“Hadrianopolis: una città romana nell`antico Epiro”

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“Hadrianopolis: una città romana nell`antico Epiro”
Guida alla mostra
“Hadrianopolis:
una città romana
nell’antico Epiro”
Attività di scavo e valorizzazione
dell’Università di Macerata
Guida alla mostra:
“Hadrianopolis:
una città romana
nell’antico Epiro”
Attività di scavo e valorizzazione
dell’Università di Macerata
Il Progetto
Archadrin
Hadrianopolis: una città romana nell’antico Epiro
Guida alla Mostra: “Hadrianopolis: una città romana nell’antico Epiro. Attività di scavo
e valorizzazione dell’Università di Macerata”
Macerata 18 – 26 giugno 2011
Palazzo Buonaccorsi
A cura di R. Perna con la collaborazione di D. Çondi, M. Melfi, S. Cingolani, J. Piccinini e V. Tubaldi
Testi di
C. Bisci, [C. B.]
G. Cantalamessa, [G. C.]
S. Cingolani, [S. C.]
D. Çondi, [D. Ç.]
M. Consoli, [M. C.]
P. Didascalou, [P. D.]
G. Mantella, [G. M.]
O. Mariotti, [O. M.]
M. Melfi, [M. M.]
M. Morichetti, [M. Mo.]
R. Perna, [R. P.]
M. Sargolini, [M. S.]
L. Sforzini, [L. S.]
M. Tadolti, [M. T.]
V. Tubaldi, [V. T.]
con la collaborazione di C. Capponi, R. Caprodossi, E. Ciccarelli, D. Çondi, C. Gamberoni, B. Lahi, M. Luciani, A. Marziali, D.
Marziali, J. Piccinini, V. Qirjaqi, A. Rossi, A. Santinelli, S. Severini, D. Sforzini e B. Shkodra.
Coordinamento editoriale: S. Cingolani e V. Tubaldi
Disegni: C. Capponi, A. Marziali, S. Severini, D. Sforzini e M. Tadolti
Immagini fotografiche: Istituto archeologico di Tirana, Università degli Studi di Macerata
Progetto Archadrin, finanziato dalla Regione Marche nell’ambito dei Progetti di iniziativa territoriale di solidarietà internazionale e
cooperazione allo sviluppo per le annualità 2007-2008-2009. Legge Regionale 9, del 18/06/2002.
A partire dal 2005 l’Università degli Studi di Macerata, in collaborazione
con la Regione Marche, ha avviato indagini archeologiche nella città
antica di Hadrianopolis (oggi Sofratikë, in Albania meridionale, nel
territorio della Regione di Gjirokaster), e nella valle del fiume Drino,
all’interno della quale la città stessa si colloca. Dal 2006 il Progetto è
stato inserito tra quelli di importanza prioritaria da parte del Ministero
degli Affari Esteri ed ha visto una nuova elaborazione in collaborazione
con l’Istituto archeologico di Tirana. Fin dall’inizio, infatti, agli obiettivi
scientifici si affiancava anche quello, più ampio, di avviare un progetto
di gestione del territorio che proponesse un modello di sviluppo
alternativo, basato sulla valorizzazione dei Beni culturali.
Dal 2008 per il loro raggiungimento la Regione Marche ha coofinanziato
un Progetto denominato Archadrin alla cui realizzazione hanno
partecipato la Regione di Gjirokaster, la Direzione Nazionale dei Beni
culturali di Tirana, la Direzione Regionale dei Beni culturali di Gjirokaster,
l’Università “Eqrem Cabej” di Gjirokaster, l’Associazione “Horizont” di
Gjirokaster la Provincia di Ascoli Piceno e quella di Macerata, il Comune di
Urbisaglia, l’Università di Camerino, Legambiente Marche, l’Associazione
Sistema Museale della provincia di Macerata ed alla realizzazione del
quale hanno collaborato l’Università di Oxford e l’Associazione Arena
Sferisterio di Macerata.
Roberto Perna
Direttore della Missione Archeologica italiana ad Hadrianopolis
Dhimiter Çondi
Direttore della Missione Archeologica albanese ad Hadrianopolis
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Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Premessa
La ricerca scientifica e la formazione, che sono gli
obiettivi essenziali dell’attività di una istituzione accademica come l’Università di Macerata, traggono
linfa vitale da uno stretto rapporto con il territorio
nelle sue diverse componenti.
È per tale motivo che gli scavi e le ricognizioni archeologiche che conduciamo in Italia ed all’Estero sono
realizzati sempre nell’ambito di progetti più ampi e
con obiettivi articolati.
L’indagine archeologica, in particolare nella sua declinazione di ricerca sul campo, ha quindi offerto negli
anni al nostro Ateneo l’occasione di un confronto
serrato con le dinamiche di trasformazione del territorio e con quanti, con diverse responsabilità e competenze, di esso si occupano, ai fini della tutela, della
valorizzazione e più complessivamente della sua gestione integrata.
Il progetto in corso dal 2005 in Albania, finanziato
dal 2008 dalla Regione Marche come Archadrin, e
coordinato dalla nostra Università, si è configurato
dunque come un esempio di tale proficua collaborazione poiché ha attivato un complesso partenariato
istituzionale, accademico e della società civile articola e ha ben realizzato azioni di tutela, valorizzazione
e gestione, in grado di stimolare importanti collaborazioni scientifiche e tecniche e offrire a studenti
maceratesi e di altri Atenei italiani e stranieri, una
occasione di crescita umana e professionale. Così,
un progetto in Albania condotto da una equipe della
nostra Università diretta dal prof. Roberto Perna ha
visto la partecipazione di nostri docenti e studenti, di
colleghi dell’Università di Camerino e ha poi permesso di avviare un proficuo percorso di collaborazione
con l’Università di Oxford.
Tali attività hanno trovato la loro unità in un Progetto
complessivo che, ponendosi l’obiettivo della crescita
non solo culturale, ma anche economica e sociale della valle del Drino e della sua popolazione, ha voluto
proporre l’esempio di un modello sostenibile di sviluppo, basato sulla qualità del patrimonio culturale
ed ambientale, valori non sempre immediatamente
percepibili e per questo spesso, anche in Italia, messi in secondo piano rispetto ad altri più immediatamente evidenti.
È nel definire, e quindi applicare e difendere, tali valori che la ricerca scientifica, in particolare quella di
carattere umanistico, può trovare la sua vera ragion
d’essere, svolgendo un ruolo imprescindibile nella formazione delle nuove generazioni che domani saranno chiamate, anche professionalmente, a fare scelte
solo apparentemente “tecniche”. In questo modo l’Università di Macerata svolge la sua alta missione per
gettare un ponte tra territori e culture, mostrando, se
ce ne fosse bisogno, quanto i saperi antichi possono
ancora contribuire ad innovare le nostre società.
Luigi Lacchè
Rettore dell’Università degli Studi di Macerata
La Regione Marche, già dal 2007, ha indirizzato la propria attività di cooperazione decentrata allo sviluppo
al rafforzamento del dialogo politico con i partner del
Sud e dei paesi in transizione, con le Autonomie locali, con il governo nazionale, le istituzioni comunitarie
e le organizzazioni internazionali al fine di riaffermare la centralità dello sviluppo locale. Sta infatti emergendo una nuova concezione dello sviluppo su scala
locale e globale, fondato su un modello di interazione
basato sui principi del partenariato e della sussidiarietà. In questo quadro il consolidamento del dialogo
fra istituzioni locali e la costruzione di reti fra soggetti locali intorno a progetti costituiscono un’azione di
primario interesse per consolidare lo sviluppo e connetterlo in modo attivo ai processi di globalizzazione.
La “logica di sistema” mira quindi a promuovere una
rete di collaborazioni tra le istituzioni locali marchigiane, con un approccio partecipativo alla cooperazione che renda le autorità e la società civile dei
Paesi in Via di Sviluppo protagoniste delle scelte che
riguardano i loro territori e che coinvolga nella progettazione e nell’implementazione delle iniziative
tutti i portatori di interesse, pubblici e privati.
È chiaro che in questa prospettiva l’Adriatico, ed i
paesi che sulle sue sponde orientali si affacciano,
svolgono naturalmente un ruolo fondamentale. Se
l’Iniziativa Adriatico – Mediterraneo, che ha coinvolto anche l’Albania, ha voluto contribuire a disegnare
nuovi scenari di integrazione e coesione, attraverso il
dialogo tra i diversi paesi del bacino, appunto, adriatico e mediterraneo; un altro progetto, denominato
Transismic che più direttamente ha riguardato la
valle del Drino ha cercato di raggiungere una maggiore integrazione nella pianificazione urbanistica
transfrontaliera, affrontando i temi legati al rischio
sismico dei centri urbani e la diffusione di principi,
metodologie e tecniche relative alla tutela e corretta
gestione del territorio.
In questo quadro il Progetto Archadrin, e più complessivamente l’attività che l’Università di Macerata
sta conducendo in Albania, si inserisce in maniera
coerente non solo poiché, grazie al coinvolgimento
di un articolato partenariato marchigiano, ha con-
sentito notevoli ricadute sul nostro territorio in termini di arricchimento professionale e culturale, ma
anche poiché esso ha coinvolto in maniera integrale
i Soggetti pubblici locali albanesi nella realizzazione
delle diverse attività, favorendo l’esportazione di best
practice in tema di gestione del territorio ed offrendo nuove opportunità di cooperazione economica e
sperimentazione di nuovi approcci allo sviluppo che
possano far crescere anche le opportunità in loco.
Il Progetto Archadrin, mirando al trasferimento in Albania di una pratica di governo del territorio (in particolare dei Parchi archeologici, che la Regione Marche
attiva da più di 10 anni) che pone al centro l’obiettivo
dello sviluppo delle attività legate al turismo ed alla
valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, e
consolidando il partenariato locale ha certamente
contribuito alla concreta realizzazione e consolidamento di un sistema regionale di cooperazione internazionale.
