Renzi vola e si infuria «I dissidenti? Sono vili»
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Renzi vola e si infuria «I dissidenti? Sono vili»
www.ilgarantista.it COTTARELLI Che vita grama, mister spending DIRETTO DA PIERO SANSONETTI ANNO XIX NUMERO 45 GIOVEDÌ 1 AGOSTO 2014 1,00 EURO di Gianfranco Polillo a pagina 13 Nazionale: Prezzo di vendita 1,00 - Solo per la Calabria vendita abbinata obbligatoria Cronache del Garantista + Cronache del Garantista della Calabria a 1,00 APPROVATO UN EMENDAMENTO DELLA LEGA Renzi vola e si infuria «I dissidenti? Sono vili» I FRANCHI TIRATORI COLPISCONO MA SENZA FARE MALE. LA RIFORMA VA E IL PREMIER LANCIA STRALI. MA IN SENATO SBANDA IL DECRETO CARCERI di Riccardo Paradisi a pagina 4 e opposizioni assaporano per qualche ora il sapore della rivincita. Grazie al voto segreto mandano sotto la maggioranza su un emendamento leghista che attribuisce al Senato la disciplina dei rapporti famigliari. Lega, 5stelle e Sel, assieme a quaranta franchi tiratori, sperano di replicare il col- L INTERVISTA Cacciari: dopo Renzi l’apocalisse paccio su un emendamento che prevede il taglio dei deputati della Camera. Ma stavolta il presidente Grasso non consente il voto segreto. La maggioranza torna a segnare i punti, la riforma procede e con l’approvazione dell’articolo 1 che sancisce la fine del bicameralismo perfetto - porta la testa oltre la barriera dell’opposizione. Una giornata particolare dove la maggioranza è andata sotto anche sul ”de- creto detenuti” in commissione Giustizia dove passa un emendamento di Forza Italia a cui il governo si era dichiarato contrario. Decisivo l’appoggio alla modifica dei Cinquestelle. Adesso il provvedimento rischia di tornare alla Camera e di non essere convertito entro il termine del 26 agosto. UN MAGISTRATO USA HA FATTO FALLIRE L’ARGENTINA di Lorenzo Misuraca a pagina 5 IL PERSONAGGIO «Giudice maledetto!» MEDIORIENTE ORA TOCCA A SADDAM HUSSEIN Storia di un duello Cadaveri eccellenti: tra Foucault e Said che traffico! ichel Foucault e Edward Said si conobbero e duellarono a lungo sul Medioriente. Said nel suo diario racconta di una convocazione ricevuta all’inizio del 1979 da altro ieri abbiamo pubblicato su questo giornale un articolo molto interessante di Antonio Ingroia, nel quale l’ex magistrato chiedeva che fosse revocato il 41 bis a Bernardo Provenzano. Sulla base di argomenti che io non condivido e tra poche righe dirò perché. Prima però vorrei trascrivere una frase che era all’inizio dell’articolo di Ingroia, e mi è parsa molto interessante, e sarebbe bello se non cadesse nel vuoto. Questa: «E’ possibile discutere fuori degli schieramenti militanti da tifoseria scalmanata sugli spalti, garantisti da una parte e antimafiosi dall’altra? Possibile aprire un dibattito serio e civile in cui ciascuno ascolti gli argomenti altrui e rispetti l’interlocutore senza insultarlo di essere, a seconda, bieco torturatore di poveri carcerati o complice dei mafiosi? Dopo tanti anni di tentativi a vuoto, nutro più di qualche scetticismo, ma ciò nonostante insisto». iò che la Fiat - che oggi tiene l’assemblea straordinaria degli azionisti per sancire la fusione con Chrysler - ha combinato in Italia è noto: dal 2008 circa il 50% dei suoi dipendenti è in cassa integrazione o contratto di solidarietà, quindi pagati da denaro pubblico per un importo simile a quanto gli azionisti si sono distribuiti in questi anni. Ha chiuso gli stabilimenti di Termini Imerese, la Cnh di Imola,la Iveco di Avellino, mentre a Pomigliano mantiene uno stabilimento in uno stato precario con 2000 persone senza prospettive. I modelli di auto di bassa cilindrata a partire dalla 500 in tutte le sue versioni vengono costruiti in Polonia,in Turchia, in Serbia. I piani di investimento annunciati e regolarmente mai applicati hanno portato la produzione di auto in Italia ad un terzo di quello annunciato. C Angela Nocioni e Giulio Sapelli a pagina 3 M L’ di Maurizio Zipponi segue a pagina 23 GAZA di Mattia Baglieri a pagina 14 di Piero Sansonetti segue a pagina 23 Cari Landini e Marchionne, dovete tornare a negoziare di Katia Ippaso a pagina 8 di Paolo Di Paolo a pagina 9 Caro Ingroia, i diritti contano più della legalità FIAT Lina Sastri: non mi piace quest’epoca di vanità La guerra su twitter come fosse una partita di calcio GIUSTIZIA E POLITICA Sartre e Simone de Beauvoir per una tavola rotonda a casa di Foucault e di come a lui parve una cosa meravigliosa. La riunione però andò male. Sartre e De Beauvoir erano ormai filoisraeliani, e anche Foucault, che proprio per questa ragione, pare, ruppe con Gilles Deleuze... di Lanfranco Caminiti segue a pagina 22 S addam Hussein, dopo essere stato impiccato il 30 dicembre del 2006, venne sepolto nel suo villaggio natale, al Awja presso Tikrit, accanto alla tomba dei due figli, Uday e Qusay, in un edificio della famiglia, trasformato in mausoleo. Almeno fino a ieri era ancora lì. Qualche agenzia di stampa riferisce voci ancora non confermate al quotidiano al Quds al Arabi secondo le quali la salma sarebbe stata spostata. ISSN 8109 0293 40801 9 778109 029000 venerdì 1 agosto 2014 2 lettere dal carcere UN LIBRO DENUNCIA DI LA CARA E CASTORINA CHE RACCONTA L’ORRORE ITALIANO Ogni società ha la prigione che si merita Pubblichiamo brani dell’introduzione del libro “Viaggio nelle carceri” che esce in questi giorni, edito da Eir in collaborazione con i Giovani democratici (pp.109, euro 14). Gli autori sono Davide La Cara e Antonio Castorina. Il libro contiene, tra gli altri, scritti di Laura Coccia, Roberto Giochetti, Rita Bernardini e un’intervista a esclusiva a Raffaele Sollecito di Davide La Cara e Antonio Castorina iamo partiti da una riflessione principale, il punto saldo è l’articolo 27 della Costituzione italiana: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». L’Italia, solo recentemente e su continui richiami da parte del presidente Napoletano, ha preso seriamente in considerazione il problema del sovraffollamento carcerario. Il presidente della Repubblica, garante della Costituzione che all’art. 27, appunto, prevede un trattamento carcerario umano e rispettoso dei diritti fondamentali, in un messaggio inviato il 7 giugno 2013 al capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la ricorrenza del 196° anniversario della fondazione della Polizia penitenziaria, ha auspicato «che il Parlamento e il Governo assumano rapide decisioni che conducano a dei primi risultati concreti». Non può essere perseguita la sola via dell’edilizia penitenziaria costruendo altre strutture di detenzione, ma necessita del supporto normativo di tipo sostanziale, processuale e penitenziario. Il sovraffollamento delle carceri non è solo un problema di risorse, ma mette in gioco la credibilità democratica del nostro paese. La magistratura di Strasburgo fa espresso riferimento al sovraffollamento e ai disagi che ne derivano, definendoli problema strutturale e sistemico. A fronte di una capienza complessiva di 48.309 unità, le carceri italiane ospitano a oggi 60.197 detenuti. In quasi tutti i penitenziari italiani si assiste a scene degradanti, con fino a 8 persone stipate in celle ideate per quattro o addirittura due. Le condizioni disumane hanno portato a varie sanzioni economiche da parte della Corte europea, non ultima la sentenza Torreggiani «che ha giudicato le condizioni dei detenuti una violazione degli standard minimi di vivibilità che determina una situazione di vita degradante». La Comunità europea ha stabilito che un maiale destinato al macello deve avere almeno 6 mq per muoversi. In Italia accade anche che i detenuti ne abbia- S mo meno di 3. Ogni detenuto, in queste condizioni, costa ai contribuenti 3500 euro al mese. Una bella somma in tempi di spending review, in cui si tende a ottimizzare la spesa pubblica tagliando un’importante quota delle strutture organizzative, con costi altissimi per i cittadini. La Corte europea dei diritti dell’uomo con la pronuncia del 27 maggio scorso, ha rigettato il ricorso dell’Italia avverso la sentenza emessa l’8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, che condannava il si- stema penitenziario nazionale per trattamento inumano e degradante inflitto agli ospiti delle strutture carcerarie. La Corte suprema dei diritti dell’uomo ha dichiarato incompatibile l’attuale situazione carceraria italiana con l’art. 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (proibizione della tortura e di trattamenti inumani o degradanti). Aspetti sottovalutati in Italia sono la malignità e ferocia prodotte dai media nella società nei confronti dei colpevoli o presun- ti tali. Una buona descrizione di questo processo può essere trovata nel libro Ogni società ha il carcere che si merita (AaVv), prodotto nella sezione di Alta sicurezza della struttura carceraria di Vibo Valentia L’INIZIO DELLA PENA Ogni pena intesa come limitazione dei diritti personali comincia con l’avvio di due operazioni parallele; le iscrizioni nel registro degli indagati e la relativa notizia data dai mass media. Due eventi che inaugurano l’avvio di due processi paralleli, uno che si svolge nelle aule giudiziarie; l’altro nella piazza mediatica. L’esecuzione della pena comincia da questo momento e si protrae per tempi lunghissimi. A prescindere dall’esito del verdetto emesso in sede giudiziaria, chi rimane impigliato nelle maglie dell’apparato giudiziario paga un prezzo troppo alto che non può trovare riparo né attraverso il risarcimento del danno per ingiusta detenzione o per le lungaggini procedurali. Facendo riferimento a Sorvegliare e Punire, testo di Michel Foucault che descrive l’umiliazione pubblica di un tale Damiens a cui si sommava la pena carceraria, nel libro ci si domanda: «La sofferenza fisica, il dolore del corpo non sono più elementi costituiti dalla pena. Se non è più al corpo che si rivolge la pena nelle sue forme più severe, su che cosa stabilisce allora la sua presa? Non è più il corpo è l’anima. Alla espiazione che strazia il corpo deve succedere un castigo che agisca in profondità del cuore, il pensiero, la volontà, la disponibilità una volta per tutte. Alla morte fisica è sostituita la morte civile». Il sociologo americano Gresham Sykes descrive il contenuto della pena carceraria ricercando gli aspetti dolorosi della stessa che indica in cinque generi di sofferenza: «Il primo genere di sofferenza riguarda la privazione stessa della libertà che si traduce, immediatamente, nel confinare l’agire di una persona all’interno del carcere. L’aspetto più doloroso è che sia perduta la libertà di intrecciare e serbare legami affettivi con familiari, parenti, amici, costituendo ciò ”una dolorosa privazione o frustrazione, in termini di perdita di relazioni affettive, solitudine e noia”. Distaccarsi, entrando in carcere, dagli anziani genitori con un abbraccio straziante, perché ognuno pensa che possa essere l’ultimo, non vuol dire soltanto lasciare il proprio cuore in quei luoghi che ti hanno visto nascere e crescere ma avere la consapevolezza che quel patrimonio fatto di memoria ed ancestrale amore, quel legame con le tue radici, lo hai perso per sempre anche perché, in ogni caso, nulla tornerà come prima. Il distacco dal proprio nucleo familiare, dai figli, dalla moglie, è uno strappo doloroso, acuto per tutti soprattutto per i familiari, vittime innocenti. Non hai perso la libertà di movimento e di azione, hai perso il calore di un rapporto affettivo, il tuo privato, la personalità, la tua immagine, la giusta considerazione degli altri. Ti pervade una pesante frustrazione, ti assale la solitudine, un muto dolore, l’ansia, la rabbia». attualità venerdì 1 agosto 2014 3 L’ARGERTINA È INSOLVENTE Default? No, è indipendenza dai Gringos A BUENOS AIRES IL GOVERNO MINIMIZZA LA PORTATA DEL FALLIMENTO E ATTACCA I “FONDI AVVOLTOI” E GLI USA. DIFFICILMENTE SI RIVEDRANNO LE RIVOLTE DEL 2001, MA IL PAESE VIVE GIÀ UNA FORTE di Angela Nocioni on è successo niente, l’Argentina va avanti da sola. Questo va ripetendo da ieri la presidente Cristina Kirchner al mondo. E questo ribadiscono i suoi amici qua e là, al governo in America latina. La mediazione dell’ultimo minuto non ha funzionato e Buenos Aires è tecnicamente in default. A mezzanotte di mercoledì sono scaduti i 30 giorni che il giudice newyorkese Thomas Griesa aveva concesso il 30 giugno all’Argentina per trovare un accordo con i fondi speculativi statunitensi che non hanno accettato la rinegoziazione (con lo sconto del 70% per cento) del loro credito. I fondi vogliono essere pagati per intero, come le leggi internazionali permettono, nonostante abbiano rastrellato quote di debito argentino andando a bussare a risparmiatori disperati dopo il default del 2001, quando cioè quei bonus erano cartastraccia. Hanno pagato 25 centesimi per ogni dollaro del valore nominale del titolo e ora, poco generosamente ma del tutto legittimamente, esigono essere rimborsati per intero. L’accordo non c’è stato e l’Argentina, per la seconda volta in 13 anni è costretta al default. Non erano ancora terminate le riunioni di mercoledì sera, le ultime possibili, e già l’agenzia di rating Standard and Poor’s annunciava la sospensione dei pagamenti di Buenos Aires. Poco dopo, in un’affollatissima conferenza stampa nel consolato argentino a Washington, il ministro dell’Economia, Axel Kicilloff, ha utilizzato grandi giri di parole per poter annunciare alla fine quello che tutti sapevano già: accordo impossibile. «I fondi avvoltoi vogliono un guadagno, rispetto all’investimento, del 300 per cento», si lamenta Kicilloff. Il ministro nega si tratti di un default, perché «l’Argentina ha pagato tutti quelli che doveva pagare, alle scadenze stabilite. È solo successo che un giudice americano ha bloccato in una banca americana i soldi che avevamo già depositato per pagare gli altri creditori». Ci spingono verso il fallimento e non ci riusciranno, dice Kicilloff. Molto polemico con le minimizzazioni della Casa Rosada il comunicato di Daniel Pollack, il mediatore imposto dal giudice Griesa. Pollack fa l’uccello del malaugurio, avvisa che «il default non è una N CRISTINA KIRCHNER semplice condizione tecnica, bensì un evento reale e doloroso che danneggerà le persone reali, inclusi tutti i cittadini argentini e i risparmiatori che hanno accettato in passato la ristrutturazione del debito e che non riceveranno i loro interessi, oltre ai fondi che non riceveranno i pagamenti». La possibilità dell’ultimo minuto era che i fondi accettassero l’offerta delle banche private argentine offertesi per un fondo di garanzia. Secondo indiscrezio- ni del quotidiano di Buenos Aires El cronista, le trattative su questa proposta si sono interrotte quando Kicillof ha definito «inaccettabile» per l’Argentina pagare i fondi speculativi più di quanto più di quanto sono stati pagati gli altri creditori. Nonostante la situazione abbia dei margini di imprevedibilità, la crisi del debito argentino non è confrontabile con la tragedia che ha vissuto il Paese nel 2001, quando decine di persone morirono in proteste di strada, i conti correnti furono congelati e il default fu drammatico. Questa volta la popolazione non è drasticamente contraria alla decisione di non pagare e le conseguenze della sospensione dei pagamenti dipenderanno da quanto rapidamente l’Argentina saprà inventarsi misure cuscinetto. La scommessa è che Cristina aspetti il 31 dicembre per cercare un nuovo accordo con i fondi. In quella data scade la clausola Rufo, la clausola che obbliga a estendere la migliore condizione contrattata a tutti i debitori. Ossia quella che potrebbe far trovare Buenos Aires di fronte a tutti i creditori, anche quelli con cui è stato concordato lo sconto del 70 per cento, che chiedono il rimborso totale. Dodici miliardi di dollari in tutto, la metà delle riserve internazionali argentine. Impossibile. Quali saranno allora le conseguenze immediate? La recessione attuale potrà peggiorare, l’inflazione (già al 50 per cento) potrebbe aumentare, saranno più cari tutti finanziamenti in dollari, quindi avranno problemi le imprese che hanno bisogno dei pezzi importati. E soprattutto saranno dolori per le amministrazioni locali, già indebitatissime, perché ora sarà sempre più difficile trovare denaro fresco a Buenos Aires. È questa la peggiore preoccupazione di Cristina. Per tener buoni i governatori alleati, i soldi servono. PARLA GIULIO SAPELLI «Un giudice non può mettersi in testa di giudicare l’economia» di Francesco Pacifico iulio Sapelli è convinto che le basi del default argentino le hanno messe i Kirchner il defunto Nestor, l’attuale presidente Cristina -, quando «hanno tassato i produttori di carne. Pensavano di finanziare l’altissimo assistenzialismo, invece hanno distrutto la purezza della vacca argentina. Hanno imposto balzelli sulle esportazioni per far abbassare i prezzi, ma i padroni hanno preferito uccidere gli animali e trasformare i pascoli in campi di soia». Sapelli, storico ed economista, ha studiato e viaggiato per l’America latina per almeno 40 anni. E ama Buenos Aires. «Manco da due anni. Finche c’è la Kirchner, non ci tornerò più. Ma credo che passerà ancora del tempo. Questa vicenda la rafforzerà». G Sapelli, l’ha sorpresa il default? Assolutamente no. Mi ha sorpreso la crescente tendenza della magistratura nel voler giudicare l’economia. È un po’ come avvenuto da noi, quando un giudice si è messo in testa di poter sequestrare la tesorieria di un grande azienda (l’Ilva, ndr). L’America come l’Italia? In America c’è una forte ripresa dell’attività giudiziaria sulle realtà finanziarie. Tutte ispirate alla grande tradizione contro il corporate crime, alla teoria di ”fare deserto” intorno ai malfattori. Ma quello è il Paese delle grandi istituzioni democratiche e dei giuristi che sanno riequilibrare questa tendenza. Da noi, dopo la morte di Santi Romano e Capotosti, non c’è nulla di tutto questo. Assolve gli hedge fund? No, sono la prova che la finanza è complementamente impazzita. Ma questo è normale quando l’autorità politica non riesce a impedire che l’economia sia decisa da manager capaci di guadagnare soltanto con le stock option. Sembra di rivivere le gesta di Gordon Gekko. Questi gli Usa. Ma l’Argentina? L’Argentina vive in un mood iperperonista, che si è sviluppato con i Kirchner. Un peronismo diverso dalla tradizione. Che ha perso quella somma di endiadi che ha accompagnato Peron fino a Menem e che io chiamo “neoliberismo-populista”. Dopo il “neoliberismo-populista”? Siamo in fase di neopatrimonialismo, di assalto a quello che rimaneva dello Stato. I due hanno portato il partito giustizialista verso posizioni iperprotezioniste attraverso l’interventismo statale. Nestor non è andato oltre la nazionalizzazione della società intermedia, come avvenuto con i fondi pensione. Cristina ha nazionaliz- «LA VERA COLPEVOLE È LA KIRCHNER. HA DISTRUTTO IL TESSUTO IMPRENDITORIALE PUR DI FARE ASSISTENZIALISMO E HA UMILIATO IL CETO MEDIO» zato gli asset di Repsol in Argentina e ha persino venduto le riserve del Banco Central. Il risultato? La spesa non è andata più agli investimenti, ma verso agli esclusi. I piqueteros, il movimento dei disoccupati che con operazioni di violenza impongono alle aziende di vendere i beni a prezzo politico, hanno ottenuto una sorta di salario statale. Si ricorda l’ultimo default? Io ero a Buenos Aires nei giorni della crisi apicale del 2001. Ho visto alzarsi in volo con i miei occhi l’elicottero con il quale l’allora presidente radicale Fernando De la Rua lasciava la Casa Rosada. E con lui il collante che teneva unita l’Argentina all’Europa. Mentre tutt’intorno la polizia caricava la folla. Avremo le stesse rivolte? Non succederà nulla. Certo Buenos Aires, che era una delle città più sicure al mondo, diventerà più violenta. Ma il popolo è stanco, è scoraggiato, preferisce starsene a casa che scendere in piazza. Le parti intellettuali sono state umiliate e perseguitate. Ma la creatività del ceto medio resta un patrimonio. Come in Italia. Le borse sono in fibrillazione. Perché. Dopo la faccenda Repsol, gli investitori internazionali se ne erano già andati. È tutto da rottamare? Il popolo argentino, nel silenzio generale, ha realizzato cose molte positive. Penso alle fabbriche autoge- stite, circa 4mila ex imprese fallite, dove cooperative di operai disoccupati si sono unite a spa di ex manager per tenere in piedi il manifatturiero del Paese. Ci sono migliaia di casi di economia di relazione, come le banche del tempo. Alternative alla Kirchner? Sì, ma resterà al potere. Hermes Binner, governatore di Santa Fé, ha portato il partito socialista a prendere il 14 per cento. Cosa inaudita per l’Argentina. La figura più interessante resta Mauricio Macri, il governatore di Buenos Aires. Non escludo che la Kirchner, nella migliore tradizione peronista, scatenerà una politica di repressione straordinaria verso le opposizioni. Lì non si fa molta fatica ad inventare un processo o ad autorizzare intercettazioni. Cina e Russia la aiuteranno? Ho i miei dubbi. La Cina guarda all’area per la spasmodica ricerca di risorse. Ma non so che apporto potrà dare dopo l’arresto di Zhou Yongkang. Che non è soltanto il capo della polizia segreta, ma colui che spinto all’estero le aziende cinesi. La Russia, impegnata sul fronte ucraino, credo abbia altre priorità. Ha conosciuto la Presidente? L’ho vista una volta. Non mi piace, è la degna erede dell’ultimo Peron. Donna molto intelligente, grande combattente, anche se malata di tumore. Era il cervello di casa anche quando era vivo il marito. I suoi ministri sono stati accusati di corruzione, i consensi scemano anche negli ambienti più popolari, ma lei controlla sempre il Parlamento. politica venerdì 1 agosto 2014 PASSA IL CUORE DELLA RIFORMA LEGGE ELETTORALE di Riccardo Paradisi Il nuovo Italicum secondo Matteo ’opposizione urla, il convoglio passa». Così il senatore Pd Giorgio Tonini, uno dei più convinti sostenitori della riforma costituzionale, fissa con un’immagine che sembra tratta dagli aforismi sufi, la situazione del Senato. Dove l’opposizione, in una giornata più particolare delle altre, prima mette sotto la maggioranza grazie a un emendamento della Lega con il voto segreto poi capitola sull’emendamento principe della strategia guastatrice: quello sulla riduzione del numero dei deputati alla Camera. Lega, movimento Cinque stelle e Sel, confidavano che anche questo emendamento venisse fatto votare a scrutinio segreto investendo ancora nell’apporto dei franchi tiratori che già avevano tradito la maggioranza facendo passare con 154 voti contrari e 174 favorevoli l’emendamento leghista della mattina che accorpava salute e rapporti tra coniugi nel matrimonio con le competenze sul nuovo Senato. Ma non è sempre primavera. Il nuovo emendamento viene scorporato dall’allegato sulle minoranze linguistiche con il quale poteva passare il voto segreto perché su quel tema si è già votato. E a scrutinio palese l’opposizione torna sotto. E perde. Perde la regina di tutte le battaglie. Perde anche la pazienza, tan- «L lzare