Villa Torlonia e Mussolini

Transcript

Villa Torlonia e Mussolini
Villa Torlonia
e Mussolini
di Eraldo Pistoni
2009
INDICE
PARTE PRIMA
Com’era e com’è (1983)
Morte mancata
La villa
Rifugi antiaerei
Il parco
La Montagnola
Lo Scarico
Luoghi e cose notevoli
I Guerrieri
Il Villino delle Civette
Il Principe
La famiglia Torlonia
Il Castello Medioevale
La Casina dei Principi
La Serra Moresca
Il Teatro
Le Scuderie
Il Garage
Le Carrozze
La Casa degli spiriti
Le catacombe
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
2
3
11
15
20
22
27
33
36
46
53
57
63
65
71
76
84
88
91
95
PARTE SECONDA
La villa e i suoi abitanti
I giardinieri
………………
I
pag. 100
Il custode
Il segreto del Villino Rosso
I Mussolini
I domestici di casa Mussolini
………………
………………
………………
………………
pag.
pag.
pag.
pag.
108
114
117
124
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
129
137
143
148
153
160
171
PARTE TERZA
La guerra
Il 25 luglio
Riccione
La Rocca delle Caminate
L’8 settembre
L’occupazione tedesca
Gli Alleati
Per finire
………………
………………
………………
………………
………………
………………
………………
II
PREFAZIONE
Ho abitato a Villa Torlonia oltre trentasei anni, ma solo ora,
nel centenario della nascita di Mussolini, mi sono deciso a scrivere
queste memorie. Le ho scritte senza uno scopo preciso, eccetto
quello forse di rievocare con l’occasione alcuni avvenimenti salienti
della mia gioventù. Proprio per questo non mi sono curato molto,
nella stesura, del lettore che, abituato, leggendo cose del genere, a
vedere soddisfatta la propria curiosità, alle volte rimarrà deluso.
Dal 1943 a oggi ho letto molto sulla vita privata di Mussolini e
spesso non ho potuto fare a meno di ridere di fronte alle
sciocchezze riportate da “testimoni degni di fede”. Però io non
voglio scendere in polemiche: mi contento di narrare così,
semplicemente, ciò che ho visto o che ho appreso da gente in
mezzo alla quale ho trascorso tanti anni.
Del resto questa vuole essere essenzialmente la storia di Villa
Torlonia, di cui i Mussolini rappresentano solo un capitolo.
PARTE PRIMA
Com’era e com’è
2
Morte mancata
Il bambino era in coma; la madre gli bagnava di tanto in tanto
le labbra con un batuffolo di cotone imbevuto di acqua. Da alcuni
giorni una febbre altissima lo divorava e ormai era alla fine. Il
medico aveva diagnosticato: “polmonite”. Il principe Torlonia, alle
cui dipendenze lavorava il padre del bambino, saputo il fatto, aveva
inviato, a sue spese, uno specialista. La diagnosi era la stessa, la
prognosi riservata. A quei tempi gli antibiotici stavano ancora nella
mente del buon Dio.
Una donna era stata mandata per aiutare a vestire il cadavere.
Alta e snella, dal viso bruciato dal sole, attendeva in silenzio che il
bambino esalasse l’ultimo respiro. Anche lei era al servizio dei
Torlonia.
Invece il bambino, che allora aveva circa tre anni, non morì.
All’ultimo momento riprese a vivere, e poi crebbe e divenne uomo.
Quel bambino ero io.
Nato nella clinica ostetrica del Policlinico Umberto I a Roma,
feci il mio ingresso a villa Torlonia pochi giorni dopo e appena
qualche settimana appresso si ebbe il colpo di stato che portò
Mussolini al potere. Stetti nella villa per quasi trentasette anni, fino
al 14 luglio 1959, vivendone gli avvenimenti belli e brutti, fausti e
infausti.
3
LA VILLA
Villa
Torlonia
nacque
per
volontà
del
Duca Giovanni
Torlonia, che
acquistò
la
vasta area del
parco all’inizio
del
secolo
scorso. Egli
dette l’incarico all’architetto Valadier di elevare, là dove già sorgeva
una vecchia costruzione, l’edificio principale. Fu però il figlio di
Giovanni, il Principe Alessandro Torlonia, a dare alla villa l’aspetto
che conserva ancor oggi, spendendovi, pare, la somma a quei tempi
notevole di un milione di scudi.
Il Principe Alessandro Torlonia ebbe il merito di consolidare la
fortuna della famiglia, già resa cospicua dal padre. Egli è noto per
l’impresa del prosciugamento del lago del Fucino. Nel cimitero
Verano
di
Roma,
nel
cosiddetto
“Pincetto”,
una
tomba
monumentale, una delle più belle (per quanto bella possa essere
una tomba) ospita le spoglie mortali di Alessandro Brisse,
l’ingegnere francese che diresse l’opera di bonifica.
La villa era in aperta campagna, poiché la città, a quei tempi,
contava meno di duecentomila abitanti, e finiva a Porta Pia. Di qui
alla villa corre circa un chilometro. Solo molto più tardi le
costruzioni urbane raggiunsero il parco e più tardi ancora lo
circondarono del tutto. Ricordo che la chiesa di San Giuseppe in
via Nomentana, nei pressi della villa, fu terminata nel 1905.
4
Col nome di “villa” si dovrebbe intendere una casa signorile
circondata da terreno. In pratica con quel nome gli abitanti del
luogo intendevano piuttosto il parco, o anche il parco e i fabbricati
che vi sorgono. Alla casa padronale, che divenne in seguito
l’abitazione di Mussolini, si dava il nome di “Palazzo” e solo i
familiari di Mussolini preferivano chiamarla “Palazzina”. Anch’io
qui, quando parlerò della villa, intenderò riferirmi non solo al
parco, ma anche a tutto ciò che contiene. Questo è di circa tredici
ettari.
Il muro di cinta che guarda sulla via Nomentana non è quello
originale, poiché parte del parco fu espropriata per allargare la via
stessa. Quello che si vedeva all’origine era un muro sormontato da
colonne spezzate e da statue, che volevano rappresentare ruderi
antichi. L’attuale cinta e l’ingresso principale, ornato da statue, con
due terrazze coperte ai lati, ricche di eleganti colonne di marmo,
furono opera recente, essendo stati inaugurati nel 1910.
Il Palazzo (lo chiamerò così d’ora innanzi) rappresentava per il
Principe Torlonia la residenza di campagna, e ciò giustifica le sue
modeste dimensioni. All’interno mancano del tutto i vasti saloni e
le immense gallerie che caratterizzavano le magioni dei ricchi di un
tempo. La residenza di città del Principe, quella degna del suo
rango, era a piazza Venezia, dal lato di piazza Santi Apostoli. Opera
del Fontana, fu demolita per dar luogo alla sistemazione della
piazza in seguito alla costruzione dell’Altare della Patria. L’edificio
era stato venduto al Duca Giovanni dai Conti Cenci Bolognetti ed
era stato completamente ristrutturato nell’interno dal Caretti. Di
vaste dimensioni, era ricco di affreschi e di sculture. All’atrio
seguiva una corte, e poi un altro cortile. I due cortili erano divisi
tra loro da un cancello monumentale, il quale era sormontato da
un arco in bronzo, nel cui centro figurava un enorme stemma dei
Torlonia con a lato due putti, la cui misera storia narrerò in
seguito. Lo stemma era opera del viennese Augusto Bhorik, su
disegno del Caretti. Quivi avevano lavorato valenti pittori, tra i
5
quali il Podesti, che tra l’altro dipinse per i Torlonia “Il trionfo di
Venere”. Una parte poi della costruzione, denominata “Braccio del
Canova” era famosa perché custodiva l’opera di questo scultore
“Ercole e Lica”, che rappresentava Ercole il quale, prima di morire
per i tristi effetti della camicia di Nesso, da lui indossata per
suggerimento di Lica, sta per ucciderlo lanciandolo in aria con le
sue ultime forze.
Il fabbricato principale, quello del Valadier, fu trasformato e
abbellito per opera del Caretti. Fu un po’ rialzato e ne fu arricchita
la facciata. Infatti sul davanti il Caretti fece costruire un avancorpo
ornato di dieci colonne ioniche con sopra un timpano portante un
bassorilievo dovuto allo scultore Rinaldo Rinaldi, rappresentante il
ritorno di Bacco dalla conquista delle Indie.
Nell’ingresso, costituito dal suddetto avancorpo, sostavano le
carrozze dei principi e, in un secondo tempo, l’automobile di
Mussolini. Era questa una grossa macchina, di colore blu scuro,
molto seria che, ai tempi dell’autarchia, funzionava ad alcool e
spandeva un caratteristico odore di spirito al suo passaggio.
Sarebbe stata per il resto, una macchina normalissima, se non
avesse avuto dietro, al posto del vetro rettangolare posteriore, un
semplice buco di pochi centimetri, ma tale da far capire subito chi
era il personaggio che trasportava.
Ai lati della costruzione erano stati eretti due stretti portici, a
colonne doriche, arrotondantisi alle estremità a formare quattro
vaste terrazze.
Dal balcone centrale, Papa Gregorio XIV e il re Ludwig di
Baviera, nel 1842, assistettero alla solenne inaugurazione della
villa e alla posa dell’obelisco che sorge davanti al Palazzo, dedicato
a Giovanni Torlonia, padre del Principe Alessandro.
L’altro obelisco gemello, dal lato opposto, è dedicato alla
madre, Donna Anna Maria.
L’obelisco che ebbe l’onore di essere benedetto dalla presenza
di Sua Santità non sorgeva, come ora, in mezzo a prati verdi e
6
palmeti. Davanti al Palazzo era un grande piazzale ovale con in
mezzo l’obelisco e con una specie di tribuna costituita da due serie
di scalini di marmo sul lato est, di cui rimangono solo i resti, divise
da una fontana (la cosiddetta “Fontana Massima”) sulla quale era
un bassorilievo in gesso rappresentante la fuga di Enea da Troia,
col vecchio padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio
condotto per mano.
Sul lato ovest sorgeva, nei pressi di una palazzina che dà sulla
via Nomentana, denominata “Casina dei Principi”, nientemeno che
un piccolo anfiteatro, dovuto al Caretti, (del quale non c’è più
traccia) sullo stile del Colosseo. Era di forma ellittica e grande forse
quanto la tomba di Augusto che si trova a Roma a piazza Augusto
Imperatore. Nell’interno, eleganti piedistalli dovevano servire a
sorreggere dei candelabri, per le rappresentazioni notturne.
Era
attrezzato con camerini per il personale e scuderie per i cavalli, il
tutto ricavato nella mole stessa della costruzione.
Tra il Palazzo e la Casina c’era una lunga balaustra di marmo,
anch’essa sparita. Il piazzale era illuminato da numerosi lampioni.
Altri lampioni erano attorno alle due abitazioni e lungo l’ampio
viale che si estendeva a ovest, come pure nel vasto spiazzo a est. In
epoca più moderna, invece la villa fu sempre immersa nella
completa oscurità.
Nel lato sud del Palazzo c’era, al piano terra, una galleria a
vetri, e una veranda pure a vetri era al primo piano. Poi, dopo la
morte del Principe Giovanni Torlonia (da non confondersi con il
fondatore della villa) quando in pratica i Mussolini ebbero l’intero
parco a disposizione, la veranda fu demolita e al suo posto venne
costruito un corridoio con finestre munite di persiane, del tutto
simili alle altre, ma molto meno solide riguardo al materiale con il
quale furono fatte. Infatti tali persiane sono state totalmente
distrutte dalle intemperie, mentre le altre, fabbricate oltre un
secolo fa, sono in genere in buono stato.
7
Là dove finisce la galleria a vetri, a destra di chi guarda,
sorgeva, e sorge tuttora, (1983) benché in precarie condizioni,
proprio a ridosso del muro, un grosso albero di fichi che un tempo
costituiva, con la sua grande chioma spiovente, un invitante
ricovero contro la calura del sole. Sotto quella pianta, quando era
bel tempo, spesso Mussolini soleva riposare il pomeriggio, sdraiato
su alcuni cuscini.
Sempre dal lato sud, una stradetta perfettamente dritta,
fiancheggiata da due fontane, termina di fronte all’altro obelisco,
quello dedicato alla madre del Principe Alessandro. Vicino alle
fontane un bel giorno vennero piantati con gran cura due alberelli,
due piante, si diceva, rare in Italia, che i figli di Mussolini, Vittorio
e Bruno, avevano portato da un loro viaggio nell’Africa Italiana. Si
trattava di due rappresentanti della pianta detta “albero di Giuda”,
chiamata anche siliquastro o cercide (cercis siliquastrum) dai bei
fiori rosa, che deve il nome alla leggenda secondo la quale Giuda
Iscariota si sarebbe impiccato a una pianta di quella specie,
tormentato dal rimorso per aver tradito Gesù. In realtà alberi di
quel genere già esistevano da decenni nella villa, poiché ne
sorgevano alcuni poco distanti dal Palazzo, nei pressi di via
Nomentana, vicino alla Casina dei Principi. I due alberi nel 1983
erano ancora al loro posto.
Il pianterreno del palazzo è costituito da dodici stanze e un
salone. Questo occupa due piani del fabbricato. Dall’ingresso si
entra in un vestibolo ornato da dodici colonne, elegante ma un po’
scuro. A destra e a sinistra, tutt’intorno al salone, vi sono vari
salotti. Un tempo, subito a sinistra del vestibolo, c’era il bagno,
abbellito da colonnine di alabastro, e poi la libreria, ambedue
eliminati prima ancora che nel Palazzo venissero ad abitare i
Mussolini. Notevoli anche la camera di Psiche, affrescata dal
Caretti, e la camera in stile gotico dei poeti e artisti, i cui ritratti
furono dipinti dal Paoletti.
8
Il salone, o sala da ballo, pur essendo di modeste proporzioni,
è elegantissimo. Su due lati è adorno di colonne di marmo in stile
corinzio, che sostengono gli spazi, all’altezza del primo piano, per le
orchestre. Gli affreschi sono dovuti al Massabò, al Toietti e al
Coghetti, il quale dipinse l’affresco “Apollo sul Parnaso”. Il
pavimento è in marmo, ai lati. Nel centro ora è in legno, ma un
tempo era in mosaico e rappresentava una copia del “Mosaico di
Palestrina”.
All’epoca di Mussolini, per diversi anni, il salone fu adornato
da due strani “pezzi”, certo non troppo adatti all’ambiente: un
grosso proiettore per il cinema e uno schermo. Tutta la famiglia era
molto amante del cinema. Mussolini vedeva quasi ogni sera i
notiziari, i “film Luce”, come si chiamavano a quei tempi (L.U.C.E.
era la sigla di: La Unione Cinematografica Educativa). Data la
dimensione ridotta del salone poiché il proiettore era nel locale
stesso, ne veniva fuori che il rumore della macchina disturbava gli
spettatori. Però altre volte i Mussolini andavano a vedere le
proiezioni in altro luogo, al Villino Medioevale, dove risiedeva un
ufficio dell’Istituto Luce.
Dopo la guerra si è letto su qualche giornale che alle volte
Mussolini riceveva i visitatori nel suo studio, un grande salone al
piano terra riccamente ornato. In realtà lo studio di Mussolini era
al piano superiore, al piano nobile, vicina alla sua camera da letto.
Più che uno studio, era uno studiolo, del quale una grossa
scrivania occupava, si può dire, quasi tutta l’area. Il pavimento era
adornato da un mosaico.
Quando, dovendo Mussolini venire ad abitare nella villa, si
fecero delle opere di ripulitura del Palazzo, togliendo i parati che
coprivano le pareti dello studiolo si rinvennero degli affreschi, dei
quali si era dimenticata l’esistenza. Furono circondati da cornici
dorate e sono ancora lì.
Mussolini non riceveva quasi mai nella sua dimora privata.
Un’eccezione la fece per il Mahatma Ghandi, che venne alla villa
9
seguito dalla sua capretta. Un’altra eccezione vi fu durante la
guerra, quando fu costretto, per malattia, a restare qualche
settimana a casa. Allora riceveva nel salone i vari ministri del suo
governo.
La scala di marmo bianco, dovuta a Filippo Ghirlanda, con
una bella ringhiera in metallo, è veramente ammirevole. Un tempo
sul pianerottolo c’era un grande specchio con ai piedi un portafiori
lungo e stretto, in metallo, contenente sempre fiori freschi. In casa
Mussolini arrivavano fiori ogni due giorni e ne venivano ornate le
stanze.
Al primo piano troviamo innanzi tutto un’anticamera, con il
soffitto a esagoni e dipinti rappresentanti l’aurora, il giorno e la
notte, opere del pittore Decio Trabalza. Il visitatore, entrando
nell’anticamera, ai tempi di Mussolini, poteva ammirare un
artistico orologio dorato, posato su una grossa mensola di marmo
bianco. Di qui si può passare alla grande loggia della facciata, con
il bel soffitto, ora in cattive condizioni, a cassettoni ottagonali e
rosoni nel centro.
Qui, come al piano terra, le sale si susseguono l’una all’altra,
secondo lo stile dell’epoca. Si tratta però, piuttosto che di sale, di
salotti. Il salone, come ho già detto, occupa con la sua altezza
anche il primo piano, per cui questo è necessariamente poco
spazioso. Da segnalare la sala di Bacco (o salotto del Podesti)
ottagonale, affrescata dal Podesti stesso e dal Caretti, con un
elegantissimo caminetto lavorato a mosaico, la sala di Alessandro il
Macedone (o delle Muse) ellittica, con statue di Apollo e delle Muse
e un fregio eseguito dal Thorwaldsen, un gabinetto di Venere,
dipinto dal Caretti, con una Venere alla toletta, del Coghetti, una
camera egizia nella quale Caretti e Fioroni hanno rappresentato
scene della vita di Cleopatra e il Rinaldi ha scolpito nel caminetto
l’incontro di Cleopatra con Marc’Antonio.
La camera da letto di Mussolini non rappresentava nulla di
particolare. Dall’altra parte, opposta a quella di Mussolini, la
10
camera da letto della moglie, anch’essa modesta. Tra le due stanze,
la veranda che, come ho già detto, fu poi trasformata in corridoio.
“Duce” è il nome con il quale in tutto il mondo veniva e viene
chiamato Mussolini. Alla villa non era così: come la moglie era
sempre indicata da tutti, compresa la servitù, con l’appellativo di
“Donna Rachele”, così Mussolini era chiamato “Presidente”, forse
perché, all’inizio del suo governo era presidente del consiglio dei
ministri. “Duce” però era il nome con cui l’indicava la sua servitù.
Ma torniamo al Palazzo: al secondo piano abitavano i figli e i
domestici. Proprio sopra al salone c’era il guardaroba, uno
stanzone lungo e basso, il cui nome indica chiaramente l’uso, e nel
quale Rachele Mussolini, che conduceva una vita molto semplice,
passava parte della giornata. Un po’ più su, fatti pochi scalini, più
o meno al livello delle soffitte, le cucine. Una prima stanza era
adibita come sala da pranzo della servitù. Rachele Mussolini,
quando il marito era assente, mangiava con i domestici. Nella
cucina c’era qualcosa che per quei tempi era un lusso: ben due
frigoriferi, piuttosto piccoli, ma che permettevano di avere sempre a
disposizione del ghiaccio.
La descrizione del Palazzo non sarebbe completa se non
parlassi delle cantine. Qui era la stufa a carbone per il
riscaldamento degli ambienti. Il riscaldamento, però, non era ad
acqua, come si penserebbe subito sentendo parlare di una stufa a
carbone, bensì ad aria. Nelle varie stanze c’erano dei bocchettoni
circolari sulle pareti, verso il basso, dai quali usciva l’aria calda.
11
RIFUGI ANTIAEREI
Il locale sottostante
al salone centrale del
Palazzo è particolarmente
basso rispetto agli altri
locali
dello
scantinato.
Ciò dipende dal fatto che,
durante
la
adibito
a
guerra,
fu
ricovero
antiaereo. Il suo soffitto
fu rafforzato da uno strato di cemento armato di circa centoventi
centimetri, tale da poter resistere, pare, a bombe di oltre una
tonnellata.
Coll’approssimarsi della guerra si pose il problema di dotare
villa Torlonia di un rifugio antiaereo. Dapprima si adattò a rifugio
una cantina, una vera cantina per vino, chissà da quanto tempo in
disuso, che si trovava a qualche centinaio di metri dal Palazzo,
sotto un laghetto artificiale, di cui parlerò in seguito. Per
l’occasione, al laghetto fu tolta l’acqua e, poiché il fondo bianco
avrebbe potuto attirare l’attenzione degli aerei nemici, vi fu lasciata
come copertura la melma che di solito si forma negli stagni. Ma la
presenza di quel fondo stagnante, misto di musco, fango e acqua,
destò il giusto risentimento di Mussolini non appena, qualche
giorno dopo (era di domenica) si accorse della sua esistenza.
Diavolo, aveva combattuto una dura lotta contro gli acquitrini delle
paludi Pontine per debellare la malaria e ora doveva esserci un
acquitrino, che poteva essere nido di zanzare, proprio a villa
Torlonia? Fu necessario correre a cercare il personale addetto alla
manutenzione del parco che, ignaro di tutto, stava godendosi il
12
giorno festivo, per far ripulire subito il fondo limaccioso e coprirlo
con rami e foglie secche.
La cantina addetta a rifugio antiaereo aveva all’origine un solo
ingresso al quale seguiva un corridoio; poi vari scalini scendevano
sempre più giù. Qua e là, ai lati, come in ogni cantina che si
rispetti, delle celle per le botti. In fondo c’era un pozzetto che saliva
fino alla superficie e serviva probabilmente per dare aria al locale.
Si provvide a munire il ricovero di porte di acciaio, di filtro
antigas, funzionante a mano a mezzo di una manovella, di luce
elettrica a batteria, di gabinetto di decenza, di telefono (una linea
diretta ad uso esclusivo di Mussolini) di pronto soccorso, di reti e
materassi. Fu inoltre scavata un’altra uscita, dalla parte opposta a
quella già esistente, e fu munito il pozzetto di una scaletta a pioli di
metallo. Il pozzetto stesso fu rivestito poi di una piramide di
cemento armato che in un secondo tempo fu rifatta di più vaste
dimensioni perché la prima parve troppo debole per poter resistere
a bombe di forte potenziale, ed è quella che esiste tuttora.
Nonostante queste precauzioni, il rifugio non era certo molto
sicuro. Era costituito, in sostanza, da alcuni metri di terra,
abbastanza consistente, sì, quasi tufacea (a Roma lo chiamano
“cappellaccio”) ma non tale da dare serio affidamento contro bombe
di grosso calibro. Inoltre era distante dalle abitazioni.
Quando c’era l’allarme (e i primi giorni di guerra ve ne furono
diversi, sempre di notte) Mussolini veniva regolarmente al rifugio,
quasi sempre a piedi. Raramente però scendeva nel locale. Si
fermava piuttosto all’ingresso, come facevano del resto quasi tutti,
e in genere se ne tornava a dormire prima che il suono delle sirene
annunciasse il cessato allarme.
I difetti e le poche comodità di quel rifugio convinsero presto i
Mussolini della necessità di farne uno nel Palazzo stesso. Per
questo ne fu costruito un secondo, adattando il sotterraneo della
costruzione, come ho già detto. Tutti gli abitanti della villa furono
13
cortesemente invitati, in caso di allarme, a venire al nuovo rifugio,
più sicuro e più vicino dell’altro a quasi tutte le abitazioni.
In seguito, quando la guerra cominciò a prendere una brutta
piega, le incursioni divennero sempre più frequenti e il nemico
prese ad avanzare su tutti i fronti, si capì l’opportunità di costruire
un ricovero antiaereo veramente “a prova di bomba”. Furono
incaricati dell’opera i vigili del fuoco di Roma che per mesi vi
lavorarono indefessamente. La terra che fu necessario rimuovere
per la costruzione del rifugio fu sistemata sul vasto prato
antistante il cancello di via Nomentana, a est dell’obelisco, ai piedi
delle palme che abbelliscono il luogo. Durante gli scavi vennero alla
luce anfore romane, resti di scheletri e frammenti di marmo, fra cui
una lapide mortuaria nella quale una scritta latina lamentava la
prematura morte di un giovane, un certo Taurinus.
Il nuovo rifugio aveva un ingresso nello scantinato del Palazzo,
dal lato est, un altro ingresso nei pressi della “strada del
Presidente” (così era chiamata quella che, passando in parte sotto
una galleria di palme, conduce al cancello di via Nomentana) e
un’uscita di emergenza, costituita da una scala a chiocciola di
legno sprofondantesi in un pozzo, sita un po’ al di fuori dell’angolo
sud-est del Palazzo.
Il ricovero era veramente “a prova di bomba”. Nella parte
superiore aveva uno strato di cemento armato di sei metri. Quando
l’enorme gittata di cemento fu completa, Rachele Mussolini volle
offrire un pranzo ai bravi vigili del fuoco. Fu un pranzo all’aperto,
allestito su tavoli provvisori sistemati nei pressi dell’uscita di
emergenza,
a
base
di
cibi
piuttosto
rustici,
tra
i
quali
predominavano i fagioli e la polenta, ma gradito, date le ristrettezze
alimentari del tempo. Il fatto destò però anche qualche scontento e
preoccupazione. Con i cibi razionati, come erano allora, offrire un
banchetto poteva essere compromettente? Si poteva pensare che i
Mussolini fossero degli accaparratori.
14
Al rifugio ora mancavano le rifiniture, come pure mancava la
calotta
di
cemento
che
avrebbe
dovuto
coprire
l’uscita
di
emergenza. Ma questi lavori non si fecero mai: poco dopo, infatti,
venne il 25 luglio e la presa di potere del nuovo governo Badoglio.
Anche se non ultimato, il rifugio fu di qualche utilità per gli
abitanti
della
villa.
Durante
i
frequenti
allarmi,
al
tempo
dell’occupazione tedesca, e durante i bombardamenti che colpirono
zone vicinissime al parco (sulla via Nomentana all’altezza di piazza
Galeno) vi si rifugiarono spesso. Sapevano che poteva resistere a
bombe di sei tonnellate (ma durante la seconda guerra ne furono
sganciate anche di dieci tonnellate, contro i rifugi degli U-Boote
tedeschi).
15
IL PARCO
Come per ogni villa che
si rispetti, intorno al palazzo
si estendeva il parco, ben
curato nei pressi del Palazzo
stesso,
ma
lontano,
che
diveniva
poi,
più
piuttosto
un insieme di frutteti, orti,
luoghi di pascolo, misti a
boschetti,
vialetti,
piante
varie sparse qua e là. Questo
era
il
tipo
di
villa
di
campagna di un tempo. La
sua sistemazione fu affidata
dal Principe Alessandro
all’architetto Jappelli.
Gli alberi secolari, che oggi abbelliscono ancora il parco, erano
bambini quasi un secolo e mezzo fa. Tali erano i grossi elci che
fiancheggiano il viale ovest del Palazzo interrotto nel suo percorso
dall’ampliamento di via Nomentana, come pure quelli a est, ai lati
di un grande spiazzo rettangolare. Questo aveva per nome “il
Cocchio”. Da un lato, la cosiddetta “Terrazza”, è costituita da una
loggia, lunga e stretta, alla quale si accede per due scalette di
pietra, e che era adorna un tempo da bei vasi di marmo. Sulla sua
facciata, abbellita da quattro colonne di marmo, una lapide
fiancheggiata da due putti ricorda i nomi di coloro che crearono la
villa e la portarono poi a compimento: Giovanni Torlonia e il figlio
Alessandro.
16
La terrazza domina la fontana Massima, quella che ancora si
può
vedere
fra
i
resti
delle
due
tribune
che
un
tempo
fiancheggiavano il grande piazzale centrale.
Ho detto che Mussolini non riceveva quasi mai nella sua
abitazione privata. Tanto meno avveniva che ricevesse gruppi
numerosi di persone o facesse dei discorsi. Forse l’unica eccezione
fu quella di una manifestazione di suoi seguaci, tutti in camicia
nera,
che
riempirono
tutto
il
Cocchio,
sotto
la
prudente
sorveglianza di poliziotti in borghese posti alle loro spalle, sulle
pendici della cosiddetta “Montagnola” che chiude il lato del Cocchio
dalla parte opposta alla terrazza.
In quell’occasione Mussolini tenne un breve discorso, vi
furono lunghe acclamazioni, poi tutto finì. Quando avvenne ciò?
Non lo so. Certamente prima della guerra d’Etiopia.
Un tempo in fondo al Cocchio vi erano due enormi busti posti
su due colonne cilindriche, rappresentanti Romolo e Remo, e sotto
gli alberi due tavolini tondi di marmo, ognuno fiancheggiato da
lunghi sedili da giardino.
Tavoli del genere erano numerosi nel parco. Avevano le gambe
di metallo, tutte lavorate, così come i sedili, questi dal piano di
legno. Ferro, ghisa, rame, piombo, abbondavano nella villa. Di
ghisa erano i resti dei lampioni che un tempo ne illuminavano i
luoghi più rappresentativi, di piombo erano rivestiti parte dei tetti
delle costruzioni (e c’erano persino delle statue di piombo, i
“Guerrieri”) di rame le tettoie del “Campo Chiuso” di cui parlerò più
in là. Quando la villa divenne proprietà del Principe Giovanni
Torlonia, nipote dell’omonimo bisnonno, il suo aspetto mutò molto,
anche in conseguenza del mutar dei tempi. Perdette la forma che le
aveva dato il fondatore, il quale l’aveva arricchita di tempietti
pagani e di caratteristiche costruzioni, e acquistò un aspetto più
selvaggio, con boschetti folti e prati verdi, ma il tutto piuttosto
trascurato. Le piante da frutto, un tempo numerose, sparirono
quasi del tutto, i tempietti crollarono e il parco perdette gran parte
17
della sua bellezza. Non più illuminato dai lampioni, la notte
l’oscurità vi regnava sovrana.
Anche così il parco era bello: vi crescevano moltissime varietà
di alberi, soprattutto lauri, elci, pini, cipressi; vi erano degli enormi
cedri del Libano e numerosi abeti. C’erano diverse palme da
dattero, con i bei grappoli mai maturi, e non mancavano altri tipi di
palme. Gli alberi da frutto erano ormai rari, ma vi era, e c’è ancora,
una piccola castagneta. Abbastanza numerose le piante di fichi,
qualche susino, qualche pero e melo, alcuni mandorli, diverse
piante di cachi, qualche tralcio di vite. Queste piante da frutto però
non erano affatto curate, mentre si provvedeva periodicamente alla
potatura degli altri alberi.
Di fiori vi era una certa abbondanza, ma mancavano giardini
regolarmente
coltivati.
Esisteva
una
serra
sotto
il
giardino
d’inverno d’un teatro, ma era stata data in cura a un giardiniere,
sotto forma di appalto. In essa vi erano alcune centinaia di piante
di orchidee. Quando il Principe Torlonia morì l’appalto cessò, la
stufa che scaldava la serra non fu più accesa e le piante perirono.
Bassa, con la tettoia ad arco, tutta a vetri, la serra costituiva
un bell’ornamento per la costruzione – il Teatro – a cui si
addossava. L’interno era come tutte le serre, ma i grossi lastroni di
metallo forato che ne costituivano il pavimento (dove poggiavano i
vasi) sorretti da pilastrini in muratura, avevano una caratteristica:
recavano tutti al centro la sigla dei Torlonia.
Nel parco crescevano spontanei i ciclamini, chi fioriscono
d’autunno, e le violette. In una certa località era possibile trovarne,
accanto a quelle color viola, anche di celesti e di bianche. Nei
pressi del laghetto invece si coltivavano le rose ma, anche qui con
non troppa cura. C’erano lillà e glicini, e naturalmente gli oleandri,
che non richiedono per crescere alcuna attenzione. Un piccolo
rialzo di terra, di fronte al laghetto, era chiamato “Iris” perché era
coperto di piante di questi fiori.
18
Sui due spiazzi che fiancheggiano all’esterno la galleria del
teatro erano degli alberi di camelie, che di tanto in tanto venivano
concimati con terra di castagno. Da un lato ve n’è ancora qualche
pianta; dall’altro furono abbattute dai soldati inglesi quando
occuparono la villa, per farci uno spiazzo dove parcheggiare le loro
macchine.
Negli ultimi anni di permanenza di Mussolini nella villa, il
comune di Roma si incaricò di ornare l’esterno del Palazzo con
numerosi vasi di fiori, specie sul davanti, lungo il bordo che
delimita il piazzale da cui scende poi, verso l’obelisco, una
scalinata a semicerchio, un tempo abbellita da statue.
Numerosi erano i fiori che adornavano l’abitazione del Principe
Giovanni Torlonia, ma ne parlerò quando tratterò del “Villino delle
Civette”.
Le diverse località del parco avevano ricevuto, come avviene
per i luoghi di campagna e avveniva, un tempo, per le strade della
città, nomi ricavati dalle caratteristiche delle località stesse.
Nessuna forza era riuscita a mantenere in vita dei nomi che non
fossero stati graditi agli abitanti della villa. La “Casina dei Principi”
una costruzione vicino al Palazzo, era da tutti conosciuta come il
“Palazzetto”. La “Capanna Svizzera”, una caratteristica vaccheria
che il Principe Giovanni Torlonia aveva trasformato in un
elegantissimo e originale villino, un vero capolavoro d’arte e che,
così trasformato, era stato ribattezzato col nome di “Villino delle
Civette”, era invece conosciuto col semplice nome di “Villino”.
La strada che unisce l’ingresso in via Nomentana con il Villino
delle Civette era chiamata da tutti “la strada del Padrone”, il perché
è ovvio; quella che portava al Palazzo era “la strada del Presidente”,
l’altra, che conduceva al Palazzetto, “la strada del Portiere”, poiché
vicino all’ingresso principale abitava il portiere della villa. Quella
che costeggiava il laghetto era “la strada del Laghetto”, e quella
nella quale sbocca la seconda uscita del rifugio antiaereo
sottostante il laghetto e che passava anche vicino a un campo da
19
tennis era chiamata “la strada delle Ginestre” perché da un lato, e
precisamente da quello del laghetto, era un tempo fiancheggiata da
cespugli di ginestre.
20
LA MONTAGNOLA
La Montagnola, per
la storia, è costituita da
“terra riportata”, il che
vuol dire che è stata
creata artificialmente,
accumulando la terra
scavata
per
la
costruzione delle varie
opere che abbelliscono la villa. Ora vi crescono dei cipressi secolari,
oltre a elci, lauri e resti di siepi di mirti.
Fitta di alberi, era percorsa da numerosi vialetti senza ghiaia,
tenuti con sufficiente cura fino a che il Principe Giovanni rimase in
vita. Questi vialetti permettevano di giungere alla cima senza
troppa fatica; ma i ragazzini che abitavano nella villa preferivano,
naturalmente, arrampicarsi su per i fianchi terrosi e cedevoli; era
più faticoso, ma più divertente. Sulla cima vi era un piccolo spiazzo
circondato da massi di roccia e su questo uno dei tanti tavolini
tondi di marmo con piedi di metallo di cui ho già parlato, e qualche
sedia da giardino di ferro, tinta in verde.
Quasi sulla cima si può vedere ora una misteriosa apertura,
bassa e stretta, ma sufficientemente ampia da permettere a un
uomo di introdurvisi carponi. Non è l’ingresso di una caverna: se
riuscite a entrarvi, troverete una stanzetta dalla forma strana. E’
ciò che resta di un tempietto che coronava, un tempo, la cima della
montagnola, uno dei tanti che abbellivano la villa. Sempre presso
la cima, dalla parte opposta all’apertura ora descritta, esisteva una
volta una piccola lapide di marmo, con una scritta molto semplice:
“alla fedele Blanchette”. Doveva essere la cagnetta di qualcuno dei
principi. La fedele Blanchette stava là dietro, in una piccola bara di
21
legno, accovacciata in cerchio. Così la trovarono alcuni ragazzi che,
un bel giorno, decisero di vedere “cosa c’era dentro”.
Per una curiosa coincidenza, sorse poi quasi al medesimo
posto un’altra lapide, più piccola e meno elegante, che tuttavia
indicava il luogo dove era stato sepolto un cane. Ora anche questa
è scomparsa.
La montagnola, che ora è coperta da folti alberi, come
cinquant’anni fa, non ha storia. Dalla cima non si gode nemmeno
la vista di un bel panorama. Gli alberi impediscono la visuale.
Inoltre la villa è su un terreno piuttosto pianeggiante ed è quasi
tutta circondata da alti palazzi.
Durante l’ultima guerra la Montagnola corse un serio pericolo
poiché, dovendo costruire il rifugio antiaereo che fu poi posto sotto
il piazzale esistente tra il Palazzo e il Cocchio, si pensò in un primo
tempo di metterlo sotto di essa. Ma poi non se ne fece più niente.
22
LO SCARICO
Lo Scarico ha una storia
certo più movimentata di
quella della Montagnola.
Sulla vasta area pianeggiante
che si estendeva a fianco di
via Siracusa, là dove, dopo
che
la
villa
è divenuta
pubblica, è stato aperto un
nuovo ingresso, il Principe
Alessandro
aveva
fatto
costruire
piccolo
lago,
munito
un
dell’immancabile
ponticello e abbastanza
profondo da poterci viaggiare in barca. Era alimentato da una
cascatella di acqua, proveniente da un ruscelletto artificiale, che
cadeva sul lago da un ammasso roccioso, pure artificiale, sito là
dove ora è un’edicola la quale conteneva un tempo una Madonnina
di gesso circondata da un intreccio di fiori e foglie di metallo. Una
iscrizione, in basso, una volta tanto in italiano, dice testualmente:
“Visitator di questi luoghi ti arresta – alla vergine tutelare ti
inchina – unisci la tua prece a’ caldi voti di Alessandro che benigno
impetra da questa diva sui giorni di Carlo, suo amato fratello, un
sorriso onde vedere lo possa vegeto e sano.”
Alla “Madonnina” (così era chiamata l’edicola) non mancavano
mai i fiori, che i bambini vi portavano per gioco, gli adulti per
devozione. In seguito, al posto della cascatella, quando il lago fu
colmato, si costruì una fontana, avente un po’ l’aspetto dell’antica
cascata.
23
Il lago, circa all’epoca della prima guerra mondiale, era già da
tempo asciutto, ma si credette opportuno colmarlo di terra. Così
per mesi e mesi i caratteristici carretti dei carrettieri romani
scaricarono il loro materiale nel bacino del lago, fino a riempirlo.
Colmarono tutto, eccetto una piccola striscia che rimase, simile a
un fosso, come era all’origine, e che scorreva ai confini tra la villa e
altre proprietà private, a partire dall’angolo estremo di via
Siracusa. In quel luogo, per molti anni, tutte le mattine giungeva
un carrettino tirato da un somarello e vi scaricava le immondizie
raccolte nelle abitazioni della villa. Poiché la villa disdegnava il
servizio di nettezza urbana della città, ma ne aveva uno per conto
proprio.
Il conducente del carrettino, un uomo molto anziano e che,
per la sua età, era adibito solo a lavori leggeri, aveva uno strano
privilegio: a lui venivano ogni giorno donati, dalla casa Mussolini,
pacchi di giornali vecchi, che egli accumulava poi in un angolo
dell’ingresso
della
sua
casa,
poco
lontana
dalla
villa,
e
periodicamente rivendeva come carta da macero. Questo vecchio,
dalla inconfondibile aria di operaio, che ogni giorno usciva con un
pacco di giornali sotto il braccio, era divenuta una figura
caratteristica.
