xxxvi - Gino Longo Memorie

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xxxvi - Gino Longo Memorie
capitolo XXXVI pag. 1
Volume quinto
Capitolo XXXVI
È deciso: realizzeremo i nostri averi, ci faremo un documento
falso e svaniremo nel nulla - Peccato abbandonare i miei libri,
ma è più importante rimanere sé stessi – Kovróv-Gorjkij –
Attiriamo
l’attenzione:
primo
fermo,
e
l’interrogatorio
-
Arzamás-Ruzaievka - Treni e stazioni ferroviarie nell’URSS in
guerra - Si viaggia sui predellini, sui tetti ed in carri bestiame Si dorme nelle sale d’aspetto - Pidocchi e “sanpropusknik” Qualche volta si rimedia un giaciglio - Cibo, mercati, izbe - A
Penza mi prendo il tifo petecchiale – Rapato a zero - Bagno caldo
e pane bianco in ospedale - Perdo la mia “Leica” - SaratovStalingrado
-
“Otto
cavalli
-
quaranta
uomini”:
siamo
centocinquanta - Tre giorni e due notti in piedi: gonfiano le
ginocchia - Bisogni sotto vento a 32 sotto zero - Capodanno 1942
- Koteljnikovo-Tikhoretskaja - Le “stanitse” del Caucaso del Nord
- Torna il pane bianco - Makhac-Kalá: finalmente sopra lo zero –
Al mercato di Derbent vi è anche il vino novello - Posto di blocco
a Khacmás: mi sbattono in gattabuia - Mi tolgono occhiali,
stringhe e cintura: di nuovo il tavolaccio - L’indomani, con una
strizzata d’occhio a Enrique, ci lasciano proseguire - Bakú: il
padre di Rosa ci accoglie con la scure in mano - Tbilisi: siamo
arrivati
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Era deciso: il convitto l’avremmo lasciato una volta per tutte. Ce ne
saremmo iti, e saremmo andati nel Caucaso, in Georgia. Non ci aveva forse
detto di fare fagotto, Gasparov? Ora dovevamo preparare, rapidamente, ma
accuratamente, la nostra uscita di scena, la nostra scomparsa. Le cose
principali da fare erano tre: selezionare ed approntare lo stretto, strettissimo
indispensabile da portare con noi; procurarci i soldi necessari (parecchi) al
viaggio vendendo tutto ciò che si poteva vendere; studiare il piano d’azione
ed il tracciato del percorso. Per prima cosa era però essenziale dare una
patente di credibilità alla nostra epopea: eravamo nell’URSS, si era in guerra,
ed anche solo per acquistare biglietti ferroviari occorreva una giustificazione,
un qualche documento, un pezzo di carta insomma. Avevamo sì i nostri
passaporti
sovietici
“per l’interno”,
documenti
d’identità
ufficiali,
ma
dovevamo anche poter documentare, a richiesta, dove stavamo andando, e
perché, e chi “ci mandava”. Era necessario quindi procurarci - o piuttosto
fabbricarci - un documento di viaggio formalmente plausibile, che spiegasse
alle innumerevoli autorità che te lo potevan chiedere perché mai “ci
trasferissimo” in Georgia, e cosa ci andassimo a fare.
Il primo aspetto era chiaro: potevamo portare con noi soltanto lo
stretto indispensabile. Il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso: avremmo
dovuto viaggiare nelle condizioni più impensabili, sui predellini, sui tetti
delle carrozze, in carri merci gelati o affollati; avremmo dovuto dormire nelle
stazioni ferroviarie, nelle sale d’attesa, a volte sui banchi di legno, più spesso
sui pavimenti, la sacca sotto la testa a mo’ di cuscino. Dovevamo essere in
grado sia di saltare su un treno in moto (la velocità media dei treni essendo
sui quaranta all’ora, e rallentando essi nei pressi delle stazioni per gli scambi,
non era poi così difficile), sia di saltarne giù e fuggire, in caso di necessità.
Niente valigie né fagotti quindi: unicamente il sacco a spalla, e piccolo, che
non pesasse troppo, né intralciasse i movimenti, il resto addosso.
I sacchi a spalle li avevamo: erano quelli con cui eravamo partiti per
Mosca. Ci erano stati dati in convitto, credo in occasione delle nostre
“corvées” sociali, a segar legna od a scavar patate, quando si andava via per
tutta la giornata. Erano di tela grezza forte color verde scuro, e fatti in casa:
il sacco si chiudeva semplicemente tirando ed annodando le due estremità di
una robusta corda che scivolava tutt’attorno all’interno dell’orlo superiore; e
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le bretelle erano robustamente cucite con filo grosso da calzolaio, con una
bella cucitura rettangolare incrociata in diagonale, da una parte ai due angoli
inferiori del sacco, e dall’altra, sovrapposte le due, a un punto mediano un po’
al di sotto, cinque - dieci centimetri, dell’orlo superiore e della chiusura
scorsoia. Il massimo di semplicità e robustezza, e più che sufficienti allo
scopo. Misura, probabilmente un quaranta centimetri per cinquanta.
Potevamo portare con noi soltanto quel che vi stava, in quel sacco, e
neppure troppo pigiato. Stabilimmo così che avremmo avuto: addosso il
cappotto, il berretto di pelo, i “valenki” (eravamo agli ultimi di novembre, e
date le condizioni in cui si sarebbe svolto il viaggio, poter tenere i piedi al
caldo
diveniva
molto
importante),
poi
ovviamente
vestito,
camicia
e
biancherìa. Nel sacco a spalla le scarpe con le “kaloshi” (giunti a sud gli
stivali di feltro avremmo dovuto toglierceli), un paio di calzoni di riserva, due
(o tre?) cambi di biancherìa, camicia inclusa, due asciugamani, tela per le
“portjanki”, le pezze da piedi da calzare nei “valenki”. Più una tazza
d’alluminio, una gavetta-pentolino con coperchio del medesimo metallo,
posate e coltello; il necessario per lavarsi; aghi, filo e bottoni; e qualche
pezzo di sapone da bucato, la merce più preziosa in tempo di guerra, la
riserva d’emergenza, che avrebbe avuto corso anche là ove non accettassero
più denaro. Al convitto era ancora possibile procurarsene, e col personale
inserviente eravamo in ottimi rapporti. Io infine mi portavo dietro anche la
mia “Leica”. Tutto il resto lo dovevamo lasciare: o abbandonare o vendere.
In quei due o tre giorni di febbrili preparativi le nostre escursioni in
città, nei vari “skupocnye magaziny”, furono più d’una. Vendemmo: per
l’abbigliamento tutto quanto del corredo non potevamo portarci dietro, ossìa
il secondo vestito, le scarpe basse, il cappotto di mezza stagione, la giacchetta
estiva, camicie estive, magliette, scarpe da ginnastica, ecc. ecc. Vendemmo
tutto, assolutamente tutto ciò che non prendevamo con noi. Stavolta di sicuro
non saremmo tornati: perché quindi lasciarci dietro qualcosa, se questo
qualcosa poteva fruttar denaro? Per quanto riguarda la parte del corredo in
dotazione l’avevamo già realizzata prima della nostra fuga a Mosca: questa
seconda volta ci limitammo in realtà a far fuori il rimanente. Ma mi rimane
difficile dire oggi quanto avessimo venduto la prima volta, e cosa la seconda.
Vendemmo poi, ad eccezione della “Leica”, tutte senza eccezione le mie
attrezzature
fotografiche
e
di
laboratorio,
che
non
erano
poche.
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Comprendevano: l’ingranditore, l’obiettivo da ingrandimento, un obiettivo
speciale da riproduzione, il braccio da riproduzione da fissare alla colonna
dell’ingranditore, filtri da ripresa, un mirino laterale, un bilancino da
farmacista con pesi, misurini, bicchieri e recipienti graduati, pinze, le
bacinelle piatte per lo sviluppo, il lavaggio ed il fissaggio delle carte, e quella
rotonda a spirale per la pellicola, la lampada inattinica da laboratorio coi tre
schermi giallo, rosso e verde scuro, un visore per negativi, un marginatore,
ecc. ecc. Perché, come ebbi già a dire, ero un dilettante piuttosto “evoluto”.
Non soltanto mi sviluppavo ed ingrandivo da me le foto - ed in formato 13 x
18, prego, che più piccolo non m’andava, - ma mi componevo anche i bagni di
fissaggio e di sviluppo: sviluppo finegranulante al solfocianuro di potassio, una formula piuttosto avanzata per l’epoca, che dava risultati ancor oggi
considerati di tutto rispetto, - per la pellicola; ed il classico rivelatore al
metolo-idrochinone per le carte. I reagenti e le sostanze chimiche necessarie
le acquistavo, a Mosca, nel negozio specializzato “Khimreaktivy” sulla
Marosejka, ed a Ivánovo nel negozio di articoli fotografici - o piuttosto
reparto foto del grande negozio sportivo “Dinamo” - in piazza dei Soviet.
Vendemmo infine tutto il nostro “reparto musica”: il grammofono
elettrico, e tutti, tutti i dischi, assieme alle loro valigette. Sia quelli portati da
Mosca, di musica classica, che quelli acquistati ad Ivánovo: tanto Beethoven
quanto Caruso, Lily Pons, Tito Schipa e Utesov. Poi qualche libro (pochi però:
quelli erotici, con le loro illustrazioni, non si potevano certo vendere; ed i
testi marxisti trovavano in quel momento scarsa richiesta); e forse qualche
ultimo residuato parigino: non ricordo. La mia biblioteca erotica toccò
abbandonarla: non era possibile realizzarla. Il solo tentare avrebbe attratto
l’attenzione su di noi, mentre il successo della nostra impresa richiedeva che
passassimo il più possibile inosservati. Certo che mi dispiaceva lasciare i miei
libri, eccome mi dispiaceva, ma non v’era scelta. Qua si trattava di giocare il
tutto per tutto: ci andava del nostro prestigio e della nostra dignità. Gasparov
doveva avere la sua lezione. Dovevamo dimostrare - prima ancora a noi che
agli altri – che non eravamo di quelli che si lasciano mettere i piedi sul collo,
sennò non avremmo più avuto il coraggio di guardarci allo specchio. E mi
toccò lasciare anche il filtro da caffè, cosa che poi rimpiansi a lungo. Non che
pesasse, o fosse ingombrante, ma era superfluo, ed il superfluo andava
eliminato.
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Nell’insieme la somma che racimolammo in questo modo era più che
dignitosa. Tra quel che ci rimaneva da Mosca e quanto realizzammo adesso mi
pare disponessimo di qualcosa come quattromila rubli. Quando arrivammo a
Tbilisi, due mesi dopo, qualcosa l’avevamo ancora, a dimostrazione del fatto
che i nostri calcoli non erano stati così sballati. I soldi v’erano: bisognava ora
pensare al “documento”, ed al tragitto da fare.
Eravamo nel paese dei Soviet, e un documento era necessario. Ovunque
servivano documenti e certificati, e tutti ne rilasciavano, e tutti ne avevano:
nel paese del socialismo vi era una vera inflazione di pezzi di carta di ogni
genere. E stavolta non si trattava di forzare un solo posto di blocco, bensì di
fare più di tremila chilometri nelle retrovìe di un paese in guerra, ove i
controlli
sarebbero
stati
continui,
e
la
diffidenza
accresciuta.
Non
dimentichiamo poi che nel mio documento d’identità, che spesso mi sarebbe
stato richiesto, alla riga “nazionalità” vi stava scritto “italiano”, ed in quello
di Enrique “cubano”, il che in tempo di guerra non poteva che attrarre
l’attenzione; ed i nostri stessi nomi erano tutt’altro che indigeni. L’aspetto
l’era un po’ meno: quello non avrebbe destato particolare curiosità. Enrique,
sì, era un po’ mulatto, ma poteva benissimo passare per uzbeco. Il fatto che
due stranieri, seppur ragazzini, se n’andassero così in giro in tempo di guerra
doveva in qualche modo venir giustificato. Il documento che ci serviva poteva
anche non essere perfetto, ma doveva per contro risultare attendibile,
verosimile. Ovviamente, nessuno ce l’avrebbe mai rilasciato: occorreva quindi
confezionarcelo.
