Dispense del Centro Studi Hänsel e Gretel – n° 9 Collana a cura del

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Dispense del Centro Studi Hänsel e Gretel – n° 9 Collana a cura del
Dispense del Centro Studi Hänsel e Gretel – n° 9
Collana a cura del Centro Studi Hänsel e Gretel
Direttore Claudio Foti, condirettore Claudio Bosetto
Redazione e progetto grafico di Claudio Bosetto
Questa collana raccoglie interventi, ricerche e testimonianze
che il Centro Studi Hänsel e Gretel ha maturato e raccolto
all’interno della propria attività di formazione e riflessione sui
temi della prevenzione del disagio e del maltrattamento ai
danni dei minori, della intelligenza emotiva come risorsa fondamentale nella relazione adulto - bambino.
Il Centro Studi Hänsel e Gretel svolge attività di consulenza psicologica, diagnosi e sostegno nei
casi di abuso psicologico, fisico e sessuale ai danni dei minori. Svolge inoltre attività di formazione sui temi del disagio, del maltrattamento e dell’ascolto nella relazione educativa.
Ulteriori informazioni sulle attività e sulle pubblicazioni del Centro Studi Hänsel e Gretel possono essere reperite sul sito web:
http://users.libero.it/hansel.e.gretel
ovvero scrivendo, telefonando o inviando una e-mail a
Centro Studi Hänsel e Gretel
Corso Roma 8, 10024 Moncalieri (TO)
Tel e fax 0116405537
e mail: [email protected]
La mente abbraccia il cuore.
Intelligenza emotiva per i bambini
della scuola dell’infanzia
e della scuola primaria
Sie Editore
Copyright © 2005 di S.I.E. s.r.l., Pinerolo (TO), Italia
Edizione 1° Anno 2005
È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico, con qualsiasi mezzo effettuata, senza l’espressa autorizzazione scritta dell’editore.
Editrice SIE, Sviluppo Intelligenza Emotiva, s.r.l.
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Indice
Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può aiutare i bambini e gli adolescenti.
di Nadia Bolognini
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7
L’arca delle emozioni
di Paola Murdocca e Rosa Napolitano
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Un progetto per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva nei bambini dai quattro ai
sette anni
di Valeria Camerone
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Un luogo per l’ascolto e un tempo per raccontarsi. Un’esperienza di intelligenza
emotiva nella scuola dell’infanzia
di Maria Agostina Fresi
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Le emozioni raccontate da un bambino. Un’esperienza di intelligenza emotiva in
una scuola elementare
di Barbara Martino e Barbara Rossino
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Tecniche per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva nei bambini piccoli
di Valeria Camerone e Anna Lungo
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Parola di bimbo. Tutte le parole che servono per raccontare il mondo dei grandi
ed ascoltare quello dei piccoli
di Silvia Murdocca
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Intelligenza emotiva, che cos’è e perchè può aiutare i
bambini e gli adolescenti
di Nadia Bolognini
“Non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Antoine De Saint-Exupery, Il piccolo principe
1. Psicologia scientifica ed intelligenza emotiva
Fino a qualche decennio fa le emozioni erano diffusamente considerate nella nostra cultura
fattore di disturbo rispetto alle operazioni razionali o materiale di scarto non meritevole di riflessione e di attenzione scientifica.
La psicologia scientifica concentrava i suoi studi su un tipo d’intelligenza limitata, quella
rappresentata dal Q.I. (quoziente intellettivo), fondata prevalentemente sulle capacità di calcolo
e di astrazione. Secondo questa idea di intelligenza le persone possono venire classificate e quotate come soggetti più o meno intelligenti in base a dati genetici immodificabili dall’esperienza.
Nel 1983 Gardner sviluppò una diversa teoria dell’intelligenza, rispetto a quella fino ad allora accreditata: quella delle intelligenze multiple.
Gardner aveva individuato sette varietà fondamentali d’intelligenza: oltre a quella verbale e
logico-matematica, i due tipi standard su cui la scuola e le istituzioni educative hanno tradizionalmente puntato, identificava un’intelligenza spaziale (quella che si può esprimere in un artista), un’intelligenza cenestesica che si può esprimere nella danza o nella fluidità dei movimenti;
un’intelligenza musicale; descrisse inoltre due forme di intelligenza personale: l'intelligenza intrapersonale, che è la capacità di accedere alla propria vita affettiva, e l'intelligenza interpersonale, che è la capacità di leggere gli stati d'animo, le intenzioni e i desideri degli altri.
In psicoanalisi, queste due ultime abilità vengono spesso definite auto-consapevolezza emotiva ed empatia.
