DEPRESSIONE : AFFETTO CENTRALE DELLA MODERNITA

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DEPRESSIONE : AFFETTO CENTRALE DELLA MODERNITA
Cinzia Crosali Corvi, 12, rue Gassendi 75014 Paris tel/fax : 01 40470230 port : 0610027752 e-mail : [email protected]
Riassunto della tesi di dottorato
Università di Bergamo (Italie)
Direttore di tesi : Prof. Pietro Barbetta
Università di Paris 8 (Francia)
Direttore di tesi : Prof. Pierre Gilles Guéguen
Altri membri della commissione :
•
Prof. Emilio Gattico
(Università di Bergamo)
•
Prof. Sergio Caretto
(Università di Torino)
•
Prof. Marie Hélène Brousse (Università di Paris VIII)
• Prof. Claude Maleval
(Università di Rennes)
Titolo della tesi:
DEPRESSIONE : AFFETTO CENTRALE DELLA
MODERNITA’
Presentazione
Questo progetto di ricerca è nato da due serie di domande che si intrecciano. Da un lato, come
interpretare lo sviluppo quasi epidemiologico della « depressione » nel mondo moderno;
dall’altro, come far luce sulla posta in gioco esistente nel dibattito tra psicoanalisi e psichiatria
a proposito delle diagnosi e della cura della depressione.
Il termine depressione rimanda ad una polisemia tanto vasta quanto eteroclita. Le sfumature
vanno dalla tristezza alla disperazione, passando attraverso l’inerzia, la pigrizia che paralizza,
la mancanza di energia e di desiderio, senza escludere lo sconforto e l’evocazione del
suicidio.
Quasi tutte le affezioni psichiatriche portano il segno dell’affetto depressivo e ciò contribuisce
ad aumentare l’indeterminatezza e l’arbitrarietà della nozione di depressione.
Nella clinica psicoanalitica, non si trova nessuna entità che possa essere nominata
« depressione », tuttavia tale termine continua ad imporsi in ogni ambito, a tal punto che si
1
puo’ parlare di “fenomeno di massa”. La frequenza con cui i pazienti portano in seduta
lamenti del tipo « soffro di depressione », « sono depresso », « sono sotto antidepressivi »,
non puo’ essere ignorata.
Uno studio sulla depressione non può prescindere dalla presa in considerazione della
“malinconia” in quanto i due concetti si trovano spesso associati nella letteratura psichiatrica
e psicoanalitica, così come nel discorso comune.
In particolare il termine « malinconia » nelle varie epoche da noi percorse, non è utilizzato
con lo stesso significato e senza dubbio non con il significato attuale. La « malinconia », di
volta in volta, fa riferimento alla bile nera di Ippocrate, alla « malinconia » degli Eroi investiti
dal «divin furore » di Platone, di Aristotele e dei teorici del Rinascimento. La « malinconia »
è anche fonte d’ispirazione per i poeti e per i pittori. In medicina la « malinconia » è tanto
suscettibile di variazioni quanti sono gli autori e le loro epoche. Tutte queste forme di
« malinconia » non sono estranee agli stati « depressivi » secondo il senso moderno del
termine, e i due concetti si sovrappongono e si confodono. Notiamo infatti che il termine di
malinconia usato nell’Antichità coincide spesso con quello di depressione nella vasta gamma
delle sue accezioni attuali.
Lo stesso avviene nel campo psicoanalitico ove i termini « depressione » e « malinconia »
possono intrecciarsi e sovrapporsi. Per esempio Freud usa il termine « malinconia » sia per
degli stati di leggera depressione, sia per altri di psicosi malinconica. In un allegato dedicato
alle referenze freudiane abbiamo messo in evidenza il “flou” semantico che ci ha condotto a
considerare sia i testi che riguardano la malinconia, sia quelli che si riferiscono alla
depressione.
Un’ulteriore problematica del nostro studio concerne il dibattito, instauratosi da qualche anno
tra psichiatria e psicoanalisi a proposito della « depressione ». La questione riguarda
l’approccio clinico, a livello di diagnosi e di trattamento ed il piano epistemologico e
strutturale. Spesso la preoccupazione descrittivo-riduzionista della psichiatria ha ignorato
l’implicazione del soggetto nel sintomo, in nome di una epurazione obiettiva
dell’osservazione clinica e della scientificità. Da tale « corto-circuito » del soggetto, si arriva
facilmente all’idea che la depressione è « ciò che un anti-depressivo guarisce ». Noi partiamo
da una critica di tale idea che porta al rifiuto della particolarità soggettiva del paziente. Sul
piano epistemologico il risultato è l’esclusione del soggetto dal discorso della scienza ; sul
piano clinico è un approccio terapeutico focalizzato sul fenomeno esteriore, sul
comportamento del paziente, senza un ascolto preciso della sua parola. Per la psicoanalisi si
tratta quindi di rintrodurre il “soggetto” nella costruzione del suo sintomo e di prendere
2
posizione nel dibattito contemporaneo, per difenderne questa posizione contro l’ideale
scientifico a-soggettivo. .
L’approccio alla « depressione » da parte di autori che appartengono da un canto all’egopsicologia e dall’altro alle discipline cognitivo-comportamentali , ci ha permesso di estendere
la nostra ricerca a diversi campi teorici e a pratiche cliniche molto eterogenee alla
psicoanalisi.
Per la psicoanalisi, la « depressione » non è un’entità univoca, misurabile attraverso scale di
valori come quella di Hamilton. Per la psicoanalisi lacaniana la depressione non è né una
malattia organica né un sintomo. Essa è un “affetto”, e procede dalla difficoltà che ogni
soggetto incontra nel metter in risonanza il significante con il “godimeno”, di coniugare il
Simbolico con il Reale.
Al posto di una cappa indifferenziata dove si mescolano una moltitudine di fenomeni clinici,
la psicoanalisi propone una diagnosi differenziale orientata dal particolare, dal caso per caso.
Le questioni della perdita, della separazione, della relazione all’oggetto e all’Altro,
l’impossibile da sopportare, sono le questioni da cui la psicoanalisi parte per interrogare il
rapporto del soggetto al godimento e l’al di là del principio di piacere.
Prendendo appoggio su alcuni casi clinici, abbiamo cercato di mettere in luce una
possibilità di diagnosi differenziale della « depressione » articolata a diverse strutture
psichiche.
L’insegnamento di Lacan ci ha permesso di
effettuare una distinzione tra la « non
autenticità » della depressione e « l’autenticità » dell’angoscia, che è un affetto « che non
inganna »1. La depressione, rispetto all’angoscia, si presenta come un rifiuto, una
neutralizzazione della questione del desiderio di cui l’angoscia è il segno.
Considerando insieme a Lacan l’angoscia come « la manifestazione specifica del desiderio
dell’Altro »2, la depressione si configura come rifiuto di tale manifestazione, diserzione del
soggetto da un confronto con le implicazioni che il desiderio comporta.
Un altro punto trattato concerne la distinzione tra depressione e sintomo. Il discorso della
modernità
considera la depressione come una malattia tra tante altre; tale posizione
attualmente è di viva attualità nei dibattiti sociali, politici e medici, e ciò ha portato ad
1
2
Cfr Lacan J., Le Séminaire, livre X, L’Angoisse, (1962-1963), Paris, Seuil, 2004, p. 92
Lacan J., idem, p.179
3
eleggere la depressione come « sintomo della modernità », come un sintomo di massa. La
nostra posizione invece è quella di una sfaldatura tra depressione e sintomo, secondo la
definizione del sintomo data da Freud in Inibizione, sintomo e angoscia. In questo testo, Freud
definisce il sintomo come risultato di un conflitto intrapsichico e risultato di una repressione3.
