Poesia Europa: Libro

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Poesia Europa: Libro
17:07
Pagina 1
POESIA EUROPEA CONTEMPORANEA
20-02-2007
PREMIO NAZIONALE DI POESIA LORENZO MONTANO
OMAGGIO A LORENZO MONTANO – POETA EUROPEO
POESIA EUROPEA
CONTEMPORANEA
A NTOLOGIA DI SCRITTURE
A CURA DI AGOSTINO CONTÒ E FLAVIO ERMINI
ANTOLOGIA DI SCRITTURE
Copertina
BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA
CIERRE GRAFICA
ANTEREM
EDIZIONI
.
BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA
STUDI E CATALOGHI
XXXI
A cura del Centro Studi Internazionale Lionello Fiumi
ANTEREM EDIZIONI
ITINERA
VIII
A cura della redazione di “Anterem”
PREMIO NAZIONALE DI POESIA LORENZO MONTANO
OMAGGIO A LORENZO MONTANO – POETA EUROPEO
POESIA EUROPEA
CONTEMPORANEA
A NTOLOGIA DI SCRITTURE
A CURA DI AGOSTINO CONTÒ E FLAVIO ERMINI
Premessa di Clemens-Carl Härle
MANOSCRITTI AUTOGRAFI DI YVES BONNEFOY,
ANTONIS FOSTIERIS, KLAUS HØECK, KATALIN LADIK,
SILVANO MARTINI, LORENZO MONTANO, CHRISTA WOLF
BIBLIOTECA CIVICA DI VERONA
CIERRE GRAFICA
ANTEREM
EDIZIONI
Questa iniziativa editoriale si inscrive nel quadro delle attività di tre soggetti culturali
strettamente legati alla figura di Lorenzo Montano:
• Biblioteca Civica di Verona, per la costituzione e la gestione del Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea Lorenzo Montano e del Centro Studi Internazionale Lionello Fiumi;
• “Anterem”, per la fondazione e la gestione del Premio nazionale di poesia Lorenzo
Montano;
• Cierre Grafica, per la realizzazione editoriale delle opere poetiche vincitrici del Premio nazionale di poesia Lorenzo Montano.
Si ringraziano gli editori espressamente citati nell’ambito dell’Antologia per aver consentito la pubblicazione dei testi originali dei loro autori. Per le poesie e le prose di Lorenzo Montano, un sentito ringraziamento va agli eredi e a Martino Mardersteig.
I manoscritti autografi di Lorenzo Montano riprodotti in copertina e alle pagine 4, 8,
19, 20, 32, 154, 156, 166 sono conservati presso il Centro Studi Internazionale Lionello
Fiumi. I manoscritti autografi riprodotti alle pagine 71, 73 (Christa Wolf); 96, 97 (Yves
Bonnefoy); 110 (Antonis Fostieris); 112, 117 (Klaus Høeck); 126 (Katalin Ladik); 149
(Silvano Martini) sono conservati presso il Centro di Documentazione per la Poesia
Contemporanea Lorenzo Montano. I due Centri hanno sede presso la Biblioteca Civica di Verona.
Direzione editoriale
Flavio Ermini
Progettazione e cura grafica
Raffaele Curiel
© Anterem Edizioni, 2001
via San Giovanni in Valle 2, 37129 Verona, Italia
SOMMARIO
9
Premessa di Clemens-Carl Härle Allegorie del non-evento
11
Presentazione di Flavio Ermini L’Europa delle Archai
21
Parte prima
LORENZO MONTANO – POETA EUROPEO
Testi
33
Parte seconda
ANTOLOGIA DI SCRITTURE
Testi
155
Parte terza
LORENZO MONTANO E LIONELLO FIUMI
DA VERONA ALL’EUROPA
Testimonianza di Ennio Sandal La trasmissione della ricerca
Saggio di Agostino Contò Concordanze, discordanze
167
Parte quarta
NOTIZIE
Note informative sui Centri Lorenzo Montano e Lionello Fiumi
Notizie sugli autori
Indice dei poeti
Clemens-Carl Härle
ALLEGORIE DEL NON-EVENTO
A lungo si è pensato che fosse l’intima relazione con un ideale a
caratterizzare l’atto poetico e a conferirgli uno statuto speciale nel panorama
degli atti umani. L’ideale, raggiungibile o irraggiungibile che fosse, presente
o assente, perduto o promesso, nominabile o innominabile, non era soltanto
il distacco dai bisogni della vita e dall’esistenza esteriore, la «bellezza
di un calmo paese delle ombre» (Schiller) o un insieme di belle forme.
Era piuttosto qualcosa che preesisteva all’atto poetico come un mondo,
come un’apertura o un orizzonte all’interno del quale il dire poetico poteva
e doveva inserirsi per trovare la sua direzione, il suo senso. L’ideale
costituiva la possibilità di fatto e la legittimità di diritto della poesia.
Lo statuto dell’ideale comincia ad andare in pezzi quando la poesia dichiara
che esso non preesiste al suo farsi, ma che deve essere creato ogni volta
insieme con l’atto poetico. Non attraverso l’idealizzazione di ciò che è, ma
attraverso l’annientamento del mondo circostante e dell’io poetico stesso.
In questo modo l’elemento linguistico cessa di essere in una relazione
immediata con il senso, e il legame che unisce le parole e le cose si spezza,
perché solo liberando il linguaggio dalla sua funzione referenziale e
comunicativa la poesia può affermare se stessa come una realtà sui generis,
o come realtà di un’irrealtà. Questo è il prezzo di quell’inversione o di quella
trasfigurazione – l’idea di un’elevazione non è, com’è noto, del tutto estranea
al simbolismo – che è all’origine della distanza che distingue l’atto poetico
da ogni altro atto linguistico.
La posizione emblematica di Majakovskij e di Celan nella poesia del
Novecento nasce dall’ipotesi, condivisa da entrambi, che la distruzione
del mondo e dell’io, che si compie nell’enunciazione poetica, non abbia
come unico scopo l’affermazione della singolarità dell’atto poetico.
Al contrario: attraverso questa distruzione la poesia riesce paradossalmente
ad afferrare il “reale” più intenso e, insieme, più inaccessibile. Questo reale
si chiama Rivoluzione per l’uno, Auschwitz per l’altro. Con l’evocazione
9 ◊ Premessa
di questi nomi disuguali, l’idea – «la constellation froide d’oubli et de
désuétude» di Mallarmé – viene espulsa dalla poesia, a favore dell’evento.
L’evento è questo “fuori” che è al nostro interno e all’interno del mondo;
è imminenza e minaccia, ed è dunque infinitamente più reale di ogni realtà
che possa essere colta e descritta dal discorso storico. È proprio
l’affermazione poetica di questi due eventi che permette di dire che
il Novecento ha avuto luogo, che qualcosa in esso si è distinto dal mero,
indistinto rumore. Nominando l’evento la poesia acquista la sua legittimità.
Forse il tratto che accomuna maggiormente le scritture qui raccolte – oltre
al deliberato sfumarsi della differenza fra poesia e prosa – è il tentativo di
esplorare il no man’s land, il deserto dell’evento e dall’evento, che si estende
al di qua e al di là della soglia del secolo. Tentativo aporetico, perché se
è vero che oggi non c’è evento che sia degno di essere nominato, la poesia
non può creare con un colpo di mano, cioè di parola, l’evento che non c’è,
né servirsi della constatazione di quest’assenza come pretesto per ripristinare
l’idea o l’ideale. Di eventi, d’altronde, ce ne sono tanti, simulacri effimeri
e persistenti del Capitale, tanto numerosi quanto gli idoli – e non c’è
nemmeno bisogno che l’ideale si travesta – che vanno sotto l’epiteto
di postmoderno. Cercare di tornare indietro non servirebbe a niente.
Se, dunque, la poesia vuole continuare a distinguersi dagli altri atti linguistici
e non accogliere l’invito – che peraltro le viene fatto da più parti – a firmare
la sua sentenza di morte, cioè a confondersi con «l’universel journal», essa
non può che mettere ancora una volta in dubbio la consistenza delle parole,
sciogliendo il legame che pretende di collegarle fra loro, alle cose e ai
parlanti. Ancora una volta, dunque, l’atto poetico deve ripetere la distruzione
dell’io e quella del mondo, evitando, però, di dare luogo a trascendenze
o a trasfigurazioni e cercando, col più grande rigore, di prendere la misura
di quell’intervallo infinitesimale che separa la mancanza d’evento da ciò che
Nietzsche chiamava «Finale ins Nichts», finale nel nulla. Se c’è un divenire
nel nostro presente, esso si decide negli anfratti di quest’intervallo. E non
ha tanto la forma temporale di un futuro che si annuncia quanto quella
di un’alterazione quasi sotterranea che ci attraversa impercettibilmente
rendendoci sempre più dissimili da noi stessi, fino al punto in cui anche
il nostro viso si distorce e non riusciamo più a riconoscere né noi stessi
né coloro che ci guardano. «Quando mi vide, tutto si distorse» (Dante).
Le scritture qui raccolte sono strumenti estremamente sensibili, sismografi
capaci di captare le forze che sono all’opera in questa distorsione e di fissare
quell’informe che impedisce al nostro presente di trovare una comoda
e illusoria conciliazione in una forma, in una figura, in un’idea.
10 ◊ Premessa
Flavio Ermini
L’EUROPA DELLE
ARCHAI
Una parola di cui non ci si ricorda e che pure esiste; al principio era questa parola.
Lou Andreas-Salomé
Tutto ciò che il filosofo enuncia sull’uomo non è in fondo altro che una testimonianza sull’uomo di un periodo molto limitato ... Tutto l’essenziale dell’evoluzione umana è avvenuto in tempi remotissimi, assai prima di quei quattromila
anni che all’incirca conosciamo ... Eppure dell’uomo degli ultimi quattro millenni si parla come di un uomo eterno, al quale tendono naturalmente dalla loro origine tutte le cose del mondo. Ma tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute.
Friedrich Nietzsche
Essere veramente storici, significa tener distinti la pre-istoria e il più antico passato. Pre-istoria non è l’antico, il più antico. Pre-istoria è l’arcaico: il luogo delle
arcai, dei principi. E i “principi”, le archai, hanno una temporalità che non è quella della storia. Sono passato, infatti – e già da sempre passato – perché mai sono
state, mai avrebbero potuto essere, “presente”. Ma “passato” sono, che mai non
tramonta. Che mai non lascia quanto da esse viene. La pre-istoria è il sottosuolo
della storia. Il suo spazio s’estende all’intero corso della storia.
Vincenzo Vitiello
1.
La tesi è presto enunciata: poesia è
passione per la verità che si apre all’origine, all’inizio.
La riflessione sul linguaggio che caratterizza l’esperienza della rivista
“Anterem” è sviluppata da questa antologia di poesia europea in molte
delle sue implicazioni. Viene riconfigurato in modo particolare il nesso
tra sentire, parola e pensiero, fino a
cogliere in tutta la sua evidenza la lacerazione tra l’uomo e il mondo.
È possibile circoscrivere una “poesia
europea”? La questione trova senso
nella tesi: poesia è passione per la verità che si apre all’origine, all’inizio.
Cerchiamo di capire come.
2.
All’inizio, c’è uno stato di confusione
in cui niente si distingue. È l’unità arcaica. Gli opposti che da essa per
scissione emergono sono destinati di
volta in volta alla lotta e all’unione in
un continuo cambiamento ciclico.
11 ◊ Presentazione
Da quel mondo nasce la parola che
scaccia il suo altro e il suo doppio,
chiudendo al chaos, alla molteplicità
dell’essere, all’insensatezza. Da quella
parola viene l’uomo. E con l’uomo la
ragione, che mette le cose create al sicuro, fondando e ordinando... Dalla
ragione nasce alfine la convinzione
che la grammatica del suo cosmo sia
la sola che l’uomo può abitare.
Così ha inizio la storia, in un contesto
pietrificato di enti. Nascono stabilità
e movimento. Ma è il movimento di
ciò che è stabile.
L’ordine vuole abolire l’origine insieme al varco che vi conduce. Giunge a
cogliere nella vita: immobilità, stasi,
paralisi, gerarchie, morte. Finisce con
il renderci, come scrive Zambrano,
«indegni, quasi, della vita» tanto che
«là dove arriviamo la danza cessa, il
canto ammutolisce, la brigata si disperde».
È giustificato lo sconforto di Rilke:
«È per mancanza di forza, per distrazione e per errori atavici che sperperiamo pressoché interamente le innumerevoli ricchezze che ci furono destinate».
3.
Per essere chiari, le prime forme di
razionalità avvengono così. Il logos si
libera dal mito. Si rompe con la logica
dell’ambivalenza. Inizia la ricerca di
una coerenza interna al discorso: definendo i concetti, delimitando i piani
del reale, osservando il principio d’identità. È la chiusura al chaos, ma
non senza resto.
Qualcosa rimane al di fuori della pa-
rola. Ed è ciò che non cessa di travagliarla al suo interno. Giungendo a
incutere nell’uomo timore, sì, ma anche nostalgia del suo passato indiviso,
di quel mondo turbolento che fu lo
stadio demonico dell’esistenza umana, le sue radici.
E così quando l’uomo si accosta alla
parola sa di accostarsi anche alla soglia che conduce al fondo opaco e
buio da cui si era liberato. E quando
il chaos a sua volta preme all’apertura
originaria, per irrompere nel mondo
ordinato della ragione, sa che lì, sul
varco, s’impone una parola.
Il compito della parola è proprio
quello di mettere a contatto gli uomini con ciò che di pre-sensato vi è in loro. E, tra gli uomini, alcuni si fanno
testimoni di questa complessa e rischiosa esperienza di pensiero. Costoro mettono la loro parola al servizio del non-senso: precipizio di tutti
gli ordini logici, massima vertigine,
congedo del buon-senso e delle sue
diligenti parole. Sono i poeti.
I poeti arrischiano il linguaggio, per
questo vengono chiamati “dicenti”;
gli altri usano il linguaggio e si trattengono nei modi di dire.
Solo i dicenti hanno accesso alla materia caotica di cui ogni esistente esiste: prima dimora dell’uomo e luogo
delle nostre origini. Alla «terra in fondo al mare» nominata da Montano. Lì
inizia il nostro viaggio. Esattamente
dove la parola, con i versi di Caproni,
ci rivolge un appello: «Smettetela di
tormentarvi. Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo. Non so
indicarvi altro luogo».
12 ◊ Presentazione
4.
Questa antologia segnala una soglia
che alcune voci poetiche europee collocano “tra” l’antico chaos e la parola. Voci poetiche difficili da intendere. Per la loro comprensione esigono,
ci ricorda Tiziano Salari, uno sguardo
che si renda partecipe di una doppia
estensione: del tempo della storia e
del sottostante spazio arcaico.
Le voci poetiche qui convocate costituiscono veri e propri exempla della
necessità, oggi, di prendere congedo
dalle grammatiche dell’ascolto conosciute e accedere alla lingua che crea.
Della possibilità, dunque, di arrischiare il passo che porta al vivo e originario soggiornare presso le cose, a
coglierne l’essenza, a nominarla.
Nel convertire in parola ciò che normalmente resta separato da ogni conoscenza, il poeta indica che non esiste solo una ragione immanente al
discorso e fondata sulla non-contraddizione. Segnala un altro sistema di
pensiero, preesistente al senso comune e al moto intenzionante della comunicazione: un pensiero dove i contrari sono complementari e gli opposti si richiamano; una parola dov’è custodita la differenza che il mondo, costituendosi in categorie, sopprime.
Alcune voci poetiche in Europa istituiscono una strana parentela «tra ciò
che per lungo tempo fu temuto come
grido e ciò che per lungo tempo fu atteso come canto» (Foucault). Documentano un linguaggio che fa segno a
un codice non preesistente. Enunciano un principio poetico a noi anteriore, «“passato” ... che mai tramonta» a
noi sempre contemporaneo: il neochaos, nominato da Giorgio Taborelli.
Manifestano che la condizione della
nostra capacità di parlare non sta nell’esigenza di comunicare, ma nell’ascolto dell’appello che il linguaggio ci
rivolge. Confermano la legittimità di
poter circoscrivere, come qui avviene,
una “poesia europea”.
5.
Disposte lungo l’arco di tempo di un
secolo, il Novecento, le trenta voci
che l’antologia raccoglie rappresentano una molteplicità di esperienze,
una polifonia storica che si intreccia
con una molteplicità di estrazioni
geopolitiche. Eppure si modulano all’interno di una poetica comune. Non
è un caso che molti degli autori siano
già stati ospiti nelle pagine della rivista “Anterem”.
Le voci poetiche qui convocate indicano che la ricerca dell’origine, dell’essenza delle cose, parte dall’osservazione diretta, concreta, per svolgersi poi lungo una via nominationis che
si fa sempre più speculativa fino ad
accogliere della parola la mutazione,
ciò che la travaglia al suo interno.
Con la consapevolezza che quando la
si accoglie si socchiude la porta dietro
la quale si aggirano la violenza dell’indifferenziato e il chaos.
Con la parola poetica giunge al pensiero qualcosa di impensato: quell’articolarsi dello spazio e del tempo proprio delle archai.
Si pesca nelle acque turbolente delle
archai dopo aver disselciato il cammino dell’uomo da precetti e comanda-
13 ◊ Presentazione
menti buoni solo per la prevaricazione
dei significati sulla parola originaria.
La morte di Dio significa che l’idea di
Dio non organizza più il nostro dire,
tutto qui. Ed è tutto.
Anche se non è possibile risalire a
un’origine piena – proprio perché la
parola è sempre segno-di, sta al-posto-di –, è impressionante la fedeltà
con la quale l’impensato viene portato sulla scena. Due punti di vista, opposti e incompatibili, appaiono simultaneamente e danno luogo a un
conflitto senza esito: è l’incontro di
due voci che si straziano in un dialogo
accanito, come testimonia Alferi.
Proprio questa duplicità irriducibile è
il problema con cui, sempre e di nuovo, il pensiero è destinato a misurarsi.
Lo sa bene Sarah Kirsch: le archai si
concedono e si ritraggono in tanti
modi, e, dinanzi a esse, non hanno
senso accettazione o rifiuti.
6.
Questa antologia trova le ragioni della propria conformazione nella necessità di un “doppio cervello” che consenta, come ricorda Nietzsche, di godere insieme del passato e del futuro,
fino a superare la separazione dei valori, a escludere tutte le esclusioni.
Si può iniziare a parlare di “poesia
europea” solo portando alla luce gli
elementi che intimamente accomunano le varie poetiche, al di là della pluralità di voci e intonazioni, oltre la diversità degli esiti.
È possibile identificare uno di questi
elementi nella minaccia che torna a
inquietare la parola dal di dentro,
qualcosa che non aveva mai cessato
comunque di tracciarsi in ogni suo silenzio. Silenzio che accompagna la
parola in tutto il suo percorso. E che
è molto di più che il suo “passato” e il
suo “futuro”. Al silenzio la parola
poetica nel suo domandare dà sempre
parola, insieme all’Altro e alla morte.
È compito della parola poetica dire il
silenzio, indica Christine Lavant. E
dirlo al modo del gesto inaugurale: il
silenzio delle cose e nelle cose, nei nomi e nei suoni delle cose.
Il linguaggio che il poeta arrischia è
fondante davvero solo se e in quanto è
in relazione intimamente con quell’altro da lui che è il silenzio. Si dice il vero affermando che il silenzio funziona
nei confronti del linguaggio come la
morte nei confronti dell’esistenza.
Quel silenzio che la parola si porta
dentro indica che nel rapporto conflittuale con l’elemento originario –
arcaico – non tutto può essere portato a parola, così come non tutto può
essere risolto nel linguaggio storico
degli uomini storici.
7.
C’è dell’altro. La parola si spinge ben
oltre il silenzio dell’inorganico. Il silenzio a cui si destina è il silenzio del
chaos, della vita indivisa. O con più
esattezza: del neochaos.
Questo intendimento fa capire che il
legame essenziale con l’unità originaria non è mai stato rotto.
Ecco in quale senso la parola rivendica a sé l’origine. Con il suo avvento,
un’intera catena di eventi è caduta
“dentro” di essa: il silenzio del nulla,
14 ◊ Presentazione
il mare senza fondo dell’inconosciuto, i rumori dell’ingens sylva, il grido
animale.
Ecco perché adeguatamente rappresentata nella scelta dei testi è la poesia
in prosa, matrice che rappresenta per
molti autori uno sbocco naturale: una
scrittura che, liberata da tante convenzioni, ripropone al lettore (due
millenni abbondanti dopo i grammatici alessandrini) le fatali ambiguità
del testo continuo e non interpunto.
Pensando al canto e alla danza, cui la
parola era originariamente commista;
o anche, come ricorda Taborelli, «alla
poesia antichissima di sollecitazione
amorosa, graffita su roccia all’aperto».
8.
Forse la parola custodisce anche
quanto il terzo occhio di Edipo –
quell’occhio di troppo di cui parlò
una volta Hölderlin – volle vedere e
che lo accecò. Sicuramente la parola
custodisce ciò che il vedere non sopporta. Forse la parola è così impenetrabile proprio per impedirci di riaccostarci alle origini, per indurci a restare lontani da quella dimora, a non
svincolarci dal rassicurante abbraccio
della ragione.
Questa lontananza è la rimozione del
grido animale e di una logica alla quale non siamo abituati: impura, contraddittoria, eccessiva. Legata al cielo. Allora ci volle tempo e fatica per
volgere la nostra attenzione dal cielo
al quotidiano.
Oggi, testimonia Bonnefoy, c’è bisogno dello sforzo inverso per ridurre il
legame con la terra, alla quale la tec-
nica ci ha strettamente vincolati. È
dunque una necessità riprendere l’interrogazione sull’inizio.
9.
In questo cammino a ritroso c’è il senso della tradizione autentica: che risale all’infinito verso il luogo dell’origine, ripercorrendo quel cammino che
l’umanità ha già compiuto e che si arresta di tanto in tanto per ascoltare le
voci che hanno parlato prima di noi.
Chissà quanto è possibile, come scrive Wittgenstein, «calarsi nell’antico
chaos e sentirsi a proprio agio», arrivare a congiungere ciò che sin dall’inizio appare come un insieme di irriducibili polarità, destinate a richiamarsi, ma sotto il segno dell’esclusione. E poi non desistere, ma continuare a tenere insieme in una compresenza irriducibile – che è anche una opposizione disperata – i contrari che la
compongono.
10.
Soggiornare nella propria epoca, volgendo lo sguardo al fondo, al carattere alogico, sovraconcettuale dell’accadimento arcaico. Ecco ciò che forse
va fatto. Il che significa, suggerisce
Ollier, vivere del proprio movimento,
quello che l’epoca nasconde.
Ricusare il vero come categoria significa pensare in direzione dell’ignoto,
dell’impensabile: rinnovare il chaos.
Contrapporre all’oblio insolente della
parola quotidiana il silenzio della parola poetica. Abbandonare la folla dei
“sensati”, ed entrare nella piccola
cerchia degli iniziati, quelli che san-
15 ◊ Presentazione
no: inadempienti rispetto alla realtà
convenzionale e sempre al limite, precisa Christa Wolf, tra l’esserci e il non
esserci. Non varcare la linea, ma soffermarsi su di essa: qui e altrove, presenza e assenza, lutto e gioia, esilio e
vita interiore.
11.
Il tramonto del tempo “progressivo”
ha esteso al passato il raggio del presente. Il passato così non è più “passato”. «Au commencement est le souvenir» ci ricorda Valéry. L’originario è
solo un derivato: il prima è sempre
successivo al dopo.
Tutto quello che vorrebbe restare segreto e nascosto: affiora.
Il tramonto del tempo “progressivo”:
per primo lo ha percepito Musil, cogliendo un movimento nel sottosuolo
che solo oggi appare nella piena luce
della consapevolezza.
Nella storia il tempo ha perso il suo
primato nei confronti dello spazio.
12.
Forse è anche il momento di dire, come fa Laporte: non più la scrittura al
servizio della parola e del pensiero,
ma la scrittura consacrata a se stessa.
In questo caso è l’esodo il rischioso
movimento della scrittura intenta a riflettere su se stessa mentre traccia il
suo spazio.
Nell’esodo è pensabile anche il movimento che porta verso l’altra parte di
noi stessi, alla terra incognita (l’inexplicable mallarmeano) da cui un giorno ci siamo emancipati. Scrivere votandosi all’interminabile quando tutto
è da tempo terminato; produrre un’opera che ponga l’avvento come scopo,
una situazione-limite nella quale non
si finisce di finire. Scegliendo di non
aver scelta. E scegliendo una scrittura
che ha perso la sua tranquillità e la sua
fiducia, e che diventa agitata, internamente non risolta, e bifronte.
Una scrittura che non tollera addomesticamenti, riparazioni, colpevoli
risonanze. (Per la precisione è imprescindibile forzare il pensiero in prossimità delle figure da cui ha preso origine. Esporlo allo scacco del chaos e
del silenzio.)
Una scrittura affrancata da ogni
schiavitù a un ordine manifesto del
linguaggio. Sua patria e dimora, dice
Silvano Martini, non può essere che
quella terra di miraggi che invita al
nomadismo interiore, tra esitazioni,
incertezze e precarietà.
Non dunque regressione al caldo
grembo dell’indistinto. Né un interpretarsi a partire dall’origine. Ma una
danza nella cecità del senso, tra grumi
disordinati di sillabe, balbettii, silenzi. Una danza che comincia sull’orlo
del precipizio, laddove il sentiero è
quello sotterraneamente percorso e
terremotato dalle passioni.
Non un rassicurante cammino lungo
un itinerario nitidamente prestabilito,
ma un’avanzata incerta tra sprazzi di
visibilità. Lungo la quale gli assalti di
incontrollati significanti sconvolgono
le ordinate carovane dei significati, liberando, ulteriorità di senso. Sembra
che tutto sia stato preparato, suggerisce Simeone, per accogliere l’inespresso: il profondamente desiderato.
16 ◊ Presentazione
13.
Come ridurre il legame con la terra?
Come tornare a mettere in scena quel
punto inesteso in cui voce e silenzio
si coappartenevano? Come tracciare
una scrittura in cui venga portato a
parola quanto è stato costretto a tacere? E, in pratica, come può la parola
essere rimossa dall’elaborazione dei
codici e delle strutture della comunicazione?
Vanno forse prodotti tagli e innesti
nel corpo del testo, fino ad aprirlo all’Altro che, sotterraneamente, racchiude in sé. Fino all’inabissarsi della
lingua nominale nella lingua muta
delle cose, così come fa Mussio.
Va probabilmente favorito un dire
che in un doppio gesto separi e al
tempo stesso unisca interno ed esterno, quel rimanere sulla soglia, in cui
l’ascolto dell’essere si determina nella
sua alterità, così come suggerisce
Høeck.
Quasi certamente va intralciata la comunicazione, opacizzando la trasparenza dentro lo statuto del linguaggio,
con sommovimenti impressi alle strutture sintattico-grammaticali. Martini è
esemplare a questo proposito.
Non c’è metodo. Forse solo quel trattenersi tra le vie di una scrittura che
costringe il senso a tracciarsi, senza la
certezza che un risultato possa offrirsi, può consentire al poeta di spingersi fino all’origine ultima in cui l’essere
e il non-essere, sapere e non-sapere,
epistéme e doxa convivono. Qui le
cose sono e non sono perché divengono. Indicano che l’origine resta sempre un futuro e che la scrittura accade
disfacendosi. «Approntare i piani per
il passato» propone Fostieris in una
poesia che ha per titolo Appunti per
l’indomani.
14.
Dall’agorà all’antro di Delfi. La poesia tralascia le parole ordinate delle
categorie per tornare ad ascoltare i
messaggi suggeriti dalle foglie sparse
dall’oracolo. Lascia alla tecnica il definito e il determinato per riappropriarsi dell’indefinito e dell’indeterminato. Coltivando un pensiero che
disegni i margini della nostra epoca,
“tra” quanto è stato pensato e quanto, soprattutto, è rimasto inespresso.
“Tra”: la zona di confine che unisce e
separa il pensiero razionale articolato
nel tempo dall’essere umano e la follia che in esso non ha mai cessato di
tracciarsi.
“Tra”: il mediante che porta all’impensato del linguaggio, dove la parola
non è ancora asserzione, ma coappartenenza di presenza e assenza.
“Tra”: il crinale su due abissi, all’inizio e alla fine dell’essere.
15.
Il poeta ha ben presente questa doppia ombra, così strettamente connessa con la parola.
E sulla parola il poeta si curva con la
parola, riconoscendo nel linguaggio
la morte di Dio e conferendo al linguaggio una sua autonomia e immanente infondatezza.
Il momento sorgivo si specifica in
questa relazione, suggerisce Birgitta
Trotzig.
17 ◊ Presentazione
Ma la scena inaugurale non è la scala
da buttare via una volta salitici. È ciò
che più intimamente ci riguarda: l’apertura di uno spazio che nessuna parola può pienamente riassumere e
comprendere perché è antecedente a
ogni parola, perché è da quello spazio
che è nata la parola.
In principio, l’essere umano era l’uno
e l’altro. In principio: lì abita quel
nessuno arcaico in cui sono raccolte
tutte le possibilità, protagonista di un
trauma che scuote il fondamento stesso del dire. Ce ne parla Vernant: è il
suono del distacco che porta a compimento il coito del chaos e dà il via alla storia. Sarà guidato dal desiderio
dell’albale unità il dire del poeta.
Il sapere originario è il nonsapere: ossia l’atto creativo arbitrario dal quale
ogni sapere causale deriva successivamente, come ben sa Tomlinson. Coglierne l’essenza significa procedere
contro l’abitudine del pensiero che
chiede oggetti circoscrivibili e rappresentabili oltre a un soggetto identificabile e potente.
16.
Ci mettiamo in cammino, precisa
Düttmann, dove la strada è ancora
tracciato. La caducità, la lacerazione
e il cambiamento: un congedo dalle
forme di ritualità, dalle procedure di
contenimento, dagli schemi d’ordine,
dalla sottomissione a regole, verso un
approssimarsi alle ombre, in un offrirsi come risposta a un appello.
Non si dà parola se non liberando l’originaria follia. E ogni nuova parola è
l’allarme percettivo del contenuto
preverbale; fa segno dall’interno del
dicibile all’unità preriflessiva e preconcettuale che ha preceduto il pensiero cosciente e razionale.
Se non fossimo stati scoperti dall’ombra che agiva in noi, quale parola senza soggetto parlante, non avremmo
mai potuto inventare nulla.
Come scrive Wallace Stevens: «La
poesia deve resistere alla ragione con
successo quasi completo».
Alla parola senza linguaggio si può
dunque accedere non con le parole
ordinate dell’Io, ma con il collasso
dell’Io: nell’iscrizione della lingua
poetica al tempo che precede la lingua, dove si fa più netta l’esposizione
del dire del poeta a qualcosa che intende sottrarsi alla prospettiva del
senso finale.
Ci ricorda Kafka: «Da un certo punto
in là non c’è più ritorno. È questo il
punto da raggiungere».
18 ◊ Presentazione
POESIA EUROPEA
CONTEMPORANEA
ANTOLOGIA DI SCRITTURE
1
LORENZO MONTANO
POETA EUROPEO
... con ciascuno
cui la tenebra è viaggio
e la notte dimora
Montano
Lorenzo Montano
THE PORTENTS
Many warnings, spread over a considerable period, heralded the disappearance
of Atlantis, a continent about the size of Australia, engulfed by the sea some
thirty thousand years ago. There had been prophecies; but as with all true
prophecies, they could not be read plainly until after the event. Nor had there
been any lack of other, more tangible warnings, such as occasional earthquakes,
while lesser tremors and shiverings of the land became in time a common occurrence. Beaches which had always been smooth and firm turned into quicksands, and in places near the coast fishermen would find that the waters had
become unexpectedly deeper. The land itself would subside here and there, allowing the sea to make inroads upon it; several new lagoons were formed.