Dalla concezione di un'intelligenza unitaria si è passati così alla considerazione di diversi tipi d’intelligenza tra cui l’intelligenza interpersonale (capacità di comprendere stati d’animo, desideri altrui, ecc…) e l’intelligenza intrapsichica (capacità di conoscere se stessi, conoscere i
propri sentimenti, ecc.…). Questa concezione poliedrica dell’intelligenza offre una visione più
ricca delle capacità e del potenziale di successo di un bambino di quanto non possa fare il test
standard per la misurazione del QI. S’incomincia così a dare sempre più importanza alle emozioni mettendo insieme mente e cuore.
Il concetto psicologico di “intelligenza emotiva”, diventa popolare grazie al best-seller di
Goleman (1995)1 e alle scoperte dei meccanismi cerebrali delle emozioni, descritti da LeDoux
(1996) nell'affascinante libro “Il cervello emotivo”2. Le ricerche di LeDoux e di altri hanno
chiarito molti aspetti neuroanatomici e neurofisiologici dell'elaborazione emotiva. La strutturachiave di questo sistema (almeno per le emozioni di paura e di rabbia) è l'amigdala, la quale valuta il significato affettivo degli stimoli che un individuo incontra, compresi gli stimoli prove1
2
Goleman D., L’intelligenza emotiva, Rizzoli, 1996.
J. LeDoux, Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Baldini & Castoldi, 1998.
nienti dal cervello stesso (pensieri, immagini e ricordi) e quelli provenienti dall'ambiente esterno
o interno (LeDoux, 1989).
Gli affetti vengono oggi considerati come il nocciolo e l'origine della soggettività umana: è
grazie al fatto di provare sentimenti che noi sappiamo chi siamo (Gardner, 1983). E questa è una
delle caratteristiche centrali dell'intelligenza emotiva.
Goleman con il suo libro “Intelligenza emotiva” ha permesso di divulgare, non solo
nell’ambiente accademico, l’importanza delle emozioni e dei sentimenti, ha dato la possibilità
culturale di sviluppare l’incontro della mente con il cuore, le emozioni con la parola e le emozioni con il pensiero.
Da un'indagine sociale si sono individuati molteplici indicatori di malessere soprattutto tra
gli adolescenti.
Una ricerca condotta dal Ministero di Giustizia Statunitense evidenzia che nell’arco di 4 anni (1988-1992) il numero d’aggressioni da parte di minorenni è cresciuto dell’80% (omicidi, aggressioni, furti, stupro….). I dati italiani indicano che i minorenni stanno avviandosi all’età
adulta con grosse carenze relative all’AUTOCONTROLLO, alla capacità di gestire la propria
COLLERA e all’EMPATIA. Altre ricerche condotte a livello mondiale hanno mostrato la tendenza, nell’attuale generazione di bambini, di un maggior numero di problemi emozionali rispetto a quella precedente: oggi i giovanissimi sono più soli e depressi, più rabbiosi e ribelli, più
nervosi e inclini alla preoccupazione, più impulsivi ed aggressivi.
Da queste osservazioni nasce l’esigenza di insegnare ai bambini L’ALFABETO
EMOZIONALE quale insieme di capacità interpersonali ed intrapersonali essenziali alla loro vita.
Ci si chiede anche come mai il rendimento scolastico di bambini con un’intelligenza brillante può crollare in modo drammatico in occasione di difficoltà familiari?
Perché alcuni studenti hanno un buon rendimento scolastico e altri, intellettualmente non da
meno, danno risultati scarsi?
Quali sono i fattori in gioco, ad esempio, quando persone con un elevato QI falliscono scolasticamente e socialmente e quelle con QI modesti danno prestazioni sorprendentemente buone?
La risposta risiede nel fatto che per valutare la probabilità di un percorso di successo scolastico o professionale occorre considerare l’esistenza di un altro fattore in gioco, di un altro tipo
d’intelligenza, fino ad ora poco considerata, l’intelligenza emotiva.
L’intelligenza emotiva è un insieme di capacità che possono essere insegnate ai bambini mettendoli così nelle migliori condizioni per far fruttare i loro talenti intellettuale ed acquisire abilità essenziali
per la vita. L’intelligenza emotiva al contrario dell’intelligenza misurata con il QI si può apprendere,
perfezionare ed insegnare.
2. Che cos’è la mente emozionale?
Dal punto di vista filogenetico l’evoluzione ha conferito all’emozione un ruolo fondamentale nella psiche umana. Sentimenti più profondi, passioni e desideri più intensi sono guide importantissime cui la nostra specie deve in gran parte la propria esistenza. Le emozioni ci hanno guidato con saggezza lungo il cammino dell’evoluzione.