Luca Marconi
Assessore alla Cooperazione allo Sviluppo
e Solidarietà Internazionale della Regione Marche
9
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Geologia e geomorfologia
dell’alta valle del fiume Drino
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Fig.4
Propedeuticamente allo studio storico-archeologico
della città antica di Hadrianopolis e del territorio della valle del Drino, con l’obiettivo di inquadrare in un
preciso ambito territoriale il sistema insediativo antico, l’Università di Macerata ha avviato una collaborazione con quella di Camerino per la realizzazione di
ricerche di carattere geologico-geomorfologico1.
Tali ricerche hanno consistito in un rilevamento geologico-geomorfologico di dettaglio, coadiuvato da
indagini sedimentologiche, biostratigrafiche, mineralogico-petrografiche, geomorfologiche, climatologiche e morfometriche, utili anche per lo studio delle
analisi archeometriche sui reperti materiali.
L’Area in esame (Fig. 1) fa parte del bacino sedimentario terrigeno oligocenico albanese, delimitata ad
Ovest dalla dorsale del Monte Kurveleshe, ad Est
dalla dorsale del Monte Lunxheri-Shendelli- Bureto.
La valle del fiume Drino si sviluppa con andamento
SSW-NN E e corrisponde ad un ampio graben impostato lungo linee tettoniche, probabilmente trastensive, che risultano fondamentali sia per la sua evoluzione tettonico-sedimentaria che, successivamente,
per quella geomorfologica.
Inquadramento geologico
Geologicamente, l’Albania appartiene al dominio
delle Dinaridi s.l.., ramo meridionale del dominio alpino SUESS (1883) che si estende lungo la costa orientale dell’Adriatico, dello Ionio e attraverso l’Egeo fino
ad incontrare le Tauridi (Dinaro-Tauric Arc)2. Il dominio Dinarico s.l. è diviso in due dal sistema di faglie
trasversali di Shkodra-Peja in: Dinaridi s.s. e Ellenidi.
È nella parte settentrionale di quest’ultimo che ricade l’area in oggetto, corrispondente alla Regione di
Gjirokaster.
Inquadramento geomorfologico
L’evoluzione attuale e recente del paesaggio (Fig. 2),
come già accennato, è stata guidata principalmente
dalla struttura a graben dell’intera area, che ha dato
origine, durante l’orogenesi, ad un rilievo assai notevole con pendii spesso assai ripidi.
mo principale in autunno e secondario in primavera).
Rispetto alle caratteristiche tipiche di questo clima,
l’unica eccezione degna di nota consiste in un inverno un po’ più freddo.
Evoluzione Geomorfologica
L’evoluzione geomorfologica dell’area è stata guidata fondamentalmente da processi erosivi lungo i
versanti (Fig. 4) di faglia e prevalenza di processi di
deposizione lungo il fondovalle.
Lungo i versanti, i processi morfogenetici prevalenti
sono quelli legati all’acqua quale ad esempio ruscellamento diffuso (Fig. 5), con effetti erosivi sia di tipo
areale che hanno portato al denudamento di estese
porzioni del substrato roccioso, sia incanalato con
erosione concentrata lungo le linee di flusso quali rigagnoli, fossi e torrenti.
La notevole dinamica dei versanti è testimoniata anche dalla frequenza, alla base dei pendii, di conoidi alluvionali anche di dimensioni ragguardevoli e di fasce
di raccordo colluviale.
Il fondovalle
Si tratta di un vasto ed omogeneo corpo sedimentario recente ed attuale, costituito quasi esclusivamente da materiali fini e molto fini (sabbie e limi) privi di
evidenti strutture sedimentarie e/o tracce di pedogenesi.
Queste caratteristiche inducono a classificare il
materiale come deposto dall’azione prevalente del
vento, consentendo quindi di ascrivere il materiale
a loess s.l. (Fig. 6)
Aspetti applicativi
L’area sottoposta ad un notevole rischio idrogeologico che lungo i versanti si esplica essenzialmente
tramite fenomeni di ruscellamento e movimenti di
massa, mentre lungo il fondovalle si manifesta tramite fenomeni di piena.
[C. B.] - [M. C.] - [P. D.] - [G. C.]
Aspetti climatici
L’area rientra in buona parte nell’ambito dei climi di
tipo “Mediterraneo” (CSa, secondo la classificazione
di Köppen – Geiger), caratterizzati da un’estate calda
(Fig. 3) e secca, da un inverno non particolarmente
freddo e mediamente piovoso e da massimi delle
precipitazioni durante le stagioni intermedie (massi-
C. BISCI, G. CANTALAMESSA, M. CONSOLI, P. DIDASCALOU, Aspetti geologici e geomorfologici dell’alta valle del fiume Drino, in A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.),
Hadrianopolis, I. Il Progetto TAU, Jesi 2007, pp. 15-24.
2
KOBLER L.,Die Grossgliederung der Dinariden. - Zentralbl.Miner, Belgrad 1929, p. 35.
1
Fig.5
Fig.6
11
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
L’Epiro antico
Fig.4
Fig.1
Fig.5
Fig.2
Il territorio dell’antico Epiro (Fig. 1), il “Continente”
dell’Odissea, corrisponde all’incirca a parte dell’Albania meridionale, dalla confluenza del Drino nella
Viossa, e della Grecia nord-occidentale contemporanee, fino al Golfo di Ambracia a Sud1. Per la sua posizione geografica, la regione svolse nell’antichità
il ruolo di ‘crocevia’ tra popoli e regioni differenti: le
valli fluviali, che ne solcavano il territorio, aprivano
un passaggio diretto tra l’Europa centrale e le regioni montagnose della Grecia settentrionale, mentre
dalla costa adriatica era possibile muoversi alla volta sia dell’Italia sia dell’Egeo. È attraverso l’Epiro che,
secondo quanto riferisce Erodoto, gli Iperborei, mitico
popolo dal Nord, portavano offerte in Grecia, raggiungendo “per primi tra i Greci i Dodonei”. La fondazione delle colonie sulla costa epirota (ed illirica più a
nord), da collocarsi tra l’VIII e il VII secolo a.C., garantì
ai Greci porti e approdi, contribuendo a un deciso incremento dei traffici commerciali attraverso le rotte
costiere adriatiche che raggiungevano sia il porto di
Ancona, sia quelli più a Nord2. Data la sua vicinanza
all’Italia, l’Epiro fu precocemente interessato dall’azione di Roma3, che varcò l’Adriatico in occasione delle
guerre illiriche e macedoniche, suscitando la risposta
di Pirro. Con l’annessione della regione all’Impero e il
suo accorpamento alla provincia di Macedonia, nella
seconda metà del II secolo a.C. i Romani procedettero
alla costruzione della via Egnatia, fondamentale via
di comunicazione tra l’Oriente e l’Occidente, che connetteva la costa adriatica alla Tracia fino alla futura
Costantinopoli. La strada divenne ben presto la principale via di accesso alla Grecia e all’Asia dall’Italia.
Gli storici antichi descrivono la vita degli antichi Epiroti, organizzati in villaggi (kata komai) e in insediamenti rurali sparsi, spesso fortificati nelle aree più
impervie. L’economia si basava fondamentalmente
sulla pastorizia ed in parte sull’agricoltura; famosi fra
tutti erano i cavalli epiroti. La popolazione era inoltre
suddivisa in tre tribù principali: i Tesproti, i Caoni e i
Molossi. A partire dal IV secolo a.C., proprio quest’ultima tribù fu protagonista di una rapida ascesa,
espandendosi a spese dei vicini. Tuttavia, la frammentazione politica dell’Epiro rendeva la regione
una facile preda per i suoi vicini più potenti e, come
riferisce Strabone, “perché una tribù o l’altra prendeva la supremazia, finirono sotto l’impero macedone
[…] e quando l’impero dei macedoni collassò, caddero
sotto i Romani”.
Il sito di Hadrianopolis sorge nei territori anticamente abitati dai Caoni, nell’area più a Nord dell’Epiro, al
confine con quelle occupate dalle popolazioni illiriche. Al suo interno sorgevano anche le importanti città di Butrinto (Fig. 2), sede di un importante santuario di Asclepio, Phoenike (Fig. 3), descritta da Polibio
come inespugnabile, “il sito meglio fortificato dell’Epiro” e Antigonea (Fig. 4). Nel periodo arcaico, l’area
fu sotto l’influenza della colonia corinzia di Corcira.
Nel corso della loro storia, i Caoni si guadagnarono
la fama di fiero popolo guerriero: inizialmente alleati
di vari stati greci, essi si unirono ai Romani nel terza guerra macedone (171-168 a.C.), che segnò l’inizio
dell’egemonia romana in Grecia. Secondo quanto riferisce Strabone, nel corso degli eventi bellici i Romani distrussero 70 città epirote, riducendo in schiavitù
150.000 persone, mentre i Caoni sfruttarono la loro
amicizia con Roma per imporre la propria egemonia
sull’area. Nella neonata provincia romana di Macedonia gli insediamenti fiorirono soprattutto lungo la
valle del Drino, che divenne il principale accesso alla
Via Egnatia da Sud, come quello di Hadrianopolis fondato dall’imperatore Adriano (Fig. 5). Nel 395 d.C., al
momento della ripartizione tra le due partes imperii,
l’Epiro si trovò sottoposto all’autorità di Costantinopoli, continuando a svolgere una fondamentale funzione di cerniera. Non è un caso, che le autorità imperiali abbiano dimostrato un notevole interesse per la
regione, promuovendovi importanti interventi edilizi.
