DETERMINAZIONE EMPIRICA DEL SENSO E PARTIZIONE

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DETERMINAZIONE EMPIRICA DEL SENSO E PARTIZIONE
Preprint 1996
N°2
DETERMINAZIONE EMPIRICA DEL SENSO
E PARTIZIONE SEMANTICA DEL LESSICO
Massimo Moneglia
LABLITA
Laboratorio Linguistico del Dipartimento di Italianistica
UNIVERSITÀ DI FIRENZE
2
Il laboratorio linguistico rende disponibili alla lettura esclusivamente i risultati delle ricerche e i corpora in esso elaborati sotto forma di preprint, reprint e pubblicazioni in proprio.
Le
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http://www.unifi.it/unifi/dipita/ling-lab/homepage.htm
[N°2 Pr 1996]
For correspondence
Massimo Moneglia
Dipartimento di iLinguistica
Università degli studi di Firenze
Piazza Brunelleschi, 3
50121 FIRENZE
E-mail [email protected]
Deve apparire in Studi di Grammatica Italiana Vol. XVII - 1997 Fino alla pubblicazione le citazioni sono consentite solo dietro esplicito consenso
dell’autore, E’ vietata la vendita e la riproduzione non autorizzata, anche parziale, per
qualsiasi uso.
In copertina “Il cantante di Chungai”, rappresentazione della voce attraverso grafismi. Arte
rupestre della Tanzania Centrale (sito Chungai 3, 8000 a.c.- 1500 d.c.). Calco pubblicato
in Mary Leakey, Africa's Vanishing Art. The Rock Paintings of Tanzania, Doubleday &
Company, Inc, Garden City, New York, 1983.
3
Massimo Moneglia
DETERMINAZIONE EMPIRICA DEL SENSO E PARTIZIONE SEMANTICA DEL LESSICO1
1. Premessa. "Basic level categories" e effetto prototipo
1.1. E' noto che uno dei risultati più interessanti della teoria del significato e della
categorizzazione naturale è il concetto di Basic level category introdotto da
Rosch nei primi anni 70'. Rosch ha mostrato che alcuni concetti espressi in predicati nominali categorizzano luoghi della realtà in cui si sommano insiemi di correlazioni percettive e funzionali del tutto particolari; tali correlazioni determinano
picchi informativi, veri e propri avvallamenti del continuum ontologico, rispetto
a cui la categorizzazione avviene, di conseguenza, in modo privilegiato. I concetti
corrispondenti a tali luoghi sono detti "basic level" (per es. cane, uccello, sedia) e
si distinguono dai concetti sopraordinati (mammifero, volatile, mobilio) o sotto
ordinati (pechinese, passerotto, sedia da ufficio). Da un punto di vista linguistico e
in particolare semantico i concetti "basic level" si caratterizzano per una serie di
importanti proprietà. In estrema sintesi: 1) non si applicano seguendo condizioni
necessarie e sufficienti, ma rapportando gli oggetti della categorizzazione ai casi
più rappresentativi del concetto (effetto prototipo); le istanze risultano più centrali (vicine al prototipo o stereotipo che dir si voglia) o periferiche (dove solo
alcune delle proprietà tipiche sono conservate) e i confini della categoria sono
sfumati; 2) proiettano una immagine alla coscienza; 3) sono acquisiti prima nella
acquisizione del linguaggio; 4) sono tendenzialmente presenti e danno luogo a
predicati fondamentalmente equivalenti, anche in lingue culture molto diverse
(ovviamente se i luoghi ci sono anche in tali culture)
Possiamo apprezzare il rilievo semantico di concetti come "sfumatezza" e "effetto prototipo" considerando le modalità di applicazione pragmatica di predicati
11
I risultati della ricerca cui questo articolo si riferisce sono stati presentati per la prima volta nel 1994
durante un seminario di Filosofia del linguaggio diretto da A. Peruzzi e successivamente in varie sedi
nazionali e internazionali. Versioni diverse delle argomentazioni qui presentate sono attualmente in corso di
stampa in articoli in lingua inglese e in lingua russa.
4
che, in effetti, corrispondono a concetti di livello base. Sono esempi noti i casi di
tazza e vaso in Fig.1 e collina e montagna in Fig.22:
Fig. 1
Fig 2
I modelli 3 e 4 sono sostanzialmente periferici rispetto a 1-2 e 5-6; in questi ultimi
la diversità di forma è massima e l'applicazione di uno dei due predicati è esclusa;
al contrario il concetto è scarsamente determinato in 3 e 4 e possiamo applicare
entrambi i predicati in quei luoghi.
Dunque, in 3 e 4, i concetti sono equivalenti e, parallelamente, sono equivalenti
perché 3 e 4 sono oggetti scarsamente determinati rispetto alla forma tipica delle
tazze e dei vasi; questi esemplificano casi "periferici" rispetto ai luoghi tipici
(prototipici) dove, invece, i concetti di tazza - vaso - montagna o collina non sono
equivalenti. In tali casi periferici, a causa della scarza determinazione siamo incerti sul giudizio se sia meglio applicare un predicato o l'altro (la vaghezza) e ciò
determina la sfumatezza nei confini del concetto.
Dal punto di vista delle regole che governano l'applicazione dei predicati in
questione, possiamo osservare che nei luoghi periferici in cui c'è incertezza, vaghezza, scarsa di determinazione, applicabilità di altri predicati ecc., per giudicare
se il concetto è applicabile o meno possono essere decisive considerazioni relative
a proprietà locali, ovvero proprietà che non caratterizzano essenzialmente la forma dei concetti in questione, ma ne connotano i casi più tipici. Per esempio, saremmo più portati a dire che 4 è una collina se ci fossero coltivazioni, meno portati se la cima fosse innevata e sul pendio vedessimo qualcuno con una piccozza.
Ed è chiaro che le proprietà di "essere coltivato", "essere innevato", "ospitare
omini con la piccozza" non pertengono alla forma essenziale delle colline e delle
montagne.
L'importanza dell'emergere delle proprietà locali (accidentali) nelle decisioni
che riguardano la categorizzazione ha una conseguenza teorica precisa che si rela
alla sfumatezza dei confini del concetto: nessuna delle due condizioni si verificherebbe se il concetto fosse un insieme di condizioni necessarie e sufficienti.
2
Cfr. Labov 1973 e Jackendoff 1983
5
L'idea di categorizzare oggetti come istanze che richiamano i casi più tipici
(l'effetto prototipo), comunque interpretata 3, sembra, dunque, rispondere meglio
dell'idea del concetto come insieme di condizioni necessarie e sufficienti alle effettive modalità di applicazione dei predicati che si riferiscono a concetti di livello base. Qui ci interessa mettere in rilievo un aspetto su cui non è stata posta
sufficiente attenzione, ovvero che l'effetto prototipo si verifica in modo privilegiato in connessione alla vaghezza quando due concetti sono localmente equivalenti, alla periferia della categoria. Ritorneremo su questo punto più avanti.
Da un punto di vista generale possiamo segnalare che la scoperta dell'esistenza
dei basic level concepts pone un limite fondamentale da un lato al concetto di
arbitrarietà del segno (Saussure, Hjelmslev) e dall'altro, in una interpretazione
più linguistica dei risultati di Rosch, forse, anche al relativismo culturale (Quine).
E' evidente infatti che da un lato "il flusso continuo del pensiero" non può essere
segmentato ad libitum in presenza di tali picchi, e dall'altro lato che le correlazioni funzionali e percettive in questione, rispetto all'insieme teorico delle proprietà
ad esse equivalenti, si pongono come candidati privilegiati per formare le intensioni dei predicati (qualsiasi cosa le intensioni siano).
Da un punto di vista epistemologico tale risultato, per quanto suscettibile di
molte interpretazioni diverse, attenua l'importanza delle critiche ai fondamenti del
significato linguistico 4. Infatti, mettendo in rilievo da un lato il valore pratico
delle distinzioni rispetto a cui hanno luogo le partizioni dei concetti (i picchi di
informazione percettiva e funzionale), e dall'altro l'importanza nella categorizzazione di proprietà locali non prevedibili, si riduce la necessità per la semantica di
determinare "i significati", in quanto costrutti teorici che regolano strettamente
l'applicazione dei predicati.
Da un punto di vista linguistico tale conclusione, però, lascia aperto completamente il problema di quale fine semantica tocchi ai predicati che non sono riconducibili a categorie naturali di livello base. Infatti se pensiamo che l'applicazione
di tazza o vaso a un oggetto dipenda dalla vicinanza o meno di questo a un prototipo, dobbiamo sempre chiederci da cosa dipenda l'applicazione di espressioni
come stoviglia o rilievo, che costituiscono i rispettivi concetti sopraordinati (che
non proiettano immagine; sono acquisiti tardi, non esistono sempre nei vari linguaggi ecc.). Stoviglia e rilievo hanno condizioni di applicazione necessarie e
sufficienti o no? Se si quali? come rintracciarle? L'imbarazzo ad affrontare tale
residuo problema trova conforto nel peso relativo che tali espressioni hanno nel
costituirsi pratico e evolutivo del linguaggio: è assai più interessante sapere qualcosa di come funzionano i concetti di base, (naturali e non) come cavallo, uccello,
tazza, monte, collina, tavolo, sedia ecc., piuttosto che fare congetture sul significato di suppellettile, mobilio, rilievo, mammifero, ecc., che sono espressioni "culturali" e quindi marginali per la caratterizzazione del linguaggio in quanto fatto
3
Cfr. Wittgenstein 1953, Lakoff 1987, Jachendoff 1983 e 1987, Givon 1986 per vari approcci, anche
molto diversi tra loro. Non ci interessa qui entrare nel merito delle caratteristiche che la teoria dell'applicazione prototipica dovrebbe avere, ci basta notare che il concetto non sarebbe, comunque un insieme di
condizioni necessarie e sufficienti.
4
Cfr. Quine 1959 , 1961; Carnap 1956, Wittgenstein 1953, Katz 1972, ea anche Moneglia 1993 per le
mie posizioni a questo proposito.
