DONJON E PALATIUM A MONTELLA: DINAMICA DI UNA

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DONJON E PALATIUM A MONTELLA: DINAMICA DI UNA
DONJON E PALATIUM A MONTELLA:
DINAMICA DI UNA RESIDENZA TRA XII E
XVI SECOLO
di
MARCELLO ROTILI, CARLO EBANISTA
I. IL DONJON
1. Il donjon 10000 (Figg. 7-8), costruito in posizione dominante, a 833,96 m s.l.m., nel castello del Monte di Montella
(Avellino), ha forma cilindrica ed è alto 14,70 m rispetto al
piano della corte (Fig. 1). L’altezza raggiunge 17,50 m lungo il lato occidentale, ove sono le porte 9030 (nel muro
9420-9430-9505-9700) e 9040 (nella seconda recinzione
9060-9013-9008-9006-9560-9580-9550 che include l’ingresso 9050 ad E). La struttura all’esterno ha andamento
verticale, pur presentando alla base la risega di fondazione
10010, legata a 10020 (Figg. 2-4), e la scarpa di impianto
poligonale nel punto di massima altezza, a W (Fig. 1). È
invece caratterizzata dalla variabilità dello spessore all’interno, ove, rispetto alla fondazione 10020-10010 (un anello di muratura poggiato sulla roccia 50000, la cui quota
superiore (-90/110 cm) corrisponde al piano della corte),
sono stati costatati tre arretramenti, corrispondenti ad altrettante strutture (Figg. 2, 4): il primo, 10030 (q. +20/45
cm), è visibile al primo piano degli ambienti A e B che si
sviluppano su due livelli; il secondo, 10080 (q. +30 cm),
rilevabile nei tre ambienti alla quota del secondo piano, è coperto dalla volta 10200 e dal riempimento del relativo rinfianco, su cui sono stati realizzati i battuti pavimentali 10296 e
10295 del terzo piano della torre (Fig. 8); il terzo arretramento
dell’inviluppo interno, corrispondente all’usm 10500, si registra al di sopra di 10295 e dell’usm 10080, a quota +530 cm.
2. Il primo piano corrisponde alla cisterna 10100-10106
(denominata D) e agli ambienti A e B, nella porzione compresa tra la quota superiore di 10030 (su cui poggiava un
solaio ligneo) e il fondo costituito dalla roccia 50000 e dalle uuss 7 e 11, terreni di colore grigio scuro depositati nelle
cavità di 50000 (Figg. 2-3) per ottenere un piano di frequentazione almeno dalla fase di IX secolo, seguita al primo impiego del sito fra VI e VIII.
Individuata dal muro 10040, dalla cisterna D, dalle sue
strutture perimetrali esterne 9390-9380, nonché dalla porta
9030, dai muri 9430, 9630, 9800, 9850, 9517, 9009, dalle
uusssmm rilevate al di sotto di 9005 e da 9400 (Fig. 1), che
si collega alla recinzione di IX secolo dell’area strutturata
lungo le pendici del Monte, la fase si caratterizza per gli
impianti sia difensivi che residenziali che inducono a riconoscere nel castello (più volte rinnovato) la sede del gastaldo testimoniato dalla Radelgisi et Siginulfi principum divisio
ducatus dell’849 (Divisio ducatus) e, nella sottostante area
murata (circa 3 ha), il villaggio fortificato sorto nel IX sulle
strutture del precedente insediamento di VI-VIII; lo scavo
ha evidenziato i resti di abitazioni e la necropoli impiantata
tra fine X e XI in una zona abbandonata a seguito del terremoto del 25 ottobre 989 che danneggiò difese e case (BARATTA 1901, p. 18, n. 86; GUIDOBONI (a cura di) 1989, pp.
273,551). Le distruzioni testimoniate dai rinvenimenti provocarono il restringimento dell’abitato alla parte alta del
sito, le cui funzioni di centro della distrettuazione amministrativa del principato longobardo di Salerno in alta Irpinia,
sul confine con il territorio beneventano, appaiono in declino alla fine del X secolo per l’intervenuta trasformazione
del gastaldato in comitato che una cartula del 999, trascritta in un giudicato di Gisulfo II del 1065 (CASSESE 1950, pp.
14-45), attesta nel menzionare Landolfo «de comitato
Montellense» (CASSESE 1950, p. 30). Nella Longobardia
minore la formazione di una nuova signoria territoriale,
quale il comitato, segna in quel periodo, in senso autonomistico, la sorte degli oltre quaranta gastaldati meridionali,
il cui frazionamento contribuisce alla dispersione del potere statale nelle mani di un ceto nobiliare in parte nuovo, che
trae dai patrimoni fondiari di recente acquisizione il sostegno economico e politico (CILENTO 1966, pp. 33-41, 4445). La costituzione del comitato, nel rispondere ad un fenomeno di ordine generale (MARTIN 1990, pp. 282-286),
contribuì verosimilmente alla ripresa dell’insediamento
montellese dopo il sisma del 989, per il dinamismo economico che è proprio delle nuove formazioni politico-sociali
e per il riscontro che il nuovo ceto dirigente poté trovare,
nonostante tutto, nel territorio da tempo strutturato per la
produzione. La costruzione dei muri 9504 e 9600 verosimilmente risale alla rinnovazione seguita al terremoto.
Alla fase di VI-VIII si riferiscono le strutture delle case
rinvenute rispettivamente nella rasola 1 (settore I/89-92),
ove sono coperte dalle murature di difesa 8004 e 8052, e
nell’ambiente P del palatium (Fig. 1, 5-6), ove l’usm 9810
risulta coperta dalla recinzione 9800-9820 (cfr. EBANISTA,
infra). La fase si caratterizza per l’uso agricolo dell’area da
parte di quanti avevano preferito l’insediamento accentrato
su un’altura all’insicurezza del fondovalle nei frangenti
dell’occupazione longobarda del territorio meridionale, poco
dopo la conquista (MARTIN 1990, pp. 270, 280). Attuata l’integrazione fra longobardi e romani, la funzione produttiva
viene confermata nell’agosto 762 dal giudizio relativo ai
servi di Prata pronunciato da Arechi II a favore dell’abate
di S. Sofia Maurizio «in curte n(os)tra que vocatur
montella», ovvero «in nominata curte nostra montellari»
(Chronicon S. Sophiae, ff. 81r, 83r; cfr. inoltre UGHELLI 1722,
coll. 452-453; BERTOLINI 1926, p. 28, n. 69). Trascritto alla
fine del XII secolo nel Chronicon S. Sophiae (cfr. BERTOLINI
1926), il giudicato costituisce la prima menzione dell’insediamento, che avrebbe assunto connotati di centro amministrativo e militare entro la metà del IX, in rapporto all’istituzione del gastaldato e alla posizione di confine fra i domini di Radelchi e Siconolfo in cui la località venne a trovarsi dopo l’849, a seguito della divisio ducatus. Il caso di
Montella conferma il frequente passaggio dalla curtis al
castello (FRANCOVICH 1976, pp. 18-24; SETTIA 1984, pp. 256258; WICKHAM 1989, pp. 86-91), da intendere in questo caso
come un centro fortificato in cui una situazione di urbanesimo di villaggio (WICKHAM 1985, p. 58) integra le strutture
della residenza signorile e l’impianto militare del sito; del
resto questo lascia intendere il documento col quale, nel
1001, Orso, figlio di Guiselperto «de civitate montella»,
dona a Giovanni «una petiola de terra in locum fontana
subtus bia que perge ad iam dictam civitate ubi possatis
[fa]cere iusta dua applicta de casa» (SCANDONE 1911, p. 193,
doc. III; TROPEANO 1977, p. 72).
3. Nella porzione S dell’ambiente A sono state rinvenute
tracce dei battuti 10038 e 10039 (Figg. 2-3), riferibili a due
pavimentazioni delle quali la prima è successiva alla demolizione del muro 10040, mentre la seconda appare in fase
con quest’ultimo, coevo alla cisterna D e alle murature del
periodo gastaldale. 10038 sigilla in parte l’us 7, mentre
10039 copre il terreno 11, simile a 7. In 10030 si rilevano
numerosi fori pontali a sezione quadrangolare, che potrebbero essere stati impiegati per alloggiarvi i sostegni del solaio ligneo che strutturava i vani A e B su due piani (Fig. 2).
