come sede.
- spazi di minori dimensioni, non dedicati, e che spesso adempiono ad altre
funzioni (teatri, cinema, sale interne): in questo caso il core dell’impresa non può
essere considerato quello del servizio congressuale. Per sale di carattere non specifico
e presenti in numero abbastanza elevato in ogni località, la concorrenza è quella tra
imprese, con un riferimento specifico alla location.
La competitività nel settore si gioca quindi non solo tra strutture all’interno di una
località ma tra destinazioni. La scelta infatti di una località per un evento dipende:
- dalle caratteristiche del committente e dalle caratteristiche degli utilizzatori
(convention politica, scientifica, ecc.; durata dell’evento, ecc.). In molti casi gli
eventi sono nazionali, e di piccole dimensioni; gli eventi internazionali invece
possono richiedere diversa visibilità, ecc.
- opportunità “politiche” e di immagine;
- legame con le attività del territorio;
- servizi ricettivi presenti nella località e loro caratteristiche;
- accessibilità e servizi di trasporto in loco;
- presenza di spazi adeguati;
- attrattive locali (ambiente, cultura, shopping);
- presenza di servizi accessori (traduzioni, hostess);
- sicurezza;
- prezzi della struttura, della ricettività, ecc.
E’ evidente come il comparto di tali imprese sia fortemente legato agli altri del
turismo, anche se il ruolo dei palazzi dei congressi può essere cruciale nell’attrarre
gruppi anche a livello internazionale.
Altre imprese
Esistono poi tutta una serie di altre possibili aziende operanti nel campo del turismo,
e sempre facenti parte del sistema turistico, con specificità derivanti in parte
dall'essere servizi misti e in parte dall'essere di tipo pubblico e non sottoposte al
mercato.
Rientrano ad esempio tra queste le aziende di servizi di comunicazione e
“promozione”, le imprese di servizi vari (guide, animazione), gli stessi centri
commerciali (che attirano turisti per lo shopping), i servizi di gestione dei beni
culturali e ambientali o di singole attrattive. Sebbene possa essere importante
esaminarne le caratteristiche, gli autori ritengono che gli esempi fatti
precedentemente possano ritenersi esaustivi nella definizione di un quadro di
riferimento relativo all'impresa turistica e alla competitività.
Il settore ricettivo
L'offerta del prodotto alberghiero si concretizza con il funzionamento di uno o più
stabilimenti di produzione (gli alberghi). La struttura si caratterizza per la rigidità dei
fattori produttivi, non trasferibili nel tempo e nello spazio (un albergo localizzato a
Crans Montana non può essere trasferito a Courchevel perché l'interesse della
domanda si sposta dalla Svizzera alla Francia, mentre invece un'impresa
manifatturiera può decidere di spostare un prodotto da un mercato all'altro), e il
prodotto alberghiero si ottiene in una situazione di "congiunzione spazio-temporale
della produzione e del consumo" (Rullani, 1988). Inoltre, per trasformarsi in ricavo,
l’offerta alberghiera deve essere combinata con consumatori disponibili all'utilizzo
simultaneamente al processo produttivo. Nel caso di una incompleta utilizzazione
delle unità di servizio (le camere d'albergo), "si determina una dispersione delle
risorse economiche in quanto a fronte dei costi dei fattori rigidi non corrispondono i
ricavi specifici delle utilizzazioni mancate" (Metallo, 1984). Nell'impresa ricettiva
non esiste il magazzino: ovvero, le camere che non vengono vendute, non possono
essere messe sul mercato il giorno successivo. Differentemente, la camicia non
venduta oggi da un negozio di abbigliamento può tranquillamente essere venduta il
giorno successivo. La differenza è sostanziale: mentre l'invenduto nell'impresa
ricettiva corrisponde ad una perdita, nell'impresa manifatturiera l'invenduto si
trasforma in costi magazzino e scorte riutilizzabili successivamente.
La simultaneità del consumo e erogazione del servizio implica che, le strutture fisse
del prodotto alberghiero disponibili in precedenza (come per gli impianti di risalita)
costituiscono una parte soltanto dell'offerta e non sono significative fino a quando
non costituiscono una componente dell'esperienza di consumo del prodotto
alberghiero da parte del singolo consumatore (ovvero, il prodotto alberghiero non
esiste fino a quando non esiste il consumatore presso la struttura ricettiva).
