Agorà 11-12 - Di Stefano - Serpotta.pmd
Transcript
Agorà 11-12 - Di Stefano - Serpotta.pmd
ARTE E ARTISTI L'arte mirabile degli scultori di famiglia Serpotta A Palermo il Sole giallo e cocente sbianca le pareti dei palazzi normanni, delle costruzioni barocche e arabeggianti, mentre l’edilizia degli anni '60 appare attonita della luce riflessa sui monumenti d’altri tempi. Dal buio delle navate, nascoste sotto il manto religioso dei monumenti a Pietro, le opere in stucco bianco brillano di candore, come la Luna, di luce riflessa, impropria. Come si apre soglia di fronte alla fonte battesimale o filtra chiarore, un tanto appena, dalle vetrate con angeli benedicenti, si evidenziano i fantasmi bianchi evocati con lo stucco. E del barocco lo stucco diventa esemplare e necessario elemento per l’adorno di cornici e bassorilievi a metà del '500, soprattutto per l’impreziosimento degli Oratori divenuti luoghi assembleari. Grezzo, appiccicoso, lattiginoso, difficile da plasmare, sembra artificio alchemico, quello di sostenere in “ fil di legno” una struttura scultorea e renderla duraturo esemplare di maestria creativa con lo stucco. Davvero, Adamo nasce dal fango, come le opere inanimate, se non dallo spirito di un umano creatore, copia dell’assoluto, dal fango cretaceo dell’argilla e per finire da impasto “stucchevole”. A Palermo pensò di introdurre questa tecnica del sublime, nel 1544, tale Orazio Alfano, proveniente dal centro Italia, e operante in Sicilia per la volta dell’abside della Cattedrale palermitana sopra la grande tribuna gaginesca. Nei primi del ‘500 a Roma la tecnica era ampiamente usata dagli assistenti di Raffaello, tali Pierin del Vaga e Giovanni da Udine, che la usavano senza remore per gli stucchi delle Logge Vaticane. La tecnica fu ripresa a Palermo, dopo l’uso che ne fece l’Alfano, nella seconda metà del ‘500, dai Ferraro da Giuliana per primi e dai Li Volsi da Tusa successivamente. Tutti abili stuccatori, modellatori dello stucco più che scultori. Ma l’arte dello stuccare incomincia a diventare prodigio con l’abilità dei Serpotta e, all’inizio, del capofamiglia Gaspare col suo barocco eccessivo di cui rimane poca cosa. di Salvatore Di Stefano In realtà i Serpotta iniziarono l’attività da “marmorari” e soltanto con il nipote Giacomo lo stucco diviene artifizio essenziale. La modellazione dei Serpotta, nella sua particolarità, nasce dal “sorgere della sorgente”. Il nucleo della scultura da adornare, per essere plasmata non da argilla ma da stucco, ha bisogno dell’armatura. Essa stessa, l’armatura, è scultura. Come un’opera minimalista è lo scheletro dell’”uomo da fare” o della “cosa” da fare, del nascituro da originare con stoppa e legno legati assieme. Questa articolata prominenza interna all’opera, sgorga come un’ossatura premeditata al sostegno infinito. Scartando il ferro che, a contatto con l’umore acqueo e l’aria, nell’ossidazione, avrebbe causato una implosione lenta ma inesorabile dello stucco, l’armatura viene studiata scientificamente per sostenere la calce. Calce spenta, quindi, da almeno due anni, con sabbia che doveva essere di fiume e non di mare per evitare quelle reazioni a macchie di morbillo sulla superficie, causate dalle inflorescenze saline (come analizzato dal restauratore prof. Mignosi). Questo era il nocciolo dell’opera definita fin nei particolari della superficie, per poi essere ancor meglio rifinita da un sottile strato di stucco definitivo, quando appariva perfettamente asciutta. La colatura finale, come un’om- Salvatore Di Stefano, L'arte dei Serpotta, Agorà XI-XII (a. III-IV, Ott.