1. Mantovani Francesca 2. Dipartimento di sociologia, Università di

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1. Mantovani Francesca 2. Dipartimento di sociologia, Università di
1. Mantovani Francesca
2. Dipartimento di sociologia, Università di Bologna
3. Facoltà di Scienze Politiche, Dipartimento di sociologia
Strada Maggiore 45, 40125 Bologna, [email protected]
4. Sessione: Ricerca
5. Titolo della relazione: Città, sprawl, riqualificazione urbana
Abstract
di Francesca Mantovani
Il presente contributo intende portare alcune riflessioni sul tema della città partendo dall’analisi del
fenomeno dello sprawl (della diffusione urbana), per arrivare a parlare dell’importanza del
ricentramento urbano, della densità e compattezza della città, del recupero del già costruito come
una possibilità rispetto alla sostenibilità: per molti infatti l’unica architettura sostenibile è quella del
non costruito ex novo, di costruire sul costruito.
Infine viene ripreso un tema già da molti affrontato che è quello del consumo della città e del
pericolo di quello che può essere la museificazione della città, dove la ricetta del famoso J. Le Goff
è quella di mischiare il vecchio al nuovo. Il nuovo ruolo sarà culturale: bisogna rifondare le vecchie
città proprio partendo dalla loro differenza, dalla loro singolarità in un mondo omogeneo.
Città, sprawl, riqualificazione urbana
di Francesca Mantovani
“La pianificazione sostenibile è quella che sa integrare un
utilizzo efficiente di risorse ambientali ed energia, una
produzione di materiali ed edifici “sani”, un uso del suolo
attento alle sensibilità ecologiche e sociali e un senso
estetico in grado di dare ispirazione, forza e competenza a
questo sforzo di integrazione.”
Declaration of Interdependence for a Sustainable Future, Chicago, 1993.
1
1. Il quadro generale
Con il presente contributo vorrei approfondire il tema dello sprawl rispetto alla città
tradizionale (compatta) e porre alcune riflessioni legate da un lato al consumo di
territorio attraverso un’esperienza già in altra sede citata dell’abitare sostenibile,
quella di Casaclima, dall’altro alla possibile riqualificazione urbana, attraverso
l’esperienza di Cassinetta di Lugagnano. È necessario però partire da alcune
riflessioni più generali.
Infatti pochi ancora sostengono che “l’unica edilizia sostenibile è quella non
costruita”; perché sono ancora in pochi a sostenere che sia importante cercare una
nuova alleanza tra architettura e agricoltura attraverso il recupero della terra.
Le case vengono costruite oggi peggio di cinquant’anni fa e la grande rivoluzione
della bioedilizia sta arrivando a seguito della crisi energetica e non certo grazie alle
spinte della corporazione architettonica. Questo aspetto è da considerare anche per
noi sociologi che dobbiamo necessariamente intervenire al di là della catastrofe
climatica.
Se gli strumenti, la cassetta degli attrezzi di analisi, di ascolto, di lettura della città
non si rinnovano, l’urbanistica rischia di apparire una disciplina arida che non
racconta nulla della vita di cui vivono le città.
Si parla ancora troppo poco tra architetti e progettisti di riqualificazione e
conservazione degli edifici esistenti anche se si sta iniziando a ragionare in termini di
restauro con interventi di riqualificazione energetica, dove è necessaria molta
sensibilità da parte di progettisti architettonici e impiantisti, dove è indispensabile
utilizzare un linguaggio comune.
Sprawl non può avere nulla a che fare con il fenomeno della sostenibilità, ma ha
molto a che fare con il consumo di suolo.
La dispersione urbana consuma molta più terra rispetto al normale sviluppo urbano se
le nuove aree sono create con una bassa densità abitativa. L’effetto è quello di essere
estremamente dipendenti dalle automobili per il trasporto. Molte attività, come
2
shopping, spostamento sul luogo di lavoro, tempo libero, ecc. richiedono l'uso di
automobili. Questo implica la costruzione di case più grandi, strade più larghe e
negozi più grandi con relativi immensi parcheggi. È necessario che il processo di
sensibilizzazione rispetto alla catastrofe verso la quale siamo diretti diventi da
individuale collettiva. Come dice l’arch. A. Scarpa1 “conservare, limitare, non
disperdere. La decrescita richiede leggerezza, trasparenza, bassa impronta ecologica;
invece edificare esige peso, solidità e consumo di materia. Oggi l’edilizia è diventata
l’attività umana a più alto impatto ambientale, responsabile del consumo di risorse
naturali e della produzione di rifiuti e gas, il principale settore industriale nei paesi ad
“economia avanzata”. È necessario smettere di costruire per parlare di architettura
sostenibile.
