marted 1 - Centro Sperimentale di Cinematografia
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2-6 gennaio Non solo attore Omaggio a Vittorio Caprioli 8-13 gennaio Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano seconda parte 15 gennaio (In)visibile italiano. Le metropoli del crimine 16 gennaio Presentazione del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo) 17-18 gennaio Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone 19 gennaio Novant’anni di cinema. Luciano Emmer al lavoro 20 gennaio Monsieur Tati nel caos della modernità 22 gennaio L’altro Visconti seconda parte 23 gennaio Non solo voce. Il mito di Maria Callas 24 gennaio L’alchimia delle immagini. Il cinema di Luca Verdone 25 gennaio Cinema, storie e passioni 26-31 gennaio Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava martedì 1 chiuso 2-6 gennaio Non solo attore Omaggio a Vittorio Caprioli Parigi. Roma. Milano. Napoli. Quattro città fondamentali per un artista e un intellettuale a tutto tondo come Vittorio Caprioli. Nasce infatti a Napoli il 15 agosto 1921. Dopo essersi diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, debutta in teatro inizialmente con la Compagnia Carli-Rocca, successivamente con Sergio Tofano e la Compagnia De Sica-Besozzi-Gioi. Contestualmente al teatro (reciterà in diversi spettacoli diretti anche da Giorgio Strehler) si fa le ossa lavorando nel varietà accanto ad artisti del calibro di Totò e Alberto Sordi. All’inizio degli anni cinquanta va a Parigi con Luciano Salce ed Alberto Bonucci, sperimentando “un teatro da camera” incentrato sulla satira di costume e accompagnato da una comicità cinica e caustica. Insieme a Bonucci e a Franca Valeri fonda il Teatro dei Gobbi. A Roma, accanto all’attività teatrale, lavora nel cinema e nella televisione con registi del calibro di Fellini, Gentilomo, Emmer, Blasetti, Rossellini, Monicelli, ma anche Malle, Godard. Come attore ha attraversato il cinema d’autore (è nel cast del film di Bernardo Bertolucci La tragedia di un uomo ridicolo) così come quello di genere, spesso relegato in ruoli da caratterista, riuscendo sempre e comunque a regalare dei ritratti, dei personaggi indimenticabili attraverso una sfumatura nel tono della voce, un tic, un semplice gesto (straordinarie le sue interpretazioni nei film di Fernando Di Leo). Ma Vittorio Caprioli, da grande uomo dello spettacolo, non è stato solamente un ottimo attore dalla versatilità inarrivabile, ma anche un grande regista. Un libro esemplare, Vittorio Caprioli regista (Falsopiano, Alessandria, 2003), a cura di Fabio Francione e Lorenzo Pellizzari, pubblicato in occasione della quinta edizione del Lodi Città Film Festival 13-20 ottobre 2003, all’interno del quale è stata organizzata una pionieristica retrospettiva dedicata all’attore-regista, gli ha reso finalmente giustizia, come scrivono i curatori del volume: «le notizie biografiche basterebbero da sole a confermare la centralità di Vittorio Caprioli nel panorama artistico ed in particolare teatrale e cinematografico italiano di almeno tre decenni del ’900 (1950 1980). Al contrario l’eclettismo dell’artista, totale e rigoroso, mai dispersivo (o cinema o teatro o televisione, mai tutto insieme), ha relegato per pregiudizi ideologici e formali ai margini della critica le sue regie cinematografiche». Tutte le citazioni sono state tratte dal presente volume. L’omaggio a Caprioli proseguirà nella retrospettiva Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano, avendo l’attore ha recitato in ben quattro film di Blasetti: Altri tempi, Tempi nostri, Io, io, io... e gli altri e La ragazza del bersagliere, proposti nel corso della retrospettiva. Nel corso della tavola rotonda di mercoledì 9 gennaio, dedicata a Blasetti, il figlio Carlo traccerà un ricordo del padre. Un ringraziamento particolare va a Rai Direzione Teche, Broadmedia Service e a Fabio Francione e Carlo Caprioli. mercoledì 2 ore 17.45 O sole mio (1946) Regia: Giacomo Gentilomo; soggetto: Mario Amendola, Vincenzo Rovi; sceneggiatura: Akos von Tolnay, Mario Sequi; dialoghi: Gaspare Cataldo; fotografia: Anchise Brizzi, Tonino Delli Colli; musica: Ezio Carabella; montaggio: Guido Bertoli; interpreti: Tito Gobbi, Adriana Benetti, Vera Carmi, Ernesto Almirante, Vittorio Caprioli, Salvatore Cuffaro; origine: Italia; produzione: Rinascimento Film; durata: 109’ «Eccellente film. Mai Giacomo Gentilomo mi era parso regista così sicuro ed abile; mai egli ci aveva dato un film nel quale la drammatica sostanza narrativa era tanto egregiamente padroneggiata ed altrettanto vigorosamente messa in immagini. L’idea di portare sullo schermo una delle pagine più vive della nostra storia – le quattro giornate di Napoli – è stata svolta nel film con piena comprensione dell’importanza dell’evento e con giusta e non sforzata eloquenza rappresentativa, cioè ripresa attraverso episodi e dettagli ricchi insieme di potenza e verità. L’azione è ideata e sceneggiata con scaltrezza e, anche se non priva di sforzature e di inverosimiglianze, sa rendere queste accettabili attraverso la speditezza del racconto, sempre fatto procedere con mezzi visivi» (Valdata). O sole mio rappresenta l’esordio cinematografico di Vittorio Caprioli. Il cinema del CSC Questo mese sono stati selezionati quattro cortometraggi, esercitazioni del primo anno degli allievi della Scuola Nazionale di Cinema. Si tratta di shorts muti, girati in 35mm, della durata di circa 10’. Gli allievi, come sempre, compongono gran parte del cast artistico. ore 19.45 Il cinema del Csc L’armadio (2004) Regia: Francesco Costabile; soggetto e sceneggiatura: Daniela Gambaro, Francesco Apice, F. Costabile; fotografia: Fabio Amedei; montaggio: Chiara Griziotti; suono: Alessandro Castiglione; costumi e scenografia: Luca Filaci; interpreti: Manuela Spartà, Roberto Negri; organizzatore: Anna Frandino; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 10’ Storia di una ragazza, della camera in cui è obbligata a vivere e del suo armadio. a seguire Leoni al sole (1961) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Raffaele La Capria, Franca Valeri [non accreditata]; fotografia: Carlo Di Palma: musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Vittorio Caprioli, Franca Valeri, Philippe Leroy, Serena Vergano, Halina Zalewska, Francesco Morante; origine: Italia; produzione: Ajace Cinematografica ed Euro International Films; durata: 105’ «Il mondo ritratto in Leoni al sole è quello già visto nel film francese Saint-Tropez Blues [di Marcel Moussy] e in quello americano La spiaggia del desiderio [di Henry Levin], tanto per citare gli ultimi esempi: la vita, insomma, di una spiaggia alla moda, che nella fattispecie è Positano. Ma la novità del presente film non sono i soliti ragazzacci avidi di vita, di avventure amorose e di soldi altrui, bensì dei vecchi giovanotti, delle persone di mezza età che continuano a comportarsi come quando avevano vent’anni di meno, e cioè proprio a scroccare, a tessere flirts, a bere avidamente la vita giorno per giorno. [...]. Il film [...] è molto divertente e ben giocato, attraverso un mosaico fitto fitto di situazioni, di battute, di gesti: alcuni momenti hanno l’efficacia sintetica di certe stoccate satiriche da “Teatro dei Gobbi”. E c’è una recitazione saporosissima, entusiasta, di un gruppo di autentici “leoni” amici di Caprioli. [...] Non manca neppure il virtuosismo da consumato autore cinematografico: ci riferiamo alla curiosa sequenza che descrive la pigra atmosfera della siesta di mezzogiorno, guardata dal punto di vista di un insetto che svolazza dentro e fuori le case di Positano» (Comuzio). ore 22.00 Il generale Della Rovere (1959) Regia: Roberto Rossellini; soggetto: da un racconto di Indro Montanelli; sceneggiatura: Sergio Amidei, Diego Fabbri, I. Montanelli; fotografia: Carlo Carlini; musica: Renzo Rossellini; montaggio: Cesare Cavagna; interpreti: Vittorio De Sica, Hannes Messemer, Vittorio Caprioli, Nando Angelini, Herbert Fischer, Mary Greco; origine: Italia/Francia; produzione: Zebra Film, S.N.E. Gaumont; durata: 133’ Grande ruolo drammatico per Vittorio Caprioli nella parte di Aristide Banchelli, compagno di prigionia di Giovanni Bertone, il falso generale Della Rovere (Vittorio De Sica), che accetta eroicamente di sacrificare la propria vita pur di non rivelare nulla di compromettente ai nazisti. «Il personaggio del film (G. Bertone) visse realmente, ma pare che quanto abbia narrato Rossellini si discostasse di molto dalla “verità storica”: i familiari del signore in questione, infatti, intentarono una causa al produttore per “diffamazione”. Il film fu girato tutto in interni (stupendamente ricostruiti dall’architetto [Piero] Zuffi, qui al suo esordio nel cinema). Premio Leone d’oro (ex-aequo con La grande guerra) e premio O.C.I.C. alla XX Mostra del Cinema di Venezia. Premi al film, al regista, al protagonista (De Sica), a Messemer e al soggetto al III Festival di San Francisco (1959). Nastro d’argento per la migliore regia. David di Donatello alla Zebra Film (1960)» (Chiti/Poppi). giovedì 3 ore 18.00 Carosello napoletano (1953) Regia: Ettore Giannini; soggetto: dalla rivista omonima di E. Giannini; sceneggiatura e dialoghi: E. Giannini, Giuseppe Marotta, Remigio Del Grosso; fotografia: Piero Portalupi; musica: Raffaele Gervasio; montaggio: Nicolò Lazzari; interpreti: Léonide Massine, Achille Millo, Agostino Salvietti, Clelia Matania, Paolo Stoppa, Vittorio Caprioli; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 129’ «Un insolito – per l’Italia – film-rivista, che ripercorre la storia di Napoli dalle scorrerie dei mori al dopoguerra, con un gioco di specchi tra le varie epoche che mette a confronto psicologie e classi sociali in una specie di limbo della Storia (e paradiso della fantasia) dove anche la morte diventa una figura vivente [...]. Folcloristico ma non dozzinale, aiutato da procedimenti stilistici piuttosto originali per il cinema italiano di quegli anni (soprattutto nei modi con cui le vicende si animano per introdurre i singoli numeri musicali), dalle ricche e fantasiose scenografie di Mario Chiari (ogni inquadratura è “gremita come un pinnacolo barocco”), dalla fotografia di Giorgio Sommer che fonde l’eredità colta del vedutismo con l’ingenuità surreale degli ex voto, e naturalmente dalla musica di Raffaele Gervasio» (Mereghetti). Vittorio Caprioli è tra i protagonisti del film (insieme ad Alberto Bonucci interpreta un paroliere). Secondo Francione e Pellizzari l’attore risulta co-sceneggiatore del film. ore 20.20 Il cinema del Csc Autoritratto (2003) Regia: Francesco Amato; soggetto e sceneggiatura: Andrea Agnello, F. Amato, Matteo Berdini, Chiara Boschiero, Francesco Lo Dico; fotografia: Agostino Vertucci; scenografia e costumi: Marinella Perrotta; suono: Francesco Tumminello; montaggio: Luigi Meareli; organizzazione: Francesco Startari; interpreti: Franco Barbero, Silvia Morganti, Stefano Berera, Giancarlo Concetti, Francesco Lo Dico, Francesco Startari; origine: Italia; produzione: Csc; durata 10’ La vita ordinaria di Franco, un impiegato di mezz’età, è scossa dall’installazione, davanti al suo ufficio, di una macchina per foto-tessere. L’uomo non tarda a provarla. Ma la macchina, come un oracolo, gli rivela una dolorosa verità. a seguire Parigi o cara (1962) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Franca Valeri, Renato Mainardi, Silvana Ottieri; fotografia: Carlo Di Palma; musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Fiorenzo Fiorentini, Margherita Girelli, Antonio Battistella, Michel Bardinet; origine: Italia; produzione: Ajace Cinematografica; durata: 100’ «Caprioli è un regista assai più complesso di quanto sembri: i suoi film hanno una vernice di comicità sotto la quale l’amarezza e la malinconia, forse, più della satira, condizionano i personaggi. La satira, infatti, esige a nostro modo di vedere un impegno diverso, un rigore di analisi e una forza d’immagini che Caprioli non ha. Il suo stile è più delicato, si affida ai mezzi toni, è l’ironia soprattutto che lo stuzzica e lo porta ai risultati più convincenti. Il suo modo di mostrarci Roma e Parigi, due città-mito, con gli occhi e il cervello di una mondana, è una trovata. Se Mida trasformava in oro tutto ciò che toccava, questa Delia restituisce invece alla realtà i suoi colori più squallidi. La riuscita, dal lato spettacolare, è questa forse più convincente: l’aneddotica dei Leoni al sole non eliminava il sospetto della frammentarietà; l’aneddotica di Parigi o cara non lascia dubbi, invece, sulla volontà di Caprioli di rifiutare i modi tradizionali del racconto, di aprirsi una strada personale nella folla di stili cinematografici» (Terzi). ore 22.30 Zazie dans le métro (Zazie nel metrò, 1959) Regia: Louis Malle; soggetto: dal romanzo omonimo di Raymond Queneau; sceneggiatura: L. Malle, Jean-Paul Rappeneau; fotografia: Henri Raichi; musica: Andrè Pontin, Fiorenzo Carpi; montaggio: Kenout Peltier; interpreti: Catherine Demongeot, Philippe Noiret, Vittorio Caprioli, Carla Marlier, Annie Fratellini, Jacques Dufilho; origine: Francia; produzione: Nouvelles Editions de Films; durata 88’ «Bimbetta di 10 anni arriva dalla provincia a Parigi e scopre la città, i suoi strani abitanti, il suo traffico folle. Ma il suo sogno è un viaggio in metropolitana. Nello spericolato tentativo di trasformare la comicità verbale del romanzo (1959) di Raymond Queneau in buffoneria visiva, Malle casca in piedi. Da godere a frammenti, in mezzo a un disordine premeditato e a molte invenzioni» (Morandini). Louis Malle utilizza il corpo e la voce di Vittorio Caprioli per le sue originali soluzioni visive. venerdì 4 ore 17.45 Le voci bianche (1964) Regia: Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa; soggetto e sceneggiatura: P. Festa Campanile, M. Franciosa, Luigi Magni; fotografia: Ennio Guarnieri; musica: Gino Marinuzzi Jr.; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Paolo Ferrari, Anouk Aimée, Vittorio Caprioli, Graziella Granata, Claudio Gora, Philippe Leroy; origine: Italia/Francia; produzione: Cinematografica Federiz, Franca Film, Francoriz Production; durata: 109’ «Nella Roma del Settecento, quand’erano in voga i cantori evirati, un giovane popolano finge di farsi castrare e fa carriera anche perché spopola, non solo con la voce, tra le belle aristocratiche. Una delle più impertinenti e spregiudicate tra le farse in costume degli anni ’60. La sceneggiatura (cui collaborò anche Luigi Magni) funziona, gli attori sono in forma, la cornice storica ha una sua fantasiosa eleganza. Sullo stesso tema, ma in tutt’altra chiave, fu fatto Farinelli - Voce regina (1994)» (Morandini). Una delle migliori interpretazioni di Vittorio Caprioli. ore 19.45 Il cinema del Csc Fragile (2005) Regia: Andrea Lodovichetti; soggetto e sceneggiatura: A. Lodovichetti, Mariano Di Nardo, Enrico Vannucci; fotografia: Alessandro Mezzani; montaggio: Beatrice Corti; scenografia: Marinella Perrotta; costumi: Virginia Gentili; suono: Andrea Sileo; musiche: Francesco Montesi; organizzatore: Enrico Finocchiaro: interpreti Luigi Diberti, Emanuela Mascherini; origine: Italia; produzione: Csc; durata 8’ Un trasloco improvviso, una casa vuota, un pianoforte. Un vecchio metronomo scandisce il tempo di un difficile rapporto tra un padre e una figlia ormai adulta. “Non posso fare a meno di detestare i miei genitori. È così triste dover sopportare chi ha i vostri stessi difetti” (Oscar Wilde). a seguire La manina di Fatma (ep. de I cuori infranti, 1963) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Giuseppe Patroni Griffi; fotografia: Marcello Gatti, musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Franca Valeri, Aldo Giuffrè, Paola Quattrini, Linda Sini, Dany Paris, Tino Buazzelli; origine: Italia; produzione: Ima film, Incei Film; durata: 45’ «La manina di Fatma è una bella piccola storia, che onora i primi anni ’60 per inventività, gusto e caratterizzazioni [...]. La storia appartiene a una sorta di “teatro dell’assurdo”, ovvero i fantasiosi e perfidi accorgimenti messi in atto da una manager di origine lombarda (poteva essere diversamente?), per di più autoritaria e supervigile intestataria di una sedicente “Organizzazione lunaparks viaggianti”, per impedire al suo compagno di lunga data di convolare a nozze con una ragazza (la volutamente svampita e insipida Paola Quattrini). [...]. Da notare la comparsata di Caprioli cui è affidata una sola folgorante battuta (“Cosa è successo? Non so, vogliono ammazzare una donna...”), sottolineata da tono un po’ effeminato. Il mediometraggio [...] abbonda di piccole invenzioni di sceneggiatura e di messa in scena, ha uno stile sciolto e una sicurezza di tenuta del set» (Pellizzari). a seguire Scusi, facciamo l’amore? (1968) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Enrico Medioli, Franca Valeri; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Pierre Clementi, Claudine Augier, Beba Loncar, Tanya Lopert, Martine Malle, Massimo Girotti; origine: Italia/Francia; produzione: Pea, Les Productions Artistes Associés; durata: 92’ «Il film è diretto in modo tutt’altro che banale, con tocchi e tagli visivi rapidi e sapienti, con tecnica modernissima e senza fronzoli: il risultato è senz’altro positivo sul piano della cornice (una Milano intima e segreta, cui si contrappone una Cortina grigia e noiosa, antinaturalistica) e in complesso raggiunge gli effetti voluti come commedia satirico-sociale [...]. La società milanese bersagliata dal regista ha naturalmente i tratti paradossali di tutti i quadri satirici e non pretende quindi di offrirci una realtà se non mediata; ma Caprioli ne ha avvicinato l’essenza con singolare intuito e, anche nel linguaggio (i “che bene!” e altri modi di dire), c’è un senso di genuina e originale interpretazione» (Solmi). ore 22.30 Splendori e miserie di Madame Royale (1970) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: da un’idea di V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Enrico Medioli, Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Ugo Tognazzi, Maurice Ronet, V. Caprioli, Jenny Tamburi, Maurizio Bonuglia, Felice Musazzi, Toni Barlocco; origine: Italia/Francia; produzione: Mega Film, Société Nouvelle de Cinématographie; durata: 103’ «Il film di Caprioli è il primo film “satirico di costume” della stagione ’70-’71. Satirico perché colpisce un vizio sociale; di costume perché allarga l’indagine a tutta una frangia di mondo che vive attorno o accanto a un certo vizio. Siamo infatti nei bassifondi dell’omosessualità romana, che celebra, tra le penombre delle auguste rovine, i suoi squallidi riti notturni in carnevaleschi travestimenti. Al centro, un personaggio, miserevole come gli altri, illuminato soltanto dalla fievole luce di una posticcia paternità, per servire la quale tradirà la conventicola di falsari e prosseneti in cui vive. La loro mafia lo eliminerà. [...] Splendori e miserie di Madame Royale è un “satirico di costume” in cui, per la prima volta, la satira non è facezia e il costume non è pagliacciata. È un film, per chi lo intende, malinconico e amaro; nel finale quel povero fagotto di stracci colorati che fu Madame Royale e che i sommozzatori depongono sul pontile è di un’indicibile tragicità» (Sacchi). sabato 5 ore 18.00 L’insegnante (1975) Regia: Nando Cicero; soggetto: Tito Carpi; sceneggiatura: T. Carpi, Francesco Milizia; fotografia: Giancarlo Ferrando; musica. Piero Umiliani; montaggio: Daniele Alabiso; interpreti: Edwige Fenech, Vittorio Caprioli, Alfredo Pea, Mario Carotenuto, Carlo Delle Piane, Alvaro Vitali; origine: Italia; produzione: Devon Film, Medusa Distribuzione; durata: 95’ «Primo, storico film della serie delle insegnanti, girato da Nando Cicero al suo meglio e scritto da Francesco Milizia. [...]