6
naturale. Saremmo autorizzati a dare una interpretazione riduttiva ad una eventuale partizione semantica del lessico e dunque non varebbe la pena approfondire5.
1.2. In questo lavoro mostreremo che nel momento in cui consideriamo non tanto
i predicati nominali, ma il lessico verbale, la situazione empirica ed epistemologica non permette interpretazioni riduttive. Mostreremo che le modalità di applicazione di predicati verbali fondamentali per la caratterizzazione naturale del
lessico sono opposte rispetto alle modalità di applicazione dei predicati nominali
di base. Vedremo in particolare che la situazione di equivalenza locale non si
riscontra alla periferia del concetto in situazioni di vaghezza e incertezza di giudizio a causa della scarsa determinazione delle proprietà del concetto, ma, al contrario, a causa di una stretta determinazione del concetto stesso. Parallelamente
argomenteremo che le modalità di applicazione di tali predicati seguono da condizioni necessarie e sufficienti e quindi non hanno nulla di prototipico.
Vedremo poi, sempre a partire da casi concret, che nel lessico verbale, oltre a
predicati fortemente dissimili dai predicati nominali di livello base, si trovano
anche predicati le cui modalità di applicazione risultano invece ad essi del tutto
simili. Deriverà che la partizione tra predicati che sono regolati da condizioni
necessarie e sufficienti e predicati prototipici attraversa sia il lessico nominale che
verbale e costituisce la partizione semantica principale del lessico. Contestualmente avanzeremo alcune ipotesi sui motivi per cui tale partizione ha luogo.
2. Alzare - sollevare
L'analisi linguistico pragmatica che costituisce la base empirica della mia teorizzazione sul significato lessicale è una pragmatica tradizionale alla Carnap
arricchita dal riscontro sistematico dell'equiestensionalità locale.6 In questo paragrafo analizzeremo secondo tale metodoogia, un caso emblematico di predicati
verbali che si informano a condizioni di applicazione necessarie e sufficienti, la
coppia alzare / sollevare, mostrando nel dettaglio i motivi che portano ad accreditare tale modalità di applicazione a scapito di una applicazione prototipica.7
Esiste una prima proprietà di tali predicati che li allontana dai predicati nominali di livello base e li avvicina ai predicati nominali sopraordinati: i predicati in
questione non proiettano immagine conscia quando sono fuori da strutture di
predicazione. Per es. quando dico cane si forma una immagine alla coscienza, ma
quando dico alzare o sollevare non si forma niente alla mia coscienza. In modo
analogo a quanto avviene nei predicati nominali sopraordinati (mobilio, mammifero) l' immagine conscia si forma solo quado il predicato è relato a una sua specificazione possibile (mobile da ufficio, mammifero acquatico); in particolare, nei
5
Tale punto di vista potrebbe essere coerente a quanto proposto da Putman nella nota tesi della "divisione del lavoro linguistico" e trovare dunque anche un conforto da questo vbersante.
6
Cfr. Carnap 1956 per i fondamenti dell'analisi pragmatica e Moneglia 1987 per una formulazione dell'analisi pragmatica arricchita dal fenomeno dell'equiestensionalità locale
7
Una serie di predicati verbali dello stesso tipo sono studiati nei miei lavori citati in bibliografia. Per es.
sono dello stesso tipo: aprire, rovesciare, attaccare, stringere, battere, colpire, ecc.
7
predicati verbali in considerazione, quando il predicato è saturato da un argomento interno l'immagine si forma differenziandosi di volta in volta, secondo le
particolarità dell'argomento; per es.: alzo il quadro, alzo la bandiera, alzo l'incudine ecc.. Torneremo più avanti su questa notazione, dopo l'indagine pragmatica sulle condizioni di applicazione di alzare e sollevare che è l'oggetto di questo
paragrafo.
2.1. Alzare e sollevare possono essere applicati a campi molto diversi tra loro per
proprietà estensionali
Fig. 3
Per es. A e B di Fig. 3 mostrano eventi molto diversi l'uno dall'altro, cui possono
essere applicati entrambi i verbi. Diciamo allora che esiste una variazione primaria di entrambi i predicati molto forte, che li accomuna a tutti i verbi causativi, e
che, inoltre, i due predicati sembrano essere equiestensionali lungo tale variazione.8
L'esistenza di forte variazione primaria è in realtà il primo degli argomenti che
sono stati portati a favore dell'ipotesi prototipica, ipotesi che fornisce una way out
dalla difficoltà di individuare proprietà costanti in tutti i vari e dissimili campi
diapplicazione del predicato 9. Ciò nonostante il dato forse più appariscente è
l'interscambiabilità dei due predicati nelle varie situazioni d'uso.
Alzare e sollevare sono sinonimi? Intuitivamente diremmo di no, ma a chi ce lo
chiedesse, probabilmente, non sapremmo dire con precisione, in cosa consista la
differenza. E' evidente che i campi in cui entrambi i predicati trovano applicazione sono molto vasti: per es. in tutti i casi in 1- 4:
1a)
b)
Mario ha alzato il bicchiere
Mario ha sollevato il bicchiere
2a)
b)
Mario ha alzato il pacco
Mario ha sollevato il pacco
3a)
b)
Mario solleva il quadro
Mario alza il quadro
8
Per il concetto di variazione primaria si veda in particolare Moneglia 1987 e le classiche notazioni di
Wittgenstein (1953) sulla parola gioco. Si vuol dire, in sintesi, che le catene causali che compongono i vari
campi di applicazione sono sostanzialmente diverse. Per questo motivo Bowerman ha proposto il termine
di predicati "generali" (Cfr. Choi e Bowerman 1991). Si vedano a questo proposito le conclusioni nel par.5
9
Cfr. ancora Wittgenstein 1953
8
4a)
b)
Mario solleva il peso
Mario alza il peso
4'a)
b)
Mario solleva la foglia
Mario alza la foglia
La Fig. 4, per es., mostra che entrambi i predicati possono essere applicati equivalentemente, senza preferenze, a tutte le variazioni pragmatiche di altezza e di
sforzo nella transizione oggettuale (l'oggetto può essere immaginato leggero o
pesante).
Fig. 4
Vista l'ampiezza dei casi in cui le estensioni dei predicati risultano identiche ha
senso chiedersi, dunque, se alzare e sollevare, nelle variazioni in 4, significano
sempre la stessa cosa o meno. Eventualmente potrebbero significare proprietà
equivalenti.
Nonostante il fatto che i parlanti competenti dicano di possedere un "sentimento della differenza" di alzare e sollevare, questi non sono in grado di esplicitare con precisione in cosa tale differenza si sostanzi, nè in astratto nè, e questo è
più grave, in relazione a casi pragmatici concreti come i precedenti. Le sfumature
di significato che i parlati possono associare all'uno o all'altro predicato, non
forniscono tracce per una distinzione: sollevare sembrerebbe implicare un rapporto diverso con la figura umana e un peso maggiore, ma come si vede dalle
figure, i due predicati continuano ad essere equiestensionali per qualsiasi peso e
per qualsiasi altezza. Anche la polarità con abbassare sembra riguardare entrambi
i predicati.
L' osservazione della fraseologia italiana in un dizionario, permette l'identificazione di campi di applicazione cui i due predicati non sono entrambi applicabili:
5a)
b)
Alzare la bandiera
Sollevare la bandiera =*10
6a)
Alzare le vele
10
Il lettore consideri che non dobbiamo trattare tanto di accettabilità o non accettabilità di una certa frase
(giudizi che indichiamo, come nella tradizione, con simboli alla sinistra dell'esempio) quanto di applicabilità di un certo enunciato ad un determinato campo pragmatico o, equivalentemente, accettabilità rispetto
ad una certa situazione pragmatica. Indichiamo sistematicamente i gliudizzi relativi all'applicabilità sulla
destra dell'esempio, seguendo i valori indicati dai seguenti simboli: =* (non applicabile al campo precedente); =- (applicabile al campo precedente e/o equiestensionale con il predicato precedente); =? (incerta
l'applicazione al campo precedente). In caso di gradazioni di accettabilità in un predicato ad un campo
usiamo OK; ?; *, andando dal più al meno accettabile.
9
b)
Sollevare le vele =*
7a)
b)
Alsarsi da letto
Sollevarsi dal letto =*
8a)
b) *
Si è alzato il sole
Si è sollevato il sole
D'altro canto, però, dato che 5-8 esemplificano una fraseologia stereotipa, non
costituiscono una base sufficiente per l'indagine pragmatica, che deve individuare
variazioni sistematiche in contesti creativi. Infatti le differenze in 5-8 possono
essere imputate all'uso linguistico in contesti fraseologici, piuttosto che a principi
regolatori diversi dei predicati.
Anche il contrasto di uso negli esempi seguenti non è una base di analisi sufficiente, perché fa capo ad usi marcati, oltre che in qualche modo stereotipi:
9a)
b) *
Mi sento sollevato
Mi sento alzato
10a)
Sono stato sollevato dall'incarico
b) * Sono stato alzato dall'incarico
11a)
b)
Il mio morale è alto
Il mio morale è sollevato =*
L'analisi pragmatica, per essere significativa, richiede esempi assolutamente
neutri dal punto di vista della trasparenza semantica. Non deve comparire negli
informatori l'impressione di un discostarsi dall'uso normale che, in effetti, i parlanti competenti riscontrano in esempi come 9-11 e costituesce il motivo della
marcatezza di questi rispetto ad esempi come 1-4'. Quindi per poter fare ipotesi
sulla regolarità di applicazione di un predicato, dobbiamo uscire dall'ambito degli
usi stereotipi e/o metaforici e tendere a spiegare l'applicabilità a situazioni nuove,
valutandone l'uso in contesti creativi.11
2.2 L'equiestensionalità locale. Formazione e dissociazione
Nonostante nessun vocabolario, attualmente, contenga l'assetto teorico che ne
consente l'individuazione, l'analisi pragmatica permette di evidenziare sistematicamente differenze di applicabilità tra i due predicati in situazioni pragmatiche
11
Cfr. Moneglia 1987 e Moneglia 1990 per una discussione sul concetto di uso marcato. Qui basti notare
che se vogliamo comprendere la nostra competenza del senso proprio di una espressione, non possiamo
considerare i casi in cui percepiamo, sulla base di tale competenza, una forma di marcatezza. Dunque i
giudizi di applicabilità debbono essere dati su casi, anche molto periferici dal punto di vista pragmatico, ma
senza che risulti marcato l'uso del predicato in quelle situazioni.
