Dodici novelle del Decameron

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Dodici novelle del Decameron
Sebastiano Inturri
Novelle del Decameron:
Vi racconto le dodici
più spassose e piccanti
John William Waterhouse - Un racconto dal Decameron - olio su tela - 1916 - Lady Lever Art Gallery, Liverpool
PREMESSA
La presente opera costituisce una parafrasi di quelle che ritengo le dodici novelle più
spassose e piccanti del Decameron.
Per facilitare la lettura non le ho riportate nel loro testo originale, che essendo stato
scritto quasi sette secoli fa risulta oggi non molto comprensibile, bensì le ho trascritte
con parole mie. Tengo comunque a precisare che la mia non è una traduzione parola per
parola, ma a senso.
Prima delle novelle ho inserito una breve introduzione, in cui tratto la biografia di
Giovanni Boccaccio e lo schema generale del Decameron.
Buon divertimento!
Roma, 18 febbraio 2010
S. I.
GIOVANNI BOCCACCIO E IL DECAMERON
Giovanni Boccaccio nacque in provincia di Firenze (forse a Certaldo) nel 1313.
È considerato il più grande narratore del Trecento italiano.
Figlio illegittimo di un mercante fiorentino, all’età di 14 anni si recò a Napoli con il padre
per compiervi gli studi mercantili e fare pratica bancaria. Qui frequentò gli ambienti
mondani, partecipando alla vita culturale della città, e ben presto abbandonò il
commercio per dedicarsi alla letteratura. Pare che abbia avuto una relazione con una
figlia illegittima del re di Napoli, che si cela forse dietro la Fiammetta immortalata in
diverse sue opere.
Tornato a Firenze, scampò alla terribile peste cominciata nella primavera del 1348, di cui
furono vittima, tra gli altri, suo padre e parecchi suoi amici. Nel 1350 conobbe Francesco
Petrarca, da lui ammirato e ritenuto un vero maestro. I due scrittori rimasero amici fino
alla morte.
Agli inizi degli anni Settanta si ritirò nella sua casa di Certaldo, dove visse appartato,
dedicandosi quasi esclusivamente allo studio e alla meditazione religiosa. Un incarico per
lui molto importante fu quello conferitogli nel 1373 dal comune di Firenze: si trattava di
leggere e commentare alla cittadinanza la Divina Commedia di Dante, incarico che
dovette abbandonare per il sopraggiungere della malattia, che lo avrebbe portato alla
morte il 21 dicembre 1375.
L’opera maggiore di Boccaccio è il Decameron, iniziato nel 1349 e portato a termine due
anni dopo. Si tratta di una raccolta di cento novelle.
Per sfuggire alla peste del 1348, un gruppo di dieci amici, sette donne e tre uomini, si
rifugia in una villa fuori Firenze. Questi dieci amici trascorrono dieci giornate (da cui il
titolo dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a
turno. Ogni giornata, quindi, contiene dieci novelle. Un personaggio alla volta è eletto re
della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti
a rispettare. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in
cui l’argomento delle novelle è libero. Ogni giornata si conclude con una canzone,
intonata dai personaggi che ballano.
GIORNATA SECONDA - NOVELLA SECONDA
Al tempo del marchese Azzo di Ferrara, un giorno un mercante di nome Rinaldo, uscito
da Ferrara si avviò a cavallo verso Verona per lavoro.
Lungo la strada si imbatté in tre uomini che avevano un’apparenza di mercanti, ma in
realtà erano dei banditi, e si unì alla loro compagnia.
I furfanti, per carpire maggiore fiducia al malcapitato, durante il cammino cercarono di
assumere un atteggiamento onesto e caritatevole.
Uno dei lestofanti domandò a Rinaldo: «Quali preghiere siete solito recitare quando vi
trovate in viaggio?»
Il mercante rispose: «Io veramente prego poco; tuttavia la mattina quando esco
dall’albergo ho l’abitudine di recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria per l’anima dei
genitori di san Giuliano; dopo di che prego Iddio e questo Santo affinché la notte
seguente mi permettano di trovare sempre un alloggio. E già in passato mi è capitato più
volte che mi sono trovato in difficoltà, e grazie all’aiuto di san Giuliano tutto si è risolto
nel migliore dei modi.»
Il bandito che gli aveva prima rivolto la domanda gliene fece un’altra: «E stamattina le
avete recitate le preghiere?»
«Certamente» rispose Rinaldo.
Allora il bandito disse: «Pure io ho molto viaggiato, ma non ho mai recitato preghiere
per san Giuliano, bensì altre preghiere, e finora ho sempre albergato bene; vedremo
stanotte se alloggerò meglio io o voi.»
Mentre così discutevano, arrivarono in un posto buio e solitario, dove i furfanti
approfittarono per assalire Rinaldo e derubarlo delle sue cose, tra cui il cavallo e i vestiti.
E mentre si allontanavano lo deridevano: «Va pure e vedi se il tuo san Giuliano questa
notte ti offrirà un buon alloggio, ché il nostro Santo ce lo darà sicuramente buono.»
Il garzone di Rinaldo, vedendo il suo padrone assalito, anziché aiutarlo scappò col
proprio cavallo e andò ad albergare pacificamente a Castel Guglielmo.
Rinaldo, rimasto mezzo nudo, scalzo e senza cavallo, cercò disperatamente un ricovero
in cui trascorrere la notte senza morire di freddo, dato che stava anche nevicando forte.
Dopo un po’ di cammino vide Castel Guglielmo e decise di provare a chiedere ospitalità.
Ma trovò tutte le porte e finestre chiuse e i ponti levatoi alzati. Per sua fortuna trovò
fuori dal castello una pensilina sotto cui ripararsi alla bene e meglio accucciato sopra un
po’ di paglia. Triste e sconsolato, egli si risentì con san Giuliano che non l’aveva aiutato.
Ma anche stavolta il Santo stava per accorrere in suo soccorso.
In questo castello quella notte si trovava una vedova dal corpo bello come nessun’altra
donna, la quale era amata perdutamente dal marchese Azzo. Costui spesso dava
appuntamento alla bellissima donna in questo castello, per portarsela a letto. Ad un certo
punto però arrivò un ragazzo per riferire al marchese delle notizie che lo costrinsero ad
abbandonare il castello.
La donna, delusa, decise di farsi preparare un bagno caldo, cenare e andare a dormire.
Per puro caso il bagno si trovava proprio vicino alla pensilina sotto la quale giaceva,
tremante come una foglia, Rinaldo. Quando la vedova entrò in bagnò, si accorse dei
lamenti del povero mercante; quindi chiamò la domestica e le disse: «Va fuori ai piedi di
questo muro e guarda chi c’è e cosa fa.»
La serva eseguì l’ordine della padrona, uscì dal castello e trovò Rinaldo rannicchiato nella
paglia e infreddolito. Gli domandò chi egli fosse e cosa ci facesse là, e lui le raccontò
l’increscioso fatto che gli era accaduto; dopo di che la pregò di non abbandonarlo al
freddo.
La domestica tornò e raccontò tutto alla vedova, e costei le disse di fare entrare
quell’uomo e di offrirgli cena e alloggio.
L’ancella andò da Rinaldo e lo invitò ad entrare e a farsi un bagno. Il mercante, dopo
essersi immerso nell’acqua calda, si sentì rinato.
La vedova gli fece preparare dei vestiti, che erano del marito morto da poco tempo, i
quali gli calzavano benissimo.
Rinaldo ringraziò Iddio e san Giuliano per averlo liberato da quella che si prospettava
come una notte terribile e per avergli offerto un confortevole alloggio.
Poi la vedova domandò alla serva come stesse il pellegrino, e lei rispose che si era vestito
e che era un uomo bello e distinto. Allora la donna le ordinò di andarlo a chiamare.
Quando la vedova vide arrivare Rinaldo, constatò che era effettivamente come lo aveva
descritto l’ancella. Lo invitò a sedersi accanto a lei davanti al fuoco e a dirle ciò che gli
era successo, e lui le raccontò tutto per filo e per segno. La donna aveva già ascoltato
qualcosa su di lui dal suo garzone, che era arrivato al castello prima, e perciò credette
immediatamente al racconto di Rinaldo, e gli disse anche come avrebbe potuto
raggiungere il garzone.
Appena la cena fu pronta, il mercante si lavò le mani e si sedette a tavola. Egli era un
uomo di mezza età, dal fisico alto e robusto, con un bel viso e dalle maniere affabili e
cortesi. La vedova, provando attrazione per Rinaldo, ed essendo rimasta frustrata per il
mancato incontro a letto con il marchese, carica ancora di appetito sessuale insoddisfatto
coltivò dentro sé il desiderio di fare l’amore con quest’uomo.
La vedova si consigliò con la serva se fosse il caso di vendicarsi della beffa che il
marchese le aveva arrecato, ed approfittare di quel bene che sembrava esserle stato
inviato dalla Provvidenza. La domestica, conoscendo la natura passionale della sua
padrona, assecondò la sua intenzione.
Così dopo cena la vedova si avvicinò al mercante e gli disse: «Rinaldo, perché siete così
pensoso? Non credete che vi saranno restituiti il cavallo e i panni che vi sono stati
sottratti? Tiratevi su col morale! Questa è casa vostra! Anzi, dirò di più: con questi panni
addosso, che erano della buon’anima di mio marito, mi sembrate proprio lui, tant’è che
questa sera mi è venuta cento volte voglia di abbracciarvi e di baciarvi, e se non avessi
temuto di darvi fastidio, di certo lo avrei fatto.»
Rinaldo, udendo queste parole e vedendo il lampeggiare degli occhi vogliosi della donna,
le si fece incontro a braccia aperte e disse: «Signora, pensando che grazie a voi io sono
ancora vivo e la brutta situazione da cui mi avete tratto fuori, mi comporterei da vero
villano se non facessi tutto ciò che è di vostro gradimento; quindi abbraccerò e bacerò
voi finché ne avrete voglia.»
La donna, cui non servivano altre parole per infuocarsi, subito si gettò tra le braccia di lui
e lo cominciò a stringere e baciare, e altrettanto fece lui. Quindi, alzatisi, se ne andarono
in camera da letto e, senza alcun indugio, si coricarono e soddisfecero più volte le loro
voglie prima che si facesse giorno.
Giunta l’alba, la vedova diede dei panni scadenti a Rinaldo, gli diede del denaro
dicendogli di tenerlo nascosto, e dopo avergli indicato la strada per raggiungere il suo
garzone, lo fece uscire da una porta secondaria del castello.
Quindi Rinaldo rientrò nel castello dalla porta principale, fingendo di tornare da un
lungo viaggio. E qui egli ritrovò il suo garzone.
Nel frattempo i tre furfanti erano stati acciuffati per un altro colpo da loro commesso e
furono condotti proprio a Castel Guglielmo e, dopo la loro confessione, Rinaldo poté
recuperare le cose che gli erano state rubate. Per la qual cosa egli, dopo aver ringraziato
Iddio e san Giuliano, rimontò sul proprio cavallo e tornò a casa.
GIORNATA SECONDA - NOVELLA DECIMA
Un tempo a Pisa vi fu un giudice di nome Riccardo il quale, puntando sulla sua
posizione professionale e sulla sua notevole ricchezza economica, si illuse di potersi
permettere una moglie giovane e bella. Così decise di sposare Bartolomea, che era una
delle più belle e procaci donne della città.
Dopo il giorno delle nozze, che furono celebrate con una cerimonia sfarzosa, Riccardo
mostrò alla neo-sposa un particolare calendario, secondo il quale quasi ogni giorno
dell’anno, ora per una ricorrenza religiosa ora per un’altra, doveva essere dedicato al
digiuno e all’astinenza; sicché alla povera donna toccava sì e no un incontro amoroso al
mese.
Un giorno, per sfuggire al gran caldo, il giudice decise di andare a fare una gita in
compagnia della moglie presso una bella località balneare. Qui essi cercarono un po’ di
svago nella pesca: lui salì a bordo di una barca di pescatori, e lei a bordo di una barca di
sole donne. Le due barche, spintesi un po’ troppo al largo, furono avvistate da una nave
di pirati, comandata da un certo Paganino. La barca in cui si trovava Riccardo riuscì a
fuggire e a raggiungere la riva; quella delle donne invece fu catturata dai pirati.
Paganino, accortosi della bellezza che sprigionava la moglie del giudice, la caricò sulla sua
nave e la portò via.
Riccardo, avendo assistito impotente alla scena, ed essendo molto geloso, si addolorò
molto per il rapimento della moglie.
Paganino, non essendo sposato, pensò di tenersi per sé Bartolomea; e, dato che
piangeva, cominciò dolcemente a confortarla. Giunta la notte, avendo lui perso
qualunque calendario, e non ricordandosi quindi di nessuna ricorrenza religiosa,
cominciò a confortare la bella donna, oltre che con le parole, anche con i fatti.
Bartolomea si sentì così confortata da Paganino che si dimenticò molto presto delle
regole dettate dal calendario di Riccardo.
Quando la nave approdò a Monaco, Paganico, oltre a confortare Bartolomea giorno e
notte, cominciò a trattarla come una moglie.
Riccardo, venuto a sapere dove si trovava la moglie, si imbarcò per raggiungerla.
Arrivato a Monaco, la vide da lontano.
Bartolomea, accortasi della presenza del giudice, lo andò a riferire a Paganino, e gli
manifestò la propria intenzione.
La mattina seguente Riccardo incontrò il capo dei pirati e gli espresse la ferma volontà di
recuperare la propria moglie a qualunque costo.
