DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI

Transcript

DIRETTO da OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI
Periodico mensile di OB srl - Anno V- Numero VII - Luglio ‘13 - “Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - Genova - n 7/2013
CH
capo horn
DIRETTO da
OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI
07 2013
CH
capo horn
Anno V luglio 2013
periodico mensile di OB srl
spedizione in abbonamento postale
registrazione
Tribunale di Genova
n. 18/2009 del 24 settembre 2009
proprietario ed editore
OB srl: via Cividale del Friuli 21, Roma
direttore (responsabile)
Bruno M. Dardani
direttore
Oscar F. Giannino
redazioni
Roma: Via Cividale del Friuli 21
Milano: IBL, piazza Castello 23
Lugano (CH): via Lucchini 1/4D
direzione: +39 3929813448
[email protected]
www.chmagazine.it
concessionaria di pubblicità
Il Sole 24 Ore Spa - System
via Monte Rosa 91 - tel 02-30223528
Agente nazionale - HP 10 srl
Milano via Andrea Verga 12
Mirta Barbeschi tel 02-48003799
grafica
[email protected]
capo horn
DIRETTO da
OSCAR GIANNINO e BRUNO DARDANI
07 2013
OPINIONI E FATTI TRASPORTI LOGISTICA MOBILITÀ E GRANDI INFRASTRUTTURE
sommario Soccorso rossocrociato
4
EDITORIALE Strategie da bar
7
EDITORIALE
Pei
10
ESCLUSIVO
Soccorso rossocrociato
18
La formula svizzera
20
La grande sete di liquidità
22
ESCLUSIVO
25
STUDIO GEORGESON
28
CHPERSONAGGi Il futuro nel presente
32
CHPERSONAGGi Un’Italia argentina
37
ANTEPRIMA
41
CENTRO ASIA
45
L’inchiesta di CH
“Grande Fratello” container
51
L’inchiesta di CH
One million port
56
i numeri
58
nord ovest
60
sud est
63
punto interrogativo
Internazionalizzazione, siamo all’asilo
Siamo tutti una famiglia
L’ora stellare di Selex Es
La diga degli incubi
stampa
Tipografia Essegraph
via Riboli 20 - 16145 Genova
comitato scientifico
Cristoforo Canavese
Rodolfo De Dominicis
Sebastiano Grasso
Ignazio Messina
Gianni Moscherini
Marco Piuri
Alberto Rubegni
Ugo Salerno
Massimo Schintu
Gianfranco Sgro
Luisa Todini
Pierfrancesco Vago
EDITORIALE
Bruno M. Dardani
Strategie da bar
Cameri, Muggiano... Nomi di località ai
più sconosciute, l’una persa nella campagna piemontese, l’altra affacciata sul
golfo di La Spezia. Eppure prima di
emettere sentenze sugli impegni internazionali che l’Italia, all’interno della Nato,
dell’Unione europea e di patti con altri
Stati, si è assunta nel campo della difesa,
una riflessione su questi due nomi sarebbe il caso di farla. E sarebbe anche il
caso di stilare, puntando la lente di ingrandimento su quanto a Cameri e al
Muggiano o a Riva Trigoso sta accadendo, un semplice conto della spesa, ovvero valutando quanto gli impegni
internazionali di cui sopra nel campo
degli investimenti in nuove dotazioni di
difesa del paese, determino ritorni di tipo
economico, tecnologico e specialmente
occupazionale. Ma nel paese delle contrapposizioni, senza se e senza ma, questo non è possibile.
Se ti schieri a favore degli F35 e quindi
della spesa, certo consistente, nell’acquisizione di esemplari della nuova generazione di caccia destinati all’Aeronautica
militare, sei nella migliore delle ipotesi
un guerrafondaio, nella peggiore un imbecille disonesto che sperpera i soldi pubblici, per erogare mazzette; insomma
una specie di Fiorito alla millesima potenza. Se poi spendi una parola a favore
delle Fremm, le fregate multi-missione
che sono in costruzione negli stabilimenti
della Fincantieri e che sono il frutto di
un dibattito durato oltre vent’ anni e sfociato in un accordo internazionale fra
gli Stati maggiori della Marina italiana
e francese, nonché fra le industrie della
difesa dei rispettivi paesi, puoi essere tacciato nella migliore e più favorevole delle
ipotesi di totale insensibilità rispetto ai
reali problemi del paese.
Se ti schieri a favore degli F35...
...sei nella migliore delle ipotesi
un guerrafondaio, nella peggiore
un imbecille disonesto che sperpera i soldi
pubblici, per erogare mazzette;
Assumendoci a priori questi rischi, vorremmo, come Capo Horn, una volta di
più navigare contro corrente prescindendo anche dalle urla e dalle polemiche
(per altro del tutto ingiustificate) sui
ruoli e le responsabilità di vari organismi dello Stato oggi drammaticamente
5
in mano a dilettanti della cosa pubblica,
incapaci di capire e accettare che alcune
scelte non sono e non possono essere di
competenza del Parlamento, e che il Consiglio della Difesa (copiato dai padri costituenti da un analogo organismo
francese e insediato con una legge del
1950) è un organo di rilievo costituzionale che “esamina i problemi generali
politici e tecnici attinenti alla difesa nazionale e determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il
coordinamento delle attività che comunque la riguardano" .
Ma torniamo nelle campagne piemontesi, casello di Novara est, direzione Cameri. Qui storicamente, vicino alla pista
di un aeroporto ultra-centenario, l’Aeronautica italiana ha il “garage” ovvero il
centro di eccellenza per la gestione tecnico-ingegneristica dei velivoli con le più
elevate prestazioni, in primis l’Eurofighter e il Tornado. Sul lato nord della
pista in un anno sono stati costruiti
(Capo Horn è entrato in anteprima nel
sito industriale) e sono quasi completati
i 124.000 metri quadri della Faco, la
Final assembly and Check Out, la fabbrica dalla quale dovrebbero uscire (secondo quanto affermato da Lockheed)
circa 1000 ali prodotte da Alenia Aermacchi per l’F35 il velivolo di quinta generazione della Lokheed Martin al
centro del programma di cooperazione
internazionale sottoscritto dall’Italia e da
gran parte dei paesi europei, oltre che ovviamente, dagli Stati Uniti, e denominato
JFS, ovvero Joint Strike Fighter. Sul
termine joint sarebbe forse il caso
di soffermarsi un momento a pensare: joint, insieme, significa che nell’operazione F35 l’Italia non è un
puro acquirente di armamento e di
dotazioni della difesa. È partner industriale di una operazione, che
coinvolge 60 aziende italiane, sei
delle quali del gruppo Finmeccanica, comporta esportazione di tecnologia italiana in tutto il mondo,
dilettanti della cosa pubblica,
incapaci di capire e accettare che alcune scelte
non sono e non possono essere
di competenza del Parlamento
prevede (secondo i calcoli da tempo elaborati da Armaereo acquisiti da mesi da
governo e Parlamento) un ritorno di
oltre il 77% dell’investimento effettuato
dall’Italia, senza considerare le ricadute
legate alla logistica e all’attività di manutenzione; e, infine, mal contati, circa
2000 posti di lavoro .
Il programma, che comporta per le
aziende italiane l’acquisizione di know
how dal quale sarebbero invece tagliate
fuori e la “conquista” di certificazioni ad
esempio nel campo del titanio indispensabili per continuare a competere sui
mercati, prevede - è il caso di precisarlo non solo la costruzione delle ali, l’assemblaggio a Cameri degli F35 destinati alla
flotta aerea italiana, oltre a quelli che
verranno lì realizzati per l’Aeronautica
olandese e per quelle di altri paesi Ue. Cameri (dove già lavorano 200 tecnici Alenia Aermacchi in un cantiere che da
mesi impiega più di mille persone), è
stato scelto nel programma internazionale di cooperazione fra industrie della
difesa, come uno dei tre
poli mondiali per la
manutenzione e i
servizi di logistica. Uno sarà a Fort Worth
dove ha sede la Lockheed, uno in Asia e
uno nella campagna piemontese. Man
mano che l’attività produttiva e di assemblaggio dei nuovi aerei si andrà assottigliando, la base di Cameri si trasformerà
nell’hangar-garage per la manutenzione
degli aerei di tutte le principali forze aeronautiche con interessi in Europa (ad
oggi partecipano al programma e investono in F35 17 nazioni, ma il numero è
destinato a crescere).
Dall’hangar d’Europa al cantiere delle
Fregate europee multi-missione, le
Fremm. Il progetto risale ufficialmente
al 2001 anche se di una nave da combattimento europea, standardizzata per
tutte le principali marine del continente
si parla dall’inizio degli anni 90. L’accordo ufficiale è del 2005 ed è siglato dai
ministri della Difesa di Italia e Francia,
dai capi di Stato maggiore dei due paesi
e dai consorzi che raggruppano rispettivamente le imprese francesi (ArmarisDcn/Thales) e italiane (Orizzonte Sistemi
Navali-Fincantieri/Finmeccanica). L’intesa prevede la costruzione di 27 fregate
Fremm, 17 per la Marina francese, da
realizzare ovviamente nei cantieri transalpini, e 10 per la Marina italiana. Con
il varo recentissimo della fregata “Margottini” i cantieri italiani hanno costruito tre Fremm, altre tre sono
finanziate integralmente, due sono in
una sorta di “limbo” finanziario, mentre
per le ultime due previste nel pro-
gramma internazionale è
ancora buio totale.
Sulle Fremm come per gli
F35, l’approccio del tipo “
basta con le spese militari
che non servono, investiamo
i nostri soldi per il rilancio
del paese” è nella migliore
delle ipotesi semplicistico.
Gli interrogativi che dovrebbero essere posti, sono di due
tipi. Da un lato quelli relativi alle scelte strategiche del sistema paese, evidenziati nella recente
audizione del capo di Stato Maggiore
della Marina, ammiraglio Giuseppe De
Giorgi; dall’altro, quelle relative alla politica industriale e al peso occupazionale
nel settore della cantieristica navale.
Per quanto riguarda la scelta strategica,
le dimensioni del problema sono sintetizzate in pochi numeri; la Marina militare
italiana è passata in pochi anni da una
flotta di 60 navi a una di 22. Senza una
sostituzione straordinaria delle navi che
vengono poste fuori servizio, al ritmo attuale la Marina italiana (con la sola eccezione delle Fremm e dei due
sommergibili in costruzione) rischia di
scomparire nei prossimi dieci anni . E
ciò in coincidenza con fenomeni internazionali (geo-politici, ma anche economico e commerciali) che hanno
riproposto la centralità del Mediterraneo
e che assegnano alle Marine militari
compiti estesi di vigilanza, controllo, intervento. Basti pensare al fenomeno della
pirateria, a quello della immigrazione
clandestina, dei traffici illeciti. Secondo
De Giorgi, l’80% della flotta in servizio è
già oltre la normale vita operativa. Il che
tradotto in parole semplici: l’Italia rischia concretamente, in assenza di programmi di costruzione (25 navi per
sostituirne 44) per i prossimi anni, di
sparire. In un paese normale questa sarebbe una scelta politica e strategica; in
Italia minaccia di essere un processo progressivo di decozione, quasi un coma farmacologico.
Il secondo tema è altrettanto rilevante:
l’industria cantieristica europea ha
perso negli ultimi anni qualcosa come
50.000 posti di lavoro. Fincantieri, fra gli
alti e bassi del mercato e di processi di ristrutturazione non facili, è rimasta a
galla. Ma - come sottolineato dall’amministratore delegato Giuseppe Bono - per
quanto potrà farlo? Certo la divisione costruzioni militari, per gran parte dipendente dai programmi della Marina
italiana, sui quali storicamente si sono
innescate commesse internazionali, è a
dir poco fragile. Anche in questo caso
però non si può trattare di una scelta
ideologica, bensì di una scelta strategica
e politica.
I numeri parlano chiaro: sulle costruzioni militari (fra dipendenti del cantiere, aziende dell’indotto, imprese del
settore difesa, arsenali militari) si può
calcolare dai 19.000 ai 22.000 addetti. A
questi vanno aggiunti i 30.000 della Marina. I conti fateli voi.
EDITORIALE
Oscar F. Giannino
L’aiuto parallelo
In questo numero di CH facciamo un altro passo avanti concreto per tentare di
dare una mano al sistema delle imprese
in Italia. Ci ispiriamo alla linea per la
quale non serve solo criticare, visto oltretutto che il nostro punto di vista - favorevole alla libera impresa e contrario a
uno Stato iper invasivo, tardigrado e costosissimo in termini comparati - è evidentemente minoritario rispetto a tutto
ciò che continua a ispirare l'agenda
pubblica italiana.
Ci siamo detti che qualcosa di concreto
si può pur fare, nel mentre si continua
a criticare. Ecco perché nei recenti numeri avete trovato una guida concreta a
come realizzare emersioni alla legalità
fiscale di patrimoni storicamente costituiti all’estero e non dichiarati, contando su un canale aperto con l’Agenzia
delle Entrate e avvalendosi di un adeguato coordinamento delle agevolazioni
già presenti nel nostro ordinamento,
anche se ai più sconosciute.
In questo numero facciamo un altro
passo avanti, con una guida su come
eventualmente affacciarsi al credito diretto da parte di intermediari esteri, nella fattispecie svizzeri.
Trovate dunque nelle pagine a seguire,
indicati con precisione, i passi da compiere, alla luce anche in questo caso di
una chiara guidance emessa dall’Agenzia delle Entrate in risposta a un interpello avanzato da una società fiduciaria, la Argos.
Nessuno di questi tempi è alla ricerca di
ulteriori complicazioni e guai fiscali, e
giustamente dunque bisogna tutti sforzarsi di essere rigorosi alla lettera e al
numero, in ogni negozio giuridico-finanziario di tipo internazionale.
La notizia suggestiva e interessante è
che il canale del credito diretto estero è
non solo - stando attenti, lo ripetiamo possibile, ma molto interessante perché
conveniente.
La notizia suggestiva e interessante
è che il canale del credito diretto estero
è non solo - stando attenti,
lo ripetiamo - possibile,
ma molto interessante perché conveniente.
Come leggerete, è conveniente perché è
possibile accedervi tramite fiduciaria di
propria scelta. Perché i criteri di concessione del credito sono diversi, da quelli
attualmente ristrettissimi praticati dalla generalità degli intermediari finanziari italiani. Perché l’onerosità del credito sconta minori oneri fino a 300-350
punti base. Perché fiscalmente, a certe
condizioni che troverete qui spiegate,
l’imposta sostitutiva del 20% può cedere
invece all’aliquota di beneficio più bassa, quella svizzera.
Non è e non vuole essere un exit generale dagli intermediari italiani, ci mancherebbe, viste le classiche caratteristiche di pluri-affidamento bancario tipiche della piccola e media impresa italiana. Ma un aiuto parallelo per tentare di
resistere ai marosi della crisi, questo sì,
ci sono tutte le condizioni per considerarlo tale.
Il dibattito pubblico italiano dedica molte parole al primo fattore che porta l’Ita-
8
lia a perdere più punti di prodotto e reddito di altri euromembri pur nei guai:
cioè la condizione della finanza pubblica, con un debito ormai verso il 134%
del Pil, una spesa che a ogni governo si
rivela incomprimibile ben sopra il 50%
del Pil, e una discesa faticosissima sotto
la soglia del 3% di deficit ma realizzata
esclusivamente per via di aggravi fiscali
a carico di famiglie e imprese.
Tantissime parole, troppe rispetto all’infruttuosità dei fatti mai posti in essere,
visto che occorrerebbero energiche e rapide cessioni di attivi pubblici per abbattere il debito in maniera non recessiva ma il Tesoro si è opposto negli anni e
continua a farlo, come si vede da tutte le
indiscrezioni sull’agenda della sgr Invitalia ad hoc costituita dal governo Monti; e considerato che lo slittamento in
avanti di IVA IMU eccetera non servono
a nulla, se non si mette mano finalmente a tagli significativi di spesa corrente
da porre a copertura di abbattimenti generali e permanenti delle troppe imposte su lavoro e impresa, IRAP, IRES e cuneo fiscale.
Poche e misuratissime parole si dedicano invece al secondo fattore di “ispessimento” della crisi italiana, cioè il credit
crunch. Poche parole perché il sistema
bancario italiano gode - diciamo così - di
tutele indirette e dirette molto forti nel
sistema dell’informazione, visto che o sta
direttamente nei cda di grandi imprese
editoriali, o comunque tiene per i garretti attraverso il debito finanziario la
stragrande maggioranza dei soci industriali presenti nei patti e cda delle imprese editoriali (e non trascurate l’impatto garantito dagli investimenti pubblicitari, con le perdite record che il settore registra da anni nell’editoria).
In sintesi estrema, ci sono ragioni evidenti e sistemiche, per la massiccia contrazione di credito - ve la documentiamo
quantitativamente, nelle pagine che seguono - in corso da un biennio per imprese e famiglie italiane. L’eccessiva sicumera con cui sono stati affrontati gli
anni 2009-2011 - quelli in cui si ripeteva
come un vanto giustificato non aver dovuto “salvare” coi denari del contribuente nessuna banca italiana, a differenza
di quanto avveniva nel più dei più prestigiosi Paesi avanzati - è stata sostituita,
negli anni dell’eurocrisi e nell’esplosione dello spread, da una grande opacità
collusiva, dalla mancanza di una seria
“operazione trasparenza” su ciò che si
sta chiedendo come priorità al sistema
bancario nazionale.
I dati sono evidenti: il sistema del credito
tricolore fino a maggio era il più indietro tra i grandi euromembri nella restituzione di fondi alla Bce ottenuti dalla
aste eccezionali di liquidità LTRO a inizio 2011. Solo 5 miliardi resi su circa 270
ottenuti, il 2% a fronte di una restituzione che varia da un minimo del 30% fino
a oltre il 70%.
Poche e misuratissime parole si dedicano
invece al secondo fattore di “ispessimento”
della crisi italiana, cioè il credit crunch
Per dire: le banche tedesche presero 69
miliardi, ne hanno restituiti 59; le francesi ottennero 170 miliardi, ne han restituiti più di 80; le belghe ne hanno reso
più della metà; le austriache oltre i due
terzi. Persino le spagnole che ottennero
305 miliardi, ne hanno reso quasi il
25%, una settantina.
La domanda non è solo: ce la faranno,
le banche italiane, a restituire alla scadenza del triennio cioè entro inizio
2014?
Per rispondere a questo interrogativo bisogna rispondere a un altro: come mai,
le banche italiane risultano più stressa-
9
te di quasi tutte le altre dell’euroarea?
Per due ragioni. La prima è che nel 2012
si è aggravata la loro esposizione al debito sovrano italiano. Rispetto ai poco più
di 200 miliardi di euro di titoli pubblici
italiani detenuti dalle banche italiane a
fine 2011, sono saliti a 378 miliardi. Direte voi: è una forma responsabile di sostegno alle difficoltà del debito pubblico italiano. E invece no: le strategie “giapponesi” di repressione fiscale, cioè di abbattimento progressivo delle quote di debito
pubblico detenute da intermediari esteri
per conquistare minor esposizione al rischio sovrano, potranno piacere ai nazionalisti ma si rivelano sempre onerose.
Perché le banche tengono in pancia i titoli pubblici dovendoli valutare a prezzi
di mercato, dunque devono impegnare
rilevante capitale per sostenere gli asset
sovrani detenuti. Capitale che si sottrae
alle garanzie rispetto agli impieghi a imprese e famiglie.
Tutto questo avviene poi mentre un altro fattore sistemico potentemente “assorbe” capitale e riserve delle banche italiane. Questo secondo fattore è l’innalzarsi verticale delle sofferenze bancarie,
e degli incagli che diventano sofferenze,
secondo la strategia rigorista giustamente seguita da Bankitalia con le sue
oltre 20 ispezioni speciali nel sistema
bancario italiano condotte nel 2012.
È ovvio che avvenga: in un’Italia con 27
punti di produzione industriale meno
del 2007 e col reddito reale delle famiglie
retrocesso a quello dei primi anni ‘90,
tutti diventano cattivi pagatori e la qualità del portafoglio crediti delle banche si
deteriora molto rapidamente.
Siamo oramai a sofferenze lorde nell’ambito di 135 miliardi di euro, intorno
ai 9 punti di PIL.
A fronte di queste sofferenze in esplosione, deve salire il capitale a riserva appostato dalle banche. Che si somma a quello necessario per acquistare e detenere i
titoli pubblici. In un sistema bancario
già corto di capitale di suo - visto che dopo gli aumenti di capitale Unicredit i regolatori bancari hanno tirato un freno
autorizzando capitale ibrido e assecondando i timori delle fondazioni bancarie di doversi diluire, in presenza di aumenti di capitale veri effettuati sul mercato - ecco che alla fine l’effetto risultante è quello del massiccio CREDIT crunch
riservato a imprese e famiglie. Non perché i manager bancari siano “cattivi”,
ma semplicemente perché, avendo azionisti che non vogliono diluirsi e regolatori che li assecondano, dovendo comprare intanto vagonate di titoli pubblici
e coprirsi sulle sofferenze, la coperta diventa troppo corta e i tagli si riservano
ai clienti.
Classi dirigenti serie non praticherebbero il colpevole silenzio riservato in Italia
a questi temi, nel gioco incrociato AbiBankitalia-politica-media. Ma sta di fatto che questo dibattito in Italia non c’è.
Classi dirigenti serie da mesi e mesi
avrebbero dibattuto e costruito la possibilità di un intervento sistemico per liberare capitale bancario da riservare a
impieghi. Lo si poteva e si può fare per
via nazionale tramite CDP, oppure ricorrendo agli strumenti sistemici europei. Nel primo caso la politica preferisce
invece utilizzare CDP per costruire una
nuova IRI. Nel secondo, ostano sciocche
prevenzioni di orgoglio nazionale.