La cosa non ci spaventava: l’URSS, oltre ad essere il paese della nuova
burocrazìa “socialista”, era anche il paese di Ostap Bender, il famoso
protagonista dei due romanzi di Iljf e Petrov, “Le dodici sedie” ed “Il vitello
d’oro” (burocrazìa e gli Ostap Bender, inclusi noialtri, in realtà sono
fenomeni strettamente correlati), e noi quei due romanzi li conoscevamo a
menadito. Per di più eravamo ex convittori, e di quelli dei gloriosi anni
trenta. Nessun problema quindi: il documento che ci serviva ce lo saremmo
fatti da noi.
La cosa non richiese più di un’ora e mezza. Ecco come procedemmo. Tra
l’ufficio di Gasparov e quello del direttore amministrativo stava la stanza
della segretaria del direttore. Era lei che teneva in custodia tanto la carta
intestata del convitto (usata d’altronde soltanto per le grandi occasioni, e
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chiusa in un cassetto), quanto i timbri a stampa del medesimo, appesi
nell’apposito porta-timbri sulla scrivanìa. Tra questi timbri di gomma (ve
n’erano parecchi) quelli che ci interessavano erano due: quello per così dire
d’intestazione,
(“Comitato
rettangolare,
Centrale
del
con
una
Soccorso
scritta
Rosso
orizzontale
dell’URSS
su
-
più
righe
1-ma
Casa
Internazionale del fanciullo - Ivánovo, Pustyshj Bor, telefono, ecc.”), che
serviva per i documenti meno importanti, soprattutto se scritti a mano; e
quello rotondo, di ufficializzazione e legalizzazione, con la scritta “1-ma
Casa, ecc.” tutt’attorno al cerchio, ed al centro, in mezzo, “Il Direttore”.
Giudicammo che procurarci la carta intestata vera e propria avrebbe richiesto
più tempo e sarebbe stato rischioso (era sotto chiave), e poi, avremmo dovuto
allora batterne il testo sulla macchina da scrivere della segretaria, ed il tempo
stringeva. Ma eravamo in guerra, mezza Russia, data l’avanzata tedesca, si era
mossa dalle regioni occupate o minacciate verso oriente, ed anche verso sud;
ed in queste condizioni era perfettamente plausibile che i documenti non
sempre fossero stilati su carta intestata, e non sempre scritti a macchina.
Quelli che ci servivano erano in realtà i timbri, quelli sì che indispensabili.
Adocchiato dove stessero i due timbri che ci interessavano, il piano fu
semplice. Enrique, che sapeva il fatto suo, piaceva alle donne ed alla
segretaria - bionda, scemetta e carina - aveva già fatto il filo, l’avrebbe
distratta, mentre io, con aria indifferente, avrei provveduto, nel giro di pochi
istanti, ad imprimere accuratamente su un doppio foglio di carta quadrettata,
tratto da un nostro quaderno, i due timbri, quello d’intestazione nell’angolo
superiore sinistro, e quello tondo d’ufficializzazione più in giù, sul fondo
della pagina, verso destra, là ove sarebbe stata apposta la firma. Il foglio
l’avremmo poi completato con calma, in bella calligrafìa, in camera nostra, e
ci avremmo anche messo, al posto giusto, una bella firma falsa con tanto di
svolazzi: tanto, chi avrebbe mai controllato, ed in che modo?
Detto, fatto. La segretaria cadde facile preda delle lusinghe di Enrique,
io timbrai con molta accuratezza il foglio approntato, e ci ritirammo in
camera nostra a completare l’opera. Il testo lo ricordo ancora: fui io a
formularlo. Recava: “Certificato. Con il presente si certifica che i latori, già
convittori del 1-ma Casa Internazionale del fanciullo di Ivánovo, Longo
Luidzhi, nato nel 1923, ed Enrique Vilar, nato nel 1926, vengono da Ivánovo
evacuati a Tbilisi, Repubblica Federale della Georgia, ove si porranno a
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disposizione del Comitato Centrale del Soccorso Rosso della Repubblica.
Tutte le locali organizzazioni sovietiche e di partito sono pregate di prestare
ai due ogni possibile aiuto durante il viaggio. Il Direttore della 1-ma Casa
Internazionale del fanciullo di Ivánovo:... (Gasparov)”. Firma (falsa) e
timbro (autentico). A copiarne il testo in bella copia fu Enrique, che aveva
una discreta calligrafìa a tutto tondo (mentre la mia è sempre stata infame),
da vero scrivano. La firma invece ve la misi io: come falsario sono sempre
stato piuttosto bravo. Dovevamo fare tutto da noi, non potevamo fidarci di
nessuno.
Beh, non ci crederete, ma funzionò benissimo, ed il nostro documento
lo presero per buono anche al Comitato Centrale del Soccorso Rosso della
Georgia, quando vi arrivammo. Ed a nessuno venne mai dubbio alcuno, e
nessuno si prese mai la briga di controllarne l’autenticità, cosa che comunque
sarebbe stata difficile. E come avrebbero potuto non crederci, a Tbilisi, se già
eravamo stati in Georgia in viaggio ufficiale tre anni prima, ed apparivamo
sulle relative foto, e qualcuno al Soccorso Rosso si ricordava ancora di noi?
Se non fossimo stati poi noi a farci vivi col Komintern, qualche mese più
tardi,
in
Georgia
vi
potremmo
stare
ancora,
e
nessuno
si
sarebbe
probabilmente mai accorto di nulla. Che vuol dire una attenta valutazione
delle circostanze e della situazione! Il nostro documento era perfettamente
verosimile, e ciò era assai più importante della sua autenticità.
Si trattava adesso di decidere, o piuttosto di stabilire, il percorso. Le
comunicazioni dirette con carrozze passeggeri erano poche, e su quei treni i
biglietti non era possibile procurarseli: non erano neppure posti in vendita,
venivano assegnati dalla “gorodskaja biletnaja kassa” sulla base di richieste
ufficiali e della presentazione dei relativi documenti di viaggio, militari o
civili. Bisognava quindi utilizzare i treni locali, che collegavano tra loro i
centri ferroviari più importanti, viaggiavano senza un orario preciso, e
venivano annunciati di solito soltanto un’ora prima della partenza. Erano
composti sempre più di frequente di carri merci, di quei carri bestiame usati
per le tradotte militari, i famosi “quaranta uomini - otto cavalli”. Durante i
due mesi che durò il nostro viaggio da Ivánovo verso la Transcaucasia di
carrozze passeggeri, sia pur antiquate, rabberciate o dei treni vicinali, mi
sembra averne viste sì e no due volte: sul tratto tra Ivánovo, Kovróv e Gorjkij;
e poi nelle tratte del percorso tra Derbent e Bakú, e tra Bakú e Tbilisi.
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Era quindi d’obbligo avere un’idea di dove si volesse andare, e del
tracciato da seguire, perché ogni volta che giungevi ad una qualche stazione
ferroviaria importante era necessario informarsi fin dove arrivassero i treni
nella direzione che ci premeva, e quando approssimativamente sarebbe stato
il prossimo (di regola non ve n’era mai più d’uno al giorno: erano treninavetta che andavano avanti e indietro tra due nodi ferroviari). E qua ci
venne inaspettatamente in aiuto quel mio “Piccolo Atlante sovietico del
mondo” che avevo comperato al negozio del “Libro Militare” sull’Arbat, a
Mosca. Due terzi di esso erano dedicati alle carte geografiche dell’URSS, e le
linee, - ed i nodi ferroviari, - vi erano segnati con molta chiarezza ed
evidenza. Fu di conseguenza l’unico oggetto che ci portammo dietro, nel sacco
a spalla, oltre alla mia “Leica” ed a quanto descritto prima; e ci servì
egregiamente sino alla fine.
Con l’aiuto del nostro atlante (come ebbi a dire prima, era molto
maneggevole e pratico, non per nulla era stato pubblicato dal Commissariato
del Popolo alla Difesa, un volumetto in-otto robustamente legato in tela, con
probabilmente un duecento e più carte geografiche a doppia pagina, su carta
robusta ed un p0’ rigida), e tenendo ben presente i comunicati del
“Sovinformbjuro” sulla situazione al fronte (chiaro che dovevamo scegliere
un percorso che non si avvicinasse troppo alla linea del fronte, per cui ad
esempio erano senz’altro da escludersi città come Rjazanj, Tambóv o
Voronesg), dovevamo volta per volta, giunti che fossimo in qualche grosso
nodo ferroviario (che poteva anche essere una cittadina, od addirittura una
borgata da tutti ignorata, come ad esempio Ruzaievka o Rtíscevo), decidere
quale sarebbe stata la tappa successiva. Quel nostro tragitto del 1941-42
riuscii poi a ricostruirlo con l’aiuto di una buona carta geografica: risultò
essere stato Ivánovo - Kovróv - Gorjkij - Arzamás - Saransk - Ruzaievka Penza - Rtíscevo - Saratov - Kamyshin - Stalingrado - Koteljnikovo Proletarskaja - Tikhoretskaja - Armavir – Nevinnomysskaja -Gheorghievskaja
- Mozdók - Makhac-Kalá - Derbent - Khacmás - Bakú - Tbilisi. E debbo dire,
anche col senno di poi, che scegliemmo sempre la via più retta consentita
dalle circostanze: controllate, se volete. La prima tappa la definimmo ancor
prima di lasciare il convitto: sarebbe stata Ivánovo - Kovróv - Gorjkij.
Ormai eravamo pronti. Ci informammo con discrezione alla stazione
quando v’era un treno per Kovróv: era importante che non ci facessimo
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notare troppo, e che fossimo già lontani quando si sarebbero accorti della
nostra mancanza. Non vi furono problemi: i treni per Kovróv erano regolari,
erano addirittura formati ancora da carrozze passeggeri, sia pure in pessimo
stato, ed erano abbastanza frequenti: due o tre al giorno. Uscimmo quindi un
bel mattino, passando per l’ultima volta accanto alla guardiola, con aria
indifferente, coi nostri sacchi a spalla (avevan l’abitudine di vederci passare
per andare in città), ed al convitto non ci videro più. A mio fratello dissi
semplicemente di non preoccuparsi, che presto o tardi sarei tornato a farmi
vivo. E lo feci, sei mesi dopo, quando già ero alla scuola di partito.
Arrivammo rapidamente alla stazione, prendemmo i biglietti, salimmo non
senza qualche difficoltà su una carrozza piuttosto affollata, e lasciammo
Ivánovo. Era fatta: la grande avventura era cominciata.
*
*
*
Kovróv era una cittadina di quarantamila abitanti all’intersezione delle
linee Ivánovo-Murom e Mosca-Vladimir-Gorjkij. Scesi da nord a Kovróv
avremmo dovuto prendere ad est, per arrivare a Gorjkij ed al Volga. La
cittadina apparteneva alla regione di Vladimir, stava sul fiume Kljazma ed era
nota sin dal XII secolo, divenendo però città soltanto nel 1778. Aveva qualche
industria meccanica e fabbriche tessili e di confezioni. Da Ivánovo distava un
cento - centoventi chilometri, e ad arrivarvi vi mettemmo tre ore buone, che
le fermate erano numerose. La più importante fu Shuja. Il treno era molto
affollato, le carrozze vecchie, malandate e di quelle tipiche dei treni vicinali,
con le panche di legno duro. Ci stavamo pigiati per benino, e l’atmosfera era
greve. Ma tutto sommato il viaggio si svolse in condizioni ancora normali:
eravamo al riparo, ed al caldo.
