ML - Update n. 61
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MUSICLETTER .IT © ML 2009 - FREE La prima non-rivista che sceglie il meglio della musica in circolazione - www.musicletter.it - Anno V - Update N. 61 INTERVISTE UMBERTO SANTINO, MoRkObOt BEST OF 2008 I MIGLIORI 25 ALBUM DI ML MUSICA UNSANE, BUGO, DANZIG, ANTONY AND THE JOHNSONS, CAPOSSELA, THE FELICE BROTHERS, A SHORT APNEA, MoRkObOt, MEGAPUSS, BRIDES OF DESTRUCTION, FATHER MURPHY, ELETTRONOIR, LOS PEYOTES, MADRUGADA, THE THREE JOHNS, JOSEPH ARTHUR, BLACK MOUNTAIN, THE VERY BEST, OMARA PORTUONDO, ERIC B. & RAKIM, THE STOOGES, PLASTIC DINOSAUR, ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE, ELEVENTH DREAM DAY, BEATRICE ANTOLINI, HELLDORADO, VV.AA (A TRIBUTE TO THE CURE), ARVE HENRIKSEN FILM FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO. musicletter.it chi siamo Luca D’Ambrosio Domenico De Gasperis Nicola Guerra Jori Cherubini Massimo Bernardi Marco Archilletti Manuel Fiorelli Pier Angelo Cantù Pasquale Boffoli Franco Dimauro Gianluca Lamberti Luigi Farina Luca Mezzone Daniele Briganti Domenico Marcelli Costanza Savio Michele Camillò Luca Rea Claudia De Luca Fedra Grillotti Alessandro Busi Nicola Pice Massimo Megale Antonio Anigello Valerio Granieri Stefano Sciortino Luigi Lozzi Gaia Menchicchi Andrea Dusio musicletter.it webmaster / progetto grafico Luca D’Ambrosio musicletter.it informazioni e contatti www.musicletter.it [email protected] musicletter.it copertina update n. 61 / 2009-01-28 Cover CD | 26 canzoni per Peppino Impastato (Amore Non Ne Avremo) | 2008, Il Manifesto CD” ML 02 musicletter.it update n. 61 sommario MUSICA | BEST OF 2008 04 I MIGLIORI 25 ALBUM by ML MUSICA | SPECIALE INTERVISTA 05 UMBERTO SANTINO by Antonio Anigello & Nicola Guerra 12 MoRkObOt by Antonio Anigello MUSICA | RECENSIONI 15 ANTONY AND THE JOHNSONS The Crying Light (2009) by Claudia De Luca 16 AA.VV. Just Like Heaven: A Tribute to The Cure (2009) by Claudia De Luca 17 VINICIO CAPOSSELA Da Solo (2008) by Franco Dimauro 18 - ELETTRONOIR - Non un passo indietro (2008) by Valerio Granieri 19 THE FELICE BROTHERS S.T. (2008) by Luca D’Ambrosio 20 ARVE HENRIKSEN Cartography (2008) by Andrea Dusio 21 ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE Sira (2008) by Luigi Lozzi 22 THE VERY BEST Mixtape (2008) by Jori Cherubini 23 MADRUGADA S.T. (2008) by Massimo Bernardi 24 BLACK MOUNTAIN In The Mountain (2008) by Alessandro Busi 25 MEGAPUSS Surfing (2008) by Nicola Guerra 26 MoRkObOt Morto (2008) by Antonio Anigello 27 LOS PEYOTES Introducting Los Peyotes (2008) by Costanza Savio 28 FATHER MURPHY ...and He Told Us To Turn To The Sun (2008) by Nicola Guerra 29 BEATRICE ANTOLINI Big Saloon (2006) by Massimo Bernardi & Gaia Menchicchi 31 HELLDORADO The Ballad of Nora Lee (2005) by Luigi Lozzi 32 UNSANE Blood Run (2005) by Antonio Anigello 33 BRIDES OF DESTRUCTION Here Come the Brides (2004) by Manuel Fiorelli 34 OMARA PORTUONDO Flor de Amor (2004) by Luigi Lozzi 35 PLASTIC DINOSAUR Pre History (2003) by Luca D’Ambrosio 36 JOSEPH ARTHUR Redemption’s Son (2002) by Luca D’Ambrosio 37 A SHORT APNEA Illu ogod ellat hragedia (2000) by Franco Dimauro 38 DANZIG III: How the Gods Kill (1992) by Manuel Fiorelli 39 ELEVENTH DREAM DAY Prairie School Freakout (1988) by Luca D’Ambrosio 40 ERIC B. & RAKIM Paid In Full (1987) by Domenico De Gasperis 41 THE THREE JOHNS The World By Storm (1986) by Franco Dimauro 42 THE STOOGES Funhouse (1970) by Valerio Granieri MUSICA | LIVE REVIEW 43 BUGO Firenze, Viper Theater (12-12-2008) by Costanza Savio ALTRI PERCORSI | CINEMA 44 FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO Parte Prima by Nicola Pice 46 THE CAMERAMAN Edward Sedgwick | Buster Keaton (1928) by Nicola Pice 48 FREAKS Tod Browning (1938) by Nicola Pice 49 THE SNAKE PIT Anatole Litvak (1948) by Nicola Pice © ML 2005-2009 BY L UCA D’AMBROSIO ML non ha scopi di lucro, il suo unico obiettivo è la diffusione della buona musica www.musicletter.it non contiene informazioni aggiornate con cadenza periodica regolare, non può quindi essere considerato "giornale" o "periodico" ai sensi della legge 62/01. Non esiste un editore e il webmaster non è responsabile di quanto scritto, pubblicato e contenuto nel sito e in ciascun pdf (vedi privacy e note legali su www.muscletter.it) ML 03 musicletter.it update n. 61 best of 2008 BEST OF 2008 I migliori 25 album (scelti dai lettori, dagli amici giornalisti e dai collaboratori di ML) © 2009 a cura di ML | www.musicletter.it/Pagine/bestalbums.htm PORTHISHEAD TV ON THE RADIO FLEET FOXES BLACK MOUNITAIN BAUSTELLE NICK CAVE & THE BAD SEEDS SIGUR RÓS BONNIE PRINCE BILLY LE LUCI DELLA CENTRALE BON IVER ELETTRICA CALEXICO MOGWAI AFTERHOURS COLDPLAY R.E.M. THE LAST SHADOW PUPPETS VINICIO CAPOSSELA SILVER JEWS THE BLACK KEYS THE CURE MGMT THE BLACK ANGELS OKKERVIL RIVER THE HOLD STEADY M83 ML 04 musicletter.it update n. 61 speciale intervista UMBERTO SANTINO Intervista © 2009 di Antonio Anigello & Nicola Guerra L’uscita discografica della raccolta “26 canzoni per Peppino Impastato”, poesie di Giuseppe Impastato trasformate in splendide canzoni da numerosi artisti della scena rock italiana, ha dato stimolo, alla redazione di MusicLetter, di intervistare il fondatore del Centro Siciliano di Documentazione, intitolata a Peppino, nella persona del fondatore Umberto Santino che, con estrema disponibilità e passione, ci ha dedicato un po’ del suo tempo per una fruttuosa e interessantissima chiacchierata… Vorremmo che, più gente possibile, conoscesse questa realtà che da anni combatte la mafia attraverso la cultura. Quando è nato il Centro e come si è sviluppato? Il Centro siciliano di documentazione è nato nel 1977 con il convegno “Portella della Ginestra: una strage per il centrismo” e da allora ci siamo impegnati in primo luogo per costruire una struttura (una biblioteca, un’emeroteca, una raccolta di documenti), necessaria per avviare le nostre attività sul terreno della ricerca e della documentazione. Nel 1978 è stato ucciso Peppino e ci siamo trovati subito accanto ai familiari e ai compagni di militanza per smantellare la montatura che lo voleva terrorista e suicida e chiedere giustizia, con pubblicazioni ed esposti alla magistratura. Questa è una battaglia che possiamo dire di aver vinto, anche se con ritardo. Siamo riusciti a salvare la memoria di Peppino, ricostruendo la sua attività (dal bollettino del Centro 10 anni di lotta contro la mafia pubblicato un mese dopo il suo assassinio, alla storia di vita della madre Felicia, pubblicata nel volume La mafia in casa mia, che fece riaprire l’inchiesta, agli scritti raccolti nel libro Lunga è la notte). Siamo riusciti a far condannare il capomafia Badalamenti e il suo vice come mandanti del delitto e abbiamo ottenuto che si facesse luce sul depistaggio delle indagini, operato da rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, con la relazione della Commissione parlamentare antimafia approvata nel 2000 e che abbiamo fatto pubblicare nel volume: Anatomia di un depistaggio. Sul piano della ricerca abbiamo pubblicato parecchi volumi. Qualche titolo: La violenza programmata sugli omicidi a Palermo, Gabbie vuote sui processi, L’impresa mafiosa, Dietro la droga, La borghesia mafiosa, La democrazia bloccata,La mafia interpretata, Dalla mafia alle mafie, L’alleanza e il compromesso, Storia del movimento antimafia, Donne, mafia e antimafia, A scuola di antimafia, Mafie e globalizzazione,. Breve storia della mafia e dell’antimafia. Lavoriamo nelle scuole dai primi anni ’80, siamo stati impegnati nel movimento per la pace e sosteniamo le iniziative sul territorio, dal movimento antiracket alle lotte dei senzacasa che anche per la nostra collaborazione sono riusciti ad ottenere l’assegnazione di case confiscate ai mafiosi. ML 05 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino A trent’anni dalla morte di Peppino, come si pone il Centro nei confronti dei giovani siciliani? Il Centro si rivolge ai giovani, soprattutto agli studenti, ma in particolare ai docenti e agli operatori sociali offrendo materiali per le varie attività antimafia. Siamo stati tra i pochissimi che hanno sostenuto Libero Grassi quando si è opposto alle richieste degli estorsori e abbiamo sostenuto i promotori di Addiopizzo. Il nostro lavoro mira a produrre strumenti di conoscenza indispensabili per un lavoro antimafia che non sia episodico e sloganistico. In questa prospettiva aiutiamo i giovani, non solo siciliani, che preparano la tesi di laurea o vogliono approfondire aspetti del fenomeno mafioso. Quanto, i giovani degli anni zero, sono interessati all’argomento Mafia e quanto un film o un disco può farsi promotore della causa? Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse ma ancora c’è molto da fare perché non ci si limiti alla lettura di un libro di successo o alla visione di un film o all’ascolto di un disco. Certamente il cinema e la musica possono contribuire a stimolare l’interesse ma il problema di fondo è costruire una conoscenza adeguata delle mafie e dell’antimafia e contribuire all’elaborazione di un progetto credibile di liberazione. Noi ci occupiamo principalmente di musica e quindi pensiamo che essa sia la chiave per unire i popoli, per combattere la violenza, le guerre e anche la Mafia. Il nostro è un pensiero utopico, perché le persone non si fermano più ad ascoltare i veri messaggi lanciati da chi ha voce per farlo. Voi, come centro di lotta contro uno dei mali più grossi in Italia, in tutti questi anni, quante persone avete stimolato? Concretamente, la vostra voce, quanta gente ha raggiunto e come l’ha ridestata? È difficile quantificare. Abbiamo svolto centinaia di incontri nelle scuole di tutta l’Italia, abbiamo promosso manifestazioni a cui hanno partecipato migliaia di persone ma i risultati non sono immediati, soprattutto se si tiene conto che a noi interessa soprattutto suscitare un impegno continuativo che si concreta nella formazione di comitati, centri, associazioni. Dopo il grande successo del film “I cento passi” si sono costituite associazioni, sezioni di partito intitolate a Peppino, ma spesso senza contatti con il Centro e quindi non sappiamo quali attività svolgano, se il riferimento sia al Peppino reale o all’icona cinematografica. La cosa che emerge nella storia descritta dai “cento passi” è che a Peppino potrebbero affiancarsi tante altre facce, nomi e storie di molte altre vittime della criminalità siciliana (e non), sconcertante è il senso d’impotenza della gente ma soprattutto il silenzio, omertà come unica risposta alla vita quotidiana e a una normalità che di normale non ha proprio niente. Quanto l’esempio di Peppino e di tutte le altre vittime della Mafia è ancora vivo nella memoria, qualcosa è davvero cambiato o ha solo mutato aspetto e forma? L’antimafia non è fatta soltanto di impegni individuali ma soprattutto di movimenti che hanno coinvolto, con le lotte contadine, dai Fasci siciliani della fine dell’Ottocento agli anni ’50 del secolo scorso, centinaia di migliaia di persone. E la nostra attività è mirata soprattutto a sottolineare la necessità di un impegno corale e di un progetto in grado di affrontare il fenomeno mafioso in tutti i suoi aspetti, soprattutto nel suo sistema di rapporti, dall’economia alla politica, alla vita quotidiana. Il limite maggiore di gran parte della letteratura, del cinema e in genere dalla produzione “antimafia”, è presentare la lotta contro la mafia come un impegno eroico e solitario, fatalmente destinato alla sconfitta. Peppino operava dentro un gruppo che svolgeva attività molteplici, dall’animazione culturale all’impegno politico. Il film ha certamente contribuito a farlo conoscere a un pubblico molto più ampio di quello che abbiamo potuto raggiungere noi ma bisogna vedere quanti sono realmente interessati ad approfondire la conoscenza del suo ruolo e più in generale della lotta contro la mafia. ML 06 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino Nella vostra lunga vita, il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” ha mai avuto intimidazioni o è stato ostacolato nello svolgimento delle sue funzioni informative e culturali? Ricordare può far paura? Abbiamo corso dei pericoli per la vicenda di Peppino, con le denunce puntuali e documentate sui mafiosi che lo hanno ucciso. Per il resto, a parte una citazione giudiziaria per un mio libro, l’ostacolo maggiore è venuto dall’impossibilità di accedere a fonti finanziarie pubbliche per la mancanza di una regolazione. Non abbiamo voluto accettare le logiche correnti, fondate su rapporti personali e sulla concessione di favori; abbiamo chiesto una legge regionale che fissi dei criteri oggettivi per l’erogazione di fondi pubblici ma finora questa è una battaglia perduta. Il vostro Centro è autofinanziato perché “contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico”. Perché la legge sul controllo regionale di fondi per questo tipo di associazioni non è mai stata approvata? Quanti soci avete e come si fa per diventarlo? Quali sono i “vantaggi” nel prendere parte a un’associazione del genere? Gli altri centri e le altre associazioni hanno accettato una logica personalistica e clientelare e hanno isolato il Centro nella sua richiesta di una regolazione adeguata. Nel 1999 era stata approvata una legge regionale che accoglieva alcune nostre richieste ma non è stata attuata e sono state ripristinate le leggine ad personam o ad associationem. I soci del Centro siamo una decina, poi ci sono gli “amici” sparsi per il mondo. Per diventare soci bisogna partecipare alle attività, per diventare amici bisogna essere interessati al nostro lavoro e dare una mano per organizzare iniziative per fare conoscere il nostro lavoro: incontri, presentazione di libri, di mostre ecc. Vantaggi? Non mi pare la parola adatta. Chi vuole lavorare con noi è spinto da una motivazione culturale ed etica, fa una scelta di campo, non va in cerca di privilegi di nessun genere o di vetrine. Offriamo uno spazio di documentazione e di ricerca, indicazioni per un impegno nel sociale, che va vissuto con coerenza, e tutto questo può dare senso alla vita di ciascuno, ci sono risultati ma non mancano amarezze e delusioni. Quali attività sono in atto o sono state svolte dal Centro nel 2008? Nel trentennale dell’assassinio di Peppino abbiamo organizzato il Forum sociale antimafia, che facciamo dal 2002, che quest’anno ha visto una partecipazione maggiore, e una nazionale con migliaia di partecipanti, che si riallacciava alla manifestazione del 1979, la prima manifestazione nazionale contro la mafia organizzata nel primo anniversario dell’assassinio di Peppino. Abbiamo lavorato con le scuole per costruire un itinerario didattico che dovrebbe far parte del Memorialelaboratorio della lotta alla mafia che proponiamo da tempo. Pensiamo a una struttura polivalente, che sia percorso storico, biblioteca, cineteca, spazio per incontri, luogo di una progettazione comune. Con l’agenda dell’antimafia abbiamo offerto un quadro sintetico delle mafie e delle lotte contro di esse e realizzato uno strumento che coniuga memoria storica e impegni quotidiani. L’agenda 2009 è dedicata al ruolo delle donne nelle lotte contro le mafie e per la democrazia, dalle donne impegnate nella Resistenza antifascista alle giornaliste uccise per il loro impegno di informazione controcorrente, alle madri argentine, alle protagoniste del movimento di liberazione da condizioni di emarginazione e discriminazione ancora attuali. ML 07 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino Tra gli eventi organizzati dal Centro alcuni hanno coinvolto altre nazioni europee; come viene recepito l’argomento da persone che non vivono il problema sulla propria pelle? Che feedback avete avuto dagli eventi? Assieme al CISS (Cooperazione internazionale Sud-Sud) e ad altre Organizzazioni non governative abbiamo svolto una ricerca che abbiamo pubblicato nel 1993 nel volume in quattro lingue Dietro la droga, abbiamo