Red Shoes Are Back The Book
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Red Shoes Are Back The Book
1. PROLOGO
Innocent climbing. Secondo Pat Riley, il grande guru del basket NBA, succede alle squadre ben
allenate e ben costruite quando improvvisamente come per magia gli errori si riducono, la mentalità
diventa quella predicata per settimane invano dal coach e i risultati assumono contorni sorprendenti,
i giocatori maturano il piacere, la voglia di stare in campo, assieme, di tradurre in pratica quello che
prima era sacrificio. Era fatica. Difficile dire quando l'Olimpia abbia spiccato il balzo in avanti,
quando abbia smesso di essere un progetto, un'idea e invece è diventata una squadra, quasi una
macchina da guerra, da record, da vittorie. Quella che racconteremo è la storia entusiasmante di una
stagione entusiasmante, di un progetto diventato in fretta, ma improvvisamente, un modello. Potete
leggere questa storia accompagnandoci tra aneddoti, ricordi, gioie, momenti brutti, accenni di crisi e
decidere voi stessi quando è successo. Quando c’è stato l’Innocent Climbing? Forse a Cantù,
subendo la lezione di basket di cui parlò Alessandro Gentile? Forse a Istanbul dopo la prima batosta
al debutto in Eurolega o magari il giorno del suicidio di Roma, della crisi di Coppa Italia. Forse
invece nella grande notte del Forum quando i bicampioni d'Europa dell'Olympiacos vennero
annientati. Ognuno ha la sua idea. Forse tutto è nato in tante piccole tappe. Durante il viaggio.
Perché in ogni percorso quello che conta non è il momento in cui tagli il traguardo ma tutto quello
che ti ha portato fino lì. Il viaggio.
E il viaggio è cominciato davvero nel mese di agosto, nella sala riunioni della sede del Lido, quando
ai giocatori fu mostrato un video che ripercorreva un pizzico di storia dell'Olimpia ma soprattutto i
tratti somatici del vero giocatore Olimpia. Uno che - era scandito nel video - non ha paura di niente.
L'immagine simbolo per rappresentare il concetto era quella di Roberto Premier nella finale per lo
scudetto di Livorno nel 1989. Premier, a fine gara, circondato dal pubblico avversario, solo contro
tutti, a menare pugni, senza paura. Quella clip venne cancellata perché era troppo forte, perché a
troppi giocatori cui il nome Premier avrebbe detto poco o nulla, avrebbero potuto interpretare male.
Ma Premier sarebbe stato orgoglioso di far parte di questa squadra, capace di riemergere dal nulla,
dalle difficoltà, di vincere lo scudetto rimontando da meno 8 nel quarto periodo.
Quando i giocatori subito dopo misero piede in laboratorio, ovvero nella palestra secondaria del
Lido, dove la squadra si allena nel 90% dei casi, trovarono una scritta che sarebbe stata destinata a
suscitare grande curiosità. In inglese recita: se non sei qui per vincere sei nel posto sbagliato. La
frase è stata copiata dallo spogliatoio dei New York Knicks ma non voleva essere solo uno slogan.
Voleva essere un messaggio chiaro, martellante. Conta solo vincere, provarci, non conta nulla di
altro. Statistiche, soldi, contratti. Solo vincere. Quindi solo la squadra. Non era una banalità.
Vincere non è mai facile, non lo è mai stato. L’Olimpia è partita da una squadra tutta nuova, con
uno staff tecnico rivoluzionato, metodi diversi, attraverso un processo di crescita straordinario. La
squadra che perse al debutto a Brindisi non era certo la stessa destinata ad avere un ruolo da
protagonista in Europa. E i momenti difficili non sono mancati, alcuni già menzionati. Persino nei
playoffs, affrontati sulla scia dell’eliminazione dai quarti di Eurolega per mano della squadra che
poi avrebbe vinto il titolo, il Maccabi Tel-Aviv. Quell’eliminazione, causata anche da una
rocambolesca sconfitta in gara 1, aveva elevato il livello di tensione attorno alla squadra
trasformando un’Eurolega importante, bellissima, divertente in un’Eurolega percepita talvolta
erroneamente come quella dell’occasione sprecata. Il peso della responsabilità è andato in campo
con l’Olimpia nei playoffs italiani, soprattutto contro Pistoia in un primo turno rivelatosi durissimo
e rispettoso del fattore campo. Ci sono stati altri momenti complicati: la sconfitta con Sassari in
gara 5 e l’obbligo di giocare, senza Daniel Hackett, in gara 6 la miglior partita dei playoffs. E
naturalmente quella, sempre in gara 5, con Siena che ha portato la squadra immeritatamente
sull’orlo del baratro, un baratro dal quale è riemersa vincendo gara 6 in trasferta, l’ultima partita
casalinga della storia della Mens Sana, con una partita mostruosa di Alessandro Gentile e il canestro
risolutivo, sulla sirena, liberatorio, di Curtis Jerrells.
Lo scudetto è stato il frutto di un progetto, nato nel 2008 quando l’Olimpia venne rilevata dalla
“Giorgio Armani SpA” diventandone un’espressione diretta. A quei tempi, Livio Proli, presidente
designato, decise di costruire non solo una squadra con un marchio prestigioso stampato sulle
maglie ma un progetto vero, basato su sponsor, ricavi, attività sociale, affiliazione dei club della
zona e non solo per radicare il nome Olimpia sul territorio (l’Armani Junior Program), un certo
stile, trasparenza, per vincere ma in modo sano con un club che fosse riconoscibile e destinato a
durare nel tempo, con radici solide. Proli ha coronato il suo obiettivo il 27 giugno 2014 quando solo
dentro lo spogliatoio, davanti alla sua gente, si è lasciato andare alla gioia. Per anni, ha combattuto
contro diffidenza, critiche, molte delle quali ingiuste e moltissime assurde, ingoiando bocconi amari
per costruire una società che fosse un esempio, che avesse radici solide oltre che una squadra,
combattendo contro la perversa tendenza dello sport italiano di incensare solo i vincitori e
considerare tre secondi posti solo altrettante occasioni perse, accettando la logica secondo cui conta
solo quello che fai in campo non quello che costruisci attorno nel valutare un manager. Il 27 giugno
2014, assediato in fondo alla panchina e poi rapido nel guadagnare lo spogliatoio, Livio Proli ha
potuto urlare tutta la sua gioia, due giorni dopo essere stato il primo, negli spogliatoi di Siena nei
secondi successivi alla vittoria di gara 6 quando era importante non sprecare energie nervose vitali.
Lucidità innanzitutto.
2. FLAVIO PORTALUPPI
Flavio Portaluppi è uno dei più grandi lavoratori che esistano al Mondo. La sua forza è la capacità
sovrumana di autodisciplinarsi. Quando si mette in testa un obiettivo, lo fissa, lo guarda negli occhi,
nulla lo distoglie dal desiderio feroce di perseguirlo. Conoscendo Portaluppi il dirigente, non è
difficile comprendere come abbia fatto, contro tutti i pronostici, a diventare un giocatore di
successo, un giocatore non protagonista ma efficace di una squadra come l’Olimpia anche in epoche
importanti come nella stagione del piccolo slam di Boscia Tanjevic. Portaluppi è un lavoratore
infaticabile, è serio nell’approccio e aperto di mente. Facile immaginare che ad un certo punto della
sua carriera si sarà reso conto di poter sfondare solo se il suo proverbiale tiro da fuori fosse stato
usabile, quindi accompagnato da una grande rapidità di esecuzione. Che si è costruito fino a farla
diventare il proprio marchio di fabbrica. Da un ex giocatore di lungo corso ti aspetteresti in effetti
che come dirigente fosse in sostanza totalmente rapito dall’aspetto tecnico della professione: scelta
di giocatori, scouting, indirizzi programmatici. Invece a tutto questo ha aggiunto una straordinaria
disponibilità a imparare ed essere competitivo in tutto: gestione finanziaria, comunicazione,
pubbliche relazioni, ticketing, l’ultima grande passione assieme alle corse di lunga durata, scoperte
oltre i 40 e aggredite con la disciplina mentale del fachiro (chi lo conosce sa di cosa stiamo
parlando). Per svelare un aneddoto: ad un certo punto la passione per la corsa dentro lo staff
dell'Olimpia è diventata una pratica anche scaramantica. Protagonisti principale, ovunque e
dovunque, a Sassari o Siena, ad Assago o Tel-Aviv con Portaluppi anche il team manager Simone
Casali, qualche volta Giustino Danesi e spessissimo il presidente Livio Proli.
Viene da Corsico, Flavio Portaluppi, e arrivò all’Olimpia da bambino. “Il primo allenamento? Mi
sentivo del tutto inadeguato”, confessa. Ma era piccolo, leggero e bravo. Lo presero e lo tennero
all’Olimpia, dove ogni anno scalava il ranking della considerazione e abbatteva pronostici fino ad
arrivare alle nazionali giovanili e infine in prima squadra. Dicevano non avesse il fisico per fare la
serie A, poi per giocare nell’Olimpia, poi per giocare in Eurolega. E’ riuscito a fare tutto ed è il
secondo bomber nella storia del club. Nel 1996 segnò il canestro da tre punti dello scudetto, in
realtà quello della staffa “perché quello vero lo segnò Dejan Bodiroga in gara 3 a Bologna, sull’1-1:
quel canestro ci riportò a Milano per chiudere in gara 4 ed è quanto facemmo”. Cresciuto nel settore
giovanile dell’Olimpia, quando il club venne acquistato da Bepi Stefanel che portò a Milano in
massa i giocatori della Trieste di allora, lui fu tra i pochi superstiti. Andarono via Montecchi e
Antonello Riva, ad esempio, ma non lui. Tanjevic, allenatore innamorato dei progetti e del fisici
sensazionali, scelse il suo tiro. E non se ne sarebbe mai pentito. La stagione chiave della sua carriera
fu quando, giovanissimo, venne ceduto in comproprietà ad Arese in Serie A2. Devastò un
campionato nel quale ci si chiedeva se sarebbe stato competitivo, obbligò l’Olimpia a ricomprarselo
e capì quanto è importante nell’evoluzione di un atleta mettersi in discussione ad un livello
inferiore. Quando da dirigente fece la spola tra Cremona e Milano salvo tornare da general manager
nell’estate del 2012 – Gianluca Pascucci lasciò per andare nella NBA a Houston – disse che
“Cremona potrebbe essere per me da dirigente quello che Arese è stata da giocatore”.
Se la prima stagione da general manager è stata difficile per i risultati inferiori alle aspettative, le
tante crisi vissute da un gruppo, la seconda l’ha toccato dal punto di vista personale. Per la prima
volta nella sua vita si è trovato discusso non tanto come capacità – ha sempre avuto la forza mentale
per reggere l’urto dell’indifferenza o dello scetticismo – quanto come statura morale. Portaluppi,
sempre educato, amante dei toni bassi, duro quando serve ma mai sgarbato, marito e padre modello
di due ragazze meravigliose, lavoratore indefesso. Accusato in modo tanto ingiusto da sembrare
surreale da una frangia di tifosi dopo l’episodio che comunque ha segnato una parte di stagione,
quello dell’allenamento ritardato per il "confronto" tra una quarantina di tifosi. I cori, gli attacchi
personali l’hanno turbato. Probabilmente ha trovato nel sostegno di chi lavora con lui tutti i giorni il
conforto per attribuire a quanto accaduto il giusto significato, il peso che meritava. La partita
interna con Pesaro in un Forum occupato da meno di 6000 persone, una rarità da un certo momento
in poi, è stata la più difficile perché il suono dei contestatori si è sentito meglio. A fine gara
Alessandro Gentile con un gesto di grande generosità corse verso il tunnel per portarlo in campo
insieme alla squadra a salutare la parte “a favore” del tifo biancorosso. Portaluppi rifiutò l’invito per
dignità, buon senso, perché ama i toni bassi. Fu il giorno dopo che nacque l’idea, di Gentile, di
andare in campo contro il Barcellona con le t-shirt e il suo nome sulle spalle, per manifestargli
sostegno (l’Eurolega obbligò a rispettare le sue norme di fatto cancellando l’iniziativa, rinviata per
la gara seguente contro Cantù: qui possiamo ribadire che fu totalmente un’idea dello spogliatoio e
che Portaluppi non ne era minimamente al corrente. Fu il presidente Livio Proli con una spintarella
a cacciarlo fuori dal tunnel perché vedesse cosa stesse accadendo in campo).
Lo scudetto da dirigente è stato un sollievo, il premio per due anni vissuti sempre sul filo del rasoio,
fino alla fine, superando anche difficoltà di mercato, inevitabili quando una squadra viene
ricostruita da zero come l'Olimpia dello scudetto numero 26. Sfumata - questa era la situazione
estiva - la pista Hackett, il viaggio a Las Vegas per la summer league aveva proposto la candidatura
dell'esplosivo realizzatore passato anche per i Lakers, Andrew Goudelock. Era tutto pronto per
l'annuncio ma mancava la firma. Solo la firma come amano scrivere i giornalisti che fanno mercato.
Sottintendono che l'accordo è raggiunto e restano da preparare solo i documenti. Ma in una
trattativa la firma è tutto. E Goudelock la mise sotto il contratto scritto dall'Unics Kazan. A Milano
avrebbe giocato playmaker, particolare importante per la sua carriera NBA futura e avrebbe giocato
in Eurolega, vetrina migliore. Ma Kazan offriva il 40% in più di soldi. E i soldi vinsero. Così la
scelta cadde su Curtis Jerrells. Il general manager Flavio Portaluppi lo seguiva da tempo. Era stato
in procinto di venire a Milano già l'inverno precedente, quando venne rilasciato Omar Cook e venne
preso Marques Green. Banchi era attratto dal talento realizzativo e dalla personalità forte, necessaria
per farsi largo in una squadra con giocatori dal carattere forte come Langford, Gentile.
L'estate scorsa c'era una grande voglia a Milano di avere una squadra operaia. La definizione
spaventava Banchi perché il termine, utilizzato in senso positivo, generalmente significa carenza di
talento. E il Coach temeva che nelle difficoltà passasse il concetto che la squadra non avesse
abbastanza talento "quando invece giocatori come Langford e Gentile per me sono due fuoriclasse".
Quindi l'idea era che la squadra fosse operaia nella mentalità ma ricca di talento, pronto a essere
utilizzato. Infatti quando è nata la possibilità di prendere Hackett la scelta è stata quella di tenere il
giocatore più dotato di talento, Jerrells, non MarQuez Haynes, buon giocatore come ha dimostrato a
Siena ma bisognoso di briglie sciolte, di libertà, bisognoso di giocare a Texas-Arlington non al
Boston College come infatti era accaduto nella sua vita precedente. Anche perché Jerrells nel
frattempo stava spedendo importanti segnali di crescita, anche come atteggiamento. Quindi il
concetto di squadra operaia venne scelto fin dall’inizio come un concetto da combattere: operaia
nell’atteggiamento, nell’etica, nell’attenzione ai dettagli, non operaia in termini di talento. Banchi
poteva scegliere Malik Hairston invece scelse Keith Langford e poi un playmaker di un certo tipo
invece scelse un realizzatore come Jerrells. Ma la costruzione della squadra è stata lenta forse,
graduale, ma portata avanti con enorme attenzione.
Quando qualcuno sostiene di aver centrato tutti gli obiettivi di mercato spesso mente, perché
nessuno prende tutte le sue prime scelte e comunque raramente la squadra che pensi è quella che
costruisci. L’importante è non deviare dalla strada maestra, avere soluzioni alternative, capacità di
flessibilità e adattamento. Daniel Hackett era la prima scelta come playmaker, ma quando decise di
rimanere a Siena a luglio, l’Olimpia andò su un altro tipo di squadra. Banchi non voleva un
playmaker tradizionale semplicemente perché non c’era sul mercato, non lo era il suo Bobby Brown
a Siena e Hackett andava benissimo. Ma Hackett non venne, e si puntò su Goudelock, poi su
Jerrells. E come centro la prima scelta – tutti lo sapevano, la Gazzetta dello Sport lo scrisse a
caratteri cubitali – era Bryant Dunston, in uscita da Varese. Anche su Dunston vinse la miglior
offerta dell’Olympiacos campione d’Europa e con Joey Dorsey, altro candidato, al Barcellona,
emerse la candidatura di Samardo Samuels: giovane, un talento sul quale lavorare, che voleva
l’Europa perché nella NBA stava troppo seduto in panchina e si sentiva troppo ricco di energia e
desiderio per rimanere lì, seduto. David Moss fu preso abbastanza in fretta. Bruno Cerella anche:
doveva completare il reparto, impegnarsi, sbattersi, non avere pretese. Alla fine ha dato più di
quanto ci si aspettasse. CJ Wallace venne scelto perché serviva un 4 con tiro da fuori e lui era anche
navigato, esperto, un uomo spogliatoio e con il passaporto congolese necessario per non bruciare un
posto da americano. Purtroppo quando cominciò ad allenarsi per i Campionati Africani con il
Congo, Wallace scoprì di avere un problema alla schiena e dovette operarsi. Fu allora che si decise
di prendere anche Kristjan Kangur, reduce da un’estate pesante con la Nazionale estone. Purtroppo
anche lui subì stessa sorte: ernia e operazione. La maledizione del “numero 4” servì a Nicolò Melli,
esaltato dall’estate azzurra, per prendere possesso con energia del ruolo di titolare. Angelo Gigli fu
preso per fare il cambio di Samuels. Tornò a Milano, dall’attività azzurra, che era in difficoltà
fisicamente. Si è fatto apprezzare tantissimo, un esempio di serietà, ma non è riuscito a ritagliarsi
spazio perché questa squadra non poteva aspettare nessuno e nel momento di massima difficoltà
fisica ha aggiunto al roster anche Gani Lawal. Una serie di infortuni che hanno devastato il settore
lunghi e costretto Portaluppi e Banchi a rispondere, con lucidità, fermezza.
Ma ovviamente la mossa più significativa è stata il ritorno di fiamma per Daniel Hackett,
concretizzatosi a dicembre, poco prima di Natale. Mossa coraggiosa perché a quei tempi Hackett,
visto come l’emblema della squadra di Siena, era considerato un nemico a Milano. In realtà,
conquistare la folla non è stato né difficile né lungo. E’ accaduto tutto in fretta, fin dalla prima
partita, del 26 dicembre, contro Cremona, il cosiddetto “Welcome Daniel Hackett Game”. L’arrivo
di Hackett ha permesso di correggere gli equilibri, togliere un po’ di pressione da Jerrells, garantire
taglia fisica al reparto almeno nel campionato italiano. Basti pensare che dopo l'arrivo di Hackett, la
squadra costruita da Portaluppi e Banchi ha vinto tutte le gare della regular season rimanenti
vincendo il campionato con cinque vittorie di vantaggio sulla seconda classificata, Siena.
"Da dirigente - dice Portaluppi - apprezzi molto di più le tante sfaccettature di un risultato o come
incide sul resto della società, concetti che da giocatore magari ti sfuggono perché sei più
concentrato su te stesso. Anche per questo considero questo scudetto più gratificante di quello vinto
in campo nel 1996". E il giorno dopo ha ricominciato a lavorare per confermarlo.
3. LUCA BANCHI
Luca Banchi non è stato un grande giocatore e non viene da una città di basket. Grosseto non è un
luogo cestisticamente rilevante. Il giocatore più famoso di Grosseto, Massimiliano Aldi, in realtà
viene dall'Isola del Giglio, anche se vanta uno scudetto e una Coppa dei Campioni proprio a
Milano. Ma è riuscito lo stesso a diventare un grande tecnico, ad esempio secondo nella classifica
del "coach of the year" in Eurolega dove a votare sono gli allenatori stessi. E Coach Banchi fa già
parte della storia del nostro club. Le sue esperienze di basket giocato risalgono a quando viveva a
Montecatini, poi lo convinsero giovanissimo a provare come allenatore e scoprì più che una
passione una vocazione. La sua vita. Grosseto, Affrico Firenze poi la grande chance a Livorno,
Livorno sì una vera città di basket, specie a quei tempi. Lo chiamò il Don Bosco, club specializzato
nel lavoro sui giovani, una specie di serbatoio di livello nazionale. Banchi passo dopo passo ne
diventò il braccio armato come il motore Massimo Faraoni era il braccio operativo.