10
non stereotipe come Fig. 5 e 6:
Fig. 5
Fig. 6
12a)
b)
Qualcuno ha alzato la statuetta
Qualcuno ha sollevato la statuetta
12'a)
12'b)
Qualcuno ha alzato il pacchetto delle sigarette
Qualcuno ha sollevato il pacchetto
In entrambe le figure la variazione B crea un campo di applicazione per 12-12 'a),
ma non per 12-12'b), mentre entrambi i predicati risultano applicabili nella variazione in C. Lo stesso avviene, sistematicamente, per ogni oggetto che dalla posizione giacente passa ad una posizione eretta. Quale diversità di significato può
causare una dissociazione tanto sistematica e tanto specifica dell'applicazione di
sollevare dai campi in cui alzare è applicabile ?
La prima ipotesi che possiamo fare è che con alzare non si indichi tanto lo staccarsi dell'oggetto da terra, quanto il suo orientamento verso l'alto, mentre con
sollevare si indichi propriamente che l'oggetto si stacca da terra, nel senso che la
sua base non coincide più con l'appoggio. La vastità dei campi di equiestensionalità locale tra i due predicati verrà ad avere, allora, una spiegazione pragmatica
immediata: trovano entrambi applicazione nelle stesse situazioni pragmatiche,
perché quasi sempre, quando si orienta l'oggetto verso l'alto, lo si stacca da terra e
sempre, quando lo si stacca da terra, si ha come conseguenza che questo è orientato verso l'alto. L'equiestensionalità dipende dal fatto che le proprietà in questione, sebbene chiaramente distinte, sono pragmaticamente equivalenti.
Tale prima ipotesi, come il lettore può verificare, spiega immediatamente la
diversità di applicazione negli esempi fraseologici in 5-8: comprendiamo adesso,
senza ricorrere ai concetti di uso e di fraseologia, perché alzare la bandiera e
sollevare la bandiera significano due cose diverse. Parallelamente ci sappiamo
spiegare, ora, perché il sole si alza e non si solleva.
L'ipotesi formulata ha quindi un certo grado di generalità e può essere formalizzata in condizioni che si debbono verificare necessariamente nei campi di applicazione pragmatici perché sia consentita l'applicazione dei predicati:
11
IP1 alzare: "orientamento dell'oggetto verso l'alto"
IP1 sollevare: "staccare la base da terra"
2.3. Prima di approfondire l'analisi pragmatica e di entrare nel dettaglio delle
ipotesi che consentono di identificare più approfonditamente la diversità di significato dei due predicati facciamo qualche considerazione generale.
Considerando i campi di applicazione di sollevare e di alzare vediamo che, in
certi luoghi, è applicabile un predicato, ma non l'altro (campi di variazione contrastivi), mentre in altri entrambi sono applicabili (campi di equiestensionalità
locale).A prima vista, ciò richiama quanto abbiamo visto nei campi di applicazione dei predicati nominali montagna - collina / tazza - vaso in Fig. 1 e Fig. 2. Ciò
che rende radicalmente diverse le modalità di applicazione è che nel caso di alzare - sollevare, non possiamo qualificare i campi di equiestensionalità locale come
luoghi periferici di applicazione. Infatti, in tutti i casi pragmatici che abbiamo
osservato, nei campi di equiestensionalità locale alzare / sollevare non si verifica
alcuna incertezza di giudizio sull'applicabilità dei due predicati, né tanto meno
una scarsa determinazione del concetto: l'equiestensionalità si verifica al centro,
non in una periferia sfumata del concetto.
L'equiestensionalità locale in 1-4 non si forma, dunque, per vaghezza del concetto, ma per il motivo pragmatico che quando si stacca l'oggetto da terra lo si
orienta verso l'alto e questo permette l'applicazione di due concetti entrambi determinati.
Contrariamente a quanto avviene per i predicati nominali di livello base, dunque, la comparsa del fenomeno dell'equiestensionalità non porta ad escludere
condizioni di applicazione necessarie e sufficienti ed a accreditare una applicazione "prototipica" dei predicati, ma, proprio all'opposto, ad accreditare l'esistenza di
condizioni di applicazioni essenziali. E' la presenza di un senso ciò che spiega la
sistematicità con cui, nella variazione pragmatica, due predicati passano dall'avere
campi di variazione contrastivi ad essere equiestensionali localmente (formazione
dell'equiestensionalità locale) e dall'essere equiestensionali localmente a formare
una variazione contrastiva (dissociazione di equiestensionalità locale). La sistematicità con cui l'equiestensionalità locale si forma e la sistematicità con cui se ne
perdono le possibilità viene ad essere il dato pragmatico più rilevante per l'identificazione empirica delle proprietà che costituiscono la condizione di applicazione
del predicato.12
L'applicazione dei predicati in questioni risulta, dunque, governata da condizioni nesessarie e sufficienti: quando è applicabile alzare si riscontra sempre che
"l'oggetto è orientato verso l'alto" e quando si applica sollevare si riscontra, necessariamente che "la base è staccata da terra". Se queste condizioni non si verificano i predicati non risultano applicabili. Non aiuta a rendere un predicato applicabile, riscontrare nei campi pragmatici proprietà accidentali tipiche rispettivamente degli atti di alzare o sollevare; per es. in 4B, dove sollevare non è applicabile la presenza della proprietà più tipica dei suoi campi di applicazione (l'orientamento verso l'alto dell'oggetto) non sembra svolgere alcun ruolo.
12
Questo fenomeno e la sua importanza non era stato osservato nell'analisi pragmatica tradizionale.
12
Nei sottoparagrafi che seguono approfondiremo le ragioni empiriche che portano ad accreditare questo risultato.
2.4. Generalità esplicativa, morfismi e metafora cognitiva
La dissociazione di equiestensionalità locale vista pragmaticamente in Fig. 5 6, anche se spiega indipendentemente la fraseologia in 5-8, può sembrare un fenomento troppo specifico per accreditare conclusioni di tale generalità; dobbiamo
quindi mostrare che i caratteri del senso ipotizzati permettono effettivamente di
spiegare un ampio raggio di variazioni pragmatiche e sono motivati indipendentemente. Tale compito ci permetterà di osservare, anche se brevemente, altri
importanti possibilità di spiegazione che la teorizzazione in questione permette, in
particolare in relazione al fenomeno della metafora cognitiva13.
Dato che "orientamento verso l'alto" e "separazione della base di appoggio
dell'oggetto" sono proprietà in genere associate, dobbiamo immaginare altre situazioni pragmatiche in cui queste si dissociano. Questo dovrebbe essere il caso di
oggetti allungabili che si possono direzionare verso l'alto senza per questo staccare
la base da terra. E' quanto si verifica nei modelli in Fig. 7: l'antenna della radiolina e il braccio del ventilatore si allungano verso l'alto, senza che la base dei rispettivi oggetti si stacchi da terra:
Fig. 7
Notiamo che, come previsto dalle ipotesi, solo alzare è ammissibile per descrivere
la variazione in B e D: per applicare sollevare si deve necessariamente staccare
l'oggetto da terra. Dunque, a partire delle proprietà del senso ipotizzato, la non
formazione dell'equiestensionalità in campi pragmatici con proprietà indipendenti
da quelle osservate in Fig. 5 e 6 è prevedibile e quindi, dal punto di vista pragmatico, le proprietà del senso che abbiamo ipotizzato sono motivate indipendentemente.
La motivazione indipendente di tali proprietà può trovarsi, in effetti, a vari livelli
di analisi. Un esempio semplice è considerare la possibilità di uso del linguaggio
non solo nel normale spazio tridimensionale concreto, ma in uno spazio bidimensionale: i due concetti "staccare la base" e "orientamento verso l'alto", pragmaticamente equivalenti nel tridimensionale lo sono ancora nel bidimensionale? La
13
Cfr. Lakoff e Johnson 1980
13
dissociazione di equiestensionalità locale in 13 e 14 sembra indicare una risposta
negativa.
13a)
b)
La lancetta è alzata
La lancetta è sollevata =*
14a)
b)
L'indice del termometro è alto
L'indice del termometro è sollevato =*
Noi sappiamo fare ipotesi sul motivo della non equiestensionalità di alzare e
sollevare in campi non tridimensionali come 13 e 14: la lancetta e l'indicatore del
termometro non si staccano dalla base di appoggio, che non hanno, ma si orientano verso l'alto che è concepibile anche in uno spazio bidimensionale: per questo
solo alzare è applicabile.
Questo esempio oltre a confermare l'ipotesi in questione, permette di estendere
le nostre osservazioni sul piano teorico, se consideriamo il fatto che nel bidimensionale è possibile orientare verso l'alto anche se tale concetto riguarda, a rigore,
uno spazio tridimensionale. L'alto, infatti, per una operazione cognitiva, viene a
coincidere con la parte superiore del piano. Tale fenomeno concettuale si inquadra nel più generale fenomeno della metafora cognitivam, campo a cui possiamo
estendere le nostre riflessioni in modo più generale. Sappiamo bene, infatti, per i
lavori di Lakoff e Johnson, che l'orientamento nello spazio bidimensionale è solo
il più immediato dei campi metaforici che riguardano la direzione verso l'alto, ma
che per es. il su è anche maggiore, il su è bene ecc. Per cui, in tutti questi casi di
metafora cognitiva, il concetto spaziale "alto" viene usato per indicare relazioni
non spaziali.