fatto parte di strutture come l’OGD (Observatoire Géopolitique des Drogues) e l’ENCOD (Eurpean Ngo’s Council on Drug) formate dalle ONG europee impegnate sui problemi della droga e della tossicodipendenza, ma per mancanza di fondi sono entrate in crisi. Il volume Dietro la droga si rivolgeva in particolare a studenti delle scuole medie superiori e dell’Università e agli operatori sociali già in qualche modo interessati a questi problemi. Il tema delle mafie comunque viene sempre più recepito come un problema che non è solo meridionale, italiano o latino-americano. Molti ormai sanno perfettamente che dietro i grandi traffici, di droghe, di armi, di esseri umani, ci sono le mafie, vecchie e nuove. Qual è stato il vostro ruolo nella realizzazione del CD, prodotto dal Manifesto, “26 canzoni per Peppino Impastato”? Abbiamo pubblicato le poesie di Peppino da cui Gandolfo Schimmenti, una bella figura di contadino-militante-poeta-cantautore, con cui abbiamo un ottimo rapporto da decenni, ha tratto i testi delle canzoni e abbiamo seguito, con Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, che è stato il regista di tutta l’operazione, il percorso che ha portato alla realizzazione del CD. Su sua richiesta ho scritto il testo Le parole e i canti, la presentazione in versi in cui ricostruisco l’attività di Peppino e la nostra. Abbiamo partecipato a un’iniziativa di presentazione in Sicilia e a un incontro nell’ambito del MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza del novembre scorso, in occasione dell’assegnazione di un premio al CD. Mi auguro che ci siano altre iniziative. Lo Stato e le istituzioni hanno avuto e/o hanno colpe? Chi vuole urlare contro i soprusi dei mafiosi è davvero tutelato? L’omertà, di cui parlavamo prima, è sicuramente la conseguenza dell’incertezza e della paura della brava gente ma c’è davvero l’intenzione di debellarla? Bisogna partire da un’analisi adeguata del fenomeno mafioso. Nella nostra analisi non c’è solo l’associazione criminale, che in Sicilia coinvolge alcune migliaia di persone, in gran parte arrestate e condannate, c’è un sistema di rapporti che dà vita a un blocco sociale transclassista, che va dagli strati più alti a quelli più bassi della popolazione, al cui interno il ruolo di comando è svolto da soggetti illegali, i capimafia, e legali: professionisti, imprenditori, amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni, quella che chiamo borghesia mafiosa. Quindi il rapporto con settori delle istituzioni è costitutivo del fenomeno mafioso. E finché non si spezza questo legame la mafia continuerà ad esserci. Un altro problema di fondo è il consenso di cui gode la mafia per le convenienze offerte dall’accumulazione illegale, sia nelle aree periferiche dove l’economia legale è debole, sia nelle aree centrali dove il capitale illegale viene riciclato e investito. Non bisogna sopravvalutare il problema della paura che non può non esserci, dato che i mafiosi minacciano e ricorrono alla violenza, ma è più grave il consenso. L’omertà è più figlia del consenso che della paura. E in una società democratica, anche con una democrazia inadeguata, lo Stato, il potere istituzionale, è il frutto del voto dei cittadini. Finché si voterà per uomini sotto processo o condannati per mafia, com’è accaduto anche nelle ultime elezioni politiche, non si potrà dire che lo Stato “ non fa il suo dovere”. ML 08 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino Qualche giorno fa, durante la trasmissione di un programma televisivo sulla Sicilia e mentre, i cronisti di turno intervistavano dei ragazzi sull’omicidio di un giornalista per opera della mafia, è stata ripetuta più volte una frase “ se è stato ammazzato, qualcosa di male deve averla fatta “. Troviamo il concetto in sé tremendamente sconsolante e violento nei riguardi di persone che, invece, con il loro esempio dovrebbero essere modello positivo, uno stupro nei riguardi delle famiglie delle vittime che si ritrovano poi ad avere a che fare, oltre che con il dolore, anche con una vergogna imposta, magari dagli stessi carnefici. È un esempio isolato o è una prassi vigente in casi come questi? Ritorniamo al problema del consenso, che continua ad essere ampio e diffuso, nonostante i tentativi di ribellione che, rispetto alle lotte contadine, sono ancora minoritari. Per molti giovani dei quartieri più degradati di Palermo o di Napoli, senza lavoro e senza prospettive, le mafie sono un canale di mobilità, una forma di socializzazione, una strada alla realizzazione di un ruolo di successo, anche se la morte è dietro l’angolo. Noi riteniamo che la maggior paura della Mafia sia il diffondersi della cultura a macchia d’olio ma oggi perché in Italia è impossibile che ciò accada? Il problema non è solo la cultura, il quadro è più complesso, va dall’economia alla politica, alla vita d’ogni giorno. Bisogna costruire una società in cui ognuno abbia la possibilità di realizzarsi senza bisogno di ricorrere a pratiche illegali. Purtroppo nella realtà attuale, locale e globale, sono più le spinte verso l’illegalità che quello verso una legalità condivisa.Il discorso non vale solo per l’Italia. I processi di globalizzazione hanno un forte potere criminogeno, almeno per due aspetti: la globalizzazione è un supermercato di iperconsumo per poco più del 20 per cento della popolazione mondiale e una fabbrica di emarginazione per tutto il resto. L’aumento degli squilibri territoriali e dei divari sociali spinge verso l’illegalità. I processi di finanziarizzazione dell’economia, con il prevalere del capitalismo speculativo, rende sempre più difficile la distinzione tra capitale legale e illegale. Come si può vedere il problema è molto più complesso di come possa apparire se ci si limita a guardare le mafie come un fenomeno soltanto criminale. Il vostro Centro, attraverso una massiccia contro informazione, ha svelato particolari importanti per il processo che ha portato all’ergastolo Gaetano Badalamenti nel 2002. Tempo, fatica, depistaggi non hanno fermato la voglia della verità di venire a galla. Contro chi avete lottato? Perché è così difficile, in Italia, sentirsi protetti dallo Stato? Perché c’è ancora gente che finge di non sapere che la lotta è interna al sistema che dovrebbe difenderci? Abbiamo lottato non solo contro i mafiosi ma pure contro rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura che hanno depistato le indagini. E la stampa, tolte pochissime eccezioni, come “il Quotidiano dei lavoratori” e “Lotta continua” che ben presto chiusero le pubblicazioni, non ci ha aiutato. Per anni il Centro è stato isolato, perché abbiamo deciso di intitolarlo a un personaggio che per tanti era un terrorista. Per il resto non posso che ribadire quanto dicevo prima: la mafia è una componente del modello di accumulazione e del sistema di potere. E lo Stato ha lottato l’ala militare della mafia solo come risposta allo straripare della violenza mafiosa, quando essa ha colpito direttamente rappresentanti delle istituzioni. Tutta la legislazione antimafia del nostro Paese è dominata dall’ottica dell’emergenza: la legge antimafia del 1982 è venuta dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, con almeno 150 anni di ritardo rispetto alla realtà, le altre leggi sono venute dopo le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino e il rapporto mafia e politica continua ad essere considerato come un fatto normale, ineluttabile. ML 09 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino Nel 2001 il Centro e altre associazioni a esso collegate hanno lanciato un appello per ottenere maggior libertà di stampa nella lotta alla Mafia. Siamo nel 2009 e lo scenario che ci si presenta è a dir poco inquietante. Da dove bisogna partire per tornare a una libera informazione che non solo tuteli il cittadino ma che gli dia la possibilità di attingere da più fonti cercando la verità attraverso il confronto? L’appello è venuto dopo vicende giudiziarie che hanno coinvolto me, per il libro L’alleanza e il compromesso, e un politologo dell’Università di Palermo, Claudio Riolo, per un articolo su una rivista. Abbiamo lanciato una sottoscrizione per coprire le spese giudiziarie e proposto che le cause per diffamazione a mezzo stampa vengano affidate a un giurì d’onore e vengano abolite le sanzioni pecuniarie. Purtroppo queste proposte sono rimaste inascoltate. Recentemente la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato lo Stato italiano perché non ha consentito a Riolo, condannato anche in Cassazione, di esercitare la libertà di critica (io ho preferito non andare in Cassazione per sfiducia nella giustizia italiana), ma ancora oggi chi scrive di mafia rischia di essere citato in giudizio, civilmente o penalmente, e di andare incontro a condanne che prevedono risarcimenti monetari, come se l’”onore” fosse un genere da supermercato. Chi vuole conoscere meglio questi temi, e avere maggiori informazioni sul nostro lavoro, può visitare il nostro sito: www.centroimpastato.it. Foto (per gentile concessione di Umberto Santino e www.centroimpastato.it) RIFLESSIONI DI SERGIO “SERIO” MAGLIETTA, ADRIANO (LOW FI) E RICCARDO SINIGALLIA Ci sembrava bello concludere questa intervista a Umberto Santino con delle considerazioni di alcuni degli artisti che hanno partecipato attivamente alla messa in musica delle poesie di Peppino come Sergio “Serio” Maglietta dei Bisca, Adriano dei Low fi e Riccardo Sinigallia. BISCA | Profumo di maggio Peppino Impastato incarna un condensato delle migliori qualità dei migliori figli del Sud. Curiosità umana e intellettuale, sensibilità, intelligenza, generosità, senso della giustizia e coraggio. Tanto coraggio! Una di quelle splendide eccezioni che la nostra terra sa produrre. Compito della musica popolare è anche quello di trasformare questi esempi in senso comune, in coscienza condivisa. Impresa non facile in un periodo dove la scrittura della storia è troppo spesso affidata a interessati figuri dell’ufficio marketing o ad apologeti dell’orrore che scambiano l’esposizione mediatica per spessore e il potere per giustizia. Impresa non facile perché Peppino Impastato muore nel 78 ed entra quindi in quel cono d’ombra che la rimozione generale degli anni ‘70 ha generato. Impresa difficile, ancora, perché la vicenda umana di Peppino ci parla di passione e la passione è una categoria del tutto assente nei nostri attuali “virtuali “ orizzonti. Impresa difficile... e forse per questo ancora più meritevole del nostro tentativo. LOW FI | Compagno Per noi, che siamo del sud, la figura di Peppino Impastato ha sicuramente un valore particolare. Purtroppo ci siamo avvicinati a lui solo grazie al film.. iniziative come queste compilation non possono far altro che diffondere ancora di più la sua storia. Parteciparvi è stata un'esperienza unica. Siamo stati inseriti grazie a Giuseppe Fontanella (24 Grana / Octopus records): lui ha avuto l'incarico dal Centro di documentazione Peppino Impastato di contattare artisti nazionali da coinvolgere nel progetto, Giuseppe ci ha dato la possibilità di lavorare a un pezzo, così lo abbiamo arrangiato e registrato; il risultato finale ha soddisfatto tutti e nata così la nostra versione di “Compagno”. ML 10 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: umberto santino RICCARDO SINIGALLIA | Esenin Un giorno Peppe, chitarrista e autore dei 24 grana, mi parla di un progetto già quasi completato in cui molti artisti erano stati coinvolti per adattare musiche ed interpretazioni ai versi scritti in gioventù da Giuseppe Impastato… Così mi propone di musicare e cantare una poesia che è rimasta fuori dalle scelte di tutti quelli che avevano già aderito… Non so dico io… Non conosco bene la storia di Impastato… E qualcuno che è li mi suggerisce di vedere “i cento passi”. Molti sanno che i film quasi mai dicono tutto o quantomeno spesso raccontano - come capita anche in certi considerati capolavori biografici - solo alcune cose e a volte molto liberamente... Ricevo dopo poco la poesia via mail, faccio fatica a comprenderla veramente anche perché c’è una parte in siciliano… Si intitola “Esenin”. Chissà che vuol dire penso io… C’è anche in allegato alla mail una versione già suonata e cantata da Gandolfo Schimmenti detto Moffo e una sua band da cui la mia attuale versione ha preso devo ammettere più di uno spunto. La sera stessa vado a noleggiare in videoteca e vedo “i cento passi”. Qualunque sia la relazione tra il film e la vita di Peppino Impastato provo una forte emozione, così decido di intraprendere il viaggio e accetto. Chiamo Peppe dei 24 e gli chiedo gentilmente di mettermi in contatto con qualcuno che potesse spiegarmi meglio il testo. Peppe è entusiasta e mi racconta di aver conosciuto alcuni compagni di Impastato che avevano militato e condiviso con lui e con il fratello le lotte politiche e di vita e che in questi anni si sono dedicati alla tutela e alla giusta valutazione del suo nome e del ricordo della sua attività e che sono ovviamente parte integrante del progetto. Mi mette in contatto proprio con Moffo che aveva conosciuto Peppino a 16 anni, ai tempi del PSIUP, il partito socialista italiano di unità proletaria, mi sembra telefonicamente una persona concreta. Riesco così a farmi un’idea più completa del testo dedicato a un poeta russo dell’inizio del secolo che non conoscevo e che in qualche modo aveva colpito Peppino Impastato. Ma la canzone prende solo spunto da Esenin e probabilmente da una sua reale o immaginata visita in Sicilia, per parlare e descrivere in una specie di sottintesa complicità esistenziale l’ambiente con il quale un ragazzo dalla personalità forte e ribelle doveva confrontarsi ai tempi in cui lottava e scriveva. Almeno questa è stata la mia ardita interpretazione. Mi colpisce la descrizione del quartiere di Zisa di Palermo, di “centinaia di giovani in silenzio”, in una città complice della notte che la avvolge, contrapposta a “un tiepido sole d’autunno mediterraneo che giocava coi cerbiatti” e di cui nessuno – come è scritto nel finale della canzone – “potè dire ad Aleksandrovic Sergej Esenin”. E come solo chi ha dimestichezza con le suggestioni di chi vive pienamente il proprio tempo e la capacità di esprimerle - aggiungo io avrebbe potuto fare. Sono molto contento di aver partecipato. Umberto Santino | Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato: www.centroimpastato.it Foto (per gentile concessione di Umberto Santino e www.centroimpastato.it) Riflessioni di Sergio “Serio” Maglietta, Adriano dei Low Fi e Riccardo Sinigallia. Intervista di Antonio Anigello e Nicola Guerra www.musicletter.it ML 11 musicletter.it update n. 61 speciale MoRkObOt Intervista © 2009 di Antonio Anigello Forti dell’uscita del loro terzo album, pubblicato solo pochi mesi fa per l’etichetta Supernaturalcat dal titolo non rassicurante “Morto”, i MoRKObOt, trio composto dai folli Lin, Len e Lan, dediti a un incrocio tra l’industrial, improvvisazione, si metal, presentano ai ambient e lettori di Musicletter tra un impegno intergalattico e l’altro e, con simpatia, ci parlano della loro musica (il Getal!?!), dei progetti futuri e di una insana passione per Scialpi e Pupo … Partiamo da una domanda semplice semplice: cosa ha portato i MoRKObOt da “Mostro” a “Morto”? Sostanzialmente qual è l'evoluzione tra un album e l'altro? Lin - Quando abbiamo iniziato a comporre MoRtO ci siamo resi semplicemente conto di non aver voglia di trovare una chiusura ai brani, non riuscivamo a fermarci e così, dopo esserci ritrovati con più o meno 20 minuti di Getal, abbiamo deciso che non ci saremmo fermati affatto e abbiamo proseguito fino allo sfinimento dei nostri (e vostri) testicoli. Alla fine è stata l’indolenza a portarci a questa “non scelta” e temo che proseguiremo sempre più in questa direzione. Nel panorama italiano siete un po’ una mosca bianca, pochi i termini di paragone, ma se si guarda oltre il confine della nostra povera penisola... a quali gruppi vi sentite