rotterdam terror corps
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rotterdam terror corps
Delio Fantasia FORMIA ailoviù ovvero Carmine Pappagogna, suor Elena e la storia dei tre ragazzi drogati Formia Libera edizioni e-book CARO TENENTE COLOMBO - Comoda la vita, vero tenente Colombo? Una telefonata dal distretto di Polizia di New York e sei uno dei primi ad arrivare sul luogo del delitto. Lì trovi un cadavere, qualche complice, l’arma del delitto, un movente e un assassino da strizzare per bene. Nessun delitto riesce a disarmarti. Non riesce a scoraggiarti neanche il delitto “quasi perfetto”, dove fingi di brancolare nel buio con la tua aria da sbandato che mette a proprio agio tutti gli assassini che interroghi. Loro ti guardano e pensano che di meglio non poteva capitargli: un investigatore con un’automobile che non varrebbe più di cento euro, un soprabito lercio e stropicciato e un cane mezzo deficiente che non riesce a fare neanche l’unica cosa per cui è stato creato, ovvero il cane. Ti presenti come un vecchio rimbambito e ti riveli puntualmente un genio dell’investigazione. Sei la dimostrazione vivente che l’abito non fa il monaco e che molto spesso l’apparenza inganna. Se tu, tenente Colombo, fossi stato un dipendente della Polizia di Stato in Italia, probabilmente oggi sapremo dove è finita Emanuela Orlandi, cosa accadde quella notte sui cieli di Ustica e chi ha ordinato la strage alla stazione di Bologna. Se i nostri investigatori avessero avuto un decimo del tuo acume, ora saremmo a conoscenza di tutti i misteri che attanagliano la nostra nazione. Ma sicuramente ti saresti arreso, caro tenente Colombo, se ti fossi trovato a Formia durante il periodo di Carmine Pappagogna, suor Elena e i tre ragazzi drogati. Se ti avessero affidato le indagini per conoscere la verità sulla storia dei tre ragazzi drogati, avresti alzato e le mani e ti saresti arreso per la prima volta in vita tua. Avresti detto: “beh, ma qui non c’è nessun omicidio, nessun complice, nessun cadavere, nessuna arma del delitto e nessun movente …. su cosa dovrei investigare?”. Ma qui non siamo a New York dove gli assassini fanno il loro mestiere e i cadaveri fanno i cadaveri. Qui siamo a Formia, nell’Italia centrale, dove puoi trovarti coinvolto in una situazione giudiziaria senza sapere come e perché. Puoi trovarti a dover sostenere la tua innocenza senza aver commesso alcun reato, anche quello di non aver fumato una mezza canna il giorno di Pasquetta. Puoi trovarti a dover combattere contro un’intera comunità che ti condanna prima ancora di aver subito un processo. Oppure puoi trovarti a dover affrontare un intero percorso giudiziario senza aver commesso alcun reato e con la certezza matematica di finire in galera. Solo a Formia può accadere di trovarsi trascinato in una fogna mediatica che ti condanna prima ancora di essere processato e ti assolve se ti arrestano per estorsione ai danni di un privato cittadino. E questa è la nostra storia. La storia del sindaco di Formia, Carmine Pappagogna, di una suora di clausura e di tre bravi ragazzi che per una serie di circostanze saranno definiti i tre ragazzi drogati. Una storia che ha tenuto una intera città con il fiato sospeso, che ci ha appassionato e ci ha fatto emozionare e soffrire, che ci ha diviso in pro e contro e ci ha fatto crescere. Una storia durata più di due anni che ha visto avvicendarsi una serie di personaggi che solamente Formia può vantare a livello nazionale. Ebbene, caro tenente Colombo, avrei voluto vederti districare in un’inchiesta giudiziaria senza reati, senza colpevoli e senza parti lese. Però, purtroppo, questa sfida non sarà mai possibile perché hai deciso di riposarti per sempre, per l’eternità. A te è dedicato questo racconto. A te e al tuo sigaro puzzolente, ai tuoi capelli arruffati, alla tua matita perennemente spuntata, al tuo pseudo cane, alla tua splendida moglie, al tuo soprabito naif e al tuo grande genio che ci ha fatto divertire e riflettere per tutte le lunghe e inutili sere trascorse a casa davanti al televisore. R .I . P . FORMIA - Non c’è bisogno di trovare un pretesto per uscire di casa dopo una settimana e mezzo di pioggia ininterrotta. Un raggio di sole dopo interi giorni di rovesci temporaleschi diventa una liberazione per tutti. Ecco perché quella mattina al chiosco bar di piazza Mussolini di fronte al municipio di Formia, c’era molta gente, di ogni tipo, di tutte le categorie. Soprattutto di quella categoria di persone che, dopo un caffè consumato in tutta fretta, si dirigono a passo deciso verso il portone d'ingresso del palazzo comunale, con l'immancabile telefonino appiccicato all'orecchio. Il venerdì il municipio è particolarmente affollato, perché è il giorno della settimana in cui si riunisce la Commissione Urbanistica. Quella che nega e concede le licenze edilizie. Il venerdì il municipio trabocca di imprenditori, costruttori, mediatori, ingegneri, geometri, architetti, faccendieri e camorristi. Tutti interessati al rilascio delle concessioni edilizie. Ma in piazza Mussolini, di fronte al municipio, ci si ritrova anche perché, da un po’ di tempo, è in vigore l’isola pedonale. Con l'auto possono accedervi solo coloro che sono muniti di un “pass”, rilasciato direttamente dal sindaco Pappagogna. Da subito il “pass” è diventato come una sorta di status-symbol, a voler significare che chi lo possiede fa parte della lista di quelli che contano, di quelli che “possono”. Un lasciapassare non tanto per accedere all’isola pedonale, quanto per dimostrare agli altri di avere libero accesso al potere. Chi non ha il “pass” è una persona comune o uno sfigato o un emarginato sociale, o un comunista. Gennaro, operaio edile, sindacalista, classe 1951, formiano doc, dopo giorni di lavoro all'umido della pioggia, era in piazza Mussolini a leggere “il Fatto Quotidiano” e a godersi quella tanto sospirata giornata di sole. Attorno a lui le chiacchiere delle mamme e delle nonne che affollavano la piazza. Un’armonia di suoni e profumi che nessuno poteva turbare. Nessuno. Tranne Pinuccio detto Mozzarella. Faccendiere legato ad almeno quattro diversi clan della camorra, molto amico del sindaco Pappagogna e punto di riferimento della criminalità locale. Con il suo macchinone, ovviamente munito di regolare “pass” per accedere all’isola pedonale, Pinuccio Mozzarella prese arrivò fino ai tavolini del chiosco bar, andando a parcheggiare il suo transatlantico gommato tra le strisce pedonali e lo scivolo per disabili, salendo per metà sul marciapiede e rovesciando una delle sedie vuote che erano attorno al tavolino di Gennaro. Il rumore delle sedie in metallo, degli strilli delle mamme e degli insulti di un paio di vecchietti turbati da quello sgommare di macchina, in un attimo stimolarono in Gennaro una spontanea e generosa bestemmia. “Aaaaaooohhhhh!!! MA CHECCAZZO!!! ma è questo il modo di parcheggiare la macchina? Non puoi parcheggiare come tutti?” Mozzarella uscì con le mani alzate, come per dire “...non è successo niente, tranquilli...” e fece per avviarsi verso il chiosco bar. “ …. vado via subito. Prendo un caffè e vado via. Ecchè marònna!!!! Un caffè! Un minuto e vado via”. Finalmente da lontano un fischio forte e determinato richiamò l’attenzione di Pinuccio detto Mozzarella. Un vigile urbano, con fare deciso e con piglio legalitario si avvicinò di gran lena. “Di chi è ‘sta macchina?” “E’ mia! … ci sono problemi?” “Ah è tua? Scusa Pinù ...non ti avevo visto”. “Prendo un caffè e vado via. E checcazzo … in questa città non si può neanche prendere un caffè in santa pace !?” “No no, fai con comodo. Prenditi tutti i caffè che vuoi … con comodo”. Nel frattempo Gennaro, spettatore involontario, aveva acceso il telefono cellulare in modalità videocamera, come gli aveva da poco insegnato a fare il nipote di 7 anni, puntandola su Pinuccio e il vigile per riprendere tutta la scena. Pinuccio Mozzarella e il vigile si accorsero che Gennaro li stava riprendendo. Il vigile si voltò di scatto e diede le spalle all’obiettivo. Pinuccio sorrideva con cinismo all’obiettivo del cellulare con telecamera incorporata; sapeva che quel video sarebbe finito su youtube dopo qualche minuto, ma in quel momento non gli diede troppo peso. Doveva prendere il caffè e solo dopo avrebbe affrontato la situazione. Il vigile andò a nascondersi dietro il chiosco per non essere ripreso dal telefonino. Gennaro continuava, platealmente, a riprendere la scena di Pinuccio e della sua automobile parcheggiata in divieto di sosta, sulle strisce pedonali e sull’accesso per gli invalidi. Pinuccio intanto aveva cominciato ad offrire il caffè a tutti gli astanti e sorrideva soddisfatto a Gennaro e al suo telefonino con telecamera. Finito il caffè si avvicinò a Gennaro e senza modificare il suo sorriso sanguigno domandò sarcastico: “Genna’ …. e tu il caffè non lo prendi !?” “Non accetto caffè dai delinquenti !” rispose Gennaro senza sarcasmo. “Eeehh ecche parole... delinquente io? Ma io sono un angioletto, lo sai. …. E poi, proprio ieri, ho incontrato tua moglie Luciana. Mi ha raccontato di quel problema con l’ospedale ... sette mesi per quella visita specialistica … una povera donna malata di cuore deve aspettare sette mesi per una visita specialistica? E' scandaloso! Mentre si aspetta una visita ospedaliera, c’è gente che muore! Vogliamo fare aspettare tua moglie sette mesi? Io ho già telefonato al dottor Menichetti e gli ho detto che entro domani deve visitare tua moglie. Hai visto? Sono o non sono un angioletto? E tu mi chiami delinquente; io sono uno che aiuta la gente”. Gennaro abbassò lo sguardo e il telefono cellulare impostato in modalità telecamera. Pinuccio Mozzarella sfiorò la guancia di Gennaro con il pollice e l’indice, come a simulare un pizzicotto, e gli disse a voce a bassa: “E cancella ‘sto cazzo di video che hai girato. A chi vuoi che interessi una macchina parcheggiata in divieto di sosta? Qui a Formia ci sono più divieti di sosta che cristiani ahahahahah. Mò devo andare via, devo porta’ le mozzarelle al Prefetto. Statti buono Genna’.” Andando via e immettendosi in via Costanzo Ciano ebbe anche il tempo di salutare l'autista di una volante della Polizia che nel frattempo si era trovata, per caso, a passare davanti alla piazza, notando la sosta vietata del mozzarellaro. “Uè …. brigadiere carissimo …. vado via subito: sono atteso dal prefetto; vogliamo far aspettare sua eccellenza il prefetto? Ahahahahah …. ” Niente contravvenzione. Nessun verbale. Sempre con il suo sorriso sadico e beffardo stampato sulla faccia, Pinuccio Mozzarella sgommò con la sua BMW ultimo modello e partì a manetta. Ovviamente contro senso. Tutti sanno, però, che oltre alla mozzarella, Pinuccio trasportava: cocaina, mignotte, armi e soldi da piazzare all’estero. Inoltre era il fedele faccendiere e confidente di onorevoli, senatori, alti prelati, assessori, ai quali forniva loro tutto ciò di cui avevano bisogno, anche armi, soldi, cocaina e mignotte. Tutto, tranne la mozzarella. Quella del parcheggio di Pinuccio detto Mozzarella e del suo divieto di sosta è l’immagine plastica di Formia. Una città di quarantamila abitanti in provincia di Latina, al confine tra Lazio e Campania, sdraiata lungo la costa del magnifico Golfo di Gaeta., dove corruzione, camorra, malaffare, collusioni, concussioni, clientelismi, favoritismi, riciclo di denaro, illegalità varie e diffuse, impunità, prepotenze, uso disinvolto e abuso incosciente di droghe, gioco d'azzardo, prostituzione, violenze, raccomandazioni e molto, molto altro, hanno trovato le condizioni ottimali per convivere e svilupparsi in un equilibrio unico e assolutamente omertoso. È in questa meravigliosa cittadina, dalla variegata cornice culturale, economica e sociale, che abita Damiano; ed è in questa città che si svilupperà la vicenda che andremo a narrare, una storia talmente incredibile da sembrare credibile, e talmente credibile da sembrare impossibile. DAMIANO & FAMIGLIA - All’epoca dei fatti aveva 23 anni. Damiano è nato e cresciuto a Formia. E vive a Formia. Diplomato al liceo Classico “Giorgio Almirante” con 100 su 100 è un ragazzo modello, il figlio che tutti i genitori borghesi vorrebbero avere: non fuma, non beve, torna a casa presto la sera, piace alle ragazzine della sua età, non litiga mai. Un ragazzo che a 23 anni già dimostrava una buona dose di saggezza, forse anche troppa, così diverso dai suoi coetanei da tradire imbarazzi e difficoltà di socializzazione. Per lui i professori di italiano, greco, filosofia e latino, prevedevano una brillante carriera universitaria. Ed è forse proprio per questo che, l’anno successivo alla maturità, Damiano decise di non iscriversi all’università. Non voleva una vita già segnata, già scritta. I genitori rimasero basiti. In lui riponevano molte aspettative, soprattutto il padre, che vedeva una possibilità di rivalsa dopo una vita non proprio brillante. Avrebbe voluto che il suo unico figlio conseguisse una laurea importante e riuscisse a realizzarsi nella vita, cosa che lui aveva solo sognato. Subito dopo la maturità, Damiano decise di cercarsi un lavoro. Ripetizioni private a dieci euro l’ora per studenti delle scuole medie e superiori. Cinque anni dopo ancora impartiva lezioni private di italiano, filosofia, greco e latino, e lo faceva con molta passione e dedizione. Con tre o quattro studenti riusciva a tirar su circa otto/novecento euro al mese, che gli consentivano la giusta autonomia da una famiglia oramai arrivata al capolinea della propria tenuta sociale. Damiano viveva da solo in un monolocale a Formia. L’immobile fu acquistato dal padre tre anni prima, con i soldi della liquidazione, e doveva rappresentare un investimento per il futuro; diceva che era un affare che non potevano lasciarsi sfuggire. La madre, invece, più realista, diceva che quel monolocale serviva soltanto al marito per qualche incontro di sesso occasionale con ragazzine conosciute in internet. Che la coppia fosse in crisi si vedeva e si sentiva. Si vedeva dai loro sguardi incrociati e furtivi e si sentiva dai loro silenzi prolungati e decisi. Dopo venticinque anni di matrimonio non c’era più niente da dire e da fare insieme. Effettivamente il padre di Damiano si dilettava a incontrare alcune ragazzine conosciute su internet, in una di quelle chat nelle quali si dialoga in anonimato e dove la facilità di incontro e di sesso libero scatena qualsiasi fantasia. Il nick-name del padre, “stallone55” (55 sono gli anni), attirava molte ragazzine in vena di farsi l’uomo maturo, la scopata da collezionare per poi vantarsi con le amiche. Anche perché, a dire il vero, il padre di Damiano era ancora un uomo molto affascinante. Aveva il capello brizzolato e quella carnagione scura che fa molto Pierferdi, e che tanto andava di moda tra le coetanee del figlio. Fu lo stesso Damiano a beccarlo una sera in compagnia di una sua amica, che successivamente gli raccontò di essersi concessa a del sesso orale con il padre. Glielo disse così, papale papale, senza alcuna remora, pensando di riuscire a metterlo in imbarazzo. Ma a Damiano poco importava. A lui interessava soltanto che il padre fosse felice. La madre, nel frattempo, aveva scoperto tutto; inizialmente si lasciò andare ad incazzature bestiali, con tanto di ingiurie, minacce, e quant'altro. Ma poi, siccome c’era di mezzo un figlio, gli stessi genitori si accordarono per evitare scenate in presenza del figlio; questo rasserenava un poco l’animo di Damiano, che almeno si risparmiava le tensioni di una coppia post-sessantottina isterica e carica di complessi, continuamente soggetta ad isterismi pre-senili. Proprio per andare in culo al marito, la madre chiese a Damiano di trasferirsi presso il monolocale acquistato per investimento. E lui fu oltremodo contento di poter conquistare quella autonomia e quella privacy che aveva sempre desiderato. Quel monolocale sembrava disegnato apposta per lui. Piccolo, elegante, ospitale, centrale. E la fortuna di andare via di casa a venti anni, senza dover pagare un euro di locazione e con le utenze domestiche interamente rimborsate, era superiore, almeno per Damiano, a qualsiasi vincita alla lotteria. Il patto stipulato dai genitori, di cui Damiano venne a conoscenza solo molto tempo dopo, prevedeva che quando il figlio sarebbe stato più maturo, gli stessi genitori avrebbero risolto la relazione di coppia in modo responsabile e civile, con la solita ufficiale separazione consensuale. Nel frattempo, con la scusa di avere gusti differenti per i programmi televisivi, decisero di dormire in stanze separate. Ma Damiano, che aveva un alto grado di saggezza e di capacità di apprendimento, aveva intuito tutto, ma fingeva di non sapere nulla. Anche perché scoprì che, tutto sommato, era un vantaggio essere figlio di una coppia in crisi. Primo, perché avevano altro a cui pensare e lo avrebbero assillato di meno; secondo, perché, in preda a continui sensi di colpa verso il figlio, facevano a gara per soddisfare i suoi bisogni e pagargli le utenze del monolocale. Ci rimase solo un po’ male per quel “… quando il figlio sarebbe stato più maturo …”. Lui si sentiva già adulto e responsabile, nell'età giusta anche per comprendere le