Un anno dopo - Diocesi di Nola

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Un anno dopo - Diocesi di Nola
XXVIII numero 9 Novembre 2013
anno
Un anno dopo
La Chiesa di Nola si è ritrovata in Cattedrale per vivere la chiusura
dell’Anno della Fede.
Il racconto del cammino nelle parole di sacerdoti e laici.
Uno sguardo al
Progetto Policoro
di Alfonso Lanzieri
A Lauro singolare
festa di Ognissanti
di Pierluigi Milosa
A Scafati si inaugura
presidio di Libera
di Giusy Cirillo
Speciale
Alle origini
della Chiesa di Nola
mensile della Chiesa di Nola
PAPA FRANCESCO
Evangelii gaudium
Esortazione apostolica
Editore:San Paolo Edizioni
Collana:I papi del 2000
Pubblicazione:28/11/2013
Pagine:200
Formato:Libro in brossura
ISBN: 9788821591389
Papa Francesco consegna alla Chiesa e al mondo intero la sua prima Esortazione apostolica. Un documento importantissimo, scritto dal Papa di proprio pugno, dal sapore fortemente programmatico, perché delinea il nuovo volto di
Chiesa voluto da Papa Francesco. Una Chiesa povera, vicina alla gente, chiamata a cercare nuove strade e ad uscire
da se stessa, per annunciare il Vangelo della misericordia a tutti gli uomini.
Un documento di enorme importanza e molto atteso, perché il primo dopo l’enciclica Lumen fidei (alla quale aveva
già lavorato papa Benedetto XVI), scritto interamente dal papa, un riassunto della sua visione e del suo pensiero.
in Dialogo mensile della Chiesa di Nola
Redazione: via San Felice n.29 - 80035 Nola (Na)
Autorizzazione del tribunale di Napoli n. 3393 del 7 marzo 1985
Direttore responsabile: Marco Iasevoli
Condirettore: Luigi Mucerino
In redazione:Alfonso Lanzieri [333 20 42 148 [email protected]],
Mariangela Parisi [333 38 57 085 [email protected]], Mariano Messinese, Antonio Averaimo, Vincenzo Formisano
Stampa: Giannini Presservice via San Felice, 27 - 80035 Nola (Na)
Chiuso in redazione il 23 novembre 2013
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La Terza Pagina
Il percorso dell’Anno della Fede appena concluso
Da benedetto a francesco
di Franco Iannone
L
’Anno della fede si avvia al suo
epilogo. Il popolo di Dio sparso nel
mondo intero ha vissuto con grande
intensità questo momento. La santa
Sede informa che oltre 8 milioni e
mezzo di pellegrini si sono recati
alla Tomba di Pietro per professare la
fede. Ciò che è stato vissuto, invece, a
livello locale è impossibile descriverlo
in pienezza. Tante iniziative, in tutto
il mondo, hanno evidenziato quanto
la fede è presente e permanga viva e
dinamica nel nostro popolo.
Per restare in casa nostra, i
Dialoghi in Cattedrale per ricordare
l’insegnamento del Vaticano II,
catechesi sul CREDO nelle varie zone
pastorali e parrocchie, celebrazioni
varie, avvio del Sinodo diocesano,
testimonianze di carità, attività
culturali di diverso genere… tutto
questo permane come un segno
che attesta l’impegno dei cristiani
nel mondo. Insomma, questo Anno
è stato realmente un’esperienza di
grazia che ci porteremo dentro con
rinnovato senso di gratitudine al
Signore per quanto ci ha fatto vivere.
Ciò che ci ha segnato più
profondamente, però, e che ha reso
veramente singolare quest’anno, è
stato il passaggio di testimone alla
guida della Chiesa da Benedetto XVI a
Francesco. Siamo stati così proiettati
in uno scenario inedito come inedita è
ogni sorpresa dello Spirito di Dio: due
Papi, entrambi vivi (in ogni senso!),
attraverso la Cui “convivenza” (sia
pure a livelli diversissimi, poiché
uno è emerito, l’altro felicemente
regnante) lo Spirito Santo ha voluto
quasi “visivamente” spiegarci cosa
è la fede vera. Attraverso la “Porta
Fidei” di Benedetto siamo entrati
nello splendore della Verità, la fides
quae, direbbero i teologi seri, il
Vangelo di Dio o, meglio, il Vangelo
che è Dio poiché “nel nostro tempo
in cui in vaste zone della terra la
fede è nel pericolo di spegnersi
come una fiamma che non trova
più nutrimento, la priorità che sta
al di sopra di tutte è di rendere Dio
presente in questo mondo e di aprire
agli uomini l’accesso a Dio. Non ad
un qualsiasi dio, ma a quel Dio che
ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui
volto riconosciamo nell’amore spinto
sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù
Cristo crocifisso e risorto,… il Dio vivo
e vero, che apra l’orizzonte del futuro
dell’uomo ad una prospettiva di ferma
e sicura speranza, una speranza
ricca di eternità e che permetta di
affrontare con coraggio il presente in
tutti i suoi aspetti” (Benedetto XVI).
A metà anno è arrivato Papa
Francesco. I primi mesi del Suo
pontificato ci stanno richiamando alla
concretezza delle parole, dei gesti,
della vita. Sarà Lui non a chiuderla,
quella Porta, ma a chiedere alla
Chiesa di varcarla decisamente
per uscire, alla Luce della Fede, in
lumine fidei, verso tutte le periferie
geografiche ed esistenziali, perché
la Verità maturi in Amore, la fides
quae divenga fides qua, cioè
atteggiamento, stile di vita e logica
di comportamento quotidiano. Come
ha scritto splendidamente nella Sua
prima Enciclica (da Lui stesso definita
“a quattro mani”) Lumen Fidei:
“l’amore ha bisogno di verità. Solo in
quanto è fondato sulla verità l’amore
può perdurare nel tempo, superare
l’istante effimero e rimanere saldo
per sostenere un cammino comune.
Se l’amore non ha rapporto con
la verità, è soggetto al mutare dei
sentimenti e non supera la prova
del tempo. Senza verità l’amore non
può offrire un vincolo solido, non
riesce a portare l’ ”io” al di là del suo
isolamento, né a liberarlo dall’istante
fugace per edificare la vita e portare
frutto.
Se l’amore ha bisogno della
verità, anche la verità ha bisogno
dell’amore. Amore e verità non si
possono separare. Senza amore, la
verità diventa fredda, impersonale,
oppressiva per la vita concreta della
persona. La verità che cerchiamo,
quella che offre significato ai nostri
passi, ci illumina quando siamo
toccati dall’amore. In questo senso,
san Gregorio Magno ha scritto che
«amor ipse notitia est», l’amore
stesso è una conoscenza, porta con
sé una logica nuova”(n. 27).
Da Benedetto a Francesco, dallo
splendore della Verità alla concretezza
dell’Amore, consapevoli ormai che
chi crede vede e chi ama conosce
veramente: certo che è stato proprio
bello quest’Anno della Fede!
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mensile della Chiesa di Nola
Chiusura dell’anno della Fede in Cattedrale. Il vescovo: “La fede è un incontro che cambia la vita”
Discepoli, non ammiratori
di Mariangela Parisi
“
Cristo è la luce delle genti” hanno
gridato al mondo i padri conciliari
il 21 novembre del 1964, attraverso la costituzione dogmatica Lumen
Gentium, richiamando tutti all’essenziale della Fede. “Contempliamo lo
sguardo del Signore Gesù, unico redentore della Chiesa” l’invito rivolto
alla Chiesa di Nola dal suo Pastore,
mons. Beniamino Depalma, durante
la celebrazione della chiusura dell’anno della Fede, tenutasi in cattedrale il
23 novembre sera.
Un anno di grazia, aperto da papa
Benedetto l’11 ottobre del 2012, che
ha permesso di riscoprire la bellezza
del cammino di fede “che - ha sottolineato Depalma - non è una dottrina
ma un incontro che ti sconvolge e ti
cambia la vita”.
Ha parlato con commozione il vescovo di Nola nell’esprimere il suo
desiderio di una Chiesa che torni a
far risplendere sul suo volto quello
di Cristo, che si riscopra sempre più
“popolo sacerdotale e profetico, popolo di Dio”: la via da seguire è Cristo, da contemplare quotidianamente
“con lo sguardo amoroso e adorante
dei dodici apostoli, con lo sguardo di
Paolo, con lo sguardo del centurione
romano sotto la croce, con lo sguardo del buon ladrone” che pur riconoscendosi peccatore ebbe il coraggio
di dire a Gesù “ricordati di me”: il ladrone aveva contemplato lo sguardo
del Signore e aveva imparato a “lasciarsi illuminare da Dio, ad accogliere il suo respiro, il suo amore, il suo
abbraccio, il dono della sua libertà, il
dono della speranza che non delude
mai”: il ladrone aveva avuto fede.
L’indicazione di mons. Depalma
è risuonata chiara: l’impegno per la
Chiesa di Nola deve essere quello
di contemplare il volto e lo sguardo
del maestro: “è dalla contemplazione che scaturisce la sequela: non per
essere ammiratori ma per essere discepoli, per essere con Lui sempre,
tutti i giorni”. S
oprattutto quando arriva il momento del dolore, della notte che sembra
non finire: “nella vita dei discepoli ha ricordato Depalma - la croce non
può mancare”: Cristo ha attraversato
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anche il dolore, la sofferenza, la morte ma al ladrone ha detto “oggi sarai
con me in paradiso”.
Ma per credere il ladrone ha dovuto incontrare lo sguardo del Signore, per convertirsi ha dovuto ricevere
uno sguardo d’amore che gli ha permesso di scoprire la preziosità della
sua esistenza: ancora oggi, quello
sguardo cambia le vite, ancora oggi
Cristo, cambia la storia.
Tutto parte dalla contemplazione
“che - ha ricordato il vescovo Depalma - porta alla testimonianza perché
i testimoni “irradiano la luce ricevuta; dalla contemplazione scaturisce
la missione: fermatevi accanto alla
gente” perché “la difficile ma entusiasmante missione della Chiesa è portare tutti a guardare il Signore; dalla
contemplazione scaturisce la nostra
esistenza cristiana: ho perduto -diceva Charles de Foucauld - la testa per
il mio Dio”.
L’anno della Fede, che per la Chiesa
di Nola ha segnato anche l’indizione
del Sinodo diocesano, si è concluso
dunque con la certezza che se il cuore
di un cristiano è di Cristo, quel cuore
non teme nulla; che se anche questi sono tempi nei quali dei cristiani e
della Chiesa sembra nessuno si fidi,
continuando a volgere lo sguardo al
Risorto la Chiesa può scalfire ogni
diffidenza; è un anno che termina lasciando a tutti la certezza che la Fede
è una responsabilità e un impegno e
“come Chiesa - ha concluso mons.
Depalma - dobbiamo impegnarci per
permettere a Dio di entrare nella nostra vita; a guardare al Vangelo come
possibilità di umanità; ad annunziare la buona notizia; a fare della fede
la possibilità di cambiare la società e
la cultura odierna”; ma soprattutto
quest’anno lascia a tutti la certezza
che la Fede è gioia, quella che viene
dalla bellezza di Gesù Cristo e che
consente ai cristiani di “incendiare il
mondo” con la speranza.
Un Anno Dopo
La professione di fede del 23 novembre
CREDO IN UN SOLO DIO,
che devo aver fede
intrepidi i timorosi
PADRE ONNIPOTENTE,
anche nel momento del dolore,
per la gioia della speranza.
CREATORE DEL CIELO E DELLA
che mi appartengono i gemiti di ogni vita
Credo lo Spirito che giuda la mia vita,
TERRA,
perché in quei lamenti e in quelle
che mi chiede di costruire
DI TUTTE LE COSEVISIBILI
lacrime
il futuro con lui,
E INVISIBILI.
sono le sue lacrime, il suo sudore,
che mi chiama a non arrendermi,
Credo la sua paternità
la sua passione.
che mi invita al coraggio,
che diventa misericordia,
IL TERZO GIORNO È RISUSCITATO,
che mi chiede di non tacere,
la sua accoglienza
SECONDO LE SCRITTURE,
di non omettere.
che diventa per me possibilità
È SALITO AL CIELO,
CREDO LA CHIESA,
di santità,
SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE.
UNA, SANTA, CATTOLICA E
la sua cura
Credo la resurrezione,
APOSTOLICA.
che diventa scoperta della mia anima,
la vita nuova di cui Lui è primizia.
Credo la chiesa e questa Chiesa di Nola
dei sentimenti che provo,
Credo che il male è vinto,
cui appartengo e che mi appartiene.
delle virtù che vivo,
che la morte è sconfitta.
In lei la fede mi è stata donata
del perdono che sperimento,
Credo la possibilità del domani
sulla testimonianza dei santi vescovi
e tutto questo è sua impronta,
per me e per gli altri.
Felice e Paolino
traccia della sua stessa vita
Credo la fiducia verso i giovani,
l’esperienza dei Dodici è arrivata
CREDO IN UN SOLO SIGNORE,
la possibilità dei diseredati,
fino a me.
GESÙ CRISTO,
la costruzione di un cuore nuovo
La divisione che in essa posso trovare
UNIGENITO FIGLIO DI DIO,
per i disperati.
so che non è l’ultima parola
NATO DAL PADRE PRIMA DI TUTTI
Credo la resurrezione
della sua vita,
I SECOLI:
e che un pezzo della nostra vita,
perché la mia chiesa vuole essere una;
DIO DA DIO, LUCE DA LUCE,
quella umana,
se il mio peccato la indebolisce,
DIOVERO DA DIOVERO,
abita i cieli,
la mia conversione la corrobora,
GENERATO, NON CREATO,
a perenne memoria dell’amore di Dio
perché la mia chiesa vuole essere santa;
DELLA STESSA SOSTANZA
che mai dimentica le sua creature.
seppure uso ancora il termine straniero,
DEL PADRE;
E DI NUOVOVERRÀ,
il mio cuore non è estraneo a nessuno
PER MEZZO DI LUI TUTTE LE COSE
NELLA GLORIA,
e desidero che tutti abbiano
SONO STATE CREATE.
PER GIUDICARE IVIVI E I MORTI,
la gioia di incontrare il Risorto,
Credo la sua perfetta umanità
E IL SUO REGNO NON AVRÀ FINE.
perché la mia chiesa
e la sua perfetta divinità,
Credo il Regno di Dio,
vuole essere cattolica;
credo che da sempre è uno col Padre,
piccolo granello di senapa,
il mio riconoscermi come chiesa
che da lui ogni cosa proviene
tocco di lievito nella massa della farina,
affianco alle altre comunità credenti,
e che tutto questo è stato segno
piccola cosa che mi ricorda
rafforza la mia Chiesa che
di quella fraternità
che da ciò che è piccolo,
oggi come allora
che è venuto ad aprire nel mio cuore
meravigliosamente nasce
pone sulla testimonianza degli apostoli
in cui posso sentirmi
lo stupore delle grandi cose.
e dei loro successori
figlio e fratello nel Padre
Mi impegno a vivere da beato,
la propria forza e comunione.
e in Cristo Signore.
a saper guardare il bene,
PROFESSO UN SOLO BATTESIMO
PER NOI UOMINI E PER LA NOSTRA
a saper abbattere gli ostacoli,
PER IL PERDONO DEI PECCATI.
SALVEZZA
a saper costruire punti in comune,
ASPETTO LA RISURREZIONE
DISCESE DAL CIELO,
in una parola a fare Regno di Dio
DEI MORTI
E PER OPERA DELLO
in me e intorno a me.
