marted 1 - Centro Sperimentale di Cinematografia

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marted 1 - Centro Sperimentale di Cinematografia
2-6 gennaio Non solo attore Omaggio a Vittorio Caprioli
8-13 gennaio Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano seconda
parte
15 gennaio (In)visibile italiano. Le metropoli del crimine
16 gennaio Presentazione del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo)
17-18 gennaio Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone
19 gennaio Novant’anni di cinema. Luciano Emmer al lavoro
20 gennaio Monsieur Tati nel caos della modernità
22 gennaio L’altro Visconti seconda parte
23 gennaio Non solo voce. Il mito di Maria Callas
24 gennaio L’alchimia delle immagini. Il cinema di Luca Verdone
25 gennaio Cinema, storie e passioni
26-31 gennaio Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava
martedì 1
chiuso
2-6 gennaio
Non solo attore Omaggio a Vittorio Caprioli
Parigi. Roma. Milano. Napoli. Quattro città fondamentali per un artista e un
intellettuale a tutto tondo come Vittorio Caprioli. Nasce infatti a Napoli il 15 agosto
1921. Dopo essersi diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica,
debutta in teatro inizialmente con la Compagnia Carli-Rocca, successivamente con
Sergio Tofano e la Compagnia De Sica-Besozzi-Gioi. Contestualmente al teatro
(reciterà in diversi spettacoli diretti anche da Giorgio Strehler) si fa le ossa lavorando
nel varietà accanto ad artisti del calibro di Totò e Alberto Sordi. All’inizio degli anni
cinquanta va a Parigi con Luciano Salce ed Alberto Bonucci, sperimentando “un
teatro da camera” incentrato sulla satira di costume e accompagnato da una comicità
cinica e caustica. Insieme a Bonucci e a Franca Valeri fonda il Teatro dei Gobbi. A
Roma, accanto all’attività teatrale, lavora nel cinema e nella televisione con registi
del calibro di Fellini, Gentilomo, Emmer, Blasetti, Rossellini, Monicelli, ma anche
Malle, Godard. Come attore ha attraversato il cinema d’autore (è nel cast del film di
Bernardo Bertolucci La tragedia di un uomo ridicolo) così come quello di genere,
spesso relegato in ruoli da caratterista, riuscendo sempre e comunque a regalare dei
ritratti, dei personaggi indimenticabili attraverso una sfumatura nel tono della voce,
un tic, un semplice gesto (straordinarie le sue interpretazioni nei film di Fernando Di
Leo). Ma Vittorio Caprioli, da grande uomo dello spettacolo, non è stato solamente
un ottimo attore dalla versatilità inarrivabile, ma anche un grande regista. Un libro
esemplare, Vittorio Caprioli regista (Falsopiano, Alessandria, 2003), a cura di Fabio
Francione e Lorenzo Pellizzari, pubblicato in occasione della quinta edizione del
Lodi Città Film Festival 13-20 ottobre 2003, all’interno del quale è stata organizzata
una pionieristica retrospettiva dedicata all’attore-regista, gli ha reso finalmente
giustizia, come scrivono i curatori del volume: «le notizie biografiche basterebbero
da sole a confermare la centralità di Vittorio Caprioli nel panorama artistico ed in
particolare teatrale e cinematografico italiano di almeno tre decenni del ’900 (1950 1980). Al contrario l’eclettismo dell’artista, totale e rigoroso, mai dispersivo (o
cinema o teatro o televisione, mai tutto insieme), ha relegato per pregiudizi ideologici
e formali ai margini della critica le sue regie cinematografiche». Tutte le citazioni
sono state tratte dal presente volume. L’omaggio a Caprioli proseguirà nella
retrospettiva Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano, avendo
l’attore ha recitato in ben quattro film di Blasetti: Altri tempi, Tempi nostri, Io, io,
io... e gli altri e La ragazza del bersagliere, proposti nel corso della retrospettiva. Nel
corso della tavola rotonda di mercoledì 9 gennaio, dedicata a Blasetti, il figlio Carlo
traccerà un ricordo del padre.
Un ringraziamento particolare va a Rai Direzione Teche, Broadmedia Service e a
Fabio Francione e Carlo Caprioli.
mercoledì 2
ore 17.45
O sole mio (1946)
Regia: Giacomo Gentilomo; soggetto: Mario Amendola, Vincenzo Rovi;
sceneggiatura: Akos von Tolnay, Mario Sequi; dialoghi: Gaspare Cataldo; fotografia:
Anchise Brizzi, Tonino Delli Colli; musica: Ezio Carabella; montaggio: Guido
Bertoli; interpreti: Tito Gobbi, Adriana Benetti, Vera Carmi, Ernesto Almirante,
Vittorio Caprioli, Salvatore Cuffaro; origine: Italia; produzione: Rinascimento Film;
durata: 109’
«Eccellente film. Mai Giacomo Gentilomo mi era parso regista così sicuro ed abile;
mai egli ci aveva dato un film nel quale la drammatica sostanza narrativa era tanto
egregiamente padroneggiata ed altrettanto vigorosamente messa in immagini. L’idea
di portare sullo schermo una delle pagine più vive della nostra storia – le quattro
giornate di Napoli – è stata svolta nel film con piena comprensione dell’importanza
dell’evento e con giusta e non sforzata eloquenza rappresentativa, cioè ripresa
attraverso episodi e dettagli ricchi insieme di potenza e verità. L’azione è ideata e
sceneggiata con scaltrezza e, anche se non priva di sforzature e di inverosimiglianze,
sa rendere queste accettabili attraverso la speditezza del racconto, sempre fatto
procedere con mezzi visivi» (Valdata). O sole mio rappresenta l’esordio
cinematografico di Vittorio Caprioli.
Il cinema del CSC
Questo mese sono stati selezionati quattro cortometraggi, esercitazioni del primo
anno degli allievi della Scuola Nazionale di Cinema. Si tratta di shorts muti, girati in
35mm, della durata di circa 10’. Gli allievi, come sempre, compongono gran parte del
cast artistico.
ore 19.45
Il cinema del Csc
L’armadio (2004)
Regia: Francesco Costabile; soggetto e sceneggiatura: Daniela Gambaro, Francesco
Apice, F. Costabile; fotografia: Fabio Amedei; montaggio: Chiara Griziotti; suono:
Alessandro Castiglione; costumi e scenografia: Luca Filaci; interpreti: Manuela
Spartà, Roberto Negri; organizzatore: Anna Frandino; origine: Italia; produzione:
Csc; durata: 10’
Storia di una ragazza, della camera in cui è obbligata a vivere e del suo armadio.
a seguire
Leoni al sole (1961)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Raffaele La Capria,
Franca Valeri [non accreditata]; fotografia: Carlo Di Palma: musica: Fiorenzo Carpi;
montaggio: Nino Baragli; interpreti: Vittorio Caprioli, Franca Valeri, Philippe Leroy,
Serena Vergano, Halina Zalewska, Francesco Morante; origine: Italia; produzione:
Ajace Cinematografica ed Euro International Films; durata: 105’
«Il mondo ritratto in Leoni al sole è quello già visto nel film francese Saint-Tropez
Blues [di Marcel Moussy] e in quello americano La spiaggia del desiderio [di Henry
Levin], tanto per citare gli ultimi esempi: la vita, insomma, di una spiaggia alla
moda, che nella fattispecie è Positano. Ma la novità del presente film non sono i soliti
ragazzacci avidi di vita, di avventure amorose e di soldi altrui, bensì dei vecchi
giovanotti, delle persone di mezza età che continuano a comportarsi come quando
avevano vent’anni di meno, e cioè proprio a scroccare, a tessere flirts, a bere
avidamente la vita giorno per giorno. [...]. Il film [...] è molto divertente e ben
giocato, attraverso un mosaico fitto fitto di situazioni, di battute, di gesti: alcuni
momenti hanno l’efficacia sintetica di certe stoccate satiriche da “Teatro dei
Gobbi”. E c’è una recitazione saporosissima, entusiasta, di un gruppo di autentici
“leoni” amici di Caprioli. [...] Non manca neppure il virtuosismo da consumato
autore cinematografico: ci riferiamo alla curiosa sequenza che descrive la pigra
atmosfera della siesta di mezzogiorno, guardata dal punto di vista di un insetto che
svolazza dentro e fuori le case di Positano» (Comuzio).
ore 22.00
Il generale Della Rovere (1959)
Regia: Roberto Rossellini; soggetto: da un racconto di Indro Montanelli;
sceneggiatura: Sergio Amidei, Diego Fabbri, I. Montanelli; fotografia: Carlo Carlini;
musica: Renzo Rossellini; montaggio: Cesare Cavagna; interpreti: Vittorio De Sica,
Hannes Messemer, Vittorio Caprioli, Nando Angelini, Herbert Fischer, Mary Greco;
origine: Italia/Francia; produzione: Zebra Film, S.N.E. Gaumont; durata: 133’
Grande ruolo drammatico per Vittorio Caprioli nella parte di Aristide Banchelli,
compagno di prigionia di Giovanni Bertone, il falso generale Della Rovere (Vittorio
De Sica), che accetta eroicamente di sacrificare la propria vita pur di non rivelare
nulla di compromettente ai nazisti. «Il personaggio del film (G. Bertone) visse
realmente, ma pare che quanto abbia narrato Rossellini si discostasse di molto dalla
“verità storica”: i familiari del signore in questione, infatti, intentarono una causa al
produttore per “diffamazione”. Il film fu girato tutto in interni (stupendamente
ricostruiti dall’architetto [Piero] Zuffi, qui al suo esordio nel cinema). Premio Leone
d’oro (ex-aequo con La grande guerra) e premio O.C.I.C. alla XX Mostra del Cinema
di Venezia. Premi al film, al regista, al protagonista (De Sica), a Messemer e al
soggetto al III Festival di San Francisco (1959). Nastro d’argento per la migliore
regia. David di Donatello alla Zebra Film (1960)» (Chiti/Poppi).
giovedì 3
ore 18.00
Carosello napoletano (1953)
Regia: Ettore Giannini; soggetto: dalla rivista omonima di E. Giannini; sceneggiatura
e dialoghi: E. Giannini, Giuseppe Marotta, Remigio Del Grosso; fotografia: Piero
Portalupi; musica: Raffaele Gervasio; montaggio: Nicolò Lazzari; interpreti: Léonide
Massine, Achille Millo, Agostino Salvietti, Clelia Matania, Paolo Stoppa, Vittorio
Caprioli; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 129’
«Un insolito – per l’Italia – film-rivista, che ripercorre la storia di Napoli dalle
scorrerie dei mori al dopoguerra, con un gioco di specchi tra le varie epoche che
mette a confronto psicologie e classi sociali in una specie di limbo della Storia (e
paradiso della fantasia) dove anche la morte diventa una figura vivente [...].
Folcloristico ma non dozzinale, aiutato da procedimenti stilistici piuttosto originali
per il cinema italiano di quegli anni (soprattutto nei modi con cui le vicende si
animano per introdurre i singoli numeri musicali), dalle ricche e fantasiose
scenografie di Mario Chiari (ogni inquadratura è “gremita come un pinnacolo
barocco”), dalla fotografia di Giorgio Sommer che fonde l’eredità colta del
vedutismo con l’ingenuità surreale degli ex voto, e naturalmente dalla musica di
Raffaele Gervasio» (Mereghetti). Vittorio Caprioli è tra i protagonisti del film
(insieme ad Alberto Bonucci interpreta un paroliere). Secondo Francione e Pellizzari
l’attore risulta co-sceneggiatore del film.
ore 20.20
Il cinema del Csc
Autoritratto (2003)
Regia: Francesco Amato; soggetto e sceneggiatura: Andrea Agnello, F. Amato,
Matteo Berdini, Chiara Boschiero, Francesco Lo Dico; fotografia: Agostino Vertucci;
scenografia e costumi: Marinella Perrotta; suono: Francesco Tumminello; montaggio:
Luigi Meareli; organizzazione: Francesco Startari; interpreti: Franco Barbero, Silvia
Morganti, Stefano Berera, Giancarlo Concetti, Francesco Lo Dico, Francesco Startari;
origine: Italia; produzione: Csc; durata 10’
La vita ordinaria di Franco, un impiegato di mezz’età, è scossa dall’installazione,
davanti al suo ufficio, di una macchina per foto-tessere. L’uomo non tarda a
provarla. Ma la macchina, come un oracolo, gli rivela una dolorosa verità.
a seguire
Parigi o cara (1962)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Franca
Valeri, Renato Mainardi, Silvana Ottieri; fotografia: Carlo Di Palma; musica:
Fiorenzo Carpi; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Franca Valeri, Vittorio Caprioli,
Fiorenzo Fiorentini, Margherita Girelli, Antonio Battistella, Michel Bardinet; origine:
Italia; produzione: Ajace Cinematografica; durata: 100’
«Caprioli è un regista assai più complesso di quanto sembri: i suoi film hanno una
vernice di comicità sotto la quale l’amarezza e la malinconia, forse, più della satira,
condizionano i personaggi. La satira, infatti, esige a nostro modo di vedere un
impegno diverso, un rigore di analisi e una forza d’immagini che Caprioli non ha. Il
suo stile è più delicato, si affida ai mezzi toni, è l’ironia soprattutto che lo stuzzica e
lo porta ai risultati più convincenti. Il suo modo di mostrarci Roma e Parigi, due
città-mito, con gli occhi e il cervello di una mondana, è una trovata. Se Mida
trasformava in oro tutto ciò che toccava, questa Delia restituisce invece alla realtà i
suoi colori più squallidi. La riuscita, dal lato spettacolare, è questa forse più
convincente: l’aneddotica dei Leoni al sole non eliminava il sospetto della
frammentarietà; l’aneddotica di Parigi o cara non lascia dubbi, invece, sulla volontà
di Caprioli di rifiutare i modi tradizionali del racconto, di aprirsi una strada
personale nella folla di stili cinematografici» (Terzi).
ore 22.30
Zazie dans le métro (Zazie nel metrò, 1959)
Regia: Louis Malle; soggetto: dal romanzo omonimo di Raymond Queneau;
sceneggiatura: L. Malle, Jean-Paul Rappeneau; fotografia: Henri Raichi; musica:
Andrè Pontin, Fiorenzo Carpi; montaggio: Kenout Peltier; interpreti: Catherine
Demongeot, Philippe Noiret, Vittorio Caprioli, Carla Marlier, Annie Fratellini,
Jacques Dufilho; origine: Francia; produzione: Nouvelles Editions de Films; durata
88’
«Bimbetta di 10 anni arriva dalla provincia a Parigi e scopre la città, i suoi strani
abitanti, il suo traffico folle. Ma il suo sogno è un viaggio in metropolitana. Nello
spericolato tentativo di trasformare la comicità verbale del romanzo (1959) di
Raymond Queneau in buffoneria visiva, Malle casca in piedi. Da godere a frammenti,
in mezzo a un disordine premeditato e a molte invenzioni» (Morandini). Louis Malle
utilizza il corpo e la voce di Vittorio Caprioli per le sue originali soluzioni visive.
venerdì 4
ore 17.45
Le voci bianche (1964)
Regia: Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa; soggetto e sceneggiatura: P.
Festa Campanile, M. Franciosa, Luigi Magni; fotografia: Ennio Guarnieri; musica:
Gino Marinuzzi Jr.; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Paolo Ferrari,
Anouk Aimée, Vittorio Caprioli, Graziella Granata, Claudio Gora, Philippe Leroy;
origine: Italia/Francia; produzione: Cinematografica Federiz, Franca Film, Francoriz
Production; durata: 109’
«Nella Roma del Settecento, quand’erano in voga i cantori evirati, un giovane
popolano finge di farsi castrare e fa carriera anche perché spopola, non solo con la
voce, tra le belle aristocratiche. Una delle più impertinenti e spregiudicate tra le
farse in costume degli anni ’60. La sceneggiatura (cui collaborò anche Luigi Magni)
funziona, gli attori sono in forma, la cornice storica ha una sua fantasiosa eleganza.
Sullo stesso tema, ma in tutt’altra chiave, fu fatto Farinelli - Voce regina (1994)»
(Morandini). Una delle migliori interpretazioni di Vittorio Caprioli.
ore 19.45
Il cinema del Csc
Fragile (2005)
Regia: Andrea Lodovichetti; soggetto e sceneggiatura: A. Lodovichetti, Mariano Di
Nardo, Enrico Vannucci; fotografia: Alessandro Mezzani; montaggio: Beatrice Corti;
scenografia: Marinella Perrotta; costumi: Virginia Gentili; suono: Andrea Sileo;
musiche: Francesco Montesi; organizzatore: Enrico Finocchiaro: interpreti Luigi
Diberti, Emanuela Mascherini; origine: Italia; produzione: Csc; durata 8’
Un trasloco improvviso, una casa vuota, un pianoforte. Un vecchio metronomo
scandisce il tempo di un difficile rapporto tra un padre e una figlia ormai adulta.
“Non posso fare a meno di detestare i miei genitori. È così triste dover sopportare
chi ha i vostri stessi difetti” (Oscar Wilde).
a seguire
La manina di Fatma (ep. de I cuori infranti, 1963)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Giuseppe Patroni
Griffi; fotografia: Marcello Gatti, musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Nino Baragli;
interpreti: Franca Valeri, Aldo Giuffrè, Paola Quattrini, Linda Sini, Dany Paris, Tino
Buazzelli; origine: Italia; produzione: Ima film, Incei Film; durata: 45’
«La manina di Fatma è una bella piccola storia, che onora i primi anni ’60 per
inventività, gusto e caratterizzazioni [...]. La storia appartiene a una sorta di “teatro
dell’assurdo”, ovvero i fantasiosi e perfidi accorgimenti messi in atto da una
manager di origine lombarda (poteva essere diversamente?), per di più autoritaria e
supervigile intestataria di una sedicente “Organizzazione lunaparks viaggianti”, per
impedire al suo compagno di lunga data di convolare a nozze con una ragazza (la
volutamente svampita e insipida Paola Quattrini). [...]. Da notare la comparsata di
Caprioli cui è affidata una sola folgorante battuta (“Cosa è successo? Non so,
vogliono ammazzare una donna...”), sottolineata da tono un po’ effeminato. Il
mediometraggio [...] abbonda di piccole invenzioni di sceneggiatura e di messa in
scena, ha uno stile sciolto e una sicurezza di tenuta del set» (Pellizzari).
a seguire
Scusi, facciamo l’amore? (1968)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Enrico
Medioli, Franca Valeri; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone;
montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Pierre Clementi, Claudine Augier, Beba
Loncar, Tanya Lopert, Martine Malle, Massimo Girotti; origine: Italia/Francia;
produzione: Pea, Les Productions Artistes Associés; durata: 92’
«Il film è diretto in modo tutt’altro che banale, con tocchi e tagli visivi rapidi e
sapienti, con tecnica modernissima e senza fronzoli: il risultato è senz’altro positivo
sul piano della cornice (una Milano intima e segreta, cui si contrappone una Cortina
grigia e noiosa, antinaturalistica) e in complesso raggiunge gli effetti voluti come
commedia satirico-sociale [...]. La società milanese bersagliata dal regista ha
naturalmente i tratti paradossali di tutti i quadri satirici e non pretende quindi di
offrirci una realtà se non mediata; ma Caprioli ne ha avvicinato l’essenza con
singolare intuito e, anche nel linguaggio (i “che bene!” e altri modi di dire), c’è un
senso di genuina e originale interpretazione» (Solmi).
ore 22.30
Splendori e miserie di Madame Royale (1970)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: da un’idea di V. Caprioli; sceneggiatura: V.
Caprioli, Enrico Medioli, Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno;
musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Ugo Tognazzi,
Maurice Ronet, V. Caprioli, Jenny Tamburi, Maurizio Bonuglia, Felice Musazzi,
Toni Barlocco; origine: Italia/Francia; produzione: Mega Film, Société Nouvelle de
Cinématographie; durata: 103’
«Il film di Caprioli è il primo film “satirico di costume” della stagione ’70-’71.