più affini nelle sonorità e nello spirito? Lin - Dì la verità, hai detto mosca bianca e non pecora nera perché ti stimoliamo pensieri fecali, vero?! Eh?! Ci sono tanti gruppi italiani a cui ci sentiamo affini nello spirito e nelle sonorità, ad esempio Scialpi nel periodo 83/86 (probabilmente quello di massimo splendore). Se poi dobbiamo guardare oltre i confini della penisola, beh ci sarebbe proprio da sbizzarrirsi ma al momento la digestione di un terribile risotto al radicchio mantecato con gorgonzola e provola mi impedisce di pescare nell’archivio mnemonico i più significativi, quindi citerò solo Spike Jones. Chi è MoRKObOt? Lin, Lan - MoRkObOt è il nostro signore e il nostro torturatore, un’entità che sfugge alle catalogazioni biologiche e alle più elementari leggi della fisica applicata. E’ un concetto che va oltre la scienza al quale cerchiamo un avvicinamento mediante elaborati esperimenti scientifici all’interno della nostra Fortezza della Scienza (scusate le continue ripetizioni della parola “scienza”, ma è un concetto al quale teniamo molto). Egli è il compositore e l’arrangiatore delle musiche eseguite da Lin, Lan e Len. Questo è ciò che ci è dato sapere, di più non possiamo dire. Per ora. (E non provare a fare la solita faccia incredula quando ti raccontiamo queste cose). ML 12 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: morkobot “Morto” è il secondo album dato alle stampe dall'etichetta degli Ufomammut (Supernatural Cat), io sinceramente trovo voi e i piemontesi ideali per una possibile jam cosmica. Come è nato l'incontro e l'amore? Lin - Effettivamente un paio di jam cosmiche le abbiamo fatte nella sala prove degli Ufomammut e ci siamo anche divertiti parecchio, poi non se ne è fatto più niente…per ora. Ci siamo conosciuti a Roma, loro ci han fatto suonare a un’expo di Malleus al Circolo degli Artisti, probabilmente perché impietositi dal nostro primo album. In seguito, dopo aver ingerito ingenti quantità di bevande analcoliche, abbiamo limonato per tutta la sera e siamo rimasti amici ancora oggi. All'interno della scena musicale italiana stanno nascendo nuove band validissime (come i vostri compagni di etichetta Lento). Avete dei gruppi da consigliare ai lettori di Musicletter? Lin, Lan - Sicuramente Vanessa Van Basten, R.U.N.I., Ufomammut, Lento, Taras Bul’ba, Rosolina Mar, Uochi Toki, Zu, OvO e molti altri che non possiamo nominare per via del conflitto di interessi. Ora non dobbiamo far altro che sperare che i nomi in questione stiano leggendo questa intervista in modo che, quando li rincontreremo (se mai vorranno rincontrarci), potranno sdebitarsi offrendoci galloni e galloni di estratto di luppolo o di distillato di succo d’uva. “Morto” è l'album più difficile e complesso della vostra discografia. Non avete paura di risultare troppo ostici? A tratti siete più vicini alla concezione musicale di Merzbow che a quella di un gruppo rock... Lin, Lan - Probabilmente i fan di Pupo non apprezzeranno a pieno il nostro disco, ma siamo disposti a perdere questa piccola fetta di mercato al fine di realizzare il nostro ego e per non perdere il rispetto di noi stessi. Crediamo che sia un grave errore etico il tentare di edulcorare la propria musica per risultare meno “ostici”. A meno che il fruitore di tale opera non abbia da offrirci soldi e donne in quantità (e dato che questo non è ancora successo e probabilmente non succederà) tanto vale proseguire per la nostra discutibile strada disseminata di realismo, fastidio, sofferenza, nefandezza e consequenzialità. Immedesimatevi in un negoziante mettereste i tre vinili dei MoRKObOt? di dischi, in che reparto Lin - Beh, mi troverei costretto a creare il reparto Getal, tra i dischi dei Metallica e quelli di Mango. Purtroppo i vinili di Scialpi sono ormai introvabili e dovremo quindi rinunciare a questo incredibile accostamento. E ora dove volete arrivare? Quali sono i vostri piani per il futuro prossimo e per quello remoto? Lin, Lan - L’idea di base è quella di organizzare un tour europeo per fine marzo (in modo da toccare le principali città europee al fine di assaporare tutte le tentazioni che le città possono offrire perché, si sa, le città son tentacolari) e nel frattempo si continua a scrivere materiale per quello che sarà il prossimo terribile capitolo della saga. Con molta probabilità sarà una bilogia. I temi trattati saranno dettati dal tasto T9 di un comunissimo telefono cellulare, sarà quindi un concept sulle nuove tecnologie, tratteremo quindi temi differenti rispetto al passato. Lin - Poi vorrei anche rifare gli infissi di casa mia perché fan davvero cacare, entra un sacco di freddo e spendo molti più soldi in riscaldamento di quel che dovrei, lo farò presente al proprietario! ML 13 musicletter.it update n. 61 speciale intervista: morkobot Come nascono, in sala prove, i vostri pezzi? Lin - Non abbiamo una sala prove, i nostri pezzi nascono all’interno della Fortezza della Scienza. Improvvisiamo, ci registriamo, riascoltiamo, selezioniamo il materiale e poi ce lo dimentichiamo. Da questa frustrazione siamo costretti a crearne di nuovo in fretta e furia, di solito è materiale decisamente più scadente di quello che ci siamo dimenticati. Per non continuare all’infinito in questo vortice ogni tanto siamo costretti a registrare, chiamiamo Fabio Magistrali e gli proponiamo dei giorni in cui registrare. Solitamente Fabio inventa sempre scuse per evitarci, febbri, otturazioni marcite, orchite, ma alla fine riusciamo a convincerlo che questa volta non sarà come le volte precedenti…e lo freghiamo! In genere si rende poi irreperibile ai nostri telefoni per i due anni successivi all’uscita dell’album. Ma ormai sappiamo bene dove scovarlo. Il vostro immaginario è decisamente fantascientifico, siete dei fan del genere o mi sbaglio? Lin, Lan - La verità è che siamo troppo poco costanti per appassionarci a qualcosa o dire che siamo dei fans di quel qualcosa. Si può comunque dire che tanti dei film che ci piacciono sono film di fantascienza. Lan ad esempio ha visto tutti i primi tre Guerre Stellari, la scena preferita di Lin di “Vieni avanti cretino” è quella con il Dottor Thomas e Len una volta ha letto un libro che in copertina aveva il disegno di un pianeta sconosciuto. Chiudete con una frase a effetto questa intervista, dimostrate ai lettori di Musicletter che i MoRKObOt sono anche un gruppo colto e di un certo livello... Lin - AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Len - Che cazzo ridi?! Prima la barzelletta bisogna raccontarla. Lan - La sai la barzelletta tridimensionale?! Eh?! Eh?! Te la raccontiamo? MoRkObOt: www.myspace.com/morkobot Foto by Gabriele Andreoli Intervista di Antonio Anigello www.musicletter.it ML 14 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: ANTONY AND THE JOHNSONS TITLE: The Crying Lighy LABEL: Secretly Canadian RELEASE: 2009 WEBSITE: www.antonyandthejohnsons.com MLVOTE: 8/10 Che Antony Hegarty abbia una voce d’angelo non è solo un modo di dire. La sua dichiarata omosessualità e il suo passato da drag queen rendono il suo canto pura melodia, scevra da qualunque connotazione sessuale: una voce fuori dal tempo che cesella emozioni incantevoli nei nostri cuori, un timbro inconfondibile, da brividi. È inevitabile perciò che un rapimento mistico e sensuale mi imprigioni all’ascolto del terzo album di Antony and the Johnsons: The Crying Light. In uscita a gennaio 2009, a quattro anni di distanza dallo straordinario successo del secondo lavoro I Am A Bird Now, che ha rivelato Antony al grande pubblico, quest’ultima release ha infatti un taglio decisamente più spirituale dei due album precedenti, e si sviluppa attorno a temi universali: le nostre origini, l’evoluzione del nostro pianeta, i rapporti madre-figlio, la percezione di far parte di un universo, la capacità di essere se stessi… L’album si apre con Her eyes are underneath the ground, delicata intro tutta giocata sugli scambi fra la voce di Antony e il contrappunto del pianoforte. A seguire la più movimentata Epilepsy is dancing e la vibrante Kiss my Name. Un brano dopo l’altro, la voce di Antony è talmente piena, avvolgente, emozionante che non è necessario molto di più che l’accompagnamento di un pianoforte e di un tappeto d’archi a sostenere una struttura melodica carica di suggestioni. Infatti nonostante gli arrangiamenti così misurati, il mondo sonoro che si crea è ricchissimo e pieno di grazia. Il risultato è un album che ci trasporta in una dimensione sconosciuta, in un mondo di fiaba in contrapposizione al nostro, quello reale, maltrattato e trascurato da uomini che si uccidono fra loro senza pensare alle conseguenze delle loro azioni, un mondo in evoluzione di cui tutti noi facciamo parte e di cui dovremmo preoccuparci maggiormente. Nel suo ruolo di artista Antony prova ad aprirci gli occhi e nella splendida e commovente Another World canta: “I need another place Will there be peace I need another world This one's nearly gone” riuscendo a disegnare con la sua musica uno scenario diverso e meraviglioso, un paradiso terrestre che, a dispetto dei luoghi comuni, non è mai stato così eccitante! Claudia De Luca ML 15 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: AA.VV. TITLE: LABEL: Just Like Heaven: A Tribute to The Cure American Laundromat RELEASE: 2009 WEBSITE: www.alr-music.com/curetribute/mediapage.php MLVOTE: 8/10 Per la American Laundromat Records esce in questo inizio di 2009 una fantastica sorpresa per tutti i fan dei Cure. Una selezione di 16 fra i brani più belli della band rivisitati in chiave contemporanea e personalissima da alcuni degli artisti più significativi della scena indie: The Wedding Present, Tanya Donelly, The Brunettes, Grand Duchy, Dean & Britta, The Submarines, The Rosebuds, Joy Zipper, Elk City e altri ancora. La American Laundromat non è nuova a queste operazioni avendo già rilasciato nel 2008 un tributo a Neil Young. Ora ci riprova con i Cure, band di culto per tutti quelli che musicalmente si sono formati negli anni ‘80. I Cure hanno fatto un pezzo di storia della musica ed è inevitabile che tanti titoli che avremmo voluto vedere nella tracklist sono rimasti fuori ma è significativo il fatto che nella scaletta, a parte High non ci sono brani successivi a Disintegration, l’album che ha segnato il punto di svolta nella loro carriera e il loro successivo declino. In apertura Just Like Heaven, la title track della raccolta, interpretata da Joy Zipper, noto duo indie pop newyorkese. Ed è subito un tuffo al cuore: le allegre schitarrate ci fanno immediatamente ripiombare indietro negli anni rivivendo come in un flashback le emozioni che i Cure erano in grado di regalarci. Ma è solo l’inizio. A seguire The Lovecats il cui ritmo sincopato è ulteriormente sottolineato dagli scambi vocali (e dalle fusa) fra Tanya Donelly e Brian Sullivan (Dylan In The Movies) in un’interpretazione quasi da musical. E poi tutti i pezzi più belli e indimenticabili dei Cure: Lovesong, In Between Days in chiave rock californiano e la sognante Friday I’m in Love interpretata da Dean & Britta (ex Galaxy 500, ex Luna). Alcuni brani mantengono la loro riconoscibilità mentre altri sono radicalmente trasformati e sono sicuramente quelli più interessanti. Stupenda per esempio Jumping someone else’s train che diventa un cupissimo brano post-rock con influenze shoegaze o la Close to me degli Elk City cantata in modo ipnotico da Renée LoBue o ancora Let’s go to bed, mascherata da pezzo dance synth pop anni ’80 per cui Mark Almond potrebbe morire d’invidia. Catch, interpretata dalla splendida voce di Sara Lov dei Devics si scioglie in una bossanova sensuale finché non si arriva a un’irriconoscibile 10:15 Saturday Night interpretata da The Poems. In chiusura notevole anche A strange day rivisitata dalla nuova formazione Grand Duchy ovvero Violet Clark e il marito Black Francis ex frontman dei Pixies, ulteriore conferma che la classe non è acqua! A parte l’emozione di riascoltare brani di tanti anni fa, la cosa più eccitante di questa raccolta è scoprire che, in qualunque modo siano stati interpretati, i pezzi dei Cure a distanza di 20 anni sono riusciti a conservare intatti il loro valore e la loro bellezza. Un album imperdibile per chiunque ami la buona musica! Claudia De Luca ML 16 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: VINICIO CAPOSSELA TITLE: Da Solo LABEL: Warner RELEASE: 2008 WEBSITE: www.viniciocapossela.it MLVOTE: 9/10 Da Solo, la locuzione, è presa dal testo di Una giornata perfetta, l’unico momento del disco riservato alla spensieratezza vera, al piacere di vivere le piccole cose come se fossero le cose più importanti del mondo. Una gioia che sa di cose lontane, come le canzoni di Vic Damone, l’acqua di Colonia e il caffè Tubino. Una felicità che basta a se stessa. Per il resto, Vinicio non è affatto da solo in questo suo settimo album in studio. Per niente. È circondato da musicisti, coreografi, creature circensi e immaginifiche, santi, soldati, anime dannate, strumenti fantastici e carillon. Perché quando si muove Capossela, si muove un mondo intero. È lui il vero, unico Fellini della musica moderna. Con un occhio nel passato e le braccia protese verso un futuro fantastico e teatrale, carico di pioggia di coriandoli e aeromobili, alberi della cuccagna e pentoloni di bronzo e popolato da funamboli da circo equestre e da giganti con le lacrime tatuate come degli enormi, tristissimi Pierrot muscolosi e da calzini spaiati. Da Solo è un disco “narrativo”, come ogni album di Vinicio. Un disco carico di parole e di ambientazioni, è una messinscena allegorica delle nostre vite e dei sogni della nostra infanzia. D’amore (Parla piano) e di guerra (Lettere di soldati, capace di trasmettere il gelo della trincea fin dentro i nostri polmoni), di solitudine (Il paradiso dei calzini, Orfani ora) e di fede (Sante Nicola, Non cè e disaccordo nel cielo), trasportandoci dall’ universo polveroso di John Fante di cui è intriso Vetri appannati d’ America a quello di Lee Masters (La faccia della terra). È un disco che ti chiede del tempo per poterti ambientare, non abbonda di salotti e lampade colorate ma di trespoli sghembi e lumi arrugginiti. Chiede l’umiltà della dedizione che non è altro che l’ amore puro. Chiede il dono gratuito del proprio tempo e del proprio cuore senza nessuna pretesa di restituzione o contraccambio, senza nessun’ altra esigenza che non sia accogliere il frutto rubicondo di quella donazione, di quell’ apertura totale. Ed è allora che Da capo si schiude in tutto il suo struggimento, che apre i sipari al proprio melodramma. Il caldo delle vecchie milonghe e delle vecchie rumbe caposseliane è del tutto evaporato lasciando questo freddo appena appena attenuato dal tepore dei ricordi. Permane l’ amore per le arie di inizio secolo che già furono di Canzoni a manovella e certa iconografia ecumenica celebrata su Ovunque Proteggi. Ma qui tutto pare meno universale e meno fatale, tutto pare risolversi in una dimensione intima, a celebrazione e a difesa delle proprie memorie. Un disco dove accanto a strumenti enormi (il Mighty Wurlitzer di Cameron Carpenter che sovrasta Il gigante e il mago, l’orchestra mariachi dei Calexico su La faccia della terra) convivono quelli che Vinicio stesso chiama strumenti “inconsistenti” come il toy piano di Pascal Comelade che caratterizza Il paradiso dei calzini, il battito cardiaco che conferisce a Lettere di soldati quella caducità tutta ungarettiana che la rende così fragile, il cristallarmonio di Gianfranco Grisi sulla conclusiva Non c’è disaccordo nel cielo. Intimo eppure, come sempre, paradossalmente universale, Da solo conferma Capossela come l’unico vero scenografo della canzone italiana. Franco Dimauro ML 17 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: - ELETTRONOIR TITLE: LABEL: Non un passo indietro - Elettronoir - RELEASE: 2008 WEBSITE: www.elettronoir.it MLVOTE: 9/10 Canzone d’Autore (maiuscola apposita, ovvio). Indipendenza. Cinema. Futuro. È in