Inoltre, come già visto precedentemente, diversi sono gli elementi che caratterizzano
internamente, direttamente e indirettamente la produzione alberghiera, e ne
determinano quindi la capacità competitiva. La "rigidità" dell'offerta, si manifesta con
intensità diversa secondo l'orizzonte temporale assunto. Nel breve termine la rigidità
è sicuramente molto elevata (a differenza delle imprese manifatturiere che possono
cambiare linee produttive con velocità, le strutture ricettive non possono investire in
ammodernamento nel breve termine o destinare gli impianti ad altro utilizzo): è
praticamente impossibile variare l'unità produttiva appena successivamente il
cambiamento nella domanda o per disponibilità di fattori produttivi. Con il variare
del tempo (prospettiva di medio-lungo termine), alcuni fattori fissi (il numero degli
addetti, la loro professionalità, l'arredamento delle camere, ecc.) possono essere
adeguati in aumento ma anche in diminuzione, seguendo linee di sviluppo strategico
di crescita quantitativa o di ridimensionamento.
Tale rigidità e l'impossibilità di immagazzinare il prodotto porta alla vendita anche
sottoprezzo del bene/servizio (vedasi la diffusione del fenomeno “last minute” sul
mercato europeo e americano). Mentre l'impresa manifatturiera può immagazzinare i
beni prodotti - pur sostenendo costi di magazzino -, l'impresa di servizi, nella
prospettiva di invenduto, può preferire la vendita a prezzo ridotto con due
conseguenze: la prima in termini di immagine (ridurre all'ultimo minuto i prezzi
dell'offerta potrebbe avere effetti sulla percezione che il consumatore ha dell'azienda
e creare insoddisfazione tra i clienti che hanno acquistato il bene a prezzo superiore),
la seconda in termini di redditività (le entrate si ridurrebbero e diminuirebbe di
conseguenza l'utile operativo).
Riassumendo quindi, gli elementi endogeni caratterizzanti la produzione alberghiera,
in parte già analizzati precedentemente, sono:
- l'output della produzione alberghiera se non viene erogato non può essere
immagazzinato;
- l'immobile che caratterizza lo stabilimento produttivo (l'edificio alberghiero) e gli
impianti che lo completano ai fini della produzione non possono essere modificati nel
breve andare;
- lo stabilimento (l'albergo) non può essere "legato" che a una determinata località e,
al suo interno, a una specifica posizione topografica;
- l'aspetto estetico e le dotazioni dell'albergo nelle diverse parti che lo compongono
costituiscono un elemento di importanza strategica nel soddisfare le esigenze degli
ospiti e conseguentemente nella sua capacità competitiva;
- per quanto riguarda le risorse umane, gli autori sottolineano che:
- le capacità e le competenze del personale - risorse invisibili - non sono soggette
a consumarsi con il loro impiego nel processo di produzione, bensì ad accrescersi via
via (Albertini, 1990). Queste risorse hanno un'importanza strategica quando
assicurano un vantaggio competitivo, ma la loro creazione e la loro accumulazione
non è semplice e richiede tempi lunghi. Si aggiunge inoltre, proprio per le
caratteristiche intrinseche della impresa turistico-alberghiera (lunghi orari di lavoro,
basse retribuzioni, ecc.), il rischio di "perdere" proprio il personale chiave
nell'organizzazione;
- la "quantità" delle risorse umane non può essere aumentata o ridotta entro certi
limiti;
- la qualità e gli skills che caratterizzano le risorse umane non possono essere
migliorati e amplianti se non con politiche del personale attraverso ricerche di nuove
risorse e formazione e addestramento di quelle esistenti;
- il personale di contatto, con il suo comportamento, può influire sulla qualità del
servizio erogato, ma non ha capacità e potere di modificare significativamente nel
breve termine il servizio erogato;
- lo stile di ospitalità adottato dal management alberghiero e applicato dal personale
di contatto, unitamente all'insieme delle facilities disponibili per gli ospiti,
determinano il grado di personalizzazione del servizio.
E' evidente quindi come "le imprese alberghiere si caratterizzano per un livello
elevato di costi fissi in relazione ai loro costi operativi complessivi; di conseguenza i
loro risultati economici si manifestano come molto variabili a causa del combinarsi
della rigidità della produzione con la fondamentale instabilità delle condizioni della
domanda" (Jones e Lockwood, 1989).