Dobbiamo notare allora, più in generale la coerenza delle ipotesi di significato
avanzate con l'esistenza di metafore cognitive di alzare che abbiamo già visto
come esempi fraseologico-metaforici in 9-11: (per semplicità di discussione riporto solo l'esempio 11:
11a)
b)
Il mio morale è alto
Il mio morale è sollevato =*
11'a)
La temperatura si è alzata
b) * La temperatura si è sollevata
Sulla base della teoria del significato che stiamo sviluppando appare chiaro il
motivo per cui solo alzare si adatta ai tali situazioni di metafora cognitiva: sollevare non contiene il tratto "direzione verso l'alto" nel senso e non può indicare
l'alto e il basso, mentre alzare contiene nel senso il tratto direzionale appropriato.
Tale argomento è una prova empirica estremamente forte riguardo alla effettiva
presenza del tratto "direzione" solo in alzare per due motivi: 1) il tratto è stato
ricavato indipendentemente, (è motivato indipendentemente dallo studio della
14
metafora cognitiva); 2) una teoria basata sulla nozione di prototipo, data la somiglianza delle situazioni tipiche in cui di ha alzare e sollevare (come abbiamo visto
quasi tutte le volte che si solleva anche si alza), avrebbe notevole difficoltà a spiegare in modo coerente l'inapplicabilità di sollevare in 11-11': non esiste proprietà
più tipica degli atti di sollevare della proprietà "direzionare l'oggetto verso l'alto".
2.5. Una breve parentesi deve essere dedicata a quei lettori che abbiano notato
che non tutti gli usi marcati dei predicati, da noi portati come esempi, siano riconducibili al concetto di metafora cognitiva (per es. sono stato sollevato dall'incarico) e si chiedano come spiegheremmo quei casi.
Il lettore consideri che, se assumiamo la spiegazione appena avanzata, ovvero
che alzare può predicare nei campo di metafora cognitiva che riguardano la direzione verso l'alto perché contiene quel tratto nel suo senso, dobbiamo anche ammettere che quelle metafore cognitive non sono anche metafore linguistiche.
Infatti alzare non significa un'altra cosa rispetto al suo significato ordinario,
come il termine "uso metaforico del predicato" richiederebbe. In altre parole, sulla
base della conoscenza del senso di alzare, possiamo constatare che il predicato si
applica propriamente ad un campo di applicazione non usuale (la temperatura, il
morale) in cui vigono rapporti direzionali sulla base della metafora cognitiva.
Dunque alzare significa propriamente il suo senso nei campi di metafora cognitiva. Chiamiamo morfismi, con termine preso a prestito dalla teoria delle categorie,
tali usi propri speciali in cui un predicato si applica propriamente con il suo senso
usuale, ma a campi di applicazione non usuali. In tali campi l'applicazione delle
proprietà del senso non è il loro semplice riscontro nel campo stesso, in quanto il
campo contiene tali proprietà solo in seguito ad una operazione di concepibilità di
cui la cosiddetta metafora cognitiva fornisce un esempio (il bene è concepibile
come su; le variazioni positive di misura sono concepibili come su ecc.).
Distinguiamo così nettamente tra i morfismi e le metafore linguistiche propriamente dette; per es., nella frase seguente, che pure si inserisce in un quadro di
metafora cognitiva (il su è bene), alzare la testa non significa propriamente il suo
senso, ma significa "assumere dignità", ovvero un altro significato rispetto a direzionare l'oggetto verso l'altro
14 bis) Gli schiavi hanno alzato troppo la testa
Una delle conseguenze più banali, ma anche più rimarchevoli del fatto di avere
ipotesi empiriche sul quale sia il senso di un predicato è che possiamo valutare
quando questo predicato significa il suo senso (uso proprio) e quando significa
qualcosa di diverso (uso metaforico). La distinzione degli usi marcati del predicato tra morfismi e metafore può avvenire solo quando tale ipotesi empirica, come
nel caso di alzare, è sufficientemente coerente e predittiva. In questo lavoro non ci
occupiamo degli usi metaforici dei due predicati in quanto solo i morfismi sono
significativi per lo studio empirico del senso, mentre le metafore linguistiche,
direi per definizione, non lo sono.
15
2.6. La determinazione esatta del senso di sollevare e l'applicazione certa alla
periferia del concetto
2.6.1. Ammettendo di aver già detto abbastanza di alzare, possiamo chiederci se
siamo proprio certi, di aver scelto, nel ragionamento per induzione, esattamente le
prorietà "significate" da sollevare? Siamo certi che non vi siano proprietà pragmaticamente equivalenti? Possiamo verificare le correlazioni e le conseguenze
della scelta operata?
Per es. il concetto "staccare la base dall'appoggio a terra", che abbiamo usato per
descrivere le proprietà prominenti nei modelli C delle Fig. 5-6 rispetto ai modelli
B delle stesse, ci costringe allo studio dei concetti "staccare" e "base" e alla
verifica della loro effettiva pertinenza per la spiegazione dell' applicazione di
sollevare. Chi ci dice che non siano altre proprietà equivalenti a "staccare la base"
ad essere significate dal predicato in Fig. 5C e Fig. 6C?
Aldilà della rilevanza teorica di tali questioni la sfida empirica della teoria del
senso consiste proprio nell'individuazione, la più esatta possibile, delle variazioni
significative alla determinazione del concetto, ma tale compito ha un interesse
particolare nel contesto argomentativo di questo lavoro. Infatti per verificare la
scelta tra proprietà pragmaticamente equivalenti, siamo condotti, per forza di
cose, a dover evidenziare campi di applicazione pragmatica molto lontani da
quelli centrali, cercando periferie del concetto in cui proprietà normalmente associate tendono a non esserlo più. Tale operazione ci permette quindi di confrontare l'applicazione alla periferia dei nostri predicati con l'applicazione alla periferia
dei predicati di livello base e di osserevare se si verificano i fenomeni di vaghezza
e sfumatezza che, relativamente a quei predicati, portano ad accredittare l'idea di
una applicazione prototipica.
Consideriamo i seguenti fattori pragmatici: 1) staccare è localmente equivalente a sollevare solo da un versante: in tutte le situazioni in cui si stacca un oggetto da terra; per es. in Fig. 3- 4 -5-6 si può sempre applicare stacca da terra
l'oggetto o equivalentemente solleva da terra l'oggetto. Però ovviamente, ci sono
moltissime situazioni in cui si stacca ma non si solleva (per es. stacca il francobollo / solleva il francobollo =*); 2) non tutti gli oggetti hanno base.
Consideriamo prima il concetto di "base". Per avere una base dobbiamo avere
oggetti con forma definita e certamente le istanza più tipiche di alzare e sollevare
sono relative ad oggetti con forma definita. Se la regolazione di sollevare facesse
riferimento direttamente a tale concetto non dovremmo poter applicare il predicato a eventi in cui la variazione riguarda oggetti privi di base e ottenere una
sfumatezza, una incertezza di giudizio, come alla periferia dei predicati di livello
base.
Fig. 7' mostra che non è così:
16
Fig. 7'
15a)
b)
L'omino ha alzato la corda
L'omino ha sollevato la corda =*
16a)
b)
L'omino ha alzato l'elastico
L'omino ha sollevato l'elastico =*
sollevare è applicabile in 7' anche se l'oggetto non ha base, e inoltre si continua
ad avere dissociazione di equiestensionalità locale alzare / sollevare se l'oggetto è
estendibile e può quindi essere orientato verso l'alto senza per questo essere staccato da terra. Non abbiamo alcuna sfumatezza nè incertezza di giudizio, ma l'applicazione procede in modo necessario e sufficiente nonostante il tratto "base" sia
escluso.
Dunque il concetto di base non è implicato veramente nelle condizioni di applicazione di sollevare, né la sua assenza determina l'allontanamento da campi centrali di applicazione.
Dobbiamo studiare ora il concetto "staccare dall'appoggio a terra" indipendentemente dal concetto di base. E' proprio "staccare l'appoggio" che si significa con
sollevare? Per rispondere ci spingiamo ancora più all'estrema periferia del concetto, cercando quelle possibili situzioni in cui allo staccare l'oggetto non fanno
riscontro le correlazioni pragmatiche che usualmente accompagnano tale proprietà nell'atto di sollevare.
L' assenza di gravità nello spazio si presta bene a tale scopo e ci permette ipotesi
assai definite su cosa cosa significa sollevare.
Fig. 7''
17a)
L'astronauta ha alzato il bicchiere
17
b)
L'astronauta ha sollevato il bicchiere =*
In Fig. 7'' il contatto del bicchiere con le superfici è rimosso e questo è orientato
verso l'alto, quindi dovremmo aspettarci equiestensionalità locale come nelle
figure 3 e 4.
Ma, sorprendentemente, questo non è il caso. In Fig. 7'', in assenza di gravità,
solo alzare (17a) è applicabile, non sollevare e 17b) non può essere applicata in
quel campo. I parlanti italiani concorderanno che, propriamente, l'astronauta, dato
che il bicchiere non ha alcun peso, non ha sollevato alcunché: applicare il verbo in
tale situazione ci porterebbe ad un uso tra virgolette, potremmo dire metaforico,
del predicato. In altre parole, alla estrema periferia del concetto, nel momento in
cui proprietà di solito pragmaticamente equivalenti come "staccare la base" e
"vincere la gravità" dissociano, invece di rilevare una sfumatezza nella delimitazione del concetto, troviamo una imprevista esigenza di proprietà di linguaggio:
non vaghezza, bensì esigenza di determinazione.