Livorno aveva avuto due squadre in serie A fino a pochi anni prima e una, la Libertas, era arrivata
fino alla storica finale scudetto con Milano nel 1989. L'estate seguente Banchi sbarcò al Don Bosco.
Dopo la fusione tra i due principali club locali e il fallimento dell' operazione, il Don Bosco
raccolse il testimone cittadino. Banchi venne allevato come allenatore del futuro, vinse tre titoli
juniores consecutivi e infine promosso in prima squadra. Arrivò fino alla finale per la promozione
in serie A, poi venne chiamato dalla stessa squadra che l'aveva battuto in finale, Trieste. Due anni, il
ritorno a Livorno, poi Trapani e Jesi. Una carriera partita forte, tutti i passi ben ponderati, sembrava
entrata in un vicolo cieco. Venne chiamato a Siena, per sostenere la promozione di Simone
Pianigiani come capoallenatore. Fu allora, vincendo da assistente che la reputazione di Luca Banchi
tornò ad essere quella corretta. Quando Pianigiani lasciò Siena per Istanbul, lui ne ereditò la
panchina continuando a vincere, senza le stesse risorse, la stessa squadra. Eliminando Milano nei
playoff del 2013 dominando tatticamente si conquistò il diritto di diventare il prescelto per la
resurrezione dell' Olimpia.
Chuck Daly, grande allenatore NBA e anche della versione originale del Dream Team, era
soprannominato il Principe del Pessimismo. Forse è nella natura degli allenatori essere percorsi da
una vena di pessimismo. Ma chiunque abbia affibbiato quel soprannome a Daly non ha mai
conosciuto Luca Banchi. Il team manager Simone Casali, uno che invece si nutre di ottimismo,
coniò per lui il soprannome di Giacomino, da Giacomo Leopardi e il suo pessimismo cosmico. Ad
Atene, il giorno del debutto nelle Top 16, dopo pranzo, Casali bloccò Banchi. Pochi minuti prima il
coach aveva chiesto al tavolo quale fosse il ranking dei valori nel nostro girone. Che avesse
identificato nell'avversario del giorno, il Panathinaikos, il più forte era perfettamente in linea con il
personaggio. Casali chiese al coach di pronosticare realisticamente il numero di partite che Milano
avrebbe vinto nel girone. "Penso che finiremo 1-13, vinceremo solo la gara finale a Malaga".
Ovviamente Banchi fu felice di aver sbagliato pronostico e a dire il vero nessuno pensò neanche per
un attimo che fosse sincero. Il pessimismo di Banchi è anche un meccanismo di autodifesa:
aspettandosi sempre il peggio gestisce meglio avversità, crisi e anche benessere. Ma Banchi è anche
un perfezionista, maniaco dei dettagli, dello studio, del lavoro, attento a tutto ed esigentissimo,
incontentabile. Questo è il suo pregio più grande. L'incapacità di essere soddisfatto forse non gli
permette di godere totalmente dei momenti migliori ma è il motivo per cui le sue squadre
migliorano, non smettono di farlo. Come sarebbe successo a questa Olimpia, attraverso vittorie
interpretate come sconfitte, come se fossero collassi epici, come successe a Pesaro ad esempio,
partita vinta largamente ma giocata male. Attraverso vittorie importanti cancellate dopo due secondi
come a Bamberg. Il primo commento fu: "Adesso se abbiamo le palle vinciamo anche a Bologna"
(non successe per la cronaca). E dopo la strepitosa rimonta sull'Efes, la prima di tante grandi notti di
Eurolega al Forum, il pensiero volò subito verso la gara di campionato 48 ore dopo contro Reggio
Emilia (vinta nettamente).
Nel momento più complicato della prima parte della stagione, chiacchierando a tavola come si fa
spesso in trasferta, Banchi disse una cosa che fin da quel momento apparve al tempo stesso
profetica e promettente. Il Coach raccontò che negli anni dei tre titoli giovanili in fila vinti a
Livorno gli capitasse spesso, nel corso della prima fase, di perdere partite in modo anomalo.
"Provavo quintetti strani, atipici, sperimentavo e capitava di perdere. Poi a metà anno cambiavamo
passo e non perdevamo più, fino allo scudetto". Appunto: la squadra migliorava, come i singoli,
nessuna strada restava inesplorata e ad un certo punto, magicamente, tutto sembrava mettersi a
funzionare. Gioco, meccanismi, difesa, mentalità. Come è successo a Milano. Dopo la sconfitta di
Cantù del 23 dicembre, criticatissima ma subita giocando senza Samardo Samuels, senza David
Moss e ancora senza Daniel Hackett (che si trovava in sede nel suo primo giorno milanese),
l'Olimpia avrebbe vinto in campionato 21 partite di fila, tutte quelle del girone di ritorno, chiudendo
la regular season imbattuta. Ma forse hanno un peso maggiore due altre statistiche: in due anni nei
playoffs italiani Luca Banchi non ha mai perso un' "elimination game" (6-0 fronteggiando
l'eliminazione) e in Eurolega l'Olimpia ha vinto anche otto gare consecutive nelle top 16 sbancando
il Pireo, Vitoria e Istanbul (il coach è stato anche il primo allenatore dell'Olimpia a vincere il titolo
al primo colpo e il secondo dopo Carlo Recalcati a vincere due scudetti consecutivi con due squadre
differenti).
"Le vittorie, i trofei migliorano le carriere di tutti noi - ha detto il Coach nell'ultima cena con la
squadra - ma quello che conta veramente sono i valori e sono i valori che hanno reso questo gruppo
speciale". Il giorno di gara 7 i membri della sua vivace famiglia indossavano tutti delle t-shirt rosse
con scritto "Alla Finale Vince Sempre Luca Banchi", con riferimento ai suoi otto scudetti
consecutivi inclusi sei come assistente. La notte del trionfo, in piedi sopra i tavoli del Nobu,
incurante del mal di schiena, fedele ma sgradito compagno di una stagione, Luca Banchi ha anche
offerto una perla di saggezza: "Le vittorie bisogna saperle celebrare". Lui l'ha fatto mettendosi in
viaggio tre ore dopo per San Patrignano a partecipare ad un clinic per allenatori.
4. LIVIO PROLI
Livio Proli cominciò ad occuparsi di basket nel 2004 quando il gruppo Armani diventò sponsor
dell’Olimpia con il marchio Armani Jeans. In quel momento era un semplice membro di un
consiglio di amministrazione variopinto che includeva anche i due colossi del calcio locale, Milan e
Inter. L’Olimpia raggiunse una finale scudetto nei quattro anni di sponsorizzazione Armani, ma nel
2008 il club era considerato sull’orlo del fallimento, la cordata che l’aveva salvato la prima volta si
era sgretolata e serviva un nuovo proprietario. “Il Signor Armani mi disse di rilevare l’Olimpia –
dice il presidente Proli – Confesso che vista la situazione del club e i tempi stretti, sarebbe stato
consigliabile armarsi di pazienza. Invece lui volle agire in fretta, evitare il rischio fallimento. E fu
così che l’Olimpia diventò una delle società del gruppo”.
Il problema dell’Olimpia nei sei anni di proprietà Armani è stato quello di essersi imbattuta,
scontrata, contro il sistema Siena al massimo del suo splendore. Siena fortissima in campo, con un
budget importante, esperienza in ogni settore e un peso specifico altissimo. Sono stati sei anni di
lotte, spesso ad armi impari. L’Olimpia raggiunse la finale scudetto subito nel 2009 rimontando da
un girone di andata negativo, in cui non raggiunse neppure le Final Eight di Coppa Italia. Ma la
finale fu senza storia e lo fu anche quella successiva, nel 2010, dopo una stagione migliore. Il
divario restava ampio. Abnorme. Nel 2011, l’Olimpia fu eliminata in semifinale da Cantù, nel 2012
tornò in finale ma ottenne come unico risultato quello di perderla 4-1 con quattro sconfitte tutte
onorevoli. Ma intanto la società cresceva, il progetto si sviluppava, il sistema Olimpia prendeva
forma, come quello di un club che protegge il proprio allenatore, permette di lavorare, è serio, sano
e pianta le sue radici. “Forse siamo arrivati allo scudetto con un anno di ritardo – ammette Proli -, è
una gioia che il Signor Armani meritava. Sono contento soprattutto per lui, ma la società era
cresciuta lo stesso tanto, tantissimo. Era diventata negli anni una società strutturata, ben
organizzata”. Come manager, Livio Proli è giovane, giovanile, in forma, infaticabile. Si alza presto
e va a dormire tardi. Quando è diventato direttore generale del Gruppo Armani ha continuato a
considerare Modena la sua casa e il suo personale quartier generale, confermando la sua vocazione
itinerante (cresciuto a Predappio, ha vissuto anche in Trentino, si è laureato a Urbino in scienze
della comunicazione, ha lavorato ad Ancona, in Austria e a Bergamo prima di Modena e Milano).
Ma nonostante il successo nel mondo degli affari e dello sport è “uno del gruppo”. Può cenare in un
fast-food dopo una partita o mangiare un panino all’autogrill, fare merenda con la squadra o andare
a correre insieme ai membri dello staff. Presidente, uomo di successo, ma uno del gruppo appunto.
“Quando abbiamo rilevato l’Olimpia – racconta Proli – capii subito di cosa si trattasse. Io da
manager abituato a lavorare nell’ombra mi trovai davanti ad una folla di giornalisti, in una
conferenza stampa in cui venni subito attaccato, e mi trovai a rispondere di istinto. Ma abbiamo
perseverato, senza deviare dalla strada che abbiamo scelto”. La svolta la scorsa estate con la scelta
di Luca Banchi. “Ci incontrammo in una birreria come ormai sanno tutti, per conoscerci. Dopo
pochi minuti entrarono due pullman di giocatori di basket delle serie minori. Eravamo a Como.
Fummo scoperti”. E la notizia dilagò sul web diventando un gossip attendibile. Il giorno del trionfo,
il 27 giugno 2014, Proli ha menzionato sorridendo quell’episodio. E ha ricordato quanto fosse
orgoglioso di aver puntato su Alessandro Gentile fin da quando era poco più che un bambino. “La
scelta di nominarlo capitano, a dispetto dell’età, è stata la migliore che potessimo fare. Quando lo
acquistammo da Treviso non aveva neppure 19 anni. E’ uno vero, diventerà migliore del padre ed è
tutto dire”. “Mi ha trattato come un figlio, gli devo molto, è sempre stato giusto, corretto, severo
quando serviva: lui c’è dal primo giorno, ha ingoiato critiche, molte ingiuste, e oggi può sentirsi
campione. Nessuno lo meritava più di lui”, ha detto proprio Gentile all’indomani del successo.
Per l’Olimpia, Proli ha fatto cose folli come quando ha lasciato una sfilata domenicali per volare a
Reggio Emilia e vedere la squadra in una partita iniziata alle 12, solo nell’ultimo quarto. Ha fatto
Milano-Avellino andata e ritorno in giornata o sbirciato l’iPad durante importanti riunioni esultando
per la vittoria sul Barcellona, collegato via internet. La vittoria è stata una liberazione ma anche la
conferma che un certo modo moderno, all’avanguardia di interpretare un club sportivo, era corretto.
Sotto la gestione Proli (nominato executive dell'anno di Eurolega nel 2014), l’Olimpia non ha solo
vinto, conquistando Milano e un pubblico esigente, ha anche ottenuto riconoscimenti ovunque
inclusa la licenza A di Eurolega, la possibilità di ospitare due squadre NBA tra le più prestigiose a
Milano, oltre alle Final Four, ha vinto due scudetti giovanili e due giocatori italiani dell’Olimpia
sono stati scelti da squadre NBA.
5. THE CAP
Flavio Portaluppi e Luca Banchi andarono fino a Trento, durante il ritiro della Nazionale, per
parlare con Alessandro Gentile. La notizia più importante fu la scelta di nominarlo capitano della
squadra, un gesto dal grande valore simbolico. Gentile, non ancora 21enne, diventò
automaticamente il più giovane capitano nella storia dell’Olimpia, il più giovane capitano di una
squadra di Eurolega (lo sarebbe stato anche del campionato se subito dopo la Virtus Bologna non
avesse nominato Matteo Imbrò, classe 1994) e soprattutto il primo capitano dell’Olimpia figlio di
un altro capitano dell’Olimpia, Nando Gentile. Ma la scelta aveva un valore anche pratico, era una
sorta di investitura, un messaggio di quanto la società credesse nel suo giovane talento, di come
avesse deciso di investire non solo nei suoi progressi ma anche nel suo carattere. La notizia venne
data alla squadra il primo giorno di preparazione. Con Gentile assente per l’impegno con la
Nazionale, Keith Langford – vicecapitano – assunse la carica “ad interim”. Fu lui, Langford, con la
complicità di David Moss, a correggere l’urlo della squadra dopo ogni “huddle”. “One, two, three”
e poi una lunga “o” prima che tutti completassero la parola “Olimpia”.
Alessandro Gentile ha un carattere forte, di personalità, ha la faccia che inganna, perché sembra
sempre di cattivo umore e, benché abbia la tendenza a non nascondere mai ciò che pensa, in realtà è
sempre il primo a scherzare, ridere, da ragazzo giovane e solare. Ha solo bisogno di aprirsi davanti
alle persone di cui si fida, ma Gentile è come lo vedi. Non ha mai secondi fini, non deve dire una
cosa pensandone un’altra. Quello che pensa lo dice, appunto, e rende tutto più semplice. Nato in una
famiglia “old style”, i genitori cresciuti insieme e sposatisi prestissimo, una zia giocatrice, un
fratello maggiore giocatore, è nato con una sorta di rifiuto del basket. Quando il padre Nando portò
tutti ad Atene per giocare nel Panathinaikos quando la sua Olimpia, nella quale immaginava di
finire la carriera, si sciolse, Alessandro era piccolo ma anche disinteressato allo sport. “Provai tutto,
calcio, persino hockey su prato ma la verità è che ero pigro”, racconta. Il fratello Stefano cominciò a
giocare a basket ad Atene ma non lui. Quando Nando tornò in Italia per giocare a Udine, la mamma
Maria Vittoria lo mise alle strette: Alessandro mangiava, aveva un fisico imponente ma non
bruciava calorie, dunque qualcosa doveva fare. Almeno per una questione di salute. Fu allora che
concesse al basket un’altra chance. E fu amore vero. Nando lo prese sotto la sua ala nella squadra di
Maddaloni, provincia di Caserta, una squadra fantastica in rapporto al potenziale che andò alle finali
nazionali Under 14. Alessandro era più grosso, forte e bravo di tutti. Quanti punti segnava? “Tanti –
dice lui – 30, 40 a partita”. Quando Nando andò ad allenare a Imola, lo mandò a giocare alla Virtus
Bologna, in uno dei migliori settori giovanili italiani, con istruttori di qualità come Giordano
Consolini. Gentile non era di proprietà Virtus ma avrebbe potuto diventarlo se la Virtus avesse
mostrato interesse. “Invece non giocavo mai, ero la riserva delle riserve”, ricorda. Storia misteriosa,
fatto sta che la Virtus per costruire un gruppo che avrebbe vinto due titoli italiani scelse di puntare
nel suo ruolo su ragazzi locali e riservare la foresteria ad un lungo, Luca Fontecchio da Pescara. Per
Gentile non c’era posto. Non c’era neanche grande interesse. Venne interpretato male. Fu
ovviamente un errore colossale. A fine stagione, con Nando diretto a Roma per fare l’assistente di
Jasmin Repesa – e successivamente anche il capo allenatore – Alessandro venne mandato nell’altro
grande settore giovanile italiano, quello di Treviso.
Treviso fu la svolta: titoli italiani, nazionali giovanili, la prima convocazione in prima squadra con
Oktay Mahmuti come allenatore, poi un posto in rotazione con Frank Vitucci, la prima gara da 20
punti in serie A, la chiara ascesa di un talento enorme che stava gradualmente migliorando anche
sul piano atletico. La Benetton però era un progetto in fase di declino per i disinvestimenti, mentre
Alessandro era un giocatore in forte ascesa, quasi incontenibile ascesa. L’Olimpia aveva già provato
a prenderlo senza trovare un accordo sul buy-out. La stagione 2011/12 fu marchiata, condizionata
dal lock-out NBA. Milano trovò le condizioni per far rientrare Danilo Gallinari e dopo un mercato
esplosivo (Fotsis, Bourousis, Cook, Nicholas, Hairston) aveva una squadra potenzialmente
devastante. Ma quando la NBA risolse la sua impasse, Gallinari dovette tornare a Denver e serviva
un giocatore italiano in più, serviva anche un esterno con punti nelle mani. Ed ecco Alessandro
Gentile.
Gentile debuttò a Belgrado in una partita di Eurolega da dentro o fuori. Non fece nulla di particolare
ma fu utile, l’Olimpia vinse e volò nelle Top 16 dove perse tre gare di fila e poi ne vinse tre di fila
rimanendo fuori dai playoff. Gentile continuò a crescere. Giocò una grande partita contro Cantù in
campionato che sarebbe stata decisiva per l’assegnazione del secondo posto, dietro Siena.
Nonostante l’età, in quel momento 19 anni, ebbe la soddisfazione di partire in quintetto nella finale
scudetto contro il Montepaschi, persa 4-1. L’estate successiva arrivò Keith Langford accanto a
Malik Hairston, due potenziali prime punte, ma lui riuscì a ritagliarsi spazio, infine a conquistare la
maglia azzurra e ritoccando tutti i suoi primati arrivò a conquistare l’azzurro. Agli Europei in
Slovenia a parte una partita ebbe un rendimento strepitoso e costante. Nel frattempo Luca Banchi
maturò la decisione di nominarlo capitano.
La stagione di Gentile è stata condizionata da qualche malanno e qualche infortunio. Il più brutto,
alla caviglia, contro Cantù nel suo momento di forma migliore. Gentile stava giocando come se
fosse indemoniato: a Montegranaro stabilì il suo record di punti, 29, e rimbalzi, 10. Contro il
Barcellona fece 25 punti in Eurolega, altro record carriera. Assente Langford, che si infortunò a
Vitoria nel finale, fu lui a prendere in mano la squadra. Ma proprio mentre Langford stava per
rientrare, fu Gentile a fermarsi. "Capii subito che sarebbe stata una cosa relativamente lunga - dice
Luca Banchi - e avrei voluto tanto averlo in campo nella serie con il Maccabi". Invece non fu
possibile e fu una disdetta. "Come allenatore vorresti sempre giocare le partite più importanti con la
squadra in salute. Qualche volta non succede", aggiunge il Coach. Keith Langford, che contro il
Maccabi nei playoffs di Eurolega, non era ancora al top (tranne nell'ultima, spettacolare, partita),
sottolineò subito, alla faccia di chi li riteneva difficilmente compatibili, che l'assenza di Gentile
avrebbe condizionato la serie: "Gentile rende difficile per ogni avversario preparare la partita perché
è un incubo accoppiarsi con lui. Senza di lui gli accoppiamenti sono più tradizionali". Con Gentile
assente, l'Olimpia ha perso la serie con il Maccabi: non sarebbe giusto dire che è successo per quel
motivo ma di sicuro sarebbe stato giusto potersela giocare con tutto l'organico a pieno regime. Ma
per il Capitano è stato solo un piccolo problema. Perché ha subito ripreso a macinare spettacolo,
risollevandosi ogni volta che una sconfitta l'ha sbattuto nella centrifuga mediatica: l'espulsione di
Pistoia che lo costrinse a non giocare gara 5, le critiche di Sassari dove oltre a beccarlo gli diedero,
sui giornali, dell'antipatico. E il tecnico di Siena. E tuttavia nel momento del bisogno Gentile ha
fatto il Gentile: tre gare consecutive oltre i 20 punti contro Sassari, terzo italiano a riuscirci in
semifinale, la scalata della classifica dei marcatori dell'Olimpia nei playoffs (superando Dejan
Bodiroga, Piero Montecchi, Flavio Portaluppi ad esempio), fino allo show di gara 6 a Siena, 23
punti e 7 rimbalzi, la schiacciata a difesa schierata in testa a Othello Hunter e Tomas Ress. Poi gara
7, la sua schiacciata liberatoria e il titolo di Mvp. Il più giovane Capitano dell'Olimpia è anche il più
giovane Mvp di sempre.