. La situazione base è quella di Malizia, cioè la provincia siciliana, un padre arrapato, qui Caprioli, un ragazzino svogliato pronto all’amore, Alfredo Pea nel ruolo della sua vita, figlio di onorevole, una bella ragazza arrivata da fuori, appunto Edwige Fenech, che sconvolge la quiete familiare e cittadina. Da Malizia proviene pure Stefano Amato, amico grasso del protagonista samperiano Alessandro Momo. [...]. Ma si legano astutamente altri temi. La Fenech si porta dietro il successo delle prime commedie sporcaccione come l’Ubalda, ma soprattutto Giovannona Coscialunga. Infatti si chiama ancora Giovanna ed è presente Vittorio Caprioli come nel film precedente. Poi c’è la scuola, tema appena trattato da Federico Fellini in Amarcord. È da quel film che proviene Alvaro Vitali e tutto il vitalume successivo» (Giusti). ore 19.45 Cinema del Csc Soap opera (2004) Regia: Ulrik Brüel Gerber; soggetto e sceneggiatura; Serena Cervoni, Federico Fava, U. Brüel Gerber; fotografia: Andrea Spalletti; montaggio: Emily Greene; scenografia: Giovanna Cirianni; costumi: Alessandra Stella; suono: Nicola Sobieski; musica: Giovanni Cernicchiaro; organizzatore: Valerio Alessio Stati; interpreti: Paolo Baroni, Bruno Pavoncello; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 11’ Giacomino si divide tra il lavoro in un saponificio e la disastrosa convivenza con un pescivendolo rozzo e volgare. L’unica ragione di vita è un canarino a cui dedica tutte le sue attenzioni. a seguire Vieni, vieni, amore mio (1974) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto e sceneggiatura: V. Caprioli, Massimo Franciosa, Luisa Montagnana; dialoghi: Franca Valeri; fotografia: Silvano Ippoliti; musica: Riz Ortolani; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Imma Piro, Ciro Ippolito, Max Delys, Nina De Padova, Giancarlo Maestri, Rita Di Lernia; origine: Italia; produzione: Coralta Cinematografica; durata: 95’ «Vittorio Caprioli è nel nostro cinema un personaggio curioso, un artista intelligente che probabilmente è frenato dalla varietà dei suoi doni. È attore, regista e uomo spiritoso. Il suo nuovo film fa omaggio alla tradizione godereccia dell’Occidente e nel medesimo tempo tiene conto della sottile lezione appresa da Louis Malle quando interpretò il delizioso Zazie nel metrò, che non per nulla è una trascrizione del romanzo omonimo di Raymond Queneau. Caprioli gioca nel film tra umorismo nero e grassa risata, intenerendosi anche un po’ [...] sui casi di due sposini infelici in amore. [...] Una situazione come quella di Vieni, vieni, amore mio la si incontra in uno dei Contes drôlatiques di Honoré de Balzac. Anche stavolta l’effrazione avviene con soddisfazione dei tre interessati. Si tratta di storie ciniche, come si sa. Caprioli svolge la sua, di storia, senza eccedere nel cattivo gusto. L’ambiente di Napoli e dintorni, davvero splendente, aiuta al sorriso» (Bianchi). La camminata provocante di Imma Piro anticipa la ben più celebre passeggiata di Monica Bellucci, indimenticabile protagonista di Malena. Copia proveniente da Broadmedia Service - Ingresso gratuito ore 21.45 Diamanti sporchi di sangue (1978) Regia: Fernando Di Leo; soggetto e sceneggiatura: F. Di Leo; fotografia: Roberto Gerardi; musica: Luis Enriquez Bacalov; montaggio: Amedeo Giomini; interpreti: Claudio Cassinelli, Martin Balsam, Barbara Bouchet, Pier Paolo Capponi, Vittorio Caprioli; origine: Italia; produzione: Teleuropa International Film; durata: 110’ Arrestato per una rapina a causa di una soffiata, Guido Mauri trascorre cinque anni in prigione, meditando la vendetta contro il suo capo, che il giorno successivo alla rapina avrebbe dovuto consegnarli 40 milioni. Ma la verità ha mille facce. Film poco conosciuto di Di Leo, anche per la sua “invisibilità”, è invece una delle sue opere migliori: il regista pugliese disegna perfettamente i caratteri dei personaggi, descrivendo, come ne I padroni della città, il sottobosco della mala, con una sceneggiatura congegnata sulla tensione determinata da un imminente rendez-vous con la morte. Il tutto condito dalla consueta ironia e dalle superbe interpretazioni di Vittorio Caprioli e di uno straordinario Pier Paolo Capponi, in una delle migliori caratterizzazioni del cinema italiano. Cassinelli presta il suo volto cupo e malinconico al protagonista. domenica 6 ore 18.00 L’ultima scena (1988) Regia: Nino Russo; soggetto e sceneggiatura: N. Russo; fotografia: Giorgio Tonti; musica: Germano Mozzocchetti; collaborazione musicale: Francesco Marini; montaggio: Amedeo Giomini; interpreti: Marina Suma, Vittorio Caprioli, Aldo Giuffré, Bruno Colella, Sergio Solli, Giovanni Attanasio; origine: Italia; produzione: Luna Film, Istituto Luce - Italnoleggio Cinematografico, Rai; durata: 107’ «L’ultima scena, ovvero l’ultima sceneggiata, non è soltanto un elegiaco omaggio al teatro. Necessità, cioè basso costo, fa virtù per Nino Russo, che ha un’idea precisa di cinema. Ha ideato un’azione che, rispettando le classiche unità aristoteliche, si svolge in un teatro di Napoli, dove un anziano capocomico sta curando la prova generale di una sceneggiata. Arriva un anziano impiegato comunale di Acerra che vorrebbe proporre al regista un suo copione e, con un espediente antico come il teatro, è scambiato dall’altro per un famoso critico in incognito. A mo’ di tormentone quell’equivoco regge quasi tutta l’azione, che si svolge in platea e che s’alterna con quella che si recita sul palcoscenico. Il duetto malinconico Caprioli - Giuffrè è tutto godibile. Questo continuo scambio tra platea e palcoscenico, verità e finzione, realtà e illusione è governato da Russo con soffice sagacia e sfocia in un geniale colpo di scena» (Morandini). Uno dei tristemente famosi articoli 28, rifiutati dal mercato, ma in questo caso meritevole di ben altra fortuna. Un film da riscoprire. Nino Russo è un regista e autore teatrale che ha esordito al cinema con Il giorno dell’Assunta. ore 20.00 L’automobile (1971) Regia: Alfredo Giannetti; soggetto e sceneggiatura: A. Giannetti; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone; montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Anna Magnani, Vittorio Caprioli, Christian Hay, Donato Castellaneta, Renato Malavasi, Pupo De Luca; origine: Italia; produzione: Garden Cinematografica, Excelsior, Rai; durata: 89’ «Il sogno di Anna, una prostituta non giovanissima, è possedere un’automobile. Quando finalmente, patente in tasca, riesce ad averla, decide di inaugurarla con un breve viaggio ad Ostia. Là conosce un giovanotto, a cui decide di dare un passaggio per il ritorno, affidandogli la guida. Un banale incidente distruggerà l’auto e con lei i sogni della donna» (Poppi/Pecorari). «Girato per la Rai, terzo titolo della serie Tre donne (dopo La sciantosa e 1943: un incontro). La Magnani è capace di infondere vita e verità umana in un semplice bozzetto, e si avverte un divertimento genuino nei duetti con Caprioli» (Mereghetti). Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito ore 21.45 Stangata napoletana (La trastola) (1983) Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli, Augusto Caminito; sceneggiatura: V. Caprioli, A. Caminito, Elvio Porta; fotografia: Giulio Albonico; musica: Antonio Sinagra; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Treat Williams, Margaret Lee, Geoffrey Copleston, Regina Bianchi, Gigi Reder, Nando Murolo; origine: Italia; produzione: Rta, Rai; durata: 129’ «A Brooklyn, per vizio cardiaco, defunge il barone Vincenzo de Fonseca. La salma viene trasferita a Napoli, accompagnata dalla sua giovane vedova e attesa dall’aitante figlio, che poi si rivela essere un illegittimo. La vecchia villa di famiglia, oggetto dell’eredità (che, secondo testamento, toccherebbe alla donna, ma che in realtà – in pessime condizioni – è già proprietà del Comune di Castellamare), viene sontuosamente allestita per l’occasione ovvero per turlupinare la erede. [...]. Un po’ distratto nella direzione degli attori, un po’ stanco nel tenere le fila, un po’ troppo immerso nella luce e nel sapore mediterranei, il regista regge comunque lo sforzo e fa anche un po’ di giusta tenerezza, specie laddove al consueto cinismo subentra una giocosità non trattenuta» (Pellizzari). Treat Williams è doppiato da Stefano Satta Flores. Vittorio Caprioli si riserva un cameo: quello del travestito da vecchia bizzosa e svanita, che si finge la prima moglie del barone. lunedì 7 chiuso 8-13 gennaio Alessandro Blasetti, il primo Maestro del cinema italiano Seconda parte Seconda parte della retrospettiva dedicata ad Alessandro Blasetti nel ventennale dalla morte. Dopo aver proposto, a settembre, i film e i documentari diretti dal regista dal 1929 al 1945, periodo contrassegnato da una varietà di temi e di stili, che Blasetti riuscì sempre a infondere anche in opere realizzate in condizioni sfavorevoli, nella seconda parte prendiamo in considerazione il periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Il periodo del neorealismo e della commedia all’italiana, ma anche dei film ad episodi, dei mondo-movie, delle maggiorate, del divismo e del boom, l’ultima grande stagione del cinema italiano, nella quale Blasetti si pose sempre come un innovatore, lanciando attori, generi, perfino mode. È il Blasetti meno conosciuto, ma che con grande determinazione porta avanti una sua idea di cinema, mettendo la sua arte e la sua esperienza al servizio delle nuove leve, come fece per anni sui banchi del Centro Sperimentale di Cinematografia. Blasetti, soprattutto, sperimenta, osando, spesso, l’impossibile (paradigmatica fu la vicenda di Europa di notte, rifiutato da tutti i produttori) e destrutturando il plot narrativo con un linguaggio del tutto innovativo (la straordinaria modernità di Io, io, io… e gli altri), che pochi gli riconoscono. La retrospettiva, organizzata dalla Cineteca Nazionale, doveroso omaggio a uno dei padri fondatori del Csc, offre l’occasione per una riflessione sull’opera complessiva del regista, troppo presto dimenticato. Forse per la sua personalità dirompente che ha lasciato nel cinema italiano un segno inconfondibile, tracciando traiettorie e indirizzi, poi seguiti e imitati da tutti, ma di cui, evidentemente, non è facile ammettere la paternità. In realtà Blasetti non solo è stato il primo grande Maestro del cinema italiano, ma ne è stato anche uno dei padri fondatori, a partire dal film-spartiacque Sole, fino alle ultime prove degli anni Sessanta, sempre orientate dal desiderio di trovare nuovi orizzonti. La figura di Blasetti sarà approfondito nella tavola rotonda del 9 gennaio, alla presenza della figlia Mara e di critici e uomini di cinema che lo hanno conosciuto e apprezzato. martedì 8 ore 18.00 Un giorno nella vita (1945) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti, Cesare Zavattini; sceneggiatura: A. Blasetti, Cesare Zavattini, Mario Chiari, Anton Giulio Majano, Diego Fabbri; fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Elisa Cegani, Arnoldo Foà, Mariella Lotti, Dina Sassoli; origine: Italia; produzione: Orbis Film; durata: 117’ Un gruppo di partigiani per sfuggire ai tedeschi si rifugia in un convento. Dapprima le suore evitano qualsiasi contatto con loro, poi la necessità di soccorrere un ferito crea l’occasione per una maggiore comprensione. Il neorealismo secondo Blasetti che non rinuncia ad attori famosi e non scende per strada, chiudendo la macchina da presa all’interno di un convento, ma riesce a restituire e a riaffermare l’umanità che sopravvive a qualsiasi guerra. «Si osservi anche la perspicacia con cui il regista controlla e restringe il potenziale melodrammatico di Un giorno nella vita […] a beneficio di un’osservazione sfumata e minuziosa delle suore che sfilano davanti alla macchina da presa. Si apprezzi, inoltre, l’insolita curiosità che lo induce a scovare, sotto i panni severi e uniformanti di un ordine religioso, una soggettività e una femminilità non sopite, a dispetto degli esercizi adottati per il conseguimento di un assoluto distacco dai piaceri e dalle tribolazioni mondane» (Morandini). Il film fu prodotto dalla casa di produzione cattolica Orbis e costituisce uno dei casi di neorealismo di ispirazione religiosa, corrente che andrebbe approfondita. ore 20.00 Castel S. Angelo (1947) Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Ubaldo Marelli; musica: Alessandro Cicognini; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 9’ a seguire Il duomo di Milano (1947) Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 12’ a seguire La gemma orientale dei Papi (1947) Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Mario Craveri; musica: Enzo Masetti; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 14’ a seguire Ippodromi all’alba (1950) Regia: Alessandro Blasetti; fotografia: Giovanni Ventimiglia jr.; origine: Italia; produzione: Cofic; durata: 10’ a seguire Quelli che soffrono per voi… (1951) Regia: Alessandro Blasetti; commento: A. Blasetti; fotografia: Mario Damicelli; musica: Gino Marinucci jr.; montaggio: Mario Serandrei; origine: Italia; produzione: Quadrifoglio-Farmitalia; durata: 12’ a seguire Miracolo a Ferrara (1953) Regia: Alessandro Blasetti; origine: Italia; durata: 9’ ore 21.15 Fabiola (1948) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal romanzo Fabiola o la chiesa delle catacombe di Nicholas Wiseman; sceneggiatura: A. Blasetti, Jean-Georges Auriol, Antonio Pietrangeli, Diego Fabbri, Cesare Zavattini, Emilio Cecchi, Vitaliano Brancati, Corrado Pavolini, Suso Cecchi d’Amico, Umberto Barbaro, Mario Chiari, Lionello De Felice, Alberto Vecchietti; fotografia: Mario Craveri, Ubaldo Marelli; musica: Enzo Masetti; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Michèle Morgan, Henri Vidal, Elisa Cegani, Michel Simon, Gino Cervi, Massimo Girotti; origine: Italia; produzione: Universalia; durata: 164’ La storia di Fabiola, figlia di un senatore romano che viene assassinato perché intenzionato a dare la libertà ai suoi servi. Della sua morte vengono ingiustamente accusati e sottoposti a persecuzioni i cristiani, ma Fabiola si convince che non sono stati loro. Film dedicato, come recita un cartello nei titoli di testa, «agli offesi ai perseguitati alle vittime di ogni violenza», tratto dal celebre romanzo del cardinale Wiseman e sceneggiato da uno stuolo di sceneggiatori che coprivano l’intero “arco costituzionale”. Si pensava così di ovviare al forte “marchio” impresso dalla casa di produzione cattolica Universalia, guidata dal geniale Salvo D’Angelo, il quale mise in piedi la prima coproduzione italo-francese (poi non formalmente non ratificata anche se le quote nel cast sono rispettate e compaiono molto attori francesi). Una parte dei soldi devoluti per il film furono utilizzati da D’Angelo, con il consenso di Blasetti, per portare a termine La terra trema di Visconti, mentre per l’occasione fu restaurato i due teatro di posa del Centro Sperimentale di Cinematografia, dopo i bombardamenti della guerra, e uno fu costruito ex novo. Del resto, si trattava della prima superproduzione del dopoguerra ed ebbe un notevole successo al botteghino (primo posto negli incassi). Il film venne venduto a scatola chiusa in trenta Paesi prima che fosse terminato grazie ai nome delle persone coinvolte, la grandiosità dell’assunto e la qualità fotografica. Mario Verdone su «Bianco e Nero» difese il film dalle accuse (dovute, secondo Blasetti, all’eccessiva pubblicità attorno al film, agli elevati costi di produzione, al pregiudizio verso i film in costume e, non per ultimo, alla connotazione politica dell’operazione, dalla casa di produzione al contenuto stesso del film, fattori che impedivano un giudizio sereno sull’opera): «Ingiusta, inoltre, ci pare l’accusa di falsi e cartapeste che sarebbero molto evidenti in Fabiola: dove cuoi e metalli, vesti e armamenti, sono spesso autentici, tanto che proprio in tali voci è da ricercare una delle ragioni dell’alto costo del film. La tenacia e lo sforzo che hanno portato a termine questa complessa fatica non sono comuni e fuor di luogo ci appare qualunque immotivata svalutazione». mercoledì 9 ore 17.00 Tempi nostri (Zibaldone n. 2) (1954) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: da vari racconti del Novecento scelti da A. Blasetti e Suso Cecchi d’Amico; sceneggiatura: Ennio Flaiano, S. Cecchi d’Amico, Vasco Pratolini, A. Blasetti, Alessandro Continenza, Giorgio Bassani, Giuseppe Marotta, Eduardo De Filippo, Age & Scarpelli; fotografia: Gabor Pogany; musica: Alessandro Cicognini, G. C. Sonzogno, Gorni Kramer; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Yves Montand, Totò, Sophia Loren, Vittorio Caprioli; origine: Italia/France; produzione: Cines, Lux Film, Lux C.C.F.; durata: 110’ Film ad episodi sulla scia di Altri tempi, ispirato però a racconti contemporanei. «L’originalità e la ricchezza dell’operazione condotta da Blasetti possono essere adeguatamente apprezzate solo considerando i due zibaldoni nella loro integrità, cioè valutando la scelta del regista di presentare brevi, e talora brevissimi, racconti cinematografici in modo da far coesistere opzioni stilistiche e tonalità narrative assolutamente inconciliabili in un film dalla struttura tradizionale. […] Gli zibaldoni, insomma, appaiono un vero e proprio laboratorio di ricerca, estremamente ricco di sollecitazioni e anche un po’ caotico, in cui si incrociano e interagiscono modelli eterogenei di racconto, spunti tematici variegati, inedite combinazioni di attori, registri stilistici diversificati, tutti elementi destinati a essere riproposti da Blasetti nei suoi film successivi, o, addirittura, a divenire autentici motivi conduttori per il cinema italiano