1 Tavola rotonda A cura di don Marcello Brunini 1. Premessa Come

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1 Tavola rotonda A cura di don Marcello Brunini 1. Premessa Come
Arcidiocesi di Lucca – Convegno Diocesano dei Catechisti – Seminario Arcivescovile, 24-25 ottobre 2011
Tavola rotonda
MONS. ENRICO BARTOLETTI E LA PRES ENZA NELLA CITTÀ DEGLI UOMINI
A cura di don Marcello Brunini
1. Premessa
Come tutti sapete è in corso la causa di canonizzazione di Mons. Enrico Bartoletti, vescovo della nostra Chiesa dal
1958 al 1973. Quando mi è stato richiesto di parlare dell’ascolto della comunità degli uomini, ho pensato di raccontare
qualcosa della testimonianza di Bartoletti in proposito; un po’ per farlo conoscere meglio e anche per l’attualità del suo
approccio evangelico.
Bartoletti nasce a San Donato di Calenzano (FI) il 7 ottobre 1916 e muore a Roma, come Segretario della CEI, il 5 marzo 1976. Arrivato da Firenze a Lucca – come vescovo ausiliare dell’Arcivescovo Antonio Torrini – la sera della luminara di
santa Croce del 1958, all’età di 42 anni, è costretto ad un salto umano, culturale e cristiano di non poco conto. Dalla vivezza
culturale della città di Dante, Petrarca, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, si ritrova nella città chiusa nelle sue solide
mura, certamente orgogliosa della sua libertà e della sua operosità, ma decisamente provinciale a confronto della città del
giglio. Dalla genialità e creatività di una Chiesa fiorentina che vede come protagonisti insigni il card. Dalla Costa, La Pira,
don Facibeni, don Milani, p. Balducci e p. Turoldo, si ritrova in una Chiesa ricca di tradizioni, di pratiche e di consuetudini.
Eppure, Bartoletti, con l’amore appassionato per la Chiesa che le è stata donata, con la sua signorile e singolare pazienza, con la sua acutissima capacità di relazioni personali, pian piano si lega alla nostra città, oserei dire che se ne innamora,
al punto da definirla in due Omelie in occasione della Santa Croce: «incomparabile città»;1 «prestigiosa città».2 Nella sua
bocca, questi non sono aggettivi formali, ma rivelano la scoperta che lui ha maturato di questa incomparabile e prestigiosa
città. Una scoperta che si è portato nel cuore fino alla morte. Una scoperta che per lui ha significato legami con persone
precise, rapporti schietti e rispettosi verso le istituzioni, immersione nella fede della gente semplice; una pistis, come lui diceva, una fede semplice e profonda vissuta dai semplici al di là degli involucri tradizionali e religiosi. Il suo amore, ma anche il suo dolore per Lucca è espresso in alcuni passaggi del suo Diario spirituale.
«Novembre 19-25. 1961. Villa Alma Pace – Antignano/Livorno – Esercizi Spirituali – per me –. Lascio Lucca dopo giornate molto
dure spiritualmente. Come al solito, segnate da sgomento, tristezza, paura. Sono persuaso della necessità di questi esercizi; li desidero;
ma non mi sento preparato. Mi affido al Signore».
«16 Gennaio 1971. Dopo giornate di interrogativi angosciosi e di difficile sottomissione, sono entrato nella pace. Forse «il Riposo»
di Dio? Oggi ho accettato l’annuncio della mia nomina ad Arcivescovo Coadiutore con diritto di successione, nella preghiera, nella totale e serena accettazione della volontà del Padre … Mi ha confortato – segno della bontà del Padre – l’affetto e la gioia di alcuni sacerdoti, più vicini al mio spirito. Non è cambiato nulla; ed è cambiato tutto. Sono legato e incarnato in questa Chiesa di Lucca. Devo esservi
segno dell’amore di Dio, della ricerca del Vangelo, della presenza di Gesù il Signore. So bene che mi attendono grosse difficoltà e gravi
responsabilità. Debbo dare un ordine nuovo alla mia giornata e al mio lavoro. Debbo intensificare la mia preghiera, per una crescita nella
fede e nell’amore … Debbo avere più coraggio, per essere più libero ed equilibrato nelle decisioni e negli impegni … Non debbo aspettarmi successi né unanimi consensi. Debbo amare, e basta. Profondamente, seriamente, fedelmente. Signore, non ho nulla che possa dar
certezza a questi miei propositi. Ho solo la tua grazia e la tua presenza: che non me ne distacchi mai».