crisi delle relazioni di coppie e per affrontare qualsiasi separazione e divorzio dei propri genitori. E poi, francamente, a Damiano, che i genitori stavano per separarsi, non gliene poteva fregare di meno. I genitori di Damiano si conobbero alle scuole superiori. Frequentavano entrambi il liceo classico di Formia e si fidanzarono a 16 anni. Vissero insieme con l’accordo di non sposarsi. Era una bella coppia. Poi, per accedere ad un mutuo agevolato riservato soltanto alle coppie sposate, decisero di convolare a nozze, dando inizio ai loro guai. Damiano fu concepito quando entrambi i genitori avevano 32 anni, una età avanzata per concepire figli, almeno secondo la media delle età dei contraenti di matrimonio della città. Damiano fu concepito perché voluto da entrambi, a coronamento di un amore che, almeno fino a quel momento, era stato subliminale. Era ormai una decina di anni che il padre di Damiano metteva le corna alla moglie, prima con le proprie colleghe di lavoro e poi, dopo aver scoperto internet e le enormi possibilità di socializzazione virtuale che offre, con le famose ragazzine tardo adolescenti che gli sbavano sotto il naso. Damiano frequentava una comitiva molto numerosa, composta prevalentemente da ex studenti del liceo classico. Aveva molte amiche e amici e, con il tempo, si era “conquistato” il ruolo di confidente sentimentale, per cui pur non volendo, conosceva tutto di tutti, compresi gli adulteri, le sofferenze, le speranze e le angherie di tutti i suoi amici; diceva che, prima o poi, avrebbe scritto un libro di tutte le storie che gli erano state confidate. “ … chissà …” diceva “ … non sarà un bestseller, ma sicuramente ci sarà da sbellicarsi dalle risate”. Con la comitiva ci si vedeva soprattutto nei fine settimana. Il punto di incontro era piazza Mussolini a Formia. Poi le solite cose, tipo pizza, cinema, passeggiata, cazzeggio e cose simili. Damiano non aveva una relazione sentimentale stabile. Non che gli mancassero le possibilità. Lui era un bel ragazzo, istruito, educato, simpatico e sempre disponibile, e proprio per questo “continuava a cercare”, dopo qualche avventura, l’amore della sua vita. Era un romanticone, uno di quelli che non cederebbe mai alla prima arrivata, per quanto caruccia o appariscente potesse essere. Il suo unico problema sembrava essere il suo cognome, una croce che si portava avanti dalla prima elementare. Un cognome che suscitava risolini idioti ogni volta che lo pronunciava. Si era riproposto di cambiarlo prima possibile. Nella medesima comitiva spiccavano due ragazzi che più di altri erano riusciti a legare con Damiano. Erano Valerio e Arturo, che, nella storia che stiamo narrando, andranno a ricoprire un ruolo molto importante. Una storia complicata difficile da ricostruire, soprattutto per uno come me che non è nato a Formia, non è vissuto a Formia e non è cresciuto a Formia. Una ricostruzione complicata ma abbastanza fedele. VALERIO E ARTURO - Valerio, Arturo e Damiano si vedevano soltanto nel fine settimana. Molto spesso facevano la spesa e cenavano insieme, ovviamente da Damiano, che era l’unico che avesse una casa a disposizione. Stavano bene tutti e tre insieme. Caratteri molto diversi, ma complementari. Damiano: determinato ed estroverso; Valerio: pigro, timido e sempre indeciso; e Arturo: allegro, gioviale, apparentemente imbranato e sempre fatto di sostanze stupefacenti. Valerio era un ex compagno di scuola di Damiano; spesso avevano studiato insieme e forse, proprio grazie a questa circostanza, Damiano aveva sviluppato la capacità di insegnare e di impartire ripetizioni private. Subito dopo il liceo Classico Valerio decise di iscriversi all’università, che frequentava con molta assiduità ma con scarsi risultati. Non perché avesse particolari difficoltà cognitive, ma perché il suo essere timido gli procurava evidenti imbarazzi e vere e proprie paralisi durante le sedute d'esame. In compenso però, quella particolare timidezza riusciva a fare breccia nel cuore tenero delle coetanee; anche le ragazze più ambite trovavano molto sensuale la timidezza di Valerio, al punto da costringere i fidanzati maschi a fingersi timidi e impacciati. Evidentemente quell’anno si portava il timido. Non è dato sapere se Valerio fosse consapevole o meno di quella potenzialità o se sotto sotto ci marciasse. Sta di fatto che cercava di trarne tutti i possibili vantaggi. Valerio era sempre molto introverso, tranne quando stava insieme a Damiano. Con lui riusciva ad essere naturale, spontaneo; riusciva a confidarsi, a parlare di tutto, dal cinema allo sport, dalla politica all’attualità. Stavano bene insieme e si fidavano l'uno dell'altro. Valerio parlava spesso dell’oppressione che subiva dai propri genitori e di quanto soffrisse per questo. Era un po’ invidioso della libertà che Damiano aveva ottenuto andando a vivere da solo e desiderava anche lui, in un futuro non troppo lontano, l'indipendenza dai propri genitori; magari andare via da Formia, vivere in una grande città europea, avere un lavoro che lo soddisfacesse, soprattutto economicamente, e viaggiare viaggiare viaggiare e conoscere gente nuova e conoscere posti nuovi, di quelli che ti tolgono il fiato, e incontrare la persona giusta con la quale condividere lo stesso progetto di vita, e, infine, ma non da ultimo, non dover dare più conto delle proprie scelte né ai propri genitori, né a nessun altro, perché di Formia si era decisamente rotto il cazzo. Ma Valerio era abbastanza realista da intuire che i genitori già tramavano per lui un futuro occupazionale delineato, anche se non avevano ancora avuto il coraggio di comunicarglielo; inconsciamente intuiva e temeva che la sua sarebbe stata una vita piatta e senza emozioni, di quelle che quando l’hai vissuta ti giri indietro e dici: “ma che cazzo ho fatto finora?” Arturo era l’opposto di Valerio. Arturo rideva sempre. In continuazione. Anche senza motivo. Anche a davanti a un incidente stradale o a un funerale. Il perdurare senza soluzione di continuità dell’uso di sostanze stupefacenti e di alcool, lo faceva stare sempre su di giri, facendolo incorrere molto spesso in situazioni imbarazzanti. Terminati gli studi del liceo decise di iscriversi a uno di quei corsi di formazione finalizzati alla professione e conseguì l’attestato di assistente per soggetti con ridotte capacità fisiche. Praticamente un assistente sociale. Accudiva un invalido paralitico in carrozzella dal quale riceveva l’intera pensione di invalidità. Sul lavoro era molto serio e professionale, tant’è che i genitori dell’assistito non avevano nulla da rimproverargli. Guadagnava un migliaio di euro al mese per tre ore di lavoro al giorno. Lavorava dalle nove di mattina fino a mezzogiorno. Stava un po’ insieme al ragazzo invalido, gli faceva compagnia e a volte uscivano per la città a scorrazzare con la carrozzella. Qualche volta, anche senza essere retribuito, lo andava a prendere a casa la sera e uscivano insieme per frequentare i locali notturni della zona. Gli aveva insegnato anche a bere e a fumare canne. Era convinto che gli facesse passare la depressione. Difficile da credere, ma era evidente che l’assistito fosse cambiato in meglio da quando frequentava Arturo. Damiano e Arturo frequentavano la stessa scuola ma non la stessa classe. Si conobbero in occasione di un’assemblea studentesca nella quale si discuteva animatamente della ennesima occupazione e autogestione dell’istituto, per l’ennesima manovra finanziaria del governo, che proponeva gli ennesimi tagli ai finanziamenti della scuola, per l’ennesima fase di rigore al quale erano richiamati gli studenti e professori che per l’ennesima volta rivendicavano maggiore attenzione verso la scuola e l’università e che per l’ennesima volta era necessaria la più ampia mobilitazione di tutti gli studenti per la partecipazione all’ennesima manifestazione nazionale con l’ennesima precisazione di evitare strumentalizzazioni da qualsivoglia partito politico perché “… il movimento non ha partiti né bandiere né colori”. In quella assemblea Damiano e Arturo erano seduti uno accanto all’altro; per rompere il ghiaccio Arturo manifestò a Damiano una certa insofferenza verso quel tipo di discussione e subito dopo si accese una sigaretta. Apriti cielo. L'assemblea cambiò completamente impostazione. Era giusto vietare ad una persona di fumare in un luogo chiuso? Partendo dai diritti dei fumatori che non potevano soggiacere a quelli dei non fumatori, la discussione si inerpicò su tematiche e concetti del tipo che era vietato vietare, che in democrazia ognuno può fare ciò che vuole altrimenti che democrazia è, che la mia libertà finisce laddove inizia la sofferenza altrui, che il divieto di fumare è un provvedimento borghese e reazionario, che imporre le proprie regole è una manifestazione evidentemente reazionaria e fascista. Intanto Arturo finì la sua sigaretta, ma ormai l’assemblea era compromessa, con la componente studentesca divisa sul divieto di fumo. Damiano difese Arturo e fece anche un intervento in suo favore. Lui apprezzò molto. Si ritrovarono vicendevolmente simpatici e iniziarono a frequentarsi. E' così che si compose il trio di amici. E questa storia inizia proprio con un incontro tra Damiano, Valerio e Arturo. LUNEDI’ 5 APRILE - E’ noto che a Pasquetta piova sempre. Ma Damiano, Valerio e Arturo decisero di sfidare sia il padreterno che le tradizionali e traditrici nuvole fantozziane trascorrendo la pasquetta al mare. Fino alla sera prima organizzarono tutto nei minimi dettagli. Damiano avrebbe portato le frittate di patate e cipolle e il pane, Valerio il vino e una boccetta di grappa e Arturo il fumo. L’appuntamento sarebbe stato la mattina seguente alle undici a casa di Damiano, e poi tutti al mare a Gaeta, dove avrebbero deciso di trascorrere l’intera giornata. Alle undici di mattina di Pasquetta tutti e tre si ritrovarono sotto casa di Damiano, ma bastarono poche nuvole per dissuaderli dalle loro intenzioni. Decisero comunque di trascorre la giornata insieme e il povero Damiano offrì, stoicamente, la disponibilità della propria abitazione pur cosciente di mettere a dura prova la propria cucina e la propria pazienza. Nonostante tutto si divertirono. Arturo, che già stava fatto, si ingrippò di brutto per una canzone di Laura Pausini che trovò nel raccoglitore di cd di Damiano. La canzone di Laura Pausini lo mandò in paranoia. Fino a quel momento non aveva mai ascoltato La solitudine piuttosto che Strani amori. Arturo stava scoprendo un mondo musicale completamente nuovo per lui, abituato ad ascoltare tipi come i Rotterdam Terror Corps, oppure i The Accused of the penis, o gli Emorroidi’s Tribut, ovvero il peggio del peggio del peggio della musica hardcore. E quella melodia armonica di Laura Pausini, legata a un paio litri di vino che si tracannò da solo e a un paio di cannoni ben farciti, proiettò Arturo in una dimensione quasi mistica che lo sradicava dalla terra ferma e lo rilanciava verso realtà mai esplorate. Farneticava frasi sconclusionate del tipo “... cosa mi sono perso finora ...”, oppure “... questa non è una cantante, è una è una poetessa ...”, e poi, quando i neuroni diventarono definitivamente ostaggio di fumo e vino, iniziò a delirare con frasi del tipo “... vedo la luce … Dio c’è ... grazie Laura di esistere...” e cose simili. In parole povere, aveva sbroccato. Verso le tre di pomeriggio collassò a terra e iniziò a parlare nel sonno, “Laura Pausini ti amo, ti voglio sposareeeee”. Valerio insisteva nel voler chiamare il 118, ma Damiano lo rassicurò sulla normalità della situazione. Era normale che Arturo collassasse. A pasquetta sarebbe stano anormale il contrario. Poco dopo anche Damiano e Valerio crollarono sul divano. Avevano leggermente esagerato con fumo e vino e il rilassamento totale del corpo e della mente ebbe il sopravvento. Alle cinque di pomeriggio furono svegliati di soprassalto da uno spaventoso urlo di donna! Era la suoneria del telefono cellulare di Arturo che, contrariamente ai due amici semi infartuati, non si scompose più di tanto. Per l’esattezza era la suoneria degli sms. Una semplice comunicazione pubblicitaria della Vodafone che gli proponeva una tariffa sconto verso improbabili chiamate dall’estero. Oramai svegli, i tre giovani formiani decisero di uscire. Un timido raggio di sole inondava il salotto di casa di Damiano, e Arturo propose di concludere la giornata in un posto che solo lui conosceva. Valerio mise a disposizione la sua Panda e partirono alla volta del porticciolo romano di Gianola, un sito archeologico immerso nel verde di un’area protetta. Un posto non troppo frequentato per il semplice fatto che non era raggiungibile con la macchina e per i tanti divieti posti dagli agenti della forestale, che se ti beccavano con una sigaretta accesa o anche solo a calpestare un insetto, ti facevano un mazzo tanto. Ma figurarsi se i tre prodi giovani formiani si facevano scrupolo del mazzo tanto. Scorrazzarono per i sentieri del parco canticchiando le canzoni di Laura Pausini e i suoi strani amori / mettono nei guai / ma in realtà siamo noi. Oramai Arturo era andato e in meno di due ore aveva imparato a memoria tutte le sue canzoni. Anche se molto probabilmente il giorno dopo avrebbe dimenticato sia lei che le sue melodiche canzoni smielate e sarebbe tornato ad ascoltare gli Emorroidi’s Tribut. Ma in quel momento era talmente fatto che qualsiasi canzone sarebbe stata utile per tenere alto il demenziale spirito della pasquetta Arturo si sedette sugli scogli del porticciolo e iniziò a rullare una canna. Arturo raccontava che qui ci si rifugiava quando voleva stare da solo e lontano dai cazzoni della città. Si ritrovarono così insieme, Damiano, Valerio e Arturo, sugli scogli del porticciolo romano di Gianola, il giorno di Pasquetta, verso le sei di sera, lontani da qualsiasi altro essere umano, con il mare, il tramonto, la natura e gli ultimi tiri di una mirabile cannetta per concludere una splendida giornata. “E quei due chi cazzo sono???”, chiese Valerio vedendo due tipi che si avvicinavano. Effettivamente dal sentiero che portava al porticciolo di Gianola sbucarono due tipi sulla cinquantina con la faccia sospetta, tipo faccia da sbirri. Per precauzione Arturo mise la canna all’altezza dell’anca in modo che non fosse troppo visibile ai quei due tipi con la faccia da sbirri. Quei due non avevano soltanto la faccia da sbirri ma anche i documenti da sbirri. Insomma, erano sbirri. Arturo odiava gli sbirri, ancor più da quel giorno di Pasquetta, quando con i suoi due migliori amici, con il sole all’imbrunire, con l’oasi naturalistica e la cannetta rullata con tanta professionalità e dedizione, avrebbe voluto solo godersi la giornata. Fece in tempo a gettare la canna in terra e passarci sopra con la scarpa, ma gli sbirri, che erano appostati già da qualche minuto e che probabilmente lo pedinavano da qualche ora, raccolsero i resti fumanti della canna e li posero in una bustina di cellophane. Si trattava di due spietati e terribili ispettori di Polizia, che rispondevano al nome di Percuoco e Madonna. Quando l’ispettore Madonna declinò le proprie generalità i tre ragazzi esplosero in una irrefrenabile risata, partita quando Arturo sussurrò “ci hanno beccati, porca Madonna”. Gli Starsky & Hutch de noiantri non batterono ciglio. Chiesero i documenti ai tre ragazzi e si limitarono a compilare un verbale di accertamento. Non espressero alcuna considerazione e rimasero seri e inflessibili per tutto il tempo. Secondo un vecchio detto per il quale gli sbirri vanno sempre in coppia in quanto complementari nel saper leggere e scrivere, Percuoco leggeva e Madonna scriveva. L’ispettore Percuoco leggeva i documenti di identità dei tre ragazzi e l’ispettore Madonna redigeva il verbale. Al termine dell’accertamento i due ispettori riconsegnarono i documenti ai tre ragazzi che continuavano a ridere come tre imbecilli. Nel consegnare i documenti gli sguardi dei due ispettori tradirono altrettanti ghigni di disprezzo che non lasciavano nulla all’immaginazione: “ridete, ridete pure, che poi ridiamo noi, brutti drogati di merda che non siete altro …”. Prima di congedarsi, i due ispettori porsero ai tre ragazzi drogati un foglio da firmare, che altri non era che un verbale su carta verde, accuratamente riempito in tutte le parti, e che presumibilmente era il verbale di accertamento della constatazione della flagranza dei tre ragazzi drogati intenti a fumare una cannetta. I tre ragazzi drogati non lessero il contenuto del verbale e firmarono tranquillamente, con la certezza che una cannetta neanche troppo farcita e fumata per metà, non costituisse un reato grave. E poi, anche se avessero letto il verbale, ubriachi come erano, non ci avrebbero capito una mazza. Appena i due ispettori furono fuori lo spettro sonoro, Arturo emise un grido liberatorio: “sono come Bernadette, siamo a Fatima, ho visto la Madonaaaaaaaa”. Come tre imbecilli ripeterono quella frase per decine di volte, e ogni volta che la ripetevano ridevano a crepapelle. Fino all’ultimo secondo. Fino a quando ognuno tornò tranquillamente a casa propria. E continuarono a ridere ognuno per proprio conto ricordando quella banale, insignificante