rotterdam terror corps

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rotterdam terror corps
Delio Fantasia
FORMIA
ailoviù
ovvero
Carmine Pappagogna, suor Elena
e la storia dei tre ragazzi drogati
Formia Libera edizioni e-book
CARO TENENTE COLOMBO - Comoda la vita, vero tenente Colombo? Una telefonata dal
distretto di Polizia di New York e sei uno dei primi ad arrivare sul luogo del delitto. Lì trovi un
cadavere, qualche complice, l’arma del delitto, un movente e un assassino da strizzare per bene.
Nessun delitto riesce a disarmarti. Non riesce a scoraggiarti neanche il delitto “quasi
perfetto”, dove fingi di brancolare nel buio con la tua aria da sbandato che mette a proprio agio tutti
gli assassini che interroghi. Loro ti guardano e pensano che di meglio non poteva capitargli: un
investigatore con un’automobile che non varrebbe più di cento euro, un soprabito lercio e
stropicciato e un cane mezzo deficiente che non riesce a fare neanche l’unica cosa per cui è stato
creato, ovvero il cane.
Ti presenti come un vecchio rimbambito e ti riveli puntualmente un genio
dell’investigazione. Sei la dimostrazione vivente che l’abito non fa il monaco e che molto spesso
l’apparenza inganna. Se tu, tenente Colombo, fossi stato un dipendente della Polizia di Stato in
Italia, probabilmente oggi sapremo dove è finita Emanuela Orlandi, cosa accadde quella notte sui
cieli di Ustica e chi ha ordinato la strage alla stazione di Bologna. Se i nostri investigatori avessero
avuto un decimo del tuo acume, ora saremmo a conoscenza di tutti i misteri che attanagliano la
nostra nazione.
Ma sicuramente ti saresti arreso, caro tenente Colombo, se ti fossi trovato a Formia durante
il periodo di Carmine Pappagogna, suor Elena e i tre ragazzi drogati. Se ti avessero affidato le
indagini per conoscere la verità sulla storia dei tre ragazzi drogati, avresti alzato e le mani e ti
saresti arreso per la prima volta in vita tua. Avresti detto: “beh, ma qui non c’è nessun omicidio,
nessun complice, nessun cadavere, nessuna arma del delitto e nessun movente …. su cosa dovrei
investigare?”.
Ma qui non siamo a New York dove gli assassini fanno il loro mestiere e i cadaveri fanno i
cadaveri. Qui siamo a Formia, nell’Italia centrale, dove puoi trovarti coinvolto in una situazione
giudiziaria senza sapere come e perché. Puoi trovarti a dover sostenere la tua innocenza senza aver
commesso alcun reato, anche quello di non aver fumato una mezza canna il giorno di Pasquetta.
Puoi trovarti a dover combattere contro un’intera comunità che ti condanna prima ancora di aver
subito un processo. Oppure puoi trovarti a dover affrontare un intero percorso giudiziario senza aver
commesso alcun reato e con la certezza matematica di finire in galera.
Solo a Formia può accadere di trovarsi trascinato in una fogna mediatica che ti condanna
prima ancora di essere processato e ti assolve se ti arrestano per estorsione ai danni di un privato
cittadino. E questa è la nostra storia. La storia del sindaco di Formia, Carmine Pappagogna, di una
suora di clausura e di tre bravi ragazzi che per una serie di circostanze saranno definiti i tre ragazzi
drogati. Una storia che ha tenuto una intera città con il fiato sospeso, che ci ha appassionato e ci ha
fatto emozionare e soffrire, che ci ha diviso in pro e contro e ci ha fatto crescere. Una storia durata
più di due anni che ha visto avvicendarsi una serie di personaggi che solamente Formia può vantare
a livello nazionale.
Ebbene, caro tenente Colombo, avrei voluto vederti districare in un’inchiesta giudiziaria
senza reati, senza colpevoli e senza parti lese. Però, purtroppo, questa sfida non sarà mai possibile
perché hai deciso di riposarti per sempre, per l’eternità. A te è dedicato questo racconto. A te e al tuo
sigaro puzzolente, ai tuoi capelli arruffati, alla tua matita perennemente spuntata, al tuo pseudo
cane, alla tua splendida moglie, al tuo soprabito naif e al tuo grande genio che ci ha fatto divertire e
riflettere per tutte le lunghe e inutili sere trascorse a casa davanti al televisore.
R .I . P .
FORMIA - Non c’è bisogno di trovare un pretesto per uscire di casa dopo una settimana e mezzo di
pioggia ininterrotta. Un raggio di sole dopo interi giorni di rovesci temporaleschi diventa una
liberazione per tutti. Ecco perché quella mattina al chiosco bar di piazza Mussolini di fronte al
municipio di Formia, c’era molta gente, di ogni tipo, di tutte le categorie. Soprattutto di quella
categoria di persone che, dopo un caffè consumato in tutta fretta, si dirigono a passo deciso verso il
portone d'ingresso del palazzo comunale, con l'immancabile telefonino appiccicato all'orecchio. Il
venerdì il municipio è particolarmente affollato, perché è il giorno della settimana in cui si riunisce
la Commissione Urbanistica. Quella che nega e concede le licenze edilizie. Il venerdì il municipio
trabocca di imprenditori, costruttori, mediatori, ingegneri, geometri, architetti, faccendieri e
camorristi. Tutti interessati al rilascio delle concessioni edilizie.
Ma in piazza Mussolini, di fronte al municipio, ci si ritrova anche perché, da un po’ di
tempo, è in vigore l’isola pedonale. Con l'auto possono accedervi solo coloro che sono muniti di un
“pass”, rilasciato direttamente dal sindaco Pappagogna. Da subito il “pass” è diventato come una
sorta di status-symbol, a voler significare che chi lo possiede fa parte della lista di quelli che
contano, di quelli che “possono”. Un lasciapassare non tanto per accedere all’isola pedonale,
quanto per dimostrare agli altri di avere libero accesso al potere. Chi non ha il “pass” è una persona
comune o uno sfigato o un emarginato sociale, o un comunista.
Gennaro, operaio edile, sindacalista, classe 1951, formiano doc, dopo giorni di lavoro
all'umido della pioggia, era in piazza Mussolini a leggere “il Fatto Quotidiano” e a godersi quella
tanto sospirata giornata di sole. Attorno a lui le chiacchiere delle mamme e delle nonne che
affollavano la piazza. Un’armonia di suoni e profumi che nessuno poteva turbare.
Nessuno.
Tranne Pinuccio detto Mozzarella. Faccendiere legato ad almeno quattro diversi clan della
camorra, molto amico del sindaco Pappagogna e punto di riferimento della criminalità locale. Con il
suo macchinone, ovviamente munito di regolare “pass” per accedere all’isola pedonale, Pinuccio
Mozzarella prese
arrivò fino ai tavolini del chiosco bar, andando a parcheggiare il suo
transatlantico gommato tra le strisce pedonali e lo scivolo per disabili, salendo per metà sul
marciapiede e rovesciando una delle sedie vuote che erano attorno al tavolino di Gennaro. Il rumore
delle sedie in metallo, degli strilli delle mamme e degli insulti di un paio di vecchietti turbati da
quello sgommare di macchina, in un attimo stimolarono in Gennaro una spontanea e generosa
bestemmia.
“Aaaaaooohhhhh!!! MA CHECCAZZO!!! ma è questo il modo di parcheggiare la macchina? Non
puoi parcheggiare come tutti?”
Mozzarella uscì con le mani alzate, come per dire “...non è successo niente, tranquilli...” e fece per
avviarsi verso il chiosco bar.
“ …. vado via subito. Prendo un caffè e vado via. Ecchè marònna!!!! Un caffè! Un minuto e
vado via”.
Finalmente da lontano un fischio forte e determinato richiamò l’attenzione di Pinuccio detto
Mozzarella. Un vigile urbano, con fare deciso e con piglio legalitario si avvicinò di gran lena.
“Di chi è ‘sta macchina?”
“E’ mia! … ci sono problemi?”
“Ah è tua? Scusa Pinù ...non ti avevo visto”.
“Prendo un caffè e vado via. E checcazzo … in questa città non si può neanche prendere un
caffè in santa pace !?”
“No no, fai con comodo. Prenditi tutti i caffè che vuoi … con comodo”.
Nel frattempo Gennaro, spettatore involontario, aveva acceso il telefono cellulare in
modalità videocamera, come gli aveva da poco insegnato a fare il nipote di 7 anni, puntandola su
Pinuccio e il vigile per riprendere tutta la scena.
Pinuccio Mozzarella e il vigile si accorsero che Gennaro li stava riprendendo. Il vigile si
voltò di scatto e diede le spalle all’obiettivo. Pinuccio sorrideva con cinismo all’obiettivo del
cellulare con telecamera incorporata; sapeva che quel video sarebbe finito su youtube dopo qualche
minuto, ma in quel momento non gli diede troppo peso. Doveva prendere il caffè e solo dopo
avrebbe affrontato la situazione. Il vigile andò a nascondersi dietro il chiosco per non essere ripreso
dal telefonino. Gennaro continuava, platealmente, a riprendere la scena di Pinuccio e della sua
automobile parcheggiata in divieto di sosta, sulle strisce pedonali e sull’accesso per gli invalidi.
Pinuccio intanto aveva cominciato ad offrire il caffè a tutti gli astanti e sorrideva soddisfatto a
Gennaro e al suo telefonino con telecamera.
Finito il caffè si avvicinò a Gennaro e senza modificare il suo sorriso sanguigno domandò
sarcastico:
“Genna’ …. e tu il caffè non lo prendi !?”
“Non accetto caffè dai delinquenti !” rispose Gennaro senza sarcasmo.
“Eeehh ecche parole... delinquente io? Ma io sono un angioletto, lo sai. …. E poi, proprio
ieri, ho incontrato tua moglie Luciana. Mi ha raccontato di quel problema con l’ospedale ... sette
mesi per quella visita specialistica … una povera donna malata di cuore deve aspettare sette mesi
per una visita specialistica? E' scandaloso! Mentre si aspetta una visita ospedaliera, c’è gente che
muore! Vogliamo fare aspettare tua moglie sette mesi? Io ho già telefonato al dottor Menichetti e
gli ho detto che entro domani deve visitare tua moglie. Hai visto? Sono o non sono un angioletto? E
tu mi chiami delinquente; io sono uno che aiuta la gente”.
Gennaro abbassò lo sguardo e il telefono cellulare impostato in modalità telecamera.
Pinuccio Mozzarella sfiorò la guancia di Gennaro con il pollice e l’indice, come a simulare un
pizzicotto, e gli disse a voce a bassa:
“E cancella ‘sto cazzo di video che hai girato. A chi vuoi che interessi una macchina
parcheggiata in divieto di sosta? Qui a Formia ci sono più divieti di sosta che cristiani
ahahahahah. Mò devo andare via, devo porta’ le mozzarelle al Prefetto. Statti buono Genna’.”
Andando via e immettendosi in via Costanzo Ciano ebbe anche il tempo di salutare l'autista
di una volante della Polizia che nel frattempo si era trovata, per caso, a passare davanti alla piazza,
notando la sosta vietata del mozzarellaro.
“Uè …. brigadiere carissimo …. vado via subito: sono atteso dal prefetto; vogliamo far
aspettare sua eccellenza il prefetto? Ahahahahah …. ”
Niente contravvenzione. Nessun verbale. Sempre con il suo sorriso sadico e beffardo
stampato sulla faccia, Pinuccio Mozzarella sgommò con la sua BMW ultimo modello e partì a
manetta. Ovviamente contro senso. Tutti sanno, però, che oltre alla mozzarella, Pinuccio
trasportava: cocaina, mignotte, armi e soldi da piazzare all’estero. Inoltre era il fedele faccendiere e
confidente di onorevoli, senatori, alti prelati, assessori, ai quali forniva loro tutto ciò di cui avevano
bisogno, anche armi, soldi, cocaina e mignotte. Tutto, tranne la mozzarella.
Quella del parcheggio di Pinuccio detto Mozzarella e del suo divieto di sosta è l’immagine
plastica di Formia. Una città di quarantamila abitanti in provincia di Latina, al confine tra Lazio e
Campania, sdraiata lungo la costa del magnifico Golfo di Gaeta., dove corruzione, camorra,
malaffare, collusioni, concussioni, clientelismi, favoritismi, riciclo di denaro, illegalità varie e
diffuse, impunità, prepotenze, uso disinvolto e abuso incosciente di droghe, gioco d'azzardo,
prostituzione, violenze, raccomandazioni e molto, molto altro, hanno trovato le condizioni ottimali
per convivere e svilupparsi in un equilibrio unico e assolutamente omertoso.
È in questa meravigliosa cittadina, dalla variegata cornice culturale, economica e sociale,
che abita Damiano; ed è in questa città che si svilupperà la vicenda che andremo a narrare, una
storia talmente incredibile da sembrare credibile, e talmente credibile da sembrare impossibile.
DAMIANO & FAMIGLIA - All’epoca dei fatti aveva 23 anni. Damiano è nato e cresciuto a
Formia. E vive a Formia. Diplomato al liceo Classico “Giorgio Almirante” con 100 su 100 è un
ragazzo modello, il figlio che tutti i genitori borghesi vorrebbero avere: non fuma, non beve, torna a
casa presto la sera, piace alle ragazzine della sua età, non litiga mai. Un ragazzo che a 23 anni già
dimostrava una buona dose di saggezza, forse anche troppa, così diverso dai suoi coetanei da tradire
imbarazzi e difficoltà di socializzazione. Per lui i professori di italiano, greco, filosofia e latino,
prevedevano una brillante carriera universitaria. Ed è forse proprio per questo che, l’anno
successivo alla maturità, Damiano decise di non iscriversi all’università. Non voleva una vita già
segnata, già scritta. I genitori rimasero basiti. In lui riponevano molte aspettative, soprattutto il
padre, che vedeva una possibilità di rivalsa dopo una vita non proprio brillante. Avrebbe voluto che
il suo unico figlio conseguisse una laurea importante e riuscisse a realizzarsi nella vita, cosa che lui
aveva solo sognato.
Subito dopo la maturità, Damiano decise di cercarsi un lavoro. Ripetizioni private a dieci
euro l’ora per studenti delle scuole medie e superiori. Cinque anni dopo ancora impartiva lezioni
private di italiano, filosofia, greco e latino, e lo faceva con molta passione e dedizione. Con tre o
quattro studenti riusciva a tirar su circa otto/novecento euro al mese, che gli consentivano la giusta
autonomia da una famiglia oramai arrivata al capolinea della propria tenuta sociale.
Damiano viveva da solo in un monolocale a Formia. L’immobile fu acquistato dal padre tre
anni prima, con i soldi della liquidazione, e doveva rappresentare un investimento per il futuro;
diceva che era un affare che non potevano lasciarsi sfuggire. La madre, invece, più realista, diceva
che quel monolocale serviva soltanto al marito per qualche incontro di sesso occasionale con
ragazzine conosciute in internet.
Che la coppia fosse in crisi si vedeva e si sentiva. Si vedeva dai loro sguardi incrociati e
furtivi e si sentiva dai loro silenzi prolungati e decisi. Dopo venticinque anni di matrimonio non
c’era più niente da dire e da fare insieme. Effettivamente il padre di Damiano si dilettava a
incontrare alcune ragazzine conosciute su internet, in una di quelle chat nelle quali si dialoga in
anonimato e dove la facilità di incontro e di sesso libero scatena qualsiasi fantasia. Il nick-name del
padre, “stallone55” (55 sono gli anni), attirava molte ragazzine in vena di farsi l’uomo maturo, la
scopata da collezionare per poi vantarsi con le amiche. Anche perché, a dire il vero, il padre di
Damiano era ancora un uomo molto affascinante. Aveva il capello brizzolato e quella carnagione
scura che fa molto Pierferdi, e che tanto andava di moda tra le coetanee del figlio.
Fu lo stesso Damiano a beccarlo una sera in compagnia di una sua amica, che
successivamente gli raccontò di essersi concessa a del sesso orale con il padre. Glielo disse così,
papale papale, senza alcuna remora, pensando di riuscire a metterlo in imbarazzo.
Ma a Damiano poco importava. A lui interessava soltanto che il padre fosse felice.
La madre, nel frattempo, aveva scoperto tutto; inizialmente si lasciò andare ad incazzature
bestiali, con tanto di ingiurie, minacce, e quant'altro. Ma poi, siccome c’era di mezzo un figlio, gli
stessi genitori si accordarono per evitare scenate in presenza del figlio; questo rasserenava un poco
l’animo di Damiano, che almeno si risparmiava le tensioni di una coppia post-sessantottina isterica
e carica di complessi, continuamente soggetta ad isterismi pre-senili.
Proprio per andare in culo al marito, la madre chiese a Damiano di trasferirsi presso il
monolocale acquistato per investimento. E lui fu oltremodo contento di poter conquistare quella
autonomia e quella privacy che aveva sempre desiderato. Quel monolocale sembrava disegnato
apposta per lui. Piccolo, elegante, ospitale, centrale. E la fortuna di andare via di casa a venti anni,
senza dover pagare un euro di locazione e con le utenze domestiche interamente rimborsate, era
superiore, almeno per Damiano, a qualsiasi vincita alla lotteria.
Il patto stipulato dai genitori, di cui Damiano venne a conoscenza solo molto tempo dopo,
prevedeva che quando il figlio sarebbe stato più maturo, gli stessi genitori avrebbero risolto la
relazione di coppia in modo responsabile e civile, con la solita ufficiale separazione consensuale.
