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BraDypUS.net COMMUNICATING CULTURAL HERITAGE Progetto grafico BraDypUS Editore Abbonamenti È possibile attivare abbonamenti con l’editore della durata minima di tre anni. Ai volumi venduti in abbonamento viene applicato uno sconto del 25% del prezzo di copertina. Per maggiori informazioni si prega di contattare l’editore: BraDypUS. Communicating Cultural Heritage indirizzo: via A. Fioravanti 72. 40129 Bologna, Italia web: http://bradypus.net email: [email protected] tel: +39 339 1452161 ISSN: ISBN: DOI: 2282-6033 978-88-98392-03-2 10.12977/stor Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/ licenses/by-nc-nd/4.0. 2014 BraDypUS Editore via Aristotile Fioravanti, 72 40129 Bologna CF e P.IVA 02864631201 http://bradypus.net http://books.bradypus.net [email protected] Finito di stampare nel maggio 2014 presso Atena.net Srl, Grisignano di Zocco (VI). annale 2013 BraDypUS.net COMMUNICATING CULTURAL HERITAGE Bologna 2014 Direzione Co-Direzione Alberto De Bernardi Tiziana Lazzari Responsabile di redazione Vittorio Caporrella ([email protected]) Redazione Alice Bencivenni, Claudio Bisoni, Paolo Capuzzo, Maria Pia Casalena, Mirco Dondi, Cristiana Facchini, Maria Teresa Guerrini, Giovanni Isabella, Raffaele Laudani, Elisa Magnani, Clizia Magoni, Gaetano Mangiameli, Karin Pallaver, Matteo Pasetti, Marica Tolomelli Comitato scientifico Gian Paolo Brizzi (Università di Bologna), Massimo Donattini (Università di Bologna), Marcello Flores (Università degli Studi di Siena), John Foot (University College, Londra), Giovanni Geraci (Università di Bologna), Massimo Montanari (Università di Bologna), Mauro Pesce (Università di Bologna), Lourenzo Prieto (Università di Santiago di Compostela), Paolo Prodi (Università di Bologna), Dominic Rathbone (King’s College, Londra), Maria Salvati (Università di Bologna), Francesca Sofia (Università di Bologna) Redazione web Julian Bogdani, Erika Vecchietti (BraDypUS Editore) Peer review Tutti i saggi scientifici vengono sottoposti in forma anonima a double-blind peer review da parte di due esperti esterni. Per ulteriori informazioni: http://www.storicamente.org/peer_review_it.htm. La lista dei referee anonimi fino alla penultima annata è disponibile all’indirizzo: http://www.storicamente.org/list_reviewers.pdf. Contatti e proposte di articoli Storicamente, Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Università di Bologna, Piazza San Giovanni in Monte 2, Bologna I-40124, Italy. Indirizzo e-mail: [email protected] Questo volume è l’edizione annuale a stampa dei saggi scientifici apparsi sull’e-journal Storicamente, realizzato con il contributo del Dipartimento di Storia Culture Civiltà - Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Direttore responsabile Gian Paolo Brizzi Autorizzazione Tribunale di Bologna n. 7593 del 9 novembre 2005. annale 2013 indice COMUNICARE STORIA Gilles Kepel La rivoluzione tunisina dei gelsomini La primavera araba e la globalizzazione della politica . . . . . . . . p. 9 STUDI E RICERCHE Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader . . . . . . . . . . . . p. 21 Mauro Pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 . . . . . . . . . . . . . . . . p. 49 Gian Luigi Betti La cattedra e il potere. Due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 79 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 123 DOSSIER L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica, a cura di Stefano Bottoni Stefano Bottoni L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica. Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 157 Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale” I casi romeno e polacco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 159 Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968 Uno sguardo da Mosca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 185 Stefano Bottoni I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda Convergenze parallele? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 209 Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti Alla ricerca del fordismo perduto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 239 FONTI E DOCUMENTI Chiara Ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica . . . . . . p. 271 comunicare storia La rivoluzione tunisina dei gelsomini La primavera araba e la globalizzazione della politica Gilles Kepel Sciences Po Institut d’Études Politiques (IEP) de Paris, France La caduta* del regime di Ben Ali in Tunisia è da addebitare ad un concorso di circostanze favorevoli. Una in particolare risiede nella strana alleanza tra i ceti più disagiati dei giovani tunisini e una parte della borghesia, che in questa collaborazione ha visto un’opportunità per rovesciare la dittatura. “Strana” perché le origini di questi due ceti sociali sono, storicamente ma anche sociologicamente, del tutto differenti. Da un lato la borghesia colta di origine europea (Andalusia) o erede di corpi politico-sociali di tradizione ottomana, come i giannizzeri, composti soprattutto da Albanesi, Greci... Si tratta di un gruppo ben riconoscibile, concentrato nelle città, che, pur parlando arabo, preferisce di gran lunga il francese. Dall’altro stanno i giovani delle classi più povere della società, prevalentemente berberi di origine contadina. Questa intesa è stata resa possibile dall’attività degli intellettuali laici e dei professori dell’università, attività che si è dimostrata però carente sul piano politico. Infatti, se pure è stata sufficiente a saldare le esigenze de- * Lectio magistralis di Gilles Kepel al Convegno Sissco “L’Italia nell’era della globalizzazione”, Aosta 14.09.2012 (testo curato da Andrea Marinelli). 10 Storicamente 2013 Comunicare storia Immagine della rivoluzione dei gelsomini, Sidi Bouzid, Tunisia. Foto di Ali Garboussi. Fonte: http://english.al-akhbar.com/node/2620. gli uni con le rivendicazioni degli altri tanto da far cadere Ben Ali, non ha saputo creare le condizioni per favorire allo stesso modo un’intesa politica tra questi due gruppi sociali e il partito islamista al-Nahda, i cui membri sono stati per lungo tempo perseguitati dal passato regime. Gli islamisti di al-Nahda non hanno partecipato da subito ai moti rivoluzionari, non prima comunque del 14 gennaio 2011, quando le grandi manifestazioni di piazza a Tunisi costrinsero alla fuga Ben Ali. Da questo punto di vista, il loro ruolo è stato marginale ed essi non disponevano di alcuna legittimazione per assumere la guida del Paese post-rivoluzione. Dalla loro, gli islamisti potevano contare sul retaggio derivante dall’opposizione passata al regime e dalle persecuzioni che avevano subito, dal carcere all’esilio: si pensi al segretario di al-Nahda e Presidente del consiglio tunisino, Hamadi al-Jebali, rinchiuso per diciassette anni in prigione e torturato. Questa realtà ha pesato in modo decisivo, anche in relazione al fatto che, dal punto di vista simbolico, i martiri della rivoluzione tunisina sono stati relativamente pochi – circa trecento – se Gilles Kepel La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica 11 paragonati ai morti delle altre rivoluzioni arabe. In questo modo gli islamisti hanno potuto contare su una fonte di legittimazione estremamente efficace, che ha costruito la legittimità del partito al-Nahda e ha consentito di assumere la guida del Paese e di quegli stessi strati sociali che avevano, materialmente, fatto la rivoluzione dei gelsomini. Il connubio tra l’autorità politica degli islamisti e le spinte sociali della gioventù tunisina e della borghesia è avvenuto sulla base di un vocabolario di natura politico-religiosa che ha soppiantato quello sociale. In altre parole c’è una linea di frattura che separa il momento rivoluzionario da quello post-rivoluzionario proprio in ragione dell’accantonamento delle tematiche sociali, molto sentite all’inizio, a favore di quelle religiose. La mediazione politica di al-Nahda, durante la fase di costruzione delle nuove istituzioni post-rivoluzionarie, ha consentito di tenere assieme realtà sociali così differenti come quelle cui accennavo poco fa, solo al prezzo e allo scopo di occultare la dimensione sociale delle rivendicazioni a favore di quelle religiose. I gruppi che hanno dato il via alla rivoluzione dei gelsomini sono oggi scomparsi come forze politiche, benché le loro istanze restino tuttora un punto problematico della vita politica tunisina. La loro eredità è stata infatti raccolta dai gruppi salafiti, cioè gruppi islamici che criticano alNahda e tutta la tradizione dei Fratelli musulmani, i quali ai loro occhi sono né più né meno che dei traditori dell’Islam. Secondo i salafiti, la democrazia è infatti un concetto empio, poiché pone la sovranità nelle mani del popolo, mentre essa apparterrebbe, nella loro visione, esclusivamente ad Allah. Allo stesso modo ritengono inutile e dannosa la costituzione, espressione della democrazia, in quanto esisterebbe già una carta costituzionale valida, espressione della parola di Dio: il Corano. Con la democrazia – sostengono – il popolo potrebbe scegliere soluzioni al di fuori e contro il testo del Corano, e come tali blasfeme poiché la legge di Dio è al di sopra delle democrazia. Di conseguenza i salafiti contestano al-Nahda, che invece ha fatto derivare il proprio potere dalle formule democratiche. Il salafismo esiste da tempo, ma solo oggi, nel contesto della frustrazione 12 Storicamente 2013 Comunicare storia sociale del periodo post-rivoluzionario, è stato in grado di allargare le sue basi dando voce a quei giovani di cui prima dicevo, attraverso un linguaggio diverso da quello con cui la rivoluzione aveva preso il via, ma non per questo meno attraente nei confronti di chi, dopo aver accumulato tante speranze, le ha viste mettere in soffitta dalla nuova classe dirigente. Si tratta di una situazione che ho potuto constatare di persona all’inizio di settembre 2012 a Sidi Bouzid, la cui moschea è in mano ai salafiti. Ho ascoltato – e anche registrato – il discorso dell’imam durante l’ora di preghiera, nel quale viene spiegato molto chiaramente che la rivoluzione non ha portato alcun risultato positivo per i tunisini perché non è stata fatta in funzione delle ragioni della fede islamica e dei musulmani. Successivamente, in un’intervista che ho avuto con lo stesso imam, questi ha ribadito la condanna nei confronti del partito al-Nahda e del governo. Il giorno dopo, sabato, mi sono recato al mercato settimanale, dove ho potuto constatare che, in assenza della polizia, l’ordine veniva mantenuto da milizie di salafiti. Questo controllo del mercato è un aspetto interessante della questione, perché chiama in causa l’importanza che riveste il suq nella vita e nell’immaginario popolare: non a caso, è proprio nel suq che i salafiti avevano organizzato una manifestazione di solidarietà con la Siria. Nel caso specifico, il suq di Sidi Bouzid è stato costruito accanto alla tomba di un sufi musulmano, Salih Abu Zayd, dal quale prende il nome la città di Sidi Bouzid. Ebbene, ho notato che, mentre la tomba del santo è ormai poco frequentata, la zona del suq nella quale stazionavano i salafiti era invece molto affollata: questo, quasi a simboleggiare da che parte si è schierata la popolazione, pure in presenza di un retaggio culturale e identitario così profondo, di fronte alla forza di attrazione del movimento salafita. Ma, al di là della mia personale esperienza, va notato che questo movimento non ha affatto un carattere localistico, al contrario intrattiene relazioni ed è presente come forza politica in tutto il mondo arabo. I salafiti, grosso modo, possono essere divisi in due grandi categorie, a seconda sia delle sfumature di natura teologica che politica. I salafiti Gilles Kepel La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica 13 pacifici sostengono l’obbedienza assoluta al testo del Corano e al cosiddetto Comandante dei Credenti, ovvero il re dell’Arabia Saudita che porta questo titolo, nella sostanza l’equivalente di Califfo, cioè la massima autorità islamica. Ci sono poi i salafiti violenti, o “jihadisti”, come si definiscono, i quali si ispirano all’organizzazione di al-Qaeda. Essi propugnano una visione della società fondata sull’adesione integrale ai principi del testo coranico nella sua versione più rigorosa. A questa visione si combina una pratica che approva l’uso della violenza per abbattere l’“empio” mondo contemporaneo, sia nella sua versione originale, e cioè l’Occidente, che in quella “apostata” dei Fratelli musulmani, che non condividono le loro idee. Si è così consolidata una divisione tra i movimenti dell’Islam politico, tra salafiti e Fratelli musulmani, che riflette e condiziona la politica internazionale del mondo arabo. L’Arabia Saudita è il finanziatore e l’organizzatore del salafismo, in un modo o nell’altro; del salafismo non violento, certo, ma bisogna dire che il problema della violenza, per questo movimento, è più una questione di opportunità che una teoria generale di pratica politica. D’altro canto, i Fratelli musulmani ricevono il generoso aiuto del piccolo rivale dei sauditi, l’emirato del Qatar. L’obiettivo del Qatar è di costruire un’alleanza fondata su un’intesa tra i principali Paesi la cui guida è stata assunta dai Fratelli musulmani – Tunisia ed Egitto in primo luogo, Hamas in Palestina, la Turchia – per fungere da contrappeso all’influenza dell’Arabia Saudita nel mondo arabo e musulmano in generale. Al polo opposto, i sauditi hanno tutto l’interesse a vanificare questo disegno sostenendo i salafiti per mettere pressione sui Fratelli musulmani. Ad esempio in Egitto i salafiti, poco più di un anno fa, erano del tutto contrari a prendere parte alle prime elezioni libere dopo la caduta di Mubarak, dal momento che, secondo il loro punto di vista, le elezioni implicano la negazione dell’autorità e del potere divino. Poi, nel luglio 2011, hanno deciso di concorrere costituendo un partito, al-Nour, che ha conseguito poco meno di un quarto dei voti totali (24 14 Storicamente 2013 Comunicare storia % e 120 seggi). Questo quarto di voti è lo strumento con cui l’Arabia Saudita intende esercitare pressione sul governo egiziano di Morsi e del partito dei Fratelli musulmani. In altre parole, ciò a cui assistiamo oggi è una vera e propria globalizzazione dei rapporti politici all’interno del mondo arabo post-rivoluzionario. Un fenomeno tuttavia che ha dei risvolti violenti, nel senso che la violenza è, in questo caso, espressione di precise opzioni politiche. La visione del mondo secondo i salafiti, non violenti o jihadisti che siano, è bipolare: da un lato la società degli empi, dall’altra quella dei veri credenti, dei puri, cioè loro stessi. Qualora le circostanze lo permettano, l’uso della violenza è permesso e non proibito. Il contesto descritto in apertura, che faceva riferimento al caso tunisino, è riproponibile anche per altri Paesi: alle grandi speranze di rinnovamento sociale che avevano portato le rivoluzioni sono seguite grandi delusioni. L’insoddisfazione dei giovani per le inascoltate istanze presentate durante la rivoluzione tunisina ha portato ad una crescita del movimento salafita che ha invece saputo raccogliere queste domande, sia pure attraverso il proprio specifico linguaggio di natura essenzialmente religiosa. Il salafismo più radicale e violento ha trovato così linfa vitale proprio nel momento in cui sarebbe stato lecito attendersi un progressivo declino degli strumenti più feroci e brutali di lotta politica. Si tratta di una situazione paradossale, dal momento che la maggior parte degli osservatori aveva pronosticato, con la fine delle rivoluzioni arabe, la fine dell’islamismo violento e terroristico. Si supponeva che la stessa al-Qaeda non avrebbe più potuto attrarre giovani ormai conquistati alle idee di libertà, democrazia e diritti umani per le quali si erano battuti contro i regimi tirannici e dittatoriali di Tunisia, Egitto e Libia. Invece non è stato e non è così. Certo, non c’è dubbio che la situazione sia migliorata. Oggi in Tunisia la libertà di espressione è garantita, perlomeno è più garantita rispetto all’era di Ben Ali. Ma le condizioni sociali della popolazione più povera non accennano ad evolvere in positivo, e questo ha creato le condizioni di una rinnovata ascesa di quei movimenti, come il salafismo, che manifestano Gilles Kepel La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica 15 idee integraliste sotto il profilo religioso e non disdegnano l’uso della violenza come veicolo di azione politica. Se teniamo in considerazione quanto detto finora, ciò che è accaduto l’11 settembre 2012 a Bengasi – l’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens – è un segnale molto importante dal punto di vista simbolico. La rivoluzione libica è infatti un simbolo dell’alleanza tra i Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia – Sarkozy ha giocato un ruolo considerevole in Libia – all’Italia in un certo modo, e gli stessi rivoluzionari libici contro il dispotismo di Gheddafi. L’ambasciatore Stevens era una delle persone decisive per saldare un’alleanza che, in altre forme e con altri interlocutori, non si è riusciti invece a stabilire in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Bengasi è una città particolare, ad elevato contenuto simbolico per l’alleanza tra occidentali e rivoltosi. Qui, il 19 marzo 2011, hanno avuto luogo i primi raid aerei francesi contro l’esercito di Gheddafi, che hanno significato il primo intervento diretto dei Paesi occidentali contro il regime. Uccidere l’ambasciatore americano nella città-simbolo di questa alleanza, e per di più l’11 settembre – data dall’evidente valore simbolico per gli Americani e per l’Occidente in generale – è un atto che testimonia senza alcun dubbio l’efficacia del gesto, proprio per il contenuto fortemente simbolico che ha in sé. Le reazioni che questo assassinio ha suscitato nel mondo arabo sono piuttosto strane ma significative, perché chiamano in causa la comparsa, su Youtube, di uno spezzone di un film considerato offensivo nei confronti dei musulmani, Innocence of Muslim, nel quale si sosterebbe l’immagine di un Maometto sostenitore della pedofilia e dell’omosessualità. Questo ci riporta, in un certo senso, alle polemiche e alle tensioni che seguirono la pubblicazione dei Versetti Satanici di Rushdie e, in anni più recenti, delle caricature di Maometto sul quotidiano danese «JyllandsPosten». Ora, va evidenziato il fatto che questo film non era uscito a ridosso dei fatti di Bengasi, ma era in circolazione già da diverse settimane senza che nessuno l’avesse notato. Nei giorni successivi all’uccisione 16 Storicamente 2013 Comunicare storia dell’ambasciatore Stevens, mi ha colpito ascoltare le reazioni nel mondo arabo, sia raccolte personalmente in Tunisia, sia ascoltate su al-Jazeera. Tutte, senza eccezioni, iniziavano con la condanna del film, e solo in seconda battuta si specificava il ripudio dell’atto violento che ha portato alla morte dell’ambasciatore e di altre tre persone. Il valore simbolico del gesto viene messo in risalto da questo tipo di risposta, ovvero dalla sua strumentalità. Spostare l’attenzione non sull’omicidio di quattro persone, ma su un film comparso peraltro da tempo e con questo in qualche modo rendere giustificabile, o comprensibile, l’uccisione dell’ambasciatore americano, fa parte di una vera e propria manipolazione dell’opinione pubblica in funzione di un allargamento delle basi dello scontento e della protesta: allargamento che è reso possibile, come abbiamo visto, proprio dall’alto grado di delusione e frustrazione delle classi più deboli della società dopo le rivoluzioni. Per concludere, una piccola notazione linguistica può forse aiutare tutti noi a sintetizzare il senso di quanto detto finora. In arabo la parola utilizzata per dire “bruciarsi” è “ḥaraq/ḥaraqat”: con questi termini si è indicato il sacrificio di Bouazizi, la scintilla che ha fatto scoppiare la rivoluzione tunisina. Ma, nel dialetto nordafricano, il significato della parola si applica anche a coloro che fuggono dalla Tunisia per raggiungere Lampedusa, nell’accezione di coloro che bruciano i propri passaporti per non essere rimpatriati. Pochi giorni prima dell’eccidio di Bengasi c’era stato un incidente in mare, nel quale erano scomparsi circa una cinquantina di tunisini che cercavano di sbarcare a Lampedusa: il primo corpo che i carabinieri hanno ritrovato era di un giovane di Sidi Bouzid. Esattamente come Bouazizi, un anno e mezzo più tardi altri giovani “si bruciano” ed entrano nell’immaginario collettivo dei tunisini come simbolo della volontà di vivere e di riscattarsi, anche a costo di andare incontro ad una fine tragica. L’attrazione che esercita il mondo occidentale su questi giovani non va sottovalutata. Sull’aereo che mi ha condotto a Milano dalla Tunisia, gli europei in tutto saranno stati quattro o cinque: il resto erano tutti Gilles Kepel La rivoluzione tunisina dei gelsomini. La primavera araba e la globalizzazione della politica 17 africani. Sono arrivato in ritardo all’appuntamento qui ad Aosta perché a Malpensa ci sono stati lunghi controlli da parte delle forze dell’ordine, proprio per la tipologia diciamo “particolare” di passeggero che era imbarcato sul mio aereo. Da un certo punto di vista abbiamo subito tutti un trattamento particolare, siamo stati tutti immagine e specchio dell’immigrazione più o meno non legale. Ecco, la sfida che noi studiosi – storici e sociologi in questa occasione particolare – dobbiamo raccogliere è quella di comporre il puzzle della realtà del mondo arabo in fermento. Un quadro complesso sviluppato su più piani, da quello più antico e locale – come può essere il suq di Sidi Bouzid – a quello più recente, drammatico e globale della rivolta di Bengasi dell’11 settembre, passando per la tragedia e la speranza di chi si imbarca su un peschereccio o di chi prende un aereo per raggiungere l’Occidente, tanto odiato quanto desiderato. studi e ricerche Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader Lorenzo Kamel Univ. Bologna, Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà Fellowship (2013/2014) – Harvard University, Center for Middle Eastern Studies Hajj Amīn al-Ḥusaynī – the «Grand Muftī of Jerusalem» – is often portrayed as the legitimate representative of the Palestinian people in the first part of XX century. Due to his collusion with Nazism, such a position implies that the Palestinian people are, at least in principle, responsible for their own tragic destiny. This study challenges that assumption and sheds light on how and why the Grand Muftī was imposed on the Palestinian people by London. Analyzing the rise to power of Hajj Amīn al-Ḥusaynī and the means granted to him is crucial for understanding the ways through which the British authorities related to the local realities in post-World War I Palestine and to what extent these practices have marked the subsequent development of Palestinian society. Introduction (*) There is an aspect in the historiographical debate on the almost three decades of the British Mandate in Palestine that still exerts a special interest. It revolves around one of the most controversial figures in the recent history of the Middle East: the «Grand Muftī of Jerusalem», otherwise * The author thanks Moshe Ma’oz, Roger Owen, Brian K. Barber and two independent reviewers for their comments and Sari Nusseibeh, Zvi Elpeleg and Hillel Cohen for the interviews granted. 22 Storicamente 2013 Studi e Ricerche known as the «Grand Muftī of Palestine» or «Grand Muftī of Jerusalem and the region of Palestine». These functions are by now familiar to many, as is the name of the person who held this position between 1921 and ’48, Hajj Amīn alḤusaynī (1895-1974), often transliterated as Haj Amin al-Husseini. The latter imposed himself as a champion of the Palestinian cause until the 1940’s, although his efforts were “soiled” by his collaborating and sympathizing with Adolf Hitler (1889-1945) and Nazism1: Arab nationalists express their utmost gratitude to Your Excellency [Adolf Hitler] for having brought up the issue of Palestine on many occasions. [...] I take this opportunity to delegate my Private Secretary to the German Government in order that, in the name of the largest and strongest Arab organization and in my name, he can begin the negotiations required for sincere, loyal cooperation in all fields [...].2 The connivance of Hajj Amīn with Nazism should be read in a anti-Zionist perspective, infused with anti-Semitic prejudices (he did not hesitate to cite on several occasions «The Protocols of the Elders of Zion»), as well as in anti-British outlook. His intransigence towards the Jews had deep roots. To them, according to various sources, Hajj Amīn did not recognize, inter alia, the right to pray at the «Kotel Moravi» (Wailing Wall), but only to visit it, as the place was/is also holy to Muslims («alBurāq ash-sharīf») [Kayyali 1968, 119-126]. Haim Gerber pointed out that there were numerous documents written by Zionist leaders in which the desire to demolish the buildings on the Temple Mount to make way for a new Jewish Temple buildings was clearly expressed. Alfred Mond (1868-1930) and other investigators also pronounced Zionist speeches of the same tenor: «It is in this light – Gerber clarified – that we may understand Amin Husayni’s objection to any compromise with the Zionists over the Buraq/Wall» [Gerber 2008, 178]. 1 2 Al-Ḥusaynī to Hitler, 20 Jan. 1941. The following year al-Ḥusaynī congratulated the «Führer» for his victories in North Africa, speaking on behalf of the entire Arab world: «Das arabische Volk wird daher an Ihrer Seite gegen den gemeinsamen Feind bis [zum] endgültigen Sieg weiterkämpfen [The Arab people will continue to fight by his side against the common enemy until the final victory]». CZA L35/59-4. Berlin, 4 July 1942. The position of al-Ḥusaynī is even serious in view of the fact that he himself wrote in his private diary the intentions outlined by Hitler in the course of their meeting held on November 21st, 1941: «The objectives of my fight – Hitler noted – are clear. Primarily, I am fighting the Jews without respite [...] I am resolved to find a solution for the Jewish problem, progressing step by step without cessation». JMA – Box 7005 – Mishpacha Ḥusaynī («Ḥusaynī Family»). Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 23 Al-Ḥusaynī’s negative influence is today acknowledged almost universally, in the West as well in the Arab world [‘Abd al-Gham 1995, 326334].3 He is often called «Hitler’s Mufti» [Dalin and Rothman 2008] or «Hitler’s Jihadist Stepchild» [Patterson 2011, 108], just to mention two recent books. However, already since a few decades, and peaking in the last one, a significant percentage of the studies produced on the subject has gradually moved beyond. One example among many is represented by «The Case for Israel». The latter, published in 2003 by Harvard jurist Alan Dershowitz, is often cited in academic works (over one hundred citations on Google Scholar) and represents one of the major international bestsellers published in recent years on the contemporary history of the Holy Land. In one of its main passages, aimed to demonstrate the argument that between the twenties and the forties of the last century alḤusaynī was an acknowledged representative of the Palestinian people, Dershowitz strengthened his point of view by proposing the following passage: «Even Professor Edward Said believes that [Dershowitz begins to quote Said] “Hajj Amin al-Hussaini represented the Palestinian Arab national consensus, had the backing of the Palestinian political parties that functioned in Palestine, and was recognized in some form by Arab governments as the voice of the Palestinian people”» [Dershowitz 2003, 56].4 Dershowitz expressed no doubts: Hajj Amīn al-Ḥusaynī was «the official leader of the Palestinians».5 Dershowitz, although being well known in the academic world, is not a historian, and his writings are notoriously controversial as well as apo Some isolated cases that go in the opposite direction to what was just claimed can be found in Jaddū ‘Ubaydī and Nawfal 1985, 134-135 and Jarrar 1987, 218-236. 3 David Meir-Levi went even further: «Edward Said praised al-Husseini, former partner with the Nazis in their crimes against humanity, as “the voice of the Palestinian people”» [Meir-Levi 2007, 12]. 4 5 Dershowitz claimed the following: «The Palestinian leadership with the acquiescence of most of the Palestinian Arabs actively supported and assisted the Holocaust and Nazi Germany and bears considerable moral, political, and even legal culpability for the murder of many Jews» [Dershowitz 2003, 54]. 24 Storicamente 2013 Studi e Ricerche logetic in regard to Israel. Nevertheless it would be a mistake to underestimate his thesis and confine them to a negligible circle of “provocateurs”. The consultation of any search engine confirms that through the publication of articles, illustrations and books, a very large number of scholars – some well, others less known – continues to convey similar messages: «The leader of the Palestinian Arabs (who were on the side of the Nazis), Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the Mufti of Jerusalem, spent the war in Berlin with his entourage where they broadcast Hitlerian propaganda to the entire Middle East» [Seltman 2010, 148; Sharan and Bukay 2010, 37]. The implications of such an analysis are obvious. As the «official leader» of the Palestinian people, the latter automatically become, at least in principle, responsible for their own destiny. In other words, the Palestinians have a moral debt to be served [Mallmann and Cüppers 2010, 14 and 43]. A moral debt before whom their historical claims should (or could) be read in a different light. As will become clearer in the following pages, the interpretations just mentioned are highly questionable from a historical and political point of view. Nevertheless, the rise to power of Hajj Amīn al-Ḥusaynī6 and the means granted to him remain needed tools for analyzing the way in which the authorities in London related to the local realities in the postWorld War I and in order to comprehend to what extent these practices have marked the subsequent development of the Palestinian society. Al-Ḥusaynī was responsible for the formation of the Handschar, a Nazi division created in collaboration with Heinrich Himmler (1900-1945) on Feb. 10, 1943. It consisted of Bosnian and Serbian Muslims, with the addition of a small minority (2800) of Catholic Croatians. The following is an excerpt from a speech given by alḤusaynī to the division on 25 Jan. 1944: «Many common interests exist between the Islamic world and Greater Germany, and these make cooperation a matter of course». CZA – L35/59-2. 6 Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 25 «Imperium in imperio» For the purposes of this study it is not necessary to linger on an evaluation of the historical figure of Hajj Amīn.7 If only due to the fact that many historians have already scrutinized his strategies: he is a character that, although still relevant from an academic point of view, has been «condemned by history», as happened with all the historical figures colluded with Nazism. Other matters are of interest in this context. The first one revolves around the position of «Grand Muftī of Palestine». The latter was in fact created “in the image and likeness” of the future British Mandatory power. The function of Muftī of Jerusalem was already known before His Majesty’s Government direct involvement in Palestine. However, it was clearly bound only by geographical and authority issues to the city of Jerusalem,8 which had reverted to an independent mutasarriflik (district) in 1864 and was required to report directly to Constantinople.9 Such role traditionally guaranteed prestige,10 due to the meaning attributed to the Holy City, but never power of one muftī over another one. Edgal Ansel Mowrer (1892–1977) noted that «in truth he [Hajj Amīn] is no Husseini. An undistinguished ancestor called el-Aswad (“the Black” – from the Yemenite origin of the family), living in the village of Deir Sudan in Palestine, married a Husseini woman. Against all Moslem custom, the el-Aswads first added the genteel “Husseini” to their name and then gradually dropped the “el-Aswad” that betrayed their menial origin». CZA L35/59-5. 7 As noted by Mattar, «the mufti of Jerusalem remained subordinated to Shaykh alIslam in Istanbul, and restricted in jurisdiction to Jerusalem until the British occupation of Palestine in 1917-18» [Mattar 1988, 22]. 8 Many Ottoman dispatches indicate 1872 as the year in which Jerusalem was actually subject to a «müstakil idaresi» («self-government»). BOA A.MKT.MHM 443/82 1289.L.14 (15 Dec. 1872). 9 10 From time to time the charge was listed under the name of Muftī al-Diyār alQudsiyya («Muftī of the Holy Land»), a testimony of its recognized importance. However, in these isolated cases as well, it did not imply an overwhelming role in relation to other religious figures active in the region. 26 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Under the direct British responsibility, the office went from a local (Jerusalem) to a decidedly wider sphere of influence (Palestine). In other words, what once was the muftī of Jerusalem became in the years following WWI the «Grand Muftī of Palestine», or «Grand Muftī of Jerusalem and the region of Palestine». Such change had among its consequences that of relegating all the other religious figures to marginal roles: «The British military administration – Elie Kedourie (1926-1992) remarked – must have found it inconvenient in many ways to deal with this, so to speak, acephalous society, and hit upon the idea of considering the mufti of Jerusalem as the head of the Muslim community in Palestine and of giving him the title of Grand Mufti» [Kedourie 1984, 58]. It is in the aforementioned context that should be seen the decision of His Majesty’s authorities to guarantee to the «Grand Muftī» a much higher salary than that paid to his counterparts in the other cities of the region as well as to the muftīs of the Ottoman era. According to functionaries in London, motivated purely by convenience, «the Mufti of Jerusalem is generally regarded as the Head of the Moslem Community in Palestine».11 For such reason, as the Governor of Jerusalem Ronald Storrs (1881-1955) noted, given that the Bishop of London received more money than the one in Chichester, it should have followed that the muftī of Jerusalem could count on a higher salary than the muftīs in other cities of the region: «Seeing Palestine through a British prism – Efrat Ben-Ze’ev pointed out – may be termed anglicization» [BenZe’ev 2011, 30]. The role conferred on the new office was therefore in many ways at odds with Islamic tradition. Even extending the analysis to include other offices in Islam, the contrast is evident. Islamic jurisprudence specifies, for example, that the qāḍī (judge) and the muftī shall have complementary roles: the qāḍī judges, whereas the muftī counsels. However, it is 11 ISA – RG2 10/12-M. E.T. Richmond (1874–1955). Jerusalem, 20 Oct., 1921. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 27 common knowledge that the opinion of the latter is not binding on the former, just as we know that in the Ottoman Empire the qāḍī held a prominent position. In spite of this, the British Government reorganized the entire system, triggering a mechanism that Rashīd Khālidī explained as follows: In the Ottoman and every other Islamic system, the post of mufti was always clearly subordinate in power and prestige to that of the qadi (or judge). The qadi was appointed by the Ottoman state from the ranks of the official Ottoman religious establishment, and almost never came from a local family. The mufti, as well as the qadi’s deputy, the na’ib, who was also chief secretary of the shari‘a court, were by contrast always local officials. This existing system was completely restructured by the British, who effectively placed the mufti above all other religious officials in Palestine [Khalidī in Shlaim and Rogan 2001, 22]. The position of muftī of Palestine, conferred on Hajj Amīn al-Ḥusaynī by means of a simple oral communication [Arnon-Ohanna 1981, 3840 and Elath 1968, 26-35] on May 8, 1921, had an impact that was anything but marginal.12 Yet the reader will have noticed that at the beginning of this chapter reference was made to another “function” usually associated with the name of Hajj Amīn al-Ḥusaynī, that is the one of «Grand Muftī” (al-muftī al-akbar). This also – resulting from an atavistic desire to interpret the reality of the place with a forma mentis more familiar to the European context – was a creation introduced exnovo by London. Specifically, the addition of the suffix «Grand» before the title of muftī, perhaps inspired by a precedent recorded in Egypt, was thought up by the government of His Majesty to underline the An editorial published the same month and headed «About the speech of Herbert Samuel» complained that «we are really not sure» about the actions and the words of the High Commissioner, concluding that «we are starting to feel deeply paranoid in our heart». MDC – «Filastīn», 29 May 1921. It is interesting to note that such feelings were in strong contrast with the sensations expressed in that same historical phase by Samuel himself: «The state of Palestine continues quite tranquil – Samuel wrote on September 12th, 1920 – and there is a marked tendency towards better feeling among the various sections of the people». ISA – 649/7-P. 12 28 Storicamente 2013 Studi e Ricerche same preponderance that, as we have seen, was in many ways contrary to Islamic tradition. This additional new “title” was coined as early as 1919, therefore two years before Hajj Amīn al-Ḥusaynī took office. By means of this addition the British Government aimed to reward Kāmil al-Ḥusaynī (18671921), Hajj Amīn’s stepbrother and muftī of Jerusalem from 1908 to 1921, for his conduct [Khadduri 1973, 137]. It was in fact the entire Ḥusaynī hamula, or a large section of it, to be invested with «a plethora of offices and titles without precedent in Palestinian history» [Cohen 1987, 69]. More specifically, Kāmil al-Ḥusaynī had to be rewarded for proving to London that he was reliable. This is precisely why the Ottoman authorities fought hard (unsuccessfully) to have him removed from office during the First World War. In the eyes of the Porte the charge was one of the most incriminating: collaborating with the British and the Zionists.13 Although also Kāmil had therefore the opportunity to enjoy a position which had no precedent in the history of the region, as well as in almost any corner of the Islamic world, his prestige and coercive power over the local population were never in any way comparable with those of his successor. After the election of Hajj Amīn al-Ḥusaynī, which we will see was anything but standard, further instruments of power were offered to him. The improvised leader used them to reward his supporters14 An important meeting between Kāmil al-Ḥusaynī and the future first president of the State of Israel, Chaim Weizmann (1874-1952), who on the occasion stated that his objective was not «to found something that looks like a Jewish state or a Jewish government at the end of the [First World] War», took place on 22 April 1918. The same year Kāmil al-Ḥusaynī participated also in the ceremony to lay the first stone for the Hebrew University, when «over 10.000 persons, including local inhabitants» were present. CHIR 13/22/6,2/40. 13 One of the many documents that over the years denounced this conduct was signed by Muhammad Khulusi, President of the Moslem Youth Association of Gaza. In a letter mailed on 9 Feb. 1933 to the British High Commissioner, he complained that the SMC «is still influenced in its activities by partisan inclinations. It has recently appointed an inefficient and unqualified person, who was known for his misconduct 14 Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 29 and for posing himself as the “defender” of holy Islamic sites present on the spot. And even more often, for repressing anyone who attempted to oppose his plans. This applies, for example, to the creation of the Supreme Muslim Council (al-Majlis al-Islami al-A’ala; SMC), a body for which there was no precedent in the history of the region nor, because of its numerous ramifications, in the history of Islam. It was formed at the end of twelve months’ “incubation”15 on December 20, 1921; therefore, as in the case of the appointment of Hajj Amīn, before the League of Nations actually granted Great Britain the mandate of Palestine. It was founded by Herbert Samuel, the first British High Commissioner for Palestine, a figure greatly disliked by the Palestinian population for his Zionist “leanings” as well as for his Jewish origins: «The appointment of Sir Herbert Samuel [as British High Commissioner] – wrote ‘Āref al‘Āref (1891–1973) – one of the Zionist leaders, as High Commissioner for Palestine, is of great interest for the Arab nation and deeply significant for the inhabitants of the region who since the beginning of the occupation have continued to declare that they refuse to entrust their business to greedy foreigners».16 The new body was to provide a degree of representational autonomy to the local Muslim majority17 so as to balance the institutions accorded during the seven years he was headmaster of a national school as Mamour of Awqaf». ISA 293/3-M. On Nov. 9, 1920 a meeting was organized at the British Headquarters in Jerusalem to discuss the matter. Kāmil al-Ḥusaynī and seven other Muslim representatives were invited and Samuel, Storrs and six other British officials were present. Yet again, the authorities in London decided who the eight representatives would be, not the Palestinians. But Samuel had no doubts, «That the members of the Conference fully represented Moslem opinion is unquestionable». ISA – 649/7-P. Samuel to Curzon (1859–1925), 14 Nov., 1920. 15 16 ISA – RG2 1/7. 25 Jun., 1920. «The Mandatory authorities chose to deal with the Palestinian Arabs not as Arabs but as Muslims [...] the “Muslims” did not so much want a Supreme Muslim Council as much as they wanted a representative government» [Ghandour 2010, 131]. 17 30 Storicamente 2013 Studi e Ricerche by London to the Zionist counterpart and to stop a growing discontent: «We have no means – protested Abdallah Sa’id El-Danaf and Abdel Rahman El-Danaf in August 1921 – to obtain our rights as long as the Justice of the British Government rules».18 In addition to this the British authorities needed an «imperium in imperio»,19 that is, a sort of «government within the government» with which to interact. However, as was predictable in a context marked by obvious power vacuums and the absence of any sort of legitimate representation, it soon acquired such an overpowering role that the results of this did not take long to make themselves felt: «The present administration of Palestine – lamented the representatives of the Palestine Arab Delegation in a letter to British public opinion in 1930 – is appointed by His Majesty’s Government and governs the country through an autocratic system in which the population has no say».20 More precisely, the SMC, legally bound to the mandatory power, permitted to the person appointed by Samuel, Hajj Amīn himself, to preside over it,21 and to oversee sine die the control of the enormous flows CHIR – 13/21/6,1/40. Abdallah Sa’id El-Danaf and Abdel Rahman Rashid ElDanaf («servants of the Holy Rock» of Jerusalem) a Wyndham Deedes. Jerusalem, 10 Aug., 1921. 18 An expression used by the Peel Commission in 1937 to refer to the Jewish Agency and the SMC. 19 ISA – RG65 1054/1-P. Protest signed by the Palestine Arab Delegation on 19 May 1930. 20 The term “appointment” is to be preferred to the term “election”, although Hajj Amīn never missed an opportunity to remind that «the President [he himself] was elected by Muslim representatives and was not appointed» (ISA 195/18M. 26 May, 1936). Hajj Amīn was “elected” on 9 Jan., 1922 – according to the wishes and with the endorsement of Herbert Samuel – by 56 ex grand electors of the last Ottoman parliament. It is interesting to note that as early as on 24 August 1921, when those same 56 local notables were invited by Samuel to discuss the issue at the Government House, «Hajj Amīn was named as their leader» [Jabārah 1985, 47]. This confirms that, as Uri Kupferschmidt remarked, «Hajj Amīn al-Ḥusaynī’s election as Ra’īs al-‘Ulamā was a foregone conclusion since he already held the position of al-Muftī al-Akbar» [Kupferschmidt 1987, 20]. 21 Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 31 of funds from Islamic public donations (the public awqaf).22 The latter, which were quantifiable when Hajj Amīn took office in 100.000 British sterling per year, had previously been supervised by Constantinople. However, as noted already in 1935 by the London scholar Beatrice Erskine (1860-1948), resident in Haifa during the years of the Mandate, with the introduction of the new body those resources became completely uncontrollable: The head office of the Wakf, or Religious Bequests, was in Istanbul in Turkish times, and the great wealth attached to it was administrated there under Government supervision. After the [First World] War the British Government handed over the funds to the Moslems free of all control, and instituted the Moslem Supreme Council [...]. [It] manages eighteen religious courts, with a staff of two hundred and fifty assistants; superintends six wakf departments, in which five hundred and ninetytwo men are employed; controls ten schools and a theological college, having a total of one thousand six hundred and fifty students [Erskine 1935, 160]. Beside being able to dispose of enormous sums of money at his own discretion, the new office enabled al-Ḥusaynī to propose and elect judges, local muftīs and the administrators of the waqf (sing. of awqāf), and to lay off and hire functionaries in the Sharīʿah Court.23 All these positions were distributed by the neo ra’is al-‘ulamā («head of Muslim scholars»)24 to people he deemed unconditionally loyal to him: «Many petitions and complaints – read an official protest sent from Hebron and signed by From the dispatches of British functionaries it appears that they believed it possible, if not probable, that Hajj Amīn would be chosen for President of the SMC. ISA – RGW 10/12-M. 22 The attempt to deprive Hajj Amīn of the control of the Sharīʿah Court became the main focus of the efforts of the Nashāshībī clan over time. TNA – CO 733/222/7. A.G. Wauchope to P. Culiffe-Lister, Jan. 30, 1932. 23 This was an additional title “granted” to Hajj Amīn al-Ḥusaynī. Although it is true that starting from the XVII century various ‘ulamā were called – due to their acknowledged authority – «ra’is al-‘ulamā», it is also true that such a “title” never obtained any official recognition [al-Muḥibbī 1966, 43-44]. 24 32 Storicamente 2013 Studi e Ricerche several local sheiks – were submitted by the inhabitants of Palestine to the [British] Secretariat against the President of the Supreme Muslim Council [Hajj Amīn al-Ḥusaynī] and the improper manner in which he administers the Awqaf, Orphan funds and the Sharia Courts. [British] Government’s reply to the majority of such petitions was that it cannot interfere with Waqf and Sharia affairs. Such policy cannot be concealed from ignorant people (Shepherds) as Government has actually interfered with the Supreme Moslem Council, by appointing the members of the Council. Such an attitude is, indeed, inconsistent with the terms of the Palestine Mandate and casts reflection on the administration of a civilized power, such as Great Britain».25 The unprecedented Council – whose influence helped, between 1921 and 1929, to keep a period of relative calm in Palestine [Pappé 2011, 222] – basically became a mere tool used to cement the status of the «Grand Muftī» himself. Thus the religious power of Hajj Amīn achieved unchallenged political supremacy in Palestinian society, preventing and impeding it from forming its own national representational institutions and also playing a decisive role in the balance between Christian Palestinians and Muslim Palestinians. Not only the local Muslim population paid a price for the decision to centralize all the Islamic institutions in Palestine under the authority of Hajj Amīn al-Ḥusaynī; the Christian population did as well. Although the latter had always been a segregated minority, in the years immediately following the fall of the Ottoman Empire (1917) it had gradually acquired a more central role. In fact, it was considered a “natural bridge” to Europe in an era when the Old Continent was the political centre for 25 ISA – 293/3-M. Hebron, 5 Feb. 1934. The dispatch, sent to the then High Commissioner Wauchope was signed by Tawfiq Tahbub, Haj Mohammad Badr and others. Two years before 17 local notables had written to the British authorities denouncing that Hajj Amīn «had appointed 25 persons, all members of his family, at different posts, thus putting at their disposal the revenues of the Moslem Wakfs as well as our own ones which they conjointly spent for their personal upkeep». ISA – 293/3-M. Jerusalem, 11 Aug. 1932. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 33 Hajj Amīn al-Ḥusaynī visiting a village in Galilee on 23 April 1947. Source of the photo: Israel Defence Forces Archives. all decisions concerning Palestine. As evidence of the renewed focus on the Arab Christians and the desire to concentrate on a “balance” between the two religions, the first of a long series of Muslim-Christian associations, al-Jam‘īya al-Ahlīya («Local Association») was created at Jaffa. In June 1918 it was re-baptized in Jerusalem with the name al-Jam‘īya al-Islāmīya al-Masīḥīya («Muslim-Christian Association»), and adopted as its symbol a flag with the cross and the half-moon held by a woman wearing the traditional black veil (ḥijâb). The purpose was to underline that the Palestinian struggle in those years was not limited solely to the efforts of Muslims or men. The movement, deemed essential in order to oppose the Zionist threat effectively, immediately became so popular that many organizations with the same name were formed in Nablus and other cities as well. Most of the leaders of this movement, one of whom was the Greek Orthodox intellectual Khalīl Sakānīnī, were careful to avoid any explicit definition of Arab nationalism in Islamic terms. The SMC and the powers awarded to Hajj Amīn al-Ḥusaynī were a deciding factor that relegated Christians to a minority status again; it was no coincidence that from 1922 on local leaders appealed increasingly frequently to the religious sentiment of ordinary people. 34 Storicamente 2013 Studi e Ricerche The «Grand Muftī» of Great Britain? On May 9, 1921, the day after the appointment of Hajj Amīn to the position of «Gran Muftī di Palestina», a crowd of mukhtar (village leaders) and notables from villages near Jerusalem brought the following considerations to the attention of the British High Commissioner Herbert Samuel: Your Excellence is no doubt aware that every Moslem is individually interested in the Muftiship. That is why we see all Moslems turning their eyes towards this exalted position. The Muftiship is in great need of a man with proper legal qualifications, because the occupier of this position will be the final authority to any good ideal, to learning and scholarship. Your Excellency, this position is not hereditary but is conferred upon competent people and preference is given to him that is most learned. The Government is certainly anxious to give positions to people who are worthy of them. We therefore beg to request you to look into the matter and not to pay attention to whatever intrigues that are made by interested people who wished to subverse the legal elections held.26 Although, as stressed by the mukhtars, the «Muftīship» was not hereditary, immediately after the death (March 31, 1921) of his stepbrother Kāmil al-Ḥusaynī, Hajj Amīn began growing a beard, wearing a ‘amamah (turban) and conducting himself as though the position was already his. This attitude was first of all the result of what the High Commissioner Herbert Samuel had implied to him from the beginning: that he would be the next muftī.27 But it was also the result of a wellplanned family strategy. During that period in history the Ḥusaynī clan ISA – RG2 10/12-M. The letter was signed among others by Samara Abu Kias and Mohamed Sa’id Mohamed. 26 «When I was mourning over my brother Kamil, – Hajj Amīn reminisced subsequently – Sir Samuel visited us [...] and I asked him whom do you prefer, a candid adversary [i.e. he himself] or a renegade friend [the legitimate winner Jārāllah]? He answered ‘a candid adversary’ and on the basis of that came my appointment as the Mufti of Jerusalem» [Taggar 1936, 23]. 27 Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 35 had in fact already dismissed the possibility of supporting two other legitimate candidates. That of Fakri al-Ḥusaynī, younger brother of Hajj Amīn who – by an irony of destiny – was set aside because he was not considered an ‘ālim (a scholar of religious matters). And that of Tahir al-Ḥusaynī, the eldest of the four children of the «Grand Muftī» Kāmil al-Ḥusaynī, who, although very determined to succeed his father, was impeded from doing so by his family who perceived him as «eccentric» and «authoritarian». Independently of Hajj Amīn’s attitude and the available options, in order to be appointed to the aforementioned office it was necessary to obtain approval from Samuel, who had arrived in Palestine on the first of July of 1920. Samuel had in fact inherited the authority of mutasarrif (governor) of Jerusalem, who, according to Ottoman law, could select the muftī from a list of three candidates chosen by a council consisting of ‘ulamā, imam and local notables. In reality the election was anything but regular; not only because from the beginning it was obvious that the other candidates had greatly superior experience and education than the then 26-year-old Hajj Amīn, but above all because he did not obtain the necessary votes. In fact, he was last with 9 votes, in a shortlist that contrary to established tradition consisted of four candidates. Basically, he should have been automatically excluded from the competition.28 Hussam al-Din Jārāllah (1884-1954), the candidate who had obtained the greatest number of votes (19) and enjoyed the support of the majority of the ‘ulamā of Jerusalem and the Mu’aridun (the opposition to the Ḥusaynī embodied by the Nashāshībī clan, who enjoyed wide consent The supporters of the Ḥusaynī clan started a tough campaign to oppose to the elections’ result: «A meeting was held last night at the house of Jamil Bey al Husseini and was attended by a large number of Ulamas and notables. The election of Grand Mufti [the reference is to the legitimate winner Jārāllah] was contested on the ground that all Moslems had not cast their votes. It was decided to organise a deputation of townspeople and villagers, representing all classes of the Moslem Population to call on the High Commissioner and protest against the election». ISA – RG2 10/12-M. Document produced by the British authorities on April 15, 1921. 28 36 Storicamente 2013 Studi e Ricerche «amongst Moslems of moderate political view»),29 was, however, “convinced” by Herbert Samuel to withdraw and was later on rewarded with prestigious appointments. The second most voted (17 votes), Khalil alKhālidī (1863-1941), a man of acknowledged experience who immediately after the death of Kāmil al-Ḥusaynī had acted as muftī while the position was vacant, was one of the many who objected unsuccessfully to the British strategies. The forced withdrawal of Hussam al-Din Jārāllah in fact allowed Hajj Amīn to be included anew in the shortlist of the three candidates permitted (third place had gone to the sheikh Mūsā al-Budairi, with 12 votes), and he was selected shortly afterwards by the High Commissioner to hold the coveted office.30 The repêchage was, therefore, the result of planned, self-serving manipulation, surely facilitated by the predictable strategies contrived by the Ḥusaynī clan to boycott the result of the elections. From an “external” viewpoint, the decision to support Hajj Amīn could cause considerable perplexity; if for no other reason than the fact that he had been sentenced in absentia to ten years in prison by a British military tribunal because of the active role he had played in the bloody uprisings that broke out in Jerusalem in 1920, during which five Jews were killed and many others were wounded. It was only thanks to an amnesty Samuel granted him at the behest of the Governor of Jerusalem, Ronald Storrs, that Hajj Amīn was able to return to Palestine from the country where he had chosen to seek refuge (today’s Jordan). It should be noted that also in this case several Palestinians objected to the choice.31 From an “internal” viewpoint, like that of the local population, the British insistence on proceeding with this appointment could appear – at least to people not directly involved in the matter – even more 29 TNA – CO 733/222/7. Wauchope to Culiffe-Lister, 30 Jan., 1932. From the dispatches of British functionaries it appears that they believed it possible, if not probable, that Hajj Amīn would be chosen for President of the Supreme Muslim Council. See the dispatches dated October 1921 in the ISA file – RGW 10/12-M. 30 31 Al-Ḥusaynī visiting a village in Galilee on 23 Apr., 1947. Source: IDFA. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 37 questionable. It will suffice to mention that, despite having spent some time studying32 at the Dar al-Da‘wa wa al-Irshad («House of prayers and guidance») in Cairo under the influential guidance of Rashīd Ridā (1865-1935) and before that, receiving a basic education at two schools in Jerusalem – rushdiyya, or primary school, and i‘dadiyya, secondary school – Hajj Amīn never completed a programme of religious studies at any institute: «The President of the Supreme Moslem Council – admonished one of the countless protests received over the years by the British – does not possess the necessary religious qualifications which will qualify him to hold this office».33 The protests were in no way unfounded. Indeed, Hajj Amīn never earned a diploma of any kind: «The only religious qualification that he achieved in his life – underlined the ambassador Zvi Elpeleg, author of the best known biography of the muftī – was that of Ḥāğğī [pilgrim], which any Muslim who goes to the Mecca is entitled to [he went in 1913]. The truth of the matter is, political considerations were given precedence over considerations of a religious nature».34 According to sources in the CZA, Hajj Amīn studied in Cairo for «only one year». CZA – S25/10499. During this time he attended some courses at the al-Azhar University as well. 32 ISA – 293/3-M. The letter, signed by a series of local notables, does not bear a date; however, from the content it appears that it refers to the early Thirties. It continues with these words: «Even at the previous elections he [Hajj Amīn] failed to obtain the necessary votes and was appointed as a head of this Moslem institution without any lawful justification although Moslem religion does not allow of the appointment of such person as a spiritual head». 33 Interview with the author. Tel Aviv, 16 May, 2010. During the meeting with Elpeleg, at the ambassador’s residence (he served in Turkey from 1995 to 1997), he referred several times to the concept of an «Arab mentality»: «If you are familiar with the concept of taqiyya – the Ambassador explained – you know what the Arab mentality is like. They are in the habit of concealing their real opinions. Usually the concept of taqiyya is applicable when a grave and imminent risk to someone’s personal safety and faith exists. To avoid an obvious danger, caused by their religious beliefs, they are ready to dissimulate all their opinions. They bow their heads until the “tide has changed”. Then they take action and reveal their real intentions». Ibid. 34 38 Storicamente 2013 Studi e Ricerche From the beginning of his political career Hajj Amīn, who was therefore neither a sheikh (an accredited religious leader) nor an ‘ālim (a scholar of religious matters), was regarded with suspicion by a large segment of Palestinian society. This distrust was traceable early on within the clan of the Ḥusaynī themselves and their supporters (known as Majlisiyyūn), who feared the exuberance of the young Amīn’ and were aware that even within their own family there were candidates who were more suitable (or less ill-suited) to hold the position of muftī. But the diffidence that the future «Grand Muftī» soon aroused in ordinary people35 and in some of the local “notables” was far more meaningful. In this regard it is worth noting a dispatch sent on May 13, 1921 by Captain Chisholm Dunbar Brunton (1887-?) reporting to the «General Staff Intelligence» stationed in Palestine: In Jerusalem the chief topic of interest has been the election of the New Mufti [Hajj Amīn]; opinion has been divided as to who should succeed Kāmil Effendi al-Ḥusaynī [...] Learned opinion, represented by the Law Courts, has not favoured the popular candidate al Hajj Amīn alḤusaynī.36 Among the «learned opinions» referred to by Brunton, that of the qāḍī of Jerusalem, Muhammad Abu S’ud el ‘Uri stood out especially. In December 1921 he protested vociferously with the British authorities. In his view Ḥusaynī «was not worthy» of holding the offices assigned to him by the mandatory power. At most, suggested the qāḍī, it would have been better if London had managed Islamic affairs directly. All of the above obviously does not mean that the British authorities didn’t receive many petitions in favour of Hajj Amīn’s candidacy. In fact, it is common knowledge that a minority considered him a sort of Among the population’s protests that were sent to the British authorities over the years denouncing Hajj Amīn’s conduct, some bore thousands of signatures. The weekly paper «al-Karmil» («The Carmel») for example, contained a protest signed by 1500 people. MDC – «al-Karmil», 5 Sep., 1925. 