L’imperatore Giustiniano (Fig. 6), nel corso del VI sec.
d.C., provvide alla fortificazione ed alla riorganizzazione monumentale di numerosi centri, e tra l’altro
è ricordato per aver rifondato Hadrianopolis, che da
allora assunse, anche se per un breve periodo, il nome
di Iustinianopolis, prima di acquisire il nome di Drinopoli, che di fatto ancora oggi caratterizza queste terre: la “valle del Drino”. A partire dal VII sec. d.C. le aree
urbane che avevano caratterizzato il paesaggio di età
romana si avviano verso un processo che oggi definiremmo di “decadenza”, caratterizzato anche dalla
progressiva rioccupazione delle aree sommitali più
protette.
M. B. SAKELLARIOU (ed.), Epirus 4000 years of Greek history and civilisation, Athens 1997, pp. 115-117.
A. BAÇE, N. CEKA, M. KORKUTI, Harta arkeologjike e Shqiperise, Tirane 2008.
3
P. CABANES, L’Epire de la mort de Pyrrhos a la conquête romaine (272-167 av J.C.), Paris 1967.
4
W. BOWDEN, Epirus Vetus: The Archaeology of a Late Antique Province, Oxford 2003.
1
2
Fig.3
Fig.6
[D. Ç.] - [M. M.] - [R. P.]
13
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
La città di Hadrianopolis
Fig.1
Fig.4
Fig.2
Fig.5
La struttura di maggior rilievo già nota nel sito, iden-
tificato successivamente come Hadrianopolis1, era
certamente quella pertinente al teatro ormai coperto da terra e sterpaglie (Fig. 1) e spesso allagato
nel corso dell’inverno. La presenza dell’edificio monumentale, insieme ad alcune più recenti scoperte
occasionali, aveva già fatto ipotizzare che l’area corrispondesse proprio a quella della antica Hadrianopolis, sito ricordato dalla Tabula Peutingeriana (Tab.
Peut. VII, 3; Fig. 2) e collocato dalla stessa lungo la
strada che collegava Apollonia a Nikopolis2.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, al di
fuori dell’area urbana era, inoltre, già stata individuata una necropoli estesa per un’ampia superficie la cui
prima datazione fu riportata all’età ellenistica3.
Gli scavi in corso sembrano confermare come sia
stato Adriano, l’imperatore filoelleno, a decidere di
fondare una nuova città, che evoca peraltro il suo
stesso nome, probabilmente in funzione della organizzazione e gestione del ricco territorio della valle
del Drino4.
Per il nuovo insediamento (Fig. 3), forse nel corso di
uno dei suoi viaggi in Grecia, probabilmente nel 128
d.C.5, scelse una zona in cui la valle fluviale è molto
ampia e dove passava il già citato diverticolo della
via Egnatia, ricordato dalla Tabula Peutingerina. Le
indagini archeologiche più recenti hanno potuto appunto confermare quanto già si era ipotizzato, che
la città adrianea sorgesse cioè al di sopra un precedente centro abitato (un vicus), che già in età romana
aveva visto lo svilupparsi di alcuni edifici monumentali, quali ad esempio un piccolo tempio ed un edificio circolare, forse destinato ad assemblee (Fig. 4).
Le prospezioni geofisiche - georadar o geosismiche
- realizzate fino ad oggi hanno consentito di delimitare in via sufficientemente credibile i limiti dell’area
occupata dall’insediamento urbano, di forma quadrangolare con lati di m 400 x 300, ed evidenziarne
l’impianto regolare, organizzato su una maglia di vie
che si intersecavano ortogonalmente.
Immediatamente dopo la sua fondazione, Hadrianopolis si dotò di quegli importanti edifici che costituivano il necessario arredo monumentale di ogni città
romana. Tra questi, sono oggi visibili, divisi da una
piazza, il teatro ed un grande edificio antistante ad
esso nel quale, grazie ai più recenti scavi, si è potuto
identificare un complesso termale articolato in più
fasi costruttive. Si tratta di tipologie monumentali
che esprimono sia la volontà da parte delle popolazioni locali di acquisire uno stile di vita “urbano”, sia,
per quanto riguarda in particolare le terme, significativi indicatori del livello di romanizzazione della
popolazione.
Le indagini remote sensing hanno inoltre consentito
di ipotizzare che nella zona centrale dell’insediamento si trovassero le case dei notabili, abitazioni di vaste
dimensioni, organizzate intorno spazi aperti, quali
peristili o atri.
Per l’età tardo-romana disponiamo di scarsi dati storici per la città che, tuttavia, nel corso del V secolo d.C.
sembra interessata da un momento di crisi di cui si
individua un riflesso non solo nell’interruzione dei
processi di monumentalizzazione e negli spessi livelli
di distruzione che coprono per più di un metro i pavimenti romani, ma anche da una quasi totale assenza
di circolazione di materiali ceramici per tali fasi.
Per avere l’immagine di una città ancora “attiva” bisogna aspettare Procopio (PROCOP. de Aed. IV 1, 36)
che ricorda il cambiamento di nome, avvenuto nel
corso del regno giustinianeo, in Ioustinianopolis. Tale
intervento non può essere disgiunto dalla profonda
riorganizzazione del sistema poleografico voluta da
Giustiniano e legata certamente anche alle invasioni
di popoli barnarici (PROCOP. de Aed. IV 1, 17) del 5478 d.C. Proprio in questo momento, o forse ancora nel
V sec. d.C., l’area della piazza che fino ad allora era
rimasta libera, tra il teatro e le terme, viene occupata
da una piccola chiesa a tre navate (Fig. 5), la cui costruzione comportò la distruzione del più antico tempietto romano.
Gli scavi sembrano documentare come la città, dopo
le invasioni slave, continuasse a vivere ben poco dopo
il VII sec. d.C., avviandosi verso una progressiva ruralizzazione: i vecchi edifici furono occupati da modeste abitazioni ed i grandi spazi urbani da orti e strade
campestri.
Per quanto si debba rilevare una sostanziale destrutturazione dell’impianto urbano e monumentale,
ricordo del precedente splendore, è comunque noto
che la città fu sede episcopale, evento a seguito del
quale mutò il nome in Drynopolis (Not. Episc., III, 550).
A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.), Hadrianopolis, I. Il Progetto TAU, Jesi 2007.
A. BAÇE, Gërmimet arkeologjike të vitit, SOFRATIKË, in “Iliria” XIII, 1983, 2, pp. 255-256.
3
D. BUDINA, La carte archéologique de la vallée de Drino, in “Iliria” III, 1973, 3, pp. 355-392.
4
R. PERNA, Per una proposta di prima lettura della città romana, in A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.), Hadrianopolis, I. Il progetto Tau, Jesi 2007, pp. 79-85.
5
P. CABANES L’Empererur Hadrien à Nicopolis, in A. CHRYSOS (ed.), Nicopolis I. Proceedings of the firs International Symposium on Nicopolis (23-29 September 1984),
Preveza 1987, pp. 153-167.
1
2
Fig.3
[R. P.]
15
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Il territorio
Come per qualunque città romana il territorio di Hadrianopolis, e più in generale quello della valle del
Drino, era fittamente abitato e le indagini di carattere topografico hanno cercato di definire le caratteristiche del popolamento in età antica, sia sincronicamente che diacronicamente, prima e dopo la fase di
vita della città.
Fig.1
Fig.4
Fig.2
Fig.5
La necropoli
La necropoli della città di Hadrianopolis, datata inizialmente in età ellenistica1, sembra oggi poter essere collocata cronologicamente in piena età imperiale.
Al suo interno sono state scavate sei tombe ad inumazione (Fig. 1), tutte a cista con cassa formata da
lastre di pietra squadrate saldate con malta o a secco,
con coperchi a doppio spiovente con alette. Tra queste, si segnala la Tomba 1 caratterizzata da una fascia
di terreno lastricata intorno alla cassa per consentire
la deambulazione dei visitatori che prestavano gli offici ai loro defunti. Le tombe, alcune delle quali risultavano già aperte e sconvolte al momento del rinvenimento, ospitavano sepolture singole, con il defunto
steso in posizione supina con le braccia incrociate
sul petto. I pochi materiali rinvenuti all’interno delle sepolture, fra cui spicca una coppetta in ceramica
corinzia decorata a rilievo (Fig. 2), denotano la classe
sociale non elevata dei defunti dotati di corredi poveri e, talora, inesistenti.
Le più recenti attività di scavo hanno permesso di
indagare un mausoleo a forma di piccolo tempietto
in antis (Fig. 3), che conteneva due tombe affiancate;
forse di una coppia di sposi che aveva voluto condividere il luogo della sepoltura. Si tratta di una tipologia
monumentale altrimenti nota in Epiro, in particolare
nella necropoli della capitale Nikopolis e documenta
un modello acquisito in questi territori proprio con
l’avvio della romanizzazione.
La carta archeologica
Uno degli obiettivi della missione archeologica è stato anche quello di realizzare una Carta archeologica
del territorio della valle del Drino con una duplice finalità: da un lato quella di inserire gli studi in corso
sulla città in un più complesso ed integrato quadro di
natura storica e topografica, dall’altro quella di elaborare e fornire alle autorità competenti albanesi uno
strumento utile per la tutela e la gestione del territorio, aggiornando quanto già realizzato negli anni ’60
e ’70 dagli studiosi albanesi e non solo2.
Per realizzare tale fondamentale strumento di studio
Fig.3
Fig.6
e gestione sono state realizzate, in collaborazione
con gli esperti dell’Istituto Archeologico albanese e
dell’Istituto regionale dei Monumenti di cultura di
Gjirokaster, ricognizioni archeologiche su una vasta
area comprendente tutta la valle del Drino, ricognizioni che hanno consentito di documentare in maniera scientifica siti già noti o, più spesso, individuati
per la prima volta e ignoti alla bibliografia3.
La collocazione su base topografica dei singoli siti è
stata realizzata tramite rilievo satellitare GPS, garantendo la massima precisione del posizionamento.