Satirico perché colpisce un vizio sociale; di costume perché allarga l’indagine a tutta
una frangia di mondo che vive attorno o accanto a un certo vizio. Siamo infatti nei
bassifondi dell’omosessualità romana, che celebra, tra le penombre delle auguste
rovine, i suoi squallidi riti notturni in carnevaleschi travestimenti. Al centro, un
personaggio, miserevole come gli altri, illuminato soltanto dalla fievole luce di una
posticcia paternità, per servire la quale tradirà la conventicola di falsari e prosseneti
in cui vive. La loro mafia lo eliminerà. [...] Splendori e miserie di Madame Royale è
un “satirico di costume” in cui, per la prima volta, la satira non è facezia e il
costume non è pagliacciata. È un film, per chi lo intende, malinconico e amaro; nel
finale quel povero fagotto di stracci colorati che fu Madame Royale e che i
sommozzatori depongono sul pontile è di un’indicibile tragicità» (Sacchi).
sabato 5
ore 18.00
L’insegnante (1975)
Regia: Nando Cicero; soggetto: Tito Carpi; sceneggiatura: T. Carpi, Francesco
Milizia; fotografia: Giancarlo Ferrando; musica. Piero Umiliani; montaggio: Daniele
Alabiso; interpreti: Edwige Fenech, Vittorio Caprioli, Alfredo Pea, Mario Carotenuto,
Carlo Delle Piane, Alvaro Vitali; origine: Italia; produzione: Devon Film, Medusa
Distribuzione; durata: 95’
«Primo, storico film della serie delle insegnanti, girato da Nando Cicero al suo
meglio e scritto da Francesco Milizia. [...]. La situazione base è quella di Malizia,
cioè la provincia siciliana, un padre arrapato, qui Caprioli, un ragazzino svogliato
pronto all’amore, Alfredo Pea nel ruolo della sua vita, figlio di onorevole, una bella
ragazza arrivata da fuori, appunto Edwige Fenech, che sconvolge la quiete familiare
e cittadina. Da Malizia proviene pure Stefano Amato, amico grasso del protagonista
samperiano Alessandro Momo. [...]. Ma si legano astutamente altri temi. La Fenech
si porta dietro il successo delle prime commedie sporcaccione come l’Ubalda, ma
soprattutto Giovannona Coscialunga. Infatti si chiama ancora Giovanna ed è
presente Vittorio Caprioli come nel film precedente. Poi c’è la scuola, tema appena
trattato da Federico Fellini in Amarcord. È da quel film che proviene Alvaro Vitali e
tutto il vitalume successivo» (Giusti).
ore 19.45
Cinema del Csc
Soap opera (2004)
Regia: Ulrik Brüel Gerber; soggetto e sceneggiatura; Serena Cervoni, Federico Fava,
U. Brüel Gerber; fotografia: Andrea Spalletti; montaggio: Emily Greene; scenografia:
Giovanna Cirianni; costumi: Alessandra Stella; suono: Nicola Sobieski; musica:
Giovanni Cernicchiaro; organizzatore: Valerio Alessio Stati; interpreti: Paolo
Baroni, Bruno Pavoncello; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 11’
Giacomino si divide tra il lavoro in un saponificio e la disastrosa convivenza con un
pescivendolo rozzo e volgare. L’unica ragione di vita è un canarino a cui dedica tutte
le sue attenzioni.
a seguire
Vieni, vieni, amore mio (1974)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Massimo Franciosa,
Luisa Montagnana; dialoghi: Franca Valeri; fotografia: Silvano Ippoliti; musica: Riz
Ortolani; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Imma Piro, Ciro Ippolito, Max
Delys, Nina De Padova, Giancarlo Maestri, Rita Di Lernia; origine: Italia;
produzione: Coralta Cinematografica; durata: 95’
«Vittorio Caprioli è nel nostro cinema un personaggio curioso, un artista intelligente
che probabilmente è frenato dalla varietà dei suoi doni. È attore, regista e uomo
spiritoso. Il suo nuovo film fa omaggio alla tradizione godereccia dell’Occidente e
nel medesimo tempo tiene conto della sottile lezione appresa da Louis Malle quando
interpretò il delizioso Zazie nel metrò, che non per nulla è una trascrizione del
romanzo omonimo di Raymond Queneau. Caprioli gioca nel film tra umorismo nero
e grassa risata, intenerendosi anche un po’ [...] sui casi di due sposini infelici in
amore. [...] Una situazione come quella di Vieni, vieni, amore mio la si incontra in
uno dei Contes drôlatiques di Honoré de Balzac. Anche stavolta l’effrazione avviene
con soddisfazione dei tre interessati. Si tratta di storie ciniche, come si sa. Caprioli
svolge la sua, di storia, senza eccedere nel cattivo gusto. L’ambiente di Napoli e
dintorni, davvero splendente, aiuta al sorriso» (Bianchi). La camminata provocante
di Imma Piro anticipa la ben più celebre passeggiata di Monica Bellucci,
indimenticabile protagonista di Malena.
Copia proveniente da Broadmedia Service - Ingresso gratuito
ore 21.45
Diamanti sporchi di sangue (1978)
Regia: Fernando Di Leo; soggetto e sceneggiatura: F. Di Leo; fotografia: Roberto
Gerardi; musica: Luis Enriquez Bacalov; montaggio: Amedeo Giomini; interpreti:
Claudio Cassinelli, Martin Balsam, Barbara Bouchet, Pier Paolo Capponi, Vittorio
Caprioli; origine: Italia; produzione: Teleuropa International Film; durata: 110’
Arrestato per una rapina a causa di una soffiata, Guido Mauri trascorre cinque anni
in prigione, meditando la vendetta contro il suo capo, che il giorno successivo alla
rapina avrebbe dovuto consegnarli 40 milioni. Ma la verità ha mille facce. Film poco
conosciuto di Di Leo, anche per la sua “invisibilità”, è invece una delle sue opere
migliori: il regista pugliese disegna perfettamente i caratteri dei personaggi,
descrivendo, come ne I padroni della città, il sottobosco della mala, con una
sceneggiatura congegnata sulla tensione determinata da un imminente rendez-vous
con la morte. Il tutto condito dalla consueta ironia e dalle superbe interpretazioni di
Vittorio Caprioli e di uno straordinario Pier Paolo Capponi, in una delle migliori
caratterizzazioni del cinema italiano. Cassinelli presta il suo volto cupo e
malinconico al protagonista.
domenica 6
ore 18.00
L’ultima scena (1988)
Regia: Nino Russo; soggetto e sceneggiatura: N. Russo; fotografia: Giorgio Tonti;
musica: Germano Mozzocchetti; collaborazione musicale: Francesco Marini;
montaggio: Amedeo Giomini; interpreti: Marina Suma, Vittorio Caprioli, Aldo
Giuffré, Bruno Colella, Sergio Solli, Giovanni Attanasio; origine: Italia; produzione:
Luna Film, Istituto Luce - Italnoleggio Cinematografico, Rai; durata: 107’
«L’ultima scena, ovvero l’ultima sceneggiata, non è soltanto un elegiaco omaggio al
teatro. Necessità, cioè basso costo, fa virtù per Nino Russo, che ha un’idea precisa di
cinema. Ha ideato un’azione che, rispettando le classiche unità aristoteliche, si
svolge in un teatro di Napoli, dove un anziano capocomico sta curando la prova
generale di una sceneggiata. Arriva un anziano impiegato comunale di Acerra che
vorrebbe proporre al regista un suo copione e, con un espediente antico come il
teatro, è scambiato dall’altro per un famoso critico in incognito. A mo’ di tormentone
quell’equivoco regge quasi tutta l’azione, che si svolge in platea e che s’alterna con
quella che si recita sul palcoscenico. Il duetto malinconico Caprioli - Giuffrè è tutto
godibile. Questo continuo scambio tra platea e palcoscenico, verità e finzione, realtà
e illusione è governato da Russo con soffice sagacia e sfocia in un geniale colpo di
scena» (Morandini). Uno dei tristemente famosi articoli 28, rifiutati dal mercato, ma
in questo caso meritevole di ben altra fortuna. Un film da riscoprire. Nino Russo è un
regista e autore teatrale che ha esordito al cinema con Il giorno dell’Assunta.
ore 20.00
L’automobile (1971)
Regia: Alfredo Giannetti; soggetto e sceneggiatura: A. Giannetti; fotografia:
Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone; montaggio: Renato Cinquini;
interpreti: Anna Magnani, Vittorio Caprioli, Christian Hay, Donato Castellaneta,
Renato Malavasi, Pupo De Luca; origine: Italia; produzione: Garden
Cinematografica, Excelsior, Rai; durata: 89’
«Il sogno di Anna, una prostituta non giovanissima, è possedere un’automobile.
Quando finalmente, patente in tasca, riesce ad averla, decide di inaugurarla con un
breve viaggio ad Ostia. Là conosce un giovanotto, a cui decide di dare un passaggio
per il ritorno, affidandogli la guida. Un banale incidente distruggerà l’auto e con lei
i sogni della donna» (Poppi/Pecorari). «Girato per la Rai, terzo titolo della serie Tre
donne (dopo La sciantosa e 1943: un incontro). La Magnani è capace di infondere
vita e verità umana in un semplice bozzetto, e si avverte un divertimento genuino nei
duetti con Caprioli» (Mereghetti).
Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito
ore 21.45
Stangata napoletana (La trastola) (1983)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli, Augusto Caminito; sceneggiatura: V.
Caprioli, A. Caminito, Elvio Porta; fotografia: Giulio Albonico; musica: Antonio
Sinagra; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Treat Williams, Margaret Lee,
Geoffrey Copleston, Regina Bianchi, Gigi Reder, Nando Murolo; origine: Italia;
produzione: Rta, Rai; durata: 129’
«A Brooklyn, per vizio cardiaco, defunge il barone Vincenzo de Fonseca. La salma
viene trasferita a Napoli, accompagnata dalla sua giovane vedova e attesa
dall’aitante figlio, che poi si rivela essere un illegittimo. La vecchia villa di famiglia,
oggetto dell’eredità (che, secondo testamento, toccherebbe alla donna, ma che in
realtà – in pessime condizioni – è già proprietà del Comune di Castellamare), viene
sontuosamente allestita per l’occasione ovvero per turlupinare la erede. [...]. Un po’
distratto nella direzione degli attori, un po’ stanco nel tenere le fila, un po’ troppo
immerso nella luce e nel sapore mediterranei, il regista regge comunque lo sforzo e
fa anche un po’ di giusta tenerezza, specie laddove al consueto cinismo subentra una
giocosità non trattenuta» (Pellizzari). Treat Williams è doppiato da Stefano Satta
Flores. Vittorio Caprioli si riserva un cameo: quello del travestito da vecchia bizzosa
e svanita, che si finge la prima moglie del barone.
lunedì 7
chiuso
8-13 gennaio
Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano
Seconda parte
Seconda parte della retrospettiva dedicata ad Alessandro Blasetti nel ventennale dalla
morte. Dopo aver proposto, a settembre, i film e i documentari diretti dal regista dal
1929 al 1945, periodo contrassegnato da una varietà di temi e di stili, che Blasetti
riuscì sempre a infondere anche in opere realizzate in condizioni sfavorevoli, nella
seconda parte prendiamo in considerazione il periodo successivo alla fine della
seconda guerra mondiale. Il periodo del neorealismo e della commedia all’italiana,
ma anche dei film ad episodi, dei mondo-movie, delle maggiorate, del divismo e del
boom, l’ultima grande stagione del cinema italiano, nella quale Blasetti si pose
sempre come un innovatore, lanciando attori, generi, perfino mode. È il Blasetti meno
conosciuto, ma che con grande determinazione porta avanti una sua idea di cinema,
mettendo la sua arte e la sua esperienza al servizio delle nuove leve, come fece per
anni sui banchi del Centro Sperimentale di Cinematografia. Blasetti, soprattutto,
sperimenta, osando, spesso, l’impossibile (paradigmatica fu la vicenda di Europa di
notte, rifiutato da tutti i produttori) e destrutturando il plot narrativo con un
linguaggio del tutto innovativo (la straordinaria modernità di Io, io, io… e gli altri),
che pochi gli riconoscono.
La retrospettiva, organizzata dalla Cineteca Nazionale, doveroso omaggio a uno dei
padri fondatori del Csc, offre l’occasione per una riflessione sull’opera complessiva
del regista, troppo presto dimenticato. Forse per la sua personalità dirompente che ha
lasciato nel cinema italiano un segno inconfondibile, tracciando traiettorie e indirizzi,
poi seguiti e imitati da tutti, ma di cui, evidentemente, non è facile ammettere la
paternità. In realtà Blasetti non solo è stato il primo grande Maestro del cinema
italiano, ma ne è stato anche uno dei padri fondatori, a partire dal film-spartiacque
Sole, fino alle ultime prove degli anni Sessanta, sempre orientate dal desiderio di
trovare nuovi orizzonti. La figura di Blasetti sarà approfondito nella tavola rotonda
del 9 gennaio, alla presenza della figlia Mara e di critici e uomini di cinema che lo
hanno conosciuto e apprezzato.
martedì 8
ore 18.00
Un giorno nella vita (1945)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti, Cesare Zavattini; sceneggiatura: A.
Blasetti, Cesare Zavattini, Mario Chiari, Anton Giulio Majano, Diego Fabbri;
fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; montaggio: Mario Serandrei;
interpreti: Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Elisa Cegani, Arnoldo Foà, Mariella
Lotti, Dina Sassoli; origine: Italia; produzione: Orbis Film; durata: 117’
Un gruppo di partigiani per sfuggire ai tedeschi si rifugia in un convento. Dapprima
le suore evitano qualsiasi contatto con loro, poi la necessità di soccorrere un ferito
crea l’occasione per una maggiore comprensione. Il neorealismo secondo Blasetti
che non rinuncia ad attori famosi e non scende per strada, chiudendo la macchina da
presa all’interno di un convento, ma riesce a restituire e a riaffermare l’umanità che
sopravvive a qualsiasi guerra. «Si osservi anche la perspicacia con cui il regista
controlla e restringe il potenziale melodrammatico di Un giorno nella vita […] a
beneficio di un’osservazione sfumata e minuziosa delle suore che sfilano davanti alla
macchina da presa. Si apprezzi, inoltre, l’insolita curiosità che lo induce a scovare,
sotto i panni severi e uniformanti di un ordine religioso, una soggettività e una
femminilità non sopite, a dispetto degli esercizi adottati per il conseguimento di un
assoluto distacco dai piaceri e dalle tribolazioni mondane» (Morandini). Il film fu
prodotto dalla casa di produzione cattolica Orbis e costituisce uno dei casi di
neorealismo di ispirazione religiosa, corrente che andrebbe approfondita.
ore 20.00
Castel S. Angelo (1947)
Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Ubaldo Marelli; musica: Alessandro
Cicognini; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 9’
a seguire
Il duomo di Milano (1947)
Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; origine:
Italia; produzione: Universalia; durata: 12’
a seguire
La gemma orientale dei Papi (1947)
Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; origine:
Italia; produzione: Universalia; durata: 14’
a seguire
Ippodromi all’alba (1950)
Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Giovanni Ventimiglia jr.; origine: Italia;
produzione: Cofic; durata: 10’
a seguire
Quelli che soffrono per voi… (1951)
Regia: Alessandro Blasetti; commento: A. Blasetti; fotografia: Mario Damicelli;
musica: Gino Marinucci jr.; montaggio: Mario Serandrei; origine: Italia; produzione:
Quadrifoglio-Farmitalia; durata: 12’
a seguire
Miracolo a Ferrara (1953)
Regia: Alessandro Blasetti; origine: Italia; durata: 9’
ore 21.15
Fabiola (1948)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal romanzo Fabiola o la chiesa delle
catacombe di Nicholas Wiseman; sceneggiatura: A. Blasetti, Jean-Georges Auriol,
Antonio Pietrangeli, Diego Fabbri, Cesare Zavattini, Emilio Cecchi, Vitaliano
Brancati, Corrado Pavolini, Suso Cecchi d’Amico, Umberto Barbaro, Mario Chiari,
Lionello De Felice, Alberto Vecchietti; fotografia: Mario Craveri, Ubaldo Marelli;
musica: Enzo Masetti; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Michèle Morgan,
Henri Vidal, Elisa Cegani, Michel Simon, Gino Cervi, Massimo Girotti; origine:
Italia; produzione: Universalia; durata: 164’
La storia di Fabiola, figlia di un senatore romano che viene assassinato perché
intenzionato a dare la libertà ai suoi servi. Della sua morte vengono ingiustamente
accusati e sottoposti a persecuzioni i cristiani, ma Fabiola si convince che non sono
stati loro. Film dedicato, come recita un cartello nei titoli di testa, «agli offesi ai
perseguitati alle vittime di ogni violenza», tratto dal celebre romanzo del cardinale
Wiseman e sceneggiato da uno stuolo di sceneggiatori che coprivano l’intero “arco
costituzionale”. Si pensava così di ovviare al forte “marchio” impresso dalla casa di
produzione cattolica Universalia, guidata dal geniale Salvo D’Angelo, il quale mise
in piedi la prima coproduzione italo-francese (poi non formalmente non ratificata
anche se le quote nel cast sono rispettate e compaiono molto attori francesi). Una
parte dei soldi devoluti per il film furono utilizzati da D’Angelo, con il consenso di
Blasetti, per portare a termine La terra trema di Visconti, mentre per l’occasione fu
restaurato i due teatro di posa del Centro Sperimentale di Cinematografia, dopo i
bombardamenti della guerra, e uno fu costruito ex novo. Del resto, si trattava della
prima superproduzione del dopoguerra ed ebbe un notevole successo al botteghino
(primo posto negli incassi). Il film venne venduto a scatola chiusa in trenta Paesi
prima che fosse terminato grazie ai nome delle persone coinvolte, la grandiosità
dell’assunto e la qualità fotografica. Mario Verdone su «Bianco e Nero» difese il film
dalle accuse (dovute, secondo Blasetti, all’eccessiva pubblicità attorno al film, agli
elevati costi di produzione, al pregiudizio verso i film in costume e, non per ultimo,
alla connotazione politica dell’operazione, dalla casa di produzione al contenuto
stesso del film, fattori che impedivano un giudizio sereno sull’opera): «Ingiusta,
inoltre, ci pare l’accusa di falsi e cartapeste che sarebbero molto evidenti in Fabiola:
dove cuoi e metalli, vesti e armamenti, sono spesso autentici, tanto che proprio in tali
voci è da ricercare una delle ragioni dell’alto costo del film. La tenacia e lo sforzo
che hanno portato a termine questa complessa fatica non sono comuni e fuor di
luogo ci appare qualunque immotivata svalutazione».
mercoledì 9
ore 17.00
Tempi nostri (Zibaldone n. 2) (1954)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: da vari racconti del Novecento scelti da A.
Blasetti e Suso Cecchi d’Amico; sceneggiatura: Ennio Flaiano, S. Cecchi d’Amico,
Vasco Pratolini, A. Blasetti, Alessandro Continenza, Giorgio Bassani, Giuseppe
Marotta, Eduardo De Filippo, Age & Scarpelli; fotografia: Gabor Pogany; musica:
Alessandro Cicognini, G. C. Sonzogno, Gorni Kramer; montaggio: Mario Serandrei;
interpreti: Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Yves Montand, Totò, Sophia
Loren, Vittorio Caprioli; origine: Italia/France; produzione: Cines, Lux Film, Lux
C.C.F.; durata: 110’
Film ad episodi sulla scia di Altri tempi, ispirato però a racconti contemporanei.
«L’originalità e la ricchezza dell’operazione condotta da Blasetti possono essere
adeguatamente apprezzate solo considerando i due zibaldoni nella loro integrità,
cioè valutando la scelta del regista di presentare brevi, e talora brevissimi, racconti
cinematografici in modo da far coesistere opzioni stilistiche e tonalità narrative
assolutamente inconciliabili in un film dalla struttura tradizionale. […] Gli
zibaldoni, insomma, appaiono un vero e proprio laboratorio di ricerca,
estremamente ricco di sollecitazioni e anche un po’ caotico, in cui si incrociano e
interagiscono modelli eterogenei di racconto, spunti tematici variegati, inedite
combinazioni di attori, registri stilistici diversificati, tutti elementi destinati a essere
riproposti da Blasetti nei suoi film successivi, o, addirittura, a divenire autentici
motivi conduttori per il cinema italiano nel suo complesso» (David Bruni).