Sappiamo con precisione quale proprietà distingue i campi di applicazione
centrali come le Fig. 3, 4, 5 dal campo in Fig. 7 '': la gravità. Dunque possiamo
concludere il ragionamento induttivo ipotizzando che la regolazione dell'applicazione di sollevare faccia riferimento a un concetto di gravità (o a qualche proprietà connessa al peso) chiaramente distinto dal concetto di "staccare la base"
Formuliamo allora una nuova ipotesi sulle condizioni di applicazione di sollevare
in cui non troviamo più il predicato "staccare" che, abbiamo visto è pragmaticamente equivalente a sollevare in tutte le situazioni in cui un oggetto, staccandosi
da terra, anche si solleva:
IP2 sollevare: rimozione dello stato stazionario gravitazionale dell'oggetto
Possiamo portare una controprova di questo passo. Dato che staccare non è certamente rivolto specificamente alla rimozione del vincolo posto da forze gravitazionali, ma è relativo alla rimozione del vincolo posto da una qualsiasi forza14,
verifichiamo che, in effetti, sollevare dissocia la sua equiestensionalità con staccare, quando le forze che determinano uno stato stazionario dell'oggetto non sono
gravitazionali. Si considerino i vari modelli in Fig. 8
Fig. 8
18a)
14
Qualcuno ha staccato la calamita
Cfr. Moneglia 1992-93 per lo studio pragmatico del senso di staccare
18
b)
Qualcuno ha sollevato la calamita
L'applicazione di 18 in tutti i modelli di Fig. 8, escluso A1, fornisce una prova
evidente del riferimento specifico di sollevare alla "rimozione di uno stato stazionario gravitazionale". Le variazioni in Fig. 8A e 8B descrivono uno stato stazionario non gravitazionale e lì staccare e sollevare dissociano chiaramente le loro
possibilità di applicazione. Infatti l'unico modello in Fig. 8 in cui sollevare è applicabile (e si forma equiestensionalità tra i due predicati) è A1, in cui lo stato
stazionario implica strettamente anche la rimozione del vincolo gravitazionale. In
tutti gli altri modelli sollevare è inapplicabile.
L'impossibilità di sollevare nei modelli in Fig. 8A-B conferma, dunque, che ciò
che si significa con sollevare.non è tanto la rimozione di uno stato stazionario in
generale, ma dello specifico stato stazionario gravitazionale.
2.6.2. I fenomeni locali sono governati dalle proprietà del senso
E' nello studio delle variazioni locali minime che può essere apprezzata la sistematicità con cui i predicati rispondono alle condizioni di applicazione selezionate
e la lontananza dai fenomeni di vaghezza riscontrati alla periferia del concetto nei
sintagmi nominali di base. Fig. 8 permette, in particolare, di analizzare un dettaglio interessante.
Dato che siamo alla periferia del concetto, ovvero in un'area in cui le proprietà
significate da staccare e sollevare, che di solito sono pragmaticamente equivalenti, non lo sono più, potremmo pensare che il tratto "direzione verso l'alto" giochi
qualche ruolo nella distinzione tra staccare e sollevare , facilitando, quando sia
presente, l'applicazione di sollevare per "maggiore somiglianza con le istanze
tipiche del concetto".
Nel caso specifico potremmo pensare che sollevare mostri una preferenza per
quelle rimozioni di stati stazionari simili alle sue istanze centrali, quindi causati
da un movimento verso l'alto. Da questo consegue che la dissociazione con staccare dovrebbe riguardare specificamente proprio quegli atti di staccare che non
sono verso l'alto. Ciò escluderebbe l'applicazione di sollevare nei modelli in Fig.
8B e 8A2, ma, correttamente, non escluderebbe Fig. 8A1.
L'approfondimento non è capzioso. Potrebbe darsi, infatti che, una volta viste
ampie regolarità sulla base dei sensi definiti in precedenza, localmente, magari in
regioni periferiche, sorgesse qualche dubbio su ciò che si vuol significare con il
predicato in quella situazione. Potrebbero entrare in gioco, allora, nella regolazione del predicato, considerazioni relative alle situazioni di applicazione più tipiche
(centrali) e la "direzione verso l'alto" potrebbe avere un ruolo per concedere una
preferenza all'applicazione o meno del predicato sollevare in qualche zona periferica.
L' applicabilità di sollevare in Fig. 8 A1 verrebbe ad avere, così, due spiegazioni
possibili: una prototipica (è l'unica situazione in cui l'oggetto va verso l'alto) e una
in base alla condizione di applicazione necessaria e sufficiente (è l'unica situazione in cui la forza gravitazionale si somma in modo significativo a quella magnetica).
19
Dobbiamo sottolineare che, nonostante la sua apparente verosimiglianza, la
prima ipotesi non avrebbe alcuna generalità, infatti, anche nella figura seguente
l'oggetto si stacca e va verso l'alto, ma 19b risulta inapplicabile:
Fig. 8C
19a)
b)
Qualcuno ha staccato il chiodo
Qualcuno ha sollevato il chiodo =*
La forza gravitazionale non ha pressoché nessun ruolo nelle forze che tengono il
chiodo nella sua posizione stazionaria, quindi per indicare la rimozione dello stato
stazionario e quindi solo staccare può essere applicato. Il fatto che il movimento
avvenga verso l'alto, rendendo Fig. 8C più somigliante ai campi di applicazione
centrali di sollevare è del tutto ininfluente. Dunque è propriamente il tratto "rimozione dello stato stazionario gravitazionale" che agisce nelle condizioni di
applicazione e la spiegazione "prototipica" , anche ristringendo l'arco delle somiglianze possibili alla sola proprietà "orientamento verso l'alto" , porterebbe a una
sopraestensione del concetto.
2.6.3. Scelta tra proprietà equivalenti e microvariazione alla estrema periferia
In tutti i campi osservati in cui sollevare è applicabile risulta che anche staccare
è applicabile. In altre parole le qualità espresse da staccare accompagnano sempre
le qualità espresse in IP2. Dato che non abbiamo portato argomenti per escludere
che le proprietà espresse da staccare non facciano parte del senso di sollevare
insieme alla proprietà "vincere lo stato gravitazionale" non è possibile escludere a
priori che sollevare "implichi" staccare. Ponendo la questione in modo empirico
osserviamo che in Fig. 7'' è possibile che si verifichi, oltre ad una mancanza di
gravità anche una fluttuazione degli oggetti. Dunque tali oggetti, fluttuando, non
si "staccano" quando li si sposta. Potrebbe essere anche la mancanza di tale proprietà tipica a rendere inappicabile il predicato in Fig. 7'' e non, come abbiamo
ipotizzato, la sola mancanza di rimozione dello stato stazionario gravitazionale.
Il problema evidenziato da Quine per la teoria delle intensioni, ovvero alla possibilità di proprietà equivalenti che rendono incerto (indecidibile) il ragionamento
per induzione sembrerebbe dunque assai concreto nell'analisi empirica. Ma in
realtà non è così semplice trovare proprietà autenticamente equivalenti che permettano di avanzare le obiezioni quineiane. Infatti la periferia pragmatica è ricca
di situazioni in cui dissociazioni di proprietà apparentemente equivalenti possono
essere verificate, mostrando come l'equivalenza sia, in realtà, solo locale. La
20
figura seguente, esemplifica uno stato periferico almeno quanto 7'' (stato sottomarino anziché spaziale):
Fig. 7'''
In tale stato, nonostante il peso degli oggetti sia ridotto e questi possano fluttuare
staccati dal suolo per qualche tempo, la gravità continua ad essere presente. Si
noti che l'applicazione di sollevare in 7''' ha esiti opposti rispetto a quanto osservato in Fig. 7'': in Fig.7''' il palombaro ha sollevato le meduse è la descrizione
più appropriata e quindi sollevare è applicabile senza alcuna incertezza di giudizio in una periferia altrettanto lontana di Fig 7'', nonostante che non ci sia niente
che si stacca.
Dunque con un predicato come sollevare all'estrema periferia del concetto è
sempre possibile sciegliere tra proprietà pragmaticamente equivalenti.
La periferia dei concetti non è solo appannaggio di astronauti e palombari, per
es. la comune situazione offerta dai quadri al muro fornisce un caso pragmatico
peculiare per i concetti di alzare e sollevare. La gravità, infatti non produce in
questo caso uno stato stazionario dell'oggetto sulla base a terra, ma come nel caso
di Fig. 8' soprattutto uno stato stazionario laterale (il quadro si appoggia al muro):
Fig. 8'
A
B
La particolarità con cui si esercita la gravità permette di cogliere "in natura" la
dissociazione delle proprietà "vincere la gravità" - "orientare verso l'alto". Infatti,
quando si scosta il quadro dal suo appoggio sul muro (per esempio per spolverarlo
dietro o per far cadere una busta nascosta) certamente lo si solleva, ma non sempre lo si si orienta anche verso l'alto (dipende dal punto di osservazione). Vedia-
21
mo allora che, conformemente alle previsioni, nonostante l'estrema peculiarità di
questa periferia, mentre nel modello A entrambi i predicati possono essere applicati, in B, dove non ci sono variazioni percepibili verso l'alto solo sollevare è
applicabile. La microvariazione è sorperendente per la regolarità con cui ha
luogo l'applicazione dei sensi ipotizzati: appena si può pensare ad un orientamento verso l'alto (cambiando il punto di vista) alzare diviene applicabile e
l'equiestensionalità si ricostituisce.
Dunque abbiamo replicato più volte il risultato che all'estrema periferia del
concetto questo continua ad essere regolato da condizioni necessarie e sufficienti e
non si ha vaghezza aldilà di ogni legittima previsione. Risulterebbe assai strana
l'applicazione a alzare e sollevare della consueta formula dell'analisi prototipica:
"l'applicazione non è strettamente regolata, i confini del concetto sono sfumati".
3 Sintesi dei risultati
Lo studio pragmatico delle possibilità di applicazione di predicati come alzare e
sollevare, arricchito dai dati relativi alla formazione e dissociazione dei campi di
equiestensionalità locale, ci ha permesso di ricavare i principi regolatori che spiegano l'applicazione pragmatica di tali predicati verbali. Tali principi formano una
condizione di applicazione necessaria e sufficiente: un costrutto teorico che indica
le proprietà che i campi debbono avere perché il predicato sia applicabile.
