DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI
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DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI
Periodico mensile di OB srl - Anno V- Numero VII - Luglio ‘13 - “Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - Genova - n 7/2013 CH capo horn DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI 07 2013 CH capo horn Anno V luglio 2013 periodico mensile di OB srl spedizione in abbonamento postale registrazione Tribunale di Genova n. 18/2009 del 24 settembre 2009 proprietario ed editore OB srl: via Cividale del Friuli 21, Roma direttore (responsabile) Bruno M. Dardani direttore Oscar F. Giannino redazioni Roma: Via Cividale del Friuli 21 Milano: IBL, piazza Castello 23 Lugano (CH): via Lucchini 1/4D direzione: +39 3929813448 [email protected] www.chmagazine.it concessionaria di pubblicità Il Sole 24 Ore Spa - System via Monte Rosa 91 - tel 02-30223528 Agente nazionale - HP 10 srl Milano via Andrea Verga 12 Mirta Barbeschi tel 02-48003799 grafica [email protected] capo horn DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI 07 2013 OPINIONI E FATTI TRASPORTI LOGISTICA MOBILITÀ E GRANDI INFRASTRUTTURE sommario Soccorso rossocrociato 4 EDITORIALE Strategie da bar 7 EDITORIALE Pei 10 ESCLUSIVO Soccorso rossocrociato 18 La formula svizzera 20 La grande sete di liquidità 22 ESCLUSIVO 25 STUDIO GEORGESON 28 CHPERSONAGGi Il futuro nel presente 32 CHPERSONAGGi Un’Italia argentina 37 ANTEPRIMA 41 CENTRO ASIA 45 L’inchiesta di CH “Grande Fratello” container 51 L’inchiesta di CH One million port 56 i numeri 58 nord ovest 60 sud est 63 punto interrogativo Internazionalizzazione, siamo all’asilo Siamo tutti una famiglia L’ora stellare di Selex Es La diga degli incubi stampa Tipografia Essegraph via Riboli 20 - 16145 Genova comitato scientifico Cristoforo Canavese Rodolfo De Dominicis Sebastiano Grasso Ignazio Messina Gianni Moscherini Marco Piuri Alberto Rubegni Ugo Salerno Massimo Schintu Gianfranco Sgro Luisa Todini Pierfrancesco Vago EDITORIALE Bruno M. Dardani Strategie da bar Cameri, Muggiano... Nomi di località ai più sconosciute, l’una persa nella campagna piemontese, l’altra affacciata sul golfo di La Spezia. Eppure prima di emettere sentenze sugli impegni internazionali che l’Italia, all’interno della Nato, dell’Unione europea e di patti con altri Stati, si è assunta nel campo della difesa, una riflessione su questi due nomi sarebbe il caso di farla. E sarebbe anche il caso di stilare, puntando la lente di ingrandimento su quanto a Cameri e al Muggiano o a Riva Trigoso sta accadendo, un semplice conto della spesa, ovvero valutando quanto gli impegni internazionali di cui sopra nel campo degli investimenti in nuove dotazioni di difesa del paese, determino ritorni di tipo economico, tecnologico e specialmente occupazionale. Ma nel paese delle contrapposizioni, senza se e senza ma, questo non è possibile. Se ti schieri a favore degli F35 e quindi della spesa, certo consistente, nell’acquisizione di esemplari della nuova generazione di caccia destinati all’Aeronautica militare, sei nella migliore delle ipotesi un guerrafondaio, nella peggiore un imbecille disonesto che sperpera i soldi pubblici, per erogare mazzette; insomma una specie di Fiorito alla millesima potenza. Se poi spendi una parola a favore delle Fremm, le fregate multi-missione che sono in costruzione negli stabilimenti della Fincantieri e che sono il frutto di un dibattito durato oltre vent’ anni e sfociato in un accordo internazionale fra gli Stati maggiori della Marina italiana e francese, nonché fra le industrie della difesa dei rispettivi paesi, puoi essere tacciato nella migliore e più favorevole delle ipotesi di totale insensibilità rispetto ai reali problemi del paese. Se ti schieri a favore degli F35... ...sei nella migliore delle ipotesi un guerrafondaio, nella peggiore un imbecille disonesto che sperpera i soldi pubblici, per erogare mazzette; Assumendoci a priori questi rischi, vorremmo, come Capo Horn, una volta di più navigare contro corrente prescindendo anche dalle urla e dalle polemiche (per altro del tutto ingiustificate) sui ruoli e le responsabilità di vari organismi dello Stato oggi drammaticamente 5 in mano a dilettanti della cosa pubblica, incapaci di capire e accettare che alcune scelte non sono e non possono essere di competenza del Parlamento, e che il Consiglio della Difesa (copiato dai padri costituenti da un analogo organismo francese e insediato con una legge del 1950) è un organo di rilievo costituzionale che “esamina i problemi generali politici e tecnici attinenti alla difesa nazionale e determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il coordinamento delle attività che comunque la riguardano" . Ma torniamo nelle campagne piemontesi, casello di Novara est, direzione Cameri. Qui storicamente, vicino alla pista di un aeroporto ultra-centenario, l’Aeronautica italiana ha il “garage” ovvero il centro di eccellenza per la gestione tecnico-ingegneristica dei velivoli con le più elevate prestazioni, in primis l’Eurofighter e il Tornado. Sul lato nord della pista in un anno sono stati costruiti (Capo Horn è entrato in anteprima nel sito industriale) e sono quasi completati i 124.000 metri quadri della Faco, la Final assembly and Check Out, la fabbrica dalla quale dovrebbero uscire (secondo quanto affermato da Lockheed) circa 1000 ali prodotte da Alenia Aermacchi per l’F35 il velivolo di quinta generazione della Lokheed Martin al centro del programma di cooperazione internazionale sottoscritto dall’Italia e da gran parte dei paesi europei, oltre che ovviamente, dagli Stati Uniti, e denominato JFS, ovvero Joint Strike Fighter. Sul termine joint sarebbe forse il caso di soffermarsi un momento a pensare: joint, insieme, significa che nell’operazione F35 l’Italia non è un puro acquirente di armamento e di dotazioni della difesa. È partner industriale di una operazione, che coinvolge 60 aziende italiane, sei delle quali del gruppo Finmeccanica, comporta esportazione di tecnologia italiana in tutto il mondo, dilettanti della cosa pubblica, incapaci di capire e accettare che alcune scelte non sono e non possono essere di competenza del Parlamento prevede (secondo i calcoli da tempo elaborati da Armaereo acquisiti da mesi da governo e Parlamento) un ritorno di oltre il 77% dell’investimento effettuato dall’Italia, senza considerare le ricadute legate alla logistica e all’attività di manutenzione; e, infine, mal contati, circa 2000 posti di lavoro . Il programma, che comporta per le aziende italiane l’acquisizione di know how dal quale sarebbero invece tagliate fuori e la “conquista” di certificazioni ad esempio nel campo del titanio indispensabili per continuare a competere sui mercati, prevede - è il caso di precisarlo non solo la costruzione delle ali, l’assemblaggio a Cameri degli F35 destinati alla flotta aerea italiana, oltre a quelli che verranno lì realizzati per l’Aeronautica olandese e per quelle di altri paesi Ue. Cameri (dove già lavorano 200 tecnici Alenia Aermacchi in un cantiere che da mesi impiega più di mille persone), è stato scelto nel programma internazionale di cooperazione fra industrie della difesa, come uno dei tre poli mondiali per la manutenzione e i servizi di logistica. Uno sarà a Fort Worth dove ha sede la Lockheed, uno in Asia e uno nella campagna piemontese. Man mano che l’attività produttiva e di assemblaggio dei nuovi aerei si andrà assottigliando, la base di Cameri si trasformerà nell’hangar-garage per la manutenzione degli aerei di tutte le principali forze aeronautiche con interessi in Europa (ad oggi partecipano al programma e investono in F35 17 nazioni, ma il numero è destinato a crescere). Dall’hangar d’Europa al cantiere delle Fregate europee multi-missione, le Fremm. Il progetto risale ufficialmente al 2001 anche se di una nave da combattimento europea, standardizzata per tutte le principali marine del continente si parla dall’inizio degli anni 90. L’accordo ufficiale è del 2005 ed è siglato dai ministri della Difesa di Italia e Francia, dai capi di Stato maggiore dei due paesi e dai consorzi che raggruppano rispettivamente le imprese francesi (ArmarisDcn/Thales) e italiane (Orizzonte Sistemi Navali-Fincantieri/Finmeccanica). L’intesa prevede la costruzione di 27 fregate Fremm, 17 per la Marina francese, da realizzare ovviamente nei cantieri transalpini, e 10 per la Marina italiana. Con il varo recentissimo della fregata “Margottini” i cantieri italiani hanno costruito tre Fremm, altre tre sono finanziate integralmente, due sono in una sorta di “limbo” finanziario, mentre per le ultime due previste nel pro- gramma internazionale è ancora buio totale. Sulle Fremm come per gli F35, l’approccio del tipo “ basta con le spese militari che non servono, investiamo i nostri soldi per il rilancio del paese” è nella migliore delle ipotesi semplicistico. Gli interrogativi che dovrebbero essere posti, sono di due tipi. Da un lato quelli relativi alle scelte strategiche del sistema paese, evidenziati nella recente audizione del capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi; dall’altro, quelle relative alla politica industriale e al peso occupazionale nel settore della cantieristica navale. Per quanto riguarda la scelta strategica, le dimensioni del problema sono sintetizzate in pochi numeri; la Marina militare italiana è passata in pochi anni da una flotta di 60 navi a una di 22. Senza una sostituzione straordinaria delle navi che vengono poste fuori servizio, al ritmo attuale la Marina italiana (con la sola eccezione delle Fremm e dei due sommergibili in costruzione) rischia di scomparire nei prossimi dieci anni . E ciò in coincidenza con fenomeni internazionali (geo-politici, ma anche economico e commerciali) che hanno riproposto la centralità del Mediterraneo e che assegnano alle Marine militari compiti estesi di vigilanza, controllo, intervento. Basti pensare al fenomeno della pirateria, a quello della immigrazione clandestina, dei traffici illeciti. Secondo De Giorgi, l’80% della flotta in servizio è già oltre la normale vita operativa. Il che tradotto in parole semplici: l’Italia rischia concretamente, in assenza di programmi di costruzione (25 navi per sostituirne 44) per i prossimi anni, di sparire. In un paese normale questa sarebbe una scelta politica e strategica; in Italia minaccia di essere un processo progressivo di decozione, quasi un coma farmacologico. Il secondo tema è altrettanto rilevante: l’industria cantieristica europea ha perso negli ultimi anni qualcosa come 50.000 posti di lavoro. Fincantieri, fra gli alti e bassi del mercato e di processi di ristrutturazione non facili, è rimasta a galla. Ma - come sottolineato dall’amministratore delegato Giuseppe Bono - per quanto potrà farlo? Certo la divisione costruzioni militari, per gran parte dipendente dai programmi della Marina italiana, sui quali storicamente si sono innescate commesse internazionali, è a dir poco fragile. Anche in questo caso però non si può trattare di una scelta ideologica, bensì di una scelta strategica e politica. I numeri parlano chiaro: sulle costruzioni militari (fra dipendenti del cantiere, aziende dell’indotto, imprese del settore difesa, arsenali militari) si può calcolare dai 19.000 ai 22.000 addetti. A questi vanno aggiunti i 30.000 della Marina. I conti fateli voi. EDITORIALE Oscar F. Giannino L’aiuto parallelo In questo numero di CH facciamo un altro passo avanti concreto per tentare di dare una mano al sistema delle imprese in Italia. Ci ispiriamo alla linea per la quale non serve solo criticare, visto oltretutto che il nostro punto di vista - favorevole alla libera impresa e contrario a uno Stato iper invasivo, tardigrado e costosissimo in termini comparati - è evidentemente minoritario rispetto a tutto ciò che continua a ispirare l'agenda pubblica italiana. Ci siamo detti che qualcosa di concreto si può pur fare, nel mentre si continua a criticare. Ecco perché nei recenti numeri avete trovato una guida concreta a come realizzare emersioni alla legalità fiscale di patrimoni storicamente costituiti all’estero e non dichiarati, contando su un canale aperto con l’Agenzia delle Entrate e avvalendosi di un adeguato coordinamento delle agevolazioni già presenti nel nostro ordinamento, anche se ai più sconosciute. In questo numero facciamo un altro passo avanti, con una guida su come eventualmente affacciarsi al credito diretto da parte di intermediari esteri, nella fattispecie svizzeri. Trovate dunque nelle pagine a seguire, indicati con precisione, i passi da compiere, alla luce anche in questo caso di una chiara guidance emessa dall’Agenzia delle Entrate in risposta a un interpello avanzato da una società fiduciaria, la Argos. Nessuno di questi tempi è alla ricerca di ulteriori complicazioni e guai fiscali, e giustamente dunque bisogna tutti sforzarsi di essere rigorosi alla lettera e al numero, in ogni negozio giuridico-finanziario di tipo internazionale. La notizia suggestiva e interessante è che il canale del credito diretto estero è non solo - stando attenti, lo ripetiamo possibile, ma molto interessante perché conveniente. La notizia suggestiva e interessante è che il canale del credito diretto estero è non solo - stando attenti, lo ripetiamo - possibile, ma molto interessante perché conveniente. Come leggerete, è conveniente perché è possibile accedervi tramite fiduciaria di propria scelta. Perché i criteri di concessione del credito sono diversi, da quelli attualmente ristrettissimi praticati dalla generalità degli intermediari finanziari italiani. Perché l’onerosità del credito sconta minori oneri fino a 300-350 punti base. Perché fiscalmente, a certe condizioni che troverete qui spiegate, l’imposta sostitutiva del 20% può cedere invece all’aliquota di beneficio più bassa, quella svizzera. Non è e non vuole essere un exit generale dagli intermediari italiani, ci mancherebbe, viste le classiche caratteristiche di pluri-affidamento bancario tipiche della piccola e media impresa italiana. Ma un aiuto parallelo per tentare di resistere ai marosi della crisi, questo sì, ci sono tutte le condizioni per considerarlo tale. Il dibattito pubblico italiano dedica molte parole al primo fattore che porta l’Ita- 8 lia a perdere più punti di prodotto e reddito di altri euromembri pur nei guai: cioè la condizione della finanza pubblica, con un debito ormai verso il 134% del Pil, una spesa che a ogni governo si rivela incomprimibile ben sopra il 50% del Pil, e una discesa faticosissima sotto la soglia del 3% di deficit ma realizzata esclusivamente per via di aggravi fiscali a carico di famiglie e imprese. Tantissime parole, troppe rispetto all’infruttuosità dei fatti mai posti in essere, visto che occorrerebbero energiche e rapide cessioni di attivi pubblici per abbattere il debito in maniera non recessiva ma il Tesoro si è opposto negli anni e continua a farlo, come si vede da tutte le indiscrezioni sull’agenda della sgr Invitalia ad hoc costituita dal governo Monti; e considerato che lo slittamento in avanti di IVA IMU eccetera non servono a nulla, se non si mette mano finalmente a tagli significativi di spesa corrente da porre a copertura di abbattimenti generali e permanenti delle troppe imposte su lavoro e impresa, IRAP, IRES e cuneo fiscale. Poche e misuratissime parole si dedicano invece al secondo fattore di “ispessimento” della crisi italiana, cioè il credit crunch. Poche parole perché il sistema bancario italiano gode - diciamo così - di tutele indirette e dirette molto forti nel sistema dell’informazione, visto che o sta direttamente nei cda di grandi imprese editoriali, o comunque tiene per i garretti attraverso il debito finanziario la stragrande maggioranza dei soci industriali presenti nei patti e cda delle imprese editoriali (e non trascurate l’impatto garantito dagli investimenti pubblicitari, con le perdite record che il settore registra da anni nell’editoria). In sintesi estrema, ci sono ragioni evidenti e sistemiche, per la massiccia contrazione di credito - ve la documentiamo quantitativamente, nelle pagine che seguono - in corso da un biennio per imprese e famiglie italiane. L’eccessiva sicumera con cui sono stati affrontati gli anni 2009-2011 - quelli in cui si ripeteva come un vanto giustificato non aver dovuto “salvare” coi denari del contribuente nessuna banca italiana, a differenza di quanto avveniva nel più dei più prestigiosi Paesi avanzati - è stata sostituita, negli anni dell’eurocrisi e nell’esplosione dello spread, da una grande opacità collusiva, dalla mancanza di una seria “operazione trasparenza” su ciò che si sta chiedendo come priorità al sistema bancario nazionale. I dati sono evidenti: il sistema del credito tricolore fino a maggio era il più indietro tra i grandi euromembri nella restituzione di fondi alla Bce ottenuti dalla aste eccezionali di liquidità LTRO a inizio 2011. Solo 5 miliardi resi su circa 270 ottenuti, il 2% a fronte di una restituzione che varia da un minimo del 30% fino a oltre il 70%. Poche e misuratissime parole si dedicano invece al secondo fattore di “ispessimento” della crisi italiana, cioè il credit crunch Per dire: le banche tedesche presero 69 miliardi, ne hanno restituiti 59; le francesi ottennero 170 miliardi, ne han restituiti più di 80; le belghe ne hanno reso più della metà; le austriache oltre i due terzi. Persino le spagnole che ottennero 305 miliardi, ne hanno reso quasi il 25%, una settantina. La domanda non è solo: ce la faranno, le banche italiane, a restituire alla scadenza del triennio cioè entro inizio 2014? Per rispondere a questo interrogativo bisogna rispondere a un altro: come mai, le banche italiane risultano più stressa- 9 te di quasi tutte le altre dell’euroarea? Per due ragioni. La prima è che nel 2012 si è aggravata la loro esposizione al debito sovrano italiano. Rispetto ai poco più di 200 miliardi di euro di titoli pubblici italiani detenuti dalle banche italiane a fine 2011, sono saliti a 378 miliardi. Direte voi: è una forma responsabile di sostegno alle difficoltà del debito pubblico italiano. E invece no: le strategie “giapponesi” di repressione fiscale, cioè di abbattimento progressivo delle quote di debito pubblico detenute da intermediari esteri per conquistare minor esposizione al rischio sovrano, potranno piacere ai nazionalisti ma si rivelano sempre onerose. Perché le banche tengono in pancia i titoli pubblici dovendoli valutare a prezzi di mercato, dunque devono impegnare rilevante capitale per sostenere gli asset sovrani detenuti. Capitale che si sottrae alle garanzie rispetto agli impieghi a imprese e famiglie. Tutto questo avviene poi mentre un altro fattore sistemico potentemente “assorbe” capitale e riserve delle banche italiane. Questo secondo fattore è l’innalzarsi verticale delle sofferenze bancarie, e degli incagli che diventano sofferenze, secondo la strategia rigorista giustamente seguita da Bankitalia con le sue oltre 20 ispezioni speciali nel sistema bancario italiano condotte nel 2012. È ovvio che avvenga: in un’Italia con 27 punti di produzione industriale meno del 2007 e col reddito reale delle famiglie retrocesso a quello dei primi anni ‘90, tutti diventano cattivi pagatori e la qualità del portafoglio crediti delle banche si deteriora molto rapidamente. Siamo oramai a sofferenze lorde nell’ambito di 135 miliardi di euro, intorno ai 9 punti di PIL. A fronte di queste sofferenze in esplosione, deve salire il capitale a riserva appostato dalle banche. Che si somma a quello necessario per acquistare e detenere i titoli pubblici. In un sistema bancario già corto di capitale di suo - visto che dopo gli aumenti di capitale Unicredit i regolatori bancari hanno tirato un freno autorizzando capitale ibrido e assecondando i timori delle fondazioni bancarie di doversi diluire, in presenza di aumenti di capitale veri effettuati sul mercato - ecco che alla fine l’effetto risultante è quello del massiccio CREDIT crunch riservato a imprese e famiglie. Non perché i manager bancari siano “cattivi”, ma semplicemente perché, avendo azionisti che non vogliono diluirsi e regolatori che li assecondano, dovendo comprare intanto vagonate di titoli pubblici e coprirsi sulle sofferenze, la coperta diventa troppo corta e i tagli si riservano ai clienti. Classi dirigenti serie non praticherebbero il colpevole silenzio riservato in Italia a questi temi, nel gioco incrociato AbiBankitalia-politica-media. Ma sta di fatto che questo dibattito in Italia non c’è. Classi dirigenti serie da mesi e mesi avrebbero dibattuto e costruito la possibilità di un intervento sistemico per liberare capitale bancario da riservare a impieghi. Lo si poteva e si può fare per via nazionale tramite CDP, oppure ricorrendo agli strumenti sistemici europei. Nel primo caso la politica preferisce invece utilizzare CDP per costruire una nuova IRI. Nel secondo, ostano sciocche prevenzioni di orgoglio nazionale. In entrambi i casi, siccome non starà a voi piccolo imprenditore da solo poter intervenire su nessuna di tali questioni, esaminate intanto l’opzione di aprire un canale diretto con le banche estere e quelle elvetiche. Meglio sopravvivere in carne e ossa, che interrogarsi da puri spiriti sul perché e sul come si poteva evitare di soccombere. Per le imprese italiane esiste un’alternativa al credit crunch. Capo Horn è in grado di pubblicare una delibera dell’Agenzia delle Entrate che apre la porta delle banche svizzere per chi cerca finanziamenti e prestiti per la sua azienda. A condizioni più vantaggiose e con tempi di risposta che non superano mediamente le due settimane. 