Il castello del Monte

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Il castello del Monte
Sezione Di Salerno
Monti Picentini : Monte (m 845) – Piano Pizzillo (m 1200) – Monte Sassosano (m 1438)
Dislivello: 900 m. Durata- 6 ore Difficoltà : EAI
Distanza : circa 11 Km per 900 m di dislivello in salita
Direttori : Paolo Sarni 3392132116 Mario Salsano 3357154446
Partenza : ore 8.30 da Montella (ritrovo uscita Ofantina Bis )
Partenza dalla cima del Monte (847 m) .
In tale località è presente il Complesso Conventuale di Santa Maria della Neve (XVI secolo) con annesso
Castello Longobardo (XI secolo),di cui parleremo in maniera dettagliata negli allegati.
Da qui, si prosegue verso ovest in lieve salita, lungo un suggestivo percorso fra castagni e faggi
plurisecolari fra i più belli dei Monti Picentini, sino ad arrivare al Piano Pizzillo (1230 m) .
Dopo una breve sosta in tale località, raggiungeremo la cima del Monte Sassosano attraversando
l’altopiano di Verteglia.
Da tale vetta (1438 m ) si ammira un panorama a 360 gradi sul Golfo di Salerno, Massiccio del Terminio
e Monte Acellica.
Il dislivello complessivo e di circa 900 metri.
Al ritorno si percorre lo stesso itinerario.
Sono necessarie ciaspole, guanti, berretto di lana, scarpe da trekking e indumenti per l’escursionismo
invernale.
Brevi Cenni Storici relativamente al Castello del Monte e
Complesso Conventuale di Santa Maria della Neve.
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Il castello del Monte
L'abitato di Montella è sovrastato dai resti del castello longobardo.
Fortilizio romano e poi castello longobardo, la struttura si erge su di un monte (da qui il nome
"Castello del Monte") che domina la cittadina di Montella, la quale è situata nella valle ai piedi
delle montagne.
All'interno della cinta muraria gli scavi archeologici, diretti dal prof. Rotili, hanno rinvenuto anche
una necropoli i cui arredi funerari sono oggi conservati nel Museo Irpino di Avellino.
Visitare il castello del Monte
Impossibile, in quanto l’accesso al pubblico non è consentito.
Approfondimenti a cura del prof. Marcello Rotili: Storia e caratteristiche del castello del Monte.
L'abitato di Montella è sovrastato dai resti del castello del Monte, eretto sulla cima dell'omonimo
colle. Le ricerche archeologiche, condotte dal Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di
Napoli Federico II dal 1985 al '92, sotto la direzione di chi scrive, hanno chiarito che si tratta di un
complesso pluristratificato, con fasi d'impiego dal VI-VII secolo al XX, nelle quali s'identifica gran
parte della storia del centro altoirpino.
Ciò vale in particolare per il periodo fra VI -VII e XIII -XIV, allorché l'insediamento montellese si
sviluppò essenzialmente entro l'area murata del «Monte», ove la popolazione aveva trovato riparo
nei frangenti dell'occupazione longobarda del territorio meridionale.
La fase di VI -VII, cui si riferiscono le case rinvenute nella rasola 1 e nell'ambiente P del palatium,
si caratterizza per l'uso agricolo dell'area da parte di quanti avevano preferito l'insediamento
accentrato su un'altura all'insicurezza del fondovalle. Attuata l'integrazione fra longobardi e romani,
la funzione produttiva viene confermata nell'agosto 762 dal giudizio relativo al servi di Prata
pronunciato da Arechi II a favore dell'abate di S. Sofia di Benevento, Maurizio «in curte n(os)tra
que vocatur montella», ovvero «in nominata curte nostra montellari».
Il giudicato costituisce la prima menzione dell'insediamento, che avrebbe assunto connotati di
centro amministrativo e militare entro la metà del IX, in rapporto all'istituzione del gastaldato e alla
posizione di confine fra i domini di Radelchi e Siconolfo in cui la località venne a trovarsi dopo
l'849, a seguito della divisione dello stato beneventano nei principati di Benevento e Salerno. Il caso
di Montella conferma il frequente passaggio dalla curtis al castello, da intendere nella circostanza
come un centro fortificato in cui una situazione di urbanesimo di villaggio integra le strutture della
residenza signorile e l'impianto militare del sito; del resto questo lascia intendere il documento del
1001, riguardante Orso, figlio di Guiselperto «de civitate montella».