nel suo complesso» (David Bruni). Viene qui presentato senza l’episodio Scusi, ma…, disconosciuto da Blasetti. ore 19.00 Incontro moderato da Alfredo Baldi con Mara Blasetti, Carlo Caprioli, Callisto Cosulich, Brando Giordani, Luigi Di Gianni, Citto Maselli, Giuliano Montaldo, Gian Luigi Rondi, Piero Tosi, Tonino Valerii, Luca Verdone ore 21.00 Altri tempi (Zibaldone n. 1) (1952) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: da vari racconti dell’Ottocento scelti da A. Blasetti e Suso Cecchi d’Amico; sceneggiatura: Oreste Biancoli, A. Blasetti, Vitaliano Brancati, Gaetano Carancini, S. Cecchi d’Amico, Alessandro Continenza, Italo Dragosei, Brunello Rondi, Vincenzo Marinucci, Augusto Mazzetti, Filippo Mercati [Luigi Filippo D’Amico], Turi Vasile, Giuseppe Zucca; fotografia: Carlo Montuori, Gabor Pogany; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Aldo Fabrizi, Pina Renzi, Elisa Cegani, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Vittorio Caprioli; origine: Italia; produzione: Cines; durata: 126’ Film epocale per il cinema italiano. In un colpo solo Blasetti lancia la formula del film a episodi e inaugura il fenomeno delle maggiorate con l’episodio Il processo di Frine, interpretato da Gina Lollobrigida (accanto a uno splendido Vittorio De Sica). Ma, a detta della figlia Mara, Blasetti ha altri meriti. Nessun produttore credeva nel progetto di un film strutturato su tante piccole storie. Solo Carlo Civallero della Cines accettò di produrre il film, imponendo però come condizione che Blasetti girasse anche La fiammata. Blasetti pretese in cambio la presenza di De Sica, che rilanciò dopo un periodo difficile. Come dichiarato dallo stesso autore ne L’avventurosa storia del cinema italiano di Fofi-Faldini: «La verità è che il mio nome di attore non valeva più gran che prima che Blasetti mi offrisse quella parte di avvocatucolo napoletano, forse addirittura non valeva più nulla. Non so bene perché, forse mi si giudicava vecchio, forse la campagna scatenata contro di me quale autore di film neorealista produceva i suoi effetti proprio là, nel terreno della recitazione». Per le storie Blasetti si ispirò a vari racconti dell’Ottocento, dimostrando che dalle fonti letterarie anche il cinema italiano uscito dal dopoguerra poteva trarre ottimi spunti per film “moderni” (di lì a poco Visconti girerà Senso tratto dalla novella di Boito). E soprattutto risvegliando l’interesse per il cinema da parte degli scrittori. Inoltre, nell’idea di cinema di Blasetti il film a episodi permetteva ai produttori di lanciare senza rischi giovani registi, ai quali affidare un episodio accanto a quelli girati da grandi maestri. Una linea che, purtroppo, non fu seguita. «Altri tempi (1952) e Tempi nostri (1954) nascono da un consapevole progetto di politica culturale e scaturiscono entrambi dalla proposta di offrire originali soluzioni – narrative e produttive – al nostro sistema cinematografico» (David Bruni). Ingresso gratuito giovedì 10 ore 18.00 La fiammata (1952) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal dramma omonimo di Henry Kistemaekers; sceneggiatura: Vitaliano Brancati, Leonardo Benvenuti, Filippo Mercati, A. Blasetti; fotografia: Carlo Montuori; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mauro Serandrei; interpreti: Eleonora Rossi Drago, Amedeo Nazzari, Elisa Cegani, Carlo Ninchi, Rolf Tasna, Roldano Lupi; origine: Italia; produzione: Cines; durata: 83’ Nel secolo scorso, in Francia, una donna si batte per dimostrare l’innocenza del marito, accusato di omicidio. Film poco amato da Blasetti («Con La fiammata avrei dimostrato che nemmeno una sufficiente regia può sollevare il livello di un testo mediocre), che lo accettò in cambio della possibilità di avere De Sica in Altri tempi, ma che si fa apprezzare per le scenografie di Mario Chiari e i costumi di Maria De Matteis e per l’energica interpretazione di Eleonora Rossi Drago. Nel film compaiono Mario Scaccia, Sergio Tofano, Delia Scala e Gustavo Serena, grande regista del muto. ore 19.30 La lepre e la tartaruga (ep. de Le quattro verità, 1962) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla favola omonima di Jean de La Fontaine; sceneggiatura: A. Blasetti, Suso Cecchi d’Amico; fotografia: Carlo Di Palma; musica: Carlo Savina; montaggio: Giuliana Tauger; interpreti: Monica Vitti, Sylva Koscina, Rossano Brazzi, Gianrico Tedeschi, Mario Passante; origine: Italia/Francia/Spagna; produzione: Ajace Cinematografica, Euro International Films, Franco London Film, Madeleine Films, Hispaner Film; durata: 34’ Una moglie tradita cerca di riconquistare il marito. Blasetti adatta la favola di La Fontaine in sentimentale giocando sul tema della seduzione e sui tempi dell’amore. Grande prova di Monica Vitti, lanciata in un ruolo brillante da Blasetti dopo le esperienze da attrice drammatica con Antonioni. Gli altri episodi sono diretti da Luis Garcia Berlanga, Hervé Bromberger e René Clair. a seguire Prima comunione (1950) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Cesare Zavattini; sceneggiatura: A. Blasetti, C. Zavattini, Suso Cecchi d’Amico; fotografia: Mario Craveri; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Aldo Fabrizi, Gaby Morlay, Ludmilla Dudarova, Lucien Baroux, Enrico Viarisio, Andreina Mazzotti; origine: Italia/Francia; produzione: Universalia, Franco London Film; durata: 90’ Il giorno della prima comunione della figlia si trasforma per il commendator Carloni in una serie interminabile di incidenti e imprevisti. Cameo di Louis De Funès nella parte di un prete. «Con Prima comunione, ennesimo appello alla bontà e alla comprensione tra gli uomini, Blasetti si misura con la commedia. Ma tratta il genere i modo affatto diverso dai “neorealisti rosa” che di lì a poco si sarebbero imposti con Due soldi di speranza (1952) e i vari Pane, amore… La vicenda, girata quasi in tempo reale, è estremamente stilizzata e procede a ritmo di balletto, in una sorta di frenetica corsa contro il tempo scandita da tutta una serie di gag – non a caso si è fatto il nome di René Clair. Inoltre Blasetti […] sottopone ad una satira corrosiva gli egoismi, le meschinità, la necessità di apparire ma non di essere, che sono tipici del mondo borghese, personificato dal perfetto parvenu commendator Carloni, fino a mettere sotto accusa il cattolicesimo ipocrita e di facciata di tutto il popolo» (Gori). Blasetti, dopo aver impiegato attori presi dalla strada in tempi non sospetti (Sole e 1860), in antitesi al neorealismo chiama a interpretare Prima comunione tutti attori professionisti e il film segna il passaggio dal neorealismo alla commedia all’italiana. Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna ore 22.00 Amore e chiacchiere (Salviamo il panorama) (1957) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Cesare Zavattini; sceneggiatura: C. Zavattini, Alessandro Blasetti, Isa Bartalini; fotografia: Gabor Pogany; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Vittorio De Sica, Gino Cervi, Carla Gravina, Geronimo Meyner, Elisa Cegani, Alessandra Panaro; origine: Italia/Spagna; produzione: Electra Compagnia Cinematografica, Ariel Film; durata: 92’ Un ricco industriale si oppone alla costruzione di un ospizio che deturperebbe il panorama ammirabile dalla sua villa, cercando di vincere la resistenza del vicesindaco. Altra commedia di caratteri di Blasetti, «percorsa da una vena di satira politica indirizzata contro le “chiacchiere” dei vecchi, contro la vuota retorica delle molte parole e dei pochi fatti della generazione più anziana. […] Per contro, si avverte una partecipazione piena di affetto ai problemi delle nuove generazioni» (Gori). Per Blasetti è il suo film che «meglio riflette i difetti degli italiani». venerdì 11 ore 18.00 Liolà (1963) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla commedia omonima di Luigi Pirandello; sceneggiatura: Sergio Amidei, Elio Bartolini, Adriano Bolzoni, Carlo Romano, A. Blasetti; fotografia: Leonida Barboni, Tonino Delli Colli, Carlo Di Palma; musica: Carlo Savina; origine: Italia/Francia; produzione: Film Napoleon, Federiz, Francinex, Franco London Film; durata: 101’ Il seduttore siciliano Liolà passa di conquista in conquista, trovandosi coinvolto in situazioni intricate e portando a casa il frutto dei suoi amori (cinque figli da donne diverse). Il cremonese Tognazzi nella parte di un siciliano è fuori ruolo e la trasposizione della commedia di Pirandello non decolla. ore 20.00 Peccato che sia una canaglia (1954) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal racconto Il fanatico di Alberto Moravia; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Ennio Flaiano, Alessandro Continenza; fotografia: Aldo Giordani; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Umberto Melnati, Margherita Bagni, Walter Bartoletti; origine: Italia; produzione: Documento Film; durata: 95’ Un tassista conosce una ragazza, figlia di un ladro di valigie e dedita anche lei al furto, insieme a due compari. I tre orchestrano un colpo ai danni del tassista sfruttando la bellezza e le doti di seduzione della ragazza, ma il tassista s’invaghisce veramente di lei. Blasetti lancia la coppia per eccellenza del cinema italiano, LorenMastroianni, optando per la commedia di caratteri: «Prima crea dei personaggi con un loro carattere, poi da questi caratteri fa dipendere l’azione; quindi stabilisce che a prendere l’iniziativa sia il personaggio femminile […]; infine sceglie l’happy end programmatico. È questo, detto in maniera assai schematica, il modello blasettiano di commedia» (Gori). «Il film si articola su un ritmo vivacissimo in cui l’assoluta pulizia formale, il gusto di molte situazioni narrative e la perizia della interpretazione concorrono a creare un equilibrio e una spigliatezza non comuni» (Ghelli). ore 22.00 La fortuna di essere donna (1955) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: Suso Cecchi d’Amico, Ennio Flaiano, Alessandro Continenza; sceneggiatura: S. Cecchi d’Amico, E. Flaiano, Alessandro Continenza, A. Blasetti; fotografia: Otello Martelli; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Charles Boyer, Elisa Cegani, Nino Besozzi, Titina De Filippo; origine: Italia/Francia; produzione: Documenti Film, Le Louvre Film; durata: 100’ Una ragazza è disposta a tutto pur di entrare nel mondo del cinema. A tal fine si lega a un fotografo, non meno cinico e spregiudicato, finché fra di loro scatta la scintilla che cambia i loro piani. Dopo Peccato che sia una canaglia, altra grande occasione per la coppia nascente Loren-Mastroianni. «Con La fortuna di essere donna Alessandro Blasetti ha ritentato la via del successo mediante la commedia di costume che aveva già trovato in lui un efficace illustratore in Peccato che sia una canaglia e, prima ancora, in Prima comunione. Non è una novità il dire che Blasetti è uno dei nostri registi più sicuri, un attento osservatore della società contemporanea, un interprete estroso e spesso geniale di tutti quei fermenti di vita suscettibili di essere rivelati al fuoco della macchina da presa» (Solmi). sabato 12 ore 16.15 Europa di notte (1959) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto e sceneggiatura: Gualtiero Jacopetti, Ennio De Concini; interpreti: Coro D’Ucraina, Danzatori ucraini “Orly”, Croq Messieurs, Le Carousel Quintero, The Platters, Domenico Modugno; fotografia: Gabor Pogany; musica: Carlo Savina; montaggio: Mario Serandrei; voce: Corrado Mantoni (non accreditato); origine: Italia; produzione: Aversa Film, Avers Film; durata: 98’ «Nel mettere il cinema al servizio di altre forme di spettacolo per conservarne la memoria, Blasetti da una parte dimostra una perfetta coscienza dell’incipiente tecnica televisiva (il film è costruito come una diretta tv, non più opera unitaria, bensì assemblaggio di frammenti) e dall’altra coglie con perfetto tempismo gli umori dell’Italia del boom: i primi sussulti del rock and roll, ma soprattutto i primi brividi del sesso come svago collettivo notturno. Nonostante la censura, saranno proprio le sequenze degli spogliarelli, soprattutto quelli del Crazy Horse, acme del binomio erotismo-esotismo, a dare origine al filone cinematografico sexy che cominciò a imperversare nelle sale negli anni Sessanta. Dal punto di vista del costume, Europa di notte contribuì all’“allineamento dell’Italia con gli altri paesi dell’Occidente sviluppato”, dal punto di vista tecnico, vanno sottolineate l’elaborazione dell’inquadratura, la ricerca sul colore (direttore della fotografia è Gabor Pogany) e il lavoro sul ritmo frutto del montaggio di Mario Serandrei» (Mereghetti). Come già accaduto per Altri tempi, anche Europa di notte fu un progetto osteggiato dai produttori, che non colsero le potenzialità del film, salvo poi lanciarsi, dopo il successo clamoroso al botteghino, in una serie infinita di prodotti di imitazione. A produrre il film fu Fabio Jegher, uno dei fondatore della Sisal, che voleva investire dei soldi nel cinema e realizzò così, dopo il lancio del Totocalcio, un secondo grande fenomeno popolare, tipicamente italico. ore 18.00 Io amo, tu ami… (1961) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti; sceneggiatura: Luigi Chiarini, Carlo Romano, Antonio Savignano, A. Blasetti; fotografia: Aldo Tonti; musica: Carlo Savina; montaggio: Tatiana Casini; origine: Italia/Francia; produzione: Dino De Laurentiis, Orsay Film; durata: 105’ Panoramica degli spettacoli incentrati sul tema dell’amore da Parigi a Mosca. Ideale prosecuzione di Europa di notte, con una struttura più articolata e qualche episodio della vita reale (compare anche Giuliano Gemma). «Blasetti è uno dei pochi cineasti italiani capaci di allestire uno spettacolo che sia nel contempo piacevole e stimolante. […] «Quanto ci viene presentato appartiene a una selezione sorretta da un gusto coltivato […] da un umorismo cordiale e sanguigno, e da una sapienza cinematografica, la quale tocca punte di intima vibrazione in quella serie di ritratti di volti femminili» (Argentieri). Primo film italiano girato in Russia. ore 20.00 Io, io, io… e gli altri (Conferenza con proiezione) (1966) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: A. Blasetti; sceneggiatura: A. Blasetti, Carlo Romano, Age & Scarpelli, Adriano Baracco, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Lianella Carell, Suso Cecchi d’Amico, Ennio Flaiano, Giorgio Rossi, Libero Solaroli, Vincenzo Talarico; fotografia: Aldo Giordani; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Tatiana Casini; interpreti: Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Silvana Mangano, Nino Manfredi; origine: Italia; produzione: Cineluxor, Rizzoli Film; durata: 112’ Un giornalista decide di condurre un’inchiesta sull’egoismo umano, però man mano che l’inchiesta procede l’atto d’accusa si trasforma in una presa di coscienza e in una confessione. «Ho voluto fare un film che fosse una specie di lezione conclusiva sui danni e sui guasti dell’egoismo, che è all’origine dell’intolleranza e dell’odio» (Blasetti). Film di grande (post) modernità in cui Blasetti rinnova il linguaggio cinematografico, sostenuto da un intonato Walter Chiari in una delle sue migliori interpretazioni. ore 22.00 La ragazza del bersagliere (1967) Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dalla commedia La fidanzata del bersagliere di Edoardo Anton; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Romano, A. Blasetti; fotografia: Armando Nannuzzi; montaggio: Tatiana Casini; interpreti: Graziella Granata, Antonio Casagrande, Vittorio Caprioli, Rossano Brazzi, Leopoldo Trieste, Tony Renis; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 107’ Una ragazza s’innamora di un bersagliere, il quale, però, perde la vita. Dall’alto continuerà a vegliare su di lei. «Blasetti è un regista tanto sicuro di sé che può permettersi il lusso di fare quello che vuole quando si trova dietro la macchina da presa […]. Guardate come ha messo sotto torchio i suoi interpreti: dalla splendida Graziella Granata, spontanea, immediata, convincente, ad Antonio Casagrande, verosimile, spavaldo, quasi sempre credibile […]. Accanto a loro sono da ricordare, e da lodare senza riserve, un ottimo Caprioli, un’efficace Franca Valeri, un colorito Rossano Brazzi» (Talarico). Piccolissima parte per Gigi Proietti, in una delle sue prime interpretazioni. Copia proveniente dalla Cineteca di Bologna domenica 13 Blasetti e la tv ore 17.00-23.00 Una giornata dedicata al Blasetti televisivo con proiezioni di programmi realizzati dal Maestro. «Blasetti è stato se non il primo, uno dei primi registi italiani di cinema a lavorare per la televisione. Debuttò nel 1962 con La lunga strada del ritorno. Ma nel suo lavoro la presenza del nuovo medium era avvertibile, almeno a livello sintomatico, sin dalle antologie documentaristiche e con ogni probabilità ancor prima, con i film ad episodi. Fisicamente, inoltre, la televisione appariva già all’inizio di Tempi nostri, poi in Amore e chiacchiere e Europa di notte. Così sembra abbastanza logico, quasi naturale, che Blasetti si cimenti precocemente – come di lì a poco farà un altro grande del cinema italiano, Rossellini – col nuovo medium. C’è anche un’altra ragione a spingerlo: se il cinema è per lui essenzialmente uno spettacolo “destinato alla grande folla” ancor di più lo è la televisione. “Milioni di italiani – dice Blasetti – ogni sera sono “visitati” dalla televisione: e questi sono la grande massa”. Ad informare questa massa dovrà essere diretto il lavoro del regista. Le premesse di Blasetti hanno qualche analogia con quelle di Rossellini, ma ne divergono in fase realizzativa. Entrambi scelgono il campo dell’informazione come terreno privilegiato, ma Rossellini lavora nella fiction mentre Blasetti opta per il documentario e il film di montaggio, sconfinando solo due volte nel campo della finzione, con Racconti di fantascienza (1978) e Napoli 1860: La fine dei Borboni (1970), un ritorno alle tematiche di 1860 che vuol essere anche una sorta di “controstoria”, tesa a ridimensionare i luoghi comuni storici sui Borboni. Storie sull’emigrazione (1972), invece, è un film di montaggio estremamente interessante che mescola documento e fiction; il resto è solo “documento”: dal ben riuscito La lunga strada del ritorno, che incrocia brani documentari sulla guerra a interviste coi combattenti che vi avevano preso parte, al piuttosto agiografico Gli italiani del cinema italiano (1964), a Venezia: una mostra per il cinema (1981)» (Gori). Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito ore 16.30 Storie sull'emigrazione - 1^ puntata (1972, 60') ore 17.30 La lunga strada del ritorno (1962, 134') ore 20.00 Racconti di fantascienza - 1^ puntata (1978, 52') ore 21.00 Il mio amico Pietro Germi (1980, 99') ore 22.45 Gli italiani del cinema italiano - 1^ puntata (1964, 64') lunedì 14 chiuso martedì 15 (In)visibile italiano. Le metropoli del crimine Nuovo appuntamento con (In)visibile italiano e la riscoperta di film del cinema italiano meno conosciuti, ma meritevoli di essere (ri)visti. Questo mese proponiamo tre film dell’anno di grazia (per il cinema italiano) 1976, in pieno boom del poliziesco all’italiana, quando il disagio sociale trova immediata espressione in pellicole crude ed efferate, ma spesso venate da una malinconia e da un’ironia, meritevoli di maggiore considerazione. Com’è il caso dei film proposti in quest’occasione, in cui giungono gli echi del cinema d’oltreoceano (la Cia in Genova a mano armata, la mafia americana in Con la rabbia negli occhi), modello di riferimento per storie di pura azione. E il segno del cinema americano è ancor più presente nel cast dei film, interpretati da star hollywoodiane come Yul Brinner o da vecchie glorie come Mel Ferrer e Martin Balsam o giovani rampanti come Tony Lo Bianco, e nell’occhio della macchina da presa che ritrae le metropoli del crimine, Genova, Roma e Napoli, in modi completamente differenti da quelli abituali. Le tre città svelano i loro angoli più reconditi al servizio di storie avvincenti, dense di colpi di scene: ultimi fuochi di un cinema italiano che stava perdendo la capacità di tenere lo spettatore con il fiato sospeso. ore 18.00 Genova a mano armata (1976) Regia: Mario Lanfranchi; soggetto e sceneggiatura: M. Lanfranchi; fotografia: Federico Zanni; musica: Franco Micalizzi; montaggio: Daniele Alabiso; interpreti: Tony Lo Bianco, Adolfo Celi, Maud Adams, Howard Ross [Renato Rossini], Fiona Florence [Luisa Alcini], Yanti Somer; origine: Italia; produzione: Intervision; durata: 93’ Un agente radiato dalla Cia apre a Genova un’agenzia investigativa e viene incaricato di indagare sulla morte di un armatore. La sua vita è appesa a un filo. Secondo Marco Giusti «il più fine dei poliziotteschi girati a Genova». Grandi duetti fra Tony Lo Bianco e Adolfo Celi in un film che restituisce interamente il fascino cinematografico di Genova. Lanfranchi, grande regista di opere liriche, lasciò un segno anche nel cinema con questo film e con il western Sentenza di morte. ore 20.00 Con la rabbia agli occhi (1976) Regia: Anthony M. Dawson [Antonio Margheriti]; soggetto: Pier Luigi Andreani, Leila Bongiorno; sceneggiatura: Guido Castaldo, Giacomo Furia; fotografia: Sergio D’Offizi; musica: Guido e Maurizio De Angelis; montaggio: Mario Morra; interpreti: Yul Brinner, Massimo Ranieri, Barbara Bouchet, Martin Balsam, Giancarlo Sbragia, Giacomo Furia; origine: Italia; produzione: Giovine Cinematografica; durata: 98’ Un killer della mafia viene mandato dall’America a Napoli per eliminare un boss. Un giovane che vive di espedienti fa di tutto per lavorare con lui. «L’idea di inserire Y. Brinner e M. Ranieri in una storia di mafia sembra azzardata, ma funziona. Il mestiere di A. Dawson (all’anagrafe Antonio Margheriti) tiene in piedi il film» (Morandini). «Antonio aveva un ottimo ricordo di questo film, di cui teneva un manifesto 140 x 70 incorniciato nel suo studio. Un manifesto con il titolo inglese “Death Rage”, perché una sola cosa non gli era mai piaciuta e non gli andava giù, la scelta del titolo da parte del distributore italiano: “Un titolo privo di senso, deviante e completamente fuori film...” diceva, e scherzosamente, quando ne parlava, aggiungeva: “Con la rabbia agli occhi, la puzza al naso, e le pezze al cu....”, ma Antonio amava questo suo figliolo, ed era orgoglioso di averlo fatto, anche se per la sua natura modesta e scherzosamente denigratoria del suo lavoro, lo prendeva in giro» (Edoardo Margheriti dal sito www.antoniomargheriti.com). ore 21.45 L’avvocato della mala (1976) Regia: Alberto Marras; soggetto: A. Marras; sceneggiatura: A. Marras, Vittorio Vighi, Claudio Fragasso, Antonio Cucca; fotografia: Angelo Bevilacqua; musica: Ubaldo Continiello; montaggio: Amedeo Giomini; interprete: Ray Lovelock, Mel Ferrer, Lilli Carati, John Steiner, Umberto Orsini, Gabriele Tinti; origine: Italia; produzione: T.D.L. Film, Angry Film; durata: 95’ A Roma un giovane avvocato, costretto a lavorare per un boss, si trova implicato in loschi affari. Alberto Marras, al suo esordio come regista, era un direttore di produzione, molto attivo nel cinema di genere (Il poliziotto è marcio di Di Leo, Uomini si nasce, poliziotti si muore di Deodato, di cui è coautore del soggetto). «Unico, interessantissimo (per noi) film di Alberto Marras. […] Da trovare. In lavorazione come L’avvocaticchio (sarebbe stato un grandissimo titolo)» (Giusti). mercoledì 16 Presentazione del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo) Altra occasione per riparlare e rivedere un comico unico come Totò. Il pretesto è la presentazione di un cofanetto contenente tre film con Totò per la regia del mai troppo compianto Fernando Cerchio. Studente dell’Accademia di Belle Arti, s’interessa di cinema partecipando a ben quattro edizioni dei Littoriali con film sperimentali realizzati a passo ridotto. Nel 1936 Cerchio realizza un breve film a disegni animati: Notturno. S’iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, frequentando i corsi di regia tenuti da Alessandro Blasetti e contemporaneamente collabora a riviste specializzate (fra cui «Cinema»). Dal 1938 al 1943 lavora come montatore presso l’Istituto Luce e dirige alcuni documentari. Il suo primo lungometraggio lo realizza durante il periodo di Salò (La buona fortuna). Nell’immediato dopoguerra alterna l’attività di documentarista (suo è Aldo dice 26 x 1, documentario sulla vita partigiana) a lungometraggi a soggetto di svariati genere: da Gente così (1949), in cui tra gli sceneggiatori appare anche Giovanni Guareschi, che anticipa per estetica e contenuti la saga di Don Camillo, e Il bivio (1950), uno dei primi polizieschi italiani. I tre film interpretati da Totò contengono un’inconsueta ambientazione, estranea al mondo del grande comico napoletano. In Totò e Cleopatra (1963), Totonno (Totò), a causa della sua incredibile somiglianza con Marco Antonio, si trova incastrato tra Cleopatra e le mille peripezie dell’Impero Romano. Il dvd contiene come extra l’intervista a Fernando Cerchio. Totò contro Maciste (1962) è invece una parodia del genere peplum allora molto in voga e vede duettare il grande comico napoletano con un altro attore brillante partenopeo, Nino Taranto, già suo partner in altre occasioni. Il film, diretto da Fernando Cerchio, che del peplum fu uno dei principali artefici, racconta la storia della sfida tra Totenkamen e Maciste che sta invadendo la città di Tebe. Irresistibili alcuni momenti del film in cui Totò, alla corte del faraone, deve dimostrare di essere l’uomo più forte del mondo. Totò contro il pirata nero (1964) è una parodia del film d’avventura, pieno di gag surreali, e ottimo pretesto per consentire a Totò di scatenarsi con la sua verve e la sua gestualità irrefrenabile. Oltre all’imponente Mario Petri nei panni del cattivo pirata, di contorno c’è una schiera di collaudate spalle di Totò: Giacomo Furia, Aldo Giuffré e il fido Mario Castellani. Per Totò contro Maciste e Totò contro il pirata nero ci sono come extra due interviste ad Aldo Giuffré. Oltre alla presentazione del cofanetto con i due studiosi, esperti di Totò, Goffredo Fofi e Tatti Sanguinetti, è prevista una proiezione di un film particolare come La mandragola (1965) di Alberto Lattuada con un inedito Totò, di provenienza della Cineteca Nazionale, e, a sorpresa, del dvd di uno dei tre film del cofanetto targato Minerva Raro Video. ore 17.30 La mandragola (1965) Regia: Alberto Lattuada; soggetto: dalla commedia omonima di Niccolò Machiavelli; sceneggiatura: Luigi Magni, Stefano Strucchi, A. Lattuada; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Gino Marinuzzi jr.; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Rosanna Schiaffino, Philippe Leroy, Jean-Claude Brialy, Romolo Valli, Armando Bandini, Totò; origine: Italia/Francia; produzione: Arco Film, Lux C.C.F.; durata: 102’ «Dalla commedia in 5 atti (1518) di Niccolò Machiavelli: per ottenere l’amore della bella Lucrezia, l’astuto Callimaco si fa passare, con l’aiuto del mezzano Ligurio, per un famoso dottore e convince messer Nicia, suo marito, che avrà un figlio se berrà una pozione di mandragola (o mandragora, pianta delle Solanacee), ma che avrà morte certa se giacerà con lei subito dopo: bisogna trovare un poveraccio (che sarà egli stesso, travestito) che si presti all’opera. Con un occhio alla moda “boccacesca”, quella del film in costume un po’ sporcaccione, degli anni ’60 e l’altro (quadrato) alla razionalità di Machiavelli, Alberto Lattuada ha fatto un lavoro di discreta eleganza e di raffinato erotismo. Spiccano tra i personaggi il Nicia di Romolo Valli cui il regista e i suoi sceneggiatori prestano un’ambigua consapevolezza, inesistente nel testo originale, e un inedito Totò come fra’ Timoteo» (Morandini). ore 19.00 Proiezione a sorpresa di uno dei tre film del Cofanetto Totò (Minerva Rarovideo) Ingresso gratuito ore 21.00 Presentazione del Cofanetto Totò con Goffredo Fofi e Tatti Sanguinetti 17-18 gennaio Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone Se attualmente esiste una rivista cinematografica che è riuscita a far riemergere, con pignola attenzione filologica, un certo cinema italiano ingiustamente sommerso, il suo nome è «Nocturno Cinema». Uno dei suoi cavalli di battaglia è stata la riscoperta di un cineasta molto particolare ed eccentrico come Alberto Cavallone, fino ad allora ingiustamente sottovalutato o nel peggiore dei casi dimenticato. A riassumere la sua estetica cinematografica e a finalmente rendere giustizia al suo cinema sono stati i fondatori di «Nocturno Cinema», Manlio Gomarasca e Davide Pulici: «Per Alberto Cavallone lo sguardo è crudele, che significa essere spietati nel mettere in scena le contraddizioni della realtà, nell’accettare in maniera totale gli stimoli feroci di ciò che ci circonda adeguando ad essi un linguaggio cinematografico che si fa omogeneo a quel che racconta: crudo, provocatorio, esasperato, ma capace altresì di recuperare la limpida purezza di sguardo del fanciullo che per Cavallone coincide sempre con la dimensione altra, e sacra, della realtà». Da qui il titolo di questo breve omaggio attraverso la proiezione delle sue pellicole più rare (ma quasi tutto il suo cinema è pressoché invisibile) e una tavola rotonda per far tornare alla luce, nell’antica accezione “cinetecaria”, opere cinematografiche complesse e indefinibili. La rassegna Controcorrente: Lo sguardo crudele di Alberto Cavallone, curata dalla Cineteca Nazionale insieme a Manlio Gomarasca e Davide Pulici («Nocturno Cinema»), vuole essere l’inizio di una serie di appuntamenti dedicati a cineasti dallo sguardo cinematografico eccentrico, che «hanno vissuto nello stesso periodo, che significa essere parte culturale e sociale del cinema italiano degli anni ’70 e ’80, anni in cui il cinema era ancora un mezzo di comunicazione di massa, capace di incidere nella realtà, di far sognare e divertire». Alla tavola rotonda del 17 gennaio parteciperanno Maria Pia Luzi alias Jane Avril, compagna per molti anni di Alberto Cavallone nonché protagonista di Afrika, Zelda e Spell, Maurizio Centini, direttore della fotografia di gran parte dei film di Alberto, da Le salamandre a Blue Movie, Pier Latino Guidotti, produttore di Afrika e amico di Cavallone, e per finire Danilo Micheli, l’interprete di Blow Job. Quasi tutte le citazioni sono state tratte da Nocturno dossier. Controcorrente: Il cinema milanese di Eriprando Visconti, Cesare Canevari, Alberto Cavallone, tranne la scheda del film Blow Job, tratta dal numero 65 di «Nocturno Cinema», dicembre 2007. giovedì 17 ore 17.30 Blue Movie (1978) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Maurizio Centini; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Danielle Dugas, Claude Maran, Dirce Funari, Leda Simonetti, Giovanni Brusatori; origine: Italia; produzione: Anna Cinematografica; durata: 90’ «Claudio è un fotografo la cui mente è rimasta segnata dagli orrori cui ha assistito durante la guerra, vive in una dimensione allucinata dove realtà e fantasia convivono senza soluzione di continuità. [...] Blue Movie, fin dal titolo, esplicita i suoi riferimenti: da una parte Blue Movie di Andy Warhol [...], dall’altro Sweet Movie di Dusan Makavejev. Il sesso, anzi il porno nell’epoca della riproducibilità tecnica e in quella del consumismo. [...]. Sui titoli di testa, viene enunciata l’equivalenza tra scatti della macchina fotografica e spari di pistola: la violenza della visione, del sesso, della società capitalista. Neanche Blow-up e Zabriskie Point sono passati invano. È un soggetto più interessante, si chiede il protagonista, una lattina di CocaCola o una donna nuda?» (Pezzotta). Versione in lingua inglese ore 19.10 Spell (Dolce mattatoio, 1977) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Giovanni Bonicelli; musica: Claudio Tallino; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Jane Avril, Martial Boschero, Angela Doria, Emanuele Guarino, Macha Magall, Aldo Massasso; origine: Italia; produzione: Stefano Film; durata: 98’ «Spell rappresenta la “summa” dell’opus di Cavallone, il suo lancinante punto di non ritorno: Spell (Dolce mattatoio) come Salò o le 120 giornate di Sodoma. Si sa dell’amore del regista per Isidore Ducasse, il conte di Lautréamont, autore de I canti di Maldoror, l’opera dalle cui nere pagine è nato il Surrealismo: ecco, ad un primo acchito (distratto) la visione di Spell può provocare quella sensazione di stordimento che si prova sfogliando il suddetto libro. [...] Ma lo spettatore che già conosce il suo modus operandi troverà sempre un punto d’appoggio, una guida che lo condurrà fra le macerie, perché Cavallone è regista austero e lucidissimo. [...] Il disincanto di Marcuse, l’occhio di Bataille, la fisicità radicale della body art: tutte frecce nell’arco di Alberto Cavallone, entomologo di una brulicante società che ha scelto un modesto declino da Basso Impero come proprio mortuario vessillo. A commento di questa “piccola apocalisse” il vitreo sguardo di un gallo (un rimando al silenzio della giraffa che chiude Il fantasma della libertà di Buñuel?) costretto ogni mattina a dare inizio alle danze» (Bruni). ore 21.00 Tavola rotonda moderata da Manlio Gomarasca e Davide Pulici con Jane Avril, Maurizio Centini, Pier Latino Guidotti, Danilo Micheli Nel corso della tavola rotonda verrano presentati il nuovo numero della rivista «Nocturno cinema» e il dvd della Next Video di Spell (Dolce mattatoio). ore 22.00 Blow-Job - Soffio erotico (1980) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Maurizio Centini; musica: Ubaldo Continiello; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Danilo Micheli, Anna Massarelli, Anna Bruna Cazzato, Mirella Venturini, Valerio Isidori, Antonio Mea; origine: Italia; produzione: Anna Cinematografica; durata: 78’ «Quante aspettative, quante curiosità attorno a Blow Job nei pomeriggi consumati in casa a bere liquori scadenti con Alberto Cavallone. [...] Certo, la locandina pittorica era allucinante: due grosse labbra rosse e carnose dentro le quali, stilizzate, le figure di un uomo e una donna impegnati nella pratica sessuale evocata nel titolo. Alberto ci disse che il film era poverissimo, che aveva avuto dei problemi produttivi e aveva cambiato direzione durante le riprese [...] ma che fonte di ispirazione era stato nientemeno che Carlos Castaneda e che il titolo pensato in origine era La strega nuda. [...] Finalmente grazie alla Cineteca Nazionale [...] abbiamo toccato con mano la vera consistenza di Blow Job [...]. Consistenza un po’ spugnosa che rende difficile vedere e seguire il film di Alberto [...]. Ovviamente la copia censura depositata in Cineteca è la versione soft del film epurata dalle scene di sesso esplicito. [...] Perché se anche è vero che il film di Alberto è sicuramente un gradino sotto alle sue precedenti opere [...], regala alcuni momenti di emozione» (Gomarasca). Ingresso gratuito venerdì 18 ore 18.00 Le salamandre (1969) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Massimo Centini; musica: Franco Potenza; montaggio: A. Cavallone; interpreti: Erna Schurer [Emma Costantino], Beryl Cunningham, Anthony Vernon [Nino Casale], Tony Carrel, Michelle Stamp, Alain Kalsj; origine: Italia; produzione: Vega Cinematografica, Star Film; durata: 91’ «Tre vite alla deriva: la fotografa svedese Ursula, la fotomodella brasiliana Uta Juarez, il medico francese Jon Duval. [...] È il 14 febbraio 1968 quando il regista Alberto Cavallone (soggettista-sceneggiatore-regista di tutti i suoi film), precursore di almeno dieci anni per temi e tecniche di ripresa, avvia un’opera ambiziosa, innovativa per linguaggio e immagine cinematografica. La storia, d’urto e scabrosa per quegli anni, affronta problemi d’etnia e sesso, argomenti allora difficili da far digerire. Il primo ciak de Le salamandre si batte a Sidi Bousaid (Tunisia, terra a Cavallone particolarmente cara). Titolo provvisorio C’era una bionda, troupe ridotta, macchina a mano, come sempre. Attraverso una vicenda sottilmente ambigua nei rapporti fra i sessi, Cavallone visualizza nel discorso e nella psiche dei protagonisti il contrasto tra differenti mondi e culture» (Luzi). ore 20.40 Afrika (1973) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Massimo Centini; musica: Franco Potenza; montaggio: Anita Cacciolati; interpreti: Ivano Staccioli, Andrea Traglia, Jane Avril,Andrea Truglio, Kara Donati, Debete Eshepeto; origine: Italia; produzione: Castle Film; durata: 89’ «Cavallone si destreggia molto bene nello sfondo esotico, mostrando l’incidenza “afrikana” decisiva sul comportamento psicologico dei protagonisti. Un certo alone misterioso circonda, volutamente, il protagonista. Ciò che si ottiene nella sfera del “magico quotidiano” va tuttavia a scapito della chiarezza» (Bianchi). «Eppure il modo più corretto di guardare il film è forse quello di inserirlo nel contesto di sguardo dell’intera filmografia di Cavallone [...]