11 esclusivo “I l motore dell’Italia rischia di rompersi, anche per via del credit crunch”. Il j’accuse pronunciato ai primi di giugno dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, è inciso nella pietra: le imprese italiane muoiono, muoiono di fisco, muoiono di burocrazia, ma specialmente muoiono di assenza di liquidità pressate fra il peso ormai insopportabile dei crediti da una pubblica amministrazione che ha nei fatti attivato una spirale negativa di morosità, e un sistema bancario che ormai non eroga più finanziamenti. Per gran parte delle imprese italiane, sino a oggi si sono prospettate solo due alternative al credit crunch. Da un lato, quella ultimativa, della cessazione di attività (11.700 fallimenti in un anno nel solo settore edile, 3500 fallimenti e 19.000 cessazioni volontarie nel primo trimestre dell’anno); dall’altro, la scommessa ad alto rischio sul mercato obbligazionario. Eppure, un’alternativa esiste e Capo Horn è in grado in anteprima di fornirne le prove. Le imprese italiane possono trovare e utilizzare risorse finanziarie e credito presso le banche estere e in particolare quelle svizzere. Follia? Sogni? Niente di tutto ciò. Ancora una volta la risposta a un “interpello” presentato da una fiduciaria milanese, ha prodotto un risultato tanto insperato, quanto in gran parte ignorato dal sistema delle imprese italiane: l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 89/E di fine 2012, passata al vaglio di tutti i soggetti competenti, ha spalancato alle imprese italiane la porta del finanziamento da parte di banche svizzere. Banche - è il caso di sottolinearlo - che vantano una capitalizzazione 17 volte maggiore rispetto a quella media italiana e che sono in condizione di erogare finanziamenti all’impresa a condizioni, anche finanziarie e di obbligo di garanzie, largamente più convenienti rispetto all’attuale offerta italiana. Se la principale chiave di lettura è fornita dalla possibilità, oggi a gran parte delle imprese, preclusa, di accedere al credito bancario, esistono poi almeno quattro pilastri che fanno di questa strada alternativa una via maestra: il primo è rappresentato dalla possibilità reale di reperire la provvista finanziaria; il secondo pilastro è costituito da una riduzione netta dei costi di finan- ziamento; il terzo da una riduzione dei tempi di istruttoria; il quarto da una maggiore privacy per quanto riguarda l’esposizione della impresa con il sistema bancario con un’incidenza positiva sull’immagine percepita dell’impresa stessa. Se dalle banche nazionali il credito viene erogato spesso in controgaranzia di fidejussioni o di patrimonio privato lasciato in gestione presso l’istituto di credito che ha erogato il prestito, la banca estera (nella fattispecie svizzera) eroga sempre sulla base di un portafoglio di attivi. Mentre anche la sola richiesta di credito presso le banche italiane è nella stragrande maggioranza figlia di relazioni storiche, le banche estere erogano sulla base di servizi di private. Ma come si è aperta questa strada. Come detto, rispondendo a un “in- esclusivo 12 terpello” presentato dalla fiduciaria Argos, l’Agenzia delle Entrate ha scardinato una serratura che pareva inviolabile: ancora una volta, come già accade per quanto riguarda la detenzione di conti in Svizzera da parte di cittadini italiani (senza obbligo di compilazione del quadro RW in dichiarazione dei redditi) cruciale è il ruolo della fiduciaria. L’eventuale contratto di finanziamento per conto dell’impresa italiana-cliente è infatti stipulato dalla fiduciaria, a nome proprio ma per conto del fiduciante, con gli istituti di credito esteri, presso i quali la stessa fiduciaria ha depositato già attività finanziarie a sé intestate. Ancora una volta come nel caso dei conti bancari (vedasi Capo Horn, maggio 2013 sul sito www.chmagazine.it), è la fiduciaria ad agire come sostituto di imposta e quindi a Dai 7 ai 14 giorni per ottenere una risposta che arriva in Svizzera a condizioni finanziarie più favorevoli e nel rispetto della privacy aziendale svolgere una doppia funzione di “fiducia” nei confronti del suo cliente mandante, ma anche nei confronti dell’amministrazione fiscale dello Stato. La fiduciaria è, in questa operazione, un vero e proprio ago della bilancia. Da un lato, agisce come controparte negoziale per il contratto di finanziamento (benché l’operazione sia strumentale all’esecuzione del mandato fiduciario conferito da persone fisiche). Dall’altro, si assume l’obbligo di corresponsione degli interessi alla banca estera, benché l’onere effettivo sia coperto dal fiduciante. Nella sua delibera l’Agenzia delle entrate (e ciò rappresenta anche una garanzia rispetto a eventuali contenziosi fiscali) precisa che la percezione degli interessi da parte della banca estera si configura come un reddito imponibile in Italia da tassare con una trattenuta del 20% da parte della fiduciaria o con una eventuale minore aliquota convenzionale. Anche in questo caso i fiducianti non hanno l’obbligo di evidenziare nel quadro RW della dichiarazione dei redditi i trasferimenti da e verso l’estero relativi all’operazione in quanto canalizzati per il tramite della società fiduciaria. I tempi per l’erogazione del credito vanno dai 7 ai 14 giorni. Una sorta di miracolo per chi è abituato alle attese estenuanti e spesso vane presso gli istituti nazionali. Il finanziamento può essere erogato da qualsiasi banca autorizzata a operare servizi bancari in Italia. Non si tratterà, forse, di uno stru- 13 mento disponibile per tutti. Per certo, l’apertura dell’Agenzia delle Entrate configura una precisa volontà di andare incontro in modo palese alle esigenze di un’impresa che è costretta a prendere facciate quotidiane contro gli sportelli chiusi delle banche nazionali. Nel rapporto “L’alto prezzo della crisi per l’Italia”, il Centro studi di Confindustria Csc sottolinea che il credit crunch, con lo stock di prestiti che per l’industria si è ridotto del 10,1% (-26 miliardi) tra 2011 e 2013, “mette a rischio di fallimento anche aziende sane”. Un rapporto di S&P’s segnala che la difficoltà di accesso al credito bancario spinge le imprese italiane, anche quelle medie e piccole, a rivolgersi direttamente al mercato finanziario: nel 2012, a fronte di una contrazione del credito bancario di 44 miliardi di euro, hanno infatti emesso 20 miliardi di euro di obbligazioni sui mercati internazionali. Il fabbisogno finanziario delle imprese italiane resta elevato anche esclusivo nella recessione, nonostante la flessione dei loro investimenti (4,4% a prezzi correnti nel 2012); infatti, il flusso di nuovi investimenti realizzati nel 2012 da società non finanziarie è stato comunque pari a 146 miliardi di euro (160 nel 2011), spesa per cui esse hanno dovuto reperire fondi. Ma le imprese devono reperire risorse anche per il magazzino e per il capitale circolante. La necessità di reperire risorse finanziarie esterne alle imprese (calcolata come differenza tra investimenti e autofinanziamento) si mantiene alta: 47,0% in rapporto agli investimenti nel 2012, (47,4% nel 2011e 43,3% nel 2010). Infatti, il calo degli investimenti - è sottolineato nel rapporto “L’alto prezzo della crisi per l’Italia” - si accompagna alla riduzione dell’autofinanziamento e ciò mantiene per definizione pressoché stabile il fabbisogno di risorse esterne. Le esigenze finanziarie delle imprese sono alimentate anche dai ritardi nei pagamenti della PA. Per otte- nere un pagamento le aziende italiane hanno atteso 180 giorni nel 2012 (128 nel 2009). Altrove i tempi di pagamento della PA sono stati accorciati: in Francia 65 giorni (da 70), in Germania 36 giorni (da 40). In Italia sono più lunghi anche i tempi dei pagamenti tra imprese: 96 giorni nel 2012 (88 nel 2009), molto più che in Francia (57 giorni, da 63) e Germania (35, da 46). I ritardi fanno lievitare i crediti commerciali delle aziende e riducono la liquidità disponibile. Non solo. I ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, hanno innescato una spirale perversa, una vera e propria catena di Sant’Antonio della morosità, che ha spinto anche soggetti privati (penalizzati direttamente o “culturalmente” condizionati) a lanciarsi sulla strada di una morosità cronica. Sempre secondo il rapporto redatto dal Centro studi Confindustria, i prestiti bancari erogati alle imprese si sono fortemente ridotti. Nel mar- esclusivo 14 zo 2013 i prestiti erano inferiori del 5,5% rispetto al settembre 2011, e corrispondenti a una perdita di 50 miliardi di euro. Hanno pesato, in una prima fase, le difficoltà di rac- colta e liquidità delle banche italiane, scaricate su volumi e costi del credito, fino ai miglioramenti avutisi nel 2012 grazie agli interventi della BCE. In seguito, le erogazioni so- no state frenate dall’aumento del rischio di credito nel contesto recessivo. Si è registrato un calo anche della domanda delle imprese nel 2012 (indagine Banca d’Italia), che 15 si spiega però con l’aumento stesso del costo del finanziamento, oltre che con la flessione degli investimenti. Lo stock di prestiti si è ridotto soprattutto nell’industria (-26 miliardi di euro tra 2011 e 2013, pari a 10,1%), nelle costruzioni (-9 miliardi) esclusivo e nelle attività immobiliari e professionali (-14 miliardi); ha tenuto nei settori del commercio, trasporto e comunicazioni (-2 miliardi). La perdita di prestiti lascia un vuoto difficile da colmare, data la storica rilevanza del canale bancario per le imprese. La carenza di liqui- dità e finanziamenti è attualmente uno dei principali ostacoli per l’attività economica, specie per le piccole imprese. Mette a rischio di fallimento anche aziende sane, ma molto spesso sotto-capitalizzate e private dalla pressione fiscale di quel minimo di equità indispensabi- LIQUIDITÀ SUBITO E PEGNO IN GARANZIA Nel credito lombard la risposta alle emergenze Quali sono le ragioni per le quali la concessione di un credito da parte di una banca Svizzera è generalmente più semplice veloce e conveniente? Per rispondere a questa domanda è necessario definire con esattezza la tipologia di credito concessa. In linea di principio non parliamo di un credito commerciale “puro” o come si suol dire in bianco, dove l’istituto erogante prima di concedere il finanziamento valuta il merito creditizio del richiedente, la sua solvibilità, la sua capacità di rimborsare il finanziamento ricevuto, la sua situazione debitoria complessiva. Questa forma di finanziamento è generalmente riservata ai soggetti economici che svolgono la loro attività, o risiedono, nel territorio. Questo in ragione del fatto che, per un credito commerciale di questo tipo, l’istituto erogante deve adottare nella sua politica di erogazione dei crediti delle regole di prudenza nella valutazione del rischio, al fine di evitare sofferenze inaspettate, e vigilanza nei confronti dell’indebitamento eccessivo, al fine di garantire al tessuto economico un equilibrio e sostenibilità a lungo termine. Tuttavia è possibile ottenere attraverso un altro strumento la liquidità necessaria a superare temporanee crisi di liquidità. Parliamo del c.d. credito lombard, una forma di finanziamento molto diffusa, sottoposta a vincoli meno stringenti e, quindi, di più’ facile e veloce erogazione. Questa strumento consiste nell’erogazione di un finanziamento garantito tramite la costituzione di un pegno, da parte del cliente, di una parte, o della totalità, dei valori, titoli, averi bancari, metalli preziosi, insomma tutto ciò che ha un valore riconosciuto dalla banca, esistenti nel deposito. In funzione della qualità del bene messo a pegno la banca determina il fattore di anticipabilità, espresso in percentuale sul valore di mercato, ed alimenta il conto corrente del correntista. I titoli e i valori rimangono di proprietà del cliente che continua a beneficiare degli eventuali incrementi patrimoniali (es. cedole, dividendi), e non è costretto a liquidare il portafoglio o a cambiare strategia d’investimento a medio e lungo termine in caso di necessità impreviste. Il credito lombard è lo strumento ideale per far fronte a esigenze di liquidità a breve termine, anche in ottica di incremento delle posizioni sfruttando l’effetto leva. La banca erogante mette a disposizione del cliente le somme tramite un credito in conto corrente o tramite un anticipo a termine fisso. Le differenze tra le due modalità di finanziamento consistono: a) Durata, il primo ha una durata indeterminata, il secondo una scadenza predeterminata, generalmente da 1 mese ad 1 anno. b) Calcolo degli interessi, nel primo caso gli interessi debitori sono determinati in funzione dell’importo effettivamente utilizzato, nel secondo caso gli interessi debitori sono calcolati ab origine e sono dovuti indipendentemente dall’utilizzo delle somme. c) Tasso debitore, nel primo caso è variabile, nel secondo abbiamo un tasso fisso per tutto il periodo considerato. d) La modifica della durata contrattuale, nel secondo caso, è soggetta a penali. Il tasso di remunerazione del capitale, interessi debitori, è assolutamente competitivo in quanto il rischio, insito in ogni operazione di finanziamento, è assorbito dal pegno sugli averi. Da notare che pur avendo tutti i beni un valore intrinseco solo i valori negoziati sui mercati regolamentati e con un volume di scambi significativo sono anticipabili. esclusivo 16 le per attuare investimenti. Il costo del credito bancario, inoltre, è troppo alto. Lo spread caricato dalle banche sull’Euribor a 3 mesi è a record storici (+3,3 punti nel 2013, da +0,6 nel 2007). In particolare, lo Spread pagato dalle piccole e medie imprese è cresciuto a livelli senza precedenti (+4,2 punti, da +1,3 nel 2007). L’indagine Banca d’Italia segnala una forte stretta addizionale dell’offerta di credito lungo tutto il 2012 e a inizio 2013, che si somma a quelle registrate fin dal- l’avvio della crisi. Aumentano i margini di interesse, vengono richieste più garanzie, si accorciano le scadenze dei prestiti. La stretta sul credito penalizza anche la competitività delle imprese italiane: le aziende tedesche e fran- QUALI LE GARANZIE RICHIESTE? Il catalogo dei crediti Ch Per la legge svizzera ma anche nella prassi quotidiana la concessione di un credito da parte di una banca svizzera ad un soggetto non dotato di passaporto svizzero, rappresenta o ha rappresentato se non proprio un’eccezione, qualcosa di molto simile. Sempre in linea teorica e in casi del tutto particolari l’istituto può anche assumersi un rischio: quello di concedere i cosiddetti crediti in bianco (ovvero senza garanzia), ma ciò avviene in linea di massima in risposta alla domanda di clienti conosciuti. Sino a oggi, quindi, le pratiche di concessione di crediti commerciali specie a imprese estere hanno rappresentato una rarità, specie se non esistevano sufficienti garanzie. Ma i tempi cambiano: la ormai cronica carenza di liquidità del sistema imprenditoriale italiano e il credit crunch del sistema bancario, aprono nuove sinergie e prospettive di collaborazione, fra un’area che detiene la liquidità, e un’area che per produrre deve investire e che spesso, al di sotto di una emergenza finanziaria, cela numeri e fatti che confermano l’assoluta affidabilità dell’impresa. E proprio un canale preferenziale fra realtà produttive italiane e credito bancario svizzero potrebbe rappresentare un nuovo elemento all’interno di quello che potrebbe diventare un vero e proprio new deal nei rapporti economico-finanziari crossborder. Ma quali sono le metodologie in base alle quali una banca svizzera può erogare credito a un’impresa estera.? • Al primo posto si colloca il credito fiduciario, che ha dalla sua la rapidità nei tempi di esame e di concessione del credito. La condizione è che l’imprenditore che ha bisogno di liquidità deve già detenere averi in banca; nei fatti sono questi averi che vengono utilizzati per finanziare la propria impresa. E ciò può avvenire attraverso la sottoscrizione di un contratto con la banca in base al quale l’istituto di credito che concede a suo nome ma per conto dell’imprenditore, un credito all’azienda. Il credito è garantito dalle disponibilità personali dell’imprenditore presso la stessa banca. è garantito dagli averi dell’imprenditore depositati in banca. • La seconda via transita attraverso il credito ipotecario: la banca può concedere un credito garantito da pegno ipotecario, anche se l’immobile è situato all’estero. Spetta alla banca tutelarsi facendo effettuare perizie sui valori immobiliari a garanzia. La banca può chiedere anche una verifica della solvibilità del beneficiario del credito. Il credito dovrà inoltre essere sostenibile In caso di oggetto a reddito funge da base per la verifica della solvibilità e della sostenibilità il reddito generato dall’oggetto stesso. Per oggetti commerciali a uso proprio, la valutazione del beneficiario del credito funge da base per la verifica della solvibilità e della sostenibilità. • Il terzo tipo di intervento è conosciuto come Credito di rimborso: viene utilizzato per il pagamento di un debito commerciale ed è garantito dalle pretese del debitore verso i suoi clienti. In questo caso l’istituto diventa creditore delle pretese del debitore, che tuttavia eserciterà solo in caso di mancato pagamento. Esistono nella tradizione bancaria svizzera numerose strade alternative per la concessione di un prestito o di una linea di credito. Fra queste anche un credito cosiddetto ETP (Exception to policy). Le ETP corrispondono a dei crediti concessi dalla banca in deroga alle norme bancarie interne, ma queste esenzioni devono rappresentare ed essere documentate in ragione di situazioni di provata emergenza e di provata garanzia sul prestito. AN 17 cesi godono di termini creditizi molto più favorevoli. In particolare, i tassi di interesse pagati dalle imprese in Italia sono al 3,5% nel 2013, oltre un punto più che in Germania e Francia (2,2%). E gocce nel mare rischiano di diventare in questo quadro anche le misure di emergenza come la nuova moratoria per il credito alle pmi, siglata dall’Abi e dalle associazioni d’impresa italiane, tra le quali Confindustria e Rete Imprese Italia. Moratoria che prevede interventi finanziari a favore delle piccole e medie imprese: dalla sospensione per 12 mesi della quota capitale della rata di mutuo, all’allungamento della durata dei finanziamenti in misura maggiore rispetto al precedente accordo del febbraio del 2012. Ulteriori facilitazioni sono previste per le imprese che si ricapitalizzano. Per quanto riguarda le operazioni di sospensione dei finanziamenti, l’intesa prevede la sospensione per 12 mesi della quota capitale delle rate di mutuo, e quella per 12 o 6 mesi della quota capitale prevista nei canoni di leasing “immobiliare” e “mobiliare”. Possono essere ammesse alla sospensione le rate dei mutui e delle operazioni di leasing finanziario delle imprese che non abbiano già usufruito di analogo beneficio concesso in base alle È poi prevista la possibilità di allungare la durata dei mutui, in misura maggiore rispetto al precedente accordo; di spostare in avanti fino a 270 giorni le scadenze del credito a breve termine per esigenze di cassa con riferimento all’anticipazione di esclusivo crediti certi ed esigibili; di allungare per un massimo di 120 giorni le scadenze del credito agrario di conduzione. Possono essere ammessi alla richiesta di allungamento i mutui che non abbiano beneficiato di analoga facilitazione ai sensi dell’accordo per il credito alle Pmi del 16 febbraio 2011 e dell’accordo “Nuove misure per il credito alle Pmi” del 28 febbraio 2012, mentre possono essere ammessi all’allungamento anche i mutui sospesi al termine del periodo di sospensione. scaduto il 31 luglio 2011), pari a 29,5 miliardi di debito residuo (in aggiunta ai 70 miliardi dell’Avviso comune) con una liquidità liberata di 4,1 miliardi (oltre ai 15 miliardi di euro con l’avviso comune). BMD esclusivo 18 Ma come funziona il meccanismo che consente alle imprese italiane di attingere a risorse finanziarie e a liquidità oltre-frontiera? Ecco in sintesi i punti chiave di una operazione che - secondo quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate, potrebbe rivelarsi più semplice, trasparente e percorribile, di quanto anche le associazioni imprenditoriali abbiano sino a oggi potuto pensare. Marco Bolognesi, della fiduciaria milanese Argos, risponde alle domande di Capo Horn. 1. Quale iter deve seguire praticamente un’impresa italiana per cercare finanziamento presso una banca svizzera? Come fare nel totale rispetto delle norme vigenti. Ecco in 11 risposte le semplici mosse per accedere al credito estero gli attivi a favore dell’istituto estero ed ad aprire un nuovo mandato fiduciario che accoglierà la linea di credito concordata. A seconda delle esigenze l’erogazione può avvenire sia in favore del fiduciante persona fisica oppure dell’azienda target 2. Le banche svizzere sono pronte ad affrontare questo nuovo mercato? La formula Svizzera Nella pratica è l’imprenditore/socio di riferimento di un’azienda che in forza di un mandato fiduciario esistente chiede alla fiduciaria di esperire presso banche estere un’istruttoria preventiva; la fiduciaria rappresenta la richiesta di affidamento del cliente presentando ai vari istituti il portafoglio degli attivi finanziari che è possibile utilizzare come garanzia, in relazione a ciò gli istituti presentano un’offerta in termini di margini di garanzia applicabili al portafoglio e di tasso. Evidentemente ogni asset class avrà un diverso margine, in relazione alla p r o p r i a volatilità/rischiosità. In caso la proposta incontri le esigenze del fiduciante si procede a costituire pegno su- In generale tutto il sistema bancario estero è pronto ed assolutamente interessato a questo nuovo mercato. Possono capitalizzare la loro differente forza finanziaria e l’accesso a condizioni assolutamente favorevoli al mercato dei capitali entrando nel mercato italiano con un rischio molto basso ed acquisendo il settore cliente più appetibile: gli imprenditori, cui possono spesso poi offrire competenze e livelli di servizio proporzionalmente più elevati di quelli domestici. 