1.1. Una definizione di sprawl
Per Richard Ingersoll lo “sprawl, parola introdotta negli USA negli anni Sessanta per
indicare la crescita urbana senza forma, letteralmente significa “sdraiato”. Periferia,
periurbano, conurbazione, città diffusa, sono tutti termini per definire un fatto
geografico che si è ripetuto in tanti modi diversi, come lo sprawl americano. È un
fenomeno che si registra intorno alle città, tra le città e perfino dentro le città”. 2
E ancora Ingersoll: “Town significa piccola città, ovvero comunità. Nella grande
espansione urbana dei nostri tempi, i rapporti di vicinanza e partecipazione stanno
sparendo. Lo sprawl è un fatto geografico e morfologico che ha fisicamente cambiato
il paesaggio. Ma sprawl ha anche determinato mutamenti antropologici. Il mondo
civico della piazza è stato abbandonato perché si lavora e si vive altrove. L’atmosfera
comunitaria della strada commerciale del centro ha perso la sua vitalità, combattuta
dalla concorrenza dei centri commerciali suburbani”.3 Come ricorda R. Ingersoll è
1
* Aldo Scarpa è architetto libero professionista a Venezia,
è delegato dell’ANAB (Associaz. Nazionale Arch. Bioecologica)
2
3
R. Ingersoll, Sprawltown, Meltemi, Roma, 2004, p. 8.
R. Ingersoll, Sprawltown, cit, pp.8-9.
3
possibile abbellire, rendere naturale, un luogo freddo e cementifero, un’area
dismessa, nudi muri possono divenire esteticamente ed energicamente sostenibile se
si lavora appunto sull’esistente. L’apporto del verde nel contesto urbano è spesso
sottovalutato; in realtà una corretta gestione del verde migliora il microclima e il
comfort degli abitanti.
Essere ecologicamente corretti, ci ricorda Ingersoll, quando si costruisce può
risolvere soltanto in parte il problema dello squilibrio ambientale. Intervenire sulla
città è invece la chiave di un cambiamento più profondo. A che cosa serve il
risparmio energetico del proprietario di una casa sostenibile se egli deve comunque
usare l’automobile in continuazione?
2. Due casi studio: Casaclima e Cassinetta di Lugagnano
2.1. Casaclima: pattern abitativo o brand?
Casaclima è un modello di costruire che si fonda su criteri ecocompatibili; è un
metodo di calcolo, valutazione e certificazione del risparmio energetico dei nuovi
edifici. È stato ideato da Norbert Lantschner, ex direttore dell'ufficio "Aria e
Rumore", del Dipartimento all'Urbanistica, Ambiente ed Energia della Provincia di
Bolzano, ora direttore dell’Agenzia Casaclima. Questo metodo è entrato in vigore a
partire dal 2005.
Casaclima nasce in ottemperanza a quanto già licenziato dalla Unione Europea come
Direttiva Cee 2002/91/Ce, che definisce i parametri per il contenimento energetico
degli edifici secondo quanto prescritto dal protocollo di Kyoto.
La direttiva europea viene recepita in Italia dal D.Lgs. 192/2005 successivamente
modificato dal D.Lgs. 311/2006 che stabiliscono una serie di misure direttive a
ridurre il consumo di energia degli edifici presenti sul territorio italiano introducendo
dopo 14 anni la certificazione energetica degli edifici (nel 1991 venne infatti varata la
legge 10 “Norme in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico e di
sviluppo delle fonti rinnovabili di energia”).
4
L’Agenzia Casaclima si è posta l’obiettivo di coniugare comportamento ecologico e
calcolo economico: una casa ad alta qualità abitativa non deve infatti essere “cara”; al
contrario, esistono molte possibilità di risparmio che consentono nello stesso tempo
di tutelare l’ambiente.
