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Demetrio con Piero Di Roberto Iannilli Estate 1989 Percorro queste ghiaie in parte ancora coperte di neve, l’ abitudine e l’ istinto mi portano e osservare la parete che le sovrasta, la est della Vetta Occidentale. E accade nuovamente. Credo sia un fenomeno paranormale, ancora non spiegato dalla scienza: prima indistinti, poi sempre più netti, una fila di puntini rossi compare lungo quella fessura e corre verso l’ alto. Il sintomo non lascia dubbi, sono in preda ad una ricaduta della sindrome dell’ apritore di vie, malattia in me ormai conclamata e cronicizzata. Non posso fare a meno di soffermarmi ed esaminare con più attenzione. La sfilza di puntini parte dalle ghiaie e per i primi trenta metri segue la fessura di attacco della Diretta Consiglio. Questa ultima devia a destra, mentre i segni rossi proseguono dritti, sparati verso la vetta, logici tracciano una linea irresistibile. Comprendo immediatamente la gravità del momento e inizio a lottare contro la patologia. So che l’ unico antidodo è deviare l’ attenzione, devo cercare un’ alternativa coinvolgente che li faccia scomparire. Mi immagino quindi al volante di una Lomborghini Countach rossa. Legato con la cintura a cinque punti al sedile in carbonio, sento l’ urlo del dodici cilindri da quasi 600 cavalli che spinge rabbioso il bolide mentre inanello giri e giri veloci a Monza. Che pilota, che stile e che goduria … Torno a guardare la parete speranzoso: i puntini ci sono ancora. Allora mi rappresento architetto di successo, la mia più grande aspirazione e il mio fallimento supremo. Le Corbusier sta facendo anticamera da due ore per avere un colloquio con me, ma non ho tempo da perdere con lui, sto progettando la città ideale. Disegno tutto, dai rubinetti dei bagni alla viabilità interregionale e i miei lavori vengono pubblicati su tutte le migliori riveste del settore ... niente da fare. Provo con l’ ultima risorsa, l’ arma totale contro i puntini rossi tentatori; di solito fa effetto. Anna del liceo è il massimo rimpianto che ho in fatto di donne, la vedo che languidamente si spoglia, disponibile e bramosa di me, “Roberto ti amo, fammi tua!” mi dice … Anche Anna fallisce, è inutile, mi arrendo! I puntini rossi esercitano su di me un fascino irresistibile, non ci sono auto sportive, successi professionali o donne belle e disponibili che possano distogliermi, essi sono come il lato oscuro della forza di Star Wars, è facile restarne soggiogati. Non mi resta che verificare quei segni rossi. Venerdì 22 settembre 1989 “Rallenta Robbè, non ti pare di correre troppo?” Piero Ledda non ha mai apprezzato la velocità, è un tipo calmo, con una flemma a volte disorientante. “Ma mica sto a corre, che voi che so’ 160 all’ ora sull’ autostrada.” Rispondo canzonandolo un po. “Rallenta che si sta mettendo a piovere.” E’ vero, le prime gocce bagnano il parabrezza della mia Peugeot 250 GTI da 130 cavalli, rossa ovviamente. “Ma le previsioni che davano?” Prosegue Piero. “Domai è bello, almeno dicono così, al massimo s’ annuvola nel pomeriggio.” “Metti un po di musica. Che hai portato oggi?” Piero è un grande appassionato di musica classica ed anche a me piace. Ogni volta che andiamo insieme al Gran Sasso porto qualche CD, che ascoltiamo durante il viaggio con l’ impianto fatto da mio fratello Carlo, un vero dio dell’ alta fedeltà. “Arnold Bax. Conosci?” “No, mai sentito, che roba è?” “Un inglese quasi contemporaneo, più o meno coevo di Debussy, ma tutt’ altro genere. E ancora un po’ romantico ma già ‘mpressionista. Te dovrebbe piacè’.” La sinfonia numero quattro parte a volume sostenuto ed io rallento la velocità a causa della pioggia. Piero, come prevedevo, apprezza Arnold Bax e segue la musica dondolando il capo. 1 “Interessante! Ma come l’ hai