Gli impianti di risalita
La conclusione del paragrafo precedente può tranquillamente essere riportata al caso
degli impianti di risalita.
Gli impianti di risalita operano generalmente nelle zone di montagna, con funzione di
“trasporto persone”, prevalentemente a fini turistici, e in particolare per la pratica
degli sport invernali sulla neve. Esistono però casi di impianti a fune che allargano la
loro funzione collegando zone che altrimenti sarebbero isolate perché prive di
collegamenti stradali sostitutivi.
Di fatto, gli impianti di risalita costituiscono uno degli elementi più importanti
dell'offerta turistica delle destinazioni di montagna. Il loro valore nel processo di
consumo del turista del prodotto turistico globale si concretizza non in quanto "utilità
in sé", quanto piuttosto nella capacità di "permettere" l'utilizzo di risorse e fattori di
attrattiva (le piste da sci, le passeggiate, ecc.) altrimenti difficilmente raggiungibili e
utilizzabili. Il "limite" della funzione dell'impianto di risalita sta quindi nell'essere
uno strumento che "permette il raggiungimento di un fine o uno scopo" e non
nell'essere "il fine ultimo o scopo" dell'iniziativa o dell'azione intrapresa dal
consumatore turista o residente.
Rispetto alla struttura ricettiva, la rigidità dell'impianto di risalita è ancora più
evidente.
Mentre la struttura ricettiva può rivolgersi a diversi mercati che trovano nella
destinazione motivazioni diverse, l'impianto è utilizzato per motivazioni ben
circoscritte. Qualora venissero a mancare queste motivazioni (il desiderio di sciare su
determinate piste), l'impianto non potrà essere riconvertito o utilizzato per altri scopi.
Le stesse condizioni meteorologiche rappresentano un fattore ingestibile e
incontrollabile, che però influisce enormemente sull'utilizzo e redditività
dell'impianto.
Inoltre, proprio per la loro funzione di trasporto pubblico, gli impianti sono soggetti a
una normativa tecnica specifica al fine di garantire la sicurezza dei trasportati. Tale
normativa, incide sui costi di avvio e di gestione, quindi sulla rigidità dell’offerta.
Rispetto alle altre imprese di trasporto, per gli impianti di risalita il dimensionamento
è maggiore e i coefficienti di sicurezza applicati sono particolarmente cautelativi: i
controlli automatici sia elettrici che meccanici devono essere garantiti ed effettuati
con una frequenza molto alta, la manutenzione straordinaria è soggetta ad un preciso
programma predeterminato, devono essere fatti controlli periodici sullo stato delle
strutture e dei macchinari, prima di iniziare il servizio è necessario procedere con
verifiche, la vita stessa dell’impianto o di parti di esso è già determinata ed ha una
scadenza precisa, oltre la quale l’impianto deve essere sostituito, il personale addetto
al funzionamento degli impianti deve essere dotato di abilitazione, in caso di arresto
dell’impianto, l’impianto stesso deve essere predisposto e possedere dispositivi
aggiuntivi per il recupero dei viaggiatori in linea, pratica non facilmente risolvibile in
breve tempo. Come la sicurezza, anche la garanzia della regolarità dell’esercizio
incide in maniera indifferente sui costi di gestione degli impianti a fune. Di fatto gli
impianti si devono dotare di motori supplementari nel caso di guasto di quelli
principali, gruppi di alimentazione energetica alternativi, nonché di organico
sufficiente per prevedere le turnazioni e le sostituzioni. A questi si aggiungono gli
obblighi di carattere amministrativo e gestionale previsti per le aziende di trasporto
pubblico di persone in concessione, quali il controllo delle tariffe applicate, il rispetto
dei calendari e degli orari prefissati, la disponibilità di servizi e ricoveri per il
pubblico.
Ai costi di avviamento e gestione ordinaria e straordinaria degli impianti, che come si
è visto hanno una vita limitata nel tempo (a differenza, per esempio, di una struttura
ricettiva), gli impianti a fune devono aggiungere i costi di gestione delle piste da sci,
cui il trasporto è funzionale. L’allestimento e la gestione delle piste pone problemi di
investimento e rientrano nella normale gestione aziendale. E’ però doveroso ricordare
che, a parte la diversa pratica sportiva (sci da discesa piuttosto che carving, o
snowboard, o racchette da neve, ecc.), le piste da sci hanno una specifica funzione
d’uso che limita in modo ancora più evidente il range di possibili offerte che gli
impianti possono mettere sul mercato. Non solo, ma l’innevamento è diventato un
elemento di attrattiva fondamentale e imprescindibile per l’utilizzo degli impianti. Le
recenti mutazioni meteorologiche e la diminuzione delle precipitazioni nevose hanno
reso necessario l’adozione di sistemi di innevamento artificiale molto costosi e con
impatto ambientale abbastanza discusso. Gli investimenti per tali impianti possono
variare in base alla tecnologia utilizzata e alle condizioni ambientali, ma sono di
solito nell’ordine del 25-35% del costo dell’impianto di risalita che alimenta la pista.
