Directors` conflict of interests in takeover contexts
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Directors` conflict of interests in takeover contexts
FERRUCCIO M. SBARBARO INTERESSE DELLA SOCIETÀ ED INTERESSE DEGLI AMMINISTRATORI NELLE SCALATE SOCIETARIE: LEGITTIMITÀ DELLE TATTICHE DIFENSIVE NELL’ORDINAMENTO NORDAMERICANO 1 INDICE 1 – Introduzione 2 – I “fiduciary duties” degli amministratori 4 11 2.1 – Caratteri generali 11 2.2 – Responsabilità e “duty of care” 14 2.3 – Profili del “duty of loyalty” 18 2.4 – I “fiduciary duties” nel contesto di takeover 21 3 – Le tattiche difensive da scalate ostili: considerazioni generali 26 3.1 – Premessa 26 3.2 – Attività non considerabili come tattiche difensive 28 3.3 – Classificazioni 31 a) Difese anticipate e difese contestuali b) Difese approvate e difese arbitrarie c) Difese attive e “Just say no” d) Barriere e strategie difensive 4 – Analisi delle singole tattiche difensive 38 4.1 – Premessa 38 4.2 – Difese “pre-bid” 39 a) Repellenti per squali b) Piani di attribuzione di diritti agli azionisti (“poison pills”) c) Accordi di fine rapporto 2 d) Sproporzioni nel diritto di voto e) Creazione di “friendly voting blocks” (ESOPs ed altre previsioni) 4.3 – Difese “post-bid” 75 a) Litigation b) Vendita di “assets” c) Acquisto di “assets” d) Acquisto di azioni proprie e) Emissione di nuove azioni f) “Counter tender offers” g) Vendita della società h) Transazione 5 – La legittimità delle tattiche difensive 5.1 – Introduzione 99 99 5.2 – Le difese da scalate ostili secondo la Delaware Law 101 5.3 – Il post-Unocal 108 5.4 – Il dibattito 117 6 - Conclusioni 127 3 1 - Introduzione Non pare possa dubitarsi della circostanza che la corporate governance occupi ed abbia occupato, nell’ultimo decennio, una posizione dominante nel dibattito sul diritto delle società1. E se è vero che quelle del governo societario sono regole finalizzate sostanzialmente alla composizione, regolamentazione, nonché repressione delle situazioni di conflitto di interessi, allora appare evidente il perchè siano i momenti “critici” del fenomeno societario ad attirare prevalentemente l’attenzione della dottrina2. Certo, il conflitto d’interessi è pericolo connaturato alle società stesse, fascio di interessi vieppiù amministrato da soggetti talvolta estranei alla proprietà o comunque portatori di interessi individuali in potenziale contrasto con quello sociale. Anzi, è ovvio che le problematiche del conflitto d’interessi affliggano, più in generale, ogni fenomeno rappresentativo: ogni qual volta un soggetto è chiamato a gestire un interesse altrui, vi è il rischio che costui, il gerente, non amministri nell’interesse del gerito3. 1 I confini dell’espressione “corporate governance” sono alquanto indeterminati; l’ampia gamma di significati cui essa si presta ha condotto ad una varietà di definizioni che sottolineano, talvolta il legame principalagent fra azionisti ed amministratori, talaltra il funzionamento del consiglio di amministrazione, talaltra ancora il rapporto fra gli organi interni della società. Più in generale si può definire la corporate governance come l’insieme delle relazioni che sussistono tra coloro che – soci, amministratori, creditori, lavoratori, etc. – partecipano del fenomeno societario; così G. VISENTINI, Compatibility and Competition between European and American Corporate Governance: Which Model of Capitalism?, in Brook. J. Int’l L., 1998, n.3, p. 833. In linea AMERICAN LAW INSTITUTE, Principle of Corporate governance: Analisys and Recommendation, St. Paul, 1994, pp. 12 ss. 2 Cfr. per tutti U. MATTEI, F. SARTORI , Conflitto continuo. A un anno da Enron negli Stati Uniti e in Europa in Politica del diritto, anno XXXIV, 2003 pp. 177-206 ; G. VISENTINI, La disciplina del conflitto d’interessi nel mercato mobiliare, in NGCC, II, 2002, pp. 456 ss. 3 Cfr. ex professo, S. PUGLIATTI, Studi sulla Rappresentanza, Milano, 1965, pp. 35 ss., nonché 261 ss. . E più di recente G. DENOVA, La Rappresentanza, in P. RESCIGNO (a cura di) Trattato di Diritto Privato, X, Obbligazioni e Contratti, Tomo II, Torino, 1992, pp. 395 ss. Nonché G. VISINTINI, Della Rappresentanza, A. SCIALOJA, G. BRANCA (a cura di), Commentario al Codice Civile, Bologna-Roma, 1993, passim. In materia di società non si prescinda da P.G. JAEGER, L’interesse sociale, Milano, 1963, 4 Tuttavia, al verificarsi di operazioni straordinarie, quei momenti critici di cui si diceva, il già naturale rischio di conflitto d’interessi si acuisce, per assumere, spesso, dimensioni macroscopiche; sì che gli strumenti che il mercato pur pone a presidio dell’interesse sociale e della corretta gestione naufragano dinanzi al pericolo delle c.d. one-time defalcations: situazioni del tipo – come è stato efficacemente scritto – “prendi i soldi e scappa”4. In tali ipotesi, il deterrente costituito dalla fuoriuscita del manager dal mercato del lavoro, ad esempio, non svolge la propria funzione nei confronti di un soggetto il quale, o perché a fine carriera, o perché indotto dai possibili cospicui benefici dell’illecito, sfugge ai meccanismi di control and redressing delle regole economiche5. Non può negarsi come tale pericolo sussista anche nella gestione quotidiana e come non sia del tutto eliminabile, rientrando in quei costi di agency che da tempo la dottrina ha ben evidenziato quale fattore alla cui riduzione regole, mercato ed etica dovrebbero concorrere. Ma è altrettanto chiaro come le operazioni straordinarie incrementino questo rischio. Il tema qui in esame cosituisce inconfutabile prova di ciò. Le scalate di società, infatti, integrano senza dubbio fattispecie di particolare delicatezza e criticità, tali da suggerire l’insufficienza degli automatismi di mercato6. Che anche qui di conflitto d’interessi si verta, è “sensazione” istintiva, difficilmente negabile. Non è, però, altrettanto facile l’inquadramento nella sede del conflitto d’interessi, da un punto di vista di teoria generale; rectius, se il conflitto passim, C. ANGELICI, Amministratori di Società, Conflitto d’interessi e articolo 1394 cod.civ., in Riv. dir. comm., I, 1970, p. 104 ss. 4 L’ espressione è invalsa nella dottrina americana; fra tutti vedi R.C. CLARK, Corporate Law, Boston-Toronto, 1986, p. 640. L’efficace traduzione è, invece, di L. ENRIQUES, Il Conflitto d’interessi nella gestione delle Società per azioni: Spunti Teorici e Profili Comparatistici in vista della Riforma del Diritto Societario, in Riv. soc., 2000, n. 3-4, p. 515 5 Cfr. F.H.EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, op. cit., p. 171 6 La pericolosità in termini di tutela dell’interesse dei soci è ben nota e sottolineata da tutta la dottrina; v. ad esempio, L.A. BEBCHUK, A. FERRELL, Federalism and Corporate Law: The Race to Protect Managers from Takeovers, in Columbia Law Review, 1999, vol. 99, p. 1183 ss.; G. FERRARINI, Shareholder Value: a New Standard for Company Conduct, in Atti del Convegno di Siena, 30-31 Marzo 2000, sul tema Company Law and Capital Market Law, p. 17; nonché R.C. CLARK, op. cit., p. 588 ove si legge: “In no other context is the conflict of interest as serious as in the takeover situation”. 5 d’interessi fra amministratori e soci è evidente, lo stesso non può dirsi con riguardo all’interesse sociale. In altri termini, la situazione che sorge a seguito di una tender offer, in specie se ostile, è giustappunto atta a contrapporre due interessi: da un lato quello dell’amministratore a contrastare la scalata in quanto sia lesiva della propria indipendenza, sia pericolosa per la permanenza in carica; dall’altro l’interesse del socio a percepire il premio di controllo nell’adesione all’offerta, se vantaggiosa. Di qui l’interesse dell’amministratore a porre in essere operazioni difensive che, se da un lato proteggono la propria posizione, dall’altro danneggiano l’interesse degli azionisti alla massimizzazione dell’ investimento. Per di più, la difesa realizzata dai managers può essere condotta sotto “le insegne” proprio dell’interesse dei soci ad ottenere un’offerta maggiormente remunerativa; volendo tacere degli interessi degli stakeholders che qui più che altrove vengono spesso chiamati in gioco, di nuovo, a fondamento di una tattica difensiva. Il problema è complesso; e tale complessità, come si dirà, rispecchia la multiformità del panorama delle operazioni difensive stesse. E’ forse opportuno, allora, tornare agli interessi prima facie in contrasto, quello dei gestori e quello dei soci, per poi introdurre nel discorso le componenti “ulteriori” – non certo in ordine di importanza ma in termini di evidenza. Se è vero che questo conflitto fra directors e shareholders già di per sé giustificherebbe severi interventi normativi – si considerino, ad esempio, le norme in materia di passivity rule – non è, però, sufficiente ad affermare la rilevanza endosocietaria del fenomeno, sì da chiamare alla ribalta le regole di procedimentalizzazione e composizione del conflitto d’interessi ivi operanti7. La separazione stricto sensu fra la persona (giuridica) società e le persone (fisiche) azionisti, che informa tutti gli ordinamenti, tanto di common quanto di civil law, non è semplice da superare8; eppure la qualificazione in termini di 7 In questi termini M. GATTI, La società target in pendenza di offerta pubblica di acquisto, in Giur. comm., 2000, I, p. 649 8 Sulla persistenza della validità del concetto di persona giuridica quale concetto imprescindibile ed insuperabile dell’ordinamento, da ultimo P.G. 6 contrarietà all’interesse sociale della condotta di un amministratore che dovesse, eventualmente, profittare a suo vantaggio di un’operazione di takeover, risulta in vero auspicabile. Emerge, quindi, come la questione ruoti attorno ad uno dei temi più dibattuti del diritto commerciale: cosa debba intendersi per interesse sociale. E qui, ovviamente, la problematica risente delle differenziazioni fra gli ordinamenti che si registrano sul tema9. Nella prospettiva del diritto continentale appare chiaro come l’adesione alle teorie di marca istituzionalista, o che comunque fanno capo all’idea di Unternehmen an sich10, precluda la riconduzione della fattispecie in commento al novero della contrarietà all’interesse sociale; in questo senso, una difesa posta in essere dagli amministratori sarebbe, in sé, “neutra nei confronti dell’interesse della società”11, poiché lesiva del solo azionista, quale titolare dello strumento finanziario oggetto dell’offerta – bene che rientra nel suo patrimonio, distinto da quello sociale. Laddove, invece, si opti per una diversa definizione dell’interesse sociale, che ponga in rilievo l’interesse dei soci vuoi nell’ottica contrattualistica, vuoi in un’ottica di shareholder value, ecco che non potrà trascurarsi come la defensive tactic, nello scoraggiare la massimizzazione del valore per il socio, confligga con l’interesse della società appunto12. In specie, nel solco dell’identificazione dell’interesse sociale con l’interesse alla massimizzazione del valore delle MONATERI, La natura angelica della Corporation , in AA. VV., Studi in onore di Gastone Cottino , Padova, 1997, pp. 515 ss. 9 Cfr., in primis T. ASCARELLI, Sulla tutela delle minoranze nelle società per azioni, in Dir. prat. comm., 1932, I, p. 3; nonché G. MINERVINI, Sulla tutela dell’interesse sociale nella disciplina delle delibere assembleari e di consiglio, in Riv. dir. civ., 1956, p. 332 ss.; A. MIGNOLI, L’interesse sociale, in Riv. soc., 1958, pp. 725 ss.; nonché, naturalmente, P.J. JAEGER, L’interesse, cit., passim. 10 Sul punto P.G. JAEGER, op.cit., pp. 13-83; In Italia, in questo senso, T. ASCARELLI, Sui poteri della maggioranza nella società per azioni e alcuni loro limiti, in Riv. dir. comm., 1950, I, 190 ss., A. MIGNOLI, op.cit., p. 748 11 M. GATTI, op. cit., p. 650 12 Spunti in tal senso già in L MENGONI, Appunti per una revisione della teoria del conflitto d’interesse nelle deliberazioni di assemblea delle società per azioni, in Riv. soc., 1956, p. 453 ss.; nonché, di recente, M. GATTI, op. cit., p. 650, in particolare nella nota 154 7 azioni, è stato rilevato come gli azionisti che aderiscano ad un’offerta pubblica trovino nel premio che compensa la perdita della qualità di socio la realizzazione del proprio interesse sociale. E così, negli ordinamenti del vecchio continente, si afferma come “il conflitto tra l’interesse a contrastare l’offerta e quello a lasciare che essa si sviluppi senza intralci, interessi ai quali non si può negare la qualifica di interessi sociali, si risolve in base alla regola maggioritaria, sia pure qualificata”13. In verita, le evidenze dello ius conditum depongono in favore dell’inquadramento endosocietario di questo conflitto fra interessi non solo negli ordinamenti continentali. Certo, qui non potrebbe interpretarsi in altro modo la scelta dei legislatori di chiamare in causa l’assemblea. Ma, mutatis mutandis, come negare “l’afflato”, la suggestione dell’interesse sociale in quel coinvolgimento dei fiduciary duties, seppur in una loro applicazione estensiva ed eccezionale, verso il quale le corti nordamericane si sono orientate da più di un secolo14? Anzi, in questo contesto, la tendenza soprende di meno, in virtù della maggior “facilità” nel piercing the corporate veil che la giurisprudenza ha manifestato. La convergenza sul punto fra ordinamenti potrebbe, peraltro, anche suggerire un convergenza nelle visioni dell’intersse sociale fra ordinamenti che da sempre presentano dati di diritto positivo discordanti. La circolazione del modello dello shareholder value ha per certo significato molto in materia. Ma la problematica appare ancora legata alle differenze nelle strutture societarie ed economiche che sono difficili da superare, almeno nel breve periodo. In ciò, la globalizzazione gioca e giocherà, con buona probabilità, un ruolo determinante. 13 P. G. JAEGER, L’interesse sociale rivisitato (quarant’anni dopo), in Giur. comm., 2000, I, p. 805, ove alle perplessità di coloro che vogliono leggere nel fenomeno societario una affectio societatis che postuli una continuità del rapporto tra ente e soci, si oppone la coerenza del rilievo con il carattere economico delle società e con l’analisi della disciplina. Sulla regola in materia di O.P.A. negli ordinamenti continentali vedi, fra tutti, D. REGOLI, Doveri di Assistenza degli amministratori e nuovo ruolo dei soci in pendenza di O.P.A., in Riv. soc., 2000, n. 5, p. 792 ss., P. MONTALENTI, O.P.A.: La nuova disciplina, in Banca, Borsa, Tit. cred., 1999, p. 150, F.M. MUCCIARELLI, I poteri degli organi di società-bersaglio nella legge tedesca sull’OPA, in Banca, Borsa, Tit. cred., 2002, n. 1, pp. 659 ss. 14 V. amplius, infra, cap. succ. 8 Le conseguenze – è lapalissiano ribadirlo – sono e saranno assai significative. In particolare, relativamente al tema qui in oggetto, la questione circa la riconducibilità nell’alveo della contrarietà all’interesse sociale di una difensive tactic è solo in apparenza teorica, rivelandosi, nella realtà, foriera di non poche conseguenze pratiche, tanto per la riconduzione a sistema delle norme in materia, quanto per rinvenire il rango degli interessi protetti: solo se si accoglie, infatti, la nozione più ampia di interesse sociale si può affermare la rilevanza anche endosocietaria della legislazione in materia, dovendosi, in caso contrario – vale a dire aderendo alla concezione più tradizionale di interesse sociale – recuperare il fondamento delle regole in materia di takeover esclusivamente nelle ragioni di funzionamento del mercato15. Il coinvolgimento di interessi ulteriori, poi, sarà funzione della misura in cui l’ordinamento di riferimento dia cittadinanza agli stakeholders nel diritto delle società.; fattore che, peraltro, in un’ottica speculare influenza il concetto stesso di interesse sociale di quel sistema. Nell’ordinamento italiano, ad esempio, non sembra sostenibile quale motivazione di un’operazione difensiva, l’interesse dei lavoratori. Se è vero, però, che nonostante la disparità dei punti di partenza pare registrarsi – in linea con quel trend di cui si diceva16 – una sostanziale omogeneità verso la riconduzione del conflitto de quo nell’ambito dell’interesse sociale, è altresì vero come la sospresa si rinnova, quando l’indagine si dirige sugli orientamenti nordamericani e quelli europei nei confronti delle difese e più in generale delle scalate: emerge, inaffti, qui un atteggiamento significativamente diverso; sì che, di fatto, ad un approccio teorico in termini di inquadramento del conflitto di interessi fondamentalmente comune, si contrappone una differenza sostanziale nella normativa e nelle pronunce. Ad una decisa diffidenza delle normative continentali nei confronti delle operazioni difensive, sottoposte alla rigidità della passivity rule, ora pur mitigata dai recenti interventi, fa 15 In quest termini M. GATTI, op. cit., p. 650 Sulla tendenza allo ius commune che la comparazione evidenzia nel diritto commerciale ormai già da tempo, da ultimo v. R. ZIMMERMANN, Diritto romano, diritto contemporaneo, diritto europeo: la tradizione civilistica oggi, in Riv. dir. civ., 2001, n. 6, pp. 706 ss.; nonché V. ZAMBRANO, La comparazione e il gioco delle scatole cinesi, in A.A. V.V., Io comparo, tu compari, egli compara: che cosa, come, perchè?, (a cura di V. Bertorello), Milano, 2003, pp. 319 ss. 16 9 eco una giurisprudenza statunitense che, in buona sostanza, protegge, ad oggi, le defensive tactics scoraggiando, di fatto, gli hostile takeovers17. Tuttavia, le motivazioni di questa disparità di soluzioni effettive possono riscontrarsi altrove; non da ultimo in considerazioni politiche ed economiche sull’efficacia dei takeovers come strumento di corporate governance. Il tema, sebbene di grande interesse, non può essere affrontato in questa sede, ma vale a segnalare il coinvolgimento di ragioni extragiuridiche nella materia18. Sì che, pur all’adesione a identici profili teorici può far fronte un risultato, nei fatti, diametralmente opposto. Valga la pena notare, comunque, come le differenze vadano stemperandosi; in tal senso l’inversione del trend europeo appare evidente, come testimonia il passaggio da una rigida regola di passività al momento assembleare nel giudizio sulla legittimità delle tattiche difensive. L’indagine comparatistica, allora, trova in questo spunto ragioni di ulteriore interesse, nella consapevole necessità di cogliere la tendenza e presentarne i profili più significativi. 17 Si veda R. ROMANO, A Guide to Takeovers: Theory, Evidence and Regulation, in K. J. HOPT, E. WYMEERSCH (a cura di), European Takeovers. Law and Practice, Londra, 1992, pp. 3 ss. 18 La letteratura giuridica ed economica, in materia, è vastissima; per tutti si veda F.H. EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, op. cit., pp. 162 ss.; si possono, inoltre, menzionare D.D. HADDOCK, J.R. MACEY, F.S. MCCHESNEY, Property Rights in Assets and Resistance to Tender Offers, in Va. L. Rev., 1987, n.73, pp. 701 ss., W.J. CARNEY, Controlling Management Opportunism in the Market for Corporate control: An Agency Cost Model, in Wis. Law. Rev., 1988, p. 385 ss., H. DEMSETZ, K. LEHN, The Structure of Corporate Ownership: Causes ans Consequences, in J. Pol. Econ., 1985, n. 93, pp. 1155 ss.. Si segnalano, inoltre, J. BROOKS, The Takeover Game, New York, 1987, E.A. STALLWORTHY, O.P. KHARBANDA, Takeovers, Acquisitions and Mergers. Strategies for Rescuing Companies in Distress, Londra, 1988, e più di recente K.J. HOPT, H. KANDA, M.J. ROE, E. WYMEERSCH, S. PRIGGE (edited by), Comparative Corporate Governance – The State of Art and Emerging Research – , Oxford 1998. Notevole risulta l’influenza, in questi autori, delle considerazioni espresse in F. MODIGLIANI, M.H. MILLER, The Cost of Capital, Corporation Finance, and the Theory of Investment, in Am. Econ. Rev., 1958, n. 48, pp. 261 ss. 10 2 - I “fiduciary duties” degli amministratori 2.1 – Caratteri generali Nell’ordinamento statunitense, con l’espressione “fiduciary obligations” si vuole connotare il rapporto che esiste fra il titolare del diritto di proprietà e colui che assume compiti di gestione, rapporto che, più specificamente, nelle corporations riguarda quello fra società e amministratori. Per questi ultimi, l’imposizione di tali doveri è quindi una conseguenza necessaria dell’obbligo di tutelare al meglio gli interessi della società e trova fondamento, originariamente, in quell’idea di affidamento19 su cui si fonda la nozione di trust. La circostanza che, a seguito della sua evoluzione, la corporate law si sia progressivamente affrancata dalla law of trust non ha, comunque, messo in discussione la rilevanza del principio; ad esso, per contro, si è dato ora rilievo normativo – il legislatore precisando le condizioni in presenza delle quali ritenere esistente un fiduciary duty – ora si è lasciato alle corti il potere di specificarne i contenuti. Peraltro, che la responsabilità per violazione dei fiduciary duties non possa espandersi all’infinito ma debba trovare il suo limite nel diligente adempimento, sembra rispondere ad un generale criterio di ragionevolezza, giacché qualunque siano i fiduciary duties, ciò che ci si attende è che “a director shall discharge his duties […] in good faith”20. 19 Sulle obbligazioni assunte dal trustee si è osservato come esse consistano – nel loro contenuto attivo – nell’adoperarsi “affinché l’affidamento giunga al suo compimento”, delineandosi la sua posizione come un complesso fascio di rapporti obbligatori, cfr. M. LUPOI, Trusts, Milano, 1997, p. 236 ss. In proposito, altresì, E. M. TABELLINI, L’azione individuale del socio a tutela dell’interesse sociale secondo il diritto Statunitense, in Contr. Impr., 1998 , p. 811 ss. 20 Così la RMBCA § 80.30(a) che oltre ad introdurre il concetto di buona fede, discorre altresì di adempimento “with the care an ordinarly prudent person in a like position would exercise under similar circumstances and in a manner he reasonably believe to be in the best interest of the corporation”. 11 Nella realtà le cose sono abbastanza diverse. La complessità delle funzioni svolte dai managers è, infatti, da mettere in relazione alla circostanza che la loro attività si dispiega in un continuum di decisioni, controlli, scelte, indagini e quant’altro, che rende impossibile procedere ad una precisa individuazione dei fiduciary duties. Il fatto che essi si differenzino da caso a caso e da società a società, fa comprendere come la formula finisca con l’essere un’espressione troppo generica che riceve specificazione, esclusivamente, da una valutazione attenta della condotta21. Proprio la difficoltà di procedere a tale individuazione ha fatto dire, ad una parte della dottrina, che l’imposizione di fiduciary duties si fonderebbe sull’osservazione che è “too costy to contract for every contingency”22. Il principio sotteso all’espressione fiduciary duties troverebbe perciò fondamento nella difficoltà di procedere ad una contrattualizzazione dei rischi da parte degli investitori. Costoro sono, in genere, poco interessati alla politica della singola società, e le ragioni del loro intervento sul mercato vanno individuate nell’aumento di patrimonio che sperano di realizzare, piuttosto che nell’incremento di valore della singola partecipazione azionaria. Nelle corporations ci si trova, dunque, dinanzi ad una situazione molto complessa poiché i managers per tutelare l’interesse della società sono chiamati a far uso di un potere discrezionale (cosa che peraltro è insita nell’attività di gestione) che il più delle volte sottende la necessità di correre il rischio economico connesso ad iniziative temerarie. Perché anzi, tanto più il rischio dell’operazione economica è alto, tanto maggiore, in teoria, dovrebbe essere la sua convenienza economica. 21 Cfr. L. HERZEL, L. KATZ, Smith v Van Gorkom: the Business of Judging Business Judgement, in Bus. Law., 1986, n. 41, pp. 1188-1191, che evidenziano la difficoltà di giudicare scelte che possono rivelarsi efficienti per il mercato alla luce di parametri di natura giuridica. Inoltre, osservano gli AA. che il mercato “evaluetes directors on the basis of a long record of transactions. Because over time good luck and bad luck cancel out, the long term record is the best available indicator of a director’s shortcoming”. 22 Testualmente, F. K. EASTERBROOK, D. R. FISCHEL, op. cit., p. 98. Gli AA. muovendosi in una prospettiva di analisi economica del diritto, sottolineano come gli incentivi offerti dal mercato influenzino le soluzioni in tema di corporate law e come la logica contrattuale mal si concili con i fiduciary principles. 12 Inoltre, la tempestività con cui vanno effettuate determinate scelte può, tante volte, significare che il manager è costretto ad agire senza le informazioni adeguate, e cioè senza poter attendere i risultati di una inquiry magari già predisposta. Il ritardo, infatti, potrebbe essere all’origine di un danno più rilevante di quello derivante dall’assumere la decisione: in situazioni del genere è chiaro che soltanto a posteriori sarà possibile dire quale sarebbe stata la scelta più opportuna23. In questo senso, se è vero che il bagaglio di esperienze, di sensibilità, di senso degli affari, di conoscenze tecniche gioca un ruolo fondamentale nella realizzazione dell’interesse della società, è anche vero che non offre criteri per stabilire quando vi sia stata violazione dei fiduciary duties, né cosa essi siano. Né sarebbe opportuno sottoporre l’amministratore a regole di responsabilità particolarmente rigorose, perché tale eventualità finirebbe con “il condurre a soluzioni in contrasto con l’interesse sociale, in quanto [lo] incentiverebbe ad evitare rischi che sarebbe invece opportuno correre”24. In altro senso è conveniente sottolineare come non ogni carelesness conduct dia vita “to a claim for a iduc of iduciari duties” e come, quindi, la responsabilità sia una conseguenza del tipo di attività svolta dai managers, e non della posizione che essi occupano25. In questo contesto si colloca la distinzione fatta dalla Supreme Court of Delaware che ha ritenuto di comprendere gli obblighi degli amministratori in due categorie: duty of care e duty of loyalty26. 23 Così in Joy v. North, 692 F.2d 880 (2d Cir. 1982) dove rischio e profitto appaiono in rapporto di diretta proporzionalità. 24 Si esamini sul punto l’analisi di, F. K. EASTERBROOK, D. R. FISCHEL, op. cit., p. 90, nonché quella di M. A. EISENBERG, Obblighi e responsabilià degli amministratori e dei funzionari delle società americane, in Giur. Comm., 1992, I., p. 624. 25 Così i giudici in Lac Minerals v International Corona Ltd., 61 DLR 14, 28 (4th 1989). Si è precisato, H. B. MANNING, The business judgement rule and the directors duty of attention: time for reality, in Bus. Law., 1984, n. 39, pp. 1492-1495, “we do not have any common standard or experience as to what directors do; and what they do varies from company to company, from situation to situation and from time to time. Abandoning all effort to state what directors do, the present law simply announce that they must do it‘carefully’, like a prudent person”. 26 COMMITTEE ON CORPORATE LAW, Corporate director’s guidebook-1994, in Bus. Law., 1994, n. 49, p. 1252 che precisa “the legal obligations of directors fall into two broad categoris: a duty of care and a duty of loyalty”. 13 2.2 - Responsabilità e duty of care L’espressione duty of care assume nel contesto americano della corporate governance un significato tutt’altro che univoco, non solo in considerazione della difficoltà di verificarne i contenuti, ma anche per la necessità di rapportarla al tipo di attività svolta. Sebbene rinvii a quel modello di condotta generalmente accettato – e che è lecito attendersi da chi esercita un certo tipo di attività professionale la cui violazione, a partire da Donoghue v. Stevenson27, è a fondamento della Law of Tort – non si può negare che qui i suoi profili applicativi finiscano con il chiamare in causa un diverso ordine di considerazioni. In effetti, se è vero che il principio in base al quale “managers must act with reasonable care”, e cioè con diligenza, non può essere seriamente messo in discussione, è anche vero che quando dalle astratte affermazioni si passa ad individuarne i contenuti, ci si avvede di quanto quel principio possa risultare indeterminato, sia sotto l’aspetto contenutistico, sia in relazione all’individuazione dei soggetti nei cui confronti esiste l’obbligo. Le ragioni di questa incertezza sono da imputare al fatto che i managers, per tutelare l’interesse della corporation, sono chiamati non solamente a scelte difficili, dove il coefficiente di rischio (in termini di perdite economiche) può essere molto elevato, ma anche a valutare l’opportunità, secondo quanto si osservava in precedenza, di effettuarle. Il riconoscimento di un duty of care attribuisce, nondimeno, ai soci uno strumento di controllo sull’operato dei managers che abbiano, con la loro condotta, causato un danno alla corporation. Le diverse sfumature offerte in proposito dalla case law testimoniano, per un verso, della necessità di individuare Sul punto E. M. TABELLINI, op. cit., p. 812 che non manca di sottolineare come con ciò siano evocate categorie ben note al nostro ordinamento. 27 In un caso britannico – Donogue v. Stevenson (1932) A.C. 562, 569 – Lord Atkin osservò “the nature of thing may vary well call for different degreees of care”. 14 principi che controllino esclusivamente la regolarità del processo decisionale e non anche i suoi risultati e, per l’altro, danno conto di un articolarsi del duty of care, in duty of monitor, duty of inquiry, rispetto nelle decisioni del criterio di ragionevolezza, dovere di compiere scelte ragionevoli. Emblematico, in tal senso è Francis v. United Jersey Bank28. Il caso riguardava un’attempata signora che, dopo la morte del marito, aveva continuato ad occuparsi della gestione della società senza la dovuta attenzione e senza accorgersi che i figli “began to draw ever larger sums (still characterizing them as loan) that greatly exceeded profits”, al punto che la società fu costretta a dichiarare bancarotta. I giudici, osservarono che, sebbene la signora fosse una semplice casalinga con funzioni di amministratore “as an accomodation to her husband and son”, non si era, tuttavia, mai preoccupata di fare il benché minimo tentativo per liberarsi da tale situazione che è comunque fonte di responsabilità, giacché “directors are under a continuing obligation to keep informed, […] to attend board meetings […] to assure that bookkeeping methods conform to industry custom and usage […] to sometimes call for more than mere objection and resignation”. I giudici, in Francis, nel ritenere la responsabilità della disattenta amministratrice, individuano gli estremi della condotta diligente in un comportamento prudente ed attento ai compiti che una carica di tale natura ordinariamente richiede. Comunque sia, anche se si ammette che una decisione sia correttamente assunta non è detto che si risolva in un vantaggio per la società e, quella dell’amministratore sembra essere un’obbligazione di mezzi più che di risultato. La considerazione che una decisione possa essere non irragionevole pur avendo prodotto un pessimo risultato e il fatto che l’interesse dei soci possa meglio essere perseguito applicando ai managers un criterio di responsabilità meno rigoroso, ha indotto a ritenere che, qualora ricorrano talune circostanze, gli amministratori non siano responsabili delle perdite arrecate alla società. La regola si fonda sulla presunzione a) che gli amministratori siano in una posizione migliore di quella in cui si trovano i giudici per decidere della convenienza dell’affare, e 28 87 N.J. 15, 432 A.2d 814 (1981). 15 che essi agiscano non solamente b) nell’interesse della società, c) ma anche in buona fede e con la normale diligenza29. L’affermarsi della business judgement rule, chiamata ad operare come vera e propria regola di default, sposta in questo modo l’accento dalla ragionevolezza della decisione alla razionalità della stessa. Nei suoi sviluppi, la business judgment rule serve, da un lato, a non compromettere il potere discrezionale degli amministratori, i quali, secondo l’approccio dominante, “are more qualified to make business decisions than are judges”30; dall’altro, fa sì che il potere decisionale sia effettivamente esercitato dal consiglio d’amministrazione piuttosto che “any shareholder who is willing to sign a complaint”31. Il filtro rappresentato dalla business judgment rule implica, dunque, che solo quando l’attore riesca a superare il meccanismo presuntivo su cui si fonda, l’operato degli amministratori sarà oggetto di una valutazione da parte del giudice che ne apprezzerà la meritevolezza sia in termini di fairness to shareholders, che in termini di fair price. La dimensione esclusivamente giurisprudenziale della regola in esame, e cioè il fatto che sia un prodotto delle corti è, comunque, dimostrato dall’estrema difficoltà di attribuire ad essa una portata sostanziale, affidando agli statutes il compito di stabilirne i contenuti32. 29 Così, Gries Sports Enterprises, Inc. v. Cleveland Browns Football Co., Inc. 26 St.3d 15, 29 (Ohio 1986). In Aronson v Lewis, 473 A.2d 805, 812 (Del. 1984), i giudici hanno offerto una definizione della business judgment rule che tenta di conciliare i profili processuali e sostanziali della stessa. Secondo M. A. EISENBERG, op. cit., 621-622, la business judgement rule si fonda su tre condizioni di applicazione e su un criterio di valutazione. Le tre condizioni sono rappresentate 1) dall’esistenza di una decisione, cosa che esclude la valutazione di un’eventuale condotta omissiva; 2) assenza di un interesse personale di natura finanziaria del manager; 3) corretta applicazione delle regole che presiedono all’assunzione di una decisione. Solo dopo aver soddisfatto questi elementi segue la valutazione, alla luce di un criterio di razionalità, del comportamento tenuto dagli amministratori. 30 Così International Ins. Co. v. Johns, 874 F.2d 1447 (11th Cir. 1989) cit. in D. J. BLOCK, S. A. RADIN, M. J. MAIMONE, Derivative Litigation: Current Law versus the American Law Institute, in Bus. Law., 1993, n.48., p. 1458 n. 20. 31 M. P. DOOLEY, Two Models of Corporate Governance, in Bus. Law., 1992, n.48., p. 470. 32 Cfr., R. H. HAMILTON, Cases and Materials on Corporations - Including Partnership and limited Partnership, St. Paul, 1990, pp. 702-703, che, riportando le conclusioni della COMMITTEE ON CORPORATE LAW osserva 16 In tal senso è interessante osservare come, ad esempio, la definizione contenuta nel § 4.01© dei Principles appaia privilegiare taluni profili sostanziali, rifiutando l’impostazione processuale che ne hanno dato invece le Corti del Delaware; dal canto suo, il § 8.30(d) del MBCA, pur evidenziando l’importanza di un regime di responsabilità meno rigoroso per i managers, evita di fornire una qualsiasi definizione della rule. In conclusione, dunque, la difficoltà di individuare i contenuti della business judgement rule rende palese, per un verso, l’inadeguatezza delle regole di responsabilità contrattuale a sanzionare la condotta dei managers e, per l’altro, l’impossibilità per il giudice di entrare appieno nelle logiche societarie. Il rapporto fra duty of care e business judgement rule segue, in questo senso, il difficile cammino della colpa grave. Il principio, affermato in Smith v Van Gorkom, sebbene criticato perché legittimerebbe un sindacato dei giudici, i quali non hanno competenze specifiche in materia economica, si è mosso nella direzione di individuare la responsabilità dei managers esclusivamente in una condotta che violi le più evidenti regole di comportamento. In realtà, l’orientamento di Van Gorkom non può considerarsi eccezionale, ma applicazione di un criterio generale che, come nella specie è accaduto, può anche condurre a riconoscere un diritto al risarcimento dei danni di rilevante ammontare33. Per ovviare a queste difficoltà, e per ridurre il rischio di azioni nei confronti dei managers, per i danni arrecati alla società, talune legislazioni hanno introdotto limitazioni alla loro responsabilità che, però non escludono del tutto una qualsiasi forma di controllo sull’operato dei managers, sebbene la restringano ad ipotesi ben determinate34. come la soluzione di compromesso sia condensata nella frase “we are saying that there is a business judgement rule, that we know what it is and when it should be applied, but we can’t define it”. 33 Smith v. van Gorkom, 488 A.2d 858 (Del. 1985); così, A. T. MOORE, The 1980s – Did we save the Stockholders while the Corporation burned?, in Wash. Univ. L. Q., 1992, n.70, pp. 277, 281-280. 34 J. J. HANKS Jr., Evaluating Recent State Lagislation on Director and Officer Liability Indemnification, in Bus. Law., 1988, n. 43, p. 1236, che riporta gli esempi dello stato della Virginia, che fissa un tetto massimo al risarcimento; e lo stato dell’Indiana che, in “accordance with the statutory standard of care”, stabilisce che i managers “[…]will not be liable for breach or failure unless it constituted willful misconduct or recklesness”. 17 In dottrina, non sono mancate voci critiche verso sistemi di questo genere, poiché “indemnification and insurance reduces management’s incentive to act responsibly and thus impedes an effective system of accountability”35. Si è però osservato che il modo più efficiente, per ottenere il comportamento desiderato, è quello di “shifting the risk”, e cioè di individuare un soggetto che li sopporti e che sia diverso dai managers i quali altrimenti, finiranno con l’indirizzarsi verso una decisione meno rischiosa36. Che, peraltro, il duty of care possegga una forza minore rispetto al duty of loyalty, sembra in concreto non solo dimostrato dall’esiguo numero di questioni che sono approdate dinanzi alle Corti, ma altresì testimoniato da quanto sostiene parte della dottrina, per la quale “the differences between the duty of care and the duty of loyalty are so fundamental that the latter should be strengthened and the former abolished”37. 2.3- Profili del duty of loyalty Secondo la definizione data dalla corte del Delaware, il duty of loyalty si fonda sulla posizione di trust and confiance di cui godono gli amministratori e di cui non dovrebbero abusare per perseguire interessi personali38. L’articolazione del duty in esame, in una serie di ipotesi specifiche è stata, poi, tratteggiata in dottrina al fine di rendere più chiare le diverse situazioni contrattuali, e non, in cui può venirsi a trovare un amministratore39. 35 Cfr. J. W. BISHOP, Sitting Ducks and Decoy Ducks: New Trends in the Indemnification of Corporate Directors and Officers, in Yale L. J., 1968, n. 787, p. 1078. 36 Così, invece, R. KRAAKMAN, Corporate Liability Strategies and the Cost of Legal Controls, in Yale L. J., 1984, n. 93, p. 857. 37 K. E. SCOTT, Corporation law and the American Law Institute Corporate Governace Project, in Stan. L. Rev., 1983, n. 35, p. 927. 38 Guth v. Loft. Inc., 5 A.2d 503, 510 (Del. 1939); M. A. EISENBERG, op. cit., p. 629. 