di Hirohiko "The Master" Araki

Transcript

di Hirohiko "The Master" Araki
FAT OLD SUN
Fanfic basata sul manga "JoJo No Kimyoona Boken"
di Hirohiko "The Master" Araki
INTRODUZIONE
Terminare "Fat Old Sun" è stata una vera e propria avventura. Non ci ho messo molto a
scriverlo, appena due settimane scarse, forse troppe per undici soli capitoli. Ma so di
essere un principiante, e proprio per questo il risultato mi soddisfa. Anzi, ne sono fiero!
Resterebbe da capire e da chiedersi, comunque, se la mia ex-professoressa di italiano,
messa mano a questo racconto, mi tiri le orecchie - o mi chieda tutti i numeri di JoJo!!! ;-)
E' stata una faticaccia, comunque, e la dedico a tre persone. La prima è quell'uragano
indomabile che è mia sorella, a cui voglio un bene enorme. La seconda è quel genio
incontrastato che è Hirohiko Araki, senza il quale JoJo non sarebbe mai esistito. La terza è
quello scrittore che, sebbene alla soglia dei settant'anni, è in grado di sfornare
continuamente libri favolosi (dal primissimo "Vortice" fino al recente "Onda d'urto",
passando per "Sahara", "Tesoro", "Virus", "Enigma", "Iceberg", "Cyclops", e tantissimi
altri), e che risponde al nome di Clive Cussler.
Vorrei anche dedicarla a quel personaggio di carta che è Koichi Hirose, il cui nome io ho
preso in prestito per restituirglielo, un giorno, con tutti i miei ringraziamenti e con tutta la
mia amicizia.
Nella mia mente vorrei proprio essere un Koichi Hirose "vero": amico di tutti, sempre
disponibile, sensibile anche nelle piccole cose ma anche disposto a lottare con le unghie e
con i denti se c'è qualcosa che fa arrabbiare, crescere con gli altri e per gli altri. Non con lo
stand, ma nella vita.
A 22 anni non credo sia troppo tardi: anzi, non è mai tardi per farsi degli amici e per
aiutare il prossimo.
Mi piace lottare per questo obiettivo.
Stefano "Steve" Ferrari [email protected]
CAPITOLO I - IL FUNERALE
Il corteo funebre arrivò a destinazione. Era una calda giornata di fine aprile, una di quelle
giornate che vorresti passare in giro con gli amici o a divertirti, e non ad un funerale. Sei
persone, quasi tutte vestite di nero, si fermarono vicino alla fossa, dove un sacerdote
stava pronunciando le ultime preghiere per il defunto, mentre dietro di lui il becchino
sbadigliava appoggiandosi sulla pala.
Dopo breve tempo, la bara era già stata sistemata nella buca, e il becchino iniziò a
spalare la terra. Il sacerdote se ne era già andato, e con lui si era allontanato anche uno
dei sei, che era un poliziotto mandato a seguire la funzione e ad accertarsi che il funerale
venisse effettuato. Nessuno infatti aveva reclamato il cadavere, e si dovette quindi
organizzare la sepoltura alle spese della collettività, con una cerimonia tanto semplice
quanto economica.
"E così, è morto! Per la miseria, mi fa ancora paura", disse uno dei quattro amici che
partecipavano alla cerimonia. Era il più basso di tutti, e i suoi capelli biondi contrastavano
fortemente con la scura uniforme nera della sua scuola, la stessa delle due persone che
gli stavano di fianco.
"Hai ragione, Koichi", disse una voce da dietro. Era un giovane alto, slanciato, senza
dubbio corteggiato dalle ragazze, specie da quelle che non ne conoscevano il carattere
talvolta un po' troppo burbero.
"Beh, Jotaro, io non mi aspettavo certo che si suicidasse...", disse il terzo, "E tu,
Josuke?"
"Neanch'io Okuyasu, neanch'io."
I quattro osservavano il becchino con freddezza. In fondo, se le cose erano andate in
quel modo, forse era colpa di tutti quanti, esoprattutto di loro quattro, senza dimenticare
quello che il becchino stava ricoprendo.
L'ultimo del gruppo, di cui non si è ancora parlato, stava un po' in disparte fissando la
tomba. Non ascoltava i discorsi dei quattro ragazzi, e del resto udiva a malapena le loro
voci. Sembrava una macchia d'inchiostro in piedi, a vederne i lunghi capelli neri, gli
occhiali scuri - che nascondevano due profondi occhi, ovviamente neri, che le lenti
rendevano invisibili - e un soprabito, nero anch'esso, ma fisicamente era un bizzarro
incrocio fra Stanlio e Ollio: non troppo alto, non troppo grasso, e a prima vista pareva non
aver mai visto una palestra in vita sua. Ma, si sa, tante volte l'apparenza inganna, e questa
era proprio una di quelle.
"Jotaro, chi è quello?", chiese Josuke.
"Suo fratello.", rispose senza tradire, come al solito, alcuna emozione.
"Che cosa?", urlò Okuyasu, visibilmente spaventato.
"Zitto, stupido!", lo rimbrottò Josuke, "Quello potrebbe prenderla male, non ti pare?" In
effetti, il ragazzo alzò leggermente il capo, poi lo reclinò di nuovo per sopportare tutto il
silenzioso dolore che lo bruciava dentro.
"Josuke ha ragione, quindi parla piano. In fondo siamo in un cimitero, no? Piuttosto,
Jotaro, sei sicuro? Io sapevo che lui era figlio unico..."
"Sì, Koichi, sono sicuro. Venite, il becchino ha finito, andiamo via e intanto vi dirò quel
che so. Dunque", disse Jotaro avviandosi verso l'uscita, "giusto ieri mi ha telefonato la
Fondazione Speedwagon per confermarmelo. Capite, era un portatore di stand, dovevano
per forza accertarsi che fosse proprio lui. Quanto al fratello, ha 31 anni ed è stato generato
dalla madre quando questa era molto giovane, e lei se ne sbarazzò subito, specie visto
che il padre, un rozzo ubriacone perennemente disoccupato, non faceva altro che
minacciare il piccolo di morte. Era la minaccia di un ubriaco, ma bastò a spaventare la
donna, che in seguito lasciò l'uomo - che per inciso morì poco tempo dopo per una cirrosi
epatica - per avere poi una relazione più normale. Da quella relazione nacque l'uomo che,
grazie a Dio, è sepolto lì sotto. Tornando al fratello, la madre naturale non fece nemmeno
in tempo a dargli un nome, e la famiglia adottiva lo chiamò Teppei, Teppei Musashi."
Il pensiero di Josuke Higashikata corse subito al padre naturale di quel Teppei. Come
lui, anche Josuke era nato da una relazione extraconiugale, e per di più suo padre Joseph Joestar, che era anche il nonno di Jotaro - era di circa quarant'anni più vecchio di
sua madre. A Josuke non era mai andato a genio di aver conosciuto la verità solo l'anno
prima, quando un folle assassino di nome Yoshikage Kira aveva rivoltato la loro esistenza.
Persino l'incontro con suo padre lo aveva traumatizzato, ma era convinto che loro due non
sarebbero mai riusciti a vivere sullo stesso tetto, o perlomeno lui non ce l'avrebbe fatta.
"Cosa si sa di lui?", domandò Okuyasu a Jotaro.
"Poche cose. Fece i suoi studi scolastici finché non si scocciò di studiare, cosa che per
un giapponese è decisamente anomala. Quasi contemporaneamente lasciò la famiglia
adottiva per andare a vivere di ruberie via via più consistenti. Che divennero poi furti veri e
propri. Proprio per questo, a 19 anni fu arrestato e messo in prigione, da cui ne uscì un
paio di anni dopo. Appena ciò avvenne, Teppei decise di cercare la sua vera famiglia:
evidentemente era scappato da casa proprio perché sapeva che quelli non erano i suoi
veri genitori, tuttavia ci mise parecchio tempo a trovare un parente diretto, e quel parente
era il suo fratellastro, che non incontrò mai, o così almeno sembra. Dopo qualche tempo
Teppei finì in prigione per l'ennesimo furto - il lupo perde il pelo ma non il vizio, no? - e ne
uscì subito dopo che noi avevamo incontrato suo fratello. Il resto lo conoscete."
"E così adesso quel Teppei avrà una trentina di anni, il nulla alle spalle, quattro o cinque
anni di galera sulla schiena e un buon amico in meno, giusto?", domando Josuke, e Jotaro
annuì.
Koichi, che era pensieroso, fece l'unica domanda che gli altri due non osavano fare, e la
pose sottovoce, con un tono visibilmente preoccupato. "Ha uno stand?"
"Non lo sappiamo con certezza.", rispose Jotaro, "Ma, a parer mio, se una persona
avesse uno stand cercherebbe di usarlo per vivere dignitosamente o, se è proprio un
bastardo, lo userebbe per arricchirsi o per uccidere, e ciò avverrebbe qualunque potere
possa avere. A noi non risulta che Teppei abbia mai avuto a che fare con l'arco e la
freccia, nel modo più assoluto; e qui a Morio Cho non ci sono più frecce, lo aveva
accertato il vecchio Joseph con il suo Purple Hermit prima che io e lui ce ne andassimo
l'anno scorso, ricordate? In conclusione, dormite tranquilli perché quell'uomo non ha uno
stand. Piuttosto, se gli stringete la mano abbiate poi l'accortezza di contarvi le dita."
Finalmente quei quattro se ne erano andati, lasciandolo veramente solo, solo con la sua
tristezza e il suo pianto straziante. Era la prima volta in vita sua che Teppei piangeva, e
non immaginava che fosse più doloroso di tutti i suoi anni di carcere messi insieme. Si
lasciò cadere in ginocchio sulla terra fresca della tomba, e la prese ripetutamente a pugni.
Scosso dall'angoscia, prese il suo soprabito e lo strappò senza nemmeno pensare di
sbottonarlo, quindi lo gettò via da sé, facendolo cadere sulla lapide di una ragazza morta
dieci giorni prima. Incurante del fatto, Teppei tirò su col naso, e cercò di assumere un
atteggiamento "meno infantile", come pensò lui ad un tratto.
Si mise subito la mano destra sul petto, dove, libera dalla giacca, penzolava ora una
collana piuttosto particolare: la catena d'oro reggeva un enorme Sole, grosso quasi come
il suo pugno e dorato anch'esso, da cui scaturivano una serie di raggi di diverse
dimensioni, simili a lingue di fuoco, che parevano proprio muoversi sotto la luce del giorno.
Col volto rigato dal pianto, Teppei Musashi strinse la sua collana fino a farsi sanguinare il
palmo della mano, quindi mescolò lacrime e sangue sulla tomba del fratello, giurandogli
vendetta mentre una minacciosa ombra nera si levava dalle sue spalle.