I costi di gestione degli impianti di innevamento artificiale sono spesso a carico delle
società che gestiscono gli impianti. Il beneficio però che ne consegue, - l’arrivo di
turisti, che sciano, consumano cibi e bevande, pernottano in alberghi, fanno acquisti
nei negozi, ecc. – non ha ricadute esclusivamente sulla società degli impianti di
risalita, ma sull’intera destinazione e gli attori che ne fanno parte.
Negli ultimi anni gli impianti di innevamento artificiale si sono resi indispensabili per
poter “salvare” stagioni che altrimenti avrebbero chiuso in passivo per l’intera
destinazione. Se gli impianti di innevamento svolgono anche una funzione di
“ammortizzatore sociale”, la presenza di impianti di risalita in una destinazione è un
fattore determinante non la competitività di una destinazione, ma la sua presenza e
sopravvivenza sul mercato.
La presenza di una rete di impianti di risalita che sia sicura, confortevole ed
efficiente, sicuramente aumenta la visibilità e accresce la percezione positiva che il
consumatore ha della destinazione, sia in estate che in inverno, rafforzandone
l'immagine sul mercato. Gli impianti di risalita rappresentano un motivo di richiamo
verso la destinazione anche per quei turisti che poi, una volta sul posto, non ne
faranno uso.
Oltre alle caratteristiche descritte precedentemente, gli impianti a fune hanno molte
similarità con le imprese turistiche, come già descritto anche nel caso dell’impresa
ricettiva. Gli impianti di risalita sono una attività stagionale (ma a differenza delle
strutture ricettive localizzate in destinazioni alpine, hanno una prevalenza di
utilizzazione nei mesi invernali), e il loro l'utilizzo dipende molto dalle condizioni
atmosferiche (innevamento in inverno e mancanza di precipitazioni in estate); l'output
non può essere immagazzinato (e neanche si prospettano forme di incentivazione
all'acquisto utilizzate invece da altre imprese turistiche - esempio il last minute o altre
iniziative derivanti da una politica di yield management); l'offerta è rigida, in quanto
gli impianti non possono essere modificati nel breve termine; l’offerta è legata ad una
determinata località (al massimo si può ampliare l'offerta attraverso collegamenti con
altri comprensori oppure l'emissione di skipass validi in più impianti di risalita), e ad
una specifica posizione (in questo caso l'altitudine diventa un elemento importante
vista la progressiva riduzione del manto nevoso e dei ghiacciai); l'efficienza
tecnologica e la sicurezza degli impianti costituiscono un costoso elemento di
importanza strategica nei confronti del cliente e della concorrenza; le risorse umane
sono anche nel caso degli impianti di risalita elemento importante per la competitività
delle imprese, sebbene in misura inferiore rispetto alle imprese ricettive.
E' possibile inoltre fare altre considerazioni. L'utilizzo dell'impianto di risalita
dipende da molti fattori connessi alle motivazioni del consumatore (lo stesso sciatore,
può decidere, nell'arco della settimana bianca, di utilizzare l'impianto solo per alcuni
giorni e non per la durata intera del soggiorno), connessi alla destinazione (la
destinazione è visibile sul mercato a tal punto da attirare turisti?), a elementi esterni
alla destinazione o non controllabili (il clima, l'innevamento, l'accessibilità, ecc.),
oltre che alla gestione diretta da parte dell'impresa.
Volendo approfondire ulteriormente, per quanto riguarda il consumatore, l'utilizzo
dipende dalla motivazione di viaggio e, in un secondo momento anche dalla
preparazione tecnica (ecco quindi l'esigenza di un range di piste adatte a più livelli di
capacità sportiva). L'utilizzo dipende anche dalla percezione che il consumatore ha
della destinazione (accessibilità, livelli di traffico, parcheggi, ecc.), e quindi
dell'impianto (efficienza e sicurezza in primis, ma anche costo della prestazione).