E LAVITA DEL MONDO CHEVERRÀ.
SPIRITO SANTO
CREDO NELLO SPIRITO SANTO,
Credo che una vita nuova
SI È INCARNATO NEL SENO
CHE È SIGNORE E DÀ LAVITA,
mi è stata data nella grazia
DELLA VERGINE MARIA
E PROCEDE DAL PADRE
battesimale,
E SI È FATTO UOMO.
E DAL FIGLIO.
che il mio continuo essere
E chiede a noi oggi di fare lo stesso,
CON IL PADRE E IL FIGLIO
un peccatore pentito e perdonato
di non lasciare la nostra storia,
È ADORATO E GLORIFICATO,
converte la mia vita
la nostra terra martoriata,
E HA PARLATO PER MEZZO DEI
verso gesti di accoglienza
di restare e vivere non semplicemente
PROFETI.
e di solidarietà
l’uno a fianco all’altro,
Credo lo Spirito
perché nel mio limite mi accorgo
ma scoprendo di dover vivere
che è santo e santifica.
che solo il dono della grazia può tutto.
l’uno per l’altro:
Novità perenne, soffio vitale,
Così attendo,
tutto questo diventa sua opera
fuoco purificante,
in una vita difficile ma bella
e segno nuovo di speranza.
soffio leggero che smuove le foglie
il tempo dell’incontro
FU CROCIFISSO PER NOI SOTTO
e vento impetuoso che gonfia le vele.
perché la luce piena del Risorto
PONZIO PILATO,
Spirito che guida la storia,
abbatta tempi e spazio
MORÌ E FU SEPOLTO.
sovverte le logiche,
per ricongiungerci tutti
Credo che non devo dimenticare
rende forti i deboli per la forza
in un solo popolo nuovo.
chi è nella sofferenza,
dell’amore,
AMEN.
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mensile della Chiesa di Nola
LE iniziative promosse da associazioni e movimen
Comunione e Liberazione
Le radici del credere
di Alfonso Lanzieri
Vitaliano Sena, responsabile diocesano di Comunione e Liberazione, ha
risposto ad alcune domande, raccontandoci come il movimento ha vissuto
l’Anno della Fede appena trascorso.
Qual è stato il vostro approccio a
questo evento ecclesiale straordinario?
«Il movimento è stato senza dubbio molto interessato da questo avvenimento, non poteva essere altrimenti
del resto. Il nostro percorso formativo ordinario durante tutto l’anno ha
avuto come filo conduttore proprio il
tema della fede; il movimento ha riservato anche un’attenzione speciale
a tutte le manifestazioni, eventi, incontri, promossi dalla Chiesa nazionale».
Avete anche promosso delle iniziative ‘speciali’ a livello diocesano? « Sì,
il movimento ha proposto in diocesi
la Mostra della Fede. Un momento
di evangelizzazione e racconto della
fede attraverso la pittura. La mostra
è stata itinerante: durante l’ultima
quaresima, infatti, l’abbiamo portata a Nola, a Pomigliano e poi a San
Giuseppe Vesuviano, con un ottimo
riscontro in termini di visitatori. I dati
ufficiali dicono che l’hanno vista più
di tremila persone, tra le quali tantissimi ragazzi».
Che bisogno c’era di indire un Anno
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della Fede? «Negli ultimi tempi, a parer mio, ci siamo un po’ troppo soffermati sulle conseguenze della fede,
in altre parole i suoi effetti: il dover
assumere un certo atteggiamento
morale, determinati comportamenti
in ambiti specifici della vita etc. Tutte cose sacrosante, per carità, delle
quali però ci siamo occupati forse in
maniera eccessiva trascurando il fatto
centrale della fede: Dio che si incarna e condivide la storia degli uomini.
Guardare solo alle ricadute pratiche,
che indubbiamente la fede deve apportare nella vita del credente, rischia
di farci distaccare un po’ dalla radice
della fede: l’incontro esistenziale con
Gesù. L’insistenza del movimento nei
percorsi di quest’anno è stata proprio
la personalizzazione della fede: che
cosa è Cristo per me? Qual è il mio
rapporto con lui? Ecco, l’Anno della
Fede è stata un’occasione per rimettere al centro questi aspetti».
L’occasione è stata colta? «Questo
è più difficile dirlo. Quelli della fede
non sono mai dei frutti eclatanti.
Come facciamo a dire quante persone sono state interiormente raggiunte davvero in questo anno? Quanti
hanno incontrato la fede? Certamente è stato messo in campo un grande
sforzo, poi la risposta è personale e
difficilmente quantificabile. Naturalmente i frutti, nascosti, ci sono e
sono copiosi e senz’altro dopo questo
anno il problema della fede come incontro tra me e Cristo resta al centro
del nostro annuncio».
RnS
Riscoprendo la Parola
di Maria Grazia Giova
L’anno della fede ci ha permesso di
varcare una porta che ci ha immesso in un cammino lungo tutta la vita.
Il Rinnovamento nello Spirito Santo,
presente in Italia con 1900 gruppi e
nella diocesi di Nola con 10 gruppi, si
è immesso in questo cammino cercando di tradurre in opere e missione
le varie sollecitazioni.
Da mesi, come movimento, ci si
stava interrogando su come uscire
dal cenacolo per andare al mondo
con forza e franchezza divenendo testimoni autentici di Gesù Signore e
Salvatore. Le indicazioni offerte dal
Papa emerito Benedetto hanno confermato la necessità di un tempo nuovo dove ogni battezzato si riscoprisse
un evangelizzatore: è nato così il progetto 10 piazze per 10 comandamenti, per proporre una rilettura dei dieci
comandamenti all’uomo del nostro
tempo. I gruppi della diocesi di Nola
hanno partecipato all’evento svoltosi
a Napoli il 15 settembre 2012: in molti siamo confluiti a piazza Dante per il
pellegrinaggio annuale delle famiglie
per la famiglia ed insieme come un
fiume in piena tra preghiera e canti
siamo arrivati poi a piazza del Plebiscito per l’evento dieci piazze. Il comandamento affidato alla Campania
è stato il IV : “Onora il padre e la madre”. Simultaneamente allo svolgersi
Un Anno Dopo
movimenti diocesani nell’anno della Fede
di questo evento di popolo, durato
tutto l’anno, nel RnS è iniziata una
verifica e una riflessione che, all’indomani del sinodo dei vescovi sulla
nuova evangelizzazione, ha prodotto
un testo intitolato Piano per La Nuova
Evangelizzazione, uno strumento che
offre una visione ampia, con criteri
di discernimento e linee d’impegno
correlati perché ogni cristiano possa
abbracciare con convinzione e competenza questa sfida per la Chiesa
del nostro tempo.
In diocesi abbiamo potuto celebrare l’anno della fede sia a livello locale attraverso iniziative riguardanti i
gruppi e le loro attività di routine sia
a livello diocesano.
Facciamo memoria grata per due
eventi in particolare: il primo è il roveto ardente di preghiera svoltosi il
14 dicembre 2012 nella chiesa del
Gesù nuovo a Nola, alla presenza del
nostro Vescovo; il secondo è il convegno diocesano dei gruppi del Rinnovamento svoltosi il 14 aprile 2013
nella parrocchia di San Sebastiano
martire a Brusciano, dove abbiamo
meditato il tema: “Coraggio: io ho
vinto il mondo” insieme al nostro coordinatore nazionale, Mario Landi.
Siamo grati al Signore per quanto
in questo anno ha realizzato e crediamo fortemente che la riflessione debba continuare anche sotto il pontificato di Papa Francesco perché tante
sono le attese e i bisogni dell’uomo
del nostro tempo!
Centro La Pira Pomigliano
Attraverso l’arte
di Mariangela Parisi
Ci piace raccontare tra le esperienze
del territorio ispirate dall’anno della
Fede, la pubblicazione, da parte del
Centro La Pira di Pomigliano d’Arco,
di “La Bellezza del Creato.
Bellezza di Dio” a cura di Rosa Maria
Cosentino che, nel 2010, nell’ambito
percorso di riflessione “Guardando
l’alto, vedendo l’altro, tra mistica, etica ed estetica” promosso proprio dal
Centro, curò un lavoro multimediale
di ricerca attinente al mondo dell’arte
pittorica analizzata nei suoi richiami
religiosi dal quale è nata la pubblica-
zione.
“La presenza della bellezza del mondo
- ricorda l’autrice, citando la scrittrice
Simon Weil - è la prova sperimentale della possibilità dell’incarnazione”.
La bellezza infatti è la strada “verso
- continua - Dio nella storia dell’umanità. Nella stessa linea vanno anche
le parole pronunciate dal papa Benedetto XVI in occasione dell’incontro
con gli artisti avvenuto nella Cappella
Sistina nel 2009: l’autentica bellezza - disse il papa emerito - schiude
il cuore dell’umano alla nostalgia, al
desiderio profondo di conoscere, di
amare, di andare verso l’Altro, verso
l’Oltre da sé”.
C’è, secondo papa Benedetto, una via
della bellezza che è percorso estetico ma allo stesso tempo itinerario di
fede e Rosa Maria Cosentino offre al
lettore un possibile percorso attraverso alcuni antichi mosaici, miniature e
dipinti ognuno dei quali è accompagnato da versetti tratti dalla Bibbia,
dal Cantico di San Francesco. “Non si
tratta – spiega mons. Pasquale D’Onofrio, che ha curato la postfazione
– né di un saggio né di un manuale, è
piuttosto una suggestione per parole
ed immagini: ci sono poche battute
atte a suggerire più che a spiegare,
è un testo in cui il fruitore di sente
libero di lasciarsi portare e accompagnare, mai costretto in interpretazioni e adesioni a scuole di pensiero o
di critica. È una bella esperienza di
libertà, proprio nello stile pedagogico
che il Centro porta avanti”.
Uno stile che si fonda sulla ricerca di
un continuo confronto con le diverse
espressioni dell’umano, sul fare della
sede fisica del La Pira “un ambiente
– ha sottolineato D’Onofrio – in cui
le diverse appartenenze di credo e di
cultura non diventano mai ostacolo”
ma possibilità di democraticità ed accoglienza: un ambiente che testimonia una Chiesa del dialogo, una Chiesa fatta di credenti disposti a vivere
la fede non come un privilegio ma un
dono da condividere.
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mensile della Chiesa di Nola
Sul finire dell’anno della Fede, Erri De Luca inaugura il secondo ciclo dei “Dialoghi in Cattedrale”
Il VANGELO SECONDO DE LUCA
di Mariano Messinese e Ermelinda La Manna Ambrosino
È
arrivato quasi in sordina, camminando lungo la navata laterale del
Duomo. È entrato in punta di piedi,
come fa chi entra in una casa in cui
si sente un ospite, col timore di chi
varca una porta che è una porta su
un mondo che non gli appartiene.
Eccolo Erri De Luca, 63 anni racchiusi
tutti nelle curve che rigano il suo volto tenero e dolce. Sembra un po’ spaesato, sarà per il luogo sacro in cui si
trova, e in cui non è molto abituato a
muoversi, o per la folla di gente che
lo accerchia prima ancora che inizi a
parlare: gente accorsa per assistere
a questo primo incontro del secondo ciclo dei “Dialoghi in Cattedrale”
intitolato “Alla ricerca di un Volto”;
gente accorsa per ascoltare l’autore di “Penultime notizie circa Ieshu/
Gesù”, il “cattivo maestro”, come lo
ha definito qualche detrattore: anche
uno spillo avrebbe dovuto sgomitare per trovare posto. Ma appena si
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siede, Erri De Luca perde quell’area
spaesata, perché si sente a suo agio
solo con le parole, e quando inizia a
parlare è un fiume in piena, quasi un
professore senza cattedra. Dispensa
pillole di saggezza, citazioni bibliche,
aneddoti e scampoli di autobiografia. Si definisce non credente più che
ateo, perché “ho escluso la divinità
dalla mia vita, ma non da quella degli
altri”. E nel grembo di questa autodefinizione c’è il motivo per cui Erri
si trova qui davanti a crocifissi, pastorali e fedeli. Lo affascina la figura
di Cristo, la sua umiltà e ricorda che
se vivesse oggi sarebbe uno dei profughi che arrivano a Lampedusa sui
barconi della morte. Ma c’è un’altra
cosa che incuriosisce la mente acuta di Erri De Luca: i miracoli: “Sono
simpatici e somigliano ai fulmini, perché hanno bisogno di un innesco di
scintilla. E la scintilla ha le sembianze
di una richiesta, di una preghiera o
di una supplica”. Senza queste, il miracolo che corregge e stravolge le
leggi della natura, non potrebbe manifestarsi. Mai.
Il suo cruccio è il miracolo di Lazzaro, che definisce “atroce”, perchè
Gesù costringe il suo amico a morire
un’altra volta. Questa volta in modo
definitivo. Per De Luca la risurrezione
non è possibilità di vivere ancora, ma
di morire di nuovo. E allora il pensiero plana sul ricordo di sua madre e
sul modo di vivere il lutto per un non
credente.
La risurrezione è il “punto di inciampo”, l’ostacolo contro il quale
sbatte chi non crede. È lì che si ferma
chi non ha una fede abbastanza forte. È difficile affidarsi alla speranza di
abbracciare di nuovo le persone che
abbiamo perso: “Io so che l’ultimo
abbraccio che ho dato a mia madre,
è stato l’ultimo, non ce ne saranno altri. Il lutto, per un non credente, non
Un Anno Dopo
è attesa di un nuovo incontro, ma è
un ergastolo, sulla prigione del mio
lutto c’è scritto fine pena mai.” E allora come elabora il lutto Erri De Luca?
La risposta non è per nulla scontata:
“Io riabbraccio mia madre in sogno,
quando mi capita di sognarla, e me
la ritrovo accanto quando scrivo di lei
e della mia infanzia a Napoli”. È tutta
in questa frase la potenza maieutica
della sua scrittura, il punto più alto
della sensibilità di questo scrittore,
che con i suoi occhi dolci e azzurrissimi ha incantato la platea.
A conclusione di questa lezione di
teologia, il pubblico affascinato ha
cercato di ricambiare tanta generosità nell’unico modo possibile: un applauso lunghissimo.
Alla fine, il Vescovo Depalma si alza
e ringrazia lo scrittore: “Grazie, Erri,
perché ci hai spronato a pensare, a
riflettere. I cristiani pensano e riflettono, perché sono cercatori di verità,
proprio come te”. Parole che hanno
imbarazzato un timido De Luca, sempre a disagio nel ricevere complimenti. Del resto aveva già confessato la
sua timidezza tra le pagine del libro
“Il torto del soldato”: “Non sono abituato alla cortesia di una persona
sconosciuta”.
Sulle tracce di un Volto
Secondo ciclo d’incontri nella cattedrale di Nola
Il Vangelo – si sa!- è fatto di volti, di dialoghi, di incontri liberi, gratuiti,
inediti, attraverso cui Dio passa nella vita degli uomini e delle donne portandovi la novità e la grazia del Regno e chiedendo apertura disponibile e
generosa. Quello di Gesù è uno stile ospitale fatto di porte aperte, di mense
condivise, di parole offerte e ricevute. Si direbbe, quella del Maestro, una
pastorale “occasionale” che nulla concede all’improvvisazione superficiale,
sempre attenta, però, ad ogni seme di vita, ad ogni frammento di storia in
cui l’Eterno non smette di abitare. E così anche quest’anno la Cattedrale di
Nola apre le sue porte a nuovi incontri perché la fede della Chiesa possa
ancora dialogare con le parole degli uomini e delle donne che sempre pensano e cercano vie e vita. Se no, che Sinodo è quello che vogliamo celebrare? Dopo l’ascolto del Concilio, allora, che ci ha visti l’anno scorso coinvolti
e partecipi, ci concentriamo quest’anno sul motivo del Concilio, che è poi
il motivo dell’azione della Chiesa: cercare il Volto di Cristo perché “Cristo
è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo,
desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura
(cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa” (LG 1). Abbiamo invitato scrittori, attori, filosofi,
personalità, a prima vista, “altre” rispetto al nostro “paesaggio” abituale ma
che condividono la nostra passione e il nostro desiderio di bene e di vita.