e inutile giornata di Pasquetta con quell’epilogo che li aveva resi allegri e spensierati, e completamente indifferenti al verbale della Polizia e alle conseguenze che potevano derivarne. MERCOLEDI’ 7 APRILE - Due giorni dopo, i postumi della sbronza erano completamente superati. Arturo riprese a svolgere la sua mansione di assistente sociale raccontando a tutti quelli che incontrava l’episodio dell’ispettore Madonna e dei risvolti della giornata di Pasquetta. Ovviamente esagerò nel racconto e lo riempì di particolari non veri, ma verosimili. Raccontò di aver visto la Madonna e sotto certi aspetti era vero. Il suo modo di raccontare era così coinvolgente che coloro che lo ascoltavano ridevano prima ancora di sentire il finale. Il suo dialetto era talmente divertente che anche l’ispettore Percuoco, relegato ad attore non protagonista, diventava oggetto di ilarità, per il semplice fatto che pronunciasse quel nome. Valerio riprese a studiare. Avrebbe dovuto sostenere un esame universitario un paio di mesi dopo ed era in allarmante ritardo sulla tabella di marcia. Damiano invece tornò ad impartire ripetizioni private e a serrare il programma scolastico dei suoi tre studenti per le ultime interrogazioni dell’anno. I tre clienti di Damiano erano abbastanza preparati e ormai si notavano sensibili miglioramenti nella conoscenza della materia e nello sviluppo degli argomenti. La sufficienza nelle materie delle ripetizioni private sembrava raggiunta con un paio di mesi di anticipo rispetto alla chiusura dell’anno scolastico. Ed è proprio durante lo svolgimento delle ripetizioni private che Damiano ricevette una telefonata da parte di Valerio. Il tono della voce di Valerio tradiva un’inquietante preoccupazione che Damiano registrò con altrettanta inquietudine. Il motivo della preoccupazione riguardava un articolo apparso in mattinata su Formia Oggi, un quotidiano che trattava notizie prettamente locali. L'articolo, apparentemente innocuo, riguardava un’operazione del commissariato di Polizia di Formia. Un trafiletto piccolo e nascosto in basso, in mezzo alle inserzioni pubblicitarie. Uno di quei soliti trafiletti sui quali ci si passava lo sguardo e che in genere non veniva mai letto. “Pasquetta sicura. resoconto della Polizia di Formia: è stato un week.end di Pasqua abbastanza tranquillo per quanto riguarda la sicurezza stradale e la sicurezza dei cittadini. Nessun episodio di particolare rilevanza è stato registrato dal locale commissariato di Polizia di Stato di Formia che durante il week end di pasqua ha precettato tutti i propri operatori per utilizzare appieno e nella massima efficienza l’intera disponibilità di organico. Gli uomini del commissariato di Formia hanno pattugliato l’intera città e il deterrente della loro presenza è bastato a prevenire qualsiasi atto di vandalismo e di teppismo, soprattutto giovanile. Unico episodio da registrare è quello che ha visto coinvolti tre giovani di Formia intenti nel consumo di sostanze stupefacenti nel porticciolo romano di Gianola. I tre giovani sono stati fermati dagli ispettori Madonna e Percuoco che hanno provveduto a redigere apposito verbale e a trasmetterlo alla Prefettura e alla Procura della Repubblica di Latina.” Damiano rimase qualche secondo in silenzio. Non riusciva a capire. Non riusciva a capire cosa ci fosse di tanto interessante. Non riusciva a capire perché il fatto dovesse riguardare la Procura della Repubblica di Latina. Non riusciva a capire dove era la notizia. Non riusciva a capire perché tanta importanza per un fatto così banale. Valerio ruppe quel silenzio dicendo che nell’articolo non era scritto alcun nome e che quindi non c’era nulla di cui preoccuparsi. Ma Damiano non era preoccupato per un eventuale sputtanamento della sua persona. Era, invece, dubbioso su quelle poche righe in calce ad un articolo di cronaca locale. C’era qualcosa che non quadrava, ma non capiva cosa. Aveva una strana sensazione, una di quelle sensazioni che ti prende alla pancia. Damiano chiese se Arturo fosse a conoscenza di quell’articolo. Valerio, ridendo, rispose che non solo ne era conoscenza, ma che aveva prodotto una serie di fotocopie e le aveva consegnate agli amici e ai conoscenti. E ogni volta che sottolineava i nomi di Percuoco e Madonna, a due giorni di distanza, ancora rideva come un imbecille. Sentendo che Valerio rideva e che Arturo era addirittura orgoglioso di quell’articolo, Damiano si convinse che i suoi dubbi erano semplici paranoie e che tutto sommato non c’era nulla di cui preoccuparsi. Valerio era ormai convinto che quell’articolo fosse stato pubblicato per il semplice fatto che Formia Oggi, quel giorno, non avesse nulla da scrivere e che servisse soltanto a riempire le pagine. Damiano fece mente locale e ricordò, a tal proposito, di aver sfogliato qualche volta quella specie di giornale locale e che, effettivamente, aveva avuto modo di constare più di una volta le notizie più inutili e ininfluenti che si possano leggere. I ragazzi non si sbagliavano. Formia Oggi era uno dei tanti giornali locali di proprietà di Giuseppe Ciarrapico, senatore del PdL, ex missino, dichiaratamente e orgogliosamente fascista, con una serie di busti bronzei di Mussolini sparsi in bella mostra nel proprio ufficio. Indagato dalla Procura della Repubblica di Roma per truffa in relazione a contributi all’editoria percepiti illecitamente dalle società editoriali che facevano capo a lui stesso. Per questi motivi la Guardia di Finanza gli avrebbe sequestrato, un paio di mesi prima, beni per circa venti milioni di euro tra immobili, quote societarie ed una imbarcazione di lusso. Ovviamente per Ciarrapico si trattava di toghe rosse, di giudici comunisti, della teoria del complotto, e bla bla bla. C’erano anche altri giornali che trattavano di cronaca locale: “il Tempo”, “la Provincia” e “il Messaggero”, e in più una radio locale “Radio Formia”, e “Lazio TV”, una emittente televisiva che trattava prevalentemente cronaca della provincia. Ma il giornale di Ciarrapico fu l’unico a dare la notizia dei tre ragazzi drogati beccati il giorno di Pasquetta. L’indole destroide e il perbenismo borghese di Formi Oggi erano testimoniati dal sodalizio che il giornale locale aveva stretto con “il Giornale” quotidiano nazionale storicamente di destra. Se acquistavi una copia di Formia Oggi avevi in regalo una copia de “Il Giornale”, il tutto alla modica cifra di un euro. Questo sodalizio aveva portato al record delle vendite dei due giornali, diventati egemoni nell'informazione locale. Le coscienze dei cittadini di Formia e della provincia di Latina erano nelle mani di Vittorio Feltri & Giuseppe Ciarrapico. Damiano, riprese le sue lezioni private con in testa l’immagine di Arturo che camminava per strada con le fotocopie dell’articolo nel quale si parlava di lui. Valerio riprese i suoi studi con il timore che i suoi genitori potessero scoprire che lui era uno dei tre ragazzi drogati. GIOVEDI’ 8 APRILE - Il giorno successivo la notizia era su tutti i giornali locali. Non più solo Formia Oggi, ma tutti i giornali, radio e televisione locali. Quella volta però il comunicato fornito alle agenzie di stampa locale era della amministrazione comunale di Formia, che attraverso il sindaco della città intervenne in merito alla vicenda. “Il sindaco di Formia interviene in merito alla ignobile bravata dei tre ragazzi drogati sorpresi al porticciolo turistico di Gianola: “In tutta sincerità penso che drogarsi in pieno giorno, in presenza anche di bambini, sia un atto ignobile che va censurato e condannato. È ora di dire basta alla droga nella nostra città. Chiederemo al Giudice del Tribunale di Latina di punire esemplarmente i tre ragazzi drogati e, se è il caso, chiederò all'amministrazione comunale di Formia di costituirsi parte civile nel processo.” Quella volta non si trattò di un trafiletto, ma di un articolo a sei colonne, in alto, con foto del sindaco e con vari richiami nei sottotitoli. Anche gli altri giornali dedicarono altrettanto spazio e altrettanta attenzione alla storia dei tre ragazzi drogati. In vari riquadri comparivano anche i nomi dei due poliziotti che avevano portato a termine la brillante operazione e le iniziali dei tre ragazzi coinvolti nella vicenda. Rispetto alla versione del giorno precedente, quella volta comparirono le foto dei bambini, che secondo il sindaco di Formia avrebbero assistito alla scena dei tre ragazzi che si drogavano, e la notizia di un processo penale in corso. Inoltre nell’articolo non si specificava se si trattasse di uso di droghe cosiddette leggere, lasciando volutamente intendere che gli ignavi bambini avessero potuto assistere alla iniezione di una dosa di eroina per endovena. Valerio fu il primo dei tre a leggere la nota dell’amministrazione comunale di Formia. L’articolo apparve la sera prima su un blog di informazione locale, Telefree.it, che, tra l’altro, pubblicò anche tutte le note delle varie testate giornalistiche della provincia di Latina. La particolarità del blog era quella di poter commentare, anche in forma anonima attraverso nick name, tutti gli articoli che venivano pubblicati on-line. La sera prima Valerio lesse l’articolo ma aspettò il giorno successivo per telefonare a Damiano. Sperava in cuor suo che l’articolo non fosse pubblicato sulla carta stampata e letto nei programmi radiofonici e televisivi delle emittenti locali. La mattina alle sette si precipitò in edicola e scoprì che alla notizia fu dato massimo risalto e decise subito di telefonare a Damiano e di informarlo su quanto stava avvenendo. C’era la questione delle iniziali dei ragazzi che preoccupava non poco Valerio, soprattutto per i genitori, qualora fossero venuti a conoscenza del fatto. A Damiano dei suoi genitori non poteva importare di meno, troppo presi come erano da adulteri e forme maniacali di invecchiamento non accettato. Non erano neanche in grado di innescare un minimo di interazione conflittuale con il proprio figlio. Arturo, invece, ne avrebbe tratto tutti i vantaggi del caso. Lui non solo non si celava dietro il segreto, ma addirittura ne dava il più ampio risalto propagandistico. Era convinto che, con quella notizia e con quel risalto giornalistico, avrebbe aumentato il prestigio della sua immagine di bello e dannato che lo aveva sempre favorito nei rapporti sentimentali. In buona sostanza il bello e dannato tirava maledettamente tra le ragazzine adolescenti; addirittura girava voce che Arturo, con le fotocopie dell'articolo con le sue iniziali, firmasse autografi alle sue fan. Insomma, tre ragazzi e tre modi diversi di reagire di fronte a un avvenimento che li vedeva coinvolti. Forse quella loro amicizia era fondata proprio sulla complementarietà dei tre componenti. O forse era il semplice destino ad averli fatti incontrare, così diversi, così opposti. Valerio era terrorizzato dai genitori, a Damiano non gliene fregava niente e Arturo riusciva addirittura a trarne vantaggio. Un vero casino. In quelle condizioni era difficile trovare un punto di incontro per contrastare, unitariamente, qualsiasi attacco mediatico e giuridico che eventualmente sarebbe sorto. Valerio temeva che i nomi dei tre ragazzi drogati potessero uscire fuori prima o poi. La città non era tanto grande e le notizie circolavano con una certa velocità. Soprattutto quelle legate al pettegolezzo e al gossip. Valerio pensava che le iniziali dei nomi dei tre ragazzi drogati pubblicati sul giornale potessero destare qualche curiosità morbosa anche tra i suoi genitori, e che il padre a breve avrebbe saputo tutto. Allora Damiano decise di testare questi timori e chiamò il padre, per sapere se effettivamente la notizia fosse di dominio pubblico. Il padre rispose al telefono con una di quelle frasi che non lascia spazio a equivoci: “Damia’, mo ti fai pure le canne?”. Sì, la notizia era di dominio pubblico. Il padre di Damiano sapeva tutto. Al telefono sembrava tranquillo. Rideva e scherzava con il figlio e si stupiva del fatto di non essersi mai accorto che il figlio fosse un drogato. Damiano raccontò tutto al padre. Tutta la verità. Raccontò di non essere un drogato, di non essersi mai fatto una canna, neanche il giorno di pasquetta, che non c’era stato alcun bambino presente al fatto. Disse anche che gli dispiaceva tanto di aver deluso il padre, nel senso che sembrava deluso del fatto che il figlio non fosse drogato. Damiano telefonò immediatamente a Valerio raccontandogli che il proprio padre sapeva tutto. Il senso del terrore che aveva Valerio raggiunse l’apice. Qualche ora di tempo e anche suo padre avrebbe saputo tutto. E allora erano cazzi! Il padre di Valerio non era un progressista come quello di Damiano. Lo avrebbero interrogato, torturato, perquisito. Lo avrebbero costretto a recarsi dallo psicologo, a frequentare una comunità di recupero di quelle alla don Gelmini, o peggio ancora, a frequentare la sana e genuina parrocchia di don Antonio, che tanti giovani aveva aiutato a “... uscire dal tunnel della trrrroca !!!!” Sapeva che l’unica soluzione era quella di scappare di casa! Valerio e Damiano decisero di incontrarsi il giorno dopo per verificare gli sviluppi della vicenda. Ma i ragazzi non sapevano che ben altri sviluppi li aspettavano dietro l’angolo. VENERDI’ 9 APRILE - Gli sviluppi non si fecero attendere. Il giorno dopo un sms di Valerio informava Damiano di un altro articolo apparso sul giornale locale. “TI AVVISO KE ANKE OGGI SIAMO SUL GIORNALE. NN HO CREDITO PER KIAMARE. NN CE LA FACCIO PIU CON MIO PADRE E MIA MADRE. CAZZO … SANNO TUTTO PORCA PUTTANA UUUFFFF….” Il comunicato stampa, diramato dell’arcidiocesi di Formia e inviato alle agenzie di stampa, fu recepito da tutti i giornali locali. L’ufficio stampa dell’arcivescovo di Formia non si era lasciato scappare l’occasione per intervenire, anche in merito alla vicenda dei tre ragazzi drogati. Infatti il solerte arcivescovo di Formia interveniva su tutto. Dalla presunta maternità di Valeria Marini alla mancanza delle strisce pedonali nel centro cittadino. Era un prelato molto attivo. Non sessualmente. Ma per il resto molto attivo. Lo trovavi dappertutto. Stava sempre in mezzo. Evidentemente il famoso undicesimo comandamento, fatti i cazzi tuoi che campi cento anni non lo conosceva ancora. Aveva sempre qualcosa da dire, anche quando non c'era proprio niente da dire. Veniva dalla abazia di Montecassino dove aveva svolto il ruolo di abate e dove per anni era perseguitato da chiacchiere infamanti sul suo conto. Per questo era stato degradato da abate ad arcivescovo e per questo il suo senso di repressione e frustrazione lo portava a delirare e degenerare su qualsiasi circostanza. L’articolo dell’arcivescovo di Formia, che riguardava i ragazzi, era una accozzaglia di qualunquismo e demagogia: “anche l’arcivescovo di Formia, dopo l’impeccabile intervento del sindaco di Formia, ha voluto commentare l’episodio dei tre ragazzi drogati sorpresi a Gianola, dediti allo spaccio, al consumo di droga e chissà cosa altro ancora, alla presenza altresì di innocenti bambini che hanno assistito ai fatti. L’arcivescovo di Formia, nel condannare l’esecrabile attività di spaccio e uso di droga da parte dei giovani, rilancia l’invito alle forze dell’ordine ad essere più presenti e vigili sui comportamenti dei giovani del luogo, e auspica una punizione esemplare per i tre drogati da parte della magistratura. Invita, nel contempo, tutte le parrocchie locali, a raccogliersi in preghiera affinché simili episodi non abbiano più a verificarsi”. A leggere il comunicato stampa dell’arcivescovo di Formia, anche Damiano iniziò a preoccuparsi. C’era stata un’evidente evoluzione nella narrazione dei fatti. Nel comunicato l’arcivescovo parlava di spaccio di droghe e chissà cosa altro ancora. Nessuno fino ad allora aveva scritto la parola “spaccio”. E il fatto che ci fosse chissà cosa altro ancora era sicuramente un intrigante pretesto per gli sviluppi che la stampa locale e i mezzi di informazione in generale volevano dare alla vicenda. Una serie di domande perseguitavano Damiano: cosa stava accadendo? Quali erano i reali motivi che spingevano la stampa a gonfiare un caso altrimenti banale e ininfluente? Fin dove volevano arrivare? Cosa si nascondeva dietro quel comunicato stampa? Un classico comportamento giornalistico teso a pompare le notizie non interessanti per renderle interessanti? Oppure si voleva usare quell’episodio per qualcosa che fino a quel momento non era dato sapere? Cosa c’era scritto sul verbale che i due poliziotti scrissero il giorno di Pasquetta e che i tre ragazzi firmarono senza neanche leggere? A chi giovava quella situazione? Chi c’era dietro quella storia? Damiano sapeva realmente come erano andate le cose. Una canna accesa e non fumata, nessuno spaccio, nessun bambino, nessun chissà cosa altro ancora. Nel porticciolo di Gianola non si consumò alcun delitto, alcun reato. La legge sul consumo delle droghe leggere non era permissiva, ma neanche così grave come la si voleva dipingere. Damiano non era perfettamente a conoscenza dei riferimenti legislativi sul consumo delle droghe leggere, ma sapeva che per una canna nessuno andava in galera. Soprattutto quando la stessa canna non era stata neanche consumata. Per questo si dannò l’anima per non aver letto a fondo il verbale redatto dagli ispettori Percuoco e Madonna prima di firmare. Eppure Damiano non era un ragazzo sprovveduto. Anzi, per la sua età era un ragazzo cresciuto molto più in fretta dei suo coetanei. Leggeva sempre il contenuto delle cose prima di firmarle. A volte le leggeva anche due volte. Non riusciva a perdonarsi quella leggerezza. Almeno avrebbe potuto avere un riscontro e sapere se i due sbirri avevano camuffato lo stesso verbale, se c’era scritta o meno la verità, se quei due volevano incastrarli, ma soprattutto perché. Non riusciva a farsene una ragione. Rilesse l’articolo dell’arcivescovo più volte, e ogni volta che leggeva drogati, oppure spaccio, piuttosto che chissà cosa altro ancora, si chiedeva se erano congetture giornalistiche o se erano frasi contenute nel verbale degli sbirri. Gli venne la mezza idea di andare a parlare con l’arcivescovo. Se Valerio fosse stato d’accordo ci sarebbero andati insieme. Per Damiano sarebbe la seconda volta che entrava in chiesa. La prima volta, per il battesimo, durante un feroce litigio tra i suoi genitori e i nonni, fautori intransigenti della sacra cerimonia. Damiano era ateo convinto, ma ciò non gli impediva di poter parlare con un arcivescovo, con tutta la repulsione che nutriva nei confronti della categoria. Sì, parlare con l’arcivescovo e chiedergli: “scusa, ma come cazzo fai a dire che noi spacciavamo? eri presente all’episodio? e quanti sarebbero stati i bambini presenti all’evento? li hai contati personalmente? hai un elenco dei nomi di questi fottutissimi bambini? ma come cazzo ti permetti, brutto pezza di merda, di esprimere opinioni su cose che neanche sai? ma perché non giudichi le porcherie che si compiono nelle parrocchie a danno dei bambini? quelle non le vedi? vedi solo quello che ti pare?”