Massimo Giletti «Lourdes è il respiro della mia
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Massimo Giletti «Lourdes è il respiro della mia
26 GIOVEDÌ 17 APRILE 2008 VitadellaChiesa L’ECO DI BERGAMO i testimoni Massimo Giletti «Lourdes è il respiro della mia infanzia» È uno dei volti più popolari della televisione italiana, ma Massimo Giletti non ha cominciato la sua carriera sulla ribalta del palcoscenico, come conduttore, bensì nelle invisibili stanze della redazione di Mixer, realizzando inchieste, reportage e ritratti di grandi politici italiani. Una volta passato davanti alla telecamera, nei programmi di intrattenimento, da Mattina in Famiglia a I Fatti vostri (ora conduce il talk show all’interno di Domenica In) non dimentica mai di essere un giornalista. Pochi sanno che questo 46enne dal sorriso di eterno ragazzo ha un rapporto particolare con Lourdes. Anche noi (che l’avevamo seguito nel 1996, da Loreto, in mondovisione, all’incontro di Giovanni Paolo II con i giovani) l’abbiamo scoperto per caso, vedendolo una sera ospite di Porta a porta, qualche settimana fa. «Sì – ci spiega – è la prima volta che ne parlo così apertamente È un fatto che ho sempre tenuto abbastanza segreto». Perché? «Per uno come me, un personaggio pubblico, anzi, un personaggio del mondo dello spettacolo, la paura di essere strumentalizzati è forte, quando si racconta il proprio rapporto con Lourdes e, più in generale, il rapporto con la fede». Il silenzio come difesa? «Il silenzio come passaporto. Senza questo passaporto, non avrei potuto fare quello che ho fatto per così tanti anni». Da quanti anni va a Lourdes? «Ho cominciato da bambino e ci sono andato venticinque volte». Perché ha deciso di rompere il silenzio, adesso? «Perché è stata pubblicata una mia foto, di me a Lourdes. E allora ho preferito essere io, a raccontare me stesso, piuttosto che fosse qualcun altro. Ho scritto un articolo, l’anno scorso, per raccontare la mia esperienza». Perché usa la parola «passaporto»? «Perché l’esperienza di Lourdes mi identifica, dice qualcosa di me. E poi, il fatto che io ci sia andato 25 volte certifica che sia Massimo, quello che va a Lourdes, non Giletti. Non il personaggio pubblico, ma l’uomo». Quando è andato a Lourdes per la prima volta? «Avevo 10 anni». Perché ci andò? «Mia nonna ha fatto 45 viaggi a Lourdes. Mia madre anche. I viaggi a Lourdes sono il respiro della mia infanzia». Fu un’idea sua? «No, no. Assolutamente. Quel giorno, avevo dieci anni, me lo ricordo ancora. Era finita la scuola. Mia madre mi disse. "Tu hai molto dalla vita, hai avuto la fortuna di avere una famiglia ricca, importante. Dunque, devi capire che esiste anche un’altra vita, fatta di fatica, di sofferenza e di dolore.Anche se sei piccolo, è arrivato il momento che tu capisca queste cose. È per questo che io penso che sia giusto che tu faccia questa esperienza». Onore alla mamma, che dice ai figli queste cose. «Mia mamma non fece questo discorso ai miei fratelli, che erano più vecchi. Lo fece solo a me». Perché solo a lei? «Probabilmente perché avvertiva che ne avevo più bisogno. Oppure sentiva che io potevo andare avanti, avrei potuto continuare e andare lontano». Che cosa ricorda, di quel primo viaggio? «Andai col treno, con l’Unitalsi. La prima cosa che pro- voca un ragazzino di quell’età, è la curiosità. La voglia di scoprire un mondo nuovo, inesplorato. C’è anche la voglia di giocare con gli altri. E poi era un viaggio lungo, in Francia… Insomma, diciamo la verità, quella che predominava, era la componente dell’avventura». Solo un viaggio avventuroso? «No, sentivo anche qualcosa d’altro. La sensazione di essere utile a qualcun altro. E poi, anche se ero piccolo, imparavo molto». La prima cosa che ha imparato? «A superare la paura di toccare il malato. Ho imparato a stare vicino a chi soffre». Dopo il primo viaggio, ha avuto voglia di tornare? «Sì. Ho iniziato a tornarci l’anno dopo, subito». Tutti gli anni? «Tutti gli anni. Anche quando avevo già cominciato a lavorare a Roma, giornalista alla Rai, redazione di Mixer.Avevo già trent’anni. Poi ho diminuito la frequenza dei viaggi, fino ad interromperla. Due anni fa ho ricominciato». Aveva interrotto perché il lavoro non le lasciava il tempo per farlo? «Sì, il lavoro rendeva complicate le cose. Non è sempre facile far coincidere tutti gli impegni. Ma non è il vero problema, quello. Il vero problema è la disposizione d’animo». Come è cambiata la sua disposizione