CALCIO - Esperti Formatori Sportivi
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CALCIO - Esperti Formatori Sportivi
CALCIO - LA STORIA DEL CALCIO
Enciclopedia dello Sport
di Adalberto Bortolotti, Gianni Leali, Mario Valitutti, Angelo Pesciaroli, Fino Fini, Marco Brunelli, Salvatore Lo Presti,
Leonardo Vecchiet, Luca Gatteschi, Maria Grazia Rubenni, Franco Ordine, Ruggiero Palombo, Gigi Garanzini
Aspetti economici di Marco Brunelli
Il calcio, oltre a rappresentare senza dubbio uno straordinario fenomeno sociale, culturale e di costume
nella maggior parte dei paesi del mondo, si è affermato anche come una realtà economica di enormi
proporzioni in almeno tre continenti (Europa, Sud America e Asia), al punto che attualmente costituisce
senza dubbio una delle poche 'industrie globali' del pianeta. All'inizio del 3° millennio, è giocato da 240
milioni di persone in 204 paesi. Non è certamente un caso che proprio una partita di calcio sia stato il
programma televisivo più visto nel 2000 in 19 paesi europei su 23, oltre che in Argentina, Brasile, Cile e
Perù.
Il Campionato del Mondo giocato in Francia nel 1998 è stato trasmesso in 196 paesi del mondo (per 29.700
ore), totalizzando nel complesso 33,4 miliardi di spettatori. La sola finale tra Francia e Brasile è stata vista
da 1 miliardo di persone. In 153 nazioni si seguono in TV gli incontri del Campionato inglese. D'altra parte,
nei principali 20 Campionati europei giocano calciatori di 102 paesi diversi.
Dei quasi 16 miliardi di dollari che sono stati spesi nel 2000 per sponsorizzare lo sport nel mondo, più della
metà sono andati al calcio, ai suoi club, eventi e campioni. Il diritto di trasmettere il Campionato nazionale
costa ogni anno 2830 milioni di euro alle televisioni di Inghilterra, Italia, Spagna, Francia, Germania, Brasile,
Grecia, Giappone, Olanda, Scozia, Portogallo, Belgio, Danimarca, Austria, Svizzera e Svezia. Questo dato è
evidente prova del fatto che l'attuale dimensione economica del calcio è strettamente legata alla scoperta
del suo valore mediatico e promozionale, scoperta di fatto piuttosto recente.
In realtà, il calcio si è caratterizzato come un fenomeno economico sin dalle sue primissime origini, se è
vero che già nel 1876, nove anni prima che la Football Association riconoscesse ufficialmente il
professionismo, i club inglesi e scozzesi recintavano il terreno di gioco per far pagare un biglietto agli
spettatori e corrispondevano salari, sotto forma di rimborsi, ai propri giocatori. Quasi altrettanto antica è
l'abitudine di scambiarsi calciatori a cifre elevatissime: 30.000 lire per Renzo De Vecchi nel 1913; 45.000 per
Virginio Rosetta nel 1925; 100.000 lire più una FIAT 509 per Mumo Orsi nel 1929; 625.000 per Valentino
Mazzola nel 1942; 2 milioni per Silvio Piola nel 1945. Tuttavia, fino ai primi anni Ottanta, il giro d'affari del
calcio mondiale è stato alimentato soprattutto dai consumi diretti dei suoi numerosissimi appassionati
(biglietti e, in minor misura, scommesse) e dall'apporto diretto dei soci finanziatori, chiamati spesso a
ripianare con mezzi propri bilanci in perdita. In ogni caso, niente a che vedere con le dimensioni attuali del
business.
Il gradimento del pubblico è stato evidente sin dall'inizio: tra il 1905 e il 1914 la finale di Coppa d'Inghilterra
ebbe una media di 79.300 spettatori paganti (con la cifra record di 120.000 nel 1913). Centomila persone
assistettero sia alla finale della prima Coppa Rimet a Montevideo sia a quella delle Olimpiadi di Berlino nel
1936. In Inghilterra, nella stagione 1948-49, le quattro divisioni professionistiche totalizzarono 41,3 milioni
di presenze negli stadi.
