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CULTURAL HERITAGE
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DOI:
2282-6033
978-88-98392-03-2
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Finito di stampare nel maggio 2014 presso Atena.net Srl, Grisignano di Zocco (VI).
annale
2013
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COMMUNICATING
CULTURAL HERITAGE
Bologna 2014
Direzione
Co-Direzione Alberto De Bernardi
Tiziana Lazzari
Responsabile di redazione Vittorio Caporrella ([email protected])
Redazione
Alice Bencivenni, Claudio Bisoni, Paolo Capuzzo, Maria Pia Casalena,
Mirco Dondi, Cristiana Facchini, Maria Teresa Guerrini, Giovanni
Isabella, Raffaele Laudani, Elisa Magnani, Clizia Magoni,
Gaetano Mangiameli, Karin Pallaver, Matteo Pasetti, Marica Tolomelli
Comitato scientifico
Gian Paolo Brizzi (Università di Bologna), Massimo Donattini
(Università di Bologna), Marcello Flores (Università degli Studi di Siena),
John Foot (University College, Londra), Giovanni Geraci (Università di
Bologna), Massimo Montanari (Università di Bologna), Mauro Pesce
(Università di Bologna), Lourenzo Prieto (Università di Santiago di
Compostela), Paolo Prodi (Università di Bologna), Dominic Rathbone
(King’s College, Londra), Maria Salvati (Università di Bologna),
Francesca Sofia (Università di Bologna)
Redazione web Julian Bogdani, Erika Vecchietti (BraDypUS Editore)
Peer review
Tutti i saggi scientifici vengono sottoposti in forma anonima a
double-blind peer review da parte di due esperti esterni. Per ulteriori
informazioni: http://www.storicamente.org/peer_review_it.htm.
La lista dei referee anonimi fino alla penultima annata è disponibile
all’indirizzo: http://www.storicamente.org/list_reviewers.pdf.
Contatti e proposte
di articoli
Storicamente, Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Università di
Bologna, Piazza San Giovanni in Monte 2, Bologna I-40124,
Italy. Indirizzo e-mail: [email protected]
Questo volume è l’edizione annuale a stampa dei saggi scientifici
apparsi sull’e-journal Storicamente, realizzato con il contributo del
Dipartimento di Storia Culture Civiltà - Alma Mater Studiorum - Università di Bologna.
Direttore responsabile Gian Paolo Brizzi
Autorizzazione
Tribunale di Bologna n. 7593 del 9 novembre 2005.
annale 2013
indice
COMUNICARE STORIA
Gilles Kepel
La rivoluzione tunisina dei gelsomini
La primavera araba e la globalizzazione della politica . . . . . . . .
p. 9
STUDI E RICERCHE
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader . . . . . . . . . . . .
p. 21
Mauro Pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity,
and Homosexuality in Florence, 1913-1914 . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 49
Gian Luigi Betti
La cattedra e il potere. Due storie di religiosi e ‘cortigiani’,
lettori nello Studio di Bologna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 79
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella
provincia di Chieti (1860-63) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 123
DOSSIER
L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo
politico e cooperazione economica,
a cura di Stefano Bottoni
Stefano Bottoni
L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e
cooperazione economica. Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 157
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”
I casi romeno e polacco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 159
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968
Uno sguardo da Mosca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 185
Stefano Bottoni
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda
Convergenze parallele? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 209
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti
Alla ricerca del fordismo perduto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
p. 239
FONTI E DOCUMENTI
Chiara Ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica . . . . . .
p. 271
comunicare
storia
La rivoluzione tunisina
dei gelsomini
La primavera araba e la globalizzazione
della politica
Gilles Kepel
Sciences Po
Institut d’Études Politiques (IEP) de Paris, France
La caduta* del regime di Ben Ali in Tunisia è da addebitare ad un concorso di circostanze favorevoli. Una in particolare risiede nella strana
alleanza tra i ceti più disagiati dei giovani tunisini e una parte della
borghesia, che in questa collaborazione ha visto un’opportunità per rovesciare la dittatura. “Strana” perché le origini di questi due ceti sociali
sono, storicamente ma anche sociologicamente, del tutto differenti. Da
un lato la borghesia colta di origine europea (Andalusia) o erede di corpi
politico-sociali di tradizione ottomana, come i giannizzeri, composti
soprattutto da Albanesi, Greci... Si tratta di un gruppo ben riconoscibile, concentrato nelle città, che, pur parlando arabo, preferisce di gran
lunga il francese. Dall’altro stanno i giovani delle classi più povere della
società, prevalentemente berberi di origine contadina.
Questa intesa è stata resa possibile dall’attività degli intellettuali laici e
dei professori dell’università, attività che si è dimostrata però carente sul
piano politico. Infatti, se pure è stata sufficiente a saldare le esigenze de-
* Lectio magistralis di Gilles Kepel al Convegno Sissco “L’Italia nell’era della globalizzazione”, Aosta 14.09.2012 (testo curato da Andrea Marinelli).
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Comunicare storia
Immagine della rivoluzione dei gelsomini, Sidi Bouzid, Tunisia. Foto di Ali Garboussi.
Fonte: http://english.al-akhbar.com/node/2620.
gli uni con le rivendicazioni degli altri tanto da far cadere Ben Ali, non
ha saputo creare le condizioni per favorire allo stesso modo un’intesa
politica tra questi due gruppi sociali e il partito islamista al-Nahda, i cui
membri sono stati per lungo tempo perseguitati dal passato regime.
Gli islamisti di al-Nahda non hanno partecipato da subito ai moti rivoluzionari, non prima comunque del 14 gennaio 2011, quando le grandi
manifestazioni di piazza a Tunisi costrinsero alla fuga Ben Ali. Da questo punto di vista, il loro ruolo è stato marginale ed essi non disponevano
di alcuna legittimazione per assumere la guida del Paese post-rivoluzione. Dalla loro, gli islamisti potevano contare sul retaggio derivante
dall’opposizione passata al regime e dalle persecuzioni che avevano subito, dal carcere all’esilio: si pensi al segretario di al-Nahda e Presidente
del consiglio tunisino, Hamadi al-Jebali, rinchiuso per diciassette anni
in prigione e torturato. Questa realtà ha pesato in modo decisivo, anche in relazione al fatto che, dal punto di vista simbolico, i martiri della
rivoluzione tunisina sono stati relativamente pochi – circa trecento – se
Gilles Kepel
La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica
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paragonati ai morti delle altre rivoluzioni arabe.
In questo modo gli islamisti hanno potuto contare su una fonte di legittimazione estremamente efficace, che ha costruito la legittimità del partito al-Nahda e ha consentito di assumere la guida del Paese e di quegli
stessi strati sociali che avevano, materialmente, fatto la rivoluzione dei
gelsomini. Il connubio tra l’autorità politica degli islamisti e le spinte
sociali della gioventù tunisina e della borghesia è avvenuto sulla base di
un vocabolario di natura politico-religiosa che ha soppiantato quello
sociale. In altre parole c’è una linea di frattura che separa il momento
rivoluzionario da quello post-rivoluzionario proprio in ragione dell’accantonamento delle tematiche sociali, molto sentite all’inizio, a favore
di quelle religiose. La mediazione politica di al-Nahda, durante la fase
di costruzione delle nuove istituzioni post-rivoluzionarie, ha consentito
di tenere assieme realtà sociali così differenti come quelle cui accennavo
poco fa, solo al prezzo e allo scopo di occultare la dimensione sociale
delle rivendicazioni a favore di quelle religiose.
I gruppi che hanno dato il via alla rivoluzione dei gelsomini sono oggi
scomparsi come forze politiche, benché le loro istanze restino tuttora
un punto problematico della vita politica tunisina. La loro eredità è stata
infatti raccolta dai gruppi salafiti, cioè gruppi islamici che criticano alNahda e tutta la tradizione dei Fratelli musulmani, i quali ai loro occhi
sono né più né meno che dei traditori dell’Islam. Secondo i salafiti, la democrazia è infatti un concetto empio, poiché pone la sovranità nelle mani
del popolo, mentre essa apparterrebbe, nella loro visione, esclusivamente
ad Allah. Allo stesso modo ritengono inutile e dannosa la costituzione,
espressione della democrazia, in quanto esisterebbe già una carta costituzionale valida, espressione della parola di Dio: il Corano. Con la democrazia – sostengono – il popolo potrebbe scegliere soluzioni al di fuori e
contro il testo del Corano, e come tali blasfeme poiché la legge di Dio è al
di sopra delle democrazia. Di conseguenza i salafiti contestano al-Nahda,
che invece ha fatto derivare il proprio potere dalle formule democratiche.
Il salafismo esiste da tempo, ma solo oggi, nel contesto della frustrazione
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Comunicare storia
sociale del periodo post-rivoluzionario, è stato in grado di allargare le
sue basi dando voce a quei giovani di cui prima dicevo, attraverso un
linguaggio diverso da quello con cui la rivoluzione aveva preso il via, ma
non per questo meno attraente nei confronti di chi, dopo aver accumulato
tante speranze, le ha viste mettere in soffitta dalla nuova classe dirigente.
Si tratta di una situazione che ho potuto constatare di persona all’inizio
di settembre 2012 a Sidi Bouzid, la cui moschea è in mano ai salafiti.
Ho ascoltato – e anche registrato – il discorso dell’imam durante l’ora di
preghiera, nel quale viene spiegato molto chiaramente che la rivoluzione
non ha portato alcun risultato positivo per i tunisini perché non è stata
fatta in funzione delle ragioni della fede islamica e dei musulmani. Successivamente, in un’intervista che ho avuto con lo stesso imam, questi ha
ribadito la condanna nei confronti del partito al-Nahda e del governo.
Il giorno dopo, sabato, mi sono recato al mercato settimanale, dove ho
potuto constatare che, in assenza della polizia, l’ordine veniva mantenuto da milizie di salafiti. Questo controllo del mercato è un aspetto interessante della questione, perché chiama in causa l’importanza che riveste
il suq nella vita e nell’immaginario popolare: non a caso, è proprio nel
suq che i salafiti avevano organizzato una manifestazione di solidarietà
con la Siria. Nel caso specifico, il suq di Sidi Bouzid è stato costruito
accanto alla tomba di un sufi musulmano, Salih Abu Zayd, dal quale
prende il nome la città di Sidi Bouzid. Ebbene, ho notato che, mentre
la tomba del santo è ormai poco frequentata, la zona del suq nella quale
stazionavano i salafiti era invece molto affollata: questo, quasi a simboleggiare da che parte si è schierata la popolazione, pure in presenza di
un retaggio culturale e identitario così profondo, di fronte alla forza di
attrazione del movimento salafita.
Ma, al di là della mia personale esperienza, va notato che questo movimento non ha affatto un carattere localistico, al contrario intrattiene
relazioni ed è presente come forza politica in tutto il mondo arabo. I
salafiti, grosso modo, possono essere divisi in due grandi categorie, a
seconda sia delle sfumature di natura teologica che politica. I salafiti
Gilles Kepel
La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica
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pacifici sostengono l’obbedienza assoluta al testo del Corano e al cosiddetto Comandante dei Credenti, ovvero il re dell’Arabia Saudita che
porta questo titolo, nella sostanza l’equivalente di Califfo, cioè la massima autorità islamica.
Ci sono poi i salafiti violenti, o “jihadisti”, come si definiscono, i quali
si ispirano all’organizzazione di al-Qaeda. Essi propugnano una visione
della società fondata sull’adesione integrale ai principi del testo coranico
nella sua versione più rigorosa. A questa visione si combina una pratica
che approva l’uso della violenza per abbattere l’“empio” mondo contemporaneo, sia nella sua versione originale, e cioè l’Occidente, che in quella “apostata” dei Fratelli musulmani, che non condividono le loro idee.
Si è così consolidata una divisione tra i movimenti dell’Islam politico, tra salafiti e Fratelli musulmani, che riflette e condiziona la politica internazionale del mondo arabo. L’Arabia Saudita è il finanziatore
e l’organizzatore del salafismo, in un modo o nell’altro; del salafismo
non violento, certo, ma bisogna dire che il problema della violenza, per
questo movimento, è più una questione di opportunità che una teoria
generale di pratica politica. D’altro canto, i Fratelli musulmani ricevono il generoso aiuto del piccolo rivale dei sauditi, l’emirato del Qatar.
L’obiettivo del Qatar è di costruire un’alleanza fondata su un’intesa
tra i principali Paesi la cui guida è stata assunta dai Fratelli musulmani
– Tunisia ed Egitto in primo luogo, Hamas in Palestina, la Turchia –
per fungere da contrappeso all’influenza dell’Arabia Saudita nel mondo
arabo e musulmano in generale.
Al polo opposto, i sauditi hanno tutto l’interesse a vanificare questo
disegno sostenendo i salafiti per mettere pressione sui Fratelli musulmani. Ad esempio in Egitto i salafiti, poco più di un anno fa, erano
del tutto contrari a prendere parte alle prime elezioni libere dopo la
caduta di Mubarak, dal momento che, secondo il loro punto di vista, le
elezioni implicano la negazione dell’autorità e del potere divino. Poi,
nel luglio 2011, hanno deciso di concorrere costituendo un partito,
al-Nour, che ha conseguito poco meno di un quarto dei voti totali (24
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% e 120 seggi). Questo quarto di voti è lo strumento con cui l’Arabia
Saudita intende esercitare pressione sul governo egiziano di Morsi e del
partito dei Fratelli musulmani. In altre parole, ciò a cui assistiamo oggi
è una vera e propria globalizzazione dei rapporti politici all’interno del
mondo arabo post-rivoluzionario. Un fenomeno tuttavia che ha dei
risvolti violenti, nel senso che la violenza è, in questo caso, espressione
di precise opzioni politiche.
La visione del mondo secondo i salafiti, non violenti o jihadisti che siano, è bipolare: da un lato la società degli empi, dall’altra quella dei veri
credenti, dei puri, cioè loro stessi. Qualora le circostanze lo permettano,
l’uso della violenza è permesso e non proibito. Il contesto descritto in
apertura, che faceva riferimento al caso tunisino, è riproponibile anche
per altri Paesi: alle grandi speranze di rinnovamento sociale che avevano
portato le rivoluzioni sono seguite grandi delusioni. L’insoddisfazione
dei giovani per le inascoltate istanze presentate durante la rivoluzione
tunisina ha portato ad una crescita del movimento salafita che ha invece
saputo raccogliere queste domande, sia pure attraverso il proprio specifico linguaggio di natura essenzialmente religiosa. Il salafismo più radicale e violento ha trovato così linfa vitale proprio nel momento in cui
sarebbe stato lecito attendersi un progressivo declino degli strumenti più
feroci e brutali di lotta politica. Si tratta di una situazione paradossale,
dal momento che la maggior parte degli osservatori aveva pronosticato,
con la fine delle rivoluzioni arabe, la fine dell’islamismo violento e terroristico. Si supponeva che la stessa al-Qaeda non avrebbe più potuto attrarre giovani ormai conquistati alle idee di libertà, democrazia e diritti
umani per le quali si erano battuti contro i regimi tirannici e dittatoriali
di Tunisia, Egitto e Libia. Invece non è stato e non è così. Certo, non
c’è dubbio che la situazione sia migliorata. Oggi in Tunisia la libertà
di espressione è garantita, perlomeno è più garantita rispetto all’era di
Ben Ali. Ma le condizioni sociali della popolazione più povera non accennano ad evolvere in positivo, e questo ha creato le condizioni di una
rinnovata ascesa di quei movimenti, come il salafismo, che manifestano
Gilles Kepel
La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica
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idee integraliste sotto il profilo religioso e non disdegnano l’uso della
violenza come veicolo di azione politica.
Se teniamo in considerazione quanto detto finora, ciò che è accaduto
l’11 settembre 2012 a Bengasi – l’uccisione dell’ambasciatore americano
Chris Stevens – è un segnale molto importante dal punto di vista simbolico. La rivoluzione libica è infatti un simbolo dell’alleanza tra i Paesi
occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia – Sarkozy ha giocato un ruolo
considerevole in Libia – all’Italia in un certo modo, e gli stessi rivoluzionari libici contro il dispotismo di Gheddafi. L’ambasciatore Stevens era
una delle persone decisive per saldare un’alleanza che, in altre forme e
con altri interlocutori, non si è riusciti invece a stabilire in Iraq dopo la
caduta di Saddam Hussein.
Bengasi è una città particolare, ad elevato contenuto simbolico per l’alleanza tra occidentali e rivoltosi. Qui, il 19 marzo 2011, hanno avuto
luogo i primi raid aerei francesi contro l’esercito di Gheddafi, che hanno
significato il primo intervento diretto dei Paesi occidentali contro il regime. Uccidere l’ambasciatore americano nella città-simbolo di questa
alleanza, e per di più l’11 settembre – data dall’evidente valore simbolico
per gli Americani e per l’Occidente in generale – è un atto che testimonia senza alcun dubbio l’efficacia del gesto, proprio per il contenuto
fortemente simbolico che ha in sé.
Le reazioni che questo assassinio ha suscitato nel mondo arabo sono
piuttosto strane ma significative, perché chiamano in causa la comparsa,
su Youtube, di uno spezzone di un film considerato offensivo nei confronti dei musulmani, Innocence of Muslim, nel quale si sosterebbe l’immagine di un Maometto sostenitore della pedofilia e dell’omosessualità.
Questo ci riporta, in un certo senso, alle polemiche e alle tensioni che
seguirono la pubblicazione dei Versetti Satanici di Rushdie e, in anni più
recenti, delle caricature di Maometto sul quotidiano danese «JyllandsPosten». Ora, va evidenziato il fatto che questo film non era uscito a
ridosso dei fatti di Bengasi, ma era in circolazione già da diverse settimane senza che nessuno l’avesse notato. Nei giorni successivi all’uccisione
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Storicamente 2013
Comunicare storia
dell’ambasciatore Stevens, mi ha colpito ascoltare le reazioni nel mondo
arabo, sia raccolte personalmente in Tunisia, sia ascoltate su al-Jazeera.
Tutte, senza eccezioni, iniziavano con la condanna del film, e solo in
seconda battuta si specificava il ripudio dell’atto violento che ha portato
alla morte dell’ambasciatore e di altre tre persone. Il valore simbolico del
gesto viene messo in risalto da questo tipo di risposta, ovvero dalla sua
strumentalità. Spostare l’attenzione non sull’omicidio di quattro persone, ma su un film comparso peraltro da tempo e con questo in qualche
modo rendere giustificabile, o comprensibile, l’uccisione dell’ambasciatore americano, fa parte di una vera e propria manipolazione dell’opinione pubblica in funzione di un allargamento delle basi dello scontento
e della protesta: allargamento che è reso possibile, come abbiamo visto,
proprio dall’alto grado di delusione e frustrazione delle classi più deboli
della società dopo le rivoluzioni.
Per concludere, una piccola notazione linguistica può forse aiutare tutti noi a sintetizzare il senso di quanto detto finora. In arabo la parola
utilizzata per dire “bruciarsi” è “ḥaraq/ḥaraqat”: con questi termini si è
indicato il sacrificio di Bouazizi, la scintilla che ha fatto scoppiare la rivoluzione tunisina. Ma, nel dialetto nordafricano, il significato della parola si applica anche a coloro che fuggono dalla Tunisia per raggiungere
Lampedusa, nell’accezione di coloro che bruciano i propri passaporti
per non essere rimpatriati. Pochi giorni prima dell’eccidio di Bengasi
c’era stato un incidente in mare, nel quale erano scomparsi circa una
cinquantina di tunisini che cercavano di sbarcare a Lampedusa: il primo
corpo che i carabinieri hanno ritrovato era di un giovane di Sidi Bouzid.
Esattamente come Bouazizi, un anno e mezzo più tardi altri giovani
“si bruciano” ed entrano nell’immaginario collettivo dei tunisini come
simbolo della volontà di vivere e di riscattarsi, anche a costo di andare
incontro ad una fine tragica.
L’attrazione che esercita il mondo occidentale su questi giovani non
va sottovalutata. Sull’aereo che mi ha condotto a Milano dalla Tunisia,
gli europei in tutto saranno stati quattro o cinque: il resto erano tutti
Gilles Kepel
La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica
17
africani. Sono arrivato in ritardo all’appuntamento qui ad Aosta perché
a Malpensa ci sono stati lunghi controlli da parte delle forze dell’ordine, proprio per la tipologia diciamo “particolare” di passeggero che era
imbarcato sul mio aereo. Da un certo punto di vista abbiamo subito
tutti un trattamento particolare, siamo stati tutti immagine e specchio
dell’immigrazione più o meno non legale.
Ecco, la sfida che noi studiosi – storici e sociologi in questa occasione
particolare – dobbiamo raccogliere è quella di comporre il puzzle della
realtà del mondo arabo in fermento. Un quadro complesso sviluppato
su più piani, da quello più antico e locale – come può essere il suq di
Sidi Bouzid – a quello più recente, drammatico e globale della rivolta di
Bengasi dell’11 settembre, passando per la tragedia e la speranza di chi
si imbarca su un peschereccio o di chi prende un aereo per raggiungere
l’Occidente, tanto odiato quanto desiderato.
studi e
ricerche
Hajj Amīn al-Ḥusaynī,
the “creation” of a leader
Lorenzo Kamel
Univ. Bologna, Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà
Fellowship (2013/2014) – Harvard University,
Center for Middle Eastern Studies
Hajj Amīn al-Ḥusaynī – the «Grand Muftī of Jerusalem» – is often portrayed as the legitimate representative of the Palestinian people in the first part of XX century. Due to his
collusion with Nazism, such a position implies that the Palestinian people are, at least in
principle, responsible for their own tragic destiny. This study challenges that assumption and
sheds light on how and why the Grand Muftī was imposed on the Palestinian people by
London. Analyzing the rise to power of Hajj Amīn al-Ḥusaynī and the means granted to
him is crucial for understanding the ways through which the British authorities related to the
local realities in post-World War I Palestine and to what extent these practices have marked
the subsequent development of Palestinian society.
Introduction (*)
There is an aspect in the historiographical debate on the almost three
decades of the British Mandate in Palestine that still exerts a special interest. It revolves around one of the most controversial figures in the recent
history of the Middle East: the «Grand Muftī of Jerusalem», otherwise
* The author thanks Moshe Ma’oz, Roger Owen, Brian K. Barber and two independent reviewers for their comments and Sari Nusseibeh, Zvi Elpeleg and Hillel Cohen
for the interviews granted.
22
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
known as the «Grand Muftī of Palestine» or «Grand Muftī of Jerusalem
and the region of Palestine».
These functions are by now familiar to many, as is the name of the
person who held this position between 1921 and ’48, Hajj Amīn alḤusaynī (1895-1974), often transliterated as Haj Amin al-Husseini.
The latter imposed himself as a champion of the Palestinian cause until
the 1940’s, although his efforts were “soiled” by his collaborating and
sympathizing with Adolf Hitler (1889-1945) and Nazism1:
Arab nationalists express their utmost gratitude to Your Excellency
[Adolf Hitler] for having brought up the issue of Palestine on many
occasions. [...] I take this opportunity to delegate my Private Secretary
to the German Government in order that, in the name of the largest and
strongest Arab organization and in my name, he can begin the negotiations required for sincere, loyal cooperation in all fields [...].2
The connivance of Hajj Amīn with Nazism should be read in a anti-Zionist perspective, infused with anti-Semitic prejudices (he did not hesitate to cite on several
occasions «The Protocols of the Elders of Zion»), as well as in anti-British outlook.
His intransigence towards the Jews had deep roots. To them, according to various
sources, Hajj Amīn did not recognize, inter alia, the right to pray at the «Kotel Moravi» (Wailing Wall), but only to visit it, as the place was/is also holy to Muslims («alBurāq ash-sharīf») [Kayyali 1968, 119-126]. Haim Gerber pointed out that there were
numerous documents written by Zionist leaders in which the desire to demolish the
buildings on the Temple Mount to make way for a new Jewish Temple buildings was
clearly expressed. Alfred Mond (1868-1930) and other investigators also pronounced
Zionist speeches of the same tenor: «It is in this light – Gerber clarified – that we may
understand Amin Husayni’s objection to any compromise with the Zionists over the
Buraq/Wall» [Gerber 2008, 178].
1
2
Al-Ḥusaynī to Hitler, 20 Jan. 1941. The following year al-Ḥusaynī congratulated
the «Führer» for his victories in North Africa, speaking on behalf of the entire Arab
world: «Das arabische Volk wird daher an Ihrer Seite gegen den gemeinsamen Feind
bis [zum] endgültigen Sieg weiterkämpfen [The Arab people will continue to fight
by his side against the common enemy until the final victory]». CZA L35/59-4. Berlin, 4 July 1942. The position of al-Ḥusaynī is even serious in view of the fact that
he himself wrote in his private diary the intentions outlined by Hitler in the course
of their meeting held on November 21st, 1941: «The objectives of my fight – Hitler
noted – are clear. Primarily, I am fighting the Jews without respite [...] I am resolved
to find a solution for the Jewish problem, progressing step by step without cessation».
JMA – Box 7005 – Mishpacha Ḥusaynī («Ḥusaynī Family»).
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
23
Al-Ḥusaynī’s negative influence is today acknowledged almost universally, in the West as well in the Arab world [‘Abd al-Gham 1995, 326334].3 He is often called «Hitler’s Mufti» [Dalin and Rothman 2008] or
«Hitler’s Jihadist Stepchild» [Patterson 2011, 108], just to mention two
recent books. However, already since a few decades, and peaking in the
last one, a significant percentage of the studies produced on the subject
has gradually moved beyond. One example among many is represented
by «The Case for Israel». The latter, published in 2003 by Harvard jurist
Alan Dershowitz, is often cited in academic works (over one hundred
citations on Google Scholar) and represents one of the major international bestsellers published in recent years on the contemporary history of
the Holy Land. In one of its main passages, aimed to demonstrate the
argument that between the twenties and the forties of the last century alḤusaynī was an acknowledged representative of the Palestinian people,
Dershowitz strengthened his point of view by proposing the following
passage: «Even Professor Edward Said believes that [Dershowitz begins
to quote Said] “Hajj Amin al-Hussaini represented the Palestinian Arab
national consensus, had the backing of the Palestinian political parties
that functioned in Palestine, and was recognized in some form by Arab
governments as the voice of the Palestinian people”» [Dershowitz 2003,
56].4 Dershowitz expressed no doubts: Hajj Amīn al-Ḥusaynī was «the
official leader of the Palestinians».5
Dershowitz, although being well known in the academic world, is not
a historian, and his writings are notoriously controversial as well as apo Some isolated cases that go in the opposite direction to what was just claimed can
be found in Jaddū ‘Ubaydī and Nawfal 1985, 134-135 and Jarrar 1987, 218-236.
3
David Meir-Levi went even further: «Edward Said praised al-Husseini, former partner with the Nazis in their crimes against humanity, as “the voice of the Palestinian
people”» [Meir-Levi 2007, 12].
4
5
Dershowitz claimed the following: «The Palestinian leadership with the acquiescence of most of the Palestinian Arabs actively supported and assisted the Holocaust
and Nazi Germany and bears considerable moral, political, and even legal culpability
for the murder of many Jews» [Dershowitz 2003, 54].
24
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
logetic in regard to Israel. Nevertheless it would be a mistake to underestimate his thesis and confine them to a negligible circle of “provocateurs”. The consultation of any search engine confirms that through
the publication of articles, illustrations and books, a very large number
of scholars – some well, others less known – continues to convey similar
messages: «The leader of the Palestinian Arabs (who were on the side
of the Nazis), Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the Mufti of Jerusalem, spent the
war in Berlin with his entourage where they broadcast Hitlerian propaganda to the entire Middle East» [Seltman 2010, 148; Sharan and Bukay
2010, 37].
The implications of such an analysis are obvious. As the «official leader»
of the Palestinian people, the latter automatically become, at least in
principle, responsible for their own destiny. In other words, the Palestinians have a moral debt to be served [Mallmann and Cüppers 2010, 14
and 43]. A moral debt before whom their historical claims should (or
could) be read in a different light.
As will become clearer in the following pages, the interpretations just
mentioned are highly questionable from a historical and political point
of view. Nevertheless, the rise to power of Hajj Amīn al-Ḥusaynī6 and
the means granted to him remain needed tools for analyzing the way in
which the authorities in London related to the local realities in the postWorld War I and in order to comprehend to what extent these practices
have marked the subsequent development of the Palestinian society.
Al-Ḥusaynī was responsible for the formation of the Handschar, a Nazi division
created in collaboration with Heinrich Himmler (1900-1945) on Feb. 10, 1943. It
consisted of Bosnian and Serbian Muslims, with the addition of a small minority
(2800) of Catholic Croatians. The following is an excerpt from a speech given by alḤusaynī to the division on 25 Jan. 1944: «Many common interests exist between the
Islamic world and Greater Germany, and these make cooperation a matter of course».
CZA – L35/59-2.
6
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
25
«Imperium in imperio»
For the purposes of this study it is not necessary to linger on an evaluation of the historical figure of Hajj Amīn.7 If only due to the fact that
many historians have already scrutinized his strategies: he is a character
that, although still relevant from an academic point of view, has been
«condemned by history», as happened with all the historical figures colluded with Nazism.
Other matters are of interest in this context. The first one revolves
around the position of «Grand Muftī of Palestine». The latter was in fact
created “in the image and likeness” of the future British Mandatory power. The function of Muftī of Jerusalem was already known before His
Majesty’s Government direct involvement in Palestine. However, it was
clearly bound only by geographical and authority issues to the city of
Jerusalem,8 which had reverted to an independent mutasarriflik (district)
in 1864 and was required to report directly to Constantinople.9 Such
role traditionally guaranteed prestige,10 due to the meaning attributed to
the Holy City, but never power of one muftī over another one.
Edgal Ansel Mowrer (1892–1977) noted that «in truth he [Hajj Amīn] is no Husseini. An undistinguished ancestor called el-Aswad (“the Black” – from the Yemenite origin of the family), living in the village of Deir Sudan in Palestine, married a
Husseini woman. Against all Moslem custom, the el-Aswads first added the genteel
“Husseini” to their name and then gradually dropped the “el-Aswad” that betrayed
their menial origin». CZA L35/59-5.
7
As noted by Mattar, «the mufti of Jerusalem remained subordinated to Shaykh alIslam in Istanbul, and restricted in jurisdiction to Jerusalem until the British occupation of Palestine in 1917-18» [Mattar 1988, 22].
8
Many Ottoman dispatches indicate 1872 as the year in which Jerusalem was actually subject to a «müstakil idaresi» («self-government»). BOA A.MKT.MHM 443/82
1289.L.14 (15 Dec. 1872).
9
10
From time to time the charge was listed under the name of Muftī al-Diyār alQudsiyya («Muftī of the Holy Land»), a testimony of its recognized importance. However, in these isolated cases as well, it did not imply an overwhelming role in relation
to other religious figures active in the region.
26
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
Under the direct British responsibility, the office went from a local (Jerusalem) to a decidedly wider sphere of influence (Palestine). In other
words, what once was the muftī of Jerusalem became in the years following WWI the «Grand Muftī of Palestine», or «Grand Muftī of Jerusalem and the region of Palestine». Such change had among its consequences that of relegating all the other religious figures to marginal
roles: «The British military administration – Elie Kedourie (1926-1992)
remarked – must have found it inconvenient in many ways to deal with
this, so to speak, acephalous society, and hit upon the idea of considering the mufti of Jerusalem as the head of the Muslim community in
Palestine and of giving him the title of Grand Mufti» [Kedourie 1984,
58].
It is in the aforementioned context that should be seen the decision of
His Majesty’s authorities to guarantee to the «Grand Muftī» a much
higher salary than that paid to his counterparts in the other cities of the
region as well as to the muftīs of the Ottoman era. According to functionaries in London, motivated purely by convenience, «the Mufti of
Jerusalem is generally regarded as the Head of the Moslem Community
in Palestine».11 For such reason, as the Governor of Jerusalem Ronald
Storrs (1881-1955) noted, given that the Bishop of London received
more money than the one in Chichester, it should have followed that
the muftī of Jerusalem could count on a higher salary than the muftīs
in other cities of the region: «Seeing Palestine through a British prism
– Efrat Ben-Ze’ev pointed out – may be termed anglicization» [BenZe’ev 2011, 30].
The role conferred on the new office was therefore in many ways at
odds with Islamic tradition. Even extending the analysis to include other
offices in Islam, the contrast is evident. Islamic jurisprudence specifies,
for example, that the qāḍī (judge) and the muftī shall have complementary roles: the qāḍī judges, whereas the muftī counsels. However, it is
11
ISA – RG2 10/12-M. E.T. Richmond (1874–1955). Jerusalem, 20 Oct., 1921.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
27
common knowledge that the opinion of the latter is not binding on the
former, just as we know that in the Ottoman Empire the qāḍī held a
prominent position. In spite of this, the British Government reorganized
the entire system, triggering a mechanism that Rashīd Khālidī explained as follows:
In the Ottoman and every other Islamic system, the post of mufti was
always clearly subordinate in power and prestige to that of the qadi (or
judge). The qadi was appointed by the Ottoman state from the ranks
of the official Ottoman religious establishment, and almost never came
from a local family. The mufti, as well as the qadi’s deputy, the na’ib,
who was also chief secretary of the shari‘a court, were by contrast always
local officials. This existing system was completely restructured by the
British, who effectively placed the mufti above all other religious officials in Palestine [Khalidī in Shlaim and Rogan 2001, 22].
The position of muftī of Palestine, conferred on Hajj Amīn al-Ḥusaynī
by means of a simple oral communication [Arnon-Ohanna 1981, 3840 and Elath 1968, 26-35] on May 8, 1921, had an impact that was
anything but marginal.12 Yet the reader will have noticed that at the
beginning of this chapter reference was made to another “function”
usually associated with the name of Hajj Amīn al-Ḥusaynī, that is the
one of «Grand Muftī” (al-muftī al-akbar). This also – resulting from an
atavistic desire to interpret the reality of the place with a forma mentis
more familiar to the European context – was a creation introduced exnovo by London. Specifically, the addition of the suffix «Grand» before
the title of muftī, perhaps inspired by a precedent recorded in Egypt,
was thought up by the government of His Majesty to underline the
An editorial published the same month and headed «About the speech of Herbert
Samuel» complained that «we are really not sure» about the actions and the words of
the High Commissioner, concluding that «we are starting to feel deeply paranoid in
our heart». MDC – «Filastīn», 29 May 1921. It is interesting to note that such feelings
were in strong contrast with the sensations expressed in that same historical phase by
Samuel himself: «The state of Palestine continues quite tranquil – Samuel wrote on
September 12th, 1920 – and there is a marked tendency towards better feeling among
the various sections of the people». ISA – 649/7-P.
12
28
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
same preponderance that, as we have seen, was in many ways contrary
to Islamic tradition.
This additional new “title” was coined as early as 1919, therefore two
years before Hajj Amīn al-Ḥusaynī took office. By means of this addition the British Government aimed to reward Kāmil al-Ḥusaynī (18671921), Hajj Amīn’s stepbrother and muftī of Jerusalem from 1908 to
1921, for his conduct [Khadduri 1973, 137]. It was in fact the entire
Ḥusaynī hamula, or a large section of it, to be invested with «a plethora
of offices and titles without precedent in Palestinian history» [Cohen
1987, 69]. More specifically, Kāmil al-Ḥusaynī had to be rewarded for
proving to London that he was reliable. This is precisely why the Ottoman authorities fought hard (unsuccessfully) to have him removed from
office during the First World War. In the eyes of the Porte the charge
was one of the most incriminating: collaborating with the British and
the Zionists.13
Although also Kāmil had therefore the opportunity to enjoy a position
which had no precedent in the history of the region, as well as in almost
any corner of the Islamic world, his prestige and coercive power over
the local population were never in any way comparable with those of his
successor. After the election of Hajj Amīn al-Ḥusaynī, which we will
see was anything but standard, further instruments of power were offered to him. The improvised leader used them to reward his supporters14
An important meeting between Kāmil al-Ḥusaynī and the future first president of
the State of Israel, Chaim Weizmann (1874-1952), who on the occasion stated that
his objective was not «to found something that looks like a Jewish state or a Jewish
government at the end of the [First World] War», took place on 22 April 1918. The
same year Kāmil al-Ḥusaynī participated also in the ceremony to lay the first stone for
the Hebrew University, when «over 10.000 persons, including local inhabitants» were
present. CHIR 13/22/6,2/40.
13
One of the many documents that over the years denounced this conduct was signed by Muhammad Khulusi, President of the Moslem Youth Association of Gaza. In
a letter mailed on 9 Feb. 1933 to the British High Commissioner, he complained that
the SMC «is still influenced in its activities by partisan inclinations. It has recently
appointed an inefficient and unqualified person, who was known for his misconduct
14
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
29
and for posing himself as the “defender” of holy Islamic sites present on
the spot. And even more often, for repressing anyone who attempted to
oppose his plans.
This applies, for example, to the creation of the Supreme Muslim
Council (al-Majlis al-Islami al-A’ala; SMC), a body for which there
was no precedent in the history of the region nor, because of its numerous ramifications, in the history of Islam. It was formed at the end
of twelve months’ “incubation”15 on December 20, 1921; therefore, as
in the case of the appointment of Hajj Amīn, before the League of
Nations actually granted Great Britain the mandate of Palestine. It was
founded by Herbert Samuel, the first British High Commissioner for
Palestine, a figure greatly disliked by the Palestinian population for his
Zionist “leanings” as well as for his Jewish origins: «The appointment of
Sir Herbert Samuel [as British High Commissioner] – wrote ‘Āref al‘Āref (1891–1973) – one of the Zionist leaders, as High Commissioner
for Palestine, is of great interest for the Arab nation and deeply significant for the inhabitants of the region who since the beginning of the
occupation have continued to declare that they refuse to entrust their
business to greedy foreigners».16
The new body was to provide a degree of representational autonomy
to the local Muslim majority17 so as to balance the institutions accorded
during the seven years he was headmaster of a national school as Mamour of Awqaf».
ISA 293/3-M.
On Nov. 9, 1920 a meeting was organized at the British Headquarters in Jerusalem to discuss the matter. Kāmil al-Ḥusaynī and seven other Muslim representatives
were invited and Samuel, Storrs and six other British officials were present. Yet again,
the authorities in London decided who the eight representatives would be, not the
Palestinians. But Samuel had no doubts, «That the members of the Conference fully
represented Moslem opinion is unquestionable». ISA – 649/7-P. Samuel to Curzon
(1859–1925), 14 Nov., 1920.
15
16
ISA – RG2 1/7. 25 Jun., 1920.
«The Mandatory authorities chose to deal with the Palestinian Arabs not as Arabs
but as Muslims [...] the “Muslims” did not so much want a Supreme Muslim Council
as much as they wanted a representative government» [Ghandour 2010, 131].
17
30
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
by London to the Zionist counterpart and to stop a growing discontent:
«We have no means – protested Abdallah Sa’id El-Danaf and Abdel
Rahman El-Danaf in August 1921 – to obtain our rights as long as the
Justice of the British Government rules».18 In addition to this the British
authorities needed an «imperium in imperio»,19 that is, a sort of «government within the government» with which to interact. However, as
was predictable in a context marked by obvious power vacuums and the
absence of any sort of legitimate representation, it soon acquired such
an overpowering role that the results of this did not take long to make
themselves felt: «The present administration of Palestine – lamented the
representatives of the Palestine Arab Delegation in a letter to British
public opinion in 1930 – is appointed by His Majesty’s Government
and governs the country through an autocratic system in which the
population has no say».20
More precisely, the SMC, legally bound to the mandatory power, permitted to the person appointed by Samuel, Hajj Amīn himself, to preside over it,21 and to oversee sine die the control of the enormous flows
CHIR – 13/21/6,1/40. Abdallah Sa’id El-Danaf and Abdel Rahman Rashid ElDanaf («servants of the Holy Rock» of Jerusalem) a Wyndham Deedes. Jerusalem, 10
Aug., 1921.
18
An expression used by the Peel Commission in 1937 to refer to the Jewish Agency
and the SMC.
19
ISA – RG65 1054/1-P. Protest signed by the Palestine Arab Delegation on 19 May
1930.
20
The term “appointment” is to be preferred to the term “election”, although Hajj
Amīn never missed an opportunity to remind that «the President [he himself] was
elected by Muslim representatives and was not appointed» (ISA 195/18M. 26 May,
1936). Hajj Amīn was “elected” on 9 Jan., 1922 – according to the wishes and with
the endorsement of Herbert Samuel – by 56 ex grand electors of the last Ottoman
parliament. It is interesting to note that as early as on 24 August 1921, when those
same 56 local notables were invited by Samuel to discuss the issue at the Government
House, «Hajj Amīn was named as their leader» [Jabārah 1985, 47]. This confirms that,
as Uri Kupferschmidt remarked, «Hajj Amīn al-Ḥusaynī’s election as Ra’īs al-‘Ulamā
was a foregone conclusion since he already held the position of al-Muftī al-Akbar»
[Kupferschmidt 1987, 20].
21
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
31
of funds from Islamic public donations (the public awqaf).22 The latter,
which were quantifiable when Hajj Amīn took office in 100.000 British
sterling per year, had previously been supervised by Constantinople. However, as noted already in 1935 by the London scholar Beatrice Erskine
(1860-1948), resident in Haifa during the years of the Mandate, with
the introduction of the new body those resources became completely
uncontrollable:
The head office of the Wakf, or Religious Bequests, was in Istanbul in
Turkish times, and the great wealth attached to it was administrated
there under Government supervision. After the [First World] War the
British Government handed over the funds to the Moslems free of all
control, and instituted the Moslem Supreme Council [...]. [It] manages
eighteen religious courts, with a staff of two hundred and fifty assistants;
superintends six wakf departments, in which five hundred and ninetytwo men are employed; controls ten schools and a theological college,
having a total of one thousand six hundred and fifty students [Erskine
1935, 160].
Beside being able to dispose of enormous sums of money at his own discretion, the new office enabled al-Ḥusaynī to propose and elect judges,
local muftīs and the administrators of the waqf (sing. of awqāf), and to
lay off and hire functionaries in the Sharīʿah Court.23 All these positions
were distributed by the neo ra’is al-‘ulamā («head of Muslim scholars»)24
to people he deemed unconditionally loyal to him: «Many petitions and
complaints – read an official protest sent from Hebron and signed by
From the dispatches of British functionaries it appears that they believed it possible, if not probable, that Hajj Amīn would be chosen for President of the SMC. ISA
– RGW 10/12-M.
22
The attempt to deprive Hajj Amīn of the control of the Sharīʿah Court became
the main focus of the efforts of the Nashāshībī clan over time. TNA – CO 733/222/7.
A.G. Wauchope to P. Culiffe-Lister, Jan. 30, 1932.
23
This was an additional title “granted” to Hajj Amīn al-Ḥusaynī. Although it is true
that starting from the XVII century various ‘ulamā were called – due to their acknowledged authority – «ra’is al-‘ulamā», it is also true that such a “title” never obtained any
official recognition [al-Muḥibbī 1966, 43-44].
24
32
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
several local sheiks – were submitted by the inhabitants of Palestine to
the [British] Secretariat against the President of the Supreme Muslim
Council [Hajj Amīn al-Ḥusaynī] and the improper manner in which he
administers the Awqaf, Orphan funds and the Sharia Courts. [British]
Government’s reply to the majority of such petitions was that it cannot
interfere with Waqf and Sharia affairs. Such policy cannot be concealed
from ignorant people (Shepherds) as Government has actually interfered
with the Supreme Moslem Council, by appointing the members of the
Council. Such an attitude is, indeed, inconsistent with the terms of the
Palestine Mandate and casts reflection on the administration of a civilized power, such as Great Britain».25
The unprecedented Council – whose influence helped, between 1921
and 1929, to keep a period of relative calm in Palestine [Pappé 2011,
222] – basically became a mere tool used to cement the status of the
«Grand Muftī» himself. Thus the religious power of Hajj Amīn achieved
unchallenged political supremacy in Palestinian society, preventing and
impeding it from forming its own national representational institutions
and also playing a decisive role in the balance between Christian Palestinians and Muslim Palestinians.
Not only the local Muslim population paid a price for the decision to
centralize all the Islamic institutions in Palestine under the authority of
Hajj Amīn al-Ḥusaynī; the Christian population did as well. Although
the latter had always been a segregated minority, in the years immediately following the fall of the Ottoman Empire (1917) it had gradually
acquired a more central role. In fact, it was considered a “natural bridge”
to Europe in an era when the Old Continent was the political centre for
25
ISA – 293/3-M. Hebron, 5 Feb. 1934. The dispatch, sent to the then High Commissioner Wauchope was signed by Tawfiq Tahbub, Haj Mohammad Badr and others.
Two years before 17 local notables had written to the British authorities denouncing
that Hajj Amīn «had appointed 25 persons, all members of his family, at different posts,
thus putting at their disposal the revenues of the Moslem Wakfs as well as our own
ones which they conjointly spent for their personal upkeep». ISA – 293/3-M. Jerusalem, 11 Aug. 1932.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
33
Hajj Amīn al-Ḥusaynī visiting a village in Galilee on 23 April 1947. Source of the photo: Israel
Defence Forces Archives.
all decisions concerning Palestine. As evidence of the renewed focus on
the Arab Christians and the desire to concentrate on a “balance” between the two religions, the first of a long series of Muslim-Christian associations, al-Jam‘īya al-Ahlīya («Local Association») was created at Jaffa.
In June 1918 it was re-baptized in Jerusalem with the name al-Jam‘īya
al-Islāmīya al-Masīḥīya («Muslim-Christian Association»), and adopted
as its symbol a flag with the cross and the half-moon held by a woman
wearing the traditional black veil (ḥijâb). The purpose was to underline
that the Palestinian struggle in those years was not limited solely to the
efforts of Muslims or men. The movement, deemed essential in order to
oppose the Zionist threat effectively, immediately became so popular
that many organizations with the same name were formed in Nablus
and other cities as well. Most of the leaders of this movement, one of
whom was the Greek Orthodox intellectual Khalīl Sakānīnī, were careful to avoid any explicit definition of Arab nationalism in Islamic terms.
The SMC and the powers awarded to Hajj Amīn al-Ḥusaynī were a deciding factor that relegated Christians to a minority status again; it was
no coincidence that from 1922 on local leaders appealed increasingly
frequently to the religious sentiment of ordinary people.
34
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
The «Grand Muftī» of Great Britain?
On May 9, 1921, the day after the appointment of Hajj Amīn to the
position of «Gran Muftī di Palestina», a crowd of mukhtar (village leaders) and notables from villages near Jerusalem brought the following
considerations to the attention of the British High Commissioner Herbert Samuel:
Your Excellence is no doubt aware that every Moslem is individually
interested in the Muftiship. That is why we see all Moslems turning
their eyes towards this exalted position. The Muftiship is in great need
of a man with proper legal qualifications, because the occupier of this
position will be the final authority to any good ideal, to learning and
scholarship.
Your Excellency, this position is not hereditary but is conferred upon
competent people and preference is given to him that is most learned.
The Government is certainly anxious to give positions to people who
are worthy of them. We therefore beg to request you to look into the
matter and not to pay attention to whatever intrigues that are made by
interested people who wished to subverse the legal elections held.26
Although, as stressed by the mukhtars, the «Muftīship» was not hereditary, immediately after the death (March 31, 1921) of his stepbrother Kāmil al-Ḥusaynī, Hajj Amīn began growing a beard, wearing a
‘amamah (turban) and conducting himself as though the position was
already his. This attitude was first of all the result of what the High
Commissioner Herbert Samuel had implied to him from the beginning:
that he would be the next muftī.27 But it was also the result of a wellplanned family strategy. During that period in history the Ḥusaynī clan
ISA – RG2 10/12-M. The letter was signed among others by Samara Abu Kias and
Mohamed Sa’id Mohamed.
26
«When I was mourning over my brother Kamil, – Hajj Amīn reminisced subsequently – Sir Samuel visited us [...] and I asked him whom do you prefer, a candid
adversary [i.e. he himself] or a renegade friend [the legitimate winner Jārāllah]? He
answered ‘a candid adversary’ and on the basis of that came my appointment as the
Mufti of Jerusalem» [Taggar 1936, 23].
27
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
35
had in fact already dismissed the possibility of supporting two other legitimate candidates. That of Fakri al-Ḥusaynī, younger brother of Hajj
Amīn who – by an irony of destiny – was set aside because he was not
considered an ‘ālim (a scholar of religious matters). And that of Tahir
al-Ḥusaynī, the eldest of the four children of the «Grand Muftī» Kāmil
al-Ḥusaynī, who, although very determined to succeed his father, was
impeded from doing so by his family who perceived him as «eccentric»
and «authoritarian».
Independently of Hajj Amīn’s attitude and the available options, in order to be appointed to the aforementioned office it was necessary to
obtain approval from Samuel, who had arrived in Palestine on the first
of July of 1920. Samuel had in fact inherited the authority of mutasarrif
(governor) of Jerusalem, who, according to Ottoman law, could select
the muftī from a list of three candidates chosen by a council consisting
of ‘ulamā, imam and local notables. In reality the election was anything
but regular; not only because from the beginning it was obvious that
the other candidates had greatly superior experience and education than
the then 26-year-old Hajj Amīn, but above all because he did not obtain
the necessary votes. In fact, he was last with 9 votes, in a shortlist that
contrary to established tradition consisted of four candidates. Basically,
he should have been automatically excluded from the competition.28
Hussam al-Din Jārāllah (1884-1954), the candidate who had obtained
the greatest number of votes (19) and enjoyed the support of the majority of the ‘ulamā of Jerusalem and the Mu’aridun (the opposition to the
Ḥusaynī embodied by the Nashāshībī clan, who enjoyed wide consent
The supporters of the Ḥusaynī clan started a tough campaign to oppose to the
elections’ result: «A meeting was held last night at the house of Jamil Bey al Husseini
and was attended by a large number of Ulamas and notables. The election of Grand
Mufti [the reference is to the legitimate winner Jārāllah] was contested on the ground
that all Moslems had not cast their votes. It was decided to organise a deputation of
townspeople and villagers, representing all classes of the Moslem Population to call
on the High Commissioner and protest against the election». ISA – RG2 10/12-M.
Document produced by the British authorities on April 15, 1921.
28
36
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
«amongst Moslems of moderate political view»),29 was, however, “convinced” by Herbert Samuel to withdraw and was later on rewarded with
prestigious appointments. The second most voted (17 votes), Khalil alKhālidī (1863-1941), a man of acknowledged experience who immediately after the death of Kāmil al-Ḥusaynī had acted as muftī while the
position was vacant, was one of the many who objected unsuccessfully to the British strategies. The forced withdrawal of Hussam al-Din
Jārāllah in fact allowed Hajj Amīn to be included anew in the shortlist
of the three candidates permitted (third place had gone to the sheikh
Mūsā al-Budairi, with 12 votes), and he was selected shortly afterwards
by the High Commissioner to hold the coveted office.30 The repêchage
was, therefore, the result of planned, self-serving manipulation, surely
facilitated by the predictable strategies contrived by the Ḥusaynī clan to
boycott the result of the elections.
From an “external” viewpoint, the decision to support Hajj Amīn could
cause considerable perplexity; if for no other reason than the fact that he
had been sentenced in absentia to ten years in prison by a British military
tribunal because of the active role he had played in the bloody uprisings
that broke out in Jerusalem in 1920, during which five Jews were killed
and many others were wounded. It was only thanks to an amnesty Samuel granted him at the behest of the Governor of Jerusalem, Ronald
Storrs, that Hajj Amīn was able to return to Palestine from the country
where he had chosen to seek refuge (today’s Jordan). It should be noted
that also in this case several Palestinians objected to the choice.31
From an “internal” viewpoint, like that of the local population, the
British insistence on proceeding with this appointment could appear
– at least to people not directly involved in the matter – even more
29
TNA – CO 733/222/7. Wauchope to Culiffe-Lister, 30 Jan., 1932.
From the dispatches of British functionaries it appears that they believed it possible,
if not probable, that Hajj Amīn would be chosen for President of the Supreme Muslim
Council. See the dispatches dated October 1921 in the ISA file – RGW 10/12-M.
30
31
Al-Ḥusaynī visiting a village in Galilee on 23 Apr., 1947. Source: IDFA.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
37
questionable. It will suffice to mention that, despite having spent some
time studying32 at the Dar al-Da‘wa wa al-Irshad («House of prayers
and guidance») in Cairo under the influential guidance of Rashīd Ridā
(1865-1935) and before that, receiving a basic education at two schools
in Jerusalem – rushdiyya, or primary school, and i‘dadiyya, secondary
school – Hajj Amīn never completed a programme of religious studies
at any institute: «The President of the Supreme Moslem Council – admonished one of the countless protests received over the years by the
British – does not possess the necessary religious qualifications which
will qualify him to hold this office».33 The protests were in no way unfounded. Indeed, Hajj Amīn never earned a diploma of any kind: «The
only religious qualification that he achieved in his life – underlined the
ambassador Zvi Elpeleg, author of the best known biography of the
muftī – was that of Ḥāğğī [pilgrim], which any Muslim who goes to
the Mecca is entitled to [he went in 1913]. The truth of the matter is,
political considerations were given precedence over considerations of a
religious nature».34
According to sources in the CZA, Hajj Amīn studied in Cairo for «only one year».
CZA – S25/10499. During this time he attended some courses at the al-Azhar University as well.
32
ISA – 293/3-M. The letter, signed by a series of local notables, does not bear a date;
however, from the content it appears that it refers to the early Thirties. It continues
with these words: «Even at the previous elections he [Hajj Amīn] failed to obtain the
necessary votes and was appointed as a head of this Moslem institution without any
lawful justification although Moslem religion does not allow of the appointment of
such person as a spiritual head».
33
Interview with the author. Tel Aviv, 16 May, 2010. During the meeting with Elpeleg, at the ambassador’s residence (he served in Turkey from 1995 to 1997), he referred several times to the concept of an «Arab mentality»: «If you are familiar with the
concept of taqiyya – the Ambassador explained – you know what the Arab mentality
is like. They are in the habit of concealing their real opinions. Usually the concept of
taqiyya is applicable when a grave and imminent risk to someone’s personal safety and
faith exists. To avoid an obvious danger, caused by their religious beliefs, they are ready
to dissimulate all their opinions. They bow their heads until the “tide has changed”.
Then they take action and reveal their real intentions». Ibid.
34
38
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
From the beginning of his political career Hajj Amīn, who was therefore neither a sheikh (an accredited religious leader) nor an ‘ālim (a scholar
of religious matters), was regarded with suspicion by a large segment of
Palestinian society. This distrust was traceable early on within the clan
of the Ḥusaynī themselves and their supporters (known as Majlisiyyūn),
who feared the exuberance of the young Amīn’ and were aware that
even within their own family there were candidates who were more suitable (or less ill-suited) to hold the position of muftī. But the diffidence
that the future «Grand Muftī» soon aroused in ordinary people35 and in
some of the local “notables” was far more meaningful. In this regard it
is worth noting a dispatch sent on May 13, 1921 by Captain Chisholm
Dunbar Brunton (1887-?) reporting to the «General Staff Intelligence»
stationed in Palestine:
In Jerusalem the chief topic of interest has been the election of the New
Mufti [Hajj Amīn]; opinion has been divided as to who should succeed Kāmil Effendi al-Ḥusaynī [...] Learned opinion, represented by the
Law Courts, has not favoured the popular candidate al Hajj Amīn alḤusaynī.36
Among the «learned opinions» referred to by Brunton, that of the qāḍī
of Jerusalem, Muhammad Abu S’ud el ‘Uri stood out especially. In December 1921 he protested vociferously with the British authorities. In
his view Ḥusaynī «was not worthy» of holding the offices assigned to
him by the mandatory power. At most, suggested the qāḍī, it would
have been better if London had managed Islamic affairs directly.
All of the above obviously does not mean that the British authorities
didn’t receive many petitions in favour of Hajj Amīn’s candidacy. In
fact, it is common knowledge that a minority considered him a sort of
Among the population’s protests that were sent to the British authorities over the
years denouncing Hajj Amīn’s conduct, some bore thousands of signatures. The weekly paper «al-Karmil» («The Carmel») for example, contained a protest signed by
1500 people. MDC – «al-Karmil», 5 Sep., 1925.
35
36
TNA – CO 33/13.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
39
hero by virtue of the role he had played in the aforementioned protests
in the 20’s, when he appeared to be the first leader up to challenging
both the Jews and the British. It has been even more clearly ascertained
that the powerful Ḥusaynī clan launched a massive campaign to have
imams, qāḍīs, mukhtars and Bedouin sheiks speak up in favour of electing the “chosen one”. It was no coincidence that telegrams received by
the British authorities in March and April 1921 in support of Hajj Amīn
were in many cases not signed by ordinary people; a large percentage of
them came from ‘ulamas, imams and well-known notables who were
often closely involved with the Ḥusaynī family.37
To suppose that the British authorities distorted the outcome of the
elections for fear of alienating that part of the local populace would
mean to interpret history superficially. Otherwise it is difficult to explain
why they didn’t show the same qualms when imposing other strategies – for example the Balfour Declaration, or immigration policies
– which, unlike the legitimate appointment of Hussam al-Din Jārāllah,
were objected to by almost the entire Palestinian society: «I was responsible – Herbert Samuel proudly clarified in the House of Lords on December 8, 1938 – for his [Hajj Amīn] appointment, and, looking back
over the circumstances of the case, I have no doubt that the appointment
was a right one» [House of Lords official report 1939, 426].38
The following is just one of many examples: «We Moslems of Jerusalem [...] – as
it is argued in a letter sent among others by Abdul Rahman El Alami – have elected
Hajj Amīn al-Ḥusaynī [...] as Muftī of Jerusalem, as he is a descendant of a well known
family and enjoys a very good reputation». ISA RG2 10/12-M. As well as Abdul Rahman El Alami, who belonged to a family related to the Ḥusaynī by the marriage of
Nimati El Alami (sister of Musa El Alami; 1897–1984) with Jamal al-Ḥusaynī (18931982), the document, dated 21 March 1921, was signed by «150 others».
37
38
The quotation just mentioned would seem to exclude the theory expressed by
Zuhayr Mardini, according to whom Samuel also thought that Hajj Amīn was too
young for the office of «Grand Muftī». Z. Mardini, Alf Yawm Ma‘a al-Haj Amin [One
Thousand Days with Hajj Amīn], al-‘Irfan, Beirut 1980, 44.
40
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
The reason for an appointment
There are obviously many reasons why the British authorities embarked
on the solution of appointing Hajj Amīn. Two of them turned out to
be decisive.
The first was traceable to subjective assessments expressed by the High
Commissioner Herbert Samuel and the Governor of Jerusalem Ronald
Storrs following several meetings – some of which were attended by two
diehard Zionists such as Norman Bentwitch (1883-1971), legal consultant to His Majesty’s government and a family member of Samuel’s,
and Wyndham Deedes (1883-1956), Samuel’s principle secretary – held
with Hajj Amīn just before the “elections”. During one of them, held
on April 9, 1921, he not only impressed them with his charisma, but
also appeared to be reliable as to his promise to use the prestige of his
clan to further the interests of the mandatory power which, only 15
years earlier, had labeled him a «deep-seated enemy of Great Britain».39
On April 11, 1921 Samuel summed up the crucial meeting with the
following words:
I saw Haj Amin Husseini on Friday and discussed with him, at considerable length, the political situation and the question of his appointment
to the office of Grand Mufti. Mr. Storrs was also present. In the course
of conversation, he declared his earnest desire to co-operate with the
Government, and his belief in the good intentions of the British Government towards the Arabs. He gave assurances that the influence of
his family and himself would be devoted to maintaining tranquillity in
Jerusalem.40
On the one hand Samuel – and even more so Storrs and the aforementioned Ernst Richmond (Councillor for Arab Affairs) – were persuaded
that they would be able to manage a young man like Hajj Amīn fairly
CZA – L35/50-1. William Ormsby-Gore (1885–1964). House of Lords, 8 Dec.,
1938.
39
40
ISA – RG100 649/8-P.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
41
easily. Besides being «blackmailable»,41 he had little experience and preparation. On the other hand, an agreement was reached which implicitly established that the Ḥusaynī clan would not impede the mandatory
power’s designs, and would in return receive power and unprecedented
status.
But beyond these considerations, the choice was motivated by underlying political factors. In Palestine the “divide and conquer” strategy
represented, as it did in a large portion of the British colonial empire,
one of the cornerstones on which to base the mandatory government’s
hegemony. Fomenting discord among great local family clans, who
were often unaware that they simplified strategies for London, became
a valuable instrument for control. Very soon great hamulas such as the
Ḥusaynī, Nashāshībī, Khālidī, Dajānī, Nusseībeh and the Jārāllah found
themselves competing against each other for the favour of the British
leaders.
The decision to bet on Hajj Amīn was part of this approach. In particular, it was in the best interest of His Majesty’s authorities to maintain the
balance between the major Palestinian families of Jerusalem: the Ḥusaynī
and the Nashāshībī. Mūsā Kāẓim al-Ḥusaynī (1850-1934), oldest member of the Ḥusaynī clan and the main source of worry for London, had
been removed from the office of Mayor of Jerusalem by Storrs following
the clashes that occurred in the city in 1920; this decision had weakened
the Ḥusaynī clan considerably.42 Rāghib al-Nashāshībī was installed in
his place, to the great relief of the local Jewish community.43 The result
«Samuel was presumably convinced that a man who had a bad record due to the
1920 demonstrations would remain on good terms with the British officials» [Jabārah
1985, 44].
41
Although it continued to be very influential, the Ḥusaynī clan was weakened after
Mūsā Kāẓim was removed. In addition, other members of the same family lost some
important positions during the same phase. One of them was Hajj Amīn’s uncle, Sa‘id
al-Ḥusaynī, who had to resign from the office of Minister of Foreign Affairs, which
he obtained for a short while under King Fayṣal.
42
43
Already in 1918 Vladimir Jabotinskij (1880-1940) wrote to Weizmann that «this
42
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
of this appointment was that it became necessary to balance the power
held by the various factions, so that the Palestinian community’s sphere of action would be «circumscribed by British interests and policies»
[Milton-Edwards 1999, 25].
In his The Iron Cage, Rashid Khālidī went so far as to maintain that the
appointment of Hajj Amīn was a strategy to undermine the legitimacy
of Mūsā Kāẓim and foment a lesser version of the divide and conquer
strategy within his family itself. His theory is plausible, although debatable. There can be no doubt, however, as to the scars left by this method of exercising power over the local populace during the following
decades: «The British – explained Manuel Hassassian – exploited almost
every aspect of the demographic and social cleavages existing in Palestine. They encouraged the establishment of “peasant” type of political
parties hoping such political organizations would prevent the union of
the rural and urban elites into what might become a viable and genuine
national movement» [Hassassian in Scham 2005, 97].
Towards a «New Palestinian Historiography»
Ironically, the passage from which Alan Dershowitz extrapolated the
sentences of Edward Said, quoted at the beginning of this article, comes
from a book called, «Blaming the victims». At this stage of the present
analysis it is appropriate to clarify that that quote was the result of manipulation. Said’s opinion has been distorted to support a theory that he
would not have agreed with: «This committee [the Arab Higher Committee], – this is the complete sentence written by Said – chaired by
Palestine’s national leader, Hajj Amin al-Hussaini, represented the Pale-
Mayor [Mūsā Kāẓim] proved to be not a neutral but a militant. Just try to imagine
what would have happened if a Jewish Mayor, mutatis mutandis, appointed by the
British to keep peace and represent all races, had acted in an analogous way against
Moslems». JIA – Mictavim [letters], n. 2, 1914-1919. Jabotinsky to Weizmann, 12
Nov., 1918.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
43
stinian Arab national consensus, had the backing of the Palestinian political parties that functioned in Palestine, and was recognized in some
form by Arab governments as the voice of the Palestinian people» [Said
and Hitchens 1988, 248].
The subject of the sentence, therefore, was the Arab Higher Committee,
not Hajj Amīn al-Ḥusaynī. The Arab Higher Committee, created in
1936 without an election and with «shallow roots among the population» (Uri Avnery dixit), represented «the political voice of the Palestinian people» to a limited extent, inasmuch as it was composed of representatives from several local families (Ḥusaynī, Khālidī, Nashāshībī,
Ghusayn, Hādī, Salāḥ and others). If Hajj Amīn al-Ḥusaynī, who not
coincidentally was the mind behind the initiative, was elected to lead
this committee, it was only thanks to the aspects analyzed in this article.
At that point, no other leader would have had the strength and political
weight required to oppose such a choice or aspire to that office.
Regardless of its «error of form», or perhaps precisely because of it, the
quote from Alan Dershowitz is in any case important to the extent that
it pinpoints a gap that, despite some attempts, has still to be filled.
Today dozens of studies continue to put forward inconsistent historical
factors in an attempt to portray Hajj Amīn al-Ḥusaynī as a «natural
representative» of the Palestinian people. One of the more blatant aims
for example to “prove” this theory by underlining the fact that in September 1948 he was appointed president of the new created All Palestine
Government. Any expert in the subject matter, however, can easily demolish that argument by explaining that the All Palestine Government
was nothing but an Egyptian initiative to frustrate the ambitions of
King Abdullah of Transjordan (1882-1951): «It was – in the words of
Moshe Ma’oz – a mere tool to justify Cairo’s occupation of the Gaza
Strip. Hajj Amīn al-Ḥusaynī and his clan were instrumental for the
44
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
purpose».44
It was the British Government that considered Hajj Amīn to be «the
official representative of the Palestinian population» [Porath 1974, 202],
not the majority of the local population. If this historical figure – imposed upon the natives – managed over the years to acquire increasing
power within Palestinian society45 by using power and violence, it was
due to growing political worries about the present and future of Palestine, and even more to many years of uninterrupted use of the functions
and “instruments” granted him. Functions and “instruments” that had
little or nothing to do with the traditions and desires of the Palestinian
people: «Hajj Amīn al-Ḥusaynī was definitely a product of the West
– declared the Palestinian intellectual Sari Nusseibeh – but if we think
about it all of us here in this land [Palestine/Israel] are in some fashion
a product of the West; that is, a product of how the West perceived us.
What we need today is to see the birth of a “new Palestinian historiography” that critically analyzes controversial protagonists such as Hajj
Amīn al-Ḥusaynī from a Palestinian point of view».46
44
Interview with the author. Jerusalem, Truman Institute, 7 Jun., 2010.
For some people, as Sheikh Faiq Al Ansari, Hajj Amīn was «[our] sole leader». ISA
295/27-M, 20 May, 1939.
45
46
Interview with the author. Jerusalem, al-Quds University, 5 Jun., 2010.
Lorenzo Kamel
Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader
45
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JIA – Jabotinsky Institute Archives – Tel Aviv.
JMA – Jerusalem Municipal Archive – Jerusalem.
MDC – Moshe Dayan Center – Tel Aviv.
TNA – The National Archives – London.
Oral sources
Interview with Hillel Cohen. Jerusalem, 23 November 2009.
Interview with Zvi Elpeleg. Tel Aviv, 16 May 2010.
Interview with Moshe Ma’oz. Jerusalem, 7 June 2010.
Interview with Sari Nusseibeh. Jerusalem, 5 June 2010.
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Contesting Sexual Morality
Futurism, Masculinity, and Homosexuality
in Florence, 1913-1914
mauro pasqualini
Emory University, History Department
The article seeks to contribute to studies on gender and sexuality among Italian avantgardes by focusing on the Florentine Futurist journal Lacerba (1913-1915). It argues that
the journal sustained a provocative campaign against conventional sexual morality, which
included a vindication of sexual diversity and homosexuality. Through the writings of contributors such as Italo Tavolato and Giovanni Papini, Lacerba combined Futurist rhetoric
with an elitist, iconoclastic, and irreverent conception of sexuality. The article concludes that
Lacerba’s campaign to sexual reform was severely curtailed by the authors’ nationalism.
Introduction (*)
On 1 May, 1913, the Florentine Futurist journal «Lacerba» published an
article entitled Elogio della prostituzione1 as part of a campaign against
prevailing sexual morality initiated by a young collaborator called Italo
Tavolato. Some weeks later, an Italian court prosecuted Tavolato for «oltraggio al pudore»2. The case gave the young writer a moment of fame,
* The author wishes to thank Valeria Manzano for her help and encouragement during the writing of this article.
1
Praise for prostitution.
2
«Offense against morality».
50
Storicamente 2013
Studi e ricerche
and it also allowed the expansion of «Lacerba»’s sales and public presence.
Profiting from this sudden notoriety, and encouraged by his association
with Futurism, Tavolato re-invigorated his campaign, published a short
booklet entitled Contro la morale sessuale3, and sharpened his profile as
an iconoclastic anti-moralist. Although some historians have referred
to the “Tavolato affair” as an episode of libertine and hedonist provocation, they have thus far overlooked the connection between Tavolato’s writings and their overt defense of male homosexuality. This article
analyzes the relationship between
the “Tavolato affair”, «Lacerba»,
and the Futurists, in an effort to
explore representations and attitudes surrounding masculinity
and male same-sex desire within a
particular Futurist experience. By
focusing on Tavolato’s writings
and their immediate context, this
article seeks to capture generally overlooked responses to male
homosexuality among modernist
Florentine intellectuals, as well as
to add one more perspective on
Futurism’s gender politics.
Ardengo Soffici, copertina per Contro la morale
sessuale, di Italo Tavolato, Firenze, Gonnelli,
1913.
3
Against Sexual Morality.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
51
Masculinity, Nationalism,
and Futurism
The relationship between masculinity and nationalism constitutes a long-lasting trope
within Italian political and cultural history4.
At the turn of the twentieth
century, however, appeals to
masculinity and virility multiplied. Many pedagogues, for
example, became obsessed with
recommending physical exercise and sexual abstinence as a Pablo Picasso, Pipe, verre, journal, guitare, bouform of shaping a strong will teille de vieux marc (‘Lacerba’), 1914, Fondazione
Solomon R. Guggenheim – Collezione Peggy
and character among young Guggenheim, Venezia.
http://www.quirinale.it/qrnw/statico/bibliomen. Since for their part socio- Fonte:
teca/bol_cat/pdf/percorsi/PercorsiTematici2012logists and psychologists asso- 3-I.pdf.
ciated modern mass society, the
experience of the crowd, and urban life with emotional instability and
increasingly instinctual and sensual demands, they emphasized discipline over the body and repression of sexuality as central requirements
for shaping modern and healthy Italians [Bonetta 1990 14-15, 71-207,
321-450]. Moreover, nationalist politicians concerned about the nationmaking process were also explicit in connecting the cultivation of the
young male body with military strength and national regeneration. For
many intellectuals, the cult of sport, speed, and competition, alongside
4
For an analysis of the association of masculinity and nationalism in early nineteenth-century Italian intellectuals and politicians see Patriarca 2005, 380-408. For an
analysis of masculinity after national unification in connection to dueling practices see
Hughes 2007, 6, 96-109, 269-272.
52
Storicamente 2013
Studi e ricerche
the mastering of new machines and technologies came to epitomize
masculinity and virility [Benadusi 2005, 13-34; Bellassai 2005]. Finally,
some philosophers, writers, and literary critics increasingly articulated
misogynistic attitudes, while the influence of anti-feminist and antifemale statements by authors such as Nietzsche, Otto Weininger, or
Karl Krauss permeated the Italian cultural field as well [Salaris 1982,
22-28; Cavaglion 1982].