soglia premio, preferenze, soglie sbarramento coerenti» introdurre «dei correttivi alla legge elettorale in Senato», ma «lavorando insieme ai contraenti il Patto». Parlando alla Direzione del Pd, Matteo Renzi spiega nel merito che le modifiche individuate per la legge elettorale uscita dal patto del Nazareno. Il premier parla della necessità di alzare un po’ la soglia con la quale far scattare il premio di maggioranza e della possibilità di introdurre le preferenze anche tornando indietro sulla tradizionale posizione del Pd. Modifiche previste anche sulle soglie di sbarramento che potrebbero essere ritoccate verso il basso. Renzi dunque conferma i retroscena di questi giorni che davano per imminente una revisione concordata con Forza Italia del patto del Nazareno sotto la regia revisionista di Denis Verdini. Revisione che contempla i seguenti punti: preferenze con capolista bloccato in tutte le cento circoscrizioni, abbassamento dello sbarramento dal 4,5 al 4% e innalzamento al 40% per incassare il premio di maggioranza. Renzi difende il patto del Nazareno non solo per il contenuto che ha partorito ma anche per il metodo: «Il patto del Nazareno è un atto parlamentare - dice il premier alla direzione nazionale del suo partito - non è un patto ma un atto. Quando vedo alcuni nostri dirigenti che dicono cosa c’è sotto, mi preoccupa la forma mentis. Quella di dire che non stiamo dicendo la verità. Di dire: sotto sotto vi stanno prendendo in giro. E’ un errore che stiamo facendo su noi stessi» Le colonne d’Ercole dell’Italicum, poste a guardia del patto d’acciaio tra Pd e Forza Italia sulla riforma del Senato, cominciano dunque a muoversi. La legge elettorale venuta fuori dall’accordo del Nazareno, intoccabile fino ad oggi, è destinata a subire modifiche significative. C’entra la situazione del Senato e la navigazione del ddl Boschi che il premier vorrebbe agevolare ammorbidendo le opposizioni. E c’entra il fatto che Berlusconi ha necessità di coinvolgere Ncd, Lega e Fratelli d’Italia in un processo di ricomposizione del centrodestra in vista della prossima competizione elettorale. D’altra parte il fatto che la maggioranza in Senato è andata sotto su un emendamento della Lega a voto segreto è la dimostrazione che nei ranghi di Pd e Forza Italia, a parte i disLA MAGGIORANZA sidenti palesi, s’annida un esercito di franchi tiratozione di fare la VA SOTTO SU ri proni, in pubblico, ai diktat dei leader ma pronti fine di Veltroni UN EMENDAMENTO a scattare come molle e a colpire con le opposizioo dello stesso ETICO. MA POI SENZA ni ogni volta sia loro consentito dall’anonimato. Il Bersani». IL VOTO SEGRETO principale movente del voto in dissenso vibrato nelIl punto coVIENE BOCCIATO l’ombra è quello di mandare un messaggio di protemunque è che IL TAGLIO sta ai rispettivi vertici dei propri partiti rispetto a la riforma va DEI DEPUTATI, una legge elettorale che per come è stata concepita avanti e questo L’ARMA LETALE conferma alle segreterie un potere praticamente asincoraggia DELLE OPPOSIZIONI soluto sulla decisione dei parlamentari da candidal’azione del governo: «Possore e da eleggere. La non elettività del Senato – avalno inventarsi lata in commissione e bocciata mercoledì scorso da tutte le scappatoie di questo un voto palese in aula – è in buona sostanza un mondo - incalza Renzi - ma pretesto, la bandiera nobile sotto la quale si hanno finito il loro tempo. Il consuma una battaglia di cabotaggio politico mio appello è alla calma, la più mediocre. La condotta dell’opposizione serenità, alla tranquillità. che ha eretto una diga di ottomila emendaUna alla volta le infiliamo menti contro la riforma non si spiega altritutte. E noi non molliamo menti: Sel, Movimento Cinque stelle, Lega – rispetto alle provocazioni». che peraltro ha in Calderoli un relatore del Anzi il governo pensa di far ddl Boschi – punta a rendere più morbida la proseguire i lavori dell’aula maggioranza sulle soglie di sbarramento e i Senato anche nei giorni di fervincoli di coalizione. Nichi Vendola conferma ragosto; un vero e proprio assequesta lettura rispondendo così a chi gli chiede dio giocato sulla resistenza e la un’intepretazione sui segnali da guerra di nervi. parte del governo sulla legge eletTra i fastidi il premier mette in NEL NUOVO torale: «Non vorrei finire come conto lo scherzo dei franchi tira- ACCORDO Montezuma che, scrutando le tori anche se dal Pd tendono ad TRA PD E FORZA stelle alla ricerca di segnali finì attribuire maggiori presenze di ITALIA prigioniero nel suo stesso casteltraditori in casa berlusconiana. L’APERTURA lo, di Fernando Cortes». Ma non Dai conteggi che si fanno a Palaz- ALLE PREFERENZE, tutti dentro il Pd sono d’accordo zo Madama i franchi tiratori che L’INNALZAMENTO sulle aperture di Renzi rispetto alhanno approvato l’emendamento DELLE SOGLIE. le preferenze. «Esaltare la prefeCandiani sono 40. Resteranno UN SEGNALE RIVOLTO renza - dice Roberto Giacchetti nell’anonimato, pronti a colpire A SEL, LEGA, NCD non è nella storia del Pd. Vorrei alla prossima occasione. E consiavere il diritto di fare la mia batderata la loro accortezza potrebbe taglia all’interno del partito sui RENZI anche darsi che supereranno a MATTEO collegi plurinominali. Solo dopo sarò disponibile, FABIO CIMAGLIA pieni voti di esibita fedeltà le se- SILVIO per avere una legge elettorale, al compromesso che lezioni per le prossime candida- BERLUSCONI sono le preferenze. Ma alzare come nostro punto di ROBERTO ture nelle liste che continueranno MONALDO ingresso nella trattativa la bandiera delle preferenze a essere compilate nelle stanze alè una cosa assolutamente astrusa». te dei partiti. (Ric.Par.) «A Senato, il governo perde una battaglia ma vince la guerra to che a fine giornata inscena una protesta violenta nell’aula del Senato. La diatriba voto segreto-voto palese caratterizza i lavori dell’Aula per l’intero pomeriggio ma si rivela inutile la richiesta rivolta al presidente Grasso, corredata dai soliti rituali insulti di servilismo, di invalidare il voto. Niente da fare, ”il convoglio passa” come dice Tonini. L’imbarazzo della maggioranza per il voto della mattina, per la presenza dei franchi tiratori annidati tra le proprie file, lascia il passo alla soddisfazione d’avere ormai superato il guado. Il governo riporta qualche ferita ma la riforma è praticamente intatta rispetto al testo uscito dalla commissione Affari costituzionali. In fondo ha ragione il senatore Pd Nicola La Torre: «La vera notizia di cui nessuno parla è che con l’approvazione dell’articolo 1 della riforma del Senato, che di fatto abolisce il bicameralismo perfetto, è passato il cuore della riforma». E’ passato con un voto ampio sottolinea La Torre anche se si potrebbe replicare che il voto era palese. Tuttavia è vero che l’enfasi data alla scivolata della maggioranza fa passare in secondo piano il fatto che le opposizioni hanno esaurito le munizioni più deflagranti che potevano sparare: quella sull’elettività del Senato e l’altra sulla riduzione del numero dei deputati. Mentre la maggioranza mette a segno, grazie alla regola del Canguro e lo spacchettamento degli allegati il respingimento degli emendamenti più insidiosi. Machiavellismi parlamentari ma non sono di natura diversa gli emendamenti presentati dall’opposizione per minare il terreno della riforma. Anche il voto dove la maggioranza è andata sotto «non intacca le fondamenta della riforma - come nota Luciano Pizzetti, sottosegretario ai rapporti con il Parlamento - il fatto che il nuovo Senato delle Regioni e dei Comuni si possa occupare di diritto alla salute dei cittadini è comunque compatibile con l’impianto della riforma». Anche Renzi in direzione nazionale Pd sdrammatizza: è certamente ”negativo”, ammette in riferimento all’infortunio della maggioranza, ma non si può parlar di ”remake dei 101” - i traditori di Bersani - e alla Camera si valuterà se correggere di nuovo la riforma del Senato o no. Renzi non nasconde comunque la sgradevolezza della situazione: «Naturalmente lascia l’amaro in bocca che non ci sia il coraggio di dire come la si pensa. Qui nessuno di noi espelle nessun altro. Si è discusso, si sono fatte assemblee dei senatori. Ovviamente il Pd non è un partito anarchico». E che il Pd è un partito con un vertice operativo e decisionale sarà dimostrato abbastanza presto, quando «Renzi avrà modo di rifarsi compilando le liste delle prossime elezioni politiche» dice qualcuno malignamente nei corridoi del Nazareno durante la direzione, rivelando che l’ex sindaco di Firenze «non ha nessuna inten- 4 politica venerdì 1 agosto 2014 5 «NEL PD NON C’ERA PARTECIPAZIONE NEANCHE PRIMA» Cacciari: «O Renzi o l’apocalisse» doveva portare a casa qualcosa e sapeva che questa è l’unica cosa su cui poteva votare insieme a Berlusconi. Su temi come l’economia, il fisco, l’evasione, sarebbe stato più difficile trovare un accordo. Però intanto la partita aperta è Della fase ”istituzionale”, a dire il quella delle riforme del Senato e vero abbastanza contraddittoria, della legge elettorale. Tifa per il del Movimento 5 Stelle che giudipremier? zio dà? Spero che Renzi ce la faccia, se no Il M5S è ancora qualcosa di poco ci sarebbero presto le elezioni e leggibile, al momento sembra ancoquesto sarebbe drammatico per un ra essere sostanzialmente un movipaese sfasciato. mento di protePoi che Renzi sta e nient’altro. abbia affrontato SECONDO Se Renzi non le riforme in un L’EX SINDACO supera lo scomodo dilettanti- DI VENEZIA, LE RIFORME glio delle riforDEL PREMIER SONO stico è vero. me dovrà fare i L’ULTIMA SPIAGGIA. conti anche con E SULLE CRITICHE:«CHI In che senso? loro. Se si anSi è mosso con SE NE FREGA DI SEL dasse ad elezioun analfabeti- E DELL’OPPOSIZIONE ni, con il centrosmo politico, DEM, SONO IL SUO destra sfasciato, giuridico, istitu- ULTIMO PROBLEMA» il rischio è una zionale. Del recorsa a due tra sto, la CostiRenzi e Grillo. E tuente era composta da persone che a quel punto chi vivrà, vedrà. si chiamavano Fanfani, Amendola… mentre la classe politica attua- Sono davvero a rischio le alleanze le è quella che è. Detto questo, non locali tra Pd e Sel? è neanche tanto colpa di Renzi. Con Chi se ne frega di Sel. Gli ultimi Berlusconi che accordo vuoi che fa- problemi al mondo per Renzi oggi cesse a livello strategico? sono l’opposizione interna e Sel. Intanto, però, l’atteggiamento del premier e dei suoi mette a dura prova gli equilibri interni del partito con le altre correnti. Renzi ha stravinto, ci vorrà un tempo molto lungo perché le opposizioni mettano il collo fuori, ammesso che ce l’abbiano ancora. di Lorenzo Misuraca hi se ne frega». Massimo Cacciari, filosofo, politico, ed ex sindaco di Venezia, riassume con questa espressione, il giudizio di irrilevanza che attribuisce a tutte le critiche al decisionismo di Renzi, ritenuto l’ultima spiaggia per questo paese. «C Cacciari, da settimane non si fa altro che parlare dell’autoritarismo di Renzi, vero o presunto. Lei che idea s’è fatto? Autoritarismo è una parola sovradimensionata rispetto a quello che sta accadendo. I temi in discussione in Parlamento sono tutt’altro che decisivi per il futuro di questo paese. Quali sono i punti decisivi, invece? La questione sociale, economica, le politiche del lavoro. Perché, secondo lei, con tutte le questioni prioritarie aperte, il presidente del Consiglio ha iniziato da queste riforme? È partito da questo punto perché Dove sono le mine pronte ad esplodere? C’è il voto segreto, c’è il fronte europeo. Le variabili sono tantissime. Le guerre a volte arrivano anche se nessuno le vuole. Ma lei non pensa che con il suo estremo decisionismo, alla lunga, Renzi rischi di desertificare il partito? Di rendere ininfluente il desiderio di partecipazione e allontanare i militanti? Ma che partecipazione c’era prima? Il Pd non esiste come militanza, come partecipazione. È solo un gruppo di persone che vagava in cerca di un capo che li portasse fuori dal pantano. Dopodichè Renzi può fallire anche se non ha avversari. Pensa che quantomeno sulla stagione della sinistra manettara proliferata in funzione antiberlusconiana, si possa finalmente mettere un punto? Chi se ne frega anche di questo. Sì, sicuramente è stata una sciagura per la sinistra schiacciarsi sulle posizioni della magistratura, nonostante Berlusconi abbia le sue colpe. Ma sono cose passate in giudicato, quello che conta è cosa succederà nei prossimi mesi. Mi lasci indovinare… l’importante è che Renzi porti a casa le riforme. A di là che si sia di destra o di sinistra, l’unica speranza di questo paese è che Renzi ce la faccia, e in modo da potersi occupare dopo delle questioni sociali ed economiche. Se si andasse al voto anticipato sarebbe un disastro. AI CAPIGRUPPO LA MINACCIA DI CHIAMARE GLI AGENTI. È BAGARRE! In Aula scoppia la rivolta delle opposizioni Grasso vuole la polizia scoppiata a tarda sera la rivolta delle opposizioni in Aula. A scatenare la dura protesta è stata un’affermazione che il presidente del Senato avrebbe pronunciato durante la riunione dei capigruppo del pomeriggio. Secondo l’Agi, che ha riportato per prima la notizia, confermata da altre fonti parlamentari, Pietro Grasso avrebbe ventilato l’intervento delle forze di polizia in caso di tumulti in Aula. Immediata la replica dell opposizioni, che hanno così abbandonato la riunione. Seguendo l’esempio di Vito Petrocelli, portavoce 5 stelle al Senato, che era uscito dalla riunione ancora prima: «Dopo circa 30 minuti dall’inizio della capigruppo ho deciso di abbandonare la riunione perchè ritengo che non sia opportuno prestarsi a questa finzione - ha È detto Petrocelli «L’unico motivo per cui avevo preso parte alla capigruppo è per avere una risposta da Grasso che era stata inevasa in Aula». La risposta riguardava la possibilità da parte del senatore leghista Candiani di ritirare il suo emendamento sulla riduzione dei deputati e ripristinarlo, in modo da sperare nel voto segreto. Già di mattina si era capito che la giornata sarebbe stata infuocata. Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, aveva indirizzato una lettera al presidente del Senato, Pietro Grasso, con cui l’accusava: «In questi giorni in Senato l’ho vista abdicare totalmente al suo ruolo istituzionale di padre del dibattito parlamentare, che esiste in qualsiasi ordinamento democratico. Ieri ho visto Piero Grasso trincerarsi dietro il voto dell’Aula per non assumersi alcuna responsabilità». Il riferimento del cinquestelle è, nello specifico, alla decisione di metterà a votazioni anche decisioni delicate, come l’accorpamento di migliaia di emendamenti (il cosiddetto canguro) e lo spacchettamento sul voto segreto. Continua dunque l’Aventino grillino dopo la fase di distensione dovuta al tavolo aperto sulle riforme. In teoria i cinquestelle potrebbero ritornare a trattare sulle preferenze nella nuova legge elettorale, dopo l’apertura di Renzi, ma al momento tornare a confrontarsi via streaming con i grillini sembra l’ultimo pensiero del premier. Anche per questo, il M5S prepara il ritorno in piazza, che si svolgerà la prossima settimana. Tra lunedì e martedì annuncerà la forma del ”Parla- mento in piazza” evocato da ro. Non abbiamo bisogno di esGrillo. Di sicuro si svolgerà a sere ricattati». Renzi, dunque, Roma in due momenti. Proba- salva le alleanze in corso ma bile un gesto eclatante dentro il mette in discussione la corsa Palazzo, coordinato con alle regionali. Secondo voci inun’azione di piazza. terne al Pd, starebbe stressando Sul fronte Sel, dopo le recipro- la discussione perché sa che in che minacce di rescindere le al- alcune regioni che andranno al leanze a livello locale a causa voto, come l’Emilia-Romagna, dell’aspra battaglia in Senato, Sel è divisa e parte del partito Renzi ha mandato parole chia- è tentato di spostarsi con i dem. re a Vendola, durante l’inter- Alle parole del premier risponvento conclusivo alla direzione de a stretto giro Nicola FratoPd di ieri sera: «Se tra noi c’è ianni, coordinatore nazionale qualcuno che dice che di Sel: «Renzi continua sul terdobbiamo andare al voto in un reno della propaganda. Non abComune perchè siamo in mag- biamo mai parlato di stupro gioranza con della demoSel è matto, a crazia né di meno che non GIORNATA DI FUOCO pre-fascismo. ci siano que- PER LE OPPOSIZIONI. Ma se ritiene stioni locali». DI MAIO che opporsi a Ma ha anche ”DELEGITTIMA” una riforma aggiunto: «Ri- GRASSO. IL PREMIER che crediamo guardo al fu- A VENDOLA: sbagliata preturo, un ac- «SE IO SONO cluda future cordo politico FASCISTA, NIENTE alleanze, procon qualcuno ALLEANZE». vi a vincere da accusato di FRATOIANNI (SEL): solo le elezioaver stuprato «FACCIA PURE» ni. Mi limito a la Costituzioricordargli, ne, emblema con tutto il ridi una deriva autoritaria, che spetto, che senza Sel il premio vuole un modello pre-fascista di maggioranza alla Camera saio non lo farei. Se pensano di rebbe andato a Berlusconi e noi questo - ha continuato - va- che in diversi Comuni e Regiodano per i fatti di loro, stiano al ni siamo stati determinanti per loro posto: vinceremo le elezio- la vittoria del centrosinistra». ni regionali anche senza di lol. m. politica venerdì 1 agosto 2014 6 EMENDAMENTO FORZISTA PASSA CON I VOTI M5S, CONVERSIONE A RISCHIO Vacilla il decreto detenuti governo battuto al Senato mettersi alla commissione. Al che il viceministro alla Giustizia che segue i lavori per il governo, Enrico Costa di Ncd, dà parere negativo alla proposta dei forzisti. E certo. Perché buona o cattiva che sia, renderebbe inevitabile il ritorno del decreto alla Camera, con conseguente rischio di decadenza. Casson a quel punto asseconda la prudenza del viceministro, ma è troppo tardi. I due centristi si sono già fatti persuadere dalle perplessità di Nitto Palma. E votano a favore: 7 a 6 e palla al centro. Beppe Lumia, custode dell’ortodossia pd in commissione, dichiara in una nota tutto il suo disappunto per la sbandata di Susta. Casson precisa a sua volta che il senatore di Scelta civica è l’unico voto organico alla maggioranza venuto meno. E Enrico Cappelletti, capodelegazione M5S, rivendica la bordata assestata all’esecutivo: «Abbiamo ritenuto di dare il nostro contributo, per quel che era possibile, a un voto che può affossare il governo. E che segnala il solito vizio di affrontare le questioni in modo improvvisato, anziché con rimedi veri». Diagnosi impietosa, ma probabilmente veritiera. Lo dimostra il pare contrario dato proprio sul decreto detenuti dal plenum del Csm, secondo cui è ”incongruo” il ”risarcimento” di 8 euro per chi è recluso «in condizioni inumane e degradanti». Sia perché un giorno di semilibertà (e non di carcere in una cella sovraffollata) vale 30 volte tanto, secondo la legge italiana, sia perché in questi ”risarcimenti” non c’è gradualità. Sono tesi che l’Unione camere penali e Radicali italiani sostengono dal varo del provvedimento. «Il rischio che non venga convertito a questo punto è elevato», dice Rita Bernardini, «e si configurerebbe una vera e propria presa in giro da parte del governo italiano nei confronti del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. quest’ultimo sarebbe l’organismo che deve verificare il rispetto della sentenza Torreggiani da parte del nostro Paese. E’ vero che ci è stato concesso tempo fino al 2015 per ottemperare a tutte le prescrizioni della sentenza», fa notare il segretario di Radicali italiani, «ma questa fiducia si basava anche sull’impegno del ministro Orlando a varare un provvedimento che avrebbe assicurato effettivi e idonei risarcimenti. Ora, già non sono idonei come ha rilevato pure il Csm, forse non saranno neppure effettivi se il decreto non sarà convertito. Vuol dire che a breve invierò un nuovo dossier al Comitato dei ministri, per spiegare ai membri dell’organismo che sono vittime di una vera e propria presa per i fondelli da parte del nostro esecutivo». Scivolone che arriva su un tema, come quello delle carceri, sul quale l’Italia, di pessime figure, ne ha già collezionate troppe. gnazione degli incarichi; altra cosa, ben diversa sono i veri e propri organi costituzionali -Parlamento, Governo, presidente del Consiglio, Corte costituzionale, capo dello Stato - i quali soltanto sono abilitati a formare e ad esprimere la volontà politica del popolo sovrano, ciascuno nel proprio ambito di competenza. Questo dunque l’originario e sapiente disegno dei nostri costituenti. Tuttavia, da qualche decennio a questa parte il Consiglio superiore ha espanso la sfera delle proprie competenze, anche grazie all’insulsa debolezza dei governi e dei parlamenti che si sono succeduti negli ultimi anni, finendo con l’assumere il ruolo inedito e istituzionalmente devastante di Terza Camera (ed ecco perché si accennava poco fa al tricameralismo). Si pensi infatti che il Csm è chiamato in causa per dire la sua tutte le volte in cui si tratti di introdurre modifiche anche limitate al codice di procedura penale, al codice di procedura civile, all’ordinamento penitenziario, all’ordinamento giudiziario, per non parlare poi naturalmente delle vere e proprie riforme di carattere istituzionale. La storia recente ci dice infatti che il Consiglio superiore non solo riesce a paralizzare qualunque ipotesi di riforma non gradita e cioè quelle che le correnti della Magistratura che lo compongono non desiderano siano realizzate, ma si fa anche parte attiva nel senso cioè di proporre nuove soluzioni di riforma che invece siano gradite alle più forti fra le correnti. In questo modo, il Csm non solo influenza pesantemente l’esercizio della giurisdizione, ma contribuisce anche alla formazione della volontà politica delle due camere parlamentari, ponendosi accanto ad esse non solo come terza camera consultiva, ma anche come camera propositiva e ostativa, e perciò indirettamente dotata di funzione deliberante. Ne viene che se gli enormi sforzi del Governo per abolire il Senato andranno a buon fine, nonostante mille trabocchetti e difficoltà, l’esito non sarà quello desiderato, cioè la presenza di una sola camera, ma sarà ancora una volta un bicameralismo: certamente non manifesto, bensì mascherato, benché palese agli occhi di chi sappia guardare le cose come stanno. Povero Renzi! La vera riforma sarebbe non abolire il Senato, ma ricondurre il Consiglio superiore nel suo rigoroso perimetro costituzionale. Dubito che ciò sarà mai possibile. di Errico Novi arà che è nato sotto una cattiva stella, con quella maldicenza che l’ha subito (e ingiustamente) ribattezzato ”decreto salva-Galan”. Fatto sta che il dl detenuti varato in gran fretta dal governo a fine giugno rischia di andare a sbattere contro un muro. Cosa che sarebbe praticamente sicura, se l’aula di Palazzo Madama non riuscisse a riportare il testo alla versione approvata pochi giorni fa dalla Camera. Quell’articolato infatti da ieri pomeriggio risulta S ALTRO INCIAMPO DOPO IL PARERE NEGATIVO DEL CSM SUL RISARCIMENTO DI 8 EURO. «LA NORMA È UNA PRESA IN GIRO, INVIERÒ UN ALTRO DOSSIER AL CONSIGLIO D’EUROPA», DICE RITA BERNARDINI modificato. L’alterazione è frutto