39 Secondo l’elaborazione di R.C. CLARK, Corporate Law., Boston-Toronto, 1986, pp. 143, 160, 191 e 264, esistono talune categorie che possono implicare fenomeni di abuso. Le ipotesi sono quelle di self-dealing; executive compensation; corporate opportunity; insider trading; corporate action with mixed motives. In particolare, il §144 del Del. Gen. Corp. Law, prevede che per una serie di transactions la fairness sia salva laddove 18 In teoria, infatti, nulla impedisce che egli possa in assenza di una eventuale situazione di conflitto d’interessi rendersi acquirente di un bene della società o, magari servirsene. Il problema è semmai nello stabilire quando questa situazione non si crei o, in altri termini, quando la qualificazione soggettiva da lui rivestita non abbia influenza alcuna sul tipo di negoziazione che lo vede coinvolto. In questo senso, si può evidenziare come la fairness dello scambio dipenda da circostanze tanto interne che esterne. A fondamento dell’invalidità del contratto concluso dal manager si pone l’osservazione che egli è portatore di un interesse, quello della società, che non può più adeguatamente tutelare, allorché sia anch’egli interessato all’affare. L’attività svolta fa, infatti, presumere che essi vengano in possesso di informazioni delicate e di cui potrebbero facilmente profittare. L’oggetto della negoziazione qui non è indifferente poiché una cosa è comprare, ad esempio, un bene fungibile che magari possegga un prezzo di mercato ben determinato, altra rendersi acquirente di un bene infungibile. Nel primo caso l’esistenza di un elemento esterno, già fissato esclude in radice qualsiasi conflitto d’interesse senza che sia necessario imporre ulteriori obblighi, quali ad esempio quelli di informazione. Nel secondo, viceversa, lo spazio assegnato ad un’eventuale contrattazione impone si rendano note le condizioni della stessa, onde consentire una qualche attività di controllo. Accanto a questa ipotesi un elemento che consente di escludere un qualsiasi conflitto di interessi è rappresentato da una forma di autorizzazione conseguente alla disclosure plus approval by disinterested directors ovvero alla disclosure plus shareholders’ approval. Solo se la situazione obiettiva di conflitto d’interessi influisce sul contenuto del contratto essa è causa di invalidità dello stesso, con la conseguenza di aprire ad intervenga l’approvazione da parte di fully-informed disinterested directors, o disinterested shareholders, in base al §4 (a)(2). Ciò consentirebbe di invocare la business judgement rule e limitare la “judicial review to issue of gift or was with the burden of proof upon the party attacking the transaction”. Più rigido l’atteggiamento dell’ALI che richiede oltre alla fairness, anche un’adeguata disclosure. In questi casi la ratifica da parte del corporate decision maker, alla luce di quanto stabilito nei ccdd. safe harbour statutes, serve a superare la regola dell’automatica invalidità del contratto concluso dagli amministratori, cfr. E. M. TABELLINI, op. cit., p. 818 ss. 19 un’azione in rescission o di restitution. Sia l’autorizzazione del dominus (nella duplice veste dei disinterested directors o dei shareholder) sia l’esistenza di un prezzo già fissato escludono, dunque, il conflitto d’interessi40. La verifica della trasparenza della self-dealing transaction, vale a dire la sua fairness sembra tuttavia giocare un ruolo sussidiario, essendo chiamata ad operare solo dopo che si sia verificato il mancato rispetto di uno, o entrambi, i requisiti cui si accennava in precedenza. Il duty of loyalty dunque si sostanzia in un divieto, per i managers, di attribuirsi eccessive compensations, utilizzare beni della società, profittare della propria posizione per tornaconto personale, o anche svolgere attività di insider trading41. In tutte queste ipotesi, il principio secondo cui la transaction non è necessariamente invalida se sia intervenuta l’approvazione by disinterested directors or shareholders fa trasparire una certa flessibilità della regola, mostrando, in sostanza, come il ricorso a soluzioni alternative mascheri il tentativo di evitare l’applicazione di “stricter standards of judicial review”, sebbene l’intervento delle corti continui a rimanere a garanzia di comportamenti disonesti42. 40 In dottrina si precisa che “The fiduciary cannot represent both himself and his principal or beneficiary. Validation of the transaction then requires (1) a full disclosure by the fiduciary of his conflict of interest and any material information he may have about the transaction, and (2) informed consent by or on behalf of the principal or beneficiary”, N. P. BEVERIDGE, Jr., The Corporate Directors’ Fiduciary Duty of Loyalty: Understanding the Self-Interested Director Transaction, in De Paul L.Rev., 1992, n. 41, pp. 659-62. 41 M. A. EISENBERG, op. cit., p. 632, sottolinea come sia l’interesse personale a viziare questo tipo di atti. In quei casi in cui l’autorizzazione intervenga a rimuovere questo conflitto, un’eventuale azione di responsabilità riposa sulla prova che, il contratto concluso dall’amministratore, manchi di fairness. L’amministratore, dal canto suo, per liberarsi da responsabilità, dovrà semplicemente dimostrare che lo scambio era fair. La tendenza a regolare legislativamente questi profili ha dato origine a leggi di difficile interpretazione che testimoniano dell’indagine sulla fairness. Sulla delicatezza dello statutory approach, cfr. Remillard Brick Co. v. Remillard-Dandini Co. 109 Cal.App.2d 405, 241 P.2d 66, 73-77 (1952), nonché Marciano v. Nakash 535 A.2d 400 (Del. 1987). 42 Cfr. F. H. EASTERBROOK e D. R. FISCHEL, op. cit., p. 104. 20 2.4 – I fiduciary duties nel contesto di takeover In relazione al contesto delle takeover defenses, sono opportune, tuttavia, talune precisazioni. La sfumatura fiduciaria dei duties degli amministratori rende, infatti, indispensabile un’ulteriore indagine, riguardo ad una questione pur primaria: segnatamente, l’individuazione di chi siano i destinatari di tali doveri. Considerando l’esperienza della dottrina e giurisprudenza americana, e considerando che nella galassia globale della corporate governance i fiduciary duties sono generalmente “dovuti alla società”, vale a dire vincolano i fiduciari alla società e non ai soci, la precisazione delle eccezioni a questo principio non può essere svincolata da un confronto con gli aspetti procedurali e sostanziali delle azioni di responsabilità nei confonti degli amministratori. Se l’obiettivo è dimostrare che nel contesto di un corporate takeover i fiduciary duties sono dovuti direttamente ai soci, il percorso deve prevedere la risposta ad una questione procedurale: possono in questo caso, gli azionisti, citare gli amministratori direttamente ed in tutela di un proprio diritto, anziché proporre un’azione derivativa nell’interesse della società43? Nel panorama delle azioni contro le tattiche difensive da scalate ostili risulta particolarmente difficile fissare una linea di demarcazione tra azione derivativa ed individuale, anche perché la medesima domanda potrebbe avere una differente natura a seconda della natura del diritto di cui si lamenta la violazione. E la conseguenza non è di poco conto, se è vero che solo nel caso di direct action il risarcimento potrà essere legittimamente riconosciuto in capo ai soci; tanto volendo tacere dell’assenza, nell’esperimento di un’azione diretta, dell’ampio numero di standing requirements che giurisprudenza e legislazione impongono alle derivative suits. Ad esempio, qualificare la violazione del diritto di condurre una proxy contest come danno immediato o mediato 43 Da ultimo, in argomento, J. SHOENBLUM, Fiduciary Duty and the DirectDerivative Distinction in the Takeover-Merger Context, in A. D’ANGELO (a cura di) Amministratori fiduciari: di chi?, vol. 3, pp. 261-271, Milano 2001; ma la letteratura in materia è, come noto, vastissima. 21 dell’azionista, e di conseguenza consentire a questi un’azione individuale o derivativa, non è circostanza sempre agevole; non è, in altri termini, semplice comprendere se si lamenti l’inosservanza di un diritto dovuto direttamente al socio o generalmente alla società, poichè la condotta lesiva si invera, spesso, in situazioni liminari, passibili di definizione diretta o derivativa a seconda della ricostruzione e dell’orientamento cui si aderisca. Nell’esempio che si proponeva, un comportamento teso ad impedire ad uno specifico azionista l’accesso ad una proxy contest o ad una tender offer potrebbe integrare quella “particular injury” che permetta all’azionista di agire individualmente; con beneficio diretto, come detto, del proprio patrimonio44. Ma se, al contrario, nessuna specifica persona abbia iniziato una control contest, e nella domanda si evidenzi un danno in capo a tutti gli azionisti, egualmente, l’azione non potrà non essere considerata derivativa. Tuttavia, ulteriori precisazioni si impongono. Non dimenticando che, di là dal contenuto sostanziale della domanda, una certa terminologia potrebbe bastare a colorare l’azione come diretta o derivativa45, si può generalmente osservare che, nei casi di proxy contests, takeovers o proposte di fusione, è più facile che i giudici riconoscano il mutamento di destinatario dei fiduciary duties, ammettendo, così, l’azione diretta. L’elemento che complica ulteriormente lo scenario, in vero, è la necessaria concorrenza di almeno due di queste situazioni, nel senso che, per legittimare una direct action, è necessario che, in pendenza o nell’imminenza di una proxy contest, un soggetto stia tentando di acquistare il controllo della società46. In tal modo, infatti, si può sostenere che l’adozione di una tattica possa integrare i requisiti necessari all’esperimento dell’azione individuale, vale a dire uno “special injury” ed un “breach of a contractual right” (in specie il diritto di voto), bastando anche una sola di tali condizioni per produrre l’effetto descritto47. 44 Cfr. Packer v. Yampol C. A. No. 8432 (Del. Ch. Apr. 18, 1986); MacAndrews & Forbes Holding, Inc. v. Revlon, Inc. C. A. No. 8126 (Del. Ch. Oct. 9, 1985); Lerman v. Diagnostic Data, Inc. 421 A.2d 906 (Del. Ch. 1980) 45 Si veda Kramer v. Western Pac. Indus., Inc., 546 A.2d 348 (1988). 46 J. SHOEBLUM, op. cit., p. 264 47 Si veda Moran v. Household 490 A.2d 1059, 1070 (Del. Ch.), aff’d, 500 A.2d 1346 (Del. 1985) “To set out an individual action, the plaintiff 22 Da questa costruzione sembrerebbero derivare due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, colui che agisce per ottenere il controllo della società deve esserne già un socio; altrimenti come giustificare le implicazioni contrattuali? In secondo luogo soltanto questo soggetto, a differenza degli altri azionisti, può lamentare la lesione diretta del diritto e proporre azione individuale. Queste osservazioni devono, tuttavia, essere investite da una concezione particolare ma quantomai persuasiva fornita nel caso Gaylord Container48, ove si è riconosciuta l’esistenza, nell’ambito di una takeover contest, di una contrapposizione tra prospective sellers (gli azionisti) e prospective buyers (gli scalatori) a prescindere dal loro status di soci, entrambi legittimati a proporre azioni individuali per proteggere da interferenze improprie (non necessariamente legate a violazioni dei fiduciary duties) il proprio interesse a negoziare. Da una summa delle argomentazioni sopra descritte si può ricavare che, in genere, il contesto di takeover pone le basi per considerare che i fiduciary duties siano, in determinate circostanze, dovuti ai soci e non alla società, legittimando quindi il socio-scalatore, nei cui confronti una tattica difensiva abbia provocato un “breach of contractual rights” o uno “special injury” a proporre, in via diretta ed individuale, un’azione di responsabilità verso gli amministratori. Tuttavia, l’azione per la lesione di un diritto individuale potrà essere proposta anche dal bidder non azionista e dai soci riceventi l’offerta non, ovviamente, nella forma di azione di must allege either ‘an injury which is separate and distinct from that suffered by other shareholders[…]’ or a wrong involving a contractual right of a shareholder, such as the right to vote, or assert majority control, which exists independently of any right of the corporation.” L’azione è stata considerate individuale, fra l’altro, nelle seguenti circostanze: azione di tutela del diritto di voto (Lipton v. News Int’l Plc. 514 A.2d 1075-1078 [Del. 1986]; Margolies v. Pope & Talbot, Inc. C. A. No. 8244 [Del. Ch. 1986] ); azione contro una operazione che avrebbe diluito impropriamente gli interessi proporzionali degli azionisti nella società (Bennett v. Breuil Petroleum Corp., 34 Del. Ch. 6, 99 A.2d 236 [Del. Ch. 1935]; Crane Co. v. Harsco Corp., 511 F. Supp. 294-304 [D.Del. 1981] ); azione contro il rinvio dell’assemblea annuale con l’obiettivo di neutralizzare il proxy contest sollecitato dall’attore ( Thorpe v. CERBCO, Inc., C. A. No. 11713 [Del. Ch. 1993] ) 48 In re Gaylord Container Corp. Shareholder Litigation, 747 A.2d 71 (Del. Ch. 1999). La considerazione di Strine è stata riportata da J. SHOENBLUM, op. cit., pp.269-270 23 responsabilità sociale, ma come azione di responsabilità extracontrattuale tout court (tort). Di là da fattispecie particolari, da orientamenti più o meno “estremi” e da pronunce che sembrano non in linea con quanto sostenuto, appare qui quantomai necessario cogliere il trend. Risponde ad una logica di equità, peraltro, che, laddove l’intervento dell’amministratore incida direttamente sulla decisione del socio di aderire o meno all’offerta d’acquisto, il rapporto che si instauri sia tale da fondare una situazione giuridica attiva in capo all’azionista e di conseguenza una direct action. Di nuovo rileva, allora, quell’idea di affidamento cui si è accennato in precedenza. L’amministratore, infatti, in ragione della sua posizione, ed in specie delle informazioni che egli, e solo egli detiene, avrà il potere di influenzare in maniera decisiva la maggior parte degli azionisti; potere che non può essere lasciato dall’ordinamento privo di limiti e di sanzioni nell’eventualità di un suo abuso. Pare, allora, non improbabile ipotizzarsi come, nell’intervento diretto dell’amministratore nella decisione di vendere da parte dell’azionista si possa ravvisare un contatto di sapore negoziale, tale da giustificare la responsabilità diretta. E così i doveri fiduciari, che pur di norma vincolano il fiduciario alla sola società, nelle particolari ed eccezionali fattispecie in cui gli amministratori, in virtù della loro funzione, assumono (finanche non volendo) un ruolo determinante nella modificazione della sfera giuridica del socio, estendono la loro efficacia e la relativa tutela anche in capo al singolo soggetto azionista. Questa considerazione non inficia la regola generale, ma la completa, non essendo sostenibile come, in situazioni di tal sorta, l’azionista debba rimanere privo di una tutela diretta; d’altronde, diretto e determinante è l’intervento, diretto sarà l’eventuale danno, diretta deve essere l’azione49. La teoria risponde a ragioni pratiche di giustizia sostanziale e, nel tradizionale pragmatismo delle corti americane, sembra prescindere da un inquadramento in termini di agency conclusa tacitamente o imposta ex lege; e sembra aver riguardo maggiormente alla situazione di fatto, sufficiente all’estensione dei fiduciary duties in commento. 49 Per tutti cfr. R.C. CLARK, op. cit., p.588 24 Ciò volendo tacere del fatto che la copertura dei fiduciary duties, in una prospettiva di analisi economica del diritto, consente di espandere il relativo meccanismo di controllo alle ipotesi di takeover, a supporto degli strumenti che il mercato e la legislazione già offrono50. In questo senso, vieppiù, sembra spingere lo stesso dato normativo, nell’attribuire in capo agli azionisti una serie di diritti da essi direttamente azionabili51. 50 Si veda, per tutti, F.H. EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, op. cit., pp. 162 ss. Si pensi alla circostanza che il Williams Act riconosce in capo agli azionisti il diritto ad essere inclusi nella tender offer ed ricevere lo stesso prezzo, come sottolinea A.R. PINTO, Corporate Takeover in the Public Market in the United States, in Am. J. Comp. L., 1994, pp. 350-354 51 25 3 – Le tattiche considerazioni generali. difensive da scalate ostili: 3.1 – Premessa Va da se che affrontare una panoramica delle tattiche difensive dagli hostile takeovers vestendo i panni di giurista di civil law, in assenza di una ponderazione che prima ancora di essere giuridica o economica sia culturale, può avere l’effetto di ostacolare la profondità della lettura limitando la completezza della visione. La disinvoltura con cui le corti statunitensi hanno, negli ultimi due decenni, modellato e rimodellato il contenuto dei fiduciary duties nel contesto delle scalate, andando a creare un sistema di regole che risulta di facile elusione da parte dei managers, rischia di apparire, soprattutto per il giurista continentale, quale facile strumento di manipolazione del diritto, sottratto alla disponibilità del legislatore e affidato all’abilità ricostruttiva e persuasiva dei corporate lawyers. Allo stesso tempo, però, l’assenza di un approccio dogmatico, se da un lato rileva la mancanza di sufficiente rappresentazione d’insieme delle categorie, suggerendo la labilità di alcuni passaggi, dall’altra evidenzia una elasticità della soluzione che nel contesto in esame può essere auspicabile, e non poco. Come la dottrina infatti non ha mancato di rimarcare a proposito della takeover regulation, il sistema statunitense “illustrated by Delaware Law, relies on courts and judicial enforcement of fiduciary duty to decide when managers have overstepped their bounds in imposing defensive tactics”52. Il prezzo della duttilità dello strumento si rinviene nella parziale indeterminatezza di quei bounds, di cui la corte dovrebbe sanzionare l’eventuale superamento; limiti che, benchè chiari nell’aspetto testuale, non risultano fissati nel loro contenuto intrinseco, diventando anch’essi, insieme con il 52 R. S. THOMPSON, Takeover Regulation after the ‘Convergence’ of Corporate Law, in Sydney Law Review anno, vol. 24, p. 324. 26 comportamento dei directors, oggetto dell’ analisi del giudice e non criterio di giudizio. D’altro canto, è, più in generale, questo, il costo del pragmatismo tipicamente nordamericano, che, se riesce a pervenire a soluzioni più rapide rispetto alla rigidità del dato normativo di civil law, si presta però anche meno a rassicuranti operazioni di riconduzione a sistema. Non può però trascurarsi come la corporate governance statunitense sia stata e continui ad essere il modello di riferimento sin dal secondo dopoguerra, sì che è legittimo il dubbio che nell’elasticità della regola risieda la chiave di un modello di successo53. Nella predisposizione di categorie cui ricondurre le varie defensive tactics, si nota una certa incostanza della dottrina nordamericana, che in molti casi crea sovrapposizioni e moltiplicazioni di istituti. Non si può, tuttavia, evitare di raccogliere le strategie difensive in gruppi, almeno in fase di generale presentazione del fenomeno, per consentire una comprensione delle fattispecie che segua il metodo deduttivo e crei una struttura logica adatta ad uno studio della teoria prima ancora che della casistica. Ciò anche se la suddivisione de qua dovrà essere abbandonata nella specifica analisi delle singole tactics di fronte ad un intrecciarsi pressochè inevitabile di situazioni precedenti e successive, previste o inaspettate, soggettive od oggettive, che influenzano in maniera determinante l’adozione di tali misure. Il giudizio sulla legittimità delle tattiche difensive è in realtà comune a tutte le strategie, in quanto estraneo alla specificità di ciascuna di esse. Si valuta l’elemento psicologico, la motivazione che ha animato la scelta della tattica, e non la singola tecnica prescelta. 53 U. MATTEI, F. SARTORI, op. cit.,p.178; amplius U. MATTEI, Why the Wind Changed: Intellectual Leadership in Western Law, in Am. J. Comp. L., vol 42, 1994, p. 195 D’altronde la diffusione dei codici di corporate governance, e quindi di un approccio di soft law, in contrapposizione alle strutture di hard law tipicamente romanistiche, è chiara riprova di quanto detto. Sul punto, da ultimo, L. ENRIQUES, Codici di Corporate Governance, diritto societario e assetti proprietari: alcuni aspetti preliminari, in Banca Impr. Soc., 2003, n.1, pp. 97 ss. Nonché G. ROSSI, A. STABILINI, Virtù del mercato e scetticismo delle regole: appunti a margine della riforma del diritto societario, in Riv Soc., 2003, n.1, pp.1 ss. V., altresì, G. ROSSI, Le c.d. regole di corporate governance sono in grado di incidere sul comportamento degli amministratori?, in Riv. Soc., 2001, n.1, pp.6 ss. 27 Ciò, però, se è vero in teoria, non lo è del tutto in pratica, non potendosi negare come la scelta di talune defensive tactics particolarmente disincentivanti per il bidder, sottenda ad una inequivocabile volontà di scoraggiare l’offerta e preservare il controllo. La questione ritorna, allora, alla valutazione dell’offerta stessa. 3.2 – Attività non considerabili difensive come tattiche Si deve partire da un presupposto: nella teoria, qualunque società con azionariato diffuso è un potenziale target per una takeover bid54. La generica appetibilità di tali società per i raiders, pertanto, porta ad una prima osservazione sulle tattiche difensive: in considerazione del pericolo di scalata cui ogni large company va incontro è ragionevole attendersi che gli amministratori adottino misure preventive, a prescindere da esigenze specifiche, ma con il più generale intento di rendere meno desiderabile la società agli occhi di eventuali scalatori. E’ ovvio che questi strumenti non sono giudicabili a priori se non attraverso gli standards dei fiduciary duties. Tali strategie vanno contrapposte a quelle introdotte specificamente in pendenza d’offerta. Di là dalla comune predisposizione delle publicly held companies ad essere obiettivo di scalate, esistono alcuni indici dai quali è possibile desumere, in determinate circostanze, la presenza di “candidature” più evidenti ad essere soggetti passivi di hostile takeovers, indici che, se valutati dai 54 Fra gli altri, R. CRANSTON, The Rise and Rise of Hostile Takeover in K. J. HOPT, E. WYMEERSCH (a cura di), op. cit., p. 77 ss. Contrapponendosi ad un “friendly” takeover, in cui gli azionisti non sono nemmeno interpellati, e il potenziale acquirente tratta solo con il board, l’ ”hostile” funziona come strumento per dare ai soci la possibilità di far valere la propria insoddisfazione per la gestione, in un momento ulteriore rispetto alla proxy contest. Pertanto, la scelta di un raider cadrà più facilmente su una società in cui i rapporti tra gli amministratori e l’azionariato siano problematici o assenti. 28 managers, possono indurre costoro ad azionare difese anticipate55. Innanzitutto il deprezzamento delle azioni di una società con azionariato diffuso può sollecitare l’interesse di un raider a tentare una tender offer56, nella convinzione che la massa degli azionisti possa essere allettata dal premium offerto sulle azioni rispetto al valore di mercato, e che gli stessi non rinnovino la loro fiducia nei confronti di un management che non li ha soddisfatti. Anche le caratteristiche di assetto della società possono essere di incentivo per un potenziale bidder: la presenza di molta liquidità o di hidden values (quali diritti di proprietà detenuti da lungo tempo e pertanto deprezzati nelle valutazioni dei libri sociali o comunque acquisiti “allora” a prezzi inferiori a quelli attuali) facilmente liquidabili può evidentemente allettare un possibile futuro acquirente che potrà pensare di utilizzare il cash così realizzato in altre aree del proprio business. Di fronte a tali considerazioni si può notare come l’utilizzo di tattiche anticipatorie sia, in realtà, alternativo, o comunque abbinato, ad espedienti di business management. E’stato sostenuto che “…except for traders and arbitrageurs, stockholders are notably patient, so long as management performs and communicates reasonably well”57, considerazione che risulta piuttosto condivisa, tra le righe, in molti scritti in materia58, e che porta a convenire circa la opportunità di uno skilful business management come deterrente nei confronti degli azionisti a cedere ad una tender offer. Benché un considerevole sovrapprezzo che venga agli azionisti espresso è fattore tutt’altro che secondario nella 55 P. L. DAVIES, The Regulation of Defensive Tactics in the United Kingdom and the United States, in K.J. HOPT, E. WYMEERSCH (a cura di), op. cit., p. 203, non ha dubbi sulla titolarità della gestione in pendenza di offerta: “Thus, warding off an unwelcome bid in order to defend the incumbents’ business strategy is as much a part of the management of the company as settino the company’s business strategy in the first place, and in the division of powers between managenment and shareholders in the modern corporation this is not a matter the shareholders should control, except by way of their choice of the directors of the company.” 56 Fra gli altri C. A. SCHARF, E. A. SHEA, G. C. BECK, Acquisitions, Mergers, Sales, Buyouts and Takeovers: a Handbook with Forms, terza edizione, Englewood Cliffs, N.J. 1985, p. 226 57 C. A. SCHARF et al. op cit. 58 Cfr. F. H. EASTERBROOK , D. R. FISCHEL, op. cit., p.167, 29 valutazione circa l’adesione all’offerta, invalidando in parte la considerazione di carattere generale appena effettuata. Fra gli steps che gli amministratori possono porre in essere, evitando di imbarcarsi in una vera e propria preliminary defensive tactic, è opportuno scorrere rapidamente alcuni “classici” espedienti di management, molto adatti a compiacere l’azionariato di una società, e quindi ad assicurare, nel contesto di una hostile bid, una effective protection . Mantenere occupato in investimenti tutto il cash senza dubbio evita che esso risulti un’attrattiva per eventuali bidders, così come l’utilizzo effettivo degli attivi nel business societario ostacola il ricorso agli stessi per finanziare una tender offer59. Nella medesima direzione muovono altre strategie: il mantenimento della retribuzione degli amministratori in linea con quella adottata in società di pari grandezza; il pagamento dei dividendi (anche speciali) contestualmente all’accumularsi del cash; l’upgrading di attrezzature e materiali; la rivalutazione di beni posseduti per lungo tempo; l’indirizzo del business in attività che richiedano il cosiddetto “hands on management“e che non siano, pertanto, facilmente o addirittura meglio gestibili da outsidsers (ipotesi di passive management). Inoltre, sempre conveniente per i directors è la promozione e sponsorizzazione di piani di ricerca e di sviluppo orientati alla crescita nel lungo periodo i quali, se accompagnati da una costante ed “accorta” attività informativa e comunicativa nei confronti degli shareholders, hanno grande efficacia nel rafforzare il rapporto di fiducia e soprattutto nel dilatare le altrimenti serrate scadenze per la valutazione dell’attività manageriale60. 59 Per una approfondita analisi degli aspetti di “prevenzione”, A. FLEISCHER Jr., Tender Offers: Defenses, Responses, and Planning, seconda edizione, N.Y. 1983 60 Nel proporre la passività degli amministratori in pendenza di offerta è stata considerata le gestione oculata come deterrente per la cessione al bidder in: J.C. COFFEE, Regulating the Market for Corporate Control: A Critical Assesment of the Tender Offer’s Role in Corporate Governance in Columbia Law Review, 1984, vol. 84, p. 1147. A questo articolo va affiancato, per continuità di argomenti, un dibattito suscitato da F.H. EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, The Proper Role of a Target’s Management in Responding to a Tender Offer, in Harvard Law Review, 1981, vol. 94, pp. 1161 ss. Le risposte sono state di L.A. BEBCHUK, The Case for Facilitating Competing Tender Offers, in Harvard Law Review, 1982, vol. 95, pp. 1028 ss. e di R.J. GILSON, Seeking Competitive Bids Versus Pure 30 A questo proposito si può osservare come molti managements, invece, adottino una politica “conservativa” nelle comunicazioni con gli azionisti, nell’ottica della realizzazione del “minimo indispensabile” per il rispetto della normativa SEC. L’amaro prezzo per la scelta di tale politica verrà pagato dal board al verificarsi di un’offerta ostile, quando l’improvviso e necessario infittirsi delle comunicazioni risulterà scarsamente efficace in quanto tardivo, e la disclosure, fino a quel momento lasciata slittare, risulterà di scarsa credibilità per gli azionisti. 3.3 – Classificazioni a) Difese anticipate e difese contestuali Come sopra accennato, e come ripreso nel capitolo successivo, la contrapposizione maggiormente adottata nella dottrina statunitense relativamente alla sistemazione delle defensive tactics è quella fra tattiche adottate in anticipo ed a prescindere da una unsolicited takeover bid e tattiche che sono invece la risposta a tale, effettiva, offerta61. In un caso paradigmatico dell’esperienza statunitense, i giudici hanno considerato che: “[Pre]planning for the contingency of a hostile takeover might reduce the risk that , under the pressure of a takeover bid, management will fail to exercise reasonable judgement” suggerendo che: “Therefore, in reviewing a pre-planned defensive mechanism it seems even more appropriate to apply the business judgement rule”62. In questa ottica, la opportunità delle tattiche adottate in anticipo, nonché, soprattutto, la legittimità delle stesse, verrà valutata sulla base dello stesso parametro che viene utilizzato nella analisi della maggior parte delle altre attività gestorie o Passivity in Tender Offer Defense, in Stanley Law Review, 1982, vol. 35, pp. 51 ss. 61 Fra gli altri ricordiamo P. L. DAVIES, op. cit., p. 199 (The regulation of post-bid defenses ) e p. 205 (Defensive tactics in advance of the bid). 62 Moran v. Household Int’l, Inc., 500 A.2d 1346, 1350 (Del. 1985). Si veda anche Warner Communications Inc. v. Murdoch, 581 F. Supp. 1482, 1491 (D. Del. 1984) 31 decisorie del board of directors, considerando che, nella pratica, tali “preliminary defensive steps” possono riguardare sia la struttura societaria (previsioni dell’atto costitutivo o dello statuto, o successivi interventi sugli stessi) che il business. Maggiori riflessioni necessita invece la valutazione che riguarda le azioni dei directors in “reazione” ad una offerta indesiderata, dal momento che su di esse si sono sviluppati criteri giurisprudenziali in continua evoluzione, la cui analisi è rimandata ad un momento successivo63. Tuttavia, per favorire una migliore comprensione di questa suddivisione, si può anticipare, in maniera sommaria, che “in the absence of a showing of bad faith, overreaching, debilitating self-interest, or fraud on the part of the directors of the target, the actions of a target board will generally be protected by the business judgement rule”64 e che invece, nelle circostanze appena elencate, le azioni degli amministratori saranno soggette al cosiddetto “enhanced judicial scrutiny”65. b)Difese approvate e difese arbitrarie Interessante si pone, come taluna dottrina ha evidenziato, nel panorama delle operazioni difensive nei confronti di una tender offer (attuale o anche meramente potenziale), la contrapposizione tra quelle tattiche soggette all’esame ed all’approvazione degli azionisti e quelle non sottoposte al voto degli shareholders66. In quest’ottica, le tattiche approvate in anticipo dall’assemblea avrebbero il non banale vantaggio di consentire ai directors una maggiore libertà di operato nella pianificazione della gestione di lungo periodo, slegando, almeno in parte, la loro condotta dalle fluttuazioni delle valutazioni della società 63 Vedi cap. 5, infra R. F. BALOTTI, J. S. FINKELSTEIN The Delaware Law of Corporations and Business Organizations, Terza edizione, New York 1998, volume 1, Supplemento 2002, p. 6.40 65 Gilbert v. El Paso Co., 575 A.2d 1131, 1139 (Del. 1990) ma soprattutto Unocal Corp. v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 (Del. 1985) e Paramount Communications, Inc. v. Time, Inc., 571 A.2d 1140 (Del. 1989). 66 S. M. LORNE, Acquisitions and Mergers: Negotiated and Contested Transactions Prepared by J. M. BRYAN, Terza Edizione, Ottobre 2002, p. 5.111 64 32 nello stock market. Ciò, in quanto correranno rischi minori di scalata, pur in caso di decremento del valore di mercato. Tale “legittimazione” scaturirebbe proprio dalla conoscenza e dalla accettazione da parte degli azionisti della tattica difensiva in questione e della capacità di questa di impedire o rendere maggiormente difficoltoso un trasferimento del controllo. In altri termini, i soci stessi rinunciano al meccanismo di controllo sul management costituito dal prezzo delle azioni, per favorire una gestione “più serena” e meditata senza le pressioni del mercato. Questa teoria, si alimenta nelle valutazioni economicistiche che diffidano dei takeovers quale strumento di corporate governance, rimarcandone gli aspetti negativi: fra tutti, quello di indurre i managers a gestire in ottiche di breve periodo, rispondendo eccessivamente alle esigenze del mercato a scapito di pianificazioni di long term che pur si rendono opportune, particolarmente in alcuni settori67. Inoltre, la effettuazione di un’adeguata disclosure in merito alla specificità delle misure da adottare porterebbe automaticamente, in caso di adozione da parte degli azionisti, ad un giudizio affermativo sulla legittimità delle misure stesse, difficilmente contestabile in sede giudiziaria; questo per l’ovvia difficoltà di smentire il nemo venire contra factum proprium. Di contro, le difese non approvate dagli shareholders presenterebbero, sempre secondo la tesi in parola, una sorta di “patologia” connaturata alla propria stessa forma, consistente in un alone di sospetto legato al concreto rischio di abuse of management position. Attesa la difficoltà di determinare in giudizio le motivazioni che abbiano animato gli amministratori in un’operazione di tal genere68, è chiaro come la problematicità si concentri sul secondo tipo di difese; mentre i managers prediliranno certamente le misure approvate, che li pongono al riparo da pericolosi ed incerti giudizi sulla legittimità. Pur non essendo, questa, la suddivisione che meglio si presta ad una sistemazione della materia, soprattutto alla luce dell’applicazione della business judgement rule piuttosto che di criteri di valutazione più rigidi, essa presenta alcuni profili di interesse quale è la configurazione di una terza categoria di responsive actions. Si tratterebbe di misure delle quali, benché sia stata approvata l’adozione, non sia stata data piena 67 68 Si veda, per tutti, F.H. EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, op.cit., p. 162 Si veda cap. 5, infra 33 disclosure e quindi non sia stato chiarito il loro utilizzo come tattiche difensive nei confronti di takeovers. c)Difese attive e “Just say no” E’ presente nella letteratura sul diritto delle scalate69 il riferimento ad una suddivisione delle tattiche difensive che contrappone, nella gestione giudiziale delle stesse, le misure attive di contrasto delle tender offers, alla semplice e passiva non accettazione di un offerta o di atteggiamenti che porterebbero alla realizzazione di una scalata (per esempio il rifiuto di “redimere” una poison pill) . Secondo questo approccio, nel caso in cui gli amministratori, al termine di una procedura da cui emergano buona fede e “ragionevole” documentazione, decidano di rifiutare un’offerta, senza in alcun modo modificare la business strategy della compagnia (concetto di “Just Say No”)70, le corti non dovrebbero intervenire, lasciando che il normale bilanciamento fra i poteri produca i propri effetti: gli azionisti, se insoddisfatti dalle decisioni manageriali, potranno eleggere nuovi amministratori nella successiva elezione. Nei confronti delle affirmative defenses, invece, si dovrebbe applicare , in base a questa dottrina, un cosiddetto “substantive scrutiny”71, parametro di legittimità ben più restrittivo della business judgement rule, da utilizzarsi 69 In particolare in M. KAHAN, Jurisprudential and Transactional Developments in Takeovers in K. J. HOPT, H. KANDA, M. J. ROE, E. WYMEERSCH and S. PRIGGE (Edited by), Comparative Corporate Governance. The State of Art and Emerging Research, Oxford, 1998, pp. 683-689. 70 Il nome fu preso in prestito dallo slogan della presidenza Reagan (in specie quello adottato dalla First Lady Nancy Reagan) nella campagna contro la droga. Si veda anche: R. A. PRENTICE, J. H. LANGMORE, Hostile tender offers and the “Nancy Reagan Defense”: May target boards “Just say no”? Should they be allowed to?, in Delaware Journal of Corporate Law, 1990, vol. 15, pp. 377-382 . Senza dubbio, tuttavia, la “just say no” coinvolge sostanzialmente più del solo rigetto formale dell’offerta. 71 Per la concezione di “Substantive scrutiny” si veda la contrapposizione tra business judgement rule, enhanced scrutiny ed entire fairness operata, fra gli altri, da A. FLEISCHER, Jr, A. R. SUSSMAN, Takeover Defense Sesta Edizione , New York 2000 – Supplemento 2002, cap 3 passim e da M. LIPTON e E. STEINBERGER, Takeovers and Freezeouts volume 1, N.Y. 1998, pp. 5.A.4 – 5.A.12 34 addirittura in forma “rinforzata” nel caso in cui le difese adottate comprendano una privazione, per gli azionisti, della possibilità di eleggere un consiglio disposto ad accettare l’offerta. d)Barriere e Strategie difensive Si è recentemente evidenziata, nella dottrina comparatista italiana72, una distinzione tra “barriere” contro le O.P.A. e “strategie” difensive, la quale tuttavia, per indicazione dello stesso autore73, “non va intesa in modo rigido, sia per la labilità dei confini tra i due tipi di difese, che per l’inevitabile ricorrenza di entrambi i tipi nei vari sistemi”. In base a tale ricostruzione, la quale senza dubbio merita di essere affrontata, si parlerebbe di “barriere” nel momento in cui determinate difese fossero “idonee ad escludere a priori un qualsiasi attacco alla società interessata o, comunque, a ridurre in modo notevole la probabilità di una scalata”74 e di “strategie difensive” nel momento in cui esse fossero invece “preordinate a massimizzare il valore dell’investimento azionario nella società bersaglio”75. La “teoria” in questione precisa che la suddivisione, così impostata, rifletterebbe una contrapposizione tra i sistemi c.d. “europeo-continentali”, in cui troverebbero spazio soprattutto le “barriere” ed il sistema nordamericano, orientato all’utilizzo 72 In particolare G. FERRARINI, Le difese contro le O.P.A. ostili: analisi economica e comparazione in Rivista delle Società Sett./Ott. 2003 Fasc. 5 pp. 737 ss .Da confrontarsi con R.J. GILSON, The Political Ecology of Takeovers: Thoughts on Harmonizing the European Corporate Governance Environment, in K.J. HOPT, E. WYMEERSCH, op. cit., pp. 49 ss. In particolare alle pp. 65 e 68, i paragrafi intitolati Implications of the Mutability Principle: Distinguish between Technical and Structural Barriers to Takeovers e Implications of the Mutability Principle: Eliminating the distinction between pre-bid and post-bid technical barriers. Una suddivisione di questo tipo sarebbe, dunque, conseguenza della possibilità di scegliere l’utilizzo di vari modelli di governance e poterli adattare alle varie vicende di una corporate control contest. (c.d. mutability principle) 73 G. FERRARINI, op. cit. p. 738 74 ibidem 75 ibidem 35 delle “strategie” nell’ottica di un miglioramento dell’offerta, peraltro solo saltuariamente raggiunto. In particolare, nell’ambito delle barriere, vengono distinte quelle “strutturali”, connaturate alle caratteristiche del c.d. “quadro economico di riferimento” (per esempio: “concentrazione della proprietà nelle mani di poche famiglie e gruppi ristretti; influenza delle grandi banche sulle industrie; peso relativamente ridotto della borsa nel finanziamento delle società”76), da quelle “tecniche”, attivate dall’iniziativa delle stesse società, dei loro azionisti, degli amministratori, o dalla legge, e più vicine alle strutture di corporate governance77. La differenza, a livello pratico, si riscontrerebbe, secondo tale ricostruzione, in particolare nella procedura di rimozione delle difese, laddove le “barriere tecniche”, create appunto mediante modifiche statutarie, formazione di gruppi piramidali o di sindacati di blocco, acquisti di azioni proprie o incroci azionari, potrebbero essere, oltre che “ritirate” dagli stessi soggetti che le hanno poste, anche “combattute” a livello legislativo a mezzo di politiche favorevoli al “mercato del controllo”. Le “barriere strutturali”, invece, resterebbero insensibili alla volontà del legislatore, la quale non potrebbe intervenire a modificare il “contesto economico di riferimento”78. Passando all’analisi delle “strategie”, dopo aver riscontrato la predisposizione delle stesse ad essere utilizzate sia in maniera preventiva che successiva rispetto all’emissione di un’offerta, ne andrebbe rilevata la funzione non semplicemente “scoraggiante” nei confronti dei bidders, ma anche incentivante al miglioramento delle condizioni dell’offerta nonché alla presentazione di offerte concorrenti. L’aspetto negativo di tali misure consisterebbe nella possibilità che esse vengano utilizzate dai managers come strumento per isolare la società ed evitare passaggi del 76 G. FERRARINI op cit. pag 743; Cfr. G. MAIER-REIMER, Protection Against Hostile Takeovers in Germany: Banks and Limitations on Voting Rights, in K. J. HOPT, E. WYMEERSCH, op.cit.., pp. 242 ss. 77 Cfr. la ricostruzione di: R. J. GILSON, The Political Ecology of Takeovers: Thoughts of Harmonizing the European Corporate Governance Environment, in K.J. HOPT, E. WYMEERSCH, op. cit. pagg 49 ss. a 65; Cfr. inoltre R. ROMANO, The Future of Hostile Takeovers: Legislation and Public Opinion, in University of Cincinnati Law Review, 1988 vol 57 pp. 457 ss. 78 G. FERRARINI, op. cit. p. 745 36 controllo che comportino modifiche soggettive nel board; rischio compensato solo in parte dall’utilità dell’operato degli amministratori come sostitutivo della comunicazione tra gli azionisti per la decisione sull’offerta.79. La dottrina qui esposta distingue due sole categorie di “strategie difensive”: repellenti per squali e pillole avvelenate. 