Allora Paganino rispose: «Signore, siate il benvenuto! È vero che ho una giovane in casa,
la quale non so se sia moglie vostra o di qualcun altro, in quanto non conosco voi, e non
conosco ancora neanche la donna, malgrado da qualche tempo lei stia dimorando con
me. Se siete, come dite, suo marito, dato che mi sembrate una persona per bene vi
condurrò da lei, e sono certo che vi riconoscerà subito. Se lei dice che voi siete suo
marito e che vuole tornarsene con voi, la lascerò libera di seguirvi e voi mi consegnerete
il riscatto che vorrete. Se invece così non fosse, sarebbe una villania da parte vostra
cercare di sottrarmela, giacché io sono un uomo giovane e ho il diritto di avere una
donna, e specialmente lei, che è la più gradevole che abbia mai conosciuto.»
Allora Riccardo disse: «È certamente mia moglie, e se tu mi accompagni da lei vedrai che
correrà subito ad abbracciarmi; quindi sono d’accordo con la tua proposta.»
Così i due andarono nella casa di Paganino e, ivi giunti, costui fece accomodare il giudice
in una sala e fece chiamare Bartolomea. Quando costei giunse nella sala trattò Riccardo
come un estraneo.
Riccardo, che si aspettava che lei lo accogliesse con grande gioia, lì per lì rimase stupito,
ma poi pensò: «Forse il gran dolore che ho provato per la sua assenza mi ha sfigurato a
tal punto che lei non mi riconosce più.» Quindi, rivolto a Bartolomea, disse: «Donna,
non vedi che io sono il tuo signor Riccardo, e sono venuto qui a pagare ciò che questo
gentiluomo vuole, affinché io possa riaverti e riportarti a casa?»
La donna sorridendo un po’ rispose: «Signore, siete sicuro che non mi scambiate per
qualche altra donna? Non mi ricordo di avervi mai visto prima!»
Riccardo, supponendo che lei fingesse di non conoscerlo per timore di Paganino, pregò
costui di lasciarli soli, e lui acconsentì. I due si recarono dunque in una camera appartata,
dove il giudice disse: «Orsù! Cuore del mio corpo, anima mia dolce, speranza mia, adesso
non riconosci il tuo Riccardo, che ti ama più di sé stesso? Com’è possibile che non mi
riconosci? Sono così sfigurato? Orsù, occhio mio bello, guardami un po’.»
La donna cominciò a ridere, e interrompendolo disse: «Certamente non sono così
smemorata da non ricordarmi che voi siete il signor Riccardo, mio marito. Ma voi, per
tutto il tempo che dimorai a casa vostra, dimostraste di conoscere molto male me, in
quanto, se voi foste stato saggio come volete far credere a tutti, avreste dovuto capire
che io sono una giovane e rigogliosa donna, e quindi avreste dovuto sapere ciò che le
giovani donne, oltre ai vestiti e al cibo, desiderano e che per vergogna non dicono. E se
vi interessavano più le leggi che la moglie, non vi sareste dovuto sposare. E tutte quelle
feste religiose, con relativi digiuni e astinenze, che voi mi imponevate, per mia fortuna
non le devo più rispettare; adesso invece in questa camera da letto il mio nuovo uomo,
che di certo mi ha mandato la Provvidenza, mi fa osservare ben altro tipo di feste!
Mentre sono ancora giovane intendo stare e vivere con lui, mentre i digiuni e le astinenze
li riserverò a quando sarò vecchia. Quindi andatevene via di qui più presto che potete, e
senza di me rispettate pure tutte le feste religiose che volete.»
Udendo queste parole Riccardo provò un intenso dolore, e disse: «Orsù! Anima mia
dolce, che parole sono queste che stai pronunciando? Non ti interessa dell’onore dei tuoi
parenti? Preferisci rimanere qui a fare la sgualdrina a costui piuttosto che essere mia
moglie onorata a Pisa? Orsù, speranza mia cara, non dire più così; tornatene con me, e
io, conoscendo ormai la tua passionalità, mi sforzerò di soddisfarti.»
Bartolomea rispose: «Dell’onore dei miei parenti non mi importa nulla, perché neanche
loro ne dimostrarono quando mi diedero in sposa a voi. E vi dico pure che qui non mi
considero la sgualdrina, bensì la moglie di Paganino, il quale Dio sa come mi fa sentire
quando a letto mi stringe fra le sue braccia e mi travolge con il fuoco che ha dentro; cosa
che voi, deboluccio come siete, non riuscireste mai a fare. Perciò torno a dirvi di
andarvene immediatamente, prima che io cominci a urlare.»
In uno stato di confusione mentale e in preda allo sconforto, Riccardo uscì dalla camera
e cominciò a pronunciare frasi senza senso. Dopo di che se ne tornò a Pisa, dove visse
gli ultimi anni di vita come un seminfermo mentale.
Alla notizia della morte del giudice, Paganino sposò legittimamente Bartolomea, alla
quale non fece mai conoscere né digiuni né astinenze.
GIORNATA TERZA - NOVELLA PRIMA
Nei pressi di Firenze un tempo vi fu un monastero, di cui non riveleremo il nome per
non diffamarlo, nel quale vi erano una badessa e otto giovani monache.
In questo monastero lavorava come ortolano un ometto di nome Nuto, il quale però,
non soddisfatto del salario che percepiva, decise di tornarsene al proprio paese, cioè a
Lamporecchio.
Qui tra coloro che lo accolsero con calore vi fu un certo Masetto, il quale era un giovane
bello, forte e robusto. Costui domandò a Nuto dove avesse passato tutto quel tempo in
cui si era assentato da Lamporecchio, e lui gli rispose che era stato in un monastero.
Masetto domandò che lavoro svolgesse all’interno del monastero.
Nuto rispose: «Lavoravo un giardino bello e grande; inoltre ogni tanto andavo nel bosco
per raccogliere legna, attingevo acqua ed effettuavo altri piccoli servizi. Ma col basso
salario che le monache mi pagavano non riuscivo a comprarmici neanche le scarpe. Per
di più esse erano petulanti e impiccione, e si lamentavano di come svolgevo il mio
lavoro. Per questi motivi me ne sono andato; ma prima l’amministratore del monastero
mi pregò di cercare qualcuno che gradisse prendere il mio posto e di mandarlo da lui.»
Masetto disse: «Hai fatto proprio bene ad andartene! Come fa un uomo a stare in mezzo
a tante donne? Sarebbe preferibile piuttosto stare in mezzo ai diavoli: sei volte su sette le
donne non sanno neanche ciò che loro stesse vogliono.»
In realtà, però, Masetto era alquanto intrigato dall’idea di lavorare tra tante donne. Ed
essendo lui capace di svolgere i lavori che aveva appena descritto Nuto, pensò, senza
però rivelargli la propria intenzione, di prendere il posto che costui aveva lasciato nel
monastero. Ma temeva che non sarebbe stato accettato, in quanto con la sua giovinezza
e prestanza fisica avrebbe potuto sedurre le giovani monache.
Tuttavia Masetto disse tra sé e sé: «Il monastero si trova lontano e da quelle parti
nessuno mi conosce; perciò fingerò di essere muto, e sarò sicuramente accettato.»
Così egli si mise una scure a tracolla, e senza dire a nessuno dove andava, si avviò come
un mendicante al monastero. Ivi giunto, si presentò all’amministratore, ed esprimendosi
a gesti come fanno i muti, gli chiese qualcosa da mangiare, e in cambio si offrì di
tagliargli la legna.
L’amministratore gli diede da mangiare volentieri. Dopo di che gli pose davanti dei
grossi ceppi che Nuto non era riuscito a spezzare e che invece lui spezzò con facilità.
Quindi lo condusse nel bosco e gli fece tagliare della legna. Poi si fece riaccompagnare a
casa.
L’amministratore, soddisfatto di come lavorava il giovane, lo tenne con sé diversi altri
giorni per fargli svolgere alcune faccende.
Ad un certo punto Masetto fu notato dalla badessa, la quale domandò all’amministratore
chi fosse quel giovane.
L’amministratore rispose: «Reverenda Madre, costui è un poveruomo che qualche giorno
addietro è venuto qui a chiedere elemosina, e io gli ho dato da mangiare, e nello stesso
tempo gli ho fatto svolgere delle mansioni di cui avevo necessità. Se lui fosse capace di
coltivare l’orto e volesse rimanere qui, penso che ne trarremmo sicuro giovamento,
poiché è un uomo forte che potremmo adibire a numerosi servizi; inoltre, essendo egli
sordomuto, non vi sarebbe alcun rischio che importunasse le monache.»
La badessa disse: «In fede di Dio, ciò che dici è pura verità; accertati che sappia lavorare
e convincilo a rimanere; dagli qualche paio di scarpe, qualche vecchio cappello, trattalo
con cortesia e fallo mangiare bene.»
L’amministratore assicurò che avrebbe obbedito al volere di lei.
Masetto, che aveva ascoltato tutto il discorso mentre poco distante dai due stava
fingendo di spazzare la corte, tra sé e sé disse: «Se mi farete rimanere nel monastero, vi
lavorerò l’orto come mai nessuno lo ha fatto.»
L’amministratore, accertatosi che Masetto sapesse lavorare bene, a gesti gli domandò se
volesse rimanere, e lui fece cenno di sì. Quindi l’amministratore gli affidò una serie di
cose da fare, e poi si allontanò dal monastero per altre incombenze.
Giorno dopo giorno, le monache cominciarono a canzonare Masetto come si suole fare
con i sordomuti, rivolgendogli le parole più offensive, mai immaginando che lui potesse
udirle.
Un giorno, avendo lavorato molto, il giovane si distese in giardino per riposarsi.
Due giovani monache che si trovavano a passare gli si avvicinarono per guardarlo, e lui
finse di dormire.
Una delle due, quella più licenziosa, disse all’altra: «Se tu mi assicurassi di tenere il
segreto, ti rivelerei un pensiero che ho avuto più volte, che forse potrebbe giovare anche
a te.»
L’altra monaca: «Dimmelo: ti prometto che non lo dirò a nessuno.»
La licenziosa: «Hai mai pensato a come siamo tenute sotto stretta sorveglianza? E hai
mai pensato che in questo monastero non entra mai un uomo, a parte l’amministratore,
che è vecchio, e questo muto? E io ho più volte sentito dire da altre donne che tutte le
altre dolcezze del mondo sono poca cosa, se confrontate con la delizia che si può gustare
quando l’uomo e la donna vanno a letto assieme. Ultimamente ho spesso desiderato di
provare con quest’uomo se questa delizia sia veramente la più grande di tutte: e costui è
la persona più indicata, in quanto non c’è rischio che potrebbe andare a raccontarlo in
giro. Dimmi cosa ne pensi.»
E l’altra: «Ohimè! Che cosa stai dicendo? Non sai che abbiamo promesso la nostra
verginità al Signore?»
«Sì, va beh! Ma chissà quante cose si promettono che poi non possono essere
mantenute!»
«E se dovessimo rimanere incinte, come ci giustificheremmo?»
«Ti bagni prima che piova! Nel caso in cui ciò dovesse accadere, penseremmo alle
soluzioni!»
L’altra monaca, udendo queste parole, e avendo ormai più voglia di lei di provare che
tipo di bestia sia l’uomo, disse: «Va bene: come faremo?»
«Ormai sono le nove di sera, e staranno tutte dormendo; conduciamo il muto in una
capanna, e ci intratteniamo a turno con lui, mentre l’altra fa la guardia.»
Masetto udiva tutto questo discorso e, ben disposto a ubbidire, non aspettava altro che
essere chiamato.
Accertatasi che non passasse nessuno nei dintorni, la monaca licenziosa svegliò Masetto,
lo prese per mano e lo portò nella capanna, dove lui fece ciò che lei volle. La monaca,
dopo aver ottenuto ciò che voleva, fece entrare l’altra, per fare provare anche a lei quella
gioia.
Le due monache continuarono a divertirsi nella capanna anche nei giorni successivi,
finché un giorno dalla finestra della propria camera una delle rimanenti sei monache si
accorse degli incontri osceni, e lo riferì ad altre due compagne; costoro inizialmente
avevano intenzione di spifferare tutto alla badessa, ma poi decisero di accordarsi con le
due monache e godere a turno della delizia di quegli incontri.
Un giorno in cui faceva molto caldo la badessa, che non si era ancora accorta di nulla, si
trovava a passare da sola per il giardino e vide, disteso a riposarsi sotto un albero,
Masetto, il quale di giorno era costretto a lavorare poco perché la notte si stancava
troppo. A un certo punto il vento sollevò i pochi panni che coprivano Masetto. La vista
delle parti intime del giovane fece venire voglia alla badessa, la quale, svegliato Masetto,
lo portò in camera sua, dove lo tenne con sé per provare e riprovare quella dolcezza che
fino ad allora aveva insegnato a disprezzare.
Le monache, non vedendo Masetto, cominciarono a reclamare perché non veniva più a
coltivare l’orto.
Dopo alcuni giorni la badessa fece tornare il giovane nella propria stanza, e qui sia lei sia
le altre monache si recavano quando volevano soddisfare le loro voglie.
Ad un certo punto però Masetto si rese conto che l’idea di passare per sordomuto gli
stava arrecando più male che bene, in quanto accontentare tutte quelle donne era
faticosissimo. Perciò una notte, mentre si trovava con la badessa, cominciò a parlare e
disse: «Reverenda Madre, so per sentito dire che un gallo basta senza problemi a dieci
galline, ma dieci uomini possono a stento soddisfare una donna. Quindi si figuri che
fatica devo sopportare io da solo per accontentare nove donne. Se continuo di questo
passo, io ci rimetto le penne! Perciò o mi lasciate andare oppure trovate un’altra
soluzione che non metta in pericolo la mia salute.»
La badessa, udendo parlare costui che credeva muto, rimase stupefatta e disse: «Che ti è
successo? Pensavo che fossi muto!»
«Reverenda Madre» rispose Masetto «infatti ero muto, ma non dalla nascita, bensì lo ero
diventato in seguito a una malattia, e adesso mi è tornata la parola, e lodo Iddio con tutta
la mia forza per questo.»