scoperto?” “Se devo dire la verità ho solo letto una buona recensione sulla qualità dell’ incisione del CD, m’ è parso un buon inizio.” Arriviamo a Campo Imperatore che sono quasi 19, proseguiamo a piedi per il sentiero e in mezzora siamo al rifugio Duca degli Abruzzi, da noi alpinisti chiamato per semplicità Il Duca. “Ciao ragazzi! La cena è pronta, sedetevi che ve la porto!” E’ Alessandra Bonifazi, un volto noto agli alpinisti del Gran Sasso in questi anni. Lasciamo gli zaini all’ ingresso e entriamo nella sala da pranzo, affollata di escursionisti. “Ma guarda chi si vede!” “Andrè, non m’ immaginavo de trovatte qua. Ciao Alvaro!” Andrea Imbrosciano, mio fratello di cacca (1), è con Alvaro, due amici. Ci sediamo al loro tavolo. “Che andate a fare domani?” La domanda è d’ obbligo tra alpinisti che si incontrano in un rifugio la sera. “Lo sperone centrale.” Mi risponde Andrea. “E voi?” Prosegue. “La via che non c’ è ancora, quella che sale dritta dalla Diretta Consiglio. Avrai visto anche tu i puntini rossi, no?” “Che puntini? Hai già bevuto questa sera?” Replica Andrea perplesso. “Scherzo Andrè!” “Va beh! Tanto domani rischia che piove, ho paura che non facciamo nulla.” “Come sarebbe piove? Domani non piove, non può piovere, che siamo matti?” Arriva Nebbia, la cagnona bianca e nera del rifugio, si struscia alla mie gambe con il suo pelo lungo e riccioluto, sembra dire “Ciao Roberto, dove sei stato tutta la settimana?” La carezzo e lei si accomoda tra le gambe del tavolo. Sabato 23 settembre Usciamo dal Duca alle 7 e insieme ad Andrea ed Alvaro ci avviamo sulla cresta della Portella. Da una parte Campo Pericoli e dall’ altro l’ immenso Campo Imperatore, una distesa verde e ondulata, traccia profonda dell’ erosione di un enorme ghiacciaio che nell’ ultima glaciazione la riempiva. E’ presto, il sole è ancora basso dietro il Monte Prena e siamo a fine settembre, l’ aria inizia ad essere fredda, socchiudo gli occhi e faccio finta di essere in quell’ epoca di gelo, immagino il Gran Sasso di allora, un Hilmalaya de noiartri. Il piccolo circo glaciale di Campo Pericoli è ondulato e molto crepacciato, sale fino alla Sella del Monte Aquila e straborda seracchi sospesi verso Campo Imperatore. Qui il ghiacciaio è come un enorme lisca di pesce preistorico che scende serpeggiando lungo la valle per decine di chilometri, segnato da crepacci e detriti. Si affaccia su Vado di Sole e non va oltre, una gigantesca morena sbarra il passaggio ai mammut abruzzesi che pascolano dall’ altra parte, nella tundra di Capestrano. Tutto intorno le nostre montagne, quasi uguali a quelle di ora, solo un po meno fratturate e con la vetta del Corno Grande ancora superiore alla fatidica quota di 3000 metri sul livello del mare. Da allora sono trascorsi circa quindicimila anni e di tutto quel ghiaccio è restato soltanto il piccolo residuo del Calderone, annidato tra pareti nord a resistere al calore estivo sempre più alto. Adesso le belle montagne di calcare spiccano su valli verdi, prati pieni di stelle alpine e genepy, e solo in inverno riappare una memoria geologica di quel tempo, quando il Gran Sasso si veste di bianco e diventa terribilmente freddo, ritorna glaciale. Camminiamo rapidi sul filo della cresta erbosa ed osservo la montagna, qualche nuvola già scorrazza sul Corno Grande e questo non è un buon presagio. Ho portato la giacca ma spero di non usarla, il Gran Sasso non sarà più glaciale come nel pleistocene, ma scorbutico è restato, i cambi di clima sono rapidi e a volte inaspettati. Raggiungiamo la Sella del Monte Aquila e noto l’ assenza di seracchi, percorriamo il sentiero scomodo e ghiaioso che ripido sale al Sassone, passaggio caratteristico per andare a scalare la facile Direttissima o raggiungere la comba ad est, uno dei luoghi più alpini e belli della montagna. 