35 36 TNA – CO 33/13. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 39 hero by virtue of the role he had played in the aforementioned protests in the 20’s, when he appeared to be the first leader up to challenging both the Jews and the British. It has been even more clearly ascertained that the powerful Ḥusaynī clan launched a massive campaign to have imams, qāḍīs, mukhtars and Bedouin sheiks speak up in favour of electing the “chosen one”. It was no coincidence that telegrams received by the British authorities in March and April 1921 in support of Hajj Amīn were in many cases not signed by ordinary people; a large percentage of them came from ‘ulamas, imams and well-known notables who were often closely involved with the Ḥusaynī family.37 To suppose that the British authorities distorted the outcome of the elections for fear of alienating that part of the local populace would mean to interpret history superficially. Otherwise it is difficult to explain why they didn’t show the same qualms when imposing other strategies – for example the Balfour Declaration, or immigration policies – which, unlike the legitimate appointment of Hussam al-Din Jārāllah, were objected to by almost the entire Palestinian society: «I was responsible – Herbert Samuel proudly clarified in the House of Lords on December 8, 1938 – for his [Hajj Amīn] appointment, and, looking back over the circumstances of the case, I have no doubt that the appointment was a right one» [House of Lords official report 1939, 426].38 The following is just one of many examples: «We Moslems of Jerusalem [...] – as it is argued in a letter sent among others by Abdul Rahman El Alami – have elected Hajj Amīn al-Ḥusaynī [...] as Muftī of Jerusalem, as he is a descendant of a well known family and enjoys a very good reputation». ISA RG2 10/12-M. As well as Abdul Rahman El Alami, who belonged to a family related to the Ḥusaynī by the marriage of Nimati El Alami (sister of Musa El Alami; 1897–1984) with Jamal al-Ḥusaynī (18931982), the document, dated 21 March 1921, was signed by «150 others». 37 38 The quotation just mentioned would seem to exclude the theory expressed by Zuhayr Mardini, according to whom Samuel also thought that Hajj Amīn was too young for the office of «Grand Muftī». Z. Mardini, Alf Yawm Ma‘a al-Haj Amin [One Thousand Days with Hajj Amīn], al-‘Irfan, Beirut 1980, 44. 40 Storicamente 2013 Studi e Ricerche The reason for an appointment There are obviously many reasons why the British authorities embarked on the solution of appointing Hajj Amīn. Two of them turned out to be decisive. The first was traceable to subjective assessments expressed by the High Commissioner Herbert Samuel and the Governor of Jerusalem Ronald Storrs following several meetings – some of which were attended by two diehard Zionists such as Norman Bentwitch (1883-1971), legal consultant to His Majesty’s government and a family member of Samuel’s, and Wyndham Deedes (1883-1956), Samuel’s principle secretary – held with Hajj Amīn just before the “elections”. During one of them, held on April 9, 1921, he not only impressed them with his charisma, but also appeared to be reliable as to his promise to use the prestige of his clan to further the interests of the mandatory power which, only 15 years earlier, had labeled him a «deep-seated enemy of Great Britain».39 On April 11, 1921 Samuel summed up the crucial meeting with the following words: I saw Haj Amin Husseini on Friday and discussed with him, at considerable length, the political situation and the question of his appointment to the office of Grand Mufti. Mr. Storrs was also present. In the course of conversation, he declared his earnest desire to co-operate with the Government, and his belief in the good intentions of the British Government towards the Arabs. He gave assurances that the influence of his family and himself would be devoted to maintaining tranquillity in Jerusalem.40 On the one hand Samuel – and even more so Storrs and the aforementioned Ernst Richmond (Councillor for Arab Affairs) – were persuaded that they would be able to manage a young man like Hajj Amīn fairly CZA – L35/50-1. William Ormsby-Gore (1885–1964). House of Lords, 8 Dec., 1938. 39 40 ISA – RG100 649/8-P. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 41 easily. Besides being «blackmailable»,41 he had little experience and preparation. On the other hand, an agreement was reached which implicitly established that the Ḥusaynī clan would not impede the mandatory power’s designs, and would in return receive power and unprecedented status. But beyond these considerations, the choice was motivated by underlying political factors. In Palestine the “divide and conquer” strategy represented, as it did in a large portion of the British colonial empire, one of the cornerstones on which to base the mandatory government’s hegemony. Fomenting discord among great local family clans, who were often unaware that they simplified strategies for London, became a valuable instrument for control. Very soon great hamulas such as the Ḥusaynī, Nashāshībī, Khālidī, Dajānī, Nusseībeh and the Jārāllah found themselves competing against each other for the favour of the British leaders. The decision to bet on Hajj Amīn was part of this approach. In particular, it was in the best interest of His Majesty’s authorities to maintain the balance between the major Palestinian families of Jerusalem: the Ḥusaynī and the Nashāshībī. Mūsā Kāẓim al-Ḥusaynī (1850-1934), oldest member of the Ḥusaynī clan and the main source of worry for London, had been removed from the office of Mayor of Jerusalem by Storrs following the clashes that occurred in the city in 1920; this decision had weakened the Ḥusaynī clan considerably.42 Rāghib al-Nashāshībī was installed in his place, to the great relief of the local Jewish community.43 The result «Samuel was presumably convinced that a man who had a bad record due to the 1920 demonstrations would remain on good terms with the British officials» [Jabārah 1985, 44]. 41 Although it continued to be very influential, the Ḥusaynī clan was weakened after Mūsā Kāẓim was removed. In addition, other members of the same family lost some important positions during the same phase. One of them was Hajj Amīn’s uncle, Sa‘id al-Ḥusaynī, who had to resign from the office of Minister of Foreign Affairs, which he obtained for a short while under King Fayṣal. 42 43 Already in 1918 Vladimir Jabotinskij (1880-1940) wrote to Weizmann that «this 42 Storicamente 2013 Studi e Ricerche of this appointment was that it became necessary to balance the power held by the various factions, so that the Palestinian community’s sphere of action would be «circumscribed by British interests and policies» [Milton-Edwards 1999, 25]. In his The Iron Cage, Rashid Khālidī went so far as to maintain that the appointment of Hajj Amīn was a strategy to undermine the legitimacy of Mūsā Kāẓim and foment a lesser version of the divide and conquer strategy within his family itself. His theory is plausible, although debatable. There can be no doubt, however, as to the scars left by this method of exercising power over the local populace during the following decades: «The British – explained Manuel Hassassian – exploited almost every aspect of the demographic and social cleavages existing in Palestine. They encouraged the establishment of “peasant” type of political parties hoping such political organizations would prevent the union of the rural and urban elites into what might become a viable and genuine national movement» [Hassassian in Scham 2005, 97]. Towards a «New Palestinian Historiography» Ironically, the passage from which Alan Dershowitz extrapolated the sentences of Edward Said, quoted at the beginning of this article, comes from a book called, «Blaming the victims». At this stage of the present analysis it is appropriate to clarify that that quote was the result of manipulation. Said’s opinion has been distorted to support a theory that he would not have agreed with: «This committee [the Arab Higher Committee], – this is the complete sentence written by Said – chaired by Palestine’s national leader, Hajj Amin al-Hussaini, represented the Pale- Mayor [Mūsā Kāẓim] proved to be not a neutral but a militant. Just try to imagine what would have happened if a Jewish Mayor, mutatis mutandis, appointed by the British to keep peace and represent all races, had acted in an analogous way against Moslems». JIA – Mictavim [letters], n. 2, 1914-1919. Jabotinsky to Weizmann, 12 Nov., 1918. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 43 stinian Arab national consensus, had the backing of the Palestinian political parties that functioned in Palestine, and was recognized in some form by Arab governments as the voice of the Palestinian people» [Said and Hitchens 1988, 248]. The subject of the sentence, therefore, was the Arab Higher Committee, not Hajj Amīn al-Ḥusaynī. The Arab Higher Committee, created in 1936 without an election and with «shallow roots among the population» (Uri Avnery dixit), represented «the political voice of the Palestinian people» to a limited extent, inasmuch as it was composed of representatives from several local families (Ḥusaynī, Khālidī, Nashāshībī, Ghusayn, Hādī, Salāḥ and others). If Hajj Amīn al-Ḥusaynī, who not coincidentally was the mind behind the initiative, was elected to lead this committee, it was only thanks to the aspects analyzed in this article. At that point, no other leader would have had the strength and political weight required to oppose such a choice or aspire to that office. Regardless of its «error of form», or perhaps precisely because of it, the quote from Alan Dershowitz is in any case important to the extent that it pinpoints a gap that, despite some attempts, has still to be filled. Today dozens of studies continue to put forward inconsistent historical factors in an attempt to portray Hajj Amīn al-Ḥusaynī as a «natural representative» of the Palestinian people. One of the more blatant aims for example to “prove” this theory by underlining the fact that in September 1948 he was appointed president of the new created All Palestine Government. Any expert in the subject matter, however, can easily demolish that argument by explaining that the All Palestine Government was nothing but an Egyptian initiative to frustrate the ambitions of King Abdullah of Transjordan (1882-1951): «It was – in the words of Moshe Ma’oz – a mere tool to justify Cairo’s occupation of the Gaza Strip. Hajj Amīn al-Ḥusaynī and his clan were instrumental for the 44 Storicamente 2013 Studi e Ricerche purpose».44 It was the British Government that considered Hajj Amīn to be «the official representative of the Palestinian population» [Porath 1974, 202], not the majority of the local population. If this historical figure – imposed upon the natives – managed over the years to acquire increasing power within Palestinian society45 by using power and violence, it was due to growing political worries about the present and future of Palestine, and even more to many years of uninterrupted use of the functions and “instruments” granted him. Functions and “instruments” that had little or nothing to do with the traditions and desires of the Palestinian people: «Hajj Amīn al-Ḥusaynī was definitely a product of the West – declared the Palestinian intellectual Sari Nusseibeh – but if we think about it all of us here in this land [Palestine/Israel] are in some fashion a product of the West; that is, a product of how the West perceived us. What we need today is to see the birth of a “new Palestinian historiography” that critically analyzes controversial protagonists such as Hajj Amīn al-Ḥusaynī from a Palestinian point of view».46 44 Interview with the author. Jerusalem, Truman Institute, 7 Jun., 2010. For some people, as Sheikh Faiq Al Ansari, Hajj Amīn was «[our] sole leader». ISA 295/27-M, 20 May, 1939. 45 46 Interview with the author. Jerusalem, al-Quds University, 5 Jun., 2010. Lorenzo Kamel Hajj Amīn al-Ḥusaynī, the “creation” of a leader 45 Primary sources BOA – Başbakanlık Osmanli Arşivi – Istanbul. CHIR – Center for Heritage and Islamic Research – Abu Dis. CZA – Central Zionist Archive – Jerusalem. IDFA – Israel Defence Force Archive – Tel-Hashomer (Tel Aviv). ISA – Israel State Archive – Jerusalem. JIA – Jabotinsky Institute Archives – Tel Aviv. JMA – Jerusalem Municipal Archive – Jerusalem. MDC – Moshe Dayan Center – Tel Aviv. TNA – The National Archives – London. Oral sources Interview with Hillel Cohen. Jerusalem, 23 November 2009. Interview with Zvi Elpeleg. Tel Aviv, 16 May 2010. Interview with Moshe Ma’oz. Jerusalem, 7 June 2010. Interview with Sari Nusseibeh. Jerusalem, 5 June 2010. 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Contesting Sexual Morality Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 mauro pasqualini Emory University, History Department The article seeks to contribute to studies on gender and sexuality among Italian avantgardes by focusing on the Florentine Futurist journal Lacerba (1913-1915). It argues that the journal sustained a provocative campaign against conventional sexual morality, which included a vindication of sexual diversity and homosexuality. Through the writings of contributors such as Italo Tavolato and Giovanni Papini, Lacerba combined Futurist rhetoric with an elitist, iconoclastic, and irreverent conception of sexuality. The article concludes that Lacerba’s campaign to sexual reform was severely curtailed by the authors’ nationalism. Introduction (*) On 1 May, 1913, the Florentine Futurist journal «Lacerba» published an article entitled Elogio della prostituzione1 as part of a campaign against prevailing sexual morality initiated by a young collaborator called Italo Tavolato. Some weeks later, an Italian court prosecuted Tavolato for «oltraggio al pudore»2. The case gave the young writer a moment of fame, * The author wishes to thank Valeria Manzano for her help and encouragement during the writing of this article. 1 Praise for prostitution. 2 «Offense against morality». 50 Storicamente 2013 Studi e ricerche and it also allowed the expansion of «Lacerba»’s sales and public presence. Profiting from this sudden notoriety, and encouraged by his association with Futurism, Tavolato re-invigorated his campaign, published a short booklet entitled Contro la morale sessuale3, and sharpened his profile as an iconoclastic anti-moralist. Although some historians have referred to the “Tavolato affair” as an episode of libertine and hedonist provocation, they have thus far overlooked the connection between Tavolato’s writings and their overt defense of male homosexuality. This article analyzes the relationship between the “Tavolato affair”, «Lacerba», and the Futurists, in an effort to explore representations and attitudes surrounding masculinity and male same-sex desire within a particular Futurist experience. By focusing on Tavolato’s writings and their immediate context, this article seeks to capture generally overlooked responses to male homosexuality among modernist Florentine intellectuals, as well as to add one more perspective on Futurism’s gender politics. Ardengo Soffici, copertina per Contro la morale sessuale, di Italo Tavolato, Firenze, Gonnelli, 1913. 3 Against Sexual Morality. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 51 Masculinity, Nationalism, and Futurism The relationship between masculinity and nationalism constitutes a long-lasting trope within Italian political and cultural history4. At the turn of the twentieth century, however, appeals to masculinity and virility multiplied. Many pedagogues, for example, became obsessed with recommending physical exercise and sexual abstinence as a Pablo Picasso, Pipe, verre, journal, guitare, bouform of shaping a strong will teille de vieux marc (‘Lacerba’), 1914, Fondazione Solomon R. Guggenheim – Collezione Peggy and character among young Guggenheim, Venezia. http://www.quirinale.it/qrnw/statico/bibliomen. Since for their part socio- Fonte: teca/bol_cat/pdf/percorsi/PercorsiTematici2012logists and psychologists asso- 3-I.pdf. ciated modern mass society, the experience of the crowd, and urban life with emotional instability and increasingly instinctual and sensual demands, they emphasized discipline over the body and repression of sexuality as central requirements for shaping modern and healthy Italians [Bonetta 1990 14-15, 71-207, 321-450]. Moreover, nationalist politicians concerned about the nationmaking process were also explicit in connecting the cultivation of the young male body with military strength and national regeneration. For many intellectuals, the cult of sport, speed, and competition, alongside 4 For an analysis of the association of masculinity and nationalism in early nineteenth-century Italian intellectuals and politicians see Patriarca 2005, 380-408. For an analysis of masculinity after national unification in connection to dueling practices see Hughes 2007, 6, 96-109, 269-272. 52 Storicamente 2013 Studi e ricerche the mastering of new machines and technologies came to epitomize masculinity and virility [Benadusi 2005, 13-34; Bellassai 2005]. Finally, some philosophers, writers, and literary critics increasingly articulated misogynistic attitudes, while the influence of anti-feminist and antifemale statements by authors such as Nietzsche, Otto Weininger, or Karl Krauss permeated the Italian cultural field as well [Salaris 1982, 22-28; Cavaglion 1982]. Appeals to aggressive models of masculinity were not an exclusively Italian phenomenon. Some historians, in fact, portray the period between the 1870s and the First World War as a moment of increasing virilist responses to different kinds of anxieties [Mosse 1996, 77-106; Bellassai 2004, 36-73]. The sense of crisis and instability elicited by compressed social and cultural changes, the growing participation of women in the public sphere, the visibility of sexual deviancy made possible by the emergence of sexology, obsessions with the spread of infectious and social diseases, and concerns about social decadence increased the appeal to a stable, rigid, physically robust, and hierarchical masculine role. Historians focusing on Italy’s apparent «exasperated masculinism», however, have identified some specific and additional reasons for anxiety in the peninsula. They point out to a general sense of frustration with the country’s international status – in a time when imperial gains were a form of validating men’s honor – and to a generalized discontent with a supposedly decadent political class [De Grazia 1992, 25-26; Hughes 2007, 269-272]. One of the most vociferous groups promoting aggressive models of masculinity in early twentieth-century Italy was the Futurist avant-garde that crystallized in Milan in February of 1909 and whose leader was the writer and cultural entrepreneur Filippo Tommaso Marinetti. Although Futurism was basically an artistic and aesthetic trend aiming to influence literature, painting, sculpture, and architecture, their efforts were also oriented towards shaping a more general attitude towards life, society, and even politics [Mosse 1990; De Felice 1987; Gentile 2003]. Along mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 53 with specific aesthetic statements, the Futurist manifestos and other programmatic writings emphasized danger, courage, the cult of sports and competition, speed, the mastering of technology and machinery, violence, force, and militaristic behaviors as the values and attitudes that signaled a vigorous and virile masculinity. Moreover, their modernist reflections were largely based on an implicit or explicit opposition to femininity and feminism, both linked to decadent, traditional, weak, or incorrect conceptions of life – something Futurists labeled «passatism», which came to represent all what they despised. The Futurist Founding Manifesto, published in early 1909 and considered as the launching document of the movement, is clear about this, especially in two of its eleven points: 9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore. 10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria5 [Marinetti 1909]. Over the past decades, literary critics and cultural historians alike have investigated the relationship between Futurism and gender. Schematically, their findings and conclusions are organized across two kinds of responses. On the one hand, some authors highlight the paradoxes of Futurism’s gender politics. Regarding women, for instance, scholars have usually noted that, despite Futurism’s misogynistic rhetoric, some female intellectuals did participate in their initiatives and held independent stances that sometimes contested or differed from Marinetti’s. These scholars have moreover emphasized that many Futurist manifestos and writings endorsed divorce, free love, and equal rights for women, «9. We will glorify war – the world’s only hygiene – militarism, patriotism, the destructive gesture of freedom-bringers, beautiful ideas worth dying for, and scorn for woman. 10. We will destroy the museums, libraries, academies of every kind, will fight moralism, feminism, every opportunistic or utilitarian cowardice» [Marinetti 1973, 19-24]. 5 54 Storicamente 2013 Studi e ricerche while despising traditional or bourgeois forms of marriage and romance. As a result, these approaches have read Marinetti’s proclaimed «scorn for woman» as an actual call for women to leave aside their attachments to nostalgic and traditional gender roles, and to get more actively and aggressively involved in modern life6. More recently, studies on male homosexuality proposed an analogous analysis. Even though Marinetti utilized “homosexuality” or “pederasty” as scornful terms applied to opponents, and even when he condemned effeminate men as decadent and weak, his rejection of bourgeois respectability permitted him to perceive homosexuality without further scandal. The result was that, as long as men remained «virile» and masculine, Futurists seem to have been more tolerant of same-sex relationships than other contemporary intellectuals [Benadusi 2005, 24-27]. Other scholars, instead, have pointed out the repressive aspects of Futurism’s gender politics. For historian George Mosse, Futurism’s notion of masculinity was a precursor of, and influence on, Fascism’s constructions of a “new man”. For Mosse, Futurism’s linkage of patriotism to manliness was a way of disciplining the individualistic and dynamic modernism of the movement. As a result, Futurism’s call to break with tradition and its celebration of modernity’s limitless possibilities would have been constrained by the sacrifice to the nation implied in its virilist notion of masculinity. Mosse also points to Marinetti’s Florentine allies such as Giovanni Papini and the journal «Lacerba», whose «Nietzschean nationalism, always in movement, aggressive and hard» was highly See Guerricchio 1983; Salaris 1982, 22-28; De Felice 1987, xvii-xviii; Adamson 2007, 99-105; Re 1989, 253-272; Re 2009, 103-124; Contarini 2009, 125-139. Most of these approaches focus on the Florentine journal «L’Italia Futurista (1916-1918)», and especially during its third period, from mid 1917 to early 1918, when female writers such as poet Maria Ginanni, poet and novelist Enif Robert, and novelist and graphic designer Rosa Rosà became part of the staff. Other important female contributors were Eva Kuhn Amendola – who signed as Magamal – Fanny Dini, Irma Valeria, Fulvia Giuliani, Marj Carbonaro, Emma Marpillero, and Shara Marini. For a general description of the journal see Adamson 1993, 218-224; Adamson 1997; Salaris 1985, 98-99. 6 mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 55 influential for Mussolini, mostly during the pre-war years [Mosse 1996, 155-157]. The relationship between masculinity, Futurism, and Fascism finds a more sophisticated analysis in Barbara Spackman’s study of the role of virility in political rhetoric. She argues that the pre-Fascist Italian political culture was permeated with notions of virility that reinforced hierarchical gender roles by linking nationalism to masculinity – a linkage that fortified the rhetorical backbone of Fascism. In the case of Futurism, its virilist nationalism exaggerated the divide between a male public and political realm and a female domestic sphere, and therefore became obsessed with the search of a pure masculinity based on strong male bonding and the abjection of the female. Based on Marinetti’s narrative, his manifestos, and related pamphlets, Spackman observes that Futurism’s intense male homo-sociability implied anxieties regarding male same-sex desire that were purged by reinforcing dominance over women and misogynistic attitudes. Antifemale violence would have therefore been the result of a «homophobic panic» generated by the underlying homoeroticism of Futurist rhetoric. Spackman concludes that in Marinetti’s writings, «female “matter” must always be available, open to violence, in order to maintain the border between virility and what Marinetti slurringly refers as «pederasty»7. Futurism’s pervading virility was also the reason why the efforts by some Futurist women to subvert or reverse his writings were useless. Futurism could only value women under the condition of erasing their gender difference and forcing them to perform masculine and virile roles. According to this formula, being equal was only acceptable for women at the cost of being like men. Moreover, despite some iconoclastic and unconventional remarks against traditional notions of family, Spackman argues, most Futurists still conceived of women as mainly mothers, with the difference that instead of submitting to the rules of traditional bourgeois marriage, women were called to produce children for the «race» 7 See Spackman 1996, 74, 6-17, 36-40, 52-74. 56 Storicamente 2013 Studi e ricerche or the nation [Spackman 1996, 36-40]. Profiting from these two lines of scholarly research, this article uses the “Tavolato case” and the responses to homosexuality among Florentine Futurists in order to show the flexibility of Futurist gender politics, as well as the undeniable virilist linkage to nationalism. On the one hand, the Florentine context shows that many male homosexuals felt comfortable with Futurism, and that the Futurist Giorgio de Chirico, Ritratto di Italo Tavolarhetoric, centered as it was on to, 1925. Fonte: http://touchingideas.blogspot. unconventionality and provoit/2013/03/erotica-futurista-6-contro-la-morale. html. cation, lent itself to an articulate defense of some forms of homosexuality. On the other hand, the acceptance of homosexuality was subordinated to elitist notions of “genius” and to the unbreakable association of masculinity with nationalism. The result was that Futurist masculinity did leave room for the defense of same-sex desire, although under the condition of performing an intense virilist pose. Ultimately this formula proved functional to anti-feminist and anti-democratic claims, which subordinated gender demands to the call for war and nationalistic politics. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 57 «Lacerba», Futurism, and Homosexuality Throughout its more than two-year existence, the journal «Lacerba» acted as a notorious and intense avant-garde standard-bearer in pre-war Florence. Launched by painter Ardengo Soffici and writer Giovanni Papini in January of 1913, «Lacerba» deployed a high-impact and irreverent cultural politics that allowed it to reach a relatively broad audience. The lacerbiani were passionate in their attacks on the official cultural institutions, the predominant morality, and the main ideological and political trends in pre-war Italy. As their launching issue stated, «[l]e religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desiderio di star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro aggruppamenti»8. Their almost anarchic and aggressive call for detachment from cultural and social conventions paralleled their cult of the “genius”, which they associated with radical originality, spontaneity, and uncompromising creative freedom: «Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio [...] crepino di dolore i popoli se ciò è necessario perché un uomo creatore viva e vinca». The lacerbiani’s complicated relationship with the Milan-based Futurists entails another relevant aspect of the journal’s life. Before the launching of «Lacerba», the encounters between some Florentine intellectuals and Marinetti had been conflictive. In June of 1911, Soffici’s criticisms of the Milan-based Futurists escalated, and Marinetti, along with painters Carlo Carrà, Luigi Russolo, and Umberto Boccioni, organized a punitive expedition that culminated in fist-fighting episodes in Florence’s Piazza Vittorio and the train station. Some months later, however, after verifying the success of Futurist paintings among Parisian and European artists, the Florentines reconsidered their position against the Marinetti «Religion, moralities, and laws find their only excuse in the weakness and cowardice of men and their desire to be more calmed down and to better conserve their gregariousness». Introibo, «Lacerba», 1 (1), 1 January 1913: 1. 8 58 Storicamente 2013 Studi e ricerche group, adopted a straightforward avant-garde profile, and joined the lot of the Futurists for a while. From March of 1913 to February of 1914, «Lacerba» served the Futurist cause and welcomed the collaboration of their Milanese comrades, who enthusiastically published their pieces and manifestos9. Those months signaled the momentum of Futurism in Florence. Between September of 1913 and January of 1914, the city hosted its first exhibition of Futurist painting, which attracted numerous visitors. On December 12, 1913, also, the Verdi Theater housed the city’s first futurist serata: a performance consisting of aesthetic and political proclamations, provocations of the audience, and the public’s attendant response – throwing of food at actors. The serata captured public attention through its well-advertised presentation and its expected tumultuous and chaotic unfolding [Soffici 1955, 317-334; Viviani 1983 (1933), 59-70]. Most of these episodes included the active involvement of one of the youngest lacerbiani, the university student and pamphleteer Italo Tavolato (1889-1966). Originally from Trieste, Tavolato moved to Florence around 1910, after taking some philosophy classes at the University of Vienna. Soon thereafter, he began to publish pieces about the Viennese and Central European intellectual scene in journals such as Giuseppe Prezzolini’s «La Voce» (1908-1916) and the short-lived «L’Anima» (1911), edited by Papini and Giovanni Amendola10. Although he took center stage during the months of his prosecution, there is not much known about Tavolato during his years in Florence. Alberto Viviani, a Futurist poet who also published some pieces in «Lacerba», describes him in his memoirs as a bohemian who spent most of 9 See Adamson 1993, 148-149, 153-181; Salaris 1985, 71-79; Salaris 1994. 10 See for instance Tavolato I., Karl Kraus, «L’Anima», 1 (6), June 1911: 184-188 and «Theodor Däubler», (9), September 1911: 275-285. For «La Voce» see Tavolato I., Frank Wedekind, «La Voce» 4 (22), 30 May 1912, and his review Otto Weininger. Sesso e carattere. Traduzione dal tedesco dal dott. G Fenoglio, 4 (44), 31 October 1912. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 59 his time in the café Giubbe Rosse, which was the actual headquarters of the journal. A tall and physically imposing person, Tavolato impressed Viviani with his philosophical acumen, but mainly because of his unstable character and changing moods, Non era un uomo fortunato. Dubbi e smarrimenti improvvisi lo colpivano ogni tanto e se gli capitava di porsi seriamente davanti il problema del suo io; e allora conduceva per lunghi periodi una vita di clausura che aveva alla fine il suo corollario in una serie di atti disordinatissimi a base di orgie, di nottambulismi, di notti completamente bianche addiriture in serie. Dato il suo temperamento, io credo che ciò le fosse necessario per vivere. Ho pensato molte volte a lui durante le sue assenze come a un certo candidato al suicidio, e in tali periodi me lo immaginavo regolarmente chiuso a chiave nella sua stanza completamente buia anche in pieno meriggio, intento a preparare una corda per impiccarsi11 [Viviani 1983 (1933), 95]. Tavolato’s Florentine years and, more specifically, his collaboration with «Lacerba», constituted his most intense attachment to Futurism and the Marinetti group, a relationship he owed basically to his friendship with Papini, and which did not last for long. After the end of «Lacerba» in 1915, Tavolato moved to southern Italy, and it seems that he lost his contact with the lacerbiani. His best friend in Florence had been the poet Dino Campana, who was not on good terms with either Futurism or «Lacerba». Even when Tavolato entered into contact with Roman Futurist Fortunato Depero in the immediate aftermath of the War, by the early 1920s he joined the group around the journal «Valori Plastici» and explicitly detached himself from Futurism and avant-gardism [Mastropasqua 2008, 87-110]. Moreover, the War years were also the beginning 11 «He was not a fortunate man. Sudden doubts and confusion used to strike him and it would happen to him that he was seriously considering the problem of his ego; and then he pursued for long periods a life of closure, which ended in a series of very disordered acts based on orgies, night life, serial white nights. Given his temperament, I think he needed this to live. I have thought many times of him during his absences as a certain candidate for suicide, and in such periods I could imagine him locked in his completely dark room, even at noon, preparing a rope to hang himself». 60 Storicamente 2013 Studi e ricerche of a sordid circumstance of Tavolato’s life that has only recently surfaced: his collaboration as an informant to the political police. Tavolato started as an agent of the secret police during the war, and reinforced his association during Fascism, remaining on the payroll of the political police until the end of the regime [Benadusi 2005, 229-230; Canali 2004, 191-193]. During his years at «Lacerba», Tavolato’s connection to Futurism was idiosyncratic, and crucially determined by his single-issue politics of assaulting conventional sexual morality, a campaign that he pursued through a series of articles and even a short booklet12. As I will show below, there is a clear connection between Tavolato’s assault on sexual morality and his defense of male homosexuality. Yet before going to that point, we must mention that in the immediate prewar years there were many connections between the Florentine Futurists and homosexuality. In this respect, it could hardly be overstated the fact that two out of the four main contributors to «Lacerba» – Tavolato and the Florentine poet and novelist Aldo Palazzeschi – were homosexuals. Palazzeschi’s case was radically different than Tavolato’s – he was more reserved and gained his notoriety due to his talented and prolific writing. Yet Palazzeschi’s approach to Futurism is also evidence of how Marinetti and early Futurism were unprejudiced toward homosexuality13. Palazzeschi’s first novel, the 1908 Riflessi, was based on an epistolary exchange between two men with clear homoerotic undertones [Pa- Tavolato’s main texts on this issue in «Lacerba» are: L’anima di Weininger, «Lacerba», 1 (1), 1 January 1913; Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913; Glossa sopra il manifesto futurista della lussuria, 1 (6), 15 March 1913; Elogio della prostituzione, 1 (9), 1 May 1913; Il convito non platonico, 1 (14), 15 July 1913. His booklet was published by mid 1913: Contro la morale sessuale (Firenze: Ferrante Gonelli, 1913). For a fictional account of the episodes around Tavolato’s campaign based on primary sources, see Vassalli 1986. See also a reference to Tavolato’s texts in Bonetta, 366 and Adamson 1993, 176-177. 12 13 For the relationship between Palazzeschi and «Lacerba» see Adamson 1993, 172175. For the relationship between Palazzeschi and Marinetti: Benadusi 2005, 27. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 61 lazzeschi A. 1958 (1908)], and as the letters between Palazzeschi and Marinetti reveal, the former felt confident enough with the founder of Futurism to briefly refer to his romantic life14. Palazzeschi was indeed among the first artists in Florence to enthusiastically embrace Futurism since the spring of 1909, and Marinetti was a strong promoter and supporter of his work15. In addition, even when the sources are elusive on this issue, over the months in which the “Tavolato case” unfolded, some prominent members of the Florentine homosexual community claimed their belonging to Futurism, perhaps because they perceived it as an opportunity to gain a more visible and respectable existence. According to Viviani’s memoirs, when Tavolato was in charge of «Lacerba», the Giubbe Rosse became the gathering site of a crowd of a «turba di ragazzi e di efebi»16 who used to surround Tavolato and transform the place in a site of intense homosexual sociability. As Viviani recalls: «pareva che nella terza sala [del Giubbe Rosse] si fossero dato convengo tutti gli amici di quei tre giovanotti che Petronio ha fatto protagonisti del suo Satyricon». Viviani also mentions that, In breve quella masnada che andava impudentemente spacciandosi a Firenze per ‘futurista’ venne messa alla porta con la proibizione di porre piede nel locale sotto pena di richiami da parte dell’autorità17 [Viviani 1983 (1933), 155]. For analysis and information on the Palazzeschi-Marinetti relationship see also De Maria 1978, vii-xii; Prestigiacomo 1978, xii-xxiii. The letter from Palazzeschi to Marinetti of April 1911 is usually referred to as evidence of Palazzeschi’s confidence to Marinetti [Marinetti, Palazzeschi 1978, 44-45]. 14 See also Palazzeschi’s memoirs on his relationship with Marinetti during those years in Palazzeschi A. 1968, xv-xxvi. 15 16 «Young and ephebic men». «It seemed as if in the third room [of the Giubbe Rosse] there were a gathering of all the friends of those three young men that Petronius has made protagonists of his Satyricon. [...] These people, who were immodestly passing themselves off around Florence as ‘Futurists, were soon expelled with the prohibition of coming back to the site, under penalty of calling the authorities». 17 62 Storicamente 2013 Studi e ricerche The relationship between the Florentine Futurists and homosexuality was an explicit issue during the time, and rumors and gossip about the topic seem to have been widespread. In February of 1914, Papini wrote an article defending his relationship to Futurism, and contesting the main attacks usually addressed to the lacerbiani: that Marinetti had bought them, that Futurism was not serious, that despite their performance as rebels they were making money with Futurism and, finally, that Futurists were homosexuals and pederasts – an accusation he thought was particularly strong in Florence. Papini used a relevant portion of this article to address the last issue, in a mix of defensive gestures and bold statements. He defended male homosexuality – or «pederasty» – and attacked traditional morality, asserting «che i futuristi non avendo troppo rispetto per la vecchia morale non hanno nulla da predicare, teoricamente parlando, contro la pederastia»18. Along with emphasizing that homosexuality was widespread, that many great men had been – or had been accused of being – pederasts, and that pederasty was accepted in the past and in other cultures, Papini’s basic point was that homosexuality was natural, and that Futurists had nothing against it even though they were not homosexuals themselves: Per la sua enorme diffusione nel tempo e nello spazio, la pederastia non è dunque, a priori, contro natura, perché si chiamano contro natura soltanto le cose molto rare e fuor dell’ordinario. Per molta gente l’omosessualità è naturale e spontanea come l’eterosessualità. Ciononostante i futuristi debbono confessare che, a questo proposito, essi sono vergognosamente normali e tradizionali. Per quanto uno dei loro manifesti affermi il disprezzo per la donna – considerata come simbolo di tutti i romanticumi indebolitori – siamo costretti a confessare che ci piacciono le donne e che le preferiamo infinitamente a qualunque maschio. Alcuni di noi (Balla, Folgore, Govoni, Papini, Cavacchioli, Severini) hanno 18 «Futurists, not having excessive respect for old morality, have nothing to say, theoretically speaking, against pederasty». Giovanni Papini, Ora basta!, «Lacerba», 2 (3), 1 February 1914: 37. “Pederasta” was the most common word in Italy at this time to refer to a male homosexual [Benadusi 2005, 313, n. 15]. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 63 moglie e figliuoli e gli altri sono, chi più chi meno, ostinati donnaioli. Come può esser nata sul nostro conto una così falsa leggenda? Misteri del passatismo19. Papini’s response is significant on several accounts. His willingness to rapidly convert Futurists into «normal» (i.e., traditional, women-loving, and family-oriented) in order to object accusations of homosexuality is certainly striking. Also significant: in denying that the other members of «Lacerba» were homosexuals, he reveals his reluctance to address the issue more aggressively. That said, the passage nevertheless shows that some Futurists, or at least the lacerbiani, were tolerant regarding homosexuality, and that they could even become a public voice defending homosexuality against «old morality». Indeed, before Papini’s article came out, Tavolato had appropriated specific elements of «Lacerba»’s rhetoric and other Futurist writings alike in his effort to make a public defense of male homosexuality against traditional sexual morality. The Tavolato Strategy: the Homosexual as Futurist Tavolato’s writings are a key site to better understand the rhetorical strategies linking Futurism and homosexuality. His short and intense pieces articulated the defense of sexual diversity with the praise of genius and the condemnation of social conventions that permeated «Lacerba»’s «For its huge diffusion in time and space pederasty is therefore not, a priori, against nature, because only the very rare and out-of-ordinary things can be called against nature. For many people homosexuality is as natural and spontaneous as heterosexuality. However, Futurists must confess that, with regard to this, they are shamefully normal and traditional. Even though one of their manifestoes asserts the scorn for woman – considered as the symbol of all weakening romanticisms – we must confess that we like women and that we infinitely preferred them to any man. Some of us (Balla, Folgore, Govoni, Papini, Cavacchiolli, Severini) have a wife and children, and the others are – some more, some less obstinate womanizers. How could such a false legend have been told about us? Mysteries of passatism!», ibid. 19 64 Storicamente 2013 Studi e ricerche pages. As a result, conventional and conservative attitudes towards sex became associated with mediocre people who did not dare challenge the basic assumptions of ruling morality. Although this strategy had interesting progressive gender claims, it also reinforced Tavolato’s elitism and scorn of democracy, since he associated rule by the majority with the triumph of weakness, suffocation of original individuality, and cowardly conformism. Tavolato also drew from other Futurist texts in order to endorse hedonism and sensuality more forcefully. He found a companion in his attack against morality and the association of pleasure with sin in the French Futurist dancer and writer Valentine de Saint Point. Tavolato’s appropriation of Saint-Point’s notions of sensuality and female virility reinforced his hedonist defense of same-sex relationships. Moreover, Tavolato’s anti-feminist rhetoric coincided with Saint Point’s reflections on the issue, since both of them considered the suffragettes as a problematic and indeed repressive political expression. The link between Tavolato’s defense of sexual diversity and the iconoclastic rhetoric of «Lacerba» was already established in Tavolato’s first article attacking sexual morality. In the form of short announcements and provocative aphorisms, Tavolato contended that all major religious, moralist, and allegedly scientific arguments about sexuality were a straightjacket for the true principle of sexuality and life in general, that is, the «realtà maggiore dell’istinto»20. Tavolato thus endorsed a spontaneous form of naturalism, by which corporal pleasure had to take the upper hand over life-constraining forms of morality. Based on this naturalism, he attacked what he considered the moralist mediocrity of sacrificing sexual diversity to social conventions: «In nulla l’uomo mediocre è tanto dommatico come in fatto di predilezioni sessuali», he wrote, «[o]gni gradazione e sfumatura che non rientra «Greater reality of instinct». Tavolato I., Contro la morale sessuale, «Lacerba» 2 (3), 1 February 1913: 28. 20 mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 65 nel suo gusto particolare vien giudicata contro natura»21. Although from the onset Tavolato made some references to male homosexuality, the topic became more explicit in later writings, especially in his booklet Contro la morale sessuale22, where the last section is devoted to the «taboo of homosexuality» and adopted a personal and autobiographical tone23. He straightforwardly condemned «il borgese» who «si sente offeso nella sua triplice dignità di cittadino, di padre e di maschio ogni qualvolta due individui del medesimo sesso abbandonano le norme stabilite dalla maggioranza per seguire le norme tracciate dalla loro natura»24. Emboldened by avant-garde rhetoric, Tavolato could claim that «[n]on spiego la pederastia. La elogio»25. Using iconoclastic language, he performed a reversal of the terms by which the marginal, the excluded, or the misfit, metamorphosed into the genius, who radically opposed the usually accepted moral principles, Sotto forma di tradizione, religione, educazione, disciplina, solidarietà, ci fu imposto il dovere alla mediocrità. Ma il gregge non era nostro volere, ma non erano per noi né media, né livello, né uguaglianza. E la morale si vendicò, la morale che avvelena chi non si piega, chi non si impiega: tutti morimmo, noi che amammo. Oggi non siamo che ombre, noi geni di ieri e di domani. Siamo gli spiriti maledetti confinati ai margini della società26. «In nothing is the mediocre man as dogmatic as in issues concerning sexual preferences. Every graduation and nuance which does not enter into his particular taste is judged as something against nature», ibid. 21 22 Against Sexual Morality. 23 Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913, 20-23. «The bourgeois [...] who feels himself offended in his threefold dignity as citizen, father, and male, each time two individuals of the same sex abandon the established norms of the majority to follow the norms traced by their nature», ibid., 20. 24 25 «I don’t explain pederasty. I praise it», ibid., 20-21. 26 «Under the form of tradition, religion, education, discipline, solidarity, the duty to be mediocre was imposed upon us. But the flock was not what we wanted; there was 66 Storicamente 2013 Studi e ricerche Tavolato’s strategy, consisting of framing his defense of sexual diversity as an attack against “mediocrity” and predominant morality was effective in strengthening his association with «Lacerba»’s avant-garde rhetoric. As mentioned before, the cult of the genius as a radical original innovator opposing the commonplaces and «imbecility» of established society was part of «Lacerba»’s original project. The lacerbiani were inviting for people willing to convert marginality and discrimination into a gift, especially when announcing in their first issue that «[n]oi siamo inclinati a stimare […] il genio nascosto e disgraziato ai grand’uomini olimpici e perfetti venerati dai professori»27. Interestingly, the whole attitude of going against the grain and calling for a detachment from accepted norms was a crucial element in the notion of masculinity predominating among Florentine modernists. In a series of articles published between 1909 and 1914, and edited together in 1915 under the title Maschilità28, Papini reinforced the opposition between genius and masculinity on the one hand, and conformism, mediocrity, imbecility, commonsense, and commercialization, on the other. He vituperated the «half men» who yielded to the charms of comfort and material gaining, something proper of «l’idea mercantile, borghese, filistea, giudaica e americana che senza quattrini non si fa nulla [...]»29. In opposition to this attitude, Papini endowed genius and creativity with two attributes: first, the actual creative person was to be courageous, and not for us any measure, level or equality. And morality took revenge, morality which poisons he who does not follow, who does not apply [...]. Today we are only shadows, we, genius of today and tomorrow. We are the cursed spirits confined to the margins of society», ibid., 21-22. «We are inclined to esteem [...] the hidden and disgraced genius before the Olympic and perfect great men venerated by the professors». Introibo, «Lacerba», (1), 1 January 1913: 1. 27 28 Masculinity. «Mercantile, bourgeois, philistine, Jewish, and American idea according to which nothing can be done without money». Giovanni Papini 1947 (1915), Maschilità, Firenze: Vallecchi, 15, 17. 29 mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 67 even brutal, since he might break with conventions, politeness, and constraining social compromises. Second, the genius was to be an unhappy, lonely, anguished and suffering being, since he was conscious of his own weaknesses and limitations, and his contemporaries were unable to recognize and celebrate his talents30. Tavolato enthusiastically agreed with the notion that «chiamasi genio il disgraziato che non riesce a diventar filisteo»31 as it permitted him to fit his attack on sexual morality and his defense of male homosexuality into the notion of masculinity underlying «Lacerba»’s Futurism32. Yet this strategy was also consistent with and in fact reinforced Tavolato’s elitist scorn for democracy. In 1913, Italy adopted almost universal male suffrage, and Tavolato did not hesitate to write against the ascending sovereignty of the people as an extension of the «flock attitude» that jeopardized his individuality33. In a very eloquent piece attacking democracy, he used a repetitive call «down with democracy» rhythmically, in order to curse the increasing collectivism, the destruction of individuality, and the general leveling and debasing underlying what he perceived as the «supremacy of the employees», or the triumph of mediocrity and weakness. As he closed his almost desperate call, democracy was for him the «cloaca dove affogano fantasia, ingegno, energia e tutte le soavità»34. See for instance ibid., 33-40 and 41-45. See also Comte de Lautréamont’s short text on the hermaphrodite – probably published by suggestion of Tavolato – where the hermaphrodite is described in terms of a melancholic and radical originality which also fit into «Lacerba»’s vindication of genius. Comte de Lautréamont, L’hermaphrodite, «Lacerba», 1 (15), 1 August 1913: 166-167. 30 31 «We call genius the unfortunate one who fails to become a philistine». 32 Tavolato I., Frammenti, «Lacerba», 1 (17), 1 September 1913: 191. Italy expanded the right to vote the 1913 elections from 3 million to 8.5 million male citizens [Duggan 2008, 386-387]. 33 34 «Sewer where fantasy, ingenious, energy, and all sweetness drown». Tavolato I., Bestemmia contro la Democrazia, «Lacerba» 2 (3), 1 February 1914; see also Frammenti, «Lacerba», 2 (10), 15 May 1914. 68 Storicamente 2013 Studi e ricerche The idea of genius the lacerbiani endorsed was not the only source of Tavolato’s prose. His campaigning became bolder after reading the French Futurist Valentine de Saint Point and, especially, her Manifesto futurista della lussuria35. Originally published in January of 1913, Tavolato immediately celebrated Saint Point’s manifesto in «Lacerba»36. Although Saint Point disassociated herself from Futurism and the Milanese group around Marinetti by 1914, she left a remaining mark through her rephrasing of Marinetti’s «scorn Italo Tavolato, Elogio della prostituzione, «Lacerfor woman». In her explicit reba», Anno I n. 9, 1 maggio 1913. Fonte: http://touchingideas.blogspot.it/2013/03/ sponse to Marinetti, the Manierotica-futurista-6-contro-la-morale.html festo della donna futurista37 written in March 1912, Saint Point argued that decadence and mediocrity in the present age predominated because of lack of virility on the part of both men and women, who had become excessively female. Saint Point argued that instead of despising women, Futurism might compel them to become more virile by adopting a cruel, brutal, but also sensual attitude, and thus overcoming the 35 Futurist Manifesto of Lust. Tavolato I., Glossa sopra il manifesto futurista della lussuria, 1 (6), 15 March 1913. For information on Saint-Point’s manifesto: Salaris 1982, 26-28, 36-40. 36 37 Manifesto of the Futurist Woman. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 69 association of women with domestic, romantic and nostalgic ideals38. Two of Saint Point’s ideas seem to have been attractive to Tavolato: her rejection of feminism and her vindication of lust. First, Saint Point rejected feminism in firmer and more aggressive terms than Marinetti – whose relationship with the suffragettes was indeed complex [Re 1989, 258-260]. Although she never explained which exact feminist groups she was referring to, Saint Point generically considered feminism as «un errore politico [...] un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto riconoscerà»39 since it pushed women to adopt rights and duties which would detach them from their natural anarchism and radical disorder. She perceived of feminism as something extremely logical and intellectual, and considered that achieving the rights proclaimed by feminists «non produrrebbe alcuno dei disordini augurati dai futuristi, ma determinerebbe, anzi, un eccesso d’ordine»40. For her, feminism was associated to the image of the woman as nurse, as a tender caregiver, docile and full of piety – a role that split women from their cruel, ambitious, and violent side, aspects which were actually present in Saint Point’s counter model: the warrior41. The second aspect of Saint Point’s writings that attracted Tavolato’s attention was her interest in lust, which she vindicated as sensual pleasure emancipated from moralist constraints. Saint Point’s Manifesto della lussuria conceived of lust as synonymous with the expansion of consciousness achieved by liberating flesh and sensuality. For Saint Point, lust entailed a dynamic and mobilizing experience to be valued with the same Valentine de Saint Point, Manifesto della donna futurista. Risposta a Marinetti, in Salaris 1982, 31-36. 38 «A political mistake […] - a cerebral mistake of the woman, a mistake that her instinct will recognize». 39 «Won’t produce any of the disorders hoped by Futurists, but it will determine, in contrast, an excess of order». Saint Point, Manifesto della donna futurista, 34. 40 41 Ibid., 33-34. 70 Storicamente 2013 Studi e ricerche dignity – or perhaps more – as «celebrality» or «spirituality»42. «Noi abbiamo un corpo e uno spirito» – she wrote – «Restringere l’uno per moltiplicare l’altro è una prova di debolezza e un errore. Un essere forte deve realizzare tutte le sue possibilità carnali e spirituali»43. Saint Point described lust in multiple forms. It was the force that pushed primitive people to war, and the energy driving modern entrepreneurs toward capitalist accumulation. In some passages she assimilated lust to cruelty, ambition, vanity, pride, and celebration of power and domination. Yet the sexual and carnal dimensions were predominant. As Claudia Salaris has observed, in her Manifesto of Lust, Saint Point «elabora una teoria del Desiderio dove, battuti in breccia l’idea del peccato e il senso della colpa, viene recuperata la priorità dell’istinto secondo un erotismo paganeggiante, panico e polimorfo»44 [Salaris 1982, 28]. The impact of Saint Point’s texts on Tavolato’s writing was immediate and powerful, and it pushed him to make bolder claims in favor of his cause. In his comment to Saint Point’s Manifesto futurista della lussuria, Tavolato located the core of Saint Point’s project in her appeal «cessiamo di schernire il desiderio»45, which for him implied that the necessities and pleasures of life had to be justly valued46. This reading connected well with previous texts where he had endorsed free sexuality as a life-asserting activity, against the moralist imperatives and the association of pleasure with sin. The relevant element in Tavo- 42 Valentine de Saint Point, Manifesto futurista della lussuria, in Salaris 1982, 36-7. «We have a body and a spirit. To restrain the former to multiply the latter is a proof of weakness and a mistake. A strong being must realize all his carnal and spiritual possibilities», ibid., 37. 43 «A theory of Desire where, expelling the idea of sin and the sense of guilt, she recovered the priority of instinct according to a paganizing, Panic, and polymorphous eroticism». 44 45 «Stop scorning desire». 46 Saint Point’s manifesto had been published in January 1913. For references to Saint-Point’s texts and life: Berhaus 1993; Salaris 1982, 31-42. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 71 lato’s reading, however, was that Saint Point’s call was in fact the brief and the only part of her text in which she defended corporal attraction «whatever their sex might be» against «old and sterile sentimentality»47. It was clear then that Tavolato strategically focused on Saint Point’s call to «stop scorning desire» in order to make his defense of sexual diversity more prominent. In doing so, Tavolato celebrated that «[l]a richiesta della Saint Point, infine, rivoltandosi contro la secolare tradizione d’imbecillità, che infama le cosiddette inversioni e perversioni sessuali, riabilita coloro che non si sentono di seminare nei campi concessi dall’autorità»48. For Tavolato, this implied a protest against an age «in cui un infinità di forme della sessualità sono considerate sul serio come peccati mortali»49. Tavolato also agreed with Saint Point’s contempt for feminism. For Tavolato, women’s suffragism was the effect of an «absolutist morality» that had reduced women to motherhood and therefore prevented them from satisfying their natural inclination towards sex. His assault on feminism was part of his battle against forms of public morality condemning sexual pleasure and preventing people from an enriching contact with their erotic side50. For him, suffragettes represented the outcome of traditional and repressive sexual morality, which allegedly pushed women to transfer their erotic energies towards activities more appropriate to men, such as politics51. Tavolato’s descriptions of feminist activism elicited some of his most vi47 Saint-Point, Manifesto futurista della lussuria, in Salaris 1982, 38. «Saint Point’s call, rebelling against the secular tradition of imbecility which defames the so-called sexual perversions and inversions, rehabilitates those who do not accept to plant only in the fields conceded by authority». 48 «In which infinity of forms of sexuality are seriously considered to be mortal sins». Tavolato I., Glossa sopra il manifesto futurista della lussuria, 59. 