Nel corso dell’evoluzione il cervello pensante si è evoluto dai centri emozionali. Questo ci dice
molto sui rapporti fra pensiero ed emozione: molto prima che esistesse un cervello razionale, esisteva già quello emozionale. Le aree emozionali del cervello (amigdala) sono strettamente collegate a
tutte le zone razionali (neocortecccia)
Il valore del nostro repertorio emozionale ai fini della sopravvivenza trova conferma nel suo
imprimersi nel nostro sistema nervoso come bagaglio comportamentale innato. In altre parole le
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emozioni finiscono per diventare tendenze automatiche adattative del nostro cervello: ad es. la
paura che ci spinge a mobilitarci per evitare il pericolo, la rabbia che ci spinge a difenderci da
un’aggressione…
Tutti noi sappiamo per esperienza personale che, quando è il momento di prendere decisioni
o di agire, i sentimenti contano quanto il pensiero razionale e a volte anche di più.
Nel bene o nel male quando le emozioni prendono il sopravvento, l’intelligenza logicorazionale viene scavalcata: talvolta la reazione emotiva si rivela particolarmente intelligente (per
es. guidando in modo rapido e immediato una nostra risposta adeguata alla situazione), talvolta invece assume la forma di un’impulsività molto pericolosa (per es. portandoci a comportamenti di
rabbia, che ci possono sembrare successivamente ingiustificati o a manifestazioni di ansia per un
compito importante che finiscono per danneggiare la nostra concentrazione o la nostra efficienza).
La facoltà emozionale condiziona comunque le nostre decisioni momento per momento,
consentendo il pensiero logico o rendendolo impossibile. Allo stesso modo, il cervello razionale
ha un ruolo dominante sulle nostre emozioni, con l’eccezione di quei momenti in cui le emozioni eludono il controllo e prendono, per così dire, il sopravvento di prepotenza.
Quindi si possono individuare due menti, due intelligenze e due cervelli. Il nostro modo di
comportarci nella vita sociale e professionale è determinato da entrambe: non dipende solo dal
QI ma anche dall’intelligenza emotiva, in assenza della quale l’intelletto non può funzionare al
meglio. Quando interagiscono bene, l’intelligenza emotiva si sviluppa e altrettanto fanno le capacità intellettuali.
Questo nuovo modello ci spinge a trovare un armonia tra MENTE E CUORE.
Quindi vi sono due modalità di conoscenza, così fondamentalmente diverse, che interagiscono per costruire la nostra vita mentale.
La mente razionale è la modalità di comprensione della quale siamo solitamente coscienti,
dominante nella consapevolezza e nella riflessione, capace di ponderare e di riflettere. Accanto
ad essa c’è un altro sistema di conoscenza – impulsivo e potente - anche se a volte magari illogico: la mente emozionale.
Spesso, queste due menti, quella emozionale e quella razionale, operano in grande armonia e
le loro modalità di conoscenza, così diverse, si integrano reciprocamente per guidarci nella realtà. Queste due menti possono essere perfettamente coordinate, i sentimenti sono essenziali per il
pensiero razionale proprio come questo quest’ultimo lo è per i sentimenti. Ma quando le passioni aumentano di intensità, l’equilibrio si capovolge, la mente emozionale prende il sopravvento,
travolgendo quella razionale.
Tutte le emozioni sono essenzialmente degli impulsi ad agire, piani d’azione che ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita (la parola deriva dal latino emoveo che vuol dire muovere da).
Il fatto che le emozioni siano spinte all’azione è evidente soprattutto negli animali e nei bambini. É solo negli adulti “civili” che troviamo tanto spesso quello che nel regno animale si può
considerare una grande anomalia, ossia la separazione delle emozioni - che in origine sono impulsi
ad agire - dall’ovvia reazione corrispondente. Alle origini dell’evoluzione della specie l’indugiare
a pensare sul da farsi avrebbe potuto costare la vita all’essere umano. Le emozioni di paura, rabbia, disgusto hanno consentito immediate reazioni di sopravvivenza: quando siamo in collera la
frequenza cardiaca aumenta, aumenta la scarica di ormoni quali l’adrenalina e tutto questo genera
un impulso di energia in forme tali da permettere un’azione vigorosa; oppure nell’emozione di disgusto il naso tende ad arricciarsi e il labbro superiore si solleva: questo indica un tentativo primordiale di chiudere le narici da un odore spiacevole o di sputare un cibo velenoso.
La mente emozionale è assai più rapida di quella razionale. Le azioni che scaturiscono dalla
mente emozionale sono accompagnate da una sensazione di sicurezza particolarmente forte, de-
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rivate da un modo di vedere le cose semplificato e immediato, che può apparire assolutamente
sconcertante alla mente razionale. La mente emozionale può consentirci di percepire in un istante i vissuti emotivi di altre persone (per es. lui è adirato con me, lei sta mentendo, questo fatto lo
sta rattristando... ), producendo quel giudizio intuitivo immediato che ci informa di chi dobbiamo diffidare, di chi possiamo fidarci e chi si trova in una situazione difficile. Il vantaggio è di
poter acquisire rapidamente informazioni che possono rivelarsi utilissime. Lo svantaggio è che
queste impressioni e questi giudizi intuitivi, verificandosi in una frazione di secondo, possono
anche essere erronei o malaccorti.