Nella clinica della depressione, la difficoltà è proprio quella della costituzione di un sintomo
che possa saturare “il godimento” con cui ha a che fare il soggetto. La nostra ipotesi consiste
nel considerare la depressione come un resto, vale a dire come ciò che il sintomo non riesce a
saturare rispetto al “troppo” del godimento di un soggetto. E’ d’obbligo precisare su questo
punto che noi usiamo il termine “godimento” in senso lacaniano (jouissance), consapevoli
dell’apparente senso paradossale del concetto. Ci riferiamo cioè a un godimento invasivo e
non localizzato, che in qualche modo “ingolfa” la vita di un soggetto esponendolo ad una
sofferenza altrettanto insostenibile.
Il discorso del Padrone.
Abbiamo intitolato la nostra ricerca: “Depressione, affetto centrale della modernità”. Per
sviluppare questa tesi precisiamo che qui consideriamo la modernità in termini psicoanalitici,
vale a dire, in termini di “Discorso”. E’ necessario quindi precisare che cosa è un Discorso
nella teoria lacaniana. Per Lacan, il discorso è una catena significante temporale e il luogo del
discorso è il rapporto del soggetto all’Altro4. Per Lacan il Discorso è il campo privilegiato
della psicanalisi perché contiene il “significante padrone” che si impone al soggetto in una
certa epoca e incide sul suo desiderio e sul suo modo di godere. Lacan definisce l’esperienza
psicoanalitica stessa, “un’esperienza di discorso”5.
Il discorso costituisce quindi il legame sociale che, secondo Lacan, non è naturale, ma è
l’effetto del linguaggio:
“Il discorso, che cos’è? E’ ciò che, nell’ordine… nell’ordinamento di ciò che si può
produrre per l’esistenza del linguaggio, fa funzione di legame sociale. C’è forse un
legame sociale, così, naturale, è su questo punto che si dividono eternamente i sociologi
….ma personalmente non ci credo proprio” 6.
3
Cf. Freud, Opere, vol.10° (1924-1929), Boringhieri, Torino, 1981. Inibizione, sintomo e angoscia, p.241
Cf Lacan Séminaire X, L’angoisse ( 1962-63) Seuil 2004, p.159
5
Lacan J., Le Séminaire XXVII, L’envers de la psychanalyse (1969-1970), Seuil 1991, p.17
6
Lacan J. Conférence donnée à l’Université de Milan, le 12 mars 1972 op.cité. p. 32-55.
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4
Nello stesso senso, noi riteniamo che neppure la depressione sia naturale o organica.
Nonostante tutti i tentativi di naturalizzazione che essa ha subito, noi la consideriamo come
derivante dal marchio del Discorso sul soggetto, precisamente come un effetto del Discorso
del Padrone nei termini in cui l’ha definito Lacan. E’ nel suo seminario L’envers de la
psychanalyse7, degli anni 69-70, che Lacan costruisce la sua teoria dei Quattro discorsi,
fondata su un modello di quattro elementi permutabili, con i quali cerca di formalizzare le
leggi strutturali del discorso.
Avremo così : il Discorso del Padrone, il Discorso dell’Isteria, il Discorso dell’Università e il
Discorso dell’Analista, formalizzati come segue:
Disc. del
Disc. dell’
Disc. dell’
Disc. dell’
Padrone
Isteria
Università
Analista
S1 → S2
$ → S1
S2 → a
a
──
──
──
── ──
$
──
// a
──
a // S2
──
S1 // $
→
$
S2 // S1
Rinviamo il lettore alla nostra ricerca completa per un’analisi più approfondita di questi
“matemi”; qui ci limitiamo a sottolineare che il loro obiettivo è quello di formalizzare la
logica del legame sociale, inteso come modo di enunciazione.
A noi interessa soprattutto il Discorso del padrone, che Lacan ha elaborato partendo dalla
dialettica del “Servo e Padrone” di Hegel.
Ciò che interessa il Padrone, afferma Lacan, è che tutto funzioni. Ora la depressione è proprio
ciò che dice che niente funziona. Essa disturba il Discorso del Padrone nella sua esigenza di
un funzionamento dove “tutto va bene”, orientato dalla legge della felicità ad ogni costo.
Questa esigenza è ancora più evidente nella logica di quello che Lacan indica come il sostituto
del Discorso del Padrone, cioè il Discorso Capitalista. Nella logica di questo Discorso, il
soggetto si illude di poter accedere all’oggetto del desiderio, direttamente e senza mediazione
del “fantasma”8, attraverso una soddisfazione completa e reale. La moltiplicazione degli stati
7
Lacan J., Le Séminaire, livre XVII, L’envers de la psychanalyse, (1969-1970), Paris, Seuil, 1991.
Intendiamo per « fantasma » uno scenario immaginario che raffigura in modo più o meno deformato,
l’appagamento di un desiderio inconscio.
8
5
depressivi contemporanei scaturisce dal confronto del soggetto con la sua incapacità di
raggiungere definitivamente l’oggetto che dovrebbe correggere la sua “mancanza ad essere” e
permettergli l’accesso a un godimento illimitato qui e ora. Paradossalmente sono proprio gli
oggetti immessi sul mercato del consumo, attraverso il loro carattere riproducibile,
scambiabile, moltiplicabile, acquistabile, a schiacciare il soggetto sotto l’imperativo feroce del
consumo, a un punto tale che il soggetto stesso si riduce a essere esso stesso un oggetto
destinato a consumarsi troppo in fretta come gli altri. E’ come se la domanda volesse
soddisfarsi annullando il tempo del desiderio. La depressione è l’emblema di questa
consumazione: una cosumazione del desiderio che segnala la dimissione del soggetto. La
spinta sfrenata al consumo e “all’avere” è come se volesse annullare la “mancanza ad essere”,
saturandola con gli oggetti.
Così secondo noi, certe psicoterapie cognitivo-comportamentali, partecipano al Discorso del
Padrone, attraverso il loro obiettivo di annullare la barra della divisione soggettiva, e cercando
di convincere il paziente che “può”, che “vale”, che “ce la farà” a eliminare la perdita e a
colmare la mancanza. La psicoanalisi al contrario lascia il posto alla mancanza, poiché essa
considera che la mancanza è la condizione del desiderio. Dire che la depressione è un affetto
centrale della modernità consiste nel considerarla come una diretta conseguenza
dell’imperativo del Padrone moderno e del suo incitamento all’obbligo della felicità.
Impossibilitato a raggingere la soddisfazione perfetta e totale, promessa in modo martellante
dal discorso moderno, il soggetto fa della sua posizione di ritiro pulsionale, cioè della sua
depressione, una posizione di godimento.
Ad ogni epoca attraversata nel corso del nostro lavoro, abbiamo potuto constatare che la
depressione è associata a un significante Padrone (Dio, la scienza, la natura, la psichiatria, la
psicoanalisi), che ci permette di definirla in funzione del discorso nel quale la si situa e che
implica l’attribuzione di un senso, di una definizione, di una causa e di un trattamento
specifico.
Depressione e godimento
Dire che la depressione si configura come una posizione di godimento può sembrare
paradossale perché i soggetti che si lamentano di essere depressi in analisi, non considerano
mai il loro malessere come un modo di godimento, ma piuttosto come qualcosa che impedisce
il godimento. E’ utile ricordare la differenza tra piacere e godimento nella psicoanalisi
lacaniana. Già dagli anni venti Freud aveva notato che insieme al piacere inteso come
riduzione della tensione al livello più basso, secondo il principio dell’omeostasi, esisteva una
6
tendenza dell’individuo ad andare “al di là del principio del piacere” e a produrre e a ripetere
situazioni provocanti dispiacere.