-Dic. 2002 / Gen.-Mar. 2003) www.editorialeagora.it - E-mail: [email protected] A dx.: G. Serpotta, gruppo di Putti (Galleria Regionale di Sicilia, già nell'oratorio dei Musici). In basso: G. Serpotta, “Vittoria”, chiesa S. Francesco d'Assisi. AGORÀ 39 ARTE E ARTISTI A dx. e sotto: G. Serpotta, Angeli; portici della decorazione della cappella delle Anime Purganti, chiesa di S. Orsola dei Negri. In basso: G. Serpotta, parete sinistra dell'Oratorio del Rosario di S. Cita. 40 AGORÀ bra sapiente di rivestimento, veniva adagiata come ad alitare fiato e dare il palpito che non rende morta, soltanto, l’opera maestra, quella che ha il sapore dell’arte mirabile. L’ opera definitiva, conteneva l’ultimo tocco, leggero, piumoso, di latte di calce e polvere di marmo, ciò che rendeva la compattezza dell’insieme dando luce riflessa. Una meraviglia, l’“allustratura dei Serpotta” a colpi di spatola calda sapientemente trattenuta nella pressione del polso, come una carezza sulla guancia del putto. Gesualdo Bufalino, quando lo andai a trovare a Comiso, mi parlò dell’opera dei Serpotta con entusiasmo. Riferendosi, in particolare, a Giacomo, poiché quest’ultimo, tra i Serpotta, stuccava in maniera sublime e con stucchevole sprezzo per pregio innato, in quest’arte ritenuta artigiano costrutto di classicità e “baroccheggiamento”. La scrittura di Bufalino, del resto, barocca essa stessa, ne utilizzò il riferimento persino nell’ultima sua opera “Tiresia e il fotografo cieco”, dove una delle protagoniste, nell’essere descritta come venerabile esempio di visione leggiadra e sensuale, viene definita di bianco incarnato come di “angiolo del Serpotta”. Ma chi erano i Serpotta? Lavoravano in gruppo ed erano indistinguibili nella loro arte? Certamente essi originarono una scuola che influenzò, nel panorama socio-culturale dell’epoca, artisti, architetti e pittori oltre che scul- tori. Negli studi degli ultimi trent’anni si distinguono gli interventi di analisi dell’opera complessiva. Dopo i primi studi di Filippo Meli del '32, quelli più recenti di Argan, Carandente, Paolini, e per ultimi quelli di Donald Garstang (fra il 1984 - 1990), si va personalizzando e individuando ogni componente dei Serpotta (quando si muoveva in maniera “solitaria” con le maestranze locali, cosa del resto non rara), offrendo una più chiara lettura dell’arte serpottiana del periodo. Giacomo Serpotta appare certamente come il più ricco di maestria e talento rispetto al fratello Giuseppe e al figlio Procopio. Tutti, comunque, di razza mirabile, capaci di opere a più mani, ma come già accennato, capaci di autonomia visto che lavoravano molto, anche separatamente, in tutta la Sicilia occidentale. È negli Oratori del cinquecento che i Serpotta agirono imprimendo, sformando stucco e firmando le opere più importanti. Infatti negli Oratori, che erano strutture annesse alle chiese ed erano il luogo dove si svolgevano le cerimonie di aggregazione sociale, si rinnovavano cariche dei vari ceti e si svolgevano esercizi spirituali e riunioni politiche, come sottolinea il Badami. Gli Oratori erano “ aggregazioni di ceti e maestranze, spesso in reciproca emulazione patrimoniale, di arredo e di posizione sulla scena sociale” come nota Vincenzo Scuderi in “i colori del bianco” ed. Salvare Palermo del ’96. Sul finire del XVII