Changes were not confined to the seaboard. Deep inland, many miles from the
sea, good land began to turn into marsh, and several lakes, where the waters
had been sweet within the memory of man, turned gradually salt. In one of
these, amazingly, salt-water fish made their appearance, although no underground connection with the sea could be imagined. Gulls and other birds of
the sea appeared in great numbers in some of the Central Regions, where none
had ever been seen. But this was one of the last signs, and preceded the end by
a few weeks only.
[THE FLIGHT]
The night’s soft touch upon my forehead warns:
This is good-bye.
Escape is on my flag, yet, friends, no flight can take me
Beyond your doom – and you’ll be safe if I am.
None may perish alone,
Alone survive. The law is plain.
The Company advises all who travel
To bring their food, as there is none provided.
Let us exchange a morsel of our hearts,
Here, here, and here. Certified pure
22 ◊ Europa
Lorenzo Montano
Traduzione dell’autore
[I PRESAGI]
La scomparsa di Atlantis, un continente grande all’incirca come l’Australia, inghiottito dalle acque un trentamila anni fa, fu preceduta da molti segni. Vi erano state delle profezie: ma come tutte le profezie, non era possibile intenderle
chiaramente se non dopo il fatto. Né erano mancati altri avvisi più tangibili, come, a intervalli, dei terremoti; mentre tremori e vibrazioni più lievi del suolo finirono col diventare comuni. Spiagge che si erano sempre conosciute compatte e solide al piede si trasformarono in sabbie mobili; e in certi luoghi vicini alle coste i pescatori scoprirono con meraviglia che le acque erano divenute più
profonde, in terraferma si verificarono dei cedimenti, di cui approfittarono le
acque del mare: si formarono diverse lagune.
I cambiamenti non erano limitati alle zone litoranee. Molte miglia entro terra, terreni eccellenti presero a impaludarsi, e diversi laghi le cui acque erano sempre
state dolci, divennero salmastri: in uno di questi laghi la gente fu sbalordita dalla
comparsa di pesci di acqua salata sebbene nessuna comunicazione col mare,
neanche sotterranea, pareva concepibile. Folti stuoli di gabbiani e altri uccelli
marini comparvero qui e là nelle regioni centrali, dove non s’erano mai veduti.
Ma questo fu uno dei segnali ultimi che precedette la fine di poche settimane.
[LA FUGA]
La notte mi tocca con dolcezza
La fronte, e avverte: È l’ora.
Sulla mia insegna, amici,
È scritto: Fuga, ma nessun fuggire
Mi scamperà dalla vostra rovina,
E s’io son salvo, pure voi lo siete.
Nessuno – questa è la legge – solo
Potrà perire, solo salvarsi.
Portatevi il mangiare, ci hanno detto:
Scambiamoci un boccone qui dei nostri
23 ◊ Montano
And wholesome food is the true heart of friendship.
Night is now with us, she has come to stay:
No dawn tomorrow says the almanac –
Her tender anxious wings enfold our parting.
Dear friends, this is good-bye. Now – it is now we part.
God be with you with me with all
Who must travel in darkness, or abide in the night.
[THE CROSSING]
Our leaden lives are enough for any ship, we must lighten
our cargo,
Let all treasure go with the junk, the load with the ballast;
He who travels light will get farthest, and what could be
farther than a journey from nowhere to nowhere.
Look at the cork, tossed by one wave to another, to whom
trough and crest are alike, the finest of sailors:
Let us be like the cork.
Overboard all records files inventories account-books
debits and credits
With all deeds scripts parchments bonds and indentures;
The family plate and china, photographs, hate- and loveletters, family curses and blessings,
Out! Out all nest-eggs and golden eggs and the geese also
that lay them;
Out the loving-cup the moustache cup and porringer:
jettison
The trophy on the cupboard and the skeleton in it.
Let Success walk the plank hand in hand with Failure her
sister;
All rewards and punishments, habits good and bad, false
and true standards,
Pledges, wows kept and broken, let the sea have them all.
Let them be followed into the clean and bitter sea by
all clocks watches
24 ◊ Europa
Cuori: sostanzioso e puro
Alimento è un cuore amico.
Fonda ormai è la notte e sarà lunga:
(Niente alba per domani, il calendario
Porta così); le sue ali ansiose
E tenere ella ha schiuso a riparare
Questa partenza. Amici, è l’ora. Iddio
Sia con voi, sia con me, sia con ciascuno
Cui la tenebra è viaggio
E la notte dimora.
[LA TRAVERSATA]
Carico o zavorra, è tutt’uno –
Buttate ogni cosa!
Con le vite nostre di piombo
Noi peschiamo già troppo, e il segreto
È d’esser leggeri.
Guardate quel sughero là, che alle onde
Fa da trastullo, e del sotto e del sopra
Che gl’importa, navigante perfetto?
Sia quello il nostro esemplare.
Ogni partita è chiusa, e i totali
Sommano a zero.
A mare inventari e registri,
Pergamene, testamenti, diplomi,
Stoviglie e bicchieri, l’argenteria
Di casa, ritratti, riccioli, nastri,
Pegni d’odio e d’amore,
Lacrime di mammà, benedizioni
E maledizioni paterne,
Via tutto. Salti in acqua Sfortuna
Abbracciata alla Fortuna sorella,
Giù le soavi catene e abitudini,
Metri buoni e falsi, patti osservati
E traditi, giù onori e vergogne.
Diamo al flutto limpido e amaro
25 ◊ Montano
Dials running sands and mementoes, by yesterday’s morrows
and to-day also –
Yes, to-day must certainly go, the heaviest item we carry.
Innocent as all castaways, bare as the new-born or
new-dead
We shall find earth to kneel on.
THE BEACHES
Three weeks after they had been washed ashore the land upon which they
stood trembled and was struck by three immense tidal waves following closely
upon each other. Many towns on the coast were destroyed; thousands perished.
The natives feared that the fate of Atlantis would overtake their land, and that
indeed the whole world was coming to an end. Almoran remembered Sintar’s
words. But nothing further happened. Those, it was inferred after a time, had
been the remote effects of the last and greatest convulsion which completed the
destruction of Atlantis.
Almoran had not sighted a single ship during the whole of his crossing. He
found however that many had landed before him; others followed. At daybreak, crowds of fugitives hurried to the sands, and praying not to find whom
they sought, would turn over the countless drowned cast ashore during the
hours of darkness and examine their features closely. For the rest of the day
they would throng the beaches anxiously scanning the sea for relatives and
friends who might still be coming, or even for strangers whom to ask for news
of those left behind. People still kept arriving every day, though in ever decreasing numbers. Some, whose vessels had foundered in sight of land, swam
ashore; others arrived comfortably in great ships with all their belongings, but
these during the storms had been mostly so battered or spoilt by the sea-water
as to be of little use. One calm day the sea deposited gently upon the beach a
tin bath with three small children, unharmed and cheerful.
Almoran was rarely able to keep away from those peering crowds on the sands.
Every Atlantian race, nation and condition was to be found there, and as they
elbowed each other they enjoyed, or suffered, the illusion of being still on their
ill-fated continent.
26 ◊ Europa
Agende, quadranti, orologi
E i giorni tutti, passati ed attesi,
Ma sia primo il giorno presente:
Non abbiamo in polizza
Voce più pesante di questa.
Innocenti al modo
Dei naufraghi, ignudi
Come chi nasce e chi è morto,
Forse ritroveremo una terra
Dove cadere in ginocchio.
LE SPIAGGE
Alquanti giorni dopo che il mare ebbe deposto sulla riva Almano ed i suoi, tre
immani ondate si abbatterono con breve intervallo sulla terra che li ospitava.
Furono rase al suolo parecchie città costiere, con la perdita di molte vite. Temettero gli abitanti che anche per il loro paese fosse venuta l’ultima ora; a non
pochi parve imminente la fine del mondo. Invece tornò la calma. Si era ripercossa in quel maremoto, lo si comprese in seguito, l’ultima e più violenta fase
del cataclisma, con la quale si compì la distruzione di Atlantis.
Almano, che durante la traversata non aveva avvistato nessuna imbarcazione,
scoperse ora che molti avevano toccato terra prima di lui. Gli scampati si affrettavano verso le spiagge col primo chiaro, pregando il Cielo di non trovare ciò di
cui andavano in cerca. Gli innumerevoli annegati che la marea aveva lasciato
sulle rive durante la notte erano scrutati con angoscia uno per uno, nettati dalla
rena e dalle alghe, voltati e rivoltati per poterli minutamente esaminare. Ogni
tanto uno scoppio di alte strida, di lamenti e singhiozzi annunciava qualche riconoscimento. Gli altri facevano ressa lungo il mare fino a buio, con gli occhi
fissi sulle acque, in attesa di familiari o di amici che potessero ancor toccar terra, o per lo meno di qualche estraneo da interrogare. Continuavano infatti ad arrivare, quantunque sempre più scarsi, nuovi superstiti, a gruppi o alla spicciolata, su ogni specie di natanti, dai più consueti ai più inattesi. Alcuni, le cui imbarcazioni erano affondate, giungevano a nuoto, o aggrappati a qualche rottame, altri invece comodamente, su grandi e sicuri bastimenti, magari con tutte le
loro masserizie, sebbene il più delle volte queste fossero ormai inservibili per essere state sballottate dalle burrasche o infradiciate di salso. Una mattina il placido mare portò a riva una bagnarola di latta zincata con dentro tre bambini
piccoli che salutavano la folla assiepata sulla battigia con atti e gridi festosi.
27 ◊ Montano
Some of the native priesthood had raised their voices against the danger of admitting into the country the people on whose land such a dreadful curse had
fallen. But few of the natives listened. They had warmly welcomed the first to
arrive, and were sympathetic and helpful even to the last, in spite of the concern they felt, naturally enough, in seeing more and more of these strangers
landing upon their soil. Compared with the vast populations that had been engulfed, these survivors were of course a mere handful. Nevertheless, their number appeared considerable, and even greater perhaps than it actually was, as
each stood out by reason of his speech and garb, and also because of the vague
horror surrounding any person whom the powers of destruction, striking at a
multitude, have unfathomably marked for reprieve.
We greet you, naked ghosts arisen out of the sea onto
your land –
Our papers, as you see, are in order: credentials and
passports
Signed by Fear, sealed by Havoc, delivered by Ruin,
Great Powers and ancient, acknowledged here no doubt
as elsewhere.
A few questions? Most certainly. You will find we know
all the answers.
Our nation is under the sea. Our language is a dead
language.
Our profession that of all ghosts, we have come to
haunt you.
Every feast needs a skeleton. The place, we observe,
seems to be vacant;
We beg to apply for a skeleton’s job at your feast.
Is there any objection raised to our haunting your
shores? None?
We thank you, and when next reporting to the Realm
of the Dead, rest assured.
We shall report of you with favour.
28 ◊ Europa
Almano non era capace di star lontano dalle spiagge e da quella calca in attesa.
Intorno a sé vedeva rappresentata ogni razza, nazione e condizione di Atlantis,
e nel far ressa insieme godevano, o pativano, l’illusione di trovarsi ancora sul loro continente perduto.
Tra il clero locale, certuni ammonivano che il dar ricetto a gente colpita da una
così tremenda maledizione non era senza pericolo. Sebbene il maremoto paresse dar ragione a costoro, essi trovavano poco ascolto. La popolazione dopo
aver ricevuto con calore i primi arrivati, successivamente per verità incominciò
a preoccuparsi, vedendosi capitare tanti più stranieri di quanti s’era creduto in
principio se ne fossero salvati, cosa ben naturale: nondimeno restò soccorrevole anche per gli ultimi, se pure con diminuito entusiasmo. Erano ben pochi gli
scampati a paragone dei popoli inghiottiti. Ma il loro numero appariva maggiore di quel che non fosse in realtà, perché ciascuno di essi spiccava a cagione
della parlata e dell’abito, e anche per quella specie di segreto orrore ch’è intorno a coloro che le potenze della distruzione nell’annientare una gran moltitudine hanno inesplicabilmente risparmiato.
Il deferente saluto
Di noi fantasmi ora usciti
Dal pelago a queste rive
Del paese ch’è vostro.
Sì, abbiamo le carte
In regola, che la Sciagura
Ha timbrato a dovere, lo Spavento
Firmate, e c’è il visto della Rovina:
Certe ed antiche autorità, senza dubbio
Riconosciute qui come altrove.
Interrogarci? Ma sì: noi a tutto
Abbiamo risposta. La nostra nazione
Sta in fondo al mare. Il linguaggio?
È la lingua che udite nei sogni.
La professione quella, si sa,
Di tutti gli spettri:
Siamo qui per farvi paura.
A ogni festino bisogna il suo scheletro:
Qui il posto, osserviamo, è vacante,
Accogliete, fortunati, la nostra
Rispettosissima istanza
Di far da scheletri al vostro festino.
29 ◊ Montano
[ATLANTIS IS NO MORE]
The land has gone.
The waters closed over the shady porches
The crust of well-browned reefs –
Great windows wide upon a deeper sky,
Light slow unending days
Generous as full seasons and as long
Measured by the cobbler’s beat, the laundress’ song.
The ringing hammer of the kettlesmith,
By children’s cries shrill in the golden dust.
Clean open land, where in the market place
The marble dead and the warm living barter
Their thoughts aloud, and every sunrise draws
The frontiers cleanly between night and days.
All now lies deep beneath a mindless sea;
Above, endlessly, waters, wind and sun
Sport with each other and with memory.
April 1943
«... 1938 ... Proprio allora si andavano addensando le nubi minacciose delle leggi razziali, delle quali lo stesso Montano fu vittima. Costretto ad abbandonare l’Italia, egli si rifugiò in Inghilterra. Allo scoppio della guerra, fu costretto a soggiornare per qualche tempo nell’isola di Man. Tutti questi avvenimenti, non privi di risvolti drammatici, e causa di radicali ripensamenti, sono adombrati
in Land under the sea (1943), di cui l’autore predispose una traduzione sia pure parziale in italiano.
Si tratta di una favola densa di umori swiftiani, che racconta la scomparsa di Atlantide e la fuga dei
suoi abitanti. Il passo più suggestivo è forse The Flight. Almoran (questo il nome del protagonista)
e la moglie prendono posto in una piccola e malsicura barchetta. Le vere necessità della vita sono
semplici e poche, osserva lo scrittore; e poi maliziosamente precisa che la moglie volle caricare la
lavatrice e la pendola del nonno; Almoran da parte sua confessa di avere sacrificato mezza biblioteca per fare spazio alla sua collezione di bastoni da passeggio, raccolta in molti anni. La rievocazione della fuga è sigillata da una poesia (The night’s soft touch upon my forehead warns), di cui
Montano ha lasciato anche la versione italiana ... lirica tra le più belle del Novecento ...»
È quanto scrive Gian Paolo Marchi ne Il viaggio di Lorenzo Montano e altri saggi novecenteschi, Padova 1976, a proposito di Land under the sea, testo da cui sono tratte queste pagine.
30 ◊ Europa
[L’ATLANTIDE NON ESISTE PIÙ]
Si richiusero l’acque sopra i portici
Ombrosi, sulla bruna e dolce
Crosta dei tetti, sulle ultime altane.
Grandi finestre sul più fondo cielo:
Giornate lente, ampie, ricolme
Come intere stagioni
Le scandisce battendo lo scarparo,
La lavandaia a dispiegata voce,
Col mantello sui rami lo stagnino.
Terra di luce, aperta:
Nelle piazze le statue ed i viventi
Pieni di caldo sangue
Scambiano ad alta voce i suoi pensieri,
Ed ogni aurora traccia
netto il confine tra la notte e il giorno.
Ora la copre smemorato il mare;
Sopra, eterna –
Mente, il sole e l’onde
Scherzano insieme, ed il ricordo e il vento.
Da: Land under the sea
[Terra in fondo al mare], aprile 1943
Land under the sea fu dato alle stampe nel 1960, due anni dopo la scomparsa dell’autore, da un
gruppo di amici. Il volume, edito dalla prestigiosa stamperia veronese “Valdonega” di Mardersteig,
raccoglie il testo originale e i frammenti di traduzione predisposti da Montano.
Questa è la struttura dell’opera: 1. The Portents; 2. The Atlantian; 3. The Flight; 4. The Crossing; 5.
The Beaches; 6. The Dark City; 7. Meeting and Debate.
Qui diamo spazio alle pagine tradotte dall’autore, riportando a fronte gli originali: I presagi (incipit
del capitolo primo); La fuga (poesia del capitolo terzo); La traversata (poesia del capitolo quarto);
Le spiagge (tutto il capitolo quinto); L’Atlantide non esiste più (poesia che conclude l’opera).
Ricordiamo le poche righe con le quali Montano stesso presentò l’opera negli anni Cinquanta: «La
fantasia qui di seguito risale al tempo della seconda guerra mondiale, e si risente dell’umore di
quella lontana stagione, tanto è vero che fu messa da parte, perché venuta la pace pareva non fosse più aria. Purtroppo è un fatto che l’aria non è poi tanto cambiata, da non poterla tirar fuori anche adesso. Ho parlato d’umore, non d’altro, perciò mi permetta il lettore di metterlo in guardia
contro la tentazione di leggere tra le righe, e di cercarvi in queste pagine nessuna allusione fuori da
quelle che egli vorrà metterci per conto suo».
31 ◊ Montano
2
ANTOLOGIA
DI SCRITTURE
Luis García Montero
Magdalo Mussio
Bernard Noël
Claude Ollier
Peter Reading
Bernard Simeone
Jean Thibaudeau
Charles Tomlinson
Birgitta Trotzig
José Ángel Valente
Christa Wolf
Demosthene Agrafiotis
Pierre Alferi
Yves Bonnefoy
Per Aage Brandt
Hans Georg Bulla
Alexander García Düttmann
Gottfried Ecker
Antonis Fostieris
Klaus Høeck
Sarah Kirsch
Alfred Kolleritsch
Katalin Ladik
Roger Laporte
Christine Lavant
Brian Lynch
Julia Mangold
Silvano Martini
Virgil Mazilescu
Luis García Montero
***
... ojos y más ojos nos miraban ...
Raymond Chandler
Y para qué abrir un margen de sentido en su locura. Erguirse héroe así, después de tantos años de suburbio: al principio el temor, y luego fue la muerte
mordiendo en los talones, que – siempre a punto – esperan un ápice de luz para la huida.
Pero después, pero después es ansia, lascivia primitiva que inunda las costumbres y vuelve de regreso. Un fantasma lo impide, una sombra inconsciente que
gravita al borde de los ojos, desangelando el sexo.
Y ya entre las manos, la pistola es un mito desplazado, como un falo de plomo
que descansa, encendido detrás de cada gesto.
***
... pero – añadió con voz temblorosa –
es horrible morir así de fea ...
Raymond Chandler
Se registró el vacío de su aroma, esa sombra que pasa doliendo, tibiamente gastada por los nervios, o la necesidad de un crimen que cometer, a la fuerza perfecto y sin escándalo.
Porque precisamente el hecho de vivir demandaba un motivo en ese punto, y
no era cosa de responder con un gesto minúsculo de cejas o de asentir al tiempo que toda la timidez del mundo te amargase la vida.
34 ◊ Spagna
Luis García Montero
Traduzione di Alessandro Ghignoli
***
... occhi e più occhi ci guardavano ...
Raymond Chandler
E perché aprire un margine di senso nella sua pazzia. Ergersi eroi così, dopo
tanti anni di periferia: all’inizio il timore, e poi è stata la morte mordendo i talloni, che – sempre in procinto – aspettano un apice di luce per la fuga.
Ma poi, ma poi è ansia, lascivia primitiva che inonda le abitudini e ritorna indietro. Un fantasma lo impedisce, un’ombra incosciente che gravita sul bordo
degli occhi, sgraziando il sesso.
E già tra le mani, la pistola è un mito dislocato, come un fallo di piombo che riposa, acceso dietro ad ogni gesto.
***
... ma – aggiunse con voce tremante –
è orribile morire così malamente ...
Raymond Chandler
Si registrò il vuoto del suo aroma, quell’ombra che passa dolendo, timidamente usata dai nervi, o la necessità di un delitto da commettere, nella forza perfetto e senza scandalo.
Perché precisamente il fatto di vivere demandava un motivo in quel punto, e
non era cosa da rispondere con un gesto minuscolo di ciglia o da assentire nel
tempo in cui tutta la timidezza del mondo ti amareggia la vita.
35 ◊ Montero
***
... con caras que parecen batallas
perdidas ...
Raymond Chandler
Cuando surge el desgarro y cae de pronto el peso de otra gente, y un cotidiano
empeño de seguir como estás es desbordado (o una tierna tensión en forma de
cadáver se cruza de repente), entonces hace falta un final en brillantes condiciones y la voz que decida de qué modo ocurrieron los hechos y dónde se encubren las últimas consignas.
Porque todo es así como el cuerpo de un muchacho muriendo feliz bajo las
aguas, deben estar aquí,
aquí para envolvernos
en la inocente angustia cotidiana.
***
... es el cuerpo de una muchacha
que está viendo morir a su amante ...
Agatha Christie
Yo sé que no sostienes un pétalo de carne con tus manos (y la derrota es fiel como un arrecife en llamas recorriéndote, como cualquier detalle de una anécdota estéril, y un labio cayendo, sobre ti cayendo impunemente).
Después se hace tibia y decente la esfera de tus límites y desciendes al borde de
los ojos: tu piel y él sobre el abismo, rompiendo aquel dilema de cuerpos para
el cielo, de noches con historia, mientras un arrebato sin freno de amantes puntuales destrenza en humo el rastro de tu infancia.
Fuese nada la tierra que os sostiene.
36 ◊ Spagna
***
... con visi che sembrano battaglie
perdute ...
Raymond Chandler
Quando sgorga lo squarcio e cade subito il peso di un’altra gente, e un quotidiano impegno di continuare come sei è straripato (o una tenera tensione in
forma di cadavere s’incrocia all’improvviso), allora c’è bisogno di un finale in
brillanti condizioni e la voce che decida in che modo occorsero i fatti e dove si
occultano le ultime consegne.
Perché tutto è così come il corpo di un ragazzo morente e felice sotto le acque,
devono essere qui,
qui per avvolgerci
nell’innocente angoscia quotidiana.
***
... è il corpo di una ragazza
che vede morire il suo amante ...
Agatha Christie
Io so che non sostieni un petalo di carne con le tue mani (e la sconfitta è fedele come una scogliera in fiamme che ti percorre, come qualsiasi dettaglio di un
aneddoto sterile, e un labbro cadendo, su di te cadendo impunemente).
Poi si fa timida e decente la sfera dei tuoi limiti e scendi sul bordo degli occhi:
la tua pelle e lui sull’abisso, rompendo quel dilemma di corpi per il cielo, di
notti con storia, mentre un impeto senza freno di amanti puntuali streccia in fumo l’orma della tua infanzia.
Fosse niente la terra che vi sostiene.
Da: Y ahora ya eres dueño del puente de Brooklyn
[E ora sei già padrone del ponte di Brooklyn]
37 ◊ Montero
Magdalo
Mussio
Bernard Noël
Traduzione collettiva
***
***
la plaie est dans la tête
le visage la masque
un peu de peau pliée
la piaga è nella testa
il volto la maschera
un po’ di pelle piegata
dans l’entrelacs du ventre
un désir de duvet
la chair veut se refaire
nell’intreccio del ventre
una voglia di velluto
la carne vuole rifarsi
sous le frémir du cru
on cherche des figures
et l’aisselle du centre
sotto il fremere del crudo
si cercano figure
e l’ascella del centro
parois parois partout
planches d’air qu’on voudrait
par quelque obésité
pareti pareti dappertutto
assi d’aria che si vorrebbero
con qualche obesità
mentale soulever
l’espace est une caisse
la peau un double-fond
mentale sollevare
lo spazio è una cassa
la pelle un doppio-fondo
40 ◊ Francia
***
***
l’aigreur de l’obscur
fait cailler le noir
ainsi naît la langue
l’acido dell’oscuro
fa cagliare il nero
così nasce la lingua
bouture de nuit
plantée dans la bouche
une tige d’ombre
talea di notte
piantata nella bocca
uno stelo d’ombra
elle tourne à l’air
qui revient d’en bas
c’est son bruissement
gira all’aria
che ritorna dal basso
è il suo fruscìo
mais l’air baratté
s’aigrit à son tour
ah le ténébreux
ma l’aria che si fa burro
s’inacidisce a sua volta
ah il tenebroso
et malgré les dents
coule ce vinaigre
la mère des mots
e malgrado i denti
cola questo aceto
la madre delle parole
Da: “La Moitié du geste” (1982) in La Chute des temps,
Poésie / Gallimard, Parigi 1993
Traduzione collettiva realizzata presso l’Università IULM di Milano il 9 aprile
1997 nell’ambito del seminario di “Teoria e pratica della traduzione letteraria” riservato agli studenti dei corsi serali di lingua e letteratura francese tenuto da Fabio Scotto alla presenza di Bernard Noël.
41 ◊ Noël
Claude Ollier
LA FOULE À TIMES SQUARE
La foule passe, circule à bonne allure: les flâneurs se font remarquer. D’un individu à l’autre, les propos sont brefs, le ton mesuré.
Personne ne crie, ne s’interpelle de loin avec force, ne discute avec
véhémence. Les gestes sont courts, retenus.
L’absence de vacarme retient soudain l’attention: faible est le
bruit sur la place. Les automobiles sont silencieuses; seuls les autobus à moteur arrière démarrent avec un vrombissement prolongé, mêlé de sifflements, comme si les gaz sortaient d’une turbine.
Mais la plupart des véhicules glissent sans autre trace sonore que
le crissement des pneus sur l’asphalte mouillé, froissement de papier de soie.
Des claquements, cliquettements, raclements, tintements de
timbres, trompes, sonnettes, gongs, tirettes, s’échappent d’un local
tout en longueur équipé de machines à sous et de billards électriques, sur le devant duquel un mot unique tient lieu d’enseigne,
répété sur trois lignes en lettres jaunes et mauves: Fascination.
Un peu plus loin, presque au croisement de la 46e rue, des
bruits de percolateurs, de ferrures tirées, de manettes repoussées,
des cliquetis de couverts entrechoqués, de plateaux, de tasses tombant sur un carrelage: un restaurant automatique.
Un bruit venu de la mer, ou de l’une ou l’autre rivière, dont
l’une est un bras de mer: une sirène de transatlantique, de cargo,
de remorqueur...
Bruits lointains, périphériques: moteur d’avion, avertisseur
d’une voiture de police se rapprochant, s’éloignant – à toute vitesse le long d’une avenue.
Débouchant de la 46e rue, un taxi jaune klaxonne pour rappeler
à l’ordre un piéton mal engagé, incontestablement dans son tort.
Bruits faibles, bien localisés, émis en sourdine. Une absence de
vacarme qui soudain étonne, ou étonnait peut-être, vaguement, ne
provoquait jusqu’ici qu’une surprise informulée. Pourtant une
grande rumeur semblait s’élever de toutes parts sur la place et de
42 ◊ Francia
Claude Ollier
Traduzione di Elisabetta Corbellini e Fabio Scotto
LA FOLLA A TIMES SQUARE
La folla passa, circola con passo sostenuto: si nota chi bighellona.
Da un individuo all’altro, i discorsi sono brevi, il tono misurato.
Nessuno grida, nessuno si chiama da lontano con impeto, nessuno
discute con veemenza. I movimenti sono corti, discreti.
L’assenza di chiasso colpisce all’improvviso l’attenzione: debole è il rumore sulla piazza. Le automobili sono silenziose; solo gli
autobus con il motore posteriore partono con un rombo prolungato, unito a fischi, come se i gas uscissero da una turbina. Ma la
maggior parte dei veicoli scivola senza alcuna traccia sonora all’infuori dello stridio dei pneumatici sull’asfalto bagnato, fruscio della carta di seta.
Schiocchi, clicchettii, strimpellamenti, rintocchi di tintinnaboli, trombette, campanelli, gong, molle provengono da un locale
sviluppato tutto in lunghezza attrezzato di macchine a gettoni e di
biliardi elettrici, davanti al quale una singolare parola serve da insegna, ripetuta su tre righe in lettere gialle e malva: Fascination.
Un po’ più in là, quasi all’incrocio con la 46ª strada, rumori di
macchina da caffè, ferri sbattuti, leve spinte, ticchettii di piatti che
si urtano, di vassoi, di tazze che cadono a terra: un self-service.
Un rumore venuto dal mare, o dall’una o dall’altra riva, di cui
una è un braccio di mare: una sirena di transatlantico, di cargo, di
rimorchiatore...
Rumori lontani, periferici: il motore di un aereo, la sirena di
una macchina della polizia che si avvicina, si allontana – a grande
velocità lungo il viale.
Sbucando dalla 46ª strada, un taxi giallo suona il clacson per richiamare all’ordine un pedone che si è mal avventurato, e che ha
incontestabilmente torto.
Rumori deboli, ben localizzati, emessi in sordina. Un’assenza
di chiasso che sorprende all’improvviso, o forse sorprendeva, vagamente, provocando fino ad ora solo una sorpresa inespressa.
Tuttavia un forte rumore sembrava alzarsi da tutte le parti sulla
43 ◊ Ollier
là s’épandre au loin; de toutes ces illuminations multicolores semblait fondre une avalanche de sons.
Ce n’est au vrai qu’un léger bruissement – un bruissement optique, aux harmoniques bariolées.
Aussi, noir et blanc là-bas, bien visible à présent, dressé de
l’autre côté de la place sur un immeuble de la 7e avenue, le journal
d’actualités de Life paraît-il désormais doublement silencieux. Par
l’effet d’un allumage particulier, des suites d’ombres chinoises
s’agitent sur un fond d’ampoules blanches comme un film
d’ombres muettes qu’on projetterait sur un écran du haut des toitures de Broadway, ou l’ombre réelle d’objets réels qu’on y manipulerait avec une extraordinaire dextérité.
Des titres de chapitre s’inscrivent sur l’écran: la mode, les
sports, la vie politique, scientifique, les arts, les faits divers. Des
personnages gesticulent, disparaissent, des mannequins entrent en
scène, pirouettent, exhibent leurs atours, esquissent un déhanchement sophistiqué, des escrimeurs s’affrontent, un navire tangue
sur une mer démontée, un couple célèbre unit ses lèvres, une parade s’annonce, les porte-drapeaux surgissent dans le bas du panneau, les fanfares, les cavaliers, les chars fleuris, les majorettes aux
genoux nus, aux courtes jupes plissées.
Plus grand est le recul, plus nets se font les contours des
ombres. De l’angle de la 45e rue, l’illusion est parfaite, chaque forme aussitôt reconnue, chaque objet identifié.
Une carte se dessine sur l’écran, des plaines, des fleuves, des
montagnes, un itinéraire figurant un grand chiffre huit s’y déploie,
et tout de suite après, à la même place, une hélice tourbillonne.
Une fusée lui succède, pointée verticalement sur une rampe de
lancement.
La fusée mise à feu s’élance, prend de l’altitude, monte de plus
en plus vite.
Navigue dans l’espace, parcourt en quelques secondes une distance considérable, car,
petite boule apparue minuscule à droite de l’écran, mais grossissant dès lors incroyablement vite, directement sur la trajectoire
de l’engin cosmique, déja s’interpose
la lune.
