ML - Update n. 61

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ML - Update n. 61
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© ML 2009 - FREE
La prima non-rivista che sceglie il meglio della musica in circolazione - www.musicletter.it - Anno V - Update N. 61
INTERVISTE UMBERTO SANTINO, MoRkObOt BEST OF 2008 I MIGLIORI 25 ALBUM DI ML MUSICA UNSANE, BUGO, DANZIG,
ANTONY AND THE JOHNSONS, CAPOSSELA, THE FELICE BROTHERS, A SHORT APNEA, MoRkObOt, MEGAPUSS,
BRIDES OF DESTRUCTION, FATHER MURPHY, ELETTRONOIR, LOS PEYOTES, MADRUGADA, THE THREE JOHNS,
JOSEPH ARTHUR, BLACK MOUNTAIN, THE VERY BEST, OMARA PORTUONDO, ERIC B. & RAKIM, THE STOOGES,
PLASTIC DINOSAUR, ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE, ELEVENTH DREAM DAY, BEATRICE ANTOLINI,
HELLDORADO, VV.AA (A TRIBUTE TO THE CURE), ARVE HENRIKSEN FILM FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO.
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chi siamo
Luca D’Ambrosio
Domenico De Gasperis
Nicola Guerra
Jori Cherubini
Massimo Bernardi
Marco Archilletti
Manuel Fiorelli
Pier Angelo Cantù
Pasquale Boffoli
Franco Dimauro
Gianluca Lamberti
Luigi Farina
Luca Mezzone
Daniele Briganti
Domenico Marcelli
Costanza Savio
Michele Camillò
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Claudia De Luca
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copertina update n. 61 / 2009-01-28
Cover CD | 26 canzoni per Peppino Impastato
(Amore Non Ne Avremo) | 2008, Il Manifesto CD”
ML 02
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update n. 61
sommario
MUSICA | BEST OF 2008
04 I MIGLIORI 25 ALBUM by ML
MUSICA | SPECIALE INTERVISTA
05 UMBERTO SANTINO by Antonio Anigello & Nicola Guerra
12 MoRkObOt by Antonio Anigello
MUSICA | RECENSIONI
15 ANTONY AND THE JOHNSONS The Crying Light (2009) by Claudia De Luca
16 AA.VV. Just Like Heaven: A Tribute to The Cure (2009) by Claudia De Luca
17 VINICIO CAPOSSELA Da Solo (2008) by Franco Dimauro
18 - ELETTRONOIR - Non un passo indietro (2008) by Valerio Granieri
19 THE FELICE BROTHERS S.T. (2008) by Luca D’Ambrosio
20 ARVE HENRIKSEN Cartography (2008) by Andrea Dusio
21 ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE Sira (2008) by Luigi Lozzi
22 THE VERY BEST Mixtape (2008) by Jori Cherubini
23 MADRUGADA S.T. (2008) by Massimo Bernardi
24 BLACK MOUNTAIN In The Mountain (2008) by Alessandro Busi
25 MEGAPUSS Surfing (2008) by Nicola Guerra
26 MoRkObOt Morto (2008) by Antonio Anigello
27 LOS PEYOTES Introducting Los Peyotes (2008) by Costanza Savio
28 FATHER MURPHY ...and He Told Us To Turn To The Sun (2008) by Nicola Guerra
29 BEATRICE ANTOLINI Big Saloon (2006) by Massimo Bernardi & Gaia Menchicchi
31 HELLDORADO The Ballad of Nora Lee (2005) by Luigi Lozzi
32 UNSANE Blood Run (2005) by Antonio Anigello
33 BRIDES OF DESTRUCTION Here Come the Brides (2004) by Manuel Fiorelli
34 OMARA PORTUONDO Flor de Amor (2004) by Luigi Lozzi
35 PLASTIC DINOSAUR Pre History (2003) by Luca D’Ambrosio
36 JOSEPH ARTHUR Redemption’s Son (2002) by Luca D’Ambrosio
37 A SHORT APNEA Illu ogod ellat hragedia (2000) by Franco Dimauro
38 DANZIG III: How the Gods Kill (1992) by Manuel Fiorelli
39 ELEVENTH DREAM DAY Prairie School Freakout (1988) by Luca D’Ambrosio
40 ERIC B. & RAKIM Paid In Full (1987) by Domenico De Gasperis
41 THE THREE JOHNS The World By Storm (1986) by Franco Dimauro
42 THE STOOGES Funhouse (1970) by Valerio Granieri
MUSICA | LIVE REVIEW
43 BUGO Firenze, Viper Theater (12-12-2008) by Costanza Savio
ALTRI PERCORSI | CINEMA
44 FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO Parte Prima by Nicola Pice
46 THE CAMERAMAN Edward Sedgwick | Buster Keaton (1928) by Nicola Pice
48 FREAKS Tod Browning (1938) by Nicola Pice
49 THE SNAKE PIT Anatole Litvak (1948) by Nicola Pice
© ML 2005-2009
BY L UCA D’AMBROSIO
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best of 2008
BEST OF 2008
I migliori 25 album (scelti dai lettori, dagli amici giornalisti e dai collaboratori di ML)
© 2009 a cura di
ML | www.musicletter.it/Pagine/bestalbums.htm
PORTHISHEAD
TV ON THE RADIO
FLEET FOXES
BLACK MOUNITAIN
BAUSTELLE
NICK CAVE & THE BAD SEEDS
SIGUR RÓS
BONNIE PRINCE BILLY
LE LUCI DELLA CENTRALE
BON IVER
ELETTRICA
CALEXICO
MOGWAI
AFTERHOURS
COLDPLAY
R.E.M.
THE LAST SHADOW PUPPETS
VINICIO CAPOSSELA
SILVER JEWS
THE BLACK KEYS
THE CURE
MGMT
THE BLACK ANGELS
OKKERVIL RIVER
THE HOLD STEADY
M83
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speciale intervista
UMBERTO SANTINO
Intervista
© 2009 di
Antonio Anigello & Nicola Guerra
L’uscita discografica della raccolta “26 canzoni per Peppino
Impastato”, poesie di Giuseppe Impastato trasformate in
splendide canzoni da numerosi artisti della scena rock
italiana, ha dato stimolo, alla redazione di MusicLetter, di
intervistare
il
fondatore
del
Centro
Siciliano
di
Documentazione, intitolata a Peppino, nella persona del
fondatore Umberto Santino che, con estrema disponibilità e
passione, ci ha dedicato un po’ del suo tempo per una
fruttuosa e interessantissima chiacchierata…
Vorremmo che, più gente possibile, conoscesse questa realtà che da anni combatte la
mafia attraverso la cultura. Quando è nato il Centro e come si è sviluppato?
Il Centro siciliano di documentazione è nato nel 1977 con il convegno “Portella della Ginestra: una
strage per il centrismo” e da allora ci siamo impegnati in primo luogo per costruire una struttura
(una biblioteca, un’emeroteca, una raccolta di documenti), necessaria per avviare le nostre
attività sul terreno della ricerca e della documentazione. Nel 1978 è stato ucciso Peppino e ci
siamo trovati subito accanto ai familiari e ai compagni di militanza per smantellare la montatura
che lo voleva terrorista e suicida e chiedere giustizia, con pubblicazioni ed esposti alla
magistratura. Questa è una battaglia che possiamo dire di aver vinto, anche se con ritardo. Siamo
riusciti a salvare la memoria di Peppino, ricostruendo la sua attività (dal bollettino del Centro 10
anni di lotta contro la mafia pubblicato un mese dopo il suo assassinio, alla storia di vita della
madre Felicia, pubblicata nel volume La mafia in casa mia, che fece riaprire l’inchiesta, agli scritti
raccolti nel libro Lunga è la notte). Siamo riusciti a far condannare il capomafia Badalamenti e il
suo vice come mandanti del delitto e abbiamo ottenuto che si facesse luce sul depistaggio delle
indagini, operato da rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, con la relazione
della Commissione parlamentare antimafia approvata nel 2000 e che abbiamo fatto pubblicare nel
volume: Anatomia di un depistaggio. Sul piano della ricerca abbiamo pubblicato parecchi volumi.
Qualche titolo: La violenza programmata sugli omicidi a Palermo, Gabbie vuote sui processi,
L’impresa mafiosa, Dietro la droga, La borghesia mafiosa, La democrazia bloccata,La mafia
interpretata, Dalla mafia alle mafie, L’alleanza e il compromesso, Storia del movimento antimafia,
Donne, mafia e antimafia, A scuola di antimafia, Mafie e globalizzazione,. Breve storia della mafia
e dell’antimafia. Lavoriamo nelle scuole dai primi anni ’80, siamo stati impegnati nel movimento
per la pace e sosteniamo le iniziative sul territorio, dal movimento antiracket alle lotte dei
senzacasa che anche per la nostra collaborazione sono riusciti ad ottenere l’assegnazione di case
confiscate ai mafiosi.
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speciale intervista: umberto santino
A trent’anni dalla morte di Peppino, come si pone il Centro nei confronti dei giovani
siciliani?
Il Centro si rivolge ai giovani, soprattutto agli studenti, ma in particolare ai docenti e agli
operatori sociali offrendo materiali per le varie attività antimafia. Siamo stati tra i pochissimi che
hanno sostenuto Libero Grassi quando si è opposto alle richieste degli estorsori e abbiamo
sostenuto i promotori di Addiopizzo. Il nostro lavoro mira a produrre strumenti di conoscenza
indispensabili per un lavoro antimafia che non sia episodico e sloganistico. In questa prospettiva
aiutiamo i giovani, non solo siciliani, che preparano la tesi di laurea o vogliono approfondire
aspetti del fenomeno mafioso.
Quanto, i giovani degli anni zero, sono interessati all’argomento Mafia e quanto un film
o un disco può farsi promotore della causa?
Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse ma ancora c’è molto da fare perché non ci si limiti alla
lettura di un libro di successo o alla visione di un film o all’ascolto di un disco. Certamente il
cinema e la musica possono contribuire a stimolare l’interesse ma il problema di fondo è costruire
una conoscenza adeguata delle mafie e dell’antimafia e contribuire all’elaborazione di un progetto
credibile di liberazione.
Noi ci occupiamo principalmente di musica e quindi pensiamo che essa sia la chiave per
unire i popoli, per combattere la violenza, le guerre e anche la Mafia. Il nostro è un
pensiero utopico, perché le persone non si fermano più ad ascoltare i veri messaggi
lanciati da chi ha voce per farlo. Voi, come centro di lotta contro uno dei mali più grossi
in Italia, in tutti questi anni, quante persone avete stimolato? Concretamente, la vostra
voce, quanta gente ha raggiunto e come l’ha ridestata?
È difficile quantificare. Abbiamo svolto centinaia di incontri nelle scuole di tutta l’Italia, abbiamo
promosso manifestazioni a cui hanno partecipato migliaia di persone ma i risultati non sono
immediati, soprattutto se si tiene conto che a noi interessa soprattutto suscitare un impegno
continuativo che si concreta nella formazione di comitati, centri, associazioni. Dopo il grande
successo del film “I cento passi” si sono costituite associazioni, sezioni di partito intitolate a
Peppino, ma spesso senza contatti con il Centro e quindi non sappiamo quali attività svolgano, se
il riferimento sia al Peppino reale o all’icona cinematografica.
La cosa che emerge nella storia descritta dai “cento passi” è che a Peppino potrebbero
affiancarsi tante altre facce, nomi e storie di molte altre vittime della criminalità
siciliana (e non), sconcertante è il senso d’impotenza della gente ma soprattutto il
silenzio, omertà come unica risposta alla vita quotidiana e a una normalità che di
normale non ha proprio niente. Quanto l’esempio di Peppino e di tutte le altre vittime
della Mafia è ancora vivo nella memoria, qualcosa è davvero cambiato o ha solo mutato
aspetto e forma?
L’antimafia non è fatta soltanto di impegni individuali ma soprattutto di movimenti che hanno
coinvolto, con le lotte contadine, dai Fasci siciliani della fine dell’Ottocento agli anni ’50 del secolo
scorso, centinaia di migliaia di persone. E la nostra attività è mirata soprattutto a sottolineare la
necessità di un impegno corale e di un progetto in grado di affrontare il fenomeno mafioso in tutti
i suoi aspetti, soprattutto nel suo sistema di rapporti, dall’economia alla politica, alla vita
quotidiana. Il limite maggiore di gran parte della letteratura, del cinema e in genere dalla
produzione “antimafia”, è presentare la lotta contro la mafia come un impegno eroico e solitario,
fatalmente destinato alla sconfitta. Peppino operava dentro un gruppo che svolgeva attività
molteplici, dall’animazione culturale all’impegno politico. Il film ha certamente contribuito a farlo
conoscere a un pubblico molto più ampio di quello che abbiamo potuto raggiungere noi ma
bisogna vedere quanti sono realmente interessati ad approfondire la conoscenza del suo ruolo e
più in generale della lotta contro la mafia.
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speciale intervista: umberto santino
Nella vostra lunga vita, il Centro Siciliano di Documentazione
“Giuseppe Impastato” ha mai avuto intimidazioni o è stato
ostacolato nello svolgimento delle sue funzioni informative e
culturali? Ricordare può far paura?
Abbiamo corso dei pericoli per la vicenda di Peppino, con le denunce
puntuali e documentate sui mafiosi che lo hanno ucciso. Per il resto, a
parte una citazione giudiziaria per un mio libro, l’ostacolo maggiore è
venuto dall’impossibilità di accedere a fonti finanziarie pubbliche per la
mancanza di una regolazione. Non abbiamo voluto accettare le logiche
correnti, fondate su rapporti personali e sulla concessione di favori;
abbiamo chiesto una legge regionale che fissi dei criteri oggettivi per
l’erogazione di fondi pubblici ma finora questa è una battaglia perduta.
Il
vostro Centro è autofinanziato perché “contesta le pratiche
clientelari di erogazione del denaro pubblico”. Perché la legge sul
controllo regionale di fondi per questo tipo di associazioni non è mai stata approvata?
Quanti soci avete e come si fa per diventarlo? Quali sono i “vantaggi” nel prendere
parte a un’associazione del genere?
Gli altri centri e le altre associazioni hanno accettato una logica personalistica e clientelare e
hanno isolato il Centro nella sua richiesta di una regolazione adeguata. Nel 1999 era stata
approvata una legge regionale che accoglieva alcune nostre richieste ma non è stata attuata e
sono state ripristinate le leggine ad personam o ad associationem. I soci del Centro siamo una
decina, poi ci sono gli “amici” sparsi per il mondo. Per diventare soci bisogna partecipare alle
attività, per diventare amici bisogna essere interessati al nostro lavoro e dare una mano per
organizzare iniziative per fare conoscere il nostro lavoro: incontri, presentazione di libri, di mostre
ecc. Vantaggi? Non mi pare la parola adatta. Chi vuole lavorare con noi è spinto da una
motivazione culturale ed etica, fa una scelta di campo, non va in cerca di privilegi di nessun
genere o di vetrine. Offriamo uno spazio di documentazione e di ricerca, indicazioni per un
impegno nel sociale, che va vissuto con coerenza, e tutto questo può dare senso alla vita di
ciascuno, ci sono risultati ma non mancano amarezze e delusioni.
Quali attività sono in atto o sono state svolte dal Centro nel 2008?
Nel trentennale dell’assassinio di Peppino abbiamo organizzato il Forum sociale antimafia, che
facciamo dal 2002, che quest’anno ha visto una partecipazione maggiore, e una nazionale con
migliaia di partecipanti, che si riallacciava alla manifestazione del 1979, la prima manifestazione
nazionale contro la mafia organizzata nel primo anniversario dell’assassinio di Peppino. Abbiamo
lavorato con le scuole per costruire un itinerario didattico che dovrebbe far parte del Memorialelaboratorio della lotta alla mafia che proponiamo da tempo. Pensiamo a una struttura polivalente,
che sia percorso storico, biblioteca, cineteca, spazio per incontri, luogo di una progettazione
comune. Con l’agenda dell’antimafia abbiamo offerto un quadro sintetico delle mafie e delle lotte
contro di esse e realizzato uno strumento che coniuga memoria storica e impegni quotidiani.
L’agenda 2009 è dedicata al ruolo delle donne nelle lotte contro le mafie e per la democrazia,
dalle donne impegnate nella Resistenza antifascista alle giornaliste uccise per il loro impegno di
informazione controcorrente, alle madri argentine, alle protagoniste del movimento di liberazione
da condizioni di emarginazione e discriminazione ancora attuali.
ML 07
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speciale intervista: umberto santino
Tra gli eventi organizzati dal Centro alcuni hanno coinvolto
altre nazioni europee; come viene recepito l’argomento da
persone che non vivono il problema sulla propria pelle?
Che feedback avete avuto dagli eventi?