Nel frattempo, con la scusa di avere gusti differenti per i programmi televisivi, decisero di dormire
in stanze separate. Ma Damiano, che aveva un alto grado di
saggezza e di capacità di
apprendimento, aveva intuito tutto, ma fingeva di non sapere nulla. Anche perché scoprì che, tutto
sommato, era un vantaggio essere figlio di una coppia in crisi. Primo, perché avevano altro a cui
pensare e lo avrebbero assillato di meno; secondo, perché, in preda a continui sensi di colpa verso il
figlio, facevano a gara per soddisfare i suoi bisogni e pagargli le utenze del monolocale. Ci rimase
solo un po’ male per quel “… quando il figlio sarebbe stato più maturo …”.
Lui si sentiva già adulto e responsabile, nell'età giusta anche per comprendere le crisi delle relazioni
di coppie e per affrontare qualsiasi separazione e divorzio dei propri genitori. E poi, francamente, a
Damiano, che i genitori stavano per separarsi, non gliene poteva fregare di meno.
I genitori di Damiano si conobbero alle scuole superiori. Frequentavano entrambi il liceo
classico di Formia e si fidanzarono a 16 anni. Vissero insieme con l’accordo di non sposarsi. Era
una bella coppia. Poi, per accedere ad un mutuo agevolato riservato soltanto alle coppie sposate,
decisero di convolare a nozze, dando inizio ai loro guai. Damiano fu concepito quando entrambi i
genitori avevano 32 anni, una età avanzata per concepire figli, almeno secondo la media delle età
dei contraenti di matrimonio della città. Damiano fu concepito perché voluto da entrambi, a
coronamento di un amore che, almeno fino a quel momento, era stato subliminale.
Era ormai una decina di anni che il padre di Damiano metteva le corna alla moglie, prima
con le proprie colleghe di lavoro e poi, dopo aver scoperto internet e le enormi possibilità di
socializzazione virtuale che offre, con le famose ragazzine tardo adolescenti che gli sbavano sotto il
naso.
Damiano frequentava una comitiva molto numerosa, composta prevalentemente da ex
studenti del liceo classico. Aveva molte amiche e amici e, con il tempo, si era “conquistato” il ruolo
di confidente sentimentale, per cui pur non volendo, conosceva tutto di tutti, compresi gli adulteri,
le sofferenze, le speranze e le angherie di tutti i suoi amici; diceva che, prima o poi, avrebbe scritto
un libro di tutte le storie che gli erano state confidate. “ … chissà …” diceva “ … non sarà un bestseller, ma sicuramente ci sarà da sbellicarsi dalle risate”. Con la comitiva ci si vedeva soprattutto
nei fine settimana. Il punto di incontro era piazza Mussolini a Formia. Poi le solite cose, tipo pizza,
cinema, passeggiata, cazzeggio e cose simili. Damiano non aveva una relazione sentimentale
stabile. Non che gli mancassero le possibilità. Lui era un bel ragazzo, istruito, educato, simpatico e
sempre disponibile, e proprio per questo “continuava a cercare”, dopo qualche avventura, l’amore
della sua vita. Era un romanticone, uno di quelli che non cederebbe mai alla prima arrivata, per
quanto caruccia o appariscente potesse essere.
Il suo unico problema sembrava essere il suo cognome, una croce che si portava avanti dalla
prima elementare. Un cognome che suscitava risolini idioti ogni volta che lo pronunciava. Si era
riproposto di cambiarlo prima possibile.
Nella medesima comitiva spiccavano due ragazzi che più di altri erano riusciti a legare con
Damiano. Erano Valerio e Arturo, che, nella storia che stiamo narrando, andranno a ricoprire un
ruolo molto importante. Una storia complicata difficile da ricostruire, soprattutto per uno come me
che non è nato a Formia, non è vissuto a Formia e non è cresciuto a Formia. Una ricostruzione
complicata ma abbastanza fedele.
VALERIO E ARTURO - Valerio, Arturo e Damiano si vedevano soltanto nel fine settimana. Molto
spesso facevano la spesa e cenavano insieme, ovviamente da Damiano, che era l’unico che avesse
una casa a disposizione. Stavano bene tutti e tre insieme. Caratteri molto diversi, ma
complementari. Damiano: determinato ed estroverso; Valerio: pigro, timido e sempre indeciso; e
Arturo: allegro, gioviale, apparentemente imbranato e sempre fatto di sostanze stupefacenti.
Valerio era un ex compagno di scuola di Damiano; spesso avevano studiato insieme e forse,
proprio grazie a questa circostanza, Damiano aveva sviluppato la capacità di insegnare e di
impartire ripetizioni private. Subito dopo il liceo Classico Valerio decise di iscriversi all’università,
che frequentava con molta assiduità ma con scarsi risultati. Non perché avesse particolari difficoltà
cognitive, ma perché il suo essere timido gli procurava evidenti imbarazzi e vere e proprie paralisi
durante le sedute d'esame.
In compenso però, quella particolare timidezza riusciva a fare breccia nel cuore tenero delle
coetanee; anche le ragazze più ambite trovavano molto sensuale la timidezza di Valerio, al punto da
costringere i fidanzati maschi a fingersi timidi e impacciati. Evidentemente quell’anno si portava il
timido. Non è dato sapere se Valerio fosse consapevole o meno di quella potenzialità o se sotto sotto
ci marciasse. Sta di fatto che cercava di trarne tutti i possibili vantaggi.
Valerio era sempre molto introverso, tranne quando stava insieme a Damiano. Con lui
riusciva ad essere naturale, spontaneo; riusciva a confidarsi, a parlare di tutto, dal cinema allo sport,
dalla politica all’attualità. Stavano bene insieme e si fidavano l'uno dell'altro. Valerio parlava spesso
dell’oppressione che subiva dai propri genitori e di quanto soffrisse per questo. Era un po’ invidioso
della libertà che Damiano aveva ottenuto andando a vivere da solo e desiderava anche lui, in un
futuro non troppo lontano, l'indipendenza dai propri genitori; magari andare via da Formia, vivere
in una grande città europea, avere un lavoro che lo soddisfacesse, soprattutto economicamente, e
viaggiare viaggiare viaggiare e conoscere gente nuova e conoscere posti nuovi, di quelli che ti
tolgono il fiato, e incontrare la persona giusta con la quale condividere lo stesso progetto di vita, e,
infine, ma non da ultimo, non dover dare più conto delle proprie scelte né ai propri genitori, né a
nessun altro, perché di Formia si era decisamente rotto il cazzo.
Ma Valerio era abbastanza realista da intuire che i genitori già tramavano per lui un futuro
occupazionale delineato, anche se non avevano ancora avuto il coraggio di comunicarglielo;
inconsciamente intuiva e temeva che la sua sarebbe stata una vita piatta e senza emozioni, di quelle
che quando l’hai vissuta ti giri indietro e dici: “ma che cazzo ho fatto finora?”
Arturo era l’opposto di Valerio. Arturo rideva sempre. In continuazione. Anche senza
motivo. Anche a davanti a un incidente stradale o a un funerale. Il perdurare senza soluzione di
continuità dell’uso di sostanze stupefacenti e di alcool, lo faceva stare sempre su di giri, facendolo
incorrere molto spesso in situazioni imbarazzanti.
Terminati gli studi del liceo decise di iscriversi a uno di quei corsi di formazione finalizzati
alla professione e conseguì l’attestato di assistente per soggetti con ridotte capacità fisiche.
Praticamente un assistente sociale. Accudiva un invalido paralitico in carrozzella dal quale riceveva
l’intera pensione di invalidità. Sul lavoro era molto serio e professionale, tant’è che i genitori
dell’assistito non avevano nulla da rimproverargli. Guadagnava un migliaio di euro al mese per tre
ore di lavoro al giorno. Lavorava dalle nove di mattina fino a mezzogiorno. Stava un po’ insieme al
ragazzo invalido, gli faceva compagnia e a volte uscivano per la città a scorrazzare con la
carrozzella. Qualche volta, anche senza essere retribuito, lo andava a prendere a casa la sera e
uscivano insieme per frequentare i locali notturni della zona. Gli aveva insegnato anche a bere e a
fumare canne. Era convinto che gli facesse passare la depressione. Difficile da credere, ma era
evidente che l’assistito fosse cambiato in meglio da quando frequentava Arturo.
Damiano e Arturo frequentavano la stessa scuola ma non la stessa classe. Si conobbero in
occasione di un’assemblea studentesca nella quale si discuteva animatamente della ennesima
occupazione e autogestione dell’istituto, per l’ennesima manovra finanziaria del governo, che
proponeva gli ennesimi tagli ai finanziamenti della scuola, per l’ennesima fase di rigore al quale
erano richiamati gli studenti e professori che per l’ennesima volta rivendicavano maggiore
attenzione verso la scuola e l’università e che per l’ennesima volta era necessaria la più ampia
mobilitazione di tutti gli studenti per la partecipazione all’ennesima manifestazione nazionale con
l’ennesima precisazione di evitare strumentalizzazioni da qualsivoglia partito politico perché “… il
movimento non ha partiti né bandiere né colori”.
In quella assemblea Damiano e Arturo erano seduti uno accanto all’altro; per rompere il ghiaccio
Arturo manifestò a Damiano una certa insofferenza verso quel tipo di discussione e subito dopo si
accese una sigaretta. Apriti cielo. L'assemblea cambiò completamente impostazione. Era giusto
vietare ad una persona di fumare in un luogo chiuso? Partendo dai diritti dei fumatori che non
potevano soggiacere a quelli dei non fumatori, la discussione si inerpicò su tematiche e concetti del
tipo che era vietato vietare, che in democrazia ognuno può fare ciò che vuole altrimenti che
democrazia è, che la mia libertà finisce laddove inizia la sofferenza altrui, che il divieto di fumare è
un provvedimento borghese e reazionario, che imporre le proprie regole è una manifestazione
evidentemente reazionaria e fascista. Intanto Arturo finì la sua sigaretta, ma ormai l’assemblea era
compromessa, con la componente studentesca divisa sul divieto di fumo. Damiano difese Arturo e
fece anche un intervento in suo favore. Lui apprezzò molto. Si ritrovarono vicendevolmente
simpatici e iniziarono a frequentarsi.
E' così che si compose il trio di amici. E questa storia inizia proprio con un incontro tra
Damiano, Valerio e Arturo.
LUNEDI’ 5 APRILE - E’ noto che a Pasquetta piova sempre. Ma Damiano, Valerio e Arturo
decisero di sfidare sia il padreterno che le tradizionali e traditrici nuvole fantozziane trascorrendo la
pasquetta al mare. Fino alla sera prima organizzarono tutto nei minimi dettagli. Damiano avrebbe
portato le frittate di patate e cipolle e il pane, Valerio il vino e una boccetta di grappa e Arturo il
fumo. L’appuntamento sarebbe stato la mattina seguente alle undici a casa di Damiano, e poi tutti al
mare a Gaeta, dove avrebbero deciso di trascorrere l’intera giornata.
Alle undici di mattina di Pasquetta tutti e tre si ritrovarono sotto casa di Damiano, ma
bastarono poche nuvole per dissuaderli dalle loro intenzioni. Decisero comunque di trascorre la
giornata insieme e il povero Damiano offrì, stoicamente, la disponibilità della propria abitazione pur
cosciente di mettere a dura prova la propria cucina e la propria pazienza.
Nonostante tutto si divertirono. Arturo, che già stava fatto, si ingrippò di brutto per una
canzone di Laura Pausini che trovò nel raccoglitore di cd di Damiano. La canzone di Laura Pausini
lo mandò in paranoia. Fino a quel momento non aveva mai ascoltato La solitudine piuttosto che
Strani amori. Arturo stava scoprendo un mondo musicale completamente nuovo per lui, abituato ad
ascoltare tipi come i Rotterdam Terror Corps, oppure i The Accused of the penis, o gli Emorroidi’s
Tribut, ovvero il peggio del peggio del peggio della musica hardcore. E quella melodia armonica di
Laura Pausini, legata a un paio litri di vino che si tracannò da solo e a un paio di cannoni ben farciti,
proiettò Arturo in una dimensione quasi mistica che lo sradicava dalla terra ferma e lo rilanciava
verso realtà mai esplorate. Farneticava frasi sconclusionate del tipo “... cosa mi sono perso
finora ...”, oppure “... questa non è una cantante, è una è una poetessa ...”, e poi, quando i neuroni
diventarono definitivamente ostaggio di fumo e vino, iniziò a delirare con frasi del tipo “... vedo la
luce … Dio c’è ... grazie Laura di esistere...” e cose simili. In parole povere, aveva sbroccato. Verso
le tre di pomeriggio collassò a terra e iniziò a parlare nel sonno, “Laura Pausini ti amo, ti voglio
sposareeeee”. Valerio insisteva nel voler chiamare il 118, ma Damiano lo rassicurò sulla normalità
della situazione. Era normale che Arturo collassasse. A pasquetta sarebbe stano anormale il
contrario.
Poco dopo anche Damiano e Valerio crollarono sul divano. Avevano leggermente esagerato
con fumo e vino e il rilassamento totale del corpo e della mente ebbe il sopravvento. Alle cinque di
pomeriggio furono svegliati di soprassalto da uno spaventoso urlo di donna! Era la suoneria del
telefono cellulare di Arturo che, contrariamente ai due amici semi infartuati, non si scompose più di
tanto. Per l’esattezza era la suoneria degli sms. Una semplice comunicazione pubblicitaria della
Vodafone che gli proponeva una tariffa sconto verso improbabili chiamate dall’estero.
Oramai svegli, i tre giovani formiani decisero di uscire. Un timido raggio di sole inondava il
salotto di casa di Damiano, e Arturo propose di concludere la giornata in un posto che solo lui
conosceva. Valerio mise a disposizione la sua Panda e partirono alla volta del porticciolo romano di
Gianola, un sito archeologico immerso nel verde di un’area protetta. Un posto non troppo
frequentato per il semplice fatto che non era raggiungibile con la macchina e per i tanti divieti posti
dagli agenti della forestale, che se ti beccavano con una sigaretta accesa o anche solo a calpestare un
insetto, ti facevano un mazzo tanto. Ma figurarsi se i tre prodi giovani formiani si facevano scrupolo
del mazzo tanto. Scorrazzarono per i sentieri del parco canticchiando le canzoni di Laura Pausini e i
suoi strani amori / mettono nei guai / ma in realtà siamo noi. Oramai Arturo era andato e in meno
di due ore aveva imparato a memoria tutte le sue canzoni. Anche se molto probabilmente il giorno
dopo avrebbe dimenticato sia lei che le sue melodiche canzoni smielate e sarebbe tornato ad
ascoltare gli Emorroidi’s Tribut. Ma in quel momento era talmente fatto che qualsiasi canzone
sarebbe stata utile per tenere alto il demenziale spirito della pasquetta
Arturo si sedette sugli scogli del porticciolo e iniziò a rullare una canna. Arturo raccontava
che qui ci si rifugiava quando voleva stare da solo e lontano dai cazzoni della città. Si ritrovarono
così insieme, Damiano, Valerio e Arturo, sugli scogli del porticciolo romano di Gianola, il giorno di
Pasquetta, verso le sei di sera, lontani da qualsiasi altro essere umano, con il mare, il tramonto, la
natura e gli ultimi tiri di una mirabile cannetta per concludere una splendida giornata.
“E quei due chi cazzo sono???”, chiese Valerio vedendo due tipi che si avvicinavano.
Effettivamente dal sentiero che portava al porticciolo di Gianola sbucarono due tipi sulla
cinquantina con la faccia sospetta, tipo faccia da sbirri. Per precauzione Arturo mise la canna
all’altezza dell’anca in modo che non fosse troppo visibile ai quei due tipi con la faccia da sbirri.
Quei due non avevano soltanto la faccia da sbirri ma anche i documenti da sbirri. Insomma, erano
sbirri.
Arturo odiava gli sbirri, ancor più da quel giorno di Pasquetta, quando con i suoi due
migliori amici, con il sole all’imbrunire, con l’oasi naturalistica e la cannetta rullata con tanta
professionalità e dedizione, avrebbe voluto solo godersi la giornata. Fece in tempo a gettare la
canna in terra e passarci sopra con la scarpa, ma gli sbirri, che erano appostati già da qualche
minuto e che probabilmente lo pedinavano da qualche ora, raccolsero i resti fumanti della canna e li
posero in una bustina di cellophane.
Si trattava di due spietati e terribili ispettori di Polizia, che rispondevano al nome di
Percuoco e Madonna. Quando l’ispettore Madonna declinò le proprie generalità i tre ragazzi
esplosero in una irrefrenabile risata, partita quando Arturo sussurrò “ci hanno beccati, porca
Madonna”. Gli Starsky & Hutch de noiantri non batterono ciglio. Chiesero i documenti ai tre
ragazzi e si limitarono a compilare un verbale di accertamento. Non espressero alcuna
considerazione e rimasero seri e inflessibili per tutto il tempo. Secondo un vecchio detto per il quale
gli sbirri vanno sempre in coppia in quanto complementari nel saper leggere e scrivere, Percuoco
leggeva e Madonna scriveva. L’ispettore Percuoco leggeva i documenti di identità dei tre ragazzi e
l’ispettore Madonna redigeva il verbale. Al termine dell’accertamento i due ispettori riconsegnarono
i documenti ai tre ragazzi che continuavano a ridere come tre imbecilli. Nel consegnare i documenti
gli sguardi dei due ispettori tradirono altrettanti ghigni di disprezzo che non lasciavano nulla
all’immaginazione: “ridete, ridete pure, che poi ridiamo noi, brutti drogati di merda che non siete
altro …”. Prima di congedarsi, i due ispettori porsero ai tre ragazzi drogati un foglio da firmare,
che altri non era che un verbale su carta verde, accuratamente riempito in tutte le parti, e che
presumibilmente era il verbale di accertamento della constatazione della flagranza dei tre ragazzi
drogati intenti a fumare una cannetta. I tre ragazzi drogati non lessero il contenuto del verbale e
firmarono tranquillamente, con la certezza che una cannetta neanche troppo farcita e fumata per
metà, non costituisse un reato grave. E poi, anche se avessero letto il verbale, ubriachi come erano,
non ci avrebbero capito una mazza.
