Renzi vola e si infuria «I dissidenti? Sono vili»

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Renzi vola e si infuria «I dissidenti? Sono vili»
www.ilgarantista.it
COTTARELLI
Che vita
grama,
mister
spending
DIRETTO DA PIERO SANSONETTI
ANNO XIX NUMERO 45
GIOVEDÌ 1 AGOSTO 2014 1,00 EURO
di Gianfranco Polillo
a pagina 13
Nazionale: Prezzo di vendita 1,00 - Solo per la Calabria vendita abbinata obbligatoria Cronache del Garantista + Cronache del Garantista della Calabria a 1,00
APPROVATO UN EMENDAMENTO DELLA LEGA
Renzi vola e si infuria
«I dissidenti? Sono vili»
I FRANCHI TIRATORI COLPISCONO MA SENZA FARE
MALE. LA RIFORMA VA E IL PREMIER LANCIA STRALI.
MA IN SENATO SBANDA IL DECRETO CARCERI
di Riccardo Paradisi
a pagina 4
e opposizioni assaporano per qualche
ora il sapore della rivincita. Grazie al
voto segreto mandano sotto la maggioranza su un emendamento leghista che attribuisce al Senato la disciplina dei rapporti famigliari. Lega, 5stelle e Sel, assieme a quaranta franchi tiratori, sperano di replicare il col-
L
INTERVISTA
Cacciari:
dopo Renzi
l’apocalisse
paccio su un emendamento che prevede
il taglio dei deputati della Camera. Ma
stavolta il presidente Grasso non consente il voto segreto. La maggioranza
torna a segnare i punti, la riforma procede e con l’approvazione dell’articolo 1 che sancisce la fine del bicameralismo
perfetto - porta la testa oltre la barriera dell’opposizione. Una giornata particolare dove
la maggioranza è andata sotto anche sul ”de-
creto detenuti” in commissione Giustizia dove passa
un emendamento di Forza
Italia a cui il governo si era
dichiarato contrario. Decisivo l’appoggio alla modifica dei Cinquestelle. Adesso
il provvedimento rischia di
tornare alla Camera e di non essere convertito entro il termine del 26 agosto.
UN MAGISTRATO USA
HA FATTO FALLIRE L’ARGENTINA
di Lorenzo Misuraca
a pagina 5
IL PERSONAGGIO
«Giudice maledetto!»
MEDIORIENTE
ORA TOCCA A SADDAM HUSSEIN
Storia di un duello Cadaveri eccellenti:
tra Foucault e Said che traffico!
ichel Foucault e Edward Said
si conobbero e duellarono a
lungo sul Medioriente. Said nel suo
diario racconta di una convocazione ricevuta all’inizio del 1979 da
altro ieri abbiamo pubblicato su questo giornale un
articolo molto interessante di
Antonio Ingroia, nel quale l’ex
magistrato chiedeva che fosse revocato il 41 bis a Bernardo Provenzano. Sulla base di argomenti che io non condivido e tra poche righe dirò perché. Prima però vorrei trascrivere una frase
che era all’inizio dell’articolo di
Ingroia, e mi è parsa molto interessante, e sarebbe bello se non
cadesse nel vuoto. Questa: «E’
possibile discutere fuori degli
schieramenti militanti da tifoseria scalmanata sugli spalti, garantisti da una parte e antimafiosi dall’altra? Possibile aprire un
dibattito serio e civile in cui ciascuno ascolti gli argomenti altrui
e rispetti l’interlocutore senza insultarlo di essere, a seconda, bieco torturatore di poveri carcerati
o complice dei mafiosi? Dopo
tanti anni di tentativi a vuoto,
nutro più di qualche scetticismo,
ma ciò nonostante insisto».
iò che la Fiat - che oggi
tiene l’assemblea straordinaria degli azionisti per sancire la fusione con
Chrysler - ha combinato in Italia è noto: dal 2008 circa il
50% dei suoi dipendenti è in
cassa integrazione o contratto
di solidarietà, quindi pagati da
denaro pubblico per un importo simile a quanto gli azionisti
si sono distribuiti in questi anni. Ha chiuso gli stabilimenti
di Termini Imerese, la Cnh di
Imola,la Iveco di Avellino,
mentre a Pomigliano mantiene
uno stabilimento in uno stato
precario con 2000 persone senza prospettive. I modelli di auto di bassa cilindrata a partire
dalla 500 in tutte le sue versioni vengono costruiti in Polonia,in Turchia, in Serbia. I piani di investimento annunciati
e regolarmente mai applicati
hanno portato la produzione di
auto in Italia ad un terzo di
quello annunciato.
C
Angela Nocioni e Giulio Sapelli a pagina 3
M
L’
di Maurizio Zipponi
segue a pagina 23
GAZA
di Mattia Baglieri
a pagina 14
di Piero Sansonetti
segue a pagina 23
Cari Landini
e Marchionne,
dovete tornare
a negoziare
di Katia Ippaso
a pagina 8
di Paolo Di Paolo
a pagina 9
Caro Ingroia,
i diritti
contano più
della legalità
FIAT
Lina Sastri:
non mi
piace
quest’epoca
di vanità
La guerra
su twitter
come fosse
una partita
di calcio
GIUSTIZIA
E POLITICA
Sartre e Simone de Beauvoir per
una tavola rotonda a casa di Foucault e di come a lui parve una cosa
meravigliosa. La riunione però andò
male. Sartre e De Beauvoir erano ormai filoisraeliani, e anche Foucault,
che proprio per questa ragione, pare, ruppe con Gilles Deleuze...
di Lanfranco Caminiti
segue a pagina 22
S
addam Hussein, dopo essere
stato impiccato il 30 dicembre del 2006, venne sepolto nel
suo villaggio natale, al Awja presso Tikrit, accanto alla tomba dei
due figli, Uday e Qusay, in un edificio della famiglia, trasformato in
mausoleo. Almeno fino a ieri era
ancora lì. Qualche agenzia di
stampa riferisce voci ancora non
confermate al quotidiano al Quds
al Arabi secondo le quali la salma
sarebbe stata spostata.
ISSN 8109 0293
40801
9 778109 029000
venerdì 1
agosto
2014
2
lettere dal carcere
UN LIBRO DENUNCIA DI LA CARA E CASTORINA
CHE RACCONTA L’ORRORE ITALIANO
Ogni società ha
la prigione che si merita
Pubblichiamo brani
dell’introduzione del libro
“Viaggio nelle carceri” che esce
in questi giorni, edito da Eir in
collaborazione con i Giovani
democratici (pp.109, euro 14).
Gli autori sono Davide La Cara
e Antonio Castorina. Il libro
contiene, tra gli altri, scritti di
Laura Coccia, Roberto Giochetti,
Rita Bernardini e un’intervista a
esclusiva a Raffaele Sollecito
di Davide La Cara
e Antonio Castorina
iamo partiti da una riflessione principale, il punto
saldo è l’articolo 27 della
Costituzione italiana: «Le pene
non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
L’Italia, solo recentemente e su
continui richiami da parte del
presidente Napoletano, ha preso
seriamente in considerazione il
problema del sovraffollamento
carcerario. Il presidente della Repubblica, garante della Costituzione che all’art. 27, appunto,
prevede un trattamento carcerario umano e rispettoso dei diritti
fondamentali, in un messaggio
inviato il 7 giugno 2013 al capo
Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la ricorrenza del 196° anniversario della
fondazione della Polizia penitenziaria, ha auspicato «che il Parlamento e il Governo assumano rapide decisioni che conducano a
dei primi risultati concreti». Non
può essere perseguita la sola via
dell’edilizia penitenziaria costruendo altre strutture di detenzione, ma necessita del supporto
normativo di tipo sostanziale,
processuale e penitenziario.
Il sovraffollamento delle carceri
non è solo un problema di risorse, ma mette in gioco la credibilità democratica del nostro paese. La magistratura di Strasburgo
fa espresso riferimento al sovraffollamento e ai disagi che ne derivano, definendoli problema
strutturale e sistemico. A fronte
di una capienza complessiva di
48.309 unità, le carceri italiane
ospitano a oggi 60.197 detenuti.
In quasi tutti i penitenziari italiani si assiste a scene degradanti,
con fino a 8 persone stipate in
celle ideate per quattro o addirittura due. Le condizioni disumane hanno portato a varie sanzioni economiche da parte della
Corte europea, non ultima la sentenza Torreggiani «che ha giudicato le condizioni dei detenuti
una violazione degli standard
minimi di vivibilità che determina una situazione di vita degradante». La Comunità europea ha
stabilito che un maiale destinato
al macello deve avere almeno 6
mq per muoversi. In Italia accade anche che i detenuti ne abbia-
S
mo meno di 3. Ogni detenuto, in
queste condizioni, costa ai contribuenti 3500 euro al mese. Una
bella somma in tempi di spending review, in cui si tende a ottimizzare la spesa pubblica tagliando un’importante quota delle strutture organizzative, con
costi altissimi per i cittadini.
La Corte europea dei diritti dell’uomo con la pronuncia del 27
maggio scorso, ha rigettato il ricorso dell’Italia avverso la sentenza emessa l’8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi
definitiva, che condannava il si-
stema penitenziario nazionale
per trattamento inumano e degradante inflitto agli ospiti delle
strutture carcerarie. La Corte suprema dei diritti dell’uomo ha
dichiarato incompatibile l’attuale situazione carceraria italiana
con l’art. 3 della Convenzione
europea sui diritti dell’uomo
(proibizione della tortura e di
trattamenti inumani o degradanti).
Aspetti sottovalutati in Italia sono la malignità e ferocia prodotte dai media nella società nei
confronti dei colpevoli o presun-
ti tali. Una buona descrizione di
questo processo può essere trovata nel libro Ogni società ha il
carcere che si merita (AaVv),
prodotto nella sezione di Alta sicurezza della struttura carceraria
di Vibo Valentia
L’INIZIO DELLA PENA
Ogni pena intesa come limitazione dei diritti personali comincia
con l’avvio di due operazioni parallele; le iscrizioni nel registro
degli indagati e la relativa notizia
data dai mass media. Due eventi
che inaugurano l’avvio di due
processi paralleli, uno che si
svolge nelle aule giudiziarie; l’altro nella piazza mediatica.
L’esecuzione della pena comincia da questo momento e si protrae per tempi lunghissimi. A
prescindere dall’esito del verdetto emesso in sede giudiziaria, chi
rimane impigliato nelle maglie
dell’apparato giudiziario paga
un prezzo troppo alto che non
può trovare riparo né attraverso
il risarcimento del danno per ingiusta detenzione o per le lungaggini procedurali.
Facendo riferimento a Sorvegliare e Punire, testo di Michel Foucault che descrive l’umiliazione
pubblica di un tale Damiens a
cui si sommava la pena carceraria, nel libro ci si domanda: «La
sofferenza fisica, il dolore del
corpo non sono più elementi costituiti dalla pena. Se non è più
al corpo che si rivolge la pena
nelle sue forme più severe, su
che cosa stabilisce allora la sua
presa? Non è più il corpo è l’anima. Alla espiazione che strazia il
corpo deve succedere un castigo
che agisca in profondità del cuore, il pensiero, la volontà, la disponibilità una volta per tutte.
Alla morte fisica è sostituita la
morte civile».
Il sociologo americano Gresham
Sykes descrive il contenuto della pena carceraria ricercando gli
aspetti dolorosi della stessa che
indica in cinque generi di sofferenza: «Il primo genere di sofferenza riguarda la privazione stessa della libertà che si traduce,
immediatamente, nel confinare
l’agire di una persona all’interno
del carcere. L’aspetto più doloroso è che sia perduta la libertà di
intrecciare e serbare legami affettivi con familiari, parenti, amici,
costituendo ciò ”una dolorosa
privazione o frustrazione, in termini di perdita di relazioni affettive, solitudine e noia”. Distaccarsi, entrando in carcere, dagli
anziani genitori con un abbraccio straziante, perché ognuno
pensa che possa essere l’ultimo,
non vuol dire soltanto lasciare il
proprio cuore in quei luoghi che
ti hanno visto nascere e crescere
ma avere la consapevolezza che
quel patrimonio fatto di memoria ed ancestrale amore, quel legame con le tue radici, lo hai perso per sempre anche perché, in
ogni caso, nulla tornerà come
prima. Il distacco dal proprio nucleo familiare, dai figli, dalla moglie, è uno strappo doloroso, acuto per tutti soprattutto per i familiari, vittime innocenti. Non hai
perso la libertà di movimento e
di azione, hai perso il calore di
un rapporto affettivo, il tuo privato, la personalità, la tua immagine, la giusta considerazione degli altri. Ti pervade una pesante
frustrazione, ti assale la solitudine, un muto dolore, l’ansia, la
rabbia».
attualità
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agosto
2014
3
L’ARGERTINA È INSOLVENTE
Default? No,
è indipendenza
dai Gringos
A BUENOS AIRES
IL GOVERNO
MINIMIZZA
LA PORTATA
DEL FALLIMENTO
E ATTACCA I “FONDI
AVVOLTOI” E GLI
USA.
DIFFICILMENTE
SI RIVEDRANNO
LE RIVOLTE DEL 2001,
MA IL PAESE VIVE
GIÀ UNA FORTE
di Angela Nocioni
on è successo niente, l’Argentina va avanti da sola.
Questo va ripetendo da ieri
la presidente Cristina Kirchner al
mondo. E questo ribadiscono i suoi
amici qua e là, al governo in America latina. La mediazione dell’ultimo minuto non ha funzionato e
Buenos Aires è tecnicamente in default. A mezzanotte di mercoledì
sono scaduti i 30 giorni che
il giudice newyorkese
Thomas Griesa aveva
concesso il 30 giugno
all’Argentina per trovare un accordo con
i fondi speculativi
statunitensi che non
hanno accettato la rinegoziazione (con lo
sconto del 70% per
cento) del loro credito.
I fondi vogliono essere pagati per intero, come le leggi internazionali permettono, nonostante abbiano rastrellato quote di debito argentino andando a bussare a risparmiatori disperati dopo il default del 2001, quando cioè quei bonus erano cartastraccia. Hanno pagato 25 centesimi per ogni dollaro
del valore nominale del titolo e ora,
poco generosamente ma del tutto
legittimamente, esigono essere rimborsati per intero.
L’accordo non c’è stato e l’Argentina, per la seconda volta in 13 anni
è costretta al default. Non erano ancora terminate le riunioni di mercoledì sera, le ultime possibili, e già
l’agenzia di rating Standard and
Poor’s annunciava la sospensione
dei pagamenti di Buenos Aires. Poco dopo, in un’affollatissima conferenza stampa nel consolato argentino a Washington, il ministro dell’Economia, Axel Kicilloff, ha utilizzato grandi giri di parole per poter annunciare alla fine quello che
tutti sapevano già: accordo impossibile. «I fondi avvoltoi vogliono un
guadagno, rispetto all’investimento, del 300 per cento», si lamenta
Kicilloff.
Il ministro nega si tratti di un default, perché «l’Argentina ha pagato tutti quelli che doveva pagare, alle scadenze stabilite. È solo successo che un giudice americano ha
bloccato in una banca americana i
soldi che avevamo già depositato
per pagare gli altri creditori». Ci
spingono verso il fallimento e non
ci riusciranno, dice Kicilloff.
Molto polemico con le minimizzazioni della Casa Rosada il comunicato di Daniel Pollack, il mediatore imposto dal giudice Griesa. Pollack fa l’uccello del malaugurio,
avvisa che «il default non è una
N
CRISTINA KIRCHNER
semplice condizione tecnica, bensì
un evento reale e doloroso che danneggerà le persone reali, inclusi
tutti i cittadini argentini e i risparmiatori che hanno accettato in passato la ristrutturazione del debito e
che non riceveranno i loro interessi, oltre ai fondi che non riceveranno i pagamenti».
La possibilità dell’ultimo minuto
era che i fondi accettassero l’offerta
delle banche private argentine offertesi per un fondo di garanzia. Secondo indiscrezio-
ni del quotidiano
di Buenos Aires El
cronista, le trattative su questa proposta si sono interrotte quando Kicillof
ha definito «inaccettabile» per l’Argentina pagare i
fondi speculativi
più di quanto più
di quanto sono stati pagati gli altri
creditori.
Nonostante la situazione abbia dei margini di imprevedibilità, la crisi del debito argentino non è confrontabile con la
tragedia che ha vissuto il Paese nel
2001, quando decine di persone
morirono in proteste di strada, i
conti correnti furono congelati e il
default fu drammatico. Questa volta la popolazione non è drasticamente contraria alla decisione di
non pagare e le conseguenze della
sospensione dei pagamenti dipenderanno da quanto rapidamente
l’Argentina saprà inventarsi misure cuscinetto.
La scommessa è che Cristina aspetti il 31 dicembre per cercare un
nuovo accordo con i fondi. In quella data scade la clausola Rufo, la
clausola che obbliga a estendere la
migliore condizione contrattata a
tutti i debitori. Ossia quella che
potrebbe far trovare Buenos Aires
di fronte a tutti i creditori, anche
quelli con cui è stato concordato lo
sconto del 70 per cento, che chiedono il rimborso totale. Dodici miliardi di dollari in tutto, la metà
delle riserve internazionali argentine. Impossibile.
Quali saranno allora le conseguenze immediate? La recessione attuale potrà peggiorare, l’inflazione (già
al 50 per cento) potrebbe aumentare, saranno più cari tutti finanziamenti in dollari, quindi avranno
problemi le imprese che hanno bisogno dei pezzi importati. E soprattutto saranno dolori per le amministrazioni locali, già indebitatissime,
perché ora sarà sempre più difficile
trovare denaro fresco a Buenos Aires. È questa la peggiore preoccupazione di Cristina. Per tener buoni i
governatori alleati, i soldi servono.
PARLA GIULIO SAPELLI
«Un giudice non può mettersi
in testa di giudicare l’economia»
di Francesco Pacifico
iulio Sapelli è convinto che
le basi del default argentino
le hanno messe i Kirchner il defunto Nestor, l’attuale presidente Cristina -, quando «hanno tassato i produttori di carne. Pensavano
di finanziare l’altissimo assistenzialismo, invece hanno distrutto la purezza della vacca argentina. Hanno
imposto balzelli sulle esportazioni
per far abbassare i prezzi, ma i padroni hanno preferito uccidere gli
animali e trasformare i pascoli in
campi di soia». Sapelli, storico ed
economista, ha studiato e viaggiato
per l’America latina per almeno 40
anni. E ama Buenos Aires. «Manco
da due anni. Finche c’è la Kirchner,
non ci tornerò più. Ma credo che
passerà ancora del tempo. Questa
vicenda la rafforzerà».
G
Sapelli, l’ha sorpresa il default?
Assolutamente no. Mi ha sorpreso
la crescente tendenza della magistratura nel voler giudicare l’economia. È un po’ come avvenuto da
noi, quando un giudice si è messo
in testa di poter sequestrare la tesorieria di un grande azienda (l’Ilva,
ndr).
L’America come l’Italia?
In America c’è una forte ripresa
dell’attività giudiziaria sulle realtà finanziarie. Tutte ispirate alla
grande tradizione contro il corporate crime, alla teoria di ”fare deserto” intorno ai malfattori. Ma
quello è il Paese delle grandi istituzioni democratiche e dei giuristi
che sanno riequilibrare questa
tendenza. Da noi, dopo la morte di
Santi Romano e Capotosti, non c’è
nulla di tutto questo.
Assolve gli hedge fund?
No, sono la prova che la finanza è
complementamente impazzita. Ma
questo è normale quando l’autorità
politica non riesce a impedire che
l’economia sia decisa da manager
capaci di guadagnare soltanto con
le stock option. Sembra di rivivere
le gesta di Gordon Gekko.
Questi gli Usa. Ma l’Argentina?
L’Argentina vive in un mood iperperonista, che si è sviluppato con
i Kirchner. Un peronismo diverso
dalla tradizione. Che ha perso
quella somma di endiadi che ha
accompagnato Peron fino a Menem e che io chiamo “neoliberismo-populista”.
Dopo il “neoliberismo-populista”?
Siamo in fase di neopatrimonialismo, di assalto a quello che rimaneva dello Stato. I due hanno portato il partito giustizialista verso
posizioni iperprotezioniste attraverso l’interventismo statale. Nestor non è andato oltre la nazionalizzazione della società intermedia, come avvenuto con i fondi
pensione. Cristina ha nazionaliz-
«LA VERA COLPEVOLE
È LA KIRCHNER.
HA DISTRUTTO
IL TESSUTO
IMPRENDITORIALE
PUR DI FARE
ASSISTENZIALISMO
E HA UMILIATO
IL CETO MEDIO»
zato gli asset di Repsol in Argentina e ha persino venduto le riserve
del Banco Central.
Il risultato?
La spesa non è andata più agli investimenti, ma verso agli esclusi. I piqueteros, il movimento dei disoccupati che con operazioni di violenza
impongono alle aziende di vendere
i beni a prezzo politico, hanno ottenuto una sorta di salario statale.
Si ricorda l’ultimo default?
Io ero a Buenos Aires nei giorni della crisi apicale del 2001. Ho visto alzarsi in volo con i miei occhi l’elicottero con il quale l’allora presidente radicale Fernando De la Rua
lasciava la Casa Rosada. E con lui il
collante che teneva unita l’Argentina all’Europa. Mentre tutt’intorno la
polizia caricava la folla.
Avremo le stesse rivolte?
Non succederà nulla. Certo Buenos Aires, che era una delle città
più sicure al mondo, diventerà più
violenta. Ma il popolo è stanco, è
scoraggiato, preferisce starsene a
casa che scendere in piazza. Le
parti intellettuali sono state umiliate e perseguitate. Ma la creatività del ceto medio resta un patrimonio. Come in Italia.
Le borse sono in fibrillazione.
Perché. Dopo la faccenda Repsol,
gli investitori internazionali se ne
erano già andati.
È tutto da rottamare?
Il popolo argentino, nel silenzio generale, ha realizzato cose molte positive. Penso alle fabbriche autoge-
stite, circa 4mila ex imprese fallite,
dove cooperative di operai disoccupati si sono unite a spa di ex manager per tenere in piedi il manifatturiero del Paese. Ci sono migliaia di
casi di economia di relazione, come
le banche del tempo.
Alternative alla Kirchner?
Sì, ma resterà al potere. Hermes
Binner, governatore di Santa Fé, ha
portato il partito socialista a prendere il 14 per cento. Cosa inaudita per
l’Argentina. La figura più interessante resta Mauricio Macri, il governatore di Buenos Aires. Non escludo che la Kirchner, nella migliore
tradizione peronista, scatenerà una
politica di repressione straordinaria
verso le opposizioni. Lì non si fa
molta fatica ad inventare un processo o ad autorizzare intercettazioni.
Cina e Russia la aiuteranno?
Ho i miei dubbi. La Cina guarda all’area per la spasmodica ricerca di
risorse. Ma non so che apporto potrà dare dopo l’arresto di Zhou Yongkang. Che non è soltanto il capo
della polizia segreta, ma colui che
spinto all’estero le aziende cinesi.
La Russia, impegnata sul fronte
ucraino, credo abbia altre priorità.
Ha conosciuto la Presidente?
L’ho vista una volta. Non mi piace,
è la degna erede dell’ultimo Peron.
Donna molto intelligente, grande
combattente, anche se malata di tumore. Era il cervello di casa anche
quando era vivo il marito. I suoi ministri sono stati accusati di corruzione, i consensi scemano anche
negli ambienti più popolari, ma lei
controlla sempre il Parlamento.
politica
venerdì 1
agosto
2014
PASSA IL CUORE DELLA RIFORMA
LEGGE ELETTORALE
di Riccardo Paradisi
Il nuovo
Italicum
secondo
Matteo
’opposizione urla, il
convoglio passa». Così il senatore Pd Giorgio Tonini, uno dei più convinti
sostenitori della riforma costituzionale, fissa con un’immagine
che sembra tratta dagli aforismi
sufi, la situazione del Senato. Dove l’opposizione, in una giornata
più particolare delle altre, prima
mette sotto la maggioranza grazie
a un emendamento della Lega con
il voto segreto poi capitola sull’emendamento principe della
strategia guastatrice: quello sulla
riduzione del numero dei deputati alla Camera.
Lega, movimento Cinque stelle e
Sel, confidavano che anche questo emendamento venisse fatto
votare a scrutinio segreto investendo ancora nell’apporto dei
franchi tiratori che già avevano
tradito la maggioranza facendo
passare con 154 voti contrari e
174 favorevoli l’emendamento leghista della mattina che accorpava salute e rapporti tra coniugi nel
matrimonio con le competenze
sul nuovo Senato. Ma non è sempre primavera. Il nuovo emendamento viene scorporato dall’allegato sulle minoranze linguistiche
con il quale poteva passare il voto segreto perché su quel tema si
è già votato. E a scrutinio palese
l’opposizione torna sotto. E perde.