Casaclima centra il punto: comfort abitativo a basso costo energetico e nel rispetto
dell’ambiente. Abitazioni compatibili con la natura, dal design architettonico
accattivante ed estremamente confortevoli. Un’abitazione sostenibile deve tener
conto oltre ai criteri di accessibilità all’acquisto della casa stessa, anche della gestione
delle risorse naturali, del risparmio energetico e del livello di efficienza energetica di
un edificio. Tre sono convenzionalmente ritenute le condizioni che ci permettono di
definire un’abitazione sostenibile: l’efficienza energetica, una progettazione
sostenibile, il risparmio energetico. È necessario inoltre sottolineare che
tendenzialmente queste tipologie abitative le ritroviamo inserite nel periurbano.
Come ci ricorda sempre Ingersoll: “oggi il contesto della periferia è composto da
strade di scorrimento, svicoli elevati, cartelloni pubblicitari e grandi edifici banali
circondati da parcheggi; la stessa cosa si ripete tante volte ma senza che vi sia una
sintassi”4. Le grandi distese dello sprawl richiedono l’utilizzo di massa
dell’automobile e determinano uno spreco di risorse e di energia maggiore della città
compatta. Se si vogliono i pannelli solari e il sistema fotovoltaico ci si deve ricordare
bene che tali dispositivi vengono dalla Germania, dal Giappone, e che in questa
mobilità di sostenibile vi è davvero poco.
2.2. Cassinetta di Lugagnano: un esempio di politica virtuosa
Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano. un piccolo comune vicino
a Milano, sottolinea che tutte le città che hanno fatto progressi significativi nel
campo della politica energetica hanno avuto un referente capace di prendere
posizione e lottare per il cambiamento.
In Italia, il consumo annuo di cemento è passato dai 50 kg pro-capite del 1950 ai 400
4
R. Ingersoll, Sprawltown, cit. p. 11.
5
kg procapite del 2007.
La cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e
della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero
molto inquietanti.
E da qui un’edilizia residenziale, artigianale e industriale, megacentri commerciali,
outlets, città satellite. Conditi dei relativi svincoli, raccordi autostradali e rotonde.
Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone
protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica.
La spinta al consumo di territorio è venduta all'opinione pubblica come una necessità
dell’economia, che avrà certamente ricadute positive sul benessere dei cittadini.
Quindi, visto il tasso di cementificazione che abbiamo vissuto in Italia, dovremmo
essere una delle locomotive economiche d’Europa e uno dei paesi dove il livello di
qualità della vita è più alto. E invece non è così. Perché?
Perché la pianificazione urbanistica, in Italia, è pressoché assente, e dove non vi sono
regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi
domina il mercato.
Ovviamente, le dichiarazioni e le motivazioni elencate a sostegno delle scelte
urbanistiche indicano sempre grandi e durature utilità per le comunità.
Ma la destinazione d’uso dei terreni, in realtà, non è stabilita a partire dalle necessità
della comunità che vive su quella stessa terra, bensì da un processo decisionale
orientato dalla forza contrattuale di chi detiene la proprietà dei terreni.
Un processo decisionale sovente infarcito dai proclami prodotti dalla convinzione che
ha ormai intossicato la quasi totalità della classe politica: non si può stare fermi,
bisogna crescere ed essere competitivi, l’economia non si può rallentare, bisogna
ammodernare il paese, occorre dare una risposta alle esigenze del mercato.
Non è raro, poi, che il consumo di suolo diventi addirittura spreco: sono migliaia i
capannoni vuoti, milioni le case sfitte. Sprechi che non hanno nessun beneficio, né
sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini.
L'agricoltura scivola costantemente verso l'impoverimento, sia economico che
6
culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da
una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante
vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore.
I contadini, potenziali protagonisti di una rinascita produttiva per il paese, sempre più
difficilmente riescono a resistere di fronte alle offerte di speculatori senza scrupoli,
per i quali la terra è solo una preda da addentare e divorare, senza alcun riguardo nei
confronti della sua rigenerazione ecologica.