La fusée touche la lune.
L’astre éclate, se volatilise.
Une pluie de météores jaillit, s’éparpille.
44 ◊ Francia
piazza e da lì diffondersi lontano; da tutte quelle illuminazioni
multicolori sembrava fondersi una valanga di suoni.
In realtà si tratta solo di un leggero fruscio – un fruscio ottico,
dalle armoniche variopinte.
Anche il giornale d’attualità Life, nero e bianco lassù, ben visibile ora, sistemato dall’altro lato della piazza sopra un edificio della 7ª avenue, sembra ormai doppiamente silenzioso.
Per effetto di una illuminazione particolare, una serie di ombre
cinesi si agita su uno sfondo di ampolle bianche come un film di
ombre mute proiettato su uno schermo dall’alto dei tetti di Broadway, o l’ombra reale di oggetti reali che vi sarebbero manipolati
con straordinaria destrezza.
Titoli di capitoli s’inscrivono sullo schermo: moda, sport, politica, scienza, arte, fatti di cronaca. Alcuni personaggi gesticolano,
spariscono, entrano in scena delle indossatrici, che piroettano,
ostentano i loro fronzoli, accennano un sofisticato ondeggiamento
dei fianchi, alcuni schermidori si affrontano, una nave beccheggia
su un mare burrascoso, una celebre coppia unisce le proprie labbra, si prepara una parata, i portabandiera emergono dal basso del
cartellone, le fanfare, i cavalieri, i carri in fiore, le majorette con le
ginocchia scoperte e le gonne corte plissettate.
Più si arretra, più netti diventano i contorni delle ombre. Dall’angolo della 45ª strada, l’illusione è perfetta, ogni forma si riconosce all’istante, ogni oggetto identificato.
Una cartina si delinea sullo schermo, pianure, fiumi, montagne, un itinerario che raffigura un grande otto si spiega, e subito
dopo, nello stesso posto, turbina un’elica.
Segue un missile, puntato verticalmente su una rampa di lancio.
Il missile esplodendo si lancia, prende quota, sale sempre più
velocemente.
Naviga nello spazio, percorre in pochi secondi una distanza
considerevole, poiché,
piccola palla apparsa minuscola a destra dello schermo, ma che
s’ingrandisce in maniera incredibilmente veloce a partire da quel
momento, direttamente sulla traiettoria del missile cosmico, già si
frappone
la luna.
Il missile urta la luna.
L’astro scoppia, si volatilizza.
Una pioggia di meteore erompe, si disperde
45 ◊ Ollier
Retombe en gerbe noire sur l’écran,
Sur la place...
L’écran n’est plus qu’un grand rectangle noir.
Toutes les ampoules se sont éteintes.
Presque toutes les lumières sont éteintes, la rue transversale est
plongée dans l’obscurité, de longues zones d’ombre s’étendent
d’un carrefour à l’autre, se rejoignent derrière les réverbères le
long des murs de brique, derrière les palissades le long des terrains
vagues, le long des trottoirs vétustes, défoncés, jonchés de vieux
journaux, de brins de paille, de feuilles mortes – marcher des
heures ainsi, faire des kilomètres à pied, le long des avenues, des
chaussées bosselées, inégales, où les phares des voitures révèlent,
au-dessus des puits et des regards des canalisations souterraines,
des colonnes de fumée blanche emportées par le vent, marcher
bon train, des heures durant, arpenter les artères rectilignes, perpendiculaires, déambuler, flâner, tard dans la nuit, allonger le pas
de nouveau, vers l’une ou l’autre rivière, de nouveau, dont l’une
est un bras de mer, sans répit, course irrégulière, brisée, difficile à
suivre, silhouette qui se perd, se retrouve, d’une avenue à l’autre,
démarche titubante, saccadée, revient en vue, d’une rue à l’autre,
presse le pas, reprend de la distance, sans trêve, d’une rivière à
l’autre, dont l’une...
Prend du champ.
S’éloigne irrémédiablement.
Diminue, silhouette grise oscillante.
Point noir sur l’écran.
Diminue.
S’efface.
46 ◊ Francia
Ricade in uno sciame nero sullo schermo,
Sulla piazza...
Lo schermo non è più che un grande rettangolo nero.
Tutte le lampadine si sono spente.
Quasi tutte le luci si sono spente, la strada trasversale è immersa nell’oscurità, lunghe zone d’ombra si estendono da un incrocio all’altro, si ricongiungono dietro i lampioni lungo le mura
di mattone, dietro gli steccati lungo i terreni incolti, lungo i marciapiedi vetusti, dissestati, cosparsi di vecchi giornali, di fili di paglia, di foglie morte – camminare così per delle ore, fare chilometri e chilometri a piedi, lungo i viali, lungo le carreggiate gibbose,
disuguali, dove i fari delle macchine mostrano, sopra i pozzi e le
bocche dei canali sotterranei, colonne di fumo bianco trasportate
dal vento, camminare speditamente per delle ore, percorrere a
grandi passi le arterie rettilinee, perpendicolari, girovagare, bighellonare, a notte fonda, accelerare di nuovo il passo, verso uno
dei due fiumi, di nuovo, uno dei quali è un braccio di mare, senza sosta, corsa irregolare, spezzata, difficile da seguire, figura che
si perde, si ritrova, da un viale all’altro, andatura esitante, a scatti,
si ripresenta alla vista, da una strada all’altra, affretta il passo, si
riallontana, senza tregua, da un fiume all’altro, di cui uno...
Indietreggia per la rincorsa.
Si allontana irrimediabilmente.
Si affievolisce, figura grigia oscillante.
Punto nero sullo schermo.
Si affievolisce.
Scompare.
Da: Navettes, Gallimard, Parigi 1967, pp. 98-103
47 ◊ Ollier
Peter Reading
P.S.
The stitching new on your tiny rectangle of black,
you immerse yourself in the sad therapy of the kitchen,
withdrawing from sight when assailed by trembling and weeping.
I mailed you my useless sympathy but, reticently,
withheld admiration and love for you (old-fashioned words)
who, having a grim chore to finish, get on with the job.
HINTS
Find ways to make the narrative compel,
I advise students; as, in retailing this,
you might lend the issue added poignancy
by being distanced – describe the electrified
overgrown line in cool botanical terms,
white cow-parsley, Anthriscus sylvestris,
adding the child with anthropogical
detachment, ten years old, print dress, bewildered...
Compelling, maybe, bur more narrative –
no moral or intellectual envoy.
Accentuate the dignified resilience
that humans, or some, are capable of still,
evinced in the sad braveness of the bereaved
whose daughter, being blind, observed no warning.
48 ◊ Regno Unito
Peter Reading
Traduzione di Giorgio Guglielmino
P.S.
Il recente rammendo sul piccolo rettangolo nero,
ti tuffi nella triste terapia della cucina,
nascondendoti quando tremiti e pianto ti assalgono.
Per posta ti ho inviato la mia inutile simpatia tacendo,
con reticenza, l’ammirazione e l’amore che ho per te (parole antiquate)
che, con le squallide faccende da sbrigare, continui a lavorare.
SUGGERIMENTI
Trovate maniere di imporre la narrazione,
suggerisco agli studenti; volgendosi ai particolari
si riesce a conferire maggiore intensità al tema
distanziandosene – descrivete in termini botanici
un filo elettrico ricoperto di vegetazione,
bianco prezzemolo da pascolo, Anthriscus sylvestris,
con distacco degno di un antropologo si aggiunga
una bambina, dieci anni, abito a fiori, dall’aria stranita...
Sarà pure imposta, forse, ma è sempre narrazione –
nessun messaggio morale o intellettuale.
Accentuate la nobile capacità degli uomini,
per lo meno di alcuni, di rimanere in silenzio
rivelata dallo sconsolato coraggio dell’uomo in lutto
per la figlia che, cieca, non si accorse
dei segnali di pericolo.
49 ◊ Reading
Bernard Simeone
***
... les beaux, les merveilleux nuages? non pas là-haut,
dans le ciel un peu moins lourd, mais tout près, sur de
piètres aveux,
le bruit désert d’un très vieux convoi,
sombre et mate la poussière qu’il soulève
... la dictée d’une vie – sa mesure comble d’illusion,
son récit – se déchire, autant
que l’orage, au bleu
d’un jour de deuil
à terre, des ombres,
des lanières, l’arabesque
poudreuse
***
«une très vieille histoire, me dis-tu, any where out of
the world – écoute plutôt
cet accord mineur, sa modulation typiquement
mozartienne – une histoire dépassée,
je t’assure, pourquoi ce refrain
sur l’ambiguïté, sur l’écriture
perverse?»
douleur dans la forge, où forgent
les mots, plus près tombent
des corps, des noms
que tout le monde
connaît
50 ◊ Francia
Bernard Simeone
Traduzione di Antonino Velez
***
... le belle, le meravigliose nuvole? non lassù,
nel cielo un po’ meno greve, ma qui, vicine, su
scarne confessioni,
il rumore deserto di un corteo antico,
grigia e smorta la polvere che solleva
... il dettato d’una vita – la sua misura colma d’illusione,
il suo racconto – si squarcia,
come il temporale, nell’azzurro
di un giorno di lutto
a terra, ombre,
strisce, l’arabesco
polveroso
***
«una vecchia storia, mi dici, any where out of
the world – ascolta invece
questo accordo in minore, la sua tipica modulazione
mozartiana – una storia superata,
ti assicuro, perché questo ritornello
sull’ambiguità, sulla scrittura
perversa?»
dolore nella forgia, dove si forgiano
le parole, vicino cadono
corpi, nomi
che tutti
conoscono
Da: “Baudelairiana”, in Mesure du pire [Misura del peggio], 1993
51 ◊ Simeone
Jean Thibaudeau
POUR JEAN-PAUL GOUX
Qu’y a-t-il, entre ceci et cela (ainsi des lettres ou des mots, des
phrases et des paragraphes, des chapitres ou je ne sais quoi)? –
Précisément, il n’y a rien. Rien que disons passages: d’un geste,
d’une parole, d’une figure ou ce qu’on voudra, à leurs contraires,
ou leurs semblables.
La seule chance, dans ces conditions, serait de l’ordre de la fuite en
avant.
Laquelle, évidemment, détestant le désordre, n’a d’autre idée,
entre vocabulaire et syntaxe, que revenir sur elle-même.
Et elle ne cesse d’y réussir, en effet, si tout va bien, sans que jamais
au même endroit.
Il n’empêche que cela pour finir s’achève.
Un livre se referme (ouvre au suivant?).
Pour chacun: une boucle est bouclée et serait à la fois ouverte.
Une fable s’est inscrite, qu’il reste à déchiffrer, un tatouage: là
(dans ce livre) votre voix (absente) comme votre écriture (désormais imprimée) y sont, à jamais, en place.
Cette manière de procéder vous a condamné à un genre de récit
que conduisent tous accidents de langage (qu’est-ce qu’un lapsus,
ou une faute d’orthographe?) non moins que “la parole pleine”.
Ponge, dans les années ’60, nous félicitait, quelques amis et moi,
d’avoir “ré-inventé” le “poème long”.1
Cependant, nous appelions “romans” (et la plupart de la critique
nous le reprochait) ces “expériences intérieures” (Bataille).
Pour ma part, par exemple:
Ceux-là sont très attentifs. Ils ne s’en iront pas. Et nous sommes. Ils
sont tous très attentifs ceux-là. Aucun mouvement ne peut leur
échapper. D’une patience et d’un courage quand il le faut illimités.
Ils sont. Tu les vois. La scène sortit progressivement de l’ombre
52 ◊ Francia
Jean Thibaudeau
Traduzione di Marica Larocchi
A JEAN- PAUL GOUX
Che c’è tra questo e quello (lettere o parole, frasi e paragrafi, capitoli o vattelapesca?) – Niente, per l’esattezza. Niente di ciò che
chiamiamo passaggi: di un gesto, di una parola, di una figura o d’altri elementi qualsiasi, fra loro opposti o similari.
In tali condizioni esiste una sola possibilità che appartiene forse all’ordine della fuga in avanti.
La quale, detestando il disordine, è costretta evidentemente a riguadagnare la medesima posizione tra lessico e sintassi.
E in effetti non smette di farlo, se tutto va liscio, senza però tornare mai allo stesso punto.
Malgrado tutto alla fine la faccenda si conclude.
Si richiude un libro (o ci si appresta ad aprire il successivo?).
A ciascuno: la fibbia agganciata sarebbe pur sempre aperta.
Una fiaba è stata iscritta; un tatuaggio, quel che resta da decifrare:
là, (in quel libro) la tua voce (assente) e la tua scrittura (ormai
stampata) si sono insediate per sempre.
Questo tipo di procedura ti ha condannato a un genere di racconto retto da tutti gli accidenti linguistici (cos’è un lapsus o una svista ortografica?) non meno che dalla “parola piena”.
Negli anni ’60, Ponge si era congratulato con noi, con me e con
altri amici, per il fatto che avessimo “re-inventato” la “poesia
lunga”.1
Anche se noi definivamo “romanzi” (rimproverati dalla maggior
parte dei critici) quel tipo di “esperienze interiori”, alla Bataille.
Quanto a me, eccovi un esempio:
Sono molto attenti quelli là. Non se ne andranno. E noi restiamo.
Tutti attentissimi, quelli là. Non gli sfugge nemmeno un cenno.
D’una pazienza e d’un coraggio senza limiti, se occorre. Stanno lì. Li
vedi. La scena emerge progressivamente dall’ombra
53 ◊ Thibaudeau
La lumière
vient du fond, et la source de lumière comme à hauteur du sol. Les
ombres sont démesurées. Bien sûr, dans ces conditions. Le vent faible
et glacial malgré la contradiction apparente. Blanc, bleu et jaune sont
les couleurs dominantes. Les premiers cris. Bien plus tard cependant.
Et comment donc avions-nous bien pu tenir aussi longtemps ? Et en
somme ce n’étaient ni vraiment le nombre ni seulement la force ce
qui nous effrayait, c’était l’obstination plutôt que la méchanceté. Ils
étaient en effet farouchement déterminés. Mais il n’est rien qu’on ne
puisse supporter, heureusement, cela se vérifie toujours. Et je te dis
que nous, nous vivons cela, maintenant. Et si nous ne savons pas
réellement prévoir ce qui peut arriver, pourtant nous sommes prêts.
Vraiment nous n’avons rien à craindre que ce qui va survenir. Rien
de plus et cela a déjà commencé. Et nous en profitons. Car nous
avons la chance d’être ensemble, cette fois, nous ne pouvions rien espérer de mieux, il faut attendre la révélation
Tu les vois bien. Regarde-les et tu n’oublieras pas. Immobiles et muets, et nombreux, plus
ou moins éloignés, équipés. Tu peux en retenir l’aspect quoi qu’ils
fassent maintenant. Regarde-les encore
Immobiles et muets. Immobiles, tout armés. Immobiles, quelques-uns découpés en silhouettes
sur le ciel et l’horizon de mer certains très rapprochés de nous,
d’autres à demi enfouis.2
... Trente ans ont passé. Autre chose. Vraiment (comme le disait
Ungaretti?) “la vita d’un uomo”. Hélas.
Et voilà où j’en suis (à devenir, du “poète” que je me refusais
d’être, le “romancier” que voici – comme du paradis de la dialectique, à son enfer, au bout d’un long purgatoire):
Ce n’était rien, bien sûr, qu’un violon, tout de même un peu démesuré. Un violoncelle. Ou une contrebasse.
Sauf qu’au premier coup d’œil j’avais pensé, en fait, à un cercueil.
Au mien, précisément.
Donc, que j’étais dedans.
Dans cet instant, où je ne savais plus, du tout, où j’en étais, en vérité,
si vraiment je me trouvais moi-même, en mon âme et conscience,
dans mon corps, et debout sur mes deux jambes, marchant de mes
54 ◊ Francia
La luce emana dal
fondo, quasi a livello del suolo, la sua fonte. Smisurate, le ombre. In
condizioni simili, certo. Fiacco e gelido il vento, malgrado l’apparente contraddizione. I colori dominanti sono il bianco, l’azzurro e il giallo. I vagiti. Assai più tardi, però. Come dunque avevamo potuto resistere così a lungo? In fin dei conti, non era in realtà né il numero né
unicamente la forza quel che ci atterriva: più della malvagità era l’ostinazione. Proprio selvaggiamente determinati. Ma non c’è nulla
d’intollerabile, per fortuna, si può sempre verificarlo. E io ti dico che
noi, ora, noi stiamo vivendolo. E pur non sapendo prevedere nella
realtà quel che potrà accadere, vi siamo preparati. Non abbiamo davvero nulla da temere, fuorché ciò che capiterà. Nient’altro che non sia
già cominciato. E ne approfittiamo. Dal momento che abbiamo la fortuna di stare insieme, ‘sta volta, non potevamo sperare di meglio, bisogna attendere la rivelazione
Li distingui. Guardali e non dimenticherai. Muti e immobili, e numerosi, più o meno distanziati, equipaggiati. Puoi ricordarne l’aspetto, qualsiasi cosa facciano adesso.
Guardali ancora
Muti e immobili. Immobili, armati di tutto punto.
Immobili, taluni profilati contro il cielo e l’orizzonte marino, certuni
vicinissimi a noi, altri seminascosti.2
... Sono trascorsi trent’anni. È tutto diverso. Per davvero (come diceva Ungaretti?) “la vita di un uomo”. Ahimé.
Ed ecco a che punto mi trovo (da “poeta” in cui rifiutavo di riconoscermi, a “romanziere” di oggi – qualcosa di simile al percorso
che va dal paradiso della dialettica fino al suo inferno, a capo di un
lungo purgatorio):
Sicuramente non era che un violino, sebbene un po’ fuori di misura.
Un violoncello. O un contrabbasso.
Salvo che, di primo acchito, avevo pensato in realtà a una bara.
Alla mia, per l’esattezza.
E con me dentro.
In quell’istante in cui non sapevo più dove fossi, e se veramente mi
trovassi, in possesso di anima e di mente, nel mio proprio corpo, ritto sulle mie gambe, in marcia sui miei piedi sopra ruvidi selciati nel
mezzo del mio cammino oppure in quella cassa, quale non mi sareb55 ◊ Thibaudeau
deux pieds sur les pavés grossiers, au milieu de ma rue, ou bien dans
cette boîte, tel qu’il ne me sera jamais donné, de ma vie, de me voir
ainsi véhiculé, alors que j’approchais de moi, je me suis tout d’un
coup, brusquement, et comme depuis trop longtemps j’en rêvais, décidé enfin à retourner en Amérique du Nord, par le détroit de Béring.
Même, il m’était arrivé d’en rêver, à proprement parler.
Où je vois (survole) un paysage, ou une carte géographique, et les
deux, à la fois.
Ce que je reconnais, c’est, au sud de la Loire, la Vendée, au nord, la
Loire-Atlantique.
Cela bouge. Est vivant.
Couleurs.3
1
En ’66, ayant reçu Ouverture, Ponge m’écrivait: «Tout de suite, il me faut vous dire mon plaisir, mon ravissement de ce galop, de ce temps de galop, cross-country.
Voilà, si je m’y connais, de la bonne, de la fameuse “toilette intellectuelle”! Mais
j’aurais tort de ne parler que de galop, puisque votre cheval, votre monture (enfin,
votre centaure) connait (pratique) toutes sortes d’allures – et qu’on est même
content, parfois, avec lui, de s’enfouir, le nez dans l’herbe, ou dans la terre (au sein
des questions les plus profondes».
2
Extrait de Imaginez la nuit, Einaudi 1972.
3
Extrait du premier chapitre d’un livre en cours. Dans un chapitre suivant, à l’occasion d’un récit de rêve, il se révèle que la Vendée et la Loire-Atlantique sont le
pays natal.
56 ◊ Francia
be mai stato concesso di vedermi da vivo così veicolato; mentre mi
accostavo a me stesso, d’un tratto, bruscamente e proprio nel modo
sognato da troppo tempo, finalmente mi sono deciso a far ritorno
nell’America del Nord attraverso lo stretto di Bering.
A dire il vero, m’era persino capitato di fare un sogno in proposito.
Un sogno in cui vedo (sorvolo) un paesaggio o una carta geografica,
poi entrambi insieme.
A sud della Loira riconosco la Vandea e a nord la regione della Loira-Atlantica.
E tutto ciò si muove. Vive.
A colori.3
Nel ’66, dopo aver ricevuto Ouverture, Ponge mi scrisse: «Innanzi tutto bisogna
che io le esprima il mio compiaciuto rapimento per questo galoppo, sì!, per questo
suo tempo di galoppo, cross-country. Ecco, se non vado errato, ecco qui una buona dose dell’efficace, oltre che illustre, “toeletta intellettuale”! Ma sbaglierei se parlassi soltanto di galoppo, poiché il suo cavallo, sì, la sua cavalcatura (il suo centauro, insomma!) conosce (pratica) ogni sorta d’andatura – talvolta verrebbe addirittura voglia di fuggirsene via con lui, naso nell’erba o raso terra (nel solco più fondo
dei quesiti)».
2
Brano tratto da Figuratevi la notte, Einaudi 1972. [Il testo, originariamente tradotto da Giuseppe Guglielmi, viene qui riproposto nella nuova traduzione di Marica Larocchi.]
3
Brano tratto dal primo capitolo di un libro in corso di redazione. Nel capitolo seguente, in occasione di un racconto del sogno, si saprà che la Vandea e la Loira-Atlantica sono la regione natale.
1
57 ◊ Thibaudeau
Charles Tomlinson
FAREWELL TO EUROPA
Europa
carried away astride the back
of a motorcycle, horns
and handlebars make a fair match,
but this bride of the machine,
having lost her head,
shows no more now
than the disc of a breast,
an echo of the wheels,
hubbed by its nipple.
Speed has cancelled her out and she
is pleased to be no more
than this faceless rhyme in space
which cannot even see
the landscape of her future
rolling towards her
through the sodium glow
of dismantled towns.
58 ◊ Regno Unito
Charles Tomlinson
Traduzione di Marco Fazzini
ADDIO A EUROPA
Europa
trasportata a cavalcioni dietro
su una moto, corna
e manubrio fanno un bell’abbinamento,
eppure questa sposa della macchina,
avendo perso la testa,
non mostra ora niente più
che il disco d’un seno,
un’eco delle ruote,
imperniate dal capezzolo.
La velocità l’ha cancellata e lei
è contenta d’essere niente più
che questa rima senza volto nello spazio
che non riesce neanche a vedere
il paesaggio del suo futuro
che rotola verso di lei
tra il bagliore di sodio
di città smantellate.
59 ◊ Tomlinson
Birgitta Trotzig
*
att leva bearbetar med sviktande krafter som ur en paralysi det
osagda – blocket, maskinen, den väldiga ljudlösa apparaten, den
malande nattmaskinen i vilken vi också på samma gång är delar:
kroppar och ansikten lyser metalliska självklara i badet av osagt,
olevt, onåbart där vi framkallas för att skänkas åt döden. Men vi
bedja: framkalla i oss kroppar och ansikten som ej är för döden,
framkalla i oss vårt ord, ordet vi i verkligheten är
*
Färden ur en kvävning, den sönderpressande födelsen nerifrån och
uppåt. Tjut, rop, stavelser. Inga pretentioner mer, inga anspråk
överlevt, utsäger inte något om någonting som helst – anropar, tilltalar, tigger, ber, besvärar, besvärjer, besvär, först i anropet ‘jag’,
först i anropet ‘lever’.
Ord, riter, katedraler, spruckna, brustna, sprängda, orena. I
mörkret, genom mörkret rop utan röst, tilltal utan läppar. Hela
tiden “tumlar jorden runt med sin börda av levande och döda”.
*
“Det uttalbara: slut. Ögat skevar mot natten. Alkoholism eller religion.
Oartikulerade sönderfall av allt känt, välbekant, sammanhållet. Klockan tre på natten speglar vatten genom mörkret
som kvicksilver leker, dödar. Munnen full av bittert, vattnet kan
inte tala, endast dödslekarna.
Det outtalbara fräter livet vid rötterna, livet börjar vid sönderfallet.
Detta mörker har glans och smak av kvicksilver. Nu är det
nära.
Det outtalbara. Stiger. Händerna översämmade. Fint bultande punkterande ögonlockens insidor.
60 ◊ Svezia
Birgitta Trotzig
Traduzione di Daniela Marcheschi
*
per vivere lavora con forze che scemano come dopo una paralisi il non
detto – il macigno, la macchina, il muto apparato possente, la macchina macinante della notte di cui anche noi, allo stesso tempo, siamo
parte: corpi e volti rilucono metallici ovvi nel bagno del non detto, non
vissuto, non raggiungibile dove siamo creati per essere donati alla
morte. Ma preghiamo: crea in noi corpi e volti che non siano per la
morte, crea in noi la nostra parola, la parola che siamo in realtà
*
Il viaggio fuori da un’asfissia, la nascita che riduce in pezzi sotto e sopra. Urlo, grido, sillabe. Più nessuna pretesa, nessuna esigenza sopravvissuta, non si dichiara niente su alcunché – si invoca, si rivolge
la parola, si elemosina, si prega, si incomoda, si scongiura, fastidio,
prima nell’invocazione ‘io’, prima nell’invocazione ‘vivo’.
Parola, riti, cattedrali, spezzati, infranti, esplosi, sudici. Nel buio,
attraverso il buio, grido senza voce, parola rivolta senza labbra. Tutto il tempo “fa ruotare la terra con il suo peso di vivi e morti”.
*
“Ciò che può essere pronunciato: fine. L’occhio va di sbieco verso la
notte. Alcoolismo o religione.
Frantumazione disarticolata di ogni unità conosciuta, nota. Alle
tre di notte si riflette l’acqua per l’oscurità come gioca, uccide l’argento vivo. La bocca piena d’amaro, l’acqua non può parlare, soltanto i
giochi di morte.
Ciò che non può essere pronunciato corrode la vita alle radici, la
vita comincia alla frantumazione.
Questa oscurità ha splendore e sapore d’argento vivo. Ora è vicino.
Ciò che non può essere pronunciato. Sale. Le mani inondate.
Battendo piano, forando, le parti interne delle palpebre.
61 ◊ Trotzig
Det uttalbara som fjäll, hudavskav. Det frätande silvret är i
mörkret.”
*
“Det uttalbara: slut.
Sönderfallande språk, höga och låga murrester, rashögar,
murgrus av det sammanstörtade, av formler, paroller, definitioner –
oigenkännligt nerslipade som benrester slickade och slickade av
djurtungor, sedan övergivna, vindgnagda, jordätna, åter uppgrävda,
utlämnade åt avskrädesplatsens kalkdamm, frätande, intet: slut.
Här är gränsen. Här utanför är världsnatten, en enda blindhet.
Vinden full av damm, sommarsötma, vindstötar av avlägsna söndertrasade skratt, motorljud, gaturöster, den varma sommarskymningen rör vid läpparna som damm genom lindarnas sötma. – Slutpunkt.”
*
De stumma åren. En ofunnen källa, djupt in djupt ner det dova
odefinierbara sorlet. Stengångar i mörkret ledde neråt, sökte mot
en klippvägg – besatt av ett enda att nå in till det underliga hjärtljudet en avlägsen vattenåder, sökte utmed den obevekliga väggen
uppmärksam på minsta vibration i det stenkalla främmande, minsta tecken som kunde tyda på att det nalkades nu, ett mysterium.
Men en dag var väggen borta – inte nerbruten, bara borta – och det
mörka flödet strömmade hinderlöst, strömmade, strömmade, döden
till mötes
*
De förintade har ingen röst.
Han vänder sig om efter dem som icke finns. Och ropar.
Men här biter ingen röst om än så skriande som en barnaföderskas.
Han söker deras händer som icke existerar, deras andedräkt som
icke har utandats en enda skuggbild efter dem. All eld är i hans
egen kropp. Där kämpar den fången som hettan i stenkolsskogarna.
I den förstummade, den minneslösa natten.
*
Han är till vid en gräns. Det tunna benet, den sköra blodvågen,
den svaga tungrörelsen. Bortom råder blodstorm, nersmältande
62 ◊ Svezia
Ciò che può essere pronunciato, come scaglia, pelle squamata.
L’argento che corrode è nell’oscurità.”
*
“Ciò che può essere pronunciato: fine.
Linguaggio che va in frantumi, resti alti e bassi di muro, cumuli
da frane, avanzi murari di ciò che è crollato, di formule, parole d’ordine, definizioni – irriconoscibilmente trinciati, come resti d’osso
leccati e rileccati da lingue d’animale, poi abbandonati, rosicchiati
dal vento, mangiati dalla terra, e ridissotterrati, riconsegnati alla polvere di calce dell’immondezzaio, corrosiva, nulla: fine. Qui è il confine. Qua fuori è la notte del mondo, una sola cecità. Il vento pieno
di polvere, dolcezza estiva, ventate di risa distanti, sbrindellate, rumori di motore, voci da strada, il caldo crepuscolo estivo sfiora le
labbra come polvere grazie alla dolcezza dei tigli. Punto e chiuso.”
*
Gli anni muti. Una fonte introvata, profondo nel profondo giù il sordo mormorio indefinibile. Sentieri di pietra nel buio portavano giù,
si tastava una parete di roccia – ossessionati da una cosa sola, di raggiungere lo strano battito una vena d’acqua lontana, si cercava lungo
la parete inesorabile attenti alla minima vibrazione nell’ignoto freddo pietroso, il minimo segno che potesse indicare che ora si avvicinava, un mistero. Ma un giorno la parete sparì – non abbattuta, solo
sparita – e il fiotto scuro fluì senza ostacoli, fluì, fluì, incontro alla
morte
*
Gli annientati non hanno voce.
Lui si volta in cerca di coloro che non ci sono. E grida. Ma qui
non vale altra voce che questa tanto acuta come quella di una partoriente. Cerca le loro mani che non esistono, il loro alito che non ha
esalato una sola ombra dietro di loro. Ogni fuoco è nel suo corpo. Lì
combatte il prigioniero come il calore dei boschi di carbon fossile.
Nell’ammutolita notte senza memoria.
*
Lui esiste a un confine. L’osso sottile, la fragile onda del sangue, il debole movimento della lingua. Oltre, regnano bufera di sangue, cellule
63 ◊ Trotzig
celler, det outtalbara svalget, sugande mörkermassorna. Så – ordgränsen. Orden som uttalas genom hans kropp – ett dödsarbete ett
födelsearbete – är gränsen seg levande som en fosterhinna där han
blir till och ännu upprätthålls.
*
Den gången i mörkret, ensamheten med ansiktet öppnat mot den
fuktiga vinden utifrån hamnen, lyktljus, det vajande gungande
mörkret: en extas, det oerhörda som väller upp som en sång eller
ett mörkt framvällande vatten, en naturkraft i varje fall, ur själens
botten och ur alla lemmar, känslan att det kommer ända utifrån
fingerspetsar, tår, hjärtrötter, det finns inte en fiber som inte är
med – genom vilket under är jag alltjämt upprätt? Jag står som i en
framvräkande ström – mörker, mörker, någonting i mig vill verkligen och med varje fiber förintelse: med milliarder rötter suger universum mig mot sig, blåsten, lyktorna, det drivande glittrande vattnet därnere i mörkret; jag står i en ström, hur står jag fortfarande
upprätt? gå rakt ut i mörkret, ända ut, i all evighet, där är ingen
botten
64 ◊ Svezia
in discioglimento, la gola impronunziabile, i risucchianti ammassi d’oscurità. Così – il confine della parola. Le parole che sono pronunciate mediante il suo corpo – un lavoro di morte un lavoro di nascita – è il confine
che vive tenace come una membrana fetale là dove lui nasce ed è ancora.