E’ precisamente in questo “al di là” che consiste il
godimento nella sua forma mortifera. Oltrepassare questa barriera implica la pulsione di
morte; la vita stessa del soggetto può essere messa in pericolo. Lacan dice a proposito di
questo godimento:
“ Il godimento è vietato a chi parla (…) può solo essere detto tra le righe, per chiunque
sia soggetto alla Legge, poiché la Legge si fonda su questo divieto stesso”9.
Per quanto riguarda la depressione, noi ci riferiamo a un eccesso di godimento che la legge
della castrazione non riesce a regolare e che il sintomo non riesce a saturare.
La penuria dialettica che possiamo rilevare nelle parole del paziente depresso è l’indice di un
rifiuto del soggetto ad acconsentire di passare per l’Altro (per i significanti, per il linguaggio)
al fine di assumere la sua castrazione. Il soggetto depresso si situa al di qua della propria
divisione, e resta così bloccato in questo godimento mortifero che gli sbarra l’accesso al
desiderio. Nello stesso tempo una sorta di soddisfazione si produce per il soggetto per il fatto
di credersi esente da ogni rischio e da ogni responsabilità, per esempio dalla responsabilità di
implicarsi in ciò che gli succede.
Quando in Télévision, Jacques Lacan parla della tristezza, solleva la questione della sua
qualificazione come depressione e pone il problema della responsabilità del soggetto:
« La tristezza, per esempio, viene qualificata come depressione, quando le si dà come
supporto l’anima, o la tensione psicologica del filosofo Pierre Janet. Ma non è uno stato
d’anima, è semplicemente una pecca morale, come si esprimeva Dante, o Spinoza : un
peccato, il che vuol dire una viltà morale, che in ultima istanza non si situa che in
rapporto al pensiero, cioè al dovere di bien dire, di bene dire o di trovar profitto dal
ritrovarsi nell’inconscio, nella struttura10 ».
Lontano dal giudizio morale o dall’idea di una colpevolezza legata al peccato, le affermazioni
di Lacan partono da una posizione etica, posizione di reintegrazione del soggetto, « il
forcluso » della scienza, posizione che Lacan sostiene facendo riferimento ad autori anteriori
alla scienza moderna. Si riferisce all’epoca di Dante o a quella di Spinoza, epoche distanti
l’una dall’altra e lontane dalla nostra, ma non esenti dagli affetti depressivi, poiché malgrado
l’amplificazione contemporanea della « tristezza esistenziale » o della « fatica di essere se
9
Lacan J. Ecrits Seuil, Paris, 1966, Subversion du sujet et dialectique du désir, p. 821
Lacan Jacques, Télévision (1973), in « Autres Ecrits » Seuil, 2001 p. 525-526. Traduzione in Italiano di
Giacomo Contri : « Radiofonia Televisione » Edizione Einaudi, Torino, 1982, p.83.
10
7
stessi »11, è evidente che la depressione non appartiene solo alla modernità : ne troviamo le
tracce, sotto diversi appellativi, in tutta la storia dell’umanità
La citazione lacaniana di Télévision, che ha in gran parte guidato il nostro lavoro, ci ha
condotti allo studio delle figure della depressione dal tempo dell’antichità fino agli inizi della
scienza moderna. Così Dante, che ha costruito il suo poema fondandosi sui principi della
teologia medioevale ci ha condotto a interrogare la Patristica nel suo interesse per l’accidia e i
suoi “demoni”.
In quanto “peccato” l’accidia ci ha confrontato con la questione della
responsabilità del soggetto in rapporto alla sua tristezza e al suo rapporto all’Altro divino. La
nostra prima parte, “La depressione mette in questione l’Altro divino”, analizza le
problematiche dei Padri della Chiesa attorno alla “tristezza accablante” che paralizza le sue
vittime a partire dal loro rapporto a Dio. “L’Altro” è da intendere come un Discorso, cioè
come un insieme di significanti ordinati da un significante Padrone. E qui si tratta del discorso
della teologia. Abbiamo quindi preso in considerazione la transizione dall’idea medioevale di
tristezza come “peccato” in rapporto all’Essere supremo, alla rivalorizzazione della tristezza
sul versante melanconico effettuata dai pensatori del Rinascimento. In effetti, ricollegandosi
alla tradizione aristotelica, il Rinascimento associa il melanconico a un uomo di genio votato
alla creazione. La genialità sarebbe un dono divino, ma c’è un prezzo da pagare per questo
dono : il prezzo della melanconia. Abbiamo seguito il percorso storico del movimento che, a
partire dal diciannovesimo secolo, con l’opera di Robert Burton e la sua Anatomia della
malinconia12, attraversa l’Europa e produce una specie di naturalizzazione del fenomeno di
cui la medicina si fa carico e dopo di questa, la psichiatria.
La lettura dei Padri della Chiesa, dei medici, dei poeti che, attraverso i secoli, si sono
interessati alla questione della « depressione » è stata effettuata alla luce retrospettiva della
psicoanalisi. La rilettura del loro approccio del fenomeno « depressivo », della loro strategia
di ricerca, acquista una ulteriore chiarezza grazie al filtro delle rivoluzioni concettuali
effettuate da Sigmund Freud e da Jacques Lacan.
Abbiamo potuto evidenziare con quale particolare finezza clinica i Padri della Chiesa
riescano a cogliere il “senza senso” della sofferenza umana al di là dei dogmi e della dottrina.
In questo modo possiamo dire che essi sono, insieme ai poeti, degli anticipatori della clinica
psicoanalitica. Il loro sapere, sgorgato da una pratica dell’ascolto, ha in effetti permesso loro
di intravedere nell’angoscia umana un punto di verità del soggetto.
11
Cf. A. Ehrenberg, La fatigue d’être soi. Dépression et société, Odile Jacob, Paris, 2000
Burton Robert, Anatomie de la mélancolie, Vol. I,II,III, (Oxford, 1621-1628) tradotto da B. Hoepffner, Paris, J.
Corti, 2000
12
8
Abbiamo inoltre mostrato come i medici si siano progressivamente allontanati da tale pratica
dell’ascolto, per orientare la loro clinica su una pratica dell’osservazione. Il loro tentativo di
formalizzare una « anatomia della malinconia » traduce lo sforzo di naturalizzazione del loro
oggetto di ricerca che va di pari passo con la tendenza a restringere sempre di più il ruolo del
“soggetto” nella storia della sua vita.
Abbiamo dedicato la seconda parte di questa ricerca , La depressione interroga l’ideologia
scientista, al dibattito medico-sociale contemporaneo attorno alla depressione. Si è trattato di
prendere in considerazione il Discorso del Padrone moderno, colui che vorrebbe istaurare la
felicità e riparare “la mancanza”. In questo discorso la depressione diventa l’oggetto della
scienza e si trova sempre più svuotata di implicazioni soggettive. Essa diventa un oggetto
misurabile, valutabile, riducibile agli scambi neuronali, guaribile per mezzo di sostanze
chimiche.