I problemi veri cominciarono dopo Kovróv. La linea Mosca-Gorjkij era
la ferrovìa principale che collegava Mosca assediata col resto del paese: con
Kazanj e gli Urali, con Kúibyscev ed Orenburg, col Volga e col Caspio. Gli
espressi ed i treni diretti erano parecchi, ma non si fermavano a Kovróv, i
treni locali per l’est invece erano scarsi, e presi d’assalto. Dopo aver trascorso
diverse ore e non essere riusciti ad intrufolarci in una qualche vettura (le
tradotte cominciarono dopo Gorjkij, qua si trattava ancora di carrozze
scassate tipo quella su cui eravamo arrivati noi, coi finestrini alti e stretti, ed
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una fitta fila di comignoli - i tubi d’aerazione, col loro cappuccio a fungo, uno
per ogni scompartimento - sul tetto), e neppure ad infilarci su qualche
piattaforma od aggrapparci a qualche predellino, decidemmo di salire sul
tetto, come avevamo visto fare a qualcun altro.
Arrampicarvisi non era difficile, e qua il posto v’era, e comodo: ti potevi
sdraiare tra due comignoli, aggrappandoti od appoggiandoti ad uno di essi, e
viaggiare guardando il cielo, od il panorama che ti sfilava attorno, meglio che
in carrozza-letto. E niente aria viziata. Le cose però cambiarono non appena
il treno si mise in moto, e capimmo allora perché i tetti dei treni risultassero
così scarsamente affollati, nonostante i vantaggi che offrivano. E’ che si era
d’inverno, faceva un venti sotto zero, ed anche andando a quaranta all’ora,
che tra le stazioni potevano arrivare a sessanta, quel vento gelido che ti
sferzava, e penetrava poco a poco attraverso cappotto, berretto e stivali di
feltro, e sembrava trafiggerti tutto, non era per niente gradevole. Il viaggio
fino a Gorjkij durò più di quattro ore: meno male che le fermate furono
numerose, ed allora tiravi un po’ il respiro. Ma sul tetto, per il resto del
viaggio, non salimmo più.
In precedenza, memori di quanto avevamo letto dei “besprizornye” che
viaggiavano sotto i vagoni, sui carrelli dei doppi assali di carri e vetture
ferroviarie, avevamo dato uno sguardo lì sotto, tentando di capire come
facessero. Ci avevamo però subito rinunciato, era chiaramente troppo
pericoloso, ed avrebbe potuto funzionare soltanto per brevissimi tratti e
sicuramente non d’inverno, che alla piattaforma del carrello con le quattro
ruote ti saresti dovuto letteralmente incollare. Ma forse erano i carrelli che
erano cambiati, e non erano più quelli di una volta.
Bene o male, a Gorjkij eravamo arrivati. Da qua avremmo dovuto
scendere nuovamente a sud, via Arzamás e Ruzaievka, per giungere a Penza, e
da lì, passando da Rtíscevo, a Saratov. Gorjkij (la ex Nizhnij Novgorod,
ribattezzata nel 1932), era un grosso centro: grande porto fluviale, il
maggiore del Volga, già sede dal 1817 al 1929 della famosa fiera, la più
importante di tutte le Russie, era anche un nodo ferroviario di gran conto, da
cui si dipartivano linee per Kirov (Vjatka) a nord, Kazanj ed Ufá a sud-est,
per il Volga, il Caucaso ed il Caspio a sud, oltre che grande emporio
commerciale ed antica città russa, fondata nel 1221. Contava a quei tempi
circa quattrocentomila abitanti ed era divenuta, negli anni dei primi piani
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quinquennali, anche un rilevante centro industriale, ove aveva ad esempio
sede la più grande fabbrica di automobili - e quindi in tempo di guerra di
carri armati ... - dell’URSS. Chiaro che una città come quella dovesse
interessare parecchio l’“Abwehr” e le altre centrali di spionaggio tedesche.
Non vi è quindi da stupire se la città - e la stazione - fossero piuttosto
attentamente sorvegliate, ed anche impiegati e ferrovieri si mostrassero
vigili.
Fatto sta che consegnati che ebbimo i nostri passaporti per ottenere un
posto-letto per la notte nella “camera di riposo” della stazione – v’era (ne
parlerò poi), vi erano dei posti liberi, e noi avevamo proprio bisogno di
riposo, - venne gentilmente a cercarci un “militsioner”, che con fare cortese
ma deciso ci portò ... al posto di polizìa della stazione. Qua, in un ufficio a
parte, due ufficiali della NKVD, il corpo di polizìa alle dirette dipendenze del
Commissariato del Popolo agli Interni, da non confondere con la “militsija”,
un maggiore ed un capitano, entrambi già avanti negli anni, in uniforme,
chiaramente stanchi e con la barba lunga, interrogavano e filtravano
ventiquattro ore su ventiquattro i vari sospetti fermati, che dovevano essere
piuttosto numerosi. Era successo che i nostri passaporti, e soprattutto le
menzioni “italiano” e “cubano”, avevano attratto l’attenzione dell’impiegata
della “camera di riposo”, che si era affrettata ad avvertire “chi di dovere”.
Ci chiesero chi fossimo, e cosa facessimo a Gorjkij. Presentammo il
nostro “documento”, che venne esaminato distrattamente. Insomma, non
venne considerato né buono né cattivo, ma semplicemente di nessuna
importanza ai fini dell’indagine. Chiaro che eventuali agenti tedeschi
sarebbero stati in possesso di documenti fatti a regola d’arte. No, il controllo
fu un altro, e cioè il classico interrogatorio poliziesco, uno per ciascuno di noi
(a me toccò il maggiore), prima con l’intera biografìa da raccontare e poi con
le solite domande - e tattiche, e trabocchetti - standart, forse un po’ cretini,
ma probabilmente efficaci per chi non avesse la coscienza a posto: quando
eravamo stati arruolati dalla Gestapo, che incarichi avevamo avuto, cosa
dovevamo fare a Gorjkij, e così via. Rispondevo con pazienza ed in dettaglio,
ripetendo ogni spiegazione tante volte quanto fosse necessario, riferivo
particolari, nomi, circostanze, ecc.: eravamo in guerra, i due facevano il loro
lavoro e godevano della nostra comprensione.
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Quell’interrogatorio durò mi pare una buona ora e mezzo, forse due
(dovevano essere circa le undici di sera). Finalmente ci riaffidarono al
“militsioner” che aspettava fuori, si consultarono brevemente tra loro e ci
richiamarono per riconsegnarci i nostri documenti, e comunicarci che
eravamo liberi e potevamo tornare ... a dormire. Sarà stata la nostra calma e
sicurezza, sarà che le nostre risposte coincidevano sempre tra loro, sarà stato
che non cadevamo in contraddizione, sarà infine che eravamo pur sempre due
ragazzi di 18 e 16 anni, ma alla nostra spiegazione avevano creduto. Penso
però che abbia influito soprattutto il fatto che la nostra storia, la mia in
particolare, appariva talmente inverosimile che non poteva che essere vera.
Ve la immaginate, una spia tedesca che se ne va in giro per l’URSS con un
documento ove sta scritto che è di nazionalità italiana, cioè di un paese
alleato di Hitler e che ha dichiarato guerra all’URSS? E che riferisce
tranquillamente alla polizìa politica cui compete il lavoro di controspionaggio
e che lo sta interrogando, di essere arrivato in URSS poco prima dell’attacco
tedesco passando per la Germania nazista, e proveniente da Parigi occupata
dai tedeschi, ove per otto mesi aveva soggiornato? Fummo tutto sommato
rilasciati molto rapidamente, date le circostanze, ed i due ufficiali si
scusarono pure. Dovevamo capire, dissero, v’era la guerra, e le spie naziste
esistevano per davvero. Li assicurammo che comprendevamo benissimo, e
non ce l’eravamo presa.
La tappa successiva era Arzamás-Ruzaievka, e fu lunga assai, due o tre
giorni, e disagiata. E’ dopo Gorjkij che iniziò veramente la nostra odissea, che
fin lì il viaggio era stato tutto sommato quasi normale: sia pure sul tetto, ma
avevamo viaggiato in carrozza, e gli orari esistevano ancora, e venivano più o
meno rispettati. Ed a Gorjkij avevamo anche dormito in un vero letto (non
ricordo se a Kovróv avessimo pernottato o meno: se sì, avevamo di sicuro
passato la notte in sala d’aspetto), cosa che mi pare non ci capitò più - con la
sola parentesi per me dell’ospedale - perlomeno fino a Makhac-Kalá. Dopo
Gorjkij, e fino al Caspio, non vi sarebbero più stati orari e carrozze
passeggeri, ma soltanto collegamenti irregolari e casuali, annunciati qualche
ora prima e mantenuti unicamente per mezzo di tradotte composte di carri
bestiame.
Arzamás era una cittadina di quasi trentamila abitanti, fondata nel
XVIII secolo. Nota per i suoi mulini e le fabbriche di laterizi, vi passavano sia
capitolo XXXVI pag. 13
la linea ferroviaria Gorjkij-Riazanj che quella Mosca-Kazanj. Ruzaievka
invece era una semplice borgata di poche migliaia di abitanti, elevata a
dignità di città soltanto nel 1937. Ma era nodo ferroviario importantissimo: vi
si incrociavano le linee per Rjazanj e Mosca, Arzamas e Gorjkij, Penza,
Syzranj e Kúibyscev (la ex Samara), Uljanovsk (la ex Simbirsk), ed infine
Alatyrj e Kazanj. Un po’ prima di giungere a Ruzaievka si passava Saransk,
città di trentamila abitanti fondata nel 1641 e divenuta, a partire dal 1930,
capitale della repubblica autonoma di Mordovia, popolazione indigena
autoctona non slava di origine incerta, giunta probabilmente dalla Siberia
prima del VI secolo.
*
*
*
A questo punto è forse opportuno fare una pausa, e vedere di
soffermarci sugli aspetti diciamo quotidiani di quella vita itinerante, “sulle
ruote” come dicono i russi, che si protrasse per due mesi buoni. Essa si
svolgeva sostanzialmente tra treni e stazioni, con qualche uscita, nelle varie
borgate o città toccate, ogni qualvolta ve ne fosse il tempo e l’occasione. La
sosta poteva infatti durare anche un giorno o due - e comunque sempre molte
ore - in attesa del treno che non si sapeva quando sarebbe partito, e allora se
ne approfittava per fare una capatina al mercato locale, vedere se v’era modo
di rimediare un pasto, girare i negozietti del luogo per controllare se vi fosse
qualcosa di utile o di interessante, infine cercarci un letto - o più
semplicemente un posto più comodo per dormire che non il solito pavimento
non proprio terso delle sale d’aspetto - per passarvi la notte.
Cominciamo dai treni. Dopo Gorjkij, niente più carrozze con finestrini e
panche, solo tradotte con carri merci chiusi, del tipo a due assali e quattro
ruote per ciascuno, i famosi “quaranta uomini - otto cavalli”. Quelle tradotte
circolavano tra un nodo ferroviario e l’altro, erano composte di un numero
imprecisato di vagoni, e non avevano mai orari precisi. Si andava all’ufficio
informazioni e si chiedeva quando fosse previsto un treno per “X*”. Per quel
momento bisognava trovarsi in stazione con un certo anticipo, ed aspettare
con pazienza che l’altoparlante annunciasse gracchiando: “Sul binario tale è
pronto il treno per...”, annuncio che di solito veniva dato un’ora prima della
partenza, a volte anche due. In teorìa era necessario essere forniti di biglietto
capitolo XXXVI pag. 14
ferroviario, per l’acquisto del quale alla cassa ti potevano anche richiedere la
presentazione del passaporto e di un documento di viaggio, biglietto che
avrebbe dovuto essere esibito uscendo sulla banchina, ma tale obbligo era
assai più teorico che reale, soprattutto nelle piccole stazioni, e la maggior
parte della gente viaggiava tranquillamente senza biglietto, ma per contro
carica di fagotti, sacchi e cose varie. Controllori sui treni non ne vidi mai: per
riuscire a salirvi avrebbero dovuto essere scortati perlomeno dalla “militsija”,
che aveva ben altro da fare.