*
Quella volta nel buio, la solitudine con il volto aperto al vento umido
del porto, luce di fanale, il tremulo buio ondeggiante: un’estasi, l’inaudito che sgorga come un canto o una zampillante acqua cupa, una forza naturale in ogni caso, fuori dal fondo dell’anima e fuori da tutte le
membra, la sensazione che venga fin dalla punta delle dita, dei piedi,
dalle radici del cuore, non c’è fibra che non sia partecipe – per quale
miracolo sono ancora in piedi? Io sto come in una corrente scrosciante
– buio, buio, qualcosa in me vuol veramente e con ogni fibra annientamento: con miliardi di radici mi risucchia l’universo verso di sé, il vento, i fanali, l’acqua che scorre scintillando laggiù nel buio; io sto in una
corrente, come sto ancora in piedi? vai diritto nel buio, sino alla fine,
per tutta l’eternità, là non c’è fondo
Da: Ordgränser [Confini della parola],
Albert Bonniers Förlag, Stockholm 1968
65 ◊ Trotzig
José Ángel Valente
***
EL AMANECER es tu cuerpo y todo
lo demás todavía pertenece a la sombra.
Tus lentas oleadas fuerzan
la delgada membrana
del despertar.
Anuncias qué: no el día,
sino la quieta
duración del latido
en la sombra matriz.
Te anuncias,
proseguida y continua como
la duración.
Durar, como la noche dura,
como la noche es sólo sumergido cuerpo
de tu visible luz.
66 ◊ Spagna
José Ángel Valente
Traduzione di Alessandro Ghignoli
***
L’ALBA è il tuo corpo e tutto
il resto appartiene ancora all’ombra.
Le tue ondate lente forzano
l’esile membrana
del risveglio.
Annunci che: non il giorno,
bensì la quieta
durata del battito
nell’ombra matrice.
Ti annunci,
proseguita e continua come
la durata.
Durare, come dura la notte,
come la notte è solo corpo sommerso
della tua visibile luce.
67 ◊ Valente
TERRITORIO
Ahora entramos en la penetración,
en el reverso incisivo
de cuanto infinitamente se divide.
Entramos en la sombra partida,
en la cópula de la noche
con el dios que revienta en sus entrañas
en la partición indolora de la célula,
en el revés de la pupila,
en la extremidad terminal de la materia
o en su solo comienzo.
Nadie podría ahora arrebatarme
al territorio impuro de este canto
ni nadie tiene en tal lugar
poder sobre mi sueño.
Ni dios ni hombre.
Procede sola de la noche la noche,
como de la duración lo interminable,
como de la palabra el laberinto
que en ella encuentra su entrada y su salida
y como de lo informe viene hasta la luz
el limo original de lo viviente.
68 ◊ Spagna
TERRITORIO
Ora entriamo nella penetrazione,
nel rovescio pungente
di ciò che infinitamente si divide.
Entriamo nell’ombra divisa,
nella copula della notte
con il dio che scoppia nelle sue viscere
nella scissione indolore della cellula,
nel rovescio della pupilla,
nell’estremità terminale della materia
o nel suo unico inizio.
Nessuno potrebbe strapparmi ora
al territorio impuro di questo canto
e nessuno ha in questo posto
autorità sul mio sogno.
Né dio né uomo.
Viene da sola dalla notte la notte,
come dalla durata l’interminabile,
come dalla parola il labirinto
che in essa trova l’entrata e l’uscita
e come dall’informe viene fino alla luce
il limo originale del vivente.
69 ◊ Valente
Christa Wolf
Traduzione di Anna Chiarloni e Ida Travi
ERKANNT
RICONOSCIUTA
Das bin ich nicht
beteure ich
schuldbewußt
in die fordernden
anklagenden
enttäuschten Gesichter
Questa non sono io
assicuro
ai volti
esigenti
che mi accusano
delusi
Aber das bin ich doch wirklich nicht ich
Wirklich bin ich nicht
Nicht ich bin wirklich
Ich bin wirklich nicht
Certo questa non sono io
Davvero non lo sono
Non lo sono davvero
Io davvero non sono io
Bin ich nicht wirklich?
Vero che non sono io?
Das bist du
sagt der Tod
und berührt mich sanft
Questa sei tu
dice la morte
e lieve mi sfiora
Ich bin es gewesen
gestehe ich
Lo sono stata
lo ammetto
Zweifellos
Non c’è dubbio
70 ◊ Germania
SCHULDHAFT
COLPEVOLE
Im Vortraum
sah ich
ein Doppelwesen
Er liegend
sie stehend
zusammengewachsen
an ihren Füßen
dergestalt
daß der Mann
sich nur aufrichten konnte
mit den Füßen der Frau
sie aber, die Stehende
nur gehen konnte
in den Füßen des Mannes
Nel dormiveglia
vedevo
un essere duplice
Sdraiato lui
e lei in piedi
uniti
così che
solo con i piedi della donna
ai suoi piedi
l’uomo
si sarebbe sollevato
e lei pur ritta
avrebbe potuto camminare
solo con i piedi dell’uomo
So blieben sie
unbeweglich
Restavano dunque
immobili
Woher
mein ahnungsvolles Grauen.
Da dove
questo orrendo presagio.
72 ◊ Germania
STRAFE
Denk dir Lieber
in Traum
durfte ich dir endlich schreiben
Einen Satz
Da schrieb ich
Jemand hat mir meine Freudefunken ausgetreten
und weinte bitterlich
Dann sah ich mich
im Traum
wie ich mit bloßen Füßen
helle kleine Funken austrat
UNBEWEGLICH
Heute
wusch ich
meine Sommerkleider
Vom Schreibtisch aus
sah ich das blaue
im Sturm auf der Leine
mühelos alle Bewegungen vollführen
die ich
in ihm machen wollte
als ich es kaufte
74 ◊ Germania
CASTIGO
Pensa che amore
in sogno
potevo finalmente scriverti
Una frase
Allora scrissi
Qualcuno ha spento le mie scintille di gioia
e piangevo amaramente
Poi vidi me stessa
in sogno
coi piedi nudi spegnere
piccole chiare scintille
INERTE
Oggi
ho sciacquato
i miei abiti estivi
Dalla mia scrivania
ho visto l’azzurro
in tempesta sul filo
eseguire leggero quei movimenti
che io
in lui avrei voluto fare
comprandolo
75 ◊ Wolf
WAS NICHT IN DEN TAGEBÜCHERN STEHT
Und auch nicht in den Büchern: wie diese Zeit
in Wirklichkeit vergangen ist.
Ein Zählwerk im Kopf, das tickt. Eine Stimme im Ohr,
die mitzählt. Eins zwei drei vier fünf sechs sieben.
Über dem Zählen, über dem Zuhören auf die Stimme,
auf viele Stimmen, ist das Leben vergangen, das Gras
gewachsen, ohne daß wir es hörten.
Wann ist die Stimme brüchig geworden. Seit wann trifft
sie in den alten Liedern die hohen Töne nicht mehr.
Mach keine Geschichten –
Ich machte keine Geschichten.
Ich verlernte es, Geschichten zu machen.
76 ◊ Germania
QUELLO CHE NON C’È NEI DIARI
E neppure nei libri: in realtà
com’è trascorso il tempo.
Un ingranaggio che scatta nella testa. Una voce nell’orecchio
che conta con te. Uno due tre quattro cinque sei sette.
Oltre le cifre e l’ascolto di quella voce
e molte altre, la vita è trascorsa e l’erba
è cresciuta, senza che noi l’udissimo.
Quando si è logorata la voce. Da quanto
non si accorda con i puri canti di un tempo.
Non fare storie –
E io non ne ho fatte.
Sto disimparando a fare storie.
77 ◊ Wolf
Demosthene Agrafiotis
*
˘Ô¯ÚÂÒÛÂȘ
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·˘ÙÔÓfiËÙ·
¤ÌÓ¢ÛË
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ÔÈ.
78 ◊ Grecia
Traduzione di Michèle Valley,
riletta da Fabio Scotto
*
obblighi
riadattamenti
onde, onde
la regione si presta
da, dopo, tra, verso
inevidenze.
*
del caffè
e della natura esausta
espulsione
unione
collezione
sguardi biechi.
*
applausi
evidenti
ispirazione
e
gli.
Da: ν, αι [s, i],
Erato, Atene 1992
79 ◊ Agrafiotis
Pierre Alferi
Traduzione di Daniele Gorret
COMME SI DE RIEN N’ÉTAIT
COME SE NIENTE FOSSE
Quatre thèmes donc
Le déjà-vu
L’ambiguı̈té sexuelle
Vers & prose
Mon anniversaire
Et aucun flou n’est évitable.
Quattro temi dunque
Il déjà-vu
L’ambiguità sessuale
Versi & prosa
Il mio compleanno
E nessuna incertezza che sia evitabile.
Tu t’en tiendras
À la demi-saison
À elle et lui
Imper de prose et jupe
Plissée de poésie
Ce triolet au cinéma
Tu dis que l’aimé forme
Déjà une paire
Ti limiterai
Alla mezza stagione
A lei e lui
Impermeabile di prosa e gonna
A pieghe di poesia
Questa ballata al cinema
Tu dici che l’amato forma
Già una coppia
Un endroit reConnu sans l’être
À cause du tournant
Du chemin de la
Coupe oui le même
Jour de l’année
Tu ne sais où te mettre
Dans la salle réFléchie tu vois
Un posto riConosciuto senza esserlo
Per la svolta
Della strada per il
Taglio sì lo stesso
Giorno dell’anno
Non sai dove metterti
Nella sala riFlessa vedi
Rien à dire au jour
D’aujourd’hui sauf
Sauf qu’en rentrant
D’une marche, pas
Pas nécessaires
Une intrigue se noue
S’est nouée sans
Nulla da dire al giorno
Di oggi salvo
Salvo che rientrando
Da una camminata, passi
Non necessari
Si combina un intreccio
Si è combinato senza
80 ◊ Francia
Que nous l’ayons tramée
Moins qu’un récit
Privé pelote
S’est écrasé
Sur la case départ
Un
Che l’abbiamo tramato
Meno d’un racconto
Privato giocherella
S’è sfasciato
Sulla casella di partenza
Una
Drôle de concetto
Te voilà prévenue il y a
Quatre thèmes donc
Le déjà-vu
L’ambiguïté sexuelle
Vers & prose
Mon anniversaire
Et aucun flou n’est évitable
Curiosa arguzia
Eccoti avvertita ci sono
Quattro temi dunque
Il déjà-vu
L’ambiguità sessuale
Versi & prosa
Il mio compleanno
E nessuna incertezza che sia evitabile
Pourquoi l’appeler
Carpe d’amour
Le garçon dit muette
Comment exprimera-t-elle
Ses sentiments
Et notre ami
Il n’y a pas de certitude
Au sujet de nos préférences
Perché chiamarla
Carpa d’amore
Il ragazzo dice muta
Come esprimerà
I suoi sentimenti
E il nostro amico
Non v’è certezza
Riguardo alle nostre preferenze
Entre deux âges
Tiens-tu Glen ou Glenda
À rester suspendu(e)
Sans patronyme ni
Emploi déGénéré(e)
Quant à ce corps
Vêtu de ciboule et gingembre
Chair ou poisson
On se contentera
De cette explication
Tra due età
Lasci Glen o Glenda
Restar sospeso(a)
Senza patronimico né
Impiego deGenerato(a)
Quanto a questo corpo
Vestito di cipolletta e zenzero
Che sia carne o pesce
Ci si contenterà
Di questa spiegazione
Il ne s’agit pas d’hésiter
Les jeux sont très bien faits
Cette vie toi
Jupe plissée ce rythme
Non si tratta di esitare
I giochi son condotti molto bene
Questa vita tu
Gonna a pieghe questo ritmo
81 ◊ Alferi
Rien d’autre mais
Nient’altro ma
N’en déplaise à qui n’apprécie
Pas que tu enjambes à tout bout
De champ, consomme
Avec modération
Et cuistrerie d’œnologue vague,
Le choix contient
Comme cet angle
Sur la salle tous
Les autres
Non dispiaccia a chi non apprezza
Che tu faccia enjambements ad ogni piè
Sospinto, consuma
Con moderazione
E pedanteria da vago enologo,
La scelta contiene
Come quest’angolo
Sulla sala tutti
Gli altri
Ou pas? n’était-ce
Qu’un désir un refus
Du temps tu trouves
Trop d’équivoques
Il n’y a plus
Rien il n’y a
Plus de saisons
O no? era forse
Solo un desiderio un rifiuto
Del tempo trovi
Troppi equivoci
Non c’è più
Niente non ci son
Più stagioni
Je rentre
Quelque chose est
Changé pareil
Le fauteuil ou
La table j’y suis
Tu as remis la table
Et le fauteuil
À leur place d’il y a
... Quelques mois?
Quelques mois.
Rientro
Qualcosa è
Cambiato come
La poltrona o
Il tavolo ho capito
Hai rimesso il tavolo
E la poltrona
Al loro posto di
... Qualche mese fa?
Qualche mese.
82 ◊ Francia
UN NU
UN NUDO
La chose
La toucher
Bousculer
La forme.
La cosa
Toccarla
Scompigliare
La forma.
Pour s’assurer qu’existe
La chose là
Chose – capitale –
Vue tous les jours
Toujours dans un délire
Conscience du temps réduite
À la pointe de flèche
Espace réduit
À l’angle
Cul d’un sac très froncé
La toucher
Prudemment peur
D’aviver sa
Nudité douloureuse de la
Froisser de la
Défroisser mais tellement
Excitable mollusque
Aveugle quand
Se rétracte s’étale
Qu’on veut aussi bousculer
La forme
Extraordinairement profuse
Petite
D’une crête
Qui s’efface passe
Dans une autre et lui passe
L’énergie de pliure
Par ondes
Rouges holà oh
Mon Dieu embrasser
Le visage sans yeux l’œil
Sans visage?
Per assicurarsi che esista
La cosa là
Cosa – capitale –
Vista ogni giorno
Sempre in un delirio
Coscienza del tempo ridotta
Alla punta di freccia
Spazio ridotto
All’angolo
Cul di sacco arricciatissimo
Toccarla
Prudentemente paura
Di ravvivare la sua
Dolorosa nudità di
Stropicciarla di
Stirarla ma talmente
Eccitabile mollusco
Cieco quando
Si ritrae si distende
Che si vuole anche scompigliare
La forma
Straordinariamente abbondante
Piccola
D’una cresta
Che si cancella passa
In un’altra e le passa
L’energia di piegatura
A onde
Rosse alto là oh
Mio Dio baciare
Il volto senz’occhi l’occhio
Senza volto?
Da: Sentimentale journée,
P.O.L., Paris 1997
83 ◊ Alferi
Yves Bonnefoy
DE VENT ET DE FUMÉE
I
L’Idée, a-t-on pensé, est la mesure de tout,
D’où suit que «la sua bella Elena rapita», dit Bellori
D’une célèbre peinture de Guido Reni,
Peut être comparée à l’autre Hélène,
Celle qu’imagina, aima peut-être, Zeuxis.
Mais que sont des images auprès de la jeune femme
Que Pâris a tant désirée? La seule vigne,
N’est-ce pas le frémissement des mains réelles
Sous la fièvre des lèvres? Et que l’enfant
Demande avidement à la grappe, et boive
À même la lumière, en hâte, avant
Que le temps ne déferle sur ce qui est?
Mais non,
A pensé un commentateur de l’Iliade, anxieux
D’expliquer, d’excuser dix ans de guerre,
Et le vrai, c’est qu’Hélène ne fut pas
Assaillie, ne fut pas transportée de barque en vaisseau,
Ne fut pas retenue, criante, enchaînée
Sur des lits en désordre. Le ravisseur
N’emportait qu’une image: une statue
Que l’art d’un magicien avait faite des brises
Des soirées de l’été quand tout est calme,
Pour qu’elle eût la tiédeur du corps en vie
Et même sa respiration, et le regard
Qui se prête au désir. La feinte Hélène
Erre rêveusement sous les voûtes basses
84 ◊ Francia
Traduzione di Stefano Agosti
DI VENTO E DI FUMO
I
Qualcuno ha pensato che l’Idea
È la misura di ogni cosa. Ne consegue
Che «la sua bella Elena rapita»,
Come dice il Bellori di una celebre pittura di Guido Reni,
Può essere paragonata all’altra Elena,
Quella che immaginò, e forse amò, Zeusi.
Ma cosa sono mai le immagini appetto alla giovane donna
Che Paride ha tanto desiderato?
La sola vigna non è forse il fremito
Delle mani reali sotto la febbre delle labbra,
E che il bambino si rivolga
Avidamente al grappolo,
E beva dentro il cuore della luce, in fretta,
Prima che il tempo dilaghi su ciò che è?
Ma no,
Ha pensato un commentatore dell’Iliade, ansioso di spiegare,
Di giustificare dieci anni di guerra.
La verità è
Che Elena non fu affatto aggredita, né trasportata
Da barca a nave. Non fu sequestrata,
Urlante, incatenata,
Sopra letti in disordine. Il rapitore
Portava con sé solo un’immagine: una statua
Che l’arte di un mago aveva fatta
Con le brezze delle sere dell’estate
Allorché tutto è calmo, affinché avesse
85 ◊ Bonnefoy
Du navire qui fuit, il semble qu’elle écoute
Le bruit de l’autre mer dans ses veines bleues
Et qu’elle soit heureuse. D’autres scoliastes
Ont même cru à une œuvre de pierre.
Dans la cabine
Jour après jour secouée par le gros temps
Hélène est figurée, à demi levée
De ses draps, de ses rêves,
Elle sourit, ou presque. Son bras est reployé
Avec beaucoup de grâce sur son sein,
Les rayons du soleil, levant, couchant,
S’attardent puis s’effacent sur son flanc nu.
Et plus tard, sur la terrasse de Troie,
Elle a toujours ce sourire.
Qui pourtant, sauf Pâris peut-être, l’a jamais vue?
Les porteurs n’auront su que la grande pierre rougeâtre,
Rugueuse, fissurée
Qu’il leur fallut monter, suant, jurant,
Jusque sur les remparts, devant la nuit.
Cette roche,
Ce sable de l’origine, qui se délite,
Est-ce Hélène? Ces nuages, ces lueurs rouges
On ne sait si dans l’âme ou dans le ciel?
La vérité peut-être, mais gardée tue,
Même Stésichorus ne l’avoue pas,
Voici: la semblance d’Hélène ne fut qu’un feu
Bâti contre le vent sur une plage.
C’est une masse de branches grises, de fumées
(Car le feu prenait mal) que Pâris a chargée
Au petit jour humide sur la barque.
C’est ce brasier, ravagé par les vagues,
Cerné par la clameur des oiseaux de mer,
Qu’il restitua au monde, sur les brisants
Du rivage natal, que ravagent et trouent
D’autres vagues encore. Le lit de pierre
Avait été dressé là-haut, de par le ciel,
Et quand Troie tomberait resterait le feu
Pour crier la beauté, la protestation de l’esprit
Contre la mort.
86 ◊ Francia
Il tepore del corpo che vive,
E persino il respiro, e anche lo sguardo
Che consente al desiderio. La finta Elena
Vaga sognando sotto le volte basse
Della nave che fugge, e sembra ascolti
Il rumore di quell’altro mare
Nelle sue vene azzurre, e sia felice.
Altri scoliasti
Hanno invece pensato a un’opera di pietra.
Nella cabina
Giorno dopo giorno squassata dalla tempesta,
C’è la figura di Elena,
A metà sollevata dal giaciglio,
O dal suo sogno,
Che sorride, o sembra. Il braccio è ripiegato
Con molta grazia sul suo seno,
Mentre i raggi del sole,
Che spunta o che tramonta,
Indugiano scompaiono
Sopra il suo fianco nudo. Più tardi, sui terrapieni di Troia,
Ha ancora quel sorriso. E tuttavia
Chi, tranne forse Paride,
L’ha vista mai? Di lei
I portatori avranno conosciuto
Solo la grande pietra rossiccia,
Ruvida, piena di fenditure,
Che furono costretti a trasportare, fra sudori e bestemmie,
Su su fino ai bastioni, dirimpetto alla notte.
La roccia che si sfalda,
Questa sabbia dell’origine,
È lei, Elena? oppure quelle nubi, quei bagliori
Rossi, non si sa se nell’anima o nel cielo?
Forse la verità, ma serbata non detta,
E nemmeno Stesicoro la svela,
È questa: il sembiante di Elena fu solo
Un fuoco allestito contro il vento
Sopra una spiaggia. È un groviglio di rami grigi e fumo
(Il fuoco non prendeva), che sulla barca ha caricato Paride
Allo spuntare umido del giorno.
87 ◊ Bonnefoy
Nuées,
L’une qui prend à l’autre, qui défend
Mal, qui répand
Entre ces corps épris
La coupe étincelante de la foudre.
Et le ciel
S’est attardé, un peu,
Sur la couche terrestre. On dirait, apaisés,
L’homme, la femme: une montagne, une eau.
Entre eux
La coupe déjà vide, encore pleine.
88 ◊ Francia
Ed è questo braciere, disfatto dalle onde, circondato
Dal clamore degli uccelli di mare,
Che egli restituì al mondo, sui frangenti
Della riva natale, che devastano e forano
Altre onde ancora. Il letto
Di pietra era stato preparato
Lassù, qua o là nel cielo,
E così, quando Troia fosse caduta,
Sarebbe rimasto quel fuoco
A gridare la bellezza, la protesta
Dello spirito contro la morte.
Nubi,
Di cui una strappa all’altra,
Che non riesce a trattenerla,
La coppa scintillante della folgore,
Che trabocca
Fra i loro corpi innamorati.
Il cielo
Ha indugiato per un poco
Sopra il letto terrestre. Una montagna, un’acqua:
Come l’uomo, la donna infine quieti.
Tra di loro
La coppa oramai vuota, ancora piena.
89 ◊ Bonnefoy
II
Mais qui a dit
Que celle que Pâris a étreinte, le feu,
Les branches rouges dans le feu, l’âcre fumée
Dans les orbites vides, ne fut pas même
Ce rêve, qui se fait œuvre pour calmer
Le désir de l’artiste, mais simplement
Un rêve de ce rêve? Le sourire d’Hélène:
Rien que ce glissement du drap de la nuit, qui montre,
Mais pour rien qu’un éclair,
La lumière endormie en bas du ciel.
Chaque fois qu’un poème,
Une statue, même une image peinte,
Se préfèrent figure, se dégagent
Des à-coups d’étincellement de la nuée,
Hélène se dissipe, qui ne fut
Que l’intuition qui fit se pencher Homère
Sur des sons de plus bas que ses cordes dans
La maladroite lyre des mots terrestres.
Mais à l’aube du sens
Quand la pierre est encore obscure, la couleur
Boue, dans l’impatience du pinceau,
Pâris emporte Hélène,
Elle se débat, elle crie,
Elle accepte; et les vagues sont calmes, contre l’étrave,
Et l’aube est rayonnante sur la mer.
Bois, dit Pâris
Qui s’éveille, et étend le bras dans l’ombre étroite
De la chambre remuée par le peu de houle,
Bois,
Puis approche la coupe de mes lèvres
Pour que je puisse boire.
Je me penche, répond
Celle qui est, peut-être, ou dont il rêve.
Je me penche, je bois,
Je n’ai pas plus de nom que la nuée,
90 ◊ Francia
II
Ma chi ha detto che quella
Che Paride strinse fra le braccia,
Il fuoco, quei rami rossi dentro il fuoco,
L’acre fumo nelle orbite vuote,
Non fu nemmeno il sogno che diventa
Opera per placare il desiderio
Dell’artista, ma semplicemente
Un sogno di quel sogno? Il sorriso di Elena:
Nient’altro che uno scivolare del drappo della notte,
Che disvela, ma appena per un lampo,
La luce addormentata a filo d’orizzonte.
Ogni volta che un poema,
Una statua o un’immagine dipinta
Si convertono in figura, liberandosi
Dai sussulti di fulmine che sprigiona la nuvola,
Elena si dissolve: essa infatti non fu
Se non quell’intuizione che costrinse Omero
A chinarsi su suoni ben più bassi
Di quelli che portavano le corde
Della maldestra lira delle parole terrestri.
Ma all’aurora del senso,
Quando la pietra è ancora oscura ed il colore
È fango, nell’impazienza del pennello,
Paride rapisce Elena,
Che si dibatte, grida,
Si abbandona: quiete sono le onde
Allo sprone di prua,
E l’alba è tutta raggi sopra il mare.
Bevi, dice Paride
Quando si sveglia: e stende il braccio nell’ombra
Stretta della camera appena scossa dal mareggio.
Bevi, poi accosta la coppa alle mie labbra
Perché anch’io possa bere.
Ecco, mi sto chinando, risponde
Quella che forse è lì o forse è un sogno,
91 ◊ Bonnefoy
Je me déchire comme elle, lumière pure.
Et t’ayant donné joie je n’ai plus de soif,
Lumière bue.
C’est un enfant
Nu sur la grande plage quand Troie brûlait
Qui le dernier vit Hélène
Dans les buissons de flammes du haut des murs.
Il errait, il chantait,
Il avait pris dans ses mains un peu d’eau,
Le feu venait y boire, mais l’eau s’échappe
De la coupe imparfaite, ainsi le temps
Ruine le rêve et pourtant le rédime.
92 ◊ Francia
Mi sto chinando e bevo.
Al pari della nuvola
Non porto nessun nome, e come lei non sono
Se non sfilacciatura della luce, luce pura.
Ti ho procurato gioia: ed è per questo
Che io non ho più sete, o mia luce bevuta.
Fu un bambino
Nudo sopra la grande spiaggia
Mentre Troia bruciava,
Colui che vide Elena per ultimo
Dentro i rovi di fiamme al sommo delle mura.
Vagava qua e là, cantava;
Poi raccolse un po’ d’acqua nelle mani
E il fuoco vi attingeva. Ah, come l’acqua sfugge
Dalla coppa imperfetta! Così il tempo
Rovina il sogno e però lo redime.
93 ◊ Bonnefoy
III
Ces pages sont traduites. D’une langue
Qui hante la mémoire que je suis.
Les phrases de cette langue sont incertaines
Comme les tout premiers de nos souvenirs.
J’ai restitué le texte mot après mot,
Mais le mien n’en sera qu’une ombre, c’est à croire
Que l’origine est une Troie qui brûle,
La beauté un regret, l’œuvre ne prendre
À pleines mains qu’une eau qui se refuse.
94 ◊ Italia
III
Queste sono pagine tradotte. Tradotte da una lingua
Che ha invaso la memoria che tento di seguire.
Sono incerte le frasi
Come i nostri ricordi più lontani.
Parola per parola ho ricostituito
Il testo: ma il mio, che è questo,
Non ne sarà che l’ombra. Ed è da credere
Che l’origine sia Troia che brucia,
La bellezza un rimpianto, e l’opera soltanto
Un cercare di prendere
A piene mani quell’acqua che ci sfugge.
Da: La Vie errante, Mercure de France, Paris 1993
95 ◊ Bonnefoy
Per Aage Brandt
***
slikke sine sår, lade tungen glide langsomt
over randen, dyrets dybe kilde til nydelse,
fuldbyrdet smertebåret lyst, gøre det samme
med den talende tunge og de steder, der bløder
i en anden verden, din indre huds hinder og
forbrændte åbninger skabt af fremmede negle
i ubevogtede øjeblikke, pludselige og varige
***
der er noget før ordene og noget
efter: før dem er der et her og et nu,
et bur og et dyr, som kender det,
og hvis ben ved, hvor tremmerne er,
hvis øjne ser, hvor gammel dagen er;
efter dem er der hverken dag eller nat,
kun verden, hverken dyr eller bur, men
kloder og baner, tal, masser, mængder,
hastigheder, forskelle, de samme overalt;
ordene drømmer et åbent bur, et stjerneskud,
et lykketal, et dyr med tusind øjne, en grav,
et bjerg, og gør disse ting til et menneske;
det flygter fra sted til sted, langs baner,
det bygger bure og tæller kloder; taler og tier
98 ◊ Danimarca
Per Aage Brandt
Traduzione di Eva Kampmann
***
leccarsi le ferite, lasciar scivolare lentamente la lingua
sopra il margine, la profonda fonte di godimento dell’animale,
appagato piacere indotto dal dolore, fare lo stesso
con la lingua parlante e quei punti che sanguinano
in un altro mondo, le membrane della tua pelle interna e
gli squarci ustionati prodotti da unghie estranee
in momenti di disattenzione, improvvisi e duraturi
***
c’è qualcosa prima delle parole e qualcosa
dopo: prima c’è un qui e un ora,
una gabbia e un animale che la conosce,
e le cui zampe sanno dove sono le sbarre,
i cui occhi vedono a che punto è il giorno;
secondo questi non c’è né giorno né notte,
solo mondo, né animale né gabbia, ma
pianeti e orbite, numeri, masse, quantità,
velocità, differenze, le stesse ovunque;
le parole sognano una gabbia aperta, una stella cadente,
un numero vincente, un animale con mille occhi, una fossa,
una montagna, e fanno di queste cose un essere umano;
fugge di luogo in luogo, lungo orbite,
costruisce gabbie e conta pianeti; parla e tace
99 ◊ Brandt
***
sådan er skønheden: en ting
der henviser til sig selv
og atter sig selv:
den sender os ind i dette punkt:
et selv som er uden grænser
og uden tæthed men ikke intet
et gennemsigtigt ect.:
alt det øvrige som heller ikke er intet
og som nu er og hermed bliver
som dette er
***
staten findes, principperne, tanken og faderskabet,
som ingen har set, men sjælen har også øjne, hvor
blind den end er, eller måske hører den noget rasle,
det ved man ikke, i hvert fald mærker den tydeligt,
om noget sådant er tilfældet, eller det er skygger af
viljeløse skyer, der kommer og går og ikke insisterer
***
ting, som findes, sker, vides og gøres,
og som brænder i hjerterne, oplever,
for så vidt de kan opleve, at forblive
der, hvor de er, og i hjerterne, det er
de surreelle ting, som hjerter hvisker
til hinanden og ser med øjne under
lukkede låg, som fortæres af en ild,
der endnu lyser, når de åbner sig
100 ◊ Danimarca
***
così è la bellezza: una cosa
che rimanda a se stessa
e ancora se stessa:
ci addentra in questo punto:
un sé che è senza limiti
e senza spessore ma non nulla
un trasparente ecc.:
tutto il resto che nemmeno è nulla
e ora è e perciò rimane
così com’è
***
lo stato esiste, i principî, il pensiero e la paternità,
che nessuno ha visto, ma anche l’anima ha occhi, per quanto
cieca sia, o forse ode qualcosa frusciare,
non si sa, a ogni modo sente chiaramente
se si tratta di una cosa del genere, o se sono ombre di
nuvole abuliche, che vanno e vengono e non insistono
***
cose, che esistono, accadono, si sanno e si fanno,
e che ardono nei cuori, sentono,
nella misura in cui sono capaci di sentire, di rimanere
là dove sono, e nei cuori, sono
le cose surreali, che i cuori si bisbigliano
tra loro e vedono con occhi sotto
palpebre chiuse, consumate da un fuoco,
che brilla ancora, quando si aprono
Le prime tre poesie sono tratte da Night and Day. Poesi 1997-99, Borgen,
Copenaghen 1999. Le rimanenti fanno parte della raccolta inedita Om
noget og hvad deraf følger. Poesi [Intorno a qualcosa e a ciò che ne consegue.
Poesia], 2000.
