Villa Torlonia e Mussolini
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Villa Torlonia e Mussolini
Villa Torlonia e Mussolini di Eraldo Pistoni 2009 INDICE PARTE PRIMA Com’era e com’è (1983) Morte mancata La villa Rifugi antiaerei Il parco La Montagnola Lo Scarico Luoghi e cose notevoli I Guerrieri Il Villino delle Civette Il Principe La famiglia Torlonia Il Castello Medioevale La Casina dei Principi La Serra Moresca Il Teatro Le Scuderie Il Garage Le Carrozze La Casa degli spiriti Le catacombe ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. 2 3 11 15 20 22 27 33 36 46 53 57 63 65 71 76 84 88 91 95 PARTE SECONDA La villa e i suoi abitanti I giardinieri ……………… I pag. 100 Il custode Il segreto del Villino Rosso I Mussolini I domestici di casa Mussolini ……………… ……………… ……………… ……………… pag. pag. pag. pag. 108 114 117 124 pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. 129 137 143 148 153 160 171 PARTE TERZA La guerra Il 25 luglio Riccione La Rocca delle Caminate L’8 settembre L’occupazione tedesca Gli Alleati Per finire ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… ……………… II PREFAZIONE Ho abitato a Villa Torlonia oltre trentasei anni, ma solo ora, nel centenario della nascita di Mussolini, mi sono deciso a scrivere queste memorie. Le ho scritte senza uno scopo preciso, eccetto quello forse di rievocare con l’occasione alcuni avvenimenti salienti della mia gioventù. Proprio per questo non mi sono curato molto, nella stesura, del lettore che, abituato, leggendo cose del genere, a vedere soddisfatta la propria curiosità, alle volte rimarrà deluso. Dal 1943 a oggi ho letto molto sulla vita privata di Mussolini e spesso non ho potuto fare a meno di ridere di fronte alle sciocchezze riportate da “testimoni degni di fede”. Però io non voglio scendere in polemiche: mi contento di narrare così, semplicemente, ciò che ho visto o che ho appreso da gente in mezzo alla quale ho trascorso tanti anni. Del resto questa vuole essere essenzialmente la storia di Villa Torlonia, di cui i Mussolini rappresentano solo un capitolo. PARTE PRIMA Com’era e com’è 2 Morte mancata Il bambino era in coma; la madre gli bagnava di tanto in tanto le labbra con un batuffolo di cotone imbevuto di acqua. Da alcuni giorni una febbre altissima lo divorava e ormai era alla fine. Il medico aveva diagnosticato: “polmonite”. Il principe Torlonia, alle cui dipendenze lavorava il padre del bambino, saputo il fatto, aveva inviato, a sue spese, uno specialista. La diagnosi era la stessa, la prognosi riservata. A quei tempi gli antibiotici stavano ancora nella mente del buon Dio. Una donna era stata mandata per aiutare a vestire il cadavere. Alta e snella, dal viso bruciato dal sole, attendeva in silenzio che il bambino esalasse l’ultimo respiro. Anche lei era al servizio dei Torlonia. Invece il bambino, che allora aveva circa tre anni, non morì. All’ultimo momento riprese a vivere, e poi crebbe e divenne uomo. Quel bambino ero io. Nato nella clinica ostetrica del Policlinico Umberto I a Roma, feci il mio ingresso a villa Torlonia pochi giorni dopo e appena qualche settimana appresso si ebbe il colpo di stato che portò Mussolini al potere. Stetti nella villa per quasi trentasette anni, fino al 14 luglio 1959, vivendone gli avvenimenti belli e brutti, fausti e infausti. 3 LA VILLA Villa Torlonia nacque per volontà del Duca Giovanni Torlonia, che acquistò la vasta area del parco all’inizio del secolo scorso. Egli dette l’incarico all’architetto Valadier di elevare, là dove già sorgeva una vecchia costruzione, l’edificio principale. Fu però il figlio di Giovanni, il Principe Alessandro Torlonia, a dare alla villa l’aspetto che conserva ancor oggi, spendendovi, pare, la somma a quei tempi notevole di un milione di scudi. Il Principe Alessandro Torlonia ebbe il merito di consolidare la fortuna della famiglia, già resa cospicua dal padre. Egli è noto per l’impresa del prosciugamento del lago del Fucino. Nel cimitero Verano di Roma, nel cosiddetto “Pincetto”, una tomba monumentale, una delle più belle (per quanto bella possa essere una tomba) ospita le spoglie mortali di Alessandro Brisse, l’ingegnere francese che diresse l’opera di bonifica. La villa era in aperta campagna, poiché la città, a quei tempi, contava meno di duecentomila abitanti, e finiva a Porta Pia. Di qui alla villa corre circa un chilometro. Solo molto più tardi le costruzioni urbane raggiunsero il parco e più tardi ancora lo circondarono del tutto. Ricordo che la chiesa di San Giuseppe in via Nomentana, nei pressi della villa, fu terminata nel 1905. 4 Col nome di “villa” si dovrebbe intendere una casa signorile circondata da terreno. In pratica con quel nome gli abitanti del luogo intendevano piuttosto il parco, o anche il parco e i fabbricati che vi sorgono. Alla casa padronale, che divenne in seguito l’abitazione di Mussolini, si dava il nome di “Palazzo” e solo i familiari di Mussolini preferivano chiamarla “Palazzina”. Anch’io qui, quando parlerò della villa, intenderò riferirmi non solo al parco, ma anche a tutto ciò che contiene. Questo è di circa tredici ettari. Il muro di cinta che guarda sulla via Nomentana non è quello originale, poiché parte del parco fu espropriata per allargare la via stessa. Quello che si vedeva all’origine era un muro sormontato da colonne spezzate e da statue, che volevano rappresentare ruderi antichi. L’attuale cinta e l’ingresso principale, ornato da statue, con due terrazze coperte ai lati, ricche di eleganti colonne di marmo, furono opera recente, essendo stati inaugurati nel 1910. Il Palazzo (lo chiamerò così d’ora innanzi) rappresentava per il Principe Torlonia la residenza di campagna, e ciò giustifica le sue modeste dimensioni. All’interno mancano del tutto i vasti saloni e le immense gallerie che caratterizzavano le magioni dei ricchi di un tempo. La residenza di città del Principe, quella degna del suo rango, era a piazza Venezia, dal lato di piazza Santi Apostoli. Opera del Fontana, fu demolita per dar luogo alla sistemazione della piazza in seguito alla costruzione dell’Altare della Patria. L’edificio era stato venduto al Duca Giovanni dai Conti Cenci Bolognetti ed era stato completamente ristrutturato nell’interno dal Caretti. Di vaste dimensioni, era ricco di affreschi e di sculture. All’atrio seguiva una corte, e poi un altro cortile. I due cortili erano divisi tra loro da un cancello monumentale, il quale era sormontato da un arco in bronzo, nel cui centro figurava un enorme stemma dei Torlonia con a lato due putti, la cui misera storia narrerò in seguito. Lo stemma era opera del viennese Augusto Bhorik, su disegno del Caretti. Quivi avevano lavorato valenti pittori, tra i 5 quali il Podesti, che tra l’altro dipinse per i Torlonia “Il trionfo di Venere”. Una parte poi della costruzione, denominata “Braccio del Canova” era famosa perché custodiva l’opera di questo scultore “Ercole e Lica”, che rappresentava Ercole il quale, prima di morire per i tristi effetti della camicia di Nesso, da lui indossata per suggerimento di Lica, sta per ucciderlo lanciandolo in aria con le sue ultime forze. Il fabbricato principale, quello del Valadier, fu trasformato e abbellito per opera del Caretti. Fu un po’ rialzato e ne fu arricchita la facciata. Infatti sul davanti il Caretti fece costruire un avancorpo ornato di dieci colonne ioniche con sopra un timpano portante un bassorilievo dovuto allo scultore Rinaldo Rinaldi, rappresentante il ritorno di Bacco dalla conquista delle Indie. Nell’ingresso, costituito dal suddetto avancorpo, sostavano le carrozze dei principi e, in un secondo tempo, l’automobile di Mussolini. Era questa una grossa macchina, di colore blu scuro, molto seria che, ai tempi dell’autarchia, funzionava ad alcool e spandeva un caratteristico odore di spirito al suo passaggio. Sarebbe stata per il resto, una macchina normalissima, se non avesse avuto dietro, al posto del vetro rettangolare posteriore, un semplice buco di pochi centimetri, ma tale da far capire subito chi era il personaggio che trasportava. Ai lati della costruzione erano stati eretti due stretti portici, a colonne doriche, arrotondantisi alle estremità a formare quattro vaste terrazze. Dal balcone centrale, Papa Gregorio XIV e il re Ludwig di Baviera, nel 1842, assistettero alla solenne inaugurazione della villa e alla posa dell’obelisco che sorge davanti al Palazzo, dedicato a Giovanni Torlonia, padre del Principe Alessandro. L’altro obelisco gemello, dal lato opposto, è dedicato alla madre, Donna Anna Maria. L’obelisco che ebbe l’onore di essere benedetto dalla presenza di Sua Santità non sorgeva, come ora, in mezzo a prati verdi e 6 palmeti. Davanti al Palazzo era un grande piazzale ovale con in mezzo l’obelisco e con una specie di tribuna costituita da due serie di scalini di marmo sul lato est, di cui rimangono solo i resti, divise da una fontana (la cosiddetta “Fontana Massima”) sulla quale era un bassorilievo in gesso rappresentante la fuga di Enea da Troia, col vecchio padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio condotto per mano. Sul lato ovest sorgeva, nei pressi di una palazzina che dà sulla via Nomentana, denominata “Casina dei Principi”, nientemeno che un piccolo anfiteatro, dovuto al Caretti, (del quale non c’è più traccia) sullo stile del Colosseo. Era di forma ellittica e grande forse quanto la tomba di Augusto che si trova a Roma a piazza Augusto Imperatore. Nell’interno, eleganti piedistalli dovevano servire a sorreggere dei candelabri, per le rappresentazioni notturne. Era attrezzato con camerini per il personale e scuderie per i cavalli, il tutto ricavato nella mole stessa della costruzione. Tra il Palazzo e la Casina c’era una lunga balaustra di marmo, anch’essa sparita. Il piazzale era illuminato da numerosi lampioni. Altri lampioni erano attorno alle due abitazioni e lungo l’ampio viale che si estendeva a ovest, come pure nel vasto spiazzo a est. In epoca più moderna, invece la villa fu sempre immersa nella completa oscurità. Nel lato sud del Palazzo c’era, al piano terra, una galleria a vetri, e una veranda pure a vetri era al primo piano. Poi, dopo la morte del Principe Giovanni Torlonia (da non confondersi con il fondatore della villa) quando in pratica i Mussolini ebbero l’intero parco a disposizione, la veranda fu demolita e al suo posto venne costruito un corridoio con finestre munite di persiane, del tutto simili alle altre, ma molto meno solide riguardo al materiale con il quale furono fatte. Infatti tali persiane sono state totalmente distrutte dalle intemperie, mentre le altre, fabbricate oltre un secolo fa, sono in genere in buono stato. 7 Là dove finisce la galleria a vetri, a destra di chi guarda, sorgeva, e sorge tuttora, (1983) benché in precarie condizioni, proprio a ridosso del muro, un grosso albero di fichi che un tempo costituiva, con la sua grande chioma spiovente, un invitante ricovero contro la calura del sole. Sotto quella pianta, quando era bel tempo, spesso Mussolini soleva riposare il pomeriggio, sdraiato su alcuni cuscini. Sempre dal lato sud, una stradetta perfettamente dritta, fiancheggiata da due fontane, termina di fronte all’altro obelisco, quello dedicato alla madre del Principe Alessandro. Vicino alle fontane un bel giorno vennero piantati con gran cura due alberelli, due piante, si diceva, rare in Italia, che i figli di Mussolini, Vittorio e Bruno, avevano portato da un loro viaggio nell’Africa Italiana. Si trattava di due rappresentanti della pianta detta “albero di Giuda”, chiamata anche siliquastro o cercide (cercis siliquastrum) dai bei fiori rosa, che deve il nome alla leggenda secondo la quale Giuda Iscariota si sarebbe impiccato a una pianta di quella specie, tormentato dal rimorso per aver tradito Gesù. In realtà alberi di quel genere già esistevano da decenni nella villa, poiché ne sorgevano alcuni poco distanti dal Palazzo, nei pressi di via Nomentana, vicino alla Casina dei Principi. I due alberi nel 1983 erano ancora al loro posto. Il pianterreno del palazzo è costituito da dodici stanze e un salone. Questo occupa due piani del fabbricato. Dall’ingresso si entra in un vestibolo ornato da dodici colonne, elegante ma un po’ scuro. A destra e a sinistra, tutt’intorno al salone, vi sono vari salotti. Un tempo, subito a sinistra del vestibolo, c’era il bagno, abbellito da colonnine di alabastro, e poi la libreria, ambedue eliminati prima ancora che nel Palazzo venissero ad abitare i Mussolini. Notevoli anche la camera di Psiche, affrescata dal Caretti, e la camera in stile gotico dei poeti e artisti, i cui ritratti furono dipinti dal Paoletti. 8 Il salone, o sala da ballo, pur essendo di modeste proporzioni, è elegantissimo. Su due lati è adorno di colonne di marmo in stile corinzio, che sostengono gli spazi, all’altezza del primo piano, per le orchestre. Gli affreschi sono dovuti al Massabò, al Toietti e al Coghetti, il quale dipinse l’affresco “Apollo sul Parnaso”. Il pavimento è in marmo, ai lati. Nel centro ora è in legno, ma un tempo era in mosaico e rappresentava una copia del “Mosaico di Palestrina”. All’epoca di Mussolini, per diversi anni, il salone fu adornato da due strani “pezzi”, certo non troppo adatti all’ambiente: un grosso proiettore per il cinema e uno schermo. Tutta la famiglia era molto amante del cinema. Mussolini vedeva quasi ogni sera i notiziari, i “film Luce”, come si chiamavano a quei tempi (L.U.C.E. era la sigla di: La Unione Cinematografica Educativa). Data la dimensione ridotta del salone poiché il proiettore era nel locale stesso, ne veniva fuori che il rumore della macchina disturbava gli spettatori. Però altre volte i Mussolini andavano a vedere le proiezioni in altro luogo, al Villino Medioevale, dove risiedeva un ufficio dell’Istituto Luce. Dopo la guerra si è letto su qualche giornale che alle volte Mussolini riceveva i visitatori nel suo studio, un grande salone al piano terra riccamente ornato. In realtà lo studio di Mussolini era al piano superiore, al piano nobile, vicina alla sua camera da letto. Più che uno studio, era uno studiolo, del quale una grossa scrivania occupava, si può dire, quasi tutta l’area. Il pavimento era adornato da un mosaico. Quando, dovendo Mussolini venire ad abitare nella villa, si fecero delle opere di ripulitura del Palazzo, togliendo i parati che coprivano le pareti dello studiolo si rinvennero degli affreschi, dei quali si era dimenticata l’esistenza. Furono circondati da cornici dorate e sono ancora lì. Mussolini non riceveva quasi mai nella sua dimora privata. Un’eccezione la fece per il Mahatma Ghandi, che venne alla villa 9 seguito dalla sua capretta. Un’altra eccezione vi fu durante la guerra, quando fu costretto, per malattia, a restare qualche settimana a casa. Allora riceveva nel salone i vari ministri del suo governo. La scala di marmo bianco, dovuta a Filippo Ghirlanda, con una bella ringhiera in metallo, è veramente ammirevole. Un tempo sul pianerottolo c’era un grande specchio con ai piedi un portafiori lungo e stretto, in metallo, contenente sempre fiori freschi. In casa Mussolini arrivavano fiori ogni due giorni e ne venivano ornate le stanze. Al primo piano troviamo innanzi tutto un’anticamera, con il soffitto a esagoni e dipinti rappresentanti l’aurora, il giorno e la notte, opere del pittore Decio Trabalza. Il visitatore, entrando nell’anticamera, ai tempi di Mussolini, poteva ammirare un artistico orologio dorato, posato su una grossa mensola di marmo bianco. Di qui si può passare alla grande loggia della facciata, con il bel soffitto, ora in cattive condizioni, a cassettoni ottagonali e rosoni nel centro. Qui, come al piano terra, le sale si susseguono l’una all’altra, secondo lo stile dell’epoca. Si tratta però, piuttosto che di sale, di salotti. Il salone, come ho già detto, occupa con la sua altezza anche il primo piano, per cui questo è necessariamente poco spazioso. Da segnalare la sala di Bacco (o salotto del Podesti) ottagonale, affrescata dal Podesti stesso e dal Caretti, con un elegantissimo caminetto lavorato a mosaico, la sala di Alessandro il Macedone (o delle Muse) ellittica, con statue di Apollo e delle Muse e un fregio eseguito dal Thorwaldsen, un gabinetto di Venere, dipinto dal Caretti, con una Venere alla toletta, del Coghetti, una camera egizia nella quale Caretti e Fioroni hanno rappresentato scene della vita di Cleopatra e il Rinaldi ha scolpito nel caminetto l’incontro di Cleopatra con Marc’Antonio. La camera da letto di Mussolini non rappresentava nulla di particolare. Dall’altra parte, opposta a quella di Mussolini, la 10 camera da letto della moglie, anch’essa modesta. Tra le due stanze, la veranda che, come ho già detto, fu poi trasformata in corridoio. “Duce” è il nome con il quale in tutto il mondo veniva e viene chiamato Mussolini. Alla villa non era così: come la moglie era sempre indicata da tutti, compresa la servitù, con l’appellativo di “Donna Rachele”, così Mussolini era chiamato “Presidente”, forse perché, all’inizio del suo governo era presidente del consiglio dei ministri. “Duce” però era il nome con cui l’indicava la sua servitù. Ma torniamo al Palazzo: al secondo piano abitavano i figli e i domestici. Proprio sopra al salone c’era il guardaroba, uno stanzone lungo e basso, il cui nome indica chiaramente l’uso, e nel quale Rachele Mussolini, che conduceva una vita molto semplice, passava parte della giornata. Un po’ più su, fatti pochi scalini, più o meno al livello delle soffitte, le cucine. Una prima stanza era adibita come sala da pranzo della servitù. Rachele Mussolini, quando il marito era assente, mangiava con i domestici. Nella cucina c’era qualcosa che per quei tempi era un lusso: ben due frigoriferi, piuttosto piccoli, ma che permettevano di avere sempre a disposizione del ghiaccio. La descrizione del Palazzo non sarebbe completa se non parlassi delle cantine. Qui era la stufa a carbone per il riscaldamento degli ambienti. Il riscaldamento, però, non era ad acqua, come si penserebbe subito sentendo parlare di una stufa a carbone, bensì ad aria. Nelle varie stanze c’erano dei bocchettoni circolari sulle pareti, verso il basso, dai quali usciva l’aria calda. 11 RIFUGI ANTIAEREI Il locale sottostante al salone centrale del Palazzo è particolarmente basso rispetto agli altri locali dello scantinato. Ciò dipende dal fatto che, durante la adibito a guerra, fu ricovero antiaereo. Il suo soffitto fu rafforzato da uno strato di cemento armato di circa centoventi centimetri, tale da poter resistere, pare, a bombe di oltre una tonnellata. Coll’approssimarsi della guerra si pose il problema di dotare villa Torlonia di un rifugio antiaereo. Dapprima si adattò a rifugio una cantina, una vera cantina per vino, chissà da quanto tempo in disuso, che si trovava a qualche centinaio di metri dal Palazzo, sotto un laghetto artificiale, di cui parlerò in seguito. Per l’occasione, al laghetto fu tolta l’acqua e, poiché il fondo bianco avrebbe potuto attirare l’attenzione degli aerei nemici, vi fu lasciata come copertura la melma che di solito si forma negli stagni. Ma la presenza di quel fondo stagnante, misto di musco, fango e acqua, destò il giusto risentimento di Mussolini non appena, qualche giorno dopo (era di domenica) si accorse della sua esistenza. Diavolo, aveva combattuto una dura lotta contro gli acquitrini delle paludi Pontine per debellare la malaria e ora doveva esserci un acquitrino, che poteva essere nido di zanzare, proprio a villa Torlonia? Fu necessario correre a cercare il personale addetto alla manutenzione del parco che, ignaro di tutto, stava godendosi il 12 giorno festivo, per far ripulire subito il fondo limaccioso e coprirlo con rami e foglie secche. La cantina addetta a rifugio antiaereo aveva all’origine un solo ingresso al quale seguiva un corridoio; poi vari scalini scendevano sempre più giù. Qua e là, ai lati, come in ogni cantina che si rispetti, delle celle per le botti. In fondo c’era un pozzetto che saliva fino alla superficie e serviva probabilmente per dare aria al locale. Si provvide a munire il ricovero di porte di acciaio, di filtro antigas, funzionante a mano a mezzo di una manovella, di luce elettrica a batteria, di gabinetto di decenza, di telefono (una linea diretta ad uso esclusivo di Mussolini) di pronto soccorso, di reti e materassi. Fu inoltre scavata un’altra uscita, dalla parte opposta a quella già esistente, e fu munito il pozzetto di una scaletta a pioli di metallo. Il pozzetto stesso fu rivestito poi di una piramide di cemento armato che in un secondo tempo fu rifatta di più vaste dimensioni perché la prima parve troppo debole per poter resistere a bombe di forte potenziale, ed è quella che esiste tuttora. Nonostante queste precauzioni, il rifugio non era certo molto sicuro. Era costituito, in sostanza, da alcuni metri di terra, abbastanza consistente, sì, quasi tufacea (a Roma lo chiamano “cappellaccio”) ma non tale da dare serio affidamento contro bombe di grosso calibro. Inoltre era distante dalle abitazioni. Quando c’era l’allarme (e i primi giorni di guerra ve ne furono diversi, sempre di notte) Mussolini veniva regolarmente al rifugio, quasi sempre a piedi. Raramente però scendeva nel locale. Si fermava piuttosto all’ingresso, come facevano del resto quasi tutti, e in genere se ne tornava a dormire prima che il suono delle sirene annunciasse il cessato allarme. I difetti e le poche comodità di quel rifugio convinsero presto i Mussolini della necessità di farne uno nel Palazzo stesso. Per questo ne fu costruito un secondo, adattando il sotterraneo della costruzione, come ho già detto. Tutti gli abitanti della villa furono 13 cortesemente invitati, in caso di allarme, a venire al nuovo rifugio, più sicuro e più vicino dell’altro a quasi tutte le abitazioni. In seguito, quando la guerra cominciò a prendere una brutta piega, le incursioni divennero sempre più frequenti e il nemico prese ad avanzare su tutti i fronti, si capì l’opportunità di costruire un ricovero antiaereo veramente “a prova di bomba”. Furono incaricati dell’opera i vigili del fuoco di Roma che per mesi vi lavorarono indefessamente. La terra che fu necessario rimuovere per la costruzione del rifugio fu sistemata sul vasto prato antistante il cancello di via Nomentana, a est dell’obelisco, ai piedi delle palme che abbelliscono il luogo. Durante gli scavi vennero alla luce anfore romane, resti di scheletri e frammenti di marmo, fra cui una lapide mortuaria nella quale una scritta latina lamentava la prematura morte di un giovane, un certo Taurinus. Il nuovo rifugio aveva un ingresso nello scantinato del Palazzo, dal lato est, un altro ingresso nei pressi della “strada del Presidente” (così era chiamata quella che, passando in parte sotto una galleria di palme, conduce al cancello di via Nomentana) e un’uscita di emergenza, costituita da una scala a chiocciola di legno sprofondantesi in un pozzo, sita un po’ al di fuori dell’angolo sud-est del Palazzo. Il ricovero era veramente “a prova di bomba”. Nella parte superiore aveva uno strato di cemento armato di sei metri. Quando l’enorme gittata di cemento fu completa, Rachele Mussolini volle offrire un pranzo ai bravi vigili del fuoco. Fu un pranzo all’aperto, allestito su tavoli provvisori sistemati nei pressi dell’uscita di emergenza, a base di cibi piuttosto rustici, tra i quali predominavano i fagioli e la polenta, ma gradito, date le ristrettezze alimentari del tempo. Il fatto destò però anche qualche scontento e preoccupazione. Con i cibi razionati, come erano allora, offrire un banchetto poteva essere compromettente? Si poteva pensare che i Mussolini fossero degli accaparratori. 14 Al rifugio ora mancavano le rifiniture, come pure mancava la calotta di cemento che avrebbe dovuto coprire l’uscita di emergenza. Ma questi lavori non si fecero mai: poco dopo, infatti, venne il 25 luglio e la presa di potere del nuovo governo Badoglio. Anche se non ultimato, il rifugio fu di qualche utilità per gli abitanti della villa. Durante i frequenti allarmi, al tempo dell’occupazione tedesca, e durante i bombardamenti che colpirono zone vicinissime al parco (sulla via Nomentana all’altezza di piazza Galeno) vi si rifugiarono spesso. Sapevano che poteva resistere a bombe di sei tonnellate (ma durante la seconda guerra ne furono sganciate anche di dieci tonnellate, contro i rifugi degli U-Boote tedeschi). 15 IL PARCO Come per ogni villa che si rispetti, intorno al palazzo si estendeva il parco, ben curato nei pressi del Palazzo stesso, ma lontano, che diveniva poi, più piuttosto un insieme di frutteti, orti, luoghi di pascolo, misti a boschetti, vialetti, piante varie sparse qua e là. Questo era il tipo di villa di campagna di un tempo. La sua sistemazione fu affidata dal Principe Alessandro all’architetto Jappelli. Gli alberi secolari, che oggi abbelliscono ancora il parco, erano bambini quasi un secolo e mezzo fa. Tali erano i grossi elci che fiancheggiano il viale ovest del Palazzo interrotto nel suo percorso dall’ampliamento di via Nomentana, come pure quelli a est, ai lati di un grande spiazzo rettangolare. Questo aveva per nome “il Cocchio”. Da un lato, la cosiddetta “Terrazza”, è costituita da una loggia, lunga e stretta, alla quale si accede per due scalette di pietra, e che era adorna un tempo da bei vasi di marmo. Sulla sua facciata, abbellita da quattro colonne di marmo, una lapide fiancheggiata da due putti ricorda i nomi di coloro che crearono la villa e la portarono poi a compimento: Giovanni Torlonia e il figlio Alessandro. 16 La terrazza domina la fontana Massima, quella che ancora si può vedere fra i resti delle due tribune che un tempo fiancheggiavano il grande piazzale centrale. Ho detto che Mussolini non riceveva quasi mai nella sua abitazione privata. Tanto meno avveniva che ricevesse gruppi numerosi di persone o facesse dei discorsi. Forse l’unica eccezione fu quella di una manifestazione di suoi seguaci, tutti in camicia nera, che riempirono tutto il Cocchio, sotto la prudente sorveglianza di poliziotti in borghese posti alle loro spalle, sulle pendici della cosiddetta “Montagnola” che chiude il lato del Cocchio dalla parte opposta alla terrazza. In quell’occasione Mussolini tenne un breve discorso, vi furono lunghe acclamazioni, poi tutto finì. Quando avvenne ciò? Non lo so. Certamente prima della guerra d’Etiopia. Un tempo in fondo al Cocchio vi erano due enormi busti posti su due colonne cilindriche, rappresentanti Romolo e Remo, e sotto gli alberi due tavolini tondi di marmo, ognuno fiancheggiato da lunghi sedili da giardino. Tavoli del genere erano numerosi nel parco. Avevano le gambe di metallo, tutte lavorate, così come i sedili, questi dal piano di legno. Ferro, ghisa, rame, piombo, abbondavano nella villa. Di ghisa erano i resti dei lampioni che un tempo ne illuminavano i luoghi più rappresentativi, di piombo erano rivestiti parte dei tetti delle costruzioni (e c’erano persino delle statue di piombo, i “Guerrieri”) di rame le tettoie del “Campo Chiuso” di cui parlerò più in là. Quando la villa divenne proprietà del Principe Giovanni Torlonia, nipote dell’omonimo bisnonno, il suo aspetto mutò molto, anche in conseguenza del mutar dei tempi. Perdette la forma che le aveva dato il fondatore, il quale l’aveva arricchita di tempietti pagani e di caratteristiche costruzioni, e acquistò un aspetto più selvaggio, con boschetti folti e prati verdi, ma il tutto piuttosto trascurato. Le piante da frutto, un tempo numerose, sparirono quasi del tutto, i tempietti crollarono e il parco perdette gran parte 17 della sua bellezza. Non più illuminato dai lampioni, la notte l’oscurità vi regnava sovrana. Anche così il parco era bello: vi crescevano moltissime varietà di alberi, soprattutto lauri, elci, pini, cipressi; vi erano degli enormi cedri del Libano e numerosi abeti. C’erano diverse palme da dattero, con i bei grappoli mai maturi, e non mancavano altri tipi di palme. Gli alberi da frutto erano ormai rari, ma vi era, e c’è ancora, una piccola castagneta. Abbastanza numerose le piante di fichi, qualche susino, qualche pero e melo, alcuni mandorli, diverse piante di cachi, qualche tralcio di vite. Queste piante da frutto però non erano affatto curate, mentre si provvedeva periodicamente alla potatura degli altri alberi. Di fiori vi era una certa abbondanza, ma mancavano giardini regolarmente coltivati. Esisteva una serra sotto il giardino d’inverno d’un teatro, ma era stata data in cura a un giardiniere, sotto forma di appalto. In essa vi erano alcune centinaia di piante di orchidee. Quando il Principe Torlonia morì l’appalto cessò, la stufa che scaldava la serra non fu più accesa e le piante perirono. Bassa, con la tettoia ad arco, tutta a vetri, la serra costituiva un bell’ornamento per la costruzione – il Teatro – a cui si addossava. L’interno era come tutte le serre, ma i grossi lastroni di metallo forato che ne costituivano il pavimento (dove poggiavano i vasi) sorretti da pilastrini in muratura, avevano una caratteristica: recavano tutti al centro la sigla dei Torlonia. Nel parco crescevano spontanei i ciclamini, chi fioriscono d’autunno, e le violette. In una certa località era possibile trovarne, accanto a quelle color viola, anche di celesti e di bianche. Nei pressi del laghetto invece si coltivavano le rose ma, anche qui con non troppa cura. C’erano lillà e glicini, e naturalmente gli oleandri, che non richiedono per crescere alcuna attenzione. Un piccolo rialzo di terra, di fronte al laghetto, era chiamato “Iris” perché era coperto di piante di questi fiori. 18 Sui due spiazzi che fiancheggiano all’esterno la galleria del teatro erano degli alberi di camelie, che di tanto in tanto venivano concimati con terra di castagno. Da un lato ve n’è ancora qualche pianta; dall’altro furono abbattute dai soldati inglesi quando occuparono la villa, per farci uno spiazzo dove parcheggiare le loro macchine. Negli ultimi anni di permanenza di Mussolini nella villa, il comune di Roma si incaricò di ornare l’esterno del Palazzo con numerosi vasi di fiori, specie sul davanti, lungo il bordo che delimita il piazzale da cui scende poi, verso l’obelisco, una scalinata a semicerchio, un tempo abbellita da statue. Numerosi erano i fiori che adornavano l’abitazione del Principe Giovanni Torlonia, ma ne parlerò quando tratterò del “Villino delle Civette”. Le diverse località del parco avevano ricevuto, come avviene per i luoghi di campagna e avveniva, un tempo, per le strade della città, nomi ricavati dalle caratteristiche delle località stesse. Nessuna forza era riuscita a mantenere in vita dei nomi che non fossero stati graditi agli abitanti della villa. La “Casina dei Principi” una costruzione vicino al Palazzo, era da tutti conosciuta come il “Palazzetto”. La “Capanna Svizzera”, una caratteristica vaccheria che il Principe Giovanni Torlonia aveva trasformato in un elegantissimo e originale villino, un vero capolavoro d’arte e che, così trasformato, era stato ribattezzato col nome di “Villino delle Civette”, era invece conosciuto col semplice nome di “Villino”. La strada che unisce l’ingresso in via Nomentana con il Villino delle Civette era chiamata da tutti “la strada del Padrone”, il perché è ovvio; quella che portava al Palazzo era “la strada del Presidente”, l’altra, che conduceva al Palazzetto, “la strada del Portiere”, poiché vicino all’ingresso principale abitava il portiere della villa. Quella che costeggiava il laghetto era “la strada del Laghetto”, e quella nella quale sbocca la seconda uscita del rifugio antiaereo sottostante il laghetto e che passava anche vicino a un campo da 19 tennis era chiamata “la strada delle Ginestre” perché da un lato, e precisamente da quello del laghetto, era un tempo fiancheggiata da cespugli di ginestre. 20 LA MONTAGNOLA La Montagnola, per la storia, è costituita da “terra riportata”, il che vuol dire che è stata creata artificialmente, accumulando la terra scavata per la costruzione delle varie opere che abbelliscono la villa. Ora vi crescono dei cipressi secolari, oltre a elci, lauri e resti di siepi di mirti. Fitta di alberi, era percorsa da numerosi vialetti senza ghiaia, tenuti con sufficiente cura fino a che il Principe Giovanni rimase in vita. Questi vialetti permettevano di giungere alla cima senza troppa fatica; ma i ragazzini che abitavano nella villa preferivano, naturalmente, arrampicarsi su per i fianchi terrosi e cedevoli; era più faticoso, ma più divertente. Sulla cima vi era un piccolo spiazzo circondato da massi di roccia e su questo uno dei tanti tavolini tondi di marmo con piedi di metallo di cui ho già parlato, e qualche sedia da giardino di ferro, tinta in verde. Quasi sulla cima si può vedere ora una misteriosa apertura, bassa e stretta, ma sufficientemente ampia da permettere a un uomo di introdurvisi carponi. Non è l’ingresso di una caverna: se riuscite a entrarvi, troverete una stanzetta dalla forma strana. E’ ciò che resta di un tempietto che coronava, un tempo, la cima della montagnola, uno dei tanti che abbellivano la villa. Sempre presso la cima, dalla parte opposta all’apertura ora descritta, esisteva una volta una piccola lapide di marmo, con una scritta molto semplice: “alla fedele Blanchette”. Doveva essere la cagnetta di qualcuno dei principi. La fedele Blanchette stava là dietro, in una piccola bara di 21 legno, accovacciata in cerchio. Così la trovarono alcuni ragazzi che, un bel giorno, decisero di vedere “cosa c’era dentro”. Per una curiosa coincidenza, sorse poi quasi al medesimo posto un’altra lapide, più piccola e meno elegante, che tuttavia indicava il luogo dove era stato sepolto un cane. Ora anche questa è scomparsa. La montagnola, che ora è coperta da folti alberi, come cinquant’anni fa, non ha storia. Dalla cima non si gode nemmeno la vista di un bel panorama. Gli alberi impediscono la visuale. Inoltre la villa è su un terreno piuttosto pianeggiante ed è quasi tutta circondata da alti palazzi. Durante l’ultima guerra la Montagnola corse un serio pericolo poiché, dovendo costruire il rifugio antiaereo che fu poi posto sotto il piazzale esistente tra il Palazzo e il Cocchio, si pensò in un primo tempo di metterlo sotto di essa. Ma poi non se ne fece più niente. 22 LO SCARICO Lo Scarico ha una storia certo più movimentata di quella della Montagnola. Sulla vasta area pianeggiante che si estendeva a fianco di via Siracusa, là dove, dopo che la villa è divenuta pubblica, è stato aperto un nuovo ingresso, il Principe Alessandro aveva fatto costruire piccolo lago, munito un dell’immancabile ponticello e abbastanza profondo da poterci viaggiare in barca. Era alimentato da una cascatella di acqua, proveniente da un ruscelletto artificiale, che cadeva sul lago da un ammasso roccioso, pure artificiale, sito là dove ora è un’edicola la quale conteneva un tempo una Madonnina di gesso circondata da un intreccio di fiori e foglie di metallo. Una iscrizione, in basso, una volta tanto in italiano, dice testualmente: “Visitator di questi luoghi ti arresta – alla vergine tutelare ti inchina – unisci la tua prece a’ caldi voti di Alessandro che benigno impetra da questa diva sui giorni di Carlo, suo amato fratello, un sorriso onde vedere lo possa vegeto e sano.” Alla “Madonnina” (così era chiamata l’edicola) non mancavano mai i fiori, che i bambini vi portavano per gioco, gli adulti per devozione. In seguito, al posto della cascatella, quando il lago fu colmato, si costruì una fontana, avente un po’ l’aspetto dell’antica cascata. 23 Il lago, circa all’epoca della prima guerra mondiale, era già da tempo asciutto, ma si credette opportuno colmarlo di terra. Così per mesi e mesi i caratteristici carretti dei carrettieri romani scaricarono il loro materiale nel bacino del lago, fino a riempirlo. Colmarono tutto, eccetto una piccola striscia che rimase, simile a un fosso, come era all’origine, e che scorreva ai confini tra la villa e altre proprietà private, a partire dall’angolo estremo di via Siracusa. In quel luogo, per molti anni, tutte le mattine giungeva un carrettino tirato da un somarello e vi scaricava le immondizie raccolte nelle abitazioni della villa. Poiché la villa disdegnava il servizio di nettezza urbana della città, ma ne aveva uno per conto proprio. Il conducente del carrettino, un uomo molto anziano e che, per la sua età, era adibito solo a lavori leggeri, aveva uno strano privilegio: a lui venivano ogni giorno donati, dalla casa Mussolini, pacchi di giornali vecchi, che egli accumulava poi in un angolo dell’ingresso della sua casa, poco lontana dalla villa, e periodicamente rivendeva come carta da macero. Questo vecchio, dalla inconfondibile aria di operaio, che ogni giorno usciva con un pacco di giornali sotto il braccio, era divenuta una figura caratteristica. Oltre il fosso, il muro di cinta della villa, dalla parte interna, è molto basso nonostante che, per sicurezza, all’epoca della seconda guerra mondiale fosse stato leggermente rialzato. Dalla parte esterna, giorno e notte, c’era un servizio di vigilanza. Tale servizio si estendeva a tutto il muro di cinta ed era tenuto da carabinieri in divisa, fatta eccezione per la via Nomentana, dove il servizio era svolto da guardie in borghese. Una notte uno dei carabinieri in servizio, proprio lì dove il muro, all’interno, è particolarmente basso (e il luogo è piuttosto scuro non essendoci una strada ma solo un passaggio privato) alzando gli occhi scorse un uomo nell’attimo che scavalcava l’estremità del muro di cinta, sparendo nell’interno. 