In paesi come l'Inghilterra, l'Italia e la Spagna il calcio ha storicamente alimentato la crescita dell'industria
delle scommesse e dei concorsi pronostici. In Svezia i concorsi pronostici sul calcio esistono dal 1926, in
Inghilterra le scommesse dal 1927, il Totocalcio svizzero nasce nel 1938, quelli spagnolo e italiano nel 1946.
Vi sono concorsi pronostici sul calcio in una trentina di paesi del mondo, quasi tutti in Europa e Sud
America. In Italia, la crescita dei giochi è stata pressoché ininterrotta tra il 1970 e il 1997, quando le giocate
lorde hanno raggiunto i 3831 miliardi di lire, per poi precipitare in una crisi che prosegue tuttora (1550
miliardi di lire raccolti complessivamente da Totocalcio, Totogol e Totosei nel 2000, oltre a circa 1200
miliardi di scommesse sportive). In oltre cinquant'anni di vita, i concorsi pronostici hanno assicurato al
calcio italiano quasi 2500 miliardi di lire di entrate.
Ciononostante, l'assenza di legami significativi tra lo sviluppo del calcio e quello di un settore produttivo
specifico spiega perché, fino agli anni Sessanta, l'impatto di questo gioco sull'economia non sia stato
neanche lontanamente paragonabile a quello di sport come il ciclismo o l'automobilismo, le cui grandi
manifestazioni svolgevano una precisa funzione promozionale per le rispettive industrie. Anche le
sponsorizzazioni sono arrivate, nel calcio, molto più tardi rispetto ad altri sport come il ciclismo,
l'automobilismo, il basket o il tennis. La consacrazione moderna del calcio in quanto industria è, quindi,
strettamente legata alla sua affermazione come straordinario veicolo di comunicazione per le aziende e
come contenuto insostituibile per i media di concezione vecchia (radio, televisione) e nuova (Internet,
UMTS). In entrambi i casi, decisivi sono stati gli eccezionali livelli di ascolto raggiunti. Non solo: nel calcio,
tale audience è trasversale e fedele come in nessun'altra forma di spettacolo, cosa che costituisce
un'opportunità irrinunciabile per inserzionisti pubblicitari e acquirenti di diritti televisivi. In Italia, nella
stagione 1996-97 le entrate da diritti televisivi hanno superato per la prima volta quelle da vendita di
biglietti, che attualmente rappresentano meno del 20% del totale.
Nella stagione 2000-01, emittenti e sponsor hanno garantito il 66% delle entrate complessive dei club
inglesi di Premier League, e tale percentuale è aumentata ulteriormente, in maniera significativa, con
l'entrata in vigore del nuovo contratto televisivo a partire dal Campionato 2001-02. In Francia, l'84% del
fatturato delle società di prima divisione proviene da televisioni e partner commerciali, che rappresentano
l'83% dei ricavi in Germania, l'81% in Giappone, il 69% in Portogallo, il 68% in Spagna e il 63% in Olanda.
I soli diritti televisivi generano oltre il 60% del giro d'affari del Campionato nazionale brasiliano. Per un club
come l'Arsenal, il peso del botteghino è passato dal 93% del fatturato nel 1974 al 42% nel 1994. Nel caso
della Roma, l'incidenza dei ricavi da gare è scesa dal 63% del valore della produzione nel 1988 al 21% nel
2001.
In meno di vent'anni, il calcio è risultato decisivo per l'affermazione di alcune delle industrie più dinamiche
della comunicazione e del tempo libero: sponsorizzazioni, pubblicità, merchandising, televisione
commerciale e a pagamento, Internet. Questo, come è ovvio, si è tradotto in un notevole ritorno
economico: se tra il 1946 e il 1988 il fatturato dei club inglesi era cresciuto del 3% all'anno, nel decennio
successivo l'incremento medio è stato del 18%. Negli ultimi cinque anni del decennio scorso, il giro d'affari
dei club è aumentato del 22% a stagione in Inghilterra, del 24% in Italia, del 28% in Spagna, del 15% in
Germania e del 22% in Francia. Attualmente nei paesi dell'Unione Europea, in Brasile e in Giappone il calcio
di prima divisione fattura oltre 6400 milioni di euro, provenienti per il 40% dalla televisione, per il 24% dalla
biglietteria e per il 36% da sponsorizzazioni e altre attività commerciali. Considerando anche l'indotto, il
giro d'affari totale del calcio è di 5200 milioni di euro in Italia e di 3200 in Spagna.