CAPITOLO II - SPARIZIONI
Il lattaio suonò il campanello di casa Nijimura, nel quartiere Josenji. Più che una casa,
sembrava una topaia infestata dai fantasmi, visto lo stato degli infissi e i resti sbriciolati
delle grosse croste di intonaco che si erano staccate dai muri. Comunque, lì ci abitava
della gente a cui doveva dare il latte, e tanto gli bastava. Infatti ne uscì un giovanotto che
ritirò la merce dopo averla pagata, e poi rientrò nell'abitazione.
Insieme a lui, che si chiamava Okuyasu, abitavano altri due "esseri": uno era suo padre,
ridotto da un perfido uomo a vivere con le sembianze di una sorta di pappagallo implume,
che di umano aveva solo più la forma e i sentimenti; l'altro, invece, era un gatto-pianta,
che era stato sottratto ad un feroce assassino, Yoshikage Kira, il quale lo aveva chiamato
Stray Cat. Dei tre, solo Okuyasu andava e veniva dalla casa, la maggioranza delle volte
per andare a scuola con i suoi amici Josuke Higashikata e Koichi Hirose, ma per fortuna
gli altri due erano in ottimi rapporti e, con l'andare del tempo, anche quel bizzarro nucleo
familiare riuscì a trovare la propria stabilità e a sostenere il peso dei giorni che passavano.
Molto spesso Okuyasu si chiudeva in camera a piangere la memoria di suo fratello Keicho,
ucciso da un ragazzo che non aveva mai meritato di vivere. Fino a quando c'era stato,
Keicho era indispensabile per Okuyasu, ma dopo la sua morte questi divenne capace di
badare a sé stesso e fare, in un certo senso, il capofamiglia.
Il padre di Okuyasu, dopo aver emesso un suono di ringraziamento (lo si capiva dal
tono, per il resto erano solo vocali indistinguibili) andò in soffitta dove Stray Cat
giocherellava con la sua ciotola del latte, chiaro segno che la sua fame era ancora a livelli
di normalità: era capitato, talvolta, che per la troppa fame la pianta si arrabbiasse e
ricorresse al suo stand per cercare di mangiare qualcosa. In quei casi era Okuyasu a
dover risolvere la situazione in qualche modo, essendo l'unico altro membro della famiglia
ad essere dotato di un potere stand, mentre il padre correva ululando a rifugiarsi in
cantina.
Ricordando quei fatti con un sorriso, Okuyasu stette a guardare il padre mentre dava alla
sua amica pianta le ultime gocce del latte del giorno prima, riempiendola poi di coccole e
di attenzioni, e alla fine si arrese all'idea di dover andare a scuola anche quel giorno.
Nel pomeriggio, rientrando a casa, Okuyasu sentì l'urlo del padre fin dalla strada, prima
ancora di salutare l'amico Josuke, che abitava cento metri più avanti, ed entrambi
entrarono di corsa nell'abitazione. Trovarono il padre nella soffitta, chino a piangere sulla
pianta che non dava segni di vita, e ogni tanto il padre si dibatteva convulsamente nella
folle convinzione che fosse la pianta a muoversi, mentre in realtà quell'inutile movimento
servì solo a rovesciare la bottiglia di latte per terra. Josuke, ben sapendo che il suo stand
poteva curare le malattie, cercò inutilmente di guarirla, mentre Okuyasu e il padre
sintonizzavano il loro pianto sulla stessa nota.
Improvvisamente, il cellulare di Josuke squillò: era Koichi. Si allontanò dalla stanza e
rispose.
"Ciao, Josuke, ho due problemi enormi, devi aiutarmi!"
"Calma Koichi, siamo nella merda anch'io e Okuyasu: Stray Cat è morto."
"Morto? Beh, è già qualcosa..."
"Cosa vuoi dire?" Josuke era decisamente spiazzato.
"Beh, ero da Yukako, poco fa, quando improvvisamente lei è stata male dopo aver
mangiato un cioccolatino. In nemmeno due minuti non muoveva più un muscolo. Ho
chiamato un'ambulanza, ma, prima ancora che quella arrivasse, lei mi è letteralmente
scomparsa dalle braccia! Per evitare figuracce sono fuggito, per me c'è uno stand di
mezzo!"
Josuke rimase di sasso, e ci vollero almeno dieci secondi perché riprendesse a parlare
e, contemporaneamente, tornasse da Stray Cat.
"Dove sei, ora?"
"A casa di Hazamada"
"Hazamada??? Che c'entra Hazamada adesso?"
"Beh, era il portatore di stand più vicino alla casa di Yukako, ma al momento non c'è
nessuno in casa nemmeno qui. La cosa strana è che il suo pranzo è ancora sul tavolo, e
la televisione è ancora accesa. Le scarpe sono all'ingresso e una sedia è finita per terra,
ma di lui non c'è neanche l'ombra. Josuke, hai idea di cosa stia succedendo?"
La voce di Koichi era affannosa, e pareva che lui stesse per cadere in un burrone da un
momento all'altro.
"Vorrei saperlo anch'io... Merda!", urlo Josuke dopo un momento di silenzio.
"Che succede?", replicò Koichi.
Stray Cat era scomparso sotto i loro occhi.
Dopo questi fatti, Koichi Hirose telefonò a casa Kujo, dove gli rispose Joseph Joestar,
che, dopo aver udito da Koichi le brutte notizie, si fece lasciare il nome e il numero di
telefono e promise di telefonargli quanto prima. Dopo un buon quarto d'ora, il vecchio
Joestar si fece vivo dicendo che Jotaro sarebbe arrivato entro ventiquattr'ore, in un modo
o nell'altro, scusandosi inoltre per il fatto di non poter venire di persona. Koichi riattaccò
ringraziando il vecchio e tirando un sospiro di sollievo.
A due isolati da casa Kujo, l'uomo posò le cuffie e spense i macchinari che aveva
davanti. Poi si stappò una birra fresca e, alzata la cornetta, prenotò un posto sul primo
treno per Morio. Infine fece un'ultima telefonata per ringraziare a gran voce un lontano
amico che gli aveva insegnato la magnifica arte delle intercettazioni telefoniche.
CAPITOLO III - DARK SIDE OF THE MOON
A casa Kishibe non esistevano orari fissi per i pasti. Rohan, unico abitante della villa,
lavorava ai suoi fumetti finché ne aveva voglia, e non di rado alzava la testa dai suoi fogli a
notte fonda, con lo stomaco che gli ricordava di aver fame.
Quella sera, tuttavia, non era una di quelle. Erano solo le sei di sera quando Rohan
ebbe terminato il suo lavoro settimanale per il fumetto "Pink Dark Boy", con il quale aveva
un discreto successo, e stava mettendo via matite e inchiostri. Poi, senza neanche
voltarsi, apostrofò lo sconosciuto che si nascondeva dietro la porta.
"Vieni pure dentro. In fondo, sei già entrato in casa mia di nascosto, non credo tu voglia
semplicemente studiare il colore delle pareti."
Senza battere ciglio, l'intruso fece un passo avanti, e si appoggiò alla porta. Quindi,
restando non meno calmo del padrone di casa, lo salutò mentre questi si era alzato dalla
sedia e si stava girando.
"Salve, Maestro Kishibe.", gli disse.
"Toh, chissà perché, ma mi aspettavo un adolescente, o al massimo un ventenne. La tua
presenza in casa mia alzerà di parecchio l'età media dei miei fan, lo sai? Beh, già che ci
sei, ti spiacerebbe presentarti e dirmi che cosa vuoi?" Rohan avrebbe voluto usare lo
stand, ma qualche strana premonizione gli suggeriva di usare un approccio più cauto e
tradizionale nei confronti di quello sconosciuto, dall'età apparente di 45 anni, la cui faccia
risultava nuova a Rohan - che pure aveva una memoria di ferro. Era alto almeno un metro
e ottanta, e pareva un po' troppo magro per la sua altezza. Doveva essere stato un bel
castano, ma ciuffi sparsi di capelli bianchi tradivano un'età avanzata, mentre i suoi occhi
azzurri sembravano notare ogni dettaglio.
"Il mio nome è Shoki Kanemura, e sono lieto di conoscerla. Anche se lei, immagino,
avrebbe voluto incontrarmi in circostanze diverse. La prego di venire con me senza fare
troppe storie."
Un altro uomo si sarebbe arreso vedendo il fucile che l'intruso teneva in mano, ma
Rohan Kishibe non era così arrendevole. "No, grazie, stasera in TV c'è uno spettacolo che
mi interessa. Quanto a lei, temo che non potrà vederlo perché sarà in cella."
"Mi spiace contraddirla, Maestro. Lei verrà con me. Di celle ne ho già viste abbastanza,
sono tutte uguali e mi annoiano parecchio." Come per sottolineare le sue parole, fece due
passi avanti puntando l'arma. E finalmente Rohan la riconobbe. Fin dall'inizio era convinto
di non avere di fronte un fucile, una doppietta o altre armi da fuoco, ma sapeva anche che
non era un'arma giocattolo: era invece una carabina ad uso veterinario veterinario, usata
per sparare siringhe ad animali poco condiscendenti a farsi curare, o a farsi narcotizzare.
O a farsi avvelenare.
Lo sparo non lo colse di sorpresa. Rohan evocò il suo Heaven's Door, che bloccò la
siringa a mezz'aria poco prima di gettarla contro il muro e distruggerla. "Senta, lei non può
farmi assolutamente nulla. Non ho voglia di spiegarle alcunché, sappia solo che la lascerò
vivo. Si ritenga fortunato.", replicò freddamente Rohan concentrandosi sul proprio stand.
Ora poteva attaccare. La carabina andava ricaricata, e quell'intruso iniziava a dargli
piuttosto fastidio. Heaven's Door si lanciò addosso a Kanemura con il preciso intento di
aprirgli il dossier e di scrivere una frase che obbligasse l'aggressore a perdere
conoscenza. Per i dettagli, pensò Rohan, c'era ancora tutto il tempo che voleva. Ma
l'imprevisto era dietro l'angolo, e la freddezza di Rohan si sciolse come neve davanti al
sole degli eventi: il suo Heaven's Door aveva letteralmente attraversato il corpo
dell'aggressore, e il suo attacco risultò quindi inefficace.
Il nemico (perché quello era divenuto, ora, nella mente di Rohan) aveva intanto ricaricato
la carabina senza badare minimamente allo stand avversario, che ora gli dava le spalle. In
un attimo di profonda soddisfazione, rifilò una gomitata nella nuca di Heaven's Door e
sparò quindi un colpo che raggiunse Rohan in pieno petto. Adesso bastava solo aspettare.
C'era un profondo stupore negli occhi del fumettista. Era la terza volta che Shoki
Kanemura usava il suo stand contro persone che avevano lo stesso potere, e tutte e tre
erano state usate in quella giornata. Urlò di giubilo notando che li poteva fregare come e
quando voleva, esattamente come gli altri, quelli normali. "Bene, Rohan, come vedi avevo
ragione. Ora aspettiamo un po' e poi verrai con me."