"Dopo gara 5, per venti minuti ho smesso di crederci poi mi sono ribellato, ho pensato che non
poteva essere così, non poteva finire ancora così, non era giusto. E ho reagito. Sono andato a trovare
i miei al ristorante: ho chiesto che venissero a Siena, perché avevo bisogno di loro. E perché sapevo
cosa sarebbe successo. In gara 7 abbiamo completato l'opera", racconta. Tra gara 6 e 7 è stato scelto
dagli Houston Rockets al numero 53 dei draft NBA, un onore - "la prova che qualcosa di buono ho
fatto" - ma anche un insulto, la posizione, al talento, al rendimento, a quanto già oggi sposta, un po'
come lo è stato non essere finito tra i primi tre Under 21 di Eurolega. Eterna maledizione:
sottovalutato, snobbato ma travolgente. Irresistibilmente travolgente.
6. BIG CURT AND THE SHOT
Il tiro di Matt Janning in gara 6 della finale scudetto toccò un ferro, poi l'altro e infine finì fuori.
Grande rimbalzo di Nicolò Melli e palla a Curtis Jerrells. Situazione di parità, la stagione sul filo.
Big Curt è tante cose e non è molte altre cose. Ma di sicuro non è carente di personalità e non è
necessariamente condizionabile dalla pressione. Jerrells portò avanti la palla, poi si arresò facendo
trascorrere un paio di secondi. "Volevo la palla - ammette Alessandro Gentile - gliel'ho chiesta, non
me l'ha data. Allora gli ho fatto notare che mancava poco alla fine". Jerrells lo sapeva. Gentile
aveva giocato una gara 6 stratosferica, aveva 23 punti all'attivo. Jerrells aveva segnato un solo
canestro, in entrata, ma era successo pochi attimi prima. Si sentiva caldo. Fece il suo classico
movimento, in avanti, saltello all'indietro, palla raccolta e tiro dalla lunga. "Ho capito subito che
sarebbe entrata", dice Jerrells. Ha cominciato ad esultare prima che la palla entrasse, ma a modo
suo, un ringraziamento al cielo e uno alla panchina, al fido amico Simone Casali. Poi è stato
l'inferno. Nessun canestro identifica la stagione meglio di quello della vittoria in gara 6. "Se
riusciremo ad aprire un ciclo, non dimenticatevi quel momento",riflette Luca Banchi. La storia di
Curtis Jerrells a Milano è stata una lunga onda, alterna, momenti difficili, critiche aspre e il suo
sguardo scambiato ogni tanto per arroganza che nascondeva invece un'incrollabile fede in se stesso.
Jerrells, riemerso dalle ceneri, in gara 6 a Sassari quando Hackett non c'era. Jerrells devastante in
gara 1 di finale, 26 punti, record personale, la difesa di Siena smantellata, sbriciolata, devastata.
Jerrells e "The Shot" in gara 6. Jerrells.
Il precampionato non fu né facile né scevro di problemi per l'Olimpia. Infortuni, l’operazione di CJ
Wallace, il ritorno tardivo dei nazionali Melli e Gentile. La squadra per la prima volta abbastanza al
completo vinse il torneo di Wroclaw in Polonia battendo Zielona Gora, che avrebbe giocato
l’Eurolega, e Turow che avrebbe poi vinto il titolo polacco. Ma il debutto in campionato, a Brindisi,
fu negativo. L’Enel era già stata vista da vicino in prestagione, proprio a Brindisi, nel primo torneo
estivo. Ed era sembrata più ricca di talento di quanto venisse accreditata e come poi avrebbe
dimostrato durante l’anno. Il Coach se n’era accorto e non era per nulla tranquillo. L’Olimpia era in
ritardo di condizione e con equilibri tutti da costruire. Brindisi con il talento offensivo di Jerome
Dyson, la disciplina difensiva di Piero Bucchi, il dinamismo di Delroy James mise subito alla corda
l’EA7. Ci fu un momento favorevole, nel secondo quarto, e un terzo periodo devastante di Keith
Langford, che quella sera segnò subito 29 punti, uno in meno del suo record in maglia Olimpia,
stabilito a Montegranaro l’anno precedente. Ma l’Enel controllò la partita, resistette al tentativo di
rimonta finale, Gentile venne espulso per proteste dopo una serie di non chiamate che ebbero come
risultato quello di non fermare mai il cronometro sul pressing finale. Ma Brindisi meritò di vincere
e la partita confermò sia le problematiche iniziali che le difficoltà di Curtis Jerrells che in quella
gara non segnò. Quattro giorni dopo, il debutto in Eurolega a Istanbul non fu tanto diverso. La larga
sconfitta sarebbe servita in seguito come metro di paragone per i progressi mostrati dalla squadra. In
sei mesi di Eurolega sarebbe passata dal disastro di Istanbul all’esordio europeo a giocarsi le Final
Four con il vantaggio del fattore campo. Lo specchio di quei progressi sarebbe stato proprio Jerrells.
Dalla doppia sconfitta di Brindisi e Istanbul, lui uscì bersagliato dalla critica e considerato più o
meno da tutti in discussione se non già sull’orlo del taglio. Quella che nessuno vedeva in quei giorni
era però la forza mentale di Curt, capace di ignorare la critiche, di non farsene condizionare così
come in campo non è un errore a poterlo condizionare nei possessi successivi, e poi la condizione
fisica in costante miglioramento e gradualmente la sua voglia, travolgente, di essere utile alla
squadra e di integrarsi nei suoi meccanismi, di farsi capire.
In quei giorni il team manager Simone Casali è stato il suo più grande alleato. Jerrells l’ha capito al
punto da dedicargli, in ogni partita, il primo canestro. Il momento più interessante della stagione di
Curtis è stato la gara di ritorno con l’Efes, una partita in cui non fece neppure un canestro ma che
l’Olimpia vinse rimontando da meno 15 nel terzo quarto. Banchi a fine gara, elogiando la grande
prova di carattere della squadra, forse alla sua prima partita di totale simbiosi con il pubblico, elogiò
la grande volontà di Jerrells, nel finale di partita, di andarsi a conquistare il pallone lottando contro i
lunghi dell’Efes sotto canestro. Vinta la partita, mentre la squadra completava il suo tour di applausi
e high five in un Forum delirante, Jerrells esultava come nessun altro, totalmente ebbro di gioia per
la vittoria, per la rimonta e totalmente incurante degli zero punti segnati che per un realizzatore nato
come lui devono essere stati un’anomalia se non un affronto personale, autoinflitto. Quello fu il
momento in cui Jerrells diventò senza dubbio un uomo squadra.
Texano di Austin, terra di football come potrebbe spiegare Keith Langford, Jerrells ha il fisico del
culturista, grandi spalle, grandi pettorali, gambe muscolose ma ha sempre sognato di diventare un
giocatore di basket. Nella storia della Baylor University di Waco, in Texas, Jerrells diventò a suo
modo un giocatore storico. La scuola era uscita da un disastro, una storia bruttissima culminata con
un omicidio addirittura dentro la squadra, che lo staff aveva cercato di coprire gettando discredito
sulla vittima. Smascherata la vicenda, il programma cestistico era stato raso al suolo tra sanzioni,
squalifiche, cattive abitudini, autodisciplina. Il coach, Dave Bliss, venne ovviamente licenziato e al
suo posto arrivò Scott Drew, figlio del coach di Valparaiso, fratello del Bryce Drew che giocò nella
NBA e anche in Italia a Reggio Calabria. Drew doveva ricostruire il programma di Baylor, ripulirlo,
ritrovare credibilità e aveva bisogno di reclutare qualcuno che accelerasse il processo. Lo individuò
in Jerrells e fu così che per Baylor, Curtis si trasformò in una figura in un certo senso decisiva anche
al di là delle sua comunque strepitosa carriera universitaria.
Finito il college, lasciata Baylor in buone mani e destinata a stagioni superbe, Jerrells transitò per i
San Antonio Spurs ma senza resistere fino in fondo. E così nacque la sua carriera europea, al
Partizan, al Fenerbahce, al Besiktas (più una brevissima apparizione spagnola) e infine Milano. “Io
ho questa capacità di segnare – spiega – che non tutti hanno ma da professionista ho cercato di
migliorare il playmaking, la difesa, le letture. E di essere meno prevedibile: il mio coach al Partizan
mi disse che ero scontato perché, da mancino, se andavo a sinistra lo facevo per attaccare il ferro e
se andavo a destra lo facevo per poi arrestarmi e tirare da fuori. Aveva ragione”. Jerrells ha fisico da
guardia, ama avere la palla in mano e ha una statura più da playmaker. Tira meglio dal palleggio, in
step-back, che sugli scarichi, da fermo. Ad un certo punto si è sbloccato e ha finito la stagione di
Eurolega con una striscia aperta di 21 gare con almeno una tripla a segno. Quando l’Olimpia ha
vinto gara 2 dei playoff con il Maccabi, lui è stato Mvp di giornata in Eurolega. Un bel salto in
avanti per un giocatore che sembrava destinato al taglio, che molti aspettavano al varco e non si
aspettavano di vedere a Milano dopo Natale.
Sicuramente Jerrells ha beneficiato dell'arrivo di Hackett, che gli ha tolto un po' di obblighi e
permesso di giocare un po' di più senza la palla in mano, da realizzatore. E in queste vesti ha
giocato le sue partite migliori, salvo precipitare in crisi proprio durante i playoff. E risollevandosi
quando serviva. "Il basket è una questione di ritmo, di fiducia. Mi ero un po' perso ma la fiducia
avvertita attorno a me mi è stata utile e quando è stato importante risollevarsi l'ho fatto", dice. Ha
finito la stagione da grande protagonista, da primattore. Playmaker o guardia, attaccante e anche un
po' difensore, grande fisico, grande petto "The Big Chest" appunto, grandi palle come gli hanno
detto i compagni dopo il canestro di gara 6. Lui con il suo motto "Respond", "perché nella vita non
conta come vai giù ma come rispondi alle avversità". Lui e il suo fisico scolpito nei mesi di lavoro,
sempre meno pesante, sempre più asciutto. Curtis Jerrells, dal nulla, dalle critiche ad un ruolo che
resterà per sempre scritto nella storia dello scudetto numero 26.
7. SAM SAM
La partita con Varese, seconda giornata di campionato, non poteva seguendo la logica assumere i
contorni della gara decisiva, eppure, date le circostanze, il contesto, non poteva che essere
affrontata con una buona dose di nervosismo. Intanto l'Olimpia veniva da due sconfitte in trasferta
e la consapevolezza di affrontare una squadra già testata dal preliminare di Eurolega e soprattutto
reduce da una grande stagione oltre che capace l'anno prima di strapazzare l'Olimpia quattro volte
su quattro. La gara con Varese, dopo quella con Cantù, è sempre la più sentita della stagione e si
rivelò ancora una volta difficile, complice nel secondo tempo una spettacolare serie di canestri di
Achille Polonara, ma infine controllata grazie ad una prova maestosa di Samardo Samuels, che
oltre a produrre una doppia doppia, con 21 punti, ovvero quello che sarebbe rimasto il suo primato
stagionale fino all’ultima di regular season, completò il gioco da tre punti risolutivo con tanto di
schiacciata. Per tutto l'anno Sam ci avrebbe abituato a questo genere di esplosioni atletiche
improvvise alternate a momenti di difficoltà nel finire un movimento vicino al ferro, ovvero ciò che
lo separa dallo status di giocatore dominante, ampiamente alla sua portata.
Samardo Samuels viene da Trelawny in Giamaica, luogo noto nel mondo dello sport per aver dato i
natali a Usain Bolt, il re dello sprint mondiale. Ma Sam aveva altre idee, era cresciuto con la
passione per il calcio, giocava e lo guardava in tv, calcio inglese ma anche italiano con tanto di
amore mai nascosto per i colori rossoneri. Ma un giorno lo convinsero a provare con il basket, di
cui sapeva pochissimo. "La ragione è che la squadra della mia scuola aveva bisogno di un ragazzo
alto e io ero il più alto e il più grosso". Poco dopo venne invitato ad un camp per ragazzi giamaicani
promettenti e con la realistica possibilità di andare a studiare negli Stati Uniti. Lo scelsero subito.
La mamma, cui è legatissimo e che l'ha accompagnato nelle prime settimane della sua avventura
milanese, non l'avrebbe lasciato andare ma ebbe la meglio il padre taxista. In breve Samuels si
trovò a New York, meglio a Long Island, con i suoi ritmi stressanti, lontani dalle sue abitudini e
dalla sua cultura. Ma fin da allora Sam mostrò la grande capacità di adattarsi o di adattare il suo
stile di vita ad ogni tipo di contesto. Giocò due grandi partite contro la St.Benedict’s High School
allenata dal quotatissimo Danny Hurley. Questi lo convinse a trasferirsi per giocare ad un livello
superiore. Samuels diventò il miglior centro liceale d'America, improvvisamente tutti i college
avevano una borsa di studio, un posto in quintetto e la corsia giusta per andare nella NBA, da
offrirgli. Prevalse Rick Pitino spiegandogli come fosse stato capace di allenare un altro giamaicano,
Patrick Ewing a New York. Fu allora che Sam scopri le origini di Ewing anche se il suo idolo
continuava ad essere Tim Duncan. A Louisville, Samuels rimase solo due anni, giocò una Final
Four, rimase legato a Pitino ma se ne andò per la NBA troppo presto. Nei draft non venne scelto ma
subito dopo Cleveland gli propose un contratto triennale garantito. Samuels ebbe una promettente
prima stagione, una seconda in calo e durante la terza si ritrovò in Israele all’Hapoel Gerusalemme.
Nella NBA fece in tempo a giocare una grande partita contro l’idolo Tim Duncan. “Era la mia
prima volta in quintetto, contro il mio idolo. Ero ispirato e segnai 21 punti”. A fine gara si attaccò al
telefono per raccontarlo alla mamma. Quello resta il momento più alto della carriera di Samuels.
Ma nell’estate del 2013, Samuels, appena 24enne, aveva soprattutto un desiderio, che era quello di
giocare. “Alla mia età non mi vedo in panchina, voglio stare in campo e giocare”. Così nacque la
volontà di sbarcare a Milano. Dove Sam ha mostrato tutte le luci del suo carattere, ad esempio la
scelta di colorare i capelli di rosso, alla Dennis Rodman, o di acquistare una bicicletta per venire al
Lido, ad allenarsi, su due ruote. Ma questi tratti effervescenti alle volte nascondono un talento non
indifferente, la capacità di passare la palla per battere i raddoppi o una mano educata, che l’ha
spinto a costruirsi un discreto tiro da tre punti, a metà stagione diventato quasi parte del suo
repertorio a patto che non ne abusasse.
Dopo la doppia doppia della partita di Varese, Samuels avrebbe giocato le sue partite migliori nei
playoffs, a costo di arrivare stanco alle ultime battute della finale. Quando all'ultima di regular
season, l'Olimpia vinse a Siena lui fece 8/8 dal campo. Poi ci furono 23 punti e 8 rimbalzi in gara 1
contro Sassari; i 13 punti e 13 rimbalzi di gara 4 a Sassari; i 20 punti e 15 rimbalzi di gara 2 di
finale contro Siena. "Samuels ha sfruttato solo una parte del suo enorme potenziale", è l'opinione di
Coach Luca Banchi. Dicono che Othello Hunter, il centro di Siena, abbia visto tutte le clip di
Samuels prima di affrontarlo in finale, memore di quanto accaduto in regular season. Ma il Samuels
delle ultimissime partite era un giocatore che aveva tirato la corda, ma dopo aver disputato tante
partite da vero gladiatore d'area, uno dei pochi centri capaci di avere un ruolo fondamentale in
attacco, dal post basso. "Il tiro da fuori mi aiuta - dice - ma io mi sento un giocatore d'area, adoro
l'aspetto fisico della competizione. Mi sento un centro". In Eurolega contro il Maccabi ha
sperimentato la battaglia contro un elemento devastante dal punto di vista fisico come Sofo
Schortsianitis, "duelli che mi hanno insegnato tanto". Così fuori dal campo l'ambientamento è stato
rapido, quasi indolore a parte qualche difficoltà nel capire dove si può e non si può parcheggiare
l'auto. "La mia stagione? Non sapevo a cosa sarei andato incontro ma è andata molto meglio di
quanto pensassi. Ho trovato una famiglia, amici". Leggendaria la sua passione per l'acqua, il mare.
A Sassari, in semifinale, con un tempo stupendo, per lui fare check-in e tuffarsi in piscina erano
eventi praticamente contemporanei. "I love the water", una delle sue frasi preferite. Ma in campo ha
onorato il suo soprannome di guerriero. Si era visto fin da quella partita con Varese.
Il momento peggiore fu nella freddissima e nevosa notte di Kaunas quando l'Eurolega continuava a
sembrare un'animale difficile da addomesticare nonostante fosse arrivata la vittoria esterna di
Bamberg e la squadra avesse già confezionato una memorabile rimonta da meno 15 contro l'Efes
esattamente una settimana prima. Nel primo tempo, in un'entrata, Samuels lasciò la mano destra sul
ginocchio di Lavrinovic. Nella ripresa tentò di rientrare ma con risultati pessimi. Coach Banchi lo
rimise in panchina. A fine gara venne trasportato in ospedale dal dottor Acquati. Il verdetto fu
spietato: frattura. Samuels dovette rientrare in Italia mentre la squadra si dirigeva a Roma, operarsi,
fermarsi. Il peso della sua assenza non è mai stato considerato ma l'Olimpia senza Samuels perdeva
profondità in attacco, il suo miglior giocatore di post basso. In più l'assenza ha rallentato Samuels
nel momento dell'adattamento alla nuova realtà. Per rivedere il Samuels della gara di Varese
sarebbe servito ancora qualche tempo. Ma l'avremmo rivisto. E tanto.
8. NICK LO SCATENATO
La prima vittoria stagionale di Eurolega, contro lo Zalgiris Kaunas, una partita che Coach Banchi
non ebbe problemi a definire subito uno spareggi, fu firmata da Nicolò Melli, il giocatore
dell'Olimpia da più tempo in biancorosso. Contro i lituani, la partita non venne dominata ma fu
vinta comunque in modo inequivocabile. Se la prima vittoria di campionato fu siglata da Samardo
Samuels, contro lo Zalgiris ci fu un altro protagonista diverso e solo in parte inatteso: Nicolò Melli
appunto. In quella gara segnò 20 punti con 9/10 dal campo e catturò 9 rimbalzi.
Nicolò Melli non è un realizzatore ma ha abbastanza talento da poter esplodere in prestazioni
rilevanti anche statisticamente. E’ successo per tutto l’anno: se le medie parlano di un giocatore da
7-8 punti, 5-6 rimbalzi di media, occasionalmente è stato capace di fare molto di più. Contro Roma,
in campionato, segnò 24 punti. Contro Pistoia, in gara 1 dei playoffs, ne fece 18 in 22 minuti. Nelle
ultime due partite della stagione Melli ha ritrovato il suo tiro da tre nei momenti decisivi. Due
bombe in gara 6, 11 punti e 13 rimbalzi in gara 7, l'ultimo dato record carriera. Melli ha tiro da tre,
statura, può riempire le corsie, salta, se prende un rimbalzo può anche partire in palleggio e dati
statistici alla mano è un difensore di alto livello. Solo che tutte queste cose non si vedono
necessariamente sempre. La novità è che nell’ultima stagione è successo tutto con molta maggiore
frequenza rispetto al passato, merito forse dell’età, della maturità. Fatto sta che, partito in una
situazione affollata nel suo ruolo, Melli si è rivelato di fatto il 4 titolare dell'Olimpia e un'ala forte
utilizzabile da centro per necessità difensive, per allargare il campo, per adattarsi alle scelte
dell'avversario.