Assieme al CISS (Cooperazione internazionale Sud-Sud) e ad
altre Organizzazioni non governative abbiamo svolto una ricerca
che abbiamo pubblicato nel 1993 nel volume in quattro lingue
Dietro la droga, abbiamo fatto parte di strutture come l’OGD
(Observatoire Géopolitique des Drogues) e l’ENCOD (Eurpean
Ngo’s Council on Drug) formate dalle ONG europee impegnate sui
problemi della droga e della tossicodipendenza, ma per mancanza
di fondi sono entrate in crisi. Il volume Dietro la droga si
rivolgeva in particolare a studenti delle scuole medie superiori e
dell’Università e agli operatori sociali già in qualche modo
interessati a questi problemi. Il tema delle mafie comunque viene
sempre più recepito come un problema che non è solo meridionale, italiano o latino-americano.
Molti ormai sanno perfettamente che dietro i grandi traffici, di droghe, di armi, di esseri umani, ci
sono le mafie, vecchie e nuove.
Qual è stato il vostro ruolo nella realizzazione del CD, prodotto dal Manifesto, “26
canzoni per Peppino Impastato”?
Abbiamo pubblicato le poesie di Peppino da cui Gandolfo Schimmenti, una bella figura di
contadino-militante-poeta-cantautore, con cui abbiamo un ottimo rapporto da decenni, ha tratto i
testi delle canzoni e abbiamo seguito, con Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, che è stato il regista
di tutta l’operazione, il percorso che ha portato alla realizzazione del CD. Su sua richiesta ho
scritto il testo Le parole e i canti, la presentazione in versi in cui ricostruisco l’attività di Peppino e
la nostra. Abbiamo partecipato a un’iniziativa di presentazione in Sicilia e a un incontro
nell’ambito del MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza del novembre scorso, in
occasione dell’assegnazione di un premio al CD. Mi auguro che ci siano altre iniziative.
Lo Stato e le istituzioni hanno avuto e/o hanno colpe? Chi vuole urlare contro i soprusi
dei mafiosi è davvero tutelato? L’omertà, di cui parlavamo prima, è sicuramente la
conseguenza dell’incertezza e della paura della brava gente ma c’è davvero l’intenzione
di debellarla?
Bisogna partire da un’analisi adeguata del fenomeno mafioso. Nella nostra analisi non c’è solo
l’associazione criminale, che in Sicilia coinvolge alcune migliaia di persone, in gran parte arrestate
e condannate, c’è un sistema di rapporti che dà vita a un blocco sociale transclassista, che va
dagli strati più alti a quelli più bassi della popolazione, al cui interno il ruolo di comando è svolto
da soggetti illegali, i capimafia, e legali: professionisti, imprenditori, amministratori, politici,
rappresentanti delle istituzioni, quella che chiamo borghesia mafiosa. Quindi il rapporto con
settori delle istituzioni è costitutivo del fenomeno mafioso. E finché non si spezza questo legame
la mafia continuerà ad esserci. Un altro problema di fondo è il consenso di cui gode la mafia per le
convenienze offerte dall’accumulazione illegale, sia nelle aree periferiche dove l’economia legale è
debole, sia nelle aree centrali dove il capitale illegale viene riciclato e investito. Non bisogna
sopravvalutare il problema della paura che non può non esserci, dato che i mafiosi minacciano e
ricorrono alla violenza, ma è più grave il consenso. L’omertà è più figlia del consenso che della
paura. E in una società democratica, anche con una democrazia inadeguata, lo Stato, il potere
istituzionale, è il frutto del voto dei cittadini. Finché si voterà per uomini sotto processo o
condannati per mafia, com’è accaduto anche nelle ultime elezioni politiche, non si potrà dire che
lo Stato “ non fa il suo dovere”.
ML 08
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speciale intervista: umberto santino
Qualche giorno fa, durante la trasmissione di un programma
televisivo
sulla
Sicilia
e
mentre,
i
cronisti
di
turno
intervistavano dei ragazzi sull’omicidio di un giornalista per
opera della mafia, è stata ripetuta più volte una frase “ se è
stato ammazzato, qualcosa di male deve averla fatta “.
Troviamo il concetto in sé tremendamente sconsolante e
violento nei riguardi di persone che, invece, con il loro
esempio dovrebbero essere modello positivo, uno stupro nei
riguardi delle famiglie delle vittime che si ritrovano poi ad
avere a che fare, oltre che con il dolore, anche con una
vergogna
imposta,
magari
dagli
stessi
carnefici.
È
un
esempio isolato o è una prassi vigente in casi come questi?
Ritorniamo al problema del consenso, che continua ad essere ampio e diffuso, nonostante i
tentativi di ribellione che, rispetto alle lotte contadine, sono ancora minoritari. Per molti giovani
dei quartieri più degradati di Palermo o di Napoli, senza lavoro e senza prospettive, le mafie sono
un canale di mobilità, una forma di socializzazione, una strada alla realizzazione di un ruolo di
successo, anche se la morte è dietro l’angolo.
Noi riteniamo che la maggior paura della Mafia sia il diffondersi della cultura a macchia
d’olio
ma
oggi
perché
in
Italia
è
impossibile
che
ciò
accada?
Il problema non è solo la cultura, il quadro è più complesso, va dall’economia alla politica, alla
vita d’ogni giorno. Bisogna costruire una società in cui ognuno abbia la possibilità di realizzarsi
senza bisogno di ricorrere a pratiche illegali. Purtroppo nella realtà attuale, locale e globale, sono
più le spinte verso l’illegalità che quello verso una legalità condivisa.Il discorso non vale solo per
l’Italia. I processi di globalizzazione hanno un forte potere criminogeno, almeno per due aspetti:
la globalizzazione è un supermercato di iperconsumo per poco più del 20 per cento della
popolazione mondiale e una fabbrica di emarginazione per tutto il resto. L’aumento degli squilibri
territoriali
e
dei
divari
sociali
spinge
verso
l’illegalità.
I
processi
di
finanziarizzazione
dell’economia, con il prevalere del capitalismo speculativo, rende sempre più difficile la distinzione
tra capitale legale e illegale. Come si può vedere il problema è molto più complesso di come possa
apparire se ci si limita a guardare le mafie come un fenomeno soltanto criminale.
Il vostro Centro, attraverso una massiccia contro informazione, ha svelato particolari
importanti per il processo che ha portato all’ergastolo Gaetano Badalamenti nel 2002.
Tempo, fatica, depistaggi non hanno fermato la voglia della verità di venire a galla.
Contro chi avete lottato? Perché è così difficile, in Italia, sentirsi protetti dallo Stato?
Perché c’è ancora gente che finge di non sapere che la lotta è interna al sistema che
dovrebbe difenderci?
Abbiamo lottato non solo contro i mafiosi ma pure contro rappresentanti delle forze dell’ordine e
della magistratura che hanno depistato le indagini. E la stampa, tolte pochissime eccezioni, come
“il Quotidiano dei lavoratori” e “Lotta continua” che ben presto chiusero le pubblicazioni, non ci ha
aiutato. Per anni il Centro è stato isolato, perché abbiamo deciso di intitolarlo a un personaggio
che per tanti era un terrorista. Per il resto non posso che ribadire quanto dicevo prima: la mafia è
una componente del modello di accumulazione e del sistema di potere. E lo Stato ha lottato l’ala
militare della mafia solo come risposta allo straripare della violenza mafiosa, quando essa ha
colpito direttamente rappresentanti delle istituzioni. Tutta la legislazione antimafia del nostro
Paese è dominata dall’ottica dell’emergenza: la legge antimafia del 1982 è venuta dieci giorni
dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, con almeno 150 anni di ritardo rispetto alla realtà, le altre leggi
sono venute dopo le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino e il rapporto mafia e politica
continua ad essere considerato come un fatto normale, ineluttabile.
ML 09
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speciale intervista: umberto santino
Nel 2001 il Centro e altre associazioni a esso collegate
hanno lanciato un appello per ottenere maggior libertà di
stampa nella lotta alla Mafia. Siamo nel 2009 e lo scenario
che ci si presenta è a dir poco inquietante. Da dove bisogna
partire per tornare a una libera informazione che non solo
tuteli il cittadino ma che gli dia la possibilità di attingere da
più fonti cercando la verità attraverso il confronto?
L’appello è venuto dopo vicende giudiziarie che hanno coinvolto
me, per il libro L’alleanza e il compromesso, e un politologo
dell’Università di Palermo, Claudio Riolo, per un articolo su una
rivista. Abbiamo lanciato una sottoscrizione per coprire le spese
giudiziarie e proposto che le cause per diffamazione a mezzo
stampa vengano affidate a un giurì d’onore e vengano abolite le
sanzioni pecuniarie. Purtroppo queste proposte sono rimaste
inascoltate. Recentemente la Corte europea per i diritti dell’uomo
ha condannato lo Stato italiano perché non ha consentito a Riolo, condannato anche in
Cassazione, di esercitare la libertà di critica (io ho preferito non andare in Cassazione per sfiducia
nella giustizia italiana), ma ancora oggi chi scrive di mafia rischia di essere citato in giudizio,
civilmente o penalmente, e di andare incontro a condanne che prevedono risarcimenti monetari,
come se l’”onore” fosse un genere da supermercato. Chi vuole conoscere meglio questi temi, e
avere maggiori informazioni sul nostro lavoro, può visitare il nostro sito: www.centroimpastato.it.
Foto (per gentile concessione di Umberto Santino e www.centroimpastato.it)
RIFLESSIONI DI SERGIO “SERIO” MAGLIETTA, ADRIANO (LOW FI) E RICCARDO SINIGALLIA
Ci sembrava bello concludere questa intervista a Umberto Santino con delle considerazioni di
alcuni degli artisti che hanno partecipato attivamente alla messa in musica delle poesie di Peppino
come Sergio “Serio” Maglietta dei Bisca, Adriano dei Low fi e Riccardo Sinigallia.
BISCA | Profumo di maggio
Peppino Impastato incarna un condensato delle migliori qualità dei migliori figli del Sud.
Curiosità umana e intellettuale, sensibilità, intelligenza, generosità, senso della giustizia e
coraggio. Tanto coraggio! Una di quelle splendide eccezioni che la nostra terra sa produrre.
Compito della musica popolare è anche quello di trasformare questi esempi in senso comune, in
coscienza condivisa. Impresa non facile in un periodo dove la scrittura della storia è troppo spesso
affidata a interessati figuri dell’ufficio marketing o ad apologeti dell’orrore che scambiano
l’esposizione mediatica per spessore e il potere per giustizia. Impresa non facile perché Peppino
Impastato muore nel 78 ed entra quindi in quel cono d’ombra che la rimozione generale degli anni
‘70 ha generato. Impresa difficile, ancora, perché la vicenda umana di Peppino ci parla di
passione e la passione è una categoria del tutto assente nei nostri attuali “virtuali “ orizzonti.
Impresa difficile... e forse per questo ancora più meritevole del nostro tentativo.
LOW FI | Compagno
Per noi, che siamo del sud, la figura di Peppino Impastato ha sicuramente un valore particolare.
Purtroppo ci siamo avvicinati a lui solo grazie al film.. iniziative come queste compilation non
possono far altro che diffondere ancora di più la sua storia. Parteciparvi è stata un'esperienza
unica. Siamo stati inseriti grazie a Giuseppe Fontanella (24 Grana / Octopus records): lui ha
avuto l'incarico dal Centro di documentazione Peppino Impastato di contattare artisti nazionali da
coinvolgere nel progetto, Giuseppe ci ha dato la possibilità di lavorare a un pezzo, così lo abbiamo
arrangiato e registrato; il risultato finale ha soddisfatto tutti e nata così la nostra versione di
“Compagno”.
ML 10
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speciale intervista: umberto santino
RICCARDO SINIGALLIA | Esenin
Un giorno Peppe, chitarrista e autore dei 24 grana, mi parla di un progetto già quasi completato
in cui molti artisti erano stati coinvolti per adattare musiche ed interpretazioni ai versi scritti in
gioventù da Giuseppe Impastato… Così mi propone di musicare e cantare una poesia che è
rimasta fuori dalle scelte di tutti quelli che avevano già aderito… Non so dico io… Non conosco
bene la storia di Impastato… E qualcuno che è li mi suggerisce di vedere “i cento passi”. Molti
sanno che i film quasi mai dicono tutto o quantomeno spesso raccontano - come capita anche in
certi considerati capolavori biografici - solo alcune cose e a volte molto liberamente... Ricevo dopo
poco la poesia via mail, faccio fatica a comprenderla veramente anche perché c’è una parte in
siciliano… Si intitola “Esenin”. Chissà che vuol dire penso io… C’è anche in allegato alla mail una
versione già suonata e cantata da Gandolfo Schimmenti detto Moffo e una sua band da cui la mia
attuale versione ha preso devo ammettere più di uno spunto. La sera stessa vado a noleggiare in
videoteca e vedo “i cento passi”. Qualunque sia la relazione tra il film e la vita di Peppino
Impastato provo una forte emozione, così decido di intraprendere il viaggio e accetto. Chiamo
Peppe dei 24 e gli chiedo gentilmente di mettermi in contatto con qualcuno che potesse spiegarmi
meglio il testo. Peppe è entusiasta e mi racconta di aver conosciuto alcuni compagni di Impastato
che avevano militato e condiviso con lui e con il fratello le lotte politiche e di vita e che in questi
anni si sono dedicati alla tutela e alla giusta valutazione del suo nome e del ricordo della sua
attività e che sono ovviamente parte integrante del progetto. Mi mette in contatto proprio con
Moffo che aveva conosciuto Peppino a 16 anni, ai tempi del PSIUP, il partito socialista italiano di
unità proletaria, mi sembra telefonicamente una persona concreta. Riesco così a farmi un’idea più
completa del testo dedicato a un poeta russo dell’inizio del secolo che non conoscevo e che in
qualche modo aveva colpito Peppino Impastato. Ma la canzone prende solo spunto da Esenin e
probabilmente da una sua reale o immaginata visita in Sicilia, per parlare e descrivere in una
specie di sottintesa complicità esistenziale l’ambiente con il quale un ragazzo dalla personalità
forte e ribelle doveva confrontarsi ai tempi in cui lottava e scriveva. Almeno questa è stata la mia
ardita interpretazione. Mi colpisce la descrizione del quartiere di Zisa di Palermo, di “centinaia di
giovani in silenzio”, in una città complice della notte che la avvolge, contrapposta a “un tiepido
sole d’autunno mediterraneo che giocava coi cerbiatti” e di cui nessuno – come è scritto nel finale
della canzone – “potè dire ad Aleksandrovic Sergej Esenin”. E come solo chi ha dimestichezza con
le suggestioni di chi vive pienamente il proprio tempo e la capacità di esprimerle - aggiungo io avrebbe potuto fare. Sono molto contento di aver partecipato.
Umberto Santino | Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato: www.centroimpastato.it
Foto (per gentile concessione di Umberto Santino e www.centroimpastato.it)
Riflessioni di Sergio “Serio” Maglietta, Adriano dei Low Fi e Riccardo Sinigallia.
Intervista di Antonio Anigello e Nicola Guerra
www.musicletter.it
ML 11
musicletter.it
update n. 61
speciale
MoRkObOt
Intervista
© 2009 di
Antonio Anigello
Forti dell’uscita del loro terzo album, pubblicato
solo pochi mesi fa per l’etichetta Supernaturalcat
dal titolo non rassicurante “Morto”, i MoRKObOt,
trio composto dai folli Lin, Len e Lan, dediti a un
incrocio
tra
l’industrial,
improvvisazione,
si
metal,
presentano
ai
ambient
e
lettori
di
Musicletter tra un impegno intergalattico e l’altro
e, con simpatia, ci parlano della loro musica (il
Getal!?!), dei progetti futuri e di una insana
passione per Scialpi e Pupo …
Partiamo da una domanda semplice semplice: cosa ha portato i MoRKObOt da “Mostro”
a “Morto”? Sostanzialmente qual è l'evoluzione tra un album e l'altro?
Lin - Quando abbiamo iniziato a comporre MoRtO ci siamo resi semplicemente conto di non aver
voglia di trovare una chiusura ai brani, non riuscivamo a fermarci e così, dopo esserci ritrovati con
più o meno 20 minuti di Getal, abbiamo deciso che non ci saremmo fermati affatto e abbiamo
proseguito fino allo sfinimento dei nostri (e vostri) testicoli. Alla fine è stata l’indolenza a portarci
a questa “non scelta” e temo che proseguiremo sempre più in questa direzione.
Nel panorama italiano siete un po’ una mosca bianca, pochi i termini di paragone, ma se
si guarda oltre il confine della nostra povera penisola... a quali gruppi vi sentite più
affini nelle sonorità e nello spirito?