3. Esiste un interesse reale del mondo bancario elvetico? Da ciò che vedo direi senza dubbio di si. Il mondo elvetico è in profonda trasformazione, sta modificando completamente il modello di business, passando da luogo sicuro per capitali off shore a centro di servizi finanziari on shore, basato sulla trasparenza, competitività e servizio. 19 esclusivo 4. Quali differenze in termini di Euribor? economicamente più conveniente . È sempre molto difficile generalizzare. Nella nostra esperienza dell’ultimo anno i tassi proposti vanno da un minimo euribor 3 mesi più 0,60% di spread a euribor più 1,5%. Rispetto al mercato domestico vi un vantaggio di 300/350 punti base (33,5%) 9. Cosa implica per la banca la configurazione degli in- 5. Quali differenze in termini di garanzie chieste dalla banca all’impresa? Il modello utilizzato è molto diverso. Mentre sul mercato domestico si tende a valutare anche la capacità reddituale dell’impresa che andrà a ricevere il finanziamento in questo quadro l’unico elemento di valutazione è la bontà del portafoglio finanziario offerto in garanzia dalla persona fisica. Quindi all’impresa non viene chiesta nessuna garanzia particolare, evidentemente vi deve essere una ragionevole aspettativa di rimborso nel tempo. teressi come reddito imponibile in Italia? Significa che in assenza di un soggetto, società fiduciaria, che possa applicare la ritenuta sugli interessi corrisposti la banca estera sarebbe obbligata alla redazione di una dichiarazione fiscale in Italia sui redditi prodotti nel territorio dello Stato. 10. E cosa implica sulla economicità dell’intera operazione per l’impresa? L’impresa diminuisce di molto l’impatto degli oneri finanziari sul conto economico aumentando così in modo significativo la redditività del business aziendale e rendendo più semplice l’uscita da questa particolare fase di mercato 11. L’aliquota 6. Quali differenze in termini di tempi del finanzia- del 20% è quella ridotta derivante da accordi internazionali? mento? Questo è uno degli aspetti più positivi vissuti dal cliente; abituato a tempi domestici che spesso sforano i mesi ottenere la realizzazione della pratica in 15 giorni crea quasi un senso d’incredulità. No, l’aliquota del 20% è l’aliquota applicabile in caso di mancata applicazione dell’aliquota convenzionale che, in genere, è più favorevole. Nel caso svizzero è il 12,5% 7. Come mai questa alternativa al credit crunch resta sostanzialmente sconosciuta al mondo dell’impresa? Mancano i soggetti che abbiano interesse a risvegliare l’attenzione su questa possibilità: gli intermediari finanziari domestici non hanno alcun interesse a segnalare questa via. Oltre a ciò le banche estere non hanno ancora organizzato un modello di visibilità sul territorio nazionale relativamente ai servizi bancari offerti. A ciò si aggiunga che solo poche banche elvetiche sono autorizzate a svolgere in Italia servizi bancari. 8. Quali rischi fiscali per l’impresa? Nessuno. È un’operazione assolutamente trasparente e neutra da un punto di vista fiscale, solo finanziariamente ed Marco Bolognesi esclusivo 20 Definizione di credit crunch: razionamento del credito; vi si arriva quando le banche - per vari motivi erogano meno finanziamenti alle imprese e meno prestiti alle famiglie. Oppure quando iniziano a erogare credito applicando tassi d’interesse via via più elevati. Situazione che crea gravi problemi alle imprese e che può provocare un avvitamento di una crisi economica. CREDIT CRUNCH La grande sete di liquidità Sempre più difficile anche in Lombardia accedere al credito bancario. Varese scommette sui mini-bond, Como sull’esodo, Monza punta sulla Polonia... Una parola che le aziende lombarde conoscono molto bene. Senza avere bisogno di andare a guardare sul vocabolario. Provate a chiedere cosa pensano delle banche agli imprenditori della Brianza, del Varesotto, della Valtellina e della cintura meneghina. Molti risponderanno che il sistema creditizio oggi non ha la lungimiranza per comprendere i progetti di sviluppo delle imprese. Che si sentono abbandonati, traditi e impotenti. Per loro parlano i numeri. A cominciare da quelli forniti da Banca d’Italia. Nell’ultimo rapporto sulla Lombardia viene sottolineato che “in concomitanza con le tensioni che hanno caratterizzato i mercati del debito sovrano e con la debolezza dell’attività economica, nello scorcio del 2011 i finanziamenti bancari alla clientela lombarda hanno iniziato a rallentare”. Una frenata proseguita nel 2012 e, a partire dal mese di ottobre, i prestiti hanno incominciato a contrarsi. Alla fine dell’anno scorso il calo era dell’1,4 per cento, a fronte della crescita dell’1,5 per cento del 2011. I finanziamenti hanno continuato a ridursi anche nei primi mesi del 2013 (-1,2 per cento a marzo). “La diminuzione dei prestiti bancari - prosegue il rapporto ha interessato principalmente le imprese, per le quali i finanziamenti sono scesi del 2,7 per cento nel 2012, con andamenti simili sia per le aziende di dimensione media e grande (-2,7 per cento a dicembre), sia per quelle piccole (2,4 per cento). La tendenza si è confermata nel primo trimestre dell’anno in corso, seppure con una lieve attenuazione (-2,2 per cento a marzo). Le difficoltà nell’accesso ai finanziamenti sono rimaste più accentuate per le imprese del comparto delle costruzioni. Non solo. “L’inasprimento è stato attuato principalmente attraverso l’aumento del costo medio dei finanziamenti e di quello praticato sulle posizioni più rischiose”. Nella rilevazione effettuata lo scorso aprile e riferita al secondo semestre dell’anno passato, la quota di imprese che ha segnalato un inasprimento nei criteri di erogazione del credito è stata pari al 25 per cento (era il 40 per cento nella precedente rilevazione della Vigilanza). Le tensioni si sono tradotte principalmente in un aumento dei tassi di interesse e dei costi accessori, tra cui commissioni e spese di gestione. In base alle previsioni delle imprese riferite al primo semestre del 2013, le condizioni di offerta del credito dovrebbero mantenersi sostanzialmente invariate. Questo lo scenario regionale fornito da Bankitalia, ma entriamo nel dettaglio. Il credit crunch, visto da Milano, assume contorni più soft, con il 59% delle aziende analizzate in un sondaggio Ispo che considera invariata o addirittura aumentata (6%) la disponibilità degli istituti di credito a concedere finanziamenti o fidi. Una richiesta che peraltro, rispetto al 2008, è aumentata da parte delle aziende solo nel 26% dei casi, indice di una ridotta volontà di investire visibile anche nei motivi delle domande di credito, per il 53% legate al finanziamento dell’operatività corrente. Attenzione stiamo parlando di aziende internazionalizzate, che esportano, mediamente più patrimonializzate rispetto alla media del Paese: ecco perché le restrizioni di credito qui sono meno pressanti che altrove. I l senso della crisi è tuttavia visibile anche qui, leggibile soprattutto nella crescente apprensione per le possibilità di accesso al credito, visto come fonte di preoccupazione dal 64% delle imprese un anno fa, dal 72% oggi. A Varese la restrizione del credito è doppia di quella nazionale. L’alternativa al bussare alle banche c’è. La nuova frontiera si chiama mini bond e cambiali finanziarie. Un tema ancora ostico per le aziende. Gli strumenti sono ancora in fase em- 21 esclusivo brionale e poco utilizzati. Ma, proprio per diffonderne la conoscenza anche tra le imprese del territorio, l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese ha organizzato di recente un incontro per formare e informare gli imprenditori ed i loro collaboratori sugli strumenti finanziari idonei per affrontare la gestione quotidiana delle imprese, in un momento congiunturalmente difficile e nel quale il rapporto con il credito rappresenta uno dei maggiori motivi di preoccupazione. Troppa banca, insomma. Tanto che le obbligazioni rappresentano solo l’8% dei debiti delle imprese. A Mantova l’edilizia viene trattata da queste stesse banche come «appestata». A Lecco si stanno perdendo competenze, continuano a saltare aziende tra i 15 e i 20 dipendenti. Nell’alto Milanese si parla di decine di imprese del settore elettromeccanico che vengono svendute a francesi, tedeschi e canadesi. Sondrio fa fatica a trattenere entro i confini le imprese che, come a Como fuggono in Svizzera. A Pavia «l piccolo è ancora bello, nel calzaturiero come nei laterizi, ma il mondo del credito sembra non essere proprio d’accordo e la concorrenza dall’estero è spietata. Da Monza si scappa anche in Polonia, perché le tasse e la burocrazia fiscale sono esagerate. E l’Irap è una patrimoniale sul lavoro mascherata. Gli impieghi riservati dalle banche alle imprese private lombarde ammontano a tutto aprile 2013 a 214 miliardi di euro, il 6% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche nella provincia di Monza e Brianza il calo è evidente perché ad aprile le banche hanno messo a disposizione impieghi per 11,2 miliardi, con un calo del 2,4% rispetto all’anno precedente. Una variazione sensibile se rapportata al totale degli impieghi concessi: a livello regionale la riduzione è stata del 3,3%, in quella brianzola dell’1,4 per cento. Questa la situazione. E il futuro? “È improbabile che le banche italiane siano nella seconda parte del 2013 pronte a rimettere in circolazione più credito”, fa notare sul blog linkerblog.biz il consulente per le imprese (con un passato da banchiere) Fabio Bolognini. “Il capitale è scarso, i rischi dell’attività di credito alle PMI rimangono elevati in presenza di problemi di liquidità, di un tasso elevato di situazioni problematiche ai confini del fallimento. E non ci si deve attendere molto dalle misure prese dal governo”. Il rinnovo per la quarta volta della moratoria, firmato ieri, si trasforma sempre più in un sistema di allungamento delle scadenze, che rimandando ma non risolvendo il problema del debito (al massimo mantiene lo stock di debito esistente) serve quasi più alle banche per evitare altri accantonamenti. L’intervento correttivo sulla garanzia statale offerta alle PMI dal Fondo di Garanzia è tutta da pesare in funzione dei nuovi criteri di ammissione, ma a dir tanto produrrà un effetto di 4-5 miliardi di nuovo credito, perché comunque non aggira completamente i vincoli di capitale delle banche. Secondo l’esperto, “non rimane che accettare il dato di fatto che il sistema delle imprese si deve riposizionare su un livello di debito bancario mediamente inferiore del 10-15% o forse di più per le imprese con posizione finanziaria squilibrata. Se poi i costi dell’indebitamento bancario rimangono così elevati, le imprese scopriranno ben presto che quando serve un po’ di finanza e di elasticità si possono ottenere costi inferiori lavorando sulla catena che li lega ai fornitori e ai clienti”. esclusivo Internazionalizzazione, Ormai le aziende vendono se il sistema Paese le asseconda e diventa brand positivo. Passato il tempo dei dilettanti, solo un gioco sistematico consente di sbarcare su mercati esteri. Se si vuole solo bilanciare il calo di fatturato domestico, è meglio starsene a casa siamo all’asilo L’ imprenditore non è un’isola e la rete di conoscenze, di relazioni e soprattutto di sinergie è la conditio sine qua non per seguire la via della internazionalizzazione intelligente. Ma il processo ha esigenze specifiche: le conoscenze manageriali e le dimensioni aziendali adeguate al mercato a cui l’impresa si rivolge. Non è uno scherzo. E non va considerata una scorciatoia o soltanto una via di fuga perché altrimenti si rivela un boomerang pericoloso in termini di risorse da investire. Un processo di internazionalizzazione non è una risposta tattica alla mancanza di ordini sul mercato interno, ma deve es- sere una vera scelta strategica che può conseguire risultati duraturi a certe condizioni che devono essere valutate e accettate a priori. Internazionalizzare per l’imprenditore significa rimettere in discussione tutte le certezze limitate al proprio territorio di riferimento. Significa assumere un impegno a medio-lungo termine, aderire a standard qualitativi superiori rispetto a quelli del mercato locale non soltanto in relazione alla qualità del prodotto, ma anche al rispetto dei tempi di preventivazione e di consegna delle merci. E poi investire quattrini in materiale promozionale, trasferte o fiere. Insomma l’internazionalizza- zione si deve tradurre in tre parole: tempo, qualità e denaro. La fame di liquidità è comune a tutti le aziende, ma i cibi per sfamarla e i modi di preparare i piatti sono così tanti che è difficile avere una sola pentola da lavare. Invece tanti, troppi, propongono la ricetta dell’internazionalizzazione come si trattasse di ancora di salvataggio. L’obiettivo deve essere aiutare gli imprenditori a internazionalizzarsi, non solo farli vendere all’estero, e la differenza spesso viene sottovalutata. Ci sono infatti ancora piccole realtà dedite da sempre al produrre qualcosa senza dare importanza a tutta la parte “cartacea”. 23 esclusivo Ma vendere fuori dall’Italia non è un gioco da ragazzi. Non può essere considerata una scorciatoia. Affidarsi a una figura esterna che lo sa fare è scombinare ritmi ed abitudini dell’azienda. Ci vuole coraggio. E bisogna stare anche attenti a scegliere il consulente giusto. Non quelli improvvisati che promettono risultati istantanei che alla fine si traducono in laute provvigioni per l’export manager, zero affari per l’azienda. Il consulente esperto sa invece dire “No caro imprenditore, non sei pronto per un processo di interna- zionalizzazione, correresti più rischi che vantaggi”. Perché non tutte le imprese possono pensare di internazionalizzare, così come le grandi società di consulenza vorrebbero far credere. Anche dall’altra parte della barricata c’è infatti chi non ha voglia di aspettare che le fragole maturino ma pretende risultati immediati appena mette il naso fuori casa esibendo il passaporto. Ci sono quelli che “il mio prodotto è il migliore di tutti” e si offendono se gli prospetti che in un processo di internazionalizzazione non vendi solo prodotto ma anche servizio e che teoricamente dovrebbero entrambi aderire a standard qualitativi superiori rispetto a quelli richiesti a casa loro, e che si entusiasmano facilmente ai primi ordini a cui seguono cocenti delusioni alla prima contestazione. L’internazionalizzazione è invece per quelle realtà che sanno attendere i risultati a lungo termine, che non rispondono in questo modo alla mancanza di ordini nel mercato domestico, che hanno disponibilità economiche ad investire con costanza. E soprattutto che non si arrendono se dopo i primi sei mesi non vedono risultati tradotto aumento di fatturato o fatture da portare in esclusivo 24 banca per anticipo liquidità. Chi, invece, la propone - dalle banche alle istituzioni passando per le associazioni di categoria - può prendere a modello come si fa internazionalizzazione oltreconfine. Un esempio: Fiera di Mosca per il settore rifiuti e riciclaggio, qualche mese fa. Fra i presenti anche i responsabili per la Russia della AUMA Deutschland (www.auma.de) il corrispettivo della nostra famosa e scomparsa Cabina di Regia per l’internazionalizzazione. Il loro modus operandi? Per prima cosa quando organizzano una partecipazione all’estero lo fanno con il brand “Made in Germany”: dalle borsette che lasciano ai visitatori, al marchio con cui si rendono visibili. Installano uno stand molto ampio - in questo caso circa 160 metri quadrati - al centro del padiglione espositivo costituito dalla parte di ricevimento “istituzionale” Germania (con tanto di foto di Angela Merkel) cui si aggiungono gli altri stand per ogni azienda che partecipa alla missione. Nel caso della fiera moscovita, una ventina di aziende. Stand tutti uguali, stesse sedie, stessi mobili, tutti con la bandiera della Germania sul banchetto. Tradotto: si vende il brand che automaticamente significa affidabilità e organizzazione. Dentro la piccola borsa distribuita ai visitatori, un catalogo in perfetto inglese e con traduzione in russo dell’associazione con la presentazione di tutte le aziende che espongono. Più un paio di penne e un catalogo chiamato “Messen Made in Germany”con tutte le iniziative che la Auma organizza. La partecipazione a questa fiera, come per tutte le altre, ha previsto un accordo con uno dei partner dell’associazione, uno spedizioniere storico tedesco che ha curato tutta la logistica in modo da fare spedizione unica dei prodotti di tutti i partecipanti alla fiera. Hanno raccolto il materiale delle aziende sparse per tutta la Germania, trasportate in Russia, curato tutta la complessa struttura doganale per far entrare i prodotti in Russia, fatte trovare nello stand le varie casse coi prodotti agli espositori. Non solo. La AUMA ha una squadra di montatori stand di “sua proprietà” che viaggia in giro per il mondo. Hanno affittato le stanze in un hotel del centro per tutta la delegazione tedesca. Volo in comitiva Lufthansa Francoforte-Mosca a prezzi vantaggiosi. Oltre alla partecipazione in fiera hanno curato anche la parte “culturale”: la fiera terminava il venerdì pomeriggio ma la missione tedesca - per chi lo voleva - proseguiva il sabato e la domenica con una visita alla città di Mosca con guida tedesca. Nel frattempo l’associazione ha organizzato tre conference call via Skype con i partecipanti alla fiera, più un quarto come riassunto della fiera. Per una delle aziende associate la partecipazione alla fiera è costata 1.500 euro a metro quadro. Compreso il visto collettivo in ambasciata per entrare in Russia. Dopo 14 giorni dal rientro in patria e presentazione della documentazione richiesta in via telematica la Camera di Commercio bonifica all’azienda il 75% dell’investimento fatto. E poi ce la prendiamo con i maestrini tedeschi. CC STUDIO GEORGESON Camilla Conti Un terzo delle società italiane è controllato da un solo azionista sopra al 50%. In brusco calo il grado di concentrazione delle imprese quotate. Calano gli azionisti strategici e gli investitori internazionali si tengono a distanza di sicurezza L’ eredità culturale del capitalismo familiare o di relazione ingessa ancora le principali società di Piazza Affari e rischia di tenere alla larga potenziali investitori. Lo dimostrano i risultati di una ricerca elaborata da Georgeson, società di consulenza per investitori istituzionali specializzata sui temi di governance. Lo studio prende in esame le risultanze delle assemblee ordinarie degli azionisti delle società italiane a maggiore capitalizzazione appartenenti all’indice FTSE MIB, tenutesi nel corso della stagione assembleare 2013. Il campione analizzato è cir- coscritto a 29 delle 40 società appartenenti all’indice. Ebbene, in