Un foro più grande si trova in A, nel muro 10095, legato a
10040 e relativo alla cisterna D in quanto addossato (con
l’usm 10096) a 10100. 10095, la cui fondazione è 10150, è
coperto dal muro 10050 che è fondato anche su 1005110060-10090-10091, e nel quale si trova la porta 10052 che
collega A e B (Figg. 3-4).
L’ambiente B comunica con il vano C, ubicato sulla cisterna D, attraverso la frattura 10056 nel muro 10055 (Figg.
3-4). Quest’ultimo è fondato su 10096 e 10057 e copre l’intonaco 10053 che riveste il prospetto E di 10050. L’intona-
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co della faccia W di 10050 è 10054. Prima della costruzione di 10055 (nell’ultimo periodo d’impiego del donjon),
gli ambienti B e C formavano un unico locale con il calpestio in quota con la soglia della porta 10052; esso era formato in C dall’estradosso della volta 10104, in B da un solaio in legno sotto il quale venivano scaricati i materiali
prodotti dalla frequentazione dell’edificio (us 4), secondo
la stessa dinamica verificata nel vano A. Il muro 10055 venne
costruito, del resto, proprio sulla cresta di 10103 e sull’us
4, che aveva coperto, in B, il terreno 10 (Fig. 4), simile
all’us 7 dell’ambiente A. È da rilevare peraltro che l’accumulo di 4 è contemporaneo a quello dell’us 3 (che copre 7)
nel vano A; in B, su 4, dopo la costruzione di 10055, è stato
accumulato il terreno 12, rinvenuto in quota con il taglio
10056, che potrebbe essere posto in relazione con la ricerca
di un tesoro di cui parla un documento del 1497, dal quale
si evince che il re inviò Coluccio Coppola nella «rocchetta
[...] de Montella ad fornire certo processo de uno certo
thesoro se pretende essersi trovato in dicta rocchetta» (BARONE 1885, p. 36). L’esito della missione è purtroppo sconosciuto.
La costruzione di 10055 seguì quella di 10050, la cui
realizzazione appare motivata tanto dall’esigenza di articolare lo spazio quanto dall’opportunità di sostenere la volta
10200, probabilmente dopo la comparsa di segni di cedimento (Figg. 3-4).
4. La cisterna D, rivestita dalla malta idraulica 10110, è
chiusa in alto dalla volta a botte 10104 ed è fornita di due
pozzi per il prelievo dell’acqua (Figg. 2-3); il primo (10105),
a sezione circolare, è coevo alla struttura, mentre il secondo (10190), di forma rettangolare, è stato ricavato nello
spessore di 10080 quando il serbatoio, nel XII-XIII secolo,
venne incorporato dal donjon. La presenza di due pozzi, in
particolare la circostanza che si rese necessario sfondare la
volta 10104 per collegare 10190 alla cisterna, stanno a indicare che questa è più antica del donjon; l’ipotesi del riutilizzo è avvalorata anche dal fatto che la vasca di raccolta
dell’acqua N, cui afferisce l’adduttore 10107, è esterna a
10000 (Fig. 3); se non fosse stata reimpiegata una struttura
già esistente, 10107 avrebbe avuto sbocco direttamente nel
serbatoio, come avviene in altri casi, quali il donjon di Rocca San Felice (ROTILI 1991-92, pp. 236-237). Dalla vasca
N, alla cisterna afferisce il tubo in cotto 10108.
La costruzione del pozzo 10190, nello spessore di
10080, va messa in rapporto con l’esigenza di prelevare
acqua dal terzo piano della torre, adibito ad uso abitativo,
come indicano i camini 10225 e 10255, il servizio igienico
10245, il lavabo 10250, le ampie finestre 10210, 10230,
10260 e i vani a muro 10215, 10216, 10240 (Figg. 2, 7). La
disponibilità di acqua è correlata anche all’uso del forno da
pane 10440, al quarto piano cui si accede mediante la scala
in spessore di muratura 10290, posta sulla destra della porta d’ingresso 10280 (Figg. 2, 7-8) che veniva raggiunta con
una scala lignea fissata alla muratura o grazie ad una passerella poggiata sulla sommità dell’ambiente più vicino (E),
come attestato nel castello di Rado presso Gattinara (SETTIA
1984, p. 380). Un mensolone in pietra, tuttora in situ all’esterno di 10280 (Fig. 7), insieme ad altro frammentario sosteneva il ballatoio di accesso (ROTILI 1981, p. 550), analogamente a quanto attestato nella torre del castello di Lagopesole
(AVAGNINA 1980, pp. 167-168, fig. 11; ASCANI 1995b).
Illuminato dalle finestre 10410 e 10450, nonché dalle
monofore 10420 e 10430, relative al ballatoio che conclude la scala 10290, il locale al quarto piano, che aveva il
pavimento su solaio ligneo poggiante su un ordito di travi
sostenuto da tre grandi travi centrali, svolgeva anch’esso
funzioni abitative (Figg. 2, 8). Oltre al vano a muro 10415
si riconosce la scala a chiocciola 10400 che conduceva alla
copertura su volta ribassata di cui si rileva l’imposta. Ricavati tutti in spessore di 10500, vani e servizi lasciano disponibile l’intera superficie degli ambienti al terzo e quarto
piano, ove si registra il diametro di 10 m. La muratura in
opus caementicium con paramento in opus incertum, 10500,
di tradizione romana (ADAM 1989, pp. 139-141), era rivestita da intonaco che occludeva i fori pontali, nei quali, peraltro, potevano essere innestati divisori per la migliore articolazione dello spazio interno. La consuetudine di ricavare camere dividendo ambienti di grandi dimensioni è documentata nel palacium castri (SETTIA 1984, p. 389).
È significativo che, al terzo piano, il prelievo dell’acqua avvenisse in prossimità del camino maggiore 10225
(Figg. 1-2). Il pozzo 10190, chiuso in C dal muro 10109
(Fig. 3), poi demolito, appare coperto dal battuto pavimentale del terzo piano, 10295 (Fig. 8), che un frammento di
smaltata bianca (inglobato dalla malta) consente di datare
al XIV-XV; venne occluso in rapporto alle trasformazioni
che interessarono il donjon nell’ultima fase d’impiego: fra
queste, la tamponatura delle finestre 10230 e 10210 (Fig.
2), che era stata già rimpicciolita (Fig. 7), la costruzione del
muro 10055 tra i vani B e C del secondo piano che impedì
l’accesso al pozzo 10190 da B dopo l’abbattimento del muro
10109 (Figg. 3-4) effettuato per realizzare la tamponatura
10111 di 10190, rilevabile nell’intradosso della volta 10200
dai calchi di due tavole della cassaforma realizzata dopo
aver abbattuto proprio 10109.
Risulta problematico spiegare i cambiamenti, che potrebbero essere collegati all’assunzione di funzioni carcerarie; alla fine del XV secolo, quando i nuovi feudatari, conti
Cavaniglia, si trasferirono nel «Palaczo» a valle, il castello
venne adibito a carcere (SCANDONE 1916, p. 100, nota 2;
1920, p. 44) tanto che il termine «castellano», divenuto sinonimo di carceriere, indicava questa funzione ancora alla
fine del Cinquecento, dopo il trasferimento della prigione
nel centro di formazione bassomedievale (SCANDONE 1916,
p. 100, nota 2; 1920, pp. 169-170). Potrebbero indicare l’impiego del donjon come carcere proprio la tamponatura 10111
di 10190, e il muro 10055 che precludono, dal terzo e dal
secondo piano, l’accesso alla cisterna e ad una potenziale
via di fuga resa disponibile dall’apertura praticata alla quota della corte per consentire l’uso dell’acqua, che comunque affluiva al serbatoio e che doveva essere utilizzata anche per impedirne la fuoriuscita in caso di eccessivo riempimento di quest’ultimo. Con la costruzione di 10055 i vani
A e B vennero trasformati in segreta, risultando particolarmente adatti alla funzione afflittiva del carcere premoderno.