I campi in cui entrambi i predicati sono applicabili, che abbiamo chiamato di
equiestensionalità locale, sono strettamente prevedibili a partire da tali condizioni
e nessun richiamo a situazioni tipiche di applicazione ne giustifica l'emergenza;
parallelamente non abbiamo visto alcuna sfumatezza nei confini dei concetti in
questione, nè altre proprietà, oltre a quelle espresse nella condizione di applicazione, interagiscono nella regolazione del concetto. Il risultato è evidentemente
opposto rispetto al caso dei predicati nominali di livello base.
In generale, possiamo dire che se le condizioni di applicazione non sono inerti
dal punto di vista comunicativo e applicare l'espressione ad un campo è asserire
che nel campo la sua condizione di applicazione vale, possiamo comprendere
facilmente che tali condizioni costituiscono l'aspetto intenzionale del predicato, il
contenuto dell'espressione, ciò che noi asseriamo valere negli eventi a cui ci riferiamo, il "senso".
Quando in un campo di equiestensionalità locale come Fig. 3A, diciamo che
Mario alza una foglia o solleva una foglia, noi non asseriamo la stessa cosa di
quello stesso evento. In un caso asseriamo che l'oggetto è orientato verso l'alto,
mentre nell'altro caso diciamo che lo stato stazionario gravitazionale dell'oggetto
è rimosso. Il altre parole i singoli eventi che categorizziamo sia come alzare che
come sollevare non sono luoghi in cui i predicati sono localmente sinonimi. E non
si vede perché dovrebbero esserlo dato che i significati veicolati dai predicati sono
distinti. Dunque questo modo di vedere il concetto di senso risulta, in ultimo, il
molto fregiano "modo di conoscere l'oggetto", e dà luogo ad una nozione di processo di significazione estremamente intuitiva: una espressione significa il pro-
22
prio senso relativamente ad un campo di applicazione in quanto un soggetto
asserisce valere le proprietà del senso in tale campo di applicazione.
Queste sia pur sommarie riflessioni ci portano a dover mettere l'accento sul fatto
che i significati di alzare e sollevare sono stati identificati attraverso un arduo
processo empirico e non erano a nostra disposizione fin dall'inizio: dato che significare i predicati in questione è significare i loro sensi siamo portati a concludere che noi non sappiamo consciamente cosa significhiamo. I sensi che abbiamo
identificato sono forme linguistiche inconsce15.
Tornando allo specifico di questo lavoro vediamo che alzare e sollevare non
hanno due proprietà cruciali dei predicati nominali di livello base studiati da
Rosch: 1) non sono prototipici, ma sono riportabili a forme necessarie e sufficienti
d'applicazione; 2) non hanno immagine conscia16 Possiamo concludere, quindi,
che il lessico ha certamente una partizione tra due tipi semantici di espressioni:
prototipiche vs. a condizione necessaria e sufficiente.
Tale conclusione è solo parzialmente soddisfacente. Infatti stiamo confrontando
dati semantici riguardanti porzioni diverse del lessico, rispettivamente lessico
nominale e verbale. Dunque, dobbiamo chiederci se le proprietà dei predicati
nominali di livello base sono un carattere particolare della parte più rilevante del
lessico nominale, appunto i predicati nominali di livello base o se vi sia riscontro
nel lessico verbale di tale tipologia. In altre parole dobbiamo chiederci se la partizione del significato lessicale dipende almeno in parte dalla categoria grammaticale o se è invece indipendente da essa. Per far questo dobbiamo verificare se nel
lessico verbale esistono o meno espressioni con i caratteri semantici fondamentali
dei predicati nominali di livello base: prototipicità, sfocatezza e proiezione di
immagine conscia17.
4. Correre - camminare: analisi pragmatica di predicati verbali "prototipici"
Per osservare in modo chiaro che non tutte espressioni del lessico verbale sono
applicate per condizioni necessarie e sufficienti dobbiamo necessariamente ricorrere all'analisi pragmatica di alcune voci. La correlazione "prototipicità - proiezione di immagine conscia" fornisce una prima traccia: mangiare, scrivere, dipingere, striare, camminare, correre, e in generale tutti i verbi chiamati di attività,
hanno chiaramente immagine conscia in isolamento. Per es., se diciamo mangiare, ci viene in mente qualcosa (delle immagini) anche se non selezioniamo alcun
argomento. Lo stesso vale per camminare e correre che sono i predicati che analizzeremo in questa occasione. Ci proponiamo di dimostrare che le condizioni di
applicazione di tali predicati, proprio come per i predicati nominali di livello base,
15
Cfr. Moneglia 1992-93 per questo concetto e Jackendoff 1987 per riferimenti generali sulla problemati-
ca.
16
Nell'economia di questo lavoro non possiamo dire niente delle proprietà di acquisizione, nè delle proprietà di traduzione.
17
Mentre per i predicati verbali a condizione necessaria e sufficiente una dimostrazione era assolutamente
necessraia, l'esistenza di tali predicata è comunemente accettata tra gli studiosi. Si veda Coleman e Kay
1981 per una indagine classica sull' argomento.
23
non sono condizioni necessarie e sufficienti, ma che al contrario, nella loro applicazione, si verifica sistematicamente un "effetto prototipo". Quindi la partizione
tra predicati "ad appicazione necessaria e sufficiente" e predicati "prototipici"
risulterà attraversare le due categorie lessicali maggiori dei verbi e dei nomi. In 5.
faremo anche alcuni cenni sulle motivazioni per cui tale partizione semantica
generale si verifica nel lessico.
4.1. Le gambe - La analisi pragmatica delle modalità di applicazione di predicati
verbali come correre e camminare propone problematiche empiriche che sintomaticamente non abbiamo incontrato nella analisi dei predicati precedenti: 1)
necessariamente l'azione deve essere relativa ad oggetti determinati e specifici; 2)
compaiono giudizi incerti sull'applicabilità e quindi la vaghezza.
Per esempio camminare e correre necessitano che il movimento cui ci si riferisce
sia compiuto con gambe: come mostrano i casi seguenti, senza gambe un movimento non è camminare o correre:
20a)
Il serpente strisciava
b) * Il serpente correva =*
c) * Il serpente camminava =*
Questo dato non sembra molto diverso da quanto osservato nelle condizioni di
applicazione precedenti. Possiamo dire, infatti, che "necessità di gambe" è un
tratto (probabilmente necessario) delle condizioni di applicazione di entrambi i
predicati. Parallelamente però le frasi in 21 e 22, che esemplificano una possibile
periferia dei concetti, mostrano che nel momento in cui la presenza delle gambe
nell'eventualità a cui ci si riferisce è incerta, anche l'applicazione di correre e
camminare risulta incerta:
21a) ? Il bruco cammina
b) ? Il bruco corre =22a) ? Il mutilato alle gambe correva
b) ? Il mutilato alle gambe camminava =Abbiamo cioè, già al primo passo dell'analisi pragmatica, l'emergere della vaghezza nell'applicazione dei predicati alla periferia del concetto. Ed è bene ricordare che la vaghezza non è mai emersa nei vari livelli di analisi proposti con verbi
come alzare e sollevare. Inoltre, proprio come per collina / montagna e tazza /
vaso, all'emergere della vaghezza nella periferia, si creano le condizioni per una
applicazione vaga di entrambi i predicati alla stessa istanza. In 21 e 22 è possibile,
infatti, una equiestensionalità connessa alla vaghezza. Ma proseguiamo nell'analisi pragmatica.
24
4.2. Attività delle gambe finalizzata al movimento
Presupponendo che per camminare e correre le gambe debbano muoversi, osserviamo che tale movimento deve necessariamente essere finalizzato alla locomozione del soggetto e che quindi il tratto "finalità di locomozione" è un tratto
necessario. A conferma di ciò notiamo che i vari movimenti delle gambe non
finalizzati alla locomozione in 23-25 (saltare e ballare ecc.) non danno luogo a
campi di applicazione di camminare e correre (in altri termini camminare e
correre non sono equiestensionali con saltare e ballare, battere i piedi):
23a)
b)
c)
Il ballerino sta salterellando
Il ballerino sta correndo =*
Il ballerino sta camminando =*
24a)
b)
Il contadino sta pigiando il vino nella botte
Il contadino sta camminando / correndo =*
25a)
Mario sta battendo i piedi dal freddo
b) * Mario sta camminando / correndo dal freddo =*
4.3. Velocità, appoggio a terra e tipo di appoggio
Il movimento deve essere ottenuto attraverso l'appoggio a terra delle gambe. Se
e gambe si muovono con finalità al movimento, ma senza appoggio a terra come
in 26, l'attività che si ottiene non poò essere correre o camminare :
26a)
b)
Mario pedala con tutto il suo impegno
Mario cammina / corre con tutto il suo impegno =*
Osservare l'appoggio a terra ci porta a considerare le differenze tra camminare
e correre. Si noti che la velocità relativa non è un tratto che necessariamente
distingue correre e camminare: qualcuno può, camminando veloce, essere più
veloce di un altro che corre piano e non per questo si dice (fuori di metafora) che
sta correndo. Se mai, considerando il regolamento olimpico, si può dire che uno
cammina quando non lascia mai l'appoggio a terra con uno dei due piedi, mentre
corre, quando in certi momenti nessuno dei due piedi appoggia a terra.