media, più del 45,1% del capitale è detenuto dai cosiddetti azionisti strategici, in molti casi prossimi alla maggioranza assoluta della compagine azionaria. Seguono, in ordine di importanza, gli investitori istituzionali esteri con una quota di pertinenza superiore al 32,5%, gli investitori “retail” con circa il 12,3% e gli investitori istituzionali italiani con quasi il 9%. Infine, le azioni possedute direttamente dalla società, le quali raggiungono quasi l’1% dell’intera capitalizzazione. Il grado di concentrazione delle im- 26 prese quotate italiane è progressivamente diminuito negli ultimi nove anni. Nel dettaglio, gli azionisti strategici hanno ridotto la loro presenza nel capitale delle società italiane a maggiore capitalizzazione, passando dal 49% del 2005 al 45,1% del 2013. Da rilevare, inoltre, come il trend del valore massimo abbia subito un deciso rialzo nel 2012 (82,4%) a seguito dell’Offerta Pubblica di Acquisto lanciata dalla società francese Lactalis sul capitale sociale di Parmalat. Dato confermato anche nel 2013. Diversamente, il valore minimo per la stessa categoria di azionisti si è ridotto notevolmente nel periodo di riferimento passando da circa il 27,4% nel 2005 al valore nullo registrato nel 2012 e nel 2013. Tale variazione è derivata dalla presenza nell’indice di una società ad azionariato realmente diffuso, tra i pochi esemplari italiani di public company Gli investitori istituzionali italiani, che manifestavano una presenza media nel capitale azionario di qua- si il 12,5% nel 2005, registrano un calo negli ultimi nove anni attestandosi a poco meno dell’11% nel 2012 e intorno al 9% nel 2013. Gli azionisti retail nel 2013 (12,3%) diminuiscono la quota di propria pertinenza rispetto ai valori rilevati nel 2012 (13,5%) , un calo che si attesta a più di 5,5 punti percentuali se confrontato con quello del 2005. La flessione risente comunque della crisi economica e finanziaria evidenziata anche dall’andamento dell’indice FTSE MIB tra le stagioni assembleari 2005 e 2013. Gli investitori istituzionali esteri mostrano una tendenza opposta rispetto al Core: la loro presenza nel capitale azionario è incrementata negli ultimi nove anni, come già evidenziato nel 2012 (28,6%), attestandosi ad una soglia del 32,5% nel 2013, decisamente in ascesa rispetto al 19,5% raggiunto nel 2005. I valori massimi per questa categoria, che raggiungono nel 2013 il 73% del capitale, sono sostanzialmente riconducibili alla particolare struttura azionaria della public company del campione (Prysmian). Occorre inoltre sottolineare il trend del valore minimo che nel 2013 si assesta intorno all’8,8% del capitale, rispetto al 7,4% del 2012 ed al 5% del 2005. Sintomo questo di una crescente presenza di investitori istituzionali esteri nel capitale delle società quotate italiane. Si segnala infine, in controtendenza rispetto agli ultimi anni, un leggero calo nel numero di azioni detenute direttamente dalle società emittenti, sotto forma di azioni proprie, che passano dall’1,3% del 2012 a poco meno dell’1% del 2013. La fotografia scattata da Georgeson mostra, dunque, l’elevato livello di controllo delle società italiane che, 27 anche nel limite inferiore delle società con un azionariato più diffuso, si attesta su un valore di poco inferiore al 18% (se escludiamo Prysmian il valore salirebbe quasi al 24%). Oltre un terzo delle società incluse nel campione è controllata da un azionista che detiene più del 50% delle azioni con diritto di voto. Mentre una non trascurabile percentuale costituisce maggioranze assolute, stabili o provvisorie, attraverso accordi tra gli azionisti quali i patti di sindacato. a forma di controllo più estesa in Italia è quella “di fatto”, caratterizzata da uno o più azionisti che, pur detenendo percentuali di capitale inferiori al 50%, esercitano una posizione dominante sul governo societario in virtù della bassa partecipazione delle minoranze all’evento assembleare. Nel 35% dei casi evidenziati il controllo è garantito attraverso la stipula dei cosiddetti patti parasociali che includono anche sindacati di voto e sindacati di blocco. Il controllo “di diritto”, invece, rappresenta più di un terzo del campione. In questa fattispecie il Core detiene saldamente la maggioranza assoluta del capitale ricorrendo, in più di un terzo dei casi, all’utilizzo dei sopramenzionati patti. Di- versa la situazione per la public company, caratterizzata da una ampia frammentazione della proprietà e dall’assenza di un azionista di riferimento capace di poter influenzare l’andamento gestionale della società. In Italia la quota di capitale necessaria a mantenere saldamente la gestione societaria, considerato il quorum costitutivo, è di poco superiore al 32,7%. Quest’ultimo è un dato che stride con quello che è il possesso medio per l’azionista Core, oltre il 45% e che ancora una volta porta in primo piano le conseguenze di un mercato concentrato, strutturalmente debole e caratterizzato da uno scarso ruolo del mercato dei capitali. Dalla ricerca emerge dunque la maggiore propensione degli investitori istituzionali esteri ad investire in società con una minore concentrazione azionaria. Nello specifico, gli investitori stranieri tendono ad aumentare esponenzialmente (di oltre tre volte) le posizioni detenute nelle quattro società meno controllate rispetto a quelle con un più elevato livello di Core, registrando una variazione assoluta pari a 36,6 punti percentuali. Un discorso analogo può essere fatto per gli investitori istituzionali domestici. La variazione assoluta tra le quattro società maggiormente controllate e quelle in cui la proprietà risulta più dispersa è infatti di circa 6,4 punti percentuali. Ma sono gli investitori istituzionali esteri che si rivelano, tra le categorie di azionisti, quelli più sensibili al grado di concentrazione degli assetti proprietari. 28 Il futuro nel presente C Carlo Ratti PERSONAGGI Carlo Ratti, torinese, docente al Mit, nella lista “best and brightest” di Esquire, mappa il “battito delle città”. Dal controllo delle funzioni dei grandi centri urbani, alla gestione monitorata dei rifiuti sino allo sfruttamento delle occasioni uniche offerte dalle Expo universali. lasse 1971, Carlo Ratti è partner di uno studio con sede a Torino e insegna al Massachusetts Institute of Technology, dove dirige il MIT Senseable City Lab, da lui fondato nel 2004 che esplora le “real-time city” studiando il crescente sviluppo di sensori e di dispositivi elettronici portatili, insieme alle loro relazioni con l’ambiente. Il lavoro della squadra di Ratti basata a Boston sulle città e la tecnologia è stato rappresentato in un intero padiglione alla Biennale di Venezia del 2006, includendo un progetto ampiamente apprezzato che ha mostrato il “battito cardiaco” della città di Roma mappato attraverso l’analisi di reti cellulari. Precedentemente, il gruppo di ricerca è stato impegnato nello sviluppo di 1000 case antitsunami in Sri Lanka per la Fondazione Prajnopaya. Nel maggio 2007 ha presentato il progetto di un padiglione caratterizzato da pareti fatte di “acqua digitale” all’ingresso dell’Expo 2008 a Saragozza. Durante la Settimana della Moda di Milano, nell’aprile dello stesso anno, è stata presentata l’area outdoor glass-and- 29 green del Trussardi Cafè, ideata dallo studio Ratti in collaborazione con il paesaggista francese Patrick Blanc. L’attività di Ratti in Italia ha abbracciato un numero di progetti consultivi civici, incluso il Progetto Collegium per la riforma delle università europee (in associazione, fra gli altri, con lo scrittore Umberto Eco) ed il Comitato Valdo Fusi per il rinnovo di una piazza nel centro di Torino. Nel dicembre del 2008 è stato incluso nella lista “Best and Brightest” della rivista Esquire ed è apparso nel salone della rivista Seed, insieme al matematico Steven Strogatz. Nel gennaio 2009 è stato uno dei delegati al Forum Economico Mondiale di Davos. Insomma, una lunga lista di riconoscimenti. Non a caso lo scorso 10 giugno, in piena discussione sullo scorporo delle rete fissa Telecom Italia, si è riunita a Roma la community delle tlc, invitando Ratti quale maggiore esperto di Smart City. La prima domanda vorremmo dirigerla su Singapore. In molti considerano quella città Stato come interessante embrione che si svi- luppa all’intero di un particolare mix di politica, partecipazione e gestione pubblica su modello corporation board. Senseable City Lab sta sviluppando un progetto specifico si chiama Live Singapore!, in sostanza una piattaforma aperta. Può spiegarci come è nata l’idea? Il particolare clima politico di Singapore ritiene sia più fertile di altre realtà per rendere una città più Smart? Come vengono raccolti i dati e decisi/selezionati i flussi di informazione? Immagino non ci sia per definizione un obiettivo, ma quali step di crescita sono stati programmati? «Singapore è interessante perché è una città ma anche uno Stato e un’isola. Per questi motivi - oltre che per l’entusiasmo che ha sempre dimostrato nello sperimentare con le nuove tecnologie (a suo tempo fu la prima capitale al mondo a sperimentare il road pricing dinamico) è un laboratorio ideale per studi al confine tra urbanistica e tecnologia. L’ufficio singaporegno del Senseable City Lab (si chiama Future Urban Mobility) raccoglie numerosi e diversi digital data e li fornisce ai cittadini tramite visualizzazioni dinamiche. Il progetto LIVE Singapore è in grado di rendere il battito della città analizzando in tempo reale migliaia di informazioni raccolte da una miriade di sensori e di device. La piattaforma va immaginata come una app che può spiegare a chi vi accede come arrivare a casa nel modo più veloce, come ridurre il consumo energetico di un intero quartiere come ottenere un taxi o un mezzo di trasporto quando si sta avvicinando una tempesta e tutte le auto pubbliche sembrano essersi dematerializzate». Trash Track risponde alla domanda sui perché ci siamo sempre interessati a supply-chain e mai alla removal-chain. In effetti tracciare e ottimizzare la seconda catena aiuterebbe ad andare nella direzione del riciclo totale. Il sistema è in grado di tracciare lo spostamento dei rifiuti utilizzando centinaia di tags. Quali sono i costi e gli investimenti per un progetto del genere? «Sì il progetto Trash Track permette di capire dove vengono raccolti e 30 qual è il tragitto che compiono i nostri rifiuti per essere smaltiti. Il primo esperimento è stato realizzato dal Senseable City Lab nella città di Seattle (http://senseable.mit.edu/trashtrack/), per cui abbiamo sviluppato delle etichette elettroniche per identificare oltre 3000 rifiuti e mapparne il viaggio in giro per gli Stati Uniti. L’idea non è però che queste etichette divengano la norma - cioè che siano presenti su tutti i nostri prodotti. Ciò capiterà in futuro ma probabilmente con tecnologie di tracciamento diverse. Per ora si tratta di esperimenti puntuali, da fare una tantum per capire meglio un sistema. A Seattle stiamo scoprendo ad esempio molte inefficienze di sistema, che, se corrette, possono permettere risparmi notevoli. Importante anche la condivisione delle informazioni raccolte in rete. Ad esempio, abbiamo notato come molti volontari, una volta preso coscienza del percorso realizzato da una bottiglia di plastica, abbiano autonomamente deciso di aumentare l’ uso del vetro a discapito della plastica. È interessante vedere come oggi in rete i comportamenti si diffondono per effetto dell’esempio che ciascuno rappresenta per i propri vicini, in una sorta di contagio sociale». Dall’Italia avete ricevuto una qualche proposta per sviluppare localmente il Trash Track? Crede che si possa applicare nella Penisola? Nel caso dell’Italia ritiene che il problema sia a monte? «Sì abbiamo avuto contatti - anche se finora non si sono concretizzati». Se Milano fosse Boston (adynaton a parte) e a Lei spettasse sviluppare alcune proposte in vista dell’evento Expo 2015 che cosa porterebbe avanti? «Premetto che con lo studio carlorattiassociati abbiamo iniziato una collaborazione con Expo2015 per curare uno dei padiglioni tematici chiamato FUTURE FOOD DISTRICT. (Qui il link a un breve video:http://www.youtube.com/watc h?v=N1M2ha4oiWs&feature=plcp). Poi alcuni punti generali. In passato le Expo sono stati sempre occasioni interessanti per sperimentare e “push the boundary” - come si direbbe in inglese. Se pensiamo all’architettura, ad esempio, vengono in mente il Crystal Palace di Londra (costruito per primo Expo mondiale, nel 1851; oggi, anche se scomparso, viene additato spesso come primo simbolo dell’architettura moderna, con le sue strutture leggere in ferro e acciaio) ma anche la Torre Eiffel a Parigi, il Padiglione di Mies van der Rohe a Barcelona o Habitat 67 a Montreal. Nel pianificare un un’esposizione universale si può osare più di quanto si possa fare, ad esempio, nel progettare il nuovo quartiere di una città. Anche per Milano, quindi, si può trattare di una grande occasione di innovazione e sperimentazione. Importante notare inoltre che i grandi eventi possono aiutare una città a reinventarsi come è capitato a Brisbane con l’Expo o a Barcellona con le Olimpiadi. Per questo, con una vago riferimento kennediano, si potrebbe dire che i cittadini non dovrebbero interrogarsi tanto sui benefici che possono ricavare dall’Expo ma su come possono loro stessi approfittare dell’Expo per pensare - insieme, dal basso - la Milano di domani. In questo senso, un commento. Sappiamo che le tecnologie della rete e del digitale stanno entrando prepotentemente sulla scena urbana, abilitando nuovi processi che spesso vengono etichettati col nome ‘smart city’. Nonostante il fastidioso quanto vago anglicismo, gli effetti di queste trasformazioni sono profondi: come se le vecchie nozioni di civitas e urbs - la comunità dei cittadini e la città costruita - si stessero saldando grazie al mondo delle reti. Emerge quindi un nuovo tipo di partecipazione alla scala urbana, che si potrebbe codificare come 2.0 (vedi l’ultimo libro di Richard Sennet, ‘Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation’, Yale University Press). Sulle reti i comportamenti si diffondono attraverso l’esempio che ciascuno rappresenta per i propri vicini, in una sorta di contagio sociale. L’abbiamo visto durante la primavera araba o in occasione dell’elezione del Presidente 31 degli Stati Uniti Barack Obama. Dinamiche simili possono essere innescate nella gestione quotidiana di una città (a Boston, il sindaco Menino ha da poco lanciato il progetto New Urban Mechanics per incentivare l’attivismo dei singoli, promossi a ‘meccanici della città’). Che cosa potrebbe portare questo approccio se applicato alla partecipazione della città ad Expo 2015?» Al convegno ITALIAN SMART COMMUNICATION SUMMIT 2013 si è parlato anche di scorporo delle reti. Quale è la sua opinione? Ritiene che allo scorporo del fisso sarebbe più opportuno accoppiare anche lo scorporo del mobile? Oppure attuare uno scorporo con logiche da conto economico senza prima condividere una vera agenda digitale italiana, possa disincentivare gli investimenti? «Non sono un tecnico in questo campo, quindi preferirei non esprimermi». CA TRASH TRACK Un chip sulla rotta dei rifiuti Un chip segue il percorso dei rifiuti. Si chiama Trash Track. È già stato fatto a Seattle, scoprendo che una cartuccia di inchiostro aveva percorso 6.152 chilometri prima di arrivare a destinazione. Al contrario è invece possibile seguire lo smaltimento, snellirlo, aumentare il riciclo, ed evitare che i rifiuti finiscano in discariche illegali. Si tratta in sostanza di progetto di mappatura dei rifiuti basato sull’applicazione di speciali etichette elettroniche sui rifiuti di origine domestica che seguiranno il loro viaggio dal momento in cui vengono gettati nella pattumiera a quando arrivano in discarica e oltre, all’interno del sistema di raccolta e smaltimento della città. Un campione di famiglie volontarie permetterà di applicare queste etichette su un campione selezionato di rifiuti. Successivamente, attraverso un sistema di trasmissione Wireless, un server centrale raccoglierà ed analizzerà tutte le informazioni provenienti dalle etichette applicate. Trash Track permetterà di monitorare lo smaltimento dei rifiuti e identificare potenziali inefficienze del sistema di raccolta urbano. Nella prima fase ha consentito di analizzare costi e metodologie del viaggio dei rifiuti verso lo smaltimento o riciclo. Secondo i ricercatori del MIT che lavorano su Trash Track questo sistema pilota potrà diventare il primo passo per migliorale l’ecologia urbana puntando al 100% di rifiuti riciclati anche nelle grandi metropoli del Mondo. Oltre il 75% dei rifiuti tracciati nello studio hanno dimostrato l’efficacia e l’efficienza del sistema di riciclo nell’area di Seattle. Più in generale il progetto aiuta i cittadini a prendere consapevolezza che la catena di smaltimento va resa sempre più conveniente. In taluni casi le emissioni di CO2 sono state superiori a qualunque beneficio ambientale, vedi il caso della cartuccia di inchiostro. Questo è il punto di partenza per il futuro del recycling. 32 Un’Italia argentina S Eugenio Sangregorio PERSONAGGI Chi è Eugenio Sangregorio, calabrese di Buenos Aires, che ha costruito un impero sul real estate, sui resort di lusso, sui porti turistici, ma anche sull’idea dei cimiteri privati. Suo il testo della legge per garantire il diritto di voto passivo agli immigrati con passaporto tricolore. Sua la battaglia per far pagare in Euro, e non in pesos, le pensioni agli italiani di Argentina. Ora lancia un grande progetto per favorire la localizzazione delle Pmi italiane nel Mercosur ui terreni dove, adolescente, zappava la terra, ora ha costruito un albergo; proprio su quel campo, il giorno dell’inaugurazione ha radunato i ragazzini di Belvedere Marittimo, in Calabria: “Non dovete aver mai paura di lasciare tutto per inseguire un’idea o un sogno; ogni volta che si torna lo si fa comunque più ricchi di prima. più ricchi dal punto di vista del morale e della forza, più ricchi anche da punto di vista economico”. Così, di certo, è successo a lui: Eugenio Sangregorio, nato nel 1939 in provincia di Cosenza, uno dei tanti protagonisti di una storia dura e difficile di emigrazione. 