24 Alcuni colpi di arma da fuoco, poi l’allarme generale. La polizia passò il resto della notte a perlustrare la villa, ma non si trovò un bel nulla. Alla fine però si dette la spiegazione del fatto, il che è già molto: l’asinello incaricato di trainare il carrettino con il quale venivano raccolte le immondizie, qualche volta veniva lasciato libero per il parco, sia di giorno che di notte. La bestia, tanto per vedere che cosa c’era, quella notte si era affacciata al muro e poi, sollevando in alto la testa col movimento tipico dei somari, era balzato indietro, proprio nel momento che il bravo vigile alzava gli occhi. Vi è da dire, a discolpa del vigile, che c’era la luna, e questa si sa che inganna. Sull’area dello Scarico, dopo che i Mussolini vennero ad abitare nella villa, fu allestito un galoppatoio, e allora la località prese anche il nome di “Pista” o “Galoppatoio”. La strada che, partendo dal piazzale retrostante il Teatro, vi conduceva, era un semplice sentiero senza ghiaia, tutto fango e sassi. Stranamente nessuno pensò mai a darle una sistemazione. Ma non era la sola a trovarsi in cattive condizioni: di qualche altra strada il Principe Torlonia aveva fatto iniziare la costruzione e poi l’aveva fatta abbandonare, Dio sa il perché. Qui veniva a cavalcare Mussolini, la mattina presto. I cavalli arrivavano da una vicina caserma, guidati da alcuni soldati con alla testa un ufficiale piuttosto anziano, magro e asciutto, drittissimo nella persona, forse perché, si diceva, era costretto a portare un busto metallico per una lesione subita in seguito a una caduta da cavallo. Era da tutti conosciuto con il nome di “Colonnello” e tale rimase per gli abitanti della villa anche quando fu promosso generale. Mussolini amava l'equitazione. Spesso galoppava a lungo per i viali del parco, oltre che nel galoppatoio. Qui un giorno cadde da cavallo poiché l’animale che cavalcava, nel saltare un ostacolo, inciampò malamente. Mussolini se la cavò con qualche escoriazione. 25 La mattina del 26 luglio 1943, il giorno seguente a quello dell’arresto di Mussolini e del governo di Badoglio, il vecchio ufficiale, ligio al proprio dovere, se ne venne a piedi, solo soletto, a villa Torlonia, dove si trovava Rachele Mussolini; era in divisa, con sul petto le mostrine delle campagne alle quali aveva partecipato e le decorazioni conseguite. Tutto andò bene fino a che giunse sulla via Nomentana, all’altezza della villa, ma, qui giunto, prima di arrivare all’ingresso, fu affrontato da un gruppo di manifestanti che si contentarono, prima di permettergli di entrare nel parco, di minacciarlo e di sputargli in faccia. Si presentò a Rachele Mussolini così com’era, pallido e silenzioso, ma sempre dritto nella persona, con la camicia e la giacca macchiate di sputi. Fu fortunato, in fin dei conti. Nello Scarico, a qualche distanza dal muro di cinta, tra questo e il galoppatoio, venivano ammucchiati durante l’anno grandi quantità di sterpaglie, foglie, erbe, rami, prodotti dell’opera di manutenzione della villa da parte dei giardinieri addetti. Il tutto veniva bruciato una volta all’anno, di notte, e l’enorme falò durava diverse ore. Una volta accadde che gli abitanti dei palazzi posti subito al di là della cinta telefonassero ai vigili del fuoco segnalando che c’era un grande incendio dentro villa Torlonia. Questi, giunti sul lato di via Siracusa, da cui le fiamme erano in effetti ben visibili, già si apprestavano ad appoggiare le loro scale al muro per saltare dentro il parco, quando furono vigorosamente fermati dall’agente di servizio in quel punto. Vi fu un breve battibecco, poiché i pompieri erano convinti che si trattasse di un vero e proprio incendio e ci volle un po’ perché l’agente, il quale era già stato avvertito che quella notte sarebbe stato acceso il fuoco, riuscisse a convincerli ad andarsene. Se questo fu un falso allarme, un’altra volta l’intervento dei vigili del fuoco fu necessario, ma avvenne con un dispendio di mezzi esagerato per il fatto. Da una piccola soffitta del Villino delle Civette un giorno si vide uscire del fumo. Si trattava di un vecchio 26 scaldabagno a legna, dal quale il fuoco era passato ad altra poca legna che si trovava lì vicino. Non erano trascorsi nemmeno dieci minuti dalla chiamata dei vigili, che giungevano sul posto due enormi autopompe, con acqua sufficiente a spegnere le fiamme di un incendio di vaste proporzioni. Cosa era accaduto? Al nome prestigioso di villa Torlonia, due autopompe che già stavano uscendo dal deposito per un intervento urgente erano state fatte dirottare immediatamente verso la villa. 27 LUOGHI E COSE NOTEVOLI L’anatra iridata, detta così per le sue penne dai riflessi dell’iride, guazzava lenta nel laghetto di Torlonia, costruito villa secondo la pianta del lago del Fucino, a ricordo dell’opera di prosciugamento dovuta al Principe Alessandro. Nel mezzo, verso il lato sud, aveva una parte un po’ più fonda, di pochi centimetri, che rappresentava il cosiddetto “Bacinetto”, cioè quella zona della pianura del Fucino, la più bassa, che era rimasta con l’acqua, ultimo resto del lago. In questa parte più fonda era stato eletto un isolotto, dove le anatre deponevano le loro uova. Il laghetto, così chiamato per antonomasia, benché altri laghetti, sia pure molto piccoli, fossero nella villa, sorgeva tra il teatro e il villino delle Civette ed era ombreggiato da una parte da bambù, altrove da elci e lauri e da qualche bassa palma. Un canaletto artificiale portava un rivolo d’acqua al laghetto, dividendosi verso la fine del percorso in un delta e scorrendo attraverso dei giovani salici. Il rivolo passava, lì dappresso, sotto un ponticello fatto di tronchi d’albero tutto avvolto da una pianta di glicine. Sull’acqua si libravano le libellule e non mancavano le rane. Quando gli inglesi, nel 1944, si insediarono nella villa, trasformarono il laghetto (già da tempo senz’acqua poiché, come ho già detto parlando dei rifugi antiaerei, sotto di esso era stato improvvisato un rifugio) in pista da ballo all’aperto, per la 28 ricreazione dei soldati, e si provvide a riempire con calce e mattonelle la parte più fonda, per livellare la pista. Statue, tempietti, colonne, obelischi, fontane abbellivano la villa, ma tutto ciò fu lasciato in completo abbandono dopo la scomparsa del Principe Alessandro, sicché molte di queste cose assunsero l’aspetto di rovine antiche, tanto da poter ingannare il profano e fargli credere che si trovasse di fronte a resti di monumenti romani. Proprio sulla “Strada del Padrone”, a sinistra, a poca distanza dall’ingresso e a ridosso del muro di cinta che costeggia via Alessandro Torlonia, ecco i resti di un tempietto greco-romano. Il tempietto nacque come rudere per volontà del suo ideatore, il Caretti. Un giorno, dopo la seconda guerra mondiale, il vento abbatté un grosso pino che sorgeva proprio vicino al tempietto, trascinando con sé nella sua caduta alcune colonne e rendendo così ancor più verosimile l’impressione di trovarsi di fronte ai resti di un’antica costruzione. Il posto era conosciuto col nome molto significativo di “Ruderi”. Poco più su, dallo stesso lato, i resti di un altro tempietto, di più vaste dimensioni però, con un frontone ancora in piedi, sorretto da colonne doriche di granito. Saliti i ripidi scalini, si potevano ammirare dei bassorilievi in gesso (dovuti al Gaiassi) e varie statue. Sul frontone, in bassorilievo, Saturno con la sua falce, circondato da figure varie. Poi, se si attraversava la porta che era in fondo, ci si trovava…. all’aria aperta! Però, dopo la porta, a destra e a sinistra, si potevano vedere un tempo due tettoie e i resti di cucine in muratura, come usavano un tempo, con tanti fornelli per il carbone di legna. Il tempio, dovuto al Caretti, già dedicato a Saturno, assunse in seguito un nome che a tutta prima parrà strano: “Le Cucinette”. Le cucine costruite nel suo interno giustificano il nome. Qui, quando in tempi ormai passati si davano dei ricevimenti, venivano preparate parte delle vivande necessarie per i banchetti. 29 I due obelischi posti l’uno davanti e l’altro dietro il Palazzo, dedicati rispettivamente al padre di Alessandro, Giovanni Torlonia, e alla madre, Donna Anna Maria, non sono di origine egiziana, nonostante i geroglifici che li adornano. Essi provengono da una cava di granito rosa sita nei pressi di Laveno. Era quella l’epoca nella quale gli studi sulla civiltà egizia erano in gran voga. Solo da poco tempo si era riusciti, grazie alla famosa pietra di Rosetta, rinvenuta da un ufficiale francese durante la campagna napoleonica d’Egitto, e ai lunghi studi di Champollion, a interpretare la scrittura egizia. Ciò spiega perché il Principe Alessandro, cultore e ricercatore di antichità classiche, avesse voluto erigere i due obelischi, dotandoli anche di geroglifici. Gli obelischi vennero fatti scendere lungo il Ticino fino al Po; di lì, attraverso l’Adriatico e il Tirreno, giunsero fino alle foci del Tevere, quindi risalirono questo, percorrendo la stessa via seguita dalle colonne che servirono alla costruzione di San Paolo fuori le mura; imboccarono poi l’Aniene e giunsero a Monte Sacro. Essendo sorte delle difficoltà sul modo di portare gli obelischi dall’Aniene al luogo di destinazione, poiché le rive del fiume erano piuttosto ripide e non era facile scaricare i due blocchi di marmo, il Principe Alessandro acquistò ipso facto il barcone sul quale erano caricati, già preso a noleggio (in pratica, data la mole del carico, si trattava di una piccola nave) e, fatto spianare un tratto della riva, ordinò che gli obelischi fossero trasportati alla villa con tutta l’imbarcazione. Le scritture latine che si trovano alla base, riportate in antico egizio lungo i fianchi degli obelischi, sono dovuti al prof. Ungarelli. In una forma aulica e retorica, che oggi fa sorridere, ma che a quei tempi era di moda, vi vengono espressi i sentimenti di devozione del figlio Alessandro per i genitori, nonché gli illustrissimi pregi e qualità del figlio stesso. In una delle scritte dell’obelisco dedicato alla madre, in quella a ovest, si accenna al quasi avventuroso viaggio compiuto dai due monumenti gemelli dapprima lungo il 30 Ticino, poi su per il biondo Tevere (natanti rate Ticini per vada fluminis detulit ad usque flavi ripas Tibridis). Alte e svettanti, due altre colonne si trovano nella villa, una nel mezzo del piazzale antistante al giardino d’inverno che circonda parte del teatro, l’altra in una parte isolata, a poca distanza dell’obelisco dedicato alla madre del Principe Alessandro. Quest’ultima fu eretta in memoria del fratello di Alessandro, Carlo Torlonia. E’ in stile Corinzio, di marmo numidico, ed è adornata alla base da due grandi stemmi di Torlonia e da scritte dedicatorie, in latino. L’altra è dedicata ai genitori del Principe Alessandro, e anche questa è adornata da due stemmi nella base e da scritte latine. Quella rivolta verso il teatro porta la frase: “Qui timet dominum honorat parentes” (Chi teme il Signore rispetta i genitori). La colonna in memoria di Carlo Torlonia reca la data 1840 (Calende di maggio). L’altra, che porta la data 1841, fu trasferita da altra sede nel luogo dove si trova ora nel 1872. Ritengo opportuno ricordare qui che, se la posa dell’obelisco dedicato al duca Giovanni Torlonia avvenne solennemente nel 1842, la sistemazione della villa incominciò molti anni prima. Il Caretti lavorò al servizio dei Torlonia per circa dieci anni. A quei tempi per costruire si impiegava molto e, in qualsiasi epoca, le opere d’arte non si fanno mai rapidamente. Ciò spiega perché le due colonne anzidette portano rispettivamente la data del 1840 e 1841, gli obelischi quella del 1842. Tuttavia a quest’epoca la villa si poteva considerare in pratica ultimata, secondo il disegno dovuto al suo ideatore. Fra le statue che abbellivano il parco, poche sono quelle rimaste in piedi. La più bella, quella di Giunone, deve forse la sua conservazione alla sua mole. Sorge a poca distanza dalle “Scuderie” e c’era nei pressi una graziosa costruzione in legno, di stile gotico, di cui ora non resta che la base di pietra e qualche maiolica del pavimento: la “Piccionaia”. Era formata da piccoli tronchi d’albero, secondo un sistema comune nelle ville dell’epoca e, come dice il 31 nome, un tempo ospitava dei piccioni. Ma poi divenne un laboratorio di falegname, dove si conservavano tavole e ferri del mestiere. Aveva dodici lati ed era circondata da una triplice fila di scalini di travertino interrotti da dodici grossi blocchi squadrati dello stesso marmo; le finestrelle erano abbellite da vetri colorati. Di fronte, oltre la strada, sorgeva un boschetto di lillà. Dal lato opposto si potevano ammirare due belle piante di fichi e c'era un boschetto di canne di bambù nere. “Vetus haec Romae effigies debet artifici….”. questa antica effigie di Roma deve all’artefice…. E’ l’inizio della dedica di un’altra statua, demolita da poco tempo, sita nel piazzale antistante le scuderie. Queste si capisce chiaramente cosa fossero. E’ però significativo il fatto che il Principe Alessandro non si limitasse ad abbellire i luoghi più rappresentativi della villa, ma anche quelli destinati ai servizi. La statua di Diana ora non c’è più; c’è rimasta solo l’alta base. Posta vicino alla via Nomentana, anch’essa poco distante dalle scuderie, a fianco del viale fiancheggiato da elci, se ne stava lì, in mezzo al bosco, con a lato il suo cane. E’ rimasta al suo posto fino all’ultimo, fino a che la villa non è stata aperta al pubblico. Come in tutte le case principesche che si rispettino, anche i Torlonia avevano nella villa una Cappella privata. Era dedicata, neanche a dirlo, a Sant’Alessandro, di cui sulla via Nomentana, al decimo chilometrico, ci sono le catacombe. Di questa chiesetta non c’è più alcuna traccia. Era stata ideata dal Caretti e suoi erano parte dei dipinti. La figura del Santo era dovuta al pennello di Bombelli e le sculture a Carlo Aureli. Un’altra costruzione di cui non c’è più traccia è il “Caffehaus”. Era nei pressi della via Nomentana, là dove il muro di cinta fa angolo con via Alessandro Torlonia. Non ne rimase più nulla forse perché demolito in seguito ai lavori di ampliamento di via Nomentana. La facciata era costituita da otto colonne di marmo 32 cosiddetto “cipollino” e aveva all’interno una sala da bigliardo. Il terrazzo era ornato da una fila di busti di marmo. 33 I GUERRIERI I guerrieri erano veri e propri guerrieri che, in numero di sei per reggevano lato, con le loro teste le tettoie delle tribune, queste in pietra albana, del “Campo Chiuso”, uno spiazzo rettangolare ad angoli curvi completamente circondato da un sedile di pietra. In teoria rappresentava un’arena per tornei, dove i guerrieri avrebbero dovuto spezzare delle lance in finti combattimenti, in realtà alle volte tutt’altro che incruenti, come lo dimostra la fine di Enrico II Re di Francia, morto in seguito alla grave ferita riportata in un torneo. In pratica però il Campo Chiuso, fin dall’origine, servì come luogo di svago per bambini, cioè per i figli dei Torlonia e i loro compagni di gioco. Infatti vi furono innalzati un carosello e delle altalene. Sul fondo del campo, tre box, disegnati a strisce rosse e azzurre, tali da imitare teloni di tende, erano destinati ai cavalli, e alle volte in effetti ospitarono qualche pony e qualche somarello, ma più spesso rimasero vuoti o furono destinati a deposito. Quando sul luogo sorse il campo da tennis dei Mussolini, in uno dei box fu allestita una rudimentale doccia, con solo acqua fredda. Un altro era usato per gli attrezzi necessari alla manutenzione del campo da tennis. Il nome di “Campo chiuso”, così come un tempo era chiamato il posto, gli derivava dalla caratteristica di essere praticamente 34 chiuso da tutti i lati, eccetto che dalla parte dei box. L’altra denominazione, “I Guerrieri”, col quale era designato, proveniva dalle grosse statue. Erano guerrieri fabbricati con piombo antimonioso, un materiale che fu un po’ in voga nell’ottocento per opere di statuaria. Si trattava di guerrieri medievali che, pur essendo in posizione eretta, poggiavano il didietro, per motivi di stabilità, su dei sostegni a forma di fascio littorio, quasi che fossero presaghi dell’importanza che il fascio avrebbe avuto nella villa. Erano opera dei fratelli Luswegh. Le due tettoie che sostenevano, piatte e a leggerissima pendenza, erano di rame, benché all’apparenza sembrassero di comune latta, ed erano anch’esse, come i box, dipinte a larghe strisce azzurre e rosse, quasi per dare, col loro aspetto di tenda, un senso di provvisorietà al tutto. Esse erano ornate sul davanti da grossi stemmi di lamiera, con in fondo un pendente ciascuno, del tipo di quelli in uso per le tende. I guerrieri possedevano le loro brave armi, mazze e lance, e non mancava lo scudo, appoggiato con la punta a terra. Uno di questi personaggi aveva uno strano privilegio: dentro di esso delle api avevano fatto il loro alveare, penetrando da un forellino all’altezza della testa. Certo, un luogo più sicuro sarebbe stato difficile trovarlo. Poi, durante e subito dopo la guerra, con l’occupazione della villa da parte degli alleati, del piombo e del rame, a quei tempi preziosi, non rimase più traccia. Intendiamoci, non furono gli americani o gli inglesi a farlo sparire, bensì gli italiani al loro servizio e, qualche volta, altri italiani che penetrarono nella villa per asportare ciò che era asportabile. In un secondo tempo, quando i figli di Mussolini crebbero, il Campo Chiuso fu trasformato dapprima in campo da pallone, con l’aggiunta delle relative porte, e in seguito in campo da pallacanestro. Poi vi fu allestito un campo da tennis e allora il luogo veniva anche indicato con il nome di “Tennis”. Qui veniva spesso a giocare Mussolini, anzi ci fu un periodo di tempo nel 35 quale, alternativamente, un mattino cavalcava, l’altro giocava al tennis. Vi giocavano anche spesso i due figli Vittorio e Bruno con i loro amici. Allenatore era un famoso giocatore di una nota squadra di calcio, la Lazio. Oggi del campo da tennis non rimane più nulla. Ci sono solo le tribune senza guerrieri e tutt’intorno lo scalone di pietra grigia, opportunamente restaurato. Nel mezzo al campo è cresciuto qualche albero, che però in seguito è stato tolto. 36 IL VILLINO DELLE CIVETTE Il nome originario era “Capanna Svizzera” ed era dovuto allo stile della costruzione, dai tetti spioventi, ideata da Jappelli. Era costituita essenzialmente da due ali a L della medesima lunghezza, con in mezzo una piccola costruzione esagonale. Nonostante la denominazione di capanna, era in muratura, fatta eccezione, tuttavia, per una rustica scala di legno che, dall’esterno, sul lato destro della piccola costruzione centrale, là dove ora è un ampio sottopassaggio, conduceva al primo piano. Sul davanti una rozza fontana accentuava il motivo agreste del luogo. Al piano terra le stalle, al primo piano la casa dello stalliere, nella soffitta la piccionaia. Naturalmente non è detto che il luogo fosse stato destinato a vaccheria, almeno secondo l’ideatore, e che non fosse altro che un’elegante costruzione rustica, ma non è escluso che, in pratica, sia stata usata allo scopo, come avvenne per i locali, pure destinati a vaccheria, a fianco della Serra Moresca, di cui parlerò più oltre. Il Principe Giovanni Torlonia ne fece la sua abitazione, disdegnando l’altra, il Palazzo, che rimase per molti anni vuoto, fino a che non vi venne ad abitare Mussolini. Aggiustata secondo la volontà e il gusto del Principe Giovanni, per opera dell’architetto Fasolo, con l’aiuto, per le vetrate e i 37 mosaici, del Cambellotti, la Capanna svizzera divenne un villino originalissimo, ma di un’originalità non stravagante, tale che desta ancora oggi la meraviglia di chi lo vede, anche se è stato semidistrutto da un incendio e poi ricostruito. Nella sua essenza il Villino delle Civette è rimasto quel che era la Capanna Svizzera, due ali con nel mezzo una piccola costruzione esagonale. Ma poi balconcini, torrette, guglie adornano il tutto, dando la piacevole impressione di un’armonica confusione. Un ponticello di legno, all’altezza del primo piano, tutto finestre a vetrini rotondi gialli, tipo occhio di bue, unisce la parte padronale della costruzione a quella della servitù, quest’ultima stretta e lunga, addossata al muro di cinta della villa, aggiunta alla costruzione precedente, ma non meno elegante. Da un lato un saloncino dal basso tetto a leggera spiovenza fa da ingresso. Un arco sostiene una stanza ricca di belle vetrate e permette di girare attorno alla costruzione. Il villino ha di fronte a sé la Montagnola e aveva tutt’intorno una rete, munita qua e là di bassi cancelletti pure di rete, per il passaggio, e tutta rivestita per l’altezza di un paio di metri da una fitta siepe di biancospino. Il recinto, coperto di ghiaia, in mezzo al quale sorgeva il villino, non era del tutto privo di alberi. Vi erano due elci secolari, uno dalla parte della servitù, di fronte al garage, l’altro vicino all’entrata principale, sulla destra. Alcuni giovani alberi adornavano il fianco della costruzione adibita a servizio e un boschetto di magnolie nane, profumatissime, ancora esistente, si può vedere sulla parete laterale del saloncino d’ingresso. Un grosso salice piangente e una pianta di nespole erano nei pressi della torretta che fronteggia la parte di servizio. Ma ciò che caratterizzava il villino ai tempi in cui vi abitava il Principe Giovanni era la folta massa di rampicanti che coprivano i muri e salivano fino in cima ai tetti. Erano piante di glicini, vite americana, edera, begonville, formanti un tappeto verde che avvolgeva tutta la costruzione, abbellendola a primavera di fiori. 38 Queste piante rampicanti (il nome per alcune di esse è improprio, lo so, alcune di quelle nominate non si arrampicano, ma si appoggiano alle pareti, ma l’effetto è sempre quello di coprirle) avevano un inconveniente: facilitavano la presenza degli insetti, e non solo di questi. Una volta, in una soffitta, fu trovato lo scheletro di un serpente. Non mancavano i profumatissimi gelsomini, che si arrampicavano lungo la graziosa costruzione esagonale sormontata da un lucernario, che è conosciuta col nome di “Salottino delle ventiquattr’ore” perché sul suo soffitto, a gruppi di tre, sono dipinte le ore del giorno sotto forma di donne appena coperte da un velo trasparente il cui colore si fa più o meno scuro a seconda delle ore rappresentate dai nudi. Come se ciò non bastasse, in un sarcofago antico posto a ridosso del muro, dal lato della Montagnola, erano piantate delle gardenie e, al di sopra di queste, si arrampicavano ai bordi del tetto dei tralci di uva dai grappoli neri. Un po’ più in là, un grosso grappolo d’uva, ma finto, in mezzo a tralci di vite veri, faceva da fanale, avendo nel mezzo una lampadina. Sotto a un arco, poi, tutto dipinto in rosso, al di sopra del quale c’è una stanza che doveva essere adibita a bagno (in realtà mai ultimato perché di bagni, come dirò tra poco, al Villino delle Civette già ce n’erano troppi) vi erano numerosi vasi di azalee. E così credo di aver descritto tutte le piante che circondavano il villino. O ne ho dimenticata qualcuna? Sì, dimenticavo: sulla terrazza della parte di servizio erano numerosi i gerani. Oltre le piante, di cui oggi non rimane più traccia, la caratteristica del villino era la presenza del simbolo della civetta. Quale sia stato il motivo che ha spinto il Principe Giovanni a prediligere la rappresentazione di questo animale non si sa, ma è un fatto che gli uccelli notturni, specialmente civette e poi gufi e barbagianni, erano rappresentati un tempo ovunque: sui mobili, sui capitelli delle colonne, sulle incisioni dei vetri delle finestre, 39 perfino nella tappezzeria. La camera da letto del Principe era tappezzata di una stoffa azzurrognola il cui disegno rappresentava dei piccoli gufi e la stessa stoffa ricopriva, nella stanza, le poltroncine. Al lato del letto una vetrina rettangolare, avente funzione di lume da notte, era istoriata col motivo della civetta. Lo stesso motivo si trovava intarsiato su un capitello di marmo sito all’esterno, nei pressi del salottino delle ventiquattr’ore. Sopra l’elegante porta del medesimo salottino, là dove c’è ancora la scritta, in bei caratteri gotici “Sapienza e solitudine” c’era un bassorilievo di ceramica colorata rappresentante due gufi presso un nido dal quale spuntano le teste dei loro piccoli. Uccelli notturni erano disegnati sui vetri, ormai andati distrutti, che sovrastavano il sarcofago nel quale erano piantate le gardenie, e a forma di civetta era un artistico soprammobile che faceva trillare un campanello quando gli si spingeva la testa. Era in camera da letto, su un mobile intarsiato a civette e serviva come campanello per chiamare la cameriera. Dei numerosi lampadari in ferro battuto che adornavano il villino, qualcuno aveva la civetta per ornamento. L’interno del villino è formato da ambienti piccoli e, come in genere le case di una volta, piuttosto scomodi. L’ingresso, abbastanza ampio, un po’ sullo stile di quelli dei castelli di un tempo, col pavimento in legno e una scala, pure in legno, che porta al primo piano, aveva sulla sinistra un immenso arazzo che copriva tutta la parete ed era di grande valore, rappresentante un bosco dove spiccava tra l’altro una grossa gallina con i suoi pulcini. Qualche poltrona barocca e una statuetta di marmo su una colonnina completavano il tutto, con quella scarsezza di mobili che caratterizza le case aristocratiche e soprattutto gli ingressi. La sala da pranzo, di fronte all’ingresso, piuttosto piccola, anch’essa con il pavimento di legno, aveva nel mezzo un tavolo quadrato. Incastrati alle pareti, foderate queste fino a una certa altezza in legno color noce, erano piatti finissimi di porcellana, rappresentanti i principali personaggi della rivoluzione francese, 40 strani trofei per un aristocratico la cui famiglia è di origine francese. Inoltre, per soprammobili, statuette di porcellana rappresentanti soldati francesi dell’ottocento. Alla sinistra dell’ingresso erano due stanze intercomunicanti, lo studio, piccolo e buio, con una scrivania e qualche armadio a vetri e, dopo lo studio, il fumoir. I libri contenuti nello studio non erano molti, poiché il Principe non aveva una speciale passione per la lettura. Vi erano però diversi libri di spiritismo, una enciclopedia Larousse piuttosto antica, in francese, romanzi e libri di viaggio, per lo più in francese. Il Principe conservava anche gelosamente alcuni libri di scuola, di quando frequentava il liceo: una grammatica greca, libri di esercizi latini, un libro di algebra, un corso completo di filosofia per licei in tre volumi di Cantoni, un grosso atlante geografico dell’epoca antecedente alla prima guerra mondiale. Sui libri di scuola si potevano vedere degli appunti, tracciati con una scrittura minuta ma chiara, in corsivo, lo stile che si insegnava agli scolari a quei tempi. Inoltre vi erano delle riviste che in parte teneva anche nel salotto di soggiorno. Allora le riviste erano piuttosto rare e costose. Il fumoir era un salottino per fumatori, molto elegante, con il soffitto costituito da un drappo di stoffa che, dal centro, scendeva con leggera spiovenza ai lati, simile al tetto di una tenda o meglio di un padiglione. Questo salottino fu per molti anni solo un locale abbandonato, usato come ripostiglio. In seguito, dopo la venuta dei Mussolini nella villa, fu trasformato in fumoir. Alla destra della sala da pranzo, il salotto da soggiorno, adorno di alcune copie di quadri tanto scure che era difficile capire cosa rappresentassero, e alcune sedie e poltroncine, tavolini e divanetti in stile rustico. Dal soggiorno una porta conduceva al salottino delle ventiquattr’ore, il cui pavimento è adorno da un elegante mosaico. Il salottino era ammobiliato con mobiletti stile rococò veneziano e aveva un particolare importante per l’epoca: da un lato c’era un apparecchio radio. Era formato da una grossa 41 scatola metallica, verniciata di grigio, con sul davanti l’interruttore dell’accensione e le due manopole per il tono e la ricerca delle stazioni. Sopra la scatola era l’altoparlante, sempre in metallo grigio, simile a una ruota. Il Principe Giovanni conservò questa radio fino alla sua morte, benché a quell’epoca già vi fossero apparecchi radio più perfezionati. Quando il Principe morì gli fu allestita la cappella ardente proprio nel salottino delle ventiquattr’ore. Era strano vedere la salma distesa sul catafalco, circondata da paramenti funebri, rivolta con il viso verso l’alto dove le ventiquattro donnine nude mostravano con tanta grazia le loro bellezze. Ma l’arte è superiore a certe cose. Appresso a questo salottino ce n’era un altro, di nessuna importanza, piuttosto scuro e male ammobiliato con mobiletti rustici dalle colonnine attorcigliate. Il piano superiore era essenzialmente formato da due corridoi incrociantisi a T. pavimentati da mattonelle quadrate, talmente lucidate a cera, (come del resto tutti gli altri pavimenti del villino) che a camminarci sopra si rischiava di scivolare. Lo stesso principe vi era sdrucciolato più volte, ma non per questo voleva che i pavimenti fossero meno lucidi. Ho già descritto in parte la camera da letto del principe. Questa camera aveva la caratteristica di essere senza finestre, poiché sul davanti un’artistica vetrata scorrevole, a due ante, la divideva da una “toletta” tutta finestre. Oltre il letto, un tavolo e qualche poltroncina, non c’erano altro mobili. Vicino al letto, sulla parete, artisticamente messi, erano appesi dei pugnali e una piccola artistica ascia, quasi a ricordo dei tempi nei quali il signore dormiva con le armi vicino a sé. Sulla destra c’era il bagno, piccolo ma molto elegante, posto in parte su un balconcino chiuso, con vetri istoriati a…. civette! Vi erano al primo piano, altre due camere, una delle quali era chiamata “Camera del forestiero”, per lo scopo al quale era destinata, benché il principe non avesse mai ospiti in casa. 42 Il corridoio che conduceva alla camera da letto terminava proprio là dove, al piano sottostante, era il salottino delle ventiquattr’ore. Qui, praticamente nella sua soffitta, terminante a cono, era stato adattato un salottino piccolissimo, detto dei “Satiri” per le sculture in legno che ne adornavano i mobili, formati solo da un divanetto strettissimo che circondava tutto il salotto. Come in tutte le case signorili, le soffitte del villino erano interessanti. Una parte, la cosiddetta “Guardaroba alta” conteneva armadi dove erano riposte le cose più strane: cannocchiali, tappeti, grossi e antiquati ventilatori elettrici, lumi a petrolio e altri oggetti vari. Per il resto le soffitte erano adibite, come quando facevano parte della Capanna Svizzera, a piccionaia. Infatti vi facevano il nido, in apposite casette di legno, molti colombi, tutti bianchi, che scendevano nel sottostante giardino svolazzandovi confidenzialmente intorno e posandosi a due passi da voi. Il villino potrebbe paragonarsi un po’, specie all’interno, a una casa per bambole: tutto era piccolo e grazioso, tutto era predisposto con grande cura. le finestre erano per lo più di vetri lavorati che, con i loro colori, davano un senso di irreale agli interni. Per il resto non c’erano altri affreschi notevoli oltre a quello delle ore danzanti. C’erano invece molti orologi, naturalmente artistici, che battevano le ore, e poiché non erano affatto precisi, accadeva che suonassero spesso non tutti insieme, ma l’uno a poca distanza dall’altro. L’effetto era un po’ simile a quello dell’inizio della danza delle ore della Gioconda di Ponchielli. Numerosi erano i bagni e i gabinetti di decenza, questi anche nelle cantine e nelle soffitte. Del resto i gabinetti si potevano trovare perfino nel parco, in almeno tre o quattro località, e ne abbondavano anche le scuderie e, in genere, i luoghi addetti ai servizi. Gli scaldabagni, posti nelle soffitte, erano di tipo antiquato, con riscaldamento a legna, benché il villino fosse stato munito di riscaldamento centrale ad acqua. 43 Lo scantinato si trovava quasi per la totalità nella parte del fabbricato che, al di là del ponticello di legno, era adibito ai servizi. C’erano le cucine, uno stanzone con due grandi stufe a legna nel mezzo e l’immancabile girarrosto da un lato, dotato di una manovella, proprio come quello del castello di cui ci parla Ippolito Nievo nelle sue “confessioni di un ottuagenario” (o di un Italiano, secondo il titolo originale). Un cenno particolare va dedicato alla ghiacciaia, posta in una buia stanzetta. Nel villino non c’erano i moderni frigoriferi. La ghiacciaia era una grossa credenza di legno alta quasi fino al soffitto e che prendeva tutta una parete della piccola stanza. Nell’interno era foderata di lamiera. Ogni due giorni, dalla fabbrica di ghiaccio “Peroni”, allora nella vicina via Alessandria, venivano scaricate due “colonne di ghiaccio”, due parallelepipedi a base quadrata lunghi circa un metro, con circa venti centimetri di lato, che erano introdotti nella ghiacciaia. Ciò che rendeva bello e originale il villino erano anche i mille particolari di cui era stato sapientemente arricchito. I muri rustici della vecchia Capanna Svizzera, che chiudevano le due ali costituenti la parte essenziale della costruzione, erano stati lasciati, in alto, così come erano all’origine, forse imitando un po’ lo stile di Michelangelo che nelle sue sculture lasciava brulle delle parti del masso da scolpire perché si avesse un’idea della forma di questo. Tutto il resto però rivelava la raffinatezza dei gusti del Principe Giovanni: vicino all’ingresso del salotto delle ventiquattr’ore una fontanina rettangolare dal fondo a maioliche multicolori (detta “Fontanina verde” poiché tale colore vi predominava); più in là dei cippi di marmo situati elegantemente; sotto lo scarico di una grondaia dell’acqua piovana una fontana a forma di botte; due o tre tavoli tondi, di marmo bianco con poltrone di ferro; eleganti sostegni di legno, del tipo di quelli usati sulle terrazze, per farvi arrampicare le piante. Il salotto dei Satiri dava su un balcone piccolissimo, adornato da due colonnine di marmo e 44 tutto circondato da una pianta di rose. Piccole tettoie erano coperte da tegole multicolori di maiolica. I tetti più grandi, aguzzi, erano rivestiti di tegole piatte, grigie, tipo eternit. La parte del fabbricato adibita ai servizi era all’esterno non meno bella del resto, benché anche questa fosse, nell’interno, piuttosto scomoda. Non mancava il garage, con un portico per il lavaggio delle macchine, in pratica quasi mai usato perché le auto del principe erano custodite in altra parte del parco. Oltre all’arazzo sito all’ingresso, non vi erano oggetti di valore nel villino, se si eccettua l’argenteria, che era però gelosamente custodita in cassette, fuori dalla vista di tutti. Si trattava di numerose posate di argento massiccio recanti impresso lo stemma dei Torlonia, da quelle per la frutta a quelle per il pesce, e poi vassoi, piatti e, il pezzo più interessante, un’enorme teiera, alta almeno mezzo metro, un vero gioiello. Il tutto, come ho detto, era ben nascosto, nessuno poteva goderne la vista eccetto quando, di tanto in tanto, l’argenteria veniva lucidata. Al di fuori del recinto, al di là dei bassi cancelletti dipinti in verde, sempre chiusi, meno quello che conduceva alla “Strada del Padrone”, lasciato aperto per il transito dell’automobile del Principe, c’era il bosco. Proprio davanti all’ingresso principale era la Montagnola, fitta di alberi. Tra questa e il recinto c’era un piccolo spiazzo erboso, ma Giovanni Torlonia, proprio negli ultimi anni della sua vita, vi fece piantare degli alberi di castagno, ora del tutto spariti. Più in là, verso la “strada del Laghetto”, ancora alberi, sia pure per breve tratto, poiché dopo succedevano prati e roseti. Verso il muro di cinta, al di là del quale c’era, e c’è tuttora, un convento di suore, ancora alberi che poi proseguivano con un gruppo di piante di castagno, in parte esistenti. Nei pressi del muro di cinta, su un rialzo del terreno dominato da un enorme pino, ancora in piedi, il Principe aveva fatto costruire un chiosco di bambù a cui si appoggiavano delle piante di rose, con in mezzo un grosso tavolo tondo di marmo e in cima una 45 semplice lampadina elettrica. Ma la lampadina non veniva accesa quasi mai, come non lo erano quasi mai i lampadari di ferro battuto che adornavano il villino. Al lato del chiosco c’era la “Fontana del Pescatore” detta così perché al centro aveva la statua bronzea di un bambino a grandezza naturale che recava in mano un cestino con dei pesci. Da questa fontana, dalla forma piuttosto strana, simile a un minuscolo laghetto “tutto seni e golfi” partiva un rigagnolo che portava l’acqua al laghetto sito sulla strada omonima. Intorno al Principe si aggiravano, nel villino, i domestici, in numero di sette od otto, di cui cinque o sei abitavano nel villino stesso. Quando era l’ora del pranzo, una campana appesa ad uno degli ingressi di servizio suonava rumorosamente. Qui viveva il Principe Torlonia. Ma chi era costui? 