In entrambi i casi, siccome non starà a
voi piccolo imprenditore da solo poter
intervenire su nessuna di tali questioni,
esaminate intanto l’opzione di aprire
un canale diretto con le banche estere e
quelle elvetiche.
Meglio sopravvivere in carne e ossa,
che interrogarsi da puri spiriti sul perché
e sul come si poteva evitare di soccombere.
Per le imprese italiane esiste un’alternativa al credit crunch.
Capo Horn è in grado di pubblicare una delibera dell’Agenzia
delle Entrate che apre la porta delle banche svizzere per chi
cerca finanziamenti e prestiti per la sua azienda.
A condizioni più vantaggiose e con tempi di risposta
che non superano mediamente le due settimane.
11
esclusivo
“I
l motore dell’Italia rischia di rompersi, anche per
via del credit crunch”. Il j’accuse pronunciato ai primi di
giugno dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, è
inciso nella pietra: le imprese
italiane muoiono, muoiono di
fisco, muoiono di burocrazia,
ma specialmente muoiono di
assenza di liquidità pressate
fra il peso ormai insopportabile
dei crediti da una pubblica amministrazione che ha nei fatti attivato
una spirale negativa di morosità, e
un sistema bancario che ormai non
eroga più finanziamenti.
Per gran parte delle imprese italiane, sino a oggi si sono prospettate
solo due alternative al credit
crunch. Da un lato, quella ultimativa, della cessazione di attività
(11.700 fallimenti in un anno nel solo settore edile, 3500 fallimenti e
19.000 cessazioni volontarie nel
primo trimestre dell’anno); dall’altro, la scommessa ad alto rischio
sul mercato obbligazionario.
Eppure, un’alternativa esiste e Capo Horn è in grado in anteprima di
fornirne le prove. Le imprese italiane possono trovare e utilizzare risorse finanziarie e credito presso le
banche estere e in particolare quelle svizzere.
Follia? Sogni? Niente di tutto ciò.
Ancora una volta la risposta a un
“interpello” presentato da una fiduciaria milanese, ha prodotto un risultato tanto insperato, quanto in
gran parte ignorato dal sistema delle imprese italiane: l’Agenzia delle
Entrate con la risoluzione 89/E di
fine 2012, passata al vaglio di tutti i
soggetti competenti, ha spalancato
alle imprese italiane la porta del finanziamento da parte di banche
svizzere. Banche - è il caso di sottolinearlo - che vantano una capitalizzazione 17 volte maggiore rispetto
a quella media italiana e che sono
in condizione di erogare finanziamenti all’impresa a condizioni, anche finanziarie e di obbligo di garanzie, largamente più convenienti
rispetto all’attuale offerta italiana.
Se la principale chiave di lettura è
fornita dalla possibilità, oggi a gran
parte delle imprese, preclusa, di accedere al credito bancario, esistono poi almeno quattro pilastri che
fanno di questa strada alternativa
una via maestra: il primo è rappresentato dalla possibilità reale di reperire la provvista finanziaria; il secondo pilastro è costituito da una
riduzione netta dei costi di finan-
ziamento; il terzo da una riduzione
dei tempi di istruttoria; il quarto da
una maggiore privacy per quanto riguarda l’esposizione della impresa
con il sistema bancario con un’incidenza positiva sull’immagine percepita dell’impresa stessa.
Se dalle banche nazionali il credito
viene erogato spesso in controgaranzia di fidejussioni o di patrimonio privato lasciato in gestione
presso l’istituto di credito che ha
erogato il prestito, la banca estera
(nella fattispecie svizzera) eroga
sempre sulla base di un portafoglio
di attivi.
Mentre anche la sola richiesta di
credito presso le banche italiane è
nella stragrande maggioranza figlia
di relazioni storiche, le banche
estere erogano sulla base di servizi
di private.
Ma come si è aperta questa strada.
Come detto, rispondendo a un “in-
esclusivo
12
terpello” presentato dalla fiduciaria
Argos, l’Agenzia delle Entrate ha
scardinato una serratura che pareva inviolabile: ancora una volta, come già accade per quanto riguarda
la detenzione di conti in Svizzera
da parte di cittadini italiani (senza
obbligo di compilazione del quadro
RW in dichiarazione dei redditi)
cruciale è il ruolo della fiduciaria.
L’eventuale contratto di finanziamento per conto dell’impresa italiana-cliente è infatti stipulato dalla fiduciaria, a nome proprio ma per
conto del fiduciante, con gli istituti
di credito esteri, presso i quali la
stessa fiduciaria ha depositato già
attività finanziarie a sé intestate.
Ancora una volta come nel caso dei
conti bancari (vedasi Capo Horn,
maggio 2013 sul sito www.chmagazine.it), è la fiduciaria ad agire come sostituto di imposta e quindi a
Dai 7 ai 14 giorni
per ottenere
una risposta
che arriva
in Svizzera
a condizioni
finanziarie
più favorevoli
e nel rispetto
della privacy
aziendale
svolgere una doppia funzione di “fiducia” nei confronti del suo cliente
mandante, ma anche nei confronti
dell’amministrazione fiscale dello
Stato.
La fiduciaria è, in questa operazione, un vero e proprio ago della bilancia. Da un lato, agisce come
controparte negoziale per il contratto di finanziamento (benché
l’operazione sia strumentale all’esecuzione del mandato fiduciario conferito da persone fisiche).
Dall’altro, si assume l’obbligo di
corresponsione degli interessi alla
banca estera, benché l’onere effettivo sia coperto dal fiduciante.
Nella sua delibera l’Agenzia delle
entrate (e ciò rappresenta anche
una garanzia rispetto a eventuali
contenziosi fiscali) precisa che la
percezione degli interessi da parte
della banca estera si configura come un reddito imponibile in Italia
da tassare con una trattenuta del
20% da parte della fiduciaria o con
una eventuale minore aliquota convenzionale.
Anche in questo caso i fiducianti
non hanno l’obbligo di evidenziare
nel quadro RW della dichiarazione
dei redditi i trasferimenti da e verso
l’estero relativi all’operazione in
quanto canalizzati per il tramite
della società fiduciaria.
I tempi per l’erogazione del credito
vanno dai 7 ai 14 giorni. Una sorta
di miracolo per chi è abituato alle
attese estenuanti e spesso vane
presso gli istituti nazionali. Il finanziamento può essere erogato da
qualsiasi banca autorizzata a operare servizi bancari in Italia.
Non si tratterà, forse, di uno stru-
13
mento disponibile per tutti. Per certo, l’apertura dell’Agenzia delle Entrate configura una precisa volontà
di andare incontro in modo palese
alle esigenze di un’impresa che è
costretta a prendere facciate quotidiane contro gli sportelli chiusi delle banche nazionali.
Nel rapporto “L’alto prezzo della
crisi per l’Italia”, il Centro studi di
Confindustria Csc sottolinea che il
credit crunch, con lo stock di prestiti che per l’industria si è ridotto
del 10,1% (-26 miliardi) tra 2011 e
2013, “mette a rischio di fallimento
anche aziende sane”.
Un rapporto di S&P’s segnala che la
difficoltà di accesso al credito bancario spinge le imprese italiane, anche quelle medie e piccole, a rivolgersi direttamente al mercato finanziario: nel 2012, a fronte di una
contrazione del credito bancario di
44 miliardi di euro, hanno infatti
emesso 20 miliardi di euro di obbligazioni sui mercati internazionali.
Il fabbisogno finanziario delle imprese italiane resta elevato anche
esclusivo
nella recessione, nonostante la
flessione dei loro investimenti (4,4% a prezzi correnti nel 2012); infatti, il flusso di nuovi investimenti
realizzati nel 2012 da società non finanziarie è stato comunque pari a
146 miliardi di euro (160 nel 2011),
spesa per cui esse hanno dovuto reperire fondi. Ma le imprese devono
reperire risorse anche per il magazzino e per il capitale circolante.
La necessità di reperire risorse finanziarie esterne alle imprese (calcolata come differenza tra investimenti e autofinanziamento) si mantiene alta: 47,0% in rapporto agli investimenti nel 2012, (47,4% nel
2011e 43,3% nel 2010). Infatti, il calo degli investimenti - è sottolineato nel rapporto “L’alto prezzo della
crisi per l’Italia” - si accompagna alla riduzione dell’autofinanziamento
e ciò mantiene per definizione
pressoché stabile il fabbisogno di
risorse esterne.
Le esigenze finanziarie delle imprese sono alimentate anche dai ritardi nei pagamenti della PA. Per otte-
nere un pagamento le aziende italiane hanno atteso 180 giorni nel
2012 (128 nel 2009). Altrove i tempi
di pagamento della PA sono stati
accorciati: in Francia 65 giorni (da
70), in Germania 36 giorni (da 40).
In Italia sono più lunghi anche i
tempi dei pagamenti tra imprese:
96 giorni nel 2012 (88 nel 2009),
molto più che in Francia (57 giorni,
da 63) e Germania (35, da 46). I ritardi fanno lievitare i crediti commerciali delle aziende e riducono la
liquidità disponibile.
Non solo. I ritardi nei pagamenti da
parte della pubblica amministrazione, hanno innescato una spirale
perversa, una vera e propria catena
di Sant’Antonio della morosità, che
ha spinto anche soggetti privati
(penalizzati direttamente o “culturalmente” condizionati) a lanciarsi
sulla strada di una morosità cronica.
Sempre secondo il rapporto redatto dal Centro studi Confindustria, i
prestiti bancari erogati alle imprese
si sono fortemente ridotti. Nel mar-
esclusivo
14
zo 2013 i prestiti erano inferiori del
5,5% rispetto al settembre 2011, e
corrispondenti a una perdita di 50
miliardi di euro. Hanno pesato, in
una prima fase, le difficoltà di rac-
colta e liquidità delle banche italiane, scaricate su volumi e costi del
credito, fino ai miglioramenti avutisi nel 2012 grazie agli interventi della BCE. In seguito, le erogazioni so-
no state frenate dall’aumento del rischio di credito nel contesto recessivo. Si è registrato un calo anche
della domanda delle imprese nel
2012 (indagine Banca d’Italia), che
15
si spiega però con l’aumento stesso
del costo del finanziamento, oltre
che con la flessione degli investimenti.
Lo stock di prestiti si è ridotto soprattutto nell’industria (-26 miliardi
di euro tra 2011 e 2013, pari a 10,1%), nelle costruzioni (-9 miliardi)
esclusivo
e nelle attività immobiliari e professionali (-14 miliardi); ha tenuto nei
settori del commercio, trasporto e
comunicazioni (-2 miliardi).
La perdita di prestiti lascia un vuoto difficile da colmare, data la storica rilevanza del canale bancario
per le imprese. La carenza di liqui-
dità e finanziamenti è attualmente
uno dei principali ostacoli per l’attività economica, specie per le piccole imprese. Mette a rischio di fallimento anche aziende sane, ma
molto spesso sotto-capitalizzate e
private dalla pressione fiscale di
quel minimo di equità indispensabi-
LIQUIDITÀ SUBITO E PEGNO IN GARANZIA
Nel credito lombard la risposta alle emergenze
Quali sono le ragioni per le quali la concessione di un credito
da parte di una banca Svizzera è generalmente più semplice
veloce e conveniente?
Per rispondere a questa domanda è necessario definire con
esattezza la tipologia di credito concessa.
In linea di principio non parliamo di un credito commerciale
“puro” o come si suol dire in bianco, dove l’istituto erogante
prima di concedere il finanziamento valuta il merito creditizio
del richiedente, la sua solvibilità, la sua capacità di rimborsare
il finanziamento ricevuto, la sua situazione debitoria complessiva.
Questa forma di finanziamento è generalmente riservata ai
soggetti economici che svolgono la loro attività, o risiedono,
nel territorio. Questo in ragione del fatto che, per un credito
commerciale di questo tipo, l’istituto erogante deve adottare
nella sua politica di erogazione dei crediti delle regole di prudenza nella valutazione del rischio, al fine di evitare sofferenze
inaspettate, e vigilanza nei confronti dell’indebitamento eccessivo, al fine di garantire al tessuto economico un equilibrio
e sostenibilità a lungo termine. Tuttavia è possibile ottenere
attraverso un altro strumento la liquidità necessaria a superare
temporanee crisi di liquidità. Parliamo del c.d. credito lombard, una forma di finanziamento molto diffusa, sottoposta a
vincoli meno stringenti e, quindi, di più’ facile e veloce erogazione.
Questa strumento consiste nell’erogazione di un finanziamento garantito tramite la costituzione di un pegno, da parte
del cliente, di una parte, o della totalità, dei valori, titoli, averi
bancari, metalli preziosi, insomma tutto ciò che ha un valore
riconosciuto dalla banca, esistenti nel deposito.
In funzione della qualità del bene messo a pegno la banca determina il fattore di anticipabilità, espresso in percentuale sul
valore di mercato, ed alimenta il conto corrente del correntista. I titoli e i valori rimangono di proprietà del cliente che
continua a beneficiare degli eventuali incrementi patrimoniali
(es. cedole, dividendi), e non è costretto a liquidare il portafoglio o a cambiare strategia d’investimento a medio e lungo
termine in caso di necessità impreviste.
Il credito lombard è lo strumento ideale per far fronte a esigenze di liquidità a breve termine, anche in ottica di incremento delle posizioni sfruttando l’effetto leva.
La banca erogante mette a disposizione del cliente le somme
tramite un credito in conto corrente o tramite un anticipo a
termine fisso.
Le differenze tra le due modalità di finanziamento consistono:
a) Durata, il primo ha una durata indeterminata, il secondo
una scadenza predeterminata, generalmente da 1 mese
ad 1 anno.
b) Calcolo degli interessi, nel primo caso gli interessi
debitori sono determinati in funzione dell’importo
effettivamente utilizzato, nel secondo caso gli interessi
debitori sono calcolati ab origine e sono dovuti
indipendentemente dall’utilizzo delle somme.
c) Tasso debitore, nel primo caso è variabile, nel secondo
abbiamo un tasso fisso per tutto il periodo considerato.
d) La modifica della durata contrattuale, nel secondo caso,
è soggetta a penali.
Il tasso di remunerazione del capitale, interessi debitori, è assolutamente competitivo in quanto il rischio, insito in ogni
operazione di finanziamento, è assorbito dal pegno sugli averi.
Da notare che pur avendo tutti i beni un valore intrinseco
solo i valori negoziati sui mercati regolamentati e con un volume di scambi significativo sono anticipabili.
esclusivo
16
le per attuare investimenti.
Il costo del credito bancario, inoltre, è troppo alto. Lo spread caricato dalle banche sull’Euribor a 3 mesi è a record storici (+3,3 punti nel
2013, da +0,6 nel 2007). In particolare, lo Spread pagato dalle piccole
e medie imprese è cresciuto a livelli senza precedenti (+4,2 punti,
da +1,3 nel 2007). L’indagine Banca
d’Italia segnala una forte stretta addizionale dell’offerta di credito lungo tutto il 2012 e a inizio 2013, che
si somma a quelle registrate fin dal-
l’avvio della crisi.
Aumentano i margini di interesse,
vengono richieste più garanzie, si
accorciano le scadenze dei prestiti.
La stretta sul credito penalizza anche la competitività delle imprese
italiane: le aziende tedesche e fran-
QUALI LE GARANZIE RICHIESTE?
Il catalogo dei crediti Ch
Per la legge svizzera ma anche nella prassi quotidiana la concessione di un credito da parte di una banca svizzera ad un
soggetto non dotato di passaporto svizzero, rappresenta o ha
rappresentato se non proprio un’eccezione, qualcosa di molto
simile. Sempre in linea teorica e in casi del tutto particolari
l’istituto può anche assumersi un rischio: quello di concedere
i cosiddetti crediti in bianco (ovvero senza garanzia), ma ciò
avviene in linea di massima in risposta alla domanda di clienti
conosciuti.
Sino a oggi, quindi, le pratiche di concessione di crediti commerciali specie a imprese estere hanno rappresentato una rarità, specie se non esistevano sufficienti garanzie.
Ma i tempi cambiano: la ormai cronica carenza di liquidità
del sistema imprenditoriale italiano e il credit crunch del sistema bancario, aprono nuove sinergie e prospettive di collaborazione, fra un’area che detiene la liquidità, e un’area che
per produrre deve investire e che spesso, al di sotto di una
emergenza finanziaria, cela numeri e fatti che confermano
l’assoluta affidabilità dell’impresa.
E proprio un canale preferenziale fra realtà produttive italiane
e credito bancario svizzero potrebbe rappresentare un nuovo
elemento all’interno di quello che potrebbe diventare un vero
e proprio new deal nei rapporti economico-finanziari crossborder.
Ma quali sono le metodologie in base alle quali una banca
svizzera può erogare credito a un’impresa estera.?
• Al primo posto si colloca il credito fiduciario, che ha dalla
sua la rapidità nei tempi di esame e di concessione del
credito. La condizione è che l’imprenditore che ha bisogno
di liquidità deve già detenere averi in banca; nei fatti sono
questi averi che vengono utilizzati per finanziare la propria
impresa. E ciò può avvenire attraverso la sottoscrizione
di un contratto con la banca in base al quale l’istituto di
credito che concede a suo nome ma per conto dell’imprenditore, un credito all’azienda. Il credito è garantito
dalle disponibilità personali dell’imprenditore presso la
stessa banca. è garantito dagli averi dell’imprenditore depositati in banca.
• La seconda via transita attraverso il credito ipotecario: la
banca può concedere un credito garantito da pegno ipotecario, anche se l’immobile è situato all’estero. Spetta
alla banca tutelarsi facendo effettuare perizie sui valori
immobiliari a garanzia. La banca può chiedere anche una
verifica della solvibilità del beneficiario del credito. Il credito dovrà inoltre essere sostenibile In caso di oggetto a
reddito funge da base per la verifica della solvibilità e
della sostenibilità il reddito generato dall’oggetto stesso.
Per oggetti commerciali a uso proprio, la valutazione del
beneficiario del credito funge da base per la verifica della
solvibilità e della sostenibilità.
• Il terzo tipo di intervento è conosciuto come Credito di
rimborso: viene utilizzato per il pagamento di un debito
commerciale ed è garantito dalle pretese del debitore
verso i suoi clienti. In questo caso l’istituto diventa creditore delle pretese del debitore, che tuttavia eserciterà solo
in caso di mancato pagamento.
Esistono nella tradizione bancaria svizzera numerose strade
alternative per la concessione di un prestito o di una linea di
credito. Fra queste anche un credito cosiddetto ETP (Exception to policy). Le ETP corrispondono a dei crediti concessi
dalla banca in deroga alle norme bancarie interne, ma queste
esenzioni devono rappresentare ed essere documentate in
ragione di situazioni di provata emergenza e di provata garanzia sul prestito.
AN
17
cesi godono di termini creditizi
molto più favorevoli.
In particolare, i tassi di interesse
pagati dalle imprese in Italia sono
al 3,5% nel 2013, oltre un punto più
che in Germania e Francia (2,2%).
E gocce nel mare rischiano di diventare in questo quadro anche le
misure di emergenza come la nuova moratoria per il credito alle pmi,
siglata dall’Abi e dalle associazioni
d’impresa italiane, tra le quali Confindustria e Rete Imprese Italia.
Moratoria che prevede interventi finanziari a favore delle piccole e
medie imprese: dalla sospensione
per 12 mesi della quota capitale
della rata di mutuo, all’allungamento della durata dei finanziamenti in
misura maggiore rispetto al precedente accordo del febbraio del
2012. Ulteriori facilitazioni sono
previste per le imprese che si ricapitalizzano.
Per quanto riguarda le operazioni
di sospensione dei finanziamenti,
l’intesa prevede la sospensione per
12 mesi della quota capitale delle
rate di mutuo, e quella per 12 o 6
mesi della quota capitale prevista
nei canoni di leasing “immobiliare”
e “mobiliare”. Possono essere ammesse alla sospensione le rate dei
mutui e delle operazioni di leasing
finanziario delle imprese che non
abbiano già usufruito di analogo
beneficio concesso in base alle
È poi prevista la possibilità di allungare la durata dei mutui, in misura
maggiore rispetto al precedente accordo; di spostare in avanti fino a
270 giorni le scadenze del credito a
breve termine per esigenze di cassa
con riferimento all’anticipazione di
esclusivo
crediti certi ed esigibili; di allungare per un massimo di 120 giorni le
scadenze del credito agrario di conduzione. Possono essere ammessi
alla richiesta di allungamento i mutui che non abbiano beneficiato di
analoga facilitazione ai sensi dell’accordo per il credito alle Pmi del
16 febbraio 2011 e dell’accordo
“Nuove misure per il credito alle
Pmi” del 28 febbraio 2012, mentre
possono essere ammessi all’allungamento anche i mutui sospesi al
termine del periodo di sospensione.
scaduto il 31 luglio 2011), pari a
29,5 miliardi di debito residuo (in
aggiunta ai 70 miliardi dell’Avviso
comune) con una liquidità liberata
di 4,1 miliardi (oltre ai 15 miliardi di
euro con l’avviso comune).
BMD
esclusivo
18
Ma come funziona il meccanismo
che consente alle imprese italiane
di attingere a risorse finanziarie e a
liquidità oltre-frontiera?
Ecco in sintesi i punti chiave di una
operazione che - secondo quanto
chiarito dall’Agenzia delle Entrate,
potrebbe rivelarsi più semplice, trasparente e percorribile, di quanto
anche le associazioni imprenditoriali
abbiano sino a oggi potuto pensare.