del voto con cui la commissione Giustizia ha soppresso una norma relativa ai Tribunali di sorveglianza. O l’aula pone rimedio, dunque, all’insubordinazione, oppure il decreto dovrà tornare a Montecitorio in seconda lettura. Con il fortissimo rischio che i deputati non riescano a licenziarlo entro il 28 agosto, data di scadenza del provvedimento. Ad essere passata non è una modifica di quelle che stravolgono l’impianto. Si tratta infatti di una norma minore, che avrebbe consentito di colmare eventuali vuoti nell’organico dei Tribunali di sorveglianza anche con magistrati appena vincitori di concorso, ancora non ”bollinati” cioè dalla prima valutazione di professionalità. Reclute inviate al fronte della complicatissima questione carceri, insomma. Una scorciatoia architettata per fronteggiare un deficit di giudici difficilmente rimediabile in tempi stretti. Ma pur sempre una forzatura. Succede che a prendere l’iniziativa siano i senatori forzisti della commissione: Giacomo Caliendo ed Elisabetta Alberti Casellati, insieme con Francesco Nitto Palma, che della commissione è anche presidente. Il loro emendamento sopprime la norma. Trovano man forte, come è prevedibile, nella Lega. Ma anche nel Movimento Cinquestelle, a riprova che sui temi della giustizia, e in particolare al Senato, c’è spazio per l’imprevedibile alleanza tra berlusconiani e grillini. A loro si aggiungono due centristi: Tito Di Maggio di Per l’Italia, gruppo di cui fanno parte i senatori dell’Udc, e Gianluca Susta, piemontese di Scelta civica. E’ la tempesta perfetta: sono 12 voti, quelli della maggioranza restano in 7. Poi ci sono 4 astenuti, di cui 2 del Pd, che al Senato valgono come voto contrario. In tutto fa 11. Troppo poco. E come si può sostenere che al deragliamento non contribuiscano i dubbi dello stesso relatore, il democratico Felice Casson? Il quale, ascolta le ragioni con cui Nitto Palma e gli altri presentano l’emendamento e decide inizialmente di ri- VA RIPENSATO IL POTERE DEL CSM I magistrati terza Camera (non eletta) del nostro sistema di Vincenzo Vitale a parecchi anni in Italia si discute il bicameralismo, il quale viene criticato soprattutto perché “perfetto”, vale a dire tale che ciascuna delle due camere gode degli identici poteri dell’altra. Molti vi hanno visto così una duplicazione di funzioni, tanto inutile, quanto dispendiosa, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista politico. Infatti, anche i più accesi sostenitori del bicameralismo perfetto non possono negare che la defaticante spoletta con cui ogni disegno di legge per lunghi mesi naviga fra le due camere rappresenta un costo finanziario e politico troppo elevato, e che oggi non ci si può più permettere. Ecco dunque la reale motivazione per cui il governo Renzi dal momento stesso della sua nascita si è posto l’obiettivo dichiarato e irrinunciabile se non di abolire completamente il Senato, almeno di ridimensionarne in modo considerevole le potestà costituzionali, allo scopo ultimo di fare della Ca- D mera dei deputati l’unica assemblea legislativa del nostro sistema. Intento lodevole certamente, e tuttavia tale che non si può fare a meno di considerare oggi una vera e propria fatica di Sisifo. Quanto appena detto diviene comprensibile sol che si consideri come il nostro sistema costituzionale da alcuni anni a questa parte invece di essere, come molti ritengono, un bicameralismo, sia in effetti un “tricameralismo”. E quale sarebbe codesta fantomatica Camera che si colloca accanto alle due più conosciute? Alcuni l’avranno già intuito: si tratta del Consiglio superiore della magistratura. È osservazione ormai risaputa, infatti, che da diversi anni a questa parte il Consiglio Superiore prima insensibilmente e poi in modo sempre più marcato ha esorbitato dal perimetro istituzionale all’interno del quale lo collocava il disegno della nostra carta costituzionale. Esso venne pensato dai costituenti semplicemente come l’organo di autogoverno di quello che non era neppure un potere dello stato, ma soltanto un ordine: la magistratura. Si trattava insomma di un organo di semplice amministrazione, per quanto elevata. In nessun caso il Consiglio poteva essere assimilato ai veri e propri organi di rango costituzionale, limitandosi i più be- ALTRO CHE SENATO: NON C’È MODIFICA DELL’ORDINAMENTO DELLA GIUSTIZIA CHE NON PASSI ATTRAVERSO IL CONSIGLIO SUPERIORE nevoli dei commentatori a vederlo come organo di semplice rilevanza costituzionale. Come dire insomma che una cosa è il Consiglio superiore, destinato a governare l’organizzazione giudiziaria, il funzionamento degli uffici, le vicende di carattere disciplinare, le richieste di promozione e di trasferimento, l’asse- politica venerdì 1 agosto 2014 7 IERI L’ULTIMO GIORNO DI PUBBLICAZIONI Lacrime e rabbia E la speranza di rinascere INIZIA UNA LOTTA CONTRO IL TEMPO PER EVITARE IL FALLIMENTO. OBIETTIVO FAR TORNARE IL QUOTIDIANO NELLE EDICOLE CON UNA LINEA POLITICA UGUALE ALLA SUA STORIA di Daniel Rustici Unità è viva o è morta? Un piccolo giallo. Il penultimo numero del giornale, uscito con sedici pagine bianche, titolava: “Hanno ucciso L’Unità”. Quello che doveva dare il commiato ai propri lettori annunciava invece : “L’Unità è viva!”. Un’apparente schizofrenia a cui ieri il comitato di redazione ha cercato di dare una spiegazione durante una conferenza stampa indetta «per denunciare la gravissima vicenda che ha portato alla sospensione delle pubblicazioni». Alla vigilia della sparizione da tutte le edicole del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, i L’ giornalisti della storica testata hanno subito voluto precisare che «non siamo qui per celebrare un funerale». I rappresentanti del Cdr, hanno voluto inoltre sottolineare che non si può ridurre tutto a una questione di vil denaro che manca e casse che piangono «perché questa è una vicenda che segna la sconfitta della politica oltre a rappresentare un impoverimento per il pluralismo dell’informazione e quindi per la democrazia». Le offerte per rilevare il giornale sembrerebbero infatti non mancare (anche se si preferisce mantenere il riserbo sui nomi) ma quello che serve è «un accordo nel rispetto della storia di questo prodotto, che garantisca anche l’au- tonomia redazionale che ci ha contraddistinto in tutta la nostra travagliata storia». Oltre agli 80 posti di lavoro a rischio, a destare preoccupazione è anche la possibilità che il quotidiano finisca nelle mani di chi non ha interesse a preservare la continuità di un giornale con una precisa connotazione politica. È per questo che si è ingaggiata una battaglia contro il tempo per arrivare il prima possibile a una soluzione che consenta contemporaneamente di salvare redazione e identità culturale. Come ha spiegato il direttore Landò se entro 120 giorni non si definirà un nuovo piano editoriale, in linea però con la storia del L’Unità, si arriverà alla liquidazione fallimentare e a quel punto «chi arriva arriva»; il giornale verrebbe venduto al miglior offerente, anche se questo fosse Daniela Santanchè. Per scongiurare questa ipotesi mercoledì il comitato di redazione ha avuto un incontro durato oltre due ore con i vertici del partito democratico. Orfini, il vicesegretario Guerini e il tesoriere Bonifizi avrebbero rassicurato IN CORSA CALABRESI, POLITO, CAZZULLO E MENTANA De Bortoli lascia il Corriere della sera Favorito a sorpresa Luciano Fontana erruccio de Bortoli lascia il Corriere della Sera e non lo lascia col sorriso sulle labbra. La decisione è presa anche se avrà un’esecuzione a scoppio ritardato: 30 aprile 2015. Lo ha detto ieri il consiglio di amministrazione dell’Rcs con un comunicato ufficiale. Fino a quella data resta in sella. Poi diventa consulente Rcs e prende una discreta buonuscita: due milioni e mezzo, che più o meno è il costo annuo di una cinquantina di giornalisti. De F LA RCS HA DECISO LA SOSTITUZIONE, MA SCATTERÀ SOLO AD APRILE DEL PROSSIMO ANNO. AL DIRETTORE USCENTE UNA BELLA LIQUIDAZIONE: DUE MILIONI E MEZZO DI EURO Bortoli non ha accettato serenamente la decisione. Prima di tutto ha smentito di essersi dimesso, cioè di aver chiesto lui l’avvicendamento. Poi ha spiegato di avere preso atto che la situazione non dava vie d’uscita. Tra gli azionisti è guerra e non si sa come si risolverà questa guerra. Tuttavia la decisione di lasciare per quasi un anno il Corriere della Sera praticamente senza direttore, o comunque con un direttore delegittimato, sembra un po’ una follia, e i giornalisti del Corriere non sono affatto contenti. Chi sarà il successore? De Bortoli è stato chiamato a partecipare alla scelta del nuovo direttore, ma probabilmente il suo, a questo punto, sarà un ruolo un po’ defilato. I nomi in gara sono tre o quattro, per ora, ma potrebbero aggiungersene altri, anche perché una corsa alla nomination che dura 10 mesi sarebbe in grado di stroncare un bue. Candidato numero 1, Calabresi, direttore della Stampa. Candidato numero 2, Aldo Cazzullo, firma di punta. Candidato numero 3, Antonio Polito, editorialista e direttore del supplemento meridionale del Corriere. Candidato numero 4, Mentana. E poi c’è la cosiddetta soluzione interna, e cioè la promozione dell’attuale condirettore di De Bortoli, che è Luciano Fontana, cinquantenne che vive nella tolda di comando del Corriere ormai da 15 anni (dopo aver fatto la gavetta per una decina d’anni all’Unità, con D’Alema e poi con Veltroni). I beninformati dicono che Fontana forse è quello con più chances, ma dovrà superare la prova del fuoco: da qui ad aprile sarà lui a gestire il giornale, e le trappole, le possibilità di bruciarsi sono proprio tante. Ferruccio del Bortoli è stato direttore del Corriere della Sera dal 1997 al 2001, come successore e continuatore dell’opera di Paolo Mieli. Poi 7 anni fuori del giornale e dal 2009 di nuovo in sella. sull’impegno del partito a un rilancio del quotidiano fondato da Gramsci «in tempi strettissimi», magari riportando il giornale in edicola in concomitanza con la festa nazionale de L’Unità che inizierà a Bologna il 7 di settembre. Sul tavolo c’è anche ipotesi che si chieda sostegno alla comunità dei lettori con il lancio di un’iniziativa di azionariato popolare. A dare la propria solidarietà ai lavoratori anche il segretario nazionale del sindacato dei giornalisti, Franco Siddi, che ha ammonito a non cedere alle sirene populiste sui soldi pubblici all’editoria: «In un periodo di crisi come questo, dove nemmeno i grandi giornali riescono ad attirare investimenti pubblicitari è essenziale che chi produce pensiero critico sia supportato da un finanziamento pubblico altrimenti questo pensiero rischia di estinguersi». Proprio per questo Siddi ha lanciato l’allarme su una proposta depositata dal movimento 5 stelle in commissione cultura che prevede l’azzeramento dei fondi diretti ai giornali: «Sarebbe la mazzata finale per L’Unità ma anche per tantissimi altri». Il segretario della Fnsi ha poi annunciato che il sindacato dei giornalisti è disponibile a lasciare alla redazione del giornale che fu del Pci ospitalità sul proprio sito dato che quello de L’Unità chiuderà insieme alla versione cartacea. Una decisione presa dai soci del quotidiano che ha lasciato di stucco i giornalisti che si erano offerti di curare in modo gratuito la pagina web, in modo da tenere comunque aperto un canale di comunicazione con i propri lettori. «Del resto - ha spiegato un membro del comitato di redazione non riceviamo lo stipendio da aprile, siamo abituati a fare sacrifici per questa azienda perché abbiamo sempre considerato un privilegio poter lavorare qui, coniugare una scelta professionale con una una scelta valoriale. L’ultimo giorno di lavoro in tantissimi sono usciti in lacrime, per rabbia non per rassegnazione : non molleremo perchè siamo convinti che questo Paese abbia ancora un grande bisogno de L’Unità». venerdì 1 agosto 2014 intervista LINA SASTRI COSIMA SCAVOLINI Segue i fatti della politica? Sì. La politica è vita. Non mi piace però la politica da salotto. LINA SASTRI ATTRICE E lei come ha fatto ad evitarli, i salotti della politica? Per naturale predisposizione, sia mia che loro. La mia predisposizione mi porta a non andarci, e loro capiscono subito. di Katia Ippaso na ragazzina di 17 anni ombrosa e vulnerabile ma con una forza tutta sua, irredimibile. Una forza che la portava via. E che la portò via, a Roma e nel mondo. Quando Lina Sastri racconta l’adolescente che era, non è difficile vederne ancora le tracce nella risata aperta e nella lingua che parla: solare e rocciosa. Oggi che di anni ne ha sessantuno, invece di andare via forse sente il bisogno di tornare: a quella Napoli da dove tutto è cominciato. E che ora le pare ancora diversa, un posto che forse può accogliere il pensiero e il movimento. Una città dove c’è il mare. Anche se Anna Maria Ortese, che Lina ama immensamente, diceva che invece non è vero: il mare non bagna Napoli. Semmai lo tiene in grembo. Con Lisa Sastri parliamo dei luoghi che ci accolgono, della poesia, del teatro, ma anche di Oriente e Occidente, di Oriana Fallaci, dei figli non nati e di una certa solitudine che può prendere una donna che per qualche inspiegabile ragione si sente sempre un po’ ferita ma proprio per questo conosce l’arte della gioia. U Quando ha preso i suoi “Appunti di viaggio” (l’ultimo suo spettacolo, dal 19 al Teatro Greco di Taormina e poi in tournée)? Che territori ha attraversato per scriverli? Intanto, volevo dire che Appunti di viaggio si inserisce in un filone più personale di teatro e musica. Non essendo io una cantante, ho realizzato degli spettacoli in cui la musica è diventata teatro. Il primo è stato Cuore mio e raccontava il cuore del Sud del mondo...Poi c’è stato Corpo celeste, un’opera in gran parte ispirata agli scritti di Anna Maria Ortese, che raccontava, con un certo anticipo sui tempi, cose che sarebbero puntualmente accadute: la fine d’identità di una nazione, la fine d’identità della lingua, la fine della cultura occidentale, l’ingresso nell’era della vanità…Poi ci sono stati Mese Mariano dedicato tutto a Di Giacomo, Per la strada, La casa di Ninetta, Linapolina. Con Appunti di viaggio torno all’essenziale. I miei musicisti. Ed io. Mi basterebbe una chitarra. E’ un racconto libero delle cose che mi sono successe, delle persone che ho conosciuto…Si passa da una canzone all’altra, da una citazione di Eduardo a una di Viviani, da un mio pezzo poetico a una canzone classica napoletana. E’ vario. Come è il jazz. 8 Anna Maria Ortese.... Anna Maria Ortese! Era un’altra che credo non fosse predisposta per i salotti. E pare che abbia vissuto una vita molto difficile. Si diceva che non avesse un buon carattere...Però ho letto delle cose di rara intensità e bellezza dove il realismo di tutti i giorni si univa a una specie di magia della vita. Credeva in una specie di divinità della natura. Tutte queste cose insieme la rendono modernissima Torna spesso a frequentare le sue pagine? No, io non rileggo niente, non rivedo, anzi non vedo neanche. Cerco di dimenticare. «Non mi piace quest’epoca di vanità» ”La casa di Ninetta” (romanzo e testo teatrale) è costruito su mia madre, una donna meravigliosa cha ha cresciuto me e mio fratello con libertà e grazia. Ninetta aveva nella voce la musica. Ho fatto in tempo a registrarla da vecchia prima che morisse, mentre cantava senza musica motivi appena accennati di canzoni napoletane. La sua voce viaggia con me, negli spettacoli. Nello spettacolo, parlerà di quella ragazzina di 17 anni che scappò da casa per fare il teatro. E’ ancora connessa con quell’ adolescente? Assolutamente sì. Quella Lina lì era una ragazzina molto vulnerabile e molto ombrosa. Inquieta. Aveva delle energie creative da esprimere. Un’esplosione che non si poteva contenere in una casa. Chi era invece suo padre? Mio padre invece era un uomo bello e avventuroso di origine siracusana. Alla Sicilia mi lega un modo di essere, un certo sentimento della tragedia. Io sono una mescolanza tra la leggerezza napoletana e la forza, il peso della Sicilia. Mio padre era questo. Era un uomo povero senza grande cultura, ma ha avuto la forza dei desideri, della bellezza, la spinta della libertà. Ad un certo punto se ne è andato in Brasile. In Brasile è anche morto. Ogni tanto tornava. Infatti la mia musica, il mio modo di cantare, risente di questo fatto: io sono nata in un vicolo napoletano, figlia di un padre che ogni tanto appariva, con il fado, con il bolero, e tutto questo è entrato nella mia educazione sentimentale e musicale. Anche se la casa non era male, come lei racconta in altri luoghi. La casa era abitata da una madre speciale, Ninetta. Cosa rappresenta Roma per lei? Io sono andata via di casa per fare il teatro; non avendo mai frequentato nessuna accademia ho cerca- to subito di lavorare. Ho fatto il teatro che nasceva allora come teatro di rottura, il Masaniello. E poi per caso Roberto De Simone mi fece cantare quel bellissimo Inno alla Madonna de lu Carmine e fu poi una cosa che rimase nel tempo…Rifiutavo la mai città e la mia lingua. Quindi sono venuta a Roma e ci sono rimasta tutta la vita. Sono felice di aver vissuto la Roma di trent’anni fa. Dove potevi veramente sentirti artista...La città è molto cambiata. Tornerà a Napoli? Non lo so. So solo che in questi ultimi ho riscoperto Napoli. Anche se è una città metropolitana, puoi camminare e incontrare sempre qualcuno con cui parlare e prenderti un caffè. Questa cosa a Roma si è persa. Vivere la solitudine a Napoli è più difficile. Prima parlava della vanità. Un attore è particolarmente esposto alle lusinghe e alla tentazione del narcisismo. Come si controlla la deriva vanitosa? Innanzitutto la vanità e il narcisismo non sono la stessa cosa. La vanità di cui parlavo io è una tentazione filosofica, che ha a che fare con la dannazione, con un lato di grande debolezza dell’essere umano che quando perde i suoi riferimenti importanti (l’etica, la giustizia, il talento, la fede) si lascia andare al suo teatro solitario. Lei è credente? Sì, sono credente. Ha figli? Purtroppo no. Li avrei voluti. Sento che una parte importante di me non si è potuta esprimere. Però ha avuto altri figli. Le opere. E’ vero, però un figlio è più difficile. Avrebbe preferito una vita più difficile? Seguire un bambino piccolo è più difficile che seguire un personaggio virtuale che stai facendo nascere. Sì, avrei preferito vivere quella difficoltà. Chi era Eduardo De Filippo? Era un uomo bello, anche da vecchio. Nel suo caso, la bellezza non si abbinava alla tenerezza, ma al rigore e alla severità. Lei è severa con se stessa? Si, sono molto severa. Anche se con il tempo si affievolisce tutto questo perché ti stanchi, e oggi io sono stanca, e sono molto ferita dalla vita.. Cosa la ferisce? Mi ferisce questa sordità, questa indifferenza che vedo intorno. Mi ferisce l’idolatria del danaro. Mi ferisce il concetto di protezione politica. Un artista non deve aver bisogno di nessuno che lo protegga. Sta leggendo qualche libro in particolare? Adesso sto leggendo una cosa che mi diverte per un certo verso e per un altro invece mi immalinconisce: Viaggio in America di Oriana Fallaci. Lo leggo come un romanzo d’appendice. Certo scriveva bene. Ma era diventata una pensatrice intollerante. Era una specie di contadina toscana che si era stabilità a New York. Brillante, intelligentissima. Ad un certo punto, non aveva più contatti col mondo esterno. Ma io questa cosa la capisco. Col tempo, ci si sente più isolati, più feriti. Ci si arrovella. Lei non usciva più di casa. In questo è stata onesta. Non ha voluto seguire la corrente. Ha voluto dire che alla fine questo Oriente minacciava l’Occidente. Io non penso come Oriana Fallaci che la nostra cultura sia superiore, ma penso che la minaccia esista. La cultura occidentale è senza identità. Paradossalmente i più forti sono quelli che hanno conservato le loro identità chiudendo le frontiere. Cioè sono più forti rispetto a noi che siamo... Liquidi? Questa cosa della società liquida non mi convince. E’ una cosa di moda che si dice. Che vuol dire ”liquida”? Senza confini, credo. Non è vero. Perché poi i confini esistono. Le Strisce di Gaza esistono. Esistono perché qualcuno le ha create. Certo. Cosa pensa dell’apertura di Renzi al riconoscimento delle unioni civili? Penso che sia una cosa civile, appunto. Quante volte abbiamo visto persone che dopo vent’anni di convivenza si sono trovate ad essere estromesse, senza niente, senza diritti? A me tuttora fa tenerezza vedere persone che si sposano. E lei si è mai sposata? Sì, mi sono sposata! Un giorno per caso l’ultimo dell’anno. Mi sono sposata con un argentino. Poi però mi sono anche divorziata. Accadeva diversi anni fa. esteri venerdì 1 agosto 2014 9 AL CAIRO UNA DELEGAZIONE PALESTINESE DISCUTE LA BOZZA DI PACE 86.000 soldati a Gaza. Quanti altri morti ci vorranno? di Daniele Zaccaria ome aveva annunciato il premier Benjamin Netanyahu ignorando peraltro gli appelli internazionali per il cessate-il-fuoco, l’esercito israeliano va avanti nella sua offensiva sulla Striscia di Gaza che da ieri può contare sull’apporto di 16mila riservisti supplementari. Sono ormai 86mila i soldati mobilitati nell’attacco all’enclave palestinese giunto al 24esimo giorno e alla vittima numero 1400 con oltre 8mila i feriti; di questi, stando alle cifre fornite dall’Onu, due terzi sono civili e 250 bambini. Sessanta invece gli israeliani che hanno perso la vita (tre i civili). Secondo fonti militari, le forze di sicurezza di Tel Aviv procederanno alla completa distruzione degli «obiettivi terroristici» e soprattutto dei tunnel che attraversano il sottosuolo di Gaza, impiegati da Hamas per trasportare merci e armi illegalmente e per sconfinare in territorio israeliano: «E’ una questione di giorni» avrebbe garantito il generale Sami Turgeman. Fino a quel momento la campagna ”margine di protezione” non conoscerà pause per citare le parole dello stesso Netanyahu: «Non accetteremo nessuna proposta di tregua che non ci permetterà di portare a termine il C LA MINACCIA DI NETANYAHU: «PORTEREMO A TERMINE IL LAVORO». PILLAY, ALTO COMMISSARIO ONU PER I DIRITTI UMANI, ATTACCA L’INDOLENZA DEGLI STATI UNITI nostro lavoro, siamo determinati a portare avanti la nostra missione, con o senza cessate-il-fuoco». Coerente con questa linea intransigente, ancora ieri mattina l’aviazione di Tel Aviv ha martellato diverse località della Striscia, colpendo a Deir al-Balah, a Kan Yunis e a Rafah pochi chilometri al confine con l’Egitto: almeno sette le persone rimaste uccise. Da canto loro i miliziani di Hamas hanno lanciato decine di missili verso la città di Kyriat Gat, nel deserto del Negev, colpendo un edificio e ferendo gravemente un israeliano. Sul fronte diplomatico da segnalare l’intervento di Navi Pillay, l’alto commissario Onu ai diritti umani, che si è prodigato in un attacco senza mezzi termini agli Stati Uniti, rei di non fare nulla per fermare la campagna militare israeliana, ma soprattutto colpevoli di fornire materiale bellico all’esercito dello Stato ebraico: «Gli