Viene qui presentato senza l’episodio Scusi, ma…, disconosciuto da Blasetti.
ore 19.00
Incontro moderato da Alfredo Baldi con Mara Blasetti, Carlo Caprioli, Callisto
Cosulich, Brando Giordani, Luigi Di Gianni, Citto Maselli, Giuliano Montaldo,
Gian Luigi Rondi, Piero Tosi, Tonino Valerii, Luca Verdone
ore 21.00
Altri tempi (Zibaldone n. 1) (1952)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: da vari racconti dell’Ottocento scelti da A.
Blasetti e Suso Cecchi d’Amico; sceneggiatura: Oreste Biancoli, A. Blasetti,
Vitaliano Brancati, Gaetano Carancini, S. Cecchi d’Amico, Alessandro Continenza,
Italo Dragosei, Brunello Rondi, Vincenzo Marinucci, Augusto Mazzetti, Filippo
Mercati [Luigi Filippo D’Amico], Turi Vasile, Giuseppe Zucca; fotografia: Carlo
Montuori, Gabor Pogany; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario
Serandrei; interpreti: Aldo Fabrizi, Pina Renzi, Elisa Cegani, Amedeo Nazzari,
Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Vittorio Caprioli; origine: Italia; produzione:
Cines; durata: 126’
Film epocale per il cinema italiano. In un colpo solo Blasetti lancia la formula del
film a episodi e inaugura il fenomeno delle maggiorate con l’episodio Il processo di
Frine, interpretato da Gina Lollobrigida (accanto a uno splendido Vittorio De Sica).
Ma, a detta della figlia Mara, Blasetti ha altri meriti. Nessun produttore credeva nel
progetto di un film strutturato su tante piccole storie. Solo Carlo Civallero della
Cines accettò di produrre il film, imponendo però come condizione che Blasetti
girasse anche La fiammata. Blasetti pretese in cambio la presenza di De Sica, che
rilanciò dopo un periodo difficile. Come dichiarato dallo stesso autore ne
L’avventurosa storia del cinema italiano di Fofi-Faldini: «La verità è che il mio nome
di attore non valeva più gran che prima che Blasetti mi offrisse quella parte di
avvocatucolo napoletano, forse addirittura non valeva più nulla. Non so bene perché,
forse mi si giudicava vecchio, forse la campagna scatenata contro di me quale autore
di film neorealista produceva i suoi effetti proprio là, nel terreno della recitazione».
Per le storie Blasetti si ispirò a vari racconti dell’Ottocento, dimostrando che dalle
fonti letterarie anche il cinema italiano uscito dal dopoguerra poteva trarre ottimi
spunti per film “moderni” (di lì a poco Visconti girerà Senso tratto dalla novella di
Boito). E soprattutto risvegliando l’interesse per il cinema da parte degli scrittori.
Inoltre, nell’idea di cinema di Blasetti il film a episodi permetteva ai produttori di
lanciare senza rischi giovani registi, ai quali affidare un episodio accanto a quelli
girati da grandi maestri. Una linea che, purtroppo, non fu seguita. «Altri tempi
(1952) e Tempi nostri (1954) nascono da un consapevole progetto di politica
culturale e scaturiscono entrambi dalla proposta di offrire originali soluzioni –
narrative e produttive – al nostro sistema cinematografico» (David Bruni).
Ingresso gratuito
giovedì 10
ore 18.00
La fiammata (1952)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal dramma omonimo di Henry Kistemaekers;
sceneggiatura: Vitaliano Brancati, Leonardo Benvenuti, Filippo Mercati, A. Blasetti;
fotografia: Carlo Montuori; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mauro
Serandrei; interpreti: Eleonora Rossi Drago, Amedeo Nazzari, Elisa Cegani, Carlo
Ninchi, Rolf Tasna, Roldano Lupi; origine: Italia; produzione: Cines; durata: 83’
Nel secolo scorso, in Francia, una donna si batte per dimostrare l’innocenza del
marito, accusato di omicidio. Film poco amato da Blasetti («Con La fiammata avrei
dimostrato che nemmeno una sufficiente regia può sollevare il livello di un testo
mediocre), che lo accettò in cambio della possibilità di avere De Sica in Altri tempi,
ma che si fa apprezzare per le scenografie di Mario Chiari e i costumi di Maria De
Matteis e per l’energica interpretazione di Eleonora Rossi Drago. Nel film
compaiono Mario Scaccia, Sergio Tofano, Delia Scala e Gustavo Serena, grande
regista del muto.
ore 19.30
La lepre e la tartaruga (ep. de Le quattro verità, 1962)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla favola omonima di Jean de La Fontaine;
sceneggiatura: A. Blasetti, Suso Cecchi d’Amico; fotografia: Carlo Di Palma;
musica: Carlo Savina; montaggio: Giuliana Tauger; interpreti: Monica Vitti, Sylva
Koscina, Rossano Brazzi, Gianrico Tedeschi, Mario Passante; origine:
Italia/Francia/Spagna; produzione: Ajace Cinematografica, Euro International Films,
Franco London Film, Madeleine Films, Hispaner Film; durata: 34’
Una moglie tradita cerca di riconquistare il marito. Blasetti adatta la favola di La
Fontaine in sentimentale giocando sul tema della seduzione e sui tempi dell’amore.
Grande prova di Monica Vitti, lanciata in un ruolo brillante da Blasetti dopo le
esperienze da attrice drammatica con Antonioni. Gli altri episodi sono diretti da Luis
Garcia Berlanga, Hervé Bromberger e René Clair.
a seguire
Prima comunione (1950)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Cesare Zavattini; sceneggiatura: A. Blasetti, C.
Zavattini, Suso Cecchi d’Amico; fotografia: Mario Craveri; musica: Alessandro
Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Aldo Fabrizi, Gaby Morlay,
Ludmilla Dudarova, Lucien Baroux, Enrico Viarisio, Andreina Mazzotti; origine:
Italia/Francia; produzione: Universalia, Franco London Film; durata: 90’
Il giorno della prima comunione della figlia si trasforma per il commendator Carloni
in una serie interminabile di incidenti e imprevisti. Cameo di Louis De Funès nella
parte di un prete. «Con Prima comunione, ennesimo appello alla bontà e alla
comprensione tra gli uomini, Blasetti si misura con la commedia. Ma tratta il genere
i modo affatto diverso dai “neorealisti rosa” che di lì a poco si sarebbero imposti
con Due soldi di speranza (1952) e i vari Pane, amore… La vicenda, girata quasi in
tempo reale, è estremamente stilizzata e procede a ritmo di balletto, in una sorta di
frenetica corsa contro il tempo scandita da tutta una serie di gag – non a caso si è
fatto il nome di René Clair. Inoltre Blasetti […] sottopone ad una satira corrosiva gli
egoismi, le meschinità, la necessità di apparire ma non di essere, che sono tipici del
mondo borghese, personificato dal perfetto parvenu commendator Carloni, fino a
mettere sotto accusa il cattolicesimo ipocrita e di facciata di tutto il popolo» (Gori).
Blasetti, dopo aver impiegato attori presi dalla strada in tempi non sospetti (Sole e
1860), in antitesi al neorealismo chiama a interpretare Prima comunione tutti attori
professionisti e il film segna il passaggio dal neorealismo alla commedia all’italiana.
Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna
ore 22.00
Amore e chiacchiere (Salviamo il panorama) (1957)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Cesare Zavattini; sceneggiatura: C. Zavattini,
Alessandro Blasetti, Isa Bartalini; fotografia: Gabor Pogany; musica: Mario
Nascimbene; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Vittorio De Sica, Gino Cervi,
Carla Gravina, Geronimo Meyner, Elisa Cegani, Alessandra Panaro; origine:
Italia/Spagna; produzione: Electra Compagnia Cinematografica, Ariel Film; durata:
92’
Un ricco industriale si oppone alla costruzione di un ospizio che deturperebbe il
panorama ammirabile dalla sua villa, cercando di vincere la resistenza del
vicesindaco. Altra commedia di caratteri di Blasetti, «percorsa da una vena di satira
politica indirizzata contro le “chiacchiere” dei vecchi, contro la vuota retorica delle
molte parole e dei pochi fatti della generazione più anziana. […] Per contro, si
avverte una partecipazione piena di affetto ai problemi delle nuove generazioni»
(Gori). Per Blasetti è il suo film che «meglio riflette i difetti degli italiani».
venerdì 11
ore 18.00
Liolà (1963)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla commedia omonima di Luigi Pirandello;
sceneggiatura: Sergio Amidei, Elio Bartolini, Adriano Bolzoni, Carlo Romano, A.
Blasetti; fotografia: Leonida Barboni, Tonino Delli Colli, Carlo Di Palma; musica:
Carlo Savina; origine: Italia/Francia; produzione: Film Napoleon, Federiz, Francinex,
Franco London Film; durata: 101’
Il seduttore siciliano Liolà passa di conquista in conquista, trovandosi coinvolto in
situazioni intricate e portando a casa il frutto dei suoi amori (cinque figli da donne
diverse). Il cremonese Tognazzi nella parte di un siciliano è fuori ruolo e la
trasposizione della commedia di Pirandello non decolla.
ore 20.00
Peccato che sia una canaglia (1954)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal racconto Il fanatico di Alberto Moravia;
sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Ennio Flaiano, Alessandro Continenza;
fotografia: Aldo Giordani; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario
Serandrei; interpreti: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Umberto
Melnati, Margherita Bagni, Walter Bartoletti; origine: Italia; produzione: Documento
Film; durata: 95’
Un tassista conosce una ragazza, figlia di un ladro di valigie e dedita anche lei al
furto, insieme a due compari. I tre orchestrano un colpo ai danni del tassista
sfruttando la bellezza e le doti di seduzione della ragazza, ma il tassista s’invaghisce
veramente di lei. Blasetti lancia la coppia per eccellenza del cinema italiano, LorenMastroianni, optando per la commedia di caratteri: «Prima crea dei personaggi con
un loro carattere, poi da questi caratteri fa dipendere l’azione; quindi stabilisce che
a prendere l’iniziativa sia il personaggio femminile […]; infine sceglie l’happy end
programmatico. È questo, detto in maniera assai schematica, il modello blasettiano
di commedia» (Gori). «Il film si articola su un ritmo vivacissimo in cui l’assoluta
pulizia formale, il gusto di molte situazioni narrative e la perizia della
interpretazione concorrono a creare un equilibrio e una spigliatezza non comuni»
(Ghelli).
ore 22.00
La fortuna di essere donna (1955)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Suso Cecchi d’Amico, Ennio Flaiano,
Alessandro Continenza; sceneggiatura: S. Cecchi d’Amico, E. Flaiano, Alessandro
Continenza, A. Blasetti; fotografia: Otello Martelli; musica: Alessandro Cicognini;
montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Charles
Boyer, Elisa Cegani, Nino Besozzi, Titina De Filippo; origine: Italia/Francia;
produzione: Documenti Film, Le Louvre Film; durata: 100’
Una ragazza è disposta a tutto pur di entrare nel mondo del cinema. A tal fine si lega
a un fotografo, non meno cinico e spregiudicato, finché fra di loro scatta la scintilla
che cambia i loro piani. Dopo Peccato che sia una canaglia, altra grande occasione
per la coppia nascente Loren-Mastroianni. «Con La fortuna di essere donna
Alessandro Blasetti ha ritentato la via del successo mediante la commedia di costume
che aveva già trovato in lui un efficace illustratore in Peccato che sia una canaglia e,
prima ancora, in Prima comunione. Non è una novità il dire che Blasetti è uno dei
nostri registi più sicuri, un attento osservatore della società contemporanea, un
interprete estroso e spesso geniale di tutti quei fermenti di vita suscettibili di essere
rivelati al fuoco della macchina da presa» (Solmi).
sabato 12
ore 16.15
Europa di notte (1959)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto e sceneggiatura: Gualtiero Jacopetti, Ennio De
Concini; interpreti: Coro D’Ucraina, Danzatori ucraini “Orly”, Croq Messieurs, Le
Carousel Quintero, The Platters, Domenico Modugno; fotografia: Gabor Pogany;
musica: Carlo Savina; montaggio: Mario Serandrei; voce: Corrado Mantoni (non
accreditato); origine: Italia; produzione: Aversa Film, Avers Film; durata: 98’
«Nel mettere il cinema al servizio di altre forme di spettacolo per conservarne la
memoria, Blasetti da una parte dimostra una perfetta coscienza dell’incipiente
tecnica televisiva (il film è costruito come una diretta tv, non più opera unitaria,
bensì assemblaggio di frammenti) e dall’altra coglie con perfetto tempismo gli umori
dell’Italia del boom: i primi sussulti del rock and roll, ma soprattutto i primi brividi
del sesso come svago collettivo notturno. Nonostante la censura, saranno proprio le
sequenze degli spogliarelli, soprattutto quelli del Crazy Horse, acme del binomio
erotismo-esotismo, a dare origine al filone cinematografico sexy che cominciò a
imperversare nelle sale negli anni Sessanta. Dal punto di vista del costume, Europa
di notte contribuì all’“allineamento dell’Italia con gli altri paesi dell’Occidente
sviluppato”, dal punto di vista tecnico, vanno sottolineate l’elaborazione
dell’inquadratura, la ricerca sul colore (direttore della fotografia è Gabor Pogany) e
il lavoro sul ritmo frutto del montaggio di Mario Serandrei» (Mereghetti).
Come già accaduto per Altri tempi, anche Europa di notte fu un progetto osteggiato
dai produttori, che non colsero le potenzialità del film, salvo poi lanciarsi, dopo il
successo clamoroso al botteghino, in una serie infinita di prodotti di imitazione. A
produrre il film fu Fabio Jegher, uno dei fondatore della Sisal, che voleva investire
dei soldi nel cinema e realizzò così, dopo il lancio del Totocalcio, un secondo grande
fenomeno popolare, tipicamente italico.
ore 18.00
Io amo, tu ami… (1961)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti; sceneggiatura: Luigi Chiarini, Carlo
Romano, Antonio Savignano, A. Blasetti; fotografia: Aldo Tonti; musica: Carlo
Savina; montaggio: Tatiana Casini; origine: Italia/Francia; produzione: Dino De
Laurentiis, Orsay Film; durata: 105’
Panoramica degli spettacoli incentrati sul tema dell’amore da Parigi a Mosca.
Ideale prosecuzione di Europa di notte, con una struttura più articolata e qualche
episodio della vita reale (compare anche Giuliano Gemma). «Blasetti è uno dei pochi
cineasti italiani capaci di allestire uno spettacolo che sia nel contempo piacevole e
stimolante. […] «Quanto ci viene presentato appartiene a una selezione sorretta da
un gusto coltivato […] da un umorismo cordiale e sanguigno, e da una sapienza
cinematografica, la quale tocca punte di intima vibrazione in quella serie di ritratti
di volti femminili» (Argentieri). Primo film italiano girato in Russia.
ore 20.00
Io, io, io… e gli altri (Conferenza con proiezione) (1966)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti; sceneggiatura: A. Blasetti, Carlo
Romano, Age & Scarpelli, Adriano Baracco, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi,
Lianella Carell, Suso Cecchi d’Amico, Ennio Flaiano, Giorgio Rossi, Libero Solaroli,
Vincenzo Talarico; fotografia: Aldo Giordani; musica: Carlo Rustichelli; montaggio:
Tatiana Casini; interpreti: Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica,
Marcello Mastroianni, Silvana Mangano, Nino Manfredi; origine: Italia; produzione:
Cineluxor, Rizzoli Film; durata: 112’
Un giornalista decide di condurre un’inchiesta sull’egoismo umano, però man mano
che l’inchiesta procede l’atto d’accusa si trasforma in una presa di coscienza e in
una confessione. «Ho voluto fare un film che fosse una specie di lezione conclusiva
sui danni e sui guasti dell’egoismo, che è all’origine dell’intolleranza e dell’odio»
(Blasetti). Film di grande (post) modernità in cui Blasetti rinnova il linguaggio
cinematografico, sostenuto da un intonato Walter Chiari in una delle sue migliori
interpretazioni.
ore 22.00
La ragazza del bersagliere (1967)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla commedia La fidanzata del bersagliere di
Edoardo Anton; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Romano, A.
Blasetti; fotografia: Armando Nannuzzi; montaggio: Tatiana Casini; interpreti:
Graziella Granata, Antonio Casagrande, Vittorio Caprioli, Rossano Brazzi, Leopoldo
Trieste, Tony Renis; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 107’
Una ragazza s’innamora di un bersagliere, il quale, però, perde la vita. Dall’alto
continuerà a vegliare su di lei. «Blasetti è un regista tanto sicuro di sé che può
permettersi il lusso di fare quello che vuole quando si trova dietro la macchina da
presa […]. Guardate come ha messo sotto torchio i suoi interpreti: dalla splendida
Graziella Granata, spontanea, immediata, convincente, ad Antonio Casagrande,
verosimile, spavaldo, quasi sempre credibile […]. Accanto a loro sono da ricordare,
e da lodare senza riserve, un ottimo Caprioli, un’efficace Franca Valeri, un colorito
Rossano Brazzi» (Talarico). Piccolissima parte per Gigi Proietti, in una delle sue
prime interpretazioni.
Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna
domenica 13
Blasetti e la tv
ore 17.00-23.00
Una giornata dedicata al Blasetti televisivo con proiezioni di programmi realizzati dal
Maestro.
«Blasetti è stato se non il primo, uno dei primi registi italiani di cinema a lavorare per
la televisione. Debuttò nel 1962 con La lunga strada del ritorno. Ma nel suo lavoro la
presenza del nuovo medium era avvertibile, almeno a livello sintomatico, sin dalle
antologie documentaristiche e con ogni probabilità ancor prima, con i film ad episodi.
Fisicamente, inoltre, la televisione appariva già all’inizio di Tempi nostri, poi in
Amore e chiacchiere e Europa di notte. Così sembra abbastanza logico, quasi
naturale, che Blasetti si cimenti precocemente – come di lì a poco farà un altro grande
del cinema italiano, Rossellini – col nuovo medium. C’è anche un’altra ragione a
spingerlo: se il cinema è per lui essenzialmente uno spettacolo “destinato alla grande
folla” ancor di più lo è la televisione. “Milioni di italiani – dice Blasetti – ogni sera
sono “visitati” dalla televisione: e questi sono la grande massa”. Ad informare questa
massa dovrà essere diretto il lavoro del regista. Le premesse di Blasetti hanno
qualche analogia con quelle di Rossellini, ma ne divergono in fase realizzativa.
Entrambi scelgono il campo dell’informazione come terreno privilegiato, ma
Rossellini lavora nella fiction mentre Blasetti opta per il documentario e il film di
montaggio, sconfinando solo due volte nel campo della finzione, con Racconti di
fantascienza (1978) e Napoli 1860: La fine dei Borboni (1970), un ritorno alle
tematiche di 1860 che vuol essere anche una sorta di “controstoria”, tesa a
ridimensionare i luoghi comuni storici sui Borboni. Storie sull’emigrazione (1972),
invece, è un film di montaggio estremamente interessante che mescola documento e
fiction; il resto è solo “documento”: dal ben riuscito La lunga strada del ritorno, che
incrocia brani documentari sulla guerra a interviste coi combattenti che vi avevano
preso parte, al piuttosto agiografico Gli italiani del cinema italiano (1964), a
Venezia: una mostra per il cinema (1981)» (Gori).
Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito
ore 16.30
Storie sull'emigrazione - 1^ puntata (1972, 60')
ore 17.30
La lunga strada del ritorno (1962, 134')
ore 20.00
Racconti di fantascienza - 1^ puntata (1978, 52')
ore 21.00
Il mio amico Pietro Germi (1980, 99')
ore 22.45
Gli italiani del cinema italiano - 1^ puntata (1964, 64')
lunedì 14
chiuso
martedì 15
(In)visibile italiano. Le metropoli del crimine
Nuovo appuntamento con (In)visibile italiano e la riscoperta di film del cinema
italiano meno conosciuti, ma meritevoli di essere (ri)visti. Questo mese proponiamo
tre film dell’anno di grazia (per il cinema italiano) 1976, in pieno boom del poliziesco
all’italiana, quando il disagio sociale trova immediata espressione in pellicole crude
ed efferate, ma spesso venate da una malinconia e da un’ironia, meritevoli di
maggiore considerazione. Com’è il caso dei film proposti in quest’occasione, in cui
giungono gli echi del cinema d’oltreoceano (la Cia in Genova a mano armata, la
mafia americana in Con la rabbia negli occhi), modello di riferimento per storie di
pura azione. E il segno del cinema americano è ancor più presente nel cast dei film,
interpretati da star hollywoodiane come Yul Brinner o da vecchie glorie come Mel
Ferrer e Martin Balsam o giovani rampanti come Tony Lo Bianco, e nell’occhio della
macchina da presa che ritrae le metropoli del crimine, Genova, Roma e Napoli, in
modi completamente differenti da quelli abituali. Le tre città svelano i loro angoli più
reconditi al servizio di storie avvincenti, dense di colpi di scene: ultimi fuochi di un
cinema italiano che stava perdendo la capacità di tenere lo spettatore con il fiato
sospeso.
ore 18.00
Genova a mano armata (1976)
Regia: Mario Lanfranchi; soggetto e sceneggiatura: M. Lanfranchi; fotografia:
Federico Zanni; musica: Franco Micalizzi; montaggio: Daniele Alabiso; interpreti:
Tony Lo Bianco, Adolfo Celi, Maud Adams, Howard Ross [Renato Rossini], Fiona
Florence [Luisa Alcini], Yanti Somer; origine: Italia; produzione: Intervision; durata:
93’
Un agente radiato dalla Cia apre a Genova un’agenzia investigativa e viene
incaricato di indagare sulla morte di un armatore. La sua vita è appesa a un filo.
Secondo Marco Giusti «il più fine dei poliziotteschi girati a Genova». Grandi duetti
fra Tony Lo Bianco e Adolfo Celi in un film che restituisce interamente il fascino
cinematografico di Genova. Lanfranchi, grande regista di opere liriche, lasciò un
segno anche nel cinema con questo film e con il western Sentenza di morte.
ore 20.00
Con la rabbia agli occhi (1976)
Regia: Anthony M. Dawson [Antonio Margheriti]; soggetto: Pier Luigi Andreani,
Leila Bongiorno; sceneggiatura: Guido Castaldo, Giacomo Furia; fotografia: Sergio
D’Offizi; musica: Guido e Maurizio De Angelis; montaggio: Mario Morra; interpreti:
Yul Brinner, Massimo Ranieri, Barbara Bouchet, Martin Balsam, Giancarlo Sbragia,
Giacomo Furia; origine: Italia; produzione: Giovine Cinematografica; durata: 98’
Un killer della mafia viene mandato dall’America a Napoli per eliminare un boss. Un
giovane che vive di espedienti fa di tutto per lavorare con lui. «L’idea di inserire Y.
Brinner e M. Ranieri in una storia di mafia sembra azzardata, ma funziona. Il
mestiere di A. Dawson (all’anagrafe Antonio Margheriti) tiene in piedi il film»
(Morandini). «Antonio aveva un ottimo ricordo di questo film, di cui teneva un
manifesto 140 x 70 incorniciato nel suo studio. Un manifesto con il titolo inglese
“Death Rage”, perché una sola cosa non gli era mai piaciuta e non gli andava giù,
la scelta del titolo da parte del distributore italiano: “Un titolo privo di senso,
deviante e completamente fuori film...” diceva, e scherzosamente, quando ne parlava,
aggiungeva: “Con la rabbia agli occhi, la puzza al naso, e le pezze al cu....”, ma
Antonio amava questo suo figliolo, ed era orgoglioso di averlo fatto, anche se per la
sua natura modesta e scherzosamente denigratoria del suo lavoro, lo prendeva in
giro» (Edoardo Margheriti dal sito www.antoniomargheriti.com).
ore 21.45
L’avvocato della mala (1976)
Regia: Alberto Marras; soggetto: A. Marras; sceneggiatura: A. Marras, Vittorio
Vighi, Claudio Fragasso, Antonio Cucca; fotografia: Angelo Bevilacqua; musica:
Ubaldo Continiello; montaggio: Amedeo Giomini; interprete: Ray Lovelock, Mel
Ferrer, Lilli Carati, John Steiner, Umberto Orsini, Gabriele Tinti; origine: Italia;
produzione: T.D.L. Film, Angry Film; durata: 95’
A Roma un giovane avvocato, costretto a lavorare per un boss, si trova implicato in
loschi affari. Alberto Marras, al suo esordio come regista, era un direttore di
produzione, molto attivo nel cinema di genere (Il poliziotto è marcio di Di Leo,
Uomini si nasce, poliziotti si muore di Deodato, di cui è coautore del soggetto).
«Unico, interessantissimo (per noi) film di Alberto Marras. […] Da trovare. In
lavorazione come L’avvocaticchio (sarebbe stato un grandissimo titolo)» (Giusti).
mercoledì 16
Presentazione del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo)
Altra occasione per riparlare e rivedere un comico unico come Totò. Il pretesto è la
presentazione di un cofanetto contenente tre film con Totò per la regia del mai troppo
compianto Fernando Cerchio. Studente dell’Accademia di Belle Arti, s’interessa di
cinema partecipando a ben quattro edizioni dei Littoriali con film sperimentali
realizzati a passo ridotto. Nel 1936 Cerchio realizza un breve film a disegni animati:
Notturno. S’iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, frequentando i corsi di
regia tenuti da Alessandro Blasetti e contemporaneamente collabora a riviste
specializzate (fra cui «Cinema»). Dal 1938 al 1943 lavora come montatore presso
l’Istituto Luce e dirige alcuni documentari. Il suo primo lungometraggio lo realizza
durante il periodo di Salò (La buona fortuna). Nell’immediato dopoguerra alterna
l’attività di documentarista (suo è Aldo dice 26 x 1, documentario sulla vita
partigiana) a lungometraggi a soggetto di svariati genere: da Gente così (1949), in cui
tra gli sceneggiatori appare anche Giovanni Guareschi, che anticipa per estetica e
contenuti la saga di Don Camillo, e Il bivio (1950), uno dei primi polizieschi italiani.
I tre film interpretati da Totò contengono un’inconsueta ambientazione, estranea al
mondo del grande comico napoletano. In Totò e Cleopatra (1963), Totonno (Totò), a
causa della sua incredibile somiglianza con Marco Antonio, si trova incastrato tra
Cleopatra e le mille peripezie dell’Impero Romano. Il dvd contiene come extra
l’intervista a Fernando Cerchio. Totò contro Maciste (1962) è invece una parodia del
genere peplum allora molto in voga e vede duettare il grande comico napoletano con
un altro attore brillante partenopeo, Nino Taranto, già suo partner in altre occasioni. Il
film, diretto da Fernando Cerchio, che del peplum fu uno dei principali artefici,
racconta la storia della sfida tra Totenkamen e Maciste che sta invadendo la città di
Tebe. Irresistibili alcuni momenti del film in cui Totò, alla corte del faraone, deve
dimostrare di essere l’uomo più forte del mondo. Totò contro il pirata nero (1964) è
una parodia del film d’avventura, pieno di gag surreali, e ottimo pretesto per
consentire a Totò di scatenarsi con la sua verve e la sua gestualità irrefrenabile. Oltre
all’imponente Mario Petri nei panni del cattivo pirata, di contorno c’è una schiera di
collaudate spalle di Totò: Giacomo Furia, Aldo Giuffré e il fido Mario Castellani. Per
Totò contro Maciste e Totò contro il pirata nero ci sono come extra due interviste ad
Aldo Giuffré.
Oltre alla presentazione del cofanetto con i due studiosi, esperti di Totò, Goffredo
Fofi e Tatti Sanguinetti, è prevista una proiezione di un film particolare come La
mandragola (1965) di Alberto Lattuada con un inedito Totò, di provenienza della
Cineteca Nazionale, e, a sorpresa, del dvd di uno dei tre film del cofanetto targato
Minerva Raro Video.
ore 17.30
La mandragola (1965)
Regia: Alberto Lattuada; soggetto: dalla commedia omonima di Niccolò Machiavelli;
sceneggiatura: Luigi Magni, Stefano Strucchi, A. Lattuada; fotografia: Tonino Delli
Colli; musica: Gino Marinuzzi jr.; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Rosanna
Schiaffino, Philippe Leroy, Jean-Claude Brialy, Romolo Valli, Armando Bandini,
Totò; origine: Italia/Francia; produzione: Arco Film, Lux C.C.F.; durata: 102’
«Dalla commedia in 5 atti (1518) di Niccolò Machiavelli: per ottenere l’amore della
bella Lucrezia, l’astuto Callimaco si fa passare, con l’aiuto del mezzano Ligurio, per
un famoso dottore e convince messer Nicia, suo marito, che avrà un figlio se berrà
una pozione di mandragola (o mandragora, pianta delle Solanacee), ma che avrà
morte certa se giacerà con lei subito dopo: bisogna trovare un poveraccio (che sarà
egli stesso, travestito) che si presti all’opera. Con un occhio alla moda
“boccacesca”, quella del film in costume un po’ sporcaccione, degli anni ’60 e
l’altro (quadrato) alla razionalità di Machiavelli, Alberto Lattuada ha fatto un
lavoro di discreta eleganza e di raffinato erotismo. Spiccano tra i personaggi il Nicia
di Romolo Valli cui il regista e i suoi sceneggiatori prestano un’ambigua
consapevolezza, inesistente nel testo originale, e un inedito Totò come fra’ Timoteo»
(Morandini).
ore 19.00
Proiezione a sorpresa di uno dei tre film del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo)
Ingresso gratuito
ore 21.00
Presentazione del Cofanetto Totò con Goffredo Fofi e Tatti Sanguinetti
17-18 gennaio
Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone
Se attualmente esiste una rivista cinematografica che è riuscita a far riemergere, con
pignola attenzione filologica, un certo cinema italiano ingiustamente sommerso, il
suo nome è «Nocturno Cinema». Uno dei suoi cavalli di battaglia è stata la riscoperta
di un cineasta molto particolare ed eccentrico come Alberto Cavallone, fino ad allora
ingiustamente sottovalutato o nel peggiore dei casi dimenticato. A riassumere la sua
estetica cinematografica e a finalmente rendere giustizia al suo cinema sono stati i
fondatori di «Nocturno Cinema», Manlio Gomarasca e Davide Pulici: «Per Alberto
Cavallone lo sguardo è crudele, che significa essere spietati nel mettere in scena le
contraddizioni della realtà, nell’accettare in maniera totale gli stimoli feroci di ciò che
ci circonda adeguando ad essi un linguaggio cinematografico che si fa omogeneo a
quel che racconta: crudo, provocatorio, esasperato, ma capace altresì di recuperare la
limpida purezza di sguardo del fanciullo che per Cavallone coincide sempre con la
dimensione altra, e sacra, della realtà». Da qui il titolo di questo breve omaggio
attraverso la proiezione delle sue pellicole più rare (ma quasi tutto il suo cinema è
pressoché invisibile) e una tavola rotonda per far tornare alla luce, nell’antica
accezione “cinetecaria”, opere cinematografiche complesse e indefinibili. La rassegna
Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone, curata dalla Cineteca
Nazionale insieme a Manlio Gomarasca e Davide Pulici («Nocturno Cinema»), vuole
essere l’inizio di una serie di appuntamenti dedicati a cineasti dallo sguardo
cinematografico eccentrico, che «hanno vissuto nello stesso periodo, che significa
essere parte culturale e sociale del cinema italiano degli anni ’70 e ’80, anni in cui il
cinema era ancora un mezzo di comunicazione di massa, capace di incidere nella
realtà, di far sognare e divertire». Alla tavola rotonda del 17 gennaio parteciperanno
Maria Pia Luzi alias Jane Avril, compagna per molti anni di Alberto Cavallone
nonché protagonista di Afrika, Zelda e Spell, Maurizio Centini, direttore della
fotografia di gran parte dei film di Alberto, da Le salamandre a Blue Movie, Pier
Latino Guidotti, produttore di Afrika e amico di Cavallone, e per finire Danilo
Micheli, l’interprete di Blow Job. Quasi tutte le citazioni sono state tratte da Nocturno
dossier. Controcorrente: Il cinema milanese di Eriprando Visconti, Cesare Canevari,
Alberto Cavallone, tranne la scheda del film Blow Job, tratta dal numero 65 di
«Nocturno Cinema», dicembre 2007.
giovedì 17
ore 17.30
Blue Movie (1978)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Maurizio Centini; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Danielle Dugas, Claude
Maran, Dirce Funari, Leda Simonetti, Giovanni Brusatori; origine: Italia; produzione:
Anna Cinematografica; durata: 90’
«Claudio è un fotografo la cui mente è rimasta segnata dagli orrori cui ha assistito
durante la guerra, vive in una dimensione allucinata dove realtà e fantasia convivono
senza soluzione di continuità. [...] Blue Movie, fin dal titolo, esplicita i suoi
riferimenti: da una parte Blue Movie di Andy Warhol [...], dall’altro Sweet Movie di
Dusan Makavejev. Il sesso, anzi il porno nell’epoca della riproducibilità tecnica e in
quella del consumismo. [...]. Sui titoli di testa, viene enunciata l’equivalenza tra
scatti della macchina fotografica e spari di pistola: la violenza della visione, del
sesso, della società capitalista. Neanche Blow-up e Zabriskie Point sono passati
invano. È un soggetto più interessante, si chiede il protagonista, una lattina di CocaCola o una donna nuda?» (Pezzotta).
Versione in lingua inglese
ore 19.10
Spell (Dolce mattatoio, 1977)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Giovanni Bonicelli; musica: Claudio Tallino; montaggio: A. Cavallone; interpreti:
Jane Avril, Martial Boschero, Angela Doria, Emanuele Guarino, Macha Magall, Aldo
Massasso; origine: Italia; produzione: Stefano Film; durata: 98’
«Spell rappresenta la “summa” dell’opus di Cavallone, il suo lancinante punto di
non ritorno: Spell (Dolce mattatoio) come Salò o le 120 giornate di Sodoma. Si sa
dell’amore del regista per Isidore Ducasse, il conte di Lautréamont, autore de I canti
di Maldoror, l’opera dalle cui nere pagine è nato il Surrealismo: ecco, ad un primo
acchito (distratto) la visione di Spell può provocare quella sensazione di stordimento
che si prova sfogliando il suddetto libro. [...] Ma lo spettatore che già conosce il suo
modus operandi troverà sempre un punto d’appoggio, una guida che lo condurrà fra
le macerie, perché Cavallone è regista austero e lucidissimo. [...] Il disincanto di
Marcuse, l’occhio di Bataille, la fisicità radicale della body art: tutte frecce nell’arco
di Alberto Cavallone, entomologo di una brulicante società che ha scelto un modesto
declino da Basso Impero come proprio mortuario vessillo. A commento di questa
“piccola apocalisse” il vitreo sguardo di un gallo (un rimando al silenzio della
giraffa che chiude Il fantasma della libertà di Buñuel?) costretto ogni mattina a dare
inizio alle danze» (Bruni).
ore 21.00
Tavola rotonda moderata da Manlio Gomarasca e Davide Pulici con Jane Avril,
Maurizio Centini, Pier Latino Guidotti, Danilo Micheli
Nel corso della tavola rotonda verrano presentati il nuovo numero della rivista
«Nocturno cinema» e il dvd della Next Video di Spell (Dolce mattatoio).
ore 22.00
Blow-Job - Soffio erotico (1980)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Maurizio Centini; musica: Ubaldo Continiello; montaggio: A. Cavallone; interpreti:
Danilo Micheli, Anna Massarelli, Anna Bruna Cazzato, Mirella Venturini, Valerio
Isidori, Antonio Mea; origine: Italia; produzione: Anna Cinematografica; durata: 78’
«Quante aspettative, quante curiosità attorno a Blow Job nei pomeriggi consumati in
casa a bere liquori scadenti con Alberto Cavallone. [...] Certo, la locandina pittorica
era allucinante: due grosse labbra rosse e carnose dentro le quali, stilizzate, le figure
di un uomo e una donna impegnati nella pratica sessuale evocata nel titolo. Alberto
ci disse che il film era poverissimo, che aveva avuto dei problemi produttivi e aveva
cambiato direzione durante le riprese [...] ma che fonte di ispirazione era stato
nientemeno che Carlos Castaneda e che il titolo pensato in origine era La strega
nuda. [...] Finalmente grazie alla Cineteca Nazionale [...] abbiamo toccato con mano
la vera consistenza di Blow Job [...]. Consistenza un po’ spugnosa che rende difficile
vedere e seguire il film di Alberto [...]. Ovviamente la copia censura depositata in
Cineteca è la versione soft del film epurata dalle scene di sesso esplicito. [...] Perché
se anche è vero che il film di Alberto è sicuramente un gradino sotto alle sue
precedenti opere [...], regala alcuni momenti di emozione» (Gomarasca).
Ingresso gratuito
venerdì 18
ore 18.00
Le salamandre (1969)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Massimo Centini; musica: Franco Potenza; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Erna
Schurer [Emma Costantino], Beryl Cunningham, Anthony Vernon [Nino Casale],
Tony Carrel, Michelle Stamp, Alain Kalsj; origine: Italia; produzione: Vega
Cinematografica, Star Film; durata: 91’
«Tre vite alla deriva: la fotografa svedese Ursula, la fotomodella brasiliana Uta
Juarez, il medico francese Jon Duval. [...] È il 14 febbraio 1968 quando il regista
Alberto Cavallone (soggettista-sceneggiatore-regista di tutti i suoi film), precursore
di almeno dieci anni per temi e tecniche di ripresa, avvia un’opera ambiziosa,
innovativa per linguaggio e immagine cinematografica. La storia, d’urto e scabrosa
per quegli anni, affronta problemi d’etnia e sesso, argomenti allora difficili da far
digerire. Il primo ciak de Le salamandre si batte a Sidi Bousaid (Tunisia, terra a
Cavallone particolarmente cara). Titolo provvisorio C’era una bionda, troupe
ridotta, macchina a mano, come sempre. Attraverso una vicenda sottilmente ambigua
nei rapporti fra i sessi, Cavallone visualizza nel discorso e nella psiche dei
protagonisti il contrasto tra differenti mondi e culture» (Luzi).
ore 20.40
Afrika (1973)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Massimo Centini; musica: Franco Potenza; montaggio: Anita Cacciolati; interpreti:
Ivano Staccioli, Andrea Traglia, Jane Avril,Andrea Truglio, Kara Donati, Debete
Eshepeto; origine: Italia; produzione: Castle Film; durata: 89’
«Cavallone si destreggia molto bene nello sfondo esotico, mostrando l’incidenza
“afrikana” decisiva sul comportamento psicologico dei protagonisti. Un certo alone
misterioso circonda, volutamente, il protagonista. Ciò che si ottiene nella sfera del
“magico quotidiano” va tuttavia a scapito della chiarezza» (Bianchi). «Eppure il
modo più corretto di guardare il film è forse quello di inserirlo nel contesto di
sguardo dell’intera filmografia di Cavallone [...]. Allora sì che Afrika pone in luce
aspetti curiosi e vettori autoriali tutt’altro che convenzionali. Il regista di Spell si
trova ai quasi albori di un’epoca che proviene da una turbolenza – anche
cinematografica – irresistibile e si affaccia su anni ancora più infiammati e
infiammanti. E sa che non è possibile prescindere né dall’una né dagli altri. Fa i
conti dunque con il mondo movie e la libertà sessuale di parola [...], incluso anche il
relativo esibizionismo esclamativo, e gira un drammone mélo che sta a metà strada
tra il trauma e la “pena”. Però non si adagia su nessuno dei binari prestabiliti»
(Bocchi).
ore 22.30
Zelda (1974)
Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia:
Maurizio Centini; musica: Marcello Giombini; montaggio: A. Cavallone, Claudio
Orecchia; interpreti: Jane Avril, James Harris [Giuseppe Mattei], Franco Gonella,
Margareth Keil, Halina Kim, Debebe Eshetu; origine: Italia; produzione: G.I.T.
