Sailing to Philadelphia Le note che girano intorno Il due di
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Sailing to Philadelphia Le note che girano intorno Il due di
12 novembre2000 CD vitamine recensioniletterarie,cinematograficheemusicali acuradiPaoloBoschi t Libri AGE, Scriviamo un film (Pratiche Editrice) Il bresciano Agenore Incrocci, in arte semplicemente Age, classe 1919, è stato autore nel corso della sua lunga carriera delle sceneggiature di numerosi capolavori del cinema italiano: tra i film nei quali Age ha messo la sua penna figurano molte pellicole di Totò, La grande guerra di Monicelli e I soliti ignoti di Nanni Loy, e ancora I mostri, L’armata Brancaleone, Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, C’eravamo tanti amati di Scola, giusto per citare qualche titolo. Un maestro indiscusso della non troppo nota arte della sceneggiatura, una professione spesso lontana dalle luci della ribalta ed emarginata dagli onori del pubblico, ma fondamentale per la riuscita di un film, di cui spesso si conoscono il regista ed il cast, spesso anche l’autore della colonna sonora, ma non lo sceneggiatore, ovvero colui che ha dato forma scritta alla storia. Con Scriviamo un film Age ha tentato di fissare in un manuale la sua esperienza di sceneggiatore: quali sono le fasi della stesura di un copione cinematografico, quali difficoltà si possono presentare e gli accorgimenti per superarle, come si mette a punto un’idea, come si stende la sceneggiatura, come si focalizzano i personaggi e gli stili da utilizzare nei dialoghi. In questo volume l’autore ci spiega come affrontare tutte le problematiche insite nella scrittura cinematografica, esemplificando con copioni suoi o scritti da colleghi ed attingendo ai generi più disparati (da Amadeus di Milos Forman a Batman di Tim Burton). Age arriva al punto sfruttando la pratica della sua professione per smontare i film dall’interno, mostrandocene così i meccanismi, le regole ed i segreti. Un volume ideale per cinefili o aspiranti tali, che insegna a scrivere film ed insieme offre gli strumenti per giudicare una sceneggiatura. FRANK McCOURT, Le ceneri di Angela (Adelphi) In questo splendido romanzo autobiografico Frank McCourt – classe 1930, al suo esordio letterario – ha riversato in piena full immersion il suo passato di bambino ed adolescente, dall’età dei primi ricordi (intorno ai tre anni) fino ai diciannove. La famiglia di Frank si forma negli anni Trenta a New York. I suoi genitori sono immigrati irlandesi costretti al matrimonio dal classico errore d’inesperienza: il padre, Malachy, è un perenne disoccupato afflitto dal vizio dell’alcool, al punto di bersi perfino il sussidio. Angela, la madre, è invece una donna devota e sempre in ansia per far sbarcare il lunario ad una famiglia spesso costretta a guardare la povertà dal basso. Il pesante lutto di una neonata obbliga i McCourt a tornare in Irlanda, nella povera e malsana Limerick, città natale di Angela, dove la loro vita diventa un vero inferno: muoiono altri due figli, il padre continua ad ubriacarsi perdendo i lavori occasionali, mentre Frank, crescendo, inizia a lavorare recapitando telegrammi per tutta Limerick, accumulando ostinatamente i soldi necessari per fuggire dall’Irlanda e tornare in America in cerca di fortuna. Una storia di grande impatto emotivo che suona viva e vera in ogni pagi- na, senza mai scendere nel patetico: Le ceneri di Angela – ripubblicato di recente da Adelphi in edizione economica – è senza esagerazioni di sorta un piccolo miracolo letterario, peraltro traslato sul grande schermo nell’omonimo film dal regista Alan Parker. t Film X-MEN: THE MOVIE, regia di Bryan Singer, con Patrick Stewart, Ian McKellen, Hugh Jackman, Famke Janssen, James Marsden, Halle Berry; fantastico; Usa; C. Trattandosi della traslazione sul grande schermo della serie portante del Marvel Universe, esistono dichiaratamente due livelli di lettura per l’ultima prova del giovane e talentuoso regista americano Bryan Singer, già autore de I soliti sospetti e