Appeals to aggressive models of masculinity were not an exclusively Italian phenomenon. Some historians, in fact, portray the period between
the 1870s and the First World War as a moment of increasing virilist
responses to different kinds of anxieties [Mosse 1996, 77-106; Bellassai
2004, 36-73]. The sense of crisis and instability elicited by compressed social and cultural changes, the growing participation of women
in the public sphere, the visibility of sexual deviancy made possible by
the emergence of sexology, obsessions with the spread of infectious and
social diseases, and concerns about social decadence increased the appeal to a stable, rigid, physically robust, and hierarchical masculine role.
Historians focusing on Italy’s apparent «exasperated masculinism», however, have identified some specific and additional reasons for anxiety
in the peninsula. They point out to a general sense of frustration with
the country’s international status – in a time when imperial gains were
a form of validating men’s honor – and to a generalized discontent with
a supposedly decadent political class [De Grazia 1992, 25-26; Hughes
2007, 269-272].
One of the most vociferous groups promoting aggressive models of masculinity in early twentieth-century Italy was the Futurist avant-garde
that crystallized in Milan in February of 1909 and whose leader was the
writer and cultural entrepreneur Filippo Tommaso Marinetti. Although
Futurism was basically an artistic and aesthetic trend aiming to influence literature, painting, sculpture, and architecture, their efforts were also
oriented towards shaping a more general attitude towards life, society,
and even politics [Mosse 1990; De Felice 1987; Gentile 2003]. Along
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
53
with specific aesthetic statements, the Futurist manifestos and other
programmatic writings emphasized danger, courage, the cult of sports
and competition, speed, the mastering of technology and machinery,
violence, force, and militaristic behaviors as the values and attitudes that
signaled a vigorous and virile masculinity. Moreover, their modernist
reflections were largely based on an implicit or explicit opposition to
femininity and feminism, both linked to decadent, traditional, weak, or
incorrect conceptions of life – something Futurists labeled «passatism»,
which came to represent all what they despised. The Futurist Founding
Manifesto, published in early 1909 and considered as the launching document of the movement, is clear about this, especially in two of its
eleven points:
9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie
d’ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro
ogni viltà opportunistica o utilitaria5 [Marinetti 1909].
Over the past decades, literary critics and cultural historians alike have
investigated the relationship between Futurism and gender. Schematically, their findings and conclusions are organized across two kinds
of responses. On the one hand, some authors highlight the paradoxes
of Futurism’s gender politics. Regarding women, for instance, scholars
have usually noted that, despite Futurism’s misogynistic rhetoric, some
female intellectuals did participate in their initiatives and held independent stances that sometimes contested or differed from Marinetti’s. These scholars have moreover emphasized that many Futurist manifestos
and writings endorsed divorce, free love, and equal rights for women,
«9. We will glorify war – the world’s only hygiene – militarism, patriotism, the
destructive gesture of freedom-bringers, beautiful ideas worth dying for, and scorn for
woman. 10. We will destroy the museums, libraries, academies of every kind, will fight
moralism, feminism, every opportunistic or utilitarian cowardice» [Marinetti 1973,
19-24].
5
54
Storicamente 2013
Studi e ricerche
while despising traditional or bourgeois forms of marriage and romance. As a result, these approaches have read Marinetti’s proclaimed «scorn
for woman» as an actual call for women to leave aside their attachments
to nostalgic and traditional gender roles, and to get more actively and
aggressively involved in modern life6.
More recently, studies on male homosexuality proposed an analogous
analysis. Even though Marinetti utilized “homosexuality” or “pederasty”
as scornful terms applied to opponents, and even when he condemned
effeminate men as decadent and weak, his rejection of bourgeois respectability permitted him to perceive homosexuality without further scandal. The result was that, as long as men remained «virile» and masculine,
Futurists seem to have been more tolerant of same-sex relationships than
other contemporary intellectuals [Benadusi 2005, 24-27].
Other scholars, instead, have pointed out the repressive aspects of Futurism’s gender politics. For historian George Mosse, Futurism’s notion
of masculinity was a precursor of, and influence on, Fascism’s constructions of a “new man”. For Mosse, Futurism’s linkage of patriotism to
manliness was a way of disciplining the individualistic and dynamic
modernism of the movement. As a result, Futurism’s call to break with
tradition and its celebration of modernity’s limitless possibilities would
have been constrained by the sacrifice to the nation implied in its virilist
notion of masculinity. Mosse also points to Marinetti’s Florentine allies
such as Giovanni Papini and the journal «Lacerba», whose «Nietzschean nationalism, always in movement, aggressive and hard» was highly
See Guerricchio 1983; Salaris 1982, 22-28; De Felice 1987, xvii-xviii; Adamson
2007, 99-105; Re 1989, 253-272; Re 2009, 103-124; Contarini 2009, 125-139. Most
of these approaches focus on the Florentine journal «L’Italia Futurista (1916-1918)»,
and especially during its third period, from mid 1917 to early 1918, when female
writers such as poet Maria Ginanni, poet and novelist Enif Robert, and novelist and
graphic designer Rosa Rosà became part of the staff. Other important female contributors were Eva Kuhn Amendola – who signed as Magamal – Fanny Dini, Irma
Valeria, Fulvia Giuliani, Marj Carbonaro, Emma Marpillero, and Shara Marini. For a
general description of the journal see Adamson 1993, 218-224; Adamson 1997; Salaris
1985, 98-99.
6
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
55
influential for Mussolini, mostly during the pre-war years [Mosse 1996,
155-157]. The relationship between masculinity, Futurism, and Fascism
finds a more sophisticated analysis in Barbara Spackman’s study of the
role of virility in political rhetoric. She argues that the pre-Fascist Italian political culture was permeated with notions of virility that reinforced hierarchical gender roles by linking nationalism to masculinity – a
linkage that fortified the rhetorical backbone of Fascism. In the case of
Futurism, its virilist nationalism exaggerated the divide between a male
public and political realm and a female domestic sphere, and therefore
became obsessed with the search of a pure masculinity based on strong
male bonding and the abjection of the female.
Based on Marinetti’s narrative, his manifestos, and related pamphlets,
Spackman observes that Futurism’s intense male homo-sociability implied anxieties regarding male same-sex desire that were purged by
reinforcing dominance over women and misogynistic attitudes. Antifemale violence would have therefore been the result of a «homophobic
panic» generated by the underlying homoeroticism of Futurist rhetoric.
Spackman concludes that in Marinetti’s writings, «female “matter” must
always be available, open to violence, in order to maintain the border
between virility and what Marinetti slurringly refers as «pederasty»7. Futurism’s pervading virility was also the reason why the efforts by some
Futurist women to subvert or reverse his writings were useless. Futurism
could only value women under the condition of erasing their gender
difference and forcing them to perform masculine and virile roles. According to this formula, being equal was only acceptable for women
at the cost of being like men. Moreover, despite some iconoclastic and
unconventional remarks against traditional notions of family, Spackman
argues, most Futurists still conceived of women as mainly mothers, with
the difference that instead of submitting to the rules of traditional bourgeois marriage, women were called to produce children for the «race»
7
See Spackman 1996, 74, 6-17, 36-40, 52-74.
56
Storicamente 2013
Studi e ricerche
or the nation [Spackman 1996,
36-40].
Profiting from these two lines
of scholarly research, this article uses the “Tavolato case” and
the responses to homosexuality
among Florentine Futurists in
order to show the flexibility of
Futurist gender politics, as well
as the undeniable virilist linkage to nationalism. On the one
hand, the Florentine context
shows that many male homosexuals felt comfortable with
Futurism, and that the Futurist
Giorgio de Chirico, Ritratto di Italo Tavolarhetoric, centered as it was on
to, 1925. Fonte: http://touchingideas.blogspot.
unconventionality and provoit/2013/03/erotica-futurista-6-contro-la-morale.
html.
cation, lent itself to an articulate defense of some forms of
homosexuality. On the other hand, the acceptance of homosexuality
was subordinated to elitist notions of “genius” and to the unbreakable
association of masculinity with nationalism. The result was that Futurist
masculinity did leave room for the defense of same-sex desire, although
under the condition of performing an intense virilist pose. Ultimately this formula proved functional to anti-feminist and anti-democratic
claims, which subordinated gender demands to the call for war and nationalistic politics.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
57
«Lacerba», Futurism, and Homosexuality
Throughout its more than two-year existence, the journal «Lacerba»
acted as a notorious and intense avant-garde standard-bearer in pre-war
Florence. Launched by painter Ardengo Soffici and writer Giovanni Papini in January of 1913, «Lacerba» deployed a high-impact and irreverent cultural politics that allowed it to reach a relatively broad audience.
The lacerbiani were passionate in their attacks on the official cultural
institutions, the predominant morality, and the main ideological and
political trends in pre-war Italy. As their launching issue stated, «[l]e religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desiderio di star più tranquilli e di conservare
alla meglio i loro aggruppamenti»8.
Their almost anarchic and aggressive call for detachment from cultural
and social conventions paralleled their cult of the “genius”, which they
associated with radical originality, spontaneity, and uncompromising
creative freedom: «Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio [...] crepino di dolore i popoli se ciò è necessario perché un uomo creatore viva
e vinca».
The lacerbiani’s complicated relationship with the Milan-based Futurists
entails another relevant aspect of the journal’s life. Before the launching
of «Lacerba», the encounters between some Florentine intellectuals and
Marinetti had been conflictive. In June of 1911, Soffici’s criticisms of the
Milan-based Futurists escalated, and Marinetti, along with painters Carlo Carrà, Luigi Russolo, and Umberto Boccioni, organized a punitive
expedition that culminated in fist-fighting episodes in Florence’s Piazza
Vittorio and the train station. Some months later, however, after verifying the success of Futurist paintings among Parisian and European
artists, the Florentines reconsidered their position against the Marinetti
«Religion, moralities, and laws find their only excuse in the weakness and cowardice of men and their desire to be more calmed down and to better conserve their
gregariousness». Introibo, «Lacerba», 1 (1), 1 January 1913: 1.
8
58
Storicamente 2013
Studi e ricerche
group, adopted a straightforward avant-garde profile, and joined the lot
of the Futurists for a while. From March of 1913 to February of 1914,
«Lacerba» served the Futurist cause and welcomed the collaboration of
their Milanese comrades, who enthusiastically published their pieces
and manifestos9. Those months signaled the momentum of Futurism
in Florence. Between September of 1913 and January of 1914, the city
hosted its first exhibition of Futurist painting, which attracted numerous visitors. On December 12, 1913, also, the Verdi Theater housed
the city’s first futurist serata: a performance consisting of aesthetic and
political proclamations, provocations of the audience, and the public’s
attendant response – throwing of food at actors. The serata captured public attention through its well-advertised presentation and its expected
tumultuous and chaotic unfolding [Soffici 1955, 317-334; Viviani 1983
(1933), 59-70].
Most of these episodes included the active involvement of one of the
youngest lacerbiani, the university student and pamphleteer Italo Tavolato (1889-1966).
Originally from Trieste, Tavolato moved to Florence around 1910, after
taking some philosophy classes at the University of Vienna. Soon thereafter, he began to publish pieces about the Viennese and Central European intellectual scene in journals such as Giuseppe Prezzolini’s «La Voce»
(1908-1916) and the short-lived «L’Anima» (1911), edited by Papini and
Giovanni Amendola10.
Although he took center stage during the months of his prosecution,
there is not much known about Tavolato during his years in Florence.
Alberto Viviani, a Futurist poet who also published some pieces in «Lacerba», describes him in his memoirs as a bohemian who spent most of
9
See Adamson 1993, 148-149, 153-181; Salaris 1985, 71-79; Salaris 1994.
10
See for instance Tavolato I., Karl Kraus, «L’Anima», 1 (6), June 1911: 184-188
and «Theodor Däubler», (9), September 1911: 275-285. For «La Voce» see Tavolato I.,
Frank Wedekind, «La Voce» 4 (22), 30 May 1912, and his review Otto Weininger. Sesso e
carattere. Traduzione dal tedesco dal dott. G Fenoglio, 4 (44), 31 October 1912.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
59
his time in the café Giubbe Rosse, which was the actual headquarters of
the journal. A tall and physically imposing person, Tavolato impressed
Viviani with his philosophical acumen, but mainly because of his unstable character and changing moods,
Non era un uomo fortunato. Dubbi e smarrimenti improvvisi lo colpivano ogni tanto e se gli capitava di porsi seriamente davanti il problema
del suo io; e allora conduceva per lunghi periodi una vita di clausura che
aveva alla fine il suo corollario in una serie di atti disordinatissimi a base
di orgie, di nottambulismi, di notti completamente bianche addiriture
in serie. Dato il suo temperamento, io credo che ciò le fosse necessario
per vivere. Ho pensato molte volte a lui durante le sue assenze come a
un certo candidato al suicidio, e in tali periodi me lo immaginavo regolarmente chiuso a chiave nella sua stanza completamente buia anche in
pieno meriggio, intento a preparare una corda per impiccarsi11 [Viviani
1983 (1933), 95].
Tavolato’s Florentine years and, more specifically, his collaboration with
«Lacerba», constituted his most intense attachment to Futurism and the
Marinetti group, a relationship he owed basically to his friendship with
Papini, and which did not last for long. After the end of «Lacerba» in
1915, Tavolato moved to southern Italy, and it seems that he lost his
contact with the lacerbiani. His best friend in Florence had been the poet
Dino Campana, who was not on good terms with either Futurism or
«Lacerba». Even when Tavolato entered into contact with Roman Futurist Fortunato Depero in the immediate aftermath of the War, by the
early 1920s he joined the group around the journal «Valori Plastici» and
explicitly detached himself from Futurism and avant-gardism [Mastropasqua 2008, 87-110]. Moreover, the War years were also the beginning
11
«He was not a fortunate man. Sudden doubts and confusion used to strike him
and it would happen to him that he was seriously considering the problem of his ego;
and then he pursued for long periods a life of closure, which ended in a series of very
disordered acts based on orgies, night life, serial white nights. Given his temperament,
I think he needed this to live. I have thought many times of him during his absences as
a certain candidate for suicide, and in such periods I could imagine him locked in his
completely dark room, even at noon, preparing a rope to hang himself».
60
Storicamente 2013
Studi e ricerche
of a sordid circumstance of Tavolato’s life that has only recently surfaced: his collaboration as an informant to the political police. Tavolato
started as an agent of the secret police during the war, and reinforced
his association during Fascism, remaining on the payroll of the political police until the end of the regime [Benadusi 2005, 229-230; Canali
2004, 191-193].
During his years at «Lacerba», Tavolato’s connection to Futurism was
idiosyncratic, and crucially determined by his single-issue politics of
assaulting conventional sexual morality, a campaign that he pursued
through a series of articles and even a short booklet12.
As I will show below, there is a clear connection between Tavolato’s
assault on sexual morality and his defense of male homosexuality. Yet
before going to that point, we must mention that in the immediate prewar years there were many connections between the Florentine Futurists
and homosexuality. In this respect, it could hardly be overstated the fact
that two out of the four main contributors to «Lacerba» – Tavolato and
the Florentine poet and novelist Aldo Palazzeschi – were homosexuals.
Palazzeschi’s case was radically different than Tavolato’s – he was more
reserved and gained his notoriety due to his talented and prolific writing.
Yet Palazzeschi’s approach to Futurism is also evidence of how Marinetti and early Futurism were unprejudiced toward homosexuality13.
Palazzeschi’s first novel, the 1908 Riflessi, was based on an epistolary
exchange between two men with clear homoerotic undertones [Pa-
Tavolato’s main texts on this issue in «Lacerba» are: L’anima di Weininger, «Lacerba», 1 (1), 1 January 1913; Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913; Glossa sopra
il manifesto futurista della lussuria, 1 (6), 15 March 1913; Elogio della prostituzione, 1 (9),
1 May 1913; Il convito non platonico, 1 (14), 15 July 1913. His booklet was published
by mid 1913: Contro la morale sessuale (Firenze: Ferrante Gonelli, 1913). For a fictional
account of the episodes around Tavolato’s campaign based on primary sources, see
Vassalli 1986. See also a reference to Tavolato’s texts in Bonetta, 366 and Adamson
1993, 176-177.
12
13
For the relationship between Palazzeschi and «Lacerba» see Adamson 1993, 172175. For the relationship between Palazzeschi and Marinetti: Benadusi 2005, 27.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
61
lazzeschi A. 1958 (1908)], and as the letters between Palazzeschi and
Marinetti reveal, the former felt confident enough with the founder of
Futurism to briefly refer to his romantic life14.
Palazzeschi was indeed among the first artists in Florence to enthusiastically embrace Futurism since the spring of 1909, and Marinetti was a
strong promoter and supporter of his work15.
In addition, even when the sources are elusive on this issue, over the
months in which the “Tavolato case” unfolded, some prominent members of the Florentine homosexual community claimed their belonging
to Futurism, perhaps because they perceived it as an opportunity to
gain a more visible and respectable existence. According to Viviani’s
memoirs, when Tavolato was in charge of «Lacerba», the Giubbe Rosse
became the gathering site of a crowd of a «turba di ragazzi e di efebi»16
who used to surround Tavolato and transform the place in a site of intense homosexual sociability. As Viviani recalls: «pareva che nella terza
sala [del Giubbe Rosse] si fossero dato convengo tutti gli amici di quei
tre giovanotti che Petronio ha fatto protagonisti del suo Satyricon». Viviani also mentions that,
In breve quella masnada che andava impudentemente spacciandosi a Firenze per ‘futurista’ venne messa alla porta con la proibizione di porre
piede nel locale sotto pena di richiami da parte dell’autorità17 [Viviani
1983 (1933), 155].
For analysis and information on the Palazzeschi-Marinetti relationship see also
De Maria 1978, vii-xii; Prestigiacomo 1978, xii-xxiii. The letter from Palazzeschi to
Marinetti of April 1911 is usually referred to as evidence of Palazzeschi’s confidence to
Marinetti [Marinetti, Palazzeschi 1978, 44-45].
14
See also Palazzeschi’s memoirs on his relationship with Marinetti during those
years in Palazzeschi A. 1968, xv-xxvi.
15
16
«Young and ephebic men».
«It seemed as if in the third room [of the Giubbe Rosse] there were a gathering
of all the friends of those three young men that Petronius has made protagonists of
his Satyricon. [...] These people, who were immodestly passing themselves off around
Florence as ‘Futurists, were soon expelled with the prohibition of coming back to the
site, under penalty of calling the authorities».
17
62
Storicamente 2013
Studi e ricerche
The relationship between the Florentine Futurists and homosexuality
was an explicit issue during the time, and rumors and gossip about the
topic seem to have been widespread. In February of 1914, Papini wrote
an article defending his relationship to Futurism, and contesting the
main attacks usually addressed to the lacerbiani: that Marinetti had bought them, that Futurism was not serious, that despite their performance
as rebels they were making money with Futurism and, finally, that Futurists were homosexuals and pederasts – an accusation he thought was
particularly strong in Florence. Papini used a relevant portion of this
article to address the last issue, in a mix of defensive gestures and bold
statements. He defended male homosexuality – or «pederasty» – and attacked traditional morality, asserting «che i futuristi non avendo troppo
rispetto per la vecchia morale non hanno nulla da predicare, teoricamente
parlando, contro la pederastia»18.
Along with emphasizing that homosexuality was widespread, that many
great men had been – or had been accused of being – pederasts, and that
pederasty was accepted in the past and in other cultures, Papini’s basic
point was that homosexuality was natural, and that Futurists had nothing against it even though they were not homosexuals themselves:
Per la sua enorme diffusione nel tempo e nello spazio, la pederastia non
è dunque, a priori, contro natura, perché si chiamano contro natura soltanto le cose molto rare e fuor dell’ordinario. Per molta gente l’omosessualità è naturale e spontanea come l’eterosessualità. Ciononostante
i futuristi debbono confessare che, a questo proposito, essi sono vergognosamente normali e tradizionali. Per quanto uno dei loro manifesti
affermi il disprezzo per la donna – considerata come simbolo di tutti i
romanticumi indebolitori – siamo costretti a confessare che ci piacciono
le donne e che le preferiamo infinitamente a qualunque maschio. Alcuni di noi (Balla, Folgore, Govoni, Papini, Cavacchioli, Severini) hanno
18
«Futurists, not having excessive respect for old morality, have nothing to say, theoretically speaking, against pederasty». Giovanni Papini, Ora basta!, «Lacerba», 2 (3), 1
February 1914: 37. “Pederasta” was the most common word in Italy at this time to refer
to a male homosexual [Benadusi 2005, 313, n. 15].
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
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moglie e figliuoli e gli altri sono, chi più chi meno, ostinati donnaioli.
Come può esser nata sul nostro conto una così falsa leggenda? Misteri
del passatismo19.
Papini’s response is significant on several accounts. His willingness to
rapidly convert Futurists into «normal» (i.e., traditional, women-loving,
and family-oriented) in order to object accusations of homosexuality is
certainly striking. Also significant: in denying that the other members
of «Lacerba» were homosexuals, he reveals his reluctance to address the
issue more aggressively. That said, the passage nevertheless shows that
some Futurists, or at least the lacerbiani, were tolerant regarding homosexuality, and that they could even become a public voice defending homosexuality against «old morality». Indeed, before Papini’s article came
out, Tavolato had appropriated specific elements of «Lacerba»’s rhetoric
and other Futurist writings alike in his effort to make a public defense
of male homosexuality against traditional sexual morality.
The Tavolato Strategy: the Homosexual as Futurist
Tavolato’s writings are a key site to better understand the rhetorical strategies linking Futurism and homosexuality. His short and intense pieces articulated the defense of sexual diversity with the praise of genius
and the condemnation of social conventions that permeated «Lacerba»’s
«For its huge diffusion in time and space pederasty is therefore not, a priori, against
nature, because only the very rare and out-of-ordinary things can be called against nature. For many people homosexuality is as natural and spontaneous as heterosexuality.
However, Futurists must confess that, with regard to this, they are shamefully normal
and traditional. Even though one of their manifestoes asserts the scorn for woman –
considered as the symbol of all weakening romanticisms – we must confess that we like
women and that we infinitely preferred them to any man. Some of us (Balla, Folgore,
Govoni, Papini, Cavacchiolli, Severini) have a wife and children, and the others are –
some more, some less obstinate womanizers. How could such a false legend have been
told about us? Mysteries of passatism!», ibid.
19
64
Storicamente 2013
Studi e ricerche
pages. As a result, conventional and conservative attitudes towards sex
became associated with mediocre people who did not dare challenge
the basic assumptions of ruling morality. Although this strategy had
interesting progressive gender claims, it also reinforced Tavolato’s elitism and scorn of democracy, since he associated rule by the majority
with the triumph of weakness, suffocation of original individuality, and
cowardly conformism. Tavolato also drew from other Futurist texts in
order to endorse hedonism and sensuality more forcefully. He found a
companion in his attack against morality and the association of pleasure
with sin in the French Futurist dancer and writer Valentine de Saint
Point. Tavolato’s appropriation of Saint-Point’s notions of sensuality and
female virility reinforced his hedonist defense of same-sex relationships.
Moreover, Tavolato’s anti-feminist rhetoric coincided with Saint Point’s
reflections on the issue, since both of them considered the suffragettes as
a problematic and indeed repressive political expression.
The link between Tavolato’s defense of sexual diversity and the iconoclastic rhetoric of «Lacerba» was already established in Tavolato’s first
article attacking sexual morality. In the form of short announcements
and provocative aphorisms, Tavolato contended that all major religious,
moralist, and allegedly scientific arguments about sexuality were a
straightjacket for the true principle of sexuality and life in general, that
is, the «realtà maggiore dell’istinto»20.
Tavolato thus endorsed a spontaneous form of naturalism, by which corporal pleasure had to take the upper hand over life-constraining forms of
morality. Based on this naturalism, he attacked what he considered the
moralist mediocrity of sacrificing sexual diversity to social conventions:
«In nulla l’uomo mediocre è tanto dommatico come in fatto di predilezioni sessuali», he wrote, «[o]gni gradazione e sfumatura che non rientra
«Greater reality of instinct». Tavolato I., Contro la morale sessuale, «Lacerba» 2 (3),
1 February 1913: 28.
20
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Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
65
nel suo gusto particolare vien giudicata contro natura»21.
Although from the onset Tavolato made some references to male homosexuality, the topic became more explicit in later writings, especially in
his booklet Contro la morale sessuale22, where the last section is devoted
to the «taboo of homosexuality» and adopted a personal and autobiographical tone23.
He straightforwardly condemned «il borgese» who «si sente offeso nella
sua triplice dignità di cittadino, di padre e di maschio ogni qualvolta
due individui del medesimo sesso abbandonano le norme stabilite dalla
maggioranza per seguire le norme tracciate dalla loro natura»24.
Emboldened by avant-garde rhetoric, Tavolato could claim that «[n]on
spiego la pederastia. La elogio»25.
Using iconoclastic language, he performed a reversal of the terms by
which the marginal, the excluded, or the misfit, metamorphosed into
the genius, who radically opposed the usually accepted moral principles,
Sotto forma di tradizione, religione, educazione, disciplina, solidarietà,
ci fu imposto il dovere alla mediocrità. Ma il gregge non era nostro
volere, ma non erano per noi né media, né livello, né uguaglianza. E la
morale si vendicò, la morale che avvelena chi non si piega, chi non si
impiega: tutti morimmo, noi che amammo. Oggi non siamo che ombre, noi geni di ieri e di domani. Siamo gli spiriti maledetti confinati ai
margini della società26.
«In nothing is the mediocre man as dogmatic as in issues concerning sexual preferences. Every graduation and nuance which does not enter into his particular taste is
judged as something against nature», ibid.
21
22
Against Sexual Morality.
23
Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913, 20-23.
«The bourgeois [...] who feels himself offended in his threefold dignity as citizen,
father, and male, each time two individuals of the same sex abandon the established
norms of the majority to follow the norms traced by their nature», ibid., 20.
24
25
«I don’t explain pederasty. I praise it», ibid., 20-21.
26
«Under the form of tradition, religion, education, discipline, solidarity, the duty to
be mediocre was imposed upon us. But the flock was not what we wanted; there was
66
Storicamente 2013
Studi e ricerche
Tavolato’s strategy, consisting of framing his defense of sexual diversity as an attack against “mediocrity” and predominant morality was
effective in strengthening his association with «Lacerba»’s avant-garde
rhetoric. As mentioned before, the cult of the genius as a radical original
innovator opposing the commonplaces and «imbecility» of established
society was part of «Lacerba»’s original project. The lacerbiani were inviting for people willing to convert marginality and discrimination into
a gift, especially when announcing in their first issue that «[n]oi siamo
inclinati a stimare […] il genio nascosto e disgraziato ai grand’uomini
olimpici e perfetti venerati dai professori»27.
Interestingly, the whole attitude of going against the grain and calling
for a detachment from accepted norms was a crucial element in the
notion of masculinity predominating among Florentine modernists. In
a series of articles published between 1909 and 1914, and edited together in 1915 under the title Maschilità28, Papini reinforced the opposition
between genius and masculinity on the one hand, and conformism, mediocrity, imbecility, commonsense, and commercialization, on the other.
He vituperated the «half men» who yielded to the charms of comfort
and material gaining, something proper of «l’idea mercantile, borghese,
filistea, giudaica e americana che senza quattrini non si fa nulla [...]»29.
In opposition to this attitude, Papini endowed genius and creativity with
two attributes: first, the actual creative person was to be courageous, and
not for us any measure, level or equality. And morality took revenge, morality which
poisons he who does not follow, who does not apply [...]. Today we are only shadows,
we, genius of today and tomorrow. We are the cursed spirits confined to the margins
of society», ibid., 21-22.
«We are inclined to esteem [...] the hidden and disgraced genius before the
Olympic and perfect great men venerated by the professors». Introibo, «Lacerba», (1),
1 January 1913: 1.
27
28
Masculinity.
«Mercantile, bourgeois, philistine, Jewish, and American idea according to which
nothing can be done without money». Giovanni Papini 1947 (1915), Maschilità, Firenze: Vallecchi, 15, 17.
29
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Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
67
even brutal, since he might break with conventions, politeness, and constraining social compromises. Second, the genius was to be an unhappy,
lonely, anguished and suffering being, since he was conscious of his
own weaknesses and limitations, and his contemporaries were unable to
recognize and celebrate his talents30.
Tavolato enthusiastically agreed with the notion that «chiamasi genio il
disgraziato che non riesce a diventar filisteo»31 as it permitted him to fit
his attack on sexual morality and his defense of male homosexuality into
the notion of masculinity underlying «Lacerba»’s Futurism32.
Yet this strategy was also consistent with and in fact reinforced Tavolato’s elitist scorn for democracy. In 1913, Italy adopted almost universal
male suffrage, and Tavolato did not hesitate to write against the ascending sovereignty of the people as an extension of the «flock attitude»
that jeopardized his individuality33.
In a very eloquent piece attacking democracy, he used a repetitive call
«down with democracy» rhythmically, in order to curse the increasing
collectivism, the destruction of individuality, and the general leveling
and debasing underlying what he perceived as the «supremacy of the
employees», or the triumph of mediocrity and weakness. As he closed
his almost desperate call, democracy was for him the «cloaca dove affogano fantasia, ingegno, energia e tutte le soavità»34.
See for instance ibid., 33-40 and 41-45. See also Comte de Lautréamont’s short
text on the hermaphrodite – probably published by suggestion of Tavolato – where
the hermaphrodite is described in terms of a melancholic and radical originality which
also fit into «Lacerba»’s vindication of genius. Comte de Lautréamont, L’hermaphrodite,
«Lacerba», 1 (15), 1 August 1913: 166-167.
30
31
«We call genius the unfortunate one who fails to become a philistine».
32
Tavolato I., Frammenti, «Lacerba», 1 (17), 1 September 1913: 191.
Italy expanded the right to vote the 1913 elections from 3 million to 8.5 million
male citizens [Duggan 2008, 386-387].
33
34
«Sewer where fantasy, ingenious, energy, and all sweetness drown». Tavolato I.,
Bestemmia contro la Democrazia, «Lacerba» 2 (3), 1 February 1914; see also Frammenti,
«Lacerba», 2 (10), 15 May 1914.
68
Storicamente 2013
Studi e ricerche
The idea of genius the lacerbiani endorsed was not the only
source of Tavolato’s prose. His
campaigning became bolder
after reading the French Futurist Valentine de Saint Point
and, especially, her Manifesto
futurista della lussuria35. Originally published in January of
1913, Tavolato immediately celebrated Saint Point’s manifesto
in «Lacerba»36.
Although Saint Point disassociated herself from Futurism
and the Milanese group around
Marinetti by 1914, she left a remaining mark through her rephrasing of Marinetti’s «scorn
Italo Tavolato, Elogio della prostituzione, «Lacerfor woman». In her explicit reba», Anno I n. 9, 1 maggio 1913.
Fonte: http://touchingideas.blogspot.it/2013/03/
sponse to Marinetti, the Manierotica-futurista-6-contro-la-morale.html
festo della donna futurista37 written in March 1912, Saint Point
argued that decadence and mediocrity in the present age predominated
because of lack of virility on the part of both men and women, who had
become excessively female. Saint Point argued that instead of despising
women, Futurism might compel them to become more virile by adopting a cruel, brutal, but also sensual attitude, and thus overcoming the
35
Futurist Manifesto of Lust.
Tavolato I., Glossa sopra il manifesto futurista della lussuria, 1 (6), 15 March 1913.
For information on Saint-Point’s manifesto: Salaris 1982, 26-28, 36-40.
36
37
Manifesto of the Futurist Woman.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
69
association of women with domestic, romantic and nostalgic ideals38.
Two of Saint Point’s ideas seem to have been attractive to Tavolato:
her rejection of feminism and her vindication of lust. First, Saint Point
rejected feminism in firmer and more aggressive terms than Marinetti –
whose relationship with the suffragettes was indeed complex [Re 1989,
258-260].
Although she never explained which exact feminist groups she was referring to, Saint Point generically considered feminism as «un errore
politico [...] un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto
riconoscerà»39 since it pushed women to adopt rights and duties which
would detach them from their natural anarchism and radical disorder.
She perceived of feminism as something extremely logical and intellectual, and considered that achieving the rights proclaimed by feminists
«non produrrebbe alcuno dei disordini augurati dai futuristi, ma determinerebbe, anzi, un eccesso d’ordine»40.
For her, feminism was associated to the image of the woman as nurse,
as a tender caregiver, docile and full of piety – a role that split women
from their cruel, ambitious, and violent side, aspects which were actually present in Saint Point’s counter model: the warrior41.
The second aspect of Saint Point’s writings that attracted Tavolato’s attention was her interest in lust, which she vindicated as sensual pleasure
emancipated from moralist constraints. Saint Point’s Manifesto della lussuria conceived of lust as synonymous with the expansion of consciousness achieved by liberating flesh and sensuality. For Saint Point, lust entailed a dynamic and mobilizing experience to be valued with the same
Valentine de Saint Point, Manifesto della donna futurista. Risposta a Marinetti, in
Salaris 1982, 31-36.
38
«A political mistake […] - a cerebral mistake of the woman, a mistake that her
instinct will recognize».
39
«Won’t produce any of the disorders hoped by Futurists, but it will determine, in
contrast, an excess of order». Saint Point, Manifesto della donna futurista, 34.
40
41
Ibid., 33-34.
70
Storicamente 2013
Studi e ricerche
dignity – or perhaps more – as «celebrality» or «spirituality»42.
«Noi abbiamo un corpo e uno spirito» – she wrote – «Restringere l’uno
per moltiplicare l’altro è una prova di debolezza e un errore. Un essere
forte deve realizzare tutte le sue possibilità carnali e spirituali»43.
Saint Point described lust in multiple forms. It was the force that pushed
primitive people to war, and the energy driving modern entrepreneurs
toward capitalist accumulation. In some passages she assimilated lust
to cruelty, ambition, vanity, pride, and celebration of power and domination. Yet the sexual and carnal dimensions were predominant. As
Claudia Salaris has observed, in her Manifesto of Lust, Saint Point «elabora una teoria del Desiderio dove, battuti in breccia l’idea del peccato
e il senso della colpa, viene recuperata la priorità dell’istinto secondo un
erotismo paganeggiante, panico e polimorfo»44 [Salaris 1982, 28].
The impact of Saint Point’s texts on Tavolato’s writing was immediate
and powerful, and it pushed him to make bolder claims in favor of his
cause. In his comment to Saint Point’s Manifesto futurista della lussuria,
Tavolato located the core of Saint Point’s project in her appeal «cessiamo
di schernire il desiderio»45, which for him implied that the necessities
and pleasures of life had to be justly valued46.
This reading connected well with previous texts where he had endorsed
free sexuality as a life-asserting activity, against the moralist imperatives
and the association of pleasure with sin. The relevant element in Tavo-
42
Valentine de Saint Point, Manifesto futurista della lussuria, in Salaris 1982, 36-7.
«We have a body and a spirit. To restrain the former to multiply the latter is a proof of weakness and a mistake. A strong being must realize all his carnal and spiritual
possibilities», ibid., 37.
43
«A theory of Desire where, expelling the idea of sin and the sense of guilt, she
recovered the priority of instinct according to a paganizing, Panic, and polymorphous
eroticism».
44
45
«Stop scorning desire».
46
Saint Point’s manifesto had been published in January 1913. For references to
Saint-Point’s texts and life: Berhaus 1993; Salaris 1982, 31-42.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
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lato’s reading, however, was that Saint Point’s call was in fact the brief
and the only part of her text in which she defended corporal attraction
«whatever their sex might be» against «old and sterile sentimentality»47.
It was clear then that Tavolato strategically focused on Saint Point’s call
to «stop scorning desire» in order to make his defense of sexual diversity
more prominent. In doing so, Tavolato celebrated that «[l]a richiesta della Saint Point, infine, rivoltandosi contro la secolare tradizione d’imbecillità, che infama le cosiddette inversioni e perversioni sessuali, riabilita
coloro che non si sentono di seminare nei campi concessi dall’autorità»48.
For Tavolato, this implied a protest against an age «in cui un infinità di
forme della sessualità sono considerate sul serio come peccati mortali»49.
Tavolato also agreed with Saint Point’s contempt for feminism. For Tavolato, women’s suffragism was the effect of an «absolutist morality»
that had reduced women to motherhood and therefore prevented them
from satisfying their natural inclination towards sex. His assault on feminism was part of his battle against forms of public morality condemning sexual pleasure and preventing people from an enriching contact
with their erotic side50.
For him, suffragettes represented the outcome of traditional and repressive sexual morality, which allegedly pushed women to transfer their erotic
energies towards activities more appropriate to men, such as politics51.
Tavolato’s descriptions of feminist activism elicited some of his most vi47
Saint-Point, Manifesto futurista della lussuria, in Salaris 1982, 38.
«Saint Point’s call, rebelling against the secular tradition of imbecility which defames the so-called sexual perversions and inversions, rehabilitates those who do not
accept to plant only in the fields conceded by authority».
48
«In which infinity of forms of sexuality are seriously considered to be mortal sins».
Tavolato I., Glossa sopra il manifesto futurista della lussuria, 59.
49
Most probably Tavolato had in mind the feminist trends which, toward the beginning of the century had become more prominent and more inclined to identify
motherhood and womanhood as a way to empower themselves and claim political
rights [Buttafuoco 1991, 178-195; De Grazia 1992, 23-24].
50
51
Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913, 19.
72
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Studi e ricerche
sceral pieces. Commenting on a gathering by the International Woman
Congress (IWC) held in Rome in June of 1914, for example, he gave
free rein to his fury and condemned what he viewed as the feminists’
extremely rationalistic, pacifist, and ascetic ideology. For him, their increasing influence in the public sphere implied the triumph of sexual
restraint, of the values linked to anti-alcoholism and anti-white-slavery
campaigns, and the overvaluation of the intellect and motherhood over
sensuality52.
Like Saint Point, he also opposed instinct and sensuality to feminist intellectualism, although Tavolato added an anti-Semitic tone when referring to the IWC president, Alice Salomon, «cui gli avi han lasciato in retaggio, insieme al nome e alla dovizia del naso, la maledetta
cerebralità»53.
Tavolato believed that the expansion of male enfranchisement and the
assertion of women’s political rights were threatening forces, as they
represented the victory of consensus over originality, family values over
sensuality and hedonism, intellectualism over passionate corporality, and
the spirit of moralist campaigning over eroticism. In contrast to what he
depicted as the asphyxiating and tyrannical values of democracy and feminism, Tavolato advocated two basic realities or institutions. The first
one was prostitution.
His article Elogio della prostituzione – in which he blended poetic prose
with aphorisms – used the vindication of prostitution as a call to release
corporal pleasure from all limiting intellectualisms and moralism ruling
public life. Prostitution demonstrated for Tavolato that sensuality and
sexual attraction were the only constant and transcendent principles; or,
Tavolato I., Cronache, «Lacerba» 2 (13), 1 July 1914. Perhaps, Tavolato also had in
mind the repressive turn in English courts and public opinion, where the anti-whiteslavery campaigns were used by conservatives to elicit moral panic and reinforce persecutions of “deviants”. This repressive turn was particularly intense between 1894 and
1913: McLaren 1997, 13-36.
52
53
«Whose ancestors left as legacy, together with the name and the large nose, the
damned cerebrality», Tavolato I., Cronache, «Lacerba» 2 (13), 1 July 1914.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
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as he put it: «moralities change, transform, decay, disappear; prostitution
remains. Indeed, if duration is indicative of value, prostitution is superior
to ethics»54.
Most probably, his article was meant to raise indignation among the feminist groups and the Catholic moralists that campaigned against State-regulated prostitution and white-slave trade [Gibson 1999, 59-75].
In stark opposition to the intellectualistic suffragettes, female prostitutes
became the goddesses of Tavolato’s symbolic pantheon. He shifted Saint
Point’s opposition between nurse and warrior away and established instead a divide between feminist and prostitute. Contrasting with feminists and their supposedly fix, rigid, and ascetic intellectualism, Tavolato
saw in female prostitutes the best embodiment of a dynamic, unstable,
fluid, and impulsive imagery of desire:
la prostituzione non è altro che istinto, impulso naturale. Vivono i ritmi
del loro sangue, le puttane; sono quello che sentono. Materia, negazione,
caos, mondo avanti la creazione, aspettano il loro formatore55.
Tavolato undertook his campaign against sexual morality within a series
of pro-war, anti-feminist, and elitist statements. Yet within his reactionary framework, his choice of prostitutes as a symbol for unconstrained
desire lent itself to remarkable suggestions. As many of his images proposed – «abisso d’inconscienza, caos d’illogicità»56 – Tavolato described
prostitutes as subversives of the organizing categories and coordinates
of consciousness.
Understood in metaphorical terms – as the experience of sexuality liberated from Romantic or moralist constraints – prostitution was a mindexpanding experience, since it represented a window into people’s re-
54
Tavolato I., Elogio della prostituzione, 1 (9), 1 May 1913, 89.
«Prostitution is nothing but instinct, natural impulse. They live by the rhythm
of their blood, the prostitutes; they are what they feel. Matter, negation, chaos, world
before the creation, they wait for their shaper», ibid, 92.
55
56
«Abyss of unconsciousness, chaos of illogicity», ibid.
74
Storicamente 2013
Studi e ricerche
pressed sides: «L’uomo che sente e che pensa si specchia nella puttana;
in tutta l’enorme sua estensione psichica; e riconosce in sé il superuomo
e l’inferuomo»57.
Tavolato’s naturalism reinforced indeed a hedonistic utopianism. As he
stated in the closing paragraphs of Contro la morale sessuale, he endorsed
a «return» to nature and the removal of the imperatives that frustrated an
enriching contact with pleasure,
ancora una volta ritorneremo alla nostra natura, redenti dal tu devi. Non
più la prigionia dei sensi, non più l’avvilimento nella subordinazione
agli ideali, non più la riprovazione del piacere, non più amori oscurati e
corpi spenti. Risorga la carne, e infiammi lo spirito inaridito in una vita
che era colpa e castigo e morte58.
Yet this sensual utopianism was only one face of Tavolato’s campaign
against intellectualism and moralism. Along with prostitution, the second social reality that Tavolato celebrated was war, which he found to
be an awakening experience. When war came, he embraced it eagerly.
Together with personal impetus – such as his commitment to «redeem»
his native Trieste from Austrian dominance – his interventionism was
also an attack against all the abstract, conceptual, and rigid forms of
sociability that impeded a passionate bond to life. His praise for war was
therefore a means to make his own sensualist contribution to «Lacerba»’s
intense interventionist campaign,
poiché la passione abbrama la guerra, poiché l’amore vuole la guerra,
anche lo spirito tende ala guerra. Vogliamo la guerra, la bella guerra:
«The man who feels and thinks mirrors himself in the prostitute, in all her enormous psychical extension, and recognizes in himself the superman and the inframan», ibid.
57
«Once again we will go back to our nature, liberated from the “you shall.” No
more the prison of the senses, no more debasing ourselves in the subordination to
ideals, no more the reproof of pleasure, no more obfuscated loves and extinguished
bodies. Let the flesh rise again and inflame the spirit which was dried out in a life
which was guilt, and punishment, and death». Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1
(3), 1 February 1913, 22.
58
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
75
la raffica che spazzi dalla mente l’inttelletualismo, il razionalismo, il socialismo, l’ergotismo, l’ismo. [...] Finiamola con la pensagione concettificante [...] con la logomachia dissolvitrice. [...] Divampi la guerra, a
riscattare insieme alla terra e al mare l’idea della patria59.
After liberating desire from logical, moralist, and intellectualist constrains,
Tavolato willingly resubmitted it to «the idea of the fatherland». Even in
a highly hedonistic and passionate form, he could not escape from promoting the aggressive nationalism common to many intellectuals during
the period. By so doing, he was making his own contribution to the cult
of virility and to the association of nationalism and masculinity. Moreover, by jumping into the general mood of the interventionist campaign
– which «Lacerba» intensely supported along with many other intellectuals and journals from Florence [Adamson 1993, 191-203] – Tavolato’s
anti-moralist campaign reached an end. In his new interventionist mode,
making war became the substitute for making love.
Conclusion: Futurism and Masculinity
Despite the apparent straightforwardness of some of its statements, the
implications of Futurism’s gender politics are actually complex. First,
Futurism was not a homogenous movement: it changed over time and
assumed different characteristics in accordance to spatial location. As a
result, Futurist manifestoes and initiatives were re-signified by different
participants operating in different contexts. Tavolato’s short-lived Futurist experience belongs to a larger list of cases that includes Saint Point,
59
«Because passion craves for war, because love wants war, also the spirit tends to
war. We want war, the beautiful war: the gust that sweeps from the mind intellectualism, rationalism, socialism, ergotism [ergotismo], the ism. [...] Let’s finish it with conceptualizing thinking, with dispersive logomachy [...]. Once the war spreads like wild
fire, let’s rescue along with the land and the sea the idea of the fatherland». Tavolato I.,
Vogliamo la guerra, «Lacerba», 2 (21), 15 October 1914: 287.
76
Storicamente 2013
Studi e ricerche
Palazzeschi, the artists gathered around the post-war Florentine journal
«L’Italia Futurista», or the texts by Benedetta Cappa Marinetti, among
many others. In each case, the gender statements that Marinetti or early
Futurism issued were appropriated, openly criticized, or re-interpreted
to serve changing interests and claims. Second, Futurism blended overt
and iconoclastic calls for unconventionality with nationalistic, elitist,
and hierarchical gender claims. As the Tavolato case shows, liberating
calls to release desire from moralist constraints could coexist with and be
frustrated by the celebration of military action, nationalism, and war. In
so far as gender is concerned, hence, Futurism strikes one as an unstable,
contradictory, and multifaceted phenomenon.
The connection between Tavolato and Futurism and other circumstances around «Lacerba», however, reveal some important aspects of
Futurism’s responses to sexuality, and more specifically, homosexuality.
They prove that the cluster of meanings, attitudes, and representations
surrounding Futurism’s notion of masculinity could be appropriated
in surprising ways. Tavolato’s crucial move, consisting in imagining a
non-heterosexual masculinity, found strong endorsement in «Lacerba»’s
cult of the genius and Saint Point’s lust. The final outcome was a complex product mixing anarchic, highly individualistic, and hedonistic
pronouncements with an equally enthusiastic submission to the state
and war. Despite a general attitude of acceptance toward male homosexuality and a set of ideological resources that permitted the articulation of a defense of same-sex desire, the fact remains that the association of masculinity and nationalism was a primary motive in Futurism’s
sexual politics. This also indicates that Futurism, no matter how innovative and iconoclastic it became in many other aspects, subordinated
its gender politics to one of the most long-lasting tropes predominating
among intellectuals and politicians: the association of masculinity with
nationalism. As the Tavolato experience suggests, most claims around
homosexuality within the Futurist constellation could be successful as
long as they did not challenge that association.
mauro pasqualini
Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914
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La cattedra e il potere.
Due storie di religiosi e ‘cortigiani’,
lettori nello Studio di Bologna
gian luigi betti
The essay contributes to widen the study concerning Bologna’s University History of XVII
century, analising Luigi Manzini’s and Matteo Peregrini’s biographies, persons of letters and
intellectuals, who were really important in their contemporary cultural background. In particular, it focuses on them as Bologna University hopeful readers. Their experiences were close in
time, but totally apart one from the other. They have been put together in this study because
they both convey the idea of how strong was the influence of patronage relationship between
intellectuals and powerful men on Bologna’s academic life. According to Peregrini’s case, these
relationships could have even involved “Repubblica” of Bologna and roman ruling class.
Premessa
Luigi Manzini e Matteo Peregrini furono importanti personaggi del
mondo culturale del Seicento, in particolare di quello bolognese, anche
se oggi ne rimane scarsa memoria. Letterati, teorici della politica e con
interessi, per quanto riguarda Peregrini, per la scienza, trascorsero la propria esistenza tra Bologna e le corti nelle quali esercitarono il mestiere di
servire. Entrambi operarono presso repubbliche, principi e prelati, svolgendo anche mansioni diplomatiche e di governo. Nel tempo seppero
intessere rapporti di patronage con ‘potenti’ del periodo che in qualche
80
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
caso s’interruppero, anche in modo brusco, in altri durarono a lungo.
Le vicende legate alla loro attività di cortigiani in qualche momento si
mescolarono, finendo per condizionarne lo svolgimento, con il ruolo di
lettori nell’Ateneo bolognese, che entrambi ottennero, anche se in momenti diversi e differenti discipline. Fine di questo lavoro è ricostruire,
almeno in parte, il modo in cui tale intreccio si realizzò attraverso il racconto di due storie tra loro distinte. Entrambe tuttavia in grado di porre
in luce come i rapporti di patronage dei quali sia Manzini sia Peregrini
godevano poterono condizionare gli organi di governo della Repubblica
bolognese nelle loro decisioni, consentendo ai due di richiedere e talora
ottenere particolari privilegi collegati al loro ruolo di lettori, o aspiranti
tali, nello Studio cittadino, ma anche di ambire ad una condizione privilegiata nel momento in cui abbandonarono la cattedra attratti da più
prestigiosi e ricchi incarichi. Rapporti di patronage che potevano essere
messi concretamente in moto, ad esempio, dalla richiesta di una cattedra
universitaria, di un aumento della retribuzione, una volta ottenutala, o
della riserva del posto, quando un lettore decideva di rinunciare all’insegnamento per un periodo. Proporre istanza per beneficiare di quest’ultimo genere di privilegio era piuttosto frequente da parte dei docenti
interessati a goderne e, per altro, il Senato cittadino si mostrava di solito
incline a concederlo. Atteggiamento del tutto opposto assumeva invece
il Senato quando alla richiesta della riserva del posto era associata quella
del mantenimento della retribuzione universitaria per il periodo di assenza dall’insegnamento, come dimostra anche il caso di Peregrini, la
cui condizione personale, pur prestigiosa, non verrà ritenuta sufficiente
a giustificare la concessione di un favore così speciale.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
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Un lettore «che può apportar honore e profitto allo Studio»
Il religioso e il cortigiano
Il 1642 è anno di avvenimenti importanti e morti illustri ricordate anche
nei Diari del Senato bolognese. Ad esempio in Francia si spegne il card.
Richelieu, spossato da un male piuttosto singolare, secondo quanto asserito in tali memorie, dove lo si descrive «oppresso più tosto dal cumulo
degl’onori et delle lodi, che dalla malignità d’impetuosa febbre, che in
quattro giorni lo levò dal Mondo», ed è nominato primo ministro il
cardinale Giulio Mazzarino, suo fidato collaboratore1. A Bologna viene
invece a mancare Guido Reni, «soggetto senza paragone […] ornamento e splendore et senza alcuna contraddittione il Principe de’ Pittori del
nostro secolo»2. Per quanto riguarda invece vicende minori, si ha notizia che in quel periodo fosse tornato a vivere a Bologna, dopo un vario girovagare per l’Italia3, Luigi Manzini, un letterato e cortigiano che
ebbe rapporti, pure se di differente natura, anche con Mazzarino e Reni
[Betti 2013]. Infatti, del pittore fu amico e estimatore, mentre grazie ai
buoni uffici del Cardinale riuscì a garantirsi una pensione ‘francese’, nel
quadro di una inesausta ricerca di benefici di ogni tipo da lui messa in
atto, che non faceva distinzione tra alti prelati, principi e repubbliche.
Non vi fu comunque motivo di ricordare nei Diari l’arrivo di Luigi in
città, data la relativa modestia del personaggio, ma ben presto i Quaran Archivio di Stato di Bologna (=ASBo), Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 44r. Anche la morte di Mazzarino sarà ricordata nei Diari [n. 8, f. 30r] con toni encomiastici
per il defunto, ma piuttosto coloriti. Vi si scrive infatti che le sue «eroiche virtù et
impareggiabili qualità, accompagnate da incomparabile valore, lo hanno reso degno
di quella mostruosa fortuna non mai più intesa in qual si voglia altro qualificato personaggio».
1
2
ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 1.
In un breve profilo biografico a lui dedicato si scrive, in chiave elogiativa, che «destinato a grandi imprese da Principi, mutò stanza più volte fuori della sua Patria»: Zani
1672, 300.
3
82
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Studi e Ricerche
ta4 avrebbero dovuto fare i conti con le sue aspirazioni indirizzate alla
ricerca della «Gloria»: «maggior bene» che esista per «l’huomo» e che
nasce «dalle sole difficoltà» e da un «terreno» che «non si feconda, che co’
sudori»5. Un principio generale che il suo estensore declinò nella pratica
in modo personale, tendendo a fare coincidere, come fine della propria
azione, la ricerca della ‘fortuna’, soprattutto economica, con quello della
‘gloria’. Scopo per il quale cercò, anche riuscendovi in alcuni momenti,
di mettere in campo una solida rete di clientele in grado di sostenere la
realizzazione dell’ambizioso progetto.
Luigi, nato nel 1604, è ricordato come il più giovane di tre fratelli, tutti
venuti al mondo a Bologna, destinati a lasciare un qualche segno nella
cultura dei propri anni. Primogenito della famiglia fu Giovan Battista:
letterato, cortigiano e ‘bravo’, oltre che accanito giocatore, come del
resto il Reni, con il quale condivideva alcune frequentazioni, in particolare quella con Virgilio Malvezzi, il più celebre letterato e politico
vissuto a Bologna nella prima metà del Seicento6. Dopo di lui venne alla
luce Carlo Antonio, di cui è invece rimasta memoria come matematico,
astronomo e ottico di riconosciuto valore, molto vicino agli ambienti
galileiani del periodo [Betti 2013].
Le vicende biografiche di Luigi e le molte pagine da lui elaborate lo
fanno apparire infaticabile scrittore – spesso di testi d’occasione, in taluni casi invece di lavori non banali – nonché piuttosto abile e spregiu-
‘Reggimento’ e ‘Quaranta’ sono due altri termini con i quali il Senato bolognese
era solito appellarsi ed essere nominato, anche dopo che il numero dei suoi membri fu
portato a cinquanta da papa Sisto V nel 1590.
4
Le frasi citate si trovano in un discorso del Manzini, pronunciato nell’accademia
bolognese dei Gelati, alla quale Luigi fu ascritto, ed edito proprio nell’anno del ritorno
nella città natale, il cui titolo (Che la gloria è figlia della difficoltà. Lezione accademica havuta ne gl’illustrissimi Gelati di Bologna a’ 9 maggio 1642) appare piuttosto emblematico
e non privo di legami con la situazione dell’autore nel momento in cui fu proposto:
Manzini 1642, 7, 22, 25.
5
Alcune sue opere sono state edite di recente, accompagnate da un saggio e da una
bibliografia sull’autore: Malvezzi V. 2010. Si veda anche Carminati C. 2007b, 336-342.
6
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dicato cortigiano, pronto a mettersi al servizio delle più diverse cause
senza porsi troppi scrupoli nel cambiar padrone, purché vi fosse da trarne un vantaggio personale. Già prima del 1642 si era posto alle dipendenze di ‘principi’ laici ed ecclesiastici, ma anche di Repubbliche, come
ad esempio Venezia. Aveva già pure suscitato reazioni assai drastiche
da parte dei protettori di turno nei suoi confronti – che avevano altresì
toccato suoi familiari tanto arditi da prenderne le parti – in occasione
di certi suoi passaggi di fronte, giudicati dei veri e propri tradimenti da
coloro che aveva abbandonato. La mutevolezza nelle scelte fu una sua
caratteristica anche come religioso: fu prima monaco tra i Benedettini
e poi prete secolare, monsignore e quasi vescovo, non mancando talora
di offrire scandalo con taluni suoi comportamenti [Betti 2013]. Non gli
fecero difetto comunque appoggi importanti all’interno delle gerarchie
religiose e dei potentati dell’epoca, tali da consentirgli di dare alla fine
compimento ad almeno alcune delle sue aspirazioni. Tuttavia, in quel
1642 pare si trovasse in grave difficoltà: sprovvisto di «padroni» e di
qualcuno che ne richiedesse i servizi, ridotto in condizioni d’indigenza
economica, si scopriva obbligato, forse per la prima volta, a cercare una
soluzione ai propri problemi di vita nella città natale, come emergerà
dai documenti che verranno esaminati in seguito. Non si può tuttavia
negare che, anche in tale circostanza, gli sia venuta meno l’abilità nel
ricercare e trovare proprio a Bologna, nel mondo della nobiltà senatoria,
influenti protettori in grado di garantirgli il successo di un’operazione,
almeno all’apparenza, piuttosto singolare: ottenere una cattedra universitaria pur essendo privo di laurea7.
Il momento in cui accadde il fatto era oltretutto piuttosto particolare
per lo Studio bolognese, segnato nel 1641 dall’intervento moralizzatore
del card. Durazzo, allora Legato pontificio a Bologna. Il cardinale aveva
appunto pubblicato in quell’anno nuove «Ordinationi fatte e stabilite»
In anni di poco precedenti il privilegio di essere nominato lettore di ‘Umanità’,
pur essendo privo di laurea, era toccato a Paolo Mazza o Macchi: Fantuzzi 1781-1794,
375-377, V.
7
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Storicamente 2013
Studi e Ricerche
nel 1639 dal card. Sacchetti, suo predecessore nella carica di Legato, «per
conservare la dignità et reputatione dello Studio di Bologna». «Ordinationi» con cui si cercava di porre argine ai disordini nella vita privata e
pubblica di studenti e agli abusi dei docenti che inducevano discredito sull’Ateneo. Infatti alle turbolenze degli uni si intrecciavano i cattivi
costumi dei secondi, a causa soprattutto delle troppe licenze che erano
soliti concedersi rispetto ai loro obblighi8. Fra tali licenze spiccava l’uso
di ridurre arbitrariamente, rispetto a quanto prescritto, il numero delle
lezioni e il tempo della loro durata, oltre agli eccessi nel tenere insegnamenti privati all’interno delle proprie abitazioni. In primo piano rimaneva poi la questione del numero assai ridotto di docenti ‘forestieri’, cioè
provenienti da luoghi diversi rispetto a Bologna, che era presente nello
Studio, mentre la gran parte delle cattedre veniva occupata da cittadini.
Si trattava di una ‘riserva’ di posti che non impedì comunque all’Università bolognese di annoverare al proprio interno figure di primo piano del
panorama culturale, ma costituiva comunque un serio limite alla possibilità di reclutamento dei docenti legato al solo merito, dal momento in
cui riduceva a poche unità il numero dei ‘forestieri’ che potevano ottenere una cattedra nello Studio. In sostanza lo ius loci valeva sovente più
del merito per conseguirvi un insegnamento9 [Brizzi G.P. 2008; 2007].
La vicenda che ha come protagonista Luigi Manzini non pare proprio
confortare l’idea che le speranze poste dai due Legati pontefici di un felice esito del loro disegno a favore della «dignità et reputatione dello Studio» si siano tradotte in pratica in modo rapido ed efficace. Costituisce
invece un illuminante esempio di quanto, anche nel periodo immediatamente seguente all’uscita delle «Ordinationi», fossero efficaci le forme
Si trattava di «una serie di prescrizioni e divieti per reprimere difetti e disordini
abituali»: Simeoni 1987. In merito ai tentativi di riforma nelle Università dello ‘Stato
della Chiesa’, anche se in una prospettiva temporale spostata di qualche anno avanti gli
avvenimenti qui proposti, si veda Lupi 2005.
8
Su tale questione cfr. Brizzi 2008. In merito al tema dei docenti ‘forestieri’ si veda
anche De Coster 2000.
9
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di patronage a livello cittadino nel guidare l’assegnazione delle cattedre
nello Studio bolognese, sul cui conferimento vigilava il locale Senato,
il quale esercitava tale compito valendosi prevalentemente dell’opera
dell’Assunteria (o Assonteria) di Studio10.
La lettura di «Belle Lettere»
Il primo atto ufficiale della storia universitaria di Manzini data al 26
settembre 1642. Si tratta della richiesta di Luigi ai membri del Senato
bolognese di ottenere la «Lettura di Belle Lettere» altrimenti detta di
‘Umanità’ – allora vacante e che era stata tenuta per ultimo da Giovanni
Argoli11 –, supplicandone la concessione «per poter impiegare i suoi studi, fin hora spesi in servizio d’altri Principi, in ossequio della sua Patria
e, in particolare, delle Vostre Signorie Illustrissime»12. Il «Regimento»
La congregazione senatoria degli Assunti (con il nome invece di «Assonti» si denominano nei loro atti) fu istituita, verso la metà del sec. XVI, come commissione consultiva del Senato a fianco dei Riformatori dello Studio, magistratura fondata nel 1381
per sovraintendere alle questioni connesse alla vita dell’Ateneo. Le sue attribuzioni
riguardavano la gestione amministrativa e del personale dell’Università, quindi anche
l’esame delle domande degli aspiranti ad una lettura o ad un aumento di stipendio.
Secondo quanto scrive Claudia Salterini la congregazione «fece proprie alcune delle
competenze con cui i Riformatori erano preposti sino a quel momento […] venendo
ad assumere un ruolo primario nella gestione dello Studio», anche se le decisioni finali riguardo a tale gestione venivano prese in Senato [Salterini 1997, III]. Per molti
versi gli Assunti possono apparire come una vera e propria magistratura con un ruolo
sovraordinato rispetto ai Riformatori, anche se, a parere di Brizzi [2008], gli Assunti
costituivano il «braccio operativo» dei Riformatori e del Senato.
10
Giovanni era figlio del più celebre Andrea – astronomo e matematico che subì il
fascino di Galileo – e, pur essendo laureato in utroque iure, grazie alla sua fama di letterato ebbe per tre anni, a partire dal 1637, la cattedra di Umanità. Chiese poi e ottenne
di prolungare l’incarico per altri cinque anni, ma il suo nome dopo un anno scompare
dai rotuli dello Studio. Su di lui si veda, Asor Rosa 1962, 134. Per la sua permanenza nello Studio bolognese cfr. Dallari 1888-1924, II, ad indicem. Importanti notizie
sull’università degli ‘artisti’ in Lines 2011.
11
Questo documento, come gli altri citati in seguito, si conservano – salvo diversa
indicazione – all’interno della cartella personale di Luigi come docente dell’Università
bolognese, oggi custodita presso l’ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta
45, cart. 33.
12
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Studi e Ricerche
delegò agli Assunti il compito d’investigare riguardo all’eventuale obbligo per il richiedente di essere fornito del ‘grado dottorale’ per ottenere la cattedra di Umanità e al possesso da parte sua dell’abilitazione
«sopra la disputa delle conclusioni»13. Pochi giorni dopo, in merito alle
‘conclusioni’, gli Assunti, scrivevano riferendosi a Luigi, «che si proverà
d’habilitarlo proponendolo in Regimento»14. A metà di ottobre davano
poi conto di quello che fu probabilmente un loro incontro con il Manzini nel quale egli si era impegnato a conseguire una laurea e l’abilitazione alle ‘conclusioni’, ma domandava un onorario ragguardevole per
il suo futuro incarico nello Studio essendo «scarso di facoltà»15. In merito all’abilitazione alla «disputa delle publiche conclusioni» gli Assunti
si mossero in favore di Manzini in Congregatione di Studio, il 22 dello
stesso mese16. In quella sede, infatti, pur ritenendo che a un «publico Lettore delle Lettere humane» non fosse strettamente necessario disporne,
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 1 ottobre 1642, f. 78. Le “conclusioni”
costituivano l’ultima prova che lo studente avrebbe dovuto superare prima di ottenere i gradi dottorali in una cerimonia che sarebbe stata presieduta dall’arcidiacono
del capitolo della cattedrale di S. Pietro in Bologna, il quale aveva il potere esclusivo
di concederli in ogni facoltà, tranne che in quella teologica. Tuttavia era possibile, a
richiesta del laureando, chiedere al Senato, che solo poteva accordarlo, di esserne esonerati. Pare si trattasse di una istanza spesso rivolta dai futuri dottori ai Quaranta, anche
allo scopo di ridurre le spese assai alte legate all’ottenimento della laurea. Sembra pure
che – almeno attorno alla metà del Seicento – il Reggimento fosse piuttosto largo nelle
concessioni rispetto a tali istanze. Questo sempre che il richiedente non avesse il torto
di essersi fatto dei nemici tanto influenti da condizionarne le scelte in senso negativo,
come accadde, ad esempio, al poi celebre medico Marcello Malpighi. Lui stesso narra
la vicenda, ricordando come invano avesse chiesto «la dispensa delle conclusioni sul
publico studio; e benché a tutti si concedesse per non gravare i laureandi di doppia
spesa […] per opra però di poco miei amorevoli sempre mi fu negata la gratia, onde fui
constretto a sostenerle». Malpighi 1902, 9. Su Malpighi si veda la voce, a cura di Preti
2007, 271-276. Per l’origine della figura dell’arcidiacono come cancelliere dell’Università di Bologna e le ulteriori vicende che lo videro protagonista della vita dello
Studio si rinvia a Paolini 2002.
13
14
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 4 ottobre, f. 79r.
15
Ivi, 16 ottobre 1642, f. 80r.
16
Ivi, 22 ottobre 1642, f. 81r-v.
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tuttavia «acciocché l’esempio di non sostenerle in ordine a detta facoltà
non porti conseguenza nell’altre» domandavano ai Quaranta, «ad cautelam et ad ogni altro buon fine», di «esser gratiose dell’habilitatione sopra
la disputa di dette conclusioni». Il fine dichiarato era quello di agevolare
la via alla concessione della cattedra a Luigi – che doveva nel frattempo
procacciarsi «tutti gli altri requisiti necessarij» (una laurea) – evitando
nel contempo alle ‘Signorie Illustrissime’ lo «scrupolo di far ostacolo
alle nuove constitutioni». In tal modo si sarebbe aperta per lo Studio «la
strada all’acquisto di soggetto attivo, vivace, et idoneo a tal Lettura», indicata, con un qualche eccesso, come «la più stimata per importanza di
tutte le altre come quella che pone i fondamenti a qualsivoglia scienza»17.
Il Senato, il 25 del medesimo mese, si preoccupava ancora che di Manzini venisse esibita «l’habilitatione sopra la disputa delle conclusioni» prima di procedere a definirgli «l’honorario», ponendo altresì a condizione
«ch’egli sia prima Dottore» e che gli «Assonti di Studio» verifichino se
non vi sia «ostacolo» all’interno delle «Constitutioni» nell’«habilitarlo in
riguardo della Lettura d’Humanità». Tuttavia il 29 i Quaranta mettevano da parte ogni remora e votavano una «dispensatio a thesibus» per il
Manzini18. Tre giorni prima gli Assunti, sempre presso la Congregatione
di Studio – nell’occasione pronta a concedere «partito» all’abilitazione
– avevano affermato che, sebbene Luigi non avesse «il grado dottorale», era un «soggetto di tal valore» da renderlo «universalmente stimato
ottimo per la lettura delle Lettere Humane». In sintesi, pur non avendo
al momento i titoli necessari, era ben degno di ottenere la lettura a loro
giudizio «più stimata» di tutta l’Università bolognese. La benevolenza
degli Assunti si allargava sino a dichiarare l’opportunità di offrirgli una
retribuzione consistente, adeguata alle necessità personali del soggetto, il
quale «fra gli accidenti del mondo» era restato «troppo tenue, anzi privo
In merito ai trascorsi ‘splendori’ bolognesi di tale cattedra, su cui erano saliti «maestri che fecero per più di mezzo secolo di Bologna uno dei maggiori centri della
cultura umanistica italiana», cfr. Bacchelli 2008.
17
18
ASBo, Senato, Partiti, n. 20, f. 120r.
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Storicamente 2013
Studi e Ricerche
di beni patrimoniali per sostentarsi». Sempre gli Assunti poi, indossando
i panni di Luigi, aggiungevano, rivolgendosi ai Quaranta, che, siccome
era «il suo desiderio di applicarsi tutto al solo servitio delle Vostre Signorie Illustrissime così sagge», sperava «dalla loro generosità un honorario
da poter vivere decentemente». Alla fine del mese di ottobre partivano
le pratiche per iscrivere Manzini nei rotuli dello Studio bolognese19. Il
5 novembre gli Assunti, sempre in sede di Congregatione di Studio,
indicavano la necessità di passare a trattare della cattedra e dell’onorario.
Nell’occasione si lasciavano andare a un elogio del soggetto «assai noto
per le molte sperienze passate», insistendo sulla necessità di essere «benigni e liberali» nei suoi confronti. Nella circostanza adducevano tuttavia anche motivi strettamente legati alla «Lettura di Lettere Humane»,
indicata «come quella che […] relativamente a tutte le scienze richiede
dispendiosa copia di libri, onde a lui che, come è noto, è privo di patrimonio sarà quasi impossibile di trattenersi con meno di 300 pezzi di nostra moneta d’annuo honorario, e massime dovendosi proveder di cose
e suppellettili». A sostegno dell’opportunità di conferirgli un congruo
stipendio aggiungevano: «il soggetto non è ordinario, ma è cittadino di
tale spirito che può apportar honore e profitto allo Studio». Tre giorni
dopo scrivevano di nei loro atti di «fare relazione favorevole» all’ingresso
di Manzini sulla cattedra di Umanità con «honorario» di 1200 lire20, cifra
ben maggiore di quella prima indicata e piuttosto elevata in assoluto, il
cui conferimento a Luigi trova conferma nell’atto ufficiale del Senato del
19 dicembre che chiudeva al momento la vicenda, ma con il corollario
che Manzini non potesse godere del ‘beneficio’ prima di aver ottenuto
una laurea21.
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, ff. 82v-83r. Il suo nome compare nei rotuli
dello Studio nell’anno accademico 1643-1644, cfr. Dallari 1888-1924, II, 439.
19
20
Ivi, f. 84r.
ASBo, Senato, Partiti, n. 20, ff. 126v-127r. La differenza tra la proposta di onorario
e quanto effettivamente assegnato a Manzini potrebbe trovare una propria spiegazione
se la prima cifra potesse venire collegata al pagamento di un trimestre: periodicità con
21
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Manzini ottemperò alla richiesta del Senato e rapidamente conseguì il
titolo di dottore in teologia, entrando a far parte del Collegio dei teologi
già il 23 gennaio del 1643 e, secondo fonti autorevoli, ne redasse anche
gli statuti, che furono stampati nel 1650, ma senza il nome dell’autore
[Fantuzzi 1781-1794, V, 212].
La volontà di servire con assoluta dedizione lo Studio e il Senato bolognese, dichiarata da Luigi e accolta come vera dagli Assunti, non era
comunque poi così solida come Manzini intendeva far credere. Il 29
ottobre 1643 infatti Luigi scrive al Senato esponendo la propria nuova
situazione: «già preparato e in procinto, per cominciar a metter in pratica il singolare e […] in estremo riverito honore della Lettura delle belle
Lettere» era però stato «inaspettatamente chiamato al servizio d’un Gran
Prencipe con carica, stipendi e qualità tanto superiori a tutte le speranze
e a pochi mezzi di esso Oratore», così da non restargli «imaginabile ragione perché ricusar questa Fortuna, salvo il gusto e la buona grazia di
loro Signorie Illustrissime e suoi benignissimi Signori». Per tale motivo
«il medesimo oratore humilissimamente» supplicava i Senatori «che si
come nel conferirgli questa Lettura l’hanno con tanta benignità e singolarità favorito, così restino serviti di concedergli anche, con lor gusto,
licenza dalla medesima, affinché egli possa, in impiego di tanta fortuna, servire alla gloria della sua patria e delle Signorie loro Illustrissime».
Considerato che poi Luigi non era personaggio solito a darsi particolari
remore nel limitare le istanze, aggiungeva la richiesta che gli venisse
riservata la cattedra «ogni volta che ritornasse», cioè domandava di fare
la quale veniva conferito l’onorario ai docenti dello Studio. In tal caso infatti le cifre
della retribuzione proposta inizialmente e di quella conferita alla fine coinciderebbero.