International Film; durata: 85’
«Stretto com’è tra due film fondamentali come Afrika e Spell, Zelda è l’ennesimo
tassello di un cinema che non assomiglia a nessun altro, ma testimonia anche di un
cineasta sempre meno interessato a racchiudere le proprie esigenze creative in un
formato narrativo ragionevolmente commerciale. La struttura è ancora legata agli
stilemi dell’erotico morboso, ma la tentazione di rompere gli schemi è palpabile,
ancora più che in Afrika. Dal film precedente, Zelda ripropone la struttura
narrativa: un evento delittuoso iniziale (l’ex pilota automobilistico James Harris,
ridotto su una sedia a rotelle dopo un tentativo di suicidio, viene trovato morto
assieme all’amante Halina Kim), e una serie di flashback, a mostrare un passato
fatto di molteplici e cangianti alleanze sessuali che fanno capo al defunto e alla
moglie Zelda (Jane Avril), “allo stesso tempo colomba, serpe e puttana”. [...]. Zelda
è girato con una certa eleganza, e contrassegnato dal tipico montaggio nervoso e
sincopato dell’autore, mentre il passato da documentarista di Cavallone viene fuori
nelle sequenze delle gare» (Curti).
sabato 19
Novant’anni di cinema. Luciano Emmer al lavoro
Auguri a Luciano Emmer, che proprio in questo giorno festeggia un compleanno
importante e ha deciso di farlo in compagnia nostra e di altri amici.
Il modo più vero per rallegrarsi con lui è quello di confrontarsi con i suoi ultimi
lavori, La musa pensosa e Le pecore di Cheyenne, ulteriori esempi di curiosità e
vitalità, che sono poi due delle condizioni fondanti del suo “fare cinema”. Tra le
innumerevoli cose che si potrebbero dire del cinema di Emmer (e che potremo
discutere direttamente con lui...) vogliamo solamente ricordare la sua voglia e la sua
capacità di raccontare delle storie, sempre e comunque e dovunque: i suoi
primi cortometraggi sono del 1938 (e ama chiamarli “storie dipinte”); il documentario
(d’arte e di costume, di cui diventa uno dei massimi esponenti in Italia) è un pretesto
per l’osservazione di una “condizione umana” sempre più complessa; i suoi Carosello
(di cui è praticamente l’inventore...) sono essenze di cinema di genere, “storielle”
essenziali; i suoi film a lungometraggio (e qui sono permesse grandi storie, corali,
affollate...) sono sempre in bilico tra un cinema classico assimilato con naturalezza
disarmante ed uno spirito di innovazione anarchicamente indomabile e non
riconciliato.
L’omaggio è stato curato dalla Cineteca Nazionale insieme a Officina Filmclub,
Fuori Orario e Il vento del cinema.
ore 17.30
Con aura... Senz’aura. Viaggio ai confini dell’arte (2003)
Regia: Luciano Emmer, Enrico Ghezzi; fotografia: Ugo Lo Pinto; musica: Stelvio
Cipriani; montaggio: Francesca Bracci; voci: Giancarlo Giannini (per i versi
dell’inferno di Dante), Tomoko Tanaka (per gli Haiku giapponesi); montaggio:
Francesca Bracci; origine: Italia; produzione: Fuori Orario; durata: 58’
«Percorso in soggettiva per una riflessione sul significato dell’arte nell’esistenza
dell’individuo. Sprofonda nel buio delle grotte di Pastena, dove la realtà è lontana ed
è più forte la suggestione delle opere d’arte che incontra nel suo viaggio: le sequenze
dei film che ha realizzato nel corso della sua vita si intervallano a nuove riflessioni
che nascono dalle opere di altri artisti, tra cui Monet, Degas, Rembrandt, Hokusai
Sonia Delaunay. Quale sia il significato dell’arte, la sua verità, rimane una domanda
aperta, che non può avere un’unica risposta» (De Facendis).
Ingresso gratuito
ore 18.45
Provino Mastroianni e Bosé (1948)
Regia: Luciano Emmer; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 7’
Provino con Marcello Mastroianni e Lucia Bosè girato al Centro Sperimentale di
Cinematografia da Luciano Emmer per un film mai realizzato, che avrebbe dovuto
avere come titolo La madre, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. Il provino fu
girato presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, con Giulio Macchi al ciak. Il
trattamento del film era stato predisposto a cura di Luciano Emmer e Sergio Amidei
per la produzione Colonna Film (nel 1948), ma non ottenne l’approvazione in sede di
censura preventiva.
a seguire
La ragazza in vetrina (1961)
Regia: Luciano Emmer; soggetto: Rodolfo Sonego; sceneggiatura: L. Emmer, Vinicio
Marinucci, Luciano Martino, Pier Paolo Pasolini; fotografia: Otello Martelli; musica:
Roman Vlad; montaggio: Emma Le Chanois, Jolanda Benvenuti; origine:
Italia/Francia; produzione: Nepi Film, Sofitedip, Zodiaque Productions; durata: 92’
«La ragazza in vetrina reca i segni di una meditazione, di una ispirazione non
occasionale, di un irrobustimento della vena narrativa. [...] Il prologo del film, nella
miniera, è dotato di un vigore drammatico, di un vigore realistico insoliti per Emmer,
e costituisce forse quanto di più intenso il cinema abbia dato sull’aspro lavoro dei
minatori e sulla presenza incombente, assidua della morte nei cunicoli del sottosuolo.
[...] Nella pittura della celebre strada delle vetrine – dietro le quali le prostitute
stanno in offerta come una merce –, nello scorcio di certi locali (come quelli per
uomini soli), nell’introduzione di talune antitesi (l’Esercito della Salvezza), nella
definizione delle psicologie Emmer ha spiegato una lucidità di linguaggio resa più
accattivante dalla discrezione, dal pudore di cui egli ha dato prova» (Castello).
ore 20.30
Bella di notte (1997)
Regia: Luciano Emmer; testo e voce: L. Emmer; fotografia: Elio Bisignani; musica:
Canto della Terra di Gustav Mahler, eseguito dall’Orchestra dell’Istituzione G.P. da
Palestrina di Cagliari, diretta dal Maestro Nino Bonavolontà; origine: Italia;
produzione: Rai 2/Film 7 International; durata: 28’
«Film realizzato in occasione dell’apertura al pubblico della Galleria Borghese,
dopo il restauro. Emmer si introduce di notte nella Galleria, e con la fioca luce di
una torcia illumina le opere d’arte che incontra. È un viaggio notturno,
accompagnato dalla sua voce e dai suoi commenti spontanei che dall’osservazione
dell’opera traggono sempre suggestioni personali. Piuttosto che ricercare o aprire la
strada a significati lontani, Emmer sembra ricercare un contatto diretto con le opere
d’arte, entrando in dialogo con esse, interrogando il passato. Scipione Borghese fa
da tramite a questa rêverie nocturne: è a lui che si rivolge per comprendere il
segreto delle opere d’arte che emergono dal buio, suo interlocutore privilegiato nelle
riflessioni suggerite dalle opere del museo» (De Facendis).
Ingresso gratuito
ore 21.00
Incontro con Luciano Emmer ed Enrico Ghezzi
ore 22.00
Racconto di un affresco (1938)
Regia: Luciano Emmer, Enrico Gras; soggetto e sceneggiatura: E. Gras; musica: L.
Emmer, Tatiana Grauding, rieditato con musiche originali di Roman Vlad nel 1946;
origine: Italia; produzione: Dolomiti Film; durata: 11’
«La storia di Cristo, dalla nascita alla resurrezione, narrata attraverso le fotografie
Alinari degli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni» (De Facendis).
«Forse perché in quelle figure ho trovato non soltanto me stesso, ma soprattutto i
fatti umani che ci circondano, i lineamenti spirituali del mio popolo, quello che è il
suo tragico destino. Sono gli stessi volti, le stesse emozioni che ho tentato di
individuare e fissare girando sulla spiaggia di Ostia la vicenda apparentemente
spensierata di una Domenica d’agosto: sono quei fantasmi che sempre si muovono
tra la mente e l’animo, e che determinano ancora la mia “scelta”, ciò che guiderà il
mio occhio alla ricerca dei vasti campi da esplorare nel mio prossimo film»
(Emmer).
Ingresso gratuito
a seguire
La musa pensosa (2007)
Regia: Luciano Emmer; montaggio e voce narrante: L. Emmer; fotografia: Ugo Lo
Pinto; origine: Italia; durata: 20’
Emmer gira nel Museo Montemartini di Roma l’ideale prosecuzione del suo
precedente Bella di notte; attraverso “l’incantamento” rappresentato dalla visione
della statua di Polimnia, si realizza un viaggio notturno nel pensiero, scandito dalle
riflessioni sulla vita e sulla morte dei grandi pensatori classici.
Ingresso gratuito
a seguire
Le pecore di Cheyenne (2007)
Regia: Luciano Emmer; soggetto, sceneggiatura e montaggio: L. Emmer; durata: 70’
Compressione dei costi, agilità di movimento, possibilità di controllo ancora più
“totale”dell’intera lavorazione; questi sono i principali motivi che hanno portato
Luciano Emmer a misurarsi negli ultimi anni con il supporto (e le possibilità offerte
dal) digitale. Ma l’approccio al cinema (e alle storie) resta immutato: ecco quindi
l'ennesima, straordinaria figura femminile del suo cinema: la pastora Cheyenne
Daprà, seguita nel suo lavoro quotidiano, quattro giorni, un giorno per stagione.
Ingresso gratuito
domenica 20
Monsieur Tati nel caos della modernità
Jacques Tatischeff nasce in una famiglia d’origine russa a Le-Pecq (Seine-et-Oise), il
9 ottobre 1907. Della sua infanzia nulla da eccepire o da raccontare se non una
precoce tendenza all’altezza. Pratica svariati sport (gioca nella squadra di rugby di
serie A nel campionato francese) ed è proprio attraverso l’attività sportiva che scopre
il grande valore della comicità: intrattiene i compagni di gioco con gag e pantomime.
Il successo è assicurato tanto che il giovane Jacques si trasferisce a Parigi, lavorando
nei cabaret e specializzandosi in mimica e varie acrobazie. Il motivo ispiratore di
tante gag è la vita quotidiana con i suoi ritmi nevrotici, che sarà la base
programmatica di tutti i suoi film: «Non sono nemico della modernità, figuriamoci.
Sono nemico dei programmatori della modernità. Quello che non mi va bene, quello
che stona, è il rapporto uomo-ambiente. Io dico che l’uomo non è al passo dei tempi,
non è ancora preparato a vivere il futuro che gli stanno facendo vivere. Dico che
esiste una frattura tra quello che siamo realmente e quello che vogliono farci essere.
Allora l’uomo ha un solo mezzo per reagire: interrompere il contatto tra progresso
tecnico e umori spontanei. Il risultato è di una ineffabile comicità. Liberando questa
comicità, l’uomo finisce per prevalere sulle cose». Da qui la nascita del personaggio
stralunato e impassibile di Monsieur Hulot, che, come scrive giustamente Alessandro
Melis, rappresenta una «maschera tragicomica di magra essenzialità: impermeabile,
cappello, pantaloni un po’ corti e immancabili pipa e ombrello. Hulot è “straniero”
nella macchina del mondo, borbotta senza parlare, cammina senza capire, il suo
sguardo incredulo davanti al meccanismo incomprensibile della modernità è un punto
di domanda lasciato senza risposta. Il bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre
un po’ amara, è la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione».
Senza contare i cortometraggi, “monsieur Tati” ha realizzato, nell’arco di circa
trent’anni, “solamente” sei film. Il motivo? «Non posso fabbricare film come panini.
Non sono un fornaio. Se girassi spesso, dovrei senz’altro lamentarmi anch’io di un
attore, di una storia, di un budget che mi sarebbero imposti» (dichiarazioni tratte da
Roberto Nepoti, Tati, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze, 1979). Jacques
Tati: un comico ma anche un autore.
ore 18.00
Jour de fête (Giorno di festa, 1949)
Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati e Henri Marquet con
la collaborazione di René Wheeler; fotografia: Jacques Marcanton e Marcel Franchi;
musica: Jean Yatove; montaggio: Marcel Moreau; interpreti: J. Tati, Guy Decomble,
Paul Frankeur, Santa Relli, Maine Vallée, Delcassan; origine: Francia; produzione:
Cady-Films; durata: 90’
«Tati, alla fine degli anni Quaranta, riesce a resuscitare il film comico, non solo in
Francia ma anche in Europa. Dopo L’arroseur arrosé e le esperienze francesi di Max
Linder, il burlesque aveva attraversato l’oceano e sembrava non volesse più tornare
nel vecchio continente. In Giorno di festa, invece, il gag visivo torna prepotentemente
in primo piano: i giochi di gambe del portalettere Francois sono degni dell’agilità
corporea di un Chaplin, la sua faccia impassibile e velata di tristezza non è lontana
da quella di Buster Keaton (Hulot, il successivo protagonista dei film di Tati, gli
assomiglierà ancora di più). [...] È una commedia nuova, realistica, che non tende
soltanto a far ridere lo spettatore, ma si burla dei piccoli “tic” del francese dopo la
Seconda Guerra Mondiale» (Emiliani). Premio internazionale alla sceneggiatura
alla Mostra del Cinema di Venezia del 1949.
ore 20.00
Playtime (Playtime - Tempo di divertimento, 1967)
Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati, con la collaborazione
di Jacques Lagrange; dialoghi inglesi: Art Buchwald; fotografia: Jean Badal; musica:
Francis Lemarque; montaggio: Gérard Pollicand; interpreti: J. Tati, Barbara Dennek,
Jacqueline Lecomte, Georges Montant, Reinhart Kolldehoff, John Abbey; origine:
Francia/Italia; produzione: Specta-Films, Jolly Film; durata: 115’
«Monsieur Hulot alle prese con un gruppo di turisti americani in visita a Parigi. Una
serie di incidenti trasforma la serata dell’inaugurazione di un locale nella
demolizione di un cantiere. È, anche per l’alto costo, il film più ambizioso di Jacques
Tati [...], quello in cui spinge alle estreme conseguenze la sua comicità di
osservazione e la capacità di chiudere in una sola inquadratura una grande
molteplicità di informazioni. È il film – girato in 70 mm – in cui Tati ha più
sopravvalutato l’intelligenza del pubblico e la capacità di attenzione dello spettatore.
Una sconfitta che gli fa onore, ma che gli tribolò gli ultimi 15 anni. Inadatto al
piccolo schermo. [...] Rivisto con il senno di poi, acquista un valore profetico come
satira della globalizzazione a tutti i livelli: Tati ha messo in immagini la crisi
spirituale del suo secolo» (Morandini). Truffaut parlò di «un film che viene da un
altro pianeta... l’Europa del 1968 filmata da un Lumière marziano». «Tati volle
costruire un’autentica città del futuro, Tativille, da trasformare in seguito in un
centro (mai realizzato) di produzione cinematografica. Altissimi i costi (tra l’altro il
regista volle girare in 70mm con un sonoro multipiste), scarsi gli incassi»
(Mereghetti).
ore 22.00
Trafic (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971)
Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati, con la collaborazione
di Jacques Lagrange; fotografia: Edward Van Den Enden, Marcel Weiss; musica:
Charles Dumont; montaggio: Maurice Laumain, Sophie Tatischeff; interpreti: J. Tati,
Maria Kimberly, Marcel Fraval, Honoré Rostel, Tony Knepper; origine:
Francia/Italia; produzione: Films Corona, Films Gibé, Selenia Cinematografica;
durata: 97’
«Neppure la precaria condizione finanziaria ereditata da Playtime indusse Tati a
rinunciare al principio del cinema d’autore. [...] Gli incassi dell’ultima opera non
deponevano comunque a favore del regista e rafforzavano le abituali diffidenze dei
distributori. Perciò, il creatore di Monsieur Hulot dovette rassegnarsi a più di un
rifiuto, prima di trovare la produzione che gli consentisse di realizzare un nuovo
film: Trafic. [...] Il contenuto aneddotico è comunque analogo. Il quinto
lungometraggio di tati si configura come un nuovo apologo fantatecnologico di
sapore dolce-amaro sulla “civiltà industriale” e sui rapporti con l’uomo. Già ben
presente in Playtime, il motivo del traffico automobilistico inteso come espressione di
caos, diventa ora il tema principale del film» (Nepoti). Per il critico Bernard Cohn
Trafic «racconta la vita e la morte dell’automobile. I titoli compaiono sulle immagini
di una catena di montaggio e noi vediamo parecchie volte cimiteri di macchine».
lunedì 21
chiuso
martedì 22
L’altro Visconti
Seconda parte
Domenica 4 giugno 2006 la Cineteca Nazionale realizzò un breve ma sentito
omaggio all’opera di Eriprando, nipote di Luchino. Ingiustamente dimenticato, i suoi
film hanno rappresentato una zona di equilibrio tra il cinema d’autore e cinema di
genere. Dallo zio apprese l’arte e l’eleganza della messa in scena. Discendente di una
grande famiglia (i Visconti di Moldrone, ma anche Carlo Erba, il fondatore della
prima ditta farmaceutica italiana, suo bisnonno), non ancora ventenne si trasferisce da
Milano a Roma per lavorare nel cinema. È assistente al montaggio di Mario
Serandrei, attore in Terza liceo di Emmer e in Senso dello zio Luchino. Dalla seconda
metà degli anni cinquanta è assistente alla regia per Antonioni e Visconti. Scrive il
soggetto de Gli sbandati insieme con Francesco Maselli e collabora a Il brigante di
Castellani. Lavora molto per il teatro e la televisione ma la sua “magnifica
ossessione” è la regia cinematografica. In questa seconda parte de L’altro Visconti,
attraverso la proiezione di altri suoi tre film, si vuole dimostrare e sottolineare la sua
personale estetica cinematografica. A proposito di “sguardi cinematografici”,
Corrado Colombo, Manlio Gomarasca e Davide Pulici hanno scritto in quel
pionieristico Nocturno dossier. Controcorrente: Il cinema milanese di Eriprando
Visconti, Alberto Cavallone, Cesare Canevari: «Per Eriprando Visconti si parla di
uno sguardo negato, dove la negazione del vedere è esplicata in una filmografia tutta
all’insegna del “non è quello che sembra”, e il suo sguardo, coraggiosamente, si
posiziona dove è negato guardare, dove non è bello guardare, dove non è rassicurante
guardare, dove forse è impossibile guardare... perché significa guardare dentro di sé».