Molte di queste variabili non sono direttamente controllabili da parte dell'impresa che
gestisce gli impianti. Anzi, paradossalmente, la capacità dell'impianto di risalita di
attirare clienti dipende enormemente dalla capacità della destinazione di vendersi sul
mercato, e dalle relazioni che gli altri attori dell'offerta (dagli intermediari, agli enti
del turismo, fino agli stessi albergatori) hanno prima instaurato con il potenziale
consumatore. E' quindi ancora più evidente la necessità, per gli impianti di risalita, di
gestire l'informazione e la relazione con il cliente in una logica di rete, oppure
delegare tale relazione a soggetti terzi della destinazione.
Inoltre, la rigidità dell'offerta, i forti investimenti tecnologici, gli elevati costi fissi di
gestione (tra cui il personale che deve essere qualificato) influiscono fortemente sul
prezzo della prestazione (lo skipass), prezzo che spesso non copre tutti i costi di
gestione, e male si concilia con la flessibilità di utilizzo e di tariffazione richiesta
invece dal consumatore (ski pass ad ore, per esempio).
LA GESTIONE DELLE RISORSE UMANE NELLE IMPRESE
RISTORATIVE
Un’azienda ristorativa deve saper gestire e amministrare il personale nella maniera
più adeguata.
Le imprese ricettive svolgono un’attività di produzione e scambio di servizi di
ospitalità congiuntamente o meno a servizi di ristorazione, dietro pagamento di un
determinato prezzo. Queste imprese hanno come obiettivo principale il
conseguimento di un profitto, ma presentano caratteristiche gestionali e organizzative
peculiari, dovute alla differenziazione e all’articolazione della domanda e dell’offerta
turistica.
La domanda ricettiva, cioè la richiesta del servizio di ospitalità e di altri servizi
annessi, come la ristorazione, è elastica, in quanto è influenzata da diversi fattori,
quali prezzo, la qualità dei servizi, le mode, le tendenze e gli avvenimenti. L’offerta
ricettiva è rigida perché il servizio di ospitalità è, infatti, un prodotto immateriale e
quindi non può essere immagazzinato nei periodi in cui non c’è domanda per essere
rivenduto in un momento successivo. In Italia il settore turistico è regolamentato da
due leggi: vecchia e nuova legge quadro del turismo.
La vecchia legge quadro è la n. 217/1983 denominata “legge quadro per il turismo e
interventi per il potenziamento e la qualificazione dell’offerta turistica”. La nuova
legge quadro è la n. 135/2001 denominata “riforma della legislazione nazionale del
turismo”. La nuova legge quadro ha in parte modificato il contenuto della vecchia
legge quadro rimandando all’emanazione di un decreto del presidente del Consiglio
dei ministri l’abrogazione definitiva della vecchia legge quadro. Il decreto è stato
emanato il 12 settembre 2002 d’intesa con le regioni. Esso però ha definito soltanto
alcuni aspetti del sistema turistico.
Secondo la legge n. 217/1983 le imprese ricettive possono essere classificate in base
alla tipologia di impresa in: alberghi, motel, villaggi-albergo, residence turisticoalberghiere, campeggi, ecc.
Queste imprese possono essere classificate in diverse categorie, mediante
l’attribuzione di un numero di stelle che tiene conto del livello qualitativo e
quantitativo dell’offerta, cioè tiene conto delle prestazioni dei servizi, dotazione di
impianti e attrezzature, ubicazione e aspetto.
Nelle imprese della ristorazione il fattore umano è una risorsa molto importante che
necessita di un’oculata gestione. Al crescere delle dimensioni dell’azienda la gestione
delle risorse umane diventa più complessa e richiede una diversa composizione degli
organi che si occupano di svolgere questo compito. Nelle imprese ristorative di
piccole e medie dimensioni, la politica del personale è gestita dai consulenti del
lavoro che si occupano del rispetto della normativa fiscale e previdenziale e degli
aspetti amministrativi (retribuzione, contributi, ecc). Gli organi direttivi (titolare,
soci, amministratori, ecc.) si occupano, invece, della selezione del personale e del suo
addestramento.
Nelle grandi imprese ristorative è presente un ufficio del personale articolato in
sezioni.