Tuttavia quanto scritto nei documenti consultati sembra contraddire tale ipotesi. Una
prima prova una della generosità mostrata dal Senato nei confronti di Manzini si può
cogliere ponendo a paragone il suo compenso con quello destinato ad altri lettori al
primo incarico secondo quanto ricordato, ad esempio, nelle Rotolazioni dei lettori e loro
onorari (1622-1753), documento che si conserva presso l’ASBo, tra i fondi dell’Assunteria di Studio. Chi invece volesse approfondire il tema delle relazioni tra quanto ricevuto
dal Manzini e da suoi colleghi nel periodo può vedere i Quartironi degli stipendi che si
conservano presso l’ASBo, Riformatori dello studio.
90
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Studi e Ricerche
della ‘lettura’ una sorta di vitalizio personale del quale far uso a propria
discrezione. Il Senato delegò anche in questo caso agli Assunti considerazioni e relazione sulla vicenda.
Nell’occasione tuttavia gli Assunti cessarono di svolgere attività di patronage nei confronti del Manzini e in Congregatione di Studio, il 26
novembre del medesimo anno, si espressero con toni decisamente risentiti nei confronti del richiedente. In quella sede ricordarono, innanzi
tutto, come avesse ottenuto la cattedra per la sola benignità del Senato,
prima ancora di avere una laurea, e la sua richiesta di «licenza» giungesse «non havendo» egli «ancora principiato a leggere». Nel momento
in cui poi retoricamente rammentano ai Senatori come concedere tale
«licenza» fosse esclusivamente nel loro «arbitrio», paiono rivolgere un
ironico rimprovero alle «Signorie Illustrissime» – che segnala pure di
dove erano giunti a Manzini gli appoggi necessari ad ottenere la cattedra l’anno precedente –, quando affermano che a «questa gratia si spera
ch’elle saranno facili giaché alla prima concessione si dimostrarono tanto liberali e benigne». Riguardo tuttavia alla richiesta di «riserva» i toni
sono decisamente espliciti e pungenti. I «Signori Assonti» vi sono decisamente contrari, «non potendo essere informati dei talenti dell’oratore
in materia di Belle Lettere Latine, mentre egli non ha mai fatto neanche
il suo principio, non che incaminata la Lettura pubblica. Anzi, non sapendo esempio veruno che sia giamai stata riservata ad alcun Dottore
una Catedra nello Studio da lui non mai ascesa». Per la decisione finale
ci si affidava al giudizio insindacabile delle «Signorie Illustrissime», ma
il parere in materia da parte degli Assunti era difficilmente esprimibile in
termini più chiari e non sembra che il Senato lo abbia contraddetto, dal
momento in cui il nome di Manzini dopo il 1644 scompare dai rotuli
dello Studio.
Una questione che rimane aperta riguarda l’identità del «Gran Prencipe» per raggiungere il quale Manzini abbandonò l’incarico universitario
prima ancora di averlo realmente assunto. Nelle pagine che a Luigi dedica il Fantuzzi è scritto che nel 1643 divenne protonotaro apostolico
gian luigi betti
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«e per mezzo del suo Protettore Cardinale di Savoia nell’anno stesso li
20 maggio fu presentato alla Prevostura di S. Maria Maggiore della Mirandola» [Fantuzzi 1781-1794, V, 212 ]. All’interno delle Memorie degli
accademici Gelati in merito a quest’ultimo episodio si legge invece che
Luigi venne «presentato al Pontefice Innocenzo X dal Serenissimo della
Mirandola, vacando la Provostura di quella Città: dignità in essa quasi
conforme a Vescovati dell’altre, e la ottenne, vestendo l’habito di Prelato» [Zani 1672, 300]. Rispetto a quella del Fantuzzi tale versione della
vicenda sposta in avanti di almeno un anno il momento in cui avvenne
il fatto, dato che solo nel 1644 si ebbe l’elezione a pontefice di Innocenzo
X. Inoltre, fa del «Serenissimo della Mirandola», cioè Alessandro II Pico
della Mirandola – al governo del piccolo Stato dal 1637 al 1691 e duca
dal 1656 –, del quale Luigi fu al servizio, il protagonista principale nella
circostanza dell’attività di patronage nei confronti di Luigi. Entrambe le
fonti paiono, in termini generali, piuttosto attendibili in relazione alle
informazioni che forniscono su Manzini. Le Memorie perché composte
in un momento assai prossimo cronologicamente ai fatti; le Notizie in
quanto il loro autore era in possesso, per questioni ereditarie, delle carte
della famiglia Manzini e, quindi, disponeva di documentazione diretta
riguardo alle storie dei suoi membri. Appare perciò verosimile l’indicazione di Fantuzzi che fa del card. Maurizio di Savoia, del quale a più
riprese Luigi fu al servizio, il personaggio che nel 1643 chiama Luigi
presso di sé. Appare inoltre possibile trovare un punto di sintesi tra le apparentemente diverse versioni rispetto alla vicenda della prevostura della
Mirandola. Se infatti sembra ragionevole accogliere quella che offrono
le Memorie, altrettanto conforme al vero può essere giudicata l’informazione del Fantuzzi, il quale indica nel card. Maurizio un autorevole
e decisivo appoggio avuto da Manzini per ottenere il beneficio, anche
se nel suo racconto anticipa l’evento di almeno un anno. Non esistono
invece versioni divergenti tra le due fonti rispetto alla conclusione della
vicenda: dopo alcuni anni Manzini rinunciò alla pur prestigiosa carica, non senza tuttavia essersi assicurato che gliene derivasse una «onesta
92
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pensione», nel segno di una sua inclinazione ad accettare che dai ‘sudori’
profusi gli derivassero pur anche beni minori rispetto a quello sommo
della ‘gloria’. Fantuzzi, che definisce la ‘pensione’ «ragguardevole», ne fa
seguire l’ottenimento a un nuovo ritorno a Bologna di Manzini, «uomo
desideroso di libertà», che nel locale Ateneo «si adottorò in Filosofia»
[Fantuzzi 1781-1794, V, 212].
Nuove istanze per una cattedra
La laurea in Filosofia di Manzini data al 1651 [Bronzino 1962, 154] e
costituì titolo per lui utile al fine di proporsi nuovamente per un ruolo di
docente all’interno dell’Università. Questa volta però le sue mire non si
legarono direttamente alla cattedra di Umanità, come s’intende dagli atti
degli Assunti ove è scritto, in data 16 febbraio 1652, che, letto il «memoriale» di Manzini, «se li dichi che specifichi qual lettura dimanda e se
dimanda la primaria se gli insinui quello che dispongono le conditioni
e se dimanda la cattedra altre volte concessagli, si veda se quella è più
vacante»22. Luigi dovette essere piuttosto insistente nelle proprie richieste se, circa un mese dopo tale data, gli Assunti annotavano nei loro atti
l’incombenza di comunicargli che la sua istanza sarebbe stata presa in
esame nel giro di pochi giorni23. Anche riguardo a questa pratica non
si ha comunque notizia di un esito felice, come del resto era fallito un
altro tentativo compiuto da Luigi l’anno precedente, collegato strettamente alla lettura di Umanità. Una circostanza tale da far supporre che
conseguire la nuova laurea potesse rientrare per Manzini in una strategia, per altro sfortunata, studiata per ottenere un differente incarico, vista
l’impossibilità di riottenere quello acquisito anni prima.
Nel marzo del 1650 Luigi aveva infatti tentato di procacciarsi nuovamente la cattedra abbandonata nel 1643, senza realmente mai esservi
salito, inviando allo scopo una supplica al Senato. Nel documento ricor22
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 65r.
23
Ibidem, f. 67v.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
93
dava come la Lettura, «tanto importante a questo publico Studio», fosse
ancora «vacante» ed offriva la «debolezza dei propri talenti» per colmare
il vuoto, in nome della «Pietà dovuta verso la Patria e dell’infinite obbligazioni che tiene e professa verso le Vostre Signorie Illustrissime».
Probabilmente certo che la memoria dei trascorsi comportamenti giocasse per lui in modo negativo, si soffermava sulla propria condizione
personale al momento e, con abile mossa, presentava implicitamente la
sua richiesta come una sorta di risarcimento della propria precedente
condotta al Senato e alla città. Quella di Manzini nell’occasione non è
infatti più la supplica di un uomo in un difficile stato personale, ma la
manifestazione di una scelta volontaria, che lo porta a preferire il ruolo
di docente dello Studio rispetto ad ogni altro impiego propostogli nel
presente e nel futuro, al quale è disposto a rinunciare in caso di accoglimento della richiesta. Luigi scrive, infatti, di essere in procinto di
mutare «la sua residenza e di pigliar servizio fuor della Patria», dichiarandosi tuttavia pronto a declinare questa e ogni altra offerta per «servire
con ogni puntualità, fede e applicazione in detta Catedra, preferendo di
buon cuore a qualsivoglia altra fortuna l’honore del servire alle Vostre
Signorie Illustrissime». Anche in questa occasione toccò agli Assunti
informarsi e riferire. La loro risposta fu interlocutoria, intesa a conoscere
prima di tutto se fosse disponibile a ricevere un onorario «moderato»,
aggiungendo significativamente come lo scopo fosse quello di «agevolare le difficoltà che probabilmente si prevedono» anche «con queste
conditioni»24. ‘Difficoltà’ che risultarono evidentemente insormontabili.
In ogni caso Luigi riuscì a ottenere un ufficio importante legato alla vita
dell’Università. Nel 1653 risulta infatti che Manzini, intanto insignito
della carica di «monsignore», esercitasse l’interim di cancelliere dello Studio – dopo la morte del titolare e in attesa del suo sostituto – con l’obbligo di assistere alle «pubbliche conclusioni». Una funzione alla quale,
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, ff. 35v-36r. Con ogni probabilità non è
senza riferimento al precedente onorario il fatto che negli atti, sotto il termine «moderato», compaia, poi cancellata, l’espressione «più moderato».
24
94
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
appare ragionevole supporre, fosse stato scelto dall’arcivescovo in carica
al tempo: Girolamo Boncompagni25. Un obbligo a cui tuttavia non ottemperò in quanto «indisposto» in occasione della laurea di Marcello
Malpighi – delegando al suo posto Ovidio Montalbani [Marchi 2011,
759-761] – al quale con la sua assenza procurò qualche serio problema
in merito al riconoscimento della validità della laurea conseguita26.
L’ultimo periodo di vita di Manzini non trascorse comunque a Bologna,
ma tra Mantova e Torino, dove aveva ottenuto incarichi rispettivamente
dai Gonzaga e dai Savoia. A essergli fatale fu forse il desiderio o la necessità di rientrare nel luogo d’origine. Mentre infatti si trovava in viaggio su di una barca lungo il Po, controllato dalle due sponde da truppe
spagnole e francesi, il 27 giugno 1657 fu raggiunto da un’archibugiata,
sparata da una mano rimasta misteriosa, così come nascoste furono le
motivazioni del gesto, sempre che alla sua base non vi fosse stata una
semplice casualità, come affermò la versione ufficiale dell’evento.
In merito agli anni come arcivescovo del Boncompagni si veda Meluzzi 1975,
45-46. L’arcidiacono appena defunto era il mons. Vincenzo Paleotti ed a succedergli
sarà il nipote Carlo Bentivoglio (cfr. Dignitates et canonici Capituli ecclesiae S. Petri
Apostolorum Princeps…, 68-69, 76, 119, ms. anonimo, presumibilmente degli inizi del
sec. XIX, conservato presso l’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna; ma si veda
anche Zani 1672, 90-91). Sul Bentivoglio cfr. Fantuzzi 1781-1794, II, 77-79.
25
26
Cfr. Malpighi 1902, 10. Il racconto della vicenda, unitamente a quello della mancata «dispensa delle conclusioni sul publico studio» è proposto dallo stesso Malpighi,
con maggiore dovizia di particolari e un minore piglio polemico rispetto alle Memorie,
nell’autobiografia presente in Malpighi M. 1698, 1. Si veda anche Adelmann 1966, I,
132.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
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Un ‘affare di Stato’: la ‘riserva della lettura’ del «Lector Philosophiae ordinarius» Matteo Peregrini
Note biografiche
Nel 1649 rientrava a Bologna da Genova Matteo Peregrini (o Pellegrini), letterato, cortigiano, teorico della politica e scienziato. A riportarlo nella città d’adozione27 era, agli inizi di quell’anno, il conferimento
dell’incarico di segretario del Senato bolognese – per il quale aveva concorso unitamente ad altri più o meno celebri aspiranti – ottenuto grazie al voto favorevole dei Quaranta28. A Genova era giunto anni prima,
dopo una lunga permanenza lontano da Bologna: prima a Napoli poi a
Roma e in altri luoghi. Un periodo segnato soprattutto dall’ingresso nel
seguito del card. Antonio Barberini jr. A Genova aveva invece trovato
accoglienza negli ambienti più influenti e ricchi della città, legandosi
in particolare a due nobili letterati: Anton Giulio Brignole Sale – che
sostenne nelle sue battaglie politiche e culturali – e Giovan Vincenzo
Imperiali, alla cui protezione dichiarò di potersi affidare con fiducia. Le
ragioni che lo spinsero a lasciare la città non sono mai state del tutto
chiarite, come del resto quelle che lo indussero a lasciare i Barberini, dei
quali era ritenuto e si considerava una «creatura». Un ‘esilio’ dalla patria
di adozione che, dopo il soggiorno a Napoli per «occupatione honorata»
e l’ingresso nelle corti barberiniane, fu scandito da una serie di incarichi
sia laici sia ecclesiastici al servizio della famiglia di Urbano VIII e della
Era infatti nato a Liano, località della provincia bolognese nei pressi di Castel S.
Pietro, nel 1595. Per notizie biografiche cfr. Betti 2009; 2013.
27
Ci vollero tre scrutini per consentirgli di raggiungere i voti necessari all’elezione
[cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 1v-2r]. Assunse ufficialmente la carica
il 20 marzo dello stesso anno [ibidem, f. 5r]. Peregrini sostituì nell’incarico Bartolomeo
Guidotti, che lo aveva ricoperto dal 1634 al 1647 [cfr. ASBo, Archivio del Senato,
Diari, n. 7, f. 33r].
28
96
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
Chiesa29. Va tuttavia rilevato come anche nel periodo genovese non si
interruppero i rapporti di patronage che legavano Matteo ad Antonio jr.
sulla cui benevolenza poteva ancora contare, tanto da sperare che potesse
venire allargata ai propri familiari [Betti 2013].
Peregrini aveva intrapreso i suoi studi, almeno inizialmente a carattere
scientifico, a Bologna, dove con molta probabilità ebbe come proprio
maestro il celebre matematico Giovan Antonio Cataldi e come sodale
un altro allievo di Cataldi, Giovan Antonio Roffeni, di qualche anno più
anziano di lui, ricordato come amico e fidato corrispondente bolognese
di Galileo [Aricò 1998; Bònoli-Piliarvu 2001, 153-154]. Dopo la prima
laurea in filosofia (1620), Peregrini conseguì anche quelle in teologia
(1622) e in diritto (1626). Già nel 1620 Matteo – che in precedenza
aveva ricevuto gli ordini come sacerdote secolare – salì sulla cattedra
di logica, per poi passare a quella di filosofia, in un percorso che quindi
lo vide dedicarsi all’insegnamento di materie scientifiche, senza tuttavia
mai stampare alcun testo su tale argomento. Uscirono invece dalla sua
penna negli anni seguenti opere di carattere prevalentemente politico e
letterario, destinate a portargli una buona celebrità, ma nessun riconoscimento accademico legato a simili tipi di discipline. Riconoscimento
Secondo quanto scritto nei Diari del Senato bolognese, in data 20 marzo 1649,
Matteo era stato lontano dalla «Patria» per ventitré anni, trascorsi «parte in Napoli,
parte nella corte Romana, parte in Carichi di Vicario di Vescovi, parte in Governi
secolari nello Stato di Santa Chiesa» [ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50r].
Non è al momento nota l’«occupatione honorata» che lo aveva condotto a Napoli già
nel 1626. Il termine è proposto dallo stesso Peregrini in una lettera scritta il 23 ottobre
di quell’anno agli Assunti di Studio in cui si dice «trattenuto per occupatione honorata»
in tale città e supplica «humilissamente» a «degnarsi di permettere» che gli «sia serbata
la lettura e il stipendio per quando tornerà a Bologna». L’ istanza fu accolta accolta dal
Senato bolognese in data 5 febbraio 1627 [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 17,
f. 113r]. La missiva di Matteo si conserva all’interno della cartella che raccoglie documenti collegati alla sua attività di lettore presso lo Studio cittadino [ASBo, Assunteria di
Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33]. Lo stesso Pellegrini sottolinea il grande
sforzo che gli era costato il servizio dei Barberini indicandolo, in qualche modo, come
la causa della scelta di recarsi a Genova, «quasi» un «porto di tranquillità», dopo le
«fatiche publiche lungamente in varij carichi sotto il gran Pontificato del Beatissimo
Urbano b.a. da me portate»: Peregrini 1650, 9.
29
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La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
97
che invece gli venne attribuito come ‘filosofo’ al momento del ritorno
a Bologna nel 1649, quando gli fu conferita la «lecturam Philosophiae
ordinariam»30. Un segno che nelle materie scientifiche gli era ancora
pubblicamente riconosciuta una competenza tale da far supporre che
non si sia accostato solo occasionalmente al loro studio, e comunque
avesse continuato a coltivarlo negli anni trascorsi presso i Barberini ed a
Genova, quando intrattenne relazioni con scienziati del periodo, alcuni
dei quali, tra l’altro, avevano avuto occasione di frequentare quelle corti
barberiniane di cui Matteo faceva parte.
Non molto tempo dopo il ritorno a Bologna giungeva a Peregrini – ricordato anche come «archivio di erudizione» [Crescenzi 1639, 630] – la
richiesta di trasferirsi a Roma per assumere il ruolo di secondo custode
della Biblioteca Vaticana, che poi sarebbe divenuto quello di primo custode della stessa Biblioteca31. Tramite dell’istanza – non si conosce quanto inattesa o auspicata da parte di Matteo in un mondo in cui si guardava
sovente con interesse alle possibilità di carriera in curia – fu il card. Luigi
Capponi32, attraverso l’intervento diretto di Sforza Pallavicino, nipote del
celebre politico e letterato bolognese Virgilio Malvezzi: entrambi conoscenze di vecchia data dello stesso Peregrini33. Ad ispirarla o, almeno, ad
Nei citati Diari del Senato bolognese [n. 7, f. 50r] lo si indica come «Dottore di
filosofia, theologia, dell’una e l’altra legge, lettore già di filosofia in questo Publico
Studio, scrittore di varie opere stampate in politica morale, e belle lettere».
30
La nomina del Peregrini avvenne agli inizi del 1651 cfr. Mejia, Grafinger, Jatta
2006, 382. Vi è comunque una delibera del Senato che, già in data 3 gennaio, nomina
un «prosegretario», «per discessionem D. Matthej Peregrini a sanctissimo D.N. Romae
vocati et in vicebibliothecarium […] electi» [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22,
f. 41v; cfr. anche Diari, n. 7, f. 63r]. Esiste inoltre un atto dei Quaranta ancora precedente (29 dicembre 1650) che concede a Matteo di partire per recarsi a Roma sino a
Pasqua dell’anno seguente [ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 290r].
31
Riguardo al suo ruolo nella biblioteca cfr. Mejia, Grafinger, Jatta, 2006, 186. In
generale si veda: Obstat 1976, 67-69.
32
33
Sforza Pallavicino era allora figura assai influente della corte di Innocenzo X, anche
se, come Peregrini, era stato un tempo uomo dei Barberini sino al momento in cui il
violento scossone all’interno nella corte barberiniana, al tempo della condanna di Ga-
98
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
approvarla non poté tuttavia che essere papa Innocenzo X. Un pontefice
particolarmente avverso ai Barberini, verso i quali si accanì per quanto
gli fu possibile, soprattutto nella prima parte del suo pontificato34, ma che
evidentemente non disdegnava di accogliere nella propria corte alcuni
almeno degli intellettuali che avevano dato lustro a quella del suo predecessore Urbano VIII. La felice disposizione del pontefice verso il Peregrini era maturata con ogni probabilità nell’occasione della sua nomina a
segretario del Senato bolognese nel 1649. Nomina che, per un sacerdote
come Matteo, poteva divenire valida solo attraverso una specifica dispensa papale in grado di consentire all’eletto di superare il divieto per un
religioso ad assumere il ruolo di notaio, obbligatorio per chiunque fosse
chiamato alla funzione di segretario del Reggimento. Peregrini offrì nel
frangente un’ulteriore prova della sua abilità nel muoversi nelle corti tra
principi e prelati, ma anche presso le Repubbliche, pure se dalle caratteristiche piuttosto particolari come quella di Bologna [De Benedictis 2007;
2008]. Assicuratasi infatti l’elezione, ottenne dai Quaranta due mesi di
tempo per procacciarsi la dispensa richiesta. Riuscì nell’impresa muovendosi personalmente da Genova a Roma, dove fu capace di far mutare
radicalmente parere al Pontefice, prima assolutamente determinato a non
concedere alcun tipo di deroga in materia35. Oltre alle capacità persuasive
di Peregrini, è largamente probabile che a determinare il successo della
sua missione romana siano state influenti amicizie nella curia pontificia,
capaci di preparargli un terreno favorevole al felice esito della missione36.
Una tra tutte fu di certo quella che lo univa proprio a Sforza Pallavicino,
lileo e dell’esilio di Giovanni Ciampoli, non ne aveva provocato la caduta in disgrazia.
In merito ai suoi rapporti con Malvezzi cfr. Carminati 2000.
Sulle vicende dei Barberini nel secolo del pontificato di Urbano VIII si veda: Mochi Onori, Schütze, Solinas 2007. Riguardo ad Innocenzo X si vedano i due contributi
di Olivier Poncet, rispettivamente in 2000, 321-335; e 2004, 466-478.
34
35
ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50v.
In generale sulla composizione delle corti papali del periodo e le dinamiche dei
processi decisionali che vi si svolgevano cfr. Visceglia 2005 e Giordano 2013.
36
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99
citato protagonista della sua chiamata a Roma come bibliotecario.
L’offerta di occuparsi della Biblioteca Vaticana fu accolta dal suo destinatario, né il Reggimento cittadino giudicò di potersi opporre alla
volontà pontificia, che pure gli sottraeva in una sola volta il segretario
maggiore – sostituito temporaneamente nelle funzioni dal ‘prosegretario’ Floriano Nani37 – e un dottore dello Studio, al quale si doveva, almeno in parte, l’iniziale permanenza a Bologna dell’allora giovane scienziato Giovan Domenico Cassini, poi destinato a straordinaria celebrità
[Cassini 1810, 262-264]. La partenza per Roma di Peregrini, avvenuta
tra il 21 e il 22 gennaio del 165138, ebbe tuttavia strascichi probabilmente
non previsti dai Quaranta. Infatti, il contenzioso che sarebbe sorto tra
L’eletto come «prosegretario» era un letterato locale – in precedenza «aiutante»
della «pubblica segreteria» dal 1621, poi segretario dell’ambasciata bolognese a Roma
– al quale non faceva comunque difetto una certa dose d’ironia. Lo dimostra il tono di
un suo componimento poetico, indirizzato «Agl’Illustrissimi Sig.ri Senatori del Reggimento di Bologna», dove, proponendo la sua candidatura alla carica di segretario
maggiore, contrappone il «servir dolce alla Patria», che «d’Onor fa più, che d’Oro»
– del quale si candida come convinto e fedele interprete – e l’abilità con la «penna»
di un «famoso Manzin, d’un Peregrini». Tuttavia dichiarandosi intimorito che le sue
aspirazioni, conducendolo a porsi a confronto con tanto illustri personaggi, gli causino
conseguenze uguali a quelle di Dedalo, si rivolge ai Quaranta con toni dimessi: «S’io
chieggo, ah non m’arrogo, e non pretendo,/Ma la Vostra Bontà n’imploro». I versi
sono stampati su di un foglio volante, senza dati tipografici (BCABo, Malvezzi 32 E
344), ma l’argomento che vi è trattato, ne pone la stampa al 1649, quando ebbe luogo
il concorso che vide il successo di Peregrini e di cui il Nani fu uno dei numerosi partecipanti. Il Nani è ricordato fondamentalmente, oltre che come autore di alcuni testi
d’occasione, soprattutto come curatore di una raccolta di componimenti poetici scritti
in occasione del funerale di Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII: Nani 1630. Su di
lui cfr. Fantuzzi 1781-1794, VI, 141.
37
Le differenti date appaiono in due distinti documenti del Senato bolognese: la prima è proposta nelle Filze, n. 2, f. 290r, la seconda appare nei Diari, n. 7, f. 63r. Da
quanto compare scritto negli stessi documenti (Diari, n. 7, in data 16 febbraio 1651 [f.
62r-v] e Filze, n. 2, f. 290r), l’assenza di Peregrini era prevista inizialmente solo fino alla
Pasqua di quell’anno, periodo per il quale gli era garantita la riserva del posto e l’onorario. Singolare comunque che nei Diari (n. 7, f. 63r) appaia espressamente menzionata
la ragione dell’andata a Roma di Matteo connessa al «carico conferitogli dalla Santità
di Nostro Signore di sottobibliotecario della Vaticana libraria», mentre nelle Filze (n.
2, f. 290r) ci si limiti ad affermare che Matteo partì per Roma «dove supponeva esser
chiamato da Nostro Signore».
38
100
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Studi e Ricerche
Matteo e il Senato riguardo alla condizione giuridica ed economica che
gli doveva essere riservata a Bologna in relazione alle due mansioni a cui
aveva dovuto rinunciare assunse a un certo momento i contorni, almeno
per quanto riguarda quella collegata all’Università, di un ‘affare di Stato’.
Un primo conflitto tra Peregrini e il Senato di Bologna
Un primo fronte di contrasto tra Matteo, nel frattempo nominato monsignore, ed i Quaranta riguardò il Peregrini segretario del Senato. In
merito a come rispondere alle sue richieste il Reggimento sembra abbia
discusso in particolare dal 14 al 22 aprile 1651. All’interno del Senato si confrontavano nel frangente due diverse opinioni su come gestire l’assenza del Peregrini e la sua istanza di riservargli l’incarico nella
prospettiva di un possibile ritorno. Una prevedeva che fossero concessi
a Peregrini solo due mesi di ‘riserva’, comunque accompagnati dall’intero onorario spettante per il periodo, accelerando così i tempi della sostituzione. L’altra, che si afferma gradita al richiedente, non prevedeva
corresponsione di onorari, bensì un prolungamento della riserva sino
ad ottobre. Particolarmente interessanti sono le motivazioni a sostegno
dei due differenti partiti addotte in Senato dagli Assunti di Cancelleria,
ai quali era stato evidentemente commissionato uno studio della ‘pratica’39. Per un verso si sottolineava l’urgenza e la necessità di provvedere
affinché il Senato avesse un proprio segretario nel pieno delle funzioni
e non dovesse invece affidarsi a un sostituto. Per un altro si mostrava
vivo timore che una decisione a contrasto con i desideri di Peregrini lo
inducesse a venir meno al ruolo di patrocinatore delle cause cittadine a
Roma. Compito in cui doveva essersi mostrato particolarmente abile se
in Senato si poteva affermare: «perch’egli quando anche si fusse in Roma
potrà sempre giovar molto a gl’interessi pubblici come di già a quest’hora ne ha passati e da quali se ne possono sperare ottimi effetti come gli
39
A tale magistratura spettava il compito di vegliare, in particolare, sulla buona tenuta degli archivi del Senato.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
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Assonti di Cancelleria ne fanno attestatione»40. Tale seconda motivazione induce a ritenere che Peregrini a Roma svolgesse, con l’approvazione
della ‘Patria’, una mansione, almeno in parte parallela a quello dell’ambasciatore della Repubblica bolognese, di patrocinatore di cause locali
presso gli ambienti della curia41. L’efficace esercizio di un simile compito
poteva derivare a Matteo solo da una parte svolta all’interno della corte
papale che non si limitasse esclusivamente ai compiti di bibliotecario,
ma ne facesse un membro ascoltato della cerchia degli uomini vicini al
pontefice: circostanza che troverà conferma in atti successivi della vicenda che vide contrapporsi Peregrini al Senato. Le varie delibere assunte dai Quaranta di prolungare l’incarico al Nani per periodi limitati, in
genere due mesi (la prima data 21 marzo, l’ultima 9 dicembre)42, lascia
intendere che la volontà di Matteo sia risultata vincente o che comunque
la trattativa tra le parti sia continuata. Tuttavia negli Atti del Senato il 21
dicembre compare la notizia dell’abdicazione di Matteo dal suo incarico
di segretario maggiore e, nello stesso giorno, viene eletto al suo posto un
letterato di origine fiorentina: Cosmo Gualandi, mentre il Nani è confermato come «pro segretario»43. Non vi è notizia che il provvedimento
ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 1, ff. 417r-418v. Non sempre comunque tale
sua funzione si svolse con successo. Lo documenta una sua lettera spedita a uno sconosciuto corrispondente dove dichiara tutta la propria delusione per l’infelice esito della
sua azione all’interno di manovre fratesche. Cfr. lettera ms. di Matteo Peregrini a un
ignoto destinatario, datata 17 luglio 1652, in Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio
di Bologna, Coll. Aut. CIII, pos. 23654.
40
Ad indagare sulle relazione clientelari intessute tra Bologna e Roma si è dedicata in
particolare Reinhardt 2001, 107-146; 2005, 237-249.
41
Cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 41v, 53v, 59r, 62r, 66v; Diari, n.
7, 63r, 68r, 72r, 73v.
42
43
ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 22, ff. 67v-68r; Diari, n. 7, f. 74r. Il 5 aprile
del 1653 i Quaranta conferiranno per cinque anni allo stesso Gualandi la lettura di
«humanarum litterarum», che era stata in precedenza di Domenico Cesari [ASBo, Archivio del Senato, Filze n. 2, ff. 213r-214r e Partiti, n. 23, f. 30r]. In realtà Gualandi
mantenne la cattedra fino al 1698 [cfr. Dallari 1888-1924, II e III.1, ad indicem]. L’origine fiorentina del Gualandi è ulteriormente documentata da una sua richiesta del 7
gennaio 1653 in cui chiede di andare a Firenze «sua patria» per affari di famiglia. Nella
102
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
del Senato – in palese contrasto con la decisione assunta pochi giorni
prima riguardante il Nani – sia frutto di un atto d’imperio del Reggimento o nasca da un accordo tra le parti. Nei fatti ed a breve, comunque,
Peregrini avrebbe dimostrato che il tempo di rivendicare i propri ‘diritti’
nei confronti dei Quaranta era tutt’altro che finito.
Un secondo fronte di scontro
Un nuovo conflitto tra il Senato e Peregrini, all’apparenza ben più aspro
del precedente, ebbe al centro la ‘riserva’ della lettura universitaria di
filosofia. La questione pare avere il proprio culmine nella primavera del
1652, ma si trascinava da mesi precedenti, come risulta dai contenuti di
documenti di quel periodo che ne segnano il percorso. Il primo ritrovato, che se non costituisce l’inizio del confronto, ne indica perlomeno una
ripresa dai toni particolarmente forti, è una missiva diretta ai Quaranta,
a firma del Peregrini, datata 10 gennaio 1652 e viene da Roma44. Nella
lettera Peregrini, con toni al limite dell’arroganza – pur in un contesto di
formale dichiarato ossequio alla volontà del Senato – rivendica la propria
straordinaria condizione personale, che invita i Quaranta a riconoscere,
accogliendo per intero le sue istanze, come era stato fatto in passato per
alcuni casi «singolari». Le richieste di Matteo si possono riassumere in
due punti: mantenere contemporaneamente il posto di lettore nell’Ateneo e insieme l’intera retribuzione che gli sarebbe dovuta per lo svolgimento di tale incarico durante tutto il periodo in cui avrebbe dimorato
a Roma, in quanto al servizio del Papa45. Sulla base dell’accoglimento di
circostanza fu sostituito nel suo compito di segretario maggiore dal Nani [ASBo, Archivio del Senato, Diari 7 cit., f. 91v]. Cosmo ottenne la cittadinanza bolognese «in
forma satis ampla» solo nel 1661 [cfr. Angelozzi-Casanova 2000].
44
ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289r-v.
45
«Accostandosi il termine prescritto al richiedere la riserva della lettura, io scrivo
questo mio foglio a supplicare le SS.VV. Illustrissime di questa gratia. Per molte contingenze può accadere che un giorno io me ne vaglia. Quando anche ciò non dovesse
mai essere, mi sarà pur caro l’havere anche questo pegno della benignità delle SS. VV.
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La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
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entrambe le ‘suppliche’ dichiara poi che misurerà direttamente la ‘sollecitudine’ con cui proseguire la sua azione a favore di Bologna presso
la curia romana: «haverò memoria della gratitudine dovuta, così haverò
ancor campo di mostrarmi grato con l’opere».
Nei primi giorni di marzo del 1652 gli Atti dell’Assunteria di Studio
indicano come si stessero esaminando con attenzione le richieste inviate dal Peregrini, con particolare riferimento alle implicazioni di quelle
economiche. Nella seduta del 7 marzo 1652 gli Assunti, chiamati dal
Reggimento cittadino ad analizzare la questione e riferire, si mostrano
inclini a trovare un modo per «consolare» un Peregrini descritto come
desideroso di un ritorno a Bologna e agli incarichi lasciati: conservargli
la riserva del posto e corrispondergli per intero l’onorario, ma solo quello
dovuto per l’anno trascorso. La «speranza» dichiarata è poi che a risolvere
la questione venisse un suo rientro a Bologna con la conseguente ripresa
di entrambi gli incarichi precedenti46: auspicio piuttosto singolare tenendo conto che il Senato si era già dotato da tempo di un nuovo segretario.
Il 13 di marzo gli Assunti si dichiarano invece impegnati in una ricerca
di esempi passati, collegati alle maggiori personalità che si erano trovate
in condizioni simili a quella attuale del Peregrini, così da offrire alle sue
istanze risposte sostenute da probanti esempi storici47. Gli stessi Assunti
tre giorni dopo – data in cui la loro relazione, contenente le proposte
di offerta al Peregrini, fu letta in Senato48 – dichiaravano tutto il loro
‘rincrescimento’ per non aver potuto trovare esempi o argomenti che
Illustrissime. Alcuna volta per qualche singularità concorrente nel suggetto hanno le
SS. VV. Illustrissime giudicato conveniente aggiungere alla riserva della lettura quella
ancora dell’onorario. Perciò io, sotto pena di mostrar di stimar poco e di credere che
le SS.VV. Illustrissime poco stimino l’essere stato loro maggior Segretario, hora Vice
Bibliothecario di Sua Santità (particolarità che ne mai più sono concorse, né forse in
avvenire concorreranno mai più nel medesimo), non posso tralasciare congiungere alla
supplica della prima gratia quella insieme della seconda»: ibidem.
46
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67r.
47
Ivi, f. 67v.
48
ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289v.
104
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
potessero consentir loro di fornire un parere favorevole alle istanze del
Peregrini, dichiarandosi limitati nelle loro «facoltà» perché obbligati ad
ottemperare alle norme stabilite «da sommi pontefici», che affermano
come «il denaro della gabella grossa è applicato a dottori leggenti attualmente, la qual qualità non conviene a lui»49.
Un ‘affare di Stato’
Il richiamo alle disposizioni pontificie presente negli Atti degli Assunti
acquista un particolare significato se riferito ai contenuti della lettera da
loro inviata il 20 marzo all’ambasciatore bolognese a Roma, il senatore
Girolamo Albergati50. La missiva propone inizialmente una descrizione
dello stato del caso, indicando le richieste del Peregrini, le motivazioni
teoriche che le sostenevano e gli esempi dei quali si era fatto forza per
supportarle51. In seguito appare il giudizio del Senato sulle istanze di
Matteo e le controproposte che intende presentargli. L’insieme delle ri ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v. La ‘Gabella grossa’ era il dazio per
l’esportazione delle merci e per l’importazione di quelle forestiere in città e nel contado
con cui a Bologna si costituiva il fondo destinato a pagare gli stipendi ai lettori dello
Studio. In merito alla sua storia si veda Carboni 1990; 1991.
49
ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146. L’Albergati (1607-1698), fu
ambasciatore a Roma dal 1644 al 1653. Nei Diari del Senato [n. 6, f. 68v], si ricorda
il «gusto» della città per la sua elezione ad ambasciatore in quanto uomo «di qualità
molto honorate et di straordinaria bontà, e prudenza». L’Albergati, interprete di una
giovinezza piuttosto turbolenta che lo condusse a conoscere le carceri per volontà del
legato pontificio Bernardino Spada, sedette tuttavia assai presto sullo scranno senatorio,
che tenne dal 1629 al 1693, quando uscì dal Reggimento per «rinuncia» [cfr. Guidicini
1876, 126-127]. Il suo nome è rammentato in particolare per l’edificazione del celebre
palazzo di famiglia di Zola Predosa. Lo si ricorda comunque come uomo che «lasciò
molti debiti, ma grandi capitali»; Guidicini 1876, 127. Su di lui si veda anche Dolfi
1670, 50.
50
51
In merito alle motivazioni è scritto che Peregrini avesse nei mesi trascorsi fatto «instanza poter godere dell’honorario ancor dimori costì in Roma e non legga attualmente. Pretendeva egli giustificar questa sua dimanda col dire che venne costà chiamato da
Nostro Signore non spontaneamente e che trovandosi al servizio del principe supremo
dovea reputarsi per presente a similitudine di quegli che sono assenti per causa della
Repubblica»; ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146, cit.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
105
vendicazioni di Matteo è ritenuto «esorbitante» dal ‘Regimento’, che invece – accogliendo la proposta degli Assunti di Studio – intende offrirgli
la riserva della lettura e la conservazione dell’onorario al suo eventuale
ritorno, oltre alla corresponsione di quattrocentocinquanta lire a saldo di
quanto gli sarebbe stato dovuto per l’anno precedente. Nucleo centrale
della lettera è tuttavia il dichiarato timore presente nei Quaranta di una
azione romana del Peregrini intesa ad ottenere, attraverso un breve pontificio – quindi per intervento diretto di Innocenzo X – quanto il Senato
non erano disposti a concedergli. Alla «prudenza» dell’Albergati era affidato il compito di precludere a Peregrini «la strada a questo tentativo»,
impedendo così che «s’introduca novità tanto perniciosa allo Studio». Gli
Assunti forniscono poi all’ambasciatore un armamentario di motivazioni e di esempi – frutto del loro recente lavoro – da usare nella sua azione
diplomatica, della quale l’obiettivo più importante è divenuto convincere il Papa delle buone ragioni della Repubblica. Due sono soprattutto i
temi sui quali gli Assunti insistono: innanzitutto la carica assunta a Roma
da Matteo non ha nulla a che fare con Bologna e con i «publici affari»;
riguardo poi agli esempi indicati da Peregrini a sostegno delle proprie
istanze gliene vanno contrapposti altri in grado di documentare come in
passato soggetti di «gran qualità» abbiano lasciato lo Studio bolognese,
accettando a Roma ruoli che avevano attinenza con il «publico», senza
tuttavia ottenere il privilegio di conservare l’onorario. Il caso principale
che si invita l’Albergati ad addurre è quello di Alessandro Ludovisi, poi
papa Gregorio XV. In tal modo si pone sul piano della trattativa il più
importante ed illustre degli esempi che la Repubblica potesse mettere in
campo: un lettore dell’Ateneo, bolognese d’origine, destinato a divenire
papa. Sul piano quindi dei riferimenti giuridici è proposto l’elenco dei
pontefici che hanno stabilito come nell’Ateneo bolognese lo stipendio
non possa essere dato a lettori assenti. Nell’insieme si trattava di una serie
di argomenti e di esperienze concrete da proporre ad Innocenzo X –
formalmente assente nel contenzioso, ma che si temeva potesse entrare a
dettarne la fine con atto d’imperio – per ricordargli come un intervento
106
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
diretto a favore di Peregrini lo avrebbe posto a contrasto con una lunga giurisprudenza fissata dai suoi predecessori, oltre che con il diretto
esempio offerto da uno di loro. In merito poi ai casi citati da Matteo,
l’ambasciatore poteva contrapporre come non si riferissero a soggetti in
condizioni paragonabili alle sua, poiché riguardavano assenze destinate
a durare «un breve spazio di tempo», mentre Peregrini «habita di continuo in Roma, e con poca speranza di partirsene mai». Conclusione che
chiarisce come a Bologna non si credeva in effetti a un ritorno, di cui
evidentemente Peregrini lasciava invece strumentalmente trasparire la
possibilità. Il 23 marzo intanto il Senato provvedeva a concedere le promesse quattrocentocinquanta lire al Peregrini, a saldo del suo onorario
per l’anno trascorso52. Matteo tuttavia, nel medesimo giorno, scrivendo
ai Quaranta da Roma53, si mostrava pronto ad affidare il buon esito della
sua causa alla «buona volontà» del ‘Regimento’, indicando tuttavia una
nuova soluzione per risolvere il contenzioso: un arbitrato che avrebbe
potuto essere affidato al «Sig. Eminente Merenda loro avocato», così da
muoversi in «piena et legale equità». L’‘avocato’ era Antonio Merenda,
un giurista al tempo assai illustre, che lo Studio bolognese riuscì ad avere
tra i propri docenti dal 1647, strappandolo a una forte concorrenza e
con il quale Peregrini, l’anno precedente, aveva pubblicato il suo unico
contributo dato alle stampe in campo giuridico: Ad Statutum Bononiense Sub Rubrica de Praescritionibus Responsa tria […] In quibus luculenter
ostenditur praecipue, qua ratione etiam in debitis iuratis possit, & debeat dictum statutum procedere, Bononiae, G.B. Ferroni, 165154.
52
ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 23, ff. 7v-8r.
ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub
data.
53
54
Riguardo alla sua presenza a Bologna cfr. Fantuzzi 1781-1794, V, 150-151; Dallari
1889-1924, II, ad indicem. Su di lui, in generale, si veda Palumbo 2009, 637-639. Un
segnale del prestigio goduto dal Merenda viene dal suo atto ufficiale di morte (3 gennaio 1655) dove è scritto: «L’eccellentissimo et insigne S. Antonio Merenda da Forlì,
Dottore di legge ed eminente di questa città nella quale è stato (con somma ammirazione dei più letterati) lettore famoso per anni»; Archivio Generale Arcivescovile di
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
107
I timori del Senato riguardo alla possibilità per Matteo di ottenere un
diretto intervento del Papa nel contrasto che lo divideva dal ‘Regimento’ cittadino indica ulteriormente in maniera chiara, anche se indiretta,
come egli fosse entrato nelle grazie di Innocenzo X. La risposta dell’Albergati del 27 marzo certifica poi come facesse parte stabilmente della
corte del Papa, dal momento in cui, per avere sicurezza d’incontrarlo,
l’ambasciatore si propone di seguire gli spostamenti di Innocenzo X,
nei quali Matteo era evidentemente solito accompagnarlo55. La dichiarata strategia dell’Albergati, così come proposta ai Quaranta, contempla
in primo luogo di sondare «l’animo» di Peregrini, cioè di svolgere un
lavoro di intelligence inteso a informarsi sulle sue reali intenzioni, ma
di opporsi comunque «con que’mezzi» che giudicherà «più opportuni
acciocché non s’ottenga il Breve che dubitano, con tanto pregiudicio di
loro Signori», facendo uso delle «armi» fornitegli dagli Assunti di Studio
a difesa delle «ragioni di cotesta Patria».
Il piano per incontrare Matteo dell’Albergati, che aveva notizia della
imminente presenza in S. Pietro del Pontefice, ebbe successo. Così tre
giorni dopo l’ambasciatore poteva comunicare al Reggimento che «Peregrini mostra di non haver senso di ricorrere ad altri che alle benignità
dell’Illustrissimo Senato per la gratia dello stipendio della lettura»56. In
merito poi alla proposta di mediazione da conferire al Merenda, aggiunge che Peregrini gli ha confessato come tale istanza nasca dal suo senso
dell’onore: «non mira l’hemolumento, ma l’honorevolezza», da misurarsi
comunque in lire. Il senso di sollievo con cui l’ambasciatore comunicava
la notizia era tuttavia attenuato dal tarlo del dubbio riguardo alle reali intenzioni di Matteo, il cui comportamento accomodante non aveva
quindi fatto cadere il timore che fosse solo teso a dissipare ogni possibile
Bologna, Parrocchie soppresse, S. Salvatore, 39/17 Libro de’ morti (1584-1806), l. I, f.
50r.
ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub
data.
55
56
Ibidem, sub data.
108
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
sospetto sulle sue intenzioni ed a nascondere un colpo di mano. Aggiungeva pertanto che non avrebbe mancato di «avertire ad ogni qualunque tentativo che potesse farsi per ottenere il Breve che mi accennarono
loro». Il 7 di aprile gli Atti degli Assunti di Studio documentano come
due lettere a sostegno delle ragioni di Peregrini, giunte attraverso l’ambasciatore bolognese, avessero indotto la magistratura a riprendere la
questione, focalizzandosi su quello che ormai ne era riconosciuto come
il punto centrale, se cioè competa «alcuna ragione a chi serve il Papa di
poter godere l’honorario de Dottori bolognesi»57.
Ulteriore tappa della vicenda è rappresentata da una missiva spedita da
Peregrini, indirizzata ufficialmente agli Assunti di Studio, ma in realtà destinata ai Quaranta, che mostra un Peregrini determinato a veder
soddisfatto il proprio ‘onore’ e quindi per nulla disposto ad accettare un
accordo che non lo soddisfaceva. La lettera è un misto di note sarcastiche rivolte al Reggimento e di puntigliose rivendicazioni di quelli che
il suo autore giudica propri diritti e soprattutto della bontà della via da
lui indicata per risolvere il contenzioso: un arbitrato tra le parti affidato a
un giurista di prestigio, che poteva essere anche un personaggio diverso
dal Merenda in precedenza indicato, con la possibilità di ricorrere perfino a qualsivoglia dei giudici di Rota, uno dei due tribunali civili allora
presenti a Bologna58.
57
ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v.
«Tre motivi mi hanno forzato ad esser di nuovo molesto all’Illustrissimo Senato et
insieme alle SS.VV. Illustrissime. Il primo è stato il vedere tanta disposizione et desiderio in farmi la gratia richiesta mentre vi fosse stato luogo. Per mostrare di gradire una sì
gran benignità mi era necessario il non trascurare di secondarla. La seconda la necessità
di schifare la nota di quel mal huomo che incorrerei mentre restassi in concetto d’haver
desiderato l’altrui contra il divieto della legge d’Iddio, et tentatone un giudice tanto
integro quanto è l’Illustrissimo Senato. Il terzo è il persuaderni d’haver giustitia a venti
soldi per lira. Posso bene ingannarmi, ma fra tanto, finché non sono disingannato farei
da huomo stolido se per ogni strada lecita non procurassi di conseguirla. Ho chiesto il
voto del sig. Merenda loro avocato, perché dottore cittadino non haverebbe convenevole il far da giudice in causa, nella quale è più tosto parte. Oltre il sig. Merenda vi sono
altri soggetti forestieri, et vi è la Ruota. Havendo dunque, come intendo, l’Illustrissimo Senato commesso alle SS.VV. Illustrissime la mia ultima supplica, ricorro alla loro
58
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
109
Questa lettera costituisce l’ultimo documento sinora rinvenuto che documenta i contrasti sorti tra il Senato bolognese e Matteo dopo la sua
nomina a bibliotecario della Biblioteca Vaticana. È comunque probabile che la vicenda si sia trascinata oltre nel tempo e che ulteriori ricerche
possano portare alla luce nuova documentazione in grado di precisarne
gli sviluppi, ma anche di aggiungere ulteriori dettagli ai fatti sinora descritti. Comunque è certo che, quali sia state le ulteriori tappe della storia, Peregrini non ebbe molto tempo per rivendicare le proprie ragioni
o per vederle accolte. Infatti morì nel dicembre del 1652 a Roma, dove
fu sepolto.
Nel 1651, quasi contemporaneamente a Peregrini, giungeva a Roma il
celebre Virgilio Malvezzi, ospite nella casa di Sforza Pallavicino e descritto in frequenti colloqui tra lui, il suo anfitrione e Matteo. Lo conduceva in città l’occasione della stampa romana dell’Introduttione al racconto
de’ principali successi accaduti sotto il comando del potentissimo Re Filippo
IV [Carminati 2007b]. La circostanza per Virgilio era però soprattutto
buona per occuparsi delle questioni che aveva ancora aperte con la Santa
Sede, poiché, al tempo di Urbano VIII, gli erano stati confiscati i feudi
di Castel Guelfo, luogo natale della famiglia. A causare la confisca erano
stati soprattutto i comportamenti dei nipoti di Virgilio: Sigismondo e,
in particolare, Ludovico, reo di «lesa maestà» [Carminati 2007a]. Una
condanna giunta a Virgilio, pur «innocente» [[Carminati 2007b], dopo
la quale, nel 1636 – grazie alla protezione del Conte-duca di Olivares –
il nobile bolognese aveva intrapreso la via della Spagna, dove si sarebbe
benignità, pregandole, se così pare loro convenevole a cooperare, che mi sia deputato
soggetto legale che possa udire et considerare le mie ragioni, delle quali sin hora non
ho motivato che una in barlume. Starò dunque attendendo per poterle mandare et
rappresentare compitamente, mentre per fine alle SS.VV. Illustrissime faccio riverenza».
La missiva è datata: Roma, 13 aprile, e si conserva oggi presso l’ASBo, Assunteria di
Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33. Sulla presenza a Bologna di due tribunali
civili con funzioni praticamente simili, frutto della particolare condizione della città,
‘Repubblica’ legata con un vincolo pattizio al potere del Papa, si veda Boris- Di Zio
1993, 131-154.
110
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Studi e Ricerche
conquistato un ruolo importante al servizio di Filippo IV, sia come diplomatico sia come cronista59.
Al suo ritorno dalla Spagna nel 1645, ad accoglierlo allo sbarco a Genova, Malvezzi avrebbe trovato proprio Matteo, assieme a quel Vincenzo
Imperiali – ricco ed influente aristocratico, oltre che celebre letterato
– il quale, in un momento di disgrazia, segnato da un esilio da Genova, Malvezzi aveva accolto a Bologna e che poi, rientrato a Genova, fu
punto fondamentale di riferimento per Peregrini negli anni trascorsi in
quella città.
Assai difficile ritenere che Malvezzi e Peregrini nelle loro amene passeggiate, accompagnati da Sforza Pallavicino, discutessero solo di «scienza
e di morale»60 e non entrassero invece nelle differenti questioni che tanto
stavano loro a cuore: per Malvezzi la riconquista delle proprietà che gli
era state confiscate, per Peregrini il riconoscimento per intero del proprio ‘onore’. Nei loro frequenti incontri appare infatti impensabile non
si sia parlato anche delle controversie in atto tra Matteo e i Quaranta,
nonché tra Virgilio e il Papa. Per i trascorsi di amicizia tra i due bolognesi, segnati anche dal tentativo di Peregrini di trovare in tempi passati
appoggi e protezione presso l’illustre concittadino, il marchese Malvezzi
costituiva, ad esempio, la figura più autorevole di cui il Senato potesse
disporre per convincere Peregrini a tenere un atteggiamento di maggiore accondiscendenza verso le proprie decisioni. Virgilio altresì avrebbe
potuto mettere in campo la sua esperienza di diplomatico e l’indiscusso
prestigio goduto operando a favore della Repubblica bolognese presso
la curia papale e lo stesso Pontefice, indirizzato a favorire quella Spagna
dalla quale Virgilio era partito accompagnato dalla considerazione di
Sul suo ruolo di storico cfr. Kagan 2010, 323-329. In generale si veda Belligni
1999.
59
Calef 1967, 366. Le «questioni filosofiche» trattate in quegli incontri sono indicati
all’origine del Trattato sulla Provvidenza di Sforza Pallavicino, opera in forma di dialogo
con Malvezzi e Peregrini a protagonisti, cfr. Bulletta 1995, 49. Il testo è pubblicato in
Pallavicino 1844.
60
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
111
Filippo IV, di cui per anni era stato al servizio.
Se appare piuttosto probabile che i Quaranta abbiano incaricato Malvezzi, durante il suo soggiorno romano, d’intervenire nella diatriba che
aveva in atto con Peregrini, allo stesso modo si può ritenere verosimile
che Malvezzi abbia sollecitato i buoni uffici dell’amico a favore della
propria causa, tenuto conto dei felici rapporti intessuti da Matteo con
Innocenzo X. C’è poi da credere che Peregrini abbia stimolato, a propria
volta, Malvezzi a farsi patrocinatore delle sue istanze in quel Senato di
cui era uno dei membri61, ponendolo di fatto in un ruolo di mediatore tra
le parti62. Date le circostanze, in questa occasione, in nome della ricerca
di una convergenza d’interessi, potrebbero essere venuti meno in parte i
canonici rapporti di dipendenza tra un potente senatore e un ‘cortigiano’, con il secondo solitamente desideroso di trovare protezione sotto
le ali autorevoli e influenti dell’altro, che poteva scegliere se concederla
o meno. Appare infatti possibile che a Roma, attorno all’ex segretario
maggiore dei Quaranta, a partire dal 1651, si sia creato un singolare
intreccio di istanze private e di interessi pubblici con protagonisti lo
stesso Matteo, il Malvezzi, la corte papale e il Senato bolognese, rappresentato dall’ambasciatore Albergati – al quale era affidato ufficialmente
il compito di condurre con saggezza le azioni necessarie a difendere la
‘Patria’ –, dove non è difficile ipotizzare uno scambio di ruoli tra postulante, patrocinatore e mediatore di cause a seconda delle questioni
delle quali di volta in volta si trattava. Le eventuali trattative condotte
durante la permanenza di Malvezzi e Peregrini a Roma si risolsero, con
ogni probabilità, in una serie di dialoghi e di incontri all’interno dei suoi
Malvezzi era stato eletto senatore nel 1627 [cfr. Guidicini 1876, 135] e mantenne
tale carica sino alla morte, avvenuta il 12 agosto 1654 [Archivio Generale Arcivescovile
di Bologna, Parrocchie soppresse, S. Sigismondo, Libro dei morti, vol. II, pp. n.n., sub
nomine].
61
62
Virgilio non vide comunque la fine della controversia, che si risolse con il ritorno
delle proprietà confiscate alla sua famiglia solo nel 1656 – anche se la situazione ebbe
una svolta positiva per la famiglia bolognese già tre anni prima – grazie all’intervento
del nuovo pontefice Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, amicissimo del Malvezzi.
112
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
palazzi. Sembra quindi difficile, anche se non impossibile, ne sia rimasta
un’ampia testimonianza scritta, confinata forse solo in una qualche comunicazione privata tra Bologna e Roma. Diversa la situazione nei mesi
seguenti, quando Malvezzi rientrò nella città natale e le questioni in
campo non potevano essere trattate tra i due che in via prevalentemente
epistolare. Appare allora lecito supporre che nelle lettere del periodo, sia
in quelle già conosciute sia in altre ancora celate negli archivi, si possa trovare documentazione significativa della vicenda di Peregrini e del
suo possibile intreccio con quella di Malvezzi. Documentazione sinora
sfuggita all’interesse del lettore in quelle già note, anche a causa dell’impossibilità di riferirne i contenuti a una vicenda di cui si è smarrito il
ricordo.
L’onore e l’utile in un cortigiano, teorico della «politica morale»
I libri dedicati da Peregrini alla «politica morale»63 ci mostrano un teorico del sapere applicato alla vita civile e alla politica capace di disegnare
i tratti ideali di un cortigiano modello di prudenza e saggezza, con i
requisiti morali e intellettuali per elevare la corte, pronto a suggerire al
principe la via migliore per un buon governo indirizzato a conseguire il
bene pubblico per mezzo di un impegno politico comune, in nome del
dovere e della responsabilità.
Le vicende della vita di Peregrini, almeno nel suo ultimo periodo, paiono invece esaltarne le qualità di cortigiano spregiudicato, desideroso
di tradurre in beneficio per sé il potere clientelare di cui godeva all’interno della curia romana, dove pare fosse divenuto un sicuro ed efficace
punto di riferimento per la cura degli interessi bolognesi che vi si maneggiavano.
Le relazioni tra i suoi atti e il modello di cortigiano che aveva proposto
nei libri di ‘politica morale’ e in cui aveva inteso farsi identificare pa-
Riguardo al Peregrini teorico della politica e della corte rinvio a Peregrini 2009
(ed. orig. 1634), con la bibliografia che vi è contenuta.
63
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
113
iono davvero flebili, teoricamente legate al solo filo di quella ‘giustizia’
che Peregrini offre, assieme all’‘onore’, come principio ispiratore del suo
agire. La vita di Matteo appare comunque vissuta nel segno della sua
grande abilità nel mestiere di servire acquisendo la grazia del ‘signore’
di turno. Una maestria nei comportamenti che lo rende capace di muoversi su diversi fronti, anche contrapposti, con assoluta disinvoltura ed
evidente successo. A suo agio tra cardinali, papi, principi e repubbliche,
si mostra capace di mutare di ‘padrone’ e conservare felici rapporti con
il precedente, oltre che di porsi nelle condizioni di crearne di altrettanto
favorevoli con il nuovo. Peregrini stesso, per esempio, vantava il proprio
legame con i Barberini, di cui aveva saputo conquistarsi stima e benevolenza, ma seppe altresì creare un saldo vincolo con Innocenzo X, per
altro, in genere, assai maldisposto verso tutto quello che ricordava la
famiglia di Urbano VIII, ma non forse di tutti gli intellettuali di cui si
era contornata.
La biografia del letterato, ecclesiastico e cortigiano Matteo Peregrini potrebbe anche essere indicata come una dimostrazione pratica da inserire
nel dibattito teorico – su cui lo stesso Peregrini si era cimentato – riguardo all’esistenza o meno di un sistema che regolasse i rapporti tra
principe e cortigiano che, se osservato, dava a quest’ultimo certezza di
buona riuscita. Le vicende narrate paiono manifestare come Matteo, se
realmente esisteva, avesse colto la chiave di tale sistema, mostrando di sapersi adeguare perfettamente alle norme del comportamento cortigiano.
Nel concreto ‘servire’ pare davvero fosse per lui un atto di consapevole
dipendenza tale da rappresentare per chi lo compiva via necessaria per
conseguire un utile privato. In conseguenza la corte costituiva luogo
particolare per il cortigiano in cui coltivare le speranze di avere vantaggi
e dove – nell’intreccio di motivi ideali e interessi personali in grado di
far emergere le più nascoste energie, che lo stesso Peregrini riconosceva
presente in tale figura – i benefici privati costituivano la motivazione
principale dei più diversi comportamenti che vi si ponevano in essere.
Una conclusione sostanzialmente opposta a quella che aveva disegnato
114
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
nei suoi testi riguardo alla condotta ed ai fini dell’azione di quel ‘savio
in corte’ da lui descritto, ma che, al contrario, appare in linea con le affermazioni sul tema proposte da Giovan Battista Manzini, suo polemico
contradditore in materia.
Conclusioni
Il contrasto che divise tra il 1651 e il 1652 il Senato bolognese dal suo
ex segretario maggiore non fu solo una contrapposizione legittima su
limitati interessi, ma nel presente e in prospettiva poteva indebolire il
potere del Reggimento, al cui interno traspare altresì la consapevolezza
dei rapporti di forza reali tra la Repubblica bolognese e il Papa, alla cui
volontà non ci si può opporre e verso il quale solo si può cercare di mettere in atto azioni di convincimento, attraverso argomenti che cercavano
autorità dal passato e tramite i quali si sperava di dar forza alle proprie
ragioni. Tale contrasto rischiò inoltre di trasformarsi, da un momento
all’altro, in un conflitto aperto tra Innocenzo X e Bologna, qualora il
Senato si fosse opposto a un ventilato documento pontificio che, raccogliendo le istanze di Matteo, capovolgeva una tradizione e un repertorio
giurisprudenziale consolidato, creando una situazione difficile nel presente, ma soprattutto nel futuro, per la parte delle casse della ‘Repubblica’
bolognese destinata a sostenere le spese per gli onorari dei maestri dello
Studio. La danza di argomenti di diritto e di casi esemplari presente nelle
lettere e nei documenti da cui è segnata la vicenda era in fondo il prodotto dell’intrecciarsi di ragioni personali per il Peregrini e d’interessi di
Stato per il Senato, con le parti pronte a farne uso quando le circostanze
correnti lo richiedevano. Il deciso e spregiudicato indirizzo su cui Matteo aveva impostato le proprie richieste al ‘Regimento’ sembra suscitare scalpore e indignazione tra i Quaranta. Appare tuttavia ragionevole
supporre che Peregrini ritenesse nella pratica aggirabile lo ‘sdegno’ dei
Quaranta e il suo obiettivo realisticamente conseguibile attraverso una
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
115
manovra combinata tra Roma e quella parte del ceto dominante locale
con il quale aveva saputo costruire un intreccio di interessi e di rapporti.
Non si comprende altrimenti come un personaggio dotato dall’abilità di
Matteo nel muoversi tra corti e negozi avesse scelto una simile condotta,
in un differente contesto davvero incauta. In ogni caso Peregrini nella
Roma di Innocenzo X viveva un doppio ruolo: servitore verso il Papa e,
grazie al ruolo conquistato nei palazzi romani, ‘principe’ verso tutti coloro, anche nobili, che ne domandavano i favori. Favori fatti in maniera
così efficace da poter essere posti sul piatto della bilancia nella trattativa
intavolata con il Reggimento bolognese, timoroso proprio del danno
che sarebbe potuto venire alla ‘Patria’ se Matteo avesse dato seguito alla
ventilata minaccia di far venire meno la sua benevolenza verso istanze
che giungevano a Roma da Bologna. Un timore tale da indurre i Quaranta a trovare motivazioni a sostegno di riconoscimenti a suo favore che
lo soddisfacessero. Una possibilità resa comunque vana dall’aspirazione
di Matteo a vedersi conferire un privilegio eccezionale rappresentato
dal mantenimento della retribuzione in aggiunta alla riserva del posto.
Un privilegio che, oltre a conferire agi materiali, avrebbe costituito riconoscimento pubblico della condizione straordinaria in cui reputava lo
avesse posto la sua carriera al servizio della ‘Patria’ e della Chiesa, consolidandone altresì il prestigio sociale.
In termini generali la vicenda fornisce una dimostrazione pratica della
forza dei poteri legati a varie forme di rapporti di patronage e di cosa
tali legami potessero determinare, non solo nella relazioni personali o
in quelle tra individui e Stati, ma anche nei rapporti tra Stati. In questo caso all’interno dei rapporti politici tra una Repubblica, pur in una
condizione del tutto particolare come Bologna, e il papato, al cui potere era in ultima istanza sottomessa. L’affaire offre inoltre indicazioni
riguardo a quali articolati meccanismi diplomatici, formali e informali,
potesse mettere in moto un cortigiano che, ad apparenti dichiarazioni di sottomissione nei confronti della ‘Patria’, abbinava una sostanziale
affermazione del proprio potere conseguito altrove, tale da consentirgli
116
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Studi e Ricerche
di divenirne un interlocutore diretto. Alla base di questa possibilità di
trattare con la Repubblica bolognese, al fine di strapparle privilegi, per
Peregrini si poneva infatti esclusivamente un rapporto di patronage con
un principe, nel caso «supremo», che si supponeva potesse sostenerlo
nelle sue richieste per il ruolo di favore che gli aveva concesso all’interno
della sua corte, anche se non si conosce quanto fosse davvero incline ad
assecondarne le pretese. La sola possibilità determinava comunque nel
Senato timori tali da indurlo a intavolare con lui una trattativa ispirata,
a quanto pare, da una strategia a doppio binario: trattare e mostrarsi
disponibili, sino al limite massimo possibile, verso le sue richieste, ma
impedire a Peregrini di percorrere qualsiasi via che potesse condurlo a
risolvere l’affaire al di fuori di un’intesa diretta con i legittimi rappresentanti della Repubblica bolognese, evitando così il temuto intervento
‘romano’ nella vicenda. Una strategia le cui incerte prospettive furono
tuttavia rese vincenti per il Senato bolognese dalla morte improvvisa del
proprio interlocutore.
gian luigi betti
La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna
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Bandito o brigante?
Il caso di Nunziato Di Mecola nella
provincia di Chieti (1860-63)
Giulio Tatasciore
Univ. Teramo,
Dipartimento di Storia e critica della politica
This paper concerns the political, social and individual aspects of one episode of brigandage
which followed the process of Italian unification in the province of Chieti (Abruzzi). The main
character of the paper is Nunziato Di Mecola, a peasant who led a mass revolt proclaiming the
restoration of the Bourbon monarchy between December 1860 and January 1861. Analyzing
the official record of the trail against the brigands, the paper reflects upon the politicization of
brigandage during an outright civil war.
Aspetti politici, sociali e individuali di una guerra civile
Il protagonista principale di questo saggio è Nunziato Di Mecola, un
contadino nativo di Arielli (Chieti), che tra il 2 dicembre 1860 e il 6
gennaio 1861 capitanò una banda armata capace di trascinare con sé
centinaia e centinaia di abitanti dei comuni contigui, mettendo a ferro
e fuoco la provincia chietina in nome della restaurazione del governo
borbonico di Francesco II.
La stessa Arielli, nonché Ari, Miglianico, Tollo, Orsogna e altri comuni
contigui vennero scossi dalle gesta di quelli che immediatamente vennero
definiti “briganti”, contribuendo a creare un’ondata di ribellione all’an-
124
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
Briganti prigionieri in posa (Archivio di Stato di Torino, raccolta Caviglia).
nessione dei territori meridionali al Regno d’Italia: dall’estate del 1860 a
tutto il 1861, infatti, si susseguirono in tutto il Sud numerosi moti popolari (la “reazione”) in favore della decaduta monarchia borbonica, accompagnati da saccheggi, vendette private e omicidi. Dallo studio delle carte
processuali, degli avvenimenti e dei personaggi di quell’intenso periodo
emerge chiaramente come pochi argomenti oggetto di studi storiografici si mostrino così sfaccettati, complessi e delicati quanto quello del
cosiddetto brigantaggio post-unitario. La vicenda di Nunziato Di Mecola, della sua banda e delle popolazioni da lui guidate sta a dimostrare
proprio l’inestricabile complessità della fase della reazione, caratterizzata
dalla coesistenza di protesta politica, criminale e sociale, e contribuisce a
fare luce sulle intricate dinamiche del conflitto e della crisi meridionale
nelle province abruzzesi.
Al contrario, ultimamente è successo troppo spesso che questa tematica
sia stata semplificata e strumentalizzata da una discutibile recente pubblicistica che si presenta tanto indignata nei toni, quanto povera nelle ricerche, colme di anacronismi e distorsioni [Di Fiore 2007; Guerri
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
125
2011]1. Di tutt’altra caratura è stato poi un altro tipo di revisionismo,
quello di un personaggio come Gramsci [2010], del quale sono ampiamente note le riflessioni sulla questione meridionale.
Per molti anni la storiografia scientifica ha invece interpretato il brigantaggio come un fenomeno legato a doppio filo alla questione demaniale
e letto sostanzialmente come problema “di classe”. L’attività delle bande, in tutto il meridione, non sembra tuttavia caratterizzata da proteste
contro le usurpazioni, né da richieste di diritti comunitari, né da progetti di quotizzazione delle terre del demanio. Se una matrice demaniale può essere individuata in alcuni casi, ciò appare come conferma del
carattere multiforme del brigantaggio. La ripartizione delle terre pubbliche, al contrario, viene molto più spesso invocata proprio dai patrioti,
sia piemontesi che meridionali, come possibile rimedio al malcontento
popolare, del quale si negavano ostinatamente gli aspetti politici. L’interpretazione di tipo sociale venne infatti abbozzata già nella celebre
inchiesta Massari [Pedio 1983], ma in campo storiografico si è affermata
in seguito alla pubblicazione del classico testo di Franco Molfese [1966],
che, pur restando un punto di riferimento obbligato per chiunque sia
interessato alla questione, sembra essere influenzato proprio dal giudizio
dei contemporanei.
Larga fortuna e influenza, anche sui vari Molfese e De Jaco [1969], ha
poi avuto il celebre paradigma del “banditismo sociale”, proposto da
Eric Hobsbawm [1965; 1969]. Secondo lo storico britannico il nostro
brigantaggio rappresenterebbe al tempo stesso una difesa dell’ordine tradizionale, mitizzato, e un esempio di “primitiva” sollevazione della classe
contadina, capitanata da banditi sociali raddrizzatori di torti, ma ancora
incapace di concepire una vera rivoluzione agraria. La pur suggestiva
formulazione di Hobsbawm, almeno nel caso italiano, mostra però parecchi limiti, dato che nella sua affermazione del carattere essenzialmen-
1
Tuttavia anche Martucci talvolta presta il fianco a riusi “neoborbonici”: cfr. Martucci 1999.
126
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
te sociale del brigantaggio finisce per negarne il carattere politico, in realtà preponderante. C’è da segnalare il fatto che una forma estremizzata
della tesi del brigantaggio sociale è stata in voga negli anni settanta, e ha
interpretato sostanzialmente – e con disinvoltura – il brigantaggio come
un proto-movimento contadino [Cutrufelli 1974].
Prendendo le distanze dalle interpretazioni “neoborboniche” da un lato,
e “sociali” dall’altro, credo che un confronto più proficuo sia da aversi
con le recenti riflessioni di Salvatore Lupo [2002; 2011], il quale pone
in evidenza la distinzione, peraltro non troppo netta, tra la fase delle
reazioni legittimiste (dall’estate 1860 a tutto il 1861) e quella del grande
brigantaggio (dalla fine del 1861 al 1865), seguite da alcuni anni di fenomeno residuale. Per Lupo, inoltre, «la questione va inquadrata non nel
tempo del dopo, nell’età post-unitaria, ma nel suo tempo» [Lupo 2011,
134], e questo è uno spunto validissimo: non considerare il brigantaggio come inizio della questione meridionale, ma come prosecuzione e
momento ultimo delle guerre risorgimentali.
Si è molto discusso se fosse il caso di applicare alle reazioni e al brigantaggio la categoria di “guerra civile”. Questo concetto, già elaborato nella
cultura patriottica come pericolo estremo e catastrofico, ultimamente si
è imposto in campo storiografico, aprendo nuovi spazi alla riflessione
sugli aspetti politici del brigantaggio e sull’intreccio tra violenza pubblica e violenza privata ad esso collegato2. Credo che inquadrare il brigantaggio – e nella fattispecie la prima fase della reazione – all’interno della
categoria di guerra civile sia utile alla riflessione sul tema dei conflitti
politici e personali che emergono dalla vicenda di Nunziato Di Mecola.
In tal senso questa breve esperienza politico-criminale si presta a una
riflessione sul grado di politicizzazione delle province abruzzesi durante
la crisi unitaria3. Nell’inverno 1860-61 i rancori personali, la polarizza Su questo tema cfr. Ranzato 1994 e specialmente Pezzino 1994 e Viola 1994. Sulla
lunga gestazione del conflitto politico nel meridione cfr. Pinto 2011, 171-200 e Petrusewicz 1998, mentre per una concettualizzazione più generale cfr. Tilly 1992.