. Lo avrebbe affrontato a muso duro e avrebbe minacciato una querela di parte se l’arcivescovo non avesse smentito le menzogne pubblicate sul giornale. Se Valerio fosse stato d’accordo, sarebbero andati da lui la mattina stessa. Valerio rispose al telefono molto turbato. I suoi genitori avevano saputo tutto. Due delle iniziali dei nomi comparse sui giornali corrispondevano a quelle del proprio figlio. Il solito interrogatorio di terzo grado e poi giù a elencare tutti i danni alla salute e al cervello attribuite alle cosiddette canne, concludendo con un “...si inizia con una canna e non si sa dove si va a finire!!!” Poi una sequela di esempi di conoscenti comuni che avevano fatto una brutta fine, di incidenti stradali provocati dall’uso dell’alcool e delle droghe, delle cellule cerebrali che potrebbero andare a farsi fottere e del rischio di bruciarsi l’università. Poi, siccome ogni scarafaggio è bello agli occhi della propria madre, i genitori diedero tutta la colpa agli altri due, “... a quei due là...”, ovvero Damiano e Arturo, che lo avrebbero trascinato con la forza a commettere il disdicevole reato. Tre ore di bombardamento incessante che Valerio subì stoicamente. Riuscì anche a sopportare le ultime prescrizioni relative al divieto di incontrare in futuro quei due là, perché chi pratica lo zoppo prima o poi impara a zoppicare, perché bisogna farsela sempre con chi è meglio di se stesso, perché meglio solo che in cattiva compagnia, perché i suoi genitori alla sua età lavoravano già, e infine perché, cosa che temeva oltremodo, se voleva poteva sempre parlarne con don Antonio, un prete tanto bravo e tanto vicino ai giovani. Valerio si aspettava quel tipo di reazione da parte dei propri genitori. La cosa che non poté sopportare però, era la considerazione che fece la madre con estrema disinvoltura e sincerità, e che lui non sopportò: “e adesso che figura ci faccio con le mie amiche?”. Una brutta frase che Valerio trovò insopportabile ma che ingoiò senza fiatare. Avrebbe voluto rispondergli, ma non lo fece: “Ma come? Tuo figlio rischia la galera e tu pensi a cosa dicono le tue amiche? Ma vaffanculo … me ne vado di casa e non rompetemi più i coglioni.”” Damiano provò a consolarlo, ma anche lui, davanti a una frase del genere, si trovò disarmato e senza argomenti. Ovviamente Valerio si rifiutò, almeno fino a quando le acque non si sarebbero calmate, di accompagnare Damiano dall’arcivescovo di Formia, sicché la sortita sarebbe stata rinviata a data da destinarsi. TELEFREE.IT - La storia dei tre ragazzi drogati era diventata ormai un fiume in piena. Tracimava. Non solo su giornali, radio e televisione, ma anche su internet. Il sito di informazione locale Telefree.it aveva addirittura dedicato un intero forum sulla questione. Tutti gli internauti potevano commentare liberamente il contenuto dei vari articoli giornalistici che trattavano la questione dei tre ragazzi dorgati sorpresi a farsi una canna il giorno di Pasquetta. Dietro l’anonimato dei tanti nick name si scatenarono le più svariate passioni e i più inquietanti deliri dei giovani formiani. La stragrande maggioranza dei commenti erano contro i tre ragazzi drogati: legionaridicristo - i tre drogati dovrebbero redimersi dai loro peccati e rimettersi alla volontà di Dio. mariacivita - le canne fanno male, si inizia con le canne e non si sa mai dove si va a finire!! ….. e poi Damiano con quel cognome che si ritrova può anche fare altro invece che fumare canne ….. rossodisera - si, è vero, come quando si frequenta la galera. Si inizia a frequentare le galere e poi non si sa dove si va a finire … magari in parlamento … o ci si ritrova a fare il ministro … ma che cazzo dici? neanche mia nonna dice più queste cose. donAntonio - sappiate che le parrocchie vi accolgono tutti … venite in parrocchia e vi togliamo dalle strade. rossodisera - certo … con tutti i finanziamenti che vi siete fregati dalla Regione Lazio per sostenere gli oratori, aivoija a farvi i cazzi vostri!!! Don Antoooo, imparati la faticaaaaaa….. confraternitadeicavalieridiAncoMarzio - basta con la droga …. sporchi e luridi drogati, ci fate schifooooo … uccidetevi tutti quantiiiiiii rossodisera - guarda deficiente, che se tutti i drogati si dovessero uccidere, il parlamento si svuoterebbe … coglione …. e chissà quanti amici tuoi dovrebbero fare la stessa fine …. ma perché non ti spari tu e tutta la confraternita di fra cazzo da Velletri? fascistardito - per questi drogati di merda ci vorrebbe la castrazione chimica!!!! aquilareale - ma quale castrazione chimica!!!! Qui ci vuole la castrazione vera e propria a questi zecconi sfaticati rotti in culo!!!! luanaluana – l’idea della castrazione non è male. Però, se tagliate qualcosa, non lo buttate via … regalatelo a meeeeeee … ahahahahahaha. missitalia – questa gentaglia offende l’intera città di Formia, ci vuole una pulizia seria, pulizia da tutti gli zecconi comunisti che sporcano questa nostra bella città …. Andate via, comunisti zecconi drogati … andate a lavorare!!! ilcastigatore – e questi comunisti vorrebbero anche governare … ma andate a zappare … vipera75 – dovrebbero arrestarli e tagliargli le mani così la prossima volta imparano a drogarsi davanti ai bambini che poi se vi piace tanto il comunismo xche nn ve ne andate tutti a cuba? gennaroagency – che poi la colpa è tutta dei genitori, ci vuole l’educazzione ci vuole, altro che perdono e cazzate varie. Ci vogliono le mazzate da bambini. che mio figlio non beve non fuma e se lo scoprirebbi che fuma lo piglio a mazzate. formianodoc – sono d’accordo. Ci vogliono le mazzate. “Mazze 'e panelle fanno li fijie bell'”. Insomma, il popolo di internet, quelli del forum, quelli che chattano, che compongono un universo abbastanza eterogeneo e rappresentativo della realtà italiana, a parte “rossodisera”, condannarono senza appello il comportamento dei tre ragazzi drogati. E se è vero che i forum di discussione di internet rappresentano gli umori e le passioni dei giovani e l’incondizionata libertà di espressione, allora non c’era niente di cui stare allegri. Damiano non apparve per nulla turbato da tutti quegli improperi lanciati nei suoi confronti. Anzi, leggendo più attentamente, si divertiva da morire. Leggendo il forum di internet trovò che quelle frasi erano allo stesso momento comiche e drammatiche. Comiche perché esilaranti, tipiche del cabaret di provincia, e drammatiche perché evidenziavano un tessuto sociale e culturale fondato biecamente sulla intolleranza, che rasentava il limite verso il basso della rozzezza, della ignoranza più becera e del populismo più esasperato. Il mondo dei forum di internet era una novità per Damiano. Lui non era un internauta incallito e almeno in quel momento, aveva deciso di non partecipare al dibattito del forum di Telefree. Se la situazione fosse precipitata e se le condizioni lo avessero richiesto, avrebbe senz’altro usato internet per difendersi da tutte quelle calunnie. Anche Valerio e Arturo leggevano i blog di informazione locale per farsi un'idea dello stato di avanzamento della situazione nella quale si erano cacciati. E pur non stipulando nessun accordo, anche Valerio e Arturo decisero di non prendere parte alla discussione. Pensavano che avrebbero soltanto procrastinato nel tempo una storia che si sarebbe sgonfiata da sola, non appena un’altra notizia avrebbe preso il posto per importanza e gravità. Valerio era convinto che bisognava lasciarli sfogare, quei repressi frustrati anonimi internauti del cazzo!!! FACEBOOK - Anche facebook divenne teatro della storia dei tre ragazzi drogati, ma con una diversa impostazione rispetto a quella di Telefree. Venne coniato il gruppo facebook: “gli amici di Damiano, Arturo e Valerio”, che in poche ore raggiunse un paio di centinaia di adesioni. Al gruppo si iscrissero prevalentemente gli amici di Valerio, già da tempo frequentatore di facebook e molti attivisti e militanti della sinistra locale. Il gruppo fu costituito da uno studente dell’università di ingegneria, amico di Valerio, che utilizzò la foto di una foglia di Ganja, la cannabis giamaicana, per caratterizzare il gruppo in questione. Sarebbe stato meglio evitare quella foto, soprattutto nei confronti dei tre ragazzi che cercavano di scagionarsi proprio dall’accusa di essersela fumata, ma oramai il danno era fatto, e non restava che condividere qualsiasi tipo di solidarietà, da qualsiasi parte provenisse, anche dai cronici consumatori e incalliti sostenitori della liberalizzazione delle droghe leggere. Nel profilo del gruppo dedicato a Damiano, Valerio e Arturo c’era un comunicato scritto appositamente da un teorico del movimento per la liberalizzazione delle droghe leggere, che difendeva i tre ragazzi drogati e rilanciava la giustezza della propria posizione contro tutti quelli che ostinatamente cercavano di trasformare la questione in mero problema di ordine pubblico, di repressione e di condanna. Il teorico in questione era anche segretario regionale dell'associazione FUORI LUOGO, che operava in tutta Italia proponendosi di sensibilizzare l’opinione pubblica circa le gravi conseguenze sociali della mancata legalizzazione delle droghe leggere. In particolar modo del mercato clandestino, che reggeva un intero sistema criminale e camorristico. Le sue ricerche economiche sulle conseguenze della clandestinità del consumo delle droghe leggere, lo aveva portato a concludere che lo smercio delle droghe leggere era la più grande industria economica della nostra nazione come fatturato, introiti e come occupazione. Uno scenario destabilizzante e drammatico di cui nessuno parlava, se non per ribadire che la droga fa male, che si inizia con una canna e non sia sa dove si va a finire, e tutte quelle altre scemenze molto in voga nelle parrocchie e negli oratori dell'intera provincia. Il gruppo di facebook era costantemente monitorato dai giovani della destra formiana, movimento giovanile vicino a Forza Nuova, che prendeva spesso spunto dai commenti dei vari post per insultare, denigrare e delegittimare tutti i consumatori abituali di droghe leggere, usando spesso la preoccupante equazione drogato uguale comunista, uguale frocio, uguale pedofilo, uguale criminale, uguale terrorista, uguale musulmano, uguale extracomunitario, uguale zeccone, uguale scarto della società, uguale parassita mantenuto da chi paga le tasse, uguale persona da sbattere in galera vita natural durante. I giovani “balilla” della destra formiana cercavano di rifarsi una verginità politica, ormai del tutto compromessa dagli scandali giudiziari che avevano coinvolto i loro rappresentanti in amministrazione comunale e dai conseguenti insuccessi elettorali. Anche in questo caso Valerio, che era l’unico dei tre ragazzi presenti su facebook, decise di non intervenire nei commenti per paura di attizzare il fuoco. E poi la sua timidezza era così verace che, almeno fino ad allora, si vergognava anche di scrivere un qualsiasi commento sul blog e su facebook, nonostante l'anonimato lo ponesse al sicuro da qualsiasi rappresaglia. Damiano decise di crearsi un profilo su facebook e di partecipare, anche se non in maniera attiva, ai dibatti sul social network. Fu il padre a convincerlo. Diceva che almeno sarebbe stato aggiornato sugli sviluppi della questione, perché lui era convinto che la storia non sarebbe finita da lì a poco, ma che, invero, si sarebbe protratta nel tempo. E fu così che Damiano scoprì quali erano tutte le amicizie femminili che il padre coltivava in internet. Scoprì che molte sue amiche coetanee ventitreenni erano amiche virtuali del padre e che in internet erano molto più procaci e appariscenti che dal vivo. Le foto, che avevano pubblicato sui propri profili, evidenziavano una particolare attitudine alla troiaggine e alla perdizione. Dal vivo tutte santarelle, tutte casa e chiesa e “io non la do molto facilmente”; nel mondo virtuale, invece, tutte casa e casino e tutte disponibili a tutto. Leggendo la bacheca del padre scoprì tutta la corrispondenza di amorevoli sensi che intercorreva con le procaci internaute ventenni. Scoprì che, per rimorchiare, usava un sistema semplice e antico, come è antico il mondo: l’adulazione. Damiano lesse con molta attenzione tutto il rapporto epistolare che il padre aveva avuto negli ultimi tempi con una di queste ragazzine dalla vocazione animalfeticistasadomochista, e giunse alla conclusione che il padre era un gran marpione, uno che ci sapeva fare. Uno che, se la moglie avesse saputo usare internet, non sarebbe stato più in grado di deambulare facilmente, figurarsi fare il marpione. Però, in quel periodo, pur di aiutare il figlio, mise da parte la sua propensione adescatrice e si immerse totalmente nel dibattito in favore dei tre ragazzi drogati, con lo spirito dissacrante e irriverente che lo contraddistingueva. Cercò anche di scatenare qualche paradosso, schierandosi a fianco dei giovani della destra formiana, consigliandogli torture alternative a quelle della castrazione chimica dei drogati. Consigliò la goccia cinese, la gogna, o la visione del telegiornale di Emilio Fede, o la traduzione filologica ed ermeneutica degli interventi del sindaco di Formia, oppure, infine, quale pena maggiore, un mesetto nella parrocchia di don Antonio che tanta gente ha aiutato a togliere dalla strada. Sempre su facebook comparve anche la pubblicazione di un possibile evento che si sarebbe realizzato il lunedì successivo. Si trattava di un attacco informatico attraverso il mail-bombing, che consisteva nell’inviare e-mail a ripetizione alla casella di posta elettronica del sindaco, attraverso il sito del Comune di Formia, e alla casella di posta elettronica della Polizia di Stato di Formia. Un'iniziativa organizzata dal gruppo di sostegno a Damiano, Valerio e Arturo, che avrebbe suscitato passioni contrastanti nella cittadinanza. DOMENICA 11 APRILE - Al gruppo di facebook aderirono anche i corrispondenti di cronaca locale che non si lasciarono sfuggire la ghiotta occasione dell’iniziativa multimediale organizzata per il lunedì successivo. Formia Oggi diede ampio risalto alla notizia ingigantendola in maniera sconsiderata e titolando: “ATTACCO AL COMUNE DI FORMIA – E’ previsto per domani mattina un attacco hacker al sito internet del Comune di Formia e a quello della Polizia di Stato. Un vero e proprio attacco terroristico che paralizzerà l’intera attività amministrativa delle due istituzioni. A organizzare l’evento sarà il gruppo di facebook che sostiene i tre ragazzi sorpresi dagli ispettori Madonna e Percuoco poco meno di una settimana fa mentre facevano uso di sostanze stupefacenti in pubblico. L’iniziativa eversiva ha già ottenuto molte adesioni e sarà coordinata da un hacker professionista, studente di ingegneria informatica di cui non si conoscono le generalità.” C’era chi sperava che la questione cadesse nel dimenticatoio e chi attizzava sul fuoco rendendo difficile il rapporto tra i tre ragazzi drogati, la Polizia di Stato, il Comune di Formia, la prefettura e la procura della repubblica. I tre ragazzi non erano contenti del mail-bombing, perché andava proprio nella direzione opposta a quella auspicata, di fare in modo cioè che la notizia scivolasse nel dimenticatoio e ognuno di loro potesse tornare alla vita “normale”: Damiano a impartire ripetizioni private ai ragazzi, Valerio a studiare