secolo e ad inizio del XVIII, gli Oratori aggiungono al decoro pittorico quello dello stucco e in questa opera di connessione fra i due stili il raccordo è costituito da Gaspare Serpotta (1634-1670) coadiuvato temporalmente dai figli Giuseppe (1653-1719) e Giacomo (1656-1732), dal nipote Procopio (1656-1732) figlio di Giuseppe e dal figlio di questi Giovanni Maria (1737-1760). La predilezione dello stucco, come nota lo Scuderi, può avere tante concause, tra cui la situazione socio–economica della committenza, la pastorale neo-riformista e il gusto dell’Arcadia nella “luminosità del bianco, il più chiaro dei colori”. Ma un dubbio assale gli studiosi nell’osservare le opere di quello che appare il più completo animatore delle “volte celesti ”, Giacomo. Come scrive Garstang e come cita Egle Mignosi Pezzini (figlia del prof. Mignosi a cui fu affidato, nel dopoguerra, il compito di restauro e ricomposizione delle opere distrutte) nel discorso inaugurale della mostra “i colori del bianco” (Palermo, 1996): «Giacomo Serpotta è una figura enigmatica per un tradizionale storico dell’arte. Le sue origini sono oscure e la sua opera estremamente personale difficilmente traducibile in parole perché frutto di intuizioni». Come nota la Pezzini che ricorda Salvatore Di Stefano, L'arte dei Serpotta, Agorà XI-XII (a. III-IV, Ott.-Dic. 2002 / Gen.-Mar. 2003) www.editorialeagora.it - E-mail: [email protected] ARTE E ARTISTI con attenzione le varie fasi dei restauri prodotti dal padre con la ricostruzione di interi pezzi di opere (cosa inammissibile per il restauro della pittura o della scultura marmorea) e l’incollaggio di minuziosi frammenti diventati schegge di guerra nel secondo conflitto, gli studiosi sono divisi in due correnti. Da una parte quelli che ritengono che Giacomo abbia trascorso un periodo di apprendistato a Roma, da questo l’influenza del Bernini e dei berniniani come Raggi e Ferrata, dall’altra parte quelli che ritengono il Serpotta Giacomo un artista capace di tanta autonomia da illuminare da solo, con piena capacità barocca, questa parte della Sicilia senza alcuna influenza e senza nulla vedere. Qualcuno osserva che può aver visto disegni, bozzetti, calchi, nella frequentazione degli architetti Amato che avevano lavorato e studiato a Roma o tramite i pittori Grano e Pietro dell’Aquila. Non dimentichiamo che spesso si studiavano a più mani i disegni da riprodurre in stucco o gli architetti fornivano “indicazioni”. Ad esempio, il cognato Gioacchino Vitagliano tradusse in marmo, quando fu necessario, i bozzetti di Giacomo, per cui avvenne un intreccio, tra il 1660 e il 1690, di commissioni e realizzazioni. Possiamo, comunque addurre, al di la’ di queste congetture, che ci troviamo di fronte al Genius loci, a colui che si ispira senza una effettiva tradizione, basandosi su presupposti evidenti per il suo genio fuori dal comune. Basta vedere le opere del Serpotta, del resto, per non dubitare del suo talento e per cogliere quel quid che appartiene a colui che origina creando il nuovo e trasformando la banalità della rappresentazione di cose altrimenti solite, in arte. Eppure, ad osservare bene queste opere, una più bella dell’altra, che fuoriescono dalla logica decorativa di partenza per porsi sull’altare di un messaggio che non è solo decorazione ma resoconto universale, assale il dubbio che il percorso di Giacomo provenga da una tradizione vista altrove. È vero, non esistono tracce di suoi