5. Realizzato nel donjon cilindrico del XII-XIII secolo per
sostituire l’originario pozzo 10105, che negli scavi è risultato occluso da muratura, 10190 raggiungeva il terzo piano, attraversando il solaio ligneo che precedette la costruzione, nel XIII-XIV, di 10200; se questa l’avesse obliterato
non ve ne sarebbe l’alloggiamento (visibile dal vano C) nella
stessa 10200; non sembra probabile, viceversa, la realizzazione di 10190 nella fase di costruzione della volta, perché
questo avrebbe comportato il taglio di 10080 in cui il pozzo
appare realizzato in opera.
10200 occluse le due finestre (10205, 10206) relative
all’ambiente A del secondo piano (Figg. 2, 4). Privati delle
aperture e della ventilazione, gli ambienti A, B e C, che
fino ad allora avevano formato probabilmente un unico
vano, poterono essere impiegati solo come deposito di materiali non deperibili, con esclusione di gran parte delle derrate. È probabile che, a seguito di questa rilevante modifica, abbiano cominciato ad essere utilizzati anche come discarica, peraltro dopo la distruzione, nel corso dei lavori,
del battuto 10038, riferibile alla prima fase del donjon. Il
rinvenimento di grande quantità di protomaiolica, di smaltata monocroma bianca, di graffita e di un frammento di
maiolica attesta l’uso dei vani, dal XIII-XIV agli inizi del
XVI secolo, appunto come ‘butto’. Il deposito (uuss 2 e 3
nell’ambiente A, 4 nel vano B e 13 nell’ambiente C) si arrestava in quota con 10030, per cui è da ritenere che, distrutto
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10038, il piano d’uso sia stato costituito dal solaio ligneo
poggiato sulla stessa 10030; non si può escludere, peraltro,
che il locale abbia avuto in precedenza, per qualche tempo
prima della ristrutturazione di XIII-XIV, due piani: il primo
alla quota di 10038, il secondo al livello di 10030: in questo caso lo spazio tra 10038 e 10030, per la limitata altezza,
può essere stato impiegato solo come ripostiglio. La ceramica restituita dal terreno 7, parzialmente coperto da 10038,
data la costruzione di quest’ultimo alla fase di XII-XIII secolo.
La distruzione di 10038 spiega peraltro l’inquinamento di 7
nel XIII-XIV secolo, cioè da quando A, B e C cominciarono
ad essere impiegati come discarica.
6. La ristrutturazione del donjon, attestata dalla volta 10200
e dalla variazione di forma dei fori pontali, che in alto, all’esterno, presentano sezione circolare, mentre altrove sono
quadrangolari, si espresse anche attraverso la realizzazione
dei camini, dei servizi, della scala di salita al quarto piano e
del forno da pane, se essi devono essere riferiti alla seconda
fase dell’edificio (Figg. 2, 8) come tutto lascia ritenere. Strutture come queste sono tipiche delle torri del XIII secolo; la
torre di Velia presenta un’analoga scala in spessore di muratura e interpiani realizzati con volte (SANTORO 1964-65,
pp. 193-203; SANTORO 1982, pp. 100-101, fig. 66; PEDUTO
1976, p. 309), mentre quella di Castelcivita è dotata di un
camino piuttosto simile e reca anch’essa una frattura per
accedere alla cisterna (NATELLA-PEDUTO-QUARTA 1968, pp.
63-70; PEDUTO 1976, p. 309, fig. 3; SANTORO 1982, p. 102,
fig. 72). Anche le torri angolari del castello di Trani presentano scale in spessore di muro (PISTILLI 1995b, p. 226); e
una struttura di questo tipo collega l’ultimo piano alla terrazza nel torrione quadrato di età federiciana del castello di
Lombardia a Enna (PISTILLI 1995a, pp. 205-206), ove le scale
in muratura dei primi tre livelli si addossano alle pareti interne come si registra nel donjon cilindrico di Rocca San
Felice per la scala che dal terzo piano sale al quarto (ROTILI
1991-92, pp.238-239).
Affiancato ad un piccolo locale interpretabile come lavabo, il vano ad uso igienico (Figg. 1-2, 8), con seduta lignea su base in muratura e scarico esterno a sguscio in
10000, ricorda quello presente nel donjon del castello di
Lagopesole, che è abbinato al lavabo (AVAGNINA 1980, p.
168), nonché i servizi strutturati in una delle torri del castello di Cancello e al primo piano della torre VI di Castel
del Monte (DE TOMMASI 1984, p. 94, figg. 65-66; CADEI 1993,
p. 378). Nel castello di Montella un servizio identico si trova
nella torre K, ubicata a N dell’ingresso 9050 (Fig. 1), mentre analoga disposizione di servizio e vano-lavabo si rileva
nel donjon di Rocca San Felice (ROTILI 1991-92, p. 238).
Camini in spessore di muratura sono attestati nel castello di Gravina in Puglia (ASCANI 1995a, p. 220; CADEI
1995, p. 108), nell’inedito donjon di impianto quadrangolare di Bagnoli Irpino e in quello di Rocca San Felice, ove
forno da pane e camino sintetizzano in una struttura unica
al secondo piano (ROTILI 1991-92, p. 243) funzioni che a
Montella (Figg. 1-2, 8) risultano distribuite al terzo (camini) e al quarto (forno). Quanto all’impiego delle scaffalature a muro, documentate nel donjon e nell’ambiente eta di
Rocca San Felice (ROTILI 1991-92, p. 258), un interessante
riscontro è fornito da un affresco di Taddeo Gaddi raffigurante una nicchia trilobata con mensole e ampolle presente
nella cappella Baroncelli di S. Croce a Firenze (CASTELNUOVO (a cura di) 1986, p. 294, fig. 456), nonché da una nicchia
con mensola lignea e oggetti dipinti a fresco conservata nel
duomo di Spilimbergo e datata alla metà del XIV secolo
(LUSUARDI SIENA (a cura di) 1994, fig. 41).
Nel castello di Circello, ricostruito in età aragonese (SANTORO 1982, p. 227, fig. 231), compare una finestra rifinita
da conci squadrati e mensole angolari, come al terzo piano
del donjon di Montella (Fig. 7), ove la cornice lapidea reca
i fori per l’inserimento della grata di ferro; il riscontro conferma il restringimento della finestra 10210 nell’ultima fase
d’impiego, prima della tamponatura risalente all’ipotizzabile uso carcerario dell’edificio nel XV-XVI secolo. La chiusura delle finestre potrebbe tuttavia essere collegata ad esigenze di difesa dalle artiglierie (nel qual caso sarebbe indipendente dalla disattivazione del pozzo al terzo piano),
mentre il rinvenimento di un proiettile in ferro nell’ambiente
A, us 2, attesterebbe l’impiego della parte sommitale del
donjon come postazione di tiro.
7. Servizi e comforts inducono ad attribuire alla struttura
funzione di residenza, secondo il modello del donjon
residentiel diffuso in Europa (FINÓ 1970, pp. 104-105; DE
BOUARD 1975, pp. 121-122). Tuttavia la vicinanza del
palatium (che prende forma insieme al donjon, se non mentre si continua a usare l’edificio di età gastaldale-comitale
comprendente la cisterna D) indica l’instaurarsi di una dinamica residenziale destinata a svolgersi per qualche tempo su due poli integrati, con una probabile prevalenza del
donjon sul palatium fino al XIII-XIV secolo, come suggerisce la consistenza di quest’ultimo prima della rinnovazione del Due-Trecento (cfr. EBANISTA, infra). Ciò integra, in
base all’esperienza archeologica, la tesi dell’impiego secondario dei torrioni rispetto al palacium castri, che conserva
la propria validità (SETTIA 1984, pp. 384-385). D’altra parte
la ricerca stratigrafica (ROTILI 1991-92, p. 250; ROTILI 1996a,
pp. 263, 268; ROTILI 1996b, p. 273) suggerisce esempi di
donjons a pianta circolare (MARIN 1994b) sorti in Italia prima che il modello, affermatosi in Francia già nel XII, venisse imposto dagli architetti di Filippo Augusto (MESQUI
1993, pp. 403-406) diffondendosi anche nella penisola (SETTIA 1993, pp. 392-393).