Esiste un altro tipo di reazione emozionale, più lenta della risposta lampo. Questa seconda
via è più deliberata e in genere siamo più consapevoli dei pensieri che ci guidano verso di essa.
In questo tipo di reazione emotiva la valutazione è più ampia; i nostri pensieri giocano un ruolo
chiave nel determinare quali emozioni verranno suscitate. Esempio: al pensiero “questa persona
mi sta imbrogliando” segue un’appropriata risposta emozionale, dove l’ansia e di rabbia possono derivare da una riflessione razionale. Sono queste le emozioni che derivano dai pensieri.
Vi sono quindi vie rapide (reazioni emotive istantanee come la collera o la paura che si impadroniscono di noi e non già scelte da noi) oppure vie lente per l’insorgenza di pensieri che suscitano un’emozione. Di solito la mente razionale non decide che emozioni dovremmo avere, al
contrario i sentimenti si presentano come un fatto compiuto. Ciò che di solito la mente razionale
può controllare è il corso di queste reazioni. A parte qualche eccezione non siamo noi a decidere
quando essere furiosi, tristi e così via. Tuttavia la mente può allenarsi, per es. attraverso tecniche
di sviluppo della consapevolezza o percorsi di meditazione, a prevenire sentimenti negativi e a
coltivare sentimenti positivi.3
Ma come funziona la mente emozionale?
La mente emozionale è CATEGORICA, cioè tende a vedere tutto bianco o nero: una persona mortificata dopo aver compiuto un gaffe potrebbe pensare all’istante: “Non ne combino mai
una giusta”; è PERSONALIZZATA, percepisce gli eventi in modo deformato, riconducendoli al
proprio io (ad esempio dopo un incidente automobilistico può condizionare la descrizione “Il
palo mi è venuto addosso”); è AUTOCONVALIDANTE, perché sopprime e ignora i fatti o ricordi che ne scardinerebbero le convinzioni e si aggrappa a quelli che lo confermano. Considera
le proprie convinzioni assolutamente vere e perciò sottovaluta ogni prova contraria. Per questo è
così difficile ragionare con chi è emotivamente turbato. La logica della mente emozionale è
ASSOCIATIVA, per essa gli elementi che simboleggiano una realtà o ne suscitano il ricordo
equivalgono a quella stessa realtà, ad esempio: “Mi sento come un fiume in piena”.
Le similitudini, le metafore, le immagini, la poesia, la favola, sono alcune delle modalità
simboliche della mente emozionale, sono tutti elementi presenti nel linguaggio del cuore. Grandi maestri spirituali come Buddha e Gesù hanno toccato il cuore dei discepoli parlando il linguaggio delle emozioni, insegnando con le parabole, le favole e i racconti. Analogamente i sogni e i miti rappresentano produzione narrative di tipo individuale oppure di tipo sociale, dove
risulta fondamentale l’elaborazione emotiva di tematiche conflittuali.
3. Intelligenza emotiva e ascolto empatico
Le storie piacciono tanto ai bambini, ma piacciono anche agli adulti.
Ricordo come da bambina ascoltavo con molta attenzione e coinvolgimento le storie che mio
padre mi raccontava. Erano storie legate alla sua vita, alla sua infanzia, alla guerra, alla famiglia...
3
Dalai Lama, Goleman D., Le emozioni distruttive, Mondatori, 2003.
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Erano storie che mi facevano vivere un arcobaleno di emozioni. Mi appassionavano, mi commuovevano, a fatica riuscivo a trattenere le lacrime, a volte mi spaventavano altre mi facevano ridere a
crepapelle. Ricordo molte di queste storie e ciò che mio padre voleva insegnarmi attraverso il loro
racconto. Era un modo meraviglioso con il quale conoscere il mondo degli adulti.
Attraverso le storie e la riflessione su di esse si può apprendere molto. Le storie parlano
dapprima al cuore per poi giungere alla razionalità. Parlano il linguaggio dei sentimenti che può
essere integrato con quello della riflessione.
Per questo motivo voglio riportare una storia reale, la storia di Michela, perché ci può aiutare a comprendere meglio il concetto di intelligenza emotiva.
Michela è una ragazzina di 11 anni, fisicamente minuta con dei grandi occhi neri. É una ragazzina che mostra meno anni di quelli effettivi.
Michela è una bambina molto sola, molto fragile che ha imparato a nascondere la propria
fragilità, la propria debolezza mostrandosi agli altri come una ragazzina molto forte, mostrando
che nulla la fa soffrire, che nulla le importa, che se la cava benissimo da sola e non ha bisogno
di nessuno.
Michela ha vissuto per diversi anni nella violenza in cui, come la bambina stessa dice:“Il
papà picchiava la mamma ma non per finta per davvero, la mamma cadeva per terra piangeva e
gli diceva :”Smettila smettila!” Ma lui non smetteva. Ed io dalla mia cameretta mi tappavo le
orecchie, e pregavo che tutto finisse al più presto, ma sembrava non finire mai”.