viaggi a Roma, ma ciò nonostante il Bernini è presente nella sua opera in maniera mediatica, per niente trasversale ma diretta. E non soltanto il Bernini risulta presente, ma appaiono influenze di ordine vario. Del resto così deve essere, i codici visivi vengono maneggiati dall’artista in maniera da sviluppare, a sua volta, il codice nuovo, con autonoma novità illuminata e schiettezza. La dominazione spagnola, ad esempio, deve aver portato qualche informazione al nostro Giacomo, soprattutto sul pittore Bartolomè Esteban Murillo (Siviglia 1618 – 1682). Osservando le decorazioni sulla parete dell’Oratorio del Rosario di S. Cita, infatti, si sviluppano le figure di due ragazzi con grande resa realistica che riportano ai mendicanti del Murillo, ai ragazzi di strada per nulla fiaccati da fame e guerre. La raffigurazione e la conoscenza del Bernini Gian Lorenzo (Napoli 1598 – Roma 1680), invece, appare evidente nel “Portale” dell’Oratorio dell’Infermeria dei Sacerdoti (Chiesa dei S. Pietro e Paolo), chiesa inaugurata il 14 dicembre 1698, in cui i laterali si avvolgono dello stesso vortice che appartiene al Baldacchino del Bernini alla Basilica di S. Pietro a Roma composto tra il 1624 e il 1633. Se il dubbio della conoscenza del Bernini permane, osserviamo la similitudine tra S. Monica nella chiesa di S. Agostino, ubicata nell’abside della chiesa, e ” l’Estasi di S. Teresa” del Bernini datata (1644 – 1651) che si trova a Santa Maria della Vittoria o con la beata Ludovica Albertoni (1671 – 1674). Il volto delle statue si perde in quell’intenso dolore che spesso è stato ritenuto fonte di ambiguità da alcuni storici dell’arte nella loro resa critica e introspettiva dell’opera del Bernini. Indubbiamente l’insolito messaggio è decodificato minuziosamente da Giacomo e riproposto a più riprese, e in particolare, in maniera più o meno rilevante, alla Chiesa dei Crociferi con la Maddalena. Ma, ancora oltre, gli angeli, soprattutto quelli adulti, volgono le spalle alate come angeli di uno stesso creatore e padre: il Bernini, per poi superare con stile e con uno sguardo superbo chi li ha preceduti, Salvatore Di Stefano, L'arte dei Serpotta, Agorà XI-XII (a. III-IV, Ott.-Dic. 2002 / Gen.-Mar. 2003) www.editorialeagora.it - E-mail: [email protected] In alto: Particolare di decorazione dell'Oratorio di San Lorenzo (putti). A sn.: Portale, Oratorio dell'Infermeria dei Sacerdoti, Chiesa dei SS. Pietro e Paolo. In basso: S. Monica, Chiesa di S. Agostino. AGORÀ 41 ARTE E ARTISTI A dx.: Padre Eterno nella Cappella del Soccorso, chiesa di S. Agostino. In basso: “Carità” (part.), chiesa di S. Giovanni dei Napoletani (o alla Marina). come in una gara dove il limite è espresso all’estremo, perdendone i confini umani e subentrando nella creazione divina (vedi gli angeli a S. Ninfa, alla chiesa della Gancia, a S. Orsola dei Negri o nella zona absidale a S. Maria la Nuova). Forse è il caso di citare Giorgione e la sua tracotanza di grande artista che gli permise, con giustizia, di affermare un pensiero che con pari merito vale esprimere per Giacomo Serpotta: “A molti passo, e a chi mi passa arrivo”. Unico rimane Giacomo Serpotta nel rappresentare il monachino alla Gancia, chiesa francescana del 1490 in cui l’artista lavorò a più riprese dal 1681 al 1706. Il monachino è certamente l’opera più moderna del Serpotta, e si stacca completamente dal periodo vissuto per spingersi oltre, e arriva a noi non più come rappresentazione