49 Most probably Tavolato had in mind the feminist trends which, toward the beginning of the century had become more prominent and more inclined to identify motherhood and womanhood as a way to empower themselves and claim political rights [Buttafuoco 1991, 178-195; De Grazia 1992, 23-24]. 50 51 Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913, 19. 72 Storicamente 2013 Studi e ricerche sceral pieces. Commenting on a gathering by the International Woman Congress (IWC) held in Rome in June of 1914, for example, he gave free rein to his fury and condemned what he viewed as the feminists’ extremely rationalistic, pacifist, and ascetic ideology. For him, their increasing influence in the public sphere implied the triumph of sexual restraint, of the values linked to anti-alcoholism and anti-white-slavery campaigns, and the overvaluation of the intellect and motherhood over sensuality52. Like Saint Point, he also opposed instinct and sensuality to feminist intellectualism, although Tavolato added an anti-Semitic tone when referring to the IWC president, Alice Salomon, «cui gli avi han lasciato in retaggio, insieme al nome e alla dovizia del naso, la maledetta cerebralità»53. Tavolato believed that the expansion of male enfranchisement and the assertion of women’s political rights were threatening forces, as they represented the victory of consensus over originality, family values over sensuality and hedonism, intellectualism over passionate corporality, and the spirit of moralist campaigning over eroticism. In contrast to what he depicted as the asphyxiating and tyrannical values of democracy and feminism, Tavolato advocated two basic realities or institutions. The first one was prostitution. His article Elogio della prostituzione – in which he blended poetic prose with aphorisms – used the vindication of prostitution as a call to release corporal pleasure from all limiting intellectualisms and moralism ruling public life. Prostitution demonstrated for Tavolato that sensuality and sexual attraction were the only constant and transcendent principles; or, Tavolato I., Cronache, «Lacerba» 2 (13), 1 July 1914. Perhaps, Tavolato also had in mind the repressive turn in English courts and public opinion, where the anti-whiteslavery campaigns were used by conservatives to elicit moral panic and reinforce persecutions of “deviants”. This repressive turn was particularly intense between 1894 and 1913: McLaren 1997, 13-36. 52 53 «Whose ancestors left as legacy, together with the name and the large nose, the damned cerebrality», Tavolato I., Cronache, «Lacerba» 2 (13), 1 July 1914. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 73 as he put it: «moralities change, transform, decay, disappear; prostitution remains. Indeed, if duration is indicative of value, prostitution is superior to ethics»54. Most probably, his article was meant to raise indignation among the feminist groups and the Catholic moralists that campaigned against State-regulated prostitution and white-slave trade [Gibson 1999, 59-75]. In stark opposition to the intellectualistic suffragettes, female prostitutes became the goddesses of Tavolato’s symbolic pantheon. He shifted Saint Point’s opposition between nurse and warrior away and established instead a divide between feminist and prostitute. Contrasting with feminists and their supposedly fix, rigid, and ascetic intellectualism, Tavolato saw in female prostitutes the best embodiment of a dynamic, unstable, fluid, and impulsive imagery of desire: la prostituzione non è altro che istinto, impulso naturale. Vivono i ritmi del loro sangue, le puttane; sono quello che sentono. Materia, negazione, caos, mondo avanti la creazione, aspettano il loro formatore55. Tavolato undertook his campaign against sexual morality within a series of pro-war, anti-feminist, and elitist statements. Yet within his reactionary framework, his choice of prostitutes as a symbol for unconstrained desire lent itself to remarkable suggestions. As many of his images proposed – «abisso d’inconscienza, caos d’illogicità»56 – Tavolato described prostitutes as subversives of the organizing categories and coordinates of consciousness. Understood in metaphorical terms – as the experience of sexuality liberated from Romantic or moralist constraints – prostitution was a mindexpanding experience, since it represented a window into people’s re- 54 Tavolato I., Elogio della prostituzione, 1 (9), 1 May 1913, 89. «Prostitution is nothing but instinct, natural impulse. They live by the rhythm of their blood, the prostitutes; they are what they feel. Matter, negation, chaos, world before the creation, they wait for their shaper», ibid, 92. 55 56 «Abyss of unconsciousness, chaos of illogicity», ibid. 74 Storicamente 2013 Studi e ricerche pressed sides: «L’uomo che sente e che pensa si specchia nella puttana; in tutta l’enorme sua estensione psichica; e riconosce in sé il superuomo e l’inferuomo»57. Tavolato’s naturalism reinforced indeed a hedonistic utopianism. As he stated in the closing paragraphs of Contro la morale sessuale, he endorsed a «return» to nature and the removal of the imperatives that frustrated an enriching contact with pleasure, ancora una volta ritorneremo alla nostra natura, redenti dal tu devi. Non più la prigionia dei sensi, non più l’avvilimento nella subordinazione agli ideali, non più la riprovazione del piacere, non più amori oscurati e corpi spenti. Risorga la carne, e infiammi lo spirito inaridito in una vita che era colpa e castigo e morte58. Yet this sensual utopianism was only one face of Tavolato’s campaign against intellectualism and moralism. Along with prostitution, the second social reality that Tavolato celebrated was war, which he found to be an awakening experience. When war came, he embraced it eagerly. Together with personal impetus – such as his commitment to «redeem» his native Trieste from Austrian dominance – his interventionism was also an attack against all the abstract, conceptual, and rigid forms of sociability that impeded a passionate bond to life. His praise for war was therefore a means to make his own sensualist contribution to «Lacerba»’s intense interventionist campaign, poiché la passione abbrama la guerra, poiché l’amore vuole la guerra, anche lo spirito tende ala guerra. Vogliamo la guerra, la bella guerra: «The man who feels and thinks mirrors himself in the prostitute, in all her enormous psychical extension, and recognizes in himself the superman and the inframan», ibid. 57 «Once again we will go back to our nature, liberated from the “you shall.” No more the prison of the senses, no more debasing ourselves in the subordination to ideals, no more the reproof of pleasure, no more obfuscated loves and extinguished bodies. Let the flesh rise again and inflame the spirit which was dried out in a life which was guilt, and punishment, and death». Tavolato I., Contro la morale sessuale, 1 (3), 1 February 1913, 22. 58 mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 75 la raffica che spazzi dalla mente l’inttelletualismo, il razionalismo, il socialismo, l’ergotismo, l’ismo. [...] Finiamola con la pensagione concettificante [...] con la logomachia dissolvitrice. [...] Divampi la guerra, a riscattare insieme alla terra e al mare l’idea della patria59. After liberating desire from logical, moralist, and intellectualist constrains, Tavolato willingly resubmitted it to «the idea of the fatherland». Even in a highly hedonistic and passionate form, he could not escape from promoting the aggressive nationalism common to many intellectuals during the period. By so doing, he was making his own contribution to the cult of virility and to the association of nationalism and masculinity. Moreover, by jumping into the general mood of the interventionist campaign – which «Lacerba» intensely supported along with many other intellectuals and journals from Florence [Adamson 1993, 191-203] – Tavolato’s anti-moralist campaign reached an end. In his new interventionist mode, making war became the substitute for making love. Conclusion: Futurism and Masculinity Despite the apparent straightforwardness of some of its statements, the implications of Futurism’s gender politics are actually complex. First, Futurism was not a homogenous movement: it changed over time and assumed different characteristics in accordance to spatial location. As a result, Futurist manifestoes and initiatives were re-signified by different participants operating in different contexts. Tavolato’s short-lived Futurist experience belongs to a larger list of cases that includes Saint Point, 59 «Because passion craves for war, because love wants war, also the spirit tends to war. We want war, the beautiful war: the gust that sweeps from the mind intellectualism, rationalism, socialism, ergotism [ergotismo], the ism. [...] Let’s finish it with conceptualizing thinking, with dispersive logomachy [...]. Once the war spreads like wild fire, let’s rescue along with the land and the sea the idea of the fatherland». Tavolato I., Vogliamo la guerra, «Lacerba», 2 (21), 15 October 1914: 287. 76 Storicamente 2013 Studi e ricerche Palazzeschi, the artists gathered around the post-war Florentine journal «L’Italia Futurista», or the texts by Benedetta Cappa Marinetti, among many others. In each case, the gender statements that Marinetti or early Futurism issued were appropriated, openly criticized, or re-interpreted to serve changing interests and claims. Second, Futurism blended overt and iconoclastic calls for unconventionality with nationalistic, elitist, and hierarchical gender claims. As the Tavolato case shows, liberating calls to release desire from moralist constraints could coexist with and be frustrated by the celebration of military action, nationalism, and war. In so far as gender is concerned, hence, Futurism strikes one as an unstable, contradictory, and multifaceted phenomenon. The connection between Tavolato and Futurism and other circumstances around «Lacerba», however, reveal some important aspects of Futurism’s responses to sexuality, and more specifically, homosexuality. They prove that the cluster of meanings, attitudes, and representations surrounding Futurism’s notion of masculinity could be appropriated in surprising ways. Tavolato’s crucial move, consisting in imagining a non-heterosexual masculinity, found strong endorsement in «Lacerba»’s cult of the genius and Saint Point’s lust. The final outcome was a complex product mixing anarchic, highly individualistic, and hedonistic pronouncements with an equally enthusiastic submission to the state and war. Despite a general attitude of acceptance toward male homosexuality and a set of ideological resources that permitted the articulation of a defense of same-sex desire, the fact remains that the association of masculinity and nationalism was a primary motive in Futurism’s sexual politics. This also indicates that Futurism, no matter how innovative and iconoclastic it became in many other aspects, subordinated its gender politics to one of the most long-lasting tropes predominating among intellectuals and politicians: the association of masculinity with nationalism. As the Tavolato experience suggests, most claims around homosexuality within the Futurist constellation could be successful as long as they did not challenge that association. mauro pasqualini Contesting Sexual Morality. Futurism, Masculinity, and Homosexuality in Florence, 1913-1914 77 Reference List Adamson W.L. 1993, Avant-garde Florence. From Modernism to Fascism, Cambridge, MA: Harvard University Press. –– 1997, Futurism, Mass Culture and Women: The Reshaping of the Artistic Vocation, 1909-1920, «Modernism/Modernity», 4 (1): 89-114. –– 2007, Embattled Avant-gardes. Modernism’s Resistance to Commodity Culture in Europe, Berkeley: University of California Press. Bellassai S. 2004, La mascolinità contemporanea, Roma: Carocci. –– 2005, The Masculine Mystique: Antimodernism and Virility in Fascist Italy, «Journal of Modern Italian Studies», 10 (2): 314-335. Benadusi L. 2005, Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista, Milano: Feltrinelli. Berhaus G. 1993, Dance and the Futurist Woman. The Work of Valentine de Saint-Point (1875-1953), «Dance Research», 11 (2): 27-42. Bonetta G. 1990, Corpo e nazione. 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Due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna gian luigi betti The essay contributes to widen the study concerning Bologna’s University History of XVII century, analising Luigi Manzini’s and Matteo Peregrini’s biographies, persons of letters and intellectuals, who were really important in their contemporary cultural background. In particular, it focuses on them as Bologna University hopeful readers. Their experiences were close in time, but totally apart one from the other. They have been put together in this study because they both convey the idea of how strong was the influence of patronage relationship between intellectuals and powerful men on Bologna’s academic life. According to Peregrini’s case, these relationships could have even involved “Repubblica” of Bologna and roman ruling class. Premessa Luigi Manzini e Matteo Peregrini furono importanti personaggi del mondo culturale del Seicento, in particolare di quello bolognese, anche se oggi ne rimane scarsa memoria. Letterati, teorici della politica e con interessi, per quanto riguarda Peregrini, per la scienza, trascorsero la propria esistenza tra Bologna e le corti nelle quali esercitarono il mestiere di servire. Entrambi operarono presso repubbliche, principi e prelati, svolgendo anche mansioni diplomatiche e di governo. Nel tempo seppero intessere rapporti di patronage con ‘potenti’ del periodo che in qualche 80 Storicamente 2013 Studi e Ricerche caso s’interruppero, anche in modo brusco, in altri durarono a lungo. Le vicende legate alla loro attività di cortigiani in qualche momento si mescolarono, finendo per condizionarne lo svolgimento, con il ruolo di lettori nell’Ateneo bolognese, che entrambi ottennero, anche se in momenti diversi e differenti discipline. Fine di questo lavoro è ricostruire, almeno in parte, il modo in cui tale intreccio si realizzò attraverso il racconto di due storie tra loro distinte. Entrambe tuttavia in grado di porre in luce come i rapporti di patronage dei quali sia Manzini sia Peregrini godevano poterono condizionare gli organi di governo della Repubblica bolognese nelle loro decisioni, consentendo ai due di richiedere e talora ottenere particolari privilegi collegati al loro ruolo di lettori, o aspiranti tali, nello Studio cittadino, ma anche di ambire ad una condizione privilegiata nel momento in cui abbandonarono la cattedra attratti da più prestigiosi e ricchi incarichi. Rapporti di patronage che potevano essere messi concretamente in moto, ad esempio, dalla richiesta di una cattedra universitaria, di un aumento della retribuzione, una volta ottenutala, o della riserva del posto, quando un lettore decideva di rinunciare all’insegnamento per un periodo. Proporre istanza per beneficiare di quest’ultimo genere di privilegio era piuttosto frequente da parte dei docenti interessati a goderne e, per altro, il Senato cittadino si mostrava di solito incline a concederlo. Atteggiamento del tutto opposto assumeva invece il Senato quando alla richiesta della riserva del posto era associata quella del mantenimento della retribuzione universitaria per il periodo di assenza dall’insegnamento, come dimostra anche il caso di Peregrini, la cui condizione personale, pur prestigiosa, non verrà ritenuta sufficiente a giustificare la concessione di un favore così speciale. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 81 Un lettore «che può apportar honore e profitto allo Studio» Il religioso e il cortigiano Il 1642 è anno di avvenimenti importanti e morti illustri ricordate anche nei Diari del Senato bolognese. Ad esempio in Francia si spegne il card. Richelieu, spossato da un male piuttosto singolare, secondo quanto asserito in tali memorie, dove lo si descrive «oppresso più tosto dal cumulo degl’onori et delle lodi, che dalla malignità d’impetuosa febbre, che in quattro giorni lo levò dal Mondo», ed è nominato primo ministro il cardinale Giulio Mazzarino, suo fidato collaboratore1. A Bologna viene invece a mancare Guido Reni, «soggetto senza paragone […] ornamento e splendore et senza alcuna contraddittione il Principe de’ Pittori del nostro secolo»2. Per quanto riguarda invece vicende minori, si ha notizia che in quel periodo fosse tornato a vivere a Bologna, dopo un vario girovagare per l’Italia3, Luigi Manzini, un letterato e cortigiano che ebbe rapporti, pure se di differente natura, anche con Mazzarino e Reni [Betti 2013]. Infatti, del pittore fu amico e estimatore, mentre grazie ai buoni uffici del Cardinale riuscì a garantirsi una pensione ‘francese’, nel quadro di una inesausta ricerca di benefici di ogni tipo da lui messa in atto, che non faceva distinzione tra alti prelati, principi e repubbliche. Non vi fu comunque motivo di ricordare nei Diari l’arrivo di Luigi in città, data la relativa modestia del personaggio, ma ben presto i Quaran Archivio di Stato di Bologna (=ASBo), Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 44r. Anche la morte di Mazzarino sarà ricordata nei Diari [n. 8, f. 30r] con toni encomiastici per il defunto, ma piuttosto coloriti. Vi si scrive infatti che le sue «eroiche virtù et impareggiabili qualità, accompagnate da incomparabile valore, lo hanno reso degno di quella mostruosa fortuna non mai più intesa in qual si voglia altro qualificato personaggio». 1 2 ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 1. In un breve profilo biografico a lui dedicato si scrive, in chiave elogiativa, che «destinato a grandi imprese da Principi, mutò stanza più volte fuori della sua Patria»: Zani 1672, 300. 3 82 Storicamente 2013 Studi e Ricerche ta4 avrebbero dovuto fare i conti con le sue aspirazioni indirizzate alla ricerca della «Gloria»: «maggior bene» che esista per «l’huomo» e che nasce «dalle sole difficoltà» e da un «terreno» che «non si feconda, che co’ sudori»5. Un principio generale che il suo estensore declinò nella pratica in modo personale, tendendo a fare coincidere, come fine della propria azione, la ricerca della ‘fortuna’, soprattutto economica, con quello della ‘gloria’. Scopo per il quale cercò, anche riuscendovi in alcuni momenti, di mettere in campo una solida rete di clientele in grado di sostenere la realizzazione dell’ambizioso progetto. Luigi, nato nel 1604, è ricordato come il più giovane di tre fratelli, tutti venuti al mondo a Bologna, destinati a lasciare un qualche segno nella cultura dei propri anni. Primogenito della famiglia fu Giovan Battista: letterato, cortigiano e ‘bravo’, oltre che accanito giocatore, come del resto il Reni, con il quale condivideva alcune frequentazioni, in particolare quella con Virgilio Malvezzi, il più celebre letterato e politico vissuto a Bologna nella prima metà del Seicento6. Dopo di lui venne alla luce Carlo Antonio, di cui è invece rimasta memoria come matematico, astronomo e ottico di riconosciuto valore, molto vicino agli ambienti galileiani del periodo [Betti 2013]. Le vicende biografiche di Luigi e le molte pagine da lui elaborate lo fanno apparire infaticabile scrittore – spesso di testi d’occasione, in taluni casi invece di lavori non banali – nonché piuttosto abile e spregiu- ‘Reggimento’ e ‘Quaranta’ sono due altri termini con i quali il Senato bolognese era solito appellarsi ed essere nominato, anche dopo che il numero dei suoi membri fu portato a cinquanta da papa Sisto V nel 1590. 4 Le frasi citate si trovano in un discorso del Manzini, pronunciato nell’accademia bolognese dei Gelati, alla quale Luigi fu ascritto, ed edito proprio nell’anno del ritorno nella città natale, il cui titolo (Che la gloria è figlia della difficoltà. Lezione accademica havuta ne gl’illustrissimi Gelati di Bologna a’ 9 maggio 1642) appare piuttosto emblematico e non privo di legami con la situazione dell’autore nel momento in cui fu proposto: Manzini 1642, 7, 22, 25. 5 Alcune sue opere sono state edite di recente, accompagnate da un saggio e da una bibliografia sull’autore: Malvezzi V. 2010. Si veda anche Carminati C. 2007b, 336-342. 6 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 83 dicato cortigiano, pronto a mettersi al servizio delle più diverse cause senza porsi troppi scrupoli nel cambiar padrone, purché vi fosse da trarne un vantaggio personale. Già prima del 1642 si era posto alle dipendenze di ‘principi’ laici ed ecclesiastici, ma anche di Repubbliche, come ad esempio Venezia. Aveva già pure suscitato reazioni assai drastiche da parte dei protettori di turno nei suoi confronti – che avevano altresì toccato suoi familiari tanto arditi da prenderne le parti – in occasione di certi suoi passaggi di fronte, giudicati dei veri e propri tradimenti da coloro che aveva abbandonato. La mutevolezza nelle scelte fu una sua caratteristica anche come religioso: fu prima monaco tra i Benedettini e poi prete secolare, monsignore e quasi vescovo, non mancando talora di offrire scandalo con taluni suoi comportamenti [Betti 2013]. Non gli fecero difetto comunque appoggi importanti all’interno delle gerarchie religiose e dei potentati dell’epoca, tali da consentirgli di dare alla fine compimento ad almeno alcune delle sue aspirazioni. Tuttavia, in quel 1642 pare si trovasse in grave difficoltà: sprovvisto di «padroni» e di qualcuno che ne richiedesse i servizi, ridotto in condizioni d’indigenza economica, si scopriva obbligato, forse per la prima volta, a cercare una soluzione ai propri problemi di vita nella città natale, come emergerà dai documenti che verranno esaminati in seguito. Non si può tuttavia negare che, anche in tale circostanza, gli sia venuta meno l’abilità nel ricercare e trovare proprio a Bologna, nel mondo della nobiltà senatoria, influenti protettori in grado di garantirgli il successo di un’operazione, almeno all’apparenza, piuttosto singolare: ottenere una cattedra universitaria pur essendo privo di laurea7. Il momento in cui accadde il fatto era oltretutto piuttosto particolare per lo Studio bolognese, segnato nel 1641 dall’intervento moralizzatore del card. Durazzo, allora Legato pontificio a Bologna. Il cardinale aveva appunto pubblicato in quell’anno nuove «Ordinationi fatte e stabilite» In anni di poco precedenti il privilegio di essere nominato lettore di ‘Umanità’, pur essendo privo di laurea, era toccato a Paolo Mazza o Macchi: Fantuzzi 1781-1794, 375-377, V. 7 84 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nel 1639 dal card. Sacchetti, suo predecessore nella carica di Legato, «per conservare la dignità et reputatione dello Studio di Bologna». «Ordinationi» con cui si cercava di porre argine ai disordini nella vita privata e pubblica di studenti e agli abusi dei docenti che inducevano discredito sull’Ateneo. Infatti alle turbolenze degli uni si intrecciavano i cattivi costumi dei secondi, a causa soprattutto delle troppe licenze che erano soliti concedersi rispetto ai loro obblighi8. Fra tali licenze spiccava l’uso di ridurre arbitrariamente, rispetto a quanto prescritto, il numero delle lezioni e il tempo della loro durata, oltre agli eccessi nel tenere insegnamenti privati all’interno delle proprie abitazioni. In primo piano rimaneva poi la questione del numero assai ridotto di docenti ‘forestieri’, cioè provenienti da luoghi diversi rispetto a Bologna, che era presente nello Studio, mentre la gran parte delle cattedre veniva occupata da cittadini. Si trattava di una ‘riserva’ di posti che non impedì comunque all’Università bolognese di annoverare al proprio interno figure di primo piano del panorama culturale, ma costituiva comunque un serio limite alla possibilità di reclutamento dei docenti legato al solo merito, dal momento in cui riduceva a poche unità il numero dei ‘forestieri’ che potevano ottenere una cattedra nello Studio. In sostanza lo ius loci valeva sovente più del merito per conseguirvi un insegnamento9 [Brizzi G.P. 2008; 2007]. La vicenda che ha come protagonista Luigi Manzini non pare proprio confortare l’idea che le speranze poste dai due Legati pontefici di un felice esito del loro disegno a favore della «dignità et reputatione dello Studio» si siano tradotte in pratica in modo rapido ed efficace. Costituisce invece un illuminante esempio di quanto, anche nel periodo immediatamente seguente all’uscita delle «Ordinationi», fossero efficaci le forme Si trattava di «una serie di prescrizioni e divieti per reprimere difetti e disordini abituali»: Simeoni 1987. In merito ai tentativi di riforma nelle Università dello ‘Stato della Chiesa’, anche se in una prospettiva temporale spostata di qualche anno avanti gli avvenimenti qui proposti, si veda Lupi 2005. 8 Su tale questione cfr. Brizzi 2008. In merito al tema dei docenti ‘forestieri’ si veda anche De Coster 2000. 9 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 85 di patronage a livello cittadino nel guidare l’assegnazione delle cattedre nello Studio bolognese, sul cui conferimento vigilava il locale Senato, il quale esercitava tale compito valendosi prevalentemente dell’opera dell’Assunteria (o Assonteria) di Studio10. La lettura di «Belle Lettere» Il primo atto ufficiale della storia universitaria di Manzini data al 26 settembre 1642. Si tratta della richiesta di Luigi ai membri del Senato bolognese di ottenere la «Lettura di Belle Lettere» altrimenti detta di ‘Umanità’ – allora vacante e che era stata tenuta per ultimo da Giovanni Argoli11 –, supplicandone la concessione «per poter impiegare i suoi studi, fin hora spesi in servizio d’altri Principi, in ossequio della sua Patria e, in particolare, delle Vostre Signorie Illustrissime»12. Il «Regimento» La congregazione senatoria degli Assunti (con il nome invece di «Assonti» si denominano nei loro atti) fu istituita, verso la metà del sec. XVI, come commissione consultiva del Senato a fianco dei Riformatori dello Studio, magistratura fondata nel 1381 per sovraintendere alle questioni connesse alla vita dell’Ateneo. Le sue attribuzioni riguardavano la gestione amministrativa e del personale dell’Università, quindi anche l’esame delle domande degli aspiranti ad una lettura o ad un aumento di stipendio. Secondo quanto scrive Claudia Salterini la congregazione «fece proprie alcune delle competenze con cui i Riformatori erano preposti sino a quel momento […] venendo ad assumere un ruolo primario nella gestione dello Studio», anche se le decisioni finali riguardo a tale gestione venivano prese in Senato [Salterini 1997, III]. Per molti versi gli Assunti possono apparire come una vera e propria magistratura con un ruolo sovraordinato rispetto ai Riformatori, anche se, a parere di Brizzi [2008], gli Assunti costituivano il «braccio operativo» dei Riformatori e del Senato. 10 Giovanni era figlio del più celebre Andrea – astronomo e matematico che subì il fascino di Galileo – e, pur essendo laureato in utroque iure, grazie alla sua fama di letterato ebbe per tre anni, a partire dal 1637, la cattedra di Umanità. Chiese poi e ottenne di prolungare l’incarico per altri cinque anni, ma il suo nome dopo un anno scompare dai rotuli dello Studio. Su di lui si veda, Asor Rosa 1962, 134. Per la sua permanenza nello Studio bolognese cfr. Dallari 1888-1924, II, ad indicem. Importanti notizie sull’università degli ‘artisti’ in Lines 2011. 11 Questo documento, come gli altri citati in seguito, si conservano – salvo diversa indicazione – all’interno della cartella personale di Luigi come docente dell’Università bolognese, oggi custodita presso l’ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 45, cart. 33. 12 86 Storicamente 2013 Studi e Ricerche delegò agli Assunti il compito d’investigare riguardo all’eventuale obbligo per il richiedente di essere fornito del ‘grado dottorale’ per ottenere la cattedra di Umanità e al possesso da parte sua dell’abilitazione «sopra la disputa delle conclusioni»13. Pochi giorni dopo, in merito alle ‘conclusioni’, gli Assunti, scrivevano riferendosi a Luigi, «che si proverà d’habilitarlo proponendolo in Regimento»14. A metà di ottobre davano poi conto di quello che fu probabilmente un loro incontro con il Manzini nel quale egli si era impegnato a conseguire una laurea e l’abilitazione alle ‘conclusioni’, ma domandava un onorario ragguardevole per il suo futuro incarico nello Studio essendo «scarso di facoltà»15. In merito all’abilitazione alla «disputa delle publiche conclusioni» gli Assunti si mossero in favore di Manzini in Congregatione di Studio, il 22 dello stesso mese16. In quella sede, infatti, pur ritenendo che a un «publico Lettore delle Lettere humane» non fosse strettamente necessario disporne, ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 1 ottobre 1642, f. 78. Le “conclusioni” costituivano l’ultima prova che lo studente avrebbe dovuto superare prima di ottenere i gradi dottorali in una cerimonia che sarebbe stata presieduta dall’arcidiacono del capitolo della cattedrale di S. Pietro in Bologna, il quale aveva il potere esclusivo di concederli in ogni facoltà, tranne che in quella teologica. Tuttavia era possibile, a richiesta del laureando, chiedere al Senato, che solo poteva accordarlo, di esserne esonerati. Pare si trattasse di una istanza spesso rivolta dai futuri dottori ai Quaranta, anche allo scopo di ridurre le spese assai alte legate all’ottenimento della laurea. Sembra pure che – almeno attorno alla metà del Seicento – il Reggimento fosse piuttosto largo nelle concessioni rispetto a tali istanze. Questo sempre che il richiedente non avesse il torto di essersi fatto dei nemici tanto influenti da condizionarne le scelte in senso negativo, come accadde, ad esempio, al poi celebre medico Marcello Malpighi. Lui stesso narra la vicenda, ricordando come invano avesse chiesto «la dispensa delle conclusioni sul publico studio; e benché a tutti si concedesse per non gravare i laureandi di doppia spesa […] per opra però di poco miei amorevoli sempre mi fu negata la gratia, onde fui constretto a sostenerle». Malpighi 1902, 9. Su Malpighi si veda la voce, a cura di Preti 2007, 271-276. Per l’origine della figura dell’arcidiacono come cancelliere dell’Università di Bologna e le ulteriori vicende che lo videro protagonista della vita dello Studio si rinvia a Paolini 2002. 13 14 ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 4 ottobre, f. 79r. 15 Ivi, 16 ottobre 1642, f. 80r. 16 Ivi, 22 ottobre 1642, f. 81r-v. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 87 tuttavia «acciocché l’esempio di non sostenerle in ordine a detta facoltà non porti conseguenza nell’altre» domandavano ai Quaranta, «ad cautelam et ad ogni altro buon fine», di «esser gratiose dell’habilitatione sopra la disputa di dette conclusioni». Il fine dichiarato era quello di agevolare la via alla concessione della cattedra a Luigi – che doveva nel frattempo procacciarsi «tutti gli altri requisiti necessarij» (una laurea) – evitando nel contempo alle ‘Signorie Illustrissime’ lo «scrupolo di far ostacolo alle nuove constitutioni». In tal modo si sarebbe aperta per lo Studio «la strada all’acquisto di soggetto attivo, vivace, et idoneo a tal Lettura», indicata, con un qualche eccesso, come «la più stimata per importanza di tutte le altre come quella che pone i fondamenti a qualsivoglia scienza»17. Il Senato, il 25 del medesimo mese, si preoccupava ancora che di Manzini venisse esibita «l’habilitatione sopra la disputa delle conclusioni» prima di procedere a definirgli «l’honorario», ponendo altresì a condizione «ch’egli sia prima Dottore» e che gli «Assonti di Studio» verifichino se non vi sia «ostacolo» all’interno delle «Constitutioni» nell’«habilitarlo in riguardo della Lettura d’Humanità». Tuttavia il 29 i Quaranta mettevano da parte ogni remora e votavano una «dispensatio a thesibus» per il Manzini18. Tre giorni prima gli Assunti, sempre presso la Congregatione di Studio – nell’occasione pronta a concedere «partito» all’abilitazione – avevano affermato che, sebbene Luigi non avesse «il grado dottorale», era un «soggetto di tal valore» da renderlo «universalmente stimato ottimo per la lettura delle Lettere Humane». In sintesi, pur non avendo al momento i titoli necessari, era ben degno di ottenere la lettura a loro giudizio «più stimata» di tutta l’Università bolognese. La benevolenza degli Assunti si allargava sino a dichiarare l’opportunità di offrirgli una retribuzione consistente, adeguata alle necessità personali del soggetto, il quale «fra gli accidenti del mondo» era restato «troppo tenue, anzi privo In merito ai trascorsi ‘splendori’ bolognesi di tale cattedra, su cui erano saliti «maestri che fecero per più di mezzo secolo di Bologna uno dei maggiori centri della cultura umanistica italiana», cfr. Bacchelli 2008. 17 18 ASBo, Senato, Partiti, n. 20, f. 120r. 88 Storicamente 2013 Studi e Ricerche di beni patrimoniali per sostentarsi». Sempre gli Assunti poi, indossando i panni di Luigi, aggiungevano, rivolgendosi ai Quaranta, che, siccome era «il suo desiderio di applicarsi tutto al solo servitio delle Vostre Signorie Illustrissime così sagge», sperava «dalla loro generosità un honorario da poter vivere decentemente». Alla fine del mese di ottobre partivano le pratiche per iscrivere Manzini nei rotuli dello Studio bolognese19. Il 5 novembre gli Assunti, sempre in sede di Congregatione di Studio, indicavano la necessità di passare a trattare della cattedra e dell’onorario. Nell’occasione si lasciavano andare a un elogio del soggetto «assai noto per le molte sperienze passate», insistendo sulla necessità di essere «benigni e liberali» nei suoi confronti. Nella circostanza adducevano tuttavia anche motivi strettamente legati alla «Lettura di Lettere Humane», indicata «come quella che […] relativamente a tutte le scienze richiede dispendiosa copia di libri, onde a lui che, come è noto, è privo di patrimonio sarà quasi impossibile di trattenersi con meno di 300 pezzi di nostra moneta d’annuo honorario, e massime dovendosi proveder di cose e suppellettili». A sostegno dell’opportunità di conferirgli un congruo stipendio aggiungevano: «il soggetto non è ordinario, ma è cittadino di tale spirito che può apportar honore e profitto allo Studio». Tre giorni dopo scrivevano di nei loro atti di «fare relazione favorevole» all’ingresso di Manzini sulla cattedra di Umanità con «honorario» di 1200 lire20, cifra ben maggiore di quella prima indicata e piuttosto elevata in assoluto, il cui conferimento a Luigi trova conferma nell’atto ufficiale del Senato del 19 dicembre che chiudeva al momento la vicenda, ma con il corollario che Manzini non potesse godere del ‘beneficio’ prima di aver ottenuto una laurea21. ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, ff. 82v-83r. Il suo nome compare nei rotuli dello Studio nell’anno accademico 1643-1644, cfr. Dallari 1888-1924, II, 439. 19 20 Ivi, f. 84r. ASBo, Senato, Partiti, n. 20, ff. 126v-127r. La differenza tra la proposta di onorario e quanto effettivamente assegnato a Manzini potrebbe trovare una propria spiegazione se la prima cifra potesse venire collegata al pagamento di un trimestre: periodicità con 21 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 89 Manzini ottemperò alla richiesta del Senato e rapidamente conseguì il titolo di dottore in teologia, entrando a far parte del Collegio dei teologi già il 23 gennaio del 1643 e, secondo fonti autorevoli, ne redasse anche gli statuti, che furono stampati nel 1650, ma senza il nome dell’autore [Fantuzzi 1781-1794, V, 212]. La volontà di servire con assoluta dedizione lo Studio e il Senato bolognese, dichiarata da Luigi e accolta come vera dagli Assunti, non era comunque poi così solida come Manzini intendeva far credere. Il 29 ottobre 1643 infatti Luigi scrive al Senato esponendo la propria nuova situazione: «già preparato e in procinto, per cominciar a metter in pratica il singolare e […] in estremo riverito honore della Lettura delle belle Lettere» era però stato «inaspettatamente chiamato al servizio d’un Gran Prencipe con carica, stipendi e qualità tanto superiori a tutte le speranze e a pochi mezzi di esso Oratore», così da non restargli «imaginabile ragione perché ricusar questa Fortuna, salvo il gusto e la buona grazia di loro Signorie Illustrissime e suoi benignissimi Signori». Per tale motivo «il medesimo oratore humilissimamente» supplicava i Senatori «che si come nel conferirgli questa Lettura l’hanno con tanta benignità e singolarità favorito, così restino serviti di concedergli anche, con lor gusto, licenza dalla medesima, affinché egli possa, in impiego di tanta fortuna, servire alla gloria della sua patria e delle Signorie loro Illustrissime». Considerato che poi Luigi non era personaggio solito a darsi particolari remore nel limitare le istanze, aggiungeva la richiesta che gli venisse riservata la cattedra «ogni volta che ritornasse», cioè domandava di fare la quale veniva conferito l’onorario ai docenti dello Studio. In tal caso infatti le cifre della retribuzione proposta inizialmente e di quella conferita alla fine coinciderebbero. Tuttavia quanto scritto nei documenti consultati sembra contraddire tale ipotesi. Una prima prova una della generosità mostrata dal Senato nei confronti di Manzini si può cogliere ponendo a paragone il suo compenso con quello destinato ad altri lettori al primo incarico secondo quanto ricordato, ad esempio, nelle Rotolazioni dei lettori e loro onorari (1622-1753), documento che si conserva presso l’ASBo, tra i fondi dell’Assunteria di Studio. Chi invece volesse approfondire il tema delle relazioni tra quanto ricevuto dal Manzini e da suoi colleghi nel periodo può vedere i Quartironi degli stipendi che si conservano presso l’ASBo, Riformatori dello studio. 90 Storicamente 2013 Studi e Ricerche della ‘lettura’ una sorta di vitalizio personale del quale far uso a propria discrezione. Il Senato delegò anche in questo caso agli Assunti considerazioni e relazione sulla vicenda. Nell’occasione tuttavia gli Assunti cessarono di svolgere attività di patronage nei confronti del Manzini e in Congregatione di Studio, il 26 novembre del medesimo anno, si espressero con toni decisamente risentiti nei confronti del richiedente. In quella sede ricordarono, innanzi tutto, come avesse ottenuto la cattedra per la sola benignità del Senato, prima ancora di avere una laurea, e la sua richiesta di «licenza» giungesse «non havendo» egli «ancora principiato a leggere». Nel momento in cui poi retoricamente rammentano ai Senatori come concedere tale «licenza» fosse esclusivamente nel loro «arbitrio», paiono rivolgere un ironico rimprovero alle «Signorie Illustrissime» – che segnala pure di dove erano giunti a Manzini gli appoggi necessari ad ottenere la cattedra l’anno precedente –, quando affermano che a «questa gratia si spera ch’elle saranno facili giaché alla prima concessione si dimostrarono tanto liberali e benigne». Riguardo tuttavia alla richiesta di «riserva» i toni sono decisamente espliciti e pungenti. I «Signori Assonti» vi sono decisamente contrari, «non potendo essere informati dei talenti dell’oratore in materia di Belle Lettere Latine, mentre egli non ha mai fatto neanche il suo principio, non che incaminata la Lettura pubblica. Anzi, non sapendo esempio veruno che sia giamai stata riservata ad alcun Dottore una Catedra nello Studio da lui non mai ascesa». Per la decisione finale ci si affidava al giudizio insindacabile delle «Signorie Illustrissime», ma il parere in materia da parte degli Assunti era difficilmente esprimibile in termini più chiari e non sembra che il Senato lo abbia contraddetto, dal momento in cui il nome di Manzini dopo il 1644 scompare dai rotuli dello Studio. Una questione che rimane aperta riguarda l’identità del «Gran Prencipe» per raggiungere il quale Manzini abbandonò l’incarico universitario prima ancora di averlo realmente assunto. Nelle pagine che a Luigi dedica il Fantuzzi è scritto che nel 1643 divenne protonotaro apostolico gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 91 «e per mezzo del suo Protettore Cardinale di Savoia nell’anno stesso li 20 maggio fu presentato alla Prevostura di S. Maria Maggiore della Mirandola» [Fantuzzi 1781-1794, V, 212 ]. All’interno delle Memorie degli accademici Gelati in merito a quest’ultimo episodio si legge invece che Luigi venne «presentato al Pontefice Innocenzo X dal Serenissimo della Mirandola, vacando la Provostura di quella Città: dignità in essa quasi conforme a Vescovati dell’altre, e la ottenne, vestendo l’habito di Prelato» [Zani 1672, 300]. Rispetto a quella del Fantuzzi tale versione della vicenda sposta in avanti di almeno un anno il momento in cui avvenne il fatto, dato che solo nel 1644 si ebbe l’elezione a pontefice di Innocenzo X. Inoltre, fa del «Serenissimo della Mirandola», cioè Alessandro II Pico della Mirandola – al governo del piccolo Stato dal 1637 al 1691 e duca dal 1656 –, del quale Luigi fu al servizio, il protagonista principale nella circostanza dell’attività di patronage nei confronti di Luigi. Entrambe le fonti paiono, in termini generali, piuttosto attendibili in relazione alle informazioni che forniscono su Manzini. Le Memorie perché composte in un momento assai prossimo cronologicamente ai fatti; le Notizie in quanto il loro autore era in possesso, per questioni ereditarie, delle carte della famiglia Manzini e, quindi, disponeva di documentazione diretta riguardo alle storie dei suoi membri. Appare perciò verosimile l’indicazione di Fantuzzi che fa del card. Maurizio di Savoia, del quale a più riprese Luigi fu al servizio, il personaggio che nel 1643 chiama Luigi presso di sé. Appare inoltre possibile trovare un punto di sintesi tra le apparentemente diverse versioni rispetto alla vicenda della prevostura della Mirandola. Se infatti sembra ragionevole accogliere quella che offrono le Memorie, altrettanto conforme al vero può essere giudicata l’informazione del Fantuzzi, il quale indica nel card. Maurizio un autorevole e decisivo appoggio avuto da Manzini per ottenere il beneficio, anche se nel suo racconto anticipa l’evento di almeno un anno. Non esistono invece versioni divergenti tra le due fonti rispetto alla conclusione della vicenda: dopo alcuni anni Manzini rinunciò alla pur prestigiosa carica, non senza tuttavia essersi assicurato che gliene derivasse una «onesta 92 Storicamente 2013 Studi e Ricerche pensione», nel segno di una sua inclinazione ad accettare che dai ‘sudori’ profusi gli derivassero pur anche beni minori rispetto a quello sommo della ‘gloria’. Fantuzzi, che definisce la ‘pensione’ «ragguardevole», ne fa seguire l’ottenimento a un nuovo ritorno a Bologna di Manzini, «uomo desideroso di libertà», che nel locale Ateneo «si adottorò in Filosofia» [Fantuzzi 1781-1794, V, 212]. Nuove istanze per una cattedra La laurea in Filosofia di Manzini data al 1651 [Bronzino 1962, 154] e costituì titolo per lui utile al fine di proporsi nuovamente per un ruolo di docente all’interno dell’Università. Questa volta però le sue mire non si legarono direttamente alla cattedra di Umanità, come s’intende dagli atti degli Assunti ove è scritto, in data 16 febbraio 1652, che, letto il «memoriale» di Manzini, «se li dichi che specifichi qual lettura dimanda e se dimanda la primaria se gli insinui quello che dispongono le conditioni e se dimanda la cattedra altre volte concessagli, si veda se quella è più vacante»22. Luigi dovette essere piuttosto insistente nelle proprie richieste se, circa un mese dopo tale data, gli Assunti annotavano nei loro atti l’incombenza di comunicargli che la sua istanza sarebbe stata presa in esame nel giro di pochi giorni23. Anche riguardo a questa pratica non si ha comunque notizia di un esito felice, come del resto era fallito un altro tentativo compiuto da Luigi l’anno precedente, collegato strettamente alla lettura di Umanità. Una circostanza tale da far supporre che conseguire la nuova laurea potesse rientrare per Manzini in una strategia, per altro sfortunata, studiata per ottenere un differente incarico, vista l’impossibilità di riottenere quello acquisito anni prima. Nel marzo del 1650 Luigi aveva infatti tentato di procacciarsi nuovamente la cattedra abbandonata nel 1643, senza realmente mai esservi salito, inviando allo scopo una supplica al Senato. Nel documento ricor22 ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 65r. 23 Ibidem, f. 67v. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 93 dava come la Lettura, «tanto importante a questo publico Studio», fosse ancora «vacante» ed offriva la «debolezza dei propri talenti» per colmare il vuoto, in nome della «Pietà dovuta verso la Patria e dell’infinite obbligazioni che tiene e professa verso le Vostre Signorie Illustrissime». Probabilmente certo che la memoria dei trascorsi comportamenti giocasse per lui in modo negativo, si soffermava sulla propria condizione personale al momento e, con abile mossa, presentava implicitamente la sua richiesta come una sorta di risarcimento della propria precedente condotta al Senato e alla città. Quella di Manzini nell’occasione non è infatti più la supplica di un uomo in un difficile stato personale, ma la manifestazione di una scelta volontaria, che lo porta a preferire il ruolo di docente dello Studio rispetto ad ogni altro impiego propostogli nel presente e nel futuro, al quale è disposto a rinunciare in caso di accoglimento della richiesta. Luigi scrive, infatti, di essere in procinto di mutare «la sua residenza e di pigliar servizio fuor della Patria», dichiarandosi tuttavia pronto a declinare questa e ogni altra offerta per «servire con ogni puntualità, fede e applicazione in detta Catedra, preferendo di buon cuore a qualsivoglia altra fortuna l’honore del servire alle Vostre Signorie Illustrissime». Anche in questa occasione toccò agli Assunti informarsi e riferire. La loro risposta fu interlocutoria, intesa a conoscere prima di tutto se fosse disponibile a ricevere un onorario «moderato», aggiungendo significativamente come lo scopo fosse quello di «agevolare le difficoltà che probabilmente si prevedono» anche «con queste conditioni»24. ‘Difficoltà’ che risultarono evidentemente insormontabili. In ogni caso Luigi riuscì a ottenere un ufficio importante legato alla vita dell’Università. Nel 1653 risulta infatti che Manzini, intanto insignito della carica di «monsignore», esercitasse l’interim di cancelliere dello Studio – dopo la morte del titolare e in attesa del suo sostituto – con l’obbligo di assistere alle «pubbliche conclusioni». Una funzione alla quale, ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, ff. 35v-36r. Con ogni probabilità non è senza riferimento al precedente onorario il fatto che negli atti, sotto il termine «moderato», compaia, poi cancellata, l’espressione «più moderato». 24 94 Storicamente 2013 Studi e Ricerche appare ragionevole supporre, fosse stato scelto dall’arcivescovo in carica al tempo: Girolamo Boncompagni25. Un obbligo a cui tuttavia non ottemperò in quanto «indisposto» in occasione della laurea di Marcello Malpighi – delegando al suo posto Ovidio Montalbani [Marchi 2011, 759-761] – al quale con la sua assenza procurò qualche serio problema in merito al riconoscimento della validità della laurea conseguita26. L’ultimo periodo di vita di Manzini non trascorse comunque a Bologna, ma tra Mantova e Torino, dove aveva ottenuto incarichi rispettivamente dai Gonzaga e dai Savoia. A essergli fatale fu forse il desiderio o la necessità di rientrare nel luogo d’origine. Mentre infatti si trovava in viaggio su di una barca lungo il Po, controllato dalle due sponde da truppe spagnole e francesi, il 27 giugno 1657 fu raggiunto da un’archibugiata, sparata da una mano rimasta misteriosa, così come nascoste furono le motivazioni del gesto, sempre che alla sua base non vi fosse stata una semplice casualità, come affermò la versione ufficiale dell’evento. In merito agli anni come arcivescovo del Boncompagni si veda Meluzzi 1975, 45-46. L’arcidiacono appena defunto era il mons. Vincenzo Paleotti ed a succedergli sarà il nipote Carlo Bentivoglio (cfr. Dignitates et canonici Capituli ecclesiae S. Petri Apostolorum Princeps…, 68-69, 76, 119, ms. anonimo, presumibilmente degli inizi del sec. XIX, conservato presso l’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna; ma si veda anche Zani 1672, 90-91). Sul Bentivoglio cfr. Fantuzzi 1781-1794, II, 77-79. 25 26 Cfr. Malpighi 1902, 10. Il racconto della vicenda, unitamente a quello della mancata «dispensa delle conclusioni sul publico studio» è proposto dallo stesso Malpighi, con maggiore dovizia di particolari e un minore piglio polemico rispetto alle Memorie, nell’autobiografia presente in Malpighi M. 1698, 1. Si veda anche Adelmann 1966, I, 132. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 95 Un ‘affare di Stato’: la ‘riserva della lettura’ del «Lector Philosophiae ordinarius» Matteo Peregrini Note biografiche Nel 1649 rientrava a Bologna da Genova Matteo Peregrini (o Pellegrini), letterato, cortigiano, teorico della politica e scienziato. A riportarlo nella città d’adozione27 era, agli inizi di quell’anno, il conferimento dell’incarico di segretario del Senato bolognese – per il quale aveva concorso unitamente ad altri più o meno celebri aspiranti – ottenuto grazie al voto favorevole dei Quaranta28. A Genova era giunto anni prima, dopo una lunga permanenza lontano da Bologna: prima a Napoli poi a Roma e in altri luoghi. Un periodo segnato soprattutto dall’ingresso nel seguito del card. Antonio Barberini jr. A Genova aveva invece trovato accoglienza negli ambienti più influenti e ricchi della città, legandosi in particolare a due nobili letterati: Anton Giulio Brignole Sale – che sostenne nelle sue battaglie politiche e culturali – e Giovan Vincenzo Imperiali, alla cui protezione dichiarò di potersi affidare con fiducia. Le ragioni che lo spinsero a lasciare la città non sono mai state del tutto chiarite, come del resto quelle che lo indussero a lasciare i Barberini, dei quali era ritenuto e si considerava una «creatura». Un ‘esilio’ dalla patria di adozione che, dopo il soggiorno a Napoli per «occupatione honorata» e l’ingresso nelle corti barberiniane, fu scandito da una serie di incarichi sia laici sia ecclesiastici al servizio della famiglia di Urbano VIII e della Era infatti nato a Liano, località della provincia bolognese nei pressi di Castel S. Pietro, nel 1595. Per notizie biografiche cfr. Betti 2009; 2013. 27 Ci vollero tre scrutini per consentirgli di raggiungere i voti necessari all’elezione [cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 1v-2r]. Assunse ufficialmente la carica il 20 marzo dello stesso anno [ibidem, f. 5r]. Peregrini sostituì nell’incarico Bartolomeo Guidotti, che lo aveva ricoperto dal 1634 al 1647 [cfr. ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 33r]. 28 96 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Chiesa29. Va tuttavia rilevato come anche nel periodo genovese non si interruppero i rapporti di patronage che legavano Matteo ad Antonio jr. sulla cui benevolenza poteva ancora contare, tanto da sperare che potesse venire allargata ai propri familiari [Betti 2013]. Peregrini aveva intrapreso i suoi studi, almeno inizialmente a carattere scientifico, a Bologna, dove con molta probabilità ebbe come proprio maestro il celebre matematico Giovan Antonio Cataldi e come sodale un altro allievo di Cataldi, Giovan Antonio Roffeni, di qualche anno più anziano di lui, ricordato come amico e fidato corrispondente bolognese di Galileo [Aricò 1998; Bònoli-Piliarvu 2001, 153-154]. Dopo la prima laurea in filosofia (1620), Peregrini conseguì anche quelle in teologia (1622) e in diritto (1626). Già nel 1620 Matteo – che in precedenza aveva ricevuto gli ordini come sacerdote secolare – salì sulla cattedra di logica, per poi passare a quella di filosofia, in un percorso che quindi lo vide dedicarsi all’insegnamento di materie scientifiche, senza tuttavia mai stampare alcun testo su tale argomento. Uscirono invece dalla sua penna negli anni seguenti opere di carattere prevalentemente politico e letterario, destinate a portargli una buona celebrità, ma nessun riconoscimento accademico legato a simili tipi di discipline. Riconoscimento Secondo quanto scritto nei Diari del Senato bolognese, in data 20 marzo 1649, Matteo era stato lontano dalla «Patria» per ventitré anni, trascorsi «parte in Napoli, parte nella corte Romana, parte in Carichi di Vicario di Vescovi, parte in Governi secolari nello Stato di Santa Chiesa» [ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50r]. Non è al momento nota l’«occupatione honorata» che lo aveva condotto a Napoli già nel 1626. Il termine è proposto dallo stesso Peregrini in una lettera scritta il 23 ottobre di quell’anno agli Assunti di Studio in cui si dice «trattenuto per occupatione honorata» in tale città e supplica «humilissamente» a «degnarsi di permettere» che gli «sia serbata la lettura e il stipendio per quando tornerà a Bologna». L’ istanza fu accolta accolta dal Senato bolognese in data 5 febbraio 1627 [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 17, f. 113r]. La missiva di Matteo si conserva all’interno della cartella che raccoglie documenti collegati alla sua attività di lettore presso lo Studio cittadino [ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33]. Lo stesso Pellegrini sottolinea il grande sforzo che gli era costato il servizio dei Barberini indicandolo, in qualche modo, come la causa della scelta di recarsi a Genova, «quasi» un «porto di tranquillità», dopo le «fatiche publiche lungamente in varij carichi sotto il gran Pontificato del Beatissimo Urbano b.a. da me portate»: Peregrini 1650, 9. 29 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 97 che invece gli venne attribuito come ‘filosofo’ al momento del ritorno a Bologna nel 1649, quando gli fu conferita la «lecturam Philosophiae ordinariam»30. Un segno che nelle materie scientifiche gli era ancora pubblicamente riconosciuta una competenza tale da far supporre che non si sia accostato solo occasionalmente al loro studio, e comunque avesse continuato a coltivarlo negli anni trascorsi presso i Barberini ed a Genova, quando intrattenne relazioni con scienziati del periodo, alcuni dei quali, tra l’altro, avevano avuto occasione di frequentare quelle corti barberiniane di cui Matteo faceva parte. Non molto tempo dopo il ritorno a Bologna giungeva a Peregrini – ricordato anche come «archivio di erudizione» [Crescenzi 1639, 630] – la richiesta di trasferirsi a Roma per assumere il ruolo di secondo custode della Biblioteca Vaticana, che poi sarebbe divenuto quello di primo custode della stessa Biblioteca31. Tramite dell’istanza – non si conosce quanto inattesa o auspicata da parte di Matteo in un mondo in cui si guardava sovente con interesse alle possibilità di carriera in curia – fu il card. Luigi Capponi32, attraverso l’intervento diretto di Sforza Pallavicino, nipote del celebre politico e letterato bolognese Virgilio Malvezzi: entrambi conoscenze di vecchia data dello stesso Peregrini33. Ad ispirarla o, almeno, ad Nei citati Diari del Senato bolognese [n. 7, f. 50r] lo si indica come «Dottore di filosofia, theologia, dell’una e l’altra legge, lettore già di filosofia in questo Publico Studio, scrittore di varie opere stampate in politica morale, e belle lettere». 30 La nomina del Peregrini avvenne agli inizi del 1651 cfr. Mejia, Grafinger, Jatta 2006, 382. Vi è comunque una delibera del Senato che, già in data 3 gennaio, nomina un «prosegretario», «per discessionem D. Matthej Peregrini a sanctissimo D.N. Romae vocati et in vicebibliothecarium […] electi» [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, f. 41v; cfr. anche Diari, n. 7, f. 63r]. Esiste inoltre un atto dei Quaranta ancora precedente (29 dicembre 1650) che concede a Matteo di partire per recarsi a Roma sino a Pasqua dell’anno seguente [ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 290r]. 31 Riguardo al suo ruolo nella biblioteca cfr. Mejia, Grafinger, Jatta, 2006, 186. In generale si veda: Obstat 1976, 67-69. 32 33 Sforza Pallavicino era allora figura assai influente della corte di Innocenzo X, anche se, come Peregrini, era stato un tempo uomo dei Barberini sino al momento in cui il violento scossone all’interno nella corte barberiniana, al tempo della condanna di Ga- 98 Storicamente 2013 Studi e Ricerche approvarla non poté tuttavia che essere papa Innocenzo X. Un pontefice particolarmente avverso ai Barberini, verso i quali si accanì per quanto gli fu possibile, soprattutto nella prima parte del suo pontificato34, ma che evidentemente non disdegnava di accogliere nella propria corte alcuni almeno degli intellettuali che avevano dato lustro a quella del suo predecessore Urbano VIII. La felice disposizione del pontefice verso il Peregrini era maturata con ogni probabilità nell’occasione della sua nomina a segretario del Senato bolognese nel 1649. Nomina che, per un sacerdote come Matteo, poteva divenire valida solo attraverso una specifica dispensa papale in grado di consentire all’eletto di superare il divieto per un religioso ad assumere il ruolo di notaio, obbligatorio per chiunque fosse chiamato alla funzione di segretario del Reggimento. Peregrini offrì nel frangente un’ulteriore prova della sua abilità nel muoversi nelle corti tra principi e prelati, ma anche presso le Repubbliche, pure se dalle caratteristiche piuttosto particolari come quella di Bologna [De Benedictis 2007; 2008]. Assicuratasi infatti l’elezione, ottenne dai Quaranta due mesi di tempo per procacciarsi la dispensa richiesta. Riuscì nell’impresa muovendosi personalmente da Genova a Roma, dove fu capace di far mutare radicalmente parere al Pontefice, prima assolutamente determinato a non concedere alcun tipo di deroga in materia35. Oltre alle capacità persuasive di Peregrini, è largamente probabile che a determinare il successo della sua missione romana siano state influenti amicizie nella curia pontificia, capaci di preparargli un terreno favorevole al felice esito della missione36. Una tra tutte fu di certo quella che lo univa proprio a Sforza Pallavicino, lileo e dell’esilio di Giovanni Ciampoli, non ne aveva provocato la caduta in disgrazia. In merito ai suoi rapporti con Malvezzi cfr. Carminati 2000. Sulle vicende dei Barberini nel secolo del pontificato di Urbano VIII si veda: Mochi Onori, Schütze, Solinas 2007. Riguardo ad Innocenzo X si vedano i due contributi di Olivier Poncet, rispettivamente in 2000, 321-335; e 2004, 466-478. 34 35 ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50v. In generale sulla composizione delle corti papali del periodo e le dinamiche dei processi decisionali che vi si svolgevano cfr. Visceglia 2005 e Giordano 2013. 36 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 99 citato protagonista della sua chiamata a Roma come bibliotecario. L’offerta di occuparsi della Biblioteca Vaticana fu accolta dal suo destinatario, né il Reggimento cittadino giudicò di potersi opporre alla volontà pontificia, che pure gli sottraeva in una sola volta il segretario maggiore – sostituito temporaneamente nelle funzioni dal ‘prosegretario’ Floriano Nani37 – e un dottore dello Studio, al quale si doveva, almeno in parte, l’iniziale permanenza a Bologna dell’allora giovane scienziato Giovan Domenico Cassini, poi destinato a straordinaria celebrità [Cassini 1810, 262-264]. La partenza per Roma di Peregrini, avvenuta tra il 21 e il 22 gennaio del 165138, ebbe tuttavia strascichi probabilmente non previsti dai Quaranta. Infatti, il contenzioso che sarebbe sorto tra L’eletto come «prosegretario» era un letterato locale – in precedenza «aiutante» della «pubblica segreteria» dal 1621, poi segretario dell’ambasciata bolognese a Roma – al quale non faceva comunque difetto una certa dose d’ironia. Lo dimostra il tono di un suo componimento poetico, indirizzato «Agl’Illustrissimi Sig.ri Senatori del Reggimento di Bologna», dove, proponendo la sua candidatura alla carica di segretario maggiore, contrappone il «servir dolce alla Patria», che «d’Onor fa più, che d’Oro» – del quale si candida come convinto e fedele interprete – e l’abilità con la «penna» di un «famoso Manzin, d’un Peregrini». Tuttavia dichiarandosi intimorito che le sue aspirazioni, conducendolo a porsi a confronto con tanto illustri personaggi, gli causino conseguenze uguali a quelle di Dedalo, si rivolge ai Quaranta con toni dimessi: «S’io chieggo, ah non m’arrogo, e non pretendo,/Ma la Vostra Bontà n’imploro». I versi sono stampati su di un foglio volante, senza dati tipografici (BCABo, Malvezzi 32 E 344), ma l’argomento che vi è trattato, ne pone la stampa al 1649, quando ebbe luogo il concorso che vide il successo di Peregrini e di cui il Nani fu uno dei numerosi partecipanti. Il Nani è ricordato fondamentalmente, oltre che come autore di alcuni testi d’occasione, soprattutto come curatore di una raccolta di componimenti poetici scritti in occasione del funerale di Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII: Nani 1630. Su di lui cfr. Fantuzzi 1781-1794, VI, 141. 