101 ◊ Brandt
Hans Georg Bulla
FRAGE
Räumt auf der Wind ein Sturm
Bruchholz versperrt den Weg
Jetzt gehen wir tief hinab
Geschichte dunkle Grube
Dumpfer Abstieg lauter nur
die Eisenstimmen dröhnen
Welchen Namen werden wir
schwer zu tragen haben ins
andre Leben Nagelblut und Blei
ELBUFER, NOTIZ
wie also diese schwere
grenze wenn sie leuchtet
aufsteigt aus dem nebel
ein paar vergessne vögel
hart am rand was wasser
trennen kann schnitt so
tief ins land wie weiter
sprechen jetzt davon
102 ◊ Germania
Hans Georg Bulla
Traduzione di Anna Chiarloni
DOMANDA
Spazza il vento una tempesta
trave sbarra il cammino
Ora scendiamo a fondo
storia fossa oscura
Cupa discesa solo più forti
tuonano voci ferrigne
quale nome dovremo
faticosamente portare fin
nell’altra vita sangue nelle unghie e piombo
RIVA DELL’ELBA, APPUNTI
come emerge questo greve
confine quando riluce
dalla nebbia
qualche uccello dimenticato
rasente all’argine ciò che l’acqua
può dividere taglio così
profondo nel paese come continuare
ora a parlarne
103 ◊ Bulla
Alexander García Düttmann
AUS AMERIKA
Abends an den Schienen der Straßenbahn entlang den Hang hinauf gewundener dunkler Weg weiter bis zum Park auf dessen Höhe sich der Blick freimacht
auf die Stadt und die Brücken Lichterketten über das Wasser gespannt an Bogen und Pfeilern der Hügel fällt auf dieser Seite steil ab kopfüber stürzen in
den hinteren Teil des roten und goldenen Raums (Scotch on the Rocks) starrend
auf den Bildschirm der über den Köpfen hängt wortlos einen Kreis um Dich
gezeichnet Gewohnheiten im Gnadenstand.
Am Tag Deiner Abreise morgens früh bis zur sechsundneunzigsten Straße gefahren dann einen Block weiter gelaufen eingebogen und hinunter zum Fluß
Adresse auf einem Zettel notiert sonniger dritter November später wirst Du
den Hausschlüssel in Deiner Manteltasche suchen schon beim Verlassen der
Station ungeduldig von der Straße aus hinaufblicken um zu erkennen ob in der
Wohnung Licht brennt wenn Du die Tür öffnest hörst Du Schritte am Ende
des Flurs der Wasserhahn ist aufgedreht hält seine Hand unter den Strahl weil
er sich geschnitten hat und der Finger nicht mehr aufhört zu bluten.
Gereizt weil Du die dunkle Wohnung in die wir gerade zurückgekehrt sind hell
erleuchtest als wolltest Du das Losgelassene Losgelöste gewaltsam zurückholen es entfernt sich wie Treibgut das Du aus den Augen verlierst oder dessen
Bahn Du noch einmal kreuzt.
104 ◊ Germania
Alexander García Düttmann
Traduzione di Massimo Bonifazio
DALL’AMERICA
La sera lungo le rotaie del tram su per la collina la scura strada ferita più avanti fino al parco dal quale lo sguardo si libera sulla città e i ponti catene di luce
tese sull’acqua in archi e pilastri la collina digrada da questa parte ripida a capofitto precipiti nella parte arretrata dello spazio rosso e oro (scotch on the
rocks) fissando lo schermo appeso sulle teste un cerchio muto disegnato intorno a te abitudini in stato di grazia.
Il giorno della tua partenza al mattino presto in viaggio fino alla novantaseiesima strada poi un isolato a piedi svolta e giù verso il fiume indirizzo segnato su
un foglietto tre di novembre pieno di sole più tardi cercherai la chiave di casa
nel cappotto lasciando la stazione impaziente dalla strada guarderai in alto per
capire se nell’appartamento la luce è accesa quando apri la porta senti dei passi in fondo al corridoio il rubinetto è aperto lui tiene la sua mano sotto il getto
perché si è tagliato e il dito non smette di sanguinare.
Irritato perché illumini l’appartamento buio nel quale siamo appena tornati come se tu volessi recuperare d’un tratto l’abbandonato che si allontana relitto
che perdi di vista o il cui percorso ancora una volta incroci.
105 ◊ Düttmann
Gottfried Ecker
Antonis Fostieris
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¯ÚfiÓÔ˘. N¿ Ì‹Ó ÙÚÔ͈̿ – η› Ó¿ Ì‹ ¯·Úá.
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N’ àÏϿ͈ η› Ó¿ Ì›ӈ ú‰ÈÔ˜. (¶ÔÈfi˜;).
N¿ ηı·Ú›Ûˆ Ùfi Ì˘·Ïfi ÌÔ˘ àfi Ù¿ ·¥Ì·Ù·, Ó¿ χӈ ÙÔ‡˜ ÓÂÎÚÔ‡˜ Ùɘ ‘πÛÙÔÚ›·˜.
N¿ ηٷÛÙÚÒÛˆ Û¯¤‰È· ÁÈ¿ Ùfi ·ÚÂÏıfiÓ.
108 ◊ Grecia
Traduzione di Nicola Crocetti
APPUNTI PER L’INDOMANI
Accendere poesie, ardere parole, scacciare la serpe feroce che arriva sibilando.
Radere a zero le ciocche della memoria. A che cosa mi servono? Resti calvo il
futuro, calvo e liscio. Come un vecchio neonato.
Diventare neonato. Sciocco e ingenuo. L’oblio ricopra con la sua terra le reliquie del talvolta. Diventare tomba dei giorni. Fiorire di nuovo sul sepolcro e poi appassire. Sepolcro senza croci e senza “qui giace”. Questo è
molto importante. Non devo scordarlo.
Devo scordarlo. Solo così me ne ricorderò.
Devo dormire con gli occhi sbarrati. Per vedere la sconfitta della luce. Guardare e sapere come immagino. Lasciare i cavallucci dei sentimenti, e la vettura prosegua ora immobile il suo viaggio infinito. Poiché, l’ho detto, sarà un viaggio senza fine. E poiché la vettura sono io.
Devo imparare che non sono. Pensare con passione che non esisto. Perché se
esistessi, certo, non penserei. (Perché?)
Tendere l’orecchio alla calma del nulla. Udire il rantolo profondo, il fruscio del
tempo. Non provare paura né gioia.
Scrivere poesie con una sola parola. (Quale?)
Mutare e rimanere me stesso. (Chi?)
Ripulirmi il cervello dal sangue, lavare i morti della Storia.
Approntare i piani per il passato.
109 ◊ Fostieris
IL RAGNO
Sedevo da ore nella mia noia inerte
Come chi è spossato dalle troppe cose
Che spera di aver vissuto
Nel tiepido vuoto del non pensare sedevo
Osservando un ragno che si librava.
Immaginavo che lui pensasse qualcosa
Perché scalava la sua tela ripugnante,
Restava immobile scuotendo le antenne
Lanciandosi con impeto nel vuoto.
Non vidi passare una mosca né un insetto.
Ma la caccia continuava senza preda
Con la saggezza di chi sa che occorre un’arte risoluta
Per afferrare l’inesistente.
Bella saggezza di un minuscolo mostro
Che in una trama sottile di saliva
Tendeva agguati all’inafferrabile.
E con grandi bocconi inghiottì infine
Le mie ore, la noia, il vuoto.
111 ◊ Fostieris
Klaus Høeck
Traduzione di Jytte Lollesgaard
Spor
1,
NATUR,
af:
metaller, vers 5 af 9
Traccia 1, NATURA, LA GEOLOGIA, da: metalli, strofa 5 di 9
GEOLOGIEN,
krystallerne / lyser som /
paladser i / stilheden
der klinger / fra nattens
silicium
/
strygekvartetterne
/
begravet
i
/
regn
ordnerne / ciselerede af /
skygger materiens / rod
modsiger sin gud /
du lader somom du
forstod
Spor 3, ÅND, TROEN, af:
om-dannelse, vers 5 af 9
gudsel min / gudsel du
som har / stillet mig /
mellem
vest
og
/
dødsling du som / har
stillet
/
mig
i
skummelsen / du som har /
lyst mig ned i /
materie / og regn du finder
/ mig også en /
sidstningens sti
Spor
2,
KULTUR,
af:
kunst, vers 5 af 9
PRODUKTIONEN,
jeg har ikke fundet det
uudsigelige
ord
/
mellem
disse
muslingeskaller / kun det
uudsigelige
kun
det
uendelige
i
/
en
approximation
mod
vesterhavet / følg nu de
sidste
sætningers
sti
nedover / sandet og tangen
så
skal
det
/
forundes dig at se
skummets dødsmasker
i cristalli
risplendono come
palazzi nel
silenzio che risuona
dal silicio della notte
i quartetti d’archi
affondati nella
pioggia gli ordini
cesellati da
ombre la radice della
materia contraddice il suo dio
tu fingi di capire
Traccia 3, SPIRITO, LA FEDE, da: trasformazione, strofa 5 di 9
dio mio dio
tu che mi
hai posto
tra ovest e
morte tu che
mi hai posto
nella schiuma della risacca
che mi hai
sprofondato nella
materia
e nella pioggia
mi troverai anche un
sentiero di finepercorso
Traccia 2: CULTURA, LA PRODUZIONE, da: arte, strofa 5 di 9
non ho trovato la parola indicibile
tra queste conchiglie
soltanto l’indicibile soltanto l’infinito in
un’approssimazione al mare del nord
segui ora il sentiero delle ultime frasi giù tra
le sabbie e le alghe e ti sarà
dato di vedere le maschere mortuarie della schiuma
113 ◊ Høeck
Spor
1,
NATUR,
af:
metaller, vers 6 af 9
Traccia 1, NATURA, LA GEOLOGIA, da: metalli, strofa 6 di 9
GEOLOGIEN,
det sner i din / glemsel det
stammer
/
fra
calciumets / billioner fnug
/ orkaner bundet i /
knoglerne og tænder / i dit
skelet eller / hele stevns
klint
/
udmøntet
i / fantasien og det /
kalk som fylder dine /
ibskaller med drømme
nevica nel tuo
oblio proviene dai
bilioni di fiocchi
di calcio
bufere rinchiuse
in ossa denti
scheletro o
tutta la falesia di stevns1
coniata nella
fantasia e nel
calcare che riempie di
sogni le tue conchiglie di capesante
Spor 3, ÅND, TROEN, af:
om-dannelse, vers 6 af 9
herrelse / min herrelse / du
som bandt mig / til sted og
/ messing du som / tændte
/ knoglingen i mig / du
som førte / mig ned du
leder mig / også over /
trans og kalksel / du
leder / mig til evigéns
Spor
2,
KULTUR,
af: kunst,
PRODUKTIONEN,
vers 4 af 9
jeg skriver udtrykkeligt: ud
til / jeg fører dig
således ikke over nogen /
grænser ikke ud i
nogen / transcendent
solnedgang af messing og /
bauxit du må slå dig til tåls
med
/
immanensens
grønne havstok her /og
lede efter evigheden andre
steder
Traccia 3, SPIRITO, LA FEDE, da: trasformazione, strofa 6 di 9
signore
mio signore
tu che mi hai ancorato
a spazio e
ottone tu che mi hai
rivestito di
ossa e carne
tu che mi hai
portato quaggiù mi guiderai
anche per
trans e calcinaia
mi condurrai
all’eternigenza2
Traccia 2: CULTURA, LA PRODUZIONE, da: arte, strofa 4 di 9
scrivo espressamente: fino a
non ti porterò cioè al di là di
nessun confine non dentro alcun
tramonto trascendentale di ottone e
bauxite ti devi accontentare qui della
battigia verde dell’immanenza
e cercare l’eternità in altri luoghi
114 ◊ Danimarca
Spor
1,
NATUR,
af:
metaller, vers 7 af 9
Traccia 1, NATURA, LA GEOLOGIA, da: metalli, strofa 7 di 9
GEOLOGIEN,
dit vartegn: en skål / fuld af
flydende natrium / i brand
en lampe / i spin over /
salthorstene / skyggernes
reflexer / af violet / på
tindingen / her står du / i
din alders lys her står / du
på din sten og drage / dit
ord har nået sin vægt
Spor 3, ÅND, TROEN, af:
om-dannelse, vers 7 af 9
herrelse / min herrelse / du
der ville mig / så
besynderlig / du der
samlede mig / af salt og /
skyggelse / fuld af
violet / du kommer mig /
også til ord / og lyselse / i /
intningens nat
Spor
2,
il tuo emblema: una coppa
traboccante di sodio liquido
in fiamme una lampada
che s’avvita
sulle cattedrali saline
riflessi di ombre
viola
sulla tempia
qui tu stai
nella luce dei tuoi anni qui tu
stai sul tuo scoglio e drago
la tua parola ha raggiunto il suo peso
Traccia 3, SPIRITO, LA FEDE, da: trasformazione, strofa 7 di 9
signore
signore mio
tu che mi volesti
così strano
tu che mi modellasti
di sali e
ombre
piene di viola
mi verrai in parola
e luce anche
ne
la notte della nullitudine
KULTUR,
af: kunst,
PRODUKTIONEN,
vers 3 af 9
jeg skal ikke yderligere
kommentere
/
den
besynderlighed
blot
påpege / for dig at snart vil
du se et digt i / denne
samling smuldre / for
øjnene af dig du vil se det
erodere / i sprogets
vestenstorm du vil /
bogstaveligt læse dig ud til
intetheden
Traccia 2: CULTURA, LA PRODUZIONE, da: arte, strofa 3 di 9
non commenterò ulteriormente
questa stranezza ti avverto soltanto
che fra poco vedrai una poesia di
questa raccolta sbriciolarsi
sotto i tuoi occhi la vedrai erodersi
nella burrasca della lingua
letteralmente ti leggerai fino al nulla
115 ◊ Høeck
Spor
1,
NATUR,
af:
metaller, vers 8 af 9
Traccia 1, NATURA, LA GEOLOGIA, da: metalli, strofa 8 di 9
GEOLOGIEN,
aluminiumets bånd / har
gennemtrængt dit / liv
med stilhed / dets
spekter har / ætset i /
tiden og rum som / vinger
og
brændt
/
satellitter til støv / som et
spor / over din iris / det vil
overleve alt / som taler om
at bestå
il nastro d’alluminio
ha penetrato la tua
vita col silenzio
i suoi spettri hanno
scalfito
tempo e spazio come
ali e incenerito
satelliti
rimasti come tracce
sulla tua iride
sopravvivrà a tutto
ciò che parla di eterno
Spor 3, ÅND, TROEN, af:
om-dannelse, vers 8 af 9
du som har / dannet mig /
i rummelse og tidning / du
som har / dannet mig /
dagens vinger / og nattens
spekter / du tager mig /
også med over / livslen /
du er også med / mig i /
faldelsens time
Spor
2,
KULTUR,
af: kunst,
PRODUKTIONEN,
vers 2 af 9
hver nat falder mindst eet
sandkorn / ned fra den
tyve meter høje klit / hver
nat bliver danmark mindst
eet sandkorn fattigere:
dette
omvendt
/
proportionale
forhold:
hver
dag
/
bliver
danmark mindst eet digt
rigere
Traccia 3, SPIRITO, LA FEDE, da: trasformazione, strofa 8 di 9
tu che mi hai
plasmato
in spazio e tempo
tu che mi hai
plasmato
le ali del giorno
e la volta soffusa della notte
mi condurrai
anche oltre la
viterrena
sarai con me
anche nell’
ora della cadizione
Traccia 2: CULTURA, LA PRODUZIONE, da: arte, strofa 2 di 9
ogni notte almeno ún grano di sabbia cade
dalla duna alta venti metri
ogni notte la danimarca si impoverisce di
almeno un grano di sabbia: questo rapporto inversamente
proporzionale: ogni giorno viene scritta
almeno úna nuova poesia ogni giorno
la danimarca si arricchisce di almeno úna poesia
116 ◊ Danimarca
Il ciclo di poesie si sviluppa sulla pagina in tre tracce: in alto sulla pagina, con un senso di lettura
tradizionale, c’è la prima traccia, Natura, che parte dagli atomi della lingua (le lettere) che qui compongono una formula chimica del sottosuolo danese.
In basso nella stessa pagina c’è la seconda traccia, Cultura. La traccia si muove dall’Inizio passando
per La città, La tecnica, Il trasporto, ecc., e viene letta in direzione opposta: in tal modo mentre la
traccia 1 è in fieri, la traccia 2 è sottoposta a erosione, tanto che all’inizio del ciclo di poesie si è totalmente dissolta. Le due tracce formano un percorso circolare.
La traccia 3, Spirito, che è quella centrale, si svolge dal centro del ciclo di poesie (24 sonetti al di fuori della struttura) verso destra e verso sinistra. Una regola rigidamente rispettata è che questi versi
possono contenere solo parole che già esistono nelle tracce 1 e 2. (Helle Nyberg)
Falesia di Stevns: gigantesco dirupo di roccia cretacea a picco sul mar Baltico, a sud di Copenaghen. [N.d.T.]
2
Eternigenza: contrazione di eternità-intelligenza, uno dei tanti neologismi del poema, costituita da
contrazioni di più parole e vocaboli distorti da desinenze improprie, che si è cercato di conservare
nella traduzione (p. es.: viterrena, nullitudine, calcinaia, cadizione), o parole incomplete dai molti
significati (p. es.: trans). [N.d.T.]
1
117 ◊ Høeck
Sarah Kirsch
NOAH NEMO
Abends beschließt er das Logbuch, öffnet
Die große Hölderlin-Ausgabe während
Die Nautilus ihre altmodische Aufbauten
Seegrasbewachsene einsame Terrassen
Langsam ins Mondlicht schiebt. Es ist
Sinnlos auf den Auftrag zu warten.
SEHR KLEINER DRACHEN
Das Blatt einer
Purpurweide aus meinem
Nahezu baumlosen
Landstrich auf den
Flügeln des Winds
Gesteuert durch Spinnenfäden
Haltbar erdachten
Von hier bis Osaka
118 ◊ Germania
Sarah Kirsch
Traduzione di vari autori
NOÈ NEMO
La sera conclude il giornale di bordo, apre
La grande edizione di Hölderlin mentre
Il Nautilus sospinge le antiquate strutture
Terrazze deserte ricoperte di alghe
Lentamente entro la luce lunare. È
Insensato restare in attesa della missione.
Traduzione di Maria Teresa Mandalari
MINUSCOLO AQUILONE
La foglia di un
Salice purpureo dalla mia
Contrada quasi
Spoglia sulle
Ali del vento
Guidate da ragnatele
Inventate per resistere
Da qui a Osaka
Traduzione di Anna Chiarloni
Da: Auf den Flügeln des Winds,
Goethe-Institut di Torino 1993
119 ◊ Kirsch
DER CHRONIST
Es quellen aus der Feder zartgeschnäbelt
So schwarze Tintenzüge dunkel erglänzend.
Ein Strom von Wiederholungen. Und Grauen
Entspringt der zitternden Hand. Sie wandert
Bei Tag und bei Nacht elend übers Papier.
Zu preisen gibt es heut nicht mehr viel.
Und deshalb ist des Schreibens müde die Hand.
DAS JAHR
Wir lernen
Tragen werden vom
Wind der uns leicht
Findet über Deiche und
Blumen bewegt.
MOND GLUNST RAUCH
Ich fahre vorwärts ich denke
Zurück weit entfernt
Ist mein Herz von früher
Zeit blieb nur ein
Lachen ich fahre also
Weiter erinnere nichts weiter.
120 ◊ Germania
IL CRONISTA
Sgorgano dalla penna appena appuntita
tratti d’inchiostro così neri che risplendono oscuri.
Un fiume di ripetizioni. E orrore
scaturisce dalla mano tremante. Erra
giorno e notte miseramente tra i fogli.
Veramente non c’è più molto da celebrare.
E per questo la mano è stanca di scrivere.
L’ANNO
Impariamo
a portare mossi dal
vento che lieve ci
coglie su dighe
e fiori.
LUNA, BRACE, FUMO
Proseguo il viaggio ripenso molto lontano è
il mio cuore del tempo
andato rimane soltanto
una risata perciò proseguo non ricordo nient’altro.
Traduzione di Riccardo Morello
121 ◊ Kirsch
Alfred Kolleritsch
... DAß ES EINE GRENZE GIBT
... daß es eine Grenze gibt:
was gesagt ist, ist eine Grenze.
Das Stück aus Worten
nenne ich nicht bis zum Ende:
mein.
Ob es für andre sei?
Man soll das Ohr nicht besetzen.
Zur Übung
stellt sich das Echo ein.
Wenn es Eis ist,
wird es die Blume sein,
die wiederkommt.
«Du führst die Übung vor»
hast du gemeint,
«so grauenvoll ist deine Möglichkeit».
Wie ungeheur Feststellungen sind.
Ein Wort
vom anderen gerichtet,
weggefordert in die Antwort,
für wen es sei,
ans Land gezogen für die Wahrheit,
die längst das Land
verlassen hat.
122 ◊ Austria
Alfred Kolleritsch
Traduzione di Massimo Bonifazio
... CHE UN CONFINE C’È
... che un confine c’è:
ciò che viene detto è un confine.
Il pezzo ricavato dalle parole
fino alla fine non lo chiamo:
mio.
Che sia per altri?
Bisognerebbe non ingombrare l’orecchio.
Per esercizio
si orienta l’eco.
Se è ghiaccio
sarà il fiore
che ritorna.
«Tu presenti l’esercizio»
hai pensato,
«così tremenda è la tua possibilità».
Come sono immani queste constatazioni.
Una parola
indirizzata dall’altro,
richiesta nella risposta
per chi sia,
tirata a riva per la verità
che da lungo tempo
ha lasciato la terra.
123 ◊ Kolleritsch
Katalin Ladik
MECHANIKUS BALETT
A táncosnó´ elhajít egy kó´darabot.
Rohanó táj követi.
Hegedül a zuhanó kövön.
SZÉL, FA, MOCSÁR
A tartógerenda vészeseb behajlik.
Feltámadt Medeia citromsárga szélben.
A kiszáradt szomorúfú´z éjszaka virágot hajt.
Nincs hiba, nincs dicséret.
Szörnyú´ álmok, mérgezó´ harmaton ülnek.
A mocsár vize a fa fölé emelkedik.
Hajnalra szél kerekedik.
A BÓ´R ODARAGAD
A mezó´n nincs vad,
Fent: tú´z, szépség. Lent: égbolt, férfi.
A tú´z odaragad a hajkoronához.
Felüvölt a vadállat naplementekor.
Nincs nó´ és nincs férfi: gyú´lölet van.
Üres az égbolt.
124 ◊ Ungheria
Traduzione di Endre Szkárosi
Versione poetica di Ida Travi
BALLETTO MECCANICO
La danzatrice lancia un sasso.
Il paesaggio lo segue sfrecciando.
Fa suonare un violino sul sasso cadente.
VENTO, ALBERO, PALUDE
La trave si piega pericolosamente.
Medeia è risorta nel vento giallo limone.
Il salice inaridito getta fiori di notte.
Non c’è difetto, non c’è lode.
Orrendi sogni siedono sulla rugiada velenosa.
L’acqua della palude sommerge l’albero.
All’alba si alza il vento.
LA PELLE SI ATTACCA
Nessuna fiera sul campo.
Lassù: fuoco, bellezza. Laggiù: cielo, uomo.
Alla criniera si attacca la fiamma.
La fiera getta un urlo nel crepuscolo.
Non c’è donna e non c’è uomo: c’è odio.
Il cielo è vuoto.
125 ◊ Ladik
(ÁTMEGY KÉT TÜZES GOMBLYUKON...)
átmegy két tüzes gomblyukon
vagy egyazon gomblyukon kétszer
mert kell hogy legyen valaki
akibó´l a világosság árad
rászánja életét
hogy ezt a gombot megtalálja
CSONT ELÓ´TT VIRRADAT
Hideg késsel kettészeli a látóhatárt:
Fakul, vékonyul a seb az égen.
Az átok rég beteljesült:
Az utolsó férfi is meghalt, az asszonyok megöregedtek.
Nincs éjszaka és nincs nappal – örök szürkület van.
Egy didergó´ madárijesztó´ virraszt az égen.
126 ◊ Ungheria
(INFILA DUE OCCHIELLI INFUOCATI...)
infila due occhielli infuocati
o due volte lo stesso occhiello
perché qualcuno
deve pur spargere luce
ci mette una vita
a trovare questo bottone
ALBA DAVANTI ALLE OSSA
Con un coltello freddo divide l’orizzonte:
stinge, si attenua la ferita del cielo.
La maledizione è partita da lontano:
l’ultimo uomo è morto, le donne sono invecchiate.
Non c’è notte e non c’è giorno: c’è un albore eterno.
Uno spaventapasseri rabbrividendo veglia nel cielo.
127 ◊ Ladik
Roger Laporte
LA LÉGENDE DU GUETTEUR
Sur ce haut plateau inhabité, à la végétation rare, au ciel vide, le jour commence à décliner. Il fait froid. Mon pas est si léger qu’il ne peut être perçu même
par une oreille aux aguets, mais j’ai préféré m’arrêter à bonne distance d’un
homme immobile, presque immobile. Je le vois de dos. Il ne s’est pas retourné;
il ne se retournera pas: rien ne peut le distraire. Il veille.
Il scrute le lointain, mais qui pourrait s’aventurer sur cette terre sauvage, à
l’écart de toute voie de migration? Même ceux qui perdent leur route et sont
complètement égarés se détournent de cette contrée que sans doute aucun
homme n’a jamais foulée.
Il scrute sans relâche l’horizon vide. Singulière sentinelle que nul ne viendra relever, il accroît la solitude.
Rien ne bouge. Le jour n’en finit pas de tomber, mais n’est-il pas éternellement
sur son déclin?
Est-ce que je vois un paysage, ou un tableau qui représente une lande déserte où
la nuit tarde à venir, un tableau qui aurait pour titre La Légende du Guetteur?
Il veille sur les confins inviolés; il surveille l’horizon extrême, et pourtant il n’attend personne: ni ami, ni ennemi, ni quelque inconnu. Il ne m’attend pas: comment ne me sentirais-je pas un intrus! Il est temps que je rebrousse chemin,
mais ne me suis-je pas retiré depuis longtemps? Depuis toujours?
Je n’aurai été que le personnage d’un rêve, le cauchemar du Guetteur qui, usé
par tant de veilles, s’est un instant assoupi. Il se réveille en hurlant. La solitude n’est pas rompue, car seul un écho fragile lui renvoie son cri: «Halte-là, qui
vive?».
128 ◊ Francia
Roger Laporte
Traduzione di Federico Nicolao
LA LEGGENDA DELLA VEDETTA
Su quest’elevato altopiano disabitato, dalla vegetazione rada, dal cielo vuoto, il
giorno incomincia il suo declino. Fa freddo. Il mio passo è così leggero che non
può essere percepito neppure da un orecchio in agguato, ma ho preferito fermarmi a buona distanza da un uomo immobile, quasi immobile. Lo vedo di
schiena. Non si è girato; non si girerà: nulla può distrarlo. Veglia.
Scruta il lontano, ma chi potrebbe avventurarsi su questa terra selvaggia, lontano da qualsiasi via di migrazione? Anche coloro che perdono la strada e sono
completamente sperduti deviano da questa contrada che senza dubbio nessun
uomo ha mai calpestato.
Scruta senza riposo l’orizzonte vuoto. Singolare sentinella che nessuno verrà a
rilevare, aumenta la solitudine.
Nulla si muove. Il giorno non finisce di cadere, ma non è eternamente sul suo
declinare?
Vedo un paesaggio, o un quadro che rappresenta una landa desolata in cui la
notte tarda a venire, un quadro che avrebbe per titolo La Leggenda della Vedetta?
Veglia sui confini inviolati; sorveglia l’orizzonte estremo, e tuttavia non aspetta
nessuno: né amico, né nemico, né qualche sconosciuto. Non mi aspetta: come
potrei non sentirmi un intruso! È tempo che ritorni sui miei passi, ma non mi
son ritirato da tanto? Da sempre?
Non sarò stato che il personaggio di un sogno, l’incubo della vedetta che, logora di tante veglie, si è per un istante assopita. Si risveglia urlando. La solitudine
non è rotta, poiché solo un’eco fragile gli rinvia il suo grido: «Altolà, chi vive?».
Commissionato nel 1990 dalla F.D.A.C. di Val-de-Marne nel quadro dell’operazione “Gli occhi fertili
- Suite Éluard”, il manoscritto originale è scritto con inchiostro di china su carta Fabriano (76x56).
Un’opera di Catherine Viollet, a olio e carboncino, accompagna il manoscritto.
129 ◊ Laporte
Christine Lavant
DIE STILLE ALS EINGANG DES GEISTIGEN
Wo gehen wir hin?
Immer nach Hause
Novalis
Vor jeder unserer Wesenserhöhungen, ob sie im Empfangen des eindringenden
Geistes oder im bewußten Überschreiten der Grenzlinie zwischen den beiden
Gegen-Gegenden der Stumpfheit und des Wachseins geschieht, liegt quer wie
ein Riegel die Ortschaft der Stille. Wie kommen wir hin? Vielleicht wurden die
Früheren zur rechten Zeit von ihren Engeln, je nach ihrem Gehör, angerührt,
ergriffen oder im Genick gepackt und dort abgesetzt, von wo aus sie mit einem
gewöhnlichen Schritt schon dahin gelangten. Wir sind Zwischengeschöpfe, in
Maßlosigkeit gestürzt, nicht der Einfalt fähig und nicht der Weisheit. Die Stille
fällt uns nicht zu. Sie ist überall, aber nirgends für den Vermessenen. Sie hat
sich nicht entfernt, denn sie ist der Mutterort der Verwirklichung. Manchmal
sieht sie uns an mit den Augen des Paradieses. Wir sind ihre Verlorenen, verarmt an Wirklichkeit. Wenige Tage wissen wir es. Dann ist da das entsetzte Verlangen nach Umkehr. Heimkommen! Heimkommen! – Aber die Sinne helfen
uns nicht auf den Weg. Alles: Gehör, Gesicht, Geruch tritt raffend dazwischen
und wirft uns die Welt ins Gemüt, in das ewig Hungrige, ewig Dürstende in
uns.
Dort wo wir Erde und Wasser sind, wo die Früchte des Friedens reifen und die
Gestirne der Heimkunft sich spiegeln sollen, dort bricht es ein. Nicht weil wir
Sinne haben, geschieht uns das, sondern weil in der Wurzel der Sinne die doppelmündige Angst tobt: Ich verdurste! Ich ertrinke! – Wer das einmal erkennt,
wie die Verzweiflung immer von Begierde und Furcht kommt, der sieht weit
zurück ins Verlorene. Er kann, wenn er der Sinne mächtig blieb, das Herz an
ihre Stelle setzen und damit kreuz und quer gehen: er kann sein wie ein Tänzer
zwischen allem, was sich dreht – Sonne, Mond, Sterne – ein Stück Kosmos,
blindlings in die Ordnung eingeschwungen. Wem aber das Herz verhärtet ist
in der Ödnis unwahrer Maße, dem schenkt sich die Ordnung nicht mehr. Ihn
bedroht sie mit den Bildern von Dürre und Flut. Sein Mut ist verstört, und er
selbst entmutigt die Kräfte, die sich zum Gleichmut ordnen möchten. Der
130 ◊ Austria
Christine Lavant
Traduzione di Federica Venier
SILENZIO SOGLIA DELLO SPIRITUALE
Dove andiamo?
Sempre a casa.