Ciascuno di loro, a suo modo, si è lasciato interrogare dal Nazareno e se la
risposta non sempre è stata credente l’attrazione che hanno provato ce li
rende compagni di viaggio. Dopo Erri De Luca verranno a trovarci Lina Sastri - il prossimo 10 gennaio - Massimo Cacciari e speriamo ancora altri.
Vorremmo disegnare, per noi, per la città, per tanti, una Chiesa ospitale,
capace di ascolto e di dialogo, sempre disposta alla simpatia per il mondo,
libera dalla paura dell’altro, pronta invece a scorgere nelle differenze un
appello dello Spirito che provoca, oggi come non mai, a uscire verso ogni
periferia per portarvi la gioia dell’incontro con Cristo. Come a Pentecoste….
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mensile della Chiesa di Nola
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In
oc
Di
i
es
Vangelo, giovani e lavoro
Uno sguardo al Progetto Policoro della nostra diocesi
Alla Scoperta di Dio
Racconto dell’escursione delle parrocchie del secondo decanato
Perché farsi prete oggi?/2
Continua il racconto dei nuovi presbiteri della diocesi di Nola
Crescere sognando… si può!
A Madonna dell’Arco la Festa di inizio anno delle Scuole cattoliche
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mensile della Chiesa di Nola
Uno sguardo al Progetto Policoro della nostra diocesi
Vangelo, giovani e lavoro
di Alfonso Lanzieri
I
l 2013-2014 è un anno pastorale
importante per il Progetto Policoro della diocesi di Nola. Tra qualche
mese, infatti, questo importante progetto della Chiesa italiana festeggerà
il suo diciottesimo anno di presenza
sul territorio della diocesi dei santi
Felice e Paolino, raggiungendo quindi
la maggiore età. La Diocesi di Nola
abbraccia il Progetto Policoro nel
1996 promuovendolo attraverso lo
sportello informativo “Inventalavoro”,
con cui si cerca di collegare Chiesa,
giovani disoccupati e mondo del lavoro. «Desideriamo essere una via
aperta per coloro che vogliono trasformare la passione in lavoro» mi
dice subito Don Giuseppe Autorino,
responsabile diocesano, che incontro assieme a due sue collaboratrici,
Giuseppina Orefice e Martina Lucchi,
per conoscere meglio le ultime novità del progetto. «Della nostra equipe
fanno parte manager, imprenditori,
professionisti di ogni genere – prosegue Don Giuseppe – i quali mettono
a disposizione le loro competenze per
aiutare i ragazzi che vengono a bussare alla nostra porta per far diventare impresa le loro idee». «I passi
sono lenti e delicati – aggiunge Giuseppina Orefice – occorre calcolare
la fattibilità del progetto e poi seguirlo, passo dopo passo, fino all’eventuale concretizzazione».
Il Progetto Policoro, nato nella omonima città in provincia di Matera, nel
1995, come progetto organico della
Chiesa italiana per dare una risposta
al problema della disoccupazione giovanile in Italia, non va ridotto a mero
servizio di orientamento al mondo del
lavoro. «Le parole d’ordine del Progetto Policoro sono Vangelo, Giovani
e Lavoro – precisa Don Giuseppe – e
questo vuol dire che l’intenzionalità
di fondo è l’evangelizzazione. Certo,
miriamo ad offrire ai ragazzi che si rivolgono a noi formazione e informazione, orientamento, aiuto e accompagnamento per provare a inserirsi
in maniera efficace nel mercato del
lavoro, ma prima di tutto testimoniamo loro che la ricchezza del Vangelo
può cambiare la vita ed è capace di
rialzarti e darti speranza». Incontran-
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novembre 2013
do il Progetto Policoro, in sostanza,
in primis ci si imbatte in una rete di
aiuti e affiancamenti che ti forniscono
un ausilio pratico all’inserimento o al
reinserimento nel mondo del lavoro,
ad esempio guidandoti nella stesura
del curriculum vitae, nello sviluppo
del tuo progetto d’impresa o nel trovarne uno in base alle tue attitudini e
competenze e molto altro ancora. Ma
più ancora, si vince la solitudine in cui
può venirsi a trovare chi cerca lavoro
in questo contesto di crisi generalizzata, e si allontana il duplice rischio
della rassegnazione e del mendicare
assistenza o favori a destra e a manca
dal “potente” di turno. Proprio perché
l’intenzionalità di fondo è l’evangelizzazione, allora, il Progetto Policoro
conta sull’unione delle forze dell’Ufficio di Pastorale giovanile, di quello
della Pastorale Sociale e del Lavoro e
della Caritas diocesana: «il Progetto
Policoro – chiarisce Don Giuseppe –
vive dell’unione e del coordinamento
di questi tre ambiti della pastorale
diocesana, è il progetto di queste tre
pastorali. Non è una realtà “altra” che
si aggiunge». «In questa prospettiva
– rimarca Giuseppina Orefice – va
letta la nostra presenza al percorso
della Scuola socio-politica diocesana
dello scorso anno, la nostra collaborazione con la Caritas diocesana nel
progetto “Connecting People”, volto alla formazione e all’inserimento
nella società degli immigrati; così
come anche la frequentazione degli eventi organizzati dalla pastorale
giovanile come le Giornate della gioventù diocesani, in cui possiamo incontrare tanti giovani e parlare loro
del Policoro». Mentre ascolto i miei
interlocutori, una parola mi risuona
nella testa: sinergia. La sinergia continuamente da perseguire – così mi
viene spiegato - tra pastorale giovanile, pastorale sociale e del lavoro e
caritas. Decido di chiedere se si tratta
del termine giusto per esprimere l’essenza dell’opera del Progetto Policoro. Mi risponde Martina Lucchi: «Sì, è
un buon termine. Oltre alla sinergia
tra le tre pastorali, c’è poi la sinergia
che cerchiamo di ottenere quando
una persona o un gruppo di persone
si rivolgono a noi. Il nostro compito
è annodare intelligenze, filiere formative, risorse economiche, competenze; insomma unificare le tante forze
spesso disperse nel tessuto sociale
e metterle al servizio di un obiettivo
specifico. Mettere insieme, fare incontrare, fare rete, incoraggiare cooperazioni e scambi di aiuti; creare
sinergie, appunto. T
utto questo è molto importante al
fine di creare le condizioni necessarie al proprio inserimento nel mondo
del lavoro e aiuta anche a creare tra
i ragazzi una mentalità nuova, in cui
tu sei il protagonista del tuo futuro,
attivi le tue personali potenzialità in
rete con altri, in un’ottica d’imprenditorialità personale. Volendo fare un
esempio, proprio nella prospettiva del
creare “rete”, il Progetto Policoro ha
preso recentemente parte ad un tavolo di lavoro con alcuni imprenditori
della zona discutendo della possibilità
di collegare il mondo della scuola e
quello delle aziende attraverso degli
stage. Oppure, in collaborazione con
l’Ufficio Scuola della diocesi di Nola,
abbiamo presentato un progetto a
diversi presidi di istituti scolastici del
territorio, col quale vogliamo abituare i ragazzi a pensare con lo spirito
cooperativo contro un certo individualismo che abita la nostra terra».
I giovani aiutati dal Progetto Policoro
a trovare spazio nel mondo del lavoro sono tanti; una storia tra le tante?
«Giusto per fare un esempio – risponde prontamente Don Giuseppe
- posso parlarti della cooperativa polifunzionale “La Miriade” sorta a Mugnano del Cardinale verso la fine del
2011. Ci lavorano in tre – Filomeno,
Giuditta e Angela – e offrono servizi per la famiglia, come doposcuola,
babysitter e svago sportivo». Martina
aggiunge che «quando riusciamo ad
accompagnare dei giovani dalla fase
progettuale fino all’attuazione pratica di un’impresa, chiamiamo questo
il risultato finale “gesto concreto”. Il
sito nazionale del Progetto Policoro
offre una sorta di catalogo dei “gesti
concreti”, di tutte quelle situazioni in
cui si è riusciti a tramutare in realtà il
sogno iniziale».
in
Diocesi
Sapori d’Irpinia: un successo del progetto Policoro
di Francesco Sodano e Giuseppina Orefice
Il piacere di mangiare sano, l’amore per la tradizione, sono questi gli elementi che hanno dato vita all’Azienda
Agricola Francesco Sodano di Avella. Un progetto aziendale che ha provato a raccogliere le sfide lanciate da questo
tempo di crisi mescolando un’esperienza lunga oltre mezzo secolo con una grande spinta innovativa. Francesco
Sodano era già alla guida della sua azienda da circa un anno quando ha conosciuto l’Animatrice di Comunità della
Diocesi di Nola, che per la prima volta gli ha presentato il Progetto Policoro e le sue opportunità. Da subito condividendo la sobrietà e la passione dell’ambizioso progetto, Francesco non ha esitato a chiedere sostegno e supporto
per studiare insieme le modalità per migliorare l’azienda e per poter realizzare un nuovo ramo aziendale. L’attività
principale era la coltivazione di frutta in guscio. Oggi l’azienda trasforma anche i prodotti, da circa due anni, infatti,
è iniziata la lavorazione dei prodotti coltivati nei terreni aziendali.
Il titolare dell’azienda oggi collabora anche con l’équipe diocesana del Progetto Policoro costituita nel 2012 al
fine di mettere a disposizione dei giovani della diocesi consulenze gratuite di esperti in diversi settori per studiare e
valutare la fattibilità dell’idee presentate allo sportello “Inventalavoro”.
Con gioia e passione Francesco testimonia l’esperienza che lo hanno visto protagonista di una sfida importante:
con determinazione, impegno e sacrificio si possono realizzare anche i sogni più ambiziosi. Francesco ha incontrato
moltissimi giovani alla GRG di Salerno prendendo parte ai laboratori Giovani, Vangelo e Lavoro, organizzati dagli
animatori di Comunità di tutta la regione Campania.I ragazzi che ascoltano l’esperienza del Gesto Concreto del Progetto Policoro testimoniata da Francesco, loro coetaneo, 21enne studente e imprenditore giovanissimo restano sempre meravigliati e nei loro occhi si legge lo stupore di chi ancora può sperare di poter esprimere i propri talenti nel
proprio territorio e non necessariamente rivolgersi al politico di turno oppure fare la valigia e lasciare questa terra.
L’azienda agricola Sodano dapprima occupata nella coltivazione e selezione di prodotti di qualità, nocciole e noci,
ha provato ad avvicinare la gente alle eccellenze dei nostri territori promuovendo una qualità senza compromessi e
per farlo ha studiato una linea di piccoli formati, adatta anche per la vendita al dettaglio e perfetta per il consumo
quotidiano di nocciole, noci, semilavorati (granella e farina di nocciole) e creme spalmabili alla nocciola. In tempo di
crisi e di fallimenti economici Francesco ha saputo guardare fuori dalla sua azienda ed è riuscito a leggere i bisogni
del territorio e anche a rispondere ai cambiamenti che questo richiedeva alla sua azienda.
Oggi l’azienda continua a crescere aggiungendo nuove confezioni alla produzione già consolidata. Nel progetto
di trasformazione aziendale, nato dalla collaborazione con l’Animatrice e don Giuseppe Autorino, tutor del Progetto
Policoro della Diocesi di Nola, si è puntato alla promozione del Territorio dando vita ad un’intera linea di prodotti
sotto il nome di Sapori D’Irpinia. Un brand che si è dato come obiettivo quello di raccogliere sotto un unico marchio
tutte le eccellenze delle terre Irpine attraverso una stretta collaborazione con altre Aziende agricole locali. Il costante incremento degli standard qualitativi, la ricerca di un prodotto esclusivo, la conoscenza diretta della materia
prima, l’esperienza accumulata nel tempo ed una collaudata rete di vendita hanno consentito nei primi due anni di
attività di coprire buona parte anche del territorio nazionale, affermandosi sempre più come sinonimo di garanzia
ed affidabilità.
Dunque c’è ancora una speranza per i giovani di questa terra che si mettono in ascolto del territorio e valorizzano
i propri talenti.
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mensile della Chiesa di Nola
Racconto dell’escursione delle parrocchie del secondo decanato
Alla Scoperta di Dio
di Giuditta Canonico
A volte ci capita di guardare l’orizzonte dal balcone di casa in una
tiepida giornata o dal finestrino della
macchina mentre aspettiamo che il
semaforo diventi verde e ci chiediamo: che cosa c’è oltre? Una domanda alla quale non tutti sappiamo rispondere, e molto spesso la fantasia
viaggia veloce.
Qualche settimana fa, abbiamo
vissuto una giornata a dir poco spettacolare e mozza fiato. Accompagnati
dai ragazzi della sezione CAI (Centro
Alpini Italiani di Quadrelle), abbiamo
fatto un’escursione partendo dalla
località “Litto” per arrivare alla località “Petrarola”, abbiamo attraversato
un antico sentiero montano percorso
per anni dai nostri avi, caratterizzato
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novembre 2013
dalla presenza di grandi fosse di terra dove un tempo veniva raccolta la
neve che poi era utilizzata per refrigerare cibo e bevande.
È stato un percorso estenuante, ripido e faticoso ma all’ arrivo in cima,
siamo rimasti tutti a bocca aperta. Ci
siamo trovati davanti ad un panorama
splendido, l’aria serena abbracciava i
comuni del mandamento baianese e
un silenzio avvolgente ci rapiva.
È proprio vero, ammirando la bellezza della creato ci accorgiamo di
quanto sia grande Dio, di quanto
sia grande il suo amore per noi. Un
piccolo paradiso terrestre, a pochi
passi dalle nostre case, era sempre
stato sotto i nostri occhi ciechi, ora lì
davanti a noi ci offriva una pace dei
sensi mai provata.
In cima ci siamo attrezzati rapidamente: una semplice roccia è diventata un altare, fiori di montagna
sono stati sufficiente per adornare e
colorarel’altare di pietra, il canto degli
uccelli unito al nostro ha animato la
liturgia e coccolati dal sole, ci siamo
preparati per la Santa Messa.
Durante l’omelia don Giuseppe ci
ha ricordato: “è inutile affannarsi per
ricercare la ricchezza e il lusso, non
sono queste le cose essenziali della
vita, non sono queste le cose che ci
possono rendere felici”. L’invito dunque è a guardarsi intorno perché sono
le piccole cose a donarci la felicità e
la serenità nel cuore, sono le piccole
cose che ci fanno capire che la gioia
mensile della Chiesa di Nola
La copertina
di Luigina Panagrosso
I
l soffitto della navata centrale del
Duomo di Nola, ricoperto da cassettoni in cartapesta che fingono il
legno dorato, è decorato con opere plastiche e pittoriche che fanno riferimento ai principali protagonisti della millenaria storia della diocesi; senza dubbio,
tra esse emerge, per il forte messaggio
iconografico, il magnifico dipinto, ricoverato nell’alloggio centrale della volta,
raffigurante l’Apoteosi di San Felice.
L’opera, olio su tela, è divisa in due
registri: in quello inferiore è rappresentato un episodio relativo alla morte di
san Felice, in quello superiore è descritta l’assunzione del protovescovo nolano
nella schiera dei santi.