Per ogni sito è stata realizzata una breve scheda alfanumerica, la documentazione fotografica e, quando
ritenuto utile, è stata realizzata una documentazione
grafica con particolare attenzione alle piante ed agli
elevati dei singoli monumenti (Fig. 4).
Tutti i dati sono andati ad implementare ad implementare la banca dati georeferenziata già realizzata
a partire dal 2005, gestita tramite sistemi informativi
geografici (GIS) affinché possano progressivamente
essere restituiti in forma cartografica adeguata.
Gli elementi desumibili dalle indagini di carattere
territoriale sembrano delineare un quadro che in età
ellenistica vede prediligere l’occupazione delle aree
in posizione più elevata, in genere facilmente difendibili, legate sia al controllo dei principali percorsi di
collegamento tra la valle del Drino e le vallate circostanti, sia dei pascoli montani . Si tratta spesso di villaggi fortificati o, in alcuni casi, solo di fortificazioni
di ridotte dimensioni situate però in posizioni particolarmente strategiche (Fig. 5). In età romana l’insediamento tende a stabilizzarsi e concentrarsi lungo
la valle sulla base di un modello probabilmente a
carattere vicanico che tende comunque a rafforzare
un processo già avviato alla fine dell’età ellenistica. La
nascita del sito urbano di Hadrianopolis sembra quindi sia collegato ad una fondazione che all’inizio del II
sec. d.C. può forse avere riorganizzato uno di questi
insediamenti con l’intento di farne un centro di servizio di carattere politico, economico e sociale4.
Quando nel corso del VII sec. d.C. gli scavi sembrano
documentare la destrutturazione dell’impianto urbano, i dati provenienti dalle indagini a carattere territoriale, pur in attesa di una più approfondita analisi,
documentano scelte insediative che tornano a privilegiare le aree più lontane dai fondovalle, in zone collinari, montane e pedemontane, più facilmente difendibili
occupando zone e siti che dalla fine dell’età ellenistica
non sembrano aver visto una intensa frequentazione.
[R. P.]
D. BUDINA, Harta arkeologjike e lugines se Drinosit, in “Iliria” III, 1974, pp. 355-392.
N.G.L. HAMMOND, Epirus: The Geography of the Ancient remains, the history and the topography of Epirus and adjacent areas, Oxford 1976.
3
V. QIRJAQI, Nuovi ritrovamenti archeologici nella valle del Drino, in Hadrianopolis I, A. BAÇE, R. PERNA, G. PACI (edd.), Jesi 2007, pp. 76-79.
4
R. PERNA, D. ÇONDI, “Nuovi dati dalle indagini archeologiche ad Hadrianopolis e nel territorio della valle del Drino”, in l’Illyrie méridionale et l’Epire dans l’antiquité. 5ème
colloque international, (Grenoble 8-11 octobre 2008), Grenoble 2010, pp. 402-415.
1
2
17
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Le tecnologie di supporto alle
indagini archeologiche
Fig.1
Fig.2
Le indagini remote sensing
Per individuare i limiti dell’area urbana e le caratteristiche planimetriche della topografia urbana della città di
Hadrianopolis sono state avviate indagini remote sensing tramite tecniche georadar e geosismiche1. Tali tecniche di carattere non distruttivo consentono infatti di acquisire informazioni estremamente utili in relazione ai
giacimenti archeologici senza dover avviare costose indagini stratigrafiche. Si tratta quindi di dati, che seppur
privi di agganci cronologici e storici, integrati con quanto
acquisito grazie allo scavo archeologico contribuiscono
in maniera determinate alla comprensione dello scavo
stesso, aiutando spesso anche nella programmazione
degli obiettivi delle future campagne.
La tecnica di rilievo georadar o GPR si basa sulla valutazione del comportamento che le onde elettromagnetiche manifestano al passaggio in materiali con differenti
caratteristiche elettriche: conducibilità e percettività
elettrica. Nei casi più favorevoli il metodo permette l’investigazione fino a circa 40-60 metri di profondità.
Le indagini di sismica attiva (Fig. 1) utilizzano le onde
sismiche artificiali, la cui propagazione dipende dalle caratteristiche fisico-elastiche del mezzo , ed è regolata dai
principi fondamentali della teoria dell’elasticità.
La documentazione dello scavo e la restituzione ortofotogrammetica delle immagini fotografiche
Il lavoro del laboratorio di topografia e rilievo consiste
nell’organizzare in un sistema informatizzato tutti i dati,
grafici, fotografici ed alfanumerici, che si raccolgono sul
cantiere di scavo2.
Di particolare interesse, fra le altre, sono le attività messe
in campo allo scopo di avere vedute fotografiche ortorettificate degli strati archeologici scavati. Tramite uno
strumento topografico, detto “stazione totale” (Fig. 2), si
rileva infatti una griglia di punti topografici sullo strato
archeologico scavato ognuno dei quali contiene informazioni planimetriche ed altimetriche. Sullo scavo, il
piano da documentare va fotografato verticalmente. I
dati così raccolti vengono elaborati con software appositi, CAD e programmi di elaborazione fotografica, e rilievi
scanner, in maniera tale da raccordare tra loro la griglia
topografica e l’immagine fotografica (Fig. 3).
I dati vengono poi complessivamente collegati a punti
cartografici e geograficamente ancorati. Le fotografie
trasferite su computer vengono georeferenziate sulla
griglia topografica estratta dallo strumento.
Insieme a tali attività contemporaneamente sullo scavo
si eseguono tutte le piante e le sezioni degli strati scavati
su supporto cartaceo, che ugualmente sono scansionate
e trasferite in supporto digitale per essere informatizzate tramite programmi di disegno CAD.
Fig.3
In ogni modo occorre sempre tenere presente che il rilievo non è una fotografia della realtà ma è il frutto di una
interpretazione che seleziona alcuni elementi significativi in mezzo agli innumerevoli segni che compongono
la visione del manufatto.
La restituzione ortofotogrammetica dei paramenti
Al fine di realizzare un catalogo delle tipologie murarie
rinvenute nei siti individuati e studiati sul territorio, pur
nella difficoltà oggettiva del raggiungimento dei luoghi
e la conseguente complessità nel trasporto delle attrezzature, si è provveduto in molti casi ad effettuare sui paramenti murari individuati rilievi fotogrammetrici3.
Partendo da quattro punti materializzati sulla muratura a formare un quadrilatero, i cui lati vengono misurati
semplicemente usando una fettuccia metrica è possibile, tramite un software di foto raddrizzamento, elaborare le immagini al fine di eliminare le distorsioni legate
alla ripresa fotografica (Fig. 4) Una volta “raddrizzata”,
l’immagine viene inserita in un software CAD da cui si
ricava il rilievo grafico in scala.
Qualora le condizioni del terreno lo consentano è possibile anche utilizzare tecnologie più avanzate come ad
esempio il metro laser, la stazione totale ed il GPS cartografico con software GIS per la georeferenziazione dei
dati acquisiti.
L’analisi dei paramenti murari e delle malte
Le malte utilizzate sia per la costruzione, sia per i vari interventi di trasformazione e restauro dei monumenti di
Hadrianopolis, sono state sottoposte ad analisi chimicofisiche per verificare la possibilità di individuare tradizioni e tecniche di lavorazione utilizzate dagli antichi artigiani, anche evolutesi nel corso del tempo4.
I prelievi (Fig. 5) sono stati effettuati su vari muri individuati sia sulla base delle diverse caratteristiche formali
dei paramenti sia sulla base della diversa epoca di costruzione, al fine anche di facilitare la definizione di diverse fasi costruttive.
Le analisi hanno generalmente evidenziato una prevalenza netta di silicati rispetto ai carbonati e un contenuto di sali solubili estremamente esiguo, tanto che le
varie tipologie di sali ricercate non risultano evidenziabili nemmeno a livello di tracce. Il letto del fiume Drino
è molto vicino alla città, è pertanto plausibile che parte della sabbia utilizzata per la fabbricazione di malte
provenisse dalle relative aree golenali. Nonostante una
uniformità abbastanza evidente si sono però potute individuare diverse miscele utilizzate per le malte che si
sono succedute nel corso del tempo.
[R. P.] - [M. T.]
1
V. PREM SHARMA., Environmental And Engineering Geophysics, Denver, 1997; M. Pasquinucci, F. Trément (edd.), Non-Destructive Techniques Applied to Landscape
Archaeology, Oxford 2000.
2
M. DOERR, A. SARRIS (edd.), The Digital Heritage of Archaeology – CAA 2002 - Computer Applications and Quantitative Methods in Archaeology. Proceedings of 30°
Conference, Heraklion - Crete (Greece), April 2002, Oxford 2003.
3
M. BIANCHINI, Manuale di Rilievo e di documentazione digitale archeologica, Roma 2008.
4
P. FERRACUTI, C. BISCI, G. CANTALAMESSA, Analysis of Mortars, in A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.), Hadrianopolis, I. Il Progetto TAU, Jesi 2007, pp. 101-113.
Fig.4
Fig.5
Fig.6
19
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
La gestione dei reperti nello
scavo di Hadrianopolis
Fig.1
Le analisi archeometriche
La ceramica antica si presta oggi, grazie all’applicazione dell’archeometria2, a nuove possibilità di studio
rappresentando un fruttuoso campo di confronto
dialettico tra archeologia e scienze naturali. Attraverso l’integrazione tra i metodi archeologici - lo studio
della sequenza stratigrafica, l’indagine tipologica e stilistica, lo studio dei siti produttivi e della distribuzione
dei manufatti - e metodi scientifici - la determinazione
della composizione chimica, mineralogica e petrografica del manufatto, lo studio geologico del territorio in
esame fino a metodi analitici impiegati per le datazioni quali, ad esempio, la termoluminescenza e il radiocarbonio - l’archeometria è in grado di rispondere ad
alcuni dei principali quesiti posti dall’archeologia.