Oltre il fosso, il muro di cinta della villa, dalla parte interna, è
molto basso nonostante che, per sicurezza, all’epoca della seconda
guerra mondiale fosse stato leggermente rialzato. Dalla parte
esterna, giorno e notte, c’era un servizio di vigilanza. Tale servizio
si estendeva a tutto il muro di cinta ed era tenuto da carabinieri in
divisa, fatta eccezione per la via Nomentana, dove il servizio era
svolto da guardie in borghese.
Una notte uno dei carabinieri in servizio, proprio lì dove il
muro, all’interno, è particolarmente basso (e il luogo è piuttosto
scuro non essendoci una strada ma solo un passaggio privato)
alzando gli occhi scorse un uomo nell’attimo che scavalcava
l’estremità del muro di cinta, sparendo nell’interno.
24
Alcuni colpi di arma da fuoco, poi l’allarme generale. La polizia
passò il resto della notte a perlustrare la villa, ma non si trovò un
bel nulla. Alla fine però si dette la spiegazione del fatto, il che è già
molto: l’asinello incaricato di trainare il carrettino con il quale
venivano raccolte le immondizie, qualche volta veniva lasciato
libero per il parco, sia di giorno che di notte. La bestia, tanto per
vedere che cosa c’era, quella notte si era affacciata al muro e poi,
sollevando in alto la testa col movimento tipico dei somari, era
balzato indietro, proprio nel momento che il bravo vigile alzava gli
occhi. Vi è da dire, a discolpa del vigile, che c’era la luna, e questa
si sa che inganna.
Sull’area dello Scarico, dopo che i Mussolini vennero ad
abitare nella villa, fu allestito un galoppatoio, e allora la località
prese anche il nome di “Pista” o “Galoppatoio”. La strada che,
partendo dal piazzale retrostante il Teatro, vi conduceva, era un
semplice sentiero senza ghiaia, tutto fango e sassi. Stranamente
nessuno pensò mai a darle una sistemazione. Ma non era la sola a
trovarsi in cattive condizioni: di qualche altra strada il Principe
Torlonia aveva fatto iniziare la costruzione e poi l’aveva fatta
abbandonare, Dio sa il perché.
Qui veniva a cavalcare Mussolini, la mattina presto. I cavalli
arrivavano da una vicina caserma, guidati da alcuni soldati con
alla testa un ufficiale piuttosto anziano, magro e asciutto,
drittissimo nella persona, forse perché, si diceva, era costretto a
portare un busto metallico per una lesione subita in seguito a una
caduta da cavallo. Era da tutti conosciuto con il nome di
“Colonnello” e tale rimase per gli abitanti della villa anche quando
fu promosso generale. Mussolini amava l'equitazione. Spesso
galoppava a lungo per i viali del parco, oltre che nel galoppatoio.
Qui un giorno cadde da cavallo poiché l’animale che cavalcava, nel
saltare un ostacolo, inciampò malamente. Mussolini se la cavò con
qualche escoriazione.
25
La mattina del 26 luglio 1943, il giorno seguente a quello
dell’arresto di Mussolini e del governo di Badoglio, il vecchio
ufficiale, ligio al proprio dovere, se ne venne a piedi, solo soletto, a
villa Torlonia, dove si trovava Rachele Mussolini; era in divisa, con
sul petto le mostrine delle campagne alle quali aveva partecipato e
le decorazioni conseguite. Tutto andò bene fino a che giunse sulla
via Nomentana, all’altezza della villa, ma, qui giunto, prima di
arrivare all’ingresso, fu affrontato da un gruppo di manifestanti che
si contentarono, prima di permettergli di entrare nel parco, di
minacciarlo e di sputargli in faccia. Si presentò a Rachele
Mussolini così com’era, pallido e silenzioso, ma sempre dritto nella
persona, con la camicia e la giacca macchiate di sputi. Fu
fortunato, in fin dei conti.
Nello Scarico, a qualche distanza dal muro di cinta, tra questo
e il galoppatoio, venivano ammucchiati durante l’anno grandi
quantità di sterpaglie, foglie, erbe, rami, prodotti dell’opera di
manutenzione della villa da parte dei giardinieri addetti. Il tutto
veniva bruciato una volta all’anno, di notte, e l’enorme falò durava
diverse ore. Una volta accadde che gli abitanti dei palazzi posti
subito al di là della cinta telefonassero ai vigili del fuoco
segnalando che c’era un grande incendio dentro villa Torlonia.
Questi, giunti sul lato di via Siracusa, da cui le fiamme erano in
effetti ben visibili, già si apprestavano ad appoggiare le loro scale al
muro per saltare dentro il parco, quando furono vigorosamente
fermati dall’agente di servizio in quel punto. Vi fu un breve
battibecco, poiché i pompieri erano convinti che si trattasse di un
vero e proprio incendio e ci volle un po’ perché l’agente, il quale era
già stato avvertito che quella notte sarebbe stato acceso il fuoco,
riuscisse a convincerli ad andarsene.
Se questo fu un falso allarme, un’altra volta l’intervento dei
vigili del fuoco fu necessario, ma avvenne con un dispendio di
mezzi esagerato per il fatto. Da una piccola soffitta del Villino delle
Civette un giorno si vide uscire del fumo. Si trattava di un vecchio
26
scaldabagno a legna, dal quale il fuoco era passato ad altra poca
legna che si trovava lì vicino. Non erano trascorsi nemmeno dieci
minuti dalla chiamata dei vigili, che giungevano sul posto due
enormi autopompe, con acqua sufficiente a spegnere le fiamme di
un incendio di vaste proporzioni. Cosa era accaduto? Al nome
prestigioso di villa Torlonia, due autopompe che già stavano
uscendo dal deposito per un intervento urgente erano state fatte
dirottare immediatamente verso la villa.
27
LUOGHI E COSE NOTEVOLI
L’anatra iridata, detta
così per le sue penne
dai riflessi dell’iride,
guazzava
lenta
nel
laghetto
di
Torlonia,
costruito
villa
secondo la pianta del
lago del Fucino, a
ricordo dell’opera di prosciugamento dovuta al Principe Alessandro.
Nel mezzo, verso il lato sud, aveva una parte un po’ più fonda, di
pochi centimetri, che rappresentava il cosiddetto “Bacinetto”, cioè
quella zona della pianura del Fucino, la più bassa, che era rimasta
con l’acqua, ultimo resto del lago. In questa parte più fonda era
stato eletto un isolotto, dove le anatre deponevano le loro uova.
Il laghetto, così chiamato per antonomasia, benché altri
laghetti, sia pure molto piccoli, fossero nella villa, sorgeva tra il
teatro e il villino delle Civette ed era ombreggiato da una parte da
bambù, altrove da elci e lauri e da qualche bassa palma. Un
canaletto
artificiale
portava
un
rivolo
d’acqua
al
laghetto,
dividendosi verso la fine del percorso in un delta e scorrendo
attraverso dei giovani salici. Il rivolo passava, lì dappresso, sotto
un ponticello fatto di tronchi d’albero tutto avvolto da una pianta di
glicine. Sull’acqua si libravano le libellule e non mancavano le
rane.
Quando gli inglesi, nel 1944, si insediarono nella villa,
trasformarono il laghetto (già da tempo senz’acqua poiché, come ho
già detto parlando dei rifugi antiaerei, sotto di esso era stato
improvvisato un rifugio) in pista da ballo all’aperto, per la
28
ricreazione dei soldati, e si provvide a riempire con calce e
mattonelle la parte più fonda, per livellare la pista.
Statue, tempietti, colonne, obelischi, fontane abbellivano la
villa, ma tutto ciò fu lasciato in completo abbandono dopo la
scomparsa del Principe Alessandro, sicché molte di queste cose
assunsero l’aspetto di rovine antiche, tanto da poter ingannare il
profano e fargli credere che si trovasse di fronte a resti di
monumenti romani.
Proprio sulla “Strada del Padrone”, a sinistra, a poca distanza
dall’ingresso e a ridosso del muro di cinta che costeggia via
Alessandro Torlonia, ecco i resti di un tempietto greco-romano.
Il tempietto nacque come rudere per volontà del suo ideatore,
il Caretti. Un giorno, dopo la seconda guerra mondiale, il vento
abbatté un grosso pino che sorgeva proprio vicino al tempietto,
trascinando con sé nella sua caduta alcune colonne e rendendo
così ancor più verosimile l’impressione di trovarsi di fronte ai resti
di un’antica costruzione. Il posto era conosciuto col nome molto
significativo di “Ruderi”.
Poco più su, dallo stesso lato, i resti di un altro tempietto, di
più vaste dimensioni però, con un frontone ancora in piedi,
sorretto da colonne doriche di granito. Saliti i ripidi scalini, si
potevano ammirare dei bassorilievi in gesso (dovuti al Gaiassi) e
varie statue. Sul frontone, in bassorilievo, Saturno con la sua falce,
circondato da figure varie. Poi, se si attraversava la porta che era in
fondo, ci si trovava…. all’aria aperta! Però, dopo la porta, a destra e
a sinistra, si potevano vedere un tempo due tettoie e i resti di
cucine in muratura, come usavano un tempo, con tanti fornelli per
il carbone di legna.
Il tempio, dovuto al Caretti, già dedicato a Saturno, assunse in
seguito un nome che a tutta prima parrà strano: “Le Cucinette”. Le
cucine costruite nel suo interno giustificano il nome. Qui, quando
in tempi ormai passati si davano dei ricevimenti, venivano
preparate parte delle vivande necessarie per i banchetti.
29
I due obelischi posti l’uno davanti e l’altro dietro il Palazzo,
dedicati rispettivamente al padre di Alessandro, Giovanni Torlonia,
e alla madre, Donna Anna Maria, non sono di origine egiziana,
nonostante i geroglifici che li adornano. Essi provengono da una
cava di granito rosa sita nei pressi di Laveno.
Era quella l’epoca nella quale gli studi sulla civiltà egizia erano
in gran voga. Solo da poco tempo si era riusciti, grazie alla famosa
pietra di Rosetta, rinvenuta da un ufficiale francese durante la
campagna napoleonica d’Egitto, e ai lunghi studi di Champollion, a
interpretare la scrittura egizia. Ciò spiega perché il Principe
Alessandro, cultore e ricercatore di antichità classiche, avesse
voluto erigere i due obelischi, dotandoli anche di geroglifici.
Gli obelischi vennero fatti scendere lungo il Ticino fino al Po;
di lì, attraverso l’Adriatico e il Tirreno, giunsero fino alle foci del
Tevere, quindi risalirono questo, percorrendo la stessa via seguita
dalle colonne che servirono alla costruzione di San Paolo fuori le
mura; imboccarono poi l’Aniene e giunsero a Monte Sacro.
Essendo sorte delle difficoltà sul modo di portare gli obelischi
dall’Aniene al luogo di destinazione, poiché le rive del fiume erano
piuttosto ripide e non era facile scaricare i due blocchi di marmo, il
Principe Alessandro acquistò ipso facto il barcone sul quale erano
caricati, già preso a noleggio (in pratica, data la mole del carico, si
trattava di una piccola nave) e, fatto spianare un tratto della riva,
ordinò che gli obelischi fossero trasportati alla villa con tutta
l’imbarcazione.
Le scritture latine che si trovano alla base, riportate in antico
egizio lungo i fianchi degli obelischi, sono dovuti al prof. Ungarelli.
In una forma aulica e retorica, che oggi fa sorridere, ma che a quei
tempi era di moda, vi vengono espressi i sentimenti di devozione
del figlio Alessandro per i genitori, nonché gli illustrissimi pregi e
qualità del figlio stesso. In una delle scritte dell’obelisco dedicato
alla madre, in quella a ovest, si accenna al quasi avventuroso
viaggio compiuto dai due monumenti gemelli dapprima lungo il
30
Ticino, poi su per il biondo Tevere (natanti rate Ticini per vada
fluminis detulit ad usque flavi ripas Tibridis).
Alte e svettanti, due altre colonne si trovano nella villa, una
nel mezzo del piazzale antistante al giardino d’inverno che circonda
parte del teatro, l’altra in una parte isolata, a poca distanza
dell’obelisco
dedicato
alla
madre
del
Principe
Alessandro.
Quest’ultima fu eretta in memoria del fratello di Alessandro, Carlo
Torlonia. E’ in stile Corinzio, di marmo numidico, ed è adornata
alla base da due grandi stemmi di Torlonia e da scritte dedicatorie,
in latino. L’altra è dedicata ai genitori del Principe Alessandro, e
anche questa è adornata da due stemmi nella base e da scritte
latine. Quella rivolta verso il teatro porta la frase: “Qui timet
dominum honorat parentes” (Chi teme il Signore rispetta i genitori).
La colonna in memoria di Carlo Torlonia reca la data 1840
(Calende di maggio). L’altra, che porta la data 1841, fu trasferita da
altra sede nel luogo dove si trova ora nel 1872.
Ritengo opportuno ricordare qui che, se la posa dell’obelisco
dedicato al duca Giovanni Torlonia avvenne solennemente nel
1842, la sistemazione della villa incominciò molti anni prima. Il
Caretti lavorò al servizio dei Torlonia per circa dieci anni. A quei
tempi per costruire si impiegava molto e, in qualsiasi epoca, le
opere d’arte non si fanno mai rapidamente. Ciò spiega perché le
due colonne anzidette portano rispettivamente la data del 1840 e
1841, gli obelischi quella del 1842. Tuttavia a quest’epoca la villa si
poteva considerare in pratica ultimata, secondo il disegno dovuto al
suo ideatore.
Fra le statue che abbellivano il parco, poche sono quelle
rimaste in piedi. La più bella, quella di Giunone, deve forse la sua
conservazione alla sua mole. Sorge a poca distanza dalle “Scuderie”
e c’era nei pressi una graziosa costruzione in legno, di stile gotico,
di cui ora non resta che la base di pietra e qualche maiolica del
pavimento: la “Piccionaia”. Era formata da piccoli tronchi d’albero,
secondo un sistema comune nelle ville dell’epoca e, come dice il
31
nome, un tempo ospitava dei piccioni. Ma poi divenne un
laboratorio di falegname, dove si conservavano tavole e ferri del
mestiere. Aveva dodici lati ed era circondata da una triplice fila di
scalini di travertino interrotti da dodici grossi blocchi squadrati
dello stesso marmo; le finestrelle erano abbellite da vetri colorati.
Di fronte, oltre la strada, sorgeva un boschetto di lillà. Dal lato
opposto si potevano ammirare due belle piante di fichi e c'era un
boschetto di canne di bambù nere.
“Vetus haec Romae effigies debet artifici….”. questa antica
effigie di Roma deve all’artefice…. E’ l’inizio della dedica di un’altra
statua, demolita da poco tempo, sita nel piazzale antistante le
scuderie. Queste si capisce chiaramente cosa fossero. E’ però
significativo il fatto che il Principe Alessandro non si limitasse ad
abbellire i luoghi più rappresentativi della villa, ma anche quelli
destinati ai servizi.
La statua di Diana ora non c’è più; c’è rimasta solo l’alta base.
Posta vicino alla via Nomentana, anch’essa poco distante dalle
scuderie, a fianco del viale fiancheggiato da elci, se ne stava lì, in
mezzo al bosco, con a lato il suo cane. E’ rimasta al suo posto fino
all’ultimo, fino a che la villa non è stata aperta al pubblico.
Come in tutte le case principesche che si rispettino, anche i
Torlonia avevano nella villa una Cappella privata. Era dedicata,
neanche a dirlo, a Sant’Alessandro, di cui sulla via Nomentana, al
decimo chilometrico, ci sono le catacombe. Di questa chiesetta non
c’è più alcuna traccia. Era stata ideata dal Caretti e suoi erano
parte dei dipinti. La figura del Santo era dovuta al pennello di
Bombelli e le sculture a Carlo Aureli.
Un’altra costruzione di cui non c’è più traccia è il “Caffehaus”.
Era nei pressi della via Nomentana, là dove il muro di cinta fa
angolo con via Alessandro Torlonia. Non ne rimase più nulla forse
perché demolito in seguito ai lavori di ampliamento di via
Nomentana. La facciata era costituita da otto colonne di marmo
32
cosiddetto “cipollino” e aveva all’interno una sala da bigliardo. Il
terrazzo era ornato da una fila di busti di marmo.
33
I GUERRIERI
I guerrieri
erano
veri
e
propri guerrieri
che, in numero di
sei
per
reggevano
lato,
con
le loro teste le
tettoie
delle
tribune, queste in
pietra albana, del “Campo Chiuso”, uno spiazzo rettangolare ad
angoli curvi completamente circondato da un sedile di pietra.
In teoria rappresentava un’arena per tornei, dove i guerrieri
avrebbero dovuto spezzare delle lance in finti combattimenti, in
realtà alle volte tutt’altro che incruenti, come lo dimostra la fine di
Enrico II Re di Francia, morto in seguito alla grave ferita riportata
in un torneo. In pratica però il Campo Chiuso, fin dall’origine, servì
come luogo di svago per bambini, cioè per i figli dei Torlonia e i loro
compagni di gioco. Infatti vi furono innalzati un carosello e delle
altalene.
Sul fondo del campo, tre box, disegnati a strisce rosse e
azzurre, tali da imitare teloni di tende, erano destinati ai cavalli, e
alle volte in effetti ospitarono qualche pony e qualche somarello,
ma più spesso rimasero vuoti o furono destinati a deposito.
Quando sul luogo sorse il campo da tennis dei Mussolini, in uno
dei box fu allestita una rudimentale doccia, con solo acqua fredda.
Un altro era usato per gli attrezzi necessari alla manutenzione del
campo da tennis.
Il nome di “Campo chiuso”, così come un tempo era chiamato
il posto, gli derivava dalla caratteristica di essere praticamente
34
chiuso da tutti i lati, eccetto che dalla parte dei box. L’altra
denominazione, “I Guerrieri”, col quale era designato, proveniva
dalle
grosse
statue.
Erano
guerrieri
fabbricati
con
piombo
antimonioso, un materiale che fu un po’ in voga nell’ottocento per
opere di statuaria. Si trattava di guerrieri medievali che, pur
essendo in posizione eretta, poggiavano il didietro, per motivi di
stabilità, su dei sostegni a forma di fascio littorio, quasi che fossero
presaghi dell’importanza che il fascio avrebbe avuto nella villa.
Erano opera dei fratelli Luswegh. Le due tettoie che sostenevano,
piatte
e
a
leggerissima
pendenza,
erano
di
rame,
benché
all’apparenza sembrassero di comune latta, ed erano anch’esse,
come i box, dipinte a larghe strisce azzurre e rosse, quasi per dare,
col loro aspetto di tenda, un senso di provvisorietà al tutto. Esse
erano ornate sul davanti da grossi stemmi di lamiera, con in fondo
un pendente ciascuno, del tipo di quelli in uso per le tende.
I guerrieri possedevano le loro brave armi, mazze e lance, e
non mancava lo scudo, appoggiato con la punta a terra. Uno di
questi personaggi aveva uno strano privilegio: dentro di esso delle
api avevano fatto il loro alveare, penetrando da un forellino
all’altezza della testa. Certo, un luogo più sicuro sarebbe stato
difficile trovarlo.
Poi, durante e subito dopo la guerra, con l’occupazione della
villa da parte degli alleati, del piombo e del rame, a quei tempi
preziosi, non rimase più traccia. Intendiamoci, non furono gli
americani o gli inglesi a farlo sparire, bensì gli italiani al loro
servizio e, qualche volta, altri italiani che penetrarono nella villa
per asportare ciò che era asportabile.
In un secondo tempo, quando i figli di Mussolini crebbero, il
Campo Chiuso fu trasformato dapprima in campo da pallone, con
l’aggiunta
delle
relative
porte,
e
in
seguito
in
campo
da
pallacanestro. Poi vi fu allestito un campo da tennis e allora il
luogo veniva anche indicato con il nome di “Tennis”. Qui veniva
spesso a giocare Mussolini, anzi ci fu un periodo di tempo nel
35
quale, alternativamente, un mattino cavalcava, l’altro giocava al
tennis. Vi giocavano anche spesso i due figli Vittorio e Bruno con i
loro amici. Allenatore era un famoso giocatore di una nota squadra
di calcio, la Lazio.
Oggi del campo da tennis non rimane più nulla. Ci sono solo
le tribune senza guerrieri e tutt’intorno lo scalone di pietra grigia,
opportunamente restaurato. Nel mezzo al campo è cresciuto
qualche albero, che però in seguito è stato tolto.
36
IL VILLINO DELLE CIVETTE
Il nome originario era
“Capanna Svizzera” ed era
dovuto
allo
stile
della
costruzione, dai tetti spioventi,
ideata
da
Jappelli.
Era
costituita essenzialmente da
due ali a L della medesima
lunghezza, con in mezzo una
piccola costruzione esagonale.
Nonostante la denominazione
di capanna, era in muratura,
fatta eccezione, tuttavia, per
una rustica scala di legno che,
dall’esterno, sul lato destro
della piccola costruzione centrale, là dove ora è un ampio
sottopassaggio, conduceva al primo piano. Sul davanti una rozza
fontana accentuava il motivo agreste del luogo. Al piano terra le
stalle, al primo piano la casa dello stalliere, nella soffitta la
piccionaia. Naturalmente non è detto che il luogo fosse stato
destinato a vaccheria, almeno secondo l’ideatore, e che non fosse
altro che un’elegante costruzione rustica, ma non è escluso che, in
pratica, sia stata usata allo scopo, come avvenne per i locali, pure
destinati a vaccheria, a fianco della Serra Moresca, di cui parlerò
più oltre.
Il Principe Giovanni Torlonia ne fece la sua abitazione,
disdegnando l’altra, il Palazzo, che rimase per molti anni vuoto,
fino a che non vi venne ad abitare Mussolini.
Aggiustata secondo la volontà e il gusto del Principe Giovanni,
per opera dell’architetto Fasolo, con l’aiuto, per le vetrate e i
37
mosaici, del Cambellotti, la Capanna svizzera divenne un villino
originalissimo, ma di un’originalità non stravagante, tale che desta
ancora oggi la meraviglia di chi lo vede, anche se è stato
semidistrutto da un incendio e poi ricostruito.
Nella sua essenza il Villino delle Civette è rimasto quel che era
la Capanna Svizzera, due ali con nel mezzo una piccola costruzione
esagonale. Ma poi balconcini, torrette, guglie adornano il tutto,
dando la piacevole impressione di un’armonica confusione. Un
ponticello di legno, all’altezza del primo piano, tutto finestre a
vetrini rotondi gialli, tipo occhio di bue, unisce la parte padronale
della costruzione a quella della servitù, quest’ultima stretta e
lunga, addossata al muro di cinta della villa, aggiunta alla
costruzione precedente, ma non meno elegante.
Da un lato un saloncino dal basso tetto a leggera spiovenza fa
da ingresso. Un arco sostiene una stanza ricca di belle vetrate e
permette di girare attorno alla costruzione. Il villino ha di fronte a
sé la Montagnola e aveva tutt’intorno una rete, munita qua e là di
bassi cancelletti pure di rete, per il passaggio, e tutta rivestita per
l’altezza di un paio di metri da una fitta siepe di biancospino. Il
recinto, coperto di ghiaia, in mezzo al quale sorgeva il villino, non
era del tutto privo di alberi. Vi erano due elci secolari, uno dalla
parte della servitù, di fronte al garage, l’altro vicino all’entrata
principale, sulla destra. Alcuni giovani alberi adornavano il fianco
della costruzione adibita a servizio e un boschetto di magnolie
nane, profumatissime, ancora esistente, si può vedere sulla parete
laterale del saloncino d’ingresso. Un grosso salice piangente e una
pianta di nespole erano nei pressi della torretta che fronteggia la
parte di servizio.
Ma ciò che caratterizzava il villino ai tempi in cui vi abitava il
Principe Giovanni era la folta massa di rampicanti che coprivano i
muri e salivano fino in cima ai tetti. Erano piante di glicini, vite
americana, edera, begonville, formanti un tappeto verde che
avvolgeva tutta la costruzione, abbellendola a primavera di fiori.
38
Queste piante rampicanti (il nome per alcune di esse è
improprio, lo so, alcune di quelle nominate non si arrampicano, ma
si appoggiano alle pareti, ma l’effetto è sempre quello di coprirle)
avevano un inconveniente: facilitavano la presenza degli insetti, e
non solo di questi. Una volta, in una soffitta, fu trovato lo scheletro
di un serpente.
Non
mancavano
i
profumatissimi
gelsomini,
che
si
arrampicavano lungo la graziosa costruzione esagonale sormontata
da un lucernario, che è conosciuta col nome di “Salottino delle
ventiquattr’ore” perché sul suo soffitto, a gruppi di tre, sono dipinte
le ore del giorno sotto forma di donne appena coperte da un velo
trasparente il cui colore si fa più o meno scuro a seconda delle ore
rappresentate dai nudi.
Come se ciò non bastasse, in un sarcofago antico posto a
ridosso del muro, dal lato della Montagnola, erano piantate delle
gardenie e, al di sopra di queste, si arrampicavano ai bordi del tetto
dei tralci di uva dai grappoli neri. Un po’ più in là, un grosso
grappolo d’uva, ma finto, in mezzo a tralci di vite veri, faceva da
fanale, avendo nel mezzo una lampadina. Sotto a un arco, poi,
tutto dipinto in rosso, al di sopra del quale c’è una stanza che
doveva essere adibita a bagno (in realtà mai ultimato perché di
bagni, come dirò tra poco, al Villino delle Civette già ce n’erano
troppi) vi erano numerosi vasi di azalee.
E così credo di aver
descritto tutte le piante che circondavano il villino. O ne ho
dimenticata qualcuna? Sì, dimenticavo: sulla terrazza della parte di
servizio erano numerosi i gerani.
Oltre le piante, di cui oggi non rimane più traccia, la
caratteristica del villino era la presenza del simbolo della civetta.
Quale sia stato il motivo che ha spinto il Principe Giovanni a
prediligere la rappresentazione di questo animale non si sa, ma è
un fatto che gli uccelli notturni, specialmente civette e poi gufi e
barbagianni, erano rappresentati un tempo ovunque: sui mobili,
sui capitelli delle colonne, sulle incisioni dei vetri delle finestre,
39
perfino nella tappezzeria. La camera da letto del Principe era
tappezzata di una stoffa azzurrognola il cui disegno rappresentava
dei piccoli gufi e la stessa stoffa ricopriva, nella stanza, le
poltroncine. Al lato del letto una vetrina rettangolare, avente
funzione di lume da notte, era istoriata col motivo della civetta. Lo
stesso motivo si trovava intarsiato su un capitello di marmo sito
all’esterno, nei pressi del salottino delle ventiquattr’ore. Sopra
l’elegante porta del medesimo salottino, là dove c’è ancora la
scritta, in bei caratteri gotici “Sapienza e solitudine” c’era un
bassorilievo di ceramica colorata rappresentante due gufi presso
un nido dal quale spuntano le teste dei loro piccoli. Uccelli notturni
erano disegnati sui vetri, ormai andati distrutti, che sovrastavano il
sarcofago nel quale erano piantate le gardenie, e a forma di civetta
era un artistico soprammobile che faceva trillare un campanello
quando gli si spingeva la testa. Era in camera da letto, su un
mobile intarsiato a civette e serviva come campanello per chiamare
la cameriera. Dei numerosi lampadari in ferro battuto che
adornavano il villino, qualcuno aveva la civetta per ornamento.
L’interno del villino è formato da ambienti piccoli e, come in
genere le case di una volta, piuttosto scomodi. L’ingresso,
abbastanza ampio, un po’ sullo stile di quelli dei castelli di un
tempo, col pavimento in legno e una scala, pure in legno, che porta
al primo piano, aveva sulla sinistra un immenso arazzo che copriva
tutta la parete ed era di grande valore, rappresentante un bosco
dove spiccava tra l’altro una grossa gallina con i suoi pulcini.
Qualche poltrona barocca e una statuetta di marmo su una
colonnina completavano il tutto, con quella scarsezza di mobili che
caratterizza le case aristocratiche e soprattutto gli ingressi.
La sala da pranzo, di fronte all’ingresso, piuttosto piccola,
anch’essa con il pavimento di legno, aveva nel mezzo un tavolo
quadrato. Incastrati alle pareti, foderate queste fino a una certa
altezza in legno color noce, erano piatti finissimi di porcellana,
rappresentanti i principali personaggi della rivoluzione francese,
40
strani trofei per un aristocratico la cui famiglia è di origine
francese.
Inoltre,
per
soprammobili,
statuette
di
porcellana
rappresentanti soldati francesi dell’ottocento.
Alla sinistra dell’ingresso erano due stanze intercomunicanti,
lo studio, piccolo e buio, con una scrivania e qualche armadio a
vetri e, dopo lo studio, il fumoir. I libri contenuti nello studio non
erano molti, poiché il Principe non aveva una speciale passione per
la lettura. Vi erano però diversi libri di spiritismo, una enciclopedia
Larousse piuttosto antica, in francese, romanzi e libri di viaggio,
per lo più in francese. Il Principe conservava anche gelosamente
alcuni libri di scuola, di quando frequentava il liceo: una
grammatica greca, libri di esercizi latini, un libro di algebra, un
corso completo di filosofia per licei in tre volumi di Cantoni, un
grosso atlante geografico dell’epoca antecedente alla prima guerra
mondiale. Sui libri di scuola si potevano vedere degli appunti,
tracciati con una scrittura minuta ma chiara, in corsivo, lo stile
che si insegnava agli scolari a quei tempi. Inoltre vi erano delle
riviste che in parte teneva anche nel salotto di soggiorno. Allora le
riviste erano piuttosto rare e costose.
Il fumoir era un salottino per fumatori, molto elegante, con il
soffitto costituito da un drappo di stoffa che, dal centro, scendeva
con leggera spiovenza ai lati, simile al tetto di una tenda o meglio
di un padiglione. Questo salottino fu per molti anni solo un locale
abbandonato, usato come ripostiglio. In seguito, dopo la venuta dei
Mussolini nella villa, fu trasformato in fumoir.
Alla destra della sala da pranzo, il salotto da soggiorno,
adorno di alcune copie di quadri tanto scure che era difficile capire
cosa rappresentassero, e alcune sedie e poltroncine, tavolini e
divanetti in stile rustico. Dal soggiorno una porta conduceva al
salottino delle ventiquattr’ore, il cui pavimento è adorno da un
elegante mosaico. Il salottino era ammobiliato con mobiletti stile
rococò veneziano e aveva un particolare importante per l’epoca: da
un lato c’era un apparecchio radio. Era formato da una grossa
41
scatola metallica, verniciata di grigio, con sul davanti l’interruttore
dell’accensione e le due manopole per il tono e la ricerca delle
stazioni. Sopra la scatola era l’altoparlante, sempre in metallo
grigio, simile a una ruota. Il Principe Giovanni conservò questa
radio fino alla sua morte, benché a quell’epoca già vi fossero
apparecchi radio più perfezionati.
Quando il Principe morì gli fu allestita la cappella ardente
proprio nel salottino delle ventiquattr’ore. Era strano vedere la
salma distesa sul catafalco, circondata da paramenti funebri,
rivolta con il viso verso l’alto dove le ventiquattro donnine nude
mostravano con tanta grazia le loro bellezze. Ma l’arte è superiore a
certe cose. Appresso a questo salottino ce n’era un altro, di
nessuna importanza, piuttosto scuro e male ammobiliato con
mobiletti rustici dalle colonnine attorcigliate.
Il piano superiore era essenzialmente formato da due corridoi
incrociantisi a T. pavimentati da mattonelle quadrate, talmente
lucidate a cera, (come del resto tutti gli altri pavimenti del villino)
che a camminarci sopra si rischiava di scivolare. Lo stesso principe
vi era sdrucciolato più volte, ma non per questo voleva che i
pavimenti fossero meno lucidi.
Ho già descritto in parte la camera da letto del principe.
Questa camera aveva la caratteristica di essere senza finestre,
poiché sul davanti un’artistica vetrata scorrevole, a due ante, la
divideva da una “toletta” tutta finestre. Oltre il letto, un tavolo e
qualche poltroncina, non c’erano altro mobili. Vicino al letto, sulla
parete, artisticamente messi, erano appesi dei pugnali e una
piccola artistica ascia, quasi a ricordo dei tempi nei quali il signore
dormiva con le armi vicino a sé.
Sulla destra c’era il bagno, piccolo ma molto elegante, posto in
parte su un balconcino chiuso, con vetri istoriati a…. civette!
Vi erano al primo piano, altre due camere, una delle quali era
chiamata “Camera del forestiero”, per lo scopo al quale era
destinata, benché il principe non avesse mai ospiti in casa.
42
Il corridoio che conduceva alla camera da letto terminava
proprio là dove, al piano sottostante, era il salottino delle
ventiquattr’ore. Qui, praticamente nella sua soffitta, terminante a
cono, era stato adattato un salottino piccolissimo, detto dei “Satiri”
per le sculture in legno che ne adornavano i mobili, formati solo da
un divanetto strettissimo che circondava tutto il salotto.
Come in tutte le case signorili, le soffitte del villino erano
interessanti. Una parte, la cosiddetta “Guardaroba alta” conteneva
armadi dove erano riposte le cose più strane: cannocchiali, tappeti,
grossi e antiquati ventilatori elettrici, lumi a petrolio e altri oggetti
vari. Per il resto le soffitte erano adibite, come quando facevano
parte della Capanna Svizzera, a piccionaia. Infatti vi facevano il
nido, in apposite casette di legno, molti colombi, tutti bianchi, che
scendevano
nel
sottostante
giardino
svolazzandovi
confidenzialmente intorno e posandosi a due passi da voi.
Il villino potrebbe paragonarsi un po’, specie all’interno, a una
casa per bambole: tutto era piccolo e grazioso, tutto era
predisposto con grande cura. le finestre erano per lo più di vetri
lavorati che, con i loro colori, davano un senso di irreale agli
interni. Per il resto non c’erano altri affreschi notevoli oltre a quello
delle ore danzanti. C’erano invece molti orologi, naturalmente
artistici, che battevano le ore, e poiché non erano affatto precisi,
accadeva che suonassero spesso non tutti insieme, ma l’uno a poca
distanza dall’altro. L’effetto era un po’ simile a quello dell’inizio
della danza delle ore della Gioconda di Ponchielli.
Numerosi erano i bagni e i gabinetti di decenza, questi anche
nelle cantine e nelle soffitte. Del resto i gabinetti si potevano
trovare perfino nel parco, in almeno tre o quattro località, e ne
abbondavano anche le scuderie e, in genere, i luoghi addetti ai
servizi.
Gli scaldabagni, posti nelle soffitte, erano di tipo antiquato,
con riscaldamento a legna, benché il villino fosse stato munito di
riscaldamento centrale ad acqua.
43
Lo scantinato si trovava quasi per la totalità nella parte del
fabbricato che, al di là del ponticello di legno, era adibito ai servizi.
C’erano le cucine, uno stanzone con due grandi stufe a legna nel
mezzo e l’immancabile girarrosto da un lato, dotato di una
manovella, proprio come quello del castello di cui ci parla Ippolito
Nievo nelle sue “confessioni di un ottuagenario” (o di un Italiano,
secondo il titolo originale).
Un cenno particolare va dedicato alla ghiacciaia, posta in una
buia stanzetta. Nel villino non c’erano i moderni frigoriferi. La
ghiacciaia era una grossa credenza di legno alta quasi fino al
soffitto e che prendeva tutta una parete della piccola stanza.
Nell’interno era foderata di lamiera. Ogni due giorni, dalla fabbrica
di ghiaccio “Peroni”, allora nella vicina via Alessandria, venivano
scaricate due “colonne di ghiaccio”, due parallelepipedi a base
quadrata lunghi circa un metro, con circa venti centimetri di lato,
che erano introdotti nella ghiacciaia.
Ciò che rendeva bello e originale il villino erano anche i mille
particolari di cui era stato sapientemente arricchito. I muri rustici
della vecchia Capanna Svizzera, che chiudevano le due ali
costituenti la parte essenziale della costruzione, erano stati
lasciati, in alto, così come erano all’origine, forse imitando un po’ lo
stile di Michelangelo che nelle sue sculture lasciava brulle delle
parti del masso da scolpire perché si avesse un’idea della forma di
questo. Tutto il resto però rivelava la raffinatezza dei gusti del
Principe
Giovanni:
vicino
all’ingresso
del
salotto
delle
ventiquattr’ore una fontanina rettangolare dal fondo a maioliche
multicolori
(detta
“Fontanina
verde”
poiché
tale
colore
vi
predominava); più in là dei cippi di marmo situati elegantemente;
sotto lo scarico di una grondaia dell’acqua piovana una fontana a
forma di botte; due o tre tavoli tondi, di marmo bianco con poltrone
di ferro; eleganti sostegni di legno, del tipo di quelli usati sulle
terrazze, per farvi arrampicare le piante. Il salotto dei Satiri dava
su un balcone piccolissimo, adornato da due colonnine di marmo e
44
tutto circondato da una pianta di rose. Piccole tettoie erano coperte
da tegole multicolori di maiolica. I tetti più grandi, aguzzi, erano
rivestiti di tegole piatte, grigie, tipo eternit.
La parte del fabbricato adibita ai servizi era all’esterno non
meno bella del resto, benché anche questa fosse, nell’interno,
piuttosto scomoda. Non mancava il garage, con un portico per il
lavaggio delle macchine, in pratica quasi mai usato perché le auto
del principe erano custodite in altra parte del parco.
Oltre all’arazzo sito all’ingresso, non vi erano oggetti di valore
nel villino, se si eccettua l’argenteria, che era però gelosamente
custodita in cassette, fuori dalla vista di tutti. Si trattava di
numerose posate di argento massiccio recanti impresso lo stemma
dei Torlonia, da quelle per la frutta a quelle per il pesce, e poi
vassoi, piatti e, il pezzo più interessante, un’enorme teiera, alta
almeno mezzo metro, un vero gioiello. Il tutto, come ho detto, era
ben nascosto, nessuno poteva goderne la vista eccetto quando, di
tanto in tanto, l’argenteria veniva lucidata.
Al di fuori del recinto, al di là dei bassi cancelletti dipinti in
verde, sempre chiusi, meno quello che conduceva alla “Strada del
Padrone”, lasciato aperto per il transito dell’automobile del
Principe, c’era il bosco. Proprio davanti all’ingresso principale era
la Montagnola, fitta di alberi. Tra questa e il recinto c’era un
piccolo spiazzo erboso, ma Giovanni Torlonia, proprio negli ultimi
anni della sua vita, vi fece piantare degli alberi di castagno, ora del
tutto spariti. Più in là, verso la “strada del Laghetto”, ancora alberi,
sia pure per breve tratto, poiché dopo succedevano prati e roseti.
Verso il muro di cinta, al di là del quale c’era, e c’è tuttora, un
convento di suore, ancora alberi che poi proseguivano con un
gruppo di piante di castagno, in parte esistenti.
Nei pressi del muro di cinta, su un rialzo del terreno dominato
da un enorme pino, ancora in piedi, il Principe aveva fatto costruire
un chiosco di bambù a cui si appoggiavano delle piante di rose,
con in mezzo un grosso tavolo tondo di marmo e in cima una
45
semplice lampadina elettrica. Ma la lampadina non veniva accesa
quasi mai, come non lo erano quasi mai i lampadari di ferro
battuto che adornavano il villino. Al lato del chiosco c’era la
“Fontana del Pescatore” detta così perché al centro aveva la statua
bronzea di un bambino a grandezza naturale che recava in mano
un cestino con dei pesci. Da questa fontana, dalla forma piuttosto
strana, simile a un minuscolo laghetto “tutto seni e golfi” partiva
un rigagnolo che portava l’acqua al laghetto sito sulla strada
omonima.
Intorno al Principe si aggiravano, nel villino, i domestici, in
numero di sette od otto, di cui cinque o sei abitavano nel villino
stesso. Quando era l’ora del pranzo, una campana appesa ad uno
degli ingressi di servizio suonava rumorosamente.