Guardando il dipinto, in basso vediamo un fertile e dolce declivio, forse
antica memoria della Campania felix,
in cui si consuma, tra la commozione
degli astanti e del pietoso sacerdote Elpidio, il rito straziante del compianto,
e successivo seppellimento, del corpo
martirizzato di Felice; quest’ultimo, di
cui si intravede poco discosta la testa
individuata da un’aureola, ancora grondante di sangue, è ricoperto da un umile lenzuolo bianco.
Inoltre, probabilmente per sottolineare che l’evento si svolse in un’epoca
ancora fortemente intrisa di paganesimo, sul margine sinistro della scena è
raffigurato un tripode posto su un base
quadrata, utilizzato per compiere sacrifici agli dei.
Alzando lo sguardo, in alto a sinistra,
la mestizia lascia spazio ad un clima di
giubilo: tra i bagliori di un cielo abbacinante, una fanfara festante di cherubini e tubicini scorta il santo vescovo,
sorretto da un carro di nubi e vestito
del pallio e del pastorale, verso la luce
dell’Eterno; e ormai, quando Felice è
già stato sottratto al mondo dei morti e
condotto nella sfera del divino, il dolore del martirio subìto è solo un ricordo,
affidato ad una palma, orgogliosamente
ostentata da un angelo.
L’autore del dipinto, realizzato nel
primo decennio del secolo XX, è Salvatore Postiglione, pittore napoletano
formatosi presso la scuola del celeberrimo Domenico Morelli, di cui seppe
riproporre la novità, rivoluzionaria per
l’arte figurativa napoletana dell’epoca,
della pittura “di macchia”.
II
Alle Origini
Il culto di S. Felice Vescovo e Martire
di Angelo Masullo
della
Chiesa
di
Nola
I
l visitatore che si trovasse nella Cattedrale di Nola il 15 novembre, giorno della festa
del patrono della città, S. Felice primo vescovo di Nola che subì il martirio nel 95
d. C. durante la persecuzione di Domiziano, resterebbe stupito ed impressionato
dalla fila interminabile di fedeli, tra i quali molti giovani, che, per tutta la giornata e
fino a notte inoltrata, ordinatamente, pazientemente, in un silenzio carico di mistero,
scendono nella cripta di S. Felice, per toccare la lastra di marmo posta sul muro che la
tradizione indica come il luogo di sepoltura del Santo, dalla quale scaturisce la “manna”.
È come un andare alle radici della propria fede per un atto di venerazione e, nello
stesso tempo, per attingere la forza della testimonianza cristiana dal contatto con la
tomba del protovescovo che ha subito il martirio per la fede e che manifesta la sua vicinanza protettrice con il segno della “manna”.
È la testimonianza di un culto antico, splendido e tenace che le generazioni da secoli
si tramandano.
Già lo storico nolano, Ambrogio Leone, nella sua opera De Nola (Venezia 1514),
descrive con precisione il muro con la lastra di marmo ed il fenomeno della manna.
Ma il culto, ovviamente, è ben più antico e ne troviamo testimonianza nel Martirologio Geronimiano, primo e più importante catalogo universale dei martiri e dei santi
in generale, compilato in Italia intorno alla metà del V secolo, ma che è giunto a noi in
manoscritti derivanti da una compilazione redatta ad Auxerre alla fine del VI secolo
con l’aggiunta di un gran numero di santi della Gallia.
Nei tre codici più importanti di detto martirologio: Epternacensis (inizi VIII sec.),
Bernensis (metà VIII sec.) e Wissemburgensis (772), al 27 luglio è riportata la commemorazione in Nola del natale Felicis con la specificazione, nei codici Bernensis e
Wissemburgensis “de ordinatione episcopatus”, che ne indica certamente la dignità episcopale, e che potrebbe anche riferirsi alla celebrazione dell’inizio di una comunità organizzata. Analoga commemorazione si trova in numerosi altri martyrologia contracta
della famiglia geronimiana, quasi sempre con l’indicazione della dignità episcopale.
La collocazione della celebrazione al primo posto tra quelle segnate al 27 luglio in
tutti i codici del geronimiano e la presenza in un abregé spagnolo (X sec.) di detto
martirologio, privo delle commemorazioni gallicane aggiunte ad Auxerre e quindi
proveniente da un prototipo diverso forse più antico, fa pensare che l’inserimento del
protovescovo nolano nel martirologio geronimiano sia avvenuto fin dalla sua prima
compilazione (431 - 450).
Brevi stralci della passio, evidentemente già ben diffusa alla fine dell’VIII secolo,
corredano la commemorazione nei Martirologi storici: Martirologio Lionese (anteriore
all’anno 806), Martirologio di Floro (metà IX sec.), Martirologio di Rabano Mauro (prima metà IX sec.), Martirologio di NokterBalbulus (fine IX sec.); nel Parvum Romanum,
nel Martirologio di Adone e nel Martirologio di Usuardo, tutti della seconda metà del
IX sec., la commemorazione è segnata alla data del 15 novembre.
Nel Calendario Marmoreo dì Napoli (seconda metà IX sec.) la commemorazione è
segnata al 20 luglio.
Nei Calendari Mozarabici alla data del 27 luglio è riportata la commemorazione di
S. Felice con la specificazione episcopi nolensis.
Anche nel codice manoscritto del Breviario Nolano (fine XIV sec.) l’ufficio di S. Felice, vescovo e martire, è riportato al 15 novembre.
Altre importanti testimonianze si trovano in documenti civili:
- in un atto di donazione di un terreno, redatto nel maggio 1026, tra i proprietari confinanti è citato: de alio latere terra Episcopi Sancti Felicis Nolani, chiara testimonianza dell’esistenza di benefici dedicati al santo;
-nella clausula deprecatoria di un atto ricognitivo di ultime volontà redatto a Cicala (Nola) nel settembre 1176 si invocano,
tra gli altri, il beato Felice martire ed i confessori Felice e Paolino;
- in un atto di vendita di una vigna sita nei pressi di Montefusco (AV), redatto a Montefusco nell’aprile 1195, uno dei confini
è: a secunda parte fine re ecclesie Sancti Felicis.
Il sac. Michele Musto, nel libro Santa Paolina, afferma che già alla fine del IX secolo sul Monte S. Felice in territorio di Santa
Paolina (AV) esisteva una chiesa dedicata a S. Felice V. e M., primo vescovo di Nola, come può rilevarsi dalla platea abaziale di
Montefusco.
Una chiesa dedicata a S. Felice, primo vescovo di Nola e martire, esisteva in Sorrento nel VII sec. (cfr DONNORSO V., Memorie
storiche della città di Sorrento, Napoli 1740).
Queste testimonianze, fin dai tempi più remoti e costanti nel corso dei secoli, attestano un culto ben diffuso e radicato, ben distinto e simultaneo a quello di S. Felice presbitero e confessore e ricevono conferma dalle indagini archeologiche che hanno portato
alla scoperta di una domus ecclesiae risalente alla fine del I secolo, successivamente inglobata in una fabbrica sacra sorta nell’area
tra il IV e gli inizi del VI secolo, nel luogo di sepoltura del protovescovo Felice da sempre venerato nella cripta della Cattedrale.
III
mensile della Chiesa di Nola
Il miracolo della manna di san Felice
di Domenico De Risi
P
arte integrante della devozione a san Felice vescovo e martire è il cosiddetto miracolo della manna. È chiamato così un liquido simile all’acqua, che, da una fessura sul marmo della tomba del santo, attraverso un canaletto argenteo, si raccoglie in un
piccolo calice. Attestato già in epoca rinascimentale, ma verosimilmente più antico, il miracolo veniva verificato più volte nel
corso dell’anno (fino a sei volte, contro le due attuali) ma poteva anche darsi che la manna stillasse in altre date, come ad esempio
quando venivano in visita personaggi importanti (pensiamo a Sant’Alfonso, ai re del Regno delle Due Sicilie a Pio IX) o semplici
devoti, quasi come un segno di gradimento da parte del santo. Non sempre la quantità della manna era uguale: quando era scarsa
o, peggio, quando la manna mancava del tutto, ciò era percepito come sicuro pronostico di calamità (generalmente si attendevano
terremoti o eruzioni del Vesuvio), mentre l’abbondanza del sacro liquido era segno chiarissimo della protezione del santo.
Questa valenza “profetica” è segnalata già dai prestigiosi Acta Sanctorum («Ex ejus vero copia futurae ubertatis praesagium
sumunt Nolani. Fertilem annum fore, si largus fluxerit, faustumque, nec vana fide, autumant; adversa metuunt, si tenuior»), ripresa
anche dagli storici posteriori Ferraro e Remondini. Alla manna venivano attribuite proprietà terapeutiche: per questa ragione essa
veniva raccolta in boccette di vetro e mandata agli ammalati o,comunque, a quanti ne facevano richiesta; Gianstefano Remondini,
ad esempio, riferisce che il vescovo di Aversa, Card. Innico Caracciolo (1642-1730), guarì da una malattia di petto dopo aver bevuto
alcune gocce di manna sciolte in un cucchiaio di acqua. Dal 1753 il miracolo cominciò ad essere registrato sistematicamente, come
si faceva a Napoli sin dal 1659 per il prodigio della liquefazione del sangue di S. Gennaro. L’idea fu del Canonico Tesoriere Nicola
Nappi, che cominciò una raccolta di verbali, o cronache, del miracolo, da lui intitolata Annualis descriptio miraculorum sacri liquoris Sancti Faelicis Episcopi et Martyris[...], raccolta portata avanti ancora oggi dai Canonici Tesorieri del Capitolo Cattedrale e
che costituisce, insieme alle cronache susseguenti, il primo volume di una serie che se ne è arricchita di un secondo, che parte dal
15 Novembre1907 per arrivare ai giorni nostri. Dal 1905, sotto l’episcopato di Mons. Agnello Renzullo, la quantità della manna
cominciò a rarefarsi, suscitando non solo sgomento nei fedeli, ma anche velenose critiche contro il vescovo, reo di aver consentito
una manomissione del sepolcro del santo in seguito ai lavori di rifacimento della cattedrale dopo l’incendio doloso del 1861. Nella
ricostruzione, infatti, l’aspetto della cripta (la quale, stando alle descrizioni di Ambrogio Leone e di Gianstefano Remondini, era
una vera e propria basilica a tre navate, con colonne, statue di marmo, affreschi e stucchi) venne profondamente e inspiegabilmente
modificato, trasformando il venerando luogo di culto in un’aula a volta ribassata, priva di colonne ed estremamente disadorna. L’eco
di questo clima estremamente teso, generatosi all’indomani del nuovo assetto dato alla cripta, risuona vivacemente nelle pagine della Annualis descriptio miraculorum. A tal proposito, occorre evidenziare che le cronache del miracolo della manna (1753-1907),
lungi dall’essere soltanto laconiche descrizioni di un prodigio di provincia, ritraggono con vivida immediatezza la Nola che dal sec.
XVIII trapassa verso il XX. Sono state trascritte e raccolte in volume nel 2012.
L’URNA DI SAN FELICE E IL SUO RESTAURO
di Daria Catello
N
ella cripta della Cattedrale di Nola è custodita l’urna reliquiario della manna di san Felice. L’urna, posta in aderenza alla
parete affrescata in corrispondenza del foro da cui trasuda la manna del santo, è costituita da un piede, con alto fusto in
bronzo con applicazioni in argento, su cui è posta una struttura architettonica a pianta quadrata.
L’urna architettonica, realizzata in stile neogotico, presenta agli angoli due colonnine tortili sormontate da capitelli decorati
con gigli e, alla base delle colonne, sono incernierati due candelieri mobili a tre luci. Al centro della porticina di custodia, è
raffigurato, all’interno di una cornice polilobata, san Felice vescovo benedicente. Un ricco timpano triangolare conclude la composizione.
Da un documento custodito nell’Archivio del duomo sappiamo che l’opera fu realizzata nel 1909 dall’argentiere Vincenzo
Catello, di cui porta anche il marchio di identificazione.
Vincenzo Catello, dopo aver svolto per alcuni anni la direzione artistica della nota ditta Pane, una tra le più prestigiose aziende di argenteria del XIX secolo, la rileva nel 1872 con alcuni soci, che ben presto liquiderà diventando l’unico titolare.
Nei primi anni di attività il Catello esegue importanti lavori tra cui l’urna dei santi martiri Mauro, Sergio e Pantaleone, patroni
di Bisceglie e i busti in argento dei santi medici Cosma e Damiano per l’omonima chiesa di Secondigliano.
Nel 1889 cambia sede e, nei nuovi ampi locali messigli a disposizione dal Presidente dell’Istituto Casanova, allestisce una
nuova e attrezzatissima officina nella quale “si obbliga di istruire nell’arte trenta alunni”. Nella nuova sede esegue l’altare bronzeo
per la chiesa di San Sebastiano a Caltanissetta, una cornice con base di 3,20 metri per la chiesa di Santa Maria Assunta di Biccari,
la statua di san Cataldo per il Duomo di Taranto purtroppo trafugata il 2 dicembre del 1983 e l’urna reliquiario di Nola. A queste
importanti sculture in argento vanno aggiunte il busto di san Felice, protettore di Pescocostanzo, quello di san Gioacchino e di
santa Lucia entrambi per la Cappella del Tesoro di San Gennaro, il sant’Anselmo per la chiesa di San Nicola di Mira a Vietri di
Potenza e la statua a figura intera di san Marcellino per l’omonima chiesa di Lausdomini. Sarebbe troppo lungo in questa sede
elencare le numerosissime opere secondarie quali calici, ostensori, candelieri e corone in argento e oro prodotte nella bottega
dell’argentiere.
Ritornando all’urna di san Felice, dal documento sui “Lavori occorsi per il Duomo di Nola” apprendiamo il peso complessivo dell’argento utilizzato e il costo per la realizzazione dell’opera: infatti nel documento è riportato “…Urna eseguita secondo
modello ricevuto dal quale ricavatosi le forme a tassello per fusione a cera perduta; lavorata a cesello, composta di vari pezzi e
messa insieme; risulta dal peso di argento K= 6.370 pari a once 238 e 1/3 a £ 6.50 per argento e manifattura…”. L’urna, come ci
testimonia anche il documento trascritto, è realizzata interamente mediante fusione a cera persa ad eccezione dei fondi in rame
IV
Alle Origini
della
Chiesa
di
Nola
dorato e della porticina in argento, anch’esso dorato, eseguiti in lastra.
Il restauro dell’urna è rientrato nel più ampio intervento di recupero della cripta di san Felice. In quest’occasione l’urna è stata
staccata dalla parete alla quale era collegata per mezzo di staffe metalliche ed è stata trasportata in laboratorio. L’ opera versava in
pessime condizioni per la presenza di consistenti depositi di materiali incoerenti, polveri, sostanze grasse e cere e, soprattutto, per
i prodotti della corrosione del rame e del ferro che avevano attaccato le superfici metalliche.
L’intervento di restauro, promosso dall’Ufficio dei Beni culturali di Nola, è stato svolto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza di Napoli e Provincia. Tutte le fasi del lavoro sono state accompagnate da una dettagliata documentazione fotografica e,
per testimoniare al meglio lo stato di conservazione dell’opera, sono stati elaborati grafici specifici nei quali sono stati evidenziati
i danni di natura chimica (ossidi, carbonati, cloruri, solfuri, ecc…) e di natura meccanica (lesioni, cricche, deformazioni, parti
sostituite e mancanti, ecc…).
