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Esteri
il Giornale
쏋
Domenica 3 febbraio 2008
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Vincitrice dell’Eurofestival si oppone alla cessione del Kosovo e Bruxelles medita di non far tenere a Belgrado la prossima manifestazione canora
La cantante serba che sfida l’Unione Europa
Fausto Biloslavo
쎲 Una famosa cantante
serba si schiera con Tomislav Nikolic, l’ultranazionalista e bestia nera delle cancellerie occidentali che oggi
potrebbe vincere per un soffio le elezioni presidenziali.
Nulla di sconvolgente se
non fosse per il fatto che Marija Šerifovic ha vinto l’ultima edizione dell’Eurofestival della canzone ed è stata
nominata «Ambasciatrice
per il dialogo interculturale» dell’Unione Europea.
La Ue, però, è il nemico numero uno di Nikolic, che
vuole tenersi il Kosovo a tutti i costi. Se il leader del Partito radicale diventasse presidente imporrebbe la rottura diplomatica con i Paesi
europei che appoggiano i
secessionisti albanesi della
provincia.
Non solo: Molitva (Preghiera), la canzone che ha
vinto il festival europeo, è
stata adottata, durante la
campagna elettorale, come
inno degli ultranazionalisti
che rimpiangono il mito della Grande Serbia. La Serifovic si è esibita ai comizi appoggiando a colpi di ugola
Nikolic contro il moderato
ed europeista Boris Tadic,
presidente uscente, sul quale punta l’Occidente. Marija
ha solo 23 anni e nel 2007
ha vinto l’Eurofestival in
Finlandia. Subito dopo la
cantante ha dichiarato di
«sentirsi orgogliosa di essere serba» ed è diventata
un’eroina. Al suo ritorno a
Belgrado è stata accolta da
centomila persone.
Oggi, la cantante, «ambasciatrice» europea, appoggia il candidato di un partito ancora presieduto da
Vojislav Seselj, detenuto all’Aia con l’accusa di avere
istigato i crimini di guerra
compiuti nel disfacimento
della Jugoslavia negli anni
ia di persone.
John MacDonald, portavoce della Commissione europea, ha dichiarato che
«gli ambasciatori scelti dalla Ue sono liberi di avere le
proprie opinioni politiche,
ma c’è un problema se le loro iniziative diventano incompatibili con gli scopi
per cui sono stati nominati,
ovvero promuovere il senso
di appartenenza all’Unione
e la comprensione reciproca». L’aspetto più imbarazzante è che l’Eurofestival di
quest’anno si dovrebbe tenere a Belgrado e la madrina di diritto è la Šerifovic.
Bruxelles sta studiando come evitarlo, soprattutto se
oggi vincerà Nikolic.
(Ha collaborato Stefano
Giantin)
Marija Serifovic, ambasciatrice della Ue «per il
dialogo interculturale», appoggia il candidato
ultranazionalista avversario di quello filoeuropeista
novanta. Marija è scesa in
campo il 24 dicembre al raduno dei radicali a Kragujevac, città natale sua e
di Nikolic. Davanti a 5mila
ultranazionalisti, che guardano più a Mosca che a Bruxelles, ha intonato Preghiera per suggellare l’appoggio al candidato ultranazionalista.
Il 15 gennaio, a Belgrado,
la Šerifovic è riapparsa ad
un comizio dei radicali appoggiando senza riserve
Nikolic e sostenendo che la
sua canzone è «una preghiera per una nuova, diversa e più onesta Serbia».
L’apoteosi è avvenuta giovedì scorso quando la cantante ha chiuso la campagna
elettorale dei radicali all’Arena di Belgrado, il nuovo palazzetto dello sport costruito per gli europei di
basket. La Šerifovic ha arringato la folla sostenendo
che «i radicali mantengono
le promesse». Compresa
quella di non volere rinunciare al Kosovo.
Non a caso durante il raduno è stato letto un messaggio di Seselj che attaccava duramente Tadic e
l’Unione europea accusata
di essere nemica dei serbi e
desiderosa di amputarne il
territorio. L’assurdo è che
alla fine del comizio la canzone della Šerifovic, premiata dall’Europa, è diventato l’inno degli ultranazionalisti con un coro di miglia-
BALLOTTAGGIO PER LE ELEZIONI PRESIDENZIALI
DALL’EUROPA
ALL’AMOR PATRIO
Marija Serifovic
con una bandiera
serba. La cantante,
vincitrice dell’ultima
edizione
dell’Eurofestival,
si è schierata con
l’ultranazionalista
Tomislav Nikolic,
contrario
alla secessione
del Kosovo
Oggi resa dei conti a Belgrado
tra Tadic e lo sfidante Nikolic
Maurizio Cabona
쎲La Serbia vota oggi (secondo
turno) per il presidente. Sceglie
fra il capo dello Stato uscente, Boris Tadic, appoggiato dall'Ue e dagli Usa, e Tomislav Nikolic, candidato del Partito radicale (nazionalista), guidato da Vojislav Seselj,
da quattro anni in galera all'Aia,
ultimo «ospite» importante di un
languente Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia.