Marco Bolognesi, della fiduciaria milanese Argos, risponde alle domande
di Capo Horn.
1. Quale iter deve seguire praticamente un’impresa italiana per
cercare finanziamento presso una
banca svizzera?
Come fare
nel totale rispetto
delle norme vigenti.
Ecco in 11 risposte
le semplici mosse
per accedere
al credito estero
gli attivi a favore dell’istituto estero ed
ad aprire un nuovo mandato fiduciario
che accoglierà la linea di credito concordata.
A seconda delle esigenze l’erogazione
può avvenire sia in favore del fiduciante
persona fisica oppure dell’azienda target
2. Le banche svizzere sono pronte ad
affrontare questo nuovo mercato?
La formula
Svizzera
Nella pratica è l’imprenditore/socio di riferimento
di un’azienda che in forza di un mandato fiduciario esistente chiede alla fiduciaria di esperire
presso banche estere un’istruttoria preventiva; la
fiduciaria rappresenta la richiesta di affidamento del
cliente presentando ai vari istituti il portafoglio degli
attivi finanziari che è possibile utilizzare come garanzia, in relazione a ciò gli
istituti presentano
un’offerta in termini
di margini di garanzia
applicabili al portafoglio e di tasso. Evidentemente ogni asset class avrà un
diverso margine,
in relazione alla
p r o p r i a
volatilità/rischiosità.
In caso la proposta incontri le esigenze del
fiduciante si procede
a costituire pegno su-
In generale tutto il sistema bancario
estero è pronto ed assolutamente interessato a questo nuovo mercato.
Possono capitalizzare la loro differente forza finanziaria e l’accesso a condizioni assolutamente favorevoli al mercato
dei capitali entrando nel mercato italiano con un rischio
molto basso ed acquisendo
il settore cliente più appetibile: gli imprenditori, cui
possono spesso poi offrire competenze e livelli di servizio proporzionalmente più
elevati di quelli domestici.
3. Esiste un interesse reale
del mondo
bancario elvetico?
Da ciò che vedo direi senza
dubbio di si. Il mondo elvetico è in
profonda trasformazione, sta modificando completamente il modello di business, passando da luogo sicuro
per capitali off shore a centro di servizi finanziari on shore,
basato sulla trasparenza, competitività e servizio.
19
esclusivo
4. Quali differenze in termini di Euribor?
economicamente più conveniente .
È sempre molto difficile generalizzare. Nella nostra esperienza
dell’ultimo anno i tassi proposti vanno da un minimo euribor
3 mesi più 0,60% di spread a euribor più 1,5%. Rispetto al
mercato domestico vi un vantaggio di 300/350 punti base (33,5%)
9. Cosa implica per la banca la configurazione degli in-
5. Quali differenze in termini di garanzie chieste dalla
banca all’impresa?
Il modello utilizzato è molto diverso. Mentre sul mercato
domestico si tende a valutare anche la capacità reddituale
dell’impresa che andrà a ricevere il finanziamento in questo
quadro l’unico elemento di valutazione è la bontà del portafoglio finanziario offerto in garanzia dalla persona fisica.
Quindi all’impresa non viene chiesta nessuna garanzia particolare, evidentemente vi deve essere una ragionevole
aspettativa di rimborso nel tempo.
teressi come reddito imponibile in Italia?
Significa che in assenza di un soggetto, società fiduciaria,
che possa applicare la ritenuta sugli interessi corrisposti la
banca estera sarebbe obbligata alla redazione di una dichiarazione fiscale in Italia sui redditi prodotti nel territorio
dello Stato.
10. E cosa implica sulla economicità dell’intera operazione
per l’impresa?
L’impresa diminuisce di molto l’impatto degli oneri finanziari
sul conto economico aumentando così in modo significativo
la redditività del business aziendale e rendendo più semplice
l’uscita da questa particolare fase di mercato
11. L’aliquota
6. Quali differenze in termini di tempi del finanzia-
del 20% è quella ridotta derivante da
accordi internazionali?
mento?
Questo è uno degli aspetti più positivi vissuti dal cliente;
abituato a tempi domestici che spesso sforano i mesi
ottenere la realizzazione della pratica in 15 giorni crea quasi
un senso d’incredulità.
No, l’aliquota del 20% è l’aliquota applicabile in caso di
mancata applicazione dell’aliquota convenzionale che, in genere, è più favorevole.
Nel caso svizzero è il 12,5%
7. Come mai questa alternativa al credit crunch resta
sostanzialmente sconosciuta al mondo dell’impresa?
Mancano i soggetti che abbiano interesse a risvegliare l’attenzione su questa possibilità: gli intermediari finanziari domestici non hanno alcun interesse a segnalare questa via.
Oltre a ciò le banche estere non hanno ancora organizzato
un modello di visibilità sul territorio nazionale relativamente
ai servizi bancari offerti. A ciò si aggiunga che solo poche
banche elvetiche sono autorizzate a svolgere in Italia servizi
bancari.
8. Quali rischi fiscali per l’impresa?
Nessuno. È un’operazione assolutamente trasparente e
neutra da un punto di vista fiscale, solo finanziariamente ed
Marco Bolognesi
esclusivo
20
Definizione di credit crunch: razionamento del credito; vi si arriva
quando le banche - per vari motivi erogano meno finanziamenti alle imprese e meno prestiti alle famiglie.
Oppure quando iniziano a erogare
credito applicando tassi d’interesse
via via più elevati. Situazione che
crea gravi problemi alle imprese e
che può provocare un avvitamento
di una crisi economica.
CREDIT CRUNCH
La grande
sete di
liquidità
Sempre più difficile
anche in Lombardia
accedere
al credito bancario.
Varese scommette
sui mini-bond,
Como sull’esodo,
Monza punta
sulla Polonia...
Una parola che le aziende lombarde
conoscono molto bene. Senza avere
bisogno di andare a guardare sul
vocabolario. Provate a chiedere cosa
pensano delle banche agli imprenditori della Brianza, del Varesotto,
della Valtellina e della cintura meneghina. Molti risponderanno che il
sistema creditizio oggi non ha la lungimiranza per comprendere i progetti
di sviluppo delle imprese. Che si sentono abbandonati,
traditi e impotenti. Per loro parlano i numeri. A cominciare
da quelli forniti da Banca d’Italia. Nell’ultimo rapporto
sulla Lombardia viene sottolineato che “in concomitanza
con le tensioni che hanno caratterizzato i mercati del debito
sovrano e con la debolezza dell’attività economica, nello
scorcio del 2011 i finanziamenti bancari alla clientela lombarda hanno iniziato a rallentare”.
Una frenata proseguita nel 2012 e, a partire dal mese di ottobre, i prestiti hanno incominciato a contrarsi. Alla fine
dell’anno scorso il calo era dell’1,4 per cento, a fronte della
crescita dell’1,5 per cento del 2011. I finanziamenti hanno
continuato a ridursi anche nei primi mesi del 2013 (-1,2 per
cento a marzo).
“La diminuzione dei prestiti bancari - prosegue il rapporto ha interessato principalmente le imprese, per le quali i finanziamenti sono scesi del 2,7 per cento nel 2012, con andamenti simili sia per le aziende di dimensione media e
grande (-2,7 per cento a dicembre), sia per quelle piccole (2,4 per cento).
La tendenza si è confermata nel primo trimestre dell’anno
in corso, seppure con una lieve attenuazione (-2,2 per
cento a marzo). Le difficoltà nell’accesso ai finanziamenti
sono rimaste più accentuate per le imprese del comparto delle costruzioni.
Non solo. “L’inasprimento è stato attuato
principalmente attraverso l’aumento del
costo medio dei finanziamenti e di quello
praticato sulle posizioni più rischiose”.
Nella rilevazione effettuata lo scorso
aprile e riferita al secondo semestre dell’anno passato, la quota di imprese che
ha segnalato un inasprimento nei criteri
di erogazione del credito è stata pari al
25 per cento (era il 40 per cento nella
precedente rilevazione della Vigilanza).
Le tensioni si sono tradotte principalmente in un aumento dei tassi di interesse
e dei costi accessori, tra cui commissioni
e spese di gestione. In base alle previsioni
delle imprese riferite al primo semestre
del 2013, le condizioni di offerta del credito dovrebbero mantenersi sostanzialmente invariate.
Questo lo scenario regionale fornito da Bankitalia, ma entriamo
nel dettaglio.
Il credit crunch, visto da Milano, assume contorni più soft, con
il 59% delle aziende analizzate in un sondaggio Ispo che
considera invariata o addirittura aumentata (6%) la disponibilità
degli istituti di credito a concedere finanziamenti o fidi. Una richiesta che peraltro, rispetto al 2008, è aumentata da parte
delle aziende solo nel 26% dei casi, indice di una ridotta volontà
di investire visibile anche nei motivi delle domande di credito,
per il 53% legate al finanziamento dell’operatività corrente.
Attenzione stiamo parlando di aziende internazionalizzate, che
esportano, mediamente più patrimonializzate rispetto alla
media del Paese: ecco perché le restrizioni di credito qui sono
meno pressanti che altrove. I
l senso della crisi è tuttavia visibile anche qui, leggibile
soprattutto nella crescente apprensione per le possibilità di
accesso al credito, visto come fonte di preoccupazione dal
64% delle imprese un anno fa, dal 72% oggi.
A Varese la restrizione del credito è doppia di quella nazionale.
L’alternativa al bussare alle banche c’è. La nuova frontiera si
chiama mini bond e cambiali finanziarie. Un tema ancora
ostico per le aziende. Gli strumenti sono ancora in fase em-
21
esclusivo
brionale e poco utilizzati. Ma, proprio per diffonderne la conoscenza anche tra le imprese del territorio, l’Unione degli
Industriali della Provincia di Varese ha organizzato di recente
un incontro per formare e informare gli imprenditori ed i
loro collaboratori sugli strumenti finanziari idonei per affrontare la gestione quotidiana delle imprese, in un momento
congiunturalmente difficile e nel quale il rapporto con il
credito rappresenta uno dei maggiori motivi di preoccupazione.
Troppa banca, insomma. Tanto che le obbligazioni rappresentano solo l’8% dei debiti delle imprese.
A Mantova l’edilizia viene trattata da queste stesse banche
come «appestata». A Lecco si stanno perdendo competenze,
continuano a saltare aziende tra i 15 e i 20 dipendenti.
Nell’alto Milanese si parla di decine di imprese del settore
elettromeccanico che vengono svendute a francesi, tedeschi
e canadesi. Sondrio fa fatica a trattenere entro i confini le
imprese che, come a Como fuggono in Svizzera.
A Pavia «l piccolo è ancora bello, nel calzaturiero come nei
laterizi, ma il mondo del credito sembra non essere proprio
d’accordo e la concorrenza dall’estero è spietata.
Da Monza si scappa anche in Polonia, perché le tasse e la
burocrazia fiscale sono esagerate. E l’Irap è una patrimoniale
sul lavoro mascherata. Gli impieghi riservati dalle banche
alle imprese private lombarde ammontano a tutto aprile
2013 a 214 miliardi di euro, il 6% in meno rispetto allo
stesso periodo dell’anno precedente. Anche nella
provincia di Monza e Brianza il calo è evidente perché ad aprile le banche hanno
messo a disposizione impieghi
per 11,2 miliardi, con un calo
del 2,4% rispetto all’anno
precedente. Una variazione sensibile se
rapportata al totale
degli impieghi concessi: a livello regionale la riduzione è
stata del 3,3%, in
quella brianzola
dell’1,4 per cento.
Questa la situazione.
E il futuro? “È improbabile che le banche italiane siano
nella seconda parte del 2013 pronte a rimettere in circolazione
più credito”, fa notare sul blog linkerblog.biz il consulente
per le imprese (con un passato da banchiere) Fabio Bolognini.
“Il capitale è scarso, i rischi dell’attività di credito alle PMI
rimangono elevati in presenza di problemi di liquidità, di un
tasso elevato di situazioni problematiche ai confini del fallimento. E non ci si deve attendere molto dalle misure prese
dal governo”. Il rinnovo per la quarta volta della moratoria,
firmato ieri, si trasforma sempre più in un sistema di allungamento delle scadenze, che rimandando ma non risolvendo
il problema del debito (al massimo mantiene lo stock di
debito esistente) serve quasi più alle banche per evitare
altri accantonamenti. L’intervento correttivo sulla garanzia
statale offerta alle PMI dal Fondo di Garanzia è tutta da
pesare in funzione dei nuovi criteri di ammissione, ma a dir
tanto produrrà un effetto di 4-5 miliardi di nuovo credito,
perché comunque non aggira completamente i vincoli di capitale delle banche. Secondo l’esperto, “non rimane che accettare il dato di fatto che il sistema delle imprese si deve riposizionare su un livello di debito bancario mediamente inferiore del 10-15% o forse di più per le imprese con posizione
finanziaria squilibrata. Se poi i costi dell’indebitamento bancario rimangono così elevati, le imprese scopriranno ben
presto che quando serve un po’ di finanza e di elasticità si
possono ottenere costi inferiori lavorando sulla catena che
li lega ai fornitori e ai clienti”.
esclusivo
Internazionalizzazione,
Ormai le aziende vendono se
il sistema Paese le asseconda
e diventa brand positivo. Passato
il tempo dei dilettanti, solo un
gioco sistematico consente
di sbarcare su mercati esteri.
Se si vuole solo bilanciare
il calo di fatturato
domestico, è meglio
starsene a casa
siamo all’asilo
L’
imprenditore non è
un’isola e la rete di conoscenze, di relazioni e soprattutto di sinergie è la conditio sine
qua non per seguire la via della internazionalizzazione intelligente. Ma
il processo ha esigenze specifiche:
le conoscenze manageriali e le dimensioni aziendali adeguate al mercato a cui l’impresa si rivolge.
Non è uno scherzo. E non va considerata una scorciatoia o soltanto una
via di fuga perché altrimenti si rivela
un boomerang pericoloso in termini
di risorse da investire. Un processo
di internazionalizzazione non è una
risposta tattica alla mancanza di ordini sul mercato interno, ma deve es-
sere una vera scelta strategica che
può conseguire risultati duraturi a
certe condizioni che devono essere
valutate e accettate a priori. Internazionalizzare per l’imprenditore significa rimettere in discussione tutte le
certezze limitate al proprio territorio
di riferimento.
Significa assumere un impegno a medio-lungo termine, aderire a standard
qualitativi superiori rispetto a quelli
del mercato locale non soltanto in
relazione alla qualità del prodotto,
ma anche al rispetto dei tempi di preventivazione e di consegna delle
merci. E poi investire quattrini in materiale promozionale, trasferte o
fiere. Insomma l’internazionalizza-
zione si deve tradurre in tre parole:
tempo, qualità e denaro.
La fame di liquidità è comune a tutti
le aziende, ma i cibi per sfamarla e i
modi di preparare i piatti sono così
tanti che è difficile avere una sola
pentola da lavare. Invece tanti,
troppi, propongono la ricetta dell’internazionalizzazione come si trattasse di ancora di salvataggio.
L’obiettivo deve essere aiutare gli imprenditori a internazionalizzarsi, non
solo farli vendere all’estero, e la differenza spesso viene sottovalutata.
Ci sono infatti ancora piccole realtà
dedite da sempre al produrre qualcosa senza dare importanza a tutta
la parte “cartacea”.
23
esclusivo
Ma vendere fuori dall’Italia non è un
gioco da ragazzi. Non può essere
considerata una scorciatoia. Affidarsi a una figura esterna che lo sa
fare è scombinare ritmi ed abitudini
dell’azienda. Ci vuole coraggio. E bisogna stare anche attenti a scegliere
il consulente giusto. Non quelli improvvisati che promettono risultati
istantanei che alla fine si traducono
in laute provvigioni per l’export manager, zero affari per l’azienda.
Il consulente esperto sa invece dire
“No caro imprenditore, non sei
pronto per un processo di interna-
zionalizzazione, correresti più rischi
che vantaggi”. Perché non tutte le
imprese possono pensare di internazionalizzare, così come le grandi società di consulenza vorrebbero far
credere. Anche dall’altra parte della
barricata c’è infatti chi non ha voglia
di aspettare che le fragole maturino
ma pretende risultati immediati appena mette il naso fuori casa esibendo il passaporto. Ci sono quelli
che “il mio prodotto è il migliore di
tutti” e si offendono se gli prospetti
che in un processo di internazionalizzazione non vendi solo prodotto
ma anche servizio e che teoricamente dovrebbero entrambi aderire
a standard qualitativi superiori rispetto a quelli richiesti a casa loro, e
che si entusiasmano facilmente ai
primi ordini a cui seguono cocenti
delusioni alla prima contestazione.
L’internazionalizzazione è invece per
quelle realtà che sanno attendere i
risultati a lungo termine, che non rispondono in questo modo alla mancanza di ordini nel mercato domestico, che hanno disponibilità
economiche ad investire con costanza. E soprattutto che non si arrendono se dopo i primi sei mesi non
vedono risultati tradotto aumento di
fatturato o fatture da portare in
esclusivo
24
banca per anticipo liquidità.
Chi, invece, la propone - dalle banche
alle istituzioni passando per le associazioni di categoria - può prendere
a modello come si fa internazionalizzazione oltreconfine. Un esempio:
Fiera di Mosca per il settore rifiuti e
riciclaggio, qualche mese fa. Fra i
presenti anche i responsabili per la
Russia della AUMA Deutschland
(www.auma.de) il corrispettivo della
nostra famosa e scomparsa Cabina
di Regia per l’internazionalizzazione.
Il loro modus operandi? Per prima
cosa quando organizzano una partecipazione all’estero lo fanno con il
brand “Made in Germany”: dalle borsette che lasciano ai visitatori, al marchio con cui si rendono visibili. Installano uno stand molto ampio - in
questo caso circa 160 metri quadrati
- al centro del padiglione espositivo
costituito dalla parte di ricevimento
“istituzionale” Germania (con tanto
di foto di Angela Merkel) cui si aggiungono gli altri stand per ogni
azienda che partecipa alla missione.
Nel caso della fiera moscovita, una
ventina di aziende.
Stand tutti uguali, stesse sedie, stessi
mobili, tutti con la bandiera della
Germania sul banchetto. Tradotto:
si vende il brand che automaticamente significa affidabilità e organizzazione. Dentro la piccola borsa
distribuita ai visitatori, un catalogo
in perfetto inglese e con traduzione
in russo dell’associazione con la presentazione di tutte le aziende che
espongono. Più un paio di penne e
un catalogo chiamato “Messen Made
in Germany”con tutte le iniziative
che la Auma organizza. La partecipazione a questa fiera, come per tutte
le altre, ha previsto un accordo con
uno dei partner dell’associazione,
uno spedizioniere storico tedesco
che ha curato tutta la logistica in
modo da fare spedizione unica dei
prodotti di tutti i partecipanti alla
fiera. Hanno raccolto il materiale
delle aziende sparse per tutta la Germania, trasportate in Russia, curato
tutta la complessa struttura doganale
per far entrare i prodotti in Russia,
fatte trovare nello stand le varie
casse coi prodotti agli espositori.
Non solo. La AUMA ha una squadra
di montatori stand di “sua proprietà”
che viaggia in giro per il mondo.
Hanno affittato le stanze in un hotel
del centro per tutta la delegazione
tedesca. Volo in comitiva Lufthansa
Francoforte-Mosca a prezzi vantaggiosi. Oltre alla partecipazione in
fiera hanno curato anche la parte
“culturale”: la fiera terminava il venerdì pomeriggio ma la missione tedesca - per chi lo voleva - proseguiva
il sabato e la domenica con una visita
alla città di Mosca con guida tedesca.
Nel frattempo l’associazione ha organizzato tre conference call via
Skype con i partecipanti alla fiera,
più un quarto come riassunto della
fiera. Per una delle aziende associate
la partecipazione alla fiera è costata
1.500 euro a metro quadro. Compreso il visto collettivo in ambasciata
per entrare in Russia. Dopo 14 giorni
dal rientro in patria e presentazione
della documentazione richiesta in via
telematica la Camera di Commercio
bonifica all’azienda il 75% dell’investimento fatto.
E poi ce la prendiamo con i maestrini
tedeschi.
CC
STUDIO GEORGESON
Camilla
Conti
Un terzo delle società italiane è controllato
da un solo azionista sopra al 50%.
In brusco calo il grado di concentrazione
delle imprese quotate.
Calano gli azionisti strategici
e gli investitori internazionali
si tengono a distanza di sicurezza
L’
eredità culturale del capitalismo familiare o di
relazione ingessa ancora
le principali società di Piazza Affari
e rischia di tenere alla larga potenziali investitori. Lo dimostrano i risultati di una ricerca elaborata da
Georgeson, società di consulenza
per investitori istituzionali specializzata sui temi di governance.
Lo studio prende in esame le risultanze delle assemblee ordinarie degli azionisti delle società italiane a
maggiore capitalizzazione appartenenti all’indice FTSE MIB, tenutesi
nel corso della stagione assembleare 2013. Il campione analizzato è cir-
coscritto a 29 delle 40 società appartenenti all’indice. Ebbene, in media,
più del 45,1% del capitale è detenuto
dai cosiddetti azionisti strategici, in
molti casi prossimi alla maggioranza assoluta della compagine azionaria. Seguono, in ordine di importanza, gli investitori istituzionali esteri
con una quota di pertinenza superiore al 32,5%, gli investitori “retail”
con circa il 12,3% e gli investitori
istituzionali italiani con quasi il 9%.
Infine, le azioni possedute direttamente dalla società, le quali raggiungono quasi l’1% dell’intera capitalizzazione.