. Allora sì che Afrika pone in luce aspetti curiosi e vettori autoriali tutt’altro che convenzionali. Il regista di Spell si trova ai quasi albori di un’epoca che proviene da una turbolenza – anche cinematografica – irresistibile e si affaccia su anni ancora più infiammati e infiammanti. E sa che non è possibile prescindere né dall’una né dagli altri. Fa i conti dunque con il mondo movie e la libertà sessuale di parola [...], incluso anche il relativo esibizionismo esclamativo, e gira un drammone mélo che sta a metà strada tra il trauma e la “pena”. Però non si adagia su nessuno dei binari prestabiliti» (Bocchi). ore 22.30 Zelda (1974) Regia: Alberto Cavallone; soggetto e sceneggiatura: A. Cavallone; fotografia: Maurizio Centini; musica: Marcello Giombini; montaggio: A. Cavallone, Claudio Orecchia; interpreti: Jane Avril, James Harris [Giuseppe Mattei], Franco Gonella, Margareth Keil, Halina Kim, Debebe Eshetu; origine: Italia; produzione: G.I.T. International Film; durata: 85’ «Stretto com’è tra due film fondamentali come Afrika e Spell, Zelda è l’ennesimo tassello di un cinema che non assomiglia a nessun altro, ma testimonia anche di un cineasta sempre meno interessato a racchiudere le proprie esigenze creative in un formato narrativo ragionevolmente commerciale. La struttura è ancora legata agli stilemi dell’erotico morboso, ma la tentazione di rompere gli schemi è palpabile, ancora più che in Afrika. Dal film precedente, Zelda ripropone la struttura narrativa: un evento delittuoso iniziale (l’ex pilota automobilistico James Harris, ridotto su una sedia a rotelle dopo un tentativo di suicidio, viene trovato morto assieme all’amante Halina Kim), e una serie di flashback, a mostrare un passato fatto di molteplici e cangianti alleanze sessuali che fanno capo al defunto e alla moglie Zelda (Jane Avril), “allo stesso tempo colomba, serpe e puttana”. [...]. Zelda è girato con una certa eleganza, e contrassegnato dal tipico montaggio nervoso e sincopato dell’autore, mentre il passato da documentarista di Cavallone viene fuori nelle sequenze delle gare» (Curti). sabato 19 Novant’anni di cinema. Luciano Emmer al lavoro Auguri a Luciano Emmer, che proprio in questo giorno festeggia un compleanno importante e ha deciso di farlo in compagnia nostra e di altri amici. Il modo più vero per rallegrarsi con lui è quello di confrontarsi con i suoi ultimi lavori, La musa pensosa e Le pecore di Cheyenne, ulteriori esempi di curiosità e vitalità, che sono poi due delle condizioni fondanti del suo “fare cinema”. Tra le innumerevoli cose che si potrebbero dire del cinema di Emmer (e che potremo discutere direttamente con lui...) vogliamo solamente ricordare la sua voglia e la sua capacità di raccontare delle storie, sempre e comunque e dovunque: i suoi primi cortometraggi sono del 1938 (e ama chiamarli “storie dipinte”); il documentario (d’arte e di costume, di cui diventa uno dei massimi esponenti in Italia) è un pretesto per l’osservazione di una “condizione umana” sempre più complessa; i suoi Carosello (di cui è praticamente l’inventore...) sono essenze di cinema di genere, “storielle” essenziali; i suoi film a lungometraggio (e qui sono permesse grandi storie, corali, affollate...) sono sempre in bilico tra un cinema classico assimilato con naturalezza disarmante ed uno spirito di innovazione anarchicamente indomabile e non riconciliato. L’omaggio è stato curato dalla Cineteca Nazionale insieme a Officina Filmclub, Fuori Orario e Il vento del cinema. ore 17.30 Con aura... Senz’aura. Viaggio ai confini dell’arte (2003) Regia: Luciano Emmer, Enrico Ghezzi; fotografia: Ugo Lo Pinto; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Francesca Bracci; voci: Giancarlo Giannini (per i versi dell’inferno di Dante), Tomoko Tanaka (per gli Haiku giapponesi); montaggio: Francesca Bracci; origine: Italia; produzione: Fuori Orario; durata: 58’ «Percorso in soggettiva per una riflessione sul significato dell’arte nell’esistenza dell’individuo. Sprofonda nel buio delle grotte di Pastena, dove la realtà è lontana ed è più forte la suggestione delle opere d’arte che incontra nel suo viaggio: le sequenze dei film che ha realizzato nel corso della sua vita si intervallano a nuove riflessioni che nascono dalle opere di altri artisti, tra cui Monet, Degas, Rembrandt, Hokusai Sonia Delaunay. Quale sia il significato dell’arte, la sua verità, rimane una domanda aperta, che non può avere un’unica risposta» (De Facendis). Ingresso gratuito ore 18.45 Provino Mastroianni e Bosé (1948) Regia: Luciano Emmer; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 7’ Provino con Marcello Mastroianni e Lucia Bosè girato al Centro Sperimentale di Cinematografia da Luciano Emmer per un film mai realizzato, che avrebbe dovuto avere come titolo La madre, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. Il provino fu girato presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, con Giulio Macchi al ciak. Il trattamento del film era stato predisposto a cura di Luciano Emmer e Sergio Amidei per la produzione Colonna Film (nel 1948), ma non ottenne l’approvazione in sede di censura preventiva. a seguire La ragazza in vetrina (1961) Regia: Luciano Emmer; soggetto: Rodolfo Sonego; sceneggiatura: L. Emmer, Vinicio Marinucci, Luciano Martino, Pier Paolo Pasolini; fotografia: Otello Martelli; musica: Roman Vlad; montaggio: Emma Le Chanois, Jolanda Benvenuti; origine: Italia/Francia; produzione: Nepi Film, Sofitedip, Zodiaque Productions; durata: 92’ «La ragazza in vetrina reca i segni di una meditazione, di una ispirazione non occasionale, di un irrobustimento della vena narrativa. [...] Il prologo del film, nella miniera, è dotato di un vigore drammatico, di un vigore realistico insoliti per Emmer, e costituisce forse quanto di più intenso il cinema abbia dato sull’aspro lavoro dei minatori e sulla presenza incombente, assidua della morte nei cunicoli del sottosuolo. [...] Nella pittura della celebre strada delle vetrine – dietro le quali le prostitute stanno in offerta come una merce –, nello scorcio di certi locali (come quelli per uomini soli), nell’introduzione di talune antitesi (l’Esercito della Salvezza), nella definizione delle psicologie Emmer ha spiegato una lucidità di linguaggio resa più accattivante dalla discrezione, dal pudore di cui egli ha dato prova» (Castello). ore 20.30 Bella di notte (1997) Regia: Luciano Emmer; testo e voce: L. Emmer; fotografia: Elio Bisignani; musica: Canto della Terra di Gustav Mahler, eseguito dall’Orchestra dell’Istituzione G.P. da Palestrina di Cagliari, diretta dal Maestro Nino Bonavolontà; origine: Italia; produzione: Rai 2/Film 7 International; durata: 28’ «Film realizzato in occasione dell’apertura al pubblico della Galleria Borghese, dopo il restauro. Emmer si introduce di notte nella Galleria, e con la fioca luce di una torcia illumina le opere d’arte che incontra. È un viaggio notturno, accompagnato dalla sua voce e dai suoi commenti spontanei che dall’osservazione dell’opera traggono sempre suggestioni personali. Piuttosto che ricercare o aprire la strada a significati lontani, Emmer sembra ricercare un contatto diretto con le opere d’arte, entrando in dialogo con esse, interrogando il passato. Scipione Borghese fa da tramite a questa rêverie nocturne: è a lui che si rivolge per comprendere il segreto delle opere d’arte che emergono dal buio, suo interlocutore privilegiato nelle riflessioni suggerite dalle opere del museo» (De Facendis). Ingresso gratuito ore 21.00 Incontro con Luciano Emmer ed Enrico Ghezzi ore 22.00 Racconto di un affresco (1938) Regia: Luciano Emmer, Enrico Gras; soggetto e sceneggiatura: E. Gras; musica: L. Emmer, Tatiana Grauding, rieditato con musiche originali di Roman Vlad nel 1946; origine: Italia; produzione: Dolomiti Film; durata: 11’ «La storia di Cristo, dalla nascita alla resurrezione, narrata attraverso le fotografie Alinari degli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni» (De Facendis). «Forse perché in quelle figure ho trovato non soltanto me stesso, ma soprattutto i fatti umani che ci circondano, i lineamenti spirituali del mio popolo, quello che è il suo tragico destino. Sono gli stessi volti, le stesse emozioni che ho tentato di individuare e fissare girando sulla spiaggia di Ostia la vicenda apparentemente spensierata di una Domenica d’agosto: sono quei fantasmi che sempre si muovono tra la mente e l’animo, e che determinano ancora la mia “scelta”, ciò che guiderà il mio occhio alla ricerca dei vasti campi da esplorare nel mio prossimo film» (Emmer). Ingresso gratuito a seguire La musa pensosa (2007) Regia: Luciano Emmer; montaggio e voce narrante: L. Emmer; fotografia: Ugo Lo Pinto; origine: Italia; durata: 20’ Emmer gira nel Museo Montemartini di Roma l’ideale prosecuzione del suo precedente Bella di notte; attraverso “l’incantamento” rappresentato dalla visione della statua di Polimnia, si realizza un viaggio notturno nel pensiero, scandito dalle riflessioni sulla vita e sulla morte dei grandi pensatori classici. Ingresso gratuito a seguire Le pecore di Cheyenne (2007) Regia: Luciano Emmer; soggetto, sceneggiatura e montaggio: L. Emmer; durata: 70’ Compressione dei costi, agilità di movimento, possibilità di controllo ancora più “totale”dell’intera lavorazione; questi sono i principali motivi che hanno portato Luciano Emmer a misurarsi negli ultimi anni con il supporto (e le possibilità offerte dal) digitale. Ma l’approccio al cinema (e alle storie) resta immutato: ecco quindi l'ennesima, straordinaria figura femminile del suo cinema: la pastora Cheyenne Daprà, seguita nel suo lavoro quotidiano, quattro giorni, un giorno per stagione. Ingresso gratuito domenica 20 Monsieur Tati nel caos della modernità Jacques Tatischeff nasce in una famiglia d’origine russa a Le-Pecq (Seine-et-Oise), il 9 ottobre 1907. Della sua infanzia nulla da eccepire o da raccontare se non una precoce tendenza all’altezza. Pratica svariati sport (gioca nella squadra di rugby di serie A nel campionato francese) ed è proprio attraverso l’attività sportiva che scopre il grande valore della comicità: intrattiene i compagni di gioco con gag e pantomime. Il successo è assicurato tanto che il giovane Jacques si trasferisce a Parigi, lavorando nei cabaret e specializzandosi in mimica e varie acrobazie. Il motivo ispiratore di tante gag è la vita quotidiana con i suoi ritmi nevrotici, che sarà la base programmatica di tutti i suoi film: «Non sono nemico della modernità, figuriamoci. Sono nemico dei programmatori della modernità. Quello che non mi va bene, quello che stona, è il rapporto uomo-ambiente. Io dico che l’uomo non è al passo dei tempi, non è ancora preparato a vivere il futuro che gli stanno facendo vivere. Dico che esiste una frattura tra quello che siamo realmente e quello che vogliono farci essere. Allora l’uomo ha un solo mezzo per reagire: interrompere il contatto tra progresso tecnico e umori spontanei. Il risultato è di una ineffabile comicità. Liberando questa comicità, l’uomo finisce per prevalere sulle cose». Da qui la nascita del personaggio stralunato e impassibile di Monsieur Hulot, che, come scrive giustamente Alessandro Melis, rappresenta una «maschera tragicomica di magra essenzialità: impermeabile, cappello, pantaloni un po’ corti e immancabili pipa e ombrello. Hulot è “straniero” nella macchina del mondo, borbotta senza parlare, cammina senza capire, il suo sguardo incredulo davanti al meccanismo incomprensibile della modernità è un punto di domanda lasciato senza risposta. Il bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre un po’ amara, è la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione». Senza contare i cortometraggi, “monsieur Tati” ha realizzato, nell’arco di circa trent’anni, “solamente” sei film. Il motivo? «Non posso fabbricare film come panini. Non sono un fornaio. Se girassi spesso, dovrei senz’altro lamentarmi anch’io di un attore, di una storia, di un budget che mi sarebbero imposti» (dichiarazioni tratte da Roberto Nepoti, Tati, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze, 1979). Jacques Tati: un comico ma anche un autore. ore 18.00 Jour de fête (Giorno di festa, 1949) Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati e Henri Marquet con la collaborazione di René Wheeler; fotografia: Jacques Marcanton e Marcel Franchi; musica: Jean Yatove; montaggio: Marcel Moreau; interpreti: J. Tati, Guy Decomble, Paul Frankeur, Santa Relli, Maine Vallée, Delcassan; origine: Francia; produzione: Cady-Films; durata: 90’ «Tati, alla fine degli anni Quaranta, riesce a resuscitare il film comico, non solo in Francia ma anche in Europa. Dopo L’arroseur arrosé e le esperienze francesi di Max Linder, il burlesque aveva attraversato l’oceano e sembrava non volesse più tornare nel vecchio continente. In Giorno di festa, invece, il gag visivo torna prepotentemente in primo piano: i giochi di gambe del portalettere Francois sono degni dell’agilità corporea di un Chaplin, la sua faccia impassibile e velata di tristezza non è lontana da quella di Buster Keaton (Hulot, il successivo protagonista dei film di Tati, gli assomiglierà ancora di più). [...] È una commedia nuova, realistica, che non tende soltanto a far ridere lo spettatore, ma si burla dei piccoli “tic” del francese dopo la Seconda Guerra Mondiale» (Emiliani). Premio internazionale alla sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia del 1949. ore 20.00 Playtime (Playtime - Tempo di divertimento, 1967) Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati, con la collaborazione di Jacques Lagrange; dialoghi inglesi: Art Buchwald; fotografia: Jean Badal; musica: Francis Lemarque; montaggio: Gérard Pollicand; interpreti: J. Tati, Barbara Dennek, Jacqueline Lecomte, Georges Montant, Reinhart Kolldehoff, John Abbey; origine: Francia/Italia; produzione: Specta-Films, Jolly Film; durata: 115’ «Monsieur Hulot alle prese con un gruppo di turisti americani in visita a Parigi. Una serie di incidenti trasforma la serata dell’inaugurazione di un locale nella demolizione di un cantiere. È, anche per l’alto costo, il film più ambizioso di Jacques Tati [...], quello in cui spinge alle estreme conseguenze la sua comicità di osservazione e la capacità di chiudere in una sola inquadratura una grande molteplicità di informazioni. È il film – girato in 70 mm – in cui Tati ha più sopravvalutato l’intelligenza del pubblico e la capacità di attenzione dello spettatore. Una sconfitta che gli fa onore, ma che gli tribolò gli ultimi 15 anni. Inadatto al piccolo schermo. [...] Rivisto con il senno di poi, acquista un valore profetico come satira della globalizzazione a tutti i livelli: Tati ha messo in immagini la crisi spirituale del suo secolo» (Morandini). Truffaut parlò di «un film che viene da un altro pianeta... l’Europa del 1968 filmata da un Lumière marziano». «Tati volle costruire un’autentica città del futuro, Tativille, da trasformare in seguito in un centro (mai realizzato) di produzione cinematografica. Altissimi i costi (tra l’altro il regista volle girare in 70mm con un sonoro multipiste), scarsi gli incassi» (Mereghetti). ore 22.00 Trafic (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971) Regia: Jacques Tati; soggetto, sceneggiatura e dialoghi: J. Tati, con la collaborazione di Jacques Lagrange; fotografia: Edward Van Den Enden, Marcel Weiss; musica: Charles Dumont; montaggio: Maurice Laumain, Sophie Tatischeff; interpreti: J. Tati, Maria Kimberly, Marcel Fraval, Honoré Rostel, Tony Knepper; origine: Francia/Italia; produzione: Films Corona, Films Gibé, Selenia Cinematografica; durata: 97’ «Neppure la precaria condizione finanziaria ereditata da Playtime indusse Tati a rinunciare al principio del cinema d’autore. [...] Gli incassi dell’ultima opera non deponevano comunque a favore del regista e rafforzavano le abituali diffidenze dei distributori. Perciò, il creatore di Monsieur Hulot dovette rassegnarsi a più di un rifiuto, prima di trovare la produzione che gli consentisse di realizzare un nuovo film: Trafic. [...] Il contenuto aneddotico è comunque analogo. Il quinto lungometraggio di tati si configura come un nuovo apologo fantatecnologico di sapore dolce-amaro sulla “civiltà industriale” e sui rapporti con l’uomo. Già ben presente in Playtime, il motivo del traffico automobilistico inteso come espressione di caos, diventa ora il tema principale del film» (Nepoti). Per il critico Bernard Cohn Trafic «racconta la vita e la morte dell’automobile. I titoli compaiono sulle immagini di una catena di montaggio e noi vediamo parecchie volte cimiteri di macchine». lunedì 21 chiuso martedì 22 L’altro Visconti Seconda parte Domenica 4 giugno 2006 la Cineteca Nazionale realizzò un breve ma sentito omaggio all’opera di Eriprando, nipote di Luchino. Ingiustamente dimenticato, i suoi film hanno rappresentato una zona di equilibrio tra il cinema d’autore e cinema di genere. Dallo zio apprese l’arte e l’eleganza della messa in scena. Discendente di una grande famiglia (i Visconti di Moldrone, ma anche Carlo Erba, il fondatore della prima ditta farmaceutica italiana, suo bisnonno), non ancora ventenne si trasferisce da Milano a Roma per lavorare nel cinema. È assistente al montaggio di Mario Serandrei, attore in Terza liceo di Emmer e in Senso dello zio Luchino. Dalla seconda metà degli anni cinquanta è assistente alla regia per Antonioni e Visconti. Scrive il soggetto de Gli sbandati insieme con Francesco Maselli e collabora a Il brigante di Castellani. Lavora molto per il teatro e la televisione ma la sua “magnifica ossessione” è la regia cinematografica. In questa seconda parte de L’altro Visconti, attraverso la proiezione di altri suoi tre film, si vuole dimostrare e sottolineare la sua personale estetica cinematografica. A proposito di “sguardi cinematografici”, Corrado Colombo, Manlio Gomarasca e Davide Pulici hanno scritto in quel pionieristico Nocturno dossier. Controcorrente: Il cinema milanese di Eriprando Visconti, Alberto Cavallone, Cesare Canevari: «Per Eriprando Visconti si parla di uno sguardo negato, dove la negazione del vedere è esplicata in una filmografia tutta all’insegna del “non è quello che sembra”, e il suo sguardo, coraggiosamente, si posiziona dove è negato guardare, dove non è bello guardare, dove non è rassicurante guardare, dove forse è impossibile guardare... perché significa guardare dentro di sé». Le ultime parole spettano all’assistente alla regia di Eriprando, Corrado Colombo, che, a proposito del suo ultimo film Malamore, vede nella distruttiva storia d’amore tra una prostituta di un bordello e un nano una metafora sulla passione che il regista ha sempre nutrito per il cinema: «Lui è il nano e il bordello è l’ambiente del cinema, apparentemente luogo di piacere ma in realtà teatro di tradimenti, insidie, raggiri, furti, popolato da donne avide e di facili costumi, falsi amici e approfittatori senza scrupoli». ore 18.00 Strogoff (1969) Regia: Eriprando Visconti; soggetto: dal romanzo omonimo di Jules Verne; sceneggiatura: Giampiero Bona, E. Visconti, Stefano Strucchi; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Teo Usuelli; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: John Philip Law, Mismy Farmer, Hiram Keller, Delia Boccardo, Christian Marin, Donato Castellaneta; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: Sancrosiap, Films Corona, CCC Filmkunst, Studija Za Igralni Filmi; durata: 106’ «Dal Turkestan le orde tartariche si stanno riversando impetuosamente contro i presidi militari dello Zar di tutte le Russie; Michele Strogoff, romantico ufficiale di Pietrogrado, viene incaricato di un viaggio, nella avventurosa missione di avvertire dell’imminente attacco il granduca di Irkuysk che governa le selvagge lande della steppa siberiana. [...] Spostando dal primo al secondo Ottocento la scena temporale del racconto scritto da Jules Verne sulla scia del folclore popolare russo rivisitato da Gogo’l in Taras Bulba, Visconti compie un’ulteriore effrazione letteraria tesa a un avvicinamento ideologico dell’immaginaria trama del “Corriere dello Zar” allo spirito contemporaneo. [...] Ed è chiaro che al regista interessa misurarsi con il romanzo non tanto per una semplice trasposizione, ma per trasformare il potenziale letterario di un romanzo ottocentesco con quello filmico in cui le idee sull’uomo, i rapporti, la società si sono profondamente modificate e un ritorno all’infanzia dell’esperienza è puramente illusoria se non nella mistificazione» (Guastella). ore 20.00 Oedipus Orca (1977) Regia: Eriprando Visconti; soggetto e sceneggiatura: E. Visconti, Roberto Gandus; fotografia: Blasco Giurato; musica: James Dashow; montaggio: Kim Arcalli; interpreti: Rene Niehaus, Piero Faggioni, Miguel Bosè, Gabriele Ferzetti, Michele Placido, Carmen Scarpitta; origine: Italia; produzione: Serena Film 75; durata: 97’ Dopo l’esperienza del sequestro, Alice stenta a ritrovare il proprio equilibrio in famiglia. La situazione precipita quando la ragazza scopre che sua madre l’ha avuta da una relazione clandestina. Alice parte così alla ricerca del vero padre. Seguito del fortunato La orca (1976), costato 40 milioni di lire (20.000 euro!), incassa più di un miliardo e mezzo (750.000 euro). Per Eriprando Visconti «è un riscatto personale e non fa fatica a montare il seguito. Prende le parti di storia tagliate, aggiunge e riscrive alcune scene, e così nasce Oedipus orca. Il proposito del secondo film consiste nel creare una parte complementare dove Alice vive un’esperienza altrettanto drammatica all’interno della famiglia. Tra i due film c’è uno strano rapporto. [...] Da un film fenomenologico che proponeva un’analisi della vicenda di tipo marxista, Visconti passa a un film psicoanalistico dove il nume diventa Freud [...]