L'aumento delle entrate si è accompagnato, com'era inevitabile, a quello della remunerazione del
principale fattore produttivo: i calciatori. Già nel 1913 un calciatore inglese (i professionisti erano 7000)
guadagnava più del doppio di un impiegato. Nel 1929, tre anni dopo che la Carta di Viareggio, lo statuto
emanato dal CONI contenente i punti fondamentali dell'Ente calcio, aveva sancito la distinzione tra
dilettanti e non, Orsi guadagnava 8000 lire al mese (8 volte di più rispetto a un magistrato). Ma anche in
questo caso, è solo dopo il 1960 che il fenomeno si espande e diventa generalizzato. Gli ingaggi dei
calciatori inglesi di prima divisione sono aumentati del 61% tra il 1960 e il 1964 e triplicati tra il 1977 e il
1983, in coincidenza con l'abolizione del tetto salariale e del vincolo. Tra il 1992 e il 2000, gli anni del boom
televisivo, la crescita è stata di oltre sei volte. Nel 1998 il calciatore medio della Premier League aveva uno
stipendio superiore a quello del Governatore della Banca di Inghilterra e del Primo Ministro. In Italia, nel
1983, lo stipendio medio lordo annuo di un calciatore di serie A era di 130 milioni di lire, di 782 nel 1994 e
di 2150 nel 2001.
Le entrate dei club sono sempre più inadeguate a pagare gli ingaggi dei calciatori: nel 1984, in Italia, gli
stipendi assorbivano il 34% dei ricavi, oggi, il 75%. In Inghilterra il 60% (il 38% negli anni Sessanta), in Scozia
il 72%, in Germania il 46%, in Spagna il 55%, in Francia il 64%. Anche la campagna trasferimenti dei giocatori
è andata crescendo di importanza con l'avvento dell'era televisiva. Da un lato, perché le maggiori risorse a
disposizione dei club sono state investite nell'acquisto di nuovi calciatori: 105 milioni di lire per Jeppson nel
1950; più di un miliardo per Savoldi nel 1975; 13 miliardi nel 1984 per Maradona; 51 miliardi per Ronaldo
nel 1997; 90 miliardi per Vieri nel 1999; 110 miliardi per Crespo nel 2000; 150 miliardi per Zidane nel 2001.
Dall'altro, perché le società hanno fatto sempre più ricorso alle plusvalenze del calcio-mercato per
attenuare i pesanti deficit operativi causati dall'aumento degli ingaggi dei calciatori e dei procuratori. Nella
sola Europa, i trasferimenti alimentano un mercato da 6700 milioni di euro l'anno.
Questo vorticoso giro di passaggi di calciatori da una società all'altra produce, come inevitabile
conseguenza, l'aumento degli ammortamenti dei diritti pluriennali alle prestazioni dei calciatori iscritti
all'attivo del bilancio dei club, che gravano in maniera sempre più pesante sui conti degli stessi. Addirittura,
nel caso della serie A italiana, il costo totale dei giocatori, determinato dalla somma degli stipendi e delle
quote di ammortamento, ha toccato nella stagione 2000-01 il 124% del valore della produzione, generando
una perdita operativa totale (ovvero prima delle plusvalenze) di oltre 740 milioni di euro. Altrove, la
difficoltà di produrre bilanci in utile si è tradotta nella crescita esponenziale dell'indebitamento delle
società di calcio professionistiche: 931 milioni di euro per i 20 club della Liga spagnola al termine della
stagione 1999-2000; 290 milioni per le società di prima divisione francese nel 2000-01; 230 milioni per
quelle del Campionato argentino. Attualmente, nei paesi dell'Unione Europea, oltre un club su due registra
una perdita prima dei trasferimenti dei giocatori: l'83% delle società in Scozia, il 77% in Portogallo, il 72% in
Italia, il 71% in Svezia, il 61% in Francia. Per far fronte a una situazione tanto preoccupante, quasi tutte le
Federazioni e le Leghe europee hanno varato negli ultimi anni, o si apprestano a farlo nel prossimo futuro,
rigorose misure di controllo dei costi dei club: fissazione del numero massimo di giocatori che possono
essere utilizzati da parte di una società; ammissione al Campionato condizionata al rispetto di determinati
parametri di liquidità o solvibilità economico-finanziaria; imposizione di un salary cap ("tetto salariale"). In