d’animo? «I primi anni io sentivo di dare qualcosa agli altri, ma non capivo che, contemporaneamente, ricevevo. In questi ultimi anni, invece, è palese che ricevo molto più di quel che do. Io vado a Lourdes per me, per aiutare me stesso a lenire la superficialità della vita». Lenire è un verbo che si usa per le ferite… «La superficialità della vita può fare male come una ferita curata male». Si riferisce alla superficialità della vita che caratterizza il mondo dello spettacolo? «Non solo, non necessariamente. Penso alla vita che viviamo noi che siamo super fortunati. Lourdes serve molto a me stesso per tenere i piedi per terra». Questa consapevolezza le è arrivata con l’età, oppure c’è voluta l’interruzione nei suoi viaggi? «No, mi ha aiutato molto l’incontro che ho fatto con Vittorio Micheli. Lo conosce?». No, chi è? «Uno degli ultimi miracolati ufficiali riconosciuti dalla Chiesa. Mi sono trovato a lavorare con lui a Lourdes, fianco a fianco, ho scoperto solo dopo qualche giorno che lui era stato miracolato. Le sue parole, i suoi gesti, mi hanno aperto alla vita. Questo accadeva una decina di anni fa. Vittorio Micheli mi ha fatto capire quanto sia importante andare a Lourdes per noi stessi, non per gli altri». Ogni volta che lei andava a Lourdes, Lourdes aggiungeva qualcosa alla sua vita? «Ogni anno si cresce. Io sono cresciuto con Lourdes. Perché Lourdes è cresciuta in me. Fare 25 viaggi non vuol dire farne uno. Io ho 46 anni, il primo l’ho fatto quando ne avevo 10. Ho incontrato Lourdes in diverse età della mia vita, con emozioni diverse. All’inizio, andavo ed ero un ragazzino delle medie. Poi ero un ragazzo del liceo. Poi dell’università. Sono andato a Lourdes mentre facevo il primo lavoro, poi il secondo. Da giornalista. Da uomo di spettacolo di successo». Che rapporto c’è tra il successo e Lourdes? «Il successo mi frena, a Lourdes. Mi dà fastidio. Da un lato, la gente è felice di incontrarmi, di incontrare il personaggio famoso. Dall’altro, preferirei tornare il Massimo di trent’anni fa, lo sconosciuto. La gente ti tocca, vuole farsi fare la fotografia con te. Capisco che anche una fotografia aiuta a far stare meglio i malati, perché il personaggio famoso ha questa prerogativa, e quindi, se serve, accetto anche questo ruolo, che non è quello che vorrei». A Lourdes, lei presta la sua opera proprio nella piscina. Aiuta i malati ad immergersi nell’acqua miracolosa. Ogni malato, in quel momento, dice la ragione per cui è lì. Immagino che non debba essere facile, sentire queste parole, sopportare il peso di tanta sofferenza. «Chi arriva lì e va in piscina si mette a nudo. Non è solo un fatto pratico (cioè devi toglierti i vestiti prima di entrare), e neppure solo simbolico (l’acqua che lava le sofferenze per portarle via; e quel gesto ricorda anche il battesimo). Chi arriva lì si mette a nudo, si spoglia delle barriere protettive che si è costruito, e si rivolge direttamente a Dio». I bergamaschi a Lourdes I dati degli ultimi 5 anni Che cosa chiedono a Dio? «La grazia della guarigione, non solo per se stessi.Anzi è molto frequente il caso di chi chiede aiuto per un suo familiare. Ma c’è gente che ti racconta, in pochi minuti, tutta la sua vita. Lo capisci da uno sguardo». Difficile, ascoltare? «Bisogna essere molto forti, molto saldi». Ha mai sentito qualcuno chiedere aiuto per qualcun altro? «Ricordo un bambino, l’anno scorso. Nella vasca eravamo in tre addetti, c’erano anche un francese e uno spagnolo. Io pensavo che quel bambino fosse francese, e quindi ho spiegato all’addetto francese che il bambino era malato ed era accompagnato dal suo papà. Le parole del bambino mi hanno sorpreso all’improvviso: guarda che sono italiano, Massimo, ti ho riconosciuto. Il malato non sono io, ma mio padre, lo assisto da tanti anni. Era un bambino di 11 anni. Ed era lui che faceva da papà al suo papà». Ovet - Pellegrinaggi diocesani anno 2004 1.450 2005 1.250 2006 1.130 2007 Lourdes Quando non va a Lourdes, che rapporto ha con la religione, nella vita di tutti i giorni? «Quando sei a Lourdes ti dai completamente agli altri. Ovvio che questo non si può fare nel resto dell’anno. Ma la vita di Lourdes resta dentro di noi. Lourdes vive dentro di noi tutti i giorni. Io sono un cattolico praticante, vado a Messa, ma in maniera "normale", se possiamo dire così. La mia fede la vivo come una ricchezza, non come un pasdaran. Non c’è bisogno di andare a Lourdes per vivere in un certo modo, per aiutare