46 IL PRINCIPE Il Principe Torlonia non era un Torlonia. Infatti suo nonno, Alessandro, colui che aveva felicemente portato a termine il prosciugamento del lago del Fucino, non ebbe eredi maschi. Egli volle comunque che il casato conservasse il nome e quindi favorì il matrimonio dell’unica sua figlia con un discendente dei principi Borghese, don Giulio, (di nobile lignaggio ma, dal punto di vista finanziario, di gran lunga al di sotto dei Torlonia) a condizione che rinunciasse al suo cognome. Il Principe era basso e magro. Ufficiale di cavalleria, dei lancieri, in seguito a una caduta da cavallo, gli sfuggì di mano la lancia ed egli vi finì sopra; perse un occhio. Lo sostituì con un occhio di vetro che, prima di andare al letto, si levava regolarmente, posandolo sul comodino. Una sera era con lui, insieme alla cameriera che lo aiutava nei preparativi per la notte, il figlio di questa, un bambino di quattro o cinque anni il quale, vedendo che posava un solo occhio sul comodino, gli chiese ingenuamente “perché non ti togli anche l’altro?” Il Principe era gentile con i bambini. Spesso alla sua tavola voleva i figli della cameriera, benché forse questi avrebbero volentieri fatto a meno di “tanto onore”. Se, girando per il parco, incontrava un bambino, si fermava volentieri a parlare con lui, anche se, come qualche volta accadeva, il suo stato d’animo avrebbe fatto pensare che non sarebbe stato disposto a fare dei complimenti. Le sue ricchezze, costituite per lo più da terreni, erano notevoli. Lo si considerava tra i più ricchi d’Italia, forse il più ricco. La resa però di tale enorme patrimonio era scarsa in proporzione. Alcune delle sue vaste tenute erano addirittura passive, benché egli tentasse di curare meglio che poteva i propri interessi. Ma in realtà 47 le grandi aristocrazie di un tempo non sono mai state in grado, qualunque ne sia il motivo, di amministrare i propri beni. Ciò che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha scritto in proposito sotto forma di romanzo nel suo “Gattopardo” corrisponde alla più vera realtà. La ricchezza non fa la felicità: il Principe Giovanni Torlonia ne è una prova. Specie negli ultimi anni, la sua vita non fu affatto felice. Aveva una gravissima disfunzione renale, che doveva portarlo ala tomba all’età di sessantatré anni. Probabilmente la malattia, lunga e penosa, aveva influito sul suo sistema nervoso, sulla sua irascibilità. Qualche volta se la prendeva con i suoi dipendenti. In questo caso spesso la sua sfuriata finiva con una frase terribile: “Va’ via, sei licenziato!” Naturalmente subito dopo si dimenticava del tutto di averla detta, ma quando la rivolgeva a qualche domestico assunto da poco tempo era causa di giustificata preoccupazione. Gli altri, gli anziani, lo lasciavano dire. Qualcuno, più audace, dopo essere stato “licenziato su due piedi”, si presentava il giorno appresso al Principe per salutarlo prima di andarsene. “Vai via? Ma dove vai? Chi ti ha detto di andartene?” lo interpellava il Principe. “Ma, eccellenza, ieri mi ha detto che sono licenziato!” “Va’ a lavorare e sta’ zitto! Qui comando io, lo dico io quando devi restare e quando devi andartene!” Del resto il Principe non mancava né di generosità, né di signorilità. Un giorno un suo amministratore gli fece notare che, secondo lui, i conti del cuoco erano un po’ esagerati. Si ebbe una forte strapazzatura: “Come, al Principe Torlonia si debbono fare i conti in tasca? Mi debbo sentir dire che spendo troppo per mangiare?” E ordinò che i conti del cuoco non fossero più controllati. Anche lui però qualche volta aveva il sospetto che per i suoi bisogni personali si spendesse troppo. Così capitava che gli sembrasse esagerato il prezzo dei calzini o delle camicie. Allora si recava in macchina al centro, naturalmente presso i migliori 48 negozi, a comprare da sé la biancheria intima. I negozianti capivano subito chi era il loro cliente: bastava il fatto di vederlo uscire da una lussuosa “Dilamba” (a quei tempi le automobili erano rarissime a Roma) con tanto di stemmi principeschi sugli sportelli e autista in divisa, per metterli in guardia. Alla fine i prezzi erano molto maggiori di quelli che sarebbero stati se i medesimi articoli fossero stati comprati da un qualunque domestico. Il Principe si alzava molto presto al mattino. Appena sveglio, suonava per il caffè. Poi, una volta alzato, consumava un’abbondante colazione, all’inglese; piatto prediletto: l’omelette alla cipolla! Quindi generalmente si recava all’amministrazione, a piazza Scossacavalli che poi, in seguito alle demolizione della Spina di Borgo e all’apertura della grande strada che conduce a piazza San Pietro, fu L’amministrazione assorbita era nel da palazzo via della Giraud, Conciliazione. successivamente acquistato dai Torlonia, un palazzo storico, stile fiorentino, costruito tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, quindi anteriore alla costruzione dell’attuale basilica di San Pietro. L’estate il Principe se ne andava a trascorrere qualche mese nei suoi possedimenti, per lo più nella tenuta di Porto o in un castello in provincia di Gubbio, in località Serra Brunamonti. La tenuta di Porto, nei pressi di Fiumicino, faceva parte del piano di bonifica previsto dal governo di allora ed eseguito per opera di Giovanni Torlonia. In questa tenuta il Principe fece fare delle ricerche di vene acquifere, con successo, con la collaborazione di un suo dipendente che aveva facoltà rabdomantiche. Nella tenuta c’era un villino, ancora esistente. Un altro, a forma di nave, ne fece costruire in un luogo solitario a poca distanza, in località Coccia di Morto. Nonostante la bonifica, la villeggiatura nella tenuta non era molto piacevole perché d’estate le zanzare non mancavano; ma Giovanni Torlonia aveva una predilezione per il luogo. Poi parte 49 della tenuta fu espropriata, in occasione della costruzione dell’aeroporto di Fiumicino. Il Principe si recava anche spesso nella sua proprietà di “Roma Vecchia” vicino a Roma, nei pressi di Ciampino, ora in parte occupata dalle nuove costruzioni, conseguenza dell’espandersi della città; ma qui, data la vicinanza, andava e tornava in giornata, anche perché non c’era una vera e propria residenza padronale. Più raramente si recava nella tenuta di Ceri, una grossa estensione di terreno tra Cerveteri e Bracciano, raramente al Fucino, quasi mai nei possedimenti di San Mauro di Romagna, dove una volta si recò per presiedere a una cerimonia in onore di Giovanni Pascoli, poiché il padre del poeta, come si ricorderà, era un fattore al servizio dei Torlonia. Aveva fatto costruire un villino a Ovindoli, ma vi andava molto di rado. L’altro posto di villeggiatura preferito dal Principe era il castello alla Serra Brunamonti. Questo castello era molto isolato, in zona boscosa e mancava, allora, di corrente elettrica. Evidentemente Giovanni Torlonia amava la solitudine. Un giorno uno dei suoi domestici fu incaricato di recarsi al castello per non so quale compito. In quel periodo il castello era completamente disabitato. Il bravo giovane vi giunse di notte, ma niente paura! Infatti era armato di una grossa pistola. Entrò nell’androne e, accesa una candela, con la pistola in pugno si avviò attraverso i saloni bui per andare nella sua camera da letto. A un tratto, aperta una porta, si trovò di fronte un uomo, anche lui con una candela in mano, che gli puntava contro un revolver. Fu un attimo: il domestico premette più volte il grilletto, convulsamente e…. il grosso specchio che gli era davanti si ruppe in mille pezzi. Nonostante il suo alto lignaggio, il Principe non aveva una servitù all’altezza dei suoi titoli. Si trattava di gente venuta dalla campagna o di persone non del mestiere, provenienti per lo più dalla povera gente del vicino vicolo della Fontana, conosciuto a quei tempi come luogo di miseria e anche come rifugio per la 50 delinquenza. Vivendo solo e non dando ricevimenti, forse non credeva opportuno avere dei domestici all’altezza del compito, o forse anche, per l’ingenua trascuratezza degli aristocratici delle epoche passate, non si curava molto dei pregi e dei difetti di coloro che erano addetti alla sua persona. Pochi anni dopo la sua ascesa al potere, Mussolini fece chiedere al Principe Giovanni di poter passare qualche tempo, durante il periodo estivo, nella villa, poiché soffriva di disturbi digestivi e gli era stato suggerito di vivere in un posto tranquillo. Dopo qualche mese, Mussolini chiese di trasferirsi nella villa definitivamente, con la famiglia. Ma i rapporti tra i due erano improntati a fredda cortesia. Si incontravano di rado e Mussolini si considerò sempre e solamente un ospite, rispettando rigorosamente le regole dell’ospitalità. Qualche rara volta invitava il Principe a pranzo e questi, al ritorno, generalmente si lamentava della cucina troppo pesante per lui. La cucina romagnola non gli garbava molto e i domestici di Mussolini, compresa la cuoca, erano quasi tutti romagnoli e anch’essi, come quelli del Principe, niente affatto raffinati. Qualche volta il Principe faceva degli apprezzamenti sul suo ospite, e pare che non sempre fossero favorevoli, specie negli ultimi tempi. Quasi presagisse quel che sarebbe accaduto, soleva dire: “Io, qualunque cosa accada, sono sempre il Principe Torlonia, Mussolini è invece solo un uomo politico, soggetto agli eventi della storia”. Pur essendo il padrone, o forse proprio per questo, Giovanni Torlonia era sorvegliato a vista dalla servitù, tanto chi in ogni momento era possibile sapere dove fosse e che cosa facesse. Quando usciva dall’amministrazione per tornare alla villa, una telefonata avvertiva che stava per arrivare. Nel momento che la macchina superava il cancello di via Nomentana, il portiere, che era affiancato dal servizio di polizia per la sicurezza di Mussolini, girava la manovella di un grosso e antiquato telefono interno che 51 collegava la portineria con il Villino delle Civette. Non era necessario rispondere: lo squillo del telefono interno avvertiva che entro mezzo minuto sarebbe arrivato il Principe. Lo stesso procedimento si aveva quando usciva dalla villa per andare in amministrazione: uno squillo di telefono interno avvertiva il portiere, già preavvisato da una telefonata eseguita subito dopo quella che ordinava all’autista di recarsi con la macchina al villino; un’altra telefonata avvertiva l’amministrazione di via della Conciliazione. Il Principe non era sposato, ma pare avesse due figli naturali. La madre, una nobildonna, di scarse possibilità finanziarie, visse per diversi anni nella villa, in una casa detta, per il colore dei suoi muri “Villino Rosso”, all’angolo fra via Spallanzani e via Siracusa. Giovanni Torlonia andava raramente a trovarla, pur non facendole mancare nulla. Dei due figli il maschio, ufficiale di marina, perse la vita su un sommergibile affondato nel mar Rosso, durante la seconda guerra mondiale, ma il padre allora era già morto. Il Principe viveva praticamente solo: non aveva amici né frequentava la società. Qualche volta si recava al Circolo della Caccia (Ai suoi tempi il Circolo della Caccia e il Circolo degli Scacchi erano frequentati esclusivamente dall’aristocrazia) ma anche lì il suo nome era tale che il rispetto soffocava la confidenza. Sembra che a un certo momento abbia avuto l’idea di accostarsi un po’ di più alla nobildonna che abitava al Villino Rosso, ma anche in questo caso non pensava di tenersela in casa: aveva in mente di costruirle un villino nei pressi della sua abitazione, là dove era quel tempietto dedicato a Saturno che aveva preso poi il nome di “Cucinette”. Tuttavia di questo progetto non ne fece mai nulla. Alla malattia renale che rendeva difficile la vita al Principe un giorno si aggiunse una brutta infezione alla nuca, un’agglomerazione di foruncoli meglio conosciuta col nome di “favo”. A quei tempi non c’erano gli antibiotici e spesso in questo caso occorreva l’intervento del chirurgo. Inoltre i sistemi di 52 anestesia non erano perfezionati come adesso. A causa delle sue precarie condizioni di salute, fu necessario incidere il favo contentandosi di un’anestesia superficiale e incompleta. Fu un’operazione dolorosissima. Come si vede le ricchezze non sempre salvano dalle sofferenze. Poco prima della sua morte, il Principe ebbe la visita del parroco della chiesa di San Giuseppe, la parrocchia sul cui territorio è la villa. Egli già non era più in condizione di parlare, ma riconobbe il parroco, e gli fece un gesto con la mano, come per domandargli se fosse ora di “andar via”, e il parroco accennò di sì, con il capo. Era, oltre che Principe, Senatore del Regno; qualche tempo prima di morire aveva avuto da Mussolini anche il titolo di Ministro di Stato. In complesso però si interessava poco di politica. Al funerale partecipò, naturalmente, anche il suo illustre ospite. Quando andava a cerimonie del genere, Mussolini diveniva triste. Diceva: “Anche per me ci sarà un funerale così”. Invece non c’è stato affatto. Il Principe fu sepolto nella basilica di San Giovanni, in un luogo nascosto e quasi introvabile. Come di rito, per dieci anni dalla data della morte, furono celebrate messe in suo suffragio. Poi, più nulla. 53 LA FAMIGLIA TORLONIA Chi sono i Torlonia? Si tratta di una famiglia principesca romana, in realtà oriunda dell’Alvernia, che si stabilì a Roma in epoca piuttosto tarda, verso il 1750. Ebbe i titoli nobiliari nel 1794 e il primo ad esserne investito fu Giovanni Torlonia. Il proprietario della villa che ospitò Mussolini portava il suo stesso nome. La fortuna dei Torlonia, già iniziata da Giovanni, raggiunse l’apice con Alessandro, Duca di Ceri, Principe del Fucino ecc. secondogenito di Giovanni (il fratello Carlo morì molto prima di lui). Già il padre aveva fondato una banca e acquistato vasti feudi. Le ricchezze paterne, il monopolio da lui esercitato del sale e dei tabacchi, la sua abilità e il suo spirito d’iniziativa gli permisero di accumulare un ingente patrimonio. La sua maggiore impresa, che lo rese famoso, fu il prosciugamento del lago del Fucino, vasto bacino lacustre della superficie di circa centocinquantacinque chilometri quadrati, che occupava la parte più bassa della Conca Marsicana. Già l’imperatore Claudio aveva posto in opera il prosciugamento del lago, con un emissario artificiale terminato nel 52 d.C.; ma dopo il sesto secolo l’emissario cessò di funzionare e furono vani altri tentativi fatti posteriormente per rimetterlo in efficienza. Ai tempi del Principe Alessandro esisteva una compagnia che si prefiggeva lo scopo del prosciugamento del lago, di cui il Principe possedeva buona parte delle azioni. Questa compagnia era tuttavia sull’orlo del fallimento. Pare che, per avere tutte le azioni in mano, il Principe Alessandro mettesse in vendita le sue a prezzo irrisorio. Gli altri azionisti, subdorando da questa manovra che la compagnia fosse per andare del tutto in rovina, si affrettarono a vendere a loro volta le azioni a prezzo molto basso. Un agente incaricato dallo stesso Principe 54 provvedeva intanto, in segreto, ad acquistarle, fino a che la società divenne tutta proprietà di Torlonia. L’opera di prosciugamento durò circa ventiquattro anni, con un impiego di operai che arrivò fino alle quattromila unità al giorno. Furono scavati oltre cento chilometri di canali principali, circa 680 di canali secondari e fossati. Un emissario lungo oltre sei chilometri permise lo scarico di tutte le acque nel fiume Liri. La spesa fu di ventiquattro milioni per il prosciugamento, di circa altri venti per lavori di sistemazione e bonifica; cifre che oggi sembrano insignificanti ma che per quei tempi (il prosciugamento del lago terminò nel 1875 e le opere di bonifica nel 1887) erano enormi. Si diceva infatti: “O Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga Torlonia”. Parte del terreno prosciugato, e precisamente 2500 ettari, fu ceduto ai comuni che erano intorno al lago, il resto costituì un’enorme tenuta che permise ad Alessandro Torlonia di aggiungere ai suoi titoli nobiliari quello di “Principe del Fucino”. Periodicamente, durante tutto il tempo dei lavori di prosciugamento e di bonifica, partiva da Roma una carrozza con un’ingente somma di denaro, necessaria per pagare gli operai e per le altre spese che derivavano da una sì grande impresa. Certo, la carrozza aveva bisogno di essere scortata, specie in quei tempi nei quali per la campagna era facile incontrare i “briganti”. E la scorta c’era, infatti: a un certo punto del percorso la carrozza si fermava, vi salivano su due brutte facce, due uomini armati fino ai denti, e se ne andavano solo quando il carico era al sicuro. Erano due briganti che garantivano, con la loro presenza, da qualche imprudente tentativo di rapina da parte di altri fuorilegge che ignorassero che si trattava della carrozza con la quale si portavano i denari al Fucino. Il sistema si mostrò efficacissimo. Un’opera grandiosa, dunque, quella del prosciugamento del Fucino. Prima intorno al lago vivevano solo cinquecento persone. Presto la vasta pianura fu tutta intensamente coltivata e la popolazione salì a 50.000 abitanti. La terra, in seguito alle 55 espropriazioni avvenute dopo la seconda guerra, è stata distribuita ai contadini, che in precedenza erano affittuari. La loro era però una forma di affitto piuttosto originale: infatti i contadini usavano lasciare queste terre, che avevano soltanto in affitto, ai loro figli per testamento, come se fossero le loro. Intorno al Principe Alessandro si raccontavano diversi fatti, forse non tutti veri, forse quasi leggende attribuite a lui come ad altri aristocratici dell’epoca. Si raccontava, ad esempio, che un giorno si rifiutò di pagare i mobili ordinati a un falegname, perché, secondo lui, il prezzo richiesto era esoso. “Va bene, ti pagherò io con due baiocchi”, lo minacciò il falegname, andandosene. “Cosa vuol dire ti pagherò con due baiocchi?” chiese in seguito il Principe ai suoi familiari. “Eccellenza – gli fu risposto – due baiocchi è il costo di due palle da fucile”. Impressionato, da quel giorno il Principe faceva uscire la sua carrozza personale, con dentro al suo posto, un manichino vestito di ricchi abiti, e lui la seguiva su un carrozzino più modesto. In effetti, dopo pochi giorni due palle di fucile colpirono in pieno il manichino. Il falegname fu arrestato e condannato, ma il Principe si sobbarcò la spesa del mantenimento della famiglia fino a che non uscì di prigione. Costretto, per le enormi spese alle quali andava incontro in seguito all’impresa del prosciugamento del lago del Fucino, a ricorrere ai prestiti, cercava di fare sfoggio di ricchezze per ispirare la fiducia dei banchieri e dei ricconi dell’epoca ai quali aveva intenzione di rivolgersi. Così li invitava a sontuosi banchetti nei quali le posate erano tutte d’argento e non mancavano nemmeno i pezzi in oro. Ma si trattava in realtà di roba di nessun valore, di pezzi semplicemente placcati in argento o in oro. Sempre per dimostrare quanto fossero vaste le sue possibilità finanziarie, una volta, recatosi a Parigi, andò in uno dei più eleganti negozi della città e comprò una grande quantità di stoffe di valore. Poi, ostentatamente, in modo che a Parigi il gesto non sfuggisse, regalò il tutto alla servitù. 56 La sua profonda religiosità non gli impedì di dedicarsi con passione allo studio delle opere classiche. Fu un appassionato di archeologia e fece fare molti scavi nella sua tenuta nei pressi di Ciampino, detta “Roma Vecchia”. La sua opera permise di portare alla luce numerose statue e mosaici antichi, tanto che poté creare un museo in una villa acquistata dai Torlonia a Roma sul viale Regina Margherita (Villa Albani) e uno, sempre a Roma, a via della Lungara. Sembra anche che avesse in mente un progetto per derivare temporaneamente le acque del Tevere, in modo da poter recuperare parte delle opere che, durante le invasioni barbariche, furono probabilmente gettate in quelle acque. La sua fu una vita laboriosa. Quando non era in giro nelle sue proprietà si recava al mattino in amministrazione. Lì sedeva al suo tavolo di lavoro, una grossa scrivania posta in un salone dove si trovavano anche quelle degli impiegati, ma un po’ sopraelevata rispetto a queste. All’ora dell’intervallo, lui, il Principe Torlonia, così come gli altri suoi dipendenti, tirava fuori qualche panino e lo mangiava, senza spostarsi. Colpito da malattia mortale, un giorno parve che fosse morto e i parenti lo piansero come tale. Ma dopo qualche ora riprese vita. Si trattava, presumibilmente, di un caso di morte apparente. Ma poi visse solo pochi giorni. 57 IL CASTELLO MEDIOEVALE Il Castello Medioevale, detto anche “Villino Medioevale” o più semplicemente “il Medioevale” non ha nulla di antico, eccetto il nome e lo stile. Fu costruito ai primi del novecento, come si può leggere su una piccola lapide posta nei pressi di uno degli ingressi, nella quale sono raffigurati due stemmi e un cerchio con la data del 1907. Fu la dimora di Don Giulio Borghese, i cui figli, rimasto lui vedovo, avevano ereditato i beni materni, essendo la madre la vera erede di Casa Torlonia. All’origine il Medioevale, formato, sullo stile di molti castelli, da un corpo centrale terminante agli estremi con due torri, una alta e snella, l’altra leggermente più bassa e tozza, e avente a lato un‘ala costituita da un grande e lungo ambiente, aveva un monumentale salone con una grande scala che conduceva al piano superiore, proprio secondo lo stile degli antichi castelli medioevali. In seguito però, dopo la morte di Giovanni Torlonia (ed eravamo già in tempo di guerra) la famiglia Mussolini chiese agli eredi Torlonia di concedere il villino per il figlio Vittorio. Necessariamente furono fatte delle modifiche e una di queste consistette nell’eliminare il salone con la relativa scala, che occupava una vasta area su due 58 piani, in modo da poterne ricavare, specie al piano superiore, un discreto numero di vani in più. Così l’interno del castello si trasformò, in pratica, in un lungo corridoio con a lato le stanze, dando l’impressione più di un ufficio o di una clinica che di un castello medioevale. L’impressione era aumentata dal fatto che sia i corridoi che le singole stanze erano dipinti uniformemente di bianco. Divenne dunque, all’interno, una costruzione moderna, molto razionale, con un gran numero di camere, forse troppe, pur mantenendo all’esterno, in tutti i particolari, l’antico aspetto. Come ho detto, un tempo l’interno era più conforme allo stile che dava il nome al villino. Il salone era adornato di pochi mobili in stile e vi si poteva ammirare, oltre a qualche vaso giapponese, un quadro del Podesti, una grande tela con cornice raffigurante il Tasso che legge la Gerusalemme Liberata a Eleonora D’Este. Seguiva una sala da pranzo, uno studio, qualche altro salotto e locali per i servizi. Al primo piano erano le camere da letto, con vari camerini e tolette. Delle due torri, quella più grande costitutiva il secondo piano del castello, dove era un appartamento che era stato tutto rinnovato quando Vittorio Mussolini venne ad abitare nel villino, ma in pratica non fu mai usato. Non mancava il garage, al livello di terra, ma di un piano più basso rispetto all’ingresso principale, essendo il castello costruito su terreno sfalsato, e la cantina. I locali di servizio, qui come nelle altre costruzioni padronali del genere, erano molti, troppo vasti. Dato il numero di stanze e la migliore distribuzione, specie dopo le modifiche fatte apportare da Vittorio Mussolini, il Medioevale è da considerare senz’altro la costruzione più ampia e comoda della villa, benché all’interno, sia prima che dopo le modifiche, poco lussuosa. Gli alberi che la circondano dappresso contribuiscono a darle un tono severo e un po’ cupo, proprio medioevale. Nel lungo salone laterale, basso, con ai lati molte porte a vetri, c’era un tempo un’aranciera, (ora la chiamano “Limonaia”; tanto 59 sempre di agrumi si tratta). L’interno era anche abbellito da una fontana raso-terra. Nell’aranciera venivano custodite, l’inverno, numerose piante di arancio, le quali, come si sa, difficilmente resistono al clima invernale di Roma. In seguito però, dopo la morte di don Giulio Borghese, le piante furono interrate nella zona del parco antistante l’aranciera stessa, tra questa e l’ingresso di via Spallanzani. Il freddo naturalmente le seccò, ma non del tutto: essendo stati gli aranci innestati su piante di arancia amara, evidentemente più resistenti al freddo, quest’ultime diedero vita a nuovi alberi ricchi, durante la stagione delle arance, di bellissimi frutti, ma immangiabili. Nel linguaggio comune degli abitanti della villa, il nome “Aranciera” si era corrotto in “Ranciera” e “Strada della Ranciera” era quella che conduceva dal castello fino alle scuderie, di cui parlerò in seguito. Era, ed è anche adesso, una strada tutta dritta, ombreggiata un tempo da un lato da alcuni enormi cedri del Libano, con un filare di cipressi, ancora esistenti, dall’altro lato, dai quali era separata per mezzo di una bassa rete metallica su cui si abbarbicavano piante di roselline bianche, di quelle senza spine, dette, proprio per la mancanza di queste, roselline di San Francesco. Tra la rete e i cipressi c’era un vialetto di terra battuta e i tronchi dei cipressi stessi spuntavano da una siepe di lauri. Nel vialetto, ai tempi di Mussolini, faceva su e giù un vigile in borghese, l’unico che di giorno prestava servizio fisso di vigilanza nell’interno del parco, poiché Mussolini non gradiva la presenza del servizio di sicurezza che ne garantiva l’incolumità. Troppe volte, prima di divenire capo del governo, era stato arrestato, ed è quindi naturale che non vedesse di buon occhio gli agenti. Tuttavia quello che faceva servizio là era stato giudicato indispensabile poiché, proprio quando c’erano i Mussolini e prima che divenisse l’abitazione di Vittorio, il Medioevale era stato affittato all’Istituto 60 L.U.C.E. e quindi c’era un andirivieni di gente da e per l’Istituto attraverso l’ingresso di via Spallanzani. L’Istituto L.U.C.E. adattò l’aranciera a sala cinematografica con un tramezzo per la cabina delle macchine, un telone dalla parte opposta e alcune grosse stufe a carbone agli angoli per il riscaldamento. Di proiettori ve n’erano due, il che permetteva di avere proiezioni senza intervalli. Le porte a vetri furono munite di grosse tende di velluto marrone e la sala fu dotato di molte sedie rivestite in cuoio e di due file di sedie a braccioli sul davanti; in primissima fila c’erano alcune comode poltrone da salotto. Il pavimento era di lunghe tavole di legno, con guide nei punti di passaggio. Nella sala si proiettavano film tre volte alla settimana, a giorni alterni, la sera, dopo le nove. Vi andavano i Mussolini, specialmente i figli, con gli amici. Mussolini vi si recava di solito una sola volta alla settimana. Veniva quasi sempre a piedi, perfino quando pioveva, mentre i figli vi si recavano spesso in macchina. Assisteva alla proiezione dei notiziari, quelli che allora si chiamavano “Giornali Luce” e poi se ne andava, prima che cominciasse la proiezione del film. Spesso si proiettavano anche, in edizione originale, notiziari americani e, dopo l’alleanza con la Germania, tedeschi, ma questi di rado. Raramente Mussolini assisteva alla proiezione dei film e mai, o quasi mai, fino alla fine. Qualche volta si intratteneva a vedere parte di quelli interpretati da una famosa stella del cinema, per la quale aveva evidentemente una particolare ammirazione: Greta Garbo. Quando usciva non si accendevano le luci, non si interrompeva la proiezione. Al suo passaggio tutti si alzavano in piedi e salutavano con il saluto romano, ed egli rispondeva regolarmente. Al cinema partecipava non soltanto la famiglia Mussolini: tutti gli abitanti della villa potevano liberamente andarvi. Però, in genere, entravano al momento che si spegnevano le luci e si 61 sedevano a debita distanza, nelle file retrostanti. I film venivano proiettati quasi sempre in anteprima, cioè qualche giorno avanti di essere poi proiettati nei cinema di prima visione a Roma. Per qualche anno vi furono anche delle proiezioni pomeridiane, di solito il giovedì e il sabato, per i figli più piccoli di Mussolini, Romano e Anna Maria, e loro compagni, per lo più di scuola, che venivano a giocare con loro. Si trattava allora di cartoni animati, di comiche o di qualche film di avventure. All’Istituto L.U.C.E. lavorava un gruppo di impiegati che entravano e uscivano esclusivamente dall’ingresso di via Lazzaro Spallanzani, al numero 1/A. La loro presenza giustificava quella del vigile lungo la rete che separava la zona affittata all’istituto dal resto del parco e che terminava con un basso cancelletto, il quale veniva aperto solo quando c’era lo spettacolo cinematografico. Tra gli impiegati ce n’era uno famoso, Bombacci, già uomo politico di sinistra, il quale pare avesse rinunciato all’attività politica a condizione che Mussolini gli avesse garantito i mezzi per vivere. Spesso la sera, all’uscita, una fanciulla gli andava incontro e lo baciava con affetto: era sua figlia. Bombacci, come si sa, fu fucilato durante la reazione antifascista alla fine della guerra. L’ingresso nella sala cinematografica di Mussolini e la sua uscita erano cose di normale amministrazione. Ma la sera del 5 maggio 1936, venendo al cinema dopo aver pronunciato, nel pomeriggio, il discorso che annunciava la fine della guerra d’Etiopia, coloro che si apprestavano ad assistere alla proiezione, un piccolo gruppo di gente, forse dieci o quindici persone, si allinearono vicino al cancelletto d’ingresso e lo applaudirono al suo passaggio. Egli tirò avanti dritto salutando romanamente. Fino a che ci furono i Mussolini nella villa, l’aranciera raramente fu usata per altro che non fosse il cinema. Un paio di volte servì per la distribuzione della cosiddetta befana fascista, alla presenza di Rachele Mussolini. Durante il periodo della guerra, anche le proiezioni cinematografiche si fecero più rare, benché la 62 sala rimanesse adibita a quello scopo quando, tolto all’Istituto L.U.C.E., il Medioevale fu trasformato in abitazione per Vittorio Mussolini. Quando gli inglesi, durante e dopo la guerra, occuparono la villa, fecero dell’aranciera un’autorimessa, per le loro macchine, con le conseguenze che ognuno può aspettarsi. In seguito, dopo che gli alleati lasciarono Roma, il Medioevale fu affittato per diversi anni a un ufficio che si interessava della sistemazione dei cimiteri di guerra per i caduti inglesi. Intorno al castello, a quei tempi, era cosa normale vedere cumuli di croci che attendevano la loro pietosa collocazione. 63 LA CASINA DEI PRINCIPI La Casina dei principi si trova a poca distanza dal Palazzo, verso il lato ovest, quasi ai bordi del muro di cinta del parco, dalla parte della via Nomentana. Ma il nome col quale era conosciuta da tutti era: “Il Palazzetto”. Dall’ampio seminterrato, quasi tutto a livello del terreno per il dislivello di questo rispetto al piano superiore, parte una galleria che conduce fino al Palazzo. Questa galleria permetteva il passaggio senza dover uscire all’aperto. Ma durante la guerra, tra le tante precauzioni prese per garantire ulteriormente la sicurezza di Mussolini, la galleria fu chiusa, dalla parte del Palazzo, con un muro. Ho accennato qui a precauzioni prese durante la guerra per l’incolumità di Mussolini. Se ne ebbero altre del genere: furono murate alcune porticine inutilizzate che c’erano lungo la cinta, una a via Spallanzani, proprio all’angolo con via Nomentana, un’altra dal lato di via di Villa Massimo, poiché a quei tempi il muro non scendeva, dalla parte esterna, come ora, giù nella strada, ma vi era una abbastanza agevole scarpata di terra che occupava quasi tutto lo spazio sul quale ora è il marciapiedi, e vi si inerpicava, anch’esso di terra battuta, un vialetto. Fu un po’ rialzato il muro là dove era troppo basso, e precisamente il quel punto nel quale, come ho accennato altrove, si affacciò il somaro che mise in allarme per tutta una notte il servizio di vigilanza. Inoltre, nel giardino di un villino sulla via Spallanzani, di fronte alla villa, ogni sera entrava un manipolo di miliziani che trascorrevano lì la notte, a portata di mano per ogni eventualità. Da ultimo fu creato un sistema di allarme attorno al muro di cinta, per permettere così al servizio di vigilanza di segnalare subito qualunque inconveniente. Tornando al Palazzetto, esso ha due begli ingressi, due eleganti portichetti in marmo, uno dal lato di via Nomentana, l’altro 64 dalla parte opposta. Al piano nobile, in questo caso il piano terreno, ci sono tre belle sale, l’uno di seguito all’altra, secondo il sistema di costruzione dell’epoca, in verità alquanto irrazionale. La costruzione è dovuta al Caretti, al quale si debbono anche gran parte degli affreschi. I mosaici del secondo salotto sono di Carlo Seni. La prima sala è di media grandezza, la seconda è piuttosto stretta, la terza, quella dal lato di via Nomentana, più grande e un tempo occupava l’altezza di due piani. Durante la guerra i Mussolini, come chiesero ai Torlonia il Medioevale per abitazione del figlio Vittorio, così chiesero il Palazzetto per la vedova del figlio Bruno, morto da poco tempo in seguito a un incidente aereo. Anche in questo caso si sentì la necessità di avere un maggior numero di stanze, necessità questa volta giustificata poiché le camere del primo (e ultimo) piano, sopra i saloni, erano poche, piccole e scomode. Così si decise di abbassare il soffitto del salone, che ora è troppo basso rispetto alla sua ampiezza. E’ difficile stabilire con esattezza, dopo oltre un secolo, quale fosse l’impiego originario del Palazzetto. Pare che fosse usato per ricevimenti e per abitazione dei figli dei Torlonia. Sembra inoltre che la famiglia Torlonia vi si sia ritirata nei periodi di lutto. All’epoca in cui la villa fu proprietà del principe Giovanni, il Palazzetto fu abitato da una sua segretaria. Insieme a lei, per qualche tempo, visse anche la sorella, la quale è stata una delle amanti di Mussolini, una di quelle (pare che ve ne sia stata qualche altra) che è quasi del tutto sfuggita alla storia. Era una bella donna, alta e magra, molto gentile nei modi. Aveva tre figli. Si diceva che l’ultimo fosse figlio di Mussolini, ma la cosa è molto dubbia, anzi persone degne di fede erano più propense a sostenere il contrario. 