Usa hanno una grande influenza su Israele e dovrebbero impegnarsi per far cessare la voce delle armi, invece non solo le forniscono artiglieria pesante usata nei raid a Gaza, ma le hanno prestato quasi un miliardo di dollari per la protezione dei civili israeliani mentre i civili palestinesi sono abbandonati a se stessi». E’ un attacco durissimo quello di Pillay, che però non ha risparmiato bordate neanche a Hamas e ai suoi continui lanci di missili sul- le città israeliane di confine: secondo l’Alto commissario il Movimento islamico è responsabile quanto l’esercito israeliano di abusi e violazioni: «Lanciando razzi e bombardando aree densamente popolate entrambe le parti stanno commettendo ripetute violazioni del diritti internazionale e quindi sono responsabili di crimini di guerra». Intanto al Cairo è giunta l’attesa delegazione palestinese che discuterà e tenterà di modificare la bozza di tregua proposta dall’Egitto, accettata in linea di massima da Israele ma categoricamente rifiutata da Hamas. La notizia è stata diffusa dal sito web del Jeruslam Post che cita fonti vicine all’Olp; tra i delegati due dirigenti di Fatah, Azam al Ahmad e il capo dell’intelligence, generale Majad Faraj oltre al vice segretario generale della Jihad islamica, Ziad Nahla, e ad un alto responsabile di Hamas residente nella capitale egiziana, Mussa Abu Marzuk. Le prime indiscrezioni trapelate dal Cairo indicano che Fatah sta lavorando per includere nell’accordo l’apertura del valico di Rafah e di altre frontiere della Striscia, attualmente controllate dai militari israeliani. Queste modifiche potrebbero spingere il Movimento islamico a cessare il lancio di missili in territorio israeliano, togliendo a Tel Aviv un pretesto per non rinegoziare la tregua. Nulla di scontato, ma se non altro in questi ciclo di incontri sono state incluse tutte le anime della vita politica palestinese, dai moderati di Fatah fino alle componenti più estremiste. Nella speranza che la diplomazia araba riesca laddove hanno miseramente fallito gli Stati Uniti e le potenze occidentali, nella Striscia la situazione umanitaria rasenta ormai la catastrofe. La continua pioggia di bombe, le mancanza di materiale medico, il collasso delle strutture sanitarie, la riserve di cibo che scarseggiano e il taglio dell’energia elettrica fanno dell’enclave palestinese sotto assedio uno dei luoghi più pericolosi e inospitali del pianeta. ZAYN MALIK DICE ”FREE PALESTINA”, BAR REFAELI TIFA PER ISRAELE Star schierate sul conflitto come fosse una partita di Paolo Di Paolo a pericolosa impressione che può dare all’Anonimo lo spazio di un social network è di avere una platea. Così l’Anonimo commenta, proclama, esibisce. La pericolosa impressione che può dare al Famoso, che una platea ce l’ha già, lo spazio di un social network è che la sua opinione (su tutto) abbia un peso, un’urgenza. Così accade che Zayn Malik, cantante del celebratissimo gruppo adolescenziale One Direction, si sente in dovere di twittare – mentre a Gaza continua la strage – «Palestina libera». Zayn Malik ha un padre anglopakistano e una madre inglese, è nato a Bradford, nel Regno Unito, nel 1993, è musulmano, è un bel ragazzo. Si può capire che “parteggi” per il popolo palestinese come fosse una partita di calcio? Sì. Ma il punto non è questo. Il punto è che il suo «Palestina libera» ha la stessa profondità di certi proclami che tutti o quasi tutti abbiamo scandito ai tempi del liceo. L Ricordo anche nel mio – provincia di Roma, fine anni Novanta – agguerriti ragazzoni e ragazze accigliate aggirarsi con una kefiah al collo. Non capivo. Non che dessi importanza alla cosa, ma mi sembrava così esteriore, così “in posa” – quel lembo di stoffa metaforico aveva davvero un senso? Fra me e me – ma restavo zitto, per carità – mi domandavo dove fosse nata e come, in loro, la spinta a schierarsi dalla parte della Palestina. Vivevamo ad Albano Laziale e loro stavano dalla parte della Palestina. Mah. E dire che la zelante professoressa di storia e filosofia ci aveva imposto una ricerca sulla storia del conflitto israelo-palestinese pezzo per pezzo, puntata per puntata, massacro per massacro. Avevo riempito di schemi mezzo quaderno, senza raccapezzarmi troppo, ma soprattutto: potevo io, studentello incostante della provincia romana, decidere chi avesse ragione in quell’infinito e insanguinato contenzioso? Per fortuna non c’erano ancora né Facebook né Twitter, e se uno diceva la sua stronzata la diceva a quattro gatti distratti, poi suonava la campanella e buonanotte. L’altro giorno ho sentito in un supermercato una signora difendere a spada tratta le ragioni palestinesi, con un astio che non c’entrava più di tanto con le vittime, con una disperazione che nemmeno lontanamente avrebbe potuto immaginare e fare propria. C’era qualcosa di simile a un pregiudizio incistato chissà come, a una presa di posizione da liceale con la kefiah, da fede calcistica. La signora in questione non era la cantante Rihanna, che si è sentita in dovere, come Zayn Malik degli One Direction, che nel frattempo ha ricevuto minacce di morte, di twittare il suo #freePalestine. Selena Gomez, star molto amata nelle scuole medie, ha twittato la sua preghiera per Gaza e ci si è messa anche Mia Farrow. Da parte israeliana, la modella (Wikipedia dice “supermodella”) Bar Refaeli ha espresso sostegno all’esercito del suo paese. Qualcuno sentiva il bisogno di conoscere il parere delle star interna- RIHANNA LA MODELLA BAR RAFAELI PRIMA DI TWITTER, FORSE NESSUNO AVREBBE INTERVISTATO RIHANNA SU GAZA. PIÙ CHE LANCIARSI IN PROCLAMI DA LICEALI, CI SAREBBE MOLTO DA FARE zionali sul conflitto israelo-palestinese e sulla tragedia di Gaza? Forse sì, tutto è possibile. Ma la mia sensazione è che il livello e la profondità del loro contributo somigli a quello dei miei compagni di scuola nel liceo di Albano. E ho il sospetto che, prima di Twitter, nessuno avrebbe intervistato Rihanna su Gaza. Mica per disistima, ma proprio perché è l’ultima cosa che ti viene in mente. In uno degli articoli più intelligenti usciti nelle ultime settimane sulla guerra a Gaza, lo scrittore Christian Raimo ha evidenziato come «appena si pronuncia la prima frase di un abbozzo di analisi, si sente subito arrivare il fiato del commentatore pronto a inveire, a dare dello stronzo… Difendi Hamas? Ma come fai? Difendi Nethanyahu? Ma come fai? Non ti schieri? Ma come fai? Inviti al silenzio? Vigliacco». Il punto, dice Raimo, è chi parla, parla sempre e solo da spettatore. Non che sia facile essere altro che spettatori. Ma che gli spettatori diventino divi, facciano i divi su Gaza e dintorni, sui massacri e sui morti di una parte e dell’altra, fa ancora più rabbia e più pena. Ha ragione Raimo citando Vonnegut: «Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro». Magari qualcosa da fare, sì. Certo non su Twitter. cronaca venerdì 1 agosto 2014 IL MINISTERO DELLA SALUTE PARLA DI ”RISCHIO REMOTO” Allarme Ebola, Italia per ora al riparo «PER ESSERE INFETTATI OCCORRE UN CONTATTO STRETTO. IL VIRUS NON SI TRASMETTE CON LA SALIVA» di Osvaldo Baldacci llarme ebola, ma non in Europa e tantomeno in Italia. Parola anche del ministero della Salute. Un virus letale che sta minacciando l’Africa ma che non crea pericoli in Europa, neanche tramite chi proviene da quelle terre. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) non raccomanda alcuna restrizione di viaggio né la chiusura delle frontiere a causa dell’epidemia. In ogni caso, precisa l’Associazione delle compagnie aeree Iata, quand’anche un passeggero contagiato dal virus salisse su un volo, il rischio che gli altri passeggeri vengano contagiati, sarebbe basso. Le parole tranquillizzanti non arrivano solo dalle istituzioni. Lo scienziato che contribuì a scoprire il virus, Peter Piot, giudica la malattia, «pur se aggressiva, in teoria facile da contenere». «Persino stare su un bus con qualcuno che ha l’Ebola – ha affermato alla CNN il medico belga direttore della London School of Hygiene and Tropical Medicine - non è un problema, io non mi preoccuperei se qualcuno con l’ebola mi sedesse accanto in metro, a meno che non mi vomiti addosso o qualcosa di simile». Piot ha scoperto il virus in Zaire (oggi Congo) nel 1976, e lo giudica tra le malattie più letali, «perché una volta che te la prendi, almeno con questo ceppo di Ebola, hai un 90% di probabilità di morire». Ma specifica: «Per essere infettato occorre un contatto davvero stretto. Il virus non si trasmette con le goccioline di saliva». A Per questo è convinto che sia improbabile che l’epidemia del virus si propaghi in maniera esponenziale al di fuori dell’Africa occidentale. Per quanto riguarda l’Italia, poi, il rischio ebola è definito “remoto” dal ministero della Salute, che in una nota ricorda come l’Organizzazione mondiale della sanità non raccomandi restrizioni di movimenti di persone, mezzi di trasporto e merci. «L’Italia già da tempo ha rafforzato in via cautelativa le misure di sorveglianza nei punti di ingresso internazionali», spiega il ministero, che sottolinea come «il nostro Paese è attrezzato per valutare e individuare ogni eventuale rischio di importazione della malattia e contenerne la diffusione». Riguardo, poi alle condizioni degli immigrati irregolari provenienti dalle coste africane via mare, «la durata di questi viaggi scrive il ministero della Salute - fa sì che persone che si fossero eventualmente imbarcate mentre la malattia era in incubazione, manifesterebbero i sintomi durante la navigazione e sarebbero, a prescindere dalla provenienza, valu- CUPOLA DEGLI APPALTI: LA DECISIONE DEL RIESAME Expo, scattano le manette per altri 9 indagati di Edoardo Morello l tribunale del Riesame di Milano ha dato l’assenso all’arresto di altri nove indagati nell’inchiesta sugli appalti Expo, Sogin e della sanità lombarda. I giudici hanno quindi accolto il ricorso dei pm sulle posizioni di alcuni componenti della cosiddetta ’cupola degli appalti’, di manager della sanità e del presidente di Manutencoop, Claudio Levorato. I giudici del Riesame hanno accolto il ricorso dei pm di Milano Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio sull’arresto degli indagati, i quali, però, ora avranno dieci giorni di tempo per presentare, attraverso i loro legali, ricorso in Cassazione. Le misure cautelari saranno eseguite soltanto se verranno confermate dalla Suprema Corte. Nell’ambito dell’inchiesta i pm Gittardi e D’Alessio avevano chiesto 19 arresti, ma il gip di Milano Fabio Antezza ne ha accolti solo sette che sono stati eseguiti lo scorso 8 maggio quando sono finiti in carcere, tra gli altri, l’ex Dc Gianstefano Frigerio, l’ex Pci Primo Greganti e l’ex senatore Pdl Luigi Grillo, scarcerato ieri. Grillo, secondo l’accusa, nella presunta associazione per delinquere che avrebbe turbato I gare d’appalto dell’Expo, di Sogin e della sanità lombarda in cambio di presunte tangenti per milioni di euro, avrebbe avuto un ruolo simile a quello del ’Compagno G’, anche se con una posizione più defilata. L’ex senatore sarebbe stato incaricato «dell’attività di raccordo con il mondo politico sia con finalità di copertura e protezione in favore dell’imprese di riferimento sia con finalità di appoggio ai pubblici ufficiali coinvolti nelle procedure di appalto - scrivono i magistrati - allo scopo di assicurare agli stessi sviluppi di carriera». Davanti ai pm, da quanto è emerso, Grillo ha spiegato di aver ricevuto 25mila euro per un appalto Sogin vinto dall’imprenditore Maltauro. E avrebbe riferito anche di essersi interessato per la carriera di Giuseppe Nucci, ex amministratore delegato di Sogin, mettendo a verbale anche di aver parlato, nei mesi scorsi, con Gianni Letta e Angelino Alfano (lo diceva anche in alcune intercettazioni) per l’eventuale nomina di Nucci a Terna: iI carico che non andò in porto anche perché, stando al suo racconto, Alfano gli disse che le nomine erano già state fatte. All’ex parlamentare gli inquirenti hanno mostrato anche il contenuto di bi- 10 tate per lo stato sanitario prima dello sbarco, come sta avvenendo attraverso l’operazione Mare Nostrum». La malattia ha un periodo di incubazione che va dai 2 ai 21 giorni, e sintomi che spaziano dalla febbre alta alla nausea, dal vomito alla diarrea fino alle emorragie diffuse. L’Unione europea è in allerta, anche se la Commissione europea ha fatto sapere in una nota che il rischio che si diffonda in Europa è ”basso”. Fonti anonime hanno anche fatto notare che comunque tutto è pronto per curare eventuali vittime. Il vero problema invece è in Africa Occidentale, dove l’epidemia è davvero grave. Secondo l’ultimo bilancio dell’Organizzazione mondiale della Sanità sono 1.323 i contagi e 729 le vittime accertate al 27 luglio, 57 delle quali concentrate nel periodo tra il 23 e il 27 luglio. La distribuzioni totale dei casi vede la Guinea con 460 casi e 339 decessi; la Sierra Leone con 533 casi e 233 decessi, la Liberia con 329 casi e 156 vittime; la Nigeria, un decesso. Il presidente della Sierra Leone Ernest Bai Koroma ha dichiarato l’emergenza sanitaria e la messa in quarantena degli epicentri dell’epidemia nel suo Paese, e disposto che negli aeroporti venga misurata la febbre ai passeggeri, che dovranno lavarsi le mani con disinfettanti. Tra le vittime in Sierra leone anche un medico-eroe, Sheik Umar Khan, 39 anni, che deliberatamente da mesi si batteva senza risparmiarsi a fianco delle persone infettate dal virus. La Liberia ha chiuso le scuole e gli uffici pubblici. Medici senza frontiere ha detto che la crisi è «senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione può solo peggiorare», con il ”rischio reale” che vengano colpiti ”altri Paesi”, come appunto la Nigeria e la Guinea Conakry. Davanti al virus non ci sono difese se non la prevenzione, poiché non esiste un vaccino. Dagli Stati Uniti si moltiplicano le richieste delle associazioni alla Food and Drug Administration per accelerare l’approvazione di un farmaco promettente, per il quale però sono appena iniziati solo i test di fase 1. glietti e documenti sequestrati al presunto corriere delle mazzette e suo stretto collaboratore, Sergio Cattozzo, che avrebbe tenuto la ”contabilità” delle stecche. Come ha chiarito l’avvocato Corradino, il gip ha concesso i domiciliari dopo il parere favorevole dei pm perché «si sono attenuate le esigenze cautelari, per il tempo trascorso in carcere e per i chiarimenti dati su alcuni aspetti dell’indagine» La Procura, dunque, ha fatto ricorso contro la bocciatura degli arresti al Riesame per 11 persone (per una ha rinunciato al ricorso). Da quanto si è saputo, il Riesame per due posizioni, quelle degli ex manager di Sogin Giuseppe Nucci e Alberto Alatri, ha trasmesso gli atti per competenza territoriale ai magistrati di Roma. Accolti, invece, i ricorsi per altri nove, tra cui Walter Iacaccia e Giovanni Rodighiero, due presunti componenti dell’associazione per delinquere che avrebbe turbato appalti in cambio di tangenti, e Claudio Levorato, presidente di Manutencoop. Per quest’ultimo si tratta di arresti domiciliari come per alcuni manager della sanità lombarda, tra cui Patrizia Pedrotti. Il legale di quest’ultima, l’avvocato Claudia Shammah, ha spiegato che il provvedimento del Riesame è «assurdo, perché l’accusa di turbativa d’asta a carico della mia assistita è insussistente ed è incomprensibile che i giudici a distanza di mesi si richiamino al pericolo di inquinamento probatorio». cronaca venerdì 1 agosto 2014 I PM: «MOVENTI INCOMPRENSIBILI E INGIUSTIFICATI» Strage di Bologna, la pista palestinese su un binario morto L a Procura di Bologna ha depositato al Gip la richiesta di archiviazione per le posizioni di Thomas Kram e Margot Christa Frohlich. I due ex terroristi tedeschi erano indagati per la strage della stazione del 2 agosto 1980, nella cosiddetta pista palestinese. La presenza a Bologna di Kram quel giorno è, per i Pm Enrico Cieri e Roberto Alfonso, ”incomprensibile”, ”ingiustificata”, ”alimenta un grumo di sospetto” ma non basta per ipotizzare una sua partecipazione all’attentato. «Quel solo e sorprendente fatto non è tuttavia sufficiente per ipotizzare in assenza di altri elementi sul suo conto una partecipazione alla strage della stazione», scrivono i pm di Bologna nella richiesta di archiviazione del fascicolo sulla strage del 1980 per Kram e Margot Christa Frohlic. Nell’inchiesta sulla ’pista palestinese’ per la Strage del 2 agosto 1980 c’è anche una nota riservatissima del Sismi non firmata, né datata e dal titolo ’Questione missili SA7 minacce contro gli interessi italiani’. Secondo gli inquirenti la nota può essere riconducibile a Stefano Giovannone, all’epoca referente dei Servizi in Libano e in rapporti definiti dai Pm ”solidi” con Abu Anzeh Saleh, giordano considerato referente Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) in Italia, arrestato a Ortona (Chieti) nel 1979 perché trovato in possesso di missili. La nota sembra far riferimento alla violazione del presunto ’lodo Moro’ che - per i sostenitori della pista palestinese avrebbe causato l’attentato come ritorsione. La nota si riferiva alla richiesta di scarcerazione respinta il 29 maggio 1980 dalla Corte di Appello dell’Aquila per Saleh. E diceva che in seguito al rigetto si poteva ritenere che l’Fplp interpretasse la decisione come una dimostrazione dell’ atteggiamento negativo assunto dall’Italia nella vicenda. E si proseguiva dicendo che il Fronte riteneva di poter riprendere piena libertà di azione sul territorio italiano, venendo meno alla sospensione delle attivita’ terroristiche, potendosi anche ipotizzare una situazione di pericolo a breve scadenza, anche in concomitanza con il processo di appello per Saleh, con inizio previsto il 17 giugno 1980. Le azioni ipotizzate nella nota erano il dirottamento di un aereo Alita- lia, e l’occupazione di un’ambasciata italiana - non si parlava quindi di qualcosa di simile a quanto avvenuto a Bologna il 2 agosto - ma non si escludeva che per le azioni potessero essere utilizzati elementi estranei all’organizzazione al fine di impedire la riconducibilita’ allo stesso Fplp. In occasione dell’anniversario della strage, la commissione Giustizia ha detto il primo sì, a larghissima maggioranza, all’introduzione del reato di depistaggio e inquinamento processuale nel nostro codice penale. «Con questa importante novità, saranno duramente colpiti i comportamenti dei funzionari dello Stato infedeli, coloro che contribuiscono ad impedire l’accertamento della verità. Le sanzioni saranno molte severe nei casi in cui il reato riguarda stragi, insurrezione armata contro lo Stato, attentato alla Costituzione o di mafia», ha detto nell’aula di Montecitorio Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell’Associazione delle Vittime della Strage di Bologna di cui ricorrerà il 2 agosto il tragico anniversario. Per il presidente dei familiari delle vittime della Strage della stazione di Bologna, la notizia è “molto positiva”. «Era anche ora che venisse archiviata ha aggiunto - Se penso a quanto tempo è stato perduto per seguire quella pista lì…». Il deputato democratico è da anni un fervido sostenitore della verità giudiziaria sull’attentato, cioè della colpevolezza degli ex Nar Fioravanti, Mambro e Ciavardini, che sono stati condannati in via definitiva. L’associazione da lui presieduta ha presentato diverse memorie alla Procura chiedendo di indagare per identificare sui mandanti dell’attentato. Su questo versante, l’inchiesta nel corso della quale sono stati sentiti personaggi come Licio Gelli e il colonnello del Sismi Armando Sportelli, resta aperta. L’INCASSO AI GENITORI DEL TIFOSO Azzurri, una gara per la famiglia di Ciro N apoli-Paok Salonicco si giocherà in memoria di Ciro Esposito. «L’incasso del match ha spiegato il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentis sarà devoluto al progetto ”Fratellanza italiana nel calcio” che stiamo costruendo insieme alla signora Antonella Leardi, la mamma di Ciro». Ai microfoni di Radio Kiss Kiss, Adl ha invitato i tifosi ad intervenire sabato sera alla serata di solidarietà organizzata in concomitanza con l’ amichevole con i greci. PALERMO: IL PRIORE DEI CARMELITANI ACCUSA I GIORNALI «L’inchino a Ballarò è una balla dei media»: il prete incolpa il Diavolo «S orprendono le dichiarazioni rese da padre Pietro Leta, priore dei Carmelitani di Palermo, che intervenendo sul caso della processione di Ballarò, tira in ballo i cronisti palermitani nei quali, a suo dire, «fa breccia il diavolo che si allunga anche dentro i giornalisti che sono disposti a fare scoop a qualsiasi costo». Lo afferma Roberto Ginex, segretario provinciale Assostampa Palermo, sindacato unitario dei giornalisti. ”Riteniamo queste parole semplicemente sconcertanti prosegue Ginex -, soprattutto quando ad affermarle è un sacerdote che non si può permettere di accostare i giornalisti che operano con correttezza, scrupolo e spirito di sacrificio ai mafiosi, e men che mai al diavolo. Certo - aggiunge Ginex - comprendiamo il grande imbarazzo della comunità religiosa palermitana, chiamata in causa per presunti rapporti equivoci con gli ambienti mafiosi e auspichiamo un dialogo sereno e costruttivo tra le forze sociali ed ecclesiali della citta’ affinche’ possa essere raggiunto l’obiettivo che dovrebbe accomunare tutti, cioe’ la liberazione di REPLICA LA STAMPA LOCALE: «SIAMO SCONCERTATI» Palermo dalla mafia e dalla mentalita’ mafiosa”. ”I giornalisti palermitani, infine, nel rivendicare l’impegno professionale quotidiano nella lotta alla mafia, ricordano - conclude Ginex - che proprio solo dopo la denuncia fatta dai mezzi di informazione sulla confraternita della Zisa, diretta da un boss arrestato, la Curia di Palermo ha deciso di scioglierla a tempo indeterminato”. Non sembrerebbe che vi sia stato alcun inchino, cosi’ come riportato da organi di stampa. Il simulacro della Madonna non si e’ inchinato, non e’ stato girato verso l’esercizio commerciale. Vi e’ stata solo una fermata per la richiesta di avvicinare un bambino al simulacro. Dal video si puo’ costatare che si e’ trattato di una brevissima sosta”. Cosi’ una nota, la Diocesi di Palermo, interviene sulla notizia secondo la quale, domenica, nel corso della processione per la Madonna del Carmelo a Ballaro’ ci sarebbe stata una manifestazione di ossequio ad un boss mafioso del quartiere con una fermata davanti all’impresa di pompe funebri di proprieta’ della sua famiglia. 