2 Iniziamo la traversata della ferrata che porta al bivacco Bafile e salutiamo i nostri amici che hanno raggiunto l’ attacco della loro via. Proseguiamo per scalette e passamani e in dieci minuti siamo sotto la parete est della vetta Occidentale. La est è una bellissima parete a forma di pala, una serie di cenge e fessure la caratterizzano con un enorme tatuaggio che pare la firma di Zorro rovesciata. “Eccola! Vedi il primo tiro della Diretta Consiglio, la via poi gira a destra ed invece la fessura va dritta, sempre dritta fin’ in cima, quasi ininterrotta!” Faccio a Piero. “E’ la logica prosecuzione del primo tiro, sembra davvero interessante, non ci resta che andare.” Saliamo il ghiaione fino ad arrivare alla base della parete e sotto la fessura ci togliamo li zaini. Tiriamo fuori il materiale di arrampicata e ci prepariamo. “Facciamo a tiri alternati?” Domando. “Come al solito. Pari o dispari?” Mi risponde Piero. “Pari!” “Uno, due e tre! …. Dispari, il primo tiro lo faccio io!” Tocca a Piero salire il tiro in comune con la Diretta Consiglio, a me toccherà il secondo, il vero inizio della fessura a puntini rossi. Conosco Piero Ledda da qualche anno, l’ ho incontrato per caso al Monte Sassone, la falesia non distante da casa mia, e subito ci siamo trovati bene. Abbiamo varie cose in comune, oltre alla passione per la scalata c’ è quella per la musica classica, ma non mancano le differenze -­‐ specie in fatto di idee politiche -­‐ ma per questo basta evitare di parlarne. In montagna è un ottimo compagno di arrampicata, sicuro, determinato, molto bravo ed esperto, una persona su cui puoi fare affidamento. Fisicamente è molto diverso da me, è alto, moro e porta spesso dei piccoli occhiali scuri, un po alla Totò nel film La patente, ma senza portare sfiga. Di aspetto fa pensare a Macchia Nera, il malvivente che lotta contro Topolino. E’ ovviamente impossibile, ma sembra quasi che Walt Disney abbia disegnato Macchia Nera copiandolo da una foto di Piero, il cartoon è la riuscitissima caricatura del mio compagno di arrampicata. Questa somiglianza e il fatto che lui sia alto ed io piccolo, ha portato qualche burlone a soprannominarci Topolino e Macchia Nera, ma, a parte la statura, non sento di avere nulla in comune con l’ antipatico detective di Topolinia, e poi non ho delle orecchie così grandi. Oltre ad essere soprannominato Macchia Nera, a causa della sua spiccata parsimonia nell’ aprire il portafoglio, chi conosce bene Piero lo chiama anche ‘Na pinza e ‘na tenaja. Caratterialmente è un tipo austero, ride poco e raramente si lascia andare a risate di cuore. Anche il timbro della voce contribuisce a rafforzare questa sua apparente seriosità. E’ profondo, non nel senso baritonale o roco; profondo, quasi sussurrato, un po monocorde senza perdere espressività. Apparirebbe confidenziale, cosa poco plausibile visto che Piero si confida molto poco, è un tipo piuttosto riservato. Il modo ombroso non deve trarre in inganno, dietro l’ apparente scarsa comunicatività si nasconde un’ ironia acuta e spesso pungente. Per avere un’ idea di cosa è capace Piero basta leggere qualche suo bellissimo scritto, dove la facciata musona si scioglie ed esce fuori il guitto, l’ affabulatore divertito che analizza le debolezze umane con umorismo, spiccata ironia accoppiata ad un pizzico di cattiveria. Sono certo che ha un futuro come scrittore, solo deve stare accorto a non farsi prendere la mano dall’ ironia, è questa una dote assai rara tra gli umani, specie quelli rampicanti. Piero sale in quattro e quattr’ otto la prima lunghezze della Diretta e mi recupera alla sosta. Così da vicino la fila di puntini rossi non si nota, ma io lo so che c’ è ed ho ben chiaro dove passa. Ci scambiamo il materiale e mi accingo a partire verso l’ avventura, la nuova via. “Vado Piè’!” Il cui significato implicito è: “Fai attenzione, mi sto già cagando sotto.” “Uh!” Che tradotto dal leddese significa: “Va bene, vai pure. Ti faccio sicura con attenzione, stai tranquillo.” Traverso pochi metri e raggiungo la fessura, è verticale e ha un aspetto poco confidenziale, tipo Piero. Spero che come lui abbia nascosto da qualche parte il lato affabile del carattere. “’mazza s’ è difficile! Piè’, qui so cazzi!” 