La storia della scoperta dei neurotrsmettitori ci ha permesso di illustrare la rivoluzione
avvenuta nell’approccio psichiatrico nei confronti della depressione a partire dagli anni
cinquanta. I metodi diagnostici dei fenomeni psichici si sono rapidamente uniformati alle
reazioni dei pazienti ai nuovi farmaci inibitori della recaptazione della serotonina o della
noradrenalina inaugurando una prassi che sovverte il rapporto tra diagnosi e cura, facendo
precedere quest’ultima alla prima, cosicché se il paziente reagisce bene agli antidepressivi la
diagnosi di depressione è confermata, altrimenti significa che non si trattava di un paziente
depresso.
L’esigenza di strumenti diagnostici il più possibile obiettivi si è concretizzata nelle ultime
versioni del DSM, orientate dalla necessità di un consensus vasto e di un approccio
possibilmente a-teorico. Se nel DSM I la depressione nevrotica era ancora legata a un
conflitto interno o alla reazione di un soggetto a un avvenimento identificabile, la revisione
che conduce progressivamente alla pubblicazione del DSM IV modifica l’approccio
diagnostico della depressione. Con l’abolizione del termine “nevrosi” dal DSM, il concetto di
“depressione nevrotica” è invalidato. La depressione è assimilata a uno stato di tristezza
dell’umore.
Paradossalmente la tristezza fa ritorno al tempo della statistica e diventa il segno principale
degli stati depressivi, riuniti sotto la rubrica di “Turbe depressiva maggiore”. Il DSM
statisticizzando il discorso comune, recupera il termine di tristezza che la psichiatria
d’Esquirol aveva eliminato perché troppo connotato di romanticismo.
9
Secondo la modalità diagnostica proposta dal DSM il clinico non deve interessarsi alla storia
del paziente, né considerare il senso che i suoi sintomi hanno per lui; il clinico deve limitarsi a
contabilizzare i sintomi secondo i criteri indicati, e trarne la diagnosi proposta dal manuale.
Per facilitare l’attuazione di diagnosi univoche correlate alle modalità combinatorie del DSM,
si è fatta pressante l’esigenza di stabilire degli strumenti standardizzati di valutazione atti a
misurare l’intensità delle turbe e delle attitudini umane.
Così la rivoluzione degli anni
sessanta, prodotta dalla scoperta dei neurotrasmettitori e la produzione di neurolettici e di
antidepressivi che ne è conseguita è all’origine sia di uno strumento come il DSM III e il
DSM IV, che di una moltitudine di questionari e di scale di valutazione. Questi dispositivi
furono costruiti per misurare tutti i tratti dello spirito umano: la paura, l’inibizione, l’angoscia,
l’agressività, l’estroversione, l’introversione, ecc. Noi ci siamo interessati ad alcuni di questi
strumenti creati per “misurare” la depressione, come la scala di Hamilton e l’inventario di
Aaron Becket. Avendo questi strumenti come obiettivo il raggiungimento della massima
obiettività diagnostica, essi tendono a eludere la parola del paziente nella sua particolarità e a
trasformarla nei modelli di risposta già previsti e preconfezionati. Il sistema di punteggio
tende il più possibile ad uniformare, cioè ad eliminare le differenze individuali e soprattutto a
neutralizzare il “senso” che ciascun paziente dà ai suoi sintomi. L’approccio delle scale di
valutazione è lo stesso di quello utilizzato dai redattori del DSM III e IV: ignorare la causalità
psichica per non interessarsi che alla fenomenologia delle turbe mentali. I questionari non
possono sostenere la singolarità del soggetto perché sono costruiti attorno al valore della
norma e della media, e considerano come sospette tutte le deviazioni da questa media che
fissa la normalità (della malattia!).
Aaron Beck per esempio definisce la depressione
referendosi al criterio della normalità/anormalità:
“La depressione è concepita come uno stato anormale dell’organismo che si manifesta
attraverso segni e sintomi quali l’abbassamento dell’umore soggettivo, atteggiamenti
pessimistici e nichilistici, perdita della spontaneità e segni vegetativi specifici”13.
Aaron Beck, come molti cognitivisti riporta la turbe psichica a un errore di giudizio, un errore
cognitivo, che si situerebbe a livello del pensiero. Possiamo forse tracciare un parallelismo
con la posizione lacaniana, là dove Lacan considera che la depressione fosse in stretto
rapporto con il pensiero? L’analogia è solo apparente. Infatti per Lacan il pensiero concerne il
registro del simbolico, la catena significante, esso è fatto di materia significante, ed è ciò che
costituisce il soggetto. Per Beck il pensiero concerne i processi cognitivi, gli schemi di
13
Beck Aaron T. (titolo originale: Depression : causes and treaiment . University of Pennsylvania PressFiladelfia- 1967) . Antonella Ravazzolo. Trad. La depressione, Boringhieri, Torino, (1° ediz.1978) 1979, p.246.
10
organizzazione che permettono, se adeguati, l’adattamento dell’individuo alla realtà. Per
Lacan il pensiero in quanto insieme di significanti esiste già prima del soggetto, lo precede e
lo costituisce, mentre per Beck il pensiero è una facoltà cognitiva alla quale il soggetto tende,
per costruirla e padroneggiarla come uno strumento. (di comunicazione e di ragionamento).
Nel primo caso è il significante che marca e determina il soggetto, nel secondo è l’individuo
che tende verso la cognizione con minore o maggiore performance.
E’ il concetto di
inconscio ad essere eluso dalle teorie cognitive, così come lo è nel DSM III e nel DSM IV.
L’assenza della causalità psichica e il fatto di non prendere in considerazione la pulsione di
morte, rende difficile al cognitivista spiegare dell’attaccamento del soggetto al suo sintomo,
benché questo non gli procuri piacere.
In questa seconda parte del nostro lavoro abbiamo infine preso in considerazione il dibattito
attuale in merito alle misure di prevenzione e cura della depressione che, a livello
internazionale, si attuano contro la depressione che sembra destinata a diventare una delle più
diffuse “malattie” mondiali secondo le previsioni.
Siamo partiti dall’esperienza francese per poi spaziare nel panorama europeo e mondiale.
L’allarme “depressione” esprime l’accordo di interessi sia del mercato del lavoro, sia del
mercato della farmacologia. Il primo si trova ad essere danneggiato dal tasso di assenteismo
che la dilagante “malattia” dell’umore provoca nel mondo del lavoro, il secondo promette la
soluzione del problema grazie alla diffussione sempre più mirata e selettiva degli
antidepressivi. Le campagne anti-depressione tendono a considerare l’attività cerebrale una
base oggettiva della felicità e promettono di standardizzare le misure della gioia e della
tristezza secondo valori statisticamente normali.
In questo dibattito la psicoanalisi si dissocia dal consenso ufficiale e sostiene che una parte di
tristezza può essere supportata e superata dagli esseri umani anche senza bisogno degli
antidepressivi. L’esperienza del lutto per esempio, tranne nei casi patologici, richiede un
tempo e un lavoro che è preferibile non ostacolare con il ricorso a farmaci. Già Freud
raccomandava:
“E’ peraltro assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti
rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non ci passa mai per la mente
di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto che ne è afflitto al
11
trattamento del medico. Confidiamo che il lutto verrà superato dopo un certo periodo di
tempo e riteniamo inopportuna o addirittura dannosa qualsiasi interferenza.”14
L’orientamento della modernità (Commissione europea, Organizzazione Mondiale della
Sanità, INPES15, non sono dello stesso parere). Non solo l’intervento farmacologico non è
considerato nocivo, ma è raccomandato in tutti i momenti di tristezza. Così vediamo sempre
di più dei pazienti trattati con antidepressivi in seguito a divorzi, separazioni, rotture affettive,
licenziamenti…. Il paradosso risiede nel fatto che tutti gli stati depressivi sono considerati
curabili nello stesso modo, come se procedessero da uno stesso marcatore biologico o da un
dato eziologico ben preciso. La pratica clinica ci permette di constatare che l’appellarsi alla
scientificità è un riferimento alquanto dubbioso e che il concetto di sapere scientifico è
abusato o utilizzato a seconda dell’interesse del momento, in quanto i dati sull’efficacia degli
antidepressivi sono estremamente discordanti.