Una per l’amministrazione del personale, e un’altra per lo sviluppo organizzativo
(pianificazione, selezione, addestramento e formazione).
La definizione del fabbisogno, la ricerca e la selezione del personale sono attività
degli organi direttivi, mentre nella determinazione del fabbisogno è opportuno tener
presenti alcuni aspetti della gestione. Innanzitutto, è necessario considerare
l’orizzonte temporale di riferimento; in secondo luogo, è necessario individuare con
precisione il numero di persone di cui si ha bisogno, nonché i compiti che dovranno
svolgere.
La fase successiva è rappresentata dalla ricerca. Il personale può essere ricercato o
all’interno dell’impresa(fonti interne); oppure all’esterno dell’impresa (fonti esterne).
Il ricorso alla fonte interna presenta notevoli vantaggi, in quanto le persone di cui si
ha bisogno sono già dipendenti dell’impresa e con opportuni corsi di riconversione
possono essere impiegate in altre mansioni.
Nel caso di nuove assunzioni con ricorso a fonti esterne, le imprese hanno
attualmente numerose alternative come i canali informali come la comunicazione ha
conoscenti di voler assumere personale. Le persone che cercano lavoro nel campo
della ristorazione possono rivolgersi ai centri per l’impiego. Gli attuali centri per
l’impiego sono strutture pubbliche che forniscono a titolo gratuito alcuni servizi
come: servizi alle persone in cerca di lavoro; servizi alle imprese che assumono, che
comunicano le avvenute assunzioni, che richiedono consulenza e assistenza. Chi
cerca lavoro può anche rivolgersi alle agenzie per il lavoro.
Le agenzie per il lavoro possono svolgere attività di: somministrazione di lavoro a
tempo indeterminato o determinato, intermediazione tra domanda e offerta di lavoro
(centri per l’impiego), ricerca e selezione del personale, ricollocazione del personale.
Le agenzie per il lavoro devono essere in possesso di alcuni requisiti giuridici e
finanziari allo scopo di garantire la loro affidabilità, professionalità e solvibilità.
Bisogna sottolineare che nel settore della ristorazione avviene molto spesso che la
ricerca di personale qualificato sia effettuata direttamente dall’impresa interessata.
Tale ricerca consiste nella pubblicazione di inserzioni sulle riviste specializzate e sui
quotidiani, nelle quali si precisano il tipo di figura professionale ricercato, i requisiti
che dovrà possedere e le mansioni che dovrà svolgere.
Le inserzioni invitano in genere i candidati ad inviare il curriculum vitae per posta,
via fax o e-mail all’impresa interessata; talvolta viene indicato anche un numero di
telefono per un contatto immediato. Il curriculum vitae è utilizzato dai candidati che
aspirano ad un determinato impiego per farsi conoscere e contiene tutti gli elementi
personali e professionali di chi lo redige. I punti da sviluppare sono: i dati anagrafici,
le esperienze di studio (il possesso, ad esempio, di qualifiche alberghiere), le
motivazioni per il futuro e le attitudini che si ritiene di avere.
Una fase importante della gestione del personale nelle imprese ristorative è la
formazione. Con essa si forniscono ai dipendenti sia le competenze necessarie per
svolgere i compiti assegnati, sia le informazioni sul comportamento richiesto in
ambito lavorativo. I datori di lavoro possono effettuare l’assunzione diretta dei
lavoratori comunicando l’avvenuta assunzione al centro per l’impiego entro cinque
giorni.
La comunicazione deve contenere: cognome e nome del lavoratore, data di
assunzione, tipologia di contratto, qualifica, l’inquadramento contrattuale in base al
livello, trattamento economico e normativo. L’assunzione si perfeziona con la stipula
del contratto individuale tra datore di lavoro e dipendente. Il lavoratore deve
consegnare al datore di lavoro i seguenti documenti: fotocopie di carta d’identità e
numero di codice fiscale, scheda anagrafica certificato di stato di famiglia, una
dichiarazione per beneficiare delle detrazioni ai fini fiscali.
Una selezione del personale giusta ed accurata è un' arma vincente, in particolar
modo per le aziende che svolgono attività nell'ambito della ristorazione.
Nelle imprese ristorative il personale, infatti, rappresenta l’interfaccia tra l’azienda e
il cliente. Ad esso è affidato il compito di soddisfare contemporaneamente le
esigenze del cliente e la salvaguardia degli interessi aziendali. È un ruolo difficile e,
spesso, conflittuale che richiede, nella ricerca e selezione del personale, attenzione
nella formulazione del mix più adeguato tra le capacità professionali e operative e
quelle relazionali.