Giurisprudenza e Arturo a lavorare come assistente sociale. Invece, la responsabilità dell’iniziativa “terroristica” fu attribuita proprio a loro, bruciando definitivamente ogni eventuale possibilità di chiudere la partita con le istituzioni locali. Sempre da Formia Oggi: “I tre ragazzi vogliono alzare il livello di scontro con la Polizia locale e vogliono conquistare le simpatie dei loro coetanei, attraverso iniziative criminali che danneggeranno tutti i cittadini che domani mattina si recheranno al Comune di Formia per la fruizione dei servizi comunali. Praticamente verranno inviate e-mail a ripetizione che dovrebbero intasare i siti istituzionali, rendendo problematico l’utilizzo pratico dei siti internet. Il testo della e-mail che sarà inviato è il seguente: ”LIBERALIZZIAMO IL COMMERCIO DELLE DROGHE LEGGERE – LEGALIZZIAMO L’USO DELLE DROGHE LEGGERE”. Nel profilo del gruppo degli eventi di facebook relativo all’iniziativa, c’era anche la possibilità di scaricare un programmino con il quale inviare e-mail a ripetizione senza stare lì a digitare ogni volta. Si consigliava inoltre di aprire almeno cinque caselle di posta elettronica anonime e di spegnere e riaccendere il computer ogni mezz’ora, per evitare la rintracciabilità del computer attraverso l’identificazione del codice che avrebbe permesso di risalire a colui che avrebbe inviato le e-mail. All’iniziativa avevano assicurato la propri adesione più di cento formiani. L’operazione sarebbe scattata alle otto del mattino successivo, orario di apertura del comune, in modo che non ci sarebbe stato il tempo, considerata la domenica di mezzo, per correre ai ripari. Gli organizzatori non avevano calcolato però che la notizia potesse essere diffusa anticipatamente dalla stampa. Ma fu proprio lo scoop di Formia Oggi e l’involontaria pubblicità gratuita, a far impennare le adesioni al gruppo degli amici dei tre ragazzi drogati e all’iniziativa di mail-bombing. Insomma, seppur involontariamente, Formia Oggi aveva fatto il gioco del gruppo dei tre ragazzi drogati, che la sera della domenica divennero oltre mille, e molto di loro aderirono anche alla iniziativa “terroristica”, facendo inconsapevolmente un regalo al movimento per la legalizzazione e liberalizzazione delle droghe leggere. Sempre sul giornale di domenica venne pubblicato anche un editoriale di uno psichiatra dichiaratamente di destra, che richiamava i temi del Dio, della Patria, della Famiglia, del pericolo nella perdita dei valori e dei principi, e di altre cazzate varie. Lo psichiatra, opportunamente istigato dalle circostanze, si schierò inesorabilmente contro i genitori di coloro che avrebbero partecipato al mail-bombing del giorno dopo, responsabilizzandoli al rispetto del loro ruolo di genitori e dei principali educatori sociali dei giovani della città. In buona sostanza se un giovane partecipava al mail-bombing la colpa era del genitore. La domenica sera, sempre su facebook, furono date precise istruzioni paramilitari dell’iniziativa, raccomandando a tutti i partecipanti di essere precisi e di seguire attentamente, attraverso facebook, i vari aggiornamenti dell’evoluzione della lotta che sarebbero stati forniti durante la giornata. LUNEDI’ 12 APRILE - Alle 07.50 il sito del Comune di Formia era già paralizzato. Alle 08.10 i due tecnici informatici del centro elaborazione dati chiamarono il dirigente responsabile per comunicargli ufficialmente la resa. Nel giro di pochi minuti ci si rese conto che tutte le funzioni e i servizi del Comune di Formia sarebbero stati sospesi con grave danno per i cittadini. Ma tutto ciò fu possibile anche perché i due tecnici comunali erano schierati apertamente con la lotta internauta per la liberalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere. Dissero che ci voleva più di una giornata di tempo per rimediare al mail-bombing e l’acquisto di un software antispam dal valore di cinquemila euro. I siti della Procura della Repubblica, della Polizia di Stato e della Prefettura di Latina non subirono alcun danno, e non lo avrebbe subito neanche quello del comune se i due tecnici del centro elaborazione dati avessero fatto il loro dovere. Alle otto del mattino su facebook fu dato il via all’attacco, ma già molti ragazzi erano partiti prima, sia perché eccitati dall’iniziativa e sia perché molti di loro dovevano andare a scuola e non facevano in tempo a far partire i messaggi di posta elettronica. Alle otto e dieci un utente gridò alla vittoria perché il sito del comune era disattivato, ma invitava comunque gli altri utenti a proseguire incessantemente a inviare mail senza mai fermarsi. Per evitare ulteriori problemi giudiziari, che si sarebbero aggiunti a quelli esistenti, i tre ragazzi drogati decisero di non partecipare all’evento di mail-bombing. Del resto sarebbero bastati pochi utenti a mandare in tilt il sito del comune e non era necessaria un'adesione massiccia. Il programmino software ideato per inviare e-mail a ripetizione automatica funzionava benissimo, tanto da essere usato successivamente da molti utenti per fare i dispetti e ritorsioni mediatiche a quelli che gli stavano sulle palle. Il sindaco, nel frattempo, interpellò subito i solerti e ruffiani componenti dell’avvocatura comunale, per verificare se vi erano gli estremi e i presupposti per una denuncia penale contro gli internauti che inviavano e-mail a ripetizione. Era furioso, anzi, incazzato nero. Lui, che neanche sapeva usare internet, si rese conto della gravità del momento quando tutti gli impiegati erano fermi per impossibilità di operare. I componenti dell’avvocatura comunale erano però molto dubbiosi circa la possibilità di intentare causa penale. Primo, perché la materia dei reati su internet era nuova e non vi era giurisprudenza adeguata a soddisfare le brame giustizialiste del sindaco. Secondo, perché bisognava denunciare circa cinquecento persone, e la Procura di Latina non avrebbe mai avviato un'istruttoria contro cinquecento utenti anonimi. Il dirigente dell’avvocatura mise da parte la sua solita compiacenza e si rifiutò, per non cadere nel ridicolo, di redigere gli atti di denunciaquerela, soprattutto perché il problema si sarebbe risolto entro la serata, stando alle rassicurazioni dei due tecnici del centro elaborazione, che stavano predisponendo un anti-spam con i controcoglioni. In realtà, i due tecnici. avrebbero risolto il problema in pochi minuti, ma siccome erano amici dell’hacker che aveva programmato il tutto, decisero di dargli la soddisfazione della vittoria. Ed effettivamente il movimento per la liberalizzazione e la legalizzazione delle droghe leggere, che gestiva e coordinava le azioni di hackeraggio, espresse grande soddisfazione per la riuscita dell’iniziativa, non solo per il blocco del sito del comune, ma soprattutto per il grande successo che aveva riscosso. Quello che non si seppe in giro però, fu che uno degli hacker riuscì in breve tempo a identificare la password della posta elettronica del sindaco, gestita da un suo dipendente, e a inviare una serie di messaggi di posta elettronica ai sindaci dei comuni limitrofi, al Presidente della Provincia di Latina e alla sede nazionale del partito nel quale militava il sindaco. Ovviamente i testi dei messaggi erano dozzinali e molto, ma molto volgari, e per questo motivo irripetibili. Ma la cosa più divertente fu l’invio di una serie di comunicati stampa ai corrispondenti locali nei quali si annunciavano le dimissioni di Carmine Pappagogna dalla carica di sindaco, la sua adesione al Partito Comunista, la sua conversione all’ateismo praticante e una serie infinita di farneticazioni che la stampa, seppur per una manciata di minuti, prese sul serio. Per un’ora abbondante il sindaco di Formia, reo di aver sostenuto la punibilità dei tre ragazzi che facevano uso di sostanze stupefacenti, era divenuto lo zimbello di tutta la regione Lazio, con il rischio di determinare una crisi politica dalle proporzioni inimmaginabili, intaccando addirittura la tenuta del governo Berlusconi. MARTEDI’ 13 APRILE - I tre ragazzi drogati, Damiano, Valerio e Arturo, erano in contatto telefonico quotidiano e si scambiavano spesso impressioni e considerazioni sulla vicenda che li accomunava. In quei giorni Valerio era sempre più insofferente nei confronti dei genitori, Damiano era quello che sembrava più distaccato dalla vicenda e Arturo era quello che godeva a stare nei panni dell’eroe mediatico più odiato e più amato della città. E fu proprio in una delle frequenti telefonate che Valerio chiese un appuntamento a Damiano. Doveva parlargli di fatti nuovi e disse che non era il caso di parlarne al telefono. Si videro quella mattina di metà aprile nella piazza centrale di Formia, piazza Mussolini, dove erano soliti incontrarsi con i loro amici del sabato sera. Valerio apparve subito turbato e impacciato, molto più del solito, e Damiano colse quel turbamento come un brutto segnale che lasciava presagire circostanze non buone. Damiano temeva che il rapporto tra Valerio e i genitori potesse degenerare ulteriormente, con violenze, isterie, esaurimenti o cose varie. Ma il problema non riguardava solo il rapporto di filiazione. Il padre di Valerio aveva deciso di recarsi al commissariato di Polizia per parlare con gli ispettori Madonna e Percuoco per “togliere tutto di mezzo”. Il padre di Valerio era un politico navigato, un ex assessore socialista di epoca craxiana, uno che aveva agganci con ministri e parlamentari, che sapeva come trattare con le istituzioni, e che avrebbe risolto la situazione cancellando ogni traccia di eventuali reati o segnalazioni giudiziarie. Valerio era disgustato da quel modo di fare di suo padre, ma questo non sarebbe bastato a dissuaderlo dai suoi propositi. Ma non era tutto. Nell’iniziativa aveva coinvolto anche il padre di Arturo, convincendolo a farsi accompagnare al commissariato per definire la questione di entrambi i figli. Convincere il padre di Arturo non fu facile. Arturo non aveva rapporti con suo padre e non si parlavano da tempo. Due caratteri opposti. Il padre di Arturo era uno dei diaconi dell’arcidiocesi di Formia e quella storia del figlio drogato lo aveva messo in cattiva luce con l’arcivescovo. Una volta, addirittura, ci fu un colloquio tra Arturo e l’arcivescovo, voluto dal padre per cercare di redimere il figlio, che finì con insulti e bestemmie che avrebbero fatto rabbrividire finanche un anticlericale incallito. Ma non era tutto. I genitori di Valerio non volevano più avere nulla a che fare con Damiano. Non riuscivano proprio a riconoscere al proprio figlio la responsabilità delle sue azioni, giuste o sbagliate che fossero. Se Valerio si “drogava”, la colpa era di altri. Damiano sarebbe stato quello che avrebbe trascinato Valerio nel droga party di pasquetta e quindi una persona poco raccomandabile, uno da evitare, una cattiva compagnia, punto e basta. Damiano restò lì ad ascoltare Valerio senza dire una parola. Praticamente Damiano era stato appena accusato di essere un istigatore a delinquere, un criminale, un appestato, una persona da evitare, una chiavica, una schifezza. Mentre parlava, Valerio guardava verso il basso, sia per la sua timidezza congenita e sia per un senso di vergogna per non essere stato in grado di ribellarsi e di imporsi ai suoi genitori, come invece avrebbe dovuto. Damiano capiva che Valerio era vittima di una morbosa possessività da parte dei genitori e che la situazione cominciava a sfuggire di mano un po’ a tutti, anche se ripeteva in continuazione che da lì a poco la notizia sarebbe scomparsa dalla cronaca locale e che tutto sarebbe tornato alla normalità. Con buona pace di tutti. Quello stesso pomeriggio, invece, l'anormalità si manifestò in tutta la sua impietosa crudezza: una spedizione massiccia di attacchini al soldo del PDL infestò l’intera città con manifesti un metro per sessanta, a colori e con caratteri molto marcati. Sullo sfondo dei manifesti, una foto ritraeva tre giovani adolescenti con laccio emostatico e siringhe alla mano mentre erano intenti a bucarsi; il titolo, tutto in maiuscolo, recitava un categorico: FORMIA NON VI VUOLE. Di seguito, il testo che si rifaceva inesorabilmente, alla storia di Damiano, Valerio e Arturo: FORMIA NON VI VUOLE !!! FORMIA E’ E VUOLE RESTARE UNA CITTA’ PULITA. NON PERMETTEREMO A NESSUNO DI INFANGARE LE RADICI STORICHE E CRISTIANE DELLA NOSTRA CITTA’. A FORMIA NON C’E’ SPAZIO PER I DORGATI. VOGIAMO UNA CITTA’ PULITA. FUORI I DROGATI DA FORMIA !!! Firmato: Salvatore Cazzullo, responsabile del Popolo delle Libertà. Damiano rimase imbambolato a leggere quel manifesto. Era un manifesto costruito molto bene, con ottima scelta delle tonalità cromatiche. Uno di quei manifesti che colpivano i passanti. Uno di quei manifesti che, camminando per strada, non potevi fare ameno di leggere. Non era il solito manifesto politico, di quelli che si era abituati a leggere per strada. In quel manifesto c’era qualcosa di più. Di più violento, di più perfido, partorito dalla mente di un uomo cattivo, vendicativo, violento. Quel manifesto era la sintesi del pensiero politico purtroppo dominante, fatto di ipocrisia, di perbenismo, di qualunquismo, di oscurantismo, di intolleranza, fatto di tutti quegli elementi tipici di una organismo che non fa politica, ma vuole egemonizzare le menti dei giovani e dei loro genitori. Il manifesto era molto impressionante. I tre ragazzi con le siringhe intenti a “bucarsi”, in evidente posa fotografica, volevano comunicare, nella mente di chi aveva scattato loro la foto, un evidente stato di degrado, di abbandono sociale, rispetto ai quali solo il Popolo delle Libertà poteva rispondere, ovviamente con i chiari richiami ai valori cattolici apostolici romani e ai valori di Dio, Patria e Famiglia. Altro che “la notizia sarebbe scomparsa dalla cronaca locale e tutto sarebbe tornato alla normalità!” come voleva il padre di Valerio. In quei giorni vi era tutta la volontà, da parte del centrodestra di Formia, di lasciare accesi i fari su una questione che, seppur ininfluente, offriva loro la possibilità di marcare una propria linea politica rispetto al centrosinistra e di ritornare ad essere punto di riferimento della piccola e media borghesia che gli stava sfuggendo di mano. Il Popolo delle Libertà non aveva alcuna intenzione di lasciar cadere la vicenda. Più volte, negli ultimi tempi, il centrosinistra di Formia, invece di occuparsi dei reali problemi della città, aveva investito tempo e risorse tentando di accreditarsi come unico interlocutore nei confronti della gerarchia clericale locale, nella speranza che il ritorno in termini elettorali potesse essere determinante per prevalere nelle successive elezioni amministrative. Nonostante in questo caso la politica c’entrava poco o nulla, il Popolo delle Libertà cercò di attribuire la vicenda di Damiano, Valerio e Arturo alla responsabilità del centrosinistra. I tre ragazzi, secondo il Popolo delle Libertà, erano di sinistra, erano appoggiati dalla sinistra, erano difesi dalla sinistra, erano atei, erano contro Dio, la patria e la famiglia, ergo, la colpa della diffusione droga a Formia era della sinistra. Uno più uno fa due e i tre ragazzi drogati, sempre secondo il Popolo delle Libertà, erano iscritti al Partito Democratico, cosa che in realtà non era vera. Né Damiano, né Valerio, né Arturo erano mai stati iscritti a un partito politico, tanto meno al Partito Democratico. Tra i tre, l’unico che aveva un minimo di militanza politica, se così poteva essere definita, era Arturo, che frequentava i no-global locali, solamente perché andava di moda tra coloro che si “facevano le canne”. Aveva votato Rifondazione Comunista alle ultime elezioni regionali, perché tra le candidate ve ne era una particolarmente bona che aveva messo in conto di scoparsi quanto prima. Ovviamente nei giorni successivi la stampa, la radio e la televisione locale, si occuparono a lungo del manifesto dei giovani del Popolo delle Libertà di Formia, buttando in caciara politica una questione che tutto era, fuorché politica. La foto del manifesto capeggiò per molti giorni su tutti i quotidiani locali e nei servizi televisivi di attualità politica, rendendo molto più duro il fatto che “la notizia sarebbe scomparsa dalla cronaca locale e tutto sarebbe tornato alla normalità!”, evocato proprio da Valerio qualche ora prima. Ci fu anche una timida replica del Partito Democratico che si vide bene dall’attaccare il Popolo delle Libertà sul terreno dei valori cristiani. Il Partito Democratico negò che i tre ragazzi drogati fossero iscritti al proprio partito e si limitò denunciare la strumentalizzazione del PDL dicendo che la droga non ha colore politico. Non si sa chi abbia coniato quest’ultima frase, quella che la droga non ha colore politico, ma su facebook si disquisì a lungo sul tipo di droga che dovesse assumere colui che scriveva che la droga non ha colore politico. GIOVEDI’ 15 APRILE - L’appuntamento era alle dieci di mattina davanti ai cancelli del Commissariato di Polizia, in via Costanzo Ciano. Valerio arrivò con suo padre mentre Arturo e suo padre arrivarono ognuno con la propria automobile. I due genitori si appartarono per qualche minuto a confabulare, non