Lin - Dì la verità, hai detto mosca bianca e non pecora nera perché ti stimoliamo pensieri fecali,
vero?! Eh?! Ci sono tanti gruppi italiani a cui ci sentiamo affini nello spirito e nelle sonorità, ad
esempio Scialpi nel periodo 83/86 (probabilmente quello di massimo splendore). Se poi dobbiamo
guardare oltre i confini della penisola, beh ci sarebbe proprio da sbizzarrirsi ma al momento la
digestione di un terribile risotto al radicchio mantecato con gorgonzola e provola mi impedisce di
pescare nell’archivio mnemonico i più significativi, quindi citerò solo Spike Jones.
Chi è MoRKObOt?
Lin, Lan - MoRkObOt è il nostro signore e il nostro torturatore,
un’entità che sfugge alle
catalogazioni biologiche e alle più elementari leggi della fisica applicata. E’ un concetto che va
oltre la scienza al quale cerchiamo un avvicinamento mediante elaborati esperimenti scientifici
all’interno della nostra Fortezza della Scienza (scusate le continue ripetizioni della parola
“scienza”, ma è un concetto al quale teniamo molto). Egli è il compositore e l’arrangiatore delle
musiche eseguite da Lin, Lan e Len. Questo è ciò che ci è dato sapere, di più non possiamo dire.
Per ora. (E non provare a fare la solita faccia incredula quando ti raccontiamo queste cose).
ML 12
musicletter.it
update n. 61
speciale intervista: morkobot
“Morto” è il secondo album dato alle stampe dall'etichetta degli
Ufomammut (Supernatural Cat), io sinceramente trovo voi e i
piemontesi ideali per una possibile jam cosmica. Come è nato
l'incontro e l'amore?
Lin - Effettivamente un paio di jam cosmiche le abbiamo fatte nella sala
prove degli Ufomammut e ci siamo anche divertiti parecchio, poi non se ne
è fatto più niente…per ora. Ci siamo conosciuti a Roma, loro ci han fatto suonare a un’expo di
Malleus al Circolo degli Artisti, probabilmente perché impietositi dal nostro primo album. In
seguito, dopo aver ingerito ingenti quantità di bevande analcoliche, abbiamo limonato per tutta la
sera e siamo rimasti amici ancora oggi.
All'interno della scena musicale italiana stanno nascendo nuove band validissime (come
i vostri compagni di etichetta Lento). Avete dei gruppi da consigliare ai lettori di
Musicletter?
Lin, Lan - Sicuramente Vanessa Van Basten, R.U.N.I., Ufomammut, Lento, Taras Bul’ba, Rosolina
Mar, Uochi Toki, Zu, OvO e molti altri che non possiamo nominare per via del conflitto di interessi.
Ora non dobbiamo far altro che sperare che i nomi in questione stiano leggendo questa intervista
in modo che, quando li rincontreremo (se mai vorranno rincontrarci), potranno sdebitarsi
offrendoci galloni e galloni di estratto di luppolo o di distillato di succo d’uva.
“Morto” è l'album più difficile e complesso della vostra discografia. Non avete paura di
risultare troppo ostici? A tratti siete più vicini alla concezione musicale di Merzbow che
a quella di un gruppo rock...
Lin, Lan - Probabilmente i fan di Pupo non apprezzeranno a pieno il nostro disco, ma siamo
disposti a perdere questa piccola fetta di mercato al fine di realizzare il nostro ego e per non
perdere il rispetto di noi stessi. Crediamo che sia un grave errore etico il tentare di edulcorare la
propria musica per risultare meno “ostici”. A meno che il fruitore di tale opera
non abbia da
offrirci soldi e donne in quantità (e dato che questo non è ancora successo e probabilmente non
succederà) tanto vale proseguire per la nostra discutibile strada disseminata di realismo, fastidio,
sofferenza, nefandezza e consequenzialità.
Immedesimatevi in un negoziante
mettereste i tre vinili dei MoRKObOt?
di
dischi,
in
che
reparto
Lin - Beh, mi troverei costretto a creare il reparto Getal, tra i dischi dei
Metallica e quelli di Mango. Purtroppo i vinili di Scialpi sono ormai introvabili
e dovremo quindi rinunciare a questo incredibile accostamento.
E ora dove volete arrivare? Quali sono i vostri piani per il futuro prossimo e per quello
remoto?
Lin, Lan - L’idea di base è quella di organizzare un tour europeo per fine marzo (in modo da
toccare le principali città europee al fine di assaporare tutte le tentazioni che le città possono
offrire perché, si sa, le città son tentacolari) e nel frattempo si continua a scrivere materiale per
quello che sarà il prossimo terribile capitolo della saga. Con molta probabilità sarà una bilogia. I
temi trattati saranno dettati dal tasto T9 di un comunissimo telefono cellulare, sarà quindi un
concept sulle nuove tecnologie, tratteremo quindi temi differenti rispetto al passato.
Lin - Poi vorrei anche rifare gli infissi di casa mia perché fan davvero cacare, entra un sacco di
freddo e spendo molti più soldi in riscaldamento di quel che dovrei, lo farò presente al
proprietario!
ML 13
musicletter.it
update n. 61
speciale intervista: morkobot
Come nascono, in sala prove, i vostri pezzi?
Lin - Non abbiamo una sala prove, i nostri pezzi nascono all’interno
della Fortezza della Scienza.
Improvvisiamo, ci registriamo, riascoltiamo, selezioniamo il materiale
e poi ce lo dimentichiamo. Da questa frustrazione siamo costretti a
crearne di nuovo in fretta e furia, di solito è materiale decisamente
più scadente di quello che ci siamo dimenticati. Per non continuare
all’infinito in questo vortice ogni tanto siamo costretti a registrare, chiamiamo Fabio Magistrali e
gli proponiamo dei giorni in cui registrare. Solitamente Fabio inventa sempre scuse per evitarci,
febbri, otturazioni marcite, orchite, ma alla fine riusciamo a convincerlo che questa volta non sarà
come le volte precedenti…e lo freghiamo! In genere si rende poi irreperibile ai nostri telefoni per i
due anni successivi all’uscita dell’album. Ma ormai sappiamo bene dove scovarlo.
Il vostro immaginario è decisamente fantascientifico, siete dei fan del genere o mi
sbaglio?
Lin, Lan - La verità è che siamo troppo poco costanti per appassionarci a qualcosa o dire che
siamo dei fans di quel qualcosa. Si può comunque dire che tanti dei film che ci piacciono sono film
di fantascienza. Lan ad esempio ha visto tutti i primi tre Guerre Stellari, la scena preferita di Lin di
“Vieni avanti cretino” è quella con il Dottor Thomas e Len una volta ha letto un libro che in
copertina aveva il disegno di un pianeta sconosciuto.
Chiudete con una frase a effetto questa intervista, dimostrate ai lettori di Musicletter
che i MoRKObOt sono anche un gruppo colto e di un certo livello...
Lin - AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Len - Che cazzo ridi?! Prima la barzelletta bisogna raccontarla.
Lan - La sai la barzelletta tridimensionale?! Eh?! Eh?! Te la raccontiamo?
MoRkObOt: www.myspace.com/morkobot
Foto by Gabriele Andreoli
Intervista di Antonio Anigello
www.musicletter.it
ML 14
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: ANTONY AND THE JOHNSONS
TITLE:
The Crying Lighy
LABEL:
Secretly Canadian
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.antonyandthejohnsons.com
MLVOTE: 8/10
Che Antony Hegarty abbia una voce d’angelo non è solo un modo di dire. La sua dichiarata
omosessualità e il suo passato da drag queen rendono il suo canto pura melodia, scevra da
qualunque connotazione sessuale: una voce fuori dal tempo che cesella emozioni incantevoli nei
nostri cuori, un timbro inconfondibile, da brividi. È inevitabile perciò che un rapimento mistico e
sensuale mi imprigioni all’ascolto del terzo album di Antony and the Johnsons: The Crying Light.
In uscita a gennaio 2009, a quattro anni di distanza dallo straordinario successo del secondo
lavoro I Am A Bird Now, che ha rivelato Antony al grande pubblico, quest’ultima release ha
infatti un taglio decisamente più spirituale dei due album precedenti, e si sviluppa attorno a temi
universali: le nostre origini, l’evoluzione del nostro pianeta, i rapporti madre-figlio, la percezione
di far parte di un universo, la capacità di essere se stessi… L’album si apre con Her eyes are
underneath the ground, delicata intro tutta giocata sugli scambi fra la voce di Antony e il
contrappunto del pianoforte. A seguire la più movimentata Epilepsy is dancing e la vibrante Kiss
my Name. Un brano dopo l’altro, la voce di Antony è talmente piena, avvolgente, emozionante
che non è necessario molto di più che l’accompagnamento di un pianoforte e di un tappeto d’archi
a sostenere una struttura melodica carica di suggestioni. Infatti nonostante gli arrangiamenti così
misurati, il mondo sonoro che si crea è ricchissimo e pieno di grazia. Il risultato è un album che ci
trasporta in una dimensione sconosciuta, in un mondo di fiaba in contrapposizione al nostro,
quello reale, maltrattato e trascurato da uomini che si uccidono fra loro senza pensare alle
conseguenze delle loro azioni, un mondo in evoluzione di cui tutti noi facciamo parte e di cui
dovremmo preoccuparci maggiormente. Nel suo ruolo di artista Antony prova ad aprirci gli occhi e
nella splendida e commovente Another World canta: “I need another place Will there be peace I
need another world This one's nearly gone” riuscendo a disegnare con la sua musica uno scenario
diverso e meraviglioso, un paradiso terrestre che, a dispetto dei luoghi comuni, non è mai stato
così eccitante!
Claudia De Luca
ML 15
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: AA.VV.
TITLE:
LABEL:
Just Like Heaven: A Tribute to The Cure
American Laundromat
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.alr-music.com/curetribute/mediapage.php
MLVOTE: 8/10
Per la American Laundromat Records esce in questo inizio di 2009 una fantastica sorpresa per
tutti i fan dei Cure. Una selezione di 16 fra i brani più belli della band rivisitati in chiave
contemporanea e personalissima da alcuni degli artisti più significativi della scena indie: The
Wedding Present, Tanya Donelly, The Brunettes, Grand Duchy, Dean & Britta, The
Submarines, The Rosebuds, Joy Zipper, Elk City e altri ancora. La American Laundromat non
è nuova a queste operazioni avendo già rilasciato nel 2008 un tributo a Neil Young. Ora ci
riprova con i Cure, band di culto per tutti quelli che musicalmente si sono formati negli anni ‘80. I
Cure hanno fatto un pezzo di storia della musica ed è inevitabile che tanti titoli che avremmo
voluto vedere nella tracklist sono rimasti fuori ma è significativo il fatto che nella scaletta, a parte
High non ci sono brani successivi a Disintegration, l’album che ha segnato il punto di svolta
nella loro carriera e il loro successivo declino. In apertura Just Like Heaven, la title track della
raccolta, interpretata da Joy Zipper, noto duo indie pop newyorkese. Ed è subito un tuffo al
cuore: le allegre schitarrate ci fanno immediatamente ripiombare indietro negli anni rivivendo
come in un flashback le emozioni che i Cure erano in grado di regalarci. Ma è solo l’inizio. A
seguire The Lovecats il cui ritmo sincopato è ulteriormente sottolineato dagli scambi vocali (e
dalle fusa) fra Tanya Donelly e Brian Sullivan (Dylan In The Movies) in un’interpretazione
quasi da musical. E poi tutti i pezzi più belli e indimenticabili dei Cure: Lovesong, In Between
Days in chiave rock californiano e la sognante Friday I’m in Love interpretata da Dean & Britta
(ex Galaxy 500, ex Luna). Alcuni brani mantengono la loro riconoscibilità mentre altri sono
radicalmente trasformati e sono sicuramente quelli più interessanti. Stupenda per esempio
Jumping someone else’s train che diventa un cupissimo brano post-rock con influenze shoegaze o
la Close to me degli Elk City cantata in modo ipnotico da Renée LoBue o ancora Let’s go to bed,
mascherata da pezzo dance synth pop anni ’80 per cui Mark Almond potrebbe morire d’invidia.
Catch, interpretata dalla splendida voce di Sara Lov dei Devics si scioglie in una bossanova
sensuale finché non si arriva a un’irriconoscibile 10:15 Saturday Night interpretata da The
Poems. In chiusura notevole anche A strange day rivisitata dalla nuova formazione Grand
Duchy ovvero Violet Clark e il marito Black Francis ex frontman dei Pixies, ulteriore conferma
che la classe non è acqua! A parte l’emozione di riascoltare brani di tanti anni fa, la cosa più
eccitante di questa raccolta è scoprire che, in qualunque modo siano stati interpretati, i pezzi dei
Cure a distanza di 20 anni sono riusciti a conservare intatti il loro valore e la loro bellezza. Un
album imperdibile per chiunque ami la buona musica!
Claudia De Luca
ML 16
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: VINICIO CAPOSSELA
TITLE:
Da Solo
LABEL:
Warner
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.viniciocapossela.it
MLVOTE: 9/10
Da Solo, la locuzione, è presa dal testo di Una giornata perfetta, l’unico momento del disco
riservato alla spensieratezza vera, al piacere di vivere le piccole cose come se fossero le cose più
importanti del mondo. Una gioia che sa di cose lontane, come le canzoni di Vic Damone, l’acqua di
Colonia e il caffè Tubino. Una felicità che basta a se stessa. Per il resto, Vinicio non è affatto da
solo in questo suo settimo album in studio. Per niente. È circondato da musicisti, coreografi,
creature circensi e immaginifiche, santi, soldati, anime dannate, strumenti fantastici e carillon.
Perché quando si muove Capossela, si muove un mondo intero. È lui il vero, unico Fellini della
musica moderna. Con un occhio nel passato e le braccia protese verso un futuro fantastico e
teatrale, carico di pioggia di coriandoli e aeromobili, alberi della cuccagna e pentoloni di bronzo e
popolato da funamboli da circo equestre e da giganti con le lacrime tatuate come degli enormi,
tristissimi Pierrot muscolosi e da calzini spaiati. Da Solo è un disco “narrativo”, come ogni album
di Vinicio. Un disco carico di parole e di ambientazioni, è una messinscena allegorica delle nostre
vite e dei sogni della nostra infanzia. D’amore (Parla piano) e di guerra (Lettere di soldati, capace
di trasmettere il gelo della trincea fin dentro i nostri polmoni), di solitudine (Il paradiso dei calzini,
Orfani ora) e di fede (Sante Nicola, Non cè e disaccordo nel cielo), trasportandoci dall’ universo
polveroso di John Fante di cui è intriso Vetri appannati d’ America a quello di Lee Masters (La
faccia della terra). È un disco che ti chiede del tempo per poterti ambientare, non abbonda di
salotti e lampade colorate ma di trespoli sghembi e lumi arrugginiti. Chiede l’umiltà della
dedizione che non è altro che l’ amore puro. Chiede il dono gratuito del proprio tempo e del
proprio cuore senza nessuna pretesa di restituzione o contraccambio, senza nessun’ altra
esigenza che non sia accogliere il frutto rubicondo di quella donazione, di quell’ apertura totale.
Ed è allora che Da capo si schiude in tutto il suo struggimento, che apre i sipari al proprio
melodramma. Il caldo delle vecchie milonghe e delle vecchie rumbe caposseliane è del tutto
evaporato lasciando questo freddo appena appena attenuato dal tepore dei ricordi. Permane l’
amore per le arie di inizio secolo che già furono di Canzoni a manovella e certa iconografia
ecumenica celebrata su Ovunque Proteggi. Ma qui tutto pare meno universale e meno fatale,
tutto pare risolversi in una dimensione intima, a celebrazione e a difesa delle proprie memorie. Un
disco dove accanto a strumenti enormi (il Mighty Wurlitzer di Cameron Carpenter che sovrasta
Il gigante e il mago, l’orchestra mariachi dei Calexico su La faccia della terra) convivono quelli
che Vinicio stesso chiama strumenti “inconsistenti” come il toy piano di Pascal Comelade che
caratterizza Il paradiso dei calzini, il battito cardiaco che conferisce a Lettere di soldati quella
caducità tutta ungarettiana che la rende così fragile, il cristallarmonio di Gianfranco Grisi sulla
conclusiva Non c’è disaccordo nel cielo. Intimo eppure, come sempre, paradossalmente
universale, Da solo conferma Capossela come l’unico vero scenografo della canzone italiana.