. Il senso del tempo nei due film è fondamentale. In La orca tutto vive e si consuma nel presente, è una storia che non ha passato e tanto meno futuro. Mentre Oedipus Orca, già dal titolo in latino, è un film sul passato e sul ricordo, di gusto archeologico, che scava nell’inconscio di Alice fino a far emergere l’origine del suo malessere» (Colombo). ore 22.00 Malamore (1982) Regia: Eriprando Visconti; soggetto e sceneggiatura: Roberto Gandus, E. Visconti; fotografia: Luigi Kuveiller; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Nathalie Nell, Jimmy Briscoe, Antonio Marsina, Remo Girone, Serena Grandi, Monica Scattini; origine: Italia; produzione: Arcana Film Produzione; durata: 98’ «“Siamo tutti nani... È che ci vuole coraggio di ammetterlo!”. Su questa riflessione Prandino costruisce quello che sarà il suo ultimo film, e non si può che leggerlo come il testamento amaro e pessimista di un intellettuale che ha perso il feeling con il resto del mondo. [...] Prandino mette in scena la sua personale “recherche”, che coincide con un tuffo nel passato, negli anni della guerra 15/18, in una villa dell’Oltrepo Pavese (quella stessa che lo ospitò, ragazzo sfollato da Milano nel ’44). La storia tra il nano e la puttana diventa la metafora di un fallimento esistenziale, dove si mischiano l’incapacità di equilibrare i propri desideri con quelli altrui e il disagio di relazione e accettazione di sé. [...] Il nanismo è uno stato più mentale che fisico, e l’umanità crede di sopperire alle proprie mancanze con quello che possiede: il nano è ricco e usa i soldi per farsi accettare, la donna è bella e usa il sesso per vivere, il magnaccia è simpatico e usa l’amicizia per arricchirsi. Questo è Malamore, dove c’è sempre il rovescio della medaglia, dove la parola amore si mischia con il male e la malattia, dove la passione pura degenera in possessione perversa» (Colombo). mercoledì 23 Non solo voce. Il mito di Maria Callas Una giornata dedicata a Maria Callas, di cui nel 2007 ricorrevano i trent’anni dalla morte, ennesima occasione per confrontarsi con una leggenda della musica e, più in generale, della storia del costume del Novecento. Accostarsi al mito della grande cantante lirica significa infatti abbracciare una storia epica: la Callas eroina di una tragedia moderna che ha inizio nella natia Grecia e la porta, come tanti emigranti, in America e poi, finalmente, in Italia, nella patria della lirica, ormai famosa, ma senza dimenticare le umili origini e i vuoti che la vita ogni giorno le ha riservato. Una storia emblematica e, nel contempo, misteriosa che, a differenza di un film a lieto fine, non si conclude con la meritata conquista della celebrità, ma porta con sé un sottofondo malinconico, il segno di un’estraneità che si palesa sempre più drammatica. Non è un caso che Pasolini le abbia affidato la parte di Medea, nella trasposizione cinematografica della tragedia di Euripide: c’è un destino nella vita della Callas che la spinge inesorabilmente verso un triste epilogo. Italo Moscati, nel documentario che presentiamo in questo breve omaggio, ha indagato il mistero Callas partendo dalle origini e ha scavato a fondo per penetrare negli spazi concessi da un mito invadente, che obbliga qualsiasi cronista ad eccedere in grandeur per stare al passo con una vita sfumata nei fasti effimeri del jet-set. Moscati, invece, si lascia guidare dalle emozioni che la voce della Callas suscita e dal vento, il meltemi, che l’ha portata lontana dalla sua casa e dalla sua famiglia. Apolide per scelta, ma soprattutto per destino. Nel corso dell’omaggio saranno proiettati i film Callas Forever di Zeffirelli, che immagina, più che ricostruire fedelmente, gli ultimi mesi di vita della cantante, e il citato Medea di Pasolini, altra testimonianza della sua arte, che non era racchiusa solamente nella voce ineguagliabile, ma nelle espressioni, nelle modulazioni del suo viso. Infine sarà proposto lo straordinario backstage di Medea con immagini inedite della Callas sul set del film. ore 18.00 Callas Forever (2002) Regia: Franco Zeffirelli; soggetto e sceneggiatura: Martin Sherman, F. Zeffirelli; fotografia: Ennio Guarnieri; musica: Alessio Vlad; montaggio: Sean Barton; interprete: Fanny Ardant, Jeremy Irons, Joan Plowright, Gabriel Garko, Jean Dalric, Ignacio Paurici; origine: Italia/Gran Bretagna/Francia/Romania/Spagna; produzione: Medusa, Cattleya, Film & General Productions, Business Affair Production Ltd., France 2 Cinema, Galfin, Mediapro Pictures, Alquimia Cinema; durata: 107’ Gli ultimi tre mesi di vita di Maria Callas. Un impresario le propone un clamoroso rientro, lei sembra tentata, ma il vuoto attorno a lei è sempre più incombente. «Fondamentale lasciare a casa i pregiudizi. Zeffirelli è l’unico cineasta su questa terra che poteva tentare un film sulla Callas. Zeffirelli è anche l’autore unico del cosiddetto “zeffirellismo”, che si ama o si odia. Intensamente alimentato dal marchio spettacolare dell’allievo scenografo di Visconti, ma in questo caso così scoperto che appare teneramente “necessario”, il film dice alcune cose importanti sull’impermanenza della musica, la variabilità dell’ascolto, la riproducibilità dell’arte, l’evanescenza della voce, la decadenza della cultura del melodramma e, forse, su Maria Callas, di cui si afferra non la cronaca, ma lapilli dell’arte, del carattere, della potenza tenebrosa e greca. Fanny Ardant scrive se stessa sul corpo fotografico della Callas, accettando la sfida (immensa) del primo piano doppiato. Non è un santino. Inventando un episodio della sua vita a un anno dalla morte, nel “bicchiere mezzo pieno” Zeffirelli trova una via possibile all’impossibile» (Danese). ore 20.00 Backstage di Medea (1969, 23’) ore 20.30 Incontro con Italo Moscati a seguire Non solo voce. Trent’anni dalla morte di Maria Callas (2007) Regia: Italo Moscati; testi: I. Moscati; montaggio: Lorenzo Ciccinato; origine: Italia; produzione: Rai - Speciali del Tg1; durata: 70’ Un racconto e un’inchiesta su Maria Callas, morta il 16 settembre 1977 nella sua casa di Parigi. Sono trascorsi trent’anni da una scomparsa ancora avvolta dal mistero, le circostanze non sono mai state ben chiarite: una fine improvvisa dovuta a un inesorabile malore o un suicidio, come molti giornali continuano a ricordare? Lo special di Italo Moscati parte dalla morte della Callas, e in particolare dal lancio delle ceneri della cantante nel Mare Egeo secondo la precisa disposizione della cantante, per riesaminare una biografia sempre colma d’interesse e per cercare oggi il senso dell’esistenza della Callas a tanta distanza di tempo dalla sua scomparsa. «Mentre Maria prende parte alle riprese di Medea di Pier Paolo Pasolini, a un giornalista che le domanda come sarà la “sua” Medea lei risponde come se fosse stupita di sentirsi porre la domanda: “Ma come Medea”; intende dire che non tradirà il personaggio della tragedia di Euripide, gran greco come lei. Poi, il giornalista continua l’intervista e le chiede: “Sarà una Medea perfetta?”. Maria lo guarda ancora più stupita e risponde con un sorriso: “Io non sono mai perfetta”. […] “Perfetta”, una parola che mi ha stimolato a cercare. Non volevo fare un film doc che ripetesse fino allo sfinimento il piacere e l’emozione che la voce di Maria continua a dare a tutti, me compreso. Non volevo neppure fermarmi troppo, prigioniero del gusto del gossip, su certe parti della sua biografia e soprattutto dei suoi amori. Non volevo infine diventare prigioniero del clima che si crea intorno a un grande personaggio quando, a distanza di tempo (trent’anni nel caso di Maria), l’obbligo dei media di ricordare un idolo del pubblico può contribuire a una caccia al romanzesco, al particolare inedito non sempre davvero inedito, al gioco della scoperta o della riscoperta. Volevo raccontare e interpretare Maria secondo i venti che spirano nella sua terra di origine» (Moscati). Ingresso gratuito a seguire Medea (1969) Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto e sceneggiatura: P. P. Pasolini; fotografia: Ennio Guarnieri; musiche: scelte da Pasolini con la collaborazione di Elsa Morante; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Maria Callas, Giuseppe Gentile, Massimo Girotti, Laurent Terzieff, Margaret Clementi, Sergio Tramonti; origine: Italia/Francia/Germania; produzione: San Marco Film, Les Films Number One, Janus Film und Fernsehen; durata: 110’ La tragedia di Euripide rivista da Pasolini: Medea aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro e fugge con lui. Si sposano e hanno due figli, ma Giasone l’abbandona per unirsi alla figlia del re di Corinto. «Grazie a una presenza magnetica come la Callas, che si cala anima e corpo in un personaggio che aveva già ispirato l’opera di Cherubini, riesce ad afferrare il senso di fatalità e di orrore del mito greco. Costumi e scenografie (Pisa, Grado, Aleppo in Siria, la Cappadocia) suggeriscono, come in Edipo re, una dimensione temporale leggendaria, ben lontana dalla classicità di cartapesta cui ci ha abituato il cinema (Mereghetti). Ingresso gratuito giovedì 24 L’alchimia delle immagini. Il cinema di Luca Verdone Pochi registi italiani contemporanei possono vantare una varietà di interessi e una poliedricità pari a quelle mostrate da Luca Verdone. Impossibile nel suo caso fermarsi alla scarna filmografia: tre film in vent’anni di attività, e un quarta di imminente uscita nella sale, l’attesissimo Viva Franconi!, interpretato da Massimo Ranieri, omaggio al mondo del circo (che dai tempi di Fellini e Tati attendeva un degno cantore della sua gesta). Accanto infatti all’opera cinematografica, Verdone, fin dalla laurea in Lettere moderne con una tesi sul pittore Vincenzo Camuccini, si è interessato di arte, realizzando numerosi documentari di pregevole valore (Paolo Uccello: genesi e sviluppo di un linguaggio pittorico, La scuola ferrarese del ’400, Gli Uffizi: storia di una galleria, La pittura senese del Trecento, I bamboccianti, Ottone Rosai). I suoi interessi spaziano dall’arte alla letteratura (il documentario Un ingegnere del linguaggio: Carlo Emilio Gadda, i programmi radiofonici Il segretario fiorentino su Machiavelli e Carlo Goldoni, un viaggio a Roma), passando attraverso le regie di opere liriche (L’impresario, I due baroni di Roccazzurra, Torvaldo e Dorliska, Il barbiere di Siviglia): un universo culturale che tocca tutti i campi dell’arte e che si materializza, nell’opera del regista, in un costante confronto con l’immagine, nella quale Verdone riversa le sue profonde riflessioni e le sue passioni. Anche sul cinema ha realizzato numerosi documentari nei quali ricostruisce la storia del cinema italiano, focalizzando la sua attenzione sui movimenti e sui maestri che lo hanno maggiormente caratterizzato, ma prestando attenzione anche ai caratteristi, come Tina Pina e Titina De Filippo (Antologia del neorealismo, La commedia all’italiana, Pichissima, In cerca di Titina, Sergio Leone, La scenografia nello spettacolo cinematografico, Le immagini e il tempo: Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Alessandro Blasetti: l’estro di un regista, questi ultimi due presentati al Cinema Trevi in occasione delle retrospettive dedicati ai due grandi registi). La retrospettiva, organizzata dalla Cineteca Nazionale, si concentra sulle regie cinematografiche di Luca Verdone, dall’esordio con il divertente Sette chili in sette giorni al personale La bocca, opera raffinata nella quale l’autore riversa la sua passione per l’arte, fino all’inedito Il piacere di piacere, film di straordinaria attualità, che indaga, fra commedia e melodramma, sui mali della società effimera contemporanea, nella quale solo ciò che è riflesso dalle mille luci della televisione attrae e seduce i giovani, come la protagonista del film, il più delle volte illudendoli. Un film controcorrente con il quale Verdone penetra nel mondo ovattato del jet-set e a colpi di fioretto infilza ad uno ad uno i falsi miti di questi anni. Questa retrospettiva è l’occasione per vederlo finalmente sul grande schermo. ore 17.00 Sette chili in sette giorni (1986) Regia: Luca Verdone; soggetto e sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, L. Verdone; fotografia: Danilo Desideri; musica: Pino Donaggio; montaggio: Antonio Siciliano; interpreti: Renato Pozzetto, Carlo Verdone, Tiziana Pini, Silvia Annichiarico, Elena Fabrizi, Franco Diogene; origine: Cecchi Gori Silver Film; durata: 105’ Due laureati in medicina cercano di sbarcare il lunario aprendo una clinica per persone obese, nelle quali ben presto si ritrovano personaggi sopra le righe, pronti a tutto pur di soddisfare il loro appetito. Film d’esordio di Luca Verdone che ironizza sui miti della società televisiva (il corpo, la bellezza, la salute…) con esiti esilaranti. «Mi sembrava che ci fossero anche altre strade per proporre la commedia all'italiana, così convinsi mio fratello Carlo a misurare la sua comicità su contenuti surreali e grotteschi, abbandonando la via maestra del realismo. I risultati toccavano anche la tipologia figurativa dell'assurdo. Infatti scelsi tutti attori “eccessivi” non solo per il peso ma anche per la fisionomia eccentrica dei loro volti» (Luca Verdone). ore 19.00 La bocca (1991) Regia: Luca Verdone; soggetto: Gianfilippo Ascione, L. Verdone; sceneggiatura: G. Ascione, L. Verdone, Dacia Maraini; fotografia: Alfio Contini; musica: Alessio Vlad, Claudio Capponi; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Tahnee Welch, Rodney Harvey, Claudine Auger, Massimo Bonetti, Monica Scattini, Valeria Cavalli; origine: Italia; produzione: Penta Film, Silvio Berlusconi Communications, Azzurra Film, durata: 104’ Una giovane restauratrice del Ministero dei Beni Culturali riceve l’incarico di restaurare un affresco nella villa di una nobile famiglia. Mentre lavora, osserva incuriosita i proprietari e le persone che gravitano attorno alla villa. Centesimo film di Alida Valli, nei panni dell’anziana contessa, data per moribonda dalla nuora desiderosa di impadronirsi del patrimonio, che invece si trasforma nel “deus ex machina” della situazione. Tra Ingmar Bergman e Arne Mattsson, in una preziosa cornice di scuola zeffirelliana, una storia in bilico tra commedia e (melo)dramma. «Ero molto interessato a descrivere con immagini studiate, e colori vicini alla pittura, il mondo rurale toscano, che ho conosciuto bene sin dall’infanzia. Il tema sentimentale del film, una storia d’amore tra una restauratice d’arte e il giovane discendente di una famiglia aristocratica in declino, mi suggerì di approfondire la ricerca sulle corrispondenze tra immagini e suoni, in un contesto in cui la recitazione degli attori doveva misurarsi con le emozioni. Il modo giusto per ottenere questi risultati mi fu indicato da Alida Valli» (Luca Verdone). ore 21.00 Incontro moderato da Alfredo Baldi con Luca Verdone, Gaetano Carotenuto, Callisto Cosulich, Antonia Liskova, Claudio Strinati, Alessio Vlad a seguire Il piacere di piacere (2002) Regia: Luca Verdone; soggetto e sceneggiatura: L. Verdone, Alessandra D’Annibale; fotografia: Giulio Pietromarchi; musica: Alessio Vlad; interpreti: Antonia Liskova, Gaetano Carotenuto, Verushka Proshina, Marco Vivio, Mirko Petrini; origine: Italia; produzione: Cinemart; durata: 90’ Daniela, una ragazza di provincia, grazie all’amicizia con una famosa giornalista, riesce a entrare in un mondo dorato dove apparentemente le persone sono più belle e interessanti, ma in realtà si celano rancori e frustrazioni. Attraverso dolorose esperienze si compie l’educazione sentimentale della ragazza, la quale, alla fine, sarà costretta a guardare dentro di sé e a confrontarsi con una realtà meno incantata. Riuscita descrizione di un universo effimero e velleitario, alimentato da ambizioni smodate e fragili sicurezze, in cui il candore di una debuttante contribuisce a spezzare la monotonia e a ridare vitalità a figure ormai grottesche. «Ho osservato in questi ultimi anni il mondo della televisione e della pubblicità, la corsa allo sfrenato appagamento della voglia di “apparire” dei giovani che hanno avuto cattivi maestri. Questo film voleva mostrare i difetti del “consumismo” e del narcisismo di una certa parte dei giovani di oggi, vittime di modelli sbagliati. Valori come l'amicizia e l’amore sono privati delle implicazioni etiche e mi sono proposto di raccontare questi temi in una vicenda che vede l’incontro tra una ragazza giovane e una più matura trasformarsi da amicizia in rivalità. A tratti l’ho risolto con i toni della commedia, in altri momenti con quelli del melodramma» (Luca Verdone). Ingresso gratuito venerdì 25 Cinema, storie e passioni Dopo La presa di Roma di Filoteo Alberini, restaurato nel 2005, la Cineteca ha compiuto nel 2007 un altro significativo passo del progetto di riscoperta e restauro del cinema muto sul Risorgimento: Il piccolo garibaldino, realizzato dalla Cines (erede della Alberini-Santoni) nel 1909. Entrambi i restauri fanno parte di un più complessivo progetto di ricerca sul Risorgimento nel cinema, varato in collaborazione con il Servizio Biblioteca del Grande Oriente d’Italia, che, in occasione del Bicentenario di Garibaldi, ha incluso la realizzazione di un libro in edizione bilingue (italiana/inglese), Da La presa di Roma a Il piccolo garibaldino. Risorgimento, Massoneria e Istituzioni: l’immagine della Nazione nel cinema muto (1905-1909), a cura di Mario Musumeci e Sergio Toffetti, Gangemi Editore, Roma, 2007, a cui è allegato un dvd con le edizioni restaurate di entrambi i film. Il volume, oltre a dar conto del restauro delle due opere, ne analizza il senso nell’ambito del contesto culturale italiano della prima decade del secolo, anche attraverso i contributi di storici come Lucio Villari, Roberto Balzani, Giovanni Lasi, questo ultimo, già autore di un interessante studio sulle radici massoniche di La presa di Roma. ore 18.00 La presa di Roma (1905) e Il piccolo garibaldino (1909) ore 18.30 Presentazione del libro Da La presa di Roma a Il piccolo garibaldino. Risorgimento, Massoneria e Istituzioni: l’immagine della Nazione nel cinema muto (1905-1909), a cura di Mario Musumeci e Sergio Toffetti, Gangemi Editore, Roma, 2007. Incontro con Gustavo Raffi, Bernardino Fioravanti, Roberto Balzani, Lucio Villari, Giovanni Lasi, Irela Nuñez a seguire La presa di Roma (1905) e Il piccolo garibaldino (1909) ore 20.30 Viva l’Italia (1961) Regia: Roberto Rossellini; soggetto: Antonio Petrucci, Luigi Chiarini, Sergio Amidei, Carlo Alianello; sceneggiatura: Antonello Trombadori, R. Rossellini, A. Petrucci, Diego Fabbri, S. Amidei; origine: Italia/Francia; interpreti: Renzo Ricci, Paolo Stoppa, Franco Interlenghi, Giovanna Ralli; durata: 128’ La spedizione dei Mille rievocata a cento anni di distanza. «Pur con alti e bassi di stile e di tono, nonostante i compromessi storici-ideologici di sceneggiatura, il film raggiunge i suoi scopi: togliere l’epopea garibaldina dal mito e dall’oleografia [...] e dare alla rievocazione storica la spoglia concretezza di una cronaca» (Morandini). Proiezioni a ingresso gratuito 26-31 gennaio Kill Baby Kill! Il cinema di Mario Bava Un regista sempre più amato, conosciuto, studiato e, inevitabilmente, imitato. È il destino postumo di Mario Bava (1914-1980), stimato in vita più come grande direttore della fotografia e come straordinario creatore di effetti speciali (l’uomo dei trucchi…) che come abilissimo regista capace di spaziare nei generi e di lasciare un’impronta decisiva nel “cinema di paura”, nelle sue innumerevoli varianti. In realtà, come ben sottolineato dalla critica francese che ha avuto il merito di adottarlo fin dal suo magistrale esordio nel 1960 con La maschera del demonio, Bava è stato un innovatore, oltre che un maestro della luce (e delle ombre che ben si sposavano alla sua idea di cinema): ha creato generi, filoni, effetti, modellini, inquadrature, ha creato cinema, spesso dal nulla, sulle ali di una fantasia pari solo all’ingegno e a una tecnica prodigiosa. La mano di Bava si vede sempre, anche nei film girati da altri registi e ai quali ha collaborato, a volte anonimamente, perché Bava era come il Wolf di Pulp Fiction: «Sono il signor Bava, risolvo problemi», parafrasando la battuta del film di Tarantino. Si vede nei suoi film meno personali, come i western, più genialmente fantasiosi, come i film di fantascienza, nelle sue incursioni nel filone sexy (Quante volte… quella notte) o nel poliziesco (Cani arrabbiati): è una questione di luci, di esplosioni pop, di stile. Come scrive Joe Dante: «La grande influenza di Bava sui registi contemporanei è sottovalutata. Non sono sicuro che questo valga l’Europa, ma in America ci sono molti filmaker che hanno assimilato le immagini e lo stile di Bava trasferendoli in altri generi. Ovunque sia, Mario può essere contento della sua eredità». Questa e quasi tutte le citazioni contenute nelle schede sono tratte dal bel volume Kill Bill Kill! Il cinema di Mario Bava, curato da Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni (edizione un mondo a parte), che verrà presentato in occasione della tavola rotonda, alla presenza del figlio di Bava, Lamberto. Si ringraziano per la collaborazione, oltre agli autori del volume, Stefano Finesi e Massimiliano Rossi (La farfalla sul mirino), il Museo Nazionale del Cinema di Torino, la Cineteca Griffith di Genova, Rai Direzione Teche. «Era un maestro dei movimenti di macchina, il modo di rendere emotiva una sequenza solo spostando la macchina da presa o abbassandola era geniale. Come Hitchcock, usava la camera e i movimenti, dolly e carrelli, in modo espressivo e non fini a se stessi. Il movimento di macchina buono è solo quando porta a un risultato. In questo era magistrale». Dario Argento sabato 26 ore 17.00 La maschera del demonio (1960) Regia: Mario Bava; soggetto: da Il Vij di Nikolaj Gogol’; sceneggiatura: Ennio de Concini, Mario Serandrei; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Barbara Steele, John Richardson, Andrea Checchi, Ivo Garrani, Arturo Dominici, Enrico Olivieri; origine: Italia; produzione: Galatea, Jolly Film; durata: 88’ Due viaggiatori nelle steppe russe fanno resuscitare la strega Asa, che ha il volto identico alla sua discendente Katia. La strega vampirizzerà quasi tutti i componenti della famiglia, cercando d’impadronirsi del corpo del pronipote. «Gli spettatori e i critici italiani dell’epoca furono ingannati dal genere, ma La maschera del demonio è un film di ambizioni alte, quanto poteva esserlo Il bacio della pantera di Tourneur. Bava rende significativamente omaggio a Nosferatu di Murnau nella sequenza della carrozza di Iavutich che attraversa il bosco. Ma girando in ralenti (al contrario di Murnau, che accelerava), Bava sottolinea anche la propria originalità nel momento in cui cita un’iconografia preesistente. Più che I vampiri, dove l’elemento orrorifico era ancora timido e necessitava per di più di una spiegazione naturalista, La maschera del demonio è il film che fa nascere l’horror italiano: un genere che durò fino al 1966 circa, mai destinato a grandi incassi, ma seguito (con maggiore entusiasmo) anche fuori dal nostro paese» (Pezzotta). «Io regista non lo volevo fare, perché secondo me il regista deve essere veramente un genio e poi stavo bene a fare il direttore della fotografia, guadagnavo un sacco di soldi. Anni prima avevo letto Il Vij di Gogol. Lo lessi ai miei figli a Silvi Marina, erano ancora piccoli e non c’era ancora la televisione. I due, poveretti, dalla paura dormirono in mezzo al letto. Siccome in quel periodo era uscito Dracula, pensai di fare un film del terrore. Venne fuori La maschera del demonio, de Il Vij era rimasto solo il nome del protagonista, era tutta un’altra storia. Cinque miliardi incassi in America e ho fatto il regista» (Bava). ore 18.45 La frusta e il corpo (1963) Regia: John M. Old [Mario Bava]; sceneggiatura: Julian Berry [Ernesto Gastaldi], Robert Hugo [Ugo Guerra], Martin Hardy [Luciano Martino]; fotografia: David Hamilton [Ubaldo Terzano]; montaggio: Rob King [Roberto Cinquini]; interpreti: Daliah Levi, Christopher Lee, Tony Kendall [Luciano Stella], Isli Oberon [Ida Galli], Harriet White, Alan Collins [Luciano Pigozzi]; origine: Italia/Francia; produzione: Vox Film, Leone Film, Francinor-Paris International Productions; durata: 86’ Il gotico secondo Bava. Kurt, il figlio del conte Menliff, viene ucciso dopo il suo ritorno nel maniero di famiglia. Il suo spirito ossessiona la cognata, un tempo sua amante, creando un clima di terrore. Il film ebbe problemi con la censura: «Me lo hanno sequestrato perché si vedeva Christopher Lee che frusta Daliah Levi tutta compiaciuta e gaudente» (Bava). Sergio Martino, ispettore di produzione del film, ricorda che Bava «era un regista che aveva un grandissimo rispetto per il denaro e la pellicola, girava addirittura con il cronometro. Per esempio gli ho visto fare una cosa che io non ho mai fatto: strappare le pagine del copione dicendo: “Siamo abbastanza lunghi, questa scena non la giriamo». Ed è una cosa molto sana, tagliare prima invece di tagliare dopo». La protagonista, Daliah Levi, era reduce dall’indimenticabile prova ne Il demonio di Brunello Rondi. ore 20.30 Mario Bava: Operazione paura (2004) Regia: Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni; fotografia: Luca Brovelli; montaggio: Carlotta Giorgi, Davide Sanson; origine: Italia; produzione: Sky Cinema; durata: 53’ Il documentario, con la guida di Joe Dante e le testimonianze di molti registi hollywoodiani, ripercorre la carriera di Mario Bava, il regista italiano che con il suo talento onirico e visivo, la sua enorme capacità di inventare soluzioni tecniche di incredibile efficacia con budget irrisori, ha creato horror, thriller e film fantastici dallo stile ineguagliabile. Testimonianze di Dario Argento, Fabrizio Bava, Lamberto Bava, Mario Bava, Alberto Bevilacqua, Tim Burton, Roman Coppola, Roger Corman, Callisto Cosulich, Luigi Cozzi, Joe Dante, Dino De Laurentiis, Stefano Della Casa, Massimo De Rita, John Landis, John Phillip Law, Alfredo Leone, Tim Lucas, Fulvio Lucisano, Mario Monicelli, Ennio Morricone, Daria Nicolodi, Carlo Rambaldi, Elke Sommer, Barbara Steele, Sergio Stivaletti, Quentin Tarantino. a seguire I tre volti della paura (1963) Regia: Mario Bava; soggetto: da racconti di Anton Cechov, Aleksej Tolstoj, Guy De Maupassant; sceneggiatura: Marcello Fondato, con la collaborazione di Alberto Bevilacqua, M. Bava, [non accreditato Ugo Guerra]; fotografia: Ubaldo Terzano; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Michèle Mercier, Lydia Alfonsi, Boris Karloff, Suzy Anderson, Mark Damon, Jacqueline Pierreux; origine: Italia/Francia; produzione: Emmepi Cinematografica, Galatea, Société Cinématographique Lyre; durata: 99’ Tre racconti del terrore, introdotti da Boris Karloff. «Film singolarissimo, quasi unico nella sua struttura di trilogia di novella del brivido; tre variazioni e tre stili baviani. Nella prima novella, “da camera” troviamo un Bava attento al dettaglio psicologico, all’evoluzione ambigua dei due personaggi, senza trucchi o fantasie visuali. Nella seconda, un piccolo capolavoro in se stessa, il tema del vampirismo affiora evocato con richiami letterari e si impernia tutto sulla poderosa figura, miticamente gigantesca, di Boris Karloff. Nella terza, tutto è atmosfera e gioco di ombre e luci, rumori e mosconi, un Bava libero di materializzare le sue vicende paurose. Che dire dell’introduzione ai film detta da Karloff su uno sfondo magicospaziale? Che è surclassato in bellezza, in poesia e in genialità pura dal finale autoironico» (Codelli). «Se il lungometraggio che mi ha spaventato di più è un classico di Robert Wise, Gli invasati (The Haunting, 1963), il cortometraggio che più mi ha inquietato è firmato da Mario Bava. I tre volti della paura contiene un episodio basato su un racconto di Cechov: La goccia d’acqua. È il frammento di cinema più pauroso che abbia mai visto in vita mia […] Mario Bava è il mio preferito, perché ti penetra sotto la pelle, nell’inconscio, creando immagini brillanti che ti terrorizzano. È un maestro, e io non ho mai visto film come i suoi. Li scoprii nei drive-in quando frequentavo il college negli anni settanta e, anche se poi non li ho più rivisti per circa vent’anni, ricordo che mi colpirono molto. E mi spaventarono per quanto erano belli» (Sam Raimi). Copia proveniente dalla Cineteca Griffith di Genova - Ingresso gratuito domenica 27 Jean Cayrol. Dalla notte e dalla nebbia Convegno internazionale in occasione della Giornata della Memoria Poeta, romanziere, cineasta, editore, Jean Cayrol (1911-2005), prossimo al surrealismo, legato ai temi della Resistenza e dell’impegno, assertore di una nuova forma di arte ispirata alla sua esperienza di deportato (l’«art lazaréen»), riconosciuto come uno dei precursori del Nouveau roman: i suoi principi troveranno espressione nelle sue fictions e nella sua scrittura poetica e cinematografica; attraverso di essi, si annunciano e si leggono le questioni cruciali dell’universo concentrazionario. Il Dipartimento di Comunicazione e Spettacolo dell'Università degli Studi di Roma Tre, in collaborazione con il Dipartimento di Letterature comparate ed il Centro Studi italo-francesi, con il sostegno del Rettorato della stessa Università e dell’Ambasciata di Francia a Roma - BCLA, organizza il Convegno internazionale Jean Cayrol. Dalla notte e dalla Nebbia, in occasione della giornata della Memoria, che avrà luogo in varie sedi dell’Università degli Studi di Roma Tre il 25 e 26 gennaio 2008. A conclusione del convegno questa rassegna, curata da Eleonora Costanza (Università Roma Tre) e Stephane Solier (Ambassade de France - BCLA) in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e con il sostegno dell’Ambasciata di Francia in Italia, vuole essere un ulteriore omaggio all’attività intellettuale di Jean Cayrol che in Italia continua a essere, a torto, una figura ignorata dall’editoria e sconosciuta alla maggior parte del pubblico. Proiezioni a ingresso gratuito ore 16.30 Incontro con Giorgio de Vincenti (Università degli Studi Roma Tre) e Gianfranco Rubino (Università degli Studi Roma “La Sapienza”) ore 17.30 On vous parle (1960) Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand; interprete: Daniel Sorano; origine: Francia; durata: 16’; v.o.; sott. it. Estratto da un testo omonimo, questo cortometraggio sembra un lento monologo di un personaggio miserevole a proposito dell’esperienza concentrazionaria. Questo personaggio non identificato ricorda un allontanamento misterioso dalla propria casa, durante la guerra, l’arrivo in un campo di concentramento, la sensazione di essere spiato, la paura di un colpo di rivoltella alle spalle, «il moribondo che reclama la sua minestra», il letto come un pagliericcio, il proprio profilo magro di piccolo rapace. Il ritorno, quando a Parigi era il tempo delle ciliegie e gli impiccati sugli alberi non avevano più sangue. La fuga dalla festa, «j’aimais me faire oublier». Il lavoro in una fabbrica. L’apparizione della donna amata che non lo riconosce più («on ne peut s’aimer quando on est terrifié l’un par l’autre») e rinuncia a raggiungerlo. La guerra che non vuole finire. E la domanda finale: «pourquoi m’a-ton tué si je ne suis pas encore mort?». a seguire La frontière (1961) Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand; interpreti: Laurent Terzieff; origine: Francia; durata: 18’; v.o.; sott. it. In un ampio monologo, qualcuno parla di se stesso: bambino triste e vagabondo, la guerra improvvisa, la guerra che se ne va ma «je suis toujours en guerre», mentre non esistono più età. La città viene ricostruita, «per vivere è sufficiente perdere la memoria». Il personaggio è un morto diverso dagli altri morti, che hanno dimenticato, è un «revenant» che non accetta «un falso passato, un falso paese». Ha vissuto l’esperienza della notte, «sur un bateau sans lumière et sans pavillon». a seguire Madame se meurt (1961) Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand; interpreti: Suzanne Flon; origine: Francia; durata: 17’; v.o.; sott. it. Un inverno sul mare, «on n’attends plus personne». Allora, per passare il tempo, «si riprendono le storie nel punto in cui altri le avevano dimenticate». Come la storia di Valence, una donna che vaga in una grande città piena di palazzi vuoti, mentre muoiono tutti i membri della sua famiglia. Non sogna mai, facendosi addormentare dalle dolci mani di uno sconosciuto, partendo per le spiagge su un vecchio cavallo da corsa, come in un incantesimo. Solitaria, aspetta la notte alla sua finestra, finché, nell’alba inattesa di un giorno, «osa vivere». Come la storia di Marcel che «parle de l’amour, amoureusement», rievocata dall’amante Valence che ha assistito, impotente, alla sua morte. Infine, di nuovo Valence, morta, divenuta selvaggia in simbiosi col giardino che la ospita e nel quale ricomincia a vivere una vita vegetale, invocando disperatamente un nome. ore 19.00 Muriel ou le temps d’un rétour (Muriel, il tempo di un ritorno, 1962) Regia: Alain Resnais; soggetto e sceneggiatura: Jean Cayrol; fotografia: Sacha Vierny; montaggio: Claudine Merlin, Kenout Peltier, Eric Pluet; interpreti: Delphine Seyrig, Jean-Pierre Kéirien, Nita Klein, Jean Baptiste Thiérrée; origine: France/Italia; produzione: Alpha Productions, Argos Films, Les Films de la Pléiade, Dear Film Produzione; durata: 115’; v.o.; sott. it. La guerra d’Algeria è appena finita, ma non per chi l’ha vissuta. Siamo nel 1962 à Boulogne-sur-mer, dove Hélène Aughain si occupa del suo figlio adottivo Bernard. Veterano della guerra d’Algeria, ossessionato da un episodio di guerra: obbligato a partecipare alla tortura e ad assistere all’assassinio di Muriel, una ragazza algerina accusata di sabotaggio, non riesce a superare il suo passato (come il suo camerata Robert) né a dimenticare. Inoltre Hélène, vedova borghese ed annoiata che vive in un appartamento trasformato in bottega antiquaria, decide di ritrovare l’amore della sua adolescenza, Alphonse, anche lui di ritorno dalla guerra. Gli scrive. L’uomo arriva, ma in compagnia di una donna, e si installa a casa di Hélène. Questo incontro farà loro scoprire che non hanno più nulla in comune, nonostante gli sforzi per cercare di capirsi. ore 21.00 Le coup de grâce (1966) Regia: Jean Cayrol, Claude Durand; soggetto e sceneggiatura: J. Cayrol, C. Durand; fotografia: Jean-Michel Boussaguet; montaggio: Odile Terzieff; interpreti: Danielle Darrieux, Michel Piccoli, Emmanuelle Riva, Olivier Hussenot, Bernard Tiphaine, Florence Guerfy, Jean-Jacques Lagarde; origine: France/Canada; produzione: Les Films de la Pléiade, Sofracima, Soquema inc.; durata: 99’; v.o.; sott. it. Venticinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Bruno Capri, collaborazionista non scoperto della Gestapo, torna a Bordeaux e diventa l’amante