8. La ristrutturazione del donjon nel XIII-XIV secolo risulta coeva ai lavori che interessarono l’intera area murata. Si
provvide a raddoppiare la cinta del castello lungo i lati W, S
ed E, realizzando i muri 9060-9013-9008-9006-9560-95809550 e le porte 9040 e 9050 (con i rispettivi rivellini 9900 e
9573), mentre a N la recinzione venne foderata dalle uussmm
9507-9710-9360. Tra XIV e XV secolo al camminamento
di ronda e alla merlatura di 9060, 9013 e 9008 sarebbe stata
appoggiata la soprelevazione realizzata in uno al loro ispessimento. Il bastione 8050, fornito di camminamento, protesse sul lato W l’area di servizio, individuata nell’ampia
rasola ai piedi del fortilizio. Le strutture del villaggio fortificato vennero coperte da imponenti terrazzamenti per la
realizzazione di un parco con acquedotti e fontane (ROTILI
1989, pp. 67-68; 1996b, p. 279), in rapporto alla frequentazione del sito, tra il 1293 e il 1373 (SCANDONE 1916, pp.
186, 193; SCANDONE 1920, p. 1), da parte di personalità di
primo piano della corte angioina, tra cui forse lo stesso Carlo II che, tornando dalla Puglia, fu a Montella tra il 23 e il
25 marzo 1284, quand’era ancora principe di Salerno e reggente del regno (SCANDONE 1916, pp. 52, 182-183). Divenuto re, Carlo II nel 1293 confiscò il «Castrum vero
Montelle» riservandosi il «nemus seu parcum [...] cum
nemus ipsum velimus pro nostris solaciis deputari»
(SCANDONE 1916, p. 187). Ceduto momentaneamente nel
1295 a Bartolomeo de Capua, gran protonotaro del Regno,
con la clausola che «nostre Curie reservato ut si quando pro
solaciis nostris nobis vel heredibus nostris, placuerit dictum
Castrum ad manus nostre Curie revocare» (SCANDONE 1916,
p. 191), nell’ottobre del 1296 il castello entrò in possesso
dei principi di Taranto (SCANDONE 1916, p. 193). Oltre alla
realizzazione di lunghe ed ampie terrazze sostruite da muri
in conci calcarei legati da malta e attraversate da due acquedotti con vasche utili anche ai fini della diramazione
delle condotte, l’intervento comportò la sistemazione della
strada d’accesso al castello e la costruzione del muro di recinzione che gli scavi hanno mostrato insistere sui resti della struttura fortificata in opus caementicium entro cortine in
opus incertum del IX secolo. Un velato accenno all’avvio
dei lavori può essere individuato nelle motivazioni («propter
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onera custodie ipsius castri et forestarum») che nel 1294
consentirono a Giovanni Maillard, custode del castello, di
essere esonerato dall’obbligo del servizio militare (SCANDONE
1916, pp. 188, 190).
Nel XIII e nel XIV venne rinnovato anche l’edificio
costruito entro il XII a ridosso dei muri 9600, 9800, 9850
(cfr. EBANISTA, infra). I dati archeologici indicano che esso
assunse la dignità di residenza già a seguito della ristrutturazione di XIII, mentre per la fase precedente se ne rilevano caratteristiche tali da far ritenere che la sede del signore
fosse nella costruzione che incorporava la cisterna D. Rinnovato per iniziativa dei d’Aquino, feudatari di Montella
(SCANDONE 1916, p. 39), succeduti ai de Tivilla (JAMISON (a
cura di) 1972, p. 124, n. 700), costituì da allora, con il torrione,
uno dei due poli della residenza signorile, assumendo la prevalenza rispetto a questo nel corso del XIV, quando la decorazione pittorica ne segnò il miglioramento qualitativo.
Nella fase di XII-XIII la costruzione del donjon e nel
corso del Duecento la rinnovazione dell’edificio costruito
entro il XII si resero necessarie perché, a seguito della conquista normanna, il sito aveva assunto un’importante funzione di guardia lungo l’itinerario che, attraverso l’alta Irpinia, metteva in collegamento la Puglia con Salerno (CUOZZO
1989, p. 79). È stato rilevato che la ristrutturazione, tra XII e
XIII secolo, di un vecchio castello con l’inserimento di un
donjon segna molto spesso il passaggio da un detentore ad un
altro (SETTIA 1984, p. 378); e quanto ai nuovi signori, nel 1184
è attestata la presenza in «castello nostro de montella» di Riccardo d’Aquino, conte di Acerra (SCANDONE 1916, p. 173).
9. I reperti trovati nei vani A e B, nel confermare il loro
ininterrotto impiego come discarica almeno fino alle soglie
del XVI secolo, indicano che il donjon fu utilizzato con
continuità, nonostante la preminenza assunta dal palatium
nelle funzioni residenziali nel corso del XIV. Nelle mutate
condizioni rispetto alla destinazione originaria, l’uso del
torrione si protrasse non oltre quello del palatium, risultato
inadatto alla residenza dei Cavaniglia alla metà del XV secolo, tanto che essi si spostarono nel centro abitato di Montella (cfr. EBANISTA, infra). L’ultimo ospite illustre del castello potrebbe essere stato Alfonso il Magnanimo, per il
quale il conte Garçia Cavaniglia organizzò nel 1445 una
memorabile caccia nei boschi del massiccio del Terminio
(SCANDONE 1920, p. 4). Nella seconda metà del Quattrocento il casale del «Monte», cresciuto nel corso del medioevo
intorno al castello, subì un graduale processo di spopolamento. Nel 1469 i suoi abitanti erano diminuiti rispetto ai
tempi di Alfonso d’Aragona «per le guerre come per le
morìe», risultando presenti «in lo dicto casale» soltanto
«fochi sey» (SCANDONE 1953, pp. 288-289, doc. 14).
Agli inizi del XVI secolo il castello fu definitivamente
abbandonato a seguito alla spedizione di Lautrec del 1528.
I francesi, per punire i Cavaniglia, «sacchijarono» tutto ciò
che i feudatari «avevano in detta terra, parte in lo castello,
parte in lo palaczo» (SCANDONE 1920, p. 34, note 5-6; 1923,
pp. 179, nota 1, 180, nota 2) e bruciarono «tutte le scripture
della Università et della Corte» (SCANDONE 1923, p. 181, nota
3). Appare credibile che nell’occasione, se non poco dopo, il
castello sia stato spogliato delle «suppellettili e dei mobili, [...]
delle imposte degli usci e delle finestre, della copertura, delle
travi del tetto e dei solai» rimanendo «d’allora in poi [...] una
informe e desolata rovina» (SCANDONE 1920, p. 90).
Nell’Inventario dei Censi di San Francesco (SCANDONE
1911, p. 81, nota 2; 1953, pp. 292-293, doc. 13), redatto nel
1532, il «castello» o «rocchetta», che era sempre comparso
al primo posto nell’elenco dei casali montellesi (SCANDONE
1920, p. 75, nota 1), non è riportato, a testimonianza del
suo definitivo abbandono; mentre nel 1544 viene descritto
come «diruto» in un atto del notaio Paolo Gargano, parzialmente trascritto in uno strumento rogato il 2 marzo 1604 da
Salvatore Prudente (SCANDONE 1911, p. 77, nota 2).
M. R.
II. IL PALATIUM
1. Diversi interventi di scavo sono stati effettuati, tra il 1980
e il 1990 (ROTILI 1981, p. 553; 1996b, p. 274), nell’edificio
solariato (Figg. 1, 9) situato a NE del donjon, ma da quest’ultimo autonomo. Addossato alla cerchia interna del castello, il palatium è situato tra la torre K e l’ambiente G. La
destinazione signorile è attestata dalla tecnica costruttiva,
dall’impianto architettonico, dalle infrastrutture di servizio
e dalla decorazione a fresco del piano superiore. Se l’adiacente cisterna J, reimpiegata per migliorare la qualità della
vita quotidiana, sottolinea la posizione sociale della famiglia residente, il rinvenimento di raffinati oggetti d’uso domestico, anche dorati, è un chiaro segno elitario. Il fabbricato, inoltre, si differenzia nettamente dagli ambienti addossati alla cerchia interna del castello (C, D, E, F, G, R) e
da quelli presenti nello spazio intra muros (L e M), caratterizzati da un’architettura di minore rilievo (come attestano
il ridotto spessore dei muri e la frammentazione degli spazi) e destinati a funzioni di servizio (Fig. 1).
2. Il palatium rappresenta la trasformazione (effettuata in
due momenti, fra XIII e XIV secolo) di un precedente edificio, eretto entro il XII in un’area frequentata sin dall’altomedioevo (EBANISTA 1995, pp. 30-33). Al nuovo fabbricato, destinato a residenza del dominus, si volle dare una connotazione di prestigio, sicché i lavori comportarono la realizzazione di un’architettura degna della nuova funzione.