Nei carri delle tradotte a volte paglia, a volte rozzi ripiani di assi
sgrossate, a volte niente. Per il riscaldamento vi poteva essere una stufetta a
carbone in ghisa, col tubo fatto uscire fuori da uno dei due finestrini laterali
in alto, dalle due parti di ciascuna delle porte scorrevoli, ma il più delle volte
niente: ci si scaldava col calore dei corpi e col vapore della respirazione. Dato
che questi carri si riempivano quasi subito, ed erano di regola affollati, per
non dire zeppi, non vi faceva neppure troppo freddo, nonostante si fosse in
pieno inverno russo, ma vi lascio immaginare l’assortimento di afrori, tra
paglia, stracci, fagotti, fumo di “makhorka” e di “samosad” (il tabacco russo
in pezzetti rigidi e duri, l’uno di fabbrica e l’altro coltivato nel proprio orto,
che si fumava versandolo dall’alto in un minuscolo cartoccio fatto di carta di
giornale e piegato a metà, la “zakrutka”, “kozja nozhka” /zampa di capra/ o
“tsygarka”), gli aliti avvinazzati ed odori corporali - o peggio – di varia
natura.
Il viaggio prendeva di solito tra le tre e le cinque ore (le tratte erano in
genere tra 80 e 150 chilometri), ma poteva a volte durare parecchio di più:
per andare da Kamyshin a Stalingrado vi mettemmo quasi tre giorni. E’ che i
treni non soltanto erano lenti: si fermavano spesso, ed a volte stavano fermi,
aspettando il segnale di via libera, anche per ore e ore. In fondo, qualsiasi
treno aveva la precedenza su di noi, si trattasse di un diretto, di un convoglio
militare o di un merci. Eravamo i paria della rete ferroviaria sovietica, i treni
locali ed intervicinali, i treni dei contadini e dei piccoli speculatori e
intermediari di provincia, che si spostavano con le loro sacche e fagotti da un
mercato all’altro, in cerca di ricavi maggiori, anche se poi a questi treni
dovevano ricorrere anche tutti quelli che non si spostassero con un posto
riservato da una qualche grande città ad un’altra grande città.
capitolo XXXVI pag. 15
Tra un treno e l’altro la vita si svolgeva nelle stazioni. E’ qua che si
andava ai gabinetti (presenti, divisi per sesso, in ognuna di esse), che ci si
lavava, - se ci si lavava, più che altro le mani, a volte anche la faccia, - ci si
rifocillava, usufruendo del “kipjatok”, l’acqua bollente, il cui rubinetto è
presente in ogni stazione russa che si rispetti (se non v’è, e vi sono soltanto le
latrine, allora non è più una stazione, bensì un “polustanok”, una “mezza
stazione”), e si dormiva, sui banchi della sala d’aspetto quando avevi fortuna,
ma più spesso ammucchiati sul pavimento piastrellato, con tracce di segatura,
noi due coprendoci a vicenda e stando bene attenti a non farci togliere nel
sonno i “valenki” dai piedi, o sottrarre il sacco a spalle da sotto la testa.
Oltre ai gabinetti ed all’acqua bollente in ogni stazione v’era la cassa
biglietti, il telegrafo e la sezione della “militsija” ferroviaria. Nelle stazioni
più grandi vi poteva essere la “camera di riposo”, una camerata con cinque dieci letti tipo caserma, in cui potevi, a pagamento, usufruire di un letto, un
vero letto, con materasso, cuscino e lenzuola, ma per non più di una notte.
Naturalmente, se vi era un letto disponibile. Ne trovammo a Gorjkij, e poi in
qualche altra stazione molto più a sud, ma non ricordo dove, forse a MakhacKalá od a Derbent, e probabilmente anche a Bakú.
In ogni stazione ferroviaria o nei pressi immediati di essa funzionava
sin dalle prime settimane di guerra un’altra istituzione tanto indispensabile
quanto caratteristica: il “sanpropusknik”, il “filtro sanitario”, eufemismo
chiamato a definire con delicatezza quello che era semplicemente lo
spidocchiatoio. Senza la “spravka” con indicazione della data ed a volte
dell’ora, rilasciata da tale istituzione, non potevi acquistare un biglietto
ferroviario per la tappa successiva, né ottenere un eventuale letto nella
“camera di riposo” della stazione, né una improbabile camera in albergo se
esisteva in quella città, né entrare in un mensa, a volte neppure accedere alla
sala d’aspetto della stazione. In altri termini, giunto che tu fossi in un posto
nuovo, prima di fare qualunque altra cosa dovevi provvedere a farti
spidocchiare.
E’ che i pidocchi, i pidocchi veri, quelli da vestimenta, assai più grossi e
difficili da stanare di quelli da testa, a dormire vestiti e senza spogliarsi per
giorni e settimane intere, finivi sempre per trovartene addosso qualcuno, ed
erano un vero flagello. Li prendemmo anche noi, quasi subito dopo Gorjkij, e
non
ce
ne
liberammo
più,
nonostante
le
ripetute
“sanobrabotki”,
il
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“trattamento sanitario”, subite in ogni stazione, e quindi almeno un giorno
su tre, finché non giungemmo in climi più miti, da qualche parte sul Caspio.
Posso dire che non fu di certo un’esperienza piacevole: fu senz’altro il disagio
maggiore di quel travagliatissimo viaggio.
I “sanpropusknik” in tempo di guerra erano una vera e propria
istituzione. Consistevano in un rudimentale impianto di docce con acqua
calda (diviso naturalmente in sezione maschile e femminile), ove ricevevi un
minuscolo pezzetto di sapone da bucato color bruno scuro e piuttosto
maleodorante, ed una salvietta grigia e lisa a furia di ripetuti lavaggi. Al
reparto docce era aggregato il reparto disinfestazione: una robusta caldaia
metallica, con due sportelli a chiusura stagna e tanto di manometro, ove
veniva immesso vapore surriscaldato a 120 gradi. Ti spogliavi nudo e passavi
nel reparto doccia, mentre nel frattempo l’inserviente infornava quanto ti
fossi tolto, con la sola eccezione delle calzature di cuoio (però cappotto e
berretto a pelo compresi: vi lascio immaginare a cosa somigliassero quando
giungemmo a Tbilisi) nella caldaia. Ficcava i tuoi panni dalla parte sua, da
uno dei due sportelli, mentre un altro inserviente li ritirava, dieci o venti
minuti dopo, dall’altra parte, e te li ridava all’uscita.
Il vapore surriscaldato avrebbe dovuto uccidere pidocchi e lendini, e
probabilmente lo faceva, solo che qualcuno facevi presto a ritrovartelo
addosso, che lo spirito d’avventura (di tanto in tanto potevi vederne qualcuno
andarsene a zonzo sui vestiti di qualche tuo vicino, od anche sui banchi di
legno, in cerca di nuove sistemazioni), la rapidità di riproduzione e la
voracità di tali insetti erano fenomenali. Ma molto probabilmente senza la
periodica “cottura” dei tuoi abiti sarebbero stati molti di più. Penso che
nell’insieme il sistema funzionò, nel senso che se non eliminò proprio del
tutto i pidocchi, impedì però la diffusione del tifo petecchiale, malattìa
infettiva estremamente pericolosa in tempo di guerra, di stenti e di
sottoalimentazione. Casi singoli ve ne furono, ma epidemìe vere e proprie,
come si erano verificate durante gli anni della guerra civile, no, nessuna.
Nelle stazioni ferroviarie v’erano i “buffet”, e qualcosa a volte vi si
poteva rimediare. Quando non v’erano treni in vista uscivi dalla stazione, ed
andavi alla scoperta di eventuali possibilità e risorse locali. Che potevano
essere: mense “commerciali” (di solito con lunghe code davanti, ad aspettare
il proprio turno) e negozi alimentari. In cui poteva capitarti di trovare le cose
capitolo XXXVI pag. 17
più strane: fu così che non ricordo in quale cittadina reperimmo … aringhe
salate sott’olio, senza testa e tagliate a pezzetti, ma non eviscerate, e con lo
squame, e l’olio in cui erano immerse era di cotone, il tutto in barattoli di
vetro da ottocento grammi! Le ricordo perché faticammo a venirne a capo,
anche se rappresentavano un “lusso”: così conciate, e mangiate ghiacciate,
con pane nero, alla stazione, con l’olio puzzolente rappreso a grumi,
cavandone le interiora con le mani e strappando la pelle, aderentissima, coi
denti, erano un vero schifo.
A volte ci capitò di imbatterci, in qualche centro un po’ più importante,
anche in un “albergo”: ma non riuscimmo mai a penetrarvi, neppure una
volta, durante l’intero tragitto. Destinati com’erano ai funzionari civili e
militari in missione, erano sempre completi, e più che l’insegna fuori, ed il
portiere sulla porta, non ne vedemmo. Uscendo dalla stazione ti informavi:
cos’è che v’è da queste parti, e dove? Se vedevi una coda, ti aggregavi, e poi
uno dei due andava a vedere “cosa dessero”. Se ciò che “davano” era
interessante, aspettavi il tuo turno, anche per ore, tanto non v’era fretta, e ne
facevi provvista: sarebbe servito per i giorni successivi, ed eventualmente
anche per eventuali scambi (il secondo barattolo di aringhe che c’era rimasto
lo facemmo fuori così, al mercato della tappa successiva, e bisognava sentirci
vantare i pregi di quella nostra prelibatezza!), o per indennizzare chi ci
ospitasse per la notte.
In ogni luogo capitassi v’era sempre il “bazár”, il mercato. Merci
principali: il pane, il sapone, il “samosád” (tabacco di produzione propria), il
“samogón” (distillato casereccio), qualche scatola di conserve, “makhorka”,
tabacco e sigarette da razioni militari, e poi cibarie varie di produzione
contadina, il tutto ovviamente a prezzi “di mercato”, ossìa liberi, e
d’affezione. Si praticava su vasta scala anche il baratto, cioè lo scambio in
natura: ad esempio un pezzo di sapone da bucato, un pacco di “makhorka”,
un quartino di vodka od una scatola di carne contro diciamo una forma di
pane nero (un chilo otto etti), o tanti chili di patate. Molto praticato anche lo
scambio di pane (da tessera) contro prodotti della campagna: patate (da poter
cuocere e mangiare calde), latte (per i bambini), uova (per anziani o malati).
Le derrate offerte provenivano in primo luogo dai contadini delle vicinanze,
ma anche da militari in licenza, funzionari in missione, viaggiatori in
transito, e più in generale da chiunque disponesse, per una ragione od
capitolo XXXVI pag. 18
un’altra, grazie al lavoro svolto, alla carica occupata od anche al caso, di
qualcosa in più dello stretto necessario, e intendesse venderlo o barattarlo.
Ferveva anche lo scambio di oggetti d’abbigliamento o d’uso di seconda
mano, di provenienza cittadina, contro vettovaglie di produzione contadina.
Per pernottare, se la partenza era per il giorno dopo, potevi anche
tentare, prima di risolverti a dormire sul pavimento sudicio della sala
d’aspetto della stazione, di chiedere ospitalità a privati. Uscivi dalla stazione,
e ti informavi a destra ed a sinistra presso gli abitanti del luogo: non sapreste
se v’è per caso qualcuno che potrebbe darci da dormire? (Per l’esattezza: che
ci lascerebbe “entrare a dormire”, “pustit perenocevatj”). Dopo un po’
qualcuno ti indicava una casa ove forse ti avrebbero accolto, o una
determinata persona. Bussavi, chiedevi, e la risposta era di solito positiva. Si
trattava quasi sempre di donne sole, di una certa età, con bambini piccoli: gli
uomini erano tutti al fronte.
Soldi non te ne chiedevano, e neppure ne accettavano: sarebbe stato di
cattivo gusto, l’ospitalità in Russia è sacra. Si informavano invece: da
mangiare ne avete? Perché loro di solito, col marito al fronte ed i figli da
tirare su, ed un lavoro umile che non dava diritto a particolari facilitazioni, e
le tessere annonarie che in provincia non sempre venivano regolarmente
onorate, di cibo ne avevano ben poco: più che altro qualche patata. Ed a volte
ti chiedevano, impacciate, se eri passato al “sanpropusknik”. Il sottinteso
implicito era questo: tu eri un viandante, venivi da fuori, e qualche cosa con
te dovevi avere. Lei ti avrebbe fatto da mangiare, e lavato la biancherìa (se
avevi del sapone però), che sarebbe asciugata durante la notte, e la mattina
dopo le avrebbe dato un bel colpo di ferro, per eventuali lendini. Il poco cibo,
come d’uso, lo si sarebbe messo in comune, lei un po’ di patate, forse lardo
casereccio, cavoli acidi e cetrioli, tu quello che ti portavi dietro, forse salame,
scatolame, pane, un pizzico di tè, forse anche un po’ di zucchero, o di
caramelle.