2
3
Su questo tema cfr. Sangiovanni 2001. Sulla crisi delle province abruzzesi cfr. Bo-
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
127
zione sociale e la competizione per il potere locale si intrecciarono alle
questioni politiche maggiori. Il conflitto sociale, tuttavia, non è scindibile da quello politico, il quale a sua volta richiama un altro tema centrale, quello della coscienza, individuale o collettiva. Questo elemento
«non può essere per nulla trascurato. L’individuazione di figure sociali di
estrazione popolare non esime lo storico dallo spiegare la soggettività,
le forme, gli obiettivi, le idealità su cui si basa l’azione collettiva. […]
In linea generale movente sociale, movente politico e movente criminale
non si escludono l’un l’altro» [Lupo 2002]. D’altro canto è innegabile
che, al contrario di quanto ha sostenuto la maggior parte dei patrioti risorgimentali, un certo grado di politicizzazione delle popolazioni
tumultuanti si manifesta, quanto meno a livello di simboli, e ciò non
può essere ignorato. Occorre tuttavia problematizzare la componente
politica e metterla in relazione alle ristrettezze economiche, alle finalità
individuali (dei paesani così come dei “galantuomini”) e, soprattutto, al
vuoto istituzionale che tipicamente genera forme di spontaneismo, pur
tenendo conto dell’esistenza di legittimisti con motivazioni politiche
non riducibili ai finanziamenti borbonici4. Del resto, «il momento del
crollo [dello Stato] appare affollato di personaggi. In parte, nuovi personaggi. Nel tempo breve della crisi, lo spazio pubblico si dilata a macchia d’olio, perché in esso confluiscono segmenti sociali, professionali
e generazionali usualmente nell’ombra» [Macry 2003, 20]. Le vicende
abruzzesi vanno dunque collocate nel quadro più generale della crisi
meridionale, oggetto di numerosi studi dai quali emerge la sostanziale
instabilità e il relativo isolamento delle province periferiche, teatro di
conflitti locali non per questo meno complessi5. La fase del 1860-63,
nanni 1974 e Colapietra 2011, mentre sull’Abruzzo ottocentesco cfr. Buccella 1996.
Più in generale cfr. Adorni 1997.
Sul nodo chiave del vuoto istituzionale e dei conflitti a esso legati cfr. Macry 2003
e Roccucci 2012, in particolare Barone 2012, 251-270 e Macry 2012a, 75-86.
4
Cfr. Scirocco 1963, Spagnoletti 1997 e Galasso 2007. Per un approccio più generale
alla questione del Risorgimento cfr. Riall 1997, Isnenghi-Cecchinato 2008 e Macry 2012b.
5
128
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
nell’Abruzzo chietino come in altre parti del meridione italiano, vide
scontrarsi duramente coloro che credevano nella nuova patria italiana e
coloro che combatterono, per una ragione o per un’altra, con l’intento di
restaurare la patria napoletana. Secondo Lupo, «si trattò di una guerra da
definirsi in ogni caso civile: perché a rivolgere le armi gli uni contro gli
altri furono non solo meridionali e “piemontesi”, ma anche meridionali
e meridionali» [Lupo 2011, 17].
Attenendomi al mio caso di studio, credo che l’adesione personale del
bandito Nunziato Di Mecola alla fase della reazione non si manifesti
poiché egli sia politicizzato, ma piuttosto segni il momento in cui ha inizio il processo di politicizzazione dello stesso, culminato con il viaggio
verso Roma e fallito con il disperato tentativo di salvarsi entrando nella
Guardia Mobile Provinciale (gli ex garibaldini!).
Non potremo dunque non tenere conto della storia personale di Nunziato Di Mecola, per il quale parlerei più di opportunismo che di adesione compiuta alla causa legittimista: il bandito trova finanziamento
e seguito, quindi si politicizza. Strumentalizza il legittimismo, presente
senz’altro nel suo territorio, e ne viene al contempo strumentalizzato.
È una vicenda dinamica che pone problemi sull’uso stesso della parola
“brigante”; problemi che sembra porsi anche il procuratore Giuseppe
Ferreri, curatore del processo contro la banda Mecola del quale analizzerò alcuni testi, che si chiede chi siano effettivamente i “briganti” tra
le centinaia di insorti giudicati dalla Corte d’Assise di Chieti. La caratterizzazione dei legittimisti e degli unitari – presenti al contempo nello
stesso territorio – manifesta notevoli sfumature all’interno di una realtà
fatta di particolarismi e fazioni locali che prevalgono sull’esistenza di due
blocchi granitici contrapposti.
Utilizzando le parole di Paolo Pezzino, «se si focalizza la visione sul
“micro”, nell’analisi di casi singoli, il mondo ordinato delle grandi spiegazioni ideologiche, logiche e razionali nello spiegare anche i momenti
di conflitto, lascia il campo al vario, confuso, intricato, ribollire delle
passioni; e quando il tema è quello della violenza […] lo scarto fra quelle
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
129
spiegazioni razionali e l’infinita varietà dei casi è particolarmente forte,
la storia perde il carattere di ordinata successione di eventi per avvicinarsi
maggiormente ai complessi e spesso contraddittori impulsi che regolano
le relazioni tra gli uomini» [Pezzino 1994, 62].
Da criminale comune a Generale di Francesco II
Le vicende politico-militari italiane del 1860 ebbero conseguenze anche
nelle terre di Abruzzo Citeriore, riportando a galla contrapposizioni e
tensioni che risalivano fino all’età napoleonica. Le popolazioni cittadine,
guidate dai ceti colti di tendenza liberale, avevano accolto tendenzialmente con favore l’andamento della rivoluzione nazionale, come è dimostrato dai fatti di Aquila (Abruzzo Ulteriore II), dove venne costituito un governo prodittatoriale fedele a Vittorio Emanuele e a Garibaldi,
oppure dalle vicende di Teramo (Abruzzo Ulteriore I), dove si formò un
triumvirato di prodittatori tra cui troviamo Clemente de Caesaris, già
fautore delle ribellioni liberali di Penne degli anni precedenti. A Chieti
la situazione era analoga, tanto che venne proclamato un nuovo governo unitario e venne nominato intendente della provincia Vincenzo de
Thomasis. L’8 settembre, in concomitanza con l’ingresso di Garibaldi a
Napoli, si mise in armi la Guardia Nazionale, mentre le forze fedeli alla
monarchia borbonica continuavano a resistere nelle fortezze di Gaeta
(che cadrà solo il 14 febbraio 1861) e, nel teramano, di Civitella del
Tronto [Buccella 1996, 30-37].
Anche i borghi rurali della provincia chietina furono coinvolti nella
drammatica vicenda del crollo del Regno delle Due Sicilie. La coesistenza, sull’intero territorio abruzzese, di una fazione dichiaratamente
liberale-annessionista e di una borbonica è stata da tempo ben messa in
luce: in sostanza, benché ciò venga spesso taciuto nella recente retorica
neoborbonica, non si dovette attendere un’invasione militare piemontese affinché le idee unitarie iniziassero a diffondersi [Canosa 2002;
130
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
Colapietra 2011].
Naturalmente il collasso della capitale napoletana e quello delle province sono strettamente connessi, tanto che gli eventi politici in atto
provocano un fenomeno di rilevante importanza: «tra centro e periferia
esiste una significativa osmosi sul piano idiomatico. La periferia utilizza rapidamente ed efficacemente i nuovi linguaggi della rivoluzione
nazionale [e della contro-rivoluzione] ma inserendoli all’interno delle
proprie dinamiche e articolazioni locali» [Macry 2003, 16]. Il proliferare
di simboli – unitari o legittimisti che fossero – di fatto contribuì alla
costruzione di motivazioni ideologiche per azioni personali e collettive
le cui origini andrebbero forse ricercate altrove.
E dunque, mentre i fedeli del governo borbonico organizzavano la cosiddetta reazione, che esplose definitivamente in tutti e tre gli Abruzzi nell’autunno 1860, il fronte degli unitari aveva preso il potere nelle maggiori città e richiedevano a gran voce, soprattutto da Teramo e
Chieti, la discesa dell’esercito regio oltre i confini del fiume Tronto. Mi
sembra che una coincidenza curiosa mostri chiaramente i prodromi del
conflitto civile che si andava preparando: il 20 ottobre, mentre Vittorio
Emanuele entrava trionfalmente a Sulmona, dopo l’accoglienza festosa
già ricevuta a Chieti, il generale borbonico Klitsche de la Grange entrava con il suo esercito fatto di gendarmi e contadini a Avezzano, vale
a dire a una sessantina di chilometri di distanza [Colapietra 2011, 83].
La breve vicenda da capobanda di Nunziato Di Mecola si consumerà
poco dopo questi avvenimenti, tra il dicembre 1860 e il gennaio 1861.
Chi fosse questo personaggio lo rivelano le carte d’archivio. Da una copia dell’atto di nascita apprendiamo che egli nacque il 17 aprile 1834,
da Adamo Di Mecola e Giovanna Stella, entrambi contadini di Arielli6.
All’epoca dei fatti reazionari Nunziato aveva quindi ventisei anni e «tanto
in suo nome, che sotto nome di altri, non [era] contribuente al di sopra
di ducati sei, ossia non [possedeva] beni immobili soggetti alla contribu-
6
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Atto di nascita di Nunziato Di Mecola.
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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zione maggiore di tale somma», inoltre «non [aveva] industria visibile,
non [era] mercante trafficante, impiegato, o maestro di alcuna arte, ma
[viveva] soltanto col travaglio giornaliero delle proprie braccia»7.
Dunque un contadino povero, giovane, che abitava in un comune di
poco più di un migliaio di abitanti nel circondario di Tollo. All’interno
di un interrogatorio leggiamo che egli era «ammogliato con tre figli»8,
non sapeva né leggere, né scrivere, e appariva di statura alta, con barba e
capelli neri. Da altre carte scopriamo che il suo aspetto incuteva timore,
e che la sua stazza era tale da poterlo definire «il nerboruto Nunziato Di
Mecola»9.
Vale la pena soffermarsi sulla vasta lista dei precedenti penali di Nunziato. Stando a un certificato rilasciato dal Cancelliere del Giudicato Regio
di Tollo, il 17 aprile 1852 egli avrebbe compiuto un «ratto violento per
abusarne e per oggetto di Matrimonio […] in persona di Maria di Fabio
d’anni 18». L’8 dicembre 1854 si sarebbe reso colpevole di «empia esecrazione del Santo nome della Immacolata Concezione e della Madonna, non che di quelli di tutti Santi», per poi accoltellare, procurandogli
lievi ferite, tale Antonio Testa.
La descrizione di una personalità violenta ci viene confermata da altri
casi di aggressione con armi detenute illegalmente, ossia quella contro i compaesani Germano Silveri (9 febbraio 1859) e Nicola Di Piero (2 gennaio 1860), ma soprattutto quella catalogata come «percosse
lievi volontarie e minacce semplici di vita commessi in Arielli nel dì
7 Febbraio 1860 in persona del proprio padre Adamo di Mecola». In
ultimo, una vicenda che credo sia decisiva nel definire il personaggio
in questione: «furto di oggetti d’oro e denaro contante del valore di
Ducati 292.40 […], avvenuto in tenimento di Arielli la notte del 27 a
28 Gennaio 1860» e dell’«incendio volontario di diversi oggetti mobili
7
Ivi. Possessi di Nunziato Di Mecola (Giunta Municipale di Arielli).
8
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Nunziato Di Mecola del 20 giugno 1862.
9
A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 14, m. 8. Int. di Domenico di Bascio.
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del valore complessivo di Ducati 461.80, commesso dentro una casina
abitata nell’atto dell’incendio […] nella sopradetta epoca ed incidenza»10.
Al dicembre 1860, dunque, Nunziato era già un criminale comune (per
intenderci, un “bandito”) anche per il governo borbonico, che lo aveva
più volte incarcerato. Le sue azioni erano state dettate sicuramente da
una condizione economica particolarmente sfavorevole quale poteva essere quella di un bracciante, ed è probabile che fossero state influenzate
da un’indole non propriamente pacifica. Gli avvenimenti politici in corso – il plebiscito, la discesa di Vittorio Emanuele II negli Abruzzi, la resistenza di Francesco II a Gaeta – coinvolsero anche il giovane ariellese.
Come avvenne che un “marginale” poté arrivare a proclamarsi Generale
dell’esercito borbonico? In che modo, e quanto compiutamente, il “bandito” divenne “brigante”?
È ampiamente noto che la tattica del governo borbonico, già sfruttata
in passato, mirava a creare un ponte tra Gaeta e il fedele popolo delle
campagne, con l’obiettivo di affiancare alla resistenza militare una vera
e propria sollevazione popolare nella periferia del regno. Per far ciò si
ricorse a una rete di sostegno, formata dai “manutengoli”, il più delle
volte grandi proprietari terrieri o antichi nobili spinti talvolta da sinceri
motivi politici, e talaltra da meno limpidi interessi personali.
Sulle origini della banda Mecola le carte parlano diffusamente. Stando
alla dichiarazione rilasciata il 5 agosto 1861 da Raffaele Palumbo, un
maccaronaio domiciliato ad Arielli e “luogotenente” del Mecola:
Due o tre giorni prima che in Arielli precedesse la reazione Don Tobia
dell’Arciprete parlò con Nunziato di Mecola, come costui mi raccontò,
e gli tenne discorso sulla reazione che doveva farsi in Arielli, e che doveansi uccidere il fratello Don Giuseppe dell’Arciprete, ed i Signori di
Fabio. Il Mecola non volle condiscendere a questa uccisione, ma erano di
accordo in tutto il dippiù della reazione11.
10
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Precedenti penali di Nunziato Di Mecola.
11
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Raffaele Palumbo.
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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Questa circostanza venne poi confermata dallo stesso Nunziato, il quale
dichiarava di essere stato chiamato presso la sua abitazione da don Tobia
dell’Arciprete, che era un notabile ariellese, per capitanare sì la reazione filo-borbonica ma anche – e soprattutto? – per uccidere la famiglia
rivale dei di Fabio e il fratello don Giuseppe dell’Arciprete, in fama di
liberale. Per far ciò gli si fornì in quell’occasione persino la polvere per i
fucili, nascosta in un orinale12. Don Tobia, successivamente processato,
scontò una sorta di libertà vigilata all’interno dei confini della provincia
chietina.
Sopra al Mecola, un “galantuomo” suo compaesano; ancora più su, abbiamo il marchese Antonio Crognale, della città di Lanciano. Quest’ultimo venne indicato da Raffaele Palumbo e altri come il principale istigatore della rivolta, il vero tramite tra Gaeta e la piccola comunità di
Arielli. Lo stesso Palumbo segnalò altri “manutengoli”, lamentandosi
più volte del fatto che egli era in carcere mentre chi lo aveva fomentato
rimaneva libero. In realtà il 16 agosto 1861 il Procuratore Generale della
Gran Corte Criminale Cesare Crispo aveva ordinato la cattura del marchese e degli altri “don” coinvolti, ma Crognale era ormai già fuggito a
Napoli, da dove poi partì alla volta di Roma, al seguito di Francesco II,
palesando il suo coinvolgimento. Il ruolo chiave rivestito dal marchese
lancianese era confermato dalla voce popolare, la quale sosteneva che «il
Crognale aveva ospitato e tenuti nascosti numerosi sbandati dell’esercito
borbonico, che aveva avuto 50.000 ducati dal Borbone per fomentare la
reazione, che i briganti avevano rispetto per le sue proprietà» [Amicarelli
1971, 204]. Non sorprende a questo punto che durante la propria attività la banda Mecola soggiornò ad Arielli proprio nel palazzo di proprietà
del marchese.
Contro di lui fu istruito un processo nel quale emerse la sua posizione
di principale istigatore delle masse tumultuanti (e non solo di quelle di
Arielli e dintorni), ma ciò non bastò a condannarlo, poiché poté giovarsi
12
Ivi. Int. di Nunziato Di Mecola del 15 febbraio 1862.
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della sovrana indulgenza del 17 novembre 1863, con la quale si estingueva l’azione penale per i reati politici che non fossero stati accompagnati da crimini contro persone, proprietà e leggi militari13.
Mi sono dilungato su quelli che potremmo definire sobillatori della banda Mecola poiché il loro ruolo assume un’importanza cruciale: abbiamo
un marchese in diretto contatto con il monarca deposto, un notabile
locale che, oltre a fornire armi e cibarie, segnala con precisione alcuni
rivali da eliminare, e un altro che, frustrato dal disinteresse mostrato
nei suoi confronti dal regime unitario, decide di travalicare il recinto
politico. Approfittando del vuoto istituzionale, delle tensioni politiche,
delle rivalità personali, dei finanziamenti materiali offertigli, il “bandito”
Nunziato decide che quella è la sua occasione di riscattare la propria
esistenza. In fondo gli si offriva la possibilità di uscire dall’anonimato,
di diventare un temutissimo Generale dell’esercito borbonico (come lui
stesso si definì), di guadagnare del denaro e, soprattutto, la stima di un
re che, se fosse riuscito vincitore nella lotta contro i piemontesi, sarebbe
stato più che magnanimo nelle ricompense. A questo punto, sicuro di
essere protetto, certo di ricevere aiuti materiali, stuzzicato dalle possibilità di guadagno, Nunziato poté iniziare a comportarsi da brigante.
Il brigante Di Mecola
L’attività della sua banda si sviluppò nella ristretta rete di paesini nelle
vicinanze di Arielli – peraltro senza mai puntare al capoluogo Chieti,
centro del potere unitario – e ebbe inizio con una sollevazione popolare,
la notte del 2 dicembre 1860, nella stessa Arielli, seguita dal disarmo delle Guardie Nazionali con il nostro Nunziato che capitanava le operazioni armato di fucile, con una spada sul fianco, e con in testa un fazzoletto
A.S.L., C.A.L., Cospirazioni, b. 540, m. 1. Processo contro il marchese Crognale
e altri.
13
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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bianco, segno del restaurato potere dei Borbone. Il mattino seguente un
drappello di Guardie Nazionali di Tollo, accompagnate da 25 carabinieri, accorse per riportare l’ordine e costrinse i più compromessi a fuggire
nel bosco del Feuduccio, nel quale venne organizzata la “truppa” agli
ordini del novello Generale.
Vale la pena riflettere sul fatto che il conflitto tra patrioti e borbonici si
diffuse immediatamente in una scala assolutamente locale: le Guardie
Nazionali, ossia le prime persone che si trovarono a affrontare la reazione, erano anch’esse “meridionali”, spesso addirittura compaesane degli
insorti. Il 2 dicembre il primo a scontrarsi con Di Mecola fu il capitano
Nicola Di Fabio, della confinante Vill’Arielli. La lotta politica andava
così a intersecarsi a rancori personali, certamente anche sociali – nei
quali in ogni caso si presentano dei reticoli interclassisti – ma si inseriva
prepotentemente in una tradizione conflittuale che nel territorio abruzzese risaliva fino agli anni del famoso 1799. L’ostinata attività della Carboneria, la rivolta liberale di Penne guidata da Clemente De Caesaris nel
1837, il processo per reati di stampa contro Gianvincenzo Pellicciotti nel
1849, solo per citare alcuni episodi, testimoniano delle tensioni politiche
durature che finirono per esplodere nella fase critica del 1860 [Archivio
di Stato di Chieti 2011].
Tornando alla banda Mecola, quando essa finì per formarsi il sottogovernatore di Lanciano venne informato della situazione, ma dovette registrare le titubanze dei vari distaccamenti di Guardie nazionali della
zona, e ammise che l’autorità era «nelle deficienza, almen per ora, di
una forza regolare per spedirsi costà nel fine di perseguitare la banda»14.
Il campo era libero.
Dopo qualche giorno di vero e proprio proselitismo, a partire dal 21
dicembre la banda Mecola compì una serie di scorrerie nei vicini comuni, nei quali si ripeté sempre il medesimo schema: la “truppa” giungeva
A.S.L., Sottoprefettura, Polizia, b. 152, fasc. 1, sottofasc. 7, f. 91. Lettera del sottogovernatore Virgili al giudice Lattanzi.
14
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nel paese dopo essersi assicurata, anche tramite corrispondenza, di essere
ben accolta dalla popolazione. Si procedeva poi al disarmo delle Guardie
Nazionali, si rialzavano rapidamente gli stemmi borbonici, si celebrava
una messa in onore di Francesco II, e infine si assaltavano le case dei
possidenti locali (conosciuti come di parte liberale), aprendone le porte al
saccheggio da parte dei paesani, ma pur sempre dopo che la banda avesse
preso le cose migliori.
Il 21 dicembre toccò ad Ari, il 24 a Canosa Sannita e Vill’Arielli (attuale
Poggiofiorito), il 27 a Tollo, dove collaborarono due ex gendarmi borbonici, il 28 ancora ad Arielli e il 31 a Miglianico e Giuliano Teatino. Una
riflessione a parte occorrerà per i fatti del 4 gennaio a Orsogna. Non mi
dilungherò sul racconto dettagliato degli avvenimenti in ogni comune,
ma cercherò di mettere in evidenza alcuni episodi che portano utili spunti di riflessione15.
Pensiamo per esempio ai saccheggi: ad Ari una delle maggiori vittime fu il sindaco, il dottore don Giuseppantonio d’Alessandro, zelante
liberale artefice, a suo dire, del successo del plebiscito nel suo paesino
[Martucci 1980, 262-280]. La massa rivoltosa iniziò il saccheggio della casa, dopo averne sfondato le porte, «rubando in danaro effettivo la
somma di Ducati 400 circa tra rame ed argento; nonché oggetti d’oro
[…], come pure gli oggetti di argento, le biancherie tutte, e coverte che
vi si rinvennero»16, e infine sottrasse vino, olio e grano dal magazzino.
Prima di lasciare le porte spalancate alla “turba” di contadini, Nunziato
Di Mecola e i suoi compagni avevano già preso i pezzi più pregiati, costringendo d’Alessandro a prostrarsi ai loro piedi, malmenando la
moglie e strappando i baffi al figlio. Terminato il saccheggio del palazzo
del sindaco, la massa si rivolse al magazzino del Monte Frumentario, dal
quale vennero trafugati generi appartenenti al d’Alessandro, ma venne
Per un resoconto più dettagliato delle “gesta” della banda Mecola cfr. Canosa 2010,
39-49
15
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Requisitoria del Procuratore del Re Ferreri per la
causa di Ari.
16
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Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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portato via in parte anche il grano appartenente al Monte, non essendo
stato possibile contenere la furia dei paesani. In tutto ciò gran ruolo
ebbero i contadini del posto, tra cui in particolare tale Emidio Di Bene,
«mosso da particolari vedute d’interesse, per le quali amava sbarazzarsi
del predetto d’Alessandro, il solo che gli era stato d’inciampo nell’affitto
di beni del barone Nolli a cui egli agognava»17.
Gli obiettivi di tipo politico, che si mostrano a livello di simboli con
l’esposizione degli stemmi borbonici e dei ritratti dei sovrani, andavano
quindi a intrecciarsi a rivalità personali (il sindaco scampò fortunosamente all’omicidio), fornendo al contempo un utile pretesto per ottenere
ciò che comunque stuzzicava la “truppa” e alcuni paesani, ossia ducati e
beni materiali. Ciò è dimostrato, oltre che dalle numerose liste di oggetti
sottratti nelle palazzi dei liberali, dalle innumerevoli estorsioni di denaro.
Un episodio poi fa riflettere: durante il saccheggio di alcune abitazioni
a Tollo si unirono i contadini delle ville di Ortona e dei paesi contigui.
L’arrivo dei “forestieri” infastidì non poco i tollesi, secondo i quali il frutto dei saccheggi spettava soltanto ai naturali del posto, tanto che venne
organizzato una sorta di cordone armato, ai confini dell’abitato, per impedire l’accesso al comune dall’esterno. Più che a un fronte compatto di
restaurazione borbonica, mi sembra che in questa circostanza siamo davanti a meri interessi di campanile nell’accaparrarsi quanto più possibile.
Costante corollario dei saccheggi erano le “tasse” imposte dal Generale,
che tramite estorsioni intascò somme notevoli di denaro. Solo un esempio: i signori Palermo, di Tollo, ebbero salva l’abitazione grazie all’interposizione dei propri coloni, ma dovettero comunque consegnare 300
ducati direttamente a Nunziato.
Veniamo agli omicidi. A Canosa il tenente della Guardia Nazionale
Carlo Filippo Matteucci «fu prima ferito non gravemente con colpo di
archibugio nel braccio, e poscia coi codazzi dei fucili ebbe franto il cra-
17
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Resoconto del Giudice Istruttore Magaldi per la
causa di Ari.
138
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Studi e Ricerche
nio; e fu lasciato là cadavere insepolto per ben due giorni»18, come monito per la cittadinanza, fino a quando il Mecola cedette alle preghiere
della moglie del defunto, tale Anna Torrese. In realtà l’omicidio avvenne
per mano di Giacomo Matteucci, un paesano che era stato carcerato in
passato per crimini comuni proprio per ordine del suddetto tenente. Se
l’intreccio tra politica e privato risulta evidente, c’è anche da aggiungere
che non vi è ancora nessun “invasore” piemontese impegnato in questa
guerriglia. Ancora più interessante è un altro tra i vari omicidi di quei
giorni, quello di Giuseppe Tiberi, che venne ucciso a Tollo mentre andava incontro alla banda sventolando un fazzoletto bianco. Anche in
questo caso il fatto sembra riconducibile più alla «vendetta di nemici
personali; tra’ quali primo, ed autore del colpo mortale, un tal Francesco
Zeccamoneta»19, tanto più che la vittima era stata appena eletta dai tollesi
come Capo Urbano del restaurato governo borbonico.
Durante i tumulti reazionari si parla spesso, e con fiducia, di Francesco II,
mentre il grande assente sembra essere Pio IX. La religiosità dei briganti
e dei paesani sembra risolversi in piccole messe con correlato Te Deum,
cosa che peraltro avveniva in modalità identiche anche in quelle città
che nel frattempo avevano accolto Vittorio Emanuele II nel suo viaggio
verso sud. L’unico rapporto con le autorità ecclesiastiche sembra essere
quello con il clero locale, ed è però un rapporto ambiguo: i parroci di
parte borbonica accolgono festosamente i briganti, tessendone anche
le lodi, mentre ad esempio il sacerdote di Tollo Michele dell’Arciprete,
conosciuto dal Mecola in quanto suo compaesano, subisce il saccheggio
della propria abitazione.
Nell’assenza di altre autorità – fatta eccezione per qualche drappello di
Guardie Nazionali intento a sommarie fucilazioni, ad esempio a Tollo –
Nunziato Di Mecola emanava pubblici bandi intimando alla popolazio-
A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 13, m. 8. Atto di accusa del Procuratore
del Re Ferreri per la causa di Canosa-Miglianico.
18
19
Ivi. Atto di accusa del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Tollo.
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Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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ne e ai soldati congedati, sotto pena della fucilazione, di mettersi ai suoi
ordini, e annunciando che era possibile provvedersi di legna, cibarie
e grano nelle case messe a saccheggio. Dispose inoltre l’apertura delle
prigioni di Tollo, e cominciò a recarsi spesso nella Casa Comunale di
Arielli, ispezionando la valigia postale con lo scopo di intercettare eventuali richieste di aiuto e di ricevere notizie dell’auspicata restaurazione
borbonica, diventata oramai per lui l’unica speranza di non tornare a
essere un criminale qualsiasi.
È innegabile che tutte le azioni di saccheggio e violenze avvennero in
nome del potere borbonico e con l’esplicito intento di restaurare il passato governo, ma ne possiamo dedurre che esse vennero compiute poiché
Nunziato era un fervente contro-rivoluzionario, o piuttosto dobbiamo
ritenere che egli avviò allora un processo di politicizzazione delle proprie azioni? Il bandito Nunziato trovò nella reazione borbonica l’occasione di avere finanziamenti, seguito e bottino, quindi si politicizzò e
diventò il brigante Mecola: strumentalizzando la lotta politica per fini
personali, venne a sua volta strumentalizzato dalla contro-rivoluzione?
Siamo di fronte a una vicenda più dinamica e complessa di quanto possa
apparire a prima vista.
Mentre Nunziato e la sua truppa stazionavano ad Arielli, tale don Giovanni Cucchiarelli, un dottore di Orsogna, chiese di poter tenere un
colloquio con lui il 3 gennaio 1861. Egli era stato un liberale durante il
’48, ma, dopo l’Unità, si era mostrato ostile al nuovo governo, specialmente per il fatto di non essere stato graduato nella Guardia nazionale.
Quando ad Orsogna giunse un mugnaio con la notizia che la banda
di Arielli pretendeva mille ducati per non saccheggiare il comune, don
Giovanni si offrì volontario per andare a trattare col Generale, sostenendo di voler salvare il paese, mentre altri possidenti raccolsero circa ottocento ducati per persuadere la banda a rimanere ad Arielli.
Cucchiarelli si presentò a piedi sventolando una bandiera bianca e, accompagnato da una quindicina di contadini che facevano echeggiare i
consueti “evviva Francesco II”, ottenne di essere ricevuto dal capoban-
140
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da. Dopo il colloquio, i membri della comitiva si aggiravano per il paese
«intimando a tutti, fatto pena della immediata fucilazione, di unirsi ai
briganti, […] aggiungendo che un galantuomo di Orsogna […] erasi
presentato a Mecola a dirgli che tutti gli Orsognesi lo chiamavano ed
attendevano per rimettere Francesco sul Trono»20. La circostanza è confermata da Raffaele Palumbo, il quale tra l’altro aggiunse che «si fece
sapere al Mecola che il Marchese di Lanciano, ossia Crognale, avrebbe
data qualunque somma [e che] il detto Marchese aveva un buon numero di uomini armati, denaro, munizioni ed armi da somministrare»21.
Don Giovanni aveva invitato i briganti, ma era riuscito ad ottenere che
essi collaborassero con lui, evitando di saccheggiare un paese nel quale il
partito borbonico era in maggioranza fin dai giorni del plebiscito (e già
il 29 dicembre c’erano stati dei disordini anti-unitari). Difatti il giorno
dopo, 4 gennaio, la banda giunse a Orsogna e il dottore «s’insignì dei
colori borbonici; si mise tra mezzo i capi di quella masnada; li assistette in tutte le loro inique operazioni e fatti; distribuì il cerimoniale in
Chiesa su chi dovesse portare i quadri di Francesco Secondo e di Maria
Sofia», e inoltre «fece emanare diversi bandi, cioè di accendersi i lumi, di
consegnarsi le armi, e fra gli altri vi fu quello che il paese era salvo per
la sua intercessione»22. Il processo contro il dottore di Orsogna, iniziato
dalla Gran Corte Criminale e proseguito dalla Corte d’Assise di Lanciano, terminò con un proscioglimento per insufficienza di prove. Il Generale venne omaggiato da altri “galantuomini” e da tutto il Decurionato
in un corteo popolare con in testa la banda musicale, la statua di San
Nicola e il ritratto di Maria Sofia. Per prima cosa intascò gli ottocento ducati che i possidenti avevano radunato, poi fece aprire le prigioni
liberando tutti i detenuti. Durante la messa venne riconosciuto come
20
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Tommaso Monaco, cit.
21
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Raffaele Palumbo, cit.
A.S.L., C.A.L., Cospirazioni, b. 255, m. 5. Resoconto del Giudice Istruttore Cannella per la causa di Orsogna.
22
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“valoroso condottiero” dal sacerdote don Marino Simeone: il bandito era
finalmente diventato brigante?
Non appena le istituzioni unitarie seppero organizzarsi risultò però evidente che Nunziato e i suoi compagni erano stati lasciati soli, tremendamente soli. A Orsogna giunsero i bersaglieri piemontesi e vi furono
almeno venti fucilazioni, tra cui quella del padre del capo-banda, Adamo.
A Tollo le Guardie Nazionali di Chieti posero fine all’organizzazione disposta dal Generale nei giorni precedenti. Infine, il 6 gennaio, giunse a
Vill’Arielli il definitivo attacco da parte di due colonne di Guardie Nazionali giunte da Lanciano, che ingaggiarono uno scontro a fuoco con i paesani e la “truppa” nel quale perirono dieci soldati, sui quali poi si infierì:
[…] osservai che un brigante tolta la scure ad un ragazzo, che non distinsi chi fosse, si appressò a me, e presentandomi la scure mi diede ordine di tagliare il capo ad uno di quei cadaveri che colà stavano prostesi per
terra. Mi negai, ed a questo tristo uffizio venne adibito un altro, che non
conosco. Costui si diede a recidere, ma non riuscendo all’opera con la
scure, venne pure adibita la mia ronca, la quale mi fu tolta da quell’istesso
brigante che mi volea far compiere quella orribile opera23.
Il corpo dal quale venne reciso il capo era quello del tenente Prosini.
«Spiccata la testa dal busto […], que’ scellerati la conficcarono ad un palo,
ed in segno di barbaro trofeo la fecero portare dall’infelice compagno
Carmine Mammarella, così malconcio e sanguinante com’era»24, mentre
alcuni si adoperarono nello spogliare i cadaveri, rubando tutto ciò che
avevano indosso. Parte della massa aveva intanto invaso la casa di Orazio
Di Fabio, uccidendo il fratello Nicola, il capitano della Guardia Nazionale protagonista dei fatti del 2 dicembre precedente. Tutti i coinvolti nel
sanguinoso scontro erano “meridionali”, nativi per esempio di Lanciano
(Prosini e le altre guardie rimaste uccise), o addirittura della vicinissima
Vill’Arielli (Di Fabio).
23
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Vincenzo Simigliani.
24
Ivi. Atto di accusa del Procuratore Generale Auriti per la causa di Arielli.
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Soltanto quando arrivarono duecento bersaglieri in rinforzo ai lancianesi la banda fu sgominata mentre Nunziato Di Mecola gridava: “chi si
salva, si salva”. I più fortunati, tra cui lo stesso Generale e i suoi più fidi
compagni, riuscirono a fuggire, dotati com’erano di cavalli. Su chi restò
sul posto si abbatté la vendetta dei piemontesi, i quali fucilarono tutti
coloro che furono trovati con una qualsiasi arma, ossia almeno venticinque persone.
Il vuoto delle istituzioni si stava colmando, e l’oramai brigante Mecola, scacciato dai propri territori, del tutto compromesso, non ebbe
più alternative: dopo alcuni giorni di vagabondaggio si unì al generale
Lagrange, che tentava un’ultima, disperata, resistenza militare per conto
di Francesco II. Si trattenne quindi a Roma per circa due mesi, dove riceveva, insieme ad altre quattrocento persone circa, una mancia giornaliera da un barone la cui identità non è nota. Venne spedito da Lagrange
a Napoli, con altri trecento, ma fu arrestato dai piemontesi e tradotto
prima nel Castello del Carmine, poi nel carcere di Ponza, in cui passò
circa tre mesi prima che riuscisse ad evadere. Sbarcato a Terracina tornò a Roma, centro della contro-rivoluzione dove ormai si era stabilito
anche Francesco II. Qui qualcosa andò storto, dato che Nunziato, due
mesi dopo, decise di recarsi a Napoli sotto falso nome e in un ultimo
tentativo di salvarsi cercò di aggregarsi agli ex garibaldini: «Domandato
perché si aveva cambiato nome, ha risposto che essendo fuggito da Ponza era necessario cambiarsi il nome perché voleva essere ammesso nella
Guardia Mobile Provinciale»25.
Francesco II non aveva più bisogno di lui? Dov’erano le ricompense e i
premi promessigli nei giorni della reazione? Probabilmente Nunziato,
realmente abbandonato a sé stesso, si rese conto che ormai non era più
un brigante, ma che era tornato a essere un bandito, un disperato, un
emarginato. Nella sua situazione non poté fare altro che cambiare casacca, cercando la salvezza presso il nemico (ma era davvero un nemico per
25
A.S.C., G.C.C., b. 92, m. 1145. Int. di Nunziato Di Mecola del novembre 1861.
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
143
lui?) sperando di non essere riconosciuto. Invece a Cicciano, nel distretto
di Nola, fu arrestato nel novembre del 1861 e immediatamente tradotto
nel carcere di Chieti, ove terminò definitivamente il suo vagare26.
«Pretesto e mantello»?: il processo contro la banda Mecola
Fino al 15 agosto 1863 la legge Pica non era in vigore, pertanto la responsabilità di giudicare i briganti era ancora demandata alle regolari
Corti d’Assise locali e non ai tribunali militari27. Al contrario di quanto
era accaduto ad alcuni contadini fucilati a Tollo, Arielli, Orsogna e altrove, in base a una pratica che rispondeva spesso ai capricci dei comandanti, Nunziato Di Mecola fu dunque sottoposto a regolare processo
penale dalla Corte d’Assise di Chieti, apparendo come “capo supremo
della banda” in cinque differenti cause (Arielli-Vill’Arielli, Ari, Tollo,
Canosa-Miglianico e Orsogna), motivo per il quale le imputazioni a lui
relative vennero riunite in un’unica procedura, separandole da quelle
contro i cosiddetti “complici non necessari”.
Il caso del processo Mecola, come è stato dimostrato [Martucci 1980,
79-91], rappresenta una realtà piuttosto comune nel periodo antecedente l’approvazione della legge Pica, ed è motivo di riflessione proprio su
questa particolare fase. Gli ambienti governativi – e soprattutto militari
– lamentavano il fatto che la magistratura meridionale utilizzasse ogni
spiraglio offertole dalla giurisprudenza per mitigare le pene contro gli
insorti, pratica questa che in realtà ben si inseriva nella tradizione giudiziaria napoletana. I nodi chiave della discussione erano ovviamente la
pena di morte, raramente comminata dalle Corti d’Assise, e l’eccessivo
Cfr. ibid. e A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Nunziato Di Mecola del febbraio 1862.
26
27
Sugli effetti della legge Pica, meno repressivi di quanto sostenga un certo tipo di
retorica, cfr. Lupo 2011, 132-135.
144
Storicamente 2013
Studi e Ricerche
numero di proscioglimenti per insufficienza di prove, che seguivano ai
rastrellamenti di massa praticati dall’esercito.
In questo clima di reciproco sospetto incontriamo una figura interessante, ossia il Procuratore del Re a Chieti, l’avvocato Giuseppe Ferreri
(successivamente Procuratore del Re a Firenze, e Sostituto Procuratore
Generale). Costui, Pubblico Ministero nelle cause in questione, seppe
resistere alla tentazione di etichettare come “briganti” tutti i soggetti
coinvolti nei fatti, abbozzando un’analisi differente da quelle proposte
dai poteri esecutivo e militare, e mettendo in luce la differenza che intercorreva tra gli effettivi capi reazionari e coloro che, spinti dalla foga
del momento, si erano resi colpevoli di reati minori. Riferendosi ai fatti
di Tollo, infatti, scriveva che
al sommo di questo quadro, ossia al suo capo, conviene che anzi tutto si
raffigurino, in gruppo distinto: Nunziato Di Mecola, il Generale; Raffaele Palumbo, e Pietro Maria Scenna, i Luogotenenti Colonnelli della
famosa banda brigantesca di Arielli. Questi gli daranno luce e colorito.
Da questi tutto procede; senza di loro nulla sarebbe succeduto di quanto
si raccoglie sul fondo della scena. Un po’ più abbasso, ma in gruppi pur
distinti, si devono collocare: da un lato, due ex-gendarmi borbonici, mascherati da Reali Carabinieri; e dall’altro alcune donne dell’infima plebe, con ispiedi, o coltelli in mano, con piccole sacche sulle braccia, che
strillano – Viva Francesco II, viva il Generale Mecola, viva il povero popolo!!
– […]. Più sotto, sul largo del campo, una turba infinita di cafoni e di
braccianti, armati di mazze, di accette, di scuri, di bastoni, che si agita, si
urta, urla e schiamazza, e non sa prendere un partito; ma pende intenta
da un ordine, o da un segnale che parta dal Generale Di Mecola, o da’
suoi aiutanti Colonnelli28.
Una distinzione di questo tipo, seppure fatta con un retrogusto paternalistico tipico del ceto colto dell’epoca, di fatto andava ad addossare la
responsabilità dei fatti a pochi soggetti, ritenuti effettivamente “briganti”, e risultava diametralmente opposta all’idea repressiva di una certa
A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 13, m. 8. Requisitoria del Procuratore
del Re Ferreri per la causa di Tollo.
28
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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parte del Governo e soprattutto dell’esercito, i quali invece spingevano
affinché le punizioni fossero non solo esemplari, ma anche estese a tutta
la popolazione complice delle bande. A quei giorni, invece, coloro «i
quali non fecero che profittare dell’occasione, e trovando aperto accesso tolsero alcuna cosa del bottino, quasi abbandonato al pubblico, non
[potevano] rispondere che dei fatti particolari relativi a ciascuno»29, ed
erano in tal modo esclusi dalle accuse più gravi. L’implicita critica alla
pratica degli arresti di massa testimoniava un certo grado di autonomia
della magistratura chietina, la quale, ritenendo di attenersi ai fatti, finì
per ridimensionare una vicenda giudiziaria che negli intenti del governo – al caso si interessò anche il guardasigilli Pisanelli – doveva invece
risultare esemplare.
Ecco come inquadrava Ferreri l’azione del Generale Mecola:
Egli comparisce tumultuante, cospiratore, attentatore, invasore, capobanda, masnadiero, e Generale di Francesco II. […] Or bene, costui
non sarà colpevole di attentato politico? Sarà costui né più, né meno che
un ladro, un rapinatore comune? No, Signori. È impossibile l’eliminare
dalla presente Causa il reato politico, che fu pretesto e mantello a tutti
gli altri. Il vero è là. Negarlo non giova, poiché non lo farebbe punto
scomparire. E Nunziato Mecola, il capo-masnadiero, convien lasciarlo,
come realmente fu, agli ordini ed al servizio di Francesco II. [Ferreri
1886, 54]30
Azione politica come “pretesto e mantello” dunque. Ferreri individuava
già l’intreccio tra criminalità comune e contro-rivoluzione. Riconoscendone i caratteri politici il procuratore attribuiva di fatto alla vicenda una
problematicità tutt’altro che scontata. Le motivazioni politiche, comunque, erano ancora intese nell’ottica, diffusissima tra i patrioti dell’epoca,
secondo la quale la politicizzazione delle masse derivava solamente delle
A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 14, m. 8. Atto di accusa del Procuratore
del Re Ferreri per la causa di Tollo.
29
In questo libricino sono contenuti alcuni utili testi, relativi alla discussione pubblica del processo, non presenti nelle carte d’archivio.
30
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Studi e Ricerche
trame borbonico-clericali che sfruttavano gli istinti popolari: «A noi il
bottino; da Roma, se mai occorre, l’assoluzione. Al saccheggio! Al saccheggio!!» [Ferreri 1886, 54]. E infatti Ferreri, pur mettendo in campo
la questione politica, si chiedeva poi se i responsabili materiali delle restaurazioni fossero da ritenersi del tutto consapevoli nelle proprie azioni.
Su questo punto il Procuratore, come molti altri patrioti, riteneva che
la responsabilità degli atti, e soprattutto degli eccessi delle masse oppresse ed ignoranti non sta quasi mai in loro; ma vuolsi ricercare più in alto,
e farsi risalire a cui tocca, ovunque tocchi. E che, nei fatti di cui particolarmente ci occupiamo, male assai ci avviseremmo se guardassimo solo
agli attori, e dimenticassimo i promotori, gli eccitatori, i fautori […].
Dietro ai cafoni stanno i briganti, sopra i briganti i capi-briganti, ma
sovra tutti Gaeta e Roma […]. Verso là dunque la responsabilità e l’accusa; di là sempre la misura della colpa, dei danni, dell’infamia. [Ferreri
1886, 68-70]
Era comunque davvero credibile ritenere tutti gli accusati dei “briganti”? Era possibile arginare il fenomeno delle reazioni seguendo la legislazione ordinaria? In che rapporto erano le motivazioni per così dire
contingenti e quelle effettivamente politiche? Il Pubblico Ministero (e
quindi l’istituzione) gettava uno sguardo quanto meno problematico
sulla vicenda, ma al tempo stesso sminuiva il significato di alcune scene
registrate negli interrogatori, se è vero che si raccontava che a seguito
della banda «andava una quantità di gente, uomini, donne e ragazzi, i
quali cantando un inno contro Garibaldi, facevano risuonare l’eco degli
Evviva Francesco II»31.
Mentre un disperato Nunziato negava ogni responsabilità di questo tipo
e affermava che «non vero è che avesse detto “voi volete Vittorio Emanuele, e noi vogliamo Francesco II”»32, la corte si riunì nell’aprile del
1863 per emanare la sentenza: dei ventisei imputati finali nel processo
contro la “truppa” vennero condannati «Nunziato Di Mecola [e altri
31
A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Giovanni Vespa.
32
Ivi. Int. di Nunziato Di Mecola del 15 febbraio 1862 cit.
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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sette] alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici, ed
all’interdizione patrimoniale»33, mentre altri diciannove ricevettero pene
relativamente più lievi, chi i lavori forzati a tempo, chi la reclusione, e
chi il carcere. I restanti sette andarono a ingrossare la lista dei prosciolti,
già infoltita dagli altri procedimenti.
Il Generale venne ritenuto colpevole di dieci capi d’imputazione, tra cui
«attentato che ha avuto per oggetto di cangiare e distruggere la forma
del Governo», costituzione di «banda armata organizzata per commettere lo attentato suddetto», e «ribellione in riunione armata d’individui nel
numero maggiore di dieci, accompagnata da omicidi volontari […] e
da mancati omicidi […] commessi come conseguenza immediata della
ribellione»34. Lo stesso andamento del processo, che aveva riconosciuto
ai tumulti l’aspetto politico filo-borbonico, aveva dunque spinto la Corte a considerare la vicenda entro i margini degli articoli 156 e 162 del
codice penale Rattazzi, quelli per i quali Di Mecola venne effettivamente
condannato, che prevedevano come massimo della pena appunto i lavori forzati a vita. In questo modo gli omicidi, nell’interpretazione della
Corte, venivano assorbiti nel reato politico.
A seguito della sentenza si scatenarono reazioni indignate: lo stesso Ferreri impugnò la sentenza, ritenendo che il reato di omicidio superasse
per gravità il delitto politico e quindi implicasse la pena di morte come
da codice penale; la Corte di Cassazione di Napoli gli diede ragione, ma
il ricorso conteneva errori di procedura; il Comandante dei Carabinieri
di Chieti, come prevedibile, accusò la corte di “borbonismo”; il sindaco
di Ari scrisse scandalizzato al ministro Pisanelli, il quale si interessò alla
vicenda, ma ben poco poté fare [Martucci 1980, 262-280].
Nel frattempo, durante il governo Rattazzi, nel maggio 1862 la magistratura meridionale era già stata riorganizzata, tramite un’ampia epu-
A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Sentenze, vol. 1°, «Sentenze della Corte d’Assise»,
1862-1866. Sentenza della C.A.C. per la causa di Arielli del 26 aprile 1863.
33
34
Ibid.
148
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razione, proprio perché giudicata eccessivamente mite con i processati e
colpevole di un atteggiamento ostruzionistico verso l’esecutivo. Il processo Mecola si inserisce proprio nella fase in cui da un lato il potere
giudiziario riteneva di dover esercitare la propria autonomia, mentre
dall’altro gli ambienti governativi ne richiedevano una sorta di ripiegamento verso esigenze prettamente politico-strategiche. Di lì a poco,
coloro che erano stanchi di assoluzioni e pene minime, riuscirono a ottenere il passaggio della competenza dei reati di brigantaggio dalle corti
ordinarie al potere militare. Nel frattempo, il bandito-brigante Nunziato venne trasferito nel bagno penale di Genova, dove trovò la morte
«nel Forte Castelluccio alle ore undici ed un quarto antemeridiane del
giorno 4 maggio 1876»35, tredici anni dopo la conclusione del processo.
Conclusioni
Cosa dimostra il caso di Nunziato Di Mecola? Innanzitutto che non è
in alcun modo possibile giungere a semplificazioni e generalizzazioni quando si parla di brigantaggio, specialmente nella sua prima fase.
Nell’intenso periodo 1860-61 si diffusero anche nelle più remote province del regno napoletano le parole chiave dello scontro tra rivoluzione nazionale e contro-rivoluzione, portando alla ribalta su scala locale
una molteplicità di personaggi impossibili da ridurre ad archetipi. Dalla
pur breve vicenda della banda Mecola emerge in tutta la sua forza una
questione rilevante come quella della politicizzazione della provincia
chietina: questo territorio, la cui importanza anche strategica non va
dimenticata, divenne uno dei primi teatri di un conflitto civile frutto
certo della crisi di breve periodo del 1860, ma anche di un cinquanten-
Atto di morte di Nunziato Di Mecola. Devo la consultazione di una copia di
questo documento alla gentilezza della signora Marinella Di Mecola, pronipote di
Nunziato.
35
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nio in cui la monarchia borbonica aveva dovuto far fronte a continue
insurrezioni, numerose anche nella stessa provincia [Canosa 2002]. La
rivoluzione nazionale, giunta al dunque, non aveva però trovato consenso unanime, e
l’incapacità o l’impossibilità di portare ai suoi termini la transizione
politica era andata a complicare i nodi sociali di un’incerta transizione
post-feudale, essendo da questi aggravata. Ne derivò un’area grigia nella
quale la politica confinava con la criminalità, e in cui si collocò in una
certa misura la mobilitazione dei soggetti popolari, sia sul fronte rivoluzionario che su quello reazionario. [Lupo 2011, 20]
In buona sostanza, motivazioni criminali, sociali e politiche finirono per
intersecarsi e banditi comuni come il nostro Nunziato trovarono nella
battaglia borbonica occasione di guadagno, sfruttando e al contempo
generando forme spontaneistiche di protesta. Il Generale collaborò ad
una causa di cui presumibilmente non comprendeva appieno il significato, e avrebbe potuto ben poco senza il decisivo contributo dei cosiddetti
manutengoli, a loro volta mossi chi da fini personali e chi dall’effettiva
appartenenza politica. L’azione personale del brigante di Arielli sembra
dettata drammaticamente dalla disperazione piuttosto che dalla consapevolezza politica, e poté essere esercitata soltanto nella contingenza di un
vuoto istituzionale nella gestione dell’ordine pubblico. Si può dire che
coloro che erano effettivamente “borbonici” – che senz’altro esistevano
– seppero sfruttare la situazione, politicizzando anche chi politicizzato
non era. Forse sarebbe troppo parlare di “pretesto e mantello”, come
diceva il procuratore Ferreri, ma individuare degli opportunismi credo
sia legittimo. Del resto, poi, «vendette e odî privati, fratture di carattere
localistico e fazionistico, violenza criminale non solo trovano maggiori
opportunità di manifestarsi a seguito del collasso degli apparati statali
preposti alla repressione, ma possono anche rappresentare una copertura
(o assumere un’effettiva dimensione) più strettamente “politica”» [Pezzino 1994, 62].
A tutto ciò vanno affiancati gli aspetti più marcatamente sociali, non
isolabili dal contesto politico, che emersero nel momento della crisi fi-
150
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Studi e Ricerche
nale del regno di Napoli. La transizione politica, sostanzialmente incompiuta nell’inverno 1860-61, finì per complicare i nodi sociali derivanti dall’incerto passaggio a un sistema post-feudale, che vennero così
drammaticamente al pettine [Massafra 1988]. Infine, la vicenda processuale della banda Mecola, lontana dall’essere un caso isolato, si presta
alla riflessione sulle tensioni tra governo e magistratura, sulla gestione
dell’emergenza dell’ordine pubblico, sulla percezione che gli ambienti
forensi avevano della problematica brigantaggio. Dopo mesi in cui si
alternavano la relativa mitezza della magistratura ordinaria e l’arbitrarietà delle fucilazioni operate dall’esercito, l’elaborazione della legge Pica
rispose ai problemi posti dai molteplici casi simili a quello di Arielli,
la cui gestione venne generalmente ritenuta infruttuosa. Certamente di
stampo illiberale e antigarantista, ispirata peraltro alla tradizione borbonica, la legge Pica rappresentò comunque uno strumento che permise di
uscire dall’arbitrarietà dello stato di guerra e che consentì al Governo di
ristabilire un principio di legalità volto a mettere ordine dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari.
Giulio Tatasciore
Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63)
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Abbreviazioni
A.S.C.: Archivio di Stato di Chieti
A.S.L.: Archivio di Stato di Chieti – Sezione di Lanciano
C.A.C.: Corte di Assise di Chieti (già Gran Corte criminale, 1860, processi)
C.A.L.: Corte di Assise di Lanciano
G.C.C.: Gran Corte Criminale di Chieti
Int.: Interrogatorio
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dossier
L’Italia e il blocco
sovietico fra
antagonismo politico
e cooperazione
economica
Premessa
Stefano Bottoni
Hungarian Academy of Sciences,
Research Center for the Humanities,
Institute of History
I saggi del dossier presentano quattro ricerche, sviluppatesi autonomamente negli ultimi anni ma legate da un intreccio di tematiche e visioni
interpretative comuni, il cui obiettivo è di contribuire al rinnovamento
tematico e metodologico della ricerca sulla guerra fredda e la posizione dell’Italia nel sistema internazionale postbellico, che rappresenta una
tematica centrale per lo studio dell’Italia contemporanea, un paese profondamente diviso che si trovò dopo il 1948 in prima linea nel confronto
ideologico Est-Ovest, del quale ebbe a soffrire ma anche a beneficiare
per decenni. I saggi che sottoponiamo all’attenzione del lettore spaziano
dall’indagine delle relazioni internazionali alla storia politica ed economica e si concentrano sulle strategie italiane di adattamento agli equilibri della guerra fredda.
Due saggi sono dedicati all’Europa centro-orientale: Stefano Santoro
analizza in chiave comparativa i rapporti fra i partiti comunisti italiano,
romeno e polacco dagli anni Cinquanta al 1989, mentre Stefano Bottoni esamina la peculiare cooperazione venutasi a creare dopo il 1948 fra
l’Italia e l’Ungheria comunista nel settore agro-alimentare e zootecnico.
Gli altri contributi riguardano i complessi rapporti con l’Unione So-
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
vietica. Valentina Fava esplora il ruolo della società Novasider, piccola
impresa torinese del comparto meccanico che svolse negli anni Sessanta
e Settanta un insostituibile ruolo di mediazione commerciale e politica
tra la Fiat, che aveva iniziato a investire in Unione Sovietica, e le autorità
locali: l’azione dell’amministrazione americana e della Novasider furono
infatti determinanti nel consentire alla Fiat di battere l’agguerrita concorrenza francese e tedesca per il promettente mercato sovietico.
Alessandro Salacone analizza le interazioni politiche ed economiche fra
la dirigenza sovietica e la nuova classe politica italiana del centro-sinistra
nel decennio 1958-1968, al cui interno un ruolo di primo piano fu giocato dai rapporti commerciali, in particolare fra l’italiana ENI e gli enti
sovietici per le risorse energetiche.
Come emerge dalle ricerche presentate, la sfera economica – declinata
non solo in termini di rapporti commerciali, ma anche di cooperazione
tecnologica – costituisce un’interessante cartina di tornasole per analizzare finalmente nella sua complessità la fitta trama di relazioni intercorse
fra l’Italia e “l’altra Europa” rappresentata dal blocco sovietico. Quali
strategie di adattamento al peculiare „mercato” socialista elaborò e fece
propria la classe politica e imprenditoriale italiana? E sull’altro versante,
quale evoluzione incontrò l’immagine e la presenza politica ed economica dell’Italia su uno scacchiere geopolitico nel quale il nostro paese
coltivava ambizioni sin dal periodo interbellico?
Siamo convinti che una reinterpretazione critica del complesso ruolo
italiano durante la guerra fredda passi inevitabilmente dallo spoglio di
nuove fonti, per lo più provenienti dai paesi dell’ex blocco sovietico, i
cui archivi sono oggi liberamente accessibili ed offrono una documentazione di assoluto valore sul passato recente del nostro paese, e speriamo
che queste e altre ricerche in corso possano contribuire ad arricchire il
dibattito storiografico sulla collocazione internazionale del nostro paese
nel secondo dopoguerra.
Partito comunista italiano
e “socialismo reale”
I casi romeno e polacco
Stefano Santoro
Università degli Studi di Firenze,
Dipartimento di Studi Storici e Geografici
From the 1960s to the 1980s, the Italian Communist Party developed new contacts with
Eastern Europe: this article considers the Romanian and the Polish cases, which gave a significant contribution in highlighting the increasing distance existing between the Italian communist ideology and its practical implementation in the countries of “real socialism”. After the
condemnation of the USSR’s invasion of Czechoslovakia and especially with the beginning
of Berlinguer’s secretariat, the Italian Communist Party came as far as to declare the end of
the “propulsive drive” of the October Revolution.
Nella storia del Pci, fra i contatti sviluppati con i paesi dell’Europa
orientale tra gli anni Sessanta e Ottanta, quelli con Polonia e Romania
rivestono un particolare interesse in quanto seppero offrire degli spunti
di riflessione all’elaborazione teorica che il Pci portò avanti in quegli
anni, mettendo in evidenza la crescente distanza esistente fra l’idea di
comunismo propria della classe dirigente del partito italiano e la sua
realizzazione pratica nei paesi del «socialismo reale»1. La Romania, costruendo in modo piuttosto conseguente un proprio “comunismo nazionale” allo scopo di ampliare i propri spazi di autonomia nei confronti
dell’Unione Sovietica, trovò con il Pci, per un certo periodo, una con-
1
Sui rapporti fra Pci e Romania cfr. Santoro 2007 e Pommier Vincelli 2005.
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
sonanza di vedute in politica internazionale, pur permanendo un forte dissenso sull’idea del pluralismo politico. La Polonia, da parte sua,
pose il comunismo italiano di fronte al trauma di un governo popolare
contestato dalla stessa classe sociale sulla rappresentanza dei cui interessi
aveva fondato la propria ragion d’essere. Dopo la netta condanna dell’invasione della Cecoslovacchia e soprattutto con l’inizio della segreteria
Berlinguer, i comunisti italiani si posero nei confronti del “socialismo
reale” in modo sempre più critico, tanto da decretare la fine della spinta
propulsiva della rivoluzione d’ottobre.
L’epoca del “disgelo”: gli anni Sessanta
Gli anni Sessanta, che si aprivano nella prospettiva della distensione fra
Est ed Ovest, costituirono per i partiti comunisti un periodo di lenta maturazione del messaggio che Chruščëv aveva lanciato nel corso del XX
congresso del Pcus del febbraio 1956. La condanna espressa in quella
sede del culto della personalità di Stalin e la moderata apertura all’idea
di possibili vie al socialismo diverse da quella sovietica, misero in moto
dinamiche fino ad allora impensabili. Il Pci, che, tramite l’ultimo documento ufficiale lasciato da Togliatti nel 1964, il cosiddetto Memoriale di
Yalta, aveva criticato apertamente l’Urss, soprattutto per quanto riguardava la lentezza del suo processo di destalinizzazione, aveva manifestato
l’intenzione di allacciare legami di nuovo tipo con i paesi del “socialismo
reale”, su base bilaterale e senza specifiche consultazioni con Mosca. Si
guardò in modo particolare al Partito comunista romeno, il cui segretario, Gheorghiu-Dej, stava realizzando in quegli anni un progressivo
allontanamento da un controllo sovietico ritenuto troppo oppressivo. La
Romania non aveva tuttavia impostato tale nuova politica su presupposti di maggiore democrazia interna e la condanna che Dej dava dello
stalinismo non si riferiva tanto al culto autoritario di una sola persona,
ma mirava piuttosto a colpire la pretesa dell’Urss staliniana di controllare
dispoticamente i paesi satelliti. Tale linea giustificava anzi la creazione
in Romania di un potere forte, rappresentato da Dej e dal suo entourage,
che, nel nome di un nuovo “comunismo nazionale”, avrebbe potuto far
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
161
valere le ragioni di Bucarest di fronte all’alleato sovietico. La “destalinizzazione” romena si risolse quindi in una serie di processi intentati
contro i membri del partito che avevano avuto più stretti rapporti con
l’Urss – che aveva dato loro rifugio durante la guerra – come il ministro
delle Finanze Vasile Luca, il ministro degli Interni Teohari Georgescu e
il ministro degli Esteri Ana Pauker, accusati di «deviazionismo di destra»
e di «attività antipartito». Tali processi, che erano delle “purghe” nel più
tipico stile staliniano, costituivano per il governo romeno la prova che
la destalinizzazione era ormai realizzata e che non vi era più nulla da
correggere [Fejtö 1971, 99-100; Guerra 1986, 123]. È stato osservato
a tale proposito che il cambiamento impresso da Dej in politica estera
restava limitato al «perimetro della tolleranza sovietica», in quanto «non
aveva messo in pericolo le fondamenta del regime comunista, non aveva
posto in discussione la validità, la necessità o l’opportunità del modello
sovietico […], non aveva tentato una riforma radicale o un cambio della
natura del regime» e non aveva quindi minacciato seriamente «gli interessi vitali sovietici nella zona» [Marin 2008, 512]. La linea “nazionale”
inaugurata dalla dirigenza romena nei primi anni Sessanta, continuata
poi con rinnovato vigore da Ceauşescu nella seconda metà del decennio,
non fu osservata con attenzione soltanto dal Pci, ma da diversi ambienti
del governo e dell’economia italiana, ansiosi di avviare nuovi rapporti
di collaborazione con i paesi nell’Est [Caroli 2009, 429-483]. Il terzo
congresso del Pmr2, tenutosi nel 1960, aveva gettato le basi per una progressiva autonomia della Romania nell’ambito del Comecon e tale linea
fu ribadita dal comitato centrale del partito nell’aprile 1964, mentre già
nel 1958 Gheorghiu-Dej aveva ottenuto il ritiro delle truppe sovietiche
dal paese. Contemporaneamente, la Romania si aprì al commercio con
l’occidente, incrementando il proprio interscambio con i maggiori paesi
europei, fra cui l’Italia [Fejtö 1971, 153-154; Agosti 1999, 247-248].
2
Partidul Muncitoresc Român (Partito Operaio Romeno), che nel 1965 fu ribattezzato Partidul Comunist Român (Partito Comunista Romeno).
162
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Fu in tale contesto che iniziarono a svolgersi alcuni periodici incontri
fra esponenti del Pci e del Pmr, che sarebbero continuati, fra alti e bassi,
fino agli anni Ottanta. Nel 1962 fu Emanuele Macaluso ad incontrare a
Bucarest Nicolae Ceauşescu, allora numero due del Pmr, per discutere
sulle conseguenze di lungo periodo che il XX congresso del Pcus stava
avendo sul movimento comunista internazionale. La Romania, che stava
muovendo i primi cauti passi in direzione di un proprio “comunismo
nazionale”, se da un lato osservava il Pci di Togliatti con un certo interesse, dall’altro temeva una linea eccessivamente critica nei confronti dell’Urss. Macaluso si premurò quindi di evidenziare il fatto che i
rappresentanti dell’ala “antisovietica” del partito, capeggiati da Antonio
Giolitti, non facevano più parte del Pci e che la formula del «policentrismo», che avrebbe potuto far pensare ad una messa in discussione del
ruolo privilegiato del Pcus nel movimento comunista, era stata abbandonata, e che comunque non si era mai voluto «riconoscere la possibilità
dell’esistenza di più centri nel movimento operaio» [AN, 1]3. Due anni
più tardi, nel settembre 1964, aveva avuto luogo un nuovo incontro, a
cui presero parte, fra gli altri, Mario Alicata, Arturo Colombi, Nicolae
Ceauşescu e Chivu Stoica. Togliatti era da pochi giorni deceduto in
Crimea, prima di incontrare Chruščëv, a cui avrebbe voluto manifestare
le proprie perplessità sulla lentezza della destalinizzazione e sulla gestione dei rapporti di Mosca con gli altri partiti comunisti, in particolare
quello cinese, con cui vi era ormai un’aperta rottura. La delegazione
italiana trovò una certa sintonia con i romeni, i quali concordavano sulla
necessità di garantire a tutti i partiti comunisti una via autonoma al socialismo. Affermava infatti Ceauşescu che
le relazioni fra i paesi socialisti si devono basare […] sul principio del
rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, sull’eguaglianza
di diritto, sulla non ingerenza negli affari interni e su tutto ciò che sia
3 Sul «policentrismo» il Pcus aveva criticato la posizione tenuta dal Pci dopo il XXII
Congresso del partito sovietico: cfr. Agosti 1996, 522 e l’articolo Togliatti precisa sul
«policentrismo», «l’Unità», 2 dicembre 1961. Su questo tema, cfr. Sassoon, 162-203.
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
163
fondato sul principio dell’internazionalismo proletario [AN, 2].
La linea dei comunisti romeni era evidente: opponendosi all’integrazione
economica nel Comecon e rivendicando una loro autonomia dall’Urss,
essi avevano appena proclamato ufficialmente che non potevano esistere «un partito “padre” e un partito “figlio”», partiti «superiori» e partiti
«subordinati» e che era «diritto sovrano di ogni Stato socialista elaborare,
scegliere o cambiare le forme e i metodi della costruzione socialista».
Nei rapporti riservati che il Pci dedicava alla Romania, l’originalità di
quel partito comunista veniva messa in debito risalto:
Non sono disposti ad accettare di essere soltanto un serbatoio di materie
prime e di prodotti agricoli, e di restare un paese agrario industriale.
Stanno restringendo in parte i consumi per incrementare l’esportazione
verso i paesi capitalisti in modo da poter intensificare gli investimenti
industriali. […]
Nel Partito si sottolinea in modo particolare […] la «autonomia», il rispetto della «sovranità nazionale», il «reciproco interesse», ecc.
Si sente, anche se molto contenuto, un atteggiamento polemico nei confronti dell’attuale gruppo dirigente sovietico [FIG, 1].
Anche la Polonia pareva imboccare una propria via, nazionale e autonoma, al socialismo: nel 1956, in seguito alle imponenti contestazioni
operaie di Poznań, ritornò al potere Władisław Gomułka, ex segretario
del partito comunista polacco, arrestato alla fine degli anni Quaranta per «deviazione nazionale verso destra» [Fejtö 1971, 111-116; Boffa
1990, 245-252]. Terminata dunque l’epoca stalinista rappresentata da
Bolesław Bierut, sembrava che la Polonia, tra l’entusiasmo della popolazione, fosse riuscita ad ottenere pacificamente quello che in Ungheria
era invece costato la dura repressione sovietica. In realtà, non si trattava
dell’inizio di una «via polacca al socialismo», ma della Realpolitik di
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Chruščëv, persuaso da Gomułka che il cambio al vertice del Pzpr4 non
avrebbe messo in discussione – come invece aveva fatto Nagy in Ungheria – l’appartenenza della Polonia al Patto di Varsavia e che, allo stesso
modo, non si sarebbe attentato alle basi leniniste del regime polacco. Il
nuovo segretario del Pzpr riuscì quindi a contemperare le aspirazioni al
rinnovamento di larga parte del popolo polacco con una politica cauta
nei confronti dei sovietici, che accettarono le novità del nuovo corso
avviato da Gomułka. Furono così destituiti il ministro della Difesa Rokossovskj, che, pur essendo nato a Varsavia, aveva servito per molti anni
nell’esercito sovietico, insieme a diversi altri ufficiali sovietici che erano
stati incorporati alla fine della guerra nell’esercito polacco, furono allontanati dal partito gli stalinisti, abbandonata la collettivizzazione dell’agricoltura, liberato il primate cardinale Wyszyński – incarcerato dal 1953
per attività anticomunista – e concessa maggiore libertà di stampa [Fejtö
1971, 117-130; Biagini e Guida 1994, 72-75; Guerra 1986, 137-174].
Una delegazione del Pci in Polonia nel 1958 si era espressa in termini
piuttosto positivi sulla gestione di Gomułka, che aveva «ottenuto grandi
risultati nel restaurare la autorità del partito e dello Stato» e che aveva saputo migliorare i rapporti con l’Urss al punto che «non c’è forse cittadino polacco il quale non annetta all’alleanza di Varsavia un fondamentale
valore di pace e di difesa della esistenza, oltre che dell’indipendenza della
nazione polacca». Nella relazione stilata dalla delegazione, si affermava
che il Pzpr aveva saputo chiudere con lo stalinismo, evitando nel contempo pericolose derive di tipo «revisionista» [FIG, 2].
Già alla fine degli anni Cinquanta, tuttavia, Gomułka aveva impresso
alla propria politica una svolta in senso conservatore, spaventato dall’attivismo di gruppi dell’intelligencija polacca, i quali chiedevano l’ampliamento degli spazi di libertà che il nuovo corso aveva promesso [Agosti
Polska Zjednoczona Partia Robotnicza (Partito Operaio Unificato Polacco), creato
nel dicembre 1948 con l’unione dei partiti comunista e socialista. In questa sede si è
scelto l’acronimo polacco, tuttavia in Italia il partito è anche conosciuto come Poup e
così viene citato in alcuni documenti usati nel presente saggio.
4
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
165
1999, 248-249; Fejtö 1971, 207-208]. Negli stessi anni, il Pci aveva
avviato invece una riflessione critica che, sulla scia dell’ultimo Togliatti,
stava portando ad una progressiva rivalutazione del metodo democratico all’interno del partito. Inoltre, iniziavano a farsi sentire, a livello di
discussione interna, voci critiche su determinati aspetti, eccessivamente
autoritari, dei paesi del “socialismo reale”. La delegazione polacca all’XI
congresso del Pci del gennaio 1966 – il primo dopo la morte di Togliatti – aveva espresso «preoccupazione» per «le note e gli accenti critici»
della stampa comunista italiana sulla «vita interna» e sui «rapporti tra
paesi socialisti» [AAN, 1]. Particolare apprensione suscitavano le posizioni della «sinistra» comunista di Ingrao, che sosteneva – si leggeva nel
rapporto dei polacchi – «una democrazia più ampia dentro il partito»,
«la trasparenza di tutte le discussioni» e di conseguenza «la difesa della
libertà della lotta delle correnti all’interno del partito» [AAN, 2]. Tali differenze di posizione emersero anche in occasione dell’incontro fra Luigi
Longo, nuovo segretario del Pci dopo Togliatti, e Gomułka, che lamentava un’incomprensione da parte dei comunisti italiani della situazione
specifica dei paesi socialisti e criticava quello che riteneva essere un pericoloso scivolamento verso posizioni «opportunistiche» e «revisioniste».
In particolare, il segretario del Pzpr ammoniva Longo a non proseguire
nella direzione di una «socialdemocratizzazione», che avrebbe portato
all’accettazione del sistema democratico borghese. A Longo, che criticava la mancanza di democrazia interna nei partiti comunisti del “socialismo reale”, riferendosi in particolare alla destituzione di Chruščëv,
Gomułka replicava che «quando ci sono due campi nel mondo, non si
possono dare tutti i motivi di certe decisioni» [FIG, 3].
I rapporti della sezione esteri del Pzpr, del resto, erano molto eloquenti
sulla netta divaricazione che si era creata fra la Polonia di Gomułka e il
partito di Longo. Di questo si denunciavano i «fenomeni di nazionalismo», gli «atteggiamenti che sottovalutano gli apporti del patrimonio di
esperienze di chi è al potere», «un graduale allontanamento dalle posizioni di appoggio sostanziale alla politica della comunità socialista», «la
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
contrapposizione delle proprie esperienze alle esperienze degli altri partiti» [AAN, 3]. D’altra parte, i comunisti italiani credevano che ormai «la
linea del partito polacco pareva segnare una svolta involutiva e Gomułka
non era più in grado di portare avanti quel rinnovamento della società
polacca e del partito che aveva promesso» [Galluzzi 1983, 57-71]5.
Una posizione di netta chiusura era stata espressa dal governo polacco
anche sul sostegno del Pci all’Ostpolitik di Willy Brandt, che mirava ad
una progressiva distensione fra i due blocchi tramite un riavvicinamento
fra la Repubblica federale tedesca, la Polonia e la Repubblica democratica
tedesca. In occasione della conferenza dei partiti comunisti di Karlovy
Vary del 1967, Longo aveva apertamente preso posizione a favore della distensione e per un ruolo autonomo che l’Europa avrebbe dovuto
giocare in tale direzione, individuando nella collaborazione fra comunisti, socialdemocratici e progressisti un presupposto indispensabile per
questo processo [Timmermann 1974, 23-52; Rubbi 1994, 122; Mammarella 1976, 224]. Il governo polacco si era mostrato a tale proposito
molto freddo, tanto che, nella riunione preparatoria alla conferenza, la
delegazione polacca aveva giudicato la politica di Bonn «più pericolosa
di quella passata» [FIG, 4].