L’allievo. In primo luogo non resteranno delusi i fans dei fumetti degli X-Men, numerosi anche in Italia, anche se la rilettura di Singer è particolare, attualizzante, realistica e non propriamente ortodossa. Per quanto riguarda invece i neofiti assoluti del mondo del dinamico gruppo mutante, questo film sarà l’occasione per entrare dalla porta principale in una delle migliori serie supereroistiche degli ultimi quarant’anni: una saga dall’afflato fantastico, dal respiro drammatico e decisamente d’attualità, perché il timore causato dalla comparsa dei mutanti non è che l’ennesima rielaborazione del germe di tutte le potenziali guerre, ovvero la paura del diverso, l’incomprensione per l’ignoto. X-Men: The Movie prende avvio dalla campagna denigratoria di Robert Kelly, senatore degli Stati Uniti, verso il genere mutante, a suo giudizio una potenziale minaccia mortale per la razza umana: per prevenire tale pericolo il politico sta cercando di far approvare una legge che imporrebbe a tutti i mutanti l’obbligo di essere schedati. Il senatore Kelly viene rapito da Magneto, il potente signore del magnetismo, a capo della Confraternita dei mutanti, che annovera nelle sue fila il brutale Sabretooth, il repellente Toad e la mutaforma Mystica. Tenteranno di fermarlo gli X-Men formati dal professor Xavier, il telepate più potente del pianeta: Ciclope con i suoi raggi ottici, la telepate Jean Grey e la signora dei venti Tempesta, con l’aiuto degli ultimi arrivati del gruppo, ovvero l’artigliato e selvaggio mutante canadese Wolverine e la giovane Rogue, capace di rubare l’essenza vitale di chiunque la tocchi. Il plot è semplice ma ben dettagliato: il film di Bryan Singer procede a buon ritmo con un crescendo di suspense, punteggiato da effetti speciali semplicemente incredibili, curati dalla Digital Domain di James Cameron. Un film d’azione mutante al 100%. MALÈNA, regia di Giuseppe Tornatore, con Monica Bellucci, Giuseppe Sulfaro, Giuliano Federico, Matilde Piana, Pietro Notarianni; drammatico; Italia; C. Nei primi anni Quaranta la bellissima Malèna Scardia è il palese oggetto del desiderio di un’intera cittadina siciliana: le sue camminate in centro attirano gli sguardi di concupiscenza dei concittadini di sesso maschile, suscitando nel contempo l’invidia delle rispettive consorti. Dato che il marito, chiamato alle armi, è partito per il fronte africano, le chiacchiere sul conto della splendida ragazza si sprecano. Con lo sconforto per la notizia della morte del marito, per Malèna arrivano anche notevoli difficoltà pratiche, ed i notabili locali saranno pronti ad approfittarne biecamente, tanto che per la giovane donna il passo verso la prostituzione diventa una naturale discesa verso l’abisso. In Malèna, l’ultimo atteso film di Giuseppe Tornatore, al centro della vicenda non c’è tanto una figura straordinaria di donna, quanto la sua proiezione nell’immaginario di un intero paese, che la odia o la desidera come un semplice oggetto erotico, dalla pura valenza estetica e sensuale. Dopo la notevole prova offerta in La leggenda del pianista sull’oceano il regista siciliano torna a rituffarsi nel passato della sua terra (ritratta attraverso una suggestiva fotografia) con una storia decisamente rappresentativa di certa mentalità insulare: e non a caso il fulcro onirico ed iconico del film è la bellezza solare e torrida di Monica Bellucci, ideale pendant del paesaggio mediterraneo circostante. Il punto di vista attraverso cui Tornatore ci racconta la vicenda costituisce allo stesso tempo l’originalità ed il punto debole del film. Impariamo infatti a conoscere Malèna dal radicato voyeurismo di un adolescente, Renato, avvinto dalla straordinaria avvenenza di Malèna, pronto a pedinarla nei suoi spostamenti, a spiarla nell’intimità della sua casa, ed a sfogare onanisticamente le sue pulsioni sessuali proiettandole su di lei: un punto di vista particolare, ma ripetitivo e grottesco nella riproposizione degli stessi moduli ad libitum. t Musica MADONNA, Music [Maverick/Warner Bros] E’ un po’ la