Spesso quando i pazienti si rivolgono allo psicoanalista, hanno già sperimentato su se stessi
l’inefficacia degli antidepressivi (quelli che ne sono soddisfatti, non consultano
ulteriormente), e sanno che la loro depressione non sarà sradicata da un ennesimo
cambiamento di dosaggio chimico. Nella maggioranza dei casi lo psicoanalista non domanda
di interrompere il trattamento farmacologico, può anzi sostenerne l’importanza, anche se non
ne è il prescrittore, ma nello stesso tempo egli intraprende con il paziente un percorso
parallelo e differente: inizia cioè a dare un posto, un vero posto alla parola del soggetto.
Comincia ad ascoltarlo e a considerare il suo dire come un luogo privilegiato di un sapere sul
sintomo, un saper fino a quel momento sconosciuto al paziente. Così il lavoro analitico non
indietreggia davanti alla parte di “reale” che è in gioco in tutti gli stati depressivi, non resta
sordo di fronte alla voce della pulsione di morte all’opera nelle depressioni gravi, quelle di cui
la logica profonda si oppone a tutti i tentativi di miglioramento. L’invenzione freudiana ha
cercato di dare una risposa a questo paradosso attraverso il transfert et attraverso la presa in
considerazione del godimento nascosto dietro la pulsione di morte.
Abbiamo intitolato la terza parte del nostro lavoro La depressione mette in gioco il
godimento. Si tratta del cuore della nostra tesi, che ci ha portato a cercare le connessioni
intime tra depressioni e godimento. Come abbiamo già accennato noi parliamo di un modo
di godimento paradossale perché fissa il soggetto in una immobilità dolorosa e lo tiene al di
qua dei rischi, dell’angoscia, ma anche da quelli del desiderio.
14
15
Freud, Opere, vol.8° (1915-1917), Boringhieri, Torino, 1980, Lutto e melanconia, p. 103
INPES : Istituto Nazionale Prevenzione Educazione e Salute
12
In particolare nella depressione questo “godimento” si riferisce anche all’illusione del
soggetto depresso di potersi sottrarre da tutte le responsabilità, benché tale sottrazione non lo
liberi dal senso di colpa. Anzi è proprio l’inemendabilità della colpa, che lo metterebbe al
riparo da ogni tribunale e da ogni legge. I rimproveri e le auto-accuse tradiscono quindi quella
parte di godimento in cui anche Freud aveva già colto il compiacimento paradossale del
paziente malinconico.
Siamo partiti dall’intreccio, frequente nella nostra pratica, tra la depressione e l’angoscia, a
livello fenomenologico così come a livello clinico. Come l’abbiamo già precedentemente
accennato, la depressione in questo rapporto con l’angoscia, si configura come un rifiuto, una
neutralizzazione del desiderio di cui l’angoscia è il segno.
A partire da Freud e attraverso il lavoro di alcuni suoi contemporanei, abbiamo cercato nelle
origini della psicoanalisi l’approccio di una clinica innovativa, approccio da cui i postfreudiani si sono allontanati, ma alla quale Lacan non ha mai cessato di riferirsi.
Da Frued a Lacan, passando per Spinoza, abbiamo cercato di rintracciare una teoria degli
affetti secondo la psicoanalisi. Separando l’affetto dall’emozione, Lacan fa dell’affetto una
conseguenza dell’azione significante sul soggetto, egli orienta così l’affetto verso la passione,
verso ciò di cui patisce il soggetto per via della divisione che lo costituisce. L’affetto deriva
per Lacan dalla disarmonia strutturale esistente fra il linguaggio e il corpo sessuato (il
godimento), tra il registro del Simbolico e quello del Reale. Considerare la depressione in
quanto “affetto” ci conduce a riflettere sulle modalità secondo cui il soggetto è affetto dal
linguaggio e a chiarire le modalità con cui consente o no a perdere, in questa presa del
linguaggio, qualche cosa del suo essere (essere tutto per l’altro, essere il fallo della madre,
essere ciò che “tappa” la mancanza dell’Altro…). In questa cessione, che ci introduce alla
questione della relazione con l’oggetto, si decide anche la possibilità per il soggetto di
accedere al desiderio offrendogli una opportunità di uscire dallo stato di depressione
invalidante.
L’affetto depressivo per la psicoanalisi lacaniana è inerente, come ogni altro affetto, alla
difficoltà dell’essere parlante di coniugare, di accordare, il linguaggio alla cosa sessuale.
Questa discordanza è strutturale e l’affetto ne è la conseguenza, nel senso che è il modo
particolare che ciascuno ha di rendere conto di questo rapporto inconciliabile tra il corpo
sessuato e il linguaggio. Il rifiuto di volerne sapere un po’ di più su questa causa e su questa
disarmonia produce l’affetto depressivo con i suoi effetti di ritiro e rinuncia soggettivi.
13
Karl Abraham è stato il primo ad aver studiato con rigore le similitudini e le differenze tra
depressione e angoscia. Egli considera che: “tra l’angoscia e la depressione c’è una relazione
analoga a quella che esiste tra la paura e il lutto”16. Fedele alla prima teoria freudiana
dell’angoscia Abraham considera che il nevrotico è assalito dall’angoscia quando la
rimozione di una pulsione impedisce a quest’ultima di raggiungere il soddisfacimento. Questo
tuttavia non basta a istaurare la depressione, occorre ancora che il soggetto perda veramente
tutte le speranze di poter realizzare questa soddisfazione. La rinuncia a questa speranza è
completa nel caso della depressione. Possiamo sintetizzare il pensiero di Abraham dicendo
che alla base dell’angoscia c’è la rimozione e alla base della depressione c’è la rinuncia. La
perdita della speranza, che caratterizza il depresso di Abraham, ci ricorda l’accidioso (di San
Tommaso) colpevole di rinnegare le virtù teologali, della quali la speranza è la virtù centrale,
e il depresso (di Lacan) che cedendo sul desiderio, non può sperare più nulla.
La tesi principale di Abraham a proposito della depressione consiste nel considerare la
depressione come una regressione arcaica allo stadio orale. Si tratta di un desiderio inconscio
di divorazione libidinale dell’oggetto e quindi di una regressione allo stadio che Abraham
definisce “cannibale”. L’inibizione delle tendenze aggressive e sadiche darebbe luogo alla
depressione. Tuttavia questo fatasma di cannibalismo non ha come scopo l’incorporazione
dell’oggetto d’amore nella sua totalità, “ma la divorazione di una parte”17 . Lacan riconosce a
Abaham il merito di aver introdotto con l’oggetto parziale, la funzione dell’Ideale dell’io, una
funzione caratterizzata da “una identificazione attraverso tratti isolati, ciascuno unico,
ciascuno avente la struttura di significante”18 .
La più feconda degli allievi di Abraham fu Malanie Klein, che riprese dal suo maestro la
teoria degli oggetti parziali facendone il fondamento della sua elaborazione.