questo quadrilatero che, più o meno, si può tentare di incasellare la musica degli Elettronoir. Senza riuscirci, ovvio. Tanti i rimandi, tante le suggestioni, stupefacenti i risultati. O forse, stupefacenti solo per chi non ha avuto la fortuna di imbattersi in Dal fronte dei colpevoli, passo d’inizio di questa splendida band romana e capitolo primo di una trilogia (Tutta colpa vostra, peccato non poterne parlare diffusamente, visto lo spazio) che parla di rapine, pistole, passione, dolore, fughe, tormenti, e di cui Non un passo indietro è il secondo, splendido, inquieto passaggio. Gli altri, i pochi (purtroppo) eletti, sanno già cosa aspettarsi. Non un passo indietro: Dal fronte dei colpevoli al cubo: di tutto, di più. La canzone d’Autore è ancora più d’autore, raffinata, ricca: ariose strutture di pianoforte, strazianti ballate, vocals appassionate (maschili e femminili). Diciamo Tenco? Diciamo De Andrè? Perché è di questo che parliamo. Linee di basso cupe, ossessive, (new wave?) inquietanti. Elettroniche più ricche, raffinate (scuola Warp, o anche Labrador), frammenti di battiti di minima vita cibernetica di queste metropoli urlanti, sempre più grandi e sempre meno vive. Cinematismo, soundtrackismo non molle, lieve, disimpegnato, viceversa inquieto, martellante, “urbano”. Il risultato è un disco bellissimo, bellissimo, bellissimo: con i piedi ben piantati nelle radici della canzone italiana e io lì, fisso verso l’ignoto. Introdotto dall’atmosferica Cruel, chiuso dagli struggenti titoli di coda di Lomo, l’album vive di grandi composizioni e di grandi contrasti tra songs ariose in cui electronic beats piuttosto “lavorati” e un basso hookiano dettano il ritmo a roboanti rondò di pianoforte e alle vocals passionali di Marco Pantosti (Qui non si muore, Berliner, La ballata della violenza); struggenti ballate come dei Matia Bazar sintetici e riprocessati da un pc in avaria, infettato dal “disagio del terzo millennio” che mettono in splendida evidenza la voce, assolutamente meravigliosa, di Giorgia Colloridi (Medea, Bikini inferno, Blu); in mezzo stanno cose straordinarie come la title track, soundtrack (stavolta per davvero) di un Pier Paolo Pasolini che recita e spezza le vene dei polsi (gemella della Il dovere di reprimere del primo disco, che fu analogo trattamento per Gian Maria Volontè) e una ballata infinita (un “classico”?) come Amore dimentica/pietà raccoglie. Come non segnalare inoltre, in trepidante attesa della imminente stampa “fisica”, la possibilità di download dal sito della band con eventuale, successiva, concessione di obolo “a sottoscrizione”? Uno dei dischi italiani (in senso stretto) più belli, ricchi, compiuti degli ultimi anni. Capolavoro. Valerio Granieri ML 18 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: THE FELICE BROTHERS TITLE: LABEL: S.T. Love Team Records RELEASE: 2008 WEBSITE: www.thefelicebrothers.com MLVOTE: 8/10 Tre fratelli - Ian, Simone e James Felice - della periferia di New York che vivono la strada suonando in ogni angolo di metropolitana, facendo i lavori più disparati e saltando come dei perfetti hobos di treno in treno. Un continuo peregrinare che li porta dapprima all’incontro con Christmas, abile giocatore di dadi che si unisce alla band, e successivamente a un contratto discografico con la Loose Music con la quale – dopo aver autoprodotto Through These Reins and Gone (2006) - realizzano nel 2007 il primo vero album d’esordio intitolato Tonight At The Arizona. Passa soltanto un anno ed ecco, però, che i “Fratelli Felice” stringono un nuovo accordo discografico, questa volta con l’encomiabile Team Love Records, con cui producono questo nuovo e omonimo lavoro che, quantunque ricalchi timbriche vocali e sonorità che ricordano Bob Dylan e la Band, ci entusiasma e ci travolge emotivamente come pochi dischi hanno saputo fare nel corso dell’anno appena trascorso. Con alcuni brani che sembrano usciti direttamente da Blonde On Blonde e con passaggi che vanno dritti al cuore quali Little Ann, Goddamn You, Jim, Saint Stephen’s End e Murder By Mistletoe, questa seconda meraviglia della formazione yankee passa in rassegna tutta la tradizione folk rock americana (e non solo). Un disco che ci accarezza e ci ubriaca di emozioni, prima con la baldanzosa Frankie’s Gun!, che sembra provenire addirittura da Rum, Sodomy & the Lash dei Pogues, e poi con il countrywestern di Whiskey in My Whiskey e Take This Bread, quest’ultima quasi - e ribadisco quasi dagli approcci e dalle espressioni dixieland. Helen Fry, Greatest Show On Earth e Wonderful Life, invece, sono pezzi dai sigilli blues che racchiudono lo spirito del mai dimenticato Woody Guthrie e che fanno di questa seconda fatica ufficiale dei Felice Brothers una delle migliori uscite del 2008. E non è certamente colpa di Ian Felice se la sua voce ricorda un illustre personaggio della storia della popular music che all’anagrafe è registrato come Robert Allen Zimmerman. Luca D’Ambrosio ML 19 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: ARVE HENRIKSEN TITLE: LABEL: Cartography ECM RELEASE: 2008 WEBSITE: www.arvehenriksen.no MLVOTE: 8/10 Quando pensiamo al suono norvegese, i riferimenti obbligati si situano nei territori sonori di band come Kings of Convenience, Royksopp o Motorpsycho. In realtà esiste una cifra stilistica legata in maniera più auto-evidente alle dilatazioni sensoriali e spaziali del Grande Nord. Si tratta della scena jazz che ha in Nils Setter Molvaer, Eivind Aarset e Arve Henriksen i propri attori più sensibili nella contaminazione con i linguaggi dell’elettronica, della musica etnica e del post rock. Cartography, nuovo lavoro del trombettista Arve Henriksen, pubblicato dalla seminale ECM, la label tedesca che si pone all’intersezione stilistica tra musica contemporanea e jazz sperimentale, lungi dall’essere in qualche modo catalogabile, potrà piacere a chi ha frequentato i suoni di John Hassell o di Holger Czukay, ed è una sorta di radicalizzione in chiave etno/ambientale dei lavori più riusciti del già citato e più conosciuto NP Molvaer. Con l’ausilio dei sample evocativi di Jan Bang, Arve tratteggia scabri paesaggi di solitudine interiore, piegando il suo timbro strumentale, intriso di una vocalità narcolettica, alla capacità di dialogare con figure armoniche di sapore esplicitamente etnico, ed interagendo in un ambito d’esplorazione liminale al silenzio, con la chitarra sensibilissima di Aarset, col basso scultoreo di Lars Danielsson, con cori di voci femminili messi sottotraccia. David Sylvian compare nell’album, recitando due testi meditativi che idealmente aprono e chiudono un lavoro rarefatto e notturno, che sembra esplicitamente staccare la spina dalla dimensione della contemporaneità, per abitare le stanze più laterali del tempo. Andrea Dusio ML 20 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: ABLAYE CISSOKO & VOLKER GOETZE TITLE: LABEL: Sira ObliqSound | Family Affair RELEASE: 2008 WEBSITE: www.obliqsound.com MLVOTE: 8/10 Ablaye Cissoko è cantante e virtuoso strumentista della kora oltre che depositario e divulgatore della tradizione orale del suo paese, il Senegal, una delle venti più povere nazioni al mondo; Volker Goetze è un trombettista jazz di origine tedesca, ma di stanza a New York, dove ha avuto modo di collaborare con figure di primo piano della scena (Nana Vasconcelos, Craig Handy e Lenny Pickett). La musica, nel trascendere localizzazioni geografiche e crossover di genere, nel continuo abbattere gli steccati tra le diverse culture propone sempre più di frequente, nell’universalità del linguaggio, incroci che un tempo sarebbero apparsi improponibili. Può accadere, insomma, che un griot come Cissoko possa incrociare la sua strada con un jazzista come Goetze senza che nulla appaia peregrino. Entrambi sono compositori che hanno un orecchio rivolto al futuro ed uno attento al passato. L’album della loro collaborazione, Sira - che si può tradurre con “sirenetta”, è il nome della piccola figlia di Ablaye -, è un esempio illuminante di quanto prima affermato. Il jazzista, letteralmente rapito dalla musica africana, ha avuto la sensibilità di mettere la sua tromba con discrezione e senza pronunciamenti arzigogolati al servizio dell’altro che, oltre alle evocative melodie della kora, ha messo in luce la maestosa profondità emozionale del suo vocalismo (si ascolti Sakhadougou e Mansanni Cisse per convincersene). Cissoko ci ha tenuto ad affermare che la collaborazione (session di registrazioni effettuate in Senegal con i soli due protagonisti al proscenio) ha prodotto “musica vibrante e misteriosa”. Una piccola scintilla che ha provocato calore al cuore e sensazioni deliziose del tutto inaspettate. Affascinante, vibrante, pressoché perfetta - nessun aggettivo o superlative è abusato in questa occasione -, alla fin fine è la musica a parlare da sola grazie alla purezza del suono. Testimonia della predisposizione mentale e culturale di due artisti e del reciproco rispetto quali musicisti. Faro è un pezzo dall’incedere decisamente bluesy (la lezione di Ali Farka Tourè e Ry Cooder è stata del tutto assimilata); tre sono brani tradizionali dell’Africa occidentale (Gorgorlou vive dei toni caldi della tromba) e altri sono stati prevalentemente composti da Ablaye, ma l’elegante Bamaya è opera di Goetze ed è stato ispirato da una danza del Ghana; sull’incipit sospeso e delicato della tromba, Cissoko disegna un accattivante tema in assolo dalla magnifica progressione ritmica. Luigi Lozzi ML 21 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: THE VERY BEST TITLE: LABEL: Mixtape Ghettopop Records RELEASE: 2008 WEBSITE: www.myspace.com/theverybestmyspace MLVOTE: 8,5/10 L'album di cui ci accingiamo a parlare è importante almeno per due buone ragioni. Primo, la musica ivi contenuta: varie cover ottimamente rimescolate. Si spazia dai Beatles (Birthday) ai Vampire Weekend (Kwassa Kwassa), da Michael Jackson (Will You Be There) a canti tradizionali dell'Africa dell'est (Kada Manja). Un sound complessivo che parte dal Continente Nero, Malawi per la precisione, per abbracciare una pseudo-dance indoeuropea di recente generazione, e molto altro. Beat esteticamente affiliato ai dischi di M.I.A. (non a caso vengono ripresi e stravolti due brani da KALA: Boyz e Paper Planes dove la prima mantiene il titolo originale mentre la seconda diventa Tengazako e per poco non riesce nell'impresa di migliorare la versione dell'Artista indiana. In realtà si sprecano gli stili: Salota è un incesto tra hip-hop old-school, ragga-dub alla Asian Dub Foundation, e atomi di radici del Malawi: goduria auricolare. In Chikondi fa capolino il Re Leone e la cantilena si fa melodia ancestrale. Ammaliante Cape Cod Kwassa Kwassa: ballo di tamburi ipnotici per un viaggio ai confini del tempo e dell'anima (nera). Insomma i Very Best riescono nella quadratura del cerchio sfuggita per poco e di recente alla coppia Amadou & Mariam con Welcome To Mali: anche qui si presenta una ricca convergenza tra radici e nuove contaminazioni. Tornando ai nostri, ecco gli artefici: Esau Mwamwaya a triangolare con i londinesi Radioclit. Per sapere come sono entrati in contatto, e soprattutto per scaricarvi Mixtape vi rimando alla pagina web di cui sotto. Scaricarvi? Avete letto bene. Eccoci dunque al secondo motivo d'interesse. Il metodo di diffusione del prodotto: esclusivamente tramite Myspace. Si parlò di rivoluzione copernicana quando, circa un anno fa, In Rainbows dei Radiohead venne, per così dire, offerto in rete. I The Very Best vanno addirittura oltre. Regalano l'intero Mixtape e scavalcando a piè pari ogni logica conosciuta e retributiva di mercato discografico. La nostra speranza è che, come che vada l'esperimento, l'album venga stampato e mandato nei negozi. E non solamente in virtù di una copertina che più "savariana" non si può; non soltanto per il contenuto capace di rendere simpatico un termine abusato come "globalizzazione"; ma per il non trascurabile fatto che noi nostalgici - e badate, chi scrive ha da poco superato i 25 - non ci piegheremo mai alle nuove logiche che fanno rima con mp3 o file sharing. Ok, smetto i panni da moralizzatore del cazzo. Andate in pace: www.myspace.com/theverybestmyspace. Jori Cherubini ML 22 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: MADRUGADA TITLE: LABEL: S.T. Ams RELEASE: 2008 WEBSITE: www.madrugada.net MLVOTE: 8/10 Norvegesi, i Madrugada hanno all'attivo un bel po' di album, realizzati in meno di un decennio, dischi editi e riediti in differenti momenti, a volte con differenti titoli e tracklisting differenziate. Un percorso frastagliato li ha visti firmare per diverse etichette e majors, cosa che non ha certo giovato alla loro popolarità. Tuttavia sin dall’inizio (siamo nel '99) attirano su di loro l'attenzione dei media internazionali, cosa che li rende appetibili anche all'esterno della Scandinavia e gli costruisce un culto di fans persistente un pò in tutto il mondo. La ricetta, in effetti, non è insolita: la voce di Sivert Hoyem è profonda, bella e a tratti inquietante e si muove perfettamente in un quadro di suoni che, dal new rock iniziale, si è via via spostato verso un più maturo e robusto rock oscuro dalle matrici sicure, seppur non facilmente definibili. Giunti a un punto di non ritorno dopo il comunque apprezzabile The Deep End, arrivato qualche tempo dopo l'eccellente Grit del 2002, agli scandinavi serviva una sterzata d’orgoglio per non scivolare in un anonimato che sembra il forzato destino per molte band “alternative” che non hanno avuto natali col pedigree (leggi States o Gran Bretagna). Non sembra un caso, infatti, che il disco in questione non abbia un titolo: è difatti un nuovo inizio, dove il post punk fuori tempo massimo (ma affascinante) di partenza si mischia di nuovo, come nelle migliori pagine di Grit, a un rock scarnificato, oscuro e bluesy, raffinatamente grezzo. Prova ne è la traccia d'avvio, Whatever happened to you, che scuote con le sue partizioni di chitarre grosse e romantiche. La vicinanza ideale con Cave, Cash e tutti gli storytellers con voce da brividi fa da sfondo a tutto l'album ma la forza di Madrugada è soprattutto l'anima che risuona potente nelle songs, quella malcelata disperazione profusa a piene mani, un senso di solitudine lontana e la forza dei brani (le seguenti The Hour Of The Wolf e Look away Lucifer, tanto per). Chi li ha visti dal vivo (spesso nella penisola) ne ha tratto l'immagine di una band rigorosa, lucida e appassionata, che perde man mano per strada l'impianto new rock che li portava ad (ottime) live version dei Joy Division verso tinte oscure e forti, in cui c'è spazio per melodie che sembrano provenire da i meandri scevri di luce dei sixties per mischiarsi con una letteratura sonora fatta di storie sofferte, strappi interiori, cuori ricuciti con dolore. È il caso di Honey bee e di What's on your mind, dove se anche il fantasma di Nick Cave si fa quasi impressionante (New woman new man) è la bontà del costrutto a rendere facilmente credibile un gruppo di canzoni che spiccano comunque per bellezza (What's on your mind). Ci sono almeno tre o quattro ottimi album firmati da Madrugada. Per scoprirli tutti non è peccato iniziare con questo. A chi scrive sembra uno dei migliori. Massimo Bernardi ML 23 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: BLACK MOUNTAIN TITLE: LABEL: In The Mountain Jagjaguwar RELEASE: 2008 WEBSITE: www.blackmountainarmy.com MLVOTE: 8/10 “Se vuoi il futuro, prepara il passato”. Inizio così, facendo il verso all’antico detto romano se vuoi la pace, prepara la guerra, a parlare dell’ultimo disco dei Black Mountain In The Future, un album che mette in pratica proprio questo principio. La band canadese, infatti, riesce a proporre un disco ben suonato, mai banale e assolutamente moderno, seppure sempre con un occhio al passato. Sono chiari i riferimenti. Dai Led Zeppelin, fin dall’apertura Stormy High, ai Jefferson Airplane; dai Black Sabbath a Patti Smith, che è maestra