17 anni, un futuro senza speranza, l’imbarco sulla nave per Buenos Aires per raggiungere la madre che nove anni prima era stata costretta a lasciarlo per via di un difficile divorzio. Sangregorio grazie all’intervento di un giudice (che caso vuole porta il suo stesso nome) ottiene l’autorizzazione all’espatrio e la possibilità di lasciare un ambiente che non gli aveva consentito né di studiare, né di rincorrere quelle idee che già allora aveva ben chiare in testa. L’arrivo in Argentina non è facile, 33 come non era facile quello lasciato alle spalle. All’inizio vive in un’umile casa con tetto di lamiera, attraverso il quale filtra l’acqua piovana. Comincia a lavorare come manovale, dopo due mesi viene assunto in un’impresa siderurgica, la Everedy. In dieci anni riesce a mettere insieme un piccolo capitale che gli consente di mettersi in proprio avviando un’impresa immobiliare che in altri dieci anni diventa la principale società di intermediazione di San Isidro. Nel 1985, raggiunta una posizione economica solida, si occupa della collettività italiana, quella dei milioni di espatriati in Argentina. Tra il 1987 e il 1994 lavora assieme ad altri connazionali alla revisione costituzionale per dare il diritto di voto passivo a chi ha passaporto tricolore. La norma porta il nome di “legge Mercuri”, la persona che presenta la norma e che poi diviene presidente della Camera dei Deputati, ma in realtà per gli italo-argentini sarà sempre la «legge Sangregorio». (Recentemente si è battuto con successo perché i pensionati italiani in Argentina ricevevano le mensilità in euro e non pesos. Per salvaguardarne il potere d’acquisto). Nel 2001 il quotidiano «La Repubblica» dedica una pagina a Sangregorio, il giorno in cui arriva a Firenze per prendere in gestione le case da gioco, Bingo, di Cecchi Gori. «Ha 62 anni e origini calabresi, ha fatto fortuna in Argentina e adesso sbarca a Firenze al posto di Vittorio Cecchi Gori», scriveva il quotidiano. «Non per acquistare la Fiorentina ma per gestire le sale Bingo che avrebbe dovuto aprire il presidente viola. Eugenio Sangregorio, che a El Tigre El Tigre Buenos Aires e Rio de Janeiro ha sale Bingo e palazzi, alberghi e villaggi turistici, dalla Cinebingo di Cecchi Gori ha acquistato due concessioni Bingo e ha preso in affitto i cinema Ariston ed Eolo, per i quali i Monopoli avevano rilasciato le autorizzazioni alla realizzazioni delle nuove tombole di Stato. Adesso l’imprenditore italo-argentino combatte con la burocrazia per avere concessioni edili e autorizzazioni in tempo utile per ristrutturare i locali». La preoccupazione per le concessioni edilizie da ottenere e per i tempi stretti da rispettare era già allora comune a tutti gli imprenditori del Bingo e la situazione col tempo non è certo andata migliorando. «La città è stupenda, il business mi piace, prossimamente potrò allargare i miei affari ad altri settori», dichiarava al tempo l’imprenditore italo-argentino. Per via della burocrazia, di 34 El Tigre è in fase di costruzione una rimessa per yacht. Qui il sistema è lottizzato in modo che i clienti possano ciascun acquistare con atto notarile un box-rimessa per circa 10mila dollari. El Tigre El Tigre sale Bingo in Italia ora ne è rimasta solo una a Roma, che oltre all’hotel in Calabria è la sola attività su suolo italiano. Ma oltre oceano è un’altra storia: il gruppo Sangregorio estende infatti i suoi interessi su tutta l’Argentina ma anche in Brasile. Fattura 60 milioni di pesos al mese e sta lanciando due investimenti da circa 120 milioni di dollari l’uno. Il primo è nella zona di Tigre, «molto esclusiva per gente ricca», Il progetto è dell’architetto Alberto Fernán- dez Prieto, uno dei più importanti dell’intera Argentina: il creatore dell’importante “Puerto Madero”. Il secondo è un progetto di sviluppo immobiliare a Punta del Este (zona esclusiva dell’Uruguay) dove in precedenza vi era il famoso Hotel San Rafael. L’immobile passerà da 130 a 70 stanze, avrà un casino privato e nell’area adiacente sorgerà una zona residenziale. Diecimila dollari al metro quadro. Sempre nella zona de Il colpo di genio di Sangregorio risale però al 1985. «Ho costruito il primo e ancora unico al mondo cimitero privato», dice l’imprenditore. «Los Cipreses» - campo costituito sul sistema identico a quello degli Usa - nella zona di San Isidro: sette ettari di terreno in uno straordinario luogo vicino all’autostrada Panamericana, ed un altro piccolo camposanto a soli 20 muniti dal centro urbano di Buenos Aires. Ma dal 2006 parallelamente ai suoi business, Sangregorio portando avanti la passione politica varca i confini dell’Argentina per puntare al Parlamento italiano. Prima come esponente del PdL in Sudamerica e poi con una lista politica presentata alle elezioni scorse. L’Usei, Unione Sudamericana Emigrati Italiani nel 2012 riceve l’adesione dell’ex senatore Edoardo Pollastri, eletto nel 2006 nella circoscrizione America Latina nella lista dell’Unione e lo scorso febbraio conquista un seggio con Renata Bueno italo brasiliana figlia di Rubens Bueno deputato a Brasilia del Partito Popolare Socialista. Per l’occasione Sangregorio ha dichiarato: «Un seggio storico, una svolta che rende onore a tutti gli emigranti italo-argentini. Il seggio conquistato dall’Usei al parlamento italiano è solo il primo concreto passo verso una nuova era fatta di collaborazione tra i figli della stessa grande patria che da decenni vivo- 35 no, lavorano e onorano due nazioni da sempre vicine anche se così distanti. Ora, invece, la nostra onorevole Renata Bueno da sola rappresenterà tutti quei valori per cui ci siamo sempre battuti sul territorio, ricordando quanti di noi vivono in Sudamerica ma non hanno dimenticato le profonde radici degli avi. Renata, votata dall’Argentina al Brasile passando per tutte le altre nazioni amiche, rappresenta da sola tutta la filosofia del nostro movimento: è giovane come deve essere giovane la speranza di un futuro migliore per tutti, è sudamericana nella mente e italiana nel cuore». «È questa la terza generazione di emigranti che - ha sottolineato - dovrà essere capace di trovare una nuova strada per avvicinare le due sponde che guardano l’oceano, ragionando sempre più con l’obiettivo di azzerare le distanze e far diventare l’Italia, l’Argentina o il Brasile un unico grande paese che avrà come bandiera il sentimento che ci lega ai nostri due mondi». Non a caso il progetto politico economico dell’Usei è molto chiaro. Creare poli tecnologici dove accogliere le aziende italiane, trapiantarle in Argentina e farle crescere nel Mercosur. Il progetto Usei (Unione Sudamericana Emigrati Italiani) di “integrazione economica” per il settore delle Pmi voluto da Sangregorio appare dunque come un piano strategico ampiamente utilizzato nel resto del mondo. «La mia proposta», spiega a ChMagazine «è quella di stabilire un’alleanza strategica che permetta di potenziare le risorse ed i talenti degli ses Los Cipre italiani e degli argentini, attraverso il settore delle piccole e medie imprese». L’internazionalizzazione delle Pmi italiane in Argentina e di quelle argentine in Italia è un’opportunità per creare nuovi posti di lavoro e relazioni economiche di reciproco interesse. Le Pmi italiane possiedono un alto livello di progettazione e di tecnologia, mentre l’Argentina, oltre alle notevoli quantità di materie prime, conta sull’esperienza del mercato locale; l’alleanza di questi due paesi permetterebbe una grande apertura nel mercato sudamericano. Aprire alla produzione italiana il Mercosur, e creare una espansione del mercato argentino verso l’Europa attraverso l’Italia, costituirebbe un vantaggio di competitività che rafforzerebbe entrambe le economie. «Promuovere l’associativismo tra imprese», conclude Sangregorio, «potrebbe essere la vera soluzione per uscire da questo grave momento di crisi mondiale. Niente è più forte sul mercato del made in Italy, per questo è fondamentale che le imprese italiane vengano internazionalizzate. Secondo dati ufficiali del 2011 attualmente il commercio si suddivide in esportazioni dall’Argentina verso l’Italia per 2.224 milioni di dollari, mentre le esportazioni dall’Italia verso l’Argentina sono per 1.482 milioni di dollari». In milioni di dollari dall’Argentina all’Italia vengono esportati 869 per alimenti elaborati; prodotti chimici per 507; carni e prodotti animali per 254, e vegetali per 175. Dall’Italia verso l’Argentina sempre in milioni di dollari vengono esportati: macchinari per 696, prodotti chimici per 345 e manufatti per 115. Numeri a parte il fondamento sta nel sentimento. L’attaccamento all’Italia di un italiano all’estero sarà sempre più forte di chi ci vive e chi chiede a Sangregorio di prendere posizione tra Roma e Buenos Aires si sente rispondere: «Perché prendere posizione tra la madre e la moglie?». Infatti sono un’unica famiglia. CA L’ora stellare di Selex Es Riorganizzazione del portafoglio prodotti, prua sugli aeroporti del Far East e sull’high tech, conferma del successo di mercato dei radar e dei sensori per sistemi satellitari. Nel 2017 i siti Selex scenderanno da 10 a 4 in Uk e da 48 a 22 in Italia, con la previsione di un fatturato alimentato per la metà dal settore civile. Nerviano punta di diamante per lo spaziale Claudio Antonelli A l recente salone aeronautico di le Bourget, il primo della nuova Selex Es, nata sette mesi fa dalla fusione di Selex sistema Integrati, Selex Galileo e Selex Elsag, l’amministratore delegato Fabrizio Giulianini ha tracciato la strada del prossimo quinquennio. Il 50% degli ordini e del turnover arriverà dal mercato non domestico (Italia e Uk) per il resto ci sono fortissimi programmi che ancorano la tecnologia Selex a sentieri abba- stanza larghi, quanto possono essere l’Eurofighter, le fregate italiane Fremm e gli elicotteri NH90. Per aggredire il «mercato emergente», ha spiegato Giulianini, «sarà però importante riorganizzare il portafoglio da 550 prodotti a 350, così come portare a termine il piano di riorganizzazione concordato con i sindacati». A regime, nel 2017, il numero dei siti Selex in Inghilterra scenderà da 10 a 4 e in Italia da 48 a 22. Nello stesso anno secondo i piani del management la metà del fatturato dovrà provenire dal comparto civile, mettendo a frutto una serie di tecnologie provenienti dal mondo militare e soprattutto tenendo presente che il mondo dell’air traffic control è in continua espansione. «In particola- re, » ha aggiunto Giulianini, «nel Far East si conta nei prossimi anni di costruire un grande numero di scali e la nostra società è in ottima posizione per rifornire tutti quegli aeroporti della tecnologia necessaria». Nel settore dell’aviazione civile, grazie all’integrazione delle capability presenti all’interno dell’azienda, Selex ES è già presente in oltre 150 Paesi al mondo con sistemi per il controllo del traffico aereo, e può fornire lo sviluppo, realizzazione e gestione di aeroporti ‘turnkey’: dalla gestione e controllo del traffico aereo, fino al controllo accessi, alle informazioni di volo e alla gestione bagagli. Un modo per dare una risposta unica a tutte le esigenze che emergono dalla crescita vorticosa nel numero dei passeggeri aerei. La nuova struttura Lo scorso novembre il Ceo della nuova società, Fabrizio Giulianini, ha presentato la struttura organizzativa, oltre all’accordo, raggiunto dopo le lunghe polemiche dei mesi scorsi, tra il gruppo Finmeccanica e le organizzazione sindacali. Unico no quello delle Fiom-Cgil. Quello contenuto nel Piano è un soggetto leader globale nel campo delle tecnologie elettroniche e informatiche, con circa 17mila dipendenti, ricavi superiori a 3,5 miliardi di euro, mercati domestici in Italia e Regno Unito e una forte presenza industriale con società negli Stati Uniti, Germania, Turchia, Romania, Brasile, Arabia Saudita e India. La struttura organizzativa si articola su tre specifiche divisioni: - Divisione Air and Space Systems guidata da Norman Bone, comprende le attività relative ai sensori aeroportati, i velivoli senza pilota, i sistemi di guerra elettronica, i sistemi integrati di missione, i sistemi di simulazione, gli aerobersagli, i sensori stellari, paylaods ed equipaggiamenti. - Divisione Land and Naval Systems diretta da Lorenzo Mariani abbraccia le capabilities elettro ottiche, il disegno di architetture di sistemi complessi, i sistemi tattici integrati, sistemi navali da combattimento, i radar navali e terrestri, le reti di comunicazioni militari. - Divisione Security and Smart Systems guidata da Paolo Piccini comprende le architetture di sistemi per la protezione del territorio e delle infrastrutture critiche, la gestione di dati e persone, i sistemi di comunicazione, l’Information technology, i sistemi aeroportuali e di controllo del traffico marittimo. Trasversalmente alle divisioni opera un Coo, Alessio Facondo, che assicura il presidio di tutte le aree di attività direttamente connesse all’operatività di Selex ES, alla competitività industriale, alla gestione della produzione e alla standardizzazione, riutilizzo e sviluppo delle tecnologie di base e delle piattaforme tecnologiche comuni. In particolare l’azienda concentra la propria attenzione su tutte le soluzioni integrate, i singoli sensori e componenti avionici che contribuiscono ad una soluzione ISR/ISTAR, e che spaziano dagli UAS, quali il Falco nelle sue due versioni, ai sistemi di sorveglianza aero portati per velivoli pilotati e non, quali ATOS e SkyISTAR, fino alla gamma di radar di sorveglianza AESA. I radar di ultima generazione di Selex ES, a scansione elettronica e meccanica, hanno registrato un crescente successo di mercato, essendo integrati su oltre 20 piattaforme ad ala fissa, ala rotante e su nove diversi UAS. Sempre nel settore ISR/ISTAR l’azienda ha presentato al salone di le Bourget di giugno alcuni sistemi recentemente introdotti sul mercato quali i sistemi compatti per ELINT/COMINT Sage e RWR Seer, ideali per elicotteri e UAS anche di piccole dimensioni. In mostra anche il sistema di protezione DIRCM (Direct Infrared counter measure) di ultima generazione Miysis, che si distingue per ridotto peso, ridotti ingombri e facilità di integrazione, e il nuovo wide band datalink, con performance potenziate, ideale per supportare le crescenti usiness ano - Aree di b i Nervi Stabilimento d 39 necessità di download di dati e informazioni e necessario nelle nuove operazioni di sorveglianza persistente tattica e strategica. Stabilimento di Nerviano Nello stabilimento di Nerviano, vicino a Milano, con i suoi 800 dipendenti, si sta sviluppando il nocciolo duro dell’eccellenza di Selex Es. Per via del know how della radaristica (basti pensare che Gabbiano e Grifo sono partoriti qui) e dell’avionica, ma soprattutto per le eccellenze spaziali. Erede dei produttori di ottica Salmoiraghi, a metà degli anni ‘80 grazie al Tornado la produzione viene diversificata. Si abbandona progressivamente la meccanotronica per dare grande impulso all’avionica. Anche il progetto Amx traina il sito di Nerviano per diversi anni e lo lancia verso le nuove sfide del 2000. Una delle eccellenze di Nerviano è la particolare produzione di schede elettroniche orizzontali. Dallo stabilimento ogni anno ne escono oltre 10000 di 500 tipologie diverse e relative a ben 210 programmi distinti. Il segreto sta nel produrre un sistema da boutique con prezzi competitivi, tant’è che in molti chiamano la Selex di Nerviano l’Armani delle schede. Motivo per cui, assieme a tutto lo sviluppo e l’integrazione verticale, non può essere trascurata la presenza di Selex ES nel settore dei fighter avanzati, settore nell’ambito del quale l’azienda contribuisce per oltre il 60% dell’elettronica di bordo dell’Eurofighter Typhoon, per importanti segmenti della simulazione di volo e di missione e per la fornitura di servizi di logistica di tipo “availability” ai clienti domestici e internazionali. Selex ES equipaggia anche il caccia di ultima generazione della SAAB, il Gripen NG, per il quale fornisce il radar a scansione elettronica Raven ES, il sistema IRST Skyward G, innovativo sensore di inseguimento e puntamento, in grado di operare sia in modalità attiva che passiva, per operazioni stealth, nonché il sistema IFF di nuova generazione. In rappresentanza di questa tipologia di sistemi, Selex ES ha presenta to al salone pariginol’M425 e l’M428 Compact IFF Transponder, quest’ultimo una versione miniaturizzata di nuovissima generazione, che operano in modo S e Modo 5, e l’RT 200 HF Transceiver System per la comunicazione voce e dati. Spazio Lo stabilimento di Nerviano in particolare vanta una lunga presenza di nei programmi spaziali internazionali, come fornitore di sistemi ed apparati all’agenzia spaziale Italiana (ASI), a quella europea (ESA) e alla Nasa. La famiglia dei sensori di assetto Startrackers equipaggia i satelliti LEO e GEO, le sonde spaziali (come il Pluto della NASA), mentre il sensore IR IRES-NE è il principale sensore d’assetto per il sistema di navigazione dei satelliti Galileo. Il cui preciso posizionamento è assicurato dall’orologio atomico maser PHM. Con una stabilità di frequenza che equivale ad uno scarto di 1 nano secondo ogni 100.000 secondi, il Passive Hydrogen Maser (Phm) è il più stabile orologio mai realizzato per applicazioni spaziali. Galileo, il più sofisticato sistema di navigazione satellitare mai realizzato, utilizza gli orologi atomici prodotti in Italia e in joint venture con una società svizzera appositamente acquisita da Selex. L’eccellente stabilità di frequenza del Maser garantisce la precisione richiesta dal sistema Galileo fino a 30 centimetri per più di otto ore senza alcuna sincronizzazione da parte del controllo a terra. Gli orologi Maser saranno presenti a bordo di ciascuno dei 27 satelliti costituenti la costellazione completa. A oggi Selex ex ha vari contratti in corso, assegnati dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) con il contributo finanziario dell’Agenzia Spaziale Italiana relativi alla fase di sviluppo e ingegnerizzazione ed alla costruzione del Maser. L’orologio, che nel 2005 si è aggiudicato il Premio Innovazione di Finmeccanica, permette di determinare con precisione il tempo impiegato dal segnale trasmesso dai satelliti del sistema Galileo per raggiungere il ricevitore dell’utente. Essendo no- 40 FUNZIONAMENTO Microwave Amplification by Stimulated Emission of Radiation Una sorgente di potenza a radio frequenza spara energia su un fascio di molecole di idrogeno rompendone i legami all’interno del bulbo di dissociazione creando atomi di idrogeno allo stato eccitato che opportunamente convogliati in una cavità a microonde decadono allo stato fondamentale emettendo energia ad una precisa frequenza tipica dell’atomo di idrogeno. Questa frequenza ultrastabile è il segnale di riferimento temporale, orologio, del sistema di navigazione. ta la velocità di propagazione del segnale e la posizione dei satelliti, il tempo permette di determinare, attraverso una triangolazione effettuata dal ricevitore, la posizione a terra con una precisione proporzionale alla stabilità dell’orologio (migliore di 1 m). Grazie alla sua straordinaria stabilità, l’orologio atomico consente di misurare intervalli di tempo con estrema precisione. Trova applicazione quindi in astronomia (per la sincronizzazione dei radiotelescopi), per la sincronizzazione di reti di telecomunicazione, di distribuzione dell’energia, di generazione della scala dei tempi internazione (ora esatta) e in metrologia. Sono passati oltre 250 anni da quando John Harrison, un artigiano orologiaio inglese, vinse il premio di 20.000 sterline per la “Determinazione della longitudine” indetto dalla Regina Anna nel 1714 e consegnatogli dopo 47 anni di studi e sperimentazioni, grazie all’intervento decisivo di Re Giorgio III. John Harrison vinse questo premio grazie alla realizzazione di un “Cronometro marino” che misurando con buona ap- prossimazione il tempo riferito al meridiano di Greenwich permetteva di risolvere il problema della determinazione della longitudine della nave. La precisione di questo primo riferimento di tempo era di 5 secondi su 60 giorni. A Nerviano a compiere passi da gigante non è stato solo il tempo. Anche gli spettrometri che sono a bordo dei principali programmi di osservazione e sorveglianza del pianeta, come METOP e GMES, come pure quelli che equipaggiano le missioni internazionali per lo studio dell’universo (DAWN; Cassini-Huygens). Per non parlare di sonde e satelliti come Rosetta, Herschel/Plank, ATV, Cosmo-Skymed che utilizzano pannelli solari e sistemi di regolazione e distribuzione delle alimentazioni prodotti da Selex Es. Così come i sistemi di prelevamento automatico di campioni ed i sistemi robotizzati sono a bordo delle missioni Rosetta, ExoMars ed Aurora. Un esempio su tutti è la presenza in Rosetta, il progetto Esa che mira a spiegare e analizzare le possibili correlazioni tra l’impatto di comete e l’origine della vita sulla Terra. La cometa Churymov-Gerasimenko, che sarà raggiunta dalla sonda nel novembre del 2014, grazie alla tecnologia di Nerviano, farà conoscenza con un altro strumento tutto made in Italy. Il drill di Selex es che riuscirà dopo l’atterraggio e l’aggancio del lander sulla cometa a trivellarne la superficie per almeno due metri di profondità, prelevare campioni di sabbia o roccia, analizzarli sul posto e mandare le informazioni agli scienziati europei. Il tutto in completa autonomia. Un sistema che nessun altra azienda al mondo è riuscita a fornire. Enrico Verga INCHIESTA CENTRO ASIA Uzbekistan: la gigantesca briglia di Rogun, ultimo sogno faraonico della pianificazione sovietica precipita nel rischio desertificazione le aree fertili alimentate dall’Amu Darya. E l’incubo terremoti incombe su una struttura che dovrebbe raggiungere i 335 metri di altezza ed essere realizzata spostando 80 milioni di metri cubi di terreno. 