La circostanza conferma che a Montella la dinamica residenziale non è molto diversa da quella attestata in alcuni
castelli dell’Italia settentrionale, nei quali il palatium, se
costituisce un elemento funzionale nuovo (SETTIA 1984, p.
385), sovente impiega residenze preesistenti migliorandone la qualità (SETTIA 1993, p. 393).
Il palatium di Montella è strutturato su due piani – entrambi divisi in tre vani – collegati dalla scala esterna in
muratura 9500 (Figg. 1, 9). Se il piano terra svolgeva funzioni di servizio (magazzino, scuderia o alloggio per la guarnigione o per la servitù), le stanze superiori costituivano la
residenza signorile, impreziosita da affreschi e decorazioni
architettoniche in marmo e resa confortevole da ampie finestre orientate a S. Modifiche e distruzioni intervenute
hanno lasciato labili tracce del servizio igienico, del lavabo
e del camino, che connotano le dimore dei ceti dominanti.
Quanto alla difesa – esigenza che, nella diversità dei rispettivi ruoli, accomuna il palatium al donjon (Francovich 1976,
p. 58; SETTIA 1984, pp. 387-388; PASSIGLI-M ARGIOTTAMANIGRASSO 1988, p. 146; SETTIA 1993, p. 393) – va considerato che il primo è ben posizionato tra la torre d’angolo
K e il circuito murario, a breve distanza dal torrione. Il crollo
degli elevati e della copertura non consente di sapere se su
questa sia esistito un camminamento di ronda, come attestato
in alcuni castelli dell’Italia settentrionale (SETTIA 1984, pp. 390).
3. In età altomedievale l’area sulla quale sarebbe sorto il
palatium era stata interessata dalla costruzione di una casa
in pietra (usm 9810) e legno (us 47) con orientamento NNE/S-SW alla quale dovrebbe essere riferito il focolare 26
formato da grosse pietre disposte in circolo sul piano di argilla 39 (Figg. 5-6). Le strutture, che si adattano all’orografia del sito, sono pertinenti all’insediamento menzionato per
la prima volta nel giudicato dell’agosto 762 (cfr. ROTILI,
supra), la cui origine è fissata ai secoli VI-VII da fibule ad
anello (presenti in giacitura secondaria) di un tipo piuttosto
comune nelle tombe femminili (VON HESSEN 1983, p. 16) in
Italia centrale (MENGARELLI 1902, p. 326, t. 181,2; VON HESSEN
1978, p. 19, tav. 51,1-2) e meridionale (D’ANGELA 1988, p.
162 con bibliografia; Pani Ermini et alii 1993, pp. 261-263).
4. Alla distruzione della casa in pietra e legno seguì la
costruzione della cinta del castrum (ROTILI 1990, p. 422;
cfr. supra), venuto a trovarsi dall’849 sul confine tra i prin-
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cipati longobardi di Benevento e Salerno (Divisio ducatus,
9, 24-25; Chronicon Salernitanum, 34; CILENTO 1966, p. 93).
Il fortilizio ubicato sulla sommità del colle, occupata in età
normanno-sveva dal castello, costituì la sede del gastaldo
e, a fine X, la residenza del conte, stando all’attestazione di
Landolfo «de comitato Montellense» nella già citata cartula
del 999 (cfr. ROTILI, supra).
Il circuito è individuato sul lato N dalle strutture 9630,
9800, 9820 e 9850 (spessore circa 150 cm) (Figg. 1, 5-6);
l’usm 9820 – pur mostrando un paramento del tutto analogo – è chiaramente distinguibile da 9800 per la presenza
nella parte superiore di un filare piuttosto regolare di conci
(Fig. 6), riconducibile alle operazioni di posa in opera e non a
diversità di fasi edilizie. Il recinto, con orientamento SW-NE,
è costituito da due cortine in opera incerta con nucleo interno
in conglomerato cementizio. Grossi conci, ricavati sul posto
grazie al taglio del banco di roccia calcarea – secondo una
tecnica attestata anche nei castelli di Rocca San Felice (ROTILI
1991-92, p. 250) e Avella (PEDUTO 1984, p. 395) – e rari elementi di reimpiego costituiscono le cortine. L’opus incertum
con riempimento in opera cementizia (il cosiddetto emplecton,
cfr. ADAM 1989, pp. 80-81), ampiamente attestato tra il II e il I
secolo a.C. (ADAM 1989, pp. 139-141), è utilizzato in età protobizantina per la realizzazione di murature di notevole spessore, soprattutto nelle opere di fortificazione (ZANIN 1994, p.
229, foto 43, d). Per rimanere in ambito campano, la tecnica è
applicata in alcuni tratti delle mura di età longobarda di Benevento (PEDUTO 1979, pp. 250-251; ROTILI 1982, pp. 183-184;
1986, pp. 105-106; 1990, p. 427) e nei castelli di Civita di
Ogliara (WOOLEY 1910, pp. 206-207; SCHMIEDT 1968, pp. 886887, tav. X, 2; PEDUTO 1984, p. 397), Avella (PEDUTO 1984, pp.
395-397) e Sant’Angelo dei Lombardi (ROTILI 1995, p. 14).
Pertinente alla frequentazione della cinta è un frammento di brocca in vetrina pesante decorato da una fila verticale
di petali applicati. Il motivo, attestato in Italia meridionale
e nel Mediterraneo orientale non prima dell’VIII secolo
(PAROLI 1992, p. 41), appare poco diffuso nel salernitano
(PAROLI 1992, p. 47) e piuttosto comune a Napoli (ARTHUR
1986, p. 546, fig. 1,1-2; VENTRONE VASSALLO 1987, pp. 38,
46, fig. 50, B11 e C275; ARTHUR-CAPECE 1992, pp. 497-503,
fig. 1) e a Roma, dove tra IX e X secolo si assiste alla regolarizzazione delle file dei petali (PAROLI 1986, p. 516; Romei
1992, p. 407) che, dopo la metà del X, risultano verticali e
molto distanti tra loro (MAZZUCATO 1993, pp. 135, 265).
All’interno della cinta muraria è situata la cisterna J (Fig.
1). Si potrebbe formulare l’ipotesi che risalga alla prima età
normanna; non essendo tuttavia connessa a strutture di quel
periodo appare più credibile la datazione alla fase gastaldale.
Il serbatoio, a pianta rettangolare (244 x 517 cm), ha orientamento SW-NE. I muri perimetrali (spessore 30 cm), addossati all’argilla e alla roccia opportunamente modellata,
sono rivestiti da uno strato di malta idraulica (spessore 6
cm circa) mista a frammenti di laterizi. Una volta a botte
(9532) dello spessore di 25 cm copre la struttura, il cui estradosso si trova appena al di sotto della spianata che costituisce
la corte, analogamente a quanto riscontrato nel castello di
Calatamauro, databile in alcune parti all’età normanna (MAURICI 1992, p. 175). Non è stato possibile individuare le modalità di riempimento della cisterna, la cui copertura, per quanto
danneggiata, lascia intravedere l’apertura rettangolare (70 x
100 cm) per attingere l’acqua. Per tecnica edilizia e forma, J
ricorda la cisterna del donjon (cfr. ROTILI, supra) e quelle rinvenute nelle rasole 4, 7 e 20 (cfr. EBANISTA 1995, p. 147); un’analoga struttura è stata individuata nel castello di Rocca San Felice (ROTILI 1991-92, pp. 264-266 e 273, figg. 12-13).
Il muro 9600, anteriore alla costruzione di 9700 (XII
secolo), è coerente con la tecnica costruttiva del recinto fortificato 9630, 9800, 9850 di cui costituisce una ripresa, successiva al terremoto del 989 (cfr. ROTILI, supra).
5. Entro il XII secolo – all’indomani del restringimento
dell’area abitata alla sommità del colle (EBANISTA 1995, p.