I bambini - e la padrona di casa - avrebbero così avuto una cena più
sostanziosa ed anche più sontuosa del solito, e tu un pasto caldo e da
dormire, e la biancherìa lavata. Era inoltre buona regola, se davi biancherìa
da lavare, consegnare un pezzo di sapone piuttosto abbondante, che le
rimanesse qualcosa per lei ed i bambini. Lei ti avrebbe riportato quanto
rimasto: stava a te insistere per lasciarglielo. Ovviamente, sapone e cibarie,
capitolo XXXVI pag. 19
se non ne avevi, o non ne avevi a sufficienza, li acquistavi prima al “bazár”
locale: ma soldi per l’ospitalità, durante tutto il viaggio, nessuno ce ne chiese
mai. Credo che i pellegrini del medioevo, quando si recavano a qualche
santuario miracoloso, od a Roma per l’Anno Santo, procedessero più o meno
allo stesso modo. Ed anche allora infierivano i pidocchi...
Fu in questo modo, durante quel viaggio interminabile, che potei
conoscere più da vicino non soltanto le “izbe”, ma anche le donne russe. Beh,
credetemi, la Russia l’hanno sempre mandata avanti le donne, non gli uomini.
E poi stufe, ed usanze contadine, il cibo cucinato nelle grandi stufe di mattoni
grezzi, in apposite pignatte di ghisa, i “ciugunók”, che si tiravano fuori con
l’“ukhvát”, un lungo bastone che termina con una forcella, e piatti russi tipici
quali lo stufato di verze e patate, il “kulésh” (grano di miglio stufato con
soffritto di lardo e cipolle) ed il “varenets” (latte cagliato ricotto nella stufa
spenta ma ancora calda). In quelle casupole di legno la padrona di casa
dormiva di solito coi bambini sulla stufa o nell’alto letto comune: noi invece
sul pavimento di legno (pulito), con un cuscino ed una coperta (od un
piumino, una trapunta, ecc.) che ci tiravano giù. Non che ci spogliassimo del
tutto, ma almeno cappotto, “valenki” e vestito li potevamo togliere,
rimanendo in camicia e mutandoni. E la mattina ti potevi lavare, e tè bollente
con di nuovo qualcosa di caldo da mangiare: che delizia!
*
*
*
Debbo dire che per ciò che concerne quel particolare periodo della mia
vita, e cioè quei due mesi che durò questa nostra avventura, i miei ricordi
tendono spesso ad appannarsi, confondersi e sovrapporsi, e risultano assai
meno nitidi del solito. Credo la spiegazione sia duplice: da una parte stazioni,
cittadine, mercati, situazioni, pur cambiando ogni giorno, erano in realtà
molto simili, per cui a distanza di anni tendono a confondersi tra loro;
dall’altra, come ebbi già a rilevare parlando della mia permanenza da
“Mamy”, la mente umana tende istintivamente a rimuovere i ricordi troppo
sgradevoli.
E
non
vi
è
dubbio
che
parecchi
aspetti
di
quel
nostro
peregrinaggio furono tutt’altro che piacevoli. Mi limiterò quindi, andando
avanti, a citare quegli squarci e visioni che mi sono rimasti impressi con
capitolo XXXVI pag. 20
maggior vigore ed incisività, senza pretendere di ricostruire l’intera sequela
degli eventi.
A Penza, dove eravamo scesi da Ruzaievka (ricordate che andavamo
verso sud), mi beccai il tifo petecchiale. Perlomeno la diagnosi fu quella,
anche se mi rimane qualche dubbio (ho sempre rivendicato il diritto di non
credere a nessuno sulla parola, e men che mai ai medici, la cui opera è assai
più frutto di intuizione che non di vera scienza), ed anche i dottori
dell’ospedale non è che sembrassero proprio sicuri. Non è escluso quindi si
trattasse in realtà di una improvvisa quanto repentina, e violentissima,
riesplosione acuta della mia colite, sia pur con quadro atipico: le condizioni
vi sarebbero state tutte. Eravamo appena giunti a Penza che cominciò a
salirmi la febbre, già nella sala d’aspetto della stazione. Mi sedetti e attesi,
sperando che passasse. Continuò invece a salire, e stavo sempre peggio, tant’è
che anche la coscienza cominciò a vacillare, ed a farmi strani scherzi, che
dovetti reprimere con uno sforzo di volontà, per non lasciarmi sommergere
da una specie di ottusa indifferenza, popolata da immagini vaganti e sempre
più deformi. Le cose si mettevano male: dissi a Enrique che stavolta il medico
ci voleva per davvero.
Ci avviammo al “punto medico” della stazione (ve n’era uno in tutte le
grandi stazioni ferroviarie - e Penza è di quelle - come pure nei nodi
ferroviari di una certa importanza). L’infermiera di turno mi squadrò, e mi
infilò subito il termometro, senza dire nulla: 41,8°. Per me, che ho la
temperatura di base piuttosto bassa, sotto i 36°, significava che stavo ai
confini del delirio. Telefonò, e fece venire un’ambulanza: ricovero immediato
all’ospedale cittadino, reparto infettivo. Arrivata che fu, vi salii con una certa
difficoltà. Enrique venne con me.
All’ospedale Enrique dovette lasciarmi, dopo aver consegnato la mia
roba, cioè la mia sacca (purtroppo, come poi risultò) ed i miei documenti,
all’infermiera addetta alla ricezione: sarebbe venuto l’indomani a chiedere
mie notizie, intanto doveva arrangiarsi per conto suo, che io per un po’ ero
sistemato. Mi spogliarono nudo (da me ormai potevo fare ben poco), mi
raparono la testa a zero, mi fecero fare un bel bagno caldo, - in una vera
vasca, bianca e smaltata! - con sapone buono, forse non profumato, ma con
una bella schiuma, morbida ed untuosa, probabilmente sapone neutro da
bambini. Mi rivestirono con la tenuta ospedaliera (camicione e mutande
capitolo XXXVI pag. 21
lunghe di tela bianca, più una specie di vestaglia di panno grigio, e le
ciabatte: la mia roba nel frattempo era andata tutta alla disinfestazione, e da
lì sarebbe passata al deposito in consegna), ed appoggiandomi alla stessa
infermiera che mi aveva lavato con molta dolcezza, come una madre il figlio
(ero proprio mal conciato, non mi venne nessun’idea), raggiunsi il letto che
mi era stato assegnato. Un letto, un vero letto: morbido, soffice, pulito, ed io
finalmente spoglio, coi pori aperti e la pelle che respirava! Era un altro
mondo: sprofondai, e credo che ripresi i sensi soltanto due o tre giorni dopo,
quando la febbre cominciò a calare.
Quella pausa ci voleva: la ricordo come uno dei periodi più felici della
mia vita. Al caldo, in un letto pulito, con gente che si occupava di me. Cibi
caldi, tè con zucchero, pasti veri tre volte al giorno, in piatti, sia pure di
terraglia e spesso sbrecciati, ma bianchi, brillanti, puliti. Ed anche, che
meraviglia, burro e pane bianco! L’ospedale era di quelli di provincia,
modesto e senza pretese, alla buona, direi molto casalingo. La vernice bianca
degli infissi, e dei letti di ferro smaltato, era spesso scrostata; i camici
bianchi e le tendine alle finestre un po’ lisi; le lenzuola a volte con qualche
toppa: ma insomma, tutto era accurato e pulito, povero ma dignitoso, il
personale
attento
e
premuroso,
ed
ovunque
aleggiava
un’atmosfera
impalpabile, non insistente ma ben presente, di cordialità e semplicità. Come
dire: ci si sorrideva l’un l’altro con ritegno e molto pudore, senza affettazione
né ostentazioni, senza ammiccamenti, e senza mettere il naso in problemi e
vite altrui, ma con partecipazione onesta e sincera. L’anima slava ha del
buono. Uno dei più bei ricordi della mia vita, l’ho detto.
Vi rimasi almeno una settimana, se non una decina di giorni, in
quell’ospedale. Enrique veniva ogni giorno ad informarsi, e mi faceva passare
bigliettini, cui rispondevo. Ma la pacchia doveva pur finire: la febbre ormai
era scomparsa, ero guarito, e dovevo lasciare il posto ad altri. All’uscita mi
attendeva però una brutta sorpresa: al deposito, invece della mia “Leica”, mi
venne consegnata... una bella ricevuta, con tanto di timbro del comando
militare della città. Si era in guerra, ed era successo che l’addetta alla
ricezione aveva pensato che una macchina fotografica di quel genere, piatta e
compatta, “da spia”, era meglio ad ogni evenienza consegnarla all’autorità
militare: vi pensassero loro. Ebbi un tuffo al cuore, ma che potevo dire? A
modo suo, aveva pur ragione: non la potevo biasimare.
capitolo XXXVI pag. 22
Ci consultammo brevemente con Enrique: che fare? Decidemmo, di
comune accordo, anche se a malincuore, di lasciar perdere, e di abbandonare
la “Leica” al suo destino. (Chissà quale fu mai?). Avremmo sì potuto andare al
Comando militare, e chiederne la restituzione: ma ce l’avrebbero ridata?
Perché l’avevamo, ed a che ci serviva? E chi eravamo, dove andavamo, e
perché con una macchina fotografica? In fondo stavamo traversando da nord
a sud uno dei settori strategicamente più importanti della rete ferroviaria
sovietica, crocevìa per crocevìa! Meglio non insistere, se volevamo arrivare a
Tbilisi.
Uscii per la prima volta in città, e le diedi uno sguardo, sotto la guida di
Enrique, che ormai conosceva tutto, e mi dava spiegazioni. Nulla di
particolarmente interessante: fondata nel 1663, Penza era una placida, tipica,
sonnacchiosa città russa di provincia. Doveva contare un centocinquantamila
abitanti, il terreno era collinoso, la città a sbalzi e discese, tutta di piccole
casette con molto verde e giardini. Scarsi gli edifici moderni a più piani:
anche al centro le case in muratura erano per lo più a tre piani, e parecchie
erano dell’inizio dell’ottocento. Nodo ferroviario molto importante tra Mosca,
Voronezh,
Saratov,
Kúibyscev,
Kazanj,
Gorjkij,
con
qualche
azienda
industriale di importanza locale, l’industrìa vera e propria vi si sarebbe
sviluppata su larga scala soltanto più tardi: sarebbero state imprese chimiche
e meccaniche, una grande fabbrica di orologi, costruzione di macchinari. Non
perdemmo tempo, che ne avevamo perso fin troppo, per la mia malattìa, e ci
avviammo decisamente verso la stazione. Dovevamo riprendere il viaggio.
La tappa successiva fu Rtíscevo-Saratov. Rtíscevo era una piccola
cittadina a sud di Penza, ove si intersecavano le linee Penza-Balashóv e
Tambóv-Saratov, e da lì avremmo dovuto voltare ad oriente per raggiungere
Saratov ed il Volga, e scendere poi giù, verso Stalingrado ed il Caucaso.
Saratov invece era una città più importante, ed anche nota, benché a me in
quell’inverno non facesse proprio nessuna impressione: piatta, spazzata dai
venti, sabbiosa e monotona. Fondata nel 1590 quale punto fortificato agli
estremi confini sud-orientali della Moscovia, divenuta città a partire dal
1790, era incrocio ferroviario e porto fluviale di indubbia importanza, centro
dell’industria molitoria ed alimentare, e vi si era sviluppata anche l’industrìa
metalmeccanica, soprattutto per le necessità del porto, della navigazione e
capitolo XXXVI pag. 23
delle ferrovìe. Contava allora sui trecentomila abitanti. Ultimo particolare:
nel 1828 vi era nato il rivoluzionario e scrittore russo Nikolaj Cerniscevskij.