Appena i due ispettori furono fuori lo spettro sonoro, Arturo emise un grido liberatorio:
“sono come Bernadette, siamo a Fatima, ho visto la Madonaaaaaaaa”. Come tre imbecilli
ripeterono quella frase per decine di volte, e ogni volta che la ripetevano ridevano a crepapelle. Fino
all’ultimo secondo. Fino a quando ognuno tornò tranquillamente a casa propria. E continuarono a
ridere ognuno per proprio conto ricordando quella banale, insignificante e inutile giornata di
Pasquetta con quell’epilogo che li aveva resi allegri e spensierati, e completamente indifferenti al
verbale della Polizia e alle conseguenze che potevano derivarne.
MERCOLEDI’ 7 APRILE - Due giorni dopo, i postumi della sbronza erano completamente
superati.
Arturo riprese a svolgere la sua mansione di assistente sociale raccontando a tutti quelli che
incontrava l’episodio dell’ispettore Madonna e dei risvolti della giornata di Pasquetta. Ovviamente
esagerò nel racconto e lo riempì di particolari non veri, ma verosimili. Raccontò di aver visto la
Madonna e sotto certi aspetti era vero. Il suo modo di raccontare era così coinvolgente che coloro
che lo ascoltavano ridevano prima ancora di sentire il finale. Il suo dialetto era talmente divertente
che anche l’ispettore Percuoco, relegato ad attore non protagonista, diventava oggetto di ilarità, per
il semplice fatto che pronunciasse quel nome.
Valerio riprese a studiare. Avrebbe dovuto sostenere un esame universitario un paio di mesi
dopo ed era in allarmante ritardo sulla tabella di marcia.
Damiano invece tornò ad impartire ripetizioni private e a serrare il programma scolastico dei
suoi tre studenti per le ultime interrogazioni dell’anno. I tre clienti di Damiano erano abbastanza
preparati e ormai si notavano sensibili miglioramenti nella conoscenza della materia e nello
sviluppo degli argomenti. La sufficienza nelle materie delle ripetizioni private sembrava raggiunta
con un paio di mesi di anticipo rispetto alla chiusura dell’anno scolastico.
Ed è proprio durante lo svolgimento delle ripetizioni private che Damiano ricevette una
telefonata da parte di Valerio. Il tono della voce di Valerio tradiva un’inquietante preoccupazione
che Damiano registrò con altrettanta inquietudine. Il motivo della preoccupazione riguardava un
articolo apparso in mattinata su Formia Oggi, un quotidiano che trattava notizie prettamente locali.
L'articolo, apparentemente innocuo, riguardava un’operazione del commissariato di Polizia di
Formia. Un trafiletto piccolo e nascosto in basso, in mezzo alle inserzioni pubblicitarie. Uno di quei
soliti trafiletti sui quali ci si passava lo sguardo e che in genere non veniva mai letto. “Pasquetta
sicura. resoconto della Polizia di Formia: è stato un week.end di Pasqua abbastanza tranquillo per
quanto riguarda la sicurezza stradale e la sicurezza dei cittadini. Nessun episodio di particolare
rilevanza è stato registrato dal locale commissariato di Polizia di Stato di Formia che durante il
week end di pasqua ha precettato tutti i propri operatori per utilizzare appieno e nella massima
efficienza l’intera disponibilità di organico. Gli uomini del commissariato di Formia hanno
pattugliato l’intera città e il deterrente della loro presenza è bastato a prevenire qualsiasi atto di
vandalismo e di teppismo, soprattutto giovanile. Unico episodio da registrare è quello che ha visto
coinvolti tre giovani di Formia intenti nel consumo di sostanze stupefacenti nel porticciolo romano
di Gianola. I tre giovani sono stati fermati dagli ispettori Madonna e Percuoco che hanno
provveduto a redigere apposito verbale e a trasmetterlo alla Prefettura e alla Procura della
Repubblica di Latina.”
Damiano rimase qualche secondo in silenzio. Non riusciva a capire. Non riusciva a capire
cosa ci fosse di tanto interessante. Non riusciva a capire perché il fatto dovesse riguardare la
Procura della Repubblica di Latina. Non riusciva a capire dove era la notizia. Non riusciva a capire
perché tanta importanza per un fatto così banale. Valerio ruppe quel silenzio dicendo che
nell’articolo non era scritto alcun nome e che quindi non c’era nulla di cui preoccuparsi. Ma
Damiano non era preoccupato per un eventuale sputtanamento della sua persona. Era, invece,
dubbioso su quelle poche righe in calce ad un articolo di cronaca locale. C’era qualcosa che non
quadrava, ma non capiva cosa. Aveva una strana sensazione, una di quelle sensazioni che ti prende
alla pancia. Damiano chiese se Arturo fosse a conoscenza di quell’articolo. Valerio, ridendo,
rispose che non solo ne era conoscenza, ma che aveva prodotto una serie di fotocopie e le aveva
consegnate agli amici e ai conoscenti. E ogni volta che sottolineava i nomi di Percuoco e Madonna,
a due giorni di distanza, ancora rideva come un imbecille. Sentendo che Valerio rideva e che Arturo
era addirittura orgoglioso di quell’articolo, Damiano si convinse che i suoi dubbi erano semplici
paranoie e che tutto sommato non c’era nulla di cui preoccuparsi.
Valerio era ormai convinto che quell’articolo fosse stato pubblicato per il semplice fatto che
Formia Oggi, quel giorno, non avesse nulla da scrivere e che servisse soltanto a riempire le pagine.
Damiano fece mente locale e ricordò, a tal proposito, di aver sfogliato qualche volta quella specie di
giornale locale e che, effettivamente, aveva avuto modo di constare più di una volta le notizie più
inutili e ininfluenti che si possano leggere.
I ragazzi non si sbagliavano. Formia Oggi era uno dei tanti giornali locali di proprietà di
Giuseppe Ciarrapico, senatore del PdL, ex missino, dichiaratamente e orgogliosamente fascista, con
una serie di busti bronzei di Mussolini sparsi in bella mostra nel proprio ufficio. Indagato dalla
Procura della Repubblica di Roma per truffa in relazione a contributi all’editoria percepiti
illecitamente dalle società editoriali che facevano capo a lui stesso. Per questi motivi la Guardia di
Finanza gli avrebbe sequestrato, un paio di mesi prima, beni per circa venti milioni di euro tra
immobili, quote societarie ed una imbarcazione di lusso. Ovviamente per Ciarrapico si trattava di
toghe rosse, di giudici comunisti, della teoria del complotto, e bla bla bla. C’erano anche altri
giornali che trattavano di cronaca locale: “il Tempo”, “la Provincia” e “il Messaggero”, e in più una
radio locale “Radio Formia”, e “Lazio TV”, una emittente televisiva che trattava prevalentemente
cronaca della provincia. Ma il giornale di Ciarrapico fu l’unico a dare la notizia dei tre ragazzi
drogati beccati il giorno di Pasquetta. L’indole destroide e il perbenismo borghese di Formi Oggi
erano testimoniati dal sodalizio che il giornale locale aveva stretto con “il Giornale” quotidiano
nazionale storicamente di destra. Se acquistavi una copia di Formia Oggi avevi in regalo una copia
de “Il Giornale”, il tutto alla modica cifra di un euro. Questo sodalizio aveva portato al record delle
vendite dei due giornali, diventati egemoni nell'informazione locale. Le coscienze dei cittadini di
Formia e della provincia di Latina erano nelle mani di Vittorio Feltri & Giuseppe Ciarrapico.
Damiano, riprese le sue lezioni private con in testa l’immagine di Arturo che camminava per
strada con le fotocopie dell’articolo nel quale si parlava di lui.
Valerio riprese i suoi studi con il timore che i suoi genitori potessero scoprire che lui era uno
dei tre ragazzi drogati.
GIOVEDI’ 8 APRILE - Il giorno successivo la notizia era su tutti i giornali locali. Non più solo
Formia Oggi, ma tutti i giornali, radio e televisione locali. Quella volta però il comunicato fornito
alle agenzie di stampa locale era della amministrazione comunale di Formia, che attraverso il
sindaco della città intervenne in merito alla vicenda. “Il sindaco di Formia interviene in merito alla
ignobile bravata dei tre ragazzi drogati sorpresi al porticciolo turistico di Gianola: “In tutta
sincerità penso che drogarsi in pieno giorno, in presenza anche di bambini, sia un atto ignobile che
va censurato e condannato. È ora di dire basta alla droga nella nostra città. Chiederemo al
Giudice del Tribunale di Latina di punire esemplarmente i tre ragazzi drogati e, se è il caso,
chiederò all'amministrazione comunale di Formia di costituirsi parte civile nel processo.”
Quella volta non si trattò di un trafiletto, ma di un articolo a sei colonne, in alto, con foto del
sindaco e con vari richiami nei sottotitoli. Anche gli altri giornali dedicarono altrettanto spazio e
altrettanta attenzione alla storia dei tre ragazzi drogati. In vari riquadri comparivano anche i nomi
dei due poliziotti che avevano portato a termine la brillante operazione e le iniziali dei tre ragazzi
coinvolti nella vicenda. Rispetto alla versione del giorno precedente, quella volta comparirono le
foto dei bambini, che secondo il sindaco di Formia avrebbero assistito alla scena dei tre ragazzi che
si drogavano, e la notizia di un processo penale in corso. Inoltre nell’articolo non si specificava se si
trattasse di uso di droghe cosiddette leggere, lasciando volutamente intendere che gli ignavi bambini
avessero potuto assistere alla iniezione di una dosa di eroina per endovena.
Valerio fu il primo dei tre a leggere la nota dell’amministrazione comunale di Formia.
L’articolo apparve la sera prima su un blog di informazione locale, Telefree.it, che, tra l’altro,
pubblicò anche tutte le note delle varie testate giornalistiche della provincia di Latina. La
particolarità del blog era quella di poter commentare, anche in forma anonima attraverso nick name,
tutti gli articoli che venivano pubblicati on-line. La sera prima Valerio lesse l’articolo ma aspettò il
giorno successivo per telefonare a Damiano. Sperava in cuor suo che l’articolo non fosse pubblicato
sulla carta stampata e letto nei programmi radiofonici e televisivi delle emittenti locali. La mattina
alle sette si precipitò in edicola e scoprì che alla notizia fu dato massimo risalto e decise subito di
telefonare a Damiano e di informarlo su quanto stava avvenendo.
C’era la questione delle iniziali dei ragazzi che preoccupava non poco Valerio, soprattutto
per i genitori, qualora fossero venuti a conoscenza del fatto.
A Damiano dei suoi genitori non poteva importare di meno, troppo presi come erano da
adulteri e forme maniacali di invecchiamento non accettato. Non erano neanche in grado di
innescare un minimo di interazione conflittuale con il proprio figlio.
Arturo, invece, ne avrebbe tratto tutti i vantaggi del caso. Lui non solo non si celava dietro il
segreto, ma addirittura ne dava il più ampio risalto propagandistico. Era convinto che, con quella
notizia e con quel risalto giornalistico, avrebbe aumentato il prestigio della sua immagine di bello e
dannato che lo aveva sempre favorito nei rapporti sentimentali. In buona sostanza il bello e dannato
tirava maledettamente tra le ragazzine adolescenti; addirittura girava voce che Arturo, con le
fotocopie dell'articolo con le sue iniziali, firmasse autografi alle sue fan.
Insomma, tre ragazzi e tre modi diversi di reagire di fronte a un avvenimento che li vedeva
coinvolti. Forse quella loro amicizia era fondata proprio sulla complementarietà dei tre componenti.
O forse era il semplice destino ad averli fatti incontrare, così diversi, così opposti. Valerio era
terrorizzato dai genitori, a Damiano non gliene fregava niente e Arturo riusciva addirittura a trarne
vantaggio. Un vero casino. In quelle condizioni era difficile trovare un punto di incontro per
contrastare, unitariamente, qualsiasi attacco mediatico e giuridico che eventualmente sarebbe sorto.
Valerio temeva che i nomi dei tre ragazzi drogati potessero uscire fuori prima o poi. La città
non era tanto grande e le notizie circolavano con una certa velocità. Soprattutto quelle legate al
pettegolezzo e al gossip. Valerio pensava che le iniziali dei nomi dei tre ragazzi drogati pubblicati
sul giornale potessero destare qualche curiosità morbosa anche tra i suoi genitori, e che il padre a
breve avrebbe saputo tutto.
Allora Damiano decise di testare questi timori e chiamò il padre, per sapere se
effettivamente la notizia fosse di dominio pubblico. Il padre rispose al telefono con una di quelle
frasi che non lascia spazio a equivoci: “Damia’, mo ti fai pure le canne?”. Sì, la notizia era di
dominio pubblico. Il padre di Damiano sapeva tutto. Al telefono sembrava tranquillo. Rideva e
scherzava con il figlio e si stupiva del fatto di non essersi mai accorto che il figlio fosse un drogato.
Damiano raccontò tutto al padre. Tutta la verità. Raccontò di non essere un drogato, di non essersi
mai fatto una canna, neanche il giorno di pasquetta, che non c’era stato alcun bambino presente al
fatto. Disse anche che gli dispiaceva tanto di aver deluso il padre, nel senso che sembrava deluso
del fatto che il figlio non fosse drogato.
Damiano telefonò immediatamente a Valerio raccontandogli che il proprio padre sapeva
tutto. Il senso del terrore che aveva Valerio raggiunse l’apice. Qualche ora di tempo e anche suo
padre avrebbe saputo tutto. E allora erano cazzi! Il padre di Valerio non era un progressista come
quello di Damiano. Lo avrebbero interrogato, torturato, perquisito. Lo avrebbero costretto a recarsi
dallo psicologo, a frequentare una comunità di recupero di quelle alla don Gelmini, o peggio
ancora, a frequentare la sana e genuina parrocchia di don Antonio, che tanti giovani aveva aiutato a
“... uscire dal tunnel della trrrroca !!!!” Sapeva che l’unica soluzione era quella di scappare di
casa!
Valerio e Damiano decisero di incontrarsi il giorno dopo per verificare gli sviluppi della
vicenda. Ma i ragazzi non sapevano che ben altri sviluppi li aspettavano dietro l’angolo.
VENERDI’ 9 APRILE - Gli sviluppi non si fecero attendere. Il giorno dopo un sms di Valerio
informava Damiano di un altro articolo apparso sul giornale locale. “TI AVVISO KE ANKE OGGI
SIAMO SUL GIORNALE. NN HO CREDITO PER KIAMARE. NN CE LA FACCIO PIU CON
MIO PADRE E MIA MADRE. CAZZO … SANNO TUTTO PORCA PUTTANA UUUFFFF….”
Il comunicato stampa, diramato dell’arcidiocesi di Formia e inviato alle agenzie di stampa,
fu recepito da tutti i giornali locali. L’ufficio stampa dell’arcivescovo di Formia non si era lasciato
scappare l’occasione per intervenire, anche in merito alla vicenda dei tre ragazzi drogati. Infatti il
solerte arcivescovo di Formia interveniva su tutto. Dalla presunta maternità di Valeria Marini alla
mancanza delle strisce pedonali nel centro cittadino. Era un prelato molto attivo. Non sessualmente.
Ma per il resto molto attivo. Lo trovavi dappertutto. Stava sempre in mezzo. Evidentemente il
famoso undicesimo comandamento, fatti i cazzi tuoi che campi cento anni non lo conosceva ancora.
Aveva sempre qualcosa da dire, anche quando non c'era proprio niente da dire. Veniva dalla abazia
di Montecassino dove aveva svolto il ruolo di abate e dove per anni era perseguitato da chiacchiere
infamanti sul suo conto. Per questo era stato degradato da abate ad arcivescovo e per questo il suo
senso di repressione e frustrazione lo portava a delirare e degenerare su qualsiasi circostanza.
L’articolo dell’arcivescovo di Formia, che riguardava i ragazzi, era una accozzaglia di
qualunquismo e demagogia: “anche l’arcivescovo di Formia, dopo l’impeccabile intervento del
sindaco di Formia, ha voluto commentare l’episodio dei tre ragazzi drogati sorpresi a Gianola,
dediti allo spaccio, al consumo di droga e chissà cosa altro ancora, alla presenza altresì di
innocenti bambini che hanno assistito ai fatti. L’arcivescovo di Formia, nel condannare
l’esecrabile attività di spaccio e uso di droga da parte dei giovani, rilancia l’invito alle forze
dell’ordine ad essere più presenti e vigili sui comportamenti dei giovani del luogo, e auspica una
punizione esemplare per i tre drogati da parte della magistratura. Invita, nel contempo, tutte le
parrocchie locali, a raccogliersi in preghiera affinché simili episodi non abbiano più a verificarsi”.
A leggere il comunicato stampa dell’arcivescovo di Formia, anche Damiano iniziò a
preoccuparsi. C’era stata un’evidente evoluzione nella narrazione dei fatti. Nel comunicato
l’arcivescovo parlava di spaccio di droghe e chissà cosa altro ancora. Nessuno fino ad allora aveva
scritto la parola “spaccio”. E il fatto che ci fosse chissà cosa altro ancora era sicuramente un
intrigante pretesto per gli sviluppi che la stampa locale e i mezzi di informazione in generale
volevano dare alla vicenda.
Una serie di domande perseguitavano Damiano: cosa stava accadendo? Quali erano i reali
motivi che spingevano la stampa a gonfiare un caso altrimenti banale e ininfluente? Fin dove
volevano arrivare? Cosa si nascondeva dietro quel comunicato stampa? Un classico comportamento
giornalistico teso a pompare le notizie non interessanti per renderle interessanti? Oppure si voleva
usare quell’episodio per qualcosa che fino a quel momento non era dato sapere? Cosa c’era scritto
sul verbale che i due poliziotti scrissero il giorno di Pasquetta e che i tre ragazzi firmarono senza
neanche leggere? A chi giovava quella situazione? Chi c’era dietro quella storia?