Ci siamo
occupati di questa psicoanalista, per il ruolo centrale che ha avuto nella sua ricerca la
posizione depressiva. Leggiamo nel suo testo Lutto e depressione: “ La posizione depressiva
infantile è la posizione centrale dello sviluppo del bambino. Le sviluppo normale di un
bambino e la sua capacità di amare sembrano dipendere (…) dall’elaborazione di questa
posizione decisiva”19.
Per Melanie Klein la malattia degli adulti chiamata “depressione” è
una riviviscenza di questo periodo della vita. L’angoscia di separazione e di perdita
16
Abraham K., «Préliminaires à l’investigation et au traitement psychanalytique de la folie maniaco-dépressive
et des états voisins » in Œuvres complètes /I (1907-1914) Paris, Payot, 1965, réed. 1965-2000, p.99.
17
Abraham K., « Débuts et développement de l’amour objectal » in Esquisse d’une histoire du développement de
la … », Œuvres complètes II ( 1915-1925), op.cit. p. 214 (traduzione nostra)
18
Lacan, Le Séminaire, livre VIII, Le transfert, Paris, Seuil, 2001, p. 444.
19
Klein M., « Contribution à l’étude de la psychogenèse des états maniaco-dépressifs (1934)», Deuil et
dépression, Paris, Petite bibliothèque Payot, 2004, p.73. (traduzione nostra)
14
dell’oggetto occupa una parte importante in questa concettualizzazione.
Lacan aveva
espresso una certa simpatia per Melanie Klein, da lui definita affettuosamente: “la géniale
tripière”; tuttavia la loro elaborazione non è univoca: per M. Klein gli oggetti non sono
direttamente legati al linguaggio come lo sono per Lacan, essi sono correlati ai meccanismi di
introiezione e proiezione secondo il registro dell’immaginario, sono delle “imagos” termine
impiegato da M. Klein a proposito di quella che lei chiama la “prima cinta del corpo
materno”. L’originalità di M. Klein in rapporto a molti suoi colleghi post-freudiani è stata
quella di aver reintrodotto la questione della pulsione di morte nella posizione depressiva del
soggetto e di non essersi limitata a considerare le carenze affettive come la causa primordiale
degli orientamenti psichici di un soggetto.
Un altro autore che ci è sembrato importante da prendere in considerazione in un lavoro sulla
depressione è René Spitz. Famose sono le sue ricerche sulla “depressione anaclitica” del
lattante, ossia al disordine psichico del bambino in seguito alla perdita dell’oggetto amato.
Spitz chiama “ospedalismo” l’insieme delle perturbazioni somatiche e psichiche gravi
consecutive a una carenza totale e di lunga durata, osservate nel bambino ospedalizzato e
separato dalla madre.
Questi bambini erano stati separati dalla madre in circostanze
inevitabili, dopo un periodo in cui le madri si erano occupate completamente di loro. In effetti
la depressione anaclitica si sviluppa solo se la relazione che l’ha preceduta è stata una buona
relazione con la madre. I bambini che avevano avuto una cattiva relazione con la loro madre,
non sviluppavano questa sindrome in seguito alla separazione. Non ci dilunghiamo in questa
sintesi nella descrizione dettagliata della depressione anaclitica; ci limitiamo a rilevare che
l’osservazione di Spitz mette in luce che la soddisfazione dei bisogni elementari del bambino
(alimentazione, igiene, trattamento sanitario) non impedivano per niente lo sviluppo della
depressione anaclitica. Per questi bambini non era questione di una mancanza di
soddisfazione dei bisogni quanto di una mancanza a livello di desiderio. In termini lacaniani
potremmo dire che il bambino descritto da Spitz, benché ben nutrito e curato, soffriva del
fatto che la cure di cui era oggetto non erano contrassegnate dal “marchio di un interesse
particolareggiato”20, né dal segno di “un desiderio che non sia anonimo”21. Questo bambino
non occupa il posto di oggetto causa di desiderio per “l’altro” (infermiera, educatrice, balia
…) che gli prodiga le cure materiali.
20
21
Lacan J., « Notes sur l’enfant (1969) », Autres écrits, Paris, Éditions du Seuil, 2001, p. 373.
Idem.
15
Nella articolazione lacaniana tra il bisogno, il desiderio e la domanda, ritroviamo le tracce
della particolarità che si oppone all’anonimato. Nel suo articolo del 1959, “La significazione
del fallo”, Lacan scrive:
“La domande in se porta su qualcos’altro delle soddisfazioni che essa richiede. Essa è
domanda di una presenza o di una assenza”22.
Non si tratta quindi di una risposta mancata rispetto al cibo, alla pulizia, o alle cure. Ciò che è
mancato a questi bambini è i segni di una risposta che umanizza, cioè come dice Lacan: “i
segni di una risposta che furono potenti a fare del loro grido un appello”23.
Il lattante che si lascia morire, rifiutando di lasciarsi nutrire, ci permette d’intravedere
l’apparire “dell’oggetto niente”, come oggetto a, qualificativo del marasma della sua
angoscia. L’angoscia del lattante ci rinvia anche alla posizione dell’anoressica che mangia il
“niente” e che fa del “niente” il suo oggetto, fino alla morte.
Noi pensiamo che la descrizione delle manifestazioni di autoagressività dei lattanti descritti da
Spitz metta in rilievo la forza della pulsione, della pulsione di morte, che noi abbiamo appreso
con Freud e Lacan ad associare al godimento. La posizione paradossale che il lattante occupa,
sia nella furia autoagressiva, sia nel rifiuto di nutrirsi fino a lasciarsi morire, rinvia a un
godimento mortifero. Il fatto che Spitz precisi che si tratti di bambini che hanno conosciuto un
periodo, anche corto, di contatto soddisfacente con la madre, ci fa comprendere che sono stati
immersi per un certo tempo, nel linguaggio, che si sono iscritti come soggetti nell’Altro, e che
hanno quindi soprattutto perduto qualcuno che parlava loro, qualcuno con cui, qualcosa della
dialettica del desiderio aveva preso forma. E’ a partire dalla dialettica con questo “Altro” che
il desiderio, compreso il desiderio di vivere, prende avvio e consistenza.
Ci siamo interessati alla teoria di Pierre Janet a proposito della depressione perché Lacan cita
espressamente questo autore per indicare che cosa non è, per lui (Lacan) la depressione. “Non
è la tensione psicologica del filosofo Pierre Janet” dice in Televisione, come lo abbiamo sopra
annotato. Curando la depressione con l’ipnosi Janet cerca di regolare “il problema
dell’amministrazione economica delle forze dello spirito”. La concezione economica sostiene
un’idea di deficit insito nello stato depressivo che secondo Janet è alla base di ogni nevrosi.
Questo è anche il punto di distanza tra lui e Freud: il primo sostiene un modello esplicativo
“deficitario”, il secondo un modello “conflittuale”. L’abbassamento della tensione psicologica
è per Janet il paradigma della depressione e la cura non può essere che “riparatrice” di questo
22
23
Lacan J, Écrits, Paris, Seuil, 1960 , « La signification du phallus » p.691
Lacan J. « Remarques sur le rapport de Daniel Lagache », Écrits, Paris, Seuil, 1960, op.cit., p.679.
16
indebolimento. La distanza presa da Lacan concerne la logica stessa dell’inconscio:
l’inconscio di Janet è infatti il subcosciente della psicologia del profondo, sede
dell’irrazionale e dell’istintivo, quello di Lacan è l’incoscio freudiano, rigoroso e organizzato
secondo regole precise, le leggi del linguaggio.
Abbiamo infine dedicato un capitolo alla cosiddetta malattia dell’idealità, e in particolare al
pensiero di Janine Chesseguet, per sottolineare la distanza tra l’approccio alla problematica
della depressione di Lacan e quella della psicologia dell’io.