Tappa seguente fu Kamyshin-Stalingrado. L’unico aspetto che ne
ricordo è un tragitto interminabile, che iniziò forse addirittura a Saratov, e si
svolse in condizioni a dir poco allucinanti. Il nostro treno correva attraverso
una pianura deserta e sterminata battuta dal vento, un immenso lastrone
bianco, gelido e ghiacciato, e la temperatura era polare: trenta sotto zero. Si
trattava della solita tradotta composta di una lunga fila di carri bestiame, i
già
menzionati
“quaranta
uomini
-
otto
cavalli”,
solo
che
stavolta
l’affollamento era indicibile: in ogni carro erano insaccate, invece di
quaranta, almeno centocinquanta persone, e ci stavi come nei tram all’ora di
punta, sostenuto e pressato cioè da tutte le parti dai corpi dei tuoi vicini. Non
vi era riscaldamento alcuno: niente stufe. Ed il viaggio, chissà perché, questa
volta sarebbe durato non due o tre ore, ma quasi tre giorni.
Il che significa che stemmo tre giorni e due notti in piedi, senza poter
mai né sederci né sdraiarci, e neppur cambiar posizione; il massimo che
potevamo fare era di spostare di tanto in tanto l’appoggio, ed il peso del
corpo, da un piede all’altro. Da questo punto di vista i più fortunati erano
quelli che si trovavano vicino alle pareti del carro: vi potevano trovare
appoggio, il che alleviava lo sforzo immane. Ma qua l’inconveniente era un
altro: fuori faceva 30 gradi sotto zero, e la parete era una lastra di ghiaccio.
Non in senso figurale, letterale: vi si era condensato tutto il vapore della
respirazione di quella folla disperata. Risolvemmo il problema scambiandoci
ogni tanto i posti, ed appoggiandoci alla parete soltanto di fianco, con una
spalla per volta.
Alle fermate in aperta campagna, numerose ed a volte anche lunghe, il
problema era se avventurarsi fuori per sgranchirsi le gambe e fare qualche
bisogno, oppure no: il rischio era di ritrovarsi abbandonato, a chilometri e
chilometri di distanza da qualsiasi centro abitato, in mezzo alla steppa
ghiacciata! E’ vero che il macchinista prima di ripartire dava di solito un
fischio, ma a volte se ne dimenticava. Qua il problema lo risolvemmo
stabilendo che ad ogni fermata dovevano arrischiarsi fuori dal carro non più
di quattro-cinque persone per volta, e che non si allontanassero troppo dalla
tradotta (peggio per il pudore), in modo che potessero avere il tempo
necessario, aggrappandosi alle braccia immediatamente protese di chi era
capitolo XXXVI pag. 24
rimasto sopra, di risalire su con un balzo, e riprendere il loro posto “in
carrozza”, se il treno si poneva in moto. L’accelerazione era assai lenta, e da
fermo ci volevano almeno cinque – dieci minuti perché il convoglio
riprendesse velocità. Per contro la distanza da terra all’assito del pavimento
del carro era notevole, ed il salto, anche correndo, e con l’aiuto di quelli che
stavano su, non era facile. Stabilimmo anche qua dei turni per l’uscita
“all’aria”: prima voi cinque, alla prossima fermata voialtri, e così via.
All’arrivo però avevamo tutti, giovani ed anziani, le gambe rotte e le
ginocchia - qualcuno anche le caviglie - doloranti e parecchio ingrossate, che
sembravano dei bei palloncini. Tre giorni in piedi non sono affatto uno
scherzo, bensì una vera e propria tortura. Ed anche il dover dormire in piedi
ti faceva uno strano effetto: non che vi fosse il pericolo di cadere, sostenuto
com’eri da tutte le parti dall’appoggio e dalla pressione dei tuoi compagni di
sventura, ma insomma, si trattava di un sonno ad intermittenza, a tratti di
dieci minuti - un quarto d’ora, interrotto ogni volta dalla brusca caduta del
tono
muscolare,
un
po’
come
quando
ti
appisoli
in
poltrona,
e
improvvisamente ti cade giù il capo. Solo che qua a piegarsi, più che il capo,
erano le ginocchia, e l’articolazione dell’anca, ed era il corpo ad afflosciarsi.
Come facciano a dormire in piedi i cavalli, non lo so. Avranno imparato,
penso: anche noi ci eravamo quasi abituati, alla fine!
Un’altra impressione che mi rimase per sempre impressa fu quando il
treno si fermò, a qualche decina di chilometri da Stalingrado, dall’altra parte
del Volga, ed il binario correva proprio sulla sommità di un alto terrapieno
ricurvo che sovrastava la pianura di fronte di almeno una trentina di metri.
Doveva essere di mattina presto, forse le sette, perché il chiarore era ancora
indistinto e grigio. Il vento sferzava almeno a sessanta all’ora, giungendo
dalla pianura sotto, che sembrava sterminata, col fiume ghiacciato, invisibile,
da qualche parte in mezzo ad essa, ed il termometro segnava (ve n’era uno,
inchiodato, appena fuori del finestrino del nostro carro) trentadue gradi
sottozero. Ebbene, era il nostro turno d’uscita, e ne avevamo anche bisogno, e
non soltanto per fare pipì, ma qualcosa di più sostanzioso. Accovacciati a far
la cacca su quella immensa scarpata, in mezzo a quel paesaggio desolato, col
vento che arrivava a raffiche, e ti fischiava tutt’attorno, e si infilava sotto di
te, e più che intirizzirti ti faceva venir meno sedere e la parte scoperta delle
cosce (avevamo naturalmente voltato la schiena al vento), e te li faceva
capitolo XXXVI pag. 25
sentire come qualcosa di ormai irreparabilmente estraneo al tuo organismo...
Il tutto al di sopra di Stalingrado, di cui qualcosa si intravedeva già
confusamente
in
lontananza,
della
ex
Tsaritsýn,
fondata
nel
1589
e
ribattezzata nel 1925 con una delle primissime manifestazioni di quello che
doveva divenire il culto della personalità, e che appena sette mesi più tardi
sarebbe divenuta teatro di una delle più cruenti e decisive battaglie della
seconda guerra mondiale, oltre che simbolo dell’eroica resistenza dei sovietici
all’invasione.
Nessun
romanziere
avrebbe
faccia
tosta
sufficiente
ad
immaginare una situazione del genere: per certe cose ci vuole la realtà.
Per arrivare alla stazione di Stalingrado la nostra tradotta vi mise
ancora diverse ore, che le vie d’accesso alla città, lunga e stretta, schierata in
parallelo al fiume, erano piuttosto intricate. Anche la stazione (perlomeno
quella a cui giungemmo, perché forse ve n’era più d’una, ed è possibile
fossimo finiti allo scalo merci) era situata assai fuori dell’abitato, tanto che
della città non vedemmo nulla. Neppure uscimmo: avevamo bisogno di
starcene per qualche ora al caldo, e seduti, nella solita ma stavolta ben
gradita sala d’aspetto. E partimmo assai presto, non appena annunciarono un
treno per Koteljnikovo: avevamo fretta di scendere a sud, e di uscire da
quell’incubo e dalla morsa del gelo. Non ne potevamo proprio più.
Fortunatamente, il treno per Koteljnikovo non era affollato, e stavolta
potemmo anche sdraiarci sulla paglia: ci voleva. Ed anche la temperatura ora
era più mite, a conferma del fatto che anche le cose più terribili devono pur
aver una fine.
*
*
*
Doveva essere fine dicembre, od i primi di gennaio: il conto dei giorni
l’avevamo perso, non so perché, e non ho ad esempio la minima idea dove ci
trovassimo il primo dell’anno di quel 1942. Ma ad occhio e croce, e tenendo
conto della sosta a Penza, doveva essere in quei paraggi. Per lasciare da parte
Rostov, appena liberata dai tedeschi (l’avrebbero rioccupata nel luglio del
1942, all’inizio dell’offensiva contro Stalingrado ed il Caucaso), che la linea
del fronte passava ancora nelle immediate vicinanze della città, dovemmo
seguire il percorso Koteljnikovo-Proletarskaja-Tikhoretskaja, più ad oriente,
per riprendere a Tikhoretskaja la grande linea che avevamo già fatto nel 1938,
capitolo XXXVI pag. 26
quella che da Rostov porta a Bakú, corre cioè da ponente a levante ai piedi del
versante
nord
dell’immensa
catena
di
monti.
Per
tornare
poi
da
lì
nuovamente verso ovest, ma stavolta dall’altra parte dell’arco alpino, a sud
della catena del Grande Caucaso, che si stende per oltre mille cento
chilometri e quattro tra le cui cime superano i cinquemila metri, da Bakú a
Tbilisi.
Koteljnikovo
era
un
piccolo
borgo,
ma
Proletarskaja,
e
poi
Tikhoretskaja, erano già “stanitse”, cioè ex insediamenti e grandi borgate
rurali sui territori di stanza delle ex truppe cosacche, - quella specie di
milizia contadina benestante con ampia autonomìa amministrativa che
montava la guardia ai confini dell’impero e forniva truppe scelte allo zar, - in
procinto ora di divenire grossi centri agricolo-industriali. Nella zona tra il
Volga ed il Caucaso gli ex territori cosacchi erano tre, da ovest ad est: quello
dei cosacchi del Don, quello dei cosacchi del Kubanj e quello dei cosacchi del
Terek. La madre di Tamara, mia futura suocera, proveniva ad esempio dai
cosacchi del Terek. Entrambe le stanitse di cui sopra, come anche la città di
Armavir, e poi Nevinnomysskaja, facevano parte dell’ex territorio dei
cosacchi del Kubanj, mentre Gheorghievskaja, più in là, era stanitsa
anch’essa,
ma
dei
cosacchi
del
Terek.
Armavir,
tra
Tikhoretskaja
e
Nevinnomysskaja, nella regione di Krasnodar, fondata nel 1839, era divenuta
città dopo il 1914, e nei primi anni quaranta contava circa sessantamila
abitanti e qualche industria: alimentare, del legno, tessile, confezioni.
L’atmosfera era mutata, ed il cambiamento avvertibile. Questa era una
regione ricca, una delle più ricche del paese: il pane non era più nero, di
segale, e neppure bigio, ma bello bianco, soffice, di buon frumento. Se ne
trovava ovunque, ed al mercato costava molto meno di prima, circa la metà.
Niente più “samosád” nei “bazár” locali, ma tabacco biondo in foglie piatte,
legate strette a piccoli pacchetti, che ti potevi affettare a piacere con un
coltello ben affilato. Uova, galline lesse e latticini, merci prima quasi
invisibili, qua erano di casa, e si trovava anche vodka di grano, di produzione
contadina, non di Stato, ma distillata a regola d’arte. Anche la temperatura
era divenuta molto più mite, girava oramai attorno allo zero, e la coltre di
neve qua e là cominciava a farsi bagnata, ed a sciogliersi a chiazze al sole.
Tanto che decidemmo subito di vendere i nostri stivali di feltro, i famosi
“valenki”: avevano esaurito il loro compito, più in là non sarebbero serviti,
capitolo XXXVI pag. 27
non vi sarebbero più stati né neve né gelo, e sarebbero stati solo d’impaccio.
Non si doveva aspettare troppo a farli fuori: potevamo ottenerne un buon
prezzo soltanto là ove ancora ve ne fosse richiesta, e cioè in climi ancora
rigidi. Credo che li vendemmo ad Armavir.
Andavamo
ad
oriente
ed
a
sud:
passammo
Nevinnomysskaja,
Mineraljnye Vody, Gheorghievskaja (ex forte costruito nel 1777), Mozdók.