Damiano sapeva realmente come erano andate le cose. Una canna accesa e non fumata,
nessuno spaccio, nessun bambino, nessun chissà cosa altro ancora. Nel porticciolo di Gianola non
si consumò alcun delitto, alcun reato. La legge sul consumo delle droghe leggere non era
permissiva, ma neanche così grave come la si voleva dipingere. Damiano non era perfettamente a
conoscenza dei riferimenti legislativi sul consumo delle droghe leggere, ma sapeva che per una
canna nessuno andava in galera. Soprattutto quando la stessa canna non era stata neanche
consumata. Per questo si dannò l’anima per non aver letto a fondo il verbale redatto dagli ispettori
Percuoco e Madonna prima di firmare.
Eppure Damiano non era un ragazzo sprovveduto. Anzi, per la sua età era un ragazzo
cresciuto molto più in fretta dei suo coetanei. Leggeva sempre il contenuto delle cose prima di
firmarle. A volte le leggeva anche due volte. Non riusciva a perdonarsi quella leggerezza. Almeno
avrebbe potuto avere un riscontro e sapere se i due sbirri avevano camuffato lo stesso verbale, se
c’era scritta o meno la verità, se quei due volevano incastrarli, ma soprattutto perché. Non riusciva a
farsene una ragione. Rilesse l’articolo dell’arcivescovo più volte, e ogni volta che leggeva drogati,
oppure spaccio, piuttosto che chissà cosa altro ancora, si chiedeva se erano congetture
giornalistiche o se erano frasi contenute nel verbale degli sbirri.
Gli venne la mezza idea di andare a parlare con l’arcivescovo. Se Valerio fosse stato
d’accordo ci sarebbero andati insieme. Per Damiano sarebbe la seconda volta che entrava in chiesa.
La prima volta, per il battesimo, durante un feroce litigio tra i suoi genitori e i nonni, fautori
intransigenti della sacra cerimonia. Damiano era ateo convinto, ma ciò non gli impediva di poter
parlare con un arcivescovo, con tutta la repulsione che nutriva nei confronti della categoria. Sì,
parlare con l’arcivescovo e chiedergli: “scusa, ma come cazzo fai a dire che noi spacciavamo? eri
presente all’episodio? e quanti sarebbero stati i bambini presenti all’evento? li hai contati
personalmente? hai un elenco dei nomi di questi fottutissimi bambini? ma come cazzo ti permetti,
brutto pezza di merda, di esprimere opinioni su cose che neanche sai? ma perché non giudichi le
porcherie che si compiono nelle parrocchie a danno dei bambini? quelle non le vedi? vedi solo
quello che ti pare?”.
Lo avrebbe affrontato a muso duro e avrebbe minacciato una querela di parte se
l’arcivescovo non avesse smentito le menzogne pubblicate sul giornale. Se Valerio fosse stato
d’accordo, sarebbero andati da lui la mattina stessa.
Valerio rispose al telefono molto turbato. I suoi genitori avevano saputo tutto. Due delle
iniziali dei nomi comparse sui giornali corrispondevano a quelle del proprio figlio. Il solito
interrogatorio di terzo grado e poi giù a elencare tutti i danni alla salute e al cervello attribuite alle
cosiddette canne, concludendo con un “...si inizia con una canna e non si sa dove si va a finire!!!”
Poi una sequela di esempi di conoscenti comuni che avevano fatto una brutta fine, di incidenti
stradali provocati dall’uso dell’alcool e delle droghe, delle cellule cerebrali che potrebbero andare a
farsi fottere e del rischio di bruciarsi l’università. Poi, siccome ogni scarafaggio è bello agli occhi
della propria madre, i genitori diedero tutta la colpa agli altri due, “... a quei due là...”, ovvero
Damiano e Arturo, che lo avrebbero trascinato con la forza a commettere il disdicevole reato.
Tre ore di bombardamento incessante che Valerio subì stoicamente.
Riuscì anche a
sopportare le ultime prescrizioni relative al divieto di incontrare in futuro quei due là, perché chi
pratica lo zoppo prima o poi impara a zoppicare, perché bisogna farsela sempre con chi è meglio di
se stesso, perché meglio solo che in cattiva compagnia, perché i suoi genitori alla sua età
lavoravano già, e infine perché, cosa che temeva oltremodo, se voleva poteva sempre parlarne con
don Antonio, un prete tanto bravo e tanto vicino ai giovani. Valerio si aspettava quel tipo di
reazione da parte dei propri genitori. La cosa che non poté sopportare però, era la considerazione
che fece la madre con estrema disinvoltura e sincerità, e che lui non sopportò: “e adesso che figura
ci faccio con le mie amiche?”. Una brutta frase che Valerio trovò insopportabile ma che ingoiò
senza fiatare. Avrebbe voluto rispondergli, ma non lo fece: “Ma come? Tuo figlio rischia la galera
e tu pensi a cosa dicono le tue amiche? Ma vaffanculo … me ne vado di casa e non rompetemi più i
coglioni.””
Damiano provò a consolarlo, ma anche lui, davanti a una frase del genere, si trovò disarmato
e senza argomenti. Ovviamente Valerio si rifiutò, almeno fino a quando le acque non si sarebbero
calmate, di accompagnare Damiano dall’arcivescovo di Formia, sicché la sortita sarebbe stata
rinviata a data da destinarsi.
TELEFREE.IT - La storia dei tre ragazzi drogati era diventata ormai un fiume in piena.
Tracimava. Non solo su giornali, radio e televisione, ma anche su internet. Il sito di informazione
locale Telefree.it aveva addirittura dedicato un intero forum sulla questione. Tutti gli internauti
potevano commentare liberamente il contenuto dei vari articoli giornalistici che trattavano la
questione dei tre ragazzi dorgati sorpresi a farsi una canna il giorno di Pasquetta. Dietro
l’anonimato dei tanti nick name si scatenarono le più svariate passioni e i più inquietanti deliri dei
giovani formiani. La stragrande maggioranza dei commenti erano contro i tre ragazzi drogati:
legionaridicristo - i tre drogati dovrebbero redimersi dai loro peccati e rimettersi alla volontà di
Dio.
mariacivita - le canne fanno male, si inizia con le canne e non si sa mai dove si va a finire!! ….. e
poi Damiano con quel cognome che si ritrova può anche fare altro invece che fumare canne …..
rossodisera - si, è vero, come quando si frequenta la galera. Si inizia a frequentare le galere e poi
non si sa dove si va a finire … magari in parlamento … o ci si ritrova a fare il ministro … ma che
cazzo dici? neanche mia nonna dice più queste cose.
donAntonio - sappiate che le parrocchie vi accolgono tutti … venite in parrocchia e vi togliamo
dalle strade.
rossodisera - certo … con tutti i finanziamenti che vi siete fregati dalla Regione Lazio per sostenere
gli oratori, aivoija a farvi i cazzi vostri!!! Don Antoooo, imparati la faticaaaaaa…..
confraternitadeicavalieridiAncoMarzio - basta con la droga …. sporchi e luridi drogati, ci fate
schifooooo … uccidetevi tutti quantiiiiiii
rossodisera - guarda deficiente, che se tutti i drogati si dovessero uccidere, il parlamento si
svuoterebbe … coglione …. e chissà quanti amici tuoi dovrebbero fare la stessa fine …. ma perché
non ti spari tu e tutta la confraternita di fra cazzo da Velletri?
fascistardito - per questi drogati di merda ci vorrebbe la castrazione chimica!!!!
aquilareale - ma quale castrazione chimica!!!! Qui ci vuole la castrazione vera e propria a questi
zecconi sfaticati rotti in culo!!!!
luanaluana – l’idea della castrazione non è male. Però, se tagliate qualcosa, non lo buttate via …
regalatelo a meeeeeee … ahahahahahaha.
missitalia – questa gentaglia offende l’intera città di Formia, ci vuole una pulizia seria, pulizia da
tutti gli zecconi comunisti che sporcano questa nostra bella città …. Andate via, comunisti zecconi
drogati … andate a lavorare!!!
ilcastigatore – e questi comunisti vorrebbero anche governare … ma andate a zappare …
vipera75 – dovrebbero arrestarli e tagliargli le mani così la prossima volta imparano a drogarsi
davanti ai bambini che poi se vi piace tanto il comunismo xche nn ve ne andate tutti a cuba?
gennaroagency – che poi la colpa è tutta dei genitori, ci vuole l’educazzione ci vuole, altro che
perdono e cazzate varie. Ci vogliono le mazzate da bambini. che mio figlio non beve non fuma e se
lo scoprirebbi che fuma lo piglio a mazzate.
formianodoc – sono d’accordo. Ci vogliono le mazzate. “Mazze 'e panelle fanno li fijie bell'”.
Insomma, il popolo di internet, quelli del forum, quelli che chattano, che compongono un
universo abbastanza eterogeneo e rappresentativo della realtà italiana, a parte “rossodisera”,
condannarono senza appello il comportamento dei tre ragazzi drogati. E se è vero che i forum di
discussione di internet rappresentano gli umori e le passioni dei giovani e l’incondizionata libertà di
espressione, allora non c’era niente di cui stare allegri. Damiano non apparve per nulla turbato da
tutti quegli improperi lanciati nei suoi confronti. Anzi, leggendo più attentamente, si divertiva da
morire. Leggendo il forum di internet trovò che quelle frasi erano allo stesso momento comiche e
drammatiche. Comiche perché esilaranti, tipiche del cabaret di provincia, e drammatiche perché
evidenziavano un tessuto sociale e culturale fondato biecamente sulla intolleranza, che rasentava il
limite verso il basso della rozzezza, della ignoranza più becera e del populismo più esasperato.
Il mondo dei forum di internet era una novità per Damiano. Lui non era un internauta
incallito e almeno in quel momento, aveva deciso di non partecipare al dibattito del forum di
Telefree. Se la situazione fosse precipitata e se le condizioni lo avessero richiesto, avrebbe
senz’altro usato internet per difendersi da tutte quelle calunnie.
Anche Valerio e Arturo leggevano i blog di informazione locale per farsi un'idea dello stato
di avanzamento della situazione nella quale si erano cacciati. E pur non stipulando nessun accordo,
anche Valerio e Arturo decisero di non prendere parte alla discussione. Pensavano che avrebbero
soltanto procrastinato nel tempo una storia che si sarebbe sgonfiata da sola, non appena un’altra
notizia avrebbe preso il posto per importanza e gravità. Valerio era convinto che bisognava lasciarli
sfogare, quei repressi frustrati anonimi internauti del cazzo!!!
FACEBOOK - Anche facebook divenne teatro della storia dei tre ragazzi drogati, ma con una
diversa impostazione rispetto a quella di Telefree. Venne coniato il gruppo facebook: “gli amici di
Damiano, Arturo e Valerio”, che in poche ore raggiunse un paio di centinaia di adesioni. Al gruppo
si iscrissero prevalentemente gli amici di Valerio, già da tempo frequentatore di facebook e molti
attivisti e militanti della sinistra locale. Il gruppo fu costituito da uno studente dell’università di
ingegneria, amico di Valerio, che utilizzò la foto di una foglia di Ganja, la cannabis giamaicana, per
caratterizzare il gruppo in questione. Sarebbe stato meglio evitare quella foto, soprattutto nei
confronti dei tre ragazzi che cercavano di scagionarsi proprio dall’accusa di essersela fumata, ma
oramai il danno era fatto, e non restava che condividere qualsiasi tipo di solidarietà, da qualsiasi
parte provenisse, anche dai cronici consumatori e incalliti sostenitori della liberalizzazione delle
droghe leggere.
Nel profilo del gruppo dedicato a Damiano, Valerio e Arturo c’era un comunicato scritto
appositamente da un teorico del movimento per la liberalizzazione delle droghe leggere, che
difendeva i tre ragazzi drogati e rilanciava la giustezza della propria posizione contro tutti quelli
che ostinatamente cercavano di trasformare la questione in mero problema di ordine pubblico, di
repressione e di condanna.
Il teorico in questione era anche segretario regionale dell'associazione FUORI LUOGO, che
operava in tutta Italia proponendosi di sensibilizzare l’opinione pubblica circa le gravi conseguenze
sociali della mancata legalizzazione delle droghe leggere. In particolar modo del mercato
clandestino, che reggeva un intero sistema criminale e camorristico. Le sue ricerche economiche
sulle conseguenze della clandestinità del consumo delle droghe leggere, lo aveva portato a
concludere che lo smercio delle droghe leggere era la più grande industria economica della nostra
nazione come fatturato, introiti e come occupazione. Uno scenario destabilizzante e drammatico di
cui nessuno parlava, se non per ribadire che la droga fa male, che si inizia con una canna e non sia
sa dove si va a finire, e tutte quelle altre scemenze molto in voga nelle parrocchie e negli oratori
dell'intera provincia.
Il gruppo di facebook era costantemente monitorato dai giovani della destra formiana,
movimento giovanile vicino a Forza Nuova, che prendeva spesso spunto dai commenti dei vari post
per insultare, denigrare e delegittimare tutti i consumatori abituali di droghe leggere, usando spesso
la preoccupante equazione drogato uguale comunista, uguale frocio, uguale pedofilo, uguale
criminale, uguale terrorista, uguale musulmano, uguale extracomunitario, uguale zeccone, uguale
scarto della società, uguale parassita mantenuto da chi paga le tasse, uguale persona da sbattere in
galera vita natural durante. I giovani “balilla” della destra formiana cercavano di rifarsi una
verginità politica, ormai del tutto compromessa dagli scandali giudiziari che avevano coinvolto i
loro rappresentanti in amministrazione comunale e dai conseguenti insuccessi elettorali.
Anche in questo caso Valerio, che era l’unico dei tre ragazzi presenti su facebook, decise di
non intervenire nei commenti per paura di attizzare il fuoco. E poi la sua timidezza era così verace
che, almeno fino ad allora, si vergognava anche di scrivere un qualsiasi commento sul blog e su
facebook, nonostante l'anonimato lo ponesse al sicuro da qualsiasi rappresaglia.
Damiano decise di crearsi un profilo su facebook e di partecipare, anche se non in maniera
attiva, ai dibatti sul social network. Fu il padre a convincerlo. Diceva che almeno sarebbe stato
aggiornato sugli sviluppi della questione, perché lui era convinto che la storia non sarebbe finita da
lì a poco, ma che, invero, si sarebbe protratta nel tempo. E fu così che Damiano scoprì quali erano
tutte le amicizie femminili che il padre coltivava in internet. Scoprì che molte sue amiche coetanee
ventitreenni erano amiche virtuali del padre e che in internet erano molto più procaci e appariscenti
che dal vivo. Le foto, che avevano pubblicato sui propri profili, evidenziavano una particolare
attitudine alla troiaggine e alla perdizione. Dal vivo tutte santarelle, tutte casa e chiesa e “io non la
do molto facilmente”; nel mondo virtuale, invece, tutte casa e casino e tutte disponibili a tutto.
Leggendo la bacheca del padre scoprì tutta la corrispondenza di amorevoli sensi che intercorreva
con le procaci internaute ventenni. Scoprì che, per rimorchiare, usava un sistema semplice e antico,
come è antico il mondo: l’adulazione. Damiano lesse con molta attenzione tutto il rapporto
epistolare che il padre aveva avuto negli ultimi tempi con una di queste ragazzine dalla vocazione
animalfeticistasadomochista, e giunse alla conclusione che il padre era un gran marpione, uno che
ci sapeva fare. Uno che, se la moglie avesse saputo usare internet, non sarebbe stato più in grado di
deambulare facilmente, figurarsi fare il marpione.
Però, in quel periodo, pur di aiutare il figlio, mise da parte la sua propensione adescatrice e
si immerse totalmente nel dibattito in favore dei tre ragazzi drogati, con lo spirito dissacrante e
irriverente che lo contraddistingueva. Cercò anche di scatenare qualche paradosso, schierandosi a
fianco dei giovani della destra formiana, consigliandogli torture alternative a quelle della
castrazione chimica dei drogati. Consigliò la goccia cinese, la gogna, o la visione del telegiornale di
Emilio Fede, o la traduzione filologica ed ermeneutica degli interventi del sindaco di Formia,
oppure, infine, quale pena maggiore, un mesetto nella parrocchia di don Antonio che tanta gente ha
aiutato a togliere dalla strada.
Sempre su facebook comparve anche la pubblicazione di un possibile evento che si sarebbe
realizzato il lunedì successivo. Si trattava di un attacco informatico attraverso il mail-bombing, che
consisteva nell’inviare e-mail a ripetizione alla casella di posta elettronica del sindaco, attraverso il
sito del Comune di Formia, e alla casella di posta elettronica della Polizia di Stato di Formia.
Un'iniziativa organizzata dal gruppo di sostegno a Damiano, Valerio e Arturo, che
avrebbe
suscitato passioni contrastanti nella cittadinanza.
DOMENICA 11 APRILE - Al gruppo di facebook aderirono anche i corrispondenti di cronaca
locale che non si lasciarono sfuggire la ghiotta occasione dell’iniziativa multimediale organizzata
per il lunedì successivo. Formia Oggi diede ampio risalto alla notizia ingigantendola in maniera
sconsiderata e titolando: “ATTACCO AL COMUNE DI FORMIA – E’ previsto per domani mattina
un attacco hacker al sito internet del Comune di Formia e a quello della Polizia di Stato. Un vero e
proprio attacco terroristico che paralizzerà l’intera attività amministrativa delle due istituzioni. A
organizzare l’evento sarà il gruppo di facebook che sostiene i tre ragazzi sorpresi dagli ispettori
Madonna e Percuoco poco meno di una settimana fa mentre facevano uso di sostanze stupefacenti
in pubblico. L’iniziativa eversiva ha già ottenuto molte adesioni e sarà coordinata da un hacker
professionista, studente di ingegneria informatica di cui non si conoscono le generalità.”