È evidente che lo staff management deve interagire con gli altri settori operativi
dell’impresa e, soprattutto, con il marketing management per gli evidenti riflessi che
la politica del personale ha sulla realizzazione del prodotto ristorativo, cioè a
quell’insieme di elementi di natura materiale e immateriale che non si riduce al mero
consumo di un pasto, ma che rappresenta un’esperienza sensoriale complessa per il
quale il cliente accetta di sopportare un sacrificio in termini economici che dovrà
essere ripagato in misura adeguata.
Il personale allora può diventare una potente leva del marketing mix se
opportunamente manovrata.
Infatti, spesso l’immagine che il cliente si fa di un’azienda ristorativa è strettamente
legata al primo contatto che ha con un operatore della stessa: un atteggiamento
sbagliato da parte dell’operatore si riflette negativamente sull’immagine complessiva
dell’azienda.
IL BILANCIO D' ESERCIZIO
DELLA SOCIETA’ DI CAPITALI
LE FUNZIONI DEL BILANCIO D’ESERCIZIO
Il bilancio d’esercizio è un documento di derivazione contabile mediante il quale gli
amministratori forniscono la rappresentazione della situazione patrimoniale e
finanziaria della società al termine del periodo amministrativo e del risultato
economico conseguito nell’esercizio.
Il bilancio d’esercizio svolge le seguenti funzioni:
·
è un documento amministrativo che collega la gestione passata a quella
futura;
·
è uno strumento di conoscenza della gestione e dei suoi risultati per gli
amministratori della società;
·
è uno strumento di comunicazione di informazioni di carattere economico,
finanziario e patrimoniale nei confronti di una molteplicità di soggetti che in
vario modo sono interessati agli andamenti aziendali e che si collocano si
all’interno dell’azienda sia all’esterno di essa, come le banche e gli altri
finanziatori.
CLAUSOLA GENERALE
La clausola generale fissa il principio che sta alla base della nuova regolamentazione
del bilancio e lo individua nella chiarezza con cui esso deve essere redatto e nella
verità e correttezza della rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria
della società nonché del risultato economico dell’esercizio.
1- La chiarezza del bilancio va intesa come intelligibilità da parte di persone dotate di
media cultura contabile.
Essa deriva dalla rigorosa osservanza delle regole giuridiche che disciplinano:
-
la struttura e il contenuto delle varie parti del bilancio;
-
la valutazione degli elementi attivi e passivi;
-
l’iscrizione delle poste del Conto economico.
2- La rappresentanza veritiera e corretta del patrimonio e del reddito d’esercizio non
può consistere nella ricerca di una impossibile verità oggettiva, ma va intesa come il
comportamento in buona fede da parte degli amministratori, che devono operare
correttamente le stime e le iscrizioni delle varie voci di bilancio, tenendo presenti:
-
le norme di legge;
-
i principi contabili.
Il file del bilancio è:
·
l’obbligo di fornire informazioni complementari a quelle stabilite dalla
legge;
·
l’obbligo di derogare alle norme di legge, in casi eccezionali, se la loro
applicazione impedisce di conseguire l’obiettivo fondamentale.
I PRINCIPI DI REDAZIONE DEL BILANCIO
Principi di redazione del bilancio:
1- La valutazione delle voci di bilancio deve essere fatta secondo prudenza e nella
prospettiva della continuazione dell’attività.
E’ il principio della prudenza, che esclude gli utili sperati.
Ad esso è associato il principio della continuità aziendale (going concern), secondo il
quale le valutazioni devono essere eseguite con criteri di “funzionamento”.
2- Si possono indicare solo gli utili realizzati alla data di chiusura dell’esercizio.
Questa disposizione rafforza il principio della prudenza.
3- Si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio,
indipendentemente dalla data dell’incasso o del pagamento.
Qui viene affermato il principio della competenza economica.
4- Si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell’esercizio, anche se
conosciuti dopo la chiusura di questo.
5- Gli elementi diversi compresi nelle singole voci devono essere valutati
separatamente.
6- I criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro.
La costanza dei criteri di valutazione imposta da questo principio mira a limitare le
possibilità di “manovra” dei redattori del bilancio, che non possono mutare a loro
discrezione le regole di valutazione.