J.Chasseguet propone una
distinzione radicale tra l’Ideale dell’io e il Super io. Riferendosi a Freud questa autrice
considera l’Ideale dell’io come il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia.
Questo
presuppone la nostalgia di un tempo arcaico e paradisiaco, dove la completezza sarebbe stata
realizzata. Si tratta della soddisfazione completa e totale che il bambino avrebbe provato al
tempo della fusione primitiva con la madre, sostenuto dalla credenza di essere il partner unico
e ideale di quest’ultima. Il Super io sarebbe una formazione successiva, e si situerebbe
all’uscita del complesso d’Edipo, del quale sarebbe l’erede. L’Ideale dell’io tenderebbe a
recuperare la potenza perduta, quindi a restaurare l’illusione, il Super io promuoverebbe la
realtà. Il primo spinge l’io alla fusione, il secondo separa il bambino dalla madre. Il depresso
testimonierebbe di un Ideale dell’io smisurato in lotta con un Super io feroce e il suo stato
deriverebbe dall’impossibilità di colmare la distanza tra l’io e il suo Ideale.
L’analogia con Lacan è solo apparente. Anche Lacan considera che la funzione dell’Ideale
sia la più deprimente24, e nel Seminario V, dice che : “l’Ideale dell’io interviene nelle funzioni
che sono spesso depressive, quasi agressive nei confronti del soggetto”25, tuttavia non ci
sembra che l’Ideale dell’io della Chasseguet sia lo stesso Ideale dell’io di Lacan. Lacan
infatti fa dell’Ideale dell’io il risultato della rimozione edipica e lo situa al termine dell’Edipo.
La distinzione che sottolinea Lacan è posta tra l’io-ideale e l’Ideale dell’io. Il primo (che
corrisponderebbe all’Ideale dell’io della Chasseguet), si iscriverebbe nel registro
dell’immaginario, il secondo in quello del simbolico; il primo sarebbe legato alla cattura
narcisistica dell’immagine, il secondo riguarderebbe la posizione sessuale maschile o
femminile in gioco all’uscita dall’Edipo. Mentre la Chasseguet associa l’Ideale dell’io alla
nostalgia della pienezza della fusione del soggetto con la madre, Lacan fa dell’Ideale dell’Io
il risultato dell’identificazione con il padre, o per meglio dire con “le insegne paterne” in
quanto identificazioni significanti. Questa identificazione regolerà le relazioni del soggetto
24
25
Lacan J. Le Séminaire, Livre 1, Les écrits techniques de Freud (1953-1954), Paris, Seuil, 1975, p.5.
Lacan J., Le Séminaire Livre V ; Les formations de l’inconscient (1957-1958), Paris, Seuil, 1998, p. 289.
17
con l’oggetto, infatti quest’ultime, scrive Lacan : “saranno comandate a partire da quel punto
dell’identificazione in cui il soggetto riveste le insegne di ciò a cui si è identificato, e che
giocano in lui il ruolo e la funzione dell’Ideale dell’io”26.
Questo momento di identificazione segna così il passaggio dall’ordine immaginario all’ordine
simbolico, e quindi il passaggio dall’Io-ideale (ideale narcisistico) all’Ideale dell’io (ideale
simbolico).
La tesi della Chasseguet ci mostra che l’oggetto in gioco nello stato depressivo è un oggetto
che non arriva a soddisfare le esigenze del cosidetto “depresso” a causa dell’insufficienza
dell’io, un oggetto che in tutte le sue possibilità: frustrante, soddisfacente, buono, cattivo,
deludente, adeguato, desiderato o sdegnato, esso è sempre l’oggetto mirato dal soggetto
(l’obiettivo). La sovversione lacaniana consiste nell’aver mostrato che l’oggetto angosciante
non è l’oggetto mirato (ivi compreso nella sua posizione insoddisfacente), ma l’oggetto causa
di desiderio, un oggetto la cui incidenza è legata all’esperienza dell’angoscia perché esso
rinvia sempre il soggetto al suo turbamento di fronte ai rischi del desiderio dell’Altro. La
dimensione del simbolico indica una dimensione “altra” dell’oggetto: quella della mancanza.
L’oggetto manca non perché è un cattivo oggetto, ma perché è da sempre perduto, a causa
dell’accesso del soggetto all’ordine del linguaggio. Allora noi diremo che la depressione è
una malattia dell’idealità, a condizione di articolare l’Ideale dell’io alla questione della
Legge27, cioè alla logica del desiderio.
Nella parte clinica della ricerca abbiamo esposto e discusso alcuni casi di pazienti cosiddetti
depressi . L’analisi del “caso per caso” ci ha condotto all’ascolto di quanto c’è di particolare e
individuale nel discorsco di ciascuno di loro. Si tratta di una clinica differenziale degli stati
depressivi che considera la depressione a partire dalla struttura, differenziando la logica della
nevrosi da quella della psicosi. Così abbiamo potuto verificare che il rapporto del soggetto
all’oggetto è diverso a seconda della struttura psichica del soggetto: vacillante e lasciato in
sospeso (indeciso) nella nevrosi, l’oggetto causa di desiderio è fuori gioco nella psicosi. La
depressione è così un affetto transtrutturale ed è una delle risposte del soggetto al fatto di
essere affetto dai paradossi di un godimento che sempre esprime una disarmonia che non può
essere completamente assorbita. Attraverso la nostra casistica abbiamo esaminato in che
modo ciascuno dei pazienti in questione ha gestito questo disfuzionamento, questa
26
Le Séminaire, Livre V ; Les formations de l’inconscient (1957-1958) op.cit., p. 295.
Cf. Lacan J. Lacan J., « l’exigence de l’Ich-Ideal prend sa place dans l’ensemble des exigences de la loi » en :
Le Séminaire, Livre I ; Les écrits techniques de Freud, op.cit., p.154, (en italique dans le texte)
27
18
disarmonia, che l’aveva condotto alla depressione e all’inerzia.
Lo stato depressivo si
configura di volta in volta e in modo diverso come una “malattia del desiderio” che confina
ciascuno dei pazienti presentati in una sorta di vita condotta ai minimi termini, e lo spinge a
ritirarsi anche al di qua dell’angoscia.
La “neurastenia” di Umberto Saba (unico caso illustre e letterario della nostra casistica) si
esprime con una sofferenza intensa che gli impedisce per un certo tempo di scrivere, di uscire,
di studiare, di dormire, di mangiare. Chiuso nella sua stanza rumina idee nere e sensi di colpa
e si attarda su immagini di sofferenza inflitti alla madre per causa sua. L’analisi condotta con
il dott. Weiss gli permetterà di ritrovare le coordinate della sua storia e di uscire dalla
prostrazione. Ciò che egli eleverà alla dignità di poesia è il materiale stesso della sua vita: i
suoi ricordi, la sua infanzia. Un materiale che egli offre allo sguardo degli altri dapprima in
forma di lamento, poi in forma di versi e di poesia. L’oggetto “sguardo” si rivela essere per lui
l’oggetto che lo tormenta, lo spinge, lo “causa”, lo costituisce in quanto soggetto.
Fabienne, nevrotica ossessiva, sfinita a causa dei suoi rituali di pulizia domestica, mette “il
bambino” al posto dell’oggetto causa di desiderio. Si tratta, per lei, del desiderio dell’Altro
(Altro : materno, paterno, coniugale) da cui ella dipende e che ha il compito di salvaguardare.