C’era chi sperava che la questione cadesse nel dimenticatoio e chi attizzava sul fuoco
rendendo difficile il rapporto tra i tre ragazzi drogati, la Polizia di Stato, il Comune di Formia, la
prefettura e la procura della repubblica. I tre ragazzi non erano contenti del mail-bombing, perché
andava proprio nella direzione opposta a quella auspicata, di fare in modo cioè che la notizia
scivolasse nel dimenticatoio e ognuno di loro potesse tornare alla vita “normale”: Damiano a
impartire ripetizioni private ai ragazzi, Valerio a studiare Giurisprudenza e Arturo a lavorare come
assistente sociale.
Invece, la responsabilità dell’iniziativa “terroristica” fu attribuita proprio a loro, bruciando
definitivamente ogni eventuale possibilità di chiudere la partita con le istituzioni locali. Sempre da
Formia Oggi: “I tre ragazzi vogliono alzare il livello di scontro con la Polizia locale e vogliono
conquistare le simpatie dei loro coetanei, attraverso iniziative criminali che danneggeranno tutti i
cittadini che domani mattina si recheranno al Comune di Formia
per la fruizione dei servizi
comunali. Praticamente verranno inviate e-mail a ripetizione che dovrebbero intasare i siti
istituzionali, rendendo problematico l’utilizzo pratico dei siti internet. Il testo della e-mail che sarà
inviato è il seguente: ”LIBERALIZZIAMO IL COMMERCIO DELLE DROGHE LEGGERE –
LEGALIZZIAMO L’USO DELLE DROGHE LEGGERE”.
Nel profilo del gruppo degli eventi di facebook relativo all’iniziativa, c’era anche la
possibilità di scaricare un programmino con il quale inviare e-mail a ripetizione senza stare lì a
digitare ogni volta. Si consigliava inoltre di aprire almeno cinque caselle di posta elettronica
anonime e di spegnere e riaccendere il computer ogni mezz’ora, per evitare la rintracciabilità del
computer attraverso l’identificazione del codice che avrebbe permesso di risalire a colui che
avrebbe inviato le e-mail.
All’iniziativa avevano assicurato la propri adesione più di cento formiani. L’operazione
sarebbe scattata alle otto del mattino successivo, orario di apertura del comune, in modo che non ci
sarebbe stato il tempo, considerata la domenica di mezzo, per correre ai ripari.
Gli organizzatori non avevano calcolato però che la notizia potesse essere diffusa
anticipatamente dalla stampa. Ma fu proprio lo scoop di Formia Oggi e l’involontaria pubblicità
gratuita, a far impennare le adesioni al gruppo degli amici dei tre ragazzi drogati e all’iniziativa di
mail-bombing. Insomma, seppur involontariamente, Formia Oggi aveva fatto il gioco del gruppo
dei tre ragazzi drogati, che la sera della domenica divennero oltre mille, e molto di loro aderirono
anche alla iniziativa “terroristica”, facendo inconsapevolmente un regalo al movimento per la
legalizzazione e liberalizzazione delle droghe leggere.
Sempre sul giornale di domenica venne pubblicato anche un editoriale di uno psichiatra
dichiaratamente di destra, che richiamava i temi del Dio, della Patria, della Famiglia, del pericolo
nella perdita dei valori e dei principi, e di altre cazzate varie.
Lo psichiatra, opportunamente istigato dalle circostanze, si schierò inesorabilmente contro i
genitori di coloro che avrebbero partecipato al mail-bombing del giorno dopo, responsabilizzandoli
al rispetto del loro ruolo di genitori e dei principali educatori sociali dei giovani della città. In buona
sostanza se un giovane partecipava al mail-bombing la colpa era del genitore.
La domenica sera, sempre su facebook, furono date precise istruzioni paramilitari
dell’iniziativa, raccomandando a tutti i partecipanti di essere precisi e di seguire attentamente,
attraverso facebook, i vari aggiornamenti dell’evoluzione della lotta che sarebbero stati forniti
durante la giornata.
LUNEDI’ 12 APRILE - Alle 07.50 il sito del Comune di Formia era già paralizzato. Alle 08.10 i
due tecnici informatici del centro elaborazione dati chiamarono il dirigente responsabile per
comunicargli ufficialmente la resa. Nel giro di pochi minuti ci si rese conto che tutte le funzioni e i
servizi del Comune di Formia sarebbero stati sospesi con grave danno per i cittadini. Ma tutto ciò fu
possibile anche perché i due tecnici comunali erano schierati apertamente con la lotta internauta per
la liberalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere. Dissero che ci voleva più di una giornata
di tempo per rimediare al mail-bombing e l’acquisto di un software antispam dal valore di
cinquemila euro.
I siti della Procura della Repubblica, della Polizia di Stato e della Prefettura di Latina non
subirono alcun danno, e non lo avrebbe subito neanche quello del comune se i due tecnici del centro
elaborazione dati avessero fatto il loro dovere.
Alle otto del mattino su facebook fu dato il via all’attacco, ma già molti ragazzi erano partiti
prima, sia perché eccitati dall’iniziativa e sia perché molti di loro dovevano andare a scuola e non
facevano in tempo a far partire i messaggi di posta elettronica. Alle otto e dieci un utente gridò alla
vittoria perché il sito del comune era disattivato, ma invitava comunque gli altri utenti a proseguire
incessantemente a inviare mail senza mai fermarsi.
Per evitare ulteriori problemi giudiziari, che si sarebbero aggiunti a quelli esistenti, i tre
ragazzi drogati decisero di non partecipare all’evento di mail-bombing. Del resto sarebbero bastati
pochi utenti a mandare in tilt il sito del comune e non era necessaria un'adesione massiccia. Il
programmino software ideato per inviare e-mail a ripetizione automatica funzionava benissimo,
tanto da essere usato successivamente da molti utenti per fare i dispetti e ritorsioni mediatiche a
quelli che gli stavano sulle palle.
Il sindaco, nel frattempo, interpellò subito i solerti e ruffiani componenti dell’avvocatura
comunale, per verificare se vi erano gli estremi e i presupposti per una denuncia penale contro gli
internauti che inviavano e-mail a ripetizione. Era furioso, anzi, incazzato nero. Lui, che neanche
sapeva usare internet, si rese conto della gravità del momento quando tutti gli impiegati erano fermi
per impossibilità di operare. I componenti dell’avvocatura comunale erano però molto dubbiosi
circa la possibilità di intentare causa penale. Primo, perché la materia dei reati su internet era nuova
e non vi era giurisprudenza adeguata a soddisfare le brame giustizialiste del sindaco. Secondo,
perché bisognava denunciare circa cinquecento persone, e la Procura di Latina non avrebbe mai
avviato un'istruttoria contro cinquecento utenti anonimi. Il dirigente dell’avvocatura mise da parte la
sua solita compiacenza e si rifiutò, per non cadere nel ridicolo, di redigere gli atti di denunciaquerela, soprattutto perché il problema si sarebbe risolto entro la serata, stando alle rassicurazioni
dei due tecnici del centro elaborazione, che stavano predisponendo un anti-spam con i
controcoglioni.
In realtà, i due tecnici. avrebbero risolto il problema in pochi minuti, ma siccome erano
amici dell’hacker che aveva programmato il tutto, decisero di dargli la soddisfazione della vittoria.
Ed effettivamente il movimento per la liberalizzazione e la legalizzazione delle droghe leggere, che
gestiva e coordinava le azioni di hackeraggio, espresse grande soddisfazione per la riuscita
dell’iniziativa, non solo per il blocco del sito del comune, ma soprattutto per il grande successo che
aveva riscosso.
Quello che non si seppe in giro però, fu che uno degli hacker riuscì in breve tempo a
identificare la password della posta elettronica del sindaco, gestita da un suo dipendente, e a inviare
una serie di messaggi di posta elettronica ai sindaci dei comuni limitrofi, al Presidente della
Provincia di Latina e alla sede nazionale del partito nel quale militava il sindaco. Ovviamente i testi
dei messaggi erano dozzinali e molto, ma molto volgari, e per questo motivo irripetibili. Ma la cosa
più divertente fu l’invio di una serie di comunicati stampa ai corrispondenti locali nei quali si
annunciavano le dimissioni di Carmine Pappagogna dalla carica di sindaco, la sua adesione al
Partito Comunista, la sua conversione all’ateismo praticante e una serie infinita di farneticazioni che
la stampa, seppur per una manciata di minuti, prese sul serio. Per un’ora abbondante il sindaco di
Formia, reo di aver sostenuto la punibilità dei tre ragazzi che facevano uso di sostanze stupefacenti,
era divenuto lo zimbello di tutta la regione Lazio, con il rischio di determinare una crisi politica
dalle proporzioni inimmaginabili, intaccando addirittura la tenuta del governo Berlusconi.
MARTEDI’ 13 APRILE - I tre ragazzi drogati, Damiano, Valerio e Arturo, erano in contatto
telefonico quotidiano e si scambiavano spesso impressioni e considerazioni sulla vicenda che li
accomunava. In quei giorni Valerio era sempre più insofferente nei confronti dei genitori, Damiano
era quello che sembrava più distaccato dalla vicenda e Arturo era quello che godeva a stare nei
panni dell’eroe mediatico più odiato e più amato della città.
E fu proprio in una delle frequenti telefonate che Valerio chiese un appuntamento a
Damiano. Doveva parlargli di fatti nuovi e disse che non era il caso di parlarne al telefono. Si videro
quella mattina di metà aprile nella piazza centrale di Formia, piazza Mussolini, dove erano soliti
incontrarsi con i loro amici del sabato sera. Valerio apparve subito turbato e impacciato, molto più
del solito, e Damiano colse quel turbamento come un brutto segnale che lasciava presagire
circostanze non buone. Damiano temeva che il rapporto tra Valerio e i genitori potesse degenerare
ulteriormente, con violenze, isterie, esaurimenti o cose varie. Ma il problema non riguardava solo il
rapporto di filiazione. Il padre di Valerio aveva deciso di recarsi al commissariato di Polizia per
parlare con gli ispettori Madonna e Percuoco per “togliere tutto di mezzo”. Il padre di Valerio era
un politico navigato, un ex assessore socialista di epoca craxiana, uno che aveva agganci con
ministri e parlamentari, che sapeva come trattare con le istituzioni, e che avrebbe risolto la
situazione cancellando ogni traccia di eventuali reati o segnalazioni giudiziarie.
Valerio era disgustato da quel modo di fare di suo padre, ma questo non sarebbe bastato a
dissuaderlo dai suoi propositi. Ma non era tutto. Nell’iniziativa aveva coinvolto anche il padre di
Arturo, convincendolo a farsi accompagnare al commissariato per definire la questione di entrambi
i figli. Convincere il padre di Arturo non fu facile. Arturo non aveva rapporti con suo padre e non si
parlavano da tempo. Due caratteri opposti. Il padre di Arturo era uno dei diaconi dell’arcidiocesi di
Formia e quella storia del figlio drogato lo aveva messo in cattiva luce con l’arcivescovo. Una
volta, addirittura, ci fu un colloquio tra Arturo e l’arcivescovo, voluto dal padre per cercare di
redimere il figlio, che finì con insulti e bestemmie che avrebbero fatto rabbrividire finanche un
anticlericale incallito.
Ma non era tutto. I genitori di Valerio non volevano più avere nulla a che fare con Damiano.
Non riuscivano proprio a riconoscere al proprio figlio la responsabilità delle sue azioni, giuste o
sbagliate che fossero. Se Valerio si “drogava”, la colpa era di altri. Damiano sarebbe stato quello
che avrebbe trascinato Valerio nel droga party di pasquetta e quindi una persona poco
raccomandabile, uno da evitare, una cattiva compagnia, punto e basta.
Damiano restò lì ad ascoltare Valerio senza dire una parola. Praticamente Damiano era stato
appena accusato di essere un istigatore a delinquere, un criminale, un appestato, una persona da
evitare, una chiavica, una schifezza. Mentre parlava, Valerio guardava verso il basso, sia per la sua
timidezza congenita e sia per un senso di vergogna per non essere stato in grado di ribellarsi e di
imporsi ai suoi genitori, come invece avrebbe dovuto. Damiano capiva che Valerio era vittima di
una morbosa possessività da parte dei genitori e che la situazione cominciava a sfuggire di mano un
po’ a tutti, anche se ripeteva in continuazione che da lì a poco la notizia sarebbe scomparsa dalla
cronaca locale e che tutto sarebbe tornato alla normalità. Con buona pace di tutti.
Quello stesso pomeriggio, invece, l'anormalità si manifestò in tutta la sua impietosa
crudezza: una spedizione massiccia di attacchini al soldo del PDL infestò l’intera città con manifesti
un metro per sessanta, a colori e con caratteri molto marcati. Sullo sfondo dei manifesti, una foto
ritraeva tre giovani adolescenti con laccio emostatico e siringhe alla mano mentre erano intenti a
bucarsi; il titolo, tutto in maiuscolo, recitava un categorico: FORMIA NON VI VUOLE. Di seguito,
il testo che si rifaceva inesorabilmente, alla storia di Damiano, Valerio e Arturo:
FORMIA NON VI VUOLE !!!
FORMIA E’ E VUOLE RESTARE UNA CITTA’ PULITA. NON PERMETTEREMO A NESSUNO
DI INFANGARE LE RADICI STORICHE E CRISTIANE DELLA NOSTRA CITTA’. A FORMIA
NON C’E’ SPAZIO PER I DORGATI. VOGIAMO UNA CITTA’ PULITA. FUORI I DROGATI
DA FORMIA !!!
Firmato: Salvatore Cazzullo, responsabile del Popolo delle Libertà.
Damiano rimase imbambolato a leggere quel manifesto. Era un manifesto costruito molto
bene, con ottima scelta delle tonalità cromatiche. Uno di quei manifesti che colpivano i passanti.
Uno di quei manifesti che, camminando per strada, non potevi fare ameno di leggere. Non era il
solito manifesto politico, di quelli che si era abituati a leggere per strada. In quel manifesto c’era
qualcosa di più. Di più violento, di più perfido, partorito dalla mente di un uomo cattivo,
vendicativo, violento. Quel manifesto era la sintesi del pensiero politico purtroppo dominante, fatto
di ipocrisia, di perbenismo, di qualunquismo, di oscurantismo, di intolleranza, fatto di tutti quegli
elementi tipici di una organismo che non fa politica, ma vuole egemonizzare le menti dei giovani e
dei loro genitori. Il manifesto era molto impressionante. I tre ragazzi con le siringhe intenti a
“bucarsi”, in evidente posa fotografica, volevano comunicare, nella mente di chi aveva scattato
loro la foto, un evidente stato di degrado, di abbandono sociale, rispetto ai quali solo il Popolo delle
Libertà poteva rispondere, ovviamente con i chiari richiami ai valori cattolici apostolici romani e ai
valori di Dio, Patria e Famiglia.
Altro che “la notizia sarebbe scomparsa dalla cronaca locale e tutto sarebbe tornato alla
normalità!” come voleva il padre di Valerio. In quei giorni vi era tutta la volontà, da parte del
centrodestra di Formia, di lasciare accesi i fari su una questione che, seppur ininfluente, offriva loro
la possibilità di marcare una propria linea politica rispetto al centrosinistra e di ritornare ad essere
punto di riferimento della piccola e media borghesia che gli stava sfuggendo di mano. Il Popolo
delle Libertà non aveva alcuna intenzione di lasciar cadere la vicenda. Più volte, negli ultimi tempi,
il centrosinistra di Formia, invece di occuparsi dei reali problemi della città, aveva investito tempo e
risorse tentando di accreditarsi come unico interlocutore nei confronti della gerarchia clericale
locale, nella speranza che il ritorno in termini elettorali potesse essere determinante per prevalere
nelle successive elezioni amministrative. Nonostante in questo caso la politica c’entrava poco o
nulla, il Popolo delle Libertà cercò di attribuire la vicenda di Damiano, Valerio e Arturo alla
responsabilità del centrosinistra. I tre ragazzi, secondo il Popolo delle Libertà, erano di sinistra,
erano appoggiati dalla sinistra, erano difesi dalla sinistra, erano atei, erano contro Dio, la patria e la
famiglia, ergo, la colpa della diffusione droga a Formia era della sinistra. Uno più uno fa due e i tre
ragazzi drogati, sempre secondo il Popolo delle Libertà, erano iscritti al Partito Democratico, cosa
che in realtà non era vera. Né Damiano, né Valerio, né Arturo erano mai stati iscritti a un partito
politico, tanto meno al Partito Democratico. Tra i tre, l’unico che aveva un minimo di militanza
politica, se così poteva essere definita, era Arturo, che frequentava i no-global locali, solamente
perché andava di moda tra coloro che si “facevano le canne”. Aveva votato Rifondazione
Comunista alle ultime elezioni regionali, perché tra le candidate ve ne era una particolarmente bona
che aveva messo in conto di scoparsi quanto prima.
Ovviamente nei giorni successivi la stampa, la radio e la televisione locale, si occuparono a
lungo del manifesto dei giovani del Popolo delle Libertà di Formia, buttando in caciara politica una
questione che tutto era, fuorché politica. La foto del manifesto capeggiò per molti giorni su tutti i
quotidiani locali e nei servizi televisivi di attualità politica, rendendo molto più duro il fatto che “la
notizia sarebbe scomparsa dalla cronaca locale e tutto sarebbe tornato alla normalità!”, evocato
proprio da Valerio qualche ora prima.