37 Le differenti date appaiono in due distinti documenti del Senato bolognese: la prima è proposta nelle Filze, n. 2, f. 290r, la seconda appare nei Diari, n. 7, f. 63r. Da quanto compare scritto negli stessi documenti (Diari, n. 7, in data 16 febbraio 1651 [f. 62r-v] e Filze, n. 2, f. 290r), l’assenza di Peregrini era prevista inizialmente solo fino alla Pasqua di quell’anno, periodo per il quale gli era garantita la riserva del posto e l’onorario. Singolare comunque che nei Diari (n. 7, f. 63r) appaia espressamente menzionata la ragione dell’andata a Roma di Matteo connessa al «carico conferitogli dalla Santità di Nostro Signore di sottobibliotecario della Vaticana libraria», mentre nelle Filze (n. 2, f. 290r) ci si limiti ad affermare che Matteo partì per Roma «dove supponeva esser chiamato da Nostro Signore». 38 100 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Matteo e il Senato riguardo alla condizione giuridica ed economica che gli doveva essere riservata a Bologna in relazione alle due mansioni a cui aveva dovuto rinunciare assunse a un certo momento i contorni, almeno per quanto riguarda quella collegata all’Università, di un ‘affare di Stato’. Un primo conflitto tra Peregrini e il Senato di Bologna Un primo fronte di contrasto tra Matteo, nel frattempo nominato monsignore, ed i Quaranta riguardò il Peregrini segretario del Senato. In merito a come rispondere alle sue richieste il Reggimento sembra abbia discusso in particolare dal 14 al 22 aprile 1651. All’interno del Senato si confrontavano nel frangente due diverse opinioni su come gestire l’assenza del Peregrini e la sua istanza di riservargli l’incarico nella prospettiva di un possibile ritorno. Una prevedeva che fossero concessi a Peregrini solo due mesi di ‘riserva’, comunque accompagnati dall’intero onorario spettante per il periodo, accelerando così i tempi della sostituzione. L’altra, che si afferma gradita al richiedente, non prevedeva corresponsione di onorari, bensì un prolungamento della riserva sino ad ottobre. Particolarmente interessanti sono le motivazioni a sostegno dei due differenti partiti addotte in Senato dagli Assunti di Cancelleria, ai quali era stato evidentemente commissionato uno studio della ‘pratica’39. Per un verso si sottolineava l’urgenza e la necessità di provvedere affinché il Senato avesse un proprio segretario nel pieno delle funzioni e non dovesse invece affidarsi a un sostituto. Per un altro si mostrava vivo timore che una decisione a contrasto con i desideri di Peregrini lo inducesse a venir meno al ruolo di patrocinatore delle cause cittadine a Roma. Compito in cui doveva essersi mostrato particolarmente abile se in Senato si poteva affermare: «perch’egli quando anche si fusse in Roma potrà sempre giovar molto a gl’interessi pubblici come di già a quest’hora ne ha passati e da quali se ne possono sperare ottimi effetti come gli 39 A tale magistratura spettava il compito di vegliare, in particolare, sulla buona tenuta degli archivi del Senato. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 101 Assonti di Cancelleria ne fanno attestatione»40. Tale seconda motivazione induce a ritenere che Peregrini a Roma svolgesse, con l’approvazione della ‘Patria’, una mansione, almeno in parte parallela a quello dell’ambasciatore della Repubblica bolognese, di patrocinatore di cause locali presso gli ambienti della curia41. L’efficace esercizio di un simile compito poteva derivare a Matteo solo da una parte svolta all’interno della corte papale che non si limitasse esclusivamente ai compiti di bibliotecario, ma ne facesse un membro ascoltato della cerchia degli uomini vicini al pontefice: circostanza che troverà conferma in atti successivi della vicenda che vide contrapporsi Peregrini al Senato. Le varie delibere assunte dai Quaranta di prolungare l’incarico al Nani per periodi limitati, in genere due mesi (la prima data 21 marzo, l’ultima 9 dicembre)42, lascia intendere che la volontà di Matteo sia risultata vincente o che comunque la trattativa tra le parti sia continuata. Tuttavia negli Atti del Senato il 21 dicembre compare la notizia dell’abdicazione di Matteo dal suo incarico di segretario maggiore e, nello stesso giorno, viene eletto al suo posto un letterato di origine fiorentina: Cosmo Gualandi, mentre il Nani è confermato come «pro segretario»43. Non vi è notizia che il provvedimento ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 1, ff. 417r-418v. Non sempre comunque tale sua funzione si svolse con successo. Lo documenta una sua lettera spedita a uno sconosciuto corrispondente dove dichiara tutta la propria delusione per l’infelice esito della sua azione all’interno di manovre fratesche. Cfr. lettera ms. di Matteo Peregrini a un ignoto destinatario, datata 17 luglio 1652, in Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, Coll. Aut. CIII, pos. 23654. 40 Ad indagare sulle relazione clientelari intessute tra Bologna e Roma si è dedicata in particolare Reinhardt 2001, 107-146; 2005, 237-249. 41 Cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 41v, 53v, 59r, 62r, 66v; Diari, n. 7, 63r, 68r, 72r, 73v. 42 43 ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 22, ff. 67v-68r; Diari, n. 7, f. 74r. Il 5 aprile del 1653 i Quaranta conferiranno per cinque anni allo stesso Gualandi la lettura di «humanarum litterarum», che era stata in precedenza di Domenico Cesari [ASBo, Archivio del Senato, Filze n. 2, ff. 213r-214r e Partiti, n. 23, f. 30r]. In realtà Gualandi mantenne la cattedra fino al 1698 [cfr. Dallari 1888-1924, II e III.1, ad indicem]. L’origine fiorentina del Gualandi è ulteriormente documentata da una sua richiesta del 7 gennaio 1653 in cui chiede di andare a Firenze «sua patria» per affari di famiglia. Nella 102 Storicamente 2013 Studi e Ricerche del Senato – in palese contrasto con la decisione assunta pochi giorni prima riguardante il Nani – sia frutto di un atto d’imperio del Reggimento o nasca da un accordo tra le parti. Nei fatti ed a breve, comunque, Peregrini avrebbe dimostrato che il tempo di rivendicare i propri ‘diritti’ nei confronti dei Quaranta era tutt’altro che finito. Un secondo fronte di scontro Un nuovo conflitto tra il Senato e Peregrini, all’apparenza ben più aspro del precedente, ebbe al centro la ‘riserva’ della lettura universitaria di filosofia. La questione pare avere il proprio culmine nella primavera del 1652, ma si trascinava da mesi precedenti, come risulta dai contenuti di documenti di quel periodo che ne segnano il percorso. Il primo ritrovato, che se non costituisce l’inizio del confronto, ne indica perlomeno una ripresa dai toni particolarmente forti, è una missiva diretta ai Quaranta, a firma del Peregrini, datata 10 gennaio 1652 e viene da Roma44. Nella lettera Peregrini, con toni al limite dell’arroganza – pur in un contesto di formale dichiarato ossequio alla volontà del Senato – rivendica la propria straordinaria condizione personale, che invita i Quaranta a riconoscere, accogliendo per intero le sue istanze, come era stato fatto in passato per alcuni casi «singolari». Le richieste di Matteo si possono riassumere in due punti: mantenere contemporaneamente il posto di lettore nell’Ateneo e insieme l’intera retribuzione che gli sarebbe dovuta per lo svolgimento di tale incarico durante tutto il periodo in cui avrebbe dimorato a Roma, in quanto al servizio del Papa45. Sulla base dell’accoglimento di circostanza fu sostituito nel suo compito di segretario maggiore dal Nani [ASBo, Archivio del Senato, Diari 7 cit., f. 91v]. Cosmo ottenne la cittadinanza bolognese «in forma satis ampla» solo nel 1661 [cfr. Angelozzi-Casanova 2000]. 44 ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289r-v. 45 «Accostandosi il termine prescritto al richiedere la riserva della lettura, io scrivo questo mio foglio a supplicare le SS.VV. Illustrissime di questa gratia. Per molte contingenze può accadere che un giorno io me ne vaglia. Quando anche ciò non dovesse mai essere, mi sarà pur caro l’havere anche questo pegno della benignità delle SS. VV. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 103 entrambe le ‘suppliche’ dichiara poi che misurerà direttamente la ‘sollecitudine’ con cui proseguire la sua azione a favore di Bologna presso la curia romana: «haverò memoria della gratitudine dovuta, così haverò ancor campo di mostrarmi grato con l’opere». Nei primi giorni di marzo del 1652 gli Atti dell’Assunteria di Studio indicano come si stessero esaminando con attenzione le richieste inviate dal Peregrini, con particolare riferimento alle implicazioni di quelle economiche. Nella seduta del 7 marzo 1652 gli Assunti, chiamati dal Reggimento cittadino ad analizzare la questione e riferire, si mostrano inclini a trovare un modo per «consolare» un Peregrini descritto come desideroso di un ritorno a Bologna e agli incarichi lasciati: conservargli la riserva del posto e corrispondergli per intero l’onorario, ma solo quello dovuto per l’anno trascorso. La «speranza» dichiarata è poi che a risolvere la questione venisse un suo rientro a Bologna con la conseguente ripresa di entrambi gli incarichi precedenti46: auspicio piuttosto singolare tenendo conto che il Senato si era già dotato da tempo di un nuovo segretario. Il 13 di marzo gli Assunti si dichiarano invece impegnati in una ricerca di esempi passati, collegati alle maggiori personalità che si erano trovate in condizioni simili a quella attuale del Peregrini, così da offrire alle sue istanze risposte sostenute da probanti esempi storici47. Gli stessi Assunti tre giorni dopo – data in cui la loro relazione, contenente le proposte di offerta al Peregrini, fu letta in Senato48 – dichiaravano tutto il loro ‘rincrescimento’ per non aver potuto trovare esempi o argomenti che Illustrissime. Alcuna volta per qualche singularità concorrente nel suggetto hanno le SS. VV. Illustrissime giudicato conveniente aggiungere alla riserva della lettura quella ancora dell’onorario. Perciò io, sotto pena di mostrar di stimar poco e di credere che le SS.VV. Illustrissime poco stimino l’essere stato loro maggior Segretario, hora Vice Bibliothecario di Sua Santità (particolarità che ne mai più sono concorse, né forse in avvenire concorreranno mai più nel medesimo), non posso tralasciare congiungere alla supplica della prima gratia quella insieme della seconda»: ibidem. 46 ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67r. 47 Ivi, f. 67v. 48 ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289v. 104 Storicamente 2013 Studi e Ricerche potessero consentir loro di fornire un parere favorevole alle istanze del Peregrini, dichiarandosi limitati nelle loro «facoltà» perché obbligati ad ottemperare alle norme stabilite «da sommi pontefici», che affermano come «il denaro della gabella grossa è applicato a dottori leggenti attualmente, la qual qualità non conviene a lui»49. Un ‘affare di Stato’ Il richiamo alle disposizioni pontificie presente negli Atti degli Assunti acquista un particolare significato se riferito ai contenuti della lettera da loro inviata il 20 marzo all’ambasciatore bolognese a Roma, il senatore Girolamo Albergati50. La missiva propone inizialmente una descrizione dello stato del caso, indicando le richieste del Peregrini, le motivazioni teoriche che le sostenevano e gli esempi dei quali si era fatto forza per supportarle51. In seguito appare il giudizio del Senato sulle istanze di Matteo e le controproposte che intende presentargli. L’insieme delle ri ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v. La ‘Gabella grossa’ era il dazio per l’esportazione delle merci e per l’importazione di quelle forestiere in città e nel contado con cui a Bologna si costituiva il fondo destinato a pagare gli stipendi ai lettori dello Studio. In merito alla sua storia si veda Carboni 1990; 1991. 49 ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146. L’Albergati (1607-1698), fu ambasciatore a Roma dal 1644 al 1653. Nei Diari del Senato [n. 6, f. 68v], si ricorda il «gusto» della città per la sua elezione ad ambasciatore in quanto uomo «di qualità molto honorate et di straordinaria bontà, e prudenza». L’Albergati, interprete di una giovinezza piuttosto turbolenta che lo condusse a conoscere le carceri per volontà del legato pontificio Bernardino Spada, sedette tuttavia assai presto sullo scranno senatorio, che tenne dal 1629 al 1693, quando uscì dal Reggimento per «rinuncia» [cfr. Guidicini 1876, 126-127]. Il suo nome è rammentato in particolare per l’edificazione del celebre palazzo di famiglia di Zola Predosa. Lo si ricorda comunque come uomo che «lasciò molti debiti, ma grandi capitali»; Guidicini 1876, 127. Su di lui si veda anche Dolfi 1670, 50. 50 51 In merito alle motivazioni è scritto che Peregrini avesse nei mesi trascorsi fatto «instanza poter godere dell’honorario ancor dimori costì in Roma e non legga attualmente. Pretendeva egli giustificar questa sua dimanda col dire che venne costà chiamato da Nostro Signore non spontaneamente e che trovandosi al servizio del principe supremo dovea reputarsi per presente a similitudine di quegli che sono assenti per causa della Repubblica»; ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146, cit. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 105 vendicazioni di Matteo è ritenuto «esorbitante» dal ‘Regimento’, che invece – accogliendo la proposta degli Assunti di Studio – intende offrirgli la riserva della lettura e la conservazione dell’onorario al suo eventuale ritorno, oltre alla corresponsione di quattrocentocinquanta lire a saldo di quanto gli sarebbe stato dovuto per l’anno precedente. Nucleo centrale della lettera è tuttavia il dichiarato timore presente nei Quaranta di una azione romana del Peregrini intesa ad ottenere, attraverso un breve pontificio – quindi per intervento diretto di Innocenzo X – quanto il Senato non erano disposti a concedergli. Alla «prudenza» dell’Albergati era affidato il compito di precludere a Peregrini «la strada a questo tentativo», impedendo così che «s’introduca novità tanto perniciosa allo Studio». Gli Assunti forniscono poi all’ambasciatore un armamentario di motivazioni e di esempi – frutto del loro recente lavoro – da usare nella sua azione diplomatica, della quale l’obiettivo più importante è divenuto convincere il Papa delle buone ragioni della Repubblica. Due sono soprattutto i temi sui quali gli Assunti insistono: innanzitutto la carica assunta a Roma da Matteo non ha nulla a che fare con Bologna e con i «publici affari»; riguardo poi agli esempi indicati da Peregrini a sostegno delle proprie istanze gliene vanno contrapposti altri in grado di documentare come in passato soggetti di «gran qualità» abbiano lasciato lo Studio bolognese, accettando a Roma ruoli che avevano attinenza con il «publico», senza tuttavia ottenere il privilegio di conservare l’onorario. Il caso principale che si invita l’Albergati ad addurre è quello di Alessandro Ludovisi, poi papa Gregorio XV. In tal modo si pone sul piano della trattativa il più importante ed illustre degli esempi che la Repubblica potesse mettere in campo: un lettore dell’Ateneo, bolognese d’origine, destinato a divenire papa. Sul piano quindi dei riferimenti giuridici è proposto l’elenco dei pontefici che hanno stabilito come nell’Ateneo bolognese lo stipendio non possa essere dato a lettori assenti. Nell’insieme si trattava di una serie di argomenti e di esperienze concrete da proporre ad Innocenzo X – formalmente assente nel contenzioso, ma che si temeva potesse entrare a dettarne la fine con atto d’imperio – per ricordargli come un intervento 106 Storicamente 2013 Studi e Ricerche diretto a favore di Peregrini lo avrebbe posto a contrasto con una lunga giurisprudenza fissata dai suoi predecessori, oltre che con il diretto esempio offerto da uno di loro. In merito poi ai casi citati da Matteo, l’ambasciatore poteva contrapporre come non si riferissero a soggetti in condizioni paragonabili alle sua, poiché riguardavano assenze destinate a durare «un breve spazio di tempo», mentre Peregrini «habita di continuo in Roma, e con poca speranza di partirsene mai». Conclusione che chiarisce come a Bologna non si credeva in effetti a un ritorno, di cui evidentemente Peregrini lasciava invece strumentalmente trasparire la possibilità. Il 23 marzo intanto il Senato provvedeva a concedere le promesse quattrocentocinquanta lire al Peregrini, a saldo del suo onorario per l’anno trascorso52. Matteo tuttavia, nel medesimo giorno, scrivendo ai Quaranta da Roma53, si mostrava pronto ad affidare il buon esito della sua causa alla «buona volontà» del ‘Regimento’, indicando tuttavia una nuova soluzione per risolvere il contenzioso: un arbitrato che avrebbe potuto essere affidato al «Sig. Eminente Merenda loro avocato», così da muoversi in «piena et legale equità». L’‘avocato’ era Antonio Merenda, un giurista al tempo assai illustre, che lo Studio bolognese riuscì ad avere tra i propri docenti dal 1647, strappandolo a una forte concorrenza e con il quale Peregrini, l’anno precedente, aveva pubblicato il suo unico contributo dato alle stampe in campo giuridico: Ad Statutum Bononiense Sub Rubrica de Praescritionibus Responsa tria […] In quibus luculenter ostenditur praecipue, qua ratione etiam in debitis iuratis possit, & debeat dictum statutum procedere, Bononiae, G.B. Ferroni, 165154. 52 ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 23, ff. 7v-8r. ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub data. 53 54 Riguardo alla sua presenza a Bologna cfr. Fantuzzi 1781-1794, V, 150-151; Dallari 1889-1924, II, ad indicem. Su di lui, in generale, si veda Palumbo 2009, 637-639. Un segnale del prestigio goduto dal Merenda viene dal suo atto ufficiale di morte (3 gennaio 1655) dove è scritto: «L’eccellentissimo et insigne S. Antonio Merenda da Forlì, Dottore di legge ed eminente di questa città nella quale è stato (con somma ammirazione dei più letterati) lettore famoso per anni»; Archivio Generale Arcivescovile di gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 107 I timori del Senato riguardo alla possibilità per Matteo di ottenere un diretto intervento del Papa nel contrasto che lo divideva dal ‘Regimento’ cittadino indica ulteriormente in maniera chiara, anche se indiretta, come egli fosse entrato nelle grazie di Innocenzo X. La risposta dell’Albergati del 27 marzo certifica poi come facesse parte stabilmente della corte del Papa, dal momento in cui, per avere sicurezza d’incontrarlo, l’ambasciatore si propone di seguire gli spostamenti di Innocenzo X, nei quali Matteo era evidentemente solito accompagnarlo55. La dichiarata strategia dell’Albergati, così come proposta ai Quaranta, contempla in primo luogo di sondare «l’animo» di Peregrini, cioè di svolgere un lavoro di intelligence inteso a informarsi sulle sue reali intenzioni, ma di opporsi comunque «con que’mezzi» che giudicherà «più opportuni acciocché non s’ottenga il Breve che dubitano, con tanto pregiudicio di loro Signori», facendo uso delle «armi» fornitegli dagli Assunti di Studio a difesa delle «ragioni di cotesta Patria». Il piano per incontrare Matteo dell’Albergati, che aveva notizia della imminente presenza in S. Pietro del Pontefice, ebbe successo. Così tre giorni dopo l’ambasciatore poteva comunicare al Reggimento che «Peregrini mostra di non haver senso di ricorrere ad altri che alle benignità dell’Illustrissimo Senato per la gratia dello stipendio della lettura»56. In merito poi alla proposta di mediazione da conferire al Merenda, aggiunge che Peregrini gli ha confessato come tale istanza nasca dal suo senso dell’onore: «non mira l’hemolumento, ma l’honorevolezza», da misurarsi comunque in lire. Il senso di sollievo con cui l’ambasciatore comunicava la notizia era tuttavia attenuato dal tarlo del dubbio riguardo alle reali intenzioni di Matteo, il cui comportamento accomodante non aveva quindi fatto cadere il timore che fosse solo teso a dissipare ogni possibile Bologna, Parrocchie soppresse, S. Salvatore, 39/17 Libro de’ morti (1584-1806), l. I, f. 50r. ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub data. 55 56 Ibidem, sub data. 108 Storicamente 2013 Studi e Ricerche sospetto sulle sue intenzioni ed a nascondere un colpo di mano. Aggiungeva pertanto che non avrebbe mancato di «avertire ad ogni qualunque tentativo che potesse farsi per ottenere il Breve che mi accennarono loro». Il 7 di aprile gli Atti degli Assunti di Studio documentano come due lettere a sostegno delle ragioni di Peregrini, giunte attraverso l’ambasciatore bolognese, avessero indotto la magistratura a riprendere la questione, focalizzandosi su quello che ormai ne era riconosciuto come il punto centrale, se cioè competa «alcuna ragione a chi serve il Papa di poter godere l’honorario de Dottori bolognesi»57. Ulteriore tappa della vicenda è rappresentata da una missiva spedita da Peregrini, indirizzata ufficialmente agli Assunti di Studio, ma in realtà destinata ai Quaranta, che mostra un Peregrini determinato a veder soddisfatto il proprio ‘onore’ e quindi per nulla disposto ad accettare un accordo che non lo soddisfaceva. La lettera è un misto di note sarcastiche rivolte al Reggimento e di puntigliose rivendicazioni di quelli che il suo autore giudica propri diritti e soprattutto della bontà della via da lui indicata per risolvere il contenzioso: un arbitrato tra le parti affidato a un giurista di prestigio, che poteva essere anche un personaggio diverso dal Merenda in precedenza indicato, con la possibilità di ricorrere perfino a qualsivoglia dei giudici di Rota, uno dei due tribunali civili allora presenti a Bologna58. 57 ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v. «Tre motivi mi hanno forzato ad esser di nuovo molesto all’Illustrissimo Senato et insieme alle SS.VV. Illustrissime. Il primo è stato il vedere tanta disposizione et desiderio in farmi la gratia richiesta mentre vi fosse stato luogo. Per mostrare di gradire una sì gran benignità mi era necessario il non trascurare di secondarla. La seconda la necessità di schifare la nota di quel mal huomo che incorrerei mentre restassi in concetto d’haver desiderato l’altrui contra il divieto della legge d’Iddio, et tentatone un giudice tanto integro quanto è l’Illustrissimo Senato. Il terzo è il persuaderni d’haver giustitia a venti soldi per lira. Posso bene ingannarmi, ma fra tanto, finché non sono disingannato farei da huomo stolido se per ogni strada lecita non procurassi di conseguirla. Ho chiesto il voto del sig. Merenda loro avocato, perché dottore cittadino non haverebbe convenevole il far da giudice in causa, nella quale è più tosto parte. Oltre il sig. Merenda vi sono altri soggetti forestieri, et vi è la Ruota. Havendo dunque, come intendo, l’Illustrissimo Senato commesso alle SS.VV. Illustrissime la mia ultima supplica, ricorro alla loro 58 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 109 Questa lettera costituisce l’ultimo documento sinora rinvenuto che documenta i contrasti sorti tra il Senato bolognese e Matteo dopo la sua nomina a bibliotecario della Biblioteca Vaticana. È comunque probabile che la vicenda si sia trascinata oltre nel tempo e che ulteriori ricerche possano portare alla luce nuova documentazione in grado di precisarne gli sviluppi, ma anche di aggiungere ulteriori dettagli ai fatti sinora descritti. Comunque è certo che, quali sia state le ulteriori tappe della storia, Peregrini non ebbe molto tempo per rivendicare le proprie ragioni o per vederle accolte. Infatti morì nel dicembre del 1652 a Roma, dove fu sepolto. Nel 1651, quasi contemporaneamente a Peregrini, giungeva a Roma il celebre Virgilio Malvezzi, ospite nella casa di Sforza Pallavicino e descritto in frequenti colloqui tra lui, il suo anfitrione e Matteo. Lo conduceva in città l’occasione della stampa romana dell’Introduttione al racconto de’ principali successi accaduti sotto il comando del potentissimo Re Filippo IV [Carminati 2007b]. La circostanza per Virgilio era però soprattutto buona per occuparsi delle questioni che aveva ancora aperte con la Santa Sede, poiché, al tempo di Urbano VIII, gli erano stati confiscati i feudi di Castel Guelfo, luogo natale della famiglia. A causare la confisca erano stati soprattutto i comportamenti dei nipoti di Virgilio: Sigismondo e, in particolare, Ludovico, reo di «lesa maestà» [Carminati 2007a]. Una condanna giunta a Virgilio, pur «innocente» [[Carminati 2007b], dopo la quale, nel 1636 – grazie alla protezione del Conte-duca di Olivares – il nobile bolognese aveva intrapreso la via della Spagna, dove si sarebbe benignità, pregandole, se così pare loro convenevole a cooperare, che mi sia deputato soggetto legale che possa udire et considerare le mie ragioni, delle quali sin hora non ho motivato che una in barlume. Starò dunque attendendo per poterle mandare et rappresentare compitamente, mentre per fine alle SS.VV. Illustrissime faccio riverenza». La missiva è datata: Roma, 13 aprile, e si conserva oggi presso l’ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33. Sulla presenza a Bologna di due tribunali civili con funzioni praticamente simili, frutto della particolare condizione della città, ‘Repubblica’ legata con un vincolo pattizio al potere del Papa, si veda Boris- Di Zio 1993, 131-154. 110 Storicamente 2013 Studi e Ricerche conquistato un ruolo importante al servizio di Filippo IV, sia come diplomatico sia come cronista59. Al suo ritorno dalla Spagna nel 1645, ad accoglierlo allo sbarco a Genova, Malvezzi avrebbe trovato proprio Matteo, assieme a quel Vincenzo Imperiali – ricco ed influente aristocratico, oltre che celebre letterato – il quale, in un momento di disgrazia, segnato da un esilio da Genova, Malvezzi aveva accolto a Bologna e che poi, rientrato a Genova, fu punto fondamentale di riferimento per Peregrini negli anni trascorsi in quella città. Assai difficile ritenere che Malvezzi e Peregrini nelle loro amene passeggiate, accompagnati da Sforza Pallavicino, discutessero solo di «scienza e di morale»60 e non entrassero invece nelle differenti questioni che tanto stavano loro a cuore: per Malvezzi la riconquista delle proprietà che gli era state confiscate, per Peregrini il riconoscimento per intero del proprio ‘onore’. Nei loro frequenti incontri appare infatti impensabile non si sia parlato anche delle controversie in atto tra Matteo e i Quaranta, nonché tra Virgilio e il Papa. Per i trascorsi di amicizia tra i due bolognesi, segnati anche dal tentativo di Peregrini di trovare in tempi passati appoggi e protezione presso l’illustre concittadino, il marchese Malvezzi costituiva, ad esempio, la figura più autorevole di cui il Senato potesse disporre per convincere Peregrini a tenere un atteggiamento di maggiore accondiscendenza verso le proprie decisioni. Virgilio altresì avrebbe potuto mettere in campo la sua esperienza di diplomatico e l’indiscusso prestigio goduto operando a favore della Repubblica bolognese presso la curia papale e lo stesso Pontefice, indirizzato a favorire quella Spagna dalla quale Virgilio era partito accompagnato dalla considerazione di Sul suo ruolo di storico cfr. Kagan 2010, 323-329. In generale si veda Belligni 1999. 59 Calef 1967, 366. Le «questioni filosofiche» trattate in quegli incontri sono indicati all’origine del Trattato sulla Provvidenza di Sforza Pallavicino, opera in forma di dialogo con Malvezzi e Peregrini a protagonisti, cfr. Bulletta 1995, 49. Il testo è pubblicato in Pallavicino 1844. 60 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 111 Filippo IV, di cui per anni era stato al servizio. Se appare piuttosto probabile che i Quaranta abbiano incaricato Malvezzi, durante il suo soggiorno romano, d’intervenire nella diatriba che aveva in atto con Peregrini, allo stesso modo si può ritenere verosimile che Malvezzi abbia sollecitato i buoni uffici dell’amico a favore della propria causa, tenuto conto dei felici rapporti intessuti da Matteo con Innocenzo X. C’è poi da credere che Peregrini abbia stimolato, a propria volta, Malvezzi a farsi patrocinatore delle sue istanze in quel Senato di cui era uno dei membri61, ponendolo di fatto in un ruolo di mediatore tra le parti62. Date le circostanze, in questa occasione, in nome della ricerca di una convergenza d’interessi, potrebbero essere venuti meno in parte i canonici rapporti di dipendenza tra un potente senatore e un ‘cortigiano’, con il secondo solitamente desideroso di trovare protezione sotto le ali autorevoli e influenti dell’altro, che poteva scegliere se concederla o meno. Appare infatti possibile che a Roma, attorno all’ex segretario maggiore dei Quaranta, a partire dal 1651, si sia creato un singolare intreccio di istanze private e di interessi pubblici con protagonisti lo stesso Matteo, il Malvezzi, la corte papale e il Senato bolognese, rappresentato dall’ambasciatore Albergati – al quale era affidato ufficialmente il compito di condurre con saggezza le azioni necessarie a difendere la ‘Patria’ –, dove non è difficile ipotizzare uno scambio di ruoli tra postulante, patrocinatore e mediatore di cause a seconda delle questioni delle quali di volta in volta si trattava. Le eventuali trattative condotte durante la permanenza di Malvezzi e Peregrini a Roma si risolsero, con ogni probabilità, in una serie di dialoghi e di incontri all’interno dei suoi Malvezzi era stato eletto senatore nel 1627 [cfr. Guidicini 1876, 135] e mantenne tale carica sino alla morte, avvenuta il 12 agosto 1654 [Archivio Generale Arcivescovile di Bologna, Parrocchie soppresse, S. Sigismondo, Libro dei morti, vol. II, pp. n.n., sub nomine]. 61 62 Virgilio non vide comunque la fine della controversia, che si risolse con il ritorno delle proprietà confiscate alla sua famiglia solo nel 1656 – anche se la situazione ebbe una svolta positiva per la famiglia bolognese già tre anni prima – grazie all’intervento del nuovo pontefice Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, amicissimo del Malvezzi. 112 Storicamente 2013 Studi e Ricerche palazzi. Sembra quindi difficile, anche se non impossibile, ne sia rimasta un’ampia testimonianza scritta, confinata forse solo in una qualche comunicazione privata tra Bologna e Roma. Diversa la situazione nei mesi seguenti, quando Malvezzi rientrò nella città natale e le questioni in campo non potevano essere trattate tra i due che in via prevalentemente epistolare. Appare allora lecito supporre che nelle lettere del periodo, sia in quelle già conosciute sia in altre ancora celate negli archivi, si possa trovare documentazione significativa della vicenda di Peregrini e del suo possibile intreccio con quella di Malvezzi. Documentazione sinora sfuggita all’interesse del lettore in quelle già note, anche a causa dell’impossibilità di riferirne i contenuti a una vicenda di cui si è smarrito il ricordo. L’onore e l’utile in un cortigiano, teorico della «politica morale» I libri dedicati da Peregrini alla «politica morale»63 ci mostrano un teorico del sapere applicato alla vita civile e alla politica capace di disegnare i tratti ideali di un cortigiano modello di prudenza e saggezza, con i requisiti morali e intellettuali per elevare la corte, pronto a suggerire al principe la via migliore per un buon governo indirizzato a conseguire il bene pubblico per mezzo di un impegno politico comune, in nome del dovere e della responsabilità. Le vicende della vita di Peregrini, almeno nel suo ultimo periodo, paiono invece esaltarne le qualità di cortigiano spregiudicato, desideroso di tradurre in beneficio per sé il potere clientelare di cui godeva all’interno della curia romana, dove pare fosse divenuto un sicuro ed efficace punto di riferimento per la cura degli interessi bolognesi che vi si maneggiavano. Le relazioni tra i suoi atti e il modello di cortigiano che aveva proposto nei libri di ‘politica morale’ e in cui aveva inteso farsi identificare pa- Riguardo al Peregrini teorico della politica e della corte rinvio a Peregrini 2009 (ed. orig. 1634), con la bibliografia che vi è contenuta. 63 gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 113 iono davvero flebili, teoricamente legate al solo filo di quella ‘giustizia’ che Peregrini offre, assieme all’‘onore’, come principio ispiratore del suo agire. La vita di Matteo appare comunque vissuta nel segno della sua grande abilità nel mestiere di servire acquisendo la grazia del ‘signore’ di turno. Una maestria nei comportamenti che lo rende capace di muoversi su diversi fronti, anche contrapposti, con assoluta disinvoltura ed evidente successo. A suo agio tra cardinali, papi, principi e repubbliche, si mostra capace di mutare di ‘padrone’ e conservare felici rapporti con il precedente, oltre che di porsi nelle condizioni di crearne di altrettanto favorevoli con il nuovo. Peregrini stesso, per esempio, vantava il proprio legame con i Barberini, di cui aveva saputo conquistarsi stima e benevolenza, ma seppe altresì creare un saldo vincolo con Innocenzo X, per altro, in genere, assai maldisposto verso tutto quello che ricordava la famiglia di Urbano VIII, ma non forse di tutti gli intellettuali di cui si era contornata. La biografia del letterato, ecclesiastico e cortigiano Matteo Peregrini potrebbe anche essere indicata come una dimostrazione pratica da inserire nel dibattito teorico – su cui lo stesso Peregrini si era cimentato – riguardo all’esistenza o meno di un sistema che regolasse i rapporti tra principe e cortigiano che, se osservato, dava a quest’ultimo certezza di buona riuscita. Le vicende narrate paiono manifestare come Matteo, se realmente esisteva, avesse colto la chiave di tale sistema, mostrando di sapersi adeguare perfettamente alle norme del comportamento cortigiano. Nel concreto ‘servire’ pare davvero fosse per lui un atto di consapevole dipendenza tale da rappresentare per chi lo compiva via necessaria per conseguire un utile privato. In conseguenza la corte costituiva luogo particolare per il cortigiano in cui coltivare le speranze di avere vantaggi e dove – nell’intreccio di motivi ideali e interessi personali in grado di far emergere le più nascoste energie, che lo stesso Peregrini riconosceva presente in tale figura – i benefici privati costituivano la motivazione principale dei più diversi comportamenti che vi si ponevano in essere. Una conclusione sostanzialmente opposta a quella che aveva disegnato 114 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nei suoi testi riguardo alla condotta ed ai fini dell’azione di quel ‘savio in corte’ da lui descritto, ma che, al contrario, appare in linea con le affermazioni sul tema proposte da Giovan Battista Manzini, suo polemico contradditore in materia. Conclusioni Il contrasto che divise tra il 1651 e il 1652 il Senato bolognese dal suo ex segretario maggiore non fu solo una contrapposizione legittima su limitati interessi, ma nel presente e in prospettiva poteva indebolire il potere del Reggimento, al cui interno traspare altresì la consapevolezza dei rapporti di forza reali tra la Repubblica bolognese e il Papa, alla cui volontà non ci si può opporre e verso il quale solo si può cercare di mettere in atto azioni di convincimento, attraverso argomenti che cercavano autorità dal passato e tramite i quali si sperava di dar forza alle proprie ragioni. Tale contrasto rischiò inoltre di trasformarsi, da un momento all’altro, in un conflitto aperto tra Innocenzo X e Bologna, qualora il Senato si fosse opposto a un ventilato documento pontificio che, raccogliendo le istanze di Matteo, capovolgeva una tradizione e un repertorio giurisprudenziale consolidato, creando una situazione difficile nel presente, ma soprattutto nel futuro, per la parte delle casse della ‘Repubblica’ bolognese destinata a sostenere le spese per gli onorari dei maestri dello Studio. La danza di argomenti di diritto e di casi esemplari presente nelle lettere e nei documenti da cui è segnata la vicenda era in fondo il prodotto dell’intrecciarsi di ragioni personali per il Peregrini e d’interessi di Stato per il Senato, con le parti pronte a farne uso quando le circostanze correnti lo richiedevano. Il deciso e spregiudicato indirizzo su cui Matteo aveva impostato le proprie richieste al ‘Regimento’ sembra suscitare scalpore e indignazione tra i Quaranta. Appare tuttavia ragionevole supporre che Peregrini ritenesse nella pratica aggirabile lo ‘sdegno’ dei Quaranta e il suo obiettivo realisticamente conseguibile attraverso una gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 115 manovra combinata tra Roma e quella parte del ceto dominante locale con il quale aveva saputo costruire un intreccio di interessi e di rapporti. Non si comprende altrimenti come un personaggio dotato dall’abilità di Matteo nel muoversi tra corti e negozi avesse scelto una simile condotta, in un differente contesto davvero incauta. In ogni caso Peregrini nella Roma di Innocenzo X viveva un doppio ruolo: servitore verso il Papa e, grazie al ruolo conquistato nei palazzi romani, ‘principe’ verso tutti coloro, anche nobili, che ne domandavano i favori. Favori fatti in maniera così efficace da poter essere posti sul piatto della bilancia nella trattativa intavolata con il Reggimento bolognese, timoroso proprio del danno che sarebbe potuto venire alla ‘Patria’ se Matteo avesse dato seguito alla ventilata minaccia di far venire meno la sua benevolenza verso istanze che giungevano a Roma da Bologna. Un timore tale da indurre i Quaranta a trovare motivazioni a sostegno di riconoscimenti a suo favore che lo soddisfacessero. Una possibilità resa comunque vana dall’aspirazione di Matteo a vedersi conferire un privilegio eccezionale rappresentato dal mantenimento della retribuzione in aggiunta alla riserva del posto. Un privilegio che, oltre a conferire agi materiali, avrebbe costituito riconoscimento pubblico della condizione straordinaria in cui reputava lo avesse posto la sua carriera al servizio della ‘Patria’ e della Chiesa, consolidandone altresì il prestigio sociale. In termini generali la vicenda fornisce una dimostrazione pratica della forza dei poteri legati a varie forme di rapporti di patronage e di cosa tali legami potessero determinare, non solo nella relazioni personali o in quelle tra individui e Stati, ma anche nei rapporti tra Stati. In questo caso all’interno dei rapporti politici tra una Repubblica, pur in una condizione del tutto particolare come Bologna, e il papato, al cui potere era in ultima istanza sottomessa. L’affaire offre inoltre indicazioni riguardo a quali articolati meccanismi diplomatici, formali e informali, potesse mettere in moto un cortigiano che, ad apparenti dichiarazioni di sottomissione nei confronti della ‘Patria’, abbinava una sostanziale affermazione del proprio potere conseguito altrove, tale da consentirgli 116 Storicamente 2013 Studi e Ricerche di divenirne un interlocutore diretto. Alla base di questa possibilità di trattare con la Repubblica bolognese, al fine di strapparle privilegi, per Peregrini si poneva infatti esclusivamente un rapporto di patronage con un principe, nel caso «supremo», che si supponeva potesse sostenerlo nelle sue richieste per il ruolo di favore che gli aveva concesso all’interno della sua corte, anche se non si conosce quanto fosse davvero incline ad assecondarne le pretese. La sola possibilità determinava comunque nel Senato timori tali da indurlo a intavolare con lui una trattativa ispirata, a quanto pare, da una strategia a doppio binario: trattare e mostrarsi disponibili, sino al limite massimo possibile, verso le sue richieste, ma impedire a Peregrini di percorrere qualsiasi via che potesse condurlo a risolvere l’affaire al di fuori di un’intesa diretta con i legittimi rappresentanti della Repubblica bolognese, evitando così il temuto intervento ‘romano’ nella vicenda. Una strategia le cui incerte prospettive furono tuttavia rese vincenti per il Senato bolognese dalla morte improvvisa del proprio interlocutore. gian luigi betti La cattedra e il potere: due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna 117 Fonti d’archivio Archivio Generale Arcivescovile di Bologna Dignitates et canonici Capituli ecclesiae S. Petri Apostolorum Princeps…, ms. anonimo Parrocchie soppresse, S. Salvatore, Libro de’ morti (1584-1806) Parrocchie soppresse, S. Sigismondo, Libro dei morti Archivio di Stato di Bologna (=ASBo) Ambasciata bolognese a Roma, Lettere Assunteria di Studio, Atti Archivio del Senato, Diari Archivio del Senato, Filze Archivio del Senato, Lettere VII Archivio del Senato, Partiti Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, Coll. Aut. CIII Bibliografia Adelmann H.B. 1966, Marcello Malpighi and the evolution of embryology, Ithaca-New York: Cornell University Press. 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Analyzing the official record of the trail against the brigands, the paper reflects upon the politicization of brigandage during an outright civil war. Aspetti politici, sociali e individuali di una guerra civile Il protagonista principale di questo saggio è Nunziato Di Mecola, un contadino nativo di Arielli (Chieti), che tra il 2 dicembre 1860 e il 6 gennaio 1861 capitanò una banda armata capace di trascinare con sé centinaia e centinaia di abitanti dei comuni contigui, mettendo a ferro e fuoco la provincia chietina in nome della restaurazione del governo borbonico di Francesco II. La stessa Arielli, nonché Ari, Miglianico, Tollo, Orsogna e altri comuni contigui vennero scossi dalle gesta di quelli che immediatamente vennero definiti “briganti”, contribuendo a creare un’ondata di ribellione all’an- 124 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Briganti prigionieri in posa (Archivio di Stato di Torino, raccolta Caviglia). nessione dei territori meridionali al Regno d’Italia: dall’estate del 1860 a tutto il 1861, infatti, si susseguirono in tutto il Sud numerosi moti popolari (la “reazione”) in favore della decaduta monarchia borbonica, accompagnati da saccheggi, vendette private e omicidi. Dallo studio delle carte processuali, degli avvenimenti e dei personaggi di quell’intenso periodo emerge chiaramente come pochi argomenti oggetto di studi storiografici si mostrino così sfaccettati, complessi e delicati quanto quello del cosiddetto brigantaggio post-unitario. La vicenda di Nunziato Di Mecola, della sua banda e delle popolazioni da lui guidate sta a dimostrare proprio l’inestricabile complessità della fase della reazione, caratterizzata dalla coesistenza di protesta politica, criminale e sociale, e contribuisce a fare luce sulle intricate dinamiche del conflitto e della crisi meridionale nelle province abruzzesi. Al contrario, ultimamente è successo troppo spesso che questa tematica sia stata semplificata e strumentalizzata da una discutibile recente pubblicistica che si presenta tanto indignata nei toni, quanto povera nelle ricerche, colme di anacronismi e distorsioni [Di Fiore 2007; Guerri Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 125 2011]1. Di tutt’altra caratura è stato poi un altro tipo di revisionismo, quello di un personaggio come Gramsci [2010], del quale sono ampiamente note le riflessioni sulla questione meridionale. Per molti anni la storiografia scientifica ha invece interpretato il brigantaggio come un fenomeno legato a doppio filo alla questione demaniale e letto sostanzialmente come problema “di classe”. L’attività delle bande, in tutto il meridione, non sembra tuttavia caratterizzata da proteste contro le usurpazioni, né da richieste di diritti comunitari, né da progetti di quotizzazione delle terre del demanio. Se una matrice demaniale può essere individuata in alcuni casi, ciò appare come conferma del carattere multiforme del brigantaggio. La ripartizione delle terre pubbliche, al contrario, viene molto più spesso invocata proprio dai patrioti, sia piemontesi che meridionali, come possibile rimedio al malcontento popolare, del quale si negavano ostinatamente gli aspetti politici. L’interpretazione di tipo sociale venne infatti abbozzata già nella celebre inchiesta Massari [Pedio 1983], ma in campo storiografico si è affermata in seguito alla pubblicazione del classico testo di Franco Molfese [1966], che, pur restando un punto di riferimento obbligato per chiunque sia interessato alla questione, sembra essere influenzato proprio dal giudizio dei contemporanei. Larga fortuna e influenza, anche sui vari Molfese e De Jaco [1969], ha poi avuto il celebre paradigma del “banditismo sociale”, proposto da Eric Hobsbawm [1965; 1969]. Secondo lo storico britannico il nostro brigantaggio rappresenterebbe al tempo stesso una difesa dell’ordine tradizionale, mitizzato, e un esempio di “primitiva” sollevazione della classe contadina, capitanata da banditi sociali raddrizzatori di torti, ma ancora incapace di concepire una vera rivoluzione agraria. La pur suggestiva formulazione di Hobsbawm, almeno nel caso italiano, mostra però parecchi limiti, dato che nella sua affermazione del carattere essenzialmen- 1 Tuttavia anche Martucci talvolta presta il fianco a riusi “neoborbonici”: cfr. Martucci 1999. 126 Storicamente 2013 Studi e Ricerche te sociale del brigantaggio finisce per negarne il carattere politico, in realtà preponderante. C’è da segnalare il fatto che una forma estremizzata della tesi del brigantaggio sociale è stata in voga negli anni settanta, e ha interpretato sostanzialmente – e con disinvoltura – il brigantaggio come un proto-movimento contadino [Cutrufelli 1974]. Prendendo le distanze dalle interpretazioni “neoborboniche” da un lato, e “sociali” dall’altro, credo che un confronto più proficuo sia da aversi con le recenti riflessioni di Salvatore Lupo [2002; 2011], il quale pone in evidenza la distinzione, peraltro non troppo netta, tra la fase delle reazioni legittimiste (dall’estate 1860 a tutto il 1861) e quella del grande brigantaggio (dalla fine del 1861 al 1865), seguite da alcuni anni di fenomeno residuale. Per Lupo, inoltre, «la questione va inquadrata non nel tempo del dopo, nell’età post-unitaria, ma nel suo tempo» [Lupo 2011, 134], e questo è uno spunto validissimo: non considerare il brigantaggio come inizio della questione meridionale, ma come prosecuzione e momento ultimo delle guerre risorgimentali. Si è molto discusso se fosse il caso di applicare alle reazioni e al brigantaggio la categoria di “guerra civile”. Questo concetto, già elaborato nella cultura patriottica come pericolo estremo e catastrofico, ultimamente si è imposto in campo storiografico, aprendo nuovi spazi alla riflessione sugli aspetti politici del brigantaggio e sull’intreccio tra violenza pubblica e violenza privata ad esso collegato2. Credo che inquadrare il brigantaggio – e nella fattispecie la prima fase della reazione – all’interno della categoria di guerra civile sia utile alla riflessione sul tema dei conflitti politici e personali che emergono dalla vicenda di Nunziato Di Mecola. In tal senso questa breve esperienza politico-criminale si presta a una riflessione sul grado di politicizzazione delle province abruzzesi durante la crisi unitaria3. Nell’inverno 1860-61 i rancori personali, la polarizza Su questo tema cfr. Ranzato 1994 e specialmente Pezzino 1994 e Viola 1994. Sulla lunga gestazione del conflitto politico nel meridione cfr. Pinto 2011, 171-200 e Petrusewicz 1998, mentre per una concettualizzazione più generale cfr. Tilly 1992. 2 3 Su questo tema cfr. Sangiovanni 2001. Sulla crisi delle province abruzzesi cfr. Bo- Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 127 zione sociale e la competizione per il potere locale si intrecciarono alle questioni politiche maggiori. Il conflitto sociale, tuttavia, non è scindibile da quello politico, il quale a sua volta richiama un altro tema centrale, quello della coscienza, individuale o collettiva. Questo elemento «non può essere per nulla trascurato. L’individuazione di figure sociali di estrazione popolare non esime lo storico dallo spiegare la soggettività, le forme, gli obiettivi, le idealità su cui si basa l’azione collettiva. […] In linea generale movente sociale, movente politico e movente criminale non si escludono l’un l’altro» [Lupo 2002]. D’altro canto è innegabile che, al contrario di quanto ha sostenuto la maggior parte dei patrioti risorgimentali, un certo grado di politicizzazione delle popolazioni tumultuanti si manifesta, quanto meno a livello di simboli, e ciò non può essere ignorato. Occorre tuttavia problematizzare la componente politica e metterla in relazione alle ristrettezze economiche, alle finalità individuali (dei paesani così come dei “galantuomini”) e, soprattutto, al vuoto istituzionale che tipicamente genera forme di spontaneismo, pur tenendo conto dell’esistenza di legittimisti con motivazioni politiche non riducibili ai finanziamenti borbonici4. Del resto, «il momento del crollo [dello Stato] appare affollato di personaggi. In parte, nuovi personaggi. Nel tempo breve della crisi, lo spazio pubblico si dilata a macchia d’olio, perché in esso confluiscono segmenti sociali, professionali e generazionali usualmente nell’ombra» [Macry 2003, 20]. Le vicende abruzzesi vanno dunque collocate nel quadro più generale della crisi meridionale, oggetto di numerosi studi dai quali emerge la sostanziale instabilità e il relativo isolamento delle province periferiche, teatro di conflitti locali non per questo meno complessi5. La fase del 1860-63, nanni 1974 e Colapietra 2011, mentre sull’Abruzzo ottocentesco cfr. Buccella 1996. Più in generale cfr. Adorni 1997. Sul nodo chiave del vuoto istituzionale e dei conflitti a esso legati cfr. Macry 2003 e Roccucci 2012, in particolare Barone 2012, 251-270 e Macry 2012a, 75-86. 4 Cfr. Scirocco 1963, Spagnoletti 1997 e Galasso 2007. Per un approccio più generale alla questione del Risorgimento cfr. Riall 1997, Isnenghi-Cecchinato 2008 e Macry 2012b. 5 128 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nell’Abruzzo chietino come in altre parti del meridione italiano, vide scontrarsi duramente coloro che credevano nella nuova patria italiana e coloro che combatterono, per una ragione o per un’altra, con l’intento di restaurare la patria napoletana. Secondo Lupo, «si trattò di una guerra da definirsi in ogni caso civile: perché a rivolgere le armi gli uni contro gli altri furono non solo meridionali e “piemontesi”, ma anche meridionali e meridionali» [Lupo 2011, 17]. Attenendomi al mio caso di studio, credo che l’adesione personale del bandito Nunziato Di Mecola alla fase della reazione non si manifesti poiché egli sia politicizzato, ma piuttosto segni il momento in cui ha inizio il processo di politicizzazione dello stesso, culminato con il viaggio verso Roma e fallito con il disperato tentativo di salvarsi entrando nella Guardia Mobile Provinciale (gli ex garibaldini!). Non potremo dunque non tenere conto della storia personale di Nunziato Di Mecola, per il quale parlerei più di opportunismo che di adesione compiuta alla causa legittimista: il bandito trova finanziamento e seguito, quindi si politicizza. Strumentalizza il legittimismo, presente senz’altro nel suo territorio, e ne viene al contempo strumentalizzato. È una vicenda dinamica che pone problemi sull’uso stesso della parola “brigante”; problemi che sembra porsi anche il procuratore Giuseppe Ferreri, curatore del processo contro la banda Mecola del quale analizzerò alcuni testi, che si chiede chi siano effettivamente i “briganti” tra le centinaia di insorti giudicati dalla Corte d’Assise di Chieti. La caratterizzazione dei legittimisti e degli unitari – presenti al contempo nello stesso territorio – manifesta notevoli sfumature all’interno di una realtà fatta di particolarismi e fazioni locali che prevalgono sull’esistenza di due blocchi granitici contrapposti. Utilizzando le parole di Paolo Pezzino, «se si focalizza la visione sul “micro”, nell’analisi di casi singoli, il mondo ordinato delle grandi spiegazioni ideologiche, logiche e razionali nello spiegare anche i momenti di conflitto, lascia il campo al vario, confuso, intricato, ribollire delle passioni; e quando il tema è quello della violenza […] lo scarto fra quelle Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 129 spiegazioni razionali e l’infinita varietà dei casi è particolarmente forte, la storia perde il carattere di ordinata successione di eventi per avvicinarsi maggiormente ai complessi e spesso contraddittori impulsi che regolano le relazioni tra gli uomini» [Pezzino 1994, 62]. Da criminale comune a Generale di Francesco II Le vicende politico-militari italiane del 1860 ebbero conseguenze anche nelle terre di Abruzzo Citeriore, riportando a galla contrapposizioni e tensioni che risalivano fino all’età napoleonica. Le popolazioni cittadine, guidate dai ceti colti di tendenza liberale, avevano accolto tendenzialmente con favore l’andamento della rivoluzione nazionale, come è dimostrato dai fatti di Aquila (Abruzzo Ulteriore II), dove venne costituito un governo prodittatoriale fedele a Vittorio Emanuele e a Garibaldi, oppure dalle vicende di Teramo (Abruzzo Ulteriore I), dove si formò un triumvirato di prodittatori tra cui troviamo Clemente de Caesaris, già fautore delle ribellioni liberali di Penne degli anni precedenti. A Chieti la situazione era analoga, tanto che venne proclamato un nuovo governo unitario e venne nominato intendente della provincia Vincenzo de Thomasis. L’8 settembre, in concomitanza con l’ingresso di Garibaldi a Napoli, si mise in armi la Guardia Nazionale, mentre le forze fedeli alla monarchia borbonica continuavano a resistere nelle fortezze di Gaeta (che cadrà solo il 14 febbraio 1861) e, nel teramano, di Civitella del Tronto [Buccella 1996, 30-37]. Anche i borghi rurali della provincia chietina furono coinvolti nella drammatica vicenda del crollo del Regno delle Due Sicilie. La coesistenza, sull’intero territorio abruzzese, di una fazione dichiaratamente liberale-annessionista e di una borbonica è stata da tempo ben messa in luce: in sostanza, benché ciò venga spesso taciuto nella recente retorica neoborbonica, non si dovette attendere un’invasione militare piemontese affinché le idee unitarie iniziassero a diffondersi [Canosa 2002; 130 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Colapietra 2011]. Naturalmente il collasso della capitale napoletana e quello delle province sono strettamente connessi, tanto che gli eventi politici in atto provocano un fenomeno di rilevante importanza: «tra centro e periferia esiste una significativa osmosi sul piano idiomatico. La periferia utilizza rapidamente ed efficacemente i nuovi linguaggi della rivoluzione nazionale [e della contro-rivoluzione] ma inserendoli all’interno delle proprie dinamiche e articolazioni locali» [Macry 2003, 16]. Il proliferare di simboli – unitari o legittimisti che fossero – di fatto contribuì alla costruzione di motivazioni ideologiche per azioni personali e collettive le cui origini andrebbero forse ricercate altrove. E dunque, mentre i fedeli del governo borbonico organizzavano la cosiddetta reazione, che esplose definitivamente in tutti e tre gli Abruzzi nell’autunno 1860, il fronte degli unitari aveva preso il potere nelle maggiori città e richiedevano a gran voce, soprattutto da Teramo e Chieti, la discesa dell’esercito regio oltre i confini del fiume Tronto. Mi sembra che una coincidenza curiosa mostri chiaramente i prodromi del conflitto civile che si andava preparando: il 20 ottobre, mentre Vittorio Emanuele entrava trionfalmente a Sulmona, dopo l’accoglienza festosa già ricevuta a Chieti, il generale borbonico Klitsche de la Grange entrava con il suo esercito fatto di gendarmi e contadini a Avezzano, vale a dire a una sessantina di chilometri di distanza [Colapietra 2011, 83]. La breve vicenda da capobanda di Nunziato Di Mecola si consumerà poco dopo questi avvenimenti, tra il dicembre 1860 e il gennaio 1861. Chi fosse questo personaggio lo rivelano le carte d’archivio. Da una copia dell’atto di nascita apprendiamo che egli nacque il 17 aprile 1834, da Adamo Di Mecola e Giovanna Stella, entrambi contadini di Arielli6. All’epoca dei fatti reazionari Nunziato aveva quindi ventisei anni e «tanto in suo nome, che sotto nome di altri, non [era] contribuente al di sopra di ducati sei, ossia non [possedeva] beni immobili soggetti alla contribu- 6 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Atto di nascita di Nunziato Di Mecola. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 131 zione maggiore di tale somma», inoltre «non [aveva] industria visibile, non [era] mercante trafficante, impiegato, o maestro di alcuna arte, ma [viveva] soltanto col travaglio giornaliero delle proprie braccia»7. Dunque un contadino povero, giovane, che abitava in un comune di poco più di un migliaio di abitanti nel circondario di Tollo. All’interno di un interrogatorio leggiamo che egli era «ammogliato con tre figli»8, non sapeva né leggere, né scrivere, e appariva di statura alta, con barba e capelli neri. Da altre carte scopriamo che il suo aspetto incuteva timore, e che la sua stazza era tale da poterlo definire «il nerboruto Nunziato Di Mecola»9. Vale la pena soffermarsi sulla vasta lista dei precedenti penali di Nunziato. Stando a un certificato rilasciato dal Cancelliere del Giudicato Regio di Tollo, il 17 aprile 1852 egli avrebbe compiuto un «ratto violento per abusarne e per oggetto di Matrimonio […] in persona di Maria di Fabio d’anni 18». L’8 dicembre 1854 si sarebbe reso colpevole di «empia esecrazione del Santo nome della Immacolata Concezione e della Madonna, non che di quelli di tutti Santi», per poi accoltellare, procurandogli lievi ferite, tale Antonio Testa. La descrizione di una personalità violenta ci viene confermata da altri casi di aggressione con armi detenute illegalmente, ossia quella contro i compaesani Germano Silveri (9 febbraio 1859) e Nicola Di Piero (2 gennaio 1860), ma soprattutto quella catalogata come «percosse lievi volontarie e minacce semplici di vita commessi in Arielli nel dì 7 Febbraio 1860 in persona del proprio padre Adamo di Mecola». In ultimo, una vicenda che credo sia decisiva nel definire il personaggio in questione: «furto di oggetti d’oro e denaro contante del valore di Ducati 292.40 […], avvenuto in tenimento di Arielli la notte del 27 a 28 Gennaio 1860» e dell’«incendio volontario di diversi oggetti mobili 7 Ivi. Possessi di Nunziato Di Mecola (Giunta Municipale di Arielli). 8 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Nunziato Di Mecola del 20 giugno 1862. 9 A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 14, m. 8. Int. di Domenico di Bascio. 132 Storicamente 2013 Studi e Ricerche del valore complessivo di Ducati 461.80, commesso dentro una casina abitata nell’atto dell’incendio […] nella sopradetta epoca ed incidenza»10. Al dicembre 1860, dunque, Nunziato era già un criminale comune (per intenderci, un “bandito”) anche per il governo borbonico, che lo aveva più volte incarcerato. Le sue azioni erano state dettate sicuramente da una condizione economica particolarmente sfavorevole quale poteva essere quella di un bracciante, ed è probabile che fossero state influenzate da un’indole non propriamente pacifica. Gli avvenimenti politici in corso – il plebiscito, la discesa di Vittorio Emanuele II negli Abruzzi, la resistenza di Francesco II a Gaeta – coinvolsero anche il giovane ariellese. Come avvenne che un “marginale” poté arrivare a proclamarsi Generale dell’esercito borbonico? In che modo, e quanto compiutamente, il “bandito” divenne “brigante”? È ampiamente noto che la tattica del governo borbonico, già sfruttata in passato, mirava a creare un ponte tra Gaeta e il fedele popolo delle campagne, con l’obiettivo di affiancare alla resistenza militare una vera e propria sollevazione popolare nella periferia del regno. Per far ciò si ricorse a una rete di sostegno, formata dai “manutengoli”, il più delle volte grandi proprietari terrieri o antichi nobili spinti talvolta da sinceri motivi politici, e talaltra da meno limpidi interessi personali. Sulle origini della banda Mecola le carte parlano diffusamente. Stando alla dichiarazione rilasciata il 5 agosto 1861 da Raffaele Palumbo, un maccaronaio domiciliato ad Arielli e “luogotenente” del Mecola: Due o tre giorni prima che in Arielli precedesse la reazione Don Tobia dell’Arciprete parlò con Nunziato di Mecola, come costui mi raccontò, e gli tenne discorso sulla reazione che doveva farsi in Arielli, e che doveansi uccidere il fratello Don Giuseppe dell’Arciprete, ed i Signori di Fabio. Il Mecola non volle condiscendere a questa uccisione, ma erano di accordo in tutto il dippiù della reazione11. 10 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Precedenti penali di Nunziato Di Mecola. 11 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Raffaele Palumbo. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 133 Questa circostanza venne poi confermata dallo stesso Nunziato, il quale dichiarava di essere stato chiamato presso la sua abitazione da don Tobia dell’Arciprete, che era un notabile ariellese, per capitanare sì la reazione filo-borbonica ma anche – e soprattutto? – per uccidere la famiglia rivale dei di Fabio e il fratello don Giuseppe dell’Arciprete, in fama di liberale. Per far ciò gli si fornì in quell’occasione persino la polvere per i fucili, nascosta in un orinale12. Don Tobia, successivamente processato, scontò una sorta di libertà vigilata all’interno dei confini della provincia chietina. Sopra al Mecola, un “galantuomo” suo compaesano; ancora più su, abbiamo il marchese Antonio Crognale, della città di Lanciano. Quest’ultimo venne indicato da Raffaele Palumbo e altri come il principale istigatore della rivolta, il vero tramite tra Gaeta e la piccola comunità di Arielli. Lo stesso Palumbo segnalò altri “manutengoli”, lamentandosi più volte del fatto che egli era in carcere mentre chi lo aveva fomentato rimaneva libero. In realtà il 16 agosto 1861 il Procuratore Generale della Gran Corte Criminale Cesare Crispo aveva ordinato la cattura del marchese e degli altri “don” coinvolti, ma Crognale era ormai già fuggito a Napoli, da dove poi partì alla volta di Roma, al seguito di Francesco II, palesando il suo coinvolgimento. Il ruolo chiave rivestito dal marchese lancianese era confermato dalla voce popolare, la quale sosteneva che «il Crognale aveva ospitato e tenuti nascosti numerosi sbandati dell’esercito borbonico, che aveva avuto 50.000 ducati dal Borbone per fomentare la reazione, che i briganti avevano rispetto per le sue proprietà» [Amicarelli 1971, 204]. Non sorprende a questo punto che durante la propria attività la banda Mecola soggiornò ad Arielli proprio nel palazzo di proprietà del marchese. Contro di lui fu istruito un processo nel quale emerse la sua posizione di principale istigatore delle masse tumultuanti (e non solo di quelle di Arielli e dintorni), ma ciò non bastò a condannarlo, poiché poté giovarsi 12 Ivi. Int. di Nunziato Di Mecola del 15 febbraio 1862. 134 Storicamente 2013 Studi e Ricerche della sovrana indulgenza del 17 novembre 1863, con la quale si estingueva l’azione penale per i reati politici che non fossero stati accompagnati da crimini contro persone, proprietà e leggi militari13. Mi sono dilungato su quelli che potremmo definire sobillatori della banda Mecola poiché il loro ruolo assume un’importanza cruciale: abbiamo un marchese in diretto contatto con il monarca deposto, un notabile locale che, oltre a fornire armi e cibarie, segnala con precisione alcuni rivali da eliminare, e un altro che, frustrato dal disinteresse mostrato nei suoi confronti dal regime unitario, decide di travalicare il recinto politico. Approfittando del vuoto istituzionale, delle tensioni politiche, delle rivalità personali, dei finanziamenti materiali offertigli, il “bandito” Nunziato decide che quella è la sua occasione di riscattare la propria esistenza. In fondo gli si offriva la possibilità di uscire dall’anonimato, di diventare un temutissimo Generale dell’esercito borbonico (come lui stesso si definì), di guadagnare del denaro e, soprattutto, la stima di un re che, se fosse riuscito vincitore nella lotta contro i piemontesi, sarebbe stato più che magnanimo nelle ricompense. A questo punto, sicuro di essere protetto, certo di ricevere aiuti materiali, stuzzicato dalle possibilità di guadagno, Nunziato poté iniziare a comportarsi da brigante. Il brigante Di Mecola L’attività della sua banda si sviluppò nella ristretta rete di paesini nelle vicinanze di Arielli – peraltro senza mai puntare al capoluogo Chieti, centro del potere unitario – e ebbe inizio con una sollevazione popolare, la notte del 2 dicembre 1860, nella stessa Arielli, seguita dal disarmo delle Guardie Nazionali con il nostro Nunziato che capitanava le operazioni armato di fucile, con una spada sul fianco, e con in testa un fazzoletto A.S.L., C.A.L., Cospirazioni, b. 540, m. 1. Processo contro il marchese Crognale e altri. 13 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 135 bianco, segno del restaurato potere dei Borbone. Il mattino seguente un drappello di Guardie Nazionali di Tollo, accompagnate da 25 carabinieri, accorse per riportare l’ordine e costrinse i più compromessi a fuggire nel bosco del Feuduccio, nel quale venne organizzata la “truppa” agli ordini del novello Generale. Vale la pena riflettere sul fatto che il conflitto tra patrioti e borbonici si diffuse immediatamente in una scala assolutamente locale: le Guardie Nazionali, ossia le prime persone che si trovarono a affrontare la reazione, erano anch’esse “meridionali”, spesso addirittura compaesane degli insorti. Il 2 dicembre il primo a scontrarsi con Di Mecola fu il capitano Nicola Di Fabio, della confinante Vill’Arielli. La lotta politica andava così a intersecarsi a rancori personali, certamente anche sociali – nei quali in ogni caso si presentano dei reticoli interclassisti – ma si inseriva prepotentemente in una tradizione conflittuale che nel territorio abruzzese risaliva fino agli anni del famoso 1799. L’ostinata attività della Carboneria, la rivolta liberale di Penne guidata da Clemente De Caesaris nel 1837, il processo per reati di stampa contro Gianvincenzo Pellicciotti nel 1849, solo per citare alcuni episodi, testimoniano delle tensioni politiche durature che finirono per esplodere nella fase critica del 1860 [Archivio di Stato di Chieti 2011]. Tornando alla banda Mecola, quando essa finì per formarsi il sottogovernatore di Lanciano venne informato della situazione, ma dovette registrare le titubanze dei vari distaccamenti di Guardie nazionali della zona, e ammise che l’autorità era «nelle deficienza, almen per ora, di una forza regolare per spedirsi costà nel fine di perseguitare la banda»14. Il campo era libero. Dopo qualche giorno di vero e proprio proselitismo, a partire dal 21 dicembre la banda Mecola compì una serie di scorrerie nei vicini comuni, nei quali si ripeté sempre il medesimo schema: la “truppa” giungeva A.S.L., Sottoprefettura, Polizia, b. 152, fasc. 1, sottofasc. 7, f. 91. Lettera del sottogovernatore Virgili al giudice Lattanzi. 14 136 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nel paese dopo essersi assicurata, anche tramite corrispondenza, di essere ben accolta dalla popolazione. Si procedeva poi al disarmo delle Guardie Nazionali, si rialzavano rapidamente gli stemmi borbonici, si celebrava una messa in onore di Francesco II, e infine si assaltavano le case dei possidenti locali (conosciuti come di parte liberale), aprendone le porte al saccheggio da parte dei paesani, ma pur sempre dopo che la banda avesse preso le cose migliori. Il 21 dicembre toccò ad Ari, il 24 a Canosa Sannita e Vill’Arielli (attuale Poggiofiorito), il 27 a Tollo, dove collaborarono due ex gendarmi borbonici, il 28 ancora ad Arielli e il 31 a Miglianico e Giuliano Teatino. Una riflessione a parte occorrerà per i fatti del 4 gennaio a Orsogna. Non mi dilungherò sul racconto dettagliato degli avvenimenti in ogni comune, ma cercherò di mettere in evidenza alcuni episodi che portano utili spunti di riflessione15. Pensiamo per esempio ai saccheggi: ad Ari una delle maggiori vittime fu il sindaco, il dottore don Giuseppantonio d’Alessandro, zelante liberale artefice, a suo dire, del successo del plebiscito nel suo paesino [Martucci 1980, 262-280]. La massa rivoltosa iniziò il saccheggio della casa, dopo averne sfondato le porte, «rubando in danaro effettivo la somma di Ducati 400 circa tra rame ed argento; nonché oggetti d’oro […], come pure gli oggetti di argento, le biancherie tutte, e coverte che vi si rinvennero»16, e infine sottrasse vino, olio e grano dal magazzino. Prima di lasciare le porte spalancate alla “turba” di contadini, Nunziato Di Mecola e i suoi compagni avevano già preso i pezzi più pregiati, costringendo d’Alessandro a prostrarsi ai loro piedi, malmenando la moglie e strappando i baffi al figlio. Terminato il saccheggio del palazzo del sindaco, la massa si rivolse al magazzino del Monte Frumentario, dal quale vennero trafugati generi appartenenti al d’Alessandro, ma venne Per un resoconto più dettagliato delle “gesta” della banda Mecola cfr. Canosa 2010, 39-49 15 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Requisitoria del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Ari. 16 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 137 portato via in parte anche il grano appartenente al Monte, non essendo stato possibile contenere la furia dei paesani. In tutto ciò gran ruolo ebbero i contadini del posto, tra cui in particolare tale Emidio Di Bene, «mosso da particolari vedute d’interesse, per le quali amava sbarazzarsi del predetto d’Alessandro, il solo che gli era stato d’inciampo nell’affitto di beni del barone Nolli a cui egli agognava»17. Gli obiettivi di tipo politico, che si mostrano a livello di simboli con l’esposizione degli stemmi borbonici e dei ritratti dei sovrani, andavano quindi a intrecciarsi a rivalità personali (il sindaco scampò fortunosamente all’omicidio), fornendo al contempo un utile pretesto per ottenere ciò che comunque stuzzicava la “truppa” e alcuni paesani, ossia ducati e beni materiali. Ciò è dimostrato, oltre che dalle numerose liste di oggetti sottratti nelle palazzi dei liberali, dalle innumerevoli estorsioni di denaro. Un episodio poi fa riflettere: durante il saccheggio di alcune abitazioni a Tollo si unirono i contadini delle ville di Ortona e dei paesi contigui. L’arrivo dei “forestieri” infastidì non poco i tollesi, secondo i quali il frutto dei saccheggi spettava soltanto ai naturali del posto, tanto che venne organizzato una sorta di cordone armato, ai confini dell’abitato, per impedire l’accesso al comune dall’esterno. Più che a un fronte compatto di restaurazione borbonica, mi sembra che in questa circostanza siamo davanti a meri interessi di campanile nell’accaparrarsi quanto più possibile. Costante corollario dei saccheggi erano le “tasse” imposte dal Generale, che tramite estorsioni intascò somme notevoli di denaro. Solo un esempio: i signori Palermo, di Tollo, ebbero salva l’abitazione grazie all’interposizione dei propri coloni, ma dovettero comunque consegnare 300 ducati direttamente a Nunziato. Veniamo agli omicidi. A Canosa il tenente della Guardia Nazionale Carlo Filippo Matteucci «fu prima ferito non gravemente con colpo di archibugio nel braccio, e poscia coi codazzi dei fucili ebbe franto il cra- 17 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Resoconto del Giudice Istruttore Magaldi per la causa di Ari. 138 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nio; e fu lasciato là cadavere insepolto per ben due giorni»18, come monito per la cittadinanza, fino a quando il Mecola cedette alle preghiere della moglie del defunto, tale Anna Torrese. In realtà l’omicidio avvenne per mano di Giacomo Matteucci, un paesano che era stato carcerato in passato per crimini comuni proprio per ordine del suddetto tenente. Se l’intreccio tra politica e privato risulta evidente, c’è anche da aggiungere che non vi è ancora nessun “invasore” piemontese impegnato in questa guerriglia. Ancora più interessante è un altro tra i vari omicidi di quei giorni, quello di Giuseppe Tiberi, che venne ucciso a Tollo mentre andava incontro alla banda sventolando un fazzoletto bianco. Anche in questo caso il fatto sembra riconducibile più alla «vendetta di nemici personali; tra’ quali primo, ed autore del colpo mortale, un tal Francesco Zeccamoneta»19, tanto più che la vittima era stata appena eletta dai tollesi come Capo Urbano del restaurato governo borbonico. Durante i tumulti reazionari si parla spesso, e con fiducia, di Francesco II, mentre il grande assente sembra essere Pio IX. La religiosità dei briganti e dei paesani sembra risolversi in piccole messe con correlato Te Deum, cosa che peraltro avveniva in modalità identiche anche in quelle città che nel frattempo avevano accolto Vittorio Emanuele II nel suo viaggio verso sud. L’unico rapporto con le autorità ecclesiastiche sembra essere quello con il clero locale, ed è però un rapporto ambiguo: i parroci di parte borbonica accolgono festosamente i briganti, tessendone anche le lodi, mentre ad esempio il sacerdote di Tollo Michele dell’Arciprete, conosciuto dal Mecola in quanto suo compaesano, subisce il saccheggio della propria abitazione. Nell’assenza di altre autorità – fatta eccezione per qualche drappello di Guardie Nazionali intento a sommarie fucilazioni, ad esempio a Tollo – Nunziato Di Mecola emanava pubblici bandi intimando alla popolazio- A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 13, m. 8. Atto di accusa del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Canosa-Miglianico. 18 19 Ivi. Atto di accusa del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Tollo. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 139 ne e ai soldati congedati, sotto pena della fucilazione, di mettersi ai suoi ordini, e annunciando che era possibile provvedersi di legna, cibarie e grano nelle case messe a saccheggio. Dispose inoltre l’apertura delle prigioni di Tollo, e cominciò a recarsi spesso nella Casa Comunale di Arielli, ispezionando la valigia postale con lo scopo di intercettare eventuali richieste di aiuto e di ricevere notizie dell’auspicata restaurazione borbonica, diventata oramai per lui l’unica speranza di non tornare a essere un criminale qualsiasi. È innegabile che tutte le azioni di saccheggio e violenze avvennero in nome del potere borbonico e con l’esplicito intento di restaurare il passato governo, ma ne possiamo dedurre che esse vennero compiute poiché Nunziato era un fervente contro-rivoluzionario, o piuttosto dobbiamo ritenere che egli avviò allora un processo di politicizzazione delle proprie azioni? Il bandito Nunziato trovò nella reazione borbonica l’occasione di avere finanziamenti, seguito e bottino, quindi si politicizzò e diventò il brigante Mecola: strumentalizzando la lotta politica per fini personali, venne a sua volta strumentalizzato dalla contro-rivoluzione? Siamo di fronte a una vicenda più dinamica e complessa di quanto possa apparire a prima vista. Mentre Nunziato e la sua truppa stazionavano ad Arielli, tale don Giovanni Cucchiarelli, un dottore di Orsogna, chiese di poter tenere un colloquio con lui il 3 gennaio 1861. Egli era stato un liberale durante il ’48, ma, dopo l’Unità, si era mostrato ostile al nuovo governo, specialmente per il fatto di non essere stato graduato nella Guardia nazionale. Quando ad Orsogna giunse un mugnaio con la notizia che la banda di Arielli pretendeva mille ducati per non saccheggiare il comune, don Giovanni si offrì volontario per andare a trattare col Generale, sostenendo di voler salvare il paese, mentre altri possidenti raccolsero circa ottocento ducati per persuadere la banda a rimanere ad Arielli. Cucchiarelli si presentò a piedi sventolando una bandiera bianca e, accompagnato da una quindicina di contadini che facevano echeggiare i consueti “evviva Francesco II”, ottenne di essere ricevuto dal capoban- 140 Storicamente 2013 Studi e Ricerche da. Dopo il colloquio, i membri della comitiva si aggiravano per il paese «intimando a tutti, fatto pena della immediata fucilazione, di unirsi ai briganti, […] aggiungendo che un galantuomo di Orsogna […] erasi presentato a Mecola a dirgli che tutti gli Orsognesi lo chiamavano ed attendevano per rimettere Francesco sul Trono»20. La circostanza è confermata da Raffaele Palumbo, il quale tra l’altro aggiunse che «si fece sapere al Mecola che il Marchese di Lanciano, ossia Crognale, avrebbe data qualunque somma [e che] il detto Marchese aveva un buon numero di uomini armati, denaro, munizioni ed armi da somministrare»21. Don Giovanni aveva invitato i briganti, ma era riuscito ad ottenere che essi collaborassero con lui, evitando di saccheggiare un paese nel quale il partito borbonico era in maggioranza fin dai giorni del plebiscito (e già il 29 dicembre c’erano stati dei disordini anti-unitari). Difatti il giorno dopo, 4 gennaio, la banda giunse a Orsogna e il dottore «s’insignì dei colori borbonici; si mise tra mezzo i capi di quella masnada; li assistette in tutte le loro inique operazioni e fatti; distribuì il cerimoniale in Chiesa su chi dovesse portare i quadri di Francesco Secondo e di Maria Sofia», e inoltre «fece emanare diversi bandi, cioè di accendersi i lumi, di consegnarsi le armi, e fra gli altri vi fu quello che il paese era salvo per la sua intercessione»22. Il processo contro il dottore di Orsogna, iniziato dalla Gran Corte Criminale e proseguito dalla Corte d’Assise di Lanciano, terminò con un proscioglimento per insufficienza di prove. Il Generale venne omaggiato da altri “galantuomini” e da tutto il Decurionato in un corteo popolare con in testa la banda musicale, la statua di San Nicola e il ritratto di Maria Sofia. Per prima cosa intascò gli ottocento ducati che i possidenti avevano radunato, poi fece aprire le prigioni liberando tutti i detenuti. Durante la messa venne riconosciuto come 20 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Tommaso Monaco, cit. 21 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 1. Int. di Raffaele Palumbo, cit. A.S.L., C.A.L., Cospirazioni, b. 255, m. 5. Resoconto del Giudice Istruttore Cannella per la causa di Orsogna. 22 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 141 “valoroso condottiero” dal sacerdote don Marino Simeone: il bandito era finalmente diventato brigante? Non appena le istituzioni unitarie seppero organizzarsi risultò però evidente che Nunziato e i suoi compagni erano stati lasciati soli, tremendamente soli. A Orsogna giunsero i bersaglieri piemontesi e vi furono almeno venti fucilazioni, tra cui quella del padre del capo-banda, Adamo. A Tollo le Guardie Nazionali di Chieti posero fine all’organizzazione disposta dal Generale nei giorni precedenti. Infine, il 6 gennaio, giunse a Vill’Arielli il definitivo attacco da parte di due colonne di Guardie Nazionali giunte da Lanciano, che ingaggiarono uno scontro a fuoco con i paesani e la “truppa” nel quale perirono dieci soldati, sui quali poi si infierì: […] osservai che un brigante tolta la scure ad un ragazzo, che non distinsi chi fosse, si appressò a me, e presentandomi la scure mi diede ordine di tagliare il capo ad uno di quei cadaveri che colà stavano prostesi per terra. Mi negai, ed a questo tristo uffizio venne adibito un altro, che non conosco. Costui si diede a recidere, ma non riuscendo all’opera con la scure, venne pure adibita la mia ronca, la quale mi fu tolta da quell’istesso brigante che mi volea far compiere quella orribile opera23. Il corpo dal quale venne reciso il capo era quello del tenente Prosini. «Spiccata la testa dal busto […], que’ scellerati la conficcarono ad un palo, ed in segno di barbaro trofeo la fecero portare dall’infelice compagno Carmine Mammarella, così malconcio e sanguinante com’era»24, mentre alcuni si adoperarono nello spogliare i cadaveri, rubando tutto ciò che avevano indosso. Parte della massa aveva intanto invaso la casa di Orazio Di Fabio, uccidendo il fratello Nicola, il capitano della Guardia Nazionale protagonista dei fatti del 2 dicembre precedente. Tutti i coinvolti nel sanguinoso scontro erano “meridionali”, nativi per esempio di Lanciano (Prosini e le altre guardie rimaste uccise), o addirittura della vicinissima Vill’Arielli (Di Fabio). 23 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Vincenzo Simigliani. 24 Ivi. Atto di accusa del Procuratore Generale Auriti per la causa di Arielli. 142 Storicamente 2013 Studi e Ricerche Soltanto quando arrivarono duecento bersaglieri in rinforzo ai lancianesi la banda fu sgominata mentre Nunziato Di Mecola gridava: “chi si salva, si salva”. I più fortunati, tra cui lo stesso Generale e i suoi più fidi compagni, riuscirono a fuggire, dotati com’erano di cavalli. Su chi restò sul posto si abbatté la vendetta dei piemontesi, i quali fucilarono tutti coloro che furono trovati con una qualsiasi arma, ossia almeno venticinque persone. Il vuoto delle istituzioni si stava colmando, e l’oramai brigante Mecola, scacciato dai propri territori, del tutto compromesso, non ebbe più alternative: dopo alcuni giorni di vagabondaggio si unì al generale Lagrange, che tentava un’ultima, disperata, resistenza militare per conto di Francesco II. Si trattenne quindi a Roma per circa due mesi, dove riceveva, insieme ad altre quattrocento persone circa, una mancia giornaliera da un barone la cui identità non è nota. Venne spedito da Lagrange a Napoli, con altri trecento, ma fu arrestato dai piemontesi e tradotto prima nel Castello del Carmine, poi nel carcere di Ponza, in cui passò circa tre mesi prima che riuscisse ad evadere. Sbarcato a Terracina tornò a Roma, centro della contro-rivoluzione dove ormai si era stabilito anche Francesco II. Qui qualcosa andò storto, dato che Nunziato, due mesi dopo, decise di recarsi a Napoli sotto falso nome e in un ultimo tentativo di salvarsi cercò di aggregarsi agli ex garibaldini: «Domandato perché si aveva cambiato nome, ha risposto che essendo fuggito da Ponza era necessario cambiarsi il nome perché voleva essere ammesso nella Guardia Mobile Provinciale»25. Francesco II non aveva più bisogno di lui? Dov’erano le ricompense e i premi promessigli nei giorni della reazione? Probabilmente Nunziato, realmente abbandonato a sé stesso, si rese conto che ormai non era più un brigante, ma che era tornato a essere un bandito, un disperato, un emarginato. Nella sua situazione non poté fare altro che cambiare casacca, cercando la salvezza presso il nemico (ma era davvero un nemico per 25 A.S.C., G.C.C., b. 92, m. 1145. Int. di Nunziato Di Mecola del novembre 1861. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 143 lui?) sperando di non essere riconosciuto. Invece a Cicciano, nel distretto di Nola, fu arrestato nel novembre del 1861 e immediatamente tradotto nel carcere di Chieti, ove terminò definitivamente il suo vagare26. «Pretesto e mantello»?: il processo contro la banda Mecola Fino al 15 agosto 1863 la legge Pica non era in vigore, pertanto la responsabilità di giudicare i briganti era ancora demandata alle regolari Corti d’Assise locali e non ai tribunali militari27. Al contrario di quanto era accaduto ad alcuni contadini fucilati a Tollo, Arielli, Orsogna e altrove, in base a una pratica che rispondeva spesso ai capricci dei comandanti, Nunziato Di Mecola fu dunque sottoposto a regolare processo penale dalla Corte d’Assise di Chieti, apparendo come “capo supremo della banda” in cinque differenti cause (Arielli-Vill’Arielli, Ari, Tollo, Canosa-Miglianico e Orsogna), motivo per il quale le imputazioni a lui relative vennero riunite in un’unica procedura, separandole da quelle contro i cosiddetti “complici non necessari”. Il caso del processo Mecola, come è stato dimostrato [Martucci 1980, 79-91], rappresenta una realtà piuttosto comune nel periodo antecedente l’approvazione della legge Pica, ed è motivo di riflessione proprio su questa particolare fase. Gli ambienti governativi – e soprattutto militari – lamentavano il fatto che la magistratura meridionale utilizzasse ogni spiraglio offertole dalla giurisprudenza per mitigare le pene contro gli insorti, pratica questa che in realtà ben si inseriva nella tradizione giudiziaria napoletana. I nodi chiave della discussione erano ovviamente la pena di morte, raramente comminata dalle Corti d’Assise, e l’eccessivo Cfr. ibid. e A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Nunziato Di Mecola del febbraio 1862. 26 27 Sugli effetti della legge Pica, meno repressivi di quanto sostenga un certo tipo di retorica, cfr. Lupo 2011, 132-135. 144 Storicamente 2013 Studi e Ricerche numero di proscioglimenti per insufficienza di prove, che seguivano ai rastrellamenti di massa praticati dall’esercito. In questo clima di reciproco sospetto incontriamo una figura interessante, ossia il Procuratore del Re a Chieti, l’avvocato Giuseppe Ferreri (successivamente Procuratore del Re a Firenze, e Sostituto Procuratore Generale). Costui, Pubblico Ministero nelle cause in questione, seppe resistere alla tentazione di etichettare come “briganti” tutti i soggetti coinvolti nei fatti, abbozzando un’analisi differente da quelle proposte dai poteri esecutivo e militare, e mettendo in luce la differenza che intercorreva tra gli effettivi capi reazionari e coloro che, spinti dalla foga del momento, si erano resi colpevoli di reati minori. Riferendosi ai fatti di Tollo, infatti, scriveva che al sommo di questo quadro, ossia al suo capo, conviene che anzi tutto si raffigurino, in gruppo distinto: Nunziato Di Mecola, il Generale; Raffaele Palumbo, e Pietro Maria Scenna, i Luogotenenti Colonnelli della famosa banda brigantesca di Arielli. Questi gli daranno luce e colorito. Da questi tutto procede; senza di loro nulla sarebbe succeduto di quanto si raccoglie sul fondo della scena. Un po’ più abbasso, ma in gruppi pur distinti, si devono collocare: da un lato, due ex-gendarmi borbonici, mascherati da Reali Carabinieri; e dall’altro alcune donne dell’infima plebe, con ispiedi, o coltelli in mano, con piccole sacche sulle braccia, che strillano – Viva Francesco II, viva il Generale Mecola, viva il povero popolo!! – […]. Più sotto, sul largo del campo, una turba infinita di cafoni e di braccianti, armati di mazze, di accette, di scuri, di bastoni, che si agita, si urta, urla e schiamazza, e non sa prendere un partito; ma pende intenta da un ordine, o da un segnale che parta dal Generale Di Mecola, o da’ suoi aiutanti Colonnelli28. Una distinzione di questo tipo, seppure fatta con un retrogusto paternalistico tipico del ceto colto dell’epoca, di fatto andava ad addossare la responsabilità dei fatti a pochi soggetti, ritenuti effettivamente “briganti”, e risultava diametralmente opposta all’idea repressiva di una certa A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 13, m. 8. Requisitoria del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Tollo. 28 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 145 parte del Governo e soprattutto dell’esercito, i quali invece spingevano affinché le punizioni fossero non solo esemplari, ma anche estese a tutta la popolazione complice delle bande. A quei giorni, invece, coloro «i quali non fecero che profittare dell’occasione, e trovando aperto accesso tolsero alcuna cosa del bottino, quasi abbandonato al pubblico, non [potevano] rispondere che dei fatti particolari relativi a ciascuno»29, ed erano in tal modo esclusi dalle accuse più gravi. L’implicita critica alla pratica degli arresti di massa testimoniava un certo grado di autonomia della magistratura chietina, la quale, ritenendo di attenersi ai fatti, finì per ridimensionare una vicenda giudiziaria che negli intenti del governo – al caso si interessò anche il guardasigilli Pisanelli – doveva invece risultare esemplare. Ecco come inquadrava Ferreri l’azione del Generale Mecola: Egli comparisce tumultuante, cospiratore, attentatore, invasore, capobanda, masnadiero, e Generale di Francesco II. […] Or bene, costui non sarà colpevole di attentato politico? Sarà costui né più, né meno che un ladro, un rapinatore comune? No, Signori. È impossibile l’eliminare dalla presente Causa il reato politico, che fu pretesto e mantello a tutti gli altri. Il vero è là. Negarlo non giova, poiché non lo farebbe punto scomparire. E Nunziato Mecola, il capo-masnadiero, convien lasciarlo, come realmente fu, agli ordini ed al servizio di Francesco II. [Ferreri 1886, 54]30 Azione politica come “pretesto e mantello” dunque. Ferreri individuava già l’intreccio tra criminalità comune e contro-rivoluzione. Riconoscendone i caratteri politici il procuratore attribuiva di fatto alla vicenda una problematicità tutt’altro che scontata. Le motivazioni politiche, comunque, erano ancora intese nell’ottica, diffusissima tra i patrioti dell’epoca, secondo la quale la politicizzazione delle masse derivava solamente delle A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Processi, b. 14, m. 8. Atto di accusa del Procuratore del Re Ferreri per la causa di Tollo. 29 In questo libricino sono contenuti alcuni utili testi, relativi alla discussione pubblica del processo, non presenti nelle carte d’archivio. 30 146 Storicamente 2013 Studi e Ricerche trame borbonico-clericali che sfruttavano gli istinti popolari: «A noi il bottino; da Roma, se mai occorre, l’assoluzione. Al saccheggio! Al saccheggio!!» [Ferreri 1886, 54]. E infatti Ferreri, pur mettendo in campo la questione politica, si chiedeva poi se i responsabili materiali delle restaurazioni fossero da ritenersi del tutto consapevoli nelle proprie azioni. Su questo punto il Procuratore, come molti altri patrioti, riteneva che la responsabilità degli atti, e soprattutto degli eccessi delle masse oppresse ed ignoranti non sta quasi mai in loro; ma vuolsi ricercare più in alto, e farsi risalire a cui tocca, ovunque tocchi. E che, nei fatti di cui particolarmente ci occupiamo, male assai ci avviseremmo se guardassimo solo agli attori, e dimenticassimo i promotori, gli eccitatori, i fautori […]. Dietro ai cafoni stanno i briganti, sopra i briganti i capi-briganti, ma sovra tutti Gaeta e Roma […]. Verso là dunque la responsabilità e l’accusa; di là sempre la misura della colpa, dei danni, dell’infamia. [Ferreri 1886, 68-70] Era comunque davvero credibile ritenere tutti gli accusati dei “briganti”? Era possibile arginare il fenomeno delle reazioni seguendo la legislazione ordinaria? In che rapporto erano le motivazioni per così dire contingenti e quelle effettivamente politiche? Il Pubblico Ministero (e quindi l’istituzione) gettava uno sguardo quanto meno problematico sulla vicenda, ma al tempo stesso sminuiva il significato di alcune scene registrate negli interrogatori, se è vero che si raccontava che a seguito della banda «andava una quantità di gente, uomini, donne e ragazzi, i quali cantando un inno contro Garibaldi, facevano risuonare l’eco degli Evviva Francesco II»31. Mentre un disperato Nunziato negava ogni responsabilità di questo tipo e affermava che «non vero è che avesse detto “voi volete Vittorio Emanuele, e noi vogliamo Francesco II”»32, la corte si riunì nell’aprile del 1863 per emanare la sentenza: dei ventisei imputati finali nel processo contro la “truppa” vennero condannati «Nunziato Di Mecola [e altri 31 A.S.C., C.A.C., Appendice, b. 3. Int. di Giovanni Vespa. 32 Ivi. Int. di Nunziato Di Mecola del 15 febbraio 1862 cit. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 147 sette] alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici, ed all’interdizione patrimoniale»33, mentre altri diciannove ricevettero pene relativamente più lievi, chi i lavori forzati a tempo, chi la reclusione, e chi il carcere. I restanti sette andarono a ingrossare la lista dei prosciolti, già infoltita dagli altri procedimenti. Il Generale venne ritenuto colpevole di dieci capi d’imputazione, tra cui «attentato che ha avuto per oggetto di cangiare e distruggere la forma del Governo», costituzione di «banda armata organizzata per commettere lo attentato suddetto», e «ribellione in riunione armata d’individui nel numero maggiore di dieci, accompagnata da omicidi volontari […] e da mancati omicidi […] commessi come conseguenza immediata della ribellione»34. Lo stesso andamento del processo, che aveva riconosciuto ai tumulti l’aspetto politico filo-borbonico, aveva dunque spinto la Corte a considerare la vicenda entro i margini degli articoli 156 e 162 del codice penale Rattazzi, quelli per i quali Di Mecola venne effettivamente condannato, che prevedevano come massimo della pena appunto i lavori forzati a vita. In questo modo gli omicidi, nell’interpretazione della Corte, venivano assorbiti nel reato politico. A seguito della sentenza si scatenarono reazioni indignate: lo stesso Ferreri impugnò la sentenza, ritenendo che il reato di omicidio superasse per gravità il delitto politico e quindi implicasse la pena di morte come da codice penale; la Corte di Cassazione di Napoli gli diede ragione, ma il ricorso conteneva errori di procedura; il Comandante dei Carabinieri di Chieti, come prevedibile, accusò la corte di “borbonismo”; il sindaco di Ari scrisse scandalizzato al ministro Pisanelli, il quale si interessò alla vicenda, ma ben poco poté fare [Martucci 1980, 262-280]. Nel frattempo, durante il governo Rattazzi, nel maggio 1862 la magistratura meridionale era già stata riorganizzata, tramite un’ampia epu- A.S.C., C.A.C., 2° versamento, Sentenze, vol. 1°, «Sentenze della Corte d’Assise», 1862-1866. Sentenza della C.A.C. per la causa di Arielli del 26 aprile 1863. 33 34 Ibid. 148 Storicamente 2013 Studi e Ricerche razione, proprio perché giudicata eccessivamente mite con i processati e colpevole di un atteggiamento ostruzionistico verso l’esecutivo. Il processo Mecola si inserisce proprio nella fase in cui da un lato il potere giudiziario riteneva di dover esercitare la propria autonomia, mentre dall’altro gli ambienti governativi ne richiedevano una sorta di ripiegamento verso esigenze prettamente politico-strategiche. Di lì a poco, coloro che erano stanchi di assoluzioni e pene minime, riuscirono a ottenere il passaggio della competenza dei reati di brigantaggio dalle corti ordinarie al potere militare. Nel frattempo, il bandito-brigante Nunziato venne trasferito nel bagno penale di Genova, dove trovò la morte «nel Forte Castelluccio alle ore undici ed un quarto antemeridiane del giorno 4 maggio 1876»35, tredici anni dopo la conclusione del processo. Conclusioni Cosa dimostra il caso di Nunziato Di Mecola? Innanzitutto che non è in alcun modo possibile giungere a semplificazioni e generalizzazioni quando si parla di brigantaggio, specialmente nella sua prima fase. Nell’intenso periodo 1860-61 si diffusero anche nelle più remote province del regno napoletano le parole chiave dello scontro tra rivoluzione nazionale e contro-rivoluzione, portando alla ribalta su scala locale una molteplicità di personaggi impossibili da ridurre ad archetipi. Dalla pur breve vicenda della banda Mecola emerge in tutta la sua forza una questione rilevante come quella della politicizzazione della provincia chietina: questo territorio, la cui importanza anche strategica non va dimenticata, divenne uno dei primi teatri di un conflitto civile frutto certo della crisi di breve periodo del 1860, ma anche di un cinquanten- Atto di morte di Nunziato Di Mecola. Devo la consultazione di una copia di questo documento alla gentilezza della signora Marinella Di Mecola, pronipote di Nunziato. 35 Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 149 nio in cui la monarchia borbonica aveva dovuto far fronte a continue insurrezioni, numerose anche nella stessa provincia [Canosa 2002]. La rivoluzione nazionale, giunta al dunque, non aveva però trovato consenso unanime, e l’incapacità o l’impossibilità di portare ai suoi termini la transizione politica era andata a complicare i nodi sociali di un’incerta transizione post-feudale, essendo da questi aggravata. Ne derivò un’area grigia nella quale la politica confinava con la criminalità, e in cui si collocò in una certa misura la mobilitazione dei soggetti popolari, sia sul fronte rivoluzionario che su quello reazionario. [Lupo 2011, 20] In buona sostanza, motivazioni criminali, sociali e politiche finirono per intersecarsi e banditi comuni come il nostro Nunziato trovarono nella battaglia borbonica occasione di guadagno, sfruttando e al contempo generando forme spontaneistiche di protesta. Il Generale collaborò ad una causa di cui presumibilmente non comprendeva appieno il significato, e avrebbe potuto ben poco senza il decisivo contributo dei cosiddetti manutengoli, a loro volta mossi chi da fini personali e chi dall’effettiva appartenenza politica. L’azione personale del brigante di Arielli sembra dettata drammaticamente dalla disperazione piuttosto che dalla consapevolezza politica, e poté essere esercitata soltanto nella contingenza di un vuoto istituzionale nella gestione dell’ordine pubblico. Si può dire che coloro che erano effettivamente “borbonici” – che senz’altro esistevano – seppero sfruttare la situazione, politicizzando anche chi politicizzato non era. Forse sarebbe troppo parlare di “pretesto e mantello”, come diceva il procuratore Ferreri, ma individuare degli opportunismi credo sia legittimo. Del resto, poi, «vendette e odî privati, fratture di carattere localistico e fazionistico, violenza criminale non solo trovano maggiori opportunità di manifestarsi a seguito del collasso degli apparati statali preposti alla repressione, ma possono anche rappresentare una copertura (o assumere un’effettiva dimensione) più strettamente “politica”» [Pezzino 1994, 62]. A tutto ciò vanno affiancati gli aspetti più marcatamente sociali, non isolabili dal contesto politico, che emersero nel momento della crisi fi- 150 Storicamente 2013 Studi e Ricerche nale del regno di Napoli. La transizione politica, sostanzialmente incompiuta nell’inverno 1860-61, finì per complicare i nodi sociali derivanti dall’incerto passaggio a un sistema post-feudale, che vennero così drammaticamente al pettine [Massafra 1988]. Infine, la vicenda processuale della banda Mecola, lontana dall’essere un caso isolato, si presta alla riflessione sulle tensioni tra governo e magistratura, sulla gestione dell’emergenza dell’ordine pubblico, sulla percezione che gli ambienti forensi avevano della problematica brigantaggio. Dopo mesi in cui si alternavano la relativa mitezza della magistratura ordinaria e l’arbitrarietà delle fucilazioni operate dall’esercito, l’elaborazione della legge Pica rispose ai problemi posti dai molteplici casi simili a quello di Arielli, la cui gestione venne generalmente ritenuta infruttuosa. Certamente di stampo illiberale e antigarantista, ispirata peraltro alla tradizione borbonica, la legge Pica rappresentò comunque uno strumento che permise di uscire dall’arbitrarietà dello stato di guerra e che consentì al Governo di ristabilire un principio di legalità volto a mettere ordine dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari. Giulio Tatasciore Bandito o brigante? Il caso di Nunziato Di Mecola nella provincia di Chieti (1860-63) 151 Abbreviazioni A.S.C.: Archivio di Stato di Chieti A.S.L.: Archivio di Stato di Chieti – Sezione di Lanciano C.A.C.: Corte di Assise di Chieti (già Gran Corte criminale, 1860, processi) C.A.L.: Corte di Assise di Lanciano G.C.C.: Gran Corte Criminale di Chieti Int.: Interrogatorio Bibliografia Adorni D. 1997, Il brigantaggio, in Violante L. (ed.) 1997, Storia d’Italia. Annali, 12. La criminalità, Torino: Einaudi, 283-319. Amicarelli B.P. 1971, Briganti e manutengoli in provincia di Chieti dopo l’Unità d’Italia, «Rivista abruzzese», XVII: 124-131, 200-216. Archivio di Stato di Chieti 2011, Dai Gigli al Tricolore. Il Risorgimento in Abruzzo Citeriore, Villamagna: Tinari. Barone G. 2012, Quando crolla lo Stato e non nasce la nazione. Il Mezzogiorno nel Risorgimento. italiano, in Roccucci A. (ed.) 2012, La costruzione dello Stato-nazione in Italia, Roma: Viella, 251-270. 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Le guerre civili in età contemporanea, Torino: Bollati Boringhieri, 5-26. dossier L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Premessa Stefano Bottoni Hungarian Academy of Sciences, Research Center for the Humanities, Institute of History I saggi del dossier presentano quattro ricerche, sviluppatesi autonomamente negli ultimi anni ma legate da un intreccio di tematiche e visioni interpretative comuni, il cui obiettivo è di contribuire al rinnovamento tematico e metodologico della ricerca sulla guerra fredda e la posizione dell’Italia nel sistema internazionale postbellico, che rappresenta una tematica centrale per lo studio dell’Italia contemporanea, un paese profondamente diviso che si trovò dopo il 1948 in prima linea nel confronto ideologico Est-Ovest, del quale ebbe a soffrire ma anche a beneficiare per decenni. I saggi che sottoponiamo all’attenzione del lettore spaziano dall’indagine delle relazioni internazionali alla storia politica ed economica e si concentrano sulle strategie italiane di adattamento agli equilibri della guerra fredda. Due saggi sono dedicati all’Europa centro-orientale: Stefano Santoro analizza in chiave comparativa i rapporti fra i partiti comunisti italiano, romeno e polacco dagli anni Cinquanta al 1989, mentre Stefano Bottoni esamina la peculiare cooperazione venutasi a creare dopo il 1948 fra l’Italia e l’Ungheria comunista nel settore agro-alimentare e zootecnico. Gli altri contributi riguardano i complessi rapporti con l’Unione So- 158 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica vietica. Valentina Fava esplora il ruolo della società Novasider, piccola impresa torinese del comparto meccanico che svolse negli anni Sessanta e Settanta un insostituibile ruolo di mediazione commerciale e politica tra la Fiat, che aveva iniziato a investire in Unione Sovietica, e le autorità locali: l’azione dell’amministrazione americana e della Novasider furono infatti determinanti nel consentire alla Fiat di battere l’agguerrita concorrenza francese e tedesca per il promettente mercato sovietico. Alessandro Salacone analizza le interazioni politiche ed economiche fra la dirigenza sovietica e la nuova classe politica italiana del centro-sinistra nel decennio 1958-1968, al cui interno un ruolo di primo piano fu giocato dai rapporti commerciali, in particolare fra l’italiana ENI e gli enti sovietici per le risorse energetiche. Come emerge dalle ricerche presentate, la sfera economica – declinata non solo in termini di rapporti commerciali, ma anche di cooperazione tecnologica – costituisce un’interessante cartina di tornasole per analizzare finalmente nella sua complessità la fitta trama di relazioni intercorse fra l’Italia e “l’altra Europa” rappresentata dal blocco sovietico. Quali strategie di adattamento al peculiare „mercato” socialista elaborò e fece propria la classe politica e imprenditoriale italiana? E sull’altro versante, quale evoluzione incontrò l’immagine e la presenza politica ed economica dell’Italia su uno scacchiere geopolitico nel quale il nostro paese coltivava ambizioni sin dal periodo interbellico? Siamo convinti che una reinterpretazione critica del complesso ruolo italiano durante la guerra fredda passi inevitabilmente dallo spoglio di nuove fonti, per lo più provenienti dai paesi dell’ex blocco sovietico, i cui archivi sono oggi liberamente accessibili ed offrono una documentazione di assoluto valore sul passato recente del nostro paese, e speriamo che queste e altre ricerche in corso possano contribuire ad arricchire il dibattito storiografico sulla collocazione internazionale del nostro paese nel secondo dopoguerra. Partito comunista italiano e “socialismo reale” I casi romeno e polacco Stefano Santoro Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Studi Storici e Geografici From the 1960s to the 1980s, the Italian Communist Party developed new contacts with Eastern Europe: this article considers the Romanian and the Polish cases, which gave a significant contribution in highlighting the increasing distance existing between the Italian communist ideology and its practical implementation in the countries of “real socialism”. After the condemnation of the USSR’s invasion of Czechoslovakia and especially with the beginning of Berlinguer’s secretariat, the Italian Communist Party came as far as to declare the end of the “propulsive drive” of the October Revolution. Nella storia del Pci, fra i contatti sviluppati con i paesi dell’Europa orientale tra gli anni Sessanta e Ottanta, quelli con Polonia e Romania rivestono un particolare interesse in quanto seppero offrire degli spunti di riflessione all’elaborazione teorica che il Pci portò avanti in quegli anni, mettendo in evidenza la crescente distanza esistente fra l’idea di comunismo propria della classe dirigente del partito italiano e la sua realizzazione pratica nei paesi del «socialismo reale»1. La Romania, costruendo in modo piuttosto conseguente un proprio “comunismo nazionale” allo scopo di ampliare i propri spazi di autonomia nei confronti dell’Unione Sovietica, trovò con il Pci, per un certo periodo, una con- 1 Sui rapporti fra Pci e Romania cfr. Santoro 2007 e Pommier Vincelli 2005. 160 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica sonanza di vedute in politica internazionale, pur permanendo un forte dissenso sull’idea del pluralismo politico. La Polonia, da parte sua, pose il comunismo italiano di fronte al trauma di un governo popolare contestato dalla stessa classe sociale sulla rappresentanza dei cui interessi aveva fondato la propria ragion d’essere. Dopo la netta condanna dell’invasione della Cecoslovacchia e soprattutto con l’inizio della segreteria Berlinguer, i comunisti italiani si posero nei confronti del “socialismo reale” in modo sempre più critico, tanto da decretare la fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre. L’epoca del “disgelo”: gli anni Sessanta Gli anni Sessanta, che si aprivano nella prospettiva della distensione fra Est ed Ovest, costituirono per i partiti comunisti un periodo di lenta maturazione del messaggio che Chruščëv aveva lanciato nel corso del XX congresso del Pcus del febbraio 1956. La condanna espressa in quella sede del culto della personalità di Stalin e la moderata apertura all’idea di possibili vie al socialismo diverse da quella sovietica, misero in moto dinamiche fino ad allora impensabili. Il Pci, che, tramite l’ultimo documento ufficiale lasciato da Togliatti nel 1964, il cosiddetto Memoriale di Yalta, aveva criticato apertamente l’Urss, soprattutto per quanto riguardava la lentezza del suo processo di destalinizzazione, aveva manifestato l’intenzione di allacciare legami di nuovo tipo con i paesi del “socialismo reale”, su base bilaterale e senza specifiche consultazioni con Mosca. Si guardò in modo particolare al Partito comunista romeno, il cui segretario, Gheorghiu-Dej, stava realizzando in quegli anni un progressivo allontanamento da un controllo sovietico ritenuto troppo oppressivo. La Romania non aveva tuttavia impostato tale nuova politica su presupposti di maggiore democrazia interna e la condanna che Dej dava dello stalinismo non si riferiva tanto al culto autoritario di una sola persona, ma mirava piuttosto a colpire la pretesa dell’Urss staliniana di controllare dispoticamente i paesi satelliti. Tale linea giustificava anzi la creazione in Romania di un potere forte, rappresentato da Dej e dal suo entourage, che, nel nome di un nuovo “comunismo nazionale”, avrebbe potuto far Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 161 valere le ragioni di Bucarest di fronte all’alleato sovietico. La “destalinizzazione” romena si risolse quindi in una serie di processi intentati contro i membri del partito che avevano avuto più stretti rapporti con l’Urss – che aveva dato loro rifugio durante la guerra – come il ministro delle Finanze Vasile Luca, il ministro degli Interni Teohari Georgescu e il ministro degli Esteri Ana Pauker, accusati di «deviazionismo di destra» e di «attività antipartito». Tali processi, che erano delle “purghe” nel più tipico stile staliniano, costituivano per il governo romeno la prova che la destalinizzazione era ormai realizzata e che non vi era più nulla da correggere [Fejtö 1971, 99-100; Guerra 1986, 123]. È stato osservato a tale proposito che il cambiamento impresso da Dej in politica estera restava limitato al «perimetro della tolleranza sovietica», in quanto «non aveva messo in pericolo le fondamenta del regime comunista, non aveva posto in discussione la validità, la necessità o l’opportunità del modello sovietico […], non aveva tentato una riforma radicale o un cambio della natura del regime» e non aveva quindi minacciato seriamente «gli interessi vitali sovietici nella zona» [Marin 2008, 512]. La linea “nazionale” inaugurata dalla dirigenza romena nei primi anni Sessanta, continuata poi con rinnovato vigore da Ceauşescu nella seconda metà del decennio, non fu osservata con attenzione soltanto dal Pci, ma da diversi ambienti del governo e dell’economia italiana, ansiosi di avviare nuovi rapporti di collaborazione con i paesi nell’Est [Caroli 2009, 429-483]. Il terzo congresso del Pmr2, tenutosi nel 1960, aveva gettato le basi per una progressiva autonomia della Romania nell’ambito del Comecon e tale linea fu ribadita dal comitato centrale del partito nell’aprile 1964, mentre già nel 1958 Gheorghiu-Dej aveva ottenuto il ritiro delle truppe sovietiche dal paese. Contemporaneamente, la Romania si aprì al commercio con l’occidente, incrementando il proprio interscambio con i maggiori paesi europei, fra cui l’Italia [Fejtö 1971, 153-154; Agosti 1999, 247-248]. 2 Partidul Muncitoresc Român (Partito Operaio Romeno), che nel 1965 fu ribattezzato Partidul Comunist Român (Partito Comunista Romeno). 162 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Fu in tale contesto che iniziarono a svolgersi alcuni periodici incontri fra esponenti del Pci e del Pmr, che sarebbero continuati, fra alti e bassi, fino agli anni Ottanta. Nel 1962 fu Emanuele Macaluso ad incontrare a Bucarest Nicolae Ceauşescu, allora numero due del Pmr, per discutere sulle conseguenze di lungo periodo che il XX congresso del Pcus stava avendo sul movimento comunista internazionale. La Romania, che stava muovendo i primi cauti passi in direzione di un proprio “comunismo nazionale”, se da un lato osservava il Pci di Togliatti con un certo interesse, dall’altro temeva una linea eccessivamente critica nei confronti dell’Urss. Macaluso si premurò quindi di evidenziare il fatto che i rappresentanti dell’ala “antisovietica” del partito, capeggiati da Antonio Giolitti, non facevano più parte del Pci e che la formula del «policentrismo», che avrebbe potuto far pensare ad una messa in discussione del ruolo privilegiato del Pcus nel movimento comunista, era stata abbandonata, e che comunque non si era mai voluto «riconoscere la possibilità dell’esistenza di più centri nel movimento operaio» [AN, 1]3. Due anni più tardi, nel settembre 1964, aveva avuto luogo un nuovo incontro, a cui presero parte, fra gli altri, Mario Alicata, Arturo Colombi, Nicolae Ceauşescu e Chivu Stoica. Togliatti era da pochi giorni deceduto in Crimea, prima di incontrare Chruščëv, a cui avrebbe voluto manifestare le proprie perplessità sulla lentezza della destalinizzazione e sulla gestione dei rapporti di Mosca con gli altri partiti comunisti, in particolare quello cinese, con cui vi era ormai un’aperta rottura. La delegazione italiana trovò una certa sintonia con i romeni, i quali concordavano sulla necessità di garantire a tutti i partiti comunisti una via autonoma al socialismo. Affermava infatti Ceauşescu che le relazioni fra i paesi socialisti si devono basare […] sul principio del rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, sull’eguaglianza di diritto, sulla non ingerenza negli affari interni e su tutto ciò che sia 3 Sul «policentrismo» il Pcus aveva criticato la posizione tenuta dal Pci dopo il XXII Congresso del partito sovietico: cfr. Agosti 1996, 522 e l’articolo Togliatti precisa sul «policentrismo», «l’Unità», 2 dicembre 1961. Su questo tema, cfr. Sassoon, 162-203. Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 163 fondato sul principio dell’internazionalismo proletario [AN, 2]. La linea dei comunisti romeni era evidente: opponendosi all’integrazione economica nel Comecon e rivendicando una loro autonomia dall’Urss, essi avevano appena proclamato ufficialmente che non potevano esistere «un partito “padre” e un partito “figlio”», partiti «superiori» e partiti «subordinati» e che era «diritto sovrano di ogni Stato socialista elaborare, scegliere o cambiare le forme e i metodi della costruzione socialista». Nei rapporti riservati che il Pci dedicava alla Romania, l’originalità di quel partito comunista veniva messa in debito risalto: Non sono disposti ad accettare di essere soltanto un serbatoio di materie prime e di prodotti agricoli, e di restare un paese agrario industriale. Stanno restringendo in parte i consumi per incrementare l’esportazione verso i paesi capitalisti in modo da poter intensificare gli investimenti industriali. […] Nel Partito si sottolinea in modo particolare […] la «autonomia», il rispetto della «sovranità nazionale», il «reciproco interesse», ecc. Si sente, anche se molto contenuto, un atteggiamento polemico nei confronti dell’attuale gruppo dirigente sovietico [FIG, 1]. Anche la Polonia pareva imboccare una propria via, nazionale e autonoma, al socialismo: nel 1956, in seguito alle imponenti contestazioni operaie di Poznań, ritornò al potere Władisław Gomułka, ex segretario del partito comunista polacco, arrestato alla fine degli anni Quaranta per «deviazione nazionale verso destra» [Fejtö 1971, 111-116; Boffa 1990, 245-252]. Terminata dunque l’epoca stalinista rappresentata da Bolesław Bierut, sembrava che la Polonia, tra l’entusiasmo della popolazione, fosse riuscita ad ottenere pacificamente quello che in Ungheria era invece costato la dura repressione sovietica. In realtà, non si trattava dell’inizio di una «via polacca al socialismo», ma della Realpolitik di 164 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Chruščëv, persuaso da Gomułka che il cambio al vertice del Pzpr4 non avrebbe messo in discussione – come invece aveva fatto Nagy in Ungheria – l’appartenenza della Polonia al Patto di Varsavia e che, allo stesso modo, non si sarebbe attentato alle basi leniniste del regime polacco. Il nuovo segretario del Pzpr riuscì quindi a contemperare le aspirazioni al rinnovamento di larga parte del popolo polacco con una politica cauta nei confronti dei sovietici, che accettarono le novità del nuovo corso avviato da Gomułka. Furono così destituiti il ministro della Difesa Rokossovskj, che, pur essendo nato a Varsavia, aveva servito per molti anni nell’esercito sovietico, insieme a diversi altri ufficiali sovietici che erano stati incorporati alla fine della guerra nell’esercito polacco, furono allontanati dal partito gli stalinisti, abbandonata la collettivizzazione dell’agricoltura, liberato il primate cardinale Wyszyński – incarcerato dal 1953 per attività anticomunista – e concessa maggiore libertà di stampa [Fejtö 1971, 117-130; Biagini e Guida 1994, 72-75; Guerra 1986, 137-174]. Una delegazione del Pci in Polonia nel 1958 si era espressa in termini piuttosto positivi sulla gestione di Gomułka, che aveva «ottenuto grandi risultati nel restaurare la autorità del partito e dello Stato» e che aveva saputo migliorare i rapporti con l’Urss al punto che «non c’è forse cittadino polacco il quale non annetta all’alleanza di Varsavia un fondamentale valore di pace e di difesa della esistenza, oltre che dell’indipendenza della nazione polacca». Nella relazione stilata dalla delegazione, si affermava che il Pzpr aveva saputo chiudere con lo stalinismo, evitando nel contempo pericolose derive di tipo «revisionista» [FIG, 2]. Già alla fine degli anni Cinquanta, tuttavia, Gomułka aveva impresso alla propria politica una svolta in senso conservatore, spaventato dall’attivismo di gruppi dell’intelligencija polacca, i quali chiedevano l’ampliamento degli spazi di libertà che il nuovo corso aveva promesso [Agosti Polska Zjednoczona Partia Robotnicza (Partito Operaio Unificato Polacco), creato nel dicembre 1948 con l’unione dei partiti comunista e socialista. In questa sede si è scelto l’acronimo polacco, tuttavia in Italia il partito è anche conosciuto come Poup e così viene citato in alcuni documenti usati nel presente saggio. 4 Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 165 1999, 248-249; Fejtö 1971, 207-208]. Negli stessi anni, il Pci aveva avviato invece una riflessione critica che, sulla scia dell’ultimo Togliatti, stava portando ad una progressiva rivalutazione del metodo democratico all’interno del partito. Inoltre, iniziavano a farsi sentire, a livello di discussione interna, voci critiche su determinati aspetti, eccessivamente autoritari, dei paesi del “socialismo reale”. La delegazione polacca all’XI congresso del Pci del gennaio 1966 – il primo dopo la morte di Togliatti – aveva espresso «preoccupazione» per «le note e gli accenti critici» della stampa comunista italiana sulla «vita interna» e sui «rapporti tra paesi socialisti» [AAN, 1]. Particolare apprensione suscitavano le posizioni della «sinistra» comunista di Ingrao, che sosteneva – si leggeva nel rapporto dei polacchi – «una democrazia più ampia dentro il partito», «la trasparenza di tutte le discussioni» e di conseguenza «la difesa della libertà della lotta delle correnti all’interno del partito» [AAN, 2]. Tali differenze di posizione emersero anche in occasione dell’incontro fra Luigi Longo, nuovo segretario del Pci dopo Togliatti, e Gomułka, che lamentava un’incomprensione da parte dei comunisti italiani della situazione specifica dei paesi socialisti e criticava quello che riteneva essere un pericoloso scivolamento verso posizioni «opportunistiche» e «revisioniste». In particolare, il segretario del Pzpr ammoniva Longo a non proseguire nella direzione di una «socialdemocratizzazione», che avrebbe portato all’accettazione del sistema democratico borghese. A Longo, che criticava la mancanza di democrazia interna nei partiti comunisti del “socialismo reale”, riferendosi in particolare alla destituzione di Chruščëv, Gomułka replicava che «quando ci sono due campi nel mondo, non si possono dare tutti i motivi di certe decisioni» [FIG, 3]. I rapporti della sezione esteri del Pzpr, del resto, erano molto eloquenti sulla netta divaricazione che si era creata fra la Polonia di Gomułka e il partito di Longo. Di questo si denunciavano i «fenomeni di nazionalismo», gli «atteggiamenti che sottovalutano gli apporti del patrimonio di esperienze di chi è al potere», «un graduale allontanamento dalle posizioni di appoggio sostanziale alla politica della comunità socialista», «la 166 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica contrapposizione delle proprie esperienze alle esperienze degli altri partiti» [AAN, 3]. D’altra parte, i comunisti italiani credevano che ormai «la linea del partito polacco pareva segnare una svolta involutiva e Gomułka non era più in grado di portare avanti quel rinnovamento della società polacca e del partito che aveva promesso» [Galluzzi 1983, 57-71]5. Una posizione di netta chiusura era stata espressa dal governo polacco anche sul sostegno del Pci all’Ostpolitik di Willy Brandt, che mirava ad una progressiva distensione fra i due blocchi tramite un riavvicinamento fra la Repubblica federale tedesca, la Polonia e la Repubblica democratica tedesca. In occasione della conferenza dei partiti comunisti di Karlovy Vary del 1967, Longo aveva apertamente preso posizione a favore della distensione e per un ruolo autonomo che l’Europa avrebbe dovuto giocare in tale direzione, individuando nella collaborazione fra comunisti, socialdemocratici e progressisti un presupposto indispensabile per questo processo [Timmermann 1974, 23-52; Rubbi 1994, 122; Mammarella 1976, 224]. Il governo polacco si era mostrato a tale proposito molto freddo, tanto che, nella riunione preparatoria alla conferenza, la delegazione polacca aveva giudicato la politica di Bonn «più pericolosa di quella passata» [FIG, 4]. Con l’ascesa al potere di Ceauşescu nel 1965, la Romania aveva accentuato la propria collocazione del tutto particolare sulla scena internazionale, da un lato rimarcando il carattere del proprio “comunismo nazionale” e l’autonomia dall’Urss, dall’altro intensificando i rapporti economici e diplomatici con i paesi occidentali [Guida 2009, 260-263] e, parallelamente, le relazioni con alcune forze politiche di questi, fra cui il Pci. L’atteggiamento del Pci verso il Pcr era duplice: se a livello ufficiale si sottolineavano le convergenze sui temi di politica estera, come l’autonomia dei partiti comunisti, la distensione, il disarmo, il rifiuto di “scomuniche” nei confronti della Cina, nei rapporti riservati Rievocando quegli anni, Gian Carlo Pajetta scriveva che «il gruppo di Gomulka e dei suoi si dimostrò chiuso, capace […] nel difendere la dignità polacca, ma incapace di rispondere alle esigenze di una Polonia nuova»: Pajetta 1982, 149. 5 Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 167 emergevano sempre più con il passare degli anni le differenze sul problema della democrazia interna e del pluralismo politico. In particolare, poi, dall’inizio degli anni Sessanta gli osservatori del Pci mettevano in rilievo la pesante cappa di censura che gravava sulla Romania: benché il paese si stesse muovendo in modo piuttosto autonomo all’interno del movimento comunista, si rilevava che «sulla stampa romena non appare nulla» e che «persino il problema della pace viene presentato in un modo come se tutti fossero d’accordo». In sostanza, si raffigurava il «campo socialista» come un’«unità monolitica» e non si faceva «nessun accenno alle divergenze», «giustificando tutto ciò con il fatto che questi sono problemi interni che interessano i singoli paesi». Infine, non solo c’era una «politica di chiusura» sul dibattito relativo ai «problemi dell’ampliamento della democrazia socialista», ma si riscontravano delle «punte nazionaliste che consistono nell’esaltare in alcuni settori tutto ciò che è romeno» [FIG, 5]. In occasione dell’incontro fra Longo e Ceauşescu del settembre 1967, si registrò una completa sintonia sulle questioni internazionali, con una sfumatura più decisamente polemica verso l’Urss da parte del leader romeno. Commentando l’esito della «guerra dei sei giorni», Ceauşescu sostenne che il conflitto sarebbe stato evitabile se non si fossero esasperati i rapporti con Israele e criticò l’Urss per aver addossato l’intera responsabilità al governo di Gerusalemme e per aver poi voluto una rottura delle relazioni diplomatiche del «blocco socialista» con Israele. Anche sull’Ostpolitik di Bonn, con cui la Romania aveva stabilito relazioni diplomatiche [King 1980, 143], i due si trovarono d’accordo e Ceauşescu sottolineò l’importanza della collaborazione fra forze comuniste, socialdemocratiche e progressiste in generale per la sicurezza e il disarmo in Europa. I comunisti italiani erano rimasti particolarmente colpiti dal fatto che i romeni avessero usato in più occasioni «l’armamentario classico della socialdemocrazia nel loro giudizio sulla politica sovietica verso il Medio Oriente» e, più in generale, giudicavano preoccupante «la polemica con l’URSS che viene sviluppata su ogni questione» [FIG, 6]. 