Il tabernacolo è stato smontato nelle varie parti che lo compongono. In primo luogo è stato separato il piede in bronzo dalla sovrastante struttura architettonica, alla quale era collegato mediante quattro grossi perni in ferro; successivamente si è passati allo
smontaggio dell’urna vera e propria: è stata rimossa la camera interna in rame dorato a fuoco e sfilata dalle cerniere la porticina. A
questo punto è stato possibile dividere le tre facciate architettoniche, i cui giunti di collegamento erano celati dalle belle colonnine
tortili. Lo smontaggio è risultato impegnativo sia per il numero dei pezzi, complessivamente 29, ma soprattutto per i complessi sistemi attraverso i quali le varie parti erano collegate tra loro. Si sono dovute ripercorrere in ordine inverso le medesime operazioni
svolte dall’argentiere in fase di montaggio dell’opera, con l’ulteriore difficoltà dovuta alla notevole ossidazione dei perni in ferro.
Dopo aver accuratamente catalogato e fotografato tutte le parti per assicurare un perfetto rimontaggio dell’opera, è iniziata la
lunga e delicata fase di pulitura. In primo luogo è stato rimosso il consistente strato di vernice che nel tempo aveva completamente
alterato il colore dell’argento e successivamente, per ciascuna delle parte costituenti l’opera, elementi in bronzo, argento, argento
dorato e rame dorato, sono stati valutati i prodotti e le metodologie di pulitura più opportune. Per tale scopo sono stati effettuati
preliminarmente dei saggi di pulitura, in seguito ai quali si è scelto di procedere ad una pulitura di tipo chimico eseguita per immersione in acqua demineralizzata e sostanze chelanti.
Si è passati quindi alla revisione strutturale dell’urna, i rinforzi in ferro sono stati perfettamente puliti per eliminare i fenomeni
di corrosione attiva e successivamente trattati con convertitori di ruggine per inibirne la riformazione. Per quanto riguarda invece
i perni filettati, questi erano completamente, ossidati pertanto è stato necessario, in fase di rimontaggio, sostituirli con nuovi elementi, mentre è stato possibile riutilizzare i dadi di fissaggio delle lastre in rame dorato alla struttura in argento.
È stata effettuata la consueta prova di montaggio per verificare l’intero lavoro, quindi sono state protette tutte le superfici interne ed esterne con vernici antiossidanti per garantire la migliore conservazione dell’opera nel tempo, infine è stato eseguito il
montaggio definitivo.
V
mensile della Chiesa di Nola
La Passio DI s. FelicE*
di Edoardo D’Angelo
È
uno solo il testo agiografico noto su Felice martire e vescovo di Nola. Si tratta della Passione catalogata al n. 2869 dalla Bibliotheca Hagiographica Latina.
Ai tempi dell’imperatore Marciano vive in Nola Felice, un ragazzino di 15 anni, ma già completamente dedito a Cristo.
Ogni mattina si reca sulle rive del mare a pregare, e il Signore non gli fa mancare il suo sostegno compiendo miracoli relativi alla
pesca. Un giorno Felice guarisce due indemoniati, e zittisce la madre, che lo vorrebbe meno fervido nella sua fede. I priores della
città infatti odiano Felice, e lo denunciano al preside Archelao, che lo fa catturare e lo interroga; Felice fa crollare un tempio pagano.
Archelao si converte e i Nolani eleggono Felice loro vescovo. Il re di Persia Elech manda a chiamare Felice per guarire il figlio indemoniato. Al ritorno dalla Persia, Marciano fa arrestare Felice, e lo tortura; poi lo fa bruciare vivo, ma il santo esce illeso dal rogo: si
convertono anche i soldati romani, e Marciano li fa decapitare. Anche le frustate irrogate al santo spariscono miracolosamente dal
suo corpo. Viene a quel punto decapitato con altri 3200 cristiani. Il prete greco Elpidio ne raccoglie il corpo e lo seppellisce in ecclesia
in civitate Nolana.
Del testo esiste a tutt’oggi un’unica edizione, che peraltro può difficilmente essere definita critica, dal momento che è fondata su
uno solo dei nove testimoni noti, e cioè il codice attualmente a Londra (P. Fàbrega Grau, Pasionario hispanico (s. VII-XI), MadridBarcellona 1955, Il pp. 315-320).
Ecco di sèguito i nove testimoni che tramandano la Passione, presentati con i sigla adottati nell’edizione critica del testo in corso
di pubblicazione per l’Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini d’Italia (ed. Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino
- Edizioni del Galluzzo, Firenze):
X = London BM, Add. 25600. Leggendario di inizi del sec. X, contiene Passioni legate alla città di Cordova; fu vergato per il
monastero di S. Pedro de Cardeña (Spagna), su ordine dell’abate Damiano, ed eseguito da un Gomes dictus peccator, il 26 Novembre
919.
Z = Paris, BNF, Par. lat. 17002. Leggendario del sec. X, proveniente da Moissac (regione Midi-Pyrénées).
J = Paris, BNF, Par. lat. NA 2180. Leggendario del sec. X (ante 992), proveniente dal monastero castigliano di San Pelayo «in
Baldem de Abellano».
F = Paris, BNF, Par. lat. NA 2179. Leggendario del sec. XI (1039), intitolato Vitae sanctorum, 2 colonne, proveniente dall’abbazia
spagnola di San Domenico di Silos (arcidiocesi di Burgos).
W = Paris, BNF, Par. lat. 11753. Leggendario pergamenaceo della fine del sec. XII (già a Saint-Germain). Non chiare le origini
del volume, il cui santorale contiene le leggende relative a santi sia di Francia, che di Italia centro-meridionale.
Y = Paris, BNF, Par. lat. 5306. Leggendario del sec. XIV. Stando al santorale, l’origine del codice sembrerebbe attribuibile alla
Francia meridionale/Spagna settentrionale.
N = Nola, Archivio Storico della Diocesi Breviarium, Ufficio Proprio di s. Felice. Questo codice degli inizi del sec. XIV, è conservato attualmente nell’Archivio Storico Diocesano a Nola.
V = Nola, Archivio Storico della Diocesi, Sante Visite, I. Questo testimone è costituito dalla trascrizione fatta realizzare nel
1551, di un’antica pergamena oggi scomparsa.
Vaticano, BAV, Burgh. lat. 297, ff. 266v-268r. Leggendario del sec. XIV.
Il dato che qui interessa è soprattutto il fatto che la paradosis della Passione origini in larga parte dalla Spagna del Nord o della
Francia meridionale: così i testimoni J X F Y Z e W. Questi manoscritti riprendono con buona probabilità una redazione precedente
l’806, presente nel cosiddetto Martirologio Lionese.
La realizzazione dell’edizione critica ha condotto a un’importante scoperta: i nove testimoni sono in realtà portatori di due redazioni distinte della Passio:
Redazione Ispanica, o Visigotica (FelHisp: codici X, Z, J, F, Y)
Redazione Nolana (FelNol: codici W, N, V).
Le due redazioni si distinguono per forti differenze stilistiche, nonché una serie di differenze contenutistiche per la presenza/assenza di determinati elementi e/o episodi. Inoltre, interessanti le differenze che coinvolgono ad es. il dies Natalis del santo (FelHisp:
27 luglio / FelNol: 14 gennaio testimone W, 15 novembre testimoni N V), o quella che coinvolge la menzione del luogo del martirio
di Felice, Palma, elemento fino a oggi del tutto sconosciuto, presente nella Redazione Nolana.
Difficile stabilire la relazione precisa tra le due Redazioni. Da un’analisi della presenza di lectiones faciliores, sembrerebbe che
FelHisp possa derivare da FelNol, ma certezze non ve ne sono. Il dato della diffusione agio-geografica del testo sembra indicare un’
origine campana della tradizione, e una sua diffusione nel mondo iberico tramite i movimenti delle popolazioni visigote, che dopo
varie scorrerie in Italia fondarono un regno appunto a cavallo dei Pirenei. Certo si tratta di una tradizione antica (lo testimonia
anche la patina linguistica del testo). Come età di composizione della stesura originaria della leggenda si può pensare, anche per
l’importanza che nel testo ha l’ elemento etnico greco, certamente a un momento precedente alla crisi iconoclasta (metà sec. VIII);
ma potrebbe non essere improprio alzare ulteriormente il terminus ante quem almeno a un momento precedente alla Guerra grecogotica (535-553).
* Passio S. Felicis Nolensis episcopi et martyris (BHL 2869)
VI
Alle Origini
SULLE ORIGINI DELLA DIOCESI DI NOLA
della
Chiesa
di
Nola
di Giovanni De Riggi
M
olte diocesi dell’Italia meridionale vantano origini apostoliche e tra queste diocesi vi è anche quella nolana. Il primo
storico della diocesi di Nola, Gianstefano Remondini, nella sua nota Della Nolana Ecclesiastica Storia, fa risalire le origini della diocesi alla predicazione apostolica, grazie alla quale la primitiva comunità cristiana di Nola sarebbe sorta. E
precisamente colui che ha portato il Vangelo a Nola – come a Napoli - sarebbe l’apostolo Pietro nel suo viaggio verso Roma. La
tradizione dell’origine apostolica della diocesi di rifà ad un’idea sorta già nel VI secolo, periodo in cui molte diocesi cercavano in
tutti i modi, a volte anche forzando la storia, di dare onore alla proprie chiese facendo risalire la prima semina del vangelo direttamente a coloro che su mandato di Cristo ne sono divenuti apostoli. Chiaramente non è possibile sostenere tale tesi, in quanto non
suffragata da fonti certe che possono reggere alla minima critica storiografica.
Le uniche notizie del periodo più antico le dobbiamo all’opera di Paolino che, innamorato del confessore della fede, il presbitero
Felice, venerato nel Coemeterium di Nola, una volta stabilitosi presso la sua tomba, ne tesse le lodi, ne narra le glorie con i suoi
Carmi natalizi. Tuttavia da Paolino non dobbiamo attenderci una storia dettagliata dei primi secoli della vita della chiesa a Nola. A
lui interessa solo presentare la figura del confessore Felice e così diffonderne il culto. Da qui, Felice sarebbe presbitero a servizio di
una comunità cristiana presente a Nola, guidata prima dal vescovo Massimo e dopo dal vescovo Quinto. Il tutto andrebbe collocato nella seconda metà del secolo III, il che vuol dire che in questo periodo in Nola vi era una presenza di cristiani, una comunità
appunto, però da quanto tempo essa esista sembra che a Paolino poco interessi di dare notizie. Pertanto è possibile solo ipotizzare,
senza per questo voler inventare nulla, che per esserci una comunità già strutturata gerarchicamente con un vescovo proprio e un
collegio di presbiteri, tra cui spicca per santità e apostolicità il presbitero Felice, le sue origini sono da ricercarsi tra la fine del I e i
primi decenni del II secolo. Ancora, da quando sappiamo da Paolino, il Coemeterium di Nola era il cuore pulsante della fede, per
il culto e la particolare devozione verso questo confessore della fede cristiana. I pellegrinaggi di fedeli stanno a testimoniare la loro
particolare devozione e così Felice diventerebbe il vero centro della stessa comunità cristiana.
Quando nel 409 Paolino viene eletto vescovo, egli si stabilisce a Cimitile. La sua scelta è consequenziale alla sua maturazione
di fede. È necessario tuttavia porsi alcune
domande: era Cimitile già così fondamentale per la comunità cristiana di Nola al
punto da permettere a Paolino tacitamente di trasferire la sede della chiesa locale
o si deve a Paolino la fama di Cimitile? È
possibile che i cristiani di Nola non avessero un proprio centro religioso e cultuale?
Questa domanda ci rimanda direttamente
al periodo precedente al IV-V secolo e, qui
a mio avviso, la tradizione del culto di Felice vescovo e martire, ritenuto come primo
vescovo della diocesi, può dirci molto più
di quanto si pensi.
Le prime tracce sono da ritrovarsi nel
Martirologio Geronimiano, formatosi tra
il V-VI secolo, mentre la Passio, redatta tra
il IX e X secolo, passa in diversi martirologi medioevali, da quello lionese dell’806 a quelli di Floro e di Adone fino ad arrivare al Martirologio Romano. Si tratta di un caso
di omonimia con il presbitero Felice, di “uno sdoppiamento come la critica tende a considerare” come molti storici ritengono e lo
stesso Giovanni Santaniello sembra sposarne la tesi nella voce Nola nel Dizionario storico delle Diocesi, apparso qualche anno fa?
È bene sapere che tra il IX e X secolo in diverse diocesi italiane furono redatte biografie di santi vescovi per giustificare quella
tipica visione del vescovo del periodo altomedioevale, come signore della città, signore della propria chiesa, detentore della sovranità regale, e per rispondere anche ad un’ esigenza di tipo agiografico ritenendo questi elementi presenti già nelle figure dei primi
santi vescovi delle proprie diocesi. Tuttavia, ciò non vuol dire che sono del tutto frutto di fantasie. Al di là della critica testuale delle
biografie, allo storico interessano due elementi fondanti: il nome del santo e il dies festivitatis.
La tradizione nolana, elemento non secondario per la storia, ha sempre festeggiato il suo primo vescovo con lo stesso nome del
presbitero Felice e ricorda di fatto che l’origine della diocesi è prima di Paolino e che col nome di Felice viene chiamato il primo
vescovo della diocesi. L’ omonimia con il presbitero Felice non dice necessariamente sdoppiamento.
Cimitile, dunque, già importante per la presenza del confessore della fede, diviene sede del vescovo per la presenza di Paolino.
Cimitile diventerà il centro di missione per l’intero territorio nolano con a capo il vescovo che risiede presso la tomba del martire.
È con la sua opera pastorale che si inaugura un nuovo periodo per Nola e i suoi casali. Compito proprio del vescovo sarà quell’evangelizzazione ancora necessaria per coloro che affollavano le basiliche per la venerazione delle reliquie del martire Felice, un’
evangelizzazione incentrata sulla figura del Cristo e del suo testimone. Forse è in questo periodo che si può iniziare a parlare di
Nola come diocesi, con un territorio da evangelizzare, con un metodo del tutto particolare che nasce appunto da un centro diocesi,
come oggi lo definiremmo, che si contraddistingue per la sua peculiarità monastica. Il vescovo risulta essere così di nuovo al centro
della vita e dell’identità della chiesa.
Evangelizzazione di un territorio, ma quale? Si dovrà attendere la bolla pontificia di Innocenzo III del 15 aprile del 1215 per
conoscere i confini della diocesi nolana. Ma di questo si potrà parlare un’altra volta.
VII
mensile della Chiesa di Nola
La preliminare indagine archeologica nella cripta
di s. Felice vescovo e martire
di Nicola Castaldo
N
ell’ambito delle ricerche volte alla
definizione delle dinamiche di
cristianizzazione di Nola e del
suo territorio è stata effettuata un’indagine archeologica nella cripta di san Felice
vescovo e martire, luogo di culto dove la
tradizione locale ha da sempre collocato
la sepoltura del protovescovo nolano dalla quale scaturisce la cosiddetta “manna”,
fenomeno documentato a partire fin dagli
inizi del XVI secolo e che nel passato aveva
luogo più volte durante l’anno.