3 “Tranquillo che passi!” Che è una contrazione della frase completa: “Tranquillo che passi, e se non passi tu ci sono io disposto a provare.” Pianto uno dei mie chiodi, di quelli che se ci appendi un elefante non cede, ma questo non mi aiuta a alzarmi di molto, provo in ogni modo e rientro sempre sui miei passi in affanno, al rischio di volo. E’ difficile ed è complicato proteggersi più su. “Piè’ qui io non passo, manco a carci. Prova tu!” Scendo arrampicando, traverso verso la sosta e raggiungo l’ ineluttabile Piero. Dopo lo scambio di materiale e di status social-­‐alpinistico -­‐ da primo di cordata a secondo – il mio compagno si avvia sulle mie tracce. “Però!” Che in leddese sarebbe: “In effetti sembra difficile, mi sa che dovrò impegnarmi per arrivare sopra.” Piero è conciso con le parole dette ma non con i fatti e risolve la fessura in modo elegante e senza esitazioni. Supera il mio chiodo e va, sale e sale, e soltanto dopo il tratto duro si protegge, prima non sarebbe stato possibile. “Vieni Robbè!” Metto in spalla lo zaino, smonto la sosta e parto. Sarà lo zaino che ovviamente mi penalizza, ma ‘sta fessura a me sembra davvero durissima. Quando arrivo in sosta e non posso esimermi da fare i compimenti al mio ermetico amico. “Bella Piè’, un tiro difficile risolto alla grande, io non sarei mai passato!” “Anche io ho esitato, la protezione non è certo vicina, ma poi ero in gioco non potevo più tornare indietro e sono andato.” Si vede che anche lui è provato, sta parlando in un modo sociale: comunica. “Ho dovuto lascià’ il dado, è troppo incastrato.” Gli dico. “Fa niente, tanto era tuo!” Piero è sempre Piero, se non è Piero, che Piero è? Presi dalla fessura e dal dado non abbiamo fatto caso al cielo che si è annuvolato. Il tempo di scambiarci il materiale e i primi chicchi di grandine ci picchiamo sonoramente sul casco. “Cazzo, grandina!” Mi fa Piero. “Alla faccia delle previsioni meteo.” Aggiungo io. Dei minacciosi tuoni si aggiungono come a dare il tempo al ticchettare sempre più pesante della grandine. “Mi sembra che non sia una nuvola passeggera, conviene scendere prima che i chicchi inizino a bucarci il casco o una scarica ci faccia secchi.” Piero è d’accordo, scendiamo ed anche di corsa. Sfruttiamo la buona sosta fatta da Piero e ci caliamo in corda doppia fino a quella sotto. Intanto la grandine prosegue a dare in tempo con il suo metronomo molto rapido. Lancio le corde per la seconda calata e ci scendiamo fino alle ghiaie. “Sistema il materiale, io recupero la doppia” Mi fa Piero. Comincia a tirare un capo delle due corde legate insieme e dopo pochi metri: “Mortacci sua, sì è impigliata!” La discesa in corda doppia e una specie di scommessa, per quanto si faccia attenzione capita spesso un inconveniente. Dopo vari ed inutili tentativi sono costretto a risalire con i prusik per sbrogliare l’ intoppo, per fortuna ha smesso di grandinate. “E lo sapevo che smetteva, dovevamo aspettare!” Piero sbuffa un po, come dargli torto? Sembrava venisse giù la granita del secolo ed invece, il tempo di arrivare a terra ed ora sta tornando l’ azzurro nel cielo. “Pazienza, per lo meno il tiro della fessura adesso è risolto, domani torniamo e salimo il resto della via.” “Ci puoi contare!” E’ il laconico commento del mio compagno. Domenica 24 settembre In meno di un ora siamo sotto la fessura, una vera corsa, ma dopo tutta un estate di arrampicate e relative camminate per arrivare agli attacchi delle vie, siamo alleatissimi. Il cielo è abbastanza sereno, ma le previsioni sono uguali a quelle di ieri e quindi c’ è da prevedere brutto tempo il pomeriggio. “Che dici regge?” Domando a Piero. 