Fig.2
Fig.3
Il lavoro di catalogazione e studio dei materiali archeologici riportati alla luce rappresenta una parte
fondamentale dell’indagine archeologica sul campo.
I reperti provenienti dallo scavo confluiscono giornalmente nel magazzino le cui attività costituiscono una
parte integrante di ogni missione archeologica. È nel
magazzino infatti, a Gjirokaster organizzato all’interno della casa della missione, che i materiali vengono
sottoposti a lavaggio e pulitura (Fig. 1), nonché, in caso
di necessità, ad immediati interventi conservativi volti
a limitarne il deterioramento che può essere causato
anche semplicemente dal cambiamento delle condizioni climatiche (temperatura, umidità, ecc..) rispetto
a quelle di giacitura1.
Tali attività, indispensabili e preliminari alle successive
fasi di sistemazione e catalogazione, vengono svolte
dagli archeologi specializzati nello studio delle ceramiche e constano di più fasi successive: dopo il lavaggio,
ciascun reperto viene inventariato mediante una sigla
alfanumerica di riconoscimento, fotografato, successivamente inserito all’interno di un apposito database
e corredato dalla necessaria documentazione grafica
(Fig. 2) e fotografica. La documentazione raccolta è
pertanto utile sia per successivi lavori di studio e approfondimento, sia in vista della pubblicazione scientifica del lavoro.
Il lavoro sui materiali, svolto dai ceramologi spesso
in collaborazione con gli altri componenti della missione archeologica, offre l’opportunità agli studenti
che partecipano allo scavo di acquisire la capacità di
distinguere e riconoscere le principali classi ceramiche
di età ellenistica e romana e classificarle attraverso il
confronto con i principali repertori tipologici di riferimento di cui si dispone.
Fig.4
Un reperto archeologico reca impressa una storia che è
la somma di numerose azioni: il reperimento della materia prima, la lavorazione dell’impasto, la cottura ed il
raffreddamento del manufatto, l’uso e la deposizione.
Particolare attenzione deve essere pertanto dedicata
allo studio delle materie prime con cui sono realizzati
i manufatti e soprattutto dei corpi ceramici, allo scopo
di estrarne dei campioni significativi da analizzare3.
Ad oggi i reperti campionati per Hadrianopolis e sottoposti ad analisi archeometriche con lo scopo di confermare l’ipotesi di una loro produzione locale sono 22.
Grazie al confronto con campioni di argille prelevate
nei dintorni del sito di Hadrianopolis, è stato possibile
individuare luoghi di probabile approvvigionamento
delle materie prime utilizzate per la realizzazione dei
manufatti ceramici.
Esami analitici combinati effettuati sui campioni
Le analisi archeometriche dei reperti provenienti dagli
scavi di sono stati realizzati in collaborazione e presso
i laboratori dell’Università di Scienze della Terra dell’Università di Camerino.
Analisi mineralogiche-petrografiche: dopo la preparazione, alcune sezioni sottili vengono fissate su un
vetrino e sottoposte alla visione del microscopio a luce
polarizzata. (Figg. 3, 4, 5). L’analisi consente di ricavare
informazioni sulla struttura dell’impasto ceramico ed
in particolare sulla presenza, distribuzione e caratterizzazione degli inclusi.
Diffrattometria a raggi X (XRD): il campione viene
polverizzato e irraggiato con raggi X. Esso poi diffrange
i raggi in modo diverso a seconda dei minerali di composizione. I risultati vengono visualizzati in un relativo
diffrattogramma. L’esame consente di identificare la
composizione mineralogica dei reperti archeologici e
talvolta anche la temperatura di cottura degli stessi.
Analisi chimiche: spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier e fluorescenza ai raggi X svolte
presso il Laboratorio di Mineralogia dell’Università di
Camerino.
Fig.5
1
2
3
V. R. NARDI (ed.), La Conservazione sullo scavo archeologico, Roma 1986.
A. CASTELLANO, M. MARTINI, E. SIBILIA (edd.), Elementi di archeometria. metodi fisici per i beni culturali, Milano 2002.
E. GLIOZZO, La ceramica e l’archeometria, in AA.VV., Introduzione allo studio della ceramica in archeologia, Siena 2007, pp. 47-62.
[S. C.]
21
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Lo studio dei materiali
per la storia di Hadrianopolis
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Fig.4
Fig.5
Fig.6
Lo studio dei materiali restituiti dalle campagne di
scavo effettuate ad Hadrianopolis tra il 2006 e il 2010
è tutt’ora in corso ma consente già di delineare in via
preliminare il contesto commerciale, economico, produttivo nonché sociale in cui il centro antico nasce e
si sviluppa fino poi a “decadere”.
Il materiale esaminato si distribuisce infatti cronologicamente tra il IV-III secolo a.C. e l’età bizantina,
a testimonianza della più antica frequentazione del
sito, dello sviluppo del centro antico con Adriano e,
infine, della sua progressiva ruralizzazione1. Per le fasi
ellenistiche, precedenti alla fondazione della città
adrianea, il vasellame a vernice nera può considerarsi
il primo importante indice della frequentazione antropica del sito già a partire dal IV secolo a.C., in età
ellenistica prima dell’arrivo dei romani. Tra i materiali
degni di nota si segnalano alcune isolate importazioni attiche e un bel kantharos baccellato e con tralcio
vegetale inciso al di sotto dell’orlo che sembra richiamare il gusto tipico dei prodotti commercializzati
dalle officine della colonia greca di Apollonia tra il IV
e il III secolo a.C.
Successivamente, per la prima età imperiale, terra sigillata di produzione italica con esemplari decorati ad
appliques e bollati in planta pedis (Fig. 1) e vasellame
a pareti sottili (Fig. 2), documentano il sopraggiungere, insieme a frammenti di pregevole vetro policromo
millefiori di età augustea e coppe a costolature Is. 3
(Fig. 3), di merci prodotte nelle officine italiche.
È solo tra il II e il III secolo d.C. tuttavia, momento di
massimo splendore e vivacità economica e commerciale dell’antica città di Hadrianopolis, che si registra la maggiore concentrazione di rinvenimenti. A
questa fase si riferisce, infatti, un ampio repertorio
di ceramiche di importazione. Fra queste ultime si
segnala la presenza di terra sigillata orientale di produzione A e B con prevalenza delle forme Hayes 60
e Hayes 80 e di terra sigillata africana soprattutto di
produzione C. L’inserimento del sito nell’ampio circuito commerciale mediterraneo è documentato, tra
l’altro, dal rinvenimento di anfore di provenienza africana e orientale (area egea e cretese), dalla cospicua
presenza di boccalini a pareti sottili Marabini LXVIII
di produzione tracia e focese e, ancora, di vasellame
in vetro di produzione egea e orientale.
Altrettanto ampio, nonché indicativo di una, almeno
parziale, autonomia produttiva del centro antico è
inoltre il quadro restituito dalle produzioni locali. In
relazione a queste ultime, riconosciute al momento
sulla base dell’analisi tipologica e dell’osservazione
delle caratteristiche macroscopiche degli impasti,
potranno giungere interessanti conferme dalle analisi archeometriche affiancate allo studio ed avviate al
fine di caratterizzare la natura delle argille utilizzate
e le tecniche di produzione. Interessante, in particolare, la presenza di ceramiche prodotte con argilla
locale destinate al lavaggio, alla preparazione, alla
cottura (Fig. 4) e conservazione dei cibi quali bacini,
mortai, pentole, tegami e dolii nonché ceramiche da
tavola quali brocche, coppe e scodelle (Fig. 5). Una
produzione in loco può inoltre essere ipotizzata per
i laterizi presenti in grande quantità e con impasti
caratterizzati da argille affini a quelle locali (Fig. 6).
Non è infine da escludersi, per le fasi più tarde (fine
IV – VI d.C.) l’esistenza di una piccola officina vetraria,
indiziata dalla presenza di scorie, scarti di lavorazione
e frammenti di semilavorati, dedita alla produzione
di poche forme seriali tra le quali si segnala la presenza numericamente significativa di bicchieri conici ad
orlo arrotondato Is. 106 var. e, soprattutto, di bicchieri
a calice Is. 111.
Il panorama delle attestazioni è arricchito da reperti in osso lavorato come aghi crinali, stili ed immanicature di utensili e da materiali in ferro, piombo
e bronzo. Tra questi ultimi si segnala, in particolare,
la presenza di accessori per l’ornamento personale,
quali spilloni, anelli, orecchini e alcune fibule, e di
oggetti relativi alla cura del corpo ed alla cosmesi
come pinzette e netta orecchie. Uncini, aghi e ditali
documentano, unitamente ai numerosi pesi da telaio
fittili rinvenuti, un interessante aspetto delle attività
quotidiane di ambito domestico, quello della tessitura. Tra i manufatti di particolare pregio vanno, infine,
annoverati un manico di patera configurato a protome di ariete, uno degli elementi di coronamento
di un tripode in forma vegetale stilizzata, un’ansa di
lucerna (Fig. 7). Il ritrovamento di alcuni scarti di fusione e di lavorazione del metallo potrebbe attestare
la presenza di una officina bronzistica locale.
Le fasi più tarde, che attestano la continuità di vita
del centro antico, sono documentate, oltre che dai
già citati calici in vetro, dalla presenza di ceramica
sovraddipinta bizantina, late roman amphorae e monete fra cui spiccano per quantità i folles e, per il buono stato di conservazione, una moneta attribuibile
all’imperatore Probo.
[S. C.] - [V. T.]