La definizione, operata sui bipedi, non si adatta ai quadrupedi (per es. i cavalli)
in quanto ci costringerebbe a dire che un cavallo al trotto cammina, mentre i regolamenti parlano di corsa al trotto. Possiamo provare a caratterizzare lo "slancio" che troviamo nella corsa pensando alla tipologia "atomica" delle eventualità
che compongono il movimento. Per cui, considerando la diversità dei vari movimenti che compongono la corsa (movimento dell'arto + slancio) possiamo dire che
la serie dei movimenti che compongono una istanza di correre è tipologicamente
più discontinua della serie di movimenti che compongono camminare. Ammettiamo, per ipotesi, di essere in grado di specificare questo concetto in una distin-
25
zione "appoggio stabile continuo" - "appoggio non stabile discontinuo", ci verrà
utile per comprendere le restrizioni seguenti.18
4.4. Connessione tra superficie piana e stabile e movimento continuo e senza
sforzo
Presupponiamo, dunque, che perché si abbia un campo di camminare, il movimento, deve essere effettuato in presenza di "appoggi stabili", mentre per avere
correre i movimenti debbono essere caratterizzati dalla "perdita di appoggio stabile in talune fasi del movimento". Tali qualità caratterizzano i movimenti rispetto
alla loro sede più tipica, la superficie terrestre, che di solito è stabile e consente un
appoggio stabile. Cosa succede quando variamo pragmaticamente le caratteristiche delle superfici e ne consideriamo di periferiche relativamente alla stabilità di
appoggio che permettono? Si consideri il ghiaccio (27) dove si scivola e l'appoggio non può essere stabile. Si consideri inoltre 28 in cui i tronchi, fatti trasportare
dalle acque del fiume, permettono un appoggio incerto e movimenti molto discontinui:
27a)
b)
c)
Mario sta pattinando a saltelli
Mario corre sui pattini =?
Mario cammina sui pattini =-
28a)
b)
Mario cammina sui tronchi
Mario corre sui tronchi =-
In tali situazioni emergono due fatti: 1) l'applicazione di camminare e correre
risulta a limite possibile, ma incerta; 2) la differenziazione tra i due predicati in
questa situazione risulta anch'essa incerta e a una stessa istanza di 27 o 28 possiamo applicare sia correre che camminare. Si noti in particolare che in 27 e 28 la
differenziazione tra camminare e correre, non potendo essere relativa al tipo di
appoggio, viene riscontrata solo se si aumenta la velocità del movimento; allora
troviamo una preferenza per camminare quando la velocità relativa è minore e
18
Il concetto di "continuità vs. discontinuità" nelle tipologie delle istanze che compongono il movimento
conduce a considerazioni che sono oltre lo scopo di questo lavoro, ma che debbono essere per lo meno
accennate. Per es. nessuno potrebbe pensare che io cammino se faccio un passo oggi, uno domani e un terzo
tra una settimana: le varie istanze del movimento debbono avere almeno una certa continuità nel tempo
perché si possa dire che è in corso il processo in questione (camminare e correre sono della categoria
ontologica dei processi).
Si noti che lo studio delle proprietà generali (algebriche) delle categorie ontologiche in cui si dividono gli
eventi è emerso, in particolare nello studio di E. Bach, che debbono esserci almeno tre istanze (eventualità)
dello stesso tipo che si sovrappongono per avere un atomo di un qualsiasi processo (e quindi anche di
camminare) diversamente i movimenti in questione non possono appartenere alla tipologia processiva
espressa dal predicato (Cfr. anche Moneglia 1980 per giustificazioni ontologiche di questa proprietà).
Possiamo pensare, dunque, che la proprietà "continuità nell'unità di tempo del movimento" non sia una
proprietà del senso ma faccia parte di una più generale caratterizzazione delle proprietà che tutti i processi
debbono avere per essere tali. Quindi questa non distingue ma unifica camminare e correre, che in quanto
processi debbono essere continui. L'emergenza di tratti di dicontinuità in un processo (correre) deve essere
quindi collocata ad un livello diverso e più sotttile di analisi rispetto alla partizione aspettuale. Si veda per
alcune ulteriori precisazioni su questo punto Moneglia (in stampa).
26
diciamo che qualcuno corre sui tronchi quando la serie di movimenti è molto
veloce e lo spazio percorso è maggiore.
Dunque, rispetto alle variazioni pragmatiche di camminare e correre connesse
alla stabilità di appoggio, riscontriamo fenomeni identici a quelli emersi nell'applicazione dei predicati di livello base: 1) l'equiestesionalità locale si forma alla
periferia del concetto, in connessione ad una minor determinazione del predicato
segnalata dall'incertezza di giudizio; 2) parallelamente in quei luoghi periferici
diviene importante per decidere l'aplicazione del predicato la presenza di proprietà del prototipo (nel nostro caso la velocità) che, sebbene tipiche, non risultano
essere proprietà essenziali per l'applicazione.
Proseguendo l'analisi pragmatica notiamo inoltre che camminare e correre si
differenziano, oltre che rispetto al tipo di appoggio, anche rispetto a due tratti tra
loro connessi: superfice pianeggiante - sforzo relativo; per es. si considerino gli
esempi seguenti rispetto ai modelli in Fig. 10 e Fig. 11:
Fig. 10 -
Fig. 11
29a)
b)
Mario sta camminando su (giù) per la scala * / OK
Mario sta correndo su (giù) per la scala
OK
30a)
c)
Mario ha camminato fin sulla (giù dalla) vetta OK / ? / *
Mario ha corso fin sulla (giù dalla) vetta
OK
Gli esempi precedenti mostrano chiaramente che, per poter camminare, la superficie deve essere "relativamente in piano" o, equivalentemente, che lo sforzo richiesto dal movimento deve essere "relativamente basso". Osservando in dettaglio
la casistica constatiamo in particolare che i vari modelli nelle Fig. 10 e 11 evidenziano una gradazione di applicabilità dei predicati: camminare è possibile (in entrambe le direzioni) in Fig. 11A ma non in Fig. 11B; in Fig. 10 si può camminare (in entrambe le direzioni) nella posizione 1, forse nella posizione 3, molto più
difficilmente in 2, ma certamente non negli altri punti. L'applicabilità di correre è
invece molto più certa (in entrambe le direzioni) sia in Fig. 11, sia (data la possibilità fisica di eseguire il movimento) in tutti i modelli di Fig. 10.
Sembra dunque che l'atto di camminare debba essere legato ad un rapporto tra
superficie relativamente piana e sforzo relativamente basso, mentre (sorprendentemente) tali tratti non risultano significativi nella regolazione dell'applicazione di
correre (forse per il motivo pragmatico che, quando si corre, già si considera che
si deve impiegare più energia del normale).
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Possiamo notare però, che i tratti "superficie piana" - "sforzo basso" sono pragmaticamente equivalenti. E possiamo chiederci, come abbiamo fatto più volte nel
caso di alzare e sollevare, se possiamo decidere quali dei due è implicato nella
regolazione di camminare. E' possibile scegliere ?
La risposta può essere data con una certa precisione osservando ancora l'estrema
periferia dei concetti in questione, periferia in cui le due proprietà possono essere
dissociate. I due modelli di Fig. 12 offrono un esempio:
Fig. 12
L'impossibilità di sceglere deriva dalla necessità di far ricorso ad entrambi i tratti
per spiegare l'inapplicabilirà di camminare nelle periferie di Fig. 12. In Fig.
12A, (possibile in stato di assenza di gravità), camminare è chiramente inapplicabile, poiché, possiamo ipotizzare, il movimento avviene su una superficie verticale (sebbene non si debbano fare sforzi); al contrario in Fig.12B, su superficie
piana,camminare è ancora chiaramente inapplicabile, poiché, possiamo ipotizzare, lo sforzo (dato dai piedi attaccati da pesi o calamite al pavimento) è chiaramente esagerato. Quindi, sebbene i due tratti non siano, di fatto, equivalenti, ma
solo pragmaticamente equivalenti, nessuno dei due seleziona un tratto necessario
e sufficiente, perché entrambi risultano implicati, alternativamente, nelle condizioni di applicazione.
Il lettore è invitato a considerare quanto sia opposto tale risultato rispetto a ciò
che abbiamo visto per sollevare: con sollevare, anche alla estrema periferia del
concetto, era sempre possibile decidere, di due proprietà pragmaticamente equivalenti, quale è implicata nelle condizioni di applicazione e quale non lo è, mentre
con camminare è impossibile una scelta.
4.6. Modalità di applicazione di camminare e correre e partizione del lessico
Se sintetizziamo i risultati dell'analisi pragmatica sulle condizioni di applicazione di camminare e correre otteniamo i seguenti costrutti:
IP camminare: movimento delle gambe finalizzato alla locomozione, caratterizzato da un appoggio stabile in ogni eventualità che compone le istanze del processo, in piano e senza sforzo.
IP correre: movimento delle gambe finalizzato alla locomozione, caratterizzato da
appoggio instabile almeno in una eventualità che compone l'istanza del processo,
preferibilmente producendo un movimento veloce.
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Tali costrutti non sono da applicare in modo necessario e sufficiente in quanto,
in alcune loro parti, possono essere applicati in modo vago, alternativo, non chiaramente decidibile; in particolare, in taluni casi periferici, proprietà che rendono
più somigliante l'istanza con le istanze più centrali del concetto risultano decisive
per l'applicazione. La precedente dunque è una serie di condizioni per l'identificazione di una istanza tipica e non una condizione di applicazione necessaria e
sufficiente.
La ricerca pragmatica sulle condizioni di applicazione di predicati come correre
e camminare mostra, quindi, che le loro modalità di applicazione coincidono con
quelle dei predicati nominali centrali e, parallelamente, manifestano le stesse
differenze dei predicati nominali centrali rispetto ad alzare e sollevare. In sintesi:
a) le condizioni di applicazione non sono condizioni necessarie e sufficienti e si
riscontra l'effetto prototipo; b) si ha l'emergere della vaghezza nei giudizi di applicabilità e in connessione a tale vaghezza la possibilità di riscontrare campi di
equiestensionalità locale tra i due predicati.; c) tali predicati proiettano immagine
alla coscienza.
Dunque abbiamo dimostrato induttivamente, attraverso l'analisi pragmatica, la
presenza di una partizione semantica tra predicati prototipici e predicati a condizione necessaria e sufficiente nel lessico verbale. Tale partizione è analoga alla
partizione presente nel lessico nominale e, sebbene siano necessari studi su aggettivi e avverbi che non sono oggetto di questo lavoro, ci possiamo ragionevolmente
attendere che risulti attiva, in generale, nel lessico.