65 LA SERRA MORESCA Il nome è sufficiente a farci capire che cosa fosse questa strana costruzione, ormai ridotta in pessimo stato. Era una serra in stile arabo. Gli abitanti della villa la chiamavano anche, non si sa bene il perché, “Stufa Moresca”. Era formata da una complicata intelaiatura di ferro costituente un insieme di poligoni larghi circa un palmo, e il tutto racchiudeva un grande spiazzo rettangolare di venticinque metri per nove, ricoperto di ghiaia, con una palma che toccava quasi il soffitto, e due grosse uccelliere, ormai senza uccelli. Nei poligoni erano incastonati vari colori, azzurri, gialli, verdi, rossi che davano una colorazione di sogno all’interno della serra. Sul tetto sostenuto da enormi travature di legno e intelaiature di ferro, erano dei vetri rettangolari trasparenti. Alte colonne, in numero di dodici, pure di legno, si alzavano dritte e lunghe ai bordi del cassettone di terra, fino al soffitto. Da un lato, quello costituito non da vetri, ma da normale muro, una statuetta di metallo, incastrata alla parete, gettava acqua su una fontana ricca di capelvenere. La statua fu asportata da quel luogo fin dall’epoca della seconda guerra mondiale e fu installata nei pressi di una porticina in via Nomentana, vicino al Palazzetto, quando, sistemato questo come abitazione della vedova di Bruno Mussolini, si credette opportuno aggiustare un po’ le immediate vicinanze di tale ingresso dal quale, tra l’altro, era un tempo possibile salire verso il fabbricato solo 66 mediante una stradicciuola sita sulla sinistra della porticina, entrando. In quell’occasione fu creato un altro passaggio, simmetrico, sulla destra. Il lato maggiore della Serra, sulla quale si apriva un piazzale ora interamente invaso dalle piante, era ornato da pilastri di pietra albana e colonne esagonali di ferro. Il lato minore era abbellito da due figure di leoni e aveva forma di arco moresco rientrante, con fondo blu e stelle oro in rilievo. Nel mezzo del frontone un’ellisse in vetro colorato formava la scrittura, in caratteri cufici (cioè in caratteri arabi antichi, in uso per le scritture epigrafiche). “Il Principe Don Alessandro e la nobilissima Teresa Torlonia”. Adornavano ancora questo lato due vaschette di metallo sostenute da quattro leoncini. All’interno vi erano all’origine, lungo le pareti, degli specchi che riflettevano e moltiplicavano l’effetto già di per se fantasmagorico dato dai vetri multicolori. Ma di questi specchi all’epoca di cui parlo non vi era più alcuna traccia. Nella parete non costituita da vetrate si poteva leggere il nome di Torlonia, sempre in cufico. Inoltre, a mezza altezza c’era una apertura comunicante con un vano per l’orchestra. Questo vano, a sua volta, aveva l’ingresso a pochi passi da quello della “Casa degli spiriti” di cui parlerò tra poco. Sul fondo della serra una porta conduceva in un piccolo passaggio dal quale si poteva da un lato andare in un locale adibito a vaccheria, dall’altro a una costruzione chiamata, per la sua forma, “la Torre”. Oltre la palma, ai tempi del Principe Giovanni non c’erano altre piante nella serra. La fontana, circondata da una rete, qualche volta veniva usata per allevare anatroccoli. Un ammasso di rocce artificiali torreggiava all’angolo della costruzione, sormontato da una grossa agave. La vaccheria aveva il suo ingresso principale tutto di legno verniciato in rosa, che probabilmente all’origine doveva essere rosso. Davanti all’ingresso vi era lo spiazzo rettangolare che correva 67 lungo il lato maggiore della Serra Moresca. Al primo piano, sopra la vaccheria, c’era una strana finestra, formata da un grosso cerchio di legno, pure rosa, che si apriva girando su un perno posto lungo il suo diametro verticale. Quel cerchio, chiamato, per la sua forma, “la Ruota”, era una delle finestre di una casa per il personale di servizio e faceva tutt’uno con la porta sottostante dalla quale si passava nei locali della vaccheria, dove non c'era null'altro se non delle grosse mangiatoie fisse e un abbeveratoio. In alto, racchiusi in sette grossi rettangoli, altrettanti vetri neri davano l’impressione di finestre. Più sopra strani merli arabi, larghi in basso e stretti in alto, coronavano la facciata. Intorno al finestrone a forma di ruota, ancora una scritta in cufico (dovuta, come le altre, all’abate Michele Lanci, professore di lingue orientali): “Scenda la benedizione di Dio sul Principe Alessandro Torlonia potente in Dio”. Ma, accanto a quello di un professore di lingue orientali, non è del tutto sbagliato ricordare anche il nome di un bravo artigiano: le intelaiature di ferro della serra furono opera di un certo Garlandi, di Tivoli. I vetri della Serra Moresca erano una tentazione per i pochi ragazzini che abitavano nella villa. Era bello vederli saltare, colti da un sasso lanciato a mano o con la fionda. Perciò la loro vita fu difficile anche quando, essendo presente nella villa il Principe Giovanni, era poco opportuno divertirsi a quel modo. Morto il principe, la condizione dei vetri si fece assai più precaria; la guerra fece il resto. Se, uscendo dalla Serra Moresca, anziché andare nella vaccheria, cioè sulla destra, si va dritti, ci si trova all’aperto e, dopo un sentiero interrotto qua e là da scalini diruti, si arriva davanti a un cancello di ferro dal quale si intravede una larga scala di pietra, di quelle cosiddette, per la forma, a chiocciola. E’ la scala della “Torre”. La Torre è…. una torre, anch’essa in stile arabo, con la sua brava cupola moresca, un tempo rivestita di lastre di piombo, alla maniera di tante altre cupole. Come quello dei guerrieri, il piombo 68 passò alle fonderie, pezzo per pezzo, durante l’occupazione. Sulla guglia che sormontava la cupola una lunga asta di legno portava in cima il simbolo della mezzaluna. All’ultimo piano della torre c’era, e c’è ancora, sia pure ridotta in pessime condizioni, una sala esagonale lavorata in stucco, adornata di arabeschi dai vari colori, tra cui predominavano l’argento e l’oro. Le finestre, dai telai di ferro, avevano i vetri multicolori. Fuori dalle finestre delle vasche, rivestite di piombo, contenevano piccoli pesci e piante acquatiche. Ai lati c’erano, all’origine, dei divani di stoffa damascata, e uno più grosso e tondo era al centro. Questo divano però si poteva sollevare fino al soffitto, facendo così l’effetto di un baldacchino, e al suo posto, dalla sottostante cucina, attraverso un largo foro del pavimento, poteva salire una tavola imbandita. Ai tempi di Mussolini i divani non c’erano più, le vasche erano asciutte e nel mezzo della sala ci fu, per molti anni, un semplice tavolo tondo di legno, ma ora, naturalmente, non c’è più nemmeno quello. Poco prima di entrare nella sala, a sinistra, una porticina conduceva a una scaletta di ferro e lamiera che correva lungo il muro esterno della torre e che portava in una terrazza al lato della cupola. Ora la scaletta c’è ancora, ma non è più praticabile. Dalla cima della torre però oggi, a differenza di un tempo, non si gode affatto la vista di un bel panorama. Le sue stesse fondamenta si trovano in uno dei punti più bassi della villa. Subito al di là della cinta del parco, l’ampliamento della città ha portato alla costruzione di palazzi più alti della torre stessa; inoltre all’intorno vi sono molti alberi che impediscono la visuale che ci si aspetta di vedere da lassù. Quasi di fronte alla porticina che conduce al terrazzo, su un piedistallo di pietra albana, c’era al tempo una grossa pigna, anch’essa di pietra. Tolta dal piedistallo e gettata giù per le scale, ruppe alcuni scalini, per cui oggi è pericoloso salirvi. 69 Vicino alla costruzione, tra rovi e sterpi, si elevano degli strani ruderi, di cui non è facile capire l’origine. E’ ciò che resta di una vasta grotta artificiale che circondava parte della torre e si estendeva ai suoi piedi. Il passaggio scoperto che ora conduce alla Serra Moresca, era un tempo coperto, faceva parte della grotta stessa. Guardando il muro della torre si può notare che l’intonaco comincia a una certa altezza, al di sotto del quale la parete è allo stato rustico; il punto d’inizio dell’intonaco segna l’altezza della grotta artificiale. Alessandro Torlonia aveva visto una costruzione del genere a Saonara, nei pressi di Padova, e volle che il suo autore, l’architetto Jappelli, gliene facesse una nella sua villa a Roma. Allo stesso architetto affidò l’incarico di costruire la Serra e la Torre Moresca, il Campo Chiuso e la Capanna Svizzera, che diverrà in seguito il Villino delle Civette. La grotta era ricca di stalattiti e stalagmiti, aveva due laghetti artificiali quasi contigui, comunicanti tra loro attraverso un corto canaletto sormontato da un ponticello costituito da una semplice pietra; qua e là dei fori, sapientemente sistemati, facevano entrare una tenue luce. Dei pontili di legno, artisticamente messi, che giravano intorno alla grotta, permettevano di ammirare la scena dall'alto. La grotta era stata già da tempo demolita quando i Mussolini vennero ad abitare nella villa, perché pericolante. Il luogo, ai bei tempi, doveva certo essere il più suggestivo del parco. Si deve tener presente che, all’epoca, gli alti palazzi al di fuori della cinta non esistevano e gli alberi vicino alla torre non erano così alti; intorno c’era la campagna, quindi dall’alto era possibile godere la vista di un ampio panorama. Probabilmente di lassù era visibile la città con la sua cinta di mura, dal lato di Porta Pia. Un muro circondava una vasta zona di giardino estendentesi ai lati della Serra Moresca, della torre e della grotta. Uno degli ingressi, ai piedi della torre, portava dritto dentro la grotta. Da una 70 parte, su rocce artificiali, si vede ancora la scritta pagana: “Nimphae Loci”, alla ninfa del luogo. Un altro ingresso al giardino era costruito in perfetto stile arabo; ora è quasi scomparso tra gli alberi. Ma tutto il luogo così accuratamente recintato ebbe poi una destinazione molto profana e tale destinazione durò a lungo, tanto da dare il nome al luogo: “Il Pollaio”. E’ facile capire di che si trattava: il Principe Giovanni Torlonia teneva lì, allo stato praticamente libero, i suoi polli. Quel posto era destinato a subire altre umiliazioni: vicino al bel cancello moresco, sulla destra, era stata scavata una larga buca; era una piccola concimaia. Lì venivano gettati gli escrementi del somarello che era addetto alla raccolta delle immondizie della villa, per farne concime da usare per qualche piccola zona del parco coltivata a orto. Inoltre, dopo la seconda guerra, proprio vicino a un laghetto della grotta artificiale fu scavata una buca per le immondizie che fino ad allora erano state gettate nei pressi dello Scarico, perché qui avrebbero potuto dar molestia alle abitazioni vicine, subito fuori della villa. Sic transit….. 71 IL TEATRO Se i Mussolini avevano un cinema a loro disposizione, i Torlonia avevano un teatro. Esiste una giustificazione tutto questo: a ai tempi di Alessandro Torlonia il cinema non c’era ancora. Però i tempi d’oro di villa Torlonia erano ormai trascorsi da vari decenni. Il teatro era abbandonato da molti anni, benché conservasse ancora, fino ai giorni immediatamente precedenti l’occupazione da parte delle truppe inglesi, il suo aspetto originario. L’opera è dovuta a un architetto pressoché sconosciuto, il Raimondi. Si trattava di un teatro privato, quindi con un numero limitato di posti. Per tale motivo, come lo si può vedere anche oggi, il palcoscenico, di proporzioni normali rispetto a qualsiasi teatro che si rispetti, è più grande della platea. Questa aveva appena un centinaio di poltrone, in legno dorato e velluto rosso. La prima e la seconda galleria si riducevano a due modesti corridoi semicircolari, con una cinquantina di poltrone l’una. Le colonne di queste gallerie davano l’impressione che fossero di marmo, ma in realtà erano di legno accuratamente dipinto in modo da imitare il marmo. Effetti del genere erano comuni un tempo: lungo la scala che porta dalla platea alla galleria, per esempio, si potevano notare tratti di parete dipinti in rosso in modo da sembrare vere e proprie tende di stoffa. L’imitazione era perfetta. 72 Il teatro aveva un suo antichissimo impianto di illuminazione elettrica. Le lampade davano una luce rossastra, ben lontana da quella delle attuali lampadine, e contenevano nell’interno un solo filo incandescente a spirale. I fili elettrici erano rivestiti di cotone così come lo erano prima dell’avvento della plastica, ma mancava il rivestimento interno di gomma. La volta era dipinta in affresco e le porte erano pitturate a vari motivi, con cura ed eleganza. Il semicerchio della prima galleria comunicava con l’esterno per mezzo di numerose porte, a livello del piano terra, a causa del dislivello del terreno. Dietro il palcoscenico si apriva un enorme portone, formato da due ante scorrevoli, per la luce e l’aria, che sfociava nel retrostante giardino d’inverno. Dalla prima galleria, sia a destra che a sinistra, si poteva accedere a una serie di salotti, dove gli spettatori potevano intrattenersi durante gli intervalli dello spettacolo. Si trattava di salotti per lo più di modeste dimensioni, anche se due di essi, uno per ogni lato, venivano chiamati “saloni”, ma di aspetto bellissimo. Alcuni erano tappezzati con stoffa rosso e oro. I pavimenti erano in marmo o in mosaico. C’erano pochissimi mobili, poltrone, divani, tutti in legno dorato e velluto rosso, alcune grosse consoles di legno dorato con ricche lastre di marmo, qualche statua. Un salottino, detto, per lo stile delle decorazioni, “Salottino Pompeiano”, aveva al centro una statua di marmo bianco, su base di marmo colorato, rappresentante la Maternità e, da un lato, una colonna di marmo grigio sormontata da un vaso pompeiano, una riproduzione, di terraglia. Il salotto simmetrico a questo, dall’altro lato della galleria, aveva invece nel mezzo una bellissima copia, in scala ridotta, della statua equestre di Marc’Aurelio, in marmo bianco, su base di marmo dello stesso colore. In uno dei salotti erano rappresentati in lunette del soffitto, in affresco, alcuni aspetti della villa allora creata, dai quali si poteva avere un’idea di come fosse 73 all’origine. Vi era tra l’altro la rappresentazione del lago, il ponticello e le barche. I mosaici ci sono ancora, ma, ahi, in quale stato! Anche il teatro, come le altre abitazioni della villa, durante e dopo la guerra divenne una casa. Lì, l’inverno, per scaldarsi, si spaccava della legna e qualche persona non troppo interessata all’arte non esitò a farlo sui mosaici. Questo complesso di sale aveva, dalla parte interna, il palcoscenico, da quella esterna il giardino d’inverno, costituito da due ali che si riunivano per mezzo di un corridoio a semicerchio rientrante, formato da colonne ioniche di travertino, che correva dietro il palcoscenico stesso. Al di sotto della porzione semicircolare del giardino d’inverno era la serra per i fiori di cui ho già parlato. Data la scarsità di finestre, conseguenza della forma della costruzione, le sale ricevevano in parte la luce dai lucernari posti sul soffitto. Il giardino d’inverno era illuminato da pareti a vetri poste tra le colonne e i pilastri, di giorno, la notte da grossi lampadari di cristallo. Lungo le pareti numerose nicchie contenevano sculture in gesso statuario. Che siano andate in pezzi, queste come altre in altri luoghi della villa, non v’è da meravigliarsene. Gli inglesi durante il periodo di occupazione ebbero un comportamento impeccabile, ma qualche volta i soldati, la sera, erano un po’ brilli; dicevano: “Londra rovinata, anche Italia rovinata” e allora se la prendevano con le povere statue. I superiori, in questi casi, chiudevano un occhio: era uno sfogo innocente e, diciamolo pure, giustificato. Naturalmente non si salvarono nemmeno le statue di marmo. A quella di Marc’Aurelio, secondo un controllo eseguito nel maggio del 1948, mancavano le quattro zampe e la coda del cavallo, le gambe e le braccia del cavaliere! La parte semicircolare del giardino d’inverno, sulla quale si apriva la grande porta che comunicava con il palcoscenico, non era del tutto pavimentata, a differenza delle altre, ma qua e là aveva 74 preziose aiuole, un tempo certo ricche di fiori, ma che negli ultimi tempi contenevano solo alcune palme nane. Come tutti i fabbricati del genere, i locali addetti ai servizi erano pieni di fascino. Uno di questi era, nel teatro, quello che conteneva il sistema di argani che regolava il movimento delle quinte. Sopra al palcoscenico, quasi all’altezza del tetto, c’era una grande grata di legno, sorretta da grosse travi pure di legno, e là sopra, posti in modo da poter vedere il palcoscenico sottostante, degli argani dello stesso materiale, manovrabili a mano, avvolgevano robuste corde dalle quali pendevano le quinte. Il luogo piuttosto scuro era l’ideale per i pipistrelli, che facevano il nido sotto il tetto e svolazzavano qua e là, nella penombra. Dalle terrazze, sulle quali si aprivano i lucernari che davano luce ai salotti sottostanti, era possibile scendere, per mezzo di due scalette a chiocciola di pietra, una sull’ala destra e l’altra su quella sinistra dell’edificio, fino ai sotterranei. Si scendeva giù, giù, la luce diminuiva sempre più. Un po’ di luce indicava a un certo momento una porticina che comunicava con il palcoscenico. Poi ancora un tratto, quasi tutto al buio, fino ai sotterranei. Questi, molto bui e complicati, un tempo dovevano essere in gran parte ben illuminati, perché contenevano tra l’altro i camerini degli attori. Ma, da quando al teatro non si facevano più rappresentazioni erano del tutto vuoti e nudi. Sembra anzi che rappresentazioni non vi siano state mai fatte. Il teatro, poco dopo la guerra, ebbe un momento di nuova vita: fu concesso infatti a una casa cinematografica il permesso di girarci delle scene di un film. Sul palcoscenico, questa volta illuminato da potenti riflettori, si girarono per più sere degli interni. Altre scene furono girate all’esterno e, per l’occasione, proprio là dove c’era l’aiuola con le piante di Camelie che gli inglesi avevano abbattuto per farne un parco per macchine. 75 A compenso della concessione, la casa cinematografica provvide a tappezzare due dei salotti del teatro, naturalmente non più con stoffa rosso e oro, ma con carta da parati. 76 LE SCUDERIE Percorrendo la strada della Ranciera, fino in fondo, là dove finisce la fila di cipressi, si vede sulla sinistra una costruzione a due piani, di modesto aspetto. Al piano terra, da un lato, vi sono delle scuderie, dall’altro dei locali forse adibiti a magazzino. Al primo piano, una modesta abitazione, per il personale di servizio. Non sono queste le grandi scuderie nelle quali il Principe Alessandro Torlonia teneva i suoi cavalli. Si tratta, invece, di una piccola rimessa costruita in un secondo tempo, quando l’automobile stava già soppiantando il cavallo. Negli ultimi tempi lì era la stalla del somarello adibito al traino del carretto per le immondizie. Lo stesso luogo ha ospitato somarelli sardi, dei figli di Mussolini, e qualche cavallo dei Torlonia. La vera, grande scuderia, opera del Caretti, oggi non esiste più. Era una grossa costruzione a tre piani, dalla strana forma quasi triangolare. Sulla facciata, che dava su un piazzale al cui centro era un pino secolare, si aprivano cinque portoni, tutti uguali, grigi perché ormai non più verniciati da decenni, tutti aventi al di sopra delle aperture chiuse da grosse grate romboidali di legno per dar luce all’interno, e sormontate da cinque grosse teste bianche di cavalli. Oltre al pino, nel piazzale, c’era la statua della dea Roma. Al limite dello spiazzo, di fronte al fabbricato, in tempi più recenti c’era un gran numero di grossi blocchi di marmo (e alcuni ve ne sono ancora) tanto che il posto aveva preso il nome di "Le Pietre". Lì un giorno fu trovato un nido di vipere, come avrò occasione di parlare più oltre. Queste pietre erano ciò che restava dei vari ornamenti dei tempi aurei della villa: piedistalli di lampioni in marmo bianco o pietra albana, lastre, pezzi di colonne, resti di scale marmoree, il 77 tutto accatastato alla rinfusa. Però già durante la seconda guerra parte di queste pietre furono tolte per abbellire altri luoghi. Ne fecero uso anche gli alleati, durante il periodo di occupazione, per creare tavoli e sedili. Alcuni pezzi uscirono dalla villa, sempre durante la guerra, per andare a finire a ornare qualche giardino privato. Non era questo però l’unico ammasso di pietre abbandonate che si trovasse nel parco; altri ve n’erano e ce ne sono tuttora, ma di dimensioni molto modeste. I muri delle scuderie, a calce, fino a una certa altezza a bugnato, erano dipinti in arancione. Il primo portone conduceva alla rimessa dei cavalli, gli altri a magazzini o rimesse per le carrozze. Appena si entrava nella rimessa ci si trovava in un locale quasi quadrato, che nulla aveva di notevole, di circa cinque metri di lato. In fondo, sulla destra, iniziava un lungo corridoio e, ai lati di questo, i box per i cavalli. Il visitatore ignaro che, ai tempi di Mussolini, si affacciava per la prima volta in questo corridoio, riconosceva senza ombra di dubbio che quel locale, un tempo, doveva essere stato una chiesa in stile gotico, e non gli si poteva dare tutti i torti. Ai lati del corridoio centrale si poteva vedere una serie di colonne di legno, sostenenti dei grandi archi, pure in legno, ricchi di intagli, rosoni, guglie, in perfetto stile gotico. L’assenza quasi completa di tramezzi tra un box e l’altro e di porte, (ogni arco rappresentava l’ingresso di un box) rafforzava l’illusione che ci si trovasse di fronte a un locale lungo e stretto del tutto simile a una chiesa. Ad avvalorare l’impressione c’era il fatto che, sulle pareti, fino a una certa altezza, vi erano ancora, in parte, dei rivestimenti di marmo, il cui scopo, molto profano, era quello di impedire che i cavalli, con i loro zoccoli, rovinassero le pareti. Questo marmo, anzi, era in effetti segnato, nella parte più bassa, dai colpi di zoccolo, e qualche volta, nella parte più alta, da altri segni, evidentemente colpi di corna di tori. Inoltre, e ciò era forse decisivo per rendere perfetta l’illusione, 78 nella parete di fondo, in alto, c’era un affresco sbiadito, che dava, a prima vista, l’impressione di una scena biblica. Le finestre, ornate di vetri colorati (del Bertini) accentuavano l’effetto. E’ vero, mancava l’altare, poiché al suo posto, in fondo, c’era una porta; ma a quell’epoca il locale era adibito a….legnaia, e si poteva pensare che l’altare fosse stato tolto. Anziché di una chiesa, si trattava di una stalla, ma, come si vede, il Principe Alessandro Torlonia aveva certo gran cura dei suoi cavalli! Questa tanto elegante scuderia, ormai in rovina, trasformata in legnaia, dove, durante le giornate fredde e di pioggia, il personale addetto alla cura del parco segava grossi tronchi e spaccava la legna che serviva per le cucine e, qualche volta, insieme al carbone (o anche senza di questo, durante la guerra) per il riscaldamento, col tempo si ridusse in condizioni sempre peggiori. Sparirono i begli archi, ormai pieni di tarme, caddero i marmi. Alla fine, in seguito a un’infiltrazione di acqua causata dalla rottura di un tubo che per anni, durante cioè quasi tutto il periodo dell’occupazione inglese, gettò liberamente la sua acqua dal tetto lungo le mura del fabbricato, che già di per se presentava delle serie crepe, una parte di esso, un mattino, crollò all’improvviso. Fortunatamente allora non ci abitava nessuno. In seguito al crollo parziale, si vide la necessità di demolire il resto, pericolante. Solo rimase una parte, più solida e più nuova, dove erano i locali utilizzati come garage per le auto dei Torlonia e come rimessa delle vecchie carrozze di famiglia, ormai soppiantate dall’uso della macchina. Gli altri quattro portoni nascondevano locali molto più modesti, alle volte piccolissimi. Ma se i locali erano piccoli, l’estetica richiedeva ugualmente, per la simmetria della facciata, dei portoni enormi. Così si costruiva una volta. Il secondo portone, in effetti, dava adito a una stanzetta rettangolare piuttosto piccola, che comunicava per mezzo di una porticina con la bella scuderia gotica. Lì c’erano, prima della 79 seconda guerra, alcuni grossi armadi addossati a una parete. Strumenti da lavoro, pale, zappe, rastrelli, falci, piccozze, erano accumulati in un angolo. Questo localetto era adibito a spogliatoio per gli addetti ai servizi del parco, e a deposito dei loro arnesi. Il locale aveva un suo nome: “Acqua Ramata”. Il nome era dovuto al fatto che, per molti anni, nel mezzo aveva avuto un grosso vaso di terracotta, nel quale era preparata la cosiddetta “acqua ramata” cioè del solfato di rame sciolto in acqua usato come insetticida per certi tipi di piante, specie le viti. Tutte le mattine, alle sette, giungevano all’Acqua ramata cinque o sei operai, un paio su vecchie biciclette, gli altri a piedi. Se qualcuno avesse domandato qual era il loro mestiere, avrebbero risposto che erano giardinieri del Principe Torlonia. In realtà erano stati assunti con la semplice qualifica di agricoltori e di giardinaggio non ne capivano proprio niente. Presi gli attrezzi, si sparpagliavano per il parco, a pulire strade, potare piante, qualche volta a compiere servizi nelle abitazioni padronali. Tornavano all’Acqua ramata a mezzogiorno in punto. Si tiravano fuori le provviste portate da casa e mangiavano. Ripartivano dopo un’ora o un’ora e mezza per il lavoro, vi ritornavano dopo le quattro, per l’uscita. Un giorno fu regalato ai figli di Mussolini un bel volpino, un cagnolino graziosissimo ma che, per carattere o in seguito a cattiva educazione, aveva la pessima abitudine di scagliarsi contro chiunque abbaiando furiosamente. Aveva poi preso in antipatia uno dei giardinieri, fino al punto di attaccarglisi più di una volta ai pantaloni. Il povero giardiniere finì col lamentarsene con uno degli agenti che prestava servizio nella villa (c’era un maresciallo in borghese, a turno, in una stanzetta di servizio del Palazzo) col quale aveva una certa confidenza. Questi gli fece notare quanto sarebbe stato inopportuno elevare una protesta del genere, e per un po’ di tempo tutto rimase così. Ma un giorno che, proprio vicino 80 al portone dell’Acqua ramata, il cane, come sua abitudine, si gettò con la solita spregiudicatezza contro il giardiniere, questi si ritirò lentamente dentro il locale, seguito naturalmente dal cane, chiuse la porta e, afferrato un bastone, gliene diede tante da farlo rimanere mezzo morto. Poi lo lasciò tranquillamente uscire e la bestia, zoppicando, fuggì via con la coda tra le gambe. Ciò non calmò il cagnolino, il quale, in seguito, ogni volta che vedeva il giardiniere, abbaiava furiosamente, però, con saggia ponderazione, non si accostò mai più a lui a una distanza inferiore ai tre o quattro metri. Del resto poco dopo il cane, evidentemente molesto, fu fatto allontanare definitivamente dalla villa. I Mussolini ci tenevano a non creare fastidi di alcun genere, rispettando l’ospitalità. Infatti, in un’altra occasione, accadde che un bulldog, di proprietà sempre dei figli di Mussolini, graffiasse leggermente una bambina figlia di un domestico addetto al servizio dei Torlonia. Il cane fu allontanato dalla villa. Il terzo portone costituiva l’ingresso di un locale non molto più grande del precedente. Questo locale era conosciuto col nome di “Ufficio”. Doveva essere stato qualcosa del genere fin dall’origine, poiché dietro il portone di ingresso si apriva un’elegante porta a vetri, sorretta da colonnine di legno intarsiato. Il resto della stanza non presentava alcun segno di eleganza ed era stato in seguito adibito in parte a magazzino dove erano ferracci e pezzi di mobili. Ma nel centro aveva un vecchio, un tempo elegante, tavolino, e lì il custode della villa, ogni sabato, procedeva al pagamento del settimanale ai giardinieri. Da un lato, una grossa bilancia, del tipo cosiddetto “basculla” era la meta preferita di tutti coloro che si volevano pesare. Le ultime due porte conducevano a un complesso di locali intercomunicanti. Il primo era quasi interamente occupato da una grossa automobile, una vecchia Mercedes tipo 75, che per via del colore, era chiamata da tutti la “Mercedes rossa”. Era da tempo in 81 disuso e se ne stava lì, silenziosa, solenne e impolverata, poggiata su quattro blocchi di legno che la tenevano leggermente sollevata da terra. L’altro locale, lungo e di forma irregolare, era pieno di ferracci vecchi, tanto pieno da essere impossibile passarci senza camminare sui ferracci stessi. Da un lato erano appoggiati le parti di un vecchio cancello. Nel mezzo, semicoperte da sbarre di ferro, cassoni sfondati, sedie da giardino rotte, tubi contorti, pezzi di rete di metallo, vi erano due vecchissime auto del tempo dei tempi, quasi a pezzi. Una doveva essere una macchina tipo sport, bianca, scoperta, con due grossi sedili dall’imbottitura rossa che la sormontavano tutta e un grosso volante; l’altra, molto simile a una carrozza, con dietro la capote a soffietto. Entrambe erano in condizioni pietose, semisfondate; dei motori era rimasta solo qualche parte. Le ruote, dai cerchioni di ferro ma dai raggi di legno, resistettero, in parte, alle conseguenze della guerra e furono in seguito usate, nell’immediato dopoguerra, per costruire dei carrettini a mano da impiegare nei lavori di giardinaggio. Gli altri due piani delle scuderie non presentavano nulla di interessante. Vi si accedeva attraverso una porticina che si trovava quasi all’angolo del fabbricato, vicino al portone che conduceva alla rimessa dei cavalli. La scala aveva a ogni pianerottolo un gabinetto, a conferma della simpatia per l’igiene dei Torlonia; ve ne erano tre. Un’altra scala, dal lato opposto, ancora esistente, si fermava al primo piano. Il primo piano aveva, secondo l’uso di una volta, una serie di camere una di seguito all’altra, senza corridoio. Era abitato in parte dal custode della villa. Non era molto vasto, poiché la scuderia gotica occupava l’altezza di due piani. Il secondo piano, invece, di solito disabitato, era costituito da un ingresso stretto e buio, al quale seguiva un’enorme stanza con a lato una serie di fornelli in muratura e una lunga e stretta cappa. Era una cucina, disadorna ma bella, a suo modo, con il su aspetto rozzo e antico. Su una parete si aprivano diverse porte conducenti a delle 82 stanzette rettangolari. Da un lato, poi, una porta conduceva a due grandi locali chiamati, per la loro grandezza, i “cameroni”, che fungevano da magazzino per roba vecchia. Le cose in rovina, non più utilizzate da decenni, erano innumerevoli nella villa. Tutti questi oggetti erano i muti testimoni del lusso di un tempo. Aspettavano pazientemente, sotto il loro strato di polvere, la fine, e non dovettero attendere a lungo, poiché con la seconda guerra sparirono quasi tutti. Nel primo locale tre grossi armadi contenevano gli oggetti più minuti e delicati: lumi a petrolio, paralumi, campane di vetro, salsiere e oliere rotte, statuine di gesso o di marmo, maschere e fioretti da scherma, gabbie per uccelli, vassoi di metallo arrugginiti, vasi di ceramica rotta. Poi, sparsi qua e là nei due magazzini, molti altri oggetti, di cui quasi nessuno sano: sedie e poltrone dorate, dall’imbottitura di velluto, tarlate e zoppicanti, tavolinetti, divani, sedie di legno e di canna d’india, eleganti tolette in legno di noce con piano in marmo, a pezzi, candelieri di legno dorato, sedie pieghevoli, vecchie stufe, specchi inservibili, étagères, parafuochi, comodini, cassette di comodo da camera (leggi: pitali) e persino vecchi crocefissi. Questa roba non era lasciata del tutto nel dimenticatoio. Qualche pezzo finiva spesso ad andare a completare la mobilia dei dipendenti che abitavano nella villa. Inoltre, quando il tempo non permetteva ai giardinieri di eseguire lavori all’aperto, qualcuno di essi (vi era anche una donna, quella che si prestò invano ad aiutare mia madre a vestirmi, quando non volli morire) veniva incaricato di pulire i magazzini, il teatro e gli altri locali più o meno in abbandono della villa, spolverandone, nei limiti del possibile, la mobilia. Un giorno il Principe Giovanni Torlonia, il quale di tanto in tanto visitava questi suoi magazzini, forse ripensando con nostalgia ai fasti di un tempo, chiese al custode che l’accompagnava, indicando il cumulo di sedie rotte, di tavoli zoppicanti, di divani 83 tarlati: “Che ci faresti tu di tutto questo?” “Brucerei tutto, eccellenza”, rispose con sincerità il custode. “Non capisci niente”, ribatté il Principe. Ma in realtà, come ho già detto, tutta quella roba andò poi distrutta. Una scala di legno, accanto all’ingresso, conduceva dal secondo piano alla soffitta, bassa e buia. Questa, come il teatro, era il regno dei pipistrelli tanto che, in un angolo, si era formato uno strato di escrementi considerevole, al punto che un bel giorno fu creduto opportuno prenderlo e usarlo come concime. 84 IL GARAGE Il cancello d’ingresso del garage, a due battenti, foderato in lamiera e tutto dipinto di bianco, rappresentava spesso l’oggetto di divertimento dei ragazzini del posto: ponevano il piede nella sbarra più bassa, a pochi centimetri dal suolo, e davano poi una spinta con l’altro piede. Il cancello partiva rapido, sbattendo poi con fragore; quindi si tornava indietro col medesimo sistema, badando però a non andare a finire con la schiena contro il muro; quel cancello doveva essere molto robusto: infatti è ancora al suo posto. Dentro c’erano le automobili: prima di tutte la Lancia Dilambda, una severa macchina blu scuro a otto cilindri con carrozzeria chiusa, lussuosamente addobbata nell’interno in grigio, a sette posti (due erano strapuntini pieghevoli). Il suo libretto di circolazione era del 25 agosto 1930. Nel portabagagli c’erano tre valigie di cuoio di diversa grandezza, poste a piramide. Un anziano pittore, inforcando due paia di occhiali contemporaneamente e usando dei pennelli con la punta sottile come spilli, evidentemente un miniaturista, aveva dipinto sugli sportelli posteriori lo stemma dei Torlonia. Dietro la Dilambda sostava di solito una macchina più piccola e meno elegante, di color marrone chiaro, anch’essa con carrozzeria chiusa, a quattro posti, una “Fiat 514” di 16 HP. Il suo 85 libretto di circolazione era del 15 novembre 1930. Comunemente veniva chiamata la “14”. Era modesta nell’aspetto ma, come la Dilambda, sempre pulita e in perfetto ordine. In altri tempi al posto d’onore c’era una “Itala” scoperta, tipo ormai sorpassato e non più sufficientemente dignitosa per un Principe Torlonia. Solo in tempi più recenti Torlonia acquistò un’altra auto, una Fiat 1500 fuori serie a sei cilindri e quattro posti, una macchina moderna per l’epoca, anch’essa di colore blu scuro, la cui forma aerodinamica stonava un po’ di fronte alle altre due macchine. Su quest’auto il Principe Giovanni Torlonia non poté viaggiarci molto, poiché dopo qualche tempo morì. Il garage aveva da un lato due fontane rettangolari, addossate al muro, per il lavaggio delle macchine. In pratica solo una, la più vicina al cancello d’ingresso, era usata per tale funzione. Dal lato opposto si possono ancora vedere tre grandi porte a vetri. Al di là di queste, all’esterno, c’era una piccola tettoia orizzontale a vetri rettangolari sostenuti da un'intelaiatura di ferro, con la maggior parte dei vetri, all'epoca, sani. Poi la tettoia fu tolta, quando in Italia cominciò la raccolta dei metalli “per la patria”, quando cioè, in seguito alla guerra di Etiopia, alle sanzioni economiche a cui l’Italia fu sottoposta in quell’occasione e agli avvenimenti successivi, si cercava dappertutto materiale di ferro, giungendo spesso a tagliare ringhiere di metallo per sostituirle con ringhiere di mattoni o per non sostituirle affatto. Subito a destra del cancello d’ingresso, attaccato alla parete, si poteva vedere un tempo uno strano oggetto di legno, grosso e buffo: era costituito in pratica da due cassette, una sopra l’altra. Su quella più in alto un microfono per parlare, simile a una corta tromba, poiché il tutto costitutiva un telefono; da un lato, appeso un sostegno, un grosso e pesante ricevitore, cioè un manico che slargava in fondo, una specie di grosso pestello. Una manovella, sempre sulla destra, in basso, per “chiamare”. Era un telefono interno, giacché nella villa c’era un piccolo impianto di tale genere, 86 con i fili che correvano tra gli alberi, sostenuti da vecchi pali di legno. Il centralino era al Villino delle Civette, dove facevano esclusivamente capo tutti i telefoni. Come si vede non c’era troppa scelta per le conversazioni. Dal lato delle tre porte a vetri, sul fondo, c’era qualcosa che aveva ben poco a che vedere con un garage: era un enorme stemma di bronzo con a fianco due putti, grossi forse quanto un uomo, atteggiati a sostenerlo. All’intorno erano vari ghirigori sempre in bronzo, raffiguranti foglie e fiori. Il tutto formava una specie di gigantesca mezzaluna, un semicerchio delimitato in alto da un robusto quadrello arrugginito e che poggiava, lungo il diametro, a terra. Il complesso era lungo alcuni metri e costitutiva un tempo l’ornamento del cancello d’ingresso del Palazzo Torlonia che sorgeva a piazza Venezia, poi demolito. Questa bell’opera, dovuta, come ho già avuto occasione di dire, alla mano di Augusto Bhorik su disegno del Caretti, aveva il grave difetto di essere di un metallo di un certo valore, il bronzo, per cui fu oggetto della cupidigia di coloro che, al seguito delle truppe di occupazione, poterono entrare facilmente nella villa, che se lo vendettero pezzo per pezzo. In fondo al garage, a fianco della fontana in disuso, c’era un altro “pezzo” interessante., questa volta in perfetta armonia con il garage stesso: la “Mercedes bianca”. Si trattava di una vecchia Mercedes Torpedo a sei posti (compresi due strapuntini pieghevoli) ed era bianca per modo di dire, poiché lo scorrere degli anni l’aveva resa di un colore bianco sporco, molto vicino al grigio. Grigia era la capote mobile, ma in pratica sempre lasciata distesa a copertura dei sei posti disponibili. La Mercedes era appoggiata su quattro blocchetti di legno, sicché le ruote erano sollevate da terra. Non erano sporche, poiché troppe volte i ragazzini del luogo si divertivano a farle girare. Erano bensì sporche le mani dei ragazzini. 87 Qualche volta la macchina era “occupata”. Sul sedile posteriore qualcuno addetto ai servizi della villa vi andava a schiacciare un pisolino, nell’intervallo del lavoro. Altre volte, specie quando il tempo era cattivo, era occupata dai ragazzini, per i quali era un giocattolo bellissimo. La Mercedes aveva la sua bella tromba che si suonava per mezzo di una pera di gomma, e il clacson, posto fuori dallo sportello, che funzionava tirando una cordicella. Anche il cambio e il freno a mano erano posti fuori dello sportello. L’altra Mercedes, quella rossa, aveva il grave difetto di essere stata posta in un locale quasi sempre chiuso e quindi non raggiungibile né da chi volesse schiacciare un pisolino né da ragazzini. Il garage, dopo la morte del Principe Torlonia, rimase a lungo inutilizzato, ma per qualche tempo ebbe un ospite strano: un elefante. Non si trattava però di un elefante vivo e vegeto, no, bensì di un elefante imbalsamato. Era stato portato a Roma per volere dei due figli di Mussolini Vittorio e Bruno, ed era il trofeo di una battuta di caccia in Africa. La bestia era giunta in Italia imbalsamata, ma a pezzi, chiusa in grosse casse. Rimase nel garage per diversi mesi. Dalle casse semiaperte si potevano vedere la pelle rugosa, le grosse zampe, la testa enorme. Però, col passare del tempo, dalla carcassa dell’elefante cominciò ad emanare un puzzo insopportabile. O che l’imbalsamazione non fosse fatta a dovere, o che l’umidità del luogo non fosse l’ideale per il suo mantenimento, fatto sta che il tutto cominciò inesorabilmente a marcire e ne fu resa necessaria la rimozione. Se, scavando il terreno in qualche parte di villa Torlonia, si ritrovassero i resti di un elefante, gli studiosi non si pongano problemi: non si tratta né di un animale preistorico né di un elefante sopravvissuto a quelli presenti in Italia nei tempi antidiluviani. 