La badessa gli credette, e poi gli domandò cosa intendesse quando poco prima aveva
detto che lui doveva accontentare nove donne.
Quando la badessa ascoltò la risposta si rese conto che era in pericolo il buon nome
dello stesso monastero. Così cercò una soluzione, in base alla quale Masetto rimaneva,
ma nello stesso tempo doveva essere garantita la buona reputazione del monastero. E
siccome proprio in quei giorni era morto l’amministratore, la badessa e le monache
diffusero la notizia secondo cui esse avevano pregato il Santo cui era dedicato il
monastero affinché fosse restituita la parola a Masetto. Dopo di che lo nominarono
nuovo amministratore. Tale incarico gli fruttò un’ottima retribuzione.
Nel frattempo le numerose monache che lui aveva ingravidato partorirono tanti bambini,
che lui tenne per sé senza rivelare a nessuno i nomi delle madri.
Fattosi vecchio, Masetto se ne tornò a Lamporecchio con tanti soldi e tanti bei figli, e ciò
grazie al fatto che aveva saputo ben sfruttare la propria giovinezza.
GIORNATA TERZA - NOVELLA SECONDA
Un tempo a Pavia aveva il proprio trono il re longobardo Agilulfo. Costui sposò
Teudelinga, la quale era una donna saggia, virtuosa e bellissima.
Uno degli stallieri della regina, un uomo bello e alto, si innamorò perdutamente di lei.
Però lui si rendeva conto di non avere nessuna speranza di essere corrisposto, in quanto
era di bassa condizione socio-economica. Perciò mantenne segreto nel proprio animo
l’amore provato, e non lo palesò neanche alla stessa regina.
Ma, come spesso avviene, quanto più diminuisce la speranza, tanto più aumenta l’amore;
e questo è ciò che accadde anche a questo stalliere, che ogni giorno diventava sempre più
bramoso di dare sfogo al suo amore. Finché, ormai completamente sopraffatto dal
tormento interiore, decise di togliersi la vita. E voleva fare in modo che dal suo suicidio
apparisse manifesto il suo amore per la regina. Così penso di morire dopo essere stato a
letto con lei. E l’unico modo in cui poteva farlo era quello di introdursi con l’inganno nel
letto di lei.
Pertanto lo stalliere studiò le abitudini del re. Notò che quando costui la notte andava
nella camera della regina aveva sempre un mantello sulle spalle, mentre con una mano
reggeva una torcia e con l’altra una bacchetta. Notò pure che quando il re arrivava
davanti alla camera dava uno o due colpi di bacchetta sulla porta affinché gli fosse
aperta.
Così lo stalliere si procurò un mantello simile a quello del re, una torcia e una bacchetta.
Poi si lavò bene, perché altrimenti la regina avrebbe sentito la puzza di letame che lui a
causa del suo lavoro aveva addosso. Quindi, accertatosi che il re non si trovava già nella
camera della regina, bussò due volte con la bacchetta. La porta fu aperta da una
cameriera sonnacchiosa, la quale gli tolse di mano la torcia. Lo stalliere, senza dire una
parola, entrò nella camera buia, si tolse il mantello, si spogliò e si introdusse nel letto nel
quale era coricata la regina. E mostrandosi di cattivo umore per non essere costretto a
parlare (ed essere così riconosciuto), si unì carnalmente alla regina più volte. Dopo di che
si rivestì, si riprese il mantello e la torcia, e senza dire nulla se ne andò.
Dopo un po’ il re andò nella camera della regina come era solito fare, si infilò nel letto di
lei e la salutò lietamente.
La regina ovviamente rimase sorpresa: «O signor mio, che novità è questa stanotte? Vi
siete appena allontanato da me dopo aver soddisfatto l’appetito sessuale con più
passione del vostro solito, e subito ritornate da me?»
Udendo queste parole, il re capì l’inganno di cui era stata vittima la regina, ma fece finta
di nulla per non turbarla e per non ammettere che colui che poco prima l’aveva appagata
più del solito non era lui, bensì un altro uomo. Perciò il re recitò la parte e disse:
«Donna, non vi sembro capace di avere un nuovo rapporto sessuale?»
La regina rispose: «Signor mio, sì; tuttavia vi esorto ad avere cura della vostra salute.»
Allora il re disse: «Va bene, seguirò il vostro consiglio, e perciò me ne vado senza darvi
più fastidio per questa notte.»
Uscito dalla camera, il re, acceso d’ira per il fatto che era successo, si mise subito alla
ricerca di chi aveva osato fare un simile affronto all’onore suo e della regina. E ritenendo
che costui si trovasse ancora all’interno della casa andò in tutte le camere da letto della
servitù per toccare, uno per uno, i petti di tutti gli uomini allo scopo di scoprire colui al
quale il cuore battesse forte. Lui pensava infatti che, poiché il fatto era successo da pochi
minuti, il suo autore doveva ancora avere le pulsazioni accelerate in seguito all’atto
sessuale.
Lo stalliere, che era ancora sveglio, si accorse del controllo che stava effettuando il re, e
si coricò subito fingendo di dormire. Quando il re toccò il suo petto constatò che il
cuore gli batteva forte, anche perché alla fatica dell’atto sessuale si era aggiunta la paura
di essere scoperto.
Il re, il quale voleva che non si sapesse in giro l’affronto subìto, rimandò la punizione ai
danni dello stalliere all’indomani mattina e, come segno di riconoscimento, gli tagliò una
ciocca di capelli, convinto che costui dormisse. Fatto questo, il re tornò in camera sua.
Lo stalliere capì che il re gli aveva tagliato i capelli per individuarlo facilmente; perciò,
senza perdere altro tempo, tagliò una ciocca di capelli a tutti gli altri che stavano
dormendo e se ne tornò a letto.
La mattina seguente il re comandò che, prima che fossero aperte le porte di casa, tutti i
suoi abitanti uomini fossero portati davanti a lui; e così fu fatto. Il re osservò che a quasi
tutti era stata tagliata una ciocca di capelli, e pensò: «Colui che cerco, sebbene di basso
ceto sociale, dimostra di avere molto senno.»
Pertanto il re si rese conto che per scoprire il colpevole adesso sarebbe stato necessario
uscire allo scoperto; ma sapeva benissimo che il gioco non valeva la candela, in quanto
per una piccola vendetta non gli conveniva di macchiarsi del disonore di far sapere a tutti
che la propria donna era stata posseduta da un altro. Quindi egli decise di parlare al
colpevole in maniera che solo costui capisse, e disse: «Chi lo fece non lo faccia più, e
andatevene con Dio.»
Coloro che ascoltarono queste parole si meravigliarono, e a lungo si domandarono cosa
avesse voluto dire il re; ma non vi fu nessuno che lo scoprì, se non lo stalliere cui erano
dirette quelle parole; il quale era così riuscito a concedersi un incontro amoroso con la
donna per cui spasimava, senza per questo essere poi condannato a morte.
GIORNATA TERZA - NOVELLA TERZA
Un tempo a Firenze vi fu un’elegante, fine e bella signora, di cui per delicatezza non
riveleremo il nome, la quale era sposata con un ricco laniere.
Ad un certo punto tale signora, che si considerava di nobili origini, cominciò a pensare
che il marito, seppure molto ricco, era pur sempre un artigiano, e come tale non
possedeva la signorilità e raffinatezza che lei presumeva di meritare. Perciò decise che da
allora in poi si sarebbe fatta abbracciare da lui solo quando non ne avrebbe potuto fare a
meno; e per la soddisfazione delle proprie voglie iniziò a cercare un uomo che fosse
degno di lei.
In quei giorni la donna notò un distinto uomo di mezza età che passava spesso davanti
alla sua casa. E dopo un po’ di tempo si innamorò a tal punto di quest’uomo che, se un
giorno non lo vedeva, quella notte non riusciva a dormire tranquilla.
L’uomo non si era accorto minimamente dell’interesse della donna. Lei, da parte sua,
temendo che si potesse sapere in giro, non gli dichiarava il suo amore né per mezzo di
una intermediaria né per mezzo di una lettera.
Tuttavia la donna aveva notato che l’uomo soleva praticare un frate il quale, sebbene
grassoccio di costituzione, aveva fama di essere onesto e virtuoso. La donna pensò che
quel frate poteva costituire un valido intermediario tra lei e il suo amato.
Così ella si recò nella chiesa dove adempiva il sacro ministero il frate, lo fece chiamare e
gli comunicò l’intenzione di farsi confessare da lui.
Il frate, vedendola donna dalle maniere gentili, offrì senza esitazione la propria
disponibilità ad ascoltarla.
La donna, dopo la confessione, disse: «Padre, vi vorrei chiedere un aiuto e un consiglio.
Voi sapete, da quanto vi ho detto, che ho un marito che mi ama più della sua vita; e
grazie alla sua ricchezza mi dà tutto ciò che desidero; perciò io lo amo più di me stessa.
E se solo pensassi qualcosa che andasse contro il suo onore o il suo piacere, nessuna
donna si meriterebbe le pene dell’Inferno come me le meriterei io. Ora, un uomo alto e
bello, ben vestito, di cui non conosco il nome, ma che ha l’aria di essere persona per
bene, e che, se non mi sbaglio, frequenta voi, forse non conoscendo il mio attaccamento
a mio marito, di cui vi ho anzi detto, mi sta assillando con i suoi approcci; sicché non
posso affacciarmi un attimo né alla porta di casa né alla finestra, ché lui subito mi si para
innanzi; e mi meraviglio che lui non sia qui anche adesso. E ciò mi addolora, in quanto
per simili fatti le donne subiscono un danno alla propria reputazione. Ho pensato di
chiedere aiuto ai miei fratelli, ma poi ho cambiato idea, poiché si sa che spesso le
questioni tra uomini cominciano con le parole e finiscono con le mani. Così, per evitare
scandali, me ne sono stata zitta, e ho preferito dirlo a voi piuttosto che ad altre persone,
giacché sembra che siate suo amico. Quindi vi prego, per l’amor di Dio, di riprendere
quest’uomo e di diffidarlo dal continuare a infastidirmi. Ci sono tante donne alle quali
piace essere guardate e corteggiate; perciò costui vada da queste donne e lasci in pace
me, che non ho il minimo interesse in questo tipo di avventure.»
Detto questo, la donna abbassò la testa come se volesse piangere.
Il frate, avendo creduto ciecamente alle parole della donna, le promise che avrebbe fatto
in modo che quell’uomo non le avrebbe più arrecato alcuna seccatura. E sapendo che lei
era molto ricca, le sottolineò l’importanza della carità e dell’elemosina, e le manifestò lo
stato di bisogno in cui versava il monastero.
Finita la confessione e fatta la penitenza, la donna riempì le mani del frate di denaro per
l’elemosina e lo pregò che celebrasse delle messe per l’anima dei suoi cari defunti; dopo
di che si alzò e tornò a casa.
Non molto tempo dopo, dal frate si recò, come era solito fare, il presunto scocciatore. Il
frate lo rimproverò per il comportamento offensivo che secondo quanto detto dalla
donna aveva tenuto nei confronti di lei, e gli intimò di lasciarla in pace.
In un primo momento l’uomo si meravigliò, ma poi capì il vero scopo della donna, che
invece il frate non aveva capito. Perciò finse di vergognarsi per quello che aveva fatto, e
promise di non farlo più. Dopo di che si recò a casa della donna, la quale stava sempre
attenta dietro una finestrella per vedere se passasse l’uomo dei suoi desideri. Appena lo
vide arrivare lo accolse con così tanto piacere che lui si rese conto in maniera
inequivocabile che la propria supposizione sul vero scopo della donna era esatta.
Da quel giorno in poi, con la dovuta prudenza (per non essere scoperti dal marito di lei),
l’uomo continuò a passare davanti alla casa della donna, la quale poté così appagare la
gioia di vedere spesso l’uomo per cui ella spasimava.
Ma dopo un po’ di tempo la donna, accortasi di piacere a quel valente uomo come lui
piaceva a lei, desiderosa di approfondire quell’amore che fino a quel momento era stato
solo spirituale, andò nuovamente dal frate e, inginocchiatasi, cominciò a piangere.
Il frate le domandò il motivo di quel pianto.
La donna rispose: «Padre, sono tornata per parlarvi ancora di quel vostro amico
maledetto da Dio, il quale sembra che sia nato per farmi accendere il desiderio ed
indurmi a commettere un peccato del quale mi vergognerei così tanto che non avrei
neanche il coraggio di chiedervi la remissione.»
«Come!» sbottò il frate «Non ha cessato di infastidirvi?»
«Assolutamente no;» rispose la donna «anzi, dopo che io sono venuta a lamentarvi da
voi, lui, forse per dispetto, è passato davanti a casa mia più spesso di prima. Per giunta
adesso non si limita a guardarmi, ma la sua sfacciataggine lo ha indotto a mandarmi a
casa una donna per farmi avere notizie sul suo conto e per farmi consegnare una borsa e
una cintura, come se io non avessi borse e cinture! E questa cosa mi ha offesa così tanto
che lì per lì sono stata tentata di commettere qualche sciocchezza; ma mi sono trattenuta
e ho pensato che prima di prendere decisioni affrettate avrei dovuto farlo sapere a voi.
Vi ho portato la borsa e la cintura affinché le restituiate a lui e gli diciate che non ho
bisogno delle sue cose, poiché grazie a Dio e a mio marito ho così tante borse e cinture
che queste che lui voleva regalarmi vi si perderebbero in mezzo! Padre, perdonatemi, ma
se le vostre parole non dovessero bastare, mi vedrei costretta a chiedere aiuto a mio
marito e ai miei fratelli.»