si sa cosa, e poi decisero di entrare nell’edificio del commissariato. Ai due ragazzi fu chiesto di attendere fuori e che sarebbero entrati in un secondo momento. Arturo era molto contrariato dal fatto che il padre si prostrasse davanti al commissario per ottenere la clemenza, perché di quello si trattava. Valerio, invece, era molto infastidito dal fatto che il padre di Damiano non fosse lì. Non gli andava di fare le cose separate, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo al proprio genitore. Valerio fu assalito da legittimi dubbi che gli rodevano il cervello del tipo: perché il padre di Damiano non faceva parte del gruppo? perché Damiano non era stato coinvolto in quel colloquio con la Polizia? perché Damiano era stato fatto fuori? quali erano i rapporti tra i tre genitori? c’era stato qualche screzio tra il padre di Valerio e quello di Damiano? c’era qualcosa sotto? c’era la volontà di lasciare fuori Damiano per fargli ricadere tutta la responsabilità? oppure valeva la massima per la quale, per principio estensivo, del colloquio con la Polizia alla fine, ne avrebbe beneficiato anche Damiano? Il padre di Valerio e quello di Arturo rimasero in colloquio privato per oltre un’ora. Al colloquio, oltre che al commissario, parteciparono anche gli ispettori Madonna e Percuoco. Nel corso del colloquio, si decise di stilare due dichiarazioni da far sottoscrivere a Valerio e Arturo, e di allegarle al fascicolo inviato al Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Latina per gli adempimenti del caso. In buona sostanza erano dichiarazioni che avrebbero integrato il verbale redatto dagli ispettori Madonna e Percuoco e che sarebbero servite al Pubblico Ministero per istruire la eventuale pratica di archiviazione per Valerio e Arturo. Il Commissario aveva garantito ai due genitori che quelle dichiarazioni erano sufficienti a smontare qualsiasi velleità da parte delle Procura di proseguire nelle indagini preliminari, almeno per Valerio e Arturo, e che tutta la colpa della vicenda di Pasquetta sarebbe ricaduta solo su Damiano. A lui sarebbe stata data la colpa della detenzione delle sostanze stupefacenti e tutte le altre circostanze penali che la procura avrebbe rilevato. In parole povere, il commissario si impegnò a metterci una buona parola solo per Valerio e Arturo. I due ragazzi, che fino a quel momento avevano atteso fuori della stanza, vennero convocati dinanzi al commissario per sottoscrivere i verbali che li scagionavano. Per non ricadere in errori di approssimazione Valerio chiese di leggere il verbale prima di firmare. Il padre, con il consenso mimico facciale del commissario, iniziò a urlare contro il figlio. Doveva firmare e basta, farsi i cazzi suoi, che lui non stava lì a perdere tempo, e che doveva fidarsi di lui. Valerio e Arturo firmarono separatamente le due dichiarazioni senza leggerne il contenuto. Non sapevano cosa avessero firmato, ma sapevano che quelle firme avrebbero chiuso definitivamente la questione giudiziaria. Valerio si era ripromesso di inviare un sms a Damiano non appena avrebbero terminato il colloquio, ma poi prevalse la vergogna. La vergogna di confessare di aver sottoscritto una dichiarazione senza neanche leggerla. Lui che studiava giurisprudenza sapeva che un simile comportamento era incauto e superficiale, ma pur di far star zitto il padre sarebbe stato disponibile anche a firmare la propria condanna a morte. Seppur perseguitato dai sensi di colpa non scrisse nulla a Damiano, proponendosi di farlo non appena ne avrebbe avuto il coraggio. Ad Arturo non gliene fregava un cazzo! Lui non aveva sensi di colpa. Era abbastanza spudorato nei suoi comportamenti. Se Damiano lo avesse chiamato gli avrebbe detto la verità, tutta la verità. Arturo era convinto che la firma della dichiarazione avrebbe salvato anche il culo di Damiano, perché tutti e tre erano coinvolti nella vicenda, e il verbale redatto dai due ispettori il giorno di Pasquetta era unico. Il principio di estensione avrebbe salvato anche Damiano da possibili ripercussioni di carattere giudiziario e quindi non c’era nulla da preoccuparsi o vergognarsi, né nei confronti di se stesso né nei confronti di Damiano. Del resto Arturo aveva altro a cui pensare in quei giorni. Era in contatto con la carovana reggae che era in procinto di iniziare un tour estivo che avrebbe fatto tappa nei più grandi campeggi d’Italia. Due mesi di sballo quotidiano assicurato. C’era però da convincere i genitori del ragazzo diversamente abile che assisteva. Voleva portarlo con lui. Avrebbero dormito in tenda e sacco a pelo e avrebbero dato una mano agli organizzatori. Anche la responsabile dell’ufficio dei servizi sociali del comune aveva dato parere favorevole affinché il ragazzo facesse quella esperienza. Alla fine i genitori diedero il loro assenso ad Arturo, che aveva già la testa altrove nei camping di mezza Italia, dove il tour degli spettacoli reggae giamaicani avrebbe fatto tappa. VENERDI’ 16 APRILE - Damiano attese con impazienza l’sms di Valerio, nel quale avrebbe avuto la spiegazione del colloquio tra i genitori di Valerio e Arturo, e il Commissario di Polizia. Era preoccupato non tanto per gli aspetti giudiziari della vicenda, quanto per la tenuta psicologica di Valerio, messo sotto pressione dai genitori. Voleva semplicemente sapere come era andata, se avevano risolto la questione, se suo padre era appagato da quel colloquio, se tutto era andato liscio. Aspettava una conferma di tutto questo, ma Valerio decise di non scrivere nulla a Damiano. Verso l’ora di pranzo Damiano decise di telefonargli. Cellulare spento. Decise di chiamare al telefono fisso di casa, nella speranza che non rispondesse uno dei genitori. Speranza vana. Rispose la madre. Rispose con una voce fredda e distaccata. Come non mai. Eppure Damiano era un amico di famiglia, considerato il miglior amico di Valerio, che lo aveva aiutato negli studi del liceo, uno di quelli che spesso restava a cena. Damiano colse immediatamente la freddezza della madre di Valerio. Una freddezza cinica e feroce. Ci mancava poco che si davano del Lei. La conclusione della telefonata fu che Valerio non era in casa e che, comunque, era sotto esame e non era il caso di importunarlo per non fargli perdere la concentrazione. Damiano provò un forte senso di compassione misto a pietà per quella donna che non aveva capito nulla del proprio figlio, che aveva deciso per i suoi studi, per il suo avvenire e ora si apprestava a decidere anche le amicizie che il figlio doveva mantenere. Fortuna che Valerio aveva un carattere molto più forte di quello che l’aspetto timido e introverso lasciava intravedere. Valerio era cosciente di essere vittima di ingerenze da parte dei genitori, e quella consapevolezza era utile a gestire al meglio la propria vita. Damiano non insistette più di tanto. La telefonata si concluse con una laconica e reciproca buona serata pregno di diffidenza, e ne rimase turbato. Non capiva perché doveva sentirsi responsabile per cose mai fatte, tipo quella di istigare eventualmente Valerio a “drogarsi”. Confidava nella sua sensibilità e sapeva che prima o poi lo avrebbe chiamato per chiarire tutta la vicenda. Damiano era anche convinto che Valerio avesse ascoltato la telefonata e che per tale motivo non avrebbe tardato a chiarire la propria posizione. Anche quando frequentavano il liceo molto spesso si distaccavano, ma poi si riappacificavano con estrema disinvoltura. Ma Damiano, pur conoscendo la lealtà di Valerio, temeva che per questa volta ci sarebbe voluto un po’ più di tempo per riappacificarsi Valerio avrebbe preferito essere processato dal più ferreo proibizionista d’Italia pur di non perdere l’amicizia con Damiano. Era tra due fuochi: da un lato l’amicizia con Damiano da preservare, dall’altro il rispetto dei propri genitori che era ugualmente da preservare. Damiano decise di desistere dal telefonare e optò per un sms. CIAO, TI HO CHIAMATO PERCHE VOLEVO SAPERE COME ERA ANDATA ALLA POLIZIA. SE TI VA CHIAMAMI , MA SE NON LO FAI CAPISCO LO STESSO : - ). Rimaneva Arturo. Ma parlare con Arturo voleva dire spendere almeno dieci euro di telefonata. Arturo avrebbe parlato di tutto, tranne del motivo per la quale ci si telefonava. Infatti Arturo raccontò che era in procinto di partire, che avrebbe seguito il tour reggae giamaicano in tutta Italia, che era contento di fare quel viaggio con il proprio assistito diversamente abile, che non vedeva l’ora di partire, che gli avrebbe fatto piacere se almeno in una delle tappe Damiano si fosse unito a loro, che fervevano i preparativi per la partenza, che doveva comprare la tenda e i sacchi a pelo, che della storia del Commissariato della Polizia non gliene fregava un cazzo, che potevano stare tranquilli, che era tutto finito e che non voleva più sentire parlare di quella storia. Punto. Insomma, al termine del giorno dopo, Damiano non era in grado di sapere cosa diavolo fosse accaduto presso il Commissariato di Polizia di Formia. L’ottimismo di Arturo, per quanto condizionato dall'hashish che aveva fumato, lo tranquillizzò. Pensò che se Arturo era tranquillo e pensava ad altro, doveva esserlo anche lui. Damiano non si fidava di Arturo, ma quella volta provò a fidarsi. Del resto, non poteva fare altrimenti. Aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai andato a prostrarsi davanti al Commissario di Polizia, ne dinanzi a qualsiasi altra autorità istituita. Prima o poi sarebbe venuto a conoscenza dei contenuti del colloquio tra il Commissario di Polizia e Valerio e Arturo con i rispettivi genitori, e solo allora avrebbe valutato le ragioni dei suoi due amici. SABATO 18 APRILE - I primi giorni di primavera e la voglia di uscire, convinsero anche Damiano ad aggregarsi alla comitiva del sabato sera. Piazza Mussolini era piena di gente e gli amici erano tutti lì. Mancavano solo Valerio e Arturo, seppur per motivi diversi. Valerio era chiuso a chiave in casa per punizione, non si sa bene per quanto tempo; Arturo era preso dai preparativi della tournée reggae. Damiano era quindi l’unico dei tre ragazzi drogati, reduce dalla settimana di traversie, a stare in piazza quella sera. Tra gli amici di comitiva c’era anche un certo Clinio, un coetaneo di Damiano, ex compagno di scuola del liceo Classico, già laureato in giurisprudenza. Uno stronzo. Un figlio di papà. Un essere irritante. Uno di quelli che a scuola imparava le lezioni a memoria senza capirci una mazza. Uno di quelli che sedevano al primo banco della classe e che non passava mai i compiti, ma pronto a copiare e rivendicare l’amicizia quando era in difficoltà. Uno dei più odiati e schifati studenti del liceo Classico di Formia. Faceva parte del gruppo di Comunione e Liberazione nella componente della rappresentanza studentesca di istituto. Ma Damiano, che era un democratico, parlava con tutti, anche con Clinio. Fu Clinio ad avvicinarsi per primo, con quel sorrisetto di supponenza e di sadismo tipico degli stronzi. Chiese subito notizie del colombiano. Chiese che fine avesse fatto il colombiano che era presente al droga party di Pasquetta e dove fosse finita l’eroina che la Polizia non riusciva trovare. Droga party? Colombiano? Eroina? Damiano non capiva. Non capiva quella storia del droga party, del colombiano e dell’eroina. A Pasquetta non ci fu nessun droga party, nessun colombiano e niente eroina. Clinio ridacchiava con un sorrisetto per darsi un tono da uomo di mondo, di quelli che hanno viaggiato e che ne hanno viste di cotte e di crude. Clinio spiegò subito che tutta la città sapeva che a Pasquetta, presso il porticciolo romano di Gianola, ci fu un droga party a base di siringhe ed eroina, che il tutto si era svolto davanti a bambini, che Damiano sarebbe stato l’organizzatore dell’evento e che l’happening sarebbe stato presieduto da un narcotrafficante colombiano sfuggito all’arresto. E in più, che da lì a qualche giorno ci sarebbero stati una serie di arresti clamorosi. Damiano ascoltò in silenzio tutta la storia di Clinio e poi sbottò in una fragorosa risata, di quelle che mostrano tutti i denti e le tonsille, di quelle che fanno addirittura lacrimare. Eroina? Ahaha... Colombiano? Ahaha … Narcotrafficanti? Ahaha … ma vai a fare in culooo!!! Clinio, molto serio nella sua espressione facciale, si meravigliò che Damiano fosse così ilare dinanzi a tanta gravità e soprattutto d'innanzi alla prospettiva di quindici anni di galera. A dirla tutta però, quando Damiano sentì la storia dei quindici anni di galera, provò un certo senso di smarrimento. Quindici anni di galera? per una canna? anzi, per non aver neanche fumato una canna? per un fantomatico narcotrafficante colombiano? per una storia inventata? per un verbale redatto da due sbirri di cui non si conosce il contenuto? quindici anni per non aver commesso alcun reato? Damiano provò a immaginarsi in galera. Le tante storie sulle violenze sessuali, pestaggi e suicidi che quotidianamente avvenivano nelle carceri italiane. Strane e inedite immagini gli passavano per la testa. Fino ad allora non aveva mai pensato al carcere in prima persona. Quei pensieri non gli avevano mai sfiorato il cervello. Neanche lontanamente. E in quel momento, nel momento esatto in cui Clinio gli ricordò il numero degli anni di galera che avrebbe rischiato, che lui in modo edulcorato chiamava anni di custodia cautelare, Damiano parve sbiancare. Era una di quelle poche volte che il giovane e impavido Damiano provò un senso di terrore. Clinio continuò a raccontargli tutto ciò che si diceva in giro: la storia dell’eroina e del narcotrafficante fuggitivo e latitante ormai era assodata; che si stava cercando anche la macchina rubata per il trasporto dell’eroina; che se fosse in lui, se cioè Clinio fosse in Damiano, si sarebbe cercato un buon avvocato penalista, uno con le palle sotto, per iniziare a studiare la linea difensiva prima che sopraggiungessero gli arresti. Oh cazzo! Qui le cose si stanno iniziando a mettere male. Qui non si tratta più di una mezza cannetta confezionata e mai consumata. Qui c’è qualcosa che non quadra. D'un tratto Damiano venne sopraffatto dall'inquietudine. D’un tratto si vide nella cella di un carcere di terzo ordine costretto a dividere sonno e intimità con delinquenti d'ogni specie. Si vide perso, spacciato, finito per sempre. Per la prima volta Damiano vide bruciarsi il terreno sotto i piedi. Le parole di Clinio gli avevano fatto scattare un campanello d'allarme. Era meglio testare su gli altri amici la veridicità dei rumors che lo riguardavano. Molti ragazzi della comitiva ripeterono le stesse parole di Clinio. Anche loro avevano sentito parlare di eroina, di macchina rubata, di un narcotrafficante colombiano, di misteriosi traffici internazionali, di connivenza con la criminalità organizzata campana. Insomma, per Damiano, Valerio e Arturo le cose si stavano mettendo male. Damiano pensò anche di chiedere a Clinio da chi avesse avuto quelle informazioni e poi andare dal suo informatore e chiedere a sua volta da chi avesse avuto quelle informazioni. Fare il percorso a ritroso per capire chi cazzo avesse messo in giro quella storia e perché. Impresa impossibile, ma almeno avrebbe scoperto chi era quella stronzo che si era inventato tutto. Ma la cosa che fece traboccare il vaso fu una considerazione personale di Clinio. Clinio era un ragazzo di buona famiglia, di una di quelle famiglie tutta casa e chiesa, molto stimata nella borghesia formiana. Stava per diventare avvocato, aveva un futuro brillante davanti a se, aspirava a diventare un avvocato di un certo livello, e stare nella stessa comitiva di Damiano, cioè di un delinquente internazionale, gli creava un certo imbarazzo, una certa inquietudine. Non lo disse mai espressamente, ma lo lasciò intendere attraverso un giro di parole decisamente viscido, che in quella comitiva o restava lui o restavano Damiano, Valerio e Arturo. Damiano convenne di aver conosciuto diversi stronzi nella sua pur giovane esistenza, ma come Clinio, mai! LUNEDI’ 19 APRILE- Damiano era molto ansioso. Non gli era mai capitato prima di allora di passare notti insonni. Notti di pensieri, di sogni strani, di incubi. Anche i suoi genitori, con i quali aveva pranzato il giorno prima, si accorsero dei turbamenti del giovane Damiano. Il padre ripeté per almeno dieci volte che, se il figlio non avesse commesso nulla, non c’era di che preoccuparsi, tutto si sarebbe aggiustato. Di lì a qualche giorno, disse il padre a Damiano, sarebbe tutto finito e lui lo avrebbe difeso con tutti gli strumenti di cui disponeva. Se fosse servito, conosceva il miglior avvocato penalista della zona, di cui era molto amico sin dall’infanzia, e quindi poteva dormire sonni tranquilli. La mattina del lunedì, Damiano, si svegliò tutto rintronato. Aveva scaricato da internet e visto film fino alle tre di notte. Quel pomeriggio doveva dare ripetizioni di filosofia ad un ragazzo prossimo alla maturità, e decise di darsi una letta di ripasso per la lezione. Socrate non gli era proprio simpatico, ma pensò che almeno, rispetto a tanti altri filosofi a lui contemporanei, era più facile da spiegare. Quindi, meglio così. Un’ora prima lo studente al quale doveva impartire la lezione