Perde la regina di tutte le battaglie. Perde anche la pazienza, tan-
«L
lzare soglia premio, preferenze, soglie
sbarramento coerenti» introdurre «dei
correttivi alla legge elettorale in Senato», ma «lavorando insieme ai contraenti il Patto».
Parlando alla Direzione del Pd, Matteo Renzi spiega
nel merito che le modifiche individuate per la legge elettorale uscita dal patto del Nazareno. Il premier parla della necessità di alzare un po’ la soglia
con la quale far scattare il premio di maggioranza e
della possibilità di introdurre le preferenze anche
tornando indietro sulla tradizionale posizione del
Pd. Modifiche previste anche sulle soglie di sbarramento che potrebbero essere ritoccate verso il basso. Renzi dunque conferma i retroscena di questi
giorni che davano per imminente una revisione concordata con Forza Italia del patto del Nazareno sotto la regia revisionista di Denis Verdini. Revisione
che contempla i seguenti punti: preferenze con capolista bloccato in tutte le cento circoscrizioni, abbassamento dello sbarramento dal 4,5 al 4% e innalzamento al 40% per incassare il premio di maggioranza. Renzi difende il patto del Nazareno non solo
per il contenuto che ha partorito ma anche per il metodo: «Il patto del Nazareno è un atto parlamentare
- dice il premier alla direzione nazionale del suo
partito - non è un patto ma un atto. Quando vedo alcuni nostri dirigenti che dicono cosa c’è sotto, mi
preoccupa la forma mentis. Quella di dire che non
stiamo dicendo la verità. Di dire: sotto sotto vi stanno prendendo in giro. E’ un errore che stiamo facendo su noi stessi»
Le colonne d’Ercole dell’Italicum, poste a guardia
del patto d’acciaio tra Pd e Forza Italia sulla riforma
del Senato, cominciano dunque a muoversi. La legge elettorale venuta fuori dall’accordo del Nazareno,
intoccabile fino ad oggi, è destinata a subire modifiche significative. C’entra la situazione del Senato e
la navigazione del ddl Boschi che il premier vorrebbe agevolare ammorbidendo le opposizioni. E c’entra il fatto che Berlusconi ha necessità di coinvolgere Ncd, Lega e Fratelli d’Italia in un processo di ricomposizione del centrodestra in vista della prossima competizione elettorale. D’altra parte il fatto che
la maggioranza in Senato è andata sotto su un emendamento della Lega a voto segreto è la dimostrazione che nei ranghi di Pd e Forza Italia, a parte i disLA MAGGIORANZA sidenti palesi, s’annida un esercito di franchi tiratozione di fare la
VA SOTTO SU ri proni, in pubblico, ai diktat dei leader ma pronti
fine di Veltroni
UN EMENDAMENTO a scattare come molle e a colpire con le opposizioo dello stesso
ETICO. MA POI SENZA ni ogni volta sia loro consentito dall’anonimato. Il
Bersani».
IL VOTO SEGRETO principale movente del voto in dissenso vibrato nelIl punto coVIENE BOCCIATO l’ombra è quello di mandare un messaggio di protemunque è che
IL TAGLIO sta ai rispettivi vertici dei propri partiti rispetto a
la riforma va
DEI DEPUTATI, una legge elettorale che per come è stata concepita
avanti e questo
L’ARMA LETALE conferma alle segreterie un potere praticamente asincoraggia
DELLE OPPOSIZIONI soluto sulla decisione dei parlamentari da candidal’azione del governo: «Possore e da eleggere. La non elettività del Senato – avalno inventarsi
lata in commissione e bocciata mercoledì scorso da
tutte le scappatoie di questo
un voto palese in aula – è in buona sostanza un
mondo - incalza Renzi - ma
pretesto, la bandiera nobile sotto la quale si
hanno finito il loro tempo. Il
consuma una battaglia di cabotaggio politico
mio appello è alla calma, la
più mediocre. La condotta dell’opposizione
serenità, alla tranquillità.
che ha eretto una diga di ottomila emendaUna alla volta le infiliamo
menti contro la riforma non si spiega altritutte. E noi non molliamo
menti: Sel, Movimento Cinque stelle, Lega –
rispetto alle provocazioni».
che peraltro ha in Calderoli un relatore del
Anzi il governo pensa di far
ddl Boschi – punta a rendere più morbida la
proseguire i lavori dell’aula
maggioranza sulle soglie di sbarramento e i
Senato anche nei giorni di fervincoli di coalizione. Nichi Vendola conferma
ragosto; un vero e proprio assequesta lettura rispondendo così a chi gli chiede
dio giocato sulla resistenza e la
un’intepretazione sui segnali da
guerra di nervi.
parte del governo sulla legge eletTra i fastidi il premier mette in NEL NUOVO
torale: «Non vorrei finire come
conto lo scherzo dei franchi tira- ACCORDO
Montezuma che, scrutando le
tori anche se dal Pd tendono ad TRA PD E FORZA
stelle alla ricerca di segnali finì
attribuire maggiori presenze di ITALIA
prigioniero nel suo stesso casteltraditori in casa berlusconiana. L’APERTURA
lo, di Fernando Cortes». Ma non
Dai conteggi che si fanno a Palaz- ALLE PREFERENZE,
tutti dentro il Pd sono d’accordo
zo Madama i franchi tiratori che L’INNALZAMENTO
sulle aperture di Renzi rispetto alhanno approvato l’emendamento DELLE SOGLIE.
le preferenze. «Esaltare la prefeCandiani sono 40. Resteranno UN SEGNALE RIVOLTO renza - dice Roberto Giacchetti nell’anonimato, pronti a colpire A SEL, LEGA, NCD
non è nella storia del Pd. Vorrei
alla prossima occasione. E consiavere il diritto di fare la mia batderata la loro accortezza potrebbe
taglia all’interno del partito sui
RENZI
anche darsi che supereranno a MATTEO
collegi plurinominali. Solo dopo sarò disponibile,
FABIO CIMAGLIA
pieni voti di esibita fedeltà le se- SILVIO
per avere una legge elettorale, al compromesso che
lezioni per le prossime candida- BERLUSCONI
sono le preferenze. Ma alzare come nostro punto di
ROBERTO
ture nelle liste che continueranno MONALDO
ingresso nella trattativa la bandiera delle preferenze
a essere compilate nelle stanze alè una cosa assolutamente astrusa».
te dei partiti.
(Ric.Par.)
«A
Senato, il governo
perde una battaglia
ma vince la guerra
to che a fine giornata inscena una
protesta violenta nell’aula del Senato. La diatriba voto segreto-voto
palese caratterizza i lavori dell’Aula per l’intero pomeriggio ma
si rivela inutile la richiesta rivolta al presidente Grasso, corredata
dai soliti rituali insulti di servilismo, di invalidare il voto. Niente
da fare, ”il convoglio passa” come
dice Tonini.
L’imbarazzo della maggioranza
per il voto della mattina, per la
presenza dei franchi tiratori annidati tra le proprie file, lascia il
passo alla soddisfazione d’avere
ormai superato il guado. Il governo riporta qualche ferita ma la riforma è praticamente intatta rispetto al testo uscito dalla commissione Affari costituzionali.
In fondo ha ragione il senatore Pd
Nicola La Torre: «La vera notizia
di cui nessuno parla è che con
l’approvazione dell’articolo 1 della riforma del Senato, che di fatto
abolisce il bicameralismo perfetto, è passato il cuore della riforma». E’ passato con un voto ampio sottolinea La Torre anche se si
potrebbe replicare che il voto era
palese. Tuttavia è vero che l’enfasi data alla scivolata della maggioranza fa passare in secondo piano
il fatto che le opposizioni hanno
esaurito le munizioni più deflagranti che potevano sparare: quella sull’elettività del Senato e l’altra sulla riduzione del numero dei
deputati. Mentre la maggioranza
mette a segno, grazie alla regola
del Canguro e lo spacchettamento
degli allegati il respingimento degli emendamenti più insidiosi.
Machiavellismi parlamentari ma
non sono di natura diversa gli
emendamenti presentati dall’opposizione per minare il terreno
della riforma.
Anche il voto dove la maggioranza è andata sotto «non intacca le
fondamenta della riforma - come
nota Luciano Pizzetti, sottosegretario ai rapporti con il Parlamento - il fatto che il nuovo Senato
delle Regioni e dei Comuni si possa occupare di diritto alla salute
dei cittadini è comunque compatibile con l’impianto della riforma».
Anche Renzi in direzione nazionale Pd sdrammatizza: è certamente ”negativo”, ammette in riferimento all’infortunio della
maggioranza, ma non si può parlar di ”remake dei 101” - i traditori di Bersani - e alla Camera si valuterà se correggere di nuovo la riforma del Senato o no. Renzi non
nasconde comunque la sgradevolezza della situazione: «Naturalmente lascia l’amaro in bocca che
non ci sia il coraggio di dire come
la si pensa. Qui nessuno di noi
espelle nessun altro. Si è discusso, si sono fatte assemblee dei senatori. Ovviamente il Pd non è un
partito anarchico».
E che il Pd è un partito con un vertice operativo e decisionale sarà
dimostrato abbastanza presto,
quando «Renzi avrà modo di rifarsi compilando le liste delle
prossime elezioni politiche» dice
qualcuno malignamente nei corridoi del Nazareno durante la direzione, rivelando che l’ex sindaco
di Firenze «non ha nessuna inten-
4
politica
venerdì 1
agosto
2014
5
«NEL PD NON C’ERA PARTECIPAZIONE NEANCHE PRIMA»
Cacciari:
«O Renzi
o l’apocalisse»
doveva portare a casa qualcosa e sapeva che questa è l’unica cosa su
cui poteva votare insieme a Berlusconi. Su temi come l’economia, il
fisco, l’evasione, sarebbe stato più
difficile trovare un accordo.
Però intanto la partita aperta è Della fase ”istituzionale”, a dire il
quella delle riforme del Senato e vero abbastanza contraddittoria,
della legge elettorale. Tifa per il del Movimento 5 Stelle che giudipremier?
zio dà?
Spero che Renzi ce la faccia, se no Il M5S è ancora qualcosa di poco
ci sarebbero presto le elezioni e leggibile, al momento sembra ancoquesto sarebbe drammatico per un ra essere sostanzialmente un movipaese sfasciato.
mento di protePoi che Renzi
sta e nient’altro.
abbia affrontato SECONDO
Se Renzi non
le riforme in un L’EX SINDACO
supera lo scomodo dilettanti- DI VENEZIA, LE RIFORME glio delle riforDEL PREMIER SONO
stico è vero.
me dovrà fare i
L’ULTIMA SPIAGGIA.
conti anche con
E SULLE CRITICHE:«CHI
In che senso?
loro. Se si anSi è mosso con SE NE FREGA DI SEL
dasse ad elezioun analfabeti- E DELL’OPPOSIZIONE
ni, con il centrosmo politico, DEM, SONO IL SUO
destra sfasciato,
giuridico, istitu- ULTIMO PROBLEMA»
il rischio è una
zionale. Del recorsa a due tra
sto, la CostiRenzi e Grillo. E
tuente era composta da persone che a quel punto chi vivrà, vedrà.
si chiamavano Fanfani, Amendola… mentre la classe politica attua- Sono davvero a rischio le alleanze
le è quella che è. Detto questo, non locali tra Pd e Sel?
è neanche tanto colpa di Renzi. Con Chi se ne frega di Sel. Gli ultimi
Berlusconi che accordo vuoi che fa- problemi al mondo per Renzi oggi
cesse a livello strategico?
sono l’opposizione interna e Sel.
Intanto, però, l’atteggiamento del
premier e dei suoi mette a dura
prova gli equilibri interni del partito con le altre correnti.
Renzi ha stravinto, ci vorrà un tempo molto lungo perché le opposizioni mettano il collo fuori, ammesso che ce l’abbiano ancora.
di Lorenzo Misuraca
hi se ne frega». Massimo Cacciari, filosofo,
politico, ed ex sindaco di Venezia, riassume con questa
espressione, il giudizio di irrilevanza che attribuisce a tutte le critiche
al decisionismo di Renzi, ritenuto
l’ultima spiaggia per questo paese.
«C
Cacciari, da settimane non si fa altro che parlare dell’autoritarismo
di Renzi, vero o presunto. Lei che
idea s’è fatto?
Autoritarismo è una parola sovradimensionata rispetto a quello che sta
accadendo. I temi in discussione in
Parlamento sono tutt’altro che decisivi per il futuro di questo paese.
Quali sono i punti decisivi, invece?
La questione sociale, economica, le
politiche del lavoro.
Perché, secondo lei, con tutte le
questioni prioritarie aperte, il presidente del Consiglio ha iniziato da
queste riforme?
È partito da questo punto perché
Dove sono le mine pronte ad esplodere?
C’è il voto segreto, c’è il fronte europeo. Le variabili sono tantissime.
Le guerre a volte arrivano anche se
nessuno le vuole.
Ma lei non pensa che con il suo
estremo decisionismo, alla lunga,
Renzi rischi di desertificare il partito? Di rendere ininfluente il desiderio di partecipazione e allontanare i militanti?
Ma che partecipazione c’era prima? Il Pd non esiste come militanza, come partecipazione. È solo un
gruppo di persone che vagava in
cerca di un capo che li portasse
fuori dal pantano. Dopodichè Renzi può fallire anche se non ha avversari.
Pensa che quantomeno sulla stagione della sinistra manettara proliferata in funzione antiberlusconiana, si possa finalmente mettere
un punto?
Chi se ne frega anche di questo. Sì,
sicuramente è stata una sciagura
per la sinistra schiacciarsi sulle posizioni della magistratura, nonostante Berlusconi abbia le sue colpe. Ma sono cose passate in giudicato, quello che conta è cosa succederà nei prossimi mesi.
Mi lasci indovinare… l’importante
è che Renzi porti a casa le riforme.
A di là che si sia di destra o di sinistra, l’unica speranza di questo paese è che Renzi ce la faccia, e in modo da potersi occupare dopo delle
questioni sociali ed economiche.
Se si andasse al voto anticipato sarebbe un disastro.
AI CAPIGRUPPO LA MINACCIA DI CHIAMARE GLI AGENTI. È BAGARRE!
In Aula scoppia
la rivolta
delle opposizioni
Grasso vuole la polizia
scoppiata a tarda sera la
rivolta delle opposizioni
in Aula. A scatenare la
dura protesta è stata un’affermazione che il presidente del
Senato avrebbe pronunciato
durante la riunione dei capigruppo del pomeriggio. Secondo l’Agi, che ha riportato per
prima la notizia, confermata da
altre fonti parlamentari, Pietro
Grasso avrebbe ventilato l’intervento delle forze di polizia
in caso di tumulti in Aula. Immediata la replica dell opposizioni, che hanno così abbandonato la riunione. Seguendo
l’esempio di Vito Petrocelli,
portavoce 5 stelle al Senato,
che era uscito dalla riunione
ancora prima: «Dopo circa 30
minuti dall’inizio della
capigruppo ho deciso di abbandonare la riunione perchè ritengo che non sia opportuno
prestarsi a questa finzione - ha
È
detto Petrocelli «L’unico motivo per cui avevo
preso parte alla capigruppo è
per avere una risposta da Grasso che era stata inevasa in Aula». La risposta riguardava la
possibilità da parte del senatore leghista Candiani di ritirare
il suo emendamento sulla riduzione dei deputati e ripristinarlo, in modo da sperare nel voto
segreto.
Già di mattina si era capito che
la giornata sarebbe stata infuocata. Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, aveva indirizzato una lettera al presidente del Senato, Pietro Grasso, con cui l’accusava: «In questi giorni in Senato l’ho vista
abdicare totalmente al suo ruolo istituzionale di padre del dibattito parlamentare, che esiste
in qualsiasi ordinamento democratico. Ieri ho visto Piero
Grasso trincerarsi dietro il voto
dell’Aula per non assumersi alcuna responsabilità». Il riferimento del cinquestelle è, nello
specifico, alla decisione di
metterà a votazioni anche decisioni delicate, come l’accorpamento di migliaia di emendamenti (il cosiddetto canguro) e
lo spacchettamento sul voto segreto.
Continua dunque l’Aventino
grillino dopo la fase di distensione dovuta al tavolo aperto
sulle riforme. In teoria i cinquestelle potrebbero ritornare a
trattare sulle preferenze nella
nuova legge elettorale, dopo
l’apertura di Renzi, ma al momento tornare a confrontarsi
via streaming con i grillini
sembra l’ultimo pensiero del
premier. Anche per questo, il
M5S prepara il ritorno in piazza, che si svolgerà la prossima
settimana. Tra lunedì e martedì
annuncerà la forma del ”Parla-
mento in piazza” evocato da ro. Non abbiamo bisogno di esGrillo. Di sicuro si svolgerà a sere ricattati». Renzi, dunque,
Roma in due momenti. Proba- salva le alleanze in corso ma
bile un gesto eclatante dentro il mette in discussione la corsa
Palazzo,
coordinato
con alle regionali. Secondo voci inun’azione di piazza.
terne al Pd, starebbe stressando
Sul fronte Sel, dopo le recipro- la discussione perché sa che in
che minacce di rescindere le al- alcune regioni che andranno al
leanze a livello locale a causa voto, come l’Emilia-Romagna,
dell’aspra battaglia in Senato, Sel è divisa e parte del partito
Renzi ha mandato parole chia- è tentato di spostarsi con i dem.
re a Vendola, durante l’inter- Alle parole del premier risponvento conclusivo alla direzione de a stretto giro Nicola FratoPd di ieri sera: «Se tra noi c’è ianni, coordinatore nazionale
qualcuno che dice che
di Sel: «Renzi continua sul terdobbiamo andare al voto in un reno della propaganda. Non abComune perchè siamo in mag- biamo mai parlato di stupro
gioranza con
della demoSel è matto, a
crazia né di
meno che non GIORNATA DI FUOCO
pre-fascismo.
ci siano que- PER LE OPPOSIZIONI.
Ma se ritiene
stioni locali». DI MAIO
che opporsi a
Ma ha anche ”DELEGITTIMA”
una riforma
aggiunto: «Ri- GRASSO. IL PREMIER
che crediamo
guardo al fu- A VENDOLA:
sbagliata preturo, un ac- «SE IO SONO
cluda future
cordo politico FASCISTA, NIENTE
alleanze, procon qualcuno ALLEANZE».
vi a vincere da
accusato
di FRATOIANNI (SEL):
solo le elezioaver stuprato «FACCIA PURE»
ni. Mi limito a
la Costituzioricordargli,
ne, emblema
con tutto il ridi una deriva autoritaria, che spetto, che senza Sel il premio
vuole un modello pre-fascista di maggioranza alla Camera saio non lo farei. Se pensano di rebbe andato a Berlusconi e
noi questo - ha continuato - va- che in diversi Comuni e Regiodano per i fatti di loro, stiano al ni siamo stati determinanti per
loro posto: vinceremo le elezio- la vittoria del centrosinistra».
ni regionali anche senza di lol. m.
politica
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agosto
2014
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EMENDAMENTO FORZISTA PASSA CON I VOTI M5S, CONVERSIONE A RISCHIO
Vacilla il decreto detenuti
governo battuto al Senato
mettersi alla commissione. Al che
il viceministro alla Giustizia che
segue i lavori per il governo, Enrico Costa di Ncd, dà parere negativo alla proposta dei forzisti. E certo. Perché buona o cattiva che sia,
renderebbe inevitabile il ritorno
del decreto alla Camera, con conseguente rischio di decadenza.
Casson a quel punto asseconda la
prudenza del viceministro, ma è
troppo tardi. I due centristi si sono
già fatti persuadere dalle perplessità di Nitto Palma. E votano a favore: 7 a 6 e palla al centro.
Beppe Lumia, custode dell’ortodossia pd in commissione, dichiara in una nota tutto il suo disappunto per la sbandata di Susta. Casson precisa a sua volta che
il senatore di Scelta civica è l’unico voto organico alla maggioranza
venuto meno. E Enrico Cappelletti, capodelegazione M5S, rivendica la bordata assestata all’esecutivo: «Abbiamo ritenuto di dare il
nostro contributo, per quel che
era possibile, a un voto che può
affossare il governo. E che segnala il solito vizio di affrontare le
questioni in modo improvvisato,
anziché con rimedi veri». Diagnosi impietosa, ma probabilmente
veritiera. Lo dimostra il pare contrario dato proprio sul decreto detenuti dal plenum del Csm, secondo cui è ”incongruo” il ”risarcimento” di 8 euro per chi è recluso «in condizioni inumane e degradanti». Sia perché un giorno di
semilibertà (e non di carcere in
una cella sovraffollata) vale 30
volte tanto, secondo la legge italiana, sia perché in questi ”risarcimenti” non c’è gradualità.
Sono tesi che l’Unione camere penali e Radicali italiani sostengono
dal varo del provvedimento. «Il rischio che non venga convertito a
questo punto è elevato», dice Rita
Bernardini, «e si configurerebbe
una vera e propria presa in giro da
parte del governo italiano nei confronti del Comitato dei ministri del
Consiglio d’Europa. quest’ultimo
sarebbe l’organismo che deve verificare il rispetto della sentenza Torreggiani da parte del nostro Paese.
E’ vero che ci è stato concesso tempo fino al 2015 per ottemperare a
tutte le prescrizioni della sentenza», fa notare il segretario di Radicali italiani, «ma questa fiducia si
basava anche sull’impegno del ministro Orlando a varare un provvedimento che avrebbe assicurato effettivi e idonei risarcimenti. Ora,
già non sono idonei come ha rilevato pure il Csm, forse non saranno neppure effettivi se il decreto
non sarà convertito. Vuol dire che
a breve invierò un nuovo dossier al
Comitato dei ministri, per spiegare
ai membri dell’organismo che sono
vittime di una vera e propria presa
per i fondelli da parte del nostro
esecutivo». Scivolone che arriva su
un tema, come quello delle carceri, sul quale l’Italia, di pessime figure, ne ha già collezionate troppe.
gnazione degli incarichi; altra cosa, ben diversa sono i veri e propri
organi costituzionali -Parlamento,
Governo, presidente del Consiglio, Corte costituzionale, capo
dello Stato - i quali soltanto sono
abilitati a formare e ad esprimere
la volontà politica del popolo sovrano, ciascuno nel proprio ambito di competenza.
Questo dunque l’originario e sapiente disegno dei nostri costituenti.
Tuttavia, da qualche decennio a
questa parte il Consiglio superiore ha espanso la sfera delle proprie competenze, anche grazie all’insulsa debolezza dei governi e
dei parlamenti che si sono succeduti negli ultimi anni, finendo
con l’assumere il ruolo inedito e
istituzionalmente devastante di
Terza Camera (ed ecco perché si
accennava poco fa al tricameralismo).
Si pensi infatti che il Csm è chiamato in causa per dire la sua tutte
le volte in cui si tratti di introdurre modifiche anche limitate al codice di procedura penale, al codice di procedura civile, all’ordinamento penitenziario, all’ordinamento giudiziario, per non parlare poi naturalmente delle vere e
proprie riforme di carattere istituzionale.
La storia recente ci dice infatti che
il Consiglio superiore non solo
riesce a paralizzare qualunque
ipotesi di riforma non gradita e
cioè quelle che le correnti della
Magistratura che lo
compongono non desiderano siano realizzate, ma si fa anche parte
attiva nel senso cioè di proporre
nuove soluzioni di riforma che invece siano gradite alle più forti fra
le correnti.
In questo modo, il Csm non solo
influenza pesantemente l’esercizio della giurisdizione, ma contribuisce anche alla formazione della volontà politica delle due camere parlamentari, ponendosi accanto ad esse non solo come terza camera consultiva, ma anche come
camera propositiva e ostativa, e
perciò indirettamente dotata di
funzione deliberante.
Ne viene che se gli enormi sforzi
del Governo per abolire il Senato
andranno a buon fine, nonostante
mille trabocchetti e difficoltà,
l’esito non sarà quello desiderato,
cioè la presenza di una sola camera, ma sarà ancora una volta un bicameralismo: certamente non manifesto, bensì mascherato, benché
palese agli occhi di chi sappia
guardare le cose come stanno.
Povero Renzi! La vera riforma sarebbe non abolire il Senato, ma ricondurre il Consiglio superiore
nel suo rigoroso perimetro costituzionale.
Dubito che ciò sarà mai possibile.
di Errico Novi
arà che è nato sotto una cattiva stella, con quella maldicenza che l’ha subito (e ingiustamente) ribattezzato ”decreto
salva-Galan”. Fatto sta che il dl detenuti varato in gran fretta dal governo a fine giugno rischia di andare a sbattere contro un muro.