di opera barocca ma come vera e propria scultura moderna. In quest’opera Giacomo applica la sintesi, il drappo della tonachina del piccolo religioso non mostra l’eccesso delle pieghe barocche. Il volto del fanciullo invita la luce a rivelare guance piene di vita, mentre piedi e mani nel mostrare la nudità del ginoc- chio scompongono e avvinghiano la figura minuscola all’interno di un fazzoletto di luce ed ombra, ricca del contrasto fra giorno e notte. È una sfida alla luce a infiltrarsi fra le poche pieghe nascoste. Ecco Giacomo creare, nel monachino, lo scontro della materia nel giuoco chiaro-scuro e nel contrasto fra pieno e vuoto che ritorna nelle vesti del Santo del Cupolino dell’Immacolatella. Cesare Brandi in una introduzione al testo di Maria Grazia Paolini su Giacomo Serpotta del 1983, si augura che «si muova l’inerzia delle autorità siciliane, che sprecano miliardi in congressi inutili per ricantare la solita nenia su Antonello e i Laurana, mentre gli oratori del Serpotta, magari ridotti a magazzini, e con l’altare sconsacrato, deperiscono e si perdono. Ben altro ci si attendeva dalla “autocefalia” delle Belle Arti isolane: né le rovine della guerra sono state medicate, né questo supremo patrimonio degli stucchi serpottiani, viene curato; e sarebbe un itinerario unico, per il visitatore di Palermo». A dx.: Angelo di spalle; chiesa S. Maria la Nuova. In basso: Angelo nella Cappella dell'Immacolata; chiesa di S. Ninfa dei Crociferi. 42 AGORÀ Salvatore Di Stefano, L'arte dei Serpotta, Agorà XI-XII (a. III-IV, Ott.-Dic. 2002 / Gen.-Mar. 2003) www.editorialeagora.it - E-mail: [email protected] ARTE E ARTISTI “Per i viandanti”, curiosi delle opere dei Serpotta, dentro e fuori Palermo, e non citando quelle perdute, tra cui la decorazione eseguita nel 1700 – 1704 alla chiesa del Monastero delle Stimmate distrutta per l’edificazione del Teatro Massimo, ecco l’elenco delle opere catalogate (da ed. Salvare Palermo – 1996 , conoscere e tutelare): 1) ORATORIO DI S. MERCURIO - Piazza della Pinta, 10 - Giacomo Serpotta, 1678 (attribuiti). 2) CHIESA DELL’ITRIA -Piazza della Pinta - Giuseppe Serpotta, 1682 (attribuiti). 3) CHIESA DEL CARMINE MAGGIORE Piazza del Carmine, Altari del transetto, Giacomo e Gaspare Serpotta, 1683-84. 4) ORATORIO DEL ROSARIO DI S. CITA – Via Valverde - Giacomo Serpotta, 1685-1717. 5) CHIESA DI S. ORSOLA DEI NEGRI -Via Maqueda, Giacomo Serpotta, cappella delle Anime Purganti (1685-96); cappella di S. Orsola (1696). 6) COLLEGIO MASSIMO DEI GESUITI - Corso V. Emanuele Giacomo Serpotta, statua della Vergine e nicchia nella scala, 1690. 7) CHIESA DI S. SEBASTIANO ALLA MARINA Via S. Sebastiano Giacomo Serpotta, stucchi delle cappelle di S. Stefano, SS. Annunziata e S. Onofrio in S. Sebastiano alla Marina,1692. 8) CHIESA DELLA BADIA NUOVA - via Incoronazione - Giacomo Serpotta, stucchi del sottocoro,1693 circa. 9) ORATORIO DEL CARMINELLO Via Porta S. Agata, 5 - Giacomo e Giuseppe Serpotta, 1694 -1700 (attribuiti). 10) ORATORIO DELL’INFERMERIA DEI SACERDOTI (CHIESA DEI SANTI PIETRO E PAOLO) Via Matteo Bonello, 6 - Giacomo Serpotta, altari di S. Ferdinando e S. Rosa nella nuova cappella dell’Infermeria dei Sacerdoti, 1698. 11) ORATORIO DI SAN LORENZO - Via Immacolatella - Giacomo Serpotta, 1699-170712) ORATORIO DI S. GIUSEPPE DEI FALEGNAMI - Via Maqueda, 172 ,Giuseppe Serpotta, 1701. 13) CHIESA DI S. TERESA A PORTA DEI GRECI Piazza Kalsa Giuseppe e Procopio Serpotta, stucchi della volta, 1702. 