gli telefonò per avere la conferma dell’appuntamento. Damiano trovò strana quella telefonata. Mai prima di allora gli studenti lo avevano chiamato per la conferma della lezione. Lui era sempre stato molto preciso, puntuale, e non capiva perché quella volta ci voleva la conferma. Pensò a quella strana telefonata e decise di non restare sulla difensiva. Invece di chiedere il perché della richiesta della conferma dell’appuntamento, Damiano anticipò la risposta fornendola lui stesso. Secondo Damiano lo studente avrebbe chiesto la conferma della lezione perché pensava che lo avessero arrestato in seguito al traffico di eroina con i più grandi narcotrafficanti planetari. Lo studente, difatti, sbottò a ridere chiedendo come faceva a leggergli nei pensieri. La sera Damiano decise di verificare lo stato di avanzamento delle puttanate che su internet si dicevano nei suoi confronti, e nei confronti di Valerio e Arturo. Il gruppo degli antiproibizionisti di facebook aumentava giorno per giorno. C’erano iscritti dei quali neanche conosceva l’esistenza, ma c’erano soprattutto molti attestati di solidarietà nei confronti dei tre ragazzi drogati. Il movimento per la legalizzazione della marijuana, stava usando l’episodio di Pasquetta per portare avanti la battaglia per la liberalizzazione delle droghe leggere. Il gruppo di facebook era molto attivo e in soli tre giorni si trasformò in un vero e proprio sito internet dove si trovavano informazioni di ogni genere, dagli effetti indesiderati delle sostanze stupefacenti ad una vera e propria scuola di educazione al consumo delle droghe leggere. Su quelle pagine si potevano trovare anche interviste a medici specialisti e neuropsichiatri che confutavano le tesi proibizioniste del consumo di cannabis, confrontandole con le conseguenze ancora più gravi dell’uso dei superalcolici, per i quali invece non vi era alcun divieto. C’erano, infine, anche molti link che rimandavano ad associazioni di volontariato di ascolto e di intervento per i giovani che facevano uso di droghe leggere. Una pagina, quella di facebook, che raccoglieva esperienze e testimonianze provenienti da ogni parte d’Italia. Testimonianze allo stesso momento crude e drammatiche, che per la loro intensità risultavano inevitabilmente educative. I promotori del gruppo di facebook preannunciarono anche che, nei giorni successivi, il nome del gruppo sarebbe cambiato in MOVIMENTO PER LA LIBERALIZZAIZONE E LEGALIZZAZIONE DELLE DORGHE LEGGERE, trasformandosi da gruppo locale circoscritto a Formia, a gruppo di dimensione nazionale, con l’obiettivo di diventare punto di riferimento per tutti coloro che condividevano la causa. Il forum del sito di Telefree, invece, andava scemando. I commenti erano sempre minori e l’intensità delle offese diventava sempre più flebile. Nella discussione rimanevano soltanto il prete di periferia, con la storia della ricerca di Cristo come panacea a tutti i mali, del professore moralista che invitava le nuove generazioni a maggiore senso di responsabilità, e del solito unitile fascistello di turno, che dopo la proposta di evirazione per i drogati, avrebbe ben visto anche il taglio di altri svariati punti del corpo umano, poiché la castrazione sarebbe potuta non risultare sufficientente ….... Quella della sortita di Pasquetta restava tuttavia la notizia più letta, più discussa e più controversa, e restava sempre al vertice delle notizie più lette grazie a un sistema di conteggio delle letture che lasciava la notizia in evidenza fintanto che veniva letta da molti. E nella speciale classifica, le traversie di Damiano, Valerio e Arturo erano sempre attuali. Anche su internet vi erano le stesse questioni poste da Clinio, anzi da quello che Damiano amorevolmente definiva quel porcobastardorottoinculoschifosoluridochepozzaschiattàsubitoluieilsuoperbenismodelcazzomachici vuolepiùuscireconunacomitivaincuicistaluidentro. Le notizie che giungevano dagli utenti erano tutte farcite di “sembra”, “si dice in giro”, “ho sentito dire”, “non ne sono sicuro, ma”, “è più che probabile”, e altri intercalare del genere. La storia del narcotrafficante colombiano era data per scontata da tutti, tanto da avere anche un nome e cognome. La latitanza di quest’ultimo era materia controversa: c’era chi lo dava in Colombia e chi diceva di averlo intravisto a Casal di Principe in provincia di Caserta; la chiusura del cerchio degli inquirenti era data per imminente, comprese le straordinarie rivelazioni giudiziarie, di cui non si sapeva ancora niente, ma che non avrebbero mancato di destare sorprese negli ambienti, pur senza specificare di quali ambienti si trattasse; sempre sul sito di informazioni e opinioni locali si discuteva anche delle testimonianze delle mamme dei bambini che avrebbero assistito allo sforacchiamento delle braccia con le siringhe “... piene di ddroga...” in quel famigerato pomeriggio di Pasquetta. I giornali, la radio e la televisione avevano sospeso lo sviluppo della notizia dei tre ragazzi drogati, aggiornando le notizie con un “si attendono sviluppi da parte degli inquirenti che non tarderanno ad emergere nei prossimi giorni … e dei quali vi terremo informati”. C’era un'evoluzione nella storia. Da luridi drogati comuni, Damiano, Valerio e Arturo erano diventati pericolosi esponenti della mala, senza scrupoli e senza pudori, amici di narcotrafficanti internazionali, invischiati nei peggiori malaffari. In quei giorni, però, al timore di ripercussioni di carattere giudiziario, Damiano iniziava a temere anche per la propria incolumità fisica. Temeva, infatti, che qualche mitomane esaltato od esaurito, soggetti di cui Formia abbondava, potesse sbroccare commettendo qualche gesto dimostrativo e violento nei loro confronti. A forza di ripetere che era un delinquente poteva essere seriamente oggetto di linciaggio non solo morale, ma anche fisico. C’era la storia dell’eroina, la storia dei bambini. Sarebbe stato ancora tranquillo a passeggiare per strada? o doveva stare attento, più attento, rispetto ai giorni precedenti? poteva seriamente accadergli qualcosa? Non era semplice restare inerti davanti al montare della situazione e all’evolversi delle voci artefatte. Damiano sapeva che non poteva più stare tranquillo. La campagna di internet, proprio perché rivolta ai giovani, poteva condizionare qualche fascistello esaltato in cerca di “onore” e di “gloria” tra i propri camerati, e rompergli il muso. Soprattutto però Damiano si chiese se era giusto continuare a tacere. Poteva difendersi, poteva diramare un comunicato stampa, firmato magari congiuntamente con un avvocato di difesa, poteva rilasciare interviste, intervenire nei forum, poteva tentare di discolparsi pubblicamente, poteva rilasciare dichiarazioni pubbliche, poteva fare tutto quello che voleva. Forse i giornali e le televisioni locali avevano sospeso la notizia proprio per questo motivo. Senza contraddittorio la notizia era destinata a perdersi nei meandri dell’oblio. Eppure i giornali locali avevano fatto di tutto per provocare una reazione da parte dei tre ragazzi drogati. Del resto la notizia partì proprio da un giornale, “Formia Oggi”, e montata ad arte da qualcuno che aveva interessi particolare a far sì che durasse il più a lungo possibile. Questi erano i pensieri aggrovigliati e confusi che animavano la mente di Damiano. E quegli stessi pensieri confusi, furono interrotti da un sms che avrebbe potuto cambiare il corso della storia. Era il padre che scriveva “DOMANI LEGGI I GIORNALI LOCALI CI SONO BUONE NOTIZIE …” MARTEDI’ 20 APRILE - Grande fermento davanti alle edicole del centro di Formia. Capannelli di decine di persone come non si ricordava da tempo. Damiano lesse immediatamente le locandine esposte al di fuori delle edicole. I titoli erano chiari e inequivocabili. FOMIA: ARRESTATO IL SEGRETARIO DEL POPOLO DELLE LIBERTA’. Damiano non riusciva credere ai suoi occhi. Quel pezzo di merda che aveva fatto affiggere centinaia di manifesti dove demonizzava l'uso delle droghe, seppur leggere, che invocava l’integrità morale cristiana, che si ergeva a paladino dell’onestà e della rettitudine, che chiedeva l’espulsione di tutti i drogati, era stato beccato con una tangente di 50.000 euro nel centro della città in compagnia di un pregiudicato napoletano, già noto alle forze dell’ordine per reati legati alla camorra e alla criminalità organizzata. Damiano comprò una copia di tutti i giornali locali e li lesse tutti con molta attenzione. Provava una gioia incommensurabile, un senso di sottile piacere misto a soddisfazione personale. Era contento. Finalmente la giustizia trionfava. Mentre leggeva il giornale rideva a crepapelle. Aveva un sorriso a sessantaquattro denti. Viveva una strana sensazione: più leggeva e più ingrassava, come se quella abbuffata di notizie lo saziasse fisicamente. I giornali pubblicarono anche le foto dell’arresto, scattate all’uscita del commissariato di Polizia, mentre il segretario del Popolo delle Libertà veniva trasferito al carcere di Latina. Ora sì che i cittadini di Formia avevano da parlare. Soprattutto quelli impiccioni che non si facevano mai i cazzi loro. Damiano era felicissimo, gli si leggeva in volto un sorriso pari a chi aveva appena passato una notte con Monica Bellucci o di chi aveva centrato il sei al superenalotto. Camminava come se non ci fosse la forza di gravità, leggiadro ed etereo. Per festeggiare la notizia dell’arresto del politico formiano, Damiano decise anche di regalarsi un pranzetto con i fiocchi. Andò in pescheria e acquistò un vassoio di crostacei e molluschi, poi una bottiglia di vino bianco di qualità, e cucinò al ritmo di it’s my life di Bon Jovi, a tutto volume. Poi telefonò al padre, con il quale si intrattenne in una lunga conversazione. Anche il padre era contento. Da tempo si dedicava sempre di più alle ragazzine delle chat e sempre di meno alla politica. Ma quella notizia destò anche in lui un ritrovato interesse e un irrefrenabile senso di rivalsa nei confronti di una classe dirigente politica, quella del Popolo delle Libertà, che schifava dichiaratamente da sempre. L’arrestato in questione era Salvatore Cazzullo, un giovane stimato, brillante e promettente avvocato di provincia. Un buon avvocato. Ma di una antipatia, ma di una antipatia, ma di una antipatia mostruosamente esagerata. Era saccente, capiva tutto lui e gli altri non capivano un cazzo, sempre con quell’aria da primo della classe. Prima dell’arresto era anche amministratore comunale e presidente della Commissione Bilancio del Comune di Formia. Era quel che si definisce un uomo tutto casa e chiesa, famiglia regolare, tipica famiglia “Mulino Bianco”, di quelle moraliste, di quelle che seguono le processioni dei santi, di quelle che si indignano quando qualcuno dice di togliere i crocefissi dalle aule scolastiche, di quelle che cercano di evadere il fisco fino all’ultimo centesimo di euro, di quelle famiglie che, modestamente, non hanno mai votato per il partito Comunista, di quelle che si tappano il naso quando incrociano i clochard, di quelle famiglie che non sono razziste, ci mancherebbe altro, ma i negri vanno aiutati a casa loro. Insomma di quelle famiglie finto moderne, ma concretamente medioevale, dove se scoprono di avere un figlio ricchione lo portano dallo psichiatra per farlo guarire. Per farla breve, questo Cazzullo era un uomo di una famiglia “normale”. E questo rappresentava un problema serio per la borghesia formiana, di quella stessa borghesia che aveva da dire su tutto e su tutti, che aveva una opinione certa su tutte le circostanze, che moralizzava su tutto. Beh, quella volta fu un problema. Perché l’avvocato arrestato per estorsione somigliava pari pari allo stereotipo ideale dell’uomo apparentemente perfetto. Un brutto colpo per la borghesia moralista, perbenista, fascista e clericale. Fosse stato uno di sinistra andava bene, sarebbe stato diverso. Ci sarebbe stato un appiglio al quale aggrapparsi. Fosse stato comunista, ci sarebbe stato da ridire. Invece niente di niente. Un uomo apparentemente inattaccabile. Uno di quelli che andava in giro con giacca e cravatta, con il viso sempre rasato, che partecipava a tutte le serate di beneficenza del Rotary Club. Fu beccato in flagranza di reato per estorsione; una soffiata di un commerciante locale che aveva avvisato preventivamente i Carabinieri di Formia. C’era la flagranza, le intercettazioni, i filmati. C’era tutto. Ecco perché non poteva funzionare neanche il giochetto della persecuzione dei giudici comunisti, tanto caro ai politici del Popolo delle Libertà, il giochetto delle persecuzioni, dei teoremi, dell’accanimento giudiziario, dell’innocente fino a prova contraria, delle sentenze politiche, della non colpevolezza fino a sentenza della Corte di Cassazione, di tutti quei ritornelli triti e ritriti che ormai gli italiani conoscevano a memoria. Quella volta c’erano le mani nel sacco. Era stato beccato con il sorcio in bocca. La curiosità di verificare gli umori dei cittadini di Formia che facevano parte del forum di internet era grande. Per questo motivo Damiano rincasò di fretta per connettersi e godersi tutti gli imbarazzi e gli impacci che avrebbero caratterizzato le opinioni dei suoi concittadini. Dietro la notizia, peraltro dal titolo poco incisivo e un po' confuso e fuorviante, non c’era alcun commento, neanche nel tardo pomeriggio della giornata. Nessun commento. Neanche di quelli di sinistra, che avrebbero avuto tutti i motivi per denunciare il malcostume, la commistione tra politica e criminalità, il sistema di corruzione che imperava nella città di Formia. Neanche il commento di un solo cittadino, che dietro l’anonimato poteva dire qualunque cosa. Niente. Zero assoluto. Damiano non riusciva a darsi una spiegazione di quel silenzio. In genere non si faceva in tempo a pubblicare la notizia che riguardasse qualsiasi cosa, anche dell’energia atomica nucleare della Corea del Nord, che si scatenava il dibattito con decine di commenti, pro e contro. Anche gli altri blog di informazione locale erano privi di commenti. La notizia era stata pubblicata da tutti, ma nessuno commentava. Verso le sette di sera uscì l’atteso comunicato ufficiale del sindaco, inviato a tutti i mezzi di informazione: … un professionista stimato e apprezzato … una vicenda che desta stupore … confidiamo nell'attività della magistratura … ma fin tanto che non verrà accertata la verità, si invita a non giungere a conclusioni affrettate … a nome dell'intera amministrazione comunale di Formia esprimo solidarietà umana alla famiglia e all’uomo politico, integerrimo amministratore comunale … nell’auspicio che la vicenda possa trovare al più presto una definizione chiara e che Salvatore Cazzullo torni presto in libertà. Damiano saltò dalla sedia. Rilesse quel comunicato almeno dieci volte per evitare di aver capito male. Il colore del suo viso passò dal pallido al rosso al viola con una velocità impressionante. Era furioso. Se avesse avuto una mitragliatrice avrebbe fatto una strage. Poi se ne fece una ragione. Vada pure che il sindaco di Formia, per difendere un proprio amministratore, potesse scrivere tutte quelle frasi di circostanza, ma altre deroghe sarebbero state assolutamente incomprensibili. Damiano, prima di incazzarsi definitivamente di brutto e tentare di sfondare il muro a capate, decise di attendere il giorno successivo e leggere le dichiarazioni degli altri esponenti politici e sociali della città, soprattutto di quelli di centrosinistra. Lui non era di centrosinistra, non aveva mai votato centrosinistra e probabilmente non lo avrebbe votato mai. Alle elezioni del 2008 votò per la lista dei comunisti radicali, ma dal centrosinistra si aspettava un minimo di scatto d’orgoglio, di denuncia politica, di parole ferme e autorevoli. Nel frattempo decise di fare una capatina su facebook. Damiano aveva un paio di centinaia di amici nel mondo virtuale di internet, tutti più o meno della sua età, tra i venti e i venticinque anni, e voleva verificare cosa si diceva in giro. Provò a scorrere i post della giornata e a nessuno, proprio a nessuno, poteva fregargliene di meno. Ci si scambiavano video, canzoni, insulti, ma dell’arresto del politico di Formia neanche l’ombra. Eppure quando toccò a lui tutti sapevano tutto. Sapevano addirittura cose che non esistevano, dell’eroina, dei bambini. Provò a connettersi alla page del movimento per la liberalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere, ma una finestra del sistema avvisava che la page era stata soppressa per i contenuti poco educativi e poco pedagogici che diffondeva. Damiano pensò anche che, forse, se non direttamente coinvolto con la vicenda che li riguardava, anche a lui non sarebbe importato più di tanto dell‘arresto di per estorsione di Salvatore Cazzullo. Anche Valerio era contentissimo dell’arresto di colui che aveva stampato e affisso i manifesti con i loro tre nomi, sputtanandoli in tutta la città. Provò anche a fare qualche ricerca sui siti specializzati per assicurarsi che quella dell’arresto fosse una notizia vera. Aveva già tenuto l’esame di diritto penale all’università, e per questo motivo vi era anche un interesse accademico per la vicenda. La sera prima