Sergio Corazzini Desolazione del povero poeta sentimentale CD208

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Sergio Corazzini Desolazione del povero poeta sentimentale CD208
PARTE DODICESIMA
CAPITOLO X
CD208
[Piccolo libro inutile]
L’età dell’imperialismo: le avanguardie (1903-1925)
La poesia, § 3
1
Sergio Corazzini
Desolazione del povero poeta sentimentale
Questo testo può essere considerato una vera e propria dichiarazione di *poetica, tanto sono chiare ed
esplicite le linee di fondo della poesia di Corazzini: il rifiuto di considerarsi un poeta, sentendosi piuttosto un semplice uomo sofferente o meglio un bambino ingenuo e indifeso che mostra agli altri il proprio
dolore; l’amore per le cose comuni; l’incapacità di vivere se non al minimo, come in sordina, provando solo gioie semplici; la tensione religiosa come alternativa alla vanità delle cose terrene; la propria sofferenza fisica come garanzia di autenticità contro il falso eroismo della vita borghese. Al superuomo affermato da d’Annunzio si contrappone in Corazzini il fanciullo: alla grandezza e al privilegio della poesia,
il suo rifiuto e la scelta di un orizzonte basso, di sofferenza umana e di desolazione (cioè di dolore e
sconforto totali).
Il tono della poesia è salmodiante, ovvero simile alla cantilena che accompagna la recita dei canti sacri;
e frequenti sono i riferimenti religiosi e mistici. Tuttavia la sofferenza del poeta, che è insieme fisica e psichica, compare in tutta la sua umana materialità, e oscilla tra il desiderio infantile di sentirsi piccolo e la
consapevolezza amara dell’avvicinarsi del proprio destino tragico.
Il linguaggio è semplice, senza soluzioni retoriche eccentriche, in una perfetta identificazione tra stile e
visione del mondo.
I
da S. Corazzini, Poesie edite e
inedite, a cura di S. Jacomuzzi,
Einaudi, Torino 1982.
5
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così,che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
III
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metrica Otto strofe di diversa lunghezza per un totale di 54
versi liberi.
1-5 Perché tu mi chiami (dici): poeta? Io non sono un poeta. Io non sono [altro] che un piccolo bambino (fanciullo) che piange. Guarda (vedi): non ho [altro] che lacrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi chiami: poeta? Il
poeta si rivolge a un “tu” generico con il quale stabilisce, nella sua malata solitudine, un ipotetico dialogo.
Lagrime…Silenzio: il silenzio è qui identificabile con Dio
(cfr. parte V) e con la vita ultraterrena: a essa il poeta offre la propria vita fatta solo di tristezza e di pianto.
6-9 Le mie tristezze sono povere [: semplici] tristezze co-
Io voglio morire,solamente,perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
muni [a tutti gli uomini]. Le mie gioie sono state (furono) semplici, così semplici che se io dovessi raccontarle (confessarle) a te, diventerei rosso (arrossirei) [per
la vergogna]. Oggi io penso a morire. Il poeta vuole sentirsi uomo tra gli uomini e degli uomini condividere lo
stesso destino: perciò sottolinea il fatto che nella sua
vita sia i momenti positivi (gioie) sia quelli negativi (tristezze) non sono stati eccezionali, ma simili a quelli di
tutti. C’è in questa *strofe la volontà, implicitamente
polemica, di distaccarsi dalle esperienze eroiche o superomistiche della poesia dannunziana. Le mie
gioie...semplici: nella desolazione in cui versa, il poeta parla delle proprie tristezze al presente (sono), in
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
quanto parti integranti della sua vita, e delle proprie
gioie usando il passato remoto (furono) essendo queste ormai lontane, irrimediabilmente perdute; il presente
(oggi) è occupato solo dal desiderio di morire. Nelle
scarse esperienze vissute dal poeta, ancora giovanissimo, le gioie non possono essere state che semplici, ovvero modeste e ingenue: al punto che doverle dire costituisce per lui, consapevole di questa ingenuità, motivo di vergogna.