42 L’ Asia centrale in acque difficili? Sembrerebbe proprio di si. L’analisi sulle conseguenze di lungo periodo della pianificazione territoriale evidenzia risultati drammatici specie per l’Uzbekistan, il prescelto da Mosca per diventare il sito strategico del cotone. La pianificazione idrica per l’irrigazione, sviluppata in modo a dir poco approssimativo, a oltre 20 anni dal disgregamento dell’Unione sovietica, costringe una delle più giovani democrazia centro asiatiche ad affrontare una vera e proprio sfida per la vita, mettendo sul piatto la sua sopravvivenza economica e sociale. E tutto passa attraverso l’acqua, con almeno due progetti che materializzano un rischio fatale per il già precario equilibrio dell’economia agricola Uzbeka. La diga di Rogunskaya e la diga di Kambarata-1 (la prima sotto il controllo del governo Tajiko, la seconda pianificata dal Kyrgyzstan) potrebbero imbrigliare una larga parte delle acque dei due maggiori affluenti dei fiumi che portano l’acqua alle nazioni a valle: Kazakhstan, Turkmenistan e più rilevante Uzbekistan. Tra i due progetti quello che desta maggior preoccupazione è quello del Tajikistan: il progetto di Rogun Hydroelectric Power Plant (HPP), con una capacità di 3600 MW, sequestrerà un’amplia quantità delle acque del fiume Amu Darya, il maggior fornitore di acqua delle aree agricole Uzbeke. Il progetto della diga di Rogun è l’ultimo sogno del decaduto impero sovietico. Durante la progettazione dell’impianto, tuttavia, gli ingegneri russi non erano riusciti a risolvere differenti problemi: aumento dell’instabilità del terreno roccioso intorno agli argini, infiltrazioni di acqua negli strati di sale minerale alla base del bacino della futura diga. A questi problemi si deve aggiungere un rischio sismico elevato. La diga, nel punto più alto, dovrebbe essere alta circa 335 metri. Il sito di costruzione della diga è nell’area tettonica nella regione di Vakhsh, parte integrante della faglia di Tian-Shan e Hissar-Kokshaalsk. La sismicità di queste zone è tra le più elevate del centro Asia. I recenti terremoti di fine Maggio 2013, avvenuti a sud di Taskent (la capitale dell’Uzbekistan) hanno superato i 5 punti sulla scala Richter. Un sisma simile ha investito l’Emilia Romagna l’anno scorso con esiti che ancora lasciano tracce nel territorio italiano. Stando al U.S Geological Survey, ci sono fino a 8 eventi sismici di differente magnitudine ogni settimana nella regione del PamirHindi Kush, la stessa area interessata dal progetto della diga di Rogun HPP. In aggiunta alla criticità sismica naturale si deve pensare ai circa 80 milioni di metri cubi di terreno che dovranno essere riposizionati e ai 14 miliardi di tonnellate di acqua del bacino che creeranno un ulteriore pressione sul sistema geologico montuoso locale. È possibile che la costruzione della diga possa aumentare sensibilmente il rischio sismico dell’area. Se un evento sismico colpisse la diga di Rogun avrebbe effetti devastanti. Scienziati e ingegneri uzbeki stimano che la pressione liberata di 14 kilometri cubici di acqua creerebbe una onda simile, per devastazione, ad uno tsunami oceanico. Alto centro metri il muro d’acqua scenderebbe per il fiume Vakhsh alla velocità di 100 km all’ora distruggendo le già esistenti dighe di Nurek e collassando violentemente sulle città di Nurek, Sarban, Kurgantyube e Rumy. I danni per gli abitanti delle tre nazioni interessate Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan sarebbero 43 incalcolabili. Il secondo problema che il progetto della diga pone è di natura economica. L’Uzbekistan è il secondo produttore mondiale di cotone. Si stima che circa il 30% del Pil nazionale sia direttamente o indirettamente collegato alla coltivazione del cotone. La disponibilità di acqua, se la diga fosse costruita, diminuirebbe drasticamente con un danno diretto per l’economia del cotone e di conseguenza l’intero sistema economico nazionale. Vi è inoltre un elemento ambientale di lungo periodo che spesso viene trascurato nelle analisi di fattibilità della diga. La regione centro asiatica ha un delicato e fragile equilibrio. Già in passato durante l’era sovietica tale equilibrio è stato messo a dura prova, un esempio significativo è la riduzione di dimensioni del mare di Aral. La creazione del bacino idrico di 14 km cubici implica una riduzione dell’afflusso di acque a valle per almeno 8-10 anni con un impatto diretto sul sistema ambientale regionale. La riduzione di afflusso di acqua del fiume Amu Darya aumenterà ulteriormente la depauperazione dei canali idrici, accelerando il processo di desertificazione dei laghi e delle paludi, con l’aumento di nuove paludi salate e di takyr (siti ad elevate salinità, termine locale) che colpiranno direttamente le aree agricole decretandone un pessimo raccolto e un aumento della salinità del terreno.Il governo Uzbeko stima che il danno economico aggregato, causato dalla costruzione della diga di Rogun, possa ammontare ad oltre 20 miliardi di dollari includendo i danni al sistema agricolo alimentare e non alimentare, il deperimento del suolo e lo spostamento delle popolazioni a causa dell’inasprimento dell’area per carenza d’acqua. Esistono differenti accordi definiti in seno alle Nazioni Unite come lo United Nations Convention on the Protection and Use of Transboundary Watercourses and International Lakes of September 18, 1992; il 1997 United Nations Convention on the Law of the Uses of International Watercourses, adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 21 maggio 1997 che definiscono con semplicità e chiarezza i vincoli e i limiti che tutte le nazioni interessate da un comune sito idrico devono adottare nella valutazione di progetti che possono influenzare il sito idrico stesso. Nel settembre del 2012 incontri tra i presidenti del Kazakhstan e del Uzbekistan hanno aggiunto un punto di vista chiaro sulla situazione centro asiatica. “Gli incontri hanno definito la creazione di meccanismi comuni per l’utilizzo dell’acqua e dell’energia in Centro Asia e l’attivazione di un fondo internazionale per salvare il mare di Aral. Questo tema è importante per tutte le nazioni. Vorremmo ricordare ai nostri vicini e fratelli che stanno a monte che noi, Kazaki, Uzbeki e Turkmeni, che stiamo a valle del fiume Amu Darya abbiamo un deficit di acqua. Ogni persona percepisce questo, dato che colpisce la vita di milioni di persone. Noi speriamo che questi problemi saranno risolti di comune accordo e a comune beneficio di tutte le nazioni” ha dichiarato Nursultan Nazarbayev dopo aver concluso l’incontro con il presidente Uzbeko Islam Karimov. “La situazione idrica è un argomento molto delicato qui. Le analisi che la Banca Mondiale sta promuovendo in merito al progetto di Rogun potranno offrire una visione imparziale sull’opportunità di costruire la diga”. Ha dichiarato Riccardo Manara, ambasciatore italiano in Uzbekistan. «È importante rammentare che quest’anno vi saranno le elezioni presidenziali in Tajikistan e il tema dell’energia è uno dei maggiori soggetti della campagna elettorale. Dobbiamo inoltre ricordare che questo progetto potrebbe essere estrema- 44 mente costoso e finora, anche se le tre maggiori potenze (Cina, Usa e Russia) osservano con attenzione l’Uzbekistan, nessuna di esse ha manifestato apertamente l’interesse di supportare economicamente e politicamente il progetto». Continua Manara «l’Uzbekistan è la chiave di volta nell’intero equilibrio del Centro Asia. Esiste anche una crescente preoccupazione tra i cinque stati centro asiatici in merito all’evoluzione dell’Afghanistan dopo il 2014, quando le truppe Usa e della coalizione lasceranno la nazione». Dichiara Manara: «L’Italia dovrebbe aumentare la sua presenza nella regione. Prima di tutto la nostra esperienza nel settore dell’ingegneria è benvenuta qui. Il politecnico di Torino ha aperto con successo una sede qui e i benefici, in termini di formazione, sono riconosciuti ampliamente dal governo nazionale. Le compagnie alimentari e agricole, che producono macchinari specie per il settore tessile, sono egualmente benvenute considerando la vasta produzione e processazione di cotone». La coltivazione del cotone è vitale per l’economia nazionale. I recenti attacchi di Soros (attraverso la sua fondazione) hanno indicato come in Uzbekistan via sia uno «sfruttamento della popolazione rurale, anche nel caso dei bambini, come raccoglitori di cotone». «Il governo Uzbeko sta migliorando questa situazione e le conferme positive arrivano dal recente rapporto dell’Unicef» conclude Manara. Le attività di supporto svolte dall’Unicef e dall’Undp per migliorare gli standard qualitativi di vita delle popolazioni colpite dalla situazione idrica, specialmente nell’area del mare di Aral, sono sviluppate spesso in coordinamento con le NGO locali che, sparse sul territorio, riescono a promuovere con grande attenzione progetti localizzati e mirati alle esigenze di ogni singola area. Tra le NGO maggiormente attive nel settore dei microprogetti è presente il Social Initiatives Support Fund (SISF). La NGO, partecipata dal Fondo di Gulnara Karimova (fondatrice del Fund Forum e una delle persone più attive nelle opere sociali in Uzbekistan) ha supportato differenti iniziative offrendo miglioramenti della qualità della vita per oltre 2 milioni di persone. Nel 2012 il SISF ha reso disponibile prestiti a fondo perduto alle comunità rurali del Kazakhdarya nella regione del Karakalpakstan. La comprensione del fragile equilibrio idrico in Centro Asia è necessario per lo sviluppo delle relazioni europee ed italiane in questo contesto complesso e sfidante. Le risorse energetiche centro asiatiche, petrolio e gas, e quelle minerarie possono essere le fondamenta per lo sviluppo di una economia stabile e ricca. Sarà necessario tuttavia che il governo italiano valuti attentamente le sfide diplomatiche che il Centro Asia pone. Prima tra tutte la creazione di un equilibrio armonico basato su una corretta condivisione e sfruttamento delle risorse idriche. In tal senso la grande esperienza dell’Italia nel settore delle energie rinnovabili e delle dighe può essere un sicuro vantaggio per il sistema paese nella sua collaborazione con l’Uzbekistan. 45 l’inchiesta di CH Come controllare il 40% dei flussi di merce per l’economia globale e non farsene accorgere: le tre maggiori compagnie di trasporto container si alleano, creano nei fatti un mega cartello, conquistano il potere di condizionare rotte e sviluppo schierando in campo navi lunghe quanto quattro campi di calcio. Solo Cina e Francia sembrano aver capito che piatto è in gioco l’inchiesta di CH Malcom McLean Quando Malcom McLean lanciò con Sealand il primo servizio di trasporto marittimo che prevedeva l’utilizzo di scatoloni di metallo per trasportare la merce, nessuno avrebbe potuto prevedere che di fatto l’intero interscambio mondiale di beni finiti o semilavorati sarebbe finito dentro ai containers. Ma specialmente nessuno avrebbe potuto prevedere quanto sta accadendo sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno almeno apparentemente se ne preoccupi: e 46 cioè che i nuovi equilibri mondiali non si giocheranno sul controllo delle fonti energetiche, oggetto, per altro, con lo shale gas e con la conquista americana della leadership produttiva sia nell’oil che nel gas, di una vera e propria rivoluzione; bensì sul controllo assoluto e totale da parte di una oligarchia di tre, quattro al massimo cinque grandi multinazionali sulle grandi rotte di traffico marittimo e quindi su una quota dell’interscambio mondiale, che, quanto a valore trasportato in container, probabilmente rappresenta già oggi più dell’60% della ricchezza in movimento sul pianeta. Considerando che l’interscambio mondiale muove qualcosa come 57,7 miliardi di euro, che oltre il 90% di questi scambi avviene via mare, che di questa quota marittima di mobilità delle merci oltre il 65% quanto a valore viene trasportato in container e che i primi cinque gruppi del mercato di questo trasporto si avviano a controllare una quota superiore al 70%. Ebbene, sono sufficienti questi numeri, per comprendere il valore della partita che si sta giocando sulle rotte marittime, ma specialmente il peso e il potere contrattuale, in termini di scelta di territori da servire e quindi da sviluppare, che questi cinque gruppi, il cui peso specifico è tutt’oggi drammaticamente sottovalutato, deterranno sull’economia globale. Se esiste un simbolo di questo orwelliano “Grande fratello del mare”, questo è senza ombra di dubbio la “Maersk MCKinney” prima di due serie di complessive 20 navi giganti che il gruppo danese Maersk (significativamente la prima porta il nome del l’inchiesta di CH 47 fondatore della compagnia scomparso solo un anno fa alla veneranda età di 98 anni) ha varato nelle scorse settimane. E se esiste anche solo il sospetto che l’oligarchia di container carriers che comanda i grandi traffici si trasformi in un cartello in grado potenzialmente di condizionare i flussi, o più banalmente, i costi che gravano sulle produzioni oggetto dell’interscambio mondiale, ebbene si può affermare che il sospetto non è più tale: è ormai diventato una realtà. L’intesa fra le tre prime compagnie container del mercato mondiale, ovvero Maersk, Msc e Cma-Cgm che hanno deciso di porre a fattore comune 256 navi giganti impegnate su 29 servizi su tre rotte principali del traffico marittimo mondiale, riversando su queste tratte una potenza di fuoco di 2,6 milioni di container, travalica ovviamente i confini di un normale accordo commerciale e delinea quelli di una sfida per il controllo diretto dei gangli vitali dell’economia mondiale, la cui magnitudo rende stupefacente il disinteresse di gran parte degli Stati sovrani, dell’Unione europea, ma anche delle grandi concentrazioni pro- duttive che da domani dovranno fare i conti con un “trasportatore globale” con il quale sarà difficile, ma molto difficile, trattare”. Nel 2011 tutti i container carriers del mondo hanno trasportato globalmente 589 milioni di container teu da 20 piedi. A bilancio 2013 quanti saranno e specialmente quale quota 48 di questo mercato sarà stabilmente in cassaforte di tre armatori che sommando le loro forze hanno messo in campo una capacità di trasporto e quindi numeri di teu che potranno essere raggiunti solo sommando la capacità delle flotte dei 18 gruppi che nel ranking mondiale inseguono Maersk, Msc, Cma-Cgm? E che effetto domino innescheranno le navi triple E (la capostipite è la MCKinney) o comunque i giganti sopra i 15.000 teu di portata di cui nei prossimi mesi sempre questi tre gruppi, ormai devoti al gigantismo navale, hanno fatto incetta nei portafogli ordine dei cantieri mondiali? Ma prima di affrontare questi interrogativi nonché le conseguenze traumatiche nella scelta dei porti di scalo che saranno in grado di accogliere questi colossi, conquistando grazie a banchine in acque profonde e a spazi tali da consentire a quattro campi di calcio (tanta è la lunghezza delle nuove navi) di manovrare all’interno di uno scalo marittimo, ci appare indispensabile sollevare un interrogativo che oggettivamente a oggi sembra rimanere senza risposta. È possibile che nessuno (salvo eccezioni di cui parleremo in seguito) sia a livello di leadership politiche, sia di leaderships economiche e produttive, sia di analisti e osservatori dei cambiamenti geo-politici in atto, si sia posto domande su quale sarà l’assetto a medio e lungo periodo dell’interscambio mondiale? A dire il vero qualcuno se ne è reso e se ne sta rendendo conto. Il governo cinese ormai da due decenni sostiene le attività di trasporto marittimo (siano esse compagnie di navigazione, siano porti) considerandole un tassello fondamentale per l’affermazione di un nuovo ordine economico mondiale e quindi per l’affermazione della produ- zione cinese sui mercati internazionali. Non casualmente le due compagnie della Repubblica popolare cinese, Cosco e China Shipping, stabilmente fra i primi dieci carrier nella classifica mondiale, agiscono in sempre più stretto coordinamento e hanno attuato una politica di metodica appropriazione dei nodi di interscambio del commercio mondiale. Ultimo in ordine di tempo quel porto del Pireo-Atene, che è la chiave per aprire la porta dei traffici distributivi nell’intera area mediorientale, sino alla Turchia, e che al tempo stesso è il grimaldello attraverso il quale scardinare le per altro sempre più fragili protezioni del mercato europeo. Se n’è reso conto anche il governo francese, che proprio nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di acquisire una quota del capitale di Cma-Cgm, terza nel ranking mondiale e terzo partner dell’alleanza con Maersk e Msc. Per il resto solo silenzio e, nel migliore dei casi, apparente disattenzione. Sono trascorsi quasi 26 anni da quando Italia di navigazione e Lloyd Triestino, le due compagnie italiane di trasporto container controllate da Finmare con capitale pubblico, furono privatizzate. Avevano navigato per decenni sotto la forza di un acronimo: PIN. Preminente interesse nazionale, ovvero sotto la allora distorta convinzione che lo Stato dovesse mantenere in vita sempre e comunque, una flotta di bandiera ita- 49 liana per il suo valore strategico di “controllo” sull’interscambio mondiale. Allora le dimensioni di quelle compagnie e la presenza sul mercato di alcune centinaia di operatori rendevano anacronistica e fuori da ogni senso logico, quella pretesa di posizionamento strategico. Ma oggi? I tre protagonisti dell’intesa che comunque rivoluzionerà un mercato del trasporto container da troppi anni a caccia di equilibrio, rimuneratività e stabilità (attraverso una ripresa dei noli sino ad oggi inchiodati in basso dalla sovra capacità della flotta mondiale di portacontainer e dall’alto numero di navi in disarmo), sono per storia, caratteristiche, identikit soggetti anomali e prontamente diversi l’uno dall’altro sia sulla scena del container market, sia su quella dell’economia globale più in generale. Maersk, è parte integrante del gruppo danese Moller, che non solo nei fatti è un gruppo-Stato per l’incidenza delle sue attività (inclusi i cantieri navali dove costruisce le sue navi), ma che storicamente nel settore container (sembrerà un paradosso) riesce a far quadrare i conti grazie alle possenti rimesse dell’attività petrolifera. Quindi la Msc, anomalia per eccel- lenza. N o n o stante la dimensione della sua flotta, nonostante piani di investimento per miliardi di euro (basti pensare che la Maersk MCKinney costa 190 milioni) conserva due caratteristiche: è società a gestione familiare ed è una one man company, governata a vista dal suo fondatore e presidente, l’armatore sorrentino, ormai da anni naturalizzato ginevrino, Gian Luigi Aponte. Dei fondamentali di bilancio di Msc, al di là delle indiscrezioni, non si sa nulla. Negli ultimi mesi gli analisti l’hanno indicata fra i leader del mercato come quella più esposta a scalate. Terzo partner della grande alleanza, la compagnia Cma-Cgm. Originariamente compagnia di Stato e quindi “bandiera” sul mare della Francia 50 gaullista, quindi caduta in disgrazia e salvata dal finanziere Vincent Bollorè (oggi fra i più attivi protagonisti del trading e della logistica mondiale in aree strategicamente ipersensibili come l’Africa sub sahariana), poi rilevata da un altro finanziere, il sirolibanese Jacques Saade. Precipitata con la grande crisi del 2009 nel baratro di un fallimento che pareva inevitabile, la compagnia si è salvata grazie alle ripetute iniezioni di denaro pubblico da parte del governo di Parigi che oggi la considera tanto strategica da spingere il suo Fond strategique a mettere a disposizione un bel po’ di milioni emettendo obbligazioni garantite. Insieme, queste tre multinazionali che - secondo molti - rappresentano il riferimento anche di forti interessi extra-shipping, saranno padrone della fetta più consistente dell’interscambio mondiale teoricamente potendosi permettere di incrementare finalmente le rate di nolo, garantirsi una remuneratività del capitale investito che (alla luce del loro indebi- tamento) sino a oggi si è rivelata impossibile e terranno le regole del gioco. Con un distinguo e al tempo stesso un fattore di incertezza tutt’altro che marginale: la Cina. Pechino ormai da anni investe risorse sempre più consistenti nei suoi porti che hanno letteralmente scalato la classifica mondiale degli scali container, costringendo anche Rotterdam ad ammainare bandiera, ma specialmente nelle due compagnie nazionali China Shipping e Cosco, nonché in una serie di container carriers satelliti o alleati. Quale sarà la strategia di questi due vettori in grado di trasportare quote crescenti dell’interscambio cinese, nel momento in cui lo strapotere della triplice alleanza dovesse imporre oneri ritenuti un fair all’economia della Repubblica popolare? La scelta di tutti questi operatori di usare navi giganti è ormai una realtà consolidata. Nata sulla spinta di economie di scala, rafforzata dalla convinzione di poter trasportare con consumi di carburante invariati (e il carburante rappresenta oggi quasi l’80% dei costi di gestione di queste navi) il doppio del carico, quella al gigantismo navale è diventata una corsa incontrollabile. Secondo i dati proposti da Rino Canavese, ex presidente del porto di Savona e oggi consultant del gruppo Gavio, oggi il 48% degli ordini ai cantieri è per navi con capacità superiore ai 12.000 TEU e a fine 2013 saranno oltre 250 le unità oltre quella portata. Secondo l’ultimo rapporto Alphaliner la flotta mondiale che al 31 dicembre 2012 annoverava 162 navi nella fascia fra i 10.000 e i 18.000 teu di portata, a fine anno ne avrà in servizio 199; a fine 2014, 254; a fine 2015, 282. Una armata sostenuta anche da una crescita altrettanto imponente delle navi fra i 7500 e i 10.000 teu: dalle 326 di fine 2012 alle 453 di fine 2015. Tornando ai market leader è ugualmente impressionante la dinamica di crescita delle flotte: Maersk da una capacità di trasporto 2010 di 14.600.000 teu a una attuale di 17.000.000; Msc da 12.100.000 a 13.2000.000; Cma-Cgm nello stesso periodo da 9.041.000 teu di portata complessiva a 10.600.000. Complessivamente le top 25 della flotta mondiale totalizzavano complessivamente una capacità di trasporto per 109 milioni 149mila teu, con le prime tre attestate sopra i 42 milioni aggregati. P3 Network, così è stata battezzata la nuova alleanza a tre con un nome che in Italia evoca fantasmi del passato, sarà probabilmente operativa a metà del prossimo anno. E probabilmente nessuno è oggi in grado di prevedere quali reazioni a catena innescherà ancora prima della sua nascita. BMD l’inchiesta di CH Chi sono i magnifici 113 che movimentano più di un milione di container. Ma da domani scoppia la rivoluzione e la mappa dei traffici sarà riscritta dalle eliche delle navi giganti e dai piani strategici dei mega carrier. Logistica e delocalizzazioni produttive per assecondare il nuovo ordine mondiale l’inchiesta di CH D ynaliners, il centro studi olandese specializzato nelle analisi sul mercato dei container, li chiama “the millionaires”. Sono i porti nel mondo che vantano un traffico container che ha sfondato la soglia critica del milione di teu. Fra i 113 in classifica solo tre italiani: Gioia Tauro che occupa la 48esima posizione, Genova (63) e La Spezia (99). I top 113 movimentano l’82,5% del traffico mondiale. I new entrants nel 2012 sono stati Brisbane, Honolulu, Itajal, Lazaro cardenas, Taicang, Puerto Limon, San Antonio e Taipei. Alcuni porti sembrano aver imboccato la strada di un declino (come Barcellona che ha perso il 18% dei suoi traffici container) , mentre nell’empireo degli over 10 milioni di traffico annuale, si collocano (con la sola eccezione di Rotterdam) solo porti asiatici, nella stragrande maggioranza cinesi. Quadro consolidato? 