L’indagine è stata preceduta da una
campagna di prospezioni geoarcheologiche
e da un’attenta analisi del luogo di culto in particolare della parete occidentale con
la lastra marmorea frammentaria di spolio
con foramen da cui, attraverso una cannula
d’argento inserita in una fenditura ad “U”
praticata nel marmo e protetta da un tabernacolo in metallo, scaturisce la “manna” che avevano permesso di acquisire importanti informazioni circa la stratificazione
archeologica del sito, in particolare quella
Figura 1: Nola, cripta di san Felice vescovo. La parete occidentale con il
muraria.
muro in opus vittatum su cui è applicata la lastra marmorea di spolio del
Lo scavo, concentrato nell’area presbitemiracolo della manna.
rale del sacello feliciano alle spalle dell’altare maggiore, pur nell’esiguità dello spazio
esplorato ha permesso di documentare diverse fasi di utilizzo dell’area in epoca antica e di riassetto del luogo di culto nonché una più puntuale interpretazione delle fonti
documentali e bibliografiche relative al luogo di culto.
La cripta di san Felice vescovo, chiamata anche “succorpo”, è ubicata al disotto della basilica cattedrale di Santa Maria Assunta
in Cielo e vi si accede, come per il passato, tramite due scale poste in corrispondenza delle due navate laterali dell’edificio sacro
soprastante. Essa mostra un orientamento inverso rispetto a quello della cattedrale, con ingresso ad est e abside ad ovest.
L’impianto attuale, ad aula con volta ribassata, è dovuto agli interventi post incendio della cattedrale del 1861, che ne modificarono profondamente l’assetto documentato dalle fonti documentarie e bibliografiche a partire dagli inizi del XVI secolo.
La cattedrale con il sottostante sacello rappresenta il fulcro dell’insula episcopalis, ubicata nella zona settentrionale della città ed
articolata in diversi corpi di fabbrica sorti nel tempo a diverse quote.Fu edificata per volere del conte Nicola Orsini tra il 1371 e il
1395, sulla precedente basilica di IV-V / VI secolo, con il prospetto principale orientato in direzione del palazzo comitale e l’attuale
Piazza Duomo, nuovo centro della vita sociale ed economica della cittadina rivitalizzata dalla politica urbanistica ed economica
degli Orsini: qui erano ubicati il sedile e la dogana, le botteghe degli artigiani e dei venditori. Crollata nel 1583, venne riedificata
dal vescovo Fabrizio Gallo. Il 13 Febbraio 1861 un incendio doloso la distrusse quasi interamente e i lavori di ricostruzione si conclusero nel 1909.
La cattedrale venne costruita in un’area già insediata in epoca romana, come testimoniano alcune evidenze archeologiche,
collocabili tra l’età repubblicana e quella imperiale, venute in luce in occasione di scavi urbani sistematici e durante i lavori di metanizzazione. La Nola romana divisa in regiones (si conoscono i nomi della Regio Iovia, della Regio Romana e della Regio Media),
doveva avere assunto un impianto regolare probabilmente in concomitanza con la deduzione sillana o con quella augustea, allorché
vennero realizzati importanti edifici pubblici: il teatro e l’anfiteatro. Alcuni studiosi di topografia antica attraverso lo studio delle
evidenze archeologiche e l’analisi di sopravvivenze nel tessuto viario medievale, hanno formulato l’ipotesi di un impianto regolare
della città, rintracciabile nella zona della cattedrale e a sud di essa, con ‘insule’ dal modulo di m.70x70 (Paolo Sommella, Italia Antica. L’urbanistica romana, Nola (Fig. 37), Juvence, Roma 1988, p. 128).
Tra le evidenze archeologiche prossime all’area dell’insula episcopalis si ricordano gli impianti termali messi in luce nella corte
di Palazzo Orsini e al disotto della chiesa del convento di San Francesco. L’assetto dell’insula episcopalis e delle aree limitrofe, così
come si era venuto a configurare in epoca bassomedievale, ci è tramandato da Ambrogio Leone nel De Nola del 1514 e dalla pianta
di Girolamo Moceto allegata al volume dell’erudito.
Lo scavo della cripta, che ha raggiunto la quota di m. - 3,74 circa dal piano di calpestio di Piazza Duomo, ha accertato la presenza alla quota riferita dei resti di una preparazione pavimentale in “taglime” di tufo e di una fossa di scarico colma di materiale edilizio misto a ceramiche d’uso comune, da fuoco e a vernice nera. Sulle evidenze descritte si estendeva uno spesso livello di terreno
VIII
Alle Origini
della
Chiesa
di
Nola
misto anch’esso a materiale edilizio frammentato, ossa animali e ceramiche, tra cui
cospicua vernice nera. La preliminare analisi dei materiali rinvenuti, ancora in corso
di studio, li colloca cronologicamente ad epoca ellenistico-romana (II-I secolo a.C.).
Nel livello descritto venne tagliato il cavo di fondazione di un muro in opus vittatum, realizzato con ricorsi di tufo e laterizio, che costituisce parte integrante della
parete occidentale del sacello feliciano, ovvero la parete su cui è applicata la lastra
marmorea del miracolo della manna (fig. 1). La struttura muraria presenta andamento curvilineo e un’altezza massima conservata di m. 3,23. L’analisi stilistica degli
esigui resti delle pitture che decorano la parete in opus vittatum, successive a quelle
documentate fino al 79 d.C. nell’area vesuviana, accostabili forse a quelle ostiensi,
li colloca ad epoca medio imperiale, quando il IV stile viene rielaborato ed inquadrabili cronologicamente tra la fine del I secolo d.C. e la prima metà del secolo
successivo. La muratura descritta era forse relativa ad un’ esedra collocata in un viridarium o ad un’aula absidata pertinente ad una grande domus della prima età imperiale, impiantata sui resti di un precedente edificio di epoca ellenistico-romana. Al
complesso residenziale forse apparteneva l’ambiente con murature in opus vittatum
intercettato a via San Felice, al disotto delle opere di sostruzione della cattedrale.
La concavità della parete in opus vittatum della cripta venne regolarizzata con
la creazione di una “fodera” muraria, su cui venne applicata una lastra di spolio in
marmo pavonazzetto (fig. 2).
L’indagine archeologica ha evidenziato che i reiterati lavori strutturali e di amFigura 2: Nola, cripta di san Felice
modernamento del sacello sacro, attestati dalle fonti bibliografiche ed archivistiche a
vescovo. La parete occidentale con la
partire dal XIV secolo, hanno alterato o completamente rimosso, almeno nel settore
fodera muraria, il muro in opus vittaindagato, la stratificazione archeologica di epoca tardoantica e altomedievale, non
tum e la lastra marmorea di spolio del
essendosi rinvenute finora chiare testimonianze relative alle fasi storiche suddette.
miracolo della manna.
Un grosso intervento strutturale venne realizzato, probabilmente, nella prima metà
del XVII secolo. In occasione di tale intervento si procedette alla riconfigurazione
del piano di calpestio della cripta che venne notevolmente abbassato, operazione che comportò la rimozione della stratificazione
pavimentale precedente, fino ad intercettare il livello archeologico di età ellenistico-romana e la messa in luce della fondazione del
muro in opus vittatum. In questa fase venne realizzata una spessa struttura muraria in pietrame di tufo, una sorta di “platea”, messa
in opera direttamente sul livello di frequentazione ellenistico-romano ed appoggiata alla fondazione del muro in opus vittatum.
Sulla “platea”, rinvenuta concentrata nello spazio compreso tra la parete occidentale e l’attuale altare maggiore ed estesa per tutta
la larghezza dell’altare suddetto, vennero realizzati una serie di pavimenti e venne eretto, accostandolo direttamente al muro in
opus vittatum, un altare in blocchetti irregolari di tufo al quale, successivamente, venne addossata una scala con gradini rivestiti in
battuto di lapillo.
Sull’altare in muratura, sulla scala con gradini in battuto di lapillo e sulla parte emergente della “platea”, vennero realizzate le
opere di sostruzione della scala con gradini di marmo e il ballatoio relativi alla fase di ammodernamento della cripta post incendio
del 1861.
Al momento rimane da chiarire la configurazione e l’esatta collocazione cronologica e funzionale della spessa struttura muraria
in conci irregolari di tufo intercettata alle spalle del muro in opus vittatum, a cui è ammorsata. In via d’ipotesi la struttura, che
presenta un paramento murario in conci di tufo pseudorettangolari separati da spessi giunti irregolari, sulla base d’indizi tipologici
e radiometrici, potrebbe riferirsi ad una fabbrica sacra sorta nell’area tra il IV e gli inizi del VI secolo inglobando e riadattando le
precedenti strutture romane.
La struttura absidata in opus vittatum intercettata lascia ipotizzare la presenza di un più ampio complesso abitativo, verosimilmente appartenente ad una famiglia cristianizzata della “aristocrazia” cittadina, probabilmente utilizzato fin dai primi secoli
dell’Impero dalla comunità religiosa nolana e che costituì l’embrione e l’elemento catalizzatore attorno al quale si svilupparono gli
edifici sacri successivi.
Significativa a tal proposito è la testimonianza di San Gregorio Magno che attesta la presenza nella città di Nola di una comunità
religiosa femminile già nella seconda metà del V secolo: “Insinuatum nobis est ancillas Dei quasdam Nolanae civitatis in Aboridana
domo commorantes” (S. Gregorii Magni registrum epistularum, edidit Dag Norberg, I, Libri I-VII, Tournholti[Corpus christianorum. Series Latina, 140 ], 1982, p. 21).
La scoperta dei resti ben conservati di una domus romana al disotto della cattedrale e la presenza di un luogo di culto utilizzato
ininterrottamente dai primi secoli dell’Impero fino ad oggi, si presenta di notevole interesse e riapre il dibattito circa il rapporto tra
il santuario sorto a Cimitile attorno alla tomba di Felice presbitero, reso famoso grazie anche agli scritti di san Paolino, e la vicina
città di Nola sede episcopale ab antiquo.
Tratto da Nicola Castaldo, La preliminare indagine archeologica nella cripta di san Felice vescovo e martire, in La cripta di San
Felice vescovo e martire nell’insula episcopalis di Nola, folder, Marigliano 2013, schede 8-10.
IX
mensile della Chiesa di Nola
La cripta di san Felice vescovo e martire
di Antonia Solpietro e Nicola Castaldo
Nola, cripta di san Felice vescovo. Ricostruzione fotografica dell’altare in muratura addossato al muro in opus vittatum con il tabernacolo orsiniano della seconda metà del XV secolo. (ricostruzione Emilio Castaldo).
L
e recenti indagini archeologiche condotte nella cripta di san Felice vescovo al di sotto della cattedrale di Nola, hanno portato
alla luce strutture murarie che consentono di attestare l’antichità del luogo di culto sorto in un’area già insediata in epoca
romana: una domus utilizzata poi come ecclesia e che avrebbe rappresentato l’embrione attorno a cui si sarebbe sviluppata la
prima basilica cristiana. Queste notevoli testimonianze materiali associate ad una serie di indagini diagnostiche condotte nel corso
dei lavori consentono, oggi, una più critica lettura delle fonti documentarie più volte citate dagli storici.
La prima descrizione del sacello feliciano risale agli inizi del XVI secolo e ce ne fornisce testimonianza Ambrogio Leone nel De
Nola: la descrizione fatta dal dotto umanista della basilica feliciana con particolare attenzione alla configurazione dello spazio della
parete occidentale è quella che meglio consente di ricostruire il probabile assetto della primigenia basilica nolana, sorta tra il IV-V
X
Alle Origini
della
Chiesa
di
Nola
e il VI secolo.
Ai tempi del Leone l’accesso al succorpo feliciano avveniva, come tuttora, dalla soprastante cattedrale mediante due scale poste
nelle navate laterali, che immettevano in un ambiente con copertura a volta poggiante su tre file di colonne. Oggi tale assetto è
stato completamente modificato dall’intervento di ricostruzione del duomo post incendio del 1861, che ha conferito alla cripta
l’impianto di un’aula unica priva di colonne e con volta ribassata.
La lastra di riutilizzo in marmo pavonazzetto, fissata sulla fodera che ricopre la parete occidentale e da cui stilla attraverso un’
apertura la manna, poggiava, secondo la testimonianza del Leone, su un altare marmoreo la cui fronte non si esclude possa essere
stata la lastra in marmo nota come “croce gemmata”, oggi conservata sulla parete orientale della cripta. È tuttavia importante sottolineare che il sacello, descritto dal Leone agli inizi del XVI secolo, aveva subito almeno due fasi di ammodernamento. La prima è
riconducibile al conte Nicola Orsini che, tra il 1371 ed 1395, portò a completamento la costruzione della cattedrale ad una quota
più elevata rispetto all’antica basilica feliciana e alle altre fabbriche sorte nell’area. Il secondo intervento, descritto dallo stesso Leone, si deve al conte Gentile Orsini che nel XV secolo fece rivestire di legno di quercia le antiche colonne, le pareti ed il pavimento
del sacello feliciano e realizzò un imponente altare marmoreo, in posizione avanzata e distinta rispetto a quello su cui si elevava
la lastra della manna, successivamente smembrato e di cui oggi si conserva solo il tabernacolo eucaristico incassato sulla sinistra
della parete occidentale.
Agli anni di Gentile Orsini va ricondotto anche il dipinto di San Felice vescovo, affrescato in parte sulla parete occidentale e in
parte sull’antica lastra marmorea da cui stilla la manna.
La visita pastorale del 1551 e la successiva del 1580 confermano l’assetto del sacello feliciano descritto dal Leone. La configurazione della cripta rimase inalterata fino al crollo della cattedrale avvenuto nel 1583: ricostruita dal vescovo Fabrizio Gallo (1585
– 1615) fu completata negli arredi e nelle decorazioni dal suo successore Giovan Battista Lancellotti (1615 – 1655). I lavori di
ricostruzione della fabbrica non furono avviati subito dopo il crollo e lo stesso completamento del sacello feliciano avvenne solo
entro il primo decennio del XVII secolo. Sembra confermare tale ipotesi la visita pastorale del vescovo Gallo del 1586, compiuta a
tre anni di distanza dal crollo della cattedrale, che documenta l’assetto della cripta invariato. È da supporre che i lavori fossero stati
avviati tra il 1587 e il 1588 per essere completati, nella struttura, negli anni novanta del XVII secolo. Circa la cripta si segnala che
il foramen dovette essere racchiuso da una fenestrella. Di notevole interesse è la visita ad limina del vescovo Gallo, che fornisce
notizie circa gli interventi di rifacimento della cattedrale e del sottostante sacello feliciano: i dati archeologici acquisiti durante lo
scavo sembrano confermare quanto documentato dalla visita, ossia un radicale intervento di consolidamento “a fundamentis” dell’
edificio sacro.
È ipotizzabile dunque una prima fase in cui furono avviati i lavori strutturali della cattedrale e del sacello feliciano e una fase
successiva di abbellimento di quest’ultimo avvenuta entro il 1610. È durante questi lavori che si procedette allo smontaggio dell’altare marmoreo di Gentile Orsini il cui tabernacolo eucaristico venne riposizionato sulla parete occidentale. Durante l’indagine archeologica è emerso, al di sotto della lastra del miracolo, un altare in muratura di tufo, sgrossato e rastremato nella parte superiore.
Il confronto tra il tabernacolo eucaristico, l’altare in muratura descritto e la cosiddetta fenestella inferiore ha portato a riconoscere
una perfetta corrispondenza metrica tra i vari elementi descritti: il vano del tabernacolo eucaristico coincide con la fenestella inferiore mentre nella cornice superiore, in asse con il foramen, è riconoscibile una lacuna della decorazione che corrisponde al vano
della fenestella superiore realizzata a protezione del foro della manna. Nell’insieme il nuovo assetto dato alla parete occidentale
della cripta dava l’idea di un “sarcophago”, come è ricordato l’apparato nelle fonti del XVIII e XIX secolo.