Franco Dimauro
ML 17
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: - ELETTRONOIR TITLE:
LABEL:
Non un passo indietro
- Elettronoir -
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.elettronoir.it
MLVOTE: 9/10
Canzone d’Autore (maiuscola apposita, ovvio). Indipendenza. Cinema. Futuro. È in questo
quadrilatero che, più o meno, si può tentare di incasellare la musica degli Elettronoir. Senza
riuscirci, ovvio. Tanti i rimandi, tante le suggestioni, stupefacenti i risultati. O forse, stupefacenti
solo per chi non ha avuto la fortuna di imbattersi in Dal fronte dei colpevoli, passo d’inizio di
questa splendida band romana e capitolo primo di una trilogia (Tutta colpa vostra, peccato non
poterne parlare diffusamente, visto lo spazio) che parla di rapine, pistole, passione, dolore, fughe,
tormenti, e di cui Non un passo indietro è il secondo, splendido, inquieto passaggio. Gli altri, i
pochi (purtroppo) eletti, sanno già cosa aspettarsi. Non un passo indietro: Dal fronte dei colpevoli
al cubo: di tutto, di più. La canzone d’Autore è ancora più d’autore, raffinata, ricca: ariose
strutture di pianoforte, strazianti ballate, vocals appassionate (maschili e femminili). Diciamo
Tenco? Diciamo De Andrè? Perché è di questo che parliamo. Linee di basso cupe, ossessive, (new
wave?) inquietanti. Elettroniche più ricche, raffinate (scuola Warp, o anche Labrador), frammenti
di battiti di minima vita cibernetica di queste metropoli urlanti, sempre più grandi e sempre meno
vive.
Cinematismo,
soundtrackismo
non
molle,
lieve,
disimpegnato,
viceversa
inquieto,
martellante, “urbano”. Il risultato è un disco bellissimo, bellissimo, bellissimo: con i piedi ben
piantati nelle radici della canzone italiana e io lì, fisso verso l’ignoto. Introdotto dall’atmosferica
Cruel, chiuso dagli struggenti titoli di coda di Lomo, l’album vive di grandi composizioni e di
grandi contrasti tra songs ariose in cui electronic beats piuttosto “lavorati” e un basso hookiano
dettano il ritmo a roboanti rondò di pianoforte e alle vocals passionali di Marco Pantosti (Qui
non si muore, Berliner, La ballata della violenza); struggenti ballate come dei Matia Bazar
sintetici e riprocessati da un pc in avaria, infettato dal “disagio del terzo millennio” che mettono in
splendida evidenza la voce, assolutamente meravigliosa, di Giorgia Colloridi (Medea, Bikini
inferno, Blu); in mezzo stanno cose straordinarie come la title track, soundtrack (stavolta per
davvero) di un Pier Paolo Pasolini che recita e spezza le vene dei polsi (gemella della Il dovere
di reprimere del primo disco, che fu analogo trattamento per Gian Maria Volontè) e una ballata
infinita (un “classico”?) come Amore dimentica/pietà raccoglie. Come non segnalare inoltre, in
trepidante attesa della imminente stampa “fisica”, la possibilità di download dal sito della band
con eventuale, successiva, concessione di obolo “a sottoscrizione”? Uno dei dischi italiani (in
senso stretto) più belli, ricchi, compiuti degli ultimi anni. Capolavoro.
Valerio Granieri
ML 18
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: THE FELICE BROTHERS
TITLE:
LABEL:
S.T.
Love Team Records
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.thefelicebrothers.com
MLVOTE: 8/10
Tre fratelli - Ian, Simone e James Felice - della periferia di New York che vivono la strada
suonando in ogni angolo di metropolitana, facendo i lavori più disparati e saltando come dei
perfetti hobos di treno in treno. Un continuo peregrinare che li porta dapprima all’incontro
con Christmas, abile giocatore di dadi che si unisce alla band, e successivamente a un contratto
discografico con la Loose Music con la quale – dopo aver autoprodotto Through These Reins
and Gone (2006) - realizzano nel 2007 il primo vero album d’esordio intitolato Tonight At The
Arizona. Passa soltanto un anno ed ecco, però, che i “Fratelli Felice” stringono un nuovo accordo
discografico, questa volta con l’encomiabile Team Love Records, con cui producono questo nuovo
e omonimo lavoro che, quantunque ricalchi timbriche vocali e sonorità che ricordano Bob
Dylan e la Band, ci entusiasma e ci travolge emotivamente come pochi dischi hanno saputo fare
nel corso dell’anno appena trascorso. Con alcuni brani che sembrano usciti direttamente
da Blonde On Blonde e con passaggi che vanno dritti al cuore quali Little Ann, Goddamn
You, Jim, Saint
Stephen’s
End e Murder
By
Mistletoe,
questa
seconda
meraviglia
della
formazione yankee passa in rassegna tutta la tradizione folk rock americana (e non solo). Un
disco che ci accarezza e ci ubriaca di emozioni, prima con la baldanzosa Frankie’s Gun!, che
sembra provenire addirittura da Rum, Sodomy & the Lash dei Pogues, e poi con il countrywestern di Whiskey in My Whiskey e Take This Bread, quest’ultima quasi - e ribadisco quasi dagli approcci e dalle espressioni dixieland. Helen Fry, Greatest Show On Earth e Wonderful Life,
invece, sono pezzi dai sigilli blues che racchiudono lo spirito del mai dimenticato Woody Guthrie
e che fanno di questa seconda fatica ufficiale dei Felice Brothers una delle migliori uscite del
2008. E non è certamente colpa di Ian Felice se la sua voce ricorda un illustre personaggio
della storia della popular music che all’anagrafe è registrato come Robert Allen Zimmerman.
Luca D’Ambrosio
ML 19
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: ARVE HENRIKSEN
TITLE:
LABEL:
Cartography
ECM
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.arvehenriksen.no
MLVOTE: 8/10
Quando pensiamo al suono norvegese, i riferimenti obbligati si situano nei territori sonori di band
come Kings of Convenience, Royksopp o Motorpsycho. In realtà esiste una cifra stilistica
legata in maniera più auto-evidente alle dilatazioni sensoriali e spaziali del Grande Nord. Si tratta
della scena jazz che ha in Nils Setter Molvaer, Eivind Aarset e Arve Henriksen i propri attori
più sensibili nella contaminazione con i linguaggi dell’elettronica, della musica etnica e del post
rock. Cartography, nuovo lavoro del trombettista Arve Henriksen, pubblicato dalla seminale
ECM, la label tedesca che si pone all’intersezione stilistica tra musica contemporanea e jazz
sperimentale, lungi dall’essere in qualche modo catalogabile, potrà piacere a chi ha frequentato i
suoni di John Hassell o di Holger Czukay, ed è una sorta di radicalizzione in chiave
etno/ambientale dei lavori più riusciti del già citato e più conosciuto NP Molvaer. Con l’ausilio dei
sample evocativi di Jan Bang, Arve tratteggia scabri paesaggi di solitudine interiore, piegando il
suo timbro strumentale, intriso di una vocalità narcolettica, alla capacità di dialogare con figure
armoniche di sapore esplicitamente etnico, ed interagendo in un ambito d’esplorazione liminale al
silenzio, con la chitarra sensibilissima di Aarset, col basso scultoreo di Lars Danielsson, con cori
di voci femminili messi sottotraccia. David Sylvian compare nell’album, recitando due testi
meditativi che idealmente aprono e chiudono un lavoro rarefatto e notturno, che sembra
esplicitamente staccare la spina dalla dimensione della contemporaneità, per abitare le stanze più
laterali del tempo.
Andrea Dusio
ML 20
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE
TITLE:
LABEL:
Sira
ObliqSound | Family Affair
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.obliqsound.com
MLVOTE: 8/10
Ablaye Cissoko è cantante e virtuoso strumentista della kora oltre che depositario e divulgatore
della tradizione orale del suo paese, il Senegal, una delle venti più povere nazioni al mondo;
Volker Goetze è un trombettista jazz di origine tedesca, ma di stanza a New York, dove ha avuto
modo di collaborare con figure di primo piano della scena (Nana Vasconcelos, Craig Handy e
Lenny Pickett). La musica, nel trascendere localizzazioni geografiche e crossover di genere, nel
continuo abbattere gli steccati tra le diverse culture propone sempre più di frequente,
nell’universalità del linguaggio, incroci che un tempo sarebbero apparsi improponibili. Può
accadere, insomma, che un griot come Cissoko possa incrociare la sua strada con un jazzista
come Goetze senza che nulla appaia peregrino. Entrambi sono compositori che hanno un
orecchio rivolto al futuro ed uno attento al passato. L’album della loro collaborazione, Sira - che
si può tradurre con “sirenetta”, è il nome della piccola figlia di Ablaye -, è un esempio illuminante
di quanto prima affermato. Il jazzista, letteralmente rapito dalla musica africana, ha avuto la
sensibilità di mettere la sua tromba con discrezione e senza pronunciamenti arzigogolati al
servizio dell’altro che, oltre alle evocative melodie della kora, ha messo in luce la maestosa
profondità emozionale del suo vocalismo (si ascolti Sakhadougou e Mansanni Cisse per
convincersene). Cissoko ci ha tenuto ad affermare che la collaborazione (session di registrazioni
effettuate in Senegal con i soli due protagonisti al proscenio) ha prodotto “musica vibrante e
misteriosa”. Una piccola scintilla che ha provocato calore al cuore e sensazioni deliziose del tutto
inaspettate. Affascinante, vibrante, pressoché perfetta - nessun aggettivo o superlative è abusato
in questa occasione -, alla fin fine è la musica a parlare da sola grazie alla purezza del suono.
Testimonia della predisposizione mentale e culturale di due artisti e del reciproco rispetto quali
musicisti. Faro è un pezzo dall’incedere decisamente bluesy (la lezione di Ali Farka Tourè e Ry
Cooder è stata del tutto assimilata); tre sono brani tradizionali dell’Africa occidentale (Gorgorlou
vive dei toni caldi della tromba) e altri sono stati prevalentemente composti da Ablaye, ma
l’elegante Bamaya è opera di Goetze ed è stato ispirato da una danza del Ghana; sull’incipit
sospeso e delicato della tromba, Cissoko disegna un accattivante tema in assolo dalla magnifica
progressione ritmica.
Luigi Lozzi
ML 21
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: THE VERY BEST
TITLE:
LABEL:
Mixtape
Ghettopop Records
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.myspace.com/theverybestmyspace
MLVOTE: 8,5/10
L'album di cui ci accingiamo a parlare è importante almeno per due buone ragioni. Primo, la
musica ivi contenuta: varie cover ottimamente rimescolate. Si spazia dai Beatles (Birthday) ai
Vampire Weekend (Kwassa Kwassa), da Michael Jackson (Will You Be There) a canti
tradizionali dell'Africa dell'est (Kada Manja). Un sound complessivo che parte dal Continente Nero,
Malawi per la precisione, per abbracciare una pseudo-dance indoeuropea di recente generazione,
e molto altro. Beat esteticamente affiliato ai dischi di M.I.A. (non a caso vengono ripresi e
stravolti due brani da KALA: Boyz e Paper Planes dove la prima mantiene il titolo originale
mentre la seconda diventa Tengazako e per poco non riesce nell'impresa di migliorare la versione
dell'Artista indiana. In realtà si sprecano gli stili: Salota è un incesto tra hip-hop old-school,
ragga-dub alla Asian Dub Foundation, e atomi di radici del Malawi: goduria auricolare. In
Chikondi fa capolino il Re Leone e la cantilena si fa melodia ancestrale. Ammaliante Cape Cod
Kwassa Kwassa: ballo di tamburi ipnotici per un viaggio ai confini del tempo e dell'anima (nera).
Insomma i Very Best riescono nella quadratura del cerchio sfuggita per poco e di recente alla
coppia Amadou & Mariam con Welcome To Mali: anche qui si presenta una ricca convergenza
tra radici e nuove contaminazioni. Tornando ai nostri, ecco gli artefici: Esau Mwamwaya a
triangolare con i londinesi Radioclit. Per sapere come sono entrati in contatto, e soprattutto per
scaricarvi Mixtape vi rimando alla pagina web di cui sotto. Scaricarvi? Avete letto bene. Eccoci
dunque al secondo motivo d'interesse. Il metodo di diffusione del prodotto: esclusivamente
tramite Myspace. Si parlò di rivoluzione copernicana quando, circa un anno fa, In Rainbows dei
Radiohead venne, per così dire, offerto in rete. I The Very Best vanno addirittura oltre.
Regalano l'intero Mixtape e scavalcando a piè pari ogni logica conosciuta e retributiva di mercato
discografico. La nostra speranza è che, come che vada l'esperimento, l'album venga stampato e
mandato nei negozi. E non solamente in virtù di una copertina che più "savariana" non si può;
non soltanto per il contenuto capace di rendere simpatico un termine abusato come
"globalizzazione"; ma per il non trascurabile fatto che noi nostalgici - e badate, chi scrive ha da
poco superato i 25 - non ci piegheremo mai alle nuove logiche che fanno rima con mp3 o file
sharing.
Ok,
smetto
i
panni
da
moralizzatore
del
cazzo.
Andate
in
pace:
www.myspace.com/theverybestmyspace.
Jori Cherubini
ML 22
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: MADRUGADA
TITLE:
LABEL:
S.T.
Ams
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.madrugada.net
MLVOTE: 8/10
Norvegesi, i Madrugada hanno all'attivo un bel po' di album, realizzati in meno di un decennio,
dischi editi e riediti in differenti momenti, a volte con differenti titoli e tracklisting differenziate. Un
percorso frastagliato li ha visti firmare per diverse etichette e majors, cosa che non ha certo
giovato alla loro popolarità. Tuttavia sin dall’inizio (siamo nel '99) attirano su di loro l'attenzione
dei media internazionali, cosa che li rende appetibili anche all'esterno della Scandinavia e gli
costruisce un culto di fans persistente un pò in tutto il mondo. La ricetta, in effetti, non è insolita:
la voce di Sivert Hoyem è profonda, bella e a tratti inquietante e si muove perfettamente in un
quadro di suoni che, dal new rock iniziale, si è via via spostato verso un più maturo e robusto
rock oscuro dalle matrici sicure, seppur non facilmente definibili. Giunti a un punto di non ritorno
dopo il comunque apprezzabile The Deep End, arrivato qualche tempo dopo l'eccellente Grit del
2002, agli scandinavi serviva una sterzata d’orgoglio per non scivolare in un anonimato che
sembra il forzato destino per molte band “alternative” che non hanno avuto natali col pedigree
(leggi States o Gran Bretagna). Non sembra un caso, infatti, che il disco in questione non abbia
un titolo: è difatti un nuovo inizio, dove il post punk fuori tempo massimo (ma affascinante) di
partenza si mischia di nuovo, come nelle migliori pagine di Grit, a un rock scarnificato, oscuro e
bluesy, raffinatamente grezzo. Prova ne è la traccia d'avvio, Whatever happened to you, che
scuote con le sue partizioni di chitarre grosse e romantiche. La vicinanza ideale con Cave, Cash e
tutti gli storytellers con voce da brividi fa da sfondo a tutto l'album ma la forza di Madrugada è
soprattutto l'anima che risuona potente nelle songs, quella malcelata disperazione profusa a piene
mani, un senso di solitudine lontana e la forza dei brani (le seguenti The Hour Of The Wolf e Look
away Lucifer, tanto per). Chi li ha visti dal vivo (spesso nella penisola) ne ha tratto l'immagine di
una band rigorosa, lucida e appassionata, che perde man mano per strada l'impianto new rock
che li portava ad (ottime) live version dei Joy Division verso
tinte oscure e forti, in cui c'è
spazio per melodie che sembrano provenire da i meandri scevri di luce dei sixties per mischiarsi
con una letteratura sonora fatta di storie sofferte, strappi interiori, cuori ricuciti con dolore. È il
caso di Honey bee e di What's on your mind, dove se anche il fantasma di Nick Cave si fa quasi
impressionante (New woman new man) è la bontà del costrutto a rendere facilmente credibile un
gruppo di canzoni che spiccano comunque per bellezza (What's on your mind). Ci sono almeno tre
o quattro ottimi album firmati da Madrugada. Per scoprirli tutti non è peccato iniziare con questo.
A chi scrive sembra uno dei migliori.
Massimo Bernardi
ML 23
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: BLACK MOUNTAIN
TITLE:
LABEL:
In The Mountain
Jagjaguwar
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.blackmountainarmy.com
MLVOTE: 8/10
“Se vuoi il futuro, prepara il passato”. Inizio così, facendo il verso all’antico detto romano se vuoi
la pace, prepara la guerra, a parlare dell’ultimo disco dei Black Mountain In The Future, un
album che mette in pratica proprio questo principio. La band canadese, infatti, riesce a proporre
un disco ben suonato, mai banale e assolutamente moderno, seppure sempre con un occhio al
passato. Sono chiari i riferimenti. Dai Led Zeppelin, fin dall’apertura Stormy High, ai Jefferson
Airplane; dai Black Sabbath a Patti Smith, che è maestra in Queens Will Play. Questi, però, si
mescolano sapientemente con sonorità di inizio anni Novanta, come accade nel finale rumoroso e
soundgardeniano di Bright Lights, oppure nel brano di chiusura, Night Walks, dove viene
recuperata l’anima più intimista di PJ Harvey. Se Angels, un singolo di quelli dei quali vorresti il
45 giri da consumare, può richiamare le ballate di Neil Young, in Evil Ways sembra ritornare
l’anima calda e live dei Doors di Manzarek, mescolata con passaggi dai vaghi richiami ai
contemporanei White Stripes. Ecco, quindi, cosa si può trovare in In The Future dei Black
Mountain, un disco che, ponendo chiare le sue basi storiche, ma senza esserne mai schiacciato,
si costruisce come uno ziggurat verso chi ascolta: solido e teso verso l’alto.