Melli è un ragazzo "old style", forse persino troppo nella parte del giocatore bello, intelligente (Il
Piccolo Lord è il soprannome scelto per lui da Alessandro Gentile), che al tempo stesso può
dedicare i suoi momenti liberi al calcio, ai videogame ma anche alle letture impegnate, è
ambasciatore di "One Team", il progetto sociale dell'Eurolega e nelle interviste sa essere
diplomatico e al tempo stesso interessante. Melli è un giocatore che non crea mai problemi, che
capisce quanto sia fortunata la sua esistenza. La mamma Julie è americana, del Nebraska, di
Lincoln: vinse la medaglia d’argento nella pallavolo alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 “e quando
vinci una medaglia olimpica hai fatto tutto: mi piacerebbe strapparle il titolo di miglior atleta della
famiglia ma temo sia impossibile. Per ora la discussione non si apre neppure”, dice Nicolò. Julie
Vollertsen si costruì una carriera professionistica in Italia, venne a Reggio Emilia e mise radici.
Imparò la lingua, le piacque l’Italia e sposò Leopoldo Melli, eccellente giocatore delle serie minori
reggiane. Dalla loro unione nel 1991 nacque Nicolò. Il più alto della famiglia, atletico come la
mamma e con la passione per il basket del padre. “Un anno pensai di giocare a pallavolo ma fu
proprio un attimo poi il basket rimase al primo posto delle mie passioni”, racconta Melli. Famiglia
perfetta, quasi sempre presenti alle partite, un fratello - Enrico - che gioca anche lui, scuola,
educazione al vertice delle priorità. Ma certo, Nick diventò un enfant prodige molto presto. A 15
anni, complice un’epidemia influenzale, debuttò in Serie A a Reggio Emilia. Talento ed eleganza lo
portarono alla ribalta. Al Palalido venne convocato per la versione italiana del Jordan Classic, un
camp per i migliori sedicenni del paese. Fu nominato Mvp, strinse la mano a Michael Jordan e
venne portato a New York per la versione mondiale del camp, insieme ai migliori coetanei del
mondo. "A Jordan chiesi che effetto faceva giocare con Bugs Bunny. Erano i tempi di Space Jam.
Ho fatto la solita figura", scherza- A quei tempi, Melli sognava di diventare un playmaker: le
caratteristiche le ha poi trasportate in un ruolo più tradizionale per un 2.05, quello di ala forte o di
centro che apre il campo e tira da fuori.
A dispetto di un infortunio grave, l’ascesa di Melli a Reggio Emilia fu costante. I grandi club hanno
cercato per anni di accaparrarselo senza riuscirci anche per i costi alti dell’operazione. L’Olimpia ci
riuscì nell’estate del 2010 ma il salto in un grande team fu troppo per lui. A metà stagione,
nonostante qualche occasionale prestazione promettente, venne prestato a Pesaro. Rientrò l’anno
dopo, con Sergio Scariolo allenatore e gradualmente si ritagliò il suo spazio. Ma è stata questa la
stagione della definitiva consacrazione anche se prima aveva giocato un Europeo di alto livello,
come Gentile, mostrando il suo volto di giocatore difensivamente importante. A inizio stagione non
era chiaro quale sarebbe stato il suo ruolo. Il Presidente Proli, per stimolarlo, in un’intervista aveva
confessato di non essere rimasto soddisfatto della stagione precedente e Melli – sempre dotato di
buonsenso – gli aveva dato ragione ripromettendosi di cambiare lo scenario. In quintetto all’inizio
anche per i problemi fisici delle altre ali forti, Melli avrebbe mantenuto il posto a prescindere,
oscillando tra il ruolo di ala grande e centro, esplodendo con qualche prova realizzativa
impressionante e anche facendo tante piccole cose. Come nel possesso finale della vittoria su
Bamberg a Desio che certificò l’accesso alle Top 16: su un cambio difensivo, Melli si trovò a
marcare Zack Wright, che di lì a poco sarebbe passato al Panathinaikos, e “ scivolò” abbastanza
bene da tenere la penetrazione e oscurare la visuale della guardia americana con le sue braccia
lunghissime. Wright sbagliò. L’Olimpia si qualificò per le Top 16. Melli esplose in un urlo belluino.
Ne avrebbe fatti altri. Uno in finale, gara 7, quando uscendo a raddoppiare forzò MarQuez Haynes
all'infrazione di passi. I suoi scivolamenti difensivi sono leggenda presso lo staff tecnico. Che ne
apprezza anche la totale abnegazione in allenamento. "Melli è un giocatore di mentalità, ogni
allenamento si impegna, si batte, non si risparmia mai", dice Banchi.
L'anno dello scudetto è stato lunghissimo per lui: prima la Nazionale, poi Milano, 77 partite, senza
una pausa. "I dati in nostro possesso dicono che ha impiegato alcuni mesi per rimettersi a posto dice il preparatore atletico Giustino Danesi - poi è stato bene nel periodo migliore della squadra e
nel finale ha raschiato il fondo del barile, ma l'ha fatto alla grande". Nei playoffs non a caso ha
avuto problemi di cramp, in gara 7 di finale uno già nel primo tempo. Ha imparato a mangiare
banane per iniettare potassio nei muscoli affaticati. Ha stretto i denti ed è andato avanti. Le sue urla
belluine nei momenti di grande tensione sono diventate quasi uno spot della stagione dell'Olimpia.
L'ultima nel momento del trionfo gli ha annebbiato la vista al punto da non aver riconosciuto il
padre festante e averlo spinto via nel tentativo di... cercarlo. C'è un video che mostra la scena,
ridicola, se non si fosse rischiato il dramma con il signor Leopoldo, atterrato pesantemente sulla
schiena fortunatamente sui gommoni pubblicitari e non sul parquet.
9. AVVENTURE EUROPEE
Ci sono state ovviamente partite migliori in Eurolega, quasi tutte quelle delle Top 16, anche
limitandosi a considerare le gare esterne. L’impresa del Pireo, il dominio di Istanbul che fece
perdere la testa a Coach Obradovic, quello di Vitoria. Ma la vittoria di Bamberg resta importante
per svariati motivi: è stata la prima ed è stata soprattutto quella che, alla fine dei conti, ha fatto la
differenza nella regular season. L’Olimpia brillantissima delle Top 16 non era la stessa squadra di
inizio stagione, incompleta nell’organic o (Hackett non c’era ancora), in fase di costruzione e
inserita in un girone complesso ma inevitabile per una formazione sorteggiata dalla quinta fascia di
merito.
La vittoria di Bamberg in un momento della stagione in cui l’Olimpia era ancora da costruire è stata
decisiva nello spingere la squadra verso il secondo posto nel girone e sostanzialmente sempre
abbastanza al di sopra del rischio eliminazione. L’accesso alle Top 16, uno degli obiettivi
stagionali, è stato poi raggiunto, sempre con Bamberg, ma sul campo di “casa” di Desio. Ma nel
complicato gioco delle classifiche avulse, quella partita avrebbe certificato il superamento del turno
anche in caso di sconfitta risicata. Vincendo l’Olimpia ottenne di entrare nelle Top 16 dalla porta
principale, esaltando il suo pubblico ed esaltandosi lei stessa.
Nell’economia della stagione, entrare nelle Top 16 ha avuto un valore non disprezzabile perché è
stato l’impegno europeo, pur faticoso e a tratti sfinente a rodare la squadra e renderla pronta per le
battaglie di campionato. E’ vero, come ha detto il general manager Portaluppi a fine stagione, che
durante le Top 16 si era vista la miglior Olimpia, una delle squadre più brillanti d’Europa, ed è vero
che le 77 partite ufficiali avrebbero piegato chiunque alla lunga. Ma è bello pensare che la forza
mentale di vincere uno scudetto in salita, visti i playofs, sia stata cementata durante la maratona
europea.
A Bamberg, l’Olimpia giocò una partita di grande solidità, vincendola 76-62 con 18 punti e 6 assist
di Gentile, una prova notevole di Samardo Samuels, 11 punti di Curtis Jerrells. Ci sarebbero stati
altri momenti critici durante la regular season, la complicata, rocambolesca rimonta sull’Efes al
Mediolanum Forum, la mano fratturata di Samardo Samuels nel freddo di Kaunas a complicare il
cammino della squadra. Ma la polizza assicurativa sottoscritta a Bamberg fu decisiva. Alessandro
Gentile, giocando una di quelle partite in cui usa la sua straordinaria forza fisica e tecnica anche per
mettere in ritmo i compagni, fu devastante e chirurgico.
10. LA CONQUISTA DI MILANO
Dal punto di vista societario uno dei momenti chiave della stagione è stato la partita interna con il
Real Madrid. Sarebbe sbagliato attribuire al lavoro del club troppi meriti nel boom di pubblico che
ha portato l'Olimpia a diventare il fiore all' occhiello dello specifico programma varato
dall'Eurolega, ad essere la prima squadra italiana per pubblico e incassi schizzando dai 5.200 di
media della stagione precedente agli 8.700 di questa con 39 gare casalinghe, 11esauriti, 15 partite
con oltre i 10.000 presenti. La squadra era stata costruita anche per piacere alla tifoseria,
determinare un processo di identificazione importante e le vittorie hanno fatto il resto, alcune anche
per come sono maturate (vedi la grande rimonta sull'Efes nella prima fase di Eurolega, il corpo a
corpo con Bamberg). Ma la notte della gara con il Real Madrid ha cambiato la storia. È un fatto
che dopo quella partita in termini di seguito, di attenzione, l'Olimpia non è più stata la stessa.
I segnali di una forte identificazione del pubblico con la squadra c'erano già tutti. Nel girone di 48
ore l'EA7 giocò prima con l'Efes e poi con Reggio Emilia, rinunciando al giorno di riposo
supplementare previsto dal regolamento per rimanere al Forum e non dover emigrare a Desio
ancora una volta. La risposta del pubblico fu notevole. E intanto la prevendita per il Real Madrid, in
quel momento spettacolare, quasi inavvicinabile e ricco di campioni come Sergio Rodriguez, Rudy
Fernandez, Nikola Mirotic oltre all'ex Ioannis Bourousis. Già in passato la partita con il Real
Madrid era sempre stata attraente per il pubblico di Milano. Due anni prima aveva richiamato oltre
8000 spettatori. Fu così che in società nacque l'idea di osare, di esporsi, di correre un rischio, di
capire se il lavoro che era stato svolto negli ultimi anni e soprattutto mesi e il grande feeling
nascente tra squadra e tifoseria potesse portare a qualcosa di davvero importante. Venne così ideato
l'Olimpia Day ovvero il giorno dell'orgoglio di tifare Olimpia. Nella sostanza si invitarono i tifosi
più fedeli, gli abbonati, a convincere gli appassionati saltuari, occasionali a lasciar da parte tutto e
venire al Mediolanum Forum per quella partita. Si ideò lo slogan "Operazione 10.000" fissando su
quella cifra una specie di tetto sul quale salire assieme al pubblico (agli abbonati venne garantita la
possibilità di acquistare ai prezzi loro riservati più dei due tradizionali biglietti per gara e a chi fosse
arrivato a portare 10 persone sarebbe stato assicurato un "upgrade" del posto per una partita
successiva). Il livello di movimentazione fu notevole e la sera della partita i botteghini rimasero
chiusi trasformando l'operazione in un successo sorprendente, da 12.331 spettatori presenti.
L'obiettivo - dimostrare all'Europa che la passione di Milano era rimasta sopita, cloroformizzata ma
stava per esplodere di nuovo - venne raggiunto. Da quel momento, la stagione non è più stata la
stessa. Progressivamente la sensazione fu che venire a vedere l'Olimpia sarebbe stata una scelta
trendy e sarebbe stata ben ripagata dallo spettacolo (anche degli avversari come fu il caso del Real
Madrid) e dalla squadra. Il Real Madrid vinse a Milano, ma di sette punti, l'Olimpia tenne, giocò
una partita volitiva e dimostrò di essere cresciuta.
Con il tempo, accedere alle partite sarebbe diventato complicato. Chi in estate scelse di abbonarsi
con la formula "All-Inclusive" sarebbe stato premiato non solo economicamente ma anche dalla
certezza di assistere a tutte le gare dell'EA7, le grandi sfide di Eurolega, le gare di playoffs e la
finale scudetto incluse. Tutto cominciò con quella notte magica vissuta con il Real Madrid, una gara
che - arrivando dopo due sconfitte dolorose e rocambolesche, a Kaunas e Roma - non poteva
cavalcare l'onda di un grande momento di risultati ma solo quella della passione e della percezione
che la città stava ricavando dalla squadra. Quando arrivò a Milano, Luca Banchi disse che avrebbe
dovuto combattere l'indifferenza. Questa squadra non è mai stata indifferente alla città. La grande
notte vissuta con il Real Madrid, il primo tutto esaurito, dimostrò che quella scommessa era già
stata vinta. La sconfitta non scalfì le buone sensazioni, non scalfì l'entusiasmo del pubblico, anche
quello occasionale. Certo, nessuno avrebbe immaginato che il successo di popolarità potesse
raggiungere i livelli che poi ha raggiunto.
11. GANI LAWAL
Gani Lawal arrivò a Milano prima che Samardo Samuels si fratturasse la mano a Kaunas ma per
pura coincidenza il suo innesto coincise con la momentanea perdita di “Sam Sam”. Nell’arco della
sua stagione milanese, Lawal ci avrebbe abituato a tante cose, incluse partite silenziose o clamorose
esplosioni di energia e rendimento. Non è stato un modello di continuità ma ci sono state partite in
cui è stata davvero, per usare un’espressione a lui cara, “dominante”. Contro Bamberg, regular
season di Eurolega, ebbe 17 punti e 10 rimbalzi, fece 6/8 dal campo e 5/5 dalla lunetta, che non
sarebbe la sua specialità. Al Pireo, nella grande vittoria esterna di Atene ebbe 13 punti e 8 rimbalzi
(all’andata 10 e 9 contro Bryant Dunston) dopo due giorni senza effetti personali: il suo bagaglio,
smarrito in aeroporto, gli venne riconsegnato direttamente nello spogliatoio prima della partita. A
Istanbul contro il Fenerbahce, 12 punti e 7 rimbalzi, 6/6 dal campo. In campionato? Decisivo nella
delicata trasferta di Pistoia che arrivava dopo la debacle di Coppa Italia. E giocò una grandissima
partita a Sassari in gara 6 (8/9, 17 punti e 8 rimbalzi in 18 minuti) e sempre nella sesta a Siena (10
punti e 9 rimbalzi). Alla fine, anche se è stato costretto a fare il cambio di Samardo Samuels, Lawal
ha avuto una stagione ondulante ma preziosa. Alla gente è piaciuto per il tasso di spettacolarità del
suo gioco: alley-oop, schiacciate affondando da altezze impressionanti, stoppate superbe ad ogni
livello.
Lawal è nigeriano ma cresciuto negli Stati Uniti, ad Atlanta, in Georgia, dove ha cominciato a
giocare a basket. Dopo aver frequentato la Riverdale High School, negli ultimi due anni di
eleggibilità andò nella potentissima Norcross, vinse il titolo dello stato e fu eletto miglior giocatore
della Georgia. Restò a casa per il college, Georgia Tech, ateneo di alto livello in cui fece coppia per
un anno con Derrick Favors, poi giocatore NBA importante a Utah. Ma per Lawal non si è trattato
di un fatto episodico. E’ cresciuto con Al-Farouq Aminu che poi ha giocato a Wake Forest ed è
andato anche lui nella NBA e con Alade Aminu che cominciò la stagione dello scudetto a Brindisi.
“I nostri padri sono come fratelli e anche loro lo sono per me”. A Georgia Tech restò tre anni, poi
tentativi infruttuosi di ritagliarsi spazio nella NBA, limitato dalla statura nel ruolo di centro e dalla
tecnica nel ruolo di ala forte. A Roma ha trovato la sua dimensione giocando una stagione fantastica
e portando la squadra in finale dove perse 4-1 contro Siena. L’allenatore di Siena era Luca Banchi.
Dopo una parentesi in Cina, l’approdo a Milano a stagione già iniziata.
La prima novità arrivata in spogliatoio con Lawal è stata la preghiera pre partita. L’ha sempre fatto,
ha chiesto di farlo anche a Milano. Prima di entrare in campo, dopo le raccomandazioni degli
allenatori, Lawal radunava i compagni e pronunciava qualche parola. In generale si prega per la
salute, perché nessuno si faccia male. Lawal è educatissimo, rispettoso, ringrazia, saluta sempre, è
ben educato. Come ha raccontato Gentile a “Sport Week” gli è capitato di dormire troppo il giorno
di gara 7 della finale scudetto. Arrivò al Forum con 45 minuti di ritardo. Alla fine dello shootaround chiamò tutti i compagni vicino scusandosi. Era terribilmente rammaricato. In quell’episodio,
le scuse sentitissime e il ritardo, c’è molto del carattere di Lawal nel quale si mischiano modi
gentile, educati e la tendenza a distrarsi che qualche volta fa perdere la pazienza agli allenatori ma
gli viene perdonata perché mai frutto di malizia o disinteresse. Lawal è così: a Tel Aviv portò dietro
tre membri della famiglia e all’arrivo del charter in Israele si preoccupò personalmente di ritirare i
loro bagagli, classico esempio del suo innato senso di protezione per le persone cui vuole bene. Alla
cena dei saluti, si è premurato di ringraziare uno ad uno tutte le persone conosciute a Milano,
ognuno di essi per tutto quello che aveva fatto per lui. Scostante in campo, con la testa tra le nuvole
ogni tanto, anche letteralmente, ma educatissimo. Un bravo ragazzo.
12. LA SVOLTA DI CANTU’
Alessandro Gentile segnò da tre punti nel finale della partita riducendo lievemente le dimensioni
della sconfitta. Ma il derby di Cantù fu una doccia gelata perché la gara non ebbe quasi storia.
L'Olimpia andò avanti 25-20 nel secondo quarto giocando bene per 12-13 minuti ma poi fu un
monologo canturino. Difesa fatta a brandelli, spaziature, grandi percentuali e difesa solida. "Una
lezione di pallacanestro: lo dissi allora ma lo penso anche oggi", dice Gentile che segnò 28 punti
quella sera. "Fu una brutta gara ma stavamo già rimediando: in quelle ore firmammo Daniel
Hackett", ricorda il Coach Luca Banchi.
Fu una serata surreale, alla vigilia di Natale. L'Olimpia aveva superato la prima fase di Eurolega
battendo Bamberg ma poi era caduta pesantemente a Strasburgo in una gara senza significato ma
testimone di una mentalità ancora lontana da quanto richiesto dall'allenatore. Di rientro dalla
Francia, c'era il derby contro una squadra in grande forma, in un impianto ostico e in condizioni
molto particolari. Tanto per cominciare mancava Samardo Samuels: si era rotto la mano a Kaunas, e
il suo rientro sarebbe avvenuto solo nel 2014, poi mancava David Moss che si era infortunato
proprio a Strasburgo nell'ultimo allenamento. Infine non c'era ancora Daniel Hackett (MarQuez
Haynes in partenza giocò 18 minuti senza segnare). In pratica mancavano tre dei primi sei giocatori
della squadra. Ed era la trasferta numero 7 su 11 gare, uno scherzo del calendario molto particolare
che creò tensione. A Cantù l'EA7 perse la quinta partita della stagione, a fronte di sei vittorie,
navigava a metà classifica ma valeva più di quanto dicesse la graduatoria. E tuttavia l'87-72 di
Cantù raccontò solo in minima parte della superiorità brianzola di quella sera. Pur tenendo conto
delle assenze. "Ci guardammo in faccia in spogliatoio - dice Nicolò Melli - e ci dicemmo che
giocando così non saremmo andati da nessuna parte. Ma ero certo che questa squadra valesse molto
di più".