gli altri. Chissà quanta gente non va a Lourdes ed è migliore di me». I suoi colleghi del mondo dello spettacolo, quando scoprono la sua esperienza a Lourdes, come reagiscono? «Si stupiscono.Tutti.Anche perché bisogna distinguere da quelli che vanno a Lourdes un giorno, e poi se ne tornano a casa, quelli che vanno nell’albergo bello, e quelli che vanno nell’albergo brutto, quelli che vanno in treno, quelli che vanno in aereo. Quelli che si fanno fare la fotografia e quelli che non si fanno fotografare. I miei colleghi del mondo dello spettacolo rimangono stupiti del fatto che io stia là una settimana, che io viva con gli ammalati per una settimana, e condivida tutto con loro, il viaggio in treno, il panino... Qualcuno addirittura dubitava che ci fossi andato realmente». Francia fiume Gave grotta di Massabielle Unitalsi di Bergamo anno 2004 2005 850 900 2006 1.000 2007 1.000 Ovet + Unitalsi anno 2008 Marco Dell’Oro Andrea Tornielli L’Ave Maria alla roccia di Massabielle per affidarsi all’unica roccia: Cristo ■ Chiunque abbia fatto almeno una volta nella vita l’esperienza del pellegrinaggio a Lourdes sa bene che il fascino di quel luogo e dell’avvenimento del quale lì si fa memoria non è legato alla fede nei miracoli, dei quali peraltro l’apparizione non ha mai parlato nei suoi messaggi (ma che pure accadono, e per i quali com’è noto esiste un apposito «Bureau Medicale» chiamato a sancire l’inspiegabilità di certe guarigioni). Il paragone più immediato e concreto che viene in mente con questo luogo, con la grotta di Massabielle, dove 150 anni fa la Madonna apparve all’umile Bernadette Soubirous, è quello con Nazaret ed Efeso. A Nazaret, una sequenza di buchi scavati nella roccia, descrive la pochezza di quel villaggio scelto da Dio per l’incarnazione di Gesù, l’evento che ha diviso in due la storia dell’umanità. Semplici buchi nella roccia, «Hic Verbum caro factum est», qui il Verbo si fece carne. Ad Efeso, dove secondo la tradizione Maria sog- giornò insieme all’apostolo Giovanni, al quale era stata affidata da Cristo stesso mentre si trovava sulla croce. Anche qui, un’abitazione umilissima, piccola. È un richiamo straordinario alla verità contenuta nel Magnificat: «Ha deposto i potenti dai troni, ha innalzato gli umili». In Maria, nell’evidente trasparenza di luoghi come Lourdes, si percepisce quale sia l’essenzialità del messaggio cristiano. Nella Francia dell’800 impastata di laicismo, dove si guardava alla povertà come a una maledizione, dove i poveri erano sfruttati e dove tutta la «fede» era posta nell’inarrestabile potenza del progresso che avrebbe messo fuori gioco i «miti» della religione, Maria si fa presente e sceglie una ragazzina povera e malata, per sua stessa ammissione e convinzione buona a nulla, ancora analfabeta, co- stretta a vivere in un loculo malsano giudicato inutilizzabile come cella di un carcere. Una ragazzina straordinaria, che già prima di vedere la «Aquerò», «quella cosa là», la «bella signora», viveva la santità dei poveri e di fronte alle sofferenze fisiche alle quali era costretta reagiva in questo modo: «Mi dicevo nel mio cuore che quando Dio lo permette, non ci si lamenta». A lei, e non ai teologi, ai dotti, ai sapienti, Maria si rende visibilmente presente e ripete l’invito alla conversione, alla penitenza, alla preghiera. La Vergine che all’età di Bernadette con il suo «sì» rese possibile il mistero dell’incarnazione e dunque della nostra redenzione, chiede anche a noi lo stesso atteggiamento della giovane veggente. Il sentimento sponta- neo e profondo che nasce a Lourdes, il dono di grazia del pellegrinaggio, non è un vago sentimentalismo, ma un’adesione del cuore. Il cristianesimo, come ripete Benedetto XVI, non è un elenco di regole morali o una sequenza di riti o ancora una lista di dogmi. È l’incontro con Gesù vivo, che ci raggiunge oggi come duemila anni fa attraverso i volti di chi da lui è stato già conquistato. Le testimonianze sono indispensabili e ripercorrere quella, straordinaria, di santa Bernadette, leggendola alla luce del «sì» della Madonna, è la condizione necessaria per ritornare dal pellegrinaggio a Lourdes con la certezza di chi, sfiorando con l’«Ave Maria» sulle labbra la roccia di Massabielle, affida tutta la propria esistenza all’unica roccia che può fondare la nostra esistenza e farci sperimentare, con gli occhi fissi sul volto dell’Immacolata, il «centuplo quaggiù» e il desiderio di eternità. Andrea Tornielli 2.200