Fig.7
1
C. CAPPONI, R. PERNA, V. TUBALDI, Primi dati sulle ceramiche comuni, da fuoco e sulle anfore provenienti dagli scavi di Hadrianopolis (Sofratikë – Albania), in III
Congresso internazionale sulle ceramiche comuni, le ceramiche da cucina e le anfore della tarda antichita’ nel mediterraneo: archeologia e archeometria Mediterraneo
occidentale ed orientale a confronto, Parma/Pisa, 26-30 marzo 2008, pp. 278-85; R. PERNA, C. CAPPONI, S. CINGOLANI, V. TUBALDI, Hadrianopolis e la valle del Drino
(Albania) tra l’età tardoantica e quella proto bizantina. Le evidenze ceramiche dagli scavi 2007-2009, in Rei Cretariae Romanae, 42, 27th Congress of the Rei Cretariae
Romanae Fautores. Late Roman and Early Byzantine Pottery: the end or continuity of the Roman production?, Belgrado, Serbia 19-26 September 2010, c.d.s.
23
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
I principali monumenti
Lo scavo della città di Hadrianopolis, fin dall’inizio, nel
corso del 2006, si è potuto concentrare su alcuni monumenti di particolare interesse per la storia della città1.
Il tempietto
In età probabilmente flavia venne costruito nel vicus romano, con un allineamento che non sarà rispettato da
tutti gli edifici di età successiva voluti dall’imperatore
Adriano, un monumento realizzato con grandi blocchi
di calcare e di pianta quadrangolare (Fig. 1) al quale si
accedeva tramite una fronte colonnata. Si tratta probabilmente di un piccolo tempio con fronte tetrastila che
poggia, alla maniera greca, su uno stilobate formato da
due gradini, una tecnica ancora in uso nella prima età
imperiale, in territori fortemente influenzati dalla cultura greca come era l’Epiro.
Il teatro
Fig.1
Fig.3
Fig.5
Fig.2
Fig.4
Fig.6
Gli elementi tecnici di natura architettonica, nonché i
primi dati di scavo sembrano indicare per l’edificazione del teatro di Hadrianopolis (Fig. 2) una datazione
nell’ambito della fine della prima metà del II sec. d.C.,
senza poter escludere che l’avvio della sua costruzione
risalga proprio alla fine dell’età adrianea2. Lo stesso Dione Cassio (LXIX, 10,1) ricorda del resto come l’imperatore
Adriano abbia, durante i suoi viaggi, edificato teatri in
tutto il mondo romano a conferma di una particolare
predilezione, nell’ambito dell’attività edilizia promossa
dal suo governo, proprio per tale categoria di edifici da
spettacolo.
Di particolare interesse il fatto che l’edificio oggi visibile
sembra sia stato realizzato al di sopra di un altro, a pianta circolare, forse ugualmente con funzioni di carattere
assembleare (Fig. 3).
L’edificio sembra presentare alcune caratteristiche di
tipo costruttivo e tecnologico che lo inseriscono a pieno
titolo fra i teatri di tradizione romana (Fig. 4), come ad
esempio la tecnica edilizia, il sistema di costruzione della
cavea su di un riempimento di terra ed il legame fra questa e l’edificio scenico. Altri elementi connessi in particolar modo alla sua funzionalità, come le dimensioni, la
forma della scena, stretta, l’organizzazione planimetrica
dell’orchestra e della cavea (più ampie di un semicerchio) sembrano avvicinarlo a modelli tipicamente grecoorientali, facendone un esempio di quella commistione
di elementi che sembra caratterizzare proprio gli edifici
costruiti, o più frequentemente semplicemente riorganizzati, in tale area dell’Impero dove la tradizione grecaellenistica era evidentemente più sentita.
Il teatro sembra però avere subito alcuni interventi di sistemazione in diverse epoche e, in particolare, non si può
escludere che in età bizantina esso fosse stato riutilizzato
come parte di un sistema di fortificazione urbana.
L’edificio con funzioni termali
Le indagini condotte a partire dal 2006 hanno permesso
di portare alla luce parte di un grande edificio (Fig. 5),
proprio di fronte al teatro, del quale sono state individuate più fasi costruttive In particolare le stratigrafie
più antiche ad esso relative sono state intercettate con
alcuni approfondimenti a Nord, e sono costituite da un
piano in terra battuta e laterizi che funge da fondo di
una canaletta di scolo delle acque. Una prima analisi
dei materiali ivi rinvenuti consente di inquadrare tali
strutture alla fine del I sec. d.C. e di considerarle, quindi,
precedenti all’avvio della monumentalizzazione dell’insediamento, e forse relative al vicus.
Con ogni probabilità fin dal II - III sec. d.C. in questa area
fu realizzato un edificio a carattere monumentale, di cui
rimangono una vasca ed un muro, sfruttato poi ancora
nel III sec. d.C. per la costruzione di una grande struttura formata da più vani che si affacciano, a loro volta, su
un grande ambiente. Due di questi, uno dei quali già in
questa fase presenta un’abside nella sua metà est, conservano tracce di un piano riscaldamento e sono stati
interpretati come tepidarium di un complesso che aveva
anche funzioni termali.
Si può quindi pensare che quest’edificio, a carattere
probabilmente pubblico, si affacciasse a Ovest su di un
ampio spazio aperto, una sorta di piazza antistante al
teatro, una porticus post scaenam. Spessi livelli di distruzione e di rimaneggiamento caratterizzano le fasi successive dell’area sulla quale si impiantano nuove strutture con una differente planimetria.
L’edificio di culto
Tra V e VI sec. d.C. una nuova fase di sviluppo della città
è osservabile sia nella riorganizzazione delle più antiche
terme sia, in particolare, nella realizzazione di un grande
edificio pubblico, probabilmente una chiesa, che va ad
occupare la più antica piazza della città (Fig. 6).
Si tratta di vasto ambiente organizzato su tre navate e
perfettamente orientato in senso est-ovest. I muri perimetrali, di cui si conservano ridotte porzioni, sono realizzati in blocchetti di calcare con malta solida, mentre
all’interno si conservano solo le fondazioni sulle quali si
impostavano, con ogni probabilità, due file di colonne
che dividevano le navate.
La sua costruzione comportò, oltre che l’occupazione
della piazza, certamente anche l’abbattimento del precedente tempietto rasato fino al livello del pavimento.
Successivi livelli di distruzione e di abbandono sigillano
questo momento di vita ed è sovrapponendosi ad essi
che, probabilmente nel VII sec. d.C., la città continuò a
vivere subendo un progresso di “ruralizzazione”, come
attestato dalla costruzione di edifici in materiali poveri.
[R. P.]
1
R. PERNA, D. ÇONDI, “Nuovi dati dalle indagini archeologiche ad Hadrianopolis e nel territorio della valle del Drino”, in l’Illyrie méridionale et l’Epire dans l’antiquité. 5ème
colloque international, (Grenoble 8-11 octobre 2008), Grenoble 2010, pp. 402-415
2
R. PERNA, Nuove indagini per lo studio del teatro di Hadrianopolis, in A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.), Hadrianopolis, I. Il Progetto TAU, Jesi 2007, pp. 40-46.
25
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Il restauro per la valorizzazione
Fig.1
Fig.3
Fig.2
Fig.4
Il progetto di carattere più strettamente scientificoarcheologico sarebbe parziale e privo di ricadute per
le popolazioni residenti se non si affiancassero ad
esso attività finalizzate alla tutela del patrimonio
artistico e culturale ed alla sua successiva valorizzazione ai fini dello sviluppo economico, sociale e
turistico di tutto il territorio.
Un ruolo di particolare importanza rivestono, a questo proposito, i restauri che già dal 2006 sono stati
avviati nel sito di Hadrianopolis e che hanno interessato sia le strutture venute alla luce grazie ai più
recenti scavi, sia il teatro.
La conservazione e la presentazione in situ dei reperti archeologici e architettonici rappresentano
oggi una delle più grandi difficoltà cui vanno incontro archeologi e conservatori1.
Tra i principali problemi cui è necessario far fronte, il
fatto che le strutture in stato di rovina, essendo soggette ad una dinamica condizione di interscambio
con le forze della natura, non sono più in grado di
resistere all’attacco degli agenti naturali.
L’aspetto della conservazione dei materiali archeologici deve quindi essere valutato con attenzione sin
dal primo momento di organizzazione dello scavo,
in modo da preservare la maggior quantità possibile di informazioni e permettere che i ritrovamenti
giungano alle generazioni future in uno stato tale
da poterne garantire ancora la fruizione. Il primo
passo nella pianificazione degli interventi conservativi prevede la raccolta di informazioni relative
all’ambiente locale ed utili per programmare le operazioni conservative del sito. Studiando le variabili
ambientali del luogo (temperatura, umidità relativa,
possibilità di gelate, livello annuale delle precipitazioni, caratteristiche del suolo e livello della falda
acquifera) è possibile programmare un piano di attività.
Nel caso di Hadrianopolis gli interventi sulle strutture sono stati progettati e realizzati dopo un attento
studio e dopo la sperimentazione di diverse tecniche di intervento, studio e sperimentazioni pubblicati e quindi resi disponibili a tutti gli operatori del
settore e a tutti gli interessati2.
A seguito di tali attività propedeutiche sono stati
avviati i seguenti piani di trattamento:
• trattamento disinfestante e biocida per eliminare
la vegetazione infestante che incrementa i danni
di tipo strutturale e tutte le specie biodeteriogene
che hanno attaccato le superfici della pietra.
• Pulitura meccanica delle superfici mediante
asportazione della terra, delle concrezioni leggere
e dei vegetali infestanti (Fig. 1).
• Risanamento conservativo per stabilizzare le situazioni più precarie dal punto di vista strutturale e statico (disgregazione, perdita di materiale,
spanciamenti e crolli strutturali) mediante operazioni di consolidamento, incollaggio e risarcimento (Fig. 2).
• Anastylosis: oltre a quelli di pura conservazione,
sono quasi sempre necessari, una volta presa la
decisione di rendere uno scavo archeologico accessibile, interventi ‘ricostruttivi’.