79 Cfr. R.C. CLARK, op. cit., pp. 390 ss.; Cfr. per i profili relativi al c.d. “dilemma del prigioniero” come situazione vissuta dagli azionisti in pendenza di O.P.A.: R. JENSEN, J. RUBACK, The Market for Corporate Control: The Scientific Evidence, in J. Fin. Econ., 1983, vol 11, pagg 5 ss. a 31. 37 4 – Analisi delle singole tattiche difensive 4.1 – Premessa La specificità tecnico-giuridica delle varie defensive tactics rende necessaria un’analisi strutturale delle singole fattispecie, al fine di affrontare, al termine, la discussione preordinata all’emissione del giudizio di legittimità su ciascuna misura. Se, dunque, la utilizzabilità delle tattiche è subordinata alla non-configurazione di un conflitto di interessi né di altre ipotesi di violazione dei fiduciary duties, la valutazione della legittimità delle “reazioni”, che risulterà, in un certo senso, in una visione globale, potrà avvenire solo dopo aver vagliato la struttura e le implicazioni finanziarie delle singole misure. Pertanto si procede, comunque, in questa fase, ad una valutazione della legittimità “tecnico-giuridica” delle defensive tactics, lasciando alla parte successiva l’analisi della sanzionabilità degli amministratori, i quali abbiano illegittimamente predisposto delle misure non necessariamente (anzi difficilmente) da considerarsi intrinsecamente antigiuridiche. Il criterio utilizzato per la trattazione è “cronologico”, secondo la suddivisione tra difese precedenti all’offerta e difese in risposta all’offerta stessa, considerando che tale contrapposizione può reputarsi utile sia da un punto di vista giuridico che in base all’esperienza pratica, oltre ad essere coerente con l’utilizzo dei diversi metri di giudizio nella valutazione dell’operato dei directors80. 80 Cfr. P. L. DAVIES, op. cit., pp. 197 ss. a 216; Unocal Corp. v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 (Del. 1985) e Paramount Communications, Inc. v. Time, Inc., 571A.2d 1140 (Del. 1989). E comunque anche in R.J.GILSON, The political Ecology of Takeovers, op. cit., si fa presente, a p. 68, alla nota 75, il fatto che “It is the bid that triggers the operation of takeover regulatory regimes like the City Code in Great Britain and the 38 4.2 – Difese “pre-bid” Ancor prima dell’esistenza di una qualsiasi tender offer ostile, molte società si preoccupano di rendersi “meno appetibili” per potenziali offerenti, sottoponendo all’approvazione degli azionisti varie previsioni “strutturali”, di solito attraverso modifiche dell’atto costitutivo, in grado di rendere maggiormente impervia la strada verso la conquista del controllo da parte di un raider. La varietà delle misure che sono state adottate o che possono essere utilizzate è pressoché illimitata, contenuta solo nei confini della fantasia dei managers, degli investment bankers, dei consulenti, dei corporate lawyers81 . Ad esempio, se è vero che ogni società con azionariato diffuso è potenzialmente target di un’O.P.A., si può comprendere come risulti utile per i directors acquisire periodicamente informazioni ed effettuare controlli scadenzati con l’obiettivo di svelare e prevenire con margini di tempo (e di manovra) più agevoli un’eventuale takeover bid. Nel caso, infatti, ci fosse motivo di credere all’imminenza di un’offerta, il management della società target si troverebbe favorito rispetto allo scalatore proprio grazie a tali procedural safeguards, in grado di allertare il board circa le “mosse” iniziali di un’offerta. In specie, un controllo quotidiano sul volume dei movimenti azionari riguardanti le securities della target, così come sull’elenco degli azionisti di riferimento, è prassi idonea a mettere in risalto manovre inaspettate o rastrellamenti sospetti82. Di là da queste “accortezze” che rientrano, in vero, nei comportamenti di best practice e corretta gestione la cui Williams Act in the United States.” Si menziona, inoltre, un approccio della Suprema Corte del Delaware, più severa nell’osservare i comportamenti post-offerta, in Moran v. Household International, Inc., 500 A.2d 1346 (1985) 81 In questi termini R. J. GILSON, The Case Against Shark Repellant Amendments: Structural Limitations on the Enabling Concept, Stanford Law Review, 1982, vol 34, pp. 780-790 82 Cfr. A. FLEISCHER, Jr., A.R. SUSSMAN, op. cit., p. 2-03 laddove si parla di possibili first steps per gli amministratori. 39 legittimità non è in dubbio, altre e più controverse sono le strade che pur preventivamente sono percorribili con il medesimo scopo di scoraggiare le offerte, nella fase pre-bid. In primis, si considerino le modificazioni dell’atto costitutivo volte a creare le tattiche difensive preliminari, in particolare attraverso le cosiddette “shark repellant” provisions. Fra queste, pur nella molteplicità di una forma che varia in funzione delle esigenze e del contesto, possono rinvenirsi tre tecniche principali: (1) lo scaglionamento nella rielezione degli amministratori83; (2) la necessità di una maggioranza particolarmente qualificata di azionisti per votare un trasferimento del controllo o una fusione; (3) l’attribuzione del diritto ad ottenere lo stesso premium che ricevono i tendering shareholders anche a coloro che inizialmente non vendano, nell’ambito di una operazione in due fasi. Altre modifiche dell’atto costitutivo potrebbero riguardare, vieppiù, l’inserimento della possibilità di particolari emissioni azionarie tali da creare spazio per il futuro utilizzo di una comune tattica post-bid: quale l’attribuzione di azioni a “mani amiche”, o la predisposizione di azioni con particolari privilegi legati alle vicende del controllo. Finanche lo statuto e le regolamentazioni successive della società possono essere oggetto di modifiche orientate alla difesa dalle scalate ostili; senza dimenticare la creazione della prospettiva di un merger con una società “amica” quale incentivo per gli shareholders a rimanere tali fino alla consumazione di suddetta, apparentemente conveniente, operazione. Da un punto di vista finanziario, gli amministratori potrebbero minimizzare le possibilità di riuscita di eventuali scalate ostili attraverso l’utilizzo del mercato aperto quale veicolo per l’acquisizione di quote da parte di soggetti che siano in rapporti privilegiati con lo stesso management o da parte della società stessa; nel quale ultimo caso, tuttavia, si potrebbe realizzare una delle fattispecie di c.d. going private 83 Un’analisi particolareggiata di tale strumento è fornita da L. A. BEBCHUK, J. C. COATES IV, G. SUBRAMANIAN, The Powerful Antitakeover Force of Staggered Boards: Theory, Evidence and Policy, in Stanford Law Review anno 2002, vol 54 n 5, pagg 887 ss.; Si tratta dei cosiddetti staggered boards. 40 transactions, e quindi attivare l’operatività di una previsione normativa84. I directors potrebbero, altresì, “emendare” contratti in vigore con clienti, fornitori, partners finanziari, inserendo previsioni tali da rendere sconveniente un passaggio di controllo, o addirittura impossibile la sopravvivenza del contratto al verificarsi di un tale evento. Fra i contratti che potrebbero essere modificati ci sono anche quelli degli amministratori stessi i quali, nell’ottica di aumentare i costi del takeover, e quindi scoraggiarne la riuscita, potrebbero predisporre dei ricchi e duraturi indennizzi in caso di sollevamento dall’incarico causato dall’avvento della nuova proprietà (golden parachutes). Un’ultimo, marginale, accenno può andare all’ipotesi in cui si acquisisca il controllo di un’impresa facente parte di un mercato altamente regolamentato o scarsamente concorrenziale, così da creare, per il potenziale futuro proprietario, eventuali problemi di regolamentazione o di antitrust.85 Le possibilità sono potenzialmente infinite. Tuttavia, senza velleità di completezza, pare opportuna una loro riconduzione in cinque categorie principali che ne colgano tratti e funzioni e favoriscano l’applicazione della regola di diritto: i c.d. repellenti per squali, i piani di attribuzione di diritti agli azionisti, gli accordi di “buonuscita”, gli interventi 84 La Rule 13e-3 del Regolamento SEC prevede tre ipotesi di going private transactions: 1) The purchase of an equity security by the issuer or an affiliate of the issuer; 2) A tender offer for an equity security by an issuer or an affiliate of an issuer; 3) Shareholders solicitations subject to the proxy rules relating to a merger, a sale of assets to an affiliate of the issuer or a reverse stock split that includes the purchase of fractional shares where there is reasonable likelihood that the transaction will result in a number of security holders falling below 300 or result in the security being ineligible for quotation on NASDAQ. Il Williams Act del 1968 ha aggiunto al Security Exchange Act del 1934 la sezione 13(e), attribuendo alla SEC il potere di intervenire nei confronti di pratiche fraudolente, dissuasive o manipolative in connessione all’operazione di acquisto di azioni proprie. La Commissione ha inoltre adottato la Rule 13e-1 che prevede obblighi di disclosure nel caso in cui una tale operazione avvenga in pendenza di una cash tender offer. 85 Azione che può sembrare poco influente, ma che viene considerata tra i pilastri dell’advance planning da A. FLEISCHER, A.R. SUSSMAN, op. cit., pp. 2-10/2-13 41 sul diritto di voto, la creazione di azionisti alleati di riferimento. a)”Repellenti per squali” Come già anticipato nel paragrafo precedente, i c.d. “repellenti per squali” vengono adottati attraverso modificazioni dell’atto costitutivo, richiedendo, pertanto, il voto positivo degli azionisti. Tale situazione rende queste tattiche meno soggette, rispetto ad altre, a critiche dal punto di vista degli stessi soci86, benché il risultato che le clausole statutarie in questione possono realizzare sia la riduzione della probabilità di una scalata e quindi di una chance che gli azionisti stessi avrebbero di arricchirsi. In effetti si potrebbe sostenere che, rendendo necessario il possesso di un numero maggiore di azioni per concludere il takeover, o aumentando il premium per le vittime del freezout, la ricchezza degli azionisti ne risulti, in media, beneficiata87. Tre sono i fondamentali tipi di “repellenti”. Il primo riguarda la predisposizione di ostacoli all’offerente per impedirgli di prendere subito controllo del consiglio di amministrazione; il secondo richiede uno speciale quorum per deliberare una fusione diretta ad eliminare gli azionisti che non abbiano aderito all’O.P.A.; il terzo è in realtà una eccezione al secondo tipo, consistente nella possibilità di aggirare il requisito del particolare quorum offrendo un determinato compenso agli azionisti di minoranza per il freezout subito. 86 G.FERRARINI, op. cit. pag 767; Cfr. D. CHOPER, J.C. COATES, R.J. GILSON, Cases and Materials on Corporations 4a ed. Bologna 1995, p. 905; Sulla maggiore “credibilità” di tattiche approvate dai soci: S.M LORNE e J.M. BRYAN, op.cit.., pp. 5.110 ss. 87 Ancora G. FERRARINI, op. cit. pag 769; L. A. STOUT, Do Antitakeover Defense decrease Shareholders Wealth? The ex post / ex ante valuation problem in Stanford Law Review, 2002 vol 55 pp. 845 ss.; Cfr. le relazioni empiriche di: H. De ANGELO, E. RICE, Antitakeover Charter Amendments and Stockholders Wealth, in J.Fin.Econ., 1986, vol 11, pp. 329 ss.; S. C. LINN, J. MCCONNELL, An Empirical Investigation of the Impact of “Antitakeover” Amendments on Common Stock Prices, in J.Fin.Econ., 1983, vol 11, pp. 361 ss.; e successivamente: S. JARRELL, B. POULSEN, Shark Repellants and Stock Prices: The Effects of Antitakeover Amendments Since 1980, in J.Fin.Econ., 1987, vol 19, pp. 127 ss. 42 a-1) “Director Removal Provisions” Si tratta di disposizioni create per rendere maggiormente ardua la rimozione degli amministratori della società bersaglio e quindi impedire (o più che altro ritardare) la presa di controllo del board da parte dello scalatore. Queste previsioni, di cui è necessario comunque verificare di volta in volta la compatibilità con la corporate law ad esse applicabile, possono riguardare: la conformazione di una cosiddetto staggered o classified board (un consiglio di amministrazione in cui i membri vengono rieletti a scaglioni in maniera diluita nel tempo88), la previsione di voti cumulativi nelle elezioni dei directors, limitazioni al potere degli azionisti di rimuovere gli amministratori o al potere degli amministratori di convocare l’assemblea o di modificare lo statuto. Interventi di questo tipo, peraltro, se non coordinati con altre difese89, rischiano di risultare relativamente inefficaci poiché, pur rendendo difficile per l’offerente il raggiungimento del controllo operativo della società target, agiscono solo per un limitato periodo di tempo. Inoltre, a livello “psicologico”, potrebbe soffrire pressioni un amministratore che sia in carica in presenza di un nuovo azionista di controllo che aspetta solo di potersi liberare di chiunque sia legato alla vecchia proprietà. Un sicuro vantaggio di queste operazioni risulterebbe, tuttavia, dalla sostanziale assenza di rischi per la società nell’adottarle. Comunque, una delle difficoltà reali che, in certi casi, il presunto scalatore dovrà affrontare, consiste proprio nella impossibilità di cominciare a gestire la società contestualmente all’acquisto del controllo, ipotesi che si realizza in particolare in caso di predisposizione di uno staggered board. In presenza di quest’ultimo, infatti, per prendere il controllo del consiglio servirà la vittoria nella c.d. proxy fight per almeno due votazioni, separate fra loro di almeno un anno. Tra l’altro, nel caso in cui la natura “scaglionata” del board sia attribuita dall’atto costitutivo, tale previsione, così 88 Dipinti in maniera approfondita da L. A . BEBCHUK, J.C. COATES, G. SUBRAMANIAN, op. cit, pp. 887 ss.; 89 Si veda cap. 5, infra 43 come è stata approvata sia dall’assemblea che dal consiglio, avrà bisogno di tale doppia approvazione anche per essere rimossa, differentemente dall’ipotesi in cui la previsione sia contenuta nelle bylaws (approvazione dell’assemblea o del consiglio). Se si aggiunge che, quando lo scaglionamento è previsto nel charter, gli amministratori non possono essere rimossi se non per una giusta causa, e che i soci non possono votare un aumento del numero di amministratori per poi nominarne dei nuovi da affiancare a quelli preesistenti, ci si rende conto della natura particolarmente “combattiva” di questo tipo di staggered boards, che li porta ad essere chiamati “effective staggered boards”90. In queste ipotesi, per far smettere di far essere staggered il board, il raider dovrebbe aver già ottenuto il controllo del consiglio stesso. a-2) “Supermajority voting provisions” La seconda categoria di modifiche statutarie dalla funzione “repellente” prevede la necessità di una maggioranza superiore alla norma di voti degli azionisti per approvare mergers, sales of assets o altre transazioni con soggetti che detengano più del 5% delle azioni della società. Solitamente questa maggioranza “ultraqualificata” corrisponde ad un livello compreso tra il 75 e l’80% delle azioni, ma può essere anche più elevata, oppure essere una maggioranza semplice avente, però, come base, soltanto le azioni non detenute dai soci che abbiano avuto l’iniziativa di avvicinarsi a tali operazioni. La situazione che si crea comporta la quasi impossibilità per l’offerente di ottenere il 100% delle azioni. 90 Si veda, ancora, L.A. BEBCHUK, J.C. COATES, G. SUBRAMANIAN, op. cit. pag 894; Cfr. M. GORDON, Tajeover Defenses Work. Is That such a bad thing? in Stanford Law Review, 2002, vol 55, pp. 891 ss. Gli ostacoli che si presentano al raider in presenza di un effective staggered board sono dunque due: dover vincere almeno due elezioni e dover aspettare almeno quattordici mesi per farlo, e l’effetto disincentivante di quest’ultimo delay risulta senza dubbio il più efficace. Sebbene ci sia bisogno, per ottenere un vero effetto antitakeover, dell’abbinamento con un’altra difesa, una volta ottenuta tale combinazione la scalata risulta davvero ardua, e comunque sconveniente. 44 Pur avendo un netto impatto negativo sulla competitività dei bidders, tali misure non sono sempre efficaci come garanzia per la società bersaglio, potendo diventare addirittura svantaggiose per coloro i quali, nel contesto di una tender offer andata in porto, si ritrovino ad essere azionisti di minoranza in una società ormai controllata dal “nemico”. Per questo motivo, in talune giurisdizioni quali la Gran Bretagna, l’Italia ed altre nazioni Europee91, agli azionisti di minoranza, nelle circostanze sopra descritte, viene attribuito un diritto di imporre agli azionisti di maggioranza di acquistare le loro partecipazioni. (c.d. mandatory bid) Non sarebbe legittimo, infatti, che l’attuale management, che non sarà più in carica quando si creerà un nuovo azionista di riferimento, privi quest’ultimo della possibilità di acquisire le azioni dai minority shareholders92. Di solito le supermajority provisions sono accompagnate dalla possibilità per il board di evitare la operatività delle stesse approvando direttamente la fusione o la operazione transattiva in questione. a-3) “Fair Price Provisions” Si tratta di interventi sul charter sviluppatisi per tamponare la pressione operata dagli scalatori in una “twostage transaction” nella quale viene offerto, nell’ambito di una tender offer, un prezzo piuttosto alto, annunciando che l’offerta sarà seguita da una fusione ad un prezzo (nel rapporto di concambio) notevolmente inferiore, comprendente sia azioni che obbligazioni93. Per eliminare la pressione che tale tipo di operazione pone sugli azionisti, spingendoli ad accettare la tender offer, le fair price provisions dispongono che, laddove si verifichi, in un ragionevole tasso di tempo, una transazione che risulti essere la seconda fase dell’operazione iniziata con la prima offerta, il 91 B. DEMOTT, Current Issues in Tender Offer Legislation: Lessons from the British in New York University Law Review, 1983, vol 58, pp. 945 ss. 92 S. BHAGAT & J. A. BRICKLEY, Cumulative Voting: The Value of Minority Shareholder Rights” in Journal of Law and Economics, 1984, vol. 27, pp. 339-366 93 Le corti statunitensi hanno accettato tali pratiche, cfr. Radol v. Thomas, 772 F. 2d 244, (6th Cir.1985); Martin Marietta Corp. v. Bendix Corp., 547 F.Supp. 533 (D. Md. 1982) 45 prezzo di tale successiva transazione non possa essere inferiore ad un valore fissato espressamente nell’atto costitutivo.94 La formula può considerare il prezzo della tender offer come prezzo di base per le negoziazioni successive, oppure impostare il valore offerto come prezzo fisso per la cessione di azioni per un determinato periodo di tempo. b)Piani di attribuzione di diritti agli azionisti (pillole avvelenate) Uno degli sviluppi più significativi della takeover defense negli anni ’80 ha riguardato la diffusione di meccanismi che garantiscono agli azionisti della società bersaglio speciali diritti, per l’acquisto o la vendita di azioni in condizioni di favore o di preferenza, nel contesto o come risultato di una scalata ostile. Questi “right plans” sono comunemente definiti “poison pills”. Come la Court of Chancery non ha mancato di rimarcare, “the primary purpose of a poison pill is to enable the target board of directors to prevent the acquisition of a majority of the company’s stock through an inadequate and/or coercive tender offer. The pill gives the board leverage to negotiate with a would-be acquirer so as to improve the offer as well as the breathing room to explore alternatives to and examine the merits of an unsolicited bid”95. Nonostante esistano diverse varianti del basilare piano di attribuzione di diritti, il prototipo di tale difesa comporta la definizione di un livello di partecipazione (solitamente tra il dieci ed il venti percento), oltrepassato il quale l’acquirente subisce una sostanziale “diluizione” di potere. Pertanto, “ [w]ithout the approval of a target’s board, the danger of activating a poison pill renders it irrational for bidders to pursue stock acquisitions above the triggering level”96. 94 A. FLEISCHER, Jr., A. R. SUSSMAN, op. cit., p. 6-59, ma si fa anche presente che talvolta è lo stesso Stato a prevedere una tutela adeguata da possibili disuguaglianze, con i Fair Price Statutes, che vengono discussi, dagli stessi autori, anche a p. 4-45 95 In Re Gaylord Container Corp., 753 A.2d 462, 481 (Del. Ch. Jan. 26, 2000) 96 Unitrin Inc. v. Am. Gen. Corp., 651 A.2d 1361, at 1381 (Del. 1995) 46 Gli shareholders right plans, che sono diventati estremamente popolari per le società bersaglio – ed hanno suscitato la protesta di potenziali bidders, azionisti ed alcuni accademici97 – generalmente puntano a distruggere la vitalità economica di un’acquisizione che non sia approvata dai preesistenti amministratori della target company98. A livello tecnico, solitamente tali “diritti” vengono distribuiti agli azionisti come dividendo da parte della società, e consentono loro, eccezion fatta per l’offerente e le sue controllate, di acquistare azioni della società stessa nell’arco di un periodo di tempo che in genere è di dieci anni (“flip-in”)99. Affinché possano essere esercitabili, tuttavia, tali diritti hanno bisogno di un evento che li “attivi”, che nella maggior parte dei casi è la proposizione di una tender offer o l’accumulazione di una certa percentuale di partecipazione azionaria, in assenza di approvazione da parte della maggioranza degli amministratori della target, eletti prima del verificarsi dell’evento. Nell’ipotesi in cui l’acquisizione avvenga tramite una fusione o altra combinazione fra società, i diritti in questione possono essere esercitati sul capitale della società che effettua l’acquisizione. (“flip-over”), attribuendo, come anche nelle ipotesi di flip-in, il diritto di acquistare le azioni ad un prezzo ridotto (spesso addirittura il 50% del prezzo di mercato), provocando una sostanziale diluizione del capitale 100. 97 Tra i più insistenti è senza dubbio opportuno menzionare R. J. GILSON, A Structural Approach to Corporations: the Case Against Defensive Tactics in Tender Offers in Stanford Law Review, anno 1981, vol.33, pp.819ss; l’autore è ancora oggi schierato in opposizione alla tendenza ad accettare l’uso delle pillole: Unocal Fifteen Years Later (And What Can we Do About It) in Delaware Journal of Corporate Law, anno 2001, vol. 26, pp. 461 ss.; ma anche J. C. Coffee Jr., The Bylaw Battlefield: can Institutions Change the Outcome of Corporate Control Contests? in Univ. of Miami Law Review, anno 1997, vol. 51, pp. 605 ss.; questi autori sono comunque affiancati da altri personaggi estremamente influenti dal punto di vista accademico e dottrinale quali L. A. BEBCHUK, A. FERREL, J. C. COATES, J. N. GORDON, J. VELASCO dei quali sono stati analizzati alcuni scritti nel corso di questo lavoro. 98 A. FLEISCHER, A. R. SUSSMAN, op.cit., p. 5-7, questa situazione è in linea con il concetto di “ostilità” dell’offerta, che rappresenta semplicemente il fatto che il cambio di controllo non rientra nei piani degli amministratori, che sono i piani della società. 99 G. FERRARINI, op. cit. p. 769 100 Id., inoltre cfr. D. CHOPER, J. C. COFFEE, R. J. GILSON, op. cit., p.905 47 Nella configurazione tipica, i diritti possono essere riscattati dal consiglio di amministrazione dell’emittente in ogni momento, prima del verificarsi del triggering event, ad un prezzo relativamente basso, anche se, normalmente, è previsto che tale riscatto possa avvenire anche per un limitato periodo successivo all’evento. In tal modo si punta ad obbligare lo scalatore a negoziare con il board della società bersaglio per cercare di evitare l’operatività della “pillola”101. b-1)La prima versione di “Poison Pills” Nella loro configurazione più “antica”, i piani di poison pills si basavano sull’emissione di “preferred stock”, sotto forma di dividendo, in favore di tutti i possessori di “common stock”. Secondo questi “piani”, le azioni privilegiate erano convertibili in azioni comuni secondo un principio “share-forshare”, ed prevedevano speciali condizioni per il riscatto e la conversione stessa102. In seguito all’acquisizione di una determinata percentuale (generalmente il 20 o 30%) delle azioni munite di diritto di voto da parte di una “acquiring person”, che non avesse proposto o consumato un “second-step merger” in un determinato lasso di tempo, i possessori delle azioni privilegiate (tutti tranne lo scalatore), avrebbero potuto decidere di farsi riscattare le azioni ad un prezzo uguale al 101 Ancora G. FERRARINI, op. cit., p.770 Le poison pills furono inventate dal famoso avvocato Martin Lipton, che le utilizzò nel 1982 per difendere El Paso Electric contro American General Oil, e di nuovo nel 1983, durante il takeover contest fra Brown Foreman e Lenox. Brown Foreman era il quarto più grande fabbricante di distillati degli Stati Uniti (tra i suoi marchi Jack Daniels, Martel, Korbel) ed incassava annualmente circa 900 milioni di dollari. Lenox era un grande produttore della Cina, e le sue azioni venivano scambiate, al NYSE, a circa 60$ l’una. Brown Foreman, ritenendo tali azioni sottovalutate, offrì 87$ per ogni azione di Lenox. Un prezzo 20 volte più alto del guadagno per-share dell’anno precedente (4,13$) e quindi un offerta molto attraente e difficile da contrastare. Martin Lipton suggerì che Lenox offrisse ad ogni azionista comune un dividendo costituito da azioni privilegiate ciascuna delle quali convertibile in 40 azioni di Brown Foreman, laddove questa avesse acquisito il controllo. Tali azioni sarebbero state utili per difendersi dal takeover e, se convertite, avrebbero sostanzialmente diluito la posizione di azionista al 60% di Brown Foreman. 102 48 massimo prezzo pagato dall’ ”acquiror” per le azioni comuni o privilegiate. Nell’ipotesi, invece, di un “second-step freezeout merger”, la previsione di “flip over” prevedeva che le azioni privilegiate potessero essere scambiate con un ammontare equivalente di preferred stock dell’acquirente, che a sua volta era convertibile in azioni comuni dell’acquirente aventi il valore, nel momento della conversione, pari al più alto prezzo pagato dallo scalatore per le azioni della società103. Dal momento che le caratteristiche di riscatto e conversione del preferred stock erano state disegnate in maniera da imporre allo scalatore di acquistare il 100% delle azioni pagando il medesimo prezzo per ciascuna, il “convertible preferred stock plan” era, inizialmente, pensato affinché operasse come “surrogato” di un “fair price amendment”104. I diritti di conversione e riscatto sollevavano, inoltre, incertezze per il bidder, considerando che il riscatto delle azioni privilegiate avrebbe inciso finanziariamente sull’emittente, e la possibile conversione delle stesse in azioni della “società scalante” (si pensi alle “flip-over” provisions) avrebbe avuto un effetto di diluizione sui soci preesistenti di questa. 103 Si veda P. A. GAUGHAN, Mergers, Acquisitions, and Corporate Restructurings., N.Y. 2002, p. 171. Viene analizzato il caso in cui le flipover furono per la prima volta superate con la scalata a Crown Zellerbach riuscita al finanziere Anglo-Francese Sir James Goldsmith. 104 Poiché queste azioni privilegiate davano ai loro possessori la possibilità di bloccare mergers in assenza di un’adesione alla transazione da parte dell’80% del capitale, il preferred stock assicurava una protezione agli azionisti di minoranza simile a quella apprestata da una super-majority provision. Cfr. Seibert v. Gulton Indus., C.A. No. 5361 (Del. Ch. June 21, 1979), aff’d, 414 A.2d 822 (Del. 1980) (Che approvò un “super-majority voting requirement” nel contesto di una fusione). Si veda, inoltre, in generale, J. A. FINKELSTEIN, Antitakeover Protection Against Two.Tier and Partial Tender Offers: The Validity of Fair Price, Mandatory Bid, and FlipOver Provions under Delaware Law, in Sec. Reg. L. J. , 1984, vol. 11, p.291; F. NOTE, Protecting Shareholders Against Partial and Two-Tiered Takeovers: The “Poison Pill” Preferred, in Harvard Law Review, 1984, vol. 97, p.1964 49 Numerose corti hanno considerato le forme “primordiali” di poison pills nel contesto di “preliminay injunction proceedings”105. b-2)Le previsioni di “Flip-over” I casi in cui le “Flip-over share purchase provisions” spiegano la loro efficacia sono sostanzialmente due: (1) l’ipotesi in cui una tender offer per il controllo della società debba essere seguita da una successiva fase di fusione (“second step merger”) e (2) quando una accumulazione di posizioni minoritarie venga seguita da una operazione che possa risultare dannosa per gli azionisti “rimanenti”. Si può, tuttavia, considerare una efficacia di tali piani anche come protezione da operazioni di “self-dealing” compiute da un azionista di maggioranza che non abbia intenzione di effettuare un second step merger106. Benché siano state usate le forme più svariate, il prototipo di share purchase rights plan prevede la distribuzione, sotto forma di dividendo, agli azionisti della società, di un diritto di acquistare un’azione, o una frazione di azione, di common stock o, ugualmente, della nuova serie di preferred stock, per ogni azione di common stock posseduta. In un primo momento, i diritti non sono esercitabili, e non vengono emessi i certificati corrispondenti ai diritti stessi, i quali, pertanto, circolano “automaticamente” insieme con le azioni comuni della società. A questi diritti, che solitamente hanno vita decennale, viene assegnato un prezzo di esercizio che corrisponde alla proiezione, operata dai directors, sul valore dello stock al momento dello scadere del termine per i diritti stessi; essendo 105 Si vedano, fra gli altri, Brown-Forman Distillers Corp. v. Lenox, Inc., 83 Civ. 2116 (D.N.J. June 20, 1983); National Educ. Corp. v. Bell & Howell, Co., C. A. No. 7278 (Del. Ch. Aug. 25, 1983); Huffington v. ENSTAR Corp., C. A. No. 7543 (Del. Ch. Apr. 25,1984); e soprattutto Telvest, Inc. v. Olson, C. A. No. 5798 (Del. Ch. Mar. 8, 1979) (In cui la corte sanzionò l’emissione di azioni privilegiate che stabilivano supermajority voting rights, sulla base del fatto che il consiglio di amministrazione aveva tentato di alterare i diritti di voto degli attuali azionisti, senza rispettare l’allora esistente norma della Delaware Law che prevedeva che tali alterazioni fossero apportate tramite un emendamento dell’atto costitutivo.) 106 A. FLEISCHER, Jr., A. R. SUSSMAN, op. cit., p. 5-61 50 tale prezzo di esercizio “out of the money” nel momento di emissione, i diritti non diluiscono il guadagno per-azione della società e, anche in base all’esperienza, non portano alcun impatto negativo sul prezzo di mercato delle azioni comuni della società107. Nella loro forma tipica, i diritti diventano esercitabili, e la società emette certificati separati rappresentanti i diritti, esattamente dieci giorni dopo il verificarsi di uno di due possibili eventi (il primo in ordine di tempo a verificarsi): (1) l’acquisizione, da parte di un soggetto o gruppo, di almeno il 20% delle azioni comuni della società, oppure (2) l’annuncio o l’inizio di una tender offer, il cui esito positivo comporterebbe l’ottenimento, da parte di un soggetto o gruppo, di una posizione corrispondente ad almeno il 30% del common stock108. Una volta che i diritti siano separati dalle azioni comuni, essi possono circolare indipendentemente ed essere liberamente trasferibili. Tipicamente, questi diritti non assegnano alcun voting power. Il deterrente principale contenuto nelle forme standard di rights plan è la “flip-over provision”. Nell’ipotesi in cui la società emittente venga acquisita tramite una fusione, o un’altra business combination, oppure venda il 50% o più dell’azienda o del suo earning power, i diritti disponibili al momento del merger “saltano”109 sul capitale della società “scalante”, in maniera tale che i titolari di essi possano acquistare, pagando solo il prezzo di esercizio, un numero di azioni comuni della “acquiring company” pari, come valore, al doppio dell’exercise price110. 107 Si veda: OFFICE OF THE CHIEF ECONOMIST, SECURITIES AND EXCHANGE COMMISSION, The Economics of Poison Pills, Fed. Sec. L. Rep. 83971 (Mar. 5, 1986) (Uno studio che indica che il prezzo delle azioni delle società soggette a takeover era sceso del 2,39% nei due giorni successivi all’annuncio dell’emissione dei diritti; questo studio, tuttavia, non prende in considerazione l’impatto a lungo termine.); 3 Corporate Control Alert (Luglio 1986) (Riporta uno studio di Kidder, Peabody & Co., che conclude circa la non influenza dei right plans sul prezzo di mercato delle azioni delle società che li adottano) 108 Si veda Edelman v. Phillips Petroleum Co., C. A. No. 7899 (Del. Ch. June 3, 1986) 109 G. FERRARINI, op. cit., p. 769. E’ l’utilizzo del termine che risulta, nella sua figuratività, estremamente appropriato. 110 Tipicamente, una volta che i diritti vengono attivati, ed a meno che non siano riscattati precocemente, la “flip-over” provision si applica a tutte le 51 In questo modo, l’effetto emerge nel consentire ai titolari dei diritti di acquistare azioni comuni dello stock dell’acquirente a metà prezzo. La previsione di “flip-over” è, solitamente, rinforzata da un accordo (compreso nel diritto) per cui l’emittente non possa consumare alcun merger o vendita di azienda, senza prima ottenere un ulteriore accordo tramite il quale la “acquiring entity” si obblighi ad onorare i diritti una volta divenuti esercitabili. Un altro modo di “rinforzare” un piano di attribuzione di diritti d’acquisto su azioni può realizzarsi attraverso l’operato degli amministratori, ma solo nel caso in cui sia disponibile un sufficiente numero di azioni comuni autorizzate ma non ancora emesse, per coprire la distribuzione che sarebbe necessaria in caso di esercizio dei diritti. Comunque, anche se la target avesse “authorized but unissued common stock” in quantità non sufficiente, potrebbe distribuire dei diritti di acquisto di frazioni di azioni privilegiate, nel caso in cui detenesse “blank check” preferred stock autorizzato e non emesso. Le azioni privilegiate, infatti, sono strutturate, in molte società, in maniera da avere attributi economici sostanzialmente equivalenti a quelle di common stock maggiorate del valore dei privilegi “attuali”111. Una alterazione possibile dei piani in questione, può consistere nel prevedere la possibilità per la società acquirente di “comprare” i diritti, nell’ambito di un merger, pagando un cospicuo premium112. Similmente, le garanzie utilizzate da un’emittente per contrastare una offerta ostile possono “rimpiazzare” la previsione di “flip-over” prevedendo, come evento che faccia scattare un aggiustamento del prezzo delle garanzie, proprio il “change of control”113. Riducendo il prezzo in occasione del successive combinazioni, a prescindere dal fatto che l’acquirente le abbia attivate o meno. Si veda Amalgamated Sugar, Co. v. NL Indus., 644 F. Supp. 1229 (S.D.N.Y. 1986) 111 Si veda A. FLEISCHER, A.R. SUSSMAN, op. cit., p. 5-56/5-58, in cui si considera, e risulta una situazione comune, l’esempio delle pillole adottate da Household (praticamente la prima esperienza) e da Crown Zellerbach (nei fatti la prima sconfitta). 