Dopo aver finito di parlare, la donna, mentre piangeva forte, trasse da sotto il soprabito
una bellissima borsa e una pregiata cintura e le buttò in grembo al frate, il quale,
credendole ciecamente, rimase turbato da quelle parole e disse: «Figliola, se ti affliggi per
le cose che mi hai raccontato non mi meraviglio, né ti posso disapprovare; e apprezzo
molto la tua decisione di chiedere consiglio a me. L’altro ieri ho rimproverato il mio
amico, ma a quanto vedo lui non ha mantenuto la promessa. Perciò non appena lo vedrò
gli darò una tale lavata di testa che dopo non ti arrecherà più alcuna molestia. E tu, con
la benedizione di Dio, non ti lasciare sopraffare dall’ira e non dire nulla né a tuo marito
né ai tuoi fratelli. E non temere neanche un po’ che questa storia possa far sorgere il
minimo dubbio sulla tua onorabilità, giacché io sarò sempre, davanti a Dio e davanti agli
uomini, testimone irremovibile della tua purezza e innocenza.»
La donna assunse le sembianze di persona alquanto riconfortata e disse: «Signore, nelle
ultime notti ho sognato spesso i miei parenti defunti, e soprattutto la mia mamma, i quali
mi chiedevano suffragi; e perciò vorrei che celebraste per le loro anime le quaranta
messe di san Gregorio e recitaste le vostre orazioni.» Dopo aver finito di parlare, gli pose
in mano una moneta d’oro.
Il santo frate accettò volentieri il denaro e, dopo averle impartito la benedizione, la
congedò.
Poi il frate mandò a chiamare l’amico, e appena costui arrivò lo rimproverò aspramente e
gli mostrò la borsa e la cintura.
Il valente uomo, fingendo di vergognarsi molto e di essersi pentito per ciò che aveva
fatto, gli promise che non lo avrebbe fatto più.
Quindi il frate sciocco diede i due oggetti all’amico e, dopo averlo ammonito a non
ripetere il peccato, lo mandò via.
Il valente uomo andò in un posto nascosto, dove fece vedere alla sua donna che aveva
ricevuto i suoi regali, e di ciò lei fu molto lieta.
La mattina seguente il marito della donna si allontanò da casa a cavallo perché aveva un
impegno a Genova.
Subito dopo la partenza del marito la intraprendente donna andò dal santo frate, e dopo
essersi molto lamentata per l’ennesimo torto subìto dall’amico di lui, piangendo gli disse:
«Padre mio, sono arrivata al limite della sopportazione; ma siccome vi ho promesso che
non avrei adottato provvedimenti senza prima avervi consultato
sono venuta a raccontarvi cosa sia arrivato a fare il vostro amico. Ebbene, quest’uomo,
che mi sembra un diavolo dell’Inferno, è venuto a sapere, non so come, che ieri mattina
mio marito è andato a Genova. Stamattina costui è entrato nel mio giardino,
arrampicandosi su un albero è salito alla finestra della mia camera, ha aperto la finestra e
voleva entrare; ma io, svegliatami, mi sono subito alzata; e avrei iniziato a gridare, se lui
non mi avesse implorata di non farlo in grazia del nome di Dio e di quello vostro.
Quindi io, per il rispetto che ho nei vostri confronti, non ho urlato, e nuda come mi
trovavo sono corsa a chiudergli la porta in faccia; dopo di che, non udendolo più, penso
se ne sia andato. Vedete voi se io posso continuare a tollerare questa situazione!»
Il frate, ascoltando queste parole, fu la persona più sconvolta di questo mondo, e le
domandò: «Siete sicura che si trattasse del mio amico?»
La donna rispose: «Lodato sia Iddio se io non riconosco lui da un altro! Sono sicura che
era proprio lui, e se lui dovesse negarlo, non gli credete.»
Allora il frate disse: «Figliola, questa volta il mio amico ha proprio esagerato, e hai fatto
bene a dirmelo. Ma ti prego, così come hai fatto già le altre volte, di seguire anche
stavolta il mio consiglio di non dire nulla ai tuoi parenti e di lasciare fare a me, per vedere
se riesco a frenare questo diavolo scatenato, che io consideravo un santo.»
Quindi la donna tornò a casa.
Subito dopo il valente uomo, passando vicino al monastero, fu avvicinato dal frate, il
quale, chiamatolo in disparte, lo coprì dei peggiori epiteti, accusandolo di aver giurato il
falso e di aver tradito la sua fiducia.
L’uomo disse: «Perché questa collera nei miei confronti, Signore? Ho forse crocifisso
Cristo?»
A cui il frate rispose: «Guarda che svergognato! Fa pure finta di non ricordare, come se
fosse passato chissà quanto tempo dalle disonestà e malvagità che ha compiuto! Ti sei
forse dimenticato la cattiva azione che hai commesso stamattina?»
Il valente uomo rispose: «Non so dove sia stato stamattina; il messaggero è arrivato
prestissimo a riferirvi le sue notizie!»
Disse il frate: «Non è venuto alcun messaggero da me; tuttavia penso che, siccome il
marito della donna che ultimamente stai perseguitando non è in casa, perché è partito
per un viaggio, hai creduto che lei ti dovesse attendere a braccia aperte! Ecco la persona
onesta! Di notte va girando per i giardini degli altri, sale sugli alberi e cerca di entrare
attraverso le finestre nelle case in cui stanno le donne sole! E bravo: ti sei emendato bene
dopo le mie ammonizioni! Quando la smetterai di dare noia a questa santa donna, la
quale finora ha taciuto i tuoi affronti non per amore che lei prova per te, bensì perché
sono io che l’ho pregata di non dire nulla in giro? Ma non rimarrà più zitta: le ho dato il
permesso in base al quale se tu dovessi fare qualcosa ancora che la possa offendere, lei
sarebbe libera di reagire a suo piacimento. Cosa farai se lo dice ai fratelli?»
Il valente uomo, avendo compreso benissimo il messaggio lanciato dalla donna, per
liberarsi dal frate gli fornì le più ampie rassicurazioni sul proprio comportamento futuro
e se ne andò. La notte seguente egli attraversò il giardino, salì sull’albero e, trovata la
finestra aperta, entrò nella camera della procace donna e cominciò ad abbracciarla. Da
parte sua, lei, che lo aveva atteso con grande desiderio, lo accolse lietamente dicendo:
«Molte grazie al frate, che ti ha indicato la strada per venirmi a trovare.» Dopo di che,
parlando e ridendo molto della ingenuità del frate, disprezzando gli attrezzi e i materiali
da laniere, si dilettarono reciprocamente con passione.
Da quel giorno in poi i due amanti si incontrarono regolarmente per dare soddisfazione
ai loro deliziosi piaceri senza dover ricorrere più all’aiuto del frate credulone.
GIORNATA TERZA - NOVELLA SESTA
Un tempo a Napoli vi fu un giovane e ricco nobile di nome Ricciardo il quale, benché
avesse una moglie giovane, bellissima e amabile, si innamorò di una donna di nome
Catella, che era da tutti considerata di gran lunga la più bella di tutte le napoletane. Costei
era sposata con un gentiluomo di nome Filippello, il quale era da lei amato più di ogni
altra cosa al mondo.
Ricciardo tentò con Catella tutte le strategie che un uomo può adottare per conquistare
una donna; ma, non riuscendo a raggiungere il proprio obiettivo, egli perse qualunque
entusiasmo di vivere.
Alcune parenti di Ricciardo lo esortarono a mettersi il cuore in pace, poiché il suo
corteggiamento per Catella non aveva alcuna speranza di successo, in quanto lei era
troppo innamorata di Filippello, del quale era gelosissima.
Ricciardo, dopo aver udito queste parole, pensò che proprio tale gelosia poteva costituire
la strada migliore da percorrere per giungere a propiziarsi l’amore di Catella. Egli lasciò
credere di essersi rassegnato ai rifiuti di costei, e finse di aver messo gli occhi addosso a
un’altra donna. Inoltre mostrò di partecipare a spettacoli d’armi e giostre per questa
nuova donna che lui diceva di amare intensissimamente.
Un giorno in cui faceva molto caldo avvenne che, secondo le usanze napoletane, un
gruppo di donne e cavalieri andarono al mare per pranzare e cenare al fresco. Ricciardo,
sapendo che tra le donne c’era Catella, andò pure lui al mare unendosi al gruppo degli
uomini. A un certo punto egli fu invitato dalle donne ad aggregarsi al loro gruppo; lui
accettò, ma furbescamente si fece prima pregare, quasi come se non fosse molto lieto di
stare con loro.
Le donne, tra cui Catella, cominciarono a scherzare del nuovo amore di Ricciardo, e lui,
simulando di aver perso la testa per questa nuova fiamma, offriva altri spunti per
alimentare l’ilarità di quelle donne. Dopo un certo tempo trascorso a ridere e scherzare,
alcune donne si allontanarono, cosicché del crocchio originario rimasero poche persone,
tra cui Catella e Ricciardo. Costui lanciò verso di lei una frase spiritosa che alludeva a un
certo amore di Filippello. Catella, gelosa com’era, iniziò a rodersi, e pregò l’uomo di
spiegarle cosa intendesse con quella battutina.
Ricciardo rispose: «Dato che mi avete scongiurato, non posso negarvi di dirvi ciò che mi
avete chiesto, e perciò sono pronto a rispondervi; ma mi dovete promettere che non
riferirete né a vostro marito né a nessun’altra persona le mie parole, se non dopo che
vedrete con i vostri occhi i fatti che sto per dirvi.»
La donna credette ciecamente alla sincerità di Ricciardo e acconsentì alla sua richiesta,
giurandogli che non avrebbe detto niente a nessuno. Quindi, dopo essersi appartati per
non essere sentiti, Ricciardo cominciò a dire: «Signora, se io vi amassi ancora come vi ho
amato in passato, non dovrei osare di dirvi qualcosa che possa rincrescervi; ma poiché
quell’amore è ormai finito, mi preoccuperò di meno nel rivelarvi ogni elemento della
faccenda. Io non so se Filippello si sia mai risentito dell’amore che io provavo per voi o
se abbia pensato che io sia mai stato amato da voi; ma comunque stiano le cose, lui non
ha mai fatto notare nulla; adesso però, avendo forse fatto passare un po’ di tempo di
proposito allo scopo di destare meno sospetti, sembra che voglia fare a me ciò che lui
pensa che io abbia fatto a lui, e cioè ottenere il piacere da mia moglie. E, per quanto ne
so, ultimamente egli l’ha più volte fatta chiamare in gran segreto qui; e ogni volta mia
moglie gli ha sempre dato le risposte che le avevo indicato io. Stamattina, prima che io
venissi qui, vedendo mia moglie parlare con una donna, le ho domandato chi fosse
quella donna, e lei mi ha risposto che l’aveva mandata Filippello per dirle che, se lei
voleva, avrebbe potuto incontrarsi segretamente con lui presso uno stabilimento
balneare. E affinché voi poteste verificare che queste mie parole non sono frottole, bensì
pura verità, ho incaricato mia moglie di dire a quella donna che lei era disposta a
incontrarsi in questo stabilimento con Filippello alle tre del pomeriggio, quando tutti
dormono. Ora, se io fossi al posto vostro, mi farei trovare da vostro marito nel luogo e
nell’ora in cui lui deve incontrarsi con mia moglie, facendogli credere, approfittando del
buio, di essere lei. Poi andrei a letto con lui, e dopo aver ceduto alle sue voglie gli farei
vedere con quale donna si è divertito. E quando lui si renderebbe conto che anziché con
l’amante ha fatto l’amore con la moglie, proverebbe una tale vergogna per essere stato
scoperto, che penso sarebbe vendicato sia il vostro onore sia il mio.»
Catella, completamente accecata dalla gelosia, credette immediatamente alle parole di
Ricciardo e accettò il piano che le aveva proposto.
Ricciardo la pregò di non dire che aveva saputo da lui il tradimento commesso dal
marito, e lei lo rassicurò.
La sera dello stesso giorno Catella notò che il marito non le rivolse molte attenzioni, e
questo aumentò i suoi sospetti. Tra sé e sé pensò: «Veramente costui ha il pensiero
occupato per la donna con cui si crede di potersi incontrare domani per divertirsi con lei
a letto; ma giuro a me stessa che questo non avverrà.»
L’indomani mattina Ricciardo si rivolse alla signora che gestiva lo stabilimento balneare
dove aveva detto che si sarebbero dovuti incontrare sua moglie e Filippello, e la pregò di
preparare un confortevole letto in una camera buia. Dopo aver pranzato, Ricciardo si
sdraiò su quel letto in attesa che arrivasse Catella.
Giunte le tre del pomeriggio, costei si recò sul luogo dell’appuntamento e si rivolse alla
signora la quale, bene istruita da Ricciardo, rispose che Filippello la stava aspettando in
camera.
Catella, col volto coperto per non essere riconosciuta, entrò nella camera indicata e si
chiuse dentro.
Ricciardo, vedendola entrare, felice si alzò in piedi e abbracciandola con voce camuffata
disse: «Benvenuta all’anima mia!»
Catella, fingendo di essere la moglie di Ricciardo, senza esitazione lo abbracciò, lo baciò
e lo accolse lietamente, ma senza parlare per non essere identificata.
Ricciardo la condusse sul letto, e qui entrambi se la spassarono a sazietà.
Ma appena Catella ritenne che fosse giunto il momento per sfogare la rabbia che covava,
cominciò a parlare: «Ahi! Quanto è misero il destino delle donne e come è mal riposto
l’amore di molte nei mariti! Io, povera me, per ben otto anni ti ho amato più della mia
vita, e tu, uomo malvagio, ti infuochi e scateni la tua passione per una donna estranea!
Con chi credi di avere appena fatto l’amore? L’hai fatto con colei che con false lusinghe
hai ingannato mostrandole amore, ma essendo innamorato di un’altra. Io sono Catella,
non sono la moglie di Ricciardo, disonesto traditore che non sei altro: ascolta se
riconosci la mia voce, sono proprio io; e non vedo l’ora che ci mettiamo in un posto
illuminato, perché io ti possa svergognare come meriti, sporco cane degno di disprezzo!