La fase di IX -XII secolo si caratterizza dunque per la recinzione dell'area strutturata lungo le
pendici del Monte, per gli impianti sia difensivi che residenziali che inducono a riconoscere nel
castello (più volte rinnovato) la sede del gastaldo testimoniato dal trattato di divisione fra Salerno e
Benevento e, nella sottostante area murata (circa 3 ha), il villaggio fortificato sorto sulle strutture
del precedente insediamento di VI-VIII. 1,0 scavo ha evidenziato i resti di abitazioni e la necropoli
impiantata tra fine X e XI in una zona (caratterizzata già nel VI-VII dall'impiego sepolcrale), che
viene abbandonata a seguito dei danni provocati dal terremoto del 25 ottobre 989. Le distruzioni
testimoniate dai rinvenimento provocarono il restringimento dell'abitato alla parte alta del sito, le
cui funzioni di centro della distrettuazione amministrativa del principato longobardo di Salerno in
alta Irpinia, sul confine con il territorio beneventano, appaiono in declino alla fine del X secolo per
l'intervenuta trasformazione del gastaldato in comitato che una cartula del 999 attesta nel
menzionare Landolfo «de comitato Montellense».
Nella Longobardia minore la formazione di una nuova signoria territoriale, quale il comitato, segna
in quel periodo, in senso autonomistico, la sorte degli oltre quaranta gastaldati meridionali, il cui
frazionamento contribuisce alla dispersione del potere statale nelle mani di un ceto nobiliare in parte
nuovo, che trae dai patrimoni fondiari di recente acquisizione il sostegno economico e politico. La
costituzione del comitato, nel rispondere ad un fenomeno di ordine generale, contribuì
verosimilmente alla ripresa dell'insediamento montellese dopo il sisma del 989, per il dinamismo
economico che è proprio delle nuove formazioni politico-sociali e per un riscontro che il nuovo ceto
dirigente poté trovare, nonostante tutto, nel territorio da tempo strutturato per la produzione.
Il castello vero e proprio è costituito dal donjon, ubicato sulla sommità del colle a quota 833,96 m
s.l.m, e da due circuiti murari. Di forma cilindrica e scarpato, il donjon, è realizzato, come tutte le
strutture del castello, con conci di calcare locale sbozzati e legati da abbondante malta. Privo della
copertura, che era strutturata sulla volta ribassata dell'ultimo livello, risulta articolato su quattro
piani (terzo e quarto abitati; destinato a dispensa, il secondo, che risulta strutturato su due vani;
adibito a riserva idrica, il primo, che è occupato da una grande cisterna). L'accesso avveniva
mediante una scala o passerella in legno, che raggiungeva la porta, posta al terzo livello, ove sono il
servizio igienico, il lavabo e due grandi camini con canna fumaria costruita in opera nel muro
d'ambito.
La scala ricavata in spessore di muratura conduce al quarto piano, dove si trovano il forno con
rivestimento in laterizi e la scala a chiocciola che consentiva l'accesso alla copertura. Per le
caratteristiche architettoniche il donjon ricorda le torri del castelli di Rocca San Felice e
Castelcivita, risalenti la prima al XII-XIII secolo, l'altra alla fine del XIII. La scala in muratura che
dal terzo livello conduce al quarto è molto simile a quella presente in una delle torri del castello di
Cancello.
Nel circuito murario che ingloba il donjon sono presenti due aperture (a sud-est e a nord); la prima
costituisce l'accesso più antico, dal momento che l'altra è connessa alla costruzione del circuito
murarlo esterno, nel quale si apre la seconda porta, con arco a tutto sesto e rivellino esterno a forma
di «elle». I muri di cinta sono dotati di camminamento di ronda con merli, parzialmente nascosti
alla vista da una soprelevazione; due torri sorgono ai lati della porta sud-est; la prima è semiellittica
e scarpata, mentre l'altra, a pianta rettangolare, appare articolata su due livelli, ricavati nello spazio
tra le due cinte murane.
Il piano inferiore, voltato a botte, era adibito a cisterna, mentre quello superiore era abitato, come si
evince dal servizio igienico con sguscio esterno, strutturato in spessore di muratura. Presso
quest'ultima torre, lungo il lato nord-ovest della cinta muraria esterna, sono i resti del palatium che,
tra XIII-XIV e XV secolo ospitò i feudatari di Montella. Il fabbricato era articolato su due piani
(ognuno diviso in tre ambienti), grazie ad un solaio su travi di legno sostenute da mensoloni in
pietra. Lo scavo ha portato in vista i resti della decorazione a fresco del piano superiore e i resti di
un'abitazione con focolare (costituito da pietre in circolo), relativi alla fase di VI -VIII secolo.