Con l’ascesa al potere di Ceauşescu nel 1965, la Romania aveva accentuato la propria collocazione del tutto particolare sulla scena internazionale, da un lato rimarcando il carattere del proprio “comunismo
nazionale” e l’autonomia dall’Urss, dall’altro intensificando i rapporti
economici e diplomatici con i paesi occidentali [Guida 2009, 260-263]
e, parallelamente, le relazioni con alcune forze politiche di questi, fra
cui il Pci. L’atteggiamento del Pci verso il Pcr era duplice: se a livello ufficiale si sottolineavano le convergenze sui temi di politica estera,
come l’autonomia dei partiti comunisti, la distensione, il disarmo, il
rifiuto di “scomuniche” nei confronti della Cina, nei rapporti riservati
Rievocando quegli anni, Gian Carlo Pajetta scriveva che «il gruppo di Gomulka e
dei suoi si dimostrò chiuso, capace […] nel difendere la dignità polacca, ma incapace
di rispondere alle esigenze di una Polonia nuova»: Pajetta 1982, 149.
5
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
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emergevano sempre più con il passare degli anni le differenze sul problema della democrazia interna e del pluralismo politico. In particolare,
poi, dall’inizio degli anni Sessanta gli osservatori del Pci mettevano in
rilievo la pesante cappa di censura che gravava sulla Romania: benché
il paese si stesse muovendo in modo piuttosto autonomo all’interno
del movimento comunista, si rilevava che «sulla stampa romena non
appare nulla» e che «persino il problema della pace viene presentato in
un modo come se tutti fossero d’accordo». In sostanza, si raffigurava il
«campo socialista» come un’«unità monolitica» e non si faceva «nessun
accenno alle divergenze», «giustificando tutto ciò con il fatto che questi sono problemi interni che interessano i singoli paesi». Infine, non
solo c’era una «politica di chiusura» sul dibattito relativo ai «problemi
dell’ampliamento della democrazia socialista», ma si riscontravano delle
«punte nazionaliste che consistono nell’esaltare in alcuni settori tutto
ciò che è romeno» [FIG, 5].
In occasione dell’incontro fra Longo e Ceauşescu del settembre 1967,
si registrò una completa sintonia sulle questioni internazionali, con una
sfumatura più decisamente polemica verso l’Urss da parte del leader romeno. Commentando l’esito della «guerra dei sei giorni», Ceauşescu sostenne che il conflitto sarebbe stato evitabile se non si fossero esasperati
i rapporti con Israele e criticò l’Urss per aver addossato l’intera responsabilità al governo di Gerusalemme e per aver poi voluto una rottura
delle relazioni diplomatiche del «blocco socialista» con Israele. Anche
sull’Ostpolitik di Bonn, con cui la Romania aveva stabilito relazioni diplomatiche [King 1980, 143], i due si trovarono d’accordo e Ceauşescu
sottolineò l’importanza della collaborazione fra forze comuniste, socialdemocratiche e progressiste in generale per la sicurezza e il disarmo in
Europa. I comunisti italiani erano rimasti particolarmente colpiti dal
fatto che i romeni avessero usato in più occasioni «l’armamentario classico della socialdemocrazia nel loro giudizio sulla politica sovietica verso il Medio Oriente» e, più in generale, giudicavano preoccupante «la
polemica con l’URSS che viene sviluppata su ogni questione» [FIG, 6].
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Le prospettive di una «terza via»
Di fronte alla brusca interruzione della «primavera di Praga» da parte dei
carri armati del Patto di Varsavia, fra il 20 e il 21 agosto 1968, comunisti
italiani e romeni si trovarono nuovamente d’accordo nella condanna
della politica sovietica. Già il 21 agosto l’ufficio politico del Pci aveva
espresso «grave dissenso» e «riprovazione» per l’invasione, riaffermando
«la propria solidarietà» con il partito comunista cecoslovacco [Tonchio
et al. 1968, 312; Höbel 2001, 1153]. Lo stesso giorno, in una seduta congiunta del comitato centrale del Pcr, del consiglio di stato e del
governo romeno, Ceauşescu aveva condannato la «violazione flagrante
della sovranità nazionale» della Cecoslovacchia da parte dei paesi del
Patto di Varsavia (la Romania non aveva partecipato). Il leader romeno definì l’invasione «un grande errore e un grave pericolo per la pace
in Europa» e «per la sorte del socialismo nel mondo», in quanto non
era giustificabile per alcun motivo un’intromissione di tale genere nelle
questioni interne di uno «stato socialista fratello» [Marin 2008, 531].
Tuttavia, se il Pci aveva manifestato verso il «nuovo corso» cecoslovacco
una certa «simpatia» fin dall’inizio, il Pcr, non particolarmente incline
ad effettuare riforme di carattere liberale, deplorava l’intervento sovietico principalmente allo scopo di riaffermare i propri spazi di autonomia
[Höbel 2010, 517-550; Pons 2006, 3-19; Tonchio et al. 1968, 310-361].
Il 20 settembre, durante un incontro fra le delegazioni dei due partiti,
Gian Carlo Pajetta aveva comunque rilevato «la particolare concordanza di posizioni […] sui fatti di Cecoslovacchia e sulle conseguenze nel
movimento operaio» [FIG, 7]. Da parte loro, i romeni, confermando
la propria condanna dell’«intervento brutale» del Patto di Varsavia, del
tentativo di «compromettere il gruppo dirigente» del PC cecoslovacco e
di «screditare il compagno Dubček», esprimevano una solidarietà «permanente» nei confronti di quel partito. E, in modo rivelatore, aggiungevano: «se non ci fosse stata la condanna di molti partiti comunisti è
difficile dire se i sovietici a questo punto non sarebbero già intervenuti
militarmente contro la Romania» [FIG, 8].
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
169
Sull’invasione della Cecoslovacchia avevano espresso un parere completamente opposto i comunisti polacchi. Il Pzpr, che aveva appoggiato con
convinzione l’intervento militare del Patto di Varsavia [Bertone 1981,
237], osservava con crescente incomprensione il dibattito interno al Pci
e la polemica con l’Urss portata avanti dalla direzione del partito italiano; scelte, si scriveva nei rapporti della sezione esteri del PC polacco,
non comprese dalla stessa base del partito [AAN, 4]. Comunque, il XII
Congresso del Pci, tenutosi nel febbraio 1969, sembrava circoscrivere i
termini del dissenso con Mosca. Se da un lato Berlinguer – nominato allora vice-segretario – aveva confermato tutte le critiche formulate all’indirizzo dell’Urss fino a quel momento, rivendicando «piena autonomia
di giudizio» e ricordando gli «ordinamenti in parte limitativi della libertà
e della democrazia» vigenti in quel paese, dall’altro era stato netto nel rifiutare «l’antisovietismo in tutte le forme in cui esso si presenti» [Berlinguer 1969, 749-752]. Per i polacchi continuavano tuttavia a permanere
«tante ambiguità», che affondavano le proprie radici nell’idea che si potesse costruire una «via italiana al socialismo» diversa da quella dei paesi
del «socialismo reale». La linea eccentrica del Pci si doveva – secondo gli
osservatori polacchi – al fatto che tale partito era inserito da anni «nel
sistema della democrazia parlamentare borghese», di cui costituiva «in
pratica uno dei […] componenti». Tale «fatto oggettivo» aveva un’influenza determinante sull’elaborazione ideologica dei comunisti italiani, allontanandoli in modo sensibile dall’ortodossia marxista-leninista,
tanto da fare loro credere che «la costituzione italiana sia la migliore del
mondo» e che il principale obiettivo dei comunisti italiani dovesse essere
«la sua pratica realizzazione». Insomma, il Pci non aveva «un programma realmente rivoluzionario» e aveva anzi contribuito a razionalizzare le
forze del capitalismo italiano, alla stregua di un partito socialdemocratico [AAN, 5]. La relazione di Longo al Congresso aveva confermato i
timori dei polacchi, per cui «la sottolineatura del carattere fraterno» del
rapporto con il Pcus e con gli altri paesi socialisti «era piuttosto formale
e contrastava con la posizione nella questione cecoslovacca», giudicata
170
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
«molto lontana dai principi dell’internazionalismo proletario» [AAN, 6;
AAN, 7]. Il deterioramento del rapporto fra italiani e polacchi era risultato evidente a Pajetta, presente al congresso del Pzpr del 1969, il
cui intervento, l’unico a nominare i fatti cecoslovacchi, fu accolto con
freddezza e in parte censurato dal segretario del comitato centrale del
partito polacco, Zenon Kliszko [Pajetta 1982, 150-151]. Proprio allo
scopo di ristabilire buoni rapporti con i polacchi, Carlo Galluzzi aveva
avuto nel mese di novembre un incontro a Varsavia con il responsabile
della sezione esteri del Pzpr e con Kliszko. I polacchi rimproveravano al
Pci la posizione critica tenuta dagli italiani verso i paesi socialisti e, in
modo particolare, il fatto che tali opinioni fossero espresse pubblicamente [AAN, 8].
In realtà, l’invasione della Cecoslovacchia segnò una svolta precisa per il
Pci, che da quel momento fino al suo autoscioglimento, alla fine degli
anni Ottanta, mise definitivamente in chiaro che la propria via al socialismo sarebbe stata per forza radicalmente diversa da quella dei paesi del
“socialismo reale” e fece del pluralismo politico un punto fermo della
propria identità. D’altra parte, continuò a permanere, allo stesso tempo,
un vincolo identitario fra il Pci e il «campo socialista», per cui la rottura
con quei partiti, criticati per l’autoritarismo e la gestione burocratica del
potere, non fu mai portata fino alle estreme conseguenze. Insomma, il
fatto che la «terza via» non sarebbe stata quella del «socialismo reale» ma
nemmeno quella della «socialdemocrazia», avrebbe perpetuato un’ambiguità ideologica e strategica del partito di Berlinguer [Pons 2006, 247258; Mammarella 1976, 215-217]. La posizione antiautoritaria scelta
dal Pci portò la direzione del partito a criticare apertamente il governo
Gomułka, quando la rigida politica deflazionistica adottata alla fine degli anni Sessanta avviò un nuovo ciclo di scioperi e sommosse popolari
nei porti del Baltico, che portarono, il 20 dicembre 1970, alle dimissioni
del segretario del Pzpr e alla sua sostituzione con Edward Gierek. L’ufficio politico del Pci aveva deplorato il fatto che si fosse creata «una situazione di così acuto disagio economico», ammonendo il governo po-
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Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
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lacco sul fatto che «i problemi del consolidamento e sviluppo dei paesi
socialisti possono essere risolti solo attraverso la piena affermazione della
democrazia socialista, di cui è momento essenziale […] un profondo
legame del partito con le masse popolari»6.
Il nuovo segretario del PC polacco mise in atto una serie di riforme che
avrebbero dovuto rendere più efficiente il sistema produttivo del paese, coinvolgendo i lavoratori in tale processo tramite i consigli operai,
concedendo aumenti salariali e bloccando allo stesso tempo l’inflazione
[Bertone 1981, 242-252]. In realtà, tale fase riformatrice, che si esaurì
nel giro di alcuni anni non appena, anche a causa della crisi petrolifera
del 1973, l’economia polacca tornò in difficoltà, aveva evidenziato una
dinamica molto simile a quella del 1956 e del ritorno di Gomułka, visto
allora come una grande speranza da tutti gli avversari del “dogmatismo”
e dello stalinismo7. Il Pci, guidato dal 1972 da Berlinguer, seguiva l’evoluzione della situazione polacca con una certa cautela, pur riconoscendo
che Gierek aveva avviato un nuovo corso rispetto agli ultimi anni. Pajetta, dopo una serie di incontri con la nuova dirigenza, aveva evidenziato il «nuovo modo di lavorare», che consisteva «in contatti più intensi
con gli operai», osservando però che «le notizie che ci hanno dato sul
modo come questo sviluppo della democrazia possa e debba realizzarsi
sono rimaste tuttavia assai vaghe» [FIG, 9]. Che la linea politica del Pci
riguardo ad alcuni temi, quali il superamento dei blocchi e soprattutto
l’accettazione del pluralismo politico, impedisse una reale comprensione
fra i due partiti, fu confermato dalle critiche sollevate dall’intervento di
Pecchioli al VII Congresso del Pzpr, tenutosi nel dicembre 1975. L’affermazione di Pecchioli che il Pci intendeva costruire una società socialista la quale avesse come «fondamenti irrinunciabili» il pluralismo politico e «il pieno rispetto delle libertà democratiche» era stata censurata
6
Comunicato dell’Ufficio politico del PCI, «l’Unità», 18 dicembre 1970.
7
Fejtö ha preso spunto da questi fatti per dimostrare la «ciclicità insita nella storia
delle democrazie popolari», la quale «sembra svolgersi con moto circolare, ripetendo
lo stesso copione con personaggi diversi e sfondi appena modificati»: Fejtö 1971, 583.
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
dall’organo del Pzpr «Trybuna Ludu», in quanto giudicata «un attacco»
al partito [FIG, 10; FIG, 11]. Nel 1976 la Polonia dovette affrontare l’ennesima crisi: quando il governo, per far fronte al deficit aggravatosi negli
ultimi anni, annunciò nel giugno un drastico aumento dei prezzi, si
verificarono scioperi e manifestazioni, repressi duramente dalla polizia.
I licenziamenti degli scioperanti e i processi che seguirono suscitarono
fin dall’inizio le critiche della dirigenza del Pci, messe per iscritto in una
lettera indirizzata al comitato centrale del Pzpr:
le notizie che sono pervenute sui processi, le condanne e le misure di
polizia in seguito ai recenti movimenti di protesta contro l’annuncio di
aumento dei prezzi […] hanno destato preoccupazione in larghi strati
dell’opinione pubblica del nostro stesso partito. L’informazione è stata
insufficiente, frammentaria. […]
Noi pensiamo però che il fatto che non sia stata possibile o non sia stata
ricercata la presenza di giornalisti stranieri ai processi abbia rappresentato un elemento negativo, impedendo che fossero conosciuti i termini
del procedimento per i reati che in quella occasione sono stati commessi
[FIG, 12].
Queste prese di posizione suscitarono la reazione indignata dei polacchi,
che accusarono in particolare «l’Unità» di essersi posta «sulla scia della
propaganda borghese» e invitavano il Pci a rivolgersi alle autorità diplomatiche polacche prima di diffondere notizie, allo scopo di avere «più
elementi a disposizione» [FIG, 13]. Il primo consigliere dell’ambasciata
polacca, in particolare, osservò che la mancanza di un corrispondente de
«l’Unità» da Varsavia impediva al Pci di avere «un’adeguata informazione
sulla situazione in Polonia» e quindi portava i comunisti italiani a formulare «valutazioni distorte», che non si distinguevano sostanzialmente
dalla «stampa borghese» [FIG, 14].
Nel novembre del 1976, Antonio Rubbi, responsabile della sezione esteri del Pci, incontrò Adam Michnik, fondatore, insieme a Jacek Kuroń,
dell’organizzazione dissidente Kor (Comitato per la difesa dei lavoratori). Michnik affermò in tale occasione che il Pci era «l’unica speranza
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Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
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per l’avvenire dell’Europa» e un punto di riferimento per la dissidenza
polacca, tanto che «quando fanno le perquisizioni in Polonia, le prime
cose che si portano via sono i documenti del vostro partito, gli scritti e
i discorsi di Berlinguer». Il leader del Kor, che aveva invitato i comunisti italiani a «fare di più» per la causa del pluralismo politico in Polonia, non aveva tuttavia riscosso la fiducia di Rubbi, che in una nota per
Berlinguer si mostrò piuttosto scettico nei confronti della dissidenza,
paragonata alla sinistra extraparlamentare italiana. Al responsabile della
sezione esteri del Pci era infatti sembrato di «avere a che fare con uno di
“Lotta Continua”» e le idee esposte da Michnik furono liquidate come
«una accozzaglia, dove si mischiano assieme intellettualismo e radicalismo piccolo-borghese e trozkismo». Rubbi espresse un parere negativo
sull’utilità di questo tipo di contatti: «Non so fino a che punto possiamo
trovare affinità tra il reale malcontento operaio e queste posizioni […].
Credo che non sarebbe male se si discutesse sul comportamento che
dobbiamo tenere con questi dissidenti e sui rapporti che cercano con
noi. La cosa, oltreché imbarazzante, può prestarsi a cattive e nocive strumentalizzazioni» [FIG, 14].
Queste posizioni rispecchiavano la strategia adottata dal Pci: si trattava
di cercare di far valere la propria influenza presso i partiti comunisti al
potere in Europa orientale allo scopo di sensibilizzarli in una direzione
favorevole ad una progressiva liberalizzazione di quei regimi. Ciò presupponeva di non puntare sui gruppi della dissidenza, visti con sospetto
per la loro possibile azione destabilizzatrice nei confronti dei partiti comunisti, e di esercitare piuttosto su questi ultimi «una funzione critica,
ma senza rottura» [Napolitano 2006, 112]. Resta il fatto che, se la nozione
di «vie nazionali» al socialismo era ormai generalmente condivisa da tutti
i partiti comunisti dell’Europa orientale, l’idea berlingueriana di «terza
via» non poteva essere approvata, perché presupponeva l’accettazione del
pluralismo politico e quindi del dissenso: secondo Edward Babiuch, della
segreteria del Pzpr, «la formulazione “terza via”» era «incomprensibile ed
erronea», in quanto «non esiste una via socialdemocratica al socialismo,
174
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
in nessun paese del mondo» [FIG, 15]. Anche Ceauşescu, discutendo
sulla «scelta pluralistica» del Pci, spiegò a Berlinguer che, comprendendo come il «problema della democrazia» venisse affrontato in Italia o in
Francia, rifiutava tuttavia di considerarlo «una verità assoluta con validità
universale» [FIG, 16]. In definitiva, se i polacchi respingevano senza appello l’idea del pluralismo, i romeni la relativizzavano, facendo rientrare
la sua accettazione o meno nella sfera dell’autonomia dei singoli partiti: soluzione evidentemente strumentale, caratteristica del “comunismo
nazionale” di Ceauşescu – che nel frattempo aveva migliorato i propri
rapporti con Mosca – per tutti gli anni Ottanta.
L’impossibile riforma del “socialismo reale”
Nel corso degli anni Settanta, Berlinguer tentò di collegare la strategia
del «compromesso storico», da lui lanciata dopo il golpe cileno del 1973,
che prevedeva una collaborazione fra comunisti e cattolici sulla base di
una piattaforma di riforme democratiche, e quella della creazione di un
campo comunista occidentale, ciò che fu chiamato «eurocomunismo»,
capace di rappresentare un’alternativa pluralista al «socialismo reale» nel
nome di un’Europa «né antisovietica né antiamericana». L’impostazione
di Berlinguer presupponeva una concezione «dinamica» della distensione, tesa al superamento dei blocchi e alla legittimazione del comunismo «occidentale», che si scontrava con quella dell’Urss di Brežnev, che
puntava viceversa ad un mantenimento del sistema bipolare. Criticando
la visione chruščëviana di «coesistenza pacifica», dalla fine degli anni
Sessanta l’idea della distensione, secondo il governo di Mosca, avrebbe
infatti dovuto poggiare su una parità strategica sul piano militare nella prospettiva di tutelare e possibilmente rafforzare, a livello globale, il
«campo socialista» [Pons 2006, 21-92; Pons 2003, 63-87]. L’ostilità sovietica verso la politica di Berlinguer comportò quindi un costante aumento della distanza che separava il Pci dal Pcus e dai partiti comunisti
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
175
dell’Europa orientale. Anche la Romania di Ceauşescu sembrava meno
incline a comprendere la linea del Pci, che associava ormai in modo
evidente la realizzazione di una via europea al socialismo alla critica del
modello del “socialismo reale”. Ghizela Vass, della sezione esteri del Pcr,
aveva a tale proposito accusato i comunisti italiani di avere una concezione «neutrale» della democrazia, in quanto «non legata alla esigenza di
una precisa affermazione delle classi popolari» [FIG, 17].
La crisi polacca dell’estate 1980, che vide scendere in sciopero i portuali
di Danzica guidati da Lech Wałęsa e la fondazione del primo sindacato
indipendente Solidarność, approfondì ulteriormente la frattura che divideva il Pci dagli altri partiti comunisti. Il partito di Berliguer fu infatti
«l’unico partito comunista a respingere la raffigurazione della Polonia
come un paese sull’orlo della contro-rivoluzione, dipinta da Mosca e dal
Patto di Varsavia». Tuttavia, l’appoggio ad un processo di liberalizzazione in Polonia fu limitato dalla diffidenza che il Pci continuò a nutrire
nei confronti del dissenso e dalla sua perdurante fiducia in un processo di
riforme «dall’alto», gestito direttamente dai partiti comunisti al potere.
Ciò impedì al Pci di comprendere che le dinamiche del cambiamento
all’Est erano ormai nelle mani di forze esterne rispetto all’establishment
[Pons 2006, 186-187]. La legalizzazione di Solidarność e la sostituzione
di Gierek con Stanisław Kania furono visti con favore da Berlinguer,
che espresse al nuovo segretario del Pzpr «vivi auguri affinché la Polonia superi positivamente la difficile situazione che sta attraversando e
sviluppi le sue conquiste socialiste attraverso una espansione della vita
democratica» [Rubbi 1994, 202]. Il Pci aveva in particolare accolto «con
soddisfazione» l’accordo concluso a Danzica fra Solidarność e il governo
polacco, affermando che
Il riconoscimento del diritto di sciopero, dei sindacati autogestiti con
libere elezioni e dei diritti di informazione rappresenta un successo delle
lotte di massa, un risultato della responsabilità delle parti, una prova della necessità, in ogni momento della vita sociale, da Est ad Ovest, delle
trattative, della rinuncia all’intolleranza, del rinnovamento dei rapporti
economici e politici [Rubbi 1994, 199].
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Di fronte all’avversione sovietica per lo sviluppo degli eventi polacchi
e nel timore di un’invasione che potesse ripetere i fatti del 1956 e del
1968, la direzione del Pci approvò il 20 novembre una nota riservata diretta ai partiti comunisti del Patto di Varsavia in cui sostenne la necessità
di un nuovo corso riformatore in Polonia e condannò preventivamente
sia «una politica “di forza”» imposta al governo polacco dall’Urss, sia «un
intervento esterno»:
I comunisti italiani non potrebbero capire e considerare tollerabile una
qualsiasi interferenza che rendesse difficili le soluzioni che i polacchi,
seguendo la propria via, cercano di trovare. Il PCI si opporrebbe con
chiarezza e con ferma volontà a qualsiasi intervento esterno le cui conseguenze sarebbero catastrofiche.
I comunisti italiani auspicano che tutti operino per contribuire ad una
soluzione dei problemi polacchi che corrisponda alla volontà della sua
classe operaia e del suo popolo, agli interessi della pace, della democrazia,
e del socialismo e che escluda ogni azione di forza [FIG, 18].
Il Pci continuò tuttavia a guardare ai fatti polacchi secondo un metro non più attuale, rifacendosi ancora al modello del 1968, quando il
partito comunista cecoslovacco era stato capace, per mezzo di Dubček,
di farsi promotore di una politica riformatrice. In Polonia, invece, era
Solidarność ad avere assunto la guida del processo riformatore, mentre il
governo di Kania sembrava incapace di una sua azione autonoma, oscillante fra l’idea di limitate concessioni al sindacato di Wałesa e il timore
di una propria graduale delegittimazione o di un intervento sovietico.
Il disorientamento dei comunisti italiani in proposito era stato testimoniato chiaramente da Pajetta che, nella riunione di direzione del 20 novembre, ricordando che nel 1968 il Pci si era schierato con Dubček, si
chiedeva chi si dovesse appoggiare in Polonia fra Wałesa e Kania [Pons
2006, 190-191]. Il 5 dicembre, nel corso di un vertice dei paesi del Patto
di Varsavia tenutosi a Mosca, tutti i leader comunisti concordarono con
Brežnev sul fatto che la crisi polacca rappresentasse una minaccia per
la «comunità socialista» e che fosse necessario salvaguardare il carattere
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
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«socialista» del regime. Anche l’ungherese Kádár e Ceauşescu, tradizionalmente più moderati, si dissero d’accordo, pur auspicando che i problemi polacchi potessero essere risolti autonomamente da quel partito,
senza interventi esterni [Pons 2006, 192-193]. Rubbi, a Varsavia fra il 4
e il 6 dicembre con il compito di spiegare ai dirigenti del Pzpr le recenti
prese di posizione del Pci, trovò i polacchi «assai reticenti» e sostanzialmente ostili alla risoluzione del 20 novembre. Il responsabile della
sezione esteri Pjatkowski aveva espresso una «netta disapprovazione», in
quanto nel documento del Pci i fatti polacchi erano presentati «solo in
modo negativo», con «apprezzamenti […] assai parziali e non sorretti
da una giusta visione di classe». Rubbi invitava, per parte sua, a risolvere
la crisi politicamente, con una collaborazione fra il Pzpr, la Chiesa e
Solidarność [FIG, 19]. Riferendo in direzione alcuni giorni dopo, Rubbi
parlò di un «tono duro, pregiudiziale» verso le posizioni del Pci, aggiungendo però che i polacchi avevano riconosciuto la crisi in cui versava
l’economia del paese e il fatto che Solidarność fosse considerato «una
vera espressione del movimento operaio polacco». Al nuovo sindacato si
rimproverava tuttavia di non voler farsi carico «dei problemi dell’economia nazionale», di non combattere a sufficienza «gli elementi eversivi»
e di farsi strumentalizzare «dalle Centrali Sindacali mondiali» [FIG, 20].
Ma l’atmosfera fra Pci, Pzpr, Pcus e l’intero «campo socialista» era destinata ad avvelenarsi ulteriormente: il 16 dicembre 1980 era stato lo stesso
comitato centrale del partito comunista polacco a condannare senza appello la risoluzione del 20 novembre, giudicata «un atto di ingerenza nelle questioni interne del nostro Partito», bollando poi come «unilaterali e
errate» le valutazioni contenute nel documento. Il Pzpr, pur riconoscendo di avere commesso degli errori, accusava il Pci di trattare «in un modo
inammissibile i rapporti tra i Paesi socialisti fratelli» nel momento in cui
la Polonia si trovava «sulla linea dell’urto di classe fra le forze dell’imperialismo e del socialismo» [FIG, 21]. Questo comunicato seguiva di
alcuni giorni una durissima presa di posizione del Pcus, che aveva definito la risoluzione del Pci «una ingerenza […] negli affari interni della
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Polonia popolare». Per i sovietici, il «senso oggettivo» del documento
consisteva «non nel sostenere il socialismo realmente esistente in Polonia,
ma nell’esprimere solidarietà alle forze che conducono un attacco contro
di esso», le quali «rivolgono adesso una critica globale a tutti i risultati
dello sviluppo della Polonia socialista, al regime sociale e statale esistente
in questo paese» [FIG, 22]. Anche la tradizionale vicinanza del Pci con
i comunisti romeni sul tema dell’autonomia e delle «vie nazionali» era
venuta meno, poiché Ceauşescu temeva possibili ricadute dei fatti polacchi sul suo regime. Nel dicembre 1980, incontrando una delegazione
italiana guidata da Bufalini, il leader romeno aveva messo in guardia
su «circoli che tentano di approfittare di questi avvenimenti per gettare
discredito sul socialismo in generale», manifestando sorpresa per come
«dei partiti comunisti occidentali hanno commentato gli avvenimenti
polacchi». A suo parere, in Polonia non si stava verificando «un processo
di sviluppo nuovo del socialismo» ed era un errore appoggiare, come
faceva il Pci, la legalizzazione di sindacati indipendenti, poiché questi
erano in realtà uno strumento antisocialista controllato da forze esterne e
dalla Chiesa cattolica. Ceauşescu negava inoltre, a differenza del Pci, che
vi fossero somiglianze fra i fatti cecoslovacchi del 1968 e quelli polacchi,
in quanto «la direzione cecoslovacca aveva approvato un programma
per uno sviluppo socialista organizzato e consapevole», mentre in Polonia il partito comunista aveva «perso il controllo della situazione». Pur
sostenendo che il governo polacco dovesse risolvere autonomamente la
crisi, Ceauşescu riteneva «inevitabile» un intervento militare sovietico
allo scopo di «impedire il rovesciamento del potere socialista in Polonia»
[FIG 23; FIG 24]. Peraltro, sulle questioni internazionali, come l’Afghanistan, il leader romeno continuava a mantenere delle posizioni improntate ad un certo antisovietismo, unitamente ad un ostentato disprezzo
per la classe dirigente sovietica, composta da «uomini anziani, malati,
sempre più “chiusi” e isolati dalla realtà» [FIG 25].
La nuova crisi polacca del 1981 avrebbe sancito la presa di distanza definitiva del Pci dal modello del “socialismo reale” e quindi interrotto
Stefano Santoro
Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco
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il dialogo con i romeni, che comunque si era sostanzialmente esaurito
dall’inizio degli anni Settanta. La “normalizzazione” in Polonia iniziò
nel febbraio 1981, con la nomina a primo ministro dell’ex ministro della
Difesa, generale Jaruzelski, il quale assunse fra il 16 e il 18 ottobre anche
la carica di segretario del partito comunista al posto di Kania. L’Urss,
che aveva scartato l’idea di una soluzione militare, per le sue imprevedibili conseguenze, impose all’esitante governo polacco un giro di vite autoritario e, nella notte fra il 12 e il 13 dicembre, fu proclamata in Polonia
la legge marziale [La Mantia 2006, 295-298]. Il 15 dicembre «l’Unità»
condannò con forza la scelta dei dirigenti comunisti polacchi, scrivendo
che «il potere assunto dai militari è il risultato e la prova del fallimento di
un intero strato dirigente della società polacca organizzato nel POUP»
e ricordando che – nella visione del Pci – il socialismo era incompatibile con «stati d’assedio» e «imposizioni autoritarie»8. Il 30 dicembre la
direzione del Pci pubblicò una risoluzione in cui, dopo aver ribadito la
«convinzione che democrazia e socialismo sono indissolubili», si prendeva atto che la «fase di sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la
Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva», individuando
nel «superamento» della logica dei blocchi la condizione per un cambiamento democratico nell’Europa orientale9.
Questa ennesima presa di distanza dal socialismo di tipo sovietico, definita polemicamente da Cossutta uno «strappo» rispetto alla storia del
Partito comunista italiano, non implicò tuttavia una rottura con l’Urss,
che, pur non costituendo più un «punto di riferimento», rappresentava
comunque «un contrappeso alla forza e all’aggressività dell’imperialismo
americano»10. Si continuò piuttosto a teorizzare una «terza via», alternativa sia al modello del «socialismo reale» che a quello delle socialde-
8
La riflessione deve andare fino in fondo, «l’Unità», 15 dicembre 1981.
Risoluzione della Direzione del Partito comunista italiano, «l’Unità», 30 dicembre
1981.
9
10
Conclusioni di Berlinguer al CC, «l’Unità», 15 gennaio 1982.
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Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
mocrazie, accentuando la peculiare collocazione del Pci nel panorama
internazionale, quale unico rappresentante di un «comunismo riformatore», che aveva l’ambizione di spendere la propria influenza – evidentemente sopravvalutata – per favorire un’evoluzione democratica nell’Urss
e nei paesi dell’Est [Gualtieri 2001, 94-96]. L’idea di una riforma del comunismo, sostenuta da Berlinguer attraverso l’eurocomunismo all’estero
e il «compromesso storico» come sua applicazione alla politica nazionale, si scontrò quindi con l’impraticabilità di una rottura con l’Urss e il
«campo socialista» anche nel momento stesso in cui più forte fu la critica
nei confronti di quelle realtà. Alla base di tale stallo ideologico, oltre al
motivo identitario, vi fu anche una perdurante fiducia della dirigenza e
della base del partito sulla capacità dell’Urss di riformarsi per raggiungere una conciliazione fra comunismo e democrazia. Questa speranza, che
sembrò concretizzarsi con l’ascesa al potere di Gorbačëv e l’avvio della
perestrojka, si rivelò tuttavia effimera e vide congiunti per l’ultima volta
i destini del comunismo italiano e del “socialismo reale”, con la scomparsa di quei regimi e l’autoscioglimento del Pci fra il 1989 e il 1991
[Guerra 2005, 320-338; Telò 1996, 217-233; Lomellini 2010, 215-224].
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Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
FIG, 14: FIG, APC, SE, mf. 0281, 0303-0307, Nota di Rubbi per Berlinguer, Pajetta e
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FIG, 15: FIG, APC, SE, mf. 7904, 0018-0026, Visita in Polonia (9-11 gennaio 1979)
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FIG, 16: FIG, APC, Documentazione classificata, Serie Esteri, b. 419, fasc. 92, Verbale
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FIG, 17: FIG, APC, SE, mf. 0427, 1837-1839, Nota di Vannino Chiti sulla visita in
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FIG, 18: FIG, APC, SE, mf. 8012, 0001-0003, Risoluzione della direzione del Partito
comunista italiano.
FIG, 19: FIG, APC, SE, mf. 8101, 0092-0121, Nota riservata di Rubbi sui colloqui
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FIG 20: FIG, APC, Direzione, mf. 8106, 0157-0177, Riunione della direzione dell’11
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FIG, 21: FIG, APC, SE, mf. 8012, 0106-0107, La segreteria del comitato centrale del
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FIG, 22: FIG, APC, SE, mf. 8012, 0119-0122, Il comitato centrale del Pcus alla direzione del Pci, 5 dicembre 1980.
FIG, 23: FIG, APC, SE, mf. 8102, 0163, Nota riservata di Rubbi per Berlinguer, Pajetta, Bufalini, segreteria, con allegati il verbale dell’incontro con Ceauşescu steso da
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FIG, 24: FIG, APC, SE, mf. 8102, 0167-0171, Colloquio con il Presidente Ceaucescu
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FIG, 25: FIG, APC, SE, mf. 8002, 0092-0101, Nota di A. Minucci sui colloqui col
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Le relazioni italo-sovietiche nel
decennio 1958-1968
Uno sguardo da Mosca
Alessandro Salacone
Univ. Roma Tre,
Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici
The article focuses on the tangle of diplomatic relations, economic agreements and political
connections between Moscow and Rome in the decade 1958-1968. For the Italian government, a period marked by important innovations in the relationship with the USSR, with
which it won the favour of the Kremlin. A great deal of research has been carried out in the
Italian and Soviet archives, especially through the examination of the documents and records
of the Central Committee of the PCUS in the Contemporary History State Archive of Moscow (RGANI).
Introduzione
Le relazioni bilaterali italo-sovietiche nel decennio tra il 1958 e il 1968 si
inseriscono nel contesto dei profondi mutamenti che investirono la politica mondiale in seguito alla fine dello stalinismo e all’avvio della distensione. L’antagonismo bipolare, infatti, alla fine degli anni ’50 approdò ad
una fase nuova, determinata dalla constatazione che uno scontro termonucleare tra blocchi avrebbe potuto distruggere l’intera civiltà umana. I
dirigenti sovietici abbandonarono la dottrina della guerra inevitabile e
iniziarono a sostenere la necessità di una “coesistenza pacifica”. In modo
186
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
analogo nel blocco occidentale, benché si dubitasse delle reali intenzioni sovietiche, ci si convinse che fosse indispensabile evitare lo scoppio
di un conflitto. La sfida tra i valori del socialismo e della democrazia si
giocava ora sulla capacità di attrarre la maggior parte degli stati verso il
proprio modello politico ed economico, riuscendo in tal modo a disegnare il futuro delle relazioni internazionali. L’attenzione verso il Terzo
Mondo nacque con queste prospettive e generò i momenti di maggior
crisi dell’intera guerra fredda [Romero 2009, 125, 140]. L’inizio del miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, intervallato
e reso ancora più urgente da gravi crisi internazionali quali la questione
di Berlino o la vicenda dei missili a Cuba, si esplicitò con la firma del
Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel
1963, che aprì la strada per successivi sviluppi nell’ambito del controllo
degli armamenti [Gala 2002]. La nuova fase della situazione internazionale, inoltre, favorì la conclusione dei Trattati di Roma e la nascita
della Comunità Economica Europea, un’alleanza economica tra paesi
dell’Europa occidentale direttamente confinanti con il blocco socialista
che modificò il sistema degli scambi commerciali nel Vecchio continente [Ballini, Varsori 2004]. Tali nuovi scenari influenzarono l’evoluzione
politica, economica e sociale in URSS e in Italia, avvicinando Mosca e
Roma in maniera impensabile solo pochi anni prima.
La recente apertura di fondi archivistici relativi a questo periodo, quali il
fondo Fanfani, le carte Moro e il fondo Andreotti in Italia, e di altri fondi
in America, Gran Bretagna, Francia, Germania e Federazione Russa ha
permesso di affrontare lo studio di questi anni con maggiore obiettività e di tracciare un quadro parzialmente diverso rispetto alle precedenti
interpretazioni sul ruolo internazionale dell’Italia nell’intreccio geopolitico. Di particolare rilievo i documenti inediti provenienti dall’Archivio
statale russo di storia contemporanea (RGANI), resi disponibili nell’ambito di un progetto di ricerca sul tema: Le relazioni italo-sovietiche dal
1955 al 1970, al quale partecipano l’Università di Napoli-l’Orientale,
il dipartimento di Studi storici geografici antropologici dell’Università
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
187
“Roma Tre”, lo RGANI e l’Istituto di storia universale dell’Accademia
delle scienze della Federazione Russa. L’esame della documentazione
sovietica ha fatto emergere che la diplomazia dell’URSS aveva prestato
un’attenzione particolare all’Italia – vista in prospettiva, persino esagerata – poiché riteneva che la penisola potesse giocare un ruolo congeniale
alle posizioni di Mosca rompendo il monolitismo dell’Alleanza Atlantica.
L’orientamento prevalente nell’ultimo decennio all’interno del dibattito
storiografico italiano è quello di indagare sulle importanti innovazioni
in politica estera dalla fine degli anni cinquanta, con l’inizio della III
legislatura e del processo che avrebbe portato nel 1962 al primo esperimento di governo di centro-sinistra1. Anni in cui si impose una riflessione più ampia sul ruolo internazionale dell’Italia e sulla sua politica estera.
Fu il periodo in cui i governi italiani tentarono di accrescere il peso
specifico dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, gli anni del “neoatlantismo”, o “dell’altro atlantismo” come è stato recentemente scritto
[Martelli 2008]. Benché le interpretazioni sulle cause che portarono a
tale cambiamento, e soprattutto sui risultati raggiunti, non siano sempre
concordi, è un dato di fatto che l’azione diplomatica dell’Italia, a partire
dal 1958, abbia intrapreso un nuovo corso, volto a inserire in modo attivo il paese nel dialogo tra Est e Ovest, e a dare un contributo effettivo
al processo di distensione. L’apertura di credito ai paesi d’oltrecortina ne
rappresentava uno dei principali aspetti. In breve tempo Roma e Mosca
si ritrovarono molto più vicine che in passato.
Numerosi studi hanno ormai chiarito che, in Italia, un ruolo chiave
nel percorso di avvicinamento fu giocato da Amintore Fanfani, figura
di spicco della classe dirigente democristiana, che nel decennio 19581968 assunse per tre volte la Presidenza del Consiglio e per tre volte la
responsabilità degli Affari Esteri. In queste due vesti fu uno dei massimi
artefici degli orientamenti e della gestione dell’azione internazionale di
Sul tema cfr.: Ferraris 1998; Romano 2002; Bagnato 2003; Craveri, Quagliarello
2003; Giovagnoli, Tosi 2003; Romero, Varsori 2005; Mammarella, Cacace 2006; Villani 2007; Martelli 2008; Giovagnoli, Tosi 2010.
1
188
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Roma nel decennio. Teorizzatori, sostenitori e realizzatori della necessità di un’apertura ad Est dell’Italia furono, oltre a Fanfani, altri esponenti della classe dirigente politica e imprenditoriale democristiana, quali
Mattei2, Valletta3 e La Pira4. Tra queste figure non mancarono differenze di approccio e di azione sul dossier Unione Sovietica, complicate
spesso dalle complesse relazioni personali. Comune però a tutti era la
percezione della particolarità del momento storico e dell’opportunità
presentata all’Italia da cogliere in fretta. Mattei e Valletta furono mossi
prevalentemente dalla necessità di allargare il volume degli scambi delle proprie imprese con i paesi d’oltrecortina. La Pira maturò l’urgenza
di aprire l’Italia all’Est all’interno della sua visione messianica del ruolo
della penisola nel mondo, nella convinzione che Roma potesse diventare
fautrice della “politica dei ponti” tra Occidente e Oriente [Garzaniti,
Tonini 2005].
Centrale nel pensiero di Fanfani fu la ricerca di una piena cooperazione
tra gli alleati, con l’obiettivo di rendere più operativa ed efficace l’unità occidentale. Per Fanfani – come ha rilevato Giovagnoli – ciascun
membro della NATO avrebbe dovuto apportare un contributo creativo all’Alleanza, perché nella nuova fase della Guerra Fredda fronteggiare solo militarmente l’Unione Sovietica non sarebbe stato sufficiente a
sconfiggerla: andava invece avviata un’opera capillare di “svuotamento
dall’interno” della potenza sovietica, allo scopo di indebolirla e di affermare la superiorità del sistema occidentale. Questo anticomunismo dal
carattere propositivo e non distruttivo, diede un peculiare dinamismo
all’azione italiana in campo internazionale, e caratterizzò la nuova fase
di relazioni tra Roma e Mosca [Giovagnoli 2010, 47].
La classe dirigente sovietica guardò con estrema attenzione all’evoluzione
Su Mattei esiste una bibliografia molto vasta. Tra i più recenti: Galli G. 2005; Pozzi
D. 2009.
2
3
Su Valletta: Bairati P. 1983; Castronovo V. 2005.
4
Su La Pira e l’URSS: Citterich V. 1986.
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
189
degli eventi politici italiani, anche perché nel quadro complesso e confuso seguito al XX Congresso era divenuta consapevole che solo attraverso la collaborazione con l’Occidente sarebbe stato possibile risollevare
l’Unione Sovietica dalle difficili condizioni economiche e sociali in cui
versava. Gli anni Sessanta, in effetti, divennero per l’URSS un decennio
particolarmente vitale in tutti i settori, probabilmente l’ultimo decennio
vitale della sua storia [Graziosi 2008]. Sono gli anni cui Chruščëv aveva promesso che le nuove generazioni sovietiche avrebbero vissuto nel
paradiso del comunismo [Zubok 2007, 177]. I principi della coesistenza pacifica, a cui si ispirarono le iniziative del gruppo dirigente sovietico, favorirono il disgelo tra i blocchi. L’attenzione verso Italia, paese di
frontiera tra Occidente e blocco sovietico, rientrava in tale strategia. Per
riannodare i rapporti con Roma era già stata abbandonata da vari anni
la politica di ostracismo all’inserimento dell’Italia nelle organizzazioni
internazionali [Bettanin 2009]. Nel decennio preso in esame, invece, fu
promossa una politica di rapporti personali che fu curata sia da Chruščëv
in persona, sia da altri alti dirigenti sovietici, quali Gromyko e Kosygin.
Nel decennio 1958-1968 si evidenziano due momenti, i cui limiti cronologici corrispondono a snodi importanti nella vita politica dei due
paesi. Una prima fase copre l’arco temporale della III legislatura in Italia
(1958-1963) e, da parte sovietica, l’ultimo quinquennio della dirigenza di Chruščëv (che venne destituito nell’ottobre del 1964). In questo
quinquennio tra Italia e Unione Sovietica furono poste le fondamenta
delle relazioni bilaterali, sia in campo economico, che in campo politico,
culturale e tecnico-scientifico. Una seconda fase, dalla fine del 1964 al
1968, fu caratterizzata in URSS dall’ascesa della leadership brezneviana
e in Italia dall’avvio del centro-sinistra organico con i governi Moro,
all’interno dei quali Fanfani ricoprì a più riprese il ruolo di ministro
degli Esteri. In questa fase si assistette alla stabilizzazione delle relazioni
bilaterali nonché una collaborazione, seppure parziale e limitata, nelle
principali questioni internazionali. Un periodo di rallentamento delle
relazioni bilaterali si ebbe tra la seconda metà 1963 e la fine del 1964,
190
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
non tanto per scelte politiche dirette, quanto per una serie di avvenimenti importanti nella politica italiana, nel governo sovietico e nel quadro
internazionale, che posero altre priorità alle due capitali. Nel giro di
poco più di un anno, infatti, in Italia si realizzò il progetto di centrosinistra organico, si consumò lo scisma del PSI e morì Palmiro Togliatti,
lasciando improvvisamente senza guida il PCI; in URSS fu destituito
Chruščëv con metodi che preoccuparono il mondo e si insediò la segreteria di Leonid Brežnev; inoltre uscirono dalla scena dei protagonisti
internazionali della distensione quali Kennedy e Giovanni XXIII.
La strategia del Cremlino verso l’Italia
Tra il 1958 e il 1968 la diplomazia sovietica, eccetto alcune battute di
arresto in occasione delle crisi internazionali più acute, seguì una politica piuttosto lineare nei confronti dell’Italia, che non mutò neanche con
l’ascesa della leadership brezneviana. Un bilancio degli obiettivi raggiunti e delle modalità di azione fu tracciato in un’informativa segreta
dell’ambasciatore di Mosca a Roma Nikita Ryžov al ministro degli Esteri Gromyko nel 1969, che così recita:
Negli ultimi anni i rapporti italo-sovietici hanno registrato un significativo miglioramento in tutti i campi. I passi avanti più evidenti sono visibili per ciò che riguarda le relazioni economico-commerciali e quelle
tecnico-scientifiche, sviluppatesi sulla base dell’accordo commerciale a
lungo termine 1966-1969 […] L’ambasciata ritiene, inoltre, che la specificità italiana è tale, che in assenza di una seria e stabile base economica
alla radice delle relazioni sovietico-italiane, le possibilità di realizzare e
di sviluppare un’azione politica volta a influenzare la politica italiana
a nostro favore saranno molto limitate. Al contrario, una nostra esatta
valutazione degli interessi economici dell’Italia – che per tanti versi ne
determinano la politica estera – in certe circostanze potrebbe sortire il
risultato politico di cui abbiamo bisogno5.
5
Lettera politica dell’ambasciata dell’URSS in Italia al ministro degli Affari Esteri
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
191
Alle considerazioni sulle relazioni bilaterali l’ambasciatore aggiungeva
valutazioni più generali sull’utilità di rafforzare i rapporti con Roma per
raggiungere fini di politica internazionale congeniali all’URSS. Così
continua il documento:
Secondo l’ambasciata, il consolidamento e lo sviluppo delle nostre relazioni con l’Italia sono estremamente importanti, anche alla luce di ciò
che è avvenuto in Francia in seguito alle dimissioni di De Gaulle. Ci
sembra che lo sviluppo delle relazioni sovietico-italiane potrebbe diventare uno dei fattori importanti per la stabilizzazione della situazione
europea, stimolerebbe inoltre la crescita dei rapporti dell’URSS con altri
paesi dell’Europa Occidentale, e indebolirebbe le posizioni di quelle forze
europee che auspicano un peggioramento delle relazioni con l’URSS, il
rafforzamento della NATO e l’acutizzazione della situazione in Europa.
[…] Come è noto, negli ultimi tempi l’Italia, forte del crescente potenziale economico, porta avanti più attivamente nell’arena internazionale
i propri interessi nazionali, intraprende evidenti sforzi per accrescere il
peso nella politica internazionale e, soprattutto, europea. La circostanza, ci sembra, potrebbe essere sfruttata nell’interesse della politica estera
sovietica, tanto più che in Italia sono consapevoli di quanto sia decisivo,
per il prestigio internazionale di un paese, il livello delle sue relazioni con
l’URSS. L’avvicinamento sovietico-italiano, realizzabile solo sulla base di
un serio sviluppo di relazioni economiche stabili tra i due paesi, potrebbe
diventare un nuovo fattore a nostro vantaggio nella politica europea e
mondiale, e creare posizioni di riserva, in particolare nel caso in cui la
Francia cambiasse gli orientamenti della politica estera6.
La lettera dell’ambasciatore Ryžov esprime con estrema chiarezza le linee generali e gli obiettivi della politica estera dell’URSS nei confronti
dell’Italia nel decennio 1958-1968: il miglioramento dei rapporti con
Roma, grazie al consolidamento degli scambi economici, avrebbe contribuito alla stabilizzazione della situazione nel continente europeo e
dell’URSS A. A. Gromyko su “Alcune questioni sull’andamento dei rapporti sovieticoitaliani”, agosto 1969, RGANI, F. 5, op. 61, d. 585, ll. 155-166.
6
Ibid.
192
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
avrebbe contrastato la possibile tendenza di altri stati occidentali di inasprire ulteriormente i rapporti tra i due blocchi. Inoltre avrebbe potuto
essere una preziosa sponda occidentale nella più vasta azione mondiale
dell’URSS. Su questo binario, pur tra ombre e luci, le relazioni bilaterali
registrarono un percorso di crescita regolare.
I rapporti tra Mosca e Roma non si svilupparono solo per via partitica.
La presenza del PCI e i suoi legami con il PCUS furono, come è evidente, determinanti negli orientamenti della politica sovietica verso l’Italia.
Sarebbe tuttavia errato considerare che l’interesse di Mosca per il nostro
paese derivasse solo dall’esistenza di un grande movimento comunista.
Dagli archivi di Mosca emerge l’intenzione dell’URSS di avviare una
nuova fase dei rapporti bilaterali che passasse attraverso il canale degli incontri personali con i leader italiani, attraverso la ricerca di punti
di contatto su alcune questioni internazionali e attraverso una proficua
collaborazione in tutti i settori. Mosca, in sostanza, stando ai documenti
sovietici, aveva iniziato a capire che per influenzare le scelte dell’Italia
non era sufficiente la pressione sul governo esercitata dall’opposizione
del PCI. Tanto più che diventava sempre più evidente che si sarebbe
presto realizzata la partecipazione socialista al progetto di centro-sinistra
e che essa avrebbe implicato l’esclusione permanente dei comunisti dalla
compagine governativa. E i diplomatici sovietici rilevavano sempre più
spesso che all’interno del PCI si sollevavano voci a favore di un corso
“autonomo” del partito più adeguato agli interessi nazionali. Esemplicative, a riguardo, le reazioni all’interno della dirigenza del PCI dopo
il XXII Congresso del PCUS nel 1961, o quelle alla destituzione di
Chruščëv nel 19647.
Mosca si rendeva conto che i fili del legame tra Cremlino e Botteghe
Oscure si stavano allentando, perciò ritenne opportuno allacciare rela-
Sulle reazioni della dirigenza del PCI al XXI Congresso cfr. Righi 2007. Sulle
reazioni della dirigenza comunista alla notizia delle dimissioni di Chruščëv si vedano
i verbali della Direzione del PCI del 15 e del 22 ottobre 1964, in Archivio Storico
Fondazione Gramsci, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, busta 28.
7
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
193
zioni politiche con l’Italia che utilizzassero anche altri percorsi, diversi
rispetto a quelli del canale del PCI. In tale contesto si inquadra il tentativo di Mosca di stringere rapporti diretti con alcuni leader della maggioranza e con esponenti del governo, iniziativa che avrebbe inaugurato
una stagione di regolari e frequenti incontri. È indicativo, a esempio,
che dal 1959 al 1968 si registrò ogni anno almeno una visita di Stato di
un esponente del governo italiano in URSS o del governo sovietico in
Italia. Alcune furono particolarmente significative per la risonanza che
ebbero nei rapporti bilaterali, come quella di Gronchi in URSS nel 1960
− durante la quale fu firmato il primo accordo culturale italo-sovietico8
−, di Fanfani a Mosca nel 1961 o di Gromyko in Italia nel 1966.
Dalla fine degli anni cinquanta, dunque, sembra che nella dirigenza
del Cremlino abbia prevalso un approccio di politica estera che, nella
formulazione delle politiche nei confronti dell’Italia, sacrificò in molti
casi gli interessi del PCI alla ragion di stato e, come era avvenuto già
in passato, si attenne più a calcoli di Realpolitik che a considerazioni di
natura ideologica.
L’URSS e i partiti nell’Italia del centro-sinistra
La leadership sovietica fu sin dall’inizio assai scettica sul progetto di centro-sinistra: con l’ingresso del PSI al governo si sarebbe rotta in modo
definitivo l’unità della classe operaia, per non parlare del timore di un
rigido allineamento della politica estera italiana a quella degli USA, che
avevano chiesto “prove di fedeltà” ai socialisti, come ha messo in evi8
Durante il viaggio di Gronchi in URSS fu firmato il primo accordo culturale italosovietico, allo scopo di regolamentare per via intergovernativa gli scambi culturali in
tutti i settori. L’accordo fu proposto dall’URSS. Inizialmente l’Italia accettò perché
vedeva in esso la possibilità di limitare l’azione delle organizzazioni culturali legate al
PCI, (prima fra tutti l’associazione Italia-Urss), in realtà la stesura finale dell’accordo
lasciò ampio margine di manovra anche alle associazioni non statali. Cfr. Bagnato B.
2003, 197 e ss.; Salacone A. 2011, 113-123.
194
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
denza Nuti [1999]. Ma in fin dei conti non poté far nulla di concreto
per ostacolarlo. Per questo, tessere legami di fiducia con i leader democristiani avrebbe permesso di bilanciare il paventato contributo del PSI
agli orientamenti del governo. Se Nenni appariva a Mosca inaffidabile,
di Fanfani si aveva fiducia.
Le fonti sovietiche rilevano che nel decennio 1958-1968 vi fu in più
di uno scenario internazionale una certa vicinanza di vedute tra Roma
e Mosca. La politica neoatlantica dei governi italiani e l’approccio di
una parte della dirigenza democristiana a determinate questioni aperte
suscitarono l’interesse della diplomazia del Cremlino. Le posizioni di
esponenti della maggioranza, in particolare di Fanfani, erano apprezzate
presso il governo sovietico [Gromyko 1989, 212-216]. E anche quando
il timone dei governi di centro-sinistra passò nelle mani di Moro, il politico toscano continuò a essere il canale privilegiato delle relazioni con
l’URSS. È evidente che Chruščëv cercava in Occidente potenze le cui
posizioni fossero vicine a quelle dell’Unione Sovietica su temi quali la
pace, la distensione o il disarmo. L’orientamento di Fanfani, influenzato
e sorretto dal magistero di Giovanni XXIII, si prestava all’obiettivo di
avvicinare Roma e Mosca. Fanfani, insomma, era per la diplomazia sovietica un interlocutore prezioso, potenziale tramite con l’Amministrazione americana, il Vaticano, i gruppi industriali italiani, e anche una
fonte di informazione sulla situazione interna italiana complementare,
se non alternativa, a quella del PCI [Bettanin 2009].
Nell’analisi dell’avvicinamento sovietico a Fanfani emerge però un’incomprensione di fondo che condizionò le valutazioni della diplomazia
moscovita. Secondo i sovietici il politico aretino avrebbe avuto una propensione al neutralismo, in alcuni momenti persino tale da mettere in
discussione la collocazione internazionale dell’Italia. Dalla politica estera
di Fanfani, ora confermata dalle carte personali, emerge invece come
egli fosse un fermo sostenitore della scelta atlantica dell’Italia, e che mai
ne avrebbe modificato i pilastri della collocazione internazionale. Il dialogo, e non lo scontro diretto, era per Fanfani lo strumento più appro-
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
195
priato per vincere la competizione con il blocco socialista.
Per vie molto più contorte si svilupparono le relazioni tra Mosca e il
Partito socialista italiano in questo decennio. I rapporti del Cremlino
con il PSI furono tesi sin dallo strappo di Nenni con l’URSS dopo i fatti
d’Ungheria del ’56. Uno dei motivi della contrarietà sovietica circa il
progetto di centro-sinistra risiede proprio nella valutazione dell’operato socialista, considerato un vero e proprio tradimento dei legami che
avevano unito il PSI al PCUS. Dalla documentazione sovietica risulta
un’ostilità viscerale verso Nenni, accusato di voler “socialdemocratizzare” il PSI a discapito dei tradizionali valori del socialismo italiano. Tuttavia, benché il Cremlino provasse a muovere dall’interno l’opposizione
alla maggioranza nenniana tramite l’ala di Vecchietti – cui arrivarono
negli anni ingenti finanziamenti [Riva 1999] – il governo sovietico non
riuscì a elaborare una scelta definitiva sull’opportunità di favorire una
scissione del partito socialista ovvero di tentare di scongiurarla. Mosca,
infatti, rimproverava al gruppo di Vecchietti una mancanza di concretezza politica che con buona probabilità avrebbe impedito di creare una
reale alternativa al PSI. Peraltro molte posizioni della corrente di sinistra
erano in conflitto con i piani d’azione del PCI, a sua volta seriamente
preoccupato dell’ipotesi di scissione. Nel resoconto dell’ambasciata sovietica a Roma sul XXXV Congresso socialista, che avrebbe accelerato
la scissione del PSI, si legge:
I socialisti di sinistra si sono limitati solo ad appelli generici a sostituire
il corso autonomistico con un “nuovo corso”, basato sulla ripresa della
lotta di classe, un corso che respinge qualsiasi forma di collaborazione
con la DC, che punta sul cambiamento radicale degli alleati e sull’antiatlantismo. […] Questa linea non ha favorito il successo della corrente di
sinistra, tanto più che il PCI, come è noto, ha un’altra posizione: ritiene
che non convenga uno scontro frontale con il governo di centro-sinistra
e che sia meglio criticarlo, appoggiando allo stesso tempo quegli aspetti
che possono favorire gli interessi specifici dei lavoratori. […] Le posizioni della corrente di sinistra sono indebolite non solo dalla lotta accanita
che hanno scagliato gli autonomisti, ma anche dalla mancanza di una
unità piena tra i leader della corrente (Vecchietti, Valori e Gatto, da una
196
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
parte, e Basso dall’altra). Un grave danno alla corrente è inflitto dalle
tendenze di estrema sinistra, che ne segnano tutto il corso politico. È
noto che una parte degli esponenti più in vista della corrente abbraccia
posizioni sinistroidi e anarco-sindacaliste. […] Il tentativo di criticare i
comunisti da sinistra porta alcuni membri della corrente ad affermazioni
di chiaro stampo anticomunista.
Diversamente da come è stato spesso sostenuto9, dalle carte sovietiche
emerge che Mosca non avviò né approvò l’iniziativa di fondare il nuovo partito del PSIUP. Alla vigilia del convegno nazionale della sinistra
socialista, convocato dal 10 al 12 gennaio 1964, Lucio Luzzatto fu inviato a Mosca per annunciare ufficialmente la nascita del nuovo partito
e per verificarne la dovuta copertura finanziaria. Fu ricevuto da Suslov,
responsabile della politica ideologica del PCUS. Ciò dimostra quanto il
Cremlino valutasse importante la vicenda, perché non era consuetudine
che una personalità del calibro di Suslov incontrasse un esponente di un
partito estero. In un appunto scritto dall’esponente sovietico per il comitato centrale si legge che egli non consigliò «in modo diretto a Luzzatto
di evitare la scissione e di restare nel partito a qualsiasi condizione», ma,
preso atto della decisione irremovibile della sinistra socialista, richiamò
l’attenzione di Luzzatto «sulle conseguenze negative della separazione
e sulla convenienza di utilizzare tutte le possibilità […] per giungere
a un compromesso». Sebbene a Mosca fosse noto che la responsabilità
politica della scissione sarebbe ricaduta esclusivamente su Nenni, Suslov
esternò a Luzzatto l’augurio
che nelle difficili condizioni createsi, i compagni della sinistra del PSI
non si lasciassero sfuggire nessuna possibilità, nemmeno la più piccola,
di preservare l’unità del partito e il lavoro della sinistra in esso, considerando che nel PSI c’erano elementi ostili alla scissione, consapevoli che
in Italia la maggioranza dei socialisti e le masse dei lavoratori erano a
Per esempio, Riva ha parlato della scissione del PSIUP come di un’operazione direttamente avviata da Mosca per destabilizzare Nenni (cfr. Riva 1999, 297-304). Colarizzi
ha scritto che dietro le quinte, Mosca appoggiava con tutti i mezzi gli scissionisti del
PSIUP: Colarizzi 2007, 81.
9
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favore dell’unità del movimento operaio e contrari alla frantumazione
delle proprie forze10.
Tale reazione scaturiva dal fatto che il Cremlino, al contrario di quanto
è stato spesso scritto, vedeva nella scissione socialista un vero e proprio
successo della strategia del centro-sinistra e quindi una sconfitta della
sinistra in Italia.
Per quanto riguarda i legami tra URSS e PCI, come è stato accennato in
precedenza, nel decennio 1958-1968 si osservarono cambiamenti importanti. Sarebbe improprio parlare di “svolta” o di “brusco strappo” del PCI
con Mosca, ma gli osservatori sovietici dai primi anni sessanta iniziarono
a intravedere quegli elementi di distanza che si sarebbero palesati dopo
la morte di Togliatti e con le scelte operate dal PCI nel decennio successivo [Pons 2006]. Significativi, in tal senso, furono l’acceso dibattito
all’interno del Comitato centrale del PCI suscitato dagli esiti del XXII
Congresso del PCUS nel 1961, durante il quale Amendola dichiarò che
«bisogna[va] sbarazzarsi di questa finzione dell’unanimità [tra i partiti
comunisti] che ostacola[va] lo sviluppo della democrazia, la circolazione
delle idee e la vivacità del dibattito» [Righi 2007, 107-120], nonché la
dura requisitoria dei dirigenti del PCUS Podgornij, Suslov e Ponomarëv
contro il Memoriale di Yalta e le posizioni assunte dalla nuova dirigenza
del PCI dopo la morte di Togliatti, nel corso di un colloquio con Berlinguer, Bufalini e Sereni nell’ottobre del 1964. In tale occasione, i dirigenti
sovietici, tra le altre cose, contrastarono la proposta di Togliatti di «unità
nella differenza» all’interno del movimento comunista internazionale e
definirono inaccettabile il concetto di autonomia del partito11.
Cfr. memorandum di Suslov per il CC del PCUS sul colloquio con Lucio Luzzatto, 8/1/1964, in RGANI, F. 81, op. 1, d. 308, ll. 64-65.
10
11
Cfr. materiali preparatori al colloquio con la delegazione con il PCI (Berlinguer,
Bufalini, Sereni), rigorosamente segreto, 30-31 ottobre 1964, in RGANI, F. 81, op. 1,
d. 308, ll. 166-180. Si veda anche il resoconto riportato dai membri della delegazione
del PCI, cfr. Verbale della Direzione del 6 novembre 1964 su “Relazione della delegazione a Mosca”, in ASFG, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, Bobina 28, 915-936.
198
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Commentando la situazione dei comunisti italiani dopo la scomparsa di
Togliatti, l’ambasciatore Kozyrev scrisse:
Nella seconda metà del 1964, in particolare dopo la pubblicazione del
Memoriale di Togliatti – documento contenente le tesi per il confronto
con i compagni sovietici e non per la pubblicazione sulla stampa – nel
partito si è rafforzata la tendenza a sottolineare l’accentuazione della “autonomia” del PCI, e in una serie di casi “l’approccio critico” ai problemi
e ai fenomeni della realtà russa12.
Dal 1964, quindi, il contesto che si stava delineando nel rapporto tra
PCI e PCUS, per usare le parole di Bufalini, era quello di due partiti che,
pur parlandosi, non riuscivano più a comprendersi fino in fondo, come
accade tra due persone che parlano lingue differenti13. In tale quadro di
affievolimento dei legami del PCI con Mosca si comprendono i tentativi
del Cremlino di diversificare sempre di più gli interlocutori rispetto al
partito comunista.
La realtà politica italiana, insomma, restò sostanzialmente inintelligibile
per la dirigenza sovietica, che non seppe orientare la politica dei partiti
di sinistra in direzione a lei favorevole e mal interpretò le aperture di
alcuni dirigenti democristiani come segno di una possibile virata neutralista dell’Italia. La crescita dei rapporti con alcuni rappresentanti della
maggioranza politica italiana, come Amintore Fanfani, fornirono tuttavia la garanzia politica per l’intensificarsi delle relazioni economiche.
Rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1964, rigorosamente segreto, stilato da Kozyrev, 8/2/1965, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 560, ll. 1-75.
La citazione riguarda il par. II “Situazione politica italiana”, ll. 25-26.
12
13
Cfr. resoconto segreto dei colloqui del primo segretario d’ambasciata, O. Ivanickij,
durante il ricevimento in ambasciata in occasione del 47° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, 6/11/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 559, ll. 237-239.
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
199
Gli scambi commerciali
Le ricerche di Bruna Bagnato e della studiosa moscovita Irina Chormač
hanno dimostrato nel dettaglio come i rapporti commerciali siano stati
determinanti per sbloccare le stagnanti relazioni italo-sovietiche nel dopoguerra [Chormač 2005]. Nel corso degli anni cinquanta erano stati
i partiti della maggioranza parlamentare italiana a frapporre i maggiori
ostacoli allo sviluppo degli scambi commerciali. Molte erano state infatti
le preoccupazioni per un aumento dell’influenza sovietica in Italia, con
una ripercussione diretta sugli equilibri politici del paese, nonché per le
reazioni in ambito atlantico che l’aumento degli scambi avrebbe potuto
suscitare. Problemi che non si pose il mondo dell’imprenditoria italiana,
che aveva seguito con attenzione gli sviluppi della situazione internazionale e, alla fine degli anni Cinquanta, intravide ampi margini di azione
per allargare gli scambi nel clima di distensione. La svolta ufficiale delle
relazioni economiche si ebbe con la firma nel dicembre 1957 di importanti protocolli commerciali a lungo termine tra i due governi, seguita
nel 1958 dalla visita in URSS del ministro per il Commercio Estero Del
Bo, primo ministro italiano a recarsi a Mosca dal dopoguerra14.
Il progressivo incremento degli scambi fu considerato dalla leadership
sovietica frutto della strategia di diversificazione degli interlocutori politici e di avvicinamento alla leadership democristiana avviata dal Cremlino alla fine del decennio. L’intreccio delle relazioni tra il mondo imprenditoriale italiano e la dirigenza del Cremlino favorì – e in più di
un’occasione creò le premesse – per l’avvicinamento tra le due capitali.
Basti pensare al lungo colloquio tra il presidente del Consiglio Fanfani
e l’ambasciatore Kozyrev nel maggio 1961, organizzato dal presidente
della Snia Viscosa Marinotti (e ospitato nella sua casa), nel quale il politico aretino spiegò al diplomatico di Mosca le prospettive del centro-
La visita di Del Bo in URSS fu anche l’occasione per chiudere la questione dei
prigionieri di guerra, che era ancora irrisolta ed aveva ostacolato tutte le trattative
politico-commerciali degli anni precedenti.
14
200
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
sinistra e chiese esplicitamente al Cremlino di appoggiarlo nell’interesse
dello sviluppo delle relazioni italo-sovietiche15. O al lungo colloquio tra
il presidente delle FIAT Valletta e Chruščëv nel giugno del 1962, nel
quale l’industriale italiano si propose non solo come punto di contatto
tra la dirigenza sovietica e governo italiano, ma assicurò anche l’interlocutore di poter esercitare la sua influenza sul presidente Kennedy, a
favore dell’avvicinamento tra USA e URSS16.
Il mercato dell’Unione Sovietica si presentò al mondo imprenditoriale
italiano ricco di opportunità di espansione, dovute all’ampiezza del territorio e della domanda di beni da parte della popolazione. L’apertura
del commercio con l’URSS sembrava quindi lo sbocco più logico per
l’economia italiana, che proprio negli anni sessanta si andava rafforzando e necessitava di nuovi mercati su cui piazzare le proprie merci e di
fonti di approvvigionamento di materie prime. Tra il 1960 e il 1963 le
esportazioni dell’URSS in Italia passarono da 92 a 127 milioni di rubli,
quelle dell’Italia in URSS da 81 a 12117. Per quanto riguarda le risorse
energetiche, le forniture sovietiche rispondevano alle urgenze tecnologiche e commerciali della penisola. Al primo posto delle importazioni
vi furono sempre quelle di petrolio e di prodotti petroliferi, seguite da
quelle di metalli ferrosi, legno e carbone.
La collaborazione commerciale con l’Italia era vantaggiosa anche per il
Cremlino, poiché dal nostro paese l’URSS poteva importare le moderne
tecnologie di cui era carente il suo sistema di produzione. Nel 1962 un
resoconto sulla visita agli stabilimenti italiani stilato da Kosygin e dai re Cfr. appunto sul colloquio tra l’ambasciatore dell’URSS in Italia, S. P. Kozyrev e
il primo ministro italiano, A. Fanfani, segreto, 28/5/1961, in RGANI, F. 5, op. 50, d.
299, ll. 80-87.
15
Memorandum del colloquio di N.S. Chruščëv con il presidente della ditta italiana
FIAT V. Valletta, 13 giugno 1962, RGANI, F. 52, op. 1, d. 568, ll. 98-110. Il colloquio
tra Valletta e Chruščëv è riportato in F. Castronovo 2005.
16
17
Cfr. rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1963, rigorosamente segreto, 19/2/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 468, ll. 1-192. I dati sono citati
nella IV parte, dedicata alle relazioni italo-sovietiche.
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
201
sponsabili per l’industria chimica e la pianificazione dell’URSS recitava:
Attualmente l’Italia è un paese con un alto potenziale industriale ed occupa uno dei primo posti al mondo per il livello di sviluppo tecnico
nella maggior parte dei settori produttivi. [...] Consideriamo necessario notare che la futura crescita delle relazioni commerciali con l’Italia risulterà essere per noi una buona possibilità per sviluppare i legami
tecnico-scientifici, ed ottenere informazioni tecnico-scientifiche. [...]
Attualmente l’industria italiana possiede una serie di manifatture che da
noi non hanno raggiunto ancora il necessario sviluppo e pertanto il loro
studio e la loro acquisizione rappresenta un grande interesse per la nostra
industria18.
Negli anni la struttura delle importazioni sovietiche fu sempre più sbilanciata verso il settore delle macchine e delle strumentazioni. Tra il 1962
e il 1963, per esempio, le importazioni di macchinari dall’Italia passarono dal 33,8% al 59,1% di tutto l’import19. Inoltre la dipendenza dell’Italia
dal mercato sovietico, nelle valutazioni della dirigenza dell’URSS, aumentava le probabilità del Cremlino di influire sulle scelte politiche del
governo. In questi anni, insomma, si creò un legame a filo doppio tra
le due economie, agevolato dalla relativa facilità con cui l’Italia accettò
di erogare crediti a lungo termine all’URSS, in alcuni casi persino aggirando gli obblighi del MEC. Nel 1963, peraltro, Roma accettò per la
prima volta di firmare un accordo di collaborazione economica a lungo
termine della durata di sette anni, che la diplomazia sovietica considerò
di portata storica per la sua ricaduta sulle relazioni bilaterali20.
Tre furono le principali operazioni commerciali avviate nel decennio
1958-1968: l’accordo con l’ENI per l’importazione di petrolio dall’URSS
firmato nel 1960 (che fu rinnovato negli anni seguenti); quello del 1966
con la FIAT per produrre automobili a Togliattigrad; la realizzazione
Cfr. resoconto segreto n. 26281 sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, ll. 49, 51.