alternativa, i club stanno cercando di aumentare le proprie entrate, specie attraverso lo sviluppo in chiave
'globale' di alcuni aspetti del business calcistico che appaiono ancora marginali, o quantomeno riservati a
un numero esiguo di club: lo sfruttamento commerciale degli stadi, la valorizzazione dei marchi dei club, la
quotazione in Borsa, l'integrazione con aziende dell'entertainment. Tra il 1990 e il 2000 i club inglesi hanno
investito 1070 milioni di sterline nel miglioramento degli stadi, che sono diventati per molte società fonti di
reddito assai importanti. Il Manchester United, per esempio, ricava 30 milioni di euro dall'affitto alle
aziende di palchi e altri posti di rappresentanza all'interno dell'Old Trafford, oltre a 13 milioni di euro dalle
attività di ristorazione e dall'affitto delle sale convegni presenti nello stadio, su un fatturato complessivo di
210 milioni (2000-01). Ancora più ampia è la diversificazione delle entrate del Chelsea, che si estende ben al
di là della sola gestione polifunzionale dello stadio: la squadra di calcio produce 81 dei quasi 151 milioni di
euro che costituiscono il giro d'affari complessivo del club; il resto proviene dall'attività di un'agenzia viaggi
(42 milioni di euro), da servizi alberghieri e di ristorazione (19), dalla vendita di prodotti col marchio della
società (7,6), dalla gestione di parcheggi e attività editoriali (0,6), dall'amministrazione di proprietà
immobiliari (0,2).
Secondo una recente indagine della società FutureBrand, 15 club calcistici (4 inglesi, 3 italiani e brasiliani, 2
spagnoli, uno tedesco, scozzese e olandese) figurano tra i 40 marchi sportivi più importanti del mondo, in
termini di notorietà, palmarès, seguito internazionale di tifosi e sfruttamento commerciale del proprio
nome. Solo tre di questi, tuttavia, Manchester United, Real Madrid e Bayern Monaco, occupano uno dei
primi 15 posti, a riprova di come, soprattutto per i club italiani, le potenzialità di valorizzazione del marchio
a livello mondiale siano ancora largamente inesplorate, specie se paragonate a quelle di molti team
professionistici americani.
Per 23 club inglesi (il primo è stato il Tottenham nel 1983, seguito dal Manchester United nel 1992), 6
danesi, 4 scozzesi, 3 italiani, 2 portoghesi, uno olandese e uno tedesco la quotazione in Borsa ha
rappresentato negli ultimi anni una valida alternativa all'autofinanziamento o all'indebitamento bancario,
tradizionali fonti di approvvigionamento finanziario delle società di calcio. Nel 2001, la capitalizzazione
complessiva dei club europei in Borsa è di 4360 miliardi di lire. Nel 2001, importanti aziende della
comunicazione e dell'entertainment figuravano tra gli azionisti di club calcistici di Inghilterra, Italia, Francia,
Germania, Grecia, Svizzera, Scozia, Brasile, Austria, Svezia e Repubblica Ceca. In qualche caso, tali imprese
hanno visto nel calcio il veicolo decisivo per incrementare le proprie entrate tradizionali (abbonamenti
televisivi e pubblicità), come BSkyB in Inghilterra, o per sviluppare congiuntamente con i club nuovi prodotti
e servizi (canali tematici, portali Internet, servizi new media), come Granada e NTL sempre in Inghilterra.
Altre aziende hanno puntato su squadre minori nella speranza di ottenere un ritorno futuro in caso di
promozione nelle serie superiori, come Kinowelt in Germania. Altre ancora sono state spinte dal desiderio
di diversificare le proprie attività, originariamente confinate nell'ambito dello sport marketing, come IMG e
Octagon. In tutti i casi, le società calcistiche ne hanno tratto significativi vantaggi, in termini di apporto di
capitali, competenze e possibili sinergie operative. La quotazione in Borsa, insieme all'integrazione dei club
con aziende televisive o dell'entertainment, costituisce secondo molti osservatori una prova evidente del
processo di trasformazione in atto delle società calcistiche in vere e proprie imprese.