52 Tutt’altro. Secondo il parere concorde di tutti gli esperti, i prossimi anni, forse i prossimi mesi, saranno testimoni di una vera e propria decimazione, una selezione fisica dei porti sulla base di quattro caratteristiche che per i mega carriers globali diventeranno indispensabili e irrinunciabili. Pescaggio, ovvero profondità delle banchine, che dovranno tendere verso i 18-20 metri; lunghezza delle banchine che dovranno ospitare contemporaneamente almeno due navi giganti da 300/400 metri di lunghezza; disponibilità di bacini di evoluzione in grado di consentire a queste navi di manovrare e riguadagnare l’uscita dal porto; vicinanza del porto stesso con un grande mercato di produzione e consumo che possa garantire alle navi giganti un flusso di merce (imbarco e sbarco) concentrabile in un solo punto. Se in Estremo Oriente questa rivoluzione ha già imposto le nuove regole del gioco a porti che sono cresciuti parallelamente ai mutamenti in atto nelle caratteristiche del trasporto, in Europa la monopolizzazione dei principali traffici da parte delle navi giganti, e per conseguenza, da parte di un numero limitatissimo di mega operatori globali, produrrà conseguenze devastanti. E non solo sui porti, ma anche sulle aree retro portuali, sui sistemi logistici e persino sulla struttura economica, sia produttiva che distributiva, di aree geografiche estese. Anni addietro l’allora presidente di Assolombarda Benito Benedini a chi metteva in dubbio l’utilità di un corridoio 5 che transitasse al di sotto delle Alpi, ovvero nella pianura Padana, o di un Corridoio 5 che, come Le gru per le nuove navi da18,000 TEU richiedono di poter operare su 23 file trasversali con un’altezza sopra banchina di 52 metri. l’inchiesta di CH 53 puntualmente accaduto, attraversa le grandi regioni produttive di Francia del Nord e Germania, rispondeva ironico: “Nessuna differenza se non quella che progressivamente tutte le grandi aziende produttive tenderanno a posizionarsi lungo l’asse di traffico, de localizzando per ottenere le migliori condizioni possibili per quanto attiene, logistica, approvvigionamenti e distribuzione”. Quel vaticinio sembra attagliarsi alla perfezione al futuro della portualità europea e di quella mediterranea, e, ancora, italiana nei prossimi anni. Inevitabilmente la polarizzazione dei carriers e l’utilizzo delle grandi navi produrrà una parallela e rapidissima polarizzazione portuale e logistica, con concentrazione dei traffici ma anche delle aree di consumo e di produzione in aree circoscritte e rapidamente trasformabili in bacini di alimentazione delle sempre più capienti stive delle navi portacontainer. MENTRE IL PIREO “CINESE” CORRE Gioia Tauro gioca alla Zes Il fallimento della zona franca doganale è scritto sulle pareti arrugginite di decine di capannoni vuoti che si susseguono, senza soluzione di continuità alle spalle del terminal Medcenter di Gioia Tauro. Forse per questo oggi, su iniziativa proprio del gruppo Contship, che Medcenter controlla, e dell’Autorità portuale dello scalo calabrese, sta prendendo forma un’idea nuova, teoricamente percorribile in tempi brevi, per attirare investitori esteri nelle aree retro portuali. È l’idea di portare all’approvazione dell’Unione europea l’istituzione nella piana di Gioia Tauro di una Zona Economica Speciale (Zes), un’area nella quale (come accaduto già sessanta volte in altri paesi europei) gli investitori internazionali (e nazionali) sono attirati da condizioni di abbattimento della pressione fiscale, degli oneri contributivi e previdenziali, di azzeramento dei dazi. In una parola da tutte quelle misure che incidendo sul cuneo fiscale e sulle tasse che oggi gravano sull’impresa, renderebbero competitiva almeno un’area circoscritta d’Italia. Lanciata dal responsabile del terminal di Gioia Tauro, Domenico Bagalà e sostenuta con forza dal presidente del porto, Giovanni Grimaldi, l’idea della Zes è riuscita a smuovere le acque anche in Regione Calabria. Per altro l’iperattivismo di un porto direttamente concorrente, quello greco del Pireo, la cui gestione è stata assunta in toto dalla cinese Cosco, testimonia che i tempi per una decisione non sono infiniti. Il gruppo Cosco, intende effettuare nuovi investimenti per un totale di 224 milioni di euro nel porto ateniese del Pireo per renderlo il più grande ed efficiente del Mediterraneo. Lo ha confermato il premier greco Antonis Samaras durante l’inaugurazione del molo n. 3 del porto alla presenza del presidente della società, Wei Jiafu. Cosco ha investito sinora in Grecia 340 milioni di euro e ci sono ancora grandi possibilità di ulteriori investimenti. Il Governo greco - ha detto Samaras - crede nella logistica come motore per la ripresa dell’economia Cosco prevede che nel 2013 il porto greco raggiungerà una movimentazione di 2,5 milioni di teu, 400mila in più rispetto all’anno scorso. Ma le ambizioni del Governo greco sono ben maggiori. Il primo ministro, infatti, ha ribadito che presto avverrà un nuovo accordo con Cosco per un’ulteriore potenziamento del terminal container che ne aumenterà la capacità a sette milioni di teu, portando lo scalo al primo posto per capacità nell’Europa mediterranea. E da Pechino arriva subito la risposta: ‘’Incoraggerò le imprese cinesi a venire ad investire in Grecia’’. È quanto ha assicurato il presidente della Cosco. 54 We bring the ship to your factory. Era il motto ideato negli anni ottanta da Angelo Ravano, fondatore del gruppo Contship e pioniere della logistica, a rimarcare l’importanza di servizi marittimi e logistici disegnati sulle esigenze della produzione e il mercato. La rivoluzione in atto potrebbe sovvertire proprio il driver che ha caratterizzato per secoli l’attività di trasporto marittimi. Forse ci troveremo costretti ad affermare “we bring the factory to you ship” e se ciò accadrà significherà che anche i singoli Stati avranno perso, spesso per ignavia e per scarsa capacità di vedere oltre la siepe, una delle ultime possibilità di compiere e di non subire scelte che riguarderanno l’organizzazione complessiva dei loro territori. Forse è eccessivo affermare filosoficamente che il “Grande Fratello Container” eroderà la sovranità di nazioni e di istituzioni sovranazionali come l’Unione europea. Ma per scacciare i fantasmi non è sufficiente affermare che non esistono. Il dato di fatto è che i territori che vorranno avere un ruolo strategico centrale nell’economia globale saranno chiamati nei prossimi anni a uno sforzo finanziario concentrato in poche aree realmente e non politicamente importanti per l’interscambio mondiale e quindi coerenti con obiettivi e scelte dei mega carriers. Chi sa di cose portuali italiane ricorderà gli investimenti a pioggia su porti come Pozzallo, piccolo scalo siciliano sottoposto a un costante interramento, o su Manfredonia. Due esempi a caso di un passato che non può tornare. Il Grande Fratello accetterà e non rigetterà come cellule cancerogene solo gli interventi e l’offerta portuale coerente con i mezzi, gli investimenti, le strategie del mercato globale. E su questi poli della logistica portuale pretenderà che i singoli Stati investano una marea di soldi ad esempio in gru di banchina di dimensioni gigantesche (uno sbraccio di oltre 70, a un’altezza di 52 per poter pescare container sino alle 23esima fila sulle navi dell’ultima generazione) incompatibili con alcune posizioni geografiche (basti pensare al grande terminal di Genova Voltri, dove il tetto aereo per l’atterraggio degli aeromobili nel vicino scalo aeroportuale, non consentirà mai l’adozione di tale tipo di gru). La selezione naturale è già in corso. Sta avvenendo ed è avvenuta nel Pacifico dove il traffico si sta polarizzando nei porti di Los Angeles, Long Beach e Oakland, negli Stati Uniti, e Lazaro Cardenas, in Messico mentre gli altri porti sino a ieri concorrenti fra cui Seattle, Vancouver, Prince Rupert, Portland, Tacoma, sono messi da parte come kleenex usati. Accadrà anche in Mediterraneo, con un’esigenza in più. I porti per diventare partner e non sudditi del nuovo ordine dovranno essere in grado anche di polarizzare carico. E ciò comporterà scelte importanti come quella, recentemente ridiscussa a Gioia Tauro e Cagliari, di zone franche (nella nuova e percorribile l’inchiesta di CH 55 versione delle zone economiche speciali) dove attirare fabbriche, centri di distribuzione nazionale e mediterranea, centri di assemblaggio, ovvero tutto quello che consentirebbe anche a un porto mediterraneo di copiare quello che Rotterdam aveva progettato e realizzato (basti ricordare il caso Philips) trent’anni fa. In questa ottica si era mosso Tanger Med, il maxi porto container del Marocco progettato e realizzato in parallelo e in contemporanea con una grande area economia-industriale e logistica che ha favorito l’insediamento di alcune centinaia di imprese, anche italiane. Sta accadendo anche al Pireo, dove la Grecia sta sperimentando l’effica- cia di un’alleanza con i cinesi di Cosco, che potrebbe consentirle di prendersi una rivincita sull’Unione europea e su chiunque l’abbia tenuta a galla solo perché con il Partenone non affondassero anche le banche di casa. UN TERMINAL PER NAVI GIGANTI Civitavecchia cala l’asso Civitavecchia sa di poter contare su tre, o forse quattro, delle tessere del mosaico che raffigura il porto container del futuro. Ha i fondali a 18/20 metri che in Italia sono reperibili (ma all’estremo oriente del paese in zona strategicamente meno raggiungibile) a Trieste e nel costruendo terminal della Maersk a Savona Vado; ha le aree di manovra per le grandi navi giganti; disporrà delle banchine già finanziate per accogliere contemporaneamente due colossi del mare; ha anche il secondo mercato di consumo dell’Italia. Se nei prossimi anni riuscirà a convincere anche strutture produttive e distributive a radicarsi nelle sue aree retro portuali non gli mancherà davvero nulla per diventare la “risposta italiana” all’economia globale dei container. Pasqualino Monti, giovane presidente dell’Autorità portuale, ci crede e crede quindi nella possibilità di bissare nel “porto dei miracoli” quanto già accaduto nel settore delle crociere di cui Civitavecchia è leader mediterraneo. Ma non solo: a condividere questa opinione sono emersi dall’ombra anche due fra i più significativi gruppi logistici e portuali d’Italia e d’Europa. Da un lato, il gruppo Gavio che a Civitavecchia, paga la concessione p e r Pasqualino Monti una grande area inizialmente destinata a ospitare i traffici di carbone e materie prime e ora convertibile in un grande terminal container. Dall’altro, quella Contship Italia che sembra aver colto l’opportunità irripetibile spalancata dalla location geografica, dal mercato e dalla morfologia del porto. Per ora nulla di ufficiale. Ma in certi casi più dei contratti, valgono le presenze e le strette di mano. E per Civitavecchia il terminal container potrebbe diventare realtà in tempi ben più brevi di qualsiasi anche ottimistica previsione. Un terminal in acque profonde con fondali fino a 20 metri che troverà spazio fra la darsena Servizi e la centrale Enel. Sarà in grado di accogliere navi portacontenitori da 18mila teu ed avrà cinque milioni di metri quadri di aree retro portuali, dove troveranno posto centri di assemblaggio dei semilavorati. I lavori inizieranno nel 2015 e godono al momento di un pacchetto di finanziamenti privati da 170 milioni di euro, già approvati dall’Authority. Una volta realizzato, nel primo anno si movimenteranno circa 300mila teu, per arrivare a pieno regime a 700mila annui (nel 2012 il traffico è stato di 55mila teu). Un polo moderno sul modello di Tangeri, lo scalo dove opera proprio Contship attraverso la società sorella Eurogate insieme a Msc e Cma-Cgm. Se il progetto di Civitavecchia si concretizzerà così com’è sulla carta, il terminalista italiano non se lo farà certamente sfuggire. E, come accaduto per Vado, dove la Banca Europea per gli Investimenti, non si è di certo tirata indietro, anche Civitavecchia potrebbe attirare l’attenzione fattiva di grandi gruppi di investitori. i numeri 60/460 60 su 460 aeroporti europei sotto procedura d’inchiesta comunitaria per aiuti di Stato. Troppi secondo la Commissione Ue che ha deciso, a partire d gennaio 2014, una vera e propria stretta in materia. Il commissario alla Concorrenza, Joaquín Almunia, ha presenta le nuove regole destinate a generare un terremoto anche nell’assetto della rete delle compagnie low cost. Le nuove regole, su cui oggi si aprono tre mesi di consultazione pubblica per eventuali aggiustamenti, si applicheranno a tutti gli scali con più di 250mila passeggeri all’anno e quindi teoricamente saranno favoriti proprio quegli aeroporti minori che il piano italiano vorrebbe azzerare. L’obiettivo è di disciplinare, non di azzerare, gli aiuti per la costruzione delle infrastrutture ma anche quelli per la gestione e l’avvio delle rotte. Gli aiuti potranno essere erogati solo dopo aver verificato un effettivo bisogno di trasporto che giustifichi l’intervento pubblico per rendere accessibile un territorio. In linea generale gli aeroporti devono coprire i propri costi, sia per l’investimento iniziale sia per la gestione operativa, come qualsiasi altra attività economica. 100% La prima centrale nucleare iraniana, quella di Bushehr, ha raggiunto nei giorni scorsi il 100% delle sue capacità ed entrerà in funzione dopo i test del general contractor russo Rosatom. Lo ha detto a San Pietroburgo il capo dell’organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, La Nigeria si prepara a sorpassare il Sudafrica come potenza economica del continente nero. Sulla base dei dati della Banca Mondiale e di recenti studi diffusi da ‘Mail&Guardian’, la popolazione attuale della Nigeria è di circa 165 milioni di persone, mentre quella del Sudafrica è intorno ai 52 milioni. E proprio l’enorme pressione demografica spingerà il Pil verso l’alto. Oggi il reddito pro capite di un cittadino nigeriano è pari a un quarto di quello sudafricano. Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2011 il prodotto interno lordo del Sudafrica è stato pari a 408 miliardi di dollari, in crescita del Fereydoun Abbassi, come riferisce Interfax. Abbassi ha preannunciato inoltre l’intenzione di Teheran di costruire a Bushehr altri tre reattori da 1000 megawatt, auspicando di allargare la cooperazione con Rosatom. 165 mln 41.000 56 Secondo il fisico svizzero Michael Dittmar le miniere di uranio nel mondo si stanno rapidamente esaurendo. Nel suo studio La fine dell’Uranio a buon mercato Dittmar stima che il picco della produzione dell’uranio verrà raggiunto nel 2015 a 58000 t, per calare successivamente a 54000 nel 2025 e a 41000 nel 2030. L’Uranio estratto e arricchito non basterà quindi a soddisfare la domanda dei reattori esistenti nemmeno se questa calasse dell’ 1% o del 2% all’anno. Le miniere sfruttate attualmente hanno concentrazioni di uranio grosso modo tra l’1% e il 10%. Estrarre il metallo con concentrazioni via via più basse comporta crescenti usi di energia e movimentazione di roccia, il che rende poco praticabile lo sfruttamento. 2,5% rispetto all’anno precedente. La Nigeria, Anche se non esistono ancora dati definitivi, nel 2011 ha raggiunto un pil di 244 miliardi di dollari, in crescita del 6,6% rispetto all’anno precedente. Ma i dati potrebbero - secondo osservatori - soffrire di una sottostima fino al 40%. Di questo passo, le due economie avranno la stessa forza per quanto riguarda la produzione nazionale ben prima del 2020, con la Nigeria destinata ad affermarsi presto come il paese leader dell’Africa. 57 i numeri 23,5mln 61,8km/h In Africa sono 23,5 milioni le persone che vivono con l’HIV. Negli ultimi anni nell’area sub-sahariana, dove il tasso di infezione da HIV/AIDS è il più alto del mondo, le nuove infezioni nei bambini sono scese in modo significativo, soprattutto grazie alla riduzione della trasmissione madrefiglio del virus. UNAIDS, Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, ha individuato 21 paesi africani prioritari per la lotta al virus e, a oggi, i risultati dell’accesso alle cure sono incoraggianti, in particolare per quanto riguarda i giovani. Nel 2012, infatti, il numero di nuove infezioni da HIV tra i bambini è diminuito del 40% rispetto al 2009. Calo dovuto soprattutto alla maggiore disponibilità della terapia antiretrovirale, utile a prevenire la trasmissione madre-figlio del virus e fornita a più di tre quarti delle donne in gravidanza in 16 dei 21 paesi. Secondo i dati UNAIDS è il Botswana ad aver raggiunto i maggiori successi avendo casi in cui la trasmissione madre-figlio è stata quasi eliminata. Oltre al Botswana, si sono registrate drastiche riduzioni del numero di nuove infezioni da HIV tra i bambini anche in altri 6 paesi tra quelli prioritari (Etiopia, Ghana, Malawi, Namibia, Sud Africa e Zambia), con diminuzioni fino al 50% rispetto al 2009. Dato che dimostra che i progressi possono essere significativi quando il trattamento si concentra sulle persone giuste e nei posti giusti. 