168 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Le prospettive di una «terza via» Di fronte alla brusca interruzione della «primavera di Praga» da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, fra il 20 e il 21 agosto 1968, comunisti italiani e romeni si trovarono nuovamente d’accordo nella condanna della politica sovietica. Già il 21 agosto l’ufficio politico del Pci aveva espresso «grave dissenso» e «riprovazione» per l’invasione, riaffermando «la propria solidarietà» con il partito comunista cecoslovacco [Tonchio et al. 1968, 312; Höbel 2001, 1153]. Lo stesso giorno, in una seduta congiunta del comitato centrale del Pcr, del consiglio di stato e del governo romeno, Ceauşescu aveva condannato la «violazione flagrante della sovranità nazionale» della Cecoslovacchia da parte dei paesi del Patto di Varsavia (la Romania non aveva partecipato). Il leader romeno definì l’invasione «un grande errore e un grave pericolo per la pace in Europa» e «per la sorte del socialismo nel mondo», in quanto non era giustificabile per alcun motivo un’intromissione di tale genere nelle questioni interne di uno «stato socialista fratello» [Marin 2008, 531]. Tuttavia, se il Pci aveva manifestato verso il «nuovo corso» cecoslovacco una certa «simpatia» fin dall’inizio, il Pcr, non particolarmente incline ad effettuare riforme di carattere liberale, deplorava l’intervento sovietico principalmente allo scopo di riaffermare i propri spazi di autonomia [Höbel 2010, 517-550; Pons 2006, 3-19; Tonchio et al. 1968, 310-361]. Il 20 settembre, durante un incontro fra le delegazioni dei due partiti, Gian Carlo Pajetta aveva comunque rilevato «la particolare concordanza di posizioni […] sui fatti di Cecoslovacchia e sulle conseguenze nel movimento operaio» [FIG, 7]. Da parte loro, i romeni, confermando la propria condanna dell’«intervento brutale» del Patto di Varsavia, del tentativo di «compromettere il gruppo dirigente» del PC cecoslovacco e di «screditare il compagno Dubček», esprimevano una solidarietà «permanente» nei confronti di quel partito. E, in modo rivelatore, aggiungevano: «se non ci fosse stata la condanna di molti partiti comunisti è difficile dire se i sovietici a questo punto non sarebbero già intervenuti militarmente contro la Romania» [FIG, 8]. Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 169 Sull’invasione della Cecoslovacchia avevano espresso un parere completamente opposto i comunisti polacchi. Il Pzpr, che aveva appoggiato con convinzione l’intervento militare del Patto di Varsavia [Bertone 1981, 237], osservava con crescente incomprensione il dibattito interno al Pci e la polemica con l’Urss portata avanti dalla direzione del partito italiano; scelte, si scriveva nei rapporti della sezione esteri del PC polacco, non comprese dalla stessa base del partito [AAN, 4]. Comunque, il XII Congresso del Pci, tenutosi nel febbraio 1969, sembrava circoscrivere i termini del dissenso con Mosca. Se da un lato Berlinguer – nominato allora vice-segretario – aveva confermato tutte le critiche formulate all’indirizzo dell’Urss fino a quel momento, rivendicando «piena autonomia di giudizio» e ricordando gli «ordinamenti in parte limitativi della libertà e della democrazia» vigenti in quel paese, dall’altro era stato netto nel rifiutare «l’antisovietismo in tutte le forme in cui esso si presenti» [Berlinguer 1969, 749-752]. Per i polacchi continuavano tuttavia a permanere «tante ambiguità», che affondavano le proprie radici nell’idea che si potesse costruire una «via italiana al socialismo» diversa da quella dei paesi del «socialismo reale». La linea eccentrica del Pci si doveva – secondo gli osservatori polacchi – al fatto che tale partito era inserito da anni «nel sistema della democrazia parlamentare borghese», di cui costituiva «in pratica uno dei […] componenti». Tale «fatto oggettivo» aveva un’influenza determinante sull’elaborazione ideologica dei comunisti italiani, allontanandoli in modo sensibile dall’ortodossia marxista-leninista, tanto da fare loro credere che «la costituzione italiana sia la migliore del mondo» e che il principale obiettivo dei comunisti italiani dovesse essere «la sua pratica realizzazione». Insomma, il Pci non aveva «un programma realmente rivoluzionario» e aveva anzi contribuito a razionalizzare le forze del capitalismo italiano, alla stregua di un partito socialdemocratico [AAN, 5]. La relazione di Longo al Congresso aveva confermato i timori dei polacchi, per cui «la sottolineatura del carattere fraterno» del rapporto con il Pcus e con gli altri paesi socialisti «era piuttosto formale e contrastava con la posizione nella questione cecoslovacca», giudicata 170 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica «molto lontana dai principi dell’internazionalismo proletario» [AAN, 6; AAN, 7]. Il deterioramento del rapporto fra italiani e polacchi era risultato evidente a Pajetta, presente al congresso del Pzpr del 1969, il cui intervento, l’unico a nominare i fatti cecoslovacchi, fu accolto con freddezza e in parte censurato dal segretario del comitato centrale del partito polacco, Zenon Kliszko [Pajetta 1982, 150-151]. Proprio allo scopo di ristabilire buoni rapporti con i polacchi, Carlo Galluzzi aveva avuto nel mese di novembre un incontro a Varsavia con il responsabile della sezione esteri del Pzpr e con Kliszko. I polacchi rimproveravano al Pci la posizione critica tenuta dagli italiani verso i paesi socialisti e, in modo particolare, il fatto che tali opinioni fossero espresse pubblicamente [AAN, 8]. In realtà, l’invasione della Cecoslovacchia segnò una svolta precisa per il Pci, che da quel momento fino al suo autoscioglimento, alla fine degli anni Ottanta, mise definitivamente in chiaro che la propria via al socialismo sarebbe stata per forza radicalmente diversa da quella dei paesi del “socialismo reale” e fece del pluralismo politico un punto fermo della propria identità. D’altra parte, continuò a permanere, allo stesso tempo, un vincolo identitario fra il Pci e il «campo socialista», per cui la rottura con quei partiti, criticati per l’autoritarismo e la gestione burocratica del potere, non fu mai portata fino alle estreme conseguenze. Insomma, il fatto che la «terza via» non sarebbe stata quella del «socialismo reale» ma nemmeno quella della «socialdemocrazia», avrebbe perpetuato un’ambiguità ideologica e strategica del partito di Berlinguer [Pons 2006, 247258; Mammarella 1976, 215-217]. La posizione antiautoritaria scelta dal Pci portò la direzione del partito a criticare apertamente il governo Gomułka, quando la rigida politica deflazionistica adottata alla fine degli anni Sessanta avviò un nuovo ciclo di scioperi e sommosse popolari nei porti del Baltico, che portarono, il 20 dicembre 1970, alle dimissioni del segretario del Pzpr e alla sua sostituzione con Edward Gierek. L’ufficio politico del Pci aveva deplorato il fatto che si fosse creata «una situazione di così acuto disagio economico», ammonendo il governo po- Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 171 lacco sul fatto che «i problemi del consolidamento e sviluppo dei paesi socialisti possono essere risolti solo attraverso la piena affermazione della democrazia socialista, di cui è momento essenziale […] un profondo legame del partito con le masse popolari»6. Il nuovo segretario del PC polacco mise in atto una serie di riforme che avrebbero dovuto rendere più efficiente il sistema produttivo del paese, coinvolgendo i lavoratori in tale processo tramite i consigli operai, concedendo aumenti salariali e bloccando allo stesso tempo l’inflazione [Bertone 1981, 242-252]. In realtà, tale fase riformatrice, che si esaurì nel giro di alcuni anni non appena, anche a causa della crisi petrolifera del 1973, l’economia polacca tornò in difficoltà, aveva evidenziato una dinamica molto simile a quella del 1956 e del ritorno di Gomułka, visto allora come una grande speranza da tutti gli avversari del “dogmatismo” e dello stalinismo7. Il Pci, guidato dal 1972 da Berlinguer, seguiva l’evoluzione della situazione polacca con una certa cautela, pur riconoscendo che Gierek aveva avviato un nuovo corso rispetto agli ultimi anni. Pajetta, dopo una serie di incontri con la nuova dirigenza, aveva evidenziato il «nuovo modo di lavorare», che consisteva «in contatti più intensi con gli operai», osservando però che «le notizie che ci hanno dato sul modo come questo sviluppo della democrazia possa e debba realizzarsi sono rimaste tuttavia assai vaghe» [FIG, 9]. Che la linea politica del Pci riguardo ad alcuni temi, quali il superamento dei blocchi e soprattutto l’accettazione del pluralismo politico, impedisse una reale comprensione fra i due partiti, fu confermato dalle critiche sollevate dall’intervento di Pecchioli al VII Congresso del Pzpr, tenutosi nel dicembre 1975. L’affermazione di Pecchioli che il Pci intendeva costruire una società socialista la quale avesse come «fondamenti irrinunciabili» il pluralismo politico e «il pieno rispetto delle libertà democratiche» era stata censurata 6 Comunicato dell’Ufficio politico del PCI, «l’Unità», 18 dicembre 1970. 7 Fejtö ha preso spunto da questi fatti per dimostrare la «ciclicità insita nella storia delle democrazie popolari», la quale «sembra svolgersi con moto circolare, ripetendo lo stesso copione con personaggi diversi e sfondi appena modificati»: Fejtö 1971, 583. 172 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica dall’organo del Pzpr «Trybuna Ludu», in quanto giudicata «un attacco» al partito [FIG, 10; FIG, 11]. Nel 1976 la Polonia dovette affrontare l’ennesima crisi: quando il governo, per far fronte al deficit aggravatosi negli ultimi anni, annunciò nel giugno un drastico aumento dei prezzi, si verificarono scioperi e manifestazioni, repressi duramente dalla polizia. I licenziamenti degli scioperanti e i processi che seguirono suscitarono fin dall’inizio le critiche della dirigenza del Pci, messe per iscritto in una lettera indirizzata al comitato centrale del Pzpr: le notizie che sono pervenute sui processi, le condanne e le misure di polizia in seguito ai recenti movimenti di protesta contro l’annuncio di aumento dei prezzi […] hanno destato preoccupazione in larghi strati dell’opinione pubblica del nostro stesso partito. L’informazione è stata insufficiente, frammentaria. […] Noi pensiamo però che il fatto che non sia stata possibile o non sia stata ricercata la presenza di giornalisti stranieri ai processi abbia rappresentato un elemento negativo, impedendo che fossero conosciuti i termini del procedimento per i reati che in quella occasione sono stati commessi [FIG, 12]. Queste prese di posizione suscitarono la reazione indignata dei polacchi, che accusarono in particolare «l’Unità» di essersi posta «sulla scia della propaganda borghese» e invitavano il Pci a rivolgersi alle autorità diplomatiche polacche prima di diffondere notizie, allo scopo di avere «più elementi a disposizione» [FIG, 13]. Il primo consigliere dell’ambasciata polacca, in particolare, osservò che la mancanza di un corrispondente de «l’Unità» da Varsavia impediva al Pci di avere «un’adeguata informazione sulla situazione in Polonia» e quindi portava i comunisti italiani a formulare «valutazioni distorte», che non si distinguevano sostanzialmente dalla «stampa borghese» [FIG, 14]. Nel novembre del 1976, Antonio Rubbi, responsabile della sezione esteri del Pci, incontrò Adam Michnik, fondatore, insieme a Jacek Kuroń, dell’organizzazione dissidente Kor (Comitato per la difesa dei lavoratori). Michnik affermò in tale occasione che il Pci era «l’unica speranza Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 173 per l’avvenire dell’Europa» e un punto di riferimento per la dissidenza polacca, tanto che «quando fanno le perquisizioni in Polonia, le prime cose che si portano via sono i documenti del vostro partito, gli scritti e i discorsi di Berlinguer». Il leader del Kor, che aveva invitato i comunisti italiani a «fare di più» per la causa del pluralismo politico in Polonia, non aveva tuttavia riscosso la fiducia di Rubbi, che in una nota per Berlinguer si mostrò piuttosto scettico nei confronti della dissidenza, paragonata alla sinistra extraparlamentare italiana. Al responsabile della sezione esteri del Pci era infatti sembrato di «avere a che fare con uno di “Lotta Continua”» e le idee esposte da Michnik furono liquidate come «una accozzaglia, dove si mischiano assieme intellettualismo e radicalismo piccolo-borghese e trozkismo». Rubbi espresse un parere negativo sull’utilità di questo tipo di contatti: «Non so fino a che punto possiamo trovare affinità tra il reale malcontento operaio e queste posizioni […]. Credo che non sarebbe male se si discutesse sul comportamento che dobbiamo tenere con questi dissidenti e sui rapporti che cercano con noi. La cosa, oltreché imbarazzante, può prestarsi a cattive e nocive strumentalizzazioni» [FIG, 14]. Queste posizioni rispecchiavano la strategia adottata dal Pci: si trattava di cercare di far valere la propria influenza presso i partiti comunisti al potere in Europa orientale allo scopo di sensibilizzarli in una direzione favorevole ad una progressiva liberalizzazione di quei regimi. Ciò presupponeva di non puntare sui gruppi della dissidenza, visti con sospetto per la loro possibile azione destabilizzatrice nei confronti dei partiti comunisti, e di esercitare piuttosto su questi ultimi «una funzione critica, ma senza rottura» [Napolitano 2006, 112]. Resta il fatto che, se la nozione di «vie nazionali» al socialismo era ormai generalmente condivisa da tutti i partiti comunisti dell’Europa orientale, l’idea berlingueriana di «terza via» non poteva essere approvata, perché presupponeva l’accettazione del pluralismo politico e quindi del dissenso: secondo Edward Babiuch, della segreteria del Pzpr, «la formulazione “terza via”» era «incomprensibile ed erronea», in quanto «non esiste una via socialdemocratica al socialismo, 174 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica in nessun paese del mondo» [FIG, 15]. Anche Ceauşescu, discutendo sulla «scelta pluralistica» del Pci, spiegò a Berlinguer che, comprendendo come il «problema della democrazia» venisse affrontato in Italia o in Francia, rifiutava tuttavia di considerarlo «una verità assoluta con validità universale» [FIG, 16]. In definitiva, se i polacchi respingevano senza appello l’idea del pluralismo, i romeni la relativizzavano, facendo rientrare la sua accettazione o meno nella sfera dell’autonomia dei singoli partiti: soluzione evidentemente strumentale, caratteristica del “comunismo nazionale” di Ceauşescu – che nel frattempo aveva migliorato i propri rapporti con Mosca – per tutti gli anni Ottanta. L’impossibile riforma del “socialismo reale” Nel corso degli anni Settanta, Berlinguer tentò di collegare la strategia del «compromesso storico», da lui lanciata dopo il golpe cileno del 1973, che prevedeva una collaborazione fra comunisti e cattolici sulla base di una piattaforma di riforme democratiche, e quella della creazione di un campo comunista occidentale, ciò che fu chiamato «eurocomunismo», capace di rappresentare un’alternativa pluralista al «socialismo reale» nel nome di un’Europa «né antisovietica né antiamericana». L’impostazione di Berlinguer presupponeva una concezione «dinamica» della distensione, tesa al superamento dei blocchi e alla legittimazione del comunismo «occidentale», che si scontrava con quella dell’Urss di Brežnev, che puntava viceversa ad un mantenimento del sistema bipolare. Criticando la visione chruščëviana di «coesistenza pacifica», dalla fine degli anni Sessanta l’idea della distensione, secondo il governo di Mosca, avrebbe infatti dovuto poggiare su una parità strategica sul piano militare nella prospettiva di tutelare e possibilmente rafforzare, a livello globale, il «campo socialista» [Pons 2006, 21-92; Pons 2003, 63-87]. L’ostilità sovietica verso la politica di Berlinguer comportò quindi un costante aumento della distanza che separava il Pci dal Pcus e dai partiti comunisti Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 175 dell’Europa orientale. Anche la Romania di Ceauşescu sembrava meno incline a comprendere la linea del Pci, che associava ormai in modo evidente la realizzazione di una via europea al socialismo alla critica del modello del “socialismo reale”. Ghizela Vass, della sezione esteri del Pcr, aveva a tale proposito accusato i comunisti italiani di avere una concezione «neutrale» della democrazia, in quanto «non legata alla esigenza di una precisa affermazione delle classi popolari» [FIG, 17]. La crisi polacca dell’estate 1980, che vide scendere in sciopero i portuali di Danzica guidati da Lech Wałęsa e la fondazione del primo sindacato indipendente Solidarność, approfondì ulteriormente la frattura che divideva il Pci dagli altri partiti comunisti. Il partito di Berliguer fu infatti «l’unico partito comunista a respingere la raffigurazione della Polonia come un paese sull’orlo della contro-rivoluzione, dipinta da Mosca e dal Patto di Varsavia». Tuttavia, l’appoggio ad un processo di liberalizzazione in Polonia fu limitato dalla diffidenza che il Pci continuò a nutrire nei confronti del dissenso e dalla sua perdurante fiducia in un processo di riforme «dall’alto», gestito direttamente dai partiti comunisti al potere. Ciò impedì al Pci di comprendere che le dinamiche del cambiamento all’Est erano ormai nelle mani di forze esterne rispetto all’establishment [Pons 2006, 186-187]. La legalizzazione di Solidarność e la sostituzione di Gierek con Stanisław Kania furono visti con favore da Berlinguer, che espresse al nuovo segretario del Pzpr «vivi auguri affinché la Polonia superi positivamente la difficile situazione che sta attraversando e sviluppi le sue conquiste socialiste attraverso una espansione della vita democratica» [Rubbi 1994, 202]. Il Pci aveva in particolare accolto «con soddisfazione» l’accordo concluso a Danzica fra Solidarność e il governo polacco, affermando che Il riconoscimento del diritto di sciopero, dei sindacati autogestiti con libere elezioni e dei diritti di informazione rappresenta un successo delle lotte di massa, un risultato della responsabilità delle parti, una prova della necessità, in ogni momento della vita sociale, da Est ad Ovest, delle trattative, della rinuncia all’intolleranza, del rinnovamento dei rapporti economici e politici [Rubbi 1994, 199]. 176 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Di fronte all’avversione sovietica per lo sviluppo degli eventi polacchi e nel timore di un’invasione che potesse ripetere i fatti del 1956 e del 1968, la direzione del Pci approvò il 20 novembre una nota riservata diretta ai partiti comunisti del Patto di Varsavia in cui sostenne la necessità di un nuovo corso riformatore in Polonia e condannò preventivamente sia «una politica “di forza”» imposta al governo polacco dall’Urss, sia «un intervento esterno»: I comunisti italiani non potrebbero capire e considerare tollerabile una qualsiasi interferenza che rendesse difficili le soluzioni che i polacchi, seguendo la propria via, cercano di trovare. Il PCI si opporrebbe con chiarezza e con ferma volontà a qualsiasi intervento esterno le cui conseguenze sarebbero catastrofiche. I comunisti italiani auspicano che tutti operino per contribuire ad una soluzione dei problemi polacchi che corrisponda alla volontà della sua classe operaia e del suo popolo, agli interessi della pace, della democrazia, e del socialismo e che escluda ogni azione di forza [FIG, 18]. Il Pci continuò tuttavia a guardare ai fatti polacchi secondo un metro non più attuale, rifacendosi ancora al modello del 1968, quando il partito comunista cecoslovacco era stato capace, per mezzo di Dubček, di farsi promotore di una politica riformatrice. In Polonia, invece, era Solidarność ad avere assunto la guida del processo riformatore, mentre il governo di Kania sembrava incapace di una sua azione autonoma, oscillante fra l’idea di limitate concessioni al sindacato di Wałesa e il timore di una propria graduale delegittimazione o di un intervento sovietico. Il disorientamento dei comunisti italiani in proposito era stato testimoniato chiaramente da Pajetta che, nella riunione di direzione del 20 novembre, ricordando che nel 1968 il Pci si era schierato con Dubček, si chiedeva chi si dovesse appoggiare in Polonia fra Wałesa e Kania [Pons 2006, 190-191]. Il 5 dicembre, nel corso di un vertice dei paesi del Patto di Varsavia tenutosi a Mosca, tutti i leader comunisti concordarono con Brežnev sul fatto che la crisi polacca rappresentasse una minaccia per la «comunità socialista» e che fosse necessario salvaguardare il carattere Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 177 «socialista» del regime. Anche l’ungherese Kádár e Ceauşescu, tradizionalmente più moderati, si dissero d’accordo, pur auspicando che i problemi polacchi potessero essere risolti autonomamente da quel partito, senza interventi esterni [Pons 2006, 192-193]. Rubbi, a Varsavia fra il 4 e il 6 dicembre con il compito di spiegare ai dirigenti del Pzpr le recenti prese di posizione del Pci, trovò i polacchi «assai reticenti» e sostanzialmente ostili alla risoluzione del 20 novembre. Il responsabile della sezione esteri Pjatkowski aveva espresso una «netta disapprovazione», in quanto nel documento del Pci i fatti polacchi erano presentati «solo in modo negativo», con «apprezzamenti […] assai parziali e non sorretti da una giusta visione di classe». Rubbi invitava, per parte sua, a risolvere la crisi politicamente, con una collaborazione fra il Pzpr, la Chiesa e Solidarność [FIG, 19]. Riferendo in direzione alcuni giorni dopo, Rubbi parlò di un «tono duro, pregiudiziale» verso le posizioni del Pci, aggiungendo però che i polacchi avevano riconosciuto la crisi in cui versava l’economia del paese e il fatto che Solidarność fosse considerato «una vera espressione del movimento operaio polacco». Al nuovo sindacato si rimproverava tuttavia di non voler farsi carico «dei problemi dell’economia nazionale», di non combattere a sufficienza «gli elementi eversivi» e di farsi strumentalizzare «dalle Centrali Sindacali mondiali» [FIG, 20]. Ma l’atmosfera fra Pci, Pzpr, Pcus e l’intero «campo socialista» era destinata ad avvelenarsi ulteriormente: il 16 dicembre 1980 era stato lo stesso comitato centrale del partito comunista polacco a condannare senza appello la risoluzione del 20 novembre, giudicata «un atto di ingerenza nelle questioni interne del nostro Partito», bollando poi come «unilaterali e errate» le valutazioni contenute nel documento. Il Pzpr, pur riconoscendo di avere commesso degli errori, accusava il Pci di trattare «in un modo inammissibile i rapporti tra i Paesi socialisti fratelli» nel momento in cui la Polonia si trovava «sulla linea dell’urto di classe fra le forze dell’imperialismo e del socialismo» [FIG, 21]. Questo comunicato seguiva di alcuni giorni una durissima presa di posizione del Pcus, che aveva definito la risoluzione del Pci «una ingerenza […] negli affari interni della 178 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Polonia popolare». Per i sovietici, il «senso oggettivo» del documento consisteva «non nel sostenere il socialismo realmente esistente in Polonia, ma nell’esprimere solidarietà alle forze che conducono un attacco contro di esso», le quali «rivolgono adesso una critica globale a tutti i risultati dello sviluppo della Polonia socialista, al regime sociale e statale esistente in questo paese» [FIG, 22]. Anche la tradizionale vicinanza del Pci con i comunisti romeni sul tema dell’autonomia e delle «vie nazionali» era venuta meno, poiché Ceauşescu temeva possibili ricadute dei fatti polacchi sul suo regime. Nel dicembre 1980, incontrando una delegazione italiana guidata da Bufalini, il leader romeno aveva messo in guardia su «circoli che tentano di approfittare di questi avvenimenti per gettare discredito sul socialismo in generale», manifestando sorpresa per come «dei partiti comunisti occidentali hanno commentato gli avvenimenti polacchi». A suo parere, in Polonia non si stava verificando «un processo di sviluppo nuovo del socialismo» ed era un errore appoggiare, come faceva il Pci, la legalizzazione di sindacati indipendenti, poiché questi erano in realtà uno strumento antisocialista controllato da forze esterne e dalla Chiesa cattolica. Ceauşescu negava inoltre, a differenza del Pci, che vi fossero somiglianze fra i fatti cecoslovacchi del 1968 e quelli polacchi, in quanto «la direzione cecoslovacca aveva approvato un programma per uno sviluppo socialista organizzato e consapevole», mentre in Polonia il partito comunista aveva «perso il controllo della situazione». Pur sostenendo che il governo polacco dovesse risolvere autonomamente la crisi, Ceauşescu riteneva «inevitabile» un intervento militare sovietico allo scopo di «impedire il rovesciamento del potere socialista in Polonia» [FIG 23; FIG 24]. Peraltro, sulle questioni internazionali, come l’Afghanistan, il leader romeno continuava a mantenere delle posizioni improntate ad un certo antisovietismo, unitamente ad un ostentato disprezzo per la classe dirigente sovietica, composta da «uomini anziani, malati, sempre più “chiusi” e isolati dalla realtà» [FIG 25]. La nuova crisi polacca del 1981 avrebbe sancito la presa di distanza definitiva del Pci dal modello del “socialismo reale” e quindi interrotto Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 179 il dialogo con i romeni, che comunque si era sostanzialmente esaurito dall’inizio degli anni Settanta. La “normalizzazione” in Polonia iniziò nel febbraio 1981, con la nomina a primo ministro dell’ex ministro della Difesa, generale Jaruzelski, il quale assunse fra il 16 e il 18 ottobre anche la carica di segretario del partito comunista al posto di Kania. L’Urss, che aveva scartato l’idea di una soluzione militare, per le sue imprevedibili conseguenze, impose all’esitante governo polacco un giro di vite autoritario e, nella notte fra il 12 e il 13 dicembre, fu proclamata in Polonia la legge marziale [La Mantia 2006, 295-298]. Il 15 dicembre «l’Unità» condannò con forza la scelta dei dirigenti comunisti polacchi, scrivendo che «il potere assunto dai militari è il risultato e la prova del fallimento di un intero strato dirigente della società polacca organizzato nel POUP» e ricordando che – nella visione del Pci – il socialismo era incompatibile con «stati d’assedio» e «imposizioni autoritarie»8. Il 30 dicembre la direzione del Pci pubblicò una risoluzione in cui, dopo aver ribadito la «convinzione che democrazia e socialismo sono indissolubili», si prendeva atto che la «fase di sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva», individuando nel «superamento» della logica dei blocchi la condizione per un cambiamento democratico nell’Europa orientale9. Questa ennesima presa di distanza dal socialismo di tipo sovietico, definita polemicamente da Cossutta uno «strappo» rispetto alla storia del Partito comunista italiano, non implicò tuttavia una rottura con l’Urss, che, pur non costituendo più un «punto di riferimento», rappresentava comunque «un contrappeso alla forza e all’aggressività dell’imperialismo americano»10. Si continuò piuttosto a teorizzare una «terza via», alternativa sia al modello del «socialismo reale» che a quello delle socialde- 8 La riflessione deve andare fino in fondo, «l’Unità», 15 dicembre 1981. Risoluzione della Direzione del Partito comunista italiano, «l’Unità», 30 dicembre 1981. 9 10 Conclusioni di Berlinguer al CC, «l’Unità», 15 gennaio 1982. 180 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica mocrazie, accentuando la peculiare collocazione del Pci nel panorama internazionale, quale unico rappresentante di un «comunismo riformatore», che aveva l’ambizione di spendere la propria influenza – evidentemente sopravvalutata – per favorire un’evoluzione democratica nell’Urss e nei paesi dell’Est [Gualtieri 2001, 94-96]. L’idea di una riforma del comunismo, sostenuta da Berlinguer attraverso l’eurocomunismo all’estero e il «compromesso storico» come sua applicazione alla politica nazionale, si scontrò quindi con l’impraticabilità di una rottura con l’Urss e il «campo socialista» anche nel momento stesso in cui più forte fu la critica nei confronti di quelle realtà. Alla base di tale stallo ideologico, oltre al motivo identitario, vi fu anche una perdurante fiducia della dirigenza e della base del partito sulla capacità dell’Urss di riformarsi per raggiungere una conciliazione fra comunismo e democrazia. Questa speranza, che sembrò concretizzarsi con l’ascesa al potere di Gorbačëv e l’avvio della perestrojka, si rivelò tuttavia effimera e vide congiunti per l’ultima volta i destini del comunismo italiano e del “socialismo reale”, con la scomparsa di quei regimi e l’autoscioglimento del Pci fra il 1989 e il 1991 [Guerra 2005, 320-338; Telò 1996, 217-233; Lomellini 2010, 215-224]. Fonti AAN, 1: Archiwum Akt Nowych, Varsavia (AAN), Polskiej Ziednoczonej Partii Robotniczej (PZPR), Komitet Centralny (KC), Wydział Zagraniczny (WZ), 237/ XXII-1527, 3-7, Nota dell’ambasciata polacca in Italia, Valutazione delle elezioni amministrative (22.11.64). 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FIG, 19: FIG, APC, SE, mf. 8101, 0092-0121, Nota riservata di Rubbi sui colloqui avuti con dirigenti del POUP (Varsavia, 4-6 dicembre 1980), Roma, 9 dicembre 1980. FIG 20: FIG, APC, Direzione, mf. 8106, 0157-0177, Riunione della direzione dell’11 dicembre 1980. FIG, 21: FIG, APC, SE, mf. 8012, 0106-0107, La segreteria del comitato centrale del Poup alla direzione del Pci («traduzione ufficiosa»), Varsavia, 16 dicembre 1980. FIG, 22: FIG, APC, SE, mf. 8012, 0119-0122, Il comitato centrale del Pcus alla direzione del Pci, 5 dicembre 1980. FIG, 23: FIG, APC, SE, mf. 8102, 0163, Nota riservata di Rubbi per Berlinguer, Pajetta, Bufalini, segreteria, con allegati il verbale dell’incontro con Ceauşescu steso da Mechini e una nota sugli incontri in Romania di Bufalini. FIG, 24: FIG, APC, SE, mf. 8102, 0167-0171, Colloquio con il Presidente Ceaucescu [sic], firmato Rodolfo Mechini, Roma, 6 gennaio 1981. FIG, 25: FIG, APC, SE, mf. 8002, 0092-0101, Nota di A. Minucci sui colloqui col compagno Ceausescu e con altri dirigenti del P.C. Romeno, Roma, 1 febbraio 1980. Stefano Santoro Partito comunista italiano e “socialismo reale”. I casi romeno e polacco 183 Bibliografia Agosti A. 1996, Palmiro Togliatti, Torino: Utet. Agosti A. 1999, Bandiere rosse. Un profilo storico dei comunismi europei, Roma: Editori Riuniti. Berlinguer E. 1969, Costruire una nuova unità internazionalista e compiere un passo in avanti verso il socialismo, conclusioni sulla discussione al primo punto dell’ordine del giorno del XII Congresso del Pci, in XII Congresso del Partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Roma: Editori Riuniti. Bertone F. 1981, L’anomalia polacca. I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, Roma: Editori Riuniti. Biagini, A. e Guida F. 1994, Mezzo secolo di socialismo reale. L’Europa centro-orientale dal secondo conflitto mondiale alla caduta dei regimi comunisti, Torino: Giappichelli. Boffa G. 1990, Storia dell’Unione Sovietica, vol. 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Tonchio R. et al. 1968 (eds.), Il Partito comunista italiano e il movimento operaio internazionale 1956-1968, Roma: Editori Riuniti. Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968 Uno sguardo da Mosca Alessandro Salacone Univ. Roma Tre, Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici The article focuses on the tangle of diplomatic relations, economic agreements and political connections between Moscow and Rome in the decade 1958-1968. For the Italian government, a period marked by important innovations in the relationship with the USSR, with which it won the favour of the Kremlin. A great deal of research has been carried out in the Italian and Soviet archives, especially through the examination of the documents and records of the Central Committee of the PCUS in the Contemporary History State Archive of Moscow (RGANI). Introduzione Le relazioni bilaterali italo-sovietiche nel decennio tra il 1958 e il 1968 si inseriscono nel contesto dei profondi mutamenti che investirono la politica mondiale in seguito alla fine dello stalinismo e all’avvio della distensione. L’antagonismo bipolare, infatti, alla fine degli anni ’50 approdò ad una fase nuova, determinata dalla constatazione che uno scontro termonucleare tra blocchi avrebbe potuto distruggere l’intera civiltà umana. I dirigenti sovietici abbandonarono la dottrina della guerra inevitabile e iniziarono a sostenere la necessità di una “coesistenza pacifica”. In modo 186 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica analogo nel blocco occidentale, benché si dubitasse delle reali intenzioni sovietiche, ci si convinse che fosse indispensabile evitare lo scoppio di un conflitto. La sfida tra i valori del socialismo e della democrazia si giocava ora sulla capacità di attrarre la maggior parte degli stati verso il proprio modello politico ed economico, riuscendo in tal modo a disegnare il futuro delle relazioni internazionali. L’attenzione verso il Terzo Mondo nacque con queste prospettive e generò i momenti di maggior crisi dell’intera guerra fredda [Romero 2009, 125, 140]. L’inizio del miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, intervallato e reso ancora più urgente da gravi crisi internazionali quali la questione di Berlino o la vicenda dei missili a Cuba, si esplicitò con la firma del Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel 1963, che aprì la strada per successivi sviluppi nell’ambito del controllo degli armamenti [Gala 2002]. La nuova fase della situazione internazionale, inoltre, favorì la conclusione dei Trattati di Roma e la nascita della Comunità Economica Europea, un’alleanza economica tra paesi dell’Europa occidentale direttamente confinanti con il blocco socialista che modificò il sistema degli scambi commerciali nel Vecchio continente [Ballini, Varsori 2004]. Tali nuovi scenari influenzarono l’evoluzione politica, economica e sociale in URSS e in Italia, avvicinando Mosca e Roma in maniera impensabile solo pochi anni prima. La recente apertura di fondi archivistici relativi a questo periodo, quali il fondo Fanfani, le carte Moro e il fondo Andreotti in Italia, e di altri fondi in America, Gran Bretagna, Francia, Germania e Federazione Russa ha permesso di affrontare lo studio di questi anni con maggiore obiettività e di tracciare un quadro parzialmente diverso rispetto alle precedenti interpretazioni sul ruolo internazionale dell’Italia nell’intreccio geopolitico. Di particolare rilievo i documenti inediti provenienti dall’Archivio statale russo di storia contemporanea (RGANI), resi disponibili nell’ambito di un progetto di ricerca sul tema: Le relazioni italo-sovietiche dal 1955 al 1970, al quale partecipano l’Università di Napoli-l’Orientale, il dipartimento di Studi storici geografici antropologici dell’Università Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 187 “Roma Tre”, lo RGANI e l’Istituto di storia universale dell’Accademia delle scienze della Federazione Russa. L’esame della documentazione sovietica ha fatto emergere che la diplomazia dell’URSS aveva prestato un’attenzione particolare all’Italia – vista in prospettiva, persino esagerata – poiché riteneva che la penisola potesse giocare un ruolo congeniale alle posizioni di Mosca rompendo il monolitismo dell’Alleanza Atlantica. L’orientamento prevalente nell’ultimo decennio all’interno del dibattito storiografico italiano è quello di indagare sulle importanti innovazioni in politica estera dalla fine degli anni cinquanta, con l’inizio della III legislatura e del processo che avrebbe portato nel 1962 al primo esperimento di governo di centro-sinistra1. Anni in cui si impose una riflessione più ampia sul ruolo internazionale dell’Italia e sulla sua politica estera. Fu il periodo in cui i governi italiani tentarono di accrescere il peso specifico dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, gli anni del “neoatlantismo”, o “dell’altro atlantismo” come è stato recentemente scritto [Martelli 2008]. Benché le interpretazioni sulle cause che portarono a tale cambiamento, e soprattutto sui risultati raggiunti, non siano sempre concordi, è un dato di fatto che l’azione diplomatica dell’Italia, a partire dal 1958, abbia intrapreso un nuovo corso, volto a inserire in modo attivo il paese nel dialogo tra Est e Ovest, e a dare un contributo effettivo al processo di distensione. L’apertura di credito ai paesi d’oltrecortina ne rappresentava uno dei principali aspetti. In breve tempo Roma e Mosca si ritrovarono molto più vicine che in passato. Numerosi studi hanno ormai chiarito che, in Italia, un ruolo chiave nel percorso di avvicinamento fu giocato da Amintore Fanfani, figura di spicco della classe dirigente democristiana, che nel decennio 19581968 assunse per tre volte la Presidenza del Consiglio e per tre volte la responsabilità degli Affari Esteri. In queste due vesti fu uno dei massimi artefici degli orientamenti e della gestione dell’azione internazionale di Sul tema cfr.: Ferraris 1998; Romano 2002; Bagnato 2003; Craveri, Quagliarello 2003; Giovagnoli, Tosi 2003; Romero, Varsori 2005; Mammarella, Cacace 2006; Villani 2007; Martelli 2008; Giovagnoli, Tosi 2010. 1 188 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Roma nel decennio. Teorizzatori, sostenitori e realizzatori della necessità di un’apertura ad Est dell’Italia furono, oltre a Fanfani, altri esponenti della classe dirigente politica e imprenditoriale democristiana, quali Mattei2, Valletta3 e La Pira4. Tra queste figure non mancarono differenze di approccio e di azione sul dossier Unione Sovietica, complicate spesso dalle complesse relazioni personali. Comune però a tutti era la percezione della particolarità del momento storico e dell’opportunità presentata all’Italia da cogliere in fretta. Mattei e Valletta furono mossi prevalentemente dalla necessità di allargare il volume degli scambi delle proprie imprese con i paesi d’oltrecortina. La Pira maturò l’urgenza di aprire l’Italia all’Est all’interno della sua visione messianica del ruolo della penisola nel mondo, nella convinzione che Roma potesse diventare fautrice della “politica dei ponti” tra Occidente e Oriente [Garzaniti, Tonini 2005]. Centrale nel pensiero di Fanfani fu la ricerca di una piena cooperazione tra gli alleati, con l’obiettivo di rendere più operativa ed efficace l’unità occidentale. Per Fanfani – come ha rilevato Giovagnoli – ciascun membro della NATO avrebbe dovuto apportare un contributo creativo all’Alleanza, perché nella nuova fase della Guerra Fredda fronteggiare solo militarmente l’Unione Sovietica non sarebbe stato sufficiente a sconfiggerla: andava invece avviata un’opera capillare di “svuotamento dall’interno” della potenza sovietica, allo scopo di indebolirla e di affermare la superiorità del sistema occidentale. Questo anticomunismo dal carattere propositivo e non distruttivo, diede un peculiare dinamismo all’azione italiana in campo internazionale, e caratterizzò la nuova fase di relazioni tra Roma e Mosca [Giovagnoli 2010, 47]. La classe dirigente sovietica guardò con estrema attenzione all’evoluzione Su Mattei esiste una bibliografia molto vasta. Tra i più recenti: Galli G. 2005; Pozzi D. 2009. 2 3 Su Valletta: Bairati P. 1983; Castronovo V. 2005. 4 Su La Pira e l’URSS: Citterich V. 1986. Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 189 degli eventi politici italiani, anche perché nel quadro complesso e confuso seguito al XX Congresso era divenuta consapevole che solo attraverso la collaborazione con l’Occidente sarebbe stato possibile risollevare l’Unione Sovietica dalle difficili condizioni economiche e sociali in cui versava. Gli anni Sessanta, in effetti, divennero per l’URSS un decennio particolarmente vitale in tutti i settori, probabilmente l’ultimo decennio vitale della sua storia [Graziosi 2008]. Sono gli anni cui Chruščëv aveva promesso che le nuove generazioni sovietiche avrebbero vissuto nel paradiso del comunismo [Zubok 2007, 177]. I principi della coesistenza pacifica, a cui si ispirarono le iniziative del gruppo dirigente sovietico, favorirono il disgelo tra i blocchi. L’attenzione verso Italia, paese di frontiera tra Occidente e blocco sovietico, rientrava in tale strategia. Per riannodare i rapporti con Roma era già stata abbandonata da vari anni la politica di ostracismo all’inserimento dell’Italia nelle organizzazioni internazionali [Bettanin 2009]. Nel decennio preso in esame, invece, fu promossa una politica di rapporti personali che fu curata sia da Chruščëv in persona, sia da altri alti dirigenti sovietici, quali Gromyko e Kosygin. Nel decennio 1958-1968 si evidenziano due momenti, i cui limiti cronologici corrispondono a snodi importanti nella vita politica dei due paesi. Una prima fase copre l’arco temporale della III legislatura in Italia (1958-1963) e, da parte sovietica, l’ultimo quinquennio della dirigenza di Chruščëv (che venne destituito nell’ottobre del 1964). In questo quinquennio tra Italia e Unione Sovietica furono poste le fondamenta delle relazioni bilaterali, sia in campo economico, che in campo politico, culturale e tecnico-scientifico. Una seconda fase, dalla fine del 1964 al 1968, fu caratterizzata in URSS dall’ascesa della leadership brezneviana e in Italia dall’avvio del centro-sinistra organico con i governi Moro, all’interno dei quali Fanfani ricoprì a più riprese il ruolo di ministro degli Esteri. In questa fase si assistette alla stabilizzazione delle relazioni bilaterali nonché una collaborazione, seppure parziale e limitata, nelle principali questioni internazionali. Un periodo di rallentamento delle relazioni bilaterali si ebbe tra la seconda metà 1963 e la fine del 1964, 190 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica non tanto per scelte politiche dirette, quanto per una serie di avvenimenti importanti nella politica italiana, nel governo sovietico e nel quadro internazionale, che posero altre priorità alle due capitali. Nel giro di poco più di un anno, infatti, in Italia si realizzò il progetto di centrosinistra organico, si consumò lo scisma del PSI e morì Palmiro Togliatti, lasciando improvvisamente senza guida il PCI; in URSS fu destituito Chruščëv con metodi che preoccuparono il mondo e si insediò la segreteria di Leonid Brežnev; inoltre uscirono dalla scena dei protagonisti internazionali della distensione quali Kennedy e Giovanni XXIII. La strategia del Cremlino verso l’Italia Tra il 1958 e il 1968 la diplomazia sovietica, eccetto alcune battute di arresto in occasione delle crisi internazionali più acute, seguì una politica piuttosto lineare nei confronti dell’Italia, che non mutò neanche con l’ascesa della leadership brezneviana. Un bilancio degli obiettivi raggiunti e delle modalità di azione fu tracciato in un’informativa segreta dell’ambasciatore di Mosca a Roma Nikita Ryžov al ministro degli Esteri Gromyko nel 1969, che così recita: Negli ultimi anni i rapporti italo-sovietici hanno registrato un significativo miglioramento in tutti i campi. I passi avanti più evidenti sono visibili per ciò che riguarda le relazioni economico-commerciali e quelle tecnico-scientifiche, sviluppatesi sulla base dell’accordo commerciale a lungo termine 1966-1969 […] L’ambasciata ritiene, inoltre, che la specificità italiana è tale, che in assenza di una seria e stabile base economica alla radice delle relazioni sovietico-italiane, le possibilità di realizzare e di sviluppare un’azione politica volta a influenzare la politica italiana a nostro favore saranno molto limitate. Al contrario, una nostra esatta valutazione degli interessi economici dell’Italia – che per tanti versi ne determinano la politica estera – in certe circostanze potrebbe sortire il risultato politico di cui abbiamo bisogno5. 5 Lettera politica dell’ambasciata dell’URSS in Italia al ministro degli Affari Esteri Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 191 Alle considerazioni sulle relazioni bilaterali l’ambasciatore aggiungeva valutazioni più generali sull’utilità di rafforzare i rapporti con Roma per raggiungere fini di politica internazionale congeniali all’URSS. Così continua il documento: Secondo l’ambasciata, il consolidamento e lo sviluppo delle nostre relazioni con l’Italia sono estremamente importanti, anche alla luce di ciò che è avvenuto in Francia in seguito alle dimissioni di De Gaulle. Ci sembra che lo sviluppo delle relazioni sovietico-italiane potrebbe diventare uno dei fattori importanti per la stabilizzazione della situazione europea, stimolerebbe inoltre la crescita dei rapporti dell’URSS con altri paesi dell’Europa Occidentale, e indebolirebbe le posizioni di quelle forze europee che auspicano un peggioramento delle relazioni con l’URSS, il rafforzamento della NATO e l’acutizzazione della situazione in Europa. […] Come è noto, negli ultimi tempi l’Italia, forte del crescente potenziale economico, porta avanti più attivamente nell’arena internazionale i propri interessi nazionali, intraprende evidenti sforzi per accrescere il peso nella politica internazionale e, soprattutto, europea. La circostanza, ci sembra, potrebbe essere sfruttata nell’interesse della politica estera sovietica, tanto più che in Italia sono consapevoli di quanto sia decisivo, per il prestigio internazionale di un paese, il livello delle sue relazioni con l’URSS. L’avvicinamento sovietico-italiano, realizzabile solo sulla base di un serio sviluppo di relazioni economiche stabili tra i due paesi, potrebbe diventare un nuovo fattore a nostro vantaggio nella politica europea e mondiale, e creare posizioni di riserva, in particolare nel caso in cui la Francia cambiasse gli orientamenti della politica estera6. La lettera dell’ambasciatore Ryžov esprime con estrema chiarezza le linee generali e gli obiettivi della politica estera dell’URSS nei confronti dell’Italia nel decennio 1958-1968: il miglioramento dei rapporti con Roma, grazie al consolidamento degli scambi economici, avrebbe contribuito alla stabilizzazione della situazione nel continente europeo e dell’URSS A. A. Gromyko su “Alcune questioni sull’andamento dei rapporti sovieticoitaliani”, agosto 1969, RGANI, F. 5, op. 61, d. 585, ll. 155-166. 6 Ibid. 192 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica avrebbe contrastato la possibile tendenza di altri stati occidentali di inasprire ulteriormente i rapporti tra i due blocchi. Inoltre avrebbe potuto essere una preziosa sponda occidentale nella più vasta azione mondiale dell’URSS. Su questo binario, pur tra ombre e luci, le relazioni bilaterali registrarono un percorso di crescita regolare. I rapporti tra Mosca e Roma non si svilupparono solo per via partitica. La presenza del PCI e i suoi legami con il PCUS furono, come è evidente, determinanti negli orientamenti della politica sovietica verso l’Italia. Sarebbe tuttavia errato considerare che l’interesse di Mosca per il nostro paese derivasse solo dall’esistenza di un grande movimento comunista. Dagli archivi di Mosca emerge l’intenzione dell’URSS di avviare una nuova fase dei rapporti bilaterali che passasse attraverso il canale degli incontri personali con i leader italiani, attraverso la ricerca di punti di contatto su alcune questioni internazionali e attraverso una proficua collaborazione in tutti i settori. Mosca, in sostanza, stando ai documenti sovietici, aveva iniziato a capire che per influenzare le scelte dell’Italia non era sufficiente la pressione sul governo esercitata dall’opposizione del PCI. Tanto più che diventava sempre più evidente che si sarebbe presto realizzata la partecipazione socialista al progetto di centro-sinistra e che essa avrebbe implicato l’esclusione permanente dei comunisti dalla compagine governativa. E i diplomatici sovietici rilevavano sempre più spesso che all’interno del PCI si sollevavano voci a favore di un corso “autonomo” del partito più adeguato agli interessi nazionali. Esemplicative, a riguardo, le reazioni all’interno della dirigenza del PCI dopo il XXII Congresso del PCUS nel 1961, o quelle alla destituzione di Chruščëv nel 19647. Mosca si rendeva conto che i fili del legame tra Cremlino e Botteghe Oscure si stavano allentando, perciò ritenne opportuno allacciare rela- Sulle reazioni della dirigenza del PCI al XXI Congresso cfr. Righi 2007. Sulle reazioni della dirigenza comunista alla notizia delle dimissioni di Chruščëv si vedano i verbali della Direzione del PCI del 15 e del 22 ottobre 1964, in Archivio Storico Fondazione Gramsci, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, busta 28. 7 Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 193 zioni politiche con l’Italia che utilizzassero anche altri percorsi, diversi rispetto a quelli del canale del PCI. In tale contesto si inquadra il tentativo di Mosca di stringere rapporti diretti con alcuni leader della maggioranza e con esponenti del governo, iniziativa che avrebbe inaugurato una stagione di regolari e frequenti incontri. È indicativo, a esempio, che dal 1959 al 1968 si registrò ogni anno almeno una visita di Stato di un esponente del governo italiano in URSS o del governo sovietico in Italia. Alcune furono particolarmente significative per la risonanza che ebbero nei rapporti bilaterali, come quella di Gronchi in URSS nel 1960 − durante la quale fu firmato il primo accordo culturale italo-sovietico8 −, di Fanfani a Mosca nel 1961 o di Gromyko in Italia nel 1966. Dalla fine degli anni cinquanta, dunque, sembra che nella dirigenza del Cremlino abbia prevalso un approccio di politica estera che, nella formulazione delle politiche nei confronti dell’Italia, sacrificò in molti casi gli interessi del PCI alla ragion di stato e, come era avvenuto già in passato, si attenne più a calcoli di Realpolitik che a considerazioni di natura ideologica. L’URSS e i partiti nell’Italia del centro-sinistra La leadership sovietica fu sin dall’inizio assai scettica sul progetto di centro-sinistra: con l’ingresso del PSI al governo si sarebbe rotta in modo definitivo l’unità della classe operaia, per non parlare del timore di un rigido allineamento della politica estera italiana a quella degli USA, che avevano chiesto “prove di fedeltà” ai socialisti, come ha messo in evi8 Durante il viaggio di Gronchi in URSS fu firmato il primo accordo culturale italosovietico, allo scopo di regolamentare per via intergovernativa gli scambi culturali in tutti i settori. L’accordo fu proposto dall’URSS. Inizialmente l’Italia accettò perché vedeva in esso la possibilità di limitare l’azione delle organizzazioni culturali legate al PCI, (prima fra tutti l’associazione Italia-Urss), in realtà la stesura finale dell’accordo lasciò ampio margine di manovra anche alle associazioni non statali. Cfr. Bagnato B. 2003, 197 e ss.; Salacone A. 2011, 113-123. 194 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica denza Nuti [1999]. Ma in fin dei conti non poté far nulla di concreto per ostacolarlo. Per questo, tessere legami di fiducia con i leader democristiani avrebbe permesso di bilanciare il paventato contributo del PSI agli orientamenti del governo. Se Nenni appariva a Mosca inaffidabile, di Fanfani si aveva fiducia. Le fonti sovietiche rilevano che nel decennio 1958-1968 vi fu in più di uno scenario internazionale una certa vicinanza di vedute tra Roma e Mosca. La politica neoatlantica dei governi italiani e l’approccio di una parte della dirigenza democristiana a determinate questioni aperte suscitarono l’interesse della diplomazia del Cremlino. Le posizioni di esponenti della maggioranza, in particolare di Fanfani, erano apprezzate presso il governo sovietico [Gromyko 1989, 212-216]. E anche quando il timone dei governi di centro-sinistra passò nelle mani di Moro, il politico toscano continuò a essere il canale privilegiato delle relazioni con l’URSS. È evidente che Chruščëv cercava in Occidente potenze le cui posizioni fossero vicine a quelle dell’Unione Sovietica su temi quali la pace, la distensione o il disarmo. L’orientamento di Fanfani, influenzato e sorretto dal magistero di Giovanni XXIII, si prestava all’obiettivo di avvicinare Roma e Mosca. Fanfani, insomma, era per la diplomazia sovietica un interlocutore prezioso, potenziale tramite con l’Amministrazione americana, il Vaticano, i gruppi industriali italiani, e anche una fonte di informazione sulla situazione interna italiana complementare, se non alternativa, a quella del PCI [Bettanin 2009]. Nell’analisi dell’avvicinamento sovietico a Fanfani emerge però un’incomprensione di fondo che condizionò le valutazioni della diplomazia moscovita. Secondo i sovietici il politico aretino avrebbe avuto una propensione al neutralismo, in alcuni momenti persino tale da mettere in discussione la collocazione internazionale dell’Italia. Dalla politica estera di Fanfani, ora confermata dalle carte personali, emerge invece come egli fosse un fermo sostenitore della scelta atlantica dell’Italia, e che mai ne avrebbe modificato i pilastri della collocazione internazionale. Il dialogo, e non lo scontro diretto, era per Fanfani lo strumento più appro- Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 195 priato per vincere la competizione con il blocco socialista. Per vie molto più contorte si svilupparono le relazioni tra Mosca e il Partito socialista italiano in questo decennio. I rapporti del Cremlino con il PSI furono tesi sin dallo strappo di Nenni con l’URSS dopo i fatti d’Ungheria del ’56. Uno dei motivi della contrarietà sovietica circa il progetto di centro-sinistra risiede proprio nella valutazione dell’operato socialista, considerato un vero e proprio tradimento dei legami che avevano unito il PSI al PCUS. Dalla documentazione sovietica risulta un’ostilità viscerale verso Nenni, accusato di voler “socialdemocratizzare” il PSI a discapito dei tradizionali valori del socialismo italiano. Tuttavia, benché il Cremlino provasse a muovere dall’interno l’opposizione alla maggioranza nenniana tramite l’ala di Vecchietti – cui arrivarono negli anni ingenti finanziamenti [Riva 1999] – il governo sovietico non riuscì a elaborare una scelta definitiva sull’opportunità di favorire una scissione del partito socialista ovvero di tentare di scongiurarla. Mosca, infatti, rimproverava al gruppo di Vecchietti una mancanza di concretezza politica che con buona probabilità avrebbe impedito di creare una reale alternativa al PSI. Peraltro molte posizioni della corrente di sinistra erano in conflitto con i piani d’azione del PCI, a sua volta seriamente preoccupato dell’ipotesi di scissione. Nel resoconto dell’ambasciata sovietica a Roma sul XXXV Congresso socialista, che avrebbe accelerato la scissione del PSI, si legge: I socialisti di sinistra si sono limitati solo ad appelli generici a sostituire il corso autonomistico con un “nuovo corso”, basato sulla ripresa della lotta di classe, un corso che respinge qualsiasi forma di collaborazione con la DC, che punta sul cambiamento radicale degli alleati e sull’antiatlantismo. […] Questa linea non ha favorito il successo della corrente di sinistra, tanto più che il PCI, come è noto, ha un’altra posizione: ritiene che non convenga uno scontro frontale con il governo di centro-sinistra e che sia meglio criticarlo, appoggiando allo stesso tempo quegli aspetti che possono favorire gli interessi specifici dei lavoratori. […] Le posizioni della corrente di sinistra sono indebolite non solo dalla lotta accanita che hanno scagliato gli autonomisti, ma anche dalla mancanza di una unità piena tra i leader della corrente (Vecchietti, Valori e Gatto, da una 196 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica parte, e Basso dall’altra). Un grave danno alla corrente è inflitto dalle tendenze di estrema sinistra, che ne segnano tutto il corso politico. È noto che una parte degli esponenti più in vista della corrente abbraccia posizioni sinistroidi e anarco-sindacaliste. […] Il tentativo di criticare i comunisti da sinistra porta alcuni membri della corrente ad affermazioni di chiaro stampo anticomunista. Diversamente da come è stato spesso sostenuto9, dalle carte sovietiche emerge che Mosca non avviò né approvò l’iniziativa di fondare il nuovo partito del PSIUP. Alla vigilia del convegno nazionale della sinistra socialista, convocato dal 10 al 12 gennaio 1964, Lucio Luzzatto fu inviato a Mosca per annunciare ufficialmente la nascita del nuovo partito e per verificarne la dovuta copertura finanziaria. Fu ricevuto da Suslov, responsabile della politica ideologica del PCUS. Ciò dimostra quanto il Cremlino valutasse importante la vicenda, perché non era consuetudine che una personalità del calibro di Suslov incontrasse un esponente di un partito estero. In un appunto scritto dall’esponente sovietico per il comitato centrale si legge che egli non consigliò «in modo diretto a Luzzatto di evitare la scissione e di restare nel partito a qualsiasi condizione», ma, preso atto della decisione irremovibile della sinistra socialista, richiamò l’attenzione di Luzzatto «sulle conseguenze negative della separazione e sulla convenienza di utilizzare tutte le possibilità […] per giungere a un compromesso». Sebbene a Mosca fosse noto che la responsabilità politica della scissione sarebbe ricaduta esclusivamente su Nenni, Suslov esternò a Luzzatto l’augurio che nelle difficili condizioni createsi, i compagni della sinistra del PSI non si lasciassero sfuggire nessuna possibilità, nemmeno la più piccola, di preservare l’unità del partito e il lavoro della sinistra in esso, considerando che nel PSI c’erano elementi ostili alla scissione, consapevoli che in Italia la maggioranza dei socialisti e le masse dei lavoratori erano a Per esempio, Riva ha parlato della scissione del PSIUP come di un’operazione direttamente avviata da Mosca per destabilizzare Nenni (cfr. Riva 1999, 297-304). Colarizzi ha scritto che dietro le quinte, Mosca appoggiava con tutti i mezzi gli scissionisti del PSIUP: Colarizzi 2007, 81. 9 Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 197 favore dell’unità del movimento operaio e contrari alla frantumazione delle proprie forze10. Tale reazione scaturiva dal fatto che il Cremlino, al contrario di quanto è stato spesso scritto, vedeva nella scissione socialista un vero e proprio successo della strategia del centro-sinistra e quindi una sconfitta della sinistra in Italia. Per quanto riguarda i legami tra URSS e PCI, come è stato accennato in precedenza, nel decennio 1958-1968 si osservarono cambiamenti importanti. Sarebbe improprio parlare di “svolta” o di “brusco strappo” del PCI con Mosca, ma gli osservatori sovietici dai primi anni sessanta iniziarono a intravedere quegli elementi di distanza che si sarebbero palesati dopo la morte di Togliatti e con le scelte operate dal PCI nel decennio successivo [Pons 2006]. Significativi, in tal senso, furono l’acceso dibattito all’interno del Comitato centrale del PCI suscitato dagli esiti del XXII Congresso del PCUS nel 1961, durante il quale Amendola dichiarò che «bisogna[va] sbarazzarsi di questa finzione dell’unanimità [tra i partiti comunisti] che ostacola[va] lo sviluppo della democrazia, la circolazione delle idee e la vivacità del dibattito» [Righi 2007, 107-120], nonché la dura requisitoria dei dirigenti del PCUS Podgornij, Suslov e Ponomarëv contro il Memoriale di Yalta e le posizioni assunte dalla nuova dirigenza del PCI dopo la morte di Togliatti, nel corso di un colloquio con Berlinguer, Bufalini e Sereni nell’ottobre del 1964. In tale occasione, i dirigenti sovietici, tra le altre cose, contrastarono la proposta di Togliatti di «unità nella differenza» all’interno del movimento comunista internazionale e definirono inaccettabile il concetto di autonomia del partito11. Cfr. memorandum di Suslov per il CC del PCUS sul colloquio con Lucio Luzzatto, 8/1/1964, in RGANI, F. 81, op. 1, d. 308, ll. 64-65. 10 11 Cfr. materiali preparatori al colloquio con la delegazione con il PCI (Berlinguer, Bufalini, Sereni), rigorosamente segreto, 30-31 ottobre 1964, in RGANI, F. 81, op. 1, d. 308, ll. 166-180. Si veda anche il resoconto riportato dai membri della delegazione del PCI, cfr. Verbale della Direzione del 6 novembre 1964 su “Relazione della delegazione a Mosca”, in ASFG, Archivio PCI, Fondo Direzione 1964, Bobina 28, 915-936. 