"Chi sei?", balbettò Rohan mentre estraeva la siringa vuota dal suo petto. "Cosa mi hai
iniettato?"
"Quello che ti è finito nel sangue non è importante, a me basta che ci sia. Quanto a me,
te l'ho già detto, sono Shoki Kanemura, o per meglio dire sono il suo stand, Dark Side Of
The Moon."
Un rumore si avvertì dal piano inferiore. Dalle labbra di Rohan partì una disperata
richiesta di aiuto, mentre il nemico iniziò a ridere convulsamente senza badare
minimamente ai ripetuti attacchi di Heaven's Door, che pareva colpire l'aria all'infinito. Una
serie di passi fece capire a Rohan che qualcuno stava salendo, e che quel qualcuno
doveva essere il portatore di quello stand. Che venisse, se si esponeva così tanto era
tanto meglio per Heaven's Door!
"Non è così semplice.", disse Dark Side Of The Moon assestando un bel calcio in faccia
al fumettista. A quanto pareva, era in grado di diventare materiale e immateriale con la
stessa facilità con cui si respira. Peccato averlo scoperto troppo tardi.
Alla fine il portatore comparve sull'uscio, mentre il suo stand arretrò per tenere d'occhio
Heaven's Door, che era ancora fermo in mezzo alla stanza. Shoki Kanemura era
esattamente uguale al suo stand, compreso il ghigno malefico stampato sul volto. "Rohan
Kishibe, non credo che ci sia bisogno di presentarti il qui presente Dark Side Of The Moon.
Sarai onorato di sapere che sei il terzo portatore di stand con cui ha l'onore di scontrarsi. E
di vincere, naturalmente."
Dark Side Of The Moon respinse con un pugno l'ennesimo attacco di Heaven's Door, e
un po' di sangue iniziò ad uscire dalla bocca di Rohan mentre Kanemura, impassibile,
prendeva posto sulla poltrona preferita del fumettista, che stava riverso a terra, dolorante,
nel lato opposto della stanza.
"Conosco già il tuo stand, ragazzo mio, e so perfettamente che non hai modo di capire
quando il mio amichetto sia tangibile o no. Vedi, è piuttosto semplice: mi basta solo volerlo
perché lui possa diventare un mucchio di aria colorata. Insieme a ciò che lui tocca, è
ovvio: quel fucile è stato trasportato così. Con un raggio di una quindicina di metri, mi è
bastato stare a leggere il giornale per strada mentre Dark Side Of The Moon ti
massacrava qui dentro. A proposito, hai visto che belle notizie? Pare che a Tokyo ci sia
stato un harakiri!", disse con tono sprezzante mentre tirava il giornale in faccia a Rohan.
"Lurido bastardo!"; sibilò questi, "Si può sapere che cosa vuoi da me?"
"Nulla, signor fumettista, proprio nulla. Io eseguo solo gli ordini. E gli ordini erano che il
contenuto di almeno una di queste quattro siringhe ti entrasse in circolo. Il resto non ti
interessa." Gli mostrò le due siringhe che ancora aveva in tasca, e con un lieve gesto del
braccio indicò quella rotta contro la parete e, sorridendo, quella che lo aveva colpito.
Ormai i sensi lo abbandonavano, e una strana fatica gli avvolse ogni muscolo. Dopo un
attimo di silenzio che segnò nettamente il confine tra vittoria e sconfitta, improvvisamente il
campanello suonò due volte. Kanemura fece appena in tempo a cogliere un lampo negli
occhi del suo avversario, e comprese subito che la parte tranquilla della giornata era finita
in quell'istante.
Infatti, con un ultimo forzo di volontà, Rohan richiamò a sé Heaven's Door, troppo
rapidamente per poter essere fermato, e si fece toccare il braccio destro strappando subito
la prima pagina del proprio dossier. Egli affidò quindi la pagina al proprio stand, che si tuffò
contro la finestra chiusa, mandandola in frantumi. La pagina cadde nel giardino, mentre
Rohan Kishibe si dissolveva abbandonando in gola una richiesta d'aiuto.
CAPITOLO IV - DUE CONTRO UNO
Rohan Kishibe, il fumettista, non poteva sapere chi avesse suonato al campanello, ma
chiunque fosse era la sua unica possibilità di salvezza, purché avesse lo stand,
ovviamente.
Il destino, comunque, era con lui. Come Shoki Kanemura ebbe occasione di notare
avvicinandosi ad una delle altre finestre dello studio al primo piano, ben tre persone erano
venute a casa Kishibe. Quello che aveva suonato il campanello era il più basso, Koichi
Hirose; riguardo gli altri due, sapeva che uno era Josuke Higashikata, e l'altro Okuyasu
Nijimura, ma non sapeva dire con certezza quale fosse uno e quale fosse l'altro. Certo,
erano i suoi prossimi obiettivi, ma lui amava fare le cose con calma ed evitare un ostacolo
alla volta, difatti aveva studiato a fondo tutte le informazioni sul fumettista, e non sugli altri.
Certo, aveva dalla sua il fattore sorpresa, ma mancava meno di un'ora al tramonto, e
Shoki sapeva che il liquido contenuto nelle due siringhe rimanenti si sarebbe volatilizzato
insieme al Sole. Niente è perfetto, pensò mentre metteva la terza siringa nella carabina.
I tre amici, dal canto loro, si erano trovati decisamente impreparati di fronte alle varie
sparizioni di portatori di stand che aveva improvvisamente colpito Morio Cho. Dopo le
inspiegabili scomparse di Yukako Yamagishi, Toshikazu Hazamada e Stray Cat
(quest'ultimo sotto i loro occhi), un rapido giro di chiamate rivelò l'assenza di altri amici:
Tamami Kobayashi, Tonio Trussardi, Yuuya Fungami. Sembrava che qualcosa, o piuttosto
qualcuno, stesse decimando i possessori di stand, e tutto faceva pensare ad un nuovo
stand che tramava nell'ombra. L'unica idea che venne loro in mente era stata quella di
chiedere conforto e aiuto a Rohan Kishibe, di cui apprezzavano l'intelligenza e la capacità
di pensiero. Per quanto Josuke non fosse d'accordo con l'iniziativa (tra lui e il fumettista
non c'erano proprio degli ottimi rapporti), anch'egli ammise che perlomeno lo avrebbero
avvertito del pericolo: prima o poi il nemico invisibile avrebbe semplicemente rapito - o
magari ucciso - tutti loro senza nemmeno dover mostrare il proprio volto.
Purtroppo essi arrivarono tardi, visto che il loro amico, obiettivamente, non era più in
casa. Ad ogni modo, non potevano aspettarsi di vedere una finestra andare in frantumi
dopo aver suonato il campanello, e tantomeno di vedere un foglio di carta cadere sui
cespugli del giardino.
Dopo un lungo attimo di smarrimento, Okuyasu entrò nel giardino e iniziò a leggere il
foglio dopo averlo preso in mano. Era una pagina del dossier di Rohan Kishibe, in cui
erano raccolte tutte le informazioni su Shoki Kanemura e su Dark Side Of The Moon.
"Ehi Josuke, vieni a veder...", Okuyasu non fece in tempo a finire la frase. Una siringa lo
aveva colpito alla schiena procurandogli un certo dolore e facendolo voltare di scatto. Egli
riuscì a scorgere un uomo che stava in piedi, seminascosto, dietro all'unica finestra aperta,
e lo indicò con un dito mentre porgeva a Josuke il foglio appena raccolto.
Improvvisamente, l'uomo si mosse, prese la mira e sparò l'ultimo dardo in direzione di
Josuke: prendendo tempo, Kanemura poteva tornare a combattere uno scontro uno contro
uno col piccoletto! Okuyasu, avvertito il pericolo, spiccò un balzo e fece scudo all'amico col
proprio corpo, dove si conficcò anche la seconda siringa.
Sotto lo sguardo incredulo dei due compagni, la seconda dose accelerò il processo di
indebolimento, e quando finalmente Okuyasu ebbe dato il foglio a Josuke, scomparve
pensando che, se avesse avuto cervello, avrebbe usato il proprio stand per difendersi.
Un'imprecazione sfuggì a Kanemura, che amava gli imprevisti come gli imprenditori
amano gli esattori delle tasse. Certo, aveva ridotto lo svantaggio, ma doveva pianificare un
buon attacco entro una decina di secondi, e per di più non aveva assolutamente capito
che cosa Rohan avesse fatto prima di andarsene. Riusciva solo a vedere Josuke e Koichi
che, messisi al riparo, leggevano avidamente ogni riga di quel foglio, parlottando in modo
a lui inudibile e gesticolando ampiamente con le mani.
"Spaventoso... Uno stand spaventoso... E come lo colpisci?", balbettò Koichi.
Josuke era su tutte le furie. Odiava tutti coloro che colpivano a tradimento, odiava
essere coinvolto in cose che non riusciva minimamente a capire, e soprattutto odiava che
gli strappassero gli amici da sotto il naso mentre lui li guardava impotente. Non aveva
neanche fatto in tempo a prendersi un pezzo di Okuyasu: un pezzo di vestito, un dito,
qualunque cosa che il suo Crazy Diamond potesse ricongiungere con il suo amico per
scoprire dove fosse finito, e soprattutto se era ancora vivo oppure... Non osava pensarci.
Scosse la testa, e parlò con un tono freddo e apparentemente distante. "Questo bastardo
deve spiegarci molte cose. Troppe, forse. Andiamo, Koichi."
"Andiamo? Andiamo dove? Là dentro? Hai un piano?", obiettò Koichi tentennando.
Josuke non rispose. Quando l'amico aveva finito di balbettare la sua frase, lui era già di
due metri più vicino alla porta, dove si stava dirigendo a grandi falcate. Il pensiero di
Josuke era votato all'attacco: se i suoi conti erano giusti, infatti, Kanemura doveva avere in
mano un fucile scarico, ed era quindi plausibile che fosse costretto ad abbassarsi ad un
combattimento leale senza dover attaccare di nascosto. Entrò nella casa sfondando la
porta con il suo Crazy Diamond, e non notò nulla fuori posto. Andò verso le scale davanti
a lui, meravigliandosi del fatto che Kishibe avesse messo un sottile zerbino ai piedi dei
gradini, e poi scosse la testa: il suo unico obiettivo era il nemico, e non giudicare i gusti
estetici - a suo avviso orribili, comunque - del padrone di casa. Salì gli scalini a due a due,
poi improvvisamente si fermò a riflettere sul pianerottolo intermedio: era certo di aver
messo solo mezzo piede sullo zerbino, eppure al tatto non aveva sentito la presenza del
tessuto.
Si voltò di scatto, e fece appena in tempo a parare il colpo, sfasciando la ringhiera di
legno e rotolando sul pavimento sottostante.