Gli interventi di anastylosis si sono resi necessari
nel caso del teatro di Hadrianopolis, in vista dell’attuazione del progetto, oggi realizzato, di restituire
all’edificio la sua originaria funzione (Fig. 3)3. La fruizione di un monumento antico, infatti, realizza la
sua valorizzazione, che è il primo intervento di tutela, configurandosi, nel contempo, come un tangibile pericolo per la sua sopravvivenza. In questo caso
specifico, tenendo conto anche del particolare stato
di conservazione dell’edificio, in luce già dalla fine
degli anni ’70, è stato realizzato, in collaborazione
con l’Istituto dei Monumenti di Cultura di Tirana,
un progetto (Figg. 4, 5) che mira alla sistemazione
dell’orchestra e della cavea dell’edificio stesso e che
tiene conto della necessità di rifunzionalizzazione.
Nel corso del 2010 è stato realizzato il primo stralcio
funzionale del progetto, che ha consentito di risarcire ampie lacune nel pavimento dell’orchestra (Fig.
6) consentendo un più sicuro ed agevole passaggio
del pubblico. Per evitare che i nuovi interventi fossero eccessivamente visibili ed impattanti si è scelto
di integrare le lacune con lastre dello stesso materiale rispettando l’antica tessitura e contemporaneamente, affinché l’intervento fosse riconoscibile, si
è deciso di rendere evidente la lavorazione dei nuovi
tagli delle lastre.
[G. M.] - [R. P.] - [L. S.]
Fig.5
Fig.6
J. H. STUBBS, Protezione e presentazione di strutture di scavo, in La conservazione sullo scavo archeologico, Roma 1986, pp. 89-108.
G. MANTELLA, L. SFORZINI, The State of Conservation, in A. BAÇE, G. PACI, R. PERNA (edd.), Hadrianopolis, I. Il Progetto TAU, Jesi 2007, pp. 113-128.
3
D. Mertens, Progettare ed eseguire l’anastylosis di edifici in pietra, in La conservazione sullo scavo archeologico, Roma 1986, pp. 122-135.
1
2
27
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Il progetto per la fruizione
dell’area archeologica di
Hadrianopolis
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Alla gestione dei Beni e delle risorse naturali e storico-culturali è sinora mancato il riconoscimento delle
mutue interdipendenze tra i caratteri costitutivi delle
specifiche identità ed i processi di sviluppo sociale ed
economico delle diverse comunità locali. Non è stato
adeguatamente evidenziato il valore relazionale tra
storia, natura e società locali che modella e rende inconfondibile il territorio, andando oltre il mero riconoscimento delle singole componenti (Fig. 1).
Quando la politica di conservazione del patrimonio
(culturale o naturale) scaturisce esclusivamente da
strategie difensive di minimizzazione o, peggio ancora,
di compensazione dell’impatto o del rischio, è difficile
far sì che la domanda di valorizzazione del bene possa
tradursi in una domanda di piano e di progetto che resta la sola opzione percorribile in forme di tutela attive e quindi ancorate alle dinamiche trasformative e di
crescita socio-economica locale1. E’ veramente difficile
dare un senso a queste eredità ricevute dal passato, anche in un ambito che naturalmente tende a circoscriversi come quello della preservazione del monumento
archeologico, inseguendo come unico, illusorio, tentativo quello di fermare la corsa del tempo.
L’interpretazione di aree di pregio naturale (Fig. 2) e
culturale come aree non incondizionatamente associate al concetto di tutela passiva e quindi di riserva
(è utile ricordare che molti dei parchi nazionali hanno
occupato aree già interessate da forme di riserva per la
caccia del re o perché proprietà pubblica dell’azienda
forestale), oltre a non comportare la riduzione della disponibilità del bene, è il primo passo per il superamento della divaricazione tra il campo della tutela e quello
del progetto di fruizione.
In questa prospettiva si deve leggere la scelta di redigere, come già fatto in Italia per quello di Urbs Salvia2,
un progetto per la fruizione dell’area archeologica di
Hadrianopolis (Fig. 3), da intendersi come una scelta
che costringe la città romana a guardare oltre i confini
delle sue antiche mura; una scelta che va oltre l’attività
per la conservazione di tipo tradizionale, di stampo difensivo, e costituisce la prima mossa concreta e istituzionalmente concordata per la valorizzazione dell’area
archeologica oggetto di studio.
L’area di Hadrianopolis è stata considerata sino alla
data odierna, come un’area sottoposta a vincolo e
quindi, guardata in questa chiave negativa, emergeva
solamente quanto insito nel concetto di vincolo e cioè
l’immodificabilità dei luoghi.
1
2
Fig.4
Fig.5
Il progetto di fruizione contiene in sé una sfida declinabile nelle seguenti questioni di fondo:
1) qual è la capacità della nostra area oggetto di studio
di stabilire contatti fecondi con il contesto territoriale?
2)il tipo di sviluppo che il parco in progetto può indurre è essenzialmente una maturazione di coscienza,
un’occasione di formazione didattico-scientifica, e
più in generale culturale, sui temi propri dell’archeologia, o anche una crescita socio-economica?
3)la valorizzazione di tracce, frammenti e ruderi
dell’antica città può tramutarsi in ancoraggio e riferimento per la riorganizzazione di un ambito territoriale più ampio ed esteso che interagisce con le
stesse finalità gestionali del parco archeologico?
E’ evidente che la forza dirompente che il parco può
avere, nel momento in cui, attraverso il piano, supera lo
stato di isolamento in cui attualmente si trova e diventa il contenitore ed il generatore di rapporti funzionali,
biologici e culturali tra le diverse componenti naturali
e culturali interne ed esterne all’area, potrebbe delineare nuovi equilibri gestionali e costringere a ripensare
la concezione tradizionale di area museale a favore di
un’interpretazione, sempre più diffusa, di parco come
“attrezzatura produttiva”.
La nuova domanda richiede infatti che il Parco archeologico diventi luogo produttivo di cultura, proponendosi non solo come luogo di conoscenza, ma come luogo
di intrattenimento, di esperienza, di socializzazione, in
cui i veri protagonisti sono i fruitori che trovano quelle
possibilità di arricchimento sociale, spirituale e culturale che la vita urbana della città di per sè, non riesce
a soddisfare.
Questi obiettivi assumono un significato speciale in un
paese come quello albanese dove ogni azione di progetto locale deve essere pensata in una prospettiva più
estesa di riorganizzazione territoriale, di cui l’Albania
ha particolarmente bisogno.
In questa prospettiva è stata studiata la fruizione
dell’area, che non si limita a definirne la parte relativa al teatro, ma intende connettere questi spazi con la
necropoli di Sofratikē ed il tessuto insediato circostante (Fig. 4) che potrebbe, a sua volta, essere la sede dei
servizi necessari ad una prima accoglienza dei turisti ed
infine con la città di Gjirokaster che s’identifica come importante centro di valore storico-culturale dell’Albania.
R. GAMBINO, Conservare Innovare. Paesaggio ambiente territorio, Torino 1997.
G DE MARINIS, G. M. FABRINI, G. PACI, R. PERNA, M. SARGOLINI, S. TEOLDI (edd.), Verso un Piano per il Parco Archeologico di Urbs Salvia, Ancona, 2006.
[R. P.] - [M. S.]
29
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Un corso universitario
per l’archeologia a Gjirokaster
Fig.1
Fig.3
Fig.2
L’inizio, nel corso del 2005, delle attività di scavo, restauro e valorizzazione del sito archeologico di Hadrianopolis ha anche consentito di avviare una feconda collaborazione tra l’Università “Eqrem Cabej”
di Gjirokaster e l’Università degli Studi di Macerata.
Fin dal primo anno, infatti, studenti di Gjirokaster
hanno partecipato alle campagne di scavo condotte
in Albania (Fig. 1), soggiornando presso la casa della
missione e collaborando insieme agli studenti italiani a tutte le attività previste in funzione dello scavo,
della documentazione e dello studio dei materiali.
Nel 2006 tre studenti, sempre dell’Università di Gjirokaster, hanno partecipato ad uno stage di scavo
ad Urbs Salvia (Urbisaglia) dove, dal 1994, l’Università di Macerata sta conducendo il suo cantiere didattico1.
Questa felice collaborazione ha avuto una sua prima strutturazione ufficiale con la firma di un Accordo internazionale quadro di cooperazione scientifica e didattica, firmato a Tirana l’11 dicembre 2006.
Successivamente nel marzo 2007, a Gjirokaster, è
stato firmato un successivo Accordo che ha definito con maggior precisione l’ambito scientifico e didattico della collaborazione stessa, occasione grazie
alla quale una piccola delegazione italiana formata
anche dal Rettore R. Sani e dal Preside della Facoltà
di Lettere G. Paci ha potuto visitare il sito archeologico in corso di scavo (Fig. 2). Tale ultimo Accordo è
stato il preludio all’elaborazione dello schema di Ordinamento didattico per la laurea magistrale in “Archeologia e gestione del patrimonio archeologico”,
che ha visto la successiva approvazione da parte del
competente Ministero albanese nel corso del 2009
e l’avvio delle attività nell’anno accademico 20092010 (Fig. 3).
Gli studenti che seguiranno tale corso di studio dovranno possedere:
• avanzate competenze scientifiche, teoriche, metodologiche ed operative relative al settore dell’archeologia e della storia dell’arte antica con particolare riferimento alle tematiche di area albanese;
• competenze nel settore della gestione, conservazione e restauro del patrimonio archeologico, artistico, documentario e monumentale;
• abilità nell’uso degli strumenti informatici e della
comunicazione telematica negli ambiti specifici
di competenza, con particolare riferimento alle
operazioni di rilievo dei monumenti (Fig. 4) e delle
aree archeologiche e classificazione dei reperti.
È proprio nell’ambito delle attività legate all’avvio
del Corso ed in funzione della sua realizzazione che
l’Università “Eqrem Cabej” di Gjirokaster ha anche
allestito un moderno laboratorio di restauro e topografia archeologica che, già dal 2010, è utilizzato per
la realizzazione dei corsi, oggi al II anno.