88 LE CARROZZE Da una porta in fondo al garage, al lato della Mercedes, si passava alla “Selleria”. Si può dire, in pratica, che si passava dal secolo ventesimo al diciannovesimo, perché qui non c’era più nulla di moderno. La selleria era un salone col pavimento a mattonelle rosse, di forma quasi quadrata, con molte scansie alle pareti. Qui era tutto ciò che poteva servire per i cavalli, finimenti vari, tiri a quattro lussuosi con ottoni ben lucidi e stemmi, selle, morsi, nonché una completa collezione di fruste e frustini posti su un portafruste costituito essenzialmente da due cerchi di ferro messi agli estremi di un asse verticale e con tanti buchi, dove si infilavano le fruste stesse. Le carrozze erano, prima dell’occupazione della villa da parte degli alleati, dodici, ivi compreso un carrozzino leggero ma elegantissimo, tutto nero e con le stanghe rosse. C’erano coupé, landò, berline, alcune lussuose, riccamente tappezzate; si trattava, in questi casi, di tappezzeria in seta, di solito scura, per lo più blu, elegantissime. Spesso le maniglie interne erano di avorio. In genere però queste carrozze, come quasi tutte quelle dell’epoca, erano più belle che comode; in alcune, con i sedili uno davanti all’altro, ci si poteva stare in quattro, ma stretti come sardine. Quelle chiuse avevano i finestrini muniti di tendine avvolgibili per mezzo di una molla, di vetri scorrevoli e di sportelli pure scorrevoli di legno che le rendevano quasi impenetrabili alla luce, se si eccettua per i forellini che vi erano, costituiti dalle incisioni traforate delle lettere A T (Alessandro Torlonia). La maggior parte di queste carrozze erano molleggiatissime, poiché avevano la carrozzeria sospesa per mezzo di grossissime cinte di cuoio, tanto molleggiate che i ragazzini ci si divertivano a dondolarcisi dentro, a turno, sotto la spinta dei compagni. Questo 89 sistema di sospensione, in vigore fin dal XVI Secolo, doveva rendere molto più comode le carrozze, compensando così in parte gli inconvenienti presentati dalle strade del tempo. Tra le carrozze ce n’era una che attirava più delle altre l’attenzione sia dei piccoli che dei grandi e che, forse per la sua mole, ha resistito ai danni della guerra, rimanendo tutta sola a testimone degli antichi fasti: si trattava della carrozza detta “da caccia”, una grossa vettura da viaggio, molto simile a una diligenza. All’interno aveva i soliti due sedili l’uno di fronte all’altro, stretti e scomodi, e i finestrini avevano i soliti vetri, le tendine, gli sportellini di legno. Ma già l’abitacolo era tanto in alto che per salirvi non c’era il comune predellino pieghevole, caratteristico di molte carrozze, ma una vera e propria corta scaletta di metallo. Sull’imperiale, nella parte posteriore, si vedeva una ruota posta in posizione verticale: era il freno a mano, necessario nei veicoli del genere per evitare che il veicolo, nelle discese, urtasse contro i cavalli. Sulla destra, alto quanto la carrozza stessa, era un cesto di vimini cilindrico, stretto e lungo, di colore nero, del diametro forse di una trentina di centimetri; serviva per le provviste o per la cacciagione. Più avanti, sempre da un lato, un astuccio cilindrico di cuoio, lungo almeno un metro e mezzo, conteneva una lunga tromba di ottone. Le carrozze erano custodite abbastanza bene, periodicamente spolverate e lavate. Non erano troppo a portata di mano dei ragazzini, ma del resto questi, quando riuscivano ad arrivarci, forse per effetto dei suggerimenti dei grandi, forse per un istintivo senso di rispetto di fronte a tanta bellezza, non le rovinavano affatto. Dopo il locale delle carrozze, ma con ingresso a parte, c’era un altro garage, ma questo veniva usato per lo più come officina, per le riparazioni e per deposito dei fusti o latte di benzina, poiché all’epoca i distributori non erano così numerosi come ora e per i lunghi viaggi era opportuno portarsi appresso qualche latta di carburante. 90 Sopra i due garage e i locali della selleria e delle carrozze si trovavano delle vaste soffitte, quasi sempre vuote, ma qualche volta usate come magazzino. Proprio a questo scopo furono impiegate dai Mussolini durante la guerra, per tenervi parte di un voluminoso dono ricevuto dal Caudillo: enormi balle di caffè crudo, veramente prezioso durante la guerra, e molte casse di vini in bottiglia spagnoli, tra cui numerose del prelibato vino di Malaga. 91 LA CASA DEGLI SPIRITI La casa degli spiriti era chiamata così perché lì gli spiriti ci stavano come in famiglia. Era a ridosso della Serra Moresca, sopra la vaccheria. L’ingresso si trovava però dalla parte opposta alla vaccheria stessa e ci si arrivava attraverso uno stretto sentiero in forte pendenza che, partendo da un punto a qualche decina di metri dalla parte frontale della Serra, si inerpicava in mezzo a folti alberi fino a giungere al muro laterale della Serra medesima, ma a livello più alto. Si tenga presente che, al tempo dei fenomeni paranormali di cui parlerò, non c’erano lì vicino, oltre la cinta del parco, dei palazzi come ora, ma si estendeva solitaria la campagna. La casa aveva l’aspetto di una dimora di contadini: subito dopo un brevissimo corridoio di ingresso, un vasto locale, la cucina, con i fornelli in mattoni, come tanti altri nella villa, e una lunga cappa che occupava un’intera parete. Nel mezzo a questa stanza, per molti anni, c’è sempre rimasto un grosso tavolo, pur essendo la casa disabitata. La stanza era senza finestre, ricevendo la luce da un lucernario aperto sul tetto. Appresso un’altra grande stanza, sulla quale si apriva la finestra tonda di cui ho parlato quando ho descritto la vaccheria della serra Moresca, poi un gabinetto di decenza, una stretta scala a chiocciola di ferro, e sopra due altre stanzette. La storia degli spiriti, o dello spirito, poiché forse era uno solo, che infestavano la casa si perde nella notte dei tempi; risale probabilmente all’inizio del secolo. Era stato un vecchio dipendente dei Torlonia che ci aveva abitato per qualche tempo a rilevarne la presenza e le sue descrizioni pare che corrispondessero, grosso modo, alle manifestazioni quali apparvero in seguito. 92 Come in tutte le case infestate che si rispettino, anche in quella si verificavano fenomeni paranormali vari, quali colpi violenti, rumori di passi e simili. La famiglia del custode della villa venne ad abitare in quella casa nel 1912. Durante la prima guerra mondiale il custode fu richiamato alle armi e la moglie, per non rimanere del tutto sola in casa con i figli di tenera età, fece venire per sua compagnia una sua nipote. Una notte la nipote svegliò tutta allarmata la zia. “Non senti che vogliono buttare giù la porta d’ingresso?” gridò. La zia non sentiva nulla. La ragazza, come raccontò in seguito, aveva sentito dei grandi colpi alla porta e, alla fine, un tonfo più forte, come se questa fosse stata abbattuta e, subito dopo, un “oh” di soddisfazione. Accesa la candela (a quei tempi la luce elettrica non era giunta fino lì) le due donne videro che la porta era regolarmente al suo posto. Anche prima di quel fatto, i rumori di passi erano frequenti. La moglie del custode più volte, udendoli, ebbe l’impressione che fosse il marito, che allora non era ancora partito per la guerra, che tornava a casa. L’episodio più sconcertante accadde proprio nell’epoca in cui il custode era in guerra. La moglie si trovava, insieme a una sua bambina di circa sei anni, nel piazzale della Serra Moresca, proprio di fronte alla finestra tonda già altre volte nominata. A un tratto davanti all’ingresso della vaccheria, sotto il finestrone, apparve una figura strana: era un uomo piuttosto alto, vestito di grigio, con i pantaloni larghi in basso, “a campana” secondo una moda da qualche tempo sorpassata (ma tornata in vigore in tempi più recenti). La pelle era di colorito giallognolo, le mani scheletriche e la donna ebbe l’impressione che tra i pantaloni e le scarpe non si vedesse il colo del piede. Camminava a grandi passi, guardando con la faccia voltata di lato. Mentre la madre lo osservava tra meravigliata e impaurita, la bambina le domandò “chi è quello, mamma?” Questa, alla frase della figlia, si voltò verso di lei come 93 per rispondere qualcosa e vide che la bimba, per un istante, fu tutta scossa da un fremito. Tornò a guardare la strana apparizione, ma davanti a lei non c’era più nessuno. La bambina aveva visto evidentemente sparire la visione e istintivamente aveva avuto un moto di terrore. Lo strano è che la madre non le domandò perché avesse avuto paura, né si spaventò molto lei stessa, pur conoscendo i fatti che erano accaduti nella casa e sapendo che il precedente inquilino aveva avuto apparizioni del tutto simili. Si limitò a cercare intorno per vedere dove si poteva essere cacciato quello strano individuo e tutto finì lì. Solo in seguito, dopo qualche anno, subito dopo essere andata ad abitare in un’altra casa, si rese chiaramente conto di aver veduto uno spirito e ne ebbe paura. La storia degli spiriti della casa non finì qui: dopo di allora, la casa fu abitata solo saltuariamente, da quattro o cinque operai che venivano dalla campagna durante l’inverno, per la potatura delle piante. Da allora era indicata anche col nome di “Casa dei potatori”. O fosse suggestione, causata da quanto avevano sentito narrare sul conto della casa, poiché nella villa se ne parlava liberamente e la stessa Rachele Mussolini qualche volta seguiva con interesse il racconto dei fatti ivi accaduti, o fosse qualcosa d’altro, una notte non fu loro possibile dormire: colpi, passi, rumori vari li svegliavano continuamente. A un certo punto, passata la mezzanotte, nonostante il freddo invernale, abbandonarono la casa e vennero a passare il resto della nottata in una delle scuderie là dove alloggiava il somarello addetto al trasporto delle immondizie. Una sera sull’imbrunire, un giovane interessato a studi sul paranormale si recò solo soletto nella casa, si pose accanto al tavolo della cucina e lì evocò a lungo lo spirito del luogo. Scese la notte, ma lo spirito non venne. Non fu questa la sola disillusione data dalla casa degli spiriti. Forse sempre a causa dei racconti uditi, una notte una delle domestiche dei Mussolini sognò che ai piedi della Torre Moresca, a 94 pochissima distanza dalla casa, c’era un tesoro. Furono eseguiti degli scavi, ma il tesoro non si trovò. La casa ora ha il tetto e il pavimento sfondati, ma la boscaglia intorno è fitta come allora, il suo aspetto è cupo come allora (1983). Varie ipotesi furono fatte circa lo strano personaggio che pare avesse preso dimora nella casa o nei paraggi. L’opinione più diffusa era che si trattasse di qualcuno ucciso in quei luoghi e le donne spesso andavano lì a pregare per la sua anima. Oggi gli studiosi di parapsicologia potrebbero pensarla diversamente, ma credo che nemmeno per loro sarebbe facile dare delle spiegazioni convincenti. 95 LE CATACOMBE Dopo aver parlato della casa degli spiriti, l’argomento delle catacombe mi sembra abbastanza adatto per proseguire a descrivere i luoghi della villa. Le catacombe di villa Torlonia hanno il loro ingresso poco lontano dal luogo in cui sorgeva il fabbricato delle scuderie, tra questo e la via Spallanzani. Un tempo in quella zona c’erano tre sprofondamenti del terreno circondati da palizzate di legno, ma solo da uno di questi, quello attualmente ancora aperto, si poteva accedere alle catacombe attraverso un ripido sentiero che scendeva nel fossato. Poi gli altri due fossi furono colmati di terra. Di tanto in tanto gli abitanti della villa erano spinti dal desiderio di visitare le catacombe. Lo si faceva però molto di rado, data la loro pericolosità. Ci si ricordava ancora, a quell’epoca, di gente che si era introdotta in qualcuna delle catacombe di Roma e si era poi sperduta nei suoi labirinti, lasciandoci la vita. Perciò vi si andava muniti, oltre che di candele, di un lungo gomitolo di spago che si attaccava a un chiodo nei pressi dell’ingresso e si svolgeva man mano che si procedeva. Oppure vi si andava con persone che avevano già una certa pratica dei luoghi, le quali del resto usavano, per maggior sicurezza, fare un segno alle varie gallerie che si imboccavano, per riconoscere la strada percorsa. Andando dritti lungo la prima galleria, quella che parte dall’ingresso, alla fine si riesce facilmente a rintracciare una cappelletta con rozzi ornamenti. Quando si provvide a prendere speciali misure precauzionali, in occasione della guerra, per la salvaguardia di Mussolini, si murò tra l’altro l’ingresso delle catacombe. Poi però gli inglesi, durante il periodo di occupazione della villa, tolsero il muro “per vedere quello che c’era dietro”, visitarono le catacombe e portarono all’aperto, 96 davanti all’ingresso, molte ossa le quali, per l’età, erano friabilissime e all’aria si polverizzarono in poco tempo. In seguito si provvide a richiudere l’ingresso stesso con una porta. Un giorno il figlio di uno dei domestici dei Torlonia, passeggiando in mezzo al folto gruppo di alberi che si estende nella vasta zona che va dal Palazzetto alle Scuderie (chiamato “boschetto”) e precisamente a poca distanza dalla elegante costruzione di legno detta “Piccionaia”, finì col piede in una buca che, sotto il suo peso, sprofondò facendolo cadere. Allargata la buca, si vide che sotto vi era un locale sotterraneo. Si trattava di catacombe. Nell’interno vi era una specie di camera, nel tufo della quale erano scavati dei rozzi sedili. La galleria che l’allacciava al resto delle catacombe era franata. Proprio lì vicino passava spesso in automobile Mussolini, che entrava e usciva dalla villa, per misure di prudenza, qualche volta dalla via Nomentana, qualche altra da via Spallanzani, percorrendo una strada che, passando vicino al Palazzetto, costeggiava il “boschetto”, a quei tempi costituito da alberi piuttosto giovani inframmezzati da qualche elce e qualche pino secolari e percorso da belle stradette senza ghiaia, tagliantisi perpendicolarmente. Poi sboccava sul piazzale antistante le scuderie. Dal piazzale delle scuderie fino all’ingresso di via Spallanzani un tempo c’era un sentiero largo ma senza ghiaia, che costeggiava il muro di cinta e passava a poca distanza delle catacombe. Per facilitare il passaggio dell’auto di Mussolini, il Principe Giovanni Torlonia fece costruire una nuova strada più larga che, a differenza dell’altra, terminava proprio davanti al cancello d’ingresso, in modo da evitare alla macchina la brutta curva finale, da doversi fare necessariamente a velocità ridottissima. Alla costruzione della strada, fatta eseguire dai giardinieri della villa, presiedette il Principe in persona, che quasi tutti i giorni, fino a che non fu terminata, veniva a dare uno sguardo ai lavori. In seguito il prato esistente tra questa nuova strada e quella antica fu trasformato per volontà dei Mussolini in 97 orto e spesso Rachele Mussolini vi passava il suo tempo, insieme a uno dei domestici che, avendo una certa pratica in materia, si dedicava qualche ora del giorno a coltivarlo. Anche in un’altra occasione il Principe Giovanni Torlonia fece costruire una nuova strada espressamente per i Mussolini. Per andare dal Palazzo alla sala del cinema del Medioevale, benché ci fosse una via più breve, era più comodo passare, con l’auto, lungo la strada che, partendo dal lato sud del Palazzo, giunge al piazzale dove sorge l’obelisco e proseguire poi fino a sboccare sulla “strada del laghetto”. Di lì, andando a destra e passando davanti al teatro, si giunge agevolmente al villino Medioevale. Però la strada che conduceva dall’obelisco al laghetto aveva un gran difetto: sboccava proprio davanti al laghetto stesso, imboccando l’altra strada ad angolo retto. Un giorno uno dei figli di Mussolini, forse perché andava a velocità sostenuta, per poco non finì dentro l’acqua con tutta la macchina (ma il lago era fondo poco più di mezzo metro). Per ovviare all’inconveniente il Principe fece modificare il tratto di strada, o meglio lo fece rifare del tutto, ricostruendolo più largo e con una leggera curva in modo da facilitare il transito delle macchine ed evitare eventuali bagni poco graditi. Per tornare all’argomento delle catacombe, quelle di villa Torlonia non erano cristiane, ma giudaiche. Gli ebrei disdegnavano di essere sepolti insieme ai pagani e per questo crearono dei cimiteri per proprio conto, sull’Appia, la Portuense, la Labicana, la Nomentana. Questi ultimi pare avessero una rete di gallerie di circa nove chilometri, ma attualmente molte gallerie sono ostruite dalle frane provocate dalle costruzioni che man mano invadevano la zona. Si calcola che contenessero circa 4500 loculi, chiusi da tegole intonacate. Sull’intonaco erano disegnati simboli come il candelabro, frutti di cedro, il corno dell’abbondanza. Le iscrizioni erano quasi tutte greche, poche latine. Pare che il cimitero risalga al terzo secolo. Nelle iscrizioni si è notato per tre volte il nome della sinagoga dei Siburenses e quello della sinagoga dei Seckeni (anzi 98 questo nome è stato scoperto qui per la prima volta), gli ebrei erano divisi in quartieri, ognuno con una sinagoga (un po’ come le parrocchie cristiane) e probabilmente ogni sinagoga provvedeva alle sepolture dei propri morti. 99 PARTE SECONDA La villa e i suoi abitanti 99 I GIARDINIERI Credo di aver parlato abbastanza della villa, tanto che penso siate ormai in grado di muovervi a vostro agio tra i suoi viali e di penetrare nei posti più reconditi come se ci foste vissuti, ma solo qua e là e indirettamente ho trattato di coloro che l’hanno abitata. Sarà il caso di fermarsi un po’ su questo argomento. Naturalmente vi aspettate che parli per primo di Mussolini, come il personaggio più importante. Invece comincerò dalle figure minori. Come sapete già, i giardinieri che curavano il parco non erano affatto tali, ma erano semplici operai generici. Qualcuno era completamente analfabeta (benché anche questi avessero imparato a firmare) altri, più istruiti, sapevano leggere e scrivere, anche se solo un po’. Credete che la mancanza di cultura li rendesse poco abili o incapaci? Uno di essi, benché avesse fatto solo la prima elementare, sia pure per più anni, come egli stesso si divertiva qualche volta a narrare, era un ottimo poeta “a braccio” uno di quei poeti cioè che riusciva a farti i versi là per là, specie se aveva qualche bicchiere di vino in corpo, oggi quasi del tutto spariti; inoltre sapeva recitarvi a memoria lunghi brani dell’Ariosto e del Tasso. Privo di un occhio, quando qualche volta gli capitava di essere sottoposto alle innocenti sfuriate del Principe Giovanni, diceva poi ai suoi compagni: “Mi può dire tutto, meno che guercio”. Infatti anche il Principe era privo di un occhio. Ma la figura più interessante del piccolo gruppo di dipendenti promossi al rango di giardinieri era certamente il loro “Capoccia”. Non era il più anziano, ma certo quello che ci sapeva fare più degli altri, almeno riguardo al lavoro. Se ne intendeva anche un po’ di fiori e si adattava ad altri mestieri. Era rapido e preciso nel lavoro, tanto che era stato promosso “Capoccia”. Ma tutti poi erano alle dipendenze dirette del custode della villa. 100 Il Capoccia aveva due passioni: il vino e la caccia. Spesso la domenica se ne andava per le campagne con la sua doppietta e le cartucce fabbricate per lo più a casa, per risparmiare. Il suo non era un semplice sport poiché aveva buona mira e, pur non essendo un cane, buon fiuto di cacciatore. Sovente cacciava anche nella villa. Benché ormai inclusa nell’area urbana, a villa Torlonia la caccia era sempre aperta, in tutte le stagioni, per tutti i suoi abitanti, sotto gli occhi compiacenti del servizio di sicurezza di Mussolini; anzi alle volte anche i suoi componenti sparavano qualche colpo. Vi domanderete quali animali vi fossero da cacciare nel parco; più di quelli che si possa pensare. Infatti la villa ospitava molte bestie a due (oltre le persone) e a quattro zampe. Un tempo, quando intorno c’era tutta campagna, vi erano perfino delle volpi, che entravano nonostante la cinta di muro, attraverso le fogne di scarico dell’acqua piovana. Come avviene per certe vie alberate di Roma e per altri parchi, stormi di passeri si posavano regolarmente sugli alberi di determinate zone. L’inverno, poi, periodicamente non mancavano nugoli di storni. Numerosi i merli. Spesso era possibile anche abbattere qualche colombo di passaggio, di quelli detti dai cacciatori “palombacci”. A parte gli animali che potevano attirare l’attenzione dei cacciatori, non mancavano gufi, civette e barbagianni, specie nella zona abbandonata della Serra Moresca. L’incontro con le serpi non era troppo raro e più di una volta furono uccise delle vipere. Un giorno un ragazzino, salendo su una grossa pietra, probabile rudere dei monumenti che adornavano la villa, si vide passare sotto i piedi una serpe: era una vipera. Lì vicino fu trovato il suo covo con i piccini. Nella villa c’era perfino un’aquila, ma questa era tenuta prigioniera in una grossa gabbia nei pressi del Villino delle civette, detta, per le proporzioni, ”il gabbione”. Era divertente assistere ai suoi pasti, consistenti in 101 grossi pezzi di carne cruda. Poi il Principe Torlonia ne fece dono al giardino zoologico. Anche i figli e la moglie di Mussolini andavano qualche volta a caccia nel parco, mentre non vi andava mai Mussolini, né il Principe Giovanni Torlonia. Quando c’erano gli storni accadeva che, specie se si cacciava verso l’imbrunire, molti degli uccelli colpiti rimanessero nascosti sotto le erbe e le sterpaglie. La mattina seguente allora gli abitanti della villa, pur non essendo cacciatori, andavano a raccogliere i frutti delle altrui prodezze venatorie. Rachele Mussolini organizzava anche, specie agli inizi della guerra, delle battute di caccia nella tenuta di Castelporziano, nei pressi di Ostia. Partiva la mattina presto, in macchina, accompagnata da qualche domestico e da qualche agente, e tornava la sera. Si trattava in questi casi di caccia grossa. Gli animali, portati alla villa, il giorno seguente venivano scuoiati e squartati, e ne beneficiavano un po’ tutti. Tornando al capoccia, egli difficilmente sbagliava il colpo, non solo, ma faceva in modo da poter trarre dalle sue cartucce il massimo utile possibile, il maggior numero di prede. Spesso il pomeriggio, dopo aver finito il proprio lavoro, si acquattava tra i cespugli per vedere dove si posassero di preferenza gli uccelli, in modo da poter dare, magari il giorno dopo, il colpo migliore. Ma la sua specialità era la caccia di frodo, quella con la rete. Con le sue proprie mani si costruiva la rete, qualche volta di forma quadrata, altre volte di forma ottagonale o esagonale, simile a una tela di ragno, che poi issava su un’alta e robusta canna di bambù, di cui vi era abbondanza nel parco. Questo tipo di caccia veniva eseguito di notte, preferibilmente l’inverno, quando il freddo vento di tramontana spingeva gli uccelli a posarsi sui rami più bassi e quando si poteva cacciare non solo i passeri e i merli, ma anche gli storni. All’imbrunire il capoccia mangiava in fretta un pezzo di pane, forse con l’aggiunta di cicoria o formaggio, poi si metteva all’opera: acceso un piccolo fuoco, vi poneva su una vecchia 102 padella e cominciava a scaldare il vischio. Egli disdegnava il vischio già preparato, quello che si poteva comprare dagli armaioli, sia perché in effetti aveva scarsa potenza adesiva, sia perché costava troppo. Non so dove si procurasse quel suo vischio, ma so che era efficacissimo. Quando il vischio era ben liquefatto, lo afferrava con le dita, ancora bollente, soffiandovi sopra e sacramentando di tanto in tanto quando scottava troppo, e lo spandeva sui fili della rete. Qualche volta, per non bruciarsi, usava prendere il vischio con una pezzuola, ma poi questa gli si appiccicava nelle mani e gli impediva di spalmarlo in modo appropriato e quindi la buttava via. Per effetto sia del freddo, sia di qualche bicchiere di vino ingerito per mandar via il freddo stesso, poteva accadere durante la preparazione della rete, operazione questa che durava a lungo, che il capoccia sentisse il bisogno di urinare. Allora si allontanava un po’ per compiere i suoi bisogni, ma subito lo si sentiva imprecare poiché il suo vischio, di cui aveva le mani piene, era molto adesivo e si attaccava non solo ai fili, ma anche altrove. Poi si partiva per la caccia, almeno in due, poiché uno doveva reggere la rete, l’altro doveva battere sui cespugli e sugli alberi per far volare gli uccelli. Si vedevano le povere bestie volar via spaventate, rapide come frecce, e poi rimanere immobili con le ali aperte sulla rete. Questa veniva subito abbassata e gli uccelli erano strappati a forza e uccisi. Tutto questo il più rapidamente possibile, sia perché potevano con i loro sforzi liberarsi dal vischio, sia perché con i loro gridi disperati (gli storni soprattutto strillavano molto) potevano spaventare gli uccelli posati sulle piante circostanti. Per ucciderli bastava premergli la testa con il pollice fino a sfondarla; poi si buttavano in un sacco. Anche lì, pur con la testa sfondata, spesso starnazzavano a lungo prima di morire. Il capoccia poi, costretto a tenere con una mano la canna che reggeva la rete e avendo quindi una sola mano libera per poter staccare gli uccelli, 103 preferiva sfondargli il cranio con i denti. Un orrore la caccia. Povere bestie! Ma la guerra imminente doveva portare orrori ben maggiori. Un altro tipo di caccia al quale il capoccia si dedicava volentieri era quello della rete senza vischio, una rete cioè un po’ simile a quella dei pescatori, sorretta da due lunghe canne, che veniva aperta davanti ai cespugli o agli alberi dove erano gli uccelli, e che era prontamente richiusa quando questi, spaventati, nel fuggire via vi andavano a sbattere contro. Una volta chiusa al momento giusto, il capoccia dava un paio di colpi alle canne della rete in modo che questa si avvolgesse su di esse, per poi abbassare il tutto e uccidere le prede, questa volta prima di districarle dalla loro prigione. Altra specialità minore del capoccia come cacciatore era la caccia agli uccelli che si posavano nei luoghi dove fosse dell’acqua. Era una caccia da compiere specialmente d’estate, quando gli uccelli bevono più spesso. Si poneva una piccola rete rettangolare, fermata da quattro cannucce e a sua volta legate su una cannuccia di base che faceva da perno, sopra la sorgente d’acqua dove gli uccelli si sarebbero posati per bere e vi si aggiungeva un lungo spago che finiva nelle mani del cacciatore, nascosto dietro un cespuglio. Quando l’uccello si accostava all’acqua, rimaneva sotto la rete. Era un lavoro di pazienza, ma si poteva prendere, oltre ai passeri e ai fringuelli, anche qualche merlo. Gente rude i cacciatori, vero? Il capoccia in effetti lo era, ma aveva anche sofferto nella vita. Durante la prima guerra mondiale era stato mitragliere, aveva partecipato ad avanzate in prima linea e a ritirate. Una volta lui e altri soldati si erano ritrovati isolati dal resto della truppa e, per non consegnarsi prigionieri al nemico, erano rimasti nascosti per quattro giorni, nutrendosi di erbe crude raccolte nei prati. La guerra lo aveva reso mezzo sordo, ma a quei tempi non era facile avere la pensione, anche per invalidità evidenti. 104 La donna che non ebbe la possibilità di aiutare mia madre a vestirmi, poiché io non volli morire, era analfabeta. Il marito, che lavorava anche lui nella villa, sapeva leggere, ma non volle mai insegnarlo alla moglie perché, diceva lui, è bene che le donne non siano istruite. Sembra strano che cose del genere siano accadute meno di cinquant’anni fa, non è vero? Questa donna, magra e brutta, lavorava quanto un uomo, forse di più. Non sempre però svolgeva compiti pesanti, spesso era chiamata a fare lavori negli interni, ma altre volte, afferrati pala e rastrello, puliva rapidamente e con abile mano i viali della villa. Perché donna, la sua paga era inferiore a quella degli uomini. Sua madre era morta nel metterla alla luce. Un giorno da bambina, - aveva sei o sette anni – era scesa in cantina nel paesetto del Lazio settentrionale dove era nata, per mangiare qualche frutto che il padre vi aveva messo a maturare. Giunta in fondo, si sentì chiamata più volte; dapprima pensò che fosse il padre, ma poi una voce femminile, ben distinta, disse: “So’ tu’ madre”! La bambina uscì dalla cantina urlando. La mattina seguente aveva una febbre altissima: si trattava di tifo, una malattia allora molto grave poiché non esisteva ancora per curarla una medicina specifica. Durante la malattia, la bambina aveva spesso l’impressione che una donna le sedesse a fianco. Guarita lo disse ai parenti e questi, chiesto alla bimba l’aspetto e il vestire di essa, conclusero: “Era tua madre”. Questa donna, dopo la crisi del 25 luglio 1943, venne ad abitare insieme al marito, nella villa, quale aiuto per il custode. Al tempo dell’occupazione tedesca, quando le razioni di cibo erano eccessivamente scarse, dimostrò di avere una sua abilita: per mezzo di lacci di filo di ferro riusciva ad acchiappare i gatti, piuttosto numerosi e praticamente allo stato randagio, che erano nella villa, ben nutriti perché nel parco non mancavano né uccelletti né topi. Tenuti diverse ore nell’acqua corrente e ben 105 conditi, erano migliori del coniglio. Che orrore! Mi direte. Perché, non può essere anche un orrore mangiare i conigli ? L’inverno la squadra degli addetti alla manutenzione della villa era rafforzata da tre o quattro taglialegna, conosciuti meglio con il nome di “potatori”. Venivano a potare le numerose piante del parco e a spaccare la legna per l’inverno. Erano contadini marchigiani, che durante la buona stagione coltivavano i loro piccoli appezzamenti di terreno e l’inverno cercavano di arrotondare i loro guadagni lavorando come taglialegna. Si portavano da casa molte provviste, in modo da spendere il meno possibile. Mangiavano pasta scondita e non bevevano quasi mai vino, ma in compenso a primavera, quando andavano a casa, portavano via un bel gruzzolo. Robustissimi, nonostante l’aspetto fisico che non presentava nulla di eccezionale, lavoravano con la sega o con la scura per otto ore al giorno. Si arrampicavano come gatti sulle piante, anche sugli alti pini e lì, reggendosi con una mano a un ramo, facevano uso con grande abilità dell’ascia. Era impressionante vederli salire sulle piante più alte, studiando con circospezione i movimenti. Sistemi di sicurezza allora ce n’erano ben pochi: c’era l’aiuto di lunghe scale di legno fino a una certa altezza, poi qualche corda lanciata attraverso i rami, poi, spesso, più nulla. Qualche volta, tanto per passare il tempo, facevano delle gare tra loro. Queste consistevano nel riuscire a spaccare in un determinato tempo un blocco di legno particolarmente “difficile”, cioè pieno di nodi, che presentava notevole resistenza alle scuri, o a segare in un certo tempo un tronco molto grosso. A differenza degli altri, questi lavoratori prendevano la loro dimora, nei quattro o cinque mesi di permanenza nella villa, nella famosa “Casa degli spiriti” oppure, dopo la seconda guerra mondiale, quando quella casa divenne inabitabile, nella parte di servizio del Villino delle Civette. Uno di essi poi, dopo la morte del custode, prese il suo posto. 106 Con l’avvento delle truppe alleate i giardinieri della villa si trovarono in una situazione imbarazzante: o restare con i Torlonia, cioè con un lavoro praticamente stabile poiché, pur essendo agricoltori giornalieri, in realtà avevano il loro lavoro assicurato ininterrottamente, anche quando il tempo era cattivo, con una paga molto bassa, giacché si cominciavano a farsi sentire gli effetti della svalutazione monetaria e i loro salari non erano stati ancora proporzionalmente aggiornati, o accettare il lavoro offerto dagli alleati, precario, ma facile a trovare e remunerato molto bene. Alcuni presero questa seconda via, ma se ne pentirono perché in seguito le cose cambiarono: gli alleati se ne andarono, i salari cominciarono ad aggiornarsi al costo della vita e quindi coloro che se ne erano andati chiesero di essere di nuovo assunti dai Torlonia. Ma, se la casa Torlonia licenziava raramente i suoi dipendenti, tanto che alcune famiglie erano lì da generazioni, difficilmente li riassumeva una volta che se ne fossero andati. Quello senza un occhio, la donna analfabeta e suo marito rimasero con i Torlonia, anzi vennero ad abitare nella villa. 107 IL CUSTODE Il principe Giovanni Torlonia aveva alle sue dipendenze, tra gli altri, un portiere, che fu al suo servizio per lunghissimo tempo, il quale abitava in una casetta posta a ridosso del muro di cinta, all’angolo tra via Nomentana e via Alessandro Torlonia. Questo portiere aveva la vita comoda: il suo compito era quello di essere presente all’ingresso quando entrava o usciva il Principe; doveva inoltre curarsi di eventuali visitatori che avessero qualcosa a che fare con i Torlonia. Per il resto, al cancello di via Nomentana esisteva un regolare servizio di polizia. Un servizio analogo c’era al cancello di via Spallanzani n. 1/A, presso il quale la polizia stessa curava gli eventuali rapporti con la famiglia del principe e con l’istituto Luce. L’altro cancello di via Spallanzani, invece, detto chissà perché “cancello Zita” era normalmente chiuso. Tra le altre persone della servitù, ve n’era uno che fungeva un po’ da cameriere e un po’ da autista e che viveva al Villino della Civette. Era il discendente di una famiglia che serviva il principe da moltissimo tempo. I suoi genitori erano vissuti alla Serra Brunamonti, nella tenuta dei Torlonia. Costui fu protagonista dell’episodio dello specchio contro il quale scaricò la sua rivoltella, di cui ho già parlato. Un altro record di durata al servizio dell’illustre famiglia fu quello del custode, il quale fu alle sue dipendenze dalla metà del mese di ottobre del 1907 fino alla morte, avvenuta nel 1958. Il custode non aveva avuto una vita facile, cosa del resto abbastanza comune un tempo. Nato in un paesino dell’alto Lazio, da giovane aveva imparato il mestiere di falegname, poi aveva preferito arruolarsi nel Corpo Guardie di Città, quella che oggi è la pubblica sicurezza, prestando regolare servizio per cinque anni, dall’ottobre 1902 all’ottobre 1907. Fece il suo servizio a Roma, 108 spesso nella zona della città vecchia, oggi caratteristica meta dei turisti, allora tristemente famosa per la presenza dei bulli, tipo ben conosciuto di delinquente romano, chiacchierone, spaccone, non eccessivamente coraggioso, ma che tuttavia impugnava con facilità il coltello. Dovendo da un lato acquistarsi la benevolenza dei superiori, dall’altro portare a casa la pelle senza buchi, colui che poi sarebbe divenuto il custode di villa Torlonia fece il possibile per contentare sia i superiori che i bulli. Chiudendo qualche volta un occhio e pagando qualche bicchiere di vino nelle numerose bettole dei quartieri malfamati, se la cavò abbastanza bene. Inoltre imparò a comportarsi nel modo più opportuno nella vita, cosa che gli dovette servire molto in seguito. Finito il suo periodo di ferma nelle Guardie di Città, fu assunto dai Torlonia come guardia giurata nella tenuta del Fucino e vi rimase dalla metà di ottobre del 1907 fino alla fine di giugno 1912. La vita lì era piuttosto dura: la sua casa era quasi al centro della vasta piana del Fucino, in località Ottomila (cioè ottomila metri; il diametro del lago prosciugato e di circa sedici chilometri) in aperta campagna. L’inverno il freddo era intenso; nella camera da letto, l’acqua che sua moglie preparava la sera per lavarsi al mattino (l’acqua in casa a quei tempi non si sapeva che cosa fosse) qualche volta gelava nel catino. Inoltre i lupi, di cui attualmente in tutto l’Abruzzo sono rimasti pochissimi esemplari, a quei tempi erano numerosi e l’inverno, spinti dalla fame, scendevano a valle. Non era raro al mattino trovare intorno alla casa, sulla neve fresca, l’orma del lupo. Qualche volta erano avvenute delle tragedie: circa a quei tempi un carrettiere, sorpreso in aperta campagna dalla notte, fu sbranato insieme al cavallo. Un’altra volta un uomo, essendosi imbattuto sul far della sera nei lupi, fece in tempo a salire su un albero. I soccorritori lo trovarono al mattino; i lupi se ne erano andati, ma lui, semiassiderato, non riusciva più a scendere. 109 Quando i lupi si avvicinavano alle case i cani guaivano pietosamente, impauriti. Erano tutti muniti di collari irti di punte di ferro, perché il lupo preferiva scannare la sua preda. Rari erano i cani che osavano affrontare il lupo, anche se più grossi. L’animale domestico, evidentemente, perde l’aggressività che caratterizza quello selvaggio. Anche i cavalli temevano il lupo e fuggivano disperatamente al suo avvicinarsi; solo il mulo osava battersi, minacciando il nemico con i potenti calci delle sue zampe posteriori. Il lupo spesso rimaneva acquattato dietro i cespugli e attaccava la preda alle spalle. Quando l’inverno si andava di notte a far visita a qualche vicino, nei giorni più freddi e nevosi, le donne erano fiancheggiate dagli uomini con le armi in pugno. Naturalmente, allorché la temperatura aumentava e la neve cominciava a sciogliersi, le cose andavano meglio. La zona era ricca di prodotti agricoli e abbondava la cacciagione. Inoltre la popolazione era per natura generosa. Molte delle case dei paesetti che circondavano la valle del Fucino erano state costruite con i ciottoli del lago. Per questo motivo il terremoto del 1915 fece molti danni e vittime. La casa dove abitò il guardiano crollò in parte, ma lui e la sua famiglia a quel tempo già stavano lontani dal Fucino. Infatti nel luglio 1912 egli veniva trasferito a villa Torlonia, con la paga di novanta lire al mese. Il 24 maggio 1915, come si sa, l’Italia entrò in guerra contro l’Austria e il custode fu richiamato alle armi. Egli aveva già prestato servizio di leva nel 1899 e, destinato a Messina, era stato assegnato a un reggimento genio zappatori; qui era stato nominato trombettiere. Fece parte del corpo di spedizione italiano che occupò l’Albania meridionale. Il 19 gennaio 1918 fu assegnato all’autoreparto e il 22 aprile dello stesso anno fu, come caporale “autorizzato a condurre automobili a scoppio in servizio militare,” così com’è scritto sul suo “certificato di idoneità alla condotta di automobili”. Lavoro facile, dunque, ma ciò per poco non gli costò la vita perché, mentre conduceva un camion carico di due botti di 110 vino, il veicolo fu centrato da un proiettile di cannone. Per sua fortuna, delle due botti, l’una dietro l’altra, quella colpita fu la posteriore e ciò contribuì a salvarlo. Per il resto, dalla guerra se la cavò abbastanza bene. Solo una volta, per circa tre settimane, fu ricoverato per malaria. Durante la sua assenza da casa, alla famiglia venne dato lo stipendio ridotto a metà, come stabiliva la legge di allora, e al suo posto provvisoriamente fu messo un altro, che percepiva l’altra metà del salario. Tornato dalla guerra, i primi del gennaio 1919, si accorse che lo stipendio di novanta lire non gli bastava più. Infatti era già cominciata la svalutazione. Ma poi il suo salario cominciò a adeguarsi, sia pur lentamente, alla nuova situazione: fu portato a duecento lire e poi a trecento. Visto che ciò non bastava tuttavia a vivere, vendette qualche misera proprietà che tra lui e la moglie possedevano ancora nel paese natio. Saputo per caso il Principe Torlonia il fatto, ammise che non era giusto che i suoi dipendenti vendessero quel che possedevano per vivere e gli aumentò lo stipendio a quattrocento lire. Era questa una somma appena sufficiente ad andare avanti, inferiore a quella che prendevano i giardinieri a lui sottoposti e che rimase tale fin quasi alla fine della seconda guerra mondiale (ma la svalutazione era ormai bloccata da tempo); però aveva in più gratis la casa, la luce e la legna per la cucina e il riscaldamento. Fino ad allora il suo servizio era stato prevalentemente quello di guardiano: armato di fucile girava per il parco sia di giorno che di notte. Con la venuta di Mussolini, il suo servizio di sorveglianza divenne superfluo e, quando nel 1927 morì uno dei domestici del Principe, cominciò a prestare la sua opera quasi esclusivamente al Villino delle Civette, con l’incarico di curarsi del telefono e fare lavori vari. C’era il vantaggio di stare per lo più al chiuso; inoltre, da allora, prendeva i pasti insieme agli altri domestici. Aveva in più l’incarico di dirigere i lavori dei giardinieri. 