Ahimè, povera me! A chi ho donato per così tanti anni così tanto amore? A questo cane
spudorato che, credendo di avere tra le braccia una donna estranea, mi ha fatto più
carezze e coccole in questi pochi minuti che sono stata a letto con lui, che in tutti i
rimanenti anni che sono stata sua. Oggi, lurido cane, sei stato vigoroso e impetuoso,
mentre di solito sei rammollito e fiacco! Ma sia lodato Iddio che oggi hai lavorato il tuo
campo, e non quello altrui come credevi. Adesso capisco perché stanotte non mi hai
degnato di uno sguardo: hai voluto conservare le energie per arrivare fresco e riposato
all’incontro amoroso con la tua amante! Perché non rispondi, uomo crudele? Sei forse
diventato muto? In fede di Dio, non so come faccia a trattenermi dal cavarti gli occhi per
la rabbia che provo in questo momento! Eri convinto che io non mi sarei mai accorta del
tuo tradimento! Ma come vedi ho più sbirri alle tue calcagna di quelli che pensavi.»
Ricciardo dentro di sé godeva di queste parole, e senza rispondere nulla continuava ad
abbracciarla, baciarla e toccarla da tutte le parti.
Riprendendo a parlare Catella disse: «Con queste carezze interminabili tu credi di
lusingarmi, cane fastidioso che sei, e di rabbonirmi e consolarmi; invece ti sbagli: non
troverò pace finché non ti avrò infamato alla presenza di tutti i nostri amici e parenti.
Non sono bella come la moglie di Ricciardo? Non ho un animo gentile come lei? Perché
non rispondi, cane schifoso? Cos’ha lei più di me? Fatti più in là, non mi toccare: ché ti
sei dato troppo da fare per oggi. Se Dio mi darà la sua grazia, d’ora in poi ti farò penare
pur di non venire a letto con te, e non so cosa mi trattiene dall’andare da Ricciardo e
concedermi a lui, il quale mi ha amata più di sé stesso, e nonostante questo non può
vantarsi che lo abbia guardato una sola volta, e non so che cosa ci sarebbe stato di male
nel farlo. Tu oggi hai creduto di aver posseduto sua moglie, ed è come se l’avessi
posseduta, perché ciò che conta è l’intenzione; quindi, se ora io mi concedessi a lui, non
mi potresti biasimare.»
Dopo le amare parole di Catella, Ricciardo pensò che non fosse il caso di lasciarla andare
con quella convinzione, in quanto ne sarebbe potuto derivare qualcosa di poco
piacevole; e perciò decise di palesarsi e di svelarle l’inganno cui l’aveva sottoposta, e
tenendola stretta tra le braccia le disse: «Anima mia dolce, non vi turbate; quello che io
con il semplice corteggiamento non ho potuto ottenere, l’amore che provo per voi mi ha
insegnato a conseguirlo con l’inganno: io sono il vostro Ricciardo.»
Udite queste parole, Catella cercò immediatamente di balzare giù dal letto, ma non poté,
perché lui glielo impedì; allora cercò di gridare, ma Ricciardo le coprì la bocca con una
mano, e disse: «Anche se voi gridaste per il resto della vostra vita, non potreste cancellare
ciò che oggi è stato tra di noi. E se malgrado questo voi decideste di gridare,
succederebbero due cose: 1) verrebbero lesi il vostro onore e la vostra buona
reputazione, in quanto se voi diceste che io vi ho fatta venire qui con l’inganno, io direi
che non è vero, e che vi ho fatta venire per farvi guadagnare soldi o regali, e che vi siete
messa a urlare perché dopo averli promessi non ve li ho dati come speravate; e voi
sapete bene che la gente è più propensa a credere il male che il bene, e quindi
crederebbero più a me che a voi; 2) tra me e vostro marito potrebbe nascere una forte
inimicizia, che potrebbe portare uno dei due a uccidere l’altro, e ciò vi procurerebbe dei
sensi di colpa per tutta la vita. Quindi, cuore del mio corpo, non vogliate in un sol colpo
infamare la vostra dignità e mettere in pericolo l’incolumità di vostro marito e quella mia.
Voi non siete la prima, né sarete l’ultima ad essere ingannata; né io vi ho raggirata per
sottrarvi qualcosa, ma per l’immenso amore che sento per voi e che sono disposto a
portarvi sempre, e a essere vostro umilissimo servitore.»
Mentre Ricciardo diceva queste cose, Catella piangeva forte; tuttavia, considerata la
questione, giudicò opportuno seguire le indicazioni di lui, e disse: «Ricciardo, io non so
come Dio mi darà la forza per sopportare l’offesa e l’inganno che mi hai arrecato; non
ho intenzione di gridare qui, dove la mia ingenuità e la troppa gelosia mi condussero, ma
stai pur sicuro che non avrò mai pace finché in un modo o nell’altro non mi vendicherò
di ciò che mi hai fatto; perciò lasciami andare: hai avuto ciò che desideravi e mi hai
posseduta come ti è piaciuto; adesso però è giunto il tempo di lasciarmi; lasciami, ti
prego.»
Ricciardo, che sapeva che la donna era ancora troppo sconvolta, si ripromise di non
lasciarla andare se prima non avesse fatto pace con lei. Perciò, cominciando con
dolcissime parole a placarla, tanto disse e tanto la pregò e scongiurò, che ella, vinta, si
riappacificò con lui, e di comune accordo si dilettarono nei piaceri carnali. E resasi conto
di quanto più saporiti fossero i baci dell’amante rispetto a quelli del marito, tramutata la
sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno in poi
l’amò, e molte volte ancora godettero del loro amore. Iddio faccia godere noi del nostro.
GIORNATA TERZA - NOVELLA OTTAVA
Un tempo in un’abbazia della Toscana fu eletto abate un monaco il quale era probo in
tutto, fuorché nella castità. Ma lui era talmente accorto nel soddisfare i piaceri della carne
che quasi nessuno nutriva il minimo dubbio sulla sua integrità morale; cosicché era
reputato santissimo sotto ogni punto di vista.
Costui entrò in dimestichezza con un certo Ferondo, il quale era un contadino
ricchissimo, ma dalle maniere grossolane. Grazie a questa familiarità l’abate si accorse
che Ferondo aveva una bellissima donna per moglie, della quale l’abate si innamorò così
ardentemente che non pensava ad altro né di giorno né di notte.
L’abate si disperava perché vedeva che il contadino, malgrado fosse sempliciotto e
sciocco, sapeva amare e custodire benissimo la propria moglie.
Ma nonostante l’accortezza di Ferondo, l’abate riuscì a indurlo a venire ogni tanto
insieme con lei nel giardino dell’abbazia per svago. E qui egli ragionava con loro della
beatitudine della vita eterna e delle santissime opere compiute da uomini e donne del
passato.
A furia di ascoltare questi discorsi, alla donna venne il desiderio di farsi confessare
dall’abate; perciò chiese l’autorizzazione al marito, e lui gliela concesse.
Così ella andò a confessarsi con grandissimo piacere dell’abate e, sedutasi ai piedi di
costui, cominciò a dire: «Signore, se io fossi maritata o zitella, forse con i vostri
insegnamenti riuscirei a intraprendere il cammino che conduce alla vita eterna, di cui voi
mi avete parlato. Ma considerata l’ottusità di Ferondo, non mi posso considerare né
maritata né zitella: piuttosto mi posso ritenere una vedova, in quanto, finché è in vita lui,
non posso sposare nessun altro uomo. Egli è talmente geloso da rendermi la vita
impossibile. Perciò vi prego umilmente di darmi qualche consiglio, poiché se prima non
risolvo questo problema non potrò mai condurre una vita serena che mi consenta di
intraprendere il percorso che porta alla beatitudine della vita eterna.»
Questo discorso con grande piacere toccò l’animo dell’abate, il quale ebbe la sensazione
che la fortuna gli avesse aperto la via del suo desiderio più grande; quindi disse: «Figliola
mia, io credo che per una bella e delicata donna quale voi siete costituisca una grande
pena avere un marito mentecatto; ma una pena ancora più grande averne uno geloso.
Perciò, avendo voi un marito che è sia mentecatto sia geloso, non dubito minimamente
di ciò che mi avete detto circa la vostra vita tormentata. Per la risoluzione dei vostri
problemi l’unico rimedio possibile secondo me è quello di far guarire Ferondo dalla
gelosia. Io conosco la medicina giusta: basta che voi mi promettiate di non dire a
nessuno ciò che sto per dirvi.»
Dopo che la donna lo ebbe rassicurato, l’abate continuò: «Se vogliamo che lui guarisca, è
necessario che vada in Purgatorio.»
«E come» disse la donna «vi potrà andare, se è ancora vivo?»
Rispose l’abate: «Conviene che muoia, sicché vi andrà; e allorquando avrà sofferto un
castigo sufficiente a farlo emendare dalla gelosia, noi reciteremo certe preghiere a Iddio
affinché lo faccia tornare in vita, e saremo accontentati.»
«Dunque,» disse la donna «devo rimanere vedova?»
«Sì,» rispose l’abate «ma solo per un po’ di tempo.»
La donna disse: «Fate come vi sembra meglio, basta che mi liberiate dallo stato di
prigionia in cui sono costretta a vivere a causa della sua gelosia.»
Disse allora l’abate: «Lo farò: ma cosa mi darete in cambio?»
«Padre mio,» rispose la donna «vi darò tutto ciò che posso darvi: ma cosa può fare una
donna come me che risulti gradito a una così autorevole persona quale voi siete?»
«Orbene,» rispose l’abate «mi donerete il vostro amore e mi appagherete di voi, per cui io
ardo e mi consumo tutto.»
La donna, udendo questo, tutta sbigottita disse: «Ohimè! Padre mio, cos’è ciò che voi
chiedete? Pensavo che foste un santo: si addice forse ai santi uomini chiedere, alle donne
che si rivolgono a loro per un consiglio, cose simili?»
Rispose l’abate: «Anima mia bella, non vi meravigliate, ché per questo la santità non
diminuisce, poiché essa risiede nell’anima, e ciò che io vi chiedo è peccato del corpo.
Dovete essere fiera della vostra bellezza, pensando che essa piaccia ai santi come me, i
quali siamo soliti apprezzare le bellezze del cielo. Vi faccio notare che oltre a essere abate
io sono pur sempre un uomo e, come potete vedere, non sono ancora vecchio. E non
deve risultarvi gravoso ciò che vi chiedo; anzi lo dovete desiderare poiché, mentre
Ferondo starà in Purgatorio, io vi darò, facendovi compagnia la notte, quella
consolazione che dovrebbe darvi lui. E nessuno mai si accorgerà di questo, dato che tutti
mi reputano santo come voi mi reputavate fino a poco fa. Non rifiutate la grazia che
Iddio vi manda, ché molte sono coloro le quali desiderano ciò che voi potete avere se
seguirete saggiamente il mio consiglio. Inoltre ho dei gioielli belli e preziosi, che non
intendo donare a nessuno se non a voi. Fate dunque, dolce speranza mia, per me quello
che io faccio per voi volentieri.»
La donna per l’imbarazzo teneva il viso basso.
L’abate, vedendo che lei esitava a dare la risposta, e fiducioso di averla già mezza
convinta, continuò a riempirle la testa di così tante altre belle parole che alla fine lei
vergognosamente si disse pronta ad eseguire ogni suo comando, ma solo dopo che suo
marito fosse andato in Purgatorio.
Allora l’abate, contentissimo, disse: «Faremo in modo che ci vada subito; fatelo venire
qui da me domani o dopodomani.»
Dopo aver detto questo, le mise in mano di nascosto un bellissimo anello e la congedò.
La donna, lieta del dono, e aspettando di riceverne altri, tornata dalle amiche cominciò a
raccontare cose eccelse della santità dell’abate e se ne tornò a casa con loro.
L’indomani Ferondo andò all’abbazia. Qui l’abate pensò di somministrargli una
particolare polvere che aveva procurato in Oriente, la quale aveva il potere di far dormire
per un certo tempo chi la assumeva. L’abate prese una quantità di polvere sufficiente a
provocare un sonno lungo tre giorni, e la mescolò in un bicchiere di vino, che poi offrì a
Ferondo. Subito dopo l’abate condusse il contadino assieme ad altri monaci nel chiostro.
Dopo alcuni minuti la polvere cominciò a fare effetto, e Ferondo fu pervaso da un tale
sonno che svenne di colpo. L’abate, mostrando di turbarsi molto per l’accaduto, gli fece
slacciare gli abiti e, fattosi portare un po’ d’acqua fredda, gliela buttò sulla faccia per farlo
riprendere. Ma il sonno era così profondo che né l’acqua né altri sistemi servirono a farlo
rinvenire, talché tutti i monaci pensarono che fosse morto.
Avvertiti della triste notizia, la moglie e i parenti del contadino accorsero nell’abbazia e,
dopo averlo pianto, vestito com’era l’abate lo fece collocare in una tomba.
Durante la notte l’abate, con l’aiuto di un monaco fidato, trasse Ferondo dalla sepoltura
e lo pose in una cella buia che veniva utilizzata come luogo di penitenza per i monaci che
commettevano qualche mancanza e, dopo averlo spogliato dei suoi panni, lo vestì da
monaco e lo stese su un giaciglio di paglia. Qui il monaco, su disposizione dell’abate, si
mise ad aspettare finché Ferondo non si fosse svegliato.
Il giorno dopo l’abate si recò dalla donna e la chiamò a mantenere la promessa fatta. La
donna, vedendosi libera e senza l’impaccio del marito, avendo inoltre visto a un dito
dell’abate un altro bell’anello, disse che era pronta, e si accordò con lui che l’andasse a
trovare la notte seguente.