Cosa che sarebbe praticamente sicura, se l’aula di Palazzo Madama
non riuscisse a riportare il testo alla versione approvata pochi giorni
fa dalla Camera. Quell’articolato
infatti da ieri pomeriggio risulta
S
ALTRO INCIAMPO
DOPO IL PARERE
NEGATIVO DEL CSM
SUL RISARCIMENTO
DI 8 EURO. «LA NORMA
È UNA PRESA IN GIRO,
INVIERÒ UN ALTRO
DOSSIER
AL CONSIGLIO
D’EUROPA», DICE
RITA BERNARDINI
modificato. L’alterazione è frutto
del voto con cui la commissione
Giustizia ha soppresso una norma
relativa ai Tribunali di sorveglianza. O l’aula pone rimedio, dunque,
all’insubordinazione, oppure il
decreto dovrà tornare a Montecitorio in seconda lettura. Con il fortissimo rischio che i deputati non
riescano a licenziarlo entro il 28
agosto, data di scadenza del provvedimento.
Ad essere passata non è una modifica di quelle che stravolgono l’impianto. Si tratta infatti di una norma minore, che avrebbe consentito di colmare eventuali vuoti nell’organico dei Tribunali di sorveglianza anche con magistrati appena vincitori di concorso, ancora
non ”bollinati” cioè dalla prima
valutazione di professionalità. Reclute inviate al fronte della complicatissima questione carceri, insomma. Una scorciatoia architettata per fronteggiare un deficit di
giudici difficilmente rimediabile
in tempi stretti. Ma pur sempre
una forzatura. Succede che a prendere l’iniziativa siano i senatori
forzisti della commissione: Giacomo Caliendo ed Elisabetta Alberti
Casellati, insieme con Francesco
Nitto Palma, che della commissione è anche presidente. Il loro
emendamento sopprime la norma.
Trovano man forte, come è prevedibile, nella Lega. Ma anche nel
Movimento Cinquestelle, a riprova che sui temi della giustizia, e in
particolare al Senato, c’è spazio
per l’imprevedibile alleanza tra
berlusconiani e grillini. A loro si
aggiungono due centristi: Tito Di
Maggio di Per l’Italia, gruppo di
cui fanno parte i senatori dell’Udc,
e Gianluca Susta, piemontese di
Scelta civica. E’ la tempesta perfetta: sono 12 voti, quelli della maggioranza restano in 7. Poi ci sono
4 astenuti, di cui 2 del Pd, che al
Senato valgono come voto contrario. In tutto fa 11. Troppo poco. E
come si può sostenere che al deragliamento non contribuiscano i
dubbi dello stesso relatore, il democratico Felice Casson? Il quale,
ascolta le ragioni con cui Nitto Palma e gli altri presentano l’emendamento e decide inizialmente di ri-
VA RIPENSATO IL POTERE DEL CSM
I magistrati terza Camera
(non eletta) del nostro sistema
di Vincenzo Vitale
a parecchi anni in Italia si discute il bicameralismo, il
quale viene criticato soprattutto
perché “perfetto”, vale a dire tale
che ciascuna delle due camere gode degli identici poteri dell’altra.
Molti vi hanno visto così una duplicazione di funzioni, tanto inutile, quanto dispendiosa, sia dal
punto di vista economico, sia dal
punto di vista politico.
Infatti, anche i più accesi sostenitori del bicameralismo perfetto
non possono negare che la defaticante spoletta con cui ogni disegno di legge per lunghi mesi naviga fra le due camere rappresenta
un costo finanziario e politico
troppo elevato, e che oggi non ci
si può più permettere.
Ecco dunque la reale motivazione
per cui il governo Renzi dal momento stesso della sua nascita si è
posto l’obiettivo dichiarato e irrinunciabile se non di abolire completamente il Senato, almeno di
ridimensionarne in modo considerevole le potestà costituzionali,
allo scopo ultimo di fare della Ca-
D
mera dei deputati l’unica assemblea legislativa del nostro sistema.
Intento lodevole certamente, e tuttavia tale che non si può fare a meno di considerare oggi una vera e
propria fatica di Sisifo.
Quanto appena detto diviene
comprensibile sol che si consideri come il nostro sistema costituzionale da alcuni anni a questa
parte invece di essere, come molti ritengono, un bicameralismo,
sia in effetti un “tricameralismo”.
E quale sarebbe codesta fantomatica Camera che si colloca accanto alle due più conosciute?
Alcuni l’avranno già intuito: si
tratta del Consiglio superiore della magistratura.
È osservazione ormai risaputa, infatti, che da diversi anni a questa
parte il Consiglio Superiore prima
insensibilmente e poi in modo
sempre più marcato ha esorbitato
dal perimetro istituzionale all’interno del quale lo collocava il disegno della nostra carta costituzionale.
Esso venne pensato dai costituenti semplicemente come l’organo
di autogoverno di quello che non
era neppure un potere dello stato,
ma soltanto un ordine: la magistratura.
Si trattava insomma di un organo
di semplice amministrazione, per
quanto elevata. In nessun caso il
Consiglio poteva essere assimilato
ai veri e propri organi di rango costituzionale, limitandosi i più be-
ALTRO CHE SENATO:
NON C’È MODIFICA
DELL’ORDINAMENTO
DELLA GIUSTIZIA
CHE NON PASSI
ATTRAVERSO
IL CONSIGLIO
SUPERIORE
nevoli dei commentatori a vederlo come organo di semplice rilevanza costituzionale.
Come dire insomma che una cosa
è il Consiglio superiore, destinato
a governare l’organizzazione giudiziaria, il funzionamento degli
uffici, le vicende di carattere disciplinare, le richieste di promozione e di trasferimento, l’asse-
politica
venerdì 1
agosto
2014
7
IERI L’ULTIMO GIORNO DI PUBBLICAZIONI
Lacrime e rabbia
E la speranza
di rinascere
INIZIA UNA LOTTA CONTRO IL TEMPO
PER EVITARE IL FALLIMENTO.
OBIETTIVO FAR TORNARE IL QUOTIDIANO
NELLE EDICOLE CON UNA LINEA POLITICA
UGUALE ALLA SUA STORIA
di Daniel Rustici
Unità è viva o è morta?
Un piccolo giallo.
Il penultimo numero del
giornale, uscito con sedici pagine
bianche, titolava: “Hanno ucciso
L’Unità”. Quello che doveva dare
il commiato ai propri lettori annunciava invece : “L’Unità è viva!”.
Un’apparente schizofrenia a cui
ieri il comitato di redazione ha
cercato di dare una spiegazione
durante una conferenza stampa
indetta «per denunciare la gravissima vicenda che ha portato alla
sospensione delle pubblicazioni». Alla vigilia della sparizione
da tutte le edicole del quotidiano
fondato da Antonio Gramsci, i
L’
giornalisti della storica testata
hanno subito voluto precisare che
«non siamo qui per celebrare un
funerale».
I rappresentanti del Cdr, hanno
voluto inoltre sottolineare che
non si può ridurre tutto a una
questione di vil denaro che manca e casse che piangono «perché
questa è una vicenda che segna la
sconfitta della politica oltre a rappresentare un impoverimento per
il pluralismo dell’informazione e
quindi per la democrazia».
Le offerte per rilevare il giornale
sembrerebbero infatti non mancare (anche se si preferisce mantenere il riserbo sui nomi) ma quello che serve è «un accordo nel rispetto della storia di questo prodotto, che garantisca anche l’au-
tonomia redazionale che ci ha
contraddistinto in tutta la nostra
travagliata storia». Oltre agli 80
posti di lavoro a rischio, a destare preoccupazione è anche la possibilità che il quotidiano finisca
nelle mani di chi non ha interesse a preservare la continuità di un
giornale con una precisa connotazione politica. È per questo che si
è ingaggiata una battaglia contro il
tempo per arrivare il prima possibile a una soluzione che consenta contemporaneamente di salvare redazione e identità culturale.
Come ha spiegato il direttore Landò se entro 120 giorni non si definirà un nuovo piano editoriale,
in linea però con la storia del
L’Unità, si arriverà alla liquidazione fallimentare e a quel punto
«chi arriva arriva»; il giornale verrebbe venduto al miglior offerente, anche se questo fosse Daniela
Santanchè. Per scongiurare questa ipotesi mercoledì il comitato
di redazione ha avuto un incontro
durato oltre due ore con i vertici
del partito democratico. Orfini, il
vicesegretario Guerini e il tesoriere Bonifizi avrebbero rassicurato
IN CORSA CALABRESI, POLITO, CAZZULLO E MENTANA
De Bortoli lascia il Corriere della sera
Favorito a sorpresa Luciano Fontana
erruccio de Bortoli lascia il
Corriere della Sera e non lo
lascia col sorriso sulle labbra. La
decisione è presa anche se avrà
un’esecuzione a scoppio ritardato:
30 aprile 2015. Lo ha detto ieri il
consiglio di amministrazione
dell’Rcs con un comunicato
ufficiale. Fino a quella data resta in
sella. Poi diventa consulente Rcs e
prende una discreta buonuscita:
due milioni e mezzo, che più o
meno è il costo annuo di una
cinquantina di giornalisti. De
F
LA RCS HA DECISO
LA SOSTITUZIONE,
MA SCATTERÀ SOLO
AD APRILE DEL
PROSSIMO ANNO.
AL DIRETTORE
USCENTE UNA BELLA
LIQUIDAZIONE:
DUE MILIONI E MEZZO
DI EURO
Bortoli non ha accettato
serenamente la decisione. Prima di
tutto ha smentito di essersi
dimesso, cioè di aver chiesto lui
l’avvicendamento. Poi ha spiegato
di avere preso atto che la
situazione non dava vie d’uscita.
Tra gli azionisti è guerra e non si sa
come si risolverà questa guerra.
Tuttavia la decisione di lasciare per
quasi un anno il Corriere della Sera
praticamente senza direttore, o
comunque con un direttore
delegittimato, sembra un po’ una
follia, e i giornalisti del Corriere
non sono affatto contenti.
Chi sarà il successore? De Bortoli è
stato chiamato a partecipare alla
scelta del nuovo direttore, ma
probabilmente il suo, a questo
punto, sarà un ruolo un po’
defilato. I nomi in gara sono tre o
quattro, per ora, ma potrebbero
aggiungersene altri, anche perché
una corsa alla nomination che dura
10 mesi sarebbe in grado di
stroncare un bue. Candidato
numero 1, Calabresi, direttore della
Stampa. Candidato numero 2,
Aldo Cazzullo, firma di punta.
Candidato numero 3, Antonio
Polito, editorialista e direttore del
supplemento meridionale del
Corriere. Candidato numero 4,
Mentana. E poi c’è la cosiddetta
soluzione interna, e cioè la
promozione dell’attuale
condirettore di De Bortoli, che è
Luciano Fontana, cinquantenne
che vive nella tolda di comando
del Corriere ormai da 15 anni
(dopo aver fatto la gavetta per una
decina d’anni all’Unità, con
D’Alema e poi con Veltroni). I
beninformati dicono che Fontana
forse è quello con più chances, ma
dovrà superare la prova del fuoco:
da qui ad aprile sarà lui a gestire il
giornale, e le trappole, le possibilità
di bruciarsi sono proprio tante.
Ferruccio del Bortoli è stato
direttore del Corriere della Sera dal
1997 al 2001, come successore e
continuatore dell’opera di Paolo
Mieli. Poi 7 anni fuori del giornale
e dal 2009 di nuovo in sella.
sull’impegno del partito a un rilancio del quotidiano fondato da
Gramsci «in tempi strettissimi»,
magari riportando il giornale in
edicola in concomitanza con la
festa nazionale de L’Unità che inizierà a Bologna il 7 di settembre.
Sul tavolo c’è anche ipotesi che si
chieda sostegno alla comunità dei
lettori con il lancio di un’iniziativa di azionariato popolare.
A dare la propria solidarietà ai lavoratori anche il segretario nazionale del sindacato dei giornalisti,
Franco Siddi, che ha ammonito a
non cedere alle sirene populiste
sui soldi pubblici all’editoria: «In
un periodo di crisi come questo,
dove nemmeno i grandi giornali
riescono ad attirare investimenti
pubblicitari è essenziale che chi
produce pensiero critico sia supportato da un finanziamento pubblico altrimenti questo pensiero
rischia di estinguersi». Proprio
per questo Siddi ha lanciato l’allarme su una proposta depositata
dal movimento 5 stelle in commissione cultura che prevede
l’azzeramento dei fondi diretti ai
giornali: «Sarebbe la mazzata finale per L’Unità ma anche per
tantissimi altri».
Il segretario della Fnsi ha poi annunciato che il sindacato dei giornalisti è disponibile a lasciare alla redazione del giornale che fu
del Pci ospitalità sul proprio sito
dato che quello de L’Unità chiuderà insieme alla versione cartacea. Una decisione presa dai soci
del quotidiano che ha lasciato di
stucco i giornalisti che si erano offerti di curare in modo gratuito la
pagina web, in modo da tenere
comunque aperto un canale di comunicazione con i propri lettori.
«Del resto - ha spiegato un membro del comitato di redazione non riceviamo lo stipendio da
aprile, siamo abituati a fare sacrifici per questa azienda perché abbiamo sempre considerato un privilegio poter lavorare qui, coniugare una scelta professionale con
una una scelta valoriale. L’ultimo
giorno di lavoro in tantissimi sono usciti in lacrime, per rabbia
non per rassegnazione : non molleremo perchè siamo convinti che
questo Paese abbia ancora un
grande bisogno de L’Unità».
venerdì 1
agosto
2014
intervista
LINA SASTRI
COSIMA SCAVOLINI
Segue i fatti della politica?
Sì. La politica è vita. Non mi piace però la politica da salotto.
LINA
SASTRI
ATTRICE
E lei come ha fatto ad evitarli, i salotti della politica?
Per naturale predisposizione, sia
mia che loro. La mia predisposizione mi porta a non andarci, e loro capiscono subito.
di Katia Ippaso
na ragazzina di 17 anni
ombrosa e vulnerabile ma
con una forza tutta sua, irredimibile. Una forza che la portava via. E che la portò via, a Roma
e nel mondo. Quando Lina Sastri
racconta l’adolescente che era,
non è difficile vederne ancora le
tracce nella risata aperta e nella
lingua che parla: solare e rocciosa.
Oggi che di anni ne ha sessantuno,
invece di andare via forse sente il
bisogno di tornare: a quella Napoli da dove tutto è cominciato. E
che ora le pare ancora diversa, un
posto che forse può accogliere il
pensiero e il movimento. Una città dove c’è il mare. Anche se Anna Maria Ortese, che Lina ama immensamente, diceva che invece
non è vero: il mare non bagna Napoli. Semmai lo tiene in grembo.
Con Lisa Sastri parliamo dei luoghi che ci accolgono, della poesia,
del teatro, ma anche di Oriente e
Occidente, di Oriana Fallaci, dei
figli non nati e di una certa solitudine che può prendere una donna
che per qualche inspiegabile ragione si sente sempre un po’ ferita
ma proprio per questo conosce
l’arte della gioia.
U
Quando ha preso i suoi “Appunti di viaggio” (l’ultimo suo spettacolo, dal 19 al Teatro Greco di Taormina e poi in tournée)? Che territori ha attraversato per scriverli?
Intanto, volevo dire che Appunti
di viaggio si inserisce in un filone
più personale di teatro e musica.
Non essendo io una cantante, ho
realizzato degli spettacoli in cui la
musica è diventata teatro. Il primo
è stato Cuore mio e raccontava il
cuore del Sud del mondo...Poi c’è
stato Corpo celeste, un’opera in
gran parte ispirata agli scritti di
Anna Maria Ortese, che raccontava, con un certo anticipo sui tempi, cose che sarebbero puntualmente accadute: la fine d’identità
di una nazione, la fine d’identità
della lingua, la fine della cultura
occidentale, l’ingresso nell’era
della vanità…Poi ci sono stati Mese Mariano dedicato tutto a Di Giacomo, Per la strada, La casa di Ninetta, Linapolina. Con Appunti di
viaggio torno all’essenziale. I miei
musicisti. Ed io. Mi basterebbe
una chitarra. E’ un racconto libero
delle cose che mi sono successe,
delle persone che ho conosciuto…Si passa da una canzone all’altra, da una citazione di Eduardo a
una di Viviani, da un mio pezzo
poetico a una canzone classica napoletana. E’ vario. Come è il jazz.
8
Anna Maria Ortese....
Anna Maria Ortese! Era un’altra
che credo non fosse predisposta
per i salotti. E pare che abbia vissuto una vita molto difficile. Si diceva che non avesse un buon carattere...Però ho letto delle cose di
rara intensità e bellezza dove il
realismo di tutti i giorni si univa a
una specie di magia della vita.
Credeva in una specie di divinità
della natura. Tutte queste cose insieme la rendono modernissima
Torna spesso a frequentare le sue
pagine?
No, io non rileggo niente, non rivedo, anzi non vedo neanche. Cerco di dimenticare.
«Non mi piace
quest’epoca
di vanità»
”La casa di Ninetta” (romanzo e testo teatrale) è costruito su mia madre, una donna meravigliosa cha
ha cresciuto me e mio fratello con
libertà e grazia. Ninetta aveva nella voce la musica. Ho fatto in tempo a registrarla da vecchia prima
che morisse, mentre cantava senza
musica motivi appena accennati
di canzoni napoletane. La sua voce viaggia con me, negli spettacoli.
Nello spettacolo, parlerà di quella ragazzina di 17 anni che scappò da casa per fare il teatro. E’ ancora connessa con quell’ adolescente?
Assolutamente sì. Quella Lina lì
era una ragazzina molto vulnerabile e molto ombrosa. Inquieta.
Aveva delle energie creative da
esprimere. Un’esplosione che non
si poteva contenere in una casa.
Chi era invece suo padre?
Mio padre invece era un uomo
bello e avventuroso di origine siracusana. Alla Sicilia mi lega un
modo di essere, un certo sentimento della tragedia. Io sono una
mescolanza tra la leggerezza napoletana e la forza, il peso della Sicilia. Mio padre era questo. Era un
uomo povero senza grande cultura, ma ha avuto la forza dei desideri, della bellezza, la spinta della
libertà. Ad un certo punto se ne è
andato in Brasile. In Brasile è anche morto. Ogni tanto tornava. Infatti la mia musica, il mio modo di
cantare, risente di questo fatto: io
sono nata in un vicolo napoletano,
figlia di un padre che ogni tanto
appariva, con il fado, con il bolero, e tutto questo è entrato nella
mia educazione sentimentale e
musicale.
Anche se la casa non era male, come lei racconta in altri luoghi. La
casa era abitata da una madre
speciale, Ninetta.
Cosa rappresenta Roma per lei?
Io sono andata via di casa per fare
il teatro; non avendo mai frequentato nessuna accademia ho cerca-
to subito di lavorare. Ho fatto il
teatro che nasceva allora come teatro di rottura, il Masaniello. E poi
per caso Roberto De Simone mi fece cantare quel bellissimo Inno alla Madonna de lu Carmine e fu poi
una cosa che rimase nel
tempo…Rifiutavo la mai città e la
mia lingua. Quindi sono venuta a
Roma e ci sono rimasta tutta la vita. Sono felice di aver vissuto la
Roma di trent’anni fa. Dove potevi
veramente sentirti artista...La città
è molto cambiata.
Tornerà a Napoli?
Non lo so. So solo che in questi ultimi ho riscoperto Napoli. Anche
se è una città metropolitana, puoi
camminare e incontrare sempre
qualcuno con cui parlare e prenderti un caffè. Questa cosa a Roma
si è persa. Vivere la solitudine a
Napoli è più difficile.
Prima parlava della vanità. Un
attore è particolarmente esposto
alle lusinghe e alla tentazione del
narcisismo. Come si controlla la
deriva vanitosa?
Innanzitutto la vanità e il narcisismo non sono la stessa cosa. La
vanità di cui parlavo io è una tentazione filosofica, che ha a che fare con la dannazione, con un lato di grande debolezza dell’essere umano che quando perde i
suoi riferimenti importanti (l’etica, la giustizia, il talento, la fede)
si lascia andare al suo teatro solitario.
Lei è credente?
Sì, sono credente.
Ha figli?
Purtroppo no. Li avrei voluti. Sento che una parte importante di me
non si è potuta esprimere.
Però ha avuto altri figli. Le opere.
E’ vero, però un figlio è più difficile.
Avrebbe preferito una vita più difficile?
Seguire un bambino piccolo è più
difficile che seguire un personaggio virtuale che stai facendo nascere. Sì, avrei preferito vivere
quella difficoltà.
Chi era Eduardo De Filippo?
Era un uomo bello, anche da vecchio. Nel suo caso, la bellezza non
si abbinava alla tenerezza, ma al rigore e alla severità.
Lei è severa con se stessa?
Si, sono molto severa. Anche se
con il tempo si affievolisce tutto
questo perché ti stanchi, e oggi io
sono stanca, e sono molto ferita
dalla vita..
Cosa la ferisce?
Mi ferisce questa sordità, questa
indifferenza che vedo intorno.
Mi ferisce l’idolatria del danaro.
Mi ferisce il concetto di protezione politica. Un artista non deve
aver bisogno di nessuno che lo
protegga.
Sta leggendo qualche libro in particolare?
Adesso sto leggendo una cosa che
mi diverte per un certo verso e per
un altro invece mi immalinconisce: Viaggio in America di Oriana
Fallaci. Lo leggo come un romanzo d’appendice. Certo scriveva bene.
Ma era diventata una pensatrice
intollerante.
Era una specie di contadina toscana che si era stabilità a New York.
Brillante, intelligentissima. Ad un
certo punto, non aveva più contatti col mondo esterno. Ma io questa cosa la capisco. Col tempo, ci
si sente più isolati, più feriti. Ci si
arrovella. Lei non usciva più di casa. In questo è stata onesta. Non ha
voluto seguire la corrente. Ha voluto dire che alla fine questo
Oriente minacciava l’Occidente.
Io non penso come Oriana Fallaci
che la nostra cultura sia superiore,
ma penso che la minaccia esista.
La cultura occidentale è senza
identità. Paradossalmente i più
forti sono quelli che hanno conservato le loro identità chiudendo le
frontiere. Cioè sono più forti rispetto a noi che siamo...
Liquidi?
Questa cosa della società liquida
non mi convince. E’ una cosa di
moda che si dice. Che vuol dire
”liquida”?
Senza confini, credo.
Non è vero. Perché poi i confini
esistono. Le Strisce di Gaza esistono.
Esistono perché qualcuno le ha
create.
Certo.
Cosa pensa dell’apertura di Renzi al riconoscimento delle unioni
civili?
Penso che sia una cosa civile, appunto. Quante volte abbiamo visto persone che dopo vent’anni di
convivenza si sono trovate ad essere estromesse, senza niente, senza diritti? A me tuttora fa tenerezza vedere persone che si sposano.
E lei si è mai sposata?
Sì, mi sono sposata! Un giorno per
caso l’ultimo dell’anno. Mi sono
sposata con un argentino. Poi però mi sono anche divorziata. Accadeva diversi anni fa.
esteri
venerdì 1
agosto
2014
9
AL CAIRO UNA DELEGAZIONE PALESTINESE DISCUTE LA BOZZA DI PACE
86.000 soldati
a Gaza. Quanti
altri morti
ci vorranno?
di Daniele Zaccaria
ome aveva annunciato il
premier Benjamin Netanyahu ignorando peraltro
gli appelli internazionali per il
cessate-il-fuoco, l’esercito israeliano va avanti nella sua offensiva sulla Striscia di Gaza che da
ieri può contare sull’apporto di
16mila riservisti supplementari.
Sono ormai 86mila i soldati mobilitati nell’attacco all’enclave
palestinese giunto al 24esimo
giorno e alla vittima numero
1400 con oltre 8mila i feriti; di
questi, stando alle cifre fornite
dall’Onu, due terzi sono civili e
250 bambini. Sessanta invece gli
israeliani che hanno perso la vita (tre i civili).
Secondo fonti militari, le forze di
sicurezza di Tel Aviv procederanno alla completa distruzione degli «obiettivi terroristici» e soprattutto dei tunnel che attraversano il sottosuolo di Gaza, impiegati da Hamas per trasportare
merci e armi illegalmente e per
sconfinare in territorio israeliano:
«E’ una questione di giorni»
avrebbe garantito il generale Sami
Turgeman. Fino a quel momento
la campagna ”margine di protezione” non conoscerà pause per
citare le parole dello stesso Netanyahu: «Non accetteremo nessuna proposta di tregua che non ci
permetterà di portare a termine il
C
LA MINACCIA DI
NETANYAHU:
«PORTEREMO
A TERMINE IL
LAVORO». PILLAY,
ALTO COMMISSARIO
ONU PER I DIRITTI
UMANI, ATTACCA
L’INDOLENZA DEGLI
STATI UNITI
nostro lavoro, siamo determinati
a portare avanti la nostra missione, con o senza cessate-il-fuoco».