Michela un giorno riceve in regalo un cagnolino, Bobi al quale si affeziona moltissimo. Michela porta spesso con sè Bobi, lo porta a fare le passeggiate, ai giardinetti con gli amici, ecc. Al
termine della giornata scolastica, Michela corre veloce a casa perché Bobi l’aspetta, e al suo
rientro le farà grandi feste.
Purtroppo dopo alcuni mesi i genitori decidono di dare via il cagnolino.
Negli ultimi giorni a scuola Michela è molto nervosa ed agitata, prende a calci i suoi compagni, spesso litiga per un nonnulla.
La maestra durante la ricreazione si avvicina a Michela e le chiede:
“Come sta Bobi?”
“Ah, non c’è’ più?!”
“Non c’è più Bobi?”
“Ti ho appena detto che non c’è, sei sorda forse?... Non c’è più l’abbiamo dato via”.
“Oh! caspita l’avete dato via.”
“Beh! Non io i miei genitori, sai pisciava sempre in casa, mica si può tenere un cane… e poi
chi se ne frega ce ne sono tanti di cani.”
“Oh! davvero hanno dato via Bobi.”
“Siii!! Però a me non me ne frega niente, e poi smettila di parlarne.”
“A te non te ne frega niente… non ne vuoi più parlare…
“Sì, non me ne importa niente”
“Ti sento molto arrabbiata.”
“Sì, lo sono! Prima ti regalano il cane poi un bel giorno decidono di darlo via, sono proprio
tanto arrabbiata e non solo…”.
“Certi devi essere molto triste.”
“Sì,… io gli volevo bene… mi manca tanto …”.
Michela abbassa la testa e inizia a piangere, un pianto silenzioso e doloroso, poco dopo si accovaccia in braccio alla maestra in una vicinanza che credo non necessiti di ulteriori commenti.
Cosa è accaduto? Grazie all’intervento empatico dell’insegnante, la bambina inizia ad autorizzarsi ed a riconoscere le proprie emozioni di dolore e di rabbia, a dar loro un nome ed a legittimarle
nella propria mente. Michela ha potuto accedere a queste emozioni perché ha avuto vicino un adulto
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che ha sentito il suo dolore e lo ha messo in parola. La maestra nonostante le iniziali parole sprezzanti di Michela sente la rabbia e il dolore dell’allieva e gliele rimanda, senza colpevolizzarla e senza
banalizzare le sue emozioni. Solo allora Michela si autorizza a piangere e a prendere contatto con i
vissuti di rabbia, di dolore, di impotenza, e a sentirsi finalmente capita.
4. Le cinque espressioni dell’intelligenza emotiva
L’intelligenza emotiva si basa su 5 fondamentali capacità.
La prima è L’AUTOCONSAPEVOLEZZA.
L’autoconsapevolezza è la capacità d’identificare e denominare le proprie emozioni nel
momento stesso in cui si presentano.
Nella storia l’insegnante si pone la seguente domanda: “Cosa provo ad ascoltare questa
bambina?... quello che io provo è dolore, sofferenza, rabbia”.
L’ascolto delle proprie emozioni ci permette di sentire il bambino. Non intendo dire sentire
con le orecchie, ma col cuore: sentire in questo caso quanto è grande il suo dolore, la sua sofferenza, la sua rabbia al di là delle parole che la bambina pronuncia. Il riconoscere le emozioni, il
metterle in parola è il primo passo per ascoltare, per sentire quello che l’altro mi comunica.
Ascoltare se stessi per poter ascoltare l’altro.
L’ascolto delle nostre emozioni è l’accesso alla conoscenza di noi stessi, alla comprensione
dei nostri comportamenti e del modo di interagire con gli altri. Tanto più saremo in grado di
mettere in parola le nostre emozioni, più saremo capaci di riconoscerle e dominarle e tanto più
abili saremo nel leggere quelle altrui.
Ascolto emotivo significa anche riconoscere, accettare e legittimare le emozioni che risiedono là nella parte più intima, nella parte più debole, più vera e autentica di una persona.
L’ascolto emotivo dà la possibilità al bambino di richiamare alla coscienza emozioni dolorose come la rabbia, l’umiliazione, il dolore, la solitudine e di mantenere il contatto con una parte importante della propria vita. Le emozioni di Michela fino al momento dell’incontro con
l’insegnante non avevano avuto voce, né avevano trovato “orecchie” disposte ad ascoltare.
L’insegnante sente le forti emozioni della bambina e la aiuta ad acquisire consapevolezza dei
propri stati emotivi. Quando l’insegnante dice: “Ti sento molto arrabbiata, devi essere molto triste”, intuisce i sentimenti di Michela che si celano dietro un atteggiamento arrogante di tipo difensivo che tende a negare il profondo malessere. La maestra aiuta Michela a riconoscere un proprio
stato d’animo negativo: la rabbia e la sofferenza.