in Queens Will Play. Questi, però, si mescolano sapientemente con sonorità di inizio anni Novanta, come accade nel finale rumoroso e soundgardeniano di Bright Lights, oppure nel brano di chiusura, Night Walks, dove viene recuperata l’anima più intimista di PJ Harvey. Se Angels, un singolo di quelli dei quali vorresti il 45 giri da consumare, può richiamare le ballate di Neil Young, in Evil Ways sembra ritornare l’anima calda e live dei Doors di Manzarek, mescolata con passaggi dai vaghi richiami ai contemporanei White Stripes. Ecco, quindi, cosa si può trovare in In The Future dei Black Mountain, un disco che, ponendo chiare le sue basi storiche, ma senza esserne mai schiacciato, si costruisce come uno ziggurat verso chi ascolta: solido e teso verso l’alto. Alessandro Busi ML 24 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: MEGAPUSS TITLE: LABEL: Surfing Ada | Vapor RELEASE: 2008 WEBSITE: www.myspace.com/megapuss MLVOTE: 7,5/10 Diavolo di un Devendra. Lo lasci solo un attimo, e lui chiama a sé una banda di debosciati per registrare un disco sotto il nome assurdo Megapuss. Lui, sì, Devendra Banhart, menestrello freak con un innata passione per il folk di stampo hippy, autore di dischi bellissimi come Nino Rojo (2004), Rejocing The Hand (2004) e il colorato Smokey Rolls Down Thunder Canyon (2007). Accanto a lui, in questo nuovo viaggio musicale troviamo Fabrizio Moretti (batterista degli Stokes), Greg Rogove (Priestbird e Tarantola A.D.) e Noah Georgeson (produttore di Banhart e di Joanna Newsom). A conti fatti, quanto si discosta questo nuovo progetto dai lavori solisti del giovane talento di Houston? Poco nei primi ascolti. Molto quando il disco inizia a insinuarsi sottopelle. Giocoso e libero da schemi, vivace, scanzonato, sognante con una grande predisposizione a immergersi nel periodo sessantottino della Summer of Love. La grossa differenza sta proprio nell’impostazione dei pezzi; più delineati, più conclusi eppure dotati di quell’atteggiamento free che da anni contraddistingue il nostro simpatico eroe. Dalla rilassata Crop Circle Jerk ’94, al mantra da famiglia felice stile Akron Family di To the Love Within, passando per un Santana smanioso di dire tutto in meno di due minuti in Adam & Steve (ma la chitarra wah wah è di un pezzo di George Michael, incredibile vero?), fino al folk amniotico di Surfing, la dolce ninna nanna Chicken Titz e la pianistica e strappalacrime Sayuilita. Only for fans? No, only for people! Free! Libere di sognare. Nicola Guerra ML 25 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: MoRkObOt TITLE: Morto LABEL: Supernaturalcat RELEASE: 2008 WEBSITE: www.myspace.com/morkobot MLVOTE: 8,5/10 … ed ecco a voi il ritorno dei tre messaggeri Lin, Lan e Len che, divincolati dalla matassa di rumore metallico di MoRkObOt e Mostro, si materializzano nella loro forma ancestrale e metafisica, anticipati dal monolito nero del nuovo disco Morto. Lo stoner lunatico e “ignorante” (termine che rubo proprio dalle parole scambiate, a un concerto dei MoRkObOt, con uno dei tre araldi spaziali) del primo album e la tempesta iperdimensionale del secondo trovano la degna chiusura (della trilogia iniziale s’intende) con quello che è un buco nero nel cosmo della musica pesante (e pensante) italiana. Che poi, a dire il vero, di gran respiro italiana non è. Morto ha le carte in regola per spalancare le porte dei palchi di tutta Europa al trio di Lodi (omologo della città lombarda ma situata anni luce dalla terra). L’album è composto di tre tracce prive di nome che si estendono ben oltre la propria durata, creando un’entità unica e indivisibile, ammaliante e ipnotizzante. A tratti Lin, Lan e Len fanno annegare in fluidi sonori così densi e psichedelici che, travolti dalla piena, la musica, che sembra basata sull’improvvisazione a 360°, si avvicina al free jazz, ricreando mura sonore che stupiscono per durezza ma che esaltano per emotività e scelte stilistiche. Se, per l’inizio del lato A di Morto, mi vengono alla mente più riferimenti industrial noise scuola Ant-zen alla Hypnoskull o le depravazioni tecnologiche del giapponese Merzbow, con le note iniziali del lato B ci si alterna tra bassi vagamente Les Claypooldiani e una batteria che si conferma come cuore pulsante del mostro MoRkObOt. La chiusura della terza traccia lascia senza respiro, diciotto minuti di caos assolutamente (NON) controllato, si tira il fiato con sussurri sgraziatamente ambient, che mettono però a riposo una carcassa ormai martoriata da cesoie. Capolavoro per capolavoro è l’edizione (limitata e numerata manualmente a 500 copie) del vinile 180 gr. magnificamente illustrata dai talentuosi Malleus, con copertina apribile e CD annesso, che rende ancora più inevitabile l’acquisto di uno degli album più belli del 2008. Antonio Anigello ML 26 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: LOS PEYOTES TITLE: LABEL: Introducting Los Peyotes Dirty Water Records RELEASE: 2008 WEBSITE: www.myspace.com/peyotes MLVOTE: 7,5/10 I Peyotes sono un gruppo argentino di garage relativamente punk, in verità molto sixties. Nati nel 1996 circa dopo una pluriennale esperienza live (hanno suonato come spalla ai New York Dolls) e svariati vinili (!) approdano al debutto ufficiale con Cavernicola! il loro secondo album, un cd esplosivo nel quale le reminescenze sixties e le molteplici influenze garage (The Sonics, The Seeds, Questions & Misterians su tutti...) servono da base alla detonazione di colti strumenti vintage, amplificatori distorti, suoni fuzz, organi strampalati e i tamburi del grande Pablo “Bam Bam” Peyote (praticamente un sosia argentino di Bugo...). Cinque giovani peruviani-argentini brutti (come si addice ad ogni vero buon gruppo “troglodita”) selvaggi ma non cattivi: la loro musica “primitiva” dopo aver rivitalizzato la scena garage rock dell’intero Sud America è approdata (grazie a numerosi festival in Spagna e Nord Europa come il Funtastic Dracula o il Primitive Festival in Olanda) anche dalle nostre parti. Ho avuto l’occasione di vedere un loro concerto a Roma al delizioso Micca Club e benché non fossi mai stata una seguace del garage punk “contemporaneo” e men che mai della psichedelia, il loro show mi ha definitivamente convertito al genere primitivo inducendomi lentamente ad ascoltare gruppi sixities del passato nonché i loro attuali nipotini. Dal vivo non si risparmiano, tutti i pezzi del cd vengono “battuti” letteralmente come una clava sul legno e sulla pietra, urlati come da un giaguaro ubriaco in un compulsivo party di trogloditi! Il pubblico viene immediatamente coinvolto fin dall’ululato iniziale dello sgraziato cantante David,avvolto dalle sonorità dell’organo del travolgente Victor La Pantera. Brani come El Humo The Hace Mal ti catapultano in una spirale di ritmo frenetico, proiettandoti in un mondo primordiale in cui tutto non è calligrafico, non è sforzato (nonostante si senta chiaramente la lezione sixities) bensì viene direttamente dal cuore primitivo del rock’n’roll. Costanza Savio ML 27 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: FATHER MURPHY TITLE: LABEL: ...and He Told Us To Turn To The Sun Boring Machine RELEASE: 2008 WEBSITE: www.myspace.com/fathermurphy MLVOTE: 7,5/10 Non farete certo fatica a individuarmi camuffato da monaca in adorazione nella splendida copertina del nuovo disco dei trevigiani Father Murphy, edito dall’etichetta italiana Boring Machines che esce a più di tre anni di distanza dal precedente (eccetto i numerosi EP e collaborazioni varie) Six Musicians Getting Unknown (2005). E non perché sia un fanatico religioso, ma perché ho sempre trovato la proposta musicale del reverendo Freddie (accompagnato da Chiara Lee e Vicar Vittorio Demarin) un’oasi felice e un progetto ambizioso ad ampio respiro internazionale. Il laboratorio musicale Madcap Collective è un luogo magico al riparo da sguardi indiscreti, capace di concedersi tempi lunghi e di partorire un concept sull’eresia religiosa. Rispetto al passato il nuovo disco ...and He Told Us To Turn To The Sun (registrato nella chiesa di San Crisostomo) è orientato verso sonorità più “mistiche”, scure e sicuramente meno indie. Una processione sonora dove pare di rivivere in tempi medioevali, con scarsa illuminazione e dove la speranza fa capolino solo attraverso piccoli bagliori di candele. Concetto chiaro? Immagino di no. E allora perdetevi nei vicoli sinistri di Hide Yourself in the Woods, nella solennità maestosa e allo stesso tempo low-fi di Go Sinister o nell’incedere bizzarro di litanie spezzate da organi e bicchieri nella conclusiva In Their Graves. Ancora non vi è chiaro? Abbiate fede, fratelli e sorelle. Vedrete una luce. Fioca ma piena di talento. Nicola Guerra ML 28 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: BEATRICE ANTOLINI TITLE: LABEL: Big Saloon Madcap Collective RELEASE: 2006 WEBSITE: www.myspace.com/beatriceantolini MLVOTE: 7/10 C'è una caratteristica, in Beatrice Antolini, che la rende desiderabile alle orecchie di chi ascolta la musica rock senza particolari classificazioni o sottoindirizzi di genere, quelli che non fanno necessariamente riferimento a uno o a pochi dei mille frammenti in cui essa si è disintegrata negli anni. Non la sua bellezza, dunque, comunque certificata anch'essa, che certamente soddisfa altri sensi, bensì l'originalità talvolta bizzarra e non irreggimentabile che contraddistingue la sua musica e il suo esordio su cd, Big Saloon. Il disco non è nuovissimo, nel senso che, come tutte le cose belle e un po' ostiche da approcciare (e dunque, alla fine dell'apprendistato, più belle ancora), ci ha messo un po' ad arrivare ad un pubblico che, numericamente, si possa definire tale… ma tant'è. Spesso, dicono, è meglio arrivare mettendoci un tempo forse eccessivo, ma arrivare. E lei, credo, sia in qualche modo giunta al fine. Il pubblico, non me ne vogliano gli ascoltatori rock, spesso pecca nel disinteressarsi subito di quegli artisti che rifuggono dalla riconoscibilità, anche da quella “indie” o “alternativa”. Non succede solo ai pigri ascoltatori del mainstream odierno, cui la mancanza di ricerca e critica nella musica fa solo da eco a una vita sciatta e programmata da altri, quelli tutto sommato non ci interessano… manca anche a coloro che frequentano i rock club, i festival alternativi, che leggono stampa specializzata. Che si peccano dunque d'esser “altri”. Le grazie di Beatrice, in questo caso, hanno reso il suo pubblico un po' più indulgente, hanno forse levigato quella innaturale propensione a credere che una donna rock non possa raccontare, in definitiva, niente di particolarmente nuovo… buon per lei, perché poi, grattata via l'immagine, ecco infatti una performer che sul palco sa il fatto suo, suona con gentilezza e violenza le sue tastiere, aggredisce e poi blandisce il microfono, guida una truppa capace di assecondarne gli umori volitivi che spezzano i ritmi e dilatano le atmosfere (Bread and Puppets è, in questo senso, magistrale), in qualche modo violentando l'idea di quel che puoi attenderti di lì a pochissimo, con un fare risoluto e scopri che la nuova strada intrapresa forse è anche più interessante di quella lasciata. Alla fine questi continui cambi di rotta riescono a catturare in un ragnatela soffice, intrigante anche quel pubblico da anni abituato e assuefatto al deja vu alternative. Dice Gaia Menchicchi: di Beatrice Antolini avevo sentito parlare da tempo, da gente davvero entusiasta. Se devo essere sincera ero rimasta un po’ delusa dall’ascolto di Big Saloon e ovviamente sono arrivata al Circolo degli Artisti di Roma con il mio bel bagaglio di pregiudizi. Non mi dispiace dover ammettere che mi ero sbagliata. Certo, la Antolini non fa musica orecchiabile né facilmente canticchiabile ma nel momento esatto in cui sbuca sul palco non puoi far altro che rimanerne ipnotizzato... e lei attacca con il suo delirio musicale, ti prende per mano e ti accompagna in questo mondo un po’ surreale in cui è davvero bello perdersi... una regina dark che non ammicca mai, con la voce da bimba, concentratissima sulla sua musica. ML 29 musicletter.it update n. 61 musica: beatrice antolini Per me è inevitabile tornare con la mente alle atmosfere dei film di Tim Burton, perché il tipo di mondo in cui finisci è un po’ quello, un mondo in cui l’errore più grande che puoi fare è dare qualcosa per scontato. Così fa lei, il tempo per annoiarsi non c’è, i ritmi continuano a cambiare e richiamano la tua attenzione, non permettono distrazioni, la sensazione predominante è quella di spiazzamento. Difatti, quando sembra che il pezzo si sia stabilizzato su un certo tipo di sonorità, di melodia, ecco che in un attimo sei già da un’altra parte, senza nemmeno rendertene conto... Si passa dai suoni più cupi e onirici, a quelli più allegri, quasi fosse un western... il concerto dura poco più di un’ora, ma esci soddisfatto; credo che la Antolini racconti una storia dalla trama che non lascia spazio alle vie di mezzo... puoi decidere di seguirla come si fosse il Bianconiglio oppure, beh, se non sei capace di sognare è meglio lasciar perdere dopo poche pagine. Sarebbe un peccato, aggiunge il recensore, giacché i mondi con i quali Beatrice interloquisce sono un concentrato (volutamente) non amalgamato, dunque sufficientemente spigoloso, di quanto di meglio il rock ci ha proposto negli anni, dove persino certi incipit un po' vaudeville e un po' sixties (Monster Munch) si tingono di noir, di film horror di serie b ma amatissimi da una certa sottocultura (si dice così, no?) e in poche decine di secondi incrociano, in un gioco quasi infinito, la new wave che fu, la psichedelia acida che fu, quel certo darkismo non esasperato, persino il Brecht del periodo americano in certi momenti di litania cabarettistica. Poi elettronica presente e non invadente, accenni di musica messicana vista da un border lontanissimo, tanto rock di indefinibile fattura (non li conoscono che in pochi ma i francesi Vialka battono le stesse strade o, per meglio dire, la stessa metodologia). È ricco l'immaginario di Beatrice Antolini e, come spesso succede quando la materia da affrontare è tanta, forse la pecca di Big Saloon è quella di esasperare i toni e i cambi e di rimirarsi un po' nello specchio delle sorprese, ogni tanto perdendo forse di vista il costrutto principale della canzone, quasi fosse più importante sorprendere che non assestare il colpo giusto. Ma è davvero un peccato veniale, trattandosi di un disco d'esordio, perché c'è una forza che non sempre alberga in artisti possibilmente di riferimento (Jennifer Gentle, non a caso Marco Fasolo qui suona, oltre che a dividere vita sentimentale proprio con Beatrice, come dire davvero un proficuo scambio artistico). Pur tuttavia, in realtà, il disco cresce ascolto dopo ascolto, pur se la capacità di acchiappare l'interesse che la truppa di space-psychocowboy rockers sviscera nel live mette un po' in secondo piano la (certa) bontà delle tracce registrate. Una volta, negli anni ‘70, si diceva che questo fosse un bene e tutti lì a cercare i dischi live. Voi fate di meglio, prendetevi il disco ma cercatela dal vivo, non sarà difficile che capiti dalle vostre parti, visto che la voce si sta spargendo e tutti la vogliono. A quel punto lei sarà vostra, solo vostra. E, speriamo, di qualche altra decina di migliaia di persone. Ps La recensione fa riferimento anche al concerto che Beatrice Antolini ha tenuto presso il Circolo degli Artisti, Roma, il 12 dicembre 2008. Massimo Bernardi & Gaia Menchicchi ML 30 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: HELLDORADO TITLE: LABEL: The Ballad of Nora Lee Glitterhouse | Venus RELEASE: 2005 WEBSITE: www.helldorado.no MLVOTE: 8/10 Norvegia, regione nel cuore della provincia degli Stati Uniti d’America; se non proprio geograficamente questa è un’affermazione valida se si guarda ad alcuni contenuti musicali che provengono da quella terra e che così perentoriamente si saldano con certi fenomeni culturali del pianeta