aveva discusso a lungo con il padre sulla vicenda giudiziaria del segretario cittadino del Popolo delle Libertà. Valerio sperava che quella vicenda, per la gravità assoluta che rappresentava, potesse assorbire la superficiale e insignificante vicenda di Pasquetta, rilanciando altre questioni sicuramente più importanti e interessanti di una mezza canna, neanche fumata. Il padre di Valerio, sempre pronto a contraddire il figlio su qualsiasi circostanza, quella volta dovette ammettere che il figlio aveva ragione. Non sapeva con sicurezza se il figlio si “faceva” o meno le canne, ma quand’anche fosse vero, era comunque un'inezia rispetto alla gravità del delitto di estorsione che aveva colpito il politicante Cazzullo. Quella sera. a cena a casa di Valerio, si discusse molto di giustizia, di magistratura, di politica e il padre di Valerio rimase stupito delle capacità dialettiche del proprio figlio. Rimase a lungo a fargli domande e ad ascoltarlo, e rimase meravigliato positivamente del grado conoscenza degli argomenti e del buon senso del figlio. In genere era il padre che parlava e il resto della famiglia che ascoltava. Parlava sempre del lavoro di merda che faceva, delle tasse che aumentavano, dei politici ladri, dei meridionali nullafacenti, degli impiegati comunali che rubavano lo stipendio e delle stagioni, che non erano più quelle di una volta. Era raro che Valerio intervenisse nel soliloquio quotidiano del padre, anche perché, ogni volta che ci provava, veniva zittito con un cosa vuoi capire tu! che annichiliva chiunque. Sarà che quella sera il padre non aveva niente da dire, o era stanco di parlare, sta di fatto che Valerio non fu interrotto e poté parlare indisturbato per dieci minuti consecutivi. E non fu una discussione semplice. Valerio, attraverso un giro di parole, disse che il padre era un deficiente, che tutti quei luoghi comuni che lui esprimeva erano banali e inconcludenti, che se il proprio paese andava nella merda era per colpa di persone come lui, che le lamentele fini a se stesse, non finalizzate ad azioni concrete di protesta, erano quanto di peggio si potesse aspettare da un cittadino italiano, che se la classe politica dirigente era corrotta, ladra e delinquente, la colpa era da attribuire a una società civile con altrettante caratteristiche. Non fu così esplicito, ma il senso era questo. Il padre rimase impietrito ad ascoltare quelle parole. Non riusciva a capire molto bene e non realizzò da subito la sequela di offese che il figlio gli lanciava. Il padre riuscì soltanto ad apprezzare la padronanza di linguaggio e la capacità di sintesi che il figlio era riuscito a raggiungere attraverso gli studi. Per la prima volta si trovò davanti un figlio apparentemente maturo, almeno a parole, che stava crescendo in modo esponenziale. Come se fino al giorno prima avesse avuto un figlio cretino e di colpo fosse diventato intelligente. Senza sapere che il figlio era sempre stato molto istruito e preparato, ma che, forse, per ventitré anni, il padre non era mai stato stanco di parlare o non era mai stato nelle condizioni di non sapere cosa dire. Valerio ce la mise tutta per uscire dalla sottomissione reverenziale che viveva all’interno della famiglia. Aveva realizzato che mai più avrebbe firmato un verbale in un Commissariato di Polizia senza neanche leggerlo. Che piuttosto sarebbe andato via di casa, ma non avrebbe mai più assecondato i voleri del padre quando questi contrastavano con le proprie convinzioni personali. Non avrebbe mai dimenticato il grave errore di aver firmato un verbale senza sapere cosa c’era scritto. Era talmente assurdo che aveva perfino vergogna di raccontarlo a Damiano, che stava ancora aspettando la risposta alla sortita del commissariato. Non poteva dirgli cosa era successo. Non poteva ammettere di essere un coglione, uno di quelli che si sottomette al padre e a un lurido sbirro, che pur studiando Giurisprudenza non conosce neanche i propri basilari diritti civici. Non era semplice dire a Damiano guarda, sono stato dal commissario, ho firmato un verbale ma non so cosa ho firmato, poteva anche esserci scritto, per assurdo, che il solo colpevole sei tu, o che io sono una testa di cazzo, o che ho patteggiato tre anni di galera per ammissione di colpa, poi ho cercato di sputarmi in faccia da solo guardando verso l’alto ma neanche sono riuscito a beccarmi. Valerio ci teneva troppo a Damiano per fare una figura di merda così colossale, ma sapeva anche che non rispondere alle sue telefonate era peggio di qualsiasi altro comportamento. Quell’ostracismo nei confronti di Damiano lo stava logorando. Valerio sapeva che stava perdendo un amico ma non aveva il coraggio di alzare la cornetta del telefono e chiamarlo. Non era solo timidezza, ma vigliaccheria allo stato puro, di quella vigliaccheria che lo inibiva verso qualsiasi seria difficoltà si presentasse, che lo pervadeva, che gli annullava la personalità. Arturo seppe della notizia dell’arresto del politico formiano solo qualche giorno dopo. Lui viveva in una propria dimensione ultraterrena, quasi ascetica. In quei giorni Arturo stava sperimentando una nuova serie di droghe sintetiche e non gliene fregava un cazzo delle vicissitudini politiche e giudiziarie locali. Per lui non era la prima volta che si staccava dagli amici. In passato scompariva per settimane intere per poi farsi ritrovare da un momento all’altro come se non ci si vedesse dalla sera prima. Per lui, rispetto a Valerio, era più facile non parlare con Damiano. Gli capitava anche di non essere reperibile al telefono per molto tempo. Lui diceva che lo spegneva per non essere disturbato, ma in realtà gli capitava spesso di smarrire il telefono nei luoghi più impensati. In quei giorni frequentava una ragazza conosciuta in un bar della provincia di Frosinone. Una bellissima e bravissima ragazza, di quelle che credono all’amore, al matrimonio, ai figli, alla famiglia. Lei non beveva e non fumava, neanche sigarette. Arturo gli aveva fatto credere l’amore eterno per il solo scopo di trombarsela. Ma lei non era la solita ragazza facilmente allontanabile. Non era una di quelle che aspettava a casa il ritorno del fidanzato dopo una nottata passata a bighellonare con gli amici. Molto spesso si rendeva ridicola e patetica per il suo ruolo da crocerossina che si era voluta dare; ad Arturo, almeno all’inizio della storia, piacevano molto quelle attenzioni particolari mai ricevute prima. Dopo una sola settimana, però, Arturo era arrivato a un livello di sopportazione molto, molto precario. Non la sopportava più, soprattutto dopo che lei gli disse che voleva presentarlo ai propri genitori. Lei piangeva in continuazione, non voleva che Arturo si “facesse”, e cercava di convincerlo degli effetti nefasti dell’alcool e della droga, con la sola reazione di aumentare il suo consumo sia di alcool che di droga. Quando lei minacciò di lasciarlo per sempre, Arturo chiamò a testimoniare tutti i suoi amici presenti nella piazza, per evitare, un domani, di dover confutare promesse così esplicite. MERCOLEDI’ 21 APRILE - Il comunicato stampa nel quale il sindaco di Formia assolveva, di fatto, il proprio amministratore comunale dalle malefatte estorsive, aprì la discussione sul forum internet di Telefree. Era una rincorsa a chi la sparava più grossa. Dopo che per due settimane consecutive i cittadini formiani erano stati tutti forcaioli e giustizialisti, si assistette ad una repentina trasformazione nella direzione garantista. D’un tratto erano diventati tutti garantisti, peggio dei peggiori garantisti e vittimisti berlusconiani. Il giovane politico arrestato in flagranza di reato per estorsione, era diventato “una vittima del sistema”, oppure “un uomo pulito che dimostrerà la propria innocenza”. A sua discolpa c’erano una serie di circostanze che di fatto lo assolvevano sul campo a furor di popolo: indossava sempre giacca e cravatta, si radeva sempre la barba, non mancava a una processione di qualsiasi santo o madonna, andava sempre in chiesa, era un professionista serio, era educato, non sputava mai in terra, non si ficcava le dita nel naso, era evasore fiscale, vantava un nonno paterno con la qualifica di gran maestro della Loggia Massonica, non c’era stato in famiglia alcun comunista da sette generazioni e, modestamente, nessuno dei familiari aveva mai lavorato in fabbrica. Un uomo serio!!! Ma la cosa che lo discolpava a-priori, era che Salvatore Cazzullo non poteva essere disonesto: aveva una zia monaca, e quindi era innocente. Avere una zia monaca, evidentemente, era una garanzia assoluta di serietà, di integrità morale e di santità. Potevi anche essere un delinquente incallito, ma contava molto di più avere una zia monaca che un pool di avvocati penalisti con brillanti carriere alle spalle. E poi, sempre su internet, giù con frasi recepite direttamente dal kit del parlamentare del Popolo delle Libertà, tipo: “è innocente fino a prova contraria, la magistratura è tutta corrotta, i giudici sono tutti comunisti, è una persecuzione nei confronti di una persona stimata, è una campagna di diffamazione, attraverso il segretario del Popolo delle Libertà di Formia vogliono colpire la bontà di un governo cittadino che sta facendo tanto bene per la città, è tutta colpa di giornali come “la Repubblica” che fomenta un clima di odio contro il partito dell’amore, il popolo è sovrano non la magistratura, andassero a vedere i comunisti cosa fanno”, e via discorrendo. Un povero internauta, militante del PD, provò a dire mezza parola contro Salvatore Cazzullo, e fu trattato come un appestato. Disse semplicemente che la flagranza di reato non poteva che essere un dato di fatto, e la parola più gentile che gli rivolsero i garantisti della seconda ora fu “pezzo di merda comunista fottuto frocio drogato amico dei negri che non pagano le tasse e dei barboni assistiti e parassiti”. Gli risposero di vedere cosa facevano i loro “compagnucci“, perché uno di loro, proprio una settimana prima, fu multato per divieto di sosta, e quindi loro, i comunisti, non potevano parlare, perché anche loro erano dei truffatori disonesti e felloni, e che i “comunisti” non avevano autorevolezza per fare la morale ad altri. Tutti gli utenti usavano lo stesso lo stesso linguaggio, le stesse parole, gli stessi intercalare dei vari Cicchitto, Bondi & compagnia quando dovevano difendere le cazzate del proprio leader. E lasciava perplessi constatare che tra i garantisti di uno stimato professionista ci fossero molti esponenti del centrosinistra. Un coro unico. Salvatore Cazzullo era onesto e la magistratura non poteva fare altro che assolverlo. La sentenza di assoluzione a furor di popolo fu emessa subitaneamente: visto che andava in giro in giacca e cravatta e che andava a messa tutte le domeniche. Il segretario del Popolo delle Libertà di Formia era assolto dall’opinione pubblica perché qualunque reato avesse commesso, il fatto non costituiva reato. Nei giorni successivi, però, la questione dell’arresto del segretario del Popolo delle Libertà di Formia fu messa a paragone con la storia dei tre ragazzi drogati. Secondo il pensiero comune dominante, non c’era paragone tra il reato commesso dai tre ragazzi drogati, la storia dell’eroina e dei bambini che assistevano alla pratica del buco, la storia del narcotrafficante, con il banale e insignificante episodio di Salvatore Cazzullo, che, seppur vero, era comunque da dimostrare e di gran lunga inferiore per la gravità. E fu così che la storia dei tre ragazzi drogati tornò in auge prepotentemente. E pensare che l’arresto di Salvatore Cazzullo avrebbe dovuto offuscare tutte le altre notizie del territorio, almeno questo era nelle menti di Valerio, Arturo e soprattutto Damiano. Invece, contro ogni logica e contro ogni evidenza, la storia dei tre ragazzi drogati intaccava pesantemente l’immagine seria e pulita della città di Formia, mentre il reato di estorsione di Salvatore Cazzullo era da considerarsi come semplice attività politica collaterale in un contesto sociale dove chi non estorce scagli la prima pietra, e che siccome tutti commettono reati di estorsione, non era giusto che un povero cristo vittima del sistema, finisse addirittura in carcere, mentre chi si drogava davanti ai bambini continuava a circolare impunito e a piede libero per la città, minacciando l’incolumità degli innocenti bambini. A Damiano venne in mente un detto popolare che la nonna gli ripeteva sempre: “hann miss la carne ‘a sott e i maccarun ‘a copp” (hanno posizionato la carne al di sotto dei maccheroni); in pratica avevano rivoltato la situazione in modo del tutto surrettizio. Per sviare la più importante questione del reato di estorsione del segretario del Popolo delle Libertà di Formia, tutti si accanirono contro i tre ragazzi drogati, buttandola in caciara e azzerando completamente la notizia del giorno. Anche i giornali locali, nonostante la notizia del reato di estorsione di Cazzullo fosse di interesse pubblico, sdrammatizzarono la questione pubblicando solamente le interviste di chi tendeva a minimizzare l’episodio, con un atteggiamento a dir poco ruffiano. L’intero centrodestra formiano fece quadrato attorno all'estorsore, senza neanche chiederne le dimissioni, o senza alcuna sospensione dall’incarico, o, cosa ancora più raccapricciante, senza nessuna richiesta di chiarimenti in merito. Salvatore Cazzullo era il “santo subito” acclamato dalla popolazione e perseguitato da una magistratura che avrebbe dovuto invece occuparsi di briganti drogati e comunisti che parcheggiano in divieto di sosta; era diventato l'icona cittadina della borghesia indignata che lottava contro chi ostacolava l’onesto lavoro degli onesti politici locali, di quelli che vantavano da sette generazioni parenti tutti democristiani e devoti alla madonna. Damiano rimase allibito. Il boomerang dell’episodio dell’estorsione era inatteso. Non si aspettava una reazione così compatta e schizofrenica. Non che si aspettasse una rivolta popolare dei cittadini formiani contro Cazzullo, ma almeno un minimo di condanna, sì. Non sapeva se ridere o piangere. Se ridere per la ridicolaggine dei propri concittadini o piangere per il vuoto culturale che lo circondava. Non si aspettava neanche che il centrosinistra prendesse strumentalmente a pretesto la situazione, ma almeno che partisse dall’episodio dell’estorsione di Salvatore Cazzullo per cercare di porre la questione morale come elemento dirimente all’interno della politica e delle istituzioni. Gli intrecci e le commistioni tra politica e criminalità organizzata e tra istituzioni e comitati di affari, erano spudorati. Si faceva fatica a capire dove finiva la politica e dove iniziava la criminalità organizzata, a distinguere le istituzioni da coloro che trafficavano in appalti e dai comitati di affari, che erano coloro che usufruivano degli appalti stessi. Anche perché, molto spesso, coloro che gestivano gli appalti comunali a Formia erano gli stessi soggetti che dovevano controllarne la regolarità senza alcun intermediario di sorta. Una coalizione politica di opposizione avrebbe dovuto denunciare politicamente i comportamenti scorretti e illegali degli amministratori comunali, e un arresto per estorsione sarebbe stata l’occasione per discutere e affrontare la depravazione del tessuto economico e sociale della città, per ragionare attorno al modello di sviluppo legalmente compatibile, per parlare di conflitti di interesse, di nepotismo, di corruzione, di concussione, di clientele, raccomandazioni, favoritismi, di come, insomma, la politica locale gestiva la cosa pubblica. Invece niente. Centrosinistra: assente. Forse perché anche loro erano una manica di delinquenti, o forse perché il garantismo era sinonimo di senso di responsabilità, o forse perché non volevano innescare un meccanismo perverso di chi rubava di più, che avrebbe logorato entrambe le coalizioni politiche. Su facebook la musica era diversa. Anche i giovani più disinteressati iniziarono ad appassionarsi alla vicenda. Il microcosmo di Damiano, Valerio e Arturo era circoscritto agli amici, e quindi sembrava che tutti la pensassero come loro. Il forum di Telefree era aperto a tutti, anche a quelli con i quali ti sputavi in faccia quotidianamente, mentre su facebook eri tu a sceglierti gli interlocutori, virtualmente chiamati amici. Tra i due / trecento amici di Damiano, viaggiavano frasi del tipo: “hanno arrestato il segretario del PdL – povera bestia …”, oppure frasi che invitavano a squagliare la chiave della cella del carcere di Salvatore Cazzullo, o coloro che inneggiavano a Robespierre, oppure la frase più delicata, riferita a Cazzullo era “lurido schifoso marcisci in carcere tu e la tua zia monaca”. Facebook era una boccata di ossigeno contro il logorio del pensiero comune che inneggiava al senso di responsabilità dei politici che difendevano l’estorsore. Il leit motiv era che nessuno poteva commentare il comportamento di Salvatore Cazzullo fino al termine dei tre gradi del processo, praticamente una ventina di anni, perché fino ad allora si era tutti innocenti, e quand’anche, dopo venti anni, verrà dichiarato colpevole, ce la si potrà sempre prendere con i giudici comunisti e ricchioni.