Ascolto emotivo è l’ascolto che parte dal cuore, dal cuore dell’adulto, quale sede delle emozioni, per percepire il cuore del bambino dove spesso sono racchiusi i dolori, la solitudine,
l’umiliazione, la tristezza che fanno troppo male per essere comunicati con la parola. I bambini
a volte non hanno la forza di parlare, ma soltanto quella di tacere.
Riconoscere un proprio stato d’animo negativo, significa volersene liberare. Se riesci a tradurre in parola ciò che senti ti appartiene. Michela riconosce la propria rabbia e solo allora inizia a padroneggiarla. Uno degli assunti fondamentali della teoria dell’intelligenza emotiva è che
tutte le emozioni sono legittime: ciò che può essere adeguato o meno è il comportamento conseguente all’emozione.
Aristotele dice: “Colui che si adira per ciò che deve e con chi deve e inoltre come, quando, e
per quanto tempo deve, può essere lodato”. Già Aristotele evidenziava l’importanza
dell’emozione in cui il problema non è lo stato emotivo in sé ma l’appropriatezza
dell’emozione. Tutte le emozioni sono legittime alcune però possono essere più appropriate alla
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situazione altre meno. L’intelligenza emotiva è la capacità di far interagire l’intelligenza con le
nostre emozioni.
Ci sono due aspetti da prendere in considerazione: l’uno riguarda il ruolo dell’emozione
nell’intelligenza, l’altro di pari importanza riguarda il ruolo dell’intelligenza nelle emozioni.
Gli insegnanti sanno benissimo quanto i turbamenti emotivi interferiscono con
l’apprendimento. Quando sono ansiosi, adirati, o depressi gli studenti non imparano; chi si trova
in questi stati d’animo non assorbe adeguatamente informazioni, ne è in grado di applicarle proficuamente. Le emozioni negative quando sono forti dirottano l’attenzione sulle proprie preoccupazioni, interferendo con eventuali tentativi di concentrarsi su qualcos’altro.
I sentimenti di entusiasmo fervore e fiducia in se stessi sono aspetti facilitatori
all’apprendimento e alle relazioni sociali.
L’intelligenza emotiva è un’abilità fondamentale che influenza profondamente tutte le altre
di volta in volta facilitandone l’espressione o intervenendo con esse.
L’autoconsapevolezza è la capacità di cogliere i nessi fra pensieri, sentimenti e reazioni e
quindi sapere se si sta prendendo una decisione in base a riflessioni o a sentimenti.
Dopo aver riconosciuto l’emozione nel momento stesso in cui la si prova è importante acquisire la capacità di controllare le emozioni.
Arriviamo così alla seconda capacità : IL CONTROLLO DELLE EMOZIONI.
Questa è la capacità di orientare le emozioni in modo che siano appropriate. É la capacità di
trattare le emozioni quali ad esempio l’ansia, la collera, la tristezza e indirizzarle in senso produttivo favorendo l’autocontrollo e la loro espressione adeguata. Riconoscere un’emozione è
una cosa, un’altra sono gli sforzi che mettiamo in atto per non agire sotto il suo impulso.
Quando le emozioni sono troppo tenui compare l’indifferenza, il distacco, quando sfuggono
al controllo, diventano troppo estreme e persistenti: allora risultano patologiche, nel senso (etimologico) che producono un’intensa sofferenza: ad esempio quando si è paralizzati dalla depressione, travolti dall’angoscia, sopraffatti dalla collera furiosa.… Tutte le emozioni hanno diritto di cittadinanza e sono positive però alcune reazioni sono buone altre meno.É importante
acquisire la capacità di tranquillizzare e confortare se stessi e di saper come calmarsi quando si è
sconvolti.
Vorrei prendere in considerazione due emozioni la collera e l’ansia per evidenziare come il
controllo delle emozioni sia di fondamentale importanza.
La collera: il fattore scatenante è la sensazione di trovarsi in pericolo. Il segnale di pericolo
può venire non solo da una vera e propria minaccia fisica, ma anche da una minaccia simbolica
all’autostima o alla dignità della persona, ad esempio quando ci sentiamo trattati in modo ingiusto e sgarbato, insultati o umiliati o quando vediamo frustrati i nostri tentativi di raggiungere
uno scopo importante. La collera si autoalimenta in un’escalation. L’ira non più frenata dalla ragione, sfocia più facilmente in violenza. A questo punto non si sentono più ragioni: tutti i pensieri ruotano attorno ad idee di vendetta o rappresaglia, incuranti delle possibili conseguenze.