5. Significato, immagine e atteggiamenti conoscitivi nella significazione
Una volta constatata l'esistenza della partizione lessicale rispetto a proprietà
decisive del significato è necessario chiedersi perché una tale distinzione è presente nel linguaggio. Perché dovrebbero esserci due tipi di significati e due modi
di significare a rendere più complicata la semantica del nostro lessico? In altre
parole, una volta evidenziato come la partizione semantica consenta una adeguata
descrizione delle evidenze linguistiche disponibili, è possibile tentare di spiegare i
motivi della sua presenza?
Allo stato attuale delle conoscenze è possibile indicare le linee di una soluzione
che risulta, sebbene formulata a livello intuitivo e bisognosa di tutti i conforti del
caso, assai chiara nelle linee generali e che consente almeno di non sorprendersi
per l'esistenza di tale partizione. Siamo, infatti, in una posizione particolarmente
buona per tentare una risposta che non sia solo speculativa, infatti, contrariamente
a quanto avviene negli studi di linguistica formale, siamo nella particolarissima e
privilegiata situazione empirica di chi conosce scientificamente i significati delle
espressioni in considerazione. Questi infatti sono a nostra disposizione sotto forma di condizioni di applicazione empiricamente rilevanti, e, di tali costrutti, possiamo osservare direttamente le proprietà intrinseche (le proprietà dei sensi). Uno
stato empirico molto divesrso dallo studio delle proprietà formali (distribuzionali)
delle espressioni a cui la linguistica contemporanea ci ha abituati.
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Il confronto diretto dei costrutti che presiedono alla applicazione di correrecamminare e alzare-sollevare, indipendentemente dalle diverse modalità di applicazione, di cui abbiamo già parlato, porta a una constatazione che può essere
riassunta nella seguente proposizione:
solo il significato dei verbi prototipici descrive gli aspetti essenziali delle situazioni di
applicazione attraverso proprietà individuanti e serve alla determinazione in termini percettivi degli eventi. Il significato dei verbi non prototipici descrive valori dei campi di
applicazione, che non permettono la individuazione dell'evento.
Spieghiamo. Possiamo dire che il costrutto in IP camminare, preso come campione della classe dei prototipici, descrive le proprietà dell'immagine di uno che
cammina. Per es., se noi volessimo descrivere ciò che vediamo nella scena di un
film in cui uno cammina e poi corre, e non avessimo a disposizione i predicati
cammina e corre, useremmo descrizioni come quelle in IP camminare e IP correre. Vale a dire, nella descrizione, selezioneremmo proprietà prominenti e caratterizzanti l'evento che sceglieremmo tra quelle presenti nell'immagine che vediamo;
sceglieremmo, appunto, proprietà percettivamente individuabili (i tipi di movimento) in connessione ad oggetti di base che possono essere individuati (le gambe). Diremmo allora che ci sono delle gambe, che si muovono su un terreno fatto
così e cosi, più o meno velocemente, con appoggio più o meno stabile che causano
il moto, ecc.
Se siamo bravi nella scelta di tali proprietà, e scegliamo proprio le correlazioni
più significative (escludendo per esempio che le braccia sono rilasciate nei campi
di camminare e sono contratte nei campi di correre) potremmo descrivere sostanzialmente allo stesso modo l'immagine di tutte le istanze di correre e camminare
anche di altri film. e ci potremmo riferire a quelle descrizioni tipiche anche in
casi di corse o camminate particolari che non contengono tutti i caratteri della
nostra descrizione. In certi casi incerti, i movimenti delle braccia, che non avevamo considerato significativi, ci verranno in monte e su quella base propenderemo
più per un tipo che per l'altro.
Siamo però in condizione di rilevare che quando diciamo sollevare non facciamo
per niente lo stesso: l'ipotesi di senso non specifica una descrizione formata da
proprietà individuanti la natura dell'evento in questione.Infatti se rifacciamo
l'esercizio precedente a partire dal senso di alzare o sollevare, e cerchiamo di
descrivere l'immagine in Fig. 3 o in Fig. 4 che avvengono in un film, facendo
ricorso alle proprietà specificate nella condizione di applicazione, otterremo descrizioni che non individuano una azione specifica: qualcuno orienta un cero
oggetto verso l'alto (alzare); qualcuno vince la gravità relativa a un oggetto
(sollevare).
Vediamo allora che usando i costrutti delle condizioni di applicazione otteniamo un risultato che non permette all'interlocutore di formarsi una immagine di
ciò che è successo, nessuna immagine della specifica azione che è stata compiuta:
le descrizioni che abbiamo fatto, così come le espressioni in questione, non hanno
immagine. Possiamo porre, dunque, il rapporto tra le voci lessicali in questione e
il concetto di immagine in modo diverso: possiamo dire che le espressioni hanno
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immagine o meno in relazione al fatto se i significati definiscono o meno una
immagine. Avremmo quindi spiegato almeno una delle proprietà della partizione
in questione.
Ma perché questa discrepanza dei sensi dei due tipi di predicati rispetto alla
possibilità di formare una immagine conscia tipologicamente determinata? Per
rispondere notiamo che se necessariamente il senso di un predicato descrivesse
l'immagine per ciò che ci appare, non potremmo usare lo stesso predicato nelle
Fig. 3 e 4, in quanto le azioni, e di conseguenza le immagini dei due tipi di eventi
sono sostanzialmente diverse, così come abbiamo visto sono diverse le catene
causali che compongono tali istanze.. Dunque per descrivere l'immagine del film
useremmo descrizioni diverse per quelle due istanza di alzare e sollevare. Per es.
useremo proprietà individuanti, in un caso diremmo che un soggetto fa uno sforzo
notevole con le braccia e le gambe per cui un oggetto pesante non è più a terra ma
è preso in carico dal soggetto stesso nelle sue mani; nell'altro caso che senza sforzo alcuno, ma delicatamente, un soggetto prende tra le dita un oggetto fragile e
bello portandolo vicino al suo petto, quindi alla vista di tutti. Chi ce lo fa fare di
inventarci un solo predicato generale invece di prendere atto delle diversità e
usare più descrizioni?19
In altre parole, attraverso questo esempio pratico, che i campi di variazione
primari, nel casi di alzare e sollevare, sono tipologicamente diversi rispetto
all'immagine, mentre i campi di camminare e correre sono omogenei rispetto agli
aspetti essenziali dell'immagine. Che è un modo, più relato alla percezione e alla
categorizzazione, di riformulare quanto abbiamo già detto all'inizio di questa
discussione: la variazione primaria di tali predicati è massima, proprio come
come è massima la variazione della parola "gioco" nell'esempio di Wittgenstein.
La nostra conclusione, però è stata opposta rispetto a quella di Wittgenstein, poiché abbiamo visto che, diversamente da quanto Wittgenstein credeva, proprio in
questi casi la condizione di applicazione dei predicati esiste e si comporta come
una condizione necessaria e sufficiente. Dunque chi ce lo fa fare?
"Riferirsi gli aspetti essenziali dell'immagine" o meno sembra essere, in effetti,
la differenza principale tra i due tipi di sensi. Ma questa conclusione crea lo spazio per una risposta alla domanda generale del perché si ha nel lessico una tale
distinzione tra tipi di sensi. Infatti i sensi che non si riferiscono ad una immagine
identificano anch'essi qualcosa. Possiamo notare infatti che le proprietà della
definizione possono essere riscontrate in tutti i diversissimi campi di applicazione,
proprio perché non definiscono la natura degli eventi, ma esprimono un valore,
permettendo di associare azioni di tipo diverso.
Probabilmente , dunque, la partizione tra predicati prototipici e a condizione
necessaria e sufficiente si realizza nel linguaggio perché i due tipi di espressioni
rispondono a esigenze conoscitive e comunicative diverse - riscontrabili a livello
di costituzione dei significati - per cui, nel processo conoscitivo e di comunicazione, ci troviamo non solo a voler individuare gli eventi tipologicamente determi19
Bowerman ha mostrato che, in effetti, non c'è necessità in tale scelta per cui certe lingue predentano un
predicato generale cove altre hanno più predicati specifici.
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nati, ma anche ad associare tra loro, per qualche qualità, eventi diversi che non
abbiamo interesse a definire:
Dunque i predicati prototipici rispondono all'esigenza di specificare intersoggettivamente ciò che percepiamo per le sue caratteristiche individuanti (la natura
degli eventi o degli oggetti) e in relazione a tale esigenza i sensi sono composti da
oggetti individuabili (di base) in rapporto a proprietà che consentono la formazione di una immagine tipica dell'evento stesso. Al contrario i non protitipici indicano un valore e corrispondono alla scelta di uno o più possibili significati riscontrabili in ciò che accade, non indicano ciò che accade.
Quindi, se ci poniamo a livello della costituzione creativa del senso (per es.
nel processo di acquisizione) in questo secondo caso la scelta delle proprietà non
tende in alcun modo a definire l'immagine dell'evento, perché i valori non sono
proprietà che individuano ciò che avviene; al contrario un valore è un nesso che
permette di associare situazioni anche percettivamente dissimili (come quelle in
Fig. 3 e 4 che, appunto, contengono lo stesso valore, "sollevare", pur essendo di
natura diversa).
Dunque sosteniamo che le proprietà che costituiscono la condizione di applicazione dei predicati come alzare e sollevare non sono in relazione ad un evento
tipico individuabile (il prototipo o l'immagine tipica) proprio perché debbono
corrispondere alla scelta dello stesso significato, in casi come Fig. 3 e 4, che
hanno immagine diversa. Dunque, a forziori, in queste situazioni conoscitive,
non solo i significati non hanno immagine, ma necessariamente debbono non
definire una immagine.
Dal punto di vista gnoseologico l'atteggiamento nella significazione è quindi
diverso nei due tipi di predicati:
1) significare per riferirsi a ciò che accade per quello che vediamo accadere e
definire la natura dell'evento (definire l'azione che vediamo accadere)
2) significare per riferirsi a un valore di ciò che vediamo accadere (non la definizione della natura dell'evento, ma solo di una sua valenza).
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