14) CHIESA DI S. GIUSEPPE DEI TEATINI - Corso V. Emanuele Giuseppe Serpotta, cappella di S. Gaetano e volta del transetto sinistro, 1708. 15) CHIESA DI CASA PROFESSA (O DEL GESU’ ) - Piazza Casa Professa - Giacomo e Procopio Serpotta, cappella dei SS. Martiri, 1704- Procopio Serpotta, stucchi della navata destra, 1704-1705; stucchi della navata sinistra, 1711-1713. 16) CHIESA DELLA GANCIA ( S. MARIA DEGLI ANGELI ) - Via Alloro - Giacopo Serpotta, stucchi delle cappelle dello Sposalizio della Vergine e della Madonna di Guadalupe, 1706. c. 17) ORATORIO DEL ROSARIO IN S. DOMENICO -Via Bambinai - Giacomo Serpotta, 1707-17. 18) CHIESA DELLA PIETA’ - Via Torremuzza - Giacomo, Giuseppe e Procopio Serpotta, stucchi della volta della navata, 1708 Giovanni Maria Serpotta, stucchi del cappellone, 1755-56 Procopio Serpotta, coro , 1722-23. 19) CHIESA DI S. AGOSTINO - Via F. Raimondo - Giacomo Serpotta, 1711-1727. 20) CHIESA DI S. NINFA DEI CROCIFERI - Via Maqueda - Giacomo Serpotta, statua di S. Filippo Neri nella scala, 1712; cappella del SS. Crocifisso. 21) CHIESA DELL’ASSUNTA - Via Maqueda - Giuseppe Serpotta, navata, 1715-1716 -Procopio Serpotta, figure femminili ai lati dell’abside, 1738 (attribuiti). 22) ORATORIO DI S. CATERINA D’ALESSANDRA ALL’OLIVELLA - Via Monteleone, 5, Procopio Serpotta, 1719-24. 23 ) CHIESA DI S. FRANCESCO D’ASSISI - Piazza S. Francesco d’Assisi ,Giacomo Serpotta, statue allegoriche, 1725. 24) ORATORIO DELL’IMMACOLATELLA - Via Immacolatella Procopio Serpotta 1725-26. 25) CHIESA DI S. CATERINA - Piazza Bellini - Procopio Serpotta, stucchi della volta del presbiterio e della navata, 1725-28. 26) CHIESA DI S. MATTEO - Corso V. Emanuele - Giacomo Serpotta, 1728-29. 27) CHIESA DI S. GIOACCHINO ( COLLEGIO DI MARIA ALL’OLIVELLA) - Via Patania - Procopio Serpotta, cappellone, 1742. 28) ORATORIO DEL SABATO - Piazza Casa Professa - attribuito a Procopio Serpotta. 29) CHIESA DI S. GIOVANNI DEI NAPOLETANI (o S. GIOVANNI ALLA MARINA) - Corso V. Emanuele - Procopio Serpotta, cappelle di S. Gennaro e dell’Immacolata, 1745-46. 30) CHIESA DEI TRE RE - Via Montevergine ang. Via Celso Procopio e Giovan Maria Serpotta, 1750-51. 31) ORATORIO DI S. STEFANO - Piazza Monte di Pietà ,Giovanni Maria Serpotta, 1755 (decorazione in gran parte distrutta). 32) CHIESA DI S. MARIA LA NUOVA - Via Meli , Procopio Serpotta, decorazione del presbiterio 1754-55 (attribuito). 33) CHIESA DI S. DOMENICO - Piazza S. Domenico - Giovanni Maria Serpotta, facciata,1755-57. OPERE DI GIACOMO SERPOTTA FUORI PALERMO AGRIGENTO – Chiesa di S. SPIRITO, 1694 (?) – ALCAMO – CHIESA DEI SS. COSMA E DAMIANO, 1722 – CHIESA DELLA BADIA NUOVA . CASTELBUONO – CAPPELLA DI S. ANNA (attribuiti). MONREALE – CHIESA DELLA MADONNA DELL’ITRIA, con Procopio De Ferrari , 1677 – COLLEGIATA, ABSIDE, 1723. Salvatore Di Stefano, L'arte dei Serpotta, Agorà XI-XII (a. III-IV, Ott.-Dic. 2002 / Gen.-Mar. 2003) www.editorialeagora.it - E-mail: [email protected] AGORÀ 43
Documenti analoghi
IL SERPOTTA DI SCENA sintesi
Tesori della Loggia” , cinque gioielli architettonici, vicinissimi tra loro, ubicati nel centro storico
della città tra la via Roma e il mare: l'Oratorio del SS. Rosario in San Domenico, l'Oratorio...
VITA DEL SERPOTTA
Per fortuna gli angeli e i santi che l’avevano chiamato a loro, decisero di
ridarlo a noi; così mio padre tornò a insegnarci l’arte della stecca e dei
mazzuoli, e a cavalcare su qualcuno dei suoi a...