111 Il custode era un abile artigiano: oltre che a fare lavori da falegname si adattava a mille altre cose. In questo era superiore al già nominato capoccia. Aveva anche una cultura, poiché aveva frequentato….la terza elementare! Amava la lettura e, specie quando, divenuto anziano, ebbe maggior tempo libero, passava molte ore a leggere. Leggeva di tutto, dai romanzi alle riviste e perfino ai libri di carattere culturale. Per la sua abilità, era stimato da tutti. Il Principe Giovanni Torlonia aveva molta fiducia in lui, e in seguito anche i suoi eredi. Durante il periodo dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, uno degli eredi di Torlonia affidò alla sua custodia dei valori in oro e dei quadri di autore. In pratica il custode era sempre in servizio, anche se qualche ora la passava riposando nella stanza dei telefoni. Il Principe Torlonia al mattino suonava il campanello prestissimo: voleva il caffè ed era il custode che lo preparava. Egli si alzava la mattina poco dopo le quattro per recarsi al Villino delle Civette e tornava a casa la sera verso le dieci. Il pomeriggio però, come ho detto, ci scappava un pisolino sul divano accanto al telefono. Quando il principe partiva per la villeggiatura portava con sé anche il cuoco. Di tanto in tanto tuttavia faceva un salto a Roma, con il solo autista e in quell’occasione il custode gli preparava i pasti. Il principe diceva di esserne molto soddisfatto. Con la morte di Giovanni Torlonia, il custode rimase nella villa ma, a poco a poco e sempre più spesso, venne a essere a disposizione dei Mussolini. A un certo punto rimase l’unico rappresentante dei Torlonia e doveva quindi fare da “ponte” tra la famiglia principesca e gli illustri ospiti. Ciò, se aveva i suoi inconvenienti, fu anche di una certa utilità, specie in tempo di guerra, quando i buoni rapporti con i Mussolini indirettamente, direttamente con i loro domestici, servì ad affrontare i momenti di carestia di cui si soffrì in Italia. Inoltre in due occasioni la nuova posizione fu decisiva per l’avvenire del custode, anche se, come si vedrà appresso, proprio questa posizione per poco non costò cara. 112 La vita è una lotta, anzi possiamo dire con un gioco di parole che la vita è lotta per la vita. Qui non narrerò di lotte che riguardano gli illustri abitatori della villa, sia perché non ne conosco di abbastanza interessanti da essere citate, sia perché non mi piacciono i pettegolezzi. Parlerò invece di “lotte fra servi” all’ombra degli stemmi principeschi e delle cariche politiche. Morto il Principe Giovanni, qualcuno tentò di sostituire il custode con un altro dipendente dei Torlonia. La sua situazione a quel punto si fece drammatica: dopo oltre trent’anni di servizio, quindi a un’età avanzata, tale da non permettere di trovare facilmente un lavoro, dovere andarsene così, su due piedi, con tutta la famiglia, lasciando anche la casa, non era certo uno scherzo. Fu qui che l’intervento dei nuovi padroni fu salutare; l’avviso di licenziamento era già stato dato, ma il custode era ormai entrato nelle simpatie dei Mussolini e così fu salvo. Poco tempo dopo il tentativo fu ripetuto e questa volta fu puro caso se l’intervento dei Mussolini fu a favore anziché contro il custode. Ma questa storia la narrerò nel capitolo seguente. 113 IL SEGRETO DEL VILLINO ROSSO Il Villino Rosso è situato all’angolo tra via Spallanzani e via Siracusa. Un portone conduce a un ingresso che, a sua volta, ha dall’altra estremità un cancello dal quale si entra nel parco. L’ingresso è in realtà un ponte. Sotto ci passa una strada, poiché il villino, oltre al piano superiore, ha un altro piano al di sotto del livello della pubblica via, piano usato per i servizi. L’ingresso ha due porticine ai lati, come se si trattasse dell’entrata di due appartamenti separati, anche se in pratica l’interno è unifamiliare. Il nome deriva dal fatto che il villino è dipinto di rosso, con qualche angolo in marmo bianco. Per diversi anni il villino fu abitato, come ho già detto, da una nobildonna, ma, dopo la morte del Principe, rimase vuoto. Un giorno due ragazzi stavano passeggiando nel parco quando videro una donna uscire dal villino. Questa, scortili, tornò frettolosamente indietro. Allontanatisi i ragazzi, poco dopo si accorsero che Mussolini stesso usciva dal Villino Rosso, dirigendosi verso la sua abitazione. Con la sconsiderazione della gioventù, i due, lasciato trascorrere un po’ di tempo, penetrarono nel villino, attraverso una delle finestre a lato del ponte, di cui una era aperta, per mezzo di una grossa tavola, di quelle usate dai muratori, che si trovava nei pressi. Salirono al piano superiore e trovarono la porta del salotto 114 principale, la cui finestra dà proprio sul ponte, chiusa a chiave. La porta era a vetri lavorati, e a una certa altezza presentava dei vetrini quadrati a colori. I vetrini erano un po’ mobili nella loro cornice di legno, ma non abbastanza da permettere di vedere dentro. Uno dei giovani forzò un po’ troppo un vetrino per mezzo di un ferro, tanto che si aprì una fessura. Da questa si poté vedere un divano disfatto e una stufa. Il resto cadeva fuori dalla portata dell’occhio, limitato dalla fessura del vetro. Il bello è che il vetrino, rimesso a posto, non essendo liscio ed essendo colorato, combaciò perfettamente, tanto da non potersi accorgere che era rotto. Vent’anni dopo l’episodio, tornato per caso nel villino, uno dei due ragazzi, (forse ero io), dovette faticare molto per ritrovare il vetrino rotto, la cui fessura era invisibile a un primo esame. Fu facile allora ricostruire i fatti. La donna usciva dal villino e si recava al cancello di via Spallanzani, detto “cancello Zita”, dove un agente era pronto ad aprirle, per uscire. Rimane un mistero sapere perché uscire di lì, attraversando un tratto di parco, e non dalla parte del villino che dava direttamente sulla via come invece dovette fare, in pratica, quando tornò indietro, alla vista dei ragazzi. L’episodio è accaduto nel 1940. Quella donna era la Petacci? Questa raramente è entrata nel parco di villa Torlonia. Pare che vi sia stata una volta, un’estate, per vedere Mussolini cavalcare, approfittando del fatto che la moglie era in villeggiatura, e mai sia venuta nel Palazzo. La moglie di Mussolini era gelosissima, o perché conosceva il carattere del marito o perché sospettasse qualcosa delle sue relazioni sentimentali. Qualche volta tornava improvvisamente dalla Rocca delle Caminate o da Riccione, dove trascorreva la villeggiatura. Mussolini non voleva scandali, era molto prudente. Una signora conosciuta nella villa ma che allora non vi abitava più aveva avuto relazioni con Mussolini prima ancora che questi conoscesse la Petacci. Di lei la storia non ne ha parlato quasi 115 affatto. Qualche giornale, parlandone, l’ha poi confusa con altre. Ne ho accennato parlando del Palazzetto. Tutta questa storia per poco non fu fatale al custode della villa, che rischiò per la seconda volta di perdere il posto. Infatti era stato lui che, su richiesta degli agenti destinati al servizio di sicurezza, aveva fornito la chiave del Villino Rosso a Mussolini, e ben ne sapeva il motivo. A quei tempi Rachele Mussolini aveva preso a stimare il custode, specie per la sua abilità nel fare qualche lavoro, compresi quelli di falegname. Se avesse conosciuto una cosa del genere, non avrebbe più posto alcun ostacolo al suo licenziamento. Qualcuno, per sostituire il custode, pensò di far sapere la cosa a Donna Rachele, ma trovando difficoltà a dirglielo direttamente, avvertì del fatto un suo domestico fidato, un milanese ((un’eccezione, dunque, perché quasi tutti i domestici dei Mussolini erano romagnoli) che era da lunghissimo tempo al servizio della casa. Come in tutte le dimori signorili si sa che la servitù è più o meno fedele al signore o alla signora e si pensava che questo domestico fosse quasi il confidente della moglie di Mussolini. Ma il domestico sapeva il fatto suo e se ne guardò bene dal provocare uno scandalo. Anzi preferì andare a riferire il tutto al marito, anziché alla moglie, il quale prese subito provvedimenti, e il custode fu di nuovo salvo. 116 degli opportuni I MUSSOLINI Ho parlato abbastanza dei Torlonia, tanto che è superfluo tornarci su, ma non ho detto tutto dei Mussolini. Sui figli di Mussolini c’è ben poco da dire: erano ragazzi come tutti gli altri. Col crescere dell’età, i loro giocattoli divennero sempre più importanti: dalla bicicletta normale a quella a motorino (erano rare a quei tempi) e poi alla motocicletta. Romano ebbe anche un’automobile scoperta, rossa, con la quale girava esclusivamente nel parco, non avendo ancora l’età per la patente di guida. Frequentavano le scuole pubbliche e spesso vi andavano in autobus, scortati a una certa distanza da un solo vigile in borghese, un anziano maresciallo. A scuola li chiamavano per nome, anziché per cognome. Non eccellevano per gli studi, tanto che qualche professore li rimproverava senza tanti complimenti: “Come avete un padre così intelligente e voi vi comportate così?” Vivevano in un ambiente tutt’altro che raffinato, poiché il padre era in casa poco, la madre veniva dal popolo e la servitù pure. Per un brevissimo periodo Romano e Anna Maria ebbero per la loro educazione una signorina adatta a tale funzione, ma durò pochi mesi. Rachele Mussolini conduceva una vita da casalinga. Qualche volta la si poteva vedere nella lavanderia (un tempo del Principe Giovanni, poi, alla sua morte, dei Mussolini) vicino alle scuderie, in un piccolo fabbricato ora demolito, a lavare o a stirare. Dietro le scuderie, poco prima della guerra, aveva fatto costruire un pollaio con oltre cento tra polli e tacchini. Spesso passava la domenica a badare i polli o a interessarsi di un orto, creato a poca distanza. Stava sempre in mezzo ai domestici, e questi non gliene erano grati, naturalmente, perché limitava la loro libertà di azione. 117 Tuttavia quando doveva incontrarsi con gente di alto rango sapeva comportarsi bene. Però cercava di evitare il più possibile tali incontri. Non aveva simpatia per Hitler, tanto che non volle saperne di incontrarlo, quando venne in Italia, benché non mancasse di partecipare alla importante manifestazione navale svoltasi a Napoli in onore del Führer. Era molto attiva, sobria nel mangiare. Parlava in romagnolo con la servitù, ma il suo italiano era buono. Ho già accennato al fatto che la veranda un tempo esistente nella facciata sud del Palazzo fu trasformata dai Mussolini in corridoio. Il lavoro fu fatto sotto la direzione di un ingegnere che, da qualche tempo, frequentava assiduamente la famiglia e spesso si tratteneva con Rachele Mussolini. Questa lo riceveva tra i polli o all’orto o tra le faccende domestiche, in mezzo alla servitù e senza cerimonie. L’ingegnere però era l’unico personaggio che si presentava con un bell’inchino e si piegava a un elegante baciamano, non importa se poi la mano su cui si posava il bacio fosse piuttosto rude per l’abitudine al lavoro e, qualche volta, sporca. Come avviene sempre per i personaggi famosi, soggetti al pettegolezzo storico, si farebbe presto qui a imbastire una maldicenza, gettando dei sospetti completamente infondati, poiché rapporti più stretti non sarebbero sfuggiti all’occhio sagace ed esperto della servitù. Tuttavia l’atteggiamento dell’ingegnere non piacque a Mussolini, il quale un bel giorno lo fece allontanare per sempre dalla villa. Anche Mussolini era sobrio. Quando non era necessario rispettare le regole del galateo, mangiava in fretta, con i gomiti sul tavolo. Durante i pasti beveva mezzo bicchiere di vino. Non fumava, almeno negli ultimi anni. Nella villa, come ho già avuto occasione di dire, si considerava ospite, e tale era infatti. Non è vero che, come si raccontava, 118 pagasse l’affitto simbolico di una lira l’anno, per evitare che, secondo le leggi italiane, dopo un certo numero di anni divenisse proprietario di diritto della villa. Del resto ciò non sarebbe stato nello stile di nobili, quali i Torlonia. Aveva al suo servizio personale una cameriera (l’ultima era romagnola) che, nelle ore libere, si mescolava all’altra servitù per i lavori domestici vari. Per il resto la servitù era in mano alla moglie. Un giorno alla fine di un ricevimento, fu presentato a Mussolini il cuoco che aveva preparato le vivande, per le congratulazioni, poiché in effetti era un artista in materia. Mussolini gli chiese se sarebbe stato disposto a venire al suo servizio, ma poi non se ne fece più niente. Qualche volta nella bella stagione, Mussolini girava per il parco, solo o con i figli, in bicicletta, vestito di bianco, con calzoncini corti e con un caratteristico berretto, pure bianco, con visiera ”a unghia”. La sua bicicletta (ce n’erano anzi più d’una) era di quelle stile antico, con il manubrio dietro, una ruota piccola anteriore e una grossa posteriore. Ma questa non era enorme, come quelle di un tempo, bensì era una normale ruota di bicicletta. Chi lo incontrava lo salutava romanamente, ed egli rispondeva sempre al saluto. Quando incontrava una donna, giovane o anziana, la salutava per primo, se faceva in tempo. Una ragazzina, figlia di domestici al servizio dei Torlonia, divenuta ormai ragazza, credette opportuno passeggiare con una certa frequenza nei punti della villa dove Mussolini si aggirava più abitualmente, di solito in bicicletta, il pomeriggio o nei giorni festivi. Mussolini, manco a dirlo, cominciò a fermarsi spesso intrattenendosi in conversazione con lei. Tutto finì qui, perché, per una serie di avvenimenti del tutto estranei alla vicenda, la ragazza dovette lasciare la villa, andando ad abitare con i genitori altrove. In un’altra occasione si fermò a conversare, solo per tre o quattro volte, con una giovane, la quale pure abitava nella villa, che lavorava come sarta al servizio della moglie. Poi probabilmente 119 capì che sarebbe stato veramente pericoloso prendere quella via e rinunciò subito. Nonostante le sue note avventure extramatrimoniali, innegabili, era affezionato alla moglie e ai figli. Quando la figlia Anna Maria si ammalò di poliomielite, fu agitatissimo per tutto il periodo del male e apostrofava i medici dicendo loro ripetutamente: “Dovete salvarla, dovete salvarla!” Non si curava però delle ricchezze né dell’avvenire dei figli stessi. “Si faranno la loro strada come l’ho fatta io”, diceva quando ne parlava con la moglie. I suoi domestici raccontavano spesso un sogno fatto da Mussolini; si era sognato una specie di spirito o genio che, entrato dalla finestra, si era accostato al letto dove dormiva e gli aveva chiesto: “Cosa vuoi: la felicità, la ricchezza o la gloria?” “La gloria!” Rispose lui. E il genio replicò: “L’avrai!” Pur non essendo religioso, credeva in un Essere superiore ed era per natura fatalista. Aveva ribrezzo per le serpi. Poco dopo la nomina a capo del governo, la moglie si recò da una cartomante. “Regnerà per vent’anni”, le disse questa. Rachele Mussolini interpretò la profezia nel senso che dopo vent’anni sarebbe morto; non poteva mai immaginare, come lei stessa raccontò in seguito, ciò che sarebbe accaduto. Tra i numerosi attentati alla vita di Mussolini ce n’è uno che è sfuggito alla storia. Un giorno si presentò all’ingresso di via Nomentana una donna piuttosto anziana, dichiarando apertamente di voler uccidere Mussolini, e a riprova della sua intenzione mostrò alle guardie di servizio un coltello da tavola. Era una squilibrata. Col passar del tempo, poco prima della guerra e anche durante la guerra stessa, Mussolini dava più l’impressione di un alto funzionario che si recasse ogni mattina al proprio ufficio per poi rientrare a casa la sera che di un capo di governo. Persino il suo aspetto suggeriva quest’idea. Quando la guerra cominciò ad andar male, si potevano notare nella sua persona i segni delle preoccupazioni e dell’avvilimento. 120 Non seppe reagire in nessun modo alla situazione, tanto che, negli ultimi tempi, la moglie stessa si dette da fare, interessandosi di più, nei limiti delle sue scarse possibilità, di politica. Si era costituita una piccola rete di informatori che, su certi argomenti, la tenevano ben informata, tanto da poter dare dei suggerimenti al marito. Persino i domestici si erano accorti dell’apatia nella quale era caduto. In un certo periodo della guerra gli alleati iniziarono a bombardare sistematicamente Napoli, quasi tutte le notti. Benché la distanza da Roma a Napoli sia notevole, i comandi credettero opportuno, in tale occasione, di far scattare l’allarme aereo anche a Roma. Un giovane che abitava nella villa e aveva occasione di parlare spesso con i domestici di Mussolini, fece presente alla sua cameriera personale che sarebbe stato opportuno evitare questo inutile allarme; la cameriera lo suggerì a Mussolini, il quale ordinò che fosse esteso l’allarme a Roma solo se gli aerei nemici, abbandonando la zona di Napoli, si dirigessero al Nord. Da allora le notti romane furono più tranquille. La storia smentisce tutto questo (vedi, a tale proposito, “Ciano – Diario – 22 luglio 1941” dove si afferma che Mussolini ordinò di dare l’allarme a Roma quando gli aerei bombardavano Napoli); io racconto i fatti come li ho vissuti, non come li narra la storia. Tuttavia giustifico ciò che dice Ciano sul suo diario: gli uomini politici debbono “fare” la storia, non raccontarla, in vista di scopi politici, giustificabili. Dopo la morte del Principe Giovanni Torlonia, il personale che rimase alla villa, (il custode e i giardinieri) fu praticamente addetto, oltre che a curare il parco, al servizio dei Mussolini. Ma già da prima tra i dipendenti delle due famiglie non c’era mai stato motivo di rivalità, né c’era con il servizio di sicurezza, benché questo alle volte fosse piuttosto severo. Era complicato, per chi abitava nella villa, avere visite di amici o parenti, specie nel periodo bellico. I visitatori erano di solito accompagnati fino alla casa da un agente, il quale prima di andarsene pregava di non lasciare il visitatore attraversare da solo 121 il parco per recarsi al cancello di uscita, ma di accompagnarlo. Quando un parente doveva pernottare nella villa, bisognava avvertire il servizio d’ordine. Se la permanenza si doveva prolungare per più giorni, era necessario chiedere il permesso qualche tempo prima, per consentire al servizio di sicurezza di espletare le opportune indagini sulla persona da ospitare. Durante il giorno nella villa solo di tanto in tanto si vedevano passare degli agenti, per lo più qualche maresciallo in borghese, in ispezione. Di notte, invece, anche all’interno il servizio era rinforzato con guardie, sempre in borghese, armate di moschetto (di giorno gli agenti erano armati solo di pistola). Alcune di queste montavano di servizio, dopo che Mussolini si era coricato, intorno al Palazzo. Altre due o tre erano nel parco. Quando si girava di notte, specie sul tardi, era opportuno fare più rumore possibile per evitare qualche spiacevole incidente. Infatti il parco non era illuminato e le guardie di servizio erano, giustamente, sempre un po’ sotto tensione. Una di queste, un tipo simpaticissimo, aveva tra l’altro paura degli spiriti e raccontava, molto seriamente, che uno spirito, una notte, gli aveva buttato via il cappello! Il custode, che tornava alla sua casa dal Villino delle Civette, aveva preso l’abitudine, giunto là dove sapeva che passeggiavano le sentinelle, di tossire e accendere il sigaro. Una parte del Villino delle Civette, e precisamente quella addetta ai servizi, confinava con un orto di proprietà di suore che avevano lì anche il loro monastero. Queste suore ospitavano, un tempo, numerose orfane che, specie di domenica, erano motivo di irritazione per il Principe Torlonia per i loro lunghi canti religiosi a cui si dedicavano passeggiando in fila per i viali dell’orto. Sotto il muro, c’era un carabiniere di servizio e, in alto, molto in alto, tre finestrelle per dare la luce a tre stanze dei domestici. Un giorno alcuni ragazzi, recatisi in una di queste stanze con un giradischi di quelli di un tempo, con la carica “a manovella”, e un buon numero di dischi, iniziarono a provare i vari dischi, per fare una scelta, 122 mettendone ognuno solo per poche battute, salvo a sentirlo tutto se era di loro gradimento. Dopo un po’ notarono che, a ogni interruzione della musica, si udiva un leggero fischio. Era il carabiniere di servizio nell’orto sottostante che si divertiva così, per passare il tempo. Seccati, riempirono un secchio d’acqua e, mentre uno di loro lo teneva in bilico sulla finestra, un altro mise su un disco e interruppe la musica dopo qualche secondo. Si udì il fischio e quasi contemporaneamente il secchio d’acqua fu rovesciato all’esterno. Messo sul grammofono un altro disco, fu tolto qualche secondo dopo. Il fischio non si sentì più. 123 I DOMESTICI DI CASA MUSSOLINI In casa Mussolini era difficile sentire parlare italiano. I domestici erano quasi tutti romagnoli e parlavano in dialetto stretto, eccetto uno che, essendo milanese, parlava anche lui nel suo dialetto. Rachele Mussolini naturalmente si esprimeva con i suoi familiari in dialetto; nonostante ciò i figli, fin da bambini, parlavano un buon italiano. Sia il domestico milanese che la cameriera personale di Mussolini avevano un privilegio che mancava del tutto agli altri: Rachele Mussolini li trattava in modo differente, sembrava quasi che li temesse. La cameriera personale, benché, avendo tempo a disposizione, si unisse al resto del personale per compiere le faccende comuni, piantava tutti, la stessa padrona, quando doveva dedicarsi al suo specifico servizio. Il milanese, pur non avendo un compito particolare, godeva di una certa indipendenza; lavorava molto, ma faceva di preferenza quello che più gli gradiva. La domestica che di solito aveva cura dei figli era invece meno fortunata. La padrona la distraeva spesso dal suo compito, lasciando che i figli se la cavassero da loro e soprattutto impedendole di stargli accanto nel momento che essi giocavano. Con la scusa di sorvegliarli si poteva infatti godere di un po’ di libertà e di ozio. Ma con Rachele Mussolini questa scusa non attaccava. I domestici e specie le domestiche raramente uscivano dalla villa, nemmeno nei giorni festivi. Tutti sentivano un po’ che la persona più importante tra loro era la cameriera personale di Mussolini. Quella che fu al servizio negli ultimi anni, benché non avesse una grande cultura, dimostrò sempre buon senso e capacità. In posti del genere bisogna saperci fare d’istinto. 124 Presso uno degli ingressi del Palazzo, in una stanza che un tempo era un elegante salottino, ma allora era adibita a stanza di servizio, c’era a turno un agente, un maresciallo, e qualche volta uno dei domestici. Qualcuno di questi agenti era diventato in pratica parte del personale, spesso a disposizione di Rachele Mussolini, per la quale si prestava a compiere lavori vari, poiché a lei non piaceva gente in ozio. Attratte dal nome prestigioso di Mussolini, le persone (erano quasi tutte donne) invitate a venire a far parte della servitù provavano una giustificata emozione. Pensavano di venirsi a trovare in un ambiente poco differente da quello che doveva circondare la persona di un monarca. Giunte alla villa, le coglieva la più cruda delusione. La vita era semplice, monotona, priva di ogni soddisfazione e raffinatezza. Il personale era controllato in tutti i movimenti dalla padrona di casa, nell’interno della villa, dalla polizia, sia pure larvatamente, fuori, a parte le inevitabili rivalità interne che rendono più penose certe situazioni. Era un guaio specie per le donne da marito. Nonostante ciò un paio di esse riuscirono a fidanzarsi mentre erano in servizio. Durante il fidanzamento però poterono incontrarsi con il loro futuro sposo molto raramente. La domestica che si curava dei figli di Mussolini tra l’altro poteva di tanto uscire con i ragazzi quando andavano a far visita agli amici. Era motivo di soddisfazione, oltre che di svago, fare visita a gente altolocata che, per ragioni ovvie, aveva un gran rispetto non solo per Mussolini, ma anche per la servitù. Si pensava che la donna addetta ai suoi figli fosse qualcosa di più di una generica domestica. Si trattava però di soddisfazioni relative. Un giorno questa donna accompagnò i figli in visita presso la famiglia di una persona famosa, in una casa bellissima. A un certo punto si affacciò a una finestra per dare uno sguardo sulla strada: là sotto, immobile, c’era un agente di sua conoscenza, il quale attendeva pazientemente che la visita terminasse. 125 Le cose andavano un po’ meglio l’estate, quando i Mussolini si trasferivano in Romagna. Essendo i domestici per lo più del luogo, potevano facilmente ottenere dei permessi per andare a visitare i parenti e gli amici ed era così possibile, cosa essenziale per tutti gli esseri umani,….. darsi importanza! Durante la villeggiatura Rachele Mussolini, come al solito, si dedicava alle faccende domestiche. Spesso Mussolini si riposava in modo….piuttosto faticoso. Passava delle ore insieme ai contadini, a mietere o a trebbiare. Faceva anche i bagni, quando andava a Riccione, circondato, a sua insaputa, da guardie non certo in divisa, ma in costume. Rachele Mussolini teneva malvolentieri al suo servizio donne sposate. Per questo quelle che riuscirono a fidanzarsi furono mandate a casa poco prima delle nozze. Un’eccezione ci fu per l’ultima cameriera personale di Mussolini, assunta già sposata, il cui marito era pure domestico al servizio della casa. Se le persone di servizio uscivano piuttosto di rado dalla villa, anche nelle ore di libertà, tuttavia avevano il loro luogo di ritrovo e di svago: questo era costituito da quella parte della cinta del parco che dà sulla via Nomentana. Lì il muro è, dal lato interno, tanto basso in alcuni punti da poterci stare tranquillamente seduti, e in quei punti, più spesso la domenica pomeriggio, qualche volta anche gli altri giorni, l’una o l’altra, sola o in compagnia, si sedeva a godere una boccata di aria fresca, a guardare la gente che passeggiava nella via, a chiacchierare. Lì molte volte si incontravano con gli altri abitanti della villa, quelli al servizio dei Torlonia. In un luogo dove vivevano un grande uomo politico e un principe dal nome prestigioso non potevano mancare argomenti di conversazione. Quando si impose agli italiani di dare del voi, non tutti riuscirono ad adeguarsi al nuovo sistema. Vi riuscirono i domestici di Mussolini, forse loro malgrado, non quelli dei Torlonia, troppo abituati al “Lei” nei rapporti con “le loro eccellenze”. Il custode, ad 126 esempio, continuava, nonostante la nuova regola, a dare del lei a Rachele Mussolini. Giovanni Torlonia dava del tu ai domestici, i Mussolini del voi. Pare che qualcuno dei figli, soprattutto Bruno, non mancasse di far notare al padre quanto fosse poco opportuno infastidire la gente con simili sciocchi provvedimenti; ma ormai eravamo per la china, questi erano i sintomi della fine. L’incidente aereo che causò la morte di Bruno non ebbe vasta eco a villa Torlonia. Passati alcuni giorni, la madre tornò alle faccende domestiche, il padre al suo duro compito. Egli però quando, in casa, passava davanti al ritratto del figlio posto su un tavolo, accennava a una carezza. La servitù diceva, un po’ malignamente, che i ricchi sopportano i guai meglio dei poveri, avendo maggiori possibilità di distrazione, e forse ciò è vero, o forse troppo spesso si misura il dolore, erroneamente, in base alle sue manifestazioni esterne. 127 PARTE TERZA La guerra 128 IL 25 LUGLIO Per un lungo periodo di tempo, e cioè fino alla morte del principe Giovanni Torlonia, la vita nella villa trascorse senza novità di rilievo, se si eccettua la venuta dei Mussolini. Dopo la morte del Principe invece le cose precipitarono: la guerra, la caduta del governo fascista, i successivi avvenimenti cambiarono del tutto il ritmo di esistenza della villa, che prima sembrava dovesse, con la sua monotona regolarità, durare in eterno. Con la guerra si fecero meno frequenti e meno interessanti le proiezioni cinematografiche che avevano luogo nel salone del Medioevale, si costruirono i rifugi antiaerei, si rese più efficiente il servizio di sicurezza. Inoltre, l’ho già detto, Vittorio Mussolini e la vedova di Bruno Mussolini vennero ad abitare nella villa insieme ai rispettivi genitori e suoceri, sia pure in abitazioni diverse. Nel vasto prato dietro il Palazzo, tra questo e l’obelisco dedicato alla madre di Alessandro Torlonia, fu fatto un “orto di guerra”; vi furono piantate delle patate. Pur essendo quest’orto abbandonato a se stesso dopo la caduta di Mussolini, diede in seguito una piacevole sorpresa: le patate rimaste nel terreno, forse in conseguenza di una raccolta affrettata, produssero nuovi frutti in abbondanza e furono una risorsa per coloro che erano rimasti ad abitare nella villa, risorsa tanto più gradita perché fu quello il tempo più brutto per la città di Roma dal punto di vista alimentare. Il 19 luglio 1943 vi fu il primo bombardamento di Roma. Furono colpiti, come si sa, il popolare quartiere di san Lorenzo e l’aeroporto dell’Urbe. Il bombardamento avvenne di giorno e le bombe piovvero dal cielo mentre non era ancora finito di suonare l’allarme. Sul viale Regina Margherita che, passando poco lontano da villa Torlonia, conduce a San Lorenzo, si potevano vedere delle vetture tranviarie bucherellate dalla mitraglia degli aerei. Se il 129 bombardamento di san Lorenzo ebbe scopo più politico che strategico, il mitragliamento dei tram lo ritengo in parte giustificato: il fascio dei binari del tram a un certo punto si incrocia con un fascio di binari ferroviari, nei pressi di Porta Maggiore, sorpassandolo per mezzo di un viadotto. E’ probabile che dall’alto si siano scambiati i binari della linea tranviaria per quelli della ferrovia e si siano mitragliati i tram pensando che fossero vetture di treni. Una scheggia di bomba fece un volo di diverse centinaia di metri e, chissà come, venne a cadere, senza fare alcun danno, dentro villa Torlonia, nei pressi di via Siracusa, quasi segno funesto di ciò che sarebbe accaduto in seguito. I romani andarono a vedere ciò che era successo a san Lorenzo e si sa che ci andò anche il Papa. Rachele Mussolini vi si recò anche lei, senza farsi riconoscere. Lo spettacolo era poco allegro: le case del quartiere, piuttosto piccole, di tre o quattro piani, erano quasi tutte in rovina, benché a san Lorenzo fossero state gettate bombe di non alto potenziale. Nel piazzale antistante il cimitero, in certi punti le bombe erano cadute così vicine che gli orli delle buche prodotte dalle esplosioni si toccavano. Si è parlato in proposito di “bombe incatenate”, cioè legate tra loro, ma non so quanto ciò corrisponda a verità. In alcuni luoghi, tra le macerie, squadre di operai lavoravano alacremente, in silenzio. Là sotto, nei rifugi, c’era qualche persona ancora viva. Il vicino cimitero, anch’esso colpito, insieme alla basilica di San Lorenzo, mostrava le tombe scoperchiate dalla violenza delle esplosioni e, per più giorni, si sentì il lezzo dei cadaveri alimentato dalla calura estiva. La gente, sconvolta, imprecava liberamente contro la guerra, tra il silenzio imbarazzato delle autorità presenti. Il bombardamento di San Lorenzo gettò il terrore tra i romani. Mesi dopo, quando le linee tranviarie che attraversavano il quartiere furono ripristinate, i conducenti dei tram, giunti nella zona, andavano a tutta forza e spesso saltavano le fermate. 130 Nel pomeriggio di quel giorno Rachele Mussolini salì, armata di binocolo, sul tetto del fabbricato delle scuderie, da dove sperava di scorgere qualcosa del bombardamento. Non si vedeva invece un bel nulla, poiché i palazzi intorno alla villa coprivano la visuale. Solo, dalla parte dell’aeroporto, salivano delle colonne di fumo. Ad un tratto però si innalzò nel cielo un‘enorme nuvola nera, accompagnata da un sordo boato: era esploso un carico di munizioni che viaggiava su un treno colpito dal bombardamento della mattina, in transito vicino all’aeroporto. La giornata del 25 luglio, domenica, fu trascorsa da Rachele Mussolini un po’ in casa, un po’ gironzolando per il parco. Era tesa e preoccupata, ma non si aspettava certo ciò che quel giorno stesso sarebbe accaduto. Al primo sentore dell’arresto di Mussolini, il figlio Vittorio, ufficiale di aviazione, si precipitò con il cugino Vito a un aeroporto, fece preparare un aereo e se ne fuggì via. La madre invece rimase nella villa ad attendere gli eventi. Al momento dell’arresto fu chiesto a Mussolini di consegnare la rivoltella. “Quale rivoltella?” rispose meravigliato. Gli oggetti più importanti che aveva in tasca erano gli occhiali e il fazzoletto. La sua vista negli ultimi tempi si era indebolita e aveva bisogno, per leggere, di ricorrere alle lenti. L’allora ministro degli interni, insieme a un amico di famiglia dei Mussolini, si era recato la sera a villa Torlonia per confermare l’avvenuto arresto. Era in divisa e passò la nottata nella villa, dormendo vestito su un divano. Il mattino seguente, sempre da villa Torlonia, telefonò perché lo venissero ad arrestare. Benché preoccupatissima, la moglie di Mussolini non era del tutto abbattuta. Assisa su una poltrona nel salotto del Podesti, disse a un certo punto al ministro che, basso e grasso, spiccava per la sua mole, riferendosi alla sua preoccupazione di dover lasciare in divisa la villa, affrontando gli umori della folla: “Così grosso come siete, se vi acchiappano vi sistemano”. “Eccellenza – rispose il ministro – quando si vive come noi, nel conto c’è anche 131 questo: c’è la gloria, il benessere, ma anche la prigione e la morte”. Fu fucilato infatti, in seguito. Tuttavia Rachele Mussolini era solo in apparenza serena. Ella stessa disse a un tratto, riferendosi al marito: “Lo hanno arrestato una ventina di volte, ma mai sono stata preoccupata come ora”. Una delle sue prime cure fu, al mattino del 26, quella di andare nello studiolo al primo piano per distruggere eventuali documenti importanti. Non ce n’erano molti poiché il marito teneva quasi tutto ciò che riguardava il governo a Palazzo Venezia. Tuttavia vi era la documentazione completa, costituita quasi interamente da copie fotografiche, del carteggio Ciano che aveva convinto Mussolini della necessità di rimuovere il genero, come aveva fatto poco tempo prima, dalle sue importanti cariche, destinandolo a un ruolo del tutto secondario. Quei documenti furono stracciati e poi portati a bruciare in cantina, nella stufa del termosifone. Erano stati procurati da un alto esponente del governo di allora (che doveva morire ucciso pochissimo tempo dopo) anche lui poi destituito dalla sua carica perché, come ebbe a dire Rachele Mussolini mentre strappava i documenti: “Pure quello, a un certo punto….” e non finì la frase. Muovendosi qua e là per compiere questi lavori, non abbandonava mai un piccolo forziere, nel quale teneva delle banconote, non molte, e una piccola rivoltella. Il servizio di sicurezza alla villa non c’era più, ma rimanevano degli agenti all’ingresso di via Nomentana, benché fossero tutti senza armi. Gli agenti in genere si mostrarono tutti molto cortesi verso la famiglia Mussolini; prestarono il loro aiuto nei limiti del possibile, anche se in parte ostacolati dalla nuova situazione. Uno di essi, un giovane da poco tempo in servizio a villa Torlonia, si prestò perfino, avendo un paio di giorni liberi, ad andare a Riccione per avere notizie dei figli Romano e Anna Maria, in villeggiatura colà. 132 Avvenne poi un increscioso incidente, contro il quale i pochi agenti presenti erano praticamente impotenti: un gruppo di dimostranti, provenienti dal vicino vicolo della Fontana (luogo piuttosto malfamato, tanto che Mussolini aveva in progetto di demolirne i fabbricati e farci una piazza) tentò di forzare il cancello di via Nomentana, con lo scopo esclusivo di impossessarsi degli eventuali oggetti di qualche valore esistenti nella villa. Gli agenti, non avendo la possibilità di fermare i dimostranti, chiesero telefonicamente l’intervento delle forze armate e subito fu inviato sul posto un gruppo di soldati del genio. Rachele Mussolini, avuto sentore di quanto avveniva nei pressi dell’ingresso di via Nomentana, abbandonò sola soletta il Palazzo, allontanandosi per il parco. Per un po’ di tempo nessuno riuscì a trovare dove si fosse nascosta. Poi il custode della villa, quello al servizio dei Torlonia, la trovò nel magazzino sovrastante il garage, là dove i Mussolini tenevano le balle di caffè e parte dei vini in bottiglia regalati dal Caudillo. Per mezzo di una porta interna, allora, la fece entrare a casa sua e lì stette un paio di giorni. Poi, soprattutto per il fatto che vi erano stati nel frattempo degli allarmi aerei ed era piuttosto scomodo andare dalla casa del custode al Palazzo dov’era il rifugio, tornò alla sua abitazione. I primi due giorni non toccò cibo né bevande. La mattina del terzo giorno, esortata sia dalla moglie del custode, sia dalla cameriera personale di Mussolini, che allora si trovava nella villa, accettò una tazzina di caffè e mangiò qualcosa a pranzo. Quasi tutte le sere Mussolini, dalla villa, faceva una telefonata a Claretta Petacci. La cosa era risaputa da tutti, meno che dalla persona più interessata: sua moglie. Con la caduta del governo era ormai evidente che la storia di Claretta sarebbe presto apparsa sui giornali e il personale di servizio si domandò se era il caso o meno di far sapere la cosa a Rachele Mussolini, prima che lo apprendesse dalla stampa. La situazione era in ogni caso imbarazzante poiché i domestici si sarebbero trovati sempre in 133 difetto, avendole nascosto un fatto di cui erano chiaramente a conoscenza. Alla fine prevalse l’opinione di riferirglielo. Ciò naturalmente innervosì ancora di più Rachele Mussolini, la quale sospettava la cosa, ma non ne aveva la certezza e, come era naturale, rimproverò chi l’aveva avvertita di non averlo fatto prima, rimprovero abbastanza assurdo perché dirglielo in precedenza poteva costare il posto all’imprudente che avesse osato farlo. Ma non se la prese apertamente con il marito, bensì tentò di consolarsi citando l’esempio di tanti altri uomini politici che erano caduti nella stessa colpa, nonché di quelli che erano stati accusati di fatti peggiori, che erano giunti cioè a forme di perversione sessuale. E fosse ciò dettato da notizie avute per mezzo dei suoi informatori o fosse frutto della fantasia che la portava a giustificare l’ingiustificabile, non mancò di citare il caso di un’autorità che sarebbe stata sorpresa dalla notizia dello sbarco degli alleati in Sicilia a letto con un uomo. L’argomento della Petacci ritornava spesso nelle sue conversazioni in seguito, quando si trasferì alla Rocca delle Caminate. La quiete del posto non le aveva tranquillizzato l’animo e lei ripensava sovente al passato, quello recente e quello più lontano, sfogando così con chi voleva ascoltarla il suo dolore e cercando di alleviare le sue preoccupazioni. Fin dal 26 luglio Rachele Mussolini aveva manifestato l’intenzione, se le si fosse stato concesso il permesso, di ritirarsi alla Rocca delle Caminate. Aveva sempre considerato la Rocca la sua vera casa; ora più che mai si rendeva conto che a villa Torlonia era ospite e, in tal frangente, ospite non gradito, al quale si poteva chiedere da un momento all’altro di sloggiare, tanto più che il Principe Torlonia, che aveva ospitato i Mussolini, era morto da tempo e, se gli eredi finora avevano assecondato tutti i desideri dell’ospite illustre, era probabile che lo avessero fatto più per convenienza che per generosità. 