Gianstefano Remondini nel 1740 poté effettuare un sopralluogo nella cripta e fornire una descrizione del luogo e un disegno
della fenestella con il foramen. Ulteriore conferma dell’assetto della parete occidentale è data dal Diario della solennità del glorioso
Martire S. Felice, redatto nel 1850.
Le fonti fin qui citate, ad eccezione di quella del Remondini, descrivono sempre un unico luogo deputato alla raccolta della
manna, ossia quello del foramen superiore, unico ricordato dal Leone. È a partire dagli anni successivi al crollo della cattedrale
del 1583 che cominciano ad essere attestate due fenestelle, quella superiore e quella inferiore, entrambe deputate alla raccolta del
“liquore” del santo.
È da credersi che nel nuovo assetto dato alla parete occidentale della cripta, in occasione degli interventi patrocinati dal vescovo
Gallo, sia stato messo in uso il piccolo vano inferiore destinandolo a nuovo punto di raccolta della manna.
Il tabernacolo orsiniano, collocato come “un mobile addossato ad un muro”, venne rimosso nel 1905 allorquando furono eseguiti i lavori di risistemazione del sacello feliciano dopo l’incendio che nel 1861 devastò la cattedrale. Fu in quell’occasione che “si
scoprì che detto bassorilievo era addossato ad una lapide di marmo murata nella parete, e che affianco a detta lapide vi erano degli
antichi affreschi rappresentanti S. Felice ed altri Santi Vescovi Nolani”. L’importanza della scoperta decretò il ripristino dell’antico
assetto e la realizzazione di un tabernacolo in argento e ottone collocato sulla lastra marmorea a chiusura del vano con il foro mentre tutto l’insieme venne protetto da pesanti cancelli metallici.
Tratto da Antonia Solpietro, Nicola Castaldo, L’insula episcopalis e la cripta di san Felice vescovo e martire attraverso le fonti
documentarie e bibliografiche, in La cripta di San Felice vescovo e martire nell’insula episcopalis di Nola, folder, Marigliano 2013,
schede 6-7.
XI
mensile della Chiesa di Nola
XII
in
Diocesi
spesso è sotto ai nostri occhi e che
basta poco per toccarla con mano.
Ripreso il cammino siamo arrivati,
ancora a piedi, al “Rifugio S. Filomena”.
Non poteva mancare un momento
di agape fraterna, ciascuno ha preparato dolci e rustici da condividere
con gli altri.
Abbiamo vissuto questi momenti
in comunione fraterna con i giovani e
il parroco della parrocchia di “S. Elia
Profeta” di Sperone e diversi ragazzi
di Baiano.
Alla fine della giornata, pensando
all’esperienza appena conclusa ci siamo resi conto che l’essenziale è davvero invisibile agli occhi, proprio così,
le cose importanti spesso sfuggono
alla nostra vista ed è allora che abbiamo bisogno di fermarci, cercare Dio,
incontrarlo nel silenzio e nella preghiera, osservare, così come guardano i bambini con immenso stupore, il
Creato e poi condividere con i fratelli
i doni che Egli ci ha affidato.
novembre 2013
15
mensile della Chiesa di Nola
Continua il racconto dei nuovi presbiteri della diocesi di Nola
Perché farsi prete oggi?/2
di Alfonso Lanzieri
L
o scorso 19 settembre, nel duomo
di Nola, Filippo Centrella, Umberto
Guerriero, Giovanni D’Andrea, Francesco Stanzione, Gianluca Di Luggo
e Marco Antonio Napolitano diventavano preti per l’imposizione delle
mani del vescovo Beniamino Depalma. Continua il racconto del senso di
questa scelta.
Marco Antonio Napolitano
“Ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo” (Mc 14,
3): da quando ho iniziato a riflettere
alla strada vocazionale per la quale
il Signore mi chiamava a camminare, ho trovato questa frase evangelica sinteticamente efficace per descrivere l’incontro che nel mistero
avviene tra la Grazia del sacramento
dell’ordine e la mia vita di uomo e di
cristiano, con le sue doti, le qualità,
ma anche con le sue rigidità. Credo
che il dono del sacerdozio fatto alla
mia persona possa essere vissuto con
l’attitudine di chi spacca il suo vaso
d’alabastro, nel quale custodisce tutto ciò che ha da dare e da dire, e ne
versa il contenuto, perché profumi il
Cristo e il suo mistico corpo, la Chiesa
pellegrina per le vie del mondo. La
donna che effonde il nardo sul capo
di Gesù, infatti, dona al Maestro tutto
quello che aveva conservato per rendere più bella la sua vita (l’unguento), per rendere più gradevole la sua
abitazione (“tutta la casa si riempì del
profumo” dice Giovanni narrando lo
stesso evento -Gv 14, 3-), per rendere più accettabile la sua morte (il
nardo, usato per la conservazione dei
cadaveri). Il gesto di spezzare il vaso,
letteralmente di “romperlo in pezzi”,
dà il senso della irrevocabilità della
donazione fatta a Colui nel quale si
è riposta definitivamente la propria
fedeltà, la propria speranza. La donna del Vangelo offre a Gesù tutto di
sé, in vita e in morte, con la serena
fiducia di chi, come Paolo, può esclamare, “so a chi ho creduto” (2Tm 1,
12). L’azione di Betania, inoltre, immediatamente preposta al racconto
della Passione, si pone anche, in un
certo senso, come anticipazione di
quel corpo spezzato e di quel sangue
16
novembre 2013
versato che il sacerdote è chiamato a
rendere presente tanto nella propria
vita quanto nell’azione sacramentale. Credo nella mia vita sacerdotale
come definitiva apertura di sé agli altri e all’Altro, come donazione totale
delle proprie potenzialità e dei propri
doni perché, modellati dallo Spirito,
dito della mano del Padre, possano
servire il Regno di Dio e la sua giustizia.
Gianluca di Luggo
A pochi giorni dall’ordinazione sacerdotale, avvenuta lo scorso 19
settembre, sento forte il desiderio di
condividere con tutti ciò che sono le
mie sensazioni di prete giovane oggi.
Dal giorno in cui sono entrato in seminario ad oggi, tanti sono stati gli
auguri, le preghiere, le incitazioni
che mi sono state rivolte durante il
cammino di formazione all’ordinazione. Non sono mancate anche le tante
“paroline” dette col sorrisino, frutto di
una cultura condivisa riguardo al farsi prete, che mi hanno sempre fatto
riflettere sulla mia scelta. Ho maturato in questi anni la consapevolezza
che oggi non scegli certo di diventare prete perché ti “conviene”. Non
ci sono più i privilegi del passato. La
crisi di tante certezze formatesi nei
secoli ha portato una ventata di chiarezza e consapevolezza sulla scelta e
sulle sue motivazioni.
Sono finiti i tempi in cui si metteva
piede in seminario fin da piccoli per
far sbocciare lentamente l’anelito al
sacro. I giovani approdano agli studi
teologici magari dopo la laurea e con
un bagaglio di esperienza alle spalle. La chiamata di Dio alla santità è
la leva che trascina ogni vocazione,
in
che capovolge l’esistenza, che la modella e le dà senso; un’esperienza di
pura e vera umanità che, pur incarnata nella creatura, ha tutto ed esprime molto del creatore. Certo che è
difficile fare una “radiografia” di una
chiamata vocazionale al sacerdozio.
Ricordo che il sacerdote mi faceva
venire in mente la burocrazia, il giudizio, la lontananza, il ruolo. Nell’età
in cui ti ribelli a tutto, ho poi incontrato un giovane che si dava molto
da fare per coinvolgere noi ragazzi.
Mi colpiva la sua semplicità, i valori,
la sua felicità. Mi ha colpito ancora
di più la sua scelta radicale di entrare in convento, oggi è un frate. Dio
all’inizio non l’ho mai sentito. Non mi
ha parlato direttamente, ma attraverso persone che mi hanno affascinato, con la loro esperienza di vita e in
essa di fede mi ha indicato la strada da percorrere. Poi vengo da una
famiglia bella, che mi ha trasmesso
sani principi e ciò è il fondamento
della mia umanità. I ricordi di seminario sono vivissimi dentro di me, ma
la cosa alla quale ancora oggi faccio
difficoltà a credere è come sia stato
possibile che uno come me, sempre
preso da mille cose e corse, poi si sia
fermato in un luogo, il seminario, per
tanti anni senza mai sentire la difficoltà dello stare, sempre con la gioia
di rientrare. Perché? Non so se la risposta sarà esaustiva ma è questa:
“io mi vedevo” in quella vita, in quella
esperienza, proprio come davanti ad
uno specchio che ti mostra ciò che
sei e ti induce al lasciarti modellare
dalla stessa esperienza, dai superiori,
dagli amici. Mi sono fidato davanti ad
un mistero così bello e affascinante
ed oggi continuo a dire: vedo la mia
vita in me e negli altri come il dono
“magis” di Dio che non ha eguali. Dici
prete e pensi ad una scelta coraggiosa ed anacronistica. Specie in tempi
in cui s’inseguono valori considerati
irrinunciabili quali successo, denaro e
potere.
Lo so che molti mi vedono quasi
come un marziano, in realtà la mia
scelta mi ha reso più umano. Sono
consapevole ma anche contento che
il ruolo che oggi ricopro ha perso
smalto rispetto al passato. Il prete,
con la sua aura di sacralità, non suscita più quel manto di riverenza che
gli assicurava prestigio e autorità. Ciò
Diocesi
non mi abbatte, anzi mi dà una carica in più. Io ritengo una fortuna, il
fatto che ci hanno tolto tanti privilegi,
almeno così ci è rimasto un solo potere: quello di donare ciò che abbiamo ricevuto e di imparare ad essere
altrettanto dono. Personalmente vorrei una religione attenta agli ultimi in
tutte le sue forme perché ogni uomo
sia sollevato dalle difficoltà della vita.
Vorrei riuscire a trasmettere ciò di cui
ho fatto esperienza, qualcosa di cui
il cuore umano ha bisogno. Non ho
nessun’altra arma a mia disposizione
se non la fede. Dio mi ha collocato in
questa generazione, quella che vede
da lontano il potere del prete in veste
di leader indiscusso della sua comunità. Oggi parlerei di stima e fiducia
nel prete. Questa te la guadagni sul
campo se riesci ad entrare in sintonia
con la gente che ti circonda per una
sana e bella armonia. Si, l’armonia
dei chiamati alla vita, non solo di noi
preti, ma di tutti i figli di Dio, perché
ognuno apporti con la propria esistenza responsabile il contributo per
un mondo sempre più intriso di Verità
e Pace. Un mondo sempre più vivo di
Gesù il Cristo Salvatore.
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mensile della Chiesa di Nola
A Madonna dell’Arco la Festa di inizio anno delle Scuole cattoliche
Crescere sognando… si può!
di Sr Graziella Bencivenga, FMA
S
abato 26 Ottobre 2013 presso
il Santuario “Madonna dell’Arco”
(Napoli) si è celebrata la terza edizione della “Festa apertura Scuola
cattolica”. Grande la partecipazione:
1.500 tra alunni, insegnanti, genitori, simpatizzanti. Evento desiderato
e caldamente promosso dal nostro
amatissimo Pastore, il Vescovo Monsignor Beniamino Depalma.
Quindici Scuole Cattoliche del
territorio campano hanno espresso
lo slogan della giornata “One Sky
one Word Crescere sognando” attraverso una rappresentazione che
ha evidenziato il tema attraverso la
figura di un Saggio che ha regalato
ai presenti un segreto e consegnato un prezioso oggetto. Il segreto:
8 cartoncini colorati con la scritta
‘Crescere’; il prezioso oggetto: un
aquilone espressione di armonia
e di libertà: elementi necessari alla
crescita.
Nel cuore della rappresentazione
il Saggio ha fatto una consegna ai
ragazzi: “Cari piccoli e grandi amici,
Crescere e Sognare sono due parole
gemelle, nascono con noi e diventano grandi insieme a noi”: l’invito è
quello di “credere fermamente che
ogni sogno può tradursi in realtà”
se genitori, insegnanti, catechisti si
rendono responsabili della crescita
nella costruzione dei quattro pilastri
che la sorreggono: progetto di vita,
presenza di Dio, solidarietà con i fratelli, fiducia in se stessi e nella vita.
“Questi i valori, dice il Saggio, che
aiuteranno a vivere felici sotto un
solo cielo…”.
Il finale è stato siglato dall’aquilone lasiciato volare nel cielo azzurro
mentre un genitore leggeva “I figli sono come gli aquiloni” di Erma
Bombeck. Cornice preziosa a tutto
l’evento, a conclusione, è la parola
calda, incoraggiante, entusiasta di
Monsignor Beniamino Depalma che
evidenziato viva soddisfazione per
l’esito della manifestazione.
Dopo la rappresentazione il pranzo, momenti di animazione con i
bambini e…partenza alle 15.30 con
tanti amici in più.
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I figli sono come gli aquiloni
Poesia di Erma Bombeck
I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.
Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.
In
ch
oc
rr
Pa
ia
Santità: dovere per tutti
A Lauro una originalissima Festa di Ognissanti
Bambini in cammino
Le feste d’inizio anno dell’A.C.R. e dei Cavalieri di S.G. D’Arco di Saviano
Il galeone della libertà
La coinvolgente storia di un cittadino torrese
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mensile della Chiesa di Nola
A Lauro una originalissima Festa di Ognissanti
Santità: dovere per tutti
di Pierluigi Milosa
I
n occasione della Festa di tutti i
Santi, i giovani e i giovanissimi
dell’Azione Cattolica di Lauro si sono
resi protagonisti di una divertente e
comunque molto significativa serata, in cui ciascuno ha rappresentato,
prendendo spunto dall’iconografia, la
figura di un Santo.
I ragazzi, inoltre, si sono cimentati
nell’interpretazione del personaggio
raccontandone in prima persona gli
episodi più rilevanti della sua vita. A
conferire maggiore efficacia alla presentazione, ognuno portava con sé
un simbolo emblematico.
Attenta ascoltatrice, una rappresentanza della comunità parrocchiale
20
novembre 2013
di Lauro, la quale ha potuto apprendere in maniera piacevole aspetti
sconosciuti della vita dei Santi rappresentati.
A conclusione della serata, il parroco don Luigi Vitale ha interpretato
la figura del beato martire don Pino
Puglisi, assassinato dalla mafia, affrontando un tema significativo e spigoloso, quale quello della malavita.
La festa è stata un modo non solo
per stare insieme e divertirsi, ma soprattutto per ricordare il significato di
una ricorrenza nella quale la Chiesa
ci invita a rammentare quale stile di
vita siamo chiamati a condividere e
perseguire.
Raccontare la vita dei Santi è stato un modo per comprendere e far
comprendere che Dio non ci chiede
l’impossibile ma anzi ci ha messo sulla strada figure esemplari, da cui ci
chiama a prendere spunto.
Rendersi conto che i Santi erano
uomini come noi, ma che hanno saputo individuare in Dio e nell’amore
la via della salvezza è stato altamente
costruttivo per tutti noi giovani.
In tal senso vale ricordare quanto
affermava Madre Teresa di Calcutta
a proposito della santità: “La santità
non è il lusso di pochi, ma il dovere
di tutti”.
Il messaggio di santità è stato
in
quindi per noi un messaggio di semplicità, di umiltà di cuore, di mitezza.
L’idea di organizzare una festa in
occasione della ricorrenza di Ognissanti nasce un po’ anche dalla necessità di ricordare che il nostro mondo
è pieno di santi e pochi se ne accorgono.