Qui viveva il Principe Torlonia. Ma chi era costui?
46
IL PRINCIPE
Il Principe Torlonia non era un Torlonia. Infatti suo nonno,
Alessandro, colui che aveva felicemente portato a termine il
prosciugamento del lago del Fucino, non ebbe eredi maschi. Egli
volle comunque che il casato conservasse il nome e quindi favorì il
matrimonio dell’unica sua figlia con un discendente dei principi
Borghese, don Giulio, (di nobile lignaggio ma, dal punto di vista
finanziario, di gran lunga al di sotto dei Torlonia) a condizione che
rinunciasse al suo cognome.
Il Principe era basso e magro. Ufficiale di cavalleria, dei
lancieri, in seguito a una caduta da cavallo, gli sfuggì di mano la
lancia ed egli vi finì sopra; perse un occhio. Lo sostituì con un
occhio
di
vetro
che,
prima
di
andare
al
letto,
si
levava
regolarmente, posandolo sul comodino. Una sera era con lui,
insieme alla cameriera che lo aiutava nei preparativi per la notte, il
figlio di questa, un bambino di quattro o cinque anni il quale,
vedendo che posava un solo occhio sul comodino, gli chiese
ingenuamente “perché non ti togli anche l’altro?”
Il Principe era gentile con i bambini. Spesso alla sua tavola
voleva i figli della cameriera, benché forse questi avrebbero
volentieri fatto a meno di “tanto onore”. Se, girando per il parco,
incontrava un bambino, si fermava volentieri a parlare con lui,
anche se, come qualche volta accadeva, il suo stato d’animo
avrebbe fatto pensare che non sarebbe stato disposto a fare dei
complimenti.
Le sue ricchezze, costituite per lo più da terreni, erano
notevoli. Lo si considerava tra i più ricchi d’Italia, forse il più ricco.
La resa però di tale enorme patrimonio era scarsa in proporzione.
Alcune delle sue vaste tenute erano addirittura passive, benché egli
tentasse di curare meglio che poteva i propri interessi. Ma in realtà
47
le grandi aristocrazie di un tempo non sono mai state in grado,
qualunque ne sia il motivo, di amministrare i propri beni. Ciò che
Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha scritto in proposito sotto forma
di romanzo nel suo “Gattopardo” corrisponde alla più vera realtà.
La ricchezza non fa la felicità: il Principe Giovanni Torlonia ne
è una prova. Specie negli ultimi anni, la sua vita non fu affatto
felice. Aveva una gravissima disfunzione renale, che doveva
portarlo ala tomba all’età di sessantatré anni. Probabilmente la
malattia, lunga e penosa, aveva influito sul suo sistema nervoso,
sulla sua irascibilità. Qualche volta se la prendeva con i suoi
dipendenti. In questo caso spesso la sua sfuriata finiva con una
frase terribile: “Va’ via, sei licenziato!”
Naturalmente subito dopo si dimenticava del tutto di averla
detta, ma quando la rivolgeva a qualche domestico assunto da poco
tempo era causa di giustificata preoccupazione. Gli altri, gli
anziani, lo lasciavano dire.
Qualcuno, più audace, dopo essere
stato “licenziato su due piedi”, si presentava il giorno appresso al
Principe per salutarlo prima di andarsene. “Vai via? Ma dove vai?
Chi ti ha detto di andartene?” lo interpellava il Principe. “Ma,
eccellenza, ieri mi ha detto che sono licenziato!” “Va’ a lavorare e
sta’ zitto! Qui comando io, lo dico io quando devi restare e quando
devi andartene!”
Del resto il Principe non mancava né di generosità, né di
signorilità. Un giorno un suo amministratore gli fece notare che,
secondo lui, i conti del cuoco erano un po’ esagerati. Si ebbe una
forte strapazzatura: “Come, al Principe Torlonia si debbono fare i
conti in tasca? Mi debbo sentir dire che spendo troppo per
mangiare?” E ordinò che i conti del cuoco non fossero più
controllati.
Anche lui però qualche volta aveva il sospetto che per i suoi
bisogni personali si spendesse troppo. Così capitava che gli
sembrasse esagerato il prezzo dei calzini o delle camicie. Allora si
recava in macchina al centro, naturalmente presso i migliori
48
negozi, a comprare da sé la biancheria intima.
I negozianti
capivano subito chi era il loro cliente: bastava il fatto di vederlo
uscire da una lussuosa “Dilamba” (a quei tempi le automobili
erano rarissime a Roma) con tanto di stemmi principeschi sugli
sportelli e autista in divisa, per metterli in guardia. Alla fine i prezzi
erano molto maggiori di quelli che sarebbero stati se i medesimi
articoli fossero stati comprati da un qualunque domestico.
Il Principe si alzava molto presto al mattino. Appena sveglio,
suonava
per
il
caffè.
Poi,
una
volta
alzato,
consumava
un’abbondante colazione, all’inglese; piatto prediletto: l’omelette
alla cipolla! Quindi generalmente si recava all’amministrazione, a
piazza Scossacavalli che poi, in seguito alle demolizione della Spina
di Borgo e all’apertura della grande strada che conduce a piazza
San
Pietro,
fu
L’amministrazione
assorbita
era
nel
da
palazzo
via
della
Giraud,
Conciliazione.
successivamente
acquistato dai Torlonia, un palazzo storico, stile fiorentino,
costruito tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento,
quindi anteriore alla costruzione dell’attuale basilica di San Pietro.
L’estate il Principe se ne andava a trascorrere qualche mese
nei suoi possedimenti, per lo più nella tenuta di Porto o in un
castello in provincia di Gubbio, in località Serra Brunamonti. La
tenuta di Porto, nei pressi di Fiumicino, faceva parte del piano di
bonifica previsto dal governo di allora ed eseguito per opera di
Giovanni Torlonia. In questa tenuta il Principe fece fare delle
ricerche di vene acquifere, con successo, con la collaborazione di
un suo dipendente che aveva facoltà rabdomantiche. Nella tenuta
c’era un villino, ancora esistente. Un altro, a forma di nave, ne fece
costruire in un luogo solitario a poca distanza, in località Coccia di
Morto.
Nonostante la bonifica, la villeggiatura nella tenuta non era
molto piacevole perché d’estate le zanzare non mancavano; ma
Giovanni Torlonia aveva una predilezione per il luogo. Poi parte
49
della
tenuta
fu
espropriata,
in
occasione
della
costruzione
dell’aeroporto di Fiumicino.
Il Principe si recava anche spesso nella sua proprietà di
“Roma Vecchia” vicino a Roma, nei pressi di Ciampino, ora in parte
occupata dalle nuove costruzioni, conseguenza dell’espandersi
della città; ma qui, data la vicinanza, andava e tornava in giornata,
anche perché non c’era una vera e propria residenza padronale.
Più raramente si recava nella tenuta di Ceri, una grossa
estensione di terreno tra Cerveteri e Bracciano, raramente al
Fucino, quasi mai nei possedimenti di San Mauro di Romagna,
dove una volta si recò per presiedere a una cerimonia in onore di
Giovanni Pascoli, poiché il padre del poeta, come si ricorderà, era
un fattore al servizio dei Torlonia. Aveva fatto costruire un villino a
Ovindoli, ma vi andava molto di rado.
L’altro posto di villeggiatura preferito dal Principe era il
castello alla Serra Brunamonti. Questo castello era molto isolato,
in
zona
boscosa
e
mancava,
allora,
di
corrente
elettrica.
Evidentemente Giovanni Torlonia amava la solitudine.
Un giorno uno dei suoi domestici fu incaricato di recarsi al
castello per non so quale compito. In quel periodo il castello era
completamente disabitato. Il bravo giovane vi giunse di notte, ma
niente paura! Infatti era armato di una grossa pistola. Entrò
nell’androne e, accesa una candela, con la pistola in pugno si avviò
attraverso i saloni bui per andare nella sua camera da letto. A un
tratto, aperta una porta, si trovò di fronte un uomo, anche lui con
una candela in mano, che gli puntava contro un revolver. Fu un
attimo: il domestico premette più volte il grilletto, convulsamente
e…. il grosso specchio che gli era davanti si ruppe in mille pezzi.
Nonostante il suo alto lignaggio, il Principe non aveva una
servitù all’altezza dei suoi titoli. Si trattava di gente venuta dalla
campagna o di persone non del mestiere, provenienti per lo più
dalla povera gente del vicino vicolo della Fontana, conosciuto a
quei tempi come luogo di miseria e anche come rifugio per la
50
delinquenza. Vivendo solo e non dando ricevimenti, forse non
credeva opportuno avere dei domestici all’altezza del compito, o
forse anche, per l’ingenua trascuratezza degli aristocratici delle
epoche passate, non si curava molto dei pregi e dei difetti di coloro
che erano addetti alla sua persona.
Pochi anni dopo la sua ascesa al potere, Mussolini fece
chiedere al Principe Giovanni di poter passare qualche tempo,
durante il periodo estivo, nella villa, poiché soffriva di disturbi
digestivi e gli era stato suggerito di vivere in un posto tranquillo.
Dopo qualche mese, Mussolini chiese di trasferirsi nella villa
definitivamente, con la famiglia. Ma i rapporti tra i due erano
improntati a fredda cortesia. Si incontravano di rado e Mussolini si
considerò
sempre
e
solamente
un
ospite,
rispettando
rigorosamente le regole dell’ospitalità. Qualche rara volta invitava il
Principe a pranzo e questi, al ritorno, generalmente si lamentava
della cucina troppo pesante per lui. La cucina romagnola non gli
garbava molto e i domestici di Mussolini, compresa la cuoca, erano
quasi tutti romagnoli e anch’essi, come quelli del Principe, niente
affatto raffinati.
Qualche volta il Principe faceva degli apprezzamenti sul suo
ospite, e pare che non sempre fossero favorevoli, specie negli ultimi
tempi. Quasi presagisse quel che sarebbe accaduto, soleva dire:
“Io, qualunque cosa accada, sono sempre il Principe Torlonia,
Mussolini è invece solo un uomo politico, soggetto agli eventi della
storia”.
Pur essendo il padrone, o forse proprio per questo, Giovanni
Torlonia era sorvegliato a vista dalla servitù, tanto chi in ogni
momento era possibile sapere dove fosse e che cosa facesse.
Quando usciva dall’amministrazione per tornare alla villa, una
telefonata avvertiva che stava per arrivare. Nel momento che la
macchina superava il cancello di via Nomentana, il portiere, che
era affiancato dal servizio di polizia per la sicurezza di Mussolini,
girava la manovella di un grosso e antiquato telefono interno che
51
collegava la portineria con il Villino delle Civette. Non era
necessario rispondere: lo squillo del telefono interno avvertiva che
entro mezzo minuto sarebbe arrivato il Principe. Lo stesso
procedimento si aveva quando usciva dalla villa per andare in
amministrazione: uno squillo di telefono interno avvertiva il
portiere, già preavvisato da una telefonata eseguita subito dopo
quella che ordinava all’autista di recarsi con la macchina al villino;
un’altra
telefonata
avvertiva
l’amministrazione
di
via
della
Conciliazione.
Il Principe non era sposato, ma pare avesse due figli naturali.
La madre, una nobildonna, di scarse possibilità finanziarie, visse
per diversi anni nella villa, in una casa detta, per il colore dei suoi
muri “Villino Rosso”, all’angolo fra via Spallanzani e via Siracusa.
Giovanni Torlonia andava raramente a trovarla, pur non facendole
mancare nulla. Dei due figli il maschio, ufficiale di marina, perse la
vita su un sommergibile affondato nel mar Rosso, durante la
seconda guerra mondiale, ma il padre allora era già morto.
Il Principe viveva praticamente solo: non aveva amici né
frequentava la società. Qualche volta si recava al Circolo della
Caccia (Ai suoi tempi il Circolo della Caccia e il Circolo degli
Scacchi erano frequentati esclusivamente dall’aristocrazia) ma
anche lì il suo nome era tale che il rispetto soffocava la confidenza.
Sembra che a un certo momento abbia avuto l’idea di accostarsi un
po’ di più alla nobildonna che abitava al Villino Rosso, ma anche in
questo caso non pensava di tenersela in casa: aveva in mente di
costruirle un villino nei pressi della sua abitazione, là dove era quel
tempietto dedicato a Saturno che aveva preso poi il nome di
“Cucinette”. Tuttavia di questo progetto non ne fece mai nulla.
Alla malattia renale che rendeva difficile la vita al Principe un
giorno
si
aggiunse
una
brutta
infezione
alla
nuca,
un’agglomerazione di foruncoli meglio conosciuta col nome di
“favo”. A quei tempi non c’erano gli antibiotici e spesso in questo
caso occorreva l’intervento del chirurgo. Inoltre i sistemi di
52
anestesia non erano perfezionati come adesso. A causa delle sue
precarie condizioni di salute, fu necessario incidere il favo
contentandosi di un’anestesia superficiale e incompleta. Fu
un’operazione dolorosissima. Come si vede le ricchezze non sempre
salvano dalle sofferenze.
Poco prima della sua morte, il Principe ebbe la visita del
parroco della chiesa di San Giuseppe, la parrocchia sul cui
territorio è la villa. Egli già non era più in condizione di parlare, ma
riconobbe il parroco, e gli fece un gesto con la mano, come per
domandargli se fosse ora di “andar via”, e il parroco accennò di sì,
con il capo.
Era, oltre che Principe, Senatore del Regno; qualche tempo
prima di morire aveva avuto da Mussolini anche il titolo di Ministro
di Stato. In complesso però si interessava poco di politica. Al
funerale partecipò, naturalmente, anche il suo illustre ospite.
Quando andava a cerimonie del genere, Mussolini diveniva triste.
Diceva: “Anche per me ci sarà un funerale così”. Invece non c’è
stato affatto.
Il Principe fu sepolto nella basilica di San Giovanni, in un
luogo nascosto e quasi introvabile. Come di rito, per dieci anni
dalla data della morte, furono celebrate messe in suo suffragio. Poi,
più nulla.
53
LA FAMIGLIA TORLONIA
Chi sono i Torlonia? Si tratta di una famiglia principesca
romana, in realtà oriunda dell’Alvernia, che si stabilì a Roma in
epoca piuttosto tarda, verso il 1750. Ebbe i titoli nobiliari nel 1794
e il primo ad esserne investito fu Giovanni Torlonia. Il proprietario
della villa che ospitò Mussolini portava il suo stesso nome.
La fortuna dei Torlonia, già iniziata da Giovanni, raggiunse
l’apice con Alessandro, Duca di Ceri, Principe del Fucino ecc.
secondogenito di Giovanni (il fratello Carlo morì molto prima di lui).
Già il padre aveva fondato una banca e acquistato vasti feudi. Le
ricchezze paterne, il monopolio da lui esercitato del sale e dei
tabacchi, la sua abilità e il suo spirito d’iniziativa gli permisero di
accumulare un ingente patrimonio.
La
sua
maggiore
impresa,
che
lo
rese
famoso,
fu
il
prosciugamento del lago del Fucino, vasto bacino lacustre della
superficie di circa centocinquantacinque chilometri quadrati, che
occupava la parte più bassa della Conca Marsicana.
Già
l’imperatore
Claudio
aveva
posto
in
opera
il
prosciugamento del lago, con un emissario artificiale terminato nel
52 d.C.; ma dopo il sesto secolo l’emissario cessò di funzionare e
furono vani altri tentativi fatti posteriormente per rimetterlo in
efficienza. Ai tempi del Principe Alessandro esisteva una compagnia
che si prefiggeva lo scopo del prosciugamento del lago, di cui il
Principe possedeva buona parte delle azioni.
Questa compagnia era tuttavia sull’orlo del fallimento. Pare
che, per avere tutte le azioni in mano, il Principe Alessandro
mettesse in vendita le sue a prezzo irrisorio. Gli altri azionisti,
subdorando da questa manovra che la compagnia fosse per andare
del tutto in rovina, si affrettarono a vendere a loro volta le azioni a
prezzo molto basso. Un agente incaricato dallo stesso Principe
54
provvedeva intanto, in segreto, ad acquistarle, fino a che la società
divenne tutta proprietà di Torlonia.
L’opera di prosciugamento durò circa ventiquattro anni, con
un impiego di operai che arrivò fino alle quattromila unità al
giorno. Furono scavati oltre cento chilometri di canali principali,
circa 680 di canali secondari e fossati. Un emissario lungo oltre sei
chilometri permise lo scarico di tutte le acque nel fiume Liri. La
spesa fu di ventiquattro milioni per il prosciugamento, di circa altri
venti per lavori di sistemazione e bonifica; cifre che oggi sembrano
insignificanti ma che per quei tempi (il prosciugamento del lago
terminò nel 1875 e le opere di bonifica nel 1887) erano enormi. Si
diceva infatti: “O Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga
Torlonia”. Parte del terreno prosciugato, e precisamente 2500
ettari, fu ceduto ai comuni che erano intorno al lago, il resto
costituì un’enorme tenuta che permise ad Alessandro Torlonia di
aggiungere ai suoi titoli nobiliari quello di “Principe del Fucino”.
Periodicamente,
durante
tutto
il
tempo
dei
lavori
di
prosciugamento e di bonifica, partiva da Roma una carrozza con
un’ingente somma di denaro, necessaria per pagare gli operai e per
le altre spese che derivavano da una sì grande impresa. Certo, la
carrozza aveva bisogno di essere scortata, specie in quei tempi nei
quali per la campagna era facile incontrare i “briganti”. E la scorta
c’era, infatti: a un certo punto del percorso la carrozza si fermava,
vi salivano su due brutte facce, due uomini armati fino ai denti, e
se ne andavano solo quando il carico era al sicuro. Erano due
briganti che garantivano, con la loro presenza, da qualche
imprudente tentativo di rapina da parte di altri fuorilegge che
ignorassero che si trattava della carrozza con la quale si portavano
i denari al Fucino. Il sistema si mostrò efficacissimo.
Un’opera grandiosa, dunque, quella del prosciugamento del
Fucino. Prima intorno al lago vivevano solo cinquecento persone.
Presto la vasta pianura fu tutta intensamente coltivata e la
popolazione salì a 50.000 abitanti. La terra, in seguito alle
55
espropriazioni avvenute dopo la seconda guerra, è stata distribuita
ai contadini, che in precedenza erano affittuari. La loro era però
una forma di affitto piuttosto originale: infatti i contadini usavano
lasciare queste terre, che avevano soltanto in affitto, ai loro figli per
testamento, come se fossero le loro.
Intorno al Principe Alessandro si raccontavano diversi fatti,
forse non tutti veri, forse quasi leggende attribuite a lui come ad
altri aristocratici dell’epoca. Si raccontava, ad esempio, che un
giorno si rifiutò di pagare i mobili ordinati a un falegname, perché,
secondo lui, il prezzo richiesto era esoso. “Va bene, ti pagherò io
con due baiocchi”, lo minacciò il falegname, andandosene. “Cosa
vuol dire ti pagherò con due baiocchi?” chiese in seguito il Principe
ai suoi familiari. “Eccellenza – gli fu risposto – due baiocchi è il
costo di due palle da fucile”. Impressionato, da quel giorno il
Principe faceva uscire la sua carrozza personale, con dentro al suo
posto, un manichino vestito di ricchi abiti, e lui la seguiva su un
carrozzino più modesto. In effetti, dopo pochi giorni due palle di
fucile colpirono in pieno il manichino. Il falegname fu arrestato e
condannato, ma il Principe si sobbarcò la spesa del mantenimento
della famiglia fino a che non uscì di prigione.
Costretto, per le enormi spese alle quali andava incontro in
seguito all’impresa del prosciugamento del lago del Fucino, a
ricorrere ai prestiti, cercava di fare sfoggio di ricchezze per ispirare
la fiducia dei banchieri e dei ricconi dell’epoca ai quali aveva
intenzione di rivolgersi. Così li invitava a sontuosi banchetti nei
quali le posate erano tutte d’argento e non mancavano nemmeno i
pezzi in oro. Ma si trattava in realtà di roba di nessun valore, di
pezzi semplicemente placcati in argento o in oro.
Sempre per dimostrare quanto fossero vaste le sue possibilità
finanziarie, una volta, recatosi a Parigi, andò in uno dei più
eleganti negozi della città e comprò una grande quantità di stoffe di
valore. Poi, ostentatamente, in modo che a Parigi il gesto non
sfuggisse, regalò il tutto alla servitù.
56
La sua profonda religiosità non gli impedì di dedicarsi con
passione allo studio delle opere classiche. Fu un appassionato di
archeologia e fece fare molti scavi nella sua tenuta nei pressi di
Ciampino, detta “Roma Vecchia”. La sua opera permise di portare
alla luce numerose statue e mosaici antichi, tanto che poté creare
un museo in una villa acquistata dai Torlonia a Roma sul viale
Regina Margherita (Villa Albani) e uno, sempre a Roma, a via della
Lungara. Sembra anche che avesse in mente un progetto per
derivare temporaneamente le acque del Tevere, in modo da poter
recuperare parte delle opere che, durante le invasioni barbariche,
furono probabilmente gettate in quelle acque.
La sua fu una vita laboriosa. Quando non era in giro nelle sue
proprietà si recava al mattino in amministrazione. Lì sedeva al suo
tavolo di lavoro, una grossa scrivania posta in un salone dove si
trovavano anche quelle degli impiegati, ma un po’ sopraelevata
rispetto a queste. All’ora dell’intervallo, lui, il Principe Torlonia, così
come gli altri suoi dipendenti, tirava fuori qualche panino e lo
mangiava, senza spostarsi. Colpito da malattia mortale, un giorno
parve che fosse morto e i parenti lo piansero come tale. Ma dopo
qualche ora riprese vita. Si trattava, presumibilmente, di un caso
di morte apparente. Ma poi visse solo pochi giorni.
57
IL CASTELLO MEDIOEVALE
Il Castello Medioevale,
detto
anche
“Villino Medioevale” o
più semplicemente “il
Medioevale” non ha
nulla di antico, eccetto
il nome e lo stile. Fu
costruito ai primi del
novecento, come si può
leggere su una piccola
lapide posta nei pressi
di uno degli ingressi,
nella
quale
sono
raffigurati due stemmi
e un cerchio con la
data del 1907. Fu la dimora di Don Giulio Borghese, i cui figli,
rimasto lui vedovo, avevano ereditato i beni materni, essendo la
madre la vera erede di Casa Torlonia.
All’origine il Medioevale, formato, sullo stile di molti castelli,
da un corpo centrale terminante agli estremi con due torri, una
alta e snella, l’altra leggermente più bassa e tozza, e avente a lato
un‘ala costituita da un grande e lungo ambiente, aveva un
monumentale salone con una grande scala che conduceva al piano
superiore, proprio secondo lo stile degli antichi castelli medioevali.
In seguito però, dopo la morte di Giovanni Torlonia (ed eravamo già
in tempo di guerra) la famiglia Mussolini chiese agli eredi Torlonia
di concedere il villino per il figlio Vittorio. Necessariamente furono
fatte delle modifiche e una di queste consistette nell’eliminare il
salone con la relativa scala, che occupava una vasta area su due
58
piani, in modo da poterne ricavare, specie al piano superiore, un
discreto numero di vani in più. Così l’interno del castello si
trasformò, in pratica, in un lungo corridoio con a lato le stanze,
dando l’impressione più di un ufficio o di una clinica che di un
castello medioevale. L’impressione era aumentata dal fatto che sia i
corridoi che le singole stanze erano dipinti uniformemente di
bianco. Divenne dunque, all’interno, una costruzione moderna,
molto razionale, con un gran numero di camere, forse troppe, pur
mantenendo all’esterno, in tutti i particolari, l’antico aspetto.
Come ho detto, un tempo l’interno era più conforme allo stile
che dava il nome al villino. Il salone era adornato di pochi mobili in
stile e vi si poteva ammirare, oltre a qualche vaso giapponese, un
quadro del Podesti, una grande tela con cornice raffigurante il
Tasso che legge la Gerusalemme Liberata a Eleonora D’Este.
Seguiva una sala da pranzo, uno studio, qualche altro salotto e
locali per i servizi. Al primo piano erano le camere da letto, con vari
camerini e tolette. Delle due torri, quella più grande costitutiva il
secondo piano del castello, dove era un appartamento che era stato
tutto rinnovato quando Vittorio Mussolini venne ad abitare nel
villino, ma in pratica non fu mai usato.
Non mancava il garage, al livello di terra, ma di un piano più
basso rispetto all’ingresso principale, essendo il castello costruito
su terreno sfalsato, e la cantina. I locali di servizio, qui come nelle
altre costruzioni padronali del genere, erano molti, troppo vasti.
Dato il numero di stanze e la migliore distribuzione, specie dopo le
modifiche fatte apportare da Vittorio Mussolini, il Medioevale è da
considerare senz’altro la costruzione più ampia e comoda della
villa, benché all’interno, sia prima che dopo le modifiche, poco
lussuosa. Gli alberi che la circondano dappresso contribuiscono a
darle un tono severo e un po’ cupo, proprio medioevale.
Nel lungo salone laterale, basso, con ai lati molte porte a vetri,
c’era un tempo un’aranciera, (ora la chiamano “Limonaia”; tanto
59
sempre di agrumi si tratta). L’interno era anche abbellito da una
fontana raso-terra.
Nell’aranciera venivano custodite, l’inverno, numerose piante
di arancio, le quali, come si sa, difficilmente resistono al clima
invernale di Roma. In seguito però, dopo la morte di don Giulio
Borghese, le piante furono interrate nella zona del parco antistante
l’aranciera stessa, tra questa e l’ingresso di via Spallanzani. Il
freddo naturalmente le seccò, ma non del tutto: essendo stati gli
aranci innestati su piante di arancia amara, evidentemente più
resistenti al freddo, quest’ultime diedero vita a nuovi alberi ricchi,
durante
la
stagione
delle
arance,
di
bellissimi
frutti,
ma
immangiabili.
Nel linguaggio comune degli abitanti della villa, il nome
“Aranciera” si era corrotto in “Ranciera” e “Strada della Ranciera”
era quella che conduceva dal castello fino alle scuderie, di cui
parlerò in seguito. Era, ed è anche adesso, una strada tutta dritta,
ombreggiata un tempo da un lato da alcuni enormi cedri del
Libano, con un filare di cipressi, ancora esistenti, dall’altro lato, dai
quali era separata per mezzo di una bassa rete metallica su cui si
abbarbicavano piante di roselline bianche, di quelle senza spine,
dette, proprio per la mancanza di queste, roselline di San
Francesco. Tra la rete e i cipressi c’era un vialetto di terra battuta e
i tronchi dei cipressi stessi spuntavano da una siepe di lauri. Nel
vialetto, ai tempi di Mussolini, faceva su e giù un vigile in
borghese, l’unico che di giorno prestava servizio fisso di vigilanza
nell’interno del parco, poiché Mussolini non gradiva la presenza del
servizio di sicurezza che ne garantiva l’incolumità. Troppe volte,
prima di divenire capo del governo, era stato arrestato, ed è quindi
naturale che non vedesse di buon occhio gli agenti. Tuttavia quello
che faceva servizio là era stato giudicato indispensabile poiché,
proprio quando c’erano i Mussolini e prima che divenisse
l’abitazione di Vittorio, il Medioevale era stato affittato all’Istituto
60
L.U.C.E. e quindi c’era un andirivieni di gente da e per l’Istituto
attraverso l’ingresso di via Spallanzani.
L’Istituto L.U.C.E. adattò l’aranciera a sala cinematografica
con un tramezzo per la cabina delle macchine, un telone dalla
parte opposta e alcune grosse stufe a carbone agli angoli per il
riscaldamento. Di proiettori ve n’erano due, il che permetteva di
avere proiezioni senza intervalli. Le porte a vetri furono munite di
grosse tende di velluto marrone e la sala fu dotato di molte sedie
rivestite in cuoio e di due file di sedie a braccioli sul davanti; in
primissima fila c’erano alcune comode poltrone da salotto. Il
pavimento era di lunghe tavole di legno, con guide nei punti di
passaggio.
Nella sala si proiettavano film tre volte alla settimana, a giorni
alterni,
la
sera,
dopo
le
nove.
Vi
andavano
i
Mussolini,
specialmente i figli, con gli amici. Mussolini vi si recava di solito
una sola volta alla settimana. Veniva quasi sempre a piedi, perfino
quando pioveva, mentre i figli vi si recavano spesso in macchina.
Assisteva
alla
proiezione
dei
notiziari,
quelli
che
allora
si
chiamavano “Giornali Luce” e poi se ne andava, prima che
cominciasse la proiezione del film. Spesso si proiettavano anche, in
edizione originale, notiziari americani e, dopo l’alleanza con la
Germania, tedeschi, ma questi di rado. Raramente Mussolini
assisteva alla proiezione dei film e mai, o quasi mai, fino alla fine.
Qualche volta si intratteneva a vedere parte di quelli interpretati da
una famosa stella del cinema, per la quale aveva evidentemente
una particolare ammirazione: Greta Garbo.
Quando
usciva
non
si
accendevano
le
luci,
non
si
interrompeva la proiezione. Al suo passaggio tutti si alzavano in
piedi e salutavano con il saluto romano, ed egli rispondeva
regolarmente.
Al cinema partecipava non soltanto la famiglia Mussolini: tutti
gli abitanti della villa potevano liberamente andarvi. Però, in
genere, entravano al momento che si spegnevano le luci e si
61
sedevano a debita distanza, nelle file retrostanti. I film venivano
proiettati quasi sempre in anteprima, cioè qualche giorno avanti di
essere poi proiettati nei cinema di prima visione a Roma.
Per
qualche
anno
vi
furono
anche
delle
proiezioni
pomeridiane, di solito il giovedì e il sabato, per i figli più piccoli di
Mussolini, Romano e Anna Maria, e loro compagni, per lo più di
scuola, che venivano a giocare con loro. Si trattava allora di cartoni
animati, di comiche o di qualche film di avventure.
All’Istituto L.U.C.E. lavorava un gruppo di impiegati che
entravano e uscivano esclusivamente dall’ingresso di via Lazzaro
Spallanzani, al numero 1/A. La loro presenza giustificava quella
del vigile lungo la rete che separava la zona affittata all’istituto dal
resto del parco e che terminava con un basso cancelletto, il quale
veniva aperto solo quando c’era lo spettacolo cinematografico. Tra
gli impiegati ce n’era uno famoso, Bombacci, già uomo politico di
sinistra, il quale pare avesse rinunciato all’attività politica a
condizione che Mussolini gli avesse garantito i mezzi per vivere.
Spesso la sera, all’uscita, una fanciulla gli andava incontro e lo
baciava con affetto: era sua figlia. Bombacci, come si sa, fu fucilato
durante la reazione antifascista alla fine della guerra.
L’ingresso nella sala cinematografica di Mussolini e la sua
uscita erano cose di normale amministrazione. Ma la sera del 5
maggio 1936, venendo al cinema dopo aver pronunciato, nel
pomeriggio, il discorso che annunciava la fine della guerra
d’Etiopia, coloro che si apprestavano ad assistere alla proiezione,
un piccolo gruppo di gente, forse dieci o quindici persone, si
allinearono vicino al cancelletto d’ingresso e lo applaudirono al suo
passaggio. Egli tirò avanti dritto salutando romanamente.
Fino a che ci furono i Mussolini nella villa, l’aranciera
raramente fu usata per altro che non fosse il cinema. Un paio di
volte servì per la distribuzione della cosiddetta befana fascista, alla
presenza di Rachele Mussolini. Durante il periodo della guerra,
anche le proiezioni cinematografiche si fecero più rare, benché la
62
sala rimanesse adibita a quello scopo quando, tolto all’Istituto
L.U.C.E., il Medioevale fu trasformato in abitazione per Vittorio
Mussolini.
Quando gli inglesi, durante e dopo la guerra, occuparono la
villa, fecero dell’aranciera un’autorimessa, per le loro macchine,
con le conseguenze che ognuno può aspettarsi. In seguito, dopo
che gli alleati lasciarono Roma, il Medioevale fu affittato per diversi
anni a un ufficio che si interessava della sistemazione dei cimiteri
di guerra per i caduti inglesi. Intorno al castello, a quei tempi, era
cosa normale vedere cumuli di croci che attendevano la loro
pietosa collocazione.
63
LA CASINA DEI PRINCIPI
La Casina dei principi si trova a poca distanza dal Palazzo,
verso il lato ovest, quasi ai bordi del muro di cinta del parco, dalla
parte della via Nomentana. Ma il nome col quale era conosciuta da
tutti era: “Il Palazzetto”. Dall’ampio seminterrato, quasi tutto a
livello del terreno per il dislivello di questo rispetto al piano
superiore, parte una galleria che conduce fino al Palazzo. Questa
galleria permetteva il passaggio senza dover uscire all’aperto. Ma
durante la guerra, tra le tante precauzioni prese per garantire
ulteriormente la sicurezza di Mussolini, la galleria fu chiusa, dalla
parte del Palazzo, con un muro.
Ho accennato qui a precauzioni prese durante la guerra per
l’incolumità di Mussolini. Se ne ebbero altre del genere: furono
murate alcune porticine inutilizzate che c’erano lungo la cinta, una
a via Spallanzani, proprio all’angolo con via Nomentana, un’altra
dal lato di via di Villa Massimo, poiché a quei tempi il muro non
scendeva, dalla parte esterna, come ora, giù nella strada, ma vi era
una abbastanza agevole scarpata di terra che occupava quasi tutto
lo spazio sul quale ora è il marciapiedi, e vi si inerpicava, anch’esso
di terra battuta, un vialetto. Fu un po’ rialzato il muro là dove era
troppo basso, e precisamente il quel punto nel quale, come ho
accennato altrove, si affacciò il somaro che mise in allarme per
tutta una notte il servizio di vigilanza. Inoltre, nel giardino di un
villino sulla via Spallanzani, di fronte alla villa, ogni sera entrava
un manipolo di miliziani che trascorrevano lì la notte, a portata di
mano per ogni eventualità. Da ultimo fu creato un sistema di
allarme attorno al muro di cinta, per permettere così al servizio di
vigilanza di segnalare subito qualunque inconveniente.
Tornando al Palazzetto, esso ha due begli ingressi, due
eleganti portichetti in marmo, uno dal lato di via Nomentana, l’altro
64
dalla parte opposta. Al piano nobile, in questo caso il piano
terreno, ci sono tre belle sale, l’uno di seguito all’altra, secondo il
sistema di costruzione dell’epoca, in verità alquanto irrazionale. La
costruzione è dovuta al Caretti, al quale si debbono anche gran
parte degli affreschi. I mosaici del secondo salotto sono di Carlo
Seni.
La prima sala è di media grandezza, la seconda è piuttosto
stretta, la terza, quella dal lato di via Nomentana, più grande e un
tempo occupava l’altezza di due piani.
Durante la guerra i Mussolini, come chiesero ai Torlonia il
Medioevale per abitazione del figlio Vittorio, così chiesero il
Palazzetto per la vedova del figlio Bruno, morto da poco tempo in
seguito a un incidente aereo. Anche in questo caso si sentì la
necessità di avere un maggior numero di stanze, necessità questa
volta giustificata poiché le camere del primo (e ultimo) piano, sopra
i saloni, erano poche, piccole e scomode. Così si decise di
abbassare il soffitto del salone, che ora è troppo basso rispetto alla
sua ampiezza.
E’ difficile stabilire con esattezza, dopo oltre un secolo, quale
fosse l’impiego originario del Palazzetto. Pare che fosse usato per
ricevimenti e per abitazione dei figli dei Torlonia. Sembra inoltre
che la famiglia Torlonia vi si sia ritirata nei periodi di lutto.
All’epoca in cui la villa fu proprietà del principe Giovanni, il
Palazzetto fu abitato da una sua segretaria. Insieme a lei, per
qualche tempo, visse anche la sorella, la quale è stata una delle
amanti di Mussolini, una di quelle (pare che ve ne sia stata
qualche altra) che è quasi del tutto sfuggita alla storia. Era una
bella donna, alta e magra, molto gentile nei modi. Aveva tre figli. Si
diceva che l’ultimo fosse figlio di Mussolini, ma la cosa è molto
dubbia, anzi persone degne di fede erano più propense a sostenere
il contrario.
65
LA SERRA MORESCA
Il nome è sufficiente a farci
capire che cosa fosse questa strana
costruzione, ormai ridotta in
pessimo stato. Era una serra in
stile arabo. Gli abitanti della villa
la chiamavano anche, non si sa
bene il perché, “Stufa Moresca”.
Era formata da una complicata
intelaiatura di ferro costituente un
insieme di poligoni larghi circa un
palmo, e il tutto racchiudeva un
grande spiazzo rettangolare di
venticinque metri per nove,
ricoperto di ghiaia, con una palma che toccava quasi il soffitto, e
due grosse uccelliere, ormai senza uccelli. Nei poligoni erano
incastonati vari colori, azzurri, gialli, verdi, rossi che davano una
colorazione di sogno all’interno della serra. Sul tetto sostenuto da
enormi travature di legno e intelaiature di ferro, erano dei vetri
rettangolari trasparenti. Alte colonne, in numero di dodici, pure di
legno, si alzavano dritte e lunghe ai bordi del cassettone di terra,
fino al soffitto. Da un lato, quello costituito non da vetri, ma da
normale muro, una statuetta di metallo, incastrata alla parete,
gettava acqua su una fontana ricca di capelvenere. La statua fu
asportata da quel luogo fin dall’epoca della seconda guerra
mondiale e fu installata nei pressi di una porticina in via
Nomentana, vicino al Palazzetto, quando, sistemato questo come
abitazione della vedova di Bruno Mussolini, si credette opportuno
aggiustare un po’ le immediate vicinanze di tale ingresso dal quale,
tra l’altro, era un tempo possibile salire verso il fabbricato solo
66
mediante una stradicciuola sita sulla sinistra della porticina,
entrando.
In
quell’occasione
fu
creato
un
altro
passaggio,
simmetrico, sulla destra.
Il lato maggiore della Serra, sulla quale si apriva un piazzale
ora interamente invaso dalle piante, era ornato da pilastri di pietra
albana e colonne esagonali di ferro. Il lato minore era abbellito da
due figure di leoni e aveva forma di arco moresco rientrante, con
fondo blu e stelle oro in rilievo. Nel mezzo del frontone un’ellisse in
vetro colorato formava la scrittura, in caratteri cufici (cioè in
caratteri arabi antichi, in uso per le scritture epigrafiche). “Il
Principe Don Alessandro e la nobilissima Teresa Torlonia”.
Adornavano ancora questo lato due vaschette di metallo sostenute
da quattro leoncini. All’interno vi erano all’origine, lungo le pareti,
degli specchi che riflettevano e moltiplicavano l’effetto già di per se
fantasmagorico dato dai vetri multicolori. Ma di questi specchi
all’epoca di cui parlo non vi era più alcuna traccia.
Nella parete non costituita da vetrate si poteva leggere il nome
di Torlonia, sempre in cufico. Inoltre, a mezza altezza c’era una
apertura comunicante con un vano per l’orchestra. Questo vano, a
sua volta, aveva l’ingresso a pochi passi da quello della “Casa degli
spiriti” di cui parlerò tra poco.
Sul fondo della serra una porta conduceva in un piccolo
passaggio dal quale si poteva da un lato andare in un locale adibito
a vaccheria, dall’altro a una costruzione chiamata, per la sua
forma, “la Torre”.
Oltre la palma, ai tempi del Principe Giovanni non c’erano
altre piante nella serra. La fontana, circondata da una rete,
qualche volta veniva usata per allevare anatroccoli. Un ammasso di
rocce artificiali torreggiava all’angolo della costruzione, sormontato
da una grossa agave.