Nulla di particolare da segnalare: ormai tutto filava liscio. Da Mozdók in poi
si entrò nei territori delle repubbliche montanare del Caucaso del nord:
Mozdók, sul Terek, ex fortezza fondata nel 1763, faceva parte ad esempio
della repubblica autonoma dell’Ossetia del nord; Gudermés apparteneva alla
repubblica autonoma dei ceceno-ingusci; e Makhac-Kalá era la capitale del
Daghestan, la più estesa delle repubbliche autonome del Caucaso, 50.000
chilometri quadrati, un sesto dell’Italia. Con Makhac-Kalá, sorta quale
fortezza nel 1844, eravamo giunti ormai al Caspio: oltre che grosso emporio e
capitale amministrativa del Daghestan era anche un porto di mare di una
certa importanza, e contava un centinaio di migliaia di abitanti.
Il sud ormai si sentiva, nonostante la stagione assai poco avanzata.
Effluvi ed aromi erano cambiati, erano più pimentati, pepati; e di tanto in
tanto faceva capolino un odor di mare, di largo, di brezza salata, di
primavera. Di giorno si era ormai stabilmente al di sopra dello zero: niente
più neve e ghiaccio, al massimo un p0’ di fango, e la possibilità di gelate
notturne. Il cielo non era più bianco, come in Russia, e neppure azzurro
pallido, come nel Kubanj, bensì di un azzurro carico e profondo, quasi
cobalto, seppur ancora un po’ spento. Tra il grigio, il bruno ed il giallo sporco
delle casette, - ormai tutte in pietra squadrata, niente più legno, - spiccava il
verde cupo e smorto - era pur sempre gennaio - dei cipressi e di qualche
lauro. Il tabacco, e qualche volta anche le sigarette, si vendevano ormai anche
nei chioschi e negozi di Stato, in libera vendita, come prima della guerra. E
nei negozi v’erano pure vino e cognac, merci che non avresti trovato di sicuro
in nessun’altra zona del paese, venduti liberamente, a prezzi di Stato. Mica
per niente avevamo deciso di andare nel Caucaso: l’intuizione era stata
giusta.
A Derbent poi, il porto merci più importante della costa occidentale del
Caspio tra Astrakhanj e Bakú (a differenza di Makhac-Kalá Derbent quale
insediamento era antichissimo: risaliva al 438 dell’era cristiana!), trovammo
capitolo XXXVI pag. 28
un’altra gradita sorpresa: al bazar i contadini daghestani vendevano, oltre al
solito tabacco in foglie, anche vino novello di loro produzione, sfuso, a
bicchieri o litri. Era contenuto in piccole botti di legno, tipo quelle bordolesi,
o più semplicemente in grosse otri di pelle di montone, e ciascuno dei
venditori faceva allegramente a gara nel vantare i pregi del suo. Il vino era
giallo-rosato, un po’ asprigno, lievemente torbido. Doveva titolare attorno ai
dieci gradi, e veniva anche, - data la temperatura esterna (il mercato era
all’aperto, e la merce esposta su tavoli di pietra fatti di grossi blocchi
squadrati grigio-bruni, probabilmente tufo od arenaria, uniti con un po’ di
malta), - servito fresco, alla giusta temperatura. Dava alla testa, come tutti i
vini giovani, una vera delizia. Ce ne scolammo di fila due o tre bicchieri per
ciascuno (costava una sciocchezza, poche decine di copechi al bicchiere) e ci
sentimmo subito euforici. Ormai v’era solo da arrivare a destinazione: il più
era fatto, ed il peggio era passato.
*
*
*
Beh, non proprio: a Khacmás ci attendeva un’altra avventura. Khacmás
era, appena usciti dal Daghestan, il primo grosso centro abitato azerbaigiano
sulla linea ferroviaria che reca a Bakú. Qua finiva il Caucaso del nord, che
amministrativamente faceva parte della Repubblica federativa russa, e
cominciavano le repubbliche della Transcaucasia. Vi era di conseguenza stato
istallato un posto di blocco, perché per entrare in Transcaucasia era ora
richiesto, come già a Mosca, un apposito lasciapassare, da ottenersi presso le
competenti autorità. Era zona di confine con la Turchìa, alleata della
Germania benché neutrale, e con la Persia, in cui i nazisti godevano di
numerose simpatìe e protezioni, a cominciare dallo “shah” precedente, Riza
Pahlevi, allora appena deposto; e Bakú era il maggior centro petrolifero
sovietico. Noi non lo sapevamo, lo scoprimmo soltanto in treno, ma
l’avessimo anche saputo, cosa sarebbe cambiato?
Non ricordo prima, ma già dopo Makhac-Kalá il treno che portava a
Bakú era di quelli d’anteguerra, non più tradotta, bensì normali carrozze
viaggiatori, e neppure tanto malandate, le solite, insomma. Fu soltanto una
volta saliti sul treno che scoprimmo che serviva un lasciapassare: gli altri
l’avevano, noi no. Decidemmo di tentare: che altro potevamo fare? Ci dissero
capitolo XXXVI pag. 29
che il controllo avrebbe avuto luogo a Khacmás. Quindi un po’ prima
cercammo di arrangiarci per tentare di farla franca. Ci incollammo all’uopo
all’esterno della vettura, tra la porta d’accesso ed il finestrino della ritirata,
con un piede sul predellino, da quella parte della carrozza che dava sui
binari, in modo che dalla carrozza, e dalla stazione, non ci si potesse vedere,
io all’estremità di una vettura, ed Enrique all’inizio dell’altra. Ma fu inutile:
la pattuglia della “militsija”, piuttosto numerosa, setacciò il treno vettura per
vettura passando da entrambi i lati, non soltanto da quello che si affacciava
sulla stazione. Ci staccarono dal nostro posatoio, e ci portarono al comando,
in stazione.
Qua trovammo i soliti due ufficiali della NKVD in uniforme (le divise
erano assai diverse: blu scuro quelle della “militsija”, grigio-verdi, militari,
quelle della NKVD; ed anche i berretti non erano gli stessi); più giovani che a
Gorjkij, probabilmente un tenente ed un capitano, forse due tenenti. Erano
bruni,
meridionali,
e
di
temperamento
piuttosto
allegro.
Dopo
l’interrogatorio, e le solite domande-trabocchetto, dichiararono, giulivi, che
venivo tratto in arresto “quale sospetto”, ed il “militsioner” di turno venne
incaricato di portarmi in gattabuia. Ma mi parve di captare che strizzassero
impercettibilmente l’occhio ad Enrique, che lui non venne portato dentro.
La cella di sicurezza della sezione ferroviaria della “militsija” era poco
lontano, nel cortile interno della stazione “di frontiera”. Un “ufficio
registrazione”, con tavolo, sedia e qualche panca, e più in là la cella vera e
propria, un camerone tirato a calce, col tavolaccio che rammentavo da
Bellinzona. Le formalità
di rito
documenti;
un
iscrizione
in
di ogni
grosso
immatricolazione:
registro
di
nome,
ritiro dei
cognome,
età,
nazionalità, ecc.; ritiro del denaro, orologio e oggetti di valore e consegna
della relativa ricevuta. E poi il ritiro di ogni oggetto pericoloso con l’aiuto del
quale avresti potuto in cella tentare il suicidio: occhiali (frammenti di vetro),
cintura e stringhe delle scarpe (ci si può impiccare). Reggendo i calzoni con
una mano, e tenendo le cose mie con l’altra, strascicando i piedi per le scarpe
slacciate, e non vedendoci granché perché senza occhiali, quindi con l’aria
vagamente sperduta dei mìopi, feci il mio ingresso in cella.
Vi erano quattro o cinque persone, la normale fauna di ladruncoli di
stazione, teppisti in trasferta, vagabondi, ecc. che potevi aspettarti di
trovarvi. Giungevo da fuori: dividetti quindi con gli altri il tabacco che avevo
capitolo XXXVI pag. 30
con me (venivo dal convitto, le regole le conoscevo), e dopo un po’ di
presentazioni, una fumatina in comune, un cauto sondaggio reciproco (ma
appena accennato, che la mala, come già i clandestini, non ama i particolari,
ed ancor meno i curiosi) e qualche scambio di informazioni ed opinioni, ci
accingemmo a prendere sonno. L’aria era buona (la finestra con le sbarre
dava sul cortile della stazione, alberato, ed il mare era poco distante), e
soprattutto densa di aromi ormai francamente meridionali, diciamo tipo
riviera ligure, oleandri inclusi; il tavolaccio era stato strigliato e lavato da
poco; e per un po’ mi misi a filosofare. Quanto era meglio, quella cella di
sicurezza, dei pavimenti delle sale d’aspetto tra Gorjkij e Stalingrado! Non
v’erano neppure più i pidocchi. Che bello il sud, dopo un’odissea come la
nostra!
L’indomani mattina, fuori a turno, sotto scorta, a sciacquarci la faccia
al lavandino in cortile. E, su richiesta, alle latrine, sempre in cortile. Poi la
sbobba, o piuttosto il “pane ed acqua” del mattino: un tocco, piuttosto
grosso, di pane scuro, ed una gamella d’acqua vagamente tinteggiata, senza
zucchero, ma ben calda. Dopo un altro p0’, vengo chiamato. Percorso e
procedura a rovescio: consegna stringhe, cintura ed occhiali; ricevuta in
cambio di denaro ed oggetti di valore, ecc.; e mi riportano sotto scorta dai
due ufficiali. Fuori vedo Enrique che mi guarda con un sorriso che mi sembra
maligno. Chiamato, entra anche lui. L’ufficiale più alto in grado mi
riconsegna il passaporto (ad Enrique non l’aveva neppure ritirato), strizza
l’occhio ad Enrique e tuona: “Sul binario v’è il treno per Baku. Fuori dai
piedi, e che non vi si riveda più!”. Avevano voluto darmi una lezioncina, a
me, il maggiore dei due, l’intellettuale diciottenne occhialuto, perché non
pensassi che mi sarebbe sempre andata liscia …
Filammo, comperammo di corsa qualcosa da mangiare, acquistammo i
biglietti
e
prendemmo
rapidamente
posto
sul
treno,
prima
che
vi
ripensassero. Ci istallammo con comodo, e qualche ora più tardi giungevamo
a Bakú. Qua avremmo fatto una lunga sosta, per riprenderci dalle emozioni, e
prima di affrontare la tappa conclusiva del viaggio. Eravamo stanchi e
volevamo rilassarci. Avremmo anche cercato di Rosa Barkhudarova, già
nostra compagna di vacanze a Khodzhori nel 1938, che era originaria di Bakú
e doveva risiedere da queste parti.
capitolo XXXVI pag. 31
*
*
*
Bakú era una grossa città di circa seicentomila anime, il maggior centro
industriale della Transcaucasia, divenuto, a partire dal 1920, la capitale della
neonata Repubblica sovietica dell’Azerbaigian, anche se la sua importanza
travalicava chiaramente i confini della repubblica. Nota sin dal V secolo, era
stata a partire dal 1747 capitale del Khanato di Bakú, ed era entrata a far
parte dell’impero russo nel 1806. Nella seconda metà dell’ottocento era
rapidamente divenuta un grosso centro industriale, dopo l’avvenuta scoperta
e coltivazione su larga scala, - a partire dal 1870, - degli allora ricchissimi
campi petroliferi della regione. La trasformazione di Bakú nel principale
centro russo di produzione, estrazione e raffinazione del petrolio, e quindi
anche in città moderna, era stata opera soprattutto di una nota dinastìa di
industriali svedesi, i Nobel (con la partecipazione però anche di capitali
inglesi e francesi), in primo luogo i fratelli Ludvig (1831-88) ed Alfred (183396), entrambi ingegneri di valore (il secondo era quello che nel 1866 inventò
la dinamite ed avrebbe fondato i premi Nobel), ed il figlio di Ludvig Emanuel
(1859-1932). Alla vigilia degli anni quaranta i campi petroliferi di Bakú
fornivano circa l’80 % della produzione russa di petrolio.
Bakú, di cui nel 1938 avevamo visto soltanto la stazione, mi apparve
subito una città dall’aspetto stranamente europeo. Era la più europea delle
città dell’URSS, ancor più di Leningrado, e ricordava inaspettatamente Parigi,
sia pure con una certa aria esotica, più meridionale che orientale. Da questo
punto di vista Bakú e Tbilisi sembravano città antitetiche: Bakú industriale
ed europea, Tbilisi villica ed orientale, quasi persiana. Anche se poi
l’Azerbaigian per religione, civiltà e costumi era mussulmano, e la Georgia
invece
cristiano-ortodossa.