112 Si veda, ad es., Horwitz v. Southwest Indus., Inc., 604 F. Supp. 1130 (D. Nev. 1985) 113 Gearhart Indus., Inc. v. Smith Int’l, Inc., 741 F.2d 707 (5th Cir. 1984) (In cui si stabilì che la vendita di garanzie era protetta dalla business 52 passaggio di controllo, le garanzie avrebbero il desiderato effetto dilutivo nei confronti dell’ hostile bidder. La caratteristica di “flip-over” del rights plan rende agli azionisti una protezione di livello minimo di fronte ad un selfdealing o altri simili abusi da parte di un acquirente, il quale accumuli abbastanza capitale da ottenere il controllo e non proceda, quindi, alla seconda fase dell’operazione (il merger). Per questo motivo, molti “share purchase rights plans” prevedono particolari disposizioni come protezione da operazioni di self-dealing ad opera di azionisti di controllo o di riferimento. Generalmente, questo tipo di previsioni comporta che, laddove un azionista di controllo effettui un’acquisizione della società emittente attraverso una fusione inversa, in seguito alla quale la società ed il suo stock “sopravvivano”, oppure sia coinvolto in operazioni di self-dealing con la compagnia emittente, le quali siano definite nel piano (ad es. acquisizioni di ulteriori azioni dall’emittente, pagamenti o compensi all’acquirente dall’ammontare eccedente le quote usuali dell’emittente, effettuazione di riclassificazioni, “reverse splits”, o altre operazioni che aumentino la partecipazione percentuale dell’acquirente), ogni diritto non posseduto dall’azionista di controllo divenga esercitabile per un numero di azioni (comuni o privilegiate) della compagnia emittente, pari, come valore di mercato valutato al momento dell’operazione di self-dealing, al doppio del prezzo di esercizio dei diritti114. In questo modo, benché un acquirente possa ottenere il controllo senza effettuare il second-step merger, può essere comunque penalizzato da una diluizione, nel caso in cui provi ad utilizzare il proprio controllo per danneggiare gli azionisti della società bersaglio/emittente. judgement rule, dal momento che il board aveva agito nel perseguimento di “proper business objectives”) 114 Cfr. A. FLEISCHER, A.R. SUSSMAN, op. cit., p. 5-61, si è considerato, inoltre, che tali previsioni hanno fornito una protezione incompleta, se non abbinata con il maggiore deterrente costituito dalla operatività delle flipover provisions. Si è anche analizzata la predisposizione operata da WM.E.Wright Co. per difendersi dalla scalata tentata da Newell Co., che non aveva annunciato alcun follow-up merger. Si pronunciò, poi, la Delaware Chancery Court: Newell Co. v. WM.E.Wright Co., 500 A.2d 974 (Del.Ch. 1985) 53 b-3)– Previsioni di Riscatto Nell’ipotesi tipica, i diritti sono riscattabili in ogni momento prima, o in un brevissimo lasso di tempo dopo, l’acquisizione del 20% delle azioni comuni della società emittente, da parte di qualsiasi soggetto o gruppo. Scaduti questi termini, i diritti diventano non-redeemable. Grazie a questa configurazione, i diritti non dovrebbero interferire con una fusione “negoziata”, né con “white knight transactions” finchè l’acquisizione non raggiunga il 20%. Inoltre, e ciò risulta ancora più importante, la redemption feature crea un potente incentivo, nei confronti di un soggetto interessato all’acquisto della società emittente, a negoziare con il consiglio di amministrazione della stessa, prima di tentare la scalata. Allo stesso tempo, tuttavia, una volte che i diritti siano diventati non più riscattabili, il rights plan, può risultare una barriera nei confronti di una “white knight transaction”. In Amalgamated Sugar Co. v. NL Industries115, la U.S. District Court del Distretto Sud di New York ha sanzionato un piano compilato secondo la legge del New Jersey, apparentemente basandosi (sebbene in maniera parziale) sul fatto che il board aveva erroneamente evitato di riscattare i diritti prima di un’acquisizione che li aveva resi non più riscattabili. Frequentemente, il piano consente una “window” che permette agli amministratori di riscattare i diritti anche in un periodo successivo all’acquisizione che ne abbia attivato la operatività. L’utilizzo di queso “tempo supplementare” è stato criticato nella misura in cui incoraggi un raider ad oltrepassare la soglia di ownership, facendo pressione sul board affinché riscatti i diritti116. 115 644 F. Supp. 1229 (S.D.N.Y. 1986) Da un punto di vista tecnico la critica giunge da Fleischer & Sussman, op. cit., p.5-95/5-96, nel senso che la misura perderebbe parte della sua efficacia protettiva, dall’altro lato, però, otterrebbe il risultato di incrementare l’offerta e diventare, al limite, giustificabile sul piano della legittimità: R. COMMENT, W. SCHWERT, Poison or Placebo: Evidence on the Deterrence and Wealth Effects of Modern Antitakeover Measures in Journal of Financial Economics, 1995, vol. 39, p. 6. L’effetto “di trattativa” 116 54 b-4) Previsioni di “Flip-In” Una modificazione significativa dei flip-over rights plans, approvata dalla Delaware Supreme Court per la prima volta nel caso Household v. Moran117, e immediatamente divenuta uno standard di questi piani, comprende le cosiddette “flip-in” provisions. Questa previsione si va ad affiancare al “flip-over” ed alle self-dealing provisions dei normali piani prevedendo che, una volta che un acquirente abbia oltrepassato una determinata quota di capitale della target, tutti i titolari dei diritti, eccetto l’acquirente stesso, possano acquistare azioni della società target a metà prezzo. Le previsioni di “flip-in”, nell’ottica del piano di Household, dovevano considerarsi come logica estensione delle protezioni da self-dealing. Le Corti del Delaware hanno deciso, nei primi tempi, numerose controversie che coinvolgevano right plans muniti di previsioni di “flip-in”118. Se non si riscontra alcuna decisione in Delaware che abbia messo in discussione la validità di tali previsioni, allo stesso tempo, però, non si riscontra nemmeno alcun caso che abbia analizzato le “flip-in” con il grado di approfondimento che lo stesso Household ha dedicato alle “flip-over”. Altre Corti hanno sostenuto che i diritti di “flip-in” non sono da considerarsi ultra-vires119 o in altro modo proibite dalla legge statale120. In altri stati, le Corti hanno deciso casi in delle pillole è, tra l’altro, quello considerato da G. FERRARINI, op. cit., p. 770 117 Citato più volte, supra e infra 118 Si vedano Henley Group, Inc. v. Santa Fe S. Pac. Corp., C.A. No. 9569 (Del. Ch. Mar. 12, 1988); BNS Inc. v. Koppers Co., 683 F. Supp. 458 (D. Del. 1988); MAI Basic Four, Inc. v. Prime Computer, Inc., C.A. No. 10428 (Del. Ch. Dec. 20, 1988); Grand Metro, plc. v. Pillsbury Co., 558 A.2d 1049 (Del. Ch. 1988); Doskocil Cos. v. Griggy, C.A. No. 10095 (Del. Ch. Oct. 7, 1988); Facet Enters., Inc. v. Prospect Group, Inc., C.A. No. 9746 (Del. Ch. Apr. 15, 1988) 119 Gelco Corp. v. Coniston Partners, 652 F. Supp. 829 (D. Minn. 1986), aff’d in part and vocated in part, 811 F.2d 414 (8th Cir. 1987) 120 Georgia-Pac. Corp. v. Great N. Nekoosa Corp., 727 F. Supp. 31 (D. Maine 1989); Harvard Indus., Inc. v. Tyson, dati riservati 55 cui erano coinvolte previsioni di “flip-in” senza pronunciarsi sulla loro validità.121 Nel caso Dynamics Corp. of America v. CTS Corp.122, la Corte sanzionò un rights plan che conteneva una previsione di flip-in, attivabile da una ownership del 15% delle azioni di common stock, considerando tale previsione “unreasonable” alla luce del suo impatto su un contestuale proxy contest. b-5) “Back-End Rights” Una variazione utilizzata solo raramente nei piani di attribuzione di diritti, è il “back-end rights plan” – talvolta chiamato “note purchase rights plan” o “fair price rights plan” – adottato per la prima volta nel 1985 da Phillips Petroleum Company e da Revlon, Inc., come parte delle proprie difese da tentativi ostili di acquisizione. Benché la maggior parte di questi piani preveda lo scambio di azioni comuni per strumenti di debito, in altri casi viene utilizzata l’emissione di cash, azioni privilegiate, obbligazioni o combinazioni di tali strumenti. L’obiettivo dei piani di back-end è di “fare il prezzo” della società ed assicurare che gli azionisti non vengano privati del diritto di ricevere quel prezzo da una proposta d’acquisto inadeguata (sia essa una offerta troppo bassa o una operazione in due fasi). In questo tipo di piani, generalmente gli azionisti ricevono il diritto ad ottenere, in cambio delle proprie azioni comuni, “senior notes” della società per un ammontare pari alla proiezione del valore di vendita della società al momento in cui i diritti sono distribuiti. I diritti divengono esercitabili nel momento in cui un soggetto o gruppo acquisisce una determinata percentuale (di solito 20/30%) del common stock della società, a meno che lo stesso acquirente non consumi tempestivamente una operazione (tutta in cash), attraverso la quale tutte le azioni 121 Si veda, fra tutti, Coast Fed. Sav. & Loan Ass’n v. Culverhouse, No. 89-1998-CA-01 (Fla. Cir. Ct. July 28, 1989) 122 637 F. Supp. 406 (N.D. Ill.) aff’d 794 F.2d 250 (7th Cir. 1986), rev’d on other grounds, 481 U.S. 69 (1987) 56 comuni rimanenti vengano acquistate a non meno del prezzo di esercizio delle obbligazioni123. I diritti, che non sono esercitabili dall’acquirente (che abbia ottenuto tale 20/30%), possono essere riscattati dal board in ogni momento precedente all’acquisizione della percentuale di capitale fissata, o ad altra operazione connessa con una vendita negoziata della società. Le azioni da emettersi in esercizio dei back-end rights possono essere configurate in maniera da assicurare che l’acquirente non le renda prive di valore. Previsioni tipiche sono quelle che includono limitazioni alla possibilità di ulteriore indebitamento per l’emittente, restrizioni alle vendite d’azienda, e il mantenimento di vari orientamenti finanziari. Le previsioni di diritti “back-end”, solo raramente sono state considerate prima dell’inizio di un “control contest”, poichè avrebbero assegnato un prezzo alla società in un momento in cui essa non era in vendita. I back-end rights differiscono dagli share purchase rights in molti aspetti. Innanzitutto, i back-end mettono in condizione i propri titolari di scambiare azioni comuni con un ammontare fissato di obbligazioni della stessa società, anziché permettere loro di acquistare ulteriori azioni pagando un determinato prezzo di esercizio. Secondo, il valore delle emissioni on cambio del common stock viene calcolato dal board in base al valore intrinseco corrente della società, e non ad una proiezione di lungo periodo124. Infine, il diritto di scambiare azioni comuni con obbligazioni è, solitamente, limitato ad un breve periodo di tempo125. 123 Si veda Edelman v. Phillips Petroleum Co., C.A. No. 7899 (Del. Ch. June 3, 1986) (Venne rigettato un tentativo di ampliare la portata del termine “acquiring person” in modo da farvi rientrare l’emittente i diritti, a seguito di una exchange offer da parte dell’emittente per il 47% delle azioni.) 124 Si veda, tuttavia, Dynamics Corp. of America v. CTS Corp., 635 F. Supp. 1174 (N.D. Ill. 1986) (Fu approvato l’uso di un back-end plan con un prezzo fissato in base alla proiezione del valore realizzabile della compagnia nei dodici mesi di vita del piano.) 125 Cfr. M. LIPTON, J. BROWNSTEIN, Takeover Responses: An Update, Dynamics of Corporate Control II, ABA National Institute, Dec. 12, 1986 pp. 219, 266 57 b-6) “Dead Hand” Le società prive di “classified” o “staggered” boards risultano particolarmente vulnerabili ai proxy contests, sollevati con l’obiettivo di riscattare i diritti attraverso l’elezione di nuovi amministratori che abbiano tale intenzione. In reazione a questa “fragilità”, alcune compagnie hanno adottato dei “right plans” che diventano non riscattabili nell’ipotesi in cui più della metà degli amministratori venga “rimpiazzata”. Previsioni di questo tipo spesso attribuiscono il controllo sul riscatto dei diritti agli amministratori in carica nel momento di emissione degli stessi. Una variante delle dead hand provisions prevede l’attribuzione, al nuovo board, del potere di riscattare i diritti, ma solo dopo che sia trascorso un determinato lasso di tempo (di solito 6 mesi/1 anno) dalla loro elezione126. Le questioni sollevatesi in relazione agli stockholder right plans, nel contesto di offerte ostili per il controllo della società, sono innumerevoli. Pochè si può sostenere che un rights plan talvolta impedisce o previene il change of control, i bidders desiderosi di scalare società munite di tali piani spesso condizionano la propria tender offer all’invalidazione o al riscatto dei diritti circolanti. Per questo motivo, proprio la validità e le caratteristiche di riscatto sono state spesso oggetto di litigation. c)Accordi di fine rapporto (“Golden Parachutes”) Si tratta della determinazione, in termini crudamente monetari, di una cospicua “buonuscita” per i managers della società bersaglio nell’ipotesi di rimozione o nello specifico caso di change of control, previsione adottata solo raramente con l’approvazione dei soci. 126 Tra gli altri, Carmody v. Toll Brothers, Inc., 723 A.2d 1180 (Del. Ch. 1998); Davis Acquisitions, Inc. v. NWA, Inc., C.A. No. 1076 (Del. Ch. Apr. 25, 1989) 58 L’efficacia difensiva che si cerca di ottenere tramite tali strumenti riguarda la creazione di un ulteriore costo della transazione, in maniera da disincentivare le parti del potenziale “negozio” a realizzare l’evento che scateni l’obbligo del pagamento. Una clausola molto frequente sia nei “golden parachute employment agreements” che nei “change-in-control agreements” attribuisce alla società “datrice di lavoro” un’obbligazione di pagare qualsiasi tassa o penalità imposta dalle sezioni 280G e 4999(a) dell’International Revenue Code del 1986 e suoi successivi emendamenti127. In base a queste norme, dovrebbe essere, al contrario, il percettore di un golden parachute payment a pagare una imposta del 20% su un tale pagamento laddove esso sia eccessivo e contingente ad un passaggio del controllo. Lo stesso Codice chiarisce che per “eccessiva” si intende una somma che superi di almeno tre volte la media dei compensi ricevuti dallo stesso soggetto, in relazione allo stesso incarico, nei precedenti cinque anni128. L’impatto di tale imposta è intensificato dal fatto che il Codice non permette all’employer (quindi la società) di dedurre alcuna porzione del “parachute payment” soggetto all’imposta, considerandola come compensazione ordinaria dell’employee (in questo caso l’amministratore). Questa previsione è temperata nella sezione 280G (b) dello stesso Codice dall’articolo (4)(A), il quale prevede che l’imposta non si applichi ad un compenso che sia stato stabilito, in maniera chiara e con prove persuasive, come reasonable compensation per i “servizi” prestati dall’amministratore nel contesto e successivamente all’evento che ha attivato il golden parachute. 127 Le sezioni relative a questa “excise tax” sono state introdotte dal Deficit Reduction Act del 1984. Dalla relazione alla discussione dell’atto risulta che: “To be a parachute payment, the payment must be contingent on a change in ownership or effective control. In general, a payment is to be treated as contingent on a change of ownership or control under the provision [280G] if such payment would not in fact have been made to the disqualified individual had no change in ownership or control occurred…” H. Conf. Report 98-861 (1984) 128 Da ricordare che, sempre secondo la relazione i cui estremi sono alla nota precedente: “Wether a particolar transaction involves a change in ownership or effective control of a corporation or in the ownership of a substantial portion of its assets i sto be determined under all the facts and circumstances”. 59 Nonostante i golden parachutes siano spesso stati criticati129, sostenendo che essi non sono altro che un “premio” per il management in occasione di passaggi di controllo, e nonostante una costante opposizione da parte dell’opinione pubblica statunitense, i suddetti agreements sono, in linea di massima, sopravvissuti agli attacchi legali sferrati, in molteplici occasioni, dagli azionisti così come da altri soggetti130. In genere, i golden parachutes non hanno una efficacia significativa nell’impedire la riuscita di tender offers, dal momento che la portata economica dei contratti individuali, anche nell’ipotesi in cui essa sia sproporzionatamente incrementata, non è sufficiente a distogliere un offerente che intenda acquistare l’intero pacchetto azionario, consistendo quasi mai in una percentuale rilevante del valore della transazione. Nella esperienza nordamericana sono comparse alcune varianti dello standard golden parachute131. Il “silver parachute severance arrangement” consiste in una diluizione del “compenso” in un gruppo molto ampio di senior officers, o in una spartizione ridotta ad un gruppo ristretto di top managers. Il c.d. “Tin Parachute” prevede, invece, che l’acquirente debba pagare una quota di “indennizzo” ad ogni dipendente che perda il proprio posto di lavoro in conseguenza del change of control. 129 Per fare degli esempi: R.A. LAMBERT e D.F. LARKER, Golden Parachutes, Executive Decision Making and Shareholder Wealth in Journal of Accounting Economics, 1985, vol.7, pp. 179 ss.; J. MACHLIN, H. CHOE, J. MILES, The Effects of Golden Parachutes on Takeover Activity in Journal of Law and Economics, 1993, vol. 36, pp. 861 ss. Si dice che tali previsioni sarebbero sconvenienti sia per la società che per i singoli azionisti, e che potrebbero essere considerate una delle più flagranti operazioni abusive di self-dealing. 130 Cfr.: Balch v. Commissioner, 100 T.C. (CCH) 331 (1993); Kulinski v. Medtronic Bio-Medicus, Inc., 21 F.3d 254, 18 Employee Benefits Cas. (BNA) 1080 (8th Cir. 1994); Fontenot v. NL. Industries, Inc, 953 F.2d 960 (5th Cir. 1992); Angst v. Mack Trucks, Inc., 969 F.2d 1530, 15 Employee Benefits Cas. (BNA) 2253, 140 L.R.R.M. (BNA) 2835, 122 Lab Cas. (CCH) 10300 (3rd Cir. 1992) 131 Cfr. P. A. GAUGHAN, op. cit., p. 191 60 d)Sproporzioni nel diritto di voto Fin dagli sviluppi delle prime tecniche di mantenimento del controllo nelle società per azioni, un certo numero di Corporations ha adottato una suddivisione delle proprie azioni in due categorie al fine di preservare la proprietà. Solitamente, si trattava di società controllate da famiglie ( che spesso erano anche le fondatrici) le quali, nel momento in cui decidevano di offrire partecipazioni “to the public”, creavano per il public consumption una classe o una serie separata di common shares le quali votavano come classe a parte e potevano nominare solo una rappresentanza minoritaria degli amministratori. In alternativa, si poteva optare per azioni che “votassero” insieme alle altre, ma con un numero di voti per azione notevolmente inferiore rispetto alle azioni di classe superiore. Affiancata a tale struttura compariva spesso, nell’atto costitutivo o nello statuto, una previsione che permetteva la conversione del potere di voto in base e contestualmente al passaggio della titolarità delle stesse dall’original owner al pubblico. Più recentemente, alcune varianti di questi sistemi sono state specificatamente utilizzate come antitakeover devices. In talune circostanze, una nuova classe di azioni, con potere di voto “rinforzato” proporzionalmente alla durata della detenzione continuativa della partecipazione, è stata distribuita fra gli azionisti correnti132. Prima del 1988, esistevano limitazioni alla possibilità di adottare “politiche” di questo tipo, contenute nelle regolazioni del mercato mobiliare, che però non risultavano efficaci per la presenza dell’alternativa di un mercato scarsamente regolamentato in cui operare quale era il NASD’s National Market System. Pertanto nel 1988, la SEC ha introdotto la Rule 132 Per esempio: si può creare una struttura in cui le azioni già in circolazione sono considerate di Classe B ed hanno a disposizione un solo voto ciascuna, ed invece la nuova classe di common stock , la Classe A, attribuisce dieci voti per azione. A questo punto le azioni di Classe A vengono distribuite tramite uno stock dividend a tutti gli azionisti. Laddove una azione di Classe A dovesse venire trasferita, si convertirebbe automaticamente in una di Classe B (con specifiche eccezioni riservate a movimenti intra-family o a successioni mortis causa) per poi tornare automaticamente, qualora detenuta per uno specifico periodo di tempo, di regola cinque anni, ad essere di Classe A. 61 19c-4133 in base alla quale sia l’American Stock Exchange che il NASD’s National Market System sono obbligati ad adottare norme che impediscano il trading delle partecipazioni in società nazionali che abbiano emesso azioni o preso altri provvedimenti che abbiano nullificato, ristretto o sproporzionatamente ridotto i diritti di voto per share ai titolari di una qualsiasi classe di common stock già esistente. Adeguandosi a tale previsione, sia lo Stock Exchange134 che il NASD135 hanno doverosamente adottato regole conformi alla Rule 19c-4, con particolari specificazioni delle varie fattispecie di condotte vietate. Come diretto risultato dell’adozione dell’art 19c-4, nel periodo immediatamente successivo, i piani societari che prevedevano sproporzioni nel diritto di voto sembravano essere scomparsi., tuttavia, nel caso Francis v. United Jersey Bank136.la District of Columbia Circuit Court of Appeals ha stabilito che la SEC aveva ecceduto la propria autorità nell’adottare la Rule in questione. Ancora non c’è assoluta certezza se tale decisione possa essere considerata determinante e se, a prescindere dalla considerazione della decisione, lo Stock Exchange o il NASD, nel comporre regole che si intersechino con i principi dell’art 19c-4, si discostino volutamente dalla previsione del 1988. Resta il fatto che piani di disproportionate voting rights sono in atto e vengono adottati frequentemente e che, nel mercato mobiliare attuale, ci sono notevoli difficoltà nel monitorare i piani stessi. Materialmente, i certificati azionari, sono diventati molto poco “mobili”, perché detenuti in depositi, che li detengono per i fiduciari (nominees), che li detengono per i brokers, che li detengono per i clienti, rendendo molto difficile per l’emittente sapere se e quando un certificato è stato trasferito. Ciò è ancor più vero se, mediante l’adozione di una struttura di voto straordinaria, l’emittente ha creato un incentivo a mascherare i trasferimenti di proprietà. 133 EXCH. ACT RELEASE NO. 25.891 (7 Luglio, 1988), 53 Fed. Reg. 26.376 Cfr. AMERICAN STOCK EXCHANGE COMPANY GUIDE § 122; New York Stock Exchange Listed Company Manual § 313. 135 Cfr. NATIONAL ASSOCIATION OF SECURITIES DEALERS, By-Laws, Schedule D, Part III 136 87 N.J. 15, 432 A.2d 814 (1981). 134 62 Nell’ambito dell’ampia categoria degli interventi sul diritto di voto, è opportuno analizzare varie pratiche specificatamente utilizzate per difendersi da hostile takeovers. d-1)Diritti di voto “a scalare” La sezione 212(a) della General Corporation Law dispone che: “…unless otherwise provided in the certificate of incorporation…each stockholder shall be entitled to one vote for each share of capital stock held by such stockholder”137. La Delaware Supreme Court ha stabilito che tale disposizione permette: “limitations upon the voting rights of the stockholder”, dovendosi, invece, applicare alle sole: “variations in the voting powers of the stock per se”138. In Providence & Worchester v. Baker, i fiduciari di un “bankrupt shareholder”, agirono contro la Providence & Worchester Co. (“P&W”), una società del Delaware, contestando la validità di alcune clausole dell’atto costitutivo di P&W che restringevano il diritto di voto. Tali clausole prevedevano che ad ogni azionista spettasse un voto per ogni azione posseduta fino ad un massimo di cinquanta azioni, ed un voto per ogni venti azioni superata tale soglia. Inoltre nessun azionista aveva, secondo le previsioni del charter, il diritto di votare per più di un quarto delle azioni circolanti di P&W (a prescindere da quante ne possedesse), escludendo i voti per delega di altri soci. Per effetto di queste disposizioni, il voting power di un azionista al 28% veniva limitato al solo 3%, pertanto gli attori lamentarono che una clausola di questo tipo violava quella che essi consideravano essere una disposizione della Sezione 151(a) della General Corporation Law. In base alla loro visione, tale norma avrebbe previsto che qualsiasi limitazione di poteri relativa ad azioni particolari si sarebbe dovuta creare attraverso “classi” o “serie”, pertanto 137 138 8 Del. C. § 212(a) Providence & Worchester v. Baker, 378 A.2d 121, 123 (Del. 1977) 63 essi pretendevano che ogni azione avesse gli stessi poteri di voto delle altre azioni della medesima classe o serie. P&W sostenne, invece, che il linguaggio della Sezione 151(a) non proibiva la “scaled voting provision” presente nel suo atto costitutivo, dal momento che quella clausola imponeva una restrizione dei diritti di voto degli azionisti basata sul loro “individual status” e non dei diritti di voto delle azioni per se, e inoltre che tale previsione era autorizzata dalla Sezione 212(a) della General Corporation Law. La Court of Chancery aderì all’opinione degli attori, concordando che qualsiasi restrizione dei diritti di voto si dovesse basare su una “class basis”, e conseguentemente produsse un giudizio sommario in favore degli attori stessi139. Nell’annullare questa decisione, la Delaware Supreme Court sancì che: “…[u]nder §212(a), voting rights of stockholders may be varied from the ‘one share one vote’ standard by the certificate of incorporation…”140. La Supreme Court concluse che l’assenza nella Sezione 212(a) di qualsiasi riferimento alla Sezione 151(a) fosse “indicative of the absence of any legislative intent to prohibit, by Section 151(a), charter restrictions upon stockholders’ voting rights such as are under challenge here”141. Providence & Worchester è stato successivamente citato dalla Delaware Supreme Court, con riferimento alla “settled nature of Delaware Law” relativamente alla validità delle scaled voting provisions142. 139 Baker v. Providence & Worchester Co. 363 A.2d 838 (Del. Ch. 1976), rev’d 378 A.2d 121 (Del. 1977) 140 378 A.2d at 123. Determinante fu la motivazione della Corte: “For present purposes, §151(a) must be read in conjunction with 212(a). In our view, one mustv look primarily to §212(a), and not to §151(a), for the validity of the P&W voting restrictions. In the final analysis, these restrictions are limitations upon the voting rights of the stockholder, not variations in the voting powers of the stock per se. The voting power of the stock in the hands of a large stockholder is not differentiated from all others in its class; it is the personal right of the stockholder to exercise that power that is altered by the size of his holding. In the hands of smaller stockholders, unrestrained in the exercise of their voting rights, the same stock would have voting power equal to all others in the class.” 141 Cfr. anche City Federal Savings & Loan Ass’n v. Mann, C.A. 84-4010 (D.N.J. Aug. 2, 1985) (Order and Ruling of the Court), aff’d mem., 782 F.2d 1027 (3rd Cir. 1986) 142 DiRocco v. Roessner, 505 A.2d 452 (Del. 1985) (Order) 64 Per osservare l’approccio a questa pratica nel contesto di takeover, è opportuno passare in rassegna un caso-simbolo di utilizzo della Delaware Law. In Unilever Acquisition Corp. v. Richardson-Vicks, Inc.143, un hostile tender offeror (“Unilever”) contestò l’emissione, da parte di Richardson-Vicks, Inc. (“RichardsonVicks”), di un “super-voting preferred stock dividend” che distribuì un’azione della nuova serie privilegiata per ogni cinque azioni di classe comune possedute. Le azioni privilegiate avrebbero potuto “votare” insieme a quelle comuni, come classe unica, in occasione della elezione degli amministratori e in ogni altro caso. Ogni detentore delle nuove azioni privilegiate avrebbe ricevuto l’attribuzione di cinque voti per azione, voti che sarebbero divenuti venticinque per azione, nell’ipotesi in cui tale azionista fosse l’originale recordholder, oppure fosse azionista da più di cinque anni prima della data di votazione. L’obiettivo di questo piano era di incrementare i diritti di voto degli stockholders che avessero rifiutato di “tender” nell’offerta di Unilever, ed allo stesso tempo ridurre il potere di voto delle azioni ottenute da Unilever stessa. Unilever obiettò che , benché l’atto costitutivo di Richardson-Vicks autorizzasse l’emissione di qualsivoglia privilegio, permetteva tale effetto solo nei limiti in cui tutte le azioni di ogni serie di “preferred stock” avessero identici diritti di voto. Unilever invocò anche la Sezione 212(b) del Delaware General Corporate Law e contestò che lo stock privilegiato riduceva illegittimamente la trasferibilità del pacchetto non privilegiato di Richardson-Vicks, poiché un common stockholder non sarebbe stato in grado di cedere due terzi del proprio potere di voto. Nel proibire l’emissione delle azioni privilegiate, la Corte distinse le due “leading Delaware decisions” che permettevano una discriminazione fra gli azionisti ( Providence & Worchester e Unocal), e motivò come segue: “However, these cases are not applicable where the discrimination strips the shareholder of the ability to transfer voting rights without prior warning, compensation or shareholder authorization, creating two classes within one series of shares – those that have been 143 618 F. Supp. 407 (S.D.N.Y. 1985) (applying Delaware law) 65 recently acquired, with reduced votes, and those that have not, wiyh full votes – and it does this in the face of a provision of the corporation’s certificate of incorporation explicitly providing that ‘all shares of any one series of preferred stock shall be identical with each other in all respects.’ Art 4, §B-III. Under Delaware law, a change in corporate structure of this magnitude, reducing the transferability of a shareholder’s ability to vote and the value of his or her asset to this degree, requires stockholder approval which has not been obtained”144. La Corte ha, inoltre, precisato la non necessità di un’indagine sulla buona fede degli amministratori di Richardson-Vicks nell’emettere lo stock privilegiato. b-2)Creazione di diverse classi di azioni comuni Alcune società, in particolare quelle il cui patrimonio azionario è concentrato nelle mani di un singolo azionista o gruppo, ottengono l’approvazione dei soci per l’autorizzazione di una nuova classe di “super-voting common stock” da distribuirsi fra gli azionisti correnti di classe comune come dividendo o “one-time exchange offer”145. Solitamente, questa nuova classe attribuisce diritti di voto sproporzionatamente più alti, dividendi minori e minori diritti di liquidazione rispetto al common stock, ed è soggetta a sostanziali restrizioni in sede di circolazione, pur essendo, comunque, convertibile in common stock in ogni momento. Si tratta della fattispecie rispetto alla quale si è animata la discussione , già ripresa in precedenza, relativa alla applicazione della Rule 19c-4, appositamente introdotta dalla SEC per tutelare gli azionisti di fronte alle limitazioni di voto su azioni già esistenti. Uno degli obiettivi primari della creazione di una doppia classe di common stock è fornire un veicolo per raggiungere le 144 618 F. Supp. at 410. Questa motivazione è stata, in effetti, rigettata in Delaware. (Si veda, infra, par. 3b5.3) 145 Di Dual Capitalization si parla in P.A. GAUGHAN, op. cit., p.187 valutando l’obiettivo di assegnare un maggior potere di voto ad un gruppo di azionisti “amichevoli” rispetto al management”. Tra l’altro si ricorda che potrebbero essere gli stessi amministratori ad acquistare azioni con maggiori diritti di voto, aumentando il proprio voting power globale. 66 necessità finanziarie della società senza alterare la posizione di controllo detenuta da un soggetto singolo o da una famiglia. L’effetto anti-takeover della nuova classe di azioni si riscontra nel fatto che gli azionisti diversi dagli “insiders” avranno un minore desiderio di conservare queste azioni che, pur attribuendo maggiori voti per ciascuna, hanno lo svantaggio di non essere (o non essere facilmente) trasferibili, e pertanto costoro convertiranno, nel tempo, le loro azioni di super-voting stock in azioni di common stock, in occasione di vendite o trasferimenti della nuova classe. Direttamente proporzionale alle conversioni che gli azionisti diversi dagli insiders opereranno, sarà l’incremento percentuale del potere di voto totale di insiders e loro affiliati. I piani di dual class common stock sono disegnati per, e più efficaci che mai nei casi in cui uno o più blocchi di azioni siano detenuti da un gruppo familiare o da insiders che abbiano intenzione di rinunziare ai dividendi e/o conservare le azioni non trasferibili. Pertanto, una percentuale piuttosto ampia di “insider holding” contribuisce sostanzialmente al successo di un tale piano. Si possono riscontrare svariate decisioni di tribunali del Delaware che abbiano evidenziato tentativi di proibire l’utilizzo e lo sviluppo di dual class common stock plans146. In Weiss v. Rockwell International Corp.147, la Corte ha respinto una richiesta di proibire l’adozione di un piano avente ad oggetto l’emissione di una nuova classe di common stock “fornita” di dieci voti per azione. Le nuove azioni erano soggette a restrizioni in sede di trasferimento, le quali prevedevano che la cessione di tali titoli ad un soggetto “non qualificato” avrebbe causato la automatica conversione degli stessi in normali azioni comuni con un voto ciascuna. 146 Cfr. Rosen v. Smith , C.A., No.7863 (Del. Ch. Sept. 18, 1985) (“...settlement of action challenging adoption of dual capitalization plan by General Cinema Corporation”). Va menzionata anche una ricerca, effettuata da Megan Patch, su 44 società che avevano istituito una Dual Capitalization tra il 1962 ed il 1984, nella quale non si riscontra una relazione significativa tra il prezzo delle azioni e la suddivisione in due classi: M.PATCH, The Creation of a Class of Limited Voting Common Stock and Shareholder Wealth in Journal of Financial Economics, 1987, vol. 18, p.313 147 C.A. No. 8811 (Del. Ch. Feb. 6, 1987) 67 Verificando che il piano era stato approvato dalla maggioranza degli outside directors, la Corte stabilì che “..the proposal is valid at least on the present record under the business judgement rule, wether that be the business judgement rule defined in the traditional sense or in the modified sense defined in the Unocal decision”148. Successivamente, la Corte analizzò una richiesta “emendata” in cui si contestava nuovamente l’emissione dello stock di azioni “super-votanti” da parte di Rockwell. La Corte sostenne che gli attori “[h]ad cited no authority to show why the amendment is not a valid corporate act”149 e che avevano fallito nel cercare di stabilire che l’emissione era un atto sconveniente150. La Corte concluse che l’emissione era stata validamente ratificata dagli azionisti e che non erano state dimostrate “deficienze” nella disclosure151, emise un giudizio sommario in favore della società convenuta, decisione che fu poi confermata dalla Supreme Court152. In Hahn v. Carter Wallace, Inc153, la Corte respinse una richiesta di impedire una riclassificazione che la società voleva compiere distribuendo, per ogni azione di common stock, una azione della nuova Classe B avente dieci voti. Rifiutandosi di delegittimare il piano di riclassificazione, la Corte notò che i convenuti avevano dimostrato l’esistenza di valide ragioni per l’adozione di essa, ad esempio: “to insure the corporation will continue to be managed in accordance with its traditional business philosophy that emphasizes long-term growth rather than short-term profit performance,” e fu apparentemente influenzata dal fatto che la riclassificazione era stata approvata dalla maggioranza degli azionisti di minoranza154. In: Societè Holding Ray D’Albion S.A. v. Saunders Leasing System, Inc, gli attori contestarono un piano che 148 Id. (Slip op. at 10) C.A. No. 8811 (Del. CH. July 19, 1989), slip op. at 9, aff’d, No.322, 1989 (Del. Mar. 14, 1990) 150 La convenienza dell’operazione risulta elemento fondamentale anche in G. JARRELL & A. POULSEN, Dual Class Recapitalizations as Antitakeover Machanism, in Journal of Financial Economics, 1988, vol. 20, pp. 129152 151 Id. 152 No. 322, 1989 (Del. Mar. 14, 1990) 153 C. A. No. 9097 (Del. Ch. Oct. 9, 1987) 154 Slip op. at 4-5 149 68 avrebbe avuto come risultato una reclassification del common stock esistente e l’emissione di una nuova Classe A di common stock avente un decimo di voto per azione.155. Dal momento che ogni azionista avrebbe avuto, in proporzione, la medesima partecipazione e il medesimo voting power dopo l’adozione del piano, oltre che la stessa possibilità di vendere i titoli di classe A, la Corte concluse che l’ operazione era legittima nei confronti dei soci di minoranza e rigettò la domanda156. In maniera simile, nel caso Sachs v. Scherer Corp157., fu chiesto di bloccare una proposta di ripartizione in due classi del common stock della società, sulla base del fatto che un tale piano avrebbe potenzialmente attribuito al gruppo di maggioranza il controllo completo sulle operazioni di business. Resosi conto che gli azionisti di maggioranza già avevano il controllo del board of directors, il Chancellor si trovò d’accordo con la parte resistente “…that it is somewhat ludicrous to attempt to infer an improper motivation to them when, in effect, they already have, collectively, the power which the plaintiff accuses them of attempting to wrongfully acquire through the reclassification plan”158. Nel proporre l’adozione di un “dual class stock plan”, comunque, le società devono assicurarsi che l’interazione di tale piano con le disposizioni dell’atto costitutivo sia completamente ed accuratamente “disclosed”. In Lacos Land Co. v. Arden Group, Inc159, la corte punì un operazione di dual class stock plan, nonostante l’approvazione dei soci, sulla scorta del fatto che l’interazione tra il piano ed una preesistente “supermajority provision” contenuta nel charter non era stata accuratamente “disclosed”. 155 C. A. No. 6648 (Del. Ch. Dec. 16, 1981). La parte attrice sosteneva che il piano di riclassificazione era stato disegnato con il primario obiettivo di preservare e rafforzare il “voting control” degli azionisti di maggioranza, che già possedevano, collettivamente, più del 50% delle azioni della società, attribuendo al consiglio di amministrazione la inosservanza di determinati fiduciary duties nei confronti degli azionisti di minoranza. 156 La Corte fu senza dubbio influenzata dal fatto che il piano di ricapitalizzazione era stato approvato dal 93,8% dei “disinterested stockholders” che non avevano rapporti con il gruppo di maggioranza. Slip op. at 4-5 157 C. A. No. 7537 (Del. Ch. Apr. 2, 1984) 158 Slip op. at 9 159 517 A.2d 271 (Del. Ch. 1986) 69 b-3)Diritti di voto in base al tempo Altra possibile variazione del potere di voto legato al possesso azionario è quella utilizzata da alcune Corporations per condizionare il numero di voti che un azionista può vedersi attribuito, in base alla durata della sua partecipazione nella società. Previsioni di questo tipo costituiscono un incentivo per il “long-term shareholding” e, allo stesso tempo, impediscono ad un soggetto che abbia acquistato azioni in un breve periodo di tempo160 di esercitare un potere di voto “sproporzionato”, magari in contrasto con la volontà dei soci più “antichi”. In Williams v. Geier161, la Court of Chancery dello Stato del Delaware accettò una “time-phased voting provision” contenuta nell’atto costitutivo di Cincinnati Milacron Inc. (“Milacron”)162. Il plaintiff oppose, inter alia, che il piano era giuridicamente “invalido” a causa della creazione di differenti diritti di voto sulla base del tempo di detenzione delle azioni. La risposta della Court of Chancery fu la seguente: “I find that the reasoning in ‘Providence & Worchester’ applies equally to the recapitalization and requires that Count Two be dismissed. The amended certificate does not provide different voting rights for the stock, per se. Rather, ‘it is the personal right of the stockholder to exercise that power that is altered...’163. In ‘Providence & Worchester’, the size of one’s holding triggered the alteration in voting rights. Here, it is the duration of one’s holdings that is relevant criterion”164. 160 L’esempio tipico è quello del cosiddetto “open market accumulation program” (o rastrellamento azionario). 