11 BREVI TERREMOTO L’AQUILA ARRESTATO UN IMPRENDITORE L’Aquila. Questa mattina, i finanzieri del nucleo di Polizia Tributaria de L’Aquila hanno arrestato un imprenditore edile di 31 anni. Eseguiti anche i sequestri di beni mobili ed immobili per un totale complessivo di 155mila euro. L’uomo deve rispondere di gravi fatti di truffa ai danni di ente pubblico e reati di falso. L’inchiesta ha avuto inizio circa un anno fa, quando un funzionario comunale ha segnalato la possibile contraffazione di una determinazione dirigenziale con cui doveva essere liquidato un indennizzo di 180mila euro in favore di un cittadino aquilano, per l’occupazione di un suo terreno adibito ad uso tendopoli a seguito del sisma. Le immediate indagini hanno consentito di accertare l’effettiva falsificazione dell’atto di liquidazione e di recuperare immediatamente parte della liquidità indebitamente percepita e ancora in possesso dell’indagato. TRAGEDIA A SALERNO ANNEGA UNA BIMBA A PAESTUM Una bambina di 12 anni è morta annegata nel mare di Paestum, in provincia di Salerno. Originaria di Caivano (Napoli), a Paestum in vacanza, stava facendo il bagno con i genitori, quando è stata trascinata via dalla corrente e dal mare agitato. Il padre ha tentato di salvarla, senza riuscirci. A loro volta, i bagnanti presenti in spiaggia sono riusciti a salvare l’uomo riportandolo a riva. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e la Guardia Costiera di Agropoli. DIVORZIO TRAUMATICO INVESTE LA MOGLIE A ROMA È stata l’ennesima lite per la divisione dei beni a far scattare la furia di un 52enne romano, che ha investito la moglie con la sua auto, abbandonandola poi a terra ferita. Sul posto sono giunte in breve due pattuglie, una del Reparto Volanti, l’altra del Commissariato Prenestino.Dalle prime indagini è emerso che la vittima, nel pomeriggio di ieri, aveva un appuntamento col marito, da cui si stava separando, per ritirare degli effetti personali. I due hanno cominciato a litigare e lui l’ ha investita dandosi poi alla fuga. La donna è stata soccorsa e accompagnata nel vicino ospedale, mentre gli agenti hanno immediatamente iniziato le ricerche dell’investitore, allontanatosi a bordo della sua auto. CROLLO A POTENZA SETTANTENNE SALVATO DALLA POLIZIA È stato salvato nelle campagne di Potenza dopo il crollo di un solaio in un casolare. È stato estratto dalle macerie da una Volante della Polizia intervenuta dopo la segnalazione al 113 della moglie, allarmata dal mancato rientro a casa dell’uomo. Grazie alle indicazioni, gli agenti sono giunti al casolare in contrada Torretta ed hanno constatato che la struttura era stata interessata da un crollo. cronaca venerdì 1 agosto 2014 IL SINDACO DI NAPOLI PORTA IN PIAZZA D’ALESSIO Gigi e Gigino, ma dove sta questo Rinascimento? LE POLITICHE CULTURALI DEL PRIMO CITTADINO RICORDANO LO STILE BASSOLINO: GRANDE ENFASI MEDIATICA, E POCA SOSTANZA. LA DECISIONE DI PORTARE SUL PALCO IL NEOMELODICO CHE SI ESIBÌ PER IL RIVALE GIANNI LETTIERI FA STORCERE IL NASO di Francesco Bellofatto apoli, vedi alla voce Rinascimento. Non quello cinquecentesco dei d’Angiò e degli Aragonesi, che raccolsero intorno alle loro corti artisti e intellettuali provenienti da tutta Europa, nemmeno quello “bassoliniano” degli anni ’90, con Bill Clinton che fa jogging sul lungomare, una città in fermento dalle cantine alle grandi piazze, e un’attenzione – quella di Fondazioni quali Napoli Novantanove di Mirella Barracco – che puntava al rilancio di Napoli sul piano internazionale. Oggi il rinascimento si chiama Gigi D’Alessio: il cantante napoletano, infatti, sarà il protagonista del concerto in programma il 31 dicembre in piazza del Plebiscito. «Napoli va raccontata ma soprattutto vissuta – dice il sindaco Luigi de Magistris presentando l’evento -. È una città complessa, contraddittoria, difficile, un po’ inferno, un po’ paradiso, ma che sa regalare emozioni. È una città molto umana, che punta molto sulla cultura e sulla musica». Così D’Alessio calcherà per la seconda volta (la prima, nel settembre 2000) quel palcoscenico naturale che, in passato, ha visto protagonisti Lucio Dalla, Pino Daniele, Elton John e Roberto Bolle. Solo per citare qualche nome. E lo farà a titolo gratuito, tiene a precisare il primo cittadino, «perché noi soldi non ne abbiano». Insomma si punta sulla Napoli che fa cassetta, ma questo è il minore dei mali, ed anche il paragone con le precedenti stagioni culturali sbiadisce se non ci trovassimo in un deserto di programmazione, senza progetto, senza prospettive, soprattutto per i tanti giovani che, dalla musica al teatro e alle arti visive, oggi sono costretti a trovare attenzione e accoglienza al di sopra del Garigliano. «Noi vogliamo far rinascere Napoli soprattutto attraverso la vitalità, la cultura e l’energia positiva»: è una dichiarazione di buone intenzioni, quella del sindaco de Magistris, che deve giocoforza sposarsi con un progetto per il rilancio della cultura a Napoli. Un progetto che deve partire da un dialogo con le realtà private e con le altre istituzioni, come fu il N confronto tra la Giunta Bassolino e la Fondazione Napoli Novantanove: oggi questa disponibilità non si è vista. Tra tutti basta citare il braccio di ferro sul San Car- lo e il Forum delle Culture, partito con un enorme ritardo e ancora in cerca di una precisa identità, soprattutto sul fronte del dibattito culturale. I mal di pancia vengono dall’interno: un simbolo fu la meteora Andres Neumann, produttore di livello mondiale, chiamato a supportare la politica culturale della Giunta de Magistris, e fuggito nell’arco di poche settimane. Altro esempio la programmazione del Maggio dei Monumenti, evento trainante per il turismo: peccato che quest’anno sia stato messo a punto e presentato solo a 48 ore dal suo inizio. Bruciando ogni possibilità di vendita dei pacchetti turistici. È vero, Napoli ha altri problemi: una città “spicconata” che scopre – e ci voleva l’ultima tragedia – che ci sono cornicioni pericolanti ad ogni angolo di strada. Oppure l’emergenza criminalità. Ma, in particolare a quest’ultima, si risponde con la cultura, con la TUMORI A TARANTO: UN’ALTRA VITTIMA Il piccolo Lorenzo non ce l’ha fatta È morto ieri sera a soli 5 anni Lorenzo, il bambino di Taranto ammalatosi di tumore alla testa a pochi mesi di vita. La sua vicenda fu resa pubblica dal padre Mauro, che partecipò a una manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva organizzata nella città jonica ad agosto di due anni fa dalle associazioni ambientaliste subito dopo il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico e gli arresti disposti dal gip del tribunale Patrizia Todisco. 12 valorizzazione di un patrimonio storico monumentale che potrebbe invertire la tendenza che bene Napoli fanalino di coda, per presenze turistiche, delle grandi città d’arte italiane. A ricordare i tempi del Rinascimento degli anni 90 è Gianni Cerami, docente di Urbanistica alla Federico II: «Renato Nicolini, uno dei fautori della stagione bassoliniana – dice Cerami - è stato certamente un grande assessore alla cultura. Non a caso, lo han fatto durare poco. Gli altri hanno svolto una banale funzione di agenzia di collocamento. L’unica operazione culturale degna di questo nome è stata quella delle Stazioni dell’arte. Dimenticavo Napoli 99: ma quelli erano altri tempi. Sul presente è meglio stendere un sudario pietoso». Certo, altri tempi: tutto un fermento di teatri off e sale di registrazione, Napoli sperimentava e produceva. E gli sperimentatori di allora si chiamavano, tra gli altri, Mario Martone, Pappi Corsicato, i 99 Posse, che l’era del Rinascimento, poi, avrebbe consacrato. C’erano Massimo Troisi, Pino Daniele, la Nuova Compagnia di Canto Popolare... Il confronto con quegli anni è difficile: «Il degrado di questa città non ha limite – dice Bruno Garofalo, scenografo di Eduardo e regista -: avallare una manifestazione del genere significa abdicare ad ogni genere di cultura, di tradizione, di qualità in nome di un populismo da quattro soldi, per ingraziarsi la maggior parte dei napoletani». «Ma quale Rinascimento, piuttosto parlerei di declino – aggiunge Umberto De Gregorio, editorialista di Repubblica -, un declino che non inizia con de Magistris, ma che il sindaco non è riuscito a fermare». Sul vuoto di programmazione interviene Alfredo Ponticelli, assessore allo Sport con la Giunta Iervolino: «Risolvere i problemi della cultura con un concerto di D’Alessio – rimarca Ponticelli – è come pensare che la politica sportiva di questa città sia solo impegnarsi per lo Stadio San Paolo mentre gli impianti sportivi sono destinati a marcire. È miopia, nessun investimento per i giovani». In assenza del pubblico, si muovono associazioni come Amartea, che quest’anno ripropone i Giochi Isolimpici, all’insegna del binomio tra sport e cultura: “registriamo un’entusiastica risposta delle scuole – sottolinea il presidente Fiammetta Miele – purtroppo devo dire che le istituzioni non mostrano adeguata attenzione». Stanno alla finestra, ad attendere solo un tornaconto in termini di consenso mediatico. Di “Rinascimento” non vuol sentir parlare lo scrittore Flavio Pagano: «Raramente, come in questo momento della storia napoletana, si è creata una distanza preoccupante tra la realtà dei fatti e quella delle parole. Da anni, e progressivamente la classe dirigente cittadina è divenuta l’espressione di una realtà delle parole dalla quale Napoli, se vuole sopravvivere, deve trovare la forza e il coraggio di staccarsi. Parlare di ”rinascimento” mi pare un po’ folle, se qualcuno pensa questo davvero dei tempi attuali o dell’immediato futuro, allora, come ho scritto di Napoli in un mio romanzo, vuol dire davvero che questa città è diventata alzheimeriana, e che la sua memoria del passato lontano resta salda, ma la sua memoria breve vacilla preoccupantemente. Napoli è stata per millenni un bellissimo sogno: adesso è il momento di svegliarsi». attualità venerdì 1 agosto 2014 13 LE MEMORIE DI UN EX SOTTOSEGRETARIO CONTI Che vita grama, signori della Spending Renzi duro: «Avanti anche senza di lui» E cerca 16 miliardi per la manovra PRIMA DI COTTARELLI HANNO FALLITO GENTE COME BONDI E GIARDA. PERCHÉ NON SI POSSONO TOCCARE GLI STATALI di Gianfranco Polillo ista da Via XX Settembre, la spending review è stata sempre un piccolo calvario. Ricordo ancora Enrico Bondi, il salvatore di Parmalat, chiuso in una piccola stanza di quell’enorme edificio, alla continua ricerca di qualcosa da tagliare. Fossero le siringhe di qualche lontano ospedale o il numero dei lampioni per lasciare al buio intere città. Piero Giarda, dall’alto della sua grande esperienza accademica, cercava di delimitare quella che poteva essere la cosiddetta “spesa aggredibile”. Vale a dire l’extra costo che la pubblica amministrazione subiva rispetto agli identici acquisti da parte dei privati. Ragionamento semplice, in apparenza: se i prezzi nel privato aumentavano di ”x”, perché nel pubblico quella percentuale diveniva, nel tempo, ”x” più ”y”? Misteri della pubblica amministrazione e anche di quel pizzico di corruzione in più che circonda i tanti – troppi – palazzi del potere. V I MERITI DI TREMONTI E DEI TAGLI LINEARI Comunque se n’è fatta poca di spending review. L’evidenza statistica, certificata dall’Istat, dimostra che la spesa corrente al netto degli interessi è diminuita (circa 1 punto di PIL) solo nel 2011 e nel 2012. Merito o colpa – se ne può discutere – del cattivo carattere di Giulio Tremonti: il Signor no, assoluto dominus della finanza pubblica, al punto che i suoi provvedimenti non passavano neppure per il Consiglio dei ministri. E quando vi arrivavano era solo un “prendere o lasciare”. Il metodo era quello dei cosiddetti “tagli lineari”: bestia nera del Parlamento. Oggi solamente camuffati in presunte “clausole di salvaguardia” che scatte- CARLO COTTARELLI FABIO CIMAGLIA ranno, inevitabilmente, al momento opportuno. Eppure dietro le inevitabili contumelie, che accompagnarono quell’esperimento, c’era un pizzico d’esperienza internazionale: il cosiddetto metodo Gordon Brown, che in Inghilterra ha funzionato, ma che tradotto in italiano ha reso poco o nulla. Nei palazzi di Sua Maestà britannica i civil servant hanno poco a che vedere con le stimmate della burocrazia italiana. Grande senso dello Stato e riflesso dell’Union Jack: gli anni d’oro della presenza imperiale. Sono abituati all’efficienza che è corollario indispensabile di un primato internazionale. Questi funzionari Sono, quindi, in grado di gestire il budget – che è cosa diversa dal bilancio dello Stato – in modo elastico. Possono comprimere liberamente le spese che ritengono meno essenziali e sviluppare altre che sono più in sintonia con il clima che il Paese sta vivendo. Se a questo aggiungiamo la minor dimensione del peri- metro del pubblico e, quindi, la maggior facilità dei possibili controlli la soluzione dell’equazione risulta a portata di mano. Fare spending in Italia è quindi enormemente più difficile. Le spese sono rigide, determinate principalmente da un’eccedenza di personale, che, negli anni, si è affastellato, grazie, soprattutto, ai favori della politica e al voto di scambio. Un apparato contabile mastodontico impedisce ogni flessibilità. L’articolazione in capitoli, nonostante i progressi realizzati, rende estremamente complicato il passaggio da una posta all’altra. Questi presidi, inoltre, sono il substrato del potere ministeriale. Un dirigente conta in quanto può disporre delle indispensabili risorse umane e materiali. Lo stato dei controlli interni ed esterni è addirittura comatoso. Gran parte dell’odierno potere della magistratura si giustifica con il fatto che quella funzione resta di ultima istanza. Non vi sono filtri che possono bloccare la degenerazione, all’insorgere dei primi sin- tomi inquietanti. Si aggiunga la frammentazione istituzionale. I mille organismi intermedi – gli ottomila comuni, le regioni, le comunità montane, le città metropolitane, la galassia delle municipalizzate e via dicendo – che moltiplicano i centri di spesa. Santuari in cui nemmeno la Corte dei conti può mettere il naso. E quando ci riesce, lo fa a babbo morto. Può chiudere le porte, ma i buoi sono già fuggiti. Come dimostra il caso di Fiorito, alla Regione Lazio e la generalizzazione di quel mal costume, che non ha lasciato indenne nemmeno quelle del Nord. Nonostante il ricordo dell’antica tradizione austro-ungarica, che pure qualcosa avrebbe dovuto significare. Sta di fatto che da questo coacervo di Enti, società, aziende, associazioni e chi più ne ha ne metta dipende oltre il 60 per cento della spesa corrente, al netto degli interessi e della previdenza. Un oceano, di fronte al quale si è trovato di fronte il buon Cottarelli: armato di secchiello e di paletta. Si esce da questo ginepraio con le proposte di riforma ventilate? Ne dubitiamo. Occorrerebbe una ricognizione preliminare di quelle che dovrebbero essere le funzioni irrinunciabili dello Stato nell’epoca della globalizzazione. Un po’ quello che fece Margareth Thatcher prima e Tony Blair dopo. Continuata dagli attuali governanti. Ma tutto ciò richiede, almeno in Italia, un preliminare esame di coscienza. Comprendere lo zeitgeist – parola intraducibile – vale a dire la cultura che è lo spirito del tempo presente. Quei cambiamenti, rispetto alle vecchie formule, che sono necessari rispetto ai mille conservatorismi di destra e di sinistra. E dei quali, purtroppo, si intravede ancora soltanto qualche debolissima traccia. CRESCE L’OCCUPAZIONE A GIUGNO Cinquantamila nuovi posti di Francesco Pacifico olto aiuta la stagionalità legata all’avvio delle attività del turismo. Ma un apporto non irrilevante lo ha dato anche la scelta di molte imprese manifatturiere di aumentare le scorte e assumere con contratti a tempo. Fatto sta che tra maggio e giugno dell’anno in corso l’Istat ha registrato 50 mila posti di lavoro in più. Risultato? Il tasso di disoccupazione è sceso a livello congiunturale al 12,3 per cento, cioè in diminuzione di 0,3 punti percentuali. M L’OTTIMISMO DEL GOVERNO Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, non lesina entusiamo: «L’aumento di 50 mila occupati a giugno è un dato in continuità con quello di maggio, dove si era registrato un analogo incremento, e segnala una possibile tendenza a un consolidamento di una leggera ripresa occupazionale». Per l’ex numero uno di Coop i dati di questi ultimi due mesi, infatti, seguono un inizio d’anno nel quale il calo dell’occupazione si era fermato e il numero degli occupati era rimasto pressoché stabile». Ma a ben guardare, tanto ottimismo rischia di essere eccessivo. A livello tendenziale, cioè annuo, la disoccupazione è cresciuta dello 0,1 per cento. Questo vuol dire che la ripresa è ancora lontana, con le aziende che mantengono ancora bassa l’attività viste la debolezza del mercato interno e la difficoltà di conquistare nuovi mercati. Ma quel che è peggio è che non si ferma la spirale della disoccupazione giovanile. A giugno ha toccato il 43,7 per cento, il livello piu’ alto dall’inizio delle serie storiche (mensili, ovvero dal 2004, e trimestrali, dal 1977). Nell’ultimo mese ha avuto una crescita di 0,6 punti sul mese, mentre sull’anno si registra un’impennata di 4,3 punti. Secondo il ministro Poletti gli under 24 anni (ormai 701mila sono senza salario) pagano anche «un’accentuazione del divario territoriale per cui la nuova occupazione si concentra nelle regioni del centronord, mentre le restanti aree del Paese continuano a perdere terreno». Chi vuole trovare lavoro, allora deve emigrare al Nord ,se non andare all’estero. Così si depaupera il Sud di quella che è l’unica risorsa a suo disposizione: il capitale umano, tra l’altro ben formato viste le tante eccellenze universitarie che ci sono nell’area. DIETRO QUESTO RIALZO I CONTRATTI STAGIONALI. AUMENTA PERÒ LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE. NUOVO RECORD, È SALITA AL 43,7 PER CENTO l tecnico non conferma né smentisce le sue dimissioni e dice soltanto che il «suo lavoro continua». Dal Tesoro invece negano che da lui «sia arrivato un attacco al governo o al ministero dell’Economia». Più diretto e meno diplomatico Matteo Renzi, pronto anche a rottamare Mario Cottarelli. «Io lo rispetto, ma non so che cosa farà. Ma la revisione della spesa la facciamo anche se Cottarelli va via». Non è rientrato lo scontro tra il commissario alla Spending review e il governo dopo che l’ex funzionario del Fondo monetario ha scritto sul suo blog: «Si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisioni della spesa o, in assenza di queste, attraverso tagli lineari delle spese ministeriali». A quanto pare il riferimento era all’emendamento votato in Parlamento sul pensionamento anticipato di 400 insegnanti rimasti incastrati nelle morse della legge Foriero. Che secondo l’economista riduce a 1,6 miliardi i risparmi per il 2015». Ma guardando la cosa con un pizzico di malizia, la tendenza potrebbe anche riferirsi alla scelta del governo di finanziare il bonus Irpef da 80 euro e parte del taglio dell’Irap con i 14 miliardi. Nei palazzi della politica danno già per scontato che Cottarelli torni in autunno a Washington, promosso come direttore Fmi per l’Italia. Così come è certo il nome del suo successore, il banchiere Yoram Gutgeld, ex capo di Goldman Sachs in Italia e consigliere principe di Renzi per l’economia. Ma l’incidente potrebbe indebolire non poco Matteo Renzi. Non a caso Renato Brunetta ha preso la palla al balzo e scritto a Giorgio Napolitano per chiedere al Quirinale se, dietro l’uscita dell’economista voluto da Enrico Letta, ci sia il tentativo del governo di fare spesa in extradeficit usando come coperture i tagli della spending review. Sullo sfondo c’è sempre la prossima Legge di Stabilità. Anche senza la correzione imposta sul deficit dalla Ue, l’Italia rischia di dover impegnare una ventina di miliardi per centrare gli obiettivi di deficit e finanziare gli impegni su missioni e cassa integrazione. Durante la direzione del Pd di ieri, Matteo Renzi ha provato a tranquillizzare il suo partito: « Con i 16 miliardi di risparmi previsti dalla spending review, confermati anche se Carlo Cottarelli dovesse lasciare, il rapporto deficit/Pil arriverebbe al 2,3 per cento. Dunque i numeri non sono un problema». Per Cottarelli quei soldi non sono ancora stati trovati. E soprattutto, avrebbe detto, sarà difficile recuperarli senza un intervento più massiccio sulla pubblica amministrazione. Richiama tutti alla calma Pier Carlo Padoan: «Serve ancora di più uno sforzo sia a livello nazionale sia europeo per la crescita». Pac I venerdì 1 agosto 2014 DUE GRANDI FILOSOFI DAVANTI ALLA STORIA di Mattia Baglieri l 22 luglio scorso Marco Assennato ricordava sul Garantista l’accademico francese Michel Foucault (1926-1984) a trent’anni dalla morte. L’impatto dell’analisi foucaultiana sul discorso e sui discorsi del potere, in vero semplicemente “umano” prima che politico, che derivano dalla lettura delle sue opere Storia della follia nell’età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Sorvegliare e Punire (1975) e Storia della sessualità (1976), non possono farci sorprendere della risonanza che il contributo post-strutturalista di Foucault manifestò sull’intera cultura occidentale degli anni Sessanta e sul suo tentativo di smascherare con l’arma della conoscenza le gerarchie politiche e la loro replica delle diseguaglianze sociali. Ma, al fianco della disamina delle radici del potere in Occidente, sembra interessante ripercorrere anche la relazione che Foucault intrattenne con il mondo mediorientale, forse meno nota. All’impianto foucaultiano si ispirò, su tutti, il saggio dell’accademico arabo-americano Edward Said che ricostruì il discorso coloniale europeo nel suo grandioso Orientalismo (1978), uno dei più I celebrati lavori sulle relazioni tra il mondo occidentale e l’“alterità” del mondo coloniale, che mutò per sempre la prospettiva attraverso cui la cultura diffusa così come gli accademici studi-postcoloniali guardarono da allora il mondo mediorientale e i suoi “nodi”. Anche la percezione distorta del mondo extra-europeo, a dire di Said, passava attraverso la nozione foucaultiana di “discorso” esattamente come il disciplinamento sociale europeo era passato attraverso la rigida disciplina imposta negli ospedali, nelle scuole e nelle carceri. Ad intere generazioni di europei, a prescindere dalla loro bandiera nazionale, era stato insegnato a guardare all’Oriente attraverso il prisma della “stereotipizzazione” fondata sugli opposti: all’Occidente liberale si contrapponeva un Oriente fanatico e irrazionale, all’Europa operosa venivano contrapposti i popoli mistici e pigri, incapaci prima che di “costruire” addirittura di concepire un regime politico di marca liberaldemocratica. Eppure, la stessa produzione foucaultiana ha rischiato di cadere nel “paradosso dell’essenzialismo” intellettuale nel momento in cui l’accademico francese ebbe modo di addentrarsi nelle questioni mediorientali. Ne ha parlato in questi termini nel 2007 il mediorientalista britannico Ian Almond, nel suo libro sui “nuovi orientalisti” (The New Orientalists, Palgrave) ed una certa delusione sulle considerazioni foucaultiane sull’Iran e la Tunisia all’avvento del 1968, animava le pagine di intellettuali del calibro di Marcuse, Althusser e Sartre, Foucault aveva preferito l’impegno di militanza diretta degli studenti di Tunisi, dalla preparazione culturale ancora assai arida, ma spinti da un protagonismo in prima persona fomentato dal messaggio di sinistra. Proprio l’appoggio nei confronti delle mobilitazioni