134 D’altra parte alcune delle poche persone che in quel momento la circondavano le sconsigliavano un passo del genere, le suggerivano di rimanere nella villa almeno fino a che non fosse avvenuto qualche fatto nuovo o che i Torlonia non si fossero mossi per primi, invitandola ad andarsene. L’argomento che avrebbe suggerito l’opportunità di rimanere nella villa era piuttosto serio: in Romagna, specie nella zona della Rocca e nei paesi limitrofi, Rachele Mussolini era conosciuta da tutti, mentre a Roma non la conosceva nessuno. Se fosse stato necessario nascondersi, le sarebbe bastato uscire da villa Torlonia e, una volta sulla pubblica via, si sarebbe confusa facilmente tra la folla. Ciò in Romagna sarebbe stato impossibile. Tuttavia alla fine la tesi della partenza per la Rocca delle Caminate prevalse, anche per volontà del nuovo governo, che vedeva di buon occhio il ritiro lassù della famiglia Mussolini. Il 30 luglio a Rachele Mussolini fu recapitata una lettera del marito, che cominciava così: “30 luglio, primo giorno del mio sessantunesimo anno di età” (in effetti il suo compleanno cadeva il 29 luglio). Nella lettera assicurava che stava bene, chiedeva che gli si inviasse della biancheria ed esortava la moglie a non allontanarsi da villa Torlonia, esortazione evidentemente dettata dalle stesse considerazioni riportate qui sopra. Ma la partenza per la Rocca era già stata ormai decisa. Inviando al marito la biancheria Rachele Mussolini rispose anche alla lettera, facendo battere a macchina la risposta. Iniziava: “Caro Benito….”. Prima della partenza erano state raccolte in una cassetta numerose decorazioni di Mussolini. Ne era quasi piena, ma una parte di esse era di valore scarso o nullo. Per la fretta, la confusione, la preoccupazione, Rachele Mussolini dimenticò le decorazioni più importanti, quelle di maggior valore che furono, dopo la partenza per la Rocca, trovate dal custode, inventariate in data 5 agosto 1943 e, in seguito, dopo gli avvenimenti dell’otto settembre, restituite ai Mussolini. 135 Si trattava precisamente: di due decorazioni spagnole, cioè il gran collare del soppresso ordine di Carlo III e il gran cordone del merito navale: di due decorazioni tedesche: il gran cordone della croce rossa germanica e la gran croce al merito dell’aquila germanica; di dieci decorazioni italiane: croce dell’undicesima armata, gran cordone dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, gran collare della santissima Annunziata, altro gran cordone dei santi Maurizio e Lazzaro, gran cordone dell’ordine della stella d’Italia, gran cordone dell’ordine della corona d’Italia, gran croce dell’ordine militare di Savoia, gran cordone dell’ordine della stella d’Italia coloniale e una decorazione albanese (ricordo che a quel tempo l’Albania era sotto il dominio italiano). Il momento della partenza fu molto commovente. Rachele Mussolini partì sola, con la sua scorta. Nessuno dei presenti, umile gente che direttamente o indirettamente era stata al suo servizio, riuscì a trattenere le lacrime. Lei abbracciò e baciò tutti, visibilmente commossa. Partì tenendo sulle ginocchia il piccolo forziere dove aveva un po’ di denaro e la pistola. Durante il viaggio verso la rocca avvenne un incidente curioso: dopo alcune ore di viaggio, Rachele Mussolini, che aveva fatto quel percorso decine di volte, si accorse che la strada seguita dalla macchina non era quella che conduceva alla Rocca delle Caminate. Insospettita, chiese alla persona incaricata del suo trasferimento: “Dove mi portate?” “Alla Rocca – assicurò la persona”. “Ma no, perché questa non è la strada della Rocca. Sono nelle vostre mani; se non mi portate alla Rocca, ormai potete anche dirmelo”. Ma l’altro insisteva nell’assicurarle che andavano proprio alla Rocca delle Caminate e del resto aveva ragione: l’autista aveva sbagliato strada e giunsero a destinazione con molto ritardo sul previsto. 136 RICCIONE Mi domanderete cosa c’entra Riccione in un’opera che tratta di villa Torlonia, ma la descrizione dei fatti accaduti nella villa nei giorni della caduta di Mussolini ci portano un po’ anche qui e mi sembra che sia opportuno parlarne. L’agente che si era cortesemente prestato ad andare a Riccione per sapere che cosa succedeva là, dove erano Romano e Anna Maria Mussolini, era ritornato portando notizie rassicuranti: non era accaduto nulla di particolare. La gente a Riccione, anche allora importante stazione balneare sull’Adriatico, viveva abbastanza tranquilla, faceva i bagni, prendeva la tintarella; non che non fosse turbata da quanto stava accadendo in Italia, ma in apparenza tutto procedeva come al solito: le giornate erano calde, la spiaggia molto frequentata. Tuttavia la calma non regnava affatto, nemmeno apparentemente, tra le mura del villino di Riccione occupato dai Mussolini. Insieme ai due figli minori, allora rispettivamente di sedici e quattordici anni, c’erano a Riccione la vedova del figlio Bruno e la moglie dell’altro figlio Vittorio. Se i ragazzi, specie la più piccola, Anna Maria, si rendevano poco conto della gravità della situazione, le cose erano differenti per i grandi. Fin dalla sera del 25 luglio, quando la radio annunciò che Mussolini aveva dato le dimissioni da capo del governo, lo sgomento era piombato su tutti. Dei due ragazzi, Romano fu quello colpito di più, ma il giorno seguente già si era ripreso abbastanza. Il 26 luglio, Sant’Anna, ricorreva l’onomastico di Anna Maria. Il giorno precedente era stato preparato un bel dolce per festeggiare l’avvenimento, ma, con i guai che erano successi, si pensò di non portarlo a tavola. Fu invece consumato il 27. La cameriera, servendolo, ricordò che era stato preparato per festeggiare 137 l’onomastico della ragazza. “Guarda un po’ – disse Anna, con la sua ingenuità di giovinetta – che guaio non averlo potuto mangiare ieri!” “Fossero tutti questi i guai, figlia mia!” le rispose la domestica, che tra l’altro era addetta alla cura personale dei due figli e, in via eccezionale, non era romagnola ma della Campania. Il villino di Riccione dava un tempo da un lato sul lungomare, dall’altro su una strada secondaria. La gente che vi passava poteva comodamente dare uno sguardo all’interno del piano terra del villino, un inconveniente comune a molte costruzioni del genere, ma sempre poco gradito. Questa strada, alcuni anni prima, era stata incorporata in una recinzione che comprendeva in sé altre piccole costruzioni formando, insieme a quello già esistente dalla parte del mare, un giardino non molto ampio né ben tenuto, ma sufficientemente comodo e isolato. La chiusura della strada non era stata però gradita dagli abitanti di Riccione, benché si trattasse di una via secondaria, e ci si aspettava di avere qualche seccatura immediatamente dopo la caduta di Mussolini, proprio per quel motivo. Gruppi di tre o quattro persone si accostavano al cancello, posto all’inizio della via, a guardare dentro e più di uno accennava al fatto che lì un tempo ci passava una strada pubblica; però non vi furono assembramenti né proteste e l’agente di servizio al cancello non dovette quasi mai intervenire. Solo in un caso avvenne un piccolo malinteso: due persone, per veder meglio l’interno, approfittando del fatto che l’agente si era allontanato dall’ingresso, entrarono attraverso il cancello che in quel momento era aperto. L’agente, venendo loro incontro dall’interno, disse loro da lontano: “avanti, avanti!” voleva così far capire semplicemente che avevano passato i limiti entro i quali era permesso di andare, ma i due presero alla lettera le parole dell’agente ed entrarono liberamente, salvo a uscire subito dopo, chiarito l’equivoco. Qualche persona sporgeva la testa al di sopra del muro di cinta, piuttosto basso dalla parte del lungomare. 138 Volevano guardare quel che c’era dentro; là il giardino era ridotto a un prato incolto, dove la sola cosa interessante era, da una parte, una buca che serviva d’ingresso al rifugio antiaereo, un rifugio molto precario, dato che si era al livello del mare e non si poteva quindi scavare molto. Infatti si riduceva a una stanza sormontata da travi di ferro non più grossi di quelli costituenti i binari ferroviari. Si trattava di un rifugio utile solo contro i mitragliamenti e contro le schegge. Tuttavia nessuno si tratteneva molto. Si trattava solo di curiosità giustificata dalla situazione e dal fatto che ora era possibile gettare uno sguardo là dove un tempo non ci si poteva nemmeno avvicinare. La gente però aveva da pensare ad altro, alla spiaggia, ai bagni, a divertirsi un po’, almeno di giorno, poiché ormai la sera, a causa del coprifuoco ordinato per motivi di sicurezza dal nuovo governo, non si poteva uscire più di casa. In un primo momento si credette veramente a Riccione che Mussolini avesse rassegnato volontariamente le dimissioni. Non si pensò che un simile passo, se fatto di propria volontà, sarebbe stato preceduto da un insieme di provvedimenti miranti alla salvaguardia della sicurezza propria e dei propri intimi. La cosa meravigliava di più per il fatto che Mussolini aveva mostrato sempre amore per la famiglia e si comportava nell’intimità come tutti gli altri padri. Ma spesso avviene che gli uomini in alta posizione sociale svolgano la loro attività senza che la famiglia si renda esatto conto di quello che fanno così da essere, da questo punto di vista, considerati degli estranei, tanto sono al di fuori della mentalità dei loro cari. In quasi tutte le città d’Italia, grandi e piccole, all’annuncio della caduta di Mussolini vi furono delle manifestazioni, sia pure di poca importanza e senza gravi conseguenze: gruppetti di manifestanti si contentarono di distruggere gli emblemi esposti nelle vie o su edifici pubblici, fasci, gagliardetti e simili. A Riccione non si fece nemmeno questo, tutto rimase tranquillo. La villa dove 139 erano i Mussolini aveva intorno un muretto che si sarebbe potuto scavalcare facilmente. Fu una fortuna che non ci fossero state manifestazioni di massa. Ci fu bensì un solo tentativo, se tale può dirsi, del genere. Un omaccione in camicia rossa, alto e grosso, si recò al porticciolo di Riccione e incitò i pochi marinai presenti a scendere verso la stazione balneare per una manifestazione. Non fu seguito da nessuno e allora, da solo, venne davanti alla villa, manifestando con gesti e grida. In obbedienza all’ordine emanato dal nuovo governo di divieto di manifestazioni e assembramenti, la polizia, che (grazie specialmente all’iniziativa di un maresciallo da anni in servizio presso la famiglia Mussolini il quale, tra l’altro, aveva l’incarico di proiettare i film che, come ho detto parlando di villa Torlonia, venivano dati la sera nel salone del Palazzo) seguitava a compiere con scrupolo il proprio dovere, provvide a condurlo in questura, salvo a rilasciarlo poco dopo. La sicurezza dei due figli di Mussolini era la preoccupazione principale di quanti erano nella villa di Riccione. Specialmente attiva era al riguardo la moglie di Vittorio Mussolini. C’era il timore di qualche sconsiderata reazione popolare, tanto che, per il caso che gli avvenimenti avessero costretto i due a rimanere soli, li si convinse, malgrado la loro riluttanza, ad appendersi al collo un sacchetto di stoffa contenente del denaro. Furono fatti diversi progetti, nei giorni immediatamente seguenti al 25 luglio e fino a che non fu stabilito che i figli avrebbero raggiunto la madre alla Rocca delle Caminate, ma in pratica non se ne realizzò nessuno. Si pensò di chiedere per loro ospitalità nella vicina repubblica di San Marino. A quei tempi là c’erano stati dei casi di tifo, ma un amico di famiglia, ufficiale medico, presente a Riccione, assicurava che non c’era da preoccuparsi troppo in proposito: bastava, diceva lui, bollire l’acqua da bere e non mangiare cibi crudi. Si chiese allora alle autorità di San Marino il permesso di trasferirvisi, ma le autorità 140 fecero presente, vero o no, che nel paese c’erano state manifestazioni antifasciste che sconsigliavano un passo del genere. Lo stesso ufficiale medico che aveva insistito per il trasferimento a san Marino accettò allora che i due ragazzi si trasferissero a casa sua, in un villino di Riccione non molto distante. Romano e Anna Maria, per non dare nell’occhio, partirono per la casa ospitale in bicicletta, verso le tre del pomeriggio, cioè nell’ora più calda della giornata, quando nessuno girava per le strade. Ma un’ora dopo la loro partenza tutta Riccione sapeva del trasferimento e fu giocoforza farli ritornare a casa loro. Intanto i pochi amici che erano a Riccione, tra cui l’allenatore di tennis (che era anche un famoso calciatore) di Mussolini e dei figli, lasciarono Riccione perché il nuovo governo aveva provveduto a far tornare subito sotto le armi, per evidenti ragioni di sicurezza interna, gente che per qualche motivo era in congedo. Così i figli di Mussolini rimasero con i domestici, le due cognate e la sorveglianza, fedele ma pur sempre problematica, della polizia. Lo stesso maresciallo che, con la sua presenza, rendeva più efficiente il servizio, riconosceva infatti che, se gli fosse stato ordinato, sarebbe stato costretto suo malgrado ad arrestare coloro che con tanto zelo proteggeva. Partirono anche i genitori di Gina Mussolini, la vedova di Bruno. Al padre, prima di andarsene, sfuggì un commento che ricorda un po’ il pensiero espresso dal Principe Giovanni Torlonia sul suo illustre ospite, pensiero già citato nelle pagine precedenti: “Io sono sempre il Principe Torlonia, Mussolini è solo un uomo politico”. “Ecco le conseguenze – disse come parlando tra sé l’anziano signore, evidentemente pensando alla figlia – che derivano dall’imparentarsi con gli uomini che si interessano di politica”. Un episodio che contribuì per un momento a rendere drammaticissima la situazione fu il falso annuncio, che si propagò improvvisamente in tutta Riccione, del suicidio di Hitler. Si videro 141 dei soldati tedeschi abbracciarsi tra loro. Quando la notizia si propagò mancava poco all’ora del comunicato giornaliero di guerra delle ore tredici. Nella sala da pranzo apparecchiata per il desinare, tutti, compresi i domestici (o meglio le domestiche, poiché erano tutte donne) attesero nel più profondo silenzio e col batticuore di sentire confermata quella notizia che, se gradita da tutti, non lo era certo per i Mussolini. Dalle prime parole del giornale radio, che parlava di tutt’altre cose, si capì che la notizia era falsa e ci fu un sospiro di sollievo da parte di tutti i presenti. Gli ultimi giorni che precedettero la partenza per la Rocca delle Caminate furono più tranquilli. Le domestiche ebbero il valido aiuto del servizio di sicurezza per preparare ogni cosa; fu portato via tutto quello che si poteva e il camion addetto al trasporto fu scortato da agenti armati di mitra. 142 LA ROCCA DELLE CAMINATE La Rocca delle Caminate sorge a circa quattro chilometri a nord-est di Pedrappio, ma fa parte del comune di Meldola ed è a sei chilometri da questo, a un’altitudine di 380 metri sul mare. La sua origine è incerta. Sembra che sia stata elevata su una precedente costruzione romana. Secondo altri, sarebbe opera di un certo Riciardello di Beaumont (dal quale sarebbe discesa la famiglia dei Belmonti) circa nel 1137. Fu più volte distrutta e riedificata e fu possesso dei Belmonti, degli Ordelaffi, dei Malatesta, dei Veneziani, del Papa, dei da Carpi, degli Aldrobandini e di altri. Dopo il 1870 rimase pressoché abbandonata essendo stata fortemente danneggiata da scosse di terremoto. Nel 1927 fu completamente restaurata e donata a Mussolini. Il castello è formato essenzialmente da due ali, una delle quali è occupata da un salone rettangolare, lungo e stretto, molto simile all’aranciera del Villino Medioevale di villa Torlonia. Alla congiunzione delle due ali è una grossa torre, sulla cima della quale un tempo si accendeva di notte un faro dai colori bianco, rosso e verde, visibile a molti chilometri di distanza. Le due ali sono unite tra loro da due alti muri merlati racchiudenti un cortile, sicché il tutto forma un vasto rettangolo di cui due lati sono costituiti dalla costruzione, due dai muri. Data la sua posizione, in cima a una collina, dalla Rocca si può ammirare un panorama stupendo che va dal mare alla catena degli Appennini. Il salone, che a quei tempi aveva nel mezzo un lungo tavolo e ai lati molti armadi, conteneva, chiusi negli armadi o appoggiati sul tavolo, i numerosissimi regali che Mussolini aveva ricevuto in vent’anni di governo, da tutto il mondo. L’altra ala della Rocca era adibita ai servizi e all’abitazione padronale. Ogni piano era 143 costituito essenzialmente da un corridoio sul quale si aprivano le stanze. L’interno era piuttosto semplice e i mobili non erano di lusso. Intorno alla Rocca, poi, c’era un giardino molto trascurato. Come dimora estiva, la Rocca era senz’altro ideale, benché fosse alquanto isolata. I guai potevano invece cominciare con l’inverno; infatti in questo periodo spesso la neve bloccava la strada che permetteva di comunicare con il resto del mondo. Fino a che Mussolini fu capo del governo, si provvedeva a tenere la strada sgombra dalla neve, ma ora che non lo era più, certamente questa sarebbe rimasta lì fino a che il sole non avesse provveduto a scioglierla. Il problema c’era, ma non fu necessario risolverlo, perché, come si sa, con l’armistizio dell’8 settembre la situazione in Italia mutò di nuovo. Qui Rachele Mussolini si sistemò con i figli Romano e Anna Maria e con la vedova e la figlioletta di Bruno. Fuori dalla Rocca una piccola costruzione ospitava un corpo di guardia per il servizio di sicurezza. Anche in questo caso gli agenti, a cominciare dai loro superiori diretti, furono sempre molto gentili e pronti a venire incontro alle esigenze dei Mussolini, esigenze che del resto erano minime, e ne commiseravano apertamente la sventura. Alla Rocca la vita era piuttosto monotona. I ragazzi passavano parte del tempo giocando a carte con un dipendente dei Mussolini, custode del luogo. Romano spesso si metteva al piano, che era nel salotto a fianco alla sala da pranzo, e suonava a orecchio; già allora se la cavava abbastanza bene. Rachele Mussolini passava il suo tempo, come era stata sempre sua abitudine, tra la cucina e il pollaio, ma non era affatto serena. Nonostante l’isolamento, aveva, non so come, qualche notizia del marito. Anzi, fin da quando stava ancora a villa Torlonia, le erano trapelate notizie sugli spostamenti di Mussolini, che avvenivano di solito per mezzo di autoambulanza. Si preoccupava del futuro, ma non era più avvilita e parlava con animosità sia di Badoglio che del re. Diceva di tanto in tanto di 144 voler scrivere a quest’ultimo, dato che, in fin dei conti, potevano considerarsi parenti, poiché il conferimento a Mussolini del collare dell’ordine della Santissima Annunziata comportava il titolo ufficiale di “cugino del re”. Chi si annoiava di più era probabilmente Gina Mussolini, che passava il tempo con la bambina o con la bambinaia di questa. In apparenza lì sembrava che la guerra non ci fosse. Alle volte, è vero, si vedeva passare qualche aeroplano alleato, ma nessuno se ne preoccupava: non avrebbe certo dato fastidio ad alcuno dei castelli che si vedeva qua e là appollaiati sulle colline romagnole. Una sera si vide lontanissimo, verso Bologna, il fuoco della contraerea. Ma questi rari episodi non erano sufficienti a turbare la pace del luogo. Nel frattempo i Torlonia pensarono che fosse opportuno invitare Rachele Mussolini a lasciare Villa Torlonia. Motivi di prudenza consigliavano questo passo, data la nuova situazione che si era creata. Per tale ragione inviarono il custode della villa alla Rocca delle Caminate per prendere accordi in proposito. Il viaggio da Roma alla Rocca non fu molto facile. Proprio in quel periodo gli aerei avevano preso a bombardare città e stazioni ferroviarie in Umbria, Toscana, Marche, Romagna. C’erano due vie per raggiungere in treno Forlì, la stazione ferroviaria praticamente più vicina alla Rocca: o arrivare a Bologna passando per Firenze e poi tornare indietro verso Forlì o prendere la linea adriatica, più breve, passando per le immediatamente precedenti Marche. Visto che nei giorni pareva che i bombardamenti si concentrassero di più nella zona delle Marche, il custode preferì la via più lunga. Mentre era in viaggio, apprese dai giornali che le truppe alleate erano sbarcate in Calabria. Dovette pernottare a Forlì, dove giunse la sera dopo un lungo viaggio attraversando città e stazioni ferroviarie che mostravano visibili i segni dei bombardamenti. Il mattino seguente, noleggiata, con il permesso della questura di Forlì, una macchina (ci voleva un permesso del 145 genere, allora, data la penuria di benzina, per avere un’auto a noleggio) arrivò alla Rocca. La risposta di Rachele Mussolini all’invito di sgombero dei Torlonia fu quanto mai vaga: disse che si sarebbe riservata di venire incontro appena possibile al loro desiderio, di cui comprendeva e giustificava pienamente i motivi. D’altra parte, nella sua posizione, in pratica non era facile fare una cosa del genere. Visto che, proprio durante la breva permanenza del custode alla Rocca (dove tuttavia dovette trascorrere una notte) vi erano state delle incursioni aeree nella zona di Bologna, questa volta si presentava meno pericolosa per il ritorno a Roma la via che passava per le Marche. Approfittando della presenza del custode, Gina Mussolini, vedova di Bruno, pensò di tornarsene a Roma conducendo con sé la bambina. Era una triste e piovosa giornata di settembre. Una macchina li condusse prima a Pedrappio, poi a Forlì. Si fece sosta al cimitero di Pedrappio. Gina Mussolini rimase a lungo, in lacrime, davanti alla tomba del marito. Giunti a Forlì, essendo ormai quasi notte, tutti si recarono presso un ristorante gestito da una famiglia amica dei Mussolini, che provvide a passar loro la cena gratuitamente. Di qui alla stazione, dove a malapena riuscirono a trovare dei posti a sedere. Fu un viaggio lungo e penoso, su un treno che si riempiva sempre di più a ogni stazione, con lunghe soste e il timore dei bombardamenti. Il treno giunse a Roma alla stazione Tiburtina (poiché non tutti i treni giungevano alla stazione Termini, essendo stati gravemente danneggiati i binari in occasione del bombardamento del 19 luglio) che era giorno. Appena scesa, si avvicinò a Gina Mussolini un ufficiale dell’esercito. Avendola riconosciuta la salutò militarmente e le chiese cortesemente se avesse bisogno di nulla. Al diniego della signora, salutò di nuovo e sparì tra la folla. Dalla stazione Gina Mussolini si avviò verso casa, nei pressi di viale Mazzini, con il tram. Nella confusione, dovendo 146 fare attenzione sia alla bambina che ai bagagli, lasciò sul tram una valigetta piccolissima, che conteneva non del denaro ma tuttavia roba preziosissima per quei tempi: del burro e altri generi alimentari per la bambina. 147 L’8 SETTEMBRE La prospettiva di passare l’inverno alla Rocca delle Caminate era poco piacevole, senza contare che con l’andar del tempo chissà cosa poteva accadere. Per questo Gina Mussolini preferì tornare a Roma e fece appena in tempo: pochi giorni dopo, con l’armistizio, la situazione in Italia variò e non sarebbe stato più tanto facile fare il viaggio dalla Rocca a Roma. Ai soldati del genio che si erano accampati a villa Torlonia fin dal giorno del tentativo da parte della folla di forzarne i cancelli, si aggiunse in seguito, poco prima dell’8 settembre, un contingente di unità leggere costituito da camionette armate di mitragliatrici e formato quasi esclusivamente da figli di italiani all’estero. A differenza dei soldati del genio, armati solo di vecchi fucili, questi avevano in dotazione mitra, mitragliere, cannoncini anticarro, bombe a mano e indossavano delle divise kaki funzionali. Fu questo uno dei pochi contingenti di truppe che si batté contro i tedeschi a San Paolo. Erano tutti preoccupati per la situazione, anche se politicamente la vedevano in modo differente l’uno dall’altro. Molti accusavano apertamente Mussolini, qualcuno lo difendeva. Un soldato giovanissimo, pur ammettendo gli errori commessi dal governo negli ultimi anni, se ne uscì con la frase: “Sì, sbagli ci sono stati, ma qui –e indicò il cuore –c’è sempre Mussolini”. E un compagno, senza dir niente, lo guardò con commiserazione. Tra questi soldati c’era un libico, inconfondibile, dato il colore della pelle. Passava il tempo per lo più “seduto” sulla punta dei piedi. Magro e snello, un po’ anziano, gli si leggeva la preoccupazione sul volto. Non dava confidenza a nessuno e nessuno gliene dava. Qualcuno dei soldati lo guardava sbirciando come per dire: “Ora questo sta fresco!” 148 All’annuncio dell’armistizio questi soldati piazzarono una mitragliatrice sul muro della villa che costeggia la via Nomentana. L’arma, puntata nella direzione di Sant’Agnese, aveva un aspetto minaccioso e preoccupava quanti la vedevano. Poi, al mattino del 9, partirono con le loro camionette. Si sentiva tuonare il cannone, sempre più forte, man mano che le ore passavano. Un proiettile sperduto fischiò alto al di sopra della villa andando a finire, senza far danno, su una via poco lontana. Gli abitanti della villa, come pure diversi soldati, si erano accostati al rifugio antiaereo, quello non ancora ultimato. Certo, in caso di necessità non sarebbe bastato per tutti, dato il numero dei soldati presenti nel parco. Alla confusione e alla incertezza si accompagnarono le notizie più disparate. A un certo punto un ufficiale annunciò che i tedeschi stavano avanzando su via Nomentana da Porta Pia e gli inglesi, sulla stessa via, dalla parte opposta. Non era affatto vero, non ci si capiva più nulla. I figli di italiani all’estero intanto tornavano dalla battaglia un po’ alla volta, sulle loro camionette. Narravano di essersi trovati di fronte al fuoco intenso dei tedeschi, facevano chiaramente capire che la difesa non era stata affatto organizzata, qualcuno diceva di aver sentito dei colpi sparati alle spalle, probabilmente da qualche civile fedele al caduto governo, dalle finestre. Man mano che tornavano si abbracciavano tra loro e domandavano notizie dei compagni. Il tale forse era stato ferito, il tal altro era probabilmente morto. Uno disse di aver tentato di soccorrere un ufficiale, ma invano; dal naso gli usciva qualcosa di bianchiccio, forse parti del cervello. Il giorno seguente non c’erano quasi più soldati nella villa; fu un fuggi fuggi generale. I militari cercavano vestiti borghesi e si dileguavano come neve al sole, abbandonando le armi, bombe, cannoncini, munizioni, perfino i mitra (benché di questi una gran parte debbano averli portati via). Da principio iniziarono a distruggere l’armamento, specialmente 149 le bombe a mano. Cominciarono a lanciarle e, se qualche bomba non esplodeva, tentavano di centrarla con scariche di mitra, ma si stancarono presto di questo gioco e a un certo punto lasciarono tutto lì, comprese delle bombe lanciate ma non esplose. Fu chiesto a un ufficiale come si poteva fare per eliminare le bombe a mano inesplose. “Metteteci sopra, con prudenza, una manciata di paglia e datele fuoco, la bomba esploderà”, rispose. Fu fatto l’esperimento su una bomba che, trovandosi in un luogo piuttosto frequentato, poteva rappresentare un pericolo. La paglia bruciò tutta, ma la bomba non esplose affatto. Furono ripetuti i tentativi tre o quattro volte, invano. Allora alla paglia furono aggiunti vari rami di legno messi in modo da non pesare sulla bomba. I rami bruciarono e la coprirono di brace ardente. In quelle condizioni era ormai pericoloso avvicinarsi. Dopo qualche tempo, però, con suo comodo, esplose. In un paio di giorni i militari se ne andarono tutti, lasciando la villa solitaria e tranquilla. Ma c’erano armi e materiale militare un po’ dappertutto. Specie il garage, quello dove un tempo Torlonia teneva la sua Dilambda, era pieno di munizioni di ogni tipo. Nei giorni successivi le armi e le munizioni furono portate via. Nonostante ciò, accadeva spesso, specie nei primi tempi, che si trovassero, gettati nei prati o nascosti tra i cespugli, mitra e bombe a mano. Il custode provvedeva dapprincipio in quei casi ad avvertire la polizia perché prendesse in consegna le armi. Presto però si accorse che la cosa era fastidiosissima. Infatti, per le lungaggini burocratiche caratteristiche della nostra nazione, ad ogni arma che si rintracciava doveva andare più volte in questura, sottostare a interrogatori, firmare verbali. Era una inutile perdita di tempo. Fortunatamente c’è un pozzo, a villa Torlonia, profondo quindici o venti metri, sito al lato del Campo Chiuso. L’acqua, fatta esaminare durante la guerra nell’eventualità che fosse stato necessario farne uso, era risultata inquinata; tuttavia il pozzo non richiedeva nessuna lungaggine burocratica per il recupero delle 150 armi trovate nella villa. Man mano che si rintracciavano, finivano, con un bel volo, in acqua. Passò qualche tempo, poi consolidata l’occupazione tedesca, si presentò alla villa Vittorio Mussolini per presiedere allo sgombero dei mobili e di tutti gli altri beni di proprietà dei Mussolini. Sembrava che Vittorio avesse una gran fretta di portare a termine il suo compito, fretta inspiegabile agli occhi di tutti. Tanto per tastare il terreno, il custode che seguiva i lavori di sgombero, poiché tra la mobilia delle abitazioni dei Mussolini vi erano dei mobili di proprietà dei Torlonia, gli fece notare che non c’era proprio bisogno di affrettarsi, dato che i Torlonia potevano ben attendere, non avendo necessità immediata dei locali della villa. Con tutta sincerità, Vittorio gli rispose: “Non è per i Torlonia che ho fretta, ma per gli americani”. Nel Palazzo dunque c’erano dei mobili di Torlonia, rimasti lì da quando i Mussolini erano venuti ad abitarvi. Qualche pezzo era di un certo valore, come una Madonna attribuita al Francia, nella camera di Rachele Mussolini. Notevole anche un quadro del Rivaroli rappresentante il Principe Giovanni Torlonia; c’erano inoltre lampadari artistici, divanetti, credenzine, tavolinetti, qualche armadio, una grande scrivania e un quadro di Hébert in pergamena, con cornice nera, a soggetto sacro. Così si chiuse l’ultimo capitolo della storia di Mussolini a villa Torlonia. Mussolini e la moglie non dovevano mai più metter piede nella villa, ma la stessa cosa non fu dei loro domestici che, appena fu possibile, vi ritornarono più volte con la scusa di far visita ai vecchi conoscenti, ma soprattutto perché ne sentivano la nostalgia. Così si poté sapere dalla viva voce dei testimoni qualcosa dei fatti drammatici che condussero poi all’epilogo di piazzale Loreto. Qualcuno dei domestici non era più tornato, con l’avvento dei tedeschi, al servizio dei Mussolini, ma altri sì. Tra questi la sua cameriera personale. 151 Ormai Mussolini era alla mercé dei tedeschi. La moglie passava il tempo come poteva e, come al solito, stava per delle ore in cucina con le cameriere, o a cucire o stirare con loro. Il giorno della morte di Ciano fu un giorno tristissimo per tutta la famiglia. Quante cose non vere sono a tale proposito già passate alla storia, compreso il fatto che Mussolini non avrebbe voluto salvarlo! Poi, poco tempo prima della fine della guerra, i domestici furono invitati a tornare a casa. Una donna però, che era già stata al servizio di Gina Mussolini, rimase al suo posto fino agli ultimissimi giorni, quando intorno a Mussolini non c’era più nessuno. Credete proprio che voglia per partito preso insistere sui buoni rapporti tra i Mussolini e i loro dipendenti? Uno di essi, che per anni era stato al loro servizio (benché non dipendesse direttamente né da loro né dai Torlonia, ma da un ente pubblico) fu durante la guerra allontanato e destinato ad altro compito perché, giustamente o no, fu sospettato di aver approfittato della sua posizione. Quando ci fu il colpo di stato del 25 luglio, costui si prese una bella sbornia dalla gioia. Raccontandolo, soleva dire: “lo spirito (si riferiva a quello del sogno già narrato) aveva promesso a Mussolini la gloria; perché poi lui volle avere anche la felicità, andandosi a cercare le gioie dell’amore?” Per contro, debbo segnalare la fedeltà della donna che ebbe in custodia, fin da piccina, la figlia di Gina Mussolini, la quale rimase con la bambina facendole da madre, anche dopo che la madre morì tragicamente sul lago di Como. Raccontava che, essendo stata Gina Mussolini invitata da alcuni ufficiali inglesi a fare una gita sul lago, lei stessa aveva insistito perché vi andasse, sperando così che si distraesse un po’ poiché, dalla morte di Bruno, la tristezza le era abituale, e le aveva messo di sua mano uno scialle sulle spalle per preservarla dal freddo. Da quella gita non doveva far più ritorno nessuno. 