161 C. A. No. 8456 (Del. Ch. May 20, 1987) 162 Gli azionisti di Milacron avevano approvato un emendamento al charter che riorganizzava i common shareholders in maniera tale che coloro i quali detenevano azioni prima del piano di ricapitalizzazione, e quelli che le avrebbero acquistate successivamente e poi conservate per tre anni continuativamente, avrebbero avuto a disposizione dieci voti per ogni azione posseduta. Al contrario, azionisti diversi da quelli appena elencati rimanevano limitati ad un solo voto per singola partecipazione 163 Providence & Worchester v. Baker, v. nota 56 supra 164 Slip op. at 8-9 70 La Corte rigettò anche un argomento degli attori relativo alla differenza tra il caso in questione ed il richiamato Providence & Worchester v. Baker consistente nel fatto che, in quest’ultimo caso la “scaled voting provision” era contenuta nell’atto costitutivo originario. Tale rigetto fu giustificato rilevando che: “[t]here is nothing in the ‘Providence & Worchester’ decision to suggest that its holding should be limited to voting restrictions container in a original certificate of incorporation as opposed to an amendment”.165 Inoltre, e questo è probabilmente un fatto ancor più significativo, la Corte rigettò l’utilizzo della motivazione di Unilever Acquisition Corp. V. Richardson-Vick, Inc. senza menzionarla né discuterla. Prima di Williams, Unilever, una decisione resa dal U.S. District Court for the Southern District of New York, era stata l’unica sentenza in cui si era applicata la Delaware Law ad una questione di time-phased voting. In Unilever, la Corte aveva erroneamente sostenuto che la previsione di diritti di voto diversi in base alla durata della partecipazione era incompatibile con la legge del Delaware. La Corte di New York aveva basato la propria decisione sulla considerazione che (1) i principi di Providence & Worchester non si dovessero applicare alle disposizioni contenute in atti costitutivi originari (non modificati) e che (2) l’emissione di un time-phased voting stock costituiva una restrizione alla circolazione in base al 8 Del. C. §202 il quale richiedeva l’approvazione di tutti i soci166. Gli argomenti sollevati dal caso Unilever furono entrambi discussi e rigettati dalla Court of Chancery del caso Williams, la quale emise un giudizio sommario in favore dei defendants167. In grado di Appello, la Corte Suprema del Delaware confermò la non applicabilità dello standard di principi del caso Unocal, e tantomeno del più oneroso standard del caso Blasius Industries v. Atlas Corp.168, poiché l’adozione del time-phased voting stock non era derivata, nel caso specifico, da un’azione unilaterale del board169. 165 Id. 618 F. Supp. at 409-10 167 C. A. No. 8456 (Del. Ch. Sept. 9, 1994) 168 564 A.2d 651 (Del. Ch. 1988) 169 671 A. 2d 1368 (Del. 1996) Rigettando la osservazione che l’approvazione da parte dell’assemblea era stata viziata dal voto dei membri 166 71 b-4)Previsioni di voto “per capita” Nel caso Sagusa v. Magellan Petroleum Corp.,170 la Corte ha esaminato la previsione di voto “per capita” contenuta nell’atto costitutivo di Magellan Petroleum Corporation (Magellan). Tale atto richiedeva, per l’approvazione delle operazioni societarie, non semplicemente il voto favorevole dei soci rappresentanti la maggioranza della società, ma anche l’approvazione della maggioranza degli azionisti presenti (di persona o “by proxy”). Gli attori sostenevano che le per capita provisions violavano i principi generali della Corporate Law, dal momento che non sarebbe stato necessario un rapporto tra il potere di voto degli azionisti ed il numero di azioni da essi possedute ai fini dell’adozione delle decisioni gestionali. La contestazione riguardava anche l’idea che tali previsioni fortificassero il management e la pretesa impossibilità di un’ applicazione delle stesse in maniera vantaggiosa per la società sia da un punto di vista esterno che da uno interno alla stessa. La Corte, comunque consapevole dell’esistenza di problematiche giuridiche circa l’applicazione di tali previsioni, rilevò che l’atteggiamento del caso specifico precludeva tali riflessioni nell’ambito della valutazione delle richieste pendenti e pertanto, seguendo la motivazione resa in Providence & Winchester, accolse la mozione con riferimento alle per capita provisions.171 della famiglia controllante, la Corte, a maggioranza, concluse che: “Williams has failed to sustain her burden to show invalidity. The statutory procedure was followed and authorized the adoption of the Amendment. The Board’s action in recommending the Recapitalization to the stockholders was the result of an independent business decision of theBoard, protected by the presumption of the business judgement rule which was not rebutted. The fully informed stockholder vote approvimg the Amendment validly effected the Recapitalization. The fact that the Family Group voted in favor of the Amendment does not invalidate the vote, even if they benefitted more than the minority. Plaintiff has not alleged or shown a violation of Section 242 or any proof of fraud, waste, manipulative or other inequitable conduct.” 170 C. A. No. 12977 (Del. Ch. Dec. 1, 1993), aff’d, 650 A.2d 1306 (Del. 1994) 171 Id. slip op. at 5-7 72 e)Creazione di “Friendly Voting Blocks”: ESOPs ed altre previsioni. Una forma di planning difensivo che si è diffusa negli ultimi anni prevede la creazione di un azionista di maggioranza “amico”, il quale indirizzi il suo potenziale di voto nella direzione gradita al management.172 Si potrebbe definire addirittura ovvio il fatto che una delle difese più efficaci dal rischio di un takeover sia rappresentata dall’esistenza di un’ampia quota di partecipazione societaria nelle mani dell’attuale management. Il Chief Executive, il quale possedesse il 60% della società che gestisce, avrebbe davvero poco da temere in presenza di un tentativo di hostile acquisition. Essendo, quest’ultima, una situazione (potremmo definirlo un lusso) estremamente rara per un management, un effetto simile potrebbe essere ottenuto vendendo una posizione significativa nell’azionariato ad un soggetto che sia “friendly” rispetto al board (oppure che sia d’accordo nell’agire solo in maniera concorde all’indirizzo dato dagli amministratori). Si possono analizzare due diverse varianti di questa operazione difensiva, le quali hanno ottenuto un sufficiente grado di accettazione da parte delle corti. Una prima alternativa, sanzionata in alcuni suoi aspetti dalla Delaware Court nel caso Shamrock Holdings v. Polaroid Corp.173, è la creazione di un “Employee Stock Ownership Plan” (ESOP). La struttura di ESOP è collegata ad una serie di benefici di natura fiscale, disegnati per incoraggiare la partecipazione dei dipendenti nell’azionariato delle società presso cui lavorano. 172 Interessante una ricerca effettuata da V. MCWILLIAMS, Managerial Share Ownership and the Stock Price Effects of Antitakeover Amendment Proposals in Journal of Finance, 1990, vol. 45, pp. 1627-1640, nella quale sono stati analizzati 763 emendamenti all’atto costitutivo adottati da 325 società iscritte al NYSE o all’ASE, notando che l’unico caso in cui la partecipazione degli amministratori in persona nella società aumenta in corrispondenza dell’adozione di una tattica difensiva, è una fair price provision. 173 Shamrock Holdings, Inc. v. Polaroid Corp., 559 A.2d 257, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94176 (Del. Ch. 1989) 73 In buona parte l’esperienza suggerisce che, nel contesto di un tentativo di takeover, il gruppo dei dipendenti è, mediamente, “fedele” al management.174 In tali circostanze, in cui significative quote di partecipazione (e quindi di voto) possono essere attribuite ad un gruppo così “loyal”, ed allo stesso tempo conseguire l’ulteriore vantaggio di cospicui benefici fiscali, appare evidente il motivo per cui gli employers abbiano trovato questa struttura particolarmente attraente. 175 La seconda variante, talvolta utilizzata in combinazione con un ESOP, è l’emissione e attribuzione di un significativo block di partecipazioni azionarie ad un soggetto “ufficialmente” alleato all’attuale management, oppure che abbia stipulato un accordo per cui si sia impegnato a non partecipare ad attività “ostili”. Operazioni di questo tipo sono state spesso, nel passato, poste in essere da società attualmente “minacciate” da un tender offeror (quindi come post-bid defenses)176, e solo in tempi più recenti si è diffusa la pratica di emettere stock privilegiato, convertibile e munito di diritto di voto, come misura difensiva “in advance”rispetto a qualsiasi, potenziale, tentativo di scalata. Nel contesto di tali emissioni, le securities trasferite sono, solitamente, azioni di preferred stock aventi (1) un’obbligazione di pagare dividendi che assicura al destinatario un ragionevole profitto, (2) un privilegio di conversione legato ad un premium (solitamente nell’ordine del 15-20%, benché sia determinato con uno sguardo al livello dei dividendi), rispetto ai prevalenti prezzi di mercato del common stock 174 Un osservazione che porta A. FLEISCHER, A.R. SUSSMANN, in op. cit., p. 2-06, a considerare la creazione di ESOPs tra i pilastri della advance planning nella protezione da scalate. 175 Quando, nel 1989, i vantaggi fiscali sono stati in parte ridimensionati, è sorto il dubbio relativo alla convenienza dell’operazione: se fosse preferibile che la “current workforce” controllasse le operazioni di voto o di cessione al tender offeror relative alle azioni detenute con l’ESOP, o se tali situazioni fossero meglio gestibili da fiduciari indipendenti. Come risultato, gli ESOP sono diventati meno “allettanti” di quanto non apparissero in precedenza. 176 Si veda, a titolo esemplificativo, l’emissione di azioni da parte di Carter Hawley Hale Stores, Inc. in favore di General Cinema, Inc. dopo che Carter Hawley era diventata obiettivo di una hostile tender offer. S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 1248, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C.D. Cal. 1984) 74 dell’emittente, (3) una previsione di remissione obbligatoria allo scadere di un periodo determinato, (4) tutti i diritti di voto che spetterebbero al numero di azioni comuni ricavabile dalla conversione di quelle privilegiate. In un caso tipico, il purchaser firma un accordo con il quale si impegna a non guidare egli stesso un tentativo di scalata ostile, nonché ad utilizzare il proprio voting power in maniera da supportare il management attuale e permettergli di focalizzarsi su scelte di lungo periodo, senza doversi preoccupare di ottenere frettolosi risultati nello short-term period. Ovviamente, se un passaggio di controllo, o una qualsiasi acquisizione ostile, dovesse risultare inevitabile, sarebbe necessario, per le azioni privilegiate, prevedere il diritto ad una “immediate redemption” o ad altre protezioni, per evitare che tale azionista privilegiato “amico” venga abbandonato, da solo, come azionista di minoranza in seguito alla acquisizione da parte di un terzo.177 4.3 – Difese “post-bid” Quando un offerente promuove la propria tender offer, la società bersaglio è tenuta ad una reazione immediata. Da un punto di vista normativo, la società target è obbligata a comunicare ai soci, entro dieci giorni lavorativi, la propria raccomandazione in merito all’atteggiamento nei confronti dell’offerta (accettazione, rigetto, neutralità)178, ed allo scadere di tale termine dovrà compilare una relazione sulla Schedule 14d-9 per la commissione stessa.179 Dal punto di vista pratico, comunque, se la subject company non ha intenzione di accettare apertamente l’offerta, non può permettersi il lusso di aspettare dieci giorni lavorativi; 177 Le azioni potrebbero anche necessitare di una modificazione o di altre misure difensive, così come diritti speciali per gli azionisti o piani di “poison pills” per assicurare che l’acquirente del pacchetto privilegiato non risulti svantaggiato rispetto agli altri azionisti della società. 178 Rule 14e-2 Reg. S.E.C. 179 Rule 14d-9 Reg. S.E.C. La società bersaglio, in ogni caso, potrà emettere una stop-look-and-listen communication prima della scadenza del termine senza compilare il modulo. (Rule 14d-9[e] ) 75 deve assolutamente muoversi subito per predisporre la propria “risposta”.180 Se il “team” preposto alla formulazione della difesa è stato gia creato, il processo risulterà semplificato, ma sarà comunque un periodo piuttosto intenso nella vita della società. Laddove, al contrario, gli advisors non siano stati ancora nominati, sarà inevitabile uno spreco di tempo prezioso per realizzare tutte le attività arretrate, ed inoltre la risposta, frutto di un lavoro tardivo e frettoloso, rischierà di risultare poco coordinata e meno rassicurante. Il board of directors della società target, nel fronteggiare un attuale tentativo di scalata ostile, deve necessariamente valutare con accuratezza due aree di rilevanza fondamentale: il proprio ruolo in un tale contesto (che tipicamente è analizzato in base alla c.d. business judgement rule), e la mappa delle più efficaci tattiche difensive da utilizzare nelle predette circostanze. Nei paragrafi che seguono si tratterà la seconda delle aree appena citate. Bisogna premettere che le tattiche che possono essere attivate in reazione ad una tender offer risultano (come si è già notato a proposito delle Pre-Bid Defenses) da un elenco pressochè illimitato, contenente alcune fattispecie ormai tipizzate, ma assolutamente aperto nei confronti di qualsivoglia operazione che l’immaginazione degli amministratori, degli investment bankers, e dei consulenti partorisca.. Se alcuni limiti scaturiscono dalle specifiche circostanze pratiche e temporali in cui si trova la società, delle vere restrizioni discendono dall’attività delle Corti181, ed inoltre, in 180 Tenendo comunque presente che, benchè le eventuali tattiche adottate in anticipo, dal momento che l’offerta è stata comunque proposta, potrebbero essere risultate scarsamente protettive, se affiancate ad una difesa “attiva” in pendenza di offerta, potrebbero rivivere ed avere una nuova efficacia. (P.A. GAUGHAN, op. cit., p. 197) 181 Si vedano alcuni esempi particolari: Financial Fed’n, Inc. v. Ashkenazy, Civ. No. 82-0885 (C.D. Cal. Apr. 22, 1982), in cui la corte ha invalidato una bylaw (adottata dopo che la S.E.C. aveva iniziato dei procedimenti contro un candidato al consiglio d’amministrazione) con l’effetto che un soggetto contro cui penda un procedimento della S.E.C. non potesse essere amministratore. Si veda anche McKee & Co. v. First National Bank Of San Diego, 265 F. Supp. 1 (S.D. Cal. 1967), con cui fu accettata una bylaw (adottata dopo che “disqualifying facts” si erano verificati) con l’effetto che gli amministratori dovessero essere residenti 76 tutte le ipotesi, gli amministratori devono preoccuparsi che le loro attività siano coerenti con le fiduciary obligations e con il contenuto della business judgement rule. La disamina che segue tiene in conto le operazioni più frequenti e maggiormente affrontate dalla giurisprudenza statunitense. a) “Litigation” Tipicamente, la prima tattica ad essere studiata e posta in essere dalla società bersaglio è l’azione legale. Anzi, si potrebbe addirittura rilevare che, delle migliaia di ore investite dai consulenti nel contesto di una hostile tender offer, la maggior parte viene spesa nel preparare, o nel rispondere a, litigation challenges o anticipated litigations.182 Innanzitutto, vista la complessità delle regole in merito alla fattispecie della scalata, l’ampia disclosure imposta dalle federal securities laws, e la velocità con cui transazioni di questo tipo vengono portate avanti (per non parlare della varietà di questioni intricate che tali transazioni possono far sorgere), ipotesi di tender offers che non diano adito a c.d. “legitimate litigable issues” sono assolutamente rare. In talune circostanze, l’azione legale può risultare efficace nel prevenire l’offerta, risultando come uno dei mezzi attraverso cui la società bersaglio persegue l’obiettivo di scoraggiare definitivamente lo scalatore, senza compromettere in maniera sostanziale il proprio futuro. In secondo luogo, nei casi in cui non abbia l’efficacia sopra descritta, l’azione legale può comunque ritardare nella Contea di San Diego per almerno un anno e non potessero essere avvocati o altri personaggi legati alle istituzioni bancarie. Si veda, infine, Datapoint Corp. v. Plaza Securities Co., 496 A.2d 1031 (Del.1985), con cui fu invalidata una bylaw disegnata per precludere azioni dei soci attraverso un consenso prestato per iscritto. 182 Oltre a P.A.GAUGHAN, op. cit., p. 226, il quale nota come la litigation, che un tempo risultava il modo più efficace per contrastare un takeover, attualmente è solo uno dei tanti, possibili, metodi utilizzabili, da segnalare una ricerca di G. JARRELL, Wealth Effects of Litigating by Targets: Do Interests Diverge in a Merge? in Journal of Law and Economics, 1985, vol. 28, pp. 151-177. In base ai risultati di tale ricerca, fra il 1962 ed il 1980, un terzo dei takeover contests è finito in tribunale. 77 l’offerta. Dovendosi considerare il fattore tempo come un premium, nell’ottica di un operazione di takeover183, ed essendo le altre tattiche difensive più convenientemente adottabili se c’è maggior tempo a disposizione, ne discende che anche la semplice funzione di delay non va sottovalutata. Se, ad esempio, la società target ha intenzione di “vendersi”, ma vuole assicurare ai propri azionisti il massimo prezzo disponibile sul mercato, un “additional time” durante il quale ricercare altri possibili acquirenti è un obiettivo intelligente. Una terza considerazione può riguardare l’utilità, ai fini dell’atteggiamento da prendersi nell’ambito della transazione, del materiale probatorio emerso in sede giudiziale, così come del fatto stesso di rendere pubblici gli estremi dell’operazione. In molti casi, le aule di tribunale sono infatti state utilizzate come veicoli per il raggiungimento dell’attenzione dei media. Un’ ulteriore osservazione può riguardare l’effetto deterrente che cause particolarmente agguerrite possono creare nei confronti della massa dei potenziali raiders, anche se, in realtà, tale effetto va a riversarsi quasi equamente su entrambe le parti di una transazione a rischio. Tipicamente, la litigation si innesta su una delle tre aree più frequentemente richiamate nelle azioni di questo tipo, anche se alcuni casi particolari suggeriscono l’esistenza di altri issues.184 Le aree in questione riguardano: la “antitrust challenge” (nel caso in cui vi siano gli specifici presupposti);185 la 183 Ancora in P.A. GAUGHAN, op. cit., p. 226 sono elencati quattro vantaggi della litigation: (1)To choose a more favorable forum; (2) To preclude the raider from taking the iniziative and suing first; (3) To delay the bidder while the target pursues a white knight; (4) To provide a psychological lift to the target’s management. L’individuazione di questi obiettivi si deve a Lipton & Steinberger, op. cit., pp. 6-144 184 Il più importante di questi issues è senza dubbio quello che riguarda il “claim of beach of fiduciary duty by directors”, oggetto di analisi nel capitolo seguente, ma si tratta di un’azione che, solitamente, viene proposta dal bidder, nei confronti della società bersaglio e dei suoi amministratori , dopo che questi ultimi abbiano adottato tattiche difensive. L’esistenza di un conflitto di interessi che vizi l’offerta può essere anch’essa di spunto per un’azione. Si veda: F. NOTE, Regulating the Use of Confidential Information in Tender Offer Financing: A Common Law Solution, in New York University Law Review, 1985, vol 55, p. 838 185 Si vedano, ad esempio, Missouri Portland Cement Co. v. Cargill, Inc., 498 F.2d 851, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94595 (2nd Circ. 1974); Gulf & 78 contestazione dell’adeguatezza della disclosure nei moduli della Schedule 13d o nella tender offer in sé; oppure la contestazione della legalità delle attività o procedure adottate dal bidder.186 Azioni di questo tipo puntano all’ottenimento di provvedimenti ingiuntivi, poiché la prospettiva del risarcimento danni, anche laddove sia probabile,187 difficilmente tranquillizza una società che debba fronteggiare un’offerta ostile. Oltre a reperire una sostanziale violazione di legge compiuta dal raider, la subject company deve essere preparata per fronteggiare le contestazioni che la controparte utilizzerà una volta avviatasi la causa. Se il ricorso all’azione legale è quasi una reazione naturale di chi è soggetto ad una tender offer, la possibilità che il definitivo successo nel difendersi dalla scalata derivi dalla sola litigation è piuttosto scarsa. Il contenzioso può essere utile per rallentare il processo di acquisizione, ed il delay così ottenuto rende possibile l’utilizzo di altre difese, ma la ordinaria reazione delle Corti, in particolare delle Corti D’Appello, mira ad assicurare la parità Western Industries, Inc. v. Great Atlantic & Pacific Tea Co.., Inc., 476 F.2d 687, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 93814 (2nd Cir. 1973); Crane Co. v. Harsco Corp., 509 F. Supp. 155 (D. Del. 1981); Berman v. Gerber Products Co., 454 F. Supp. 1310, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96506 (W.D. Mich. 1978); Elco Corp. v. Microdot Inc., 360 F. Supp. 741, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94157 (D.Del. 1973); Metro-Goldwyn-Mayer Inc. v. Transamerica Corp., 303 F. Supp. 1344, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92470 (S.D.N.Y. 1969). In molte occasioni, antitrust claims sono stati utilizzati in relazione a contestazioni sull’adeguatezza della disclosure, si veda A. PROFUSEK, Federal Decisional Law under the Williams Act in Clev. St. L. Rev. 1982, vol 31, p.175 e pp.255-57. Per chiarire il modo con cui una società bersaglio possa legittimamente sollevare problematiche di antitrust nei confronti del bidder, si vedano inoltre: Brunswick Corp. v. Pueblo Bowl-O-Mat, Inc., 429 U.S. 477, 97 S. Ct. 690, 50 L. Ed. 2d 701 (1977); Central National Bank v. Rainbolt, 720 F.2d 1183 (10th Cir. 1983): Carter Hawley Hale Stores, Inc. v. Limited, Inc. , 587 F.Supp. 246 (C. D. Cal. 1984). Cfr. Marathon Oil Co. v. Mobil Corp., 669 F.2d 378 (6th Cir. 1981); Grumman Corp. v. LTV Corp., 665 F2d 10 (2nd Cir. 1981); Babcock & Wilcox Co. v. United Technologies Corp., 435 F. Supp. 1249 (N. D. Ohio 1977) 186 E’ in questo contesto che si sono verificati molti casi di c.d. “creeping” tender offers. 187 Si veda, per esempio, Piper v. Chris-Craft Industries, Inc., 430 U.S. 1, 97 S. Ct. 926, 51 L. Ed. 2d 124, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 95864 (1977). 79 nella “lotta” fra scalatori e bersagli, e non ad essere lo strumento del successo di una delle due parti.188 b)Vendita di “assets” Un’altra tattica utilizzata per deviare una hostile bid prevede la vendita di proprietà o addirittura interi settori di attività, per rendere la società meno interessante per l’offerente. Nei casi in cui l’offerta è avanzata da un soggetto che ha un particolare interesse nell’acquisire un singolo aspetto del business della società target – o se la target percepisce tale motivazione – una risposta razionale potrebbe essere quella di disporre di tale porzione di attività. La subject company avrà come obiettivi, da un lato la massimizzazione del prezzo ottenuto da qualsiasi atto di disposizione, nell’ottica del management ordinario, e da un altro il produrre un effetto difensivo rispetto al tentativo di takeover. Nonostante il fatto che, laddove la vendita costituisca la cessione di quasi tutti gli assets della società, non si possa negare la necessarietà dell’autorizzazione assembleare (e quindi anche un serio rallentamento), operazioni di questo tipo sono state, nel passato, sostenute.189 Alcune Defensive Sales of Assets operate dalle società bersaglio sono state accettate dalle corti nel contesto di piani di ristrutturazione societaria validamente adottati. Ad esempio, nel caso Ivanhoe Partners v. Newmont Mining Corp.,190 la Delaware Supreme Court si è rifiutata di invalidare una ristrutturazione, comprendente la vendita di alcune proprietà in reazione ad un tentativo di scalata, che 188 Il Professor Rosenzweig, al contrario, sostenne che la litigation , come tattica difensiva, raggiunge un buon grado di successo e che tale successo è contrario agli interessi degli azionisti. In base a questa osservazione, lo stesso Rosenzweig propose l’applicazione di maggiori restrizioni alla possibilità, per il management, di ricorrere alla litigation defense. Si veda: R. ROSENZWEIG, Target Litigation, in Michigan Law Review, 1986, vol. 85, p.110 189 Ad esempio: Whittaker Corp. v. Edgar, 535 F. Supp. 933, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98483 (N. D. Ill. 1982); Cfr. S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 1248, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C. D. Cal. 1984) 190 535 A.2d 1334 (Del. 1987) 80 risultava dannosa per la politica ed il benessere della target corporation. In maniera simile, nell’esaminare una difesa operata da Interco Inc. nei confronti di una hostile tender offer, la Court of Chancery rifiutò di sanzionare una ristrutturazione che prevedeva la vendita di una divisione significativa della società bersaglio.191 Se, attualmente, una sale of assets in risposta ad un’offerta d’acquisto, come ogni misura difensiva, va testata in base allo standard stabilito da Unocal Corp. v. Mesa Petroleum Co.192 , in alcuni casi decisi prima di Unocal, tale pratica è stata esaminata separatamente rispetto ad altri defensive steps. In GM Sub Corp. v. Ligget Group, Inc.193, Liggett Group, Inc (“Liggett”) reagì ad una hostile tender offer di Grand Metropolitan Limited (“GM Sub”) stipulando con un terzo un contratto di vendita di una sua azienda. La Delaware Court of Chancery rilevò che “it seems realistic to assume that it was contemplated by Liggett that the practical effect of the sale of its sought-after asset might be to cause GM Sub to lose interest in its tender offer”, ma rigettò la richiesta di impedire la vendita.194 In Whittaker Corp. v. Edgar,195 la Brunswick Corp. (“Brunswick”) vendette il suo “crown jewel”, la Sherwood Medical Division, ad un terzo, per l’espresso motivo di scongiurare una hostile tender offer per Brunswick da parte di Whittaker Corp. (“Whittaker”). Benché i financial advisors della stessa Brunswick avessero concluso che la vendita avrebbe avuto un significativo contro-effetto sul prezzo delle azioni di Brunswick, la Corte 191 City Capital Assoc. v. Interco Inc., 551 A.2d 787 (Del. Ch. 1988), appeal dismissed, 556 A.2d 1070 (Del. 1988) 192 493 A.2d 946, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) (Del. 1985) 193 C. A. No. 6155 (Del. Ch. Apr. 25, 1980) 194 V. nota precedente. La corte rilevò che: “[T]he sale of Austin Nichols does not provide any guarantee that the control of Ligget will not change. If the tender offer, when resumed, is succesful, Grand Met, Through GM Sub, will be in control of Liggett. The difference will be that in the interim the asset, Austin Nichols, will have been exchanged for the asset, $97.5 million cash.” 195 535 F. Supp. 933 (N.D. Ill.), aff’d, Docket Nos. 82-1305, 82-1307 (7th Cir. Mar.5, 1982) 81 approvò la vendita196. Nel caso Mobil Corp. v. Marathon Oil Co.,197 il Sesto Circuito confermò la visione che la district court aveva prospettato in base alla legge dell’Ohio, e cioè che , nonostante Mobil Corp. (“Mobil”) avesse dimostrato l’esistenza di un self-interest per gli amministratori di Marathon Oil Company (“Marathon”) tale da riversare su questi ultimi l’onere di provare “fairness, corporate purpose and good faith” relativamente all’adozione di un lock-up agreement per alcuni assets della società, gli amministratori di Marathon avevano adempiuto con successo a tale onere dimostrando che: “defendants had a reasonable corporate purpose (…) [which] was to obtain the best possibile deal for Marathon shareholders in the face of an inevitabile takeover.”198 La sentenza Marathon è stata considerata, anche se non adottata espressamente, in alcune decisioni della Court of Chancery.199 In Joseph E. Seagram & Sons, Inc. v. Abrams,200 la corte rilevò che l’attore aveva sufficientemente provato che la motivazione del consiglio di amministrazione della target era di rimanere nel controllo della società, tanto da invertire l’onere della prova e quindi far sì che il board dovesse dimostrare l’esistenza di una business justification per la vendita.201 La Seagram agì per far invalidare la vendita degli assets di St. Joe nonché la eventuale liquidazione della società, richiamando sia la federal securities law, che la state law per un breach of fiduciary duty. La Corte emise un’ ”ordinanza” temporanea per proibire la vendita, considerando la reazione 196 Id. “The sale of an asset which has the result of making a company less attractive to a tender offeror can be a proper exercise of a board of directors’ business judgement” (…) “the proposed transaction (…) for the sale of Sherwood was within the bounds of valid business purposes.” Id. At 951 197 669 F.2d 366 (6th Cir. 1981) 198 Id. 199 Si veda Smith v. Pritzker, C. A. No. 6342 (Del. Ch. July 6, 1982), slip op. at 15, rev’d on other grounds, Smith v. Van Gorkom, 488 A.2d 858 (Del. 1985) 200 510 F. Supp. 860 (S.D.N.Y. 1981) 201 Gli amministratori di St. Joe Minerals (“St. Joe”) avevano reagito ad una tender offer di Seagram & Sons, Inc. (“Seagram”) annunciando di essere pronti a liquidare le proprietà della compagnia, avendo stimato il valore di liquidazione di St. Joe in 60$ per azione, 15$ per azione in più rispetto a quanto offerto da Seagram 82 del board of directors di St. Joe eccessiva.202 Nel sanzionare il piano di vendita, la Corte fu influenzata dalla percezione che l’attuale management stesse preferendo sacrificare la società piuttosto che perdere il controllo su di essa.203 Defensive sales of assets che costituiscano legittime operazioni di gestione societaria e che non siano effettuate solo per fortificare la posizione degli amministratori possono, in effetti, essere appoggiate dalle Corti come valido esercizio del business judgement. Al contrario, vendite di ampie porzioni societarie che appaiano organizzate principalmente per proteggre l’attuale management, specialmente se l’operazione risulti dannosa per la società, non possono ricevere il medesimo trattamento. c)Acquisto di “assets” L’acquisto di aziende, proprietà, attività, ed altre entities è stato utilizzato come tattica difensiva da alcuni consigli di amministrazione. Se il bidder opera in una industria regolamentata, o possiede una significativa posizione nel mercato relativo ad una determinata attività, la società bersaglio può tentare di acquisire le situazioni appropriate per creare, in capo allo scalatore, la necessità di ottenere un’autorizzazione (un processo solitamente “time-consuming”), oppure dei problemi 202 Id. at 861“There must be some radical defect or gap in existing securities and corporation law and regulation which would allow an assumption of power by caretakers of a corporation to deal with its assets and its life in retaliation for a hostile tender not otherwise intended or defensible as good corporate business. Surely they were not elected and permitted to serve as directors af any such platform (...) The guardianship of the interests of the owners of the enterprise may have been pushed beyond their trust and the legitimate bounds of directors’ power; they may have egregiously overstepped their bounds.” 203 Id. at 862: “The events pose a possibile case of a determination to keep control of the company entrenched withi the present board of directors regardless of the company’s real best interests or else to dismember it piece by piece, even to the point of liquidation of the enterprise, regardless of the proclamed profitability and in the absence of all evidence whatsoever that the actual owners of the enterprise want its demise.” 83 di antitrust. In Panter v. Marshall Field & Co., 204 il Settimo Circuito di Corte d’Appello, applicando la business judgement rule in base alla Delaware Law, accettò l’acquisizione, da parte di una società target, di attività che avrebbero creato all’hostile bidder dei problemi di antitrust.205 La Corte osservò che gli attori non erano riusciti ad adempiere al burden di provare che il rafforzamento del proprio controllo sulla società fosse il motivo primario delle azioni degli amministratori, e si pronunciò come segue: “The plaintiffs also contended that the ‘defensive’ acquisitions of the five Liberty House stores and the Galleria were imprudent, and designed to make Field’s less attractive as an acquisition, as well as to esacerbate any antitrust problems created by the CHH merger. It is precisely this sort of Monday-morningquarterbacking that the business judgement rule was intended to prevent. Again, the plaintiffs have brought forth no evidence of bad faith, overreaching, self-dealing or any other fraud necessary to shift the burden of justifying the transactions to the defendants. On the contrary, there was uncontroverted evidence that such expansion was reasonable and natural. Thus even if the desire to fend off CHH was among the motives of the board in entering the transactions, because the plaintiffs have failed to establish that such a motive was the sole or primary purpose, as has been required by Delaware Law (...) the mere allegation, or even some proof, that a given transaction was made under “unfavorable” terms does not meet the fairly stringent burden the business judgement rule imposes on plaintiffs.”206 Coerentemente, la Corte si pronunciò in favore della proponibilità , da parte del consiglio della società bersaglio, di 204 646 F.2d 271, 293 (7th Cir.), cert. denied, 454 U.S. 1092 (1981) (Applicando la Delaware Law) 205 La parte attrice osservò che gli amministratori di Marshall Field, mossi dal desiderio di perpetuare il proprio controllo sulla società, avevano attuato una condotta illegale nel cercare di deviare una takeover bid, consistente (1) nell’adottare una politica di opposizione a qualsiasi tentativo di acquisto, (2) nell’ operare acquisizioni difensive di alcuni negozi in aree commerciali in cui lo scalatore già operava, con l’intento di creargli problemi di antitrust e, (3) nel predisporre un’azione di antitrust contro il bidder per fermare la scalata. 206 Id. at 297 84 una antitrust action contro l’hostile bidder: 207 Ciò nonostante, una Corte potrà comunque sanzionare una acquisizione laddove appaia che l’obiettivo unico o primario sia un beneficio per il management e non per gli azionisti. Per esempio, nel caso Royal Industries, Inc. v. 208 Monogram Industries, Inc., lo U.S. District Court for the Central District of California osservò che una acquisizione “difensiva”, creata per provocare una barriera di antitrust ad un hostile tender offer, era stata effettuata con il solo intento di rafforzare la posizione dell’attuale management.209 In base a questa considerazione, la Corte “punì” la acquisizione come, inter alia, un breach of fiduciary duty secondo la Delaware Law.210 In Paramount Communication, Inc. v. Time, Inc.,211 le Corti del Delaware affrontarono l’acquisizione, da parte di Time, Inc. (“Time”), di una posizione di controllo in Warner Communications, Inc. (“Warner”), in pendenza di una tender offer per Time da parte di Paramount Communications, Inc. (“Paramount”).212 207 Id. “[I]t is the duty of the directors to file an antitrust suit when in their business judgement a proposed combination would be illegal or otherwise detrimental to the corporation, [and] their decision to file an antitrust suit is also within the scope of the business judgement rule.” 208 1976-77 [Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 95683 (C. D. Cal. Nov. 29, 1976) 209 95863, at 91136 210 Id. at 91144-45 211 Caso già citato, si veda la nota 26 212 A partire dagli inizi del 1987, Time aveva discusso le possibili combinazioni di business con Warner. In seguito ad un piano strategico di espansione di Time, adottato dal consiglio di amministrazione nel 1988, un merger fra Time e Warner fu approvato dai boards di entrambe le società nel Marzo 1989. In base a tale accordo, Warner sarebbe dovuta confluire in una controllata (al 100%) di Time, restando (Warner) la società “sopravvissuta”. In seguito all’annuncio della pendente fusione tra Time e Warner, Paramount annunciò una cash tender offer per Time al prezzo di $175 per azione. In reazione all’offerta “indesiderata” di Paramount, il consiglio di Time ritoccò la sua proposta di business combination con Warner.Time azionò una cash tender offer per il 51% delle azioni di Warner a $70 per azione, con il restante 49% da acquistarsi, sempre da parte di Time, in una merger transaction attraverso cash e titoli, con un valore combinato di $70 per azione. Conseguentemente, Paramount aumentò la sua offerta per Time a $200 per azione, e agì presso la Delaware Court of Chancery contestando l’offerta di Time per Warner 85 Applicando il primo principio del caso Unocal,213 la Delaware Supreme Court stabilì che il consiglio di amministrazione di Time aveva “ragionevolmente” determinato che l’offerta di Paramount consisteva in una minaccia a causa dell’inadeguatezza del prezzo, la natura “condizionale” dell’offerta, il “timing” dell’offerta stessa, ed il fatto che gli azionisti avrebbero potuto decidere di “tender” nella cash tender offer di Paramount “in ignorance or a mistaken belief of the strategic benefit which a business combination with Warner might produce.”214 Passando al secondo standard del caso Unocal215, la Corte rilevò che la modifica dell’operazione Time-Warner era stata una “reasonable response” rispetto alla minaccia rilevata dal consiglio di Time216 e rigettò la contestazione che la reazione fosse stata sproporzionata nell’impedire agli azionisti di Time di accettare il cash premium della proposta di Paramount. Piuttosto che “cramming down on its stockholders a management-sponsored alternative”, 217 all’offerta indesiderata di Paramount, la scelta del board di Time di utilizzare tale strategia per una combinazione con Warner fu considerata: “the carrying forward of a preexisting transaction in an altered form.”218 La Corte Suprema confermò il rigetto, già sancito dalla Court of Chancery, dell’azione promossa da Paramount. d)Acquisto di azioni proprie Una società bersaglio di un tentativo di scalata, in determinate circostanze, può essere interessata al riacquisto delle proprie azioni sul mercato aperto, mediante una formale 213 Si veda la discussione nel cap. 5, infra 571 A.2d at 1155 215 V. nota 141 216 Id. at 1154. Sostenendo che: “[d]irectors are not obliged to abandon a deliberately conceived corporate plan for a short-term shareholder profit unless there is clearly no basis to sustain the corporate strategy” 217 ( 571 A.2d at 1155 ) 218 Id. 214 86 tender offer o attraverso acquisizioni negoziate 219 privatamente. Una tale operazione avrà come effetto l’aumento del valore di mercato delle azioni, cosa che potrà rendere il prezzo offerto dallo scalatore meno competitivo, ed incentivare lo stesso bidder a vendere per realizzare un guadagno. In ogni caso, tuttavia, l’operazione incrementerà la percentuale della partecipazione del bidder nella società target, quindi è opportuno che acquisti di questo tipo vengano effettuati tramite una controllata, in modo da non “sterilizzare” il potere di voto di tali partecipazioni. Queste operazioni di acquisto di azioni proprie o “stock buybacks” sono state sostenute dalle Corti220, ma non senza eccezioni.221 Come in occasione di qualsiasi altra riorganizzazione societaria, una compagnia, la quale pianificasse un “repurchase”, dovrebbe necessariamente ed accuratamente predisporre un programma che assicuri un costante monitoraggio del comportamento degli amministratori, nell’ottica del rispetto dei loro fiduciary duties. .Nei casi precedenti ad Unocal, le Corti avevano appoggiato acquisti di azioni proprie, laddove si fosse dimostrato che l’obiettivo era quello di evitare un danno ad una business policy della società o di prevenire un tale svantaggio.222 Al contrario, le Corti avevano considerato “improprie” tali operazioni, nei casi in cui avessero riscontrato come scopo 219 P.A. GAUGHAN, in op. cit., p. 212, ricomprende queste operazioni tra i Capital Structure Changes, insieme alla ricapitalizzazione in generale, l’assunzione di debito e l’emissione di nuove azioni. 