Coerente con questa linea intransigente,
ancora ieri mattina
l’aviazione di Tel Aviv ha martellato diverse località della Striscia,
colpendo a Deir al-Balah, a Kan
Yunis e a Rafah pochi chilometri
al confine con l’Egitto: almeno
sette le persone rimaste uccise.
Da canto loro i miliziani di Hamas hanno lanciato decine di
missili verso la città di Kyriat Gat,
nel deserto del Negev, colpendo
un edificio e ferendo gravemente
un israeliano.
Sul fronte diplomatico da segnalare l’intervento di Navi Pillay,
l’alto commissario Onu ai diritti
umani, che si è prodigato in un attacco senza mezzi termini agli
Stati Uniti, rei di non fare nulla
per fermare la campagna militare
israeliana, ma soprattutto colpevoli di fornire materiale bellico
all’esercito dello Stato ebraico:
«Gli Usa hanno una grande influenza su Israele e dovrebbero
impegnarsi per far cessare la voce
delle armi, invece non solo le forniscono artiglieria pesante usata
nei raid a Gaza, ma le hanno prestato quasi un miliardo di dollari
per la protezione dei civili israeliani mentre i civili palestinesi
sono abbandonati a se stessi». E’
un attacco durissimo quello di
Pillay, che però non ha risparmiato bordate neanche a Hamas e ai
suoi continui lanci di missili sul-
le città israeliane di confine: secondo l’Alto commissario il Movimento islamico è responsabile
quanto l’esercito israeliano di
abusi e violazioni: «Lanciando
razzi e bombardando aree densamente popolate entrambe le parti
stanno commettendo ripetute
violazioni del diritti internazionale e quindi sono responsabili di
crimini di guerra».
Intanto al Cairo è giunta l’attesa
delegazione palestinese che discuterà e tenterà di modificare la
bozza di tregua proposta dall’Egitto, accettata in linea di massima da Israele ma categoricamente rifiutata da Hamas. La notizia è stata diffusa dal sito web
del Jeruslam Post che cita fonti
vicine all’Olp; tra i delegati due
dirigenti di Fatah, Azam al Ahmad e il capo dell’intelligence,
generale Majad Faraj oltre al vice
segretario generale della Jihad
islamica, Ziad Nahla, e ad un alto responsabile di Hamas residente nella capitale egiziana, Mussa
Abu Marzuk. Le prime indiscrezioni trapelate dal Cairo indicano
che Fatah sta lavorando per includere nell’accordo l’apertura
del valico di Rafah e di altre frontiere della Striscia, attualmente
controllate dai militari israeliani.
Queste modifiche potrebbero
spingere il Movimento islamico a
cessare il lancio di missili in territorio israeliano, togliendo a Tel
Aviv un pretesto per non rinegoziare la tregua. Nulla di scontato,
ma se non altro in questi ciclo di
incontri sono state incluse tutte le
anime della vita politica palestinese, dai moderati di Fatah fino
alle componenti più estremiste.
Nella speranza che la diplomazia
araba riesca laddove hanno miseramente fallito gli Stati Uniti e le
potenze occidentali, nella Striscia la situazione umanitaria rasenta ormai la catastrofe. La continua pioggia di bombe, le mancanza di materiale medico, il collasso delle strutture sanitarie, la
riserve di cibo che scarseggiano e
il taglio dell’energia elettrica fanno dell’enclave palestinese sotto
assedio uno dei luoghi più pericolosi e inospitali del pianeta.
ZAYN MALIK DICE ”FREE PALESTINA”, BAR REFAELI TIFA PER ISRAELE
Star schierate sul conflitto
come fosse una partita
di Paolo Di Paolo
a pericolosa impressione
che può dare all’Anonimo
lo spazio di un social network è di avere una platea. Così
l’Anonimo commenta, proclama,
esibisce. La pericolosa impressione che può dare al Famoso, che
una platea ce l’ha già, lo spazio di
un social network è che la sua
opinione (su tutto) abbia un peso,
un’urgenza. Così accade che
Zayn Malik, cantante del celebratissimo gruppo adolescenziale
One Direction, si sente in dovere
di twittare – mentre a Gaza continua la strage – «Palestina libera».
Zayn Malik ha un padre anglopakistano e una madre inglese, è
nato a Bradford, nel Regno Unito,
nel 1993, è musulmano, è un bel
ragazzo. Si può capire che “parteggi” per il popolo palestinese
come fosse una partita di calcio?
Sì. Ma il punto non è questo. Il
punto è che il suo «Palestina libera» ha la stessa profondità di certi proclami che tutti o quasi tutti
abbiamo scandito ai tempi del liceo.
L
Ricordo anche nel mio – provincia di Roma, fine anni Novanta –
agguerriti ragazzoni e ragazze accigliate aggirarsi con una kefiah
al collo. Non capivo. Non che
dessi importanza alla cosa, ma mi
sembrava così esteriore, così “in
posa” – quel lembo di stoffa metaforico aveva davvero un senso?
Fra me e me – ma restavo zitto,
per carità – mi domandavo dove
fosse nata e come, in loro, la spinta a schierarsi dalla parte della
Palestina. Vivevamo ad Albano
Laziale e loro stavano dalla parte
della Palestina. Mah. E dire che la
zelante professoressa di storia e
filosofia ci aveva imposto una ricerca sulla storia del conflitto
israelo-palestinese pezzo per
pezzo, puntata per puntata, massacro per massacro. Avevo riempito di schemi mezzo quaderno,
senza raccapezzarmi troppo, ma
soprattutto: potevo io, studentello incostante della provincia romana, decidere chi avesse ragione in quell’infinito e insanguinato contenzioso? Per fortuna non
c’erano ancora né Facebook né
Twitter, e se uno diceva la sua
stronzata la diceva a quattro gatti
distratti, poi suonava la campanella e buonanotte.
L’altro giorno ho sentito in un supermercato una signora difendere a spada tratta le ragioni palestinesi, con un astio che non c’entrava più di tanto con le vittime,
con una disperazione che nemmeno lontanamente avrebbe potuto immaginare e fare propria.
C’era qualcosa di simile a un pregiudizio incistato chissà come, a
una presa di posizione da liceale
con la kefiah, da fede calcistica.
La signora in questione non era la
cantante Rihanna, che si è sentita in dovere, come Zayn Malik
degli One Direction, che nel frattempo ha ricevuto minacce di
morte, di twittare il suo #freePalestine. Selena Gomez, star molto
amata nelle scuole medie, ha
twittato la sua preghiera per Gaza
e ci si è messa anche Mia Farrow.
Da parte israeliana, la modella
(Wikipedia dice “supermodella”)
Bar Refaeli ha espresso sostegno
all’esercito del suo paese. Qualcuno sentiva il bisogno di conoscere il parere delle star interna-
RIHANNA
LA MODELLA BAR RAFAELI
PRIMA DI TWITTER,
FORSE NESSUNO
AVREBBE
INTERVISTATO
RIHANNA SU GAZA.
PIÙ CHE LANCIARSI
IN PROCLAMI DA
LICEALI, CI SAREBBE
MOLTO DA FARE
zionali sul conflitto israelo-palestinese e sulla tragedia di Gaza?
Forse sì, tutto è possibile. Ma la
mia sensazione è che il livello e
la profondità del loro contributo
somigli a quello dei miei compagni di scuola nel liceo di Albano.
E ho il sospetto che, prima di
Twitter, nessuno avrebbe intervistato Rihanna su Gaza. Mica per
disistima, ma proprio perché è
l’ultima cosa che ti viene in mente. In uno degli articoli più intelligenti usciti nelle ultime settimane sulla guerra a Gaza, lo scrittore Christian Raimo ha evidenziato come «appena si pronuncia
la prima frase di un abbozzo di
analisi, si sente subito arrivare il
fiato del commentatore pronto a
inveire, a dare dello stronzo… Difendi Hamas? Ma come fai? Difendi Nethanyahu? Ma come fai?
Non ti schieri? Ma come fai? Inviti al silenzio? Vigliacco». Il
punto, dice Raimo, è chi parla,
parla sempre e solo da spettatore.
Non che sia facile essere altro che
spettatori. Ma che gli spettatori
diventino divi, facciano i divi su
Gaza e dintorni, sui massacri e
sui morti di una parte e dell’altra,
fa ancora più rabbia e più pena.
Ha ragione Raimo citando Vonnegut: «Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro». Magari qualcosa da fare, sì. Certo
non su Twitter.
cronaca
venerdì 1
agosto
2014
IL MINISTERO DELLA SALUTE PARLA DI ”RISCHIO REMOTO”
Allarme Ebola,
Italia per ora al riparo
«PER ESSERE INFETTATI OCCORRE UN CONTATTO
STRETTO. IL VIRUS NON SI TRASMETTE CON LA SALIVA»
di Osvaldo Baldacci
llarme ebola, ma non in
Europa e tantomeno in
Italia. Parola anche del
ministero della Salute. Un virus
letale che sta minacciando l’Africa ma che non crea pericoli in Europa, neanche tramite chi proviene da quelle terre. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)
non raccomanda alcuna restrizione di viaggio né la chiusura delle
frontiere a causa dell’epidemia. In
ogni caso, precisa l’Associazione
delle compagnie aeree Iata, quand’anche un passeggero contagiato
dal virus salisse su un volo, il rischio che gli altri passeggeri vengano contagiati, sarebbe basso. Le
parole tranquillizzanti non arrivano solo dalle istituzioni. Lo scienziato che contribuì a scoprire il virus, Peter Piot, giudica la malattia,
«pur se aggressiva, in teoria facile
da contenere». «Persino stare su
un bus con qualcuno che ha l’Ebola – ha affermato alla CNN il medico belga direttore della London
School of Hygiene and Tropical
Medicine - non è un problema, io
non mi preoccuperei se qualcuno
con l’ebola mi sedesse accanto in
metro, a meno che non mi vomiti
addosso o qualcosa di simile».
Piot ha scoperto il virus in Zaire
(oggi Congo) nel 1976, e lo giudica tra le malattie più letali, «perché una volta che te la prendi, almeno con questo ceppo di Ebola,
hai un 90% di probabilità di morire». Ma specifica: «Per essere infettato occorre un contatto davvero stretto. Il virus non si trasmette
con le goccioline di saliva».
A
Per questo è convinto che sia improbabile che l’epidemia del virus si propaghi in maniera esponenziale al di fuori dell’Africa occidentale.
Per quanto riguarda l’Italia, poi, il
rischio ebola è definito “remoto”
dal ministero della Salute, che in
una nota ricorda come l’Organizzazione mondiale della sanità
non raccomandi restrizioni di
movimenti di persone, mezzi di
trasporto e merci. «L’Italia già da
tempo ha rafforzato in via cautelativa le misure di sorveglianza
nei punti di ingresso internazionali», spiega il ministero, che sottolinea come «il nostro Paese è attrezzato per valutare e individuare ogni eventuale rischio di importazione della malattia e contenerne la diffusione».
Riguardo, poi alle condizioni degli immigrati irregolari provenienti dalle coste africane via mare, «la durata di questi viaggi scrive il ministero della Salute - fa
sì che persone che si fossero eventualmente imbarcate mentre la
malattia era in incubazione, manifesterebbero i sintomi durante
la navigazione e sarebbero, a prescindere dalla provenienza, valu-
CUPOLA DEGLI APPALTI: LA DECISIONE DEL RIESAME
Expo, scattano le manette
per altri 9 indagati
di Edoardo Morello
l tribunale del Riesame di Milano ha dato
l’assenso all’arresto di altri nove indagati
nell’inchiesta sugli appalti Expo, Sogin e della sanità lombarda. I giudici hanno quindi accolto il ricorso dei pm sulle posizioni di alcuni componenti della cosiddetta ’cupola degli
appalti’, di manager della sanità e del presidente di Manutencoop, Claudio Levorato.
I giudici del Riesame hanno accolto il ricorso
dei pm di Milano Claudio Gittardi e Antonio
D’Alessio sull’arresto degli indagati, i quali,
però, ora avranno dieci giorni di tempo per
presentare, attraverso i loro legali, ricorso in
Cassazione. Le misure cautelari saranno eseguite soltanto se verranno confermate dalla
Suprema Corte. Nell’ambito dell’inchiesta i
pm Gittardi e D’Alessio avevano chiesto 19 arresti, ma il gip di Milano Fabio Antezza ne ha
accolti solo sette che sono stati eseguiti lo
scorso 8 maggio quando sono finiti in carcere,
tra gli altri, l’ex Dc Gianstefano Frigerio, l’ex
Pci Primo Greganti e l’ex senatore Pdl Luigi
Grillo, scarcerato ieri.
Grillo, secondo l’accusa, nella presunta associazione per delinquere che avrebbe turbato
I
gare d’appalto dell’Expo, di Sogin e della sanità lombarda in cambio di presunte tangenti
per milioni di euro, avrebbe avuto un ruolo simile a quello del ’Compagno G’, anche se con
una posizione più defilata. L’ex senatore sarebbe stato incaricato «dell’attività di raccordo con il mondo politico sia con finalità di copertura e protezione in favore dell’imprese di
riferimento sia con finalità di appoggio ai pubblici ufficiali coinvolti nelle procedure di appalto - scrivono i magistrati - allo scopo di assicurare agli stessi sviluppi di carriera».
Davanti ai pm, da quanto è emerso, Grillo ha
spiegato di aver ricevuto 25mila euro per un
appalto Sogin vinto dall’imprenditore Maltauro.
E avrebbe riferito anche di essersi interessato
per la carriera di Giuseppe Nucci, ex amministratore delegato di Sogin, mettendo a verbale
anche di aver parlato, nei mesi scorsi, con
Gianni Letta e Angelino Alfano (lo diceva anche in alcune intercettazioni) per l’eventuale
nomina di Nucci a Terna: iI carico che non andò in porto anche perché, stando al suo racconto, Alfano gli disse che le nomine erano
già state fatte. All’ex parlamentare gli inquirenti hanno mostrato anche il contenuto di bi-
10
tate per lo stato sanitario prima
dello sbarco, come sta avvenendo
attraverso l’operazione Mare Nostrum». La malattia ha un periodo
di incubazione che va dai 2 ai 21
giorni, e sintomi che spaziano
dalla febbre alta alla nausea, dal
vomito alla diarrea fino alle emorragie diffuse.
L’Unione europea è in allerta, anche se la Commissione europea
ha fatto sapere in una nota che il
rischio che si diffonda in Europa
è ”basso”. Fonti anonime hanno
anche fatto notare che comunque
tutto è pronto per curare eventuali vittime.
Il vero problema invece è in Africa Occidentale, dove l’epidemia è
davvero grave. Secondo l’ultimo
bilancio
dell’Organizzazione
mondiale della Sanità sono 1.323
i contagi e 729 le vittime accertate al 27 luglio, 57 delle quali concentrate nel periodo tra il 23 e il
27 luglio. La distribuzioni totale
dei casi vede la Guinea con 460
casi e 339 decessi; la Sierra Leone
con 533 casi e 233 decessi, la Liberia con 329 casi e 156 vittime;
la Nigeria, un decesso. Il presidente della Sierra Leone Ernest
Bai Koroma ha dichiarato l’emergenza sanitaria e la messa in quarantena degli epicentri dell’epidemia nel suo Paese, e disposto che
negli aeroporti venga misurata la
febbre ai passeggeri, che dovranno lavarsi le mani con disinfettanti.
Tra le vittime in Sierra leone anche un medico-eroe, Sheik Umar
Khan, 39 anni, che deliberatamente da mesi si batteva senza risparmiarsi a fianco delle persone
infettate dal virus. La Liberia ha
chiuso le scuole e gli uffici pubblici. Medici senza frontiere ha
detto che la crisi è «senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione può solo peggiorare», con il ”rischio reale” che
vengano colpiti ”altri Paesi”, come appunto la Nigeria e la Guinea
Conakry.
Davanti al virus non ci sono difese se non la prevenzione, poiché
non esiste un vaccino. Dagli Stati
Uniti si moltiplicano le richieste
delle associazioni alla Food and
Drug Administration per accelerare l’approvazione di un farmaco
promettente, per il quale però sono appena iniziati solo i test di fase 1.
glietti e documenti sequestrati al presunto
corriere delle mazzette e suo stretto collaboratore, Sergio Cattozzo, che avrebbe tenuto la
”contabilità” delle stecche. Come ha chiarito
l’avvocato Corradino, il gip ha concesso i domiciliari dopo il parere favorevole dei pm perché «si sono attenuate le esigenze cautelari,
per il tempo trascorso in carcere e per i chiarimenti dati su alcuni aspetti dell’indagine»
La Procura, dunque, ha fatto ricorso contro la
bocciatura degli arresti al Riesame per 11 persone (per una ha rinunciato al ricorso). Da quanto si è saputo, il
Riesame per due posizioni, quelle degli ex manager di Sogin Giuseppe Nucci e Alberto Alatri, ha
trasmesso gli atti per competenza
territoriale ai magistrati di Roma.
Accolti, invece, i ricorsi per altri
nove, tra cui Walter Iacaccia e
Giovanni Rodighiero, due presunti componenti dell’associazione per delinquere che avrebbe
turbato appalti in cambio di tangenti, e Claudio Levorato, presidente di Manutencoop. Per quest’ultimo si tratta di arresti domiciliari come per alcuni manager
della sanità lombarda, tra cui Patrizia Pedrotti. Il legale di quest’ultima, l’avvocato Claudia
Shammah, ha spiegato che il
provvedimento del Riesame è
«assurdo, perché l’accusa di turbativa d’asta a carico della mia assistita è insussistente ed è incomprensibile che i giudici a distanza
di mesi si richiamino al pericolo di inquinamento probatorio».
cronaca
venerdì 1
agosto
2014
I PM: «MOVENTI INCOMPRENSIBILI E INGIUSTIFICATI»
Strage di Bologna,
la pista palestinese
su un binario morto
L
a Procura di Bologna ha depositato al Gip la richiesta
di archiviazione per le posizioni di Thomas Kram e Margot
Christa Frohlich. I due ex terroristi tedeschi erano indagati per la
strage della stazione del 2 agosto
1980, nella cosiddetta pista palestinese. La presenza a Bologna di
Kram quel giorno è, per i Pm Enrico Cieri e Roberto Alfonso, ”incomprensibile”, ”ingiustificata”,
”alimenta un grumo di sospetto”
ma non basta per ipotizzare una
sua partecipazione all’attentato.
«Quel solo e sorprendente fatto
non è tuttavia sufficiente per ipotizzare in assenza di altri elementi sul suo conto una partecipazione alla strage della stazione», scrivono i pm di Bologna nella richiesta di archiviazione del fascicolo
sulla strage del 1980 per Kram e
Margot Christa Frohlic.
Nell’inchiesta sulla ’pista palestinese’ per la Strage del 2 agosto
1980 c’è anche una nota riservatissima del Sismi non firmata, né
datata e dal titolo ’Questione missili SA7 minacce contro gli interessi italiani’. Secondo gli inquirenti la nota può essere riconducibile a Stefano Giovannone, all’epoca referente dei Servizi in Libano e in rapporti definiti dai Pm
”solidi” con Abu Anzeh Saleh,
giordano considerato referente
Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) in Italia,
arrestato a Ortona (Chieti) nel
1979 perché trovato in possesso
di missili. La nota sembra far riferimento alla violazione del presunto ’lodo Moro’ che - per i sostenitori della pista palestinese avrebbe causato l’attentato come
ritorsione. La nota si riferiva alla
richiesta di scarcerazione respinta il 29 maggio 1980 dalla Corte di
Appello dell’Aquila per Saleh. E
diceva che in seguito al rigetto si
poteva ritenere che l’Fplp interpretasse la decisione come una
dimostrazione dell’ atteggiamento negativo assunto dall’Italia nella vicenda. E si proseguiva dicendo che il Fronte riteneva di poter
riprendere piena libertà di azione
sul territorio italiano, venendo
meno alla sospensione delle attivita’ terroristiche, potendosi anche ipotizzare una situazione di
pericolo a breve scadenza, anche
in concomitanza con il processo
di appello per Saleh, con inizio
previsto il 17 giugno 1980. Le
azioni ipotizzate nella nota erano
il dirottamento di un aereo Alita-
lia, e l’occupazione di un’ambasciata italiana - non si parlava
quindi di qualcosa di simile a
quanto avvenuto a Bologna il 2
agosto - ma non si escludeva che
per le azioni potessero essere utilizzati elementi estranei all’organizzazione al fine di impedire la
riconducibilita’ allo stesso Fplp.
In occasione dell’anniversario
della strage, la commissione Giustizia ha detto il primo sì, a larghissima maggioranza, all’introduzione del reato di depistaggio e
inquinamento processuale nel
nostro codice penale. «Con questa importante novità, saranno
duramente colpiti i comportamenti dei funzionari dello Stato
infedeli, coloro che contribuiscono ad impedire l’accertamento
della verità. Le sanzioni saranno
molte severe nei casi in cui il reato riguarda stragi, insurrezione armata contro lo Stato, attentato alla Costituzione o di mafia», ha
detto nell’aula di Montecitorio
Paolo Bolognesi, deputato Pd e
presidente dell’Associazione delle Vittime della Strage di Bologna
di cui ricorrerà il 2 agosto il tragico anniversario. Per il presidente
dei familiari delle vittime della
Strage della stazione di Bologna,
la notizia è “molto positiva”. «Era
anche ora che venisse archiviata ha aggiunto - Se penso a quanto
tempo è stato perduto per seguire
quella pista lì…». Il deputato democratico è da anni un fervido sostenitore della verità giudiziaria
sull’attentato, cioè della colpevolezza degli ex Nar Fioravanti,
Mambro e Ciavardini, che sono
stati condannati in via definitiva.
L’associazione da lui presieduta
ha presentato diverse memorie alla Procura chiedendo di indagare
per identificare sui mandanti dell’attentato. Su questo versante,
l’inchiesta nel corso della quale
sono stati sentiti personaggi come
Licio Gelli e il colonnello del Sismi Armando Sportelli, resta
aperta.
L’INCASSO AI GENITORI DEL TIFOSO
Azzurri,
una gara per la
famiglia di Ciro
N
apoli-Paok Salonicco si
giocherà in memoria di Ciro
Esposito. «L’incasso del match ha spiegato il presidente del
Napoli, Aurelio De Laurentis sarà devoluto al progetto
”Fratellanza italiana nel calcio”
che stiamo costruendo insieme
alla signora Antonella Leardi, la
mamma di Ciro». Ai microfoni di
Radio Kiss Kiss, Adl ha invitato
i tifosi ad intervenire sabato
sera alla serata di solidarietà
organizzata in concomitanza
con l’ amichevole con i greci.
PALERMO: IL PRIORE DEI CARMELITANI ACCUSA I GIORNALI
«L’inchino a Ballarò è una balla dei
media»: il prete incolpa il Diavolo
«S
orprendono le dichiarazioni rese da padre Pietro Leta, priore dei Carmelitani
di Palermo, che intervenendo
sul caso della processione di
Ballarò, tira in ballo i cronisti
palermitani nei quali, a suo dire, «fa breccia il diavolo che si
allunga anche dentro i giornalisti che sono disposti a fare scoop a qualsiasi costo». Lo afferma Roberto Ginex, segretario
provinciale Assostampa Palermo, sindacato unitario dei giornalisti. ”Riteniamo queste parole semplicemente sconcertanti prosegue Ginex -, soprattutto
quando ad affermarle è un sacerdote che non si può permettere di accostare i giornalisti che operano con correttezza, scrupolo e spirito di sacrificio ai mafiosi, e men che mai al diavolo. Certo - aggiunge Ginex - comprendiamo il grande imbarazzo della
comunità religiosa palermitana, chiamata in causa per presunti rapporti equivoci con gli ambienti mafiosi e auspichiamo un dialogo sereno e costruttivo tra le forze sociali ed ecclesiali della citta’ affinche’ possa essere raggiunto l’obiettivo che
dovrebbe accomunare tutti, cioe’ la liberazione di
REPLICA
LA STAMPA
LOCALE:
«SIAMO
SCONCERTATI»
Palermo dalla mafia e dalla
mentalita’ mafiosa”. ”I giornalisti palermitani, infine, nel rivendicare l’impegno professionale quotidiano nella lotta alla
mafia, ricordano - conclude Ginex - che proprio solo dopo la
denuncia fatta dai mezzi di informazione sulla confraternita
della Zisa, diretta da un boss arrestato, la Curia di Palermo ha
deciso di scioglierla a tempo indeterminato”.
Non sembrerebbe che vi sia stato alcun inchino, cosi’ come riportato da organi di stampa. Il
simulacro della Madonna non
si e’ inchinato, non e’ stato girato verso l’esercizio commerciale. Vi e’ stata solo una fermata per la richiesta di
avvicinare un bambino al simulacro. Dal video si
puo’ costatare che si e’ trattato di una brevissima
sosta”. Cosi’ una nota, la Diocesi di Palermo, interviene sulla notizia secondo la quale, domenica, nel corso della processione per la Madonna
del Carmelo a Ballaro’ ci sarebbe stata una manifestazione di ossequio ad un boss mafioso del
quartiere con una fermata davanti all’impresa di
pompe funebri di proprieta’ della sua famiglia.