Entrambi i candidati si sono dichiarati contro la secessione del
Kosovo. Ma il no di Tadic è formale: prevede solo effimere ripicche
diplomatiche e frontaliere; quello
di Nikolic è sostanziale, molto sostanziale, anche se non si prevede una reazione militare, legalmente valida quanto quella di Lincoln contro i secessionisti del Sud.
Come nelle precedenti elezioni
Testa a testa tra il presidente
uscente e il candidato radicale:
in primo piano il nodo Kosovo
presidenziali, al primo turno Nikolic ha avuto molti più voti di Tadic, che però spera di ripetere il
successo del 2004, grazie alla confluenza su di lui di voti in precedenza non suoi.
Il capo del governo, Vojislav Kostunica, stavolta non ne ha «girato» uno a Tadic, coi quali ha avuto continui attriti anche in questa
fase d'emergenza nazionale. Ciò
mina la loro eventuale, ulteriore
coabitazione. L'intento di Kostunica - limare le unghie a Tadic - è
già riuscito: in caso Tadic fosse
rieletto, il suo margine sarebbe
[FOTO: AFP]
probabilmente minore che nel
2004. Stasera forse non saranno
diffuse proiezioni, perché lo scarto fra i candidati s'annuncia sotto
i centomila voti...
Chiunque sia il nuovo presidente serbo, il Kosovo secederà. Lo
farà fra una settimana, se sarà
eletto Nikolic; fra due, se sarà rieletto Tadic. Gli Stati Uniti hanno
deciso la tabella di marcia della
secessione e quindi la riconosceranno subito. Insieme ai maggiori
Stati dell'Ue, l'Italia farà lo stesso, obbedendo. Col distacco di
una regione - storicamente il Ko-
sovo sta alla Serbia come il Piemonte sta all'Italia - da un Paese
sovrano, contro la volontà di questo, s'instaura infatti un precedente che finirà col destabilizzare
mezza Europa.
Oltre al rischio internazionale,
per l'Italia si aprirà - in virtù dell'
urgenza attribuita al riconoscimento per non essere isolati dalla
maggioranza della Ue - una questione istituzionale. Per la nostra
Costituzione, un governo dimissionario resta in carica per il disbrigo degli affari correnti, ma il riconoscimento di un nuovo Stato so-
vrano tutto è meno che un affare
corrente. Ma probabilmente, previa un'informativa al Parlamento, si deciderà che la questione è
politica e si procederà. Se dunque
la secessione del Kosovo avverrà
domenica 10, sarà il governo Prodi a compiere il riconoscimento;
se avverrà domenica 17, sarà il
governo Marini, sempre che abbia già giurato. Direte: e la Costituzione? Sarà violata come nel
1999, quando il governo D'Alema
fece bombardare - in barba all'articolo 11 che vieta la guerra - proprio il Kosovo.
NEL SUPERMARTEDÌ DECISIVO IL VOTO DEL PIÙ POPOLOSO STATO DEGLI USA
Alberto Pasolini Zanelli
da Los Angeles
쎲 Il «Supermartedì» è cominciato fra il sabato e la domenica,
ma solo nel piccolo e bizzarro Stato del Maine; bizzarro nel sistema elettorale, nella scelta dei
giorni della settimana e nelle preferenze politiche: Mitt Romney
sta «stracciando» John McCain,
che nella gara repubblicana è finora largamente distanziato anche dal candidato «libertario»
Ron Paul. Per il resto d’America il
martedì cade di martedì e John
McCain ha il vento in poppa in
una «fascia» di Stati che si stende, come in un verso di America
the Beautiful, «from Sea to shi-
California, Hillary cerca la conferma
A Obama l’aiuto di una Eisenhower
dell’umore popolare è che il suo
margine vada diminuendo mentre quello di McCain si dilata. In
entrambi i partiti la gara si è semplificata in altrettanti duelli. Ufficializzato quello democratico dal
ritiro di tutti gli altri contendenti,
autentico anche per quanto riguarda i repubblicani, che pur sono in quattro ma con ruoli chiaramente definiti. Così come molto
diverse sono le strategie, a cominciare da quelle finanziarie.