18
19
Ibid.
20
Ibid.
202
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
del gasdotto ENI per fornire metano all’Italia dai giacimenti sovietici, le
cui trattative furono avviate alla metà degli anni sessanta e si conclusero
nel 1969. Accanto a queste, numerosi furono gli accordi commerciali
conclusi dalle principali imprese italiane, tra le quali la Montecatini, la
Pirelli, la Snia Viscosa, l’Olivetti, la Chatillon.
Un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali ebbero i rapporti tra il
Cremlino e l’ENI di Mattei. Nella storia dell’ENI, la fine degli anni
Cinquanta si distingue per la realizzazione di un sistema integrato di
lavorazione dei prodotti petroliferi all’avanguardia nel mondo dal punto
di vista tecnologico. Ciò che difettava alla compagnia di stato italiana
era un adeguato approvvigionamento di greggio. In questa sede non si
intende ricostruire i negoziati che portarono alla firma dei due grandi
accordi commerciali, ma si vuole solo rilevare come Mosca considerasse
l’ENI un interlocutore privilegiato per spingere l’Italia alla neutralità
in politica estera. Un’illusione, certo, che però emerge in più di un documento sovietico del periodo. Il regista principale delle trattative fu
Enrico Mattei, molto abile nel lusingare i dirigenti del Cremlino proprio con dichiarazioni che a Mosca suonavano estremamente gradite.
Per esempio, in un colloquio con il primo vicepresidente del Consiglio
dei Ministri dell’URSS Kosygin in Italia, nel giugno del 1962, egli disse
che la crescita degli scambi tra Italia e URSS avrebbe facilitato il passaggio alla neutralità dell’Italia in politica estera, che l’ENI perseguiva da
tempo, e fece intendere che anche Fanfani la pensava allo stesso modo.
Nella circostanza, si legge nel resoconto sovietico del colloquio, l’ENI si
era impegnata con Mosca a lavorare attivamente con gli alti dirigenti del
ministero degli Esteri che ancora temevano le reazioni di Washington21.
Alla fine del soggiorno in Italia, Kosygin annotò:
Mattei ha detto che attualmente l’ENI si è posta l’obiettivo di intraprendere un grande lavoro per indebolire le posizioni delle grandi compagnie
21
Cfr. resoconto segreto del colloquio tra il primo vicepresidente del Consiglio dei
Ministri dell’URSS, compagno A. N. Kosygin, e il presidente dell’ENI, Enrico Mattei,
31/5/1960, in AVP RF, F. 098, op. 43, p. 60, d. 12, ll. 37-42.
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
203
del cartello petrolifero internazionale (Standard Oil, British Petroleum,
Shell) in Europa occidentale e in Africa, spingendo fuori il petrolio americano dai mercati dell’Africa e dell’Europa occidentale, così come si è
riuscito a fare in buona parte nel mercato italiano22.
I successi dell’ENI furono possibili grazie alla fama che l’ente italiano si
era guadagnata negli anni in URSS. Al ministero del Commercio Estero
dell’Unione Sovietica il giudizio era univoco. Per questo, la Sojuznefteeksport, l’ente sovietico per l’esportazione di petrolio, si impegnò a non
vendere greggio in Italia ad altri acquirenti nel periodo 1961-196623.
Garante dell’accordo, secondo un testimonianza resa da Eugenio Cefis
a Bagnato, fu in ultima istanza il partito comunista italiano, nella figura
di Giancarlo Pajetta. Secondo il dirigente dell’ENI, in quei mesi vi fu
una frenetica attività svolta da Pajetta a Mosca, come trait d’union e
garante politico dell’accordo [Bagnato 2003, 336]. La documentazione
per ora disponibile negli archivi sovietici non permette di confermare
questa versione dei fatti. Le parole di Cefis, tuttavia, lasciano pensare che
l’accordo fu approvato definitivamente dal Cremlino solo dopo l’avallo
del PCI.
La morte di Mattei, occorsa in tragiche circostanze il 27 ottobre del
1962 sembrò in un primo momento privare l’Unione Sovietica di uno
dei maggiori sostenitori dell’avvicinamento tra Italia e URSS. Le rassicurazioni della nuova dirigenza dell’ENI, e i vari protocolli di intesa che
poi portarono alla firma dell’accordo per il gas nel 1969, confermarono
invece che l’ente petrolifero non si sarebbe discostato dagli orientamenti di Mattei, pur ridimensionandone l’estrema creatività e la dinamica
spregiudicatezza.
Le operazioni dell’ENI in URSS non sarebbero state realizzabili senza l’appoggio politico da parte della dirigenza democristiana e quello
Cfr. resoconto segreto sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e
Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, l. 47.
22
Cfr. lettera del presidente della Sojuznefteeksport all’ENI, 20/4/1960, in Archivio
Storico ENI, (di seguito ASENI), Coll. H.IV.3, udc 30, nua 6AD.
23
204
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
di mediazione del PCI. Nel 1960, dopo che l’ENI firmò l’accordo per
l’esportazione in Italia di 12 milioni di tonnellate di greggio sovietico
nel periodo 1960-1965, fu evidente che il governo italiano appoggiava
in pieno l’iniziativa e la difendeva con fermezza. In seguito alle reazioni
di molti paesi del blocco occidentale che avevano accusato l’ENI di non
aver calcolato le implicazioni politiche dell’operazione, Fanfani scrisse al
segretario dell’ONU:
Il Governo non può accettare che si discuta in seno alla NATO degli
scambi tra Est ed Ovest limitatamente ad un solo prodotto, sia pure il
petrolio. [...] è noto al Governo italiano e all’opinione pubblica italiana,
che i singolo paesi NATO hanno liberamente trafficato con l’Est anche
in settori (navi petrolifere) di cui sino a tutto il 1960 l’Italia si è ben guardata dall’occuparsi. Per quanto riguarda la questione del petrolio [...]
l’Italia fa presente sin da ora la modestia dei suoi acquisti [...] e fa presente infine che essa non ha attinto al petrolio sovietico in quanto sovietico,
ma perché a più buon mercato; [...] Il caso particolare del petrolio deve
essere affrontato in tutti i suoi aspetti [...] in modo che realmente non si
colga l’occasione per indebolire l’economia italiana e rafforzare quella di
altri paesi sotto il pretesto di danneggiare l’economia sovietica24.
Circa l’accordo sul gas del 1969, invece, da quanto attestano i documenti sovietici, la conclusione delle trattative fu possibile solo grazie
alla mediazione del PCI. Armando Cossutta si occupò della questione
nell’inverno del 1966-1967 assicurando al partito ingenti finanziamenti
nei dieci anni seguenti a titolo di compenso per la mediazione25.
Cfr. appunto dell’on. Fanfani per il segretario generale della NATO, 20/10/1961,
in ASENI, Coll. AZ.I.1, udc 002, nua 7DA.
24
Cfr. informativa segreta dell’ambasciata della Cecoslovacchia sul colloquio tra i
compagni M. Vazlika e O. Kadeki con il membro della dirigenza del PCI, compagno
O. Cossutta, 28/2/1967, in RGANI, F. 5, op. 59, d. 356, ll. 26-30.
25
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
205
Una strategia vincente?
La strategia sovietica verso Roma raggiunse molti dei suoi obiettivi, ma
non quello principale: il neutralismo della penisola in politica estera.
Tra Italia e URSS nel decennio 1958-1968 si instaurarono relazioni così
soddisfacenti da suscitare in determinati momenti viva apprensione da
parte dei partner atlantici. Il mondo economico italiano, e in alcuni momenti anche quello politico, riuscì a trasmettere a Mosca, con tratti più o
meno autentici, l’impressione che si stesse facendo di tutto per svincolare
la politica estera della penisola da quella atlantica, alla ricerca di posizioni
originali nelle questioni internazionali. Da parte sua Mosca sfruttò il
desiderio italiano di godere di maggior prestigio sulla scena mondiale
per blandire i dirigenti e dare loro, almeno in apparenza, un peso che in
realtà non avevano.
Su alcune questioni, tuttavia, ci fu per davvero una vicinanza di punti di
vista. A Mosca si apprezzò molto che il governo italiano nel corso delle
grandi crisi bipolari (Berlino, Cuba, Vietnam) e nelle trattative per il
disarmo avesse assunto posizioni originali non appiattite acriticamente
su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo e di una
risoluzione pacifica delle controversie.
Durante la crisi di Berlino del 1961 sembrò addirittura che Fanfani fosse
stato individuato da Mosca se non come un attendibile portavoce delle
istanze sovietiche, quantomeno come il leader occidentale più vicino.
Prova ne sono i resoconti sovietici della visita di Fanfani e Segni in Urss,
e una lettera che il leader sovietico scrisse al presidente del Consiglio
nell’agosto del 1961. Scrisse Chruščëv:
Ho avuto l’impressione che Lei, Signor Presidente, abbia giustamente
compreso la posizione del Governo sovietico sulle questioni sopraindicate. […] Io apprezzo moltissimo, Signor Presidente, i suoi sforzi diretti
a raggiungere questo scopo. Quanto avete fatto al ritorno da Mosca è
molto importante ed utile. Vorrei esprimerle la mia sincera riconoscenza
e considerazione per l’energia con la quale Lei continua la propria attività mirante a ricercare vie di assestamento pacifico dei più scottanti
206
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
problemi attuali26.
Sul versante italiano si può dire che il “fattore URSS” fu senz’altro uno
dei temi più caldi del dibattito politico dell’epoca. Fanfani fu l’artefice della politica estera più ambiziosa del centro-sinistra. Ai suoi occhi
la distensione avrebbe rappresentato per l’Italia l’occasione di svolgere
un ruolo internazionale visibile, fuori dall’ombra delle superpotenze, di
essere una cerniera tra Est e Ovest. La fine della parabola del centrosinistra coincise anche con la fine del suo ruolo come attore principale
della politica italiana, e in particolare di quella estera.
Il decennio 1958-1968 fu il periodo in cui si gettarono le basi delle relazioni italo-sovietiche, durante il quale emersero intuizioni che avrebbero
caratterizzato i rapporti bilaterali nei decenni successivi. Con la fine del
centro-sinistra, il consolidarsi della distensione e l’affermarsi del dialogo
diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni settanta, l’ambizione dell’Italia a essere un ponte tra Est e Ovest si ridusse gradualmente.
Gli elementi di carattere nazionale e internazionale che distinsero e seguirono il 1968 modificarono i rapporti tra Italia e Unione Sovietica, che continuarono a svilupparsi negli anni seguenti su una base di
continuità delle relazioni, soprattutto nel settore commerciale. Ma alle
politiche delle due capitali si imposero altre priorità che ne cambiarono
e raffreddarono il rapporto.
Cfr. testo della lettera di Chruščëv, datata 22/8/1961, e recapitata a Fanfani da
Kozyrev il 24/8/1961, in ASSR, Fondo Fanfani, sez. 1, serie 1, b. 11, fasc. 10, sottofascicolo 6, 4-9. Parte della lettera è citata in E. Martelli, L’altro atlantismo, cit., 310.
26
Alessandro Salacone
Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca
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I rapporti commerciali
italo-ungheresi durante
la guerra fredda
Convergenze parallele?
Stefano bottoni
Hungarian Academy of Science,
Research Center for the Humanities,
Institute of History
This article deals with the informal side of the economic relation network established during
the Cold War between Italy and Hungary, through an analysis of the cooperation between
the Hungarian import-export company Terimpex, which played a key role in the Hungarian
socialst economy, holding the monopoly on life-stock and cannon fodder, and his Italian
counterpart, the trading society Soresco, controlled by the Italian Communist Party with the
tacit approval of the Italian authorities.
Una ricerca sulle “zone grigie” dei rapporti est-ovest:
sul metodo e le fonti1
Fra le molte angolature dalle quali è possibile esaminare la rete di rapporti intercorsi fra l’Italia e i paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria,
quella economica e finanziaria resta una delle meno esplorate. Da parte
italiana gli ostacoli principali alla ricerca sul campo, oltre all’inaccessi-
1
Le immagini originali dei documenti sono disponibili nella versione digitale
dell’articolo: Bottoni S. 2013, I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra
fredda Convergenze parallele?, «Storicamente», 9, DOI 10.1473/stor432.
210
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
bilità delle fonti primarie, sono riconducibili alla ritrosia degli storici
di professione a occuparsi di un tema suscettibile di un vasto e incontrollato uso pubblico, focalizzato peraltro su un singolo punto della vicenda, ovvero i finanziamenti illeciti percepiti in Italia, attraverso gli
interscambi commerciali con l’est europeo, da certe forze politiche e
sociali. Il campo resta dunque occupato da giornalisti e analisti i cui
volumi, peraltro ricchi di informazioni e spunti, conservano un taglio
pubblicistico [Averardi 2000; Riva 2002; Selvatici 2010]. Nell’ampia bibliografia dedicata alla storia del Partito Comunista Italiano, l’analisi del
fattore economico-finanziario nelle vicende interne del partito continua a occupare un ruolo piuttosto secondario [Cervetti 1993; GozziniMartinelli 1998; Guerra 2005], mentre le nuove ricerche sui rapporti fra
il PCI e i partiti comunisti del blocco sovietico tendono a concentrarsi
sugli aspetti “politici” di tale sistema di relazioni [Santoro 2007; GarziaMonzali-Bucarelli 2011]. Nel nostro campo spiccano il contributo di
Giuseppe Averardi [Averardi 2000, cap. IX] e il più datato libro-denuncia Vodka-Cola [Levinson 1979], un’eccellente radiografia del commercio est-ovest dietro al cui sconosciuto autore si celavano i servizi
segreti italiano e statunitense. In Ungheria, sebbene la storiografia contemporaneistica si sia rapidamente emancipata, dopo il 1989, dai vincoli
ideologici e abbia acquisito notevole varietà tematica e metodologica,
i rapporti est-ovest, e in particolari quelli con l’Italia, restano tuttora
maggiormente indagati negli aspetti politico-diplomatici [Somlai 1996,
2007; Pankovits 2005, Andreides 2008a, 2008b; Horváth 2008; Misur
2010], o in quelli legati all’Ostpolitik vaticana e alla politica religiosa del
regime kádáriano [Fejérdy 2005, 2011; Bottoni 2009].
Dalle ricerche internazionali in corso emerge tuttavia in modo crescente la rilevanza storica del problema della collaborazione economica e
tecnico-scientifica fra paesi appartenenti a blocchi politico-militari contrapposti [Eloranta-Ojala 2005; Germuska 2009; Judt 2008, 2009]. Le
principali domande e i nodi interpretativi cui cerco di rispondere in
questo contributo riguardano il complesso rapporto tra affinità ideo-
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
211
logica e partnership imprenditoriale negli interscambi commerciali fra
l’Italia e l’Europa orientale comunista; l’impatto dei momenti di distensione o crisi politica fra i due blocchi sulle dinamiche dell’interscambio
commerciale e, non da ultimo, quali meccanismi di finanziamento illecito della politica furono attivati al fine di agevolare la collaborazione di
soggetti operanti in contesti economici diversi: la società di import-export Terimpex e la sua controparte italiana, la società di intermediazione
commerciale Soresco di Milano, gestita dal Partito comunista italiano.
Dal 1. agosto 1949 – data della sua creazione – al 5 dicembre 1989,
quando la riorganizzazione del commercio estero determinò un riassetto societario, Terimpex svolse un ruolo chiave nell’economia ungherese,
detenendo il monopolio sulla commercializzazione estera della carne da
macello, con importanti risvolti su tutto il settore agro-alimentare e della
zootecnia [Lányi 1983, 1986]. Data la struttura produttiva dell’Ungheria socialista, in cui rami tradizionali come l’allevamento e l’industria di
trasformazione alimentare conservarono un’importanza assoluta, questo
colosso divenne presto il maggiore esportatore ungherese verso i mercati non socialisti, arrivando negli anni settanta a fatturare da solo il
15% di tutto l’export ungherese. Negli anni del Nuovo meccanismo
economico, introdotto nel 1968 per dinamizzare il sistema pianificato e
agevolare gli scambi commerciali con l’occidente, Terimpex guadagnò
un’ampia autonomia manageriale e si conquistò sulla stampa ungherese
l’appellativo di principale «fabbrica di valuta pesante»2 del paese. Non si
trattava di un’iperbole propagandistica. Nel 1969 Terimpex contribuiva
con oltre 200 milioni di dollari alle riserve valutarie del paese, mentre
all’inizio degli anni ottanta il valore delle sue esportazioni rivolte verso
l’area del dollaro si avvicinava al miliardo di dollari. Ciò rendeva il trust
zootecnico e agroalimentare un vanto, ma anche fonte di preoccupazione per la classe dirigente ungherese durante il regime di János Kádár.
L’interscambio di Terimpex era infatti particolarmente significativo, oltre
2
Szabad Föld, 27 ottobre 1968.
212
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
che con l’Austria, con i due principali obiettivi dell’apparato militare e
spionistico ungherese nell’ambito della divisione dei compiti all’interno
del Patto di Varsavia: la Germania occidentale e soprattutto l’Italia, che
dall’inizio degli anni sessanta alla fine degli anni ottanta costituì il primo
partner commerciale dell’Ungheria fra i paesi non socialisti. Nel 1958,
Terimpex realizzò da sola il 90% delle esportazioni ungheresi in Italia,
per un controvalore di diversi milioni di dollari [Pankovits 80]. Nel 1971,
il volume d’affari mosso da Terimpex sul mercato italiano aveva superato
i 110 milioni di dollari, quasi la metà dell’interscambio complessivo con
l’Italia3, e tale percentuale si mantenne stabile nei due decenni successivi
[KSH Külkereskedelmi Statisztikai Évkönyv, 1970-1989].
Le fonti di cui mi sono avvalso per questa ricerca sono molteplici anche
se, inevitabilmente, parziali, data la perdurante inaccessibilità dei principali archivi italiani, fatta eccezione per l’archivio del Partito comunista, consultato presso l’istituto Gramsci. Fra le principali fonti reperibili
presso l’Archivio Nazionale Ungherese4 occorre citare il fondo del Comitato centrale del MDP, all’interno di esso Segreteria, Ufficio Politico,
carte riservate di Mátyás Rákosi – riferite al periodo 1948-56 –, sezione
economica, sezione esteri, la corrispondenza cifrata tra il Ministero degli
Esteri ungherese dell’ambasciata in Roma, nonché delle rappresentanze
commerciali di Roma e Milano. Tutti i materiali menzionati, inclusi
quelli classificati come segretissimi, sono oggi accessibili fino al 1990.
Fondamentali sono anche le carte del Ministero del Commercio estero
(accessibili fino al 1980) relative agli scambi commerciali con l’Italia e
il fondo Terimpex, purtroppo versato all’Archivio nazionale ungherese
solo relativamente a due frammenti temporali (1950-56; 1986-91). Ho
inoltre utilizzato il faldone Terimpex conservato presso l’Open Society
Archive5, che raccoglie ritagli di stampa e analisi compiute dal centro
3
Esti Hírlap, 13 maggio 1972.
4
Magyar Országos Levéltár [MOL], Budapest.
5
Open Society Archive [OSA], Budapest, HU OSA 300-40-1, box 762: Terimpex
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
213
ricerche dall’emittente radiofonica Radio Europa Libera, e gli annuari
relativi all’interscambio commerciale pubblicati ad uso interno dall’Istituto nazionale di statistica6. Molto rilevanti, per la loro peculiare funzione di “controllo” politico-ideologico su un aspetto sensibile delle relazioni esterne del regime comunista ungherese, sono infine risultate le
carte provenienti dagli Archivi dei servizi di sicurezza7 riferite all’attività
informativa di alcuni funzionari del commercio estero coinvolti nell’interscambio commerciale italo-ungherese, così come gli atti processuali
a carico di numerosi diplomatici, funzionari e agenti commerciali che
defezionarono in favore dell’Italia nel 1948/49, in seguito alla rivolta del
1956 e ancora nel corso degli anni settanta.
MDP, Magyar Dolgozók Pártja (Partito dei Lavoratori Ungheresi)
MDP, Magyar Dolgozók Pártja (Partito dei Lavoratori Ungheresi), creato nel 1948
tramite la fusione dei partiti comunista e socialdemocratico, assunse nei giorni
della rivoluzione del 1956 la denominazione Magyar Szocialista Munkáspárt
(MSZMP – Partito Operaio Socialista Ungherese), che il partito unico al governo
del paese mantenne fino alla transizione democratica del 1989.
Prima di esaminare il caso ungherese, è bene sottolineare un dato utile
in chiave comparativa: dalla vasta documentazione esaminata emerge
che l’Italia costituisse sin dagli anni cinquanta un caso speciale nei rapporti Est-Ovest, come suggerisce anche la presenza del più grande e
influente partito comunista del blocco occidentale. Al tempo stesso, le
società specializzate nell’import-export con i paesi del blocco sovietico
costituirono in tutta l’Europa della guerra fredda un sistema economico
parallelo ma per nulla segreto, noto ai principali attori politici nonché
agli organi di sicurezza, e da questi largamente tollerato. Fra le due metà
Külkereskedelmi Vállalat 1954-1988.
6
Központi Statisztikai Hivatal [KSH], Budapest.
7
Állambiztonsági Szolgálatok Történeti Levéltára [ÁBTL], Budapest.
214
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
dell’Europa il perdurante conflitto politico e diplomatico convisse con
spazi di collaborazione, formale e soprattutto informale, assai rilevanti.
Molto resta dunque da scrivere sulla storia sociale del continente diviso
per quasi mezzo secolo, e quella dello studio dei rapporti economici
transnazionali può rivelarsi una prospettiva sorprendentemente fruttuosa. Proprio da un’analisi economica emerge infatti un complesso e affascinante intreccio di necessità economiche, strategie politiche, scontri e
convergenze ideologiche, pratiche amministrative e contabili, rapporti
personali, corruzione e spionaggio: la quotidianità della guerra fredda
nei suoi vari risvolti.
COCOM, Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale sulle esportazioni)
COCOM, Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (Comitato
di coordinamento per il controllo multilaterale sulle esportazioni), organismo creato nel 1949 in seno alla NATO al fine di prevenire l’esportazione verso il blocco
sovietico di tecnologie avanzate ad uso militare.
Il rodaggio del sistema di intermediazione commerciale,
1948-1960
Nei primi anni della guerra fredda, l’accesa competizione ideologicomilitare e la creazione da parte della NATO del COCOM, il comitato
per il controllo sulle esportazioni delle tecnologie strategiche, determinarono una forte riduzione dell’interscambio con il mondo sovietico. In
questa direzione agirono anche le politiche sovietiche riguardo prima le
riparazioni di guerra e poi il riorientamento delle relazioni commerciali
dei silgoli paesi. Uno dei pochissimi spazi rimasti aperti al commercio
inter-blocchi era il mercato dei prodotti agricoli, dai cereali agli agrumi,
e delle carni da macello. L’interscambio commerciale in dollari, dunque
la necessità di realizzare un profitto, si univa tuttavia alla scelta di Mosca
e dei suoi satelliti di utilizzare i canali commerciali legali per sostenere
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
215
economicamente i partiti comunisti dei paesi occidentali. Per operare sui
mercati italiano, tedesco-occidentale, francese, belga, austriaco e israeliano, Terimpex si servì dunque sin dalla sua fondazione di società di
intermediazione costituite all’estero. Sebbene la documentazione ungherese relativa alla fase iniziale del sistema di scambi commerciali est-ovest
gestiti in regime di monopolio non ci consenta ancora di tracciarne
una mappa completa, la presenza di tali società in Italia (Simes, partner
dell’ungherese Agrimpex, monopolista in campo agricolo e importatrice di agrumi), Nordexport di Torino, retta dal funzionario comunista
Augusto Doro, Co. Ce. Or. ma soprattutto Socofin – in seguito Soresco,
dal novembre 1950 partner della Terimpex8) è attestata sin dal dicembre
1948, quando i due paesi firmarono un accordo commerciale che avrebbe regolato i rapporti bilaterali fino agli anni sessanta9.
Da parte del PCI, fino alla metá degli anni cinquanta la responsabilità politica delle iniziative commerciali con il blocco sovietico ricadde
sul senatore Eugenio Reale, coadiuvato da Norberto D’Alessandro e in
seguito da Nullo Muratori, direttore generale delle imprese di partito operanti sull’import-export con il blocco orientale. Come osservano
gli autori della monumentale storia del PCI, nonostante fonti giornalistiche e di polizia arrivassero in quegli anni a stimare in decine di
miliardi annui il bilancio del PCI, coperto in gran parte da versamenti
diretti attraverso canali diplomatici e da percentuali (“provvigioni”) fino
al 5% estratte dagli affari condotti con i paesi comunisti, nulla di ciò
trapelava nella corrispondenza riservata interna del PCI, né tantomeno nelle comunicazioni ufficiali [Gozzini-Martinelli 1998, 154-156].
Da parte ungherese, un ruolo fondamentale era invece svolto dall’ufficio
commerciale della legazione in Roma e dal capo della referatura italiana
presso il Ministero del commercio estero. Reduce da un fruttuoso ap-
MOL, fondo MOL KUM XIX-J-1-j [Ministero degli Esteri], Olaszország 194564, 4. doboz.
8
9
MOL, fondo MOL KÜM XIX-J-1-j, Olaszország 1945-64, 32.-33. doboz.
216
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
prendistato romano, dal 1951 alla fine degli anni settanta la funzionaria Ida Tóth sarebbe rimasta, da parte ungherese, il perno degli intrecci
commerciali riservati. Fino al 1956, gli “anni di formazione” del sistema
di scambi controllati videro direttamente coinvolti nelle trattative commerciali riservate politici di alto livello: Eugenio Reale, che insieme al
deputato Carlo Farini, responsabile del programma radiofonico Oggi in
Italia, si recava a Budapest diverse volte l’anno per il «disbrigo di affari
riservati di partito»10, Matteo Secchia, fratello del vicesegretario del PCI
e per qualche anno segretario personale di Togliatti, e il deputato Edoardo D’Onofrio, membro del Comitato centrale e, in quanto direttore
del servizio d’ordine e informazioni interno, responsabile per il “lavoro
politico” dei comunisti italiani emigrati dopo il 1948 in Europa orientale [Sechi 2006, 433]. Data l’impossibilità di condurre trattative dirette
con i dirigenti delle società monopoliste del commercio estero, da parte
ungherese l’esposizione diretta nelle trattative commerciali e negli aiuti
finanziari ai partiti occidentali coinvolgevano addirittura i vertici del
partito. Nella prima metà degli anni cinquanta i pro-memoria e i rapporti riservati diretti alla Segreteria furono spesso redatti dal ministro del
commercio estero Gyula Háy o l’economista e influente membro del
CC István Friss. In diverse occasioni, tuttavia, fu necessario interessare
ai complicati intrecci finanziari italo-ungheresi i vertici del partito, dal
presidente dell’ufficio per la pianificazione Zoltán Vas al primo segretario Mátyás Rákosi. Sin dalla fine degli anni quaranta, l’interscambio
commerciale italo-ungherese si arricchiva di provvigioni concesse dalla
controparte ungherese al PCI in cambio dell’assistenza concessa dalle
società da questi controllate11. Per evitare i rigidi controlli polizieschi, gli
MOL, fondo 276. f. 98. cs. [sezione esteri del CC], 63. o.e., pp. 41, 183, 241, 245246, 269, 367 [rapporti sui viaggi di Farini in Ungheria, 1951-1953]. Vedi anche APC,
MF 218: 3 gennaio 1952: relazione del viaggio di Farini del 21-27 dicembre 1951
[Berlino Est-Budapest-Varsavia-Praga].
10
Ampia documentazione sui primi anni nelle carte Terimpex versate agli archivi
nazionali ungheresi. XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat – TERIMPEX, 1-2-3-4. doboz.
11
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
217
ungheresi utilizzarono diversi metodi per far pervenire al PCI i “diritti
di commissione” pattuiti. Nel febbraio 1950 Friss, giunto a Roma per
colloqui con Togliatti, consegnò personalmente a Matteo Secchia un
plico del valore non specificato12. Il 25 giugno 1951, la responsabile della
sezione Esteri del partito comunista ungherese, Anna Bebrics, comunicò a Reale e D’Onofrio l’avvenuto pagamento, tramite la Banca nazionale ungherese e mediante bonifico sul conto attivato dal PCI presso un
istituto di credito svizzero, di una provvigione di 101.613 franchi, pari
a circa 14 milioni di lire13. Nell’ottobre 1952 la società del PCI Socofin
ottenne, per un’affare riguardante carne macellata esportata in Italia del
valore di 600 milioni di lire, una provvigione di 3 milioni, pari al 2%,
depositata presso l’Ufficio Italiano Cambi14.
Dalla fitta corrispondenza di quel periodo emergono, nella collaborazione commerciale fra i due partiti, difetti strutturali che ne pregiudicarono
l’efficienza e la redditività. Il PCI e le sue organizzazioni collaterali, dai
sindacati alle cooperative, sfruttavano il canale privilegiato ungherese
ed est-europeo ai fini esclusivi del proprio finanziamento, in un periodo di violente contrapposizioni ideologiche e diffuse repressioni anticomuniste attuate dalle autorità italiane. Nonostante l’asserita solidarietà
internazionalista, gli ungheresi coglievano spesso un atteggiamento di
egoismo e sufficienza da parte del PCI nei confronti dei partner dell’est
Europa15. In altri casi accadeva il contrario: i rappresentanti commerciali
ungheresi stringevano affari, dietro pagamento di una percentuale, con
ditte e società non controllate dal PCI. Il Ministero del commercio estero si vide più volte obbligato a diramare circolari contenenti la lista delle
MOL, fondo 276/65/140 [segreteria Mátyás Rákosi]. Rapporto di István Friss a
Rákosi, 28 febbraio 1950.
12
13
MOL, fondo 276/98/63, p. 1 (fig. 1).
14
MOL, fondo XXIX-G-22-b [Terimpex], 36. doboz, 82. tétel.
15
Fra i molti rapporti riservati che documentano i conflitti, il rapporto del ministero
degli Esteri ungherese in MOL, XIX-J-1, Olaszország 1945-64, 005631. Roma, 12
giugno 1956. Rapporti commerciali con le società del Partito comunista italiano.
218
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
società da evitare e quelle di riferimento, in primo luogo la Simes, cui
presentare gli agenti commerciali16. La maggioranza delle imprese italiane interessate agli scambi con l’Ungheria si trovava tuttavia nel Nord,
ma a differenza di Bulgaria e Cecoslovacchia, che nei primi anni cinquanta disponevano già di una rappresentanza commerciale a Milano,
l’Ungheria fu autorizzata ad aprirla solo nel 1961.
Per un’economia povera come quella ungherese, stravolta peraltro nel
1951-53 dallo sforzo imposto da Stalin dall’attuazione del primo piano
quinquennale “rialzato” [Bottoni 2007], le risorse finanziarie messe a disposizione del PCI sotto forma di provvigioni o regalie rappresentavano
uno sforzo enorme, non sempre adeguatamente apprezzato dai funzionari italiani addetti alle operazioni commerciali, la cui incerta moralità
non mancò di causare dissidi che i mediatori politici erano poi chiamati
ad appianare17. La mancanza di manager e quadri economici fidati in entrambi i paesi costringeva infine i dirigenti a esporsi, spesso di persona, in
transazioni commerciali che si pretendevano “segrete” ma sulle quali gli
organi di polizia italiani disponevano di un’ampia documentazione, come
avrebbero rivelato le inchieste giudiziarie del 1951 e, in seguito, le perquisizioni effettuate nelle sedi delle società di partito nell’autunno 195418.
Il coinvolgimento diretto del PCI esponeva le società da questi controllate a forti rischi di sicurezza, tanto che Reale, insoddisfatto del volume
degli scambi e dei metodi utilizzati, offrì a Togliatti le proprie dimissioni, peraltro respinte, già nella primavera del 194919. Il decennio che
MOL, fondo XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat
– TERIMPEX, 1950-1957, 5. doboz, 02-097. Circolari del ministero del Commercio
estero, Budapest, maggio e ottobre 1951.
16
MOL, fondo 276/98/63, pp. 181-184. Béla Lastofka, consigliere commerciale
presso la legazione ungherese in Roma. Nota per il compagno Háy sulla conversazione
con Reale e Muratori, 8 ottobre 1951.
17
MOL, fondo XIX-1-J Italia 1945-1964. 0028/2 – MNK Róma, kereskedelmi
tanácsos. 1954. évi gazdaságpolitikai összefoglaló jelentés.
18
19
MOL, fondo 276/65/40, pp. 2-3. György Szekeres, consigliere commerciale presso
la legazione ungherese in Roma. Nota per Mátyás Rákosi sui messaggi trasmessi dal
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
219
seguì fu segnato da ripetuti scandali, inchieste interne di partito, arresti
o – da parte ungherese – gravi defezioni come quella di György Szekeres. Consigliere economico presso la legazione romana dal 1948 al 1950
profondamente coinvolto negli affari commerciali riservati, Szekeres abbandonò l’incarico per rifugiarsi in Francia e successivamente in Germania occidentale, dove gli organi di sicurezza sovietici lo catturarono
per consegnarlo alle autorità ungheresi, che lo condannarono a 4 anni
di prigione20. Furono probabilmente le informazioni fornite da Szekeres
durante la fuga a propiziare una campagna di arresti che coinvolse circa
80 funzionari del PCI coinvolti nei rapporti commerciali con l’Europa orientale. Per qualche mese fu addirittura necessario sospendere gli
“affari riservati”, come testimonia un telegramma giunto da Roma a
Rákosi nel giugno 195121.
Le difficoltà e gli insuccessi spinsero le parti a riorganizzare il sistema
di intermediazione commerciale, approfittando dell’autorizzazione concessa dagli Stati Uniti all’Italia di ampliare i suoi contatti commerciali
con l’Europa orientale al fine di sostenere la ripresa postbellica. Il governo italiano limitava tuttavia, da una posizione di forza, l’influenza
e la portata dell’interscambio commerciale controllato dall’opposizione
comunista, escludendone macchinari e strumenti di precisione. Secondo
i funzionari del ministero del Commercio estero italiano, con i quali
Reale manteneva rapporti di lavoro, l’Ungheria doveva tuttavia accettare di proseguire gli scambi commerciali tradizionalmente incentrati
sui prodotti agricoli e il bestiame, altrimenti l’Italia si sarebbe rivolta ad
altri mercati, come la Jugoslavia22. Occorrevano dunque, alla guida delle
società commerciali, uomini nuovi e solo indirettamente legati al PCI,
come Vittorio Savi, per oltre vent’anni amministratore delegato della
PCI, 11 giugno 1949.
20
ÁBTL, fondo V-88814, fascicolo personale di György Szekeres.
21
MOL, fondo 276/65/140, p. 6. Andor Berei a Rákosi, 8 giugno 1951.
22
MOL, fondo XXIX-G-22-b, 24. doboz, 49. tétel.
220
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
società Soresco. La prima menzione di Savi nelle carte ungheresi risale al
27 ottobre 1952, quando questi giunse in visita a Budapest come rappresentante di Socofin, predecessore di Soresco nell’import-export con
la monopolista ungherese Terimpex. Il giovane Savi, serio e preparato,
fece un’ottima impressione nella capitale ungherese, e il ministero del
Commercio estero gli affidò il segmento di mercato più prezioso, quello
del bestiame da macello23.
Le aperture dei primi anni cinquanta furono tuttavia vanificate da una
serie di eventi correlati. In risposta al brutale soffocamento della rivolta
dell’ottobre 1956, l’Occidente adottò una strategia di isolamento diplomatico contro il regime filosovietico guidato da János Kádár. Il boicottaggio commerciale venne favorito dalle massicce defezioni che avevano
disarticolato un settore vitale quanto delicato per lo stato comunista, in
quanto esponeva la propria burocrazia a diretto contatto con il nemico
ideologico. Secondo un rapporto del 1957, nel corso della rivoluzione
o in seguito ad essa defezionarono 577 funzionari ungheresi di società
del commercio estero (17 presso la sola Terimpex), fra cui due direttori
e 120 agenti commerciali, 37 funzionari ministeriali e 22 rappresentanti
commerciali presso ambasciate e legazioni, fra le quali anche quella di
Roma24. Sul fronte italiano, il sistema di intermediazione rischiò il collasso in seguito all’abbandono del PCI da parte di Eugenio Reale, creatore
e massimo conoscitore del sistema di finanziamento riservato del partito
[Averardi 2000, 215-218]. Il ruolo imprescindibile di Reale nel funzionamento di un meccanismo di corruzione consolidato, apparentemente
ignoto alla storiografia e alla memorialistica di partito, emerge con brutale chiarezza dalla denuncia, anonima ma assai circostanziata, redatta
in vista della Segreteria del 7 gennaio 1957, che decretò l’espulsione di
Reale dal PCI.
Pure i suoi rapporti, che teneva lui solo e molto riservatamente, con i
23
MOL, fondo XXIX-G-22-b, 36. doboz, 82. tétel.
24
MOL, fondo 288/23/16 [MSZMP KB Államgazdasági Osztály], pp. 101-123.
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
221
maggiori banchieri (vedi Mattioli, Longo) o dirigenti di imprese monopolistiche (Marinotti, Vigorelli, Giustiniani, Valletta o Torazzi) sebbene
inerenti alla natura del lavoro, profilavano talvolta riflessi ambigui. Intanto, ed in più casi, non era precisato neppure con intese verbali quale
tangente ci spettasse per determinati affari, per cui quello che ci veniva corrisposto aveva spesso l’aspetto di un obolo più che di compenso
per un servizio commerciale. Vedi ad esempio il caso di Bertolone della
RIV che per quanto ricordi dette a Reale solo un milione per un giro
di affari assai cospicuo con la Polonia in cui si era agevolato sia della
collaborazione della nostra società di Torino, sia soprattutto dell’ausilio
di Spartaco Vannoni che a quell’epoca risiedeva stabilmente a Varsavia.
Ugualmente avveniva con la FIAT che pure si avvalse largamente di
Vannoni per il contratto dei motori marini (ca. 10 milioni di dollari) con
la Polonia, e che se ben ricordo si limitò a concederci (due o tre volte)
degli sconti sul prezzo di acquisto delle autovetture. Ed altre incertezze
dello stesso genere si verificarono anche quando il compenso era stato
pattuito, senza che si potesse intervenire per recuperarlo per divieto di
Reale o per impedimenti frapposti (evidentemente in accordo con lui)
dai suoi beniamini25.
Nonostante la crisi attraversata dal PCI in seguito alla rivoluzione ungherese, il 1956 non rappresentò una frattura di lungo periodo per i
rapporti bilaterali riservati: già nel 1958 Enrico Mattei, dopo essere stato
a Mosca, si recava a Budapest per sondare la possibilità di investimenti italiani nel comparto petrolchimico, mentre nel triennio 1958-60 le
autorità ungheresi continuavano a finanziare l’Unità con un contributo
annuo di 500.000 fiorini convertibili, quasi 9 milioni di lire al cambio dell’epoca [Pankovits 2005, 63]. Negli anni successivi al 1956, il
commercio bilaterale italo-ungherese raddoppiò nel 1960 rispetto ai 20
milioni di dollari del 1955, rendendo l’Italia il terzo partner occidentale dopo l’Austria e la Germania Federale Tedesca. Il regime kádáriano,
sebbene ancora impegnato nella repressione della “controrivoluzione”,
aveva mostrato di comprendere una parte del messaggio lanciato nel
25
Archivio Istituto Gramsci, Roma. Fondo Mosca, busta 253. Cartella Reale. 6 gennaio 1957, p. 8 (fig. 2).
222
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
1956. La risoluzione dell’Ufficio politico del partito comunista ungherese del gennaio 1958 sullo sviluppo del commercio estero come volano
dei rapporti economici con l’Occidente aprì la strada a una profonda riorganizzazione del settore, con l’apertura di un’Accademia del commercio estero e la concessione di borse di studio a giovani economisti presso
istituzioni finanziarie occidentali26. Tali provvedimenti anticipavano il
Nuovo meccanismo economico, anche se non riuscirono a emancipare
la proiezione internazionale dell’Ungheria dal binomio agricoltura-zootecnia. Sul piano interno, l’esportazione in grandi quantità di alimenti
che diventavano inaccessibili al consumatore medio, come la carne bovina, non mancava inoltre di suscitare commenti sfavorevoli e malumori
in ampi settori del partito27. Negli anni seguenti, la propaganda sulla più
redditizia azienda ungherese avrebbe assunto toni assai più sobri.
Dai fasti alla crisi del “commercio protetto”, 1961-1985
All’inizio degli anni sessanta, con il miglioramento del clima politico internazionale mutarono anche le coordinate di riferimento per i rapporti
commerciali italo-ungheresi. A differenza dei primi anni della guerra
fredda, il fiorente import-export non nuotava controcorrente, ma si inseriva in modo armonioso nel clima di distensione politica fra i blocchi
e capitalizzava anche la simpatia del consumatore italiano per un paese “esotico” quanto geograficamente vicino [Pankovits 2005, 95]. Nel
settembre 1962, la guida della legazione ungherese a Roma (elevata nel
1964 al rango di ambasciata) venne assunta da un dirigente comunista
dai modi affabili e dai gusti più raffinati rispetto ai suoi predecessori,
József Száll, che trasformò la propria residenza in un punto di ritrovo per
politici, artisti e anche uomini d’affari italiani. La strategia ungherese
26
MOL, fondo 288/23/14, 1958.
27
MOL, fondo 288/23/13, 1959.
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
223
nei confronti dell’Italia venne delineata il 14 aprile 1964 dall’Ufficio politico del partito, denominato durante la rivoluzione “operaio socialista
ungherese” (POSU). L’Italia era vista a Budapest come l’anello debole
del mercato comune europeo, del quale si potevano sfruttare oscillazioni
interne con l’obiettivo di allentare il legame con gli organismi politici e militari occidentali28. A tal fine Budapest attribuì grande rilevanza
all’apertura dell’ufficio commerciale e del consolato di Milano, nel 1961,
e all’accordo commerciale quadriennale, il primo con un paese del patto di Varsavia, firmato nel 1969. L’interscambio commerciale fra i due
paesi iniziò a crescere in modo dinamico e raggiunse i 100 milioni di
dollari nel 1964, arrivando a sfiorare i 230 milioni nel 1969 e i 440 milioni nel 1973, all’apice del processo di distensione.
In quel periodo la guerra fredda assunse, nel contesto italo-ungherese, il
carattere di una cordiale ostilità, arricchita da importanti “convergenze
parallele” e punteggiata, di tanto in tanto, da qualche asprezza legata a
casi di spionaggio e defezione. Nell’ottobre 1970 stesso Száll, appena
richiamato in patria, defezionò in favore dell’Italia e si stabilì a Milano
insieme alla moglie. Come risposta, nel 1973 la giustizia ungherese lo
condannò in contumacia a 15 anni di prigione e confisca dei beni per
spionaggio in favore dell’Italia29. Secondo un rapporto della Commissione parlamentare l’inchiesta sul terrorismo e le stragi, la defezione di
Száll venne propiziata dal Servizio Italiano di Difesa e l’ex ambasciatore,
divenuto un uomo d’affari, nel 1975 fu cooptato nella loggia coperta
P230. Già nel novembre 1966, tuttavia, aveva suscitato clamore l’arresto
del consigliere commerciale a Milano, Ferenc Budai, da tempo pedinato in quanto sospettato – peraltro correttamente – di essere un ufficiale sotto copertura del servizio segreto militare ungherese; per ripicca,
28
MOL, 288/5/332. Seduta dell’Ufficio Politico del 14 aprile 1964.
29
ÁBTL, fondo 3.1.9., fascicolo V-159771, voll. 1-3.
Senato della Repubblica – Camera dei Deputati, XIII Legislatura, Doc. XXIII n.
64. Volume I, tomo 3, p. 100.
30
224
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
gli ungheresi incarcerarono il direttore dell’Istituto italiano di cultura a
Budapest, Guido Gambella, e la vicenda si sarebbe risolta solo qualche
mese dopo, con la concessione della grazia a entrambi gli imputati e il
loro scambio31. Nel 1973, infine, chiese asilo politico in Italia il potente
responsabile dell’ufficio commerciale di Milano, Mátyás Csillag, funzionario che aveva rappresentato società ungheresi in Italia sin dai primi
anni cinquanta32.
Per quanto gravi, questi episodi non riuscirono a scardinare un meccanismo di intermediazione commerciale che, dopo l’apertura dell’ufficio
ungherese a Milano, si era ormai consolidato e avrebbe funzionato fino
alla transizione politica ungherese del 1989. Nella seconda metà degli
anni sessanta Terimpex rappresentava ormai, con il suo apporto valutario
frutto soprattutto del settore zootecnico, un fattore politico di assoluto
rilievo. Nel luglio 1967 il ministero del commercio estero descrisse alla
sezione economica del CC del partito i rapporti con le imprese legate ai
partiti comunisti occidentali, rimarcando l’eccezionale grado di operatività raggiunto in Italia, dove si lavorava «con sole due imprese di partito.
Tra di esse domina la ditta Soresco di Milano, attraverso la quale Terimpex
svolge gran parte del suo volume di affari con l’Italia (nel 1966 circa 50
milioni di dollari, pari al 77%). La ditta assolve bene il suo compito e non
vi è nessun motivo che spinga a introdurre modifiche in questo rapporto
reciprocamente vantaggioso33».
L’espressione «vantaggioso», riferita al commercio estero con le società
italiane legate al PCI, ricorre spesso nei documenti degli anni settanta e
ottanta e mostra, in filigrana, l’essenza del rapporto di lavoro instauratosi
fra le parti. La sempre più agguerrita concorrenza imponeva al colosso
ungherese di ampliare e diversificare le proprie attività. Nel 1969 venne
31
MOL, fond XIX-J-1-j 96. doboz Italia/1966 [busta caso Gambella].
Sul caso vedi l’inchiesta dei servizi di sicurezza ungheresi, preoccupati della fuga
di notizie relative al commercio italo-ungherese. ÁBTL, fondo 3.1.9, V-159884. Fuga
di Mátyás Csillag.
32
33
MOL, fondo 288/24./9. Rapporto, 3 luglio 1967.
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
225
creata a Trieste, con la partecipazione della società di commercio estero
Hungarocamion, la società mista Eurocar, addetta allo stoccaggio merci in arrivo dall’Ungheria attraverso la Jugoslavia [Lányi 1983, 32-33].
Nel marzo 1972, fu la volta di una vecchia società mista costituita a
Roma, denominata anch’essa Soresco in evidente continuità con l’esperienza milanese appena conclusa34. La nuova società, di cui erano titolari
con quote paritarie Terimpex e il partner italiano Assobrokers, si costituì con un capitale sociale esiguo, due milioni di lire [Riva 2002, 405].
Amministratori delegati furono nominati l’ormai esperto Savi, in quota
PCI, e un funzionario Terimpex di nome Eckstein. Qualche settimana
più tardi, il presidente del consiglio Giulio Andreotti e il ministro del
commercio estero Ripamonti consegnarono a Roma il premio d’impresa Mercurio d’oro, pomposamente definito dalla stampa ungherese
“l’ Oscar europeo del commercio35”, al direttore della Terimpex Antal
Dézsi, potente e stimato manager del colosso agro-alimentare dal 1953
alla morte, nel 1977»36.
Due fattori concorsero tuttavia a minare sul lungo periodo la posizione
privilegiata di Terimpex sul mercato italiano. A partire dagli anni sessanta, la Comunità Economica Europea iniziò a varare per gli Stati membri
regolamenti che limitavano l’importazione di certi prodotti da paesi terzi, incoraggiando quindi gli scambi all’interno del mercato comune. I
primi segnali di allarme per il commercio protetto fra Italia e Ungheria
risalivano al 1961-62, con la temporanea sospensione dell’importazione
di carne decretata dal governo italiano37 e, soprattutto, nel 1968, con
i provvedimenti restrittivi varati a Bruxelles nel quadro della politica
agricola comune. Le restrizioni del 1968 furono presto ammorbidite in
Népszabadság, 28 marzo 1972. A Terimpex kereskedelmi vegyes vállalata Olaszországban.
34
35
Esti Hírlap, 13 maggio 1972.
Szabad Föld, 11 aprile 1982. Élelmiszergazdaságunk a külkereskedő szemmel. Beszélgetés Vörös Imrével.
36
37
MOL, fond XIX-J-1-j, 24. doboz, 1963.
226
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
quanto l’Italia fece proprie in sede comunitaria le pressioni ungheresi
mirate a limitare le perdite in termini di esportazione. Nessuno, tuttavia, poteva prevedere i devastanti effetti del Regolamento comunitario
n. 1805 del luglio 1974, che fissava i prelievi all’importazione di vitelli
e di bovini adulti nonché di carni bovine diverse da quelle congelate,
introducendo generose sovvenzioni agli allevatori comunitari, in particolare francesi e tedeschi38. Il blocco provocò nel biennio 1974-75 un
crollo delle esportazioni di carne fino all’80%, e la quota ungherese sul
mercato italiano si ridusse a un quarto: dal 20% del 1973 al 5% del 1975.
Le ripercussioni finanziarie furono gravissime non solo per Terimpex, le
cui perdite si aggiravano nell’ordine delle decine di milioni di dollari
annui, ma anche per il PCI, economicamente danneggiato in un momento cruciale della vita politica nazionale dal venir meno di importanti
provvigioni riscosse soprattutto attraverso la società di intermediazione
Soresco. La questione divenne quindi oggetto di pressione politica, come
testimoniano i numerosi rapporti diplomatici ungheresi dedicati all’argomento. Nell’aprile 1976 il PCI organizzò a Roma un convegno sui
problemi agricoli per lanciare una campagna pubblica di sensibilizzazione Il segretario del partito Enrico Berlinguer, il responsabile per i problemi dell’agricoltura Emanuele Macaluso e il senatore Nicolò Cipolla,
delegato italiano al parlamento europeo ed esperto di questioni agricole
assicurarono gli invitati ungheresi sull’appoggio politico delle correnti
di sinistra della Democrazia Cristiana, inclusi il presidente del Consiglio
Aldo Moro e il ministro del Commercio estero, Giovanni Marcora39. A
parziale risultato della pressione diplomatica italiana in sede comunitaria, sollecitata in più occasioni dal PCI, la CEE abrogò nell’estate 1977
le quote40, sostituite però da un sistema di dazi assai pesanti. Secondo
Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee, 12 luglio 1974 N. L.
188/27. Accessibile al sito eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:19
74:188:0027:0029:IT:PDF.
38
39
MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969.
40
MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, 001203. Rapporto di Ida Tóth, referente
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
227
il ministero degli Esteri ungherese, l’Ungheria aveva così perso tutta la
propria competività in quanto, fra dazi e “provvigioni” varie, calcolate
in una misura del 4%, i suoi prezzi superavano di un quinto quelli applicati all’interno del mercato comune41.
In quello stesso 1974 vennero al pettine anche altri nodi irrisolti e più
imbarazzanti. L’estrema informalità che dominava la sfera delle società
miste era illustrata dalla figura di Vittorio Savi, dal 1952 e per un ventennio rappresentante italiano di Terimpex in qualità di amministratore
delegato della Soresco. Ufficialmente designato dal PCI alla guida della
società milanese, Savi si ritagliò subito il ruolo di amministratore fiduciario unico del rilevante scambio commerciale, operando in crescente
autonomia dai suoi referenti politici a capo di una struttura minuscola
(tre dipendenti, oltre allo stesso Savi). La sua intraprendenza e loquacità
lo resero noto ai servizi segreti italiani, che monitoravano le attività di
import-export con i paesi del blocco sovietico [Riva 2002, 404-405], suscitando il parallelo interesse dello spionaggio ungherese. “Nagy István”,
nome in codice di Géza Bíró, funzionario del commercio estero posto
nel novembre 1961 a capo dell’appena inaugurato ufficio di Milano, era
giunto nella capitale lombarda con l’esplicito compito di seguire i movimenti di Savi, coadiuvato da altri informatori impiegati nella struttura.
Dai rapporti di “Nagy István” e del suo successore alla guida dell’ufficio commerciale, l’informatore “Kapás”, emerge un quadro sconcertante.
Savi e i suoi collaboratori impedivano all’ufficio commerciale di Milano di occuparsi della compravendita di carne, che consideravano affare
di competenza esclusiva di Soresco e dell’ufficio commerciale di Roma42.
L’influenza dell’intermediatore, che si recava più volte l’anno a Budapest,
veniva esercitata attraverso generose regalie di cui non beneficiavano solo
gli agenti commerciali ungheresi ma anche le persone di contatto, come
italiano presso il ministero del Commercio estero.
41
MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969/1.
42
ÁBTL, fondo 3.2.1 [rete informativa], dossier Bt-143, p. 82.
228
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Ida Tóth al ministero del Commercio estero, ed istituzioni chiave nel
sistema economico comunista come la Banca ungherese del commercio estero [Kövér 2003]. Questa fu infatti diretta per quasi venti anni da
István Salusinszki, ex capo dell’Ufficio commerciale di Roma nei primi anni sessanta e autorevole sponsor politico di Savi a Budapest43. Savi
non trascurò neppure i propri diretti superiori: nel 1961 invitò a proprie
spese per un soggiorno di una settimana in Ungheria l’amministratore
del PCI, il deputato Giulio Turchi, la cui amicizia cercò di sfruttare a
fini commerciali, come osservò contrariato l’informatore dei servizi di
sicurezza ungheresi44. Savi intratteneva inoltre rapporti sospetti con le autorità di polizia italiane: l’amministratore di Soresco veniva regolarmente
contattato da due funzionari dell’Ufficio stranieri della Questura di Milano, ai quali forniva informazioni sugli ungheresi in arrivo in Italia. In
cambio, a Savi era garantita una corsia preferenziale in merito alle richieste di visto per l’Ungheria da questi appoggiate. Prima ancora dell’affaire
spionistico Budai-Gambella, in cui la magistratura milanese aveva inizialmente coinvolto anche la Soresco, ordinando perquisizioni domiciliari
a carico dei suoi dipendenti, Savi aveva dunque intuito ciò che gli atti
documentali ungheresi oggi confermano: l’Ufficio commerciale di Milano non era altro che una base operativa di spionaggio per i servizi militari
di Budapest, incaricati dal comando unificato del Patto di Varsavia di
monitorare le basi NATO dell’Italia settentrionale45. Savi era consapevole
che gli ungheresi avevano assoluto bisogno dei suoi servigi e non esitò a
esercitare il proprio potere ricattatorio sui partner. Nonostante le accuse
mosse sul suo conto dagli organismi di sicurezza e nonostante il clima di
sfiducia causato nella società dalla guerra interna fra “italiani” (gli uomini
di fiducia di Savi) e “ungheresi” (ufficiali e informatori dello spionaggio
43
Cfr. ÁBTL, fondo 3.2.1, dossier Mt-119 [“Lukrécia”].
44
ÁBTL, fondo 3.2.1. dossier Mt-8/1 [“Nagy István”], pp. 68-74.
ÁBTL, fondo O-8-157 [dossier obiettivo] Milánói Magyar Kereskedelmi Hivatal,
1962-73.
45
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
229
di stanza a Milano), Savi continuò a ricoprire l’incarico fino al 1974. Ai
goffi tentativi operati da parte ungherese per comprometterlo ed estrometterlo dalla posizione conquistata, Savi oppose un argomento inoppugnabile: se divulgata, la natura “mutualmente vantaggiosa” dei rapporti
riservati fra una società statale ungherese e il PCI avrebbe causato danni
incalcolabili a entrambe le parti.
Secondo un rapporto inviato il 28 marzo 1974 dall’ambasciata di Roma
al responsabile della sezione Esteri del CC del POSU, furono necessarie
energiche rimostranze da parte ungherese per giungere a un riassetto
societario, delineato durante una riunione cui parteciparono il segretario amministrativo del PCI Guido Cappelloni, il direttore generale di
Terimpex Antal Dézsi e il direttore aggiunto ungherese della società a
capitale mista Soresco. Vittorio Savi, che pure pretendeva una buonuscita multimilionaria in cambio del proprio silenzio, fu indotto a chiedere
il pensionamento, mentre su segnalazione ungherese fu avviata un’indagine interna sul suo successore Stagni, reo di aver commesso due gravi
«errori cospirativi» quando si era informato per telefono «su quanti soldi
avesse il PCI in Ungheria e in Svizzera». La priorità divenne, in un momento di elevata incertezza politica ed economica, aggravato dall’ennesima defezione presso l’ufficio commerciale di Roma, il «funzionamento
sicuro» di una società, Soresco, attraverso la quale nel 1973 Terimpex aveva registrato in Italia un volume di affari di 170 milioni di dollari, pari
al 90% dei bovini esportati sul mercato occidentale. Nei calcoli delle
autorità ungheresi, tali affari finanziavano direttamente il partito fratello
con circa 250 milioni di lire annue46. La posizione di Stagni si sarebbe
aggravata fino a costringere il PCI a sostituirlo con Enzo Gemma, già
amministratore delegato della RestItal, una delle più importanti società
di partito, fondata nel 1966 [Riva 2002, 397-401]. Nell’aprile 1976, infine, alla vigilia delle elezioni politiche, Cappelloni informò l’ambasciata
MOL, fondo 288/32/5 [sezione economica del CC], pp. 98-101 (fig. 3). Roma,
28 marzo 1974.
46
230
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
ungherese a Roma sull’intenzione di operare ulteriori sostituzioni nel
personale della Soresco. L’incarico di Gemma fu ufficialmente assunto da
un pensionato, mentre due iscritti bolognesi attivi nella cooperazione assumevano la carica di revisori dei conti. Il senso dell’operazione fu spiegato agli interlocutori ungheresi da Cappelloni: per evitare i sempre più
frequenti interventi delle autorità, volti a colpire gli interessi economici
del PCI, occorreva trovare persone selezionate come sempre dal partito ma politicamente meno esposte47. Negli stessi giorni, un’operazione
simile veniva operata sulla Alturist, specializzata in soggiorni turistici
nei paesi dell’Europa orientale, la cui proprietà e gestione fu ceduta alla
Lega delle cooperative48. Ancora due anni prima, la strategia del PCI
sembrava essere differente. Il 18 novembre 1975 Armando Cossutta comunicava al CC del POSU che «a seguito di un accordo intervenuto
con i nostri compagni della CGIL, la proprietà della società Italimpex
è stata trasferita al Partito. L’Italimpex opera in Ungheria da molti anni
in modo serio e responsabile e, per quanto ci risulta, con reciproca soddisfazione». Cossutta coglieva anche l’occasione per ricordare «che le
aziende che operano in Ungheria e alle quali siamo interessati sono la
Rest-Ital, l’Esteuropa e l’Italimpex oltre, naturalmente, alla Soresco»49.
L’entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, nel
maggio 1974, aveva peraltro già scardinato il consolidato meccanismo
di pagamento delle provvigioni su conti aperti presso banche svizzere.
Un rapporto d’ambasciata del luglio 1975 illustra nei dettagli le modifiche procedurali adottate:
A seguito delle restrizioni imposte dalle autorità italiane al trasferimento di valuta, il PCI ci ha chiesto di interrompere dal 1. gennaio 1974 il
pagamento della provvigione sull’attività della società mista italo-un-
MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002932/1. Személyi változások a SORESCO-nál.
47
48
MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 002528.
49
Archivio PCI, sezione esteri, 084 [Ungheria 1974].
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
231
gherese Soresco, sinora effettuato sul conto corrente svizzero stabilito.
Il PCI non riesce più, infatti, a portare il denaro in Italia aggirando i
controlli delle autorità italiane. Terimpex ha quindi sospeso a partire da
quella data il pagamento di bonifici bancari in favore del PCI. Il partito,
nella persona del segretario amministrativo, compagno Cappelloni, ha
chiesto il 17 aprile tramite l’ambasciata il pagamento della provvigione
spettante, pregando il nostro ministero degli Esteri di far pervenire il
denaro a Roma50.
Nel nuovo metodo, un ruolo fondamentale, e nel contempo assai rischioso, fu quindi assunto dalla Banca Nazionale che, dopo aver ricevuto dall’ufficio finanziario di Terimpex l’importo “spettante” ai partner
italiani, provvedeva ogni sei mesi a confezionare la provvigione per
recapitarla al PCI in valigia diplomatica. Sull’entità dei trasferimenti
di denaro negli anni settanta e ottanta possediamo informazioni assai
frammentarie, in quanto le autorità ungheresi eseguirono la distruzione
di gran parte delle ricevute transitate per il ministero del Commercio
estero e la Banca Nazionale Ungherese. Dalle carte conservate presso il
ministero degli Esteri, le uniche disponibili su questo periodo, risultano
due pagamenti effettuati nel 1975 (365.842 marchi tedeschi, in luglio;
100 milioni di lire a dicembre51); un totale di 300 milioni, versati in due
tranche, nel 197752; 369 miloni di lire – sempre in due pacchetti – nel
197953. L’ultimo versamento del quale si sia conservata traccia documentale negli archivi ungheresi, una tranche semestrale da 100 milioni
di lire, risale al dicembre 198354. Come vediamo, la seppur parziale documentazione disponbile dovrebbe indurre gli storici a una maggiore
50
MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/2. A Terimpex küldeménye.
51
MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/3 – Terimpex átutalás.
MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, Terimpex küldeménye Rómába futárral
001822/3-ig.
52
MOL, fondo XIX-J-1-j, 105. doboz, Terimpex küldemények továbbitása/ Terimpex OKP közös vállalkozás. 00457/8-ig.
53
54
MOL, fondo XIX-J-1-j (fig. 4), 102. doboz, 005945.
232
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
cautela nell’accettare le spiegazioni fornite dagli ex protagonisti della
vicenda in merito alle sovvenzioni d’oltrecortina [Cervetti 1993], sopratuttto per quanto riguarda il nodo dell’interruzione dei rapporti finanziari con il blocco sovietico.
Vantaggi e limiti di un rapporto informale al tramonto della
guerra fredda, 1985-1990
Nell’affare Terimpex-Soresco, l’estrema riservatezza nella gestione di un
rapporto “vantaggioso” rappresentò per decenni un punto di forza (grazie alla stabilità della situazione finanziaria e alla sostanziale impermeabilità delle società miste all’azione repressiva e giudiziaria) ma anche
di debolezza. Le provvigioni trasmesse al PCI sotto forma di denaro
contante o, più raramente, di benefit quali soggiorni termali o battute
di caccia in Ungheria, entrarono presto a far parte di quell’ampia “zona
grigia” che le autorità italiane tolleravano, relegandaole però al margine
dell’interscambio economico e della cooperazione tecnologica. Negli
anni settanta e ottanta il PCI continuò a utilizzare Terimpex e le carni
ungheresi come fonte di un finanziamento occulto il cui valore superava,
secondo gli stessi funzionari comunisti, i proventi realizzati con l’intermediazione commerciale italo-sovietica55. Il profitto infatti non veniva
reinvestito ma ceduto al vero detentore delle quote societarie, l’apparato
amministrativo del PCI. Fino a tutti gli anni ottanta le esigenze politiche e ideologiche prevalsero sul fattore più strettamente economico:
dalle carte della sezione economica del POSU e della sicurezza statale
emerge una situazione paradossale in cui si muoveva l’intero comparto
import-export di un paese comunista relativamente aperto al mercato
occidentale. I funzionari venivano infatti accuratamente selezionati per
55
MOL, fondo 288/32/5, pp. 98-101.
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
233
svolgere compiti della massima responsabilità (erano gli unici a poter
maneggiare denaro “vero”), la maggior parte di essi proveniva o veniva
cooptata dai servizi segreti del proprio paese. Al tempo stesso, la corruzione diffusa a tutti i livelli dell’apparato, sfruttata abilmente da tutti
i soggetti economici italiani interessati all’interscambio con l’Ungheria, unita al fenomeno delle defezioni per ragioni politiche o personali,
rendeva questo apparato fragile e ricattabile. Il meccanismo di rapporti
quasi esclusivi con un ristretto giro di intermediari danneggiò sul lungo
periodo l’esportatore ungherese.
Dal canto suo, Terimpex doveva rimpatriare la propria quota di profitto
ottenuta mediante Soresco per assolvere alla propria funzione di procacciatrice di valuta pesante in un paese, come l’Ungheria, che nel maggio
1982 si era trovata a un passo dal default e negli anni ottanta sopravviveva grazie ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca
Mondiale [Berend 2008; sul contesto est-europeo: Lavigne 1991; Csaba
2005]. Scarsa attenzione fu prestata a “dettagli” fondamentali quali la
sperimentazione tecnologica, gli studi di mercato e le migliorie logistiche, che avrebbero potuto consentire al colosso ungherese di difendere
meglio le proprie posizioni sui mercati dell’Europa occidentale [Lányi
1986; Kunits 1986]. Quando, nel 1985, il crollo del prezzo del petrolio
trascinò con sé il settore agricolo e zootecnico, Terimpex entrò in una
crisi profonda, dalla quale non si risollevò neppure con il cambio di direzione che portò nell’azienda un vero burocrate-manager, László Ránky,
tipico esponente del proto-capitalismo kádáriano56.
Nella seconda metà degli anni ottanta il travaglio di Terimpex si inserì
nel generale disfacimento del modello economico socialista, per quanto
“riformato” e contaminato dal mercato. Data la particolare natura di
questi spezzoni di capitalismo economico dominanti nei settori “competitivi” (dalla zootecnia alla sempre più redditizia vendita di armi ai
OSA, box 762 [Terimpex]. Radio Free Europe, Hungarian Monitoring, 11 febbraio 1986.
56
234
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
paesi del Medio oriente) in un contesto ancora pianificato, e data anche
la porosità delle barriere interposte fra comportamenti legali e illegali,
la gestione di capitali e la cultura d’impresa nasceva e si alimentava di
contesti e pratiche prevalentemente extra-legali. Oltre alla gestione di
società commerciali miste, nate in collaborazione con i partiti comunisti
occidentali, l’apprendistato capitalista riguardò attività “grigie” come lo
spionaggio industriale cui il COCOM costringeva i paesi del blocco
sovietico; la vendita di armi e tecnologie belliche, soprattutto ai paesi
arabi e del sud-est asiatico in condizioni di libero mercato; e non da ultimo la creazione di joint-venture, banche d’affari a capitale misto nelle
quali depositare in sicurezza – con la collaborazione dei servizi segreti
del blocco sovietico – i proventi delle transazioni illegali, un settore in
cui l’Ungheria deteneva una posizione centrale all’interno del Patto di
Varsavia57 [Kenedi 2008].
Negli anni ottanta Soresco dovette a sua volta confrontarsi con un fenomeno nuovo, che avrebbe segnato in pochi anni la fine del monopolio in vasti settori del commercio italo-ungherese. Non si trattava
della crisi terminale del blocco sovietico, che anzi offriva alle aziende
e agli istituti di credito italiani opportunità fino a quel momento impensabili, quanto piuttosto dall’ascesa di una nuova classe dirigente e
imprenditoriale, quella legata al partito socialista di Bettino Craxi, che
non accettava più la “tutela” delle società di intermediazione a guida
comunista. I rapporti riservati inviati al ministero degli Esteri dall’ambasciata ungherese in Roma, accessibili sino a tutto il 1990, mostrano
che mentre il dinamico settore della piccola-media industria, soprattutto
del Nord-Est, manifestava sin dagli anni settanta un interesse crescente
Il ruolo chiave nel trasferimento e riciclaggio di denaro di origine sospetta, proveniente soprattutto dalla Germania orientale venne svolto dal settore bancario e in
particolare della Banca Nazionale Ungherese, attraverso la filiale viennese Central
Wechsel-und Kreditbank [CW Bank]. Cfr. le indagini condotte dal più prestigioso
settimanale ungherese: Tiktos szolgálatok. A CW Bank ügyfeleinek vagyonkezelője.
Heti Világgazdaság, n. 22/2000, pp. 125-128; Stasi nyomkeresők. NDK-s pénzek
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57
Stefano Santoro
I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?
235
per l’area adriatico-danubiana, i governi italiani svolgevano un ruolo
frenante, vincolati nello sviluppo degli scambi commerciali con l’Est europeo dai vincoli atlantici (’Italia restava il principale bersaglio militare e
spionistico ungherese nell’ambito del Patto di Varsavia) ma, soprattutto,
dalle restrizioni commerciali imposte attraverso il COCOM. Dopo il
1983, nel governo Craxi trovarono posto esponenti come Rino Formica
al Commercio estero e il reggiano Fabio Fabbri agli Affari regionali,
fautori di un’apertura controllata e soprattutto gestita da nuovi attori politici. I rapporti commerciali e finanziari assunsero una struttura
duale: nell’import-export, dove l’interscambio raggiunse i 500 milioni di dollari nel 1985 e i 750 milioni nel 1988, l’Ungheria continuava
ad affidarsi ai settori agricolo e zootecnico, in quanto non riusciva a
esportare prodotti industriali semi-lavorati a causa del protezionismo
patrocinato da Formica. Nel contempo, soggetti economici privati fra
i quali la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Sicilia, le assicurazioni Generali, il gruppo ASSO di Modena, l’azienda zootecnica foggiana Mescia e grandi gruppi pubblici come ENI, IRI-Italstrade, FIAT
e Montedison stringevano accordi di cooperazione e joint-ventures con
soggetti economici ungheresi. Tali iniziative andavano ben al di là dei
vecchi schemi di collaborazione economica, in quanto basate ormai sul
credito d’impresa per l’import ungherese58.
Nella seconda metà degli anni ottanta, la crisi politica ed elettorale del
PCI si ripercosse inevitabilmente sui tradizionali circuiti economici legati al partito, come la galassia delle società di intermediazione, ormai
sistematicamente scavalcate da nuovi attori economici, che si proponevano direttamente sul mercato ungherese con il deciso sostegno del
governo italiano. Nel frattempo, le trasformazioni politiche avviatesi in
Ungheria determinavano anche il mutamento del quadro giuridico. IL
10 maggio 1988 il CC del POSU dette il via libera alla riforma del di MOL, fondo XIX-J-1-j, Italia 117. doboz – 1986. 001868/3 Dati su interscambio
commerciale nell’appunto del Ministero del commercio estero per presidente del Consiglio dei ministri ungherese György Lázár in visita in Italia, 15 ottobre 1986.
58
236
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
ritto societario, che consentiva la creazione di società miste detenute dai
partner stranieri fino al 100%, al fine di accelerare l’ingresso di capitale
occidentale nell’economia ungherese [Ripp 2006, 134]. Il 5 dicembre
1989, la società mista Soresco fu così cooptata nel riassetto societario assunto dalla casa madre Terimpex che, per far fronte alla sfida del mercato,
si ricostituiva con un capitale sociale di quasi 700 milioni di fiorini, pari
a 38 miliardi di lire al cambio dell’epoca. L’Italia restava il secondo mercato per volumi di esportazione, con un volume di affari di 100 milioni
di dollari, un sesto delle risorse che ruotavano intorno all’intera Terimpex. Insieme alla Eurocar di Trieste, Soresco entrò infatti in una nuova
organizzazione costituita a Budapest con capitali misti. Nel 1990, ultimo anno di vita del blocco sovietico come entità economica, la “nuova”
Terimpex guidata sempre da Ránky ottenne risultati lusinghieri, con 600
milioni di fiorini di utile, pari a 30 miliardi di lire dell’epoca. Come
sottolineò il direttore generale durante la seduta del Consiglio di amministrazione di fine anno, al buon risultato aveva contribuito anche il
rientro del capitale precedentemente detenuto nella Soresco, 30 milioni
di fiorini59. Il legame finanziario che legava le due società e i due partiti
si sarebbe così con un divorzio consensuale, gestito con la consueta e
necessaria discrezione.