159; ROTILI 1996b, p. 282; supra) – a ridosso del recinto
9630, 9800-9820, 9850, restaurato con un paramento in
conci più piccoli (9700) (Figg. 6, 10), venne realizzato un
edificio quadrangolare (6 x 20 m) delimitato dalle uussmm
9610 (spessore 54 cm; essa forma un’unica struttura con
9502 pertinente agli ambienti E ed F) e 9501-9521 (larga
150 cm) (Fig. 1). Entrambi i muri sono realizzati a sacco,
con blocchi calcarei non squadrati e di medie dimensioni,
dotati di una sola facciavista e disposti con il lato maggiore
in orizzontale (Fig. 9). I giunti risultano sfalsati e lo spessore dei letti di malta irregolare, ma si leggono chiaramente le
linee delle gettate (il modulo è alto circa 80 cm). La malta,
compatta e abbondante, presenta inerti sabbiosi (marroni,
grigi e neri) e rari inclusi di calce viva. A differenza del
circuito individuato dai muri 9630, 9800-9820 e 9850, in
9501-9521 si individuano fori quadrangolari per travicelli,
in alcuni casi passanti.
Sul lato meridionale dell’edificio si aprivano la porta
9525, sormontata da un architrave in legno (come testimoniano gli incassi nei muri), e la monofora strombata 9526,
entrambe con gli angoli rafforzati da conci squadrati (Figg.
5, 9). Ad W, in 9610, l’apertura 9615 (larga 125 cm) immetteva nell’ambiente G (Fig. 1). Alla faccia N di 9501-9521
venne addossato il pilastro 9770 (Fig. 10), pertinente all’articolazione interna del fabbricato o destinato a sostenere la
copertura. Nell’angolo tra 9501-9521 e 9770 sono murate
due pareti (pertinenti a forme aperte) di invetriata marrone.
Questo tipo di ceramica è attestata a Scribla in un contesto
di XII-XV secolo, sebbene gli scavatori non escludano per
qualche reperto l’anticipazione all’XI (FLAMBARD-NOYÉ
1984, pp. 454, 456-457).
Il notevole spessore di 9501-9521 suggerisce che l’edificio poteva avere due piani; è verosimile che essi siano
stati collegati da una scala lignea interna e non da 9500 che,
per essere giustapposta a 9501-9521 (coprendone parzialmente la finestra 9526), risulta più tarda (Fig. 9). Nonostante la disponibilità della preesistente cisterna J, non si
può ritenere che la fabbrica individui la dimora del signore,
perché questi, prima della costruzione del donjon, impiegò
presumibilmente l’edificio comprendente la grande cisterna D, che dev’essere stata la sede del gastaldo (cfr. ROTILI,
supra). Considerate le caratteristiche architettoniche (ambiente unico, seminterrato e scarsamente illuminato), il piano
inferiore costituiva un locale di servizio, un magazzino o
un alloggio per la guarnigione. Non a caso tra i materiali
relativi alla frequentazione sono attestati un catino-coperchio e una punta di freccia per balestra che ricorda analoghi
manufatti della seconda metà del XII conservati nel Museo
di Caen (MARIN 1994a). Il catino-coperchio in Campania
ricorre a Pratola Serra (ALFANO 1992, p. 176, tav. LV, 39),
Mondragone (ARTHUR et alii 1989, p. 588, fig. 4,9-10), Capaccio (MAETZKE 1976, pp. 91-92, tav. XXXIII, 2) e Altavilla
Silentina (IANNELLI 1984, p. 28, tav. XII, 1) in contesti datati tra l’altomedioevo e il XII secolo.
L’edificio rientra nel progetto di ristrutturazione che, in
età normanna, interessò il castello, in concomitanza con l’assunzione di un’importante funzione di controllo della viabilità tra Salerno e la Puglia (CUOZZO 1989, p. 79). Il rinnovamento edilizio, proseguito con la costruzione del donjon
(cfr. ROTILI, supra), fornisce un utile elemento per la conoscenza dei castelli feudali, soprattutto se si considera che per
questa età le fonti sono molto scarne (HOUBEN 1996, p. 174).
6. Nella seconda metà del XIII secolo, sotto la signoria della famiglia d’Aquino, cui Montella appartenne, salvo brevi
interruzioni, sino alla fine del Duecento (SCANDONE 1916,
pp. 45-58), l’edificio venne trasformato nel palatium con la
scala esterna in muratura (9500).
Il muro 9790 (Figg. 6, 10) divise il piano inferiore in
due ambienti quadrangolari, uno molto ampio ad W (in seguito diviso nei vani O e P), l’altro più piccolo ad E (detto
Q); poiché l’accesso dalla corte era assicurato dall’unica
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porta 9525, i due locali dovevano essere collegati da un’apertura. Quello occidentale (O-P) venne coperto da un solaio
su travi di legno poggiate, in direzione E-W, a mensoloni in
pietra (spessore 20 cm) murati nelle pareti 9501-9521 e
9700; un ordito di travi (orientamento S-N) fu alloggiato,
20 cm al di sopra dei mensoloni, in fori quadrangolari ricavati nei muri 9501-9521 e 9700. L’assenza di mensole nelle
pareti dell’ambiente Q non costituisce prova per ipotizzare
una diversa strutturazione del solaio, dal momento che la
loro mancanza può essere attribuita sia ai restauri posteriori
(sul lato N 9700 sarà sostituito da 9650) sia ai crolli (come
nel caso di 9501-9521 che, pur essendo conservato in elevato, risulta molto danneggiato). Un mensolone in pietra
simile a quelli utilizzati nel palatium è tuttora in situ nel
donjon, alla quota della porta 10280 (cfr. ROTILI, supra),
dove, insieme ad altro frammentario, fungeva da sostegno
del ballatoio di accesso cui portava la scala (ROTILI 1981, p.
550), analogamente a quanto attestato nella torre duecentesca del castello di Lagopesole (AVAGNINA 1980, pp. 167168, fig. 11; ASCANI 1995b). Mensoloni molto simili ricorrono nell’edificio sul lato W del cortile di San Martino del
castello di Lombardia ad Enna, anch’esso datato all’età federiciana (PISTILLI 1995a). A partire dal XIV secolo analoghi manufatti in pietra, sovrapposti in modo da formare tre
aggetti sfalsati, fungono da beccatelli, come attestato nei
donjons dei castelli di Lacedonia (COPPOLA-MUOLLO 1994,
p. 74, figg. 45-46), Fondi, Santo Stefano di Sessanio e Albe
(SANTORO 1982, pp. 106-107, fig. 57, 83-85).
L’illuminazione degli ambienti O-P e Q – considerato
che i mensoloni (oltre che la scala 9500) avevano obliterato
la monofora 9526 – fu assicurata rispettivamente dalle aperture 9031 e 9070 (Figg. 1, 9), praticate, immediatamente al
di sotto degli incassi delle travi del solaio, nel muro 95019521 e rinforzate da pietre angolari. Quanto alla sistemazione interna dei due ambienti, è possibile fornire indicazioni solo per quello occidentale (O-P), dal momento che
l’altro (Q) non è stato completamente scavato. Nel vano OP venne realizzata la pavimentazione in malta 24 (q. -287
cm) (Fig. 10), impiantata su terreni che hanno restituito
pochissimi frammenti di ceramica smaltata e un ditale bronzeo ad «anello». Quest’ultimo, con puntinature a fasce orizzontali delimitate da solchi paralleli lungo l’orlo, appartiene ad una tipologia, nota sin dall’età romana (SFLIGIOTTI
1990, p. 530), ben attestata a Roma (SFLIGIOTTI 1990, p. 530,
tav. LXVIII, 676-677), Macchiatimone (BEAVITT et alii 1993,
p. 448, fig. 19,8), Ripafratta (AMICI 1989, p. 469, tav. XIX,
17), Castel Delfino (MILANESE 1982, p. 93, tav. V, 58) e Rougiers
in Provenza (DEMIANS D’ARCHIMBAUD 1980, p. 464, tav. 442,
10-12) in contesti che dal XIII secolo giungono al XV.
La ristrutturazione comportò la soprelevazione delle
mura perimetrali dell’edificio del XII, attestata dalla costruzione di 9650 su 9700, di 9508 su 9610 (Fig. 1) e di 9591
sul muro 9501-9521 (la giuntura tra questi ultimi è visibile
solo sulla faccia N, in corrispondenza del vano O). 9508
tamponò l’apertura 9615 esistente sul lato W. Per accedere
al piano superiore venne addossata alla facciata 9501-9521
la scala in muratura 9500, fondata su 9470 e costituita da
10 gradini (larghi circa 40 cm) delimitati da un parapetto in
muratura (oggi crollato) e montanti in direzione E (Figg. 1,
9); qui un ballatoio ligneo poggiante sul pilastro 9523, costruito sulla volta della cisterna J, sormontava l’accesso all’ambiente P. Un’analoga scala immette nell’ampia sala con
copertura ogivale del castello di Cancello (PEDUTO 1976, p.