americano. Terzo album (dopo il mini-album Lost Highway e Director’s Cut) per gli emergenti norvegesi Helldorado (un nome che è tutto un programma), e fin dal titolo scelto, The Ballad Of Nora Lee, sono evidenti le coordinate in cui il quartetto vuole calarsi. Sembrano essersi nutriti da sempre di letteratura pulp, di Tarantino e fratelli Coen, di Nick Cave e Johnny Cash, di Lynch e del Wenders americano, di Robyn Hitchcock e Leonard Cohen, del nostro Morricone, di noir, alt-country, echi gotici e border mexican song, tanti sono gli elementi che si combinano, e tale è la forza delle suggestioni che si sprigiona dalla loro musica da consegnarsi come ideale colonna sonora di qualche film. Quello che è indistinguibile, ma si presta bene al gioco delle parti, è se il loro sound evochi desolate lande innevate o l’altrettanto desolato deserto bruciato dal sole. Noi propendiamo per entrambe le cose; ed aggiungiamo: non ci sono ruffianeria, il verbo è deciso, personale, autorevole, le chitarre subito incisive fin dall’iniziale titletrack. Insieme dal 2001 in quel di Stavanger, il gruppo ha ben impressionato con il mini-album d’esordio (Lost Highway) e col successivo, Director’s Cut, conquistandosi il consenso della critica di casa, ora con questo nuovo disco spicca il volo alla ricerca della meritata consacrazione fuori dai confini nazionali, nonostante abbiano già all’attivo tre tour europei ed uno zoccolo duro di fan sparsi per il vecchio continente. D’altra parte un’etichetta leader del settore come la Glitterhouse, fa le cose per bene e non farà certo mancare a Dog S. Vagle & Co. il suo sostegno. Luigi Lozzi ML 31 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: UNSANE TITLE: LABEL: Blood run Relapse RELEASE: 2005 WEBSITE: www.myspace.com/unsane MLVOTE: 8,5/10 Gli Unsane sono tra i gruppi che più hanno descritto in modo sofferto e realistico i malesseri nascosti nella Grande Mela degli anni Novanta, tra le poche band di musica estrema che, nonostante una militanza ormai più che ventennale, sono sempre riusciti a produrre dischi duri e violenti senza perdere la freschezza degli esordi. La combriccola di Chris Spencer brutalizza, con il suo noise rock a ritmi inquieti e freddamente industriali che tanto si avvicina a vecchie glorie del passato come i (mai troppo rimpianti) Jesus Lizard, delle chitarre sanguinosamente blues. Blood Run è il quinto album della serie, seguito del monolitico Occupational hazard datato 1998 e riparte da quello che sembrava un addio ma che fortunatamente si è trasformato in un nuovo inizio, vero trampolino di lancio nell’olimpo del rumore bianco. Un suono simile al bip di una segreteria telefonica apre Backslide, niente di meglio che nuotare nel catrame, la voce sempre allo spasimo di Spencer non regala neanche un attimo di sollievo, sempre più vicina a una richiesta agonizzante d’aiuto proveniente da un vicolo buio. I testi vanno di pari passo con le musiche e le orecchie trovano la quiete solo tra la fine di un pezzo e l’inizio del successivo, Release ha dei serratissimi impeti hardcore, lamiere e carne, sudore e sangue. Killing time si propone come un anthem da palco, vagamente simile ai suoni marziali dei Fetish 69 epoca Purge, mentre Got it down e Make them prey ci riportano alla mente le migliori produzioni Amphetamine Reptile, gente come Cows, Helmet o Today is the day. La matassa d’acciaio si dissolve nella lasciva Hammered out, come degli High on fire addormentati (o meglio morenti), fortissima l’impronta dei Black flag epoca 84/85 mentre un treno in corsa è appunto D train, forse la canzone più bella mai scritta dal trio. Chitarre che ricordano il più famoso fratello Jon Spencer sono manipolate e stravolte da continui feedback e percussioni ossessive (Recovery) figlie del migliore rock alternativo americano anni Ottanta, mi piace pensare che Kurt Cobain (epoca Bleach), saturo di eroina e frustrazioni, probabilmente avrebbe potuto suonare una jam con gli Unsane, magari nelle conclusive Latch e Dead weight. Dei veri capiscuola. Antonio Anigello ML 32 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: BRIDES OF DESTRUCTION TITLE: LABEL: Here Come The Brides Sanctuary Records RELEASE: 2004 WEBSITE: www.myspace.com/bridesofdestruction MLVOTE: 7/10 Dovevano chiamarsi Cockstar o Motordog ma grazie all’intuizione di un amico hanno finito per diventare “Le Spose della Distruzione”. Dietro questa curiosa denominazione si celano due tra le figure più importanti e carismatiche della scena sleaze/street anni Ottanta, veri e propri totem sacri della Los Angeles glamrock: Nikki Sixx, bassista e leader dei Motley Crue (che di quel movimento sono tuttora i dominatori incontrastati) e il chitarrista Tracii Guns, membro fondatore dei Guns N’Roses e mastermind dei L.A.Guns. A tanta e blasonata carne al fuoco, si sono uniti il batterista Scott Coogan, in sostituzione del defezionario Kris Kohls e il cantante London LeGrand (praticamente un esordiente se paragonato ai suoi compagni) per dar vita a Here Come the Brides, disco di debutto del 2004, realizzato a due anni di distanza dalla prima forma embrionale del progetto B.O.D. Fatta salva questa doverosa introduzione, non bisogna scavare molto per individuare distintamente chiare influenze di Crue e Guns nelle sonorità di questo lavoro; così come nel DNA dei rispettivi gruppi madre, anche i Brides risultano decisamente poco inclini a toni cerimoniosi e maniere eleganti, di conseguenza, su uno stile affilato e martellante calzano a pennello liriche irriverenti e provocatorie, comunque proprie di quel movimento glam ottantiano sfrontato e indisponente all’eccesso. Si schiaccia il tasto play e la dinamitarda Shut the fuck up fila via che è una bellezza; il suo hard’n’roll incalzante e coinvolgente non concede attimi di tregua e quando sfuma in favore della successiva e altrettanto robusta I don’t care è meglio non sperare che la tensione cali per tirare il fiato poiché si rimarrebbe delusi. A dire il vero non di perenne corsa forsennata si tratta dal momento che episodi come I got a gun e soprattutto la ballad di chiusura, Only get so far, si dimostrano di più ampio respiro ma è innegabile che hard rock, elettricità e vigore siano la spina dorsale di tutto il disco. A conti fatti, Here Come the Brides non è il capolavoro che i nomi che lo hanno composto lascerebbero supporre, Sixx e Guns sono compositori brillanti e prolifici ma hanno certamente creato di meglio nell’ambito delle rispettive band di appartenenza, tuttavia quest’album resta sempre una salutare dose di buon rock, sufficientemente “brutto, sporco e cattivo”, di cui se ne fruisce e beneficia senza fatica alcuna… Non saranno le più belle al mondo ma quanto sono deliziosamente arcigne queste sposine! Manuel Fiorelli ML 33 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: OMARA PORTUONDO TITLE: LABEL: Flor de Amor World Circuit | IRD RELEASE: 2004 WEBSITE: www.worldcircuit.co.uk MLVOTE: 9/10 La Passione è vita! Sì, è la passione per le cose che facciamo a farci sentire vivi, a fornirci il propellente per superare i momenti difficili e permetterci di mostrare al “resto del mondo” gli aspetti più genuini della nostra personalità. Qualche volta capita che ci appassioniamo a un disco o a un film; non perché questi debbano necessariamente avere qualità indiscusse, ma più semplicemente perché, più di altri, sono la cartina tornasole di un qualcosa che alligna nel nostro spirito e che riteniamo possa “descriverci”. E diventa grande il piacere di trasmettere ad altri questa nostra passione convinti che riusciamo in questo modo a farci capire meglio dalle persone a cui teniamo. Una delle mie “Passioni” assolute (e uno dei miei “dischi della vita”) è questo delizioso album di Omara Portuondo. Flor de Amor è un disco che emana magia e dolcissime suggestioni da ogni suo solco. È magnifico ed emozionante. Omara ha la statura delle più grandi interpreti in circolazione e c’è solo da rammaricarsi che per così tanti anni – prima di ritrovarsi a cantare in coppia con Compay Segundo nel Buena Vista Social Club – la sua voce abbia sofferto dell’embargo americano e la si sia negata alle platee internazionali. Una carriera iniziata nell’amata Cuba fin dal 1952 (aveva 22 anni), in un quartetto vocale, poi dal ’59 come solista. Flor de Amor è ancor migliore della grande rentrée della cantante nel 2000 (Buena Vista Social Club Presents Omara) per la World Circuit. Chiudete gli occhi e lasciatevi cullare dalle atmosfere che i 14 brani – selezionati personalmente da Nick Gold, autentico deus-ex-machina del progetto di recupero e divulgazione della musica cubana – suggeriscono. Vi sentirete immediatamente trasportati indietro nel tempo di qualche decennio e vi sembrerà di trovarvi in uno di quei locali nel cuore dell’Avana dove tutto questo era ordinaria quotidianità: canzoni d’amore (“lettere” a essere più precisi), bolero, canzoni della Trova Cubana e della musica campesina, estratte dal più classico (e per molti versi inedito) repertorio dell’isola. E se è vero che il vocalismo di Omara è caldo e splendido, è altresì vero che un contributo decisivo alla riuscita del progetto l’ha dato l’accurato lavoro di produzione e di arrangiamento. È stato registrato nei leggendari EGREM Studios con uno straordinario cast di musicisti (Papi Oviedo, Manuel Galbán, Cachaíto López e Carlos Emilio e Jorge Chicoy degli Irakene; alcuni brasiliani, ma sarebbe lungo citarli tutti) a supporto che ha garantito la raffinata ricchezza del suono che rappresenta il primo tesoro di questo disco. A chiudere Casa Calor scritto per lei dal grande Carlinhos Brown. Luigi Lozzi ML 34 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: PLASTIC DINOSAUR TITLE: Pre History LABEL: Dinoplasm RELEASE: 2003 WEBSITE: MLVOTE: 6,5/10 Prima uscita discografica per i Plastic Dinosaur di Dan O’Grady e per la Dinoplasm, piccola etichetta australiana di cui attualmente non si hanno più tracce neanche sul web (il sito di riferimento della label è da qualche tempo inattivo). Pubblicato nel 2003 e distribuito in Italia l’anno successivo dalla Link passaggi electro/glitchtali da Records, Pre stimolare History contiene l’interesse anche un numero dell’ascoltatore più sufficiente avveduto di e competente.Incentrato su strutture interamente strumentali e partizioni melodiche piuttosto scheletriche, l’album, pur non raggiungendo vette di assoluto piacere, non lascia trapelare alcun segno di debolezza, anzi. Fitto di intuizioni e di brani dai nuclei fervidi e pulsanti, l’esordio dei Plastic Dinosaur fa sfoggio di limpide evoluzioni digitali che, tra il familiare e l’inconsueto, si incettano di abili e repentinisincronismi ritmici: dal finto attacco rap di Dr Lee passando per l’etno/new age/ambient di Eidolon, fino a raggiungere gli strepiti ossessivi di Animatronic Fluids al quale fanno eco gli sviluppi abulici di Ire e i loop dance di Gruiu eHaemoclav. Un lavoro largamente sperimentale e screziato, un po’ ovunque, da sottili allusioni alla Mouse On Mars. Con T-Shirt e Kidui, invece, affiora il ricordo di Cornelius, ma è soltanto una vaga reminiscenza che si dissolve nei gorghi siderali di Max e nello spleen cosmico di Black Snow. In definitiva: un rispettabile esordio. Sussultante, cerebrale e naturalmente, pardon, artificialmente, fuori dagli schemi. (Luca D’Ambrosio) Luca D’Ambrosio ML 35 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: JOSEPH ARTHUR TITLE: Redemption’s Son LABEL: Real World Records RELEASE: 2002 WEBSITE: www.myspace.com/josepharthur MLVOTE: 7/10 Nel marasma musicale d’oggigiorno, fitto di nuove e repentine uscite discografiche che il più delle volte rendono spasmodici i nostri ascolti, capita sempre più spesso che alcuni dischi, così particolarmente piacevoli, durino giusto il tempo di una breve stagione musicale per poi essere dimenticati in un angolo recondito dei nostri scaffali. È il caso di Redemption’s Son, terzo album in studio del musicista americano Joseph Arthur, lasciato in disparte per un lungo periodo e ripescato casualmente in occasione della solita riorganizzazione di fine anno. Scoperto da Peter Gabriel attraverso la sua Real World Records, l’artista statunitense (originario di Akron, Ohio, ma trasferitosi da diverso tempo a Brooklyn, New York), dopo alcuni EP e due full-length, rilascia questo lunghissimo CD contenente, appunto, ben 73 minuti di vibrante pop rockd’autore. Sedici oneste canzoni che si muovono tra Beck e Jeff Buckley, capaci di corrompere cuore e cervello attraverso le atmosfere folk di Honey And The Moon, le pieghe soul di Could Be In Jail e i riverberi etnici e psichedelici di National Of Slaves. Un lavoro che coniuga fragilità elettroacustiche (Termite Song), motivi ruffiani (September Baby) e miscugli di rumore e melodia (Permission) senza mai perdere, tuttavia, quell’equilibrio fatto di intensità e romanticismo rintracciabile nella dolce ma rockeggiante Blue Lips e in Favorite Girl, talmente intima da sembrare scolpita nell’anima. Una fatica, leggera e malinconica, suggellata da tracce come Innocent World, passaggio che sembra sospeso tra i Radiohead e Neil Young, e Buy A Bag che, invece, dà l’impressione di riecheggiare qualcosa di Prince. Segnaliamo, infine, You Are The Dark, nenia dalle tinte country, e la ballata conclusiva You’ve Been Loved. DopoBig City Secrets del 1997 e Come To Where I’m From del 1999,Redemption’s Son è un altro lavoro pieno d’energia che, nonostante la durata eccessiva, non scade mai nella mediocrità. Luca D’Ambrosio ML 36 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: A SHORT APNEA TITLE: LABEL: Illu ogod ellat hragedia Warner | Beware! RELEASE: 2000 WEBSITE: MLVOTE: 7/10 Ben venutin ell uogod ellat hragedia. Ilmon dorot ola, suo nandoso rdocom eun bid oned is cor iein dus triali. Ag oniad evas thante, de li rioa lluci nan tesot to lap olver ede leste lle, co meteche in cia mpan onell alo rofollecor sa, gua rdr ailsdiv elti, luo gode llame moria, o pa coin crespars ide inerv i, a sfa ltich esib uca no. Duba lgido, lem uc ched iMea tisMur derin fett atedal m or bopaz zo, iver midiTh ecat er pi llarch ebru ca nome rda. Nu oviE difi cicheC rollano. R adarsch eint er cettanofr eque nzes pur ie: c' èvi tasuM arte, eno nè p eggi od el lanos tra. E ugeneches altas ull’Int erstel larOv erdrive. IlWhi teAl bumsp urga todio gn inot a, dop piovinil ecar icosolo dimes sa ggisub limi nali. IGodspe ed Yo uBla ckEmper or!Cac ciati acal ciincu loda lpalc o. Lam usic a diA Sano ncam pi ona:spe rona. Disl essi ca, sim uovein dia gon ale, ve loc e-in-ava ntipende nte-v ers o-dest ra. Ein ques tafol lecor satra sc inaco nseb rande llidimemo rie. ArieIt alia ne, co rettid amod ernari atop op, na strima gn etici, loo psrit m ici, cam pan ed a rad unocat tolic o-pa esa no, p ade llo nimeta llici. Sisbr iciola, tra cim a, s isno daesian noda. Emut aan ima. Sis qu arcia. No nmos trade nti, ma ca rie. To ssesecc a. C anc rena. L’uni capsich ede liaat tua bilea ll’al ba d elnuov osec ol o. Sut uravision ari adiu nmon dospa c catotr al’ab omi nioindu strial-tecn ologi co eilrig urgit odel lacos cien zaambie ntali sta. ps Recensione “destrutturata” che rende omaggio al titolo dell’album. Franco Dimauro ML 37 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: DANZIG TITLE: LABEL: III: How the Gods Kill Def American RELEASE: 1992 WEBSITE: www.danzig-verotik.com MLVOTE: 8,5/10 Maledetto Danzig! Dovrei stroncarlo per le tante date in Italia che ha disertato o per i dischi indecorosi pubblicati dalla metà degli anni novanta in poi e invece mi ritrovo a parlare di un passato diabolicamente autorevole, di cui questo lavoro rappresenta con ogni probabilità l’apice compositivo. Se il sorprendente album omonimo del 1988 e il più che positivo Lucifuge (1990) avevano dimostrato a chiare lettere quale e quanta fosse stata la farina del sacco di Glenn Danzig nell’economia dell’importanza seminale delle sue precedenti esperienze artistiche, questo How the Gods