La vaccheria aveva il suo ingresso principale tutto di legno
verniciato in rosa, che probabilmente all’origine doveva essere
rosso. Davanti all’ingresso vi era lo spiazzo rettangolare che correva
67
lungo il lato maggiore della Serra Moresca. Al primo piano, sopra la
vaccheria, c’era una strana finestra, formata da un grosso cerchio
di legno, pure rosa, che si apriva girando su un perno posto lungo
il suo diametro verticale. Quel cerchio, chiamato, per la sua forma,
“la Ruota”, era una delle finestre di una casa per il personale di
servizio e faceva tutt’uno con la porta sottostante dalla quale si
passava nei locali della vaccheria, dove non c'era null'altro se non
delle grosse mangiatoie fisse e un abbeveratoio.
In alto, racchiusi in sette grossi rettangoli, altrettanti vetri neri
davano l’impressione di finestre. Più sopra strani merli arabi,
larghi in basso e stretti in alto, coronavano la facciata. Intorno al
finestrone a forma di ruota, ancora una scritta in cufico (dovuta,
come le altre, all’abate Michele Lanci, professore di lingue
orientali): “Scenda la benedizione di Dio sul Principe Alessandro
Torlonia potente in Dio”. Ma, accanto a quello di un professore di
lingue orientali, non è del tutto sbagliato ricordare anche il nome di
un bravo artigiano: le intelaiature di ferro della serra furono opera
di un certo Garlandi, di Tivoli.
I vetri della Serra Moresca erano una tentazione per i pochi
ragazzini che abitavano nella villa. Era bello vederli saltare, colti da
un sasso lanciato a mano o con la fionda. Perciò la loro vita fu
difficile anche quando, essendo presente nella villa il Principe
Giovanni, era poco opportuno divertirsi a quel modo. Morto il
principe, la condizione dei vetri si fece assai più precaria; la guerra
fece il resto.
Se, uscendo dalla Serra Moresca, anziché andare nella
vaccheria, cioè sulla destra, si va dritti, ci si trova all’aperto e, dopo
un sentiero interrotto qua e là da scalini diruti, si arriva davanti a
un cancello di ferro dal quale si intravede una larga scala di pietra,
di quelle cosiddette, per la forma, a chiocciola. E’ la scala della
“Torre”. La Torre è…. una torre, anch’essa in stile arabo, con la sua
brava cupola moresca, un tempo rivestita di lastre di piombo, alla
maniera di tante altre cupole. Come quello dei guerrieri, il piombo
68
passò alle fonderie, pezzo per pezzo, durante l’occupazione. Sulla
guglia che sormontava la cupola una lunga asta di legno portava in
cima il simbolo della mezzaluna.
All’ultimo piano della torre c’era, e c’è ancora, sia pure ridotta
in pessime condizioni, una sala esagonale lavorata in stucco,
adornata di arabeschi dai vari colori, tra cui predominavano
l’argento e l’oro. Le finestre, dai telai di ferro, avevano i vetri
multicolori. Fuori dalle finestre delle vasche, rivestite di piombo,
contenevano piccoli pesci e piante acquatiche. Ai lati c’erano,
all’origine, dei divani di stoffa damascata, e uno più grosso e tondo
era al centro. Questo divano però si poteva sollevare fino al soffitto,
facendo così l’effetto di un baldacchino, e al suo posto, dalla
sottostante cucina, attraverso un largo foro del pavimento, poteva
salire una tavola imbandita.
Ai tempi di Mussolini i divani non c’erano più, le vasche erano
asciutte e nel mezzo della sala ci fu, per molti anni, un semplice
tavolo tondo di legno, ma ora, naturalmente, non c’è più nemmeno
quello. Poco prima di entrare nella sala, a sinistra, una porticina
conduceva a una scaletta di ferro e lamiera che correva lungo il
muro esterno della torre e che portava in una terrazza al lato della
cupola. Ora la scaletta c’è ancora, ma non è più praticabile.
Dalla cima della torre però oggi, a differenza di un tempo, non
si gode affatto la vista di un bel panorama.
Le sue stesse
fondamenta si trovano in uno dei punti più bassi della villa. Subito
al di là della cinta del parco, l’ampliamento della città ha portato
alla costruzione di palazzi più alti della torre stessa; inoltre
all’intorno vi sono molti alberi che impediscono la visuale che ci si
aspetta di vedere da lassù.
Quasi di fronte alla porticina che conduce al terrazzo, su un
piedistallo di pietra albana, c’era al tempo una grossa pigna,
anch’essa di pietra. Tolta dal piedistallo e gettata giù per le scale,
ruppe alcuni scalini, per cui oggi è pericoloso salirvi.
69
Vicino alla costruzione, tra rovi e sterpi, si elevano degli strani
ruderi, di cui non è facile capire l’origine. E’ ciò che resta di una
vasta grotta artificiale che circondava parte della torre e si
estendeva ai suoi piedi. Il passaggio scoperto che ora conduce alla
Serra Moresca, era un tempo coperto, faceva parte della grotta
stessa. Guardando il muro della torre si può notare che l’intonaco
comincia a una certa altezza, al di sotto del quale la parete è allo
stato rustico; il punto d’inizio dell’intonaco segna l’altezza della
grotta artificiale.
Alessandro Torlonia aveva visto una costruzione del genere a
Saonara, nei pressi di Padova, e volle che il suo autore, l’architetto
Jappelli, gliene facesse una nella sua villa a Roma. Allo stesso
architetto affidò l’incarico di costruire la Serra e la Torre Moresca,
il Campo Chiuso e la Capanna Svizzera, che diverrà in seguito il
Villino delle Civette.
La grotta era ricca di stalattiti e stalagmiti, aveva due laghetti
artificiali quasi contigui, comunicanti tra loro attraverso un corto
canaletto sormontato da un ponticello costituito da una semplice
pietra; qua e là dei fori, sapientemente sistemati, facevano entrare
una tenue luce. Dei pontili di legno, artisticamente messi, che
giravano intorno alla grotta, permettevano di ammirare la scena
dall'alto.
La grotta era stata già da tempo demolita quando i Mussolini
vennero ad abitare nella villa, perché pericolante. Il luogo, ai bei
tempi, doveva certo essere il più suggestivo del parco. Si deve tener
presente che, all’epoca, gli alti palazzi al di fuori della cinta non
esistevano e gli alberi vicino alla torre non erano così alti; intorno
c’era la campagna, quindi dall’alto era possibile godere la vista di
un ampio panorama. Probabilmente di lassù era visibile la città
con la sua cinta di mura, dal lato di Porta Pia.
Un muro circondava una vasta zona di giardino estendentesi
ai lati della Serra Moresca, della torre e della grotta. Uno degli
ingressi, ai piedi della torre, portava dritto dentro la grotta. Da una
70
parte, su rocce artificiali, si vede ancora la scritta pagana:
“Nimphae Loci”, alla ninfa del luogo. Un altro ingresso al giardino
era costruito in perfetto stile arabo; ora è quasi scomparso tra gli
alberi.
Ma tutto il luogo così accuratamente recintato ebbe poi una
destinazione molto profana e tale destinazione durò a lungo, tanto
da dare il nome al luogo: “Il Pollaio”. E’ facile capire di che si
trattava: il Principe Giovanni Torlonia teneva lì, allo stato
praticamente libero, i suoi polli.
Quel posto era destinato a subire altre umiliazioni: vicino al
bel cancello moresco, sulla destra, era stata scavata una larga
buca; era una piccola concimaia. Lì venivano gettati gli escrementi
del somarello che era addetto alla raccolta delle immondizie della
villa, per farne concime da usare per qualche piccola zona del
parco coltivata a orto. Inoltre, dopo la seconda guerra, proprio
vicino a un laghetto della grotta artificiale fu scavata una buca per
le immondizie che fino ad allora erano state gettate nei pressi dello
Scarico, perché qui avrebbero potuto dar molestia alle abitazioni
vicine, subito fuori della villa. Sic transit…..
71
IL TEATRO
Se i Mussolini
avevano un cinema
a loro disposizione, i
Torlonia avevano un
teatro. Esiste una
giustificazione
tutto
questo:
a
ai
tempi di Alessandro
Torlonia il cinema
non c’era ancora. Però i tempi d’oro di villa Torlonia erano ormai
trascorsi da vari decenni. Il teatro era abbandonato da molti anni,
benché
conservasse
ancora,
fino
ai
giorni
immediatamente
precedenti l’occupazione da parte delle truppe inglesi, il suo
aspetto originario. L’opera è dovuta a un architetto pressoché
sconosciuto, il Raimondi.
Si trattava di un teatro privato, quindi con un numero limitato
di posti. Per tale motivo, come lo si può vedere anche oggi, il
palcoscenico, di proporzioni normali rispetto a qualsiasi teatro che
si rispetti, è più grande della platea.
Questa aveva appena un
centinaio di poltrone, in legno dorato e velluto rosso.
La prima e la seconda galleria si riducevano a due modesti
corridoi semicircolari, con una cinquantina di poltrone l’una. Le
colonne di queste gallerie davano l’impressione che fossero di
marmo, ma in realtà erano di legno accuratamente dipinto in modo
da imitare il marmo. Effetti del genere erano comuni un tempo:
lungo la scala che porta dalla platea alla galleria, per esempio, si
potevano notare tratti di parete dipinti in rosso in modo da
sembrare vere e proprie tende di stoffa. L’imitazione era perfetta.
72
Il teatro aveva un suo antichissimo impianto di illuminazione
elettrica. Le lampade davano una luce rossastra, ben lontana da
quella delle attuali lampadine, e contenevano nell’interno un solo
filo incandescente a spirale. I fili elettrici erano rivestiti di cotone
così come lo erano prima dell’avvento della plastica, ma mancava il
rivestimento interno di gomma.
La volta era dipinta in affresco e le porte erano pitturate a vari
motivi, con cura ed eleganza.
Il semicerchio della prima galleria comunicava con l’esterno
per mezzo di numerose porte, a livello del piano terra, a causa del
dislivello del terreno. Dietro il palcoscenico si apriva un enorme
portone, formato da due ante scorrevoli, per la luce e l’aria, che
sfociava nel retrostante giardino d’inverno.
Dalla prima galleria, sia a destra che a sinistra, si poteva
accedere a una serie di salotti, dove gli spettatori potevano
intrattenersi durante gli intervalli dello spettacolo. Si trattava di
salotti per lo più di modeste dimensioni, anche se due di essi, uno
per ogni lato, venivano chiamati “saloni”, ma di aspetto bellissimo.
Alcuni erano tappezzati con stoffa rosso e oro. I pavimenti erano in
marmo o in mosaico. C’erano pochissimi mobili, poltrone, divani,
tutti in legno dorato e velluto rosso, alcune grosse consoles di legno
dorato con ricche lastre di marmo, qualche statua. Un salottino,
detto, per lo stile delle decorazioni, “Salottino Pompeiano”, aveva al
centro una statua di marmo bianco, su base di marmo colorato,
rappresentante la Maternità e, da un lato, una colonna di marmo
grigio sormontata da un vaso pompeiano, una riproduzione, di
terraglia. Il salotto simmetrico a questo, dall’altro lato
della
galleria, aveva invece nel mezzo una bellissima copia, in scala
ridotta, della statua equestre di Marc’Aurelio, in marmo bianco, su
base di marmo dello stesso colore. In uno dei salotti erano
rappresentati in lunette del soffitto, in affresco, alcuni aspetti della
villa allora creata, dai quali si poteva avere un’idea di come fosse
73
all’origine. Vi era tra l’altro la rappresentazione del lago, il
ponticello e le barche.
I mosaici ci sono ancora, ma, ahi, in quale stato!
Anche il teatro, come le altre abitazioni della villa, durante e
dopo la guerra divenne una casa. Lì, l’inverno, per scaldarsi, si
spaccava della legna e qualche persona non troppo interessata
all’arte non esitò a farlo sui mosaici.
Questo complesso di sale aveva, dalla parte interna, il
palcoscenico, da quella esterna il giardino d’inverno, costituito da
due ali che si riunivano per mezzo di un corridoio a semicerchio
rientrante, formato da colonne ioniche di travertino, che correva
dietro il palcoscenico stesso. Al di sotto della porzione semicircolare
del giardino d’inverno era la serra per i fiori di cui ho già parlato.
Data la scarsità di finestre, conseguenza della forma della
costruzione, le sale ricevevano in parte la luce dai lucernari posti
sul soffitto.
Il giardino d’inverno era illuminato da pareti a vetri poste tra
le colonne e i pilastri, di giorno, la notte da grossi lampadari di
cristallo. Lungo le pareti numerose nicchie contenevano sculture in
gesso statuario. Che siano andate in pezzi, queste come altre in
altri luoghi della villa, non v’è da meravigliarsene. Gli inglesi
durante il periodo di occupazione ebbero un comportamento
impeccabile, ma qualche volta i soldati, la sera, erano un po’ brilli;
dicevano: “Londra rovinata, anche Italia rovinata” e allora se la
prendevano con le povere statue. I superiori, in questi casi,
chiudevano un occhio: era uno sfogo innocente e, diciamolo pure,
giustificato. Naturalmente non si salvarono nemmeno le statue di
marmo. A quella di Marc’Aurelio, secondo un controllo eseguito nel
maggio del 1948, mancavano le quattro zampe e la coda del
cavallo, le gambe e le braccia del cavaliere!
La parte semicircolare del giardino d’inverno, sulla quale si
apriva la grande porta che comunicava con il palcoscenico, non era
del tutto pavimentata, a differenza delle altre, ma qua e là aveva
74
preziose aiuole, un tempo certo ricche di fiori, ma che negli ultimi
tempi contenevano solo alcune palme nane.
Come tutti i fabbricati del genere, i locali addetti ai servizi
erano pieni di fascino. Uno di questi era, nel teatro, quello che
conteneva il sistema di argani che regolava il movimento delle
quinte. Sopra al palcoscenico, quasi all’altezza del tetto, c’era una
grande grata di legno, sorretta da grosse travi pure di legno, e là
sopra, posti in modo da poter vedere il palcoscenico sottostante,
degli
argani
dello
stesso
materiale,
manovrabili
a
mano,
avvolgevano robuste corde dalle quali pendevano le quinte. Il luogo
piuttosto scuro era l’ideale per i pipistrelli, che facevano il nido
sotto il tetto e svolazzavano qua e là, nella penombra.
Dalle terrazze, sulle quali si aprivano i lucernari che davano
luce ai salotti sottostanti, era possibile scendere, per mezzo di due
scalette a chiocciola di pietra, una sull’ala destra e l’altra su quella
sinistra dell’edificio, fino ai sotterranei. Si scendeva giù, giù, la luce
diminuiva sempre più. Un po’ di luce indicava a un certo momento
una porticina che comunicava con il palcoscenico. Poi ancora un
tratto, quasi tutto al buio, fino ai sotterranei.
Questi, molto bui e complicati, un tempo dovevano essere in
gran parte ben illuminati, perché contenevano tra l’altro i camerini
degli attori. Ma, da quando al teatro non si facevano più
rappresentazioni erano del tutto vuoti e nudi. Sembra anzi che
rappresentazioni non vi siano state mai fatte.
Il teatro, poco dopo la guerra, ebbe un momento di nuova vita:
fu concesso infatti a una casa cinematografica il permesso di
girarci delle scene di un film. Sul palcoscenico, questa volta
illuminato da potenti riflettori, si girarono per più sere degli interni.
Altre scene furono girate all’esterno e, per l’occasione, proprio là
dove c’era l’aiuola con le piante di Camelie che gli inglesi avevano
abbattuto per farne un parco per macchine.
75
A compenso della concessione, la casa cinematografica
provvide a tappezzare due dei salotti del teatro, naturalmente non
più con stoffa rosso e oro, ma con carta da parati.
76
LE SCUDERIE
Percorrendo la strada della Ranciera, fino in fondo, là dove
finisce la fila di cipressi, si vede sulla sinistra una costruzione a
due piani, di modesto aspetto. Al piano terra, da un lato, vi sono
delle scuderie, dall’altro dei locali forse adibiti a magazzino. Al
primo piano, una modesta abitazione, per il personale di servizio.
Non sono queste le grandi scuderie nelle quali il Principe
Alessandro Torlonia teneva i suoi cavalli. Si tratta, invece, di una
piccola
rimessa
costruita
in
un
secondo
tempo,
quando
l’automobile stava già soppiantando il cavallo. Negli ultimi tempi lì
era la stalla del somarello adibito al traino del carretto per le
immondizie. Lo stesso luogo ha ospitato somarelli sardi, dei figli di
Mussolini, e qualche cavallo dei Torlonia.
La vera, grande scuderia, opera del Caretti, oggi non esiste
più. Era una grossa costruzione a tre piani, dalla strana forma
quasi triangolare. Sulla facciata, che dava su un piazzale al cui
centro era un pino secolare, si aprivano cinque portoni, tutti
uguali, grigi perché ormai non più verniciati da decenni, tutti
aventi al di sopra delle aperture chiuse da grosse grate romboidali
di legno per dar luce all’interno, e sormontate da cinque grosse
teste bianche di cavalli.
Oltre al pino, nel piazzale, c’era la statua della dea Roma. Al
limite dello spiazzo, di fronte al fabbricato, in tempi più recenti
c’era un gran numero di grossi blocchi di marmo (e alcuni ve ne
sono ancora) tanto che il posto aveva preso il nome di "Le Pietre". Lì
un giorno fu trovato un nido di vipere, come avrò occasione di
parlare più oltre.
Queste pietre erano ciò che restava dei vari ornamenti dei
tempi aurei della villa: piedistalli di lampioni in marmo bianco o
pietra albana, lastre, pezzi di colonne, resti di scale marmoree, il
77
tutto accatastato alla rinfusa. Però già durante la seconda guerra
parte di queste pietre furono tolte per abbellire altri luoghi. Ne
fecero uso anche gli alleati, durante il periodo di occupazione, per
creare tavoli e sedili. Alcuni pezzi uscirono dalla villa, sempre
durante la guerra, per andare a finire a ornare qualche giardino
privato.
Non
era
questo
però
l’unico
ammasso
di
pietre
abbandonate che si trovasse nel parco; altri ve n’erano e ce ne sono
tuttora, ma di dimensioni molto modeste.
I muri delle scuderie, a calce, fino a una certa altezza a
bugnato, erano dipinti in arancione. Il primo portone conduceva
alla rimessa dei cavalli, gli altri a magazzini o rimesse per le
carrozze.
Appena si entrava nella rimessa ci si trovava in un locale
quasi quadrato, che nulla aveva di notevole, di circa cinque metri
di lato. In fondo, sulla destra, iniziava un lungo corridoio e, ai lati
di questo, i box per i cavalli.
Il visitatore ignaro che, ai tempi di Mussolini, si affacciava per
la prima volta in questo corridoio, riconosceva senza ombra di
dubbio che quel locale, un tempo, doveva essere stato una chiesa
in stile gotico, e non gli si poteva dare tutti i torti. Ai lati del
corridoio centrale si poteva vedere una serie di colonne di legno,
sostenenti dei grandi archi, pure in legno, ricchi di intagli, rosoni,
guglie, in perfetto stile gotico. L’assenza quasi completa di tramezzi
tra un box e l’altro e di porte, (ogni arco rappresentava l’ingresso di
un box) rafforzava l’illusione che ci si trovasse di fronte a un locale
lungo e stretto del tutto simile a una chiesa. Ad avvalorare
l’impressione c’era il fatto che, sulle pareti, fino a una certa altezza,
vi erano ancora, in parte, dei rivestimenti di marmo, il cui scopo,
molto profano, era quello di impedire che i cavalli, con i loro
zoccoli, rovinassero le pareti. Questo marmo, anzi, era in effetti
segnato, nella parte più bassa, dai colpi di zoccolo, e qualche volta,
nella parte più alta, da altri segni, evidentemente colpi di corna di
tori. Inoltre, e ciò era forse decisivo per rendere perfetta l’illusione,
78
nella parete di fondo, in alto, c’era un affresco sbiadito, che dava, a
prima vista, l’impressione di una scena biblica. Le finestre, ornate
di vetri colorati (del Bertini) accentuavano l’effetto. E’ vero,
mancava l’altare, poiché al suo posto, in fondo, c’era una porta; ma
a quell’epoca il locale era adibito a….legnaia, e si poteva pensare
che l’altare fosse stato tolto. Anziché di una chiesa, si trattava di
una stalla, ma, come si vede, il Principe Alessandro Torlonia aveva
certo gran cura dei suoi cavalli!
Questa tanto elegante scuderia, ormai in rovina, trasformata
in legnaia, dove, durante le giornate fredde e di pioggia, il
personale addetto alla cura del parco segava grossi tronchi e
spaccava la legna che serviva per le cucine e, qualche volta,
insieme al carbone (o anche senza di questo, durante la guerra) per
il riscaldamento, col tempo si ridusse in condizioni sempre
peggiori. Sparirono i begli archi, ormai pieni di tarme, caddero i
marmi. Alla fine, in seguito a un’infiltrazione di acqua causata
dalla rottura di un tubo che per anni, durante cioè quasi tutto il
periodo dell’occupazione inglese, gettò liberamente la sua acqua
dal tetto lungo le mura del fabbricato, che già di per se presentava
delle
serie
crepe,
una
parte
di
esso,
un
mattino,
crollò
all’improvviso. Fortunatamente allora non ci abitava nessuno. In
seguito al crollo parziale, si vide la necessità di demolire il resto,
pericolante. Solo rimase una parte, più solida e più nuova, dove
erano i locali utilizzati come garage per le auto dei Torlonia e come
rimessa delle vecchie carrozze di famiglia, ormai soppiantate
dall’uso della macchina.
Gli altri quattro portoni nascondevano locali molto più
modesti, alle volte piccolissimi. Ma se i locali erano piccoli,
l’estetica richiedeva ugualmente, per la simmetria della facciata,
dei portoni enormi. Così si costruiva una volta.
Il secondo portone, in effetti, dava adito a una stanzetta
rettangolare piuttosto piccola, che comunicava per mezzo di una
porticina con la bella scuderia gotica. Lì c’erano, prima della
79
seconda guerra, alcuni grossi armadi addossati a una parete.
Strumenti da lavoro, pale, zappe, rastrelli, falci, piccozze, erano
accumulati in un angolo.
Questo localetto era adibito a spogliatoio per gli addetti ai
servizi del parco, e a deposito dei loro arnesi. Il locale aveva un suo
nome: “Acqua Ramata”. Il nome era dovuto al fatto che, per molti
anni, nel mezzo aveva avuto un grosso vaso di terracotta, nel quale
era preparata la cosiddetta “acqua ramata” cioè del solfato di rame
sciolto in acqua usato come insetticida per certi tipi di piante,
specie le viti.
Tutte le mattine, alle sette, giungevano all’Acqua ramata
cinque o sei operai, un paio su vecchie biciclette, gli altri a piedi.
Se qualcuno avesse domandato qual era il loro mestiere, avrebbero
risposto che erano giardinieri del Principe Torlonia. In realtà erano
stati
assunti con la semplice
qualifica di agricoltori
e di
giardinaggio non ne capivano proprio niente. Presi gli attrezzi, si
sparpagliavano per il parco, a pulire strade, potare piante, qualche
volta a compiere servizi nelle abitazioni padronali. Tornavano
all’Acqua ramata a mezzogiorno in punto. Si tiravano fuori le
provviste portate da casa e mangiavano. Ripartivano dopo un’ora o
un’ora e mezza per il lavoro, vi ritornavano dopo le quattro, per
l’uscita.
Un giorno fu regalato ai figli di Mussolini un bel volpino, un
cagnolino graziosissimo ma che, per carattere o in seguito a cattiva
educazione, aveva la pessima abitudine di scagliarsi contro
chiunque abbaiando furiosamente. Aveva poi preso in antipatia
uno dei giardinieri, fino al punto di attaccarglisi più di una volta ai
pantaloni. Il povero giardiniere finì col lamentarsene con uno degli
agenti che prestava servizio nella villa (c’era un maresciallo in
borghese, a turno, in una stanzetta di servizio del Palazzo) col
quale aveva una certa confidenza. Questi gli fece notare quanto
sarebbe stato inopportuno elevare una protesta del genere, e per
un po’ di tempo tutto rimase così. Ma un giorno che, proprio vicino
80
al portone dell’Acqua ramata, il cane, come sua abitudine, si gettò
con la solita spregiudicatezza contro il giardiniere, questi si ritirò
lentamente dentro il locale, seguito naturalmente dal cane, chiuse
la porta e, afferrato un bastone, gliene diede tante da farlo
rimanere mezzo morto. Poi lo lasciò tranquillamente uscire e la
bestia, zoppicando, fuggì via con la coda tra le gambe. Ciò non
calmò il cagnolino, il quale, in seguito, ogni volta che vedeva il
giardiniere, abbaiava furiosamente, però, con saggia ponderazione,
non si accostò mai più a lui a una distanza inferiore ai tre o
quattro metri.
Del resto poco dopo il cane, evidentemente molesto, fu fatto
allontanare definitivamente dalla villa. I Mussolini ci tenevano a
non creare fastidi di alcun genere, rispettando l’ospitalità. Infatti,
in un’altra occasione, accadde che un bulldog, di proprietà sempre
dei figli di Mussolini, graffiasse leggermente una bambina figlia di
un domestico addetto al servizio dei Torlonia. Il cane fu allontanato
dalla villa.
Il terzo portone costituiva l’ingresso di un locale non molto più
grande del precedente. Questo locale era conosciuto col nome di
“Ufficio”. Doveva essere stato qualcosa del genere fin dall’origine,
poiché dietro il portone di ingresso si apriva un’elegante porta a
vetri, sorretta da colonnine di legno intarsiato. Il resto della stanza
non presentava alcun segno di eleganza ed era stato in seguito
adibito in parte a magazzino dove erano ferracci e pezzi di mobili.
Ma nel centro aveva un vecchio, un tempo elegante, tavolino, e lì il
custode della villa, ogni sabato, procedeva al pagamento del
settimanale ai giardinieri. Da un lato, una grossa bilancia, del tipo
cosiddetto “basculla” era la meta preferita di tutti coloro che si
volevano pesare.
Le ultime due porte conducevano a un complesso di locali
intercomunicanti. Il primo era quasi interamente occupato da una
grossa automobile, una vecchia Mercedes tipo 75, che per via del
colore, era chiamata da tutti la “Mercedes rossa”. Era da tempo in
81
disuso e se ne stava lì, silenziosa, solenne e impolverata, poggiata
su quattro blocchi di legno che la tenevano leggermente sollevata
da terra. L’altro locale, lungo e di forma irregolare, era pieno di
ferracci vecchi, tanto pieno da essere impossibile passarci senza
camminare sui ferracci stessi. Da un lato erano appoggiati le parti
di un vecchio cancello. Nel mezzo, semicoperte da sbarre di ferro,
cassoni sfondati, sedie da giardino rotte, tubi contorti, pezzi di rete
di metallo, vi erano due vecchissime auto del tempo dei tempi,
quasi a pezzi. Una doveva essere una macchina tipo sport, bianca,
scoperta, con due grossi sedili dall’imbottitura rossa che la
sormontavano tutta e un grosso volante; l’altra, molto simile a una
carrozza, con dietro la capote a soffietto. Entrambe erano in
condizioni pietose, semisfondate; dei motori era rimasta solo
qualche parte. Le ruote, dai cerchioni di ferro ma dai raggi di legno,
resistettero, in parte, alle conseguenze della guerra e furono in
seguito
usate,
nell’immediato
dopoguerra,
per
costruire
dei
carrettini a mano da impiegare nei lavori di giardinaggio.
Gli altri due piani delle scuderie non presentavano nulla di
interessante. Vi si accedeva attraverso una porticina che si trovava
quasi all’angolo del fabbricato, vicino al portone che conduceva alla
rimessa dei cavalli. La scala aveva a ogni pianerottolo un gabinetto,
a conferma della simpatia per l’igiene dei Torlonia; ve ne erano tre.
Un’altra scala, dal lato opposto, ancora esistente, si fermava al
primo piano.
Il primo piano aveva, secondo l’uso di una volta, una serie di
camere una di seguito all’altra, senza corridoio. Era abitato in
parte dal custode della villa. Non era molto vasto, poiché la
scuderia gotica occupava l’altezza di due piani. Il secondo piano,
invece, di solito disabitato, era costituito da un ingresso stretto e
buio, al quale seguiva un’enorme stanza con a lato una serie di
fornelli in muratura e una lunga e stretta cappa. Era una cucina,
disadorna ma bella, a suo modo, con il su aspetto rozzo e antico.
Su una parete si aprivano diverse porte conducenti a delle
82
stanzette rettangolari. Da un lato, poi, una porta conduceva a due
grandi locali chiamati, per la loro grandezza, i “cameroni”, che
fungevano da magazzino per roba vecchia. Le cose in rovina, non
più utilizzate da decenni, erano innumerevoli nella villa. Tutti
questi oggetti erano i muti testimoni del lusso di un tempo.
Aspettavano pazientemente, sotto il loro strato di polvere, la fine, e
non dovettero attendere a lungo, poiché con la seconda guerra
sparirono quasi tutti.
Nel primo locale tre grossi armadi contenevano gli oggetti più
minuti e delicati: lumi a petrolio, paralumi, campane di vetro,
salsiere e oliere rotte, statuine di gesso o di marmo, maschere e
fioretti da scherma, gabbie per uccelli, vassoi di metallo arrugginiti,
vasi di ceramica rotta. Poi, sparsi qua e là nei due magazzini, molti
altri oggetti, di cui quasi nessuno sano: sedie e poltrone dorate,
dall’imbottitura di velluto, tarlate e zoppicanti, tavolinetti, divani,
sedie di legno e di canna d’india, eleganti tolette in legno di noce
con piano in marmo, a pezzi, candelieri di legno dorato, sedie
pieghevoli, vecchie stufe, specchi inservibili, étagères, parafuochi,
comodini, cassette di comodo da camera (leggi: pitali) e persino
vecchi crocefissi.
Questa roba non era lasciata del tutto nel dimenticatoio.
Qualche pezzo finiva spesso ad andare a completare la mobilia dei
dipendenti che abitavano nella villa. Inoltre, quando il tempo non
permetteva ai giardinieri di eseguire lavori all’aperto, qualcuno di
essi (vi era anche una donna, quella che si prestò invano ad
aiutare mia madre a vestirmi, quando non volli morire) veniva
incaricato di pulire i magazzini, il teatro e gli altri locali più o meno
in abbandono della villa, spolverandone, nei limiti del possibile, la
mobilia.
Un giorno il Principe Giovanni Torlonia, il quale di tanto in
tanto visitava questi suoi magazzini, forse ripensando con nostalgia
ai fasti di un tempo, chiese al custode che l’accompagnava,
indicando il cumulo di sedie rotte, di tavoli zoppicanti, di divani
83
tarlati: “Che ci faresti tu di tutto questo?” “Brucerei tutto,
eccellenza”, rispose con sincerità il custode. “Non capisci niente”,
ribatté il Principe. Ma in realtà, come ho già detto, tutta quella roba
andò poi distrutta.
Una scala di legno, accanto all’ingresso, conduceva dal
secondo piano alla soffitta, bassa e buia. Questa, come il teatro,
era il regno dei pipistrelli tanto che, in un angolo, si era formato
uno strato di escrementi considerevole, al punto che un bel giorno
fu creduto opportuno prenderlo e usarlo come concime.
84
IL GARAGE
Il cancello
d’ingresso
del
garage, a due
battenti, foderato
in lamiera e tutto
dipinto di bianco,
rappresentava
spesso l’oggetto
di divertimento
dei ragazzini del
posto: ponevano il piede nella sbarra più bassa, a pochi centimetri
dal suolo, e davano poi una spinta con l’altro piede. Il cancello
partiva rapido, sbattendo poi con fragore; quindi si tornava indietro
col medesimo sistema, badando però a non andare a finire con la
schiena contro il muro; quel cancello doveva essere molto robusto:
infatti è ancora al suo posto.
Dentro c’erano le automobili: prima di tutte la Lancia
Dilambda, una severa macchina blu scuro a otto cilindri con
carrozzeria chiusa, lussuosamente addobbata nell’interno in grigio,
a sette posti (due erano strapuntini pieghevoli). Il suo libretto di
circolazione era del 25 agosto 1930. Nel portabagagli c’erano tre
valigie di cuoio di diversa grandezza, poste a piramide. Un anziano
pittore, inforcando due paia di occhiali contemporaneamente e
usando dei pennelli con la punta sottile come spilli, evidentemente
un miniaturista, aveva dipinto sugli sportelli posteriori lo stemma
dei Torlonia.
Dietro la Dilambda sostava di solito una macchina più piccola
e
meno
elegante,
di
color
marrone
chiaro,
anch’essa
con
carrozzeria chiusa, a quattro posti, una “Fiat 514” di 16 HP. Il suo
85
libretto di circolazione era del 15 novembre 1930. Comunemente
veniva chiamata la “14”. Era modesta nell’aspetto ma, come la
Dilambda, sempre pulita e in perfetto ordine. In altri tempi al posto
d’onore c’era una “Itala” scoperta, tipo ormai sorpassato e non più
sufficientemente dignitosa per un Principe Torlonia.
Solo in tempi più recenti Torlonia acquistò un’altra auto, una
Fiat 1500 fuori serie a sei cilindri e quattro posti, una macchina
moderna per l’epoca, anch’essa di colore blu scuro, la cui forma
aerodinamica stonava un po’ di fronte alle altre due macchine. Su
quest’auto il Principe Giovanni Torlonia non poté viaggiarci molto,
poiché dopo qualche tempo morì.
Il garage aveva da un lato due fontane rettangolari, addossate
al muro, per il lavaggio delle macchine. In pratica solo una, la più
vicina al cancello d’ingresso, era usata per tale funzione. Dal lato
opposto si possono ancora vedere tre grandi porte a vetri. Al di là di
queste, all’esterno, c’era una piccola tettoia orizzontale a vetri
rettangolari sostenuti da un'intelaiatura di ferro, con la maggior
parte dei vetri, all'epoca, sani. Poi la tettoia fu tolta, quando in
Italia cominciò la raccolta dei metalli “per la patria”, quando cioè,
in seguito alla guerra di Etiopia, alle sanzioni economiche a cui
l’Italia
fu
sottoposta
in
quell’occasione
e
agli
avvenimenti
successivi, si cercava dappertutto materiale di ferro, giungendo
spesso a tagliare ringhiere di metallo per sostituirle con ringhiere
di mattoni o per non sostituirle affatto.
Subito a destra del cancello d’ingresso, attaccato alla parete,
si poteva vedere un tempo uno strano oggetto di legno, grosso e
buffo: era costituito in pratica da due cassette, una sopra l’altra.
Su quella più in alto un microfono per parlare, simile a una corta
tromba, poiché il tutto costitutiva un telefono; da un lato, appeso
un sostegno, un grosso e pesante ricevitore, cioè un manico che
slargava in fondo, una specie di grosso pestello. Una manovella,
sempre sulla destra, in basso, per “chiamare”. Era un telefono
interno, giacché nella villa c’era un piccolo impianto di tale genere,
86
con i fili che correvano tra gli alberi, sostenuti da vecchi pali di
legno. Il centralino era al Villino delle Civette, dove facevano
esclusivamente capo tutti i telefoni. Come si vede non c’era troppa
scelta per le conversazioni.
Dal lato delle tre porte a vetri, sul fondo, c’era qualcosa che
aveva ben poco a che vedere con un garage: era un enorme stemma
di bronzo con a fianco due putti, grossi forse quanto un uomo,
atteggiati a sostenerlo. All’intorno erano vari ghirigori sempre in
bronzo, raffiguranti foglie e fiori. Il tutto formava una specie di
gigantesca mezzaluna, un semicerchio delimitato in alto da un
robusto quadrello arrugginito e che poggiava, lungo il diametro, a
terra. Il complesso era lungo alcuni metri e costitutiva un tempo
l’ornamento del cancello d’ingresso del Palazzo Torlonia che
sorgeva a piazza Venezia, poi demolito.
Questa bell’opera, dovuta, come ho già avuto occasione di
dire, alla mano di Augusto Bhorik su disegno del Caretti, aveva il
grave difetto di essere di un metallo di un certo valore, il bronzo,
per cui fu oggetto della cupidigia di coloro che, al seguito delle
truppe di occupazione, poterono entrare facilmente nella villa, che
se lo vendettero pezzo per pezzo.
In fondo al garage, a fianco della fontana in disuso, c’era un
altro “pezzo” interessante., questa volta in perfetta armonia con il
garage stesso: la “Mercedes bianca”.
Si trattava di una vecchia Mercedes Torpedo a sei posti
(compresi due strapuntini pieghevoli) ed era bianca per modo di
dire, poiché lo scorrere degli anni l’aveva resa di un colore bianco
sporco, molto vicino al grigio. Grigia era la capote mobile, ma in
pratica sempre lasciata distesa a copertura dei sei posti disponibili.
La Mercedes era appoggiata su quattro blocchetti di legno,
sicché le ruote erano sollevate da terra. Non erano sporche, poiché
troppe volte i ragazzini del luogo si divertivano a farle girare. Erano
bensì sporche le mani dei ragazzini.
87
Qualche
volta
la
macchina
era
“occupata”.
Sul
sedile
posteriore qualcuno addetto ai servizi della villa vi andava a
schiacciare un pisolino, nell’intervallo del lavoro. Altre volte, specie
quando il tempo era cattivo, era occupata dai ragazzini, per i quali
era un giocattolo bellissimo.
La Mercedes aveva la sua bella tromba che si suonava per
mezzo di una pera di gomma, e il clacson, posto fuori dallo
sportello, che funzionava tirando una cordicella. Anche il cambio e
il freno a mano erano posti fuori dello sportello. L’altra Mercedes,
quella rossa, aveva il grave difetto di essere stata posta in un locale
quasi sempre chiuso e quindi non raggiungibile né da chi volesse
schiacciare un pisolino né da ragazzini.
Il garage, dopo la morte del Principe Torlonia, rimase a lungo
inutilizzato, ma per qualche tempo ebbe un ospite strano: un
elefante. Non si trattava però di un elefante vivo e vegeto, no, bensì
di un elefante imbalsamato. Era stato portato a Roma per volere
dei due figli di Mussolini Vittorio e Bruno, ed era il trofeo di una
battuta di caccia in Africa. La bestia era giunta in Italia
imbalsamata, ma a pezzi, chiusa in grosse casse. Rimase nel
garage per diversi mesi. Dalle casse semiaperte si potevano vedere
la pelle rugosa, le grosse zampe, la testa enorme. Però, col passare
del tempo, dalla carcassa dell’elefante cominciò ad emanare un
puzzo insopportabile. O che l’imbalsamazione non fosse fatta a
dovere, o che l’umidità del luogo non fosse l’ideale per il suo
mantenimento, fatto sta che il tutto cominciò inesorabilmente a
marcire e ne fu resa necessaria la rimozione. Se, scavando il
terreno in qualche parte di villa Torlonia, si ritrovassero i resti di
un elefante, gli studiosi non si pongano problemi: non si tratta né
di un animale preistorico né di un elefante sopravvissuto a quelli
presenti in Italia nei tempi antidiluviani.
88
LE CARROZZE
Da una porta in fondo al garage, al lato della Mercedes, si
passava alla “Selleria”. Si può dire, in pratica, che si passava dal
secolo ventesimo al diciannovesimo, perché qui non c’era più nulla
di moderno. La selleria era un salone col pavimento a mattonelle
rosse, di forma quasi quadrata, con molte scansie alle pareti. Qui
era tutto ciò che poteva servire per i cavalli, finimenti vari, tiri a
quattro lussuosi con ottoni ben lucidi e stemmi, selle, morsi,
nonché una completa collezione di fruste e frustini posti su un
portafruste costituito essenzialmente da due cerchi di ferro messi
agli estremi di un asse verticale e con tanti buchi, dove si
infilavano le fruste stesse.