Daniel Hackett era a Milano. L'accordo per l'acquisto era stato perfezionato nelle ore precedenti.
Quel giorno lo dedicò al trasloco da Siena a Milano, aiutato dal fido team manager Filippo Leoni.
Nel tardo pomeriggio completò le visite mediche con il professor Marco Bigoni, il capo dello staff
sanitario dell'Olimpia. E infine la prima visita in sede, in Piazzale Lotto. Poi ad Hackett non restò
che spostarsi davanti alla tv mentre la squadra veniva asfaltata a Cantù. Quello che nessuno
immaginava in quel momento fu che con Hackett e poi gradualmente i recuperi di Moss e Samuels
(anche se Cantù, Gani Lawal fece bene con 14 punti e 10 rimbalzi), l'Olimpia in campionato non
avrebbe più perso fino a gara 3 dei quarti dei playoff proseguendo la sua striscia di vittorie
casalinghe fino a gara 1 della semifinale dei playoff. Dopo la lunga, interminabile, negativa, notte
del Pianella, arrivarono 21 vittorie in fila.
13. DANIEL HACKETT
Daniel Hackett è il prodotto di due mondi diversi, da una parte la provincia italiana della mamma
Katia e dall'altra il fascino delle metropoli americane, prima New York ovvero le radici del padre
Rudy e poi Los Angeles, diventata da adolescente la sua seconda casa. Quindi Hackett è in effetti
un prodotto intrigante come il suo accento pesarese su un look da rapper. Hackett è multitasking,
playmaker e guardia, attaccante aggressivo e difensore, NBA e Italia, è umiltà e leadership, Pesaro
e Los Angeles, Milano e Siena, anche.
Rudy Hackett viene da Mount Vernon, stato di New York, abbastanza bravo da sfuggire
all'anonimato del ghetto, abbastanza sfortunato da crescere in epoche diverse quando la NBA non
allineava 30 squadre e non impiegava 500 giocatori all'anno. Rudy, ala forte vecchio stampo,
fisico, difensore, rimbalzista, maniaco della forma fisica ma piccolo (2.03) per il suo ruolo, non
ricchissimo di talento, ebbe una carriera apprezzabile a Syracuse, riuscì a giocare da professionista
(fu scelto al numero 37 da New Orlaens, giocò a St.Louis nella ABA, poi Nets e Indiana) ma non a
sfondare. Lo fece in Italia, dove nell'epoca dei due americani per squadra lui occupava la parte del
giocatore di squadra, della spalla di lusso. Forlì fu la sua squadra, poi Livorno, Porto San Giorgio e
Reggio Emilia, una buona carriera magari senza acuti ma che lo fece apprezzare per serietà,
affidabilità, le caratteristiche che cerchi quando vuoi andare sul sicuro, azzerare i rischi. Hackett
conobbe Katia, ragazza di Imola, si sposarono e nel dicembre del 1987 dalla loro unione nacque
Daniel. "Rudy giocava a Istanbul in quel periodo - racconta Daniel - ma mamma voleva che
nascessi in Italia, prese l'aereo e tornò a casa. Fu così che nacqui all'ospedale di Forlimpopoli". Gli
anni più importanti furono quelli di Pesaro dove Rudy - finita la carriera di giocatore - ne aveva
cominciata una nuova da allenatore. Il piccolo Daniel non aveva chiaro quale dovesse essere il suo
percorso ma Pesaro è la sua città, i pesaresi sono la sua gente, è dove si sente protetto, amato. Gli
venne l'idea di provare con il calcio. Fece un provino ma pioveva, non aveva i tacchetti, fu un
disastro. Rudy, che aveva boicottato il provino, disse che era un segno del destino
accompagnandolo di nuovo in palestra dove non pioveva mai...
Ma le cose non andavano benissimo in campo. Rudy era ancora il più convinto tifoso del figlio.
Sarà stato l'istinto del campione o forse amore paterno ma Rudy in Daniel credeva ciecamente
quando pochi erano disposti a farlo. Il matrimonio con Katia era finito, Rudy tornava in America e
propose al 15enne Daniel di avere gli attributi per seguirlo che tanto in Italia Non stava andando da
nessuna parte. Daniel è tante cose ma non è uno che si spaventa facilmente. Fece le valigie e andò.
Los Angeles. Hollywood e le colline. Malibu e le spiagge. Santa Monica. Tanta gente,
opportunità. Un sogno. La sua seconda casa. Soprattutto la svolta. Evidentemente lo stile di gioco
americano, forza, esplosivita, carattere, velocità si adattava bene a Daniel. A St.John Bosco
Bellflower High School, Hackett era un afroamericano con un accento curioso ma la taglia fisica e
il talento del prospetto NBA. Con un anno di anticipo chiuse la parentesi del liceo volando a
Southern California dove il playmaker titolare, Ryan Francis era tragicamente morto. USC era la
risposta locale a UCLA, meno glamour, vista la collocazione a Compton ma non meno ambiziosa,
con un programma di football strepitoso e un nuovo impianto da inaugurare, il Galen Center. Il
coach era Tim Floyd che aveva già guidato Chicago e New Orleans nella NBA. Hackett avrebbe
giocato con futuri giocatori NBA come Nick Young, Taj Gibson, Gabe Pruitt, infine OJ Majo.
A USC, Hackett conquistò subito il quintetto. Da freshman aiutò la squadra a raggiungere il Torneo
NCAA dove segnò 20 punti contro Texas marcando addirittura Kevin Durant, e si fermò ad un
passo dal sogno, contro North Carolina. Al secondo anno fece una tripla doppia contro South
Carolina, la prima nella storia di USC, ma lottò contro gli infortuni, si fermò per un problema alla
schiena per tre settimane, tornò in campo per giocare nel Torneo NCAA e fu abbastanza brillante da
ottenere la chiamata in Nazionale. La terza stagione doveva essere la migliore. USC era ambiziosa e
infatti vinse il Torneo della Pac-10 per la prima volta nella sua storia. I suoi numeri furono i
migliori ma quella fu anche la stagione cominciata sotto il sogno dello scontro fisico con Majo in
pre-season. Mandibola fratturata, fisico devastato dall'impossibilità di mangiare. Daniel ha ancora
una cicatrice come ricordo. Ma non parla volentieri di quello che successe. A fine anno si dichiarò
per i draft NBA, non venne scelto ma andò veramente vicino a fare la squadra a Dallas. Il processo
di americanizzazione era completo, ma Daniel si sentiva sempre italiano. Senza la possibilità di
giocare nella NBA tornò in Italia. Lo chiamò Treviso.
Venne insieme a Rudy, conobbe CJ Wallace e Alessandro Gentile. Il primo un po' più grande, il
secondo poco più che un bambino. Daniel aveva grandi aspettative e scarsa esperienza. Ebbe una
brutta stagione, traumatica e nessun mercato alla fine della stessa. "Tornai a Pesaro per giocare a
casa, sapevo che mi avrebbero aiutato". Due anni tra la sua gente per rigenerarsi alla grande.
Progressi enormi nella seconda stagione quando faceva coppia con Ricky Hickman, poi c'erano
James White, Jumaine Jones e Marco Cusin. Pesaro riportò 10.000 persone alla partita per i playoffs
in cui si fermò in semifinale. Contro l'Olimpia. Il general manager era Gianluca Pascucci, pesarese
come lui, con un passato da allenatore persino dello stesso Hackett quando era letteralmente un
bambino. L'Olimpia lo voleva, ma c'era Omar Cook, c'era Keith Langford, c'era Malik Hairston.
Preferì Siena, che gli proponeva un ruolo più importante. Vinse tutto: Coppa Italia e scudetto,
sempre da Mvp. Ma Milano chiamò ancora. Lui vacillò una volta, due e infine rinunciò. Vinse
anche la Supercoppa con Siena. Ma la corte proseguiva. "Ad un certo punto ho capito che le
condizioni per lasciare Siena e venire a Milano erano quelle perfette. Così ho scelto per avere
l'opportunità di aprire un ciclo a Milano, in un posto affascinante dove non si vinceva da tanto
tempo". "Era sempre stato la nostra prima scelta, poi improvvisamente c'è stata la possibilità di
coronare quell'inseguimento", dice Coach Luca Banchi.
La squadra era a Cantù, dove venne maltrattata. Hackett era a Milano, il suo primo giorno da
giocatore dell'Olimpia. Quando i ragazzi rientrarono con la testa bassa, Hackett fece il suo primo
allenamento. Scelse di giocare con il 12 "perché a Pesaro c'era un amico di famiglia, Antonello
Riva, che a Milano è stato importante e giocava con il 12. Volevo onorarlo"., spiegò. La prima
partita fu contro Cremona, il giorno di Santo Stefano. Il "Welcome Daniel Hackett Game". Vittoria.
A fine gara l'abbraccio con Keith Langford: "Giocare contro di lui è sempre stato stimolante e
difficile. Mi disse parole bellissime", racconta Hackett. La squadra con lui decollò: 21 vittorie di
fila in campionato, una grande Top 16. Il suo ingresso fu in punta di piedi, non da star, piuttosto da
giocatore ansioso di essere utile ai compagni e di vincere. Ha vissuto, dopo la serie con il Maccabi,
momenti difficili anche dal punto di vista fisico. Non è stato magari l'Hackett decisivo che può
essere e che è già stato, ma ha fatto in tempo a giocare cinque minuti da leone in gara 7, quelli che
hanno permesso all'Olimpia di rimontare e vincere. Il suo 2+1 in penetrazione, è stato
probabilmente il canestro scudetto, come quello dall'angolo di David Moss è stato il tiro della staffa
e la schiacciata finale di Alessandro Gentile il punto esclamativo sul 26.
14. THE MOSSMAN
Il processo di adattamento di David Moss a Milano è durato lo spazio di un mattino. Conosceva la
città, era in Italia da sei anni al punto da sentirsi a casa sua forse più che negli Stati Uniti e inoltre
Moss è una persona che lega in fretta, con compagni americani come lui o italiani o magari con
silenziosi estoni come Kristjan Kangur. La provenienza da Siena non è mai stata un problema per
nessuno: merito magari del look, forse dell'energia o della strepitosa disponibilità nei confronti dei
fans, fatto sta che fin dalle prime amichevoli Moss ha raccolto solo applausi e consensi. Se mai era
stato percepito come un nemico, non lo era più. "Per me è una competizione. Sempre. Io voglio
vincere e se il mio avversario vuole fare altrettanto allora diventa una bella lotta. Ma io non mi tiro
indietro". È corretto pensare che Moss abbia aperto la strada dell'apprezzamento degli ex senesi di
cui ha beneficiato anche Daniel Hackett.
David Moss è stato dell'Olimpia la spina dorsale della difesa. Non solo lo specialista dirottato sulle
tracce del miglior attaccante avversario ma anche l'arma tattica da usare contro i playmaker per
spegnere, complicare il gioco altrui. Un utilizzo, un due metri sul playmaker, che ha fatto
tendenza, è stato imitato. Ma c'è solo un David Moss. L'originale. "Al liceo - racconta - in realtà
ero un tiratore. Scelsi di giocare con il numero 34 in onore di Ray Allen anche se a casa mia, a
Chicago, erano i tempi dei Bulls e il mio giocatore preferito era Scottie Pippen, anche più di
Michael Jordan che ovviamente era il più forte di tutti. Sì, nel mio gioco c'è qualcosa di Pippen".
La difesa è una conseguenza di atletismo ed energia, una forma di specializzazione nata in corso di
evoluzione. "Quando il livello si alza emergere è sempre più difficile. Io ho provato attraverso la
difesa a ritagliarmi il mio spazio". Ma a Milano, Moss ha toccato i livelli statistici più alti da
quando è in Italia in tiri da due, tiri liberi, rimbalzi confermando le proprie qualità di tiratore sugli
scarichi specie dai due angoli. È quasi simbolico che sia stata una sua tripla dall'angolo sinistro a
chiudere la partita dello scudetto.
Moss viene da Chicago, "sono cresciuto guardando e tifando per le squadre della mia città,
rifiutando anche il concetto sacro in base al quale non puoi tifare al tempo stesso per i Cubs e i
White Sox di baseball. Ma era mia nonna la tifosa di famiglia". David è cresciuto in una famiglia
della "middle class" americana, non è venuto su con una guida paterna ma la madre era
un'insegnante, la zia una professoressa che ebbe anche la possibilità di fare del cinema e resta la
figura più importante della sua vita. Quando morì David si fece tatuare il suo volto sulla costola
sinistra. "È il mio tatuaggio più importante" dice. Il piccolo Moss aveva energia in eccesso,
praticava tutti gli sport inclusi calcio e nuoto ma il basket era il suo grande amore. Per giocare alla
Thornwood High School, una delle migliori d'America a quei tempi e certamente la migliore nello
stato dell'Illinois, ogni mattina partiva da Chicago per arrivare nel sobborgo di South Holland. In
cambio poteva giocare con Eddy Curry, centro dominante che dal liceo sarebbe balzato direttamente
alla NBA per giocare nei Bulls e poi nei Knicks anche se ebbe una carriera molto al di sotto delle
aspettative. "Penso mi abbia aiutato a farmi conoscere - dice Moss - le prime offerte di borsa di
studio mi arrivarono quando giocavo con lui. Per me era il massimo: potevo andare al college
gratuitamente e continuare a giocare. Era importante per la mia famiglia perché agli studi hanno
sempre tenuto molto e comunque io me la cavavo. Fu più avanti che capii di poter diventare un
professionista nel basket. Non ho mai pensato di poter andare nella NBA ma da quel momento il
mio approccio soprattutto all'allenamento è cambiato". Dopo l'anno da senior si fecero vive tante
università di primo piano ma Moss era già allora una persona leale: aveva dato da tempo la sua
parola a Indiana State e la mantenne. "Loro furono i primi a credere in me, mi mostrarono fiducia.
Era giusto non dimenticare". Quattro anni a Indiana State, l 'ex college di Larry Bird, un mid-major
che si tolse la soddisfazione di battere la superpotenza Indiana a casa sua trasformando i
protagonisti dell'impresa in eroi. Moss diventò il quinto realizzatore di sempre del college. Da
tempo era già Mossman, il suo alter ego che faceva appunto l'eroe. "Il soprannome me lo attribuì
un giornalista al liceo dopo una partita in cui avevo fatto bene tante cose. E mi rimase incollato
addosso". Letteralmente visto che poi se l'è tatuato su un braccio. "Mi piacciono i tatuaggi,
esprimono stati d'animo, esperienze ma ho sempre evitato le mani e il collo. Un po' perché le mani
sono sacre per un giocatore e un po' perché se un domani dovessi fare un lavoro da giacca e cravatta
sarebbe giusto evitare di mostrare i tatuaggi. Non tutti sono obbligati a capirne il significato".
Se Moss è stato conquistato da Milano anche Milano è stata conquistata da Moss. Copertine
(Sportweek), giornali (non necessariamente sportivi), tv (Sky è stata a casa sua per mostrare il suo
guardaroba e i gadget domestici) e il costante abbraccio dei tifosi, affascinati non solo dal giocatore
ma anche dalla star che va ad allenarsi in bicicletta o al Forum in metropolitana aspettando il treno
dopo la partita come uno spettatore comune.
La Polonia fu la prima tappa della carriera professioistica di Moss ma finì con in infortunio per cui a
cambiare la sua storia fu lo sbarco successivo, in Italia, a Jesi con Andrea Capobianco come
allenatore. Legadue certo, ma arrivò la vittoria in Coppa Italia e quindi il salto in serie A sempre
con Capobianco ma a Teramo. "Andai a vederlo - racconta Capobianco - e in sequenza fece un
canestro, un assist, un rimbalzo poi una palla rubata. Faceva tutto". Teramo finì terza in regular
season, fu semifinalista in Coppa Italia, aveva Peppe Poeta in regia, Jaycee Carroll da guardia e
Moss. Nei playoff perse con Milano 3-1. Ci furono polemiche, ci fu il canestro decisivo di
Mindaugas Katelynas. Ma intanto lo status di Moss era cambiato. Siena lo firmò per sostituire
Romain Sato ma Sato rimase e lui andò un anno a Bologna dove giocò la prima Finale di Coppa
Italia perdendola con Siena. Oggi Siena sembra il club che scoprì il potenziale di Moss prima di
tutti ma dopo un anno in prestito aveva deciso di rimetterlo ancora sul mercato perché stava
arrivando dalla NBA Malik Hairston. Quando questi si rivelò infortunato fu richiamato Moss. Tre
anni, tre titoli, una Final Four, tre coppe Italia. Poi finalmente Milano.
"Ho percepito che qui sarebbe stato possibile costruire qualcosa di importante rinverdendo i fasti
del passato ma senza subirli. La pressione non l'ho mai avvertita come un problema: quando dai
tutto per un risultato poi può capitare di non vincere ma puoi lo stesso essere in pace con te stesso"
dice Mossman ma intanto il suo è stato il quarto scudetto consecutivo.
15. UNA NOTTE DA CAMPIONI
La partita di Eurolega contro l'Olympiacos vinta 81-51, punteggio ovviamente inaspettato nelle
dimensioni e anche per lo svolgimento della gara, è stata quella della presa di coscienza dei mezzi
della squadra. Una sorta di presentazione alla grande platea europea di quello che l'Olimpia stava
diventando. Fino a quel momento non c'era ancora stata la grande impresa europea. Le Top 16
erano state conquistate con cinque vittorie ma quella più somigliante ad un'impresa era stata la
vittoria suĺl'Efes al Forum ma soprattutto dal punto di vista emotivo con la grande rimonta
dell'ultimo quarto avviata da un fallo tecnico sanzionato a Gentile che poi scherzando si era
domandato se anziché la multa prevista dal regolamento interno non si sarebbe piuttosto meritato un
premio. Ma la grande affermazione non c'era ancora stata. E serviva per acquisire credibilità e per
inserirsi nella corsa ai playoff contro ogni previsione. L'Olympiacos era ancora imbattuto in
Eurolega: contando la prima fase facevano 11 vittorie di fila ed era anche la squadra che aveva
vinto le ultime due edizioni dell'Eurolega. Insomma era una gara sulla carta proibitiva per una
formazione che era stata appena malmenata ad Atene dal Panathinaikos, nella trasferta affrontata a
capodanno.
Ma c'erano comunque segnali positivi. Si trattava solo di coglierli o dar loro un senso. In
campionato, dopo la batosta di Cantù, erano arrivate tre vittorie di fila e l'ultima, a Sassari, era
risultata particolarmente convincente pur ottenuta senza Curtis Jerrells. L'inserimento di Daniel
Hackett appariva già completato e la squadra finalmente aveva il suo assetto definitivo con Gani
Lawal, il recupero di Samardo Samuels dopo la frattura della mano e quello di Kristjan Kangur
dopo l'operazione alla schiena. Poi c'erano anche segnali, per così dire, sovrannaturali perché la
partita capitava proprio nel giorno del 78° anniversario della data ufficiale di fondazione
dell'Olimpia tanto che la ricorrenza fu celebrata con una sfilata di ragazzini del minibasket ognuno
dei quali sfoggiava la tshirt di uno dei 78 personaggi storici dell'Olimpia. Insomma, nel giorno del
suo compleanno poteva l'Olimpia non giocare da Olimpia?
La sfilata venne effettuata all'intervallo in un clima già festoso perché la partita si rivelò appunto un
trionfo, una cavalcata impressionante con tante spettacolari immagini. Hackett che ruba palla e va
a schiacciare. Keith Langford che segna 29 punti e domina la partita, Gani Lawal che vola sulle
teste dei campioni d'Europa e distrugge Bryant Dunston che sarebbe stato votato miglior difensore
della stagione ed era il giocatore che aveva rifiutato proprio l'Olimpia per arruolarsi nei bicampioni
d'Europa. Una partita strepitosa che scalfì la sicurezza dell'Olympiacos riportandolo nel cuore della
battaglia per i playoff, consentì all'Olimpia di inserirsi nella competizione e fu soprattutto un
segnale: vincere a Milano sarebbe stato complicato per tutti e la gente di Milano avrebbe fatto la sua
parte. Dopo quella magica serata, l'Olimpia avrebbe superato i 10.000 presenti in sei delle
successive otto gare di Eurolega (una delle due gare sotto quella soglia, contro Malaga, si giocò
peraltro a Desio) e avrebbe vinto tutte le gare interne di Top 16 giocando partite molto simili a
quella disputata contro i campioni in carica.