Kill centra in pieno l’obiettivo di sublimare uno stile vincente e di rimpolparlo con una durezza sonora se possibile ancora più affine al consueto, sulfureo e apocalittico concept lirico. L’illustrazione stessa di copertina (Meister und Margeritha del celebre H.R.Giger) sembra voler simboleggiare le tante anime inquiete che compongono quest’opera in cui sonorità marcatamente hard, cadenzate e massicce rinvigoriscono ulteriormente una formula ormai meno incline al mood blueseggiante dei due dischi precedenti e ancor meno all’indole e al furore della leggenda horror punk, The Misfits, che Glenn Danzig stesso aveva creato. La line-up è quella dei tempi migliori: John Christ alla chitarra, Eerie Von al basso, Chuck Biscuits alle percussioni e ultimo ma non ultimo, quel diavolo di Rick Rubin in regia, complice determinante dell’identità sonora della band. How the Gods Kill è un viaggio attraverso inferi invero assai seducenti, popolati da sferzate imperiose che si alternano a momenti suggestivi, eterei ma mai troppo indulgenti; dalle urla e dall’incedere di Godless alle atmosfere ipnotiche di Anything, Sistinas e della title track, passando per il “riffone” di Dirty black summer e il passo cadenzato e solido di Do you wear the mark e When the dying calls, non c’è tempo per annoiarsi, non c’è calo di tensione o ispirazione né alcuna possibilità di fuga da una ragnatela che sembra stringersi addosso, canzone dopo canzone. Questi solchi sono incredibilmente animati da un fascino oscuro e morboso che non accenna a diminuire malgrado l’incedere dei lustri; di fronte a un prodotto del genere non si può restare indifferenti, indipendentemente dalle etichette, dalle definizioni e dagli attestati che la stampa di settore non ha mai smesso di attribuirgli… Maledetto Danzig, in cinquanta minuti hai racchiuso mirabilmente una splendida, sporca estate buia! Manuel Fiorelli ML 38 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: ELEVENTH DREAM DAY TITLE: LABEL: Prairie School Freakout Amoeba RELEASE: 1988 WEBSITE: www.myspace.com/eleventdreamday MLVOTE: 7,5/10 Acquistato per pura casualità in un’epoca contraddistinta soltanto da riviste musicali e da qualche buon programma radiofonico notturno (stiamo parlando degli anni Ottanta), Prairie School Freakout degli Eleventh Dream Day fu una piacevole rivelazione soprattutto per chi, non soddisfatto di band imprescindibili quali R.E.M., Hüsker Dü, Dream Syndicate e Sonic Youth, continuava a scavare in quel fertile substrato rock cosiddetto “underground”.Formatisi agli inizi degli anni ‘80 grazie al sodalizio tra Rick Rizzo (voce e chitarra) e Janet Beveridge Bean (batteria e voce), la formazione di Chicago realizzò, con l’ingresso del chitarrista Baird Figi e del bassista Douglas McCombs (già nei Tortoise), il suo primo lavoro sulla lunga distanza che seguiva l’omonimo EP d’esordio, o meglio ancora mini album, datato 1987. Correva l’anno 1988 e Prairie School Freakout, registrato l’anno precedente a Lousiville (Kentucky) in appena sei ore, rappresentò un buon viatico per chi in quel periodo stava aspettando qualcosa di nuovo ed esplosivo. Gli Eleventh Dream Day riuscirono infatti ad anticipare, seppure in maniera empirica e confusa, quell’esigenza di trasformazione che da qualche tempo si avvertiva nell’aria e che, nel 1991, sarebbe culminata alla perfezione (e altrove) nel post punk melodico e rumorista (leggasi grunge) di Nevermind dei Nirvana. Ne venne fuori un album “a bassa fedeltà” e dalle sonorità decisamente corrosive capaci di mettere insieme il paisley underground con l’hardcore punk, il folk rock con la psichedelia, il noise con il garage. Dieci brani di una “classicità trasversale” che fecero incontrare Neil Young & Crazy Horse con i Televisione i Gun Club con i Dream Syndicate. Un alternarsi di voci, chitarre distorte e passaggi ritmici che trovarono gli episodi migliori nella bruciante apertura di Watching The Candles Burn e nella sequenza composta da Tarantula, Among The Pines, Through My Mought e Beach Miner (quattro tracce da ascoltare tutte d’un fiato). Un disco “minore” per chi, oggi come allora, non hai mai smesso di rovistare nel sottosuolo della musica rock. P.S. La versione rimasterizzata del 2003 vede l’aggiunta dell’EP “Wayne” e di un CD-ROM contenente alcune tracce video. Luca D’Ambrosio ML 39 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: ERIC B. & RAKIM TITLE: LABEL: Paid In Full 4th & Brodway RELEASE: 1987 WEBSITE: MLVOTE: 9/10 Il duo hip hop Eric B. & Rakim (attivo dal 1985 al 1992) ha rappresentato la perfetta simbiosi tra DJ e MC. Secondo il parere di tanti la migliore che storia della musica rap ricordi. Eric B. (all’anagrafe Eric Barrier) nativo della zona di Elmhurst, situata nel cuore del distretto di Queens a New York, inizia giovanissimo a fare il dj per la WBLS, una delle prime stazioni radiofoniche hip hop nate nella Grande Mela. Rakim (alias William Griffin) nasce a Wyandanch, nella periferia di Long Island a New york e fin dalla tenera età respira in ambito familiare la cultura della black music (sua zia era la grande cantante Rhythm‘n’Blues Ruth Brown, 1928-2006). Comincia a rappare in età adolescenziale e a 16 anni abbraccia la religione musulmana cambiando il suo nome in Rakim Allah. Nell’anno 1985 inizia il sodalizio artistico tra i due sotto la ragione sociale Eric B. & Rakim; il primo album (nel 1986 esce il singolo contenente Eric B. Is President e My Melody) viene pubblicato nel 1987: l’epocale Paid In Full. Anno indimenticabile per l’hip hop il 1987 che vede l’uscita di altri due storici esordi: Yo! Bum Rush The Show dei Public Enemy e Criminal Minded dei Boogie Down Productions. La peculiarità di Paid In Full rispetto agli altri due debutti risiede nel fatto che l’opera prima di Eric B. & Rakim è la pura essenza dell’hip hop: scarno, raffinato e tecnicamente perfetto con una magistrale capacità dell’mc Rakim nel saper recitare le rime. Apre il disco I Ain’t No Joke con una base asciutta e tendenzialmente funk creata dal producer Eric B. che fa da supporto allo straordinario flow di Rakim. Eric B. Is on the Cut è il primo dei tre strumentali contenuti nel disco ed è un assaggio di sperimentazioni sonore che faranno scuola negli anni a venire. Con My Melody arriva la prima traccia capolavoro: ipnotica, elegante, ossessiva e con un fascino che seduce immediatamente l’ascoltatore. Dai clamorosi e seminali campionamenti di Mr. Dynamite in I Know you Got Soul passando per la jazzata Move the Crowd si giunge alla title track Paid in Full: magnetica e soave, con beat morbidi e caldi. Tornano gli esperimenti sonori nella strumentale Chinese Arithmetic dove è palese la citazione dei Kraftwerk mentre i sei minuti di Eric B. Is President sono un gioiello di equilibrio musicale: la canzone scorre in modo controllato e quasi indolente ma allo stesso tempo si rivela meravigliosamente comunicativa. In sostanza Paid in Full è un capolavoro dell’età dell’oro dell’hip hop (come il successivo Follow The Leader uscito nel 1988), un lavoro innovativo che indicherà la strada a tanti musicisti rap del periodo e a quelli che verranno in seguito, un punto di riferimento insostituibile per la cultura black. Domenico De Gasperis ML 40 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: THE THREE JOHNS TITLE: LABEL: The World By Storm Abstract RELEASE: 1986 WEBSITE: www.threejohns.f-snet.com MLVOTE: 7/10 Se c’ è stato un disegno divino dietro l’epoca thatcheriana, questo è sicuramente stato quello di dare uno scossone alla scena musicale inglese e di far produrre il più grande e motivato quantitativo di dischi memorabili animati dalla furia contro il “regime” del Primo Ministro. Così anche Jon Langford, trasfuga dai Mekons dove aveva fatto palestra nei tapis-roulant del punk politicizzato, finì con l’avere il dente avvelenato una volta assodato che il secondo mandato della Dama di Ferro era cosa fatta. Jon non sapeva che ce ne sarebbe stato un terzo e che gli sarebbe toccato scendere in piazza per protestare contro la poll tax. I Three Johns dunque: Jon Langford, John Hyatt e John Brennan erano i “tre John”. E poi c’ era Hugo, la loro drummachine. Un gioco messo su per tirare parolacce ai potenti dell’ epoca e finito per diventare l’ossessione post-punk più frequente per molti, me compreso. Post-punk suonato dentro un panzer. Accomunati ai Gang of Four dalla medesima provenienza (Leeds), in realtà i “Gang of Three” (come vennero ribattezzati da Robert Christgau sulla sua guida alla musica degli anni Ottanta, NdLYS) avevano poco da spartire con le schegge funkoidi della band di Entartainment pur condividendo una passione analoga per certi tagli aguzzi e certe storture insolite tipiche dei Fall. Quando il passo si fa marziale e apocalittico la macchina da guerra funziona al meglio. È il caso di Sold down the river (che sfiora i raid elettrici dei That Petrol Emotion), del combat-rock fumante di Atom Drum Bop, dell’ epica da fine del mondo di The world by storm tra mine che esplodono e raffiche di mitra, ma anche delle lucide denunce di King Car (dove affiora un glam rock straordinariamente vicino a quello dei Bauhaus meno tetri) e Demon Drink e dei grappoli di rumori di Coals to Newcastle che sembrano pendere dal pergolato di mostri dei Nightingales. Le cose sembrano incepparsi quando il suono si fa meno nevrotico come nella “ballad” The ship that died of shame o i banali mid-tempo di Torches of Liberty e Johnny, the perfect son conferendo al disco, riascoltato venti e passa anni dopo, un sapore meno barricadero di come ci era sembrato allora. Ma il piccolo genio dei Three Johns resta indiscutibile. Franco Dimauro ML 41 musicletter.it update n. 61 musica ARTIST: THE STOOGES TITLE: LABEL: Funhouse Elektra RELEASE: 1970 WEBSITE: www. iggypop.com MLVOTE: 10/10 Triste l’abbrivio a questa recensione: Ron Asheton, chitarrista degli Stooges, è morto di infarto il giorno dell’Epifania di questo nuovo anno. Ricordarlo, ora, glissando su una recente reunion forse improvvida, è riascoltare le indelebili tracce della sua terroristica sei corde, che sul secondo album Funhouse ha avuto forse la sua sanguinante vetta espressiva. La Summer of Love è finita, anche idealmente: da New York i Velvet Underground hanno già impresso il loro marchio di paranoia urbana sul rock, che non è più innocente, psichedelico, candida esposizione teen. Arrivano altre droghe, feedback, il clangore del sogno che finisce in miseria. Quattro giovani teppisti di Detroit hanno appena inciso un fantastico disco, con la produzione di John Cale: una terroristica deiezione urbana, una raccolta di dolce, tossica violenza. Si chiamano Stooges e sono capitanati da colui che impareremo a chiamare Iggy Pop. Confrontatevi con lo sguardo vuoto dei quattro nel retrocopertina: vale più di mille descrizioni, recensioni, parole. Ma il meglio deve ancora venire: è l’eroina la luce, la coscienza alterata che li mette in contatto medianico col lato oscuro di un mondo, che progredisce veloce e dimentica molto in fretta cose e persone. La paranoia urbana diviene schizofrenia, puro terrore, follia free nel secondo Funhouse, uno dei quattro, cinque dischi definitivi di tutta la musica, uno di quelli essenziali per capire le evoluzioni future del rock. Paradossalmente, più importante per il significato di disfacimento, violenza, fine di ogni utopia che assume, piuttosto che per la forma musicale, mai eguagliata da alcuno. Assordante, il passo d’inizio: scansioni ritmiche come scudisciate, quelle del riff di Down on the street; vizio e lussuria, in quello, pluriclonato, di Loose; folle paranoia, eccesso, saturazione di watt nell’inimitabile di T.V. Eye. Decadenza, neon semispenti, tossici barcollanti in vicoli malfamati in cui si consuma sesso da quattro soldi nell’andatura caracollante del neverending blues di Dirt. A questo punto la metamorfosi: irrompe, nel finale terremotante dell’inno 1970, il sax free di Steve McKay, e il risultato è squassante, emotivamente parlando: l’impatto del rock si altera, si sgrana, arriva a comprendere musiche “altre”, muta in una furia sconvolta, assassina, che tutto travolge, che trascina sull’orlo di un baratro privo di speranza. Abisso in cui gettano, senza possibilità di ritorno, le successive Funhouse e L.A. Blues: la prima, disarticolata e sconvolta deiezione urbana, ruggito disperato, furioso, a un passo dal caos, di cavalieri dell’apocalisse che hanno visto il Male e non hanno fatto più ritorno. La seconda, l’ingresso trionfale in territori free dove la competenza professorale degli adepti della musica “colta” viene stuprata da follia, droga, terrore e raccapriccio per la decade che verrà. Qui, miei cari, risiede il punto di non ritorno dell’Occidente. Visto lo stato delle cose, un passo obbligatorio. Valerio Granieri ML 42 musicletter.it update n. 62 live review ARTIST: BUGO LOCATION: Firenze, Viper Theater DATE: 12-12-2008 WEBSITE: www.bugo-net.it Per chi non conosce il nome Bugo, esso corrisponde a un eclettico cantautore ultratrentenne proveniente da Trecate Novarese, un paesino alle porte di Milano. Non che questo significhi al momento particolarmente qualcosa, per come è fatta la sua arte musicale potrebbe provenire da Marte o da qualunque “spazio intergalattico”. Bugo propone, ormai da anni, un particolarissimo repertorio di canzoni in italiano che, dopo una lunga e sfaccettata gavetta nei club underground della Penisola, pure grazie a fortunate anche se brevi apparizioni televisive, lo ha portato a farsi conoscere a un pubblico sempre più ampio. Conoscendo il suo passato nel circuito indie e ricordando le sue composizioni acustiche e rock, mi sono recata al concerto piuttosto prevenuta circa la cosiddetta "svolta elettronica" sbandierata col lancio del suo ultimo lavoro chiamato Contatti. Mi sbagliavo! Dopo il concerto e dopo aver ascoltato l'album, si può apprezzare il percorso evolutivo di un artista che, soprattutto in questi tempi dove anche in campo musicale chiunque si adagia su poche direttive "di successo" seguendo cliché stabiliti e digeriti, non ha paura di sperimentare, anche quando questo significa incanalare il suo eclettismo in un binario creativo inedito. Bugo è un innovatore come sempre non solo nella sostanza ma adesso anche nella forma: la citazione elettronica è in realtà un semplice escamoutage per far esplodere le note, il richiamo new wave e techno solo uno specchietto per le allodole per ribadire la poetica delle sue composizioni. Al Viper Theatre, Bugo sale sul palco è già dall’introduzione si capisce che fa sul serio: entra dalla piccola scenografia a pannelli argento da fondo palco, agguanta la chitarra e attacca in sintonia col gruppo di musicisti professionisti "perfettamente in orbita" agghindati come fighetti "spaziali". Giù di chitarra e giù di sintetizzatore! Le tastiere si caricano con Nel giro giusto e Gel fino ad amplificarsi a dismisura in La mano mia, a mio giudizio il pezzo portante del concerto, ripreso anche nel finale. Un set favoloso, canzoni che si susseguono a ritmo incalzante, vecchi successi degli album precedenti come Casalingo, Io mi rompo i coglioni, Il sintetizzatore stravolti da una raffinata e felice impronta elettronica. Non ci sono concessioni alla tradizione, anche i pezzi "lenti" sono (si dice così "nel giro giusto?) rimasterizzati… carichi di inventiva. Bugo istrione canta e suona senza sosta se non per qualche stralunato sermone alla Celentano (di cui esegue in concerto anche una sgangherata cover): domande al pubblico "giovane" e meno giovane… sull'amore...l'amore a Firenze... Silenzio in sala, il pubblico colpito... la Love boat dell'audience a picco nel mare notturno... Il concerto finisce con Casalingo e la reprise di La mano mia, saluti e foto nei camerini. Chi è veramente Bugo? Difficile trovare una definizione soltanto, non ci sono con lui troppe mezze misure: lo si ama o lo si disprezza ma qualora si comprendano appieno le sue liriche resta la piacevole sensazione