Giunta la notte, l’abate si recò a casa della donna, e qui con grandissimo diletto e piacere
fece l’amore con lei per tutta la notte. La mattina seguente egli tornò all’abbazia.
Appena Ferondo si destò dal sonno, si guardò intorno per capire dove si trovasse. Il
monaco che lo stava vigilando, accortosi del suo risveglio, entrò nella cella e,
pronunciando frasi minacciose con una voce terrificante, cominciò a percuoterlo con
una verga. Ferondo, piangendo e gridando, ripeteva continuamente: «Dove mi trovo?»
Il monaco rispose: «Sei in Purgatorio.»
«Come?» disse il contadino «Quindi sono morto?»
«Sì» rispose il monaco. Per la qual cosa Ferondo cominciò a compiangere sé stesso, la
moglie e il figlio.
Poi il monaco gli portò da mangiare e da bere.
Il contadino, sorpreso, domandò: «Adesso i morti mangiano?»
«Sì,» rispose il monaco «e questo cibo lo ha offerto alla chiesa la donna che fu tua moglie
affinché si celebrassero delle messe per la tua anima; e Dio vuole che ti sia manifestata
tale offerta.»
Disse allora Ferondo: «Signore, le dia il buon anno da parte mia! Io le volevo un gran
bene prima che morissi, tanto che io la tenevo tutta la notte tra le braccia e non facevo
altro che baciarla; e quando ne avevo voglia facevo anche altre cose con lei.»
Detto questo, il contadino cominciò a mangiare e bere avidamente.
Ma appena ebbe finito di mangiare, il monaco ricominciò a percuoterlo come aveva fatto
prima.
«Embè?» fece Ferondo «Perché mi fai questo?»
Rispose il monaco: «Perché Dio ha comandato che ti venga fatto due volte al giorno.»
«E perché?»
«Perché in vita fosti geloso, pur avendo per moglie la donna più seria delle tue contrade.»
«Ohimè!» disse il contadino «Ed è anche la più dolce! Ma io non sapevo che Dio
disapprovasse l’uomo geloso, ché se l’avessi saputo non lo sarei stato.»
Disse il monaco: «Questo avresti dovuto capirlo quando ancora eri vivo, e correggertene.
E se avverrà che tu torni sulla terra, ricordati bene la lezione che ti sto impartendo
affinché tu non sia mai più geloso.»
Disse Ferondo: «Perché: può mai succedere che dopo morto uno possa ritornare sulla
terra?»
Rispose il monaco: «Sì, se Dio lo vuole.»
Allora il contadino disse: «Oh! Se mai tornerò al mondo dei vivi, sarò il migliore marito;
non picchierò né ingiurierò mai la mia donna. Ma dimmi: chi sei tu?»
Il monaco rispose: «Anch’io sono morto. E siccome lodai la gelosia di un mio signore,
sono stato dannato da Dio a darti da mangiare e bere e a darti vergate fino a che Lui non
deciderà per me e te altra sorte.»
Domandò Ferondo: «Non c’è nessun altro che è condannato qui a questa pena?»
«Sì, siamo a migliaia; ma tu non puoi vederli né udirli, e loro non possono vedere e udire
te.»
Così, tra mangiate, bevute e vergate Ferondo fu tenuto in quella cella per dieci mesi,
durante i quali molto spesso l’abate andava a far visita alla bella donna e con lei se la
spassava.
Ma, si sa come vanno le cose della vita, dagli e ridagli la donna rimase incinta, e appena
se ne accorse lo disse all’abate. Perciò egli pensò che fosse il caso di far ritornare
Ferondo dal Purgatorio e lei gli dicesse che aspettava un figlio da lui.
Pertanto la notte seguente l’abate con voce contraffatta fece chiamare il contadino nella
cella e gli disse: «Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo, e qui
tornato avrai un figlio dalla tua donna, che tu chiamerai Benedetto, per le preghiere del
tuo santo abate e della tua donna e per amore di san Benedetto che ti fa questa grazia.»
Il contadino, udendo questo, fu contentissimo e disse: «Mi fa molto piacere: auguro un
buon anno al Signore, all’abate, a san Benedetto e alla mia dolcissima moglie.»
L’abate, fattogli bere un bicchiere di vino nel quale era miscelata una quantità di polvere
tale che lo avrebbe fatto dormire per circa quattro ore, attese che si addormentasse, e
dopo avergli rimessi i suoi vestiti, insieme con il suo monaco fidato lo rimisero nella
tomba nella quale era stato inizialmente seppellito.
La mattina seguente Ferondo si risvegliò, e attraverso le fessure del sepolcro vide filtrare
un po’ di luce, che lui per ben dieci mesi non aveva visto; per la qual cosa egli, pensando
di essere tornato in vita, cominciò a gridare: «Apritemi, apritemi!»; e nel frattempo spinse
il coperchio della tomba con così tanta forza che riuscì a spostarlo. I monaci che si
trovavano nei paraggi, vedendo Ferondo uscire dalla tomba, in preda al terrore
cominciarono a fuggire e corsero dall’abate. Costui, fingendo di alzarsi dopo aver
pregato, disse: «Figlioli, non abbiate paura; prendete la croce e l’acqua santa e seguitemi,
e guardiamo ciò che la potenza di Dio ci vuole mostrare.»
Ferondo, pallidissimo per non aver visto per dieci mesi un raggio di sole, appena vide
l’abate gli si buttò ai piedi e disse: «Padre mio, le vostre preghiere, secondo quanto mi è
stato rivelato, e quelle di san Benedetto e della mia donna mi hanno tratto dalle pene del
Purgatorio e fatto tornare in vita; per la qual cosa io prego Iddio che vi dia il buon anno
ora e sempre.»
L’abate disse: «Sia lodata la potenza di Dio. Va’ dunque, figliolo, dopo che Iddio ti ha qui
rimandato, e consola la tua donna, la quale da quando te ne andasti da questo mondo è
stata sempre in lacrime, e sii da ora in poi servitore del Signore.»
Disse il contadino: «Signore, lasciate fare a me, ché appena la rivedrò la bacerò
tantissimo, per tutto il bene che le voglio.»
L’abate, rimasto con i monaci, mostrò di essere rimasto colpito di questo evento
soprannaturale, e fece devotamente cantare il Miserere.
Ferondo tornò a casa sua, dove coloro che lo vedevano fuggivano terrorizzati, e lui
cercando di tranquillizzarli affermava di essere risorto.
Ma dopo un po’ di tempo la gente si rassicurò e vide che lui era effettivamente vivo. Egli
raccontò a tutti la vita che si fa in Purgatorio e la rivelazione con cui gli fu annunciata la
sua risurrezione. Questi racconti accrebbero smisuratamente la fama della santità
dell’abate.
Ferondo, vedendo la moglie incinta, come un babbeo credette che a ingravidarla fosse
stato lui. Quando la donna partorì, al bambino fu dato il nome di Benedetto.
La donna visse felicemente con il marito non più geloso e, quando poteva, si ritrovava
volentieri con l’abate, il quale l’aveva servita bene e diligentemente nei suoi maggiori
bisogni.
GIORNATA TERZA - NOVELLA DECIMA
Un tempo nella città di Gafsa [in Tunisia] vi fu un ricchissimo uomo il quale tra alcuni
altri suoi figlioli aveva una bella e gentile figlia di circa quattordici anni, il cui nome era
Alibech. Costei, spinta dal desiderio di diventare una buona cristiana, un giorno
domandò a qualcuno come si potesse servire il Signore. Le fu risposto che la maniera
migliore era quella di abbandonare completamente i beni mondani, come fanno gli
eremiti.
Così la giovane, senza dire niente a nessuno, la mattina seguente si allontanò da casa e da
sola cominciò a vagare in mezzo al deserto.
Dopo alcuni giorni di cammino vide una casetta da lontano, e vi si avvicinò. Qui ella
trovò sull’uscio un sant’uomo, il quale, meravigliato, le domandò cosa andasse cercando.
Lei gli rispose che, avendo ricevuto un’ispirazione divina, desiderava servire Dio come
meglio poteva.
Il savio uomo, vedendo che era una donna giovane e bella, allo scopo di non subire
tentazioni peccaminose decise di non tenerla con sé e, dopo aver lodato la sua buona
disposizione d’animo, le diede qualcosa da mangiare e da bere e le disse: «Figliola mia,
non molto lontano da qui vi è un santo uomo il quale per quello che tu stai cercando è
un maestro molto più capace di me: vai da lui.» E, dopo averle indicato la strada, la
congedò.
La giovane proseguì dunque il suo viaggio nel deserto, finché arrivò all’eremo dove
viveva solitario l’uomo che le era stato indicato, il quale si chiamava Rustico.
Anche a costui, che era un giovane devoto e buono, Alibech fece la stessa domanda che
aveva fatto agli altri. E lui, per mettere alla prova la propria saldezza morale, anziché
mandarla via come avevano fatto gli altri, decise di tenere con sé la giovane. E giunta la
notte le preparò un letto con fronde di palma e le disse di usarlo per riposarsi.
Ben presto però le tentazioni fecero vacillare la fermezza di Rustico il quale, accantonati i
pensieri santi, le preghiere e le regole spirituali, concentrò le sue attenzioni sulla
giovinezza e bellezza di Alibech.
Egli cominciò a studiare il modo per dare sfogo ai propri desideri senza dare
l’impressione alla ingenua giovane di essere un uomo licenzioso.
Per prima cosa le domandò se avesse mai avuto un uomo; e quando lei rispose di no, lui
pensò che, essendo lei completamente ignorante in quella materia, l’avrebbe potuta
raggirare facilmente.
L’intenzione di Rustico era quella di indurre Abilech a soddisfargli i piaceri carnali,
facendole però credere che quello era il modo per servire il Signore.
Così egli spiegò alla giovane quanto il demonio sia nemico di Dio; e dopo le fece
intendere che il servizio più grato che si può rendere al Signore è quello di mettere il
diavolo nell’Inferno, dove Lui lo ha condannato a stare.
Abilech gli domandò come poteva fare ciò che lui aveva detto, e lui rispose: «Fa’ come
faccio io, e lo saprai presto.»
Quindi l’uomo si spogliò dei pochi vestiti che aveva indosso, rimanendo completamente
nudo; e altrettanto fece lei. Poi si inginocchiò come se volesse pregare, e la stessa cosa
fece fare a lei.
Rustico, trovandosi di fronte una bella e giovane donna nuda, ovviamente si eccitò,
sicché avvenne la “risurrezione della carne”.
Alibech, assistendo a tale “risurrezione”, meravigliata domandò: «Rustico, cos’è quella
cosa sporgente che io ti vedo, e che io non ho?»
«Oh figliola mia!» disse l’uomo «Questo è il diavolo di cui ti ho parlato; e mi dà una tale
molestia che io la sopporto con difficoltà.»
Allora disse la giovane: «Oh! Lodato sia Iddio, ché io sto meglio di te, perché non ho tale
diavolo!»
Disse Rustico: «Ciò che dici è vero, ma tu hai un’altra cosa che io non ho.»
«E che cosa?» domandò Alibech.
Rispose Rustico: «Hai l’inferno, e sono convinto che Iddio ti abbia mandata qui per la
salute dell’anima mia, in quanto se tu hai pietà di me e sarai disposta a ricevere nel tuo
inferno questo diavolo che mi procura tanto tormento, mi arrecherai un’enorme
consolazione, e nello stesso tempo farai un grandissimo servizio al Signore, cosa per la
quale hai detto di essere venuta fin qui.»
La candida e semplice giovane rispose: «Oh padre mio, poiché ho l’inferno, potete
metterci il vostro diavolo tutte le volte che vi piacerà.»
Disse allora Rustico: «Figliola mia, sii benedetta! Dunque andiamo a metterlo dentro,
cosicché io abbia un po’ di pace.»
E condotta la giovane sopra uno dei letti, le insegnò la posizione che lei doveva
assumere per imprigionare quel maledetto da Dio.
Alibech, che fino ad allora non aveva mai ricevuto nessun diavolo nell’inferno, la prima
volta sentì un po’ di dolore; perciò disse: «Di certo, padre mio, questo diavolo deve
essere davvero cattivo e nemico di Dio, se persino quando si trova nell’inferno fa male.»
Disse Rustico: «Figliola, non sarà sempre così.»
E per far sì che lei si abituasse a quel diavolo, lo introdussero nell’inferno per ben sei
volte, al termine delle quali essi gli ebbero tolta così tanta superbia dalla testa che l’uomo
poté ritenersi abbondantemente rasserenato.
Ma nei giorni seguenti la superbia tornò a farsi viva in quel diavolo scatenato, e perciò
Rustico prese più volte la decisione di rimetterlo dentro, e ogni volta Alibech ubbidiva
prontamente.
Dagli e ridagli, il gioco cominciò a piacere alla giovane, la quale disse: «Mi sto rendendo
pienamente conto che quei valenti uomini a Gafsa dicessero la verità, quando mi
dicevano che servire il Signore è una cosa così dolce; e per certo non mi ricordo che
nessun’altra cosa mi ha arrecato tanto diletto e piacere quanto me ne procura il rimettere
il diavolo nell’inferno.» E per tale motivo lei andava spesso da Rustico e gli diceva:
«Padre mio, sono venuta qui per servire Dio, e non per rimanere oziosa; andiamo a
rimettere il diavolo nell’inferno.» E così facendo, Alibech talvolta diceva: «Rustico, io
non capisco per quale motivo il diavolo fugga dall’inferno: perché se vi stesse così
volentieri come l’inferno lo riceve e lo tiene, egli non ne uscirebbe mai.»