La monetizzazione del territorio come strumento per pareggiare i bilanci e
consolidare popolarità tra gli elettori, ha provocato la conurbazione tra comuni un
tempo separati e la formazione di città continue.
Non solo a Milano ma attorno a tutte le aree metropolitane d’Italia si sono formate
immense periferie urbane, quartieri dormitorio, luoghi senza storia né anima. Scenari
ben diversi dai sogni venduti con l'adozione delle varianti urbanistiche.
Risultato del cosiddetto sprawl, un modello di urbanizzazione disperso e a bassa
densità che aggredisce la bellezza dei paesaggi sfigurandoli e annullandone le
caratteristiche identitarie sotto una massa indifferenziata di elementi artificiali
anonimi e spesso volgari.
“Stop al Consumo di Territorio”.
Un obiettivo da perseguire. L’unica azione concreta possibile per un comune:
l’adozione di un Piano Regolatore Generale che punti all'azzeramento del consumo di
suolo, che non preveda nuove aree di espansione urbanistica e che investa tutto sul
recupero del patrimonio esistente, sulla promozione dell'agricoltura e sulla
valorizzazione del paesaggio ambientale e architettonico.
Nel febbraio 2007, dopo un lungo procedimento che ha visto la partecipazione della
cittadinanza, il consiglio comunale di Cassinetta di Lugagnano ha approvato
definitivamente il suo nuovo piano regolatore (PGT, Piano di Governo del
Territorio), poi battezzato a “Crescita Zero”. Un piano regolatore che salvaguarda,
come previsto dal programma, uno dei beni comuni che possono essere sottoposti alla
tutela delle amministrazioni comunali: la terra.
7
3. Il ricentramento urbano
In attesa che il 7 dicembre 2009 si aprisse a Copenhagen il Forum sui cambiamenti
climatici Richard Plunz (che dirige un Istituto di Design urbano alla Columbia
University di New York) ci ricorda perché oggi più che mai il clima deve tornare a
essere al centro di ogni ragionamento sulla città contemporanea.
Dato che il Pianeta sta affrontando un processo di recetering (ricentramento urbano),
le città più vecchie devono essere poste di nuovo al centro della discussione come
esempi positivi per il futuro.
Inoltre cambiamenti climatici e PIL sono in un rapporto diretto, perciò il cosiddetto
mondo sviluppato non ne sarà esente: negli Stati Uniti per esempio alla luce
dell’erosione dei vantaggi economici e psicologici della vita suburbana, sta già
sorgendo una nuova ondata di urbanizzazione.
Aggiungiamoci l’equazione climatica, già dimostrata dal reinsediamento dei profughi
di New Orleans in altre città, e cominceremo a percepire la complessità del nostro
futuro urbano.
E se, nell’ambito delle società “avanzate”, un ritorno della gente verso la città
potrebbe anche essere un buon motivo per festeggiare, rimane aperta una questione
cruciale, una componente importante del re-centering, sapere a che tipo di città si sta
facendo ritorno.
Le infrastrutture dei centri più vecchi sono infatti sotto standard e impossibili da
migliorare se si segue un pensiero normativo. È necessario pertanto ripensare i
concetti di scala, efficienza e sostenibilità. L’approccio infrastrutturale su
grandissima scala, tipico dell’era industriale, non è più funzionale ed è necessario che
l’innovazione di impianti e servizi comprenda anche la micro scala. Le “vecchie
città” devono reinventare le loro economie: un processo direttamente legato alla
riprogettazione delle loro infrastrutture sulla base di nuovi criteri di sostenibilità.
Le città sono mostri che consumano il 67% dell’energia mondiale. Stephen Hammer
che dirige l’Urban Energy Center alla Columbia University di New York, spiega
8
come politiche energetiche lungimiranti possono salvaguardare il bene delle
generazioni future.
Una cosa infatti è creare il perfetto sistema energetico urbano, costruendo una città da
zero; tutt’altra cosa, invece, è modificare e rendere più sostenibile l’attuale apparato
energetico della maggior parte delle città esistenti. Inoltre tutto quello che costituisce
un piano energetico “sostenibile” varia sensibilmente da una città all’altra.