Alessandro Busi
ML 24
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: MEGAPUSS
TITLE:
LABEL:
Surfing
Ada | Vapor
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.myspace.com/megapuss
MLVOTE: 7,5/10
Diavolo di un Devendra. Lo lasci solo un attimo, e lui chiama a sé una banda di debosciati per
registrare un disco sotto il nome assurdo Megapuss. Lui, sì, Devendra Banhart, menestrello
freak con un innata passione per il folk di stampo hippy, autore di dischi bellissimi come Nino Rojo
(2004), Rejocing The Hand (2004) e il colorato Smokey Rolls Down Thunder Canyon (2007).
Accanto a lui, in questo nuovo viaggio musicale troviamo Fabrizio Moretti (batterista degli
Stokes), Greg Rogove (Priestbird e Tarantola A.D.) e Noah Georgeson (produttore di
Banhart e di Joanna Newsom). A conti fatti, quanto si discosta questo nuovo progetto dai
lavori solisti del giovane talento di Houston? Poco nei primi ascolti. Molto quando il disco inizia a
insinuarsi sottopelle. Giocoso e libero da schemi, vivace, scanzonato, sognante con una grande
predisposizione a immergersi nel periodo sessantottino della Summer of Love. La grossa
differenza sta proprio nell’impostazione dei pezzi; più delineati, più conclusi eppure dotati di
quell’atteggiamento free che da anni contraddistingue il nostro simpatico eroe. Dalla rilassata
Crop Circle Jerk ’94, al mantra da famiglia felice stile Akron Family di To the Love Within,
passando per un Santana smanioso di dire tutto in meno di due minuti in Adam & Steve (ma la
chitarra wah wah è di un pezzo di George Michael, incredibile vero?), fino al folk amniotico di
Surfing, la dolce ninna nanna Chicken Titz e la pianistica e strappalacrime Sayuilita. Only for fans?
No, only for people! Free! Libere di sognare.
Nicola Guerra
ML 25
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: MoRkObOt
TITLE:
Morto
LABEL:
Supernaturalcat
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.myspace.com/morkobot
MLVOTE: 8,5/10
… ed ecco a voi il ritorno dei tre messaggeri Lin, Lan e Len che, divincolati dalla matassa di
rumore metallico di MoRkObOt e Mostro, si materializzano nella loro forma ancestrale e
metafisica, anticipati dal monolito nero del nuovo disco Morto. Lo stoner lunatico e “ignorante”
(termine che rubo proprio dalle parole scambiate, a un concerto dei MoRkObOt, con uno dei tre
araldi spaziali) del primo album e la tempesta iperdimensionale del secondo trovano la degna
chiusura (della trilogia iniziale s’intende) con quello che è un buco nero nel cosmo della musica
pesante (e pensante) italiana. Che poi, a dire il vero, di gran respiro italiana non è. Morto ha le
carte in regola per spalancare le porte dei palchi di tutta Europa al trio di Lodi (omologo della città
lombarda ma situata anni luce dalla terra). L’album è composto di tre tracce prive di nome che si
estendono ben oltre la propria durata, creando un’entità unica e indivisibile, ammaliante e
ipnotizzante. A tratti Lin, Lan e Len fanno annegare in fluidi sonori così densi e psichedelici che,
travolti dalla piena, la musica, che sembra basata sull’improvvisazione a 360°, si avvicina al free
jazz, ricreando mura sonore che stupiscono per durezza ma che esaltano per emotività e scelte
stilistiche. Se, per l’inizio del lato A di Morto, mi vengono alla mente più riferimenti industrial
noise scuola Ant-zen alla Hypnoskull o le depravazioni tecnologiche del giapponese Merzbow,
con le note iniziali del lato B ci si alterna tra bassi vagamente Les Claypooldiani e una batteria che
si conferma come cuore pulsante del mostro MoRkObOt. La chiusura della terza traccia lascia
senza respiro, diciotto minuti di caos assolutamente (NON) controllato, si tira il fiato con sussurri
sgraziatamente ambient, che mettono però a riposo una carcassa ormai martoriata da cesoie.
Capolavoro per capolavoro è l’edizione (limitata e numerata manualmente a 500 copie) del vinile
180 gr. magnificamente illustrata dai talentuosi Malleus, con copertina apribile e CD annesso, che
rende ancora più inevitabile l’acquisto di uno degli album più belli del 2008.
Antonio Anigello
ML 26
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: LOS PEYOTES
TITLE:
LABEL:
Introducting Los Peyotes
Dirty Water Records
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.myspace.com/peyotes
MLVOTE: 7,5/10
I Peyotes sono un gruppo argentino di garage relativamente punk, in verità molto sixties. Nati
nel 1996 circa dopo una pluriennale esperienza live (hanno suonato come spalla ai New York
Dolls) e svariati vinili (!) approdano al debutto ufficiale con Cavernicola! il loro secondo album,
un cd esplosivo nel quale le reminescenze sixties e le molteplici influenze garage (The Sonics,
The Seeds, Questions & Misterians su tutti...) servono da base alla detonazione di colti
strumenti vintage, amplificatori distorti, suoni fuzz, organi strampalati e i tamburi del grande
Pablo “Bam Bam” Peyote (praticamente un sosia argentino di Bugo...). Cinque giovani
peruviani-argentini brutti (come si addice ad ogni vero buon gruppo “troglodita”) selvaggi ma non
cattivi: la loro musica “primitiva” dopo aver rivitalizzato la scena garage rock dell’intero Sud
America è approdata (grazie a numerosi
festival in Spagna e Nord Europa come il Funtastic
Dracula o il Primitive Festival in Olanda) anche dalle nostre parti. Ho avuto l’occasione di vedere
un loro concerto a Roma al delizioso Micca Club e benché non fossi mai stata una seguace del
garage punk “contemporaneo” e men che mai della psichedelia, il loro show mi ha definitivamente
convertito al genere primitivo inducendomi lentamente ad ascoltare gruppi sixities del passato
nonché i loro attuali nipotini. Dal vivo non si risparmiano, tutti i pezzi del cd vengono “battuti”
letteralmente come una clava sul legno e sulla pietra, urlati come da un giaguaro ubriaco in un
compulsivo party di trogloditi! Il pubblico viene immediatamente coinvolto fin dall’ululato iniziale
dello sgraziato cantante David,avvolto dalle sonorità dell’organo del travolgente Victor La
Pantera. Brani come El Humo The Hace Mal ti catapultano in una spirale di ritmo frenetico,
proiettandoti in un mondo primordiale in cui tutto non è calligrafico, non è sforzato (nonostante si
senta chiaramente la lezione sixities) bensì viene direttamente dal cuore primitivo del rock’n’roll.
Costanza Savio
ML 27
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: FATHER MURPHY
TITLE:
LABEL:
...and He Told Us To Turn To The Sun
Boring Machine
RELEASE: 2008
WEBSITE:
www.myspace.com/fathermurphy
MLVOTE: 7,5/10
Non farete certo fatica a individuarmi camuffato da monaca in adorazione nella splendida
copertina del nuovo disco dei trevigiani Father Murphy, edito dall’etichetta italiana Boring
Machines che esce a più di tre anni di distanza dal precedente (eccetto i numerosi EP e
collaborazioni varie) Six Musicians Getting Unknown (2005). E non perché sia un fanatico
religioso,
ma
perché
ho
sempre
trovato
la
proposta
musicale
del
reverendo
Freddie
(accompagnato da Chiara Lee e Vicar Vittorio Demarin) un’oasi felice e un progetto ambizioso
ad ampio respiro internazionale. Il laboratorio musicale Madcap Collective è un luogo magico al
riparo da sguardi indiscreti, capace di
concedersi tempi lunghi e di partorire un concept
sull’eresia religiosa. Rispetto al passato il nuovo disco ...and He Told Us To Turn To The Sun
(registrato nella chiesa di San Crisostomo) è orientato verso sonorità più “mistiche”, scure e
sicuramente meno indie. Una processione sonora dove pare di rivivere in tempi medioevali, con
scarsa illuminazione e dove la speranza fa capolino solo attraverso piccoli bagliori di candele.
Concetto chiaro? Immagino di no. E allora perdetevi nei vicoli sinistri di Hide Yourself in the
Woods, nella solennità maestosa e allo stesso tempo low-fi di Go Sinister o nell’incedere bizzarro
di litanie spezzate da organi e bicchieri nella conclusiva In Their Graves. Ancora non vi è chiaro?
Abbiate fede, fratelli e sorelle. Vedrete una luce. Fioca ma piena di talento.
Nicola Guerra
ML 28
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: BEATRICE ANTOLINI
TITLE:
LABEL:
Big Saloon
Madcap Collective
RELEASE: 2006
WEBSITE:
www.myspace.com/beatriceantolini
MLVOTE: 7/10
C'è una caratteristica, in Beatrice Antolini, che la rende desiderabile alle orecchie di chi ascolta
la musica rock senza particolari classificazioni o sottoindirizzi di genere, quelli che non fanno
necessariamente riferimento a uno o a pochi dei mille frammenti in cui essa si è disintegrata negli
anni. Non la sua bellezza, dunque, comunque certificata anch'essa, che certamente soddisfa altri
sensi, bensì l'originalità talvolta bizzarra e non irreggimentabile che contraddistingue la sua
musica e il suo esordio su cd, Big Saloon. Il disco non è nuovissimo, nel senso che, come tutte le
cose belle e un po' ostiche da approcciare (e dunque, alla fine dell'apprendistato, più belle
ancora), ci ha messo un po' ad arrivare ad un pubblico che, numericamente, si possa definire
tale… ma tant'è. Spesso, dicono, è meglio arrivare mettendoci un tempo forse eccessivo, ma
arrivare. E lei, credo, sia in qualche modo giunta al fine. Il pubblico, non me ne vogliano gli
ascoltatori rock, spesso pecca nel disinteressarsi subito di quegli artisti che rifuggono dalla
riconoscibilità, anche da quella “indie” o “alternativa”. Non succede solo ai pigri ascoltatori del
mainstream odierno, cui la mancanza di ricerca e critica nella musica fa solo da eco a una vita
sciatta e programmata da altri, quelli tutto sommato non ci interessano… manca anche a coloro
che frequentano i rock club, i festival alternativi, che leggono stampa specializzata. Che si
peccano dunque d'esser “altri”. Le grazie di Beatrice, in questo caso, hanno reso il suo pubblico
un po' più indulgente, hanno forse levigato quella innaturale propensione a credere che una
donna rock non possa raccontare, in definitiva, niente di particolarmente nuovo… buon per lei,
perché poi, grattata via l'immagine, ecco infatti una performer che sul palco sa il fatto suo, suona
con gentilezza e violenza le sue tastiere, aggredisce e poi blandisce il microfono, guida una truppa
capace di assecondarne gli umori volitivi che spezzano i ritmi e dilatano le atmosfere (Bread and
Puppets è, in questo senso, magistrale), in qualche modo violentando l'idea di quel che puoi
attenderti di lì a pochissimo, con un fare risoluto e scopri che la nuova strada intrapresa forse è
anche più interessante di quella lasciata. Alla fine questi continui cambi di rotta riescono a
catturare in un ragnatela soffice, intrigante anche quel pubblico da anni abituato e assuefatto al
deja vu alternative. Dice Gaia Menchicchi: di Beatrice Antolini avevo sentito parlare da tempo,
da gente davvero entusiasta. Se devo essere sincera ero rimasta un po’ delusa dall’ascolto di Big
Saloon e ovviamente sono arrivata al Circolo degli Artisti di Roma con il mio bel bagaglio di
pregiudizi. Non mi dispiace dover ammettere che mi ero sbagliata. Certo, la Antolini non fa
musica orecchiabile né facilmente canticchiabile ma nel momento esatto in cui sbuca sul palco
non puoi far altro che rimanerne ipnotizzato... e lei attacca con il suo delirio musicale, ti prende
per mano e ti accompagna in questo mondo un po’ surreale in cui è davvero bello perdersi... una
regina dark che non ammicca mai, con la voce da bimba, concentratissima sulla sua musica.
ML 29
musicletter.it
update n. 61
musica: beatrice antolini
Per me è inevitabile tornare con la mente alle atmosfere dei film di Tim Burton, perché il tipo di
mondo in cui finisci è un po’ quello, un mondo in cui l’errore più grande che puoi fare è dare
qualcosa per scontato. Così fa lei, il tempo per annoiarsi non c’è, i ritmi continuano a cambiare e
richiamano la tua attenzione, non permettono distrazioni, la sensazione predominante è quella di
spiazzamento. Difatti, quando sembra che il pezzo si sia stabilizzato su un certo tipo di sonorità,
di melodia, ecco che in un attimo sei già da un’altra parte, senza nemmeno rendertene conto... Si
passa dai suoni più cupi e onirici, a quelli più allegri, quasi fosse un western... il concerto dura
poco più di un’ora, ma esci soddisfatto; credo che la Antolini racconti una storia dalla trama che
non lascia spazio alle vie di mezzo... puoi decidere di seguirla come si fosse il Bianconiglio oppure,
beh, se non sei capace di sognare è meglio lasciar perdere dopo poche pagine. Sarebbe un
peccato, aggiunge il recensore, giacché i mondi con i quali Beatrice interloquisce sono un
concentrato (volutamente) non amalgamato, dunque sufficientemente spigoloso, di quanto di
meglio il rock ci ha proposto negli anni, dove persino certi incipit un po' vaudeville e un po' sixties
(Monster Munch) si tingono di noir, di film horror di serie b ma amatissimi da una certa
sottocultura (si dice così, no?) e in poche decine di secondi incrociano, in un gioco quasi infinito,
la new wave che fu, la psichedelia acida che fu, quel certo darkismo non esasperato, persino il
Brecht del periodo americano in certi momenti di litania cabarettistica. Poi elettronica presente e
non invadente, accenni di musica messicana vista da un border lontanissimo, tanto rock di
indefinibile fattura (non li conoscono che in pochi ma i francesi Vialka battono le stesse strade o,
per meglio dire, la stessa metodologia). È ricco l'immaginario di Beatrice Antolini e, come
spesso succede quando la materia da affrontare è tanta, forse la pecca di Big Saloon è quella di
esasperare i toni e i cambi e di rimirarsi un po' nello specchio delle sorprese, ogni tanto perdendo
forse di vista il costrutto principale della canzone, quasi fosse più importante sorprendere che non
assestare il colpo giusto. Ma è davvero un peccato veniale, trattandosi di un disco d'esordio,
perché c'è una forza che non sempre alberga in artisti possibilmente di riferimento (Jennifer
Gentle, non a caso Marco Fasolo qui suona, oltre che a dividere vita sentimentale proprio con
Beatrice, come dire davvero un proficuo scambio artistico). Pur tuttavia, in realtà, il disco cresce
ascolto dopo ascolto, pur se la capacità di acchiappare l'interesse che la truppa di space-psychocowboy rockers sviscera nel live mette un po' in secondo piano la (certa) bontà delle tracce
registrate. Una volta, negli anni ‘70, si diceva che questo fosse un bene e tutti lì a cercare i dischi
live. Voi fate di meglio, prendetevi il disco ma cercatela dal vivo, non sarà difficile che capiti dalle
vostre parti, visto che la voce si sta spargendo e tutti la vogliono. A quel punto lei sarà vostra,
solo vostra. E, speriamo, di qualche altra decina di migliaia di persone.
Ps
La recensione fa riferimento anche al concerto che Beatrice Antolini ha tenuto presso il Circolo degli Artisti,
Roma, il 12 dicembre 2008.