220 Si vedano, ad esempio, AC Acquisition Corp. v. Anderson, Clayton & Co., 519 A.2d 103, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92942 (Del. Ch. 1986); Crane Co. v. Harsco Corp., 511 F. Supp. 294, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 97903 (D. Del. 1981); Orbanco, Inc. v. Security Bank of Oregon, 371 F. Supp. 125, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94559 (D. Or. 1974). 221 Ad esempio S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 294, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C. D. Cal. 1984); Herald v. Seawell, 472 F.2d 1081 (10th Cir. 1972) 222 Si veda, ad esempio, Cheff v. Mathes, 41 Del. Ch. 474, 199 A.2d 548 (Del. 1964); Edelman v. Phillips Petroleum Co., C. A. No. 7899 (Del. Ch. Feb.12, 1985); Kaplan v. Goldsamt, 380 A.2d 556 (Del. Ch. 1977); Kors v. Carey, 158 A.2d 136 (Del. Ch. 1960) 87 primario la volontà di mantenere il management nella posizione di controllo.223 Nel caso Unocal224, si è potuta osservare una operazione di repurchase dai connotati estremi, a cui possiamo dare il nome di “self-tender offer”,225 ed in seguito, un’ampia serie di casi giurisprudenziali226 ha contribuito all’evoluzione della 223 Ad esempio: Propp v. Sadacca, 40 Del. Ch. 113, 175 A.2d 33 (Del. Ch. 1961), aff’d sub nom. Bennett v. Propp, 41 Del. Ch. 14, 187 A.2d 405 (Del. 1962) (acquisto compiuto dal CEO senza autorità sulla base di una ingiustificata e soggettiva percezione di un pericolo per il controllo); Petty v. Penntech Papers, Inc., 347 A.2d 140 (Del. Ch. 1975) (riacquisto selettivo di preferred stock per assicurare il proseguimento del controllo agli amministratori); Chrysogelos v. London, C.A. No. 11910 (Del. Ch. Mar. 25, 1992) (rifiutando di rigettare l’accusa che l’acquisto fosse motivato dalla volontà di rafforzare la posizione); Schilling v. Belcher, 582 F.2d 995 (5th Cir. 1978) (acquisto compiuto solo per evitare che le stesse azioni fossero ottenute da un nuovo gruppo) 224 Ricordiamo: Unocal v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92406, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92077 (Del. 1985). E’ il caso che, come si vedrà infra al cap. 5, fornisce lo standard di valutazione del comportamento degli amministratori. 225 La self-tender offer è una variante dell’operazione di acquisto di azioni proprie, in base alla quale una società target propone un’offerta di acquisto di partecipazioni del suo stesso stock. La self-tender offer comporta una serie di effetti che possono tendere a contrastare una offerta ostile già in atto, tra cui: rendere tale offerta più onerosa (laddove, ad esempio, la selftender sia proposta ad un prezzo più alto rispetto all’offerta ostile); caricare la società di debiti, depauperare il cash o altri liquid assets; e inoltre , se una quota sostanziale è detenuta da soggetti “friendly” nei confronti del management della società bersaglio, incrementare proporzionalmente il size di tali partecipazioni. Per di più, le azioni acquistate tramite una self-tender offer potrebbero essere cedute ad un “White Knight” o ad un “Employee Benefit Plan” in modo da consolidare tali partecipazioni in mani amiche. 226 Innanzitutto un caso collegato con Unocal v. Mesa e cioè: Unocal Corp. v. Pickens, 608 F. Supp. 1081, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92296 (C. D. Cal.1985), in cui si considerò che la procedura non avesse violato in alcun modo le Federal Securities Laws. Successivamente, le Corti del Delaware hanno indicato che azioni “discriminatorie” del tipo utilizzato in Unocal sarebbero permesse solo se connesse in maniera “reasonably” con il pericolo di un significativo danno per la società.: Phillips v. Instituform of N. Am., Inc., Civil No. 9173 (Del. Ch. Aug. 27, 1987), modificato da (Del Ch. Sept.1, 1987). Si vedano anche: Heckmann v. Ahmanson, 168 Cal. App. 3rd 119, 214 Cal. Rptr. 177, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92364 (2nd Dist. 1985), in cui si sollevò la questione di legittimità dell’acquisto di azioni dal solo bidder e U.I.S. v. Walbro Corp., C.A. No. 9323 (Del. Ch. Oct. 6, 1993). 88 disciplina, la quale, tuttavia, deriva i suoi principi fondamentali dall’atteggiamento della corte nel caso Unitrin.227 In base a tale interpretazione, nel valutare la legittimità di un’operazione di Stock Repurchase, l’attenzione va focalizzata su tre riflessioni: (1) se l’acquisto di azioni proprie è permesso (e se lo è in quei termini) dallo statuto; (2) se l’attivazione del programma di “riacquisto” corrisponde, in termini di intensità e grandezza, alla minaccia per l’interesse societario, che si vuole in tal modo contrastare; (3) se il board ha propriamente considerato la eterogeneità degli interessi dei vari azionisti ed ha procurato liquidità (in cambio di azioni) oltre che al bidder, anche ai soci che hanno manifestato la volontà di vendere nel contesto del Repurchase Program.228 Essendo i “buybacks” una forma di ricapitalizzazione, il board dovrebbe agire solo dopo essersi approfonditamente ed esaurientemente informato circa ogni aspetto del programma, eventualmente avvalendosi dell’aiuto di consulenti finanziari indipendenti. L’importanza di tale precauzione discende dalla gravità delle conseguenze che un piano erroneamente scelto o male applicato può riversare sul capitale della società, sugli introiti, sulla liquidità, sul valore dei crediti.229 Gli amministratori, inoltre, devono accuratamente considerare l’interesse societario da perseguire tramite il repurchase, poiché, in assenza di un “proper corporate purpose”, potrebbe sembrare che l’operazione sia stata azionata con il solo intento di preservare la posizione dell’attuale management. In tale ultimo caso, agli amministratori sarebbe richiesto di dimostrare il “fairness” dell’operazione Oltre a problematiche strategiche e “fiduciarie”, gli “stock repurchases” devono fronteggiare una serie di questioni legali. I programmi di “riacquisto” sul mercato aperto devono, infatti, essere strutturati in maniera da minimizzare i rischi di 227 Unitrin, Inc. v. American General Corp., 651 A.2d 1361, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98519 (Del. 1995) 228 Id. at 1390 229 Osservazione comune a R.C. FERRARA, M.M. BROWN, J. HALL, Takeovers: Attack and Survival, Butterworth Legal Publishers-Salem, N.C., 1987, p. 426; ed a L.Y. DANN, H. DEANGELO, Corporate Financial Policy and Corporate Control: A Study in Defensive Adjustements in Asset and Ownership Structure, in Journal of Financial Economics, 1988, vol. 20, pp. 87 ss. 89 violazione delle norme di “antifraud” e di “antimanipulation” del Securities Exchange Act del 1934. Spesso, questo risultato viene raggiunto monitorando i movimenti societari e mantenendo il buyback nei limiti di prezzo, volume, e procedurali imposti dalla Rule 10b-18. Se il piano è conforme alle prescrizioni di tale norma, è essa stessa ad “esonerare” la società dalle responsabilità previste dalla Section 9(a)(2) dell’Exchange Act e dalla Rule 10b-5, che potrebbe verificarsi a causa dell’ammontare, del timing, o del prezzo delle operazioni. Dal momento che, se l’acquisto avviene proprio tramite la società stessa, la percentuale di partecipazione degli attuali soci è destinata ad aumentare, è lecito domandarsi se l’aumento delle quote di coloro che già erano azionisti di una certa consistenza faccia scattare particolari obblighi di disclosure. In alcune circostanze, infatti, potrebbe essere opportuno informare i “large shareholders” dell’impatto che il buyback avrà sulla loro posizione. Inoltre, se la società è un soggetto particolarmente attivo nel mercato delle “mergers and acquisition”, sarà necessario assicurarsi che lo stock buyback non violi la Rule 10b-6, che proibisce in genere l’acquisto di azioni proprie durante specifiche “distributions”. Non sono soggette a questa norma alcune operazioni, tra cui vendite liberamente negoziate, senza brokers o altre figure di mediazione, fin tanto che non avvengano “for the purpose of creating (…) active trading or raising the price of the security”.230 Queste eccezioni possono essere estremamente importanti per i “frequent acquirors”, a cuasa dell’ampia interpretazione del termine “distribution” in base alla Rule 10b6. Collegate ad acquisti azionari, le “distributions” possono comprendere “proxy solicitations”, “collars”, o periodi di valutazione per la determinazione del prezzo di un’ operazione o del rapporto di concambio nel contesto di una fusione, e periodi di “cash election” durante i quali gli azionisti che vendano debbono scegliere tra cash e titoli.231 230 Rule 10(b)-6 R. BLANC, Rules 10 b-6, 10 b-7, 10 b-8, and Other Antimanipulation Considerations in Securiries Underwriting: A Practitioner’s Guide, PLI, 1985 pp.229-301 231 90 Come risultato, alcuni soggetti potrebbero essere tenuti a sospendere operazioni attive di acquisto di azioni proprie sul mercato aperto durante quei periodi. Una forma particolare di targeted share repurchase è quella che viene comunemente detta Greenmail e che consiste nel pagamento di un sostanziale premium sulle azioni possedute da un azionista “pericoloso” (che abbia, quindi, una partecipazione significativa e velleità di espansione), in cambio dell’impegno di questo soggetto ad astenersi dal condurre una scalata per ottenere il controllo della società. La legittimità del Greenmail è stata sostenuta nell’ambito della battaglia legale per il pagamento effettuato dalla Texaco in favore di The Bass Brothers. La Delaware Court of Chancery ha riscontrato che il pagamento, nel 1984, di 1,3 miliardi di dollari, compreso un premium del 3%, ricevuto da Bass Brothers, risultava un prezzo adeguato per eliminare il potenziale effetto distruttivo che il Gruppo Bass avrebbe potuto rappresentare per la Texaco nel futuro.232 L’approvazione, accordata dalla Court of Chancery, del operazione di Greenmail, ed il rigetto della class action sollevata dai soci furono confermati anche dalla Delaware Supreme Court. La decisione ha stabilito un importante precedente per la legalità del Greenmail nel circuito del Delaware, mentre altri Stati, ad esempio la California, si erano dimostrati più stili nei confronti di tale pratica.233ù Per una varietà di ragioni, il greenmail è attualmente poco utilizzato. Innanzitutto, le attività di takeover sono drasticamente diminuite negli anni novanta, riducendo di conseguenza la necessità di pagamenti di questo tipo, inoltre la legge federale ha imposto come una tassa del 50% sui guadagni derivanti da greenmail. In base a tale legge, è definito greenmail un pagamento effettuato in favore di un soggetto che abbia proposto o “rischi” di proporre una tender offer ad una società 232 Good v. Texaco, Inc., No. 7501 (Del. Ch. Feb. 19, 1985), aff’d sub nom. Polk v. Good., 507 A.2d 531 (Del. 1986) 233 Il Consiglio di amministrazione di Disney fu citato in giudizio dagli azionisti che si opponevano ai pagamenti greenmail effettuati in favore di Steinberg. La corte emise un’ingiunzione e, quando il caso fu deciso definitivamente nel 1989, sia Steinberg che Disney dovettero pagare i danni. 91 con azionariato diffuso. Per essere considerato greenmail, il pagamento non deve avvenire nell’ambito di un offerta disponibile per tutti i soci.234 e)Emissione di nuove azioni Una reazione piuttosto comune, nei confronti di “unwelcome” tender offers, consiste nella emissione e vendita di azioni da parte della società bersaglio, eventualmente nel contesto di un’operazione che prevede anche varie acquisizioni da parte della stessa target. Questa tattica può comportare due diversi esiti.. Innanzitutto, la emissione di azioni in favore di una “friendly party” può essere utile per assicurare (o, al limite, come garanzia) che il voting control della società rimanga nelle mani del management e dei suoi alleati, e non sia toccato dall’avvento del tender offeror. In una seconda ipotesi, se il bidder risulta detentore di risorse finanziarie alquanto limitate (relativamente alla portata dell’operazione pendente), può essere scoraggiato da un aumento del size dell’acquisizione, tale da andare oltre le sue possibilità. Tale difesa, tuttavia, comporta il rischio che l’acquirente delle nuove azioni non rimanga un alleato permanente. Anche se l’acquirente può risultare mediamente più “comprensivo” e paziente rispetto al bidder, infatti, non sarebbe affatto sorprendente se tale soggetto, che oramai detiene una posizione rilevante nella società, decidesse successivamente di volerla controllare, o vendesse la sua quota a qualcuno con tali intenzioni. Pertanto, la decisione di investire grandi somme di denaro in un’operazione di questo genere, solitamente viene presa sulla base di valutazioni economiche e non di “amicizia”. 234 W. MIKKELSON, R. RUBACK, Targeted Share Repurchases and Common Stock Returns, Working Paper n. 1708-86, Massachusset Institute of Technology, Sloan School of Management, Giugno 1986; Il caso DisneySteinberg è ben descritto da S. BHAGAT & R. JEFFERIS, The Causes and Consequences of Takeover Defense: Evidence fron Greenmail, in Journal of Corporate Finance, 1994, vol.1, pp. 201-231 92 La subject company può anche optare per l’emissione di obbligazioni o di azioni speciali munite di “redemption provisions” (praticamente poison pills) in favore dei propri azionisti, con l’obiettivo di ridurre la possibilità, per il bidder, di finanziare l’acquisizione attraverso l’incremento di valore degli assets della società bersaglio, oppure di aumentare il prezzo effettivo che il bidder dovrebbe pagare per completare l’operazione. Sebbene la tendenza sia di ritenere generalmente valide in astratto operazioni di questo tipo, è fuor di dubbio che il vaglio di legittimità debba essere più rigoroso se tali misure vengono adottate durante una “actual tender offer battle”. L’emissione di stock da parte di una target verso “mani amiche” è un espediente usato molto di frequente, nell’ambito della difesa da hostile bids. In queste circostanze, al pari di ogni altra azione difensiva, le stock issuances devono essere “testate” in base ai principi di Unocal.235 Nei casi precedenti a tale pronuncia, in assenza della prova che tali emissioni fossero preordinate unicamente al rafforzamento della posizione di controllo del management, o costituissero uno spreco o un’altra forma di frode, la decisione di emettere stock è stata generalmente appoggiata dalle corti come valido esercizio, da parte del consiglio di amministrazione, del proprio business judgement.236 235 Di cui si dirà nel cap. 5, infra. News Int’l. plc. v. Warner Communications, Inc., C.A. No. 7420 (Del. Ch. Jan 12, 1984); Johnson v. Trueblood, 629 F.2d 287 (3rd Cir. 1980), cert. Denied, 450 U.S. 999 (1981) ( l’emissione di una grande quota di azioni in favore di un amministratore ad un prezzo inferiore a quello offerto dagli attori è stata ritenuta valida poiché gli attori non sono riusciti a dimostrare che la motivazione unica o primaria era la conservazione del controllo); Heit v. Baird, 567 F.2d 1157, 1161 (1st Cir. 1977) (“an issue of stock that has the collateral effect of enhancing the power of incumbent management is not invalid if the transaction has as its principal purpose some proper corporate goal”); McPhail v. L.S. Starret Co., 257 F.2d 388, 394 (1st Cir. 1958) (“[w]hile the avowed the purpose of the [employee stock purchase] Plan was to increase employee incentive, the result unquestionably is to neutralize, at least partially, McPhail’sholdings. I am not prepared, however, to find that the Plan was designed solely, or even principally, to achieve this result.”); Herald Co. v. Seawell, 472 F.2d 1081 (10th Cir.1972) (un piano di employee stock option utilizzato per impedire ad un acquirente ostile di ottenere il controllo fu approvato, laddove finanziato con azioni riacquistate dalla stessa società e trasferite al piano alla metà del prezzo.); Southeastern Pub. Serv. Co. v. Graniteville Co., 236 93 Al contrario, laddove l’ “arroccamento” dei directors fosse lo scopo unico o primario dell’operazione, le corti si sono rifiutate di accordare una business judgement protection a tale difesa.237 C.A. No. 83-1028-0 (D.S.C. May 19,1983) (“there is no breach of fiduciary duty if you oppose a tender offer, which, in the judgement of management, is detrimental to the corporation or its shareholders, and management may take steps they deem appropriate, including issuing stock (...) “; Northwest Indus., Inc. v. B.F. Goodrich Co., 301 F. Supp. 706, 712 (N.D. Ill. 1969); Treadway Co. v. Care Corp., 490 F. Supp. 668, 684 (S.D.N.Y.), rev’d on other grounds, 638 F.2d 357 (2nd Cir. 1980) (è stata convalidata una emissione di azioni avendo rilevato che, siccome gli amministratori della target avevano considerato che il cambio di controllo avrebbe danneggiato la società, la difesa era appropriata); Pogo Producing Co. v. Northwest Indus., Inc., C.A. No. H-83-2667 (S.D. Tex. May 24, 1983) (emissione di azioni privilegiate, in favore di un soggetto “amico” per contrastare un’offerta ostile, approvata dalla corte per l’esistenza di legittime ragioni per la preoccupazione della società bersaglio, del fatto che gli hostile bidders non sarebbero stati in grado di gestire la società); Si veda inoltre Doskocil Cos. v. Griggy, C.A. No. 10095 (Del. Ch. Aug. 8, 1988) (rifiutando di invalidare l’emissione di azioni privilegiate convertibili, in un caso in cui il consiglio aveva considerato l’emissione come un metodo di finanziamento preliminare ad una tender offer.). 237 EAC Indus. Inc. v. Franz Mfg. Co., C.A. No.8003 (Del. Ch. June 28, 1985), aff’d, 501 A.2d 401 (Del 1985) (una emissione di ESOP invalidata perché adottata “primarily for the pur pose of diluting [a majority shareholders’] voting control”); WNH Invs., LLC v. Batzel, C.A. No. 13931 (Del. Ch. Apr. 28, 1995); Klaus v. Hi-Shear Corp., 3528 F.2d 225, 233 (9th Cir. 1975) (“ [w]e hold that the court’s finding that the principal pur pose of the issuance of stock to ESOP was to dilute Klaus’ voting strenght is not clearly erroneus”); Packer v. Yampol, C.A. No.8432 (Del. Ch. Apr. 18, 1986, revised Apr. 21, 22 e May 12, 1986); Consol. Amusement Co. v. Rugoff, [1978 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96584 at 94485 (S.D.N.Y. Oct. 6, 1978) (“ [s]ale of stock at an inadequate price to specially chosen purchasers, motivated as the Court has found this transaction to be, violates the fiduciary duty owed by Rugoff to the corporation itself”); Podestà v. Calumet Indus., Inc. [1978 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96433 at 93556 (N. D. Ill. May 9, 1978) (“the evidence strongly supports the conclusion that Fair and his collegues adopted ESOP and sold the warrants for the primary, if not the sole, purpose of retaining control of Calumet”); Applied Digital Data Sys., Inc. v. Milgo Elec. Corp., 425 F. Supp. 1145, 1160 (S.D.N.Y. 1977) (“ADDS has produced evidence to support its claim that the sole purpose of this stock sale was to defeat the ADDS exchange offer”); Condec Corp. v. Lunkenheimer Co., 230 A.2d 769, 775 (Del. Ch. 1967) (“I have reached the conclusion that the primary purpose of the issuance of such shares was to prevent control of Lunkenheimer from passing to Condec and to cause such control to pass into the hands of U.S. Industries.”). 94 Comunque, anche dopo lo stesso Unocal, non tutte le emissioni potenzialmente influenti su un proxy contest sono state sottoposte allo standard di quella sentenza. Interessante soprattutto l’atteggiamento della corte nel caso Glazer v. Zapata, nel quale si è stabilito che il management non è obbligato ad astenersi dall’emettere azioni munite del diritto di voto, diluendo in tal modo la voting strenght degli azionisti attuali, in pendenza di un proxy contest, purchè l’emissione abbia un proposito primario diretto alla gestione ed al benessere della società.238 Essendo tale determinazione legata, inevitabilmente, alla valutazione delle specifiche circostanze di fatto, la decisione “innovativa” della corte è da giustificarsi in base al fatto che la decisione risultava essere il risultato di un piano di lungo periodo portato avanti dal management per più di un anno e quindi indicativo di una motivazione appropriata e ponderata. f) “Counter Tender Offers” Nelle opportune circostanze, la subject company può considerare a sua volta di proporre una tender offer nei confronti del bidder. Questo approccio, reso popolare dalla mutual tender offer Bendix Corp. - Marietta Corp.239 , va reputato utilizzabile solo nei confronti di un bidder che non sia totalmente controllato dal proprio management. Se tale operazione viene azionata, il “day-to-day timing and planning” risulta cruciale più che mai, dal momento che c’è la possibilità che entrambe le offerte siano succesful, lasciando che la vittoria finale vada al primo dei due che riesca, in qualsiasi maniera, a piazzare una maggioranza di propri “uomini” nel board dell’altra società, ottenendo controllo operazionale e decisionale. E’ anche vero, tuttavia, che le risorse economiche e finanziarie di entrambe le società potrebbero risultare, al termine di una tale “battaglia”, sostanzialmente intaccate. 238 Glazer v. Zapata Corp., 658 A.2d 176 (Del. Ch. 1993) Martin Marietta Corp. v. Bendix Corp., 547 F. Supp. 533, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98829 (D. Md. 1982) 239 95 La counter tender offer (cui talvolta ci si riferisce con il termine “Pac Man” defense), è stata utilizzata in varie situazioni come difesa da hostile bid, ma non sempre le corti sono intervenute a regolamentarne gli estremi.240 La decisione della Delaware Supreme Court nel caso Marietta/Bendix, va analizzata, tuttavia, con la massima cautela ai fini del giudizio di legittimità su questa pratica. Secondo i giudici, infatti, gli amministratori non avrebbero potuto esercitare il loro business judgement laddove tale judgement fosse stato contrario alla volontà dell’azionista di maggioranza della società. In altre parole si sarebbe stabilito un funzionamento del board of directors non nell’interesse di tutti gli azionisti, ma secondo le istruzioni dell’azionista di maggioranza. Questa posizione giurisprudenziale sembrerebbe inconsistente se messa in relazione con i casi che riconoscono e sostengono il duty degli amministratori di esercitare il proprio business judgement nella maniera che credano più appropriata per il benessere della società e dei soci “as a whole”.241 g)Vendita della società La subject company, infine, può considerare l’ipotesi di reperire un offerente alternativo che acquisti la società in luogo del bidder originario. Mentre sarebbe virtualmente impossibile giustificare una vendita ad un altro acquirente ad un prezzo inferiore di quello 240 In ogni caso, per un esempio più recente di tender offer da parte di una società bersaglio nei confronti della società che si era proposta di acquistarla, si veda: Chesapeak Corp. v. Shore, C.A. No. 17626 (Del. Ch. Feb. 7, 2000) 241 Unocal Corp. v. Mesa Petroleum Co., v. Nota 153 supra; GM Sub Corp. v. Ligget Group Inc., C.A. No. 6155 ( Del. Ch. Apr. 25, 1980); Am. Gen. Corp. v. NLT Corp., [1982 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98808 , 94142 (S.D. Tex. 1982) ( si è riconosciuta la proprietà delle tender offers che originano da una “strategy to defend against [a hostile] offer” e si è appoggiato il business judgement degli amministratori di una società bersaglio che abbiano agito per contrastare un tentativo di scalata ostile.) Si veda anche Am. Int’l Rent A Car, Inc. v. Cross, C.A. No. 7583 (Del.Ch. May 9, 1984), slip op. at 7 (“it is not a per se beach of fiduciary duty for the Board to act in a manner which it may believe is contrary to the wishes of a majority of the company’s stockholders”.) 96 offerto dall’offerente iniziale, attualmente risulta pacifico che la società bersaglio possa offrire al nuovo bidder opzioni o altri benefici collegati alla presentazione di un’offerta di acquisto.242 In molte “takeover battles”, il consiglio di amministrazione della società bersaglio ha valutato l’utilità di una vendita dell’intera compagnia. Spesso la vendita viene discussa nel contesto della tradizionale “sale of the company to a third party”243, tuttavia alcune “ristrutturazioni” e altre operazioni, le quali non comportino una compravendita intesa nel senso tradizionale, ma comunque risultino in un passaggio del controllo, possono far sorgere il problema del “se” la società sia, o meno, in vendita. Le questione del “se” una compagnia sia “for sale”, può assumere una grande importanza nel conteso di un takeover, per una serie di ragioni. In base ad una decisione di vendere la società in una cash transaction, “the board’s duty becomes more targeted and specific and its range of options become narrower.”244 In base all’approccio della Corte nel caso Revlon v. MacAndrews & Forbes Holdings, Inc.245, inoltre, laddove lo scioglimento della società risultasse inevitabile, il duty degli amministratori cambierebbe, passando dalla conservazione della società come “corporate entity”, alla massimizzazione del valore di vendita della stessa per il beneficio degli azionisti.246 In vista di tale, significativa, modifica delle obbligazioni degli amministratori, diventa fondamentale distinguere tra situazioni di “sale” e “non-sale”, e tra “cash transactions” e “stock transactions”. Infatti, le stesse circostanze che 242 Si vedano, ad esempio, Schreiber v. Burlington Northern, Inc., 472 U.S. 1, 105 S. Ct. 2458, 86 L. Ed. 2d 1, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92056 (1985); Data Probe Acquisition Corp. v. Datatab, Inc., 722 F. 2d 1, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 99569 (2nd Cir. 1983) 243 Comunemente, il soggetto che acquista in queste condizioni viene detto “White Knight”. 244 TW Servs, Inc. v. SWT Acquisition Corp., C.A. No. 10427 (Del. Ch. Mar. 2, 1989) 245 506 A.2d 173 (Del. 1986) 246 “The directors’ role changed from defenders of the corporate bastion to auctioneers charged with getting the best price for the stockholders at a sale of the company.” Id. at 182; “In the sale of control context, the directors must focus on one primary objective – to secure the transaction offering the best value reasonably available for the stockholders – and they must exercise their fiduciary duties to further that end.” Paramount Communications Inc. v. QVC Network, Inc., 637 A.2d 34, 44 (Del. 1994) 97 potrebbero attivare i principi del caso Revlon in un cash merger, non necessariamente comportano il sorgere degli “auction duties” quando le azioni della target vengono scambiate con azioni dell’acquirente, ed il controllo di entrambe le società ( e di quella risultante ) rimane in un mercato ampio, fluido e mutevole.247 Resta il fatto che, per ovvie ragioni, la vendita della società viene vista come “last resort”.248 h)Transazione Come risultato di misure difensive intraprese dalla subject company, potrebbe accadere che la hostile tender offer venga “sedata” con una transazione. Solitamente, ciò avviene tramite una vendita negoziata della società al bidder, oppure con l’ ”acquisto” dell’interesse dell’offerente, maggiorato di un premium e, talvolta, comprende un c.d. “standstill agreement”, in base al quale il bidder accetta di essere privato della possibilità di preparare piani per un futuro acquisto, senza il consenso del management della società bersaglio. Le operazioni compiute dalla target nell’ambito di questo tipo di accordi, vengono, generalmente, testate secondo gli standards della business judgement rule.249 247 In Re Santa Fe Pac. S’holder Litig., 669 A.2d 59-72 (Del. 1995) at 71; Arnold v. Soc’y for Sav. Bankorp, Inc., 650 A.2d 1270, 1290 (Del. 1994) E’ anche l’opinione di P.A. GAUGHAN, op. cit., p. 204, il quale sostiene che, se il vantaggio per il “White Knight” è talmente sproporzionato da indurre per ciò solo l’hostile bidder a ritirarsi, la violazione dei principi di Revlon potrebbe comunque verificarsi. 248 A. BANERJEE, J.E. OWERS, Wealth Reduction in White Knight Bids, in Financial Management, 1992, vol. 21, p.56. Non si considera soltanto il fatto che il passaggio di controllo, non voluto, verrebbe evitato tramite il ricorso ad una operazione analoga, ma anche che la convenienza finanziaria .di tali espedienti è rara, visto che il premium offerto da un raider è per definizione più elevato rispetto a quello che basta offrire ad un soggetto “amico” del management della target. 249 L.Y. DANN, H. DEANGELO, Standstill Agreements and Privately Negotiated Stock Repurchases and the Market for Corporate Control, in Journal of Financial economics, 1983, vol. 11, pp. 275-300. In questa ricerca, che analizza 81 standstill agreements tra il 1977 ed il 1980, si dimostra una perdita media subita dagli azionisti che non abbiano 98 5 – La Legittimità delle tattiche difensive 5.1 – Introduzione Nel contesto delle public companies, è proprio la separazione tra soggetti proprietari e soggetti gestori della società a far sorgere problematiche sulla legittimità di comportamenti atti ad evitare il trasferimento della proprietà stessa. Non solo, fra tutte le situazioni di corporate control transactions, l’hostile takeover è quella che più delle altre configura la contrapposizione (che comunque, ex-ante, andrebbe ritenuta solo eventuale) tra l’interesse dei soci e quello degli amministratori, da intendersi, in questa particolare ricostruzione, come interessi economici personali e, temporaneamente, scollegati dall’interesse societario.250 L’influenza di una unsolicited takeover bid sulla posizione della massa degli azionisti è estremamente particolare: si tratta di un’operazione non prevista, non decisa, non voluta dalla società (quindi dal board) alla quale, comunque, i soci possono decidere di aderire.251 Le tattiche difensive sono strumenti attraverso i quali il board tenta di evitare che questo problema venga ad esistenza (pre-bid defenses), o cerca di “enforce” la propria decisione di non procedere (in quei termini, o con quella controparte, o affatto) al passaggio di controllo (post-bid defenses), pertanto si tratta della esplicitazione del contrasto tra la volontà degli amministratori e la, eventuale, diversa volontà dei soci. In un sistema, come quello statunitense, in cui è presente una sfumatura “fiduciaria” nella ricostruzione della figura dei partecipato direttamente all’operazione cedendo azioni o i diritti ad esse relativi. 250 F.R. EASTERBROOK, D.R. FISCHEL, op. cit., p. 109, a fronte della libertà di circolazione dei capitali nell’ambito delle corporate control transactions (entering or leaving the market, buying or selling plants, acquiring or being acquired, increasing and decreasing leverage, going public or private, selling stock or buying it back), si richiede (1) an obligation to share the gains from corporate control transactions e (2) a prohibition against certain kind of transaction 251 Ricordando, comunque, che la operazione si compirà solo laddove il bidder riesca ad ottenere un’adesione significativa alla propria offerta, ed ottenga la quota di controllo delle società. 99 directors, è inevitabile che la regolamentazione degli strumenti in questione vada a “colpire” proprio i criteri attraverso cui valutare la conformità ai propri doveri del comportamento degli amministratori. La questione si fa più ardua laddove, ed è questo il caso, è anche il contenuto di questi doveri a dover essere regolamentato. La “gestione” dei parametri di legittimità delle defensive tactics è di natura preminentemente giurisprudenziale e, pertanto, soggetta al mutamento degli orientamenti ed alla pressione dei gruppi di potere. La attuale configurazione della struttura di legittimità delle tattiche difensive da hostile takeovers affonda le proprie radici nella serie di decisioni che la Delaware Supreme Court rese nell’anno 1985.252 Nel caso Van Gorkom253, fu sancito che non solo agli amministratori era permesso, ma era addirittura imposto di prendere decisioni relativamente ad un takeover basandosi sul valore intrinseco della società (adeguatamente valutato) e non sul valore assegnatole dallo stock market. In Unocal254 venne accettato un concetto legato alla utilità ed appropriatezza della tattiche difensive, e la corte stabilì che la loro legittimità sarebbe dovuta essere valutata in base alla loro “[reasonableness] in relation to the threat posed ”, e non più in base alla business judgement rule. Nel caso Revlon255, si richiese agli amministratori di massimizzare il valore nel breve periodo, una volta che si fosse deciso di vendere la società per denaro, e solo in questa precisa circostanza, ricordando che i directors potrebbero sempre aderire a dei “friendly stock mergers” senza che la società “vada all’asta”. Infine, nel caso Moran v. Household256, la Delaware Supreme Court permise al board di adottare una difesa strutturale di grande efficacia, la c.d. poison pill, considerando 252 M. LIPTON, P.K. ROWE, Pills, Polls and Professors: A Reply to Professor Gilson in Delaware Journal of Corporate Law, 2002, vol. 27, n. 1, p. 11; Cfr. R. J. GILSON, Unocal Fifteen Years Later (And What Can We Do About It) in Delaware Journal of Corporate Law, 2001, vol 26, pp. 491 ss. 253 Smith v. Van Gorkom, 488 A.2d at 875-76 (Del. 1985) 254 Unocal v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 (Del. 1985) 255 506 A.2d at 184 (Del. 1986) 256 Moran v. Hoesehold Int’l., Inc., 500 A.2d 1346 (Del. 1985) 100 applicabile a tale strumento lo standard di Unocal e non la business judgement rule. Si tratta di decisioni dall’importanza cruciale le quali, tuttavia, nel creare il framework della disciplina della takeover defense, presentano i caratteri della soluzione di compromesso. Di fronte alla contrapposizione fra i sostenitori delle tattiche difensive, i quali auspicavano l’applicazione della business judgement rule, ed i detrattori delle stesse (fondamentalmente una serie di corporate raiders e professori universitari), i quali si battevano per far “bandire” tali strumenti, il Delaware optò per un “middle ground”257 : permise l’utilizzo delle takeover defenses, ma volle che esse venissero giudicate per mezzo di un’analisi intensiva e casoper-caso. Ai directors, quindi, il burden di dimostrare non soltanto la propria buona fede, ma anche la “reasonableness” della reazione prescelta. 5.2 – Le difese da Takeover secondo la Delaware Law Nei primi anni ’80, con il diffondersi degli hostile takeovers258, una serie numerosa di decisioni giudiziali, aventi come oggetto la valutazione del comportamento del board che avesse adottato delle tattiche difensive, ha considerato la business judgement rule come criterio di valutazione della legittimità di tali fattispecie259. 257 M. LIPTON e P. K. ROWE, op. cit., p. 12 Si veda, ad esempio, Minstar Acquiring Corp. v. AMF Inc., 621 F. Supp. 1252, 1253 (S.D.N.Y. 1985) (“The recent years have seen a massive proliferation of corporate takeover battles.”); D. J. BLOCK, Y. MILLER, The Responsabilities and Obligations of Corporate Directors in Takeover Contests, in SEC. REG. Law Journal, 1983, vol. 11, p.44 (Si notava come il grande numero di scalate ostili fosse “virtually without precedents”). 259 Si vedano, ad es., Buffalo Forge, Co. v. Ogden Corp., 717 F.2d 757, 759 (2nd Cir.), cert. Denied, 464 U.S 1018 (1983); Panter v. Marshall Field & Co., 646 F.2d 271, 293-96 (7th Cir.), cert. Denied, 454 U.S. 1092 (1981); Treadway Cos. v. Care Corp., 638 F.2d 357, 380-82 (2nd Cir. 1980); Crouse-Hinds Co. v. Internorth, Inc., 634 F.2d 690, 702-04 (2nd Cir. 1980); si veda inoltre Johnson v. Trueblood, 629 F.2d 287, 292-93 (3rd Cir. 1980), cert. denied, 450 U.S. 999 (1981) ( Si stabilì che, a meno che l’attore riesca a dimostrare la mala fede del convenuto [amministratore], 258 101 La Delaware Supreme Court, nel noto caso del 1984 Pogostin v. Rice260, pur non pronunciandosi, in particolare, sull’applicabilità della regola ad un uso, da parte dei directors, di misure per contrastare offerte ostili261, sancì che la business judgement rule dovesse considerarsi “equally applicable[…][under Delaware Law] in the context of a takeover”262. Lo specifico utilizzo di tattiche divenne per la prima volta oggetto principale di una decisione con il decisivo caso Unocal v. Mesa263, quando la Corte Suprema del Delaware “chiese” ai directors di soddisfare un “enhanced duty”, nell’adozione di defensive measures, a causa dell’ “omnipresent specter that a board may be acting primarily in its own interests, rather than those of the corporation and its shareholder.”264. “Armato” del parere dei propri investment bankers, i quali avevano considerato l’offerta di Mesa finanziariamente inadeguata e strutturalmente “coercive”265, il board di Unocal propose una defensive exchange offer a tutti gli azionisti di Unocal, ad eccezione di Mesa. Nell’approvare questa mossa difensiva, la Corte introdusse una nuova analisi in due parti, che successivamente fu definita “enhanced scrutiny”266. In base a questo principio, il trattamento di particolare “rispetto” (concetto di “deference”) solitamente accordato alle decisioni degli amministratori, viene sospeso di fronte alla un Giudice avrebbe dovuto seguire la presunzione che i directors non avrebbero violato i propri doveri.) 260 Pogostin v. Rice, 480 A. 2d 619 (Del. 1984) 261 In Pogostin, gli amministratori avevano rigettato una offerta indesiderata, ma apparentemente non avevano preso nessuna contromisura per bloccare tale offerta. Pogostin fu utilizzata più in là, negli anni ’80, in supporto della “Just say no” defense. Ad es. Mills Acquisitions Co. v. Macmillan, Inc., 559 A.2d 1261, 1285 n.35 (Del. 1988) (“A refusal to entertain offers may comport with a valid exercise of business judgement”) 262 Id. at 627 263 Unocal v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 (Del. 1985) 264 Id. at 954 265 Mesa aveva proposto una “Two tiered, front loaded, cash tender offer”, per la maggioranza delle azioni di Unocal. Le azioni non cedute in questa operazione, sarebbero state scambiate con “junk bonds” di dubbio valore, nel contesto di un second step merger. 266 In Revlon, Inc. v. MacAndrews & Forbes Holding, Inc., 506 A.2d at 184 (Del. 1986) 102 semplice dimostrazione che il board abbia adottato unilateralmente (senza l’approvazione dei soci) una tattica difensiva. Affinché la business judgement rule torni ad essere operativa, e quindi a giustificare la misura, è necessario che vengano soddisfatti due fondamentali requisiti. Innanzitutto, “directors must show that they had reasonable grounds for believing that a danger to corporate policy and effectiveness existed because of another person’s stock ownership”267, ma il vero elemento peculiare ed innovativo di Unocal è “the element of balance” contenuto nel secondo dei requisiti dell’enhanced scrutiny test. La corte, infatti, in assenza della prova di disloyalty o negligence del board, analizza la “ragionevolezza” della difesa azionata dagli amministratori sulla base della sua proporzionalità al “threat” rappresentato dalla hostile takeover bid268. A pochi mesi di distanza dalla decisione in Unocal, la Delaware S. C. , con il caso Moran v. Household269, si trovò a trattare per la prima volta la questione di legittimità degli shareholders rights plan (poison pills), nel contesto di una poison pill adottata “on a clear day”, e quindi in prevenzione di scalate ostili in genere e non come difesa attuale da un’offerta270. 