Novalis
Dinnanzi a ogni elevazione del nostro essere, che avvenga per accettazione dell’irrompere dello spirito o per consapevole superamento del confine tra i due
contrapposti paesi del torpore e della veglia, sta, di traverso come un paletto, il
luogo del silenzio. Come vi accediamo? Forse gli antichi, tempestivamente vennero dal loro angelo sfiorati, catturati, agguantati per la collottola, a seconda di
quant’era buono il loro udito, e deposti là da dove ormai vi potevano giungere
con un semplice passo. Noi siamo creature intermedie, precipitate nella dismisura, incapaci di semplicità e tantomeno di saggezza. Il silenzio non ci spetta.
Esso è dovunque, ma in nessun luogo per il presuntuoso. Non si è allontanato
poiché è l’alveo materno della realizzazione. A volte ci guarda con gli occhi del
paradiso. Noi siamo i suoi figli prodighi, depauperati di realtà. Per pochi giorni lo sappiamo. Poi arriva l’orrido desiderio del ritorno. Tornare a casa! Tornare a casa! – Ma i sensi non ci aiutano a metterci in cammino. Tutto: udito, vista,
olfatto, tutto va ghermendo il desiderio e ci getta il mondo nell’animo, sempre
affamato, sempre assetato in noi.
Là dove noi siamo terra e acqua, dove maturano i frutti della pace e le stelle che
ci riconducono a casa dovrebbero specchiarsi, là esso irrompe. Non perché abbiamo dei sensi ma perché alla radice dei sensi infuria la biforcuta paura.
Muoio di sete! Affogo! – Chi riconosce una buona volta come la disperazione
provenga sempre dalla brama e dal timore, vede molto a ritroso in ciò che è
perduto. Egli può, se è restato padrone dei sensi, porre al loro posto il cuore e
girovagare con lui; può danzare tra tutto ciò che ruota – sole, luna, stelle –
frammento di cosmo, proiettato alla cieca nell’ordine. Ma a chi ha il cuore indurito nel vuoto di false grandezze, l’ordine non si concede più. Lo minaccia,
anzi, con immagini di siccità e alluvione. Il suo coraggio è turbato, e lui stesso
indebolisce le forze, che vorrebbero ordinarsi in imperturbabilità. L’imperturbabilità è capace di coabitare con le sue paure senza manifestare segno di spavento. La sua cerchia di silenzio è certo invalicabile, una sigillata perseveranza.
131 ◊ Lavant
Gleichmut weiß mit seinen Ängsten zu hausen, ohne Gebärden des Schrecken
nach außen zu werfen. Sein Umkreis von Stille freilich ist undurchdringlich,
ein versiegeltes Beharren.
Und da ist auch die Schwermut, diese Niedertracht des Gemüts. Sie ist der verkümmerte Heiland in ihm. Ihre Sammlung hat das Mal der Versuchung. Sie ist
wohnbar wie ein Haus, darin sich essen und träumen läßt und schlafen. In sie
dringt die Mühsal im blauen Mantel der Weisheit ein. Das Leid nimmt wie zu
Tafelfreuden seine Plätze ein: Komm her, ich bin deine Stillung! – Wer dieser
Stimme widersteht, der erschüttert sein ganzes Gemüt auf alle Gefahr hin. Seine Sinne können verscheucht werden und nie mehr zurückfinden. Aus dem
Zwiespalt kann Feuer hervorbrechen oder Wasser: Eine neue Angstwurzel wäre
gezeugt. – Aber es mag auch geschehen, daß du aus dem Widerstand inmitten
deiner behausten Höhle plötzlich ganz anders aufatmest und daß du dabei den
Duft einer fremden Freudigkeit in deinen Geruch bekommst und den Geschmack des ewigen Lebens auf die Zunge, so daß die Hand ungeheißen sich
erhebt, um das Zeichen der Demut und des Dankes über Stirn und Mund zu
machen, weil beide noch betäubt sind. Wem je die Hölle so unterbrochen worden ist, der weiß für immer, daß das Wesen der Opferung noch umgeht zwischen Himmel und Erde; daß in jeder Stunde angeboten und erwählt wird, erwählt und umgewandelt von Blei zu Gold, von Lehm zu Hauch. Und alles im
Verborgenen, am Mutterort alles Wesens, in der Stille.
Dort findet sich auch die Sanftmut ein. An den Sanftmütigen ist nichts Vollkommenes, an ihnen ist nichts völlig Rundes, nichts rundum Erstrahlendes,
und ihre Stille ist eigentlich nur Erhoffen und Bereitschaft. Sie sitzen unter ihrem Baum wie tragende Mütter. Ohne Begehren schicken sie Sinne aus, Lärm
und Schweigen, Nacht und Tag zu durchqueren; dranglos kehren sie wieder,
Botschafter und Kundschafter zugleich, ohne die Last der Erwartung. Wundert dich das? – Die Stille ist ein Gut, das wir niemals vorfinden, weder außen
noch innen. Sie muß erworben werden. Unerreichbar ist sie für niemand. Noch
über das erregteste, noch über das stumpfste Gemüt kommen immer wieder
Augenblicke strenger Gnade, während welcher ihm die Erkenntnis der Not
und des Notwendigen aufleuchtet. Die rechten Entschlüsse rücken nahe. Einer
wird sich sänftigen, der andere sich ermutigen müssen, um in den Zustand der
Aufmerksakeit einzutreten. So geschieht der erste Schritt zur Stille hin. Er muß
die eigene Kraft anstrengen um den Lohn von Halt und Verhaltenheit. Wer so
bereitet ist, dem wird vielfältig weitergeholfen, ihm erscheinen die Wegmarken. Durch und durch erregt ihn die Gewißheit, daß dieser Weg schon gegangen worden ist, bewußt gegangen, nicht hingetaumelt! Daß vor ihm schon
Mühselige jeder Art sich vom Irresein der Zerstreuung befreit haben; daß sie
zu Kräften kamen – mehr noch – zu einem Überfluß für die Nachkommenden.
In allen Künsten trifft den Aufmerksamen die Kunde; aus Linien, aus Farben,
132 ◊ Austria
E qui è anche la malinconia, questa viltà dell’animo. Essa è il redentore rattrappito dentro di lui. Accoglierla ha il marchio della tentazione. È abitabile come una casa, in cui si possa mangiare e sognare, e dormire. In essa penetra il
compìto tormento della saggezza. Il dolore occupa i suoi posti come a banchetto: Vieni, sono la tua poppata! – Chi resiste a questa voce mette a repentaglio il suo animo scosso. I suoi sensi possono essere scacciati e non trovare più
la via del ritorno. Dal conflitto può erompere fuoco o acqua: verrebbe generata una nuova radice della paura. – Ma può anche succedere che tu, che resisti
nel centro della tua abitata spelonca, improvvisamente respiri in un modo del
tutto diverso e che nel contempo ti giunga all’olfatto il profumo di una strana
allegria e sulla lingua il gusto della vita eterna, così che la mano si levi spontaneamente, per fare il segno dell’umiltà e del ringraziamento sulla fronte e la
bocca, poiché entrambe sono ancora stordite. Quegli per cui l’inferno è stato in
questo modo interrotto sa per sempre che l’essenza del sacrificio si aggira ancora tra cielo e terra, che ognora viene offerta e scelta, scelta e mutata da piombo in oro, da argilla in spirito. E tutto nel segreto, nell’alveo materno di ogni essere, nel silenzio.
Là compare anche la mitezza. Nei miti nulla è perfetto, nulla è perfettamente
circolare, niente risplende all’intorno e il loro silenzio è di fatto solo sperare e
star pronti. Siedono intorno al loro albero come madri gravide. Senza desiderio inviano sensi ad attraversare rumore e tacere, notte e giorno; senza sforzo
essi ritornano, ambasciatori ed esploratori a un tempo, senza il peso dell’attesa.
Ti stupisce? Il silenzio è un bene che non troviamo mai, né dentro né fuori. Deve essere guadagnato. Non è irraggiungibile per nessuno. Anche per l’animo
più eccitato, anche per il più intorpidito, tornano sempre attimi di austera grazia, in cui gli balena il discernimento del pericolo e della necessità. Le giuste decisioni si avvicinano. L’uno dovrà rendersi più mite, l’altro più coraggioso, per
accedere allo stato dell’attenzione. Così si compie il primo passo verso il silenzio. Devono applicare la giusta forza per procacciarsi un sostegno e un freno.
Chi è così preparato, riceve ulteriore aiuto in molti modi, e gli appaiono i segnavia. Sempre più profondamente lo eccita la consapevolezza che questo cammino è già stato percorso, percorso consapevolmente e non vacillando! Che
dinnanzi a lui tormentati di ogni sorta si sono già liberati dalla follia della disperazione; che hanno trovato la forza – anzi – una sovrabbondanza di forza
anche per chi li segue. In tutte le arti la rivelazione colpisce chi è attento: da linee, da colori, da particolari atteggiamenti dei santi o anche solo dalla posizione delle loro dita; da sfumature di tappeti, ci rivolge la parola: adagio, comandando che guardiamo e ascoltiamo. Lo stesso, al di fuori delle arti è stato sovente espresso con candore, associato a ogni tranquillo lavoro dell’artigiano e
ora ci stupisce per il decoro dei granai contadini, per la semplicità emblematica di un oggetto e di un utensile. A chi segue attentamente il loro passo, conce133 ◊ Lavant
aus bestimmten Haltungen der Heiligen oder auch nur aus deren Fingerstellung; aus Tönungen von Teppichen spricht es uns an: leise, lenkend, daß wir
schauen und hören sollen. Das gleiche ist, außerhalb der Künste, oft in Einfalt
ausgedrückt worden, beigesellt jedem geruhsamen Handgriff des Werksmannes
erstaunt es uns nun an der Würde alter Bauernscheunen, an der zeichenhaften
Schlichtheit von Ding und Gerät. Wer achtsam ihren Maßen folgt, den lassen
sie teilhaben an sich. Es ist eine beschirmende Harmonie, die ihnen zugemessen
ist. An vielen tut diese Wirkung nur noch die Musik. Wer sich ihren Erschütterungen nicht öffnen kann, wen die großen Symphonien taub machen,
dem bleiben vielleicht die so seltsam auf und abwandelnden Töne der maurischen Flötenspieler. Wer weiß es? Er mag sich lehren lassen von der Monotonie eines Zuspruchs, der zwar nicht andächtig macht, aber geduldig.
Wer sich von seinen Sehnsüchten raten läßt, ist am schlechtesten daran. Ob sie
stillbar sind oder unstillbar, jede verdrängt das Ziel und fälscht die Wahrnehmungen dahin. Der Verzicht auf alle Sehnuscht räumt den Weg frei. Seine
Merkzeichen sind geprägt von Liebe und Erbarmen. Verläßlicheres gibt es
nicht. Auch Blinde können an diesen Malen voranfinden, denn die Weisung ist
erhaben über unser Gesicht: Zu uns komme Dein Reich, Dein Wille geschehe!
– Wer beharrlich, gesammelten Gemüts, das eine erbittet und das andere vollbringt, über den wölbt sich von selber die Stille. Sie, währende Heimstatt und
Schwelle zugleich, stößt niemand aus, hält niemand gefangen. Der Aufenthalt
in ihr führt von Wirklichkeit zu Wirklichkeit, jede Stufe höher und mehr überglänzt vom Einstrahl des Geistigen. In ihm beginnt das wahrhafte Leben.
134 ◊ Austria
dono di aver parte di sé. È un’armonia protettiva che è loro commisurata. A
molti fa questo effetto solo ancora la musica. A chi non si apre alla commozione da lei suscitata, a chi viene assordato dalle sinfonie, restano forse i suoni così stranamente cangianti dei flautisti moreschi. Chi sa? Potrebbe imparare dalla monotonia di un conforto, che non rende pii, ma pazienti.
Chi si lascia consigliare dalle sue nostalgie, è nella posizione peggiore. Che esse siano colmabili o incolmabili, ciascuna sostituisce lo scopo e falsa le percezioni. La rinuncia a ogni nostalgia sgombera il cammino. I suoi segnacoli sono
improntati di amore e pietà. Nulla è più affidabile. Persino i ciechi possono
procedere grazie a questi segni, poiché il comando è superiore ai nostri sensi:
Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà! – Su colui che, perseverante, raccolto nel suo animo, supplica l’una cosa e adempie l’altra, il silenzio si inarca da
sé. Esso, contemporaneamente duratura dimora e soglia, non bandisce nessuno, non tiene prigioniero nessuno. Dimorare in esso conduce da realtà a realtà,
ogni gradino più in alto e più risplendente del raggio dello spirituale. Lì inizia
la vera vita.
Tre volumi di versi uscirono durante la vita dell’autrice: Die Bettlerschale (1956), Spindel im Mond
(1959) e Der Pfauenschrei (1962). Postumo apparve Kunst wie meine ist nur verstümmeltes Leben
(1975), da cui è stato tratto il breve testo che pubblichiamo, per gentile concessione della Otto
Müller di Salisburgo, editrice anche delle altre raccolte qui citate, alla quale vanno i nostri ringraziamenti.
Per un’accurata bibliografia, che elenca, oltre alle raccolte poetiche, anche le rare prose e le lettere, si confronti il volume Kreuzzertretung. Gedichte, Prosa, Briefe (Leipzig, Reclam 1995), ottimamente curato da Kerstin Hensel, a sua volta autrice di poesia e prosa.
La traduttrice ringrazia Hannes Grote, che ha molto amichevolmente riveduto il suo lavoro.
135 ◊ Lavant
Brian Lynch
THIS OR IT DOESN’T MATTER
I call this hole in the air my home and I ask
What dreams of the future could fill it
Something swarms up the stairs in the dark
Like a quick slow-motion holocaust
But then she’s there and we start to talk
Until wordless into nothing my nothing spills it
One thing only – a tiny drenching drop –
Floods the whole empty edifice with light
And what it’s called is “this or it doesn’t matter”
TOPPLING TOPPLING
The tired night gives up
The sense of the night time outside
And the stilled town
Is swallowed up by the black spider
In the blazing white bath
The water rots in the taps
The moon is a weightless stone
Kept floating only by its mass
The towers incline
As the traveller approaches
O have pity
136 ◊ Irlanda
Brian Lynch
Traduzione di Roberto Bertoni
QUESTO O CIÒ NON IMPORTA
Chiamo mia dimora questo foro nell’aria e domando
con che sogni mai di futuro lo si potrebbe riempire
c’è qualcosa e somiglia a un rallentato olocausto fulmineo
e si arrampica e brulica su per le scale nel buio
ma ecco lì ora c’è lei cominciamo a parlare
fin quando travasa muto nel niente il mio niente
soltanto una cosa – una goccia ridotta che imbeve –
allaga di luce l’intero edificio vuoto
la cosa si chiama “questo o ciò non importa”
VACILLARE VACILLARE
Stanca rinuncia la notte
al senso del tempo notturno all’esterno
e immobile è la città
dentro la gola del ragno nero
nel bianco bagliore del bagno
l’acqua marcisce nei rubinetti
pietra è la luna priva di peso tenuta
per aria dalla sua massa soltanto
si inclinano torri
all’accostarsi del viaggiatore
oh abbiate pietà
137 ◊ Lynch
PERPETUAL STAR
Never to meet again
In the way they’d once done
And yet he had decided then
To be devoted in the old sense
Discovering lateness early
Unremedied and irredeemable
Never to be really met again
Although remaining always in sight
Like the “perpetual” star in the evening
SLEEP ABOUT THE SONNET
Insert insomnia into the sonnet:
Irritability eyes the rhyme scheme,
What that calls Order it calls jailer’s Dream.
So now it’s dark – I cheat to be honest –
But will not call it night or call upon it.
The prisoner sinks, picking threadless seems,
The sandman’s oakum form, his head-bagged screams.
Damned bliss, the flash of its own black bonnet,
Slips over this transition easily.
Reckless now to execute it yearns to
End its rigid sentence, as if no speech
Were the end of speaking. But the form burns through,
The knot knits, the locked wards dim visibly.
Its born pain’s a life-line, not out of reach.
138 ◊ Irlanda
STELLA PERPETUA
Mai rincontrarsi come
si erano incontrati una volta
eppure lui s’era allora deciso
a essere devoto nel senso antico
presto scoprendo il tardi
irrimediabile e irredimibile
non farsi mai rincontrare davvero
anche se sempre restando in vista
come la stella “perpetua” la sera
CIRCA IL SONETTO SONNO
Metti l’insonnia nel sonetto:
il nervosismo occhieggia la rima ed essa chiama
Ordine ciò che quello Sogno del Carceriere chiama.
Così ora è buio – baro per essere onesto –
ma né lo invoco, né tanto meno lo chiamo notte.
Il carcerato affonda, sembianze di filo sfilato sgruma,
testa insaccata urlante, di stoppa dell’uomo di sabbia è la forma.
Dannato piacere recante bagliori del copricapo nero, lento,
su questo passaggio scivola agevolmente.
Nell’esecuzione si sfrena e desidera ora finire
la propria rigida frase come se non ci fosse discorso
che del parlare la fine fosse. Ma brucia la forma attraverso
il tutto, si salda il nodo, seghettature chiuse visibilmente
si oscurano. A portata di mano è àncora di salvezza il suo dolore.
139 ◊ Lynch
Julia Mangold
140 ◊ Germania
141 ◊ Mangold
Silvano Martini
DA
SOTTO IL LEONE
tante cose intorno a una cosa, tutte quelle cose insieme sopra quella cosa, e
quella cosa fra quelle cose, e in mezzo a molte altre, e quelle cose grandi sopra
una cosa piccola, con tutte quelle cose, per una cosa sola
[...]
in quel vestito di sacco, con le grandi ruote degli occhi, adagiata sul suo tallone
rosa, con il sacco appena oltre il tallone, e molto al di sopra, con quattro labbra,
in due curve sotto il sacco, nell’arco fra il tallone e le spalle, con il fondo del
corpo in un lento groviglio, e lassù, nella parete di legno, un groviglio di unghie
con quelle stelle a cinque punte e di varie grandezze dipinte su lamiere e davanti a una forma complessiva di stella ottenuta con ali e fusoliere dentro un cesto di paglia con la sua mano là dentro e fra le dita la coda ciclamino dell’aereo
più piccolo e sulle stelle e sulle fusoliere sonore con lo strappo della riga nella
sua testa rotonda con qualche penna viola seduto sopra una grande pietra porosa davanti al suo cesto con i pantaloni alzati sulle ginocchia e il viso fra le maniche arrotolate con la riga in direzione del naso in tre curve oleose e le ciglia in
una sola lunga ciglia appena accentuata alle due estremità con il taglio degli occhi come due altre piccole ciglia con tutte quelle stelle fatte di punti rossobiancoazzurri con la cupola delle carlinghe in una fusione di rossi e le ali confuse
con le punte verso il centro del cesto e verso l’esterno con la sua voce lì sopra e
verso il sandalo dietro il viola dei suoi capelli con una mano alta e con le mani
in mezzo alle stelle in quei suoi pantaloni larghi con una mano in quella raggiera di cose dipinte e le labbra chiuse nel suo gioco di ricomposizione sempre
nuova su quella paglia circolare
con un bicchiere tenuto con quattro dita, più su di altri due, e ancora vuoto, tagliato a metà da foglie di palma scostate col dorso della mano, in piedi fra quelle foglie, col filo del mare sulla testa, e nel colore di spago dei suoi capelli, con
un fiore davanti dello stesso colore della sua pelle, e una gamba sollevata fra
142 ◊ Italia
quattro foglie di palma, con l’ombra di quelle foglie chiare sulla sua gamba nel
sole, il piede sul mento di quella seduta con un liscio nei capelli, e con la mano
sul bicchiere pieno di un sasso biondo, appoggiata con le braccia alla corda di
un salvagente di sughero bianco, con una corda allentata e girata in un ricciolo,
con parte del salvagente e della corda dentro la sabbia, con la sua gamba un po’
affondata lì, e il salvagente sul fianco di quella seduta con il suo bicchiere alle
labbra, il mento in fuori e la schiena in due zone, con un segno di spazzola nei
capelli e un piede nel sole tagliato dalla sabbia, e sul bicchiere e sulla fronte le
punte di quelle lunghe foglie di palma, tutte lì per la sua testa, il suo bicchiere
inclinato, il salvagente, il bicchiere pieno di quella seduta in mezzo alle altre,
per quella sabbia con tracce di niente e per il mare là fuori, con tante bacchette d’acqua, insieme loro tre, fra spiaggia e mare, con l’acqua in tante frange
scomposte d’un bianco sabbioso fin sotto una tavola con due gambe nella battima e una tovaglia trasparente, dietro a quella col bicchiere alzato sulla palma
e il secchiello sotto il braccio, con i tovaglioli nei bicchieri, le posate d’argento
e il candeliere con tre candele accese
con le mani sul volante in quei paracarri bianchi e neri a un palmo dalla macchina con la testa grigia e i suoni a colpi con la strada caduta da un punto scuro là in fondo e con le foglie scese sulle mie mani da quel punto e da tutti i punti sopra il cristallo in quella pioggia piena di suoni e di foglie e dentro tutte le
foglie con una mano sul sedile vuoto fino al termine della strada
ancora per un momento nel sole
dopo tutta la corsa degli archi
e lontana dal sole
con il bottone zigrinato
di quell’orologio grande e rotondo
e il polsino bianco
nel silenzio dei muri
e nell’odore di umidità
con il bruciore dell’orologio
sopra un ginocchio e nel viso
in quel suo freddo
e lei contro quella mano
con l’altra parte del suo viso
ancora calda di sole
con un male allo zigomo
con l’orologio nei capelli
di fronte a una porta sconnessa
con le sue unghie molli e compatte
143 ◊ Martini
nel rumore di fuori
e le loro mani insieme sul muro
nel rumore costante di quella macchina
con le sue strisce girevoli
e una polvere in bocca
con un piede nell’altro
e quelle dita forti fra le sue dita
lì sul muro e per molto
nel rumore dei sassi dentro le righe gialle
della betoniera in movimento là fuori
con la fronte premuta e le mani giù
lontano dalla luce del sole
nell’arco di vetro dell’orologio
e quel taglio in un punto freddo del viso
lì contro la porta
con quelle righe gialle nel sole
e nel loro suono lontanissimo
con un piede fuori dalla scarpa
e le mani insieme confuse
e le loro dita nel muro
separate per un momento
con una polvere sotto la mano
e sul viso e ancora lì e più lì e dentro
e nel muro con la bocca stretta
nella sua faccia molto fredda
nell’ombra e per quella scala
con il sole alto e tutt’intorno
con quegli orologi a intervalli
e quell’unico orologio
sui suoi piedi molto cedevoli
tutta la sabbia di un deserto, una grande carta aperta su quella sabbia lisciata da
una mano, e il dito sul progetto di un muroscultura da lì all’orizzonte, o di due
muri paralleli, per una passeggiata o una corsa di mattina, da soli o in più persone, o di notte nella mancanza del sole e nel freddo della notte, in tanti o soli
accanto a un piedistallo tornito, color ceralacca, nel giro di compasso di quella
lampada in un angolo della sala, con un paglierino tra le foglie a raggiera sulla
pergamena, con il nailon delle calze aggrinzito a un ginocchio e teso sull’altro,
e in un fumo verso il tavolino molto illuminato, davanti a una sedia vuota con
tante borchie accostate, e non lontana dalle scarpe a puntale largo di alcuni ra144 ◊ Italia
gazzi col risvolto piccolo sui pantaloni, e uno sul metallo del banco con i soldi
in mano, davanti al barista sulla sua salvietta girata nel bicchiere, con i soldi caduti fra le tazzine capovolte, e quel suono sull’acciaio del lavello, e lei accanto
alla tazza del tè e al posacenere, con la luce sulle gambe, e la mano del cameriere in una vetrinetta in cerca di una scatola di biscotti all’arancia
in quel pomeriggio, nella loro pelle scura, con il baule abbandonato sulla spiaggia, e quella con una matita in mano e un foglio in aria, con la sua schiena sulla
schiena di quella chinata con le mani sulle gambe e i capelli lunghi come i suoi,
ma di un giallo appena diverso, con gli occhi uguali, il naso uguale e uguali i
muscoli del collo, con tutto l’azzurro cupo del cielo spartito dalle foglie delle
palme, con quei tetti spioventi fatti di foglie di palma e il cielo di punte con un
azzurro dentro, con la sabbia a piccoli grani, davanti a una sabbia più fine sotto la lente dell’acqua, con il foglio in una bottiglia, e quella su un solo piede nell’acqua molto lucente, con il braccio alzato e la bottiglia lanciata verso le palme
sul mare, e in mezzo al cielo nel suo colore di cielo, con quella sua mano come
un geranio sulle palme meno fitte, con la bottiglia lassù, e il cane con le orecchie tese davanti al baule chiuso
in mezzo al nerobianco di ogni paracarro con la spinta degli anelli di cuoio nella vernice della macchina e sotto la mia pelle per tutta la pelle di quella strada
libera e nelle foglie con ogni foglia dentro i miei occhi e una mano sul sedile
vuoto in quella corsa con la macchina nei tronchi e nelle foglie in una luce sminuzzata colma di cose minime
a pochi passi dalle ruote di quella macchina con le sue righe bianche e gialle,
con lo sguardo sul movimento della grande coppa metallica, e quelli là dentro
con i loro condotti sotto la bocca della betoniera, nello scatto dei ferri, e un piede sulla portiera aperta verso Nada, con orme sul calcestruzzo appena spianato, e quel piede grande ancora sul predellino, con una figura sul ventro davanti a un lettino sospeso con il suo materasso, e poi quella rotazione gialla alle
spalle, e i suoi piedi piccoli lungo le frange di ciottoli e cemento di quell’area
coperta, e dietro un ammasso di cartoni ondulati, fino a quell’arco nell’ombra,
e negli angoli e nel muffito delle scale, con la punta dei piedi nella conca di ogni
gradino, con quella sabbia visibile sulle macchie nel muro, e nel sole, davanti a
quelle pietre mal congiunte, e in quel passaggio con tutte le vele di calce sugli
archi e le colonne bianche, con la pietra gonfia dei capitelli a foglie con una grafite ai lembi e quegli spazi fra le colonne allineate con una fascia dura sotto il
muretto, con tutte le ombre allungate per terra, e quel taglio nel muretto, con
l’erba e il cielo là sopra, con il suo passo sull’ombra di ogni colonna e lo sguardo avanti, con tutta la faccia calda, con un passo più lungo nell’apertura sul
145 ◊ Martini
muretto, e seduta ora fra due colonne, con quegli incroci di polvere nelle vene
della pietra fra le sue gambe scostate, e le sue dita sul muretto caldo e la fronte
nella luce, e tutto un sole lungo la schiena fino alla cintura, e nessun suono oltre quel passaggio dopo la distesa degli archetti lì a terra, e poi il suono di quella macchina con le sue righe bianche e gialle dal fondo della scala, e Nada dentro un suono ora più limpido, con le sue scarpe per tante volte contro il mattone del muretto, e quelle lettere incise nel marmo, con una nuova ombra, adesso, alle spalle, e la sua ombra in quell’ombra grande
con la sua linea precisa sulle fenditure di un tronco in pendenza, forte dai capelli al tallone
quel cane a piccoli passi per una terra lavorata dalle gocce, lungo i gambi freschi dei fiori, e in un verde a chiazze gialle, con le orecchie verso il giardiniere,
con il cane accanto alla carriola e alla terra sollevata con regolarità, con l’uomo
diretto a una casetta di piccioni sopra un cespuglio di rosmarino bianco di piume e di escrementi, e fermo poco oltre quella casetta con un piccione in bilico,
e il cane a qualche passo da lui, con gli occhi verso quell’uomo sulla sua macchia d’acqua, con l’uomo girato, e ora lì, di fronte al cane, e con la sua carriola
sopra un’asse in mezzo al giardino, e il cane dietro, fino al limite dell’asse, e poi
verso un cespuglio appena rosa in alto
tante code rigate di uccelli con le teste sul davanzale, due ferri a croce sulla
fronte di uno nel buio al di là dei ferri di quella finestra in pietra modanata con
un gocciolatoio su due eleganti sostegni, e un gatto sulla barba nerissima di uno
seduto accanto a una porta a ferri verticali con due ferri orizzontali in linea con
la serratura
in un cielo d’un azzurro innaturale con poche foglie di palma sotto il rigo del
mare in un suo verde uguale, con tante fibre uscite dal basso di un tronco di
palma incurvato, lavate e allungate intorno, con quella sulla curva della palma,
la schiena al mare, tre fiori sull’orecchio, la testa sul braccio e le dita nei fiori,
in una veste lunga a molti colori, e con tre dita sulle fibre, e quella distesa nella
sabbia, con i capelli su due cuscini, le gambe sulla veste aperta e i piedi incrociati sulle fibre e la sabbia, con una coppa di vetro smerigliato lì accanto, e le
banane, l’ananas, i fiori in un vaso di metallo, una bottiglia nel secchiello, e
quella in piedi con l’ombra del cane sul ginocchio, e un binocolo parallelo alla
linea del mare, nella sua pelle ben colorata dal sole, con il binocolo verso un
punto lontano, e sopra quell’uomo in divisa con il berretto in testa, la giacca abbottonata fino al collo, una bottiglia vuota in mano, due pacchi sotto il braccio,
un sigaro e un sorriso, con ombre lievi nella sua divisa molto bianca, le scarpe
146 ◊ Italia
in un’onda, e tante piccole sfere di neve intorno alle caviglie, in quell’acqua a
riva, e nel cielo, verso la palma nel bruciato della sabbia, con quelle tre rivolte
al sole
per quella strada con le foglie intorno e nei tagli di suoni continui con la pelle
aperta a quei suonifoglie in ombregrigie con la mano in vuoto e sempre più
dentro le foglie tutte negli occhi su quell’asfalto incenerito dall’aria
lungo un muro, su tante lune ondeggianti in un cielo cosparso di cristalli, davanti a quel sorriso geometrico ripetuto per tante volte, e su tubetti d’un colore tra vino e fragola in una loro nicchia sul collo, e su parole scritte nel bianco
della carta strappata, con una data grande e un punto interrogativo piccolissimo, e sopra una rete arrugginita intorno a un’erba con barattoli rovesciati, e lei
con la ruggine sul vestito, sulle dita, sulle labbra e nel palato
e la corsa di Nada nell’ombra
delle colonne e per la scala
con lo sguardo avanti
e le mani sul muro
in un buio molto grande
con un ronzio dentro
colmo di niente
e lì contro il muro
con i gradini in un chiarore
e quel rumore là fuori
dopo un lungo tempo
contro quella porta e quel muro
con un passo lento verso l’esterno
nel suono interminabile di quelle righe
bianche e gialle nel sole
e quel segno con un fuoco dentro
e poi nel fragore della betoniera
con la mano su quel taglio nel viso
dentro un movimento lontano
di urina tenuta giù
e tutta fuori adesso
nella luce di quelle righe
con lo sguardo di quei due accanto a lei
e lei lì come davanti a nessuno
quella scalata di bandierine fino alla cima del pennone e la loro discesa di fian147 ◊ Martini
co a una stella cinque a cinque punte sul bordo nero del fumaiolo accanto a due
file di barchette su tre file di oblò
la curva del naso, i peli degli occhi e l’inizio di un labbro, una corteccia di capelli nel biondo e nel rosso, le dita nel cavo della mano con un biondo e un rosso meno accentuati, con il disegno della maglia di lui a più colori, il mento su
due pollici e le ciglia tratteggiate, lì sul suo bocchino
con gli occhi sullo scatto del datario nel quadrante di quell’orologio in acciaio
pesante con il bracciale elastico, resistente all’acqua e alla polvere, con il bilancere e la parte meccanica protetti contro urti normali, gli urti violenti e i contraccolpi, con la sua meccanica galleggiante isolata da una doppia sospensione
per quell’anello ammortizzatore, con i giunti come quelli dei sommergibili, e impermeabile fino a una profondità di 500 metri, e in quel cortile, con il sole nell’acciaio e sul vetro armato di quel suo orologio, e in una corsa sul pallone per
tanti tempi calcolati, e poi sopra una corona d’erba, e il suo salto oltre quell’erba, con le mani nell’aria e dentro un monticello di liquame, con il verde intorno
148 ◊ Italia
Virgil Mazilescu
LECŢIEA MEA: O TU SIMPLITATE
un zîmbet ca un cui violaceu în palmă după ce am părăsit pentru o vreme arta
înaltă a descrierii. întunericul viaţa noastră fără braţe (emblema coboară pe
fluviul drag) lecţiea mea: o tu simplitate plină de respect
şi mai tîrziu să cobori cu un zîmbet ca un cui violaceu în palmă larg desfăcută
şi zîmbetul să se ascundă totuşi în gestul care nu poate fi făcut a doua oară
pentru că nu poate fi vorba despre iertarea crimelor ci numai despre macul
îngropat care se caţără şi plînge
sau despre femeia palidă pierzîndu-se într-o dimineaţă luminoasă în lanul
de porumb – sandale înalte pe drum cizme albastre.