Il grado di concentrazione delle im-
26
prese quotate italiane è progressivamente diminuito negli ultimi nove
anni. Nel dettaglio, gli azionisti strategici hanno ridotto la loro presenza
nel capitale delle società italiane a
maggiore capitalizzazione, passando dal 49% del 2005 al 45,1% del
2013.
Da rilevare, inoltre, come il trend
del valore massimo abbia subito un
deciso rialzo nel 2012 (82,4%) a seguito dell’Offerta Pubblica di Acquisto lanciata dalla società francese
Lactalis sul capitale sociale di Parmalat. Dato confermato anche nel
2013. Diversamente, il valore minimo per la stessa categoria di azionisti si è ridotto notevolmente nel periodo di riferimento passando da
circa il 27,4% nel 2005 al valore nullo
registrato nel 2012 e nel 2013. Tale
variazione è derivata dalla presenza
nell’indice di una società ad azionariato realmente diffuso, tra i pochi
esemplari italiani di public company
Gli investitori istituzionali italiani,
che manifestavano una presenza
media nel capitale azionario di qua-
si il 12,5% nel 2005, registrano un calo negli ultimi nove anni attestandosi a poco meno dell’11% nel 2012 e
intorno al 9% nel 2013. Gli azionisti
retail nel 2013 (12,3%) diminuiscono
la quota di propria pertinenza rispetto ai valori rilevati nel 2012
(13,5%) , un calo che si attesta a più
di 5,5 punti percentuali se confrontato con quello del 2005. La flessione risente comunque della crisi economica e finanziaria evidenziata anche dall’andamento dell’indice
FTSE MIB tra le stagioni assembleari 2005 e 2013.
Gli investitori istituzionali esteri
mostrano una tendenza opposta rispetto al Core: la loro presenza nel
capitale azionario è incrementata
negli ultimi nove anni, come già evidenziato nel 2012 (28,6%), attestandosi ad una soglia del 32,5% nel
2013, decisamente in ascesa rispetto al 19,5% raggiunto nel 2005. I valori massimi per questa categoria,
che raggiungono nel 2013 il 73% del
capitale, sono sostanzialmente riconducibili alla particolare struttura azionaria della public company
del campione (Prysmian). Occorre
inoltre sottolineare il trend del valore minimo che nel 2013 si assesta intorno all’8,8% del capitale, rispetto
al 7,4% del 2012 ed al 5% del 2005.
Sintomo questo di una crescente
presenza di investitori istituzionali
esteri nel capitale delle società quotate italiane. Si segnala infine, in
controtendenza rispetto agli ultimi
anni, un leggero calo nel numero di
azioni detenute direttamente dalle
società emittenti, sotto forma di
azioni proprie, che passano
dall’1,3% del 2012 a poco meno
dell’1% del 2013.
La fotografia scattata da Georgeson
mostra, dunque, l’elevato livello di
controllo delle società italiane che,
27
anche nel limite inferiore delle società con un azionariato più diffuso,
si attesta su un valore di poco inferiore al 18% (se escludiamo Prysmian il valore salirebbe quasi al
24%). Oltre un terzo delle società incluse nel campione è controllata da
un azionista che detiene più del 50%
delle azioni con diritto di voto. Mentre una non trascurabile percentuale costituisce maggioranze assolute,
stabili o provvisorie, attraverso accordi tra gli azionisti quali i patti di
sindacato. a forma di controllo più
estesa in Italia è quella “di fatto”, caratterizzata da uno o più azionisti
che, pur detenendo percentuali di
capitale inferiori al 50%, esercitano
una posizione dominante sul governo societario in virtù della bassa
partecipazione delle minoranze all’evento assembleare. Nel 35% dei
casi evidenziati il controllo è garantito attraverso la stipula dei cosiddetti patti parasociali che includono
anche sindacati di voto e sindacati
di blocco. Il controllo “di diritto”, invece, rappresenta più di un terzo del
campione. In questa fattispecie il
Core detiene saldamente la maggioranza assoluta del capitale ricorrendo, in più di un terzo dei casi, all’utilizzo dei sopramenzionati patti. Di-
versa la situazione per la public
company, caratterizzata da una ampia frammentazione della proprietà
e dall’assenza di un azionista di riferimento capace di poter influenzare
l’andamento gestionale della società. In Italia la quota di capitale necessaria a mantenere saldamente la
gestione societaria, considerato il
quorum costitutivo, è di poco superiore al 32,7%. Quest’ultimo è un dato che stride con quello che è il possesso medio per l’azionista Core, oltre il 45% e che ancora una volta
porta in primo piano le conseguenze di un mercato concentrato, strutturalmente debole e caratterizzato
da uno scarso ruolo del mercato dei
capitali.
Dalla ricerca emerge dunque la
maggiore propensione degli investitori istituzionali esteri ad investire
in società con una minore concentrazione azionaria. Nello specifico,
gli investitori stranieri tendono ad
aumentare esponenzialmente (di oltre tre volte) le posizioni detenute
nelle quattro società meno controllate rispetto a quelle con un più elevato livello di Core, registrando una
variazione assoluta pari a 36,6 punti
percentuali. Un discorso analogo
può essere fatto per gli investitori
istituzionali domestici. La variazione assoluta tra le quattro società
maggiormente controllate e quelle
in cui la proprietà risulta più dispersa è infatti di circa 6,4 punti percentuali. Ma sono gli investitori istituzionali esteri che si rivelano, tra le
categorie di azionisti, quelli più sensibili al grado di concentrazione degli assetti proprietari.
28
Il futuro nel presente
C
Carlo Ratti
PERSONAGGI
Carlo Ratti, torinese, docente al Mit,
nella lista “best and brightest” di
Esquire, mappa il “battito delle città”.
Dal controllo delle funzioni
dei grandi centri urbani,
alla gestione monitorata dei rifiuti sino
allo sfruttamento delle occasioni uniche
offerte dalle Expo universali.
lasse 1971, Carlo Ratti è partner di uno studio con sede
a Torino e insegna al Massachusetts Institute of Technology,
dove dirige il MIT Senseable City
Lab, da lui fondato nel 2004 che
esplora le “real-time city” studiando
il crescente sviluppo di sensori e di
dispositivi elettronici portatili, insieme alle loro relazioni con l’ambiente.
Il lavoro della squadra di Ratti basata a Boston sulle città e la tecnologia è stato rappresentato in un intero padiglione alla Biennale di Venezia del 2006, includendo un progetto
ampiamente apprezzato che ha mostrato il “battito cardiaco” della città
di Roma mappato attraverso l’analisi di reti cellulari. Precedentemente,
il gruppo di ricerca è stato impegnato nello sviluppo di 1000 case antitsunami in Sri Lanka per la Fondazione Prajnopaya. Nel maggio 2007
ha presentato il progetto di un padiglione caratterizzato da pareti fatte
di “acqua digitale” all’ingresso dell’Expo 2008 a Saragozza. Durante la
Settimana della Moda di Milano,
nell’aprile dello stesso anno, è stata
presentata l’area outdoor glass-and-
29
green del Trussardi Cafè, ideata dallo studio Ratti in collaborazione con
il paesaggista francese Patrick
Blanc. L’attività di Ratti in Italia ha
abbracciato un numero di progetti
consultivi civici, incluso il Progetto
Collegium per la riforma delle università europee (in associazione, fra
gli altri, con lo scrittore Umberto
Eco) ed il Comitato Valdo Fusi per il
rinnovo di una piazza nel centro di
Torino.
Nel dicembre del 2008 è stato incluso nella lista “Best and Brightest”
della rivista Esquire ed è apparso
nel salone della rivista Seed, insieme al matematico Steven Strogatz.
Nel gennaio 2009 è stato uno dei delegati al Forum Economico Mondiale di Davos. Insomma, una lunga lista di riconoscimenti. Non a caso lo
scorso 10 giugno, in piena discussione sullo scorporo delle rete fissa
Telecom Italia, si è riunita a Roma la
community delle tlc, invitando Ratti
quale maggiore esperto di Smart City.
La prima domanda vorremmo dirigerla su Singapore. In molti considerano quella città Stato come
interessante embrione che si svi-
luppa all’intero di un particolare
mix di politica, partecipazione e
gestione pubblica su modello corporation board. Senseable City Lab
sta sviluppando un progetto specifico si chiama Live Singapore!, in
sostanza una piattaforma aperta.
Può spiegarci come è nata l’idea?
Il particolare clima politico di Singapore ritiene sia più fertile di altre realtà per rendere una città più
Smart? Come vengono raccolti i
dati e decisi/selezionati i flussi di
informazione? Immagino non ci
sia per definizione un obiettivo,
ma quali step di crescita sono stati
programmati?
«Singapore è interessante perché è
una città ma anche uno Stato e
un’isola. Per questi motivi - oltre
che per l’entusiasmo che ha sempre
dimostrato nello sperimentare con
le nuove tecnologie (a suo tempo fu
la prima capitale al mondo a sperimentare il road pricing dinamico) è un laboratorio ideale per studi al
confine tra urbanistica e tecnologia.
L’ufficio singaporegno del Senseable City Lab (si chiama Future Urban Mobility) raccoglie numerosi e
diversi digital data e li fornisce ai
cittadini tramite visualizzazioni dinamiche. Il progetto LIVE Singapore è in grado di rendere il battito
della città analizzando in tempo reale migliaia di informazioni raccolte
da una miriade di sensori e di device. La piattaforma va immaginata
come una app che può spiegare a
chi vi accede come arrivare a casa
nel modo più veloce, come ridurre il
consumo energetico di un intero
quartiere come ottenere un taxi o
un mezzo di trasporto quando si sta
avvicinando una tempesta e tutte le
auto pubbliche sembrano essersi
dematerializzate».
Trash Track risponde alla domanda sui perché ci siamo sempre interessati a supply-chain e mai alla
removal-chain. In effetti tracciare
e ottimizzare la seconda catena
aiuterebbe ad andare nella direzione del riciclo totale.
Il sistema è in grado di tracciare lo
spostamento dei rifiuti utilizzando centinaia di tags. Quali sono i
costi e gli investimenti per un progetto del genere?
«Sì il progetto Trash Track permette di capire dove vengono raccolti e
30
qual è il tragitto che compiono i nostri rifiuti per essere smaltiti.
Il primo esperimento è stato realizzato
dal Senseable City Lab nella città di
Seattle (http://senseable.mit.edu/trashtrack/), per cui abbiamo sviluppato
delle etichette elettroniche per identificare oltre 3000 rifiuti e mapparne
il viaggio in giro per gli Stati Uniti.
L’idea non è però che queste etichette
divengano la norma - cioè che siano
presenti su tutti i nostri prodotti. Ciò
capiterà in futuro ma probabilmente
con tecnologie di tracciamento diverse. Per ora si tratta di esperimenti
puntuali, da fare una tantum per capire meglio un sistema.
A Seattle stiamo scoprendo ad esempio molte inefficienze di sistema,
che, se corrette, possono permettere
risparmi notevoli. Importante anche
la condivisione delle informazioni
raccolte in rete.
Ad esempio, abbiamo notato come
molti volontari, una volta preso coscienza del percorso realizzato da
una bottiglia di plastica, abbiano autonomamente deciso di aumentare
l’ uso del vetro a discapito della plastica.
È interessante vedere come oggi in
rete i comportamenti si diffondono
per effetto dell’esempio che ciascuno
rappresenta per i propri vicini, in
una sorta di contagio sociale».
Dall’Italia avete ricevuto una qualche proposta per sviluppare localmente il Trash Track? Crede che si
possa applicare nella Penisola?
Nel caso dell’Italia ritiene che il
problema sia a monte?
«Sì abbiamo avuto contatti - anche
se finora non si sono concretizzati».
Se Milano fosse Boston (adynaton
a parte) e a Lei spettasse sviluppare alcune proposte in vista dell’evento Expo 2015 che cosa porterebbe avanti?
«Premetto che con lo studio carlorattiassociati abbiamo iniziato una
collaborazione con Expo2015 per
curare uno dei padiglioni tematici
chiamato FUTURE FOOD DISTRICT. (Qui il link a un breve video:http://www.youtube.com/watc
h?v=N1M2ha4oiWs&feature=plcp).
Poi alcuni punti generali. In passato
le Expo sono stati sempre occasioni
interessanti per sperimentare e
“push the boundary” - come si direbbe in inglese. Se pensiamo all’architettura, ad esempio, vengono in
mente il Crystal Palace di Londra
(costruito per primo Expo mondiale, nel 1851; oggi, anche se scomparso, viene additato spesso come primo simbolo dell’architettura moderna, con le sue strutture leggere
in ferro e acciaio) ma anche la Torre
Eiffel a Parigi, il Padiglione di Mies
van der Rohe a Barcelona o Habitat
67 a Montreal. Nel pianificare un
un’esposizione universale si può
osare più di quanto si possa fare, ad
esempio, nel progettare il nuovo
quartiere di una città. Anche per Milano, quindi, si può trattare di una
grande occasione di innovazione e
sperimentazione. Importante notare inoltre che i grandi eventi possono aiutare una città a reinventarsi come è capitato a Brisbane con
l’Expo o a Barcellona con le Olimpiadi. Per questo, con una vago riferimento kennediano, si potrebbe dire che i cittadini non dovrebbero interrogarsi tanto sui benefici che
possono ricavare dall’Expo ma su
come possono loro stessi approfittare dell’Expo per pensare - insieme, dal basso - la Milano di domani.
In questo senso, un commento. Sappiamo che le tecnologie della rete e
del digitale stanno entrando prepotentemente sulla scena urbana, abilitando nuovi processi che spesso
vengono etichettati col nome ‘smart
city’. Nonostante il fastidioso quanto vago anglicismo, gli effetti di queste trasformazioni sono profondi:
come se le vecchie nozioni di civitas
e urbs - la comunità dei cittadini e la
città costruita - si stessero saldando
grazie al mondo delle reti.
Emerge quindi un nuovo tipo di partecipazione alla scala urbana, che si
potrebbe codificare come 2.0 (vedi
l’ultimo libro di Richard Sennet, ‘Together: The Rituals, Pleasures and
Politics of Cooperation’, Yale University Press). Sulle reti i comportamenti si diffondono attraverso
l’esempio che ciascuno rappresenta
per i propri vicini, in una sorta di
contagio sociale. L’abbiamo visto
durante la primavera araba o in occasione dell’elezione del Presidente
31
degli Stati Uniti Barack Obama. Dinamiche simili possono essere innescate nella gestione quotidiana di
una città (a Boston, il sindaco Menino ha da poco lanciato il progetto
New Urban Mechanics per incentivare l’attivismo dei singoli, promossi a ‘meccanici della città’). Che cosa potrebbe portare questo approccio se applicato alla partecipazione
della città ad Expo 2015?»
Al convegno ITALIAN SMART COMMUNICATION SUMMIT 2013 si è parlato
anche di scorporo delle reti. Quale
è la sua opinione? Ritiene che allo
scorporo del fisso sarebbe più opportuno accoppiare anche lo scorporo del mobile? Oppure attuare
uno scorporo con logiche da conto
economico senza prima condividere una vera agenda digitale italiana, possa disincentivare gli investimenti?
«Non sono un tecnico in questo
campo, quindi preferirei non esprimermi».
CA
TRASH TRACK
Un chip sulla rotta dei rifiuti
Un chip segue il percorso dei rifiuti. Si chiama Trash Track. È già stato fatto a
Seattle, scoprendo che una cartuccia di inchiostro aveva percorso 6.152 chilometri
prima di arrivare a destinazione. Al contrario è invece possibile seguire lo smaltimento, snellirlo, aumentare il riciclo, ed evitare che i rifiuti finiscano in discariche illegali. Si tratta in sostanza di progetto di mappatura dei rifiuti basato sull’applicazione di speciali etichette elettroniche sui rifiuti di origine domestica
che seguiranno il loro viaggio dal momento in cui vengono gettati nella pattumiera
a quando arrivano in discarica e oltre, all’interno del sistema di raccolta e smaltimento della città. Un campione di famiglie volontarie permetterà di applicare
queste etichette su un campione selezionato di rifiuti. Successivamente, attraverso
un sistema di trasmissione Wireless, un server centrale raccoglierà ed analizzerà
tutte le informazioni provenienti dalle etichette applicate. Trash Track permetterà
di monitorare lo smaltimento dei rifiuti e identificare potenziali inefficienze del
sistema di raccolta urbano. Nella prima fase ha consentito di analizzare costi e
metodologie del viaggio dei rifiuti verso lo smaltimento o riciclo. Secondo i ricercatori del MIT che lavorano su Trash Track questo sistema pilota potrà diventare il primo passo per migliorale l’ecologia urbana puntando al 100% di
rifiuti riciclati anche nelle grandi metropoli del Mondo. Oltre il 75% dei rifiuti
tracciati nello studio hanno dimostrato l’efficacia e l’efficienza del sistema di riciclo nell’area di Seattle. Più in generale il progetto aiuta i cittadini a prendere
consapevolezza che la catena di smaltimento va resa sempre più conveniente.
In taluni casi le emissioni di CO2 sono state superiori a qualunque beneficio
ambientale, vedi il caso della cartuccia di inchiostro. Questo è il
punto di partenza per il futuro del recycling.
32
Un’Italia argentina
S
Eugenio Sangregorio
PERSONAGGI
Chi è Eugenio Sangregorio,
calabrese di Buenos Aires, che ha
costruito un impero sul real estate,
sui resort di lusso, sui porti turistici,
ma anche sull’idea dei cimiteri privati.
Suo il testo della legge per garantire
il diritto di voto passivo agli immigrati
con passaporto tricolore.
Sua la battaglia per far pagare in Euro,
e non in pesos, le pensioni agli italiani
di Argentina.
Ora lancia un grande progetto per
favorire la localizzazione delle Pmi
italiane nel Mercosur
ui terreni dove, adolescente,
zappava la terra, ora ha costruito un albergo; proprio
su quel campo, il giorno dell’inaugurazione ha radunato i ragazzini di
Belvedere Marittimo, in Calabria:
“Non dovete aver mai paura di lasciare tutto per inseguire un’idea o
un sogno; ogni volta che si torna lo
si fa comunque più ricchi di prima.
più ricchi dal punto di vista del morale e della forza, più ricchi anche
da punto di vista economico”.
Così, di certo, è successo a lui: Eugenio Sangregorio, nato nel 1939 in
provincia di Cosenza, uno dei tanti
protagonisti di una storia dura e difficile di emigrazione. 17 anni, un futuro senza speranza, l’imbarco sulla
nave per Buenos Aires per raggiungere la madre che nove anni prima
era stata costretta a lasciarlo per via
di un difficile divorzio. Sangregorio
grazie all’intervento di un giudice
(che caso vuole porta il suo stesso
nome) ottiene l’autorizzazione all’espatrio e la possibilità di lasciare
un ambiente che non gli aveva consentito né di studiare, né di rincorrere quelle idee che già allora aveva
ben chiare in testa.
L’arrivo in Argentina non è facile,
33
come non era facile quello lasciato
alle spalle. All’inizio vive in un’umile
casa con tetto di lamiera, attraverso
il quale filtra l’acqua piovana. Comincia a lavorare come manovale,
dopo due mesi viene assunto in
un’impresa siderurgica, la Everedy.
In dieci anni riesce a mettere insieme un piccolo capitale che gli consente di mettersi in proprio avviando un’impresa immobiliare che in
altri dieci anni diventa la principale
società di intermediazione di San
Isidro.
Nel 1985, raggiunta una posizione
economica solida, si occupa della
collettività italiana, quella dei milioni di espatriati in Argentina. Tra il
1987 e il 1994 lavora assieme ad altri
connazionali alla revisione costituzionale per dare il diritto di voto
passivo a chi ha passaporto tricolore. La norma porta il nome di “legge
Mercuri”, la persona che presenta la
norma e che poi diviene presidente
della Camera dei Deputati, ma in
realtà per gli italo-argentini sarà
sempre la «legge Sangregorio».
(Recentemente si è battuto con
successo perché i pensionati italiani in Argentina ricevevano le
mensilità in euro e non pesos.
Per salvaguardarne il potere
d’acquisto).
Nel 2001 il quotidiano «La Repubblica» dedica una pagina a Sangregorio, il giorno in cui arriva a Firenze
per prendere in gestione le case da
gioco, Bingo, di Cecchi Gori.
«Ha 62 anni e origini calabresi, ha
fatto fortuna in Argentina e adesso
sbarca a Firenze al posto di Vittorio
Cecchi Gori», scriveva il quotidiano.
«Non per acquistare la Fiorentina
ma per gestire le sale Bingo che
avrebbe dovuto aprire il presidente
viola. Eugenio Sangregorio, che a
El Tigre
El Tigre
Buenos Aires e Rio de Janeiro ha sale Bingo e palazzi, alberghi e villaggi
turistici, dalla Cinebingo di Cecchi
Gori ha acquistato due concessioni
Bingo e ha preso in affitto i cinema
Ariston ed Eolo, per i quali i Monopoli avevano rilasciato le autorizzazioni alla realizzazioni delle nuove
tombole di Stato. Adesso l’imprenditore italo-argentino combatte con
la burocrazia per avere concessioni
edili e autorizzazioni in tempo utile
per ristrutturare i locali».
La preoccupazione per le concessioni edilizie da ottenere e per i tempi stretti da rispettare era già allora
comune a tutti gli imprenditori del
Bingo e la situazione col tempo non
è certo andata migliorando. «La città è stupenda, il business mi piace,
prossimamente potrò allargare i
miei affari ad altri settori», dichiarava al tempo l’imprenditore italo-argentino. Per via della burocrazia, di
34
El Tigre è in fase di costruzione una
rimessa per yacht. Qui il sistema è
lottizzato in modo che i clienti possano ciascun acquistare con atto
notarile un box-rimessa per circa
10mila dollari.