principale prerogativa di Madonna quello di sorprendere con un look diverso o comunque qualcosa di nuovo ad ogni uscita di disco, libro fotografico o film. Con Music, il suo ultimo album di studio, la cantante americana comincia a stupirci fin dalla copertina, dove si presenta smagliante con cappellone e camicia di jeans alla country girl: ma di country canonico ne troveremo ben poco scorrendo le undici tracce del disco, che nell’edizione europea regala (e non è male) anche American pie, cover dell’omonimo brano di Don McLean, direttamente dal soundtrack di Sai che c’è di nuovo? di John Schlesinger (interpretato da Madonna e Rupert Everett). Si comincia con l’ultimo singolo, ovvero la title track, che affina il discorso già avviato in Ray of light proponendo una dance elettronica alla moda, molto pop per la verità, orecchiabile ed intrigante. Come in tutti i suoi album, Madonna trova il tempo anche per mettere a segno una canzone veramente notevole sotto il versante artistico, ovvero una ballata intensa e toccante come I deserve it, vagamente memore della new wave: niente di strano, di ballate a pronta presa la carriera della cantante italo-americana è costellata fin dalla splendida Live to tell. Di brani di dance elettronica – con un piccolo aiuto del talentuoso francese Mirwais Hamadzaï – oltre a Music si contano anche Impressi- ve instant (con un sound davvero all’avanguardia) e l’ipnotico-ossessiva Runaway lover. Dopo aver ripreso fiato con I deserve it, il ritmo torna pressante con Amazing e si rilassa subito con la soft dance di Nobody’s perfect, dove Madonna si diverte col vocoder ma senza stupire più di tanto. Il settimo brano, il contagioso country sincopato e dotato di evoluzioni pop di Don’t tell me, finalmente giustica anche la citazione di copertina. Prima dell’ultima canzone, il recente singolo spacca-classifiche American pie, c’è spazio anche per una nuova sperimentazione elettronica, Paradise (not for me), anch’essa piuttosto rallentata ritmicamente, e per l’ultima suggestiva ballata da brividi, Gone. Music conferma, se mai ve ne fosse bisogno, l’istrionico talento di Madonna. PEARL JAM, Binaural [Epic] Con Binaural, sesto album di studio della loro storia, i Pearl Jam confermano la tendenza emersa nel disco precedente, Yield (1998): il quintetto di Seattle, con i Nirvana esponente di punta del grunge rock fin dai primi anni Novanta, col tempo sembra aver acquistato la tranquillità di chi ormai non ha più niente da dimostrare e può permettersi di suonare per il puro piacere di farlo – che, peraltro, è lo spirito giusto per eccellenza di chi vuole dilettarsi a fare musica –. Nelle tredici tracce di Binaural si avverte soprattutto una recuperata ruvidezza di suoni, un’immediatezza da sana garage band, un rock genuino, basilare ed essenziale, una musica piena ed intensa, grezza e diretta al tempo stesso. Quanto ad influenze, è da rilevare che si smussano i richiami a Neil Young, uno dei numi di riferimento del movimento grunge, mentre i Pearl Jam preferiscono recuperare alcune sonorità dichiaratamente rock degli Who, live band per eccellenza degli anni Sessanta. Con il brano apripista, l’aggressiva Breakerfall, si comincia proprio all’insegna dell’hard rock, con le chitarre di Stone Gossard e Mike McCready impegnate al massimo dello sforzo: il vigore chitarristico nelle successive Gods’ dice e Evacuation, supportate da una batteria rutilante, si amplifica poi verso il punk. La canzone seguente, l’ombrosa Light years, innesca un cambio di registro in direzione intimistica: è il cuore di Binaural, comprendente anche l’intensa Nothing as it seems, Insignifiance (brano in crescendo) e la splendida Thin air, probabilmente il pezzo di maggior presa emotiva del disco, nel quale la voce di Eddie Vedder si colora di venature soul. Nella seconda dell’album la qualità non cala mai: da segnalare la suggestiva Of the girl, la possente Grievance, Rival, canzone tra denuncia e cronaca sociologica (in memoria della strage del 1999 alla Colombine High School), la grezza