Tratti del recinto fortificato di IX secolo sono stati individuati nel castello e in varie rasole: per
esempio nella rasola 3, situata sul versante settentrionale, ove, al di sotto dei resti di un edificio a
due vani, distrutto in connessione con la realizzazione del terrazzamento (XIII -XIV secolo), con le
murature di cinta di IX secolo, è stato trovato un ambiente seminterrato destinato alla conservazione
di derrate alimentari. La necropoli è stata scavata nelle rasole 4 e 5, presso la cappella di S.
Pasquale (nota anche come S. Marco); è costituita da inumazioni nel terreno e da tombe in muratura
che, solo in pochi casi, hanno restituito elementi di corredo (fibule, orecchini). Risulta abbandonata
già all'atto della costruzione della strada di accesso al castello (XIII -XIV secolo) che coprì una
cisterna di impianto rettangolare, riutilizzata a scopo funerario.
Il donjon, nonostante la preminenza assunta dal palatium nelle funzioni residenziali nel corso del
XIV, venne utilizzato con continuità fino alle soglie del XVI secolo, comunque non oltre fino alle
soglie del XVI secolo, comunque non oltre il periodo d'impiego del palatium, risultato inadatto alla
residenza dei Cavaniglia alla metà del XV secolo, tanto che essi si spostarono nel centro abitato di
Montella. L'ultimo ospite illustre del castello potrebbe essere stato Alfonso il Magnanimo, per il
quale il conte Garcia Cavaniglia organizzò nel 1445 una memorabile caccia nei boschi del
massiccio del Terminio. Nella seconda metà del Quattrocento il casale del «Monte», cresciuto nel
corso del medioevo intorno alla fortificazione, subì un graduale processo di spopolamento. Nel
1469 i suoi abitanti erano diminuiti rispetto ai tempi di Alfonso d'Aragona e agli inizi del XVI
secolo il castello fu definitivamente abbandonato a seguito alla spedizione di Lautrec del 1528.
Nell'Inventario dei Censi & San Francesco, redatto nel 1532, il «castello» o «rocchetta», che era
sempre comparso al primo posto nell'elenco dei casali montellesi non è riportato, a testimonianza
del suo definitivo abbandono; mentre nel 1544 viene descritto come «diruto» in un atto del notalo
Paolo Gargano, parzialmente trascritto in uno strumento rogato il 2 marzo 1604 da Salvatore
Prudente. Alla fine del XVI secolo nella parte bassa dell'area murata venne costruito il convento di
Santa Maria del Monte, che ospitò prima i frati minori, poi i riformati.
Le fasi dal XVI in avanti riguardano l'impiego del sito da parte del religiosi (durato fino al primo
quarto del XX), degli sfollati durante la seconda guerra mondiale e di individui isolati fino all'inizio
delle ricerche e al restauri condotti in conseguenza di queste.
Il complesso monastico di S.M. della Neve
Insieme al castello longobardo rappresenta una delle testimonianze più importanti dell'intera Irpinia,
sotto l'aspetto religioso, ma anche storico ed etnico. Il complesso monastico, detto anche di Santa
Maria del Monte o della Neve, è costituito dalla chiesa e dal convento adiacente, che non è più
abitato dal 1921.
Il monastero ha subito modifiche architettoniche nel corso degli anni. La struttura è a pianta
quadrata e con il tipico chiostro rinascimentale. Le volte a crociera che ricoprono i porticati
presentano lunette che sono state affrescate da Ricciardi di San Severino. Molto interessante è
anche il refettorio dove è collocato un affresco che rappresenta la Crocefissione.
La chiesa è a navata unica con presbiterio e coro. Ha sei altari oltre a quello maggiore e due di
questi sono di notevole importanza. In uno degli altari è conservata la pala duecentesca della
Madonna della Neve. Tra la zona presbiteriale e l'arcone di fondo è alloggiato un bellissimo coro
ligneo a doppio ordine di stalli, mentre sulla porta d'ingresso della sagrestia è situata la cantoria che
sostiene l'organo settecentesco.