El Tigre
El Tigre
sale Bingo in Italia ora ne è rimasta
solo una a Roma, che oltre all’hotel
in Calabria è la sola attività su suolo
italiano. Ma oltre oceano è un’altra
storia: il gruppo Sangregorio estende infatti i suoi interessi su tutta
l’Argentina ma anche in Brasile. Fattura 60 milioni di pesos al mese e
sta lanciando due investimenti da
circa 120 milioni di dollari l’uno. Il
primo è nella zona di Tigre, «molto
esclusiva per gente ricca», Il progetto è dell’architetto Alberto Fernán-
dez Prieto, uno dei più importanti
dell’intera Argentina: il creatore dell’importante “Puerto Madero”. Il secondo è un progetto di sviluppo immobiliare a Punta del Este (zona
esclusiva dell’Uruguay) dove in precedenza vi era il famoso Hotel San
Rafael. L’immobile passerà da 130 a
70 stanze, avrà un casino privato e
nell’area adiacente sorgerà una zona residenziale. Diecimila dollari al
metro quadro. Sempre nella zona de
Il colpo di genio di Sangregorio risale però al 1985. «Ho costruito il primo e ancora unico al mondo cimitero privato», dice l’imprenditore.
«Los Cipreses» - campo costituito
sul sistema identico a quello degli
Usa - nella zona di San Isidro: sette
ettari di terreno in uno straordinario luogo vicino all’autostrada Panamericana, ed un altro piccolo camposanto a soli 20 muniti dal centro
urbano di Buenos Aires.
Ma dal 2006 parallelamente ai
suoi business, Sangregorio
portando avanti la passione politica varca i confini dell’Argentina per puntare al Parlamento
italiano. Prima come esponente
del PdL in Sudamerica e poi con
una lista politica presentata alle
elezioni scorse. L’Usei, Unione Sudamericana Emigrati Italiani nel
2012 riceve l’adesione dell’ex senatore Edoardo Pollastri, eletto nel
2006 nella circoscrizione America
Latina nella lista dell’Unione e lo
scorso febbraio conquista un seggio
con Renata Bueno italo brasiliana
figlia di Rubens Bueno deputato a
Brasilia del Partito Popolare Socialista.
Per l’occasione Sangregorio ha dichiarato: «Un seggio storico, una
svolta che rende onore a tutti gli
emigranti italo-argentini. Il seggio
conquistato dall’Usei al parlamento
italiano è solo il primo concreto
passo verso una nuova era fatta di
collaborazione tra i figli della stessa
grande patria che da decenni vivo-
35
no, lavorano e onorano due
nazioni da sempre vicine anche se così distanti. Ora, invece, la nostra onorevole Renata
Bueno da sola rappresenterà
tutti quei valori per cui ci siamo
sempre battuti sul territorio, ricordando quanti di noi vivono in
Sudamerica ma non hanno dimenticato le profonde radici degli
avi. Renata, votata dall’Argentina
al Brasile passando per tutte le altre nazioni amiche, rappresenta da
sola tutta la filosofia del nostro movimento: è giovane come deve essere giovane la speranza di un futuro
migliore per tutti, è sudamericana
nella mente e italiana nel cuore».
«È questa la terza generazione di
emigranti che - ha sottolineato - dovrà essere capace di trovare una
nuova strada per avvicinare le due
sponde che guardano l’oceano, ragionando sempre più con l’obiettivo
di azzerare le distanze e far diventare l’Italia, l’Argentina o il Brasile un
unico grande paese che avrà come
bandiera il sentimento che ci lega ai
nostri due mondi».
Non a caso il progetto politico economico dell’Usei è molto chiaro.
Creare poli tecnologici dove accogliere le aziende italiane, trapiantarle in Argentina e farle crescere nel
Mercosur. Il progetto Usei (Unione
Sudamericana Emigrati Italiani) di
“integrazione economica” per il settore delle Pmi voluto da Sangregorio appare dunque come un piano
strategico ampiamente utilizzato
nel resto del mondo.
«La mia proposta», spiega a ChMagazine «è quella di stabilire un’alleanza strategica che permetta di potenziare le risorse ed i talenti degli
ses
Los Cipre
italiani e degli argentini, attraverso
il settore delle piccole e medie imprese». L’internazionalizzazione
delle Pmi italiane in Argentina e di
quelle argentine in Italia è un’opportunità per creare nuovi posti di lavoro e relazioni economiche di reciproco interesse. Le Pmi italiane possiedono un alto livello di progettazione e di tecnologia, mentre l’Argentina, oltre alle notevoli quantità
di materie prime, conta sull’esperienza del mercato locale; l’alleanza
di questi due paesi permetterebbe
una grande apertura nel mercato sudamericano. Aprire alla produzione
italiana il Mercosur, e creare una
espansione del mercato argentino
verso l’Europa attraverso l’Italia,
costituirebbe un vantaggio di competitività che rafforzerebbe entrambe le economie.
«Promuovere l’associativismo tra
imprese», conclude Sangregorio,
«potrebbe essere la vera soluzione
per uscire da questo grave momento di crisi mondiale. Niente è più
forte sul mercato del made in Italy,
per questo è fondamentale che le
imprese italiane vengano internazionalizzate. Secondo dati ufficiali
del 2011 attualmente il commercio
si suddivide in esportazioni dall’Argentina verso l’Italia per 2.224 milioni di dollari, mentre le esportazioni
dall’Italia verso l’Argentina sono per
1.482 milioni di dollari». In milioni
di dollari dall’Argentina all’Italia
vengono esportati 869 per alimenti
elaborati; prodotti chimici per 507;
carni e prodotti animali per 254, e
vegetali per 175. Dall’Italia verso
l’Argentina sempre in milioni di dollari vengono esportati: macchinari
per 696, prodotti chimici per 345 e
manufatti per 115. Numeri a parte il
fondamento sta nel sentimento.
L’attaccamento all’Italia di un italiano all’estero sarà sempre più forte
di chi ci vive e chi chiede a Sangregorio di prendere posizione tra Roma e Buenos Aires si sente rispondere: «Perché prendere posizione
tra la madre e la moglie?». Infatti sono un’unica famiglia.
CA
L’ora stellare
di Selex Es
Riorganizzazione
del portafoglio
prodotti, prua sugli
aeroporti del Far
East e sull’high tech,
conferma del successo di mercato dei radar e dei sensori
per sistemi satellitari. Nel 2017 i siti Selex scenderanno da 10 a
4 in Uk e da 48 a 22 in Italia, con la previsione di un fatturato
alimentato per la metà dal settore civile.
Nerviano punta di diamante per lo spaziale
Claudio
Antonelli
A
l recente salone aeronautico di le Bourget, il primo
della nuova Selex Es, nata
sette mesi fa dalla fusione di Selex
sistema Integrati, Selex Galileo e
Selex Elsag, l’amministratore delegato Fabrizio Giulianini ha tracciato
la strada del prossimo quinquennio.
Il 50% degli ordini e del turnover arriverà dal mercato non domestico
(Italia e Uk) per il resto ci sono fortissimi programmi che ancorano la
tecnologia Selex a sentieri abba-
stanza larghi, quanto possono essere l’Eurofighter, le fregate italiane
Fremm e gli elicotteri NH90. Per aggredire il «mercato emergente», ha
spiegato Giulianini, «sarà però importante riorganizzare il portafoglio
da 550 prodotti a 350, così come
portare a termine il piano di riorganizzazione concordato con i sindacati».
A regime, nel 2017, il numero dei siti
Selex in Inghilterra scenderà da 10 a
4 e in Italia da 48 a 22. Nello stesso
anno secondo i piani del management la metà del fatturato dovrà
provenire dal comparto civile, mettendo a frutto una serie di tecnologie provenienti dal mondo militare e
soprattutto tenendo presente che il
mondo dell’air traffic control è in
continua espansione. «In particola-
re, » ha aggiunto Giulianini, «nel Far
East si conta nei prossimi anni di
costruire un grande numero di scali
e la nostra società è in ottima posizione per rifornire tutti quegli aeroporti della tecnologia necessaria».
Nel settore dell’aviazione civile, grazie all’integrazione delle capability
presenti all’interno dell’azienda, Selex ES è già presente in oltre 150
Paesi al mondo con sistemi per il
controllo del traffico aereo, e può
fornire lo sviluppo, realizzazione e
gestione di aeroporti ‘turnkey’: dalla
gestione e controllo del traffico aereo, fino al controllo accessi, alle informazioni di volo e alla gestione
bagagli. Un modo per dare una risposta unica a tutte le esigenze che
emergono dalla crescita vorticosa
nel numero dei passeggeri aerei.
La nuova struttura
Lo scorso novembre il Ceo della
nuova società, Fabrizio Giulianini,
ha presentato la struttura organizzativa, oltre all’accordo, raggiunto dopo le lunghe polemiche dei mesi
scorsi, tra il gruppo Finmeccanica e
le organizzazione sindacali. Unico
no quello delle Fiom-Cgil.
Quello contenuto nel Piano è un
soggetto leader globale nel campo
delle tecnologie elettroniche e informatiche, con circa 17mila dipendenti, ricavi superiori a 3,5 miliardi di
euro, mercati domestici in Italia e
Regno Unito e una forte presenza
industriale con società negli Stati
Uniti, Germania, Turchia, Romania,
Brasile, Arabia Saudita e India. La
struttura organizzativa si articola su
tre specifiche divisioni:
- Divisione Air and Space Systems
guidata da Norman Bone, comprende le attività relative ai sensori aeroportati, i velivoli senza pilota, i sistemi di guerra elettronica, i sistemi integrati di missione, i sistemi di simulazione, gli aerobersagli, i sensori stellari, paylaods ed equipaggiamenti.
- Divisione Land and Naval Systems
diretta da Lorenzo Mariani abbraccia le capabilities elettro ottiche, il
disegno di architetture di sistemi
complessi, i sistemi tattici integrati,
sistemi navali da combattimento, i
radar navali e terrestri, le reti di comunicazioni militari.
- Divisione Security and Smart Systems guidata da Paolo Piccini comprende le architetture di sistemi per
la protezione del territorio e delle
infrastrutture critiche, la gestione di
dati e persone, i sistemi di comunicazione, l’Information technology, i
sistemi aeroportuali e di controllo
del traffico marittimo.
Trasversalmente alle divisioni opera un Coo, Alessio Facondo, che assicura il presidio di tutte le aree di
attività direttamente connesse all’operatività di Selex ES, alla competitività industriale, alla gestione
della produzione e alla standardizzazione, riutilizzo e sviluppo delle
tecnologie di base e delle piattaforme tecnologiche comuni. In particolare l’azienda concentra la propria
attenzione su tutte le soluzioni integrate, i singoli sensori e componenti
avionici che contribuiscono ad una
soluzione ISR/ISTAR, e che spaziano dagli UAS, quali il Falco nelle sue
due versioni, ai sistemi di sorveglianza aero portati per velivoli pilotati e non, quali ATOS e SkyISTAR,
fino alla gamma di radar di sorveglianza AESA.
I radar di ultima generazione di Selex ES, a scansione elettronica e
meccanica, hanno registrato un crescente successo di mercato, essendo integrati su oltre 20 piattaforme
ad ala fissa, ala rotante e su nove diversi UAS. Sempre nel settore
ISR/ISTAR l’azienda ha presentato
al salone di le Bourget di giugno alcuni sistemi recentemente introdotti sul mercato quali i sistemi compatti per ELINT/COMINT Sage e
RWR Seer, ideali per elicotteri e
UAS anche di piccole dimensioni. In
mostra anche il sistema di protezione DIRCM (Direct Infrared counter
measure) di ultima generazione
Miysis, che si distingue per ridotto
peso, ridotti ingombri e facilità di integrazione, e il nuovo wide band datalink, con performance potenziate,
ideale per supportare le crescenti
usiness
ano - Aree di b
i Nervi
Stabilimento d
39
necessità di download di dati e informazioni e necessario nelle nuove
operazioni di sorveglianza persistente tattica e strategica.
Stabilimento di Nerviano
Nello stabilimento di Nerviano, vicino a Milano, con i suoi 800 dipendenti, si sta sviluppando il nocciolo
duro dell’eccellenza di Selex Es. Per
via del know how della radaristica
(basti pensare che Gabbiano e Grifo
sono partoriti qui) e dell’avionica,
ma soprattutto per le eccellenze
spaziali. Erede dei produttori di ottica Salmoiraghi, a metà degli anni ‘80
grazie al Tornado la produzione viene diversificata. Si abbandona progressivamente la meccanotronica
per dare grande impulso all’avionica. Anche il progetto Amx traina il
sito di Nerviano per diversi anni e lo
lancia verso le nuove sfide del 2000.
Una delle eccellenze di Nerviano è
la particolare produzione di schede
elettroniche orizzontali. Dallo stabilimento ogni anno ne escono oltre
10000 di 500 tipologie diverse e relative a ben 210 programmi distinti. Il
segreto sta nel produrre un sistema
da boutique con prezzi competitivi,
tant’è che in molti chiamano la Selex di Nerviano l’Armani delle schede. Motivo per cui, assieme a tutto
lo sviluppo e l’integrazione verticale, non può essere trascurata la presenza di Selex ES nel settore dei fighter avanzati, settore nell’ambito
del quale l’azienda contribuisce per
oltre il 60% dell’elettronica di bordo
dell’Eurofighter Typhoon, per importanti segmenti della simulazione
di volo e di missione e per la fornitura di servizi di logistica di tipo
“availability” ai clienti domestici e
internazionali. Selex ES equipaggia
anche il caccia di ultima generazione della SAAB, il Gripen NG, per il
quale fornisce il radar a scansione
elettronica Raven ES, il sistema
IRST Skyward G, innovativo sensore di inseguimento e puntamento, in
grado di operare sia in modalità attiva che passiva, per operazioni stealth, nonché il sistema IFF di nuova
generazione. In rappresentanza di
questa tipologia di sistemi, Selex ES
ha presenta to al salone pariginol’M425 e l’M428 Compact IFF Transponder, quest’ultimo una versione
miniaturizzata di nuovissima generazione, che operano in modo S e
Modo 5, e l’RT 200 HF Transceiver
System per la comunicazione voce
e dati.
Spazio
Lo stabilimento di Nerviano in particolare vanta una lunga presenza di
nei programmi spaziali internazionali, come fornitore di sistemi ed
apparati all’agenzia spaziale Italiana
(ASI), a quella europea (ESA) e alla
Nasa. La famiglia dei sensori di assetto Startrackers equipaggia i satelliti LEO e GEO, le sonde spaziali
(come il Pluto della NASA), mentre
il sensore IR IRES-NE è il principale
sensore d’assetto per il sistema di
navigazione dei satelliti Galileo. Il
cui preciso posizionamento è assicurato dall’orologio atomico maser
PHM. Con una stabilità di frequenza
che equivale ad uno scarto di 1 nano
secondo ogni 100.000 secondi, il
Passive Hydrogen Maser (Phm) è il
più stabile orologio mai realizzato
per applicazioni spaziali. Galileo, il
più sofisticato sistema di navigazione satellitare mai realizzato, utilizza
gli orologi atomici prodotti in Italia
e in joint venture con una società
svizzera appositamente acquisita da
Selex. L’eccellente stabilità di frequenza del Maser garantisce la precisione richiesta dal sistema Galileo
fino a 30 centimetri per più di otto
ore senza alcuna sincronizzazione
da parte del controllo a terra. Gli
orologi Maser saranno presenti a
bordo di ciascuno dei 27 satelliti costituenti la costellazione completa.
A oggi Selex ex ha vari contratti in
corso, assegnati dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) con il contributo finanziario dell’Agenzia Spaziale
Italiana relativi alla fase di sviluppo
e ingegnerizzazione ed alla costruzione del Maser.
L’orologio, che nel 2005 si è aggiudicato il Premio Innovazione di Finmeccanica, permette di determinare con precisione il tempo impiegato dal segnale trasmesso dai satelliti
del sistema Galileo per raggiungere
il ricevitore dell’utente. Essendo no-
40
FUNZIONAMENTO
Microwave Amplification by Stimulated Emission of Radiation
Una sorgente di potenza a radio frequenza spara energia su un fascio di
molecole di idrogeno rompendone i legami all’interno del bulbo di dissociazione creando atomi di idrogeno allo stato eccitato che opportunamente convogliati in una cavità a microonde decadono allo stato fondamentale emettendo energia ad una precisa frequenza tipica dell’atomo di idrogeno.
Questa frequenza ultrastabile è il segnale di riferimento temporale, orologio, del sistema di navigazione.
ta la velocità di propagazione del segnale e la posizione dei satelliti, il
tempo permette di determinare, attraverso una triangolazione effettuata dal ricevitore, la posizione a
terra con una precisione proporzionale alla stabilità dell’orologio (migliore di 1 m). Grazie alla sua straordinaria stabilità, l’orologio atomico
consente di misurare intervalli di
tempo con estrema precisione. Trova applicazione quindi in astronomia (per la sincronizzazione dei radiotelescopi), per la sincronizzazione di reti di telecomunicazione, di
distribuzione dell’energia, di generazione della scala dei tempi internazione (ora esatta) e in metrologia.
Sono passati oltre 250 anni da quando John Harrison, un artigiano orologiaio inglese, vinse il premio di
20.000 sterline per la “Determinazione della longitudine” indetto dalla
Regina Anna nel 1714 e consegnatogli dopo 47 anni di studi e sperimentazioni, grazie all’intervento decisivo di Re Giorgio III. John Harrison
vinse questo premio grazie alla realizzazione di un “Cronometro marino” che misurando con buona ap-
prossimazione il tempo riferito al
meridiano di Greenwich permetteva di risolvere il problema della determinazione della longitudine della
nave. La precisione di questo primo
riferimento di tempo era di 5 secondi su 60 giorni. A Nerviano a compiere passi da gigante non è stato
solo il tempo.
Anche gli spettrometri che sono a
bordo dei principali programmi di
osservazione e sorveglianza del pianeta, come METOP e GMES, come
pure quelli che equipaggiano le missioni internazionali per lo studio
dell’universo (DAWN; Cassini-Huygens). Per non parlare di sonde e satelliti
come
Rosetta,
Herschel/Plank, ATV, Cosmo-Skymed che utilizzano pannelli solari e
sistemi di regolazione e distribuzione delle alimentazioni prodotti da
Selex Es. Così come i sistemi di prelevamento automatico di campioni
ed i sistemi robotizzati sono a bordo
delle missioni Rosetta, ExoMars ed
Aurora. Un esempio su tutti è la presenza in Rosetta, il progetto Esa che
mira a spiegare e analizzare le possibili correlazioni tra l’impatto di comete e l’origine della vita sulla Terra. La cometa Churymov-Gerasimenko, che sarà raggiunta dalla
sonda nel novembre del 2014, grazie
alla tecnologia di Nerviano, farà conoscenza con un altro strumento
tutto made in Italy.
Il drill di Selex es che riuscirà dopo
l’atterraggio e l’aggancio del lander
sulla cometa a trivellarne la superficie per almeno due metri di profondità, prelevare campioni di sabbia o
roccia, analizzarli sul posto e mandare le informazioni agli scienziati
europei.
Il tutto in completa autonomia. Un
sistema che nessun altra azienda al
mondo è riuscita a fornire.
Enrico Verga
INCHIESTA
CENTRO ASIA
Uzbekistan:
la gigantesca briglia
di Rogun, ultimo
sogno faraonico
della pianificazione
sovietica precipita
nel rischio
desertificazione
le aree fertili
alimentate
dall’Amu Darya.
E l’incubo terremoti
incombe su una
struttura che
dovrebbe raggiungere
i 335 metri di altezza
ed essere realizzata
spostando 80 milioni
di metri cubi di
terreno.
42
L’
Asia centrale in acque difficili? Sembrerebbe proprio
di si. L’analisi sulle conseguenze di lungo periodo della pianificazione territoriale evidenzia risultati drammatici specie per
l’Uzbekistan, il prescelto da Mosca
per diventare il sito strategico del
cotone. La pianificazione idrica per
l’irrigazione, sviluppata in modo a
dir poco approssimativo, a oltre 20
anni dal disgregamento dell’Unione
sovietica, costringe una delle più
giovani democrazia centro asiatiche
ad affrontare una vera e proprio
sfida per la vita, mettendo sul piatto
la sua sopravvivenza economica e
sociale.
E tutto passa attraverso l’acqua, con
almeno due progetti che materializzano un rischio fatale per il già precario equilibrio dell’economia agricola Uzbeka. La diga di Rogunskaya
e la diga di Kambarata-1 (la prima
sotto il controllo del governo Tajiko,
la seconda pianificata dal Kyrgyzstan) potrebbero imbrigliare una
larga parte delle acque dei due maggiori affluenti dei fiumi che portano
l’acqua alle nazioni a valle: Kazakhstan, Turkmenistan e più rilevante Uzbekistan.
Tra i due progetti quello che desta
maggior preoccupazione è quello
del Tajikistan: il progetto di Rogun
Hydroelectric Power Plant (HPP),
con una capacità di 3600 MW, sequestrerà un’amplia quantità delle
acque del fiume Amu Darya, il maggior fornitore di acqua delle aree
agricole Uzbeke.
Il progetto della diga di Rogun è l’ultimo sogno del decaduto impero sovietico. Durante la progettazione
dell’impianto, tuttavia, gli ingegneri
russi non erano riusciti a risolvere
differenti problemi: aumento dell’instabilità del terreno roccioso intorno agli argini, infiltrazioni di acqua negli strati di sale minerale alla
base del bacino della futura diga.