Il calcio-mercato di Franco Ordine
"Il passaggio di un calciatore da una società all'altra è consentito per imprescindibili motivi di famiglia o di
lavoro": datata 1911 e redatta in un italiano asciutto che non indulge a doppiezze né a equivoci, questa è la
prima norma che introduce negli scarni regolamenti dell'epoca il complesso e spettacolare fenomeno poi
passato sotto la definizione di calcio-mercato. È quindi possibile affermare che il mercato esiste sin dalle
origini del calcio italiano. Le trattative, su cui si è sempre appuntato l'interesse delle cronache, un tempo si
svolgevano in pochi giorni o settimane, avvenivano in un albergo e più avanti in complessi residenziali,
mentre adesso risultano estese all'intero anno e si moltiplicano attraverso circuiti di moderna
comunicazione, come Internet e telefoni cellulari.
Varata la norma, fu subito trovato il modo di aggirarla, con opportune variazioni dei posti di lavoro. Tra i
primi a far ricorso a simili escamotage, vi fu un esperto dirigente del Genoa, deciso a reclutare rinforzi per
la propria squadra in modo di metterla al passo della Pro Vercelli, a quel tempo al vertice delle classifiche.
Aristodemo Santamaria e Renzo De Vecchi erano i due calciatori oggetto delle mire genoane. Per il primo,
mezzala dell'Andrea Doria, bisognò sfidare l'ira dei tifosi doriani e i veleni di un'inchiesta nata dal sospetto
di un compenso (300 lire) illecito; per il secondo, terzino del Milan ed esponente della nazionale, chiamato
'figlio di Dio' per la sua classe, si trovò un'occupazione a Genova quale fattorino presso un istituto bancario.
Il risultato premiò gli sforzi dell'anonimo dirigente ligure: il Genoa vinse lo scudetto, De Vecchi incassò una
promozione a fattorino di direzione dal suo datore di lavoro e, quel che più conta, un premio speciale, 3
marenghi d'oro del valore di 100 lire ciascuno, dal club. Nel 1925 ad aggirare la norma fu la Juventus, decisa
ad arruolare Virginio Rosetta, terzino anche della nazionale, impiegato a Vercelli come contabile presso le
manifatture Lane, con uno stipendio di 1050 lire al mese. Il passaggio di Rosetta fu effettuato seguendo un
percorso analogo a quello di De Vecchi: un trasferimento alla conceria Aimone-Marsan di Torino con
l'identico stipendio e la promessa di un sostanzioso contributo spese, integrato da ricchi premi. L'affare si
trasformò in un caso e finì con l'occupare le scarne cronache dei giornali, quando il reclamo di una squadra
concorrente, il Genoa stavolta, segnalò il passaggio durante lo svolgimento della stagione in cui Rosetta
stesso risultava tesserato della Pro Vercelli. Appena fu possibile ‒ con lo scudetto al Genoa e la Juventus
penalizzata ‒ ristabilire l'ordine nel Campionato, Rosetta raggiunse Torino senza più proteste: in cambio la
Pro Vercelli incassò ufficialmente il pagamento, tutt'altro che modesto, di 45.000 lire. La cifra fu superata,
sul finire degli anni Venti, dalle 200.000 lire pretese dalla Lazio per cedere all'Inter il suo centromediano
Fulvio Bernardini, già ragioniere presso la Banca nazionale di Credito.
Dopo l'istituzione del girone unico di serie A (1929), grazie alla quale il calcio, divenuto oggetto
dell'interesse propagandistico del regime fascista, varcò i confini regionali, furono prese due decisioni di
segno opposto, ambedue a opera del presidente della Federazione Leandro Arpinati. Da un lato si
procedette alla chiusura delle frontiere, dall'altro si decise d'incrementare l'arrivo degli oriundi, giocatori
provenienti da altre nazioni ma dalle scontate origini italiane. I controlli furono severi: Orsi, destinato alla
Juventus, restò fermo per un anno, nonostante la spesa sopportata (100.000 lire il contratto, 5000 lire
mensili lo stipendio a lui riconosciuto). A inaugurare la serie degli oriundi fu l'argentino Julio Libonatti, idolo
dei tifosi del Rosario, che fu scelto dal presidente del Torino, il conte Marone Cinzano, nel corso di uno dei
suoi viaggi d'affari in Sud America. Nella sua scia giunsero successivamente Monti, Orsi e Guaita, che fecero
addirittura parte della nazionale azzurra campione del Mondo nel 1934.