Questa è la campagna elettorale di gran lunga più costosa
della storia d’America e in
nessun posto lo è, naturalUna nipote di Ike,
mente, quanto in California.
Si affrontano quattro modi
il grande repubblicano, diversi di amministrare il
budget. Sono democratici
contrariamente al solito, i
si schiera con Barack
due candidati che hanno
raccolto più denaro fra i loro sostenitori. Hillary li ha
ning Sea» da un oceano all’altro.
spesi
più generosamente e si affiÈ in testa a New York, lo è nella
da
adesso
soprattutto alla «macmaggior parte del Midwest e dell’Ovest. E lo è in California, la china» del partito, a sua disposi«preda» più ambita perché è lo zione da sempre. Obama non ne
Stato di gran lunga più popoloso dispone e allora, invece che spene dunque quello che fornisce il dere a pioggia, preferisce concenmaggior numero di delegati alle trarsi sugli Stati in cui può prevaconvenzioni nazionali dei due lere, anche se sono meno popolosi, in modo da poter annunciare
partiti.
Anche Hillary Clinton è in van- una fila di vittorie e concede pratitaggio, sul fronte democratico, camente alla Clinton l’area del
ma l’impressione degli scrutatori Nord Atlantico, a cominciare da
New York.
Entrambi però per strappare al
«Supermartedì» il sigillo della
Secondo i sondaggi diminuisce il vantaggio
della Clinton sul candidato afroamericano
McCain sembra distaccare i suoi rivali di partito
candidatura «inevitabile», avrebbero bisogno della California, che
ridiventa così decisiva, e in cui
Hillary sembra disporre di un asso nella manica con cui contrastare i progressi dello sfidante fra i
giovani, i più colti, le minoranze,
gli indipendenti. La sua carta sono i «latini», da cui si aspetta un
appoggio quasi plebiscitario, per
metà dovuto alla gratitudine nei
confronti della presidenza di Bill
Clinton e per metà - ma forse più
di metà - all’antagonismo degli
«ispanici» nei confronti dei neri,
che sono in numero molto inferiore. Dovrebbe essere proprio Los
Angeles, assieme a San Diego e
alle contee della Central Valley a dare l’impulso decisivo.
Tra i repubblicani le linee
dello scontro sono meno facili da delineare. Come la «liberal» Hillary è attaccata
da sinistra, così il conservatore McCain è sotto il tiro da
destra, da coloro che non gli
perdonano certe iniziative
«eretiche». Il più noto e severo
tra i suoi critici è Newt Gingrich,
ex presidente della Camera e autore del «Contratto con l’America». Egli gli rimprovera le posizioni sulla legislazione di costume,
l’opposizione ai tagli fiscali di Bush e, soprattutto qui, la sua moderazione nei confronti degli immigrati, inclusi quelli illegali.
Gli altri candidati ascoltano i timori delle masse e promettono
leggi draconiane, dal completamento del «muro» al confine col
Messico, alla «deportazione» di
tutti coloro che si trovano su suolo americano senza documenti.
McCain avverte che è irrealistico
pensare di cacciar via da 12 a 14
milioni di persone e preferisce
(come del resto Bush) una qualche sorta di «amnistia». Il tema è
bruciante particolarmente negli
Stati di frontiera, compresa l’Arizona, patria di McCain e, naturalmente, la California meridionale.
È qui che si è già cominciato a
costruire il «muro», anche se poi
si è dovuto ben presto constatare
che molti fra gli operai addetti a
erigerlo sono illegali.
Ma nel complesso l’atmosfera
della California è tutt’altro che angosciata e ciò fa prevedere un successo dei candidati dell’establishment nei confronti degli «insor-
L’ex first lady può
contare sul consenso
dei latino-americani
«OK PER MCCAIN» Giuliani si è ritirato e Schwarzy punta su McCain
[FOTO: AP]
ti». Anche se questi ultimi dispongono dell’appoggio di persone e
di nomi famosi. Più di tutti ne ha
raccolti Obama, che è arrivato in
California in compagnia di Ted
Kennedy e assecondato da personaggi femminili ben conosciuti.
Caroline Kennedy, figlia del presidente John, la star televisiva
Oprah Winfrey e, ultima e meno
attesa, Susan Eisenhower nipote
di «Ike» ed erede del più «storico» fra i cognomi «repubblicani».