10-18 Io voglio morire soltanto (solamente) perché sono stanco [: di vivere]; soltanto perché i grandi angeli (angioli) [disegnati] sulle vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare per (di) amore e per (di) angoscia;
[G. B. PALUMBO EDITORE]
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L’età dell’imperialismo: le avanguardie (1903-1925)
La poesia, § 3
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solamente perché,io sono,oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
IV
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[io voglio morire] soltanto perché io sono ormai rassegnato [: a morire] similmente a (come) uno specchio triste (melanconico). Vedi [anche tu] che io non sono un
poeta: sono [solo] un bambino (fanciullo) triste che ha
voglia di morire. La sensibilità malata ed estenuata del
poeta, fa sì che egli si emozioni (tremi) di fronte a semplici rappresentazioni sacre per un sentimento misto di
desiderio (amore) e paura (angoscia) nei confronti di
ciò che quei grandi angioli simboleggiano: la vita ultraterrena alla quale egli aspira e che contemporaneamente
teme. Rassegnato...melanconico: il poeta avverte con
rassegnazione il proprio futuro minato e la propria conseguente inutilità: perciò si paragona a uno specchio abbandonato e triste, secondo il tipico amore crepuscolare per gli oggetti privi di utilità. Ma si può anche intendere che egli sopravvive rispecchiando malinconicamente
una vita che sente già non appartenergli più.
19-23 Oh, non stupirti (maravigliarti) della mia tristezza! E
non domandarmi [nulla in proposito]; io non saprei dirti [: risponderti] [altro] che parole talmente (così) insufficienti (vane) [: a spiegare i propri sentimenti], [oh]
Dio mio, talmente insufficienti, che mi verrebbe da (di)
piangere come se stessi (fossi) per morire. Il pianto, non
le parole, può riuscire a esprimere il dolore del poeta.
24-29 Le mie lacrime potrebbero sembrare (avrebbero l’a-
Oh,non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio,così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei,semplicemente,un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare,così,come canta e come dorme.
V
Io mi comunico del silenzio,cotidianamente,come di Gesù,
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
ria di) recitare (sgranare) un rosario di tristezza davanti
alla mia anima [che è] sette volte sofferente (dolente),
ma [tuttavia] io non sarei un poeta; sarei, semplicemente, un dolce e pensieroso bambino al quale (cui)
capitasse (avvenisse) di pregare, così, [in modo simile
a] come canta e [a] come dorme. La sofferenza e la tristezza, che pure il poeta avverte con tanta forza, non
sono sufficienti a fare di lui un “poeta”: egli resta comunque solo un bambino. L’immagine del rosario risponde a una tendenza religiosa e mistica presente in
Corazzini; il rosario è una catenella composta da cinquanta grani (= palline) piccoli alternati a quattro più
grossi, con una croce appesa a una estremità. Nella tradizione cristiana è usato per recitare un lungo ciclo di
preghiere, e si usa facendo scorrere tra le dita un grano per ogni preghiera (sgranare). Le lacrime che scendono lungo le guance, a una a una, sono dunque simili ai singoli grani di un rosario di tristezza rispetto all’anima sofferente del poeta. Sette volte dolente: l’anima del poeta è molto sofferente. La specificazione sette volte rientra nell’uso di un linguaggio religioso. Come canta...dorme: l’ingenuità del poeta-bambino fa sì
che se pure egli pregasse, lo farebbe con la stessa naturalezza e incoscienza con cui un bambino canta o dorme. La poesia corrisponde a una preghiera, e questa a
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un gesto naturale e istintivo: in questa progressiva rinuncia alla connotazione sublime della poesia è implicita una consapevole polemica letteraria e culturale, rivolta in particolare contro d’Annunzio.
30-32 Io mi nutro (comunico) del silenzio, ogni giorno (cotidianamente) come [mi nutro] di Gesù, e i sacerdoti del
silenzio sono i rumori (romori; letter.), poiché (poi che)
senza di essi [: i rumori] io non avrei cercato e trovato
il Dio. I rumori che ogni giorno scandiscono e riempiono la vita possono essere l’espressione della inutilità e
della precarietà delle cose terrene; al di là di essi c’è il
silenzio, cioè Dio, la vita ultraterrena (cfr. Ia nota ai vv.
1-5). Corazzini sublima nella tensione religiosa la consapevolezza angosciosa della propria morte imminente.