11
BREVI
TERREMOTO L’AQUILA
ARRESTATO
UN IMPRENDITORE
L’Aquila. Questa mattina, i
finanzieri del nucleo di Polizia
Tributaria de L’Aquila hanno
arrestato un imprenditore edile
di 31 anni. Eseguiti anche i
sequestri di beni mobili ed
immobili per un totale
complessivo di 155mila euro.
L’uomo deve rispondere di gravi
fatti di truffa ai danni di ente
pubblico e reati di falso.
L’inchiesta ha avuto inizio circa
un anno fa, quando un
funzionario comunale ha
segnalato la possibile
contraffazione di una
determinazione dirigenziale con
cui doveva essere liquidato un
indennizzo di 180mila euro in
favore di un cittadino aquilano,
per l’occupazione di un suo
terreno adibito ad uso tendopoli
a seguito del sisma. Le
immediate indagini hanno
consentito di accertare l’effettiva
falsificazione dell’atto di
liquidazione e di recuperare
immediatamente parte della
liquidità indebitamente
percepita e ancora in possesso
dell’indagato.
TRAGEDIA A SALERNO
ANNEGA UNA BIMBA
A PAESTUM
Una bambina di 12 anni è morta
annegata nel mare di Paestum,
in provincia di Salerno.
Originaria di Caivano (Napoli),
a Paestum in vacanza, stava
facendo il bagno con i genitori,
quando è stata trascinata via
dalla corrente e dal mare
agitato. Il padre ha tentato di
salvarla, senza riuscirci. A loro
volta, i bagnanti presenti in
spiaggia sono riusciti a salvare
l’uomo riportandolo a riva. Sul
posto sono intervenuti i
carabinieri e la Guardia Costiera
di Agropoli.
DIVORZIO TRAUMATICO
INVESTE LA MOGLIE
A ROMA
È stata l’ennesima lite per la
divisione dei beni a far scattare
la furia di un 52enne romano,
che ha investito la moglie con la
sua auto, abbandonandola poi a
terra ferita. Sul posto sono
giunte in breve due pattuglie,
una del Reparto Volanti, l’altra
del Commissariato
Prenestino.Dalle prime indagini
è emerso che la vittima, nel
pomeriggio di ieri, aveva un
appuntamento col marito, da
cui si stava separando, per
ritirare degli effetti personali. I
due hanno cominciato a litigare
e lui l’ ha investita dandosi poi
alla fuga. La donna è stata
soccorsa e accompagnata nel
vicino ospedale, mentre gli
agenti hanno immediatamente
iniziato le ricerche
dell’investitore, allontanatosi a
bordo della sua auto.
CROLLO A POTENZA
SETTANTENNE SALVATO
DALLA POLIZIA
È stato salvato nelle campagne
di Potenza dopo il crollo di un
solaio in un casolare. È stato
estratto dalle macerie da una
Volante della Polizia
intervenuta dopo la
segnalazione al 113 della
moglie, allarmata dal
mancato rientro a casa
dell’uomo. Grazie alle
indicazioni, gli agenti sono
giunti al casolare in contrada
Torretta ed hanno constatato che
la struttura era stata interessata
da un crollo.
cronaca
venerdì 1
agosto
2014
IL SINDACO DI NAPOLI PORTA IN PIAZZA D’ALESSIO
Gigi e Gigino, ma dove sta
questo Rinascimento?
LE POLITICHE
CULTURALI
DEL PRIMO
CITTADINO
RICORDANO
LO STILE BASSOLINO:
GRANDE ENFASI
MEDIATICA,
E POCA SOSTANZA.
LA DECISIONE
DI PORTARE
SUL PALCO
IL NEOMELODICO
CHE SI ESIBÌ
PER IL RIVALE
GIANNI LETTIERI
FA STORCERE
IL NASO
di Francesco Bellofatto
apoli, vedi alla voce Rinascimento. Non quello
cinquecentesco dei d’Angiò e degli Aragonesi, che raccolsero intorno alle loro corti artisti
e intellettuali provenienti da tutta Europa, nemmeno quello “bassoliniano” degli anni ’90, con
Bill Clinton che fa jogging sul
lungomare, una città in fermento
dalle cantine alle grandi piazze, e
un’attenzione – quella di Fondazioni quali Napoli Novantanove
di Mirella Barracco – che puntava al rilancio di Napoli sul piano
internazionale.
Oggi il rinascimento si chiama
Gigi D’Alessio: il cantante napoletano, infatti, sarà il protagonista del concerto in programma il
31 dicembre in piazza del Plebiscito. «Napoli va raccontata ma
soprattutto vissuta – dice il sindaco Luigi de Magistris presentando l’evento -. È una città complessa, contraddittoria, difficile,
un po’ inferno, un po’ paradiso,
ma che sa regalare emozioni. È
una città molto umana, che punta molto sulla cultura e sulla musica».
Così D’Alessio calcherà per la seconda volta (la prima, nel settembre 2000) quel palcoscenico naturale che, in passato, ha visto
protagonisti Lucio Dalla, Pino
Daniele, Elton John e Roberto
Bolle. Solo per citare qualche nome. E lo farà a titolo gratuito, tiene a precisare il primo cittadino,
«perché noi soldi non ne abbiano». Insomma si punta sulla Napoli che fa cassetta, ma questo è
il minore dei mali, ed anche il paragone con le precedenti stagioni
culturali sbiadisce se non ci trovassimo in un deserto di programmazione, senza progetto,
senza prospettive, soprattutto
per i tanti giovani che, dalla musica al teatro e alle arti visive, oggi sono costretti a trovare attenzione e accoglienza al di sopra
del Garigliano.
«Noi vogliamo far rinascere Napoli soprattutto attraverso la vitalità, la cultura e l’energia positiva»: è una dichiarazione di buone intenzioni, quella del sindaco
de Magistris, che deve giocoforza
sposarsi con un progetto per il rilancio della cultura a Napoli. Un
progetto che deve partire da un
dialogo con le realtà private e con
le altre istituzioni, come fu il
N
confronto tra la Giunta Bassolino
e la Fondazione Napoli Novantanove: oggi questa disponibilità
non si è vista. Tra tutti basta citare il braccio di ferro sul San Car-
lo e il Forum delle Culture, partito con un enorme ritardo e ancora in cerca di una precisa identità, soprattutto sul fronte del dibattito culturale.
I mal di pancia vengono dall’interno: un simbolo fu la meteora
Andres Neumann, produttore di
livello mondiale, chiamato a
supportare la politica culturale
della Giunta de Magistris, e fuggito nell’arco di poche settimane.
Altro esempio la programmazione del Maggio dei Monumenti,
evento trainante per il turismo:
peccato che quest’anno sia stato
messo a punto e presentato solo
a 48 ore dal suo inizio. Bruciando ogni possibilità di vendita dei
pacchetti turistici.
È vero, Napoli ha altri problemi:
una città “spicconata” che scopre
– e ci voleva l’ultima tragedia –
che ci sono cornicioni pericolanti ad ogni angolo di strada. Oppure l’emergenza criminalità. Ma,
in particolare a quest’ultima, si
risponde con la cultura, con la
TUMORI A TARANTO: UN’ALTRA VITTIMA
Il piccolo
Lorenzo
non ce l’ha fatta
È
morto ieri sera a soli 5
anni Lorenzo, il bambino
di Taranto ammalatosi di
tumore alla testa a pochi
mesi di vita. La sua vicenda
fu resa pubblica dal padre
Mauro, che partecipò a una
manifestazione contro
l’inquinamento prodotto
dall’Ilva organizzata nella
città jonica ad agosto di
due anni fa dalle
associazioni ambientaliste
subito dopo il sequestro
dell’area a caldo dello
stabilimento siderurgico e
gli arresti disposti dal gip
del tribunale Patrizia
Todisco.
12
valorizzazione di un patrimonio
storico monumentale che potrebbe invertire la tendenza che bene
Napoli fanalino di coda, per presenze turistiche, delle grandi città d’arte italiane.
A ricordare i tempi del Rinascimento degli anni 90 è Gianni Cerami, docente di Urbanistica alla
Federico II: «Renato Nicolini,
uno dei fautori della stagione
bassoliniana – dice Cerami - è
stato certamente un grande assessore alla cultura. Non a caso, lo
han fatto durare poco. Gli altri
hanno svolto una banale funzione di agenzia di collocamento.
L’unica operazione culturale degna di questo nome è stata quella delle Stazioni dell’arte. Dimenticavo Napoli 99: ma quelli
erano altri tempi. Sul presente è
meglio stendere un sudario pietoso».
Certo, altri tempi: tutto un fermento di teatri off e sale di registrazione, Napoli sperimentava e
produceva. E gli sperimentatori
di allora si chiamavano, tra gli altri, Mario Martone, Pappi Corsicato, i 99 Posse, che l’era del Rinascimento, poi, avrebbe consacrato. C’erano Massimo Troisi,
Pino Daniele, la Nuova Compagnia di Canto Popolare...
Il confronto con quegli anni è difficile: «Il degrado di questa città
non ha limite – dice Bruno Garofalo, scenografo di Eduardo e regista -: avallare una manifestazione del genere significa abdicare
ad ogni genere di cultura, di tradizione, di qualità in nome di un
populismo da quattro soldi, per
ingraziarsi la maggior parte dei
napoletani».
«Ma quale Rinascimento, piuttosto parlerei di declino – aggiunge
Umberto De Gregorio, editorialista di Repubblica -, un declino
che non inizia con de Magistris,
ma che il sindaco non è riuscito
a fermare».
Sul vuoto di programmazione interviene Alfredo Ponticelli, assessore allo Sport con la Giunta
Iervolino: «Risolvere i problemi
della cultura con un concerto di
D’Alessio – rimarca Ponticelli – è
come pensare che la politica
sportiva di questa città sia solo
impegnarsi per lo Stadio San
Paolo mentre gli impianti sportivi sono destinati a marcire. È
miopia, nessun investimento per
i giovani».
In assenza del pubblico, si muovono associazioni come Amartea, che quest’anno ripropone i
Giochi Isolimpici, all’insegna del
binomio tra sport e cultura: “registriamo un’entusiastica risposta
delle scuole – sottolinea il presidente Fiammetta Miele – purtroppo devo dire che le istituzioni non mostrano adeguata attenzione». Stanno alla finestra, ad
attendere solo un tornaconto in
termini di consenso mediatico.
Di “Rinascimento” non vuol sentir parlare lo scrittore Flavio Pagano: «Raramente, come in questo momento della storia napoletana, si è creata una distanza preoccupante tra la realtà dei fatti e
quella delle parole. Da anni, e
progressivamente la classe dirigente cittadina è divenuta
l’espressione di una realtà delle
parole dalla quale Napoli, se vuole sopravvivere, deve trovare la
forza e il coraggio di staccarsi.
Parlare di ”rinascimento” mi pare un po’ folle, se qualcuno pensa questo davvero dei tempi attuali o dell’immediato futuro, allora, come ho scritto di Napoli in
un mio romanzo, vuol dire davvero che questa città è diventata
alzheimeriana, e che la sua memoria del passato lontano resta
salda, ma la sua memoria breve
vacilla preoccupantemente. Napoli è stata per millenni un bellissimo sogno: adesso è il momento di svegliarsi».
attualità
venerdì 1
agosto
2014
13
LE MEMORIE DI UN EX SOTTOSEGRETARIO
CONTI
Che vita grama,
signori della Spending
Renzi duro:
«Avanti anche
senza di lui»
E cerca
16 miliardi
per la manovra
PRIMA DI COTTARELLI HANNO FALLITO GENTE COME BONDI
E GIARDA. PERCHÉ NON SI POSSONO TOCCARE GLI STATALI
di Gianfranco Polillo
ista da Via XX Settembre,
la spending review è stata
sempre un piccolo calvario. Ricordo ancora Enrico Bondi,
il salvatore di Parmalat, chiuso in
una piccola stanza di quell’enorme
edificio, alla continua ricerca di
qualcosa da tagliare. Fossero le siringhe di qualche lontano ospedale o il numero dei lampioni per lasciare al buio intere città.
Piero Giarda, dall’alto della sua
grande esperienza accademica,
cercava di delimitare quella che
poteva essere la cosiddetta “spesa
aggredibile”. Vale a dire l’extra costo che la pubblica amministrazione subiva rispetto agli identici acquisti da parte dei privati. Ragionamento semplice, in apparenza:
se i prezzi nel privato aumentavano di ”x”, perché nel pubblico
quella percentuale diveniva, nel
tempo, ”x” più ”y”? Misteri della
pubblica amministrazione e anche
di quel pizzico di corruzione in
più che circonda i tanti – troppi –
palazzi del potere.
V
I MERITI DI TREMONTI
E DEI TAGLI LINEARI
Comunque se n’è fatta poca di
spending review. L’evidenza statistica, certificata dall’Istat, dimostra che la spesa corrente al netto
degli interessi è diminuita (circa 1
punto di PIL) solo nel 2011 e nel
2012. Merito o colpa – se ne può
discutere – del cattivo carattere di
Giulio Tremonti: il Signor no, assoluto dominus della finanza pubblica, al punto che i suoi provvedimenti non passavano neppure per
il Consiglio dei ministri. E quando
vi arrivavano era solo un “prendere o lasciare”. Il metodo era quello
dei cosiddetti “tagli lineari”: bestia
nera del Parlamento. Oggi solamente camuffati in presunte “clausole di salvaguardia” che scatte-
CARLO COTTARELLI FABIO CIMAGLIA
ranno, inevitabilmente, al momento opportuno.
Eppure dietro le inevitabili contumelie, che accompagnarono quell’esperimento, c’era un pizzico
d’esperienza internazionale: il cosiddetto metodo Gordon Brown,
che in Inghilterra ha funzionato,
ma che tradotto in italiano ha reso
poco o nulla. Nei palazzi di Sua
Maestà britannica i civil servant
hanno poco a che vedere con le
stimmate della burocrazia italiana.
Grande senso dello Stato e riflesso
dell’Union Jack: gli anni d’oro della presenza imperiale. Sono abituati all’efficienza che è corollario
indispensabile di un primato internazionale.
Questi funzionari Sono, quindi, in
grado di gestire il budget – che è
cosa diversa dal bilancio dello Stato – in modo elastico. Possono
comprimere liberamente le spese
che ritengono meno essenziali e
sviluppare altre che sono più in
sintonia con il clima che il Paese
sta vivendo. Se a questo aggiungiamo la minor dimensione del peri-
metro del pubblico e, quindi, la
maggior facilità dei possibili controlli la soluzione dell’equazione
risulta a portata di mano.
Fare spending in Italia è quindi
enormemente più difficile. Le spese sono rigide, determinate principalmente da un’eccedenza di personale, che, negli anni, si è affastellato, grazie, soprattutto, ai favori
della politica e al voto di scambio.
Un apparato contabile mastodontico impedisce ogni flessibilità. L’articolazione in capitoli, nonostante
i progressi realizzati, rende estremamente complicato il passaggio
da una posta all’altra. Questi presidi, inoltre, sono il substrato del potere ministeriale. Un dirigente
conta in quanto può disporre delle
indispensabili risorse umane e materiali. Lo stato dei controlli interni ed esterni è addirittura comatoso. Gran parte dell’odierno potere
della magistratura si giustifica con
il fatto che quella funzione resta di
ultima istanza. Non vi sono filtri
che possono bloccare la degenerazione, all’insorgere dei primi sin-
tomi inquietanti.
Si aggiunga la frammentazione
istituzionale. I mille organismi intermedi – gli ottomila comuni, le
regioni, le comunità montane, le
città metropolitane, la galassia delle municipalizzate e via dicendo –
che moltiplicano i centri di spesa.
Santuari in cui nemmeno la Corte
dei conti può mettere il naso. E
quando ci riesce, lo fa a babbo morto. Può chiudere le porte, ma i buoi
sono già fuggiti.
Come dimostra il caso di Fiorito,
alla Regione Lazio e la generalizzazione di quel mal costume, che
non ha lasciato indenne nemmeno
quelle del Nord. Nonostante il ricordo dell’antica tradizione austro-ungarica, che pure qualcosa
avrebbe dovuto significare. Sta di
fatto che da questo coacervo di Enti, società, aziende, associazioni e
chi più ne ha ne metta dipende oltre il 60 per cento della spesa corrente, al netto degli interessi e della previdenza. Un oceano, di fronte al quale si è trovato di fronte il
buon Cottarelli: armato di secchiello e di paletta.
Si esce da questo ginepraio con le
proposte di riforma ventilate? Ne
dubitiamo. Occorrerebbe una ricognizione preliminare di quelle che
dovrebbero essere le funzioni irrinunciabili dello Stato nell’epoca
della globalizzazione. Un po’ quello che fece Margareth Thatcher
prima e Tony Blair dopo. Continuata dagli attuali governanti. Ma
tutto ciò richiede, almeno in Italia,
un preliminare esame di coscienza. Comprendere lo zeitgeist – parola intraducibile – vale a dire la
cultura che è lo spirito del tempo
presente. Quei cambiamenti, rispetto alle vecchie formule, che sono necessari rispetto ai mille conservatorismi di destra e di sinistra.
E dei quali, purtroppo, si intravede ancora soltanto qualche debolissima traccia.
CRESCE L’OCCUPAZIONE A GIUGNO
Cinquantamila nuovi posti
di Francesco Pacifico
olto aiuta la stagionalità legata all’avvio delle
attività del turismo. Ma un apporto non irrilevante lo ha dato anche la scelta di molte imprese
manifatturiere di aumentare le scorte e assumere
con contratti a tempo.
Fatto sta che tra maggio e giugno dell’anno in corso
l’Istat ha registrato 50 mila posti di lavoro in più. Risultato? Il tasso di disoccupazione è sceso a livello
congiunturale al 12,3 per cento, cioè in diminuzione di 0,3 punti percentuali.
M
L’OTTIMISMO
DEL GOVERNO
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, non lesina
entusiamo: «L’aumento di 50 mila occupati a giugno
è un dato in continuità con quello di maggio, dove
si era registrato un analogo incremento, e segnala
una possibile tendenza a un consolidamento di una
leggera ripresa occupazionale». Per l’ex numero uno
di Coop i dati di questi ultimi due mesi, infatti, seguono un inizio d’anno nel quale il calo dell’occupazione si era fermato e il numero degli occupati era
rimasto pressoché stabile».
Ma a ben guardare, tanto ottimismo rischia di essere eccessivo. A livello tendenziale, cioè annuo, la disoccupazione è cresciuta dello 0,1 per cento. Questo vuol dire che la ripresa è ancora lontana, con le
aziende che mantengono ancora bassa l’attività viste la debolezza del mercato interno e la difficoltà di
conquistare nuovi mercati.
Ma quel che è peggio è che non si ferma la spirale
della disoccupazione giovanile. A giugno ha toccato il 43,7 per cento, il livello piu’ alto dall’inizio delle serie storiche (mensili, ovvero dal 2004, e trimestrali, dal 1977). Nell’ultimo mese ha avuto una crescita di 0,6 punti sul mese, mentre sull’anno si registra un’impennata di 4,3 punti.
Secondo il ministro Poletti gli under 24 anni (ormai
701mila sono senza salario) pagano anche «un’accentuazione del divario territoriale per cui la nuova
occupazione si concentra nelle regioni del centronord, mentre le restanti aree del Paese continuano a
perdere terreno». Chi vuole trovare lavoro, allora deve emigrare al Nord ,se non andare all’estero. Così
si depaupera il Sud di quella che è l’unica risorsa a
suo disposizione: il capitale umano, tra l’altro ben
formato viste le tante eccellenze universitarie che ci
sono nell’area.
DIETRO QUESTO
RIALZO I CONTRATTI
STAGIONALI.
AUMENTA PERÒ
LA DISOCCUPAZIONE
GIOVANILE. NUOVO
RECORD, È SALITA
AL 43,7 PER CENTO
l tecnico non conferma né
smentisce le sue dimissioni e
dice soltanto che il «suo lavoro
continua». Dal Tesoro invece
negano che da lui «sia arrivato
un attacco al governo o al
ministero dell’Economia». Più
diretto e meno diplomatico
Matteo Renzi, pronto anche a
rottamare Mario Cottarelli. «Io lo
rispetto, ma non so che cosa farà.
Ma la revisione della spesa la
facciamo anche se Cottarelli va
via». Non è rientrato lo scontro
tra il commissario alla Spending
review e il governo dopo che l’ex
funzionario del Fondo monetario
ha scritto sul suo blog: «Si sta
diffondendo la pratica di
autorizzare nuove spese
indicando che la copertura sarà
trovata attraverso future
operazioni di revisioni della
spesa o, in assenza di queste,
attraverso tagli lineari delle spese
ministeriali». A quanto pare il
riferimento era all’emendamento
votato in Parlamento sul
pensionamento anticipato di 400
insegnanti rimasti incastrati nelle
morse della legge Foriero. Che
secondo l’economista riduce a 1,6
miliardi i risparmi per il 2015».
Ma guardando la cosa con un
pizzico di malizia, la tendenza
potrebbe anche riferirsi alla scelta
del governo di finanziare il
bonus Irpef da 80 euro e parte del
taglio dell’Irap con i 14 miliardi.
Nei palazzi della politica danno
già per scontato che Cottarelli
torni in autunno a Washington,
promosso come direttore Fmi per
l’Italia. Così come è certo il nome
del suo successore, il banchiere
Yoram Gutgeld, ex capo di
Goldman Sachs in Italia e
consigliere principe di Renzi per
l’economia. Ma l’incidente
potrebbe indebolire non poco
Matteo Renzi. Non a caso Renato
Brunetta ha preso la palla al
balzo e scritto a Giorgio
Napolitano per chiedere al
Quirinale se, dietro l’uscita
dell’economista voluto da Enrico
Letta, ci sia il tentativo del
governo di fare spesa in
extradeficit usando come
coperture i tagli della spending
review. Sullo sfondo c’è sempre
la prossima Legge di Stabilità.
Anche senza la correzione
imposta sul deficit dalla Ue,
l’Italia rischia di dover impegnare
una ventina di miliardi per
centrare gli obiettivi di deficit e
finanziare gli impegni su
missioni e cassa integrazione.
Durante la direzione del Pd di
ieri, Matteo Renzi ha provato a
tranquillizzare il suo partito: «
Con i 16 miliardi di risparmi
previsti dalla spending review,
confermati anche se Carlo
Cottarelli dovesse lasciare, il
rapporto deficit/Pil arriverebbe al
2,3 per cento. Dunque i numeri
non sono un problema». Per
Cottarelli quei soldi non sono
ancora stati trovati. E soprattutto,
avrebbe detto, sarà difficile
recuperarli senza un intervento
più massiccio sulla pubblica
amministrazione. Richiama tutti
alla calma Pier Carlo Padoan:
«Serve ancora di più uno sforzo
sia a livello nazionale sia europeo
per la crescita».
Pac
I
venerdì 1
agosto
2014
DUE GRANDI FILOSOFI DAVANTI ALLA STORIA
di Mattia Baglieri
l 22 luglio scorso Marco Assennato ricordava sul Garantista l’accademico francese
Michel Foucault (1926-1984) a
trent’anni dalla morte. L’impatto
dell’analisi foucaultiana sul discorso e sui discorsi del potere, in
vero semplicemente “umano” prima che politico, che derivano dalla lettura delle sue opere Storia
della follia nell’età classica
(1961), Nascita della clinica
(1963), Sorvegliare e Punire
(1975) e Storia della sessualità
(1976), non possono farci sorprendere della risonanza che il contributo post-strutturalista di Foucault manifestò sull’intera cultura
occidentale degli anni Sessanta e
sul suo tentativo di smascherare
con l’arma della conoscenza le gerarchie politiche e la loro replica
delle diseguaglianze sociali.
Ma, al fianco della disamina delle
radici del potere in Occidente,
sembra interessante ripercorrere
anche la relazione che Foucault
intrattenne con il mondo mediorientale, forse meno nota.