studentesche tunisine contro il regime repressivo di Bourghiba obbligò Foucault ad un celere ritorno in patria, non prima di avere svelato il suo apprezzamento nei confronti di un popolo dipinto in maniera quasi romantica come “onesto ed energico”, in cui ciascuno si guadagnava le medaglie da solo e sul campo, “senza tutte quelle arie 14 non bastava «più attendere il Mahdi», ma occorreva «battersi ogni giorno contro la corruzione e per il buon governo». L’emergere del messaggio di affrancamento khomeinista pare avere esercitato una certa influenza sul Foucault inviato davvero “speciale” del Corriere, soprattutto nella diffidenza verso il legalitarismo e nella valorizzazione del lavoro; dopotutto, ammise egli stesso nel suo Taccuino persiano la misura con cui quel messaggio fece breccia: «Il governo islamico mi ha impressionato nel suo sforzo di politicizzare strutture indissolubilmente sociali o religiose e per il tentativo di aprire nella politica anche una dimensione spirituale». Il primigenio entusiasmo per la rivoluzione iraniana è forse il periodo più famigerato nella sua biografia. Foucault ritornò dall’Iran in novembre del 1978. Nel gennaio dell’anno successivo il suo lettore Edward Said ricevette a New York un telegramma con cui Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir lo invitavano a Parigi ad un incontro della rivista Les Temps Modernes per discutere della situazione mediorientale all’indomani degli accordi di Camp David : allo scrittore palestinese parve un invito leggendario, «quasi come essere invitati a casa di Richard Wagner o Virginia Woolf», come annotò nel suo diario, in una pagina ripubblicata nel 2000 dalla London Review of Books. Il professore della Columbia fu ancora più sorpreso quando scoprì che quella tavola rotonda si sarebbe tenuta proprio nel salotto della casa di Foucault. La lettura di questa pagina di diario è, in realtà, assai amara se la guardiamo con gli occhi di Said. Foucault e Said, duello sul Medioriente I DUE PENSATORI SI CONOBBERO E SI INFLUENZARONO, MA SU IRAN E PALESTINA RESTARONO DIVISI. IL RACCONTO DI UN INCONTRO A PARIGI, DOVE C’ERANO ANCHE SARTRE E DE BEAUVOIR, FINITO MALE emerge anche dalla rilettura di alcuni passi dello stesso Edward Said che tanto si era servito in prima persona dell’analisi foucaultiana. In Foucault, per esempio, proprio un periodo di insegnamento all’Università di Tunisi (1968), al seguito del suo compagno Daniel Defert che doveva assolvere ai suoi obblighi di leva, svolse un ruolo fondamentale nel ripensamento della cultura marxista. Alla definizione dei contorni teorici del marxismo europeo che, che si danno i francesi”. Nel 1978 fu la volta dell’Iran, dove il grande filosofo francese venne inviato a Teheran per conto del quotidiano Il Corriere della Sera che desiderava arruolare una penna che sapesse insieme raccontare la rivoluzione operata dall’Ayatollah Khomeini offrendo al contempo un’accurata interpretazione filosofica degli eventi in corso. Ma il filosofo, in quegli anni tardivi della sua produzione, si lasciò influenzare anche dal messaggio entusiastico con cui la popolazione iraniana cominciava ad accogliere l’esiliato Khomeini, i cui discorsi dalla Francia contro il regime Pahlavi - ampiamente sostenuto dagli Stati Uniti - all’inizio arrivavano nella capitale sciita attraverso musicassette diffuse sottobanco. La «mitica guida della rivoluzione Iraniana» veniva, infatti, percepita come l’artefice di una «disintossicazione dai valori occidentali» su cui si era fondata proprio l’attività modernizzatrice e laicista degli Shah. Secondo Foucault, con Khomeini la religione sarebbe divenuta un vero e proprio instrumentum regni attraverso cui gli Sciiti sarebbero potuti uscire dal quietismo dell’attesa silenziosa del Mahdi verso la rivendicazione contro “i sovrani illegittimi”. Era il clero iraniano ad affacciarsi sulla scena pubblica, come confidò al filosofo della Normale di Parigi un membro del clero sciita: infatti, ormai Simone De Beauvoir raccontò di come di lì a pochi giorni sarebbe partita proprio per quell’Iran da cui Foucault era appena tornato per manifestare contro lo chador e viene accusata da Said di una certa spocchia. Jean-Paul Sartre, a pochi mesi dalla morte, si fidava ormai ciecamente della strenua difesa dello Stato israeliano operata dal suo allievo Benny Lévy. Per due giorni Said cercò di parlare all’autore de La nausea ma «forse lo scrittore era ormai diventato sordo», non proferì parola e parve all’ntellettuale palestinese soltanto il «fantasma del suo passato». Michel Foucault si liberò presto dagli impegni di casa lasciando ai convitati il suo salotto e andando a lavorare alla Biblioteca Nazionale. Said ipotizza che anche Foucault si muovesse ormai su solide posizioni filo-israeliane che pare siano state anche all’origine della rottura della sua amicizia con Gilles Deleuze. Al solo Said fu lasciata una strenua difesa delle posizioni palestinesi (egli sedeva dal ’77 nel Consiglio Nazionale Palestinese), mentre a tre anni dalla propria morte, a Said, quei giorni parigini di discussione sulla situazione mediorientale che culminarono nell’uscita di un numero speciale di Les Temps Modernes parvero più sterili e inutili che mai. «Ma almeno avevo avuto occasione di conoscere Sartre...» concluse l’autore palestinese. cultura venerdì 1 agosto 2014 IL PIANETA DELLE SCIMMIE di Boris Sollazzo nsieme a Transformers 4, Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie, forse, è l’unica sfida che le major hanno lanciato in un’Italia che meritava una programmazione cinematografica più coraggiosa in questa stagione. Se è vero, infatti, che l’estate nel nostro paese ha sempre visto cali di spettatori inquietanti - se non addirittura una calma piatta totale - ormai dobbiamo fare i conti con cambiamenti, climatici ed economici, che stanno modificando tutte le abitudini. Ma Apes Revolution, nonostante l’uscita in sala in una data penalizzante come il 30 luglio, potrà, con una lunga tenitura e una sostenuta distribuzione (circa 540 copie) invertire la tendenza. Anche perché, va detto, alla faccia del fatto che sia il sequel di un reboot (ovvero il secondo capitolo di un riadattamento moderno), l’opera cinematografica in questione è di ottima qualità. Lo si deve, innanzitutto, a Matt Reeves, ben più di un onesto mestierante e molto a suo agio nel mettere le mani dove altri hanno già fatto grandi cose. Sodale, fin dalla serie Felicity (con quella Keri Russell protagonista che qui ha un ruolo bello e significativo), del geniaccio J. J. Abrams, con il genere apocalittico ha già fatto conoscenza, nel bel Cloverfield. Con quello del remake, invece, in Blood Story (Let me in), adattamento americano del bellissimo Lasciami entrare di Lindqvist. Apes revolution è un abile progetto che unisce altissime professionalità - su tutti Andy Serkis che dopo Gollum e Cesare, ormai, dovrà recitare sempre con una maschera: è da Oscar - alle paure del genere umano. Reeves, infatti, con un budget importante e la voglia di non farsi schiavizzare dagli effetti speciali, esigenza già notata nella sua pur breve cinematografia di genere, ci racconta ciò che siamo diventati. E dove la nostra crudeltà, la nostra noncuranza, la nostra superficialità potrà condurci: non solo nel buio della ragione, ma persino dentro qualcosa di peggio. Pur usando il 3D, il cineasta vuole rimanere più aderente alla realtà possibile (nonostante il doppiaggio italiano, incomprensibile, almeno per le scimmie): così i set di Vancouver, New Orleans e San Francisco assumono quella profondità, quella durezza, quella malinconia che un greenscreen avrebbe annullato. Ma questo kolossal è ben più di un film di fantascienza, o di un ripensamento de Il pianeta delle scimmie. Quel Cesare che da vittima e liberatore ora è carnefice ed oppressore, ti spinge a ogni tipo di metafora politica, complessa o elementare. E i piani di lettura di quel mangiabanane ben più intelligente, spietato e carismatico di un qualsiasi Tavecchio - se lo ricordi il candidato presidente della Figc che almeno in questo film, chi è goloso di questo frutto comanda il mondo -, sono tanti. Troppi, alcuni persino inconfessabili. Perché qui la Terra è il campo di battaglia di due specie che in nome di un darwinismo aiutato e forse deviato dalla tecnologia, cerca la supremazia e l’annullamento dell’altro. Sostanzialmente l’essenza di I Là dove chi mangia banane comanda il mondo UN BEL FILM DA CONSIGLIARE A TAVECCHIO. REMAKE DA NON PERDERE SUL NOSTRO FUTURO, DI QUEL GENIACCIO DI MATT REEVES ogni conflitto bellico, reale, degli ultimi vent’anni. Non basta la vittoria nel nostro mondo, serve la colonizzazione totale, la distruzione dell’identità altrui. Allo stesso tempo, però, Reeves, accanto all’epica e all’etica del kolossal apocalittico, mette anche un intimismo che coinvolge persino un animale apparentemente implacabile. E probabilmente perché questo mondo è diventato selvaggio e cinico, sono i realisti e non i sognatori a raccontarlo meglio, anche quando fantascienza e sospensione della credulità ti 15 farebbero pensare che non ce n’è. Nella sterminata cinematografia nata dal libro di Pierre Boulle (una decina di originali e derivati in tutto, da una quarantina d’anni a questa parte), spiccano i due capitoli moderni di Wyatt (L’alba del pianeta delle scimmie) e Reeves (questo Apes Revolution-Il pianeta delle scimmie), rispetto al remake di Tim Burton, che a quel capitolo della sua carriera deve invece, forse, il suo punto più basso. Se il primo capitolo della nuova epoca era animalista e ecologista, con le derive violente di questi movimenti che non di rado sfociano nel fanatismo, questo qui è decisamente più politico, malthusiano, spietato. Se Reeves - insospettabile ammiratore di Federico Fellini qui mette quasi naturalmente citazioni di 2001- Odissea nello spazio, non si rende del tutto conto che forse, in questo racconto, c’è più Apocalypse Now. Che quel Cesare “disanimalizzatosi” diventando più umano, così imperialista, assetato di potere, convinto della necessità della sopravvivenza propria e dei suoi simili, si perde come quel Brando che, più di ogni altro, ci mise di fronte a ciò che eravamo diventati. Sia chiaro, nonostante il risultato del botteghino fuori dall’Italia sia di tutto rispetto (354 milioni di dollari), non vogliamo paragonare quest’ottimo prodotto cinematografico - e lo chiamiamo prodotto perché è chiarissima la matrice industriale ed economica dell’operazione - con quelle opere d’arte. Ma è interessante capire come la centralità del genere umano, qui, si perda. Che l’egocentrismo dell’uomo lasci spazio all’ipotesi di una vita, di una specie, che possa - e forse debba, per come abbiamo maltrattato il pianeta e i nostri simili - sostituirci, combatterci, decimarci. E infine spingerci a fare retromarcia, a risorgere dalle nostre rovine. O anche no. Al terzo capitolo di questo reboot l’ardua sentenza. il primo giornale che crea indipendenza... ...anche nella pubblicità ...luglio e agosto pianificate la vostra campagna pubblicitaria off e online ad un prezzo che non avreste mai immaginato 24 pagine nazionali tre edizioni calabresi Contattaci: 0645443232 - [email protected] venerdì 1 agosto 2014 17 “Wie gehts”, ovvero “Come stai” e “Tor schiessen”, cioe’ ”Tira in porta”. Si limita, per ora, a queste due espressioni il tedesco di Ciro Immobile. “L’eredita’ di Lewandowski (passato al Bayern, ndr) non mi pesa, ha fatto tanti gol, non so se ne faró di più: lui è il passato io il presente”, afferma perentorio l’ex Torino. sport MALAGÒ VEDE IL CANDIDATO GAFFEUR. RENZI: «NON ME NE OCCUPO» di Errico Novi Roma quelli come Matteo Renzi li scolpiscono con una definizione tecnica: paravento. Termine di cui è nota anche una versione più gergale. Difficile trovarne uno più azzeccato. A maggior ragione dopo l’uscita palla al piede da libero vecchia maniera con cui il presidente del Consiglio vanifica l’ennesimo tentativo di inchiodarlo al caso Tavecchio. «Se dicessi una parola su di lui l’Italia sarebbe squalificata dalle competizioni europee», taglia corto Renzi, che rafforza il concetto con una solleticatura fatta apposta per i tifosi di calcio: «Se il premier interferisse sarebbe il modo per non mandare Juve, Roma e Napoli in Champions...». Tre squadre con cui abbiamo sistemato più di un terzo degli appassionati italiani. Segue digressione: «Magari il milanista Orfini sarebbe contento». Il capo del governo dribbla così il pressing di chi vorrebbe fosse lui a sollecitare il passo indietro di Carlo Tavecchio. Ci prova nel tardo pomeriggio il presidente del Coni Giovanni Malagò, che incontra il candidato alla presidenza della Figc dopo aver visto in mattinata l’altro competitor, Demetrio Albertini. Malagò è la sola estensione politica che Renzi può concedersi in questa vicenda. «Tocca al Coni, e nel caso non sia in grado, solo in quel caso, il governo può intervenire». Ma in realtà la strategia di Malagò è molto circolare. Perché i club della Lega serie A che nelle ultime ore hanno ritirato il loro appoggio a Tavecchio (il Torino è l’ultimo della serie) non hanno espresso contestuale sostegno ad Albertini. E lui, Tavecchio, A Corsa per fermare Tavecchio insiste senza ripensamenti. Incassa il sostegno della Lega dilettanti di cui è tuttora presidente e dice tondo tondo: «Vado avanti con la candidatura sin quando le quattro Leghe mi confermeranno il loro appoggio». E quello della serie A pare fuori pericolo, dopo le dichiarazioni di Galliani. e nonostante le defezioni. Poi Tavecchio rassicura sulla propria imperturbabilità: «Non è assolutamente vero che non ce la faccio più, come ho letto su un quotidiano». Dopo la battuta di Tavecchio sui giovani calciatori africani che «mangiano banane e poi vengono qui» e magari diventano «titolari nella Lazio», l’unica exit strategy parrebbe «INTERVENIRE SULLA FIGC? RISCHIAMO SANZIONI FIFA», DICE IL PREMIER l’individuazione di un altro candidato sul quale far convergere i consensi ancora detenuti da Tavecchio, assolutamente maggioritari. Ma è una strada impervia: dov’è il nome? Albertini non vuol sentir parlare di «commissariamenti» neppure mascherati. D’altronde non pare per nulla rilanciato dalla tempesta in cui è finito il rivale. Dopo l’incontro mattutino con Malagò chiarisce di non associarsi alla sollevazione antirazzista che, in teoria, dovrebbe favorirlo: «Carlo l’ho sentito ieri, mi sembra assolutamente giusto che vada avanti». Lui non chiede il passo indietro. Confida che gli equilibri possano gradualmente mutare e Il ct azzurro Di Biagio soddisfatto: “L’Under 21 è migliorata molto rispetto a quella di un anno fa” ”S i sa che la Serbia ha cinque-sei giocatori che hanno già esperienza in Champions League o in nazionale maggiore. Però oggi le cose sono cambiate, noi siamo cresciuti rispetto a un anno fa, li stiamo raggiungendo”. A poco più di un mese dal doppio appuntamento cruciale contro Serbia e Cipro, valido per le qualificazioni agli Europei di categoria, il commissario tecnico della nazionale Under 21 Luigi Di Biagio traccia il punto della situazione. ”Io cerco di trasmettere qualcosa del mio modo di pensare il calcio, fare sempre gol e non pensare a gestire la partita: la disponibilità dei ragazzi in Nazionale è tanta che i risultati si stanno vedendo, ma c’è comunque molto da fare ancora”, dice l’ex centrocampista in un’intervista a ’Vivo Azzurro’. ”Adesso - prosegue - avremo un’amichevole contro la Romania che ci servirà per dare continuità alle nostre prestazioni e ai nostri risultati. Ho sempre pensato che, nonostante il girone fosse complicato, potessimo farcela. Ora sta a noi dimostrare di essere in grado di battere la Serbia”. I prossimi convocati saranno annunciati da Di Biagio il 7 agosto per l’amichevole di Ploiesti del 13: ”C’è uno studio di anni con questi ragazzi”, chiarisce il ct. ”Sono da cinque anni in Federazione, li conosco bene e sto cercando di puntare su un gruppo di 35-40 calciatori. Oggi fortunatamente sono in difficoltà per scegliere quelli da convocare o gli undici da mandare in campo. I convocati saranno scelti indipendentemente dal minutaggio o da quello che stanno facendo in ritiro, ma sulla base delle mie idee. C’è un criterio ben definito che sto portando avanti”. ”Dal punto di vista dei portieri siamo a posto, perché ho la possibilità di scegliere tra Bardi, Perin, Leali, Cragno, Di Gennaro e Scuffet che sta venendo fuori in maniera incredibile”, prosegue Di Biagio. Secondo il ct degli azzurrini il nuovo Cagliari targato Zeman secondo Di Biagio ”potrebbe essere sicuramente una mano in più, perché negli anni in cui ha allenato Foggia, Pescara e Roma tra Under 20 e Under 21 sono arrivati almeno dieci giocatori. Questo la dice lunga sul suo modo di lavorare e di puntare sui giovani. È un motivo in più per noi per seguire il Cagliari”. portarlo in pole position. Di sicuro non esclude un vertice a tre con Tavecchio e Malagò. Perché poi la soluzione più semplice sarebbe proprio quella di assicurare ad Albertini il sostegno dello stesso Tavecchio e di tutto lo schieramento oggi ancora ordinatamente disposto dietro quest’ultimo. Dal che l’ex centrocampista del Milan ne uscirebbe presidente eletto praticamente all’unanimità, ma anche tenuto a seguire una linea da ”grosse koalitron”. «Abbiamo rivisto un po’ il programma e parlato della visione che uno può avere del futuro», dice in effetti Albertini subito dopo aver visto il presidente del Coni, «sappiamo che tutto questo passa attraverso una condivisione delle diverse componenti». Al momento di stampare questo numero del giornale l’incontro tra Tavecchio e Malagò non si è ancora concluso. Ma è evidente la difficoltà di un accordo che porti a un candidato unico. Il presidente gaffeur rivendica un appoggio tuttora ampio. Incassa l’esplicito incitamento della sua Lega, quella dei dilettanti, che gli ha «rinnovato la piena fiducia: i rappresentanti della Lnd sul territorio», si legge in una nota, «espressione democratica di oltre 14mila associazioni sportive dilettantistiche nelle quali giocano un milione e 200mila tesserati, rivendicano con forza l’orgoglio e la dignità di un mondo, guidato dal presidente Tavecchio, che in silenzio lavora ogni giorno per lo sport, i giovani, il sociale e l’integrazione». Dall’altra parte c’è il neoaquisto della Juventus Patrice Evra: è del Senegal, naturalizzato francese, e dice parole semplici e di buonsenso: «E’ molto triste essere qui e dover parlare di razzismo, non capisco per quale motivo non si riesca a superare questo problema: credo sia solo ignoranza». Poi una frase che è un’evocazione: «Io non sono nero, bianco, rosso, giallo, sono un uomo». Basta e avanza per rendersi conto del ginepraio in cui si è infilato il calcio con la candidatura di Tavecchio. sport venerdì 1 agosto 2014 18 IL MANCHESTER UNITED LO HA VOLUTO A TUTTI I COSTI visti IL LATERALE SINISTRO DOVRÀ DIMOSTRARE LE SUE QUALITÀ al mondiale di Massimo Maneggio Roma a giocato relativamente poche gare nella sua breve carriera ma ha diviso, praticamente, tutti gli amanti del calcio in Inghilterra. Molti lo considerano un sopravvalutato, altri un fenomeno, altri ancora un normale giocatore, un mestierante della fascia. Difficile fare un mix di queste interpretazioni per Luke Shaw ma quando il Manchester United spende quasi quaranta milioni d’euro, forse vale la pena aprire il dibattito. Ai mondiali ha giocato una sola gara, ma aveva davanti un “mostro” come Ashley Cole, ora neo acquisto della Roma. E Hodgson ha preferito la sua esperienza. Shaw ha disputato la gara più inutile per l’Inghilterra, quella contro il Costa Rica. Maglia numero 23, non ha entusiasmato, ha giocato una partita «senza infamia e senza lode» come si diceva qualche tempo fa. È di certo uno dei più pagati, nel rapporto qualità-prezzo-età: neanche Wayne Rooney arrivò a tali cifre, nel passaggio dall’Everton alla squadra di Alex Ferguson, nonostante avesse già molti più estimatori nonché colpi balistici. Senza voler essere completamente disfattisti o detrattori nei confronti di Shaw, c’è ancora da ricordare che, con quasi quaranta milioni di euro spesi, la sua sarà una maglietta “pesante”, ben più di quella del centrocampista Fellaini, altro calciatore pagato a peso d’oro. In Premier League ha giocato cinquantacinque partite con la maglia del Southampton, venticinque gare nella stagione 2012-2013 e altre trenta in quella passata. Nel tempio dei “Red Devils” dovrà dimostrare di essere un calciatore già fatto e pronto per affrontare una tifoseria e una dirigenza che non ha più tempo da perdere. L’anno di David Moyes è stato fallimentare con la mancata qualificazione alle coppe europee, un fatto quasi storico nella parte di Manchester che, per anni, ha sbeffeggiato i cugini del City. Ora la ruota è girata in maniera vertiginosa: il City è una corazzata, mentre lo United arranca un po’. Non c’è da disperare, poiché il nuovo tecnico è un certo Louis Van Gaal, un allenatore che, di certo, sveglierà l’ambiente a forza di usare metodi da semi-dittatore. Così, per Shaw arriverà l’esame più serio: dimostrare di essere un calciatore da Manchester United. Nel suo carnet calcistico vanta le classiche doti dei terzini d’avanguardia, ovvero corsa, facilità di sovrapposizione e fiato a propria disposizione, mentre nella fase prettamente difensiva e nella marcatura stretta non appare irresistibile. Ha la necessità di migliorare nei fondamentali, un po’ come tutti i calciatori nati nel 1995 e che ancora devono maturare la giusta malizia in campo. Avrà il tempo (e speriamo anche la voglia) per diventare uno dei migliori, ma quel peso psicologico di avere un cartellino da quaranta milioni addosso non è una passeggiata. A Manchester, si sa, i talenti crescono bene e rimangono tutta una vita (Giggs, Scholes sono gli esempi classici), mentre chi è più svogliato rimane per qualche stagione, ciondolando in un campo d’allenamento e perdendo gli anni migliori. A Shaw il compito di non deludere le enormi aspettative. H Shaw vale 40 milioni? Il dibattito è aperto IL BELGA PUÒ GIOCARE IN TANTE POSIZIONI De Bruyne, una pedina che fa sempre la felicità dei suoi allenatori di Giuseppe Mustica Roma requartista o esterno d’attacco poco importa. Dove lo metti Kevin De Bruyne riesce sempre a fare la differenza, perchè quando hai talento la posizione in campo conta relativamente. Certo, se poi al Mondiale il tecnico belga Wilmots nel 4-1-4-1 lo inserisce interno sulla seconda linea e lui non brilla, non ce la possiamo prendere con questo ragazzotto del 1991 che ha firmato con il Wolfsburg fino al 2019 prima di essere acquistato dal Chelsea senza però assaporare il campo con frequenza. Il giocatore è stato titolare inamovibile nella spedizione brasiliana della nazionale che tutti hanno definito quella dei “giovani fenomeni”, visto che insieme all’esterno c’erano Fellaini, Mertens, Lukaku e Hazard tra gli altri. Ma la lente d’ingrandimento è puntata proprio sul mancino nativo di Drongen. Ha caratteristiche tecniche importanti De Bruyne: oltre a vedere