Sfuggito nell'oceano di entusiasmo generato dalla partita era anche un altro particolare
fondamentale ovvero quanto la squadra fosse migliorata rispetto all'inizio della stagione. Se il tutto
esaurito del Real Madrid aveva cambiato la percezione dell'interesse, la vittoria devastante nel
modo sull'Olympiacos ci restituì una formazione che in Eurolega giocando con coraggio, spirito e
consapevolezza del suo nuovo status sociale sarebbe diventata la grande rivelazione della stagione.
16. LA BEFFA PLANINIC
Ci sono state situazioni ricorrenti nella stagione dell'Olimpia e purtroppo anche dolorose. Ci sono
state sconfitte razionalmente inspiegabili nel senso che sono state il frutto di episodi incredibili e di
fronte ai quali l'unico sentimento possibile è la frustrazione dettata dall'impotenza, più che il
rammarico. Il più rocambolesco è stato la sconfitta di Istanbul contro l'Efes nelle Top 16 di
Eurolega. Negli ultimi tre minuti di partita si è verificata una concomitanza di piccoli episodi
contrari assolutamente inusuale. Sarebbe stato sufficiente che uno di essi fosse favorevole per
vincere la partita. Si va da un lay-up sbagliato da Hackett ad un 1/2 dalla lunetta dello stesso
Hackett. Sarebbe stato sufficiente che Keith Langford non sbagĺiasse il secondo tiro libero ma il
primo. Sarebbe cambiato tutto. Ma la verità è che la partita era stata vinta comunque. Vinta.
A conti fatti è stata una sconfitta ininfluente. L'Olimpia non sarebbe comunque arrivata meglio che
seconda nel proprio girone. Ma in quel momento la sensazione fu che con il tiro incredibile di Zoran
Planinic se ne fosse andata una larga fetta di futuro europeo. L'Olimpia aveva battuto, dopo
l'Olympiacos, anche Vitoria ma in un girone di Top 16 serve vincere almeno due volte in trasferta a
patto di non perdere più di una volta in casa. Quella di Istanbul aveva tutta l'aria di essere
un'occasione persa. Nella buia notte di Istanbul nessuno poteva immaginare che l'Olimpia nelle Top
16 in casa non avrebbe mai perso, che avrebbe vinto sette gare consecutive sbancando il Pireo,
Vitoria e l'altra Istanbul. Quella sera l'unica immagine stampata nella mente, l'unico pensiero era
legato come un incubo al più incredibile canestro dell'anno. Quello di Zoran Planinic. E il terribile
sospetto che di fatto avrebbe poi eliminato l'Olimpia dalla corsa ai playoffs.
Quando Alessandro Gentile segnò a Sassari in gara 3 di semifinale - parliamo ovviamente di
campionato - da tre grazie anche ad un rimbalzo favorevole ammise che la fortuna gli era stata
amica ma ricordò anche che durante la stagione raramente era stato così (in Coppa Italia allo
scadere del terzo quarto proprio Drake Diener di Sassari aveva accorciato da meno 10 a meno 7
trovando una parabola da oltre metà campo e avviando la rimonta della sua squadra). Quando
Langford sbagliò il secondo tiro libero a Istanbul mancavano ancora due secondi e mezzo alla
sirena, abbastanza tempo per avvicinarsi al canestro, per eseguire un passaggio, insomma per
aumentare lievemente le possibilità di fare canestro. Langford aveva ricevuto l'ordine di segnare e
portare l'Olimpia sul più tre perché l'Efes non aveva più alcun time-out con il quale avanzare la
palla a metà campo. Quindi non c'era motivo per non segnare. Ma normalmente in questo genere di
situazioni si può anche decidere di sbagliare, mangiare decimi preziosi sul cronometro e concedere
un tiro da tre quarti di campo. Più o meno.
Alla fine della partita Planinic avrebbe provato ad attribuire un senso a quel canestro ricordando di
averne realizzato un altro simile in carriera nella NBA solo che era la fine del terzo quarto, non il
tiro della vittoria. E disse anche di allenarlo spesso quel tiro. Riguardando il replay l'aspetto più
macabro di quel colpo di fortuna è tutto circoscritto nel gesto di Kostas Vasileiadis. Quando
Planinic cattura il rimbalzo, lui cerca di catturare l'attenzione del compagno per un passaggio a
metà campo e un tiro leggermente meno disperato. Vedendo l'esperto compagno fuggire in
palleggio verso l'esterno, verso la propria panchina, completamente preda del panico, Vasileiadis
alza le braccia un po' in segno di resa, un po' di imprecazione. Ma il tiro di Planinic era già partito.
Una sola cosa è impressionante di quel tiro da 27 metri. La forza del giocatore che praticamente
senza guardare, con il corpo di traverso riesce ugualmente a produrre un gesto abbastanza violento
da indirizzare la palla, velocissima e pesante, verso il canestro quando nella maggior parte dei casi
un tiro di quel genere non arriva mai fino al canestro avversario. E mentre tutta la panchina
dell'Olimpia stava solo aspettando di festeggiare, il tabellone indirizzò la palla dentro il canestro
lasciando tutti ammutoliti, di sasso.
Quello che non ti uccide però ti rende più forte. L'Olimpia è sempre riuscita a non farsi uccidere
nella mente e nello spirito dalle avversità. Ha sempre risposto. Se ha avuto qualche volta la colpa di
essere la causa dei suoi stessi problemi ha avuto anche sempre la forza di reagire. Pochi giorni dopo
vinse nettamente contro Caserta e una settimana dopo giocò una grande gara interna contro il
Fenerbahce riducendo il canestro fortunato di Planinic ad un episodio. Curioso, indimenticabile
nella sua anomalia, macabro e da raccontare. Ma un episodio. Certo nella notte di Istanbul sarebbe
stato impossibile vederlo come qualcosa che non fosse un segno negativo del destino.
17. BRU-NO, BRU-NO!
L'inizio delle Top 16 di Eurolega è coinciso con la nascita e poi l'evoluzione del fenomeno Cerella.
Recuperata una condizione fisica ottimale dopo uno stop lunghissimo che gli aveva rovinato gran
parte della stagione precedente a Varese, al minimo storico come percentuale di grasso corporeo, il
che significa che non era mai stato così veloce, reattivo, Cerella ha cominciato improvvisamente a
diventare molto più che un giocatore da allenamento o una polizza assicurativa. È diventato un
giocatore utile alla causa per tante ragioni: la straordinaria capacità di dare tutto anche in pochi
secondi, le qualità di difensore eccellente su diverse tipologie di avversario, in piccolo simili alle
caratteristiche di Moss, il discreto tiro e infine ciò che lo rende speciale ovvero lo spirito, la totale
assenza di timori nello scontro fisico e l'istinto innato di intuire i passaggi e di rubare palla (nei
playoffs Cerella ha recuperato il doppio dei palloni che ha perso, una statistica impressionante e
inusuale).
Nel diventare utile alla causa è successo un fatto straordinario ovvero la totale identificazione del
pubblico di Milano nello spirito di Cerella celebrata con il coro Bru-no, Bru-no, che dopo i primi
timidi tentativi di esplosione è diventato routine ad ogni minima giocata positiva della guardia di
Bahia Blanca. Ci sono state gare in cui l'apporto di Cerella è risultato determinante soprattutto in
Eurolega, soprattutto quando Gentile o Langford non sono stati disponibili e lui ne ha preso il posto
nella rotazione. In campionato la sua gara migliore è stata la quinta contro Pistoia in un clima di
tensione, giocando senza Alessandro Gentile. Lì Cerella ha confermato quanto avrebbe già dovuto
essere chiaro da tempo: cuore, carattere, combattività alle volte oscurano talento e doti tecniche
che non saranno da top player però esistono. E contano.
Bahia Blanca è sul mare, baciata dal vento dell'Atlantico, lontana per i nostri standard da Buenos
Aires ma ha una caratteristica che in Argentina la rende unica: qui lo sport più popolare non è il
calcio ma il basket per quanto questo possa suonare strano o irreale in un paese che ha prodotto
Maradona o Messi. Bahia Blanca non è immune al fascino del calcio: l'attaccante dell'Inter Rodrigo
Palacio, amico di infanzia di Cerella, è di Bahia Blanca. Ma non ci sono bahiensi che non
conoscano, non seguano o non abbiano giocato a basket. A Bahia Blanca i bambini sognano si
diventare come Manu Ginobili non Leo Messi. "Ci sono 22 società di basket a Bahia Blanca e
prima o poi tutti provano a giocare" dice Bruno. Fu così anche per lui in una città che ha prodotto
oltre a Ginobili e i suoi due fratelli anche Pepe Sanchez, che ha giocato nella NBA, Juan Espil o
Jasen per citare solo i più noti. Ma Bruno Cerella non era un predestinato, solo un buon giocatore
cresciuto a ridosso della più grande generazione di talenti della storia del basket argentino. Quando
aveva 18 anni arrivò in Italia senza grandi aspettative. "Pensavo di restare sei mesi, fare una bella
esperienza di vita e di basket. Non me ne sono più andato ma ho cominciato davvero dal basso". Il
basso significa Massafra, Potenza, Salerno. Non puoi fare più strada di quella percorsa da Cerella
per arrivare così in alto. Il suo stile di gioco che ai tifosi dell"Olimpia ricorda quello di Mason
Rocca, Vittorio Gallinari o addirittura Arthur Kenney, ovvero il cuore oltre l'ostacolo, per Bruno è
la sintesi si una carriera vissuta di rincorsa. Giocando come se la propria vita dipendesse da ogni
singolo possesso, che davanti abbia Spanoulis o Diamantidis, Cerella si è conquistato il diritto di
diventare l'idolo del Forum, non per il look hollywoodiano ma per il cuore. Ed è un successo
meritato perché Cerella lavora, si allena più di tutti, prima di tutti, con selvaggia professionalità.
Deve molto ad Andrea Capobianco, il coach che in effetti lo portò in serie A a Teramo. Fu il
miglior anno del club abruzzese che arrivò alla semifinale di Coppa Italia e ai playoffs scudetto
conquistati dal terzo posto. Teramo fu eliminata in quattro partite proprio da Milano. Quattro
giocatori di quella squadra hanno giocato in Eurolega la passata stagione: Peppe Poeta, Jaycee
Carroll, David Moss e appunto Cerella. L'anno dopo fu mandato in prestito a Casalpusterlengo in
Legadue dove il suo talento e atletismo gli consentirono a tratti di dominare. Tornò a Teramo,
esplose sotto coach Alessandro Ramagli ma si devastò un ginocchio proprio nel suo Forum, a fine
stagione. Il già programmato trasferimento a Siena dove avrebbe giocato per Luca Banchi con un
anno di anticipo, dove avrebbe debuttato in Eurolega, saltò per aria. Cerella finì a Varese nell'anno
giusto perché la squadra allenata da Frank Vitucci vinse la regular season, raggiunse la finale di
Coppa Italia e perse la semifinale scudetto in sette gare, sempre contro Siena. Ma quella stagione
Bruno la visse ai margini. Quello che doveva fare era recuperare dall'infortunio al ginocchio ma
ebbe un ulteriore infortunio e non si riprese davvero fino ai playoffs. Incerta sul da farsi, Varese
uscì dal contratto forse con l'idea di rinegoziarlo. Ma nel frattempo arrivò la chiamata di Milano. Il
resto è una bellissima storia di passione, quasi una favola perché non esiste nulla di più bello che
vedere esplodere un ragazzo serio, che è venuto fuori dal nulla, che si allena, capisce quanto sia
fortunato ad essere dov'è e prova ad apprezzarlo ogni giorno.
18. LA NOTTE PIU’ LUNGA
Non c'è dubbio che la notte più lunga e difficile della stagione sia stata quella della sconfitta con
Sassari nei quarti di finale di Coppa Italia. C'erano grandi aspettative su quel torneo e ovviamente
una grande voglia di trasformarlo nell'occasione giusta in cui interrompere il lunghissimo digiuno di
successi. Esistevano tanti motivi per essere ottimisti: l'Olimpia in campionato aveva vinto le ultime
otto partite e in Eurolega stava giocando una Top 16 importante con successi di prestigio nonostante
la beffa di Istanbul parzialmente corretta vincendo a Milano contro l'altra squadra di Istanbul, il
Fenerbahce. Inoltre era prima in classifica e in grande crescita di rendimento.
Il coach Banchi era stato però profetico alla vigilia suggerendo di non prodursi in pronostici che
sarebbero inevitabilmente stati smentiti per la natura stessa della competizione. Non a caso nella
stessa giornata inaugurale, pur falcidiata da assenze importanti Reggio Emilia ebbe la meglio sulla
favorita Cantù. Altro fattore sottovalutato dalla critica: la pericolosità di Sassari soprattutto nella
singola partita.
L'idea, giocandosi a Milano, era quella di affrontare il quarto di finale come se fosse una normale
partita casalinga quindi con shootaround al mattino e ritrovo in spogliatoio 90 minuti prima della
palla a due. Ma qualora si fosse vinto l'intera squadra si sarebbe trasferita in hotel dove sarebbe
rimasta fino al termine della competizione. In ogni caso dopo il quarto di finale tutto il gruppo
avrebbe cenato assieme ed è questo particolare che tramutò quella notte nella più lunga e dolorosa
dell'anno. La cena diventò un funerale ovviamente senza parole pronunciate, al massimo sussurrate,
in un clima surreale fatto di rabbia e rimpianti.
Lo sviluppo della partita è noto e avrebbe accompagnato l'Olimpia per mesi. La partita sarebbe
diventata per i media il simbolo delle occasioni perse o dell'incapacità di vincere le gare decisive,
concetto che sia in Eurolega che soprattutto nei playoffs di campionato sarebbe stato spazzato via.
Ma quel giorno diventò in effetti un incubo con il quale convivere a lungo. L'Olimpia dominò
quella partita in lungo e in largo per almeno 25 minuti. Ebbe solo la responsabilità di non aver
tramutato la superiorità di gioco in un vantaggio adeguato. Lasciò la porta aperta e Sassari ebbe il
merito di non permettere che venisse chiusa. Il momento chiave fu il buzzer del terzo quarto.
L'Olimpia aveva ancora 10 punti di vantaggio pur avendo giocato un terzo periodo inferiore ai primi
due. Ma Drake Diener, che sarebbe stato capocannoniere e Mvp della stagione, lanciò per aria un
pallone da oltre metà campo. Non si trattò di un tiro paragonabile al colpo di fortuna di Zoran
Planinic a Istanbul per distanza e dinamica, ma fu comunque un altro tiro incredibile scagliato da
abnorme distanza e baciato dal tabellone. Non fu di per se stesso decisivo ma un vantaggio ancora
considerevole di 10 punti venne ridotto a sette punti e l'inerzia della gara si spostò dalla parte di
Sassari. Non c'è la prova che senza quella tripla Sassari non avrebbe vinto comunque ma lo scarto
conclusivo fu due punti e quindi anche numericamente quel tiro ebbe il suo peso. Di sicuro diede
fiducia a Sassari e insinuò il tarlo del dubbio nella testa dei giocatori di Milano. Il quarto periodo fu
nelle mani di Sassari, l'Olimpia provò a ribellarsi ma senza lucidità e perse. 82-80.
Quanto successe nei giorni seguenti con la ben nota protesta di un gruppo tifosi che poi ha generato
una sorta di spiacevole spaccatura fa parte della storia di questa stagione. Qui vale la pena solo
ricordare che a differenza dell'eliminazione della stagione precedente, questa era molto poco in
linea con quanto la squadra stava mostrando sul campo. In campionato dov'era prima in classifica.
In Eurolega dove aveva battuto Olympiacos e Fenerbahce ed era in corsa per i playoffs. Insomma la
delusione era fortissima ma tutto lasciava presumere che si trattasse di un episodio negativo,
certamente grave e deprimente ma non il segnale vero di una squadra senza cuore o anima. Per
questo dopo la delusione l'obiettivo era essenzialmente quello di non perdere il controllo dei nervi e
della situazione ma di proseguire il cammino intrapreso perché i segnali non erano stati, dopo la
batosta di Cantù, altro che positivi.
19. KEITH LANGFORD
Quando l'Olympiacos diventò minaccioso e il clima dentro l'arena della Pace e dell'Amicizia si fece
davvero incandescente fu Keith Langford con una tripla frontale ad ammutolire il Pireo e dare
all'Olimpia la prima vittoria esterna delle Top 16 lanciandola verso i playoffs. Alla fine del girone
di andata l'Olimpia aveva 4 vittorie e 3 sconfitte con il rispetto totale del fattore campo. Poi aveva
battuto il Panathinaikos in casa ma per svoltare serviva un'impresa esterna. Quella del Pireo lo fu e
aumentò la fiducia e la stima della squadra nei propri mezzi. L'Olimpia vinse in trasferta anche a
Vitoria la settimana successiva, vinse a Istanbul e collezionò in Eurolega sette successi di fila che
le valsero uno straordinario secondo posto nel girone. Soprattutto è lecito sostenere che in quel
periodo di tempo nessuna squadra abbia espresso la qualità di gioco dell'Olimpia. Langford
dell'Eurolega è stato il capocannoniere e anche il miglior giocatore assoluto nella valutazione
statistica. Strepitoso.
Eppure è stato poco rimarcato che l'Olimpia abbia giocato senza Langford tre intere partite di Top
16 salvo recuperarlo - almeno come presenza - appena in tempo per ovviare alla perdita di Gentile
nei playoffs. In ogni caso quando l'Olimpia vinse al Pireo Langford era decisamente al top del suo
rendimento nei due anni milanesi. Dopo la debacle di Coppa Italia, l'Olimpia aveva perso ma
giocato una splendida partita a Barcellona poi aveva vinto a Pistoia, battuto Malaga a Desio con 29
punti di Langford, aveva battuto Venezia, il Panathinaikos e Bologna. Ma ovviamente il successo
esterno, atteso, al Pireo fu tutta un'altra cosa.
Keith Langford è texano di Fort Worth, la città adiacente a Dallas, una specie di gemella brutta e
maltrattata. La sua è una famiglia di giocatori, genitori e sorella minore inclusi, ma se Kevin, che
da anni gioca in Grecia è una buona ala forte, nessuno degli altri ha avuto carriere degne di nota.
Keith è un'eccezione. Ironia della sorte, il gene del talento ha baciato il Langford più piccolo di
statura, più leggero. "Sono cosciente di essere stato fortunato ed è per questo che non voglio
sperperare il mio dono, per questo sto attento ai dettagli e non mi metto mai nei guai. So che dal
mio comportamento dipende il mio futuro e dipende tutta la mia famiglia", dice. Quando è stato
nominato nel quintetto ideale di Eurolega ha voluto che la moglie Brittany e il bellissimo Kaycen,
nato nel periodo in cui Keith ha giocato a Milano. "Senza loro due non sarei quello che sono". In
realtà sì ma è bello che lo creda.
Il primo amore fu il football. Da buon texano. Lo è ancora. "Volevo fare il professionista ma volevo
farlo nel football. Ancora oggi se devo scegliere preferisco guardare una partita di football piuttosto
che una di basket", ammette. Ma un giorno tutti i suoi amici fecero un provino per la squadra di
basket. Langford si unì a loro e improvvisamente il mondo scoprì un talento speciale. Quelli che nel
football erano difetti nel basket lo erano molto meno. Se non sei grosso e fisico ma veloce e
sgusciante nel basket vai bene lo stesso. Langford lo capìe decise che il suo futuro sarebbe stato tra i
canestri.