Koichi era rimasto fuori, solo e allibito. Avevano un vantaggio incredibile, visto che erano
in due e, grazie al Maestro, conoscevano ora i poteri del nemico. Eppure Josuke era
entrato da solo, in preda a una furia cieca. Oh, certo, quel ragazzo era celebre per le sue
sfuriate, ma c'era indubbiamente un buon modo per trattenersi, se questo poteva servire a
vincere la battaglia.
Pur senza muovere un solo muscolo, Koichi fece lavorare il cervello, scoprendo subito
alcune cose interessanti. In primo luogo, il fumettista non era morto, e questo lo deduceva
dal fatto che quel foglio, espressione fisica del suo potere stand, non era dissolto con lui;
se andava bene, allora, (e questa era la seconda considerazione) nessuno dei suoi amici
ci aveva lasciato le penne, il che lo rallegrò un poco. Infine, Crazy Diamond avrebbe
potuto ritrovare Rohan riparando quel foglio e restituendolo al fumettista.
Ovviamente, tra il dire e il fare c'era, nell'occasione, Shoki Kanemura. Koichi evocò il suo
Echoes Act 2, mandandolo a curiosare vicino alla finestra del primo piano da cui erano
partiti i due colpi, finestra che era peraltro l'unica aperta, eccezion fatta per quella sfondata
da Heaven's Door. Echoes poté subito notare che la stanza era vuota, e quindi vi entrò.
Per scrupolo, iniziò a controllare ogni possibile nascondiglio, ma non trovò nulla sotto il
tavolo, né nell'armadio o dietro la porta, che pure era spalancata, e quindi entrò nel
corridoio, dove udì Josuke lanciare un'imprecazione.
Act 2 si mosse con cautela verso la scala, e vide Josuke che si stava rialzando da terra,
dopo essere caduto dal pianerottolo d'intermezzo fra il piano terra ed il primo. Dark Side
Of The Moon era su uno dei primi gradini, e maneggiava il fucile tenendolo per la canna
come se fosse un randello, dando le spalle a Echoes. Nell'altra mano, invece, teneva il
foglio di Rohan, che Josuke aveva lasciato cadere per evitare il colpo con cui lo stand lo
aveva attaccato. Una volta letto il foglio, se lo mise in tasca e osservò il volto pensieroso
dell'avversario.
"Ah, Higashikata, avete avuto fortuna, tu e quel tappo che ha messo lo stand in cima alle
scale." Koichi trasalì. Come faceva a sapere che Echoes era alle sue spalle? "Lascia che
ti spieghi una cosa: siete stati maledettamente fortunati, lo ammetto, ad avere informazioni
sul mio conto, e mi sono salvato solo perché ho detto a quel tipo solo quello che serviva.
Quello che non sai, pivello, è che, quando sono intangibile, posso assumere tutte le forme
che voglio, anche quella di un innocuo tappetino. Purtroppo, invece, quando sono allo
stato normale, non mi è possibile farlo. Ma nella vita bisogna accontentarsi, non credi?"
Mentre Josuke si alzava in piedi, Echoes tentò un attacco con la sua coda, che
attraversò Dark Side Of The Moon e finì per rompere un quadro che era appeso alla
parete.
"Pivelli tutti e due! Credete che io me ne stia fermo a prendere i vostri fottutissimi
attacchi? Piuttosto, sarò gentile e vi dirò cosa intendo fare: andarmene!"
"Non puoi andartene!", obiettò Josuke, "Fermati e combatti!"
"E stare a combattere, due contro uno? Dovrei essere matto! Conosco il tuo Crazy
Diamond, e so che con questo foglio tu potresti trovare il nascondiglio di Kishibe. Di
conseguenza, se resto intangibile tu non avrai il foglio e il mio segreto rimarrà ben
nascosto!" Dark Side Of The Moon fece una sonora risata mentre, intangibile, spariva
dentro la parete alla sua sinistra.
CAPITOLO V - UN NUOVO ARRIVO
Josuke non riusciva a capire come era possibile che quell'uomo, che era a lui
sconosciuto, potesse conoscere sia il suo stand che una delle sue tattiche preferite.
Invece di pensare, Echoes andò immediatamente al primo piano, convinto di essere stato
visto al suo ingresso nella casa, mentre Koichi entrava in casa per controllare se l'amico
era ancora tutto intero.
Act 2 notò che la porta del bagno era aperta, e vi entrò di fretta mettendo da parte la
prudenza. Trovò che anche la finestra era aperta, e da lì poté notare Kanemura che, in
sella ad una moto, la stava accendendo per scappare. Il fucile, ormai inutile, era stato
abbandonato sul prato, mentre il foglio di Rohan sporgeva dalla tasca destra del suo
giubbotto. Koichi avvisò Josuke del fatto, mentre un repentino attacco di Echoes inseguì il
veicolo e riuscì a far esplodere la ruota posteriore con un'onomatopea di fuoco, giusto in
tempo prima che uscisse fuori dal raggio d'azione dello stand.
Shoki Kanemura era già lanciato ad una velocità di cinquanta chilometri orari, e stava
accelerando ancora quando udì un forte scoppio alle sue spalle, che gli bruciò la parte
interna delle cosce con delle piccole ma fastidiose ustioni. Lui non badò nemmeno a quei
danni: non è che fosse molto resistente al dolore, ma era troppo impegnato a rotolare
sull'asfalto e ad evitare qualche grave danno, mentre si staccava dalla sua moto (che in
verità aveva rubato), che andò a schiantarsi rovinosamente contro un palo della luce,
causando un piccolo incendio.
Un rapido controllo mentale gli riferì di avere qualche osso rotto, fra cui un braccio, una
gamba e qualche costola, oltre a parecchi lividi che presto avrebbero trasformato la sua
pelle in un deserto viola. Estrasse lo stand, e sgranò gli occhi nel vedere se stesso così
danneggiato: Dark Side Of The Moon, infatti, al momento dell'evocazione è esattamente
uguale al portatore, il che, almeno in quel momento, era la peggior cosa possibile.
Pazienza, pensò Kanemura, pazienza. Mosse il suo stand per fargli prendere il foglio
maledetto dalla sua giacca, lo fece appallottolare e gettare in direzione delle fiamme che
stavano invadendo il resto della moto.
"Ma allora sei proprio tonto!", disse una voce alle sue spalle, "Quel foglio è di materia
stand, quindi non sarà bruciato da un fuocherello normale come quello!"
Josuke notò la disperazione negli occhi del nemico, e senza neanche pensarci gli sferrò
un pugno sul volto. Una fitta nebbia nera avvolse Shoki Kanemura, e attraverso di essa
udì un'esclamazione che suonava più o meno "Bella storia!".
E poi perse i sensi.
"Ma sei proprio sicuro che non possa essere bruciato?"
"No, Koichi. Ora mi stanno venendo dei dubbi..."
"Ah, bene. Tanto per sapere, Josuke, come conti di recuperare quel foglio?"
"Non lo so. Mi interessava bloccare questo tipo, magari quando si riprende noi lo
interroghiamo..."
"Certo che avere quel foglio sarebbe meglio, non ti sembra?"
Una voce intervenne dietro alla moto in fiamme. "Ah, questo? Ma l'ho preso io!"
Josuke e Koichi si fissarono stupiti alla luce tremolante e romantica del falò al tramonto,
poi si mossero l'uno a destra e l'altro a sinistra per accerchiare l'intruso. Ma non c'era
nessun intruso, solo un piccolo bidone dell'immondizia, completamente vuoto se non fosse
per il foglio da loro cercato. Un altro sguardo allibito incrociò i loro occhi, poi, appena
Josuke accennò a recuperare l'oggetto, entrambi videro il bidone muoversi ed ingrandirsi.
Dopo un paio di secondi avevano di fronte la figura raggiante di Mikikata Hasekura.
"Sembrate nei guai... Vi serve un alieno?"
Passò poco più di due ore, ma gli parve fosse stata un'eternità. Tre ceffoni ben assestati
lo riportarono ben presto alla realtà. Poi un urlo assordante gli penetrò nelle orecchie.
"Sveglia, vecchietto, sveglia!"
Shoki Kanemura si riprese quasi subito, ma ci mise qualche secondo per capire che il
suo corpo non rispondeva agli stimoli. Si voltò d'istinto, ma una fitta di dolore gli pervase il
collo impedendogli quell'unico movimento. Davanti agli occhi gli apparvero le gambe di
Josuke Higashikata, che si chinò e sorrise sarcasticamente prima di mettergli davanti un
grosso specchio (che era Mikitaka trasformato). Il terrore lo invase come un terremoto,
vomitò e svenne.
"Ehi, ma riesce ancora a vomitare?" domandò Koichi, che a dire il vero aveva intenzione
di imitarlo. Solo Mikikata sembrava impassibile di fronte allo spettacolo messo in piedi da
Crazy Diamond.
Spento l'incendio grazie al solito Mikitaka trasformato in estintore, Josuke aveva riparato
la moto facendo quella che lui stesso aveva definito "un'insignificante, piccola modifica",
ovvero la fusione del corpo di Kanemura con la carrozzeria del veicolo.
Pienamente soddisfatto del risultato, Josuke riparò la moto con il suo stand e poi la portò
a mano verso il parco pubblico più vicino mentre spiegava la situazione all'alieno (o
presunto tale, il fatto era ancora da accertare), e giunto a destinazione si sedette su una
panchina. Ebbe appena il tempo di accorgersi che non c'era benzina nei serbatoi, poi si
addormentò di schianto. Koichi guardò Mikikata alzando le spalle, e infine considerò anche
lui l'idea di riposarsi un po', ma prima andò a rifocillarsi saccheggiando il frigo del Maestro
Kishibe, e solo allora andò ad addormentarsi vicino all'amico. Meravigliato della cosa e
per nulla stanco, Mikikata si trasformò in un binocolo e si diede al bird-watching notturno.
Non poteva sapere che Josuke avrebbe russato tanto da tener lontano qualsiasi uccello. E
quindi, senza ritrasformarsi, si addormentò senza accorgersene.
L'uomo arrivò a Morio Cho intorno alle quattro del mattino. Prima di salire sul treno,
aveva rubato un computer portatile ad un viaggiatore di Tokyo, e così poté accedere ad
Internet e raccogliere tutti i dati che gli servivano per rintracciare quel Koichi Hirose. Da lui
a Jotaro Kujo il passo sarebbe stato sicuramente molto breve.
Per prima cosa si procurò una mappa della città, poi cercò i siti delle scuole cittadine
finché, su quello della Budogaoka, trovò la foto di Koichi e qualche dettaglio anagrafico,
escluso l'indirizzo, che comunque aveva già ricavato dalla compagnia dei telefoni. Non
potendo stampare alcunché, si studiò la mappa a memoria e vi trovò la casa di Koichi, la
sua scuola e altri punti di interesse giovanile in cui lui sarebbe potuto andare, e infine
memorizzò dove fosse la stazione ferroviaria in tutto quell'intrico di vie.
Quando finalmente ebbe finito, informatosi del fatto che mancavano circa due ore di
viaggio prima della sua destinazione, passò il tempo navigando sui siti a luci rosse.