Le carrozze erano, prima dell’occupazione della villa da parte
degli alleati, dodici, ivi compreso un carrozzino leggero ma
elegantissimo, tutto nero e con le stanghe rosse. C’erano coupé,
landò, berline, alcune lussuose, riccamente tappezzate; si trattava,
in questi casi, di tappezzeria in seta, di solito scura, per lo più blu,
elegantissime. Spesso le maniglie interne erano di avorio. In genere
però queste carrozze, come quasi tutte quelle dell’epoca, erano più
belle che comode; in alcune, con i sedili uno davanti all’altro, ci si
poteva stare in quattro, ma stretti come sardine. Quelle chiuse
avevano i finestrini muniti di tendine avvolgibili per mezzo di una
molla, di vetri scorrevoli e di sportelli pure scorrevoli di legno che le
rendevano quasi impenetrabili alla luce, se si eccettua per i forellini
che vi erano, costituiti dalle incisioni traforate delle lettere A T
(Alessandro Torlonia).
La maggior parte di queste carrozze erano molleggiatissime,
poiché avevano la carrozzeria sospesa per mezzo di grossissime
cinte di cuoio, tanto molleggiate che i ragazzini ci si divertivano a
dondolarcisi dentro, a turno, sotto la spinta dei compagni. Questo
89
sistema di sospensione, in vigore fin dal XVI Secolo, doveva rendere
molto più comode le carrozze, compensando così in parte gli
inconvenienti presentati dalle strade del tempo.
Tra le carrozze ce n’era una che attirava più delle altre
l’attenzione sia dei piccoli che dei grandi e che, forse per la sua
mole, ha resistito ai danni della guerra, rimanendo tutta sola a
testimone degli antichi fasti: si trattava della carrozza detta “da
caccia”, una grossa vettura da viaggio, molto simile a una
diligenza. All’interno aveva i soliti due sedili l’uno di fronte all’altro,
stretti e scomodi, e i finestrini avevano i soliti vetri, le tendine, gli
sportellini di legno.
Ma già l’abitacolo era tanto in alto che per
salirvi non c’era il comune predellino pieghevole, caratteristico di
molte carrozze, ma una vera e propria corta scaletta di metallo.
Sull’imperiale, nella parte posteriore, si vedeva una ruota posta in
posizione verticale: era il freno a mano, necessario nei veicoli del
genere per evitare che il veicolo, nelle discese, urtasse contro i
cavalli. Sulla destra, alto quanto la carrozza stessa, era un cesto di
vimini cilindrico, stretto e lungo, di colore nero, del diametro forse
di una trentina di centimetri; serviva per le provviste o per la
cacciagione. Più avanti, sempre da un lato, un astuccio cilindrico
di cuoio, lungo almeno un metro e mezzo, conteneva una lunga
tromba di ottone.
Le carrozze erano custodite abbastanza bene, periodicamente
spolverate e lavate. Non erano troppo a portata di mano dei
ragazzini, ma del resto questi, quando riuscivano ad arrivarci, forse
per effetto dei suggerimenti dei grandi, forse per un istintivo senso
di rispetto di fronte a tanta bellezza, non le rovinavano affatto.
Dopo il locale delle carrozze, ma con ingresso a parte, c’era un
altro garage, ma questo veniva usato per lo più come officina, per le
riparazioni e per deposito dei fusti o latte di benzina, poiché
all’epoca i distributori non erano così numerosi come ora e per i
lunghi viaggi era opportuno portarsi appresso qualche latta di
carburante.
90
Sopra i due garage e i locali della selleria e delle carrozze si
trovavano delle vaste soffitte, quasi sempre vuote, ma qualche volta
usate come magazzino. Proprio a questo scopo furono impiegate
dai Mussolini durante la guerra, per tenervi parte di un voluminoso
dono ricevuto dal Caudillo: enormi balle di caffè crudo, veramente
prezioso durante la guerra, e molte casse di vini in bottiglia
spagnoli, tra cui numerose del prelibato vino di Malaga.
91
LA CASA DEGLI SPIRITI
La casa degli spiriti era chiamata così perché lì gli spiriti ci
stavano come in famiglia. Era a ridosso della Serra Moresca, sopra
la vaccheria. L’ingresso si trovava però dalla parte opposta alla
vaccheria stessa e ci si arrivava attraverso uno stretto sentiero in
forte pendenza che, partendo da un punto a qualche decina di
metri dalla parte frontale della Serra, si inerpicava in mezzo a folti
alberi fino a giungere al muro laterale della Serra medesima, ma a
livello più alto. Si tenga presente che, al tempo dei fenomeni
paranormali di cui parlerò, non c’erano lì vicino, oltre la cinta del
parco, dei palazzi come ora, ma si estendeva solitaria la campagna.
La casa aveva l’aspetto di una dimora di contadini: subito
dopo un brevissimo corridoio di ingresso, un vasto locale, la
cucina, con i fornelli in mattoni, come tanti altri nella villa, e una
lunga cappa che occupava un’intera parete. Nel mezzo a questa
stanza, per molti anni, c’è sempre rimasto un grosso tavolo, pur
essendo la casa disabitata. La stanza era senza finestre, ricevendo
la luce da un lucernario aperto sul tetto. Appresso un’altra grande
stanza, sulla quale si apriva la finestra tonda di cui ho parlato
quando ho descritto la vaccheria della serra Moresca, poi un
gabinetto di decenza, una stretta scala a chiocciola di ferro, e sopra
due altre stanzette.
La storia degli spiriti, o dello spirito, poiché forse era uno solo,
che infestavano la casa si perde nella notte dei tempi; risale
probabilmente all’inizio del secolo. Era stato un vecchio dipendente
dei Torlonia che ci aveva abitato per qualche tempo a rilevarne la
presenza e le sue descrizioni pare che corrispondessero, grosso
modo, alle manifestazioni quali apparvero in seguito.
92
Come in tutte le case infestate che si rispettino, anche in
quella si verificavano fenomeni paranormali vari, quali colpi
violenti, rumori di passi e simili.
La famiglia del custode della villa venne ad abitare in quella
casa nel 1912. Durante la prima guerra mondiale il custode fu
richiamato alle armi e la moglie, per non rimanere del tutto sola in
casa con i figli di tenera età, fece venire per sua compagnia una
sua nipote. Una notte la nipote svegliò tutta allarmata la zia. “Non
senti che vogliono buttare giù la porta d’ingresso?” gridò. La zia
non sentiva nulla. La ragazza, come raccontò in seguito, aveva
sentito dei grandi colpi alla porta e, alla fine, un tonfo più forte,
come se questa fosse stata abbattuta e, subito dopo, un “oh” di
soddisfazione. Accesa la candela (a quei tempi la luce elettrica non
era giunta fino lì) le due donne videro che la porta era regolarmente
al suo posto.
Anche prima di quel fatto, i rumori di passi erano frequenti.
La moglie del custode più volte, udendoli, ebbe l’impressione che
fosse il marito, che allora non era ancora partito per la guerra, che
tornava a casa.
L’episodio più sconcertante accadde proprio nell’epoca in cui il
custode era in guerra. La moglie si trovava, insieme a una sua
bambina di circa sei anni, nel piazzale della Serra Moresca, proprio
di fronte alla finestra tonda già altre volte nominata. A un tratto
davanti all’ingresso della vaccheria, sotto il finestrone, apparve una
figura strana: era un uomo piuttosto alto, vestito di grigio, con i
pantaloni larghi in basso, “a campana” secondo una moda da
qualche tempo sorpassata (ma tornata in vigore in tempi più
recenti). La pelle era di colorito giallognolo, le mani scheletriche e
la donna ebbe l’impressione che tra i pantaloni e le scarpe non si
vedesse il colo del piede. Camminava a grandi passi, guardando
con la faccia voltata di lato. Mentre la madre lo osservava tra
meravigliata e impaurita, la bambina le domandò “chi è quello,
mamma?” Questa, alla frase della figlia, si voltò verso di lei come
93
per rispondere qualcosa e vide che la bimba, per un istante, fu
tutta scossa da un fremito. Tornò a guardare la strana apparizione,
ma davanti a lei non c’era più nessuno. La bambina aveva visto
evidentemente sparire la visione e istintivamente aveva avuto un
moto di terrore. Lo strano è che la madre non le domandò perché
avesse avuto paura, né si spaventò molto lei stessa, pur
conoscendo i fatti che erano accaduti nella casa e sapendo che il
precedente inquilino aveva avuto apparizioni del tutto simili. Si
limitò a cercare intorno per vedere dove si poteva essere cacciato
quello strano individuo e tutto finì lì. Solo in seguito, dopo qualche
anno, subito dopo essere andata ad abitare in un’altra casa, si rese
chiaramente conto di aver veduto uno spirito e ne ebbe paura.
La storia degli spiriti della casa non finì qui: dopo di allora, la
casa fu abitata solo saltuariamente, da quattro o cinque operai che
venivano dalla campagna durante l’inverno, per la potatura delle
piante. Da allora era indicata anche col nome di “Casa dei
potatori”. O fosse suggestione, causata da quanto avevano sentito
narrare sul conto della casa, poiché nella villa se ne parlava
liberamente e la stessa Rachele Mussolini qualche volta seguiva
con interesse il racconto dei fatti ivi accaduti, o fosse qualcosa
d’altro, una notte non fu loro possibile dormire: colpi, passi, rumori
vari li svegliavano continuamente. A un certo punto, passata la
mezzanotte, nonostante il freddo invernale, abbandonarono la casa
e vennero a passare il resto della nottata in una delle scuderie là
dove alloggiava il somarello addetto al trasporto delle immondizie.
Una sera sull’imbrunire, un giovane interessato a studi sul
paranormale si recò solo soletto nella casa, si pose accanto al
tavolo della cucina e lì evocò a lungo lo spirito del luogo. Scese la
notte, ma lo spirito non venne.
Non fu questa la sola disillusione data dalla casa degli spiriti.
Forse sempre a causa dei racconti uditi, una notte una delle
domestiche dei Mussolini sognò che ai piedi della Torre Moresca, a
94
pochissima distanza dalla casa, c’era un tesoro. Furono eseguiti
degli scavi, ma il tesoro non si trovò.
La casa ora ha il tetto e il pavimento sfondati, ma la boscaglia
intorno è fitta come allora, il suo aspetto è cupo come allora (1983).
Varie ipotesi furono fatte circa lo strano personaggio che pare
avesse preso dimora nella casa o nei paraggi. L’opinione più diffusa
era che si trattasse di qualcuno ucciso in quei luoghi e le donne
spesso andavano lì a pregare per la sua anima. Oggi gli studiosi di
parapsicologia potrebbero pensarla diversamente, ma credo che
nemmeno per loro sarebbe facile dare delle spiegazioni convincenti.
95
LE CATACOMBE
Dopo aver parlato della casa degli spiriti, l’argomento delle
catacombe
mi sembra abbastanza
adatto
per proseguire a
descrivere i luoghi della villa.
Le catacombe di villa Torlonia hanno il loro ingresso poco
lontano dal luogo in cui sorgeva il fabbricato delle scuderie, tra
questo e la via Spallanzani. Un tempo in quella zona c’erano tre
sprofondamenti del terreno circondati da palizzate di legno, ma
solo da uno di questi, quello attualmente ancora aperto, si poteva
accedere alle catacombe attraverso un ripido sentiero che scendeva
nel fossato. Poi gli altri due fossi furono colmati di terra.
Di tanto in tanto gli abitanti della villa erano spinti dal
desiderio di visitare le catacombe. Lo si faceva però molto di rado,
data la loro pericolosità. Ci si ricordava ancora, a quell’epoca, di
gente che si era introdotta in qualcuna delle catacombe di Roma e
si era poi sperduta nei suoi labirinti, lasciandoci la vita. Perciò vi si
andava muniti, oltre che di candele, di un lungo gomitolo di spago
che si attaccava a un chiodo nei pressi dell’ingresso e si svolgeva
man mano che si procedeva. Oppure vi si andava con persone che
avevano già una certa pratica dei luoghi, le quali del resto usavano,
per maggior sicurezza, fare un segno alle varie gallerie che si
imboccavano, per riconoscere la strada percorsa.
Andando dritti lungo la prima galleria, quella che parte
dall’ingresso, alla fine si riesce facilmente a rintracciare una
cappelletta con rozzi ornamenti.
Quando si provvide a prendere speciali misure precauzionali,
in occasione della guerra, per la salvaguardia di Mussolini, si murò
tra l’altro l’ingresso delle catacombe. Poi però gli inglesi, durante il
periodo di occupazione della villa, tolsero il muro “per vedere quello
che c’era dietro”, visitarono le catacombe e portarono all’aperto,
96
davanti
all’ingresso,
molte
ossa
le
quali,
per
l’età,
erano
friabilissime e all’aria si polverizzarono in poco tempo. In seguito si
provvide a richiudere l’ingresso stesso con una porta.
Un giorno il figlio di uno dei domestici dei Torlonia,
passeggiando in mezzo al folto gruppo di alberi che si estende nella
vasta
zona
che
va
dal
Palazzetto
alle
Scuderie
(chiamato
“boschetto”) e precisamente a poca distanza dalla elegante
costruzione di legno detta “Piccionaia”, finì col piede in una buca
che, sotto il suo peso, sprofondò facendolo cadere. Allargata la
buca, si vide che sotto vi era un locale sotterraneo. Si trattava di
catacombe. Nell’interno vi era una specie di camera, nel tufo della
quale erano scavati dei rozzi sedili. La galleria che l’allacciava al
resto delle catacombe era franata. Proprio lì vicino passava spesso
in automobile Mussolini, che entrava e usciva dalla villa, per
misure di prudenza, qualche volta dalla via Nomentana, qualche
altra da via Spallanzani, percorrendo una strada che, passando
vicino al Palazzetto, costeggiava il “boschetto”, a quei tempi
costituito da alberi piuttosto giovani inframmezzati da qualche elce
e qualche pino secolari e percorso da belle stradette senza ghiaia,
tagliantisi perpendicolarmente. Poi sboccava sul piazzale antistante
le scuderie. Dal piazzale delle scuderie fino all’ingresso di via
Spallanzani un tempo c’era un sentiero largo ma senza ghiaia, che
costeggiava il muro di cinta e passava a poca distanza delle
catacombe.
Per facilitare il passaggio dell’auto di Mussolini, il
Principe Giovanni Torlonia fece costruire una nuova strada più
larga che, a differenza dell’altra, terminava proprio davanti al
cancello d’ingresso, in modo da evitare alla macchina la brutta
curva
finale,
da
doversi
fare
necessariamente
a
velocità
ridottissima. Alla costruzione della strada, fatta eseguire dai
giardinieri della villa, presiedette il Principe in persona, che quasi
tutti i giorni, fino a che non fu terminata, veniva a dare uno
sguardo ai lavori. In seguito il prato esistente tra questa nuova
strada e quella antica fu trasformato per volontà dei Mussolini in
97
orto e spesso Rachele Mussolini vi passava il suo tempo, insieme a
uno dei domestici che, avendo una certa pratica in materia, si
dedicava qualche ora del giorno a coltivarlo.
Anche in un’altra occasione il Principe Giovanni Torlonia fece
costruire una nuova strada espressamente per i Mussolini. Per
andare dal Palazzo alla sala del cinema del Medioevale, benché ci
fosse una via più breve, era più comodo passare, con l’auto, lungo
la strada che, partendo dal lato sud del Palazzo, giunge al piazzale
dove sorge l’obelisco e proseguire poi fino a sboccare sulla “strada
del laghetto”. Di lì, andando a destra e passando davanti al teatro,
si giunge agevolmente al villino Medioevale. Però la strada che
conduceva dall’obelisco al laghetto aveva un gran difetto: sboccava
proprio davanti al laghetto stesso, imboccando l’altra strada ad
angolo retto. Un giorno uno dei figli di Mussolini, forse perché
andava a velocità sostenuta, per poco non finì dentro l’acqua con
tutta la macchina (ma il lago era fondo poco più di mezzo metro).
Per ovviare all’inconveniente il Principe fece modificare il tratto
di strada, o meglio lo fece rifare del tutto, ricostruendolo più largo e
con una leggera curva in modo da facilitare il transito delle
macchine ed evitare eventuali bagni poco graditi.
Per tornare all’argomento delle catacombe, quelle di villa
Torlonia non erano cristiane, ma giudaiche. Gli ebrei disdegnavano
di essere sepolti insieme ai pagani e per questo crearono dei
cimiteri per proprio conto, sull’Appia, la Portuense, la Labicana, la
Nomentana. Questi ultimi pare avessero una rete di gallerie di circa
nove chilometri, ma attualmente molte gallerie sono ostruite dalle
frane provocate dalle costruzioni che man mano invadevano la
zona. Si calcola che contenessero circa 4500 loculi, chiusi da tegole
intonacate.
Sull’intonaco
erano
disegnati
simboli
come
il
candelabro, frutti di cedro, il corno dell’abbondanza. Le iscrizioni
erano quasi tutte greche, poche latine. Pare che il cimitero risalga
al terzo secolo. Nelle iscrizioni si è notato per tre volte il nome della
sinagoga dei Siburenses e quello della sinagoga dei Seckeni (anzi
98
questo nome è stato scoperto qui per la prima volta), gli ebrei erano
divisi in quartieri, ognuno con una sinagoga (un po’ come le
parrocchie cristiane) e probabilmente ogni sinagoga provvedeva alle
sepolture dei propri morti.
99
PARTE SECONDA
La villa e i suoi abitanti
99
I GIARDINIERI
Credo di aver parlato abbastanza della villa, tanto che penso
siate ormai in grado di muovervi a vostro agio tra i suoi viali e di
penetrare nei posti più reconditi come se ci foste vissuti, ma solo
qua e là e indirettamente ho trattato di coloro che l’hanno abitata.
Sarà il caso di fermarsi un po’ su questo argomento. Naturalmente
vi aspettate che parli per primo di Mussolini, come il personaggio
più importante. Invece comincerò dalle figure minori.
Come sapete già, i giardinieri che curavano il parco non erano
affatto tali, ma erano semplici operai generici. Qualcuno era
completamente analfabeta (benché anche questi avessero imparato
a firmare) altri, più istruiti, sapevano leggere e scrivere, anche se
solo un po’. Credete che la mancanza di cultura li rendesse poco
abili o incapaci? Uno di essi, benché avesse fatto solo la prima
elementare, sia pure per più anni, come egli stesso si divertiva
qualche volta a narrare, era un ottimo poeta “a braccio” uno di quei
poeti cioè che riusciva a farti i versi là per là, specie se aveva
qualche bicchiere di vino in corpo, oggi quasi del tutto spariti;
inoltre sapeva recitarvi a memoria lunghi brani dell’Ariosto e del
Tasso. Privo di un occhio, quando qualche volta gli capitava di
essere sottoposto alle innocenti sfuriate del Principe Giovanni,
diceva poi ai suoi compagni: “Mi può dire tutto, meno che guercio”.
Infatti anche il Principe era privo di un occhio.
Ma la figura più interessante del piccolo gruppo di dipendenti
promossi al rango di giardinieri era certamente il loro “Capoccia”.
Non era il più anziano, ma certo quello che ci sapeva fare più degli
altri, almeno riguardo al lavoro. Se ne intendeva anche un po’ di
fiori e si adattava ad altri mestieri. Era rapido e preciso nel lavoro,
tanto che era stato promosso “Capoccia”. Ma tutti poi erano alle
dipendenze dirette del custode della villa.
100
Il Capoccia aveva due passioni: il vino e la caccia. Spesso la
domenica se ne andava per le campagne con la sua doppietta e le
cartucce fabbricate per lo più a casa, per risparmiare. Il suo non
era un semplice sport poiché aveva buona mira e, pur non essendo
un cane, buon fiuto di cacciatore.
Sovente cacciava anche nella villa. Benché ormai inclusa
nell’area urbana, a villa Torlonia la caccia era sempre aperta, in
tutte le stagioni, per tutti i suoi abitanti, sotto gli occhi compiacenti
del servizio di sicurezza di Mussolini; anzi alle volte anche i suoi
componenti sparavano qualche colpo.
Vi domanderete quali animali vi fossero da cacciare nel parco;
più di quelli che si possa pensare. Infatti la villa ospitava molte
bestie a due (oltre le persone) e a quattro zampe. Un tempo,
quando intorno c’era tutta campagna, vi erano perfino delle volpi,
che entravano nonostante la cinta di muro, attraverso le fogne di
scarico dell’acqua piovana.
Come avviene per certe vie alberate di Roma e per altri parchi,
stormi di passeri si posavano regolarmente sugli alberi di
determinate zone. L’inverno, poi, periodicamente non mancavano
nugoli di storni. Numerosi i merli. Spesso era possibile anche
abbattere qualche colombo di passaggio, di quelli detti dai
cacciatori “palombacci”. A parte gli animali che potevano attirare
l’attenzione
dei
cacciatori,
non
mancavano
gufi,
civette
e
barbagianni, specie nella zona abbandonata della Serra Moresca.
L’incontro con le serpi non era troppo raro e più di una volta
furono uccise delle vipere. Un giorno un ragazzino, salendo su una
grossa pietra, probabile rudere dei monumenti che adornavano la
villa, si vide passare sotto i piedi una serpe: era una vipera. Lì
vicino fu trovato il suo covo con i piccini. Nella villa c’era perfino
un’aquila, ma questa era tenuta prigioniera in una grossa gabbia
nei pressi del Villino delle civette, detta, per le proporzioni, ”il
gabbione”. Era divertente assistere ai suoi pasti, consistenti in
101
grossi pezzi di carne cruda. Poi il Principe Torlonia ne fece dono al
giardino zoologico.
Anche i figli e la moglie di Mussolini andavano qualche volta a
caccia nel parco, mentre non vi andava mai Mussolini, né il
Principe Giovanni Torlonia. Quando c’erano gli storni accadeva
che, specie se si cacciava verso l’imbrunire, molti degli uccelli
colpiti rimanessero nascosti sotto le erbe e le sterpaglie. La mattina
seguente allora gli abitanti della villa, pur non essendo cacciatori,
andavano a raccogliere i frutti delle altrui prodezze venatorie.
Rachele Mussolini organizzava anche, specie agli inizi della
guerra, delle battute di caccia nella tenuta di Castelporziano, nei
pressi
di
Ostia.
Partiva
la
mattina
presto,
in
macchina,
accompagnata da qualche domestico e da qualche agente, e
tornava la sera. Si trattava in questi casi di caccia grossa. Gli
animali, portati alla villa, il giorno seguente venivano scuoiati e
squartati, e ne beneficiavano un po’ tutti.
Tornando al capoccia, egli difficilmente sbagliava il colpo, non
solo, ma faceva in modo da poter trarre dalle sue cartucce il
massimo utile possibile, il maggior numero di prede. Spesso il
pomeriggio, dopo aver finito il proprio lavoro, si acquattava tra i
cespugli per vedere dove si posassero di preferenza gli uccelli, in
modo da poter dare, magari il giorno dopo, il colpo migliore. Ma la
sua specialità era la caccia di frodo, quella con la rete. Con le sue
proprie mani si costruiva la rete, qualche volta di forma quadrata,
altre volte di forma ottagonale o esagonale, simile a una tela di
ragno, che poi issava su un’alta e robusta canna di bambù, di cui
vi era abbondanza nel parco. Questo tipo di caccia veniva eseguito
di notte, preferibilmente l’inverno, quando il freddo vento di
tramontana spingeva gli uccelli a posarsi sui rami più bassi e
quando si poteva cacciare non solo i passeri e i merli, ma anche gli
storni. All’imbrunire il capoccia mangiava in fretta un pezzo di
pane, forse con l’aggiunta di cicoria o formaggio, poi si metteva
all’opera: acceso un piccolo fuoco, vi poneva su una vecchia
102
padella e cominciava a scaldare il vischio. Egli disdegnava il vischio
già preparato, quello che si poteva comprare dagli armaioli, sia
perché in effetti aveva scarsa potenza adesiva, sia perché costava
troppo. Non so dove si procurasse quel suo vischio, ma so che era
efficacissimo.
Quando il vischio era ben liquefatto, lo afferrava con le dita,
ancora bollente, soffiandovi sopra e sacramentando di tanto in
tanto quando scottava troppo, e lo spandeva sui fili della rete.
Qualche volta, per non bruciarsi, usava prendere il vischio con una
pezzuola, ma poi questa gli si appiccicava nelle mani e gli impediva
di spalmarlo in modo appropriato e quindi la buttava via.
Per effetto sia del freddo, sia di qualche bicchiere di vino
ingerito per mandar via il freddo stesso, poteva accadere durante la
preparazione della rete, operazione questa che durava a lungo, che
il capoccia sentisse il bisogno di urinare. Allora si allontanava un
po’ per compiere i suoi bisogni, ma subito lo si sentiva imprecare
poiché il suo vischio, di cui aveva le mani piene, era molto adesivo
e si attaccava non solo ai fili, ma anche altrove.
Poi si partiva per la caccia, almeno in due, poiché uno doveva
reggere la rete, l’altro doveva battere sui cespugli e sugli alberi per
far volare gli uccelli. Si vedevano le povere bestie volar via
spaventate, rapide come frecce, e poi rimanere immobili con le ali
aperte sulla rete. Questa veniva subito abbassata e gli uccelli erano
strappati a forza e uccisi. Tutto questo il più rapidamente possibile,
sia perché potevano con i loro sforzi liberarsi dal vischio, sia perché
con i loro gridi disperati (gli storni soprattutto strillavano molto)
potevano spaventare gli uccelli posati sulle piante circostanti. Per
ucciderli bastava premergli la testa con il pollice fino a sfondarla;
poi si buttavano in un sacco. Anche lì, pur con la testa sfondata,
spesso starnazzavano a lungo prima di morire. Il capoccia poi,
costretto a tenere con una mano la canna che reggeva la rete e
avendo quindi una sola mano libera per poter staccare gli uccelli,
103
preferiva sfondargli il cranio con i denti. Un orrore la caccia. Povere
bestie! Ma la guerra imminente doveva portare orrori ben maggiori.
Un altro tipo di caccia al quale il capoccia si dedicava
volentieri era quello della rete senza vischio, una rete cioè un po’
simile a quella dei pescatori, sorretta da due lunghe canne, che
veniva aperta davanti ai cespugli o agli alberi dove erano gli uccelli,
e che era prontamente richiusa quando questi, spaventati, nel
fuggire via vi andavano a sbattere contro. Una volta chiusa al
momento giusto, il capoccia dava un paio di colpi alle canne della
rete in modo che questa si avvolgesse su di esse, per poi abbassare
il tutto e uccidere le prede, questa volta prima di districarle dalla
loro prigione.
Altra specialità minore del capoccia come cacciatore era la
caccia agli uccelli che si posavano nei luoghi dove fosse dell’acqua.
Era una caccia da compiere specialmente d’estate, quando gli
uccelli bevono più spesso. Si poneva una piccola rete rettangolare,
fermata da quattro cannucce e a sua volta legate su una cannuccia
di base che faceva da perno, sopra la sorgente d’acqua dove gli
uccelli si sarebbero posati per bere e vi si aggiungeva un lungo
spago che finiva nelle mani del cacciatore, nascosto dietro un
cespuglio. Quando l’uccello si accostava all’acqua, rimaneva sotto
la rete. Era un lavoro di pazienza, ma si poteva prendere, oltre ai
passeri e ai fringuelli, anche qualche merlo.
Gente rude i cacciatori, vero? Il capoccia in effetti lo era, ma
aveva anche sofferto nella vita. Durante la prima guerra mondiale
era stato mitragliere, aveva partecipato ad avanzate in prima linea
e a ritirate. Una volta lui e altri soldati si erano ritrovati isolati dal
resto della truppa e, per non consegnarsi prigionieri al nemico,
erano rimasti nascosti per quattro giorni, nutrendosi di erbe crude
raccolte nei prati. La guerra lo aveva reso mezzo sordo, ma a quei
tempi non era facile avere la pensione, anche per invalidità
evidenti.
104
La donna che non ebbe la possibilità di aiutare mia madre a
vestirmi, poiché io non volli morire, era analfabeta. Il marito, che
lavorava anche lui nella villa, sapeva leggere, ma non volle mai
insegnarlo alla moglie perché, diceva lui, è bene che le donne non
siano istruite. Sembra strano che cose del genere siano accadute
meno di cinquant’anni fa, non è vero? Questa donna, magra e
brutta, lavorava quanto un uomo, forse di più. Non sempre però
svolgeva compiti pesanti, spesso era chiamata a fare lavori negli
interni, ma altre volte, afferrati pala e rastrello, puliva rapidamente
e con abile mano i viali della villa. Perché donna, la sua paga era
inferiore a quella degli uomini.
Sua madre era morta nel metterla alla luce. Un giorno da
bambina, - aveva sei o sette anni – era scesa in cantina nel
paesetto del Lazio settentrionale dove era nata, per mangiare
qualche frutto che il padre vi aveva messo a maturare. Giunta in
fondo, si sentì chiamata più volte; dapprima pensò che fosse il
padre, ma poi una voce femminile, ben distinta, disse: “So’ tu’
madre”! La bambina uscì dalla cantina urlando. La mattina
seguente aveva una febbre altissima: si trattava di tifo, una
malattia allora molto grave poiché non esisteva ancora per curarla
una medicina specifica. Durante la malattia, la bambina aveva
spesso l’impressione che una donna le sedesse a fianco. Guarita lo
disse ai parenti e questi, chiesto alla bimba l’aspetto e il vestire di
essa, conclusero: “Era tua madre”.
Questa donna, dopo la crisi del 25 luglio 1943, venne ad
abitare insieme al marito, nella villa, quale aiuto per il custode. Al
tempo dell’occupazione tedesca, quando le razioni di cibo erano
eccessivamente scarse, dimostrò di avere una sua abilita: per
mezzo di lacci di filo di ferro riusciva ad acchiappare i gatti,
piuttosto numerosi e praticamente allo stato randagio, che erano
nella villa, ben nutriti perché nel parco non mancavano né
uccelletti né topi. Tenuti diverse ore nell’acqua corrente e ben
105
conditi, erano migliori del coniglio. Che orrore! Mi direte. Perché,
non può essere anche un orrore mangiare i conigli ?
L’inverno la squadra degli addetti alla manutenzione della villa
era rafforzata da tre o quattro taglialegna, conosciuti meglio con il
nome di “potatori”. Venivano a potare le numerose piante del parco
e a spaccare la legna per l’inverno. Erano contadini marchigiani,
che
durante
la
buona
stagione
coltivavano
i
loro
piccoli
appezzamenti di terreno e l’inverno cercavano di arrotondare i loro
guadagni lavorando come taglialegna. Si portavano da casa molte
provviste, in modo da spendere il meno possibile. Mangiavano
pasta scondita e non bevevano quasi mai vino, ma in compenso a
primavera, quando andavano a casa, portavano via un bel
gruzzolo.
Robustissimi,
nonostante
l’aspetto
fisico
che
non
presentava nulla di eccezionale, lavoravano con la sega o con la
scura per otto ore al giorno. Si arrampicavano come gatti sulle
piante, anche sugli alti pini e lì, reggendosi con una mano a un
ramo,
facevano
uso
con
grande
abilità
dell’ascia.
Era
impressionante vederli salire sulle piante più alte, studiando con
circospezione i movimenti. Sistemi di sicurezza allora ce n’erano
ben pochi: c’era l’aiuto di lunghe scale di legno fino a una certa
altezza, poi qualche corda lanciata attraverso i rami, poi, spesso,
più nulla. Qualche volta, tanto per passare il tempo, facevano delle
gare tra loro. Queste consistevano nel riuscire a spaccare in un
determinato tempo un blocco di legno particolarmente “difficile”,
cioè pieno di nodi, che presentava notevole resistenza alle scuri, o a
segare in un certo tempo un tronco molto grosso.
A differenza degli altri, questi lavoratori prendevano la loro
dimora, nei quattro o cinque mesi di permanenza nella villa, nella
famosa “Casa degli spiriti” oppure, dopo la seconda guerra
mondiale, quando quella casa divenne inabitabile, nella parte di
servizio del Villino delle Civette. Uno di essi poi, dopo la morte del
custode, prese il suo posto.
106
Con l’avvento delle truppe alleate i giardinieri della villa si
trovarono in una situazione imbarazzante: o restare con i Torlonia,
cioè con un lavoro praticamente stabile poiché, pur essendo
agricoltori giornalieri, in realtà avevano il loro lavoro assicurato
ininterrottamente, anche quando il tempo era cattivo, con una
paga molto bassa, giacché si cominciavano a farsi sentire gli effetti
della svalutazione monetaria e i loro salari non erano stati ancora
proporzionalmente aggiornati, o accettare il lavoro offerto dagli
alleati, precario, ma facile a trovare e remunerato molto bene.
Alcuni presero questa seconda via, ma se ne pentirono perché in
seguito le cose cambiarono: gli alleati se ne andarono, i salari
cominciarono ad aggiornarsi al costo della vita e quindi coloro che
se ne erano andati chiesero di essere di nuovo assunti dai Torlonia.
Ma, se la casa Torlonia licenziava raramente i suoi dipendenti,
tanto che alcune famiglie erano lì da generazioni, difficilmente li
riassumeva una volta che se ne fossero andati. Quello senza un
occhio, la donna analfabeta e suo marito rimasero con i Torlonia,
anzi vennero ad abitare nella villa.
107
IL CUSTODE
Il principe Giovanni Torlonia aveva alle sue dipendenze, tra gli
altri, un portiere, che fu al suo servizio per lunghissimo tempo, il
quale abitava in una casetta posta a ridosso del muro di cinta,
all’angolo tra via Nomentana e via Alessandro Torlonia. Questo
portiere aveva la vita comoda: il suo compito era quello di essere
presente all’ingresso quando entrava o usciva il Principe; doveva
inoltre curarsi di eventuali visitatori che avessero qualcosa a che
fare con i Torlonia. Per il resto, al cancello di via Nomentana
esisteva un regolare servizio di polizia. Un servizio analogo c’era al
cancello di via Spallanzani n. 1/A, presso il quale la polizia stessa
curava gli eventuali rapporti con la famiglia del principe e con
l’istituto Luce. L’altro cancello di via Spallanzani, invece, detto
chissà perché “cancello Zita” era normalmente chiuso.
Tra le altre persone della servitù, ve n’era uno che fungeva un
po’ da cameriere e un po’ da autista e che viveva al Villino della
Civette. Era il discendente di una famiglia che serviva il principe da
moltissimo
tempo. I suoi genitori erano vissuti alla Serra
Brunamonti, nella tenuta dei Torlonia. Costui fu protagonista
dell’episodio dello specchio contro il quale scaricò la sua rivoltella,
di cui ho già parlato.
Un altro record di durata al servizio dell’illustre famiglia fu
quello del custode, il quale fu alle sue dipendenze dalla metà del
mese di ottobre del 1907 fino alla morte, avvenuta nel 1958.
Il custode non aveva avuto una vita facile, cosa del resto
abbastanza comune un tempo. Nato in un paesino dell’alto Lazio,
da giovane aveva imparato il mestiere di falegname, poi aveva
preferito arruolarsi nel Corpo Guardie di Città, quella che oggi è la
pubblica sicurezza, prestando regolare servizio per cinque anni,
dall’ottobre 1902 all’ottobre 1907. Fece il suo servizio a Roma,
108
spesso nella zona della città vecchia, oggi caratteristica meta dei
turisti, allora tristemente famosa per la presenza dei bulli, tipo ben
conosciuto di delinquente romano, chiacchierone, spaccone, non
eccessivamente coraggioso, ma che tuttavia impugnava con facilità
il coltello. Dovendo da un lato acquistarsi la benevolenza dei
superiori, dall’altro portare a casa la pelle senza buchi, colui che
poi sarebbe divenuto il custode di villa Torlonia fece il possibile per
contentare sia i superiori che i bulli. Chiudendo qualche volta un
occhio e pagando qualche bicchiere di vino nelle numerose bettole
dei quartieri malfamati, se la cavò abbastanza bene. Inoltre imparò
a comportarsi nel modo più opportuno nella vita, cosa che gli
dovette servire molto in seguito.
Finito il suo periodo di ferma nelle Guardie di Città, fu
assunto dai Torlonia come guardia giurata nella tenuta del Fucino
e vi rimase dalla metà di ottobre del 1907 fino alla fine di giugno
1912. La vita lì era piuttosto dura: la sua casa era quasi al centro
della vasta piana del Fucino, in località Ottomila (cioè ottomila
metri; il diametro del lago prosciugato e di circa sedici chilometri)
in aperta campagna. L’inverno il freddo era intenso; nella camera
da letto, l’acqua che sua moglie preparava la sera per lavarsi al
mattino (l’acqua in casa a quei tempi non si sapeva che cosa fosse)
qualche volta gelava nel catino. Inoltre i lupi, di cui attualmente in
tutto l’Abruzzo sono rimasti pochissimi esemplari, a quei tempi
erano numerosi e l’inverno, spinti dalla fame, scendevano a valle.
Non era raro al mattino trovare intorno alla casa, sulla neve fresca,
l’orma del lupo. Qualche volta erano avvenute delle tragedie: circa
a quei tempi un carrettiere, sorpreso in aperta campagna dalla
notte, fu sbranato insieme al cavallo. Un’altra volta un uomo,
essendosi imbattuto sul far della sera nei lupi, fece in tempo a
salire su un albero. I soccorritori lo trovarono al mattino; i lupi se
ne erano andati, ma lui, semiassiderato, non riusciva più a
scendere.
109
Quando i lupi si avvicinavano alle case i cani guaivano
pietosamente, impauriti. Erano tutti muniti di collari irti di punte
di ferro, perché il lupo preferiva scannare la sua preda. Rari erano i
cani che osavano affrontare il lupo, anche se più grossi. L’animale
domestico, evidentemente, perde l’aggressività che caratterizza
quello selvaggio. Anche i cavalli temevano il lupo e fuggivano
disperatamente al suo avvicinarsi; solo il mulo osava battersi,
minacciando il nemico con i potenti calci delle sue zampe
posteriori. Il lupo spesso rimaneva acquattato dietro i cespugli e
attaccava la preda alle spalle. Quando l’inverno si andava di notte
a far visita a qualche vicino, nei giorni più freddi e nevosi, le donne
erano
fiancheggiate
dagli
uomini
con
le
armi
in
pugno.
Naturalmente, allorché la temperatura aumentava e la neve
cominciava a sciogliersi, le cose andavano meglio. La zona era ricca
di
prodotti
agricoli
e
abbondava
la
cacciagione. Inoltre
la
popolazione era per natura generosa.
Molte delle case dei paesetti che circondavano la valle del
Fucino erano state costruite con i ciottoli del lago. Per questo
motivo il terremoto del 1915 fece molti danni e vittime. La casa
dove abitò il guardiano crollò in parte, ma lui e la sua famiglia a
quel tempo già stavano lontani dal Fucino. Infatti nel luglio 1912
egli veniva trasferito a villa Torlonia, con la paga di novanta lire al
mese. Il 24 maggio 1915, come si sa, l’Italia entrò in guerra contro
l’Austria e il custode fu richiamato alle armi. Egli aveva già
prestato servizio di leva nel 1899 e, destinato a Messina, era stato
assegnato a un reggimento genio zappatori; qui era stato nominato
trombettiere. Fece parte del corpo di spedizione italiano che occupò
l’Albania
meridionale.