All’impianto foucaultiano si ispirò, su tutti, il saggio dell’accademico arabo-americano Edward
Said che ricostruì il discorso coloniale europeo nel suo grandioso
Orientalismo (1978), uno dei più
I
celebrati lavori sulle relazioni tra
il mondo occidentale e l’“alterità”
del mondo coloniale, che mutò
per sempre la prospettiva attraverso cui la cultura diffusa così come
gli accademici studi-postcoloniali
guardarono da allora il mondo
mediorientale e i suoi “nodi”. Anche la percezione distorta del
mondo extra-europeo, a dire di
Said, passava attraverso la nozione foucaultiana di “discorso”
esattamente come il disciplinamento sociale europeo era passato attraverso la rigida disciplina
imposta negli ospedali, nelle
scuole e nelle carceri. Ad intere
generazioni di europei, a prescindere dalla loro bandiera nazionale, era stato insegnato a guardare
all’Oriente attraverso il prisma
della “stereotipizzazione” fondata
sugli opposti: all’Occidente liberale si contrapponeva un Oriente
fanatico e irrazionale, all’Europa
operosa venivano contrapposti i
popoli mistici e pigri, incapaci
prima che di “costruire” addirittura di concepire un regime politico di marca liberaldemocratica.
Eppure, la stessa produzione foucaultiana ha rischiato di cadere
nel “paradosso dell’essenzialismo” intellettuale nel momento
in cui l’accademico francese ebbe
modo di addentrarsi nelle questioni mediorientali. Ne ha parlato in questi termini nel 2007 il
mediorientalista britannico Ian
Almond, nel suo libro sui “nuovi
orientalisti” (The New Orientalists, Palgrave) ed una certa delusione sulle considerazioni foucaultiane sull’Iran e la Tunisia
all’avvento del 1968, animava le
pagine di intellettuali del calibro
di Marcuse, Althusser e Sartre,
Foucault aveva preferito l’impegno di militanza diretta degli studenti di Tunisi, dalla preparazione culturale ancora assai arida,
ma spinti da un protagonismo in
prima persona fomentato dal
messaggio di sinistra. Proprio
l’appoggio nei confronti delle
mobilitazioni studentesche tunisine contro il regime repressivo di
Bourghiba obbligò Foucault ad
un celere ritorno in patria, non
prima di avere svelato il suo apprezzamento nei confronti di un
popolo dipinto in maniera quasi
romantica come “onesto ed energico”, in cui ciascuno si guadagnava le medaglie da solo e sul
campo, “senza tutte quelle arie
14
non bastava «più attendere il
Mahdi», ma occorreva «battersi
ogni giorno contro la corruzione e
per il buon governo». L’emergere
del messaggio di affrancamento
khomeinista pare avere esercitato
una certa influenza sul Foucault
inviato davvero “speciale” del
Corriere, soprattutto nella diffidenza verso il legalitarismo e nella valorizzazione del lavoro; dopotutto, ammise egli stesso nel
suo Taccuino persiano la misura
con cui quel messaggio fece breccia: «Il governo islamico mi ha
impressionato nel suo sforzo di
politicizzare strutture indissolubilmente sociali o religiose e per il
tentativo di aprire nella politica
anche una dimensione spirituale». Il primigenio entusiasmo per
la rivoluzione iraniana è forse il
periodo più famigerato nella sua
biografia.
Foucault ritornò dall’Iran in novembre del 1978. Nel gennaio dell’anno successivo il suo lettore
Edward Said ricevette a New York
un telegramma con cui Jean-Paul
Sartre e Simone De Beauvoir lo invitavano a Parigi ad un incontro
della rivista Les Temps Modernes
per discutere della situazione mediorientale all’indomani degli accordi di Camp David : allo scrittore palestinese parve un invito leggendario, «quasi come essere invitati a casa di Richard Wagner o
Virginia Woolf», come annotò nel
suo diario, in una pagina ripubblicata nel 2000 dalla London Review of Books. Il professore della
Columbia fu ancora più sorpreso
quando scoprì che quella tavola
rotonda si sarebbe tenuta proprio
nel salotto della casa di Foucault.
La lettura di questa pagina di diario è, in realtà, assai amara se la
guardiamo con gli occhi di Said.
Foucault e Said,
duello sul Medioriente
I DUE PENSATORI SI CONOBBERO
E SI INFLUENZARONO, MA SU IRAN
E PALESTINA RESTARONO DIVISI.
IL RACCONTO DI UN INCONTRO
A PARIGI, DOVE C’ERANO
ANCHE SARTRE
E DE BEAUVOIR,
FINITO MALE
emerge anche dalla rilettura di
alcuni passi dello stesso Edward Said che tanto si era servito in prima persona dell’analisi foucaultiana. In
Foucault, per esempio,
proprio un periodo di
insegnamento
all’Università di Tunisi (1968), al seguito del suo
compagno Daniel
Defert che doveva
assolvere ai suoi obblighi di leva, svolse un
ruolo fondamentale nel
ripensamento della cultura marxista. Alla definizione dei contorni teorici del
marxismo
europeo
che,
che si danno i francesi”.
Nel 1978 fu la volta dell’Iran, dove il grande filosofo francese venne inviato a Teheran per conto del
quotidiano Il Corriere della Sera
che desiderava arruolare una penna che sapesse insieme raccontare la rivoluzione operata dall’Ayatollah Khomeini offrendo al contempo un’accurata interpretazione filosofica degli eventi in corso.
Ma il filosofo, in quegli anni tardivi della sua produzione, si lasciò influenzare anche dal messaggio entusiastico con cui la popolazione iraniana cominciava ad
accogliere l’esiliato Khomeini, i
cui discorsi dalla Francia contro il
regime Pahlavi - ampiamente sostenuto dagli Stati Uniti - all’inizio arrivavano nella capitale sciita attraverso musicassette diffuse
sottobanco. La «mitica guida della rivoluzione Iraniana» veniva,
infatti, percepita come l’artefice
di una «disintossicazione dai valori occidentali» su cui si era fondata proprio l’attività modernizzatrice e laicista degli Shah. Secondo Foucault, con Khomeini la
religione sarebbe divenuta un vero e proprio instrumentum regni
attraverso cui gli Sciiti sarebbero
potuti uscire dal quietismo dell’attesa silenziosa del Mahdi verso la rivendicazione contro “i sovrani illegittimi”. Era il clero iraniano ad affacciarsi sulla scena
pubblica, come confidò al filosofo
della Normale di Parigi un membro del clero sciita: infatti, ormai
Simone De Beauvoir raccontò di
come di lì a pochi giorni sarebbe
partita proprio per quell’Iran da
cui Foucault era appena tornato
per manifestare contro lo chador e
viene accusata da Said di una certa spocchia. Jean-Paul Sartre, a
pochi mesi dalla morte, si fidava
ormai ciecamente della strenua
difesa dello Stato israeliano operata dal suo allievo Benny Lévy.
Per due giorni Said cercò di parlare all’autore de La nausea ma
«forse lo scrittore era ormai diventato sordo», non proferì parola e
parve all’ntellettuale palestinese
soltanto il «fantasma del suo passato». Michel Foucault si liberò
presto dagli impegni di casa lasciando ai convitati il suo salotto
e andando a lavorare alla Biblioteca Nazionale. Said ipotizza che
anche Foucault si muovesse ormai su solide posizioni filo-israeliane che pare siano state anche
all’origine della rottura della sua
amicizia con Gilles Deleuze. Al
solo Said fu lasciata una strenua
difesa delle posizioni palestinesi
(egli sedeva dal ’77 nel Consiglio
Nazionale Palestinese), mentre a
tre anni dalla propria morte, a
Said, quei giorni parigini di discussione sulla situazione mediorientale che culminarono nell’uscita di un numero speciale di
Les Temps Modernes parvero più
sterili e inutili che mai. «Ma almeno avevo avuto occasione di conoscere Sartre...» concluse l’autore
palestinese.
cultura
venerdì 1
agosto
2014
IL PIANETA DELLE SCIMMIE
di Boris Sollazzo
nsieme a Transformers 4,
Apes Revolution - Il pianeta
delle scimmie, forse, è
l’unica sfida che le major hanno
lanciato in un’Italia che
meritava una programmazione
cinematografica più coraggiosa
in questa stagione. Se è vero,
infatti, che l’estate nel nostro
paese ha sempre visto cali di
spettatori inquietanti - se non
addirittura una calma piatta
totale - ormai dobbiamo fare i
conti con cambiamenti, climatici
ed economici, che stanno
modificando tutte le abitudini.
Ma Apes Revolution, nonostante
l’uscita in sala in una data
penalizzante come il 30 luglio,
potrà, con una lunga tenitura e
una sostenuta distribuzione
(circa 540 copie) invertire la
tendenza. Anche perché, va
detto, alla faccia del fatto che sia
il sequel di un reboot (ovvero il
secondo capitolo di un
riadattamento moderno), l’opera
cinematografica in questione è
di ottima qualità.
Lo si deve, innanzitutto, a Matt
Reeves, ben più di un onesto
mestierante e molto a suo agio
nel mettere le mani dove altri
hanno già fatto grandi cose.
Sodale, fin dalla serie Felicity
(con quella Keri Russell
protagonista che qui ha un ruolo
bello e significativo), del
geniaccio J. J. Abrams, con il
genere apocalittico ha già fatto
conoscenza, nel bel Cloverfield.
Con quello del remake, invece,
in Blood Story (Let me in),
adattamento americano del
bellissimo Lasciami entrare di
Lindqvist.
Apes revolution è un abile
progetto che unisce altissime
professionalità - su tutti Andy
Serkis che dopo Gollum e
Cesare, ormai, dovrà recitare
sempre con una maschera: è da
Oscar - alle paure del genere
umano. Reeves, infatti, con un
budget importante e la voglia di
non farsi schiavizzare dagli
effetti speciali, esigenza già
notata nella sua pur breve
cinematografia di genere, ci
racconta ciò che siamo
diventati. E dove la nostra
crudeltà, la nostra noncuranza,
la nostra superficialità potrà
condurci: non solo nel buio
della ragione, ma persino dentro
qualcosa di peggio. Pur usando
il 3D, il cineasta vuole rimanere
più aderente alla realtà possibile
(nonostante il doppiaggio
italiano, incomprensibile,
almeno per le scimmie): così i
set di Vancouver, New Orleans e
San Francisco assumono quella
profondità, quella durezza,
quella malinconia che un
greenscreen avrebbe annullato.
Ma questo kolossal è ben più di
un film di fantascienza, o di un
ripensamento de Il pianeta delle
scimmie. Quel Cesare che da
vittima e liberatore ora è
carnefice ed oppressore, ti
spinge a ogni tipo di metafora
politica, complessa o
elementare. E i piani di lettura
di quel mangiabanane ben più
intelligente, spietato e
carismatico di un qualsiasi
Tavecchio - se lo ricordi il
candidato presidente della Figc
che almeno in questo film, chi è
goloso di questo frutto comanda
il mondo -, sono tanti. Troppi,
alcuni persino inconfessabili.
Perché qui la Terra è il campo di
battaglia di due specie che in
nome di un darwinismo aiutato
e forse deviato dalla tecnologia,
cerca la supremazia e
l’annullamento dell’altro.
Sostanzialmente l’essenza di
I
Là dove chi
mangia banane
comanda
il mondo
UN BEL FILM DA CONSIGLIARE
A TAVECCHIO. REMAKE DA NON PERDERE
SUL NOSTRO FUTURO,
DI QUEL GENIACCIO DI MATT REEVES
ogni conflitto bellico, reale,
degli ultimi vent’anni. Non
basta la vittoria nel nostro
mondo, serve la colonizzazione
totale, la distruzione
dell’identità altrui. Allo stesso
tempo, però, Reeves, accanto
all’epica e all’etica del kolossal
apocalittico, mette anche un
intimismo che coinvolge persino
un animale apparentemente
implacabile.
E probabilmente perché questo
mondo è diventato selvaggio e
cinico, sono i realisti e non i
sognatori a raccontarlo meglio,
anche quando fantascienza e
sospensione della credulità ti
15
farebbero pensare che non ce
n’è. Nella sterminata
cinematografia nata dal libro di
Pierre Boulle (una decina di
originali e derivati in tutto, da
una quarantina d’anni a questa
parte), spiccano i due capitoli
moderni di Wyatt (L’alba del
pianeta delle scimmie) e Reeves
(questo Apes Revolution-Il
pianeta delle scimmie), rispetto
al remake di Tim Burton, che a
quel capitolo della sua carriera
deve invece, forse, il suo punto
più basso.
Se il primo capitolo della nuova
epoca era animalista e
ecologista, con le derive violente
di questi movimenti che non di
rado sfociano nel fanatismo,
questo qui è decisamente più
politico, malthusiano, spietato.
Se Reeves - insospettabile
ammiratore di Federico Fellini qui mette quasi naturalmente
citazioni di 2001- Odissea nello
spazio, non si rende del tutto
conto che forse, in questo
racconto, c’è più Apocalypse
Now. Che quel Cesare
“disanimalizzatosi” diventando
più umano, così imperialista,
assetato di potere, convinto
della necessità della
sopravvivenza propria e dei suoi
simili, si perde come quel
Brando che, più di ogni altro, ci
mise di fronte a ciò che eravamo
diventati.
Sia chiaro, nonostante il
risultato del botteghino fuori
dall’Italia sia di tutto rispetto
(354 milioni di dollari), non
vogliamo paragonare
quest’ottimo prodotto
cinematografico - e lo
chiamiamo prodotto perché è
chiarissima la matrice
industriale ed economica
dell’operazione - con quelle
opere d’arte. Ma è interessante
capire come la centralità del
genere umano, qui, si perda. Che
l’egocentrismo dell’uomo lasci
spazio all’ipotesi di una vita, di
una specie, che possa - e forse
debba, per come abbiamo
maltrattato il pianeta e i nostri
simili - sostituirci, combatterci,
decimarci. E infine spingerci a
fare retromarcia, a risorgere
dalle nostre rovine. O anche no.
Al terzo capitolo di questo
reboot l’ardua sentenza.
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venerdì 1
agosto
2014
17
“Wie gehts”, ovvero “Come stai” e “Tor
schiessen”, cioe’ ”Tira in porta”. Si limita, per ora,
a queste due espressioni il tedesco di Ciro
Immobile. “L’eredita’ di Lewandowski (passato al
Bayern, ndr) non mi pesa, ha fatto tanti gol, non
so se ne faró di più: lui è il passato io il presente”,
afferma perentorio l’ex Torino.
sport
MALAGÒ VEDE IL CANDIDATO GAFFEUR. RENZI: «NON ME NE OCCUPO»
di Errico Novi
Roma quelli come Matteo
Renzi li scolpiscono con
una definizione tecnica: paravento. Termine di cui è nota anche
una versione più gergale. Difficile
trovarne uno più azzeccato. A maggior ragione dopo l’uscita palla al
piede da libero vecchia maniera con
cui il presidente del Consiglio vanifica l’ennesimo tentativo di inchiodarlo al caso Tavecchio. «Se dicessi
una parola su di lui l’Italia sarebbe
squalificata dalle competizioni europee», taglia corto Renzi, che rafforza il concetto con una solleticatura fatta apposta per i tifosi di calcio:
«Se il premier interferisse sarebbe il
modo per non mandare Juve, Roma
e Napoli in Champions...». Tre squadre con cui abbiamo sistemato più
di un terzo degli appassionati italiani. Segue digressione: «Magari il
milanista Orfini sarebbe contento».
Il capo del governo dribbla così il
pressing di chi vorrebbe fosse lui a
sollecitare il passo indietro di Carlo
Tavecchio. Ci prova nel tardo pomeriggio il presidente del Coni Giovanni Malagò, che incontra il candidato alla presidenza della Figc dopo
aver visto in mattinata l’altro competitor, Demetrio Albertini. Malagò
è la sola estensione politica che
Renzi può concedersi in questa vicenda. «Tocca al Coni, e nel caso
non sia in grado, solo in quel caso,
il governo può intervenire». Ma in
realtà la strategia di Malagò è molto
circolare. Perché i club della Lega
serie A che nelle ultime ore hanno
ritirato il loro appoggio a Tavecchio
(il Torino è l’ultimo della serie) non
hanno espresso contestuale sostegno ad Albertini. E lui, Tavecchio,
A
Corsa per fermare Tavecchio
insiste senza ripensamenti. Incassa
il sostegno della Lega dilettanti di
cui è tuttora presidente e dice tondo
tondo: «Vado avanti con la candidatura sin quando le quattro Leghe mi
confermeranno il loro appoggio». E
quello della serie A pare fuori pericolo, dopo le dichiarazioni di Galliani. e nonostante le defezioni. Poi
Tavecchio rassicura sulla propria
imperturbabilità: «Non è assolutamente vero che non ce la faccio più,
come ho letto su un quotidiano».
Dopo la battuta di Tavecchio sui giovani calciatori africani che «mangiano banane e poi vengono qui» e
magari diventano «titolari nella Lazio», l’unica exit strategy parrebbe
«INTERVENIRE
SULLA FIGC?
RISCHIAMO
SANZIONI
FIFA», DICE
IL PREMIER
l’individuazione di un altro candidato sul quale far convergere i consensi ancora detenuti da Tavecchio,
assolutamente maggioritari. Ma è
una strada impervia: dov’è il nome?
Albertini non vuol sentir parlare di
«commissariamenti» neppure mascherati. D’altronde non pare per
nulla rilanciato dalla tempesta in
cui è finito il rivale. Dopo l’incontro
mattutino con Malagò chiarisce di
non associarsi alla sollevazione antirazzista che, in teoria, dovrebbe favorirlo: «Carlo l’ho sentito ieri, mi
sembra assolutamente giusto che
vada avanti». Lui non chiede il passo indietro. Confida che gli equilibri
possano gradualmente mutare e
Il ct azzurro Di Biagio soddisfatto:
“L’Under 21 è migliorata molto
rispetto a quella di un anno fa”
”S
i sa che la Serbia ha cinque-sei giocatori che hanno già esperienza in Champions League o in nazionale maggiore. Però oggi le cose sono cambiate, noi siamo cresciuti rispetto a un anno fa, li stiamo raggiungendo”. A poco più di un mese dal doppio appuntamento cruciale contro Serbia e Cipro, valido per le qualificazioni agli Europei di categoria, il commissario tecnico della nazionale Under 21 Luigi Di Biagio traccia il punto della situazione. ”Io cerco
di trasmettere qualcosa del mio modo di pensare il calcio, fare sempre gol e non pensare a gestire la partita: la disponibilità dei ragazzi in Nazionale è tanta che i risultati si stanno vedendo, ma c’è comunque molto da fare ancora”, dice l’ex centrocampista in un’intervista a ’Vivo
Azzurro’. ”Adesso - prosegue - avremo un’amichevole contro la Romania che ci servirà per dare continuità alle nostre prestazioni e ai nostri risultati. Ho sempre pensato che, nonostante il
girone fosse complicato, potessimo farcela. Ora sta a noi dimostrare di essere in grado di battere la Serbia”.
I prossimi convocati saranno annunciati da Di Biagio il 7 agosto per l’amichevole di Ploiesti del
13: ”C’è uno studio di anni con questi ragazzi”, chiarisce il ct. ”Sono da cinque anni in Federazione, li conosco bene e sto cercando di puntare su un gruppo di 35-40 calciatori. Oggi fortunatamente sono in difficoltà per scegliere quelli da convocare o gli undici da mandare in campo.
I convocati saranno scelti indipendentemente dal minutaggio o da quello che stanno facendo in
ritiro, ma sulla base delle mie idee. C’è un criterio ben definito che sto portando avanti”. ”Dal
punto di vista dei portieri siamo a posto, perché ho la possibilità di scegliere tra Bardi, Perin,
Leali, Cragno, Di Gennaro e Scuffet che sta venendo fuori in maniera incredibile”, prosegue Di
Biagio. Secondo il ct degli azzurrini il nuovo Cagliari targato Zeman secondo Di Biagio ”potrebbe essere sicuramente una mano in più, perché negli anni in cui ha allenato Foggia, Pescara e
Roma tra Under 20 e Under 21 sono arrivati almeno dieci giocatori. Questo la dice lunga sul suo
modo di lavorare e di puntare sui giovani. È un motivo in più per noi per seguire il Cagliari”.
portarlo in pole position. Di sicuro
non esclude un vertice a tre con Tavecchio e Malagò.
Perché poi la soluzione più semplice sarebbe proprio quella di assicurare ad Albertini il sostegno dello
stesso Tavecchio e di tutto lo schieramento oggi ancora ordinatamente
disposto dietro quest’ultimo. Dal
che l’ex centrocampista del Milan
ne uscirebbe presidente eletto praticamente all’unanimità, ma anche
tenuto a seguire una linea da ”grosse koalitron”. «Abbiamo rivisto un
po’ il programma e parlato della visione che uno può avere del futuro», dice in effetti Albertini subito
dopo aver visto il presidente del Coni, «sappiamo che tutto questo passa attraverso una condivisione delle
diverse componenti».
Al momento di stampare questo numero del giornale l’incontro tra Tavecchio e Malagò non si è ancora
concluso. Ma è evidente la difficoltà di un accordo che porti a un candidato unico. Il presidente gaffeur
rivendica un appoggio tuttora ampio. Incassa l’esplicito incitamento
della sua Lega, quella dei dilettanti,
che gli ha «rinnovato la piena fiducia: i rappresentanti della Lnd sul
territorio», si legge in una nota,
«espressione democratica di oltre
14mila associazioni sportive dilettantistiche nelle quali giocano un
milione e 200mila tesserati, rivendicano con forza l’orgoglio e la dignità di un mondo, guidato dal presidente Tavecchio, che in silenzio lavora ogni giorno per lo sport, i giovani, il sociale e l’integrazione».
Dall’altra parte c’è il neoaquisto della Juventus Patrice Evra: è del Senegal, naturalizzato francese, e dice
parole semplici e di buonsenso: «E’
molto triste essere qui e dover parlare di razzismo, non capisco per
quale motivo non si riesca a superare questo problema: credo sia solo
ignoranza». Poi una frase che è
un’evocazione: «Io non sono nero,
bianco, rosso, giallo, sono un uomo». Basta e avanza per rendersi
conto del ginepraio in cui si è infilato il calcio con la candidatura di
Tavecchio.
sport
venerdì 1
agosto
2014
18
IL MANCHESTER UNITED LO HA VOLUTO A TUTTI I COSTI
visti IL LATERALE SINISTRO DOVRÀ DIMOSTRARE LE SUE QUALITÀ
al
mondiale
di Massimo Maneggio
Roma
a giocato relativamente
poche gare nella sua breve carriera ma ha diviso,
praticamente, tutti gli amanti del
calcio in Inghilterra. Molti lo considerano un sopravvalutato, altri
un fenomeno, altri ancora un normale giocatore, un mestierante
della fascia. Difficile fare un mix
di queste interpretazioni per Luke Shaw ma quando il Manchester United spende quasi quaranta milioni d’euro, forse vale la pena aprire il dibattito. Ai mondiali
ha giocato una sola gara, ma aveva davanti un “mostro” come
Ashley Cole, ora neo acquisto della Roma. E Hodgson ha preferito
la sua esperienza. Shaw ha disputato la gara più inutile per l’Inghilterra, quella contro il Costa
Rica. Maglia numero 23, non ha
entusiasmato, ha giocato una partita «senza infamia e senza lode»
come si diceva qualche tempo fa.
È di certo uno dei più pagati, nel
rapporto qualità-prezzo-età: neanche Wayne Rooney arrivò a tali cifre, nel passaggio dall’Everton
alla squadra di Alex Ferguson,
nonostante avesse già molti più
estimatori nonché colpi balistici.
Senza voler essere completamente disfattisti o detrattori nei confronti di Shaw, c’è ancora da ricordare che, con quasi quaranta
milioni di euro spesi, la sua sarà
una maglietta “pesante”, ben più
di quella del centrocampista Fellaini, altro calciatore pagato a peso d’oro. In Premier League ha
giocato cinquantacinque partite
con la maglia del Southampton,
venticinque gare nella stagione
2012-2013 e altre trenta in quella
passata. Nel tempio dei “Red Devils” dovrà dimostrare di essere
un calciatore già fatto e pronto per
affrontare una tifoseria e una dirigenza che non ha più tempo da
perdere. L’anno di David Moyes è
stato fallimentare con la mancata
qualificazione alle coppe europee, un fatto quasi storico nella
parte di Manchester che, per anni, ha sbeffeggiato i cugini del City. Ora la ruota è girata in maniera vertiginosa: il City è una corazzata, mentre lo United arranca un
po’. Non c’è da disperare, poiché
il nuovo tecnico è un certo Louis
Van Gaal, un allenatore che, di
certo, sveglierà l’ambiente a forza
di usare metodi da semi-dittatore.
Così, per Shaw arriverà l’esame
più serio: dimostrare di essere un
calciatore da Manchester United.
Nel suo carnet calcistico vanta le
classiche doti dei terzini d’avanguardia, ovvero corsa, facilità di
sovrapposizione e fiato a propria
disposizione, mentre nella fase
prettamente difensiva e nella
marcatura stretta non appare irresistibile. Ha la necessità di migliorare nei fondamentali, un po’
come tutti i calciatori nati nel
1995 e che ancora devono maturare la giusta malizia in campo.