Ci fu anche una timida replica del Partito Democratico che si vide bene dall’attaccare il
Popolo delle Libertà sul terreno dei valori cristiani. Il Partito Democratico negò che i tre ragazzi
drogati fossero iscritti al proprio partito e si limitò denunciare la strumentalizzazione del PDL
dicendo che la droga non ha colore politico. Non si sa chi abbia coniato quest’ultima frase, quella
che la droga non ha colore politico, ma su facebook si disquisì a lungo sul tipo di droga che
dovesse assumere colui che scriveva che la droga non ha colore politico.
GIOVEDI’ 15 APRILE - L’appuntamento era alle dieci di mattina davanti ai cancelli del
Commissariato di Polizia, in via Costanzo Ciano. Valerio arrivò con suo padre mentre Arturo e suo
padre arrivarono ognuno con la propria automobile. I due genitori si appartarono per qualche
minuto a confabulare, non si sa cosa, e poi decisero di entrare nell’edificio del commissariato. Ai
due ragazzi fu chiesto di attendere fuori e che sarebbero entrati in un secondo momento. Arturo era
molto contrariato dal fatto che il padre si prostrasse davanti al commissario per ottenere la
clemenza, perché di quello si trattava. Valerio, invece, era molto infastidito dal fatto che il padre di
Damiano non fosse lì. Non gli andava di fare le cose separate, ma non avrebbe mai avuto il coraggio
di dirlo al proprio genitore. Valerio fu assalito da legittimi dubbi che gli rodevano il cervello del
tipo: perché il padre di Damiano non faceva parte del gruppo? perché Damiano non era stato
coinvolto in quel colloquio con la Polizia? perché Damiano era stato fatto fuori? quali erano i
rapporti tra i tre genitori? c’era stato qualche screzio tra il padre di Valerio e quello di Damiano?
c’era qualcosa sotto? c’era la volontà di lasciare fuori Damiano per fargli ricadere tutta la
responsabilità? oppure valeva la massima per la quale, per principio estensivo, del colloquio con la
Polizia alla fine, ne avrebbe beneficiato anche Damiano?
Il padre di Valerio e quello di Arturo rimasero in colloquio privato per oltre un’ora. Al
colloquio, oltre che al commissario, parteciparono anche gli ispettori Madonna e Percuoco. Nel
corso del colloquio, si decise di stilare due dichiarazioni da far sottoscrivere a Valerio e Arturo, e di
allegarle al fascicolo inviato al Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Latina per gli
adempimenti del caso. In buona sostanza erano dichiarazioni che avrebbero integrato il verbale
redatto dagli ispettori Madonna e Percuoco e che sarebbero servite al Pubblico Ministero per istruire
la eventuale pratica di archiviazione per Valerio e Arturo. Il Commissario aveva garantito ai due
genitori che quelle dichiarazioni erano sufficienti a smontare qualsiasi velleità da parte delle
Procura di proseguire nelle indagini preliminari, almeno per Valerio e Arturo, e che tutta la colpa
della vicenda di Pasquetta sarebbe ricaduta solo su Damiano. A lui sarebbe stata data la colpa della
detenzione delle sostanze stupefacenti e tutte le altre circostanze penali che la procura avrebbe
rilevato. In parole povere, il commissario si impegnò a metterci una buona parola solo per Valerio e
Arturo. I due ragazzi, che fino a quel momento avevano atteso fuori della stanza, vennero convocati
dinanzi al commissario per sottoscrivere i verbali che li scagionavano. Per non ricadere in errori di
approssimazione Valerio chiese di leggere il verbale prima di firmare. Il padre, con il consenso
mimico facciale del commissario, iniziò a urlare contro il figlio. Doveva firmare e basta, farsi i
cazzi suoi, che lui non stava lì a perdere tempo, e che doveva fidarsi di lui. Valerio e Arturo
firmarono separatamente le due dichiarazioni senza leggerne il contenuto. Non sapevano cosa
avessero firmato, ma sapevano che quelle firme avrebbero chiuso definitivamente la questione
giudiziaria.
Valerio si era ripromesso di inviare un sms a Damiano non appena avrebbero terminato il
colloquio, ma poi prevalse la vergogna. La vergogna di confessare di aver sottoscritto una
dichiarazione senza neanche leggerla. Lui che studiava giurisprudenza sapeva che un simile
comportamento era incauto e superficiale, ma pur di far star zitto il padre sarebbe stato disponibile
anche a firmare la propria condanna a morte. Seppur perseguitato dai sensi di colpa non scrisse
nulla a Damiano, proponendosi di farlo non appena ne avrebbe avuto il coraggio.
Ad Arturo non gliene fregava un cazzo! Lui non aveva sensi di colpa. Era abbastanza
spudorato nei suoi comportamenti. Se Damiano lo avesse chiamato gli avrebbe detto la verità, tutta
la verità. Arturo era convinto che la firma della dichiarazione avrebbe salvato anche il culo di
Damiano, perché tutti e tre erano coinvolti nella vicenda, e il verbale redatto dai due ispettori il
giorno di Pasquetta era unico. Il principio di estensione avrebbe salvato anche Damiano da possibili
ripercussioni di carattere giudiziario e quindi non c’era nulla da preoccuparsi o vergognarsi, né nei
confronti di se stesso né nei confronti di Damiano.
Del resto Arturo aveva altro a cui pensare in quei giorni. Era in contatto con la carovana
reggae che era in procinto di iniziare un tour estivo che avrebbe fatto tappa nei più grandi campeggi
d’Italia. Due mesi di sballo quotidiano assicurato. C’era però da convincere i genitori del ragazzo
diversamente abile che assisteva. Voleva portarlo con lui. Avrebbero dormito in tenda e sacco a pelo
e avrebbero dato una mano agli organizzatori. Anche la responsabile dell’ufficio dei servizi sociali
del comune aveva dato parere favorevole affinché il ragazzo facesse quella esperienza. Alla fine i
genitori diedero il loro assenso ad Arturo, che aveva già la testa altrove nei camping di mezza Italia,
dove il tour degli spettacoli reggae giamaicani avrebbe fatto tappa.
VENERDI’ 16 APRILE - Damiano attese con impazienza l’sms di Valerio, nel quale avrebbe
avuto la spiegazione del colloquio tra i genitori di Valerio e Arturo, e il Commissario di Polizia. Era
preoccupato non tanto per gli aspetti giudiziari della vicenda, quanto per la tenuta psicologica di
Valerio, messo sotto pressione dai genitori. Voleva semplicemente sapere come era andata, se
avevano risolto la questione, se suo padre era appagato da quel colloquio, se tutto era andato liscio.
Aspettava una conferma di tutto questo, ma Valerio decise di non scrivere nulla a Damiano.
Verso l’ora di pranzo Damiano decise di telefonargli. Cellulare spento. Decise di chiamare al
telefono fisso di casa, nella speranza che non rispondesse uno dei genitori. Speranza vana. Rispose
la madre. Rispose con una voce fredda e distaccata. Come non mai. Eppure Damiano era un amico
di famiglia, considerato il miglior amico di Valerio, che lo aveva aiutato negli studi del liceo, uno
di quelli che spesso restava a cena. Damiano colse immediatamente la freddezza della madre di
Valerio. Una freddezza cinica e feroce. Ci mancava poco che si davano del Lei. La conclusione
della telefonata fu che Valerio non era in casa e che, comunque, era sotto esame e non era il caso di
importunarlo per non fargli perdere la concentrazione. Damiano provò un forte senso di
compassione misto a pietà per quella donna che non aveva capito nulla del proprio figlio, che aveva
deciso per i suoi studi, per il suo avvenire e ora si apprestava a decidere anche le amicizie che il
figlio doveva mantenere. Fortuna che Valerio aveva un carattere molto più forte di quello che
l’aspetto timido e introverso lasciava intravedere. Valerio era cosciente di essere vittima di
ingerenze da parte dei genitori, e quella consapevolezza era utile a gestire al meglio la propria vita.
Damiano non insistette più di tanto. La telefonata si concluse con una laconica e reciproca
buona serata pregno di diffidenza, e ne rimase turbato. Non capiva perché doveva sentirsi
responsabile per cose mai fatte, tipo quella di istigare eventualmente Valerio a “drogarsi”.
Confidava nella sua sensibilità e sapeva che prima o poi lo avrebbe chiamato per chiarire tutta la
vicenda. Damiano era anche convinto che Valerio avesse ascoltato la telefonata e che per tale
motivo non avrebbe tardato a chiarire la propria posizione. Anche quando frequentavano il liceo
molto spesso si distaccavano, ma poi si riappacificavano con estrema disinvoltura. Ma Damiano,
pur conoscendo la lealtà di Valerio, temeva che per questa volta ci sarebbe voluto un po’ più di
tempo per riappacificarsi
Valerio avrebbe preferito essere processato dal più ferreo proibizionista d’Italia pur di non
perdere l’amicizia con Damiano. Era tra due fuochi: da un lato l’amicizia con Damiano da
preservare, dall’altro il rispetto dei propri genitori che era ugualmente da preservare.
Damiano decise di desistere dal telefonare e optò per un sms. CIAO, TI HO CHIAMATO
PERCHE VOLEVO SAPERE COME ERA ANDATA ALLA POLIZIA. SE TI VA CHIAMAMI ,
MA SE NON LO FAI CAPISCO LO STESSO : - ).
Rimaneva Arturo. Ma parlare con Arturo voleva dire spendere almeno dieci euro di
telefonata. Arturo avrebbe parlato di tutto, tranne del motivo per la quale ci si telefonava. Infatti
Arturo raccontò che era in procinto di partire, che avrebbe seguito il tour reggae giamaicano in tutta
Italia, che era contento di fare quel viaggio con il proprio assistito diversamente abile, che non
vedeva l’ora di partire, che gli avrebbe fatto piacere se almeno in una delle tappe Damiano si fosse
unito a loro, che fervevano i preparativi per la partenza, che doveva comprare la tenda e i sacchi a
pelo, che della storia del Commissariato della Polizia non gliene fregava un cazzo, che potevano
stare tranquilli, che era tutto finito e che non voleva più sentire parlare di quella storia. Punto.
Insomma, al termine del giorno dopo, Damiano non era in grado di sapere cosa diavolo fosse
accaduto presso il Commissariato di Polizia di Formia. L’ottimismo di Arturo, per quanto
condizionato dall'hashish che aveva fumato, lo tranquillizzò. Pensò che se Arturo era tranquillo e
pensava ad altro, doveva esserlo anche lui. Damiano non si fidava di Arturo, ma quella volta provò
a fidarsi. Del resto, non poteva fare altrimenti. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai andato
a prostrarsi davanti al Commissario di Polizia, ne dinanzi a qualsiasi altra autorità istituita. Prima o
poi sarebbe venuto a conoscenza dei contenuti del colloquio tra il Commissario di Polizia e Valerio
e Arturo con i rispettivi genitori, e solo allora avrebbe valutato le ragioni dei suoi due amici.
SABATO 18 APRILE - I primi giorni di primavera e la voglia di uscire, convinsero anche
Damiano ad aggregarsi alla comitiva del sabato sera. Piazza Mussolini era piena di gente e gli amici
erano tutti lì. Mancavano solo Valerio e Arturo, seppur per motivi diversi. Valerio era chiuso a
chiave in casa per punizione, non si sa bene per quanto tempo; Arturo era preso dai preparativi della
tournée reggae. Damiano era quindi l’unico dei tre ragazzi drogati, reduce dalla settimana di
traversie, a stare in piazza quella sera. Tra gli amici di comitiva c’era anche un certo Clinio, un
coetaneo di Damiano, ex compagno di scuola del liceo Classico, già laureato in giurisprudenza. Uno
stronzo. Un figlio di papà. Un essere irritante. Uno di quelli che a scuola imparava le lezioni a
memoria senza capirci una mazza. Uno di quelli che sedevano al primo banco della classe e che non
passava mai i compiti, ma pronto a copiare e rivendicare l’amicizia quando era in difficoltà. Uno dei
più odiati e schifati studenti del liceo Classico di Formia. Faceva parte del gruppo di Comunione e
Liberazione nella componente della rappresentanza studentesca di istituto. Ma Damiano, che era un
democratico, parlava con tutti, anche con Clinio.
Fu Clinio ad avvicinarsi per primo, con quel sorrisetto di supponenza e di sadismo tipico
degli stronzi. Chiese subito notizie del colombiano. Chiese che fine avesse fatto il colombiano che
era presente al droga party di Pasquetta e dove fosse finita l’eroina che la Polizia non riusciva
trovare. Droga party? Colombiano? Eroina? Damiano non capiva. Non capiva quella storia del
droga party, del colombiano e dell’eroina. A Pasquetta non ci fu nessun droga party, nessun
colombiano e niente eroina. Clinio ridacchiava con un sorrisetto per darsi un tono da uomo di
mondo, di quelli che hanno viaggiato e che ne hanno viste di cotte e di crude. Clinio spiegò subito
che tutta la città sapeva che a Pasquetta, presso il porticciolo romano di Gianola, ci fu un droga
party a base di siringhe ed eroina, che il tutto si era svolto davanti a bambini, che Damiano sarebbe
stato l’organizzatore dell’evento e che l’happening sarebbe stato presieduto da un narcotrafficante
colombiano sfuggito all’arresto. E in più, che da lì a qualche giorno ci sarebbero stati una serie di
arresti clamorosi. Damiano ascoltò in silenzio tutta la storia di Clinio e poi sbottò in una fragorosa
risata, di quelle che mostrano tutti i denti e le tonsille, di quelle che fanno addirittura lacrimare.
Eroina? Ahaha... Colombiano? Ahaha … Narcotrafficanti? Ahaha … ma vai a fare in culooo!!!
Clinio, molto serio nella sua espressione facciale, si meravigliò che Damiano fosse così ilare
dinanzi a tanta gravità e soprattutto d'innanzi alla prospettiva di quindici anni di galera.
A dirla tutta però, quando Damiano sentì la storia dei quindici anni di galera, provò un certo
senso di smarrimento. Quindici anni di galera? per una canna? anzi, per non aver neanche fumato
una canna? per un fantomatico narcotrafficante colombiano? per una storia inventata? per un
verbale redatto da due sbirri di cui non si conosce il contenuto? quindici anni per non aver
commesso alcun reato?
Damiano provò a immaginarsi in galera. Le tante storie sulle violenze sessuali, pestaggi e
suicidi che quotidianamente avvenivano nelle carceri italiane. Strane e inedite immagini gli
passavano per la testa. Fino ad allora non aveva mai pensato al carcere in prima persona. Quei
pensieri non gli avevano mai sfiorato il cervello. Neanche lontanamente. E in quel momento, nel
momento esatto in cui Clinio gli ricordò il numero degli anni di galera che avrebbe rischiato, che lui
in modo edulcorato chiamava anni di custodia cautelare, Damiano parve sbiancare. Era una di
quelle poche volte che il giovane e impavido Damiano provò un senso di terrore. Clinio continuò a
raccontargli tutto ciò che si diceva in giro: la storia dell’eroina e del narcotrafficante fuggitivo e
latitante ormai era assodata; che si stava cercando anche la macchina rubata per il trasporto
dell’eroina; che se fosse in lui, se cioè Clinio fosse in Damiano, si sarebbe cercato un buon
avvocato penalista, uno con le palle sotto, per iniziare a studiare la linea difensiva prima che
sopraggiungessero gli arresti. Oh cazzo! Qui le cose si stanno iniziando a mettere male. Qui non si
tratta più di una mezza cannetta confezionata e mai consumata. Qui c’è qualcosa che non quadra.
D'un tratto Damiano venne sopraffatto dall'inquietudine. D’un tratto si vide nella cella di un carcere
di terzo ordine costretto a dividere sonno e intimità con delinquenti d'ogni specie. Si vide perso,
spacciato, finito per sempre. Per la prima volta Damiano vide bruciarsi il terreno sotto i piedi. Le
parole di Clinio gli avevano fatto scattare un campanello d'allarme. Era meglio testare su gli altri
amici la veridicità dei rumors che lo riguardavano. Molti ragazzi della comitiva ripeterono le stesse
parole di Clinio. Anche loro avevano sentito parlare di eroina, di macchina rubata, di un
narcotrafficante colombiano, di misteriosi traffici internazionali, di connivenza con la criminalità
organizzata campana. Insomma, per Damiano, Valerio e Arturo le cose si stavano mettendo male.
Damiano pensò anche di chiedere a Clinio da chi avesse avuto quelle informazioni e poi andare dal
suo informatore e chiedere a sua volta da chi avesse avuto quelle informazioni. Fare il percorso a
ritroso per capire chi cazzo avesse messo in giro quella storia e perché. Impresa impossibile, ma
almeno avrebbe scoperto chi era quella stronzo che si era inventato tutto.
Ma la cosa che fece traboccare il vaso fu una considerazione personale di Clinio. Clinio era
un ragazzo di buona famiglia, di una di quelle famiglie tutta casa e chiesa, molto stimata nella
borghesia formiana. Stava per diventare avvocato, aveva un futuro brillante davanti a se, aspirava a
diventare un avvocato di un certo livello, e stare nella stessa comitiva di Damiano, cioè di un
delinquente internazionale, gli creava un certo imbarazzo, una certa inquietudine. Non lo disse mai
espressamente, ma lo lasciò intendere attraverso un giro di parole decisamente viscido, che in quella
comitiva o restava lui o restavano Damiano, Valerio e Arturo. Damiano convenne di aver conosciuto
diversi stronzi nella sua pur giovane esistenza, ma come Clinio, mai!
LUNEDI’ 19 APRILE- Damiano era molto ansioso. Non gli era mai capitato prima di allora di
passare notti insonni. Notti di pensieri, di sogni strani, di incubi. Anche i suoi genitori, con i quali
aveva pranzato il giorno prima, si accorsero dei turbamenti del giovane Damiano. Il padre ripeté per
almeno dieci volte che, se il figlio non avesse commesso nulla, non c’era di che preoccuparsi, tutto
si sarebbe aggiustato. Di lì a qualche giorno, disse il padre a Damiano, sarebbe tutto finito e lui lo
avrebbe difeso con tutti gli strumenti di cui disponeva. Se fosse servito, conosceva il miglior
avvocato penalista della zona, di cui era molto amico sin dall’infanzia, e quindi poteva dormire
sonni tranquilli.