A questi problemi si deve aggiungere un rischio sismico elevato. La
diga, nel punto più alto, dovrebbe
essere alta circa 335 metri.
Il sito di costruzione della diga è
nell’area tettonica nella regione di
Vakhsh, parte integrante della faglia
di Tian-Shan e Hissar-Kokshaalsk.
La sismicità di queste zone è tra le
più elevate del centro Asia. I recenti
terremoti di fine Maggio 2013, avvenuti a sud di Taskent (la capitale
dell’Uzbekistan) hanno superato i
5 punti sulla scala Richter. Un sisma
simile ha investito l’Emilia Romagna l’anno scorso con esiti che ancora lasciano tracce nel territorio
italiano. Stando al U.S Geological
Survey, ci sono fino a 8 eventi sismici di differente magnitudine ogni
settimana nella regione del PamirHindi Kush, la stessa area interessata dal progetto della diga di Rogun HPP.
In aggiunta alla criticità sismica naturale si deve pensare ai circa 80
milioni di metri cubi di terreno che
dovranno essere riposizionati e ai
14 miliardi di tonnellate di acqua
del bacino che creeranno un ulteriore pressione sul sistema geologico montuoso locale. È possibile
che la costruzione della diga possa
aumentare sensibilmente il rischio
sismico dell’area. Se un evento sismico colpisse la diga di Rogun
avrebbe effetti devastanti. Scienziati
e ingegneri uzbeki stimano che la
pressione liberata di 14 kilometri
cubici di acqua creerebbe una onda
simile, per devastazione, ad uno tsunami oceanico. Alto centro metri il
muro d’acqua scenderebbe per il
fiume Vakhsh alla velocità di 100
km all’ora distruggendo le già esistenti dighe di Nurek e collassando
violentemente sulle città di Nurek,
Sarban, Kurgantyube e Rumy. I
danni per gli abitanti delle tre nazioni interessate Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan sarebbero
43
incalcolabili.
Il secondo problema che il progetto
della diga pone è di natura economica.
L’Uzbekistan è il secondo produttore mondiale di cotone. Si stima
che circa il 30% del Pil nazionale sia
direttamente o indirettamente collegato alla coltivazione del cotone.
La disponibilità di acqua, se la diga
fosse costruita, diminuirebbe drasticamente con un danno diretto
per l’economia del cotone e di conseguenza l’intero sistema economico nazionale.
Vi è inoltre un elemento ambientale
di lungo periodo che spesso viene
trascurato nelle analisi di fattibilità
della diga.
La regione centro asiatica ha un delicato e fragile equilibrio. Già in passato durante l’era sovietica tale
equilibrio è stato messo a dura
prova, un esempio significativo è la
riduzione di dimensioni del mare di
Aral.
La creazione del bacino idrico di 14
km cubici implica una riduzione
dell’afflusso di acque a valle per almeno 8-10 anni con un impatto diretto sul sistema ambientale regionale. La riduzione di afflusso di
acqua del fiume Amu Darya aumenterà ulteriormente la depauperazione dei canali idrici, accelerando
il processo di desertificazione dei
laghi e delle paludi, con l’aumento
di nuove paludi salate e di takyr (siti
ad elevate salinità, termine locale)
che colpiranno direttamente le aree
agricole decretandone un pessimo
raccolto e un aumento della salinità
del terreno.Il governo Uzbeko stima
che il danno economico aggregato,
causato dalla costruzione della diga
di Rogun, possa ammontare ad oltre
20 miliardi di dollari includendo i
danni al sistema agricolo alimentare
e non alimentare, il deperimento del
suolo e lo spostamento delle popolazioni a causa dell’inasprimento
dell’area per carenza d’acqua.
Esistono differenti accordi definiti
in seno alle Nazioni Unite come lo
United Nations Convention on the
Protection and Use of Transboundary Watercourses and International Lakes of September 18, 1992; il
1997 United Nations Convention on
the Law of the Uses of International
Watercourses, adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il
21 maggio 1997 che definiscono con
semplicità e chiarezza i vincoli e i
limiti che tutte le nazioni interessate
da un comune sito idrico devono
adottare nella valutazione di progetti che possono influenzare il sito
idrico stesso. Nel settembre del
2012 incontri tra i presidenti del Kazakhstan e del Uzbekistan hanno
aggiunto un punto di vista chiaro
sulla situazione centro asiatica. “Gli
incontri hanno definito la creazione
di meccanismi comuni per l’utilizzo
dell’acqua e dell’energia in Centro
Asia e l’attivazione di un fondo internazionale per salvare il mare di
Aral. Questo tema è importante per
tutte le nazioni. Vorremmo ricordare ai nostri vicini e fratelli che
stanno a monte che noi, Kazaki, Uzbeki e Turkmeni, che stiamo a valle
del fiume Amu Darya abbiamo un
deficit di acqua. Ogni persona percepisce questo, dato che colpisce
la vita di milioni di persone. Noi
speriamo che questi problemi saranno risolti di comune accordo e
a comune beneficio di tutte le nazioni” ha dichiarato Nursultan Nazarbayev dopo aver concluso l’incontro con il presidente Uzbeko
Islam Karimov.
“La situazione idrica è un argomento molto delicato qui. Le analisi
che la Banca Mondiale sta promuovendo in merito al progetto di Rogun potranno offrire una visione imparziale
sull’opportunità
di
costruire la diga”. Ha dichiarato Riccardo Manara, ambasciatore italiano in Uzbekistan.
«È importante rammentare che quest’anno vi saranno le elezioni presidenziali in Tajikistan e il tema dell’energia è uno dei maggiori soggetti
della campagna elettorale. Dobbiamo inoltre ricordare che questo
progetto potrebbe essere estrema-
44
mente costoso e finora, anche se le
tre maggiori potenze (Cina, Usa e
Russia) osservano con attenzione
l’Uzbekistan, nessuna di esse ha manifestato apertamente l’interesse di
supportare economicamente e politicamente il progetto». Continua
Manara «l’Uzbekistan è la chiave di
volta nell’intero equilibrio del Centro Asia. Esiste anche una crescente
preoccupazione tra i cinque stati
centro asiatici in merito all’evoluzione dell’Afghanistan dopo il 2014,
quando le truppe Usa e della coalizione lasceranno la nazione». Dichiara Manara: «L’Italia dovrebbe
aumentare la sua presenza nella regione. Prima di tutto la nostra esperienza nel settore dell’ingegneria è
benvenuta qui. Il politecnico di Torino ha aperto con successo una
sede qui e i benefici, in termini di
formazione, sono riconosciuti ampliamente dal governo nazionale. Le
compagnie alimentari e agricole,
che producono macchinari specie
per il settore tessile, sono egualmente benvenute considerando la
vasta produzione e processazione
di cotone».
La coltivazione del cotone è vitale
per l’economia nazionale. I recenti
attacchi di Soros (attraverso la sua
fondazione) hanno indicato come
in Uzbekistan via sia uno «sfruttamento della popolazione rurale, anche nel caso dei bambini, come raccoglitori di cotone». «Il governo
Uzbeko sta migliorando questa situazione e le conferme positive arrivano dal recente rapporto dell’Unicef» conclude Manara.
Le attività di supporto svolte dall’Unicef e dall’Undp per migliorare
gli standard qualitativi di vita delle
popolazioni colpite dalla situazione
idrica, specialmente nell’area del
mare di Aral, sono sviluppate
spesso in coordinamento con le
NGO locali che, sparse sul territorio, riescono a promuovere con
grande attenzione progetti localizzati e mirati alle esigenze di ogni
singola area. Tra le NGO maggiormente attive nel settore dei microprogetti è presente il Social Initiatives Support Fund (SISF). La NGO,
partecipata dal Fondo di Gulnara
Karimova (fondatrice del Fund Forum e una delle persone più attive
nelle opere sociali in Uzbekistan)
ha supportato differenti iniziative
offrendo miglioramenti della qualità
della vita per oltre 2 milioni di persone. Nel 2012 il SISF ha reso disponibile prestiti a fondo perduto
alle comunità rurali del Kazakhdarya nella regione del Karakalpakstan. La comprensione del fragile
equilibrio idrico in Centro Asia è
necessario per lo sviluppo delle relazioni europee ed italiane in questo
contesto complesso e sfidante. Le
risorse energetiche centro asiatiche,
petrolio e gas, e quelle minerarie
possono essere le fondamenta per
lo sviluppo di una economia stabile
e ricca. Sarà necessario tuttavia che
il governo italiano valuti attentamente le sfide diplomatiche che il
Centro Asia pone. Prima tra tutte
la creazione di un equilibrio armonico basato su una corretta condivisione e sfruttamento delle risorse
idriche. In tal senso la grande esperienza dell’Italia nel settore delle
energie rinnovabili e delle dighe può
essere un sicuro vantaggio per il sistema paese nella sua collaborazione con l’Uzbekistan.
45
l’inchiesta
di CH
Come controllare il 40% dei flussi di merce
per l’economia globale e non farsene accorgere:
le tre maggiori compagnie di trasporto container si alleano,
creano nei fatti un mega cartello, conquistano il potere
di condizionare rotte e sviluppo schierando in campo
navi lunghe quanto quattro campi di calcio.
Solo Cina e Francia sembrano aver capito che piatto è in gioco
l’inchiesta di CH
Malcom McLean
Quando Malcom McLean lanciò con
Sealand il primo servizio di trasporto
marittimo che prevedeva l’utilizzo di
scatoloni di metallo per trasportare
la merce, nessuno avrebbe potuto
prevedere che di fatto l’intero interscambio mondiale di beni finiti o semilavorati sarebbe finito dentro ai
containers. Ma specialmente nessuno avrebbe potuto prevedere
quanto sta accadendo sotto gli occhi
di tutti, senza che nessuno almeno
apparentemente se ne preoccupi: e
46
cioè che i nuovi equilibri mondiali
non si giocheranno sul controllo
delle fonti energetiche, oggetto, per
altro, con lo shale gas e con la conquista americana della leadership
produttiva sia nell’oil che nel gas, di
una vera e propria rivoluzione; bensì
sul controllo assoluto e totale da
parte di una oligarchia di tre, quattro
al massimo cinque grandi multinazionali sulle grandi rotte di traffico
marittimo e quindi su una quota dell’interscambio mondiale, che, quanto
a valore trasportato in container, probabilmente rappresenta già oggi più
dell’60% della ricchezza in movimento sul pianeta. Considerando che
l’interscambio mondiale muove qualcosa come 57,7 miliardi di euro, che
oltre il 90% di questi scambi avviene
via mare, che di questa quota marittima di mobilità delle merci oltre il
65% quanto a valore viene trasportato in container e che i primi cinque
gruppi del mercato di questo trasporto si avviano a controllare una
quota superiore al 70%. Ebbene, sono
sufficienti questi numeri, per comprendere il valore della partita che
si sta giocando sulle rotte marittime,
ma specialmente il peso e il potere
contrattuale, in termini di scelta di
territori da servire e quindi da sviluppare, che questi cinque gruppi, il
cui peso specifico è tutt’oggi drammaticamente sottovalutato, deterranno sull’economia globale.
Se esiste un simbolo di questo orwelliano “Grande fratello del mare”,
questo è senza ombra di dubbio la
“Maersk MCKinney” prima di due serie di complessive 20 navi giganti che
il gruppo danese Maersk (significativamente la prima porta il nome del
l’inchiesta di CH
47
fondatore della compagnia scomparso solo un anno fa alla veneranda
età di 98 anni) ha varato nelle scorse
settimane.
E se esiste anche solo il sospetto che
l’oligarchia di container carriers che
comanda i grandi traffici si trasformi
in un cartello in grado potenzialmente di condizionare i flussi, o più
banalmente, i costi che gravano sulle
produzioni oggetto dell’interscambio
mondiale, ebbene si può affermare
che il sospetto non è più tale: è ormai
diventato una realtà. L’intesa fra le
tre prime compagnie container del
mercato mondiale, ovvero Maersk,
Msc e Cma-Cgm che hanno deciso
di porre a fattore comune 256 navi
giganti impegnate su 29 servizi su tre
rotte principali del traffico marittimo
mondiale, riversando su queste tratte
una potenza di fuoco di 2,6 milioni
di container, travalica ovviamente i
confini di un normale accordo commerciale e delinea quelli di una sfida
per il controllo diretto dei gangli vitali dell’economia mondiale, la cui
magnitudo rende stupefacente il disinteresse di gran parte degli Stati
sovrani, dell’Unione europea, ma anche delle grandi concentrazioni pro-
duttive che da domani dovranno fare
i conti con un “trasportatore globale”
con il quale sarà difficile, ma molto
difficile, trattare”.
Nel 2011 tutti i container carriers del
mondo hanno trasportato globalmente 589 milioni di container teu
da 20 piedi. A bilancio 2013 quanti
saranno e specialmente quale quota
48
di questo mercato sarà stabilmente
in cassaforte di tre armatori che sommando le loro forze hanno messo in
campo una capacità di trasporto e
quindi numeri di teu che potranno
essere raggiunti solo sommando la
capacità delle flotte dei 18 gruppi
che nel ranking mondiale inseguono
Maersk, Msc, Cma-Cgm? E che effetto domino innescheranno le navi
triple E (la capostipite è la MCKinney) o comunque i giganti sopra i
15.000 teu di portata di cui nei prossimi mesi sempre questi tre gruppi,
ormai devoti al gigantismo navale,
hanno fatto incetta nei portafogli ordine dei cantieri mondiali?
Ma prima di affrontare questi interrogativi nonché le conseguenze traumatiche nella scelta dei porti di scalo
che saranno in grado di accogliere
questi colossi, conquistando grazie
a banchine in acque profonde e a
spazi tali da consentire a
quattro campi di calcio (tanta è la
lunghezza delle nuove navi) di manovrare all’interno di uno scalo marittimo, ci appare indispensabile sollevare un interrogativo che
oggettivamente a oggi sembra rimanere senza risposta. È possibile che
nessuno (salvo eccezioni di cui parleremo in seguito) sia a livello di leadership politiche, sia di leaderships
economiche e produttive, sia di analisti e osservatori dei cambiamenti
geo-politici in atto, si sia posto domande su quale sarà l’assetto a medio e lungo periodo dell’interscambio
mondiale?
A dire il vero qualcuno se ne è reso
e se ne sta rendendo conto. Il governo cinese ormai da due decenni
sostiene le attività di trasporto marittimo (siano esse compagnie di navigazione, siano porti) considerandole un tassello fondamentale per
l’affermazione di un nuovo ordine
economico mondiale e quindi per
l’affermazione della produ-
zione cinese sui mercati internazionali. Non casualmente le due compagnie della Repubblica popolare cinese, Cosco e China Shipping,
stabilmente fra i primi dieci carrier
nella classifica mondiale, agiscono
in sempre più stretto coordinamento
e hanno attuato una politica di metodica appropriazione dei nodi di interscambio del commercio mondiale. Ultimo in ordine di tempo quel
porto del Pireo-Atene, che è la chiave
per aprire la porta dei traffici distributivi nell’intera area mediorientale,
sino alla Turchia, e che al tempo
stesso è il grimaldello attraverso il
quale scardinare le per altro sempre
più fragili protezioni del mercato europeo.
Se n’è reso conto anche il governo
francese, che proprio nei giorni
scorsi ha annunciato l’intenzione di
acquisire una quota del capitale di
Cma-Cgm, terza nel ranking mondiale e terzo partner dell’alleanza con
Maersk e Msc.
Per il resto solo silenzio e, nel migliore dei casi, apparente disattenzione. Sono trascorsi quasi 26 anni
da quando Italia di navigazione e
Lloyd Triestino, le due compagnie
italiane di trasporto container controllate da Finmare con capitale pubblico, furono privatizzate. Avevano
navigato per decenni sotto la forza
di un acronimo: PIN. Preminente interesse nazionale, ovvero sotto la allora distorta convinzione che lo Stato
dovesse mantenere in vita sempre e
comunque, una flotta di bandiera ita-
49
liana
per il
suo valore
strategico di
“controllo”
sull’interscambio mondiale.
Allora le dimensioni di quelle
compagnie
e la presenza sul
mercato di
alcune centinaia di operatori
rendevano anacronistica e fuori da ogni senso logico, quella pretesa di posizionamento strategico. Ma oggi?
I tre protagonisti dell’intesa che comunque rivoluzionerà un mercato
del trasporto container da troppi
anni a caccia di equilibrio, rimuneratività e stabilità (attraverso una ripresa dei noli sino ad oggi inchiodati
in basso dalla sovra capacità della
flotta mondiale di portacontainer e
dall’alto numero di navi in disarmo),
sono per storia, caratteristiche, identikit soggetti anomali e prontamente
diversi l’uno dall’altro sia sulla scena
del container market, sia su quella
dell’economia
globale più in
generale.
Maersk, è parte integrante del
gruppo danese Moller, che non solo
nei fatti è un gruppo-Stato per l’incidenza delle sue attività (inclusi i cantieri navali dove costruisce le sue
navi), ma che storicamente nel settore container (sembrerà un paradosso) riesce a far quadrare i conti
grazie alle possenti rimesse dell’attività petrolifera.
Quindi la Msc, anomalia per eccel-
lenza.
N o n o stante
la dimensione della
sua flotta,
nonostante
piani di investimento per
miliardi di
euro (basti
pensare che
la
Maersk
MCKinney costa
190 milioni) conserva
due caratteristiche: è società a gestione familiare ed è una one man
company, governata a vista dal suo
fondatore e presidente, l’armatore
sorrentino, ormai da anni naturalizzato ginevrino, Gian Luigi Aponte.
Dei fondamentali di bilancio di Msc,
al di là delle indiscrezioni, non si sa
nulla. Negli ultimi mesi gli analisti l’hanno indicata fra i leader del mercato come quella più esposta a scalate.
Terzo partner della grande alleanza,
la compagnia Cma-Cgm. Originariamente compagnia di Stato e quindi
“bandiera” sul mare della Francia
50
gaullista, quindi caduta in disgrazia
e salvata dal finanziere Vincent Bollorè (oggi fra i più attivi protagonisti
del trading e della logistica mondiale
in aree strategicamente ipersensibili
come l’Africa sub sahariana), poi rilevata da un altro finanziere, il sirolibanese Jacques Saade. Precipitata
con la grande crisi del 2009 nel baratro di un fallimento che pareva inevitabile, la compagnia si è salvata
grazie alle ripetute iniezioni di denaro pubblico da parte del governo
di Parigi che oggi la considera tanto
strategica da spingere il suo Fond
strategique a mettere a disposizione
un bel po’ di milioni emettendo obbligazioni garantite.
Insieme, queste tre multinazionali
che - secondo molti - rappresentano
il riferimento anche di forti interessi
extra-shipping, saranno padrone
della fetta più consistente dell’interscambio mondiale teoricamente potendosi permettere di incrementare
finalmente le rate di nolo, garantirsi
una remuneratività del capitale investito che (alla luce del loro indebi-
tamento) sino a oggi si è rivelata impossibile e terranno le regole del
gioco. Con un distinguo e al tempo
stesso un fattore di incertezza tutt’altro che marginale: la Cina.
Pechino ormai da anni investe risorse sempre più consistenti nei suoi
porti che hanno letteralmente scalato la classifica mondiale degli scali
container, costringendo anche Rotterdam ad ammainare bandiera, ma
specialmente nelle due compagnie
nazionali China Shipping e Cosco,
nonché in una serie di container carriers satelliti o alleati.
Quale sarà la strategia di questi due
vettori in grado di trasportare quote
crescenti dell’interscambio cinese,
nel momento in cui lo strapotere
della triplice alleanza dovesse imporre oneri ritenuti un fair all’economia della Repubblica popolare?
La scelta di tutti questi operatori di
usare navi giganti è ormai una realtà
consolidata. Nata sulla spinta di economie di scala, rafforzata dalla convinzione di poter trasportare con
consumi di carburante invariati (e il
carburante rappresenta oggi quasi
l’80% dei costi di gestione di queste
navi) il doppio del carico, quella al
gigantismo navale è diventata una
corsa incontrollabile.
Secondo i dati proposti da Rino Canavese, ex presidente del porto di
Savona e oggi consultant del gruppo
Gavio, oggi il 48% degli ordini ai cantieri è per navi con capacità superiore ai 12.000 TEU e a fine 2013 saranno oltre 250 le unità oltre quella
portata. Secondo l’ultimo rapporto
Alphaliner la flotta mondiale che al
31 dicembre 2012 annoverava 162
navi nella fascia fra i 10.000 e i 18.000
teu di portata, a fine anno ne avrà in
servizio 199; a fine 2014, 254; a fine
2015, 282. Una armata sostenuta anche da una crescita altrettanto imponente delle navi fra i 7500 e i
10.000 teu: dalle 326 di fine 2012 alle
453 di fine 2015.
Tornando ai market leader è ugualmente impressionante la dinamica
di crescita delle flotte: Maersk da
una capacità di trasporto 2010 di
14.600.000 teu a una attuale di
17.000.000; Msc da 12.100.000 a
13.2000.000; Cma-Cgm nello stesso
periodo da 9.041.000 teu di portata
complessiva a 10.600.000.
Complessivamente le top 25 della
flotta mondiale totalizzavano complessivamente una capacità di trasporto per 109 milioni 149mila teu,
con le prime tre attestate sopra i 42
milioni aggregati.
P3 Network, così è stata battezzata
la nuova alleanza a tre con un nome
che in Italia evoca fantasmi del passato, sarà probabilmente operativa
a metà del prossimo anno.