Il
19
gennaio
1918
fu
assegnato
all’autoreparto e il 22 aprile dello stesso anno fu, come caporale
“autorizzato a condurre automobili a scoppio in servizio militare,”
così com’è scritto sul suo “certificato di idoneità alla condotta di
automobili”. Lavoro facile, dunque, ma ciò per poco non gli costò la
vita perché, mentre conduceva un camion carico di due botti di
110
vino, il veicolo fu centrato da un proiettile di cannone. Per sua
fortuna, delle due botti, l’una dietro l’altra, quella colpita fu la
posteriore e ciò contribuì a salvarlo. Per il resto, dalla guerra se la
cavò abbastanza bene. Solo una volta, per circa tre settimane, fu
ricoverato per malaria.
Durante la sua assenza da casa, alla famiglia venne dato lo
stipendio ridotto a metà, come stabiliva la legge di allora, e al suo
posto provvisoriamente fu messo un altro, che percepiva l’altra
metà del salario. Tornato dalla guerra, i primi del gennaio 1919, si
accorse che lo stipendio di novanta lire non gli bastava più. Infatti
era già cominciata la svalutazione. Ma poi il suo salario cominciò a
adeguarsi, sia pur lentamente, alla nuova situazione: fu portato a
duecento lire e poi a trecento. Visto che ciò non bastava tuttavia a
vivere, vendette qualche misera proprietà che tra lui e la moglie
possedevano ancora nel paese natio. Saputo per caso il Principe
Torlonia il fatto, ammise che non era giusto che i suoi dipendenti
vendessero quel che possedevano per vivere e gli aumentò lo
stipendio a quattrocento lire. Era questa una somma appena
sufficiente ad andare avanti, inferiore a quella che prendevano i
giardinieri a lui sottoposti e che rimase tale fin quasi alla fine della
seconda guerra mondiale (ma la svalutazione era ormai bloccata da
tempo); però aveva in più gratis la casa, la luce e la legna per la
cucina e il riscaldamento.
Fino ad allora il suo servizio era stato prevalentemente quello
di guardiano: armato di fucile girava per il parco sia di giorno che
di notte. Con la venuta di Mussolini, il suo servizio di sorveglianza
divenne superfluo e, quando nel 1927 morì uno dei domestici del
Principe, cominciò a prestare la sua opera quasi esclusivamente al
Villino delle Civette, con l’incarico di curarsi del telefono e fare
lavori vari. C’era il vantaggio di stare per lo più al chiuso; inoltre,
da allora, prendeva i pasti insieme agli altri domestici. Aveva in più
l’incarico di dirigere i lavori dei giardinieri.
111
Il custode era un abile artigiano: oltre che a fare lavori da
falegname si adattava a mille altre cose. In questo era superiore al
già nominato capoccia. Aveva anche una cultura, poiché aveva
frequentato….la terza elementare! Amava la lettura e, specie
quando, divenuto anziano, ebbe maggior tempo libero, passava
molte ore a leggere. Leggeva di tutto, dai romanzi alle riviste e
perfino ai libri di carattere culturale. Per la sua abilità, era stimato
da tutti. Il Principe Giovanni Torlonia aveva molta fiducia in lui, e
in seguito anche i suoi eredi. Durante il periodo dell’occupazione di
Roma da parte dei tedeschi, uno degli eredi di Torlonia affidò alla
sua custodia dei valori in oro e dei quadri di autore.
In pratica il custode era sempre in servizio, anche se qualche
ora la passava riposando nella stanza dei telefoni. Il Principe
Torlonia al mattino suonava il campanello prestissimo: voleva il
caffè ed era il custode che lo preparava. Egli si alzava la mattina
poco dopo le quattro per recarsi al Villino delle Civette e tornava a
casa la sera verso le dieci. Il pomeriggio però, come ho detto, ci
scappava un pisolino sul divano accanto al telefono.
Quando il principe partiva per la villeggiatura portava con sé
anche il cuoco. Di tanto in tanto tuttavia faceva un salto a Roma,
con il solo autista e in quell’occasione il custode gli preparava i
pasti. Il principe diceva di esserne molto soddisfatto.
Con la morte di Giovanni Torlonia, il custode rimase nella villa
ma, a poco a poco e sempre più spesso, venne a essere a
disposizione dei Mussolini. A un certo punto rimase l’unico
rappresentante dei Torlonia e doveva quindi fare da “ponte” tra la
famiglia principesca e gli illustri ospiti. Ciò, se aveva i suoi
inconvenienti, fu anche di una certa utilità, specie in tempo di
guerra, quando i buoni rapporti con i Mussolini indirettamente,
direttamente con i loro domestici, servì ad affrontare i momenti di
carestia di cui si soffrì in Italia. Inoltre in due occasioni la nuova
posizione fu decisiva per l’avvenire del custode, anche se, come si
vedrà appresso, proprio questa posizione per poco non costò cara.
112
La vita è una lotta, anzi possiamo dire con un gioco di parole
che la vita è lotta per la vita. Qui non narrerò di lotte che
riguardano gli illustri abitatori della villa, sia perché non ne
conosco di abbastanza interessanti da essere citate, sia perché non
mi piacciono i pettegolezzi. Parlerò invece di “lotte fra servi”
all’ombra degli stemmi principeschi e delle cariche politiche.
Morto il Principe Giovanni, qualcuno tentò di sostituire il
custode con un altro dipendente dei Torlonia. La sua situazione a
quel punto si fece drammatica: dopo oltre trent’anni di servizio,
quindi a un’età avanzata, tale da non permettere di trovare
facilmente un lavoro, dovere andarsene così, su due piedi, con
tutta la famiglia, lasciando anche la casa, non era certo uno
scherzo. Fu qui che l’intervento dei nuovi padroni fu salutare;
l’avviso di licenziamento era già stato dato, ma il custode era ormai
entrato nelle simpatie dei Mussolini e così fu salvo. Poco tempo
dopo il tentativo fu ripetuto e questa volta fu puro caso se
l’intervento dei Mussolini fu a favore anziché contro il custode. Ma
questa storia la narrerò nel capitolo seguente.
113
IL SEGRETO DEL VILLINO ROSSO
Il Villino
Rosso è situato
all’angolo
tra
via Spallanzani
e via Siracusa.
Un
portone
conduce a un
ingresso che, a
sua volta, ha
dall’altra estremità un cancello dal quale si entra nel parco.
L’ingresso è in realtà un ponte. Sotto ci passa una strada, poiché il
villino, oltre al piano superiore, ha un altro piano al di sotto del
livello della pubblica via, piano usato per i servizi. L’ingresso ha
due porticine ai lati, come se si trattasse dell’entrata di due
appartamenti separati, anche se in pratica l’interno è unifamiliare.
Il nome deriva dal fatto che il villino è dipinto di rosso, con qualche
angolo in marmo bianco.
Per diversi anni il villino fu abitato, come ho già detto, da una
nobildonna, ma, dopo la morte del Principe, rimase vuoto.
Un giorno due ragazzi stavano passeggiando nel parco quando
videro una donna uscire dal villino. Questa, scortili, tornò
frettolosamente indietro.
Allontanatisi i ragazzi, poco dopo si accorsero che Mussolini
stesso usciva dal Villino Rosso, dirigendosi verso la sua abitazione.
Con
la
sconsiderazione
della
gioventù,
i
due,
lasciato
trascorrere un po’ di tempo, penetrarono nel villino, attraverso una
delle finestre a lato del ponte, di cui una era aperta, per mezzo di
una grossa tavola, di quelle usate dai muratori, che si trovava nei
pressi. Salirono al piano superiore e trovarono la porta del salotto
114
principale, la cui finestra dà proprio sul ponte, chiusa a chiave. La
porta era a vetri lavorati, e a una certa altezza presentava dei
vetrini quadrati a colori. I vetrini erano un po’ mobili nella loro
cornice di legno, ma non abbastanza da permettere di vedere
dentro. Uno dei giovani forzò un po’ troppo un vetrino per mezzo di
un ferro, tanto che si aprì una fessura. Da questa si poté vedere un
divano disfatto e una stufa. Il resto cadeva fuori dalla portata
dell’occhio, limitato dalla fessura del vetro. Il bello è che il vetrino,
rimesso a posto, non essendo liscio ed essendo colorato, combaciò
perfettamente, tanto da non potersi accorgere che era rotto.
Vent’anni dopo l’episodio, tornato per caso nel villino, uno dei due
ragazzi, (forse ero io), dovette faticare molto per ritrovare il vetrino
rotto, la cui fessura era invisibile a un primo esame.
Fu facile allora ricostruire i fatti. La donna usciva dal villino e
si recava al cancello di via Spallanzani, detto “cancello Zita”, dove
un agente era pronto ad aprirle, per uscire. Rimane un mistero
sapere perché uscire di lì, attraversando un tratto di parco, e non
dalla parte del villino che dava direttamente sulla via come invece
dovette fare, in pratica, quando tornò indietro, alla vista dei
ragazzi. L’episodio è accaduto nel 1940.
Quella donna era la Petacci? Questa raramente è entrata nel
parco di villa Torlonia. Pare che vi sia stata una volta, un’estate,
per vedere Mussolini cavalcare, approfittando del fatto che la
moglie era in villeggiatura, e mai sia venuta nel Palazzo. La moglie
di Mussolini era gelosissima, o perché conosceva il carattere del
marito
o
perché
sospettasse
qualcosa
delle
sue
relazioni
sentimentali. Qualche volta tornava improvvisamente dalla Rocca
delle Caminate o da Riccione, dove trascorreva la villeggiatura.
Mussolini non voleva scandali, era molto prudente.
Una signora conosciuta nella villa ma che allora non vi abitava
più aveva avuto relazioni con Mussolini prima ancora che questi
conoscesse la Petacci. Di lei la storia non ne ha parlato quasi
115
affatto. Qualche giornale, parlandone, l’ha poi confusa con altre.
Ne ho accennato parlando del Palazzetto.
Tutta questa storia per poco non fu fatale al custode della
villa, che rischiò per la seconda volta di perdere il posto. Infatti era
stato lui che, su richiesta degli agenti destinati al servizio di
sicurezza, aveva fornito la chiave del Villino Rosso a Mussolini, e
ben ne sapeva il motivo. A quei tempi Rachele Mussolini aveva
preso a stimare il custode, specie per la sua abilità nel fare qualche
lavoro, compresi quelli di falegname. Se avesse conosciuto una
cosa del genere, non avrebbe più posto alcun ostacolo al suo
licenziamento.
Qualcuno, per sostituire il custode, pensò di far sapere la cosa
a Donna Rachele, ma trovando difficoltà a dirglielo direttamente,
avvertì
del
fatto
un
suo
domestico
fidato,
un
milanese
((un’eccezione, dunque, perché quasi tutti i domestici dei Mussolini
erano romagnoli) che era da lunghissimo tempo al servizio della
casa. Come in tutte le dimori signorili si sa che la servitù è più o
meno fedele al signore o alla signora e si pensava che questo
domestico fosse quasi il confidente della moglie di Mussolini. Ma il
domestico sapeva il fatto suo e se ne guardò bene dal provocare
uno scandalo. Anzi preferì andare a riferire il tutto al marito,
anziché
alla
moglie,
il
quale
prese
subito
provvedimenti, e il custode fu di nuovo salvo.
116
degli
opportuni
I MUSSOLINI
Ho parlato abbastanza dei Torlonia, tanto che è superfluo
tornarci su, ma non ho detto tutto dei Mussolini.
Sui figli di Mussolini c’è ben poco da dire: erano ragazzi come
tutti gli altri. Col crescere dell’età, i loro giocattoli divennero
sempre più importanti: dalla bicicletta normale a quella a motorino
(erano rare a quei tempi) e poi alla motocicletta. Romano ebbe
anche
un’automobile
scoperta,
rossa,
con
la
quale
girava
esclusivamente nel parco, non avendo ancora l’età per la patente di
guida.
Frequentavano le scuole pubbliche e spesso vi andavano in
autobus, scortati a una certa distanza da un solo vigile in
borghese, un anziano maresciallo. A scuola li chiamavano per
nome, anziché per cognome. Non eccellevano per gli studi, tanto
che qualche professore li rimproverava senza tanti complimenti:
“Come avete un padre così intelligente e voi vi comportate così?”
Vivevano in un ambiente tutt’altro che raffinato, poiché il padre era
in casa poco, la madre veniva dal popolo e la servitù pure. Per un
brevissimo periodo Romano e Anna Maria ebbero per la loro
educazione una signorina adatta a tale funzione, ma durò pochi
mesi.
Rachele Mussolini conduceva una vita da casalinga. Qualche
volta la si poteva vedere nella lavanderia (un tempo del Principe
Giovanni, poi, alla sua morte, dei Mussolini) vicino alle scuderie, in
un piccolo fabbricato ora demolito, a lavare o a stirare. Dietro le
scuderie, poco prima della guerra, aveva fatto costruire un pollaio
con oltre cento tra polli e tacchini. Spesso passava la domenica a
badare i polli o a interessarsi di un orto, creato a poca distanza.
Stava sempre in mezzo ai domestici, e questi non gliene erano
grati, naturalmente, perché limitava la loro libertà di azione.
117
Tuttavia quando doveva incontrarsi con gente di alto rango sapeva
comportarsi bene. Però cercava di evitare il più possibile tali
incontri.
Non aveva simpatia per Hitler, tanto che non volle saperne di
incontrarlo, quando venne in Italia, benché non mancasse di
partecipare alla importante manifestazione navale svoltasi a Napoli
in onore del Führer.
Era molto attiva, sobria nel mangiare. Parlava in romagnolo
con la servitù, ma il suo italiano era buono.
Ho già accennato al fatto che la veranda un tempo esistente
nella facciata sud del Palazzo fu trasformata dai Mussolini in
corridoio. Il lavoro fu fatto sotto la direzione di un ingegnere che,
da qualche tempo, frequentava assiduamente la famiglia e spesso
si tratteneva con Rachele Mussolini. Questa lo riceveva tra i polli o
all’orto o tra le faccende domestiche, in mezzo alla servitù e senza
cerimonie.
L’ingegnere
però
era
l’unico
personaggio
che
si
presentava con un bell’inchino e si piegava a un elegante
baciamano, non importa se poi la mano su cui si posava il bacio
fosse piuttosto rude per l’abitudine al lavoro e, qualche volta,
sporca.
Come avviene sempre per i personaggi famosi, soggetti al
pettegolezzo storico, si farebbe presto qui a imbastire una
maldicenza, gettando dei sospetti completamente infondati, poiché
rapporti più stretti non sarebbero sfuggiti all’occhio sagace ed
esperto della servitù. Tuttavia l’atteggiamento dell’ingegnere non
piacque a Mussolini, il quale un bel giorno lo fece allontanare per
sempre dalla villa.
Anche Mussolini era sobrio. Quando non era necessario
rispettare le regole del galateo, mangiava in fretta, con i gomiti sul
tavolo. Durante i pasti beveva mezzo bicchiere di vino. Non fumava,
almeno negli ultimi anni.
Nella villa, come ho già avuto occasione di dire, si considerava
ospite, e tale era infatti. Non è vero che, come si raccontava,
118
pagasse l’affitto simbolico di una lira l’anno, per evitare che,
secondo le leggi italiane, dopo un certo numero di anni divenisse
proprietario di diritto della villa. Del resto ciò non sarebbe stato
nello stile di nobili, quali i Torlonia.
Aveva al suo servizio personale una cameriera (l’ultima era
romagnola) che, nelle ore libere, si mescolava all’altra servitù per i
lavori domestici vari.
Per il resto la servitù era in mano alla moglie. Un giorno alla
fine di un ricevimento, fu presentato a Mussolini il cuoco che aveva
preparato le vivande, per le congratulazioni, poiché in effetti era un
artista in materia. Mussolini gli chiese se sarebbe stato disposto a
venire al suo servizio, ma poi non se ne fece più niente.
Qualche volta nella bella stagione, Mussolini girava per il
parco, solo o con i figli, in bicicletta, vestito di bianco, con
calzoncini corti e con un caratteristico berretto, pure bianco, con
visiera ”a unghia”. La sua bicicletta (ce n’erano anzi più d’una) era
di quelle stile antico, con il manubrio dietro, una ruota piccola
anteriore e una grossa posteriore. Ma questa non era enorme, come
quelle di un tempo, bensì era una normale ruota di bicicletta.
Chi lo incontrava lo salutava romanamente, ed egli rispondeva
sempre al saluto. Quando incontrava una donna, giovane o
anziana, la salutava per primo, se faceva in tempo.
Una ragazzina, figlia di domestici al servizio dei Torlonia,
divenuta ormai ragazza, credette opportuno passeggiare con una
certa frequenza nei punti della villa dove Mussolini si aggirava più
abitualmente, di solito in bicicletta, il pomeriggio o nei giorni
festivi. Mussolini, manco a dirlo, cominciò a fermarsi spesso
intrattenendosi in conversazione con lei. Tutto finì qui, perché, per
una serie di avvenimenti del tutto estranei alla vicenda, la ragazza
dovette lasciare la villa, andando ad abitare con i genitori altrove.
In un’altra occasione si fermò a conversare, solo per tre o
quattro volte, con una giovane, la quale pure abitava nella villa,
che lavorava come sarta al servizio della moglie. Poi probabilmente
119
capì che sarebbe stato veramente pericoloso prendere quella via e
rinunciò subito.
Nonostante
le
sue
note
avventure
extramatrimoniali,
innegabili, era affezionato alla moglie e ai figli. Quando la figlia
Anna Maria si ammalò di poliomielite, fu agitatissimo per tutto il
periodo del male e apostrofava i medici dicendo loro ripetutamente:
“Dovete salvarla, dovete salvarla!” Non si curava però delle
ricchezze né dell’avvenire dei figli stessi. “Si faranno la loro strada
come l’ho fatta io”, diceva quando ne parlava con la moglie.
I suoi domestici raccontavano spesso un sogno fatto da
Mussolini; si era sognato una specie di spirito o genio che, entrato
dalla finestra, si era accostato al letto dove dormiva e gli aveva
chiesto: “Cosa vuoi: la felicità, la ricchezza o la gloria?” “La gloria!”
Rispose lui. E il genio replicò: “L’avrai!”
Pur non essendo religioso, credeva in un Essere superiore ed
era per natura fatalista. Aveva ribrezzo per le serpi.
Poco dopo la nomina a capo del governo, la moglie si recò da
una cartomante. “Regnerà per vent’anni”, le disse questa. Rachele
Mussolini interpretò la profezia nel senso che dopo vent’anni
sarebbe morto; non poteva mai immaginare, come lei stessa
raccontò in seguito, ciò che sarebbe accaduto.
Tra i numerosi attentati alla vita di Mussolini ce n’è uno che è
sfuggito alla storia. Un giorno si presentò all’ingresso di via
Nomentana una donna piuttosto anziana, dichiarando apertamente
di voler uccidere Mussolini, e a riprova della sua intenzione mostrò
alle guardie di servizio un coltello da tavola. Era una squilibrata.
Col passar del tempo, poco prima della guerra e anche
durante la guerra stessa, Mussolini dava più l’impressione di un
alto funzionario che si recasse ogni mattina al proprio ufficio per
poi rientrare a casa la sera che di un capo di governo. Persino il
suo aspetto suggeriva quest’idea. Quando la guerra cominciò ad
andar male, si potevano notare nella sua persona i segni delle
preoccupazioni e dell’avvilimento.
120
Non seppe reagire in nessun
modo alla situazione, tanto che, negli ultimi tempi, la moglie stessa
si dette da fare, interessandosi di più, nei limiti delle sue scarse
possibilità, di politica. Si era costituita una piccola rete di
informatori che, su certi argomenti, la tenevano ben informata,
tanto da poter dare dei suggerimenti al marito.
Persino i domestici si erano accorti dell’apatia nella quale era
caduto.
In un certo periodo della guerra gli alleati iniziarono a
bombardare sistematicamente Napoli, quasi tutte le notti. Benché
la distanza da Roma a Napoli sia notevole, i comandi credettero
opportuno, in tale occasione, di far scattare l’allarme aereo anche a
Roma. Un giovane che abitava nella villa e aveva occasione di
parlare spesso con i domestici di Mussolini, fece presente alla sua
cameriera personale che sarebbe stato opportuno evitare questo
inutile allarme; la cameriera lo suggerì a Mussolini, il quale ordinò
che fosse esteso l’allarme a Roma solo se gli aerei nemici,
abbandonando la zona di Napoli, si dirigessero al Nord. Da allora le
notti romane furono più tranquille. La storia smentisce tutto
questo (vedi, a tale proposito, “Ciano – Diario – 22 luglio 1941”
dove si afferma che Mussolini ordinò di dare l’allarme a Roma
quando gli aerei bombardavano Napoli); io racconto i fatti come li
ho vissuti, non come li narra la storia. Tuttavia giustifico ciò che
dice Ciano sul suo diario: gli uomini politici debbono “fare” la
storia, non raccontarla, in vista di scopi politici, giustificabili.
Dopo la morte del Principe Giovanni Torlonia, il personale che
rimase alla villa, (il custode e i giardinieri) fu praticamente addetto,
oltre che a curare il parco, al servizio dei Mussolini. Ma già da
prima tra i dipendenti delle due famiglie non c’era mai stato motivo
di rivalità, né c’era con il servizio di sicurezza, benché questo alle
volte fosse piuttosto severo.
Era complicato, per chi abitava nella villa, avere visite di amici
o parenti, specie nel periodo bellico. I visitatori erano di solito
accompagnati fino alla casa da un agente, il quale prima di
andarsene pregava di non lasciare il visitatore attraversare da solo
121
il parco per recarsi al cancello di uscita, ma di accompagnarlo.
Quando un parente doveva pernottare nella villa, bisognava
avvertire
il
servizio
d’ordine.
Se
la
permanenza
si
doveva
prolungare per più giorni, era necessario chiedere il permesso
qualche tempo prima, per consentire al servizio di sicurezza di
espletare le opportune indagini sulla persona da ospitare.
Durante il giorno nella villa solo di tanto in tanto si vedevano
passare degli agenti, per lo più qualche maresciallo in borghese, in
ispezione. Di notte, invece, anche all’interno il servizio era
rinforzato con guardie, sempre in borghese, armate di moschetto
(di giorno gli agenti erano armati solo di pistola). Alcune di queste
montavano di servizio, dopo che Mussolini si era coricato, intorno
al Palazzo. Altre due o tre erano nel parco. Quando si girava di
notte, specie sul tardi, era opportuno fare più rumore possibile per
evitare qualche spiacevole incidente. Infatti il parco non era
illuminato e le guardie di servizio erano, giustamente, sempre un
po’ sotto tensione. Una di queste, un tipo simpaticissimo, aveva tra
l’altro paura degli spiriti e raccontava, molto seriamente, che uno
spirito, una notte, gli aveva buttato via il cappello! Il custode, che
tornava alla sua casa dal Villino delle Civette, aveva preso
l’abitudine, giunto là dove sapeva che passeggiavano le sentinelle,
di tossire e accendere il sigaro.
Una parte del Villino delle Civette, e precisamente quella
addetta ai servizi, confinava con un orto di proprietà di suore che
avevano lì anche il loro monastero. Queste suore ospitavano, un
tempo, numerose orfane che, specie di domenica, erano motivo di
irritazione per il Principe Torlonia per i loro lunghi canti religiosi a
cui si dedicavano passeggiando in fila per i viali dell’orto. Sotto il
muro, c’era un carabiniere di servizio e, in alto, molto in alto, tre
finestrelle per dare la luce a tre stanze dei domestici. Un giorno
alcuni ragazzi, recatisi in una di queste stanze con un giradischi di
quelli di un tempo, con la carica “a manovella”, e un buon numero
di dischi, iniziarono a provare i vari dischi, per fare una scelta,
122
mettendone ognuno solo per poche battute, salvo a sentirlo tutto se
era di loro gradimento. Dopo un po’ notarono che, a ogni
interruzione della musica, si udiva un leggero fischio. Era il
carabiniere di servizio nell’orto sottostante che si divertiva così, per
passare il tempo. Seccati, riempirono un secchio d’acqua e, mentre
uno di loro lo teneva in bilico sulla finestra, un altro mise su un
disco e interruppe la musica dopo qualche secondo. Si udì il fischio
e quasi contemporaneamente il secchio d’acqua fu rovesciato
all’esterno. Messo sul grammofono un altro disco, fu tolto qualche
secondo dopo. Il fischio non si sentì più.
123
I DOMESTICI DI CASA MUSSOLINI
In casa Mussolini era difficile sentire parlare italiano. I
domestici erano quasi tutti romagnoli e parlavano in dialetto
stretto, eccetto uno che, essendo milanese, parlava anche lui nel
suo dialetto. Rachele Mussolini naturalmente si esprimeva con i
suoi familiari in dialetto; nonostante ciò i figli, fin da bambini,
parlavano un buon italiano.
Sia il domestico milanese che la cameriera personale di
Mussolini avevano un privilegio che mancava del tutto agli altri:
Rachele Mussolini li trattava in modo differente, sembrava quasi
che li temesse. La cameriera personale, benché, avendo tempo a
disposizione, si unisse al resto del personale per compiere le
faccende comuni, piantava tutti, la stessa padrona, quando doveva
dedicarsi al suo specifico servizio. Il milanese, pur non avendo un
compito particolare, godeva di una certa indipendenza; lavorava
molto, ma faceva di preferenza quello che più gli gradiva.
La domestica che di solito aveva cura dei figli era invece meno
fortunata. La padrona la distraeva spesso dal suo compito,
lasciando che i figli se la cavassero da loro e soprattutto
impedendole di stargli accanto nel momento che essi giocavano.
Con la scusa di sorvegliarli si poteva infatti godere di un po’ di
libertà e di ozio. Ma con Rachele Mussolini questa scusa non
attaccava.
I domestici e specie le domestiche raramente uscivano dalla
villa, nemmeno nei giorni festivi. Tutti sentivano un po’ che la
persona più importante tra loro era la cameriera personale di
Mussolini. Quella che fu al servizio negli ultimi anni, benché non
avesse una grande cultura, dimostrò sempre buon senso e
capacità. In posti del genere bisogna saperci fare d’istinto.
124
Presso uno degli ingressi del Palazzo, in una stanza che un
tempo era un elegante salottino, ma allora era adibita a stanza di
servizio, c’era a turno un agente, un maresciallo, e qualche volta
uno dei domestici. Qualcuno di questi agenti era diventato in
pratica parte del personale, spesso a disposizione di Rachele
Mussolini, per la quale si prestava a compiere lavori vari, poiché a
lei non piaceva gente in ozio.
Attratte dal nome prestigioso di Mussolini, le persone (erano
quasi tutte donne) invitate a venire a far parte della servitù
provavano una giustificata emozione. Pensavano di venirsi a
trovare in un ambiente poco differente da quello che doveva
circondare la persona di un monarca. Giunte alla villa, le coglieva
la più cruda delusione. La vita era semplice, monotona, priva di
ogni soddisfazione e raffinatezza. Il personale era controllato in
tutti i movimenti dalla padrona di casa, nell’interno della villa,
dalla polizia, sia pure larvatamente, fuori, a parte le inevitabili
rivalità interne che rendono più penose certe situazioni. Era un
guaio specie per le donne da marito. Nonostante ciò un paio di esse
riuscirono a fidanzarsi mentre erano in servizio. Durante il
fidanzamento però poterono incontrarsi con il loro futuro sposo
molto raramente.
La domestica che si curava dei figli di Mussolini tra l’altro
poteva di tanto uscire con i ragazzi quando andavano a far visita
agli amici. Era motivo di soddisfazione, oltre che di svago, fare
visita a gente altolocata che, per ragioni ovvie, aveva un gran
rispetto non solo per Mussolini, ma anche per la servitù. Si
pensava che la donna addetta ai suoi figli fosse qualcosa di più di
una generica domestica. Si trattava però di soddisfazioni relative.
Un giorno questa donna accompagnò i figli in visita presso la
famiglia di una persona famosa, in una casa bellissima. A un certo
punto si affacciò a una finestra per dare uno sguardo sulla strada:
là sotto, immobile, c’era un agente di sua conoscenza, il quale
attendeva pazientemente che la visita terminasse.
125
Le cose andavano un po’ meglio l’estate, quando i Mussolini si
trasferivano in Romagna. Essendo i domestici per lo più del luogo,
potevano facilmente ottenere dei permessi per andare a visitare i
parenti e gli amici ed era così possibile, cosa essenziale per tutti gli
esseri umani,….. darsi importanza!
Durante la villeggiatura Rachele Mussolini, come al solito, si
dedicava alle faccende domestiche. Spesso Mussolini si riposava in
modo….piuttosto faticoso. Passava delle ore insieme ai contadini, a
mietere o a trebbiare. Faceva anche i bagni, quando andava a
Riccione, circondato, a sua insaputa, da guardie non certo in
divisa, ma in costume.
Rachele Mussolini teneva malvolentieri al suo servizio donne
sposate. Per questo quelle che riuscirono a fidanzarsi furono
mandate a casa poco prima delle nozze. Un’eccezione ci fu per
l’ultima cameriera personale di Mussolini, assunta già sposata, il
cui marito era pure domestico al servizio della casa.
Se le persone di servizio uscivano piuttosto di rado dalla villa,
anche nelle ore di libertà, tuttavia avevano il loro luogo di ritrovo e
di svago: questo era costituito da quella parte della cinta del parco
che dà sulla via Nomentana. Lì il muro è, dal lato interno, tanto
basso in alcuni punti da poterci stare tranquillamente seduti, e in
quei punti, più spesso la domenica pomeriggio, qualche volta
anche gli altri giorni, l’una o l’altra, sola o in compagnia, si sedeva
a godere una boccata di aria fresca, a guardare la gente che
passeggiava
nella
via,
a
chiacchierare.
Lì
molte
volte
si
incontravano con gli altri abitanti della villa, quelli al servizio dei
Torlonia. In un luogo dove vivevano un grande uomo politico e un
principe dal nome prestigioso non potevano mancare argomenti di
conversazione.
Quando si impose agli italiani di dare del voi, non tutti
riuscirono ad adeguarsi al nuovo sistema. Vi riuscirono i domestici
di Mussolini, forse loro malgrado, non quelli dei Torlonia, troppo
abituati al “Lei” nei rapporti con “le loro eccellenze”. Il custode, ad
126
esempio, continuava, nonostante la nuova regola, a dare del lei a
Rachele Mussolini. Giovanni Torlonia dava del tu ai domestici, i
Mussolini del voi. Pare che qualcuno dei figli, soprattutto Bruno,
non mancasse di far notare al padre quanto fosse poco opportuno
infastidire la gente con simili sciocchi provvedimenti; ma ormai
eravamo per la china, questi erano i sintomi della fine.
L’incidente aereo che causò la morte di Bruno non ebbe vasta
eco a villa Torlonia. Passati alcuni giorni, la madre tornò alle
faccende domestiche, il padre al suo duro compito. Egli però
quando, in casa, passava davanti al ritratto del figlio posto su un
tavolo, accennava a una carezza. La servitù diceva, un po’
malignamente, che i ricchi sopportano i guai meglio dei poveri,
avendo maggiori possibilità di distrazione, e forse ciò è vero, o forse
troppo spesso si misura il dolore, erroneamente, in base alle sue
manifestazioni esterne.
127
PARTE TERZA
La guerra
128
IL 25 LUGLIO
Per un lungo periodo di tempo, e cioè fino alla morte del
principe Giovanni Torlonia, la vita nella villa trascorse senza novità
di rilievo, se si eccettua la venuta dei Mussolini. Dopo la morte del
Principe invece le cose precipitarono: la guerra, la caduta del
governo fascista, i successivi avvenimenti cambiarono del tutto il
ritmo di esistenza della villa, che prima sembrava dovesse, con la
sua monotona regolarità, durare in eterno.
Con la guerra si fecero meno frequenti e meno interessanti le
proiezioni cinematografiche che avevano luogo nel salone del
Medioevale, si costruirono i rifugi antiaerei, si rese più efficiente il
servizio di sicurezza. Inoltre, l’ho già detto, Vittorio Mussolini e la
vedova di Bruno Mussolini vennero ad abitare nella villa insieme ai
rispettivi genitori e suoceri, sia pure in abitazioni diverse.
Nel vasto prato dietro il Palazzo, tra questo e l’obelisco
dedicato alla madre di Alessandro Torlonia, fu fatto un “orto di
guerra”; vi furono piantate delle patate. Pur essendo quest’orto
abbandonato a se stesso dopo la caduta di Mussolini, diede in
seguito una piacevole sorpresa: le patate rimaste nel terreno, forse
in conseguenza di una raccolta affrettata, produssero nuovi frutti
in abbondanza e furono una risorsa per coloro che erano rimasti
ad abitare nella villa, risorsa tanto più gradita perché fu quello il
tempo più brutto per la città di Roma dal punto di vista alimentare.
Il 19 luglio 1943 vi fu il primo bombardamento di Roma.
Furono colpiti, come si sa, il popolare quartiere di san Lorenzo e
l’aeroporto dell’Urbe. Il bombardamento avvenne di giorno e le
bombe piovvero dal cielo mentre non era ancora finito di suonare
l’allarme. Sul viale Regina Margherita che, passando poco lontano
da villa Torlonia, conduce a San Lorenzo, si potevano vedere delle
vetture tranviarie bucherellate dalla mitraglia degli aerei. Se il
129
bombardamento di san Lorenzo ebbe scopo più politico che
strategico,
il
mitragliamento
dei
tram
lo
ritengo
in
parte
giustificato: il fascio dei binari del tram a un certo punto si incrocia
con un fascio di binari ferroviari, nei pressi di Porta Maggiore,
sorpassandolo per mezzo di un viadotto. E’ probabile che dall’alto
si siano scambiati i binari della linea tranviaria per quelli della
ferrovia e si siano mitragliati i tram pensando che fossero vetture
di treni. Una scheggia di bomba fece un volo di diverse centinaia di
metri e, chissà come, venne a cadere, senza fare alcun danno,
dentro villa Torlonia, nei pressi di via Siracusa, quasi segno
funesto di ciò che sarebbe accaduto in seguito.
I romani andarono a vedere ciò che era successo a san
Lorenzo e si sa che ci andò anche il Papa. Rachele Mussolini vi si
recò anche lei, senza farsi riconoscere. Lo spettacolo era poco
allegro: le case del quartiere, piuttosto piccole, di tre o quattro
piani, erano quasi tutte in rovina, benché a san Lorenzo fossero
state gettate bombe di non alto potenziale. Nel piazzale antistante il
cimitero, in certi punti le bombe erano cadute così vicine che gli
orli delle buche prodotte dalle esplosioni si toccavano. Si è parlato
in proposito di “bombe incatenate”, cioè legate tra loro, ma non so
quanto ciò corrisponda a verità. In alcuni luoghi, tra le macerie,
squadre di operai lavoravano alacremente, in silenzio. Là sotto, nei
rifugi, c’era qualche persona ancora viva. Il vicino cimitero,
anch’esso colpito, insieme alla basilica di San Lorenzo, mostrava le
tombe scoperchiate dalla violenza delle esplosioni e, per più giorni,
si sentì il lezzo dei cadaveri alimentato dalla calura estiva. La
gente, sconvolta, imprecava liberamente contro la guerra, tra il
silenzio imbarazzato delle autorità presenti.
Il bombardamento di San Lorenzo gettò il terrore tra i romani.
Mesi dopo, quando le linee tranviarie che attraversavano il
quartiere furono ripristinate, i conducenti dei tram, giunti nella
zona, andavano a tutta forza e spesso saltavano le fermate.
130
Nel pomeriggio di quel giorno Rachele Mussolini salì, armata
di binocolo, sul tetto del fabbricato delle scuderie, da dove sperava
di scorgere qualcosa del bombardamento. Non si vedeva invece un
bel nulla, poiché i palazzi intorno alla villa coprivano la visuale.
Solo, dalla parte dell’aeroporto, salivano delle colonne di fumo. Ad
un tratto però si innalzò nel cielo un‘enorme nuvola nera,
accompagnata da un sordo boato: era esploso un carico di
munizioni che viaggiava su un treno colpito dal bombardamento
della mattina, in transito vicino all’aeroporto.
La giornata del 25 luglio, domenica, fu trascorsa da Rachele
Mussolini un po’ in casa, un po’ gironzolando per il parco. Era tesa
e preoccupata, ma non si aspettava certo ciò che quel giorno stesso
sarebbe accaduto. Al primo sentore dell’arresto di Mussolini, il
figlio Vittorio, ufficiale di aviazione, si precipitò con il cugino Vito a
un aeroporto, fece preparare un aereo e se ne fuggì via. La madre
invece rimase nella villa ad attendere gli eventi.
Al momento dell’arresto fu chiesto a Mussolini di consegnare
la rivoltella. “Quale rivoltella?” rispose meravigliato. Gli oggetti più
importanti che aveva in tasca erano gli occhiali e il fazzoletto. La
sua vista negli ultimi tempi si era indebolita e aveva bisogno, per
leggere, di ricorrere alle lenti. L’allora ministro degli interni,
insieme a un amico di famiglia dei Mussolini, si era recato la sera a
villa Torlonia per confermare l’avvenuto arresto. Era in divisa e
passò la nottata nella villa, dormendo vestito su un divano. Il
mattino seguente, sempre da villa Torlonia, telefonò perché lo
venissero ad arrestare.
Benché preoccupatissima, la moglie di Mussolini non era del
tutto abbattuta. Assisa su una poltrona nel salotto del Podesti,
disse a un certo punto al ministro che, basso e grasso, spiccava
per la sua mole, riferendosi alla sua preoccupazione di dover
lasciare in divisa la villa, affrontando gli umori della folla: “Così
grosso come siete, se vi acchiappano vi sistemano”. “Eccellenza –
rispose il ministro – quando si vive come noi, nel conto c’è anche
131
questo: c’è la gloria, il benessere, ma anche la prigione e la morte”.
Fu fucilato infatti, in seguito.
Tuttavia Rachele Mussolini era solo in apparenza serena. Ella
stessa disse a un tratto, riferendosi al marito: “Lo hanno arrestato
una ventina di volte, ma mai sono stata preoccupata come ora”.
Una delle sue prime cure fu, al mattino del 26, quella di
andare nello studiolo al primo piano per distruggere eventuali
documenti importanti. Non ce n’erano molti poiché il marito teneva
quasi tutto ciò che riguardava il governo a Palazzo Venezia.
Tuttavia vi era la documentazione completa, costituita quasi
interamente da copie fotografiche, del carteggio Ciano che aveva
convinto Mussolini della necessità di rimuovere il genero, come
aveva fatto poco tempo prima, dalle sue importanti cariche,
destinandolo a un ruolo del tutto secondario. Quei documenti
furono stracciati e poi portati a bruciare in cantina, nella stufa del
termosifone. Erano stati procurati da un alto esponente del
governo di allora (che doveva morire ucciso pochissimo tempo
dopo) anche lui poi destituito dalla sua carica perché, come ebbe a
dire Rachele Mussolini mentre strappava i documenti: “Pure quello,
a un certo punto….” e non finì la frase.
Muovendosi qua e là per compiere questi lavori, non
abbandonava mai un piccolo forziere, nel quale teneva delle
banconote, non molte, e una piccola rivoltella.
Il servizio di sicurezza alla villa non c’era più, ma rimanevano
degli agenti all’ingresso di via Nomentana, benché fossero tutti
senza armi. Gli agenti in genere si mostrarono tutti molto cortesi
verso la famiglia Mussolini; prestarono il loro aiuto nei limiti del
possibile, anche se in parte ostacolati dalla nuova situazione.
Uno di essi, un giovane da poco tempo in servizio a villa
Torlonia, si prestò perfino, avendo un paio di giorni liberi, ad
andare a Riccione per avere notizie dei figli Romano e Anna Maria,
in villeggiatura colà.