Questo elevato livello di eccitazione alimenta quell’illusione di potere e invulnerabilità che può
ispirare e facilitare l’aggressività. Durante i picchi emozionali la capacità di ascoltare, pensare e
parlare con lucidità va perduta, quello di calmarsi è un passo fondamentale, senza il quale non
può esserci ulteriore progresso nella risoluzione del conflitto. Il primo passo è riconoscere la
collera e successivamente calmarsi e in modo più costruttivo e sicuro di sé, confrontarsi con
l’altro per ricomporre la disputa.4
4
Un’ampia riflessione sulla collera è contenuta in Foti C., Quando rabbia e collera esplodono in famiglia, in Foti C. , Bosetto C. (a cura di), Famiglia e figli: quanto amore e quanto stress, SIE Editore, 2005.
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L’ansia: le preoccupazioni sembrano spuntare dal nulla, sono incontrollabili, generano una
costante produzione di ansia attraverso un racconto narrato a se stessi nel quale si finisce per
passare da una preoccupazione all’altra. Inizialmente si percepisce qualcosa che evoca
l’immagine di una minaccia o di un pericolo. Questo pericolo immaginario scatena un leggero
attacco di ansia. Si sprofonda allora in una lunga serie di pensieri tormentosi, ciascuno dei quali
introduce un altro motivo di preoccupazione. Queste preoccupazioni sono inaccessibili alla ragione e ci costringono a considerare il problema da un’unica, inflessibile prospettiva. É molto
importante riconoscere quanto prima gli episodi di preoccupazione (autoconsapevolezza) e successivamente tentare di spezzare il circolo vizioso. Ciascuno di noi avrà sperimentato quanto
l’ansia incida sulle proprie capacità intellettuali riscontrando confusione, vuoti di memoria e
nervosa irrequietezza…
É una capacità psicologica importante quella di saper controllare gli impulsi e interpretare
accuratamente una situazione sociale.
L’intelligenza emotiva quindi è la capacità di riflettere e pensare i propri sentimenti, ma anche la capacità di regolare le emozioni. Solo un educatore in grado di sperimentare un controllo
sano delle emozioni potrà sollecitare una competenza analoga nello sviluppo del soggetto in età
evolutiva. A volte l’adulto prova paura nell’ascoltare il dolore intenso, la sofferenza
sconv0olgente del bambino che vive una grave situazione di malessere (a seguito di un maltrattamento, di un lutto, di una malattia, di una separazione dei genitori…). La paura dell’adulto è
un emozione legittima, ma se non viene riconosciuta e fatta oggetto di riflessione impedisce
l’ascolto della sofferenza del bambino. A volte in molti adulti l’ansia e la paura agiscono inconsapevolmente, producendo una “barriera all’ascolto” e impedendo ai bambini, di raccontare il
proprio dolore, la propria disperazione o la propria impotenza5: i bambini finiscono così per restare prigionieri del loro silenzio, e più precisamente del timore non essere ascoltati e presi sul
serio, dell’ansia di venir giudicati, della vergogna e del senso di colpa associati ai contenuti che
non riescono ad esprimere.
L’adulto che ha il coraggio di sentire anche ciò che fa stare male, che ha il coraggio di soffrire insieme al bambino, di mettere in parola la sofferenza sarà l’adulto capace di essere vicino,
capace di comprensione e di ascolto emotivo, proprio come la maestra di Michela.
La terza capacità dell’intelligenza emotiva è quella di realizzare una MOTIVAZIONE DI
SÉ STESSI al raggiungimento di obiettivi significativi.
Come ho sottolineato precedentemente le emozioni hanno un ruolo rilevante
nell’apprendimento, quando siamo preoccupati ci risulta difficile apprendere. Il modo migliore
di insegnare ai bambini è quello di dar loro una motivazione interiore, invece che spronarli con
le minacce o con la promessa di una ricompensa. Ciascuno di noi può riconoscere che quando
c’è un tema o un compito che ci interessa veramente, allora impariamo meglio e riusciamo a
trarre piacere dall’impegno che quel tema o quel compito ci richiedono. Quindi è importante
mettere le emozioni al servizio dell’educazione, non già ignorare la loro esistenza.
É fondamentale incanalare le emozioni verso il raggiungimento di un fine produttivo, esso
può manifestarsi nel controllo degli impulsi e nel rinvio della gratificazione, nel regolare i nostri
stati d’animo in modo che essi facilitino invece di ostacolare il pensiero razionale, nel trovare la
motivazione per insistere e provare nonostante gli insuccessi. Tutti questi comportamenti indicano che, applicata ai nostri sforzi, l’emozione può rivelarsi un motore potente, capace di dare
loro maggior efficacia.
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Bolognini N., Foti C., Rimozione non fa rima con prevenzione, né con protezione, in Foti C., L’ascolto
dell’abuso e l’abuso nell’ascolto, Angeli, Milano, 2003.