1.800 Grimaldi Terminal Barcelona sarà la nuova sede della compagnia di navigazione italiana nel porto della capitale catalana. Per l’infrastruttura, sono stati investiti circa 20 milioni di euro. La nuova infrastruttura è composta da un edificio di tre piani per un totale di 3.750 metri quadrati, un piazzale pavimentato e una passerella con tre finger per l’accesso dei passeggeri ai traghetti direttamente dal terminal. Il tutto su una superficie totale di 63.000 metri quadrati. Il terminal passeggeri potrà ospitare contemporaneamente 1.800 passeggeri all’imbarco e 1.800 allo sbarco, 1.000 metri quadrati di uffici, circa 350 metri quadrati di spazi commerciali, un ristorante e una sala conferenze Un’Italia a tre velocità: è quanto emerge dal monitoraggio effettuato dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori sulla velocità di percorrenza delle principali tratte ferroviarie italiane. Tra il Nord e il Sud esiste un divario enorme. Basti pensare che, mentre per andare da Milano a Bologna (219 chilometri) si impiega 1 ora e 2 minuti, da Catania a Palermo (243 chilometri) si impiega il triplo del tempo: ben 3 ore e 5 minuti” scrive Federconsumatori. Dalla ricerca si evince che il primato della tratta più lenta (tra quelle monitorate) spetta alla Roma - Pescara (con una velocità media di 61,8 km/h, poco al di sopra del limite di velocità consentita nei centri urbani). Al secondo posto si classifica il “viaggio della speranza” Taranto - Reggio Calabria: ben 7 ore e 5 minuti per percorrere 473 km. 113,9mln Via libera della Commissione Ue a 113,9 milioni di euro di aiuti pubblici da parte della Grecia per il progetto di ampliamento del porto del Pireo. Il progetto risulta in linea con le regole comunitarie sugli aiuti di Stato e porterà avanti gli obiettivi delle politiche Ue sui trasporti e sulla coesione, senza effetti di distorsione della concorrenza sul mercato interno europeo. A settembre 2012 la Grecia ha notificato a Bruxelles il piano di sostegno al progetto di investimento da parte di OLP, l’autorità portuale del Pireo, per estendere con due banchine l’infrastrutture esistente destinata alle navi da crociera. Il progetto è co-finanziato da fondi strutturali europei, per un ammontare di 96,9 milioni di euro. Il progetto migliorerà le potenzialità di accoglienza dei servizi per le crociere al porto del Pireo e il sostegno allo sviluppo regionale, creando posti di lavoro e aumentando l’attività economica indiretta legata ai passeggeri e alle aziende che la nuova struttura sarà in grado di attrarre. La Grecia ha condotto un’analisi approfondita sui costi-benefici del progetto, mostrando che il profitto dell’autorità portuale per l’uso dell’infrastruttura nei prossimi 20 anni sarà insufficiente a coprire i costi di investimento. Quindi il progetto non potrebbe realizzarsi senza il contributo pubblico. Inoltre, secondo Bruxelles le potenziali distorsioni alla concorrenza fra Stati membri generata dalle capacità addizionali del porto del Pireo sono relativamente limitate, perché il porto ha ancora una fetta di traffico nel Mediterraneo piuttosto bassa 58 detroit Il Nicaragua sfida Panama con un canale alternativo fra Atlantico e Pacifico. Il Parlamento di Managua ha approvato la creazione di un canale che intende rivaleggiare con il celebre canale di Panama. I cantieri per un progetto a dir poco faraonico dovrebbe aprire alla fine del 2014 con finanziamento integrale di un consorzio privato cinese. Dovranno essere scavati 210 chilometri con la creazione di 40.000 posti di lavoro nell’arco di 11 anni. Secondo i progettisti il canale dovrebbe attirare il 4,5 per cento del commercio marittimo mondiale. Il prodotto interno lordo pro capite del paese centroamericano dovrebbe raddoppiare in virtù del canale e dei traffici legati ad esso. La costruzione sarà affidata ad una compagnia cinese con base ad Hong Kong - l’HKND Group - guidata dall’uomo d’affari e miliardario Wang Jing. L’accordo tra il governo nicaraguense e la compagnia prevede che la compagnia cinese paghi 10 milioni di dollari all’anno al Nicaragua durante i primi dieci anni. In seguito, verserà una percentuale dei profitti legati al traffico sul canale - un iniziale 1% e poi a crescere, fino ad una percentuale non ancora precisata. Quando la concessione sarà esaurita, la proprietà delle costruzioni e delle infrastrutture del canale sarà trasferita al paese latino-americano. caracas managua nord ovest Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha sostenuto la necessità di realizzare una banca del gas per sostenere i progetti del Forum dei Paesi Esportatori di Gas. Secondo Maduro, la creazione di una “banca del gas”, i cui soci potranno diventare le più grandi aziende dei Paesi esportatori di gas, permetterà di consolidare gli investimenti nei grandi progetti infrastrutturali del settore. Parlando al summit, il Presidente russo, Vladimir Putin, si è in effetti collocato su questa linea. Ha proposto di unire gli sforzi nella difesa degli interessi dei fornitori di gas criticando il Terzo Pacchetto Energetico dell’UE e il desiderio degli europei di rifiutare contratti a lungo termine e di slegare i prezzi dalle quotazioni del petrolio. Il Terzo Pacchetto è stato introdotto nel 2009 ed è un documento che vieta alle compagnie estrattive di possedere contemporaneamente sia le reti di trasporto che quelle di diffusione: questa condizione ha già più di una volta creato intralci al lavoro di Gazprom nel mercato europeo. È famoso il caso del gasdotto OPAL, che è stato costruito ma che poi si può riempire solo per metà, secondo le norme del Terzo Pacchetto Energetico. Però riempirlo non lo può nessuno. Ciò preoccupa molto non solo Gazprom, ma anche le compagnie europee, le quali sono esse stesse detentrici di questo gasdotto e vi hanno investito del denaro. Primo investimento di un fondo pensione giapponese oltre i confini nazionali. Il principale fondo pensionistico nipponico si è infatti alleato con un partner canadese, per investire 2 miliardi in una centrale elettrica nel Michigan, Stati Uniti. È la prima volta che un fondo di questo tipo guarda ad opportunità di profitto fuori dal Giappone, dato che sinora questa tipologia di veicoli finanziari si era sempre concentrata sui bond governativi (JGB), una testimonianza del minore appeal dei titoli di stato giapponesi, effetto del cambio della politica monetaria del Paese. La Pension Fund Association giapponese, che gestisce assets per un valore di 10mila miliardi di yen (circa 100 miliardi di dollari), entrerà in possesso dell’impianto assieme ad altri tre gruppi finanziari giapponesi, la Mitsubishi Corp, la Mizuho Bank e la semi-statale Japan Bank for International Cooperation. La centrale acquistata è uno dei maggiori impianti di cogenerazione di energia a gas degli Stati Uniti e lo scorso anno era stata acquistata da Omers, un fondo pensionistico per impiegati pubblici dell’Ontario. news Ecosistema versus petrolio. Il Yasuni National Park (9820 km/q) dell’Ecuador è stato inserito nel 1989 nella lista delle Riserve della Biosfera dell’UNESCO. Un luogo da tutelare, in quanto fondamentale per il nostro sistema ambientale mondiale. Ma per un incredibile paradosso sotto questa area si cela quello che potenzialmente è considerato il più grande giacimento di petrolio del mondo. Sopra questo lago di oro nero la terra e la giungla ospitano 600 specie di uccelli, 400 di pesci, 200 di mammiferi, 150 di rane e rospi, 120 di rettili e almeno 1 milione di specie d’insetti. Non è di meno la flora, che conta almeno 1500 specie. Yasuni è anche sede di diverse tribù indigene isolate, tra cui i Tagaeri e i Taromenane. Secondo lo studio dell’associazione no profit Finding Species in collaborazione con molte università internazionali, ogni ettaro di foresta ospita mediamente 655 specie di alberi. Ma nel 2007 a Yasuni è stata scoperta una riserva da 960 milioni di barili di petrolio. I tre potenziali campi di estrazione hanno un valore di circa 7 miliardi di dollari. Cifre importanti, in quanto il denaro fruttato ha aiutato non poco per la creazione di ospedali, scuole e strade. Una soluzione c’è: un programma della durata di 13 anni, limite massimo per la raccolta di 3,6 miliardi di dollari, cifra necessaria per dire addio alle trivellazioni petrolifere. Che rappresenterebbe comunque la metà delle entrate che sarebbero derivate al Paese dallo sfruttamento del giacimento petrolifero. A scendere in campo per Yasuni sono già stati governi e importanti personaggi mondiali, come Leonardo di Caprio, Edward Norton e Al Gore. news quito 59 Un nuovo studio ha proposto la prima prova conclusiva dell’esistenza di un vento spaziale proposto teoricamente per la prima volta oltre 20 anni fa. Attraverso l’analisi dei dati forniti dallo spacecraft Cluster dell’Agenzia Spaziale Europea, come si legge sulla rivista Annales Geophysicae, Iannis Dandouras e colleghi del Istituto di Ricerca in Astrofisica e Planetologia di Tolosa, Francia, hanno identificato il cosiddetto vento plasmaferico, chiamato così perché contribuisce alla perdita di materiale dalla plasmasfera, una regione a forma di ciambella che si estende al di sopra dell’atmosfera terrestre. “Si tratta di un vento lento ma costante che libera circa un chilogrammo di plasma ogni secondo nella atmosfera più esterna del Pianeta a una velocità di oltre 500 chilometri orari”, ha spiegato Dandouras. Sisma affonda vulcani. I terremoti avvenuti in Cile nel 2010 ed in Giappone nel 2011 hanno fatto “affondare” alcuni vulcani distanti centinaia di chilometri dall’epicentro. L’affondamento, chiamato in gergo tecnico subsidenza, ha toccato in alcuni punti anche 15 centimetri. Questa è la conclusione di due studi indipendenti, condotti da ricercatori giapponesi e americani e pubblicati dalla rivista Nature Geoscience. Dalle ricerche effettuate anche con l’ausilio di satelliti dotati di particolari radar e di segnali di posizionamento, si evidenzia come ci sia correlazione tra il forte terremoto e il cambiamento morfologico intorno a zone vulcaniche molto distanti dal sisma. Il terremoto di magnitudo 8.8 che ha colpito il 27 febbraio 2010 la città costiera di Maule in Cile ha di fatto interessato 5 zone vulcaniche distanti centinaia di chilometri dall’epicentro del sisma. In Giappone si è riscontrata una situazione analoga dopo il terremoto di magnitudo 9.0 avvenuto l’11 marzo 2011 che ha messo a dura prova l’intera costa nordest del Paese e in particolare la città di Tohoku. Quest’ultimo evento tellurico, il quinto terremoto con magnitudo maggiore mai registrato nella storia, ha causato un livello senza precedenti di deformazione crostale nelle parti orientali del Giappone. L’evento ha inoltre indotto l’attività sismica nella zona circostante, tra cui alcune regioni vulcaniche, ma non ha attivato alcuna eruzione. Lo studio ha dimostrato che quei vulcani distanti 200 chilometri dall’epicentro hanno ceduto tra 5 e 15 centimetri. La somiglianza delle osservazioni in entrambi i luoghi del terremoto indica che tale fenomeno potrebbe essere diffuso. Tra le principali cause di questi cedimenti, conseguenti al sisma, ci sono gli svuotamenti delle camere idrotermali poste sotto le zone vulcaniche che causano deformazioni crostali senza al momento, fortunatamente, attivare eruzioni vulcaniche come invece avvenne per i terremoti in Cile del 1906 e del 1960. 60 lagos katmandu sud est Nepal, in crisi economica per assenza di strade e ferrovie. Secondo la Banca Mondiale negli ultimi dieci anni nel paese sono stati costruiti circa 7.000 chilometri di strade. Ciononostante, oltre metà della popolazione (su un totale di 30,5 milioni di persone) non ha accesso alla rete stradale nazionale, vivendo in zone di montagna o collinose. Tra gli abitanti delle montagne (circa il 7% della popolazione totale) si registrano i più bassi indicatori di sviluppo del paese. A livello nazionale il 41% dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica, mentre in montagna la media è del 61%. In base ai dati del 2010 del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), nelle zone montagnose i costi di trasporto fanno impennare vertiginosamente i prezzi dei prodotti alimentari. Un chilogrammo di riso, che a Kathmandu costa intorno ai 30 centesimi di euro, può arrivare a costare fino a tre volte tanto nei mercati di montagna del distretto di Dola (ovest). Attualmente il Nepal dispone di circa 23.000 chilometri di strade, e la loro costruzione è in costante aumento. Ma gli esperti, oltre ad un numero maggiore di strade, chiedono anche qualità. Secondo un’indagine governativa del 2011, riporta Irin News, solo il 12% della popolazione, compresi i residenti nei centri urbani, si dice “soddisfatta” della rete stradale nazionale. Solo il 42% delle strade sono asfaltate. Le restanti sono una combinazione di ghiaia e altri materiali di scarsa qualità che, a causa delle piogge stagionali, hanno vita breve. L’attuale popolazione mondiale di 7,2 miliardi di persone è destinata ad aumentare di quasi un miliardo di persone entro i prossimi dodici anni, raggiungendo così quota 8,1 miliardi nel 2025 e 9,6 miliardi nel 2050: a sostenerlo è il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, World Population Prospects: The 2012 Revision, presentato la scorsa settimana. Secondo il documento, gran parte della crescita avverrà nelle regioni in via di sviluppo, a cominciare da quelle del continente africano, i cui abitanti passeranno dai 5,9 miliardi del 2013 agli 8,2 miliardi entro il 2050. Durante lo stesso periodo, la popolazione delle regioni sviluppate rimarrà sostanzialmente invariata con circa 1,3 miliardi di persone. La crescita dovrebbe essere più rapida nei 49 paesi meno sviluppati, che dovrebbero raddoppiare le loro popolazioni, passando dai circa 900 milioni di abitanti attuali agli 1,8 miliardi stimati per il 2050. A livello di paesi, gran parte dell’aumento complessivo tra oggi e il 2050 si registrerà nei Paesi ad alta fertilità, soprattutto in Africa, così come in paesi con grandi popolazioni come India, Indonesia, Pakistan, Filippine e Stati Uniti. Tra i dati che emergono dalle nuove proiezioni delle Nazioni Unite spiccano i risultati di alcuni paesi in particolare. L’India, ad esempio, dovrebbe superare, per numero di abitanti, la Cina intorno al 2028, quando entrambi paesi avranno una popolazione di circa 1,45 miliardi di persone. Da allora in poi, la popolazione dell’India continuerà a crescere per diversi decenni a fino ad arrivare a circa 1,6 miliardi di persone, prima di iniziare la parabola di contrazione che vedrà il paese arrivare al 2100 con 1,5 miliardi di abitanti. La popolazione della Cina, d’altra parte, si prevede che inizierà a diminuire dopo il 2030, forse raggiungendo 1,1 miliardi nel 2100. In Africa un vero e proprio boom sarà registrato dalla Nigeria che si prevede supererà per numero di abitanti gli Stati Uniti prima della metà del secolo. Entro la fine del secolo, la Nigeria potrebbe iniziare a rivaleggiare con la Cina come il secondo paese più popoloso al mondo. Entro il 2100 ci potrebbero essere molti altri Paesi con una popolazione di oltre 200 milioni di persone, tra cui spiccano molti paesi africani: Uganda, Tanzania, Etiopia, Niger, Repubblica democratica del Congo. bangkok tinkar Come tracciare l’identità di chi usa i cellulari? In India, dopo gli attentati di Mumbai, si era scoperto che gli attentatori usavano telefonini indiani ottenuti con documenti falsi. E c’è di peggio: in India, come può testimoniare chi scrive, è anche possibile ottenere SIM Card senza mostrare documenti, data l’accesa concorrenza fra gli operatori nel distribuire il maggior numero possibile di Sim. Il capo della polizia di Nuova Delhi Neeraj Kumar ha citato molti casi di negozi di telefonia che davano Sim a criminali, e ha lamentato il fatto che la violazione della legge non era preceduta da controlli né seguita da sanzioni efficaci. Per questo il ministro dell’Interno indiano ha chiesto al Dipartimento delle Telecomunicazioni di attivare un’altra maniera per concedere SIM: prendere le impronte digitali del cliente o raccogliere altre caratteristiche biometriche. Creare poi una banca dati nazionale, che copra il miliardo e passa di indiani, e collegarla con le banche dati dei servizi di sicurezza. Tigri, elefanti, rinoceronti e altri animali rari: è a Tinkar, al confine occidentale tra Nepal e Cina, che si trova il più grande snodo per il commercio illegale di specie protette tra i due Paesi. A scoprirlo la polizia nepalese, che dopo otto mesi di indagini il 4 giugno scorso ha presentato un rapporto, con il quale spera di sensibilizzare la comunità internazionale sul problema. Agli inizi di giugno la polizia ha intercettato e arrestato quattro trafficanti, che portavano un carico da 50 milioni di dollari: cinque pelli e 50kg di ossa di leopardo; quattro scatole di denti di tigre; due scatole con zanne d’elefante. Le forze dell’ordine possono arrestare gli esecutori materiali di questo tipo di commercio, ma non i mandanti, perché protetti dai leader politici locali. I mercati cinesi sono la destinazione principe per questo tipo di commercio: nella cultura del colosso asiatico, gli animali rari - e le loro singole parti - hanno grande valore, come bene di lusso o come risorse per la medicina tradizionale. pechino mumbai 61 Dopo pannelli solari e vino, ora tocca alla chimica. Tra Unione Europea e Cina sono ormai scintille: innescate dalla decisione di Bruxelles di imporre dazi sui pannelli solari made in China, rinfocolate dalla reazione di Pechino di avviare un’indagine sul presunto antidumping nell’import di vini europei, e ora dall’imposizione di pesanti dazi antidumping per i prossimi cinque anni sull’import di un prodotto chimico, la toluidina, un principio chimico molto diffuso che si trova in tinture, pesticidi e medicinali, il cui principale esportatore è la Germania. Il 6 agosto potrebbe essere un vero e proprio D-Day. Per quella data, la Commissione europea deve decidere se aumentare dall’11,8% al 47,6% i dazi sui pannelli solari. Ma più della metà dei 27 Paesi si sono detti contrari a questa iniziativa. Tra loro ci sono Germania e Gran Bretagna. Francia e Italia invece hanno appoggiato il commissario De Gucht. Ancora prima dei due più grandi paesi dell’Asia, Russia e Cina, c’è la Thailandia, ad oggi la destinazione più ricercata dall’Italia su Skyscanner, il principale sito di comparazione di prezzi dei voli. Il fascino di Bangkok e dintorni ha quindi conquistato il podio di questa parte del mondo, seguito appunto da Cina e Russia, anche se quest’ultima è più considerata come destinazione nell’orbita europea. Scorrendo la classifica si va verso il Sud Est asiatico con l’Indonesia e l’estremo oriente del Giappone. Mentre l’India, altro enorme stato di questo continente, si piazza al sesto posto seguito dalla piccola Singapore, per poi restare nei “paraggi” tra Malesia, Vietnam e Sri Lanka. Nonostante le vicissitudini politiche di quell’area la Corea del Sud è la destinazione emergente che registra il maggior incremento di ricerche (+35 per cento) nel 2013 rispetto al 2012. Al secondo posto il misterioso cuore pulsante dell’Asia ovvero la Mongolia di Ulaanbaatar (+25 per cento) e a chiudere il podio ci sono le Filippine (+19 per cento). Cresce l’interesse per un altro stato del sud est asiatico, la Cambogia (+8 per cento), aumentano le ricerche anche verso le incantevoli Maldive (+7 per cento). Infine a chiudere la top 10 ci pensa una tra le “nuove”destinazioni turistiche del Caucaso, l’Azerbaigian (+5 per cento). “Non sorprende notare un importante aumento della ricerca voli per l’Asia, specie verso paesi molto popolari come la Thailandia, in grado di affascinare anche il turista italiano grazie alle sue spiagge, la sua cultura e in particolar modo il suo cibo”, ha commentato Caterina Toniolo, Country Manager di Skyscanner Italia. LA FERITA 63 La storia ritorna. Sempre. Le ferite non si rimarginano. Se non in apparenza. Sono trascorsi un secolo e 23 anni da quando il Settimo Cavalleria degli Stati Uniti piombò su Wounded Knee passando a filo di spada un intero villaggio Sioux, donne, vecchi e bambini inclusi. In questi giorni un avvocato di Buffalo ha chiamato in causa il Dipartimento della Giustizia e l’Fbi, accusandoli di aver fatto sparire tutti i documenti relativi alla scomparsa di un attivista dei diritti civili che nel 1973 si era battuto a fianco al movimento American Indian Movement at Wounded Knee e che nella riserva di Pine Ridge, in Dakota, la Stupore a tempo e stupore a comando. Indignazione a tempo e indignazione a comando. Sono trascorse poche settimane da una delle più clamorose scivolate del presidente americano del politically correct: il mandato, palese o colluso, agli uffici delle tasse di colpire duro sui Tea party e sull’opposizione conservatrice. Ovvero una misura concreta, pragmatica ed efficace, per intimorire l’opposizione, in un paese che sempre e comunque (e gran parte delle volte a ragione) è maestro di democrazia. Quindi una palese violazione delle regole del gioco della democrazia, liquidata dai media, e per conseguenza, dall’opinione pubblica, con quello che comunicazionalmente parlando potrebbe essere definito un “buffetto” di scarsamente convinto rimprovero. A meno di un mese la nuova scivolata: ancora una volta il presidente del politically correct, Barack Obama, colui che fa meno odiare gli Stati Uniti perché li fa percepire più deboli, scivola su una nuova buccia di banana; questa sì che scatena le proteste riserva ghetto delle tribù Sioux aveva condotto la sua personale battaglia nella difesa di un altro nativo americano, accusato nel 1973 durante una occupazione del villaggio indiano e nei tumulti che seguirono, di aver provocato la morte di due agenti dell’FBI. Quel Wounded Knee (che per noi è confinato nei film su Custer e in Soldato Blu) è davvero ancora, e non solo al ginocchio (come il suo nome affermerebbe) una ferita nel tessuto sociale degli Stati Uniti e la prova tangibile di quanto il vocabolo integrazione sia spesso solo uno slogan, facile da pronunciare, molto complesso da concretizzare. ? Buongiorno Maresciallo internazionali e l’ira corale contro il grande fratello yankee. La comunità internazionale “scopre” - e ribadiamo scopre - che internet, i social networks, i telefoni, i telepass, gli smart phones, sono i comodissimi strumenti di controllo per chi del controllo fa il suo mestiere, per gli spioni, ovvero per i servizi segreti come l’NSA. Scopre in altre parole che i servizi segreti fra le cose segrete che fanno, spiano. Scoperta eccezionale che fa vibrare le corde della privacy violata, della democrazia in pericolo. Persino in paesi come il nostro, dove lo spionaggio (e persino la delazione) sono regola incentivata; un paese dove ogni singola telefonata se non controllata in diretta può essere comodamente ripescata su hard disk e dove i soliti burloni ormai da anni iniziano le loro comunicazioni telefoniche con un saluto ironico, del tipo “buongiorno maresciallo” . Il riferimento all’operatore incaricato dell’ascolto non ci sembra meriti ulteriore precisazione.