La sua depressione è il risultato del fallimento dei suoi rituali scaramantici destinati a
preservare e proteggere l’oggetto dagli attacchi mortiferi della sua propria aggressità. Una
certa pacificazione è stata raggiunta nel corso del trattamento, grazie a una restaurazione del
mito edipico nella sua storia soggettiva. La conseguente separazione dall’oggetto ha
alleggerito la sua angoscia di fronte alle minacce della “presa” materna sul bambino e alla
dimissione paterna.
L’oggetto orale è al centro della depressione di Roberta. Il rifiuto di mangiare e il vomito sono
i sintomi isterici con i quali si difende dal soffocamento materno. Questi sintomi non riescono
a stabilizzarla. La caduta depressiva segnala l’insistenza di un residuo di godimento non
localizzato e non saturato dal sintomo. Il paradosso linguistico di una parola che scivola da
una significazione ad un’altra, a seconda della lingua usata (materna o straniera) autorizza uno
spostamento della posizione soggettiva e permette a Roberta di sottrarsi dalla posizione di
oggetto esclusivo della voracità materna.
19
Negli ulteriori casi che abbiamo analizzato, quattro casi di psicosi, abbiamo messo in
evidenza lo schiacciamento del soggetto sotto il peso di un oggetto “non estratto” e quindi non
operante come causa di desiderio.
Nella sua posizione di donna alcolizzata e picchiata, Mélanie raggiunge “l’oggetto scarto” (a
cui si identifica), fino al momento in cui troverà lei stessa una soluzione per “rivestire” questo
oggetto.
Antonio, in trattamento antidepressivo da quindici anni, testimonia la sua caduta depressiva,
successiva a un accesso paranoico. Abbiamo cercato di chiarire nel suo caso gli effetti del
desiderio materno nella psicosi: desiderio di morte per la madre di Antonio, già lei stessa
“picchiata a morte” dal proprio padre. Il “Nome del Padre”, forcluso, lascia il soggetto
sprovvisto di significazione fallica e perso nelle oscillazioni fra la persecuzione paranoica e lo
stato depressivo dove si annulla ogni desiderio ogni energia vitale.
Alessandro testimonia del suo essere “incollato” in forma mortifera all’oggetto. Un incastro
che ha preceduto i suoi crimini e che persiste anche dopo gli omicidi. Egli esemplifica in
modo drammatico una delle forme dell’amore nella psicosi. Lo stato malinconico che ha
preceduto il suo suicidio ha messo in scacco la possibilità di un movimento dialettico vitale.
Nessun operatore simbolico ha potuto proteggerlo dall’incontro con un “reale” letteralmente
insopportabile. Il suo amore si configura come un “amore morto”, un amore che lo annulla in
quanto soggetto.
Infine nel caso di Fabrizio abbiamo visto come l’affetto depressivo può presentarsi in una
struttura psicotica marcato da tratti di perversione e come la perversione sia per questo
soggetto una sorta di “soluzione” che lo protegge da una grave caduta depressiva sul versante
malinconico
Questi casi ci dimostrano che dietro la diagnosi di depressione, c’è sempre qualcosa di molto
complesso e di difficilmente standardizzabile. La varietà delle posizioni, dagli affetti, delle
difficoltà e dei lamenti non può essere ridotta a una diagnosi di depressione come entità
clinica univoca.
La clinica differenziale degli stati depressivi ci autorizza a sostenere che essi non possono
essere tutti trattati nello stesso modo. Nel caso di depressione nevrotica il trattamento ha
prodotto un miglioramento grazie alla produzione di un nuovo senso e di una nuova formula
edipica. Nel caso della psicosi, invece, la non iscrizione del soggetto nel campo dell’Altro,
indica che non è la ricerca di un nuovo senso ad essere importante, ma l’invenzione di una
20
forma di “supplenza” alla funzione fallica mancante, che permetta ai tre registri
dell’Immaginario, del Simbolico e del Reale di essere annodati e di tenere insieme.
Sul versante della depressione nevrotica siamo stati guidati dall’indicazione lacaniana della
“pecca morale” e della rinuncia del soggetto ad assumere il suo desiderio pur di non
incontrare l’angoscia; sul versante della psicosi e soprattutto della malinconia, abbiamo
considerato che l’effetto della forclusione, cioè l’assenza dell’operatore simbolico, fosse in
primo piano. Il ‘fallimento” del soggetto è dato dal rigetto dell’inconscio, così il soggetto
incontra il Reale senza contorni simbolici, si tratta di un Reale che lo assedia. Lacan parla a
proposito della melanconia di “suicidio dell’oggetto”28 per dare l’idea della catastrofe
provocata da una identificazione massiccia del soggetto all’oggetto. In una struttura psicotica,
cioè caratterizzata dalla forclusione, nessuna metafora significante ha la funzione di
proteggere il soggetto dall’impatto con l’oggetto. In effetti l’oggetto è sopportabile soltanto
quando è nascosto, quando è avvolto dall’involucro formale, o come dice Lacan, quando è
nascosto dietro l’immagine del narcisismo: i(a). Il suicidio dell’oggetto si avvera quando il
soggetto si identifica completamente alla “Cosa”, al Das ding che già Freud nell’Entwurf
considerava come irriducibile alla simbolizzazione.
Sul versante clinico quando la depressione malinconica conduce il soggetto a una specie di
pietrificazione senza parole, a uno sradicamento totale dall’Altro, è difficile avere una presa
psicoanalitica. Il senso di colpa delirante del melanconico è uno degli effetti della forclusione
e quindi dell’assenza della “vera funzione” del Nome del Padre, che è quella “di unire (e non
di opporre) un desiderio alla legge”29. L’assenza totale di questa funzione non permette
l’articolazione significante. Tuttavia la forclusione del Nome del Padre non è sempre così
devastante. Se una produzione, anche minima di signficanti sussiste, se il paziente consente,
anche in modo minimo a parlare, un lavoro analitico sarà possibile, il transfert potrà
instaurarsi, un involucro formale potrà essere costituito per proteggere il soggetto da un
incontro con la verità, un incontro che Freud considerava fatto sempre con troppa acuità da
parte del malinconico. Nel lavoro analitico alcuni significanti fondamentali potranno essere
isolati e diventare degli isolotti di salvataggio nel vasto naufragio melancolico. Saranno i
significanti del soggetto e non quelli proposti da una scala di valutazione o da un test costruito
con risposte preconfezionate. L’assenza di ancoraggio all’Altro sarà così “bordata” lungo il
lavoro analitico grazie all’invenzione di “trovate” inedite che il soggetto stesso utilizzerà per
situarsi dalla parte del sentimento della vita.
28
29
Lacan J., Le Séminaire, livre VIII, Le transfert (1960-1961), Paris, Seuil, 2001, p. 463
Lacan J., «Subversion du sujet et dialectique du désir », Ecrits, op.cit. p.824.
21
Le ipotesi che abbiamo esposto in questo lavoro di ricerca, anche se possono sembrare in gran
parte riferite essenzialmente alla teoria psicanalitica, ci hanno soprattutto permesso di
elaborare i vettori che ci orientano nella presa in carico terapeutica di pazienti affetti dalla
cosiddetta “depressione”, cioè i vettori che ci orientano nella pratica psicanalitica. La clinica
differenziale del “caso per caso” mostra la sua efficacia perché va al di là della definizione
massificante di “depressione” e sostiene la potenzialità di ogni soggetto cercandola nei
significanti che lo rappresentano.
Cinzia Crosali Corvi
Parigi 14 Settembre 2008
22