la porta in maniera importante, il suo cambio passo sulla corsia mancina molto spesso lascia fermi gli avversari che non riescono a prenderlo quando parte in velocità. Il tutto condito da un’ottima tecnica che permette al giovane di servire anche assist importanti per i compagni di squadra. Prima di firmare con il Wolfsburg, De Bruyne ha giocato una stagione con la maglia del Werder Brema. Un’annata maledetta per i biancoverdi, ma non per il belga che, con una squadra allo sfascio, è riuscito in 33 presenze collezionate a mettere a segno 10 reti e a firmare 9 assist decisivi. Ed è tutto dire. Anche al Mondiale, in 5 partite giocate, ha siglato un gol contro l’Usa negli ottavi e due as- T KEVIN DE BRUYNE È STATO TRA I MIGLIORI ALL’ULTIMO MONDIALE CON IL BELGIO sist: uno alla prima contro l’Algeria e l’altro nella sfida dove è entrato nel tabellino dei marcatori. Difficilmente lascerà la squadra tedesca che ha investito parecchio nello scorso gennaio per accaparrarsi le prestazioni del giovane di prospettiva, consapevole di aver fatto un buon affare. Ma senza dubbio le potenzialità che De Bruyne ha messo in evidenza potrebbero metterlo come obiettivo delle big d’Europa che sono sempre più alla ricerca di giovani di valore che possono diventare potenziali campioni. Se il belga riuscisse a confezionare un’altra stagione importante come quella fatta al Werder, allora sarà difficile per il Wolfsburg rifiutare le offerte che potrebbero arrivare, perchè le big europee quando decidono di aprire il portafogli riescono sempre a trovare degli argomenti convincenti (leggi milioni di euro). La qualità comunque migliore che il calciatore ha mostrato è quella di riuscire a leggere in anticipo le azioni di gioco: riesce ad anticipare le chiusure degli avversari arrivando sempre un tempo di gioco prima rispetto agli altri. Questo gli permette di attaccare lo spazio dove potrebbe arrivare la sfera in vantaggio su chi lo deve rincorrere, quindi ha molte più possibilità di calciare verso lo specchio della porta oppure di servire un compagno meglio posizionato. La cosa certa comunque è che ne sentiremo parlare ancora per molto, non solo nel club ma anche nella nazionale belga che come detto può contare su una generazione di fenomeni veri e propri che potrebbero veramente esplodere nei prossimi anni e che al prossimo Europeo e Mondiale potrebbero dare veramente filo da torcere a tutti gli avversari. È meglio stare lontani da questi ragazzi terribili. sport venerdì 1 agosto 2014 19 IL MILAN SULLE TRACCE DEL GHANESE AYEW, SORPASSO A DESTRA André Ayew è il nome nuovo per il mercato del Milan. Galliani ha chiesto informazioni sull’ala del Marsiglia, 25 anni, autore di due gol durante il Mondiale in Brasile. L’esterno ghanese, in scadenza di contratto nel 2015 sarebbe valutato dai francesi 7 milioni trattabili. Il giocatore avrebbe rifiutato già due offerte: vuole il Milan. PER IL CILENO INGAGGIO DA 13 MILIONI di Antonino Ulizzi llegri aveva assicurato a tutti che restava, come d’altra parte che lui e Pirlo si amano e sono stati separati dal destino crudele ai tempi del Milan. Ma sull’argomento, Vidal l’ad Marotta è parso pronto a confermare con il silenzio la sempre più probabile partenza del cileno. «Se Vidal era a Manchester per le visite mediche? No, ieri era qui», ha detto Marotta. Che però non ha certo replicato alla domanda con fastidio o sorpresa, dicendo ad esempio che «Vidal non farà mai le visite mediche all’Old Trafford perché resta a Torino». L’offensiva dello United, prosegue eccome. Secondo i media inglesi, il cileno comunicherà a breve la sua volontà di lasciare il club bianconero per vestire la maglia dei Red Devils. Per la Juve è pronta un’offerta da 60 milioni di euro ma è l’ingaggio ad aver lasciato il cileno senza parole: 13 milioni l’anno per quattro stagioni. Perso Osvaldo, ormai praticamente alla Pinetina, e Lukaku, ingaggiato dall’Everton, il piano c della Juve si chiama Stefan Jovetic. Marotta vorrebbe chiederlo in prestito dal City, ma con questa formula le percentuali di successo potrebbero rasentare lo zero. Per quanto riguarda Romulo, Marotta ha assicurato che «tra oggi e domani sarà un giocatore della Juventus, domani il suo procuratore sarà qui a Torino per chiudere» Si è detto che Milan e Juventus si contendono Rabiot, ma sia Galliani che Marotta sembrano a oggi più ammirati che interessati a portarlo in Italia. «È un giocatore interessantissimo che però è di proprietà del Psg. È comunque un giocatore che conosciamo molto bene che i nostri osservatori hanno visto ripetutamente». In attesa di conoscere il destino di Rolando Bianchi, accostato all’Atalanta nelle ultime settimane, i nerazzurri per l’attacco puntano su una vecchia conoscenza del calcio nostrano: Victor Obinna, 27 anni, attaccante della Lokomotiv Mosca. Esploso nel Chievo, il nigeriano potrebbe tornare presto in Italia. Su di lui ci sono sia l’Atalanta che il Parma, in un duello al momento senza vincitori. L’Empoli, che non molla la presa per Saponara dal Milan, bussa in casa gigliata per tre giovani prospetti da far maturare in massima serie: l’esterno destro Cristiano Piccini, 21 anni, reduce dal prestito al Livorno, e i due trequartisti Rafal Wolski (21) e Matias Vecino (22) sono nel mirino del tecnico Sarri, che vorrebbe portare alla sua corte anche il difensore Camporese su cui però c’è anche il Cesena. In casa rossonera, dopo la finora disastrosa tournée americana con otto gol sul groppone, torna in auge la figura di Mattia Perin del Genoa. La porta milanista, che vede un Abbiati troppo vecchio, un Gabriel troppo giovane, e un Agazzi troppo inadeguato, non sembra fornire molte garanzie. E Galliani proverà quindi a chiedere per l’ennesima volta all’amico Preziosi un prestito o un acquisto in 214 comode rate. Il patron del Genoa sembra però in tutt’altre faccende A Vidal pronto a firmare con lo United Marotta punta Jovetic Su Fellaini piomba la Roma affacendato: praticamente chiuso l’acquisto di Giuseppe Bellusci dal Catania per due milioni di euro, il nome d’esperienza per blindare la difesa potrebbe essere però Hugo Campanaro (34) dall’Inter, che nonostante l’arrivo di Vidic sembrerebbe però intenzionato a giocarsi le sue chance agli ordini di Mazzarri. A centrocampo, dopo aver piazzato il colpo con Rincon, preso dall’Amburgo a parametro zero, è in rampa di lancio anche l’ex Juve Iago Falque (24) del Tottenham. In avanti avanza la candidatura di Lukasz Teodorczyk (23) attaccante polacco del autore di 20 gol in 32 partite con la maglia del Lech Poznan. La Fiorentina sembra intenzionata a rinfoltire il centrocampo con Jasmin Kurtic del Sassuolo, che un anno fa ha investito 4 milioni di euro per l’ex Palermo e potrebbe lasciarlo partire in prestito con obbligo di riscatto. La Lazio lavora per portare a Formello un’altra stella del Barcellona B. Si tratta di Patric esterno destro della formazione catalana, da tempo nel mirino di Tare. Conti- nua la caccia al difensore da affiancare a De Vrij per una coppia di centrali nuova di zecca: il nome dell’ultima ora è quello di Miguel Britos, 29 anni, uruguaiano del Napoli che ha avuto il foglio di via da Benitez. Ipotesi alternative sono Rolin del Catania, Mendes del Marsiglia, Hinteregger del Salisburgo oltre al sempreverde Rafa Marquez. Più nel libro dei sogni, che in quello della realtà, l’altro olandese Ron Vlaar: l’Aston Villa chiede 10 milioni e Lotito, a sensazione, non dovrebbe avere nessuna voglia di spen- “ derli. Anche se Rafa Benitez aveva smentito qualunque tipo di problema con il giocatore, il Napoli ha ceduto Valon Behrami all’Amburgo per cinque milioni. Gli azzurri puntano a fare cassa per sferrare l’attacco a Mamouade Fellaini dello United. Ma sul possente centrocampista belga si è inserita nelle ultime ore a sorpresa la Roma, che vorrebbe regalare a Garcia una valida alternativa a Strootman, atteso ancora da una lunga convalescenza dopo l’infortunio. GALLIANI NON SI FIDA DI AGAZZI E TORNA A CHIEDERE PERIN A PREZIOSI. GENOA: FATTO BELLUSCI, SI PUNTA CAMPAGNARO. BRITOS PER FARE COPPIA CON ASTORI ALLA LAZIO ARTURO VIDAL, CENTROCAMPI STA CILENO CHE LO UNITED VUOLE STRAPPARE ALLA JUVENTUS CON UN’OFFERTA DA 60 MILIONI. IN BASSO, A SINISTRA, MATTIA PERIN, PORTIERE DEL GENOA SEGUITO DAL MILAN. A DESTRA, ANDRÉ AYEW ” sport venerdì 1 agosto 2014 20 ARGENTINA GINOBILI SALTA I MONDIALI Niente Mondiali per Manu Ginobili. Il 37enne fuoriclasse dei San Antonio Spurs non partecipera’ alla kermesse cestistica al via tra un mese in Spagna a causa delle conseguenze di una frattura da stress al perone della gamba destra. ”Se sto bene ci saro’”, aveva assicurato nei giorni scorsi Ginobili, costretto pero’ adesso a dare forfait nonostante fosse stato inserito martedi’ tra i 15 preselezionati. Il forfait di Ginobili si somma a quello di Carlos Delfino, da tempo alle prese con un infortunio al piede. LA TOP TEN DEI GIGANTI DEL BASKET Un computer di nome Stockton migliori dieci cestisti della storia? Difficile stilare una classifica perchè ovviamente, ogni graduatoria può prestarsi a discussioni e si può essere o non essere d’accordo. Ma il bello di queste classifiche è proprio questo: ognuno dice la sua, anche se ci saranno tanti punti sui quali la giuria sarà unanime al cento per cento. Si parte dal decimo posto che assegniamo ad un uomo normale con un fisico da ragioniere che però ha dato lezioni di basket per oltre quindici anni giocando in una Lega di super atleti due volte più grossi di lui. Stiamo parlando di John Stockton, playmaker di 1.82 per 78 chilogrammi che ha chiuso la carriera con il record di assist, il 60% dei quali rifilati al suo compagno di avventure Karl Malone. Gli Utah Jazz si sono goduti l’intelligenza cestistica di un regista che definire un computer sul parquet è un autentico eufemismo. Stockton non sbagliava una lettura, ha spiegato al mondo come si esegue perfettamente un pick roll ed ha fatto vedere come si conduce una squadra nel ruolo più delicato della pallacanestro. Eppure, la sua carrie- I “ ra universitaria faceva pensare a tutto tranne che ad una storia da leggenda. Uscito dal piccolo college di Gonzaga, John fu snobbato per quasi tutto il primo giro fino a quando non arriva la chiamata numero sedici. Gli Utah Jazz avevano bisogno di un playmaker e l’ultimo disponibile era proprio lui. Ed ecco quindi che comincia la favola di John che va in una franchigia che gli dà subito fiducia. Quasi contemporaneamente, arriva Karl Malone e nasce il duo più forte degli anni’80 e 90 con i Jazz che diventano una squadra cliente fissa dei play-off. Stockton è uno di quelli che lascia la ribalta ad altri; lui parla con i fatti. La leggenda dice che si e no pronunciava circa dieci parole al giorno oltre il saluto di buongiorno e buonasera. Leader silenzioso come pochi, ma giocatore duro che si faceva sentire anche a livello difensivo; i suoi gomiti nel fare i blocchi sono ancora ricordati come i più spigolosi da parte di chi lo ha affrontato. Stockton diventa subito un All Star e prova in più di un’occasione a trascinare i suoi Jazz verso il titolo Nba. Ci va vicino spesso ma prima i Lakers dello Showtime, poi i Soinics di Shawn Kemp ed, infine, i Rockets di Olajouwan gli negano l’ingresso in finale. John non si arrende e ci riprova nel 1997 quando gioca una stagione da sogno assieme sempre al suo amico Malone che diventa MVP della lega. Utah arriva a giocarsi il titolo solo che di fronte ha come avversari i Chicago Bulls di Michael Jordan, una squadra trascinata da un alieno sbarcato sulla terra per fare incetta di titoli. Jordan dirà che le sfide con i Jazz sono state le più dure della sua esperienza in finale. Infatti, Chicago deve sudare le classiche sette camicie per disfarsi della resistenza degli uomini di Jerry Sloane, l’allenatore che ha segnato in positivo la carriera di Sotckton. 4 È STATO LA SPALLA IDEALE DI KARL MALONE NEGLI UTAH JAZZ a 2 per Chicago con il quarto atto vinto dai Jazz che verrà ricordato per il “the pass” un passaggio decisivo da un’area all’altro fatto da John, indovinate per chi? Per Karl Malone ovviamente prodezza che non è bastata per cambiare l’inerzia della finale decisa da una giocata spaziale di M.J. in gara sei con un assist che ha dato sei metri di spazio a Kerr che ha realato l’anello ai Bulls. I Jazz vogliono la rivincita e si ripresentano sugli stessi schermi l’anno successivo questa volta con il vantaggio del fattore campo. Vincono gara uno davanti al proprio pubblico, perdono gara due e tre ed anche la quarta; quando tutto sembra finito c’è un insperato colpo di coda in gara cinque a Chicago. Tre a due e si ritorna a Salt Lake City con Stockton che , con due vittorie interne, può coronare il suo sogno. Gara sei è un’autentica corrida; i Jazz sembrano averla in pugno ad un minuto dalla fine ma Jordan gioca i migliori 48 secondi della storia della NBA e si prende il titolo. Quel momento, toccherà il punto massimo di una carriera che riserverà a Stockton ancora tantissime soddisfazioni ed un primato che difficilmente verrà eguagliato: 15,806..oltre dieci a gara. Una cosa pazzesca basti pensare che il secondo è tremila indietro. Le vittorie di prestigio sono comunque arrivate perché John ha vinto due ori olimpici, il primo con il mitico Dream Team di Barcelona 1992 quando fu lui a rubarsi il pallone della finale con la Croazia e metterlo nella sua personale bacheca. Un uomo che ha regalato tanto e si è ritirato in silenzio così come aveva dato lezioni per oltre quindici anni. Futuro Hall of fame, la sua maglia è stata ritirata dai Jazz, squadra in cui ha disputato tutta la sua carriera e che ancora lo rimpiange. Ma non solo i tifosi del Delta Center, tutti gli amanti del gioco sanno che un playmaker come lui difficilmente si rivedrà dato che il ruolo ha subito un’evoluzione; i playmaker di adesso sono alti, potenti e segnano molto; Stockton era basso, magro e non schiacciava ma faceva segnare tutti... anche gli uscieri del palazzetto.grazie ancora al piccolo grande uomo di Spokane che ha dato speranza agli essere normali di poter diventare una stella in una Lega dominata da colossi. motori venerdì 1 agosto 2014 21 LA S COUPÈ, UNA VETTURA PER FACOLTOSI INTENDITORI di Vincenzo Bajardi a nuova S Coupè, variante sportiva dell’ammiraglia Mercedes è destinata di fatto a sostituire la SL. Sfoggia un look ultrasportivo. ”È una combinazione tra tecnologia hi-tech e motori di elevata potenza” ha rimarcato Paolo Lanzoni, PR di Mercedes Italia. I propulsori sono il V8 di 5 litri della S Coupè e il V8 5,5 litri della S Coupè 63 AMG con potenze rispettivamente di 455 cv e di 585 cv. Chi non si accontenta di questi valori da supercar può richiedere la S 65 AMG con il V12 Biturbo di 6 litri e 630 cv con una coppia incredibile di 1000 Nm. I prezzi sono però considerevoli: da 131.370 a 192.990 euro ristretti ad una clientela sofisticata e molto agiata. A livello di trazione c’èl’imbarazzo della scelta: sia le varianti a trazione posteriore (non disponibile al momento del lancio fissa- L La super sportiva ammiraglia Mercedes to in settembre) sia quelle a trazione integrale (la 4 Matic per in- tenderci), abbinate alla trasmissione 7 G-Tronic Plus o allo Spe- edshift MCT per la AMG. Su questa elegante e ”prepotente” S Cou- pè, dalle accelerazioni straordinarie, c’è una chicca da evidenziare. il sistema di sospensione Magic Body Control con funzione di inclinazione in curva. Grazie a questo moderno dispositivo la S Coupè a trazione posteriore si piega in piega in curva come una moto riducendo l’accelerazione trasversale di quanti sono a bordo della vettura. Comfort di marcia, è inutile sottolinearlo, al top e guida molto divertente e sempre in totale sicurezza. Fra i dispositivi lavorano a dovere l’MBC che ottimizza le prestazioni, il Road Surface Scan che riconosce il fondo stradale, ed ancora il sistema anticollisione. Spicca il grande display TFT, posizionato a fianco del cruscotto virtuale. Ovvio che c’è un pieno di funzioni regolabili con il touchpad sul tunnel centrale. Fra le diavolerie la profumazione dell’abitacolo, la ionizzazione dell’aria e perfino la funzione di massaggio basata sulla tecnica Hot Stone per i sedili davanti. IL MODELLO PUNTA SU UNA TECNOLOGIA A INIEZIONE DIRETTA La Kia Soul diventa Gpl K ia Soul, fedele alla sua immagine alternativa e fantasiosa, rivoluzionaria e senza compromessi, sorprende ancora proponendo per la prima volta nel suo segmento l’alimentazione a Gpl con tecnologia a iniezione diretta. La formula Eco-Gpl+ è un’esclusiva di Kia che ha compiuto un ulteriore passo avanti nel settore dei carburanti alternativi riuscendo a rendere ancora più attraente l’utilizzo del Gpl. Eco-Gpl+ è il primo impianto a gas liquido sviluppato appositamente per iniettare il combustibile direttamente nella camera di combustione, con importanti vantaggi che riguardano sia le emissioni inquinanti sia il rendimento del motore. Utilizzando gli iniettori di serie del motore Kia 1.6 Gdi a iniezione diretta di benzina, il sistema permette di ottenere prestazioni superiori rispetto ai sistemi tradizionali e una riduzione del 10% delle emissioni di CO2. Inoltre l’iniezione diretta consente di avviare il motore già a gas liquido, risparmiando così l’utilizzo di benzina ed eliminando la maggior parte dell’inquinamento a freddo. Si presenta quindi come un’attraente alternativa dal punto di vista ambientale e del contenimento dei costi di esercizio, a parità di caratteristiche funzionali e di prestazioni con la corrispondente versione a benzina. Kia Soul 1.6 Eco-Gpl+ dispone di una potenza massima di 130 CV, di una coppia massima di 154 Nm e raggiunge la velocita’ massima di 185 km/h; prestazioni pressoché identiche alla versione 1.6 Gdi a benzina, rispetto alla quale vanta pero’ emissioni di CO2 di 142 gr/km invece di 170 gr/km e un autonomia complessiva (grazie al doppio serbatoio), che raggiunge quota 1.300 km. Il consumo RISPETTO AI SISTEMI TRADIZIONALI C’È UNA RIDUZIONE DEL 10% DELLE EMISSIONI DI CO2 certificato nel ciclo combinato europeo è di 8,8 litri/100 km, con un risparmio netto sul costo del carburante, rispetto alla 1.6 Gdl a benzina, di circa il 40%. La nuova versione Eco-Gpl+ completa la gamma di Kia Soul che diventera’ prestissimo il primo modello della sua categoria a coprire l’intero panorama di motorizzazioni: diesel, a benzina, elettrica e ora Eco-Gpl+, offerta allo stesso prezzo della versione diesel con la normale garanzia estesa Kia 7anni. Il lancio è stato accompagnato da una nuova creatività con il giudice di Masterchef, Joe Bastianich, co-protagonista al fianco della crossover del momento. Due i canali, stampa e digital, raggiunti da una campagna perfettamente allineata con lo stile comunicativo ”different” di Kia, realizzata da Innocean Worldwide Italy con il service creativo di Casiraghi Greco&. ”Ego Friendly”, recita lo slogan, giocando sullo spirito green della Soul in versione Gpl, sulla fortissima caratterizzazione del personaggio Joe Bastianich e strizzando l’occhio alle caratteristiche principali della urban crossover di casa: design accattivante, personalità forte e stile ”playfully provocative”. RESTYLING PER LO SCOOTER A TRE RUOTE DELLA PIAGGIO Mp3, il traffico è un brutto ricordo P iaggio Mp3 è stato il primo scooter a tre ruote. Oggi il nuovo Piaggio Mp3 si propone come il primo tre ruote al mondo disponibile con sistema frenante anti bloccaggio Abs integrato dal controllo di trazione Asr (Acceleration Slip Regulation). opo 150.000 esemplari venduti con punte di diffusione straordinarie nelle grandi metropoli europee, Piaggio lancia la nuova gamma di scooter a tre ruote Mp3. Piaggio Mp3 300 nasce sulla appena rinnovata piattaforma tecnica di Mp3 500. Il telaio di Piaggio Mp3 è stato ridisegnato con il duplice obiettivo da una parte di garantire eccezionali doti di stabilità e precisione nella guida e dall’altra di accrescere la fruibilità del veicolo. La nuova architettura permette di coniugare queste due importanti esigenze, ottenendo il migliore Piaggio Mp3 mai costruito per qualità dinamiche, standard di sicurezza e per comfort di pilota e passeggero. Il nuovo spazio disponibile migliora l’ergonomia e ottimizza lo sfruttamento dello spazio di carico nel vano sottosella. L’attento e completo restyling delle forme contribuisce ad aumentare la comodità a bordo. La sella assume proporzioni sontuose: piatta e comoda consente una seduta, anche in coppia, più confortevole rispetto alla precedente generazione di Piaggio Mp3. Ne beneficia tutta l’ergonomia, a partire dalla posizione delle gambe, più distese e rilassate. In particolare la nuova triangolazione manubrio-sella-pedana guadagna misure che rendono più facile la guida e il completo controllo del mezzo. E non è solo il pilota a go- derne. Pensato come vera alternativa all’auto, il Piaggio Mp3 della nuova generazione offre al passeggero ancora più comfort: lo spazio a sua disposizione è ulteriormente ampliato, mentre la posizione assunta da seduto è più rilassata, oltre a beneficiare dei vantaggi offerti dalle nuove pedane poggiapiedi estraibili. Il grande vano sotto la sella, dotato di presa 12 volt, luce di cortesia e tappetino, è stato ridisegnato ed è ora più sfruttabile, grazie alla forma regolare e tenden- zialmente rettangolare, senza scalini o divisioni, così da renderne pienamente fruibile ogni centimetro quadrato, può così alloggiare comodamente due caschi integrali o una borsa porta computer. L’apertura della sella è come di consueto elettrica e assistita da un comodo ammortizzatore che accompagna in modo pratico e sicuro il movimento di apertura della stessa. Il codone piatto e slanciato rende agevole il montaggio e l’utilizzo dell’eventuale bauletto (previsto nella ricca gamma di accessori dedicata), il quale eleva ulteriormente la già spettacolare capacità di carico del nuovo Piaggio Mp3. commenti venerdì 1 agosto 2014 22 Saddam, Mussolini, Evita, Lenin Il gusto di litigarsi i cadaveri di Lanfranco Caminiti segue dalla prima ochi giorni fa, la famiglia aveva lanciato un allarme. Dopo le diverse tombe di mistici, moschee e altri storici monumenti religiosi fatti saltare in aria dai jihadisti dello Stato islamico in Iraq, temevano che anche per il loro mausoleo potesse avvicinarsi il momento della distruzione. Anche l’area di Tikrit è già sotto il controllo dei fondamentalisti. Così, i congiunti e gli ex fedelissimi di Saddam non escludevano di riesumare il suo corpo, e trasferirlo in una più anonima località. C’è una maledizione che insegue Saddam. Non è stato il solo. Dopo l’esecuzione e lo scempio di piazzale Loreto, il corpo di Mussolini era stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano, noto come Musocco, in un luogo che doveva essere segreto ma che tutti sapevano dove fosse. Anche Domenico Leccisi lo sapeva. Leccisi era un fascistone, giovane, coraggioso. Uno che a poco più di vent’anni abbracciò la Repubblica di Salò a cercarvi la bella morte. Non morì, però. E quando tutto era finito, con un manipolo di giovanotti fondò il Partito