E probabilmente nessuno è oggi in
grado di prevedere quali reazioni a
catena innescherà ancora prima
della sua nascita.
BMD
l’inchiesta di CH
Chi sono i magnifici 113 che movimentano
più di un milione di container.
Ma da domani scoppia la rivoluzione
e la mappa dei traffici sarà riscritta
dalle eliche delle navi giganti e dai
piani strategici dei mega carrier.
Logistica e delocalizzazioni
produttive per assecondare
il nuovo ordine mondiale
l’inchiesta di CH
D
ynaliners, il centro studi
olandese specializzato nelle analisi sul mercato dei
container, li chiama “the millionaires”. Sono i porti nel mondo che
vantano un traffico container che
ha sfondato la soglia critica del milione di teu. Fra i 113 in classifica
solo tre italiani: Gioia Tauro che occupa la 48esima posizione, Genova
(63) e La Spezia (99).
I top 113 movimentano l’82,5% del
traffico mondiale. I new entrants
nel 2012 sono stati Brisbane, Honolulu, Itajal, Lazaro cardenas, Taicang, Puerto Limon, San Antonio e
Taipei. Alcuni porti sembrano aver
imboccato la strada di un declino
(come Barcellona che ha perso il
18% dei suoi traffici container) ,
mentre nell’empireo degli over 10
milioni di traffico annuale, si collocano (con la sola eccezione di Rotterdam) solo porti asiatici, nella
stragrande maggioranza cinesi.
Quadro consolidato?
52
Tutt’altro. Secondo il parere concorde di tutti gli esperti, i prossimi
anni, forse i prossimi mesi, saranno
testimoni di una vera e propria decimazione, una selezione fisica dei
porti sulla base di quattro caratteristiche che per i mega carriers globali diventeranno indispensabili e irrinunciabili. Pescaggio, ovvero profondità delle banchine, che dovranno tendere verso i 18-20 metri; lunghezza delle banchine che dovranno ospitare contemporaneamente
almeno due navi giganti da 300/400
metri di lunghezza; disponibilità di
bacini di evoluzione in grado di consentire a queste navi di manovrare e
riguadagnare l’uscita dal porto; vicinanza del porto stesso con un grande mercato di produzione e consumo che possa garantire alle navi giganti un flusso di merce (imbarco e
sbarco) concentrabile in un
solo punto.
Se in Estremo Oriente questa rivoluzione ha già imposto le nuove regole del gioco a porti che sono cresciuti parallelamente ai mutamenti
in atto nelle caratteristiche del trasporto, in Europa la monopolizzazione dei principali traffici da parte
delle navi giganti, e per conseguenza, da parte di un numero limitatissimo di mega operatori globali, produrrà conseguenze devastanti.
E non solo sui porti, ma anche sulle
aree retro portuali, sui sistemi logistici e persino sulla struttura economica, sia produttiva che distributiva, di aree geografiche estese. Anni
addietro l’allora presidente di Assolombarda Benito Benedini a chi
metteva in dubbio l’utilità di un corridoio 5 che transitasse al di sotto
delle Alpi, ovvero nella pianura Padana, o di un Corridoio 5 che, come
Le gru per le nuove navi da18,000 TEU richiedono di poter operare su 23 file trasversali con un’altezza sopra banchina di 52 metri.
l’inchiesta di CH
53
puntualmente accaduto, attraversa
le grandi regioni produttive di Francia del Nord e Germania, rispondeva ironico: “Nessuna differenza se
non quella che progressivamente
tutte le grandi aziende produttive
tenderanno a posizionarsi lungo
l’asse di traffico, de localizzando
per ottenere le migliori condizioni
possibili per quanto attiene, logistica, approvvigionamenti e distribuzione”.
Quel vaticinio sembra attagliarsi alla perfezione al futuro della portualità europea e di quella mediterranea, e, ancora, italiana nei prossimi
anni. Inevitabilmente la polarizzazione dei carriers e l’utilizzo delle
grandi navi produrrà una parallela e
rapidissima polarizzazione portuale
e logistica, con concentrazione dei
traffici ma anche delle aree di consumo e di produzione in aree circoscritte e rapidamente trasformabili
in bacini di alimentazione delle
sempre più capienti stive delle navi
portacontainer.
MENTRE IL PIREO “CINESE” CORRE
Gioia Tauro gioca alla Zes
Il fallimento della zona franca doganale è scritto sulle pareti
arrugginite di decine di capannoni vuoti che si susseguono,
senza soluzione di continuità alle spalle del terminal Medcenter di Gioia Tauro. Forse per questo oggi, su iniziativa proprio del gruppo Contship, che Medcenter controlla, e dell’Autorità portuale dello scalo calabrese, sta prendendo forma
un’idea nuova, teoricamente percorribile in tempi brevi, per
attirare investitori esteri nelle aree retro portuali. È l’idea di
portare all’approvazione dell’Unione europea l’istituzione nella
piana di Gioia Tauro di una Zona Economica Speciale (Zes),
un’area nella quale (come accaduto già sessanta volte in altri
paesi europei) gli investitori internazionali (e nazionali) sono
attirati da condizioni di abbattimento della pressione fiscale,
degli oneri contributivi e previdenziali, di azzeramento dei
dazi. In una parola da tutte quelle misure che incidendo sul
cuneo fiscale e sulle tasse che oggi gravano sull’impresa, renderebbero competitiva almeno un’area circoscritta d’Italia.
Lanciata dal responsabile del terminal di Gioia Tauro, Domenico Bagalà e sostenuta con forza dal presidente del porto,
Giovanni Grimaldi, l’idea della Zes è riuscita a smuovere le
acque anche in Regione Calabria.
Per altro l’iperattivismo di un porto direttamente concorrente,
quello greco del Pireo, la cui gestione è stata assunta in toto
dalla cinese Cosco, testimonia che i tempi per una decisione
non sono infiniti. Il gruppo Cosco, intende effettuare nuovi
investimenti per un totale di 224 milioni di euro nel porto ateniese del Pireo per renderlo il più grande ed efficiente del
Mediterraneo. Lo ha confermato il premier greco Antonis Samaras durante l’inaugurazione del molo n. 3 del porto alla
presenza del presidente della società, Wei Jiafu. Cosco ha investito sinora in Grecia 340 milioni di euro e ci sono ancora
grandi possibilità di ulteriori investimenti.
Il Governo greco - ha detto Samaras - crede nella logistica
come motore per la ripresa dell’economia Cosco prevede che
nel 2013 il porto greco raggiungerà una movimentazione di
2,5 milioni di teu, 400mila in più rispetto all’anno scorso.
Ma le ambizioni del Governo greco sono ben maggiori. Il
primo ministro, infatti, ha ribadito che presto avverrà un
nuovo accordo con Cosco per un’ulteriore potenziamento del
terminal container che ne aumenterà la capacità a sette milioni
di teu, portando lo scalo al primo posto per capacità nell’Europa mediterranea. E da Pechino arriva subito la risposta:
‘’Incoraggerò le imprese cinesi a venire ad investire in Grecia’’.
È quanto ha assicurato il presidente della Cosco.
54
We bring the ship to your factory.
Era il motto ideato negli anni ottanta da Angelo Ravano, fondatore del
gruppo Contship e pioniere della logistica, a rimarcare l’importanza di
servizi marittimi e logistici disegnati
sulle esigenze della produzione e il
mercato.
La rivoluzione in atto potrebbe sovvertire proprio il driver che ha caratterizzato per secoli l’attività di
trasporto marittimi. Forse ci troveremo costretti ad affermare “we
bring the factory to you ship” e se
ciò accadrà significherà che anche i
singoli Stati avranno perso, spesso
per ignavia e per scarsa capacità di
vedere oltre la siepe, una delle ultime possibilità di compiere e di non
subire scelte che riguarderanno l’organizzazione complessiva dei loro
territori.
Forse è eccessivo affermare filosoficamente
che il “Grande Fratello
Container” eroderà la
sovranità di nazioni e di
istituzioni sovranazionali come l’Unione europea. Ma per scacciare i fantasmi non è sufficiente affermare che
non esistono.
Il dato di fatto è che i
territori che vorranno avere un ruolo strategico centrale nell’economia
globale saranno chiamati nei prossimi anni a uno sforzo finanziario
concentrato in poche aree realmente e non politicamente importanti
per l’interscambio mondiale e quindi coerenti con obiettivi e scelte dei
mega carriers. Chi sa di cose portuali italiane ricorderà gli investimenti a pioggia su porti come Pozzallo, piccolo scalo siciliano sottoposto a un costante interramento, o
su Manfredonia. Due esempi a caso
di un passato che non può tornare.
Il Grande Fratello accetterà e non
rigetterà come cellule cancerogene
solo gli interventi e l’offerta portuale coerente con i mezzi, gli investimenti, le strategie del mercato globale. E su questi poli della logistica
portuale pretenderà che i singoli
Stati investano una marea di soldi
ad esempio in gru di banchina di dimensioni gigantesche (uno sbraccio
di oltre 70, a un’altezza di 52 per poter pescare container sino alle
23esima fila sulle navi dell’ultima
generazione) incompatibili con alcune posizioni geografiche (basti
pensare al grande terminal di Genova Voltri, dove il tetto aereo per l’atterraggio degli aeromobili nel vicino
scalo aeroportuale, non consentirà
mai l’adozione di tale tipo di gru).
La selezione naturale è già in corso.
Sta avvenendo ed è avvenuta nel Pacifico dove il traffico si sta polarizzando nei porti di Los Angeles, Long
Beach e Oakland, negli Stati Uniti, e
Lazaro Cardenas, in Messico mentre gli altri porti sino a ieri concorrenti fra cui Seattle, Vancouver,
Prince Rupert, Portland, Tacoma,
sono messi da parte come kleenex
usati.
Accadrà anche in Mediterraneo,
con un’esigenza in più. I porti per diventare partner e non sudditi del
nuovo ordine dovranno essere in
grado anche di polarizzare carico. E
ciò comporterà scelte importanti
come quella, recentemente ridiscussa a Gioia Tauro e Cagliari, di zone
franche (nella nuova e percorribile
l’inchiesta di CH
55
versione delle zone economiche
speciali) dove attirare fabbriche,
centri di distribuzione nazionale e
mediterranea, centri di assemblaggio, ovvero tutto quello che consentirebbe anche a un porto mediterraneo di copiare quello che Rotterdam aveva progettato e realizzato
(basti ricordare il caso Philips) trent’anni fa.
In questa ottica si era mosso Tanger
Med, il maxi porto container del Marocco progettato e realizzato in parallelo e in contemporanea con una
grande area economia-industriale e
logistica che ha favorito l’insediamento di alcune centinaia di imprese, anche italiane.
Sta accadendo anche al Pireo, dove
la Grecia sta sperimentando l’effica-
cia di un’alleanza con i cinesi di Cosco, che potrebbe consentirle di
prendersi una rivincita sull’Unione
europea e su chiunque l’abbia tenuta a galla solo perché con il Partenone non affondassero anche le banche di casa.
UN TERMINAL PER NAVI GIGANTI
Civitavecchia cala l’asso
Civitavecchia sa di poter contare su tre, o forse quattro, delle
tessere del mosaico che raffigura il porto container del futuro.
Ha i fondali a 18/20 metri che in Italia sono reperibili (ma all’estremo oriente del paese in zona strategicamente meno
raggiungibile) a Trieste e nel costruendo terminal della Maersk
a Savona Vado; ha le aree di manovra per le grandi navi giganti;
disporrà delle banchine già finanziate per accogliere contemporaneamente due colossi del mare; ha anche il secondo mercato di consumo dell’Italia. Se nei prossimi anni riuscirà a
convincere anche strutture produttive e distributive a radicarsi
nelle sue aree retro portuali non gli mancherà davvero nulla
per diventare la “risposta italiana” all’economia globale dei
container.
Pasqualino Monti, giovane presidente dell’Autorità portuale,
ci crede e crede quindi nella possibilità di bissare nel “porto
dei miracoli” quanto già accaduto nel settore delle crociere
di cui Civitavecchia è leader
mediterraneo. Ma non
solo: a condividere
questa opinione sono
emersi dall’ombra anche due fra i più significativi gruppi logistici e
portuali d’Italia e d’Europa. Da un lato, il
gruppo Gavio
che a Civitavecchia, paga la
concessione
p e r
Pasqualino Monti
una grande area inizialmente
destinata a ospitare i traffici
di carbone e materie prime e
ora convertibile in un grande
terminal container. Dall’altro,
quella Contship Italia che sembra aver colto l’opportunità irripetibile spalancata dalla location
geografica, dal mercato e dalla
morfologia del porto.
Per ora nulla di ufficiale. Ma in certi
casi più dei contratti, valgono le presenze e le strette di mano. E per Civitavecchia il terminal
container potrebbe diventare realtà in tempi ben più brevi di
qualsiasi anche ottimistica previsione.
Un terminal in acque profonde con fondali fino a 20 metri
che troverà spazio fra la darsena Servizi e la centrale Enel.
Sarà in grado di accogliere navi portacontenitori da 18mila
teu ed avrà cinque milioni di metri quadri di aree retro portuali,
dove troveranno posto centri di assemblaggio dei semilavorati.
I lavori inizieranno nel 2015 e godono al momento di un pacchetto di finanziamenti privati da 170 milioni di euro, già approvati dall’Authority. Una volta realizzato, nel primo anno si
movimenteranno circa 300mila teu, per arrivare a pieno regime
a 700mila annui (nel 2012 il traffico è stato di 55mila teu). Un
polo moderno sul modello di Tangeri, lo scalo dove opera
proprio Contship attraverso la società sorella Eurogate insieme a Msc e Cma-Cgm. Se il progetto di Civitavecchia si
concretizzerà così com’è sulla carta, il terminalista italiano
non se lo farà certamente sfuggire. E, come accaduto per
Vado, dove la Banca Europea per gli Investimenti, non si è di
certo tirata indietro, anche Civitavecchia potrebbe attirare
l’attenzione fattiva di grandi gruppi di investitori.
i numeri
60/460
60 su 460 aeroporti europei sotto procedura d’inchiesta comunitaria per aiuti di
Stato. Troppi secondo la Commissione
Ue che ha deciso, a partire d gennaio
2014, una vera e propria stretta in materia.
Il commissario alla Concorrenza, Joaquín
Almunia, ha presenta le nuove regole
destinate a generare un terremoto anche
nell’assetto della rete delle compagnie
low cost. Le nuove regole, su cui oggi si
aprono tre mesi di consultazione pubblica
per eventuali aggiustamenti, si applicheranno a tutti gli scali con più di 250mila
passeggeri all’anno e quindi teoricamente
saranno favoriti proprio quegli aeroporti
minori che il piano italiano vorrebbe azzerare. L’obiettivo è di disciplinare, non
di azzerare, gli aiuti per la costruzione
delle infrastrutture ma anche quelli per
la gestione e l’avvio delle rotte. Gli aiuti
potranno essere erogati solo dopo aver
verificato un effettivo bisogno di trasporto
che giustifichi l’intervento pubblico per
rendere accessibile un territorio. In linea
generale gli aeroporti devono coprire i
propri costi, sia per l’investimento iniziale
sia per la gestione operativa, come qualsiasi altra attività economica.
100%
La prima centrale nucleare iraniana,
quella di Bushehr, ha raggiunto nei giorni
scorsi il 100% delle sue capacità ed entrerà in funzione dopo i test del general
contractor russo Rosatom. Lo ha detto
a San Pietroburgo il capo dell’organizzazione per l’energia atomica dell’Iran,
La Nigeria si prepara a sorpassare il Sudafrica
come potenza economica del continente
nero. Sulla base dei dati della Banca Mondiale e di recenti studi diffusi da ‘Mail&Guardian’, la popolazione attuale della Nigeria è
di circa 165 milioni di persone, mentre quella
del Sudafrica è intorno ai 52 milioni. E proprio l’enorme pressione demografica spingerà il Pil verso l’alto. Oggi il reddito pro capite di un cittadino nigeriano è pari a un
quarto di quello sudafricano.
Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2011
il prodotto interno lordo del Sudafrica è stato
pari a 408 miliardi di dollari, in crescita del
Fereydoun Abbassi, come riferisce
Interfax. Abbassi ha preannunciato
inoltre l’intenzione di Teheran di costruire a Bushehr altri tre reattori
da 1000 megawatt, auspicando di allargare la cooperazione con Rosatom.
165
mln
41.000
56
Secondo il fisico svizzero
Michael Dittmar le miniere di uranio nel
mondo si stanno rapidamente esaurendo. Nel
suo studio La fine dell’Uranio a buon mercato
Dittmar stima che il
picco della produzione
dell’uranio verrà raggiunto nel 2015 a 58000
t, per calare successivamente a 54000 nel 2025 e
a 41000 nel 2030.
L’Uranio estratto e arricchito non basterà quindi a soddisfare la
domanda dei reattori esistenti nemmeno
se questa calasse dell’ 1% o del 2% all’anno.
Le miniere sfruttate attualmente hanno
concentrazioni di uranio grosso modo
tra l’1% e il 10%.
Estrarre il metallo con concentrazioni
via via più basse comporta crescenti usi
di energia e movimentazione di roccia,
il che rende poco praticabile lo sfruttamento.
2,5% rispetto all’anno precedente.
La Nigeria, Anche se non esistono ancora dati definitivi, nel 2011 ha raggiunto
un pil di 244 miliardi di dollari, in crescita
del 6,6% rispetto all’anno precedente.
Ma i dati potrebbero - secondo osservatori - soffrire di una sottostima fino al
40%.
Di questo passo, le due economie
avranno la stessa forza per quanto riguarda la produzione nazionale ben
prima del 2020, con la Nigeria destinata
ad affermarsi presto come il paese leader
dell’Africa.
57
i numeri
23,5mln 61,8km/h
In Africa sono 23,5 milioni le persone che vivono con l’HIV.
Negli ultimi anni nell’area sub-sahariana, dove il tasso di
infezione da HIV/AIDS è il più alto del mondo, le nuove infezioni nei bambini sono scese in modo significativo, soprattutto grazie alla riduzione della trasmissione madrefiglio del virus.
UNAIDS, Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV,
ha individuato 21 paesi africani prioritari per la lotta al
virus e, a oggi, i risultati dell’accesso alle cure sono incoraggianti, in particolare per quanto riguarda i giovani. Nel
2012, infatti, il numero di nuove infezioni da HIV tra i bambini è diminuito del 40% rispetto al 2009. Calo dovuto soprattutto alla maggiore disponibilità della terapia antiretrovirale, utile a prevenire la trasmissione madre-figlio del
virus e fornita a più di tre quarti delle donne in gravidanza
in 16 dei 21 paesi.
Secondo i dati UNAIDS è il Botswana ad aver raggiunto i
maggiori successi avendo casi in cui la trasmissione madre-figlio è stata quasi eliminata.
Oltre al Botswana, si sono registrate drastiche riduzioni
del numero di nuove infezioni da HIV tra i bambini anche
in altri 6 paesi tra quelli prioritari (Etiopia, Ghana, Malawi,
Namibia, Sud Africa e Zambia), con diminuzioni fino al
50% rispetto al 2009. Dato che dimostra che i progressi
possono essere significativi quando il trattamento si concentra sulle persone giuste e nei posti giusti.
1.800
Grimaldi Terminal Barcelona sarà la nuova sede della
compagnia di navigazione italiana nel porto della capitale
catalana. Per l’infrastruttura, sono stati investiti circa 20
milioni di euro.
La nuova infrastruttura è composta da un edificio di tre
piani per un totale di 3.750 metri quadrati, un piazzale pavimentato e una passerella con tre finger per l’accesso dei
passeggeri ai traghetti direttamente dal terminal.
Il tutto su una superficie totale di 63.000 metri quadrati.
Il terminal passeggeri potrà ospitare contemporaneamente 1.800 passeggeri all’imbarco e 1.800 allo sbarco, 1.000
metri quadrati di uffici, circa
350 metri quadrati di spazi
commerciali, un ristorante e
una sala conferenze
Un’Italia a tre velocità: è quanto emerge dal monitoraggio
effettuato dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori
sulla velocità di percorrenza delle principali tratte ferroviarie
italiane.
Tra il Nord e il Sud esiste un divario enorme. Basti pensare
che, mentre per andare da Milano a Bologna (219 chilometri)
si impiega 1 ora e 2 minuti, da Catania a Palermo (243 chilometri) si impiega il triplo del tempo: ben 3 ore e 5
minuti” scrive Federconsumatori. Dalla ricerca si evince
che il primato della tratta più lenta (tra quelle monitorate)
spetta alla Roma - Pescara (con una velocità media di 61,8
km/h, poco al di sopra del limite di velocità consentita nei
centri urbani). Al secondo posto si classifica il “viaggio
della speranza” Taranto - Reggio Calabria: ben 7 ore e 5
minuti per percorrere 473 km.
113,9mln
Via libera della Commissione Ue a 113,9 milioni di euro di
aiuti pubblici da parte della Grecia per il progetto di ampliamento del porto del Pireo. Il progetto risulta in linea
con le regole comunitarie sugli aiuti di Stato e porterà
avanti gli obiettivi delle politiche Ue sui trasporti e sulla
coesione, senza effetti di distorsione della concorrenza
sul mercato interno europeo. A settembre 2012 la Grecia
ha notificato a Bruxelles il piano di sostegno al progetto
di investimento da parte di OLP, l’autorità portuale del Pireo, per estendere con due banchine l’infrastrutture esistente destinata alle navi da crociera. Il progetto è co-finanziato da fondi strutturali europei, per un ammontare
di 96,9 milioni di euro.