ma diretta vena lirica di Soon forget (con un Vedder impegnato all’ukulele), infine la chiusa di Parting ways, tra epica e malinconia. Un gran bel disco. I libri sono cortesemente offerti dalla libreria SEEBER, Via Tornabuoni 70/r, Firenze Tel. 055215697 I dischi sono gentilmente offerti da GHOST, P.zza delle Cure 16/r, Firenze Tel. 055.570040 RIFLESSIONISUTREMEDIA Il due di novembre dell’anno 2000 Cose viste e udite, lette e commentate Apro a caso la televisione, e inciampo in uno dei soliti dibattiti, in cui ognuno resta della propria opinione, e che personalmente mi fanno alquanto arrabbiare, perché il conduttore - rigorosamente di genere maschile - fa in modo di lasciare sempre l’ultima parola a un determinato opinionista. Opinionista, come ormai quasi tutti, perfettamente calato nello stampo giubilare, il che fa sì che le emittenti dello Stato italiano somiglino alquanto a quella dello Stato vaticano. St a nno p a r l a n d o g i u s t o dell’immortalità dell’anima. Come sempre in certi casi, son sul punto di schiacciare un qualsiasi bottoncino del telecomando per salvarmi, quando vedo sullo schermo la faccia sorridente di Margherita Hack. Alt: qui per me comincia il pagina precedente bello. So quello che dirà, e so che i colli torti, obbligati ad invitarla, ma incapaci di confondere una simile “testa d’uovo” serenamente atea, lasceranno cadere in un rispettoso (?) silenzio le sue parole. Allora i larghi sorrisi, le franche risate della nostra scienziata “amica delle stelle” si trasformano in una specie di sorriso della Gioconda che la dice lunga sulla validità di quella tacita risposta. (E grazie, Margherita!). Per coincidenza puramente casuale con la data odierna, pochissimi giorni fa, avevo avuto per le mani un volume di non grande mole, ma molto curato come contenuto e come veste editoriale. E’ uno di quei testi molto ben fatti che periodicamente il Comune dà alle stampe, come fo s s e r o una s o r t a di rendiconti culturali, destinati agli addetti ai lavori e ad una parte certo non sprovveduta della cittadinanza. Lo esaminai con molta curiosità, ma senza il minimo interesse a recensirlo poiché - mi si passi il paradosso - il suo argomento personalmente non mi interessa proprio. Si tratta infatti di uno studio storico-estetico, a cura di due valenti architetti, sui “luoghi di sepoltura” a Firenze; mentre io personalmente penso che in un m o n d o sovraffollato, inquinato, inaridito, la sepoltura sia una pratica da superare, anzi, da evitare. Consegnare il nostro povero corpo ai vermi della putrefazione mi sembra cosa disgustosa, addirittura vergognosa. Tanto più che con ciò si toglie terra ai viventi. E con la parola terra intendo spazio, nutrimento, ed anche cielo. Sì, cielo: se penso a quelle ridicole torri, che spesso tagliano via pacificanti orizzonti e che bisogna arrampicarsi per una scala a pioli, a rischio d’infortunio, per offrire un fiore o un lumino ad un rettangolo di marmo. (Anche a credere ad un’anima immortale, non mi vorrete raccontare che stia lì dietro). A q u est o p u n t o , l a t r asandatezza stilistica di queste ultime righe mi pare mettere i n c h i a r a ev i d en za l ’ a ppassionata convinzione con la quale già da anni appartengo alla Società di Cremazione della nostra città. È una convinzione che anima diverse migliaia di persone senza distinzione di sesso, di età, di cultura, di censo, di idea politica o di fede religiosa e che si traduce in una pratica di civiltà. Sailing to Philadelphia Il leader dei Dire Straits non poteva che regalarci una prova solista del calibro di Sailing to Philadelphia, disco insieme delicato ed ombroso, vera musica da viaggio, magari un coast to coast aereo per i cieli americani, come l’album pare suggerire fin dalla copertina. Mark Knopfler continua a rileggere per l’ennesima volta il mito degli States, una frequentazione di lunga data, fin dal notevole Brothers in arms (1985), dove tra l’altro gli Straits ci proponevano So far away, brano prototipico dell’on the road a stelle e strisce. Quanto alla