Fu a quei tempi che cominciò ad affacciarsi alla ribalta internazionale una figura tipica del calcio-mercato: il
faccendiere, chiamato a seconda dei periodi e delle occasioni sensale o mediatore, e poi consulente e infine
procuratore, ma comunque caratterizzato dal fatto di riscuotere ricche percentuali sugli affari conclusi. I
primi esponenti della categoria furono attivi lungo le rotte calcistiche che collegavano l'Europa al Sud
America, in particolare all'Argentina e al Brasile: si trattava di avventurieri capaci di ricorrere a qualsiasi
trucco, pur di dirottare un calciatore da una società all'altra. Avvenne, per esempio, che un argentino
acquistato dalla Juventus, Sernagiotto, sbarcasse a Genova con in tasca il contratto per il Napoli,
propostogli durante il viaggio da tale Schettini, in seguito smascherato. Una beffa ancora peggiore fu
operata dall'Ambrosiana ai danni della Juventus nel marzo del 1940, alla vigilia della Seconda guerra
mondiale: il presidente dell'Ambrosiana, Pozzani, dopo aver ricevuto da Roma una 'soffiata' sull'imminente
entrata in guerra dell'Italia, offrì al collega bianconero De Divonne tre forti giocatori, Locatelli, Olmi e
Perucchetti, in cambio della considerevole cifra di 600.000 lire; l'affare fu concluso rapidamente, ma fu reso
inefficace dalla successiva sospensione del Campionato.
Anche la politica ha esercitato la sua influenza sul calcio-mercato. Un caso tipico fu il colpo di mano che
riguardò Silvio Piola: centravanti della Pro Vercelli, 51 gol in quattro Campionati, venne d'ufficio convocato
in una caserma romana, sicché il suo trasferimento alla Lazio, preparato da un presidente in ottime
relazioni con Mussolini, poté avvenire "per obblighi militari". A guerra finita, un episodio analogo accadde
in Spagna, quando due società storicamente rivali, il Real Madrid e il Barcellona, si ritrovarono a disputarsi i
servigi del fuoriclasse argentino Alfredo Di Stefano, allora venticinquenne, che era stato appena ceduto da
un club considerato fuori legge dalla FIFA, i Millonarios di Bogotá al River Plate di Buenos Aires. I dirigenti di
Madrid trattarono con i colombiani, i rappresentanti di Barcellona con gli argentini. Il braccio di ferro si
risolse con una proposta ambigua della Federazione spagnola: Di Stefano avrebbe potuto giocare un anno a
Madrid e uno a Barcellona. I catalani respinsero la mediazione e fu la fortuna del Real.
Due episodi ancora più clamorosi nella storia del calcio-mercato risalgono a tempi più recenti. Nel 1981, un
attaccante slavo di discreta fama, Safet Susic, riuscì a firmare, nella stessa sezione di calcio-mercato, ben tre
contratti: uno con l'Inter di Fraizzoli, uno con il Torino di Sergio Rossi, uno con la Roma di Viola. Il
presidente della Lega professionisti dell'epoca, Antonio Matarrese, ne decretò immediatamente
l'espulsione. Nel 1995 Luis Figo, 23 anni, promettente portoghese dello Sporting di Lisbona, finì nelle mani
di un procuratore senza scrupoli e vide svanire le intese sottoscritte prima con la Juventus e poi con il
Parma. Non poté venire in Italia e si fermò a Barcellona, il che peraltro non gli ha danneggiato la carriera.