[S. C.] - [R. P.]
Obiettivo del corso in fase di realizzazione è quello di
formare archeologi specialisti nel settore della tutela,
del restauro e della valorizzazione dei Beni culturali, soprattutto archeologici, con particolare riguardo
alle tematiche di carattere territoriale ed alla gestione del Paesaggio. Ne scaturirà una figura professionale in grado di operare sia negli Uffici tecnici degli
Enti pubblici preposti quali Ministero della Cultura,
Regioni, Comuni, sia nelle Amministrazioni strettamente legate alla tutela ed alla gestione del Patrimonio archeologico quale in particolare le Direzioni
Nazionale e Regionale dei Monumenti albanese.
1
G. M. FABRINI, L’attività di studi e ricerche del Dipartimento di scienze archeologiche e storiche dell’antichità in Italia e all’estero. La sezione archeologica, in Per una storia
dell’Università di Macerata, in “Annali di storia delle Università italiane”, Anno 13, 2009, pp. 229-237.
Fig.4
31
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
La rifunzionalizzazione
del teatro
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Fig.4
Fig.5
Fig.6
Nell’ottica di un approccio globale al problema della tutela dei Beni culturali uno degli obiettivi che la
missione archeologica si è posta fin dall’inizio delle
sue attività è stato quello di attuare strategie di valorizzazione mirate alla reintegrazione nel territorio dei
Beni oggetto dei nostri interventi, attraverso un reale
inserimento nell’attuale realtà culturale ed economica della comunità di cui essi fanno parte. Tale impostazione, strettamente legata anche a quanto prescritto
dalla Carta di Venezia del 19641, nel suo art. 5, vuole
contribuire ad accrescere la consapevolezza delle popolazioni locali in merito al valore della propria storia
e del proprio territorio. Beni quindi da tutelare e difendere per offrire un modello di sviluppo economco
e sociale integrato con le vocazioni locali.
È evidente che un uso non mirato alle esigenze della conservazione, al pari dell’abbandono (Fig. 1), rappresenta un fattore di grave rischio per il patrimonio
architettonico di natura archeologica. In tale ottica,
il teatro dell’antica Hadrianopolis è stato oggetto di
ripetuti interventi di conservazione e restauro diretti
a garantirne il consolidamento ed il rallentamento
del degrado, con l’obiettivo di restituirne la funzione
originaria e con essa la fruibilità.
Dopo una prima campagna di interventi conservativi,
già nel 2006, la scena del teatro è tornata ad essere
animata dalla rappresentazione de Le Baccanti di Euripide e la sua cavea, per la prima volta dopo secoli, ha
nuovamente ospitato degli spettatori (Fig. 2). Lo spettacolo, organizzato dall’AMAT della Regione Marche,
fu anche una prima e fruttuosa occasione di collaborazione tra esperti delle due sponde dell’Adriatico.
Nel 2010 una successiva complessa serie di interventi di restauro (Fig. 3) che hanno interessato l’edifico
scenico nell’ambito del Progetto Archadrin hanno
consentito di restituire alla struttura teatrale la quasi
piena funzionalità.
Una serata di balletto dedicata all’Imperatore Adriano dal titolo “Sul Sentiero di Adriano - Ne Gjurmet
e Adrianit” è stata l’adeguata occasione per sancire simbolicamente l’avvenuta rifunzionalizzazione
dell’edificio (Fig. 4).
Lo spettacolo, organizzato dall’Associazione Arena
Sferisterio di Macerata, nell’ambito del Festival Adriatico Mediterraneo, e per la regia di Pierluigi Pizzi, ha
visto tra i principali interpreti la ballerina Anbeta
Toromani, diplomata presso l’Accademia di Danza di
Tirana tornare, dopo nove anni, a danzare sulla scena albanese. L’elegante connubio della Toromani con
Alessandro Macario, primo ballerino del Teatro San
Carlo di Napoli (Fig. 5), ha scandito lo spettacolo con,
tra le altre, una coinvolgente interpretazione de La lacrimosa di W.A. Mozart e di un potente passo a due
sulle note della Carmen di G. Bizet (Fig. 6) che, con la
coreografia di Amedeo Amodio, ha concluso la serata.
Ciò ha permesso la fattiva riconsegna alla comunità
locale di un monumento che, come nell’Antichità, torna a rivestirsi sul territorio di un particolare significato sociale e culturale. Fu Adriano infatti, nel fondare
la nuova città di Hadrianopolis, probabilmente passando in questo vicus nel corso di uno dei suoi viaggi,
a volerla dotare dell’arredo monumentale degno di
un centro urbano nell’ambito del quale il teatro è da
sempre deputato a svolgere, tra le altre, proprio la primaria funzione di luogo di convergenza comunitaria.
Riutilizzare l’antico edificio romano significa perciò
garantirne la tutela a lungo termine e, restituendo ad
esso la sua originaria funzione, ripercorrere la strada
che Adriano, imperatore amante della Grecia e della
sua cultura, ci indica nel suo sogno universale: la cultura, la musica e la danza come espressioni assolute
per superare le differenze trovando un’unità nei valori più puri dello spirito umano.
[S. C.]
1
International Charter for the Conservation and Restoration of Monuments and Sites (the Venice Charter- 1964). IInd International Congress of Architects and Technicians of
Historic Monuments, Venice 1964.
33
Hadrianopolis una città romana nell’antico Epiro
Il progetto di protezione civile
sui beni culturali
Fig.1
Fig.2
Fig.3
Fig.4
Fig.5
Fig.6
Affinché le indagini di carattere scientifico che vengono annualmente realizzate, così come la nostra
stessa presenza sul territorio, possano contribuire
alla crescita di carattere sociale ed amministrativo
di chi ci ospita, anche sotto il profilo dell’acquisizione di buone pratiche di governo, è imprescindibile
che esse siano accompagnate da attività che vedono il coinvolgimento delle giovani generazioni,
stimolando in esse una crescita in termini di consapevolezza dell’importanza del loro patrimonio culturale e di competenze necessarie per la sua tutela
e valorizzazione.
Tale premessa ci ha spinto a coinvolgere i giovani
studenti dell’Università di Gjirokaster in una esperienza di volontariato significativamente legata alle
problematiche connesse alla gestione del patrimonio
culturale.
Per tale motivo, ed anche per valorizzare una significativa - ed unica nel suo genere in Italia - esperienza
in corso di realizzazione nella Regione Marche, tra il
2009 ed il 2010 si è deciso di organizzare un corso ed
un campo di volontariato destinati alla formazione di
personale specializzato nel settore della Protezione
civile in tema di Beni culturali.
Si tratta inoltre di un Progetto che trova una relazione diretta con il Progetto Transismic, proprio dedicato
al rischio sismico nella Regione di Gjirokaster, già coordinato dal Comune di Grottammare, cui ha partecipato anche la Provincia di Ascoli Piceno.
Gli esperti del Gruppo di lavoro marchigiano per la
salvaguardia dei Beni Culturali dai Rischi naturali, al
quale partecipano attivamente la Regione Marche
(con il suo Dipartimento di Protezione civile), la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Direzione Regionale del Ministero dei Beni culturali e Legambiente
(cui è stato affidato coordinamento operativo), si
sono quindi fatti carico nell’ottobre del 2009 di organizzare un corso di carattere propedeutico: “Seminar me vullnetare dhe operatore per mbrojtjen e
pasurive kulturore ne rrezik - Seminario per volontari
ed operatori nella salvaguardia dei beni culturali in
emergenza”, tenutosi presso l’Università “Eqrem Çabej” di Gjirokaster (Fig. 1).
Al Corso stesso hanno partecipato più di cento interessati (Fig. 2), in particolare studenti dell’Università
di Gjirokaster, che sono stati formati sulle modalità
di intervento sui Beni culturali in caso di calamità naturale, sulle metodologie di catalogazione e recupero
dei reperti a rischio da attivare in occasione di eventi
sismici o alluvioni, sulle procedure di imballaggio e
immagazzinamento in caso di emergenza.
Nell’aprile dl 2010, è stato successivamente organizzato il vero campo di volontariato della durata di
quindici giorni al quale hanno partecipato operatori
e volontari provenienti dalle Province di Macerata e
Ascoli P., da tutta Italia, ma soprattutto tecnici dell’Università ‘Eqrem Çabej’, dell’Istituto dei Monumenti
di Cultura di Tirana e di quello di Gjirokaster e, soprattutto, futuri volontari albanesi.
Nel corso dei lavoro sono stati schedati e cartografati
più di trenta edifici di interesse culturale diffusi sul
territorio che in molti casi non avevano visto sopralluoghi da alcuni anni (Fig. 3).
All’interno di ognuno di essi sono stati schedati i
principali beni di interesse culturale, per ciascuno
dei quali è stata elaborata una scheda che riporta i
principali dati relativi allo stato di conservazione, ma
soprattutto alle modalità con cui essi dovrebbero essere trattati nel caso di un’emergenza (Fig. 4).
L’interesse dell’iniziativa risiede soprattutto nel fatto
che i risultati ottenuti, integrati anche con quanto in
fase di elaborazione grazie alla realizzazione della
Carta archeologica, possono costituire uno strumento fondamentale per trasferire ed attivare nel territorio albanese esperienze di best practice, in termini di
gestione ed organizzazione del patrimonio culturale.
Proprio tale aspetto ha spinto anche il Consolato di
Italia a Valona a partecipare all’iniziativa (Fig. 5), inserendola, tra l’altro, nelle attività del grande Progetto
‘Italia-Albania 2010. Due popoli, un mare, un’amicizia’
finalizzata a rinsaldare e sviluppare i legami tra le
due sponde dell’Adriatico (Fig. 6).
[O. M.] - [M. Mo.] - [R. P.]
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€ 10,00