198 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Commentando la situazione dei comunisti italiani dopo la scomparsa di Togliatti, l’ambasciatore Kozyrev scrisse: Nella seconda metà del 1964, in particolare dopo la pubblicazione del Memoriale di Togliatti – documento contenente le tesi per il confronto con i compagni sovietici e non per la pubblicazione sulla stampa – nel partito si è rafforzata la tendenza a sottolineare l’accentuazione della “autonomia” del PCI, e in una serie di casi “l’approccio critico” ai problemi e ai fenomeni della realtà russa12. Dal 1964, quindi, il contesto che si stava delineando nel rapporto tra PCI e PCUS, per usare le parole di Bufalini, era quello di due partiti che, pur parlandosi, non riuscivano più a comprendersi fino in fondo, come accade tra due persone che parlano lingue differenti13. In tale quadro di affievolimento dei legami del PCI con Mosca si comprendono i tentativi del Cremlino di diversificare sempre di più gli interlocutori rispetto al partito comunista. La realtà politica italiana, insomma, restò sostanzialmente inintelligibile per la dirigenza sovietica, che non seppe orientare la politica dei partiti di sinistra in direzione a lei favorevole e mal interpretò le aperture di alcuni dirigenti democristiani come segno di una possibile virata neutralista dell’Italia. La crescita dei rapporti con alcuni rappresentanti della maggioranza politica italiana, come Amintore Fanfani, fornirono tuttavia la garanzia politica per l’intensificarsi delle relazioni economiche. Rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1964, rigorosamente segreto, stilato da Kozyrev, 8/2/1965, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 560, ll. 1-75. La citazione riguarda il par. II “Situazione politica italiana”, ll. 25-26. 12 13 Cfr. resoconto segreto dei colloqui del primo segretario d’ambasciata, O. Ivanickij, durante il ricevimento in ambasciata in occasione del 47° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, 6/11/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 559, ll. 237-239. Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 199 Gli scambi commerciali Le ricerche di Bruna Bagnato e della studiosa moscovita Irina Chormač hanno dimostrato nel dettaglio come i rapporti commerciali siano stati determinanti per sbloccare le stagnanti relazioni italo-sovietiche nel dopoguerra [Chormač 2005]. Nel corso degli anni cinquanta erano stati i partiti della maggioranza parlamentare italiana a frapporre i maggiori ostacoli allo sviluppo degli scambi commerciali. Molte erano state infatti le preoccupazioni per un aumento dell’influenza sovietica in Italia, con una ripercussione diretta sugli equilibri politici del paese, nonché per le reazioni in ambito atlantico che l’aumento degli scambi avrebbe potuto suscitare. Problemi che non si pose il mondo dell’imprenditoria italiana, che aveva seguito con attenzione gli sviluppi della situazione internazionale e, alla fine degli anni Cinquanta, intravide ampi margini di azione per allargare gli scambi nel clima di distensione. La svolta ufficiale delle relazioni economiche si ebbe con la firma nel dicembre 1957 di importanti protocolli commerciali a lungo termine tra i due governi, seguita nel 1958 dalla visita in URSS del ministro per il Commercio Estero Del Bo, primo ministro italiano a recarsi a Mosca dal dopoguerra14. Il progressivo incremento degli scambi fu considerato dalla leadership sovietica frutto della strategia di diversificazione degli interlocutori politici e di avvicinamento alla leadership democristiana avviata dal Cremlino alla fine del decennio. L’intreccio delle relazioni tra il mondo imprenditoriale italiano e la dirigenza del Cremlino favorì – e in più di un’occasione creò le premesse – per l’avvicinamento tra le due capitali. Basti pensare al lungo colloquio tra il presidente del Consiglio Fanfani e l’ambasciatore Kozyrev nel maggio 1961, organizzato dal presidente della Snia Viscosa Marinotti (e ospitato nella sua casa), nel quale il politico aretino spiegò al diplomatico di Mosca le prospettive del centro- La visita di Del Bo in URSS fu anche l’occasione per chiudere la questione dei prigionieri di guerra, che era ancora irrisolta ed aveva ostacolato tutte le trattative politico-commerciali degli anni precedenti. 14 200 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica sinistra e chiese esplicitamente al Cremlino di appoggiarlo nell’interesse dello sviluppo delle relazioni italo-sovietiche15. O al lungo colloquio tra il presidente delle FIAT Valletta e Chruščëv nel giugno del 1962, nel quale l’industriale italiano si propose non solo come punto di contatto tra la dirigenza sovietica e governo italiano, ma assicurò anche l’interlocutore di poter esercitare la sua influenza sul presidente Kennedy, a favore dell’avvicinamento tra USA e URSS16. Il mercato dell’Unione Sovietica si presentò al mondo imprenditoriale italiano ricco di opportunità di espansione, dovute all’ampiezza del territorio e della domanda di beni da parte della popolazione. L’apertura del commercio con l’URSS sembrava quindi lo sbocco più logico per l’economia italiana, che proprio negli anni sessanta si andava rafforzando e necessitava di nuovi mercati su cui piazzare le proprie merci e di fonti di approvvigionamento di materie prime. Tra il 1960 e il 1963 le esportazioni dell’URSS in Italia passarono da 92 a 127 milioni di rubli, quelle dell’Italia in URSS da 81 a 12117. Per quanto riguarda le risorse energetiche, le forniture sovietiche rispondevano alle urgenze tecnologiche e commerciali della penisola. Al primo posto delle importazioni vi furono sempre quelle di petrolio e di prodotti petroliferi, seguite da quelle di metalli ferrosi, legno e carbone. La collaborazione commerciale con l’Italia era vantaggiosa anche per il Cremlino, poiché dal nostro paese l’URSS poteva importare le moderne tecnologie di cui era carente il suo sistema di produzione. Nel 1962 un resoconto sulla visita agli stabilimenti italiani stilato da Kosygin e dai re Cfr. appunto sul colloquio tra l’ambasciatore dell’URSS in Italia, S. P. Kozyrev e il primo ministro italiano, A. Fanfani, segreto, 28/5/1961, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 299, ll. 80-87. 15 Memorandum del colloquio di N.S. Chruščëv con il presidente della ditta italiana FIAT V. Valletta, 13 giugno 1962, RGANI, F. 52, op. 1, d. 568, ll. 98-110. Il colloquio tra Valletta e Chruščëv è riportato in F. Castronovo 2005. 16 17 Cfr. rapporto politico dell’ambasciata dell’URSS in Italia per l’anno 1963, rigorosamente segreto, 19/2/1964, in RGANI, F. 5, op. 50, d. 468, ll. 1-192. I dati sono citati nella IV parte, dedicata alle relazioni italo-sovietiche. Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 201 sponsabili per l’industria chimica e la pianificazione dell’URSS recitava: Attualmente l’Italia è un paese con un alto potenziale industriale ed occupa uno dei primo posti al mondo per il livello di sviluppo tecnico nella maggior parte dei settori produttivi. [...] Consideriamo necessario notare che la futura crescita delle relazioni commerciali con l’Italia risulterà essere per noi una buona possibilità per sviluppare i legami tecnico-scientifici, ed ottenere informazioni tecnico-scientifiche. [...] Attualmente l’industria italiana possiede una serie di manifatture che da noi non hanno raggiunto ancora il necessario sviluppo e pertanto il loro studio e la loro acquisizione rappresenta un grande interesse per la nostra industria18. Negli anni la struttura delle importazioni sovietiche fu sempre più sbilanciata verso il settore delle macchine e delle strumentazioni. Tra il 1962 e il 1963, per esempio, le importazioni di macchinari dall’Italia passarono dal 33,8% al 59,1% di tutto l’import19. Inoltre la dipendenza dell’Italia dal mercato sovietico, nelle valutazioni della dirigenza dell’URSS, aumentava le probabilità del Cremlino di influire sulle scelte politiche del governo. In questi anni, insomma, si creò un legame a filo doppio tra le due economie, agevolato dalla relativa facilità con cui l’Italia accettò di erogare crediti a lungo termine all’URSS, in alcuni casi persino aggirando gli obblighi del MEC. Nel 1963, peraltro, Roma accettò per la prima volta di firmare un accordo di collaborazione economica a lungo termine della durata di sette anni, che la diplomazia sovietica considerò di portata storica per la sua ricaduta sulle relazioni bilaterali20. Tre furono le principali operazioni commerciali avviate nel decennio 1958-1968: l’accordo con l’ENI per l’importazione di petrolio dall’URSS firmato nel 1960 (che fu rinnovato negli anni seguenti); quello del 1966 con la FIAT per produrre automobili a Togliattigrad; la realizzazione Cfr. resoconto segreto n. 26281 sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, ll. 49, 51. 18 19 Ibid. 20 Ibid. 202 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica del gasdotto ENI per fornire metano all’Italia dai giacimenti sovietici, le cui trattative furono avviate alla metà degli anni sessanta e si conclusero nel 1969. Accanto a queste, numerosi furono gli accordi commerciali conclusi dalle principali imprese italiane, tra le quali la Montecatini, la Pirelli, la Snia Viscosa, l’Olivetti, la Chatillon. Un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali ebbero i rapporti tra il Cremlino e l’ENI di Mattei. Nella storia dell’ENI, la fine degli anni Cinquanta si distingue per la realizzazione di un sistema integrato di lavorazione dei prodotti petroliferi all’avanguardia nel mondo dal punto di vista tecnologico. Ciò che difettava alla compagnia di stato italiana era un adeguato approvvigionamento di greggio. In questa sede non si intende ricostruire i negoziati che portarono alla firma dei due grandi accordi commerciali, ma si vuole solo rilevare come Mosca considerasse l’ENI un interlocutore privilegiato per spingere l’Italia alla neutralità in politica estera. Un’illusione, certo, che però emerge in più di un documento sovietico del periodo. Il regista principale delle trattative fu Enrico Mattei, molto abile nel lusingare i dirigenti del Cremlino proprio con dichiarazioni che a Mosca suonavano estremamente gradite. Per esempio, in un colloquio con il primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS Kosygin in Italia, nel giugno del 1962, egli disse che la crescita degli scambi tra Italia e URSS avrebbe facilitato il passaggio alla neutralità dell’Italia in politica estera, che l’ENI perseguiva da tempo, e fece intendere che anche Fanfani la pensava allo stesso modo. Nella circostanza, si legge nel resoconto sovietico del colloquio, l’ENI si era impegnata con Mosca a lavorare attivamente con gli alti dirigenti del ministero degli Esteri che ancora temevano le reazioni di Washington21. Alla fine del soggiorno in Italia, Kosygin annotò: Mattei ha detto che attualmente l’ENI si è posta l’obiettivo di intraprendere un grande lavoro per indebolire le posizioni delle grandi compagnie 21 Cfr. resoconto segreto del colloquio tra il primo vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, compagno A. N. Kosygin, e il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, 31/5/1960, in AVP RF, F. 098, op. 43, p. 60, d. 12, ll. 37-42. Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 203 del cartello petrolifero internazionale (Standard Oil, British Petroleum, Shell) in Europa occidentale e in Africa, spingendo fuori il petrolio americano dai mercati dell’Africa e dell’Europa occidentale, così come si è riuscito a fare in buona parte nel mercato italiano22. I successi dell’ENI furono possibili grazie alla fama che l’ente italiano si era guadagnata negli anni in URSS. Al ministero del Commercio Estero dell’Unione Sovietica il giudizio era univoco. Per questo, la Sojuznefteeksport, l’ente sovietico per l’esportazione di petrolio, si impegnò a non vendere greggio in Italia ad altri acquirenti nel periodo 1961-196623. Garante dell’accordo, secondo un testimonianza resa da Eugenio Cefis a Bagnato, fu in ultima istanza il partito comunista italiano, nella figura di Giancarlo Pajetta. Secondo il dirigente dell’ENI, in quei mesi vi fu una frenetica attività svolta da Pajetta a Mosca, come trait d’union e garante politico dell’accordo [Bagnato 2003, 336]. La documentazione per ora disponibile negli archivi sovietici non permette di confermare questa versione dei fatti. Le parole di Cefis, tuttavia, lasciano pensare che l’accordo fu approvato definitivamente dal Cremlino solo dopo l’avallo del PCI. La morte di Mattei, occorsa in tragiche circostanze il 27 ottobre del 1962 sembrò in un primo momento privare l’Unione Sovietica di uno dei maggiori sostenitori dell’avvicinamento tra Italia e URSS. Le rassicurazioni della nuova dirigenza dell’ENI, e i vari protocolli di intesa che poi portarono alla firma dell’accordo per il gas nel 1969, confermarono invece che l’ente petrolifero non si sarebbe discostato dagli orientamenti di Mattei, pur ridimensionandone l’estrema creatività e la dinamica spregiudicatezza. Le operazioni dell’ENI in URSS non sarebbero state realizzabili senza l’appoggio politico da parte della dirigenza democristiana e quello Cfr. resoconto segreto sulla permanenza in Italia stilato da Kosygin, Fedorov e Strokin per il CC del PCUS, in RGANI, F. 3, op. 16, d. 117, l. 47. 22 Cfr. lettera del presidente della Sojuznefteeksport all’ENI, 20/4/1960, in Archivio Storico ENI, (di seguito ASENI), Coll. H.IV.3, udc 30, nua 6AD. 23 204 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica di mediazione del PCI. Nel 1960, dopo che l’ENI firmò l’accordo per l’esportazione in Italia di 12 milioni di tonnellate di greggio sovietico nel periodo 1960-1965, fu evidente che il governo italiano appoggiava in pieno l’iniziativa e la difendeva con fermezza. In seguito alle reazioni di molti paesi del blocco occidentale che avevano accusato l’ENI di non aver calcolato le implicazioni politiche dell’operazione, Fanfani scrisse al segretario dell’ONU: Il Governo non può accettare che si discuta in seno alla NATO degli scambi tra Est ed Ovest limitatamente ad un solo prodotto, sia pure il petrolio. [...] è noto al Governo italiano e all’opinione pubblica italiana, che i singolo paesi NATO hanno liberamente trafficato con l’Est anche in settori (navi petrolifere) di cui sino a tutto il 1960 l’Italia si è ben guardata dall’occuparsi. Per quanto riguarda la questione del petrolio [...] l’Italia fa presente sin da ora la modestia dei suoi acquisti [...] e fa presente infine che essa non ha attinto al petrolio sovietico in quanto sovietico, ma perché a più buon mercato; [...] Il caso particolare del petrolio deve essere affrontato in tutti i suoi aspetti [...] in modo che realmente non si colga l’occasione per indebolire l’economia italiana e rafforzare quella di altri paesi sotto il pretesto di danneggiare l’economia sovietica24. Circa l’accordo sul gas del 1969, invece, da quanto attestano i documenti sovietici, la conclusione delle trattative fu possibile solo grazie alla mediazione del PCI. Armando Cossutta si occupò della questione nell’inverno del 1966-1967 assicurando al partito ingenti finanziamenti nei dieci anni seguenti a titolo di compenso per la mediazione25. Cfr. appunto dell’on. Fanfani per il segretario generale della NATO, 20/10/1961, in ASENI, Coll. AZ.I.1, udc 002, nua 7DA. 24 Cfr. informativa segreta dell’ambasciata della Cecoslovacchia sul colloquio tra i compagni M. Vazlika e O. Kadeki con il membro della dirigenza del PCI, compagno O. Cossutta, 28/2/1967, in RGANI, F. 5, op. 59, d. 356, ll. 26-30. 25 Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 205 Una strategia vincente? La strategia sovietica verso Roma raggiunse molti dei suoi obiettivi, ma non quello principale: il neutralismo della penisola in politica estera. Tra Italia e URSS nel decennio 1958-1968 si instaurarono relazioni così soddisfacenti da suscitare in determinati momenti viva apprensione da parte dei partner atlantici. Il mondo economico italiano, e in alcuni momenti anche quello politico, riuscì a trasmettere a Mosca, con tratti più o meno autentici, l’impressione che si stesse facendo di tutto per svincolare la politica estera della penisola da quella atlantica, alla ricerca di posizioni originali nelle questioni internazionali. Da parte sua Mosca sfruttò il desiderio italiano di godere di maggior prestigio sulla scena mondiale per blandire i dirigenti e dare loro, almeno in apparenza, un peso che in realtà non avevano. Su alcune questioni, tuttavia, ci fu per davvero una vicinanza di punti di vista. A Mosca si apprezzò molto che il governo italiano nel corso delle grandi crisi bipolari (Berlino, Cuba, Vietnam) e nelle trattative per il disarmo avesse assunto posizioni originali non appiattite acriticamente su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo e di una risoluzione pacifica delle controversie. Durante la crisi di Berlino del 1961 sembrò addirittura che Fanfani fosse stato individuato da Mosca se non come un attendibile portavoce delle istanze sovietiche, quantomeno come il leader occidentale più vicino. Prova ne sono i resoconti sovietici della visita di Fanfani e Segni in Urss, e una lettera che il leader sovietico scrisse al presidente del Consiglio nell’agosto del 1961. Scrisse Chruščëv: Ho avuto l’impressione che Lei, Signor Presidente, abbia giustamente compreso la posizione del Governo sovietico sulle questioni sopraindicate. […] Io apprezzo moltissimo, Signor Presidente, i suoi sforzi diretti a raggiungere questo scopo. Quanto avete fatto al ritorno da Mosca è molto importante ed utile. Vorrei esprimerle la mia sincera riconoscenza e considerazione per l’energia con la quale Lei continua la propria attività mirante a ricercare vie di assestamento pacifico dei più scottanti 206 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica problemi attuali26. Sul versante italiano si può dire che il “fattore URSS” fu senz’altro uno dei temi più caldi del dibattito politico dell’epoca. Fanfani fu l’artefice della politica estera più ambiziosa del centro-sinistra. Ai suoi occhi la distensione avrebbe rappresentato per l’Italia l’occasione di svolgere un ruolo internazionale visibile, fuori dall’ombra delle superpotenze, di essere una cerniera tra Est e Ovest. La fine della parabola del centrosinistra coincise anche con la fine del suo ruolo come attore principale della politica italiana, e in particolare di quella estera. Il decennio 1958-1968 fu il periodo in cui si gettarono le basi delle relazioni italo-sovietiche, durante il quale emersero intuizioni che avrebbero caratterizzato i rapporti bilaterali nei decenni successivi. Con la fine del centro-sinistra, il consolidarsi della distensione e l’affermarsi del dialogo diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni settanta, l’ambizione dell’Italia a essere un ponte tra Est e Ovest si ridusse gradualmente. Gli elementi di carattere nazionale e internazionale che distinsero e seguirono il 1968 modificarono i rapporti tra Italia e Unione Sovietica, che continuarono a svilupparsi negli anni seguenti su una base di continuità delle relazioni, soprattutto nel settore commerciale. Ma alle politiche delle due capitali si imposero altre priorità che ne cambiarono e raffreddarono il rapporto. Cfr. testo della lettera di Chruščëv, datata 22/8/1961, e recapitata a Fanfani da Kozyrev il 24/8/1961, in ASSR, Fondo Fanfani, sez. 1, serie 1, b. 11, fasc. 10, sottofascicolo 6, 4-9. Parte della lettera è citata in E. Martelli, L’altro atlantismo, cit., 310. 26 Alessandro Salacone Le relazioni italo-sovietiche nel decennio 1958-1968. Uno sguardo da Mosca 207 Bibliografia Bagnato B. 2003, Prove di Ostpolitik. Politica ed economia nella strategia italiana verso l’Unione Sovietica, 1958-1963, Firenze: Leo S. Olschki. Bairati P. 1983, Valletta, Torino: UTET. Ballini P.L., Varsori A. (eds.) 2004, L’Italia e l’Europa. 1947-1979, 2 voll., Soveria Mannelli: Rubbettino. Bettanin F. 2009, Le relazioni fra Italia e Urss nella prima fase della distensione, «Mondo Contemporaneo», 2: 113-154. Castronovo V. 2005, FIAT. Una storia del capitalismo italiano, Milano: Rizzoli Chormač I. 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Villani A. 2007, L’Italia e l’ONU negli anni della coesistenza competitiva (1955-1968), Padova: Cedam. Zubok V.M. 2007, A failed empire: the Soviet Union in the Cold War from Stalin to Gorbachev, Chapel Hill: The University of North Carolina Press. I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda Convergenze parallele? Stefano bottoni Hungarian Academy of Science, Research Center for the Humanities, Institute of History This article deals with the informal side of the economic relation network established during the Cold War between Italy and Hungary, through an analysis of the cooperation between the Hungarian import-export company Terimpex, which played a key role in the Hungarian socialst economy, holding the monopoly on life-stock and cannon fodder, and his Italian counterpart, the trading society Soresco, controlled by the Italian Communist Party with the tacit approval of the Italian authorities. Una ricerca sulle “zone grigie” dei rapporti est-ovest: sul metodo e le fonti1 Fra le molte angolature dalle quali è possibile esaminare la rete di rapporti intercorsi fra l’Italia e i paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria, quella economica e finanziaria resta una delle meno esplorate. Da parte italiana gli ostacoli principali alla ricerca sul campo, oltre all’inaccessi- 1 Le immagini originali dei documenti sono disponibili nella versione digitale dell’articolo: Bottoni S. 2013, I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda Convergenze parallele?, «Storicamente», 9, DOI 10.1473/stor432. 210 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica bilità delle fonti primarie, sono riconducibili alla ritrosia degli storici di professione a occuparsi di un tema suscettibile di un vasto e incontrollato uso pubblico, focalizzato peraltro su un singolo punto della vicenda, ovvero i finanziamenti illeciti percepiti in Italia, attraverso gli interscambi commerciali con l’est europeo, da certe forze politiche e sociali. Il campo resta dunque occupato da giornalisti e analisti i cui volumi, peraltro ricchi di informazioni e spunti, conservano un taglio pubblicistico [Averardi 2000; Riva 2002; Selvatici 2010]. Nell’ampia bibliografia dedicata alla storia del Partito Comunista Italiano, l’analisi del fattore economico-finanziario nelle vicende interne del partito continua a occupare un ruolo piuttosto secondario [Cervetti 1993; GozziniMartinelli 1998; Guerra 2005], mentre le nuove ricerche sui rapporti fra il PCI e i partiti comunisti del blocco sovietico tendono a concentrarsi sugli aspetti “politici” di tale sistema di relazioni [Santoro 2007; GarziaMonzali-Bucarelli 2011]. Nel nostro campo spiccano il contributo di Giuseppe Averardi [Averardi 2000, cap. IX] e il più datato libro-denuncia Vodka-Cola [Levinson 1979], un’eccellente radiografia del commercio est-ovest dietro al cui sconosciuto autore si celavano i servizi segreti italiano e statunitense. In Ungheria, sebbene la storiografia contemporaneistica si sia rapidamente emancipata, dopo il 1989, dai vincoli ideologici e abbia acquisito notevole varietà tematica e metodologica, i rapporti est-ovest, e in particolari quelli con l’Italia, restano tuttora maggiormente indagati negli aspetti politico-diplomatici [Somlai 1996, 2007; Pankovits 2005, Andreides 2008a, 2008b; Horváth 2008; Misur 2010], o in quelli legati all’Ostpolitik vaticana e alla politica religiosa del regime kádáriano [Fejérdy 2005, 2011; Bottoni 2009]. Dalle ricerche internazionali in corso emerge tuttavia in modo crescente la rilevanza storica del problema della collaborazione economica e tecnico-scientifica fra paesi appartenenti a blocchi politico-militari contrapposti [Eloranta-Ojala 2005; Germuska 2009; Judt 2008, 2009]. Le principali domande e i nodi interpretativi cui cerco di rispondere in questo contributo riguardano il complesso rapporto tra affinità ideo- Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 211 logica e partnership imprenditoriale negli interscambi commerciali fra l’Italia e l’Europa orientale comunista; l’impatto dei momenti di distensione o crisi politica fra i due blocchi sulle dinamiche dell’interscambio commerciale e, non da ultimo, quali meccanismi di finanziamento illecito della politica furono attivati al fine di agevolare la collaborazione di soggetti operanti in contesti economici diversi: la società di import-export Terimpex e la sua controparte italiana, la società di intermediazione commerciale Soresco di Milano, gestita dal Partito comunista italiano. Dal 1. agosto 1949 – data della sua creazione – al 5 dicembre 1989, quando la riorganizzazione del commercio estero determinò un riassetto societario, Terimpex svolse un ruolo chiave nell’economia ungherese, detenendo il monopolio sulla commercializzazione estera della carne da macello, con importanti risvolti su tutto il settore agro-alimentare e della zootecnia [Lányi 1983, 1986]. Data la struttura produttiva dell’Ungheria socialista, in cui rami tradizionali come l’allevamento e l’industria di trasformazione alimentare conservarono un’importanza assoluta, questo colosso divenne presto il maggiore esportatore ungherese verso i mercati non socialisti, arrivando negli anni settanta a fatturare da solo il 15% di tutto l’export ungherese. Negli anni del Nuovo meccanismo economico, introdotto nel 1968 per dinamizzare il sistema pianificato e agevolare gli scambi commerciali con l’occidente, Terimpex guadagnò un’ampia autonomia manageriale e si conquistò sulla stampa ungherese l’appellativo di principale «fabbrica di valuta pesante»2 del paese. Non si trattava di un’iperbole propagandistica. Nel 1969 Terimpex contribuiva con oltre 200 milioni di dollari alle riserve valutarie del paese, mentre all’inizio degli anni ottanta il valore delle sue esportazioni rivolte verso l’area del dollaro si avvicinava al miliardo di dollari. Ciò rendeva il trust zootecnico e agroalimentare un vanto, ma anche fonte di preoccupazione per la classe dirigente ungherese durante il regime di János Kádár. L’interscambio di Terimpex era infatti particolarmente significativo, oltre 2 Szabad Föld, 27 ottobre 1968. 212 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica che con l’Austria, con i due principali obiettivi dell’apparato militare e spionistico ungherese nell’ambito della divisione dei compiti all’interno del Patto di Varsavia: la Germania occidentale e soprattutto l’Italia, che dall’inizio degli anni sessanta alla fine degli anni ottanta costituì il primo partner commerciale dell’Ungheria fra i paesi non socialisti. Nel 1958, Terimpex realizzò da sola il 90% delle esportazioni ungheresi in Italia, per un controvalore di diversi milioni di dollari [Pankovits 80]. Nel 1971, il volume d’affari mosso da Terimpex sul mercato italiano aveva superato i 110 milioni di dollari, quasi la metà dell’interscambio complessivo con l’Italia3, e tale percentuale si mantenne stabile nei due decenni successivi [KSH Külkereskedelmi Statisztikai Évkönyv, 1970-1989]. Le fonti di cui mi sono avvalso per questa ricerca sono molteplici anche se, inevitabilmente, parziali, data la perdurante inaccessibilità dei principali archivi italiani, fatta eccezione per l’archivio del Partito comunista, consultato presso l’istituto Gramsci. Fra le principali fonti reperibili presso l’Archivio Nazionale Ungherese4 occorre citare il fondo del Comitato centrale del MDP, all’interno di esso Segreteria, Ufficio Politico, carte riservate di Mátyás Rákosi – riferite al periodo 1948-56 –, sezione economica, sezione esteri, la corrispondenza cifrata tra il Ministero degli Esteri ungherese dell’ambasciata in Roma, nonché delle rappresentanze commerciali di Roma e Milano. Tutti i materiali menzionati, inclusi quelli classificati come segretissimi, sono oggi accessibili fino al 1990. Fondamentali sono anche le carte del Ministero del Commercio estero (accessibili fino al 1980) relative agli scambi commerciali con l’Italia e il fondo Terimpex, purtroppo versato all’Archivio nazionale ungherese solo relativamente a due frammenti temporali (1950-56; 1986-91). Ho inoltre utilizzato il faldone Terimpex conservato presso l’Open Society Archive5, che raccoglie ritagli di stampa e analisi compiute dal centro 3 Esti Hírlap, 13 maggio 1972. 4 Magyar Országos Levéltár [MOL], Budapest. 5 Open Society Archive [OSA], Budapest, HU OSA 300-40-1, box 762: Terimpex Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 213 ricerche dall’emittente radiofonica Radio Europa Libera, e gli annuari relativi all’interscambio commerciale pubblicati ad uso interno dall’Istituto nazionale di statistica6. Molto rilevanti, per la loro peculiare funzione di “controllo” politico-ideologico su un aspetto sensibile delle relazioni esterne del regime comunista ungherese, sono infine risultate le carte provenienti dagli Archivi dei servizi di sicurezza7 riferite all’attività informativa di alcuni funzionari del commercio estero coinvolti nell’interscambio commerciale italo-ungherese, così come gli atti processuali a carico di numerosi diplomatici, funzionari e agenti commerciali che defezionarono in favore dell’Italia nel 1948/49, in seguito alla rivolta del 1956 e ancora nel corso degli anni settanta. MDP, Magyar Dolgozók Pártja (Partito dei Lavoratori Ungheresi) MDP, Magyar Dolgozók Pártja (Partito dei Lavoratori Ungheresi), creato nel 1948 tramite la fusione dei partiti comunista e socialdemocratico, assunse nei giorni della rivoluzione del 1956 la denominazione Magyar Szocialista Munkáspárt (MSZMP – Partito Operaio Socialista Ungherese), che il partito unico al governo del paese mantenne fino alla transizione democratica del 1989. Prima di esaminare il caso ungherese, è bene sottolineare un dato utile in chiave comparativa: dalla vasta documentazione esaminata emerge che l’Italia costituisse sin dagli anni cinquanta un caso speciale nei rapporti Est-Ovest, come suggerisce anche la presenza del più grande e influente partito comunista del blocco occidentale. Al tempo stesso, le società specializzate nell’import-export con i paesi del blocco sovietico costituirono in tutta l’Europa della guerra fredda un sistema economico parallelo ma per nulla segreto, noto ai principali attori politici nonché agli organi di sicurezza, e da questi largamente tollerato. Fra le due metà Külkereskedelmi Vállalat 1954-1988. 6 Központi Statisztikai Hivatal [KSH], Budapest. 7 Állambiztonsági Szolgálatok Történeti Levéltára [ÁBTL], Budapest. 214 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica dell’Europa il perdurante conflitto politico e diplomatico convisse con spazi di collaborazione, formale e soprattutto informale, assai rilevanti. Molto resta dunque da scrivere sulla storia sociale del continente diviso per quasi mezzo secolo, e quella dello studio dei rapporti economici transnazionali può rivelarsi una prospettiva sorprendentemente fruttuosa. Proprio da un’analisi economica emerge infatti un complesso e affascinante intreccio di necessità economiche, strategie politiche, scontri e convergenze ideologiche, pratiche amministrative e contabili, rapporti personali, corruzione e spionaggio: la quotidianità della guerra fredda nei suoi vari risvolti. COCOM, Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale sulle esportazioni) COCOM, Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale sulle esportazioni), organismo creato nel 1949 in seno alla NATO al fine di prevenire l’esportazione verso il blocco sovietico di tecnologie avanzate ad uso militare. Il rodaggio del sistema di intermediazione commerciale, 1948-1960 Nei primi anni della guerra fredda, l’accesa competizione ideologicomilitare e la creazione da parte della NATO del COCOM, il comitato per il controllo sulle esportazioni delle tecnologie strategiche, determinarono una forte riduzione dell’interscambio con il mondo sovietico. In questa direzione agirono anche le politiche sovietiche riguardo prima le riparazioni di guerra e poi il riorientamento delle relazioni commerciali dei silgoli paesi. Uno dei pochissimi spazi rimasti aperti al commercio inter-blocchi era il mercato dei prodotti agricoli, dai cereali agli agrumi, e delle carni da macello. L’interscambio commerciale in dollari, dunque la necessità di realizzare un profitto, si univa tuttavia alla scelta di Mosca e dei suoi satelliti di utilizzare i canali commerciali legali per sostenere Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 215 economicamente i partiti comunisti dei paesi occidentali. Per operare sui mercati italiano, tedesco-occidentale, francese, belga, austriaco e israeliano, Terimpex si servì dunque sin dalla sua fondazione di società di intermediazione costituite all’estero. Sebbene la documentazione ungherese relativa alla fase iniziale del sistema di scambi commerciali est-ovest gestiti in regime di monopolio non ci consenta ancora di tracciarne una mappa completa, la presenza di tali società in Italia (Simes, partner dell’ungherese Agrimpex, monopolista in campo agricolo e importatrice di agrumi), Nordexport di Torino, retta dal funzionario comunista Augusto Doro, Co. Ce. Or. ma soprattutto Socofin – in seguito Soresco, dal novembre 1950 partner della Terimpex8) è attestata sin dal dicembre 1948, quando i due paesi firmarono un accordo commerciale che avrebbe regolato i rapporti bilaterali fino agli anni sessanta9. Da parte del PCI, fino alla metá degli anni cinquanta la responsabilità politica delle iniziative commerciali con il blocco sovietico ricadde sul senatore Eugenio Reale, coadiuvato da Norberto D’Alessandro e in seguito da Nullo Muratori, direttore generale delle imprese di partito operanti sull’import-export con il blocco orientale. Come osservano gli autori della monumentale storia del PCI, nonostante fonti giornalistiche e di polizia arrivassero in quegli anni a stimare in decine di miliardi annui il bilancio del PCI, coperto in gran parte da versamenti diretti attraverso canali diplomatici e da percentuali (“provvigioni”) fino al 5% estratte dagli affari condotti con i paesi comunisti, nulla di ciò trapelava nella corrispondenza riservata interna del PCI, né tantomeno nelle comunicazioni ufficiali [Gozzini-Martinelli 1998, 154-156]. Da parte ungherese, un ruolo fondamentale era invece svolto dall’ufficio commerciale della legazione in Roma e dal capo della referatura italiana presso il Ministero del commercio estero. Reduce da un fruttuoso ap- MOL, fondo MOL KUM XIX-J-1-j [Ministero degli Esteri], Olaszország 194564, 4. doboz. 8 9 MOL, fondo MOL KÜM XIX-J-1-j, Olaszország 1945-64, 32.-33. doboz. 216 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica prendistato romano, dal 1951 alla fine degli anni settanta la funzionaria Ida Tóth sarebbe rimasta, da parte ungherese, il perno degli intrecci commerciali riservati. Fino al 1956, gli “anni di formazione” del sistema di scambi controllati videro direttamente coinvolti nelle trattative commerciali riservate politici di alto livello: Eugenio Reale, che insieme al deputato Carlo Farini, responsabile del programma radiofonico Oggi in Italia, si recava a Budapest diverse volte l’anno per il «disbrigo di affari riservati di partito»10, Matteo Secchia, fratello del vicesegretario del PCI e per qualche anno segretario personale di Togliatti, e il deputato Edoardo D’Onofrio, membro del Comitato centrale e, in quanto direttore del servizio d’ordine e informazioni interno, responsabile per il “lavoro politico” dei comunisti italiani emigrati dopo il 1948 in Europa orientale [Sechi 2006, 433]. Data l’impossibilità di condurre trattative dirette con i dirigenti delle società monopoliste del commercio estero, da parte ungherese l’esposizione diretta nelle trattative commerciali e negli aiuti finanziari ai partiti occidentali coinvolgevano addirittura i vertici del partito. Nella prima metà degli anni cinquanta i pro-memoria e i rapporti riservati diretti alla Segreteria furono spesso redatti dal ministro del commercio estero Gyula Háy o l’economista e influente membro del CC István Friss. In diverse occasioni, tuttavia, fu necessario interessare ai complicati intrecci finanziari italo-ungheresi i vertici del partito, dal presidente dell’ufficio per la pianificazione Zoltán Vas al primo segretario Mátyás Rákosi. Sin dalla fine degli anni quaranta, l’interscambio commerciale italo-ungherese si arricchiva di provvigioni concesse dalla controparte ungherese al PCI in cambio dell’assistenza concessa dalle società da questi controllate11. Per evitare i rigidi controlli polizieschi, gli MOL, fondo 276. f. 98. cs. [sezione esteri del CC], 63. o.e., pp. 41, 183, 241, 245246, 269, 367 [rapporti sui viaggi di Farini in Ungheria, 1951-1953]. Vedi anche APC, MF 218: 3 gennaio 1952: relazione del viaggio di Farini del 21-27 dicembre 1951 [Berlino Est-Budapest-Varsavia-Praga]. 10 Ampia documentazione sui primi anni nelle carte Terimpex versate agli archivi nazionali ungheresi. XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat – TERIMPEX, 1-2-3-4. doboz. 11 Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 217 ungheresi utilizzarono diversi metodi per far pervenire al PCI i “diritti di commissione” pattuiti. Nel febbraio 1950 Friss, giunto a Roma per colloqui con Togliatti, consegnò personalmente a Matteo Secchia un plico del valore non specificato12. Il 25 giugno 1951, la responsabile della sezione Esteri del partito comunista ungherese, Anna Bebrics, comunicò a Reale e D’Onofrio l’avvenuto pagamento, tramite la Banca nazionale ungherese e mediante bonifico sul conto attivato dal PCI presso un istituto di credito svizzero, di una provvigione di 101.613 franchi, pari a circa 14 milioni di lire13. Nell’ottobre 1952 la società del PCI Socofin ottenne, per un’affare riguardante carne macellata esportata in Italia del valore di 600 milioni di lire, una provvigione di 3 milioni, pari al 2%, depositata presso l’Ufficio Italiano Cambi14. Dalla fitta corrispondenza di quel periodo emergono, nella collaborazione commerciale fra i due partiti, difetti strutturali che ne pregiudicarono l’efficienza e la redditività. Il PCI e le sue organizzazioni collaterali, dai sindacati alle cooperative, sfruttavano il canale privilegiato ungherese ed est-europeo ai fini esclusivi del proprio finanziamento, in un periodo di violente contrapposizioni ideologiche e diffuse repressioni anticomuniste attuate dalle autorità italiane. Nonostante l’asserita solidarietà internazionalista, gli ungheresi coglievano spesso un atteggiamento di egoismo e sufficienza da parte del PCI nei confronti dei partner dell’est Europa15. In altri casi accadeva il contrario: i rappresentanti commerciali ungheresi stringevano affari, dietro pagamento di una percentuale, con ditte e società non controllate dal PCI. Il Ministero del commercio estero si vide più volte obbligato a diramare circolari contenenti la lista delle MOL, fondo 276/65/140 [segreteria Mátyás Rákosi]. Rapporto di István Friss a Rákosi, 28 febbraio 1950. 12 13 MOL, fondo 276/98/63, p. 1 (fig. 1). 14 MOL, fondo XXIX-G-22-b [Terimpex], 36. doboz, 82. tétel. 15 Fra i molti rapporti riservati che documentano i conflitti, il rapporto del ministero degli Esteri ungherese in MOL, XIX-J-1, Olaszország 1945-64, 005631. Roma, 12 giugno 1956. Rapporti commerciali con le società del Partito comunista italiano. 218 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica società da evitare e quelle di riferimento, in primo luogo la Simes, cui presentare gli agenti commerciali16. La maggioranza delle imprese italiane interessate agli scambi con l’Ungheria si trovava tuttavia nel Nord, ma a differenza di Bulgaria e Cecoslovacchia, che nei primi anni cinquanta disponevano già di una rappresentanza commerciale a Milano, l’Ungheria fu autorizzata ad aprirla solo nel 1961. Per un’economia povera come quella ungherese, stravolta peraltro nel 1951-53 dallo sforzo imposto da Stalin dall’attuazione del primo piano quinquennale “rialzato” [Bottoni 2007], le risorse finanziarie messe a disposizione del PCI sotto forma di provvigioni o regalie rappresentavano uno sforzo enorme, non sempre adeguatamente apprezzato dai funzionari italiani addetti alle operazioni commerciali, la cui incerta moralità non mancò di causare dissidi che i mediatori politici erano poi chiamati ad appianare17. La mancanza di manager e quadri economici fidati in entrambi i paesi costringeva infine i dirigenti a esporsi, spesso di persona, in transazioni commerciali che si pretendevano “segrete” ma sulle quali gli organi di polizia italiani disponevano di un’ampia documentazione, come avrebbero rivelato le inchieste giudiziarie del 1951 e, in seguito, le perquisizioni effettuate nelle sedi delle società di partito nell’autunno 195418. Il coinvolgimento diretto del PCI esponeva le società da questi controllate a forti rischi di sicurezza, tanto che Reale, insoddisfatto del volume degli scambi e dei metodi utilizzati, offrì a Togliatti le proprie dimissioni, peraltro respinte, già nella primavera del 194919. Il decennio che MOL, fondo XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat – TERIMPEX, 1950-1957, 5. doboz, 02-097. Circolari del ministero del Commercio estero, Budapest, maggio e ottobre 1951. 16 MOL, fondo 276/98/63, pp. 181-184. Béla Lastofka, consigliere commerciale presso la legazione ungherese in Roma. Nota per il compagno Háy sulla conversazione con Reale e Muratori, 8 ottobre 1951. 17 MOL, fondo XIX-1-J Italia 1945-1964. 0028/2 – MNK Róma, kereskedelmi tanácsos. 1954. évi gazdaságpolitikai összefoglaló jelentés. 18 19 MOL, fondo 276/65/40, pp. 2-3. György Szekeres, consigliere commerciale presso la legazione ungherese in Roma. Nota per Mátyás Rákosi sui messaggi trasmessi dal Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 219 seguì fu segnato da ripetuti scandali, inchieste interne di partito, arresti o – da parte ungherese – gravi defezioni come quella di György Szekeres. Consigliere economico presso la legazione romana dal 1948 al 1950 profondamente coinvolto negli affari commerciali riservati, Szekeres abbandonò l’incarico per rifugiarsi in Francia e successivamente in Germania occidentale, dove gli organi di sicurezza sovietici lo catturarono per consegnarlo alle autorità ungheresi, che lo condannarono a 4 anni di prigione20. Furono probabilmente le informazioni fornite da Szekeres durante la fuga a propiziare una campagna di arresti che coinvolse circa 80 funzionari del PCI coinvolti nei rapporti commerciali con l’Europa orientale. Per qualche mese fu addirittura necessario sospendere gli “affari riservati”, come testimonia un telegramma giunto da Roma a Rákosi nel giugno 195121. Le difficoltà e gli insuccessi spinsero le parti a riorganizzare il sistema di intermediazione commerciale, approfittando dell’autorizzazione concessa dagli Stati Uniti all’Italia di ampliare i suoi contatti commerciali con l’Europa orientale al fine di sostenere la ripresa postbellica. Il governo italiano limitava tuttavia, da una posizione di forza, l’influenza e la portata dell’interscambio commerciale controllato dall’opposizione comunista, escludendone macchinari e strumenti di precisione. Secondo i funzionari del ministero del Commercio estero italiano, con i quali Reale manteneva rapporti di lavoro, l’Ungheria doveva tuttavia accettare di proseguire gli scambi commerciali tradizionalmente incentrati sui prodotti agricoli e il bestiame, altrimenti l’Italia si sarebbe rivolta ad altri mercati, come la Jugoslavia22. Occorrevano dunque, alla guida delle società commerciali, uomini nuovi e solo indirettamente legati al PCI, come Vittorio Savi, per oltre vent’anni amministratore delegato della PCI, 11 giugno 1949. 20 ÁBTL, fondo V-88814, fascicolo personale di György Szekeres. 21 MOL, fondo 276/65/140, p. 6. Andor Berei a Rákosi, 8 giugno 1951. 22 MOL, fondo XXIX-G-22-b, 24. doboz, 49. tétel. 220 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica società Soresco. La prima menzione di Savi nelle carte ungheresi risale al 27 ottobre 1952, quando questi giunse in visita a Budapest come rappresentante di Socofin, predecessore di Soresco nell’import-export con la monopolista ungherese Terimpex. Il giovane Savi, serio e preparato, fece un’ottima impressione nella capitale ungherese, e il ministero del Commercio estero gli affidò il segmento di mercato più prezioso, quello del bestiame da macello23. Le aperture dei primi anni cinquanta furono tuttavia vanificate da una serie di eventi correlati. In risposta al brutale soffocamento della rivolta dell’ottobre 1956, l’Occidente adottò una strategia di isolamento diplomatico contro il regime filosovietico guidato da János Kádár. Il boicottaggio commerciale venne favorito dalle massicce defezioni che avevano disarticolato un settore vitale quanto delicato per lo stato comunista, in quanto esponeva la propria burocrazia a diretto contatto con il nemico ideologico. Secondo un rapporto del 1957, nel corso della rivoluzione o in seguito ad essa defezionarono 577 funzionari ungheresi di società del commercio estero (17 presso la sola Terimpex), fra cui due direttori e 120 agenti commerciali, 37 funzionari ministeriali e 22 rappresentanti commerciali presso ambasciate e legazioni, fra le quali anche quella di Roma24. Sul fronte italiano, il sistema di intermediazione rischiò il collasso in seguito all’abbandono del PCI da parte di Eugenio Reale, creatore e massimo conoscitore del sistema di finanziamento riservato del partito [Averardi 2000, 215-218]. Il ruolo imprescindibile di Reale nel funzionamento di un meccanismo di corruzione consolidato, apparentemente ignoto alla storiografia e alla memorialistica di partito, emerge con brutale chiarezza dalla denuncia, anonima ma assai circostanziata, redatta in vista della Segreteria del 7 gennaio 1957, che decretò l’espulsione di Reale dal PCI. Pure i suoi rapporti, che teneva lui solo e molto riservatamente, con i 23 MOL, fondo XXIX-G-22-b, 36. doboz, 82. tétel. 24 MOL, fondo 288/23/16 [MSZMP KB Államgazdasági Osztály], pp. 101-123. Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 221 maggiori banchieri (vedi Mattioli, Longo) o dirigenti di imprese monopolistiche (Marinotti, Vigorelli, Giustiniani, Valletta o Torazzi) sebbene inerenti alla natura del lavoro, profilavano talvolta riflessi ambigui. Intanto, ed in più casi, non era precisato neppure con intese verbali quale tangente ci spettasse per determinati affari, per cui quello che ci veniva corrisposto aveva spesso l’aspetto di un obolo più che di compenso per un servizio commerciale. Vedi ad esempio il caso di Bertolone della RIV che per quanto ricordi dette a Reale solo un milione per un giro di affari assai cospicuo con la Polonia in cui si era agevolato sia della collaborazione della nostra società di Torino, sia soprattutto dell’ausilio di Spartaco Vannoni che a quell’epoca risiedeva stabilmente a Varsavia. Ugualmente avveniva con la FIAT che pure si avvalse largamente di Vannoni per il contratto dei motori marini (ca. 10 milioni di dollari) con la Polonia, e che se ben ricordo si limitò a concederci (due o tre volte) degli sconti sul prezzo di acquisto delle autovetture. Ed altre incertezze dello stesso genere si verificarono anche quando il compenso era stato pattuito, senza che si potesse intervenire per recuperarlo per divieto di Reale o per impedimenti frapposti (evidentemente in accordo con lui) dai suoi beniamini25. Nonostante la crisi attraversata dal PCI in seguito alla rivoluzione ungherese, il 1956 non rappresentò una frattura di lungo periodo per i rapporti bilaterali riservati: già nel 1958 Enrico Mattei, dopo essere stato a Mosca, si recava a Budapest per sondare la possibilità di investimenti italiani nel comparto petrolchimico, mentre nel triennio 1958-60 le autorità ungheresi continuavano a finanziare l’Unità con un contributo annuo di 500.000 fiorini convertibili, quasi 9 milioni di lire al cambio dell’epoca [Pankovits 2005, 63]. Negli anni successivi al 1956, il commercio bilaterale italo-ungherese raddoppiò nel 1960 rispetto ai 20 milioni di dollari del 1955, rendendo l’Italia il terzo partner occidentale dopo l’Austria e la Germania Federale Tedesca. Il regime kádáriano, sebbene ancora impegnato nella repressione della “controrivoluzione”, aveva mostrato di comprendere una parte del messaggio lanciato nel 25 Archivio Istituto Gramsci, Roma. Fondo Mosca, busta 253. Cartella Reale. 6 gennaio 1957, p. 8 (fig. 2). 222 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica 1956. La risoluzione dell’Ufficio politico del partito comunista ungherese del gennaio 1958 sullo sviluppo del commercio estero come volano dei rapporti economici con l’Occidente aprì la strada a una profonda riorganizzazione del settore, con l’apertura di un’Accademia del commercio estero e la concessione di borse di studio a giovani economisti presso istituzioni finanziarie occidentali26. Tali provvedimenti anticipavano il Nuovo meccanismo economico, anche se non riuscirono a emancipare la proiezione internazionale dell’Ungheria dal binomio agricoltura-zootecnia. Sul piano interno, l’esportazione in grandi quantità di alimenti che diventavano inaccessibili al consumatore medio, come la carne bovina, non mancava inoltre di suscitare commenti sfavorevoli e malumori in ampi settori del partito27. Negli anni seguenti, la propaganda sulla più redditizia azienda ungherese avrebbe assunto toni assai più sobri. Dai fasti alla crisi del “commercio protetto”, 1961-1985 All’inizio degli anni sessanta, con il miglioramento del clima politico internazionale mutarono anche le coordinate di riferimento per i rapporti commerciali italo-ungheresi. A differenza dei primi anni della guerra fredda, il fiorente import-export non nuotava controcorrente, ma si inseriva in modo armonioso nel clima di distensione politica fra i blocchi e capitalizzava anche la simpatia del consumatore italiano per un paese “esotico” quanto geograficamente vicino [Pankovits 2005, 95]. Nel settembre 1962, la guida della legazione ungherese a Roma (elevata nel 1964 al rango di ambasciata) venne assunta da un dirigente comunista dai modi affabili e dai gusti più raffinati rispetto ai suoi predecessori, József Száll, che trasformò la propria residenza in un punto di ritrovo per politici, artisti e anche uomini d’affari italiani. La strategia ungherese 26 MOL, fondo 288/23/14, 1958. 27 MOL, fondo 288/23/13, 1959. Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 223 nei confronti dell’Italia venne delineata il 14 aprile 1964 dall’Ufficio politico del partito, denominato durante la rivoluzione “operaio socialista ungherese” (POSU). L’Italia era vista a Budapest come l’anello debole del mercato comune europeo, del quale si potevano sfruttare oscillazioni interne con l’obiettivo di allentare il legame con gli organismi politici e militari occidentali28. A tal fine Budapest attribuì grande rilevanza all’apertura dell’ufficio commerciale e del consolato di Milano, nel 1961, e all’accordo commerciale quadriennale, il primo con un paese del patto di Varsavia, firmato nel 1969. L’interscambio commerciale fra i due paesi iniziò a crescere in modo dinamico e raggiunse i 100 milioni di dollari nel 1964, arrivando a sfiorare i 230 milioni nel 1969 e i 440 milioni nel 1973, all’apice del processo di distensione. In quel periodo la guerra fredda assunse, nel contesto italo-ungherese, il carattere di una cordiale ostilità, arricchita da importanti “convergenze parallele” e punteggiata, di tanto in tanto, da qualche asprezza legata a casi di spionaggio e defezione. Nell’ottobre 1970 stesso Száll, appena richiamato in patria, defezionò in favore dell’Italia e si stabilì a Milano insieme alla moglie. Come risposta, nel 1973 la giustizia ungherese lo condannò in contumacia a 15 anni di prigione e confisca dei beni per spionaggio in favore dell’Italia29. Secondo un rapporto della Commissione parlamentare l’inchiesta sul terrorismo e le stragi, la defezione di Száll venne propiziata dal Servizio Italiano di Difesa e l’ex ambasciatore, divenuto un uomo d’affari, nel 1975 fu cooptato nella loggia coperta P230. Già nel novembre 1966, tuttavia, aveva suscitato clamore l’arresto del consigliere commerciale a Milano, Ferenc Budai, da tempo pedinato in quanto sospettato – peraltro correttamente – di essere un ufficiale sotto copertura del servizio segreto militare ungherese; per ripicca, 28 MOL, 288/5/332. Seduta dell’Ufficio Politico del 14 aprile 1964. 29 ÁBTL, fondo 3.1.9., fascicolo V-159771, voll. 1-3. Senato della Repubblica – Camera dei Deputati, XIII Legislatura, Doc. XXIII n. 64. Volume I, tomo 3, p. 100. 30 224 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica gli ungheresi incarcerarono il direttore dell’Istituto italiano di cultura a Budapest, Guido Gambella, e la vicenda si sarebbe risolta solo qualche mese dopo, con la concessione della grazia a entrambi gli imputati e il loro scambio31. Nel 1973, infine, chiese asilo politico in Italia il potente responsabile dell’ufficio commerciale di Milano, Mátyás Csillag, funzionario che aveva rappresentato società ungheresi in Italia sin dai primi anni cinquanta32. Per quanto gravi, questi episodi non riuscirono a scardinare un meccanismo di intermediazione commerciale che, dopo l’apertura dell’ufficio ungherese a Milano, si era ormai consolidato e avrebbe funzionato fino alla transizione politica ungherese del 1989. Nella seconda metà degli anni sessanta Terimpex rappresentava ormai, con il suo apporto valutario frutto soprattutto del settore zootecnico, un fattore politico di assoluto rilievo. Nel luglio 1967 il ministero del commercio estero descrisse alla sezione economica del CC del partito i rapporti con le imprese legate ai partiti comunisti occidentali, rimarcando l’eccezionale grado di operatività raggiunto in Italia, dove si lavorava «con sole due imprese di partito. Tra di esse domina la ditta Soresco di Milano, attraverso la quale Terimpex svolge gran parte del suo volume di affari con l’Italia (nel 1966 circa 50 milioni di dollari, pari al 77%). La ditta assolve bene il suo compito e non vi è nessun motivo che spinga a introdurre modifiche in questo rapporto reciprocamente vantaggioso33». L’espressione «vantaggioso», riferita al commercio estero con le società italiane legate al PCI, ricorre spesso nei documenti degli anni settanta e ottanta e mostra, in filigrana, l’essenza del rapporto di lavoro instauratosi fra le parti. La sempre più agguerrita concorrenza imponeva al colosso ungherese di ampliare e diversificare le proprie attività. Nel 1969 venne 31 MOL, fond XIX-J-1-j 96. doboz Italia/1966 [busta caso Gambella]. Sul caso vedi l’inchiesta dei servizi di sicurezza ungheresi, preoccupati della fuga di notizie relative al commercio italo-ungherese. ÁBTL, fondo 3.1.9, V-159884. Fuga di Mátyás Csillag. 32 33 MOL, fondo 288/24./9. Rapporto, 3 luglio 1967. Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 225 creata a Trieste, con la partecipazione della società di commercio estero Hungarocamion, la società mista Eurocar, addetta allo stoccaggio merci in arrivo dall’Ungheria attraverso la Jugoslavia [Lányi 1983, 32-33]. Nel marzo 1972, fu la volta di una vecchia società mista costituita a Roma, denominata anch’essa Soresco in evidente continuità con l’esperienza milanese appena conclusa34. La nuova società, di cui erano titolari con quote paritarie Terimpex e il partner italiano Assobrokers, si costituì con un capitale sociale esiguo, due milioni di lire [Riva 2002, 405]. Amministratori delegati furono nominati l’ormai esperto Savi, in quota PCI, e un funzionario Terimpex di nome Eckstein. Qualche settimana più tardi, il presidente del consiglio Giulio Andreotti e il ministro del commercio estero Ripamonti consegnarono a Roma il premio d’impresa Mercurio d’oro, pomposamente definito dalla stampa ungherese “l’ Oscar europeo del commercio35”, al direttore della Terimpex Antal Dézsi, potente e stimato manager del colosso agro-alimentare dal 1953 alla morte, nel 1977»36. Due fattori concorsero tuttavia a minare sul lungo periodo la posizione privilegiata di Terimpex sul mercato italiano. A partire dagli anni sessanta, la Comunità Economica Europea iniziò a varare per gli Stati membri regolamenti che limitavano l’importazione di certi prodotti da paesi terzi, incoraggiando quindi gli scambi all’interno del mercato comune. I primi segnali di allarme per il commercio protetto fra Italia e Ungheria risalivano al 1961-62, con la temporanea sospensione dell’importazione di carne decretata dal governo italiano37 e, soprattutto, nel 1968, con i provvedimenti restrittivi varati a Bruxelles nel quadro della politica agricola comune. Le restrizioni del 1968 furono presto ammorbidite in Népszabadság, 28 marzo 1972. A Terimpex kereskedelmi vegyes vállalata Olaszországban. 34 35 Esti Hírlap, 13 maggio 1972. Szabad Föld, 11 aprile 1982. Élelmiszergazdaságunk a külkereskedő szemmel. Beszélgetés Vörös Imrével. 36 37 MOL, fond XIX-J-1-j, 24. doboz, 1963. 226 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica quanto l’Italia fece proprie in sede comunitaria le pressioni ungheresi mirate a limitare le perdite in termini di esportazione. Nessuno, tuttavia, poteva prevedere i devastanti effetti del Regolamento comunitario n. 1805 del luglio 1974, che fissava i prelievi all’importazione di vitelli e di bovini adulti nonché di carni bovine diverse da quelle congelate, introducendo generose sovvenzioni agli allevatori comunitari, in particolare francesi e tedeschi38. Il blocco provocò nel biennio 1974-75 un crollo delle esportazioni di carne fino all’80%, e la quota ungherese sul mercato italiano si ridusse a un quarto: dal 20% del 1973 al 5% del 1975. Le ripercussioni finanziarie furono gravissime non solo per Terimpex, le cui perdite si aggiravano nell’ordine delle decine di milioni di dollari annui, ma anche per il PCI, economicamente danneggiato in un momento cruciale della vita politica nazionale dal venir meno di importanti provvigioni riscosse soprattutto attraverso la società di intermediazione Soresco. La questione divenne quindi oggetto di pressione politica, come testimoniano i numerosi rapporti diplomatici ungheresi dedicati all’argomento. Nell’aprile 1976 il PCI organizzò a Roma un convegno sui problemi agricoli per lanciare una campagna pubblica di sensibilizzazione Il segretario del partito Enrico Berlinguer, il responsabile per i problemi dell’agricoltura Emanuele Macaluso e il senatore Nicolò Cipolla, delegato italiano al parlamento europeo ed esperto di questioni agricole assicurarono gli invitati ungheresi sull’appoggio politico delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana, inclusi il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro del Commercio estero, Giovanni Marcora39. A parziale risultato della pressione diplomatica italiana in sede comunitaria, sollecitata in più occasioni dal PCI, la CEE abrogò nell’estate 1977 le quote40, sostituite però da un sistema di dazi assai pesanti. Secondo Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee, 12 luglio 1974 N. L. 188/27. Accessibile al sito eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:19 74:188:0027:0029:IT:PDF. 38 39 MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969. 40 MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, 001203. Rapporto di Ida Tóth, referente Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 227 il ministero degli Esteri ungherese, l’Ungheria aveva così perso tutta la propria competività in quanto, fra dazi e “provvigioni” varie, calcolate in una misura del 4%, i suoi prezzi superavano di un quinto quelli applicati all’interno del mercato comune41. In quello stesso 1974 vennero al pettine anche altri nodi irrisolti e più imbarazzanti. L’estrema informalità che dominava la sfera delle società miste era illustrata dalla figura di Vittorio Savi, dal 1952 e per un ventennio rappresentante italiano di Terimpex in qualità di amministratore delegato della Soresco. Ufficialmente designato dal PCI alla guida della società milanese, Savi si ritagliò subito il ruolo di amministratore fiduciario unico del rilevante scambio commerciale, operando in crescente autonomia dai suoi referenti politici a capo di una struttura minuscola (tre dipendenti, oltre allo stesso Savi). La sua intraprendenza e loquacità lo resero noto ai servizi segreti italiani, che monitoravano le attività di import-export con i paesi del blocco sovietico [Riva 2002, 404-405], suscitando il parallelo interesse dello spionaggio ungherese. “Nagy István”, nome in codice di Géza Bíró, funzionario del commercio estero posto nel novembre 1961 a capo dell’appena inaugurato ufficio di Milano, era giunto nella capitale lombarda con l’esplicito compito di seguire i movimenti di Savi, coadiuvato da altri informatori impiegati nella struttura. Dai rapporti di “Nagy István” e del suo successore alla guida dell’ufficio commerciale, l’informatore “Kapás”, emerge un quadro sconcertante. Savi e i suoi collaboratori impedivano all’ufficio commerciale di Milano di occuparsi della compravendita di carne, che consideravano affare di competenza esclusiva di Soresco e dell’ufficio commerciale di Roma42. L’influenza dell’intermediatore, che si recava più volte l’anno a Budapest, veniva esercitata attraverso generose regalie di cui non beneficiavano solo gli agenti commerciali ungheresi ma anche le persone di contatto, come italiano presso il ministero del Commercio estero. 