musica lo Knopfler solista pare attenuare volutamente la sua vena di rock writer di razza per concedersi ad una terra di nessuno dove il bello e l’insostenibile sono di casa, tra un po’ di country, sprazzi di blues, alchimie folk e venature da southern pop rigorosamente made in U.S.A. Gli danno una mano nell’operazione due guest stars del calibro del grande James Taylor, che duetta con Knopfler nella soave title track, e del mitico Van Morrison nell’intensa The last laugh, semplicemente meravigliosa. La track list di complessivi tredici brani si apre con il singolo What it is, un ritmato pop rock che subito rimanda alla premiata scuola Dire Straits, e poi inizia a salire nei cieli come l’aereo di copertina senza perdere mai quota fino all’ultima traccia. Dopo il debutto solista con Golden heart (1996) Mark Knopfler ritorna con un disco di chiara impostazione intimistica, dove aleggia di massima un country blues che si adatta di volta in volta a colorare gli stati d’animo soffusi nei brani, tra la chitarra sbarazzina che domina la spensierata Who’s your baby now, non indispensabile ma piacevole, l’atmosfera di frontiera di Baloney again o la densa malinconia di Silvertown blues. Il cantante e chitarrista scozzese replica talvolta se stesso ed i Dire Straits, dando l’impressione di concentrarsi più sulle parole che sulla musica, anche perché certi accordi, come accade nella desertica Prairie wedding fanno ormai parte del suo bagaglio cromosomico, e nonostante ciò suonano sempre originali. La coda del disco presenta un gioiello country come Speedway to Nazareth, lo strano blues rurale di Junkie doll e la splendida One more matinee, per una chiusura all’insegna della delicatezza. L’ennesima conferma dell’immenso talento di Mark Knopler. P.B. OSSERVATORIOMUSICALE Le note che girano intorno L’exploit principale del periodo lo hanno messo a segno i britannici Radiohead, che sono riusciti con il loro ultimo album Kid A a conquistare il primo posto in simultanea sulle charts americane ed inglesi. Nella top ten U.S.A. degli album si confermano anche Mystikal con Let’s get ready, gli hiphoppers Nelly con Country grammar e, nelle immediate posizioni di rincalzo, vola il punk rock dei Green Day con Warning, staziona Revelation dei 99 Degrees e Music di Madonna. La principale icona musicale degli ultimi vent’anni ha perso anche il primato dei singoli, dove Music è stata spodestata dalla giovane clone di Mariah Carey, ovvero Christina Aguilera, che ha piazzato Come on over baby al numero uno. Intanto nel Regno Unito è esploso il ciclone U2, annunciato dal singolo Beutiful day, volato immediatamente in cima alla chart britannica, davanti al duetto Robbie Williams & Kilye Minogue con Kids ed all’ex numero uno, Black coffee delle All Saints. Quanto agli album, anche in Inghilterra dominano come si è detto i Radiohead, davanti a Painting it red dei Beautiful South, a Madonna, a Sing you we’re winning di Robbie Williams; debutta direttamente nei top ten il glamour rock di Black market music dei Placebo, come pure l’antologia del vecchio Cliff Richard, mentre perde posizioni il (finora) sorprendente Craig David. Nel vecchio continente va ancora forte Madonna, prima nella classifica degli album davanti ai Radiohead ed a Sailing to Philadelphia, l’ultimo album di Mark Knopfler, l’inossidabile leader dei Dire Straits. Il singolo che va per la maggiore a livello europeo è invece Could I have this..., il non indimenticabile duetto di Iglesias Jr. & Whitney Houston. In Italia, aspettando il botto degli U2, l’album più venduto è Cento di queste vite dei Pooh, che precedono Mark Knopfler, l’ultima Mina con Dalla terra ed i Radiohead. Continuano a stazionare nei top ten anche i giovanissimi Lùnapop e Madonna, entrano invece nelle zone alte della classifica Canzoni a manovella di Vinicio Capossela, i Placebo ed i Green Day. I singoli più gettonati a livello nazionale sono Beautiful day degli U2, Fuoco nel fuoco di Eros Ramazzotti e Una su un milione di Alex Britti. P.B. Mila Spini pagina successiva