La mattina del lunedì, Damiano, si svegliò tutto rintronato. Aveva scaricato da internet e
visto film fino alle tre di notte. Quel pomeriggio doveva dare ripetizioni di filosofia ad un ragazzo
prossimo alla maturità, e decise di darsi una letta di ripasso per la lezione. Socrate non gli era
proprio simpatico, ma pensò che almeno, rispetto a tanti altri filosofi a lui contemporanei, era più
facile da spiegare. Quindi, meglio così.
Un’ora prima lo studente al quale doveva impartire la lezione gli telefonò per avere la
conferma dell’appuntamento. Damiano trovò strana quella telefonata. Mai prima di allora gli
studenti lo avevano chiamato per la conferma della lezione. Lui era sempre stato molto preciso,
puntuale, e non capiva perché quella volta ci voleva la conferma. Pensò a quella strana telefonata e
decise di non restare sulla difensiva. Invece di chiedere il perché della richiesta della conferma
dell’appuntamento, Damiano anticipò la risposta fornendola lui stesso. Secondo Damiano lo
studente avrebbe chiesto la conferma della lezione perché pensava che lo avessero arrestato in
seguito al traffico di eroina con i più grandi narcotrafficanti planetari. Lo studente, difatti, sbottò a
ridere chiedendo come faceva a leggergli nei pensieri.
La sera Damiano decise di verificare lo stato di avanzamento delle puttanate che su internet
si dicevano nei suoi confronti, e nei confronti di Valerio e Arturo. Il gruppo degli antiproibizionisti
di facebook aumentava giorno per giorno. C’erano iscritti dei quali neanche conosceva l’esistenza,
ma c’erano soprattutto molti attestati di solidarietà nei confronti dei tre ragazzi drogati. Il
movimento per la legalizzazione della marijuana, stava usando l’episodio di Pasquetta per portare
avanti la battaglia per la liberalizzazione delle droghe leggere. Il gruppo di facebook era molto
attivo e in soli tre giorni si trasformò in un vero e proprio sito internet dove si trovavano
informazioni di ogni genere, dagli effetti indesiderati delle sostanze stupefacenti ad una vera e
propria scuola di educazione al consumo delle droghe leggere. Su quelle pagine si potevano trovare
anche interviste a medici specialisti e neuropsichiatri che confutavano le tesi proibizioniste del
consumo di cannabis, confrontandole con le conseguenze ancora più gravi dell’uso dei
superalcolici, per i quali invece non vi era alcun divieto. C’erano, infine, anche molti link che
rimandavano ad associazioni di volontariato di ascolto e di intervento per i giovani che facevano
uso di droghe leggere. Una pagina, quella di facebook, che raccoglieva esperienze e testimonianze
provenienti da ogni parte d’Italia. Testimonianze allo stesso momento crude e drammatiche, che per
la loro intensità risultavano inevitabilmente educative. I promotori del gruppo di facebook
preannunciarono anche che, nei giorni successivi, il nome del gruppo sarebbe cambiato in
MOVIMENTO PER LA LIBERALIZZAIZONE E LEGALIZZAZIONE DELLE DORGHE
LEGGERE, trasformandosi da gruppo locale circoscritto a Formia, a gruppo di dimensione
nazionale, con l’obiettivo di diventare punto di riferimento per tutti coloro che condividevano la
causa.
Il forum del sito di Telefree, invece, andava scemando. I commenti erano sempre minori e
l’intensità delle offese diventava sempre più flebile. Nella discussione rimanevano soltanto il prete
di periferia, con la storia della ricerca di Cristo come panacea a tutti i mali, del professore moralista
che invitava le nuove generazioni a maggiore senso di responsabilità, e del solito unitile fascistello
di turno, che dopo la proposta di evirazione per i drogati, avrebbe ben visto anche il taglio di altri
svariati punti del corpo umano, poiché la castrazione sarebbe potuta non risultare sufficientente
….... Quella della sortita di Pasquetta restava tuttavia la notizia più letta, più discussa e più
controversa, e restava sempre al vertice delle notizie più lette grazie a un sistema di conteggio delle
letture che lasciava la notizia in evidenza fintanto che veniva letta da molti. E nella speciale
classifica, le traversie di Damiano, Valerio e Arturo erano sempre attuali. Anche su internet vi erano
le stesse questioni poste da Clinio, anzi da quello che Damiano amorevolmente definiva quel
porcobastardorottoinculoschifosoluridochepozzaschiattàsubitoluieilsuoperbenismodelcazzomachici
vuolepiùuscireconunacomitivaincuicistaluidentro.
Le notizie che giungevano dagli utenti erano tutte farcite di “sembra”, “si dice in giro”,
“ho sentito dire”, “non ne sono sicuro, ma”, “è più che probabile”, e altri intercalare del genere.
La storia del narcotrafficante colombiano era data per scontata da tutti, tanto da avere anche un
nome e cognome. La latitanza di quest’ultimo era materia controversa: c’era chi lo dava in
Colombia e chi diceva di averlo intravisto a Casal di Principe in provincia di Caserta; la chiusura
del cerchio degli inquirenti era data per imminente, comprese le straordinarie rivelazioni giudiziarie,
di cui non si sapeva ancora niente, ma che non avrebbero mancato di destare sorprese negli
ambienti, pur senza specificare di quali ambienti si trattasse; sempre sul sito di informazioni e
opinioni locali si discuteva anche delle testimonianze delle mamme dei bambini che avrebbero
assistito allo sforacchiamento delle braccia con le siringhe “... piene di ddroga...” in quel famigerato
pomeriggio di Pasquetta.
I giornali, la radio e la televisione avevano sospeso lo sviluppo della notizia dei tre ragazzi
drogati, aggiornando le notizie con un “si attendono sviluppi da parte degli inquirenti che non
tarderanno ad emergere nei prossimi giorni … e dei quali vi terremo informati”.
C’era un'evoluzione nella storia. Da luridi drogati comuni, Damiano, Valerio e Arturo erano
diventati pericolosi esponenti della mala, senza scrupoli e senza pudori, amici di narcotrafficanti
internazionali, invischiati nei peggiori malaffari.
In quei giorni, però, al timore di ripercussioni di carattere giudiziario, Damiano iniziava a
temere anche per la propria incolumità fisica. Temeva, infatti, che qualche mitomane esaltato od
esaurito, soggetti di cui Formia abbondava, potesse sbroccare commettendo qualche gesto
dimostrativo e violento nei loro confronti.
A forza di ripetere che era un delinquente poteva essere seriamente oggetto di linciaggio non
solo morale, ma anche fisico. C’era la storia dell’eroina, la storia dei bambini. Sarebbe stato ancora
tranquillo a passeggiare per strada? o doveva stare attento, più attento, rispetto ai giorni precedenti?
poteva seriamente accadergli qualcosa?
Non era semplice restare inerti davanti al montare della situazione e all’evolversi delle voci
artefatte. Damiano sapeva che non poteva più stare tranquillo. La campagna di internet, proprio
perché rivolta ai giovani, poteva condizionare qualche fascistello esaltato in cerca di “onore” e di
“gloria” tra i propri camerati, e rompergli il muso.
Soprattutto però Damiano si chiese se era giusto continuare a tacere. Poteva difendersi,
poteva diramare un comunicato stampa, firmato magari congiuntamente con un avvocato di difesa,
poteva rilasciare interviste, intervenire nei forum, poteva tentare di discolparsi pubblicamente,
poteva rilasciare dichiarazioni pubbliche, poteva fare tutto quello che voleva. Forse i giornali e le
televisioni locali avevano sospeso la notizia proprio per questo motivo. Senza contraddittorio la
notizia era destinata a perdersi nei meandri dell’oblio. Eppure i giornali locali avevano fatto di tutto
per provocare una reazione da parte dei tre ragazzi drogati. Del resto la notizia partì proprio da un
giornale, “Formia Oggi”, e montata ad arte da qualcuno che aveva interessi particolare a far sì che
durasse il più a lungo possibile. Questi erano i pensieri aggrovigliati e confusi che animavano la
mente di Damiano. E quegli stessi pensieri confusi, furono interrotti da un sms che avrebbe potuto
cambiare il corso della storia. Era il padre che scriveva “DOMANI LEGGI I GIORNALI LOCALI
CI SONO BUONE NOTIZIE …”
MARTEDI’ 20 APRILE - Grande fermento davanti alle edicole del centro di Formia. Capannelli
di decine di persone come non si ricordava da tempo. Damiano lesse immediatamente le locandine
esposte al di fuori delle edicole. I titoli erano chiari e inequivocabili. FOMIA: ARRESTATO IL
SEGRETARIO DEL POPOLO DELLE LIBERTA’.
Damiano non riusciva credere ai suoi occhi. Quel pezzo di merda che aveva fatto affiggere
centinaia di manifesti dove demonizzava l'uso delle droghe, seppur leggere, che invocava l’integrità
morale cristiana, che si ergeva a paladino dell’onestà e della rettitudine, che chiedeva l’espulsione
di tutti i drogati, era stato beccato con una tangente di 50.000 euro nel centro della città in
compagnia di un pregiudicato napoletano, già noto alle forze dell’ordine per reati legati alla
camorra e alla criminalità organizzata. Damiano comprò una copia di tutti i giornali locali e li lesse
tutti con molta attenzione. Provava una gioia incommensurabile, un senso di sottile piacere misto a
soddisfazione personale. Era contento. Finalmente la giustizia trionfava. Mentre leggeva il giornale
rideva a crepapelle. Aveva un sorriso a sessantaquattro denti. Viveva una strana sensazione: più
leggeva e più ingrassava, come se quella abbuffata di notizie lo saziasse fisicamente. I giornali
pubblicarono anche le foto dell’arresto, scattate all’uscita del commissariato di Polizia, mentre il
segretario del Popolo delle Libertà veniva trasferito al carcere di Latina. Ora sì che i cittadini di
Formia avevano da parlare. Soprattutto quelli impiccioni che non si facevano mai i cazzi loro.
Damiano era felicissimo, gli si leggeva in volto un sorriso pari a chi aveva appena passato una notte
con Monica Bellucci o di chi aveva centrato il sei al superenalotto. Camminava come se non ci
fosse la forza di gravità, leggiadro ed etereo. Per festeggiare la notizia dell’arresto del politico
formiano, Damiano decise anche di regalarsi un pranzetto con i fiocchi. Andò in pescheria e
acquistò un vassoio di crostacei e molluschi, poi una bottiglia di vino bianco di qualità, e cucinò al
ritmo di it’s my life di Bon Jovi, a tutto volume.
Poi telefonò al padre, con il quale si intrattenne in una lunga conversazione. Anche il padre
era contento. Da tempo si dedicava sempre di più alle ragazzine delle chat e sempre di meno alla
politica. Ma quella notizia destò anche in lui un ritrovato interesse e un irrefrenabile senso di rivalsa
nei confronti di una classe dirigente politica, quella del Popolo delle Libertà, che schifava
dichiaratamente da sempre.
L’arrestato in questione era Salvatore Cazzullo, un giovane stimato, brillante e promettente
avvocato di provincia. Un buon avvocato. Ma di una antipatia, ma di una antipatia, ma di una
antipatia mostruosamente esagerata. Era saccente, capiva tutto lui e gli altri non capivano un cazzo,
sempre con quell’aria da primo della classe. Prima dell’arresto era anche amministratore comunale
e presidente della Commissione Bilancio del Comune di Formia. Era quel che si definisce un uomo
tutto casa e chiesa, famiglia regolare, tipica famiglia “Mulino Bianco”, di quelle moraliste, di quelle
che seguono le processioni dei santi, di quelle che si indignano quando qualcuno dice di togliere i
crocefissi dalle aule scolastiche, di quelle che cercano di evadere il fisco fino all’ultimo centesimo
di euro, di quelle famiglie che, modestamente, non hanno mai votato per il partito Comunista, di
quelle che si tappano il naso quando incrociano i clochard, di quelle famiglie che non sono razziste,
ci mancherebbe altro, ma i negri vanno aiutati a casa loro. Insomma di quelle famiglie finto
moderne, ma concretamente medioevale, dove se scoprono di avere un figlio ricchione lo portano
dallo psichiatra per farlo guarire. Per farla breve, questo Cazzullo era un uomo di una famiglia
“normale”. E questo rappresentava un problema serio per la borghesia formiana, di quella stessa
borghesia che aveva da dire su tutto e su tutti, che aveva una opinione certa su tutte le circostanze,
che moralizzava su tutto. Beh, quella volta fu un problema. Perché l’avvocato arrestato per
estorsione somigliava pari pari allo stereotipo ideale dell’uomo apparentemente perfetto. Un brutto
colpo per la borghesia moralista, perbenista, fascista e clericale. Fosse stato uno di sinistra andava
bene, sarebbe stato diverso. Ci sarebbe stato un appiglio al quale aggrapparsi. Fosse stato
comunista, ci sarebbe stato da ridire. Invece niente di niente. Un uomo apparentemente
inattaccabile. Uno di quelli che andava in giro con giacca e cravatta, con il viso sempre rasato, che
partecipava a tutte le serate di beneficenza del Rotary Club.
Fu beccato in flagranza di reato per estorsione; una soffiata di un commerciante locale che aveva
avvisato preventivamente i Carabinieri di Formia. C’era la flagranza, le intercettazioni, i filmati.
C’era tutto. Ecco perché non poteva funzionare neanche il giochetto della persecuzione dei giudici
comunisti, tanto caro ai politici del Popolo delle Libertà, il giochetto delle persecuzioni, dei
teoremi, dell’accanimento giudiziario, dell’innocente fino a prova contraria, delle sentenze
politiche, della non colpevolezza fino a sentenza della Corte di Cassazione, di tutti quei ritornelli
triti e ritriti che ormai gli italiani conoscevano a memoria. Quella volta c’erano le mani nel sacco.
Era stato beccato con il sorcio in bocca.
La curiosità di verificare gli umori dei cittadini di Formia che facevano parte del forum di
internet era grande. Per questo motivo Damiano rincasò di fretta per connettersi e godersi tutti gli
imbarazzi e gli impacci che avrebbero caratterizzato le opinioni dei suoi concittadini. Dietro la
notizia, peraltro dal titolo poco incisivo e un po' confuso e fuorviante, non c’era alcun commento,
neanche nel tardo pomeriggio della giornata. Nessun commento. Neanche di quelli di sinistra, che
avrebbero avuto tutti i motivi per denunciare il malcostume, la commistione tra politica e
criminalità, il sistema di corruzione che imperava nella città di Formia. Neanche il commento di un
solo cittadino, che dietro l’anonimato poteva dire qualunque cosa. Niente. Zero assoluto. Damiano
non riusciva a darsi una spiegazione di quel silenzio. In genere non si faceva in tempo a pubblicare
la notizia che riguardasse qualsiasi cosa, anche dell’energia atomica nucleare della Corea del Nord,
che si scatenava il dibattito con decine di commenti, pro e contro. Anche gli altri blog di
informazione locale erano privi di commenti. La notizia era stata pubblicata da tutti, ma nessuno
commentava.
Verso le sette di sera uscì l’atteso comunicato ufficiale del sindaco, inviato a tutti i mezzi di
informazione: … un professionista stimato e apprezzato … una vicenda che desta stupore …
confidiamo nell'attività della magistratura … ma fin tanto che non verrà accertata la verità, si
invita a non giungere a conclusioni affrettate … a nome dell'intera amministrazione comunale di
Formia esprimo solidarietà umana alla famiglia e all’uomo politico, integerrimo amministratore
comunale … nell’auspicio che la vicenda possa trovare al più presto una definizione chiara e che
Salvatore Cazzullo torni presto in libertà.
Damiano saltò dalla sedia. Rilesse quel comunicato almeno dieci volte per evitare di aver
capito male. Il colore del suo viso passò dal pallido al rosso al viola con una velocità
impressionante. Era furioso. Se avesse avuto una mitragliatrice avrebbe fatto una strage. Poi se ne
fece una ragione. Vada pure che il sindaco di Formia, per difendere un proprio amministratore,
potesse scrivere tutte quelle frasi di circostanza, ma altre deroghe sarebbero state assolutamente
incomprensibili. Damiano, prima di incazzarsi definitivamente di brutto e tentare di sfondare il
muro a capate, decise di attendere il giorno successivo e leggere le dichiarazioni degli altri
esponenti politici e sociali della città, soprattutto di quelli di centrosinistra. Lui non era di
centrosinistra, non aveva mai votato centrosinistra e probabilmente non lo avrebbe votato mai. Alle
elezioni del 2008 votò per la lista dei comunisti radicali, ma dal centrosinistra si aspettava un
minimo di scatto d’orgoglio, di denuncia politica, di parole ferme e autorevoli.
Nel frattempo decise di fare una capatina su facebook. Damiano aveva un paio di centinaia
di amici nel mondo virtuale di internet, tutti più o meno della sua età, tra i venti e i venticinque anni,
e voleva verificare cosa si diceva in giro. Provò a scorrere i post della giornata e a nessuno, proprio
a nessuno, poteva fregargliene di meno. Ci si scambiavano video, canzoni, insulti, ma dell’arresto
del politico di Formia neanche l’ombra. Eppure quando toccò a lui tutti sapevano tutto. Sapevano
addirittura cose che non esistevano, dell’eroina, dei bambini. Provò a connettersi alla page del
movimento per la liberalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere, ma una finestra del sistema
avvisava che la page era stata soppressa per i contenuti poco educativi e poco pedagogici che
diffondeva. Damiano pensò anche che, forse, se non direttamente coinvolto con la vicenda che li
riguardava, anche a lui non sarebbe importato più di tanto dell‘arresto di per estorsione di Salvatore
Cazzullo.