308, fig. 2; SANTORO 1995, pp. 334-336), costruito verso la
metà del XIII secolo da Tommaso II d’Aquino (CADEI 1995,
p. 117), conte di Acerra e di Montella (SCANDONE 1916, pp.
48-50). Un generico confronto può essere istituito, altresì,
con la scala a gomito che nel cortile maggiore del castello
di Lagopesole conduce al primo piano dell’edificio orientale (AVAGNINA 1980, p. 171; ASCANI 1995b).
Al piano superiore del palatium, articolato verosimilmente (in corrispondenza di O-P e di Q) in due vani illu-
minati da finestre che affacciavano sulla corte, dovevano trovarsi
camino, nicchie portaoggetti, servizio igienico e lavabo, analogamente
a quanto attestato al terzo piano del donjon (cfr. ROTILI, supra). Potrebbe riferirsi al camino una parasta in pietre squadrate, incassata nel
muro 9501-9521 alla quota del vano soprastante P; essa mostra analogie con le modanature in tufo che nel palatium federiciano di Fiorentino sostenevano la cappa conica del camino (BECK 1989, p. 143,
fig. 8; 1995, p. 185). L’ambiente orientale soprastante Q è tuttora
individuato dalle nicchie arcuate 9651 e 9652 (ROTILI 1981, p. 549)
ricavate nel muro 9650 (Figg. 1, 9). È probabile che esse abbiano
ospitato gabinetto e lavabo, prima che gli scarichi venissero coperti
dal muro a scarpa 9360 che fascia esternamente 9650 e 9700; diversamente 9360 coprì solo in parte lo scarico del servizio igienico 9551
presente nel muro 9550 della torre K (ROTILI 1981, p. 550). La
mancanza di incassi per ripiani di legno rende improbabile
l’ipotesi che 9651 e 9652 siano state riutilizzate come scaffalature, che risultano documentate solo nel donjon (ROTILI 1989,
p. 67; 1996b, p. 276; supra).
Il cambio di destinazione del fabbricato, comprovato
dalla soprelevazione, dall’articolazione interna e dalla qualità del solaio, induce a ritenere che esso venne a costituire,
insieme al donjon, uno dei due poli della residenza signorile (cfr. ROTILI, supra). In Italia settentrionale la diffusione
dei manufatti indicati come palacium o caminata – attestata sin dalla seconda metà del XII – diventa frequente solo
alla fine del secolo, sebbene le più numerose citazioni ricorrano nel XIII (SETTIA 1984, pp. 386-387; 1993, p. 393).
Quanto all’Italia meridionale edifici residenziali su più livelli, nettamente separati dal torrione, sono attestati, nel XIII
secolo, a Lagopesole (ASCANI 1995b) e Fiorentino (BECK
1987, pp. 3-8, tavv. I-X; 1989, pp. 140-151). A Rocca San
Felice un analogo edificio, dotato di camino e cisterna, risulta
costruito a breve distanza dal mastio tra XIII e XV secolo (ROTILI 1991-92, pp. 254-274, fig. 11-16; 1996b, pp. 273-274).
Alla funzione residenziale era ovviamente destinato il piano
nobile, mentre quello inferiore, sottoposto alla corte, sebbene
meglio illuminato e pavimentato che nella fase precedente,
conservò la funzione di magazzino o di alloggio di servizio.
7. Tra XIII e XIV secolo il piano inferiore del palatium venne
articolato in tre vani (Fig. 1), mentre non vi sono dati per
stabilire se un’analoga circostanza si verificò per quello
superiore. Il grande ambiente occidentale fu diviso in due
locali (O e P) dal muro 9750 (fondato sul terreno 29) che si
arrestava a circa 2 m dal circuito murario (9700), piegando
ad angolo retto e proseguendo verso SW (Figg. 1, 5). Lo
spazio tra 9750 e 9700 fungeva da accesso all’ambiente O
che prospettava sulla corte mediante la finestra 9031. L’ambiente P fu pavimentato con malta mista a frammenti di laterizi (us 20, spessore 4-5 cm; q. -252/-263 cm). Dagli strati sigillati dal battuto provengono frammenti di coppe invetriate del tipo Spiral Ware diffuso, tra fine XIII-inizi XIV,
soprattutto lungo le coste tirreniche di Lazio, Campania,
Calabria e Sicilia (cfr. FONTANA 1984, pp. 119-124 con bibliografia; Pastore 1992, pp. 38-49). Nonostante l’interro,
il calpestio rimase sottoposto al piano della corte di 115120 cm, sicché l’accesso avveniva ancora mediante una scala
in legno. A seguito della divisione del piano inferiore in tre
ambienti, fu realizzato un nuovo solaio su travi (con direzione E-W) alloggiate in fori quadrangolari; i quattro rimasti nel muro 9508 attestano la tecnica impiegata e il contestuale disuso dei mensoloni in pietra. I lavori di ristrutturazione (EBANISTA 1995, pp. 32-33; ROTILI 1996b, p. 282), che
interessarono castello, donjon e l’intera area murata (ROTILI
1989, pp. 67-68; 1996b, p. 279; supra) vanno collegati alla
frequentazione del sito, tra il 1293 e il 1373, da parte di
personalità di primo piano della corte angioina (SCANDONE
1916, pp. 186, 193; 1920, p. 1; ROTILI supra).
8. Nel corso del secolo XIV entrambi i piani del palatium
furono ristrutturati e quello superiore venne decorato a fresco (ROTILI 1981, p. 553; EBANISTA 1995, pp. 139-144). Il
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Fig. 1 – Montella, castello del Monte. Planimetria.
Fig. 2 – Donjon, prospetto interno a sviluppo.
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Fig. 3 – Donjon, ambienti A, B, C. Pianta.
Fig. 4 – Donjon, ambienti B, C. Sezione X-X.
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Fig. 5 – Palatium, ambiente P. Pianta ultimo livello.
Fig. 6 – Palatium, ambiente P. Sezione D-D.
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Fig. 7 – Il donjon visto dall’ambiente P del palatium.
Fig. 8 – Donjon, interno (piani terzo e quarto).
Fig. 9 – Il palatium.
Fig. 10 – Palatium. L’ambiente P in corso di scavo.
castello accentuò così i propri connotati residenziali senza
perdere del tutto quelli militari. Una circostanza simile è
attestata nel castello di Angera, ampliato alla fine del XIII
secolo da Ottone Visconti, dove il fabbricato con volte a
crociera costolonate, a ridosso della torre Castellana, venne
affrescato nel secondo decennio del XIV secolo con scene
celebranti le gesta del signore (CASSANELLI 1978). La residenza rinnovata dovette ospitare Filippo II, principe di Taranto, che soggiornò a Montella nell’ottobre del 1364
(SCANDONE 1916, p. 72, nota 4; GIANNUZZI 1935, pp. 318319, doc. 201).
Al piano inferiore vennero ricostruiti i muri che dividevano i vani O, P e Q. Sui resti di 9750 e sul terreno 10 venne
poggiata la fondazione 9540 del tramezzo 9510 che chiuse
lo spazio tra 9501-9521 e la cinta 9700; la porta 9530 collegò i vani O e P (Figg. 1, 5). Su quello che rimaneva di 9790
vennero impiantate le fondazioni (9760 e 9780) del muro
9511; tra quest’ultimo e 9770 fu ricavata la porta (larga 175
cm) che metteva in comunicazione P e Q (Figg. 1, 5, 10).
L’ambiente P venne pavimentato con il piano in malta 11
(q. -205/-210 cm) che obliterò i terreni 14 e 15. Il lato N di
Q fu regolarizzato mediante la costruzione della parete 9075,
parallela a 9501-9521 e ortogonale a 9511 (Fig. 1). Lo spazio tra 9700, 9511 e 9075 costituisce il piccolo vano triangolare S che non è stato scavato. Appare probabile che all’ambiente S si accedesse da Q, mentre con P esso era collegato dall’apertura arcuata 9512 (poi tamponata) presente
nel muro 9511 (Fig. 10).