132
Avvenne poi un increscioso incidente, contro il quale i pochi
agenti presenti erano praticamente impotenti: un gruppo di
dimostranti, provenienti dal vicino vicolo della Fontana (luogo
piuttosto malfamato, tanto che Mussolini aveva in progetto di
demolirne i fabbricati e farci una piazza) tentò di forzare il cancello
di via Nomentana, con lo scopo esclusivo di impossessarsi degli
eventuali oggetti di qualche valore esistenti nella villa. Gli agenti,
non avendo la possibilità di fermare i dimostranti, chiesero
telefonicamente l’intervento delle forze armate e subito fu inviato
sul posto un gruppo di soldati del genio.
Rachele Mussolini, avuto sentore di quanto avveniva nei
pressi dell’ingresso di via Nomentana, abbandonò sola soletta il
Palazzo, allontanandosi per il parco. Per un po’ di tempo nessuno
riuscì a trovare dove si fosse nascosta. Poi il custode della villa,
quello al servizio dei Torlonia, la trovò nel magazzino sovrastante il
garage, là dove i Mussolini tenevano le balle di caffè e parte dei vini
in bottiglia regalati dal Caudillo. Per mezzo di una porta interna,
allora, la fece entrare a casa sua e lì stette un paio di giorni. Poi,
soprattutto per il fatto che vi erano stati nel frattempo degli allarmi
aerei ed era piuttosto scomodo andare dalla casa del custode al
Palazzo dov’era il rifugio, tornò alla sua abitazione. I primi due
giorni non toccò cibo né bevande. La mattina del terzo giorno,
esortata sia dalla moglie del custode, sia dalla cameriera personale
di Mussolini, che allora si trovava nella villa, accettò una tazzina di
caffè e mangiò qualcosa a pranzo.
Quasi tutte le sere Mussolini, dalla villa, faceva una telefonata
a Claretta Petacci. La cosa era risaputa da tutti, meno che dalla
persona più interessata: sua moglie. Con la caduta del governo era
ormai evidente che la storia di Claretta sarebbe presto apparsa sui
giornali e il personale di servizio si domandò se era il caso o meno
di far sapere la cosa a Rachele Mussolini, prima che lo
apprendesse dalla stampa. La situazione era in ogni caso
imbarazzante poiché i domestici si sarebbero trovati sempre in
133
difetto, avendole nascosto un fatto di cui erano chiaramente a
conoscenza. Alla fine prevalse l’opinione di riferirglielo. Ciò
naturalmente innervosì ancora di più Rachele Mussolini, la quale
sospettava la cosa, ma non ne aveva la certezza e, come era
naturale, rimproverò chi l’aveva avvertita di non averlo fatto prima,
rimprovero abbastanza assurdo perché dirglielo in precedenza
poteva costare il posto all’imprudente che avesse osato farlo. Ma
non se la prese apertamente con il marito, bensì tentò di consolarsi
citando l’esempio di tanti altri uomini politici che erano caduti
nella stessa colpa, nonché di quelli che erano stati accusati di fatti
peggiori, che erano giunti cioè a forme di perversione sessuale. E
fosse ciò dettato da notizie avute per mezzo dei suoi informatori o
fosse
frutto
della
fantasia
che
la
portava
a
giustificare
l’ingiustificabile, non mancò di citare il caso di un’autorità che
sarebbe stata sorpresa dalla notizia dello sbarco degli alleati in
Sicilia a letto con un uomo.
L’argomento
della
Petacci
ritornava
spesso
nelle
sue
conversazioni in seguito, quando si trasferì alla Rocca delle
Caminate. La quiete del posto non le aveva tranquillizzato l’animo e
lei ripensava sovente al passato, quello recente e quello più
lontano, sfogando così con chi voleva ascoltarla il suo dolore e
cercando di alleviare le sue preoccupazioni.
Fin dal 26 luglio Rachele Mussolini aveva manifestato
l’intenzione, se le si fosse stato concesso il permesso, di ritirarsi
alla Rocca delle Caminate. Aveva sempre considerato la Rocca la
sua vera casa; ora più che mai si rendeva conto che a villa Torlonia
era ospite e, in tal frangente, ospite non gradito, al quale si poteva
chiedere da un momento all’altro di sloggiare, tanto più che il
Principe Torlonia, che aveva ospitato i Mussolini, era morto da
tempo e, se gli eredi finora avevano assecondato tutti i desideri
dell’ospite illustre, era probabile che lo avessero fatto più per
convenienza che per generosità.
134
D’altra parte alcune delle poche persone che in quel momento
la circondavano le sconsigliavano un passo del genere, le
suggerivano di rimanere nella villa almeno fino a che non fosse
avvenuto qualche fatto nuovo o che i Torlonia non si fossero mossi
per primi, invitandola ad andarsene. L’argomento che avrebbe
suggerito l’opportunità di rimanere nella villa era piuttosto serio: in
Romagna, specie nella zona della Rocca e nei paesi limitrofi,
Rachele Mussolini era conosciuta da tutti, mentre a Roma non la
conosceva nessuno. Se fosse stato necessario nascondersi, le
sarebbe bastato uscire da villa Torlonia e, una volta sulla pubblica
via, si sarebbe confusa facilmente tra la folla. Ciò in Romagna
sarebbe stato impossibile.
Tuttavia alla fine la tesi della partenza per la Rocca delle
Caminate prevalse, anche per volontà del nuovo governo, che
vedeva di buon occhio il ritiro lassù della famiglia Mussolini.
Il 30 luglio a Rachele Mussolini fu recapitata una lettera del
marito, che cominciava così: “30 luglio, primo giorno del mio
sessantunesimo anno di età” (in effetti il suo compleanno cadeva il
29 luglio). Nella lettera assicurava che stava bene, chiedeva che gli
si inviasse della biancheria ed esortava la moglie a non allontanarsi
da villa Torlonia, esortazione evidentemente dettata dalle stesse
considerazioni riportate qui sopra. Ma la partenza per la Rocca era
già stata ormai decisa. Inviando al marito la biancheria Rachele
Mussolini rispose anche alla lettera, facendo battere a macchina la
risposta. Iniziava: “Caro Benito….”.
Prima della partenza erano state raccolte in una cassetta
numerose decorazioni di Mussolini. Ne era quasi piena, ma una
parte di esse era di valore scarso o nullo. Per la fretta, la
confusione, la preoccupazione, Rachele Mussolini dimenticò le
decorazioni più importanti, quelle di maggior valore che furono,
dopo la partenza per la Rocca, trovate dal custode, inventariate in
data 5 agosto 1943 e, in seguito, dopo gli avvenimenti dell’otto
settembre, restituite ai Mussolini.
135
Si trattava precisamente: di due decorazioni spagnole, cioè il
gran collare del soppresso ordine di Carlo III e il gran cordone del
merito navale: di due decorazioni tedesche: il gran cordone della
croce rossa germanica e la gran croce al merito dell’aquila
germanica; di dieci decorazioni italiane: croce dell’undicesima
armata, gran cordone dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, gran
collare della santissima Annunziata, altro gran cordone dei santi
Maurizio e Lazzaro, gran cordone dell’ordine della stella d’Italia,
gran cordone dell’ordine della corona d’Italia, gran croce dell’ordine
militare di Savoia, gran cordone dell’ordine della stella d’Italia
coloniale e una decorazione albanese (ricordo che a quel tempo
l’Albania era sotto il dominio italiano).
Il momento della partenza fu molto commovente. Rachele
Mussolini partì sola, con la sua scorta. Nessuno dei presenti, umile
gente che direttamente o indirettamente era stata al suo servizio,
riuscì a trattenere le lacrime. Lei abbracciò e baciò tutti,
visibilmente commossa. Partì tenendo sulle ginocchia il piccolo
forziere dove aveva un po’ di denaro e la pistola.
Durante il viaggio verso la rocca avvenne un incidente curioso:
dopo alcune ore di viaggio, Rachele Mussolini, che aveva fatto quel
percorso decine di volte, si accorse che la strada seguita dalla
macchina non era quella che conduceva alla Rocca delle Caminate.
Insospettita, chiese alla persona incaricata del suo trasferimento:
“Dove mi portate?” “Alla Rocca – assicurò la persona”. “Ma no,
perché questa non è la strada della Rocca. Sono nelle vostre mani;
se non mi portate alla Rocca, ormai potete anche dirmelo”. Ma
l’altro insisteva nell’assicurarle che andavano proprio alla Rocca
delle Caminate e del resto aveva ragione: l’autista aveva sbagliato
strada e giunsero a destinazione con molto ritardo sul previsto.
136
RICCIONE
Mi domanderete cosa c’entra Riccione in un’opera che tratta di
villa Torlonia, ma la descrizione dei fatti accaduti nella villa nei
giorni della caduta di Mussolini ci portano un po’ anche qui e mi
sembra che sia opportuno parlarne.
L’agente che si era cortesemente prestato ad andare a
Riccione per sapere che cosa succedeva là, dove erano Romano e
Anna Maria Mussolini, era ritornato portando notizie rassicuranti:
non era accaduto nulla di particolare. La gente a Riccione, anche
allora
importante
stazione
balneare
sull’Adriatico,
viveva
abbastanza tranquilla, faceva i bagni, prendeva la tintarella; non
che non fosse turbata da quanto stava accadendo in Italia, ma in
apparenza tutto procedeva come al solito: le giornate erano calde,
la spiaggia molto frequentata.
Tuttavia
la
calma
non
regnava
affatto,
nemmeno
apparentemente, tra le mura del villino di Riccione occupato dai
Mussolini. Insieme ai due figli minori, allora rispettivamente di
sedici e quattordici anni, c’erano a Riccione la vedova del figlio
Bruno e la moglie dell’altro figlio Vittorio. Se i ragazzi, specie la più
piccola, Anna Maria, si rendevano poco conto della gravità della
situazione, le cose erano differenti per i grandi.
Fin dalla sera del 25 luglio, quando la radio annunciò che
Mussolini aveva dato le dimissioni da capo del governo, lo
sgomento era piombato su tutti. Dei due ragazzi, Romano fu quello
colpito di più, ma il giorno seguente già si era ripreso abbastanza.
Il 26 luglio, Sant’Anna, ricorreva l’onomastico di Anna Maria.
Il giorno precedente era stato preparato un bel dolce per festeggiare
l’avvenimento, ma, con i guai che erano successi, si pensò di non
portarlo a tavola. Fu invece consumato il 27. La cameriera,
servendolo, ricordò che era stato preparato per festeggiare
137
l’onomastico della ragazza. “Guarda un po’ – disse Anna, con la sua
ingenuità di giovinetta – che guaio non averlo potuto mangiare
ieri!” “Fossero tutti questi i guai, figlia mia!” le rispose la domestica,
che tra l’altro era addetta alla cura personale dei due figli e, in via
eccezionale, non era romagnola ma della Campania.
Il villino di Riccione dava un tempo da un lato sul lungomare,
dall’altro su una strada secondaria. La gente che vi passava poteva
comodamente dare uno sguardo all’interno del piano terra del
villino, un inconveniente comune a molte costruzioni del genere,
ma sempre poco gradito. Questa strada, alcuni anni prima, era
stata incorporata in una recinzione che comprendeva in sé altre
piccole costruzioni formando, insieme a quello già esistente dalla
parte del mare, un giardino non molto ampio né ben tenuto, ma
sufficientemente comodo e isolato.
La chiusura della strada non era stata però gradita dagli
abitanti di Riccione, benché si trattasse di una via secondaria, e ci
si aspettava di avere qualche seccatura immediatamente dopo la
caduta di Mussolini, proprio per quel motivo. Gruppi di tre o
quattro persone si accostavano al cancello, posto all’inizio della via,
a guardare dentro e più di uno accennava al fatto che lì un tempo
ci passava una strada pubblica; però non vi furono assembramenti
né proteste e l’agente di servizio al cancello non dovette quasi mai
intervenire. Solo in un caso avvenne un piccolo malinteso: due
persone, per veder meglio l’interno, approfittando del fatto che
l’agente si era allontanato dall’ingresso, entrarono attraverso il
cancello che in quel momento era aperto. L’agente, venendo loro
incontro dall’interno, disse loro da lontano: “avanti, avanti!” voleva
così far capire semplicemente che avevano passato i limiti entro i
quali era permesso di andare, ma i due presero alla lettera le
parole dell’agente ed entrarono liberamente, salvo a uscire subito
dopo, chiarito l’equivoco.
Qualche persona sporgeva la testa al di sopra del muro di
cinta, piuttosto basso dalla parte del lungomare.
138
Volevano
guardare quel che c’era dentro; là il giardino era ridotto a un prato
incolto, dove la sola cosa interessante era, da una parte, una buca
che serviva d’ingresso al rifugio antiaereo, un rifugio molto
precario, dato che si era al livello del mare e non si poteva quindi
scavare molto. Infatti si riduceva a una stanza sormontata da travi
di ferro non più grossi di quelli costituenti i binari ferroviari. Si
trattava di un rifugio utile solo contro i mitragliamenti e contro le
schegge.
Tuttavia nessuno si tratteneva molto. Si trattava solo di
curiosità giustificata dalla situazione e dal fatto che ora era
possibile gettare uno sguardo là dove un tempo non ci si poteva
nemmeno avvicinare. La gente però aveva da pensare ad altro, alla
spiaggia, ai bagni, a divertirsi un po’, almeno di giorno, poiché
ormai la sera, a causa del coprifuoco ordinato per motivi di
sicurezza dal nuovo governo, non si poteva uscire più di casa.
In un primo momento si credette veramente a Riccione che
Mussolini avesse rassegnato volontariamente le dimissioni. Non si
pensò che un simile passo, se fatto di propria volontà, sarebbe
stato preceduto da un insieme di provvedimenti miranti alla
salvaguardia della sicurezza propria e dei propri intimi. La cosa
meravigliava di più per il fatto che Mussolini aveva mostrato
sempre amore per la famiglia e si comportava nell’intimità come
tutti gli altri padri. Ma spesso avviene che gli uomini in alta
posizione sociale svolgano la loro attività senza che la famiglia si
renda esatto conto di quello che fanno così da essere, da questo
punto di vista, considerati degli estranei, tanto sono al di fuori
della mentalità dei loro cari.
In quasi tutte le città d’Italia, grandi e piccole, all’annuncio
della caduta di Mussolini vi furono delle manifestazioni, sia pure di
poca
importanza
e
senza
gravi
conseguenze:
gruppetti
di
manifestanti si contentarono di distruggere gli emblemi esposti
nelle vie o su edifici pubblici, fasci, gagliardetti e simili. A Riccione
non si fece nemmeno questo, tutto rimase tranquillo. La villa dove
139
erano i Mussolini aveva intorno un muretto che si sarebbe potuto
scavalcare facilmente. Fu una fortuna che non ci fossero state
manifestazioni di massa. Ci fu bensì un solo tentativo, se tale può
dirsi, del genere. Un omaccione in camicia rossa, alto e grosso, si
recò al porticciolo di Riccione e incitò i pochi marinai presenti a
scendere verso la stazione balneare per una manifestazione. Non fu
seguito da nessuno e allora, da solo, venne davanti alla villa,
manifestando con gesti e grida. In obbedienza all’ordine emanato
dal nuovo governo di divieto di manifestazioni e assembramenti, la
polizia, che (grazie specialmente all’iniziativa di un maresciallo da
anni in servizio presso la famiglia Mussolini il quale, tra l’altro,
aveva l’incarico di proiettare i film che, come ho detto parlando di
villa Torlonia, venivano dati la sera nel salone del Palazzo)
seguitava a compiere con scrupolo il proprio dovere, provvide a
condurlo in questura, salvo a rilasciarlo poco dopo.
La sicurezza dei due figli di Mussolini era la preoccupazione
principale di quanti erano nella villa di Riccione. Specialmente
attiva era al riguardo la moglie di Vittorio Mussolini. C’era il timore
di qualche sconsiderata reazione popolare, tanto che, per il caso
che gli avvenimenti avessero costretto i due a rimanere soli, li si
convinse, malgrado la loro riluttanza, ad appendersi al collo un
sacchetto di stoffa contenente del denaro.
Furono fatti diversi progetti, nei giorni immediatamente
seguenti al 25 luglio e fino a che non fu stabilito che i figli
avrebbero raggiunto la madre alla Rocca delle Caminate, ma in
pratica non se ne realizzò nessuno. Si pensò di chiedere per loro
ospitalità nella vicina repubblica di San Marino. A quei tempi là
c’erano stati dei casi di tifo, ma un amico di famiglia, ufficiale
medico, presente a Riccione, assicurava che non c’era da
preoccuparsi troppo in proposito: bastava, diceva lui, bollire
l’acqua da bere e non mangiare cibi crudi. Si chiese allora alle
autorità di San Marino il permesso di trasferirvisi, ma le autorità
140
fecero
presente,
vero
o
no,
che
nel
paese
c’erano
state
manifestazioni antifasciste che sconsigliavano un passo del genere.
Lo
stesso
ufficiale
medico
che
aveva
insistito
per
il
trasferimento a san Marino accettò allora che i due ragazzi si
trasferissero a casa sua, in un villino di Riccione non molto
distante. Romano e Anna Maria, per non dare nell’occhio, partirono
per la casa ospitale in bicicletta, verso le tre del pomeriggio, cioè
nell’ora più calda della giornata, quando nessuno girava per le
strade. Ma un’ora dopo la loro partenza tutta Riccione sapeva del
trasferimento e fu giocoforza farli ritornare a casa loro.
Intanto i pochi amici che erano a Riccione, tra cui l’allenatore
di tennis (che era anche un famoso calciatore) di Mussolini e dei
figli, lasciarono Riccione perché il nuovo governo aveva provveduto
a far tornare subito sotto le armi, per evidenti ragioni di sicurezza
interna, gente che per qualche motivo era in congedo. Così i figli di
Mussolini
rimasero
con
i
domestici,
le
due
cognate
e
la
sorveglianza, fedele ma pur sempre problematica, della polizia. Lo
stesso maresciallo che, con la sua presenza, rendeva più efficiente
il servizio, riconosceva infatti che, se gli fosse stato ordinato,
sarebbe stato costretto suo malgrado ad arrestare coloro che con
tanto zelo proteggeva.
Partirono anche i genitori di Gina Mussolini, la vedova di
Bruno. Al padre, prima di andarsene, sfuggì un commento che
ricorda un po’ il pensiero espresso dal Principe Giovanni Torlonia
sul suo illustre ospite, pensiero già citato nelle pagine precedenti:
“Io sono sempre il Principe Torlonia, Mussolini è solo un uomo
politico”. “Ecco le conseguenze – disse come parlando tra sé
l’anziano signore, evidentemente pensando alla figlia – che
derivano dall’imparentarsi con gli uomini che si interessano di
politica”.
Un episodio che contribuì per un momento a rendere
drammaticissima la situazione fu il falso annuncio, che si propagò
improvvisamente in tutta Riccione, del suicidio di Hitler. Si videro
141
dei soldati tedeschi abbracciarsi tra loro. Quando la notizia si
propagò mancava poco all’ora del comunicato giornaliero di guerra
delle ore tredici. Nella sala da pranzo apparecchiata per il desinare,
tutti, compresi i domestici (o meglio le domestiche, poiché erano
tutte donne) attesero nel più profondo silenzio e col batticuore di
sentire confermata quella notizia che, se gradita da tutti, non lo era
certo per i Mussolini. Dalle prime parole del giornale radio, che
parlava di tutt’altre cose, si capì che la notizia era falsa e ci fu un
sospiro di sollievo da parte di tutti i presenti.
Gli ultimi giorni che precedettero la partenza per la Rocca
delle Caminate furono più tranquilli. Le domestiche ebbero il valido
aiuto del servizio di sicurezza per preparare ogni cosa; fu portato
via tutto quello che si poteva e il camion addetto al trasporto fu
scortato da agenti armati di mitra.
142
LA ROCCA DELLE CAMINATE
La Rocca delle Caminate sorge a circa quattro chilometri a
nord-est di Pedrappio, ma fa parte del comune di Meldola ed è a sei
chilometri da questo, a un’altitudine di 380 metri sul mare. La sua
origine è incerta. Sembra che sia stata elevata su una precedente
costruzione romana. Secondo altri, sarebbe opera di un certo
Riciardello di Beaumont (dal quale sarebbe discesa la famiglia dei
Belmonti) circa nel 1137. Fu più volte distrutta e riedificata e fu
possesso dei Belmonti, degli Ordelaffi, dei Malatesta, dei Veneziani,
del Papa, dei da Carpi, degli Aldrobandini e di altri.
Dopo il 1870 rimase pressoché abbandonata essendo stata
fortemente danneggiata da scosse di terremoto. Nel 1927 fu
completamente restaurata e donata a Mussolini.
Il castello è formato essenzialmente da due ali, una delle quali
è occupata da un salone rettangolare, lungo e stretto, molto simile
all’aranciera
del
Villino
Medioevale
di
villa
Torlonia.
Alla
congiunzione delle due ali è una grossa torre, sulla cima della
quale un tempo si accendeva di notte un faro dai colori bianco,
rosso e verde, visibile a molti chilometri di distanza. Le due ali sono
unite tra loro da due alti muri merlati racchiudenti un cortile,
sicché il tutto forma un vasto rettangolo di cui due lati sono
costituiti dalla costruzione, due dai muri.
Data la sua posizione, in cima a una collina, dalla Rocca si
può ammirare un panorama stupendo che va dal mare alla catena
degli Appennini.
Il salone, che a quei tempi aveva nel mezzo un lungo tavolo e
ai lati molti armadi, conteneva, chiusi negli armadi o appoggiati sul
tavolo, i numerosissimi regali che Mussolini aveva ricevuto in
vent’anni di governo, da tutto il mondo. L’altra ala della Rocca era
adibita ai servizi e all’abitazione padronale. Ogni piano era
143
costituito essenzialmente da un corridoio sul quale si aprivano le
stanze. L’interno era piuttosto semplice e i mobili non erano di
lusso. Intorno alla Rocca, poi, c’era un giardino molto trascurato.
Come dimora estiva, la Rocca era senz’altro ideale, benché
fosse alquanto isolata. I guai potevano invece cominciare con
l’inverno; infatti in questo periodo spesso la neve bloccava la strada
che permetteva di comunicare con il resto del mondo. Fino a che
Mussolini fu capo del governo, si provvedeva a tenere la strada
sgombra dalla neve, ma ora che non lo era più, certamente questa
sarebbe rimasta lì fino a che il sole non avesse provveduto a
scioglierla. Il problema c’era, ma non fu necessario risolverlo,
perché, come si sa, con l’armistizio dell’8 settembre la situazione in
Italia mutò di nuovo.
Qui Rachele Mussolini si sistemò con i figli Romano e Anna
Maria e con la vedova e la figlioletta di Bruno. Fuori dalla Rocca
una piccola costruzione ospitava un corpo di guardia per il servizio
di sicurezza. Anche in questo caso gli agenti, a cominciare dai loro
superiori diretti, furono sempre molto gentili e pronti a venire
incontro alle esigenze dei Mussolini, esigenze che del resto erano
minime, e ne commiseravano apertamente la sventura.
Alla Rocca la vita era piuttosto monotona. I ragazzi passavano
parte del tempo giocando a carte con un dipendente dei Mussolini,
custode del luogo. Romano spesso si metteva al piano, che era nel
salotto a fianco alla sala da pranzo, e suonava a orecchio; già allora
se la cavava abbastanza bene.
Rachele Mussolini passava il suo tempo, come era stata
sempre sua abitudine, tra la cucina e il pollaio, ma non era affatto
serena. Nonostante l’isolamento, aveva, non so come, qualche
notizia del marito. Anzi, fin da quando stava ancora a villa
Torlonia, le erano trapelate notizie sugli spostamenti di Mussolini,
che avvenivano di solito per mezzo di autoambulanza.
Si preoccupava del futuro, ma non era più avvilita e parlava
con animosità sia di Badoglio che del re. Diceva di tanto in tanto di
144
voler scrivere a quest’ultimo, dato che, in fin dei conti, potevano
considerarsi parenti, poiché il conferimento a Mussolini del collare
dell’ordine della Santissima Annunziata comportava il titolo
ufficiale
di
“cugino
del
re”.
Chi
si
annoiava
di
più
era
probabilmente Gina Mussolini, che passava il tempo con la
bambina o con la bambinaia di questa.
In apparenza lì sembrava che la guerra non ci fosse. Alle volte,
è vero, si vedeva passare qualche aeroplano alleato, ma nessuno se
ne preoccupava: non avrebbe certo dato fastidio ad alcuno dei
castelli che si vedeva qua e là appollaiati sulle colline romagnole.
Una sera si vide lontanissimo, verso Bologna, il fuoco della
contraerea. Ma questi rari episodi non erano sufficienti a turbare la
pace del luogo.
Nel frattempo i Torlonia pensarono che fosse opportuno
invitare Rachele Mussolini a lasciare Villa Torlonia. Motivi di
prudenza consigliavano questo passo, data la nuova situazione che
si era creata. Per tale ragione inviarono il custode della villa alla
Rocca delle Caminate per prendere accordi in proposito.
Il viaggio da Roma alla Rocca non fu molto facile. Proprio in
quel periodo gli aerei avevano preso a bombardare città e stazioni
ferroviarie in Umbria, Toscana, Marche, Romagna. C’erano due vie
per raggiungere in treno Forlì, la stazione ferroviaria praticamente
più vicina alla Rocca: o arrivare a Bologna passando per Firenze e
poi tornare indietro verso Forlì o prendere la linea adriatica, più
breve,
passando
per
le
immediatamente precedenti
Marche.
Visto
che
nei
giorni
pareva che i bombardamenti si
concentrassero di più nella zona delle Marche, il custode preferì la
via più lunga. Mentre era in viaggio, apprese dai giornali che le
truppe alleate erano sbarcate in Calabria. Dovette pernottare a
Forlì, dove giunse la sera dopo un lungo viaggio attraversando città
e
stazioni
ferroviarie
che
mostravano
visibili
i
segni
dei
bombardamenti. Il mattino seguente, noleggiata, con il permesso
della questura di Forlì, una macchina (ci voleva un permesso del
145
genere, allora, data la penuria di benzina, per avere un’auto a
noleggio) arrivò alla Rocca.
La risposta di Rachele Mussolini all’invito di sgombero dei
Torlonia fu quanto mai vaga: disse che si sarebbe riservata di
venire
incontro
appena
possibile
al
loro
desiderio,
di
cui
comprendeva e giustificava pienamente i motivi. D’altra parte, nella
sua posizione, in pratica non era facile fare una cosa del genere.
Visto che, proprio durante la breva permanenza del custode
alla Rocca (dove tuttavia dovette trascorrere una notte) vi erano
state delle incursioni aeree nella zona di Bologna, questa volta si
presentava meno pericolosa per il ritorno a Roma la via che
passava per le Marche. Approfittando della presenza del custode,
Gina Mussolini, vedova di Bruno, pensò di tornarsene a Roma
conducendo con sé la bambina.
Era una triste e piovosa giornata di settembre. Una macchina
li condusse prima a Pedrappio, poi a Forlì. Si fece sosta al cimitero
di Pedrappio. Gina Mussolini rimase a lungo, in lacrime, davanti
alla tomba del marito. Giunti a Forlì, essendo ormai quasi notte,
tutti si recarono presso un ristorante gestito da una famiglia amica
dei Mussolini, che provvide a passar loro la cena gratuitamente. Di
qui alla stazione, dove a malapena riuscirono a trovare dei posti a
sedere.
Fu un viaggio lungo e penoso, su un treno che si riempiva
sempre di più a ogni stazione, con lunghe soste e il timore dei
bombardamenti. Il treno giunse a Roma alla stazione Tiburtina
(poiché non tutti i treni giungevano alla stazione Termini, essendo
stati
gravemente
danneggiati
i
binari
in
occasione
del
bombardamento del 19 luglio) che era giorno. Appena scesa, si
avvicinò a Gina Mussolini un ufficiale dell’esercito. Avendola
riconosciuta la salutò militarmente e le chiese cortesemente se
avesse bisogno di nulla. Al diniego della signora, salutò di nuovo e
sparì tra la folla. Dalla stazione Gina Mussolini si avviò verso casa,
nei pressi di viale Mazzini, con il tram. Nella confusione, dovendo
146
fare attenzione sia alla bambina che ai bagagli, lasciò sul tram una
valigetta piccolissima, che conteneva non del denaro ma tuttavia
roba preziosissima per quei tempi: del burro e altri generi
alimentari per la bambina.
147
L’8 SETTEMBRE
La prospettiva di passare l’inverno alla Rocca delle Caminate
era poco piacevole, senza contare che con l’andar del tempo chissà
cosa poteva accadere. Per questo Gina Mussolini preferì tornare a
Roma e fece appena in tempo: pochi giorni dopo, con l’armistizio, la
situazione in Italia variò e non sarebbe stato più tanto facile fare il
viaggio dalla Rocca a Roma.
Ai soldati del genio che si erano accampati a villa Torlonia fin
dal giorno del tentativo da parte della folla di forzarne i cancelli, si
aggiunse in seguito, poco prima dell’8 settembre, un contingente di
unità leggere costituito da camionette armate di mitragliatrici e
formato quasi esclusivamente da figli di italiani all’estero. A
differenza dei soldati del genio, armati solo di vecchi fucili, questi
avevano in dotazione mitra, mitragliere, cannoncini anticarro,
bombe a mano e indossavano delle divise kaki funzionali. Fu
questo uno dei pochi contingenti di truppe che si batté contro i
tedeschi a San Paolo.
Erano
tutti
preoccupati
per
la
situazione,
anche
se
politicamente la vedevano in modo differente l’uno dall’altro. Molti
accusavano apertamente Mussolini, qualcuno lo difendeva. Un
soldato giovanissimo, pur ammettendo gli errori commessi dal
governo negli ultimi anni, se ne uscì con la frase: “Sì, sbagli ci sono
stati, ma qui –e indicò il cuore –c’è sempre Mussolini”. E un
compagno, senza dir niente, lo guardò con commiserazione.
Tra questi soldati c’era un libico, inconfondibile, dato il colore
della pelle. Passava il tempo per lo più “seduto” sulla punta dei
piedi.
Magro
e
snello,
un
po’
anziano,
gli
si
leggeva
la
preoccupazione sul volto. Non dava confidenza a nessuno e
nessuno gliene dava. Qualcuno dei soldati lo guardava sbirciando
come per dire: “Ora questo sta fresco!”
148
All’annuncio dell’armistizio questi soldati piazzarono una
mitragliatrice sul muro della villa che costeggia la via Nomentana.
L’arma, puntata nella direzione di Sant’Agnese, aveva un aspetto
minaccioso e preoccupava quanti la vedevano. Poi, al mattino del
9, partirono con le loro camionette. Si sentiva tuonare il cannone,
sempre più forte, man mano che le ore passavano. Un proiettile
sperduto fischiò alto al di sopra della villa andando a finire, senza
far danno, su una via poco lontana. Gli abitanti della villa, come
pure diversi soldati, si erano accostati al rifugio antiaereo, quello
non ancora ultimato. Certo, in caso di necessità non sarebbe
bastato per tutti, dato il numero dei soldati presenti nel parco.
Alla confusione e alla incertezza si accompagnarono le notizie
più disparate. A un certo punto un ufficiale annunciò che i
tedeschi stavano avanzando su via Nomentana da Porta Pia e gli
inglesi, sulla stessa via, dalla parte opposta. Non era affatto vero,
non ci si capiva più nulla.
I figli di italiani all’estero intanto tornavano dalla battaglia un
po’ alla volta, sulle loro camionette. Narravano di essersi trovati di
fronte al fuoco intenso dei tedeschi, facevano chiaramente capire
che la difesa non era stata affatto organizzata, qualcuno diceva di
aver sentito dei colpi sparati alle spalle, probabilmente da qualche
civile fedele al caduto governo, dalle finestre.
Man mano che tornavano si abbracciavano tra loro e
domandavano notizie dei compagni. Il tale forse era stato ferito, il
tal altro era probabilmente morto. Uno disse di aver tentato di
soccorrere un ufficiale, ma invano; dal naso gli usciva qualcosa di
bianchiccio, forse parti del cervello.
Il giorno seguente non c’erano quasi più soldati nella villa; fu
un fuggi fuggi generale. I militari cercavano vestiti borghesi e si
dileguavano come neve al sole, abbandonando le armi, bombe,
cannoncini, munizioni, perfino i mitra (benché di questi una gran
parte debbano averli portati via). Da principio iniziarono a
distruggere
l’armamento,
specialmente
149
le
bombe
a
mano.
Cominciarono a lanciarle e, se qualche bomba non esplodeva,
tentavano di centrarla con scariche di mitra, ma si stancarono
presto di questo gioco e a un certo punto lasciarono tutto lì,
comprese delle bombe lanciate ma non esplose.
Fu chiesto a un ufficiale come si poteva fare per eliminare le
bombe a mano inesplose. “Metteteci sopra, con prudenza, una
manciata di paglia e datele fuoco, la bomba esploderà”, rispose. Fu
fatto l’esperimento su una bomba che, trovandosi in un luogo
piuttosto frequentato, poteva rappresentare un pericolo. La paglia
bruciò tutta, ma la bomba non esplose affatto. Furono ripetuti i
tentativi tre o quattro volte, invano. Allora alla paglia furono
aggiunti vari rami di legno messi in modo da non pesare sulla
bomba. I rami bruciarono e la coprirono di brace ardente. In quelle
condizioni era ormai pericoloso avvicinarsi. Dopo qualche tempo,
però, con suo comodo, esplose.
In un paio di giorni i militari se ne andarono tutti, lasciando la
villa solitaria e tranquilla. Ma c’erano armi e materiale militare un
po’ dappertutto. Specie il garage, quello dove un tempo Torlonia
teneva la sua Dilambda, era pieno di munizioni di ogni tipo.
Nei giorni successivi le armi e le munizioni furono portate via.
Nonostante ciò, accadeva spesso, specie nei primi tempi, che si
trovassero, gettati nei prati o nascosti tra i cespugli, mitra e bombe
a mano. Il custode provvedeva dapprincipio in quei casi ad
avvertire la polizia perché prendesse in consegna le armi. Presto
però si accorse che la cosa era fastidiosissima. Infatti, per le
lungaggini burocratiche caratteristiche della nostra nazione, ad
ogni arma che si rintracciava doveva andare più volte in questura,
sottostare a interrogatori, firmare verbali. Era una inutile perdita di
tempo. Fortunatamente c’è un pozzo, a villa Torlonia, profondo
quindici o venti metri, sito al lato del Campo Chiuso. L’acqua, fatta
esaminare durante la guerra nell’eventualità che fosse stato
necessario farne uso, era risultata inquinata; tuttavia il pozzo non
richiedeva nessuna lungaggine burocratica per il recupero delle
150
armi trovate nella villa. Man mano che si rintracciavano, finivano,
con un bel volo, in acqua.
Passò qualche tempo, poi consolidata l’occupazione tedesca, si
presentò alla villa Vittorio Mussolini per presiedere allo sgombero
dei mobili e di tutti gli altri beni di proprietà dei Mussolini.
Sembrava che Vittorio avesse una gran fretta di portare a termine il
suo compito, fretta inspiegabile agli occhi di tutti. Tanto per tastare
il terreno, il custode che seguiva i lavori di sgombero, poiché tra la
mobilia delle abitazioni dei Mussolini vi erano dei mobili di
proprietà dei Torlonia, gli fece notare che non c’era proprio bisogno
di affrettarsi, dato che i Torlonia potevano ben attendere, non
avendo necessità immediata dei locali della villa. Con tutta
sincerità, Vittorio gli rispose: “Non è per i Torlonia che ho fretta,
ma per gli americani”.
Nel Palazzo dunque c’erano dei mobili di Torlonia, rimasti lì da
quando i Mussolini erano venuti ad abitarvi. Qualche pezzo era di
un certo valore, come una Madonna attribuita al Francia, nella
camera di Rachele Mussolini. Notevole anche un quadro del
Rivaroli rappresentante il Principe Giovanni Torlonia; c’erano
inoltre
lampadari
artistici,
divanetti,
credenzine,
tavolinetti,
qualche armadio, una grande scrivania e un quadro di Hébert in
pergamena, con cornice nera, a soggetto sacro.
Così si chiuse l’ultimo capitolo della storia di Mussolini a villa
Torlonia.
Mussolini e la moglie non dovevano mai più metter piede nella
villa, ma la stessa cosa non fu dei loro domestici che, appena fu
possibile, vi ritornarono più volte con la scusa di far visita ai vecchi
conoscenti, ma soprattutto perché ne sentivano la nostalgia. Così
si poté sapere dalla viva voce dei testimoni qualcosa dei fatti
drammatici che condussero poi all’epilogo di piazzale Loreto.
Qualcuno dei domestici non era più tornato, con l’avvento dei
tedeschi, al servizio dei Mussolini, ma altri sì. Tra questi la sua
cameriera personale.
151
Ormai Mussolini era alla mercé dei tedeschi. La moglie
passava il tempo come poteva e, come al solito, stava per delle ore
in cucina con le cameriere, o a cucire o stirare con loro. Il giorno
della morte di Ciano fu un giorno tristissimo per tutta la famiglia.
Quante cose non vere sono a tale proposito già passate alla storia,
compreso il fatto che Mussolini non avrebbe voluto salvarlo!
Poi, poco tempo prima della fine della guerra, i domestici
furono invitati a tornare a casa. Una donna però, che era già stata
al servizio di Gina Mussolini, rimase al suo posto fino agli
ultimissimi giorni, quando intorno a Mussolini non c’era più
nessuno.
Credete proprio che voglia per partito preso insistere sui buoni
rapporti tra i Mussolini e i loro dipendenti? Uno di essi, che per
anni era stato al loro servizio (benché non dipendesse direttamente
né da loro né dai Torlonia, ma da un ente pubblico) fu durante la
guerra
allontanato
e
destinato
ad
altro
compito
perché,
giustamente o no, fu sospettato di aver approfittato della sua
posizione. Quando ci fu il colpo di stato del 25 luglio, costui si
prese una bella sbornia dalla gioia. Raccontandolo, soleva dire: “lo
spirito (si riferiva a quello del sogno già narrato) aveva promesso a
Mussolini la gloria; perché poi lui volle avere anche la felicità,
andandosi a cercare le gioie dell’amore?” Per contro, debbo
segnalare la fedeltà della donna che ebbe in custodia, fin da
piccina, la figlia di Gina Mussolini, la quale rimase con la bambina
facendole da madre, anche dopo che la madre morì tragicamente
sul lago di Como. Raccontava che, essendo stata Gina Mussolini
invitata da alcuni ufficiali inglesi a fare una gita sul lago, lei stessa
aveva insistito perché vi andasse, sperando così che si distraesse
un po’ poiché, dalla morte di Bruno, la tristezza le era abituale, e le
aveva messo di sua mano uno scialle sulle spalle per preservarla
dal freddo. Da quella gita non doveva far più ritorno nessuno.
152
L’OCCUPAZIONE TEDESCA
Si sa che il periodo dell’occupazione tedesca fu piuttosto
penoso per la vita civile a Roma: mancavano i viveri, la luce, il gas,
i combustibili; perfino l’acqua non sempre arrivava nelle case e
bisognava far lunghe file alle fontanelle pubbliche. Inoltre c’era il
coprifuoco; in certi periodi al tramonto non si poteva girare più. Il
vantaggio
degli
abitanti
della
villa
era
che,
tenendosi
prudentemente lontani dal cancello principale di via Nomentana,
dal quale era possibile osservare l’interno di una parte del parco, si
poteva passeggiare tranquillamente anche nelle ore del coprifuoco.
Un altro vantaggio era dato dal fatto che gli alberi procuravano
legna in abbondanza per il riscaldamento.