DESPRE FELUL CUM VOI TRĂI
despre apele care m-au învelit. despre galbenul irascibil. şi chiar despre felul
cum voi trăi de azi înainte bolborosind – am visat cîteva vise frumoase ca nişte
mici animale care se roagă. dar poetul: pentru că trebuie să găsească un nume
supunerii sale – iată că îl găseşte.
150 ◊ Romania
Virgil Mazilescu
Traduzione di Marco Cugno
LA MIA LEZIONE: O TU SEMPLICITÀ
un sorriso chiodo violaceo nel palmo poi che ho abbandonato per qualche
tempo l’alta arte della descrizione. il buio la nostra vita senza braccia
(l’emblema scende sul fiume caro) la mia lezione: o tu semplicità piena di rispetto
e in seguito scendi con un sorriso chiodo violaceo nel palmo spalancato e il
sorriso si nasconda tuttavia nel gesto che non può essere fatto una seconda volta
perché non può trattarsi del perdono dei crimini ma soltanto del papavero
sepolto che si arrampica e piange
o della donna pallida che si perde un mattino luminoso nel campo
di granturco – sandali alti sulla strada stivali azzurri
Da: Fragmente din regiunea de odinioară
[Frammenti dalla regione di un tempo], C.R., Bucureşti 1970
DEL MODO IN CUI VIVRÒ
delle acque che mi hanno avvolto. del giallo irascibile. e perfino del modo
in cui vivrò d’ora innanzi balbettando – ho fatto dei bei sogni simili a piccoli
animali in preghiera. ma il poeta: poiché deve trovare un nome alla sua
sottomissione – ecco che lo trova.
151 ◊ Mazilescu
AMICII
da rana pe care am pierdut-o noi mereu în somn – da pasărea oprită pe cer ca
o rană. şi ultimele noastre dorinţe ocolind oraşul învăluite în mare teamă.
da uneori cînd mă gîndesc la noi trebuie să primesc din nou legea: în genunchi
şi pe coate. o cine sîntem noi iubiţii mei dar cum sîntem noi pentru că sîntem
încă puţini şi trebuia să ne fi dat seama. unul singur mai aşteaptă doborît ca un
copil regesc pe treptele scării de jale – acolo mai aproape decît mierea şi mai
departe decît tot ce se poate numi groază ori indiferenţă
şi mai aproape decît acest pocnet minunat. lui să-i cadă o lacrimă el să-şi sape
cu furie un mormînt în urechi: i se vor trimite cuvinte într-o căruţă de cuvinte
trasă de cuvinte. va fi linişte va fi seară.
DORMI DRAGOSTEA MEA
plînsul în oraş: mîini fricoase îşi schimbă într-ascuns culoarea – şi încă o
noapte izabela va fi a dreptăţii a nisipurilor (respiraţia cavalerului printre
cavaleri e cea mai galbenă)
şi spre dimineaţă la castel – dacă s-ar auzi cîntece: o cheie pe buze oho şi pe
trădare. dulce strigăt. sarea depusă la porti. spera să se joace mai frumos
(cavalerul în depozite mari de sînge)
tu dormi dragostea mea. sînt singur am inventat poezia şi nu mai am inimă
152 ◊ Romania
GLI AMICI
sì la ferita che noi abbiamo sempre perduto nel sonno – sì l’uccello immobile
sul cielo come una ferita. e gli ultimi nostri desideri che evitano la città avvolti
in grande paura.
sì a volte quando penso a noi devo accettare di nuovo la legge: in ginocchio
e sui gomiti. oh chi siamo noi miei cari ma come siamo noi perché siamo
ancora pochi e avremmo dovuto rendercene conto. uno solo aspetta ancora
abbattuto come un bambino regale sui gradini della scala del lamento – là
più vicino del miele e più lontano di tutto ciò che si può chiamare terrore
o indifferenza
e più vicino di questo schianto meraviglioso. a lui cada una lacrima si scavi lui
furiosamente una tomba nell’orecchio: gli manderanno parole in un carretto
di parole trainato da parole. sarà quiete sarà sera.
DORMI AMORE MIO
il pianto nella città: mani paurose trascolorano in segreto – e una notte
ancora isabelle apparterrà alla giustizia alle sabbie (il respiro del cavaliere
tra i cavalieri è il più giallo)
e verso il mattino al castello – se si udissero canti: una chiave sulle labbra oh
e sul tradimento. dolce grido. il sale deposto alle porte. sperava che il gioco
fosse più bello (il cavaliere in grandi depositi di sangue)
tu dormi amore mio. sono solo ho inventato la poesia e non ho più cuore
153 ◊ Mazilescu
3
LORENZO MONTANO
E LIONELLO FIUMI
DA VERONA ALL’EUROPA
O silenzio assetato di suono!
Fiumi
Ennio Sandal
LA TRASMISSIONE DELLA RICERCA
Un’antologia della poesia europea del Novecento che vede coinvolta
istituzionalmente la Biblioteca Civica di Verona è un avvenimento che non
succede per caso, ma a ragion veduta. Al di là dei compiti istituzionali – dove
sono compresi, in primo luogo, la conservazione, l’incremento,
la promozione e la messa a disposizione di un patrimonio bibliografico
e documentario di tutto rispetto per qualità dei testi, quantità e preziosità
degli oggetti – nella nostra Biblioteca si sono voluti coltivare con particolare
attenzione alcuni settori della cultura letteraria recente e contemporanea,
come la poesia del Novecento.
La poesia non è mai stata considerata un modello che interessi una massa
notevole di lettori, i libri di poesia non sono, nel convincimento dei mercati
e degli imprenditori editoriali, una merce a larga diffusione: creazione
letteraria “di nicchia”, riservata a un’élite intellettuale, di intenditori speciali,
essa è promossa spesso da piccole, coraggiose e raffinate case editrici
che hanno a cuore la diffusione del comporre in versi, l’essere di stimolo
a nuovi autori, favorire la ricerca di nuovi e diversi linguaggi poetici.
In questo ambito la Biblioteca di Verona da anni è coinvolta in prima
persona e collabora in modo attivo a due proposte che trovano riferimento
in due poeti veronesi – di elezione se non di nascita o di origine – il cui nome
suona importante nella storia della poesia italiana del secolo ventesimo:
Lorenzo Montano e Lionello Fiumi.
Di quest’ultimo il nostro Istituto custodisce e valorizza l’abitazione cittadina,
la biblioteca, l’archivio delle sue carte, la corrispondenza: il tutto
è conservato a guisa di museo domestico del poeta e costituisce un centro
internazionale di studi a lui dedicato. Di Lionello Fiumi, secondo
le disposizioni testamentarie della vedova, signora Beatrice Magnani Fiumi,
la Biblioteca sta curando – affidata alle cure scientifiche di Gian Paolo
Marchi – la pubblicazione dell’intera opera letteraria e della corrispondenza.
157 ◊ Sandal
Nel 1994 è stato pubblicato il volume delle Opere poetiche, mentre prosegue
il lavoro editoriale sugli altri materiali.
Per quanto riguarda il poeta Lorenzo Montano, la Biblioteca Civica
di Verona sostiene attivamente e da anni ospita il premio annuale di poesia
a lui intitolato, promosso e organizzato dalla rivista “Anterem”. In seguito
a questa collaborazione alcuni anni or sono è nata l’idea di costituire presso
il nostro istituto un archivio di poesia contemporanea: in primo luogo
conservando e ordinando i manoscritti delle opere che partecipano al
premio, i materiali delle collaborazioni alla rivista “Anterem”, libri di poesia
pubblicati da piccole case editrici, riviste di poesia, e via discorrendo. Il tutto
viene a costituire un’importante raccolta di testi, di antologie personali,
di pubblicazioni periodiche, che altrimenti rischierebbero la dispersione,
l’oblio, l’abbandono. Gli scaffali di una biblioteca, dal forte e chiaro passato
di conservazione e di valorizzazione delle proprie raccolte, rappresenta
una garanzia di custodia e di trasmissione alle generazioni future di nomi,
di autori e di opere che il flusso della storia potrebbe disperdere e cancellare.
Raccogliere, conservare, trasmettere, valorizzare sono le ragioni che
presiedono in modo primario alle attività del nostro Istituto: una raccolta
scelta di poeti e di testi poetici proposta alla lettura rientra in quei compiti
che ci si è assunti nei confronti della poesia come di ogni altra scrittura
dell’ingegno umano.
158 ◊ Europa
Agostino Contò
CONCORDANZE, DISCORDANZE
Quasi coetanei; Lorenzo Montano1
nato il 19 aprile del 1893, Lionello
Fiumi2 il 14 aprile dell’anno seguente.
Di segno zodiacale Ariete (se può
avere un senso).
Veronesi, ma di adozione; Fiumi era
nato a Rovereto, e la sua famiglia, originaria di Mori (ma la nonna paterna
era una Brenzoni, veronese) si era trasferita a Verona solo nel 1908; la famiglia di Montano (madre russa, padre nato a Verona da famiglia austriaca ma d’origine polacca e di religione
ebraica) era da anni nel Veronese do-
ve aveva impiantato una proficua attività industriale nel settore della produzione di laterizi per costruzione.
“Uomini di lettere”, entrambi avviatisi assai precocemente sulla strada della letteratura in versi; seguendo sempre percorsi autonomi, sia nella vita
che nella scrittura, in un’epoca in cui
l’arte, la letteratura, la cultura, ma anche la politica, la vita sociale, la storia
registrarono grandi innovazioni,
grandi rivoluzioni, e, insieme, grandi
conflitti, grandi spaccature.
Protagonisti di spicco della letteratu-
1
Su Montano vedi F. Chiappelli, Gli scritti di Lorenzo Montano, “Letteratura. Rivista di lettere e di
arte contemporanea”, a. III, n. 15-16 (maggio-agosto 1955), pp. 102-115 (poi ripreso con il titolo
di Lorenzo Montano prima di Carte al Vento in Il legame musaico, a cura di P.M. Forni, Roma, Storia e Letteratura 1984, pp. 403-423) e G.P. Marchi, Lorenzo Montano, in Letteratura italiana. I contemporanei, 3, Milano, Marzorati 1974, pp. 269-289, poi in G.P. Marchi, Il viaggio di Lorenzo Montano e altri saggi novecenteschi, Padova, Antenore 1976, pp. 43-73.
2
Nell’ambito del piano di pubblicazione dell’opera completa di Fiumi promossa dal Centro Studi
Internazionale a lui intitolato, è uscito il volume delle Opere poetiche, a cura di Beatrice Magnani e
Gian Paolo Marchi, Verona, Comune di Verona 1994; sulla consistenza e l’attività del Centro v. la
scheda di A. Contò, in Archivi letterari del ’900 (Monte Verità – Svizzera, 13-14 maggio 1999), a cura di R. Castagnola, Firenze, Cesati 2000, pp. 147-151. Più recentemente è da segnalare una attenta rivalutazione della figura di Fiumi, perfettamente inquadrata nella bella scheda, a firma di Riccardo D’Anna, nel volume 48 (1997) del Dizionario Biografico degli Italiani; altro contributo da segnalare è di Edoardo Costadura, che ha pubblicato per i tipi delle Presses Universitaires de Vincennes un saggio di largo respiro dal titolo D’un classicisme à l’autre. France-Italie 1919-1939 all’interno del quale un ampio capitolo è dedicato a Fiumi; terzo e più recente, il lavoro di Francesca
Petrocchi, Tra nazionalismo e cosmopolitismo. “Dante” (1932-1940) una rivista italiana di poesia a
Parigi (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 2000) dedicato a illustrare il ruolo e la funzione della
rivista che Fiumi fondò e diresse a Parigi.
159 ◊ Contò
ra italiana, dopo e nonostante D’Annunzio, «or congiunti, or disciolti»
tra loro ma anche dalla matrice scaligera, che rimarrà fino agli ultimi anni
un luogo odiato/amato ma comunque
il luogo del ritorno, del reciproco riscoprirsi, reincontrarsi.
La sensazione di Montano, ad esempio, di essere “fuori” dal mondo circoscritto dalle mura scaligere, e un certo
disagio, quasi la sensazione di essere
più figlio del mondo che della città
dell’Adige, possono essere la chiave di
lettura di una esortazione fatta a Fiumi
a proposito di una possibile recensione al suo secondo libro di versi: «Se
vuoi scrivere di P. Piffero,3 come dici,
la cosa mi farà molto piacere: a patto,
bene inteso, che ciò non avvenga su
quotidiani o periodici veronesi».4 Non
unica spia di questo contrastato rapporto con la città e il suo establishment
culturale: nel 1919 uscì Gialloblu, antologia dei poeti veronesi 5 volume con
il quale si voleva «proporre “al colto e
all’inclita” di Verona un’antologia
nientemeno che di tutta la poesia veronese, tutte le tendenze, in vernacolo e
in lingua, passatisti, futuristi, eccetera,
e, due piccioni con una fava, far drizzare i capelli in testa a tutti i benpensanti della città scaligera con le nostre
metriche e metaforistiche scapestra-
taggini»6 chiamando «i migliori poeti,
veronesi di nascita o di adozione, dai
più illustri ai più modesti … a mostrare quanto sia ricco e multiforme l’attuale periodo letterario veronese».7 Il
ricavato della vendita (ne furono realizzate ben tre edizioni successive) andava devoluto a beneficio del Comitato Veronese contro la Tubercolosi.
Montano non vi figura; e vi figurano,
viceversa, i testi di Lina Arianna Jenna
(personaggio peraltro assai schivo), insieme a Giorgio Ferrante (che era stato grande amico di Boccioni, e che per
la prima volta compariva sulla carta
stampata), a Berto Barbarani, ecc.
E la vivace attività di una rivista come
“Poesia e Arte”, nata dalla collaborazione reciproca di Fiumi e di Antonio
Scolari, e che per i primi anni ebbe
una fucina veronese (con molti rapporti con il gruppo vicino a “La Diana”, ma non solo8), non mostra tra le
proprie pagine il nome di Montano,
allora impegnato altrove, anche se
egli, insieme con gli amici fondatori
della “Ronda”, viene indicato proprio
da Scolari come uno dei «compilatori
di questa ricchissima rivista … giovani ma ormai arrivati e riconosciuti.
Dobbiamo dire che, questa volta, il riconoscimento del pubblico è in gran
parte meritato».9
Si riferisce al libretto Per Piffero, La Spezia, Moderna 1917, edizione privata in 75 esemplari.
Lorenzo Montano a Lionello Fiumi, da Roma, 9 maggio 1918 (Verona, Centro Studi Internazionale Lionello Fiumi, Carteggi, “Montano, Lorenzo”).
5
Verona, La tecnografica Oreste Onestinghel.
6
L. Fiumi, Li ho veduti così, Verona, Ed. Vita Veronese 1952, p. 167.
7
Avvertenza, in Gialloblù, cit.
8
La testata, dopo i primi due anni, passò all’editore Taddei di Ferrara, e la sua direzione passò dalle mani di Scolari a quelle di Ravegnani.
9
a.s. [= Antonio Scolari], La Ronda, “Poesia e Arte”, a. I, n. 1 (giugno 1919), p. 15.
3
4
160 ◊ Europa
Ma Montano seguiva, appunto, altre
strade. Che lo portavano a Roma e Firenze, in Carnia, per la guerra, in Inghilterra, dove diresse l’ufficio Mondadori a Londra e dove progettò e
“inventò”, si può dire, la serie dei famosi gialli, scoprendo e proponendo
decine e decine di autori stranieri di
genere (ma anche promuovendo la
creazione della serie speciale dedicata
a Simenon, autore fino ad allora sconosciuto in Italia);10 e poi, ancora, in
Francia e in Svizzera; che lo portavano a occuparsi – sia pure saltuariamente – di traduzioni di grande qualità: da Mallarmé a Voltaire, da Mann
ad Huxley, da Kafka a Goethe; a collaborare a giornali e riviste (“L’Italiano”, “La Fiera Letteraria”, “Il Mese”
– rivista di informazione promossa
dai servizi di informazione alleati dall’ottobre al dicembre 1945 –); che lo
mantennero nonostante tutto in un
rapporto altalenante con la letteratura, non senza costringerlo a cedere alle insistenze di amici, ammiratori ed
editori come Rebellato, Mondadori,
Rizzoli, Fredi Chiappelli e Aldo Camerino, non senza portarlo a meritare
l’assegnazione del premio letterario
Bagutta con A passo d’uomo.11 Strade
che a Verona lo ricondussero solo occasionalmente, dopo la Seconda
Guerra Mondiale: «A Verona ci capi-
to sì ogni tanto» scriveva all’amico
Lionello Fiumi «ma quasi sempre di
sfuggita, fermandomi di solito il tempo indispensabile per attendere a
qualche interesse. Della mia famiglia
nessuno vive più, l’ultimo che restava
era il pittore Ise Lebrecht, mio cugino, che forse hai conosciuto, egli morì di diabete poco dopo la fine della
guerra. Ogni venuta a Verona è dunque per me proprio un viaggio nell’oltretomba, al paese degli spiriti e
della memoria. In questi giorni riuscii
anche a disfarmi, con immenso sollievo, della “rossa rocca di cotto”,12 ormai divenuta una vera spelonca, rifugio di sfollati, di organizzazioni politiche e di pantegane. Allegramente!
Grazie, caro Nello, d’esserti ricordato
di me oltre l’abisso di assenza e di silenzio scavato da questi anni tremendi. Tra le cose che mi sono lasciato alle spalle, sull’altra riva, o che mi hanno lasciato, è ormai da gran tempo
anche la letteratura, e se tu mi chiedessi perché, non saprei che cosa rispondere. Anche di ciò che si scrive
in Italia vedo ormai ben poco, la più
parte di quel poco mi pare meno buono di quello che si leggeva 20 o 30 anni fa – fenomeno non incognito in
tutti i tempi, tra coloro che hanno
varcato la 50na!»13
Fiumi con il suo spirito un po’ da
10
Cfr. C. Gallo, Alle origini del giallo italiano. Il carteggio tra Lorenzo Montano e Arnoldo Mondadori, “Delitti di carta”, 5 (ottobre 1999), pp. 57-76 dove si accenna anche al difficile e contrastato
rapporto con il fascismo.
11
Padova, Rebellato 1957, con una nota di Aldo Camerino.
12
Era la casa di famiglia, al numero 2 di stradone Maffei.
13
Lorenzo Montano a Lionello Fiumi, da Glion-sur-Montreux, 18 marzo 1949 (Verona, Centro
Studi Internazionale Lionello Fiumi, Carteggi, “Montano, Lorenzo”).
161 ◊ Contò
guascone, grande attivista, grande
promotore, scrittore prolifico e grande provocatore (ma sempre con misura),14 Montano caratterizzato da «misura, precisione e rigore» stilistico,15
da un’opera rara, sparsa nel tempo,
ma di altissima qualità, tale che il suo
unico romanzo, Viaggio attraverso la
gioventù secondo un itinerario recente,
pubblicato nel 1924 per i tipi di Mondadori, fu salutato da Alberto Savinio
come «uno dei pochissimi libri buoni
pubblicati in Italia negli ultimi anni:
dei romanzi certamente il migliore».16
Le prime poesie di Montano (che ancora non si firmava con lo pseudonimo, ma con il suo vero nome: Danilo
Lebrecht) vengono pubblicate in un
libretto, uscito per i tipi della Libreria
della Voce di Firenze nel gennaio del
1915, Discordanze. Vi compaiono testi elaborati tra il 1911 e il 1914, intorno agli anni in cui – egli ricorda –
«a Verona il poeta Lionello Fiumi,
mio coetaneo, era il solo che s’interessasse delle nostre nuove correnti let-
terarie e di quegli autori stranieri senza la conoscenza dei quali esse erano
difficilmente intellegibili. Scambiavo
con lui libri, notizie, impressioni; i
nostri gusti erano condannati dai
concittadini come stravaganti».17 La
copia del libretto che regalò a Fiumi
reca la dedica «a Nello Fiumi, concordante e discordante».18
A vivere di letteratura e scrittura, Fiumi – che aveva sconquassato il mondo
della poesia italiana lanciando un
proprio provocatorio Appello neoliberista, vero e proprio manifesto dell’avanguardismo pubblicato in apertura del suo primo libro di versi, Polline, del 191419 – fin dal 1915 entrato
nel circolo de “La Diana”, diretta da
Gherardo Marone e nel gruppo di coloro che G.A. Borgese ebbe a definire
(con termine che non piacque,20 ma
che rimase storico, come quello di
crepuscolari, anch’esso dovuto a Borgese) i poeti di Verona-Ferrara:21 lo
stesso Fiumi, Corrado Govoni, Filippo De Pisis, Sandro Baganzani, Rave-
“Misura. Rivista internazionale di Lettere e Arti” sarà, curiosamente, anche il titolo di una rivista
da lui diretta nell’immediato dopoguerra dopo il suo rientro in Italia (Bergamo, 1946-1947).
F. Chiappelli, Gli scritti..., cit.
16
A. Savinio, Lorenzo Montano romanziere, “Corriere Italiano”, 8 marzo 1924.
17
Lorenzo Montano, Firenze 1914, “Nuova Antologia”, a. 89, fasc. 1837 (gennaio 1954), p. 74; l’articolo, che è un bellissimo saggio della prosa di Montano, fu ripreso e ripubblicato nel volumetto
Carte nel vento. Scritti dispersi, Firenze, Sansoni 1956, pp. 65-77.
18
La biblioteca personale di Lionello Fiumi è conservata, insieme con l’epistolario e l’archivio personale, presso il Centro Studi Internazionale a lui intitolato, gestito dalla Biblioteca Civica di Verona.
19
Milano, Istituto editoriale Lombardo.
20
G. Ravegnani lo dice «improprio» nell’articolo Lettera da Ferrara, “Le lettere”, 20.6.1922: l’autore segnalava, infatti, come in realtà il gruppo fosse costituito da scrittori di diversissime caratteristiche e livelli, accomunati semmai dal fatto di avere come persona di riferimento lo scrittore/editore Alberto Neppi, uno dei titolari della casa editrice Taddei.
21
G.A. Borgese, Le mie letture, nel bollettino mensile della Treves “I libri del giorno” del 15 febbraio 1921, pp. 61-64 (poi ripreso in Tempo di edificare, Milano, Treves 1923).
14
15
162 ◊ Europa
gnani e altri. A occuparsi criticamente di Mallarmé e Verhaeren e della
poesia giapponese contemporanea, a
entrare in contatto con i futuristi italiani ma anche con i maggiori esponenti dell’avanguardia europea, da
Tristan Tzara (che gli manda in omaggio le riviste “Dada” e “391”) ad Arthur Petronio, che lo nomina segretario per l’Italia della “Revue du feu”).
Ma i primi anni, nonostante gli atteggiamenti diversi, sono comunque di
conoscenza e amicizia: ecco così la comune collaborazione (finora non segnalata) con la rivista “La Diana”, dove entrambi cominciano a pubblicare
a partire dal numero di luglio del
1915;22 e una delle liriche contenute in
Discordanze, “Paesaggio narcotico”, è
dedicata a Lionello Fiumi.
Tra convergenze e divergenze, appunto, l’esperienza di questi due protagonisti dell’avventura del Novecento letterario italiano: personaggi lasciati a margine per lunghi anni dalle
storie letterarie e solo ora – dopo un
periodo di ingiusto e per certi versi
incomprensibile silenzio – rivalutati
nella loro dimensione.23 Montano
dentro la poesia di “Lacerba” e della
“Ronda” e la narrativa di genere europea ed extraeuropea, Fiumi profeta
dell’avanguardismo, dentro la poesia
di “La Diana”, promotore di “Dante”, in contatto con i letterati di tutto
il mondo.
Il titolo di un convegno tenutosi a Cesenatico nel luglio del 1999 e dedicato alla figura e all’opera di Marino
Moretti aveva come titolo alcuni versi
del poeta di Cesenatico che ne definivano assai chiaramente la dimensione
cosmopolita: «non c’è luogo per me
che sia lontano».
Anche per Lionello Fiumi non c’era
luogo che fosse lontano: i suoi luoghi
erano la natia Rovereto – dove visse
fino al 1908 –, l’adottiva Verona, Monaco di Baviera, il mar Baltico, Berlino e poi Venezia (una città che non
amava), la cara Roverchiara – nella
Bassa Veronese, dove erano i possedimenti con una grande villa provenienti per eredità dalla famiglia della
nonna materna Fanny Brenzoni –, la
sempre amatissima Parigi (dove abiterà stabilmente a partire dal novembre del 1925 fino al 1940 e dove ritornerà ogni anno per lunghi periodi);
ma anche l’Olanda, il Belgio, l’Egitto,
la Svezia, la Grecia, le Antille. Luoghi
di convegni di scrittori, di conferenze, di letture di versi, di premi letterari. Fiumi viaggiatore nell’Europa e
nel mondo.
Solo per dire dei luoghi dove fu in carne ed ossa, perché se mettiamo in conto la presenza delle antologie di poeti
stranieri da lui curate (Belgio e Giappone) o quella di suoi testi tradotti in
riviste e pubblicazioni diverse, se consideriamo più in generale l’ampio
spettro di interessi per le poesie delle
22
Di Danilo Lebrecht comparvero le prose: Compleanno, “La Diana” 8-9, luglio 1915; Portacenere,
“La Diana”, 11, agosto 1915; Bicromia, “La Diana”, 14, ottobre 1915 (e nello stesso numero una
breve recensione del primo libro di versi di Fiumi, Polline).
23
Vedi qui, alle note 1 e 2.
163 ◊ Contò
nazioni più lontane documentato ampiamente dalle annate della rivista bilingue “Dante”, da lui diretta a Parigi
tra il 1932 e il 1940, la lista si allarga
(anche citando a caso) alla Lituania e
alla Romania, alla Turchia e al Giappone, alla Tunisia e al Madagascar,
agli Stati Uniti e all’Uruguay. Per non
parlare della lista dei corrispondenti
(nel ricchissimo archivio conservato
presso il Centro Studi veronese) che,
solo per gli stranieri più noti e segnalati nel fascicolo pubblicato in occasione del cinquantenario di attività
letteraria di Fiumi,24 ammonta a circa
200 nomi, delle più diverse nazionalità: e naturalmente la quantità di documenti rimasti (pur nella ricchezza
straordinaria dell’archivio, di cui, essendo ancora in corso il riordino, non
è possibile rendere conto con esattezza) non può essere testimonianza che
dei rapporti epistolari, quelli cioè resi
necessari dalla lontananza fisica dei
corrispondenti, mentre assai maggiori, certamente, dovettero essere le frequentazioni in praesentia.
Dal 1925 e per quasi vent’anni, Fiumi
si trasferirà a Parigi, dove si svolse la
sua importantissima funzione non solo di poeta, ma soprattutto di animatore culturale e di ambasciatore della
cultura letteraria italiana in Francia.
Sue, come noto, sono due antologie
di fondamentale importanza per la
conoscenza della letteratura italiana
in Francia: la Anthologie de la poésie
italienne contemporaine, curata in
collaborazione con Armand Henneuse, e uscita per i tipi di Les Ecrivains
Reunis nel 1928 (43 autori in rigoroso
ordine alfabetico) e la Anthologie des
narrateurs italiens contemporains, curata in collaborazione con Eugène
Bestaux, uscita per i tipi di Delagrave
nel 1933 (53 autori ordinati cronologicamente, per anno di nascita).
Importanti operazioni culturali, quelle delle due antologie: perché portavano per la prima volta fuori d’Italia i
nomi di alcuni degli autori che sarebbero divenuti dei veri capisaldi del
Novecento letterario italiano. Nella
prima, quella dedicata alla poesia, venivano pubblicati per la prima volta
in Francia testi di poeti come Umberto Saba, Eugenio Montale (che aveva
da poco pubblicato il suo primo libro
di poesia, Ossi di seppia), Corrado
Govoni (che pure in Italia aveva già
una sua fama ben consolidata). Nella
seconda, Alberto Moravia tra tutti,
difeso davvero fino all’ultimo (perché
non fosse cassato il suo nome a causa
del mezzo sedicesimo che l’editore
non voleva aggiungere al già cospicuo
spessore dell’antologia), perché «le
nom de Moravia est un peu, comment
dire? la clef de voûtre du livre. C’est
l’auteur le plus jeune du livre (né en
1907) et il sert excellemment pour
montrer l’ampleur du rayon historique de notre Anthologie: de Verga, né
en 1840 à Moravia ... puisqu’il a été
24
Mostra del cinquantenario di attività letteraria di Lionello Fiumi. Catalogo, Verona, Biblioteca Civica 1963 (in particolare alle pp. 48-53).
164 ◊ Europa
jugé le plus intéressant écrivain italien
de la nouvelle génération (son roman
a été traduit aussi en français...)». La
scelta di cassare finì per penalizzare,
salvati fortunosamente Arturo Loria e
Pietro Mignosi («est le réprésentant
d’un courant fort intéressant de la littérature narrative»),25 Foschini.
Montano in questa antologia è presente, con la prosa Le nouvel ixion.26
Indicato come figura singolare, «car il
n’existe aujourd’hui en Italie que peu
d’écrivains – Bacchelli, Baldini, Cardarelli, Cecchi – qui aient au même
degré que lui le goût d’une écriture
aristocratique et élégante».27
Spetta poi proprio a Foschini, forse
per l’inaspettata esclusione, l’avvio di
una polemica sul fare antologia (che
sarà comunque una polemica eterna)
che piacerebbe riprendere con cura.
Una polemica che non risparmiò
nemmeno l’antologia dei poeti, dove,
insieme al «nuovo» Baganzani veniva
proposto Angiolo Silvio Novaro «di
cui tutta l’Italia ride», come ricordava
Montale in una lettera a Fiumi.
Ma le due antologie di Fiumi, come
con grande equilibrio viene spiegato
nelle rispettive introduzioni, non vogliono essere antologie di genere, né
di scuola, né vogliono offrire disegni
compiuti delle tendenze in corso:
«dans ce bref laps de temps, alors que
beaucoup d’écrivains sont, pour ainsi
dire, encore en devenir et peuvent
passer d’un groupe à l’autre, il serait
difficile d’établir des classifications
de ce genre, aisées, mais seulement
lorsque la période littéraire qu’on a
devant soi est vaste et définitivement
révolue».28
Montano e Fiumi. Uomini di tante
patrie attraverso il Novecento, verso
l’Europa e oltre l’Europa. Tra diversità e convergenze, si riassume nella loro attività buona parte del primo Novecento letterario non solo italiano;
per i poeti letti, e conosciuti, per le riviste frequentate, per le proposte culturali, per una naturale disposizione
ad andare oltre, a cercare, a conoscere, e soprattutto a proporre alla fruizione culturale più ampia possibile la
scrittura, le scritture.