Avrà il tempo (e speriamo anche
la voglia) per diventare uno dei
migliori, ma quel peso psicologico di avere un cartellino da quaranta milioni addosso non è una
passeggiata. A Manchester, si sa, i
talenti crescono bene e rimangono tutta una vita (Giggs, Scholes
sono gli esempi classici), mentre
chi è più svogliato rimane per
qualche stagione, ciondolando in
un campo d’allenamento e perdendo gli anni migliori. A Shaw
il compito di non deludere le
enormi aspettative.
H
Shaw vale 40 milioni?
Il dibattito è aperto
IL BELGA PUÒ GIOCARE IN TANTE POSIZIONI
De Bruyne, una pedina
che fa sempre la felicità
dei suoi allenatori
di Giuseppe Mustica
Roma
requartista o esterno d’attacco poco importa. Dove lo metti Kevin
De Bruyne riesce sempre a fare la
differenza, perchè quando hai talento la
posizione in campo conta relativamente.
Certo, se poi al Mondiale il tecnico belga
Wilmots nel 4-1-4-1 lo inserisce interno
sulla seconda linea e lui non brilla, non ce
la possiamo prendere con questo ragazzotto del 1991 che ha firmato con il Wolfsburg
fino al 2019 prima di essere acquistato dal
Chelsea senza però assaporare il campo
con frequenza. Il giocatore è stato titolare
inamovibile nella spedizione brasiliana
della nazionale che tutti hanno definito
quella dei “giovani fenomeni”, visto che
insieme all’esterno c’erano Fellaini, Mertens, Lukaku e Hazard tra gli altri. Ma la
lente d’ingrandimento è puntata proprio
sul mancino nativo di Drongen. Ha caratteristiche tecniche importanti De Bruyne:
oltre a vedere la porta in maniera importante, il suo cambio passo sulla corsia
mancina molto spesso lascia fermi gli avversari che non riescono a prenderlo quando parte in velocità. Il tutto condito da
un’ottima tecnica che permette al giovane
di servire anche assist importanti per i
compagni di squadra. Prima di firmare con
il Wolfsburg, De Bruyne ha giocato una
stagione con la maglia del Werder Brema.
Un’annata maledetta per i biancoverdi, ma
non per il belga che, con una squadra allo
sfascio, è riuscito in 33 presenze collezionate a mettere a segno 10 reti e a firmare 9
assist decisivi. Ed è tutto dire. Anche al
Mondiale, in 5 partite giocate, ha siglato
un gol contro l’Usa negli ottavi e due as-
T
KEVIN DE BRUYNE È STATO TRA I MIGLIORI
ALL’ULTIMO MONDIALE CON IL BELGIO
sist: uno alla prima contro l’Algeria e l’altro nella sfida dove è entrato nel tabellino
dei marcatori. Difficilmente lascerà la
squadra tedesca che ha investito parecchio
nello scorso gennaio per accaparrarsi le
prestazioni del giovane di prospettiva,
consapevole di aver fatto un buon affare.
Ma senza dubbio le potenzialità che De
Bruyne ha messo in evidenza potrebbero
metterlo come obiettivo delle big d’Europa che sono sempre più alla ricerca di giovani di valore che possono diventare potenziali campioni. Se il belga riuscisse a
confezionare un’altra stagione importante
come quella fatta al Werder, allora sarà difficile per il Wolfsburg rifiutare le offerte
che potrebbero arrivare, perchè le big europee quando decidono di aprire il portafogli riescono sempre a trovare degli argomenti convincenti (leggi milioni di euro).
La qualità comunque migliore che il calciatore ha mostrato è quella di riuscire a
leggere in anticipo le azioni di gioco: riesce ad anticipare le chiusure degli avversari arrivando sempre un tempo di gioco
prima rispetto agli altri. Questo gli permette di attaccare lo spazio dove potrebbe arrivare la sfera in vantaggio su chi lo deve
rincorrere, quindi ha molte più possibilità
di calciare verso lo specchio della porta
oppure di servire un compagno meglio posizionato. La cosa certa comunque è che
ne sentiremo parlare ancora per molto,
non solo nel club ma anche nella nazionale belga che come detto può contare su una
generazione di fenomeni veri e propri che
potrebbero veramente esplodere nei prossimi anni e che al prossimo Europeo e
Mondiale potrebbero dare veramente filo
da torcere a tutti gli avversari. È meglio stare lontani da questi ragazzi terribili.
sport
venerdì 1
agosto
2014
19
IL MILAN SULLE TRACCE DEL GHANESE
AYEW, SORPASSO A DESTRA
André Ayew è il nome nuovo per il mercato del Milan. Galliani ha
chiesto informazioni sull’ala del Marsiglia, 25 anni, autore di due
gol durante il Mondiale in Brasile. L’esterno ghanese, in scadenza
di contratto nel 2015 sarebbe valutato dai francesi 7 milioni trattabili. Il giocatore avrebbe rifiutato già due offerte: vuole il Milan.
PER IL CILENO INGAGGIO DA 13 MILIONI
di Antonino Ulizzi
llegri aveva assicurato a
tutti che restava, come
d’altra parte che lui e Pirlo si amano e sono stati separati
dal destino crudele ai tempi del
Milan. Ma sull’argomento, Vidal
l’ad Marotta è parso pronto a confermare con il silenzio la sempre
più probabile partenza del cileno.
«Se Vidal era a Manchester per le
visite mediche? No, ieri era qui»,
ha detto Marotta. Che però non ha
certo replicato alla domanda con
fastidio o sorpresa, dicendo ad
esempio che «Vidal non farà mai
le visite mediche all’Old Trafford
perché resta a Torino». L’offensiva dello United, prosegue eccome. Secondo i media inglesi, il cileno comunicherà a breve la sua
volontà di lasciare il club bianconero per vestire la maglia dei Red
Devils. Per la Juve è pronta un’offerta da 60 milioni di euro ma è
l’ingaggio ad aver lasciato il cileno senza parole: 13 milioni l’anno per quattro stagioni.
Perso Osvaldo, ormai praticamente alla Pinetina, e Lukaku, ingaggiato dall’Everton, il piano c
della Juve si chiama Stefan Jovetic. Marotta vorrebbe chiederlo in
prestito dal City, ma con questa
formula le percentuali di successo potrebbero rasentare lo zero.
Per quanto riguarda Romulo, Marotta ha assicurato che «tra oggi e
domani sarà un giocatore della Juventus, domani il suo procuratore sarà qui a Torino per chiudere»
Si è detto che Milan e Juventus si
contendono Rabiot, ma sia Galliani che Marotta sembrano a oggi
più ammirati che interessati a
portarlo in Italia. «È un giocatore
interessantissimo che però è di
proprietà del Psg. È comunque un
giocatore che conosciamo molto
bene che i nostri osservatori hanno visto ripetutamente».
In attesa di conoscere il destino di
Rolando Bianchi, accostato all’Atalanta nelle ultime settimane,
i nerazzurri per l’attacco puntano
su una vecchia conoscenza del
calcio nostrano: Victor Obinna,
27 anni, attaccante della Lokomotiv Mosca. Esploso nel Chievo, il
nigeriano potrebbe tornare presto
in Italia. Su di lui ci sono sia
l’Atalanta che il Parma, in un
duello al momento senza vincitori. L’Empoli, che non molla la presa per Saponara dal Milan, bussa
in casa gigliata per tre giovani
prospetti da far maturare in massima serie: l’esterno destro Cristiano Piccini, 21 anni, reduce dal
prestito al Livorno, e i due trequartisti Rafal Wolski (21) e Matias Vecino (22) sono nel mirino
del tecnico Sarri, che vorrebbe
portare alla sua corte anche il difensore Camporese su cui però c’è
anche il Cesena.
In casa rossonera, dopo la finora
disastrosa tournée americana con
otto gol sul groppone, torna in auge la figura di Mattia Perin del Genoa. La porta milanista, che vede
un Abbiati troppo vecchio, un Gabriel troppo giovane, e un Agazzi
troppo inadeguato, non sembra
fornire molte garanzie. E Galliani
proverà quindi a chiedere per
l’ennesima volta all’amico Preziosi un prestito o un acquisto in 214
comode rate. Il patron del Genoa
sembra però in tutt’altre faccende
A
Vidal pronto a firmare
con lo United
Marotta punta Jovetic
Su Fellaini piomba la Roma
affacendato: praticamente chiuso
l’acquisto di Giuseppe Bellusci
dal Catania per due milioni di euro, il nome d’esperienza per blindare la difesa potrebbe essere però Hugo Campanaro (34) dall’Inter, che nonostante l’arrivo di Vidic sembrerebbe però intenzionato a giocarsi le sue chance agli ordini di Mazzarri. A centrocampo, dopo aver piazzato il colpo
con Rincon, preso dall’Amburgo
a parametro zero, è in rampa di
lancio anche l’ex Juve Iago Falque
(24) del Tottenham. In avanti
avanza la candidatura di Lukasz
Teodorczyk (23) attaccante polacco del autore di 20 gol in 32 partite con la maglia del Lech Poznan.
La Fiorentina sembra intenzionata a rinfoltire il centrocampo con
Jasmin Kurtic del Sassuolo, che
un anno fa ha investito 4 milioni
di euro per l’ex Palermo e potrebbe lasciarlo partire in prestito con
obbligo di riscatto.
La Lazio lavora per portare a Formello un’altra stella del Barcellona B. Si tratta di Patric esterno destro della formazione catalana, da
tempo nel mirino di Tare. Conti-
nua la caccia al difensore da affiancare a De Vrij per una coppia
di centrali nuova di zecca: il nome dell’ultima ora è quello di Miguel Britos, 29 anni, uruguaiano
del Napoli che ha avuto il foglio
di via da Benitez. Ipotesi alternative sono Rolin del Catania, Mendes del Marsiglia, Hinteregger del
Salisburgo oltre al sempreverde
Rafa Marquez. Più nel libro dei
sogni, che in quello della realtà,
l’altro olandese Ron Vlaar:
l’Aston Villa chiede 10 milioni e
Lotito, a sensazione, non dovrebbe avere nessuna voglia di spen-
“
derli.
Anche se Rafa Benitez aveva
smentito qualunque tipo di problema con il giocatore, il Napoli
ha ceduto Valon Behrami all’Amburgo per cinque milioni. Gli azzurri puntano a fare cassa per
sferrare l’attacco a Mamouade
Fellaini dello United. Ma sul possente centrocampista belga si è
inserita nelle ultime ore a sorpresa la Roma, che vorrebbe regalare
a Garcia una valida alternativa a
Strootman, atteso ancora da una
lunga convalescenza dopo l’infortunio.
GALLIANI NON SI FIDA DI AGAZZI E TORNA A
CHIEDERE PERIN A PREZIOSI. GENOA: FATTO
BELLUSCI, SI PUNTA CAMPAGNARO. BRITOS
PER FARE COPPIA CON ASTORI ALLA LAZIO
ARTURO
VIDAL,
CENTROCAMPI
STA CILENO
CHE LO UNITED
VUOLE
STRAPPARE
ALLA
JUVENTUS CON
UN’OFFERTA
DA 60 MILIONI.
IN BASSO, A
SINISTRA,
MATTIA PERIN,
PORTIERE DEL
GENOA
SEGUITO DAL
MILAN. A
DESTRA,
ANDRÉ AYEW
”
sport
venerdì 1
agosto
2014
20
ARGENTINA
GINOBILI SALTA I MONDIALI
Niente Mondiali per Manu Ginobili. Il 37enne fuoriclasse dei San Antonio Spurs non partecipera’ alla
kermesse cestistica al via tra un mese in Spagna a causa delle conseguenze di una frattura da stress al
perone della gamba destra. ”Se sto bene ci saro’”, aveva assicurato nei giorni scorsi Ginobili, costretto
pero’ adesso a dare forfait nonostante fosse stato inserito martedi’ tra i 15 preselezionati. Il forfait di
Ginobili si somma a quello di Carlos Delfino, da tempo alle prese con un infortunio al piede.
LA TOP TEN DEI GIGANTI DEL BASKET
Un computer
di nome
Stockton
migliori dieci cestisti della
storia? Difficile stilare una
classifica perchè ovviamente,
ogni graduatoria può prestarsi a
discussioni e si può essere o non
essere d’accordo. Ma il bello di
queste classifiche è proprio questo: ognuno dice la sua, anche
se ci saranno tanti punti sui
quali la giuria sarà unanime al
cento per cento. Si parte dal
decimo posto che assegniamo ad un uomo normale con
un fisico da ragioniere che
però ha dato lezioni di basket
per oltre quindici anni giocando in una Lega di super
atleti due volte più grossi di
lui.
Stiamo parlando di John
Stockton, playmaker di 1.82
per 78 chilogrammi che ha
chiuso la carriera con il record di assist, il 60% dei
quali rifilati al suo compagno di avventure Karl Malone. Gli Utah Jazz si sono
goduti l’intelligenza cestistica di un regista che definire un computer sul
parquet è un autentico
eufemismo.
Stockton
non sbagliava una lettura, ha spiegato al mondo
come si esegue perfettamente un pick roll ed ha
fatto vedere come si
conduce una squadra
nel ruolo più delicato
della pallacanestro.
Eppure, la sua carrie-
I
“
ra universitaria faceva pensare a
tutto tranne che ad una storia da
leggenda. Uscito dal piccolo college di Gonzaga, John fu snobbato per quasi tutto il primo giro fino a quando non arriva la chiamata numero sedici. Gli Utah
Jazz avevano bisogno di un playmaker e l’ultimo disponibile era
proprio lui. Ed ecco quindi che
comincia la favola di John che va
in una franchigia che gli dà subito fiducia. Quasi contemporaneamente, arriva Karl Malone e nasce il duo più forte degli anni’80
e 90 con i Jazz che diventano una
squadra cliente fissa dei play-off.
Stockton è uno di quelli che lascia la ribalta ad altri; lui parla
con i fatti. La leggenda dice che
si e no pronunciava circa dieci
parole al giorno oltre il saluto di
buongiorno e buonasera. Leader
silenzioso come pochi, ma giocatore duro che si faceva sentire anche a livello difensivo; i suoi gomiti nel fare i blocchi sono ancora ricordati come i più spigolosi
da parte di chi lo ha affrontato.
Stockton diventa subito un All
Star e prova in più di un’occasione a trascinare i suoi Jazz verso il
titolo Nba. Ci va vicino spesso ma
prima i Lakers dello Showtime,
poi i Soinics di Shawn Kemp ed,
infine, i Rockets di Olajouwan gli
negano l’ingresso in finale. John
non si arrende e ci riprova nel
1997 quando gioca una stagione
da sogno assieme sempre al suo
amico Malone che diventa MVP
della lega. Utah arriva a giocarsi
il titolo solo che di fronte ha come avversari i Chicago Bulls di
Michael Jordan, una squadra trascinata da un alieno sbarcato sulla terra per fare incetta di titoli.
Jordan dirà che le sfide con i Jazz
sono state le più dure della sua
esperienza in finale. Infatti, Chicago deve sudare le classiche sette camicie per disfarsi della resistenza degli uomini di Jerry Sloane, l’allenatore che ha segnato in
positivo la carriera di Sotckton. 4
È STATO
LA SPALLA IDEALE
DI KARL MALONE
NEGLI UTAH JAZZ
a 2 per Chicago con il quarto atto vinto dai Jazz che verrà ricordato per il “the pass” un passaggio decisivo da un’area all’altro
fatto da John, indovinate per chi?
Per Karl Malone ovviamente prodezza che non è bastata per cambiare l’inerzia della finale decisa
da una giocata spaziale di M.J. in
gara sei con un assist che ha dato
sei metri di spazio a Kerr che ha
realato l’anello ai Bulls. I Jazz vogliono la rivincita e si ripresentano sugli stessi schermi l’anno
successivo questa volta con il
vantaggio del fattore campo. Vincono gara uno davanti al proprio
pubblico, perdono gara due e tre
ed anche la quarta; quando tutto
sembra finito c’è un insperato
colpo di coda in gara cinque a
Chicago. Tre a due e si ritorna a
Salt Lake City con Stockton che ,
con due vittorie interne, può coronare il suo sogno. Gara sei è
un’autentica corrida; i Jazz sembrano averla in pugno ad un minuto dalla fine ma Jordan gioca i
migliori 48 secondi della storia
della NBA e si prende il titolo.
Quel momento, toccherà il punto
massimo di una carriera che riserverà a Stockton ancora tantissime soddisfazioni ed un primato che difficilmente verrà eguagliato: 15,806..oltre dieci a gara.
Una cosa pazzesca basti pensare
che il secondo è tremila indietro.
Le vittorie di prestigio sono comunque arrivate perché John ha
vinto due ori olimpici, il primo
con il mitico Dream Team di Barcelona 1992 quando fu lui a rubarsi il pallone della finale con la
Croazia e metterlo nella sua personale bacheca. Un uomo che ha
regalato tanto e si è ritirato in silenzio così come aveva dato lezioni per oltre quindici anni. Futuro Hall of fame, la sua maglia è
stata ritirata dai Jazz, squadra in
cui ha disputato tutta la sua carriera e che ancora lo rimpiange.
Ma non solo i tifosi del Delta
Center, tutti gli amanti del gioco
sanno che un playmaker come
lui difficilmente si rivedrà dato
che il ruolo ha subito un’evoluzione; i playmaker di adesso sono alti, potenti e segnano molto;
Stockton era basso, magro e non
schiacciava ma faceva segnare
tutti... anche gli uscieri del palazzetto.grazie ancora al piccolo
grande uomo di Spokane che ha
dato speranza agli essere normali di poter diventare una stella in
una Lega dominata da colossi.
motori
venerdì 1
agosto
2014
21
LA S COUPÈ, UNA VETTURA PER FACOLTOSI INTENDITORI
di Vincenzo Bajardi
a nuova S Coupè, variante
sportiva dell’ammiraglia
Mercedes è destinata di fatto a sostituire la SL.
Sfoggia un look ultrasportivo. ”È
una combinazione tra tecnologia
hi-tech e motori di elevata potenza” ha rimarcato Paolo Lanzoni,
PR di Mercedes Italia. I propulsori sono il V8 di 5 litri della S Coupè e il V8 5,5 litri della S Coupè
63 AMG con potenze rispettivamente di 455 cv e di 585 cv. Chi
non si accontenta di
questi valori da supercar può richiedere la S 65 AMG con il V12
Biturbo di 6 litri e 630 cv con una
coppia incredibile di 1000 Nm.
I prezzi sono però considerevoli:
da 131.370 a 192.990 euro ristretti ad una clientela sofisticata e
molto agiata. A livello di trazione
c’èl’imbarazzo della scelta: sia le
varianti a
trazione posteriore (non disponibile al momento del lancio fissa-
L
La super sportiva
ammiraglia Mercedes
to in settembre) sia quelle a trazione integrale (la 4 Matic per in-
tenderci), abbinate alla trasmissione 7 G-Tronic Plus o allo Spe-
edshift MCT per la AMG. Su questa elegante e ”prepotente” S Cou-
pè, dalle accelerazioni straordinarie, c’è una chicca da
evidenziare. il sistema di sospensione Magic Body Control con
funzione di inclinazione in curva.
Grazie a questo moderno dispositivo la S Coupè a trazione posteriore si piega in piega in
curva come una moto riducendo
l’accelerazione trasversale di
quanti sono a bordo della vettura.
Comfort di marcia, è inutile sottolinearlo, al top e guida molto divertente e sempre in totale
sicurezza. Fra i dispositivi lavorano a dovere l’MBC che ottimizza
le prestazioni, il Road Surface
Scan che riconosce il fondo stradale, ed ancora il sistema anticollisione. Spicca il grande display
TFT, posizionato a fianco del cruscotto virtuale. Ovvio che c’è un
pieno di funzioni regolabili con il
touchpad sul tunnel centrale. Fra
le diavolerie la profumazione dell’abitacolo, la ionizzazione dell’aria e perfino la funzione di
massaggio basata sulla tecnica
Hot Stone per i sedili davanti.
IL MODELLO PUNTA SU UNA TECNOLOGIA A INIEZIONE DIRETTA
La Kia Soul diventa Gpl
K
ia Soul, fedele alla sua immagine alternativa e
fantasiosa, rivoluzionaria e senza compromessi, sorprende ancora proponendo per la prima volta nel suo segmento l’alimentazione a Gpl con tecnologia a iniezione diretta. La formula Eco-Gpl+ è
un’esclusiva di Kia che ha compiuto un ulteriore
passo avanti nel settore dei carburanti alternativi
riuscendo a rendere ancora più attraente l’utilizzo
del Gpl. Eco-Gpl+ è il primo impianto a gas liquido sviluppato appositamente per iniettare il combustibile direttamente nella camera di combustione, con importanti vantaggi che riguardano sia le emissioni inquinanti sia il rendimento del motore. Utilizzando gli iniettori
di serie del motore Kia 1.6 Gdi a iniezione
diretta di benzina, il sistema permette di
ottenere prestazioni superiori rispetto ai
sistemi tradizionali e una riduzione del
10% delle emissioni di CO2. Inoltre
l’iniezione diretta consente di avviare
il motore già a gas liquido, risparmiando così l’utilizzo di benzina ed eliminando la maggior parte dell’inquinamento a freddo. Si presenta quindi come un’attraente alternativa dal punto
di vista ambientale e del contenimento
dei costi di esercizio, a parità di caratteristiche funzionali e di prestazioni con
la corrispondente versione a benzina.
Kia Soul 1.6 Eco-Gpl+ dispone di una potenza
massima di 130 CV, di una coppia massima di 154
Nm e raggiunge la velocita’ massima di 185 km/h;
prestazioni pressoché identiche alla versione 1.6
Gdi a benzina, rispetto alla quale vanta pero’ emissioni di CO2 di 142 gr/km invece di 170 gr/km e
un autonomia complessiva (grazie al doppio serbatoio), che raggiunge quota 1.300 km. Il consumo
RISPETTO AI
SISTEMI
TRADIZIONALI
C’È UNA
RIDUZIONE DEL
10% DELLE
EMISSIONI DI
CO2
certificato nel ciclo combinato europeo è
di 8,8 litri/100 km, con un risparmio netto sul costo del carburante, rispetto alla 1.6
Gdl a benzina, di circa il 40%. La nuova
versione Eco-Gpl+ completa la gamma di
Kia Soul che diventera’ prestissimo il primo modello della sua categoria a coprire
l’intero panorama di motorizzazioni: diesel, a benzina, elettrica e ora Eco-Gpl+, offerta allo stesso prezzo della versione diesel con la normale garanzia estesa Kia 7anni. Il lancio è stato accompagnato da una nuova
creatività con il giudice di Masterchef, Joe Bastianich, co-protagonista al fianco della crossover del
momento.
Due i canali, stampa e digital, raggiunti da
una campagna perfettamente allineata con
lo stile comunicativo ”different” di Kia,
realizzata da Innocean Worldwide Italy
con il service creativo di Casiraghi Greco&. ”Ego Friendly”, recita lo slogan,
giocando sullo spirito green della Soul
in versione Gpl, sulla fortissima caratterizzazione del personaggio Joe Bastianich e strizzando l’occhio alle caratteristiche principali della urban
crossover di casa: design accattivante, personalità forte e stile ”playfully
provocative”.
RESTYLING PER LO SCOOTER A TRE RUOTE DELLA PIAGGIO
Mp3, il traffico è un brutto ricordo
P
iaggio Mp3 è stato il primo
scooter a tre ruote. Oggi il
nuovo Piaggio Mp3 si propone
come il primo tre ruote al mondo
disponibile con sistema frenante
anti bloccaggio Abs integrato dal
controllo di trazione Asr (Acceleration Slip Regulation). opo
150.000 esemplari venduti con
punte di diffusione straordinarie
nelle grandi metropoli europee,
Piaggio lancia la nuova gamma di
scooter a tre ruote Mp3. Piaggio
Mp3 300 nasce sulla appena rinnovata piattaforma tecnica di
Mp3 500. Il telaio di Piaggio Mp3
è stato ridisegnato con il duplice
obiettivo da una parte di garantire eccezionali doti di stabilità e
precisione nella guida e dall’altra
di accrescere la fruibilità del veicolo. La nuova architettura permette di coniugare queste due
importanti esigenze, ottenendo il
migliore Piaggio Mp3 mai costruito per qualità dinamiche,
standard di sicurezza e per comfort di pilota e passeggero. Il nuovo spazio disponibile migliora
l’ergonomia e ottimizza lo sfruttamento dello spazio di carico
nel vano sottosella. L’attento e
completo restyling delle forme
contribuisce ad aumentare la comodità a bordo. La sella assume
proporzioni sontuose: piatta e comoda consente una seduta, anche in coppia, più confortevole
rispetto alla precedente generazione di Piaggio Mp3. Ne beneficia tutta l’ergonomia, a partire
dalla posizione delle gambe, più
distese e rilassate. In particolare
la nuova triangolazione manubrio-sella-pedana guadagna misure che rendono più facile la
guida e il completo controllo del
mezzo. E non è solo il pilota a go-
derne. Pensato come vera alternativa all’auto, il Piaggio
Mp3 della nuova generazione offre al passeggero
ancora più comfort: lo
spazio a sua disposizione
è ulteriormente ampliato, mentre la posizione
assunta da seduto è
più rilassata, oltre a
beneficiare dei vantaggi offerti dalle
nuove pedane poggiapiedi estraibili.