"Dormito abbastanza?", chiese serafico Josuke mentre regalava un altro paio di sberle a
Kanemura, la cui testa sporgeva dalla carrozzeria stando a qualche centimetro dal
parafango anteriore e avendo il fanale nei capelli, mentre le orecchie erano divenuti i vetri
arancioni delle frecce. Appena egli rinvenne, Josuke si sedette all'indiana e parlò con
fredda determinazione. "Bene, spaventapasseri. Ora che sei fuso con la moto, penso che
tu sappia benissimo che solo il mio Crazy D può esserti utile per ritornare quel che eri.
Quindi ora pretendo che tu mi indichi il nascondiglio di Kishibe e degli altri, perché credo
proprio che sia un solo posto. O sbaglio?"
Kanemura era allo stremo. Sudava freddissimo, ma era disposto a tutto per salvare il
suo segreto. Evocò il suo stand, ma Dark Side Of The Moon uscì fuori con la forma di una
testa che aveva migliaia di minuscoli tentacoli: stava in piedi a malapena, e rotolò per terra
appena provò a muoversi. Josuke rideva di gusto, incurante dell'ora (circa le tre del
mattino) e del rispetto umano verso l'inerme avversario. Non era irrispettoso di natura, ma
la situazione gli stava sfuggendo di mano e la fretta lo faceva imbestialire. Tempestò la
testa di schiaffoni, e minacciò di pisciarci sopra se non avesse collaborato. Koichi, che si
era appena svegliato, andò a sinistra della moto, dove gli occhi di Kanemura non potevano
vederlo, e assunse un'espressione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto comunicare a
Josuke il suo più completo dissenso per i sistemi utilizzati. Il punto era che quello aveva
occhi solo per la "moto", e ogni gesto di Koichi rimase inascoltato.
"Non parlerò.", disse stoicamente Kanemura. Doveva guadagnare tempo, e lo sapeva.
Non dovevano arrivare al nascondiglio di notte, sarebbe stata una strage. Doveva arrivare
all'alba, poi li avrebbe condotti nel nascondiglio e il suo amico Teppei lo avrebbe guarito. Il
piano gli si profilava nella mente in un modo che solo la speranza più forte può illuminare,
e gli fece mettere da parte il proposito suicida che aveva finora tenuto. Doveva solo
resistere fino all'alba.
"Ah, davvero?", replicò Josuke, "Bene, ho già pensato cosa fare. In primo luogo,
andiamo a far benzina. Vieni, Koichi, andiamo. Se ti va di venire, ovviamente."
"Certo che vengo, ma dove la prendi la benzina?"
"Ho in mente qualcosa, non preoccuparti. Ah, avvisa il binocolo che ce ne andiamo."
"Binocolo?"
"Sì, Mikitaka. Non era trasformato in un binocolo?"
"Ah, già!!! Toh, dorme... Beh, lo metto in tasca."
Josuke mosse la moto a mano. Poi, giunto presso una macchina parcheggiata sulla
strada, colpì il serbatoio con Crazy Diamond, raccolse il liquido che ne usciva, e quando fu
soddisfatto della cosa riparò il danno che aveva fatto alla vettura. Stava chiudendo il
serbatoio della sua moto quando udì Kanemura tentare un piccolo sforzo.
"Eh no!", gli disse Josuke con sarcasmo, "Non ho fatto l'errore di fonderti col motore. Ti
sei fuso con la carrozzeria, quindi se vuoi andare in giro lo fai in compagnia, e non da solo.
E mi raccomahdo di guardare la strada prima di attraversare, piccolino." La risposta di
Kanemura fu uno sputo che mancò Josuke di almeno dieci centimetri. E Josuke gli diede
un calcio in faccia che gli fece saltare un paio di denti. "Allora, dove si va?", aggiunse poi.
Kanemura fece la faccia del bambino scoperto con le dita piene di marmellata, e indicò
un'area trenta chilometri a nord di Morio.
CAPITOLO VI - TEPPEI MUSASHI
L'uomo sapeva che la fortuna era cieca, ma evidentemente per lui, quel giorno, doveva
essere completamente sbendata: appena uscito dalla stazione, fece due passi per
sgranchirsi le gambe e fumarsi qualche sigaretta prima di effettuare l'ennesimo furto.
Stavolta "prese a prestito" una moto, e mentalmente si ricordò di dover ringraziare il suo
amico anche per quegli insegnamenti.
Poi, appena giunse alla casa di Koichi Hirose, lo vide sfrecciare verso la direzione
opposta. Era anch'egli in sella ad una motocicletta, sebbene non guidasse, e lo riconobbe
perché non aveva il casco, mentre invece lui aveva rubato pure quello. Lo inseguì a fari
spenti e stando cautamente distante per non dare nell'occhio: egli sapeva che quelli erano
portatori di stand, esattamente come lui, e sapeva anche che, al momento, avevano ben
altre priorità. Tuttavia, al pensiero che Jotaro Kujo potesse fare una visitina a sorpresa,
sorrise e diede gas al suo veicolo.
L'area indicata da Kanemura era un boschetto pieno di sterpaglie e rovi, che sarebbe
stato piuttosto difficile da attraversare, specie con la moto. Quando Josuke chiese al suo
ostaggio se ci fosse un qualche passaggio più agevole, quello decise di mentire e quindi
negò.
"Koichi, scendi e sveglia Mikitaka."
"Perché?", domandò stupito.
"Mi è venuta un'idea.", rispose con un sorriso.
Koichi fece quanto gli era stato detto, e Mikitaka si sveglio protestando. E protestò
ancora di più quando Josuke gli richiese di trasformarsi in un machete, anche perché non
sapeva minimamente che cosa fosse un "machete". Quando gli venne spiegato che era un
coltello piuttosto lungo usato per attraversare zone come quella che avevano innanzi,
Mikitaka lo fece e Josuke si divertì un po' a fare il boscaiolo, per quanto fosse ancora
leggermente buio; Koichi, qualche metro dietro, lo seguiva spingendo la moto e facendosi
aiutare da Echoes Act 3 che regolarmente si caricava con frasi tipo "Let's Kill Da Ho!" o
"Bitch!", specie quando doveva spingere più forte del solito. Fra l'altro, Act 3 si arrabbiò
un po' quando Koichi gli impose il silenzio. Fortunatamente il terreno si presentava più
lineare, anche se c'erano molti alberi, ma loro non sapevano in quale zona fossero finiti, e
soprattutto non sapevano quale fosse la loro meta precisa. Josuke fece per andare a
interrogare Kanemura quando lo vide sorridere come se avesse visto Babbo Natale.
Era l'alba, e lui sapeva benissimo che questo era il miglior regalo che poteva fare a
Teppei, vista la situazione. Tuttavia volle continuare a guadagnare tempo e non rispose a
nessuna domanda di Josuke, nemmeno quelle accompagnate dai suoi bisogni corporali.
"Questo tace, Josuke. Per favore, smettila." Insistette Koichi con un tono pieno di
indignazione e volgendo lo sguardo altrove.
"E allora cosa vuoi fare? Usare il foglio?"
"Beh, sì..."
"Grande idea! Non ci avevo pensato, grazie!", replicò sarcasticamente, "Dobbiamo solo
inseguire questo foglio ad una velocità di almeno cinquanta all'ora su questa meravigliosa
autostrada disseminata di alberi secolari, e alla sola luce dell'alba! Visto che insisti, ti
lascio guidare!"
Koichi rimase allibito. "E se usassi Echoes dall'alto?", balbettò.
Josuke rimase pensieroso. "Scusa, amico, sono piuttosto teso. Va bene, uniamo quel
foglio a Kishibe. Però tu non ci vai lassù in alto."
"E chi ci va? Tu?!?", domandò Koichi stupito.
"No.", rispose porgendogli il machete, "Per favore, chiedi a Mikitaka se sa cos'è un
aquilone."
Il foglio penetrò fra i rami della quercia, e andò a ricongiungersi con il corpo inerme di
Rohan Kishibe. Una figura nera venne svegliata mentre dormiva comodamente sul ramo
più basso, poi parlò fra sé e sé.
"Higashikata sta arrivando, dunque. Ma dove diavolo è finito Shoki Kanemura?"
"Josuke, l'ho visto!"
"E bravo Mikitaka! Dicci dov'è."
"Si trova in una radura isolata cento metri verso di là."
"Mikitaka, sei un aquilone e noi siamo all'inizio del filo, non potresti essere più chiaro?"
L'alieno si riportò alla condizione originale. "Senti, mi sono appena svegliato, cosa
pretendi? Comunque, è di là.", e indicò col braccio il punto da cui sorgeva il sole.
"Si chiama est, amico. Ricordatelo...", sottolineò Josuke con un sorriso.
Così, mentre Kanemura schiumava di rabbia, i tre si mossero silenziosamente nella
direzione indicata, spingendo la moto a mano dopo che Crazy Diamond ebbe sigillato a
suo modo la bocca del nemico.
Dopo qualche tempo, giunsero presso la radura che Mikitaka aveva visto. Era uno
spazio abbastanza grande, specie in considerazione del fatto che fino a quel momento il
bosco era stato privo di spazi aperti come quello, che era un'area approssimativamente
circolare, di almeno dieci metri di raggio. Al centro dello spiazzo si ergeva una
meravigliosa quercia, il cui tronco nodoso era largo almeno un paio di metri e la cui folta
chioma andava oltre i venti metri d'altezza. La radura, invece, era stranamente brulla e
deserta come un banale paesaggio lunare, senza un solo filo d'erba a rinverdire il terreno.
I tre si nascosero, e sottovoce Mikitaka raccontò con maggiore precisione quel che
aveva visto. Mentre stava parlando, una nuova voce si levò da un punto imprecisato in
mezzo alle foglie.
"Benvenuti!"
I tre si guardarono intorno, verificando soprattutto se e come erano stati scoperti nel loro
nascondiglio fra i cespugli. Guardando Kanemura, Koichi non poté fare a meno di notare i
suoi occhi che piangevano di gioia.
"Prego, venite!", continuò la voce. "Credo sia perfettamente inutile continuare a
nascondersi. Dalle informazioni in mio possesso, voi siete Josuke Higashikata, Koichi
Hirose e Mikikata Hasekura. Inoltre, per quanto mi dispiaccia ciò che avete fatto al mio
carissimo amico Shoki Kanemura, vi faccio i complimenti per come avete gestito la
situazione."
Un uomo vestito di nero scese da un ramo della quercia, posò a terra un binocolo, si
sbottonò il soprabito e poi se lo tolse facendo brillare la sua collana a forma di Sole alla
luce del giorno appena nato.
"Su, ragazzi, venite fuori. Tutti e tre. Con la moto, è ovvio."
Josuke fu il primo a lasciare i cespugli e ad inoltrarti nella radura, seguito dagli altri.