4 “Secondo me fa come ieri, forse meglio.” Mi risponde. “Se aggiriamo i primi due tiri facciamo prima e rischiamo meno de prende pioggia.” “Non mi piace tanto, ma è meglio che calarsi, io odio le discese in corda doppia.” “Facciamo i primi due tiri della Diretta Consiglio e traversiamo alla sosta di ieri.” “Però poi torniamo e saliamo tutta la via in continuità, altrimenti non è serio.” Puntualizza Piero che è preciso e le cose o le fa per bene o per niente. In breve superiamo le due lunghezze della via accanto, traversiamo e attacchiamo il terzo tiro della nostra fessura. Vado io e con un tiro di quinto e sesto arrivo alla prima cengia, quella della zeta di Zorro rovesciata. Prosegue Piero per il quarto tiro e ci mette un eternità, la roccia è a tratti friabile, un pilastrino sembra reggersi per puro caso in piedi e proteggersi è quasi impossibile. Raggiungo alla sosta Piero ed ecco che il tic-­‐tac della grandine riprende da dove aveva sospeso ieri alla stessa ora. “Questa volta aspettiamo!” Dice perentorio Piero. “Va bene, ma solo un po’, se insiste io scendo.” Replico io, più timoroso dei capricci del meteo. Dopo dieci minuti la grandinata è diventata una sassaiola e la parete inizia ad imbiancarsi. “Scendiamo, non mi sembra il caso di aspettare oltre.” E lo affermo in modo deciso, senza punto di domanda. “Ma che dici, tra poco smette, fa come ieri. Siamo fuori dal difficile ormai, sarebbe da cretini scendere adesso.” “Io sarò cretino ma tu sei scemo, qui ci bagniamo tutti e rischiamo peggio. Insisto: caliamoci!” “No, tu non sei solo cretino, sei pure un matto incosciente, se ci caliamo da qui rischiamo di più, hai visto che massi in bilico ci stanno qua sotto?” Mi risponde Piero con la voce un tantino meno profonda del suo solito. “Certo che li ho visti, ma tu hai visto le cenge piene di grandine? Come pensi di arrampicare in queste condizioni?” Anche la mia di voce inizia ad alterarsi, non so se per replicare alla sua o perché inizio a preoccuparmi sul serio. “Come smette esce il sole e si asciuga, come ieri. E poi io odio le doppie!” “Illuso, ci vorranno ore prima che asciughi e nel frattempo noi ci bagnano completamente.” Un tuono che sembra un boato di avvertimento ci fa sobbalzare. Guardo Piero come per dirgli “Hai sentito, ed ora che dici?” ma lui non proferisce niente. “Non vorrai ancora aspettare?” “Si, ora passa!” Risponde mentre mi rivolge uno sguardo risentito. “Siamo in due e non puoi obbligarmi a restare. Io mi calo.” E inizio a organizzare il punto di sosta per la discesa in corda doppia. Piero mi guarda con lo stesso sguardo di Macchia Nera quando viene smascherato da Topolino, un misto di odio e rassegnazione. Fatta la prima corda doppia ci accingiamo a recuperare la corda che si incastra quasi subito. “E lo sapevo, lo sapevo che non dovevano calarci.” Grugnisce tra i denti la voce irriconoscibile di Piero. Per non rischiare di essere picchiato sto zitto mentre armeggio con la corda, tirandola, a destra sinistra, roteandola. Finalmente si libera e la recuperiamo. Cercando di non perdere la calma e fare qualche sciocchezza attrezziamo la doppia successiva e scendiamo. “Speriamo che questa viene giù senza problemi.” “Io odio le doppie!” Continua Piero. Inizio a tirare la corda, pochi metri e diventa dura, insista ma si blocca definitivamente. “No! Non è possibile!” Sono esasperato. Tirare con forza non è sempre la soluzione ideale per sganciare una dioppia incastrata, ma dopo vari tentativi infruttuosi non abbiamo altro da fare e ci mettiamo tutti e due appesi a tirare a più