«19 feb. 1973. Mentre sono più che mai tentato per Lucca e avverto le mie tremende responsabilità, viene G.A. [Giuliano Agresti] e
dopo una rapida esposizione del mio parere, dice di sì alla designazione ricevuta e sottoscrive la sua accettazione «in nomine Domini».
Ho l’impressione che abbia fatto con intimo sacrificio, accettando con fede il disegno misterioso del Padre. Debbo accompagnarlo con
venerazione, amicizia, riconoscenza, preghiera. Contrasto di sentimenti dentro di me. Percezione della mia miseria. Accettazione, per ora
e per domani, della volontà del Padre, con fede, con sofferenza, con amore. Raccomando tutti, ma stancamente, al Signore».
«22 apr. 1973. Ultima Pasqua a Lucca. Medito la pagina di Emmaus. È per me. Speranza delusa, speranza cristiana. Cammino della
speranza: di tappa in tappa; di Messa in Messa».
«24 apr. 1973. Lascio Lucca per sempre. Distacco tremendo. Rimpianto per quello che non ho fatto. Dolore per il disagio di questi
ultimi mesi, che forse hanno cancellato tanto di me: «Deo gratias». Distacco anche dalle persone, specialmente da alcuni sacerdoti …
Sono tuoi, Signore. Li ridono a Te. Ricomincio come Abramo. Sono sulla via di Emmaus».
1
«Perché il mondo si salvi per mezzo di lui», Omelia per la Santa Croce, Lucca, Cattedrale di S. M artino 14 settembre 1971, in E. BAR TOLETTI,
Parola di Dio e Omelie, a cura di P. GIANNESCHI, Ave, Roma 1981, 304.
2
La «beata passione» del Signore, Omelia per la Santa Croce, Lucca, Cattedrale di S. M artino 14 settembre 1972, in BARTOLETTI, Parola di
Dio e Omelie, 312.
1
Da questo suo amore fedele, indissolubile, appassionato, per la nostra città e per la nostra Chiesa, Bartoletti ci incalza
ancora con un interrogativo; interrogativo che rivolse nel 1966 alle parrocchie della città di Lucca riunite in Cattedrale in
occasione del Giubileo Straordinario indetto al termine del Concilio Vaticano II: «Chi siamo noi? Chi siete voi? … La risposta – ebbe a dire – si fa qui palese e tangibile … Chi siamo dunque? Noi siamo la Chiesa nella città; non per dominarla,
non per asservirla, non per clericalizzarla, ma per darle il supplemento di anima, che spesso le manca; per renderla, pur rimanendo nel suo ambito profano e terrestre, simbolo e preannunzio della città celeste».3
Il richiamo di Bartoletti alla città – in particolare alla Chiesa che vive nella città – coinvolge e attraversa, anche oggi la
nostra comunità diocesana, invitata dall’Arcivescovo Italo a porsi in ascolto dell’uomo là dove vive, ama, lavora, soffre,
gioisce. Bartoletti, in diverse occasioni, torna sulla necessità di un ascolto attento della vita della gente, colta nella concretezza del suo vivere quotidiano. Nei suoi interventi delinea tre percorsi, tre accenti attraverso i quali, la comunità cristiana
può essere in profondità anima della città: 1) la riscoperta della fede «più difficile»; 2) la conversione del cuore; 3) i segni
dei tempi.