267 Gli amministratori soddisferebbero questo primo requisito “by showing good faith and reasonable investigation”, si dice in Unocal, citando Cheff v. Mathes, 199 A.2d 548, 555 (Del. 1064). In questo ultimo caso, tale condizione bastava da sola per una valutazione positiva di legittimità. Cfr. R. J. GILSON, R. KRAAKMAN, Delaware’s Intermediate Standard for Defensive Tactics: is there Substance to Proportionality Review? , in The Business Lawyer, 1989, vol. 44, pp. 247-249 (Si discute il “Cheff test”) 268 Si veda ancora R.J. GILSON, R. KRAAKMAN, citato alla nota precedente: “The proportionality test brings a novel, objective standard to the review of difensive tactics – a reasonableness test that impliedly allows courts to identify and reject unreasonable tactics, whatever the motives of their authors”); cfr. Anche In Re Gaylord Container Corp. Shareholders Litigation, 753 A.2d 462, 474 (Del. Ch. 2000) (“That standard of review [Unocal] enables the court to do something that it ordinarily cannot do under Delaware corporate Law: examine the substantive reasonableness of the decision of a board of directors.”) 269 Moran v. Household Int’l, Inc., 490 A.2d 1059 (Del. Ch.), aff’d, 500 A.2d 1346 (Del.1985) 270 Attore era un certo John Moran, amministratore di Household, che, insieme ad un azionista interveniente, propose numerosi legal and equitable arguments contro la validità della pillola. 103 Nell’affermare la legittima adozione di quella poison pill, la Suprema Corte del Delaware, esaminando in gran parte argomenti di pura legalità, rigettò l’argomentazione degli attori, i quali consideravano illegittima la difesa in quanto “it usurps stockholders’ rights to receive tender offers by changing Household’s fundamental structur.”271. La Corte, tuttavia, non considerò errato questo principio, anzi ne accettò implicitamente le premesse, stabilendo, però, che “[…]the rights plan does not prevent stockholders from receiving tender offers[…]”272. Per supportare tali conclusioni, la Corte si preoccupò di fornire essa stessa una elencazione dei possibili metodi attraverso i quali una tender offer avrebbe potuto comunque avere successo, distinguendoli in due categorie: voice e choice273. Del primo tipo la possibilità, per il bidder, di affiancare alla tender offer un proxy contest, con l’obiettivo di rimpiazzare gli amministratori con altri più propensi a riscattare la pillola274; nell’ambito della categoria choice, dall’altro lato, la Corte enfatizzò il fatto che la pillola non impediva tender offers anche perché il board sarebbe stato soggetto agli oneri “addizionali” di Unocal, nel decidere se riscattare o meno la pillola in pendenza di un’offerta. Proprio la considerazione della soggezione del rights plan ad Unocal, anche successivamente alla propria adozione, 271 Moran, 500 A.2d at 1353-54 Id., at 1354 273 Tecnicamente, una terza categoria potrebbe includere una decisione, da parte del bidder, di “ingoiare la pillola” (1) condizionando la tender offer all’ottenimento di una percentuale minima di azioni estremamente alta (tipo 90%) e (2) assorbendo solo la diluizione inevitabile, quando la pillola è attivata, per un numero abbastanza esiguo di azionisti titolari dei diritti. Si veda nota precedente at 1354 (La corte citò il successo ottenuto mediante questa strategia da Sir James Goldsmith nella scalata a Crown Zellerbach) 274 Questi suggeriti metodi di “voice” presumono, ovviamente, che l’atto costitutivo della società target non preveda: (1)la possibilità di impedire l’azione dei soci tramite “written consent” o (2) la classificazione o lo scaglionamento del termine di carica degli amministratori, in maniera tale che solo una minoranza degli amministratori sia vulnerabile al procedimento elettorale, volta per volta. Cfr. Ivanhoe Partners v. Newmont Minino Corp., 535 A.2d 1334, 1343 (Del. 1987) (Si notò che, in base alla reasonableness/proportionality di Unocal, una Corte “scrutinized collectively as a unitary response to the perceived threats, the various defensive measures deployed”) 272 104 porta a concludere che i directors, nel decidere se riscattare o meno la pillola in pendenza di un’offerta, debbano rispondere agli stessi fiduciary standards cui ogni altro board è soggetto nell’adottare una tattica difensiva, agli stessi duties, pertanto, cui essi stessi erano assoggettati nel momento in cui avevano originariamente adottato il Rights Plan275. A completare la trilogia delle decisioni “chiave” della Delaware Supreme Court, è indispensabile un’analisi del caso Revlon276, conosciuto soprattutto come il caso “simbolo” relativamente al “change of control”, e come la prima decisione che abbia stabilito l’obbligo del board di ottenere, in determinate circostanze, il prezzo più alto obiettivamente disponibile per i soci277. Ancor prima di questa conclusione, tuttavia, la Corte aveva esaminato la precedente adozione di tattiche difensive da parte del board di Revlon, in un momento in cui ancora si perseguiva l’obiettivo di mantenere la società indipendente; tali 275 Si veda Moran, 500 A.2d at 1354, che cita Unocal, 493 A.2d at 954955-958: “The Board does now have unfettered discretion in refusing to redeem the rights. The Board has no more discretion in refusing to redeem the Rights than it does in enacting any defensive mechanism”. Cfr. Inoltre L. E. STRINE, Jr. Categorical Confusion: Deal Protection Measures in Stock-for-stock Merger Agreements, in The Business Lawyer , 2001, vol. 56, pp. 919 e ss.: “When the astounding innovation of the poison pill was sanctioned by the Delaware Courts in Moran, it was on the express understanding that the directors of a corporation would have to justify not only their adoption of the pill in the first instance, but their use of the pill in the heat of the battle. Not only that, they would have to do so under the heightened Unocal standard.” (p.925) 276 Revlon, Inc. v. MacAndrews & Forbes Holding, Inc., 506 A.2d 173 (Del. 1986) 276 Ancora una volta si cita il fondamentale principio dettato dalla Corte in Revlon, at 182: “The directors’ role changed from defenders of the corporate bastion to auctioneers charged with getting the best price for the stockholders at a sale of the company”. Si veda anche Paramount Communications, Inc. v. QVC Network, Inc., 637 A.2d 34, 49 (Del. 1994) (In cui si sostenne che gli amministratori di Paramount avevano violato i propri duties nell’adottare difese che non erano reasonable); Mills Acquisition, Co. v. Macmillan, Inc., 599 A.2d 1261, 1264 (Del.1988) (Si disse che, nel contesto della vendita di una società, Revlon “requires the most scrupolous adherence to ordinary standards of fairness in the interest of promoting the highest values reasonably attainable for the stockholders’ benefit”) 105 tattiche comprendevano l’adozione di una pill e la proposizione di una exchange offer278. La Corte ritenne legittimo l’uso della pillola, vista la valutazione di inadeguatezza finanziaria dell’offerta di Pantry Pride, operata dagli amministratori di Revlon, e questa ricostruzione è sembrata rinforzare l’esistenza di fiduciary limits alla continuazione nell’uso della pillola, una volta che l’offerta abbia raggiunto un livello al quale il consiglio d’amministrazione della target sarebbe pronto a “chiudere” (almeno con un “white knight”). Nel citare l’opinione presente nel caso Moran, secondo la quale esisterebbero degli “equitable constraints” relativamente alla decisione di un board di riscattare o meno la pillola, la Corte di Revlon osservò inoltre che: “far from being a ‘showstopper’, as the plaintiffs had contended in Moran, the measure spurred the bidding to new heights, a proper result of its implementation”279. I casi appena analizzati formano il tessuto principale della disciplina relativa alla legittimità del comportamento di un board che adotti tattiche difensive, ma, negli anni successivi a tali pronunce, alcune corti sono sembrate allontanarsi dalla struttura costruita intorno ad Unocal. Prima di affrontare ulteriori problematiche, tuttavia, è opportuno riassumere gli elementi giurisprudenziali e normativi della Delaware Law sulle Takeover Defenses. Quando gli amministratori di una società si difendono da una hostile bid, il Delaware (come anche la maggior parte degli altri stati) applica una “modified business judgement rule”, richiedendo ai directors di dimostrare che “after a good faith and reasonable investigation”, essi hanno scorto un pericolo per la corporate policy and effectiveness. In base ai principi di Unocal, l’analisi giudiziale delle tattiche difensive è orientata a valutare (1) se gli amministratori hanno “reasonably” percepito nell’offerta un pericolo per la società e (2) se la misura difensiva utilizzata sia “reasonable” in relazione al pericolo. Pertanto, una corte dovrebbe sanzionare una defensive measure utilizzata contro un’offerta che non appaia dannosa 278 In cui Revlon avrebbe scambiato proprie obbligazioni di nuova emissione con svariati milioni di azioni del proprio common stock. 279 Revlon, 506 A.2d at 181 (che cita Moran, 500 A.2d at 1354, 1356-67) 106 per la società, i suoi shareholders e stakeholders280, così come una tattica che sia estremamente “costly” per la società o i soci.281 Anche in tali situazioni, tuttavia, le Corti spesso accettano la valutazione fatta dagli amministratori (potrebbe definirsi, questo, il difetto di Unocal), e quindi permettono alle difese di rimanere in atto. In base a Revlon, tuttavia, gli obblighi degli amministratori cambiano nel caso in cui il board concluda che la vendita della società è inevitabile, o prenda l’iniziativa per la vendita stessa282. A questo punto, la società si trova nel c.d. “Revlon mode”, e gli amministratori sono obbligati ad ottenere il massimo prezzo possibile per gli azionisti. Alcune tattiche difensive, le quali sarebbero legittime se la società si trovasse nello Unocal mode, potrebbero, in questo contesto, integrare un breach of fiduciary duty, ed inoltre i directors godrebbero di minore discrezionalità nel prendere in considerazione gli interessi degli stakeholders non soci. Passando al contesto normativo, la legge federale regola il processo di tender offer. Determinate disclosures vanno effettuate nei confronti degli azionisti, sia da parte del bidder che del target board, e viene regolata anche la correttezza procedurale dell’offerta, imponendo, ad esempio, che essa rimanga valida per venti giorni e che le azioni ottenute dall’acquirente debbano essere pagate su base pro-rata e non “first-come-first-serve”. Tuttavia, la disciplina federale non proibisce offerte parziali per i pacchetti di controllo, benché esse possano considerarsi coercitive, nel senso che coloro che non cedessero le azioni al bidder si troverebbero lasciati, col proprio ormai minimo interesse, in una società controllata dal bidder stesso. Tantomeno la legge federale prevede una mandatory bid requirement (comune nelle giurisdizioni europee) che richieda, all’acquirente il controllo, di comprare tutte le restanti azioni ad un “comparable price”283. 280 Per esempio un’offerta all cash, ad un prezzo nettamente superiore a quello di mercato, e per il 100% delle azioni, correlata al fatto che il bidder non ha intenzione di ristrutturare radicalmente la società. 281 Come una lock-up provision o una svendita dei “crown jewels” 282 Ad esempio una fusione con un White Knight, un leveraged buyout, o la vendita della quasi totalità degli assets della società. 283 Un dibattito piuttosto acceso anima gli Stati Uniti, a proposito della supposta eccessiva permissività delle Corti nella valutazione delle tattiche 107 5.3 – Il “Post-Unocal” Le prime decisioni successive alla configurazione del “framework” della Takeover Defense Regulation, riflettevano il desiderio delle Corti di portare avanti l’attenzione (sollecitata da Unocal) per il c.d. “spettro onnipresente” di una potenziale disloyalty degli amministratori nell’adottare tattiche difensive. Soprattutto in relazione alla fattispecie di poison pill, le Corti, nel considerare il linguaggio di Moran e Revlon, il quale enfatizzò l’esistenza di limiti fiduciari anche nel contesto del riscatto dei diritti, cercavano di creare un modello di comportamento del board, che fosse pervaso del concetto di “reasonableness” fornito da Unocal. Tuttavia, questa “severità” promessa dalle corti già dal caso Moran fu presto ridimensionata, e sin dalla fine degli anni ’80 i giudici cominciarono la loro opera di erosione dei limiti alla predisposizione di difese, culminante nella successiva elaborazione del concetto di “substantive coercion” (relativo all’offerta) il quale, sebbene non stravolga i principi di Unocal, amplia notevolmente la possibilità di realizzazione del primo dei requisiti. Se nel caso AC Acquisitions Corp. v. Anderson, 284 Clayton & Co. la Chancery Court considerò unreasonable, secondo Unocal, una self-tender offer parziale che risultava strutturalmente “coercive”, già dal 1988, in una serie numerosa difensive. I Professori Bebchuk e Ferrel sostengono che le Corti del Delaware permettono agli amministratori di utilizzare una serie di misure – tra cui le poison pills – che puntano a difendere le società dagli offerenti indesiserati, in danno degli azionisti. I due Accademici suggeriscono che, almeno, la legge federale dia la possibilità agli azionisti di scegliere un regime meno tollerante nei confronti delle misure difensive. Lo sviluppo giurisdizionale, che negli Stati Uniti è frequentemente seguito, nella ricerca delle soluzioni preferibili, potrebbe non risultare lo strumento ideale nei casi in cui i singoli Stati vogliano proteggere eccessivamente le proprie Corporations permettendo agli amministratori di combattere le tender offers. Cfr. L.A. BEBCHUK, A. FERRELL, Federalism, cit., pp. 1183 ss; L.A. BEBCHUK, A. FERRELL, A New Approach to Takeover Law and Regulatory Competition, in V. Law Review, 2001, vol. 87, p.111 284 519 A.2d 103 (Del. 1986) L’offerente, AC (un “acquisition vehicle” per Bear, Sterns & Co.), aveva lanciato una tender offer per tutte le azioni di Anderson, Clayton per 56$ l’una in contanti, ed aveva annunciato l’intenzione di proseguire con un follow-up merger allo stesso prezzo a cui avesse acquistato il 51% di azioni con la prima offerta. 108 di “pill cases”, i giudici cominciarono a lasciar intravedere una diversità, sebbene relativa, nella ricostruzione dei principi. La maggior parte di tali decisioni rigettò le mozioni dell’hostile bidder, con le quali si chiedeva di ingiungere al target board di riscattare i diritti previsti dalla pillola, in modo da permettere il successo di offerte “all-cash, all-shares”. In tutti i casi in cui una operazione di vendita della società risultasse iniziata, o fosse annunciata, le Corti si sono rifiutate di ordinare al consiglio di amministrazione di smantellare il rights plan, concludendo che gli interessi degli azionisti sarebbero stati perseguiti autorizzando il board a continuare la negoziazione, per conto dei soci, per ottenere il prezzo più alto possibile285. Di maggiore interesse per questa discussione, probabilmente, sono i casi che hanno coinvolto la valutazione, in base ai principi di Moran, del rifiuto del board di riscattare una pill, laddove nessuna situazione prevista dal Revlon-mode fosse in atto, né prevista. In tali casi, il principio espresso in Moran raggiunge la sua forma più pura: fino a che punto, al di fuori del contesto di Revlon, un board è obbligato a riscattare i diritti di una poison pill? In City Capital Associates Limited Partnership v. Interco, Inc.286 fu ordinato il riscatto di una pillola adottata da Interco, affinchè fosse permesso agli azionisti di scegliere tra la ricapitalizzazione ordinata, come reazione, dagli stessi 285 Si vedano, ad esempio: In Re Holly Farms Corp. Shareholders Litigation, No. 10350, 1988 Del. Ch., in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 1062-1074 (Si sanzionava un lock-up agreement relativo alla vendita, ma si appoggiava l’utilizzo continuato della pillola considerando che “it may still have a role in maximizing values.”); Tate & Lyle PLC. v. Staley Cont’l, Inc., No. 9813, 1988 Del. Ch. , in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 418-435 (Si rifiutò di sanzionare una pillola, laddove le azioni della target venivano scambiate sul mercato ad un prezzo più alto rispetto all’offerta, e quindi la pillola “was serving a useful purpose in allowing the Board to seek a more realistic offer” da un possibile Cavaliere Bianco; Facet Enters., Inc. v. Prospect Group, Inc., No. 9746, 1988 Del. Ch., in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 310, 319-321(Citando l’analisi di Unocal fatta dalla Corte in Moran, la Corte si rifiutò di ordinare il riscatto della pillola in una situazione in cui il target’s board aveva deciso di condurre una vendita e la pillola avrebbe fornito “a reasonable opportunity to conduct and complete the auction”). 286 551 A.2d 787 (Del. Ch. 1988) 109 amministratori, e l’offerta “all-cash, all-shares” dell’hostile bidder, considerata “noncoercive”287. Il board di Interco, infatti, in base al parere dei propri consulenti, che consideravano inadeguata l’offerta, aveva mantenuto in atto la pillola ed annunciato un piano di ricapitalizzazione della società, che essi ritenevano valere di più della offerta massima ricevuta (76$ per azione, contro i 74$ offerti). Applicando Unocal, il giudice (Chancellor Allen) concluse che l’offerta di Cardinal non aveva paventato alcun “threat” in termini di shareholder coercion, e solo un “mild threat” in termini di inadeguatezza del prezzo288. La Corte non stravolse il giudizio del board di Interco relativamente alla questione della adeguatezza economica, ma riconobbe che la relativa vicinanza tra il valore offerto e quello stimato non avrebbe potuto giustificare, in base al test di proporzionalità di Unocal, un utilizzo della pillola per pilotare la scelta degli azionisti289. In maniera simile, la decisione della Delaware Court of Chancery in Grand Metropolitan PLC v. Pillsbury. Co.290 (“Grand Met”), sollevò ancora la questione della scelta degli azionisti rispetto ad una “all-cash, all-shares” tender offer, ad un prezzo sostanzialmente più alto rispetto a quello del mercato corrente291. 287 L’hostile bidder Cardinal Acquisition Corp., un veicolo per i fratelli Stephen e Michael Rales ed altri investitori, aveva inizialmente offerto 64$ per azione, nell’ambito di una operazione negoziata, in un momento in cui le azioni sul mercato venivano scambiate a 40-43$. Successivamente, Cardinal propose una tender offer per tutte le azioni di Interco a 70$ per azione, ed arrivò, nell’arco di tre mesi, ad offrire fino a 74$. 288 Interco, 551 A.2d at 798. Si veda anche at 796 (“The tender offer is in no respect coercive”). 289 Id. at 799 (“The [Cardinal] $ 74 cash offer did not represent a threat to shareholder interests sufficient in the circumstances to justify, in effect, foreclosing shareholders from electing to accept that offer”); si veda anche Id. at 796 (“A reasonable shareholder could prefer the restructuring to the sale of his stock for $ 74 in cash now, but a reasonable shareholder could prefer the reverse”) 290 558 A.2d 1049 (Del. Ch. 1988) 291 L’offerta di Grand Met a 63$ per azione, dopo un’offerta originaria di 60$, rappresentava un premium di circa il 60% rispetto al prezzo di 39$ che le azioni di Pillsbury avevano presso il NYSE immediatamente prima dell’annuncio della tender offer. Id. at 1052 110 Ponendo direttamente la questione in termini di “shareholder choice”, la corte chiese: “Should the Pillsbury Directors, who alone put the Pill in place, be ordered to remove it so that their stockholders may have a free choice to accept or refuse the Tender Offer?”292. Nonostante i consulenti della target avessero opposto la inadeguatezza dell’offerta di Grand Met, la Corte, applicando Unocal, ordinò il riscatto della pillola, dal momento che il piano alternativo, offerto dalla società, prevedeva solo la possibilità di una futura valutazione a 68$, e gli azionisti avrebbero potuto trovare più conveniente ottenere, in forma sicura ed immediata, il prezzo di 63$ offerto da Grand Met 293. Riassumendo i principi emersi negli ultimi due casi analizzati (Interco e Grand Met), si può notare la nascita, in tale periodo, di un modello costruito in modo da sostenere che le pills sono, in realtà, uno strumento utile, talvolta persino vantaggioso, ma che, in determinate circostanze, può avere un limitato periodo di legittimità, se opposto ad una non-coercive tender offer che presenti condizioni di prezzo interessanti per gli azionisti. In tale modello, per “non-coercive” si deve intendere una “all-cash, all-shares” tender offer che non sia strutturalmente coercitiva, in quanto il bidder abbia annunciato un second-step merger alle medesime condizioni. Lo sviluppo, ad opera della Court of Chancery, di tali, sostanziali, limiti fiduciari all’utilizzo di pillole nel contesto di un takeover attuale (seguendo i principi di Moran) fu bruscamente interrotto dalla decisione della Delaware Supreme Court sul caso Time-Warner294. Sembrò, infatti, che un board potesse utilizzare una pill per bloccare una premium offer anche laddove non fosse “structurally coercive”, bastando, ai directors, dimostrare che 292 Id. at 1053 La Corte spiegò che: “Certain it is that a Pillsbury shareholder, seeking to make a determination as to what is in his/her best interest, could conclude that $ 63 in present cash is preferable to the possibility of $ 68 if all the ‘ifs’ in Pillsbury’s plan disappear and its hopes for the future become realities. But a stockholder in Pillsbury cannot make that choice unless the rights are redeemed.” Id. at 1057 294 Paramount Communications, Inc. v. Time, Inc., 571 A.2d 1140 (Del.1990) 293 111 l’offerta costituisse una situazione che fu definita “substantive coercion”295. Nell’ambito di questa controversia, la Corte ha esaminato l’applicabilità dei principi di Unocal ad una decisione difensiva del board di mantenere in vita un merger già in atto, proposto al termine di un processo strategico di deliberazione durato anni296. In primo grado, il Chancellor Allen si rifiutò di sanzionare la tender offer di Time per Warner (mossa difensiva di Time da Paramount), proposta per raggiungere comunque l’obiettivo lungamente ragionato del merger, senza avere la necessità dell’approvazione dei propri soci. Applicando Unocal, la corte motivò il rigetto sostenendo che tale comportamento difensivo fosse un “reasonable and proportionate response” al pericolo che la votazione degli azionisti di Time, sull’originale progetto di fusione “stock-forstock”, potesse essere falsata dalla “all-cash premium bid” di Paramount. Tuttavia, la Corte stessa espressamente dichiarò di non voler decidere il caso sulla base del semplice fatto che l’offerta di Paramount fosse un pericolo, in quanto gli azionisti di Time potessero essere influenzati o confusi dall’offerta di cash immediato; al contrario il suo ragionamento coinvolgeva la considerazione che l’offerta, mettendo a rischio l’approvazione dell’originale progetto di fusione, creasse un “cognizable threat” alla società Time, come entità, interessata al perseguimento di una politica di espansione di lungo periodo, attraverso la fusione con Warner297. La Corte Suprema del Delaware confermò la decisione della Chancery Court di non sanzionare la defensive tender offer di Time per Warner, tuttavia, nella sua sentenza alterò clamorosamente l’equilibrio dei poteri fra soci e amministratori stabilito da Unocal/Moran e sviluppato in seguito dalle Courts of Chancery. In particolare, relativamente all’analisi del “threat” come primo requisito del test di Unocal, la S.C. utilizzò le valutazioni del caso Time-Warner come occasione per 295 Id. at 1153 Per la ricostruzione dei fatti si veda, supra, nota 212 297 “The revised transaction, even though ‘reactive’ in important respects, has its origins and central purpose in bona fide strategic business planning, and not in questions of corporate control” Paramount, at 1157 296 112 restringere la sfera di responsabilità del board, espandendo sostanzialmente l’universo dei possibili “Unocal qualifying threats”. Tale decisione, infatti, pur non alterando i requisiti richiesti da Unocal, considerò, come ipotesi adatte a giustificare una reazione da parte del board, tutti i casi in cui l’offerta creasse una situazione di “substantive coercion”, concetto la cui definizione è piuttosto indeterminata. La terminologia “substantive coercion” successivamente rimase inutilizzata dalle corti fino alla decisione del caso Unitrin298, resa circa cinque anni dopo la pubblicazione della sentenza Time-Paramount. I giudici di questa controversia, infatti, “resuscitarono” lo spettro di una “substantive coercion” da intendersi come “threat” idoneo a giustificare una reazione difensiva da parte degli amministratori (comunque proporzionata), in base ai principi di Unocal, proponendo l’idea che i boards debbano proteggere gli azionisti dalle offerte cash dotate di un premium invitante, dato che tali soggetti potrebbero frettolosamente ed erroneamente accettare il contante, senza comprendere (o senza ascoltare le valutazioni degli amministratori circa) il reale ed intrinseco valore della società. Oltre a questo, la Corte in Unitrin sembrò tradire la “promessa” del caso Moran, che la legittimità dell’utilizzo di una pill da parte di un consiglio di amministrazione sarebbe stata valutata in base ad una severa ed analitica applicazione del test di Unocal, in assenza di una imminente proxy contest. A livello pratico, infatti, la sentenza Unitrin sembra voler ridurre il controllo ex Unocal all’importante ma incompleta funzione di assicurare che gli azionisti non siano matematicamente esclusi dalla possibilità di rimuovere gli amministratori tramite una elezione. Nell’ambito delle difese adottate da Unitrin299, la Delaware Court of Chancery ritenne legittimo l’uso di una 298 651 A.2d 1361 (Del. 1995) I fatti: American General Corporation annunciò pubblicamente l’offerta proposta al board di Unitrin, di acquistare la società tramite una cash merger transaction ad un prezzo che rappresentava circa il trenta % in più del valore di mercato delle azioni. Il consiglio di Unitrin, considerando inadeguata l’offerta, adottò varie tattiche difensive. Innanzitutto una poison pill ed una advance notice bylaw e successivamente cominciò la realizzazione di uno share repurchase program per il 20% circa delle azini circolanti di Unitrin. 299 113 pillola, nonché di una advance notice bylaw, ma concluse che il passo ulteriore di predisporre un piano di acquisto di azioni proprie andava considerato “unnecessary” e per questo unreasonable secondo Unocal, in considerazione delle altre tattiche già intraprese300. La Corte suprema rigettò questa decisione, sostenendo che il Chancellor aveva applicato un criterio legale non corretto nel considerare la repurchase defense “non necessaria”, e osservò che la Corte aveva, in tal modo, sostituito il proprio judgement a quello del board di Unitrin.301 Per quanto riguarda l’analisi del “threat” come requisito ex Unocal, i giudici di Unitrin, citando il caso Time-Warner, menzionarono il concetto di “substantive coercion” come pericolo giustificante una defensive response. La Corte appoggiò la preoccupazione del board di Unitrin che lo stock della società fosse sottovalutato sul mercato “and that the board considered Unitrin stock to be a good long-term investment”302. Un’analisi costruita in questo modo ha avuto l’effetto di estendere il concetto di “substantive coercion” anche oltre i confini delineati da Time-Warner, laddove il rischio di un errore di valutazione da parte degli azionisti riguardava i futuri benefici di una fusione strategica recentemente annunciata. Tale accettazione non-critica dell’idea di “substantive coercion”, nel contesto di Unitrin, ha creato una situazione per cui “[a] board was permitted to address the concern that shareholders would mistake the value of business as usual”.303 Oltre a questo, la Corte di Unitrin modificò il rapporto di equilibrio fra poteri dei soci e degli amministratori, sintetizzando l’analisi in due parti “promessa” da Moran – proxy protection e fiducuary protection – riducendola all’obiettivo di assicurare la disponibilità del meccanismo “elettorale” per modificare soggettivamente il board. In tal modo l’influenza della decisione ha portato ad una ridefinizione della valutazione di ragionevolezza/proporzionalità, voluta da Unocal, attraverso 300 Unitrin, 651, A.2d at 1385-86 Id. at 1384-86 302 Id. at 1384 303 J. N. GORDON, “Just say never?” Poison Pills, Deadhand Pills, and Shareholder Adopted Bylaws: an Essay for Warren Buffet in Cardozo Law Review, 1997, vol 19, p.525 301 114 l’introduzione di un nuovo tipo di indagine, orientata a stabilire se la misura difensiva sia, o meno, coercive o preclusive. In caso di risposta affermativa la difesa risulterebbe sproporzionata e di conseguenza invalida secondo Unocal, nel caso contrario, invece, la misura sarebbe analizzata attraverso un “test di ragionevolezza” che assomiglia più alla business judgement rule che ad una “substantive reasonableness review” (o enhanced scrutiny)304. Unitrin, pertanto, ridusse l’indagine di Unocal alla semplice questione del: se una elezione del board “would either be mathematically impossibile or realistically unattainable”305. Per concludere, riassumendo, Time-Warner e Unitrin hanno ampliato l’area dei “threats” giustificanti l’adozione di tattiche difensive secondo Unocal, in particolare attraverso la considerazione della “substantive coercion” come Unocal qualifying threat. Allo stesso tempo, specialmente in Unitrin, la Corte sembrò voler circoscrivere il campo delle difese sproporzionate o invalide, aumentando, invece, le possibilità di una response di risultare reasonable. Finchè i soci sono liberi di cambiare gli amministratori con un proxy contest nella successiva elezione (o nelle successive due, in caso di staggered board), l’uso di una pillola (o, comunque, di una tattica) per bloccare una premium-priced all cash bid, anche laddove il prezzo di questa sia oggettivamente competitivo, sopravviverebbe alla valutazione di legittimità di Unocal. Una lettura equilibrata della disciplina di Unitrin porta a concludere, quindi, che (1) solo le difese che siano “coercive” o “preclusive” vengono sanzionate dall’indagine ex Unocal e che (2) tattiche difensive che potrebbero essere eventualmente 304 Come osservato dalla Corte, “The ratio decidendi for the ‘range of reasonableness’ standard is a need of the board of the directors for latitude in discharging its fiduciary duties to the corporation and its shareholders when defending against perceived threats. The concomitant requirement is for judicial restraint. Consequently, if the board of directors’ defensive response is not draconian (preclusive or coecive) and is within a ‘range of reasonableness’, a court must not substitute its judgement for the board’s”. Unitrin, 651 A.2d at 1388 305 Unitrin at 1388-89. Dopo questa decisione, in pratica, il management, rifugiandosi nella possibilità di un’elezione, che non sia, quindi, matematicamente o realisticamente esclusa dalla tattica difensiva, troverebbe sempre la protezione della business judgement rule. 115 aggirate sostituendo gli amministratori attraverso la “proxy machinery” non possono essere considerate “preclusive”. Come osservato dal Prof. Gordon306, la questione cruciale lasciata aperta da Unitrin è la seguente: il rifiuto di un board di riscattare una pillola, in pendenza di una tender offer, può essere considerato “preclusive” (dal momento che solo il board può operare tale riscatto), oppure risulta comunque “nonpreclusive” (poiché gli azionisti possono sempre “turn the board out” nell’ elezione successiva)? Applicando la legge del Delaware, la Federal District Court, nel caso Moore Corp. Ltd. v. Wallace Computers Services, Inc.307, ha scelto la seconda alternativa, motivando che un rifiuto di riscattare la pillola, di fronte alla all-cash premium offer di Moore, non potesse essere considerato un comportamento “preclusive” o “coercive”, poiché “retention of the pill will have no effect on the success of the proxy contest.”308 La Corte di Moore/Wallace, pur consapevole del fatto che “Delaware Courts have recognized that at some point, the failure to redeem a poison pill can costitute a fiduciary breach”309, seguendo l’orientamento di Unitrin, ha dato importanza esclusiva alla disponibilità della “proxy machinery”, come unico vero parametro per risolvere il dilemma sul riscatto della pillola. La “promessa di Unocal”, resa dalla corte in Moran, - di una “fiduciary accountability” per l’uso di una pillola in risposta ad una offerta attuale - è stata in tal modo vanificata. Un’ultima osservazione può essere riservata alla decisione della Delaware Supreme Court nel caso Quickturn Design Systems, Inc. v. Shapiro310, che sanzionò la innovativa, ma di breve vita, tattica di c.d. dead-hand o slowhand pill311. 306 J.N. GORDON, op. cit., p.531 907 F. Supp. 1545 (D. Del. 1995) 308 Id. at 1563 309 Id. at 1562 310 721 A.2d 1281 (Del.1998) 311 Forse non soddisfatti nemmeno da Unitrin, gli amministratori volevano limitare l’efficacia del “turning the board out”, creando pillole che impedissero ai nuovi amministratori di riscattare i diritti. Si ricordi che le dead-hand pills prevedono che solo gli amministratori in carica al momento dell’adozione delle stesse possano operare il riscatto, mentre le slow-hand permettono anche ai nuovi eletti di riscattarle, ma tale potere viene 307 116 La Court of Chancery del Delaware considerò la slowhand pill di Quickturn al di fuori del “range of reasonableness”, e pertanto invalida secondo Unocal in quanto non connessa con il “threat” identificato. Gli amministratori di Quickturn avevano argomentato che qualsiasi consiglio di amministrazione “fresco di nomina” avrebbe necessitato di tempo per entrare in familiarità con il valore intrinseco della società e che la slow-hand avrebbe fornito un’adeguata protezione dal pericolo che un nuovo board potesse agire precipitosamente nel decidere la vendita della società. A questa osservazione, la Corte rispose affermando che la pillola non aveva operato in tal modo, e che avrebbe soltanto impedito al nuovo board di vendere la società all’hostile bidder Mentor Graphics, lasciando i nuovi amministratori liberi di vendere, anche in maniera precipitosa, ad un altro possibile acquirente. La Delaware Supreme Court confermò il giudizio che aveva invalidato la pillola, ma la sua motivazione fu differente: la slow-hand pill era invalida in quanto non conforme alla legge, poiché restringeva la possibilità, per un board of directors di nuova formazione (elezione), di agire munito di “full powers”, come, invece, previsto dalla Delaware General Corporation Law312. Di fronte all’opportunità di immettere nuova sostanza nei principi di Unocal (in particolare nella “proportionality review”), la Corte Suprema si è tirata indietro. 5.4 – Il dibattito In un recente simposio curato dalla Stanford Law Review, diversi autori, con un’attività critica mirata a coinvolgere gli organi sociali, la legge e i giudici, hanno arbitrariamente sospeso, dalla pillola stessa, per un determinato lasso di tempo. (Solitamente sei mesi). Si veda anche Mentor Graphics Corp. v. Quickturn Design Sys., Inc., 728 A.2d 25, 27 n.2 (Del. Ch.), aff’d, 721 A.3d 1281 (Del. 1998) 312 Quickturn, 721 A.2d at 1291-92; DEL. CODE ANN. Tit. 8, §141 (a) (1991) : “The business and affairs of every corporation organized under this chapter shall be managed by or under the direction of a board of directors.” 117 affrontato la questione di legittimità delle defensive tactics, con riguardo, in particolare, all’ipotesi in cui una società abbia adottato sia uno shark repellant (staggered board), che un classico shareholders rights plan313. I professori Bebchuck, Coates e Subramanian, in un articolo composto “a sei mani”314, hanno tentato di dimostrare la eccessiva efficacia “isolante” di un tale abbinamento di difese, suffragando le loro considerazioni con materiale di evidence. Riferendosi in particolare ai casi di c.d. “effective staggered boards”315, gli autori hanno sostenuto che, in presenza di una tale configurazione, il correttivo da sempre ritenuto essenziale dalla Delaware Law, e cioè la possibilità per gli azionisti di cambiare gli amministratori e nominarne altri più propensi ad accettare offerte, viene ad essere “sterilizzato”, rendendosi necessarie almeno due votazioni, nonché un’attesa di almeno quattordici mesi316. Se l’unico modo per un raider di ottenere il controllo in presenza di una poison pill è far sì che gli amministratori riscattino i diritti, e se tale risultato viene usualmente ottenuto 313 Lo scenario è utilmente riprodotto da L.A. STOUT, Do Antitakeover Defenses Decrease Shareholder Wealth? The Ex Post/Ex Ante Valuation Problem, in Stanford Law Review, 2002 (Dic), vol.55, p. 845: “The directors of company A learn that company B is about to make a tender offer for 100% af A’s shares. The offer is for cash, at a price that represents a fifty percent premium over the price at which A’s shares have been trading in the market. In response, A’s directors adopt an antitakeover defense commonly known as a ‘poison pill’. Because the pill can only be disarmed by the vote of a majority of A’s directors, B must win control of A’s board before it can proceed with its hostile offer. This is made far more difficult by the fact thet A’s corporate charter includes a second antitakeover device, a ‘staggered board’ clause that allows directors to serve three years terms and provides that only a third face relection in any single year. To win control, B accordingly must win not one but two proxy contests, spaced a year apart.” 314 L. A. BEBCHUCK, J. C. COATES IV, G. SUBRAMANIAN, The Powerful Antitakeover Force of Staggered Boards: Theory, Evidence and Policy, in Stanford Law Review, 2002 (Mag), vol. 54, pp. 887-951 315 Si veda L.A. BEBCHUCK et al., op. cit., p. 890: “However, we show that when a target has an effective staggered board (ESB) - a staggered board that is appropriately designed to prevent circumvention - this safety valve is illusory.” 316 Id., at p. 916 : “ With an ESB, when a bidder wins the first election, the fight against the bidder is not doomed, because it is far from certain that the bidder will win the next election or even stay in the game until then.” 118 “entrando” nel board, personalmente o tramite uomini di fiducia, la presenza di un Effective Staggered Board (ESB) conferisce alla pillola una forza difensiva estremamente efficace, nel tempo e nonostante la sconfitta in una proxy contest. Gli autori in questione, dopo aver segnalato che, nell’ambito di un campione piuttosto ampio di “major U.S. public companies”, valutato nel 1998, il 59% delle società erano strutturate con uno staggered board, forniscono evidence che, nel periodo 1996-2000, nessuna società che abbia adottato una pillola, affiancandola alla già presente previsione di ESB, è stata scalata con successo317. Il problema, dal loro punto di vista, riguarda gli effetti negativi che una tale situazione riversa sugli azionisti, sul loro benessere economico, e sulla floridità della società stessa318, effetti che dovrebbero essere considerati dalle Corti, alle quali gli autori rimproverano il fatto che: “Target management shouldn’t be permitted to mantain a pill after loosing a first proxy contest against a hostile bidder”319. In base a questa ricostruzione, la legittimità della tattica difensiva, che ha come requisito la possibilità per i soci di eleggere nuovi amministratori per far, eventualmente, smantellare una pillola, verrebbe meno se si permettesse, in aggiunta all’efficacia deterrente della pillola, che essa fosse immune alla prima modifica soggettiva del board, e che quindi fossero necessarie due diverse elezioni per rimuovere un effetto che, ormai, non è più voluto nemmeno da una parte degli amministratori. In aggiunta alla difficoltà nel “vincere” due diverse elezioni, si verificherebbe, sempre secondo Bebchuck e soci, il non indifferente problema del delay, tale (minimo quattordici mesi) da poter scoraggiare già di per sé un tender offeror, a causa della diversità di condizioni economiche, politiche, finanziarie che ci sarebbe dal momento dell’offerta al momento di ottenimento del controllo320. 