Io mi comunico...di Gesù: la comunione (o Eucaristia)
è il sacramento attraverso il quale i fedeli, condividendo (cioè mangiando e bevendo insieme) il pane (ostia)
e il vino – divenuti, per mezzo della consacrazione del
sacerdote, il corpo e il sangue di Cristo – comunicano
con Cristo stesso e partecipano al suo progetto evangelico. I fedeli si comunicano, cibandosi del corpo e del
sangue di Cristo, ogni volta durante la Messa.
33-42 Questa notte ho dormito con le mani incrociate (in croce) [sul petto]. Mi sembrò di essere un piccolo e dolce bambino (fanciullo) dimenticato da tutti gli [esseri] umani,
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[una] povera [e] delicata (tenera) preda di chiunque
(del primo venuto); e desiderai di essere venduto, di
essere picchiato (battuto), di essere costretto a non
mangiare (digiunare) per potermi mettere a piangere
tutto solo, disperatamente triste, in un angolo buio (oscuro). La solitudine e la sofferenza del poeta assumono
una connotazione vittimistica e masochistica: egli si
sente piccolo e indifeso come un bambino abbandonato in balìa (preda) di sconosciuti, dai quali vorrebbe
subire anche maltrattamenti e privazioni per poter versare tutto il proprio dolore e il proprio pianto.
43-47 lo amo la vita semplice delle cose. Quante passioni
ho visto (vidi) cadere come foglie (sfogliarsi), a poco
a poco, per ogni cosa che se ne andava. Ma tu non mi
capisci (comprendi) e sorridi, e pensi che io sia malato. L’ipotetico interlocutore del poeta (tu; cfr. v. 1) non
sembra capire le sue amare riflessioni sulla morte e,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi,a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
VIII
Oh,io sono,veramente malato!
E muoio,un poco,ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono,dunque,un poeta:
io so che per esser detto: poeta,conviene
viver ben altra vita!
Io non so,Dio mio,che morire.
Amen.
sorridendo con bonaria superiorità, le attribuisce alla
malattia del poeta (la tubercolosi), cioè a una condizione soggettiva di sofferenza. O forse per malattia l’interlocutore intende proprio l’essere poeta, cioè il possedere una sensibilità eccessiva che rende più problematico il rapporto con l’esistenza. Si può intendere,
cioè, che la sofferenza del poeta e la sua malattia siano agli occhi di questo tu immaginario (cioè, in definitiva, del lettore) di natura essenzialmente letteraria.
Ma tale ipotesi viene rifiutata con decisione nell’ultima *strofe. Sfogliarsi: ‘perdere le foglie o i petali’; le
passioni si staccano dalla vita a una a una come i petali di un fiore.
48-55 Oh, io sono veramente malato! E muoio un poco ogni
giorno. [Lo] vedi: come [muoiono] le cose [a poco a
poco]. [lo] non sono, dunque, un poeta: io so [infatti]
che per essere considerato (detto) poeta, è necessa-
rio (conviene) vivere [una] vita assai (ben = bene; è
avv.) diversa (altra) [dalla mia]! lo non so [fare altro],
[oh] Dio mio, che morire. Così sia (Amen). Il dolore del
poeta è reale e fisico (come sottolinea drammaticamente l’avv. veramente) e non “letterario”: all’inautenticità dell’arte e della vita borghese, egli contrappone l’autenticità della propria sofferenza e della morte. Corazzini rifiuta perciò la “vita inimitabile” (conviene / vivere ben altra vita per essere veri poeti, egli
scrive, con riferimento polemico all’esperienza dannunziana); e contrappone a essa la morte, intesa come necessità integralmente umana e comune. Corazzini chiude la poesia con un amen come per rimettere
il proprio destino alla volontà divina; e contemporaneamente, attraverso la solennità dell’amen, trasforma
la poesia in una sorta di preghiera, o anche di testamento insieme spirituale e poetico.
esercizi
Analizzare e interpretare
1
Quale lessico e quale sintassi caratterizzano il componimento?
4
Che valore dà il poeta alla propria malattia?
2
Corazzini dice di non essere un poeta: con quale modello si
confronta?
5
Confronta il «piccolo fanciullo che piange» con il fanciullino
di Pascoli (CD93) e indicane le differenze.
3
Sottolinea le espressioni che propongono una nuova immagine della poesia.
Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese Manuale di letteratura
[G. B. PALUMBO EDITORE]