152 L’OCCUPAZIONE TEDESCA Si sa che il periodo dell’occupazione tedesca fu piuttosto penoso per la vita civile a Roma: mancavano i viveri, la luce, il gas, i combustibili; perfino l’acqua non sempre arrivava nelle case e bisognava far lunghe file alle fontanelle pubbliche. Inoltre c’era il coprifuoco; in certi periodi al tramonto non si poteva girare più. Il vantaggio degli abitanti della villa era che, tenendosi prudentemente lontani dal cancello principale di via Nomentana, dal quale era possibile osservare l’interno di una parte del parco, si poteva passeggiare tranquillamente anche nelle ore del coprifuoco. Un altro vantaggio era dato dal fatto che gli alberi procuravano legna in abbondanza per il riscaldamento. I tedeschi trascurarono del tutto la villa. Solo di tanto in tanto ne veniva qualcuno e chiedeva di visitare il parco, così come avrebbe fatto qualsiasi pacifico turista. Naturalmente lo si lasciava entrare e girare tranquillamente. Una volta venne un ufficiale, basso, vivace nell’aspetto, e chiese, aiutandosi con un po’ d’italiano e con un cattivo francese, di vedere l’abitazione di Mussolini. Fu accontentato e lì, nell’interno, scattò diverse fotografie. Disse che era destinato al fronte di Anzio. Già da qualche tempo a Roma si sentiva il cannone tuonare da lontano, dopo lo sbarco degli alleati sulla costa nettunense. Pur avendo i Mussolini lasciato la villa, rimase qualche strascico della loro presenza. Il primo a subirne le conseguenze fu il custode. Un mattino, pochi giorni dopo che Vittorio Mussolini se n’era andato portando con sé tutto ciò che gli apparteneva, venne alla villa una camionetta con dentro alcuni componenti della P.A.I., cioè della polizia dell’Africa Italiana, ormai in servizio in Italia perché l’Africa italiana non c’era più. Lo invitarono ad andare con loro, il che il custode fece senza paura e senza il minimo sospetto, 153 poiché in quegli ultimi tempi, dalla caduta cioè del governo fascista, aveva avuto spessissimo contatti con la questura, soprattutto per ciò che riguardava i beni dei Mussolini nella villa, prima che fossero portati via. Da quel momento, e per una settimana, non se ne seppe più nulla. I familiari del custode, aiutati anche da amici, iniziarono le ricerche, coordinati in ciò dai dirigenti della stazione di pubblica sicurezza del quartiere, dove il custode era ben conosciuto. La stessa pubblica sicurezza però, pur tentando il possibile, avvertì che, dati i tempi, poteva fare ben poco, e consigliò di recarsi personalmente là dove era probabile che il custode fosse stato condotto, prigioni e comandi vari. Ciò fu fatto nel modo più scrupoloso. Era un compito affidato alle donne perché allora per gli uomini era pericoloso girare per Roma; si rischiava di essere presi, inquadrati nelle squadre di lavoro e mandati chissà dove. Su consiglio della polizia italiana, le donne si recarono più volte nei medesimi luoghi, poiché poteva darsi che il custode venisse trasferito da un posto all’altro. Spesso andarono specialmente al carcere di Regina Coeli e a Palazzo Braschi. In quest’ultimo posto erano tenuti dei prigionieri politici, quelli arrestati dalla famigerata “Banda Pollastrini”, conosciuta a quei tempi a Roma per la triste fama e che Mussolini stesso fece sciogliere quando si accorse delle sue malefatte. Tutte le ricerche furono inutili; il custode non risultava internato in nessuna prigione, né presso alcun comando militare o di polizia. Si sa che nei periodi di calamità, quando l’uomo non può più con la forza della ragione dominare gli eventi, riaffiorano dall’inconscio i valori irrazionali che già dominavano nei nostri antichi avi. E’ questa l’epoca migliore per i cartomanti, gli indovini, gli spiritisti e simili. La superstizione, quando la ragione non può più nulla, prende il sopravvento. 154 Fin dai primi insuccessi nella loro opera di ricerca, qualcuno dei familiari pensò di ricorrere agli “spiriti”. Si trattava di spiriti per modo di dire, del semplice giochetto che si fa con un bicchierino mosso dai presenti su un foglio nel quale sono tracciate le lettere dell’alfabeto. Lo pseudo-spirito disse subito, senza tanti preamboli, che il custode era tenuto prigioniero a Palazzo Braschi, che non gli sarebbe accaduto nulla di male e che sarebbe ritornato di lì a pochissimi giorni. Benché in seguito i familiari tornassero altre volte a Palazzo Braschi e benché lì confermassero che il custode non c’era, “lo spirito” continuava a dir sempre la stessa cosa. Era veramente testardo. Dopo circa una settimana, una notte, il custode tornò a casa. Era stato liberato e aveva dovuto fare la strada a piedi, perché l’autobus non c’era. Era stato condotto, appena arrestato, a Palazzo Braschi e lì era rimasto fino alla sua liberazione. Era però accaduto che colui il quale aveva l’incarico di tenere la lista dei detenuti non aveva segnato il suo nome, poiché gli avevano detto trattarsi di un prigioniero che sarebbe stato lì pochissimo tempo. Benché i suoi compagni di cella riportassero i segni dei maltrattamenti subiti, a lui non avevano torto un capello. Che cosa era avvenuto? Qual era il motivo dell’arresto? Sembra che il custode, appena la villa fu libera, oltre che dai Mussolini, anche dai loro mobili, se ne fosse uscito, con persone in presenza delle quali sarebbe stato meglio tacere, con una frase che suonava press’a poco: “Finalmente siamo liberi!” La frase, giunta ad orecchie indiscrete, aveva portato al suo arresto “per opportuni chiarimenti”. Tanto per chiudere con l’argomento del custode, questi, nell’interrogatorio sostenuto prima di essere liberato, forse facendo tesoro dell’esperienza avuta quando, in tempi lontani, era stato guardia di città, se la cavò abbastanza bene: non negò di aver detto “finalmente siamo liberi”, ma sostenne di essersi riferito con quelle parole non ai Mussolini, dai quali aveva ricevuto sempre del bene 155 (e anche questo era vero) ma al servizio d’ordine posto intorno a Mussolini stesso, che rendeva la vita dentro la villa una vera schiavitù a causa della sorveglianza e dei continui controlli. Durante l’occupazione dei tedeschi i Torlonia offrirono a dei loro contadini residenti in terreni vicino a Roma, nei pressi cioè dell’aeroporto di Ciampino, di rifugiarsi nella villa. Vennero con le loro masserizie e il bestiame, asini, buoi, cavalli, e presero alloggio nel teatro e nell’ampia costruzione delle scuderie. Di tanto in tanto tornavano ai campi, per rientrare poi alla sera alla villa. Partivano con i carri tirati dai buoi, e qualche volta accadeva purtroppo che tornavano senza i loro animali. Cosa era accaduto? “I tedeschi – dicevano – ci hanno fermati e ci hanno sequestrato i buoi”. Poi si ritiravano silenziosi, quasi volessero nascondere il loro dolore. Un giorno accadde che il cavallo di uno dei contadini si ammalò. Per alcuni giorni la bestia gironzolò per il parco, senza meta, respirando affannosamente. Quando chiamarono il veterinario era ormai troppo tardi. Il proprietario del cavallo si diede a una vera e propria scena di disperazione, aiutato dalla famiglia e da altri contadini. Chiese invano al veterinario di poter vendere la carne dell’animale. Questi, e certo aveva le sue buone ragioni, fu insensibile alle preghiere e alla disperazione del contadino e dispose che la bestia fosse o sepolta sul posto, o data al giardino zoologico. Il forte contrasto fra l’indifferenza mostrata dai contadini nei numerosi casi di sequestro dei buoi da parte dei tedeschi, interpretata dai più sotto la forma di dolore silenzioso e dignitoso, e le scene di vivo dispiacere manifestate apertamente alla morte del cavallo, ha un motivo più che giustificato: i contadini erano mezzadri e i buoi erano metà loro e metà di Torlonia. Al prezzo che aveva la carne a quei tempi, era possibile ricavare una bella somma da un bue di cui si aveva solo metà della proprietà, ma dal quale si percepiva tutto il prezzo di vendita. Tanto la colpa era dei tedeschi! 156 In ogni caso la presenza dei contadini fu utile per coloro che erano rimasti nella villa: era facile avere dei prodotti alimentari. Inoltre i Torlonia ordinavano di tanto in tanto di macellare qualche capo di bestiame, per l’alimentazione di tutti. Gente che abitava nei pressi della villa veniva di frequente a comperare dai campagnoli qualcosa, per lo più uova e latte. Un giorno si presentò un signore dicendo di aver saputo che i contadini vendevano della vitella. Non voleva affatto credere che la notizia era falsa poiché, diceva lui, un suo vicino di casa l’aveva comprata il giorno precedente, a un prezzo piuttosto modico, per i tempi. Alla fine fu chiarito il mistero: qualche giorno prima era stato ucciso un somaro ed era stato venduto come vitella! Fu quello un periodo interessante da ricordare, ma molto agitato, specie perché, se nella villa in sostanza si stava abbastanza bene e non mancava nulla, eccetto la luce (alla quale si suppliva con candele e vecchi lumi a petrolio), non si sapeva come sarebbe andata a finire. In previsione di ciò qualcuno aveva anche provveduto a nascondere sotto terra qualche oggetto di valore e perfino dei generi alimentari in scatola e delle bottiglie di olio e di vino. Inoltre c’era il pericolo dei bombardamenti. Ce ne fu uno vicinissimo alla villa, proprio sulla via Nomentana, nel marzo 1944, al mattino. A circa duecento metri dal cancello d’ingresso di via Nomentana, all’altezza di via Bosio, delle palazzine furono centrate in pieno e distrutte. Lì vicino, sulla via, era stata aperta una fontanella poiché, come ho già detto, l’acqua mancava nelle case. Gli aerei arrivarono un po’ di sorpresa; inoltre la gente non pensava che gli alleati bombardassero Roma, benché avessero minacciato di farlo se i tedeschi non fossero usciti dalla città. Le bombe colpirono in pieno il folto numero di persone che stavano facendo la fila per attingere acqua. Mentre gli aerei sganciavano le bombe, la contraerea tedesca sparava loro addosso. Nella confusione si poteva distinguere nettamente lo scoppio delle granate antiaeree, secco, metallico, da quello delle bombe, più 157 sordo, e la cui esplosione faceva tremare la terra, sempre di più man mano che le bombe si avvicinavano alla villa (e tutto ciò nel giro di poche secondi). Poi un gran fumo bianco con il caratteristico odore di esplosivo. E lì, sul posto, cadaveri mutilati e seminudi, (poiché le bombe hanno una speciale abilità nello spogliare la gente, ciò che i registi dei film di guerra non sanno o fingono di ignorare, per ovvi motivi di pudore) feriti che si lamentavano, le braccia di un bambino che stringevano ancora convulsamente le barre di un cancelletto abbattuto, ma il corpo era sotto le macerie, il bianco tubo di una trachea con un polmone quasi intero, mentre del suo proprietario o proprietaria non c’erano tracce. Poi gente che piangeva, o persone che si correvano incontro abbracciandosi in lacrime, perché avevano temuto che l’una o l’altra fosse rimasta morta sotto il bombardamento. Per qualche tempo, nei giorni seguenti, il puzzo dei cadaveri sotto le macerie ammorbò l’aria. Si sentiva fin dentro la villa. Ancora pochi giorni dopo, altre bombe caddero nei pressi del parco, verso il lato di via Spallanzani, vicino a piazza Galeno. Anche questa volta gli aerei vennero di giorno e vi furono morti e feriti. La voragine di una bomba, avendo leso un grosso tubo, si era empita d’acqua e in questa galleggiavano un paio di scarpe da donna, mute testimoni di un dramma della guerra. Qualche altra volta le cose assumevano un aspetto meno tragico, non perché non fossero gravi, ma semplicemente perché erano viste un po’ da lontano. Regolarmente, per alcuni giorni, si poté vedere dalla villa una squadriglia di aerei alleati che scendevano in picchiata contro un obiettivo nascosto allo spettatore, certo nei pressi dell’aeroporto dell’Urbe, sulla via Salaria. Contemporaneamente le batterie tedesche sparavano sugli aerei che, compiuta la picchiata, tornavano ad innalzarsi ad alta quota. Un giorno poi si udì il rombo di alcuni aerei, fortissimo, e il rosario delle mitragliatrici. Si trattava di un duello aereo tra un 158 caccia tedesco e due o tre caccia alleati. Fu rapidissimo, come tutti i duelli aerei, e Dio sa quale ne fu l’esito. Vi fu un fuggi fuggi generale, ma tutto finì prima che si facesse in tempo a giungere al rifugio. Intanto venne la primavera e, con il bel tempo, si sentì tuonare sempre più frequente e vicino il cannone. Gli alleati, da Anzio, si muovevano verso Roma. Una mattina, all’alba, all’improvviso centinaia di cannoni cominciarono a tuonare tutti insieme. Dalla villa si sentiva come un lontano brontolio di tuono che non cessava mai. Durò così fino al tramonto e poi tacque di colpo. Era l’inizio dell’avanzata su Roma. 159 GLI ALLEATI Due notti precedenti la venuta degli alleati ci fu un gran traffico per la via Nomentana, fino all’alba. Camion, automobili, mezzi blindati, perfino carretti trainati da cavalli. Erano i tedeschi che abbandonavano la zona. Ci si aspettava l’arrivo degli alleati da un momento all’altro, ma la giornata trascorse senza che avvenisse nulla. Al tramonto passò per la via una pattuglia di tedeschi a piedi, l’ultima. Al mattino comparvero gli alleati nella via Nomentana, dapprima gli americani; enormi carri armati avanzavano a passo d’uomo, seguiti ognuno da due file di soldati, silenziosi, con le armi in pugno. La gente li guardava un po’ meravigliata, poiché tutti si erano accorti che a Roma non c’erano più tedeschi, meno che loro. Del resto questa situazione durò poco. I soldati americani prestissimo cambiarono modo di fare e fraternizzarono con i civili. Qualche ora dopo Roma era piena di soldati americani, inglesi, francesi, e di varie altre razze, su carri armati, camion, camionette, su migliaia di veicoli. A un giovane che li salutava portando al braccio un bell’orologio, un soldato fece finta di volerglielo togliere e aggiunse poi in uno stentato italiano: “I tedeschi avrebbero fatto così, non è vero?” “Certamente” rispose il giovane. Ma non era affatto vero. I tedeschi, come tutti i popoli cosiddetti civili, commettevano cattive azioni solo quando glielo ordinavano i capi, il che rende le cattive azioni più cattive. L’episodio però mostra quanto può la propaganda sul modo di pensare della gente. Proprio a proposito dei tedeschi, si raccontava a Roma, prima che cadesse il governo Mussolini, che un giorno due soldati tedeschi fossero stati sorpresi in flagrante mentre derubavano una signora. Accostatosi un loro ufficiale e resosi 160 conto dell’accaduto, li avrebbe fatti subito fuori con la sua pistola (ma forse anche questa era propaganda). Non mancò chi, pur non avendo precedenti politici, fu preoccupato all’avvicinarsi degli alleati. Si parlava di azioni detestabili commesse sui civili. O fosse l’eco delle violenze commesse altrove dei marocchini, o fosse anche questa propaganda, in ogni caso i fatti smentirono completamente queste voci. Si sentì dire i primi giorni, è vero, di gente prelevata e fucilata alla chetichella, forse spie, ma, se casi del genere ci furono, certo furono pochi e isolati. La mattina stessa gli alleati si presentarono a villa Torlonia. Qui, davanti al cancello d’ingresso di via Nomentana, vi fu, per caso, l’ultima resistenza simbolica, completamente inconscia, alla loro presa di possesso. Insieme a un gruppo di soldati, calmi e educati, guidati da un italiano in borghese che fungeva da interprete ed era, al contrario, tutto eccitato e pieno di sé, c’era in effetti un nutrito gruppo di civili che volevano entrare anche loro. Il custode non aprì il cancello fino a che l’interprete non assicurò che i civili non sarebbero entrati, data la possibilità che si sarebbero dati ad atti di vandalismo. Le truppe americane si piazzarono nelle diverse abitazioni della villa. Prendevano confidenza con tutti, erano carichi di ogni ben di Dio, cioccolate, sigarette, biscotti, scatolame, e davano generosamente. Fu questa l’epoca dello “sfilatino Bianco”. Infatti il poco pane nero che veniva distribuito a Roma durante l’epoca di occupazione tedesca, fu sostituito da begli sfilatini fatti con farina bianchissima. La cosa, però, durò poco, perché lo sfilatino si trasferì a nord, seguendo le truppe nella loro avanzata. Tra i soldati americani vi era un capitano di origine italiana, grasso, calmo, quasi sempre con un grosso sigaro in bocca. C’era molta confidenza tra ufficiali e soldati, forse troppa per il nostro modo di vedere di allora. Proprio a quel capitano un giorno un 161 soldato, anche lui di origine italiana, rivolse la parola chiedendogli un lungo permesso per andare a trovare dei parenti. Credete che lo facesse nel modo più rispettoso possibile, dato che quel permesso rappresentava qualcosa di eccezionale? L’ufficiale era in piedi, il soldato seduto su uno scalino. Alle eccezioni che gli muoveva l’ufficiale, egli ribatteva con le sue argomentazioni guardandolo, data la sua posizione, dal basso in alto. Passò qualche tempo prima che riuscisse a capire che una parte delle difficoltà che incontrava nell’ottenere il permesso era dovuto al modo scorretto di chiederlo. Allora, lentamente, sempre parlando, si alzò in piedi. Tra i soldati ogni tanto si vedeva circolare qualche donna italiana, venuta a tener loro compagnia. Era di quei giorni la canzoncina: “Se giri tutta Roma non trovi una puttana, le ha requisite tutte l’armata americana”. Gli americani del resto le pagavano bene, davano cibo, stecche di sigarette e soldi, le amlire, la carta moneta di occupazione. Gli americani però non stettero lungo tempo nella villa. La zona doveva essere a disposizione degli inglesi, perciò se ne andarono e vennero i loro alleati. Insieme portarono dei soldati indiani e qualche negro. Gli inglesi erano molto più poveri degli americani e, per conseguenza, oltre che per carattere, non erano affatto generosi con i civili. Era già tanto se ti offrivano qualche sigaretta. Sembrava che vivessero di tè. Al posto di guardia che prestava servizio all’ingresso di via Nomentana, più volte al giorno veniva l’addetto alle cucine, con la brocca di alluminio contenente la nota bevanda. I soldati inglesi avevano per gli ufficiali lo stesso rispetto dei tedeschi per i loro. Al principio non davano molta confidenza agli abitanti della villa, ma poi le cose migliorarono un po’. Tuttavia gli ufficiali vivevano nel loro regno; non davano fastidi e non ne volevano. L’unica eccezione fu quella di un capitano australiano, il quale soggiornò nella villa solo pochissimi giorni, che con aria 162 arrogante annunciò, in un misto di italiano, francese e inglese, che gli abitanti della villa dovevano stare al servizio della sua truppa. Ma le sue furono solo vane parole, naturalmente. I soldati che prestavano servizio all’ingresso della villa erano nella vita civile gente semplice, per lo più operai che lavoravano nelle fabbriche. Uno solo, un caporale, piuttosto anziano si differenziava dagli altri per la cultura e per il modo di comportarsi. Si chiamava Mr. Whyte (“Whyte – diceva – proprio come White, bianco, ma con la i greca”); nella vita civile prestava la sua opera presso una compagnia di assicurazioni. Conosceva molto bene il francese perché, prima della guerra, andava spesso a passare dei periodi di vacanza in Francia. Da quando era sbarcato in Italia aveva cercato di imparare l’italiano e lo parlava e capiva abbastanza, per un inglese (si sa che gli inglesi sono duri ad apprendere le lingue) e cercava di impararlo sempre meglio. Era amante della musica, alla quale era stato educato fin da bambino. Ci trovavamo insomma di fronte a un individuo di buona famiglia, tanto che gli altri soldati lo tenevano un po’ in disparte. In compenso, specie per merito della sua conoscenza delle lingue, accompagnava spesso gli ufficiali, con i quali aveva una confidenza malamente celata dalla posizione di attenti e dal saluto in cui si irrigidiva quando lo cercavano. Il contingente di soldati indiani che, insieme a quello inglese, risiedeva nella villa fu fatto naturalmente alloggiare non nelle case padronali, ma nel vasto fabbricato delle scuderie, dove un tempo viveva il custode che dal 1943 si era invece trasferito nella casetta destinata al portiere posta proprio all’angolo tra la via Nomentana e la via Alessandro Torlonia. Di questi soldati solo qualcuno sapeva l’inglese, tanto poco da essere difficile farsi capire. Gli ufficiali invece parlavano un inglese abbastanza corretto, anzi questo era requisito indispensabile per essere ufficiali. 163 Tra i soldati c’era un Sik, uno di quei terribili guerrieri indiani resi familiari alla gioventù di allora dai libri di avventure di Salgari, oggi passati di moda. Era forse l’unico a portare il classico turbante indiano, che si avvolgeva intorno al capo con maestria, accumulando sulla testa i lunghi capelli. Aveva un bel viso, dall’aspetto quasi effemminato. Era tenuto un po’ in disparte dagli altri indiani proprio perché i Sik erano famosi guerrieri e quindi portato a usare le armi in caso di litigio. Parlava un po’ d’inglese e si accostava ai civili per vendere oggetti vari, come scarpe o capi di vestiario, che otteneva chissà come. Alcuni di questi soldati, originari delle regioni settentrionali dell’India, erano di pelle abbastanza chiara, tanto che si potevano confondere con i nostri siciliani. Altri, delle regioni centrali e meridionali, erano più scuri. Tra questi c’era Jemadar Kushal Shing, un ufficiale alto e magro (“Jemadar” vuol dire ufficiale) dai lineamenti duri, la pelle scura, ma dai modi cortesi. Una sera avvenne che dei soldati inglesi, probabilmente sotto l’effetto dell’alcool, presero a pugni i loro commilitoni indiani, proprio nei pressi del cancello della villa. Di statura inferiore a quella degli inglesi, gli indiani ne presero di santa ragione. La reazione fu immediata: gli indiani corsero come il vento a prendere le armi e tornarono al cancello, insieme ad altri compagni, armati di spade, coltelli e pugnali. Gli inglesi, prudentemente, già se l’erano data a gambe. Per due o tre giorni vi fu il timore di gravi incidenti. Gli inglesi passavano per il cancello il più rapidamente possibile, a testa bassa, dando uno sguardo al corpo di guardia per assicurarsi che fosse efficiente. Jemadar Kushal Shing stette per un paio di pomeriggi, nelle ore di libera uscita, dritto, fermo come una statua, con la schiena appoggiata al cancello e con in mano un’enorme frusta di cuoio, di quelle che si vedono nei film di avventure. “I am an officer”, “Io sono un ufficiale – diceva a chi voleva ascoltarlo – gli 164 inglesi non oseranno toccarmi”: infatti nessuno lo toccò, e chi avrebbe osato? Si capisce che Mr. Whyte riprovò apertamente il gesto dei suoi compagni. “Questi indiani sono venuti per aiutarci – diceva –e non c’è motivo di maltrattarli”. I soldati di colore erano pulitissimi. Facevano il bagno tutti i giorni, usando le fontane della lavanderia dove un tempo si lavavano i panni prima dei Torlonia, poi dei Mussolini, posta nei pressi delle scuderie. Usavano l’acqua fredda, senza badare alla stagione. Nonostante ciò noi bianchi, accostandoci a loro, sentivamo sempre un odore di “selvatico”. Essi poi ci confessavano che, vicino al bianco, sentivano odore di putrido. Come si vede è tutta questione di nasi. Tra gli indiani c’era un cattolico, il quale lo si poteva vedere spesso con un rosario in mano. In una mano però gli mancava qualche dito: era stato ferito in Africa. Raccontava, con un misto di italiano e di inglese, che gli era scoppiata addosso una bomba mentre teneva il rosario in mano e l’esplosione gli aveva fatto saltare le dita sulle quali il rosario non poggiava. Un miracolo, secondo lui, ma qualcuno degli ascoltatori faceva poi notare che era stato ferito l’unico soldato indiano di religione cattolica, mentre quelli di altre religioni erano incolumi. Insieme alle truppe di occupazione inglesi vi furono nella villa anche degli italiani, al loro servizio, per lo più sistemati nel giardino d’inverno che circonda il teatro. Gli italiani furono degni della loro fama: si portarono via cioè, a poco a poco, tutto quello che era asportabile: materiali metallici, a quei tempi preziosi, come i rivestimenti di piombo dei tetti, pezzi di rame e ghisa, e perfino lastre e colonnine di marmo. Vi furono anche dei fatti curiosi in proposito: un giorno nella casa del custode, all’angolo tra via Nomentana e via Alessandro Torlonia, ci si accorse che mancava la corrente elettrica; cosa era accaduto? Erano stati rubati diversi metri del filo di piombo che, 165 correndo lungo il muro di cinta di via Alessandro Torlonia, dalla parte interna, portava la corrente a casa. Lungo il muro del Cocchio, praticamente di lato al rifugio antiaereo, esiste una lunga e stretta galleria, nella quale si accede attraverso una botola nascosta dalla ghiaia. Un tempo un segno sul muro, ora cancellato, indicava il punto dove si apriva la botola. Evidentemente, con l’afflusso degli automezzi, nel periodo di occupazione da parte degli alleati, la ghiaia aveva lasciato apparire la botola e qualcuno si era tolta la curiosità di vedere che c’era sotto. Non c’era nulla, eccetto ragni e insetti vari e un grosso, lungo tubo di piombo che serviva di scarico per le acque. Il tubo, avendo il difetto di essere di piombo, fu coscienziosamente tagliato e asportato e l’acqua di scarico continuò a scorrere, ma sul pavimento della galleria. La cattiva fama degli italiani era nota agli inglesi, i quali stavano un po’ sul chi vive nei nostri riguardi, mostrando apertamente la loro diffidenza. Del resto i furti continuarono anche dopo che se ne erano andati. Dal muro di cinta, ormai non più guardato dalla polizia, entravano spesso ragazzi e anche persone grandi, qualche volta per fare solo una passeggiata o per prendere qualche canna di bambù, qualche altra volta per rubacchiare quello che c’era rimasto, non importa se fosse appartenuto ai Torlonia o si trattasse di roba abbandonata sul posto dagli alleati. La vigilanza dei custodi, la messa in opera di filo spinato nei punti della cinta che si prestavano di più a essere violati e perfino la presenza di cani non giovarono quasi a nulla. La gente sapeva che quella era la villa di Mussolini, non di Torlonia, e non ne rispettava la proprietà. Ma qualche volta questi fatti incresciosi erano anche conseguenza di miseria e necessità: durante l’inverno, alle volte della gente entrava nel parco per portarsi via un po’ di legna, a quei tempi preziosa per la mancanza di combustibile per il riscaldamento. Altre volte dei ragazzini entravano per solo spirito d’avventura, per gioco o per curiosità. 166 In quanto agli inglesi, non si mostrarono avidi di nulla, anzi portarono vari mobili usati che, essendo di stile antico, probabilmente avevano preso da abitazioni fatte oggetto di sequestro, e li lasciarono poi sul posto quando se ne andarono, soprattutto tavolini, di cui facevano uso per le loro mense. In compenso contribuirono a spogliare la villa dei suoi alberi. La storia degli alberi di villa Torlonia merita due righe a parte. Fitta di boschetti, così come la volle il Principe Giovanni Torlonia, e adorna di alberi secolari, alla morte del principe già si cominciò a far cambiare aspetto al parco. La folta verdura che ammantava il Villino delle Civette fu eliminata, lasciandolo così tutto nudo come è ancora adesso. Inoltre, durante il periodo della potatura annuale, si cominciarono a tagliare quelle piante che, per un motivo o per l’altro, erano considerate troppo ingombranti e che fino ad allora erano state rispettate solo per il volere del proprietario. Con la venuta della guerra fu necessario avere una maggiore quantità di legna per il riscaldamento delle abitazioni, padronali o no, allo scopo di evitare l’uso del carbone, raro in Italia. Il Principe Giovanni Torlonia usava il carbone per il Villino delle Civette e così pure, prima della guerra, i Mussolini. Anche gli inglesi, venuti alla villa, iniziarono a tagliare gli alberi per i propri bisogni di combustibile, a cominciare dai più grossi. I Torlonia allora, per evitare il danno che ne sarebbe derivato al parco, offrirono agli inglesi di procurare essi stessi la legna di cui avessero avuto bisogno, prendendola dalle loro campagne, a condizione però che provvedessero ad andarsela a caricare con mezzi loro, poiché a quei tempi non si trovavano né autocarri né benzina per il trasporto. Gli inglesi rifiutarono l’offerta, ma nello stesso tempo cessarono di tagliare gli alberi. Tuttavia, anche dopo la partenza degli alleati, la situazione delle povere piante della villa non migliorò di molto. Balenò infatti la speranza che fosse possibile lottizzare ai fini della costruzione di villini una parte del parco, e precisamente quella che, dalle spalle 167 del teatro, giungeva fina alla via Siracusa, dilungandosi poi da un lato fino a via Lazzaro Spallanzani, dall’altro fino a via di Villa Massimo. Si era al principio dell’epoca delle speculazioni edilizie, e ciò non deve meravigliare. Perciò, durante il periodo della potatura stagionale si calcò un po’ la mano nel potare le piante di quella zona. Di ciò ne parlarono anche i giornali, forse esagerando la cosa, anche perché la lottizzazione non avvenne più. La natura, per ultima, ci ha messo anch’essa un po’ lo zampino: alcuni degli alberi più belli, specialmente cedri del Libano, si sono seccati, per vecchiaia, è vero, se non vogliamo accusare l’inquinamento, lasciando enormi vuoti là dove c’era la loro fitta ombra. D’altra parte, negli ultimi anni, la natura stessa si è presa, in parte, la sua rivincita: abbandonata per lungo tempo a se stessa, la villa ha provveduto da sé a coprire di folte zone boscose degli spazi che un tempo erano prati. La parte che si estende dal Villino delle Civette e arriva quasi alla Casa degli Spiriti, a ridosso del muro di cinta che serve di confine con le vicine suore e con alcuni palazzi prospicienti via di Villa Torlonia, un tempo era un orto che aveva il nome di “Scaloni” perché i riquadri coltivati, essendo il terreno leggermente in pendio ed essendo uno più basso dell’altro, quasi come le coltivazioni a terrazzo, davano l’idea di grossi scalini. Quell’orto serviva, sia pure in piccola parte, a fornire le verdure per la mensa del Principe Torlonia. Da un lato aveva un gruppo di piante di castagno, ancora esistente, e qualche altro albero sparso qua e là. Ora il tutto è un fitto bosco quasi impenetrabile; la stessa cosa è avvenuta, in misura minore, in altre parti, per esempio a fianco del galoppatoio, tra questo e il Villino Rosso, dove però già esistevano un tempo, oltre a un bel boschetto di bambù con un grazioso laghetto artificiale in mezzo, dei fittissimi boschetti di lauri. Anzi, vicino al lago, c’era un riquadro, circondato di alberi, caratteristico per l’aspetto e per…. Il profumo. Era infatti coltivato a mughetti. Il posto era proprio chiamato “I Mughetti”; vi si 168 coltivavano, però, anche delle viole; tutto questo quando il Principe Giovanni era ancora in vita. Tornando ai tempi della occupazione della villa, anche in quel periodo non mancò qualche episodio increscioso. Nei primi giorni dell’occupazione, si videro sulla via Nomentana, e in parte entrarono anche nella villa, dei soldati dalla faccia gialla – si disse che erano indocinesi – e dal berretto verde che, nel giro di pochi minuti, tolsero denaro e oggetti preziosi al alcuni civili. Avere per vicini gente del genere non sarebbe certo stato simpatico. Fortunatamente il loro comportamento destò la preoccupazione delle autorità militari e furono subito spediti per ignota destinazione. Una sera d’estate un soldato sudamericano al servizio degli inglesi, che parlava abbastanza bene la loro lingua, si presentò alla porta di casa del custode, dove uno dei suoi figli stava a prendere una boccata di aria fresca, e chiese di entrare. Il custode aveva in casa la moglie e una figlia nubile. Il figlio del custode, conoscendo l’inglese, gli fece notare che era poco opportuno entrare in una casa privata di notte dove c’erano delle donne. Il soldato non insistette, ma rimase lì, fermo e muto, forse indeciso sul da farsi, mentre il giovane lo osservava con noncuranza, appoggiato allo stipite della porta di casa, con il braccio sinistro penzoloni lungo il fianco e il destro sprofondato nella tasca dei pantaloni dove, da buon italiano, teneva un affilato coltello. Poi il soldato se ne andò con un secco “good night”. L’indomani la cosa fu riferita a un interprete che era al servizio degli inglesi, un italiano che veniva ogni giorno a prestar servizio alla villa. L’ufficiale inglese a cui l’interprete raccontò l’episodio chiese soltanto se la persona che glielo aveva riportato meritava fiducia, ed ebbe risposta affermativa. Nella mattinata stessa fu visto il soldato sudamericano uscire dal cancello di via Nomentana con lo zaino sulle spalle e la sua valigetta di legno (ne erano dotati gli inglesi) simile a una cassetta, in mano. era stato trasferito immediatamente ad altro 169 reparto, senza spiegargliene il motivo, senza svolgere alcuna indagine, e ciò va, se ce ne fosse bisogno, a vanto della serietà degli inglesi. Poi, i primi di agosto del 1947, gli inglesi se ne andarono e la villa, già liberata nel 1943 dalla presenza dei Mussolini e del pesante servizio di sicurezza che, loro malgrado, avevano portato con sé, fu libera anche delle truppe alleate. 170 PER FINIRE Non ditemi che villa Torlonia era piena di spiriti, anche perché l’episodio che sto per narrarvi forse non ha nulla di….. spiritico. Inoltre, chissà, un tempo simili avvenimenti erano più numerosi, o forse l’ignoranza della gente, io compreso, li rendeva tali. Ho narrato come Mussolini amasse passare qualche ora del pomeriggio all’ombra della pianta di fichi che sorgeva nel retro del Palazzo, proprio sotto la stanza da letto della moglie. Gli alleati avevano lasciato la villa da pochi giorni quando un pomeriggio un giovane, nelle ore più calde della giornata (ricordo che era il mese di agosto) girando per il parco, imboccò l’ingresso del rifugio antiaereo, quello rimasto incompiuto, e precisamente l’ingresso che era nei pressi della strada del Presidente. Il rifugio, data la stagione, era molto fresco. In fondo un’apertura, ancora senza porta, comunicava con le cantine del palazzo. Il giovane si aggirò un po’ per le cantine e poi si fermò proprio là dove, davanti a lui ma al di sopra della sua testa, si trovava la pianta di fichi. Dall’esterno, per mezzo di strette feritoie, entrava un po’ di luce. Per qualche tempo il silenzio fu assoluto, poi udì il fruscio delle foglie dell’albero, forse mosse dal vento. A poco a poco questo fruscio si fece più forte e fu accompagnato dallo scricchiolio caratteristico di rametti rotti. “Forse – pensò il giovane – qualche uccello sta svolazzando fra i rami, o qualcuno sta tentando di cogliere i primi fichi maturi”. Quasi a conferma di quest’ultimo pensiero, udì poco dopo un passo lento sulla ghiaia del piazzale antistante, come di un uomo piuttosto pesante che passeggiasse su e giù. Pur attraversandogli la mente il fatto che proprio a quell’ora Mussolini era solito riposare e passeggiare lì, credette più logico che si trattasse di un vero e proprio essere vivente. Rapidamente e 171 silenziosamente, allora, tornò sui suoi passi, uscì dal rifugio per la stessa porta dalla quale era entrato e si diresse alla volta della pianta di fichi, per sorprendere sul fatto la strana persona che, a quell’ora, passeggiava al caldo sole di agosto anziché starsene a schiacciare un pisolino. Sotto la pianta non c’era nessuno. Girò a lungo nei dintorni, nell’ipotesi che la misteriosa persona si fosse allontanata. A quei tempi la villa era abitata, oltre che dalla famiglia del custode, dai due giardinieri, moglie e marito, di cui ho già parlato. Era inverosimile che qualcuna di quelle persone venisse a passeggiare lì, era contro le loro abitudini. Il giorno seguente, press’a poco alla stessa ora, il giovane tornò a piazzarsi ai piedi dell’albero, nelle cantine del Palazzo, e lì attese un po’. Il silenzio questa volta era veramente assoluto, e stava per andarsene quando sentì il fruscio delle foglie, poi sentì il rumore dei rami spezzati, poi i passi lenti sulla ghiaia del piazzale. Come il giorno precedente, rapidamente ma senza far rumore, egli uscì dal rifugio e si apprestò a sorprendere sul fatto la persona che, come lui, aveva tanta voglia di passeggiare a quell’ora sotto il sole. Non trovò nessuno. Batté anche questa volta con accuratezza i dintorni ma non incontrò essere vivente. A prescindere dal suo interesse per fenomeni spiritici, ce n’era abbastanza per far pensare al giovane di trovarsi di fronte a un fatto cosiddetto “paranormale”. Ci voleva però la prova, bisognava almeno “vedere” la figura dello strano personaggio. Perciò il terzo giorno tornò sul posto. Anche questa volta, dopo un breve periodo di silenzio, cominciò il fruscio delle foglie, lo spezzare violento dei rametti, si udirono i passi misteriosi. A differenza delle altre volte, però, al rumore dei primi passi, il giovane, sfilatesi con rapido movimento le scarpe per poter correre senza farsi sentire, si precipitò attraverso l’apertura di comunicazione tra le cantine e il rifugio, poi, anziché dirigersi verso l’uscita aperta dal lato della strada del Presidente, si arrampicò di corsa sulla scaletta a chiocciola, l’uscita di sicurezza, che sboccava proprio a poche 172 decine di metri dalla pianta di fichi. Uscì dal pozzo della scaletta con le scarpe in mano e poté così dare un primo sguardo al piazzale e alla pianta prima ancora di rimettersele. Non c’era nessuno, assolutamente nessuno. Fece il solito giro di ispezione per il parco: nessuno. Decise di tornare sul posto per la quarta volta. Non aveva raccontato a nessuno il fatto; per anni non lo raccontò ad alcuno. La mattina seguente, però, venne una squadra di operai al Palazzo e il primo lavoro che fecero fu quello di chiudere con un robusto tavolato il passaggio tra il rifugio e le cantine. Quando, dopo qualche giorno, andati via gli operai, il giovane tornò al rifugio per vedere se la chiusura fosse stata tale da resistere ai suoi tentativi, vide che gli era impossibile passare. Da allora non poté mai più scendere nelle cantine. 173 BIBLIOGRAFIA Giuseppe CHECCHETELLI “ Una giornata nel palazzo e nella villa del Principe …….” Ed. Puccinelli 1842 - ROMA. Orazio MARUCCHI “ Le catacombe romane “ (opera postuma)