di non essersi sbagliati: “Bugo c’è e ci fa”, non si sa dove porta, un genio in continua crescita. Costanza Savio ML 43 musicletter.it update n. 61 altri percorsi: cinema FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO I marginali(zzati). Memorie di film (semi)dimenticati. PARTE PRIMA © 2009 di Nicola Pice "Voglio essere sorpreso dal film come lo spettatore..." (David Lynch) Mi chiedo sempre più spesso se tu, cinema, come t'ho inteso e conosciuto, abbia un futuro e, soprattutto, quale tipo di futuro... Dove sei decima musa, tu che hai saputo incarnare in maniera sublime il sogno utopico di un rinnovato "gesamtkunstwerk", capace di creare un metalinguaggio, anche popolare, capace di propiziare a sua volta la nascita di nuovi linguaggi? Di certo, le tecnologie digitali - che indiscutibilmente hanno elevato le tue potenzialità - ti hanno trasformato in una creatura "nuova" con la quale si può interagire e che ciascuno di noi può manipolare rendendoti di volta in volta "altro". Il tempo della tua metamorfosi certamente non è ancora concluso, giacché, acquistata una dimensione virtuale, oggi viri decisamente verso gli orizzonti della multimedialità, qualsiasi cosa questo significhi. Sei nato dal connubio tra fotografia ed elettricità e, pertanto, il tuo è un destino strettamente legato allo sviluppo tecnologico....una storia fatta di step: dal bianco e nero al sonoro (con le sue relative apparecchiature acustiche), dal colore agli schermi panoramici - cinemascope, vistavision, panavision, cinerama - tutti abbandonati e superati - fino ad arrivare all'HD digitale che ti ha cambiato, probabilmente anche in meglio, ma definitivamente. Oggi una pellicola può essere scansionata con una definizione così elevata che le immagini acquisite possono essere ritoccate fotogramma per fotogramma e, ancora di più, è possibile disegnare o animare soggetti e sfondi mai esistiti nella realtà, restituendoli con la stessa altissima definizione sulla pellicola che potrà successivamente essere sviluppata, stampata, montata. Probabilmente solo fra qualche tempo (?) saremo in grado di capire la portata della rivoluzione (tecnologica) in atto... Una riflessione (semi-seria) sul cinema, comunque, non può prescindere da un'analisi sulla situazione generale della comunicazione, visiva e non. Se il cinema può essere ancora considerato uno degli strumenti più efficaci nella rappresentazione della realtà, deve costantemente confrontarsi con altri strumenti di comunicazione, instaurando con essi un rapporto dialettico, non soltanto limitato alla sfera tecnica ed estetica ma anche toccando in pari misura i contenuti della trasmissione visiva e verbale. Sicuramente uno degli aspetti più rilevanti di questo stato di cose è la nascita di pubblici diversi che annullano quello che un tempo veniva chiamato "pubblico cinematografico" così che la produzione di un film viene orientata a seconda del pubblico a cui è destinato: film per chi consuma uno spettacolo in sala come se fosse un prodotto qualsiasi, come se andasse in un ipermercato qualsiasi o ad un qualsiasi evento, film che probabilmente non saranno mai distribuiti, destinati ai circuiti alternativi dei piccoli festival (non parlo delle kermesse faraoniche) per quella stretta cerchia di strani animali degli addetti ai lavori (che termine orrendo), dvd-film per l'enorme mercato "home". ML 44 musicletter.it update n. 61 altri percorsi: cinema Io, dinosauro del secolo scorso, che ha sempre pensato che il cinema, in quanto incanto, stupefazione, creazione, riflessione, rimanga a tutti gli effetti la manifestazione dello spirito umano che abbia più di tutto segnato la contemporaneità, non riesco a stare al passo, mi sento travolto dalla new wave tecnologica e avverto tutta l'inadeguatezza dei miei schemi interpretativi, superati perchè prigionieri di un'idea romantica e inevitabilmente "vecchia" di cinema. Pensare il/al cinema e fare cinema, cioè fare comunicazione, ha un senso oppure è sempre più un'operazione di archeologia della comunicazione, atteso che la comunicazione autentica non c'è più tout court, nella misura in cui la società della comunicazione hic et nunc ha annullato qualsiasi processo autentico cognitivo==>formativo, perfettamente inutile, d'altronde, quando si è immersi nel flusso ininterrotto di immagini, di notizie come siamo immersi oggi. Il cinema in quanto comunicazione complessa "alta" ed "altra" è forse anche inadeguato, quando travolto anch'esso dal flusso velocissimo ed indistinto delle immagini che ci scorrono davanti, cortocircuito dell'esistenza... e, se fare cinema-comunicazione, è un lavoro archeologico, parlare del cinema oggi - e coltivare la memoria di ciò che fu, è vano, ridondante, autoreferenziale, un vezzo filologico da rincoglioniti, ma anche un disperato atto d'amore nei confronti di ciò che ha segnato la tua esistenza, cambiandola... ? Io credo nell'assoluta importanza e valore della memoria intesa come mezzo di trasmissione culturale e ritengo, in ultima analisi, che sia ciò che di meglio si possa fare per il bene stesso della cosa (cinema) amata... e questo naturalmente varrebbe per qualsiasi altra manifestazione "artistica" del pensiero umano. Da qui nasce l'idea di ricordare ed illustrare, parlandoci su, quei film che, nei limiti del mio giudizio, e dunque a torto o a ragione, hanno lasciato un segno ma che sono stati quasi dimenticati se non proprio rimossi. Non necessariamente capolavori ma spesso anche tali. Definizione tra l'altro impegnativa quando non propriamente vaga per la sua quasi impossibile oggettività. Per lo più film stravaganti, talvolta disprezzati o trascurati, sperimentali (non sempre), eccessivi, che hanno affrontato alternativamente tematiche "alte" o "basse", in qualche occasione anche sfiorati dal successo popolare, marginali, discontinui, colpiti dalla censura, invisibili perchè espulsi dal circuito dell'audio-visivo di massa, in qualche circostanza volutamente scomodi o irritanti. Certamente al di fuori della nozione del "bello" che è - da sempre - centrale in ogni classificazione dei prodotti cosiddetti artistici, però, contrassegnati da qualità particolari o anomale, da sapienza tecnica o da un'intrinseca tendenza all'emarginazione. Film-Evento? A loro modo, forse ma difficilmente classificabili... in ogni caso da me classificati cronologicamente per voi collaboratori e lettori di questa rivista che non vuole essere "luogo comune" ma comune luogo di approfondimento, comunicazione e scambio di idee, suggerimenti ed emozioni. A voi, dunque, con l'unico approssimativo criterio della mia immaginazione. ML 45 musicletter.it update n. 61 frammenti di cinema rimosso: prima parte THE CAMERAMAN Un film di Buster Keaton Regia di Edward Sedgwick | Buster Keaton Metro-Goldwyn-Mayer 1928 (USA) di Nicola Pice Siamo nel 1928. La grammatica del cinema inizia a essere già codificata. Nell’anno vedranno la luce straordinari capolavori: “Il circo” di Charlie Chaplin, “La passione di Giovanna d’Arco” di C.T. Dreyer, “Sinfonia nuziale” di Erich Von Stroheim, “Il vaso di Pandora” di G.W.Pabst, “Il vento” di Victor Sjostrom. Buster Keaton, protagonista delle celebri pantomime conosciute col nome di comiche, non ha molti motivi per essere soddisfatto. Causa difficoltà finanziarie è stato costretto a cedere i suoi studi di posa alla Metro-Goldwin-Mayer che gli ha affidato il compito di produrre, girare (ma non sarà mai accreditato come regista) ed interpretare un film comico. Keaton, però, non ha ceduto la sua libertà creativa. Anzi. Insieme al regista Edward Sedgwick e allo sceneggiatore Richard Schayer decide di realizzare un film incentrato sulle disavventure di un cineamatore pasticcione che, deciso a farsi assumere dalla Metro stessa, s’ imbatterà durante il tragitto a Chinatown in una scimmietta con cui sarà coinvolto in vicende paradossali e grazie alla quale non solo realizzerà il suo desiderio ma soprattutto conquisterà la donna amata. Keaton, in realtà, non ha alcuna intenzione di fare un film comico o…meglio non solo comico. La successione incongrua delle gags rappresentate – l’idea stessa di un film che ruota intorno ad una scimmia che prende possesso di una macchina da presa – delineano i contorni di una satira “acida” sulla futilità del cinema offerta spudoratamente a chi il cinema stesso lo produce. E nel contrasto stridente tra il non-sense della vicenda narrata e la serietà dell’analisi keatoniana si contrappone la “normalità” del cinema realistico e pedestre (così pedestre che lo può fare una scimmia qualsiasi) allo sperimentalismo sfrenato, avventuroso ed incosciente delle riprese effettuate dal “cameraman” in anarchica libertà: inquadrature capovolte e sfocate, movimenti casuali di macchina, caotiche dissolvenze. Keaton prende spietatamente in giro i critici supponenti che lo avevano trattato con supponenza dimostrando non solo inclinazioni “astrattiste” ma anche una profonda conoscenza del linguaggio cinematografico e la consapevolezza delle possibilità e dei limiti che gli sono propri (o gli erano propri in quel momento storico). Ne viene fuori un film deliberatamente assurdo ma – a suo modo – sublime che meriterebbe dopo tanti anni d’essere tirato fuori dall’oblio in cui sembra precipitato. Se non altro per risarcire la memoria di Keaton che era cosciente, tuttavia, della sua marginalità simboleggiata proprio dal finale di quest’opera. Dopo aver firmato il contratto con la Metro, infatti, esce dagli studios e trova una folla acclamante. Per un attimo sembra felice… s’accorge subito, però, che non applaudono lui ma Lindbergh. ML 46 musicletter.it update n. 61 frammenti di cinema rimosso: prima parte FREAKS Un film di Tod Browning Regia di Tod Browning Metro-Goldwyn-Mayer 1932 (USA) di Nicola Pice Questo film con ogni probabilità rimarrà unico nella storia del cinema. The Elepahant Man di David Lynch, uscito molto più tardi (1980) è a esso parzialmente assimilabile ma non ha la stessa forza dirompente. Il produttore della Metro-Goldwin-Mayer (ancora?!) Thalberg nel tentativo di contrastare il successo ottenuto dalla rivale Universal con “Frankenstein” affida a Tod Browing il compito di realizzare un film che ne superi il raccapriccio horrorifico. Il regista, fino a quel momento autore fortunato e popolare, confeziona un noir anomalo ambientato in un circo francese che annovera fra i suoi artisti creature deformi. L’intreccio narrativo, peraltro non particolarmente originale - una contrastata storia d’amore fra il nano Hans, il clown Phroso, il lottatore Ercole, la trapezista Cleopatra e la bella Venus sullo sfondo d’una feroce lotta per il possesso d’una ricca eredità - passa in secondo piano rispetto alla violenza brutale delle immagini. “Freaks”, infatti, tenendo fede al proprio titolo, è una summa enciclopedica dell’orrore. Tanto più dura e atroce perché mette in scena la tragedia della diversità. E’ un film così intollerabile allo sguardo per la quasi oscena esibizione di tanti “mostri” insieme che ingenera nello spettatore un sentimento di rigetto psico-fisico. Questo ne spiega il clamoroso insuccesso presso un pubblico che, per effetto del passaparola, disertò in massa le proiezioni scagliandosi, per di più, contro il suo autore. Eppure si tratta di un film che, a dispetto delle immagini rappresentate, mantiene un atteggiamento pudico e rispettoso della “diversità”. Browning fa recitare esseri autenticamente deformi - nani, gemelle siamesi, donne senza braccia e gambe, mongoloidi, ermafroditi, esseri dalle sembianze animalesche - e li tratta come individui normali, inserendoli in una storia melodrammatica... ma di assoluta normalità. L’effetto è, al contempo, commovente, emozionante, raccapricciante. L’autore con questa operazione, politicamente scorretta in un’epoca dove non esisteva ancora il “politicamente corretto”, effettua un capovolgimento di prospettiva totale: i mostri sono buoni e innocenti e i normali, al contrario, abitualmente aguzzini che li sfruttano per biechi interessi monetari, intrinsecamente malvagi. Un vertiginoso collasso del senso che, a posteriori, suona come una specie di riparazione dei torti... onesta e inattesa. Naturalmente il perbenismo della società americana, l’immaturità culturale di quegli anni ed il fallimento commerciale del film pose fine alla carriera di Browning che rimase bollato come autore maledetto. Ne gli giovò una riabilitazione successiva. Ancora oggi “Freaks” è sinonimo di proibito, di autenticamente “estremo”. Pochissime proiezioni e passaggi televisivi: è un buco nera nella coscienza, un autentico rimosso della cinematografia. ML 48 musicletter.it update n. 61 frammenti di cinema rimosso: prima parte THE SNAKE PIT Un film di Anatole Litvak Regia di Anatole Litvak Metro-Goldwyn-Mayer 1948 (USA) di Nicola Pice “La fossa dei serpenti” è il primo film della storia del cinema che affronta a viso aperto il problema della malattia mentale e - anche se sono trascorsi più di cinquant'anni da allora - l'opera realizzata dal sensibilissimo Anatole Litvak conserva il suo valore di documento e la sua forza drammatica soprattutto grazie all’interpretazione molto intensa della magnifica Olivia de Havilland. Questo... ben al di là della validità scientifica con cui vengono descritte le patologie psichiche. Litvak non ha paura di turbarci e mette in scena, senza alcun tentativo di giudizio, tutte le terapie possibili a disposizione della medicina (di allora). Le tribolazioni psichiatriche della scrittrice Virginia vengono descritte con ritmo incalzante. Pochi giorni dopo il matrimonio – causa amnesie frequentissime – viene ricoverata in un istituto dov'è sottoposta a molti elettroshock, all'ipnosi e ad un ciclo di psicoterapia. La guarigione è solo apparente e dopo la dimissione ospedaliera piomba di nuovo nella follia. Il fallimento dell'idroterapia determina il ricovero nel vecchio istituto in cui il dottor Kirk che l'aveva già curata farà emergere drammaticamente non solo i sensi di colpa che la tormentavano ma anche la gelosia che da piccola aveva nutrito per il nuovo figlio della madre. Le sue condizioni sembrano precipitare in crisi gravissime d'isteria a tal punto che viene internata nel terribile reparto chiamato “fossa dei serpenti” dove si trovano i malati irrecuperabili. La pazienza quasi amorevole di Kirk scaverà ancora nel ricordo di un padre severo che non le aveva mai mostrato amore e la guarirà anche dal transfert con il quale Virginia s'era innamorata di lui. Il film è da un punto di vista squisitamente narrativo perfetto, dal ritmo incalzante eppure analiticamente disteso che ha il pregio della chiarezza perché non preordina alcuna scelta e si concentra sulla sofferenza della paziente evitando la facile trappola del melodramma lacrimevole. Per questo motivo l'opera crea più d'un disturbo e, soprattutto la descrizione del reparto-ghetto, precipita lo spettatore in una pozza d'angoscia. Il realismo – sensibile ma pur sempre realismo – non edulcorato non giovò alla diffusione popolare del film e gli inevitabili scandali impedirono un'analisi imparziale su un dramma maturo che affronta con forte impatto emotivo un tema raro e delicato. ML 49 musicletter.it update n. 61 last updates FREE DOWNLOAD ON WWW.MUSICLETTER.IT www.musicletter.it www.musicletter.it www.musicletter.it ML ML ML FREE DONATION FREE DONATION www.musicletter.it www.musicletter.it FREE DONATION www.musicletter.it ML FREE DONATION ML FREE DONATION ML FREE DONATION UPDATE N.61 UPDATE N.60 www.musicletter.it ML FREE DONATION ML 50 musicletter.it update n. 61 last updates FREE DOWNLOAD ON WWW.MUSICLETTER.IT UPDATE N.59 UPDATE N.58 UPDATE N.57 UPDATE N.56 UPDATE N.55 UPDATE N.54 UPDATE N.53 UPDATE N.52 UPDATE N.51 ML 51 musicletter.it update n. 61 last updates FREE DOWNLOAD ON WWW.MUSICLETTER.IT UPDATE N.50 UPDATE N.49 UPDATE N.48 UPDATE N.47 UPDATE N.46 UPDATE N.45 UPDATE N.44 UPDATE N.43 UPDATE N.42 ML 53 ML | www.musicletter.it www.musicletter.it www.last.fm/user/musicletter