Massimo Bernardi & Gaia Menchicchi
ML 30
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: HELLDORADO
TITLE:
LABEL:
The Ballad of Nora Lee
Glitterhouse | Venus
RELEASE: 2005
WEBSITE:
www.helldorado.no
MLVOTE: 8/10
Norvegia, regione nel cuore della provincia degli Stati Uniti d’America; se non proprio
geograficamente questa è un’affermazione valida se si guarda ad alcuni contenuti musicali che
provengono da quella terra e che così perentoriamente si saldano con certi fenomeni culturali del
pianeta americano. Terzo album (dopo il mini-album Lost Highway e Director’s Cut) per gli
emergenti norvegesi Helldorado (un nome che è tutto un programma), e fin dal titolo scelto,
The Ballad Of Nora Lee, sono evidenti le coordinate in cui il quartetto vuole calarsi. Sembrano
essersi nutriti da sempre di letteratura pulp, di Tarantino e fratelli Coen, di Nick Cave e
Johnny Cash, di Lynch e del Wenders americano, di Robyn Hitchcock e Leonard Cohen, del
nostro Morricone, di noir, alt-country, echi gotici e border mexican song, tanti sono gli elementi
che si combinano, e tale è la forza delle suggestioni che si sprigiona dalla loro musica da
consegnarsi come ideale colonna sonora di qualche film. Quello che è indistinguibile, ma si presta
bene al gioco delle parti, è se il loro sound evochi desolate lande innevate o l’altrettanto desolato
deserto bruciato dal sole. Noi propendiamo per entrambe le cose; ed aggiungiamo: non ci sono
ruffianeria, il verbo è deciso, personale, autorevole, le chitarre subito incisive fin dall’iniziale titletrack. Insieme dal 2001 in quel di Stavanger, il gruppo ha ben impressionato con il mini-album
d’esordio (Lost Highway) e col successivo, Director’s Cut, conquistandosi il consenso della
critica di casa, ora con questo nuovo disco spicca il volo alla ricerca della meritata consacrazione
fuori dai confini nazionali, nonostante abbiano già all’attivo tre tour europei ed uno zoccolo duro
di fan sparsi per il vecchio continente. D’altra parte un’etichetta leader del settore come la
Glitterhouse, fa le cose per bene e non farà certo mancare a Dog S. Vagle & Co. il suo sostegno.
Luigi Lozzi
ML 31
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: UNSANE
TITLE:
LABEL:
Blood run
Relapse
RELEASE: 2005
WEBSITE:
www.myspace.com/unsane
MLVOTE: 8,5/10
Gli Unsane sono tra i gruppi che più hanno descritto in modo sofferto e realistico i malesseri
nascosti nella Grande Mela degli anni Novanta, tra le poche band di musica estrema che,
nonostante una militanza ormai più che ventennale, sono sempre riusciti a produrre dischi duri e
violenti senza perdere la freschezza degli esordi. La combriccola di Chris Spencer brutalizza, con
il suo noise rock a ritmi inquieti e freddamente industriali che tanto si avvicina a vecchie glorie del
passato come i (mai troppo rimpianti) Jesus Lizard, delle chitarre sanguinosamente blues. Blood
Run è il quinto album della serie, seguito del monolitico Occupational hazard datato 1998 e
riparte da quello che sembrava un addio ma che fortunatamente si è trasformato in un nuovo
inizio, vero trampolino di lancio nell’olimpo del rumore bianco. Un suono simile al bip di una
segreteria telefonica apre Backslide, niente di meglio che nuotare nel catrame, la voce sempre
allo spasimo di Spencer non regala neanche un attimo di sollievo, sempre più vicina a una
richiesta agonizzante d’aiuto proveniente da un vicolo buio. I testi vanno di pari passo con le
musiche e le orecchie trovano la quiete solo tra la fine di un pezzo e l’inizio del successivo,
Release ha dei serratissimi impeti hardcore, lamiere e carne, sudore e sangue. Killing time si
propone come un anthem da palco, vagamente simile ai suoni marziali dei Fetish 69 epoca
Purge, mentre Got it down e Make them prey ci riportano alla mente le migliori produzioni
Amphetamine Reptile, gente come Cows, Helmet o Today is the day. La matassa d’acciaio si
dissolve nella lasciva Hammered out, come degli High on fire addormentati (o meglio morenti),
fortissima l’impronta dei Black flag epoca 84/85 mentre un treno in corsa è appunto D train,
forse la canzone più bella mai scritta dal trio. Chitarre che ricordano il più famoso fratello Jon
Spencer sono manipolate e stravolte da continui feedback e percussioni ossessive (Recovery)
figlie del migliore rock alternativo americano anni Ottanta, mi piace pensare che Kurt Cobain
(epoca Bleach), saturo di eroina e frustrazioni, probabilmente avrebbe potuto suonare una jam
con gli Unsane, magari nelle conclusive Latch e Dead weight. Dei veri capiscuola.
Antonio Anigello
ML 32
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: BRIDES OF DESTRUCTION
TITLE:
LABEL:
Here Come The Brides
Sanctuary Records
RELEASE: 2004
WEBSITE:
www.myspace.com/bridesofdestruction
MLVOTE: 7/10
Dovevano chiamarsi Cockstar o Motordog ma grazie all’intuizione di un amico hanno finito per
diventare “Le Spose della Distruzione”. Dietro questa curiosa denominazione si celano due tra le
figure più importanti e carismatiche della scena sleaze/street anni Ottanta, veri e propri totem
sacri della Los Angeles glamrock: Nikki Sixx, bassista e leader dei Motley Crue (che di quel
movimento sono tuttora i dominatori incontrastati) e il chitarrista Tracii Guns, membro fondatore
dei Guns N’Roses e mastermind dei L.A.Guns. A tanta e blasonata carne al fuoco, si sono uniti
il batterista Scott Coogan, in sostituzione del defezionario Kris Kohls e il cantante London
LeGrand (praticamente un esordiente se paragonato ai suoi compagni) per dar vita a Here
Come the Brides, disco di debutto del 2004, realizzato a due anni di distanza dalla prima forma
embrionale del progetto B.O.D. Fatta salva questa doverosa introduzione, non bisogna scavare
molto per individuare distintamente chiare influenze di Crue e Guns nelle sonorità di questo
lavoro; così come nel DNA dei rispettivi gruppi madre, anche i Brides risultano decisamente poco
inclini a toni cerimoniosi e maniere eleganti, di conseguenza, su uno stile affilato e martellante
calzano a pennello liriche irriverenti e provocatorie, comunque proprie di quel movimento glam
ottantiano sfrontato e indisponente all’eccesso. Si schiaccia il tasto play e la dinamitarda Shut the
fuck up fila via che è una bellezza; il suo hard’n’roll incalzante e coinvolgente non concede attimi
di tregua e quando sfuma in favore della successiva e altrettanto robusta I don’t care è meglio
non sperare che la tensione cali per tirare il fiato poiché si rimarrebbe delusi. A dire il vero non di
perenne corsa forsennata si tratta dal momento che episodi come I got a gun e soprattutto la
ballad di chiusura, Only get so far, si dimostrano di più ampio respiro ma è innegabile che hard
rock, elettricità e vigore siano la spina dorsale di tutto il disco. A conti fatti, Here Come the
Brides non è il capolavoro che i nomi che lo hanno composto lascerebbero supporre, Sixx e
Guns sono compositori brillanti e prolifici ma hanno certamente creato di meglio nell’ambito delle
rispettive band di appartenenza, tuttavia quest’album resta sempre una salutare dose di buon
rock, sufficientemente “brutto, sporco e cattivo”, di cui se ne fruisce e beneficia senza fatica
alcuna… Non saranno le più belle al mondo ma quanto sono deliziosamente arcigne queste
sposine!
Manuel Fiorelli
ML 33
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: OMARA PORTUONDO
TITLE:
LABEL:
Flor de Amor
World Circuit | IRD
RELEASE: 2004
WEBSITE:
www.worldcircuit.co.uk
MLVOTE: 9/10
La Passione è vita! Sì, è la passione per le cose che facciamo a farci sentire vivi, a fornirci il
propellente per superare i momenti difficili e permetterci di mostrare al “resto del mondo” gli
aspetti più genuini della nostra personalità. Qualche volta capita che ci appassioniamo a un disco
o a un film; non perché questi debbano necessariamente avere qualità indiscusse, ma più
semplicemente perché, più di altri, sono la cartina tornasole di un qualcosa che alligna nel nostro
spirito e che riteniamo possa “descriverci”. E diventa grande il piacere di trasmettere ad altri
questa nostra passione convinti che riusciamo in questo modo a farci capire meglio dalle persone
a cui teniamo. Una delle mie “Passioni” assolute (e uno dei miei “dischi della vita”) è questo
delizioso album di Omara Portuondo. Flor de Amor è un disco che emana magia e dolcissime
suggestioni da ogni suo solco. È magnifico ed emozionante. Omara ha la statura delle più grandi
interpreti in circolazione e c’è solo da rammaricarsi che per così tanti anni – prima di ritrovarsi a
cantare in coppia con Compay Segundo nel Buena Vista Social Club – la sua voce abbia
sofferto dell’embargo americano e la si sia negata alle platee internazionali. Una carriera iniziata
nell’amata Cuba fin dal 1952 (aveva 22 anni), in un quartetto vocale, poi dal ’59 come solista.
Flor de Amor è ancor migliore della grande rentrée della cantante nel 2000 (Buena Vista
Social Club Presents Omara) per la World Circuit. Chiudete gli occhi e lasciatevi cullare dalle
atmosfere che i 14 brani – selezionati personalmente da Nick Gold, autentico deus-ex-machina
del progetto di recupero e divulgazione della musica cubana – suggeriscono. Vi sentirete
immediatamente trasportati indietro nel tempo di qualche decennio e vi sembrerà di trovarvi in
uno di quei locali nel cuore dell’Avana dove tutto questo era ordinaria quotidianità: canzoni
d’amore (“lettere” a essere più precisi), bolero, canzoni della Trova Cubana e della musica
campesina, estratte dal più classico (e per molti versi inedito) repertorio dell’isola. E se è vero che
il vocalismo di Omara è caldo e splendido, è altresì vero che un contributo decisivo alla riuscita
del progetto l’ha dato l’accurato lavoro di produzione e di arrangiamento. È stato registrato nei
leggendari EGREM Studios con uno straordinario cast di musicisti (Papi Oviedo, Manuel Galbán,
Cachaíto López e Carlos Emilio e Jorge Chicoy degli Irakene; alcuni brasiliani, ma sarebbe
lungo citarli tutti) a supporto che ha garantito la raffinata ricchezza del suono che rappresenta il
primo tesoro di questo disco. A chiudere Casa Calor scritto per lei dal grande Carlinhos Brown.
Luigi Lozzi
ML 34
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: PLASTIC DINOSAUR
TITLE:
Pre History
LABEL:
Dinoplasm
RELEASE: 2003
WEBSITE:
MLVOTE: 6,5/10
Prima uscita discografica per i Plastic Dinosaur di Dan O’Grady e per la Dinoplasm, piccola
etichetta australiana di cui attualmente non si hanno più tracce neanche sul web (il sito di
riferimento della label è da qualche tempo inattivo). Pubblicato nel 2003 e distribuito in Italia
l’anno
successivo
dalla Link
passaggi electro/glitchtali
da
Records, Pre
stimolare
History contiene
l’interesse
anche
un
numero
dell’ascoltatore
più
sufficiente
avveduto
di
e
competente.Incentrato su strutture interamente strumentali e partizioni melodiche piuttosto
scheletriche, l’album, pur non raggiungendo vette di assoluto piacere, non lascia trapelare alcun
segno di debolezza, anzi. Fitto di intuizioni e di brani dai nuclei fervidi e pulsanti, l’esordio
dei Plastic Dinosaur fa sfoggio di limpide evoluzioni digitali che, tra il familiare e l’inconsueto, si
incettano di abili e repentinisincronismi ritmici: dal finto attacco rap di Dr Lee passando per
l’etno/new age/ambient di Eidolon, fino a raggiungere gli strepiti ossessivi di Animatronic Fluids al
quale fanno eco gli sviluppi abulici di Ire e i loop dance di Gruiu eHaemoclav. Un lavoro
largamente sperimentale e screziato, un po’ ovunque, da sottili allusioni alla Mouse On Mars.
Con T-Shirt e Kidui, invece, affiora il ricordo di Cornelius, ma è soltanto una vaga reminiscenza
che si dissolve nei gorghi siderali di Max e nello spleen cosmico di Black Snow. In definitiva: un
rispettabile esordio. Sussultante, cerebrale e naturalmente, pardon, artificialmente, fuori dagli
schemi. (Luca D’Ambrosio)
Luca D’Ambrosio
ML 35
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: JOSEPH ARTHUR
TITLE:
Redemption’s Son
LABEL:
Real World Records
RELEASE: 2002
WEBSITE:
www.myspace.com/josepharthur
MLVOTE: 7/10
Nel marasma musicale d’oggigiorno, fitto di nuove e repentine uscite discografiche che il più delle
volte rendono spasmodici i nostri ascolti, capita sempre più spesso che alcuni dischi, così
particolarmente piacevoli, durino giusto il tempo di una breve stagione musicale per poi essere
dimenticati in un angolo recondito dei nostri scaffali. È il caso di Redemption’s Son, terzo album
in studio del musicista americano Joseph Arthur, lasciato in disparte per un lungo periodo e
ripescato casualmente in occasione della solita riorganizzazione di fine anno. Scoperto da Peter
Gabriel attraverso la sua Real World Records, l’artista statunitense (originario di Akron, Ohio, ma
trasferitosi da diverso tempo a Brooklyn, New York), dopo alcuni EP e due full-length, rilascia
questo lunghissimo CD contenente, appunto, ben 73 minuti di vibrante pop rockd’autore. Sedici
oneste canzoni che si muovono tra Beck e Jeff Buckley, capaci di corrompere cuore e cervello
attraverso le atmosfere folk di Honey And The Moon, le pieghe soul di Could Be In Jail e i riverberi
etnici e psichedelici di National Of Slaves. Un lavoro che coniuga fragilità elettroacustiche (Termite
Song), motivi ruffiani (September Baby) e miscugli di rumore e melodia (Permission) senza mai
perdere, tuttavia, quell’equilibrio fatto di intensità e romanticismo rintracciabile nella dolce ma
rockeggiante Blue Lips e in Favorite Girl, talmente intima da sembrare scolpita nell’anima. Una
fatica, leggera e malinconica, suggellata da tracce come Innocent World, passaggio che sembra
sospeso tra i Radiohead e Neil Young, e Buy A Bag che, invece, dà l’impressione di riecheggiare
qualcosa di Prince. Segnaliamo, infine, You Are The Dark, nenia dalle tinte country, e la ballata
conclusiva You’ve Been Loved. DopoBig City Secrets del 1997 e Come To Where I’m From del
1999,Redemption’s Son è un altro lavoro pieno d’energia che, nonostante la durata eccessiva,
non scade mai nella mediocrità.
Luca D’Ambrosio
ML 36
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: A SHORT APNEA
TITLE:
LABEL:
Illu ogod ellat hragedia
Warner | Beware!
RELEASE: 2000
WEBSITE:
MLVOTE: 7/10
Ben venutin ell uogod ellat hragedia. Ilmon dorot ola, suo nandoso rdocom eun bid oned is cor
iein dus triali. Ag oniad evas thante, de li rioa lluci nan tesot to lap olver ede leste lle, co meteche
in cia mpan onell alo rofollecor sa, gua rdr ailsdiv elti, luo gode llame moria, o pa coin crespars
ide inerv i, a sfa ltich esib uca no. Duba lgido, lem uc ched iMea tisMur derin fett atedal m or
bopaz zo, iver midiTh ecat er pi llarch ebru ca nome rda. Nu oviE difi cicheC rollano. R adarsch
eint er cettanofr eque nzes pur ie: c' èvi tasuM arte, eno nè p eggi od el lanos tra. E ugeneches
altas ull’Int erstel larOv erdrive. IlWhi teAl bumsp urga todio gn inot a, dop piovinil ecar icosolo
dimes sa ggisub limi nali. IGodspe ed Yo uBla ckEmper or!Cac ciati acal ciincu loda lpalc o. Lam
usic a diA Sano ncam pi ona:spe rona. Disl essi ca, sim uovein dia gon ale, ve loc e-in-ava ntipende nte-v ers o-dest ra. Ein ques tafol lecor satra sc inaco nseb rande llidimemo rie. ArieIt alia
ne, co rettid amod ernari atop op, na strima gn etici, loo psrit m ici, cam pan ed a rad unocat tolic
o-pa esa no, p ade llo nimeta llici. Sisbr iciola, tra cim a, s isno daesian noda. Emut aan ima. Sis
qu arcia. No nmos trade nti, ma ca rie. To ssesecc a. C anc rena. L’uni capsich ede liaat tua bilea
ll’al ba d elnuov osec ol o. Sut uravision ari adiu nmon dospa c catotr al’ab omi nioindu strial-tecn
ologi co eilrig urgit odel lacos cien zaambie ntali sta.
ps
Recensione “destrutturata” che rende omaggio al titolo dell’album.