"La moto è là dietro. Puoi venire a prendertela, se credi. Quanto a me, non ti disturberà
se avviso con il cellulare un tipo che era pronto a scommettere che eri inoffensivo. O
sbaglio, signor Teppei Musashi?"
"Primo, la moto me la porti tu, qui e subito. Secondo, tocca quel telefonino e ti stacco
una mano. E terzo," urlò Teppei con una rabbia enorme, "sei vivamente pregato di usare il
mio vero nome."
Un attimo di silenzio si impadronì dell'ambiente. Non si sentiva neanche il cinguettio di
un passerotto.
"Voi avete portato mio fratello Akira alla morte e sarà per questo che tutti voi morirete e
resterete insepolti, luridi bastardi. Io mantengo sempre le mie promesse: parola di Teppei
Otoishi."
CAPITOLO VII - FAT OLD SUN
L'uomo era giunto alla radura già da qualche minuto, e poté vedere benissimo quel tale
(Teppei Musashi, o Otoishi, o come diavolo si chiamasse) che si preparava a combattere
contro ben tre avversari, ed era sicuro di non essere stato visto. Del resto, lui non
c'entrava nulla, e quindi per il momento poteva benissimo permettersi di nascondersi
meglio e restare a guardarsi lo spettacolo.
"Scusa tanto, carino, ma credo che si possa discutere su un bel po' di faccende. Primo, il
tuo fratellastro si è suicidato e non è certo colpa nostra. Secondo, dicci dove sono i miei
amici e consegnaceli. Terzo, spiegaci come fai ad essere così ben informato sul nostro
conto. Quarto, levati dalle scatole dopo aver risposto. E con questo è tutto."
"Ah Higashikata, sei fenomenale. Tanto per cominciare, non mi sembra che mio fratello
sia finito in galera per colpa sua, ma perché voi lo avete bloccato e fatto arrestare.
Riguardo i tuoi amici, vieni a prenderteli se ne hai il coraggio. Il resto sono fatti miei e non
me ne vado finché non avrò bruciato il tuo cadavere. E' tutto chiaro sotto quegli orridi
capelli?"
Josuke ribollì di rabbia, e iniziò a camminare in avanti mormorando frasi di odio. Lui non
voleva mai essere criticato per la capigliatura, e quando accadeva si imbestialiva. Poi,
senza preavviso, caricò Teppei insieme al suo Crazy Diamond.
"No, Josuke! Non sai neanche quale sia il suo potere!" urlò Koichi, che inviò Act 2
all'inseguimento dell'amico. "Mikitaka, aiutaci! Fatti venire un'idea!"
Josuke Higashikata non arrivò neanche a metà strada quando un violento colpo
invisibile centrò la sua gamba destra e lo fece ruzzolare a terra. "Non passerai mai! Fat
Old Sun, colpiscilo!", ribatté Teppei mentre stava comodamente appoggiato alla quercia.
Il nulla lo colpì ancora, direttamente al volto; Josuke percepì chiaramente che qualcosa
gli era entrato in bocca, ma non riuscì a sputarlo in tempo, nè ad identificarlo.
Da lontano, Koichi poté casualmente osservare una debole luce rossastra accendersi
sul lato destro della chioma dell'albero, e mosse Echoes in quella direzione dopo che
Teppei ebbe schivato un suo attacco gettandosi sulla sua destra. Con lo stand posto
vicino ai rami della chioma, egli fu in grado di notare Stray Cat, collegato ad un ramo come
se fosse un frutto di quella pianta, che emetteva la debole luce che lui aveva visto.
Rimase fermo a guardare l'orrendo spettacolo troppo a lungo. La luce di Stray Cat si
spense, e un secondo più tardi i capelli di Teppei si allungarono fino ad intrappolare Act 2
in una stretta morsa. Poco più in alto, una nuova luce rivelò il corpo inerte di Yukako
Yamagishi. Josuke, intanto, sentiva i muscoli che si paralizzavano uno alla volta, e tentò
inutilmente di colpire un nemico che stava prudentemente fuori dal raggio d'azione di
Crazy Diamond.
"E bravi ragazzi, avete scoperto il mio segreto!", disse Teppei fra una risata e l'altra.
"Aspetta, Koichi: guarda il tuo amico Josuke: capirai meglio!"
Josuke Higashikata era allo stremo delle forze, e sapeva che la sua resistenza era
inutile. Mentre assisteva inerte alla cattura di Echoes Act 2 (che veniva avvicinato al corpo
di Teppei grazie ai suoi capelli), la vista iniziò ad annebbiarglisi, e ben presto perse i sensi.
Infine, scomparve.
Nel bel mezzo della chioma della quercia, il corpo di Josuke riapparve uscendo da un
ramo e restandovi collegato tramite l'ombelico. Koichi rimase sbalordito, e così Mikitaka.
Poi, in un attimo, i capelli di Teppei tagliarono nettamente la coda affusolata di Act 2,
mentre istantaneamente una brutta ferita si aprì sulla schiena di Koichi. Nel frattempo, i
capelli costrinsero Echoes a muoversi verso il corpo di Josuke Higashikata, collocato nel
bel mezzo della chioma dell'albero, come se fosse il posto d'onore a lui riservato.
L'esitazione bloccò Act 2, che poté però guardare da vicino il tronco. Insieme alla
corteccia color castano scuro, nella quercia stava, come se fosse incastonata, una grande
figura nera, che rassomigliava un uomo dal fisico di un giocatore di football americano.
L'umanoide sembrava di corteccia anch'esso, e dava anzi l'impressione di essere più duro
e più "vivo" dell'albero stesso. Tuttavia, mentre le gambe sparivano nel terreno dalle
ginocchia in giù, ciò che più attirava la sua attenzione era il viso: nella sua fosca tonalità
scura, esso sembrava esprimere un'enorme felicità e armonia, con le infinite rughe che
solcavano il suo volto come a disegnare il sorriso di un vecchio e possente pescatore che
non si arrende all'età e agli acciacchi. Gli occhi, privi di qualsiasi parte bianca, sembravano
osservare tutto e nel contempo nulla, mentre dalla bocca usciva abbondante un liquido
scuro e denso.
Stupefatto dalla scoperta, Koichi rimase letteralmente a bocca aperta, mentre Mikitaka,
al suo fianco, gli controllava la ferita alla schiena e cercava in ogni modo di accertarsi che
fosse ancora cosciente. All'improvviso, quella faccia quasi rassicurante si contrasse in uno
sforzo che ingigantito dalle rughe della corteccia, e all'improvviso sputò una grande
quantità di saliva nella bocca di Echoes Act 2, tenuta prudentemente aperta dai capelli di
Love Deluxe, controllati da Teppei Otoishi.
"Signore e signori, vi presento Fat Old Sun! Tu, Koichi Hirose, dovresti essere fiero di
essere giunto a così poca distanza da lui. Tuttavia, ora la mia vendetta è quasi compiuta!
Ben poco sforzo mi resta per liberarmi di quel tale, poi guarirò il mio amico Shoki
Kanemura. Infine," soggiunse con un tono gioioso, "vi ammazzerò tutti!"
Koichi si stava indebolendo ad una velocità piuttosto alta. Mormorò una frase d'aiuto
verso Mikitaka, poi fece l'ultima domanda che le forze gli consentivano di porre.
"Ma... Ma perché? Che razza... Che razza di stand è questo?"
"Toh, il desiderio di un condannato a morte!", rispose ridendo fragorosamente, "Vedi,
Koichi, con la bava di Fat Old Sun posso costringere chicchessia a venire nell'albero di cui
lui si è impossessato, e poi posso sfruttare le mie vittime come voglio! Le loro conoscenze,
i loro stand... Tutto è a mia disposizione! Basta solo inserire quei liquidi all'interno del
corpo della vittima, o di un suo stand e... puff! Purtroppo non mi posso muovere un
granché, in questa situazione, ma è una prigionia che sopporto volentieri, grazie ad amici
come Shoki!"
Tutto il resto si svolse molo velocemente. Mentre Koichi svaniva per trovare posto fra le
foglie di Fat Old Sun, Mikitaka si trasformò in un piccolo aeroplano telecomandato e si
gettò disperatamente contro Teppei Otooishi.
Una ben magra consolazione sarebbe stato per lui sapere che Teppei aveva già
pianificato come metterlo nel sacco: dalle conoscenze di Okuyasu, infatti, già sapeva che
quel presunto alieno era molto sensibile ai suoni, e pertanto estrasse il neo-arrivato
Echoes Act 1 per tempestarlo di onomatopee. Il risultato fu talmente distruttivo nella mente
di Mikitaka che questi si riempì di pustole, tornò alla sua forma originale e cadde
rovinosamente a terra dopo essere svenuto.
A quel punto tutti i pericoli di Morio Cho erano ormai saldamente in potere di Teppei
Otoishi.
CAPITOLO VIII - UN ALTRO UOMO ALL'ATTACCO
Dopo essersi accertato che Mikitaka Hasekura avesse effettivamente perso i sensi,
Teppei Otoishi si avvicinò a lui e gli iniettò la saliva di Fat Old Sun. Poi, mentre aspettava
che essa facesse effetto, andò verso il suo amico Shoki Kanemura che, col viso colmo di
gioia, lo attendeva in un punto nascosto appena fuori della radura: poiché, in quelle
condizioni, non poteva allontanarsi dal suo stand per più di dieci metri, Teppei intendeva
usare il movimento istantaneo di The Hand per attirare a sé la "moto-prigione" del suo
amico.
Ma prima ancora di arrivare a metà strada si accorse del fatto che Mikitaka era stato
assorbito, e finalmente seppe se era vero o no che quello era un alieno.
L'uomo rimase semplicemente sbalordito nel vedere quello che era accaduto. In meno di
cinque minuti quel tizio aveva liquidato tre avversari, senza ucciderli e anzi appropriandosi
delle loro conoscenze e dei loro stand. Ringraziò il cielo per il fatto di non essere
conosciuto da nessuno, altrimenti sarebbe stato beccato da un bel pezzo; inoltre, aveva
calcolato che quel Teppei aveva bisogno di almeno mezzo secondo per "cambiare stand",
senza contare i tempi di ritiro ed evocazione degli stand medesimi, per un totale di almeno
un secondo. Era un tempo più che abbordabile, per lui, a patto di essere abbastanza
convincente col primo attacco: dal secondo, con la perdita del fattore sorpresa, le cose
sarebbero diventate più difficili.
Rimase stupito dei suoi stessi pensieri. Ragionava come se avesse deciso di
combattere, quando nulla gli vietava di alzare i tacchi e levarsi di torno: se dieci portatori di
stand fossero morti, tanto meglio per quei pochi che restavano sulla piazza. O no? Quei
"pochi", effettivamente, erano quel Teppei, quella strana cosa che sembrava una moto... e
poi? Lui non era della zona, e Jotaro Kujo non era lo sceriffo di nessuno, quindi... Jotaro
Kujo. Non doveva dimenticarsi di essere venuto lì per lui. Eppure il suo legame con il
possessore di Star Platinum era quel Koichi Hirose che stava ora appeso ad un ramo, e
inoltre lui non poteva sapere come, quando e dove sarebbe apparso Jotaro. Veniva in
treno, in aereo, o in auto? Sarebbe andato prima a casa di Koichi, o altrove? E lo avrebbe
fatto quel pomeriggio, o più tardi?