Quando il calcio-mercato, da affare episodico riservato a pochi addetti, si trasformò in un fenomeno di
costume, in un appuntamento atteso e seguito da giornali e tifosi, la rassegna ebbe la necessità di eleggere
una città a sua sede stabile e di modificare abitudini e regolamenti per adeguarli alla statura dei personaggi
nel frattempo saliti alla presidenza di molte società di calcio. Fra i nomi più illustri, oltre agli Agnelli, la cui
supremazia nella Torino bianconera rimaneva indiscussa, basti ricordare i Rizzoli per il Milan, il petroliere
Angelo Moratti per l'Inter, il comandante Achille Lauro, sindaco di Napoli e patron della squadra, il conte
Marini Dettina, presidente della Roma, Renato Dall'Ara, padrone del Bologna, Paolo Mazza, presidente
della Spal salita in serie A. Nella loro scia, lungo i saloni dell'albergo Gallia, nei pressi della stazione Centrale
di Milano (il calcio-mercato avrà qui la sua sede fino al 1976, quando sarà trasferito all'hotel Hilton, a 50
metri di distanza), nel mese di giugno una folla di curiosi poteva seguire da vicino le schermaglie e le
trattative imbastite da dirigenti competenti, come Gipo Viani e Bruno Passalacqua del Milan, Italo Allodi
dell'Inter, e Andrea Arrica del Cagliari, oltre che da personaggi minori. Nasceva così la leggenda del calciomercato. Su invito di uno stravagante principe siciliano, Raimondo Lanza di Trabìa, i presidenti si
incontravano per cena in un paio di ristoranti milanesi dalle parti di piazza Missori, e passavano poi la notte
in albergo a discutere di gol e di rigori parati, di terzini e mediani da distribuire nelle varie squadre d'Italia.
Accanto ai resoconti veritieri, fiorivano gli aneddoti, i pettegolezzi e le cronache fantasiose, incentrate
soprattutto sulle imprese di Lanza di Trabìa, proprietario terriero in Sicilia, presidente del Palermo ma
residente a Roma, sposato con l'attrice Olga Villi. Quando morì suicida, a soli 39 anni, il principe lasciò in
eredità alla moglie la proprietà del cartellino di Enrique Martegani, giocatore argentino passato dal Padova
al Palermo e poi alla Lazio, abile nel palleggiare ma di scarso valore. L'episodio diede a Garinei e Giovannini
lo spunto per un musical dal titolo La padrona di Raggio di luna.
L'Italia intanto si avviava alla completa ricostruzione e sembrava anzi galvanizzata dal boom economico:
mentre venivano riaperte le frontiere per i giocatori stranieri e i club si andavano trasformando in società
per azioni senza scopo di lucro (riforma del presidente della Federazione, Giuseppe Pasquale), gli ingaggi
diventarono milionari. A sfatare il tabù del milione, aveva provveduto, già nel 1942, Ferruccio Novo,
presidente del Grande Torino, grazie all'assegno versato al Venezia per ottenere Loik e Valentino Mazzola,
decisivi per completare la fortissima formazione granata. Nel 1950, nell'intento di strappare alla
concorrenza della Roma lo svedese Hasse Jeppson, centravanti messosi in luce nell'Atalanta, Lauro arrivò a
versare la cifra record di 105 milioni. La firma dell'accordo tra l'armatore napoletano e il senatore Turani,
presidente dell'Atalanta, avvenne al termine di una cena in un ristorante napoletano.
Il vincolo, cioè l'obbligo di rispettare la volontà della società, e spesso qualche suo capriccio, rendeva
vulnerabile la figura del calciatore, mentre risultava decisivo il ruolo del dirigente. Agli inizi degli anni
Cinquanta vennero introdotte, a questo proposito, due importanti innovazioni regolamentari: l'opzione,
cioè la possibilità di prenotare in anticipo l'acquisto di un calciatore, e la comproprietà, cioè l'acquisto del
50% del cartellino, per la quale il tesserato veniva a trovarsi al servizio di due padroni.
Negli anni Settanta i debiti delle società e le cifre spese per gli ingaggi crebbero a dismisura. Dopo la
sconfitta della nazionale di Fabbri ai Mondiali inglesi del 1966, le frontiere erano state nuovamente chiuse e
tali sarebbero rimaste fino al 1980: restavano tesserabili solo gli oriundi, mentre le valutazioni dei pochi
campioni italiani salivano alle stelle. A rendere meno complicate le trattative, ma più oneroso il loro costo,
provvedevano i mediatori, chiamati 'mister 5%' per indicare l'ammontare richiesto per ciascun affare
concluso. Tra i più famosi furono Walter Crociani e Romeo Anconetani, poi diventato presidente del Pisa.