Il piano superiore venne tripartito, come attesta la prosecuzione in elevato dei muri 9510 e 9511 (Figg. 6, 9). Nella
stanza al di sopra di P, pavimentata da un battuto in malta
mista a frammenti di laterizi (spessore 8-10 cm), erano presenti decorazioni architettoniche: negli strati di crollo sono
stati trovati due parallelepipedi di marmo (21×8×4,5 cm;
22×16×4 cm) e frammenti del pavimento. Il piano di calpestio del vano soprastante Q venne realizzato in quota con le
nicchie 9651 e 9652 (+100 cm circa). Le stanze furono decorate a fresco su fondo bianco o (in pochi casi) giallo con
motivi geometrici, floreali e vegetali a vivaci colori, delimitati da cornici e accompagnati da didascalie (è stato rin-
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venuto un frammento con le lettere MER). Sono attestati il
giallo ocra, l’arancio, il rosso con varie tonalità, il marrone,
il blu e il nero; predomina il rosso in abbinamento con giallo e bruno. Cornici con gli stessi colori ricorrono in cicli
pittorici di età bassomedievale a Roma (COSTANZI COBAU
1990, p. 596, fig. F) e Capaccio (MAURO 1985, pp. 638639, fig. 8). Una cornice costituita da fasce orizzontali rosse e gialle, separate da una sottile linea bianca, è associata a
triangoli isosceli campiti in nero e caratterizzati da tre pasticche bianche in corrispondenza dei vertici. Dal momento che l’ornamentazione a pasticche, attestata per tutto il
medioevo, era largamente utilizzata per rendere in modo
elaborato oggetti di arredo liturgico (GUARINO-MAURO-PEDUTO 1988, p. 433), si potrebbe ipotizzare che al piano superiore del palatium fosse sistemata un’edicola o un piccolo oratorio.
La distruzione del ciclo pittorico si colloca tra la fine
del XIV e la prima metà del XV secolo, dal momento che
ne sono stati rinvenuti i frammenti al di sotto del pavimento
in malta 3 dell’ambiente P.
9. Nella prima metà del Quattrocento i vani del piano inferiore furono isolati l’uno dall’altro e resi comunicanti con
la corte, mentre la stanza soprastante O fu affrescata; il tetto venne protetto da tegole piane e coppi, come attestato
nei castelli di Fossano, Montefiascone, Frosinone, Montarrenti (BALESTRACCI 1989, p. 241). Un nuovo ambiente (H)
venne infine addossato al muro 9501-9521 e alla torre K;
era delimitato dai muri 9516 a S e 9620 ad W e vi si accedeva da W (Fig. 1). L’usm 9620 coprì la cisterna J e si addossò
al pilastro 9523 che sosteneva il ballatoio della scala 9500.
La costruzione del muro 9520 comportò la definitiva
chiusura della porta 9531 (tra P e Q) che era stata già ridotta, forse alla fine del XIV secolo, da 175 a 105 cm, successivamente all’interro della fondazione 9780, rispetto alla
quale 9520 sporge di 15-20 cm (Figg. 5, 10). La tamponatura 9530 della porta che collegava O e P venne realizzata
in linea con la parete 9510 nell’ambiente P, mentre rientra
di 30 cm nel vano O (Fig. 1, 5). Non va scartata l’ipotesi
che si sia voluto in questo modo creare una nicchia. Rimasto privo di accesso, il vano O fu collegato alla corte grazie
alla trasformazione della finestra 9031 in porta e all’innalzamento del calpestio. Come dimostra la mancanza delle
pietre angolari, la soglia venne abbassata sino alla quota
della corte, analogamente a quanto si verificò per la finestra 9070 che divenne l’accesso all’ambiente Q (Figg. 1, 9).
Si provvide quindi ad intonacare gli ambiente O e P; in quest’ultimo rimangono consistenti tracce di rivestimento sui
muri 9511, 9531, 9520, 9700, 9510 e 9501-9521 (Figg. 6,
10); quelle su 9700 sono denominate 9701 e 9702.
Per realizzare il battuto in malta us 3, in quota con la
porta 9525, nell’ambiente P vennero scaricati calcinacci,
grossi conci di calcare, chiodi, tegole, coppi e grande quantità di intonaci dipinti provenienti dalla decorazione del
palatium di XIV secolo: i frammenti furono sistemati soprattutto lungo il muro 9511. Un denaro di Carlo III di
Durazzo (CAGIATI 1911, p. 59, n. 1; CNI 1940, p. 45, n. 1213, tav. III, 15; TRAVAINI 1984, p. 370, tav. 86,56), databile
tra il 1382 e il 1386, costituisce il terminus post quem per la
formazione del deposito, avvenuto entro la prima metà del
XV secolo. Tra i reperti datanti si segnalano inoltre una lamina in bronzo con orlo ribattuto pertinente ad una lucerna
a vaschetta aperta, a corpo quadrangolare, del tipo attestato
a Roma in strati di XIV-XV secolo (SFLIGIOTTI 1990, p. 523,
tav. LXXVI, 643) e un paio di forbici con lame triangolari,
branche a sezione circolare e prese a tracciato circolare, simili ad esemplari trovati a Roma in strati datati alla prima
metà del XV secolo (SFLIGIOTTI 1990, p. 530, tav. LXXVIII,
674-675). Nell’interro sono stati inoltre rinvenuti un chiodo di bronzo con grossa capocchia dorata recante quattro
fori circolari, presumibilmente relativo ad un mobile e un
coltello con l’impugnatura larga, fasciata da valve di osso
tenute insieme da tre lamine di ottone e da quattro chiodi,
databile al XIV-XV secolo, come attestano diversi trovamenti a Roma (SFLIGIOTTI 1990, p. 524, tav. LXXVI, 652,
658-659), Ripafratta (AMICI 1989, p. 470, tav. XXII) e Zignago (GAMBARO 1990, p. 387, tav. IX, 2).
Un nuovo ciclo pittorico decorò nella prima metà del
XV il vano soprastante l’ambiente O. Lo studio degli oltre
11.000 frammenti rinvenuti negli strati di crollo ha evidenziato motivi geometrici (triangoli, puntini, reticolati, fasce
di colore diverso), floreali, animali e antropici. Tra i colori
predominano il rosso, l’ocra, il nero con tocchi di arancio,
grigio e blu. Il nuovo ciclo si differenzia dal precedente per
la diversità della composizione che appare legata al gusto
tardogotico, cui rinviano le figurazioni di cavalieri e l’abbigliamento ricercato dei personaggi.
10. Alla metà del XV secolo il palatium risultò inadatto ai
Cavaniglia, che si spostarono nel centro abitato di Montella. Sebbene il loro «Palaczo» sia lì attestato espressamente
dal 1528 (SCANDONE 1911, p. 68, nota 2; 1953, p. 291, doc.
9), ne appare probabile la costruzione nella seconda metà
del Quattrocento. Si può ritenere che l’edificio nel quale,
agli inizi del XVI secolo, furono accolti i poeti Sannazaro e
Anisio e il pittore Andrea da Salerno (SCANDONE 1920, p.
20) sia lo stesso dal quale il conte Troiano Cavaniglia spedì, a partire dal 1498, i propri documenti (SCANDONE 1920,
p. 19).
Dopo l’abbandono seguito alla spedizione di Lautrec
del 1528 (ROTILI, supra), il crollo dei solai, attestato dai
mensoloni divelti (già in disuso dal XIII-XIV secolo, essi
erano rimasti in situ fino ad allora) e dai chiodi da tetto
trovati piegati negli ambienti O e P, comportò la distruzione del battuto pavimentale del vano P, mentre la caduta di
gran parte delle pareti del piano superiore (cfr. LAGANARA
FABIANO 1982, p. 115) causò la rovina degli affreschi del
vano soprastante O.
Gli elementi più recenti rinvenuti negli strati di crollo
si collocano tra fine XV e inizi del successivo. Significativa
è la presenza di una brocca smaltata con un ritratto femminile di profilo, dai chiari connotati rinascimentali, inserito
in una cornice ovale a scaletta in blu. Motivi analoghi ricorrono a Roma in strati di prima metà del XVI secolo (RICCI
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