317 Id. at p. 903 Id., p. 891: “ESBs substantially increase the insulation of incumbents from takeovers and have the potential to reduce shareholder wealth.” 319 Id., at p. 917 320 Id. at p. 919 : “An ESB would impose a heavier burden on a hostile bidder than even a triennial election of directors, in terms of the delay in taking over the board. But there is another dimension, beyond mere delay. When all directors can be removed together, a bidder would have to win 318 119 Questo articolo ha suscitato l’interesse di altri, autorevoli, esponenti della dottrina statunitense i quali, in un numero di poco successivo della stessa Stanford Law Review, hanno animato il dibattito sulla legittimità della combinazione di difese sopra descritta. Si è sostenuto321 che la considerazione delle perdite causate alla società dalla protezione “combinata”, fosse stata operata, nell’articolo sopra analizzato, in base ad una valutazione solo ex-post (rispetto all’offerta), senza guardare a dei presunti vantaggi ex-ante, che la solidità (un altro punto di vista per la “staticità”) della compagnia contribuirebbe a realizzare, nell’ottica di una migliore efficienza del personale non-azionista.322 Se questa ricostruzione non risulta convincente, per la scarsa incidenza di questi “ex-ante benefits” rispetto al volume d’affari coinvolto in una operazione di takeover, almeno se ne rileva l’equilibrio e la coerenza nell’ ammettere che: “This analysis does not imply that antitakeover defenses always create wealth for shareholders.”323 In un altro articolo324 viene posta esplicitamente la questione che sta alla base del giudizio di legittimità delle Antitakeover Defenses e cioè: Who decides325? Contrapponendosi a quella che ritiene essere la visione di Bebchuck, Coates e Subramanian, i quali espressamente only one election. In contrast, an ESB requires such a bidder to win two elections, one year apart. This two-election requirement imposes an additional significant hurdle.” 321 L. A. STOUT, op. cit., in Stanford Law Review, 2002 (Dic), vol. 55, p. 845 ss. 322 Id., at p. 846: “By signaling to their hires that if they remain loyal and do a good job they will receive discretionary future rewards beyond those mandates by the firm’s explicit contracts, firms can inspire employees from the shop floor to the executive suite to work harder and invest more in firm – specific human capital – knowledge, skills , and relationships that are valuable to the firm, but worthless to any other potential employer. Implicit contracts thus serve both sides of the deal.” 323 Id., at p. 848. Viene osservato anche che : “[…] there may be cases in which boards adopt Antitakeover Defenses (ATD) that reduce shareholder wealth ex-post without providing any offsetting ex-ante benefit, or where ATDs that were once wealth-enhancing become inefficient and obsolete.” 324 S. M. BAINBRIDGE, Directors Primacy in Corporate Takeovers: Preliminary Reflections, in Stanford Law Review, anno 2002 (Dic), vol. 55, pp. 791ss. 325 Id., at p. 791 120 professavano una “undistorted shareholders choice”326 – un meccanismo che prevede “winning a shareholder vote as a formal or practical condition for a takeover” – l’autore sostiene il concetto della Director Primacy sia da un punto di vista giuridico che di fatto. La risposta secca che lo stesso autore dà alla questione iniziale (“The board decises.”)327, mediante una argomentazione molto forte soprattutto dal punto di vista prettamente teorico-giuridico, non fa altro che confermare il fatto che la legittimità delle difese deve essere valutata nell’ottica del rispetto dei fiduciary duties, ma punta a svalutare il ruolo di “safety valve” ricoperto dalla possibilità di eleggere nuovi amministratori. Risulta comunque interessante, in questa analisi, una mite apertura alla teoria istituzionalistica della società (“in the eyes of the law, the corporation is a legal fiction possessing some attributes that are contractual in nature and others that are entity-like”328), subito temperata dalla considerazione di stampo contrattualistico che “The firm is more accurately described, however, as having a nexus of contracts”329. Un’ultima critica al lavoro di Bebchuk, Coates e Subramanian viene articolata dall’avvocato Mark Gordon, il quale cerca di portare all’attenzione il fatto che, nel valutare le circostanze e gli effetti degli ESB associati all’uso della pillola, non è stato considerato il danno provocato dalla hostile bid itself.330 In base alla ricostruzione operata, l’ESB garantirebbe alla società un equilibrio invece assente in caso di “vulnerabilità” della pillola, consistente in “ensuring a balance of power that is not sensitive to the change of season”331. 326 Bebchuk et al, op. cit., pp. 975-976 Bainbridge, op. cit., p. 817 328 Id., at p. 796. Cita W. T. ALLEN, J. B. JAKOBS, L. E. STRINE Jr., The Great Takeover Debate: A Meditation on Bridging the Conceptual Divide, in University of Chicago Law Review, 2002, vol. 69, pp. 1067-1071 329 Id. 330 M. GORDON, Takeover Defenses Work. Is that such a bad thing?, in Stanford Law Review, 2002 (Dic), vol. 55, pp. 819 ss. Non è un caso che Mark Gordon sia partner dello studio Watchell, Lipton, Rosen & Katz, da sempre apertamente schierato in favore della liberalizzazione più estrema dell’uso delle tattiche difensive. (Si ricordi che Martin Lipton è stato l’inventore delle Poison Pills) 331 Id., at p. 837 327 121 Su questa premessa, l’inscalabilità delle società difese con ESBs, descritta da Bebchuk e Co., viene vista come dimostrazione del perfetto funzionamento degli ESBs e quindi come tesi a proprio favore. Gordon conclude, quindi, che “until someone provides more evidence that (1) the overall costs of ESBs outweigh the overall benefits and (2) there is no better way to separate the users from the abusers, who’s to say that is really such a bad thing?”332. Il simposio si chiude con la risposta degli stessi Bebchuk, Coates e Subramanian alle critiche sopra esposte333, risposta che punta a mettere in luce la inefficacia e la inattendibilità delle stesse334, argomentando che, in presenza di una chiara tendenza del Delaware ad allontanarsi, nel contesto di hostile takeover, dalla business judgement rule in favore di un parametro più restrittivo, tali autori “all wish practically to give directors unfettered and indefinite power to block bids”335. L’accusa, inoltre, è anche quella di tentare di speculare su altri potenziali effetti positivi336 senza produrre evidence né dell’esistenza, né tantomeno dell’intensità di tali effetti. Nell’ottica di Bebchuk e Co., una politica “restrittiva” nei confronti delle defensive tactics, concepite come espressione di libertà nel decisionmaking process, sarebbe oggi, dopo gli scandali Enron, Global Crossing, Worldcom e l’emanazione del Sarbanes Oxley Act, assolutamente necessaria per impedire di “reduce the pressure that the market for corporate control can exert on disloyal boards”337. In un articolo del 2001, il Professor Gilson338 si è schierato in una posizione piuttosto critica nei confronti della 332 Id. L. A. BEBCHUK, J. C. COATES, G. SUBRAMANIAN, The Powerful Antitakeover Force of Staggered Boards:Further Findings, in Stanford Law Review, 2002 (Dic), vol. 55, pp. 885 ss. 334 Id., at p. 913: “ The level of deference that Gordon, Bainbridge, and Stout wish to give to directors is one that Delaware law has long ago decided to reject”; Id., at 914: “Our critics are unable to deny that ESB-pill combination have the adverse effect we identified.” 335 Id., at p.913 336 Id., at p. 915 : “[…]in particular, effects on negotiated premiums (Gordon, Bainbridge) or ex-ante investments by stakeholders (Stout).” 337 Id., at p. 917 338 R. J. GILSON, Unocal Fifteen Years Later (And What can we do about It), in Delaware Journal of Corporate Law, anno 2001, vol. 26, pp. 491 ss. 333 122 Delaware Law, rimproverando la erosione dei principi sanciti da Unocal e la conseguente lacerazione dei limiti che si era riusciti ad imporre agli amministratori nella fase di difesa da tender offers. Se nel criticare le Corti del Delaware, per la loro eccessiva fiducia nella possibilità di eleggere nuovi amministratori come unica valvola di sicurezza dagli abusi degli stessi directors, Gilson può vantare degli eminenti fiancheggiatori339 , egli ha trovato, ovviamente nell’ambiente dei corporate lawyers, dei robusti oppositori. Il solito Martin Lipton, coadiuvato dal collega e compagno di law firm Paul K. Rowe, ha mosso una serie di osservazioni critiche nei confronti della ricostruzione del postUnocal operata da Gilson340. Nel tentativo di dimostrare che “[…] the new Delaware paradigm worked well”341, Lipton e Rowe argomentano che (1) attribuire ai soci un ruolo primario nella gestione dei takeovers significherebbe avere scarsa fiducia nell’efficienza dello stock market, che (2) dare agli azionisti la possibilità di neutralizzare o riscattare una poison pill vorrebbe dire ignorare la empirical evidence che la presenza di una poison pill è direttamente connessa con takeover premiums più elevati, e che (3)la Delaware General Corporation Law (DGCL) rifletterebbe un mega-principio che assegna il controllo dei takeovers in via esclusiva ai managers. Con un atteggiamento che potrebbe apparire insolente, ma che in realtà riflette la voluta e apprezzata competitività reciproca degli autori statunitensi, Lipton e Rowe arrivano al punto di osservare che: “Professor Gilson ignores the fact that the courts have been emphasising that elections are the critical Ronald J. Gilson è Professore di Law and Business sia a Stanford che alla Columbia University. 339 Cfr.: L. A. BEBCHUK & A. FERRELL, A New Approach to Takeover Law and Regulatory Competition, in Va. L. Review, 2001, vol. 87, pp. 111 ss.; J. C. COFFEE, Jr., The Bylaw Battlefield: Can Institutions Change the Outcome of Corporate Control Contests?, in Miami Law Review, anno 1997, vol. 51, pp. 605 ss. 340 M. LIPTON & P. K. ROWE, Pills, Polls and Professors: A Reply to Professor Gilson, in Delaware Journal of Corporate Law, 2002, vol. 27-1, pp. 1-35. Gli autori sono entrambi partners dello studio Watchell, Lipton, Rosen & Katz. 341 Id., at p. 12 123 method of shareholder review of board responses to takeover proposals”342. La pacata ma solenne risposta del Professor Gilson, più che istantanea rispetto alle critiche subite343, vuole correggere un presunto misunderstanding di Lipton e Rowe relativamente all’importanza della market efficiency rispetto al primario ruolo degli azionisti, suggerendo il concetto che l’impatto di una poison pill (presa come esempio di efficacia) dipende esclusivamente da “what a court will allow a target company to do with its pill”344. Per concludere, nonostante la già menzionata presenza di un folto gruppo di sostenitori della validità dei criteri sviluppati dalle Corti del Delaware345, o addirittura della vantaggiosità dell’utilizzo di antitakeover devices346, non si può negare una 342 Id. p. 13 R. J. GILSON, Lipton and Rowe’s Apologia for Delaware: A Short Reply, in Delaware Journal of Corporate Law, 2002, vol. 27-1, pp. 37-52. Questo articolo e quello di Lipton e Rowe, come si può notare, si trovano sulla stessa rivista, nel medesimo numero, consecutivi come impaginazione, un'altra dimostrazione di come la netta contrapposizione tra dottrine, spesso ai limiti del duello verbale, sia cosa assolutamente gradita alla cultura giuridico-accademica americana ed anzi, considerata, probabilmente a ragione, un efficace stimolo all’approfondimento. (Lo stesso discorso vale per il già visto botta-risposta sul n 55/2002 della Stanford Law Review) 344 Id., at p.38. Gilson suggerisce il confronto con proprio materiale precedente: R. J. GILSON, Corporate Governance and Economic Efficiency: When do Institutions Matter, in Washington University L. Q., 1996, vol. 74, pp. 327 ss. e R. J. GILSON, The Political Ecology of Takeovers: Thoughts on Harmonizing the European Corporate Governance Environment, in Fordham Law Review, 1992, vol. 61, pp. 161 ss. Viene anche richiamato J. C. COATES IV, Takeover Defenses in the Shadow of the Pill: A Critique of the Scientific Evidence, in Texas Law Review, 2000, vol. 79, pp. 271 ss. e J. C. COATES IV, Empirical Evidence on Structural Takeover Defenses: Where Do We Stand?, in Miami Law Review, 2000, vol. 54, pp. 783 ss. 345 Come ulteriore esempio si può considerare: L. BLACK, Delaware High Court Reverses Stock Repurchases Plan Injunction, in Sec. Reg. & L. Rep., (BNA), anno 1995 (20 Gen.), pp. 130-131, in base al quale la decisione in Unitrin sarebbe significativa in positivo, poichè darebbe al board “great latitude in fashioning defenses to unsolicited takeovers”. Nell’opinione di Black, la decisione della Supreme Court in Unitrin sarebbe “a further explication of the Unocal standard of reasonable response.” Va tuttavia considerato, e non è un caso, che l’avvocato Lewis Black sia membro dello studio legale Morris, Nichols, Arnst & Tunnel di Wilmington, Delaware, lo studio che ha assistito Unitrin in quella controversia. 346 Oltre alle opere già citate di L. A. STOUT, S. M. BAINBRIDGE, M. GORDON si può confrontare il lavoro (peraltro anch’esso già citato) di G. 343 124 forza persuadente all’argomentazione che segue, operata da Julian Velasco. Si sono considerati i due parametri di Unocal e si è cercato di dimostrare che l’ applicazione degli stessi, da Time/Warner in poi, ha tradito gli obiettivi iniziali347. Al di là da tale dimostrazione, che viene motivata partendo dal presupposto che la State Corporate Law non ammetterebbe né l’adozione della pillola né, tantomento, la continuazione nel suo uso, ciò che colpisce di questa ricostruzione è l’accento posto sulle colpe della stessa sentenza Unocal. Se i due prongs (reasonable threat e proportionality) appaiono logici e ben funzionanti, e se la substantive coercion sembra essere un allargamento eccessivo dell’area di reasonableness del threat, va, tuttavia, considerato che Unocal non richiede l’esistenza di tale “minaccia”, ma soltanto “reasonable grounds to believe there is a threat”, attribuendo questo giudizio agli amministratori. Dal momento che “the board satisfies this requirement merely by establishing good faith and reasonable investigation”348, l’inversione dell’onere della prova operato dall’ “enhanced scrutiny” rispetto alla “business judgement rule” può subire, in questo modo, una facile neutralizzazione, consentendo un agile aggiramento dell’ostacolo. FERRARINI, Le Difese contro le O.P.A. Ostili: Analisi Economica e Comparazione, in Rivista delle Società, 2000 (sett/ott), vol. 5, pp. 737-791, in particolare a p. 771: “Generalmente, quando siano in piedi misure antiscalata, gli azionisti che aderiscono alle O.P.A. ricevono per le loro azioni prezzi che incorporano un premio.” e “Nel complesso, le pillole e le altre misure anti-scalata migliorano il potere contrattuale delle imprese bersaglio e non ostacolano molte transazioni.” Cfr. inoltre F. RYNGAERT, The Effect of Poison Pill Securities on Shareholder Wealth, in Journal of Financial Economics, 1998, vol. 20, pp. 377 ss.; ed anche P. MALATESTA, R. WALKING, Poison Pill Securities: Stockholder Wealth, Profitability, and Ownership Structure, in Journal of Financial Economics, 1998, vol. 20, pp. 347 ss. 347 Cfr. J. VELASCO, The Enduring Illegitimacy Of the Poison Pill, in Journal of Corporation Law, anno 2002, vol. 27-3, pp. 381 ss. “The reasonableness test has been watered down to insignificance by allowing even the flimsiest of perceived threats to be considered reasonable, and the proportionality test has also been severely limited to be effective in only the narrowest of circumstances.” (p. 416) 348 Id., at p. 416 125 Se la ragionevolezza delle indagini compiute sull’offerta, infatti, in quanto documentalmente supportabile, ha un’efficacia probatoria obiettiva, la prova certa della buona fede risulta talmente irraggiungibile da considerarsi soddisfatta tramite una presunzione. Se a questo si aggiunge che le Corti Supreme hanno spesso rimproverato e sanzionato la valutazione di unreasonableness fatta dai giudici di primo grado, sostenendo che essi non si possono sostituire agli amministratori nella valutazione delle offerte, si può comprendere quanto questa disciplina sia facilmente eludibile e probabilmente sopravvalutata349. Si potrebbe concludere, di fatti, che a dover essere reasonable non è il threat, ma il judgement. Dove sarebbe, allora, la differenza rispetto alla business judgement rule? 349 In Paramount v. Time, già citato, la Corte Suprema, fra le sue motivazioni spiegò che la valutazione di adeguatezza dell’offerta “would involve the court in substituting its judgement as to what is a ‘better’ deal for that of a corporation’s board of directors.” 571 A.2d at 1153 126 6 – Conclusioni Paragonare il contesto, le conseguenze e gli interessi coinvolti in un’operazione di takeover alle normali circostanze di una cessione di strumenti finanziari risulta poco opportuno e tralascia rilievi che appaiono, in vero, peculiari. Oggetto dell’ ”alienazione”, qui, non sono semplicemente le singole partecipazioni azionarie, pur investite, materialmente, dall’operazione, ma il pacchetto di controllo, il potere, e quindi la società stessa. In caso di successo di una takeover bid, lo scalatore avrebbe acquisito non solo la titolarità di un patrimonio finanziario, ma soprattutto una posizione di controllo, ed i soci che non avessero aderito si troverebbero azionisti di una società che fa capo ad una nuova proprietà, la quale è, pertanto, una società diversa. Se tale operazione, non limitandosi a coinvolgere i movimenti patrimoniali dei singoli soci, rappresenta una “vicenda della società”, essa dunque merita l’attenzione, peraltro doverosa, anche di coloro cui spetta l’amministrazione della corporation stessa. Non sarebbe quindi corretto considerare del tutto “esterne” o ingiustificate le influenze che le iniziative dei directors, in particolare l’azionamento di tattiche difensive, possono determinare sulla negoziazione tra bidder e azionisti della target. E’ fuor di dubbio, inoltre, che gli stessi amministratori potrebbero avere un interesse personale ad evitare il passaggio del controllo, il quale, nella prassi, si abbina a necessari mutamenti soggettivi nel board, ed intraprendere comportamenti indirizzati a proteggere la propria posizione, favoriti anche dall’asimmetria informativa che caratterizza gli organi societari. Né può trascurarsi come la circostanza che la gestione della società sia affidata, nella maggior parte dei casi, a soggetti non soci, porti alla luce la natura fiduciaria della relazione e coinvolga, pertanto, i profili tutti contrattuali dell’agency/mandato; tanto è sufficiente a rendere necessaria l’indagine sul rispetto dei fiduciary duties e la regolamentazione del potenziale conflitto d’interessi, non consentendo di relegare le tattiche difensive a mere ipotesi di responsabilità precontrattuale. 127 Trattandosi di un’attività riconducibile al novero dei compiti del board, il trattamento di una hostile bid va affrontato dagli stessi amministratori con le medesime care e loyalty che debbono informare tutta la loro condotta; ancora una volta, infatti, i giudici nordamericani hanno pragmaticamente evitato una ricostruzione teorica e si sono limitati ad estendere la “copertura” dei fiduciary duties al caso in questione. Tuttavia, avendo le Corti e la dottrina ormai accertata, in pendenza di un’offerta ostile, la presenza del suddetto conflitto di interessi, la valutazione del comportamento degli amministratori – nell’unica occasione in cui la legittimità di esso diviene oggetto di valutazione, nell’unico momento in cui il conflitto in parola riceve la propria regolamentazione, e cioè di fronte ai giudici – avviene attraverso criteri più restrittivi. E ciò indipendentemente dall’indagine sulla natura degli interessi coinvolti. In ogni altro contesto, stante la presunzione che gli amministratori, a differenza degli azionisti – e forse degli stessi giudici – sono forniti delle competenze e delle informazioni necessarie per svolgere al meglio le attribuzioni che derivano dalla loro posizione, il second-guess della corte sulla condotta dei directors è subordinato alla prova che questi abbiano agito in contrasto con l’interesse della società, in mala fede, o privi della normale diligenza. Se il comportamento, invece, consiste nell’aver adottato una difesa da scalata ostile, per la diversa presunzione che in questi casi il board abbia agito in conflitto d’interessi, sono al contrario gli amministratori a dover dimostrare di aver percepito, in base a “resonable grounds”, una minaccia per la società, e di aver utilizzato uno strumento idoneo a fornire una protezione proporzionale all’entità del “threat”. In tal modo l’ordinamento americano risolve sul piano processuale – attraverso lo shifting del burden of proof – una problematica che nel civil law sarebbe di diritto sostanziale. Se questo è il plafond giuridico su cui debbono poggiare le decisioni delle Corti, il trend degli ultimi anni, come si è visto nel capitolo precedente, è orientato ad attribuire la qualifica di “threat” alla maggior parte delle offerte, rendendo quantomai arduo ogni tentativo volto a sanzionare l’utilizzo di defensive tactics. 128 Peraltro, di là da considerazioni relative agli elementi ed ai criteri di valutazione dell’offerta e della sua convenienza, risulta difficile negare come la tendenza a legittimare le tattiche difensive sortisca l’effetto di impedire, o rendere assai arduo, un transfer of control in assenza di cooperazione del management della società target. Di fatto, però, viene così meno il carattere hostile del takeover, vale a dire la possibilità per il bidder, aggirando l’organo direttivo, di rivolgersi direttamente agli azionisti, rimettendo alla loro libera manifestazione di consenso o dissenso il successo dell’offerta. Ciò, non solo perché nel periculum di un’operazione difensiva un’offerta ostile diviene meno conveniente; ma anche perché la tattica difensiva stessa, e più in generale la condotta degli amministratori della società bersaglio, finisce con l’incidere non poco sulla scelta degli azionisti oblati. Tale situazione, in cui manca un limite effettivo alla possibilità, per gli amministratori, di isolare la società impedendo il passaggio di controllo, potrebbe essere considerata conseguenza della scelta fatta dall’ordinamento statunitense, di lasciare al controllo ex-post la composizione del conflitto, piuttosto che affidarsi ad un divieto preventivo tout court. Il ricorso al private enforcement è, peraltro, in materia societaria, il principale strumento di controllo nel quale il legislatore statunitense sembra confidare. Tuttavia è anche vero che qui il singolo socio ha maggior spazio d’azione, in via diretta, derivativa o di class action350. Parallelamente, senza voler affrontare in questa sede la complessa problematica dell’ampiezza dell’interesse sociale – cui, però, pur si è fatto cenno in fase introduttiva – negli ordinamenti continentali la problematica viene affrontata in una fase ex-ante: in specie nel momento assembleare. Eppure nella rilevanza endosocietaria della soluzione ivi adottata un qualche “suggerimento” in tema di qualificazione dell’interesse lo si può rinvenire. Di là da ciò, la scelta attuale dei legislatori europei tende comunque a staccarsi dalla rigidità della passivity rule, per accedere, ad ogni modo, ad un processo valutativo: qui preventivo – si ripeta; lì successivo. 350 In tal senso, come è noto, un ruolo non secondario giocano i contingence fees e l’interesse del plantiff attorney di scorgere l’illecito ed azionare la tutela. 129 Se l’attribuzione del potere decisionale all’assemblea, in particolare nelle società con azionariato diffuso, presenta l’inconveniente di chiamare a pronunciarsi un organo privo, con tutta probabilità, delle competenze, informazioni e capacità necessarie ad una adeguata ponderazione degli interessi in gioco, anche lo strumento di tutela successiva utilizzato dall’ordinamento statunitense vive alcuni rischi, connaturati alla propria struttura. La modified business judgement rule, richiamata come criterio più severo per la valutazione del comportamento dei directors, necessita, per funzionare adeguatamente, di un’attività di indagine sulle vicende societarie che sia condotta con competenze specifiche e proprietà tecniche non da poco. Dall’efficienza nell’analisi del merito da parte dei giudici, cui è conferito il potere – che altri ordinamenti attribuiscono al legislatore – di comporre il conflitto d’interessi, dipende infatti il funzionamento di un sistema che risulta estremamente sensibile all’elemento psichico di chi lo manovra, così come alle tendenze che percorrono il panorama societario del momento. Il sistema in questione, pur con le imperfezioni che ne viziano, talvolta, l’efficienza, presenta comunque profili apprezzabili. Tuttavia, il modello risulta di difficile circolazione, stante la difficoltà di reperire, o di riprodurre, quei presupposti, elementi e circostanze che animano e compongono il quadro giuridico-economico di riferimento. 130 BIBLIOGRAFIA ALLEN W.T., JAKOBS J.B., STRINE L.E. 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No. 8126 (Del. Ch. Oct. 9, 1985) Lerman v. Diagnostic Data, Inc. 421 A.2d 906 (Del. Ch. 1980) Kramer v. Western Pac. Indus., Inc., 546 A.2d 348 (1988). Moran v. Household 490 A.2d 1059, 1070 (Del. Ch.), aff’d, 500 A.2d 1346 (Del. 1985) Lipton v. News Int’l Plc. 514 A.2d 1075-1078 [Del. 1986]; Margolies v. Pope & Talbot, Inc. C. A. No. 8244 [Del. Ch. 1986] Bennett v. Breuil Petroleum Corp., 34 Del. Ch. 6, 99 A.2d 236 [Del. Ch. 1935] Crane Co. v. Harsco Corp., 511 F. Supp. 294-304 [D.Del. 1981] ); 147 Thorpe v. CERBCO, Inc., C. A. No. 11713 [Del. Ch. 1993] ) In re Gaylord Container Corp. Shareholder Litigation, 747 A.2d 71 (Del. Ch. 1999) Moran v. Household Int’l, Inc., 500 A.2d 1346, 1350 (Del. 1985) Warner Communications Inc. v. Murdoch, 581 F. Supp. 1482, 1491 (D. Del. 1984) Gilbert v. El Paso Co., 575 A.2d 1131, 1139 (Del. 1990) Unocal Corp. v. Mesa Petroleum Co., 493 A.2d 946 (Del. 1985) Paramount Communications, Inc. v. Time, Inc., 571 A.2d 1140 (Del. 1989). Radol v. Thomas, 772 F. 2d 244, (6th Cir.1985); Martin Marietta Corp. v. Bendix Corp., 547 F.Supp. 533 (D. Md. 1982) Unitrin Inc. v. Am. Gen. Corp., 651 A.2d 1361, at 1381 (Del. 1995) Seibert v. Gulton Indus., C.A. No. 5361 (Del. Ch. June 21, 1979), aff’d, 414 A.2d 822 (Del. 1980) 148 Brown-Forman Distillers Corp. v. Lenox, Inc., 83 Civ. 2116 (D.N.J. June 20, 1983); National Educ. Corp. v. Bell & Howell, Co., C. A. No. 7278 (Del. Ch. Aug. 25, 1983); Huffington v. ENSTAR Corp., C. A. No. 7543 (Del. Ch. Apr. 25,1984) Telvest, Inc. v. Olson, C. A. No. 5798 (Del. Ch. Mar. 8, 1979) Edelman v. Phillips Petroleum Co., C. A. No. 7899 (Del. Ch. June 3, 1986) Amalgamated Sugar, Co. v. NL Indus., 644 F. Supp. 1229 (S.D.N.Y. 1986) Horwitz v. Southwest Indus., Inc., 604 F. Supp. 1130 (D. Nev. 1985) Gearhart Indus., Inc. v. Smith Int’l, Inc., 741 F.2d 707 (5th Cir. 1984 Newell Co. v. WM.E.Wright Co., 500 A.2d 974 (Del.Ch. 1985) BNS Inc. v. Koppers Co., 683 F. Supp. 458 (D. Del. 1988); MAI Basic Four, Inc. v. Prime Computer, Inc., C.A. No. 10428 (Del. Ch. Dec. 20, 1988); 149 Grand Metro, plc. v. Pillsbury Co., 558 A.2d 1049 (Del. Ch. 1988); Doskocil Cos. v. Griggy, C.A. No. 10095 (Del. Ch. Oct. 7, 1988); Facet Enters., Inc. v. Prospect Group, Inc., C.A. No. 9746 (Del. Ch. Apr. 15, 1988) Gelco Corp. v. Coniston Partners, 652 F. Supp. 829 (D. Minn. 1986), aff’d in part and vocated in part, 811 F.2d 414 (8th Cir. 1987) Georgia-Pac. Corp. v. Great N. Nekoosa Corp., 727 F. Supp. 31 (D. Maine 1989); Harvard Indus., Inc. v. Tyson, dati riservati Coast Fed. Sav. & Loan Ass’n v. Culverhouse, No. 89-1998CA-01 (Fla. Cir. Ct. July 28, 1989) 637 F. Supp. 406 (N.D. Ill.) aff’d 794 F.2d 250 (7th Cir. 1986), rev’d on other grounds, 481 U.S. 69 (1987) Edelman v. Phillips Petroleum Co., C.A. No. 7899 (Del. Ch. June 3, 1986) Dynamics Corp. of America v. CTS Corp., 635 F. Supp. 1174 (N.D. Ill. 1986) Carmody v. Toll Brothers, Inc., 723 A.2d 1180 (Del. Ch. 1998); 150 Davis Acquisitions, Inc. v. NWA, Inc., C.A. No. 1076 (Del. Ch. Apr. 25, 1989) Balch v. Commissioner, 100 T.C. (CCH) 331 (1993); Kulinski v. Medtronic Bio-Medicus, Inc., 21 F.3d 254, 18 Employee Benefits Cas. (BNA) 1080 (8th Cir. 1994); Fontenot v. NL. Industries, Inc, 953 F.2d 960 (5th Cir. 1992); Angst v. Mack Trucks, Inc., 969 F.2d 1530, 15 Employee Benefits Cas. (BNA) 2253, 140 L.R.R.M. (BNA) 2835, 122 Lab Cas. (CCH) 10300 (3rd Cir. 1992) Providence & Worchester v. Baker, 378 A.2d 121, 123 (Del. 1977) Baker v. Providence & Worchester Co. 363 A.2d 838 (Del. Ch. 1976), rev’d 378 A.2d 121 (Del. 1977) City Federal Savings & Loan Ass’n v. Mann, C.A. 84-4010 (D.N.J. Aug. 2, 1985) (Order and Ruling of the Court), aff’d mem., 782 F.2d 1027 (3rd Cir. 1986) DiRocco v. Roessner, 505 A.2d 452 (Del. 1985) (Order) Unilever Acquisition Corp. v. Richardson-Vicks, Inc., 618 F. Supp. 407 (S.D.N.Y. 1985) (applying Delaware law) Rosen v. Smith , C.A., No.7863 (Del. Ch. Sept. 18, 1985) 151 Weiss v. Rockwell International Corp., C.A. No. 8811 (Del. Ch. Feb. 6, 1987) Societè Holding Ray D’Albion S.A. v. System, Inc C. A. No. 6648 (Del. Ch. Dec. 16, 1981). Saunders Leasing Sachs v. Scherer Corp C. A. No. 7537 (Del. Ch. Apr. 2, 1984) Lacos Land Co. v. Arden Group, Inc 517 A.2d 271 (Del. Ch. 1986) Williams v. Geier C. A. No. 8456 (Del. Ch. May 20, 1987) Blasius Industries v. Atlas Corp 564 A.2d 651 (Del. Ch. 1988) Unilever Acquisition Corp. V. Richardson-Vick, Inc 671 A. 2d 1368 (Del. 1996) Sagusa v. Magellan Petroleum Corp C. A. No. 12977 (Del. Ch. Dec. 1, 1993), aff’d, 650 A.2d 1306 (Del. 1994) Shamrock Holdings, Inc. v. Polaroid Corp., 559 A.2d 257, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94176 (Del. Ch. 1989) S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 1248, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C.D. Cal. 1984) Financial Fed’n, Inc. v. Ashkenazy, Civ. No. 82-0885 (C.D. Cal. Apr. 22, 1982), 152 McKee & Co. v. First National Bank Of San Diego, 265 F. Supp. 1 (S.D. Cal. 1967), Datapoint Corp. (Del.1985), v. Plaza Securities Co., 496 A.2d 1031 Missouri Portland Cement Co. v. Cargill, Inc., 498 F.2d 851, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94595 (2nd Circ. 1974); Gulf & Western Industries, Inc. v. Great Atlantic & Pacific Tea Co.., Inc., 476 F.2d 687, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 93814 (2nd Cir. 1973); Crane Co. v. Harsco Corp., 509 F. Supp. 155 (D. Del. 1981); Berman v. Gerber Products Co., 454 F. Supp. 1310, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96506 (W.D. Mich. 1978); Elco Corp. v. Microdot Inc., 360 F. Supp. 741, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94157 (D.Del. 1973); Metro-Goldwyn-Mayer Inc. v. Transamerica Corp., 303 F. Supp. 1344, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92470 (S.D.N.Y. 1969). Brunswick Corp. v. Pueblo Bowl-O-Mat, Inc., 429 U.S. 477, 97 S. Ct. 690, 50 L. Ed. 2d 701 (1977); Central National Bank v. Rainbolt, 720 F.2d 1183 (10th Cir. 1983): 153 Carter Hawley Hale Stores, Inc. v. F.Supp. 246 (C. D. Cal. 1984). Cfr. Limited, Inc. , 587 Marathon Oil Co. v. Mobil Corp., 669 F.2d 378 (6th Cir. 1981); Grumman Corp. v. LTV Corp., 665 F2d 10 (2nd Cir. 1981); Babcock & Wilcox Co. v. United Technologies Corp., 435 F. Supp. 1249 (N. D. Ohio 1977) Piper v. Chris-Craft Industries, Inc., 430 U.S. 1, 97 S. Ct. 926, 51 L. Ed. 2d 124, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 95864 (1977). Whittaker Corp. v. Edgar, 535 F. Supp. 933, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98483 (N. D. Ill. 1982); S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 1248, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C. D. Cal. 1984) Ivanhoe Partners v. Newmont Mining Corp 535 A.2d 1334 (Del. 1987) City Capital Assoc. v. Interco Inc., 551 A.2d 787 (Del. Ch. 1988), appeal dismissed, 556 A.2d 1070 (Del. 1988) GM Sub Corp. v. Ligget Group, Inc. C. A. No. 6155 (Del. Ch. Apr. 25, 1980) Whittaker Corp. v. Edgar, 535 F. Supp. 933 (N.D. Ill.), aff’d, Docket Nos. 82-1305, 82-1307 (7th Cir. Mar.5, 1982) 154 Mobil Corp. v. Marathon Oil Co 669 F.2d 366 (6th Cir. 1981) Smith v. Pritzker, C. A. No. 6342 (Del. Ch. July 6, 1982), slip op. at 15, rev’d on other grounds, Smith v. Van Gorkom, 488 A.2d 858 (Del. 1985) Mobil Corp. v. (S.D.N.Y. 1981) Marathon Oil Co 510 F. Supp. 860 Panter v. Marshall Field & Co 646 F.2d 271, 293 (7th Cir.), cert. denied, 454 U.S. 1092 (1981) (Applicando la Delaware Law) Royal Industries, Inc. v. Monogram Industries, Inc.,1976-77 [Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 95683 (C. D. Cal. Nov. 29, 1976) AC Acquisition Corp. v. Anderson, Clayton & Co., 519 A.2d 103, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92942 (Del. Ch. 1986); Crane Co. v. Harsco Corp., 511 F. Supp. 294, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 97903 (D. Del. 1981); Orbanco, Inc. v. Security Bank of Oregon, 371 F. Supp. 125, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 94559 (D. Or. 1974). S.E.C. v. Carter Hawley Hale Stores, Inc., 587 F. Supp. 294, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 91516 (C. D. Cal. 1984); Herald v. Seawell, 472 F.2d 1081 (10th Cir. 1972) 155 Cheff v. Mathes, 41 Del. Ch. 474, 199 A.2d 548 (Del. 1964); Kaplan v. Goldsamt, 380 A.2d 556 (Del. Ch. 1977); Kors v. Carey, 158 A.2d 136 (Del. Ch. 1960) Propp v. Sadacca, 40 Del. Ch. 113, 175 A.2d 33 (Del. Ch. 1961), aff’d sub nom. Bennett v. Propp, 41 Del. Ch. 14, 187 A.2d 405 (Del. 1962) Petty v. Penntech Papers, Inc., 347 A.2d 140 (Del. Ch. 1975) Chrysogelos v. London, C.A. No. 11910 (Del. Ch. Mar. 25, 1992) Schilling v. Belcher, 582 F.2d 995 (5th Cir. 1978) Unocal Corp. v. Pickens, 608 F. Supp. 1081, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92296 (C. D. Cal.1985), Phillips v. Instituform of N. Am., Inc., Civil No. 9173 (Del. Ch. Aug. 27, 1987), modificato da (Del Ch. Sept.1, 1987). Heckmann v. Ahmanson, 168 Cal. App. 3rd 119, 214 Cal. Rptr. 177, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92364 (2nd Dist. 1985), U.I.S. v. Walbro Corp., C.A. No. 9323 (Del. Ch. Oct. 6, 1993). 156 Unitrin, Inc. v. American General Corp., 651 A.2d 1361, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98519 (Del. 1995) Good v. Texaco, Inc., No. 7501 (Del. Ch. Feb. 19, 1985), aff’d sub nom. Polk v. Good., 507 A.2d 531 (Del. 1986) News Int’l. plc. v. Warner Communications, Inc., C.A. No. 7420 (Del. Ch. Jan 12, 1984); Johnson v. Trueblood, 629 F.2d 287 (3rd Cir. 1980), cert. Denied, 450 U.S. 999 (1981) Heit v. Baird, 567 F.2d 1157, 1161 (1st Cir. 1977) McPhail v. L.S. Starret Co., 257 F.2d 388, 394 (1st Cir. 1958) Herald Co. v. Seawell, 472 F.2d 1081 (10th Cir.1972) Southeastern Pub. Serv. Co. v. Graniteville Co., C.A. No. 831028-0 (D.S.C. May 19,1983) Northwest Indus., Inc. v. B.F. Goodrich Co., 301 F. Supp. 706, 712 (N.D. Ill. 1969); Treadway Co. v. Care Corp., 490 F. Supp. 668, 684 (S.D.N.Y.), rev’d on other grounds, 638 F.2d 357 (2nd Cir. 1980) 157 Pogo Producing Co. v. Northwest Indus., Inc., C.A. No. H83-2667 (S.D. Tex. May 24, 1983) Doskocil Cos. v. Griggy, C.A. No. 10095 (Del. Ch. Aug. 8, 1988) EAC Indus. Inc. v. Franz Mfg. Co., C.A. No.8003 (Del. Ch. June 28, 1985), aff’d, 501 A.2d 401 (Del 1985) WNH Invs., LLC v. Batzel, C.A. No. 13931 (Del. Ch. Apr. 28, 1995); Klaus v. Hi-Shear Corp., 3528 F.2d 225, 233 (9th Cir. 1975) Packer v. Yampol, C.A. No.8432 (Del. Ch. Apr. 18, 1986, revised Apr. 21, 22 e May 12, 1986); Consol. Amusement Co. v. Rugoff, [1978 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96584 at 94485 (S.D.N.Y. Oct. 6, 1978) Podestà v. Calumet Indus., Inc. [1978 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 96433 at 93556 (N. D. Ill. May 9, 1978) Applied Digital Data Sys., Inc. v. Milgo Elec. Corp., 425 F. Supp. 1145, 1160 (S.D.N.Y. 1977) Condec Corp. v. Lunkenheimer Co., 230 A.2d 769, 775 (Del. Ch. 1967) Glazer v. Zapata Corp., 658 A.2d 176 (Del. Ch. 1993) 158 Martin Marietta Corp. v. Bendix Corp., 547 F. Supp. 533, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98829 (D. Md. 1982) Chesapeake Corp. v. Shore, C.A. No. 17626 (Del. Ch. Feb. 7, 2000) Am. Gen. Corp. v. NLT Corp., [1982 Transfer Binder] Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 98808 , 94142 (S.D. Tex. 1982) Am. Int’l Rent A Car, Inc. v. Cross, C.A. No. 7583 (Del.Ch. May 9, 1984) Schreiber v. Burlington Northern, Inc., 472 U.S. 1, 105 S. Ct. 2458, 86 L. Ed. 2d 1, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 92056 (1985); Data Probe Acquisition Corp. v. Datatab, Inc., 722 F. 2d 1, Fed. Sec. L. Rep. (CCH) 99569 (2nd Cir. 1983) TW Servs, Inc. v. SWT Acquisition Corp., C.A. No. 10427 (Del. Ch. Mar. 2, 1989) Paramount Communications Inc. v. QVC Network, Inc., 637 A.2d 34, 44 (Del. 1994) In Re Santa Fe Pac. S’holder Litig., 669 A.2d 59-72 (Del. 1995) at 71; Arnold v. Soc’y for Sav. Bankorp, Inc., 650 A.2d 1270, 1290 (Del. 1994) Minstar Acquiring Corp. v. AMF Inc., 621 F. Supp. 1252, 1253 (S.D.N.Y. 1985) 159 Buffalo Forge, Co. v. Ogden Corp., 717 F.2d 757, 759 (2nd Cir.), cert. Denied, 464 U.S 1018 (1983); Panter v. Marshall Field & Co., 646 F.2d 271, 293-96 (7th Cir.), cert. Denied, 454 U.S. 1092 (1981); Treadway Cos. v. Care Corp., 638 F.2d 357, 380-82 (2nd Cir. 1980); Crouse-Hinds Co. v. Internorth, Inc., 634 F.2d 690, 702-04 (2nd Cir. 1980); Mills Acquisitions Co. v. Macmillan, Inc., 559 A.2d 1261, 1285 n.35 (Del. 1988) Revlon, Inc. v. MacAndrews & Forbes Holding, Inc., 506 A.2d at 184 (Del. 1986) Cheff v. Mathes, 199 A.2d 548, 555 (Del. 1064). In Re Gaylord Container Corp. Shareholders Litigation, 753 A.2d 462, 474 (Del. Ch. 2000) Cfr. Ivanhoe Partners v. Newmont Minino Corp., 535 A.2d 1334, 1343 (Del. 1987 AC Acquisitions Corp. v. Anderson, Clayton & Co.519 A.2d 103 (Del. 1986) 160 In Re Holly Farms Corp. Shareholders Litigation, No. 10350, 1988 Del. Ch., in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 1062-1074 Tate & Lyle PLC. v. Staley Cont’l, Inc., No. 9813, 1988 Del. Ch. , in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 418-435 Facet Enters., Inc. v. Prospect Group, Inc., No. 9746, 1988 Del. Ch., in Delaware Journal of Corporate Law, anno 1989, vol. 14, pp. 310, 319-321 City Capital Associates Limited Partnership v. Interco, Inc 551 A.2d 787 (Del. Ch. 1988) Grand Metropolitan PLC v. Pillsbury. 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