La giovane ormai era insaziabile, e invitava così spesso Rustico a servire il Signore che
dopo un po’ di tempo l’uomo per la stanchezza accumulata si sentì uno straccio. Perciò
egli disse ad Alibech che bisognava punire il diavolo e metterlo nell’inferno solo quando
alzava la testa per la superbia.
Così Rustico poté concedersi un po’ di riposo.
Ma dopo un po’ la giovane gli disse: «Rustico, se il tuo diavolo è castigato e non ti dà più
fastidio, il mio inferno non mi dà pace. Perciò ti chiedo che col tuo diavolo mi aiuti a
placare la rabbia del mio inferno, come io col mio inferno ho aiutato a domare la
superbia del tuo diavolo.»
L’uomo le rispose che per placare la rabbia di un inferno ci vogliono troppi diavoli, e che
perciò lui avrebbe fatto per lei ciò che poteva. Pertanto Rustico alcune volte
soddisfaceva le richieste della giovane, ma era come pretendere di sfamare un leone con
una fava; cosicché Alibech, pensando di non servire Dio come ella desiderava,
mugugnava spesso.
Un giorno a Gafsa si verificò un incendio nel quale morirono il padre di Abilech e tutto
il resto della famiglia; cosicché lei divenne erede di tutto il patrimonio paterno. Un
giovane di nome Neerbale, il quale aveva speso tutte le proprie ricchezze, sapendo che
Abilech era designata ad ereditare i beni del padre, si mise alla ricerca di lei con
l’intenzione di sposarla, prima che il patrimonio della giovane fosse acquisito come bene
pubblico per mancanza di eredi. Appena la ritrovò, con gran piacere di Rustico e gran
dispiacere di lei la riportò a Gafsa per prenderla in moglie, diventando così erede assieme
a lei dell’ingente capitale.
Prima che fossero celebrate le nozze, alcune donne del paese domandarono ad Alibech
in che modo lei avesse servito il Signore in mezzo al deserto. La giovane, che ancora non
era andata a letto con Neerbale, rispose che lo aveva servito rimettendo il diavolo
nell’inferno e che Neerbale aveva commesso un grande peccato quando l’aveva distolta
da un tale servizio.
Le donne domandarono: «Come si rimette il diavolo in inferno?»
Alibech con parole e gesti mostrò loro il modo in cui rimetteva il diavolo nell’inferno;
per la qual cosa le donne scoppiarono a ridere e dissero: «Non ti preoccupare, figliola,
ché ciò che tu hai mostrato si fa bene pure qui; Neerbale saprà servire bene insieme con
te il Signore.»
Le voci su quel ridicolo fatto raccontato da Alibech si diffusero a tal punto che
“rimettere il diavolo in inferno” diventò un modo di dire popolare.
In conclusione voi giovani donne che avete letto questa novella, che coltivate il buon
proposito di raggiungere la grazia di Dio, preparatevi a rimettere il diavolo in inferno,
poiché è molto gradito a Dio e piacevole a chi lo pratica.
GIORNATA SESTA - NOVELLA SETTIMA
Un tempo a Prato vigeva un deplorevole statuto secondo cui era condannata al rogo
qualunque donna di cui il marito avesse scoperto l’adulterio, sia che si trattasse
dell’amante sia che si trattasse di un uomo a cui si fosse concessa per soldi.
Una notte avvenne che una gentile e bella donna di nome Filippa fu sorpresa dal marito
Rinaldo in camera da letto tra le braccia di Lazzarino, un nobile giovane e bello, il quale
ella amava quanto sé stessa. Lì per lì Rinaldo ebbe la tentazione di scagliarsi contro i due
amanti per ucciderli, ma poi frenò il suo impeto temendo di cacciarsi nei guai con la
legge. Perciò decise di denunciare Filippa alla giustizia in virtù dello statuto suddetto.
Chiamata in giudizio, ella ne domandò il motivo.
Il podestà vide che era una donna bellissima e raffinata; inoltre, dopo averla sentita
parlare, egli constatò che era dotata di un animo nobile; perciò cominciò ad avere
compassione di lei e disse: «Signora, come vedete qui c’è vostro marito Rinaldo, il quale
si lamenta di voi perché dice di avervi trovata a letto con un uomo, e perciò chiede che
io, in base a uno statuto in vigore, vi punisca con la morte: ma non posso farlo se prima
voi non confessate.»
La donna pacificamente rispose: «Signore, riconosco essere vero il fatto che Rinaldo è
mio marito e che la notte scorsa mi ha trovata fra le braccia di Lazzarino, tra le quali io
sono stata molte volte per l’amore sincero e profondo che gli porto. Perciò siete libero di
condannarmi. Ma prima vi prego di farmi una piccola grazia, e cioè che domandiate a
mio marito se finora mi sono mai negata alle sue richieste sessuali.»
Rinaldo, senza aspettare che il podestà gli rivolgesse la domanda, prontamente rispose
che Filippa non si era mai minimamente rifiutata di appagare tutte le sue voglie.
«Dunque,» continuò la donna «signor podestà, vi domando questo: se lui ha sempre
preso di me tutto ciò che gli serviva e piaceva, io cosa dovevo o devo fare di quello che
gli avanza? Lo debbo gettare ai cani? Non è molto meglio servirne un gentile uomo che
mi ama più di sé stesso piuttosto che lasciarlo perdere o guastare?»
Al processo erano accorsi quasi tutti i Pratesi, i quali, udendo tale arguta domanda, dopo
molte risate gridarono quasi in coro che Filippa aveva ragione. E in quella stessa
occasione modificarono, con il consenso del podestà, il crudele statuto, in modo tale che
da quel momento erano ritenute colpevoli solo le donne che tradivano i mariti per
denaro.
Pertanto Rinaldo, frastornato per l’esito della causa, dovette rassegnarsi, mentre Filippa
lietamente se ne tornò a casa trionfante.
GIORNATA SETTIMA - NOVELLA QUINTA
Un tempo a Rimini vi fu un mercante ricco di possedimenti e di denari, il quale aveva
per moglie una bellissima donna. Costui era convinto che così come la moglie piaceva a
lui, piacesse agli altri uomini; e così come lei si dimostrava compiacente a lui, si
dimostrasse compiacente a tutti gli uomini che la corteggiassero.
Per questi motivi egli divenne gelosissimo di lei. E la teneva talmente stretta che i
condannati a morte non sono controllati con lo stesso rigore.
La povera donna non solo non poteva uscire di casa, ma non era libera nemmeno di
affacciarsi alla finestra; cosicché la sua vita era veramente grama.
Lo stato d’animo della donna era aggravato dal fatto che lei riteneva di non meritare
affatto un simile trattamento, in quanto era fedelissima al marito. Quindi ella pensò di
tradirlo veramente, in modo tale che la sofferenza che era costretta tutti i giorni a
sopportare fosse almeno giustificata. E siccome le era vietato affacciarsi, ella giudicò che
l’unico uomo che lei potesse sedurre era il suo vicino di casa, che oltretutto era bello e
giovane.
Così la donna cercò, di nascosto dal marito, qualche apertura su una delle pareti che
confinavano con la casa del giovane. Per sua fortuna ella si accorse che vi era una fessura
attraverso cui poteva sbirciare la camera da letto del vicino di casa.
Quindi la donna, quando il marito non era in casa, si mise a fare dei rumorini vicino alla
fessura per attirare l’attenzione del giovane uomo. Ella fece tanto che costui si accorse
dei rumorini, e si avvicinò all’apertura del muro. La donna, vedendo che finalmente i
suoi richiami avevano sortito l’effetto sperato, raccontò all’uomo la pessima vita che era
costretta a condurre a causa della gelosia del marito, e gli dichiarò che era disposta a
tradirlo con lui.
Il giovane ovviamente fu contento della proposta della donna, e spesso si sentiva con lei
attraverso la fessura e si toccavano anche la mano. Ma più di questo non potevano fare
per l’attentissima guardia del mercante.
Ora, avvicinandosi il Natale la donna disse al marito che, col suo permesso, la mattina
della festa le sarebbe piaciuto confessarsi e prendere la comunione, come fanno i buoni
cristiani.
A tale richiesta il geloso disse: «E che peccati hai fatto, ché ti vuoi confessare?»
La moglie rispose: «Come? Credi forse che io sia santa? Malgrado tu mi tenga rinchiusa,
io commetto peccati come qualunque persona; ma non voglio rivelarli a te, perché non
sei un prete.»
Queste parole insospettirono il geloso, il quale si mise in testa di scoprire quali peccati la
moglie avesse commesso. Così egli le mostrò di essere contento della sua volontà, ma a
patto che si confessasse nella chiesa e nell’ora che diceva lui; inoltre il prete doveva
essere quello indicato da lui o un suo sostituto.
Giunta la mattina della festa, la donna si recò nella chiesa impostale dal marito.
Quest’ultimo andò anche lui, di nascosto, alla stessa chiesa prima di lei. Qui egli si mise
d’accordo con il parroco della chiesa e si vestì da prete; calzò anche un cappuccio da
prete che gli copriva il viso, e ciò al fine di non essere riconosciuto dalla moglie.
Arrivata in chiesa, la donna chiese al parroco di essere confessata, e lui, come da accordi,
disse che non poteva e che le avrebbe mandato un suo sostituto; e le mandò il geloso
travestito da prete. Questi si avvicinò alla donna per farla confessare, parlandole con
voce camuffata per non essere riconosciuto. Ella attraverso i lineamenti che si
intravedevano al di fuori dei bordi del cappuccio riconobbe subito che chi le stava di
fronte era suo marito travestito da prete; ma finse di non accorgersene, e tra sé e sé
pensò: «Adesso gli darò ciò che sta cercando.»
Così la donna gli si inginocchiò ai piedi e cominciò a raccontare i propri peccati: tra
l’altro gli disse che era innamorata di un prete, con il quale andava a letto ogni notte.
Questa rivelazione fu per il geloso come una coltellata al cuore, e se non fosse stato che
voleva farla continuare a parlare per scoprire altri particolari, se ne sarebbe andato
immediatamente per la collera che covava dentro.
Allora il finto prete domandò alla donna: «Come? Vostro marito non viene a letto con
voi?»
«Sissignore» rispose lei.
«Dunque come può venire a letto con voi anche il prete?»
«Signore, con quali poteri magici il prete lo faccia non lo so; io so solo che quando lui
arriva a casa mia, qualunque porta lui tocchi, si apre per incanto; e appena arriva davanti
alla porta della mia camera da letto egli pronuncia certe parole che fanno subito
addormentare mio marito; e appena è sicuro che lui dorme entra in camera e fa l’amore
con me.»
«Signora, ciò che state facendo è sconvenevole, e occorre che non lo facciate più!»
«Signore, non potrei mai smettere di andare a letto con questo prete, perché l’amo
troppo.»
«Allora non vi posso assolvere!»
«Questo mi addolora: sono venuta qui per dirvi la verità, e ve l’ho detta.»
«Signora, reciterò per voi mille preghiere a Dio, con la speranza che vi aiutino a uscire da
questa situazione. Ogni tanto vi manderò a casa un chierichetto, al quale direte se queste
preghiere vi siano giovate, e se così è continuerò a recitare le preghiere.»
«Signore, ciò che dite è impossibile da fare, poiché ho un marito gelosissimo che, se
dovesse scoprire che qualcuno viene a casa mia, sarebbero guai.»
«Non vi preoccupate, farò in modo che lui non venga a sapere nulla di tutto questo.»
«Se il cuore vi suggerisce di fare questo, io ne sono contenta.»
Al termine della confessione la donna fece la penitenza e poi assistette alla messa.
Il geloso, che si stava rodendo di rabbia, si tolse i panni da prete e se tornò a casa,
pensando nel frattempo alla maniera migliore per sorprendere la moglie insieme col
prete di cui gli aveva parlato.
Quella stessa notte il geloso decise di dormire vicino all’uscio di casa, per vigilare che
non arrivasse il prete. Ma alla moglie disse che avrebbe cenato e dormito fuori casa.
Appena la donna rimase sola in camera da letto, attraverso la fessura del muro chiamò a
bassa voce il vicino di casa; quando costui si accostò alla fessura gli disse ciò che era
successo la mattina in chiesa; poi gli disse che quella notte suo marito avrebbe dormito a
guardia dell’uscio di casa, e che quindi lui poteva raggiungerla passando per il tetto.
Il giovane, molto contento per questo fatto, disse: «Signora, lasciate fare a me.»
Quindi egli, con la dovuta prudenza, attraversò il tetto e si introdusse furtivamente nella
camera da letto della donna, in modo tale che il geloso non si accorse di nulla.
E qui i due amanti si sollazzarono per tutta la notte.
Giunta la mattina il giovane tornò a casa sua ripassando sul tetto.
Il geloso, con l’animo sofferente, morto di freddo e senza neanche aver cenato, stette a
vigilare con le armi in pugno, pronto a scagliarsi contro il prete se si fosse presentato
all’uscio. Finché, ormai privo di forze, crollò per il sonno. A una certa ora egli si alzò e
andò dalla moglie, fingendo di rientrare da fuori casa; e dopo aver pranzato mandò da lei
un ragazzetto, dicendole che era il chierichetto inviato dal prete con cui si era confessata,
per domandarle se il suo amante prete fosse più venuto a trovarla.
La donna, che aveva capito tutta la messinscena, rispose che quella notte il prete non si
era presentato.
Per molte notti ancora il geloso sorvegliò l’uscio di casa per sorprendere il prete; e nel
frattempo la donna se la spassava col vicino di casa.
Alla fine il geloso, che ormai non ne poteva più, con il volto turbato domandò alla
moglie che cosa avesse detto al prete la mattina che si era confessata.
Ella rispose che non voleva dirglielo, in quanto non è cosa conveniente riferire le cose
che si dicono nel segreto della confessione.