Naturalmente, gli obiettivi e gli strumenti politici enfatizzati in ciascun piano urbano
varieranno in relazione alle condizioni climatiche ed economiche locali, e all’
“appetito” degli abitanti per un cambiamento tecnologico (e potremmo dire in
relazione al sé bios di ogni territorio).
3.1. Costruire sul costruito
Stop all’abusivismo, ai dormitori, ai ghetti. Servono città più piccole e dai confini
definiti. La ricetta di Oriol Bohigas5, uno degli urbanisti più noti al mondo, è
semplice: costruire sul costruito.
“L’espansione o forse sarebbe meglio parlare di esplosione, delle città non può
avvenire senza regole. Anzi, ci sono tre condizioni fondamentali perché questo possa
accadere: plurifunzionalità, ovvero spazi, quartieri, piazze, strade o altro non possono
essere classificati solo in base alle loro presunte destinazioni; compattezza ovvero
nessuna divisione fisica o pratica, è ammessa; leggibilità, ovvero ogni luogo deve
essere immediatamente comprensibile per chi ci vive”.
La città del futuro non è sicuramente quella delle periferie utilizzate soltanto come
dormitori, non è la ghettizzazione, non è essere costretti a vivere isolati, senza
contatti. L’urbanista parla di “una forma della città che oggi non serve alla gente, di
una situazione artificiale che crea inconvenienti, problemi di integrazione da
risolvere. E provoca: “è molto più disastroso non avere una reale organizzazione
urbana che produrre affollamento”.
5
O. Bohigas intervistato da S. Bucci “Ricostruiamo le mura”, in Rottamare la città. Per un futuro più vivibile,
l’Europeo, dicembre 2009.
9
In Italia come in Spagna si è costruito troppo, al di là del bisogno della gente. Serve
ai politici, per creare consenso. Con tutti questi mega progetti si finisce per creare
realtà artificiali senza futuro come Scampia o come lo Zen.
Bohigas lo ripete, “la parola giusta è semplificare. È davvero finito il momento della
riedificazione selvaggia, quella che ha prodotto mostri urbani come Il Cairo,
Shanghai o Città del Messico. L’edilizia non può più essere selvaggia”. E c’è di più:
“addio anche ai maxi-progetti”, per la nascita di nuove città, bisogna invece sapere
ricominciare da un buon disegno degli spazi pubblici.
Il rapporto spesso pessimo tra politica e architettura trova conferma, secondo Bohigas
nel caso dei campus universitari: “L’idea di costruirli fuori città, nelle periferie, come
è accaduto per esempio a Firenze, nella vecchia area di Novoli, nasconde un disegno
politico. Quale? Tenere gli studenti il più possibile fuori dalla vita pubblica e politica,
isolarli. Bisognerebbe invece costruirli nei centri storici, negli edifici destinati
all’abbandono”.
“La città deve ritrovare i propri confini, deve comunicare a chi ci vive dove comincia
e dove finisce”.
Altrimenti torna l’incubo che tanto angoscia Bohigas: quello delle città illimitate e
illeggibili, senza nessun’altra funzione (soprattutto per quello che riguarda le
periferie) che quella di “dormitorio”.
Sempre Bohigas,6 “sono molto confuso a parlare di un modello di città e ancora di
più del modello della città del futuro.
Potranno nascere altri tipi di insediamenti in qualsiasi posto del pianeta, però la città
propriamente detta seguirà lo stesso modello attuale e, se non lo farà, smetterà di
essere città. Essa è il risultato di una sedimentazione storica nella quale si stratificano
e perdurano alcuni elementi importanti.
La città non è né la gente né il paesaggio. La città è al servizio della gente.
La città è, e sempre sarà, un artificio disegnato dalla combinazione di civilizzazione,
cultura, sviluppo economico oltre le barbarie naturali, imponendo valori permanenti,
6
O. Bohigas, intervistato da E. Montalti, “Al servizio della gente”, in Densità e compattezza, Ottagono, novembre
2009.
10
categorie che superano gli aneddoti temporali. L’Italia è un paese in cui i centri
storici sono difesi e protetti in termini di museificazione e nel quale le periferie e i
sobborghi sono abbandonati all’orgia della speculazione o, per lo meno, al disordine
funzionale ed estetico”.