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La Fiat e la AutoVAZ
di Togliatti
Alla ricerca del fordismo perduto
Valentina Fava
Helsinki Collegium for Advanced Studies
In 1966 Vittorio Valletta, Fiat president, and the representatives of the Soviet Government
signed the agreement that led to the building of the VAZ -Volzhsky Avtomobilny Zavod,
a gigantic automobile plant. The Fiat-Soviet plant fostered the entrance of the Soviet Union
(USSR) in the «Automotive Century» and gave place to the first massive East-West transfer
of technology and knowledge in the automobile sector of the century. The paper underscores
the reasons of Fiat interest in the Soviet market, underlying how the deal had been coordinated with the Italian entrepreneurial elites and partially backed by the American Administration. Furthermore, the paper sheds light on the channels that Fiat used to enter in the Soviet
market - focusing especially Fiat’s agent, Piero Savoretti.
Introduzione
Il 15 agosto 1966, la Fiat e i Ministeri dell’Industria automobilistica e
del Commercio estero dell’URSS firmarono l’accordo per la costruzione
dello stabilimento automobilistico del Volga. L’impianto, che in seguito fu denominato AutoVAZ (Volzhsky Avtomobilny Zavod), entrò in
funzione nel settembre 1970. L’impatto sulla produzione di autoveicoli
sovietica fu radicale: tra 1965 e 1972 essa aumentò da 200.000 unità a
1.200.000. Il contratto tra la Fiat e il Governo sovietico prevedeva che
240
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
l’impresa torinese fornisse un progetto completo per lo stabilimento,
cedesse ai sovietici i progetti e i diritti di proprietà industriale di due
modelli di vettura derivati dal tipo Fiat 124, modificati per adattarsi alle
particolari condizioni climatiche e stradali dell’URSS, e acquistasse parte
del macchinario necessario. I sovietici avrebbero curato la parte edile e
gestito la fornitura di materiale e macchine provenienti dall’area Comecon [Bucarelli 1979; Rossiiscaja Akademiya Nauk Institut Ekonomiki,
2006].
Il costo per la costruzione dello stabilimento fu originariamente stimato
in 642 milioni di dollari USA, di cui 247 milioni destinati ad acquisti in
Italia e circa 55 milioni ad acquisti in America, Francia, Inghilterra, Belgio, Svizzera e Germania (questa percentuale crebbe al punto che furono
previsti 50 milioni solo per acquisti negli Usa). I restanti 340 milioni di
dollari avrebbero coperto opere e mezzi di lavoro approvigionabili in
Russia o nel resto del Comecon1. Dal punto di vista finanziario, l’accordo dovette tenere conto delle particolari condizioni poste dal Governo
sovietico. L’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) finanziò le linee di credito
per gli acquisti in Italia (offrendo alla Vneshtorbank – Banca Nazionale
Sovietica – un credito acquirente di 300 milioni di dollari a un tasso di
interesse del 5,6% annuo) e coadiuvò le autorità sovietiche nella ricerca
di dilazioni di pagamento sugli acquisti di macchinario estero [Sbrana
2006, 217-237]2. Tuttavia, determinante nel rendere l’accordo possibile fu l’intervento del Governo Italiano che autorizzò uno stanziamento
straordinario nel bilancio dello stato (36,5 miliardi di lire) da trasferire al
Mediocredito centrale e in seguito con una legge apposita rese possibile
un contributo in conto interessi di Mediocredito all’IMI per ridurre il
tasso del 2,73% rispetto al tasso interbancario in vigore – come imposto
Archivio Storico Fiat (d’ora in poi ASF), Fondo URSS (Fondi ing. Bono e ing.
Gioia), fascicolo 29, ASF, URSS, Studio di massima per realizzare uno stabilimento per
la produzione di una vettura di media grandezza, febbraio 1966.
1
ASF, Fondo URSS, 46, Richiesta Finanziamento Export-Import Bank, Torino, 10
luglio 1967.
2
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
241
dalle autorità sovietiche. In seguito, altri finanziamenti coprirono i costi
degli acquisti di macchinario americano e svizzero.
La portata economica e il significato politico dell’«affare del secolo»,
come sembra lo definisse Averell Harriman, sono stati a lungo oscurati
dalla retorica che accompagnò su quotidiani e rotocalchi le lunghe trattative e l’insolito andirivieni di tecnici e funzionari tra Mosca e Torino.
Nelle pagine che seguono si cercherà di illustrare alcune ragioni che indussero la Fiat a costruire lo stabilimento del Volga, le circostanze che lo
resero possibile e di suggerire alcune ipotesi sulle conseguenze che l’importante trasferimento di tecnologia di processo e prodotto ebbe sugli
equilibri della Guerra Fredda [Romero, 2009; Varsori, Romero, 2007].
La ricerca, ancora a uno stadio iniziale, ha finora privilegiato tre profili
di indagine: un primo nucleo di domande, relativo alla storia della Fiat,
riguarda il senso dell’accordo nella strategia di internazionalizzazione
della azienda negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e il ruolo
degli altri attori economici italiani, imprese e imprenditori, coinvolti.
La costruzione del VAZ, come già parzialmente emerge dalla letteratura
esistente, maturò all’interno di un progetto più ampio di rilancio delle relazioni economiche italo-sovietiche, condiviso da parte del mondo
imprenditoriale e politico italiano. In questo senso, l’accordo del Volga
induce a riflettere sulla relazione tra gli interessi strategici e di profitto
dell’impresa e le finalità politiche e ideali che durante la guerra fredda
permearono e orientarono l’attività economica, in particolare i rapporti
est-ovest.
Sotto un altro profilo è apparso opportuno collocare l’«affare del secolo»
in una prospettiva che va oltre le relazioni tra Italia e URSS interrogandosi sulle eventuali conseguenze che esso ebbe sulla liberalizzazione
degli scambi di tecnologia e sapere tra il mondo capitalista e quello socialista. L’intensità dei contatti tra la Fiat e Washington e quanto emerge
dagli archivi americani sembrano suggerire che la costruzione del VAZ
possa aver contribuito a sdoganare dal punto di vista politico agli occhi
dell’opinione pubblica americana i sempre più intensi e reciprocamente
242
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Abitazioni degli operai Fiat di Togliattigrad - AutoVaz
«QUI VIVONO I COSTRUTTORI DEL VAZ», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga, testo di Aleksandr Vorobjev, immagini e incisioni di Igor Dubrovin, Casa editrice di Kujbyshev, 1970, 37.
Alla costruzione dello stabilimento si accompagnò la costruzione della città di
Togliatti, in italiano Togliattigrad.
Già, lo stabilimento automobilistico ha fatto aumentare le fila non soltanto davanti
alle mense cittadine, ai parrucchieri, ai negozi, alle casse del cinema, ma anche
davanti all’ufficio dello Stato Civile! nel 1968 il numero di matrimoni a Togliatti è
raddoppiato rispetto all’anno precedente, ed è salito a quasi 3000 (...) Vedete quanta felicità ha preso dimora sotto i tetti della città sul Volga. E cambiano, cambiano
continuamente, con spavento degli addetti ai servizi di alloggiamento, le facciate
degli edifici per le abitazioni comuni. Sempre più numerosi compaiono sui balconi, stesi sui fili, gli indumenti per bambini, pannolini, camiciole....”, (33).
L’autrice
ringrazia il dott. Giorgio
Amprimo per averle
segnalato e donato
copia del volume.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
243
necessari trasferimenti di tecnologie e know-how verso l’URSS.
Infine, il materiale prodotto da Piero Savoretti, presidente della Novasider, società che curava gli interessi Fiat in Russia, apre uno scorcio
interessante sui canali e sui metodi che l’impresa usò per affermarsi in
Unione Sovietica: l’azione della Novasider fu (anche) quella di una vera
e propria diplomazia parallela che, spesso in concerto con quella ufficiale, facilitava le relazioni tra il mondo industriale sovietico e italiano. In
questa prospettiva, lo studio dell’attività della Fiat in Unione Sovietica
apre le porte alla ricerca su un tema molto più difficile e complesso che
riguarda l’effettiva capacità delle imprese multinazionali – italiane ma
anche europee e americane – non solo di adattarsi ai mutevoli equilibri
politici della Guerra Fredda ma anche di condizionarli.
La concordia discors del Comecon e la strategia di internazionalizzazione a est della Fiat
Lo stabilimento automobilistico del Volga è al centro di un’articolata
letteratura in lingua italiana e russa che tratta i diversi aspetti della storia
dell’impianto e della vita quotidiana nella città di Togliatti (comunemente chiamata Togliattigrad). La strategia di internazionalizzazione
del gruppo Fiat in Europa orientale e in Unione Sovietica non è stata
invece ancora oggetto di uno studio sistematico, nonostante la continuità della presenza Fiat nell’area fin dal primo decennio del secolo scorso.
L’interesse della Fiat nell’Europa orientale e centro-orientale risale infatti
agli anni Dieci: nel 1916, l’impresa torinese fornì all’URSS le componenti per assemblare il camion 15-ter e nel 1932 partecipò alla costruzione del primo stabilimento sovietico di cuscinetti a sfera. Negli anni del
secondo dopoguerra, la Fiat cercò di riallacciare i rapporti iniziati negli
anni Trenta (assemblaggio su licenza di modelli Fiat) con la Polonia ma
inutilmente, per l’opposizione dell’Unione Sovietica, che impose ai polacchi di montare modelli sovietici. Nel 1954, però, l’impresa torinese
244
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
riuscì a stipulare un contratto con la Jugoslavia per la fabbricazione della
Campagnola e il montaggio della 1400 nella fabbrica Crvena Zastava
(Bandiera Rossa) vicino a Belgrado [Laux 1992, 205-217]. Nella seconda metà degli anni cinquanta, infatti, le prime avvisaglie di una possibile
saturazione del mercato interno e la sempre più agguerrita concorrenza
degli altri produttori europei indussero la presidenza Fiat a intensificare
le trattative con i paesi del blocco sovietico [Bairati 1983; Castronovo
1999, 1056-71]3. In questo senso è interessante notare come l’accordo
con il governo sovietico sia stato l’ultimo significativo atto della presidenza di Vittorio Valletta. Qualche giorno prima della firma del protocollo, il 29 aprile del 1966, il Professore, ormai ottantatreenne, lasciò la
presidenza Fiat al nipote del fondatore, Giovanni Agnelli, e l’incarico di
amministratore delegato all’ingegner Gaudenzio Bono [Amatori 1999,
257-342; Castronovo 1999, 1124].
La costruzione del VAZ chiuse dunque una fase importante della crescita della casa torinese e precedette di poco la prima grande riorganizzazione aziendale della Fiat [Volpato 1996, 343-412]. La politica dell’automobile del Professore e il periodo di crescita noto come miracolo
italiano che avevano reso la Fiat padrona del mercato automobilistico
nazionale sembravano avere esaurito la loro spinta e, all’inizio degli anni
Sessanta, l’impresa torinese appariva sempre più vulnerabile rispetto alla
concorrenza americana ed europea e in difficoltà sui segmenti alti di
mercato [Bigazzi, 2000; Paolini 2005, 111-134].
Una delle vie d’uscita individuate da Valletta consistette nel dare un
nuovo impulso all’internazionalizzazione e in particolare nel rilanciare
la strategia che aveva guidato il successo della casa torinese in Italia –
l’investimento finalizzato alla produzione in massa di un automobile di
piccola cilindrata e di facile manutenzione – nei paesi «sottomotorizzati» ma non «sottosviluppati». In questa prospettiva, l’Unione Sovietica e
3
Vittorio Valletta era entrato alla Fiat nel 1921, ne divenne amministratore delegato
nel 1939 e presidente nel 1946.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
245
i paesi socialisti – insieme al Sud America – sembravano offrire sia un
importante mercato di sbocco per i prodotti Fiat – non solo l’automobile – sia un possibile terreno di applicazione per le capacità impiantistiche
maturate dall’impresa nel corso degli anni Cinquanta [Volpato 1996;
Casalino 2004-2005, 455-485].
D’altra parte, da tempo la Fiat attendeva la distensione. Le relazioni accluse ai verbali del consiglio d’amministrazione mostrano come la Fiat
monitorasse attentamente l’evoluzione della situazione politica internazionale e avesse trovato un profittevole modus vivendi tra gli alti e bassi
della Guerra Fredda. A fronte delle molteplici occasioni di scontro tra
est e ovest, gli esperti della casa torinese riponevano molta fiducia nella coesistenza pacifica e nel miglioramento delle relazioni commerciali
con l’est, confidando nelle crescenti difficoltà sovietiche, difficoltà che,
ritenevano, avrebbero reso i leader del Partito più docili e inclini al compromesso. L’Unione Sovietica, scrivevano, avrebbe avuto bisogno di almeno vent’anni di pace prima di riprendersi dai danni dello stalinismo e
per risolvere i già evidenti problemi dell’economia pianificata e le conflittuali relazioni con e tra i propri alleati. Alla fiducia per una evoluzione
positiva del conflitto est-ovest corrispondeva un crescente timore per gli
equilibri interni all’Europa occidentale. Alla Fiat si temeva che la sostituzione della strategia dei blocchi antagonisti con relazioni economiche
bilaterali avrebbe alterato l’equilibrio interno ai blocchi esacerbando la
competizione interna al Mercato Comune. «L’egoismo» delle nazioni
occidentali sarebbe senz’altro stato sfruttato dai governi del Comecon
finendo con l’indebolire le economie dei singoli stati nazionali. D’altro
lato, però, si sottolineavano gli indubbi vantaggi politici della situazione: la collaborazione economica avrebbe esposto i cittadini dell’est alla
propaganda occidentale e, diversamente da quanto le autorità sovietiche
si aspettavano, avrebbe messo in luce il ritardo sovietico nell’innalzare i
livelli di benessere e consumo della popolazione4.
4
ASF, Verbali del Consiglio di Amministrazione e relazioni di bilancio, anni 1965-
246
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Nei primi anni Sessanta, la Fiat sembrava avere una visione assai chiara
dei problemi e delle rivalità che minavano la coesione tra i paesi aderenti
al Comecon e sembrava avere maturato un’accorta strategia per imporsi
in questi mercati difficili e sempre più competitivi. In un documento
di sintesi delle posizioni Fiat nell’area dell’aprile 1966, si sottolineava la
mancanza di coordinamento e di un programma organico nella produzione automobilistica del Comecon. Il documento metteva in rilievo
l’aspra contesa che si andava delineando tra i produttori occidentali che
cercavano di posizionarsi tempestivamente nell’area «sebbene lo sforzo
richiesto fosse logorante e impari ai risultati»5. In questo senso, non solo
la Fiat doveva fronteggiare la concorrenza francese e inglese nelle aree
rimaste libere ma quest’ultima rappresentava una seria minaccia anche
per le posizioni in Jugoslavia e Polonia che la Fiat considerava ormai
acquisite. La strategia messa in atto da Fiat, assediata dai concorrenti
europei, consisteva quindi nel muoversi sui diversi fronti sfruttando la
concordia discors che governava le relazioni economiche dell’area. E, in
effetti, si trattò di una strategia vincente: nell’aprile del 1966, le trattative con Jugoslavia erano ormai concluse; nel 1962, era stato firmato un
secondo accordo per produrre in un nuovo stabilimento le vetture 600
e 1300; l’obiettivo degli jugoslavi era quello di ampliare la produzione e
la capacità produttiva per resistere alla concorrenza estera e imporsi sui
mercati Comecon con un modello prodotto su licenza ma con una fisionomia nazionale. Anche l’accordo con la Polonia per la produzione su licenza della 1500, con motore 1300-1500, in 70.000 unità programmate
per il 1970, fu concluso nel 1965 (Fabryka Samochodow Osobowych).
1972.
5
ASF, URSS, 34, Brevi note sui problemi in corso in alcuni paesi dell’area SEV e
Jugoslavia, 1966 e ASF, URSS, 34, Verbali rapporto URSS.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
247
Lenin - «la vittoria del comunismo è inevitabile»
«LA VITTORIA DEL COMUNISMO È INEVITABILE», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga [Vorobjev
1970, 99]. L’immagine riproduce la facciata dello stabilimento automobilistico
del Volga e ritrae Vladimir Ilic Lenin. Nel 1970 cadeva il centenario della nascita
di Lenin.
Eppur si muove! La Fiat e la motorizzazione sovietica
Se alla vigilia degli anni Sessanta, Polonia e Jugoslavia sembravano già
appartenere a una sorta di area di influenza privilegiata per il settore automobili della Fiat (negli stessi anni Renault consolidava la proprie posizioni in Romania), fare affari con l’Unione Sovietica rappresentava una
sfida molto più impegnativa sia dal punto di vista tecnico e finanziario
sia dal punto di vista politico.
Lo stesso atteggiamento del Partito comunista sovietico nei confronti
della motorizzazione e della produzione di beni di consumo appariva
ancora incerto [Siegelbaum 2008, 84-85; Siegelbaum 2011, 1-13]. Nel
1965, in URSS vi era ancora un’automobile ogni 238 abitanti, un tasso
di motorizzazione basso se confrontato non solo con quello americano
248
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
di un’automobile ogni 2,7 abitanti ma anche con i più discreti standard
europei [Parker 1980, 515-541]. Gli investimenti del governo sovietico
nel settore, nel secondo dopoguerra, erano stati scarsi, e la produzione
di autoveicoli era, nel 1965, di circa 617.000 unità (di cui solo 200.000
automobili). Solo la particolare attenzione di Aleksej Kossighin al settore permise di superare la più aperta ostilità del Partito alla diffusione
dell’automobile, ostilità che anche Nikita S. Chruščev aveva condiviso
[Siegelbaum 2008, 86]. La creazione di un Ministero della produzione
automobilistica nel 1965 fu il primo segno della decisione della nuova
leadership di rilanciare il settore, decisione comunque determinata più
dalla necessità di risolvere gli squilibri industriali che non dall’interesse
del partito nella motorizzazione [Graziosi 2008, 235-240].
L’avvicinamento della Fiat alla Grande Potenza fu quindi cauto e originariamente non fu orientato alla conclusione di un accordo in ambito
automobilistico. Dopo un primo viaggio di studio di Dante Giacosa
nel 1960 [Bassignana 2000, 369], la Fiat partecipò alla Missione Italconsult del 10-24 novembre 1961, finalizzata a sondare il terreno per
un’eventuale cooperazione con l’Unione Sovietica nei paesi in via di
sviluppo [Sbrana 2006, 122]6; in seguito alla Mostra delle Realizzazioni
delle Industrie Italiane, tenutasi a Mosca nel maggio 1962 e a un primo incontro tra Chruščev e Valletta, tecnici italiani e sovietici cominciarono a lavorare concretamente a un progetto di consulenza Fiat per
la modernizzazione della fabbrica di autocarri e trattori ZIL7. Almeno
fino al 1964, i tecnici Fiat, che vagliavano una serie di opzioni di intervento – dalla costruzione di magazzini alla consulenza organizzativa, a
valutazioni sull’opera prestata dalla Olivetti per i calcolatori automatici,
fino alla fornitura di motori per navi mercantili (fornite dalla Finmeccanica), petroliere e materiale ferroviario – sembravano più motivati dalla
ASF, URSS, 27, Missione Italconsult in Russia, 1962, autore: A. Peccei e ASF, URSS,
29.
6
ASF, URSS, 34, Visita alla ZIL (11 settembre 1965) e URSS, 36, Resoconto della
visita alla Fiat e dei colloqui della delegazione ZIL, 3 dicembre 1965.
7
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
249
ricerca di un accordo in sé che non mossi da progetto strategico preciso
rivolto all’automobile – diversamente da quanto era avvenuto per Polonia e Jugoslavia. Fu solo nel corso del 1965 che l’interesse dei sovietici
si spostò progressivamente verso quello che la Fiat poteva loro offrire
in ambito automobilistico, e Dante Giacosa fu invitato a Mosca per la
seconda volta8. Per quanto poco documentati, le interviste da me realizzate testimoniano forti dissensi all’interno della Fiat – in particolare della
produzione automobili – riguardo all’opportunità della scelta di Valletta, i tempi per la costruzione del VAZ erano considerati troppo ridotti,
Cantiere a Togliattigrad
«IL GELIDO FEBBRAIO DEL 1969. I LAVORI DI MONTAGGIO NEL FABBRICATO PRINCIPALE NON SI SONO FERMATI NEPPURE UN’ORA»,
incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico
del Volga [Vorobjev 1970, 69].
Avete osservato come vi sia una certa rassomiglianza tra l’ardente atmosfera delle
costruzioni, eseguite con dedizione e impegno, e le giornate al fronte? (79).
ASF, URSS, 34, Note per URSS agosto 1965 e Note sul viaggio in Russia – 8-14
Settembre 1965.
8
250
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
l’URSS era un partner commerciale difficile e soprattutto inaffidabile, e
la stessa operazione nonostante l’attesa ricaduta sui fornitori e sulle altre
produzioni Fiat appariva troppo costosa – come di fatto fu. Nonostante
i pareri negativi, Valletta decise di andare avanti.
La chiave per comprendere la determinazione del Professore – in assenza delle carte prodotte da quest’ultimo – si può forse ricavare seguendo
l’azione di quello che fu l’artefice materiale delle trattative per il VAZ:
Piero Savoretti, fondatore della Novasider. Quest’ultimo fu per Valletta
un tolkach d’eccezione: non solo possedeva le competenze per tradurre
il linguaggio Fiat in un linguaggio comprensibile ai sovietici e viceversa, e aveva le relazioni necessarie per accedere ai centri di potere sovietico ma costruì ad hoc una struttura organizzativa, la Novasider, capace
di agire efficacemente in accordo alle leggi scritte e non scritte del mercato sovietico. Savoretti procurò alla Fiat molteplici occasioni d’affari in
URSS, affiancò i dirigenti Fiat nella maggior parte dei negoziati, e con
ogni probabilità ebbe anche un ruolo, seppur minore di quello che si
autoattribuiva, nel condizionarne l’esito positivo. Le carte Fiat non dissipano né confermano le ombre relative al personaggio Savoretti, il deus
ex machina della costruzione del VAZ, per quel che riguarda i rapporti
dell’imprenditore torinese – e delle molteplici società da lui fondate,
con il Partito Comunista Italiano [Savoretti 2001, Riva 1999, Kolosov
1999]. Inoltre, la documentazione prodotta dall’imprenditore torinese
ha una chiara finalità auto promozionale e va dunque valutata con cautela. Essa però testimonia come egli non fosse solo uno scaltro affarista
o un personaggio secondario rispetto ai più nobili mediatori diplomatici, bensì un imprenditore consapevole con una visione complessa, della
quale il VAZ avrebbe dovuto rappresentare un punto di partenza.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
251
L’azione di Savoretti e la Novasider: un tolkach d’eccezione
Savoretti procedeva tramite lo studio sistematico delle possibilità che
il mercato sovietico poteva offrire alle sue rappresentate sulla base delle loro necessità e specializzazioni; diffondeva informazioni sull’industria sovietica, sugli sviluppi della scienza e della tecnica e sui piani per
l’economia tramite il servizio express informatia, una sorta di analisi di
marketing adattata all’economia pianificata. Nell’attività promozionale
della Novasider rientravano l’organizzazione di manifestazioni (simposi
bilaterali, tecnico-scientifici, seminari, scambio di delegazioni con visite
di stabilimenti in Italia e in URSS), la creazione di commissioni tecniche miste, lo scambio di delegazioni tecniche e tecnico commerciali;
la pubblicazione e la divulgazione gratuita di una serie di traduzioni di
discorsi delle autorità sovietiche sui problemi economici, di documenti
programmatici, di tabelle statistiche e grafici sul commercio estero, la
promozione di prodotti che l’Italia acquistava negli altri paesi ma avrebbe potuto acquistare in URSS e informazioni-lampo in lingua russa sui
prodotti o sulle nuove produzioni delle imprese italiane rappresentate.
Savoretti dava ai negoziati e a ogni specifico approccio un’impostazione
tecnica, riteneva, infatti, del tutto inutili gli approcci generici – e mirava a iniziative specifiche e concrete. In questo senso i referenti sovietici
della Novasider non erano solo le organizzazioni centrali o i ministeri
ma anche le organizzazione periferiche, gli impianti e le organizzazioni
locali che spesso ben più sapevano e potevano del centro. Al di là dell’attività promozionale, Savoretti intendeva: «favorire entro breve termine
la realizzazione di contatti “diretti” tra le ditte rappresentate e gli enti del
Ministero del Commercio Estero dell’URSS» in quanto continuava «lo
scopo numero uno della nostra attività, non era di agire a nome delle
ditte da noi rappresentate, ma di creare delle condizioni favorevoli, di
servire di “appoggio”, collaborare con loro e consultarci per quanto ri-
252
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
guardava i “contatti diretti con le organizzazioni sovietiche”»9. Savoretti
si muoveva nell’ottica di «recuperare, grazie a un’attività comune qualificata e specializzata, il tempo perso e il terreno rispetto alle altre nazioni
europee concorrenti (in particolare l’Inghilterra) che avevano già delle
relazioni commerciali con l’URSS»10 a tal fine formulò una vera propria
strategia alla quale faceva riferimento come strategia del «Fronte di imprese»: Savoretti ambiva a porre «le premesse per un’attività comune delle
ditte che avrebbero potuto fornire delle linee tecnologiche complete»11,
a tal fine riteneva necessario che grandi (Fiat, Pirelli, Olivetti, Chatillon,
Fincantieri) e piccole aziende (macchine utensili e macchinario tessile
poligrafico e alimentare) facessero pressione insieme affinché le autorità
italiane dimostrassero un maggiore interesse nei confronti del mercato
sovietico. Per quel che riguardava l’azione del governo italiano, verso la
quale Savoretti mostrava un profondo scetticismo frutto delle molteplici
delusioni, egli sottolineava come dovesse essere costituita dall’offerta di
supporto e di agevolazioni alle imprese oltre che, naturalmente, dalla
concessione del credito.
Le lettere di Savoretti, con una serie di caveas, aiutano a ricostruire il
clima ideale nel quale venne presa la decisione di portare a termine le
trattative lasciando emergere la tensione che in quegli anni sembrava
opporre una parte del mondo imprenditoriale italiano agli ambienti
governativi riguardo alla politica da seguire nei confronti delle relazioni economiche con l’URSS, sempre più antagonista politico e partner
commerciale allo stesso tempo.
Se si guarda all’azione di Savoretti e alle sue relazioni dai primi anni
Cinquanta in poi si comprende come il terreno per l’accordo del VAZ
fosse stato in realtà a lungo coltivato e come fossero stati coinvolti alcuni
9
ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3 p. 9.
ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3 p.
36-37.
10
11
ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
253
dei personaggi più interessanti e carismatici del capitalismo italiano, da
Aurelio Peccei a Guido Carli e Enrico Mattei. Gli esordi dell’attività
di Savoretti, che iniziò a operare in Unione Sovietica nel 1954 e aprì
il primo ufficio a Mosca nel 1956, appaiono particolarmente interessanti ai fini del presente contributo. Savoretti trattò il primo accordo
tra il governo sovietico e la Pirelli nel 1960-61, ma fin dal 1953 aveva
cercato con l’aiuto di Valletta di convincere Enrico Mattei – del quale
egli vantava d’essere caro amico dai tempi della Resistenza – dell’opportunità di acquistare grezzo sovietico in cambio di gomma sintetica
sul mercato d’oltre cortina [Bagnato 2003, 361; Pozzi 2009, 442-454].
Anche l’Olivetti fu tra i precursori delle relazioni con l’URSS: già nel
1953 Arrigo Olivetti si era recato in URSS e alcuni contratti erano stati
firmati con la OMO (pantografi, rettificatrici, linee per la produzione
di carburatori). Nel 1961 la Novasider aveva organizzato la prima mostra Olivetti «Macchine per l’automazione completa dell’elaborazione di
dati (Olivetti e Olivetti Computers Bull)» presso il museo politecnico di
Mosca all’inaugurazione della quale parteciparono il vice ministro del
commercio estero dell’URSS e il vice Presidente del Soviet dei Ministri
dell’URSS. Savoretti però ricordava le crescenti difficoltà e i timori dei
dirigenti Olivetti per le reazioni che la collaborazione industriale con
l’URSS dell’impresa di Ivrea avrebbe potuto suscitare negli Stati Uniti
dove la Olivetti aveva una serie di commesse. Solo la nomina di Aurelio
Peccei, anch’egli amico di Savoretti, ad amministratore delegato della
Olivetti nel 1964 sbloccò le relazioni tra Ivrea e Mosca. Fu sempre Peccei a promuovere l’accordo di collaborazione tecnico scientifico con il
Comitato Statale per la Scienza e la Tecnica. Peccei era giunto in Olivetti come uomo Fiat, da fortissimi legami con Valletta e con un probabile interesse nell’affare URSS-Fiat: egli era stato membro della missione
Italconsult del 1961; ma soprattutto Peccei fu colui che coinvolse il referente di Savoretti e della Fiat, Ghermen Gvishiani, personaggio chiave
dell’accordo del VAZ, presidente del Comitato per la Scienza e per la
Tecnica (GKNT) e cognato di Kossighin, nello Iiasa (International In-
254
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
stitute for Applied Systems Analysis) e nel Club di Roma [Castagnoli
2009, 32-34]. La documentazione Fiat – che ha consistenti lacune – lascia purtroppo solo intravedere la complessità delle relazioni della Fiat
con la rete di imprenditori, banchieri e politici che furono più o meno
intensamente coinvolti nelle trattative per il VAZ. In attesa di potere
incrociare queste scarse indicazioni con altre fonti, è di nuovo Savoretti
che narrando di sé definisce la mappa dei contatti e si attribuisce un
ruolo chiave nell’avvicinamento dei circoli economici italiani all’URSS.
Da diversi suoi scritti emerge la sua volontà di svolgere in URSS l’azione
di una diplomazia parallela in grado di fare il lavoro che non era opportuno svolgesse la diplomazia ufficiale ma che era fondamentale per l’esito
delle trattative commerciali e industriali con la Grande Potenza. D’altro
lato, Savoretti non nascondeva la sfiducia nei confronti dell’approccio
dei circoli politici italiani nei confronti dell’Unione Sovietica e la necessità di forzare loro un po’ la mano. A proposito della Mostra delle
Realizzazioni delle Industrie Italiane, organizzata a Mosca nel maggio
1962, scriveva:
L’organizzazione di questa mostra rappresentava in fondo la realizzazione del programma che mi ero prefissato e che consisteva nell’ottenere,
conformemente alla linea politica del governo sovietico che propendeva
per la distensione, un accordo di massima con gli operatori economici
nonché spingere i circoli ufficiali italiani a rinunciare al loro anticomunismo e alla loro prevenzione nei confronti dell’URSS, e riconoscere, anche se con un certo ritardo ciò che un piccolo numero di persone aveva
raggiunto durante la sua decennale attività12.
E ancora sempre nello stesso ciclostile:
la causa alla quale avevo dedicato tutti i miei pensieri mi mobilitava spiritualmente proprio perché al di sopra degli aspetti contingenti puramente commerciali essa poteva diventare un’impresa di grande importanza
“politica”. Pur non svolgendo alcuna attività politica nel vero senso della
parola io ero pervaso dall’imperativo di rendermi utile al mio paese e
12
ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
255
all’Unione Sovietica, in armonia con quelle convinzioni che erano maturate in me ancora prima che io divenissi attivo partecipe del movimento di Resistenza contro il fascismo italiano [...] eppure l’apertura di migliori rapporti diretti tra i circoli tecnico economici e commerciali dei
due paesi avrebbero potuto distendere l’atmosfera. Perciò io pensavo che
qualsivoglia passo compiuto nel senso di una migliore reciproca presa
di coscienza sarebbe stato positivo sia per l’una che per l’altra parte. Era
altresì evidente il ruolo politico che avrebbe potuto giocare lo sviluppo
di rapporti commerciali per mezzo dei quali potessero essere create le
premesse per allontanare i fantasmi della guerra fredda e della guerra
calda e poste le basi per la coesistenza pacifica tra sistemi sociali diversi13.
Se Savoretti con la propria azione intendesse giovare di più alle imprese
rappresentate o all’URSS non è chiaro – il documento citato è rivolto
a un pubblico sovietico e si conclude con una serie di elogi alla nuova
società sovietica. Anche l’amicizia – reale o millantata – che lo legava a
Germen Gvishiani meriterebbe un ulteriore approfondimento. Savoretti
presentava il genero di Kossighin come un alleato fondamentale della
Fiat. Sarebbe stato lo stesso Gvshiani – secondo il torinese – a convincere
il suocero ad anticipare gli investimenti destinati alla produzione automobilistica sovietica e ad aiutare la Fiat a prevalere sulla Renault durante
le trattative per il VAZ. Da Gvishiani sarebbero arrivate importanti informazioni su come gestire i negoziati e sulla reale portata delle offerte
della concorrenza oltre a un supporto diretto alla Fiat. Non è chiaro però
se Gvishiani fosse davvero così fedele alla Fiat o se fosse Savoretti a usare
l’amicizia del genero di Kossighin per darsi credito alla Fiat: certo è che
Savoretti lo avvicinava a margine dei congressi e simposi internazionali
ai quali il funzionario sovietico veniva invitato per discutere liberamente
dell’Unione Sovietica e di potenziali occasioni d’affari per la Fiat e che
poi l’italiano riferiva puntualmente alla Fiat14. La funzione politica dei
rapporti economici con l’Unione Sovietica era ribadita da Savoretti an13
ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit. 6.
ASF, URSS, Lettera di Piero Savoretti a Giovanni Agnelli, Relazione della mia permanenza a Parigi assieme al signor Gvishiani del 27 novembre 1967.
14
256
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
che riguardo agli equilibri interni alla Grande Potenza. La Fiat facendo
affari con l’URSS avrebbe contribuito a sostenere il processo di riforme e
a rafforzare le fazioni del Partito meno retrive e più vicine all’occidente:
Le conversazioni delle prolungate giornate di Vienna mi hanno consentito di confermare la mia impressione che tutto questo risponde a
un compito che il signor Gvishiani si è prefisso e intende svolgere con
maggiore intensità, nel senso di utilizzare i suoi contatti formalmente “apolitici” per le relazioni tecnico scientifiche, al fine di creare degli
stretti legami tra il gruppo “liberale” del suo governo, espressione dei
settori più vivi e pertanto più reali del mondo sovietico con il mondo scientifico industriale occidentale. Egli cerca così di fare conoscere
ai circoli dirigenti, economici e culturali dell’ovest l’espressione di una
mentalità di una nuova élite dirigente sovietica che se pure oggi non ha
il potere politico, tende a poco a poco ad assumerlo nella sostanza […].
Il presidente Kossighin, che tutta l’opinione pubblica stima e appoggia,
per rafforzare e tutelare la sua linea e la sua importantissima funzione
equilibratrice, si avvale della direzione economica del paese in cui si
concentra sempre più, e che da oltre 10 anni praticamente governa fin
da quando era presidente del Gosplan e quale primo vice di Krusciov
che gli lasciava una grande autonomia. Evidentemente egli opera realisticamente mirando nelle sue direttive economiche alla “politica dei
fatti” con la coscienza che solo così può affermarne il peso politico sugli
altri attuali elevati membri del gruppo di potere, e più ancora sul loro
immediato seguito che si sta sempre più deteriorando nel conformismo
e nello inevitabile processo di selezione negativa dei quadri, insiti nel sistema stesso. E anche nello specifico indirizzo delle collaborazioni industriali dell’occidente di tipo nuovo e complesso, il presidente Kossighin
tende ad incidere profondamente con concretezza e visione sia sul piano
interno che sul piano internazionale dei rapporti bilaterali e multilaterali
con un’azione che è di fatto politicamente poco appariscente ma estremamente effettiva. Il signor Gvishiani, secondo me, affianca appunto
l’opera del suocero stringendo legami esterni in occidente che anche
senza ufficialità politica sono viepiù sostanziosi e validi per cattivarsi la
comprensione e la simpatia e, diciamo pure, l’appoggio degli ambienti
“liberali” occidentali di settori influenti nei rispettivi Paesi […]. Sotto
questa luce l’operazione in URSS potrà emergere sempre più nel suo
valore politico positivo. E nello stesso concetto ritengo che i campi della
collaborazione della Fiat debbano essere estesi a “quanto ancora si può
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
257
fare”. Sul valore e sull’attività politica della collaborazione con l’industria
italiana ho discusso a lungo nei giorni scorsi a Mosca con l’ambasciatore
Sensi che condivide appieno il concetto che la politica dei fatti e delle
realizzazioni è l’unica che può contare come fattore di pressione, e d’altra parte è l’unica che può essere attuata realisticamente15.
Nella seconda metà degli anni Settanta, in seguito alla riorganizzazione
del gruppo Fiat, il ruolo di Savoretti divenne sempre meno importante
fino alla rottura definitiva nel 1983. Essa fu formalmente causata dalla
mancanza di un accordo sui compensi della Novasider e dall’insoddisfazione per alcune trattative andate male, ma probabilmente si trattò di un
pretesto che concludeva una relazione che si trascinava già da tempo.
Dopo la morte di Valletta, Savoretti si trovò di fronte una presidenza e
un management Fiat sempre più freddi e recalcitranti a perseguire gli
obiettivi che avevano portato il Professore a volere l’accordo per la costruzione dello stabilimento di Togliattigrad e sempre meno bisognosi
dei suoi servigi. Alla luce anche di quanto avvenne negli anni Settanta
e del progressivo abbandono da parte della Fiat Auto del mercato sovietico, l’Accordo del 1966 non sembra dunque trovare nella strategia di
internazionalizzazione Fiat la sua unica ragion d’essere. Al contrario, la
costruzione del VAZ appare il risultato di una convergenza di interessi di
diversi attori economici e politici. Nei primi anni Sessanta, Valletta, coadiuvato da Savoretti, si muoveva all’interno di un progetto più ampio,
politicamente concertato, rispondente in parte alle esigenze commerciali delle imprese italiane, in parte alle necessità energetiche del Paese,
in parte forse a quella «fiducia nel riscatto civile e nelle potenzialità
di crescita dell’Italia» [Amatori 2011, 726] che contraddistinse l’attività
imprenditoriale del Professore e di altri illustri capitani di industria che
si ritrovano, non a caso, nel carnet di Piero Savoretti e che furono tra i
protagonisti delle relazioni economiche italo sovietiche nei primi anni
ASF, URSS, Nota “estremamente riservata” destinata alla presidenza e all direzione
generale Fiat del 18 dicembre 1968; relazione sugli incontri di Vienna e Mosca dal 25
novembre al 15 dicembre del 1968.
15
258
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Sessanta [Bagnato 2003]. Durante le complesse trattative dell’aprilemaggio 1966, Valletta ricordava infatti al ministro sovietico Tarassov:
non si tratta soltanto di un accordo tra le due parti ma piuttosto di un
avvicinamento tra l’URSS e l’Italia. Proprio per questo vale di più un suo
(di Valletta nda) intervento personale presso il governo italiano per cercare di concludere con l’URSS trattative per grosse forniture in Italia. Una
di queste grosse forniture è appunto in via di definizione con Fanfani
e altri membri del governo: si tratterebbe di stipulare un contratto con
l’URSS per far affluire il suo gas in Italia. Questo a suo parere vale molto
di più degli acquisti di macchinario proposti16.
Le macchine utensili americane: un americanizzazione di seconda mano?
Nelle carte della Fiat, le sorti della Guerra Fredda procedevano dunque
su canali paralleli: quello delle relazioni politiche e diplomatiche che alternava momenti di riavvicinamento a momenti di scontro e quello delle relazioni economiche che procedeva lentamente ma inesorabilmente
verso un miglioramento. In questa prospettiva anche l’accordo per la
costruzione dello stabilimento automobilistico del Volga era presentato come un passo avanti e descritto come un ponte tra est e ovest che
avrebbe spianato la strada ad altre collaborazioni e spazzato via i pochi
ostacoli che ancora impedivano l’intensificazione delle relazioni economiche tra USA e URSS. La scelta di Valletta veniva presentata come una
mossa politica e ancor più paradossalmente come una mossa favorevole
all’amministrazione americana con la quale la Fiat di Valletta intratteneva da tempo cordiali rapporti. In realtà, dalle relazioni di bilancio si
evince anche il timore della concorrenza americana da parte della Fiat
e l’esigenza della società torinese di affermare e consolidare le proprie
16
ASF, URSS, 38, Resoconto stenografico accordo Valletta Tarasov del 3 maggio
1966.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
259
posizioni all’est prima che Ford e General Motors e altre imprese americane attive in settori contigui a quello automobilistico (in particolare
macchine utensili) riuscissero a superare quelli che la Fiat vedeva come
ormai deboli ostacoli politici.
La posizione di Washington riguardo all’accordo per la costruzione del
VAZ non è stata adeguatamente studiata ma la complessa relazione tra la
Fiat e l’industria e gli ambienti politici americani può essere una chiave
di lettura interessante per meglio comprendere la posta in gioco della
costruzione del VAZ e la molteplicità degli attori coinvolti. Lo stretto
legame della Fiat con l’Amministrazione americana fu un elemento determinante nel permettere la partnership tra la Fiat e il governo sovietico.
In particolare la recente letteratura sulle relazioni commerciali nella
Guerra Fredda e sulla crescente insofferenza delle imprese americane nei
confronti di quella parte dell’amministrazione e dell’opinione pubblica
ancora restia ad autorizzare l’esportazione di macchinario specializzato
in Unione Sovietica, permette di guardare alla costruzione dello stabilimento del Volga sotto una luce diversa e di interrogarsi sulle conseguenze che l’accordo per il VAZ e ancor più il dibattito da esso generato nei
circoli politici e economici e sui media americani ebbe sulle aperture
dell’Amministrazione statunitense nei confronti del commercio estovest nei primi anni Settanta [Adler-Karlsson 1968; McGlade 2005, 4761; Teichova et al. 2009].
Se la Fiat monitorava le reazioni di Washington con continui viaggi a
Washington di Valletta e Agnelli, i sovietici fin dall’inizio del negoziato
con la Fiat non fecero mistero del loro interesse per le macchine americane [Siegelbaum 2008, 89; Bairati 1983, 296. 330]17. Dal materiale
ASF, URSS, 46, Nella lettera del 26 luglio 1967 alla Direzione Generale dell’IMI
per richiedere finanziamento di 38 milioni di dollari all’Import-Export Bank la Fiat
riassume tutti gli interventi fatti presso il governo americano, che era stato tempestivamente informato delle intenzioni di Valletta; il governo americano avrebbe acconsentito a concedere le licenze per l’esportazione per le macchine utensili richieste con
l’intendimento di concorrere per questa via a favorire un sempre maggior orientamento
dell’industria sovietiva verso la produzione di beni di consumo, di questa intenzione la
17
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Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Fiat emerge un forte interesse dei referenti sovietici per la ripresa degli
scambi con gli USA e si ha in alcuni passaggi l’impressione che essi
chiedessero alla Fiat rassicurazioni sul fatto che fare affari con la Fiat
avrebbe contribuito a semplificare le relazioni commerciali e tecnologiche con l’America. Il progetto tecnico consegnato alle autorità sovietiche nel gennaio del 1966 prevedeva infatti un grado particolarmente alto di meccanizzazione che avrebbe dovuto essere garantito anche
da macchine statunitensi18. I colloqui tra Valletta e il ministro sovietico
Aleksej M. Tarasov a Torino nell’aprile del 1966 furono infatti aperti
dal presidente Fiat che assicurava all’alto funzionario di avere avuto garanzie circa l’autorizzazione all’esportazione del macchinario americano
dal Segretario di Stato Dean Rusk e dal ministro del commercio estero
americano John T. Connor e di essere sul punto di recarsi personalmente
di nuovo in America al fine di preparare possibilità finanziarie di credito
interbancario anche per gli Stati Uniti19.
D’altra parte la possibilità di esportare macchinario verso l’URSS rappresentava un’interessante opportunità anche per l’industria americana
e se l’accordo creò qualche preoccupazione nel mondo politico americano, esso suscitò più di una speranza tra gli industriali20. Gli umori
d’oltreoceano sono ben sintentizzati da un articolo pubblicato su Forbes, il 1 ottobre 1966, e intitolato To Russia without Love che definisce
senza mezzi termini la Fiat come un «middleman for the US machine
industry» sostenendo, peraltro erroneamente, che tre quarti del macchi-
Fiat avrebbe avuto conferma in una lettera del 28 settembre 1965 indirizzata dal console generale americano a Torino a Valletta.
ASF, URSS, 46, lettera per DG dell’IMI di richiesta di finanziamento per Eximbank.
18
19
ASF, URSS, 38, Verbali incontro Valletta Tarasov del 20 aprile 1966.
The Fiat Soviet Auto Plant and Communist Economic Reforms, A report pursuant to House Resolution 1043, 89th Congress, 2nd Session for the Subcommittee
for International Trade, Washington, marzo 1967 e ASF, URSS, 34, Nota, Torino, 23
aprile 1966.
20
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La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
261
nario installato dalla Fiat sarebbe stato di origine americana, acquistato
o direttamente in USA o indirettamente dalla sussidiarie delle imprese
americane in Europa.
The psychological and economic impact of the US Governemnt’s decision to permit the export of machine tools to Russia is also hard to be
overestimated, for it could set a precedent that would throw wide open
the gates to East-West trade. If U.S. tools manufacturers can export to
Russia through Fiat, why couldn’t General Electrics do the same with its
computer techology, using Olivetti as its middleman? […]21.
Analoghe preoccupazioni emergono dalle oltre cento pagine della Report del Subcommittee on International Trade che, nel 1966, fu incaricato di valutare le conseguenze dell’accordo tra la Fiat e l’URSS. Dopo
avere messo in risalto che la Fiat aveva chiesto di acquistare macchine
specializzate e progettate per la produzione della 124 – non facilmente
adattabili a altre produzione – e, in secondo luogo, che la casa torinese
non avrebbe potuto esportare in Unione Sovietica macchinario considerato strategico per i controlli del CoCom (Coordinating Committee),
nell’esprimere un parere in linea di massima positivo sull’Accordo, i relatori avevano soprattutto sottolineato che la Fiat, se non avesse potuto
comprare negli Stati Uniti, avrebbe comprato altrove, o dalle produttrici
di macchinario europee o dalle concessionarie delle imprese americane
in Europa. L’amministrazione americana veniva quindi non solo informata tempestivamente di ogni piccolo passo avanti nelle trattative ma vi
vedeva anche un’importante occasione d’affari per le imprese americane.
In un promemoria della delegazione italiana alla NATO destinato alla
delegazione americana a Brussels del 31 maggio 1966 si legge:
When the negotiations between Fiat and the USSR were still in the
initial stage, Mr Valletta made them know to some U.S. Government
officials- particularly to Secretary of State Rusk- and these officials in-
To Russia without Love. Not many people want to talk about it but the fact is that
US industry has a major role in the Soviet Union’s plans for a vast new automobile
industry, Forbes, 1 ottobre 1966.
21
262
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
formed him that they fully assented to the operation, confirming also
that there is no objection in principle in purchasing in the USA part of
the machinery to be installed in the new plant22.
Non sorprende che al fine di acquistare macchinario americano per il
VAZ, la Fiat chiedesse al Governo Americano l’autorizzazione affinchè
l’Export-Import Bank potesse rendere disponibile una linea di credito all’IMI e indirettamente all’URSS. La cifra della fornitura globale di
macchinario USA fu stabilita in 50 milioni di dollari, in seguito ridotta
a 18 milioni23. La Fiat non riuscì a ottenere i prestiti dalla Export Import
Bank per i sovietici bloccati in extremis dal veto del Senato americano (Mundt amendment), e in particolare dei Repubblicani, nonostante
l’approvazione del Presidente Johnson. Tuttavia, una parte significativa del macchinario per il VAZ fu acquistato o direttamente negli Stati
Uniti o dalle loro filiali o concessionarie europee [Siegelbaum 2008, 92;
Sbrana 2006, 216.]. Per aggirare i controlli americani, il macchinario
americano fu acquistato dalla Fiat e rifatturato al governo sovietico. Il
problema si risolvette ammettendo una percentuale del 10% nel quadro
del finanziamento del governo italiano per merci di provenienza estera.
È però interessante comprendere come avvenne il dibattito che precedette il veto del Senato e quali fossero le argomentazioni sostenute:
This contract will reportedly extend over a three year period. Who can
say what the conditions of American business will be in two or three
years? By then our producer-goods industries might be crying for large export orders with which to sustain their production capacity and
their labour forces. We should take no action now which would put
these orders beyond the reach of the United States firms. We should be
more precise in discussing this loan so that we can see what is involved
and who stands to gain or lose. First the borrower: It is not the Soviet
Government nor any Russian agency. It is the Italian Credit Institute National Archives and Records Administration (NARA)NARA, IT 7-12 Vehicles
and Equipment FIAT/USSR deal Italy, 1965-66, 1967; Lettera del 31 maggio 1966.
22
23
ASF, URSS, 46, Lettera del 26 luglio 1967 alla Direzione Generale dell’IMI per
richiedere finanziamento di 38 milioni di dollari all’Import-Export Bank.
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
263
Cantiere a Togliattigrad
«ECCO COME SARÀ LA NUOVA VETTURA», incisione di Igor Dubrovin,
tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga [Vorobjev 1970, 96].
Ogni stabilimento rappresenta
un’epoca.Quando Henry Ford
affermava con orgoglio che una
libbra di una sua vettura costava
meno di una bistecca, la giovane
Russia Sovietica faceva i primi
passi nell’industria automobilistica [...]. Metà dei proprietari
di vetture americane abitava in
tuguri, senza ombra di speranza
per l’indomani, perfino senza la
certezza del pasto giornaliero. Il
regime sovietico voleva dare per
prima cosa agli uomini, lavoro,
abitazione, luce e pane, e perciò
cominciò a costruire autocarri.
Ora siamo cambiati [...] Una comoda autovettura comincia a occupare un posto sicuro nella vita
di milioni di sovietici, insieme al
telefono, e al televisore, al frigorifero e alla lavatrice (5).
IMI. IMI is a sound financial institution [...] IMI will be financing an
auto plant sale by Fiat, one of the world’s industrial powers. This sale
is the largest in history. The fact that Fiat could conceive and arrange
this transaction is, in itself, evidence of the business drive and initiative
of this firm [...] IMI and Fiat have high credit standings. If the Export
Import Bank does not extend credits, the money will be obtained elsewhere. The Soviet Union will have its autoplant on schedule. The real
loser will have been the United States. It will not only have lost a valuable
export opportunity, bur more importantly it will have been hurt in its
relations with our good friend and NATO ally, Italy24.
NARA, IT 7-12 Vehicles and Equipment FIAT/USSR deal Italy, 1965-66, 1967;
(draft, 10/20/66).
24
264
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
Nonostante l’esistenza di un forte Partito Comunista l’Italia era dunque
considerata sia un alleato fedele, consapevole dei rischi per l’alleanza che
il trasferimento di tecnologia strategica, sia un importante mercato per i
prodotti statunitensi e per questo motivo veniva considerato importante
«to play fair» con gli italiani, nonostante vi fossero forti pressioni da
parte di imprenditori e mediatori – e forse da parte degli stessi sovietici
– affinchè le imprese americane potessero negoziare autonomamente la
vendita e la consegna dei loro beni con l’Unione Sovietica25. Nel 1967
i tempi per un affare diretto tra USA e URSS non erano ancora maturi
ma solo pochi anni dopo le società del gruppo Fiat avrebbero dovuto
affrontare sul mercato sovietico la temibile e temuta concorrenza diretta
dei produttori americani.
Conclusioni
Nelle pagine precedenti si è cercato di rendere l’estrema complessità dell’«affare del secolo», la discutibilità di una simile definizione e la
molteplicità degli attori in gioco. Per quanto la ricerca sia a uno stadio
ancora troppo iniziale per dare adito a vere e proprie conclusioni, mi
sembra che rispetto alla letteratura esistente la consultazione del fondo
URSS possa contribuire a chiarire due aspetti: nonostante l’indubbia rilevanza dell’investimento Fiat, l’importanza del settore automobilistico
nelle relazioni economiche italo sovietiche va ridimensionata. Non solo
la Fiat non fu affatto l’unica tra le grandi imprese italiane interessate
a quanto avveniva oltre cortina ma l’impresa torinese nel decidere di
avventurarsi in Unione Sovietica ebbe presente più le possibili ricadute
sull’economia italiana – e sulle proprie produzioni ausiliarie – che non
NARA IT 7-12 Vehicles and Equipment; Fiat/USSR deal, Italy- 1967- 22/7/1967,
lettera al presidente Johnson e al Dipartimento di Stato di William Atwood, un consuente americano residente in Germania che sosteneva di avere avuto queste indicazioni da Ghermen Gvishiani.
25
Valentina Fava
La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto
265
la costruzione dell’impianto in sé; in una prospettiva allargata, la costruzione del VAZ appare come uno dei molteplici affari del secolo stipulati
nei primi anni Sessanta tra imprese italiane e enti sovietici. Esso appare
più come la punta di un iceberg di una serie di negoziati e accordi che
lo anticiparono e lo seguirono e riguardarono prevalentemente altri settori industriali probabilmente più importanti nelle priorità del Paese ma
meno interessanti a fini mediatici e di sdoganamento politico, se così si
può chiamare il riavvicinamento dei due blocchi in ambito economico
commerciale e il tentativo di rendere questo riavvicinamento accettabile
dal punto di vista politico.
Alla fine degli anni Sessanta, l’Unione Sovietica e i paesi aderenti al Comecon rappresentavano un’importante potenziale mercato per le imprese
automobilistiche europee e mondiali e per i loro fornitori ma si trattava
di un mercato ancora accessibile. L’accesso e il posizionamento su quel
mercato – ancora per molti versi vergine – dipendeva dalla strategia delle
imprese, dalla prontezza a cogliere le occasioni e dalla capacità di comprendere quali fossero le regole del gioco e, ovviamente, dal sostegno
che esse avrebbero trovato nei rispettivi governi; come Valletta aveva ben
compreso, ancora alla fine degli anni Sessanta, fattori di natura politica
escludevano i più pericolosi concorrenti della Fiat e della Renault dalla
competizione per il controllo o il posizionamento nell’area Comecon.
Si trattava dunque di una situazione particolarmente propizia che non
sarebbe durata a lungo. Sarebbe interessante capire- con il rischio di passare dalla storia alla narrativa- se per coglierla il vecchio professore avesse
stipulato un nuovo “gentlemen’s agreement” con le imprese americane
e avesse giocato la sua ultima carta offrendo un pretesto per smuovere
l’opinione pubblica e la politica americana in cambio della posizione di
first comer, posizione che purtroppo nei turbolenti anni Settanta i suoi
successori alla dirigenza Fiat non seppero e non vollero difendere.
266
Storicamente 2013
Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica
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fonti e
documenti
Cantacronache 1958-1962
Politica e protesta in musica
Chiara Ferrari
Univ. Bologna,
Dipartimento di Storia Culture Civiltà
At the end of the 50s the italian band from Turin, named Cantacronache, created social and
political songs, so contributing to the birth of a new musical genre in Italy. The founders Michele Luciano Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Fausto Amodei, Margherita Galante
Garrone, were joined from the collaboration of writers and poets like Mario Pogliotti, Franco
Fortini, Italo Calvino, Umberto Eco, Gianni Rodari. The name of the group reveals its vocation: telling reality, writing songs about news facts in order to give them back to collective
memory. Among the covered themes: italian news, Resistence, the research of social and
political songs of the past or the recovery of the popular music heritage.
Cantacronache: sintesi del percorso artistico e breve ritratto
dei protagonisti
Cantare fatti di cronaca era l’intenzione che mosse un gruppo di musicisti, poeti letterati della Torino di fine anni Cinquanta, attivo dal 1958 al
1962. Michele Luciano Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Fausto Amodei, Margherita Galante Garrone (Margot) tra i protagonisti,
a cui si aggiunsero, con le loro collaborazioni, scrittori e poeti come
Mario Pogliotti, Franco Fortini, Italo Calvino, Umberto Eco e Gianni
Rodari. Giovani che raccontavano il Paese da una prospettiva critica e
272
Storicamente 2013
Fonti e documenti
anticonformista, denunciando, protestando e riconsegnando alla memoria collettiva fatti e momenti di storia sociale e politica. Disegnavano
un’immagine alternativa a quella di un’Italia smagliante e spensierata
proposta, per esempio, dalla canzone leggera in voga in quegli anni di
pieno “miracolo economico”. È nel recente documentario Cantacronache
1958-1962: politica e protesta in musica [= Bentini et al. 2011] che emerge il racconto inedito del contesto culturale, politico e sociale dell’Italia
di fine anni Cinquanta, ricostruito attraverso le canzoni e le biografie
degli autori torinesi.
Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica
Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica (Digital, 49 min. 17 sec.,
marzo 2011). Autori: Michele Bentini, Sandra Cassanelli, Liviana Davì, Elisa Dondi, Rossella Fabbri, Chiara Ferrari, Sara Macori, Alice Tonini. Realizzato
nell’ambito del Master in Comunicazione Storica dell’Università di Bologna, in
collaborazione con l’Istituto Storico Parri Emilia Romagna, è stato proiettato per
la prima volta a Ravenna (Urban Center, 23 marzo-3 aprile 2011) nell’ambito della
mostra Comunicare la nazione, promossa da Università di Bologna, Master in Comunicazione Storica, con il sostegno di Fondazione Flaminia di Ravenna. Il trailer
(www.youtube.com/watch?v=x3MYRYpyZB4) è stato proiettato al Convegno
Internazionale La comunicazione costruisce la nazione, Università di Bologna e del
Canada (24-26 marzo 2011). Sempre nel 2011 il documentario è stato presentato
al Festival della Storia (Università Statale di Milano); alla Cineteca di Bologna
(Rassegna I mercoledì del documentario. Documentare la Storia. Viaggio in Italia); alla
Casa del Popolo di Ponticelli (Bologna) nel corso del Festival di Canto Sociale Corazone; all’Urban Center di Bologna nell’ambito della mostra Comunicare la Nazione (Università di Bologna); nella sala consiliare di Portomaggiore (Ferrara) con
il sostegno dell’Anpi; al centro culturale Vag61 (Bologna); al Circolo Pavese di via
del Pratello a Bologna. Il 23 febbraio e il 22 marzo 2012 è stato presentato a Torino, Museo Diffuso della Resistenza (con la partecipazione di Emilio Jona, Fausto
Amodei, Carlo Pestelli). Il 20 aprile a Piacenza nella Rassegna Musica al Lavoro,
promossa da ARCI e CGIL (Tavola Rotonda Cantacronache, canzoni per la Storia
con Mirco Carrattieri, Presidente Istoreco, Luisa Cigognetti, Emilio Jona, Fausto
Amodei. A seguire concerto di Fausto Amodei) [Cfr. Paraboschi E., Canti politici
di un’Italia sbadata, «Libertà», 22 aprile 2012]. Il documentario, inoltre, è stato
presentato il 25 ottobre a Bologna (Biblioteca delle Lame) nell’ambito del festival
R-esistenze, con la partecipazione di Emilio Jona, Giovanni Straniero e Cesare
Bermani. Nel marzo 2013, la proiezione si è svolta a Genova, Circolo Zenzero, alla
presenza di Haidi Gaggio Giuliani e il 10 maggio a Pisa, presso il Circolo Agorà,
nell’ambito del Festival A piena Voce.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
273
I Cantacronache erano fatti così: braccia e menti. Fra le menti c’erano Emilio Jona [...], Michele, che era anche un
braccio, Amodei, una mente e anche un
braccio, Margot, la moglie di Liberovici
una mente e un braccio [...]. Liberovici
mi aveva colpito subito perché scriveva
già musica per orchestra1.
A Sergio Liberovici, infatti, si deve
l’ideazione del progetto, e poco dopo lo
seguirono Michele Luciano Straniero
(che come Liberovici collaborava alla
redazione torinese de «L’Unità»)2, Fausto Amodei, Emilio Jona, i principali
fondatori del gruppo. Sono intellettuali, persone di cultura3, studiosi oltre che Copertina della rivista «Cantacronache».
artisti. Tutti praticavano altre professioni (Fausto Amodei architetto, Emilio Jona avvocato, Michele L. Straniero giornalista), mentre Sergio Liberovici era musicista colto e raffinato,
inserito nel mondo della musica professionale4.
L’ispirazione a creare il Cantacronache venne a Liberovici dopo un
viaggio nella Germania dell’Est. Qui entrò in contatto col Berliner En-
Marini G., intervista rilasciata a Bologna, Libreria Feltrinelli, 28 maggio 2010, in
Bentini et al. 2011.
1
«Già ai tempi del liceo classico – ricorda il nipote Giovanni Straniero – faceva del
giornalismo con Vattimo, Einaudi, Eco. Era un funambolo della parola». Straniero G.,
intervista rilasciata a Bologna, Istituto Parri, 27 novembre 2010, in Bentini et al. 2011.
2
«Noi eravamo degli intellettuali di sinistra genericamente, cattolici o comunisti o
socialisti, ma di un’area di un cattolicesimo progressista». Jona E., intervista rilasciata a
Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
3
«Liberovici era allievo di Mila, faceva la critica musicale su «L’Unità»; scriveva musica colta: aveva musicato dei Balletti, aveva già lavorato con Calvino, sul testo La Panchina, di qualche anno appena precedente l’inizio dell’esperienza con Cantacronache».
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
4
274
Storicamente 2013
Fonti e documenti
semble di Brecht che gli offrì lo spunto di provare a scrivere canzoni «di
valore critico-contingente», canzoni cioè che facessero da specchio alla
realtà presente e che avessero una funzione di critica al sistema politico
sociale e culturale, che fossero, insomma, «un vero e proprio strumento
di denuncia sociale» [Peroni 2005, 44].
Michele L. Straniero sposò da subito la causa dell’impegno: «Delle canzonette leggere in sé e per sé non ce ne importava molto: il nostro interesse non era mercantile, ma precisamente sociologico e ideologico, e
decisamente contenutistico» [Straniero, Barletta 2003, 17].
Poi, in breve tempo, dai fondatori il gruppo si allargò avvalendosi di
interpreti come Piero Buttarelli, Margherita Galante Garrone (Margot),
Silverio Pisu, Mario Pogliotti, Edmonda Aldini, Glauco Mauri, Franca
di Rienzo e della collaborazione di poeti e intellettuali come Italo Calvino, Franco Fortini, Umberto Eco, Gianni Rodari, Giorgio De Maria.
Un coinvolgimento che mostra quanto fosse importante per il collettivo
«il richiamo alla collaborazione tra mondo della cultura e mondo della
canzone che in quegli anni unisce in Francia personaggi come Sartre
e Prévert alla generazione degli chansonniers» [Pivato 2005,
207].
«Straniero e Liberovici», infatti,
dice Amodei, in quel momento
«pensarono che valesse la pena
creare un repertorio italiano
che potesse stare alla pari con
il repertorio degli chansonniers
francesi, di un Brassens, Ferré, o col repertorio tedesco di
Weill, Eisler, Brecht»5. Questi,
Copertina del disco Cantacronache 1.
5
Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et al.
2011.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
275
dunque, i modelli cui il gruppo si ispirava: «il song tedesco
da cabaret entre-deux-guerres e
la canzone poetica impegnata
francese» [Rolf-Ulrich 1971,
276].
Dal principio, dall’autunno del
1957 ai primi mesi dell’anno
successivo, il nuovo “collettivo”
si esibiva nei salotti buoni della
borghesia torinese, da quello di
Giulio Einaudi a quelli di Car- Copertina del disco Cantacronache 4.
lo Galante Garrone, di Luciano
Foà, Elsa de’ Giorgi.
Successivamente fu sempre Liberovici a trovare, dopo i tentativi andati
a vuoto con i grandi nomi dell’editoria, un editore musicale, Italia Canta, che si occupava di organizzare concerti prevalentemente ai festival
dell’Unità. Italia Canta, molto vicina al Partito Comunista, cominciò a
promuovere le loro esibizioni in determinati contesti: convegni, manifestazioni di partito, circoli. Ambiti in cui le canzoni dei Cantacronache
trovarono da subito interesse.
Un pubblico di intellettuali, ma anche un pubblico popolare: «All’inizio
– chiarisce Amodei – le esibizioni le facevamo nei salotti bene di sinistra
di Torino, ci avevano mandato addirittura a Roma per uno spettacolo.
Poi prendemmo l’indirizzo di andare a cantare ai festival dell’Unità o
nelle case del popolo»6. «Mi ricordo – dice Jona – al Parco Lambro di
Milano, di aver conosciuto Togliatti nel ’59 o ’60. Prima che lui parlasse
noi cantavamo le nostre canzoni»7.
Il 1° maggio 1958 avvenne la prima esibizione pubblica, come parte-
6
Amodei F., intervista rilasciata Reggio Emilia, 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011.
7
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
276
Storicamente 2013
Fonti e documenti
cipazione al corteo della CGIL a Torino. Le canzoni di Cantacronache
Dove vola l’avvoltoio?, La gelida manina e Viva la pace vennero suonate
dagli altoparlanti di un grammofono collocato sul camion dei sindacati che sfilava durante la manifestazione organizzata in occasione della
chiusura della campagna elettorale, mentre il testo venne distribuito ai
manifestanti.
Il 3 maggio 1958 si tenne un concerto all’Unione culturale di Torino.
La serata si intitolava 13 canzoni 13 e venne articolata in canzoni suonate
da Liberovici al piano, Amodei alla chitarra, mentre le voci erano quelle
di Straniero, Liberovici e Amodei. Ogni canzone era accompagnata da
un disegno, realistico-espressionistico, in bianco e nero, visibilmente influenzato dallo stile popolaresco del Tallér de Gràfica Popular de Mexico,
composto dai pittori e grafici collaboratori del gruppo, Lucio Cabutti,
Giorgio Colombo e Lionello Gennero. L’idea era di creare una forma di
arte totale in cui la musica si compenetrasse alle immagini in maniera
originale e creasse una forte suggestione durante le esibizioni.
Nell’estate 1958 uscì il primo disco, Cantacronache sperimentale, con
quattro canzoni insieme alla rivista «Cantacronache», contenente i testi delle canzoni, saggi e articoli. Seguirono concerti e conferenze in
teatri, cinematografi, circoli culturali, sezioni di partito, sedi sindacali,
accompagnati dalla diffusione della rivista «Cantacronache».
Tra il ’58 e il ’62 furono prodotti otto dischi Cantacronache, tre Cantafavole destinate ai bambini, su testi di Calvino, Fortini, Rodari, Jona; due
Manifesti di poesia, con le voci di Vladimir Majakovskij e Nazim Hikmet; due di Cronaca: Firenze 1944 e No al fascismo; tre dischi di Canti di
protesta del popolo italiano, un disco di canzoni ungheresi dell’Ottocento
ispirate a Garibaldi (Viva Garibaldi), una serie sui canti della rivoluzione
messicana e sui movimenti di liberazione a Cuba, in Angola e in Algeria, sulla guerra di Spagna e sulla resistenza al franchismo, ma anche sulla resistenza congolese e su quella europea. Perfino un disco sulla storia
dell’URSS attraverso le canzoni [Deregibus 2010, 88].
Tra gli ultimi concerti ne fu organizzato uno da «Paese Sera» a Roma,
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
277
al Teatro dei Satiri di Trastevere, dove il collettivo al completo eseguì il
repertorio delle 13 canzoni. Il quell’occasione in prima fila vi era «il fior
fiore dell’intellighentsjia romana di sinistra, con la centro Alberto Moravia, Pierpaolo Pasolini, Laura Betti, Enzo Siciliano» [Jona e Straniero
1995, 74].
1958-1962: piccola storia della canzone italiana.
Canzonetta vs canzone d’autore: “evadere dall’evasione”
Collocare il Cantacronache nell’arco della storia della canzone italiana
non è semplice: inziatori del genere d’autore quindi innovatori del sistema musicale, oppure semplicemente contestatori estranei al mercato
discografico e per questo esperienza fallimentare?
Se ci affidassimo solamente ai manifesti poetici degli autori, primo fra
tutti il saggio Le canzoni della cattiva coscienza [De Maria 1964], saremmo indotti a pensare al Cantacronache come un fenomeno quasi esclusivamente intellettuale che poco ha lasciato in eredità al mondo della
musica, nato dall’idea di contestare il presente (quei primi anni Sessanta)
visto come un ripetersi del passato, quando azioni repressive di stampo
fascista miravano a degradare il sistema culturale e musicale assicurando
a chi le esercitava l’effetto “distrazione del popolo” e il totale disinteresse
di larghe masse verso la realtà, la lotta politica in corso, le problematiche
sociali. Abbondavano, allora, canzoni i cui testi erano un invito a distrarsi, a non prendersela se qualcosa non andava. Questo “canta che ti passa”
altro non era che la negazione dei problemi, la loro destoricizzazione. Il
saggio, che prendeva in esame le ragioni storiche e strutturali del malcostume musicale italiano, guardava alla storia lontana per riflettere sulla
realtà contingente. Gli autori, per esempio, intravedevano nel Festival di
San Remo, inaugurato nel 1951, la sede di un ben attrezzato centro di diffusione di nuovi prodotti di fattura mediocre, «le canzoni da fischiettare
in bagno per il resto dell’anno» [Innocenti 1995, 191], che rimbalzavano
278
Storicamente 2013
Fonti e documenti
dalle radio prima, e dagli schermi televisivi poi, nelle case degli italiani.
Ancora lo stesso meccanismo, la canzone si faceva evento e il Festival,
in poche edizioni la più importante manifestazione canora nazionale, si
trasformava nella «telenovela più lunga e prevedibile del mondo. Sempre
nuova e sempre uguale a se stessa» [Innocenti 1995, 191].
Una telenovela, cioè un racconto romanzato della realtà in cui gli interpreti, come grandi attori, recitavano ruoli stereotipati, vendevano sogni
a basso costo agli italiani che diventavano pubblico, massa. Un mondo
a parte, quello della canzone, distante dal cinema o dalla letteratura che
in quegli anni si misuravano con la poetica neorealista che disegnava,
invece, il ritratto di un’Italia povera, senza lavoro e che ancora risentiva
degli strascichi della guerra.
Ma fu la canzonetta a guadagnarsi il favore popolare e in virtù di questo
a conquistare il successo, la sopravvivenza del genere e del Festival a lei
dedicato che tutto raccontava, tranne la realtà.
C’è un celebre racconto di Umberto Eco, su Diario Minimo» spiega Jona
«che racconta di un mondo futuro dove non ci sia nulla se non i libri
di canzoni di San Remo. E uno storico del tempo cerca di ricostruire la
realtà attraverso questo mondo immaginario, che non è reale, è fasullo8.
Ecco il progetto dei giovani torinesi: rinnovare la canzone attraverso
l’impegno e lo sguardo alla realtà quotidiana. Le parole di Jona lo delineano chiaramente:
Ciò che ci proponiamo, al di là della polemica o della rottura, è di “evadere dall’evasione”, ritornando a cantare storie, accadimenti, favole che
riguardino la gente nella sua realtà terrena e quotidiana, con le sue vicende sentimentali (serie, più che sdolcinate, comuni più che straordinarie), con le sue lotte, le aspirazioni che la guidano e le ingiustizie che
la opprimono, con le cose insomma che la aiutano a vivere o a morire.
[Jona 1958, 5]
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. Jona
fa riferimento a Eco, Frammenti in Diario Minimo del 1963.
8
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
279
Bastano queste considerazioni a intuire quanto la posta in gioco fosse
alta: non erano solo canzoni ciò di cui si parlava, ma un modo di guardare al reale e di parteciparvi attivamente, una diversa visione politica e
sociale dell’Italia, che molto aveva a che fare con l’idea di contestazione,
di rottura e protesta nei confronti di un sistema mal sopportato e dai
principi non condivisi. Una dichiarazione di guerra a un mondo sentito
come superficiale, evasivo.