Il muro del miliardo fu sfiorato per la prima volta dalla Juventus, passata sotto la guida di Giampiero
Boniperti, che nel 1974 acquistò dal Como per 950 milioni il terzino Marco Tardelli, per altro già promesso
all'Inter di Fraizzoli. Presto anche gli altri presidenti si adeguarono. Nel 1975 il costruttore napoletano
Corrado Ferlaino, erede di Lauro, annunciò l'acquisto dal Bologna del centravanti Savoldi, per una cifra
superiore al miliardo, che fece gridare allo scandalo. Nel 1984, riaperte le frontiere, lo stesso Ferlaino,
grazie a un prestito del Banco di Napoli, avrebbe versato 13 miliardi al Barcellona per assicurarsi Maradona.
Il calcio era ormai diventato una vera industria dello spettacolo, alla quale una serie di nuovi regolamenti
tentava di dare una disciplina. Al vincolo fu sostituita la firma contestuale, voluta dall'avvocato Sergio
Campana, battagliero presidente dell'Associazione italiana calciatori (il sindacato di categoria fondato nel
1968), in virtù della quale senza il consenso del tesserato non si poteva procedere al suo trasferimento. Il
primo a imporre la propria volontà fu Gigi Riva, mai uscito dalla Sardegna, nonostante gli affari conclusi una
volta con la Juventus e un'altra con il Milan. In seguito, però, i giocatori si mostreranno meno determinati
nei loro rifiuti, e pronti a cambiare idea e destinazione di fronte a offerte più remunerative. Per combattere
in modo efficace la figura del mediatore, Campana nell'estate del 1978 presentò un esposto al pretore di
Milano Costagliola, il quale dispose la perquisizione della sede del calcio-mercato. Negli stessi giorni
Juventus e Vicenza si contendevano un promettente centravanti, Paolo Rossi. L'ebbe vinta il presidente del
Vicenza, Giuseppe Farina, che pagò 2,6 miliardi per la comproprietà. Franco Carraro, allora presidente della
Lega professionisti, si dimise per protesta.
La possibilità di ingaggiare prima uno, poi due, quindi tre stranieri per squadra ha interamente modificato il
calcio-mercato, dando vita a una sua nuova formulazione sulla quale hanno poi influito altri importanti
fattori, primi fra tutti la quotazione in Borsa delle società (inaugurata dalla Lazio, seguita dalla Roma e dalla
Juventus) e la cosiddetta 'sentenza Bosman'. Quest'ultima è stata emessa nel dicembre 1995 dall'Alta Corte
di Giustizia europea, dopo il ricorso di Jean-Marc Bosman, calciatore belga di modesta fama, e ha decretato
la libertà di circolazione dei calciatori nell'ambito dell'Unione Europea. Nel frattempo le società sono
andate riconoscendo ai loro tesserati stipendi sempre più alti e contratti di durata sempre più lunga, e per
gli ingaggi si sono susseguite sempre più vertiginose cifre-record: Zidane pagato 150 miliardi, Figo valutato
143 miliardi, Crespo acquistato per 110 miliardi.
Infine, nel settembre 2001, l'ultima riforma, ottenuta dopo una mediazione tra Unione Europea e
Federazione mondiale. Si tratta di una svolta epocale, in quanto consente al calciatore di rescindere un
contratto in atto. Il giocatore è quindi libero di guadagnare sempre più, insieme con i suoi procuratori,
diventati a tutti gli effetti i nuovi padroni del mercato. In Italia spiccano i nomi di figli d'arte, come
Alessandro Moggi, figlio di Luciano, il potente direttore generale della Juventus, di qualche calciatore dal
passato importante, come Oscar Damiani, o di manager di solida fama, come Giovanni Branchini,
proveniente dalla boxe. Del Gallia non c'è più traccia nelle cronache, ma il calcio-mercato continua a
occupare i titoli dei giornali e dei telegiornali.
SITOGRAFIA: http://www.treccani.it/enciclopedia/calcio-la-storia-del-calcio_(Enciclopedia-dello-Sport)/