Allora il geloso disse: «Femmina malvagia, io so cosa dicesti quella mattina; e adesso
dimmi chi è il prete di cui sei tanto innamorata e che grazie ai suoi sortilegi riesce a
entrare a casa e andare a letto con te; dimmi chi è, ché gli taglio le vene.»
La donna disse che lei non era innamorata di nessun prete.
«Come,» disse il geloso «non dicesti così nella confessione?»
«Ebbene sì: dissi proprio così!»
«Allora dimmi subito chi è questo prete!»
La donna cominciò a sorridere e disse: «Credi che non avessi capito che chi mi confessò
fosti tu? Ma io mi proposi di darti ciò che andavi cercando, e te l’ho dato. Ma se tu fossi
stato saggio, non avresti dovuto dubitare della fedeltà di tua moglie. Io nella confessione
ti dissi che amavo un prete: e non eri tu quell’uomo, travestitosi da prete, che io amo? Ti
dissi che nessun uscio della mia casa gli si poteva tenere chiuso quando voleva vedermi: e
quale uscio in casa tua ti fu mai tenuto chiuso? Ti dissi che il prete faceva l’amore con
me ogni notte: e non sei tu che fai l’amore con me tutte le notti? Quale uomo, per
quanto imbecille, non avrebbe capito queste cose, che invece tu non hai inteso perché
accecato dalla gelosia? E nelle ultime notti sei rimasto a fare la guardia all’uscio di casa, e
credevi di avermi dato a bere che fossi andato a cena e in albergo fuori. Vedi dunque di
correggerti, cerca di comportarti da uomo e non farti prendere in giro da chi conosce
questa tua assurda gelosia; e smettila di farmi questa stupida guardia, poiché se solo io lo
volessi, potresti anche avere cento occhi anziché due, ti metterei le corna senza che te ne
accorgeresti.»
Il geloso, udendo questo, tirò un sospiro di sollievo perché pensò di non essere stato
tradito, e dopo questa lezione morale ricevuta da lei, egli giudicò la moglie buona e
saggia.
Da quel momento il mercante non fu più geloso.
E la saggia donna, ormai non più controllata, si lasciò liberamente andare ai propri
piaceri; e senza far venire più il suo amate dal tetto come fanno i gatti, bensì
tranquillamente per l’uscio, spesso si incontrò con lui e si godette la vita.
GIORNATA OTTAVA - NOVELLA OTTAVA
Un tempo a Siena vi furono due giovani di buona famiglia, i quali abitavano a poca
distanza l’uno dall’altro. Essi, i cui nomi erano Spinelloccio e Zeppa, erano amici molto
stretti, e si vedevano assiduamente. Ciascuno di loro aveva per moglie una donna molto
bella.
Spinelloccio era solito frequentare la casa dell’amico anche quando costui non c’era.
Pertanto egli rimaneva spesso da solo con la moglie di Zeppa. A lungo andare i due
chiaramente entrarono in confidenza, e cominciarono ad andare a letto insieme.
Un giorno Spinelloccio, come di consueto, andò a casa di Zeppa chiedendo di lui. La
moglie, convinta che il marito non fosse in casa, gli rispose che non c’era. Allora
Spinelloccio entrò e cominciò ad abbracciarla e baciarla, e lo stesso fece lei con lui.
Zeppa, che era in casa, assistette alla scena amorosa; ma non fece rumore e guardò tutto
di nascosto per vedere come sarebbe finito quel gioco.
Dopo un po’ egli vide che sua moglie e Spinelloccio entrarono in camera e si chiusero a
chiave. Zeppa ovviamente rimase turbato per l’accaduto; ma rendendosi conto che se
avesse fatto una scenata l’offesa che lui aveva ricevuto non sarebbe diminuita, e anzi
sarebbe aumentato il proprio disonore, iniziò a tramare una vendetta tale che non si
venisse a sapere in giro il tradimento coniugale di cui lui era stato vittima. Dopo essersi
scervellato a lungo, alla fine trovò una soluzione che lo appagava.
Appena Spinelloccio se ne fu andato, egli entrò in camera e trovò la moglie che ancora
non aveva finito di rassettarsi, e le disse: «Donna, che fai?»
La moglie rispose: «Non lo vedi?»
«Certo che lo vedo; e ho visto anche altre cose che non vorrei aver visto!» disse Zeppa.
Così la donna dovette confessare quello che l’evidenza non poteva farle negare; dopo di
che, piangendo, gli implorò il perdono.
Allora l’uomo disse: «Vedi, donna, tu hai sbagliato; e se vuoi che io ti perdoni devi fare
esattamente ciò che io ti comando: ossia devi dire a Spinelloccio che domani mattina alle
nove lui trovi qualche scusa per allontanarsi da me e venga qui da te; e, quando sarà
arrivato, io tornerò a casa; e appena tu mi sentirai lo farai entrare in questa cassa e lo
chiuderai dentro. Dopo che avrai fatto questo ti dirò cos’altro dovrai fare; e non avere
alcuna paura, in quanto non ho alcuna intenzione di fargli del male.»
La donna gli promise che avrebbe fatto come lui voleva.
Il giorno dopo, mentre i due amici erano insieme, alle nove di mattina Spinelloccio, che
aveva promesso alla donna di essere con lei a quell’ora, disse all’altro: «Stamani devo
pranzare con un amico, dal quale non mi voglio fare aspettare; perciò ti devo lasciare.»
Disse Zeppa: «Non mi sembra l’ora più indicata per pranzare!»
Disse Spinelloccio: «Voglio arrivare di buon’ora perché gli devo parlare di un fatto mio
con calma.»
Così Spinelloccio andò a trovare la moglie del suo amico. E dopo un po’ che i due
amanti si erano appartati in camera tornò Zeppa.
La donna si mostrò impaurita per l’improvviso arrivo del marito e, come da accordi, fece
entrare Spinelloccio nella cassa e lo chiuse a chiave; dopo di che uscì dalla camera.
Zeppa, giunto davanti alla moglie, le domandò: «Donna, ti sembra l’ora di pranzare
questa?»
«Sì, oramai» rispose la moglie.
Disse allora il marito: «Spinelloccio stamattina è andato a pranzare con un suo amico ed
ha lasciato la moglie sola; affacciati alla finestra ed invitala a mangiare con noi.»
La donna ubbidì al comando di Zeppa, e chiamò la moglie di Spinelloccio la quale, dopo
un po’ di riluttanza, accettò l’invito. Appena ella arrivò a casa di Zeppa, costui la riempì
di carezze e, dopo averla presa confidenzialmente per mano, la condusse con sé in
camera, mentre alla moglie ordinò di andare in cucina.
Giunti in camera, Zeppa chiuse la porta a chiave; e questo fatto provocò la reazione della
donna, la quale domandò: «Ohimè! Zeppa, cosa vuol dire questo? Quindi mi avete
invitata a pranzo per questo? È questa la sincera amicizia che portate a Spinelloccio?»
Zeppa, avvicinatosi alla cassa dentro alla quale stava rinchiuso l’amico, affinché questi
potesse udire tutto, disse: «Donna, prima che mi critichi ascolta ciò che ho da dirti. Io ho
amato e amo Spinelloccio come un fratello. Ma la fiducia che riponevo in lui è stata
ripagata male: tuo marito va a letto, oltre che con te, anche con mia moglie! E siccome io
gli voglio bene, non voglio vendicarmi in altro modo se non riprendendomi da lui ciò
che lui ha tolto a me: egli ha posseduto mia moglie, e io voglio possedere te.»
Disse la donna: «Se questo è il prezzo da pagare per conservare l’amicizia che lega te a
mio marito, sono pronta a fare come dici.»
Così l’uomo cominciò ad abbracciarla e baciarla; poi la fece sdraiare sulla cassa al cui
interno stava il marito, e qui, quanto gli piacque, Zeppa si divertì con lei, ed ella con lui.
Spinelloccio, che aveva udito tutto il discorso e i gemiti di piacere emessi dalla moglie,
provò una grandissima sofferenza interiore, e avrebbe voluto coprire la moglie delle
peggiori ingiurie; ma rendendosi conto che l’offesa era partita da lui e che Zeppa aveva
ragione a vendicarsi, preferì starsene zitto nella cassa e subire in silenzio.
Dopo che Zeppa ebbe terminato di soddisfare a sazietà le proprie voglie, scese dalla
cassa e fece entrare in camera la moglie la quale, rivolta alla moglie di Spinelloccio,
sorridendo disse: «Signora, mi avete reso pan per focaccia!»
Allora Zeppa fece aprire a sua moglie la cassa, e mostrò alla donna suo marito. E sarebbe
troppo lungo da raccontare chi di loro due si vergognò di più: o Spinelloccio vedendo
Zeppa e sapendo che lui sapeva ciò cha aveva fatto, o la donna vedendo suo marito e
rendendosi conto che lui aveva udito ciò che ella gli aveva fatto sopra la testa.
Quindi Spinelloccio uscì dalla cassa, e senza fare troppe storie disse: «Zeppa, adesso
siamo pari; perciò possiamo continuare a essere amici come prima. E siccome noi due
abbiamo tutto in comune, tranne le mogli, ti propongo che d’ora in poi ci dividiamo
anche quelle.»
Zeppa fu d’accordo. E nelle pace più assoluta pranzarono tutti e quattro assieme.
E da quel giorno in poi ciascuna delle donne ebbe due mariti e ciascun uomo ebbe due
mogli, senza così dover sollevare questioni o liti per beneficiare di quel bene comune.
GIORNATA NONA - NOVELLA SECONDA
Un tempo in Lombardia vi era un monastero in cui, tra le altre, vi era una giovane
monaca di nome Isabella, la quale era dotata di sangue nobile e di bellezza straordinaria.
Un giorno costei ricevette la visita di un suo parente, che venne al monastero
accompagnato da un bel giovane, del quale ella si innamorò a prima vista.
Il giovane capì subito che la monaca si era invaghita di lui, e vedendo che era una
bellissima donna, anche lui si infiammò per lei.
Da quel giorno il giovane venne spesso al monastero; ma poteva vedersi con Isabella
solo attraverso la grata che li separava. Pertanto entrambi soffrivano per non potere dare
sfogo al loro amore.
A un certo punto però il giovane trovò la via per potersi introdurre segretamente nella
cella di Isabella. Così i due poterono dilettarsi l’un con l’altra spesso e volentieri.
Ma una notte una monaca, senza essere notata da lui, vide il giovane che usciva dalla
cella di Isabella, e spifferò la cosa alle altre monache. Costoro decisero di raccontare
tutto alla badessa, la quale aveva fama di essere una santa donna; ma prima di far questo
pensarono che fosse meglio aspettare di prendere in castagna Isabella insieme col
giovane, affinché ella non avesse alcuna possibilità di negare la sua colpa. Perciò esse
organizzarono dei turni di guardia miranti a quello scopo.
Una notte la bella e giovane monaca, ignara della vigilanza cui era sottoposta, si fece
raggiungere, come di consueto, nella propria cella dal baldo giovane. Appena la monaca
di vedetta si accorse della cosa, corse ad avvertire le altre, le quali si divisero in due
squadre: una rimase a fare la guardia davanti alla cella di Isabella, mentre l’altra si
precipitò ad avvisare la badessa. Giunte davanti all’uscio della camera di costei, le
monache bussarono, e da dietro la porta dissero: «Su, signora, alzatevi subito, ché noi
abbiamo scoperto che Isabella ha un giovane in cella.»
Udite queste parole, la badessa, la quale quella notte si era fatta segretamente raggiungere
in camera, come spesso accadeva, da un prete, si vestì velocemente al buio temendo che
le monache potessero entrare e vederla nel letto con costui; ma nella fretta, e senza
accorgersene, ella si mise sulla testa, anziché il velo, i pantaloni del prete.
Così la badessa si precipitò fuori dalla sua camera, richiuse la porta e disse: «Dov’è questa
maledetta da Dio?» E assieme alle monache, le quali nell’impeto di mostrarle il peccato di
Isabella non avevano notato ciò che aveva sulla testa, giunse alla porta della cella e, con il
loro aiuto, la sfondò. Entrate, esse trovarono, abbracciati nel letto, i due amanti i quali,
non sapendo cosa fare, rimasero fermi.
La badessa, dopo essersi messa a sedere tra le monache, le quali guardavano solo
Isabella, cominciò ad accusare costei di aver commesso il peccato più ignobile che una
monaca possa commettere; e dopo averla ricoperta delle peggiori ingiurie, passò alle
minacce.
La giovane, per la vergogna, teneva gli occhi bassi e non sapeva cosa rispondere. Ma
dopo essersi sciroppati ulteriori insulti dalla badessa, alzò gli occhi e vide che ella aveva
un paio di calzoni che le pendevano da una parte e dall’altra della testa; quindi le disse:
«Signora, annodatevi la cuffia e poi mi dite ciò che volete.»
La badessa, che non capiva, disse: «Quale cuffia, malvagia femmina? Adesso osi pure
metterti a scherzare?»
Allora Isabella ripeté: «Signora, vi prego di annodarvi la cuffia; poi mi dite ciò che
volete.»
A questo punto molte monache guardarono la testa della badessa; e lei stessa,
toccandosela con le mani, comprese quello che voleva dire Isabella.
La badessa, vedendo palesemente smascherato lo stesso vizietto che ella aveva
rimproverato alla giovane, cambiò completamente il senso del suo discorso, e cominciò a
fare tutt’altra predica, giungendo, dopo un contorto giro di parole, alla conclusione che
agli stimoli della carne è impossibile resistere; e perciò, a bassa voce, invitò tutte le
monache a non rinunciare alle delizie che la vita offre. Dopo di che tornò a dormire
insieme con il suo amico prete, e lasciò che Isabella tornasse dal suo amante, che da quel
giorno fece venire spesso nella cella a dispetto delle compagne invidiose. Le monache
che non avevano l’amante, invece, cominciarono a darsi da fare per trovarsene uno.