Franco Dimauro
ML 37
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: DANZIG
TITLE:
LABEL:
III: How the Gods Kill
Def American
RELEASE: 1992
WEBSITE:
www.danzig-verotik.com
MLVOTE: 8,5/10
Maledetto Danzig! Dovrei stroncarlo per le tante date in Italia che ha disertato o per i dischi
indecorosi pubblicati dalla metà degli anni novanta in poi e invece mi ritrovo a parlare di un
passato diabolicamente autorevole, di cui questo lavoro rappresenta con ogni probabilità l’apice
compositivo. Se il sorprendente album omonimo del 1988 e il più che positivo Lucifuge (1990)
avevano dimostrato a chiare lettere quale e quanta fosse stata la farina del sacco di Glenn
Danzig nell’economia dell’importanza seminale delle sue precedenti esperienze artistiche, questo
How the Gods Kill centra in pieno l’obiettivo di sublimare uno stile vincente e di rimpolparlo con
una durezza sonora se possibile ancora più affine al consueto, sulfureo e apocalittico concept
lirico. L’illustrazione stessa di copertina (Meister und Margeritha del celebre H.R.Giger)
sembra voler simboleggiare le tante anime inquiete che compongono quest’opera in cui sonorità
marcatamente hard, cadenzate e massicce rinvigoriscono ulteriormente una formula ormai meno
incline al mood blueseggiante dei due dischi precedenti e ancor meno all’indole e al furore della
leggenda horror punk, The Misfits, che Glenn Danzig stesso aveva creato. La line-up è quella
dei tempi migliori: John Christ alla chitarra, Eerie Von al basso, Chuck Biscuits alle
percussioni e ultimo ma non ultimo, quel diavolo di Rick Rubin in regia, complice determinante
dell’identità sonora della band. How the Gods Kill è un viaggio attraverso inferi invero assai
seducenti, popolati da sferzate imperiose che si alternano a momenti suggestivi, eterei ma mai
troppo indulgenti; dalle urla e dall’incedere di Godless alle atmosfere ipnotiche di Anything,
Sistinas e della title track, passando per il “riffone” di Dirty black summer e il passo cadenzato e
solido di Do you wear the mark e When the dying calls, non c’è tempo per annoiarsi, non c’è calo
di tensione o ispirazione né alcuna possibilità di fuga da una ragnatela che sembra stringersi
addosso, canzone dopo canzone. Questi solchi sono incredibilmente animati da un fascino oscuro
e morboso che non accenna a diminuire malgrado l’incedere dei lustri; di fronte a un prodotto del
genere non si può restare indifferenti, indipendentemente dalle etichette, dalle definizioni e dagli
attestati che la stampa di settore non ha mai smesso di attribuirgli… Maledetto Danzig, in
cinquanta minuti hai racchiuso mirabilmente una splendida, sporca estate buia!
Manuel Fiorelli
ML 38
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: ELEVENTH DREAM DAY
TITLE:
LABEL:
Prairie School Freakout
Amoeba
RELEASE: 1988
WEBSITE:
www.myspace.com/eleventdreamday
MLVOTE: 7,5/10
Acquistato per pura casualità in un’epoca contraddistinta soltanto da riviste musicali e da qualche
buon programma radiofonico notturno (stiamo parlando degli anni Ottanta), Prairie School
Freakout degli Eleventh Dream Day fu una piacevole rivelazione soprattutto per chi, non
soddisfatto di band imprescindibili quali R.E.M., Hüsker Dü, Dream Syndicate e Sonic Youth,
continuava a scavare in quel fertile substrato rock cosiddetto “underground”.Formatisi agli inizi
degli anni ‘80 grazie al sodalizio tra Rick Rizzo (voce e chitarra) e Janet Beveridge
Bean (batteria e voce), la formazione di Chicago realizzò, con l’ingresso del chitarrista Baird
Figi e del bassista Douglas McCombs (già nei Tortoise), il suo primo lavoro sulla lunga
distanza che seguiva l’omonimo EP d’esordio, o meglio ancora mini album, datato 1987. Correva
l’anno 1988 e Prairie School Freakout, registrato l’anno precedente a Lousiville (Kentucky) in
appena sei ore, rappresentò un buon viatico per chi in quel periodo stava aspettando qualcosa di
nuovo ed esplosivo. Gli Eleventh Dream Day riuscirono infatti ad anticipare, seppure in maniera
empirica e confusa, quell’esigenza di trasformazione che da qualche tempo si avvertiva nell’aria e
che, nel 1991, sarebbe culminata alla perfezione (e altrove) nel post punk melodico e rumorista
(leggasi grunge) di Nevermind dei Nirvana. Ne venne fuori un album “a bassa fedeltà” e dalle
sonorità decisamente corrosive capaci di mettere insieme il paisley underground con l’hardcore
punk, il folk rock con la psichedelia, il noise con il garage. Dieci brani di una “classicità
trasversale” che fecero incontrare Neil Young & Crazy Horse con i Televisione i Gun Club con
i Dream Syndicate. Un alternarsi di voci, chitarre distorte e passaggi ritmici che trovarono gli
episodi migliori nella bruciante apertura di Watching The Candles Burn e nella sequenza composta
da Tarantula, Among The Pines, Through My Mought e Beach Miner (quattro tracce da ascoltare
tutte d’un fiato). Un disco “minore” per chi, oggi come allora, non hai mai smesso di rovistare nel
sottosuolo della musica rock.
P.S.
La versione rimasterizzata del 2003 vede l’aggiunta dell’EP “Wayne” e di un CD-ROM contenente
alcune tracce video.
Luca D’Ambrosio
ML 39
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update n. 61
musica
ARTIST: ERIC B. & RAKIM
TITLE:
LABEL:
Paid In Full
4th & Brodway
RELEASE: 1987
WEBSITE:
MLVOTE: 9/10
Il duo hip hop Eric B. & Rakim (attivo dal 1985 al 1992) ha rappresentato la perfetta simbiosi
tra DJ e MC. Secondo il parere di tanti la migliore che storia della musica rap ricordi. Eric B.
(all’anagrafe Eric Barrier) nativo della zona di Elmhurst, situata nel cuore del distretto di Queens a
New York, inizia giovanissimo a fare il dj per la WBLS, una delle prime stazioni radiofoniche hip
hop nate nella Grande Mela. Rakim (alias William Griffin) nasce a Wyandanch, nella periferia di
Long Island a New york e fin dalla tenera età respira in ambito familiare la cultura della black
music (sua zia era la grande cantante Rhythm‘n’Blues Ruth Brown, 1928-2006). Comincia a
rappare in età adolescenziale e a 16 anni abbraccia la religione musulmana cambiando il suo
nome in Rakim Allah. Nell’anno 1985 inizia il sodalizio artistico tra i due sotto la ragione sociale
Eric B. & Rakim; il primo album (nel 1986 esce il singolo contenente Eric B. Is President e My
Melody) viene pubblicato nel 1987: l’epocale Paid In Full. Anno indimenticabile per l’hip hop il
1987 che vede l’uscita di altri due storici esordi: Yo! Bum Rush The Show dei Public Enemy e
Criminal Minded dei Boogie Down Productions. La peculiarità di Paid In Full rispetto agli altri
due debutti risiede nel fatto che l’opera prima di Eric B. & Rakim è la pura essenza dell’hip hop:
scarno, raffinato e tecnicamente perfetto con una magistrale capacità dell’mc Rakim nel saper
recitare le rime. Apre il disco I Ain’t No Joke con una base asciutta e tendenzialmente funk creata
dal producer Eric B. che fa da supporto allo straordinario flow di Rakim. Eric B. Is on the Cut è il
primo dei tre strumentali contenuti nel disco ed è un assaggio di sperimentazioni sonore che
faranno scuola negli anni a venire. Con My Melody arriva la prima traccia capolavoro: ipnotica,
elegante, ossessiva e con un fascino che seduce immediatamente l’ascoltatore. Dai clamorosi e
seminali campionamenti di Mr. Dynamite in I Know you Got Soul passando per la jazzata Move
the Crowd si giunge alla title track Paid in Full: magnetica e soave, con beat morbidi e caldi.
Tornano gli esperimenti sonori nella strumentale Chinese Arithmetic dove è palese la citazione dei
Kraftwerk mentre i sei minuti di Eric B. Is President sono un gioiello di equilibrio musicale: la
canzone scorre in modo controllato e quasi indolente ma allo stesso tempo si rivela
meravigliosamente comunicativa. In sostanza Paid in Full è un capolavoro dell’età dell’oro
dell’hip hop (come il successivo Follow The Leader uscito nel 1988), un lavoro innovativo che
indicherà la strada a tanti musicisti rap del periodo e a quelli che verranno in seguito, un punto di
riferimento insostituibile per la cultura black.
Domenico De Gasperis
ML 40
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: THE THREE JOHNS
TITLE:
LABEL:
The World By Storm
Abstract
RELEASE: 1986
WEBSITE:
www.threejohns.f-snet.com
MLVOTE: 7/10
Se c’ è stato un disegno divino dietro l’epoca thatcheriana, questo è sicuramente stato quello di
dare uno scossone alla scena musicale inglese e di far produrre il più grande e motivato
quantitativo di dischi memorabili animati dalla furia contro il “regime” del Primo Ministro. Così
anche Jon Langford, trasfuga dai Mekons dove aveva fatto palestra nei tapis-roulant del punk
politicizzato, finì con l’avere il dente avvelenato una volta assodato che il secondo mandato della
Dama di Ferro era cosa fatta. Jon non sapeva che ce ne sarebbe stato un terzo e che gli sarebbe
toccato scendere in piazza per protestare contro la poll tax. I Three Johns dunque: Jon
Langford, John Hyatt e John Brennan erano i “tre John”. E poi c’ era Hugo, la loro drummachine. Un gioco messo su per tirare parolacce ai potenti dell’ epoca e finito per diventare
l’ossessione post-punk più frequente per molti, me compreso. Post-punk suonato dentro un
panzer. Accomunati ai Gang of Four dalla medesima provenienza (Leeds), in realtà i “Gang of
Three” (come vennero ribattezzati da Robert Christgau sulla sua guida alla musica degli anni
Ottanta, NdLYS) avevano poco da spartire con le schegge funkoidi della band di Entartainment
pur condividendo una passione analoga per certi tagli aguzzi e certe storture insolite tipiche dei
Fall. Quando il passo si fa marziale e apocalittico la macchina da guerra funziona al meglio. È il
caso di Sold down the river (che sfiora i raid elettrici dei That Petrol Emotion), del combat-rock
fumante di Atom Drum Bop, dell’ epica da fine del mondo di The world by storm tra mine che
esplodono e raffiche di mitra, ma anche delle lucide denunce di King Car (dove affiora un glam
rock straordinariamente vicino a quello dei Bauhaus meno tetri) e Demon Drink e dei grappoli di
rumori di Coals to Newcastle che sembrano pendere dal pergolato di mostri dei Nightingales. Le
cose sembrano incepparsi quando il suono si fa meno nevrotico come nella “ballad” The ship that
died of shame o i banali mid-tempo di Torches of Liberty e Johnny, the perfect son conferendo al
disco, riascoltato venti e passa anni dopo, un sapore meno barricadero di come ci era sembrato
allora. Ma il piccolo genio dei Three Johns resta indiscutibile.
Franco Dimauro
ML 41
musicletter.it
update n. 61
musica
ARTIST: THE STOOGES
TITLE:
LABEL:
Funhouse
Elektra
RELEASE: 1970
WEBSITE:
www. iggypop.com
MLVOTE: 10/10
Triste l’abbrivio a questa recensione: Ron Asheton, chitarrista degli Stooges, è morto di infarto
il giorno dell’Epifania di questo nuovo anno. Ricordarlo, ora, glissando su una recente reunion
forse improvvida, è riascoltare le indelebili tracce della sua terroristica sei corde, che sul secondo
album Funhouse ha avuto forse la sua sanguinante vetta espressiva. La Summer of Love è finita,
anche idealmente: da New York i Velvet Underground hanno già impresso il loro marchio di
paranoia urbana sul rock, che non è più innocente, psichedelico, candida esposizione teen.
Arrivano altre droghe, feedback, il clangore del sogno che finisce in miseria. Quattro giovani
teppisti di Detroit hanno appena inciso un fantastico disco, con la produzione di John Cale: una
terroristica deiezione urbana, una raccolta di dolce, tossica violenza. Si chiamano Stooges e sono
capitanati da colui che impareremo a chiamare Iggy Pop. Confrontatevi con lo sguardo vuoto dei
quattro nel retrocopertina: vale più di mille descrizioni, recensioni, parole. Ma il meglio deve
ancora venire: è l’eroina la luce, la coscienza alterata che li mette in contatto medianico col lato
oscuro di un mondo, che progredisce veloce e dimentica molto in fretta cose e persone. La
paranoia urbana diviene schizofrenia, puro terrore, follia free nel secondo Funhouse, uno dei
quattro, cinque dischi definitivi di tutta la musica, uno di quelli essenziali per capire le evoluzioni
future del rock. Paradossalmente, più importante per il significato di disfacimento, violenza, fine
di ogni utopia che assume, piuttosto che per la forma musicale, mai eguagliata da alcuno.
Assordante, il passo d’inizio: scansioni ritmiche come scudisciate, quelle del riff di Down on the
street; vizio e lussuria, in quello, pluriclonato, di Loose; folle paranoia, eccesso, saturazione di
watt nell’inimitabile di T.V. Eye. Decadenza, neon semispenti, tossici barcollanti in vicoli
malfamati in cui si consuma sesso da quattro soldi nell’andatura caracollante del neverending
blues di Dirt. A questo punto la metamorfosi: irrompe, nel finale terremotante dell’inno 1970, il
sax free di Steve McKay, e il risultato è squassante, emotivamente parlando: l’impatto del rock
si altera, si sgrana, arriva a comprendere musiche “altre”, muta in una furia sconvolta, assassina,
che tutto travolge, che trascina sull’orlo di un baratro privo di speranza. Abisso in cui gettano,
senza possibilità di ritorno, le successive Funhouse e L.A. Blues: la prima, disarticolata e
sconvolta deiezione urbana, ruggito disperato, furioso, a un passo dal caos, di cavalieri
dell’apocalisse che hanno visto il Male e non hanno fatto più ritorno. La seconda, l’ingresso
trionfale in territori free dove la competenza professorale degli adepti della musica “colta” viene
stuprata da follia, droga, terrore e raccapriccio per la decade che verrà. Qui, miei cari, risiede il
punto di non ritorno dell’Occidente. Visto lo stato delle cose, un passo obbligatorio.
Valerio Granieri
ML 42
musicletter.it
update n. 62
live review
ARTIST: BUGO
LOCATION:
Firenze, Viper Theater
DATE: 12-12-2008
WEBSITE:
www.bugo-net.it
Per chi non conosce il nome Bugo, esso corrisponde a un eclettico cantautore ultratrentenne
proveniente da Trecate Novarese, un paesino alle porte di Milano. Non che questo significhi al
momento particolarmente qualcosa, per come è fatta la sua arte musicale potrebbe provenire da
Marte o da qualunque “spazio intergalattico”. Bugo propone, ormai da anni, un particolarissimo
repertorio di canzoni in italiano che, dopo una lunga e sfaccettata gavetta nei club underground
della Penisola, pure grazie a fortunate anche se brevi apparizioni televisive, lo ha portato a farsi
conoscere a un
pubblico sempre più ampio. Conoscendo il suo passato nel circuito indie e
ricordando le sue composizioni acustiche e rock, mi sono recata al concerto piuttosto prevenuta
circa la cosiddetta "svolta elettronica" sbandierata col lancio del suo ultimo lavoro chiamato
Contatti. Mi sbagliavo! Dopo il concerto e dopo aver ascoltato l'album, si può apprezzare il
percorso evolutivo di un artista che, soprattutto in questi tempi dove anche in campo musicale
chiunque si adagia su poche direttive "di successo" seguendo cliché stabiliti e digeriti, non ha
paura di sperimentare, anche quando questo significa incanalare il suo eclettismo in un binario
creativo inedito. Bugo è un innovatore come sempre non solo nella sostanza ma adesso anche
nella forma: la citazione elettronica è in realtà un semplice escamoutage per far esplodere le
note, il richiamo new wave e techno solo uno specchietto per le allodole per ribadire la poetica
delle sue composizioni. Al Viper Theatre, Bugo sale sul palco è già dall’introduzione si capisce
che fa sul serio: entra dalla piccola scenografia a pannelli argento da fondo palco, agguanta la
chitarra e attacca in sintonia col gruppo di musicisti professionisti "perfettamente in orbita"
agghindati come fighetti "spaziali". Giù di chitarra e giù di sintetizzatore! Le tastiere si caricano
con Nel giro giusto e Gel fino ad amplificarsi a dismisura in La mano mia, a mio giudizio il
pezzo portante del concerto, ripreso anche nel finale. Un set favoloso, canzoni che si susseguono
a ritmo incalzante, vecchi successi degli album precedenti come Casalingo, Io mi rompo i coglioni,
Il sintetizzatore stravolti da una raffinata e felice impronta elettronica. Non ci sono concessioni
alla tradizione, anche i pezzi "lenti" sono (si dice così "nel giro giusto?) rimasterizzati… carichi di
inventiva. Bugo istrione canta e suona senza sosta se non per qualche stralunato sermone alla
Celentano (di cui esegue in concerto anche una sgangherata cover): domande al pubblico
"giovane" e meno giovane… sull'amore...l'amore a Firenze... Silenzio in sala, il pubblico colpito...
la Love boat dell'audience a picco nel mare notturno... Il concerto finisce con Casalingo e la
reprise di La mano mia, saluti e foto nei camerini. Chi è veramente Bugo? Difficile trovare una
definizione soltanto, non ci sono con lui troppe mezze misure: lo si ama o lo si disprezza ma
qualora si comprendano appieno le sue liriche resta la piacevole sensazione di non essersi
sbagliati: “Bugo c’è e ci fa”, non si sa dove porta, un genio in continua crescita.