Anche Valerio era contentissimo dell’arresto di colui che aveva stampato e affisso i
manifesti con i loro tre nomi, sputtanandoli in tutta la città. Provò anche a fare qualche ricerca sui
siti specializzati per assicurarsi che quella dell’arresto fosse una notizia vera. Aveva già tenuto
l’esame di diritto penale all’università, e per questo motivo vi era anche un interesse accademico
per la vicenda. La sera prima aveva discusso a lungo con il padre sulla vicenda giudiziaria del
segretario cittadino del Popolo delle Libertà. Valerio sperava che quella vicenda, per la gravità
assoluta che rappresentava, potesse assorbire la superficiale e insignificante vicenda di Pasquetta,
rilanciando altre questioni sicuramente più importanti e interessanti di una mezza canna, neanche
fumata. Il padre di Valerio, sempre pronto a contraddire il figlio su qualsiasi circostanza, quella
volta dovette ammettere che il figlio aveva ragione. Non sapeva con sicurezza se il figlio si
“faceva” o meno le canne, ma quand’anche fosse vero, era comunque un'inezia rispetto alla gravità
del delitto di estorsione che aveva colpito il politicante Cazzullo.
Quella sera. a cena a casa di Valerio, si discusse molto di giustizia, di magistratura, di
politica e il padre di Valerio rimase stupito delle capacità dialettiche del proprio figlio. Rimase a
lungo a fargli domande e ad ascoltarlo, e rimase meravigliato positivamente del grado conoscenza
degli argomenti e del buon senso del figlio. In genere era il padre che parlava e il resto della
famiglia che ascoltava. Parlava sempre del lavoro di merda che faceva, delle tasse che
aumentavano, dei politici ladri, dei meridionali nullafacenti, degli impiegati comunali che
rubavano lo stipendio e delle stagioni, che non erano più quelle di una volta. Era raro che Valerio
intervenisse nel soliloquio quotidiano del padre, anche perché, ogni volta che ci provava, veniva
zittito con un cosa vuoi capire tu! che annichiliva chiunque. Sarà che quella sera il padre non aveva
niente da dire, o era stanco di parlare, sta di fatto che Valerio non fu interrotto e poté parlare
indisturbato per dieci minuti consecutivi. E non fu una discussione semplice. Valerio, attraverso un
giro di parole, disse che il padre era un deficiente, che tutti quei luoghi comuni che lui esprimeva
erano banali e inconcludenti, che se il proprio paese andava nella merda era per colpa di persone
come lui, che le lamentele fini a se stesse, non finalizzate ad azioni concrete di protesta, erano
quanto di peggio si potesse aspettare da un cittadino italiano, che se la classe politica dirigente era
corrotta, ladra e delinquente, la colpa era da attribuire a una società civile con altrettante
caratteristiche. Non fu così esplicito, ma il senso era questo.
Il padre rimase impietrito ad ascoltare quelle parole. Non riusciva a capire molto bene e non
realizzò da subito la sequela di offese che il figlio gli lanciava. Il padre riuscì soltanto ad apprezzare
la padronanza di linguaggio e la capacità di sintesi che il figlio era riuscito a raggiungere attraverso
gli studi. Per la prima volta si trovò davanti un figlio apparentemente maturo, almeno a parole, che
stava crescendo in modo esponenziale. Come se fino al giorno prima avesse avuto un figlio cretino
e di colpo fosse diventato intelligente. Senza sapere che il figlio era sempre stato molto istruito e
preparato, ma che, forse, per ventitré anni, il padre non era mai stato stanco di parlare o non era mai
stato nelle condizioni di non sapere cosa dire.
Valerio ce la mise tutta per uscire dalla sottomissione reverenziale che viveva all’interno
della famiglia. Aveva realizzato che mai più avrebbe firmato un verbale in un Commissariato di
Polizia senza neanche leggerlo. Che piuttosto sarebbe andato via di casa, ma non avrebbe mai più
assecondato i voleri del padre quando questi contrastavano con le proprie convinzioni personali.
Non avrebbe mai dimenticato il grave errore di aver firmato un verbale senza sapere cosa c’era
scritto. Era talmente assurdo che aveva perfino vergogna di raccontarlo a Damiano, che stava
ancora aspettando la risposta alla sortita del commissariato. Non poteva dirgli cosa era successo.
Non poteva ammettere di essere un coglione, uno di quelli che si sottomette al padre e a un lurido
sbirro, che pur studiando Giurisprudenza non conosce neanche i propri basilari diritti civici. Non era
semplice dire a Damiano guarda, sono stato dal commissario, ho firmato un verbale ma non so
cosa ho firmato, poteva anche esserci scritto, per assurdo, che il solo colpevole sei tu, o che io sono
una testa di cazzo, o che ho patteggiato tre anni di galera per ammissione di colpa, poi ho cercato
di sputarmi in faccia da solo guardando verso l’alto ma neanche sono riuscito a beccarmi. Valerio
ci teneva troppo a Damiano per fare una figura di merda così colossale, ma sapeva anche che non
rispondere alle sue telefonate era peggio di qualsiasi altro comportamento. Quell’ostracismo nei
confronti di Damiano lo stava logorando. Valerio sapeva che stava perdendo un amico ma non
aveva il coraggio di alzare la cornetta del telefono e chiamarlo. Non era solo timidezza, ma
vigliaccheria allo stato puro, di quella vigliaccheria che lo inibiva verso qualsiasi seria difficoltà si
presentasse, che lo pervadeva, che gli annullava la personalità.
Arturo seppe della notizia dell’arresto del politico formiano solo qualche giorno dopo. Lui
viveva in una propria dimensione ultraterrena, quasi ascetica. In quei giorni Arturo stava
sperimentando una nuova serie di droghe sintetiche e non gliene fregava un cazzo delle vicissitudini
politiche e giudiziarie locali. Per lui non era la prima volta che si staccava dagli amici. In passato
scompariva per settimane intere per poi farsi ritrovare da un momento all’altro come se non ci si
vedesse dalla sera prima. Per lui, rispetto a Valerio, era più facile non parlare con Damiano. Gli
capitava anche di non essere reperibile al telefono per molto tempo. Lui diceva che lo spegneva per
non essere disturbato, ma in realtà gli capitava spesso di smarrire il telefono nei luoghi più
impensati. In quei giorni frequentava una ragazza conosciuta in un bar della provincia di Frosinone.
Una bellissima e bravissima ragazza, di quelle che credono all’amore, al matrimonio, ai figli, alla
famiglia. Lei non beveva e non fumava, neanche sigarette. Arturo gli aveva fatto credere l’amore
eterno per il solo scopo di trombarsela. Ma lei non era la solita ragazza facilmente allontanabile.
Non era una di quelle che aspettava a casa il ritorno del fidanzato dopo una nottata passata a
bighellonare con gli amici. Molto spesso si rendeva ridicola e patetica per il suo ruolo da
crocerossina che si era voluta dare; ad Arturo, almeno all’inizio della storia, piacevano molto quelle
attenzioni particolari mai ricevute prima. Dopo una sola settimana, però, Arturo era arrivato a un
livello di sopportazione molto, molto precario. Non la sopportava più, soprattutto dopo che lei gli
disse che voleva presentarlo ai propri genitori. Lei piangeva in continuazione, non voleva che
Arturo si “facesse”, e cercava di convincerlo degli effetti nefasti dell’alcool e della droga, con la
sola reazione di aumentare il suo consumo sia di alcool che di droga. Quando lei minacciò di
lasciarlo per sempre, Arturo chiamò a testimoniare tutti i suoi amici presenti nella piazza, per
evitare, un domani, di dover confutare promesse così esplicite.
MERCOLEDI’ 21 APRILE - Il comunicato stampa nel quale il sindaco di Formia assolveva, di
fatto, il proprio amministratore comunale dalle malefatte estorsive, aprì la discussione sul forum
internet di Telefree. Era una rincorsa a chi la sparava più grossa. Dopo che per due settimane
consecutive i cittadini formiani erano stati tutti forcaioli e giustizialisti, si assistette ad una repentina
trasformazione nella direzione garantista. D’un tratto erano diventati tutti garantisti, peggio dei
peggiori garantisti e vittimisti berlusconiani. Il giovane politico arrestato in flagranza di reato per
estorsione, era diventato “una vittima del sistema”, oppure “un uomo pulito che dimostrerà la
propria innocenza”. A sua discolpa c’erano una serie di circostanze che di fatto lo assolvevano sul
campo a furor di popolo: indossava sempre giacca e cravatta, si radeva sempre la barba, non
mancava a una processione di qualsiasi santo o madonna, andava sempre in chiesa, era un
professionista serio, era educato, non sputava mai in terra, non si ficcava le dita nel naso, era
evasore fiscale, vantava un nonno paterno con la qualifica di gran maestro della Loggia Massonica,
non c’era stato in famiglia alcun comunista da sette generazioni e, modestamente, nessuno dei
familiari aveva mai lavorato in fabbrica. Un uomo serio!!!
Ma la cosa che lo discolpava a-priori, era che Salvatore Cazzullo non poteva essere
disonesto: aveva una zia monaca, e quindi era innocente. Avere una zia monaca, evidentemente, era
una garanzia assoluta di serietà, di integrità morale e di santità. Potevi anche essere un delinquente
incallito, ma contava molto di più avere una zia monaca che un pool di avvocati penalisti con
brillanti carriere alle spalle.
E poi, sempre su internet, giù con frasi recepite direttamente dal kit del parlamentare del
Popolo delle Libertà, tipo: “è innocente fino a prova contraria, la magistratura è tutta corrotta, i
giudici sono tutti comunisti, è una persecuzione nei confronti di una persona stimata, è una
campagna di diffamazione, attraverso il segretario del Popolo delle Libertà di Formia vogliono
colpire la bontà di un governo cittadino che sta facendo tanto bene per la città, è tutta colpa di
giornali come “la Repubblica” che fomenta un clima di odio contro il partito dell’amore, il popolo
è sovrano non la magistratura, andassero a vedere i comunisti cosa fanno”, e via discorrendo. Un
povero internauta, militante del PD, provò a dire mezza parola contro Salvatore Cazzullo, e fu
trattato come un appestato. Disse semplicemente che la flagranza di reato non poteva che essere un
dato di fatto, e la parola più gentile che gli rivolsero i garantisti della seconda ora fu “pezzo di
merda comunista fottuto frocio drogato amico dei negri che non pagano le tasse e dei barboni
assistiti e parassiti”. Gli risposero di vedere cosa facevano i loro “compagnucci“, perché uno di
loro, proprio una settimana prima, fu multato per divieto di sosta, e quindi loro, i comunisti, non
potevano parlare, perché anche loro erano dei truffatori disonesti e felloni, e che i “comunisti” non
avevano autorevolezza per fare la morale ad altri.
Tutti gli utenti usavano lo stesso lo stesso linguaggio, le stesse parole, gli stessi intercalare
dei vari Cicchitto, Bondi & compagnia quando dovevano difendere le cazzate del proprio leader. E
lasciava perplessi constatare che tra i garantisti di uno stimato professionista ci fossero molti
esponenti del centrosinistra. Un coro unico. Salvatore Cazzullo era onesto e la magistratura non
poteva fare altro che assolverlo. La sentenza di assoluzione a furor di popolo fu emessa
subitaneamente: visto che andava in giro in giacca e cravatta e che andava a messa tutte le
domeniche. Il segretario del Popolo delle Libertà di Formia era assolto dall’opinione pubblica
perché qualunque reato avesse commesso, il fatto non costituiva reato.
Nei giorni successivi, però, la questione dell’arresto del segretario del Popolo delle Libertà
di Formia fu messa a paragone con la storia dei tre ragazzi drogati. Secondo il pensiero comune
dominante, non c’era paragone tra il reato commesso dai tre ragazzi drogati, la storia dell’eroina e
dei bambini che assistevano alla pratica del buco, la storia del narcotrafficante, con il banale e
insignificante episodio di Salvatore Cazzullo, che, seppur vero, era comunque da dimostrare e di
gran lunga inferiore per la gravità. E fu così che la storia dei tre ragazzi drogati tornò in auge
prepotentemente. E pensare che l’arresto di Salvatore Cazzullo avrebbe dovuto offuscare tutte le
altre notizie del territorio, almeno questo era nelle menti di Valerio, Arturo e soprattutto Damiano.
Invece, contro ogni logica e contro ogni evidenza, la storia dei tre ragazzi drogati intaccava
pesantemente l’immagine seria e pulita della città di Formia, mentre il reato di estorsione di
Salvatore Cazzullo era da considerarsi come semplice attività politica collaterale in un contesto
sociale dove chi non estorce scagli la prima pietra, e che siccome tutti commettono reati di
estorsione, non era giusto che un povero cristo vittima del sistema, finisse addirittura in carcere,
mentre chi si drogava davanti ai bambini continuava a circolare impunito e a piede libero per la
città, minacciando l’incolumità degli innocenti bambini.
A Damiano venne in mente un detto popolare che la nonna gli ripeteva sempre: “hann miss
la carne ‘a sott e i maccarun ‘a copp” (hanno posizionato la carne al di sotto dei maccheroni); in
pratica avevano rivoltato la situazione in modo del tutto surrettizio. Per sviare la più importante
questione del reato di estorsione del segretario del Popolo delle Libertà di Formia, tutti si
accanirono contro i tre ragazzi drogati, buttandola in caciara e azzerando completamente la notizia
del giorno. Anche i giornali locali, nonostante la notizia del reato di estorsione di Cazzullo fosse di
interesse pubblico,
sdrammatizzarono la questione pubblicando solamente le interviste di chi
tendeva a minimizzare l’episodio, con un atteggiamento a dir poco ruffiano. L’intero centrodestra
formiano fece quadrato attorno all'estorsore, senza neanche chiederne le dimissioni, o senza alcuna
sospensione dall’incarico, o, cosa ancora più raccapricciante, senza nessuna richiesta di chiarimenti
in merito. Salvatore Cazzullo era il “santo subito” acclamato dalla popolazione e perseguitato da
una magistratura che avrebbe dovuto invece occuparsi di briganti drogati e comunisti che
parcheggiano in divieto di sosta; era diventato l'icona cittadina della borghesia indignata che lottava
contro chi ostacolava l’onesto lavoro degli onesti politici locali, di quelli che vantavano da sette
generazioni parenti tutti democristiani e devoti alla madonna.
Damiano rimase allibito. Il boomerang dell’episodio dell’estorsione era inatteso. Non si
aspettava una reazione così compatta e schizofrenica. Non che si aspettasse una rivolta popolare dei
cittadini formiani contro Cazzullo, ma almeno un minimo di condanna, sì. Non sapeva se ridere o
piangere. Se ridere per la ridicolaggine dei propri concittadini o piangere per il vuoto culturale che
lo circondava. Non si aspettava neanche che il centrosinistra prendesse strumentalmente a pretesto
la situazione, ma almeno che partisse dall’episodio dell’estorsione di Salvatore Cazzullo per cercare
di porre la questione morale come elemento dirimente all’interno della politica e delle istituzioni.
Gli intrecci e le commistioni tra politica e criminalità organizzata e tra istituzioni e comitati di
affari, erano spudorati. Si faceva fatica a capire dove finiva la politica e dove iniziava la criminalità
organizzata, a distinguere le istituzioni da coloro che trafficavano in appalti e dai comitati di affari,
che erano coloro che usufruivano degli appalti stessi. Anche perché, molto spesso, coloro che
gestivano gli appalti comunali a Formia erano gli stessi soggetti che dovevano controllarne la
regolarità senza alcun intermediario di sorta. Una coalizione politica di opposizione avrebbe dovuto
denunciare politicamente i comportamenti scorretti e illegali degli amministratori comunali, e un
arresto per estorsione sarebbe stata l’occasione per discutere e affrontare la depravazione del tessuto
economico e sociale della città, per ragionare attorno al modello di sviluppo legalmente
compatibile, per parlare di conflitti di interesse, di nepotismo, di corruzione, di concussione, di
clientele, raccomandazioni, favoritismi, di come, insomma, la politica locale gestiva la cosa
pubblica.
Invece niente. Centrosinistra: assente. Forse perché anche loro erano una manica di
delinquenti, o forse perché il garantismo era sinonimo di senso di responsabilità, o forse perché non
volevano innescare un meccanismo perverso di chi rubava di più, che avrebbe logorato entrambe le
coalizioni politiche.
Su facebook la musica era diversa. Anche i giovani più disinteressati iniziarono ad
appassionarsi alla vicenda. Il microcosmo di Damiano, Valerio e Arturo era circoscritto agli amici, e
quindi sembrava che tutti la pensassero come loro. Il forum di Telefree era aperto a tutti, anche a
quelli con i quali ti sputavi in faccia quotidianamente, mentre su facebook eri tu a sceglierti gli
interlocutori, virtualmente chiamati amici. Tra i due / trecento amici di Damiano, viaggiavano frasi
del tipo: “hanno arrestato il segretario del PdL – povera bestia …”, oppure frasi che invitavano a
squagliare la chiave della cella del carcere di Salvatore Cazzullo, o coloro che inneggiavano a
Robespierre, oppure la frase più delicata, riferita a Cazzullo era “lurido schifoso marcisci in carcere
tu e la tua zia monaca”. Facebook era una boccata di ossigeno contro il logorio del pensiero
comune che inneggiava al senso di responsabilità dei politici che difendevano l’estorsore. Il leit
motiv era che nessuno poteva commentare il comportamento di Salvatore Cazzullo fino al termine
dei tre gradi del processo, praticamente una ventina di anni, perché fino ad allora si era tutti
innocenti, e quand’anche, dopo venti anni, verrà dichiarato colpevole, ce la si potrà sempre prendere
con i giudici comunisti e ricchioni.