Democratico Fascista. Approfittando della rivolta dell’aprile 1946 nel carcere milanese di san Vittore penetrarono all’interno del cimitero di Musocco, disseppellirono la salma di Mussolini, se la portarono via con una carriola, e la custodirono in un luogo sicuro. Leccisi lasciò un messaggio sul fondo della fossa del cimitero: «Finalmente, o Duce, ti abbiamo con noi. Ti circonderemo di rose, ma il profumo delle tue virtù supererà quello delle rose». La cosa fece uno scalpore incredibile e il ministro Giuseppe Romita seguiva in prima persona le indagini per venire a capo della faccenda. Ai primi di maggio Leccisi consegnò la salma a due frati minori del convento di Sant’ Angelo di Milano. Arrestarono alcuni militanti del partitino di Leccisi, ma lui riuscì a farla franca, la polizia non riusciva a trovarlo. A quel punto si mise in moto la Volante Rossa, che di fascisti ne aveva fatti fuori non pochi, prima e dopo il 25 aprile. A luglio finalmente arrestano Leccisi, e il questore gli disse che era stato fortunato, che quelli della Volante Rossa ci stavano arrivando pure loro. Il 12 agosto le spoglie di Mussolini furono recuperate dalle autorità e trasportate in un convento dei Cappuccini vicino a Legnano, dove rimasero fino al 1957, quando furono restituite alla famiglia di Mussolini, consentendone la traslazione a Predappio. Leccisi intanto era diventato deputato del Movimento sociale italiano. Per quanto possa suonare macabro, a Musocco uno era andato, l’altro veniva: il 1957 è l’anno in cui arriva al Cimitero Maggiore di Milano il corpo imbalsamato di Evita Perón, esattamente al giardino 41, pietra tombale numero 86, con il nome inventato di sana pianta di signora Maria Maggi De Magistris. Evita, la regina dei descamisados, era morta di cancro il 26 luglio del 1952 a soli 33 anni. L’imbalsamazione fu P ’A BOOSTA DER CORE di Boosta Pazzesca Ogni venerdì, la posta del cuore di Boosta Pazzesca, una ragazza di 24 anni che vive a Roma, quartiere Laurentino 38, e sul web Boosta, consolame te. Il figlio del mio compagno viene un uikend sì e uno no a casa nostra, e a me me sta pure bene. Ma nun se lava, che il maschio adolescente ha da puzzà, dice lui. Ce lo so che è ’na fase... E nun je posso di’ gnente che non so’ la madre. Consolame: dimme che pure a lei je rompe li cojoni co ’sto andazzo. Con stima annarella71 Annare’, malgrado ’a vita e le scerte diverse ce rendono distanti, me sento de ditte che devi accanna’ er passato e punta’ tutto sur futuro de ’sto giovane zozzone. Turate er naso e trovaje ‘na pischella che se lo accolla ner UICHEND. Pure su’ madre nun c’avrà gnente da ridire. Fidate, su ’ste cose c’ho fiuto. *** Non pensi possa capitare proprio a te: tu, donna dignitosissima, da sempre elettrice radicale, attenta ai diritti inviolabili dell’uomo (compreso quello di poter modificare gli status FB), tradita da tuo marito con una grillina (della specie peggiore, quella antikasta® e complottara). Ora tu mi dici, dove ho sbagliato? Posso riconquistarlo brandendo una Moon cup? Tua Cozzina Eh, te la fai facile, Cozzina cara, ma ’a MUN CAP c’ha tutta ‘na serie de valori politici e femministi da considera’, tipo se è er modello cor sacchettino da viaggio oppure no, e devi puro imbrocca’ er colore che va de moda st’estate. Mo’ io nun è che so’ proprio sicura, ma me pare che devi fa’ n’apposita votazzione ONLAIN pe’ esse certa de brandilla ner modo giusto contro er marito fedifrago. Io, se popo voi esse sicura de fare colpo, te conzijo de usa’ n ber sanpietrino. *** Carissima Boosta Pazzesca, so’ quattr’anni che sto ‘nsieme a ‘sto pischello ma lui ancora nun m’ha chiesto de sposallo. So’ disperata, che devo fa’? A settembre vado in vacanza coll’amiche mie a FORMAINTERA e me vojo fa’ un tatuaggetto sur piede, tipo un dragone che sputa fiamme ar tramonto, ma poi ar matrimonio me vojo mette ’e scarpe quelle da sposa, che cor tatuaggetto ce stanno male. Ne ho parlato co’ lui l’artro giorno che stavamo ai saldi de ACCA&EMME che me sembrava un modo velato pe’ famme fa’ a proposta de matrimonio SEDUTA ISTANTE e m’ha risposto “boh fatte ‘sto tatuaggetto, in finale che vòi da me?”. Come la devo prende? Je devo mette le corna cor tatuatore? Selvaggiah Carah Selvaggiah, ’a vita a vorte ce mette davanti a scerte difficili e misteri insondabboli. Poésse che lui gradisca de più er tatuaggetto cor dragone che se scaccola er naso alla luce dell’arba, oppure era ’n velato modo de ditte che lui la sposa ’a preferisce coi stivali. Ma escluderebbi ner modo più assoluto che nun siete fatti l’uno pe’ l’artra. una decisione di Perón, Evita lo aveva pregato di «non essere toccata da nessuno». Però, durante la malattia non erano state poche le scritte sui muri come “Viva il cancro” o “Evita muori!”. Così, Perón decide di fare delle copie di Evita, tre per la precisione, per prevenire furti e vandalismi antiperonisti. Quattro versioni di Evita. Perón le aveva costruite un mausoleo con i marmi di Carrara ma si dimenticò presto di Evita. Prese l’abitudine di frequentare ragazze davvero troppo giovani, l’ultima, Nelli Rivas aveva appena 14 anni - d’altronde, Evita ne aveva 15 quando l’aveva incontrato - a cui per premio regalava cimeli di Evita. Si fece scomunicare dalla Chiesa. I militari si fecero avanti. Deposto dal golpe, Perón fuggì dall’Argentina. Cry for me, Argentina. Il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito, aveva elaborato nella sua mente un progetto, “Operazione Evasione”, di cui parlò al generale Pedro Eugenio Aramburu, a capo della Giunta militare. Bisognava nascondere la salma di Evita per evitare che qualsiasi posto si trasformasse in un luogo di culto e, implicitamente, di protesta. Nella notte del 22 novembre rubarono il cadavere di Evita. Moori Koenig lo nascose in casse e armadi, in un furgone, facendola girare di continuo per Buenos Aires, compreso nel retro di un cinema, fino a portarsela a casa nel suo studio, nascondendolo alla moglie, forse ossessionato. Poi preparò il viaggio in Europa: Rotterdam, Bruxelles, Bonn, Genova, Roma, infine Milano, Cimitero Maggiore. Tutto tacque fino al 1971 quando i guerriglieri peronisti, i Montoneros, decisero che il corpo di Evita doveva essere ritrovato. Il loro slogan era: “Se Evita fosse viva, sarebbe montonera”. Per questo sequestrarono e uccisero Aramburu, non prima però di farsi rivelare il luogo dove era sepolta Evita. Il corpo venne riconsegnato al settantaseienne Perón, allora in esilio a Madrid, da fedeli peronisti. Rieletto nel 1973, Peròn morì l’anno successivo di infarto. La salma di Evita lo raggiunse a Buenos Aires pochi mesi dopo. Anche la salma di Perón non ebbe pace. Nel giugno del 1987, al cimitero di Chacarita, a Buenos Aires, la sua tomba fu profanata e alcuni ignoti amputarono e rubarono le mani, chiedendo un riscatto di otto milioni di dollari. Non se ne fece nulla, e non si venne a capo di nulla. Senza alcuna contropartita, invece, qualche anno fa Oliviero Diliberto, allora segretario del Pdci, in visita al mausoleo di Lenin a Mosca propose di portarla a Roma, la salma, se i russi non la volevano più. Gli rispose piccato l’allora capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè: «La porti a casa sua». Era proprio quello che aveva fatto il tenente colonnello Moori Koenig, ossessionato da Evita e dal suo cadavere imbalsamato: a un certo punto, se l’era portato a casa, nascondendolo persino alla moglie. La moglie di Diliberto sta appresso al marito? MR.FACEBOOK OFFRE INTERNET FREE Zuckerberg, rete gratis in Zambia P iù internet per tutti. Mark Zuckerberg porta in Zambia la connessione gratuita, nell’obiettivo di garantire Internet a un numero sempre maggiore di utenti anche in aree dove a oggi sembrava impossibile. Il patron di Facebook fa sapere in una nota che «oggi stiamo introducendo Internet.org app per rendere Internet accessibile a più persone, fornendo una serie di servizi di base gratuiti». Grazie al servizio, gli abitanti avranno gratuitamente servizi legati al mondo della salute, del lavoro e a informazioni di rilevanza locale, senza addebito dei costi del traffico. commenti venerdì 1 agosto 2014 LA STORIA INSEGNA 1° AGOSTO 1808 MURAT RE DI NAPOLI Il 1° agosto 1808 il cognato di Napoleone, Gioacchino Murat, salì sul trono di Napoli al posto del fratello maggiore dell’imperatore, Giuseppe, al quale fu assegnata la corona di Spagna. Napoleone stava bonapartizzando l’Europa intera: la corona partenopea, in realtà fu posta direttamente sul capo della sorella Cari Landini e Marchionne, la ricchezza Fiat sono i lavoratori di Maurizio Zipponi segue dalla prima d infine tutta la battaglia contro la Fiom di Landini, la Fiat l’ha persa sia nei tribunali che nel paese rendendo il Segretario della Fiom il sindacalista più ascoltato e simpatico alle gente normale. Tutto questo è noto, però stà accadendo qualche cosa che potrebbe cambiare la percezione della Fiat e del suo ruolo in Italia. In questi giorni è stato siglato un accordo di fornitura tra Fiat e Omr, del presidente dell’Associazione Industriali di Brescia, del valore di 700 milioni di euro per i prossimi 10 anni. E’ importante perchè si tratta della fornitura per i primi veri modelli della nuova Alfa Romeo che verranno costruiti e montati integralmente in Italia con un ruolo prevalente dell’industria di qualità dell’indotto in una quantità pari a 400 mila auto all’anno, cioè quasi quanto se ne producono oggi. Ciò dimostra che il nostro sistema industriale è in grado di produrre la filiera dell’auto con tutta l’innovazione che porta con se, dal basso impatto ambientale, ai materiali ultraleggeri, alla sicurezza, perchè gia lavora per Mercedes, Porsche, Bmw, cioè per marchi che si sfidano sulla qualità. Se a questo aggiungiamo i nuovi modelli della Maserati e la Jeep Renegade che si costruirà a Melfi si comincia ad intravedere un passaggio dalla Fiat (fabbrica italiana automobili Torino ), che non c’è più, verso una nuova azienda che può mettere radici solide nel nostro Paese grazie a modelli di auto che confermano stile,progettazione e tecnologia italiana oltre all’alta qualità dell’indotto che non è più Fiat-dipendente come negli anni passati ma si è già misurato con l’internazionalizzazione del settore. C’è però un punto dirimente sul futuro di questa azienda ed è quello del valore del lavoro; cioè della capacità di cambiare totalmente il rapporto con i propri dipendenti che debbono diventare la vera risorsa su cui puntare e non,come è stato dal 2008 ad oggi il problema, il nemico da sconfiggere anche perchè oggi l’incidenza del costo del lavoro in un auto è meno del 9%. Se tutta la verità venisse messa sul tavolo a partire dalle difficoltà evitando la ricerca di capri espiatori e si ragionasse del cambio strategico di modelli e di tecnologie di processo facendo passare il messaggio che si parla del futuro, non ci sarebbero orecchie più attente di chi lavora visto che, per esempio, la visione temporale per l’Alfa è di 10 anni con l’effetto positivo di programmare nuove assunzioni nelle aziende che prendono gli ordini, in particolare nel centro-sud. E sarebbe un metodo onesto per riprendere ragionamenti di riconversione dove non si potranno più costruire automobili chiedendo allo Stato di fare la propria parte non trattandosi di dare soldi agli azionisti ma di nuova politica industriale. Dovrebbe cosi riprendere quel dialogo tra Marchionne e Landini che si è trasferito nelle aule dei tribunali per la lesione dei diritti Costituzionalmente garantiti di libertà e di associazione per i lavoratori. La trasformazione del settore auto in Italia, il ruolo dei lavoratori e la loro professionalità, il senso di appartenenza alla azienda sono gli ingredienti fondamentali per il successo. La Fiat Chrysler ha l’occasione di proporsi come riferimento per le nuove generazioni e non più come una caserma in cui quando si entra scompaiono le leggi, i contratti nazionali ed i diritti fondamentali delle persone. Ci sono le condizioni per voltare pagina e costruire nuove e moderne relazioni sindacali dando cosi un segnale positivo a tutto il settore manifatturiero italiano. E, non certo per ultimo, si riaprirebbe il capitolo del salario netto dei lavoratori e dei loro consumi visti i margini di profitto dei nuovi modelli. Dopotutto, è il vecchio Ford che si chiedeva: ”A che serve costruire auto che i miei dipendenti non possono acquistare?”. Si passerebbe dal governo della azienda repressivo al consenso verso la sua trasformazione, certo riducendo anche la catena gerarchica di comando che è conservativa e facendo spending review in tutta la struttura indiretta. È l’unico modo per costruire prodotti di qualità ad alto valore aggiunto e restituire quella dignità che i lavoratori hanno perso in questi anni di ubriacatura finanziaria. E Carolina, e Murat era il principe consorte. Gioacchino aveva tutte le qualità per piacere ai napoletani. Era sufficientemente guappo e scanzonato: giovane e aitante, con un testone pieno di riccioli neri, aveva una grande passione per le uniformi, che si disegnava da solo. Gli piaceva passeggiare per le strade e i vicoli di Napoli senza scorta, pronto a familiarizzare con tutti. Dopo la tragica campagna di Russia e la sconfitta di Napoleone a Lipsia, Murat cercò di salvare il trono avviando in gran segreto trattative separate con 23 l’Austria e l’Inghilterra. Ma dopo la fuga di Napoleone dall’Elba pigiò il pedale dell’acceleratore. Il 15 marzo 1815 dichiarò guerra all’Austria. Il 30 marzo lanciò da Rimini un proclama agli italiani, nel quale faceva appello ai loro sentimenti nazionali, dimenticando di essere anche lui uno straniero. Ma poi subì una serie di sconfitte dagli austriaci. Il 13 ottobre fu arrestato in Calabria e fucilato. La popolarità di un governante non è eterna. Plutarco Caro Ingroia, i diritti contano più della legalità www.ilgarantista.it facebook.com/ilgarantista twitter.com/IlGarantista direttore responsabile Pietro Sansonetti vicedirettora Angela Azzaro Ufficio centrale Franco Insardà Davide Varì Redazione Roma via della Panetteria, 10 00187 Roma Tel. 0645664410 Fax 0645664411 [email protected] Redazione Reggio Calabria via Eremo al Santuario, 75 89124 Reggio Calabria [email protected] Redazione Cosenza Trav. Via Verdi/Via Rossini 87036 Rende (CS) [email protected] Redazione Catanzaro Via Indipendenza 43 88100 Catanzaro [email protected] Società editrice Cooperativa Giornalisti Indipendenti via delle Mura Aurelie, 19 00165 Roma Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali [email protected] Edizioni il GarantistaSrl via Crocifisso n°15 Reggio Calabria P.IVA 02813760804 Pubblicità legale e istituzionale Provincia di Reggio Calabria Catanzaro-Vibo V.-Crotone Newtalk Srl Tel. 0965324193 Fax 0965307330 Cell. 3454282902 [email protected] Provincia di Cosenza legale e istituzionale Agitmedia Srl Tel. 098426702 Fax 09841631102 Cell. 3385223700/3334936084 [email protected] [email protected] Agenzie LaPresse S.p.a. AP - Associated Press Italpress progetto grafico Claudia Mandolini Tipografia: edizioni teletrasmesse Seregni Cernusco Srl Via Brescia, 22 20063 Cernusco S.N. (Mi) Tel. 0292104710 Seregni Roma srl Via E. Ortolani, 33 00125 Dragona (Rm) Etis Zona industriale – VIII strada, n.29 – 95121 Catania Distributore esclusivo per l’Italia Press-Di Distribuzione, stampa e multimedia srl Via Mondadori, 1 20090 Segrate (Mi) Tel. 0275421 Abbonamenti [email protected] Semestrale 180 euro Annuale 300 euro Sostenitore 500 euro IBAN IT11V0103003231000001312214 Intestato a Cooperativa Giornalisti Indipendenti Copie arretrate [email protected] Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 ISSN 1827 - 8817 Iscrizione al Roc n. 24645 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge 250/90 e successive modifiche e integrazioni Questo numero è stato chiuso in redazione alle 20.30 di Piero Sansonetti segue dalla prima A nche a me piacerebbe poter discutere finalmente fuori dagli schemi. Senza ignorare le sensibilità e le idee diverse che ci sono tra di noi, e senza trasformare queste diversità in incomunicabilità e guerra. Ingroia - e con toni diversi dai suoi, spesso assai più eccitati - tutti i rappresentanti del fronte ”legalitario”, ritengono il rispetto della legge e la punizione dei trasgressori come un compito supremo ed essenziale per il buon funzionamento di una società democratica. Io penso di no. Penso che l’affermazione della legalità dovrebbe essere subordinata all’affermazione del diritto e dei diritti. Sono convinto che spesso legalità e diritti siano in conflitto, e sono convinto che una società democratica può permettersi un certo tasso di delinquenza e di illegalità e non può permettersi invece un egual tasso di negazione dei diritti essenziali dell’uomo. E in questa negazione dei diritti io metto gli eccessi dei controlli, delle leggi, dei divieti, delle intercettazioni, delle indagini, dei sospetti. E quindi penso che se per ottenere un risultato sul piano della legalità occorre ridurre un diritto, deve essere il diritto a prevalere e non la legalità. Ingroia ritiene che la punizione dei trasgressori sia uno strumento fondamentale di governo democratico. Io sono convinto che una società moderna non possa essere organizzata attorno all’idea di ”pena”, di ”certezza della pena” e che tutti gli strumenti repressivi e punitivi dello Stato vadano ridimensionati e in prospettiva aboliti. Ingroia ritiene che la mafia sia una potenza militare e che va sconfitta da una macchina della giustizia intransigente, motivata, politicizzata, forte e sostenuta sia dalla politica sia da un ampio movimento di opinione pubblica. Io penso che la mafia sia una organizzazione politica e sociale che ”surroga” i poteri e i compiti dello stato, lo fa in modo sfacciato e sostituendo alle sopraffazione dello stato le sue sopraffazioni, incontrollate e sanguinarie. E che quindi per battere la mafia non occorrano le leggi e le manette, ma - come posso dire? - la rivolta, la rivolta popolare contro la mafia, contro lo Stato, e contro l’oppressione di un ”padronato” che nel Mezzogiorno da decenni ha esercitato un potere arrogante, sfruttatore e antimeridionale. Sono molto schematico, come vedete, sia nel provare a interpretare le idee di Ingroia sia nell’esporre le mie. Vorrei solo che si capisse che c’è una distanza di approcci, e che tutti e due gli approcci sono legittimi, e che è inevitabile, e giusto, che confliggano anche aspramente. Ma confliggere non vuol dire sospendere la comunicazione e il dialogo, come è stato in questi anni. E pero... Beh Ingroia dovrà dare atto che in questi ultimi 15 anni la posizione legalitaria ha largamente prevalso, creando un forte squilibrio nell’opinione pubblica e nella costruzione del senso comune. Spinta anche dal vento impetuoso dell’antiberlusconismo. Oggi - per capirci - nessuno s’indigna e molti applaudono se il più importante tra i giornalisti legalitari dice che per lui ”la presunzione di innocenza” - cioè un fondamentale principio della Costituzione - ”è solo un gargarismo”. E io ritengo che lo squilibrio che si è creato tra legalitarismo e garantismo, a danno di quest’ultimo, sia un problema politico culturale molto grande ( e tra l’altro è il motivo per il quale abbiamo fatto nascere questo giornale). Detto tutto questo ( e in conseguenza di tutto questo), ecco il mio dissenso con Ingroia sul caso Provenzano. Dice Ingroia: il 41 bis non è una pena aggiuntiva ma uno strumento per tagliare i rapporti mafiosi tra dentro il carcere e fuori dal carcere. Perciò va revocato a Provenzano, che non è più in grado di dare ordini alla mafia e dunque nel suo caso - mancando il perché - il 41 bis diventerebbe solo una pena accessoria. Benissimo. Però il problema è che il 41 bis è sempre, comunque, una pena accessoria, anche quando la sua applicazione ha una utilità al fine della lotta alla mafia. E’ questo che io contesto: che si possa usare ”il carcere duro”, cioè uno strumento anticostituzionale, a scopo di prevenzione e di indagine. Io penso che il 41 bis vada abolito, sia medioevo. La pena è la pena e non può essere usato un supplemento di pena come strumento di indagine o di sicurezza collettiva. Né quando questo utilizzo ha un fine né quando non lo ha. Non sono affatto convinto che il fine giustifichi i mezzi. Cittadini vessati dallo Stato Ma per loro non c’è giustizia di Astolfo Di Amato a cronaca riferisce di multe cervellotiche elevate a carico di ristoratori di Roma, che erano poi ridotte a seguito del pagamento di una somma. Si dirà ”una banale vicenda di ordinaria corruzione”. Non è così. Una storia del genere si riesce a comprendere solo tenendo a mente le vessazioni da basso impero, che caratterizzano oggi in Italia i rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione. Gli accertamenti, di qualsiasi genere, troppo spesso sono caratterizzati da fantasiosa creatività, frutto talora di ignoranza e talaltra di mala fede. Se, di fronte ad un accertamento strampalato, fosse agevole avere ragione e l’errore pesasse sulla vita professionale del pubblico ufficiale inadeguato non vi sarebbe di che lamentarsi. Ma, purtroppo, non è così. L’amministrazione difende a spada tratta qualsiasi pazzia interpretativa dei suoi dipendenti. E neppure quando il torto è macroscopico e accertato riconosce l’inadeguatezza di tali dipendenti e ne trae le dovute conseguenze. Figuriamoci, poi, se interviene per reprimere gli abusi costituiti dalle modalità vessatorie con cui sono talvolta eseguiti gli accertamenti. Basti pensare a quelli eseguiti con L una pervasività ed una lentezza capaci di paralizzare una attività produttiva. E il Giudice? Non c’è! Se si tratta di quello civile, amministrativo o tributario, la decisione arriva dopo secoli. Quando è inutile. Per di più, sono casi più unici che rari quelli in cui l’amministrazione è condannata alle spese. Per il cittadino, insomma, inizia un calvario che, comunque vada, avrà un saldo negativo. Se si tratta di quello penale, ancora peggio! Il magistrato del pubblico ministero di regola non ha gli strumenti tecnico-intellettuali per capire di cosa si tratti. Prende per oro colato quello che gli viene riferito e, sulla base di esso, devasta la vita delle persone: carcere, sequestro di beni, etc. Il cittadino finisce per sentirsi in balia di un potere oscuro ed arbitrario, contro il quale non vi è difesa. E diventa un sollievo trovare una via di uscita. Ecco perché il tema della responsabilità civile e disciplinare, prima ancora che penale, con specifico riguardo agli abusi nei riguardi dei cittadini va recuperato al dibattito politico non solo rispetto ai magistrati. La effettiva responsabilità di chi ha il potere di incidere sulla vita dei cittadini è un pilastro di una società garantista. il primo giornale che crea indipendenza diretto da Piero Sansonetti 24 pagine nazionali tre edizioni calabresi Abbonati al Garantista [email protected] Semestrale 180 euro - Annuale 300 euro - Sostenitore 500 euro IBAN IT11V0103003231000001312214 Intestato a Cooperativa Giornalisti Indipendenti