Roy Williams aveva reclutato Michael Jordan per North Carolina e sapeva riconoscere una guardia
di alto livello quando ne vedeva una. Fu lui, da coach di Kansas a reclutare Langford. La carriera di
Keith nei Jayhawks fu strepitosa. Due volte raggiunse le Final Four NCAA (la seconda volta
l'allenatore era Bill Self che sostituì Williams quando questi tornò a Carolina) e tutte e due le volte
vinse la semifinale per poi perdere la finale. Una volta Langford riuscì ad avere la meglio su
Marquette duellando con Dwyane Wade addirittura. "Ho sempre avuto la sensazione che Juan
Dixon di Maryland e poi Carmelo Anthony di Syracuse si siano portati via i miei due titoli NCAA.
Sì, ho qualche rimpianto. Soprattutto l'ho avuto sul momento poi guardando le cose in prospettiva ti
rendi conto che quanto fatto non è da tutti e allora lo apprezzi di più", dice. Fu la NBA a non
apprezzarlo abbastanza. Guardando Langford gli scout vedevano una guardia nel corpo di un
playmaker e una prima punta che non si sarebbe mai adattato a compiti di gregariato puro. E poi
all'epoca Keith non era neppure un tiratore (le sue percentuali nel tiro da tre sono cresciute
gradualmente anno dopo anno fino a tramutare un difetto in una delle caratteristiche più rilevanti e
preziose). Non venne scelto nei draft e fu costretto a sbarcare in Europa quando i giochi erano fatti e
lui un rookie da maneggiare con cura. La prima tappa fu Cremona in Legadue con Flavio Portaluppi
nei panni di esperto compagno di squadra. Stagione straordinaria oltre i 21 punti di media e ricordi
indelebili per i tifosi locali, situazione che avrebbe accompagnato Langford dappertutto come
abbiamo verificato anche nei giorni di Tel Aviv. Keith riprovò con la NBA. San Antonio era
interessata e gli diede una chance. Keith dominò la D-League ma non fu ancora abbastanza. Accettò
di finire la stagione a Biella e fu un altro successo che gli consentì di salire ancora un gradino, a
Bologna. "È stato l'anno decisivo, quello in cui mi sono elevato in una nuova dimensione". Arrivò
da ripiego, per sostituire Will Bynum che dopo aver firmato trovò un garantito a Detroit e si liberò
dall'impegno. Fece il sesto uomo ma si dimostrò in fretta il miglior giocatore della squadra. La
portò alla finale di Coppa Italia e vinse da Mvp l'Eurochallenge. Era al top del suo atletismo. A
Bologna stava bene, giocava meglio, viveva in una città di basket e non poteva pretendere di più.
Quando gli proposero un rinnovo importante non ebbe dubbi. Solo dopo comprese di essere stato
firmato al solo fine di essere ceduto al Khimki Mosca dove giocò due anni e conobbe Sergio
Scariolo che poi l'avrebbe portato a Milano. Ma successe dopo Mosca e dopo due stagioni
indimenticabili al Maccabi.
A Tel Aviv vinse due titoli israeliani, vinse una Lega Adriatica da Mvp e perse l'accesso alle Final
Four contro il Panathinaikos concedendo gara 4 in casa e poi gara 5 in trasferta. Ma anche lì resta
amatissimo. Quando l'Olimpia ha giocato in Israele i playoffs di Eurolega per lui è stata una festa.
Fiori prima della partita, ricordi, applausi, standing ovstion. Un trionfo.
Keith Langford era emozionato il suo ultimo giorno a Milano quando ha abbracciato e ringraziato
tutti. Sussurrato parole bellissime come quelle che sorpresero Daniel Hackett dopo il suo debutto a
Milano. Langford è stato a Milano un professionista esemplare, magari un minimo ossessionato dai
dettagli e scaramantico. Il vizio di cambiare le scarpe all'intervallo ("Ero al liceo, indossai un paio
di scarpe nuove per la prima volta e giocai un pessimo primo tempo: mia madre mi urlò di
rimettermi le solite scarpe, lo feci e ripresi a giocare bene. Da allora lo faccio ogni volta che non
sono contento del mio primo tempo" racconta). Di essere sempre l'ultimo a entrare in campo o a
salire sul pullman. Non è mai uscito molto la sera, da uomo di famiglia. E certamente è un
giocatore particolare. Ma quando c'è stato bisogno di fare cose diverse per vincere non si è mai
tirato indietro come in finale difendendo come un ossesso contro Matt Janning nella seconda parte
della serie, le energie ridotte all'osso e solo tanta voglia di finire bene la miglior stagione della sua
carriera. "Ero venuto per vincere, interrompere il digiuno di Milano. Sono felice di esserci riuscito",
ha detto con la medaglia di campione d'Italia appesa al collo.
20. TEL AVIV
Due esauriti in tre giorni. Lo slogan “Red Shoes Are Back” stampato su 12.000 magliette. Era dal
1997 che l’Olimpia non giocava i playoffs di Eurolega e con il vantaggio del campo andava
all’assalto della prima Final Four da Istanbul 1992, la grande occasione persa dalla squadra di
Darryl Dawkins e Antonello Riva. L’EA7 arrivava ai playoff con un girone di ritorno in Eurolega
forte di sei vittorie su sette gare, unica sconfitta a Malaga nell’ultima giornata, a secondo posto già
matematico nel giorno del rientro di Keith Langford. In campionato, dopo il 23 dicembre canturino,
non aveva più perso. Il Barcellona era stato triturato in casa con 24 punti di Alessandro Gentile,
senza Langford, e la squadra aveva festeggiato da Nobu, ospite del Signor Armani. Momenti di
gloria.
L’avversario però era insidioso: per quanto spacciato come la brutta copia dello squadrone che era
stato capace di vincere l’Eurolega nel 2004 e nel 2005, il Maccabi ha partecipato ai playoffs di
Eurolega in 10 degli ultimi 11 anni, era finito terzo nel girone di CSKA e Real Madrid (alla fine tre
squadre su quattro delle Final Four sono uscite da quel girone) e in termini di cultura sociale, fattore
campo, esperienza non temeva alcun confronto. L’Olimpia aveva qualche arma da utilizzare:
l’entusiasmo e la leggerezza di chi non ha nulla da perdere, il Mediolanum Forum dove aveva vinto
solo il Real Madrid ma in un momento molto diverso della stagione, le condizioni di forma
strepitose del gruppo e di alcuni singoli.
I pin raffiguranti l’immagine della maglia numero 5 del Capitano Gentile arrivarono pochi minuti
prima di gara 1. L’idea di produrli era venuta al Coach Luca Banchi. Gesto di vicinanza nei
confronti di un giocatore che meritava di essere in campo e non ai margini, a curare l’infortunio che
ne aveva spezzato il volo nel momento migliore della sua annata. I pin avrebbero anche dovuto
ricordare a tutti quanto era condizionante affrontare una squadra di quel livello senza un giocatore
tra i più importanti. Sorprendentemente in sede di analisi a pochissimi è venuto in mente che con
Gentile le cose avrebbero potuto finire diversamente. Forse non a Tel Aviv dove la pressione del
pubblico e la forza mentale del Maccabi diventano travolgenti non appena la partita sfugge al
controllo avversario. Ma a Milano? A Milano, dove l’Olimpia ha giocato due partite fantastiche, la
seconda vinta comodamente, la prima controllata per 39 minuti durante i quali lo show era stato
impressionante? “Gentile rende complicato per qualsiasi squadra preparare la partita – disse
Langford alla vigilia – perché lui è un mismatch vivente, non sai mai come affrontarlo, devi
concedere sempre qualcosa. Senza di lui, il nostro assetto diventa tradizionale. Non è una questione
solo di qualità del giocatore, che è ovvia, ma anche di approccio tattico”.
Il grande rimpianto è per gara 1 ovviamente, per quel maledetto minuto finale che forse ha cambiato
la storia della stagione. Ogni singolo episodio di quel minuto finale ha avvicinato il Maccabi alla
vittoria e allontanato l’Olimpia. Incredibile è che sarebbe bastato che uno di quegli episodi avesse
un esito diverso, solo uno, perché cambiasse tutto, mentre al Maccabi serviva che tutto, tutto,
andasse davvero così. Ad esempio, se Curtis Jerrells avesse segnato il primo tiro libero anziché il
secondo a 27 secondi dalla fine perché l’Olimpia non andasse a pressare la rimessa scongiurando il
passaggio lungo che fece venire a Nicolò Melli la tentazione di intercettare il pallone e chiudere la
partita. In quel momento eravamo 85-80 (poco prima 84-72). Il fallo antisportivo consentì al
Maccabi senza spreco di tempo di passare da meno cinque a meno tre con la palla in mano. Due tiri
liberi dopo il punteggio era comunque 85-84 Olimpia. E’ vero che il fallo di Melli ebbe come
conseguenza quella di riaprire completamente la partita, ma è anche vero che l’EA7 si trovava
comunque in vantaggio quando Daniel Hackett subì un fallo sulla rimessa che in un certo tipo di
interpretazione avrebbe potuto essere sanzionato come antisportivo. E ancora: Hackett fece 1/2
dalla lunetta quando il 2/2 avrebbe dato tre punti di vantaggio permettendo all’Olimpia di gestire un
fallo per evitare il tiro da tre del pareggio. Ma sul più due, bisognava difendere e il Maccabi ebbe un
2+1 con Devin Smith che le permise di mettere la testa davanti. E infine, sul meno uno, Langford
prese fallo e segnò il primo tiro libero. Con sei decimi sul cronometro ebbe il pallone per vincere.
Ma sbagliò e fu supplementare. Quanti episodi avrebbero potuto spingere la partita in direzione
opposta?
Alla fine della serie cosa rimase all’Olimpia? La risposta un po’ acida della critica, passata
frettolosamente a definire un’occasione persa la sconfitta 3-1 con un Maccabi che poco dopo
avrebbe vinto l’Eurolega battendo anche CSKA Mosca e Real Madrid; il rimpianto per una gara 1
che meritava di vincere (e tuttavia non c’è alcuna garanzia che gara 5, a Milano, sarebbe stata
vinta); di sicuro per non aver potuto schierare Alessandro Gentile e per non aver avuto un Keith
Langford al top della forma fino a gara 4 quando è innegabile che per superare una serie di playoffs
di quel livello servisse una squadra al massimo delle risorse e della condizione fisica. Ma
soprattutto resta un’Eurolega di altissimo livello, le 10 vittorie delle Top 16, il ritorno al vertice del
basket continentale, le vittorie, anche nette, contro squadre fortissime (vedi Barcellona), qualche
impresa esterna. “Venire a Tel Aviv e vedere le facce dei nostri giocatori, convinti di potercela fare
è stato bellissimo – dice il Coach Luca Banchi – La differenza è che loro sono qui anno dopo anno
dopo anno. Ed è quello che questa società deve provare a fare”.
21. CJ WALLACE
È corretto ammettere che nella posizione di ala forte, il cosiddetto numero 4 l'Olimpia non abbia
avuto grande fortuna nella stagione dello scudetto. Il giocatore scelto per occupare il ruolo di
titolare era l'esperto CI Wallace, grande personaggio che aveva cominciato la sua carriera italiana a
Capo d'Orlando poi si era consacrato a Treviso e aveva vissuto i suoi anni più esaltanti a
Barcellona. Wallace aveva vinto il titolo spagnolo nel suo primo anno a Barcellona. "Non solo per
questo fu la mia stagione più importante. Mio padre morì in quello stesso anno è tutto assunse un
altro significato", racconta. Ma dopo aver perso la Liga contro il Real Madrid in cinque partite,
Wallace immaginava di prepararsi per Milano attraverso l'impegno con la nazionale del Congo. Al
momento di riprendere l'attività scoprì di avere un problema alla schiena che avrebbe richiesto un
intervento chirurgico. Niente di grave ma avrebbe saltato gran parte della preparazione
accumulando un ritardo di forma che non avrebbe recuperato prima di alcuni mesi quando tuttavia
la squadra avrebbe trovato altri equilibri con Melli come titolare del ruolo. A Wallace sarebbe
rimasto il compito di farsi trovare pronto in occasioni sporadiche, qualche volta da ala forte
qualche altra da centro. Di sicuro è stato un importante uomo di spogliatoio, rispettato da tutti e ben
voluto. Sia Gentile che Hackett l'avevano conosciuto ai tempi di Treviso e il ritrovarsi a Milano ha
restituito vita alla vecchia amicizia. I tre avevano addirittura sviluppato la loro routine prepartita
quando la squadra alla vigilia si allena al Forum e loro consumavano il pasto della vigilia nel vicino
centro commerciale.
Wallace viene da Atlanta, sud degli Stati Uniti, Georgia. Buona famiglia, dell'alta società,
appassionato di libri, musica country e sport, CJ accetto la borsa di studio di Princeton come Bill
Bradley per privilegiare gli studi, sopratutto economici, rispetto allo sport. "Con la laurea a
Princeton me la sarei cavata anche se nel basket non avesse funzionato". Ma funzionò perché
Wallace ebbe almeno tre grandi stagioni e tre titoli di conference al college. Non ricevette grande
attenzione dalla NBA ma sbarcò in Europa anzi in Germania. "Per un americano che viene in
Europa per la prima volta non esiste destinazione migliore: tutti parlano inglese e l'adattamento è
facile". Quella che nacque dopo fu una grande carriera vissuta tra Italia e Spagna, vissuta con
spirito leggero e mente aperta. Wallace ha assorbito la cultura europea, imparato la lingua, fatto
amicizia con i giocatori locali piuttosto che seguire l'onda della fraternizzazione solo con i ragazzi
americani che contraddistingue molti. Purtroppo a Milano è arrivato in un anno sfortunato in cui è
partito ad handicap e non ha mai rimontato mentre Melli si impossessava del ruolo di titolare. Ma
una delle grandi partite di Wallace fu giocata proprio con il Maccabi in gara 2, l'ultima vittoria
europea della stagione.
22. KRISTJAN KANGUR
Kristjan Kangur non faceva parte della squadra originale. Ma quando cominciò la preparazione ci si
rese conto che con Melli in nazionale, Wallace costretto ad operarsi e anche Angelo Gigli ai box, il
settore lunghi era pericolosamente sguarnito tanto che vennero aggregati ben tre giocatori di taglia
fisica importante, Drago Pasalic, Nikita Mescheriakov e Kyle Barone. Fu così che arrivò Kangur,
esperto, affidabile e conosciuto dal Coach Luca Banchi. Kangur aveva da poco concluso la sua
estate con la nazionale estone guidandola alla qualificazione agli Europei del 2015.
Purtroppo la maledizione delle ali forti non risparmiò neanche lui costringendolo ad una partenza ad
handicap e successivamente ad un nuovo stop per mettere a posto la schiena. La stagione di Kangur
ne ha ovviamente risentito. "Ciccio" com'era stato ribattezzato in spogliatoio ma senza un motivo
reale, non ha mai trovato continuità di gioco o rendimento pur risultando sempre utile, disciplinato
e in definitiva prezioso.
Kangur è un tipo silenzioso, capisce l'italiano ma lo parla poco, conosce bene l'inglese, più che
parlarlo però lo sussurra, non alza mai la voce, ha un fisico scolpito nel marmo. Magari non salta
tanto ma ha una forza fisica pazzesca che gli ha consentito spesso di difendere sui centri a dispetto
dello svantaggio di centimetri. Viene dall'Estonia, dove fa freddo e lo sport nazionale è l'hockey su
ghiaccio. Fin da ragazzino, dopo aver flirtato con l'atletica leggera scelse il basket diventando una
sorta di eroe nazionale. Giocatore dell'anno a ripetizione, ha continuato ad essere un eroe quando si
è trasferito all'estero dove periodicamente è stato raggiunto dai giornalisti estoni sempre ansiosi di
raccontare cosa stesse facendo alla propria gente. Kangur ha sempre accolto queste attenzioni con la
sua proverbiale educazione ma anche con un pizzico di ironia, forse rendendosi conto di quanto
fosse eccessivo esaltarsi per un paio di canestri segnati da un connazionale anche se in Eurolega
come in gara 2 contro il Maccabi o in finale scudetto.
La consacrazione internazionale per Kangur arrivò in Francia a Villeurbanne dove debuttò anche in
Eurolega. Verso la fine della stagione 2009/10 venne chiamato dalla Virtus Bologna in un curioso
intreccio del destino perché si trovò a giocare con David Moss che avrebbe ritrovato a Siena e
Milano e a dividersi lo spazio con Viktor Sanikidze come sarebbe successo in seguito proprio a
Siena. Giocò solo i playoffs ma giocò bene. Non avesse avuto Sanikidze, Bologna l'avrebbe tenuto.
Invece andò a Varese, ebbe una stagione importante e firmò per Siena. Ma non erano pronti e lo
lasciarono un altro anno a Varese. A Siena arrivò in tempo per vincere Coppa Italia e scudetto.
Infine Milano, il suo tiro dagli angoli, alterno nel corso della stagione, la sua professionalità, la
forza fisica. Zero problemi creati, sempre rispettoso del proprio ruolo, professionale negli
allenamenti, puntuale, impeccabile. Bravo a legare con i più giovani, a fare riscaldamento insieme a
David Moss prima delle partite, a indossare i "google glass" perché serviva. A prendersi il secondo
scudetto in due anni, con il figlio in tribuna a esibire orgoglioso la sua canotta numero 14 accanto
alla mamma biondissima, pietra angolare di una famiglia inappuntabile.
23. LO STAFF
Alla vigilia della serie di playoffs con il Maccabi, Luca Banchi volle con se, in conferenza stampa,
Massimo Cancellieri e Mario Fioretti, i suoi due assistenti. Rappresentavano tutto lo staff o il fatto
che dietro ogni allenatore, lui sempre in trincea, sempre esposto, c'è sempre uno staff di persone che
lo supportano. Il capo allenatore è come il capo meccanico: ha l'ultima parola, a lui spettano le
decisioni importanti, onori e oneri, ma ha bisogno di collaboratori.
Massimo Cancellieri è arrivato a Milano dopo la lunga parentesi biellese: teramano, allenatore nato
prima nella femminile a Roma, poi scalando tanti gradini fino alla prima squadra di Teramo da
assistente, poi Montecatini da capo in Legadue, assorbendo qualcosa dell'accento toscano, quindi
Biella da assistente di Luca Bechi, Veroli da capo allenatore e di nuovo Biella come head coach. Ha
fatto più o meno bene dappertutto. Da qualche anno, lo stesso Banchi l'ha fatto, è abbastanza usuale
che i grandi club scelgano di affiancare all'allenatore un ex capo allenatore per alzare la qualità
dello staff. Cancellieri è stato la scelte di Luca Banchi. Giovane ma già esperto, capace di
sdrammatizzare e di fare gruppo, di dialogare con i giocatori, vegetariano da sempre e proprio per
questo oggetto di qualche innocente battuta ma nel rispetto delle reciproche convinzioni, Cancellieri
ha avuto anche la soddisfazione di allenare la squadra a Cremona, quando il capo era "infortunato".
Quella sera Cancellieri ammise di essersi commosso immaginando quali allenatori si erano seduti
su quella panca. Il biglietto di ingresso della partita oggi è incollato alle sue spalle, in ufficio.
Mario Fioretti, l'altro assistente, è uomo Olimpia a 360 gradi. Arrivò con Attilio Caja dopo un
colloquio che lui stesso definisce "drammatico". Andò così male che telefonò alla futura moglie
confessandogli che era "riuscito a far arrabbiare il capo anziché convincerlo ad assumerlo". Invece
Caja lo assunse lo stesso e lì cominciò una storia che l'ha portato allo scudetto, alla Nazionale, a
diventare uno dei maggiori specialisti d'Europa nell'analisi al video delle partite. Mario, se non è in
palestra o a casa con la moglie e le sue splendide e vivacissime bambine, è sempre incollato al
computer ad analizzare, vivisezionare, catalogare. Bergamasco di origine, ha giocato nella sua città
ed era un attaccante di qualità sia pure a basso livello e un difensore indifferente. Diventando
allenatore ha modificato il suo approccio in modo totale. Quando ha scelto di fare l'allenatore sul
serio, ha avuto il coraggio di lasciare Bergamo e volare nell'Indiana: il rispetto per il grande Bobby
Knight, che lo ospitò da assistente volontario per un anno, è pari solo alla padronanza totale
dell'inglese e all'odio per l'aria condizionata!