2. La fede difficile
La prima strada da percorrere per essere anima della città è la riscoperta della fede in un mondo sempre più secolarizzato. È il ritrovamento di quella fede «più difficile», che i cristiani sono chiamati a incarnare nell’oggi della città. «La fede,
infatti, – diceva – non è semplicemente una religiosità generica, fatta di pratiche e di consuetudini, staccate dalla vita; non è
nemmeno la pura e semplice conoscenza o accettazione intellettuale di alcune dottrine rivelate. Essa nasce dall’incontro e
dal dialogo personale con la persona vivente di Dio, che si rivela e si dona in Gesù Cristo; essa è adesione e risposta vitale
alla sua Parola e al suo disegno di amore … La risposta della fede, è una adesione a Cristo, morto e risuscitato; persona vivente, alla destra del Padre, e nella realtà della storia; nascosto e presente nel mistero della Chiesa e dei suoi Sacramenti;
impegnato con noi e, attraverso di noi, alla salvezza di tutto l’uomo, nella sua esistenziale unità».4
Ma proprio perché la fede non è l’atto di un momento, ma l’amicizia continuamente approfondita con il Signore vivente,
essa deve diventare atteggiamento permanente di colui che si dichiara credente. Afferma Bartoletti: «Forse la crisi di fede,
in atto fra gli uomini nel nostro mondo secolarizzato, è innanzitutto una crisi di preghiera, una mancanza di silenzio interiore, una incapacità di ascolto della parola di Dio».5
Per consolidare il movimento permanente della fede, è necessario un abbandono fiducioso alla parola di Dio; un ascolto
religioso di essa; un contatto vivo ed efficace con la Parola che chiama e giudica, che rimprovera e sospinge, che invita alla
riflessione e alla conversione. E allora, conclude il Vescovo: «nella liturgia come nella catechesi, nello studio che nella riflessione personale, è necessario volere, promuovere, operare a tutti i livelli questo contatto religioso con la parola di Dio,
per professarla con le nostre parole e i nostri gesti sacri, per testimoniarla con la nostra vita».6
3. La conversione del cuore
Un secondo sentiero che è necessario percorrere per diventare anima della città e non dominatori di essa è la conversione del cuore. Mi sembra che Bartoletti sia stato il primo a introdurre, al termine delle stazioni quaresimali cittadine, la Celebrazione comunitaria del sacramento della penitenza, nella Chiesa di S. Paolino. Con questa iniziativa, comunicava con un
gesto alla città, la necessità che la comunità cristiana tutta aveva da ritrovare una coscienza consapevole delle proprie ferite
e del proprio peccato. Con quel gesto richiamava, anzitutto, la chiusura della stessa comunità cristiana alla conversione del
cuore, quasi la sua indisponibilità a giudicare sé e il mondo alla luce del giudizio di Dio. Attraverso il contatto e la consapevolezza della durezza del cuore, invitava se stesso e la Chiesa tutta a porsi sotto il giudizio misericordioso e scardinante del
Padre. Supplicava, i cristiani, di farsi discepoli umili e disarmati della parola viva ed efficace di Dio.
Commentando il versetto di Matteo (18,3): «Se non vi convertirete e se non vi farete piccoli, non entrerete nel regno dei
cieli», diceva: «Chi non è umile non può avere la fede, che vede anche attraverso povere persone, la presenza del Signore.
Chi non è umile non può tacere di fronte a una Chiesa che talvolta perde, almeno nella sua visibilità, lo splendore del volto
del Signore. Chi non è umile non può guardare fino in fondo, non può cercare dalla storia il mistero … Soltanto chi è profondamente umile spera ad ogni costo, in tutti i modi; sempre va avanti per la strada anche quando è buio, senza fermarsi e
senza tornare indietro … Soltanto chi è umile può avere ed esercitare la carità. Il superbo non si dona. Il superbo chiede; il
superbo non si piega sul fratello e sulle sue ferite … Il superbo non può esercitare la carità che è fusione e completamento
3
La Chiesa locale anima della città, Omelia per il Giubileo straorinario, Lucca, Cattedrale S. M artino 8 maggio 1966, in BARTOLETTI, Parola di Dio e
Omelie, 177.179.
4
Il cristiano e la vita di fede, Omelia per la festa di S. Paolino, Lucca, Basilica di S. Paolino 12 luglio 1970, in BARTOLETTI, Parola di Dio e
Omelie, 287-288.
5
Il cristiano e la vita di fede, 289.
6
In ascolto della Parola di Dio, Omelia per la festa di S. Paolino, Lucca, Basilica di S. Paolino 12 luglio 1967, in BARTOLETTI, Parola di Dio e
Omelie, 286.
2
di se stessi, della propria personalità in un rapporto di dedizione a Dio e ai fratelli. Soltanto l’umile comprende che donandosi guadagna; soltanto l’umile capisce che espandendosi e ponendosi in rapporto con gli altri costruisce veramente la sua
personalità».7
Il cammino di conversione, ricentrando il cuore in Dio, costituisce il cristiano e la comunità povera tra i poveri. La trasformazione del cuore impone uno stile di povertà che farà confidare solo in Dio, al di là delle nostre organizzazioni e delle
nostre opere; detterà un genere di vita che sia il più possibile vicino a quello dei poveri; farà cercare e aspettare, piuttosto
che trovare, esigere e comandare. Renderà capaci di «essere» piuttosto che di «apparire», di dare piuttosto che di chiedere e
di ricevere.8 La conversione del cuore, in definitiva, è conversione della nostra coscienza, spesso chiusa nella sua volontà di
potenza, perché da essa maturino atteggiamenti concreti di riconciliazione, di concordia, di fraternità.