LA STRUTTURA DEL BILANCIO D’ESERCIZIO
1- STATO PATRIMONIALE: mette in evidenza la composizione del patrimonio
aziendale al termine del periodo amministrativo, determinato secondo la logica
valutativa con cui si definisce il reddito d’esercizio; è il prospetto chiamato a
fornire la corretta rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria
della società;
2- CONTO ECONOMICO: che dà la dimostrazione del risultato economico
dell’esercizio;
3- NOTA INTEGRATIVA: che è destinata a chiarire alcuni dati contenuti nei due
documenti contabili di sopra.
Lo stato patrimoniale e il conto economico sono due schemi a struttura
obbligatoria, nel senso che le varie voci devono essere iscritte separatamente e
nell’ordine indicato dalle norme che ne stabiliscono il contenuto.
La legge chiede agli estensori del bilancio di rispettare la denominazione e la
successione dei gruppi, delle classi e delle singoli voci che sono previste negli
schemi che essa detta per lo Stato patrimoniale e il Conto economico.
In alcuni casi vi è la possibilità di apportare variazioni agli schemi obbligatori:
·
·
·
·
possibilità di una o più analitica suddivisione delle voci;
possibilità di eseguire raggruppamenti di voci;
l’obbligo di aggiungere altre voci;
l’obbligo di adattare le voci.
VOLO CHARTER
Un volo charter è un servizio di trasporto aereo, merci o passeggeri, non soggetto ad
una programmazione sistematica di orari, diversamente da quanto avviene per i voli
di linea. Di solito viene stipulato un contratto di noleggio tra due o più contraenti per
sfruttare al massimo la capacità del velivolo. Un volo è definito charter solo se il
numero di posti è superiore a 12, altrimenti si parla di servizio aerotaxi.
Nel contesto del turismo di massa, i voli charter hanno assunto il significato di voli
con il solo ruolo di trasportare i turisti verso le loro destinazioni; spesso i biglietti non
vengono venduti direttamente dalle compagnie charter ai passeggeri ma dalle agenzie
di viaggio che stipulano il contratto con la compagnia, magari insieme ad altre
agenzie. In molti pacchetti di viaggio vengono inclusi il volo, l'alloggio e altri servizi.
In passato, i voli charter erano acquistabili solo attraverso tali pacchetti; oggi invece è
possibile l'acquisto anche da parte di chi vuole usufruire del solo volo. Sebbene i voli
charter vengano spesso usati nel contesto turistico, a volte può capitare che vengano
prenotati da singoli gruppi numerosi, come i dipendenti di una azienda, di una
squadra sportiva o a volte da gruppi di militari.
Buona parte del traffico aereo negli aeroporti medio-piccoli della Gran Bretagna è
costituita da voli charter, e gli introiti economici di questi aeroporti sono proprio le
tasse pagate dalle compagnie charter. Molte grandi compagnie aeree che offrono i
voli di linea hanno inaugurato delle compagnie sussidiarie che operano servizi
charter, anche se non sempre si sono dimostrate competitive nei confronti delle
compagnie specializzate. Inoltre alcune compagnie aeree merci trasportano alcuni
passeggeri charter sui loro aerei. Viceversa, alcune compagnie charter hanno avviato
i regolari voli di linea. I voli charter nascono anche con lo scopo di sfruttare al
massimo la capacità del velivolo, anche se spesso gli standard qualitativi non sono gli
stessi dei voli di linea.
Le agenzie di viaggio che comprano posti a bordo hanno spesso acquisito una
reputazione di instabilità finanziaria: questo perché in alcuni casi i turisti hanno
lamentato voli cancellati con scarso preavviso (e a volte perdendo l'intero pacchetto
della vacanza senza risarcimento) o non sono potuti tornare indietro a causa del
fallimento della compagnia. Per limitare al massimo questi tipi di danno vengono
stipulate assicurazioni obbligatorie.
In Italia i viaggiatori sono coperti anche dalle obbligatorie fidejussioni rilasciate dalle
singole agenzie di viaggio nei confronti della provincia in cui operano, nonché da una
assicurazione istituita negli ultimi anni dalla ASTOI (Associazione Tour Operator
Italiani). È inoltre importante tener presente che la legislazione internazionale
prevede che l'orario operativo dei voli charter possa variare fino a 48 ore prima della
partenza prevista.