non posso e la doppia si sblocca, ma non da sola. “Giù! Giù!” Urla Piero e tutti e due ci rannicchiamo più dentro non posso alla nicchai della sosta. Un frana di sassi di dimensioni anche grandi viene giù insieme alla corda, sfiorandoci senza colpirci. “Lo sapevo, lo sapevo, io odio le doppie!” Prosegue Piero che appena sarà a terra mi ucciderà, lo so. 5 La caduta di sassi si interrompe ed anche la grandine smette di scendere ed io mi preparo alla serie di improperi del mio, a questo punto, ex-­‐amico. La reazione di Piero è però contenuta in un ostentato mutismo, non ha bisogno di parole per odiarmi. Facciamo senza problemi, era anche ora, l’ ultima calata e arriviamo alle ghiaie, salvi. “Avevo ragione io, dovevamo restare!” Riparte Piero che ha ripreso il suo autocontrollo, forse non mi uccide subito. “Ma che facevamo, hai visto la grandine che se in parete? Sembra avesse nevicato.” Cerco di tamponare la situazione e farlo ragionare. “Uscivamo per una via facile, sempre meglio che calarsi in doppia, io odio le corde doppie!” “Che tu provi odio per le corde doppie s’ è capito, invece io odio le arrampicare ravanando su rocce pieni di grandine, bagnati fradici e sotto un temporale. Che ne potevo sapé’ che la corda s’ incastrava.” “Si incastra sempre, è una statistica!” “Ma che statistica. È sfiga!” In fondo abbiamo ragione tutti e due, ed anche se restiamo ognuno con la propria idea, piano piano il malumore si spegne. Riponiamo il materiale negli zaini e scendiamo il ghiaione della comba, in direzione della ferrata. Visto che ha smesso di grandinare, è tornato un po di sole e Piero non mi ha ucciso a colpi di friend numero 5, ci fermiamo un po sul terrazzo chiamato Belvedere, che appunto è un belvedere. La est è ora illuminata dai raggi verticali del mezzodì, quindi con le ombre allungate sotto gli strapiombi, ciò la fa sembrare ancora più verticale e bella e la nostra linea sale spettacolare nel mezzo, dritta verso la vetta. “Per questo anno è andata così, siamo a fine settembre e le giornate cominciano ad essere corte.” Parlo sdraiato sul terrazzo, con lo zaino come cuscino. “L’ anno prossimo appena si pulisce torniamo e usciamo in cima … anche se nevica!” Non mi ha ucciso e forse neppure mi odia. Non posso illudermi che Piero mi dia ragione, ha le sue idee ed è ostinato, la sua è più un’ assoluzione per insufficienza di prove, adeguata per proseguire a scalare insieme. Venerdì 15 giugno 1990 Alle sette di sera passo a prendere Piero a casa sua, in via … . Il signorino dice che tanto devo allungare poco e lui così non deve lasciare la moto al solito posto dell’ appuntamento, che l’ ultima volta gli hanno fregato il parabrezza. Il traffico ci rallenta e, tra la pini, feste e fonane di Roma di Respighi e l’ Alexander Nevsky di Prokofiev, arriviamo a Campo Imperatore che sono già le dieci passate. E’ tardi per salire al rifugio e quindi dormiamo all’ ostello, Piero controvoglia, a causa delle ventimila lire per il pernotto e la colazione -­‐ che non potremo fare a causa dell’ ora prevista per la nostra partenza mattutina. Sabato 16 giugno Non sono le sette e siamo in cammino per la parete est e non sono le otto ed arriviamo all’ attacco della nostra fessura. Nonostante la nuvola grande e scura che veleggia sopra la montagna, la voglia di chiudere la faccenda ci mette le ali ai piedi e corriamo. Il tempo di aprire gli zaini e d’ un tratto siamo immersi nella nebbia, la nuvola che aspettava sopra il Gran Sasso è scesa fino a noi ed ora ci avvolge. Fa freddo e l’ aria è carica di umidità, ma noi andiamo ugualmente, dopo grandine e pietre siamo abituati a ben latro. “Pari o dispari?” “Pari!” “Uno, due e tre … dispari! Il primo tiro lo faccio io!” “Cazzo! Mi tocca il secondo, porcazozzalurida!” Impreco scherzando, ma non troppo. Piero ci mette