Le ultime parole spettano all’assistente alla regia di Eriprando, Corrado Colombo,
che, a proposito del suo ultimo film Malamore, vede nella distruttiva storia d’amore
tra una prostituta di un bordello e un nano una metafora sulla passione che il regista
ha sempre nutrito per il cinema: «Lui è il nano e il bordello è l’ambiente del cinema,
apparentemente luogo di piacere ma in realtà teatro di tradimenti, insidie, raggiri,
furti, popolato da donne avide e di facili costumi, falsi amici e approfittatori senza
scrupoli».
ore 18.00
Strogoff (1969)
Regia: Eriprando Visconti; soggetto: dal romanzo omonimo di Jules Verne;
sceneggiatura: Giampiero Bona, E. Visconti, Stefano Strucchi; fotografia: Luigi
Kuveiller; musica: Teo Usuelli; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: John Philip
Law, Mismy Farmer, Hiram Keller, Delia Boccardo, Christian Marin, Donato
Castellaneta; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: Sancrosiap,
Films Corona, CCC Filmkunst, Studija Za Igralni Filmi; durata: 106’
«Dal Turkestan le orde tartariche si stanno riversando impetuosamente contro i
presidi militari dello Zar di tutte le Russie; Michele Strogoff, romantico ufficiale di
Pietrogrado, viene incaricato di un viaggio, nella avventurosa missione di avvertire
dell’imminente attacco il granduca di Irkuysk che governa le selvagge lande della
steppa siberiana. [...] Spostando dal primo al secondo Ottocento la scena temporale
del racconto scritto da Jules Verne sulla scia del folclore popolare russo rivisitato da
Gogo’l in Taras Bulba, Visconti compie un’ulteriore effrazione letteraria tesa a un
avvicinamento ideologico dell’immaginaria trama del “Corriere dello Zar” allo
spirito contemporaneo. [...] Ed è chiaro che al regista interessa misurarsi con il
romanzo non tanto per una semplice trasposizione, ma per trasformare il potenziale
letterario di un romanzo ottocentesco con quello filmico in cui le idee sull’uomo, i
rapporti, la società si sono profondamente modificate e un ritorno all’infanzia
dell’esperienza è puramente illusoria se non nella mistificazione» (Guastella).
ore 20.00
Oedipus Orca (1977)
Regia: Eriprando Visconti; soggetto e sceneggiatura: E. Visconti, Roberto Gandus;
fotografia: Blasco Giurato; musica: James Dashow; montaggio: Kim Arcalli;
interpreti: Rene Niehaus, Piero Faggioni, Miguel Bosè, Gabriele Ferzetti, Michele
Placido, Carmen Scarpitta; origine: Italia; produzione: Serena Film 75; durata: 97’
Dopo l’esperienza del sequestro, Alice stenta a ritrovare il proprio equilibrio in
famiglia. La situazione precipita quando la ragazza scopre che sua madre l’ha avuta
da una relazione clandestina. Alice parte così alla ricerca del vero padre. Seguito del
fortunato La orca (1976), costato 40 milioni di lire (20.000 euro!), incassa più di un
miliardo e mezzo (750.000 euro). Per Eriprando Visconti «è un riscatto personale e
non fa fatica a montare il seguito. Prende le parti di storia tagliate, aggiunge e
riscrive alcune scene, e così nasce Oedipus orca. Il proposito del secondo film
consiste nel creare una parte complementare dove Alice vive un’esperienza
altrettanto drammatica all’interno della famiglia. Tra i due film c’è uno strano
rapporto. [...] Da un film fenomenologico che proponeva un’analisi della vicenda di
tipo marxista, Visconti passa a un film psicoanalistico dove il nume diventa Freud
[...]. Il senso del tempo nei due film è fondamentale. In La orca tutto vive e si
consuma nel presente, è una storia che non ha passato e tanto meno futuro. Mentre
Oedipus Orca, già dal titolo in latino, è un film sul passato e sul ricordo, di gusto
archeologico, che scava nell’inconscio di Alice fino a far emergere l’origine del suo
malessere» (Colombo).
ore 22.00
Malamore (1982)
Regia: Eriprando Visconti; soggetto e sceneggiatura: Roberto Gandus, E. Visconti;
fotografia: Luigi Kuveiller; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Nathalie Nell,
Jimmy Briscoe, Antonio Marsina, Remo Girone, Serena Grandi, Monica Scattini;
origine: Italia; produzione: Arcana Film Produzione; durata: 98’
«“Siamo tutti nani... È che ci vuole coraggio di ammetterlo!”. Su questa riflessione
Prandino costruisce quello che sarà il suo ultimo film, e non si può che leggerlo
come il testamento amaro e pessimista di un intellettuale che ha perso il feeling con il
resto del mondo. [...] Prandino mette in scena la sua personale “recherche”, che
coincide con un tuffo nel passato, negli anni della guerra 15/18, in una villa
dell’Oltrepo Pavese (quella stessa che lo ospitò, ragazzo sfollato da Milano nel ’44).
La storia tra il nano e la puttana diventa la metafora di un fallimento esistenziale,
dove si mischiano l’incapacità di equilibrare i propri desideri con quelli altrui e il
disagio di relazione e accettazione di sé. [...] Il nanismo è uno stato più mentale che
fisico, e l’umanità crede di sopperire alle proprie mancanze con quello che possiede:
il nano è ricco e usa i soldi per farsi accettare, la donna è bella e usa il sesso per
vivere, il magnaccia è simpatico e usa l’amicizia per arricchirsi. Questo è Malamore,
dove c’è sempre il rovescio della medaglia, dove la parola amore si mischia con il
male e la malattia, dove la passione pura degenera in possessione perversa»
(Colombo).
mercoledì 23
Non solo voce. Il mito di Maria Callas
Una giornata dedicata a Maria Callas, di cui nel 2007 ricorrevano i trent’anni dalla
morte, ennesima occasione per confrontarsi con una leggenda della musica e, più in
generale, della storia del costume del Novecento. Accostarsi al mito della grande
cantante lirica significa infatti abbracciare una storia epica: la Callas eroina di una
tragedia moderna che ha inizio nella natia Grecia e la porta, come tanti emigranti, in
America e poi, finalmente, in Italia, nella patria della lirica, ormai famosa, ma senza
dimenticare le umili origini e i vuoti che la vita ogni giorno le ha riservato. Una storia
emblematica e, nel contempo, misteriosa che, a differenza di un film a lieto fine, non
si conclude con la meritata conquista della celebrità, ma porta con sé un sottofondo
malinconico, il segno di un’estraneità che si palesa sempre più drammatica. Non è un
caso che Pasolini le abbia affidato la parte di Medea, nella trasposizione
cinematografica della tragedia di Euripide: c’è un destino nella vita della Callas che
la spinge inesorabilmente verso un triste epilogo.
Italo Moscati, nel documentario che presentiamo in questo breve omaggio, ha
indagato il mistero Callas partendo dalle origini e ha scavato a fondo per penetrare
negli spazi concessi da un mito invadente, che obbliga qualsiasi cronista ad eccedere
in grandeur per stare al passo con una vita sfumata nei fasti effimeri del jet-set.
Moscati, invece, si lascia guidare dalle emozioni che la voce della Callas suscita e dal
vento, il meltemi, che l’ha portata lontana dalla sua casa e dalla sua famiglia. Apolide
per scelta, ma soprattutto per destino.
Nel corso dell’omaggio saranno proiettati i film Callas Forever di Zeffirelli, che
immagina, più che ricostruire fedelmente, gli ultimi mesi di vita della cantante, e il
citato Medea di Pasolini, altra testimonianza della sua arte, che non era racchiusa
solamente nella voce ineguagliabile, ma nelle espressioni, nelle modulazioni del suo
viso. Infine sarà proposto lo straordinario backstage di Medea con immagini inedite
della Callas sul set del film.
ore 18.00
Callas Forever (2002)
Regia: Franco Zeffirelli; soggetto e sceneggiatura: Martin Sherman, F. Zeffirelli;
fotografia: Ennio Guarnieri; musica: Alessio Vlad; montaggio: Sean Barton;
interprete: Fanny Ardant, Jeremy Irons, Joan Plowright, Gabriel Garko, Jean Dalric,
Ignacio Paurici; origine: Italia/Gran Bretagna/Francia/Romania/Spagna; produzione:
Medusa, Cattleya, Film & General Productions, Business Affair Production Ltd.,
France 2 Cinema, Galfin, Mediapro Pictures, Alquimia Cinema; durata: 107’
Gli ultimi tre mesi di vita di Maria Callas. Un impresario le propone un clamoroso
rientro, lei sembra tentata, ma il vuoto attorno a lei è sempre più incombente.
«Fondamentale lasciare a casa i pregiudizi. Zeffirelli è l’unico cineasta su questa
terra che poteva tentare un film sulla Callas. Zeffirelli è anche l’autore unico del
cosiddetto “zeffirellismo”, che si ama o si odia. Intensamente alimentato dal marchio
spettacolare dell’allievo scenografo di Visconti, ma in questo caso così scoperto che
appare teneramente “necessario”, il film dice alcune cose importanti
sull’impermanenza della musica, la variabilità dell’ascolto, la riproducibilità
dell’arte, l’evanescenza della voce, la decadenza della cultura del melodramma e,
forse, su Maria Callas, di cui si afferra non la cronaca, ma lapilli dell’arte, del
carattere, della potenza tenebrosa e greca. Fanny Ardant scrive se stessa sul corpo
fotografico della Callas, accettando la sfida (immensa) del primo piano doppiato.
Non è un santino. Inventando un episodio della sua vita a un anno dalla morte, nel
“bicchiere mezzo pieno” Zeffirelli trova una via possibile all’impossibile» (Danese).
ore 20.00
Backstage di Medea (1969, 23’)
ore 20.30
Incontro con Italo Moscati
a seguire
Non solo voce. Trent’anni dalla morte di Maria Callas (2007)
Regia: Italo Moscati; testi: I. Moscati; montaggio: Lorenzo Ciccinato; origine: Italia;
produzione: Rai - Speciali del Tg1; durata: 70’
Un racconto e un’inchiesta su Maria Callas, morta il 16 settembre 1977 nella sua
casa di Parigi. Sono trascorsi trent’anni da una scomparsa ancora avvolta dal
mistero, le circostanze non sono mai state ben chiarite: una fine improvvisa dovuta a
un inesorabile malore o un suicidio, come molti giornali continuano a ricordare?
Lo special di Italo Moscati parte dalla morte della Callas, e in particolare dal lancio
delle ceneri della cantante nel Mare Egeo secondo la precisa disposizione della
cantante, per riesaminare una biografia sempre colma d’interesse e per cercare oggi
il senso dell’esistenza della Callas a tanta distanza di tempo dalla sua scomparsa.
«Mentre Maria prende parte alle riprese di Medea di Pier Paolo Pasolini, a un
giornalista che le domanda come sarà la “sua” Medea lei risponde come se fosse
stupita di sentirsi porre la domanda: “Ma come Medea”; intende dire che non
tradirà il personaggio della tragedia di Euripide, gran greco come lei. Poi, il
giornalista continua l’intervista e le chiede: “Sarà una Medea perfetta?”. Maria lo
guarda ancora più stupita e risponde con un sorriso: “Io non sono mai perfetta”.
[…] “Perfetta”, una parola che mi ha stimolato a cercare. Non volevo fare un film
doc che ripetesse fino allo sfinimento il piacere e l’emozione che la voce di Maria
continua a dare a tutti, me compreso. Non volevo neppure fermarmi troppo,
prigioniero del gusto del gossip, su certe parti della sua biografia e soprattutto dei
suoi amori. Non volevo infine diventare prigioniero del clima che si crea intorno a un
grande personaggio quando, a distanza di tempo (trent’anni nel caso di Maria),
l’obbligo dei media di ricordare un idolo del pubblico può contribuire a una caccia
al romanzesco, al particolare inedito non sempre davvero inedito, al gioco della
scoperta o della riscoperta. Volevo raccontare e interpretare Maria secondo i venti
che spirano nella sua terra di origine» (Moscati).
Ingresso gratuito
a seguire
Medea (1969)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto e sceneggiatura: P. P. Pasolini; fotografia: Ennio
Guarnieri; musiche: scelte da Pasolini con la collaborazione di Elsa Morante;
montaggio: Nino Baragli; interpreti: Maria Callas, Giuseppe Gentile, Massimo
Girotti, Laurent Terzieff, Margaret Clementi, Sergio Tramonti; origine:
Italia/Francia/Germania; produzione: San Marco Film, Les Films Number One, Janus
Film und Fernsehen; durata: 110’
La tragedia di Euripide rivista da Pasolini: Medea aiuta Giasone a conquistare il
vello d’oro e fugge con lui. Si sposano e hanno due figli, ma Giasone l’abbandona
per unirsi alla figlia del re di Corinto. «Grazie a una presenza magnetica come la
Callas, che si cala anima e corpo in un personaggio che aveva già ispirato l’opera di
Cherubini, riesce ad afferrare il senso di fatalità e di orrore del mito greco. Costumi
e scenografie (Pisa, Grado, Aleppo in Siria, la Cappadocia) suggeriscono, come in
Edipo re, una dimensione temporale leggendaria, ben lontana dalla classicità di
cartapesta cui ci ha abituato il cinema (Mereghetti).
Ingresso gratuito
giovedì 24
L’alchimia delle immagini. Il cinema di Luca Verdone
Pochi registi italiani contemporanei possono vantare una varietà di interessi e una
poliedricità pari a quelle mostrate da Luca Verdone. Impossibile nel suo caso
fermarsi alla scarna filmografia: tre film in vent’anni di attività, e un quarta di
imminente uscita nella sale, l’attesissimo Viva Franconi!, interpretato da Massimo
Ranieri, omaggio al mondo del circo (che dai tempi di Fellini e Tati attendeva un
degno cantore della sua gesta). Accanto infatti all’opera cinematografica, Verdone,
fin dalla laurea in Lettere moderne con una tesi sul pittore Vincenzo Camuccini, si è
interessato di arte, realizzando numerosi documentari di pregevole valore (Paolo
Uccello: genesi e sviluppo di un linguaggio pittorico, La scuola ferrarese del ’400,
Gli Uffizi: storia di una galleria, La pittura senese del Trecento, I bamboccianti,
Ottone Rosai). I suoi interessi spaziano dall’arte alla letteratura (il documentario Un
ingegnere del linguaggio: Carlo Emilio Gadda, i programmi radiofonici Il segretario
fiorentino su Machiavelli e Carlo Goldoni, un viaggio a Roma), passando attraverso
le regie di opere liriche (L’impresario, I due baroni di Roccazzurra, Torvaldo e
Dorliska, Il barbiere di Siviglia): un universo culturale che tocca tutti i campi
dell’arte e che si materializza, nell’opera del regista, in un costante confronto con
l’immagine, nella quale Verdone riversa le sue profonde riflessioni e le sue passioni.
Anche sul cinema ha realizzato numerosi documentari nei quali ricostruisce la storia
del cinema italiano, focalizzando la sua attenzione sui movimenti e sui maestri che lo
hanno maggiormente caratterizzato, ma prestando attenzione anche ai caratteristi,
come Tina Pina e Titina De Filippo (Antologia del neorealismo, La commedia
all’italiana, Pichissima, In cerca di Titina, Sergio Leone, La scenografia nello
spettacolo cinematografico, Le immagini e il tempo: Michelangelo Antonioni,
Luchino Visconti, Alessandro Blasetti: l’estro di un regista, questi ultimi due
presentati al Cinema Trevi in occasione delle retrospettive dedicati ai due grandi
registi).
La retrospettiva, organizzata dalla Cineteca Nazionale, si concentra sulle regie
cinematografiche di Luca Verdone, dall’esordio con il divertente Sette chili in sette
giorni al personale La bocca, opera raffinata nella quale l’autore riversa la sua
passione per l’arte, fino all’inedito Il piacere di piacere, film di straordinaria attualità,
che indaga, fra commedia e melodramma, sui mali della società effimera
contemporanea, nella quale solo ciò che è riflesso dalle mille luci della televisione
attrae e seduce i giovani, come la protagonista del film, il più delle volte illudendoli.
Un film controcorrente con il quale Verdone penetra nel mondo ovattato del jet-set e
a colpi di fioretto infilza ad uno ad uno i falsi miti di questi anni. Questa retrospettiva
è l’occasione per vederlo finalmente sul grande schermo.
ore 17.00
Sette chili in sette giorni (1986)
Regia: Luca Verdone; soggetto e sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi,
L. Verdone; fotografia: Danilo Desideri; musica: Pino Donaggio; montaggio:
Antonio Siciliano; interpreti: Renato Pozzetto, Carlo Verdone, Tiziana Pini, Silvia
Annichiarico, Elena Fabrizi, Franco Diogene; origine: Cecchi Gori Silver Film;
durata: 105’
Due laureati in medicina cercano di sbarcare il lunario aprendo una clinica per
persone obese, nelle quali ben presto si ritrovano personaggi sopra le righe, pronti a
tutto pur di soddisfare il loro appetito. Film d’esordio di Luca Verdone che ironizza
sui miti della società televisiva (il corpo, la bellezza, la salute…) con esiti esilaranti.
«Mi sembrava che ci fossero anche altre strade per proporre la commedia
all'italiana, così convinsi mio fratello Carlo a misurare la sua comicità su contenuti
surreali e grotteschi, abbandonando la via maestra del realismo. I risultati toccavano
anche la tipologia figurativa dell'assurdo. Infatti scelsi tutti attori “eccessivi” non
solo per il peso ma anche per la fisionomia eccentrica dei loro volti» (Luca
Verdone).
ore 19.00
La bocca (1991)
Regia: Luca Verdone; soggetto: Gianfilippo Ascione, L. Verdone; sceneggiatura: G.
Ascione, L. Verdone, Dacia Maraini; fotografia: Alfio Contini; musica: Alessio Vlad,
Claudio Capponi; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Tahnee Welch,
Rodney Harvey, Claudine Auger, Massimo Bonetti, Monica Scattini, Valeria Cavalli;
origine: Italia; produzione: Penta Film, Silvio Berlusconi Communications, Azzurra
Film, durata: 104’
Una giovane restauratrice del Ministero dei Beni Culturali riceve l’incarico di
restaurare un affresco nella villa di una nobile famiglia. Mentre lavora, osserva
incuriosita i proprietari e le persone che gravitano attorno alla villa. Centesimo film
di Alida Valli, nei panni dell’anziana contessa, data per moribonda dalla nuora
desiderosa di impadronirsi del patrimonio, che invece si trasforma nel “deus ex
machina” della situazione. Tra Ingmar Bergman e Arne Mattsson, in una preziosa
cornice di scuola zeffirelliana, una storia in bilico tra commedia e (melo)dramma.
«Ero molto interessato a descrivere con immagini studiate, e colori vicini alla
pittura, il mondo rurale toscano, che ho conosciuto bene sin dall’infanzia. Il tema
sentimentale del film, una storia d’amore tra una restauratice d’arte e il giovane
discendente di una famiglia aristocratica in declino, mi suggerì di approfondire la
ricerca sulle corrispondenze tra immagini e suoni, in un contesto in cui la recitazione
degli attori doveva misurarsi con le emozioni. Il modo giusto per ottenere questi
risultati mi fu indicato da Alida Valli» (Luca Verdone).
ore 21.00
Incontro moderato da Alfredo Baldi con Luca Verdone, Gaetano Carotenuto,
Callisto Cosulich, Antonia Liskova, Claudio Strinati, Alessio Vlad
a seguire
Il piacere di piacere (2002)
Regia: Luca Verdone; soggetto e sceneggiatura: L. Verdone, Alessandra D’Annibale;
fotografia: Giulio Pietromarchi; musica: Alessio Vlad; interpreti: Antonia Liskova,
Gaetano Carotenuto, Verushka Proshina, Marco Vivio, Mirko Petrini; origine: Italia;
produzione: Cinemart; durata: 90’
Daniela, una ragazza di provincia, grazie all’amicizia con una famosa giornalista,
riesce a entrare in un mondo dorato dove apparentemente le persone sono più belle e
interessanti, ma in realtà si celano rancori e frustrazioni. Attraverso dolorose
esperienze si compie l’educazione sentimentale della ragazza, la quale, alla fine,
sarà costretta a guardare dentro di sé e a confrontarsi con una realtà meno
incantata. Riuscita descrizione di un universo effimero e velleitario, alimentato da
ambizioni smodate e fragili sicurezze, in cui il candore di una debuttante contribuisce
a spezzare la monotonia e a ridare vitalità a figure ormai grottesche. «Ho osservato
in questi ultimi anni il mondo della televisione e della pubblicità, la corsa allo
sfrenato appagamento della voglia di “apparire” dei giovani che hanno avuto cattivi
maestri. Questo film voleva mostrare i difetti del “consumismo” e del narcisismo di
una certa parte dei giovani di oggi, vittime di modelli sbagliati. Valori come
l'amicizia e l’amore sono privati delle implicazioni etiche e mi sono proposto di
raccontare questi temi in una vicenda che vede l’incontro tra una ragazza giovane e
una più matura trasformarsi da amicizia in rivalità. A tratti l’ho risolto con i toni
della commedia, in altri momenti con quelli del melodramma» (Luca Verdone).