4. I segni dei tempi
Infine i segni dei tempi. Così si esprime il Vescovo per la festa di S. Paolino del 1970: «La fede ha i suoi momenti forti
nell’ascolto religioso della parola di Dio, nella comunità dei credenti; nel colloquio con Dio, personale e intimo, che si fa
preghiera e contemplazione; nell’accettazione, umile e attenta, dei “segni dei tempi”, che riflettono la verità del Vangelo e
ci incitano alla conversione».9 Ma cosa significa – nel linguaggio di Bartoletti – «umile e attenta accettazione dei segni dei
tempi?».
Il Vescovo ripete spesso una frase della Lumen gentium (n. 1): «La Chiesa è in Cristo, come un sacramento o segno e
strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La Chiesa, fondata nel Padre, nel Figlio e nello
Spirito Santo, è nel mondo, non per aggregare a sé tutta l’umanità, ma per esserne il fermento, l’anima, in qualche modo,
l’inquietudine.
Per esprimere questo suo cammino di incarnazione profetica e sapienziale, la Chiesa è chiamata a farsi «sentinella nella
notte», capace di vedere, in sé e attorno a sé, l’ora della novità, l’alba sperata di una lunga giornata di pace. Bartoletti intende partecipare a questo sguardo di Chiesa e con essa si chiede con il profeta Isaia: «Custos, quid de nocte? Sentinella, a che
punto siamo della notte?». E attende la risposta profetica: «Fugge la notte e viene il mattino. Pregate, convertitevi, venite!»
(Is 21,11-12).10
Ma la risposta tarda. Anche lui, allora, entra nell’attesa e dilata lo sguardo. Da sentinella nella notte, si immerge nella
lettura dei segni dei tempi, si fa umile testimone di carità, si apre al dono e all’attesa della liberazione nel gesto sacramentale. La necessità e la circolarità di questi tre momenti, Bartoletti li ripropone continuamente.
Attento lettore dei segni dei tempi. Convinto che la Parola vivente di Dio si incarna nelle parole umane, Bartoletti si pone alla ricerca della parola di Dio nelle parole degli uomini privilegiando due atteggiamenti, che oso chiamare spirituali: lo
stare dentro la complessità dell’oggi e il discernimento degli eventi alla luce della parola di Dio. Bartoletti si fa sentinella
accettando di stare dentro la complessità dell’oggi. È convinto che solo chi sta dentro le vicende e le abita con simpatia,
partecipazione, condiscendenza, senso critico riesce a cogliere qualcosa delle tracce che lo Spirito dissemina nella storia. I
primi esploratori della terra promessa, dopo aver visto la sua «novità», invitarono il popolo d’Israele a non entrarvi, perché
riferirono: «quella terra divora i suoi abitanti» (Nm 13,32-33). Mosè non si fece intimidire e preparò il popolo a prendere
possesso del «paese». Bartoletti, consapevole del dettato biblico, è traghettatore in questa stessa direzione. Come Mosè,
invita la Chiesa a non estraniarsi dal mondo e giudicarlo dall’alto; la sospinge, al contrario, a lasciarsi consumare da esso,
fino a riconoscere «quella fede che il mondo ha già in sé: il germe di salvezza».11
Stare dentro gli eventi, tuttavia, non è tutto. È necessario sottoporli al discernimento della parola di Dio. I segni dei
tempi, per Bartoletti, non sono semplicemente i «fatti storici», ma i fatti illuminati e giudicati dalla parola di Dio. Un discernimento operato dalla e nella Chiesa locale. È la stessa comunità cristiana il luogo privilegiato del confronto tra storia e
Vangelo, perché in essa si può partecipare a questa ora della storia della salvezza e, aprendosi all’incarnazione, alla morte e
alla risurrezione del Signore, continuare la fedeltà e la fecondità dell’incarnazione stessa nel cuore dell’uomo e nelle realtà
del mondo. Rileggendo i suoi scritti e gli appunti non pubblicati si coglie come Bartoletti si sia reso sensibile a quasi tutte le
tematiche della Gaudium et spes, pace, famiglia, donna, lavoro, politica e ai vari problemi che hanno attraversato la società
e la Chiesa in quegli anni: divorzio, aborto, concordato, presenza dei cattolici in politica. È interessante sottolineare
7
Omelia, VI incontro del clero lucchese, Bocca di M agra, 27 agosto 1965, 341-342, in BARTOLETTI, Parola di Dio e Omelie, 341-342.