Per questo tra gli aspetti che meritano di essere messi in luce dell’esperienza Cantacronache vi è proprio questa novità: la svolta culturale di
cui il gruppo fu protagonista, e la contrapposizione maturata tra “canzonetta” (bene di consumo nella nascente cultura di massa: «oggetto
d’uso» [Eco 1965, 313] se non prodotto «gastronomico»9) e canzone
d’impegno (canzone d’autore). A quest’ultima i giovani torinesi riservano una nuova funzione: esprimere un contenuto di realtà.
Sia Stefano Pivato [2005] che Gianni Borgna [1985; 1980; 1998] convergono nell’assegnare al movimento torinese un ruolo da contraltare rispetto al contesto musicale di quel fine anni Cinquanta, ne sottolineano
la diversità mettendo in relazione i temi e la resa musicale delle loro canzoni con ciò che li circondava, inquadrandoli come fenomeno di novità
rispetto alla produzione mediocre della canzone leggera diventata business col festival sanremese. Una canzone, quest’ultima, slegata dal reale
e incentrata sul racconto di un’Italia ancora prevalentemente arcaica i cui
miti fondatori si rifacevano per lo più alla triade Dio-Patria-Famiglia
di antica memoria. Retorica, lacrime e sangue, narcisismo maschile,
esaltazione della donna-madre e patriottismo: questi gli ingredienti che
la canzone leggera mescolava, condiva e dava in pasto a un pubblico
sempre più vasto, che dalla radio passava alla televisione desideroso di
La musica gastronomica era un prodotto industriale che «non perseguiva nessuna
intenzione d’arte ma il soddisfacimento delle richieste del mercato», tanto pervasiva
da poter quasi orientare il mercato e determinarne le richieste, ed «era volta alla soddisfazione di esigenze [...] banali, epidermiche, immediate, transitorie e volgari» [Eco
1964, 5].
9
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Storicamente 2013
Fonti e documenti
conquistare nuovi spazi di evasione e di guadagnarsi il meritato svago in
questi anni di boom economico.
Secondo Pivato queste canzoni funzionavano come mezzi «sia per allontanare e dimenticare i problemi quotidiani, sia per diffondere sentimenti
di tranquillità e di rassicurazione» [Pivato 2005, 206]. Erano il segnale
di una dimenticanza diffusa che conduceva a ignorare la cronaca e la
realtà e che trovava il contenitore privilegiato proprio nell’Ariston di San
Remo, il «palcoscenico della smemoratezza italiana» [Pivato 2005, 205].
Certo il contesto musicale a partire da quel 1958 era un caleidoscopio
in continua trasformazione: ritmi e generi si rinnovavano velocemente, assecondando le esigenze della nascente industria discografica [De
Luigi 1982], nuovi artisti incarnavano il gusto del pubblico giovanile,
il «consumatore potenziale di nuove e insospettate disponibilità economiche» [Jona e Straniero 1995, 17]. Gli adolescenti determinavano
il mercato preferendo spesso generi musicali provenienti dall’America,
nuova «Terra promessa» [Castaldo 1994]: il rock’n’roll impazzava nelle
sale da gioco, nei bar, nei night, suonato dalle casse dei juke-box. Era
una musica che parlava il linguaggio della collera e del disprezzo per gli
adulti, le loro ipocrisie, il potere, le regole, e celebrava il mito dell’eterno giovane10.
In Italia la cantavano gli urlatori che avevano voci squillanti, scatenate
e gridavano rabbia, o vitalità, o disperazione, a pieni polmoni. Alcuni
di loro li ritroveremo al Festival di San Remo, divi della rinnovata scena musicale italiana. Con loro la manifestazione canora sembrerà promuovere nelle case degli italiani il nuovo che avanza, nella libertà dei
costumi, nell’intraprendenza, nella danza sfrenata del corpo.
Gli urlatori, con il loro esibizionismo sessuale, con il loro vitalismo, con
il loro ostentato anticonformismo, erano lo specchio fedele di un paese
che, gradualmente ma rapidamente, usciva dagli orizzonti angusti del
provincialismo e del ruralismo. Di un’Italia che aspirava più di ogni altra
Per un approfondimento sui giovani degli anni Sessanta cfr. Alfassio-Grimaldi e
Bertoni 1964.
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chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
281
cosa ai comfort, al benessere, alle evasioni della società opulenta e i cui
modello era l’America. [Borgna 1998, 83]
Cantacronache, invece, era la canzone “diversa”. Fuori dai circuiti commerciali, controcorrente, priva del seguito del pubblico dei giovani, i
nuovi consumatori musicali. Decisamente fuori moda. Critico nei confronti del sistema musicale leggero, Cantacronache fece della canzone il
campo di battaglia, ma l’obiettivo primario era la contestazione al sistema politico e sociale, la nuova Italia del benessere11. Dunque, senz’altro,
demodé. Come il PCI in crisi d’identità, che ne sosteneva le iniziative attraverso l’appoggio della casa editrice Italia Canta che organizzava
concerti e pubblicava i dischi.
Risulta però difficile stabilire ora cosa fosse canzonetta e cosa no, e se
considerare il canone critico moralizzatore e pedagogico proposto da
Cantacronache il punto di vista più oggettivo su quello squarcio d’anni.
Lo stesso Jona rammenta spesso uno scritto di Proust, un invito a non
disprezzare la cattiva musica perché anche in essa sono inscritte la vita e
le sofferenze delle persone [Proust 1988]. «Questo noi lo avevamo presente – chiarisce –. Anche in ciò che appare abietto, evasivo e costruito
sul nulla, c’è sempre qualcosa che poi diventa l’aura del tempo. La cattiva
musica connota un tempo. Anzi, se dovessi fare un film su certe epoche
certamente userei la cattiva musica perché, nella sua divaricazione rispetto alla realtà, la documenta quasi meglio»12.
Canzonetta o canzone d’impegno, di Cantacronache non si possono
certo trascurare alcune evidenze che sono all’origine, per esempio, del
cantautorato in Italia, come il lavoro di trascrizione in musica di eventi
«In chiave prepasoliniana – dice Amodei – contestavamo che il miracolo economico avrebbe ottuso parecchie volontà di cambiamento e parecchie istanze non rivoluzionarie, o per lo meno di grandi riforme. Alcuni ci dicevano: – che male c’è se dopo
la guerra e la ricostruzione e aver stretto la cinghia si voleva consumare di più, non è
che facesse tanto male –. Ma noi eravamo molto calvinisti in questo senso»: Amodei F.,
intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011.
11
12
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
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Storicamente 2013
Fonti e documenti
significativi nella storia sociale e politica del Paese o la volontà di attivare
nei cittadini uno spirito critico autonomo, una coscienza alternativa a
quella omologata al sistema della cultura dominante. «L’intento primario
– spiega Amodei – non era quello di mettere la canzone al servizio della
lotta politica, ma solo di farne uno strumento culturalmente dignitoso di
comunicazione e di dibattito»13. Attraverso le canzoni di Cantacronache
l’Italia delle rivendicazioni e delle lotte riscopriva la piazza come terreno
di scontro e la canzone d’impegno come luogo di condivisione di valori
e ideali. Così, nella primavera-estate del ’60, in occasione del ritorno del
popolo alla protesta, i Cantacronache incontreranno altri giovani interessati al loro repertorio e al sistema innovativo di scambio e diffusione
di idee e messaggi da loro innescato, cantando nelle piazze, nei comizi,
nella case del popolo, nei circoli, tra la gente.
Varrebbe la pena soffermarsi con più attenzione anche sugli interpreti che
da Cantacronache hanno tratto spunti, e collocare le loro canzoni nei
rispettivi contesti storici e culturali, per sbrogliare quel filo intricato che
ha tessuto le trame della storia della canzone d’autore in Italia, quella che
da Cantacronache è passata al Nuovo Canzoniere Italiano e ha toccato autori come Giovanna Marini, Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, Gualtiero
Bertelli, solo per citarne alcuni. Ma occorrerebbe uno studio più mirato14.
Resta tra le tante, quale manifesto poetico del gruppo, La canzone dei
fiori e del silenzio. Qui Cantacronache esprimeva chiaramente l’avversione al genere dei testi evasivi e dalle rime facili di San Remo. Gli autori
non volevano tacere di problemi sociali e delle ingiustizie che colpivano
la gente comune, non ci stavano a cantare di «boschi e fiori, degli amori
felici», volevano parlare di miseria e lavoro, della vita «anche se ha giorni
grigi e duri, degli amori, anche se sono tristi e oscuri», della realtà. Ma
lo facevano con le stesse armi della canzonetta. La struttura, la foggia
13
Intervista a Fausto Amodei, in «L’Unità», 1 maggio 2002.
14
Si rimanda a Liperi 2011, Jachia 1998, Pivato 2002, Bermani 1997, Berselli 1999,
Bernieri 1978.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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esteriore (di questa come delle altre) erano simili:
La tendenza era di usare formule melodiche semplici – dice Jona – strutture verbali e ritmiche giocate sulla capacità di memorizzazione della
rima, non casuale, non astratta o retorica, ma essendo stimolati da ciò
che avveniva intorno a noi15.
Argomenti, temi, contenuti, voglia di intervenire sulla situazione sociale
culturale e politica del Paese, facevano da corpo e sostanza alle canzoni.
L’idea era di prendere la struttura di una canzone commerciale (come
era l’idea di Brecht e Weill), una struttura di una folk song, una canzone popolare anche di massa e provare a destrutturarla. Si voleva evitare
quella sorta di immedesimazione patetica, quel pathos mieloso da intrattenimento tipico della canzonetta, ma usare quello stesso mezzo per far
capire delle cose, non solo emozionare. Non c’era la volontà di dimenticare in modo snobistico il mondo della musica popolare e commerciale,
ma provare a reinterpretarlo, reinventarlo utilizzandolo come possibile
cavallo di troia per entrare in un immaginario a esso abituato. Quello era
il progetto politico che c’era dietro16.
Ecco perché una parte della critica riconobbe nel progetto Cantacronache «un tentativo di indirizzare la canzone verso l’intelligenza e un primo
contraltare alla canzone intesa come un importante settore nell’industria
della stupidità, quale diventa sempre più nei festival gangsteristici di recente memoria»17.
La canzone, per gli autori torinesi, doveva incidere sulla realtà, invece
di invitare a distogliere l’attenzione «dall’immenso spettacolo di questo
mondo, bello e brutto»18. Non a caso l’ultima strofa della Canzone dei
fiori e del silenzio era proprio un richiamo a intervenire invece di lasciarsi
abbacinare dalle immagini edulcorate e false prodotte dalle canzonette.
Tornare alla concretezza dei fatti, alle verità quotidiane di chi moriva
nell’indifferenza, per lavoro, per un ideale.
15
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
16
Liberovici A., intervista rilasciata a Bologna il 1 luglio 2010, in Bentini et al. 2011.
17
Piovene G., Canzoni, ma vere, «Epoca», 16 agosto 1959.
18
La canzone scenderà in terra, «L’Espresso», 23 marzo 1958.
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Storicamente 2013
Fonti e documenti
Le contraddizioni della realtà italiana negli anni del boom economico nelle canzoni di Cantacronache
Il lavoro al Sud: La zolfara e gli “omicidi bianchi”
Una canzone come La zolfara19 dà modo di entrare nel vivo della poetica
dei Cantacronache e nel loro sguardo trasversale sulle questioni sociali:
l’obiettivo, infatti, è puntato sulle vicende dei lavoratori nelle zolfare,
non certo su quelle dei proprietari e dei loro interessi economici. Nasce da un fatto di cronaca accaduto in quegli anni, come mostrano gli
articoli di giornale che lo descrivono20: siamo in Sicilia nel 1958 e otto
lavoratori muoiono nella zolfara di Gessolungo. Nessuno sembra preoccuparsene troppo, lo Stato tende a dimenticarsi che ancora in Italia si
possa morire per lavoro. Nessuno contesta, così è una canzone ad alzare
la voce, e a ricordare, nominandoli, i morti ammazzati, lì e in tutte le
altre zolfare d’Italia. Poco prima anche a Ribolla, alcuni minatori erano
rimasti sepolti sotto la miniera del grossetano e questo incidente era
diventato lo spunto per un romanzo, La vita agra di Bianciardi. Anche
qui il proposito del protagonista, un anarchico, era quello di vendicare le
morti ingiuste dei minatori, distruggendo la sede milanese dell’azienda
mineraria (la Montecatini). Bisognava annientare i padroni, i responsabili del danno, interessati solo a fare soldi e sfruttare i lavoratori senza
preoccuparsi troppo di salvaguardare la loro incolumità.
La zolfara è una difesa di quei lavoratori costretti a subire condizioni
precarie e mortali: «Nella zolfara si parla di lavoro che uccide, di speculatori che per bramosia di profitto non esitano a mettere a repentaglio
la vita dei lavoratori» [Straniero, Barletta 2003, 33], ed è un’autentica
La zolfara, testo di Straniero M.L. e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995,
192 (https://soundcloud.com/storicamente/la-zolfara).
19
20
8 morti e 64 feriti per un’esplosione di grisou, «La Sicilia», 1958. Altri articoli e foto
sono consultabili sul sito www.caltanisetta24ore.it.
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Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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canzone di protesta [Vettori 1974, 175]. Solo un Gesù Cristo vendicatore può aggiustare le cose e ricreare l’ordine compromesso: infatti è lui
a salvare i minatori morti offrendo loro una vita migliore in paradiso,
dopo aver distrutto la miniera (simbolo di ingiustizia) con un fulmine.
La canzone è il riflesso della formazione cattolica di Straniero21. La sua
voce, che racconta senza interpretare, offre una visione oggettiva e quasi
distaccata del fatto, e per questo ha il pregio di rendere la descrizione
fortemente realistica.
Il lavoro al Nord: Canzone triste, le lotte operaie e le donne al
lavoro
Canzone triste22 presenta una diversa sfumatura sul tema del lavoro. La
manodopera che si impiega nelle fabbriche o negli uffici, a pieno ritmo per mantenere alta la produzione di beni di consumo, necessari alle
esigenze dei novelli consumatori desiderosi di acquistare nuove merci,
vive un’esistenza precaria sul piano delle relazioni affettive: gli uomini,
le donne, faticano a trovare tempo da dedicare a loro stessi e alla vita di
coppia perché gli orari di lavoro non convergono. I turni lavorativi creano esistenze che viaggiano parallele e mai si incrociano: chi torna la sera
e riparte il mattino, chi torna il mattino per essere di nuovo al lavoro la
sera. Così solo un istante rimane ai due sposi della canzone per un bacio
dato di sfuggita o per un caffè.
La canzone è una fotografia della condizione esistenziale di quegli anni
Nel periodo in cui scrive questa canzone, Michele L. Straniero stava maturando
un cambiamento nel suo rapporto con la religione, come spiega il fratello Giorgio
Straniero: «Aveva modificato la sua posizione religiosa, per accedere a una visione del
cristianesimo non regolata dal principio di autorità, sia in sede pratica che in sede dottrinale [...]. La più efficace rappresentazione di questa forma di religiosità immanente,
incarnata nella realtà profonda dell’umanità che soffre, è data dalle parole della canzone La zolfara in cui Gesù Cristo decide di intervenire a sanzionare l’episodio della
miniera con un gesto significativo»: Straniero e Barletta 2003, 33.
21
Canzone triste, testo di I. Calvino e musica di S. Liberovici: Jona e Straniero 1995,
131 (https://soundcloud.com/storicamente/canzone-triste).
22
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Storicamente 2013
Fonti e documenti
e mostra come il miracolo economico fu per molti la condanna a una
vita scandita da turni lavorativi e scarso tempo per gli spazi di libertà. Il
lavoro adesso ingoiava, annullava le identità, intorpidiva. Anche le donne, impiegate nella fabbriche o negli uffici, lo subivano.
«Volevamo raccontare la condizione operaia, cos’era il salario, lo sfruttamento, la catena di montaggio»23 chiarisce Jona. Non a caso, è proprio di
questi tempi la ripresa dei conflitti sociali che caratterizzava le concentrazioni operaie, sia vecchie che nuove, quelle degli immigrati di origine
rurale che, abbandonate le campagne, si riversavano nelle città del nord
per trovare lavoro, e quelle delle donne. La battaglia per i diritti segnava
momenti decisivi e generava valori da trasmettere alle generazioni successive.
Nel 1959, soprattutto, si stava verificando un riavvio significativo delle
lotte operaie in diverse città italiane con alla testa i giovani, gli operai e gli
immigrati. Cominciavano a venire alla luce una serie di ingiustizie profonde nel rapporto di lavoro:
le sperequazioni tra uomini e donne, fra impiegati e operai, o il permanere di gerarchie e di discriminazioni sempre meno accettabili. La
grande pesantezza degli orari di lavoro trova poche giustificazioni in
un mondo industriale caratterizzato da innovazioni tecnologiche e da
razionalizzazioni dei processi produttivi: essa stride con le potenzialità
offerte dalla società del boom e con l’importanza progressivamente assunta dal tempo libero. [Crainz 2005, 186]
La resistenza degli industriali a queste rivendicazioni fu durissima e appoggiata da una certa parte della Democrazia Cristiana. Tra le prime
agitazioni vi fu quella degli elettromeccanici dell’industria a partecipazione statale che si riunirono il giorno di Natale del 1961 a Milano in
piazza Duomo. Gli operai della FIAT di Torino tornarono allo sciopero
il 7 luglio 1962 [Foa 1996, 286], negli anni in cui cominciava a sfumare
la vampata del miracolo economico per lasciare il posto alla «congiun-
23
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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tura, una crisi economica temporanea» [Crainz 2003, 3].
Proprio nel 1962, ecco come la fabbrica entrava anche nell’immaginario
attraverso il romanzo Memoriale di Paolo Volponi. Sono gli occhi del
protagonista Albino Saluggia che così la descrive:
La fabbrica, grandissima e bassa, ronzava indifferente, ferma come il lago
di Candia in certe sere in cui è il solo, in mezzo a tutto il paesaggio, ad
avere luce. Nemmeno in Germania avevo visto una fabbrica così grande;
così tutta grande subito sulla strada, senza recinti o cancellate dove la
gente potesse lavorare avanti e indietro, tra il chiuso e l’aperto [...]. Dopo
un momento il lavoro sembrava tutto uguale; la fabbrica era tutta eguale
e da qualsiasi parte mandava lo stesso rumore, più che un rumore un
affanno, un ansimare forte. [Volponi 1991, 11-12]
Ma illuminante è anche l’analisi della donna lavoratrice che viene dal
mondo cattolico. Bastano alle donne pochi mesi di fabbrica e
le ritroviamo cambiate moralmente, quasi sempre infiacchite nella loro
resistenza al male, più larghe nei giudizi morali su cose e fatti, più apatiche di fronte alla virtù, meno impegnate nella pratica religiosa. E, tutto,
giustificato da una presa di coscienza (così come dicono loro) di quello
che veramente è la vita. [Pernigo 1963, 189]
Ed è proprio la voce profonda di Margot in Canzone triste a entrare
nell’intimità di una coppia di sposi che faticano a incontrarsi a causa
dei diversi turni lavorativi. La canzone, dunque, non solo fa cenno alla
nuova organizzazione della vita che il sistema impone, ma è anche una
delle poche ad affrontare in quegli anni il tema amoroso in maniera
realistica, mettendo in scena le difficoltà quotidiane cui poteva andare
incontro una coppia di giovani lavoratori in una grande città. Non tratta, dunque, di un amore esotico, idealizzato, sentimentale, ma concreto,
incentrato sull’osservazione del vero.
«Lui aveva il turno che finisce all’alba / entrava in letto e lei n’era già
fuori» cantava Margot, e anche: «Il nostro letto serba il tuo tepor». Ecco
che il riferimento al letto, cioè alla relazione amorosa e sessuale dei due
protagonisti rendeva, tra l’altro, la canzone particolarmente innovativa
e rivoluzionaria, sfidando le regole censorie del conformismo culturale
288
Storicamente 2013
Fonti e documenti
che vietava la rappresentazione di argomenti vicini alla sfera intima.
Questo elemento di contestazione e il rifiuto ad adattarsi ai contenuti
concessi dalla società perbenista e conservatrice di quel finire degli anni
Cinquanta segna ancora una volta il carattere trasgressivo di Cantacronache. Del resto, anche Il ratto della chitarra ne è una dichiarazione.
In questa canzone Amodei racconta della sua chitarra che gli è stata rapita, una chitarra che la Questura ha schedato come «chitarra comunista» perché «Cantava senza paura / dei versi un poco insolenti / in barba
alla Censura / contro i padroni e i potenti»24. Non a caso tra i temi più
presenti nella produzione del gruppo torinese non manca l’anticlericalismo e la critica alla cultura bigotta che in quegli anni la Chiesa proclamava, soprattutto in Italia dove la presenza della Chiesa cattolica aveva
inciso decisamente sui costumi, sulla mentalità, condizionando scelte e
stili di vita [Martina 1977]. Ma soprattutto proponeva una discriminazione nei confronti dei non cattolici, mostrando una forte ingerenza nei
confronti dello Stato.
Nel 1958 moriva Pio XII e su «Paese Sera» lo scrittore Roger Peyrefitte
scriveva un articolo fortemente critico nei confronti del papa, scatenando interventi della polizia, campagne stampa contrapposte: «Siamo di
fronte ad un vasto attacco contro la Chiesa, senza esclusione di colpi,
comprendendo e anzi preferendo quelli destinati al suo capo, capo della
religione di stato [...] condotto da un partito antidemocratico e anticostituzionale» [Verucci 1988, 250-251].
Tensioni e conflitti si succedevano in diverse località e mostravano questa frattura tra la Chiesa e la società contemporanea. A Prato si celebrava
nel 1958 il processo nei confronti di Monsignor Fiordelli, vescovo della
città toscana che aveva fatto leggere in chiesa una lettera in cui indicava
come peccatori e concubini due coniugi che si erano sposati con rito
civile. Questi avevano pensato bene di denunciarlo per diffamazione. Il
Il ratto della chitarra, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 122-123
(https://soundcloud.com/storicamente/il-ratto-della-chitarra).
24
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289
vescovo, che aveva preferito non presentarsi in tribunale non potendo
«essere sottoposto al giudizio del magistrato civile un atto riguardante
il governo spirituale dei fedeli»25 fu condannato al pagamento di una
multa. Questa conclusione provocò reazioni molto accese da parte del
Vaticano e dai quotidiani cattolici, che difendevano l’operato di Monsignor Fiordelli. Dai fatti in questione i Cantacronache trassero lo spunto
per scrivere alcune canzoni anticlericali come La guerra era finita26, che
raccontava proprio di una coppia che aveva deciso di sposarsi civilmente:
la loro unione nel corso degli anni si era rafforzata nonostante le tante
disavventure e disgrazie che i due sposi avevano affrontato: scioperi, la
guerra, la morte di un figlio al fronte. Ma la disgrazia più grossa era
quella di essere dei miscredenti:
Siamo sposi illeciti / viviamo nel peccato / il nostro amore è ignobile
/ la vita ha insudiciato. / Noi per aver diritto / a un poco di rispetto /
noi dovevamo unirci / davanti al chierichetto / e dall’altare il prete / ci
avrebbe benedetti. / Lui deve benedire: / uomini e gagliardetti. [Jona e
Straniero 1995, 216]
La canzone, però, si concludeva con una profonda riflessione sull’amore,
che è «la forza di un sorriso» e che rivivrà nei cuori dei figli della coppia
in terra e in paradiso.
Una canzone come Il Tributo27 è ancora più critica: «Non era altro che
un elenco di elargizioni» spiega Jona «che un comune italiano, Chieti, aveva dato ad organizzazioni religiose. Così recitava: “E vi abbiamo
qui addietro narrato solo fatti precisi e indiscreti di un comune italiano
i verbali vi leggemmo del comune di Chieti”»28. Nel 1958, infatti, su
«L’Espresso» era uscito un trafiletto29 che conteneva la lista dei provvedi-
25
«Il Giorno», 24 febbraio 1958.
26
La guerra era finita, testo di Parenti F.: Jona e Straniero 1995, 214-216.
27
Il Tributo, testo di Jona E.: Jona e Straniero 1995, 168.
28
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
29
Il Comune di Chieti contribuisce, «L’Espresso», agosto 1958.
290
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Fonti e documenti
menti approvati nei tre mesi precedenti dalla Giunta comunale formata
dalla DC, MSI, PNM. Ve ne erano 16 ed erano tutti contributi indirizzati a istituzioni religiose: all’Azione Cattolica, Pontificia Opera d’Assistenza, suore Orsoline, e diversi altri.
La politica italiana nel luglio 1960: Per i morti di Reggio Emilia
La canzone Per i morti di Reggio Emilia30 affronta il tema della situazione
politica in cui piombò l’Italia nel 1960. O meglio dell’Italia che arrivava al 1960, alla prova degli anni del boom. La continuità, nel passaggio
dal fascismo al post-fascismo, è una chiave di lettura credibile del tipo
di Stato che venne a consolidarsi in quegli anni, quando Ferdinando
Tambroni, Ministro degli Interni prima e Primo Ministro dall’aprile
’60, eletto con il sostegno del Movimento Sociale Italiano [Longo 1970;
Jona e Straniero 1995; Crainz 2005], giocò un ruolo di primo piano in
questo processo.
Interventi repressivi e aumento di iniziative neofasciste31 determinarono
l’accentuarsi di tensioni sociali, che esplosero in scontri tra manifestanti
e polizia a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, quando il MSI
decise di indirvi il proprio congresso nazionale. Era il 30 giugno 1960.
Poi fu la volta di Licata (5 luglio), di Roma (6 luglio), di Reggio Emilia
(7 luglio). Il popolo tornava a partecipare, agire e protestare.
La canzone di Amodei racconta ed elabora l’episodio di Reggio Emilia,
sigillato nelle trame della storia tragica del Paese.
A Reggio Emilia la Camera del lavoro aveva indetto uno sciopero politico per il pomeriggio del 7 luglio. Venne proibito l’uso della piazza dal
Prefetto e la manifestazione fu ammessa solo nella sala verde del Teatro
Alfieri. Ma i manifestanti erano più di duemila nella piazza davanti al te Per i morti di Reggio Emilia, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995,
116-117 (https://soundcloud.com/storicamente/per-i-morti-di-reggio-emilia).
30
31
Vedi alcuni articoli di quotidiani: Svastiche e torture: sono ricomparse le svastiche a
Roma e in altre città, «Il Giorno», 3 gennaio 1960; Roma. I cittadini del quartiere ebraico
scendono in piazza contro una provocazione fascista, «L’Unità», 5 gennaio 1960.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
291
atro, seduti ad aspettare l’inizio
della manifestazione, proclamata per le ore cinque32.
Le foto mostrano giovani accovacciati a terra impegnati
nell’atto di cantare, fatto che
avvalora l’ipotesi di una manifestazione spontanea, conseguenza di uno sciopero indetto Fausto Amodei in concerto a Reggio Emilia nel
dal sindacato. «Ci sono in piaz- luglio 2010.
za giovani non solo del PC, ci
sono giovani socialisti, radicali, della DC, e anche diversi non politicizzati, operai, qualche studente»33, dice Carrattieri.
Improvvisamente da tutte le vie di accesso alla piazza arrivarono camionette della polizia e dei carabinieri che cominciarono ad allontanare
la folla con idranti che sparavano acqua colorata. Poi vennero lanciati lacrimogeni e infine proiettili veri che puntavano ad altezza uomo.
Cinque giovani vennero colpiti, quattro morirono subito, uno la sera in
ospedale. Ferite anche una trentina di persone di cui venti gravemente. Il
sindaco intervenne cercando di fermare la carneficina e a quel punto si
smise di sparare. La Camera del lavoro invitò i manifestanti a tornare a
casa, così si concluse lo sciopero che lasciò a terra cinque vittime.
La memoria della tragedia è fissata nel testo e nella musica di una canzone diventata monumento, luogo della memoria, attorno a cui radunarsi
per ricordare nomi, persone, eventi della storia partigiana. Per i morti di
Reggio Emilia, infatti, costruisce un legame fortissimo con il passato e
con la memoria resistenziale: «vengono idealmente congiunte le lotte
degli scioperanti con quelle dei partigiani» [Pivato 2005, 208] e le vitti-
Carrattieri M., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et
al. 2011.
32
33
Ibidem.
292
Storicamente 2013
Fonti e documenti
me di quel luglio ’60 diventano anche tutte le vittime partigiane cadute nella guerra contro il fascismo: «Son morti come vecchi partigiani».
Basta l’attacco che chiama a raccolta a fare di chi ascolta, una comunità: «Compagno, cittadino, fratello partigiano / teniamoci per mano in
questi giorni tristi» e le parole si fanno carico di condensare il ricordo di
fatti e sentimenti, diventano nucleo simbolico per una cerchia di persone
che li vivono e rivivono: «Sangue del nostro sangue / Nervi dei nostri
nervi» recita il testo. Nostro, appunto. In questa appropriazione c’è tutto
il senso della condivisione e della comune appartenenza (di una data
comunità) che fa del canto un veicolo per rinnovare nel presente il passato. Non a caso la canzone richiama consapevolmente le parole di altre
canzoni popolari partigiane, e ha la funzione di riannodare un filo: c’è
Fischia il vento: «Uguale la canzone che abbiamo da cantare: scarpe rotte
eppur bisogna andare», mentre nel finale si cita Bandiera Rossa. Questa
operazione, certamente va detto, non ha la pretesa di affermare dei valori
assoluti o universalmente condivisi; la memoria, infatti,
è semplicemente individuale, inesorabilmente particolare, soggettiva,
intima, e non può essere scambiata con quella di altri. Essa è un angolo
visuale ed emotivo irriducibilmente personale, soggetta proprio per ciò
a fenomeni di logoramento fisiologico, di rimozione, di alterazione [...].
Ma non solo: la memoria è di parte, come parziale è lo sguardo su cui si
fonda. [Barberis 2004, 51]
È la memoria, appunto, di una comunità, alla quale i Cantacronache sentono di appartenere. Ma Per i morti di Reggio Emilia è anche la colonna
sonora di una nuova generazione di giovani, nati dopo la guerra, che per
la prima volta entravano in scena come soggetto politico: i giovani con
le magliette a strisce.
Non era un’uniforme – dice Vittorio Foa – i ragazzi portavano quelle
magliette e secondo il costume giovanile si vestivano tutti uguali. La
loro scatenata allegria, la loro gioia di muoversi insieme, quella protesta
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
293
così alta che sembrava toccare il cielo, aveva un significato: basta con
la politica incomprensibile, ci siamo anche noi, vogliamo capire e dire
anche la nostra. [Foa 1996, 274]
Perché così giovani è il titolo di un articolo dell’Espresso34 che si chiedeva
come mai la gioventù fosse pronta a scendere in piazza, mentre alcuni interventi di Carlo Levi35 descrivevano questi ventenni come uomini nuovi
scesi per le strade a difesa dei valori della resistenza e per una libertà quasi
ancora da riconquistare. Tra di loro c’erano anche i giovani Cantacronache che, con l’arma della canzone, esprimevano la loro protesta.
Di nuovo, nel 1977, la canzone verrà diffusa dagli altoparlanti durante
una manifestazione operaia davanti alla fabbrica di Arese36. La sua forza
è proprio quella di saper radunare persone che si ritrovano in ideali e
principi condivisi pur vivendo in contesti e momenti storici differenti.
Così ascoltare o intonarne le parole è davvero come partecipare a un rito.
«La canzone come arma»
In quel luglio ’60 Amodei svolgeva il servizio militare, in veste di soldato semplice,
a Montorio Veronese.
Si era in stato d’allerta – scrive Amodei – e avevamo l’ordine di tenere in camerata, a
capo del letto, il nostro fucile, pronti a intervenire in funzione di ordine pubblico. Furono giorni orribili perché la prospettiva di essere impegnato in uno scontro di piazza contro manifestanti di cui condividevo appieno le opinioni mi sconvolgeva. Per poter dire
qualcosa, in una situazione come quella di caserma in cui non si poteva neppure immaginare di svolgere attività politica, composi questa canzone. [Jona e Straniero 1995, 116]
Lo stesso Liberovici era cosciente del valore della «canzone come arma. La convinzione che, in particolari momenti, può essere più efficace una stornellata che un
comizio, un giudizio critico, una parola d’ordine sintetizzati nel giro di un facile
ritornello che un manifesto murale». [Jona e Straniero 1995, 25]
34
«L’Espresso», 10 luglio 1960.
Gli articoli di Carlo Levi furono pubblicati settimanalmente su «Abc» e riproposti
in La nuova Resistenza, suppl. al n. 7-8, 1960, «Rinascita».
35
Cfr. Dorfles P. et al. 2007, Gli anni ’70. Antologia delle inchieste di “Cronaca”, DVD
n. 2, Appunti sul lavoro in fabbrica: un’ora in fabbrica (Arese, 1977), Roma: Rai Trade.
36
294
Storicamente 2013
Fonti e documenti
7 luglio 1960, Reggio Emilia: suoni, fotografie, una canzone,
un video, articoli
A tenere vivo il ricordo dell’evento tragico restano anche altri documenti: una
registrazione dei suoni della piazza [7 luglio 1960, «Vie Nuove», Editori Riuniti, 1960] effettuata da un negoziante che si trovava sul posto e che, invece del
comizio, registrò i rumori di quello scontro: grida, spari, sirene di ambulanze e
di polizia. Una voce che grida «assassini». Sono trentacinque minuti ripresi casualmente e incisi su un disco poi messo in vendita. Ci sono i commenti di Pier
Paolo Pasolini [1960; Ferretti 1977], di Fausto Amodei [2000]. Nel documentario
Cantacronache 1958-1062: politica e protesta in musica sullo sfondo dei suoni, le
fotografie, gli articoli di giornale, le immagini offrono un contrappeso piuttosto
oggettivo ai fatti. Raffigurano momenti della piazza gremita, poi l’arrivo delle
camionette della polizia con gli idranti, gente che fugge, persone a terra, morti
circondati da chi cerca di rianimarli, feriti in ospedale. Anche le testimonianze di
chi era presente – Alberto Franceschini [Pannone 2008] – accentuano il drammatico intrecciarsi degli eventi. Le riprese originali della commemorazione del luglio
del 2010, il Cinquantesimo, con Amodei chiamato a cantare la canzone tra una
folla partecipe e commossa, e alcune autorità (il sindaco Delrio), parenti, lavoratori
riuniti a testimoniare e a ricordare riportano il dramma al presente (Riprese della
commemorazione, di una mostra fotografica allestita di fronte al Teatro Ariosto,
di un racconto di Paolo Nori collocato nella piazza). E poi il funerale, le cui immagini originali sono tratte da 1960 I ribelli, documentario di Mimmo Calopresti,
molto organizzato e strutturato, mostra la commozione di quanti presero parte alla
cerimonia, i diversi leader politici nazionali come Togliatti e Parri, un documento
di grande impatto emotivo.
Copertina e
retro del disco
Reggio Emilia 7
luglio 1960, «Vie
Nuove», Editori
Riuniti.
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
295
Suoni, fotografie, una canzone, un video, articoli: sono diversi i materiali attraverso cui i fatti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 si rivelarono, si mostrarono a un pubblico in veste comunicativa. Questa varietà
e ricchezza rende chiaro da subito come esso fu molto sentito e rappresentato già all’epoca: «Fu uno dei primi eventi ad essere utilizzato a
livello mediatico, per la campagna delle elezioni amministrative che si
tenne a fine anno» spiega Mirco Carrattieri. «Togliatti impostò dal centro la campagna elettorale delle amministrative in tutta Italia sui fatti di
giugno-luglio»37. Era una novità: comunicare a un pubblico un fatto, in
questo caso tragico, attraverso ogni possibile mezzo narrativo significava già incidere sulla realtà politica del Paese.
La Resistenza, in compagnia di Italo Calvino
«Centrale è, nell’esperienza del gruppo torinese, il recupero della memoria della Resistenza [...] contro i tentativi di restaurazione e di oblio
che la cultura conservatrice degli anni Cinquanta opera nei confronti
dell’esperienza partigiana» [Pivato 2005, 208 e Pivato 2002, 145]. Ma
anche per la «necessità di far fronte alla deriva della politica italiana»
[Peroni 2005, 47], negli anni del ritorno di un governo filofascista.
Al tema Cantacronache dedicò diverse canzoni alcune delle quali, in
maniera innovativa, mettevano in primo piano proprio l’aspetto della memoria, nella volontà di ricordare e riaffermare quell’esperienza di
lotta. Fu una forte presa di coscienza: «Bisogna dire» scriveva infatti
Straniero «che in quei tardi anni Cinquanta parlare di Resistenza era [...]
quasi un delitto» [Jona e Straniero 1995, 67].
Giusto per entrare nel contesto di quegli anni si può rilevare come, per
esempio, solo dopo la caduta del governo Tambroni (luglio 1960) una
circolare del nuovo ministro della Pubblica istruzione, Giacinto Bosco,
disponeva che l’insegnamento della storia alle superiori non si fermasse
37
Carrattieri M., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et
al. 2011.
296
Storicamente 2013
Fonti e documenti
alla Prima Guerra Mondiale ma che giungesse fino alla Costituzione.
Mentre per quanto riguarda lo strumento più diretto della comunicazione di massa, la televisione, sempre solo dopo la fine del governo Tambroni la Rai propose le prime trasmissioni sulla Resistenza [Crainz 1996,
37-65]. Tra il 1961 e il 1965, invece, anno del ventesimo anniversario
della Liberazione, attraverso i programmi televisivi, avvenne il passaggio
dalla rimozione a un’ufficializzazione della Resistenza che ne banalizzava, però, i contenuti: «Si passa cioè dall’oblio alla costruzione di una
“memoria pubblica” astrattamente apologetica, che si sovrappone alle
molteplici e differenti – talora opposte – memorie private senza riuscire
a risolverle in sé, senza aiutarle a riconoscersi come parte di un processo.
L’insistenza unilaterale e retorica sui temi del riscatto nazionale e del
sacrificio tendeva a tradursi in sermoni pedagogici e di scarsa efficacia».
Infatti questa impostazione del racconto storico lasciava ai margini problemi cruciali come «l’identità nazionale: o meglio i differenti modelli di
identità nazionale che allora si vennero a scontrare» [Crainz 2005, 179].
In questo contesto offrono un valido commento le riflessioni di Jona
sull’approccio utilizzato da Cantacronache per raccontare la Resistenza:
«cominciava a essere guardata con un occhio diverso da quello che era
stata. Non serviva una celebrazione mitologica, ma concreta: i partigiani
erano i nostri fratelli maggiori»38.
Partigiani Fratelli Maggiori è, infatti, una delle canzoni che esplicita il
tema della memoria: «Se cerchiamo sui libri di storia / se cerchiamo tra
i grossi discorsi fatti d’aria / non troviamo la vostra memoria»39. La stessa
Per i morti di Reggio Emilia, nella narrazione di un fatto avvenuto nel
luglio ’60, offriva lo spunto per tornare a rievocare la storia resistenziale.
Ma tra le più suggestive non si può non ricordare Partigiano sconosciu-
38
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011.
Partigiani Fratelli Maggiori, testo di Straniero M.L., Musica di Amodei F.: Jona e
Straniero 1995, 185 (https://soundcloud.com/storicamente/partigiani-fratelli-maggiori).
39
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Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
297
to40, l’autore del cui testo viene indicato come Anonimo. Sergio Liberovici, infatti, musicò una poesia senza firma, appuntata manoscritta il
25 aprile 1945 nel luogo in cui, a Modena, era stato fucilato un partigiano. Successivamente il nome dell’autore, anzi dell’autrice del testo,
divenne noto: era la partigiana modenese Claudina Vaccari41.
L’interesse per la tematica resistenziale portò Cantacronache a occuparsi
anche dei canti politici e sociali dei paesi in lotta come l’Algeria, che dal
1954 al 1962 stava combattendo la sua rivoluzione per l’indipendenza
contro la Francia.
Il disco I canti della rivoluzione algerina si può ritenere la prima
documentazione sonora in Europa della canzone algerina di guerra42.
Nell’ambito di quel viaggio una delegazione di Cantacronache venne
ricevuta dall’allora capo provvisorio del governo algerino in esilio a
Tunisi, emanazione del Fronte Nazionale di Liberazione, e lì ebbe modo
di raccogliere un vasto materiale: «Frequentando i campi di raccolta
dei rivoluzionari algerini, attraverso incontri fraterni con i dirigenti del
movimento di liberazione, in una serie di esperienze che, per essere fatte
a pochi chilometri di distanza dai campi delle più sanguinose battaglie,
non potevano che portare seco l’eco di quelle lotte, la voce di quella
gente valorosa»43. Lo stesso Straniero, tra i curatori del disco e autore
della Canzone del popolo algerino44 scriverà:
Partigiano sconosciuto, testo di Anonimo, musica di Liberovici S.: Jona e Straniero
1995 (https://soundcloud.com/storicamente/partigiano-sconosciuto).
40
41
Note al testo sul libretto del CD allegato a Jona e Straniero 1995.
42
«L’Unità» Milano, 26 ottobre 1960.
43
Ibidem.
44
Canzone del popolo algerino, testo di Straniero M.L., musica di Amodei F.: Jona e
Straniero 1995, 180-181. Nel documentario Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, le parole della canzone sono accompagnate delle immagini del film
La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, Igor Film, Roma, 1966) e alcune riprese degli
scontri avvenuti ad Algeri tra esercito e rivoluzionari nel 1960 (L’epoca delle riforme. Il
miracolo economico di Valerio Castronovo, in Storia del capitalismo italiano, DVD n. 8,
Rai Trade, Roma, 2008) (https://soundcloud.com/storicamente/la-canzone-del-popo-
298
Storicamente 2013
Fonti e documenti
Per la mia generazione, la guerra d’Algeria ha avuto il valore che ebbe per
i nostri padri la guerra di Spagna, e per i più giovani quella del Vietnam:
ci fece scoprire l’oppressione e la tortura, ci diede la certezza morale e
l’entusiasmo di essere dalla parte giusta, ci aiutò a capire la dinamica
della storia, fu quella che si dice una “presa di coscienza” che ci aiutò a
diventare adulti. [Straniero, Rovello 2008, 20]
Sul tema resistenziale Cantacronache trovò la piena collaborazione di Italo Calvino, che già nel suo libro d’esordio aveva narrato la propria esperienza di guerra45 [Calvino 1947]. La partecipazione dello scrittore alle
attività del gruppo torinese avvenne in conseguenza dell’amicizia con
Sergio Liberovici che come Calvino lavorava alla redazione de «L’Unità».
Calvino si lasciò convincere e anzi «venne preso da autentico entusiasmo»
[Jona e Straniero 1995, 64] tanto da partecipare perfino al canto in coro
con voce baritonale. Ma Calvino sarà anche testimone dell’interesse e
della popolarità che Cantacronache suscitava in America: «ricordo della
sue cartoline – dice Jona – di quando era nei campus in America e lì
sapevano di Cantacronache, ci scriveva di fargli avere dischi di Cantacronache, qui tutti vogliono dischi di Cantacronache, scriveva»46.
Nella canzone Oltre il Ponte47 da lui scritta, la storia partigiana diventa
un bagaglio di valori e ideali da tramandare alla nuove generazioni, i
giovani ventenni. Il tema è reso con toni delicati, lievità e semplicità
d’immagini: un ponte è il simbolo che divide la guerra dalla pace, la
vita della morte e la speranza che l’amore vinca su ogni altro tentativo
di distruzione.
lo-algerino).
45
Su Calvino autore di canzoni cfr. Falcetto 1995.
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010. Cfr. anche Cevaso F., Italo
Calvino cantautore Indie Pop, «Corriere della Sera», 2012 (http://lettura.corriere.it/italocalvino-cantautore-indie-pop).
46
Oltre il ponte, testo di Calvino I., Musica di Liberovici S.: Jona e Straniero 1995,
133 (https://soundcloud.com/storicamente/oltre-il-ponte).
47
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Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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È sempre Calvino a scrivere nel 1958 Dove vola l’avvoltoio?48 canzone
anticipatrice in Italia del pensiero pacifista che sarebbe esploso qualche
anno dopo. Innovativa e precorritrice di una certa sensibilità:
Il pacifismo allora non era un verbo diffuso. Certamente non eravamo i
soli, ma era nuovo pensare a un mondo di pace, anzi era relativamente
insolito. L’elemento del pacifismo militante c’era già durante la guerra
del ’15-’18 era già iscritto nella cultura operaia e politica. Ma per quanto
riguarda la canzone colta, invece, indubbiamente Dove vola l’avvoltoio? è
il primo caso in cui si è sviluppato un tema fortemente pacifista legato,
però, al passato non al presente: non c’è nella canzone questo aspetto
della guerra come distruzione dell’umanità49.
Come annientamento del futuro e visione ideale di pace e libertà. Tema
che comparirà qualche anno dopo per esempio nella canzone di Fabrizio De André, La guerra di Piero (1964) e nell’inno pacifista Blowing in
the wind (1963) di Bob Dylan.
Una Storia “altra”: la voce popolare e della protesta
L’anno più felice della mia vita è un libro di Alan Lomax [2008], studioso
americano di musica popolare. Tra il 1954 e il 1955 attraversò l’Italia raccogliendo e registrando canti, ballate, un vasto materiale sonoro da conservare e mantenere in vita, perché rappresentava una eccezionale fonte
storica, un patrimonio culturale che rischiava di scomparire di fronte al
fenomeno dell’abbandono delle campagne e dell’urbanizzazione, di fronte all’imminente nascita di una nuova Italia che puntava al progresso e
a costruirsi una nuova storia e una diversa identità: quella di Paese industrializzato e moderno. Insieme a Diego Carpitella fu lui a mettere
insieme un’ampia testimonianza della vitalità del patrimonio culturale
italiano di allora, mai studiato fino a quel momento [Carpitella 1978]. Ed
Dove vola l’avvoltoio?, testo di Calvino I., musica di Liberovici S.: Jona e Straniero
1995, 131-132 (https://soundcloud.com/storicamente/dove-vola-lavvoltoio).
48
49
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011.
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Fonti e documenti
è sempre questo ricercatore a diffondere anche in Italia un certo interesse
verso la cultura popolare, operazione che precedentemente aveva realizzato in America, con Woody Guthrie, con il quale aveva registrato gran
parte del repertorio folk americano. Attraverso Lomax si venne a creare
un rapporto tra il movimento americano e le ricerche sulla canzone popolare in Italia. Proprio in quegli anni, infatti, nel 1954, veniva pubblicata
in Italia una piccola antologia di Canzoni di protesta del popolo americano
da Roberto Leydi e Tullio Kezich, grazie a contatti che questi avevano
con il gruppo di People’s Songs, un’organizzazione fondata a New York
da Lomax, Pete Seeger, allo scopo di promuovere canzoni popolari americane, canzoni di lavoro e di lotta. Il libretto era intitolato Ascolta, Mister
Bilbo!50 e le edizioni Avanti! che lo pubblicarono furono al centro di una
riscoperta della musica popolare in Italia, già attivata in precedenza dai
primi studi etnologici di Ernesto de Martino, e poi proseguita nel lavoro
di Cantacronache, del Nuovo Canzoniere Italiano, da i Dischi del Sole e
dallo stesso Istituto de Martino [Bermani 1993].
A un certo punto abbiamo riscoperto, in contemporanea con altri che
lo stavano facendo, gli uni all’insaputa degli altri, tutto il repertorio del
canto sociale italiano. Attorno a esso si è avviata una nuova ricerca di
questa cultura orale che in rapporto al campo folklorico, ha avuto di
base il lavoro di Lomax e Carpitella sui canti popolari italiani, che fu uno
shock anche per noi, perché nessuno sapeva che in Italia ci fosse una tale
Portelli 1975, 252. Ne dà conferma anche Fausto Amodei: «Di ricerche sulla
canzone popolare – dice – se ne stava interessando Roberto Leydi che in un primo
momento si era occupato dei canti di protesta americani. Infatti, il termine canto di
protesta, utilizzato anche da Cantacronache, viene da un libricino scritto da Leydi
Ascolta Mister Bilbo!. Poi arrivò Cersare Bermani e il gruppo del Nuovo Canzoniere
Italiano con i Dischi del Sole che lavorarono molto sulla ripresa e riproposta del canto
sociale tradizionale»: Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in
Bentini et al. 2011. Sullo stesso argomento anche Straniero è molto preciso: «Questa
espressione “canti di protesta”, non era farina del nostro sacco, bensì l’adattamento alla
situazione italiana di quel protest song statunitense del quale Tullio Kezich e Roberto Leydi davano documentazione in quegli anni con la pubblicazione del volumetto
Ascolta Mister Bilbo!»: Jona e Straniero 1995, 68.
50
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
301
meravigliosa cultura sotterranea51.
E il dialetto, in un Italia attraversata da una forte emigrazione dal Sud
al Nord, era certamente un modo per affermare (o per non dimenticare)
la propria identità e le radici di un popolo [Straniero e Barletta, 2003].
Ecco che la riscoperta del canto sociale contribuì ad accrescere l’interesse
di Cantacronache verso i movimenti di protesta in Italia, non solo quelli
attuali, ma anche le rivolte del passato, avvenute negli anni di formazione di una cultura anarchica, socialista, comunista, repubblicana. Manifestazioni che rappresentavano l’azione collettiva popolare nell’atto di
emanciparsi socialmente e culturalmente, era il popolo che denunciava
e cantava le ingiustizie sociali e l’esigenza di libertà [Jona e Straniero
1995, 30].
I Cantacronache ne faranno tre dischi dal titolo Canti di protesta del popolo italiano52, risultato di una particolare forma di scambio che avveniva
tra gli autori e il loro pubblico anziano:
C’è stato una specie di baratto tra noi Cantacronache e il pubblico anziano delle Case del popolo, delle Cooperative, delle Società di mutuo
soccorso dove andavamo a cantare le nostre canzoni, che erano canzoni
di cronaca, di storia e di situazioni concrete. Questi anziani già lo facevano diverso tempo prima: noi cantavamo la morte di Matteotti – ci
dissero – il crack delle banche di Roma del 1897, l’uccisione di Sante
Caserio, lo sciopero di Parma. Per cui a un certo punto, grazie a loro,
abbiamo riscoperto tutto il repertorio del canto sociale italiano, attorno
a cui poi si è avviata una nuova ricerca sul campo53.
Lo studio del repertorio popolare italiano risvegliò l’interesse verso il
mondo sommerso della canzone storica di protesta di fine Ottocento e
Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in Bentini et al.
2011.
51
Canti di protesta del popolo italiano 1, 2, 3, collana a cura di Jona E., Liberovici S.,
Italia Canta, 1959, SP 33/R/0012.
52
53
Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in Bentini et al.
2011.
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del Novecento, e contribuì a mostrare un Paese che si raccontava attraverso la voce dal basso:
Abbiamo cominciato a raccogliere canti popolari, come i canti contro la
guerra del ’15-’18, canti di lavoro, di lotta, canti repubblicani, socialisti,
comunisti, anarchici. Abbiamo cominciato a portare fuori dal dimenticatoio questo materiale molto interessante da studiare soprattutto per il
linguaggio: musicalmente e letterariamente mutuava modelli culturali
della cultura alta ma attraverso tecniche e modifiche interne molto interessanti54.
E venne fuori che in Italia esisteva una ricca tradizione di canti sociali,
politici e di protesta, «esplicita espressione di comunicazione rivendicativa e contestativa di massa» [Bermani 2003, 1; 1997]. Si trattava di canti
d’uso, ovvero formatisi «attraverso la trasformazione di altri precedenti
canti, cioè per una modificazione del testo preesistente o per un adattamento di nuove parole a melodie già note e per lo più notissime, sì da
agevolare al massimo la diffusione orale del nuovo messaggio» [Bermani
2003, 3]. Per questo mescolavano materiali, testi e musiche provenienti
da diversi contesti: arie da romanze insieme a canzonette di consumo,
melodrammi con ritmi di marce e inni militari. Purché fossero cantabili, purché costituissero un repertorio, una trama comprensibile a tutti
e a cui tutti potessero partecipare. Il racconto di quei fatti, così, si tramandava, e con esso la storia. Tra i più suggestivi, riproposto da Fausto Amodei, si può menzionare Il crack delle banche55, che racconta dello
scandalo della Banca Romana del 1897 [Vettori 1974].
54
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011.
55
Il crack delle banche, Barbieri U. 1896 in Cantacronache 4 – Canti di protesta del popolo italiano e canti della Resistenza, Vedette Albatros VPA 8133, riedito da Nota Ed.,
Udine 2008 (https://soundcloud.com/storicamente/il-crak-delle-banche).
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Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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Un’immagine del processo di Torino a Einaudi, Liberovici, Straniero e Margot (1962).
Gli intellettuali e la dittatura: cultura a processo
Un altro evento che mostra le inquietudini di quei primi anni ’60 è la
pubblicazione del libro Canti della Nuova Resistenza spagnola edito nel
’62 da Giulio Einaudi, che riportava la traduzione e lo studio critico
dei canti della Nuova Resistenza spagnola che Liberovici, Straniero e
Margot avevano registrato sul posto, recandosi in Spagna durante la dittatura franchista. Gli autori e l’editore vennero accusati di vilipendio di
Capo di Stato estero (si menzionava la figura di Franco, definito come
cabron) e per oscenità. Per questo andò incontro a censura, provocando
una lunga serie di dibattiti, ma soprattutto di scontri anche violenti che
avvennero durante i giorni del processo che si tenne a Torino.
«Fu un viaggio clandestino» dice Margot «eravamo dei clandestini noi
lì. Avevamo una scatola di fiammiferi con lamette da barba, dentro a
ognuno c’era l’indirizzo di una persona che poteva dirci qualcosa sulla
304
Storicamente 2013
Fonti e documenti
Nuova Resistenza spagnola. Questa scatola era pronta a essere incendiata
e gettata fuori dal finestrino della macchina se fosse successo qualcosa»56.
«Avevamo pubblicato una coplas» spiega Jona «una forma popolare di
canto spagnolo di due distici, e uno recitava: “Al santo Cristo de Limpia
dicono che gli crescono i capelli, e che gli cresce il cazzo per metterlo
nel culo ai preti”. Era una metafora: Cristo vendicatore che caccia i
mercanti dal tempio»57. Era una protesta contro il clero corrotto che il
sentimento popolaresco attribuiva all’immagine del Cristo giustiziere,
potenza punitrice dei ministri non degni della divinità58. «Invece» prosegue Jona «il capo d’imputazione diceva: “per aver attribuito alla sacra
figura di Cristo atti di sodomia”». Jona in quell’occasione, in quanto
avvocato, si occupò della difesa:
Io ho cercato di spiegare che l’uso della parola “cazzo” era corretta e usata
in gran parte della letteratura italiana – dice – e mi sono divertito a citarla almeno trenta volte nella mia arringa mostrando come fosse presente
in qualunque testo da Bandello a Boccaccio... Poi spiegai il significato
della metafora. Nonostante ciò Liberovici, Straniero, Einaudi e Margot
furono inizialmente condannati a quattro mesi di reclusione e il libro fu
sequestrato in tutta Italia. Poi, dopo l’assoluzione in Cassazione, quando
fu chiaro che si trattava di una metafora, il libro fu ritradotto in Francia
e Inghilterra – dice Jona –. Allora un fascista qualunque poteva fare una
denuncia di questo genere che poteva produrre un processo arrivato fino
in Cassazione. Dovetti dimostrare come nel canto popolare l’oscenità
era presente, e se uno studioso ne pubblica alcuni e li studia non compie
alcun atto osceno. Si tratta, invece, di un lavoro intellettuale59.
Galante Garrone M., intervista rilasciata a Venezia il 3 gennaio 2011, in Bentini
et al. 2011.
56
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010. Su questo argomento,
inoltre, cfr. la canzone I mercanti del tempio, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 112-113.
57
58
«L’Unità», 27 giugno 1963.
59
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011.
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Processo a Einaudi, Liberovici, Straniero e Margot
Sull’argomento esiste una vasta serie di articoli di giornale conservati presso l’archivio del Crel – Centro Regionale Etnografico Linguistico – a Rivoli (Torino).
Tra questi: Processati Einaudi e i canti spagnoli; Condannati a Torino gli autori del
libro contro il franchismo; Violenta nota del governo spagnolo contro l’editore torinese
Giulio Einaudi; Tafferugli e proteste contro l’editore Einaudi denunciato per oscenità e
vilipendio alla religione. E poi anche: I canti della nuova resistenza spagnola. La Marsigliese degli ubriachi, «Lo Specchio», 20 gennaio 1963; Gli editori europei solidali
con Einaudi. Franco teme lo stornello, «L’Espresso», 20 gennaio 1963. Altri, invece,
vengono dall’archivio personale di Giovanni Straniero, nipote di Michele: I libri
più letti della settimana, «Vie Nuove», 24 gennaio 1963; Franco Galasso, Censura. I
due tabù del regime: il profitto e la sacrestia; Ecco gli uomini che abbatteranno Franco,
«Le Ore», 24 gennaio 1963.
Lo stesso concetto venne ribadito dal prof. Giuliano Vassalli, dell’Università di Roma, che in quell’occasione testimoniò al processo in difesa degli imputati, mettendo in luce «il carattere sicuramente scientifico
dell’opera che si è proposta il compito di raccogliere documenti che
potrebbero andare perduti per lo storico di domani, cercando di fissare quel particolare momento della reazione popolare contro un regime
oppressivo»60. Per questo il libro dei canti della Resistenza spagnola «resterà per lo storico di domani un capo d’accusa contro un regime che
con la sua tirannia obbliga un popolo generoso a una protesta segreta
così sofferta ed esasperata»61.
Alcuni commenti di Margot, invece, chiariscono il clima conservatore
che in particolare condannava la figura della donna: «Mi chiese il giudice» dice Margot «ma lei come donna non si sente a disagio a dire le
parolacce che dice in quel libro? Io ho detto: scusi ma lei che differenza
fa tra uomo e donna?»62, creando con la sua domanda un gran disordine
in tribunale.
60
«L’Unità», 27 giugno 1963.
61
Dichiarazione di Einaudi G. in «L’Unità», 27 giugno 1963.
Galante Garrone M., intervista rilasciata a Venezia il 3 gennaio 2011 in Bentini et
al. 2011.
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Storicamente 2013
Fonti e documenti
Si può leggere tra le trame di questo processo il quadro della situazione
italiana, e non solo, caratterizzata da un forte scontro di tipo ideologico
e politico che approfittava di qualsiasi manifestazione artistica o culturale per accentuarsi. Per diverso tempo, per esempio, Straniero, Einaudi,
Liberovici e Margot furono banditi dalla Spagna e nei giorni del processo la sede della casa editrice torinese subì alcuni attacchi e lanci di
bombe carta.
La vicenda mostra quanto fosse difficile per un artista, o intellettuale,
esprimere pubblicamente un pensiero, soprattutto nel caso potesse disturbare la corrente politica dominante, o certi personaggi che ne erano
fautori come Franco. E la Chiesa, soprattutto. La censura era un’operazione molto praticata e la libertà di pensiero veniva schiacciata da esigenze di potere, come mostra anche questo scritto:
Quando cominciammo a comporre le prime canzoni neorealiste l’atmosfera psicologica italiana,
attraversava momenti di
insolita tensione. Le elezioni erano alle porte, ai
comizi si replicava con i
comizi. Come sempre avviene in simili circostanze
le parole, le opinioni, anche le più svagate, finivano sempre per acquistare
un loro ben preciso significato, un’intenzione che
Cantacronache: da sinistra Sergio Liberovici, Fausto Amomagari non c’era […]. Si
dei, Michele L. Straniero, Margot (fonte: Straniero e Rovello
viaggiava su di un terreno
2008).
minato. A ogni sillaba, a
ogni nota, si rischiava di toccare questo o quell’altro tabù nazionale e di
ricevere di conseguenza i controstrali degli interessati. [Jona e Straniero
1995, 26-28]
Sempre per restare nell’ambito della giustizia, solo nel 1956 entrerà in
funzione la Corte costituzionale, che avvierà la cancellazione di norme
e articoli introdotti dal fascismo. Ma per cogliere a pieno l’arretratez-
chiara ferrari
Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica
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za culturale del sistema giudiziario (Magistratura e Corte) e una certa
discriminazione verso le donne, è sufficiente ricordare che ancora nel
1961 la Corte ribadiva che l’adulterio era reato punibile se compiuto
dalla donna, che recava offesa più grave dell’infedeltà del marito.
La sinistra comunista, in questo contesto, appariva agli autori italiani
come una possibilità di libera espressione, anche solo per il fatto che un
editore come Einaudi avesse deciso di sostenere la pubblicazione di un
libro che riguardava la protesta di un popolo contro una dittatura fascista.
C’era un conformismo terribile nella radio e nella televisione – dice Jona
– vigeva un codice di comportamento rigidissimo: certe parole non si
potevano dire perché venivano censurate. Per poco che si facesse, a livello
di critica, si veniva subito cacciati. Infatti, sotto questo profilo la sinistra
comunista, che non era certamente liberale, ha fatto un’opera liberale: ha
difeso la libertà di stampa, di opinione, di cultura in un periodo in cui
c’era questa balena dormiente che faceva addormentare un po’ tutti, e
tutto diventava sfilacciato in un conformismo diffuso, costante.63
Il riferimento è alla politica conservatrice della DC, definita da Jona vecchia balena [Jona e Straniero 1995, 26] che imponeva un sistema centrista che impediva l’alternanza politica in Italia e lasciava spazi marginali
alle opposizioni, tra l’altro ancora irrigidite dalla presenza del modello
del comunismo sovietico. Questo concetto di una sinistra comunista
non liberale, ma comunque sostenitrice di certe libertà, chiarisce la contraddizione esistente nello schieramento.
Conclusioni
L’esperienza di Cantacronache mostra come in un particolare momento
della storia d’Italia le canzoni abbiano saputo riconquistarsi un ruolo,
quello di collettore sociale e luogo di condivisione di ideali. La stessa
63
Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011.
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Fonti e documenti
funzione che Stefano Pivato ben rammenta: uno strumento che «cadenza lo svolgersi della politica, ne sottolinea gli eventi principali, ne
accompagna l’evoluzione. È, in definitiva, uno dei segnali più significativi della partecipazione della gente comune [...] alla politica» [Pivato 2005, X]. I Cantacronache scrivevano, cantavano e cercavano di
radicare il gusto per un nuovo tipo di canzoni, che affrontavano i temi
della quotidianità e quelli sociali e politici con parole intense e poetiche,
melodie lineari molto adatte a sostenere il tono spesso narrativo dei testi
e a contrappuntare denunce pungenti mai gridate64, ma mostrate in tutta
la loro evidenza. Perché si ricominciasse a guardare alla realtà e ai suoi
problemi, a rivendicare diritti calpestati, a protestare nelle piazze.
Utilizzate come fonti per la storia65 queste canzoni diventano fotografie,
rappresentano un veicolo tra i più suggestivi per la restituzione di fatti
realmente accaduti e del clima culturale e politico che li ha generati. E
se la storia della cultura e del costume di un Paese passano anche attraverso le sue canzoni, con Cantacronache si arriva al cuore, alle origini
della creazione d’autore, espressione di uno sguardo personale, e per nulla scontato, sulla realtà. Così, prende forma un ritratto alternativo della
società italiana. Non è certo l’Italia del benessere quella che si profila,
ma l’Italia vista dalla parte di chi le trasformazioni le subiva: l’Italia della
protesta, di chi stava dalla parte delle minoranze e guardava al presente
con occhio critico cercando di svelarne le ingiustizie.
Un’Italia “altra”, che Cantacronache ha osservato e fissato. Alternativa,
perché ne è stata il negativo, l’immagine in ombra che ha scavato nelle
differenze e nelle contraddizioni, invece di fermarsi alla superficie.
Le immagini più vive che ci sono rimaste esprimono tensioni e conflitti
ancora attuali e salienti come il rifiuto verso il conformismo intellettuale
e la volontà di opporsi al sistema della produzione musicale leggera che
Archivio storico del Cinema della Resistenza di Torino, www.istoreto.it/agenda/
Cantacronache.pdf.
64
65
«Il canto risulta essere un documento utile per capire la storia»: Pivato 2005, X.
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trovava vasto consenso, e che Cantacronache ha combattuto proponendo canzoni “educative”: «Eravamo sinceramente stufi e delusi della pessima qualità delle canzonette presentate al Festival di San Remo, della
ripetitività dei loro testi (le rime amore / cuore) e della banalità delle loro
musiche» scriveva Straniero [Jona e Straniero 1995, 63]. Contestazione
verso i prodotti culturali di puro consumo e intrattenimento, capaci di
creare un pubblico passivo e acritico nei confronti della realtà, contestazione che ben si è espressa nello slogan “evadere dall’evasione”. La lettura
critica del boom economico con l’idea che celasse con la sua fascinazione
i reali problemi del paese, avviato a una fase di forte cambiamento in
tutti i settori, con «l’intreccio (sofferente) di passato e di presente, di tradizione (come memoria di usanza e di sentimenti) e di nuove necessità,
il rapporto fra continuità e cambiamento [...], la diversa fatica e le diverse
attese» [Foa 1996, 261]. La questione del lavoro e dei diritti dei lavoratori da difendere. Problemi che toccavano sia il Sud (i morti nelle zolfare
siciliane) che il Nord (la fabbrica con i turni di lavoro che condizionavano pesantemente gli stili di vita). La contestazione di tipo politico, la
battaglia contro le dittature e a sostegno delle mobilitazioni di massa e,
allargando il discorso, alle forme di resistenza al colonialismo, all’imperialismo con uno sguardo alla storia di altri paesi, mentre il tema della
memoria resistenziale e della lotta partigiana diventava un patrimonio da
preservare e trasferire alle generazioni successive.
Cantacronache a tutt’oggi resta un’esperienza innovativa e unica, un
punto di svolta nella storia della canzone italiana, non solo per aver contribuito alla nascita della canzone d’autore e del cantautorato66, scrivendo, musicando e cantando le proprie canzoni, non avendo trovato cantanti professionisti disposti a farlo, e in questo preservando una certa
libertà creativa67. C’era alla base l’idea di dare vita a un nuovo sistema
66
Sulla storia della canzone d’autore cfr. Jachia 1998.
«Nessuno suonava le nostre canzoni: la radio, la tv e i cantanti celebri non l’avrebbero mai fatto. Poi in realtà alcuni cantanti famosi le hanno riprese, la Vanoni, per
esempio, ha cantato una canzone come La zolfara e poi anche altre». Jona E., intervista
67
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Fonti e documenti
di produzione e fruizione dell’arte che comprendesse, nella sua opera di
trasformazione, il pubblico, non inteso come massa informe, ma come
insieme di individualità, uomini con cui dialogare e interessare alle cose
della realtà. Nel suo valore educativo ed etico, la canzone richiedeva
anche una rinnovata modalità di esecuzione da parte dell’interprete: una
vocalità semplice e naturale, come l’orchestrazione, priva di grandi arrangiamenti. La canzone diventava letteratura e la letteratura canzone,
unita alla pittura, alla grafica, come mostrano i disegni che ritroviamo
tra i loro scritti teorici, o le copertine dei loro dischi, o le scenografie dei
loro spettacoli. Opera d’arte totale, si potrebbe dire.
In questo progetto rigeneratore i Cantacronache furono tra i primi a
intravedere un’alternativa al sistema della produzione e distribuzione
propri del mercato discografico e culturale di massa deciso dalle major,
praticando l’autoproduzione e mantenendo un approccio artigianale
alla creazione artistica che, nell’esclusione dalle dinamiche commerciali,
ha implicato la ricerca di luoghi e modalità comunicative al di fuori
dei circuiti convenzionali, dei palcoscenici televisivi, delle grandi case
discografiche, delle radio. Una scelta, o l’unica soluzione possibile e in
questo senso rivoluzionaria, dettata dall’urgenza di esprimere idee e contenuti, spesso controcorrente, in libertà. Un sistema che, probabilmente,
avrebbe aperto la strada alle successive etichette discografiche indipendenti68 [De Angelis et. al. 2007].
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68
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Fonti
Interviste
Tratte da Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, a cura di Bentini M.,
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Intervista a Fausto Amodei, «L’Unità», 1 maggio 2002.
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Archivio Crel Torino
Condannati a Torino gli autori del libro contro il franchismo, ritaglio senza riferimenti.
Gli editori europei solidali con Einaudi. Franco teme lo stornello, «L’Espresso», 20 gennaio 1963.
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La canzone scenderà in terra, «L’Espresso», 23 marzo 1958.
Piovene G., Canzoni, ma vere, «Epoca», 16 agosto 1959.
Processati Einaudi e i canti spagnoli, ritaglio senza riferimenti.
Tafferugli e proteste contro l’editore Einaudi denunciato per oscenità e vilipendio alla religione, ritaglio senza riferimenti.
Violenta nota del governo spagnolo contro l’editore torinese Giulio Einaudi, ritaglio senza
riferimenti.
Archivio personale di Giovanni Straniero
I libri più letti della settimana, «Vie Nuove», 24 gennaio 1963.
Galasso F., Censura. I due tabù del regime: il profitto e la sacrestia, ritaglio senza riferimenti.
Ecco gli uomini che abbatteranno Franco, «Le Ore», 21 febbraio 1963.
Riviste
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Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, a cura di Bentini M., Cassanelli
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Comunicazione Storica dell’Università di Bologna, in collaborazione con l’Istituto
Storico Parri Emilia Romagna, 2011.
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Cremagnani B., Deaglio E. 2008, L’ultima crociata, DVD, Milano: Luben Production.
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Appunti sul lavoro in fabbrica: un’ora in fabbrica (Arese 1977), Roma: Rai Trade.
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Pontecorvo G. 1966, La battaglia di Algeri, Roma: Igor Film.
Trasmissioni televisive
Buonasera con... Italo Calvino, 1979, Teche Rai.
Festival di Sanremo, 1954-1962, Teche Rai.
Riprese originali
Celebrazione del Cinquantesimo dei morti di Reggio Emilia, Reggio Emilia 7 luglio
2010, archivio privato.
Fonti audio
Da Cantacronache. Un’avventura politico-musicale degli anni cinquanta, CD, Torino: Edizioni Elytra, DDT& SCRIPTORIUM associati, 1995:
La canzone dei fiori e del silenzio, testo di E. Jona, musica di S. Liberovici.
La zolfara, testo di M.L. Straniero, musica di F. Amodei.
Canzone triste, testo di I. Calvino, musica di S. Liberovici.
Per i morti di Reggio Emilia, testo e musica di F. Amodei.
Oltre il ponte, testo di I. Calvino, musica di S. Liberovici.
Dove vola l’avvoltoio?, testo di I. Calvino, musica di S. Liberovici.
Il ratto della chitarra, testo e musica di F. Amodei.
Canzone del popolo algerino, testo di M.L. Straniero, musica di F. Amodei.
Partigiano sconosciuto, testo di Anonimo, musica di S. Liberovici.
Da Cantacronache 3:
Partigiani Fratelli Maggiori, testo di M.L. Straniero, musica di F. Amodei.
Il tributo, testo di E. Jona.
Canti di protesta del popolo italiano, di E. Jona e S. Liberovici, Vinile, Roma: Italia Canta, 1960-61.
Da Canzoni di protesta del popolo italiano e canzoni della Resistenza, CD, Udine: Nota,
2008):
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Fonti e documenti
Amore ribelle, testo di P. Gori, interpretata da F. Amodei.
Il crack delle banche, testo di U. Barbieri, 1896.
Inno individualista, (Anonimo), interpretata da F. Amodei.
Reggio Emilia, 7 luglio 1960, «Vie Nuove», Vinile, Roma: Editori Riuniti.