L’arcano
era
semplice:
sviluppatasi
molto
rapidamente a cavallo tra i due secoli con l’apporto di capitali e tecnici
europei, l’architettura che predominava in tutta la parte centrale della città
era quella europea di fine ottocento e della Belle Époque, ossìa la stessa che
dava la sua impronta a buona parte della capitale francese.
I costumi a Bakú però, a differenza dell’architettura, non erano
propriamente europei, come potemmo ben presto costatare. Come già detto,
pensavamo di trovare a Bakú la Rosa Barkhudarova, una brunetta che era
stata assieme a noi, tre anni prima, nel campo di pionieri di Khodzhori.
capitolo XXXVI pag. 32
Faceva parte del mio “zvenó” assieme a Tamara, doveva avere circa un anno
meno di me, ed Enrique già allora le piaceva, e lui, dritto, le faceva il filo.
Aveva un viso molto dolce, era simpatica ed allegra, benché a volte con una
vena di malinconìa: ricordava una nota figura femminile di Antonello da
Messina. Era di Bakú, lo sapevamo, e pensavamo di cercar di lei, visto che
v’eravamo: l’avremmo rivista con molto piacere. Naturalmente, non ne
conoscevamo l’indirizzo, ma in Russia quello non era un problema. Ne
conoscevamo infatti nome, cognome ed anno di nascita, ed a Bakú, come
ovunque in URSS, vi erano l’“adresnyj stol” e gli “spravocnye bjuró”. Ma è
forse opportuno spendere qualche parola per spiegare cosa fossero queste due
istituzioni prettamente sovietiche.
L’“adresnyj stol” era l’anagrafe. Ogni cittadino che avesse compiuto
sedici anni, ad eccezione degli abitanti delle zone rurali, doveva nell’URSS
essere
fornito
di
documento
personale
d’identità,
il
“passaporto
per
l’interno”, e quest’ultimo ad ogni spostamento andava registrato, “propisan”,
presso il “pasportnyj stol”, “tavolo dei passaporti”, della sezione della
“militsija” locale competente per territorio, non appena quel tale cittadino
intendesse fermarsi in questa o quella località urbana per più di tre giorni.
La registrazione, “propiska”, poteva essere permanente o provvisoria, e
non era per nulla automatica, bensì “concessa”: andava cioè richiesta, e
poteva venir rifiutata a chi non avesse motivi di soggiorno ritenuti
sufficientemente validi. Per ottenerla bisognava dimostrare inoltre di poter
contare, in quella località, su di una “superficie abitativa sufficiente”. Il
sistema, “pasportnyj rezhim”, già in auge nella Russia zarista, era stato
riattivato durante gli anni del primo piano quinquennale, nel 1929-32, ed è in
vigore ancor oggi, con la differenza che a partire dal 1975 è stato esteso anche
agli abitanti delle campagne, che prima ne erano esclusi. Se lasciavi la città,
sarebbe stato d’obbligo prima “deregistrarsi”, cioè “vypisatjsja”. Tutti i
relativi dati venivano concentrati presso l’“adresnyj stol”, “tavolo degli
indirizzi”, della Direzione della “militsija” cittadina (il sistema, come già
detto, non valeva per le campagne), che disponeva così in teorìa di un quadro
preciso di chi si trovasse in città, da dove fosse giunto ed ove risiedesse.
Quei dati erano accessibili anche al pubblico, tramite gli “spravocnye
bjuró”. Questi ultimi erano un’altra istituzione sovietica, molto utile e
necessaria vista la quasi assoluta mancanza di guide, elenchi telefonici ed
capitolo XXXVI pag. 33
altro materiale di consultazione a stampa. Funzionavano in questo modo: in
ogni città esisteva un ente chiamato “gorspravka” (“informazioni cittadine”),
che disponeva di un ufficio centrale e di una rete di chioschi disseminati per
strada in crocicchi e punti strategici importanti. Avevano un determinato
orario
di
apertura,
ed
un
impiegato
fornito
di
qualche
testo
di
documentazione e di un telefono collegato con la sede centrale. Ti ci potevi
rivolgere e chiedere indirizzo e numero di telefono di questo o quell’ente,
indirizzo di determinati negozi, orario dei treni, d’apertura dei musei,
programmi dei teatri e cinematografi, prezzo dei biglietti, ecc. ecc., incluso
l’indirizzo di questo o quel tuo conoscente, se egli risiedeva in quella città:
bastava conoscerne nome, cognome e data di nascita. Se risultava registrato,
te ne veniva fornito l’indirizzo preciso.
Alcune di queste “spravke”, informazioni, ad esempio quelle sugli uffici
cittadini o le sezioni della “militsija”, venivano fornite gratuitamente; le altre
invece,
comprese
gli
indirizzi,
erano
a
pagamento:
ogni
richiesta
d’informazione costava 20 copechi, il prezzo di un bicchiere di acqua gassata
con “sciroppo”. Per un paragone il prezzo del biglietto del tram era di 10
copechi, quello della metropolitana a Mosca di 30. Alcune informazioni
venivano fornite subito; per le altre bisognava attendere che l’impiegato si
mettesse in contatto con la sede centrale. Ci accostammo al primo chiosco che
trovammo nei pressi della stazione, scrivemmo su un modulo i dati della
persona che cercavamo, versammo i 20 copechi, ne ritirammo la ricevuta.
Passassimo tra un’oretta, disse l’impiegata.
Ripassammo: Rosa Barkhudarova, nata nel 1924, c’era, ed abitava Bakú.
Prendemmo l’indirizzo tutto felici, e ci facemmo indicare come arrivarvi.
Risultò una zona alquanto periferica: piccole casette con giardini, palizzate,
molti i cani da guardia. Arrivammo e suonammo. Un silenzio circospetto.
Riprovammo. Dall’interno del giardino arrivò un uomo, con aria grintosa e
diffidente, ed in mano una scure, di quelle usate per spaccare la legna. Con
modi piuttosto bruschi ci chiese cosa volessimo. Gli dicemmo che cercavamo
di Rosa Barkhudarova. Con faccia ancor più cupa ci chiese che volessimo da
lei. Tentammo di spiegargli che eravamo stati con lei nel medesimo campo di
pionieri tre anni prima, l’avevamo conosciuta lì, ora eravamo di passaggio a
Bakú, e l’avremmo rivista con piacere.
capitolo XXXVI pag. 34
A questo punto sembrò esplodere, e ci rovesciò addosso, in un russo
assai storpiato, una lunga tiritera inframezzata di insulti. Il senso di quel
fiume di parole era più o meno questo: ti lasci convincere dagli insegnanti di
tua figlia a lasciarla andare in un campo di pionieri, ed ecco che poi ti
arrivano in casa da chissà dove dei teppisti pronti a calpestare ed infangare
buon nome e reputazione di una ragazza illibata. Filassimo, se non volevamo
far conoscenza con la sua ascia, che sua figlia era onesta, non una poco di
buono. Era suo padre, eravamo in paese mussulmano, e l’aspetto di noialtri
due, dopo le nostre peripezìe, io poi con la testa rapata, come appena uscito
dal penitenziario, non doveva essere di quelli che ispirano fiducia.
Con Enrique ci guardammo in faccia: una lezione gliela avremmo data
volentieri, che non era certo una scure a farci paura, ma chi ci avrebbe
rimesso sarebbe poi stata Rosa. Aveva solo diciassette anni, ed a giudicare da
quanto visto ed udito, poteva non aver vita facile in famiglia: inutile crearle
altri problemi. Scrollammo le spalle, e ce ne andammo: pazienza, sarebbe
stato per un’altra volta.
A Bakú comunque rimanemmo ancora per un giorno o due, anche se
non ricordo dove dormimmo: forse alla “camera di riposo” della stazione.
Ricordo invece che vi vedemmo un film che mi piacque, un giorno che
piovigginava e non sapevamo dove andare a sbattere. Era la prima volta che
andavamo al cinema da quando avevamo lasciato Ivánovo. Le attualità, e poi
“Il mio amore”, film niente male del 1940, con Lidia Smirnova, regista
Vladimir Korsh-Sablin (1900-1974), genere commedia lirica, che non avevo
fatto in tempo a vedere prima. Con una bella canzone di Isaak Dunaievskij
(1900-1955), allora innamorato dell’attrice, (il film era tutto costruito attorno
ad essa), che divenne subito molto popolare: “Se tutto è strano - Se tutto è
diverso - Se non hai più la forza di pensare - Se il sonno sfugge - Se il cuore
piange - Piange lagrime di gratitudine - Se il mondo intero - Al cuor ora sta
stretto - E l’aria è piena di canzoni - Se al momento di lasciarvi - Aneli ad un
nuovo incontro - Allora vuol dire che è arrivato, il tuo amore... - Se è tutto
strano - Se tutto è diverso - Se non hai più la forza di pensare - Se il sonno
sfugge - Se il cuore piange - Piange di dolore inespresso - Se il mondo intero
- Ora lo misuri ora da questo dolore - Se non credi più a nulla - Se, dopo
esservi lasciati, l’incontro non cerchi più - Allora vuol dire che il tuo amore
se ne è andato”. La canzone la recuperai dopo, ma il film è allora che lo vidi.
capitolo XXXVI pag. 35
Riposati e rinfrancati, ci accingemmo a superare l’ultima tratta: BakúTbilisi. Il treno, anche questo a carrozze, normale, normalissimo, ma non
proprio espresso, mise più di quattordici ore a superare i seicento chilometri
che dividono le due città. Ma non avevamo più nessuna fretta, e poi era un
treno a carrozze, con belle panche di legno, quasi confortevole, con attorno
gente allegra, che viaggiava per i fatti suoi. E la più gran parte del viaggio si
svolse di notte: dormimmo come due angioletti. Arrivammo che era mattina,
ed uscimmo di stazione nell’aria fresca. Il gran viaggio era finito, eravamo a
Tbilisi. Ce l’avevamo fatta.
Che fossimo in Georgia, ce n’accorgemmo quasi subito. Usciti che
fummo in città, e preso l’indirizzo del Soccorso Rosso locale in uno dei soliti
chioschetti
delle
informazioni,
ci
avviammo
verso
il
centro.
Mentre
traversavamo la grande piazza della Federazione transcaucasica (ex piazza
Erivanj), prima di imboccare la prospettiva Rustaveli, un “militsioner” ci
fermò: avevamo traversato fuori dalle strisce pedonali, dovevamo pagare la
multa. Intimorito (ho sempre avuto rispetto per le uniformi, soprattutto se
della “militsija”) e non conoscendo gli usi del posto, chiesi timidamente
quanto fosse: 3 rubli e 15, fu la risposta. Tirai fuori il denaro, l’agente mi
scarabocchiò con sussiego una specie di ricevuta, e me la tese, salutandomi
militarmente. Era tanto serio e immedesimato nella parte che neppure ad
Enrique, assai più scafato di me, venne il minimo dubbio. Quando più tardi
narrai la cosa ai nostri nuovi amici locali, questi scoppiarono però in una
risata irrefrenabile.
Non capivo: perché mai ridevano così di gusto? E’ che 3 e 15 era il
prezzo di un quartino di vodka, ed io avrei dovuto ricordarlo! Multe di
quell’entità non erano mai esistite, e quando mai si era visto multare
qualcuno, a Tbilisi come a Mosca, per aver traversato fuori dalle strisce? Il
“militsioner”
georgiano
aveva
semplicemente
fiutato
la
preda:
due
sprovveduti giunti dalla Russia, pieni di soggezione per l’uniforme. Attore
nato, aveva aggiunto al danno la beffa: se fossimo stati più vigili, e meno
smarriti, il significato simbolico della cifra richiesta avrebbe dovuto aprirci
gli occhi. Il quartino se l’era meritato: della lezione avremmo tenuto conto.