Costanza Savio
ML 43
musicletter.it
update n. 61
altri percorsi: cinema
FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO
I marginali(zzati). Memorie di film (semi)dimenticati.
PARTE PRIMA
© 2009 di
Nicola Pice
"Voglio
essere
sorpreso
dal
film
come
lo
spettatore..." (David Lynch)
Mi chiedo sempre più spesso se tu, cinema, come t'ho
inteso e conosciuto, abbia un futuro e, soprattutto,
quale tipo di futuro... Dove sei decima musa, tu che
hai saputo incarnare in maniera sublime il sogno
utopico di un rinnovato "gesamtkunstwerk", capace di
creare un metalinguaggio, anche popolare, capace di
propiziare a sua volta la nascita di nuovi linguaggi? Di
certo, le tecnologie digitali - che indiscutibilmente
hanno
elevato
le
tue
potenzialità
-
ti
hanno
trasformato in una creatura "nuova" con la quale si
può interagire e che ciascuno di noi può manipolare
rendendoti di volta in volta "altro". Il tempo della tua metamorfosi certamente non è ancora
concluso, giacché, acquistata una dimensione virtuale, oggi viri decisamente verso gli orizzonti
della multimedialità, qualsiasi cosa questo significhi. Sei nato dal connubio tra fotografia ed
elettricità e, pertanto, il tuo è un destino strettamente legato allo sviluppo tecnologico....una
storia fatta di step: dal bianco e nero al sonoro (con le sue relative apparecchiature acustiche),
dal colore agli schermi panoramici - cinemascope, vistavision, panavision, cinerama - tutti
abbandonati e superati - fino ad arrivare all'HD digitale che ti ha cambiato, probabilmente anche
in meglio, ma definitivamente. Oggi una pellicola può essere scansionata con una definizione così
elevata che le immagini acquisite possono essere ritoccate fotogramma per fotogramma e, ancora
di più, è possibile disegnare o animare soggetti e sfondi mai esistiti nella realtà, restituendoli con
la stessa altissima definizione sulla pellicola che potrà successivamente essere sviluppata,
stampata, montata. Probabilmente solo fra qualche tempo (?) saremo in grado di capire la
portata della rivoluzione (tecnologica) in atto... Una riflessione (semi-seria) sul cinema,
comunque, non può prescindere da un'analisi sulla situazione generale della comunicazione, visiva
e non. Se il cinema può essere ancora considerato uno degli strumenti più efficaci nella
rappresentazione
della
realtà,
deve
costantemente
confrontarsi
con
altri
strumenti
di
comunicazione, instaurando con essi un rapporto dialettico, non soltanto limitato alla sfera tecnica
ed estetica ma anche toccando in pari misura i contenuti della trasmissione visiva e verbale.
Sicuramente uno degli aspetti più rilevanti di questo stato di cose è la nascita di pubblici diversi
che annullano quello che un tempo veniva chiamato "pubblico cinematografico" così che la
produzione di un film viene orientata a seconda del pubblico a cui è destinato: film per chi
consuma uno spettacolo in sala come se fosse un prodotto qualsiasi, come se andasse in un
ipermercato qualsiasi o ad un qualsiasi evento, film che probabilmente non saranno mai
distribuiti, destinati ai circuiti alternativi dei piccoli festival (non parlo delle kermesse faraoniche)
per quella stretta cerchia di strani animali degli addetti ai lavori (che termine orrendo), dvd-film
per l'enorme mercato "home".
ML 44
musicletter.it
update n. 61
altri percorsi: cinema
Io, dinosauro del secolo scorso, che ha sempre pensato che il cinema, in quanto incanto,
stupefazione, creazione, riflessione, rimanga a tutti gli effetti la manifestazione dello spirito
umano che abbia più di tutto segnato la contemporaneità, non riesco a stare al passo, mi sento
travolto dalla new wave tecnologica e avverto tutta l'inadeguatezza dei miei schemi interpretativi,
superati perchè prigionieri di un'idea romantica e inevitabilmente "vecchia" di cinema. Pensare
il/al cinema e fare cinema, cioè fare comunicazione, ha un senso oppure è sempre più
un'operazione di archeologia della comunicazione, atteso che la comunicazione autentica non c'è
più tout court, nella misura in cui la società della comunicazione hic et nunc ha annullato qualsiasi
processo autentico cognitivo==>formativo, perfettamente inutile, d'altronde, quando si è immersi
nel flusso ininterrotto di immagini, di notizie come siamo immersi oggi. Il cinema in quanto
comunicazione complessa "alta" ed "altra" è forse anche inadeguato, quando travolto anch'esso
dal flusso velocissimo ed indistinto delle immagini che ci scorrono davanti, cortocircuito
dell'esistenza... e, se fare cinema-comunicazione, è un lavoro archeologico, parlare del cinema oggi - e coltivare la memoria di ciò che fu, è vano, ridondante, autoreferenziale, un vezzo
filologico da rincoglioniti, ma anche un disperato atto d'amore nei confronti di ciò che ha segnato
la tua esistenza, cambiandola... ? Io credo nell'assoluta importanza e valore della memoria intesa
come mezzo di trasmissione culturale e ritengo, in ultima analisi, che sia ciò che di meglio si
possa fare per il bene stesso della cosa (cinema) amata... e questo naturalmente varrebbe per
qualsiasi altra manifestazione "artistica" del pensiero umano. Da qui nasce l'idea di ricordare ed
illustrare, parlandoci su, quei film che, nei limiti del mio giudizio, e dunque a torto o a ragione,
hanno lasciato un segno ma che sono stati quasi dimenticati se non proprio rimossi. Non
necessariamente capolavori ma spesso anche tali. Definizione tra l'altro impegnativa quando non
propriamente vaga per la sua quasi impossibile oggettività. Per lo più film stravaganti, talvolta
disprezzati
o
trascurati,
sperimentali
(non
sempre),
eccessivi,
che
hanno
affrontato
alternativamente tematiche "alte" o "basse", in qualche occasione anche sfiorati dal successo
popolare, marginali, discontinui, colpiti dalla censura, invisibili perchè espulsi dal circuito
dell'audio-visivo di massa, in qualche circostanza volutamente scomodi o irritanti. Certamente al
di fuori della nozione del "bello" che è - da sempre - centrale in ogni classificazione dei prodotti
cosiddetti artistici, però, contrassegnati da qualità particolari o anomale, da sapienza tecnica o da
un'intrinseca tendenza all'emarginazione. Film-Evento? A loro modo, forse ma difficilmente
classificabili... in ogni caso da me classificati cronologicamente per voi collaboratori e lettori di
questa rivista che non vuole essere "luogo comune" ma comune luogo di approfondimento,
comunicazione e scambio di idee, suggerimenti ed emozioni. A voi, dunque, con l'unico
approssimativo criterio della mia immaginazione.
ML 45
musicletter.it
update n. 61
frammenti di cinema rimosso: prima parte
THE CAMERAMAN
Un film di Buster Keaton
Regia di Edward Sedgwick | Buster Keaton
Metro-Goldwyn-Mayer
1928 (USA)
di Nicola Pice
Siamo nel 1928. La grammatica del cinema inizia a essere già codificata. Nell’anno vedranno la
luce straordinari capolavori: “Il circo” di Charlie Chaplin, “La passione di Giovanna d’Arco” di C.T.
Dreyer, “Sinfonia nuziale” di Erich Von Stroheim, “Il vaso di Pandora” di G.W.Pabst, “Il vento” di
Victor Sjostrom. Buster Keaton, protagonista delle celebri pantomime conosciute col nome di
comiche, non ha molti motivi per essere soddisfatto. Causa difficoltà finanziarie è stato costretto a
cedere i suoi studi di posa alla Metro-Goldwin-Mayer che gli ha affidato il compito di produrre,
girare (ma non sarà mai accreditato come regista) ed interpretare un film comico. Keaton, però,
non ha ceduto la sua libertà creativa. Anzi. Insieme al regista Edward Sedgwick e allo
sceneggiatore Richard Schayer decide di realizzare un film incentrato sulle disavventure di un
cineamatore pasticcione che, deciso a farsi assumere dalla Metro stessa, s’ imbatterà durante il
tragitto a Chinatown in una scimmietta con cui sarà coinvolto in vicende paradossali e grazie alla
quale non solo realizzerà il suo desiderio ma soprattutto conquisterà la donna amata. Keaton, in
realtà, non ha alcuna intenzione di fare un film comico o…meglio non solo comico. La successione
incongrua delle gags rappresentate – l’idea stessa di un film che ruota intorno ad una scimmia
che prende possesso di una macchina da presa – delineano i contorni di una satira “acida” sulla
futilità del cinema offerta spudoratamente a chi il cinema stesso lo produce. E nel contrasto
stridente tra il non-sense della vicenda narrata e la serietà dell’analisi keatoniana si contrappone
la “normalità” del cinema realistico e pedestre (così pedestre che lo può fare una scimmia
qualsiasi) allo sperimentalismo sfrenato, avventuroso ed incosciente delle riprese effettuate dal
“cameraman” in anarchica libertà: inquadrature capovolte e sfocate, movimenti casuali di
macchina, caotiche dissolvenze. Keaton prende spietatamente in giro i critici supponenti che lo
avevano trattato con supponenza dimostrando non solo inclinazioni “astrattiste” ma anche una
profonda conoscenza del linguaggio cinematografico e la consapevolezza delle possibilità e dei
limiti che gli sono propri (o gli erano propri in quel momento storico). Ne viene fuori un film
deliberatamente assurdo ma – a suo modo – sublime che meriterebbe dopo tanti anni d’essere
tirato fuori dall’oblio in cui sembra precipitato. Se non altro per risarcire la memoria di Keaton che
era cosciente, tuttavia, della sua marginalità simboleggiata proprio dal finale di quest’opera. Dopo
aver firmato il contratto con la Metro, infatti, esce dagli studios e trova una folla acclamante. Per
un attimo sembra felice… s’accorge subito, però, che non applaudono lui ma Lindbergh.
ML 46
musicletter.it
update n. 61
frammenti di cinema rimosso: prima parte
FREAKS
Un film di Tod Browning
Regia di Tod Browning
Metro-Goldwyn-Mayer
1932 (USA)
di Nicola Pice
Questo film con ogni probabilità rimarrà unico nella storia del cinema. The Elepahant Man di David
Lynch, uscito molto più tardi (1980) è a esso parzialmente assimilabile ma non ha la stessa forza
dirompente. Il produttore della Metro-Goldwin-Mayer (ancora?!) Thalberg nel tentativo di
contrastare il successo ottenuto dalla rivale Universal con “Frankenstein” affida a Tod Browing il
compito di realizzare un film che ne superi il raccapriccio horrorifico. Il regista, fino a quel
momento autore fortunato e popolare, confeziona un noir anomalo ambientato in un circo
francese che annovera fra i suoi artisti creature deformi. L’intreccio narrativo, peraltro non
particolarmente originale - una contrastata storia d’amore fra il nano Hans, il clown Phroso, il
lottatore Ercole, la trapezista Cleopatra e la bella Venus sullo sfondo d’una feroce lotta per il
possesso d’una ricca eredità - passa in secondo piano rispetto alla violenza brutale delle
immagini. “Freaks”, infatti, tenendo fede al proprio titolo, è una summa enciclopedica dell’orrore.
Tanto più dura e atroce perché mette in scena la tragedia della diversità. E’ un film così
intollerabile allo sguardo per la quasi oscena esibizione di tanti “mostri” insieme che ingenera
nello spettatore un sentimento di rigetto psico-fisico. Questo ne spiega il clamoroso insuccesso
presso un pubblico che, per effetto del passaparola, disertò in massa le proiezioni scagliandosi,
per di più, contro il suo autore. Eppure si tratta di un film che, a dispetto delle immagini
rappresentate, mantiene un atteggiamento pudico e rispettoso della “diversità”. Browning fa
recitare esseri autenticamente deformi - nani, gemelle siamesi, donne senza braccia e gambe,
mongoloidi, ermafroditi, esseri dalle sembianze animalesche - e li tratta come individui normali,
inserendoli in una storia melodrammatica... ma di assoluta normalità. L’effetto è, al contempo,
commovente, emozionante, raccapricciante. L’autore con questa operazione, politicamente
scorretta in un’epoca dove non esisteva ancora il “politicamente corretto”, effettua un
capovolgimento di prospettiva totale: i mostri sono buoni e innocenti e i normali, al contrario,
abitualmente aguzzini che li sfruttano per biechi interessi monetari, intrinsecamente malvagi. Un
vertiginoso collasso del senso che, a posteriori, suona come una specie di riparazione dei torti...
onesta e inattesa. Naturalmente il perbenismo della società americana, l’immaturità culturale di
quegli anni ed il fallimento commerciale del film pose fine alla carriera di Browning che rimase
bollato come autore maledetto. Ne gli giovò una riabilitazione successiva. Ancora oggi “Freaks” è
sinonimo di proibito, di autenticamente “estremo”. Pochissime proiezioni e passaggi televisivi: è
un buco nera nella coscienza, un autentico rimosso della cinematografia.
ML 48
musicletter.it
update n. 61
frammenti di cinema rimosso: prima parte
THE SNAKE PIT
Un film di Anatole Litvak
Regia di Anatole Litvak
Metro-Goldwyn-Mayer
1948 (USA)
di Nicola Pice
“La fossa dei serpenti” è il primo film della storia del cinema che affronta a viso aperto il problema
della malattia mentale e - anche se sono trascorsi più di cinquant'anni da allora - l'opera
realizzata dal sensibilissimo Anatole Litvak conserva il suo valore di documento
e la sua forza
drammatica soprattutto grazie all’interpretazione molto intensa della magnifica Olivia de
Havilland. Questo... ben al di là della validità scientifica con cui vengono descritte le patologie
psichiche.
Litvak non ha paura di turbarci e mette in scena, senza alcun tentativo di giudizio,
tutte le terapie possibili a disposizione della medicina (di allora). Le tribolazioni psichiatriche della
scrittrice Virginia vengono descritte con ritmo incalzante. Pochi giorni dopo il matrimonio – causa
amnesie frequentissime – viene ricoverata in un istituto dov'è sottoposta a molti elettroshock,
all'ipnosi e ad un ciclo di psicoterapia. La guarigione è solo apparente e dopo la dimissione
ospedaliera piomba di nuovo nella follia. Il fallimento dell'idroterapia determina il ricovero nel
vecchio istituto in cui il dottor Kirk che l'aveva già curata farà emergere drammaticamente non
solo i sensi di colpa che la tormentavano ma anche la gelosia che da piccola aveva nutrito per il
nuovo figlio della madre. Le sue condizioni sembrano precipitare in crisi gravissime d'isteria a tal
punto che viene internata nel terribile reparto chiamato “fossa dei serpenti” dove si trovano i
malati irrecuperabili. La pazienza quasi amorevole di Kirk scaverà ancora nel ricordo di un padre
severo che non le aveva mai mostrato amore e la guarirà anche dal transfert con il quale Virginia
s'era innamorata di lui. Il film è da un punto di vista squisitamente narrativo perfetto, dal ritmo
incalzante eppure analiticamente disteso che ha il pregio della chiarezza perché non preordina
alcuna scelta e si concentra sulla sofferenza della paziente evitando la facile trappola del
melodramma lacrimevole. Per questo motivo l'opera crea più d'un disturbo e, soprattutto la
descrizione del reparto-ghetto, precipita lo spettatore in una pozza d'angoscia. Il realismo –
sensibile ma pur sempre realismo – non edulcorato non giovò alla diffusione popolare del film e
gli inevitabili scandali impedirono un'analisi imparziale su un dramma maturo che affronta con
forte impatto emotivo un tema raro e delicato.
ML 49
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