L'uomo non sapeva nulla. Se non liberava Koichi Hirose, la sua vendetta sarebbe finita
ancora prima di iniziare.
Di conseguenza, non gli rimase altro che estrarre lo stand, e attaccare.
Mentre sondava la mente di Mikitaka, il rumore sordo di uno sparo interruppe il silenzio
mattutino del bosco. Prima ancora che qualunque congettura potesse essere fatta, il
ginocchio di Teppei andò in pezzi come un prezioso vaso di ceramica cinese caduto
improvvisamente a terra, e Teppei stesso lanciò un urlo di dolore mentre si accasciava a
terra tenendosi la ferita. Nonostante le fitte di dolore, ebbe il tempo di notare, con la coda
dell'occhio, un uomo che, alla sua destra, si stava accendendo una sigaretta.
"Cribbio, era un sacco di tempo che non fumavo!", disse quello dopo aver espirato una
grigia nuvoletta di fumo.
Teppei era alla disperata ricerca di informazioni su quell'uomo, che fra le altre cose non
aveva nessuna pistola. Kanemura, la cui posizione rigida non gli permetteva di capire
granché, vedeva solo la quercia che si illuminava come un albero di Natale, mentre Teppei
scannerizzva tutti i suoi ospiti per ricavare almeno il nome dell'intruso. Ma la ricerca fu
vana. Inoltre, se quell'uomo era disarmato, chi diavolo aveva sparato?
L'uomo, intanto, si avvicinò a circa cinque metri da Teppei e si mise a parlare tenendo la
sigaretta in un angolo della bocca. "Salve, signor Teppei. Chi sono io non le deve
importare minimamente, deve anzi interessarle parecchio quello che devo obbligarla a
fare. Liberi quei ragazzi, immediatamente. La prossima volta mirerò alla testa, intesi?"
"Ha.. Ha sparato lei? Ma chi... chi è?", farfugliò Otoishi.
L'uomo alzò il suo cappello da cow-boy e sillabò la risposta. "Il mio nome è Hol Horse, e
ti ho sparato io. Ora libera quei ragazzi."
Niente. Assolutamente niente. Fat Old Sun non riusciva a trovare nemmeno mezza riga
di informazioni su quell'uomo, e alla fine Teppei si arrese all'evidenza: questa volta lui non
conosceva il suo avversario; anzi, pareva che quel tale lo conoscesse benissimo, dato che
probabilmente aveva origliato negli ultimi minuti. Eppure, se non era con gli altri, che ci
faceva lì? Era una domanda senza risposta, ovviamente. Doveva assorbirlo, sarebbe stato
una miniera di informazioni senza precedenti, tuttavia c'era un piccolo problema: Fat Old
Sun aveva finito i posti disponibili, che erano undici. Di conseguenza, scartando le ipotesi
di liberare qualcuno o di ucciderlo sul posto (Fat Old Sun non poteva uccidere o
danneggiare gli organismi ospiti), restava una sola strada percorribile: uccidere l'intruso.
Hol Horse, al tempo stesso, conduceva altri ragionamenti. Innanzitutto, non poteva
uccidere quell'uomo, dato che non sapeva se ciò avrebbe portato alla morte di tutti gli altri.
Era però anche vero che non conosceva niente di quegli stand che erano stati catturati, e
dato che ne aveva a disposizione una decina, gli conveniva chiudere la pratica in fretta.
Secondo, non gli piacevano gli occhi di Teppei, il cui sguardo lo portò ad una sconcertante
conclusione: quello era divenuto un duello all'ultimo sangue. Non c'entrava più Jotaro, o
Koichi, o chicchessia: Hol Horse si era esposto troppo e doveva ora salvare la pelle. E
buon per lui che Teppei non poteva più alzarsi in piedi.
"Morirai, bastardo!", gli urlò Teppei. Una pallottola d'aria compressa partì da lui, e centrò
Hol Horse allo stomaco, facendolo sanguinare parecchio e portandogli lo stupore fin
dentro il cervello.
Hol Horse, che aveva visto qualche colpo invisibile colpire Josuke, si stupì della loro
esistenza: prima credeva di aver avuto una visuale coperta, ora invece ne capiva la
pericolosità. Tentando il tutto per tutto, estrasse il suo stand, l'Imperatore, e sparò un colpo
verso la chioma degli alberi. Potendo direzionare a piacere la pallottola, la fece girare in
modo da tranciare di netto ben tre dei rami su cui c'erano gli "ospiti" di Fat Old Sun.
Yukako Yamagishi, Koichi Hirose e Stray Cat caddero a terra presso il tronco di quercia,
e l'unica reazione di Teppei fu dovuta al fatto che stava usando lo stand di uno dei tre, e la
separazione lo fece sobbalzare. Un rivolo di sangue gli sgorgò dall'angolo destro della
bocca.
Hol Horse, dopo questo piccolo azzardo che si era concesso, mostrò di capire qualcosa
in più di quello stand. Non aveva colpito a caso: osservando quali fossero le "lampadine"
rosse che si accendevano maggiormente, quei tre erano stati fra i più usati da Teppei fino
a quel momento, e quindi la loro perdita doveva per forza essere più rilevante per il suo
avversario. Che poi tale perdita fosse la morte o la liberazione di quei tre, quella era una
questione secondaria rispetto all'indebolimento di Fat Old Sun. E al salvataggio della sua
pelle, ovviamente.
Ci vollero altre tre pallottole perché gli altri otto portatori di stand cadessero a terra e
Teppei perdesse finalmente i sensi.
CAPITOLO IX - LIBERTA'
Dopo essersi accertato che Teppei fosse effettivamente svenuto, Hol Horse andò a
controllare che gli undici portatori di stand fossero vivi, e si meravigliò nel constatare che
lo fossero. Sembrava che dormissero.
Gli occhi, poi, gli caddero sul tronco di quercia. Il tronco vero e proprio, dal color castano
scuro, rivelava distintamente una forma di vita secolare che aveva superato varie
avversità. La parte nera che stava su un lato, invece, sembrava la piaga causata da un
fulmine. Solo uno sguardo attento poteva far vedere quell'umanoide che era Fat Old Sun,
che incuteva terrore anche ora che pareva assopito; persino la sua pericolosa bava era
ora assente dalla sua bocca.
Fu un attimo solo, ma Hol Horse lo vide, e ne ebbe paura. Fat Old Sun si era mosso e i
suoi occhi neri si erano aperti.
Teppei sembrava navigare in un sonno senza sogni. Avergli strappato le sue vittime a
quel modo era un'esperienza inedita, e ora capiva cosa provava un albero quando un
agricoltore ne coglieva i frutti: un dolore localizzato, ma lancinante, tanto da farlo svenire.
Ora che riprendeva poco a poco il controllo del suo corpo e della sua mente, elaborava
disperatamente un piano d'attacco. Ormai la quercia non serviva più: avrebbe liberato Fat
Old Sun, e peggio per quel cow-boy.
Fat Old Sun aprì gli occhi come se si destasse da un sonno centenario. La terra tremò
tutta mentre i piedi dello stand abbandonavano la forma lunga e affusolata delle radici, e
dopo una decina di interminabili secondi Fat Old Sun allungò le braccia dal tronco, e
quando fu il turno delle gambe la terra si scosse nuovamente. Mancava solo un cielo
temporalesco ed un lampo per trovarsi sul set di Frankestein al momento del suo risveglio.
Hol Horse si era già allontanato di qualche metro da un bel pezzo, e guardava ora con
orrore Fat Old Sun che, libero dalla sua prigione vegetale, si muoveva verso Teppei
Otoishi senza danneggiare minimamente i corpi dei ragazzi svenuti a terra.
"Sei stato tu a spappolarmi il ginocchio, vero?", chiese Teppei ad alta voce. "Sei stato tu!
E questo ti costerà caro!"
"La follia ti ha dato alla testa? Comunque sono pronto a farti secco, se ti avvicini!"
Una risata fragorosa scoppiò dalla bocca di Teppei, che rimaneva seduto a terra senza
nemmeno curarsi di avere un ginocchio spappolato. "Eh, no, pistolero! Fat Old Sun non
può fare neanche un danno, nemmeno involontariamente, a chi non lo ha danneggiato! E
siccome tu hai fatto del male a me che sono il suo portatore, ora lui può attaccarti senza
problemi!"
Hol Horse trasalì: questo non se lo aspettava. Certo, poteva essere un bluff, ma a che
scopo? Avrebbe potuto attaccarlo e basta, ma se c'era quella sicura - e lui la aveva rotta allora lui era nei guai. E ci si era infilato da solo.
La quercia era ancora al centro della radura, tutta intera, e pareva non aver mai avuto
nulla a che fare con quella storia. Fat Old Sun, invece, sembrava attirare a sé tutta la luce
del sole con la sua imponente massa nera, che se fosse stata reale sarebbe stata il corpo
di un nero africano approssimativamente alto due metri e dieci e pesante almeno
duecento chili. Probabilmente non usava tecniche speciali, ma Hol Horse non voleva
scoprire cosa poteva fargli quello stand con una manata.
Aveva abbastanza proiettili per concludere la disputa, avendo raccolto vicino all'albero
tutte le pallottole che aveva sparato. L'unica pallottola che non aveva raccolto era quella
nel corpo di Teppei, ma ne aveva comunque altre sei a disposizione. In preda ad una
tensione sempre crescente, l'Imperatore ruggì sparando un colpo verso la fronte spaziosa
di Fat Old Sun.
La fretta non serve mai, in battaglia, e Hol Horse lo capì troppo tardi. Il bersaglio fu
centrato in pieno, ma la dura pelle legnosa protesse la fronte di Fat Old Sun, e il proiettile
cadde a terra come se fosse stato un sassolino.
Poi, rispondendo ad un istinto interiore, Fat Old Sun caricò il nemico. Hol Horse
confidava nella lentezza dei movimenti di quella montagna di legno, ma fece male poiché
ricoprì la distanza di otto metri in due secondi scarsi. Tuttavia Hol Horse ebbe la prontezza
di scappare rifugiandosi oltre i dieci metri di raggio dello stand, e scampò ad un pugno che
fece un buco enorme per terra.
Basta, pensò questi. Direi che è giunta l'ora di finirla con le idiozie, e fare sul serio.
Coerente con i propri pensieri, Hol Horse esplose un colpo verso la quercia, apprezzando
nel frattempo la faccia stupita di Teppei. Una faccia che divenne terrorizzata appena vide
che, senza nemmeno sfiorare il tronco, il proiettile curvò inspiegabilmente verso di lui.