Cf. La missione sacerdotale, Omelia per il Giovedì Santo, Lucca, Cattedrale di S. M artino 1968, in BARTOLETTI, Il sacerdozio ministeriale, a
cura di P. D’ANTRACCOLI, Città Nuova, Roma 1978, 91-92.
9
Il cristiano e la vita di fede, Omelia per la festa di S. Paolino, Lucca, Basilica di S. Paolino 12 luglio 1970, in BARTOLETTI, Parola di Dio e
Omelie, 289.
10
Bartoletti usa la metafora di Isaia in Se vuoi la pace lavora per la giustizia. Omelia, Lucca, Cattedrale di S. M artino 1 gennaio 1972, in BARTOLETTI, Parola di Dio e Omelie, 195-199.
11
Pastorale della Chiesa e partecipazione dei laici. Relazione, 20 febbraio 1965, in E. BARTOLETTI, Chiesa locale e partecipazione dei laici, a
cura di P. GIANNESCHI, Ave, Roma 1980, 222.
8
3
l’atteggiamento con cui ci si deve porre in ricerca dei segni dei tempi: «Non si può, superbamente, metterci all’ascolto soggettivo della parola di Dio senza confrontarla con la realtà degli uomini, senza ascoltare gli uomini che ne sono, attraverso il
dono dello Spirito, degli illuminatori, e dei portatori. E non si può non ascoltare religiosamente la parola di Dio senza avere
anche un’attenzione concreta alla realtà del mondo nella quale viviamo, quella realtà per la quale Dio ha detto, e dice ora,
“oggi”, “qui”, la sua Parola».12
Qualcosa di questo suo stile, espresso negli anni della maturità, lo si ritrova anche nel Diario spirituale, quando, ad esempio, si sofferma a descrivere alcuni momenti della guerra e la stessa caduta di Mussolini; scrive il 23 luglio 1943: «Mussolini è caduto: ho sentito
Iddio attraversare la storia! Fino a ieri sera nessuno ci pensava; e si viveva soltanto sotto l’incubo delle incursioni. Stamani, aria insolita.
Ho incontrato il Babbo: non ne poteva più dalla gioia. Quello che io non sapevo era l’annuncio dato stanotte: Mussolini dimesso, Badoglio Capo del governo. Vado a Firenze: la gioia comune – prima timida e incerta poi invadente, esplosiva volgare anche… (son troppo
lunghi vent’anni di repressione!). Ma insomma, si respira! Eppure sento la tristezza di un uomo che passa e non mi so capacitare di un
avvenimento così travolgente. È proprio Iddio che domina la storia! Un uomo “che aveva sempre ragione”; un idolo addirittura, a cui
tutti indistintamente mandavano il loro incenso; un semidio, che faceva e disfaceva d’uomini e cose, oggi è il ludibrio di tutti; è un pover’uomo della strada, forse anche meno. Dio è passato! Però la gente non lo sa; e mi fa rabbia essa pure. Non si accorge che il mo mento
è terribilmente grave. In mezzo a tanta rovina materiale e morale, fra i tremendi interrogativi dell’ora nostra, […] il cambiamento di governo non è che un’iniezione di morfina: addolcisce, ma accelera la fine. E la gente invece – egoisticamente – crede di aver trovato un
principio. Signore benedite la Patria nostra, fateci la nostra unità. Soprattutto i Cattolici – io per primo – sentano la loro responsabilità,
nell’ora che volge».