di Sophie, la sorella di un resistente tra i molti da lui denunciati anni prima e che hanno trovato la morte. Sebbene abbia subito un’operazione di chirurgia estetica, la vedova della sua vittima crede di riconoscerlo… «On se méprendrait en ne considérant Le Coup de grâce que comme un récit d’action. En réalisant son premier film, Jean Cayrol [en collaboration avec] Claude Durand retrouve les thèmes de son œuvre de poète et de romancier: les images de la mémoire viennent recouvrir celles de la perception» (Pierre Mazars). lunedì 28 chiuso martedì 29 ore 18.00 La morte viene dallo spazio (1958) Regia: Paolo Heusch; soggetto: Virgilio Sabel; sceneggiatura: Marcello Coscia, Alessandro Continenza; fotografia: Mario Bava; musica: Carlo Rustichelli; interpreti: Paul Hubschmid, Madaleine Fischer, Fiorella Mari, Ivo Garrani, Dario Michaelis, Gérard Landry; produzione: Royal Film, Lux Film; origine: Italia/Francia; durata: 82’ Primo film italiano di fantascienza ed esordio nella regia per Paolo Heusch, La morte viene dallo spazio è considerato come uno dei migliori film di genere nostrani. Il razzo XZ viene lanciato verso la Luna ma per un’avaria perde la rotta ed entra in collisione con alcuni asteroidi che conseguentemente puntano inesorabili contro la Terra. La fotografia e gli effetti speciali sono di Mario Bava. «La trama è ideata molto ingegnosamente e la tensione che l’azione suscita va aumentando e non viene meno fino alla conclusione» (Albertazzi). ore 19.30 Terrore nello spazio (1965) Regia: Mario Bava; soggetto: da Una notte di 21 ore di Renato Pestriniero; sceneggiatura: Ib Melchior, Alberto Bevilacqua, Callisto Cosulich, M. Bava, Anton Romàn, Rafael J. Salvia; fotografia: Antonio Rinaldi; musica: Gino Marinuzzi Jr.; montaggio: Antonio Gimeno, Romana Fortini; interpreti: Barry Sullivan, Norma Bengell, Angel Aranda, Evi Marandi, Fernando Villena, Stelio Candelli; origine: Italia/Spagna/Usa; produzione: Italian International Film, Castilla Cooperativa Cinematografica, American International Pictures; durata: 88’ La fantascienza all’italiana secondo Mario Bava, fra astronavi che scompaiono, un pianeta dai poteri magici, scheletri e alieni. «Per Terrore nello spazio non avevo nulla, ma veramente nulla a disposizione. Dico, c’era il teatro di posa, tutto vuoto e squallido perché mancavano i soldi: avrebbe dovuto rappresentare un pianeta. Che ho fatto allora? Nel teatro affianco c’erano due grosse rocce di plastica, residuato di qualche film mitologico, le ho prese e mezze in mezzo al mio set, poi, per coprire il pavimento, ho seminato quegli zampironi fumogeni e ho oscurato lo sfondo, dove c’era solo la parete bianca. Poi, spostando quelle due uniche rocce, ho girato il film» (Bava). «Il film, a colori, ricorda per la scenografia alcune opere dell’espressionismo tedesco: suoni, luci, nebbie variopinte e sempre fluttuanti, melme in ebollizione, situazioni dense di mistero sono gli elementi che Bava ha mescolato per darci un discreto racconto di quel tipo di fantascienza che ignora i problemi della terra, ambientando personaggi e avvenimenti in mondi extragalattici e di pura fantasia» (Cavallaro). ore 21.15 La ragazza che sapeva troppo (1963) Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, Enzo [Sergio] Corbucci, Eliana De Sabata, con la collaborazione di Franco Prosperi, Mino Guerrini, M. Bava; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Leticia Román, John Saxon, Valentina Cortese, Dante Di Paolo, Robert Buchanan, Gianni Di Benedetto; origine: Italia/Usa; produzione: Galatea, Coronet; durata: 88’ Il capostipite del thriller all’italiana, nato come giallo rosa e trasformato da Bava in un film di suspense, in cui una ragazza americana, giunta in Italia, si trova, suo malgrado, coinvolta in un delitto e inizia a indagare in una Roma allora definita, da un anonimo recensore, «del tutto inedita, assurda, ma divertente». In realtà Bava svela il volto segreto e minaccioso della città che incute terrore con le sue geniali costruzioni (il quartiere Coppedè), i suoi appartamenti vuoti e misteriosi (Bava riesce a creare tensioni anche sfruttando la luce e non solo il buio, come nella geniale sequenza dell’appartamento dalle pareti bianche, modello per molto cinema a venire). «Penso che fosse un’idea intelligente. Era come una parodia del giallo, un giallo nel giallo. Questa ragazza che ha una fervida immaginazione e fantasia e viene suggestionata dal libro che sta leggendo» (John Saxon). «Una delle mie sequenze preferite del cinema di Mario Bava è quella che apre il film. Quando è uscito il dvd in italiano ho visto la scena: è apparentemente la stessa ma, allo stesso tempo, è completamente diversa da quella americana. Il dialogo è differente. La sequenza, in un bianco e nero meraviglioso, è costruita dalla macchina da presa che si muove su un aereo passeggeri. Mentre la macchina da presa li sfiora, si sente quello che pensano i personaggi inquadrati, cose del tipo: «Questo cibo fa schifo», «Vorrei qualcosa da bere», oppure «Non sopporto più mia moglie», c’è un uomo che sta contando mentalmente dei soldi e una donna che sogna di andare a fare shopping. Il movimento chiude sulla protagonista e quello che sta pensando è: «Cosa farò adesso di te? Prenderò questo coltello, lo infilerò nel tuo dannato cuore e te lo strapperò via!». Poi ti rendi conto che sta leggendo un romanzo! È la scena d’apertura più bella che abbia mai visto. Quando ho comprato la versione italiana, ho scoperto che non c’è traccia di tutto ciò. È la stessa scena, ma non ci sono i pensieri della gente. Una delusione» (Tarantino). Copia proveniente dalla Farfalla sul mirino - Ingresso gratuito a seguire L’ospite delle due (1975, 58’) Programma televisivo della Rai andato in onda il 13 aprile 1975, condotto da Luciano Rispoli. Mario Bava, ospite in studio con Carlo Rambaldi, l’attrice Silvia Monelli e il critico (poi regista e collaboratore di Fellini) Gianfranco Angelucci, spiega ai telespettatori alcuni dei suoi straordinari trucchi. Materiale gentilmente concesso da Rai Direzione Teche - Ingresso gratuito mercoledì 30 ore 18.00 Gli invasori (1961) Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Oreste Biancoli, Piero Pierotti, M. Bava; fotografia: M. Bava; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Cameron Mitchell, Giorgio Ardisson, Ellen Kessler, Alice Kessler, Jacques Delbò, François Cristophe; origine: Italia/Francia; produzione: Galatea, Critérion Film, Société Cinématographique Lyre; durata: 98’ L’epopea dei vichinghi all’assalto della Britannia. «Senza nasconderselo, il produttore tentò di rifare The Vikings, diretto da Richard Fleischer […]. Meno verboso e più barbaro rispetto al modello grazie alla descrizione grafica della violenza (l’enorme carro ornato di teste di morti dove sono legati due torturati; Rutford trafitto dalle frecce come San Sebastiano), il film di Bava anticipa l’universo parossistico del western italiano. I drakar che si stagliano sullo sfondo di un cielo arancione, il dragone scolpito sulla prua che emerge lentamente dalla nebbia, le frecce incendiarie che illuminano l’oscurità sono tutte testimonianze di quanta poesia si nasconda nella macchina da presa che Bava punta sulla tragedia umana…» (Martinet). «Le mie navi vichinghe erano carcasse della pasta Buitoni messe in fila, con quella specie di becco davanti soltanto, dopodiché ghiaccio secco per fare nebbia e i macchinisti che ogni tanto gettavano secchiate d’acqua, il dolly che andava su e giù e fumo in teatro, fumoni bianchi, fumoni neri. Ci prese un’intossicazione che rimasi sei mesi a letto e per poco non andavo a finire al manicomio per l’avvelenamento. Nello Santi mi mandò il cassiere con un regalo di cinque milioni, quelle cose che oggi col cavolo che succedono» (Bava). Copia proveniente dalla Cineteca Griffith di Genova - Ingresso gratuito ore 20.00 Quante volte... quella notte (1969) Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Carl Ross, Mario Moroni; fotografia: Antonio Rinaldi; musica: Lallo Gori; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Daniela Giordano, Brett Halsey, Pascale Petit, Dick Randall, Brigitte Skay, Valeria Sabel; origine: Italia/Germania Occidentale; produzione: Delfino Film, Hape Film; durata: 95’ «Una ragazza [...] racconta di essere stata vittima di un tentato stupro, ma il presunto violentatore sostiene che le cose sono andate diversamente. Nemmeno un testimone riesce a far luce sulla verità. Bava, molto più a suo agio nel genere horror, tenta qui una ben poco convincente incursione nel thriller dai toni pirandelliani, ambizioso ma assai sconnesso nella struttura narrativa. Iniziato nel 1969, il film è uscito quattro anni più tardi per problemi di censura» (Mereghetti). «Ho anche fatto un film spinto. Uno solo, niente male. Non lo nego. Si tratta di Quante volte… quella notte. L’ho fatto in un’epoca in cui in Italia, se rifiutavi di girare un film erotico, ti prendevano per omosessuale. Era basato sullo stresso principio di Rashômon: la notte di due coppie, raccontata da ciascuno dei partner. Una volta tanto le scene di sesso erano giustificate. Ma la censura l’ha bocciato. Il mio amico Riccardo Freda faceva parte della Commissione. Per salvare il film ho proposto in un secondo tempo di inserire una messa nera. Sono ancora in attesa di risposta» (Bava). ore 21.45 Diabolik (1968) Regia: Maria Bava; soggetto: Angela e Luciana Giussani, Dino Maiuri, Adriano Baracco; sceneggiatura: D. Maiuri, Adriano Baracco; fotografia: Antonio Rinaldi; musica: Ennio Morricone; montaggio: Romana Fortini; interpreti: John Philip Law, Marisa Mell, Michel Piccoli, Adolfo Celi, Claudio Gora, Terry Thomas; origine: Italia/Francia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica, Marianne Productions; durata: 101’ Trasposizione cinematografica del celebre fumetto delle sorelle Giussani. L’ispettore Ginko dà la caccia a Diabolik che, con l’aiuto di Eva Kant, ha rubato dieci milioni di dollari. Bava non ne aveva un grande ricordo (anche perché i tempi di lavorazioni, particolarmente lunghi, erano inusuali per lui): «Per Diabolik avevo a disposizione pochissimi mezzi, l’ho finito con circa duecento milioni di spesa, un’inezia. Si figuri che ho dovuto arrangiarmi a inventare tutto con i trucchi perché la produzione non mi forniva niente, ma proprio niente. Ha visto la capanna di Diabolik in campagna, il suo rifugio, il laboratorio, l’autorimessa...? Le giuro, erano tutti modellini, fotografie che io ritagliavo al momento, improvvisando per rimediare allo squallore della scena e incollavo su un vetro davanti alla macchina da presa». Invece Dino De Laurentiis che produsse il film serba un grande ricordo del regista: «Diabolik era uno di quei film che senza gli effetti speciali non si sarebbe potuto realizzare. All’epoca non c’era la tecnologia che c’è oggi, per esempio la computer animation, che ci consente di fare quasi tutto. All’epoca era necessario usare la fantasia e scelsi Mario Bava perché aveva quest’eccezionale capacità nel realizzare gli effetti speciali. Era un grande professionista e riusciva a risolvere problemi complessi in chiave tecnica con un’agilità eccezionale. Oggi Mario Bava dovrebbe essere un mito, un uomo che tutti dovrebbero ricordare per le sue qualità umane, ma soprattutto per la sua voglia e la sua passione di fare del cinema». Piena esplosione pop, con l’icona Marisa Mell, scelta di ripiego per la parte di Eva Kant, assegnata inizialmente a Catherine Deneuve, la quale però non voleva lasciar vedere neppure i polpacci e fu rispedita al mittente. Poco dopo esplose con Bella di giorno «dove se non mostravano al microscopio la sua epidermide, poco ci mancava! Valli a capire gli attori!» (Bava). giovedì 31 ore 18.00 La Venere d’Ille (1978) Regia: Mario e Lamberto Bava; soggetto: dal racconto omonimo di Prosper Mérimée; sceneggiatura: L. Bava, Cesare Garboli; fotografia: Nino Celeste; musica: Ubaldo Continiello; montaggio: Fernando Papa; origine: Italia; interpreti: Marc Porel, Daria Nicolodi, Fausto Di Bella, Adriana Innocenti, Mario Maranzana, Diana De Curtis; origine: Italia; produzione: Pont Royal Film Tv, Rai 2; durata: 60’ Film per la tv trasmesso il 27 maggio 1981 per la serie I giochi del delitto - Storie fantastiche dell’Ottocento. La storia, ambientata nella provincia francese, ruota attorno a una statua di bronzo che raffigura Venere. «Bava è riuscito a cogliere anche molte delle insenature del racconto e a scrivervi dentro una splendida rappresentazione di una cultura contadina e mediterranea nella quale di vedono convivere e intrecciarsi elementi solari e lunari (il lato materiale, razionale, religioso col lato lunare, irrazionale, magico, del mondo e della cultura contadina mediterranea). Pagine colte che non restano inerti, fini a se stesse, ma che diventano in Bava occasione di racconto, pretesto narrativo. È, infatti, proprio cogliendo questo tratto culturale del mondo rappresentato che Bava riesce a giustificare diegeticamente e linguisticamente la splendida zoomata che collegando la luna alla terra dà il via a quella magistrale ultima parte del racconto, tutta giocata sul perfetto uso dell’esitazione fantastica, in cui la terra e il cielo, il razionale e l’irrazionale, si congiungono per determinare lo choc fantastico grazie al quale il racconto raggiunge il suo climax e il suo senso» (Gualtiero Pironi). «Quest’opera finale di Bava è tra i capolavori di un cinema che non si risolve mai in equilibri conclusi. I costumi ottocenteschi si aggiungono ai corpi con la stessa libertà delle ricostruzioni rosselliniane, e sul rapporto verità-finzione dei corpi irrompono flagranze di dettagli carnalmente presenti oltre la minacciosa fermezza statuaria. Se l’horror di Mastrocinque o Ferroni conferma fascinosamente la natura del manichino, Bava può sì spingere la presenza romantica fin dentro i mondi classici (il greco, l’orientale, il nordico, persino quello postsettecentesco di Mérimée o quello dell’orizzonte russo) ma senza rinunciare a una trasparenza che riesce consunstanziale quanto quello rosselliniana alla natura televisiva» (Germani). Copia proveniente dal Museo Nazionale del Cinema di Torino a seguire Shock (1977) Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Lamberto Bava, Francesco Barbieri, Paolo Brigenti, Dardano Sacchetti; fotografia: Alberto Spagnoli; musica: I Libra; montaggio: Roberto Sterbini; interpreti: Daria Nicolodi, John Steiner, David Colin jr., Ivan Rassimov, Nicola Salerno; origine: Italia; produzione: Laser Film; durata: 92’ Dora ritorna nella sua vecchia casa insieme al secondo marito e al figlio. Accadono fatti sconvolgenti legati al suicidio del primo marito. «A partire dall’inizio, la macchina da presa a livello del pavimento che esplora lentamente la desolazione di un ambiente […] il film porta il segno d’una mano maestra: ed il seguito, con il suo intrecciarsi di sesso incestuoso e subitanei squarciamenti di putrefazione e violenza, è messo in scena con un’ambiguità di attrazione e repulsione che nessuno, in futuro, sarà capace di ripetere» (Francesco Troiano). «Mi ricordo che c’era anche il problema del fantasma di Shock, sembrava non ci fosse il verso di farlo, non c’erano soldi. Shock è stato girato in cinque settimane con 120 milioni. Per finirlo abbiamo lavorato anche sedici al giorno. Per realizzare il fantasma, Mario costruì un cartoncino ritagliato con le sue mani d’oro, e lo illuminò con delle luci speciali, rendendolo sorprendentemente efficace. Aveva anche una collezione incredibile di “vetri acqua” degli anni trenta: quasi tutti gli incubi che ha Dora, il mio personaggio, erano ottenuti attraverso delle deformazioni provocate da questi vetri, sembrava che il mare ci trascolorasse dentro. Li ha usati anche per l’effetto della casa che arde alla fine di Inferno di Dario Argento. Nessuno sapeva far bruciare questo enorme grattacielo newyorkese, ci voleva un effetto speciale particolare e lui, ridisegnandolo su un vetro, riuscì a farlo» (Daria Nicolodi). ore 20.45 Tavola rotonda moderata da Pierpaolo De Sanctis con Lamberto Bava, Renato Cestiè, Ernesto Gastaldi, Filippo Ottoni, Giona A. Nazzaro, Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni Nel corso della tavola rotonda sarà presentato il volume Kill Bill Kill! Il cinema di Mario Bava, a cura di Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni, un mondo a parte, Roma, 2007 a seguire Ecologia del delitto (1971) Regia: Mario Bava; soggetto: Dardano Sacchetti, Franco Barberi; sceneggiatura: M. Bava, Joseph McLee [Giuseppe Zaccariello], Filippo Ottoni, [non accreditati Sergio Canevari, Francesco Vanorio]; fotografia: M. Bava; montaggio: Carlo Reali; interpreti: Claudine Auger, Luigi Pistilli, Claudio Volonté, Laura Betti, Leopoldo Trieste, Chris Avram; origine: Italia; produzione: Nuova Linea Cinematografica; durata: 85’ Prima versione dello straordinario film di Bava, che reca come titolo Ecologia del delitto, voluto dal produttore Giuseppe Zaccariello, per cavalcare l’onda ecologista, e con la battuta finale «così imparano a fare i cattivi» pronunciata dai bambini (autentiche stelle del cinema italiano anni Settanta) Nicoletta Elmi e Renato Cestiè, al suo esordio. Il titolo fu poi cambiato con Reazione a catena (Ecologia del delitto) e la battuta ammorbidita, cambiando il senso del finale del film. Tredici delitti in una baia, sulla quale grava l’ombra di una speculazione edilizia in atto, contro la quale la natura (o chi per lei) mette in atto le sue forme di autodifesa: un congegno narrativo perfetto in un film di forte impatto visivo in cui Bava gioca con gli elementi naturali e con la luce, suggestionando lo sguardo dello spettatore. Film imitatissimo in America (Venerdì 13 su tutti), circondato da un culto del tutto meritato, grazie, oltre che al plot, alla mano ispirata di Bava (specie nelle sequenze dei delitti, costruite con una cura, per una volta, argentiana), a un cast notevole in cui ogni attore regala un’interpretazione indimenticabile (splendido cameo di Isa Miranda nella parte dell’anziana contessa). «Non saprei raccontare la trama, ma è uno di quei film che meno li capisci e meglio è. Mi piace soprattutto un’inquadratura venuta fuori quasi per caso. Prima l’immagine è sfocata, si ha l’impressione di vedere qualcosa che sembra il sole. E invece no, si tratta di un occhio, un occhio immenso che occupa l’intero schermo» (Bava). Giuseppe Zaccariello, produttore improvvisato ma geniale, reduce dai fasti di A ciascuno il suo di Petri ed Escalation di Faenza, aveva pretese autoriali e firmò la sceneggiatura sotto pseudonimo. Al termine del film sarà proiettato il finale di Reazione a catena (Ecologia del delitto). Ingresso gratuito