Teppei schivò il colpo rotolando sulla destra di un buon metro, e vedendo il suo sguardo
gioioso Hol Horse capì che ora era di nuovo a portata del gigante.
Doveva riportare indietro la pallottola e ficcarla in testa a quel bastardo prima che la sua
testa divenisse concime per i campi: era la sua unica speranza.
Un colpo di pistola ha una velocità molo alta, mediamente superiore ai cento chilometri
orari. Questo avrebbe dovuto tranquillizzare Hol Horse, ma una grande mano nera che
stava oscurandogli il viso non lo faceva stare sicuro. Gli sembrava di assistere ad
un'eclissi di sole, ed alla fine un poderoso colpo si abbatté rumorosamente sul suo volto.
Un sentimento di sconfitta gli bruciò nelle vene. Scaricò l'Imperatore nello stomaco del
gigante, poi un tiepido liquido dolciastro gli finì in bocca mentre un nero sipario si calava
sui suoi occhi.
CAPITOLO X - UNA PAGINA DI DIARIO
Sono le otto di mattina, stanotte non ho dormito e credo proprio che oggi mi prenderò un
giorno di riposo, alla faccia di mia madre. In fondo ce lo meritiamo, dopo quello che
abbiamo passato. Io però mi ricordo poco dell'ultimo giorno, specie per quanto accadde
alla radura del bosco. A me, peraltro, è stato tutto raccontato da Josuke e dal maestro
Rohan.
Josuke dice di essere stato il primo a riprendere i sensi, e che gli altri erano tutti a terra,
compreso Teppei Otoishi ed uno sconosciuto. La quercia, come vidi io stesso dopo, non
aveva più nemmeno una macchiolina nera. Un rapido conto rivelò che eravamo tutti vivi,
tranne Otoishi che era già spirato con la testa fracassata da un proiettile che, però, non
era stato ritrovato; anche un suo ginocchio era completamente distrutto, senza che
nessuno capisse il perché, ed anche una piccola ferita alla pancia risultava inspiegabile.
Lo sconosciuto, invece, aveva la testa quasi spappolata, e sarebbe morto entro pochi
secondi se Crazy Diamond non fosse intervenuto. Mentre l'uomo - che poi rivelò di
chiamarsi Hol Horse e di avere uno stand - si riprese, Rohan ci risvegliò tutti a ceffoni. Con
me fu delicato, e sorridendo mi disse che purtroppo Josuke si era ripreso da solo, perché
avrebbe proprio voluto tirargli un paio di schiaffi.
Hol Horse pareva pericoloso, ma nelle sue condizioni non poteva affrontare undici stand
contemporaneamente, quindi decidemmo di ritenerlo inoffensivo. Aiutati dalla descrizione
del suo stand, cercammo di capire cosa fosse successo: a quanto sembra, Hol Horse era
riuscito ad uccidere Teppei con una sua pallottola vagante mentre Fat Old Sun era arrivato
ad un briciolo dall'ucciderlo sul colpo con un solo, terribile pugno. Vedendo il colpo andato
a vuoto - il cui cratere poteva tranquillamente ospitare un uomo - non ci volle molto a dargli
ragione.
Rohan, intanto, andò verso la moto e io lo seguii, soprattutto per curiosità. Josuke aveva
sigillato la bocca di Kanemura, ma io e il Maestro eravamo convinti che lui non avrebbe
mai parlato. Non era un problema, con Heaven's Door a disposizione, e ricavammo
informazioni molto interessanti.
Shoki Kanemura, 49 anni, era un mago del furto con scasso, ed era stato il maestro di
Teppei fin da quando, a 17 anni, lui lasciò la famiglia e si mise a fare ruberie
disorganizzate. Si conobbero in carcere: per Teppei era la prima volta, per Shoki la quarta.
Uscirono praticamente insieme, e divennero una coppia inseparabile. La mafia
giapponese, che talvolta li assoldava, li chiamava con i soprannomi "il Padre" e "il Figlio".
Qualche anno dopo, Teppei venne casualmente a conoscenza dell'esistenza del
fratellastro, Akira Otoishi, e convinse Shoki ad aiutarlo. Purtroppo furono arrestati prima
ancora di scoprire qualcosa di interessante, e fu in quella esperienza che acquisirono lo
stand. Un tale con l'uniforme scolastica, probabilmente Keicho Nijimura, entrò nella loro
cella e li colpì con la Freccia, dando vita a Fat Old Sun e a Dark Side Of The Moon. Shoki
e Teppei - che aveva appena compiuto 31 anni - non usarono lo stand per evadere, anche
perché sarebbero stati rilasciati un mese dopo, e preferirono aspettare di uscire.
Una volta usciti, cercarono Akira Otoishi alla follia, solo per scoprire, dieci mesi dopo,
che Akira si era suicidato in cella. Sapendo quel che c'era da cercare, Teppei scovò le
informazioni che voleva, e giurò vendetta nei confronti di tutti i portatori di stand. In tre
settimane preparò la radura, e usò Shoki per far rapire tutti. Certo, non aveva nessuna
prova di colpevolezza, ma la follia fa questo e altro. Comunque è facile pensare che, preso
Okuyasu, abbia ricavato tutte le informazioni che voleva, comprese le prove, leggendone i
ricordi.
Comunque ora la storia è conclusa. Teppei Otoishi venne sepolto vicino alla quercia,
allargando appena il buco fatto da Fat Old Sun. Certe volte il destino è incredibile, vero?
La moto di Shoki Kanemura l'ha presa Okuyasu; gli amici gli invidiano quel ritratto umano
"così realistico" che è sotto al fanale, e le battute sull'argomento sono diventate la
normalità fra lui e Josuke, che ridono sempre di gusto.
Hol Horse, invece, se ne andò via da Morio dopo aver sfidato Jotaro, che giunse a Morio
non appena noi arrivammo in città. Jotaro accettò la sfida di Hol Horse, e ci trovammo a
mezzanotte al Picco Boing.
Dovete credermi, non avevo mai visto una sfida più bella, così animata sotto la luce della
luna. E anche più breve, fra l'altro. Hol Horse ha sparato un colpo solo, mentre Jotaro ha
fermato il tempo e lo ha steso in un paio di secondi. Il cow-boy se ne andò
terrorizzato,farfugliando qualcosa su un certo Dio Brando, che aveva anche lui il potere di
fermare il tempo. Ora che mi ricordo, una volta Jotaro mi aveva detto che era stato l'uomo
che lui e il vecchio Joestar avevano ucciso in Egitto. Stasera, poi, accompagneremo
Jotaro alla stazione: se ne tornerà a casa Kujo, a Tokyo, con i nostri saluti per Joseph
Joestar e per la bambina di Achtung Baby.
Sapete, a me sarebbe piaciuto avere una decina di stand a disposizione, ma penso che
averne tre sia già una gran fortuna. Prima ho evocato Echoes Act 3 per farmi una
chiacchierata, e lui - incredibile ma vero - mi ha sgridato! Diceva che avrei dovuto evocarlo
maggiormente, che lui avrebbe risolto ogni problema! Mi sono messo a ridere, e poi sono
andato a dare da mangiare al mio a Police. Per gioco, gli ho appesantito un pezzettino di
carne, e mi sono divertito a guardarlo accanirsi contro quella parte dispettosa della sua
pappa. Poi gliela ho lasciata mangiare, e l'ho riempito di coccole.
Che volete farci, mi pace giocare! Adesso vi saluto, per Police è l'ora della passeggiata.
Chissà, magari a lui piace avere come padrone quel matto di Koichi Hirose.
FINE
SCHEDA TECNICA DELLO STAND: Dark Side Of The Moon
PORTATORE: Shoki Kanemura
RAGGIO: B - 15 metri
FORZA: C
RESISTENZA: A
PRECISIONE: D
ASPETTO: lo stand si manifesta come un sosia del portatore al momento dell'evocazione.
Vengono clonati anche i vestiti e gli eventuali oggetti che il portatore abbia con sé: in
questo caso, gli oggetti clonati sono composti di materia stand.
POTERI:
+ Half-Life: lo stand, che ha una vista indipendente da quella del portatore, può rendersi
istantaneamente intangibile alla materia normale e alla materia stand, pur mantenendosi
visibile; questo potere si estende anche agli oggetti in suo possesso, sia quelli normali
(con un limite di carico, per questi, pari a 20 Kg) che quelli di materia stand. Gli oggetti
bersaglio di questo potere risultano comunque tangibili allo stand stesso (che è anch'esso
intangibile).
+ Illusions Of A New World: quando Half-Life è attivo, lo stand può mutare il suo aspetto
esteriore in qualunque cosa egli desideri, purché unica, senza limite dimensionale; anche
gli oggetti possono subire tale trasformazione. Se lo stand diventa tangibile, esso ritorna
istantaneamente alla sua forma base, e così gli oggetti (che sarebbero altrimenti
inutilizzabili).
NOTE:
+ Fa parte della categoria degli stand illusori.
SCHEDA TECNICA DELLO STAND: Fat Old Sun
PORTATORE: Teppei Otoishi
RAGGIO: C - 10 metri
FORZA: A
RESISTENZA: B
PRECISIONE: E
ASPETTO: lo stand si manifesta come un gigante muscoloso di oltre due metri, con la
pelle nera e simile a corteccia d'albero, che è piuttosto spessa e resistente e gli fa da
armatura.
POTERI:
+ Welcoming Tree: lo stand prende possesso di un albero qualsiasi, purché il suo tronco
sia abbastanza grande da contenerlo tutto, e si incastra nella sua corteccia. Lo stand ha
bisogno di tre giorni completi per stabilire la simbiosi vegetale. Una volta stabilito il
contatto, tutti gli esseri viventi che assumano nel loro corpo la bava dello stand vengono
indeboliti e teletrasportati tra le fronde dell'albero, dove staranno in fase di perenne
incoscienza; le conoscenze degli ostaggi sono a disposizione dal portatore dello stand, e
così anche i loro eventuali stand, che possono essere utilizzati dal portatore di Fat Old
Sun al limite di uno stand per volta: in questo caso, i danni subiti dallo stand utilizzato si
ripercuotono sul portatore di Fat Old Sun. Il numero massimo di ostaggi ospitabili dipende
dalle dimensioni dell'albero. Si sottolinea come il portatore di Fat Old Sun sia costretto a
vivere entro dieci metri dall'albero per tutto il tempo in cui questo potere è attivo. La
disattivazione del potere si effettua in quindici secondi, e non può essere fatta di notte
(vedi Note).
NOTE:
+ Fa parte della categoria degli stand vegetali: in quanto tale, tutti i suoi poteri sono inattivi
di notte o in condizioni di scarsissima luminosità, a causa dell'impossibilità di avviare la
fotosintesi clorofilliana.
+ Questo stand non può attaccare e/o danneggiare (volontariamente o involontariamente)
tutti gli esseri viventi e relativi stand che non abbiano mai recato danno a Fat Old Sun o al
suo portatore.