I tedeschi trascurarono del tutto la villa. Solo di tanto in tanto
ne veniva qualcuno e chiedeva di visitare il parco, così come
avrebbe fatto qualsiasi pacifico turista. Naturalmente lo si lasciava
entrare e girare tranquillamente. Una volta venne un ufficiale,
basso, vivace nell’aspetto, e chiese, aiutandosi con un po’ d’italiano
e con un cattivo francese, di vedere l’abitazione di Mussolini. Fu
accontentato e lì, nell’interno, scattò diverse fotografie. Disse che
era destinato al fronte di Anzio. Già da qualche tempo a Roma si
sentiva il cannone tuonare da lontano, dopo lo sbarco degli alleati
sulla costa nettunense.
Pur avendo i Mussolini lasciato la villa, rimase qualche
strascico della loro presenza. Il primo a subirne le conseguenze fu
il custode. Un mattino, pochi giorni dopo che Vittorio Mussolini se
n’era andato portando con sé tutto ciò che gli apparteneva, venne
alla villa una camionetta con dentro alcuni componenti della P.A.I.,
cioè della polizia dell’Africa Italiana, ormai in servizio in Italia
perché l’Africa italiana non c’era più. Lo invitarono ad andare con
loro, il che il custode fece senza paura e senza il minimo sospetto,
153
poiché in quegli ultimi tempi, dalla caduta cioè del governo
fascista, aveva avuto spessissimo contatti con la questura,
soprattutto per ciò che riguardava i beni dei Mussolini nella villa,
prima che fossero portati via.
Da quel momento, e per una settimana, non se ne seppe più
nulla. I familiari del custode, aiutati anche da amici, iniziarono le
ricerche, coordinati in ciò dai dirigenti della stazione di pubblica
sicurezza del quartiere, dove il custode era ben conosciuto. La
stessa pubblica sicurezza però, pur tentando il possibile, avvertì
che, dati i tempi, poteva fare ben poco, e consigliò di recarsi
personalmente là dove era probabile che il custode fosse stato
condotto, prigioni e comandi vari. Ciò fu fatto nel modo più
scrupoloso. Era un compito affidato alle donne perché allora per gli
uomini era pericoloso girare per Roma; si rischiava di essere presi,
inquadrati nelle squadre di lavoro e mandati chissà dove. Su
consiglio della polizia italiana, le donne si recarono più volte nei
medesimi luoghi, poiché poteva darsi che il custode venisse
trasferito da un posto all’altro. Spesso andarono specialmente al
carcere di Regina Coeli e a Palazzo Braschi. In quest’ultimo posto
erano tenuti dei prigionieri politici, quelli arrestati dalla famigerata
“Banda Pollastrini”, conosciuta a quei tempi a Roma per la triste
fama e che Mussolini stesso fece sciogliere quando si accorse delle
sue malefatte.
Tutte le ricerche furono inutili; il custode non risultava
internato in nessuna prigione, né presso alcun comando militare o
di polizia.
Si sa che nei periodi di calamità, quando l’uomo non può più
con
la
forza
della
ragione
dominare
gli
eventi,
riaffiorano
dall’inconscio i valori irrazionali che già dominavano nei nostri
antichi avi. E’ questa l’epoca migliore per i cartomanti, gli indovini,
gli spiritisti e simili. La superstizione, quando la ragione non può
più nulla, prende il sopravvento.
154
Fin dai primi insuccessi nella loro opera di ricerca, qualcuno
dei familiari pensò di ricorrere agli “spiriti”. Si trattava di spiriti per
modo di dire, del semplice giochetto che si fa con un bicchierino
mosso dai presenti su un foglio nel quale sono tracciate le lettere
dell’alfabeto. Lo pseudo-spirito disse subito, senza tanti preamboli,
che il custode era tenuto prigioniero a Palazzo Braschi, che non gli
sarebbe accaduto nulla di male e che sarebbe ritornato di lì a
pochissimi giorni. Benché in seguito i familiari tornassero altre
volte a Palazzo Braschi e benché lì confermassero che il custode
non c’era, “lo spirito” continuava a dir sempre la stessa cosa. Era
veramente testardo.
Dopo circa una settimana, una notte, il custode tornò a casa.
Era stato liberato e aveva dovuto fare la strada a piedi, perché
l’autobus non c’era. Era stato condotto, appena arrestato, a
Palazzo Braschi e lì era rimasto fino alla sua liberazione. Era però
accaduto che colui il quale aveva l’incarico di tenere la lista dei
detenuti non aveva segnato il suo nome, poiché gli avevano detto
trattarsi di un prigioniero che sarebbe stato lì pochissimo tempo.
Benché
i
suoi
compagni
di
cella
riportassero
i
segni
dei
maltrattamenti subiti, a lui non avevano torto un capello.
Che cosa era avvenuto? Qual era il motivo dell’arresto?
Sembra che il custode, appena la villa fu libera, oltre che dai
Mussolini, anche dai loro mobili, se ne fosse uscito, con persone in
presenza delle quali sarebbe stato meglio tacere, con una frase che
suonava press’a poco: “Finalmente siamo liberi!” La frase, giunta
ad orecchie indiscrete, aveva portato al suo arresto “per opportuni
chiarimenti”.
Tanto per chiudere con l’argomento del custode, questi,
nell’interrogatorio sostenuto prima di essere liberato, forse facendo
tesoro dell’esperienza avuta quando, in tempi lontani, era stato
guardia di città, se la cavò abbastanza bene: non negò di aver detto
“finalmente siamo liberi”, ma sostenne di essersi riferito con quelle
parole non ai Mussolini, dai quali aveva ricevuto sempre del bene
155
(e anche questo era vero) ma al servizio d’ordine posto intorno a
Mussolini stesso, che rendeva la vita dentro la villa una vera
schiavitù a causa della sorveglianza e dei continui controlli.
Durante l’occupazione dei tedeschi i Torlonia offrirono a dei
loro contadini residenti in terreni vicino a Roma, nei pressi cioè
dell’aeroporto di Ciampino, di rifugiarsi nella villa. Vennero con le
loro masserizie e il bestiame, asini, buoi, cavalli, e presero alloggio
nel teatro e nell’ampia costruzione delle scuderie. Di tanto in tanto
tornavano ai campi, per rientrare poi alla sera alla villa. Partivano
con i carri tirati dai buoi, e qualche volta accadeva purtroppo che
tornavano senza i loro animali. Cosa era accaduto? “I tedeschi –
dicevano – ci hanno fermati e ci hanno sequestrato i buoi”. Poi si
ritiravano silenziosi, quasi volessero nascondere il loro dolore.
Un giorno accadde che il cavallo di uno dei contadini si
ammalò. Per alcuni giorni la bestia gironzolò per il parco, senza
meta,
respirando
affannosamente.
Quando
chiamarono
il
veterinario era ormai troppo tardi. Il proprietario del cavallo si
diede a una vera e propria scena di disperazione, aiutato dalla
famiglia e da altri contadini. Chiese invano al veterinario di poter
vendere la carne dell’animale. Questi, e certo aveva le sue buone
ragioni, fu insensibile alle preghiere e alla disperazione del
contadino e dispose che la bestia fosse o sepolta sul posto, o data
al giardino zoologico.
Il forte contrasto fra l’indifferenza mostrata dai contadini nei
numerosi casi di sequestro dei buoi da parte dei tedeschi,
interpretata dai più sotto la forma di dolore silenzioso e dignitoso, e
le scene di vivo dispiacere manifestate apertamente alla morte del
cavallo, ha un motivo più che giustificato: i contadini erano
mezzadri e i buoi erano metà loro e metà di Torlonia. Al prezzo che
aveva la carne a quei tempi,
era possibile ricavare una bella
somma da un bue di cui si aveva solo metà della proprietà, ma dal
quale si percepiva tutto il prezzo di vendita. Tanto la colpa era dei
tedeschi!
156
In ogni caso la presenza dei contadini fu utile per coloro che
erano rimasti nella villa: era facile avere dei prodotti alimentari.
Inoltre i Torlonia ordinavano di tanto in tanto di macellare qualche
capo di bestiame, per l’alimentazione di tutti.
Gente che abitava nei pressi della villa veniva di frequente a
comperare dai campagnoli qualcosa, per lo più uova e latte. Un
giorno si presentò un signore dicendo di aver saputo che i
contadini vendevano della vitella. Non voleva affatto credere che la
notizia era falsa poiché, diceva lui, un suo vicino di casa l’aveva
comprata il giorno precedente, a un prezzo piuttosto modico, per i
tempi. Alla fine fu chiarito il mistero: qualche giorno prima era
stato ucciso un somaro ed era stato venduto come vitella!
Fu quello un periodo interessante da ricordare, ma molto
agitato, specie perché, se nella villa in sostanza si stava
abbastanza bene e non mancava nulla, eccetto la luce (alla quale si
suppliva con candele e vecchi lumi a petrolio), non si sapeva come
sarebbe andata a finire. In previsione di ciò qualcuno aveva anche
provveduto a nascondere sotto terra qualche oggetto di valore e
perfino dei generi alimentari in scatola e delle bottiglie di olio e di
vino. Inoltre c’era il pericolo dei bombardamenti. Ce ne fu uno
vicinissimo alla villa, proprio sulla via Nomentana, nel marzo 1944,
al mattino. A circa duecento metri dal cancello d’ingresso di via
Nomentana, all’altezza di via Bosio, delle palazzine furono centrate
in pieno e distrutte. Lì vicino, sulla via, era stata aperta una
fontanella poiché, come ho già detto, l’acqua mancava nelle case.
Gli aerei arrivarono un po’ di sorpresa; inoltre la gente non
pensava che gli alleati bombardassero Roma, benché avessero
minacciato di farlo se i tedeschi non fossero usciti dalla città. Le
bombe colpirono in pieno il folto numero di persone che stavano
facendo la fila per attingere acqua. Mentre gli aerei sganciavano le
bombe,
la
contraerea
tedesca
sparava
loro
addosso.
Nella
confusione si poteva distinguere nettamente lo scoppio delle
granate antiaeree, secco, metallico, da quello delle bombe, più
157
sordo, e la cui esplosione faceva tremare la terra, sempre di più
man mano che le bombe si avvicinavano alla villa (e tutto ciò nel
giro di poche secondi). Poi un gran fumo bianco con il caratteristico
odore di esplosivo. E lì, sul posto, cadaveri mutilati e seminudi,
(poiché le bombe hanno una speciale abilità nello spogliare la
gente, ciò che i registi dei film di guerra non sanno o fingono di
ignorare, per ovvi motivi di pudore) feriti che si lamentavano, le
braccia di un bambino che stringevano ancora convulsamente le
barre di un cancelletto abbattuto, ma il corpo era sotto le macerie,
il bianco tubo di una trachea con un polmone quasi intero, mentre
del suo proprietario o proprietaria non c’erano tracce. Poi gente che
piangeva, o persone che si correvano incontro abbracciandosi in
lacrime, perché avevano temuto che l’una o l’altra fosse rimasta
morta sotto il bombardamento. Per qualche tempo, nei giorni
seguenti, il puzzo dei cadaveri sotto le macerie ammorbò l’aria. Si
sentiva fin dentro la villa.
Ancora pochi giorni dopo, altre bombe caddero nei pressi del
parco, verso il lato di via Spallanzani, vicino a piazza Galeno.
Anche questa volta gli aerei vennero di giorno e vi furono morti e
feriti. La voragine di una bomba, avendo leso un grosso tubo, si era
empita d’acqua e in questa galleggiavano un paio di scarpe da
donna, mute testimoni di un dramma della guerra.
Qualche altra volta le cose assumevano un aspetto meno
tragico, non perché non fossero gravi, ma semplicemente perché
erano viste un po’ da lontano. Regolarmente, per alcuni giorni, si
poté vedere dalla villa una squadriglia di aerei alleati che
scendevano
in
picchiata
contro
un
obiettivo
nascosto
allo
spettatore, certo nei pressi dell’aeroporto dell’Urbe, sulla via
Salaria. Contemporaneamente le batterie tedesche sparavano sugli
aerei che, compiuta la picchiata, tornavano ad innalzarsi ad alta
quota.
Un giorno poi si udì il rombo di alcuni aerei, fortissimo, e il
rosario delle mitragliatrici. Si trattava di un duello aereo tra un
158
caccia tedesco e due o tre caccia alleati. Fu rapidissimo, come tutti
i duelli aerei, e Dio sa quale ne fu l’esito. Vi fu un fuggi fuggi
generale, ma tutto finì prima che si facesse in tempo a giungere al
rifugio.
Intanto venne la primavera e, con il bel tempo, si sentì
tuonare sempre più frequente e vicino il cannone. Gli alleati, da
Anzio, si muovevano verso Roma.
Una mattina, all’alba, all’improvviso centinaia di cannoni
cominciarono a tuonare tutti insieme. Dalla villa si sentiva come
un lontano brontolio di tuono che non cessava mai. Durò così fino
al tramonto e poi tacque di colpo. Era l’inizio dell’avanzata su
Roma.
159
GLI ALLEATI
Due notti precedenti la venuta degli alleati ci fu un gran
traffico per la via Nomentana, fino all’alba.
Camion, automobili,
mezzi blindati, perfino carretti trainati da cavalli. Erano i tedeschi
che abbandonavano la zona. Ci si aspettava l’arrivo degli alleati da
un momento all’altro, ma la giornata trascorse senza che avvenisse
nulla. Al tramonto passò per la via una pattuglia di tedeschi a
piedi, l’ultima.
Al mattino comparvero gli alleati nella via Nomentana,
dapprima gli americani; enormi carri armati avanzavano a passo
d’uomo, seguiti ognuno da due file di soldati, silenziosi, con le armi
in pugno. La gente li guardava un po’ meravigliata, poiché tutti si
erano accorti che a Roma non c’erano più tedeschi, meno che loro.
Del resto questa situazione durò poco. I soldati americani
prestissimo cambiarono modo di fare e fraternizzarono con i civili.
Qualche ora dopo Roma era piena di soldati americani,
inglesi, francesi, e di varie altre razze, su carri armati, camion,
camionette, su migliaia di veicoli.
A un giovane che li salutava
portando al braccio un bell’orologio, un soldato fece finta di
volerglielo togliere e aggiunse poi in uno stentato italiano: “I
tedeschi avrebbero fatto così, non è vero?” “Certamente” rispose il
giovane. Ma non era affatto vero. I tedeschi, come tutti i popoli
cosiddetti civili, commettevano cattive azioni solo quando glielo
ordinavano i capi, il che rende le cattive azioni più cattive.
L’episodio però mostra quanto può la propaganda sul modo di
pensare della gente. Proprio a proposito dei tedeschi, si raccontava
a Roma, prima che cadesse il governo Mussolini, che un giorno due
soldati
tedeschi
fossero
stati
sorpresi
in
flagrante
mentre
derubavano una signora. Accostatosi un loro ufficiale e resosi
160
conto dell’accaduto, li avrebbe fatti subito fuori con la sua pistola
(ma forse anche questa era propaganda).
Non mancò chi, pur non avendo precedenti politici, fu
preoccupato all’avvicinarsi degli alleati. Si parlava di azioni
detestabili commesse sui civili. O fosse l’eco delle violenze
commesse
altrove
dei
marocchini,
o
fosse
anche
questa
propaganda, in ogni caso i fatti smentirono completamente queste
voci. Si sentì dire i primi giorni, è vero, di gente prelevata e fucilata
alla chetichella, forse spie, ma, se casi del genere ci furono, certo
furono pochi e isolati.
La mattina stessa gli alleati si presentarono a villa Torlonia.
Qui, davanti al cancello d’ingresso di via Nomentana, vi fu, per
caso, l’ultima resistenza simbolica, completamente inconscia, alla
loro presa di possesso. Insieme a un gruppo di soldati, calmi e
educati, guidati da un italiano in borghese che fungeva da
interprete ed era, al contrario, tutto eccitato e pieno di sé, c’era in
effetti un nutrito gruppo di civili che volevano entrare anche loro. Il
custode non aprì il cancello fino a che l’interprete non assicurò che
i civili non sarebbero entrati, data la possibilità che si sarebbero
dati ad atti di vandalismo.
Le truppe americane si piazzarono nelle diverse abitazioni
della villa. Prendevano confidenza con tutti, erano carichi di ogni
ben di Dio, cioccolate, sigarette, biscotti, scatolame, e davano
generosamente.
Fu questa l’epoca dello “sfilatino Bianco”. Infatti il poco pane
nero che veniva distribuito a Roma durante l’epoca di occupazione
tedesca, fu sostituito da begli sfilatini fatti con farina bianchissima.
La cosa, però, durò poco, perché lo sfilatino si trasferì a nord,
seguendo le truppe nella loro avanzata.
Tra i soldati americani vi era un capitano di origine italiana,
grasso, calmo, quasi sempre con un grosso sigaro in bocca. C’era
molta confidenza tra ufficiali e soldati, forse troppa per il nostro
modo di vedere di allora. Proprio a quel capitano un giorno un
161
soldato, anche lui di origine italiana, rivolse la parola chiedendogli
un lungo permesso per andare a trovare dei parenti. Credete che lo
facesse nel modo più rispettoso possibile, dato che quel permesso
rappresentava qualcosa di eccezionale? L’ufficiale era in piedi, il
soldato seduto su uno scalino. Alle eccezioni che gli muoveva
l’ufficiale, egli ribatteva con le sue argomentazioni guardandolo,
data la sua posizione, dal basso in alto. Passò qualche tempo
prima che riuscisse a capire che una parte delle difficoltà che
incontrava nell’ottenere il permesso era dovuto al modo scorretto di
chiederlo. Allora, lentamente, sempre parlando, si alzò in piedi.
Tra i soldati ogni tanto si vedeva circolare qualche donna
italiana, venuta a tener loro compagnia. Era di quei giorni la
canzoncina: “Se giri tutta Roma non trovi una puttana, le ha
requisite tutte l’armata americana”.
Gli americani del resto le pagavano bene, davano cibo, stecche
di sigarette e soldi, le amlire, la carta moneta di occupazione.
Gli americani però non stettero lungo tempo nella villa. La
zona doveva essere a disposizione degli inglesi, perciò se ne
andarono e vennero i loro alleati. Insieme portarono dei soldati
indiani e qualche negro.
Gli inglesi erano molto più poveri degli americani e, per
conseguenza, oltre che per carattere, non erano affatto generosi
con i civili. Era già tanto se ti offrivano qualche sigaretta.
Sembrava che vivessero di tè. Al posto di guardia che prestava
servizio all’ingresso di via Nomentana, più volte al giorno veniva
l’addetto alle cucine, con la brocca di alluminio contenente la nota
bevanda.
I soldati inglesi avevano per gli ufficiali lo stesso rispetto dei
tedeschi per i loro. Al principio non davano molta confidenza agli
abitanti della villa, ma poi le cose migliorarono un po’. Tuttavia gli
ufficiali vivevano nel loro regno; non davano fastidi e non ne
volevano. L’unica eccezione fu quella di un capitano australiano, il
quale soggiornò nella villa solo pochissimi giorni, che con aria
162
arrogante annunciò, in un misto di italiano, francese e inglese, che
gli abitanti della villa dovevano stare al servizio della sua truppa.
Ma le sue furono solo vane parole, naturalmente.
I soldati che prestavano servizio all’ingresso della villa erano
nella vita civile gente semplice, per lo più operai che lavoravano
nelle fabbriche. Uno solo, un caporale, piuttosto anziano si
differenziava dagli altri per la cultura e per il modo di comportarsi.
Si chiamava Mr. Whyte (“Whyte – diceva – proprio come White,
bianco, ma con la i greca”); nella vita civile prestava la sua opera
presso una compagnia di assicurazioni. Conosceva molto bene il
francese perché, prima della guerra, andava spesso a passare dei
periodi di vacanza in Francia. Da quando era sbarcato in Italia
aveva cercato di imparare l’italiano e lo parlava e capiva
abbastanza, per un inglese (si sa che gli inglesi sono duri ad
apprendere le lingue) e cercava di impararlo sempre meglio.
Era amante della musica, alla quale era stato educato fin da
bambino. Ci trovavamo insomma di fronte a un individuo di buona
famiglia, tanto che gli altri soldati lo tenevano un po’ in disparte. In
compenso, specie per merito della sua conoscenza delle lingue,
accompagnava spesso gli ufficiali, con i quali aveva una confidenza
malamente celata dalla posizione di attenti e dal saluto in cui si
irrigidiva quando lo cercavano.
Il contingente di soldati indiani che, insieme a quello inglese,
risiedeva nella villa fu fatto naturalmente alloggiare non nelle case
padronali, ma nel vasto fabbricato delle scuderie, dove un tempo
viveva il custode che dal 1943 si era invece trasferito nella casetta
destinata al portiere posta proprio all’angolo tra la via Nomentana e
la via Alessandro Torlonia.
Di questi soldati solo qualcuno sapeva l’inglese, tanto poco da
essere difficile farsi capire. Gli ufficiali invece parlavano un inglese
abbastanza corretto, anzi questo era requisito indispensabile per
essere ufficiali.
163
Tra i soldati c’era un Sik, uno di quei terribili guerrieri indiani
resi familiari alla gioventù di allora dai libri di avventure di Salgari,
oggi passati di moda. Era forse l’unico a portare il classico turbante
indiano,
che
si
avvolgeva
intorno
al
capo
con
maestria,
accumulando sulla testa i lunghi capelli. Aveva un bel viso,
dall’aspetto quasi effemminato. Era tenuto un po’ in disparte dagli
altri indiani proprio perché i Sik erano famosi guerrieri e quindi
portato a usare le armi in caso di litigio. Parlava un po’ d’inglese e
si accostava ai civili per vendere oggetti vari, come scarpe o capi di
vestiario, che otteneva chissà come.
Alcuni di questi soldati, originari delle regioni settentrionali
dell’India, erano di pelle abbastanza chiara, tanto che si potevano
confondere con i nostri siciliani.
Altri, delle regioni centrali e meridionali, erano più scuri. Tra
questi c’era Jemadar Kushal Shing, un ufficiale alto e magro
(“Jemadar” vuol dire ufficiale) dai lineamenti duri, la pelle scura,
ma dai modi cortesi.
Una sera avvenne che dei soldati inglesi, probabilmente sotto
l’effetto dell’alcool, presero a pugni i loro commilitoni indiani,
proprio nei pressi del cancello della villa. Di statura inferiore a
quella degli inglesi, gli indiani ne presero di santa ragione. La
reazione fu immediata: gli indiani corsero come il vento a prendere
le armi e tornarono al cancello, insieme ad altri compagni, armati
di spade, coltelli e pugnali. Gli inglesi, prudentemente, già se
l’erano data a gambe.
Per due o tre giorni vi fu il timore di gravi incidenti. Gli inglesi
passavano per il cancello il più rapidamente possibile, a testa
bassa, dando uno sguardo al corpo di guardia per assicurarsi che
fosse efficiente.
Jemadar Kushal Shing stette per un paio di
pomeriggi, nelle ore di libera uscita, dritto, fermo come una statua,
con la schiena appoggiata al cancello e con in mano un’enorme
frusta di cuoio, di quelle che si vedono nei film di avventure. “I am
an officer”, “Io sono un ufficiale – diceva a chi voleva ascoltarlo – gli
164
inglesi non oseranno toccarmi”: infatti nessuno lo toccò, e chi
avrebbe osato? Si capisce che Mr. Whyte riprovò apertamente il
gesto dei suoi compagni. “Questi indiani sono venuti per aiutarci –
diceva –e non c’è motivo di maltrattarli”.
I soldati di colore erano pulitissimi. Facevano il bagno tutti i
giorni, usando le fontane della lavanderia dove un tempo si
lavavano i panni prima dei Torlonia, poi dei Mussolini, posta nei
pressi delle scuderie. Usavano l’acqua fredda, senza badare alla
stagione.
Nonostante
ciò
noi
bianchi,
accostandoci
a
loro,
sentivamo sempre un odore di “selvatico”. Essi poi ci confessavano
che, vicino al bianco, sentivano odore di putrido. Come si vede è
tutta questione di nasi.
Tra gli indiani c’era un cattolico, il quale lo si poteva vedere
spesso con un rosario in mano. In una mano però gli mancava
qualche dito: era stato ferito in Africa. Raccontava, con un misto di
italiano e di inglese, che gli era scoppiata addosso una bomba
mentre teneva il rosario in mano e l’esplosione gli aveva fatto
saltare le dita sulle quali il rosario non poggiava. Un miracolo,
secondo lui, ma qualcuno degli ascoltatori faceva poi notare che
era stato ferito l’unico soldato indiano di religione cattolica, mentre
quelli di altre religioni erano incolumi.
Insieme alle truppe di occupazione inglesi vi furono nella villa
anche degli italiani, al loro servizio, per lo più sistemati nel
giardino d’inverno che circonda il teatro. Gli italiani furono degni
della loro fama: si portarono via cioè, a poco a poco, tutto quello
che era asportabile: materiali metallici, a quei tempi preziosi, come
i rivestimenti di piombo dei tetti, pezzi di rame e ghisa, e perfino
lastre e colonnine di marmo.
Vi furono anche dei fatti curiosi in proposito: un giorno nella
casa del custode, all’angolo tra via Nomentana e via Alessandro
Torlonia, ci si accorse che mancava la corrente elettrica; cosa era
accaduto? Erano stati rubati diversi metri del filo di piombo che,
165
correndo lungo il muro di cinta di via Alessandro Torlonia, dalla
parte interna, portava la corrente a casa.
Lungo il muro del Cocchio, praticamente di lato al rifugio
antiaereo, esiste una lunga e stretta galleria, nella quale si accede
attraverso una botola nascosta dalla ghiaia. Un tempo un segno
sul muro, ora cancellato, indicava il punto dove si apriva la botola.
Evidentemente, con l’afflusso degli automezzi, nel periodo di
occupazione da parte degli alleati, la ghiaia aveva lasciato apparire
la botola e qualcuno si era tolta la curiosità di vedere che c’era
sotto. Non c’era nulla, eccetto ragni e insetti vari e un grosso, lungo
tubo di piombo che serviva di scarico per le acque. Il tubo, avendo
il difetto di essere di piombo, fu coscienziosamente tagliato e
asportato e l’acqua di scarico continuò a scorrere, ma sul
pavimento della galleria.
La cattiva fama degli italiani era nota agli inglesi, i quali
stavano un po’ sul chi vive nei nostri riguardi, mostrando
apertamente la loro diffidenza. Del resto i furti continuarono anche
dopo che se ne erano andati. Dal muro di cinta, ormai non più
guardato dalla polizia, entravano spesso ragazzi e anche persone
grandi, qualche volta per fare solo una passeggiata o per prendere
qualche canna di bambù, qualche altra volta per rubacchiare
quello che c’era rimasto, non importa se fosse appartenuto ai
Torlonia o si trattasse di roba abbandonata sul posto dagli alleati.
La vigilanza dei custodi, la messa in opera di filo spinato nei punti
della cinta che si prestavano di più a essere violati e perfino la
presenza di cani non giovarono quasi a nulla. La gente sapeva che
quella era la villa di Mussolini, non di Torlonia, e non ne rispettava
la proprietà. Ma qualche volta questi fatti incresciosi erano anche
conseguenza di miseria e necessità: durante l’inverno, alle volte
della gente entrava nel parco per portarsi via un po’ di legna, a quei
tempi
preziosa
per
la
mancanza
di
combustibile
per
il
riscaldamento. Altre volte dei ragazzini entravano per solo spirito
d’avventura, per gioco o per curiosità.
166
In quanto agli inglesi, non si mostrarono avidi di nulla, anzi
portarono
vari
mobili
usati
che,
essendo
di
stile
antico,
probabilmente avevano preso da abitazioni fatte oggetto di
sequestro, e li lasciarono poi sul posto quando se ne andarono,
soprattutto tavolini, di cui facevano uso per le loro mense. In
compenso contribuirono a spogliare la villa dei suoi alberi.
La storia degli alberi di villa Torlonia merita due righe a parte.
Fitta di boschetti, così come la volle il Principe Giovanni Torlonia, e
adorna di alberi secolari, alla morte del principe già si cominciò a
far cambiare aspetto al parco. La folta verdura che ammantava il
Villino delle Civette fu eliminata, lasciandolo così tutto nudo come
è ancora adesso. Inoltre, durante il periodo della potatura annuale,
si cominciarono a tagliare quelle piante che, per un motivo o per
l’altro, erano considerate troppo ingombranti e che fino ad allora
erano state rispettate solo per il volere del proprietario.
Con la venuta della guerra fu necessario avere una maggiore
quantità di legna per il riscaldamento delle abitazioni, padronali o
no, allo scopo di evitare l’uso del carbone, raro in Italia. Il Principe
Giovanni Torlonia usava il carbone per il Villino delle Civette e così
pure, prima della guerra, i Mussolini.
Anche gli inglesi, venuti alla villa, iniziarono a tagliare gli
alberi per i propri bisogni di combustibile, a cominciare dai più
grossi. I Torlonia allora, per evitare il danno che ne sarebbe
derivato al parco, offrirono agli inglesi di procurare essi stessi la
legna di cui avessero avuto bisogno, prendendola dalle loro
campagne, a condizione però che provvedessero ad andarsela a
caricare con mezzi loro, poiché a quei tempi non si trovavano né
autocarri né benzina per il trasporto. Gli inglesi rifiutarono l’offerta,
ma nello stesso tempo cessarono di tagliare gli alberi.
Tuttavia, anche dopo la partenza degli alleati, la situazione
delle povere piante della villa non migliorò di molto. Balenò infatti
la speranza che fosse possibile lottizzare ai fini della costruzione di
villini una parte del parco, e precisamente quella che, dalle spalle
167
del teatro, giungeva fina alla via Siracusa, dilungandosi poi da un
lato fino a via Lazzaro Spallanzani, dall’altro fino a via di Villa
Massimo. Si era al principio dell’epoca delle speculazioni edilizie, e
ciò non deve meravigliare. Perciò, durante il periodo della potatura
stagionale si calcò un po’ la mano nel potare le piante di quella
zona. Di ciò ne parlarono anche i giornali, forse esagerando la cosa,
anche perché la lottizzazione non avvenne più.
La natura, per ultima, ci ha messo anch’essa un po’ lo
zampino: alcuni degli alberi più belli, specialmente cedri del
Libano, si sono seccati, per vecchiaia, è vero, se non vogliamo
accusare l’inquinamento, lasciando enormi vuoti là dove c’era la
loro fitta ombra.
D’altra parte, negli ultimi anni, la natura stessa si è presa, in
parte, la sua rivincita: abbandonata per lungo tempo a se stessa, la
villa ha provveduto da sé a coprire di folte zone boscose degli spazi
che un tempo erano prati. La parte che si estende dal Villino delle
Civette e arriva quasi alla Casa degli Spiriti, a ridosso del muro di
cinta che serve di confine con le vicine suore e con alcuni palazzi
prospicienti via di Villa Torlonia, un tempo era un orto che aveva il
nome di “Scaloni” perché i riquadri coltivati, essendo il terreno
leggermente in pendio ed essendo uno più basso dell’altro, quasi
come le coltivazioni a terrazzo, davano l’idea di grossi scalini.
Quell’orto serviva, sia pure in piccola parte, a fornire le verdure per
la mensa del Principe Torlonia. Da un lato aveva un gruppo di
piante di castagno, ancora esistente, e qualche altro albero sparso
qua e là. Ora il tutto è un fitto bosco quasi impenetrabile; la stessa
cosa è avvenuta, in misura minore, in altre parti, per esempio a
fianco del galoppatoio, tra questo e il Villino Rosso, dove però già
esistevano un tempo, oltre a un bel boschetto di bambù con un
grazioso laghetto artificiale in mezzo, dei fittissimi boschetti di
lauri. Anzi, vicino al lago, c’era un riquadro, circondato di alberi,
caratteristico per l’aspetto e per…. Il profumo. Era infatti coltivato
a mughetti. Il posto era proprio chiamato “I Mughetti”; vi si
168
coltivavano, però, anche delle viole; tutto questo quando il Principe
Giovanni era ancora in vita.
Tornando ai tempi della occupazione della villa, anche in quel
periodo non mancò qualche episodio increscioso. Nei primi giorni
dell’occupazione, si videro sulla via Nomentana, e in parte
entrarono anche nella villa, dei soldati dalla faccia gialla – si disse
che erano indocinesi – e dal berretto verde che, nel giro di pochi
minuti, tolsero denaro e oggetti preziosi al alcuni civili. Avere per
vicini gente del genere non sarebbe certo stato simpatico.
Fortunatamente il loro comportamento destò la preoccupazione
delle
autorità
militari
e
furono
subito
spediti
per
ignota
destinazione.
Una sera d’estate un soldato sudamericano al servizio degli
inglesi, che parlava abbastanza bene la loro lingua, si presentò alla
porta di casa del custode, dove uno dei suoi figli stava a prendere
una boccata di aria fresca, e chiese di entrare. Il custode aveva in
casa la moglie e una figlia nubile. Il figlio del custode, conoscendo
l’inglese, gli fece notare che era poco opportuno entrare in una
casa privata di notte dove c’erano delle donne. Il soldato non
insistette, ma rimase lì, fermo e muto, forse indeciso sul da farsi,
mentre il giovane lo osservava con noncuranza, appoggiato allo
stipite della porta di casa, con il braccio sinistro penzoloni lungo il
fianco e il destro sprofondato nella tasca dei pantaloni dove, da
buon italiano, teneva un affilato coltello. Poi il soldato se ne andò
con un secco “good night”. L’indomani la cosa fu riferita a un
interprete che era al servizio degli inglesi, un italiano che veniva
ogni giorno a prestar servizio alla villa. L’ufficiale inglese a cui
l’interprete raccontò l’episodio chiese soltanto se la persona che
glielo
aveva
riportato
meritava
fiducia,
ed
ebbe
risposta
affermativa. Nella mattinata stessa fu visto il soldato sudamericano
uscire dal cancello di via Nomentana con lo zaino sulle spalle e la
sua valigetta di legno (ne erano dotati gli inglesi) simile a una
cassetta, in mano. era stato trasferito immediatamente ad altro
169
reparto, senza spiegargliene il motivo, senza svolgere alcuna
indagine, e ciò va, se ce ne fosse bisogno, a vanto della serietà degli
inglesi.
Poi, i primi di agosto del 1947, gli inglesi se ne andarono e la
villa, già liberata nel 1943 dalla presenza dei Mussolini e del
pesante servizio di sicurezza che, loro malgrado, avevano portato
con sé, fu libera anche delle truppe alleate.
170
PER FINIRE
Non ditemi che villa Torlonia era piena di spiriti, anche perché
l’episodio che sto per narrarvi forse non ha nulla di….. spiritico.
Inoltre, chissà, un tempo simili avvenimenti erano più numerosi, o
forse l’ignoranza della gente, io compreso, li rendeva tali.
Ho narrato come Mussolini amasse passare qualche ora del
pomeriggio all’ombra della pianta di fichi che sorgeva nel retro del
Palazzo, proprio sotto la stanza da letto della moglie.
Gli alleati avevano lasciato la villa da pochi giorni quando un
pomeriggio un giovane, nelle ore più calde della giornata (ricordo
che era il mese di agosto) girando per il parco, imboccò l’ingresso
del rifugio antiaereo, quello rimasto incompiuto, e precisamente
l’ingresso che era nei pressi della strada del Presidente. Il rifugio,
data la stagione, era molto fresco. In fondo un’apertura, ancora
senza porta, comunicava con le cantine del palazzo. Il giovane si
aggirò un po’ per le cantine e poi si fermò proprio là dove, davanti a
lui ma al di sopra della sua testa, si trovava la pianta di fichi.
Dall’esterno, per mezzo di strette feritoie, entrava un po’ di luce.
Per qualche tempo il silenzio fu assoluto, poi udì il fruscio delle
foglie dell’albero, forse mosse dal vento. A poco a poco questo
fruscio si fece più forte e fu accompagnato dallo scricchiolio
caratteristico di rametti rotti. “Forse – pensò il giovane – qualche
uccello sta svolazzando fra i rami, o qualcuno sta tentando di
cogliere i primi fichi maturi”. Quasi a conferma di quest’ultimo
pensiero, udì poco dopo un passo lento sulla ghiaia del piazzale
antistante, come di un uomo piuttosto pesante che passeggiasse su
e giù.
Pur attraversandogli la mente il fatto che proprio a quell’ora
Mussolini era solito riposare e passeggiare lì, credette più logico
che si trattasse di un vero e proprio essere vivente. Rapidamente e
171
silenziosamente, allora, tornò sui suoi passi, uscì dal rifugio per la
stessa porta dalla quale era entrato e si diresse alla volta della
pianta di fichi, per sorprendere sul fatto la strana persona che, a
quell’ora, passeggiava al caldo sole di agosto anziché starsene a
schiacciare un pisolino. Sotto la pianta non c’era nessuno. Girò a
lungo nei dintorni, nell’ipotesi che la misteriosa persona si fosse
allontanata. A quei tempi la villa era abitata, oltre che dalla
famiglia del custode, dai due giardinieri, moglie e marito, di cui ho
già parlato. Era inverosimile che qualcuna di quelle persone
venisse a passeggiare lì, era contro le loro abitudini.
Il giorno seguente, press’a poco alla stessa ora, il giovane
tornò a piazzarsi ai piedi dell’albero, nelle cantine del Palazzo, e lì
attese un po’. Il silenzio questa volta era veramente assoluto, e
stava per andarsene quando sentì il fruscio delle foglie, poi sentì il
rumore dei rami spezzati, poi i passi lenti sulla ghiaia del piazzale.
Come il giorno precedente, rapidamente ma senza far rumore, egli
uscì dal rifugio e si apprestò a sorprendere sul fatto la persona che,
come lui, aveva tanta voglia di passeggiare a quell’ora sotto il sole.
Non trovò nessuno. Batté anche questa volta con accuratezza i
dintorni ma non incontrò essere vivente.
A prescindere dal suo interesse per fenomeni spiritici, ce n’era
abbastanza per far pensare al giovane di trovarsi di fronte a un
fatto cosiddetto “paranormale”. Ci voleva però la prova, bisognava
almeno “vedere” la figura dello strano personaggio. Perciò il terzo
giorno tornò sul posto. Anche questa volta, dopo un breve periodo
di silenzio, cominciò il fruscio delle foglie, lo spezzare violento dei
rametti, si udirono i passi misteriosi. A differenza delle altre volte,
però, al rumore dei primi passi, il giovane, sfilatesi con rapido
movimento le scarpe per poter correre senza farsi sentire, si
precipitò attraverso l’apertura di comunicazione tra le cantine e il
rifugio, poi, anziché dirigersi verso l’uscita aperta dal lato della
strada del Presidente, si arrampicò di corsa sulla scaletta a
chiocciola, l’uscita di sicurezza, che sboccava proprio a poche
172
decine di metri dalla pianta di fichi. Uscì dal pozzo della scaletta
con le scarpe in mano e poté così dare un primo sguardo al
piazzale e alla pianta prima ancora di rimettersele. Non c’era
nessuno, assolutamente nessuno. Fece il solito giro di ispezione
per il parco: nessuno.
Decise di tornare sul posto per la quarta volta. Non aveva
raccontato a nessuno il fatto; per anni non lo raccontò ad alcuno.
La mattina seguente, però, venne una squadra di operai al Palazzo
e il primo lavoro che fecero fu quello di chiudere con un robusto
tavolato il passaggio tra il rifugio e le cantine. Quando, dopo
qualche giorno, andati via gli operai, il giovane tornò al rifugio per
vedere se la chiusura fosse stata tale da resistere ai suoi tentativi,
vide che gli era impossibile passare. Da allora non poté mai più
scendere nelle cantine.
173
BIBLIOGRAFIA
Giuseppe CHECCHETELLI
“ Una giornata nel palazzo e nella villa del Principe …….”
Ed. Puccinelli 1842 - ROMA.
Orazio MARUCCHI
“ Le catacombe romane “
(opera postuma)