25
Verona, Centro Studi Internazionale Lionello Fiumi, Archivio, “Anthologie des narrateurs”: copia delle lettere inviate da Fiumi all’editore, in data 9 e 11 febbraio 1933.
26
Anthologie des narrateurs..., cit., pp. 353-359.
27
Anthologie des narrateurs..., cit., p. 353. Fu proprio la presenza di questo testo nell’antologia, che
ebbe una vasta eco in tutto il mondo, a far nascere l’incontro con Fredi Chiappelli, il lettore più attento di Montano e colui che lo spinse a pubblicare Carte al vento: cfr. la lettera di Montano a Fiumi del 14 maggio 1956: «Mio caro Nello, che piacere mi hai fatto con il tuo articolo su Carte nel
vento così affettuoso, attento e completo! Senza saperlo tu sei, in qualche modo, presente alle origini remote di questo libro. Come avrai visto nella prefazione, fui indotto a metterlo insieme dalle
insistenze di Fredi Chiappelli, professore d’Italiano all’Università di Losanna. Egli a sua volta fu indotto a occuparsi di me dopo aver letto Il nuovo Issione che tu accogliesti in quella antologia francese! Grazie ancora e un caro saluto».
28
Avvertissement, nell’Anthologie de la poésie..., cit., p. 1.
165 ◊ Contò
4
NOTIZIE
Note informative sui Centri
Lorenzo Montano e Lionello Fiumi
Notizie sugli autori
Indice dei poeti
Note informative sui Centri Lorenzo Montano e Lionello Fiumi
La Biblioteca Civica di Verona promuove e gestisce due importanti iniziative
che vogliono offrire strumenti di studio e approfondimento sulla poesia del
Novecento, intitolate rispettivamente a Lorenzo Montano e a Lionello Fiumi,
che della civiltà letteraria del Novecento furono protagonisti tra i più
significativi.
Il CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SULLA POESIA CONTEMPORANEA LORENZO
MONTANO è stato costituito, in accordo con la rivista di poesia “Anterem”,
nel corso del 1995. L’iniziativa si propone di offrire ai lettori uno strumento
d’informazione nel settore della poesia contemporanea, normalmente
trascurato dalle istituzioni bibliotecarie.
Con queste finalità la Biblioteca ha messo a disposizione appositi spazi
nel palazzo Nervi, dove riunire in un fondo speciale i materiali librari
e documentari raccolti.
Al Centro confluiscono: i testi dattiloscritti e i volumi a stampa inviati dai
concorrenti al Premio nazionale di poesia Lorenzo Montano; i testi a stampa
delle opere vincitrici di tutte le edizioni del premio; la collezione completa
di “Anterem” e dei volumi pubblicati dalle omonime edizioni; i testi originali
degli autori che collaborano alla rivista “Anterem”; l’archivio di “Anterem”
(corrispondenza, bozze, ecc.); le principali riviste di poesia contemporanea;
i volumi di poesia degli autori contemporanei più significativi. Il Centro
intende inoltre acquisire tutte le opere di Montano e i testi critici relativi
alla sua attività poetica, in originale o in copia.
Il CENTRO STUDI INTERNAZIONALE LIONELLO FIUMI fu fondato per volontà
della vedova signora Beatrice Magnani nel marzo 1976 con sede in via
Anfiteatro 9, nell’abitazione dove il poeta aveva trascorso gli ultimi anni di vita.
La struttura, diretta e finanziata dalla stessa signora Beatrice, aveva carattere
internazionale «proprio perché Fiumi cercò sempre di realizzare, attraverso
la cultura, il suo ideale di fraternità umana: alla rivista “Dante” da lui fondata
e diretta a Parigi, collaboravano scrittori di ogni paese». Scopi prioritari
quelli di «favorire gli studi e agevolare ricerche seriamente documentate sulla
vita e l’opera di Lionello Fiumi attraverso la consultazione dell’abbondante
168 ◊ Notizie
materiale degli archivi fiumiani: un ricchissimo epistolario e documenti
inediti, atti a illustrare anche i momenti culturali che il poeta visse
fervidamente in patria e in terra di Francia».
Dopo la morte della signora Beatrice (avvenuta nel 1979) il Centro,
per esplicita volontà della defunta, pervenne al Comune di Verona insieme
a una rendita finanziaria, con il preciso intento che fosse l’ente pubblico
a proseguirne la gestione; il Centro è attualmente un ufficio di pertinenza
della Biblioteca Civica.
Nel corso di questi ultimi anni si è provveduto alla completa catalogazione
della biblioteca presente nei locali del Centro (oltre seimila volumi,
la cui consultazione è possibile anche su supporto informatico, all’interno
del catalogo informatizzato della Biblioteca Civica di Verona:
http://cuver.comune.verona.it), a una prima ricognizione sull’immenso
epistolario (decine di migliaia di lettere scambiate con centinaia
di corrispondenti italiani e stranieri dall’inizio del secolo fino alla morte
di Fiumi), a un riordino sistematico dell’archivio completo della bibliografia
su Fiumi e dell’amplissimo archivio dei ritagli di giornale e di singoli numeri
di riviste contenenti lavori di Fiumi. È stata acquisita inoltre al patrimonio
bibliografico del Centro una cospicua quantità di materiali librari (circa
2000 pezzi tra volumi e riviste) e documentari (tra cui parte dell’archivio
della rivista e casa editrice “Misura”) che erano rimasti nella villa di famiglia
a Roverchiara.
Si è anche avviato il grande progetto di edizione dell’opera omnia di Fiumi,
dando alle stampe nel 1994 il volume che raccoglie l’intera opera poetica,
volume di oltre 1300 pagine curato da G.P. Marchi; è in preparazione
il successivo volume, destinato a raccogliere le opere in prosa. Lo sforzo
maggiore è ora quello di ricostruire le molte relazioni con studiosi e altre
istituzioni analoghe per struttura e scopi, in modo da rivitalizzare la struttura
del Centro, che lentamente (anche alla luce di un generale rinnovato
interesse per gli archivi degli scrittori del Novecento) sta recuperando
una propria visibilità.
Documenti del Centro sono stati prestati alla mostra sul dadaismo tenutasi
a Palazzo Forti nel 1997 e altri sul futurismo veronese sono stati prestati
in occasione della recente mostra di Vicenza; è stata anche avviata
una collaborazione con Casa Moretti di Cesenatico (in occasione del
convegno e della relativa mostra sugli Itinerari europei di Marino Moretti
del giugno 1999).
A cura di Agostino Contò
169 ◊ Notizie
Notizie sugli autori
I POETI, I TRADUTTORI, I CURATORI
STEFANO AGOSTI insegna Lingua e letteratura
francese all’Università di Venezia. Tra le sue
pubblicazioni più importanti: Il testo poetico
(1972), Cinque analisi (1982), Modelli psicoanalitici e teoria del testo (1987), Enunciazione e
racconto (1989), Il Fauno di Mallarmé (1991),
Gli occhi le chiome (1993), Critica della testualità (1994), Poesia italiana contemporanea
(1995), Realtà e metafora (1997).
DEMOSTHENE AGRAFIOTIS, nato nel 1946, vive
ad Atene. È direttore della rivista di poesia e arte
“Clinamen”. Ha pubblicato molti libri di poesia
e di saggistica. Collabora a varie riviste inglesi,
francesi e portoghesi. Ha esposto i suoi lavori di
pittura e di fotografia in diversi paesi europei.
PIERRE ALFERI è nato nel 1963 a Parigi, dove vive. Tra le sue opere: Guillaume d’Ockham. Le
singulier (1989), Sentimentale journée (1997),
Le Cinéma des familles (1999). In Italia: Cercare una frase (1999).
ROBERTO BERTONI, nato a La Spezia nel 1952,
insegna presso il dipartimento di Italianistica
del Trinity College di Dublino. Ha pubblicato
in rivista e in volume saggi sulla letteratura italiana del dopoguerra, oltre a traduzioni di vari
autori irlandesi.
Tra le opere poetiche in Italia: Movimento e immobilità di Douve (1969), Nell’insidia della soglia (1990), Racconti in sogno (1992), L’uva di
Zeusi (1997), L’acqua che fugge. Poesie scelte
(1998), La vita errante (1999), Quel che fu senza luce (2001), La pioggia d’estate (2001).
PER AAGE BRANDT è nato a Buenos Aires da genitori scandinavi nel 1944. Docente presso l’Università di Aarhus, nella stessa città dirige il
centro di Ricerca semiotica. È autore di numerose opere teoriche di semiotica, estetica, filosofia, linguistica. Poeta e traduttore, ha pubblicato ventidue raccolte di poesie.
HANS GEORG BULLA, nato nel 1949, vive a Wedemark, non lontano dal confine che divideva
la Germania. La sua è una poesia memoriale di
paesaggi “perduti”, come suggerisce il titolo di
una raccolta del 1990, Katzentage, in cui guizza
l’attesa di un evento. Altri volumi: Verzögerte
Abreise (1986), Verlorene Gegenden (1990).
ANNA CHIARLONI, docente di Letteratura tedesca all’Università di Torino, ha curato per Einaudi Poesia tedesca del Novecento (con U. Isselstein, 1990) e Nuovi poeti tedeschi (1994).
MASSIMO BONIFAZIO si occupa di poesia contemporanea lavorando sulle opere di H. Czechowski e R. Pietrass, con articoli apparsi in
“Terra di Nessuno” e su “L’immaginazione”.
Collabora a “Strumenti Critici”. Dottorando in
Letteratura tedesca presso l’Università di Pavia, lavora sull’opera di F. Dürrenmatt.
AGOSTINO CONTÒ, già bibliotecario alla Comunale di Treviso, è dal 1988 responsabile di
fondi antichi e attività culturali della Biblioteca
Civica di Verona. Cura inoltre la gestione del
Centro Studi Internazionale Lionello Fiumi.
Autore di contributi sulla storia del libro e delle biblioteche tra XV e XVI secolo, si interessa
anche di scrittura creativa con testi editi in volume, riviste e antologie.
YVES BONNEFOY, nato a Tours nel 1923, ha insegnato molti anni presso il Collège de France.
Numerosi libri di poesia e opere saggistiche.
ELISABETTA CORBELLINI si è laureata in Lingue
e letterature straniere con Fabio Scotto presso
l’Università IULM di Milano nel 1997, discu-
170 ◊ Notizie
tendo una tesi dal titolo: “Traduzione e introduzione a Navettes di Claude Ollier”.
NICOLA CROCETTI, editore e grecista, ha tradotto in italiano numerosi poeti neogreci, e ha
una collana che comprende le opere dei maggiori autori greci contemporanei.
MARCO CUGNO è nato nel 1939. Insegna Lingua e letteratura romena all’Università di Torino. Ha pubblicato Poesia romena d’avanguardia (1980), Nuovi poeti romeni (1986), La poesia romena del Novecento (1996). Ha introdotto e tradotto Manea, Noica, Marino. Ha scritto
saggi su Eminescu, Sorescu, Stănescu, Eliade.
ALEXANDER GARCÍA DÜTTMANN è professore
di Filosofia a Londra. Tra i suoi libri: Das Gedaechtnis des Denkens. Versuch üeber Heidegger und Adorno (1991), Freunde und Feinde.
Das Absolute (1999), Kunstende. Drei aesthetische Studien (2000). In Italia: In disaccordo con
l’Aids (2000).
GOTTFRIED ECKER, nato a Linz nel 1963, gli sono state dedicate mostre personali in Germania
e in Austria, e ha partecipato a collettive anche
in Italia. Sue opere sono presenti nelle collezioni della Nuova Galleria della Città di Linz, del
Museo Regionale di Innsbruck, del Dipartimento di Cultura di Vienna.
FLAVIO ERMINI è nato nel 1947 a Verona, dove
vive e lavora in editoria. Le sue poesie sono raccolte nei volumi: Roseti e cantiere (1980), Epitaphium Blesillae (1982), Thaide (1983), Idalium (1986), Segnitz (1987), Delosea (1989),
Hamsund (1991), Antlitz (1994), Karlsár
(1998), Poema n. 10. Tra pensiero (2001). Dirige la rivista “Anterem”, fondata nel 1976 con
Silvano Martini.
MARCO FAZZINI insegna Letteratura inglese
presso l’Università di Macerata. Tra i suoi libri:
Poeti della Scozia contemporanea (1992), Poeti
sudafricani del Novecento (1994) e Crossings
(2000). Ha tradotto Larkin, Livingstone, MacCaig, White, MacDiarmid. Dirige la collana di
poesia straniera “I dardi del poeta” per le Edizioni del Bradipo.
ANTONIS FOSTIERIS è nato ad Atene nel 1953.
Ha pubblicato Il grande viaggio (1971), Spazi
interni o I vénti (1973), Poesia nella poesia
(1977), Amore oscuro (1977), Il diavolo ha cantato a tempo (1981), Il futuro e l’imperativo della morte (1987, 1991). In Italia, Nostalgia del
presente (2000). Ha tradotto Jacob, Miller,
Vian. Dal 1981 dirige con Niarchos la rivista
“Ilèxi” (La parola).
ALESSANDRO GHIGNOLI (Pesaro, 1967). Poeta e
ispanista, ha tradotto Rimanere senza città
(1999), Tempo di camere separate (2000) di L.G.
Montero, Quel lungo albeggiare (2000) di A.M.
Navales e Indizi di B. Prado. Collabora a diverse riviste; è redattore de “L’area di Broca”. Ha
pubblicato La prossima impronta (1999).
DANIELE GORRET, nato nel 1951, è narratore.
Tra i suoi libri: Sopra campagne e acque (1984),
In solitaria parte (1989), Le umane lingue
(1999). Autore di due saggi su Alfieri, come
traduttore ha curato l’edizione italiana di opere
francesi del Settecento e del Novecento.
GIORGIO GUGLIELMINO, nato a Genova nel
1957, poeta e traduttore, da anni si occupa di
poesia visiva. Ha curato, nel 1989 a Milano, la
mostra “Nuovi Sconfinamenti”. I suoi ultimi libri di poesia sono: Poesie di carta (1991) e Improvvisa chiude la pagina e si alza (1994). Per
Anterem Edizioni ha curato i volumi di opere
scelte dedicati a Gramigna e Sanguineti.
CLEMENS-CARL HÄRLE, ricercatore di Lingua e
letteratura tedesca all’Università di Siena, ha
pubblicato La forza del parlare. Considerazioni
su “Malina” di Ingeborg Bachmann (1994). Ha
curato Karten zu “Tausend Plateaus” von G. Deleuze und F. Guattari (1993) e Libro del deserto
di I. Bachmann (1999).
KLAUS HØECK, nato nel 1938, già docente di
Filosofia all’Università di Copenaghen, è un
poeta che lavora con la cibernetica; ha pubblicato oltre venti volumi di poesie. Nelle prime
raccolte inneggia a Goethe, Heine e Novalis e
scrive poesie in omaggio ai poeti rock Dylan,
Bowie e Eno. La sua opera più rappresentativa,
Hjem [Verso casa], è stata pubblicata nel 1985.
171 ◊ Notizie
EVA KAMPMANN, nata in Danimarca, vive in
Italia dall’infanzia. Laureata in Lingue e letterature straniere moderne all’Università La Sapienza di Roma, traduce a tempo pieno dall’inglese e dalle lingue scandinave. Tra gli autori
tradotti: Blixen, Cather, Auster, Dunne.
SARAH KIRSCH è nata nel 1935. Vive nello
Schleswig-Holstein. Di nome Ingrid, ha assunto quello di Sarah in memoria delle vittime del
nazismo. Opere principali: Zaubersprüche
(1973), Schneewärme (1989), Erlkönigs Tochter
(1992), Bodenlos (1996). Nel 1997 ha vinto il
premio Annette von Droste Hülshoff.
ALFRED KOLLERITSCH, nato nel 1931, è uno dei
più importanti poeti austriaci. Per anni direttore di “manuskripte”, ha insegnato filosofia all’Università di Graz. Fra le opere poetiche: Einübung in der Vermeidbare (1978), Augenlust
(1986), Zwei Wege, meber nicht (1993), In den
Tälern der Welt (1999).
KATALIN LADIK, poeta e attrice di lingua ungherese, è nata a Novi Sad (Iugoslavia) nel 1942.
Negli anni Novanta si trasferisce a Budapest. In
Ungheria (dove ha pubblicato numerosi volumi)
è tra i poeti più noti ed è la “numero uno” della
poesia sonora. Per questa sua qualità è ampiamente riconosciuta negli ambienti internazionali. In Italia ha pubblicato Poesie erotiche (1983).
ROGER LAPORTE, nato a Lione nel 1925, in passato direttore di programma al Collège de philosophie, scrittore “segreto” dalla stupefacente
fortuna critica (Barthes, Blanchot, Derrida,
Foucault, Lacoue-Labarthe, Levinas, Nancy si
sono occupati a più riprese di lui), per i suoi
estimatori è principalmente l’autore di Une vie
e di Études, entrambi pubblicati in Francia dall’editore POL. Suoi saggi e poemi sono stati
pubblicati in Italia su “Trasparenze” (San Marco dei Giustiniani).
MARICA LAROCCHI, di madre slovena, risiede e
lavora a Monza. Ha pubblicato le raccolte di
poesie: Iris (1977), Bracconieri (1978), Lingua
dolente (1980), Fato (1987), Gita festiva (1993),
Questa parola (1999) e la raccolta di prose poetiche Trieste (1993). Per Mondadori ha curato
due volumi su Rimbaud (1990 e 1992) e l’Antologia dei poeti parnassiani (1996). Un romanzo: Carabà (2000). Un libro di saggi: Il suono
del senso (2000).
CHRISTINE LAVANT (Christine Thonhauser,
1915-73) trasse il suo pseudonimo dalla valle
austriaca del Lavant, dove nacque e visse una
giovinezza di malattia, povertà e isolamento. In
vita (tra il 1956 e il 1962) ha pubblicato tre volumi di versi. In Italia: Poesie scelte, a cura di
Hans Kitzmüller (1986).
JYTTE LOLLESGAARD ha studiato Lingua e letteratura italiana presso l’Università di Copenaghen, dove ha lavorato come traduttrice presso
l’Istituto italiano di cultura. Ha collaborato con
la Televisione danese di Roma. Interprete sul
palcoscenico in Danimarca per Dario Fo e Franca Rame. Ha tradotto in danese Morante, Fallaci, Vassalli, Maraini, Baricco, Pirandello, Fo.
BRIAN LYNCH è nato a Dublino nel 1945. Poeta, ha scritto anche saggi di critica d’arte, lavori teatrali e sceneggiature per la televisione e il
cinema. Le poesie qui tradotte sono pubblicate
in Irlanda da Raven Art Press in Perpetual Star
(1981) e Beds of Down (1983).
MARIA TERESA MANDALARI (1913-96) ha svolto
la sua attività di traduttrice e curatrice di numerosi libri nel campo della letteratura di lingua tedesca. Fra i suoi lavori si segnalano la traduzione
di volumi di Burckhardt, Vossler, Schiller, Fontane, Heinrich e Klaus Mann, Böell, nonché, fra
i contemporanei, Seghers, Bachmann, Kirsch,
Zweig, Häertling e Fuehmann.
JULIA MANGOLD è nata nel 1966 a Monaco, dove vive e lavora. Nel gennaio 1999 ha vinto il
concorso per un’installazione alla Deutschen
Bundestag, Berlino. Mostre personali a Monaco, Bruxelles, Londra, Bologna. Nel 2000 ha
esposto presso lo Studio la Città, a Verona.
Numerose mostre collettive in Europa e in
America.
DANIELA MARCHESCHI insegna Antropologia
culturale a Perugia. Redattrice di “Kamen” e
Consigliere Permanente della Fondazione Na-
172 ◊ Notizie
zionale C. Collodi. Oltre a vari saggi sulla letteratura italiana, ha pubblicato Prismi e Poliedri.
Saggi di critica e antropologia delle arti (2001).
SILVANO MARTINI (1923-92), poeta fondatore e
condirettore di “Anterem”. È compendiato in
numerose antologie. Tre i libri di poesia: Mareale (1985), Esecuzione (1991), Coronaide
(1992). Due i libri di prosa: Spartito per Clizia
(1986), Sotto il leone (1993) postumo). Un volume di critica d’arte: Tre tempi per un cielo
(1995, postumo).
VIRGIL MAZILESCU (1942-84). Nato a Corabia.
Esordì nel 1966 sul supplemento “Povestea
vorbii” della rivista “Ramuri” di Craiova. Fece
parte del “Gruppo degli onirici”. Collaborò a
“Luceafărul”, “Tribuna”, “România literară”,
“Cronica” ecc. e firmò diverse traduzioni per le
case editrici Univers e Meridiane. Quattro i libri di poesie.
LORENZO MONTANO (Danilo Lebrecht, 18931958) fu tra i fondatori della “Ronda”, dove
tenne una rubrica di aforismi e osservazioni
critiche intitolata “Il perdigiorno”, pagine poi
raccolte in volume col medesimo titolo (1928).
Due i libri di poesia: Discordanze (1915) e Per
piffero (1917). Un romanzo: Viaggio attraverso
la gioventù (1923). Un volume di opere scelte:
Carte al vento (1956). Un libro di saggi: A passo d’uomo (1957). Un prezioso libro postumo:
Pagine inedite (1960). Ha tradotto Mallarmé,
Huxley, Eliot, Hughes, Kafka.
LUIS GARCÍA MONTERO (Granada, 1958). Professore alla facoltà di Filosofía y Letras di Granada. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia e di saggi critici, oltre a volumi in prosa.
Vincitore del Premio Nacional de Poesía nel
1995 con il libro Habitaciones separadas.
RICCARDO MORELLO, nato a Susa, si è laureato
a Torino con Claudio Magris. Insegna Lingua e
letteratura tedesca all’Università di Torino.
Studi sulla letteratura austriaca (Stifter, Grillparzer, Kraus, Gütersloh, Bernhard), sulla lirica moderna (Krolow, Kaser, Celan, Kirsch) e
sui rapporti tra musica e parola. Collabora
all’“Indice”.
MAGDALO MUSSIO è nato nel 1925. Negli anni
Sessanta è caporedattore della casa editrice Lerici e redattore di “Marcatré”. Successivamente è
direttore artistico delle edizioni Out of London
Press. Vive a Pollenza. Artista e poeta, ha esposto a New York, Tokyo, Parigi, Roma, Verona.
Tra i suoi libri: In Pratica (1965), Chiarevalli Monodico (1986), Visioni Altere, erratica (2000).
FEDERICO NICOLAO, nato nel 1970, è scrittore,
ricercatore all’Università Marc Bloch di Strasburgo, oltre che autore di studi di estetica e
letteratura. Curatore di Frammenti di un diario
di Giorgio Caproni. Traduce Di Meo, Jabès,
Laporte, Nancy, Rodrigues, Derrida.
BERNARD NOËL è nato in Francia, nell’Aveyron,
nel 1930. È poeta, narratore, drammaturgo e
saggista. Tra le sue raccolte d’assieme Extraits
du corps, poèmes complets (1954-70), Poèmes 1
(1983), La Chute des temps (1993) e L’Ombre
du double (1993). Tra i volumi tradotti in italiano: Il castello di Cène (1991), Diario dello
sguardo (1992), Il rumore dell’aria (1996),
Estratti del corpo (2001).
CLAUDE OLLIER, nato nel 1922 a Parigi. Il suo
primo libro ha per titolo La mise en scène
(1958). I successivi sette volumi costituiscono
la serie Le jeu d’enfant (1958-75). Seguono altre narrazioni, tra cui Missing (1998). Critico
cinematografico dei “Cahiers du Cinéma”
(1958-68).
PETER READING, nato in Inghilterra nel 1946,
ha al suo attivo più di dieci volumi di poesia,
tra cui Stet (1986), Final demands (1988), Work
in Regress (1997). Nel 1978 ha vinto il Cholmondeley Award Prize per la poesia, cui hanno
fatto seguito il Dylan Thomas Award nel 1983
e il Whitbread Prize nel 1986. Nel 2000, in due
volumi a cura di Isabel Martin, è stata ripubblicata l’intera sua opera poetica.
ENNIO SANDAL, direttore della Biblioteca Civica di Verona, dal 1970 lavora nel mondo delle
biblioteche. Gli interessi scientifici prevalenti
sono rivolti alla storia del libro e della stampa
durante i primi secoli della tipografia. Ha pubblicato fondamentali opere bibliografiche edite
173 ◊ Notizie
dall’editore tedesco Köerner nella collezione
“Bibliotheca bibliographica Aureliana”.
FABIO SCOTTO, nato a La Spezia nel 1959, insegna Lingua e letteratura francese all’Università
IULM di Milano. Tra le sue opere, le raccolte
poetiche La dolce ferita (1999), Genetliaco
(2000) e il saggio Bernard Noël: il corpo del verbo (1995). Ha tradotto Vigny, Villiers de l’IsleAdam, Dyerval, Noël, Bonnefoy.
BERNARD SIMEONE (Lione 1957-2001). Tra le
sue opere poetiche: Eprouvante claire (1988),
Mesure du pire (1993); per la prosa: Figures du silence (1983), Eaux-fortes (1985). In Italia: il volume di opere scelte L’oscuro del polline (1994) e
il volume di prosa Cavatina (2001), curati da Velez, oltre a testi in diverse antologie poetiche.
ENDRE SZKÁROSI è nato nel 1952 a Budapest,
dove insegna Letteratura italiana all’Università
degli Studi. Ha pubblicato diversi libri di poesia
e saggistica, e si occupa di poesia sonora, musica, arti visuali, video e performance. Partecipa a
numerosi festival internazionali di poesia e arte.
JEAN THIBAUDEAU è nato nel 1935. Redattore
di “Tel Quel” dal 1960 al 1971; direttore dei
“Cahiers critiques de la littérature” dal 1976 al
1979; dal 1970 al 1979, membro del PCF e redattore de “La Nouvelle Critique”. Tra i romanzi: Ouverture (1966) e L’Amérique roman
(1979). Tra i saggi: Mes années Tel Quel (1991).
Ha tradotto in Francia Sanguineti e Calvino.
distacco (1998), L’aspetto orale della poesia
(2000, Selezione Premio Viareggio 2001). Per
gli Amici della Scala di Milano cura la rassegna
semestrale “Il filoso e il poeta”.
BIRGITTA TROTZIG è nata a Göteborg nel 1929.
Vive tra Lund, Stoccolma, dov’è membro dell’Accademia di Svezia, e l’isola di Öland. Fra i
suoi libri di poesia: Bilder (1954), Ordgränser
(1968), Anima (1982), Sammanhang material
(1996). Numerosi i romanzi e i saggi. In Italia,
due sue antologie a cura di D. Marcheschi: per
la rivista “Kamen’” (1996) e per la Fondazione
Piazzolla (1997).
JOSÉ ÁNGEL VALENTE (1929-2000) è una delle
voci più alte della poesia spagnola del Novecento. Laureato in Filologia romanza a Madrid,
ha insegnato a Oxford, Ginevra, Parigi. Premio Principe de Asturias 1988. Tra le sue opere: El fin de la edad de plata (1973) e Nueve
Enunciaciones (1982).
MICHÈLE VALLEY è nata in Svizzera e vive in
Grecia, ad Atene. Attrice di teatro e cinema, è
specializzata in performance poetiche e d’arte.
Traduttrice di poeti moderni e contemporanei.
ANTONINO VELEZ, nato a Palermo nel 1959, traduttore e interprete di professione, ha tradotto e
presentato numerosi poeti francesi contemporanei: Giovane poesia francese (1992), L’oscuro del
polline, antologia di poesie di Bernard Simeone
(1995), Un respiro continuo: poeti francesi d’oggi
(“Pelagos”, 5/6, anno V, 1997/1998). Autore di
saggi sulla letteratura francese (La tradizione popolare in Laforgue, 1998) e sulla traduzione.
CHARLES TOMLINSON è nato a Stoke-on-Trent
nel 1927. Dopo gli studi a Cambridge, ha insegnato Letteratura inglese all’Università di Bristol
dal 1957 al 1992. Tra i suoi libri di poesia: Relations and Contraries (1951), Selected Poems
(1997), The Vineyard above the Sea (1999). In
Italia: La pienezza del tempo (1987), Charles
Tomlinson in Italia (1995), Parole e acqua (1997),
Luoghi italiani (2000). Premio Flaiano 2001.
FEDERICA VENIER, nata a Bergamo nel 1960, si
occupa di Linguistica. Ha vissuto a lungo in
Germania, dove ha lavorato presso l’Università
di Stoccarda. Saltuariamente traduce dal tedesco autori che ama. Ha tradotto Christine Lavant, Peter Weiss, Herta Müller.
IDA TRAVI è nata a Cologne (Brescia) nel 1948.
Vive a Verona. Ha pubblicato La bambina che
giocò con il leone (1976), Un materasso che va a
vapore (1981), Vienna (1984), L’abitazione del
secolo (1989), O cari (1989), Regni (1993), Il
CHRISTA WOLF, scrittrice. Tra i suoi libri, Il cielo diviso (1963), Riflessione su Christa T.
(1968). Premio nazionale della D.D.R. per l’arte e la letteratura. Rare le poesie, tradotte in
Italia su “Anterem” (n. 56 e n. 59).
174 ◊ Notizie
Indice dei poeti
LORENZO MONTANO (Europa) 22
LUIS GARCÍA MONTERO (Spagna) 34
MAGDALO MUSSIO (Italia) 38
BERNARD NOËL (Francia) 40
CLAUDE OLLIER (Francia) 42
PETER READING (Regno Unito) 48
BERNARD SIMEONE (Francia) 50
JEAN THIBAUDEAU (Francia) 52
CHARLES TOMLINSON (Regno Unito) 58
BIRGITTA TROTZIG (Svezia) 60
JOSÉ ÁNGEL VALENTE (Spagna) 66
CHRISTA WOLF (Germania) 70
DEMOSTENE AGRAFIOTIS (Grecia) 78
PIERRE ALFERI (Francia) 80
YVES BONNEFOY (Francia) 84
PER AAGE BRANDT (Danimarca) 98
HANS GEORG BULLA (Germania) 102
ALEXANDER GARCÍA DÜTTMANN (Germania) 104
GOTTFRIED ECKER (Austria) 106
ANTONIS FOSTIERIS (Grecia) 108
KLAUS HØECK (Danimarca) 112
SARAH KIRSCH (Germania) 118
ALFRED KOLLERITSCH (Austria) 122
KATALIN LADIK (Ungheria) 124
ROGER LAPORTE (Francia) 128
CHRISTINE LAVANT (Austria) 130
BRIAN LYNCH (Irlanda) 136
JULIA MANGOLD (Germania) 140
SILVANO MARTINI (Italia) 142
VIRGIL MAZILESCU (Romania) 150
175 ◊ Notizie
Questo volume, l’ottavo della collezione Itinera
di Anterem Edizioni e il trentunesimo della Collezione
Studi e Cataloghi della Biblioteca Civica di Verona,
è stato stampato nel mese di ottobre 2001
da Cierre Grafica, Quadrante Europa, via Verona 16,
37060 Caselle di Sommacampagna (VR), Italia,
per conto di Anterem Edizioni,
della Biblioteca Civica di Verona
e di Cierre Grafica