3.2. La città “densa”
Stefano Boeri7 crede nella città “densa”. Sostiene che non si può continuare a
consumare terreno agricolo, ma bisogna recuperare le zone abbandonate della città. E
magari abbattere e costruire in altezza. Ha tre certezze: l’urbanistica deve essere
ecologica, o è destinata al fallimento. Questo, per paradossale che possa sembrare,
vuol dire rendere più dense le città, con edifici più alti e più fitti; e questo
“addensamento” non ha nulla a che vedere con il Piano casa. In Europa negli ultimi
trent’anni, ai grandi operatori pubblici e privati si è sostituita una moltitudine di
piccoli imprenditori. E con la crisi la tendenza si è acutizzata. Questo ha cambiato del
tutto il modo di costruire. “Questa dispersione ha contribuito alla distruzione del
paesaggio e al consumo del suolo, che non sono, per quanto riguarda l’Italia, soltanto
il frutto dell’abusivismo, ma il risultato di cambiamenti economici e sociali. Una
moltitudine di imprese e persone, ognuno a occupare il suo pezzettino di spazio. Uno
sviluppo molecolare. Così è stato mangiato tantissimo terreno agricolo. Complice la
miriade di piani regolatori locali, tutti diversi”.
Il mito della villetta è al tramonto, secondo Boeri si è rivelato un sogno boomerang:
per costi, distanze dal lavoro o dai luoghi di divertimento, per la sicurezza. Iniziano a
chiudere anche i centri commerciali. La gente vuole stare dove arrivano i mezzi
pubblici, soprattutto la metropolitana. In ogni caso le villette non hanno risposto al
problema di offrire più natura.
7
S. Boeri intervistato da V. Palumbo, “La villetta è un boomerang” in Rottamare la città. Per un futuro più vivibile,
l’Europeo, dicembre 2009.
11
Si potrebbe aumentare la quantità di natura in città migliorando la qualità
dell’agricoltura periurbana, rendendola intensiva, coltivando prodotti che servono alla
città.
“Credo molto al mio progetto di bosco verticale, ai due grattacieli verdi previsti alla
Stazione Garibaldi di Milano. Abbiamo portato gli alberi fino a 110 metri di altezza.
Ma crescere in altezza è solo una delle soluzioni: è ovvio che nei centri storici non si
possono fare”.
In ogni caso l’agricoltura va ripensata e rivalorizzare i terreni
significherebbe rallentare un consumo troppo rapido dei suoli.
3.3. Discontinuo è sostenibile
Secondo Richard Burdett8 bisogna ricominciare a parlare di città. E non solo di
riduzione di CO2. La ricetta? Nuove forme urbane, sistemi di trasporto integrati e
meno auto.
Quando si parla di sostenibilità delle città, si tende a discutere dell’aspetto energetico
ed ambientale. Io credo che non si possa oggi parlare di sostenibilità prescindendo da
quella sociale.
Le città sono dei meccanismi importanti e fragili per l’equilibrio planetario, dal punto
di vista ecologico, ma forse in modo più rilevante da quello dell’equilibrio sociale,
visto che quasi il 50% della popolazione mondiale vive già in agglomerati urbani. Per
cui anche in funzione di un ripensamento degli accordi di Kyoto, ritengo sia
fondamentale ricominciare a parlare della città tout court.
La compattezza urbana come elemento strategico per il risparmio energetico è un
discorso che intende riportare la città al centro del dibattito sulla riduzione dei
consumi.
Discontinuo è sostenibile: secondo Richard Burdett policentrismo ed elevata densità
insediativa massimizzano il rendimento dei sistemi urbani di trasporto meccanizzato.
8
R. Burdett, “Appiediamo la metropoli”, in Rottamare la città. Per un futuro più vivibile, l’Europeo, dicembre 2009.
12
La densità della città è un elemento chiave dal punto di vista del risparmio
energetico. Erroneamente si crede che la riduzione dei consumi energetici di un
edificio risolva il problema urbano.
È vero che il 50% del consumo di energia viene dagli edifici, tuttavia le città sono
responsabili dell’incremento dei consumi energetici a un livello ben più strategico.
3.4. Il rischio della museificazione delle città
Venezia, Firenze, Siena musei open air per il turismo di massa.