Giustino Danesi, il preparatore atletico, è uomo di fiducia di Luca Banchi. Lo conobbe a Livorno
all'alba della sua carriera. In seguito Danesi, che ha lavorato anche nella pallamano e nel tennis, ha
operato a Montegranaro, di nuovo a Livorno e infine a Siena prima con Pianigiani da capo. Ex
ostacolista, fisicamente un cubo, Praga indicata come città preferita, oltre ad essere un preparatore
fisico di qualità, è bravo a coinvolgere i giocatori nel suo lavoro, a stabilire un rapporto di reciproca
fiducia. "Sono orgoglioso di come Keith Langford ha recepito l'importanza del lavoro atletico", dice
sbandierando forse l'impresa migliore. Ma anche Alessandro Gentile ad esempio ha abbracciato una
sorta di routine atletica prepartita di cui ha senza dubbio beneficiato. E tra i suoi capolavori anche la
restituzione ad una condizione invidiabile di giocatori che avevano cominciato la stagione in
difficoltà come CJ Wallace e Kristjan Kangur. Ma non è solo un preparatore atletico, è un po'
l'anima del gruppo, per il buonumore innato e la simpatia. Anche la scaramanzia: prima della partita
di Sassari, nel girone di andata, si rese conto di non avere un orologio per tenere sotto controllo i
tempi del riscaldamento pre paratita. Se lo fece prestare da Claudio Limardi, direttore della
comunicazione, e la squadra giocò una partita super. Da quel momento, lo scambio di orologi è
diventato un obbligo prima di ogni gara.
Marco Monzoni, "Da Monz", è il fisioterapista che ha seguito la squadra ovunque. A caratterizzarlo
sono la provenienza dall'Azerbaigian e il bellissimo matrimonio con una giocatrice ceka di
pallavolo, il suo sport originale. Ma Monzoni è anche un uomo squadra e un fanatico della
preparazione fisica. Claudio Lomma, l'altro fisioterapista, valtellinese ed ex ciclista, è specializzato
nel recupero degli infortunati, lavoro che nell'ultima stagione ha richiesto un impiegno... totale, in
palestra, sul lettino e in piscina. Il suo paziente preferito, in questi anni, Alessandro Gentile.
Lo staff medico è capitanato dal dottor Marco Bigoni, la miglior forchetta del gruppo, un'istituzione
a Milano, figura di riferimento per tutti, grandissima abilità nel prevedere i rientri dei giocatori e
normalmente capace di rimettere in piedi chiunque in anticipo rispetto ai tempi di recupero classici.
Matteo Acquati, "Acquamat" il soprannome, varesino, ha accompagnato la squadra nella
maggioranza delle trasferte. Dei medici è il più giovane e quello nelle migliori condizioni...
atletiche. Fu lui nella notte nevosa di Kaunas a scortare Samardo Samuels al più vicino ospedale per
verificare la frattura della mano. Ezio Giani, arrivato la scorsa estate da Cantù, proprio per la sua
provenienza è stato bersagliato da tutto lo staff. Persona deliziosa, medico sportivo espertissimo,
mago della dieta, non solo sui giocatori ma anche sugli altri membri dello staff cui ha imposto pasti
privi di pasta, riso e pane oltre ad alcool e dolci. Per quanto sia stato rispettato da tutti, è giusto
ricordare che nella notte della vittoria di Sassari in gara 6, un metro quadro di tiramisu fu divorato
in suo onore. L'osteopata Giovanni Bassi di tutto lo staff è senza dubbio il miglior tiratore come ha
dimostrato prima di un'eccellente carriera nelle minors lombarde e adesso... prima di ogni
allenamento.
Simone Casali, il team manager-scout dell'Olimpia, è diventato noto nell'ambiente per il suo
rapporto con Curtis Jerrells. Se Jerrells ha finito la stagione come sappiamo, il sostegno di Casali è
stato probabilmente decisivo. Oppure così lui vorrebbe far credere... Ex allenatore nelle giovanili,
prima di Cantù e poi della stessa Olimpia, profondo conoscitore dei giocatori di mezzo mondo,
maniaco dei numeri (in America lo chiamerebbero un "analytic guy"), dei file excel, parla
americano in versione slang e considera la sua vacanza ideale quella che lo porta da Orlando a Las
Vegas fino a Creta con zero giorni passati nei parchi, alle slot machine o in spiaggia e tutti gli altri
trascorsi in palestra a vedere summer league NBA o Europei giovanili.
Pippo Leoni ha messo a repentaglio la sua proverbiale linea durante i playoffs quando ha dovuto
mangiare una porzione maxi di panna cotta prima di ogni gara per una questione di scaramanzia.
Leoni è l'altro team manager dell'Olimpia, ex allenatore anche lui, anche all'Olimpia di cui ormai è
un'istituzione a dispetto dell'età, lavoratore infaticabile, l'uomo che risolve i problemi in ogni
momento, ovunque e nel minor tempo possibile, che si tratti del visto di Samardo Samuels o le
gomme consumate dell'auto... di Samardo Samuels.
24. OLIMPIA-PISTOIA 3-2
Sulla carta avrebbe dovuto essere una serie facile contro una neopromossa che ovviamente dopo 30
partite non lo era più, aveva conquistato i playoffs solo nel turno conclusivo ma dopo una
prodigiosa rimonta che era testimone di una condizione in ascesa. Inoltre Pistoia aveva zero da
perdere e un fattore campo tra i più influenti d'Italia, qualunque cosa questo significhi. Così la
presunta serie scontata si è rivelata una nervosa battaglia di cinque partite contraddistinte da alcuni
dati di fatto inoppugnabili ovvero l'abnorme numero di tiri liberi a favore di Pistoia, l'inusuale
quantità di falli tecnici e antisportivi sanzionati contro l'Olimpia nelle due gare esterne, con la perla
di quello fischiato a Nicolò Melli, reo di aver spiegato con troppa enfasi a Coach Banchi le ragioni
di un fallo tattico commesso a 10 metri dal canestro ma in situazione di bonus già bruciato
(ovviamente si trattò di un equivoco). E per finire la beffa suprema della doppia espulsione di
Gentile e Deron Washington in gara 4 con il risultato di rendere il Capitano indisponibile per gara 5
(aveva già tramutato un turno di squalifica in un'ammenda) mentre l'americano di Pistoia sarebbe
stato regolarmente al proprio posto.
L'altro fatto eclatante della serie fu il dominio dell'Olimpia nel primo tempo, anche nelle due gare
perse, con successivo sperpero del vantaggio accumulato. Ma questo ci riconduce a quanto descritto
in precedenza. La verità è che l'Olimpia ha giocato questa serie con un carico di pressione enorme
che ha generato nervosismo e tensione. Pistoia era leggera, in forma e ben allenata da Paolo
Moretti. Alcuni dei suoi cinque americani hanno a tratti giocato al di sopra delle proprie possibilità
come Brad Wanamaker, divenuto improvvisamente quello che non era stato per tutto il
campionato: un tiratore da tre punti. O JaJuan Johnson, ormai automatico dalla media.
Gara 5 diventò quindi una partita di enorme tensione e con una posta in palio altissima se pensiamo
che quei 40 minuti avevano il potenziale di poter distruggere una stagione spettacolare in Eurolega
e il significato di 21 vittorie consecutive in campionato. In più era assente Gentile. Giocare senza il
Capitano non era purtroppo una novità ma era anche la condizione in cui era maturata
l'eliminazione dall'Eurolega. Significava chiedere di più a Keith Langford e recuperare un ruolo in
rotazione per Bruno Cerella. La risposta di Brunito, bravissimo ad adattarsi alle esigenze della
squadra fu di grande spessore. Cerella segnò 13 punti, record personale dimostrando che dietro la
reputazione di combattente si cela anche un buonissimo tasso di talento. Non è un caso se nelle Top
16 di Eurolega Cerella con il 70% è stato il miglior bomber della competizione.
Alla fine l'Olimpia vinse ampiamente gara 5 ma non prima di aver guardato in faccia la paura
scendendo a meno sette nel secondo quarto, specchio fedele di un'edizione dei playoffs che non
avrebbe fatto sconti.
25 OLIMPIA-SASSARI 4-2
L'idea era che non lo leggesse. Era un articolo di cattivo gusto, in cui veniva etichettato come un
grande giocatore però antipatico, maleducato ma a scriverlo su un quotidiano di Sassari era stato
naturalmente una persona che non ha mai parlato con Alessandro Gentile, non l'ha mai visto
scherzare in privato o non ha mai visto i gesti si generosità estrema che lo caratterizzano nella vita
di tutti i giorni. Non doveva leggerlo quell'articolo perché non meritava alcuna importanza e c'era il
dubbio che potesse sovraccaricarlo di motivazioni. Ma Gentile l'aveva già letto. E non disse niente.
Fino alla merenda delle 17 circa, prima che il pullman lasciasse Alghero e si dirigere verso Sassari
in modo che la squadra arrivasse al palasport 90 minuti prima della palla a due. Gentile si trattenne
un minuto in più, menzionò l'articolo e assicurò: "Vinciamo anche stasera".
Era il giorno di gara 4 a Sassari. L'Olimpia aveva vinto gara 3 dopo un tempo supplementare
complice una tripla di Gentile sostenuta da un fortunoso rimbalzo. Ma l'Olimpia aveva comandato
tutta la partita e il Capitano aveva completato la terza gara consecutiva da almeno 20 punti segnati
entrando in ristretto club di grandi campioni. La serie era stata rimessa in piedi sul 2-1 dopo che
Sassari aveva compiuto l'impresa di diventare la prima squadra a battere l'Olimpia in campionato a
casa sua rievocando qualche fantasma perché non solo le aveva strappato il fattore campo
interrompendo una striscia di 19 vittorie interne consecutive ma era la stessa squadra che aveva
sconfitto l'Olimpia in Coppa Italia sulla strada verso la conquista del trofeo. Inoltre Sassari era
squadra di talento e abbastanza profonda da impiegare una rotazione di 10 uomini capeggiati dal top
scorer del campionato Drake Diener.
Gentile fu di parola. L'Olimpia giocò un'altra partita di sostanza dimostrando di non essersi
accontentata della riconquista del fattore campo. Gentile raddoppiato dappertutto, interruppe la
propria striscia di gare oltre i 20 ma guidò i compagni verso una grande affermazione. In quel
momento l'accesso alla finale sembrava assicurato e a posteriori forse lo era davvero. Ma in gara 5
la presunta festa Olimpia si trasformò in un nuovo incubo. Daniel Hackett si procurò un infortunio
al costato nel primo quarto, provò due volte a rientrare ma non ce la fece. Le rotazioni saltarono per
aria insieme al piano gara. Sassari giocò una partita convinta e riportò la serie in Sardegna.
Con le spalle al muro però l'Olimpia rispose ancora alla grande. Era senza Hackett, aveva un Curtis
Jerrells in difficoltà, incapace da alcune settimane di giocare ai livelli altissimi delle Top 16 di
Eurolega. Coach Banchi decise di tenere fuori CJ Wallace per portare dietro Willie Deane,
eccellente professionista e ottima persona, ingaggiato prima dei playoffs come polizza assicurativa
nel caso fosse successo appunto questo. Ma in gara 6 a Sassari l'Olimpia giocò quella che molti
anche in spogliatoio hanno definito la migliore prestazione di playoffs della stagione travolgendo
Sassari fin dall'inizio senza mai permetterle di rientrare o farsi minacciosa. Jerrells giocò una partita
solida non spettacolare ma fu la squadra a dare spettacolo con un Gani Lawal finalmente esploso,
tornato ai livelli di energia che abbiamo visto tante altre volte.
Quella notte l'Olimpia andò a celebrare la qualificazione alla finale nel solito ristorante di Sassari
çhe era stato testimone in un solo anno di quattro grandi vittorie. Quella sera nessuno pensò alle
diete del dottor Giani. Quella sera si pensò solo a festeggiare e affilare le armi. Il primo pensiero di
tutti fu quello di chiamare Hackett a Milano. Farlo sentire partecipe della festa.
26. OLIMPIA-SIENA 4-3
È stata la finale di Alessandro Gentile, il più giovane Mvp della storia, grande trascinatore
soprattutto nel momento più delicato come dimostrano i 26 punti con l'aggiunta di 7 rimbalzi in
gara 6. Ma è stata anche la finale di Curtis Jerrells, la cui grandezza è stata magari episodica ma non
meno decisiva. Jerrells devastante in gara 1 con un primo tempo irreale con il quale ha cancellato
con un colpo di spugna la crisi maturata nei turni precedenti. E poi Jerrells decisivo in gara 6 con il
buzzer beater che ha certificato l'impresa dell'Olimpia sotto 2-3 nella serie e con una abnorme
responsabilità sulle spalle.
Una finale è difficile sempre per definizione ma quella tra Milano e Siena ha elevato il concetto fino
a raggiungere una dimensione surreale. Cinque ex da una parte capitanati dal Coach Luca Banchi
che a Siena aveva speso sette anni consecutivi fino a sentirsi a disagio nei panni del nemico tanto
che dopo gara 6 ebbe difficoltà a trovare le parole con cui salutare Siena, al passo d'addio come
società. E questo era l'altro aspetto inusuale ovvero la sfida ad una squadra abituata a vincere nel
momento in cui le circostanze la stavano conducendo alla fine. E anche Siena era imbottita di ex
agguerriti a partire dal coach Marco Crespi con il suo slogan Something Different ("Ma noi siamo
quello che è diverso in questa finale perché saremo noi a vincerla" disse Wallace prima di
cominciare la serie ai compagni) per arrivare a MarQuez Haynes ceduto da Milano a Siena proprio
per arrivare ad Hackett. E il giocatore deludente, passivo e confusionario di Milano a Siena si
trasformò in un grande realizzatore. Nella serie sarebbe stato questo: discontinuo, bravo a strappi,
un po' egoista ma certamente pericoloso.
Siena si era qualificata tra le polemiche contro Reggio Emilia vincendo le ultime due partite e poi
facilmente contro Roma 4-1 approfittando anche dei problemi fisici di alcuni avversari soprattutto
Phil Goss. Nel raggiungere la finale aveva trovato una notevole compattezza di squadra cavalcando
l'onda mediatica al punto da venire incredibilmente - considerando il passato del club - dipinta come
una favola. Improvvisamente la squadra di cui molti mettevano in dubbio la legittimità della sua
partecipazione era diventata ala squadra simpatia.
L'Olimpia aveva dominato le prime due partite al Forum ispirata prima dai missili di Jerrells e poi
da una prova devastante di Samardo Samuels. Ma in un attimo a Siena la serie aveva cambiato
aspetto. Siena aveva dominato gara 3 poi si era ripetuta in gara 4 rovesciando pressione
sull'Olimpia. Gara 5 invece di ristabilire l'ordine era diventata un incubo, la peggior serata
dell'anno. "Dopo gara 5 per qualche minuto ho smesso di crederci poi mi sono ribellato al destino"
racconta Alessandro Gentile. Quella sera stessa convocò a Siena tutta la famiglia per gara 6.
Coach Banchi non fece allenamento il giorno della partenza per Siena riservandosi gli ultimi
aggiustamenti per lo shootaround che si sarebbe svolto nella palestra del Cus Siena. Alla fine dei 60
minuti di lavoro fu ancora Gentile a chiamare tutti a metà campo per il grido di battaglia di solito
riservato a giocatori e tecnici. Quel giorno Gentile volle tutti insieme appassionatemente senza
eccezioni.
In campo Gentile fu ancora di parola giocando forse la più grande partita della sua giovane carriera
inclusa una strepitosa schiacciata a difesa di Siena schierata sulla testa del duo Ress-Hunter.
L'Olimpia anche in gara 6, con le spalle al muro ebbe una reazione da grande squadra esattamente
com'era successo a Sassari però con più stanchezza, più pressione e magari più paura addosso. Così
una partita dominata diventò una battaglia punto a punto. Il finale è storia: il tiro da tre di Matt
Janning che tocca due ferri prima di uscire, un grande rimbalzo di Nicolò Melli che poco prima
aveva segnato due vitali canestri da tre punti e l'ultimo possesso destinato alla storia.
"Gli episodi spesso sono decisivi persino nel costruire la storia. Un giorno quel tiro potrebbe
rivelarsi ancora più importante di quel che sembra oggi" avrebbe detto Luca Banchi dopo gara 7.
Jerrells si fece consegnare la palla da Melli e poi in un atto a metà strada tra coraggio, incoscienza
e fiducia nei propri mezzi decise che il tiro più importante della stagione sarebbe stato suo. "Volevo
la palla - ammette Gentile - ma quando ho capito che non me l'avrebbe mai data ho pensato di fargli
notare quanto mancava alla fine". Si perché fin dal precampionato Jerrells aveva mostrato la sinistra
tendenza a perdere il controllo del tempo. Ma non in gara 6, non con la stagione sulle sue spalle.
Jerrells si costrui il suo tiro perfetto: un palleggio per fingere la penetrazione poi il classico Step
Back per creare lo spazio necessario per scoccare il suo tiro mancino con un piede sulla linea del
tiro da tre. Non appena la palla ebbe lasciato la mano sinistra di Jerrells fu chiaro che sarebbe
entrata. Curtis non ebbe neppure bisogno di controllare. La sua reazione fu quel misto di sana
arroganza e consapevolezza che lo contraddistingue. Un attimo dopo in spogliatoio scoppiò il
pandemonio fino a quando si udì una voce, una sola ma inconfondibile: il presidente Proli ricordava
che "Ne manca ancora una".
Le 48 ore di attesa furono lunghe e sotto alcuni aspetti persino surreali. La vigilia fu caratterizzata
dalla sconcertante rapidità con la quale vennero polverizzati i biglietti disponibili poi dalla chiamata
di Alessandro Gentile nei draft NBA la notte del 26 con la rassicurante selezione di Houston che
non fosse altro per la presenza nel front office di Gianluca Pascucci, ex Olimpia e ancora oggi
grande supporter del club, garantiva una moratoria di almeno 48 ore sul primo contatto con il
ragazzo. E infine il giorno di gara 7 l'amara sorpresa: dov'è Gani Lawal?
Di tutto quel che può succedere il giorno di una finale una delle poche cose che non ti aspetteresti
mai è accaduta. Un giocatore è arrivato 45 minuti in ritardo quindi di fatto ha saltato lo
shootaround. Lawal non è un irresponsabile. Lawal è un bravo ragazzo ma proprio per questo la
tensione gli ha giocato un brutto scherzo. Non riusciva a dormire e quando finalmente è riuscito ad
arrendersi al sonno era già l'alba e la successiva sveglia l'ha colto completamente esausto. Il
genuino tono delle sue parole nel momento in cui ha implorato il perdono dei compagni ha
rappresentato uno dei momenti più toccanti e indimenticabili di quel memorabile 27 giugno 2014.
La partita non avrebbe potuto avere uno sviluppo peggiore. Trascinata da un Melli fantastico,
assunse subito il controllo della gara ma senza capitalizzare abbastanza finché nel secondo tempo
dovette subire la rimonta di Siena e addirittura nel quarto periodo la fuga di Siena, due volte a più
otto a ingigantire tensioni, paure e responsabilità. Quelli sono i momenti in cui si può scegliere.
Arrendersi al destino o ribellarsi. L'Olimpia decise di ribellarsi. Decise di vincere moltiplicando
l'intensità difensiva fino ad annullare l'attacco di Siena. E poi arrivarono in un Forum delirante le
giocate offensive decisive. La tripla frontale di Jerrells, il canestro e fallo di Hackett, la bomba di
Moss dall'angolo e infine la schiacciata finale di Gentile. La festa dello scudetto, folle e bellissima,
aveva tanti significati ma soprattutto voleva sancire il modo in cui la vittoria infine era arrivata.
Puro stile Olimpia.