Il grande vano sotto la sella, dotato
di presa 12 volt,
luce di cortesia e
tappetino, è stato ridisegnato
ed è ora più
sfruttabile, grazie alla forma regolare e tenden-
zialmente rettangolare, senza
scalini o divisioni, così da renderne pienamente fruibile ogni
centimetro quadrato, può così
alloggiare comodamente
due caschi integrali o una
borsa porta computer.
L’apertura della sella è
come di consueto elettrica e assistita da un comodo ammortizzatore
che accompagna in
modo pratico e sicuro il
movimento di apertura della stessa. Il codone piatto e
slanciato rende agevole il
montaggio e l’utilizzo dell’eventuale bauletto (previsto
nella ricca gamma di accessori dedicata), il quale eleva
ulteriormente la già spettacolare capacità di carico del nuovo
Piaggio Mp3.
commenti
venerdì 1
agosto
2014
22
Saddam, Mussolini, Evita, Lenin
Il gusto di litigarsi i cadaveri
di Lanfranco Caminiti
segue dalla prima
ochi giorni fa, la famiglia aveva lanciato un allarme. Dopo le diverse tombe di mistici, moschee e altri storici monumenti religiosi fatti
saltare in aria dai jihadisti dello Stato islamico in
Iraq, temevano che anche per il loro mausoleo potesse avvicinarsi il momento della distruzione. Anche
l’area di Tikrit è già sotto il controllo dei fondamentalisti. Così, i congiunti e gli ex fedelissimi di Saddam
non escludevano di riesumare il suo corpo, e trasferirlo in una più anonima località. C’è una maledizione che insegue Saddam. Non è stato il solo.
Dopo l’esecuzione e lo scempio di piazzale Loreto, il
corpo di Mussolini era stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano, noto come Musocco, in un luogo che
doveva essere segreto ma che tutti sapevano dove fosse. Anche Domenico Leccisi lo sapeva. Leccisi era un
fascistone, giovane, coraggioso. Uno che a poco più
di vent’anni abbracciò la Repubblica di Salò a cercarvi la bella morte. Non morì, però. E quando tutto era
finito, con un manipolo di giovanotti fondò il Partito
Democratico Fascista. Approfittando della rivolta
dell’aprile 1946 nel carcere milanese di san Vittore
penetrarono all’interno del cimitero di Musocco, disseppellirono la salma di Mussolini, se la portarono
via con una carriola, e la custodirono in un luogo sicuro. Leccisi lasciò un messaggio sul fondo della fossa del cimitero: «Finalmente, o Duce, ti abbiamo con
noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue
virtù supererà quello delle rose». La cosa fece uno
scalpore incredibile e il ministro Giuseppe Romita
seguiva in prima persona le indagini per venire a capo della faccenda. Ai primi di maggio Leccisi consegnò la salma a due frati minori del convento di Sant’
Angelo di Milano. Arrestarono alcuni militanti del
partitino di Leccisi, ma lui riuscì a farla franca, la polizia non riusciva a trovarlo. A quel punto si mise in
moto la Volante Rossa, che di fascisti ne aveva fatti
fuori non pochi, prima e dopo il 25 aprile. A luglio
finalmente arrestano Leccisi, e il questore gli disse
che era stato fortunato, che quelli della Volante Rossa ci stavano arrivando pure loro. Il 12 agosto le spoglie di Mussolini furono recuperate dalle autorità e
trasportate in un convento dei Cappuccini vicino a
Legnano, dove rimasero fino al 1957, quando furono
restituite alla famiglia di Mussolini, consentendone
la traslazione a Predappio. Leccisi intanto era diventato deputato del Movimento sociale italiano.
Per quanto possa suonare macabro, a Musocco uno
era andato, l’altro veniva: il 1957 è l’anno in cui arriva al Cimitero Maggiore di Milano il corpo imbalsamato di Evita Perón, esattamente al giardino 41, pietra tombale numero 86, con il nome inventato di sana pianta di signora Maria Maggi De Magistris. Evita,
la regina dei descamisados, era morta di cancro il 26
luglio del 1952 a soli 33 anni. L’imbalsamazione fu
P
’A BOOSTA DER CORE
di Boosta Pazzesca
Ogni venerdì, la posta del cuore di Boosta Pazzesca,
una ragazza di 24 anni che vive a Roma,
quartiere Laurentino 38, e sul web
Boosta, consolame te. Il figlio
del mio compagno viene un
uikend sì e uno no a casa
nostra, e a me me sta pure
bene. Ma nun se lava, che il
maschio adolescente ha da
puzzà, dice lui. Ce lo so che è
’na fase... E nun je posso di’
gnente che non so’ la madre.
Consolame: dimme che pure
a lei je rompe li cojoni co ’sto
andazzo.
Con stima
annarella71
Annare’, malgrado ’a vita e
le scerte diverse ce rendono
distanti, me sento de ditte
che devi accanna’ er passato
e punta’ tutto sur futuro de
’sto giovane zozzone. Turate
er naso e trovaje ‘na
pischella che se lo accolla
ner UICHEND. Pure su’
madre nun c’avrà gnente da
ridire. Fidate, su ’ste cose
c’ho fiuto.
***
Non pensi possa capitare
proprio a te: tu, donna
dignitosissima, da sempre
elettrice radicale, attenta ai
diritti inviolabili dell’uomo
(compreso quello di poter
modificare gli status FB),
tradita da tuo marito con una
grillina (della specie
peggiore, quella antikasta® e
complottara). Ora tu mi dici,
dove ho sbagliato? Posso
riconquistarlo brandendo
una Moon cup?
Tua Cozzina
Eh, te la fai facile, Cozzina
cara, ma ’a MUN CAP c’ha
tutta ‘na serie de valori
politici e femministi da
considera’, tipo se è er
modello cor sacchettino da
viaggio oppure no, e devi
puro imbrocca’ er colore che
va de moda st’estate. Mo’ io
nun è che so’ proprio sicura,
ma me pare che devi fa’
n’apposita votazzione
ONLAIN pe’ esse certa de
brandilla ner modo giusto
contro er marito fedifrago.
Io, se popo voi esse sicura de
fare colpo, te conzijo de usa’
n ber sanpietrino.
***
Carissima Boosta Pazzesca,
so’ quattr’anni che sto
‘nsieme a ‘sto pischello ma
lui ancora nun m’ha chiesto
de sposallo. So’ disperata,
che devo fa’? A settembre
vado in vacanza coll’amiche
mie a FORMAINTERA e me
vojo fa’ un tatuaggetto sur
piede, tipo un dragone che
sputa fiamme ar tramonto,
ma poi ar matrimonio me
vojo mette ’e scarpe quelle da
sposa, che cor tatuaggetto ce
stanno male. Ne ho parlato
co’ lui l’artro giorno che
stavamo ai saldi de
ACCA&EMME che me
sembrava un modo velato pe’
famme fa’ a proposta de
matrimonio SEDUTA
ISTANTE e m’ha risposto
“boh fatte ‘sto tatuaggetto, in
finale che vòi da me?”. Come
la devo prende? Je devo mette
le corna cor tatuatore?
Selvaggiah
Carah Selvaggiah, ’a vita a
vorte ce mette davanti a
scerte difficili e misteri
insondabboli. Poésse che lui
gradisca de più er
tatuaggetto cor dragone che
se scaccola er naso alla luce
dell’arba, oppure era ’n
velato modo de ditte che lui
la sposa ’a preferisce coi
stivali. Ma escluderebbi ner
modo più assoluto che nun
siete fatti l’uno pe’ l’artra.
una decisione di Perón, Evita lo aveva pregato di
«non essere toccata da nessuno». Però, durante la malattia non erano state poche le scritte sui muri come
“Viva il cancro” o “Evita muori!”. Così, Perón decide
di fare delle copie di Evita, tre per la precisione, per
prevenire furti e vandalismi antiperonisti. Quattro
versioni di Evita. Perón le aveva costruite un mausoleo con i marmi di Carrara ma si dimenticò presto di
Evita. Prese l’abitudine di frequentare ragazze davvero troppo giovani, l’ultima, Nelli Rivas aveva appena
14 anni - d’altronde, Evita ne aveva 15 quando l’aveva incontrato - a cui per premio regalava cimeli di
Evita. Si fece scomunicare dalla Chiesa. I militari si
fecero avanti. Deposto dal golpe, Perón fuggì dall’Argentina. Cry for me, Argentina.
Il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig,
nominato capo del servizio informazioni dell’esercito, aveva elaborato nella sua mente un progetto,
“Operazione Evasione”, di cui parlò al generale Pedro Eugenio Aramburu, a capo della Giunta militare.
Bisognava nascondere la salma di Evita per evitare
che qualsiasi posto si trasformasse in un luogo di culto e, implicitamente, di protesta. Nella notte del 22
novembre rubarono il cadavere di Evita. Moori Koenig lo nascose in casse e armadi, in un furgone, facendola girare di continuo per Buenos Aires, compreso
nel retro di un cinema, fino a portarsela a casa nel suo
studio, nascondendolo alla moglie, forse ossessionato. Poi preparò il viaggio in Europa: Rotterdam, Bruxelles, Bonn, Genova, Roma, infine Milano, Cimitero
Maggiore. Tutto tacque fino al 1971 quando i guerriglieri peronisti, i Montoneros, decisero che il corpo
di Evita doveva essere ritrovato. Il loro slogan era: “Se
Evita fosse viva, sarebbe montonera”. Per questo sequestrarono e uccisero Aramburu, non prima però di
farsi rivelare il luogo dove era sepolta Evita. Il corpo
venne riconsegnato al settantaseienne Perón, allora
in esilio a Madrid, da fedeli peronisti. Rieletto nel
1973, Peròn morì l’anno successivo di infarto. La salma di Evita lo raggiunse a Buenos Aires pochi mesi
dopo.
Anche la salma di Perón non ebbe pace. Nel giugno
del 1987, al cimitero di Chacarita, a Buenos Aires, la
sua tomba fu profanata e alcuni ignoti amputarono e
rubarono le mani, chiedendo un riscatto di otto milioni di dollari. Non se ne fece nulla, e non si venne
a capo di nulla.
Senza alcuna contropartita, invece, qualche anno fa
Oliviero Diliberto, allora segretario del Pdci, in visita al mausoleo di Lenin a Mosca propose di portarla
a Roma, la salma, se i russi non la volevano più. Gli
rispose piccato l’allora capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè: «La porti a casa sua».
Era proprio quello che aveva fatto il tenente colonnello Moori Koenig, ossessionato da Evita e dal suo cadavere imbalsamato: a un certo punto, se l’era portato a casa, nascondendolo persino alla moglie. La moglie di Diliberto sta appresso al marito?
MR.FACEBOOK OFFRE INTERNET FREE
Zuckerberg, rete gratis in Zambia
P
iù internet per tutti. Mark Zuckerberg
porta in Zambia la connessione gratuita,
nell’obiettivo di garantire Internet a un
numero sempre maggiore di utenti anche in
aree dove a oggi sembrava impossibile. Il
patron di Facebook fa sapere in una nota che
«oggi stiamo introducendo Internet.org app
per rendere Internet accessibile a più
persone, fornendo una serie di servizi di base
gratuiti».
Grazie al servizio, gli abitanti avranno
gratuitamente servizi legati al mondo della
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venerdì 1
agosto
2014
LA STORIA INSEGNA
1° AGOSTO 1808
MURAT RE DI NAPOLI
Il 1° agosto 1808 il cognato di Napoleone, Gioacchino
Murat, salì sul trono di Napoli al posto del fratello
maggiore dell’imperatore, Giuseppe, al quale fu
assegnata la corona di Spagna. Napoleone stava
bonapartizzando l’Europa intera: la corona partenopea,
in realtà fu posta direttamente sul capo della sorella
Cari Landini
e Marchionne,
la ricchezza Fiat
sono i lavoratori
di Maurizio Zipponi
segue dalla prima
d infine tutta la battaglia contro la Fiom di Landini, la Fiat l’ha persa sia nei tribunali che nel
paese rendendo il Segretario della Fiom il sindacalista più ascoltato e simpatico alle gente normale.
Tutto questo è noto, però stà accadendo qualche cosa
che potrebbe cambiare la percezione della Fiat e del suo
ruolo in Italia.
In questi giorni è stato siglato un accordo di fornitura tra
Fiat e Omr, del presidente dell’Associazione Industriali di Brescia, del valore di 700 milioni di euro per i prossimi 10 anni. E’ importante perchè si tratta della fornitura per i primi veri modelli della nuova Alfa Romeo
che verranno costruiti e montati integralmente in Italia
con un ruolo prevalente dell’industria di qualità dell’indotto in una quantità pari a 400 mila auto all’anno, cioè
quasi quanto se ne producono oggi. Ciò dimostra che il
nostro sistema industriale è in grado di produrre la filiera dell’auto con tutta l’innovazione che porta con se,
dal basso impatto ambientale, ai materiali ultraleggeri,
alla sicurezza, perchè gia lavora per Mercedes, Porsche,
Bmw, cioè per marchi che si sfidano sulla qualità.
Se a questo aggiungiamo i nuovi modelli della Maserati e la Jeep Renegade che si costruirà a Melfi si comincia ad intravedere un passaggio dalla Fiat (fabbrica italiana automobili Torino ), che non c’è più, verso una
nuova azienda che può mettere radici solide nel nostro
Paese grazie a modelli di auto che confermano stile,progettazione e tecnologia italiana oltre all’alta qualità dell’indotto che non è più Fiat-dipendente come negli anni passati ma si è già misurato con l’internazionalizzazione del settore.
C’è però un punto dirimente sul futuro di questa azienda ed è quello del valore del lavoro; cioè della capacità
di cambiare totalmente il rapporto con i propri dipendenti che debbono diventare la vera risorsa su cui puntare e non,come è stato dal 2008 ad oggi il problema, il
nemico da sconfiggere anche perchè oggi l’incidenza
del costo del lavoro in un auto è meno del 9%.
Se tutta la verità venisse messa sul tavolo a partire dalle difficoltà evitando la ricerca di capri espiatori e si ragionasse del cambio strategico di modelli e di tecnologie di processo facendo passare il messaggio che si parla del futuro, non ci sarebbero orecchie più attente di
chi lavora visto che, per esempio, la visione temporale
per l’Alfa è di 10 anni con l’effetto positivo di programmare nuove assunzioni nelle aziende che prendono gli
ordini, in particolare nel centro-sud. E sarebbe un metodo onesto per riprendere ragionamenti di riconversione dove non si potranno più costruire automobili chiedendo allo Stato di fare la propria parte non trattandosi di dare soldi agli azionisti ma di nuova politica industriale.
Dovrebbe cosi riprendere quel dialogo tra Marchionne
e Landini che si è trasferito nelle aule dei tribunali per
la lesione dei diritti Costituzionalmente garantiti di libertà e di associazione per i lavoratori.
La trasformazione del settore auto in Italia, il ruolo dei
lavoratori e la loro professionalità, il senso di appartenenza alla azienda sono gli ingredienti fondamentali per
il successo. La Fiat Chrysler ha l’occasione di proporsi
come riferimento per le nuove generazioni e non più come una caserma in cui quando si entra scompaiono le
leggi, i contratti nazionali ed i diritti fondamentali delle persone. Ci sono le condizioni per voltare pagina e
costruire nuove e moderne relazioni sindacali dando
cosi un segnale positivo a tutto il settore manifatturiero
italiano. E, non certo per ultimo, si riaprirebbe il capitolo del salario netto dei lavoratori e dei loro consumi
visti i margini di profitto dei nuovi modelli. Dopotutto,
è il vecchio Ford che si chiedeva: ”A che serve costruire auto che i miei dipendenti non possono acquistare?”.
Si passerebbe dal governo della azienda repressivo al
consenso verso la sua trasformazione, certo riducendo
anche la catena gerarchica di comando che è conservativa e facendo spending review in tutta la struttura indiretta. È l’unico modo per costruire prodotti di qualità
ad alto valore aggiunto e restituire quella dignità che i
lavoratori hanno perso in questi anni di ubriacatura finanziaria.
E
Carolina, e Murat era il principe consorte. Gioacchino
aveva tutte le qualità per piacere ai napoletani. Era
sufficientemente guappo e scanzonato: giovane e
aitante, con un testone pieno di riccioli neri, aveva una
grande passione per le uniformi, che si disegnava da
solo. Gli piaceva passeggiare per le strade e i vicoli di
Napoli senza scorta, pronto a familiarizzare con tutti.
Dopo la tragica campagna di Russia e la sconfitta di
Napoleone a Lipsia, Murat cercò di salvare il trono
avviando in gran segreto trattative separate con
23
l’Austria e l’Inghilterra. Ma dopo la fuga di Napoleone
dall’Elba pigiò il pedale dell’acceleratore. Il 15 marzo
1815 dichiarò guerra all’Austria. Il 30 marzo lanciò da
Rimini un proclama agli italiani, nel quale faceva
appello ai loro sentimenti nazionali, dimenticando di
essere anche lui uno straniero. Ma poi subì una serie di
sconfitte dagli austriaci. Il 13 ottobre fu arrestato in
Calabria e fucilato. La popolarità di un governante non
è eterna.
Plutarco
Caro Ingroia, i diritti
contano più della legalità
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Questo numero è stato chiuso
in redazione alle 20.30
di Piero Sansonetti
segue dalla prima
A
nche a me piacerebbe poter discutere finalmente fuori dagli schemi. Senza
ignorare le sensibilità e le idee diverse che ci
sono tra di noi, e senza trasformare queste diversità in incomunicabilità e guerra.
Ingroia - e con toni diversi dai suoi, spesso assai più eccitati - tutti i rappresentanti del fronte ”legalitario”, ritengono il rispetto della legge e la punizione dei trasgressori come un
compito supremo ed essenziale per il buon
funzionamento di una società democratica. Io
penso di no. Penso che l’affermazione della
legalità dovrebbe essere subordinata all’affermazione del diritto e dei diritti. Sono convinto che spesso legalità e diritti siano in conflitto, e sono convinto che una società democratica può permettersi un certo tasso di delinquenza e di illegalità e non può permettersi
invece un egual tasso di negazione dei diritti
essenziali dell’uomo. E in questa negazione
dei diritti io metto gli eccessi dei controlli,
delle leggi, dei divieti, delle intercettazioni,
delle indagini, dei sospetti. E quindi penso
che se per ottenere un risultato sul piano della legalità occorre ridurre un diritto, deve essere il diritto a prevalere e non la legalità.
Ingroia ritiene che la punizione dei trasgressori sia uno strumento fondamentale di governo democratico. Io sono convinto che una società moderna non possa essere organizzata
attorno all’idea di ”pena”, di ”certezza della
pena” e che tutti gli strumenti repressivi e punitivi dello Stato vadano ridimensionati e in
prospettiva aboliti.
Ingroia ritiene che la mafia sia una potenza
militare e che va sconfitta da una macchina
della giustizia intransigente, motivata, politicizzata, forte e sostenuta sia dalla politica sia
da un ampio movimento di opinione pubblica. Io penso che la mafia sia una organizzazione politica e sociale che ”surroga” i poteri e i
compiti dello stato, lo fa in modo sfacciato e
sostituendo alle sopraffazione dello stato le
sue sopraffazioni, incontrollate e sanguinarie.
E che quindi per battere la mafia non occorrano le leggi e le manette, ma - come posso dire? - la rivolta, la rivolta popolare contro la
mafia, contro lo Stato, e contro l’oppressione
di un ”padronato” che nel Mezzogiorno da
decenni ha esercitato un potere arrogante,
sfruttatore e antimeridionale.
Sono molto schematico, come vedete, sia nel
provare a interpretare le idee di Ingroia sia
nell’esporre le mie. Vorrei solo che si capisse
che c’è una distanza di approcci, e che tutti e
due gli approcci sono legittimi, e che è inevitabile, e giusto, che confliggano anche aspramente. Ma confliggere non vuol dire sospendere la comunicazione e il dialogo, come è
stato in questi anni.
E pero... Beh Ingroia dovrà dare atto che in
questi ultimi 15 anni la posizione legalitaria
ha largamente prevalso, creando un forte
squilibrio nell’opinione pubblica e nella costruzione del senso comune. Spinta anche dal
vento impetuoso dell’antiberlusconismo. Oggi - per capirci - nessuno s’indigna e molti applaudono se il più importante tra i giornalisti
legalitari dice che per lui ”la presunzione di
innocenza” - cioè un fondamentale principio
della Costituzione - ”è solo un gargarismo”.
E io ritengo che lo squilibrio che si è creato tra
legalitarismo e garantismo, a danno di quest’ultimo, sia un problema politico culturale
molto grande ( e tra l’altro è il motivo per il
quale abbiamo fatto nascere questo giornale).
Detto tutto questo ( e in conseguenza di tutto
questo), ecco il mio dissenso con Ingroia sul
caso Provenzano. Dice Ingroia: il 41 bis non è
una pena aggiuntiva ma uno strumento per tagliare i rapporti mafiosi tra dentro il carcere e
fuori dal carcere. Perciò va revocato a Provenzano, che non è più in grado di dare ordini alla mafia e dunque nel suo caso - mancando il
perché - il 41 bis diventerebbe solo una pena
accessoria. Benissimo. Però il problema è che
il 41 bis è sempre, comunque, una pena accessoria, anche quando la sua applicazione ha
una utilità al fine della lotta alla mafia. E’ questo che io contesto: che si possa usare ”il carcere duro”, cioè uno strumento anticostituzionale, a scopo di prevenzione e di indagine.
Io penso che il 41 bis vada abolito, sia medioevo. La pena è la pena e non può essere
usato un supplemento di pena come strumento di indagine o di sicurezza collettiva. Né
quando questo utilizzo ha un fine né quando
non lo ha. Non sono affatto convinto che il fine giustifichi i mezzi.
Cittadini vessati dallo Stato
Ma per loro non c’è giustizia
di Astolfo Di Amato
a cronaca riferisce di multe cervellotiche elevate a carico di ristoratori di Roma, che erano poi ridotte a seguito del pagamento di una somma. Si dirà ”una banale vicenda di ordinaria corruzione”. Non è così.
Una storia del genere si riesce a comprendere solo tenendo a mente le vessazioni da basso impero, che caratterizzano oggi in Italia i
rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione. Gli accertamenti, di qualsiasi genere, troppo spesso sono caratterizzati da
fantasiosa creatività, frutto talora di ignoranza e talaltra di mala fede. Se, di fronte ad un
accertamento strampalato, fosse agevole
avere ragione e l’errore pesasse sulla vita
professionale del pubblico ufficiale inadeguato non vi sarebbe di che lamentarsi. Ma,
purtroppo, non è così. L’amministrazione
difende a spada tratta qualsiasi pazzia interpretativa dei suoi dipendenti. E neppure
quando il torto è macroscopico e accertato
riconosce l’inadeguatezza di tali dipendenti
e ne trae le dovute conseguenze.
Figuriamoci, poi, se interviene per reprimere gli abusi costituiti dalle modalità vessatorie con cui sono talvolta eseguiti gli accertamenti. Basti pensare a quelli eseguiti con
L
una pervasività ed una lentezza capaci di
paralizzare una attività produttiva.
E il Giudice? Non c’è!
Se si tratta di quello civile, amministrativo
o tributario, la decisione arriva dopo secoli.
Quando è inutile. Per di più, sono casi più
unici che rari quelli in cui l’amministrazione è condannata alle spese. Per il cittadino,
insomma, inizia un calvario che, comunque
vada, avrà un saldo negativo. Se si tratta di
quello penale, ancora peggio! Il magistrato
del pubblico ministero di regola non ha gli
strumenti tecnico-intellettuali per capire di
cosa si tratti. Prende per oro colato quello
che gli viene riferito e, sulla base di esso, devasta la vita delle persone: carcere, sequestro di beni, etc.
Il cittadino finisce per sentirsi in balia di un
potere oscuro ed arbitrario, contro il quale
non vi è difesa. E diventa un sollievo trovare una via di uscita.
Ecco perché il tema della responsabilità civile e disciplinare, prima ancora che penale, con specifico riguardo agli abusi nei riguardi dei cittadini va recuperato al dibattito politico non solo rispetto ai magistrati. La
effettiva responsabilità di chi ha il potere di
incidere sulla vita dei cittadini è un pilastro
di una società garantista.
il primo giornale
che crea indipendenza
diretto da Piero Sansonetti
24 pagine nazionali
tre edizioni calabresi
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