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La capacità di motivare se stessi consiste dunque nell’attivare un interesse emotivo genuino
nella definizione e nel perseguimento di un obiettivo scolastico, culturale, sportivo, artistico,
professionale, sociale che sia, persistendo in questo interesse, nonostante le difficoltà e le frustrazioni a cui si va incontro, tollerando il rinvio della gratificazione, modulando i propri stati
d’animo per evitare che la sofferenza impedisca di pensare, di sperare e di operare.
La quarta capacità è l’EMPATIA.
Tanto più saremo capaci nel riconoscere e denominare le nostre emozioni tanto più abili saremo nel leggere quelle altrui. EMPATIA è una parola derivante dal greco antico, il cui significato etimologico rinvia al “sentire dentro”. L’empatia è la capacità di assegnare un nome al sentimento altrui, di sentire e comprendere lo stato emotivo dell’altro,. Empatia significa ascoltare
le emozioni altrui, rispecchiarle, assumere il punto di vista altrui. “Certo devi essere molto triste.” dice la maestra a Michela.
L’empatia si basa sulla autoconsapevolezza: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni
tanto più abili saremo nel leggere i sentimenti altrui. L’empatia porta alla benevolenza, all’altruismo
e alla compassione.
In quella che viene denominata sintonizzazione6 tra madre e neonato, la madre sente il bambino
percepisce i suoi stati emotivi indipendentemente dal linguaggio verbale.
La sintonizzazione dà al bambino la rassicurante sensazione di essere emotivamente collegato
con la madre.
Quando un bambino ha genitori che non riescono mai a mostrare empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino (gioia, dolore, pianto, collera, ecc…) quest’ultimo comincia
ad evitare di esprimerle forse anche di provarle. In questo modo numerose emozioni cominciano
ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime, e così una parte del “cuore” purtroppo
si perde durante la crescita del bambino. Il bambino viene espropriato della possibilità di vivere
queste emozioni ed i bisogni vitali ad esse connessi.
Secondo Kohut l’empatia è la capacità quotidiana di provare ciò che un’altra persona prova
- anche se di solito, e giustamente, in misura attenuata - restando comunque a contatto di se
stessi. L’esplorazione della mente-altra del bambino presuppone quindi da parte dell’adulto un
punto di partenza sufficientemente solido da cui muoversi, ovvero un contatto emotivo, fonte di
sufficiente sicurezza e soddisfazione, sia con il proprio sé adulto che con le proprie radici vitali
infantili.
Il quinto e ultimo gruppo di competenze sono le ABILITA’ SOCIALI .
Le abilità sociali consentono di plasmare un’interazione, di trovarsi bene nelle relazioni intime, di mobilitare, di ispirare, persuadere e influenzare gli altri, mettendoli nel contempo a proprio agio. É importante al fine del raggiungimento della competenza sociale, osservare, interpretare e rispondere ai messaggi emozionali ed interpersonali.
Le abilità sociali comprendono anche la capacità di comunicare apertamente, di cooperare,
di ascoltare e di esprimere il proprio pensiero, senza rimanere passivi o collerici, e di mettersi
dal punto di vista dell’altro. Consentono di plasmare un’interazione, di trovarsi bene nelle relazioni intime, di mobilitare, ispirare, persuadere e influenzare gli altri mettendoli al contempo a
proprio agio.
Un esempio di comunicazione improntata sull’uso intelligente delle emozioni è la seguente:
“Quando hai fatto X, mi hai fatto sentire Y, avrei preferito che tu avessi fatto Z.”. In questa comunicazione il soggetto ricorre alle capacità fondamentali dell’intelligenza emotiva quali:
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D. N. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, 1987.
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 la consapevolezza della propria emozione e ciò che l’ha determinata, l’emozione Y derivata dal fatto x
 il controllo della propria reazione emotiva negativa attraverso la sua verbalizzazione:
così si evita un comportamento distruttivo e si assume la fiducia nella comunicazione.
 la motivazione a raggiunge un obiettivo: in questo caso specifico la motivazione nel farsi comprendere e rispettare
 le abilità sociali: quale capacità di comunicare apertamente e di esprimere autenticamente il proprio pensiero.
Ciascuno di noi ha capacità diverse in questi ambiti.
Vorrei concludere con una poesia scritta da una classe di bambini di una scuola elementare
dove è stato realizzato un percorso di sviluppo dell’intelligenza emotiva7:
Nessuno sa come sto male quando so che viene ucciso un animale.
Nessuno sa come sono contenta quando vedo qualcuno felice, che si ama a vicenda.
Nessuno sa come sono triste quando vedo qualcuno che piange o che litiga.
Nessuno sa che il mio cuore è pieno di dispiacere
perché vedo bambini
che affamati non hanno neanche la forza di parlare,
soltanto quella di tacere.
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C. Bosetto, Maltrattamento all’infanzia e scuola, in C. Foti, C. Bosetto, Giochiamo ad ascoltare, Angeli, Milano, 2000, pag. 192.
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