un poco più del solito per salire la lunghezza di corda in comune con la Diretta Consiglio. Parto io e lo raggiungo alla sosta. “Mi si sono gelate le dita, non ce la facevo ad arrampicare, fa troppo freddo. Che fai vai?” “Ormai siamo qui, tanto vale provà’. L’ anno passato sembrava venisse giù il diluvio e poi è passato, p’ ‘o esse che pure quest’ anno tra mezzora esce il sole.” Rispondo in preda ad un delirio ottimismo che non è 6 da me. Non si vede a un metro, l’ umidità ci bagna i vestiti come piovesse, fa freddo ed io vado … che mi dirà il cervello? Traverso verso la fessura, raggiungo il primo chiodo e attacco il tratto difficile. Pochi metri e non sento più le dita, ho le sopracciglia che grondano condensa e capisco che è inutile insistere. Mi appendo al dado incastrato, davvero provvidenziale che l’ altra volta non sia riuscito a toglierlo. “Non sento più le dita, non è possibile proseguì’ con questo clima.” “Dai scendi, oggi è meglio lasciar perdere, riproviamo domani.” Mi calo sul dado, faccio un pendolo e raggiungo Piero. Una corda doppia, l’ ennesima, e siamo sulle ghiaie. Sotto un cielo coperto ma senza pioggia andiamo al Duca. Domenica 17 giugno Siamo gli unici svegli nel rifugio, scendiamo la ripida scaletta di legno ed usciamo per vedere che aria tira fuori. “Eccola, sta ancora sopra il Corno Grande, sembra più piccola però. Chi lo sa, potrebbe anche andarsene.” Dico a Piero che accanto a me sta guardando fuori dalla porta del rifugio. “Io andrei, mi sembra meno pericolosa di ieri. Le previsioni danno un miglioramento.” “Occhei! Andiamo!” Alle otto meno un quarto siamo ancora una volta alla base della fessura. Ci prepariamo, poi pari o dispari e tocca a me il primo tiro, “Menomale!”, dico tra me e me. Non fa freddo come ieri e supero in fretta la lunghezza di corda, poi prosegue il mio compagno. Sto li alla sosta che faccio sicura e vedo tre ragazze che risalgono il ghiaione della comba e vanno verso le vie sulla destra della parete. Le osservo e da lontano non so riconoscerle, ma sono tutte e tre femmine, una cosa rara in alpinismo. Per di più le vedo attaccare una via dura, forse ad ora la più difficile della parete: Vento dell’ est. Chi saranno? Speriamo di incontrarle in vetta. “Molla tutto!” La voce di Piero mi distoglie dalla cordata femminile. “Libera!” Rispondo. La nuvola ha deciso di andare altrove e noi proseguiamo la nostra via, tiro dopo tiro, a comando alternato. Siamo in vetta al Corno Grande alle tre e mezza del pomeriggio, il tempo è bello e decidiamo di fermarci ad aspettare le tre ragazze che stanno salendo Vento dell’ est. Aspettiamo inutilmente due ore poi decidiamo rinunciamo e scendiamo per la Direttissima. “Ce lo hai un nome per questa via?” E’ la solita domanda che ci si fa dopo aver aperto un nuovo itinerario in montagna. “Ti piacciono gli Area?” Domando a Piero. “E chi sono? Un gruppo di matematici o di geometri?” Mi risponde con una domanda Piero. “Non mi dire che non sai chi era Demetrio Stratos?” Replico con ancora una domanda. “No, non so chi era questo Demetrio.” “Demetrio Stratos era greco ma pure italiano ed aveva una voce, ma che dico, due voci fantastiche. Con altri quattro musicisti favolosi, formò un gruppo rock progressivo, aperto alle influenze del free jazz e della musica etnica, con costanti riferimenti all'impegno politico: gli Area. Demetrio è morto nel settantanove di leucemia, aveva solo trentaquattro anni e tanto ancora da cantarci con le sue inimitabili voci. Mi piacerebbe chiamare la via Demetrio Stratos, se tu sei d’accordo.” Piero non è un tipo facile, ha le sue idee, quasi sempre differenti dalle mie, ma Piero sa riconoscere le passioni altrui e quando vuole sa anche accettare una stravaganza, purché sincera. 1. Vedi il racconto Far finta di essere sani (Forse accade così) 7 8