Ingresso gratuito
venerdì 25
Cinema, storie e passioni
Dopo La presa di Roma di Filoteo Alberini, restaurato nel 2005, la Cineteca ha
compiuto nel 2007 un altro significativo passo del progetto di riscoperta e restauro
del cinema muto sul Risorgimento: Il piccolo garibaldino, realizzato dalla Cines
(erede della Alberini-Santoni) nel 1909.
Entrambi i restauri fanno parte di un più complessivo progetto di ricerca sul
Risorgimento nel cinema, varato in collaborazione con il Servizio Biblioteca del
Grande Oriente d’Italia, che, in occasione del Bicentenario di Garibaldi, ha incluso la
realizzazione di un libro in edizione bilingue (italiana/inglese), Da La presa di Roma
a Il piccolo garibaldino. Risorgimento, Massoneria e Istituzioni: l’immagine della
Nazione nel cinema muto (1905-1909), a cura di Mario Musumeci e Sergio Toffetti,
Gangemi Editore, Roma, 2007, a cui è allegato un dvd con le edizioni restaurate di
entrambi i film. Il volume, oltre a dar conto del restauro delle due opere, ne analizza
il senso nell’ambito del contesto culturale italiano della prima decade del secolo,
anche attraverso i contributi di storici come Lucio Villari, Roberto Balzani, Giovanni
Lasi, questo ultimo, già autore di un interessante studio sulle radici massoniche di La
presa di Roma.
ore 18.00
La presa di Roma (1905) e Il piccolo garibaldino (1909)
ore 18.30
Presentazione del libro Da La presa di Roma a Il piccolo garibaldino. Risorgimento,
Massoneria e Istituzioni: l’immagine della Nazione nel cinema muto (1905-1909), a
cura di Mario Musumeci e Sergio Toffetti, Gangemi Editore, Roma, 2007.
Incontro con Gustavo Raffi, Bernardino Fioravanti, Roberto Balzani, Lucio
Villari, Giovanni Lasi, Irela Nuñez
a seguire
La presa di Roma (1905) e Il piccolo garibaldino (1909)
ore 20.30
Viva l’Italia (1961)
Regia: Roberto Rossellini; soggetto: Antonio Petrucci, Luigi Chiarini, Sergio
Amidei, Carlo Alianello; sceneggiatura: Antonello Trombadori, R. Rossellini, A.
Petrucci, Diego Fabbri, S. Amidei; origine: Italia/Francia; interpreti: Renzo Ricci,
Paolo Stoppa, Franco Interlenghi, Giovanna Ralli; durata: 128’
La spedizione dei Mille rievocata a cento anni di distanza. «Pur con alti e bassi di
stile e di tono, nonostante i compromessi storici-ideologici di sceneggiatura, il film
raggiunge i suoi scopi: togliere l’epopea garibaldina dal mito e dall’oleografia [...]
e dare alla rievocazione storica la spoglia concretezza di una cronaca»
(Morandini).
Proiezioni a ingresso gratuito
26-31 gennaio
Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava
Un regista sempre più amato, conosciuto, studiato e, inevitabilmente, imitato. È il
destino postumo di Mario Bava (1914-1980), stimato in vita più come grande
direttore della fotografia e come straordinario creatore di effetti speciali (l’uomo dei
trucchi…) che come abilissimo regista capace di spaziare nei generi e di lasciare
un’impronta decisiva nel “cinema di paura”, nelle sue innumerevoli varianti. In
realtà, come ben sottolineato dalla critica francese che ha avuto il merito di adottarlo
fin dal suo magistrale esordio nel 1960 con La maschera del demonio, Bava è stato
un innovatore, oltre che un maestro della luce (e delle ombre che ben si sposavano
alla sua idea di cinema): ha creato generi, filoni, effetti, modellini, inquadrature, ha
creato cinema, spesso dal nulla, sulle ali di una fantasia pari solo all’ingegno e a una
tecnica prodigiosa. La mano di Bava si vede sempre, anche nei film girati da altri
registi e ai quali ha collaborato, a volte anonimamente, perché Bava era come il Wolf
di Pulp Fiction: «Sono il signor Bava, risolvo problemi», parafrasando la battuta del
film di Tarantino. Si vede nei suoi film meno personali, come i western, più
genialmente fantasiosi, come i film di fantascienza, nelle sue incursioni nel filone
sexy (Quante volte… quella notte) o nel poliziesco (Cani arrabbiati): è una questione
di luci, di esplosioni pop, di stile. Come scrive Joe Dante: «La grande influenza di
Bava sui registi contemporanei è sottovalutata. Non sono sicuro che questo valga
l’Europa, ma in America ci sono molti filmaker che hanno assimilato le immagini e
lo stile di Bava trasferendoli in altri generi. Ovunque sia, Mario può essere contento
della sua eredità». Questa e quasi tutte le citazioni contenute nelle schede sono tratte
dal bel volume Kill Bill Kill! Il cinema di Mario Bava, curato da Gabriele Acerbo e
Roberto Pisoni (edizione un mondo a parte), che verrà presentato in occasione della
tavola rotonda, alla presenza del figlio di Bava, Lamberto.
Si ringraziano per la collaborazione, oltre agli autori del volume, Stefano Finesi e
Massimiliano Rossi (La farfalla sul mirino), il Museo Nazionale del Cinema di
Torino, la Cineteca Griffith di Genova, Rai Direzione Teche.
«Era un maestro dei movimenti di macchina, il modo di rendere emotiva una sequenza solo
spostando la macchina da presa o abbassandola era geniale. Come Hitchcock, usava la camera e i
movimenti, dolly e carrelli, in modo espressivo e non fini a se stessi. Il movimento di macchina
buono è solo quando porta a un risultato. In questo era magistrale».
Dario Argento
sabato 26
ore 17.00
La maschera del demonio (1960)
Regia: Mario Bava; soggetto: da Il Vij di Nikolaj Gogol’; sceneggiatura: Ennio de
Concini, Mario Serandrei; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi;
montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Barbara Steele, John Richardson, Andrea
Checchi, Ivo Garrani, Arturo Dominici, Enrico Olivieri; origine: Italia; produzione:
Galatea, Jolly Film; durata: 88’
Due viaggiatori nelle steppe russe fanno resuscitare la strega Asa, che ha il volto
identico alla sua discendente Katia. La strega vampirizzerà quasi tutti i componenti
della famiglia, cercando d’impadronirsi del corpo del pronipote. «Gli spettatori e i
critici italiani dell’epoca furono ingannati dal genere, ma La maschera del demonio
è un film di ambizioni alte, quanto poteva esserlo Il bacio della pantera di Tourneur.
Bava rende significativamente omaggio a Nosferatu di Murnau nella sequenza della
carrozza di Iavutich che attraversa il bosco. Ma girando in ralenti (al contrario di
Murnau, che accelerava), Bava sottolinea anche la propria originalità nel momento
in cui cita un’iconografia preesistente. Più che I vampiri, dove l’elemento orrorifico
era ancora timido e necessitava per di più di una spiegazione naturalista, La
maschera del demonio è il film che fa nascere l’horror italiano: un genere che durò
fino al 1966 circa, mai destinato a grandi incassi, ma seguito (con maggiore
entusiasmo) anche fuori dal nostro paese» (Pezzotta). «Io regista non lo volevo fare,
perché secondo me il regista deve essere veramente un genio e poi stavo bene a fare
il direttore della fotografia, guadagnavo un sacco di soldi. Anni prima avevo letto Il
Vij di Gogol. Lo lessi ai miei figli a Silvi Marina, erano ancora piccoli e non c’era
ancora la televisione. I due, poveretti, dalla paura dormirono in mezzo al letto.
Siccome in quel periodo era uscito Dracula, pensai di fare un film del terrore. Venne
fuori La maschera del demonio, de Il Vij era rimasto solo il nome del protagonista,
era tutta un’altra storia. Cinque miliardi incassi in America e ho fatto il regista»
(Bava).
ore 18.45
La frusta e il corpo (1963)
Regia: John M. Old [Mario Bava]; sceneggiatura: Julian Berry [Ernesto Gastaldi],
Robert Hugo [Ugo Guerra], Martin Hardy [Luciano Martino]; fotografia: David
Hamilton [Ubaldo Terzano]; montaggio: Rob King [Roberto Cinquini]; interpreti:
Daliah Levi, Christopher Lee, Tony Kendall [Luciano Stella], Isli Oberon [Ida Galli],
Harriet White, Alan Collins [Luciano Pigozzi]; origine: Italia/Francia; produzione:
Vox Film, Leone Film, Francinor-Paris International Productions; durata: 86’
Il gotico secondo Bava. Kurt, il figlio del conte Menliff, viene ucciso dopo il suo
ritorno nel maniero di famiglia. Il suo spirito ossessiona la cognata, un tempo sua
amante, creando un clima di terrore. Il film ebbe problemi con la censura: «Me lo
hanno sequestrato perché si vedeva Christopher Lee che frusta Daliah Levi tutta
compiaciuta e gaudente» (Bava). Sergio Martino, ispettore di produzione del film,
ricorda che Bava «era un regista che aveva un grandissimo rispetto per il denaro e
la pellicola, girava addirittura con il cronometro. Per esempio gli ho visto fare una
cosa che io non ho mai fatto: strappare le pagine del copione dicendo: “Siamo
abbastanza lunghi, questa scena non la giriamo». Ed è una cosa molto sana, tagliare
prima invece di tagliare dopo». La protagonista, Daliah Levi, era reduce
dall’indimenticabile prova ne Il demonio di Brunello Rondi.
ore 20.30
Mario Bava: Operazione paura (2004)
Regia: Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni; fotografia: Luca Brovelli; montaggio:
Carlotta Giorgi, Davide Sanson; origine: Italia; produzione: Sky Cinema; durata: 53’
Il documentario, con la guida di Joe Dante e le testimonianze di molti registi
hollywoodiani, ripercorre la carriera di Mario Bava, il regista italiano che con il suo
talento onirico e visivo, la sua enorme capacità di inventare soluzioni tecniche di
incredibile efficacia con budget irrisori, ha creato horror, thriller e film fantastici
dallo stile ineguagliabile. Testimonianze di Dario Argento, Fabrizio Bava, Lamberto
Bava, Mario Bava, Alberto Bevilacqua, Tim Burton, Roman Coppola, Roger
Corman, Callisto Cosulich, Luigi Cozzi, Joe Dante, Dino De Laurentiis, Stefano
Della Casa, Massimo De Rita, John Landis, John Phillip Law, Alfredo Leone, Tim
Lucas, Fulvio Lucisano, Mario Monicelli, Ennio Morricone, Daria Nicolodi, Carlo
Rambaldi, Elke Sommer, Barbara Steele, Sergio Stivaletti, Quentin Tarantino.
a seguire
I tre volti della paura (1963)
Regia: Mario Bava; soggetto: da racconti di Anton Cechov, Aleksej Tolstoj, Guy De
Maupassant; sceneggiatura: Marcello Fondato, con la collaborazione di Alberto
Bevilacqua, M. Bava, [non accreditato Ugo Guerra]; fotografia: Ubaldo Terzano;
musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Michèle Mercier,
Lydia Alfonsi, Boris Karloff, Suzy Anderson, Mark Damon, Jacqueline Pierreux;
origine: Italia/Francia; produzione: Emmepi Cinematografica, Galatea, Société
Cinématographique Lyre; durata: 99’
Tre racconti del terrore, introdotti da Boris Karloff. «Film singolarissimo, quasi
unico nella sua struttura di trilogia di novella del brivido; tre variazioni e tre stili
baviani. Nella prima novella, “da camera” troviamo un Bava attento al dettaglio
psicologico, all’evoluzione ambigua dei due personaggi, senza trucchi o fantasie
visuali. Nella seconda, un piccolo capolavoro in se stessa, il tema del vampirismo
affiora evocato con richiami letterari e si impernia tutto sulla poderosa figura,
miticamente gigantesca, di Boris Karloff. Nella terza, tutto è atmosfera e gioco di
ombre e luci, rumori e mosconi, un Bava libero di materializzare le sue vicende
paurose. Che dire dell’introduzione ai film detta da Karloff su uno sfondo magicospaziale? Che è surclassato in bellezza, in poesia e in genialità pura dal finale
autoironico» (Codelli). «Se il lungometraggio che mi ha spaventato di più è un
classico di Robert Wise, Gli invasati (The Haunting, 1963), il cortometraggio che più
mi ha inquietato è firmato da Mario Bava. I tre volti della paura contiene un episodio
basato su un racconto di Cechov: La goccia d’acqua. È il frammento di cinema più
pauroso che abbia mai visto in vita mia […] Mario Bava è il mio preferito, perché ti
penetra sotto la pelle, nell’inconscio, creando immagini brillanti che ti terrorizzano.
È un maestro, e io non ho mai visto film come i suoi. Li scoprii nei drive-in quando
frequentavo il college negli anni settanta e, anche se poi non li ho più rivisti per circa
vent’anni, ricordo che mi colpirono molto. E mi spaventarono per quanto erano
belli» (Sam Raimi).
Copia proveniente dalla Cineteca Griffith di Genova - Ingresso gratuito
domenica 27
Jean Cayrol. Dalla notte e dalla nebbia
Convegno internazionale in occasione della Giornata della Memoria
Poeta, romanziere, cineasta, editore, Jean Cayrol (1911-2005), prossimo al
surrealismo, legato ai temi della Resistenza e dell’impegno, assertore di una nuova
forma di arte ispirata alla sua esperienza di deportato (l’«art lazaréen»), riconosciuto
come uno dei precursori del Nouveau roman: i suoi principi troveranno espressione
nelle sue fictions e nella sua scrittura poetica e cinematografica; attraverso di essi, si
annunciano e si leggono le questioni cruciali dell’universo concentrazionario.
Il Dipartimento di Comunicazione e Spettacolo dell'Università degli Studi di Roma
Tre, in collaborazione con il Dipartimento di Letterature comparate ed il Centro Studi
italo-francesi, con il sostegno del Rettorato della stessa Università e dell’Ambasciata
di Francia a Roma - BCLA, organizza il Convegno internazionale Jean Cayrol. Dalla
notte e dalla Nebbia, in occasione della giornata della Memoria, che avrà luogo in
varie sedi dell’Università degli Studi di Roma Tre il 25 e 26 gennaio 2008.
A conclusione del convegno questa rassegna, curata da Eleonora Costanza
(Università Roma Tre) e Stephane Solier (Ambassade de France - BCLA) in
collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e
con il sostegno dell’Ambasciata di Francia in Italia, vuole essere un ulteriore
omaggio all’attività intellettuale di Jean Cayrol che in Italia continua a essere, a torto,
una figura ignorata dall’editoria e sconosciuta alla maggior parte del pubblico.
Proiezioni a ingresso gratuito
ore 16.30
Incontro con Giorgio de Vincenti (Università degli Studi Roma Tre) e Gianfranco
Rubino (Università degli Studi Roma “La Sapienza”)
ore 17.30
On vous parle (1960)
Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand;
interprete: Daniel Sorano; origine: Francia; durata: 16’; v.o.; sott. it.
Estratto da un testo omonimo, questo cortometraggio sembra un lento monologo di
un personaggio miserevole a proposito dell’esperienza concentrazionaria. Questo
personaggio non identificato ricorda un allontanamento misterioso dalla propria
casa, durante la guerra, l’arrivo in un campo di concentramento, la sensazione di
essere spiato, la paura di un colpo di rivoltella alle spalle, «il moribondo che
reclama la sua minestra», il letto come un pagliericcio, il proprio profilo magro di
piccolo rapace. Il ritorno, quando a Parigi era il tempo delle ciliegie e gli impiccati
sugli alberi non avevano più sangue. La fuga dalla festa, «j’aimais me faire oublier».
Il lavoro in una fabbrica. L’apparizione della donna amata che non lo riconosce più
(«on ne peut s’aimer quando on est terrifié l’un par l’autre») e rinuncia a
raggiungerlo. La guerra che non vuole finire. E la domanda finale: «pourquoi m’a-ton tué si je ne suis pas encore mort?».
a seguire
La frontière (1961)
Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand;
interpreti: Laurent Terzieff; origine: Francia; durata: 18’; v.o.; sott. it.
In un ampio monologo, qualcuno parla di se stesso: bambino triste e vagabondo, la
guerra improvvisa, la guerra che se ne va ma «je suis toujours en guerre», mentre
non esistono più età. La città viene ricostruita, «per vivere è sufficiente perdere la
memoria». Il personaggio è un morto diverso dagli altri morti, che hanno
dimenticato, è un «revenant» che non accetta «un falso passato, un falso paese». Ha
vissuto l’esperienza della notte, «sur un bateau sans lumière et sans pavillon».
a seguire
Madame se meurt (1961)
Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand;
interpreti: Suzanne Flon; origine: Francia; durata: 17’; v.o.; sott. it.
Un inverno sul mare, «on n’attends plus personne». Allora, per passare il tempo, «si
riprendono le storie nel punto in cui altri le avevano dimenticate». Come la storia di
Valence, una donna che vaga in una grande città piena di palazzi vuoti, mentre
muoiono tutti i membri della sua famiglia. Non sogna mai, facendosi addormentare
dalle dolci mani di uno sconosciuto, partendo per le spiagge su un vecchio cavallo da
corsa, come in un incantesimo. Solitaria, aspetta la notte alla sua finestra, finché,
nell’alba inattesa di un giorno, «osa vivere». Come la storia di Marcel che «parle de
l’amour, amoureusement», rievocata dall’amante Valence che ha assistito,
impotente, alla sua morte. Infine, di nuovo Valence, morta, divenuta selvaggia in
simbiosi col giardino che la ospita e nel quale ricomincia a vivere una vita vegetale,
invocando disperatamente un nome.
ore 19.00
Muriel ou le temps d’un rétour (Muriel, il tempo di un ritorno, 1962)
Regia: Alain Resnais; soggetto e sceneggiatura: Jean Cayrol; fotografia: Sacha
Vierny; montaggio: Claudine Merlin, Kenout Peltier, Eric Pluet; interpreti: Delphine
Seyrig, Jean-Pierre Kéirien, Nita Klein, Jean Baptiste Thiérrée; origine: France/Italia;
produzione: Alpha Productions, Argos Films, Les Films de la Pléiade, Dear Film
Produzione; durata: 115’; v.o.; sott. it.
La guerra d’Algeria è appena finita, ma non per chi l’ha vissuta. Siamo nel 1962 à
Boulogne-sur-mer, dove Hélène Aughain si occupa del suo figlio adottivo Bernard.
Veterano della guerra d’Algeria, ossessionato da un episodio di guerra: obbligato a
partecipare alla tortura e ad assistere all’assassinio di Muriel, una ragazza algerina
accusata di sabotaggio, non riesce a superare il suo passato (come il suo camerata
Robert) né a dimenticare. Inoltre Hélène, vedova borghese ed annoiata che vive in un
appartamento trasformato in bottega antiquaria, decide di ritrovare l’amore della
sua adolescenza, Alphonse, anche lui di ritorno dalla guerra. Gli scrive. L’uomo
arriva, ma in compagnia di una donna, e si installa a casa di Hélène. Questo
incontro farà loro scoprire che non hanno più nulla in comune, nonostante gli sforzi
per cercare di capirsi.
ore 21.00
Le coup de grâce (1966)
Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand;
fotografia: Jean-Michel Boussaguet; montaggio: Odile Terzieff; interpreti: Danielle
Darrieux, Michel Piccoli, Emmanuelle Riva, Olivier Hussenot, Bernard Tiphaine,
Florence Guerfy, Jean-Jacques Lagarde; origine: France/Canada; produzione: Les
Films de la Pléiade, Sofracima, Soquema inc.; durata: 99’; v.o.; sott. it.
Venticinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Bruno Capri,
collaborazionista non scoperto della Gestapo, torna a Bordeaux e diventa l’amante
di Sophie, la sorella di un resistente tra i molti da lui denunciati anni prima e che
hanno trovato la morte. Sebbene abbia subito un’operazione di chirurgia estetica, la
vedova della sua vittima crede di riconoscerlo… «On se méprendrait en ne
considérant Le Coup de grâce que comme un récit d’action. En réalisant son premier
film, Jean Cayrol [en collaboration avec] Claude Durand retrouve les thèmes de son
œuvre de poète et de romancier: les images de la mémoire viennent recouvrir celles
de la perception» (Pierre Mazars).
lunedì 28
chiuso
martedì 29
ore 18.00
La morte viene dallo spazio (1958)
Regia: Paolo Heusch; soggetto: Virgilio Sabel; sceneggiatura: Marcello Coscia,
Alessandro Continenza; fotografia: Mario Bava; musica: Carlo Rustichelli; interpreti:
Paul Hubschmid, Madaleine Fischer, Fiorella Mari, Ivo Garrani, Dario Michaelis,
Gérard Landry; produzione: Royal Film, Lux Film; origine: Italia/Francia; durata: 82’
Primo film italiano di fantascienza ed esordio nella regia per Paolo Heusch, La
morte viene dallo spazio è considerato come uno dei migliori film di genere nostrani.
Il razzo XZ viene lanciato verso la Luna ma per un’avaria perde la rotta ed entra in
collisione con alcuni asteroidi che conseguentemente puntano inesorabili contro la
Terra. La fotografia e gli effetti speciali sono di Mario Bava. «La trama è ideata
molto ingegnosamente e la tensione che l’azione suscita va aumentando e non viene
meno fino alla conclusione» (Albertazzi).
ore 19.30
Terrore nello spazio (1965)
Regia: Mario Bava; soggetto: da Una notte di 21 ore di Renato Pestriniero;
sceneggiatura: Ib Melchior, Alberto Bevilacqua, Callisto Cosulich, M. Bava, Anton
Romàn, Rafael J. Salvia; fotografia: Antonio Rinaldi; musica: Gino Marinuzzi Jr.;
montaggio: Antonio Gimeno, Romana Fortini; interpreti: Barry Sullivan, Norma
Bengell, Angel Aranda, Evi Marandi, Fernando Villena, Stelio Candelli; origine:
Italia/Spagna/Usa; produzione: Italian International Film, Castilla Cooperativa
Cinematografica, American International Pictures; durata: 88’
La fantascienza all’italiana secondo Mario Bava, fra astronavi che scompaiono, un
pianeta dai poteri magici, scheletri e alieni. «Per Terrore nello spazio non avevo
nulla, ma veramente nulla a disposizione. Dico, c’era il teatro di posa, tutto vuoto e
squallido perché mancavano i soldi: avrebbe dovuto rappresentare un pianeta. Che
ho fatto allora? Nel teatro affianco c’erano due grosse rocce di plastica, residuato di
qualche film mitologico, le ho prese e mezze in mezzo al mio set, poi, per coprire il
pavimento, ho seminato quegli zampironi fumogeni e ho oscurato lo sfondo, dove
c’era solo la parete bianca. Poi, spostando quelle due uniche rocce, ho girato il film»
(Bava). «Il film, a colori, ricorda per la scenografia alcune opere
dell’espressionismo tedesco: suoni, luci, nebbie variopinte e sempre fluttuanti, melme
in ebollizione, situazioni dense di mistero sono gli elementi che Bava ha mescolato
per darci un discreto racconto di quel tipo di fantascienza che ignora i problemi
della terra, ambientando personaggi e avvenimenti in mondi extragalattici e di pura
fantasia» (Cavallaro).
ore 21.15
La ragazza che sapeva troppo (1963)
Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, Enzo [Sergio]
Corbucci, Eliana De Sabata, con la collaborazione di Franco Prosperi, Mino Guerrini,
M. Bava; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario
Serandrei; interpreti: Leticia Román, John Saxon, Valentina Cortese, Dante Di Paolo,
Robert Buchanan, Gianni Di Benedetto; origine: Italia/Usa; produzione: Galatea,
Coronet; durata: 88’
Il capostipite del thriller all’italiana, nato come giallo rosa e trasformato da Bava in
un film di suspense, in cui una ragazza americana, giunta in Italia, si trova, suo
malgrado, coinvolta in un delitto e inizia a indagare in una Roma allora definita, da
un anonimo recensore, «del tutto inedita, assurda, ma divertente». In realtà Bava
svela il volto segreto e minaccioso della città che incute terrore con le sue geniali
costruzioni (il quartiere Coppedè), i suoi appartamenti vuoti e misteriosi (Bava
riesce a creare tensioni anche sfruttando la luce e non solo il buio, come nella
geniale sequenza dell’appartamento dalle pareti bianche, modello per molto cinema
a venire). «Penso che fosse un’idea intelligente. Era come una parodia del giallo, un
giallo nel giallo. Questa ragazza che ha una fervida immaginazione e fantasia e
viene suggestionata dal libro che sta leggendo» (John Saxon). «Una delle mie
sequenze preferite del cinema di Mario Bava è quella che apre il film. Quando è
uscito il dvd in italiano ho visto la scena: è apparentemente la stessa ma, allo stesso
tempo, è completamente diversa da quella americana. Il dialogo è differente. La
sequenza, in un bianco e nero meraviglioso, è costruita dalla macchina da presa che
si muove su un aereo passeggeri. Mentre la macchina da presa li sfiora, si sente
quello che pensano i personaggi inquadrati, cose del tipo: «Questo cibo fa schifo»,
«Vorrei qualcosa da bere», oppure «Non sopporto più mia moglie», c’è un uomo che
sta contando mentalmente dei soldi e una donna che sogna di andare a fare
shopping. Il movimento chiude sulla protagonista e quello che sta pensando è: «Cosa
farò adesso di te? Prenderò questo coltello, lo infilerò nel tuo dannato cuore e te lo
strapperò via!». Poi ti rendi conto che sta leggendo un romanzo! È la scena
d’apertura più bella che abbia mai visto. Quando ho comprato la versione italiana,
ho scoperto che non c’è traccia di tutto ciò. È la stessa scena, ma non ci sono i
pensieri della gente. Una delusione» (Tarantino).
Copia proveniente dalla Farfalla sul mirino - Ingresso gratuito
a seguire
L’ospite delle due (1975, 58’)
Programma televisivo della Rai andato in onda il 13 aprile 1975, condotto da
Luciano Rispoli. Mario Bava, ospite in studio con Carlo Rambaldi, l’attrice Silvia
Monelli e il critico (poi regista e collaboratore di Fellini) Gianfranco Angelucci,
spiega ai telespettatori alcuni dei suoi straordinari trucchi.
Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito
mercoledì 30
ore 18.00
Gli invasori (1961)
Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Oreste Biancoli, Piero Pierotti, M.
Bava; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei;
interpreti: Cameron Mitchell, Giorgio Ardisson, Ellen Kessler, Alice Kessler, Jacques
Delbò, François Cristophe; origine: Italia/Francia; produzione: Galatea, Critérion
Film, Société Cinématographique Lyre; durata: 98’
L’epopea dei vichinghi all’assalto della Britannia. «Senza nasconderselo, il
produttore tentò di rifare The Vikings, diretto da Richard Fleischer […]. Meno
verboso e più barbaro rispetto al modello grazie alla descrizione grafica della
violenza (l’enorme carro ornato di teste di morti dove sono legati due torturati;
Rutford trafitto dalle frecce come San Sebastiano), il film di Bava anticipa l’universo
parossistico del western italiano. I drakar che si stagliano sullo sfondo di un cielo
arancione, il dragone scolpito sulla prua che emerge lentamente dalla nebbia, le
frecce incendiarie che illuminano l’oscurità sono tutte testimonianze di quanta
poesia si nasconda nella macchina da presa che Bava punta sulla tragedia umana…»
(Martinet). «Le mie navi vichinghe erano carcasse della pasta Buitoni messe in fila,
con quella specie di becco davanti soltanto, dopodiché ghiaccio secco per fare
nebbia e i macchinisti che ogni tanto gettavano secchiate d’acqua, il dolly che
andava su e giù e fumo in teatro, fumoni bianchi, fumoni neri. Ci prese
un’intossicazione che rimasi sei mesi a letto e per poco non andavo a finire al
manicomio per l’avvelenamento. Nello Santi mi mandò il cassiere con un regalo di
cinque milioni, quelle cose che oggi col cavolo che succedono» (Bava).
Copia proveniente dalla Cineteca Griffith di Genova - Ingresso gratuito
ore 20.00
Quante volte... quella notte (1969)
Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Carl Ross, Mario Moroni; fotografia:
Antonio Rinaldi; musica: Lallo Gori; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Daniela
Giordano, Brett Halsey, Pascale Petit, Dick Randall, Brigitte Skay, Valeria Sabel;
origine: Italia/Germania Occidentale; produzione: Delfino Film, Hape Film; durata:
95’
«Una ragazza [...] racconta di essere stata vittima di un tentato stupro, ma il
presunto violentatore sostiene che le cose sono andate diversamente. Nemmeno un
testimone riesce a far luce sulla verità. Bava, molto più a suo agio nel genere horror,
tenta qui una ben poco convincente incursione nel thriller dai toni pirandelliani,
ambizioso ma assai sconnesso nella struttura narrativa. Iniziato nel 1969, il film è
uscito quattro anni più tardi per problemi di censura» (Mereghetti). «Ho anche fatto
un film spinto. Uno solo, niente male. Non lo nego. Si tratta di Quante volte… quella
notte. L’ho fatto in un’epoca in cui in Italia, se rifiutavi di girare un film erotico, ti
prendevano per omosessuale. Era basato sullo stresso principio di Rashômon: la
notte di due coppie, raccontata da ciascuno dei partner. Una volta tanto le scene di
sesso erano giustificate. Ma la censura l’ha bocciato. Il mio amico Riccardo Freda
faceva parte della Commissione. Per salvare il film ho proposto in un secondo tempo
di inserire una messa nera. Sono ancora in attesa di risposta» (Bava).
ore 21.45
Diabolik (1968)
Regia: Maria Bava; soggetto: Angela e Luciana Giussani, Dino Maiuri, Adriano
Baracco; sceneggiatura: D. Maiuri, Adriano Baracco; fotografia: Antonio Rinaldi;
musica: Ennio Morricone; montaggio: Romana Fortini; interpreti: John Philip Law,
Marisa Mell, Michel Piccoli, Adolfo Celi, Claudio Gora, Terry Thomas; origine:
Italia/Francia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica, Marianne
Productions; durata: 101’
Trasposizione cinematografica del celebre fumetto delle sorelle Giussani. L’ispettore
Ginko dà la caccia a Diabolik che, con l’aiuto di Eva Kant, ha rubato dieci milioni di
dollari. Bava non ne aveva un grande ricordo (anche perché i tempi di lavorazioni,
particolarmente lunghi, erano inusuali per lui): «Per Diabolik avevo a disposizione
pochissimi mezzi, l’ho finito con circa duecento milioni di spesa, un’inezia. Si figuri
che ho dovuto arrangiarmi a inventare tutto con i trucchi perché la produzione non
mi forniva niente, ma proprio niente. Ha visto la capanna di Diabolik in campagna, il
suo rifugio, il laboratorio, l’autorimessa...? Le giuro, erano tutti modellini, fotografie
che io ritagliavo al momento, improvvisando per rimediare allo squallore della scena
e incollavo su un vetro davanti alla macchina da presa». Invece Dino De Laurentiis
che produsse il film serba un grande ricordo del regista: «Diabolik era uno di quei
film che senza gli effetti speciali non si sarebbe potuto realizzare. All’epoca non
c’era la tecnologia che c’è oggi, per esempio la computer animation, che ci consente
di fare quasi tutto. All’epoca era necessario usare la fantasia e scelsi Mario Bava
perché aveva quest’eccezionale capacità nel realizzare gli effetti speciali. Era un
grande professionista e riusciva a risolvere problemi complessi in chiave tecnica con
un’agilità eccezionale. Oggi Mario Bava dovrebbe essere un mito, un uomo che tutti
dovrebbero ricordare per le sue qualità umane, ma soprattutto per la sua voglia e la
sua passione di fare del cinema». Piena esplosione pop, con l’icona Marisa Mell,
scelta di ripiego per la parte di Eva Kant, assegnata inizialmente a Catherine
Deneuve, la quale però non voleva lasciar vedere neppure i polpacci e fu rispedita al
mittente. Poco dopo esplose con Bella di giorno «dove se non mostravano al
microscopio la sua epidermide, poco ci mancava! Valli a capire gli attori!» (Bava).
giovedì 31
ore 18.00
La Venere d’Ille (1978)
Regia: Mario e Lamberto Bava; soggetto: dal racconto omonimo di Prosper Mérimée;
sceneggiatura: L. Bava, Cesare Garboli; fotografia: Nino Celeste; musica: Ubaldo
Continiello; montaggio: Fernando Papa; origine: Italia; interpreti: Marc Porel, Daria
Nicolodi, Fausto Di Bella, Adriana Innocenti, Mario Maranzana, Diana De Curtis;
origine: Italia; produzione: Pont Royal Film Tv, Rai 2; durata: 60’
Film per la tv trasmesso il 27 maggio 1981 per la serie I giochi del delitto - Storie
fantastiche dell’Ottocento. La storia, ambientata nella provincia francese, ruota
attorno a una statua di bronzo che raffigura Venere. «Bava è riuscito a cogliere
anche molte delle insenature del racconto e a scrivervi dentro una splendida
rappresentazione di una cultura contadina e mediterranea nella quale di vedono
convivere e intrecciarsi elementi solari e lunari (il lato materiale, razionale, religioso
col lato lunare, irrazionale, magico, del mondo e della cultura contadina
mediterranea). Pagine colte che non restano inerti, fini a se stesse, ma che diventano
in Bava occasione di racconto, pretesto narrativo. È, infatti, proprio cogliendo
questo tratto culturale del mondo rappresentato che Bava riesce a giustificare
diegeticamente e linguisticamente la splendida zoomata che collegando la luna alla
terra dà il via a quella magistrale ultima parte del racconto, tutta giocata sul perfetto
uso dell’esitazione fantastica, in cui la terra e il cielo, il razionale e l’irrazionale, si
congiungono per determinare lo choc fantastico grazie al quale il racconto
raggiunge il suo climax e il suo senso» (Gualtiero Pironi). «Quest’opera finale di
Bava è tra i capolavori di un cinema che non si risolve mai in equilibri conclusi. I
costumi ottocenteschi si aggiungono ai corpi con la stessa libertà delle ricostruzioni
rosselliniane, e sul rapporto verità-finzione dei corpi irrompono flagranze di dettagli
carnalmente presenti oltre la minacciosa fermezza statuaria. Se l’horror di
Mastrocinque o Ferroni conferma fascinosamente la natura del manichino, Bava può
sì spingere la presenza romantica fin dentro i mondi classici (il greco, l’orientale, il
nordico, persino quello postsettecentesco di Mérimée o quello dell’orizzonte russo)
ma senza rinunciare a una trasparenza che riesce consunstanziale quanto quello
rosselliniana alla natura televisiva» (Germani).
Copia proveniente dal Museo Nazionale del Cinema di Torino
a seguire
Shock (1977)
Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Lamberto Bava, Francesco Barbieri,
Paolo Brigenti, Dardano Sacchetti; fotografia: Alberto Spagnoli; musica: I Libra;
montaggio: Roberto Sterbini; interpreti: Daria Nicolodi, John Steiner, David Colin jr.,
Ivan Rassimov, Nicola Salerno; origine: Italia; produzione: Laser Film; durata: 92’
Dora ritorna nella sua vecchia casa insieme al secondo marito e al figlio. Accadono
fatti sconvolgenti legati al suicidio del primo marito. «A partire dall’inizio, la
macchina da presa a livello del pavimento che esplora lentamente la desolazione di
un ambiente […] il film porta il segno d’una mano maestra: ed il seguito, con il suo
intrecciarsi di sesso incestuoso e subitanei squarciamenti di putrefazione e violenza,
è messo in scena con un’ambiguità di attrazione e repulsione che nessuno, in futuro,
sarà capace di ripetere» (Francesco Troiano). «Mi ricordo che c’era anche il
problema del fantasma di Shock, sembrava non ci fosse il verso di farlo, non c’erano
soldi. Shock è stato girato in cinque settimane con 120 milioni. Per finirlo abbiamo
lavorato anche sedici al giorno. Per realizzare il fantasma, Mario costruì un
cartoncino ritagliato con le sue mani d’oro, e lo illuminò con delle luci speciali,
rendendolo sorprendentemente efficace. Aveva anche una collezione incredibile di
“vetri acqua” degli anni trenta: quasi tutti gli incubi che ha Dora, il mio
personaggio, erano ottenuti attraverso delle deformazioni provocate da questi vetri,
sembrava che il mare ci trascolorasse dentro. Li ha usati anche per l’effetto della
casa che arde alla fine di Inferno di Dario Argento. Nessuno sapeva far bruciare
questo enorme grattacielo newyorkese, ci voleva un effetto speciale particolare e lui,
ridisegnandolo su un vetro, riuscì a farlo» (Daria Nicolodi).
ore 20.45
Tavola rotonda moderata da Pierpaolo De Sanctis con Lamberto Bava, Renato
Cestiè, Ernesto Gastaldi, Filippo Ottoni, Giona A. Nazzaro, Gabriele Acerbo e
Roberto Pisoni
Nel corso della tavola rotonda sarà presentato il volume Kill Bill Kill! Il cinema di
Mario Bava, a cura di Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni, un mondo a parte, Roma,
2007
a seguire
Ecologia del delitto (1971)
Regia: Mario Bava; soggetto: Dardano Sacchetti, Franco Barberi; sceneggiatura: M.
Bava, Joseph McLee [Giuseppe Zaccariello], Filippo Ottoni, [non accreditati Sergio
Canevari, Francesco Vanorio]; fotografia: M. Bava; montaggio: Carlo Reali;
interpreti: Claudine Auger, Luigi Pistilli, Claudio Volonté, Laura Betti, Leopoldo
Trieste, Chris Avram; origine: Italia; produzione: Nuova Linea Cinematografica;
durata: 85’
Prima versione dello straordinario film di Bava, che reca come titolo Ecologia del
delitto, voluto dal produttore Giuseppe Zaccariello, per cavalcare l’onda ecologista,
e con la battuta finale «così imparano a fare i cattivi» pronunciata dai bambini
(autentiche stelle del cinema italiano anni Settanta) Nicoletta Elmi e Renato Cestiè,
al suo esordio. Il titolo fu poi cambiato con Reazione a catena (Ecologia del delitto) e
la battuta ammorbidita, cambiando il senso del finale del film. Tredici delitti in una
baia, sulla quale grava l’ombra di una speculazione edilizia in atto, contro la quale
la natura (o chi per lei) mette in atto le sue forme di autodifesa: un congegno
narrativo perfetto in un film di forte impatto visivo in cui Bava gioca con gli elementi
naturali e con la luce, suggestionando lo sguardo dello spettatore. Film imitatissimo
in America (Venerdì 13 su tutti), circondato da un culto del tutto meritato, grazie,
oltre che al plot, alla mano ispirata di Bava (specie nelle sequenze dei delitti,
costruite con una cura, per una volta, argentiana), a un cast notevole in cui ogni
attore regala un’interpretazione indimenticabile (splendido cameo di Isa Miranda
nella parte dell’anziana contessa). «Non saprei raccontare la trama, ma è uno di
quei film che meno li capisci e meglio è. Mi piace soprattutto un’inquadratura venuta
fuori quasi per caso. Prima l’immagine è sfocata, si ha l’impressione di vedere
qualcosa che sembra il sole. E invece no, si tratta di un occhio, un occhio immenso
che occupa l’intero schermo» (Bava). Giuseppe Zaccariello, produttore improvvisato
ma geniale, reduce dai fasti di A ciascuno il suo di Petri ed Escalation di Faenza,
aveva pretese autoriali e firmò la sceneggiatura sotto pseudonimo.
Al termine del film sarà proiettato il finale di Reazione a catena (Ecologia del
delitto).
Ingresso gratuito