Umile e operoso testimone di carità. La lettura dei segni dei tempi sospinge alla testimonianza della carità. L’agape,
scrive, «pur mantenendo fondamentalmente il suo oggetto: Dio in se stesso, è l’unica vera forma, per la Chiesa, di scendere
nella realtà del tempo e dello spazio; di scendere nella carne dell’uomo».13 Agape che si fa diaconia, servizio ai fratelli, capacità di ascolto, accoglienza dei piccoli, condivisione della condizione dei più poveri. Testimonianza di carità che si fa impegno per la promozione umana, per la giustizia e per la pace. Bartoletti è convinto, tuttavia, che sia la carità a portare alla
giustizia e alla pace; scrive nel 1972: «Operando per la giustizia nel mondo, il cristiano sa di collaborare al disegno d’amore
del Padre; ed è consapevole che la Pasqua eterna, verso cui tende, comporta quest’esodo di solidarietà e di giustizia, che
passa per le strade del mondo».14 In questo modo «il rispetto e la promozione dei diritti dell’uomo si intreccia, in ciascuno
di noi, e si identifica, più che con la giustizia, con la carità; non ipocrita o fittizia, non sentimentale o romantica, non protestataria e inerte; ma con quella vera, forte e paziente, umana e soprannaturale, silenziosa, ma operativa e generosa».15
Immerso nel “gesto” sacramentale. La Chiesa, è davvero sentinella nella notte, perché annuncia e porta al mondo la
liberazione totale e integrale operata da Cristo e riproposta nei gesti sacramentali. Scrive: «I veri avvenimenti che costituiscono ancora oggi il mondo, la speranza della sua trasformazione e della sua piena realizzazione, sono i momenti sacramentali nei quali, nella Chiesa il fedele a nome di tutto il cosmo, a nome di tutta la realtà, veramente trasforma il mondo».16
Immergersi nel gesto sacramentale non è, allora, esteriore celebrazione rituale, non è fuggire la storia, al contrario è assumere uno stile di povertà che apre alla confidenza in Dio, all’ascolto disinteressato del fratello, alla disponibilità a camminare con lui e insieme a lui, a portate il peso e la gioia della città.
La fede difficile, la conversione del cuore, l’accettazione dei segni dei tempi ci costituiscono, davvero, Chiesa nella città. Una Chiesa chiamata ad ascoltare la comunità degli uomini. Una comunità cristiana aperta ad una presenza non supponente e dominatrice, ma rispettosa e umile, incarnata e solidale, critica e aperta al futuro, capace di ascolto e di servizio disinteressato.
12
La partecipazione corresponsabile dei laici nell’edificazione della Chiesa locale. Relazione, Roma 17 febbraio 1973, in BARTOLETTI, Chies a
locale, 243.
13
Ritiro spirituale, Per il VI incontro del clero lucchese, Bocca di M agra, 23-27 agosto 1965, in BARTOLETTI, Parola di Dio e Omelie, 348.
14
Se vuoi la pace lavora per la giustizia. Omelia, Lucca, Cattedrale di S. M artino 1 gennaio 1972, in BAR TOLETTI, Parola di Dio e Omelie, 198.
15
Cristo nostra pace. Omelia, Lucca, Cattedrale S. M artino 1 gennaio 1969, in BAR TOLETTI, Parola di Dio e Omelie, 187. È interessante una
sua ulteriore riflessione: «La Chiesa, e il cristiano nella Chiesa non può accontentarsi di parlare di liberazione …; la Chiesa attraverso i suoi
membri, secondo lo stato e la vocazione di ognuno … deve partecipare al processo di liberazione dell’uomo. Senza per questo politicizzarsi nel
senso preciso della parola, senza in qualche modo infeudarsi al potere civile che ha una sua precisa configurazione e una sua precisa finalità, la
Chiesa attraverso i suoi membri deve entrare nella realtà del mondo e con la carità che le viene da Cristo … deve inserirsi, partecipando in pieno
e soffrendo in pieno tutti i processi di liberazione che l’uomo porta avanti nella società. Ed è in questa partecipazione che la Chiesa e il cristiano
non ha nemmeno il bisogno di rendere proprio, esclusivo questo processo di liberazione, non ha nemmeno il bisogno di metterci il timbro cristiano; è in questo processo di liberazione che la Chiesa cristiana può collaborare con gli altri, può partecipare al lavoro degli altri, portando agli
altri se stessa, cioè la propria realtà intima e profonda … la testimonianza non solo della propria parola, ma anche e soprattutto della propria vita» (La Chiesa sacramento di Cristo segno e strumento di liberazione. Relazione, Terni, 27 giugno 1973, in E. BARTOLETTI, La Chiesa nel mondo, a
cura di P. GIANNESCHI, Ave, Roma 1982, 157-158).
16
La Chiesa sacramento di Cristo segno e strumento di liberazione. Relazione, Terni, 27 giugno 1973, in BARTOLETTI, La Chiesa nel mondo, 159.
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