Il grande storico J. Le Goff9 vent’anni fa rifletteva sul concetto di città antica. E dava
la sua ricetta: il domani dei centri storici è nel mischiare vecchio e nuovo. In una sua
intervista sostiene che: “I musei sono la morte e la città non può essere un museo. La
città antica può avere una funzione straordinaria per la costruzione della città del
futuro perché il nuovo si costruisce sulla memoria collettiva”.
“La città ha perso il ruolo di un tempo, deve trovarne uno nuovo. Deve definirsi in
opposizione a qualcos’altro in un mondo che si avvia a diventare tutto uguale.
Il nuovo ruolo sarà culturale: bisogna rifondare le vecchie città proprio partendo dalla
loro differenza, dalla loro singolarità in un mondo omogeneo”.
“Le città museo non hanno avvenire, non contano e non conteranno niente. Il futuro
è introdurre il vecchio nel nuovo. Conservare piazze, i musei, le statue e le vie e
insieme cercare lo spazio per i contemporanei e per la loro vita. Nel deserto si
contempla il deserto, in una città antica si può pensare e produrre dentro il fascino di
una memoria collettiva che si esprime nelle mura e nelle opere”.
Le Goff ha anche qualche esempio, Avignone e Venezia sono due modelli da seguire.
Una possibilità. Ma poi ad intervista finita, capita di imbattersi per le strade di
Firenze in una comitiva di turisti allo sbando in cerca del Palazzo Ducale,
monumento altamente improbabile qui sulle rive dell’Arno.
“La differenza c’è, ed è fondamentale, vitale. Il mondo non è tutto uguale”.
9
Intervista a J. Le Goff, “Vintage town”, in Rottamare la città. Per un futuro più vivibile, l’Europeo, dicembre 2009.
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Il consumo di un luogo, come per esempio può essere quello di una città storica,
produce spesso una copia di se stessa, una città cartolina, non più pensata per chi ci
vive ma esclusivamente per chi la fruisce.
Concluderei riprendendo un’espressione di Marc Breviglieri, La ville useé n’est pas
jetable10 (La città consumata non si può gettar via), che si inserisce in un filone già
noto e utilizzato dal grande L. Wirth. Per Wirth infatti la città si caratterizza in base
a tre caratteristiche: densità, ampiezza ed eterogeneità. Elementi che non ritroviamo
nella città diffusa o nello sprawl (che rifiutano la complessità e ambiscono alla totale
omogeneità). Per questo è necessario recuperare la città.
E ancora, per l’antropologo U. Hannerz lo spazio urbano si distingue dagli altri per
essere un catalizzatore di eterogeneità. La città non solo attira la diversità ma genera
nuove differenze proprio per la sua accessibilità.
Il significato della parola “consumo”, come sottolinea anche Aldo Colonetti11, può
assumere una particolare connotazione: da un lato una sedimentazione storica,
culturale e artistica che trova in ogni metro quadro della città testimonianze dirette,
senza falsità né errori; dall’altro lato, abitanti che vanno e vengono, secondo modelli
di consumo organizzati da altri abitanti temporanei che sperimentano, con i propri
linguaggi e specifiche antropologie, realtà e sistemi di rappresentazioni codificate e
“museificate”.
È da questa relazione straordinaria e comune a tutte le città d’arte italiane ed europee,
che si sviluppa lo scarto tra vecchio e nuovo, tra conoscenza ed interpretazione, tra
consumo banale e consumo eccezionale. La città può rappresentare ancora “l’elogio
dell’incontro inconsueto” o come ci ricorda sempre Hannerz, la città è lo scenario
privilegiato della serendipity, ossia di trovare per caso una cosa mentre se ne cerca
un’altra.
10
Tratto dal paper, Le regne du projet et le refroidissement du monde. A propos du gouvernement des architectures”,
presentato a Bologna al Seminario Internazionale “Quale modernizzazione riflessiva?”, Sala dei Poeti, Facoltà di
Scienze Politiche, Università degli Studi di Bologna, 3-4 dicembre 2009.
11
A. Colonetti, “Elogio dell’incontro inconsueto”, in Rottamare la città. Per un futuro più vivibile, l’Europeo, dicembre
2009.
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