Il progetto migliorerà le potenzialità di accoglienza dei
servizi per le crociere al porto del Pireo e il sostegno allo
sviluppo regionale, creando posti di lavoro e aumentando
l’attività economica indiretta legata ai passeggeri e alle
aziende che la nuova struttura sarà in grado di attrarre. La
Grecia ha condotto un’analisi approfondita sui costi-benefici del progetto, mostrando che il profitto dell’autorità
portuale per l’uso dell’infrastruttura nei prossimi 20 anni
sarà insufficiente a coprire i costi di investimento. Quindi
il progetto non potrebbe realizzarsi senza il contributo
pubblico. Inoltre, secondo Bruxelles le potenziali distorsioni alla concorrenza fra Stati membri generata dalle capacità addizionali del porto del Pireo sono relativamente
limitate, perché il porto ha ancora una fetta di traffico nel
Mediterraneo piuttosto bassa
58
detroit
Il Nicaragua sfida Panama con un canale
alternativo fra Atlantico e Pacifico. Il Parlamento di Managua ha approvato la creazione di un canale che intende rivaleggiare con il
celebre canale di Panama. I cantieri per un
progetto a dir poco faraonico dovrebbe aprire
alla fine del 2014 con finanziamento integrale
di un consorzio privato cinese.
Dovranno essere scavati 210 chilometri con la
creazione di 40.000 posti di lavoro nell’arco di
11 anni. Secondo i progettisti il canale dovrebbe attirare il 4,5 per cento del commercio marittimo mondiale. Il prodotto interno lordo
pro capite del paese centroamericano dovrebbe raddoppiare in virtù del canale e dei traffici
legati ad esso.
La costruzione sarà affidata ad una compagnia cinese con base ad Hong Kong - l’HKND
Group - guidata dall’uomo d’affari e miliardario Wang Jing.
L’accordo tra il governo nicaraguense e la
compagnia prevede che la compagnia cinese
paghi 10 milioni di dollari all’anno al Nicaragua durante i primi dieci anni. In seguito, verserà una percentuale dei profitti legati al traffico sul canale - un iniziale 1% e poi a crescere,
fino ad una percentuale non ancora precisata.
Quando la concessione sarà esaurita, la proprietà delle costruzioni e delle infrastrutture
del canale sarà trasferita al paese latino-americano.
caracas
managua
nord ovest
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha sostenuto la necessità di realizzare una banca del gas per sostenere i
progetti del Forum dei Paesi Esportatori
di Gas. Secondo Maduro, la creazione di una
“banca del gas”, i cui soci potranno diventare
le più grandi aziende dei Paesi esportatori di
gas, permetterà di consolidare gli investimenti nei grandi progetti infrastrutturali del settore. Parlando al summit, il Presidente russo,
Vladimir Putin, si è in effetti collocato su questa linea. Ha proposto di unire gli sforzi nella
difesa degli interessi dei fornitori di gas criticando il Terzo Pacchetto Energetico dell’UE e
il desiderio degli europei di rifiutare contratti
a lungo termine e di slegare i prezzi dalle quotazioni del petrolio. Il Terzo Pacchetto è stato
introdotto nel 2009 ed è un documento che
vieta alle compagnie estrattive di possedere
contemporaneamente sia le reti di trasporto
che quelle di diffusione: questa condizione ha
già più di una volta creato intralci al lavoro di
Gazprom nel mercato europeo. È famoso il
caso del gasdotto OPAL, che è stato costruito
ma che poi si può riempire solo per metà, secondo le norme del Terzo Pacchetto Energetico. Però riempirlo non lo può nessuno. Ciò
preoccupa molto non solo Gazprom, ma anche le compagnie europee, le quali sono esse
stesse detentrici di questo gasdotto e vi hanno
investito del denaro.
Primo investimento di un fondo pensione giapponese oltre i confini nazionali. Il principale fondo
pensionistico nipponico si è infatti alleato con un partner canadese, per investire 2 miliardi in una centrale elettrica
nel Michigan, Stati Uniti.
È la prima volta che un fondo di questo tipo guarda ad opportunità di profitto fuori dal Giappone, dato che sinora
questa tipologia di veicoli finanziari si era sempre concentrata sui bond governativi (JGB), una testimonianza del
minore appeal dei titoli di stato giapponesi, effetto del cambio della politica monetaria del Paese.
La Pension Fund Association giapponese, che gestisce assets per un valore di 10mila miliardi di yen (circa 100
miliardi di dollari), entrerà in possesso dell’impianto assieme ad altri tre gruppi finanziari giapponesi, la Mitsubishi
Corp, la Mizuho Bank e la semi-statale Japan Bank for International Cooperation.
La centrale acquistata è uno dei maggiori impianti di cogenerazione di energia a gas degli Stati Uniti e lo scorso anno
era stata acquistata da Omers, un fondo pensionistico per impiegati pubblici dell’Ontario.
news
Ecosistema versus petrolio. Il Yasuni National Park (9820 km/q)
dell’Ecuador è stato inserito nel 1989 nella lista delle Riserve della
Biosfera dell’UNESCO. Un luogo da tutelare, in quanto fondamentale
per il nostro sistema ambientale mondiale. Ma per un incredibile paradosso sotto questa area si cela quello che potenzialmente è
considerato il più grande giacimento di petrolio del mondo.
Sopra questo lago di oro nero la terra e la giungla ospitano 600 specie
di uccelli, 400 di pesci, 200 di mammiferi, 150 di rane e rospi, 120 di
rettili e almeno 1 milione di specie d’insetti. Non è di meno la flora,
che conta almeno 1500 specie. Yasuni è anche sede di diverse tribù
indigene isolate, tra cui i Tagaeri e i Taromenane.
Secondo lo studio dell’associazione no profit Finding Species in collaborazione con molte università internazionali, ogni ettaro di foresta
ospita mediamente 655 specie di alberi.
Ma nel 2007 a Yasuni è stata scoperta una riserva da 960 milioni di
barili di petrolio. I tre potenziali campi di estrazione hanno un valore
di circa 7 miliardi di dollari. Cifre importanti, in quanto il denaro
fruttato ha aiutato non poco per la creazione di ospedali, scuole e
strade. Una soluzione c’è: un programma della durata di 13 anni,
limite massimo per la raccolta di 3,6 miliardi di dollari, cifra necessaria
per dire addio alle trivellazioni petrolifere. Che rappresenterebbe comunque la metà delle entrate che sarebbero derivate al Paese dallo sfruttamento del giacimento petrolifero.
A scendere in campo per Yasuni sono
già stati governi e importanti personaggi mondiali, come Leonardo di
Caprio, Edward Norton e Al Gore.
news
quito
59
Un nuovo studio ha proposto
la prima prova conclusiva
dell’esistenza di un vento spaziale proposto teoricamente
per la prima volta oltre 20
anni fa. Attraverso l’analisi
dei dati forniti dallo spacecraft Cluster dell’Agenzia Spaziale Europea, come si legge
sulla rivista Annales Geophysicae, Iannis Dandouras e
colleghi del Istituto di Ricerca
in Astrofisica e Planetologia
di Tolosa, Francia, hanno
identificato il cosiddetto vento plasmaferico, chiamato
così perché contribuisce alla
perdita di materiale dalla plasmasfera, una regione a forma
di ciambella che si estende
al di sopra dell’atmosfera terrestre. “Si tratta di un vento
lento ma costante che libera
circa un chilogrammo di plasma ogni secondo nella atmosfera più esterna del Pianeta a una velocità di oltre
500 chilometri orari”, ha spiegato Dandouras.
Sisma affonda vulcani. I terremoti avvenuti in Cile nel 2010 ed in Giappone nel 2011 hanno fatto “affondare”
alcuni vulcani distanti centinaia di chilometri dall’epicentro. L’affondamento, chiamato in gergo tecnico subsidenza,
ha toccato in alcuni punti anche 15 centimetri.
Questa è la conclusione di due studi indipendenti, condotti da ricercatori giapponesi e americani e pubblicati dalla
rivista Nature Geoscience.
Dalle ricerche effettuate anche con l’ausilio di satelliti dotati di particolari radar e di segnali di posizionamento, si
evidenzia come ci sia correlazione tra il forte terremoto e il cambiamento morfologico intorno a zone vulcaniche
molto distanti dal sisma.
Il terremoto di magnitudo 8.8 che ha colpito il 27 febbraio 2010 la città costiera di Maule in Cile ha di fatto interessato
5 zone vulcaniche distanti centinaia di chilometri dall’epicentro del sisma. In Giappone si è riscontrata una situazione
analoga dopo il terremoto di magnitudo 9.0 avvenuto l’11 marzo 2011 che ha messo a dura prova l’intera costa nordest del Paese e in particolare la città di Tohoku.
Quest’ultimo evento tellurico, il quinto terremoto con magnitudo maggiore mai registrato nella storia, ha causato un
livello senza precedenti di deformazione crostale nelle parti orientali del Giappone. L’evento ha inoltre indotto
l’attività sismica nella zona circostante, tra cui alcune regioni vulcaniche, ma non ha attivato alcuna eruzione.
Lo studio ha dimostrato che quei vulcani distanti 200 chilometri dall’epicentro hanno ceduto tra 5 e 15 centimetri.
La somiglianza delle osservazioni in entrambi i luoghi del terremoto indica che tale fenomeno potrebbe essere
diffuso.
Tra le principali cause di questi cedimenti, conseguenti al sisma, ci sono gli svuotamenti delle camere idrotermali
poste sotto le zone vulcaniche che causano deformazioni crostali senza al momento, fortunatamente, attivare
eruzioni vulcaniche come invece avvenne per i terremoti in Cile del 1906 e del 1960.
60
lagos
katmandu
sud est
Nepal, in crisi economica per assenza di strade e ferrovie. Secondo la Banca Mondiale negli ultimi dieci anni
nel paese sono stati costruiti circa 7.000 chilometri di strade. Ciononostante, oltre metà della popolazione (su un
totale di 30,5 milioni di persone) non ha accesso alla rete stradale nazionale, vivendo in zone di montagna o collinose.
Tra gli abitanti delle montagne (circa il 7% della popolazione totale) si registrano i più bassi indicatori di sviluppo del
paese. A livello nazionale il 41% dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica, mentre in
montagna la media è del 61%.
In base ai dati del 2010 del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), nelle zone montagnose i
costi di trasporto fanno impennare vertiginosamente i prezzi dei prodotti alimentari. Un chilogrammo di riso, che a
Kathmandu costa intorno ai 30 centesimi di euro, può arrivare a costare fino a tre volte tanto nei mercati di montagna
del distretto di Dola (ovest).
Attualmente il Nepal dispone di circa 23.000 chilometri di strade, e la loro costruzione è in costante aumento. Ma gli
esperti, oltre ad un numero maggiore di strade, chiedono anche qualità. Secondo un’indagine governativa del 2011,
riporta Irin News, solo il 12% della popolazione, compresi i residenti nei centri urbani, si dice “soddisfatta” della rete
stradale nazionale. Solo il 42% delle strade sono asfaltate. Le restanti sono una combinazione di ghiaia e altri
materiali di scarsa qualità che, a causa delle piogge stagionali, hanno vita breve.
L’attuale popolazione mondiale di 7,2 miliardi di persone è destinata ad aumentare di quasi un miliardo
di persone entro i prossimi dodici anni, raggiungendo così quota 8,1 miliardi nel 2025 e 9,6 miliardi nel 2050: a
sostenerlo è il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, World Population Prospects: The 2012 Revision, presentato la
scorsa settimana.
Secondo il documento, gran parte della crescita avverrà nelle regioni in via di sviluppo, a cominciare da quelle del
continente africano, i cui abitanti passeranno dai 5,9 miliardi del 2013 agli 8,2 miliardi entro il 2050.
Durante lo stesso periodo, la popolazione delle regioni sviluppate rimarrà sostanzialmente invariata con circa 1,3
miliardi di persone. La crescita dovrebbe essere più rapida nei 49 paesi meno sviluppati, che dovrebbero raddoppiare
le loro popolazioni, passando dai circa 900 milioni di abitanti attuali agli 1,8 miliardi stimati per il 2050.
A livello di paesi, gran parte dell’aumento complessivo tra oggi e il 2050 si registrerà nei Paesi ad alta fertilità, soprattutto in Africa, così come in paesi con grandi popolazioni come India, Indonesia, Pakistan, Filippine e Stati
Uniti. Tra i dati che emergono dalle nuove proiezioni delle Nazioni Unite spiccano i risultati di alcuni paesi in particolare. L’India, ad esempio, dovrebbe superare, per numero di abitanti, la Cina intorno al 2028, quando entrambi
paesi avranno una popolazione di circa 1,45 miliardi di persone.
Da allora in poi, la popolazione dell’India continuerà a crescere per diversi decenni a fino ad arrivare a circa 1,6
miliardi di persone, prima di iniziare la parabola di contrazione che vedrà il paese arrivare al 2100 con 1,5 miliardi di
abitanti. La popolazione della Cina, d’altra parte, si prevede
che inizierà a diminuire dopo il 2030, forse raggiungendo
1,1 miliardi nel 2100.
In Africa un vero e proprio boom sarà registrato dalla Nigeria
che si prevede supererà per numero di abitanti gli Stati Uniti
prima della metà del secolo.
Entro la fine del secolo, la Nigeria potrebbe iniziare a rivaleggiare con la Cina come il secondo paese più popoloso al
mondo.
Entro il 2100 ci potrebbero essere molti altri Paesi con una
popolazione di oltre 200 milioni di persone, tra cui spiccano
molti paesi africani: Uganda, Tanzania, Etiopia, Niger, Repubblica democratica del Congo.
bangkok
tinkar
Come tracciare l’identità di chi usa i cellulari? In India, dopo
gli attentati di Mumbai, si era scoperto che gli attentatori usavano telefonini indiani ottenuti con documenti falsi. E c’è di peggio: in India,
come può testimoniare chi scrive, è anche possibile ottenere SIM
Card senza mostrare documenti, data l’accesa concorrenza fra gli
operatori nel distribuire il maggior numero possibile di Sim.
Il capo della polizia di Nuova Delhi Neeraj Kumar ha citato molti casi
di negozi di telefonia che davano Sim a criminali, e ha lamentato il
fatto che la violazione della legge non era preceduta da controlli né
seguita da sanzioni efficaci. Per questo il ministro dell’Interno indiano
ha chiesto al Dipartimento delle Telecomunicazioni di attivare un’altra
maniera per concedere SIM: prendere le impronte digitali del cliente
o raccogliere altre caratteristiche biometriche. Creare poi una banca
dati nazionale, che copra il miliardo e passa di indiani, e collegarla
con le banche dati dei servizi di sicurezza.
Tigri, elefanti, rinoceronti e altri animali rari: è a Tinkar, al
confine occidentale tra Nepal e Cina, che si trova il più grande
snodo per il commercio illegale di specie protette tra i due
Paesi. A scoprirlo la polizia nepalese, che dopo otto mesi di indagini
il 4 giugno scorso ha presentato un rapporto, con il quale spera di
sensibilizzare la comunità internazionale sul problema.
Agli inizi di giugno la polizia ha intercettato e arrestato quattro trafficanti, che portavano un carico da 50 milioni di dollari: cinque pelli e
50kg di ossa di leopardo; quattro scatole di denti di tigre; due scatole
con zanne d’elefante. Le forze dell’ordine possono arrestare gli esecutori materiali di questo tipo di commercio, ma non i mandanti, perché protetti dai leader politici locali.
I mercati cinesi sono la destinazione principe per questo tipo di commercio: nella cultura del colosso asiatico, gli animali rari - e le loro
singole parti - hanno grande valore, come bene di lusso o come risorse
per la medicina tradizionale.
pechino
mumbai
61
Dopo pannelli solari e
vino, ora tocca alla chimica. Tra Unione Europea e
Cina sono ormai scintille: innescate dalla decisione di
Bruxelles di imporre dazi sui
pannelli solari made in China,
rinfocolate dalla reazione di
Pechino di avviare un’indagine sul presunto antidumping nell’import di vini europei, e ora dall’imposizione di
pesanti dazi antidumping per
i prossimi cinque anni sull’import di un prodotto chimico, la toluidina, un principio chimico molto diffuso
che si trova in tinture, pesticidi e medicinali, il cui principale esportatore è la Germania.
Il 6 agosto potrebbe essere
un vero e proprio D-Day. Per
quella data, la Commissione
europea deve decidere se aumentare dall’11,8% al 47,6% i
dazi sui pannelli solari. Ma
più della metà dei 27 Paesi si
sono detti contrari a questa
iniziativa.
Tra loro ci sono Germania e
Gran Bretagna. Francia e Italia invece hanno appoggiato
il commissario De Gucht.
Ancora prima dei due più grandi paesi dell’Asia, Russia e Cina, c’è la Thailandia, ad oggi la destinazione
più ricercata dall’Italia su Skyscanner, il principale sito di comparazione di prezzi dei voli. Il fascino di Bangkok
e dintorni ha quindi conquistato il podio di questa parte del mondo, seguito appunto da Cina e Russia, anche se quest’ultima è più considerata come destinazione nell’orbita europea. Scorrendo la classifica si va verso il Sud Est
asiatico con l’Indonesia e l’estremo oriente del Giappone.
Mentre l’India, altro enorme stato di questo continente, si piazza al sesto posto seguito dalla piccola Singapore, per
poi restare nei “paraggi” tra Malesia, Vietnam e Sri Lanka.
Nonostante le vicissitudini politiche di quell’area la Corea del Sud è la destinazione emergente che registra il
maggior incremento di ricerche (+35 per cento) nel 2013 rispetto al 2012. Al secondo posto il misterioso cuore
pulsante dell’Asia ovvero la Mongolia di Ulaanbaatar (+25 per cento) e a chiudere il podio ci sono le Filippine (+19
per cento). Cresce l’interesse per un altro stato del sud est asiatico, la Cambogia (+8 per cento), aumentano le
ricerche anche verso le incantevoli Maldive (+7 per cento). Infine a chiudere la top 10 ci pensa una tra le “nuove”destinazioni turistiche del Caucaso, l’Azerbaigian (+5 per cento). “Non sorprende notare un importante aumento della
ricerca voli per l’Asia, specie verso paesi molto popolari come la Thailandia, in grado di affascinare anche il turista
italiano grazie alle sue spiagge, la sua cultura e in particolar modo il suo cibo”, ha commentato Caterina Toniolo,
Country Manager di Skyscanner Italia.
LA FERITA
63
La storia ritorna. Sempre. Le ferite non si rimarginano. Se non
in apparenza. Sono trascorsi un secolo e 23 anni da quando il
Settimo Cavalleria degli Stati Uniti piombò su Wounded Knee
passando a filo di spada un intero villaggio Sioux, donne, vecchi e bambini inclusi. In questi giorni un avvocato di Buffalo
ha chiamato in causa il Dipartimento della Giustizia e l’Fbi, accusandoli di aver fatto sparire tutti i documenti relativi alla
scomparsa di un attivista dei diritti civili che nel 1973 si era
battuto a fianco al movimento American Indian Movement at
Wounded Knee e che nella riserva di Pine Ridge, in Dakota, la
Stupore a tempo e stupore a comando. Indignazione a tempo e indignazione a comando. Sono trascorse poche settimane da
una delle più clamorose scivolate del presidente americano del politically correct: il
mandato, palese o colluso, agli uffici delle
tasse di colpire duro sui Tea party e sull’opposizione conservatrice. Ovvero una misura concreta, pragmatica ed efficace, per intimorire l’opposizione, in un paese che
sempre e comunque (e gran parte delle volte a ragione) è maestro di democrazia.
Quindi una palese violazione delle regole
del gioco della democrazia, liquidata dai
media, e per conseguenza, dall’opinione
pubblica, con quello che comunicazionalmente parlando potrebbe essere definito
un “buffetto” di scarsamente convinto rimprovero.
A meno di un mese la nuova scivolata: ancora una volta il presidente del politically
correct, Barack Obama, colui che fa meno
odiare gli Stati Uniti perché li fa percepire
più deboli, scivola su una nuova buccia di
banana; questa sì che scatena le proteste
riserva ghetto delle tribù Sioux aveva condotto la sua personale battaglia nella difesa di un altro nativo americano, accusato nel 1973 durante una occupazione del villaggio indiano e
nei tumulti che seguirono, di aver provocato la morte di due
agenti dell’FBI. Quel Wounded Knee (che per noi è confinato
nei film su Custer e in Soldato Blu) è davvero ancora, e non
solo al ginocchio (come il suo nome affermerebbe) una ferita
nel tessuto sociale degli Stati Uniti e la prova tangibile di
quanto il vocabolo integrazione sia spesso solo uno slogan, facile da pronunciare, molto complesso da concretizzare.
?
Buongiorno
Maresciallo
internazionali e l’ira corale contro il grande
fratello yankee.
La comunità internazionale “scopre” - e ribadiamo scopre - che internet, i social networks, i telefoni, i telepass, gli smart phones, sono i comodissimi strumenti di controllo per chi del controllo fa il suo mestiere,
per gli spioni, ovvero per i servizi segreti come l’NSA. Scopre in altre parole che i servizi
segreti fra le cose segrete che fanno, spiano.
Scoperta eccezionale che fa vibrare le corde
della privacy violata, della democrazia in pericolo.
Persino in paesi come il nostro, dove lo
spionaggio (e persino la delazione) sono regola incentivata; un paese dove ogni singola
telefonata se non controllata in diretta può
essere comodamente ripescata su hard disk
e dove i soliti burloni ormai da anni iniziano
le loro comunicazioni telefoniche con un saluto ironico, del tipo “buongiorno maresciallo” .
Il riferimento all’operatore incaricato dell’ascolto non ci sembra meriti ulteriore precisazione.