Non sono fantasmi che si aggirano nelle città come vorrebbe la tradizionale festa pagana, ma si tratta
di persone vere, che sono in mezzo a
noi e che si impegnano e vivono con
convinzione e concretezza la propria
vita cristiana.
Tra il rumore sordo delle zucche e
lo strepitare affannoso di streghe e
vampiri che con tanto chiasso inscenano la loro macabra gara per appropriarsi della festosa e solenne giornata di Ognissanti, la nostra iniziativa
è stata un’alternativa per festeggiare
e riscoprire i nostri amati patroni e
santi per vivere al meglio una delle
più grandi ricorrenze della nostra tradizione.
Si è trattato quindi di un’iniziativa
volta in positivo per ricordare a tutti
i cristiani che si possono riconoscere viventi quelle persone che lasciano dietro loro una traccia luminosa,
gente comune che ha saputo desiderare la santità, gente che ha saputo
soffrire e gioire in Dio, gente che ha
Parrocchia
saputo portare la propria croce con
la serenità, che quotidianamente, e
semplicemente, ha amato.
Nella festa di Tutti i Santi non possiamo che concordare con questo
pensiero: «Pregustiamo la bellezza della vita di totale apertura allo
sguardo d’amore di Dio, in cui siamo
certi di raggiungerlo nell’altro e l’altro
in lui». I santi «dicono a noi pellegrini
che essere felici è possibile, ma che
non dobbiamo sbagliare la strada»
(Benedetto XVI).
Cediamo quindi scheletri e zucche
vuote e torniamo ai santi! Torniamo
a festeggiare la gioia di vivere che i
santi ci hanno testimoniato.
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mensile della Chiesa di Nola
Le feste d’inizio anno dell’A.C.R. e dei Cavalieri di S.G. D’Arco di Saviano
Bambini in cammino
di Michela Trocchia e Rosamaria De Rosa
D
omenica 27 ottobre l’Azione Cattolica delle Parrocchie San Michele Arcangelo e Immacolata di Saviano
ha vissuto un momento molto importante per i propri acierrini: la Festa
del Ciao, il tradizionale appuntamento attraverso il quale con gioia si dà
ufficialmente inizio alle attività e si
pone nelle mani del Signore il cammino del nuovo anno. Oltre 300 tra
bambini e ragazzi di un’età compresa tra i 4 e i 14 anni, accompagnati
da educatori, animatori, catechisti e
sacerdoti hanno sfilato per il centro
del paese, portando una ventata di
allegria e divertimento, per poi raggiungere l’Auditorium dove insieme
hanno partecipato alla celebrazione
eucaristica.
Dopo la Santa Messa i gruppi delle
due parrocchie si sono salutati, continuando separatamente la festa, che
è trascorsa tra canti, balli, laboratori,
ma soprattutto giochi.
Il gioco è stato il vero protagonista. I ragazzi quest’anno infatti sono
chiamati a riscoprire la bellezza delle
relazioni autentiche che nascono sotto la guida del Signore. E quale occasione migliore di creare relazioni se
non giocando? Ed è proprio il gioco
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novembre 2013
al centro del nostro cammino: Non
c’è gioco senza te! Un te che chiama gli educatori in prima persona a
mettersi in gioco con i ragazzi che gli
vengono affidati, un te che rappresenta i ragazzi con i loro talenti e i
loro limiti, un te che rappresenta la
comunità nella quale viviamo e che
è chiamata ad accogliere, un te che
rappresenta Gesù il centro di tutto,
colui che ci invita a prendere parte a
questa avventura, il motore della nostra gioia. Ed è proprio questa gioia
che domenica riempiva i volti e i cuori
dei bambini, dei genitori e soprattutto degli educatori che con una “fatica
allegra” e gratuita mettono in piedi
degli incontri che tante volte si danno
per scontati.
Sempre il 27 ottobre, i Cavalieri di
Santa Giovanna D’Arco con altri amici
della Campania si sono recati presso
le grotte di Pertosa e la Certosa di
Padula. Abbiamo posto loro una domanda: perché avete deciso di partecipare alla giornata di inizio anno?
“Perché – ha risposto Daniela – è un
momento da condividere con gli amici, dove possiamo ricordare il vero significato della parola AMICIZIA grazie
ad adulti come Suor Giovanna, Suor
Emilia, Cristian, che fanno di tutto
per renderci felici e farci divertire e
nello stesso tempo crescere con maturità”. “Ma anche perché – ha continuato Miriam - insieme ad amici possiamo scoprire cose nuove”. Angela,
la più piccola dei Cavalieri, ha invece
detto di essere “rimasta impressionata dalla bellezza delle Grotte e dalla
precisione dei certosini, di come attraverso il loro paziente lavoro hanno donato bellezze che ancora oggi
si possono ammirare. Ma ho anche
capito che la bellezza è un dono che
Dio fa all’uomo il quale però spesso la
rovina con brutalità”.
E allora sorge un’altra domanda:
come si può vivere quotidianamente
a Saviano dopo aver visto le grotte di
Pertosa e la Certosa di Padula?
Rispondono Raffaele e Carmine, i
più grandi di questo gruppo di amici
che si vedono ogni sabato. Per Carmine “non si può vivere allo stesso
modo”, mentre Raffaele ritiene che
sia “difficile vivere normalmente a
Saviano con lo stato d’animo di quel
giorno” del quale tutti però custodiscono il ricordo della bellezza di un
viaggio con le persone alle quali si
vuole bene.
in
Parrocchia
La coinvolgente storia di un cittadino torrese
il galeone della libertà
di Gianfranco Cirillo
T
orre Annunziata finisce quasi
sempre sui giornali per i fatti di
cronaca nera o comunque associata
a storie negative: camorra, rifiuti e
disoccupazione sono le principali tematiche trattate sui quotidiani locali
e non solo. A volte però nasconde segreti ed emozionanti storie che nessuno conosce, proprio come quella di
Michele.
Michele Vitiello, residente a Torre, convive con una donna di origini
ucraine e con lei ha un bambino di sei
anni. Un passato drammatico caratterizzato da tanti problemi, uno su tutti,
la droga. Diplomato in qualità di perito meccanico è entrato nel tunnel della droga agli inizi degli anni 80, e nel
2000 ha anche avuto problemi con la
legge per associazione di stampo mafioso e per traffico internazionale di
droga.
Ma oggi Michele lavora per essere un uomo nuovo come dimostra la
sua straordinaria opera esposta nella
Basilica Maria SS della Neve in Torre
Annunziata in occasione dei solenni
festeggiamenti del 22 ottobre. Un’opera che vuole essere un messaggio
di riscatto sociale per i giovani schiavi
della droga. Un’opera che con grandissima soddisfazione Michele mostra
a tutti: un galeone costruito artigianalmente attraverso l’uso di oltre
cinquantamila fiammiferi usati. Un
veliero enorme, probabilmente il più
grande della storia costruito in questo
modo. “Il collage, simile all’art attack,
questa è la passione che ho coltivato e che mi ha aiutato a superare le
mie problematiche”, ha spiegato, “ e
l’ho soprannominata l’arte carceraria
evoluta: parecchi miei amici carcerati
l’hanno praticata, costruendo piccoli
oggetti, io negli anni più bui della mia
vita sono riuscito a realizzare questa
grande nave, precisamente dal 2000
ad oggi”.
Michele è amante dei documentari
inerenti al mare, alle barche e ricorda
i film di guerre combattute in acqua,
da qui l’idea del galeone, eretto senza
copiare né osservare delle immagini,
ma solo grazie ai ricordi e alla mente. Mentre parla mostra la sua grande abilità con le mani nel montare,
incollare e aggiungere pezzi, nonché
piccole ferite dovute al sacrificante
lavoro. “Tutti gli uomini, se aiutati da
passioni e fede” ci ha detto “possono
avere una seconda chance per riscattarsi socialmente, io non ho ancora
superato del tutto il dilemma legale,
ma ho sconfitto la droga, per me è
motivo di orgoglio, questo galeone è
il simbolo della mia libertà”.
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mensile della Chiesa di Nola
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In
Ci
ttà
Sentinelle di legalità
A Scafati inaugurato presidio di Libera
Biùtiful cauntri
A Pomigliano convegno sulla Terra dei Fuochi
novembre 2013
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mensile della Chiesa di Nola
A Scafati inaugurato presidio di Libera
Sentinelle di legalità
di Giusy Cirillo
B
agno di folla lunedì 28 Ottobre al
il Cine-Teatro “San Pietro” di Scafati per l’inaugurazione del presidio
cittadino di “Libera – Associazioni,
nomi e numeri contro le mafie”.
“Libera” è un’associazione di promozione sociale nata dalla volontà di
Don Luigi Ciotti al fine di promuovere la cultura dell’antimafia su tutto il
territorio italiano che dal 1995, anno
della sua fondazione, ad oggi, ha
raccolto più di 1500 adesioni da associazioni, enti e gruppi locali, senza
contare, ovviamente, le adesioni singole. L’organizzazione dei presidi a
livello regionale, provinciale e locale
permette una capillarizzazione della
stessa all’interno del tessuto sociale
e soprattutto la differenziazione di
scopi e finalità a seconda delle criticità territoriali.
Per questo motivo quindi, a Scafati, è stato fondato il primo presidio
cittadino della provincia di Salerno
intitolato a Nicola Nappo, vittima innocente, ucciso per uno scambio di
persona il 9 Luglio 2009 a Poggioma-
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novembre 2013
rino.
Nell’accorata omelia della santa
messa celebrata prima della cerimonia Don Tonino Palmese, referente
regionale di “Libera” in Campania, ci
ha tenuto a precisare, parlando dei
12 apostoli e citando contemporaneamente Fabrizio De Andrè, l’importanza di essere umili nella vita, di
restare sempre noi stessi e praticare
la legalità nella vita di tutti i giorni.
Presenti durante la santa messa e
la cerimonia, oltre al gruppo che ha
lavorato strenuamente per la fondazione del presidio scafatese, anche la
famiglia di Nicola Nappo, il sindaco
del comune di Scafati Pasquale Aliberti e il sindaco del comune di Poggiomarino Leo Annunziata, i quali nei
loro interventi hanno dato piena disponibilità nell’affrontare insieme un
tema importante come la legalità sul
territorio, in particolare il sindaco Pasquale Aliberti si è impegnato ad intavolare una collaborazione con l’associazione sul recupero dell’immobile
confiscato al clan Sorrentino.
Di grande impatto emotivo sono
stati gli interventi del presidente della Fondazione Polis, la quale ha tra
le proprie finalità l’assistenza delle
famiglie delle vittime innocenti della
mafia, e la testimonianza della sorella di Nicola Nappo, Giulia.
Ospiti d’onore, infine, Annamaria
Torre, responsabile di Libera Memoria e Riccardo Falcone, membro del
direttivo provinciale di “Libera” il quale ha portato i saluti della referente
provinciale Anna Garofalo, bloccata a
casa a causa di un’influenza.
La cerimonia è terminata con la
lettura e la sottoscrizione del patto
di presidio da parte di tutti coloro i
quali hanno permesso la fondazione
del presidio di Scafati, membri degli
Scout di Scafati, dell’Azione Cattolica,
dell’associazione locale Erga Omnes
e singoli appartenenti alle realtà associative della città, accompagnati
dagli applausi dei cittadini e dei rappresentanti delle forze dell’ordine
accorsi ad assistere all’inaugurazione.
in
Città
A Pomigliano convegno sulla Terra dei Fuochi
Biùtiful cauntri
di Antonio Romano
S
ui nostri territori continua l’opera
di sensibilizzazione e di presa di
coscienza delle reali dimensioni del
dramma ambientale che ha colpito
la ormai tristemente nota Terra dei
fuochi.A dare un contributo a questa
lotta ci ha pensato lo scorso 8 novembre la parrocchia di San Felice in
Pincis di Pomigliano, che attraverso il
suo osservatorio politico parrocchiale
ha organizzato un convegno dal titolo
“Pomigliano d’Arco non deve morire”.
Il titolo, ripreso dallo slogan da
una nota iniziativa mediatica di alcuni
personaggi famosi poche settimane
fa adottarono simbolicamente alcuni dei comuni della Terra dei Fuochi
facendosi fotografare con un cartello
col nome di uno di questi comuni con
la scritta “non deve morire”, chiarisce
da solo il taglio del convegno: non
solo un’analisi generale del fenomeno - che si aggiunge alle numerose
altre di questi mesi - ma anche una
verifica dell’impatto che ha avuto su
Pomigliano d’Arco.
Ha introdotto la serata un video
tratto da “Biùtiful cauntri”, film documentario del 2007 che tratta della
crisi dei rifiuti in Campania, della loro
gestione illegale, dell’impatto degli
sversamenti abusivi su coltivazioni
e bestiame, che fa emergere inoltre
come le istituzioni politiche fossero da
molti anni ben coscienti del problema
e del disastro, come confermato dal
verbale delle dichiarazioni rilasciate
dal pentito Carmine Schiavone nel
1997 alla commissione parlamentare
d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle
attività illecite ad esso connesse recentemente desecretate.
Il parroco don Giuseppe Gambardella ha aperto il giro di interventi citando l’omelia di Papa Francesco sul
Vangelo dell’amministratore disonesto nella parte in cui condanna la corruzione - inevitabilmente una dei protagonisti nella vicenda della Terra dei
fuochi – e ha ricordato l’impegno che
la Chiesa ha profuso e profonde in
questa battaglia passando anch’essa
da un iniziale atteggiamento di totale
ed incondizionata fiducia nelle istituzioni civili - col senno di poi rivelatosi
sbagliato - ad un atteggiamento più
critico sfociato poi nell’appoggio alle
ragioni dei propri fedeli.
È intervenuto poi il dott. Luigi Costanzo, medico di famiglia, che ha
spiegato come oggi per i medici di
base sia difficile assolvere al compito a loro spettante della prevenzione
primaria e secondaria a causa dei pericoli che possono nascondersi nell’aria e nel cibo, e degli ostacoli che,
sicuramente in maniera involontaria,
la legge pone. Lo stesso ha chiosato
dicendo che oggi un medico di base
della Terra dei Fuochi non può più
essere sicuro di fare prevenzione primaria nel consigliare ai suoi pazienti di mangiare frutta e verdura se vi
sono coltivazioni inquinate, o di respirare aria di campagna se questa
è intrisa di diossina; e non può fare
prevenzione secondaria se, ad esempio, la mammografia gratuita è consentita alle donne solo dopo i 45 anni
mentre si registrano casi di tumori al
seno in donne sotto i 40.
È stata poi la volta di Luigi Di Maio,
vice-presidente della Camera dei deputati, il quale ha dapprima provato
a declinare il tema sulla realtà pomiglianese, e in aggiunta tra ha aggiornato i presenti su quanto stesse
facendo il Parlamento in merito alla
vicenda Terra dei Fuochi. In fine c’è
stato l’intervento di don Maurizio
Patriciello che ha spiegato come un
ulteriore fattore di sofferenza in questa terra sia il non potersi più fidare
delle istituzioni che su queste tragedie sembrano essere state omertose
complici delle ecomafie; da sacerdote
ha detto come in questa lotta, iniziata da Caivano e arrivata fino al Parlamento europeo di Bruxelles, ci veda
la volontà di Dio rileggendo con lo
sguardo della fede anche lo spiacevole episodio che l’ha visto protagonista
con l’ex prefetto di Napoli De Martino
che ha attirato l’attenzione dei media
nazionali che fino ad allora derubricavano il dramma della Terra dei Fuochi nella sezione cronaca locale, ad
eccezione di Avvenire per il quale lo
stesso don Maurizio scrive.
novembre 2013
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