41 MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969/1. 42 ÁBTL, fondo 3.2.1 [rete informativa], dossier Bt-143, p. 82. 228 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Ida Tóth al ministero del Commercio estero, ed istituzioni chiave nel sistema economico comunista come la Banca ungherese del commercio estero [Kövér 2003]. Questa fu infatti diretta per quasi venti anni da István Salusinszki, ex capo dell’Ufficio commerciale di Roma nei primi anni sessanta e autorevole sponsor politico di Savi a Budapest43. Savi non trascurò neppure i propri diretti superiori: nel 1961 invitò a proprie spese per un soggiorno di una settimana in Ungheria l’amministratore del PCI, il deputato Giulio Turchi, la cui amicizia cercò di sfruttare a fini commerciali, come osservò contrariato l’informatore dei servizi di sicurezza ungheresi44. Savi intratteneva inoltre rapporti sospetti con le autorità di polizia italiane: l’amministratore di Soresco veniva regolarmente contattato da due funzionari dell’Ufficio stranieri della Questura di Milano, ai quali forniva informazioni sugli ungheresi in arrivo in Italia. In cambio, a Savi era garantita una corsia preferenziale in merito alle richieste di visto per l’Ungheria da questi appoggiate. Prima ancora dell’affaire spionistico Budai-Gambella, in cui la magistratura milanese aveva inizialmente coinvolto anche la Soresco, ordinando perquisizioni domiciliari a carico dei suoi dipendenti, Savi aveva dunque intuito ciò che gli atti documentali ungheresi oggi confermano: l’Ufficio commerciale di Milano non era altro che una base operativa di spionaggio per i servizi militari di Budapest, incaricati dal comando unificato del Patto di Varsavia di monitorare le basi NATO dell’Italia settentrionale45. Savi era consapevole che gli ungheresi avevano assoluto bisogno dei suoi servigi e non esitò a esercitare il proprio potere ricattatorio sui partner. Nonostante le accuse mosse sul suo conto dagli organismi di sicurezza e nonostante il clima di sfiducia causato nella società dalla guerra interna fra “italiani” (gli uomini di fiducia di Savi) e “ungheresi” (ufficiali e informatori dello spionaggio 43 Cfr. ÁBTL, fondo 3.2.1, dossier Mt-119 [“Lukrécia”]. 44 ÁBTL, fondo 3.2.1. dossier Mt-8/1 [“Nagy István”], pp. 68-74. ÁBTL, fondo O-8-157 [dossier obiettivo] Milánói Magyar Kereskedelmi Hivatal, 1962-73. 45 Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 229 di stanza a Milano), Savi continuò a ricoprire l’incarico fino al 1974. Ai goffi tentativi operati da parte ungherese per comprometterlo ed estrometterlo dalla posizione conquistata, Savi oppose un argomento inoppugnabile: se divulgata, la natura “mutualmente vantaggiosa” dei rapporti riservati fra una società statale ungherese e il PCI avrebbe causato danni incalcolabili a entrambe le parti. Secondo un rapporto inviato il 28 marzo 1974 dall’ambasciata di Roma al responsabile della sezione Esteri del CC del POSU, furono necessarie energiche rimostranze da parte ungherese per giungere a un riassetto societario, delineato durante una riunione cui parteciparono il segretario amministrativo del PCI Guido Cappelloni, il direttore generale di Terimpex Antal Dézsi e il direttore aggiunto ungherese della società a capitale mista Soresco. Vittorio Savi, che pure pretendeva una buonuscita multimilionaria in cambio del proprio silenzio, fu indotto a chiedere il pensionamento, mentre su segnalazione ungherese fu avviata un’indagine interna sul suo successore Stagni, reo di aver commesso due gravi «errori cospirativi» quando si era informato per telefono «su quanti soldi avesse il PCI in Ungheria e in Svizzera». La priorità divenne, in un momento di elevata incertezza politica ed economica, aggravato dall’ennesima defezione presso l’ufficio commerciale di Roma, il «funzionamento sicuro» di una società, Soresco, attraverso la quale nel 1973 Terimpex aveva registrato in Italia un volume di affari di 170 milioni di dollari, pari al 90% dei bovini esportati sul mercato occidentale. Nei calcoli delle autorità ungheresi, tali affari finanziavano direttamente il partito fratello con circa 250 milioni di lire annue46. La posizione di Stagni si sarebbe aggravata fino a costringere il PCI a sostituirlo con Enzo Gemma, già amministratore delegato della RestItal, una delle più importanti società di partito, fondata nel 1966 [Riva 2002, 397-401]. Nell’aprile 1976, infine, alla vigilia delle elezioni politiche, Cappelloni informò l’ambasciata MOL, fondo 288/32/5 [sezione economica del CC], pp. 98-101 (fig. 3). Roma, 28 marzo 1974. 46 230 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica ungherese a Roma sull’intenzione di operare ulteriori sostituzioni nel personale della Soresco. L’incarico di Gemma fu ufficialmente assunto da un pensionato, mentre due iscritti bolognesi attivi nella cooperazione assumevano la carica di revisori dei conti. Il senso dell’operazione fu spiegato agli interlocutori ungheresi da Cappelloni: per evitare i sempre più frequenti interventi delle autorità, volti a colpire gli interessi economici del PCI, occorreva trovare persone selezionate come sempre dal partito ma politicamente meno esposte47. Negli stessi giorni, un’operazione simile veniva operata sulla Alturist, specializzata in soggiorni turistici nei paesi dell’Europa orientale, la cui proprietà e gestione fu ceduta alla Lega delle cooperative48. Ancora due anni prima, la strategia del PCI sembrava essere differente. Il 18 novembre 1975 Armando Cossutta comunicava al CC del POSU che «a seguito di un accordo intervenuto con i nostri compagni della CGIL, la proprietà della società Italimpex è stata trasferita al Partito. L’Italimpex opera in Ungheria da molti anni in modo serio e responsabile e, per quanto ci risulta, con reciproca soddisfazione». Cossutta coglieva anche l’occasione per ricordare «che le aziende che operano in Ungheria e alle quali siamo interessati sono la Rest-Ital, l’Esteuropa e l’Italimpex oltre, naturalmente, alla Soresco»49. L’entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, nel maggio 1974, aveva peraltro già scardinato il consolidato meccanismo di pagamento delle provvigioni su conti aperti presso banche svizzere. Un rapporto d’ambasciata del luglio 1975 illustra nei dettagli le modifiche procedurali adottate: A seguito delle restrizioni imposte dalle autorità italiane al trasferimento di valuta, il PCI ci ha chiesto di interrompere dal 1. gennaio 1974 il pagamento della provvigione sull’attività della società mista italo-un- MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002932/1. Személyi változások a SORESCO-nál. 47 48 MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 002528. 49 Archivio PCI, sezione esteri, 084 [Ungheria 1974]. Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 231 gherese Soresco, sinora effettuato sul conto corrente svizzero stabilito. Il PCI non riesce più, infatti, a portare il denaro in Italia aggirando i controlli delle autorità italiane. Terimpex ha quindi sospeso a partire da quella data il pagamento di bonifici bancari in favore del PCI. Il partito, nella persona del segretario amministrativo, compagno Cappelloni, ha chiesto il 17 aprile tramite l’ambasciata il pagamento della provvigione spettante, pregando il nostro ministero degli Esteri di far pervenire il denaro a Roma50. Nel nuovo metodo, un ruolo fondamentale, e nel contempo assai rischioso, fu quindi assunto dalla Banca Nazionale che, dopo aver ricevuto dall’ufficio finanziario di Terimpex l’importo “spettante” ai partner italiani, provvedeva ogni sei mesi a confezionare la provvigione per recapitarla al PCI in valigia diplomatica. Sull’entità dei trasferimenti di denaro negli anni settanta e ottanta possediamo informazioni assai frammentarie, in quanto le autorità ungheresi eseguirono la distruzione di gran parte delle ricevute transitate per il ministero del Commercio estero e la Banca Nazionale Ungherese. Dalle carte conservate presso il ministero degli Esteri, le uniche disponibili su questo periodo, risultano due pagamenti effettuati nel 1975 (365.842 marchi tedeschi, in luglio; 100 milioni di lire a dicembre51); un totale di 300 milioni, versati in due tranche, nel 197752; 369 miloni di lire – sempre in due pacchetti – nel 197953. L’ultimo versamento del quale si sia conservata traccia documentale negli archivi ungheresi, una tranche semestrale da 100 milioni di lire, risale al dicembre 198354. Come vediamo, la seppur parziale documentazione disponbile dovrebbe indurre gli storici a una maggiore 50 MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/2. A Terimpex küldeménye. 51 MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/3 – Terimpex átutalás. MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, Terimpex küldeménye Rómába futárral 001822/3-ig. 52 MOL, fondo XIX-J-1-j, 105. doboz, Terimpex küldemények továbbitása/ Terimpex OKP közös vállalkozás. 00457/8-ig. 53 54 MOL, fondo XIX-J-1-j (fig. 4), 102. doboz, 005945. 232 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica cautela nell’accettare le spiegazioni fornite dagli ex protagonisti della vicenda in merito alle sovvenzioni d’oltrecortina [Cervetti 1993], sopratuttto per quanto riguarda il nodo dell’interruzione dei rapporti finanziari con il blocco sovietico. Vantaggi e limiti di un rapporto informale al tramonto della guerra fredda, 1985-1990 Nell’affare Terimpex-Soresco, l’estrema riservatezza nella gestione di un rapporto “vantaggioso” rappresentò per decenni un punto di forza (grazie alla stabilità della situazione finanziaria e alla sostanziale impermeabilità delle società miste all’azione repressiva e giudiziaria) ma anche di debolezza. Le provvigioni trasmesse al PCI sotto forma di denaro contante o, più raramente, di benefit quali soggiorni termali o battute di caccia in Ungheria, entrarono presto a far parte di quell’ampia “zona grigia” che le autorità italiane tolleravano, relegandaole però al margine dell’interscambio economico e della cooperazione tecnologica. Negli anni settanta e ottanta il PCI continuò a utilizzare Terimpex e le carni ungheresi come fonte di un finanziamento occulto il cui valore superava, secondo gli stessi funzionari comunisti, i proventi realizzati con l’intermediazione commerciale italo-sovietica55. Il profitto infatti non veniva reinvestito ma ceduto al vero detentore delle quote societarie, l’apparato amministrativo del PCI. Fino a tutti gli anni ottanta le esigenze politiche e ideologiche prevalsero sul fattore più strettamente economico: dalle carte della sezione economica del POSU e della sicurezza statale emerge una situazione paradossale in cui si muoveva l’intero comparto import-export di un paese comunista relativamente aperto al mercato occidentale. I funzionari venivano infatti accuratamente selezionati per 55 MOL, fondo 288/32/5, pp. 98-101. Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 233 svolgere compiti della massima responsabilità (erano gli unici a poter maneggiare denaro “vero”), la maggior parte di essi proveniva o veniva cooptata dai servizi segreti del proprio paese. Al tempo stesso, la corruzione diffusa a tutti i livelli dell’apparato, sfruttata abilmente da tutti i soggetti economici italiani interessati all’interscambio con l’Ungheria, unita al fenomeno delle defezioni per ragioni politiche o personali, rendeva questo apparato fragile e ricattabile. Il meccanismo di rapporti quasi esclusivi con un ristretto giro di intermediari danneggiò sul lungo periodo l’esportatore ungherese. Dal canto suo, Terimpex doveva rimpatriare la propria quota di profitto ottenuta mediante Soresco per assolvere alla propria funzione di procacciatrice di valuta pesante in un paese, come l’Ungheria, che nel maggio 1982 si era trovata a un passo dal default e negli anni ottanta sopravviveva grazie ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale [Berend 2008; sul contesto est-europeo: Lavigne 1991; Csaba 2005]. Scarsa attenzione fu prestata a “dettagli” fondamentali quali la sperimentazione tecnologica, gli studi di mercato e le migliorie logistiche, che avrebbero potuto consentire al colosso ungherese di difendere meglio le proprie posizioni sui mercati dell’Europa occidentale [Lányi 1986; Kunits 1986]. Quando, nel 1985, il crollo del prezzo del petrolio trascinò con sé il settore agricolo e zootecnico, Terimpex entrò in una crisi profonda, dalla quale non si risollevò neppure con il cambio di direzione che portò nell’azienda un vero burocrate-manager, László Ránky, tipico esponente del proto-capitalismo kádáriano56. Nella seconda metà degli anni ottanta il travaglio di Terimpex si inserì nel generale disfacimento del modello economico socialista, per quanto “riformato” e contaminato dal mercato. Data la particolare natura di questi spezzoni di capitalismo economico dominanti nei settori “competitivi” (dalla zootecnia alla sempre più redditizia vendita di armi ai OSA, box 762 [Terimpex]. Radio Free Europe, Hungarian Monitoring, 11 febbraio 1986. 56 234 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica paesi del Medio oriente) in un contesto ancora pianificato, e data anche la porosità delle barriere interposte fra comportamenti legali e illegali, la gestione di capitali e la cultura d’impresa nasceva e si alimentava di contesti e pratiche prevalentemente extra-legali. Oltre alla gestione di società commerciali miste, nate in collaborazione con i partiti comunisti occidentali, l’apprendistato capitalista riguardò attività “grigie” come lo spionaggio industriale cui il COCOM costringeva i paesi del blocco sovietico; la vendita di armi e tecnologie belliche, soprattutto ai paesi arabi e del sud-est asiatico in condizioni di libero mercato; e non da ultimo la creazione di joint-venture, banche d’affari a capitale misto nelle quali depositare in sicurezza – con la collaborazione dei servizi segreti del blocco sovietico – i proventi delle transazioni illegali, un settore in cui l’Ungheria deteneva una posizione centrale all’interno del Patto di Varsavia57 [Kenedi 2008]. Negli anni ottanta Soresco dovette a sua volta confrontarsi con un fenomeno nuovo, che avrebbe segnato in pochi anni la fine del monopolio in vasti settori del commercio italo-ungherese. Non si trattava della crisi terminale del blocco sovietico, che anzi offriva alle aziende e agli istituti di credito italiani opportunità fino a quel momento impensabili, quanto piuttosto dall’ascesa di una nuova classe dirigente e imprenditoriale, quella legata al partito socialista di Bettino Craxi, che non accettava più la “tutela” delle società di intermediazione a guida comunista. I rapporti riservati inviati al ministero degli Esteri dall’ambasciata ungherese in Roma, accessibili sino a tutto il 1990, mostrano che mentre il dinamico settore della piccola-media industria, soprattutto del Nord-Est, manifestava sin dagli anni settanta un interesse crescente Il ruolo chiave nel trasferimento e riciclaggio di denaro di origine sospetta, proveniente soprattutto dalla Germania orientale venne svolto dal settore bancario e in particolare della Banca Nazionale Ungherese, attraverso la filiale viennese Central Wechsel-und Kreditbank [CW Bank]. Cfr. le indagini condotte dal più prestigioso settimanale ungherese: Tiktos szolgálatok. A CW Bank ügyfeleinek vagyonkezelője. Heti Világgazdaság, n. 22/2000, pp. 125-128; Stasi nyomkeresők. NDK-s pénzek Magyarországon? Heti Világgazdaság n. 8/2004, pp. 113-115. 57 Stefano Santoro I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele? 235 per l’area adriatico-danubiana, i governi italiani svolgevano un ruolo frenante, vincolati nello sviluppo degli scambi commerciali con l’Est europeo dai vincoli atlantici (’Italia restava il principale bersaglio militare e spionistico ungherese nell’ambito del Patto di Varsavia) ma, soprattutto, dalle restrizioni commerciali imposte attraverso il COCOM. Dopo il 1983, nel governo Craxi trovarono posto esponenti come Rino Formica al Commercio estero e il reggiano Fabio Fabbri agli Affari regionali, fautori di un’apertura controllata e soprattutto gestita da nuovi attori politici. I rapporti commerciali e finanziari assunsero una struttura duale: nell’import-export, dove l’interscambio raggiunse i 500 milioni di dollari nel 1985 e i 750 milioni nel 1988, l’Ungheria continuava ad affidarsi ai settori agricolo e zootecnico, in quanto non riusciva a esportare prodotti industriali semi-lavorati a causa del protezionismo patrocinato da Formica. Nel contempo, soggetti economici privati fra i quali la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Sicilia, le assicurazioni Generali, il gruppo ASSO di Modena, l’azienda zootecnica foggiana Mescia e grandi gruppi pubblici come ENI, IRI-Italstrade, FIAT e Montedison stringevano accordi di cooperazione e joint-ventures con soggetti economici ungheresi. Tali iniziative andavano ben al di là dei vecchi schemi di collaborazione economica, in quanto basate ormai sul credito d’impresa per l’import ungherese58. Nella seconda metà degli anni ottanta, la crisi politica ed elettorale del PCI si ripercosse inevitabilmente sui tradizionali circuiti economici legati al partito, come la galassia delle società di intermediazione, ormai sistematicamente scavalcate da nuovi attori economici, che si proponevano direttamente sul mercato ungherese con il deciso sostegno del governo italiano. Nel frattempo, le trasformazioni politiche avviatesi in Ungheria determinavano anche il mutamento del quadro giuridico. IL 10 maggio 1988 il CC del POSU dette il via libera alla riforma del di MOL, fondo XIX-J-1-j, Italia 117. doboz – 1986. 001868/3 Dati su interscambio commerciale nell’appunto del Ministero del commercio estero per presidente del Consiglio dei ministri ungherese György Lázár in visita in Italia, 15 ottobre 1986. 58 236 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica ritto societario, che consentiva la creazione di società miste detenute dai partner stranieri fino al 100%, al fine di accelerare l’ingresso di capitale occidentale nell’economia ungherese [Ripp 2006, 134]. Il 5 dicembre 1989, la società mista Soresco fu così cooptata nel riassetto societario assunto dalla casa madre Terimpex che, per far fronte alla sfida del mercato, si ricostituiva con un capitale sociale di quasi 700 milioni di fiorini, pari a 38 miliardi di lire al cambio dell’epoca. L’Italia restava il secondo mercato per volumi di esportazione, con un volume di affari di 100 milioni di dollari, un sesto delle risorse che ruotavano intorno all’intera Terimpex. Insieme alla Eurocar di Trieste, Soresco entrò infatti in una nuova organizzazione costituita a Budapest con capitali misti. Nel 1990, ultimo anno di vita del blocco sovietico come entità economica, la “nuova” Terimpex guidata sempre da Ránky ottenne risultati lusinghieri, con 600 milioni di fiorini di utile, pari a 30 miliardi di lire dell’epoca. Come sottolineò il direttore generale durante la seduta del Consiglio di amministrazione di fine anno, al buon risultato aveva contribuito anche il rientro del capitale precedentemente detenuto nella Soresco, 30 milioni di fiorini59. Il legame finanziario che legava le due società e i due partiti si sarebbe così con un divorzio consensuale, gestito con la consueta e necessaria discrezione. 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The paper underscores the reasons of Fiat interest in the Soviet market, underlying how the deal had been coordinated with the Italian entrepreneurial elites and partially backed by the American Administration. Furthermore, the paper sheds light on the channels that Fiat used to enter in the Soviet market - focusing especially Fiat’s agent, Piero Savoretti. Introduzione Il 15 agosto 1966, la Fiat e i Ministeri dell’Industria automobilistica e del Commercio estero dell’URSS firmarono l’accordo per la costruzione dello stabilimento automobilistico del Volga. L’impianto, che in seguito fu denominato AutoVAZ (Volzhsky Avtomobilny Zavod), entrò in funzione nel settembre 1970. L’impatto sulla produzione di autoveicoli sovietica fu radicale: tra 1965 e 1972 essa aumentò da 200.000 unità a 1.200.000. Il contratto tra la Fiat e il Governo sovietico prevedeva che 240 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica l’impresa torinese fornisse un progetto completo per lo stabilimento, cedesse ai sovietici i progetti e i diritti di proprietà industriale di due modelli di vettura derivati dal tipo Fiat 124, modificati per adattarsi alle particolari condizioni climatiche e stradali dell’URSS, e acquistasse parte del macchinario necessario. I sovietici avrebbero curato la parte edile e gestito la fornitura di materiale e macchine provenienti dall’area Comecon [Bucarelli 1979; Rossiiscaja Akademiya Nauk Institut Ekonomiki, 2006]. Il costo per la costruzione dello stabilimento fu originariamente stimato in 642 milioni di dollari USA, di cui 247 milioni destinati ad acquisti in Italia e circa 55 milioni ad acquisti in America, Francia, Inghilterra, Belgio, Svizzera e Germania (questa percentuale crebbe al punto che furono previsti 50 milioni solo per acquisti negli Usa). I restanti 340 milioni di dollari avrebbero coperto opere e mezzi di lavoro approvigionabili in Russia o nel resto del Comecon1. Dal punto di vista finanziario, l’accordo dovette tenere conto delle particolari condizioni poste dal Governo sovietico. L’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) finanziò le linee di credito per gli acquisti in Italia (offrendo alla Vneshtorbank – Banca Nazionale Sovietica – un credito acquirente di 300 milioni di dollari a un tasso di interesse del 5,6% annuo) e coadiuvò le autorità sovietiche nella ricerca di dilazioni di pagamento sugli acquisti di macchinario estero [Sbrana 2006, 217-237]2. Tuttavia, determinante nel rendere l’accordo possibile fu l’intervento del Governo Italiano che autorizzò uno stanziamento straordinario nel bilancio dello stato (36,5 miliardi di lire) da trasferire al Mediocredito centrale e in seguito con una legge apposita rese possibile un contributo in conto interessi di Mediocredito all’IMI per ridurre il tasso del 2,73% rispetto al tasso interbancario in vigore – come imposto Archivio Storico Fiat (d’ora in poi ASF), Fondo URSS (Fondi ing. Bono e ing. Gioia), fascicolo 29, ASF, URSS, Studio di massima per realizzare uno stabilimento per la produzione di una vettura di media grandezza, febbraio 1966. 1 ASF, Fondo URSS, 46, Richiesta Finanziamento Export-Import Bank, Torino, 10 luglio 1967. 2 Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 241 dalle autorità sovietiche. In seguito, altri finanziamenti coprirono i costi degli acquisti di macchinario americano e svizzero. La portata economica e il significato politico dell’«affare del secolo», come sembra lo definisse Averell Harriman, sono stati a lungo oscurati dalla retorica che accompagnò su quotidiani e rotocalchi le lunghe trattative e l’insolito andirivieni di tecnici e funzionari tra Mosca e Torino. Nelle pagine che seguono si cercherà di illustrare alcune ragioni che indussero la Fiat a costruire lo stabilimento del Volga, le circostanze che lo resero possibile e di suggerire alcune ipotesi sulle conseguenze che l’importante trasferimento di tecnologia di processo e prodotto ebbe sugli equilibri della Guerra Fredda [Romero, 2009; Varsori, Romero, 2007]. La ricerca, ancora a uno stadio iniziale, ha finora privilegiato tre profili di indagine: un primo nucleo di domande, relativo alla storia della Fiat, riguarda il senso dell’accordo nella strategia di internazionalizzazione della azienda negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e il ruolo degli altri attori economici italiani, imprese e imprenditori, coinvolti. La costruzione del VAZ, come già parzialmente emerge dalla letteratura esistente, maturò all’interno di un progetto più ampio di rilancio delle relazioni economiche italo-sovietiche, condiviso da parte del mondo imprenditoriale e politico italiano. In questo senso, l’accordo del Volga induce a riflettere sulla relazione tra gli interessi strategici e di profitto dell’impresa e le finalità politiche e ideali che durante la guerra fredda permearono e orientarono l’attività economica, in particolare i rapporti est-ovest. Sotto un altro profilo è apparso opportuno collocare l’«affare del secolo» in una prospettiva che va oltre le relazioni tra Italia e URSS interrogandosi sulle eventuali conseguenze che esso ebbe sulla liberalizzazione degli scambi di tecnologia e sapere tra il mondo capitalista e quello socialista. L’intensità dei contatti tra la Fiat e Washington e quanto emerge dagli archivi americani sembrano suggerire che la costruzione del VAZ possa aver contribuito a sdoganare dal punto di vista politico agli occhi dell’opinione pubblica americana i sempre più intensi e reciprocamente 242 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Abitazioni degli operai Fiat di Togliattigrad - AutoVaz «QUI VIVONO I COSTRUTTORI DEL VAZ», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga, testo di Aleksandr Vorobjev, immagini e incisioni di Igor Dubrovin, Casa editrice di Kujbyshev, 1970, 37. Alla costruzione dello stabilimento si accompagnò la costruzione della città di Togliatti, in italiano Togliattigrad. Già, lo stabilimento automobilistico ha fatto aumentare le fila non soltanto davanti alle mense cittadine, ai parrucchieri, ai negozi, alle casse del cinema, ma anche davanti all’ufficio dello Stato Civile! nel 1968 il numero di matrimoni a Togliatti è raddoppiato rispetto all’anno precedente, ed è salito a quasi 3000 (...) Vedete quanta felicità ha preso dimora sotto i tetti della città sul Volga. E cambiano, cambiano continuamente, con spavento degli addetti ai servizi di alloggiamento, le facciate degli edifici per le abitazioni comuni. Sempre più numerosi compaiono sui balconi, stesi sui fili, gli indumenti per bambini, pannolini, camiciole....”, (33). L’autrice ringrazia il dott. Giorgio Amprimo per averle segnalato e donato copia del volume. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 243 necessari trasferimenti di tecnologie e know-how verso l’URSS. Infine, il materiale prodotto da Piero Savoretti, presidente della Novasider, società che curava gli interessi Fiat in Russia, apre uno scorcio interessante sui canali e sui metodi che l’impresa usò per affermarsi in Unione Sovietica: l’azione della Novasider fu (anche) quella di una vera e propria diplomazia parallela che, spesso in concerto con quella ufficiale, facilitava le relazioni tra il mondo industriale sovietico e italiano. In questa prospettiva, lo studio dell’attività della Fiat in Unione Sovietica apre le porte alla ricerca su un tema molto più difficile e complesso che riguarda l’effettiva capacità delle imprese multinazionali – italiane ma anche europee e americane – non solo di adattarsi ai mutevoli equilibri politici della Guerra Fredda ma anche di condizionarli. La concordia discors del Comecon e la strategia di internazionalizzazione a est della Fiat Lo stabilimento automobilistico del Volga è al centro di un’articolata letteratura in lingua italiana e russa che tratta i diversi aspetti della storia dell’impianto e della vita quotidiana nella città di Togliatti (comunemente chiamata Togliattigrad). La strategia di internazionalizzazione del gruppo Fiat in Europa orientale e in Unione Sovietica non è stata invece ancora oggetto di uno studio sistematico, nonostante la continuità della presenza Fiat nell’area fin dal primo decennio del secolo scorso. L’interesse della Fiat nell’Europa orientale e centro-orientale risale infatti agli anni Dieci: nel 1916, l’impresa torinese fornì all’URSS le componenti per assemblare il camion 15-ter e nel 1932 partecipò alla costruzione del primo stabilimento sovietico di cuscinetti a sfera. Negli anni del secondo dopoguerra, la Fiat cercò di riallacciare i rapporti iniziati negli anni Trenta (assemblaggio su licenza di modelli Fiat) con la Polonia ma inutilmente, per l’opposizione dell’Unione Sovietica, che impose ai polacchi di montare modelli sovietici. Nel 1954, però, l’impresa torinese 244 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica riuscì a stipulare un contratto con la Jugoslavia per la fabbricazione della Campagnola e il montaggio della 1400 nella fabbrica Crvena Zastava (Bandiera Rossa) vicino a Belgrado [Laux 1992, 205-217]. Nella seconda metà degli anni cinquanta, infatti, le prime avvisaglie di una possibile saturazione del mercato interno e la sempre più agguerrita concorrenza degli altri produttori europei indussero la presidenza Fiat a intensificare le trattative con i paesi del blocco sovietico [Bairati 1983; Castronovo 1999, 1056-71]3. In questo senso è interessante notare come l’accordo con il governo sovietico sia stato l’ultimo significativo atto della presidenza di Vittorio Valletta. Qualche giorno prima della firma del protocollo, il 29 aprile del 1966, il Professore, ormai ottantatreenne, lasciò la presidenza Fiat al nipote del fondatore, Giovanni Agnelli, e l’incarico di amministratore delegato all’ingegner Gaudenzio Bono [Amatori 1999, 257-342; Castronovo 1999, 1124]. La costruzione del VAZ chiuse dunque una fase importante della crescita della casa torinese e precedette di poco la prima grande riorganizzazione aziendale della Fiat [Volpato 1996, 343-412]. La politica dell’automobile del Professore e il periodo di crescita noto come miracolo italiano che avevano reso la Fiat padrona del mercato automobilistico nazionale sembravano avere esaurito la loro spinta e, all’inizio degli anni Sessanta, l’impresa torinese appariva sempre più vulnerabile rispetto alla concorrenza americana ed europea e in difficoltà sui segmenti alti di mercato [Bigazzi, 2000; Paolini 2005, 111-134]. Una delle vie d’uscita individuate da Valletta consistette nel dare un nuovo impulso all’internazionalizzazione e in particolare nel rilanciare la strategia che aveva guidato il successo della casa torinese in Italia – l’investimento finalizzato alla produzione in massa di un automobile di piccola cilindrata e di facile manutenzione – nei paesi «sottomotorizzati» ma non «sottosviluppati». In questa prospettiva, l’Unione Sovietica e 3 Vittorio Valletta era entrato alla Fiat nel 1921, ne divenne amministratore delegato nel 1939 e presidente nel 1946. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 245 i paesi socialisti – insieme al Sud America – sembravano offrire sia un importante mercato di sbocco per i prodotti Fiat – non solo l’automobile – sia un possibile terreno di applicazione per le capacità impiantistiche maturate dall’impresa nel corso degli anni Cinquanta [Volpato 1996; Casalino 2004-2005, 455-485]. D’altra parte, da tempo la Fiat attendeva la distensione. Le relazioni accluse ai verbali del consiglio d’amministrazione mostrano come la Fiat monitorasse attentamente l’evoluzione della situazione politica internazionale e avesse trovato un profittevole modus vivendi tra gli alti e bassi della Guerra Fredda. A fronte delle molteplici occasioni di scontro tra est e ovest, gli esperti della casa torinese riponevano molta fiducia nella coesistenza pacifica e nel miglioramento delle relazioni commerciali con l’est, confidando nelle crescenti difficoltà sovietiche, difficoltà che, ritenevano, avrebbero reso i leader del Partito più docili e inclini al compromesso. L’Unione Sovietica, scrivevano, avrebbe avuto bisogno di almeno vent’anni di pace prima di riprendersi dai danni dello stalinismo e per risolvere i già evidenti problemi dell’economia pianificata e le conflittuali relazioni con e tra i propri alleati. Alla fiducia per una evoluzione positiva del conflitto est-ovest corrispondeva un crescente timore per gli equilibri interni all’Europa occidentale. Alla Fiat si temeva che la sostituzione della strategia dei blocchi antagonisti con relazioni economiche bilaterali avrebbe alterato l’equilibrio interno ai blocchi esacerbando la competizione interna al Mercato Comune. «L’egoismo» delle nazioni occidentali sarebbe senz’altro stato sfruttato dai governi del Comecon finendo con l’indebolire le economie dei singoli stati nazionali. D’altro lato, però, si sottolineavano gli indubbi vantaggi politici della situazione: la collaborazione economica avrebbe esposto i cittadini dell’est alla propaganda occidentale e, diversamente da quanto le autorità sovietiche si aspettavano, avrebbe messo in luce il ritardo sovietico nell’innalzare i livelli di benessere e consumo della popolazione4. 4 ASF, Verbali del Consiglio di Amministrazione e relazioni di bilancio, anni 1965- 246 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Nei primi anni Sessanta, la Fiat sembrava avere una visione assai chiara dei problemi e delle rivalità che minavano la coesione tra i paesi aderenti al Comecon e sembrava avere maturato un’accorta strategia per imporsi in questi mercati difficili e sempre più competitivi. In un documento di sintesi delle posizioni Fiat nell’area dell’aprile 1966, si sottolineava la mancanza di coordinamento e di un programma organico nella produzione automobilistica del Comecon. Il documento metteva in rilievo l’aspra contesa che si andava delineando tra i produttori occidentali che cercavano di posizionarsi tempestivamente nell’area «sebbene lo sforzo richiesto fosse logorante e impari ai risultati»5. In questo senso, non solo la Fiat doveva fronteggiare la concorrenza francese e inglese nelle aree rimaste libere ma quest’ultima rappresentava una seria minaccia anche per le posizioni in Jugoslavia e Polonia che la Fiat considerava ormai acquisite. La strategia messa in atto da Fiat, assediata dai concorrenti europei, consisteva quindi nel muoversi sui diversi fronti sfruttando la concordia discors che governava le relazioni economiche dell’area. E, in effetti, si trattò di una strategia vincente: nell’aprile del 1966, le trattative con Jugoslavia erano ormai concluse; nel 1962, era stato firmato un secondo accordo per produrre in un nuovo stabilimento le vetture 600 e 1300; l’obiettivo degli jugoslavi era quello di ampliare la produzione e la capacità produttiva per resistere alla concorrenza estera e imporsi sui mercati Comecon con un modello prodotto su licenza ma con una fisionomia nazionale. Anche l’accordo con la Polonia per la produzione su licenza della 1500, con motore 1300-1500, in 70.000 unità programmate per il 1970, fu concluso nel 1965 (Fabryka Samochodow Osobowych). 1972. 5 ASF, URSS, 34, Brevi note sui problemi in corso in alcuni paesi dell’area SEV e Jugoslavia, 1966 e ASF, URSS, 34, Verbali rapporto URSS. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 247 Lenin - «la vittoria del comunismo è inevitabile» «LA VITTORIA DEL COMUNISMO È INEVITABILE», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga [Vorobjev 1970, 99]. L’immagine riproduce la facciata dello stabilimento automobilistico del Volga e ritrae Vladimir Ilic Lenin. Nel 1970 cadeva il centenario della nascita di Lenin. Eppur si muove! La Fiat e la motorizzazione sovietica Se alla vigilia degli anni Sessanta, Polonia e Jugoslavia sembravano già appartenere a una sorta di area di influenza privilegiata per il settore automobili della Fiat (negli stessi anni Renault consolidava la proprie posizioni in Romania), fare affari con l’Unione Sovietica rappresentava una sfida molto più impegnativa sia dal punto di vista tecnico e finanziario sia dal punto di vista politico. Lo stesso atteggiamento del Partito comunista sovietico nei confronti della motorizzazione e della produzione di beni di consumo appariva ancora incerto [Siegelbaum 2008, 84-85; Siegelbaum 2011, 1-13]. Nel 1965, in URSS vi era ancora un’automobile ogni 238 abitanti, un tasso di motorizzazione basso se confrontato non solo con quello americano 248 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica di un’automobile ogni 2,7 abitanti ma anche con i più discreti standard europei [Parker 1980, 515-541]. Gli investimenti del governo sovietico nel settore, nel secondo dopoguerra, erano stati scarsi, e la produzione di autoveicoli era, nel 1965, di circa 617.000 unità (di cui solo 200.000 automobili). Solo la particolare attenzione di Aleksej Kossighin al settore permise di superare la più aperta ostilità del Partito alla diffusione dell’automobile, ostilità che anche Nikita S. Chruščev aveva condiviso [Siegelbaum 2008, 86]. La creazione di un Ministero della produzione automobilistica nel 1965 fu il primo segno della decisione della nuova leadership di rilanciare il settore, decisione comunque determinata più dalla necessità di risolvere gli squilibri industriali che non dall’interesse del partito nella motorizzazione [Graziosi 2008, 235-240]. L’avvicinamento della Fiat alla Grande Potenza fu quindi cauto e originariamente non fu orientato alla conclusione di un accordo in ambito automobilistico. Dopo un primo viaggio di studio di Dante Giacosa nel 1960 [Bassignana 2000, 369], la Fiat partecipò alla Missione Italconsult del 10-24 novembre 1961, finalizzata a sondare il terreno per un’eventuale cooperazione con l’Unione Sovietica nei paesi in via di sviluppo [Sbrana 2006, 122]6; in seguito alla Mostra delle Realizzazioni delle Industrie Italiane, tenutasi a Mosca nel maggio 1962 e a un primo incontro tra Chruščev e Valletta, tecnici italiani e sovietici cominciarono a lavorare concretamente a un progetto di consulenza Fiat per la modernizzazione della fabbrica di autocarri e trattori ZIL7. Almeno fino al 1964, i tecnici Fiat, che vagliavano una serie di opzioni di intervento – dalla costruzione di magazzini alla consulenza organizzativa, a valutazioni sull’opera prestata dalla Olivetti per i calcolatori automatici, fino alla fornitura di motori per navi mercantili (fornite dalla Finmeccanica), petroliere e materiale ferroviario – sembravano più motivati dalla ASF, URSS, 27, Missione Italconsult in Russia, 1962, autore: A. Peccei e ASF, URSS, 29. 6 ASF, URSS, 34, Visita alla ZIL (11 settembre 1965) e URSS, 36, Resoconto della visita alla Fiat e dei colloqui della delegazione ZIL, 3 dicembre 1965. 7 Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 249 ricerca di un accordo in sé che non mossi da progetto strategico preciso rivolto all’automobile – diversamente da quanto era avvenuto per Polonia e Jugoslavia. Fu solo nel corso del 1965 che l’interesse dei sovietici si spostò progressivamente verso quello che la Fiat poteva loro offrire in ambito automobilistico, e Dante Giacosa fu invitato a Mosca per la seconda volta8. Per quanto poco documentati, le interviste da me realizzate testimoniano forti dissensi all’interno della Fiat – in particolare della produzione automobili – riguardo all’opportunità della scelta di Valletta, i tempi per la costruzione del VAZ erano considerati troppo ridotti, Cantiere a Togliattigrad «IL GELIDO FEBBRAIO DEL 1969. I LAVORI DI MONTAGGIO NEL FABBRICATO PRINCIPALE NON SI SONO FERMATI NEPPURE UN’ORA», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga [Vorobjev 1970, 69]. Avete osservato come vi sia una certa rassomiglianza tra l’ardente atmosfera delle costruzioni, eseguite con dedizione e impegno, e le giornate al fronte? (79). ASF, URSS, 34, Note per URSS agosto 1965 e Note sul viaggio in Russia – 8-14 Settembre 1965. 8 250 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica l’URSS era un partner commerciale difficile e soprattutto inaffidabile, e la stessa operazione nonostante l’attesa ricaduta sui fornitori e sulle altre produzioni Fiat appariva troppo costosa – come di fatto fu. Nonostante i pareri negativi, Valletta decise di andare avanti. La chiave per comprendere la determinazione del Professore – in assenza delle carte prodotte da quest’ultimo – si può forse ricavare seguendo l’azione di quello che fu l’artefice materiale delle trattative per il VAZ: Piero Savoretti, fondatore della Novasider. Quest’ultimo fu per Valletta un tolkach d’eccezione: non solo possedeva le competenze per tradurre il linguaggio Fiat in un linguaggio comprensibile ai sovietici e viceversa, e aveva le relazioni necessarie per accedere ai centri di potere sovietico ma costruì ad hoc una struttura organizzativa, la Novasider, capace di agire efficacemente in accordo alle leggi scritte e non scritte del mercato sovietico. Savoretti procurò alla Fiat molteplici occasioni d’affari in URSS, affiancò i dirigenti Fiat nella maggior parte dei negoziati, e con ogni probabilità ebbe anche un ruolo, seppur minore di quello che si autoattribuiva, nel condizionarne l’esito positivo. Le carte Fiat non dissipano né confermano le ombre relative al personaggio Savoretti, il deus ex machina della costruzione del VAZ, per quel che riguarda i rapporti dell’imprenditore torinese – e delle molteplici società da lui fondate, con il Partito Comunista Italiano [Savoretti 2001, Riva 1999, Kolosov 1999]. Inoltre, la documentazione prodotta dall’imprenditore torinese ha una chiara finalità auto promozionale e va dunque valutata con cautela. Essa però testimonia come egli non fosse solo uno scaltro affarista o un personaggio secondario rispetto ai più nobili mediatori diplomatici, bensì un imprenditore consapevole con una visione complessa, della quale il VAZ avrebbe dovuto rappresentare un punto di partenza. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 251 L’azione di Savoretti e la Novasider: un tolkach d’eccezione Savoretti procedeva tramite lo studio sistematico delle possibilità che il mercato sovietico poteva offrire alle sue rappresentate sulla base delle loro necessità e specializzazioni; diffondeva informazioni sull’industria sovietica, sugli sviluppi della scienza e della tecnica e sui piani per l’economia tramite il servizio express informatia, una sorta di analisi di marketing adattata all’economia pianificata. Nell’attività promozionale della Novasider rientravano l’organizzazione di manifestazioni (simposi bilaterali, tecnico-scientifici, seminari, scambio di delegazioni con visite di stabilimenti in Italia e in URSS), la creazione di commissioni tecniche miste, lo scambio di delegazioni tecniche e tecnico commerciali; la pubblicazione e la divulgazione gratuita di una serie di traduzioni di discorsi delle autorità sovietiche sui problemi economici, di documenti programmatici, di tabelle statistiche e grafici sul commercio estero, la promozione di prodotti che l’Italia acquistava negli altri paesi ma avrebbe potuto acquistare in URSS e informazioni-lampo in lingua russa sui prodotti o sulle nuove produzioni delle imprese italiane rappresentate. Savoretti dava ai negoziati e a ogni specifico approccio un’impostazione tecnica, riteneva, infatti, del tutto inutili gli approcci generici – e mirava a iniziative specifiche e concrete. In questo senso i referenti sovietici della Novasider non erano solo le organizzazioni centrali o i ministeri ma anche le organizzazione periferiche, gli impianti e le organizzazioni locali che spesso ben più sapevano e potevano del centro. Al di là dell’attività promozionale, Savoretti intendeva: «favorire entro breve termine la realizzazione di contatti “diretti” tra le ditte rappresentate e gli enti del Ministero del Commercio Estero dell’URSS» in quanto continuava «lo scopo numero uno della nostra attività, non era di agire a nome delle ditte da noi rappresentate, ma di creare delle condizioni favorevoli, di servire di “appoggio”, collaborare con loro e consultarci per quanto ri- 252 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica guardava i “contatti diretti con le organizzazioni sovietiche”»9. Savoretti si muoveva nell’ottica di «recuperare, grazie a un’attività comune qualificata e specializzata, il tempo perso e il terreno rispetto alle altre nazioni europee concorrenti (in particolare l’Inghilterra) che avevano già delle relazioni commerciali con l’URSS»10 a tal fine formulò una vera propria strategia alla quale faceva riferimento come strategia del «Fronte di imprese»: Savoretti ambiva a porre «le premesse per un’attività comune delle ditte che avrebbero potuto fornire delle linee tecnologiche complete»11, a tal fine riteneva necessario che grandi (Fiat, Pirelli, Olivetti, Chatillon, Fincantieri) e piccole aziende (macchine utensili e macchinario tessile poligrafico e alimentare) facessero pressione insieme affinché le autorità italiane dimostrassero un maggiore interesse nei confronti del mercato sovietico. Per quel che riguardava l’azione del governo italiano, verso la quale Savoretti mostrava un profondo scetticismo frutto delle molteplici delusioni, egli sottolineava come dovesse essere costituita dall’offerta di supporto e di agevolazioni alle imprese oltre che, naturalmente, dalla concessione del credito. Le lettere di Savoretti, con una serie di caveas, aiutano a ricostruire il clima ideale nel quale venne presa la decisione di portare a termine le trattative lasciando emergere la tensione che in quegli anni sembrava opporre una parte del mondo imprenditoriale italiano agli ambienti governativi riguardo alla politica da seguire nei confronti delle relazioni economiche con l’URSS, sempre più antagonista politico e partner commerciale allo stesso tempo. Se si guarda all’azione di Savoretti e alle sue relazioni dai primi anni Cinquanta in poi si comprende come il terreno per l’accordo del VAZ fosse stato in realtà a lungo coltivato e come fossero stati coinvolti alcuni 9 ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3 p. 9. ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3 p. 36-37. 10 11 ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 253 dei personaggi più interessanti e carismatici del capitalismo italiano, da Aurelio Peccei a Guido Carli e Enrico Mattei. Gli esordi dell’attività di Savoretti, che iniziò a operare in Unione Sovietica nel 1954 e aprì il primo ufficio a Mosca nel 1956, appaiono particolarmente interessanti ai fini del presente contributo. Savoretti trattò il primo accordo tra il governo sovietico e la Pirelli nel 1960-61, ma fin dal 1953 aveva cercato con l’aiuto di Valletta di convincere Enrico Mattei – del quale egli vantava d’essere caro amico dai tempi della Resistenza – dell’opportunità di acquistare grezzo sovietico in cambio di gomma sintetica sul mercato d’oltre cortina [Bagnato 2003, 361; Pozzi 2009, 442-454]. Anche l’Olivetti fu tra i precursori delle relazioni con l’URSS: già nel 1953 Arrigo Olivetti si era recato in URSS e alcuni contratti erano stati firmati con la OMO (pantografi, rettificatrici, linee per la produzione di carburatori). Nel 1961 la Novasider aveva organizzato la prima mostra Olivetti «Macchine per l’automazione completa dell’elaborazione di dati (Olivetti e Olivetti Computers Bull)» presso il museo politecnico di Mosca all’inaugurazione della quale parteciparono il vice ministro del commercio estero dell’URSS e il vice Presidente del Soviet dei Ministri dell’URSS. Savoretti però ricordava le crescenti difficoltà e i timori dei dirigenti Olivetti per le reazioni che la collaborazione industriale con l’URSS dell’impresa di Ivrea avrebbe potuto suscitare negli Stati Uniti dove la Olivetti aveva una serie di commesse. Solo la nomina di Aurelio Peccei, anch’egli amico di Savoretti, ad amministratore delegato della Olivetti nel 1964 sbloccò le relazioni tra Ivrea e Mosca. Fu sempre Peccei a promuovere l’accordo di collaborazione tecnico scientifico con il Comitato Statale per la Scienza e la Tecnica. Peccei era giunto in Olivetti come uomo Fiat, da fortissimi legami con Valletta e con un probabile interesse nell’affare URSS-Fiat: egli era stato membro della missione Italconsult del 1961; ma soprattutto Peccei fu colui che coinvolse il referente di Savoretti e della Fiat, Ghermen Gvishiani, personaggio chiave dell’accordo del VAZ, presidente del Comitato per la Scienza e per la Tecnica (GKNT) e cognato di Kossighin, nello Iiasa (International In- 254 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica stitute for Applied Systems Analysis) e nel Club di Roma [Castagnoli 2009, 32-34]. La documentazione Fiat – che ha consistenti lacune – lascia purtroppo solo intravedere la complessità delle relazioni della Fiat con la rete di imprenditori, banchieri e politici che furono più o meno intensamente coinvolti nelle trattative per il VAZ. In attesa di potere incrociare queste scarse indicazioni con altre fonti, è di nuovo Savoretti che narrando di sé definisce la mappa dei contatti e si attribuisce un ruolo chiave nell’avvicinamento dei circoli economici italiani all’URSS. Da diversi suoi scritti emerge la sua volontà di svolgere in URSS l’azione di una diplomazia parallela in grado di fare il lavoro che non era opportuno svolgesse la diplomazia ufficiale ma che era fondamentale per l’esito delle trattative commerciali e industriali con la Grande Potenza. D’altro lato, Savoretti non nascondeva la sfiducia nei confronti dell’approccio dei circoli politici italiani nei confronti dell’Unione Sovietica e la necessità di forzare loro un po’ la mano. A proposito della Mostra delle Realizzazioni delle Industrie Italiane, organizzata a Mosca nel maggio 1962, scriveva: L’organizzazione di questa mostra rappresentava in fondo la realizzazione del programma che mi ero prefissato e che consisteva nell’ottenere, conformemente alla linea politica del governo sovietico che propendeva per la distensione, un accordo di massima con gli operatori economici nonché spingere i circoli ufficiali italiani a rinunciare al loro anticomunismo e alla loro prevenzione nei confronti dell’URSS, e riconoscere, anche se con un certo ritardo ciò che un piccolo numero di persone aveva raggiunto durante la sua decennale attività12. E ancora sempre nello stesso ciclostile: la causa alla quale avevo dedicato tutti i miei pensieri mi mobilitava spiritualmente proprio perché al di sopra degli aspetti contingenti puramente commerciali essa poteva diventare un’impresa di grande importanza “politica”. Pur non svolgendo alcuna attività politica nel vero senso della parola io ero pervaso dall’imperativo di rendermi utile al mio paese e 12 ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 255 all’Unione Sovietica, in armonia con quelle convinzioni che erano maturate in me ancora prima che io divenissi attivo partecipe del movimento di Resistenza contro il fascismo italiano [...] eppure l’apertura di migliori rapporti diretti tra i circoli tecnico economici e commerciali dei due paesi avrebbero potuto distendere l’atmosfera. Perciò io pensavo che qualsivoglia passo compiuto nel senso di una migliore reciproca presa di coscienza sarebbe stato positivo sia per l’una che per l’altra parte. Era altresì evidente il ruolo politico che avrebbe potuto giocare lo sviluppo di rapporti commerciali per mezzo dei quali potessero essere create le premesse per allontanare i fantasmi della guerra fredda e della guerra calda e poste le basi per la coesistenza pacifica tra sistemi sociali diversi13. Se Savoretti con la propria azione intendesse giovare di più alle imprese rappresentate o all’URSS non è chiaro – il documento citato è rivolto a un pubblico sovietico e si conclude con una serie di elogi alla nuova società sovietica. Anche l’amicizia – reale o millantata – che lo legava a Germen Gvishiani meriterebbe un ulteriore approfondimento. Savoretti presentava il genero di Kossighin come un alleato fondamentale della Fiat. Sarebbe stato lo stesso Gvshiani – secondo il torinese – a convincere il suocero ad anticipare gli investimenti destinati alla produzione automobilistica sovietica e ad aiutare la Fiat a prevalere sulla Renault durante le trattative per il VAZ. Da Gvishiani sarebbero arrivate importanti informazioni su come gestire i negoziati e sulla reale portata delle offerte della concorrenza oltre a un supporto diretto alla Fiat. Non è chiaro però se Gvishiani fosse davvero così fedele alla Fiat o se fosse Savoretti a usare l’amicizia del genero di Kossighin per darsi credito alla Fiat: certo è che Savoretti lo avvicinava a margine dei congressi e simposi internazionali ai quali il funzionario sovietico veniva invitato per discutere liberamente dell’Unione Sovietica e di potenziali occasioni d’affari per la Fiat e che poi l’italiano riferiva puntualmente alla Fiat14. La funzione politica dei rapporti economici con l’Unione Sovietica era ribadita da Savoretti an13 ASF, ciclostile a firma Piero Savoretti, tradotto dal russo, carte Ghidella, 1/4/3, cit. 6. ASF, URSS, Lettera di Piero Savoretti a Giovanni Agnelli, Relazione della mia permanenza a Parigi assieme al signor Gvishiani del 27 novembre 1967. 14 256 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica che riguardo agli equilibri interni alla Grande Potenza. La Fiat facendo affari con l’URSS avrebbe contribuito a sostenere il processo di riforme e a rafforzare le fazioni del Partito meno retrive e più vicine all’occidente: Le conversazioni delle prolungate giornate di Vienna mi hanno consentito di confermare la mia impressione che tutto questo risponde a un compito che il signor Gvishiani si è prefisso e intende svolgere con maggiore intensità, nel senso di utilizzare i suoi contatti formalmente “apolitici” per le relazioni tecnico scientifiche, al fine di creare degli stretti legami tra il gruppo “liberale” del suo governo, espressione dei settori più vivi e pertanto più reali del mondo sovietico con il mondo scientifico industriale occidentale. Egli cerca così di fare conoscere ai circoli dirigenti, economici e culturali dell’ovest l’espressione di una mentalità di una nuova élite dirigente sovietica che se pure oggi non ha il potere politico, tende a poco a poco ad assumerlo nella sostanza […]. Il presidente Kossighin, che tutta l’opinione pubblica stima e appoggia, per rafforzare e tutelare la sua linea e la sua importantissima funzione equilibratrice, si avvale della direzione economica del paese in cui si concentra sempre più, e che da oltre 10 anni praticamente governa fin da quando era presidente del Gosplan e quale primo vice di Krusciov che gli lasciava una grande autonomia. Evidentemente egli opera realisticamente mirando nelle sue direttive economiche alla “politica dei fatti” con la coscienza che solo così può affermarne il peso politico sugli altri attuali elevati membri del gruppo di potere, e più ancora sul loro immediato seguito che si sta sempre più deteriorando nel conformismo e nello inevitabile processo di selezione negativa dei quadri, insiti nel sistema stesso. E anche nello specifico indirizzo delle collaborazioni industriali dell’occidente di tipo nuovo e complesso, il presidente Kossighin tende ad incidere profondamente con concretezza e visione sia sul piano interno che sul piano internazionale dei rapporti bilaterali e multilaterali con un’azione che è di fatto politicamente poco appariscente ma estremamente effettiva. Il signor Gvishiani, secondo me, affianca appunto l’opera del suocero stringendo legami esterni in occidente che anche senza ufficialità politica sono viepiù sostanziosi e validi per cattivarsi la comprensione e la simpatia e, diciamo pure, l’appoggio degli ambienti “liberali” occidentali di settori influenti nei rispettivi Paesi […]. Sotto questa luce l’operazione in URSS potrà emergere sempre più nel suo valore politico positivo. E nello stesso concetto ritengo che i campi della collaborazione della Fiat debbano essere estesi a “quanto ancora si può Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 257 fare”. Sul valore e sull’attività politica della collaborazione con l’industria italiana ho discusso a lungo nei giorni scorsi a Mosca con l’ambasciatore Sensi che condivide appieno il concetto che la politica dei fatti e delle realizzazioni è l’unica che può contare come fattore di pressione, e d’altra parte è l’unica che può essere attuata realisticamente15. Nella seconda metà degli anni Settanta, in seguito alla riorganizzazione del gruppo Fiat, il ruolo di Savoretti divenne sempre meno importante fino alla rottura definitiva nel 1983. Essa fu formalmente causata dalla mancanza di un accordo sui compensi della Novasider e dall’insoddisfazione per alcune trattative andate male, ma probabilmente si trattò di un pretesto che concludeva una relazione che si trascinava già da tempo. Dopo la morte di Valletta, Savoretti si trovò di fronte una presidenza e un management Fiat sempre più freddi e recalcitranti a perseguire gli obiettivi che avevano portato il Professore a volere l’accordo per la costruzione dello stabilimento di Togliattigrad e sempre meno bisognosi dei suoi servigi. Alla luce anche di quanto avvenne negli anni Settanta e del progressivo abbandono da parte della Fiat Auto del mercato sovietico, l’Accordo del 1966 non sembra dunque trovare nella strategia di internazionalizzazione Fiat la sua unica ragion d’essere. Al contrario, la costruzione del VAZ appare il risultato di una convergenza di interessi di diversi attori economici e politici. Nei primi anni Sessanta, Valletta, coadiuvato da Savoretti, si muoveva all’interno di un progetto più ampio, politicamente concertato, rispondente in parte alle esigenze commerciali delle imprese italiane, in parte alle necessità energetiche del Paese, in parte forse a quella «fiducia nel riscatto civile e nelle potenzialità di crescita dell’Italia» [Amatori 2011, 726] che contraddistinse l’attività imprenditoriale del Professore e di altri illustri capitani di industria che si ritrovano, non a caso, nel carnet di Piero Savoretti e che furono tra i protagonisti delle relazioni economiche italo sovietiche nei primi anni ASF, URSS, Nota “estremamente riservata” destinata alla presidenza e all direzione generale Fiat del 18 dicembre 1968; relazione sugli incontri di Vienna e Mosca dal 25 novembre al 15 dicembre del 1968. 15 258 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Sessanta [Bagnato 2003]. Durante le complesse trattative dell’aprilemaggio 1966, Valletta ricordava infatti al ministro sovietico Tarassov: non si tratta soltanto di un accordo tra le due parti ma piuttosto di un avvicinamento tra l’URSS e l’Italia. Proprio per questo vale di più un suo (di Valletta nda) intervento personale presso il governo italiano per cercare di concludere con l’URSS trattative per grosse forniture in Italia. Una di queste grosse forniture è appunto in via di definizione con Fanfani e altri membri del governo: si tratterebbe di stipulare un contratto con l’URSS per far affluire il suo gas in Italia. Questo a suo parere vale molto di più degli acquisti di macchinario proposti16. Le macchine utensili americane: un americanizzazione di seconda mano? Nelle carte della Fiat, le sorti della Guerra Fredda procedevano dunque su canali paralleli: quello delle relazioni politiche e diplomatiche che alternava momenti di riavvicinamento a momenti di scontro e quello delle relazioni economiche che procedeva lentamente ma inesorabilmente verso un miglioramento. In questa prospettiva anche l’accordo per la costruzione dello stabilimento automobilistico del Volga era presentato come un passo avanti e descritto come un ponte tra est e ovest che avrebbe spianato la strada ad altre collaborazioni e spazzato via i pochi ostacoli che ancora impedivano l’intensificazione delle relazioni economiche tra USA e URSS. La scelta di Valletta veniva presentata come una mossa politica e ancor più paradossalmente come una mossa favorevole all’amministrazione americana con la quale la Fiat di Valletta intratteneva da tempo cordiali rapporti. In realtà, dalle relazioni di bilancio si evince anche il timore della concorrenza americana da parte della Fiat e l’esigenza della società torinese di affermare e consolidare le proprie 16 ASF, URSS, 38, Resoconto stenografico accordo Valletta Tarasov del 3 maggio 1966. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 259 posizioni all’est prima che Ford e General Motors e altre imprese americane attive in settori contigui a quello automobilistico (in particolare macchine utensili) riuscissero a superare quelli che la Fiat vedeva come ormai deboli ostacoli politici. La posizione di Washington riguardo all’accordo per la costruzione del VAZ non è stata adeguatamente studiata ma la complessa relazione tra la Fiat e l’industria e gli ambienti politici americani può essere una chiave di lettura interessante per meglio comprendere la posta in gioco della costruzione del VAZ e la molteplicità degli attori coinvolti. Lo stretto legame della Fiat con l’Amministrazione americana fu un elemento determinante nel permettere la partnership tra la Fiat e il governo sovietico. In particolare la recente letteratura sulle relazioni commerciali nella Guerra Fredda e sulla crescente insofferenza delle imprese americane nei confronti di quella parte dell’amministrazione e dell’opinione pubblica ancora restia ad autorizzare l’esportazione di macchinario specializzato in Unione Sovietica, permette di guardare alla costruzione dello stabilimento del Volga sotto una luce diversa e di interrogarsi sulle conseguenze che l’accordo per il VAZ e ancor più il dibattito da esso generato nei circoli politici e economici e sui media americani ebbe sulle aperture dell’Amministrazione statunitense nei confronti del commercio estovest nei primi anni Settanta [Adler-Karlsson 1968; McGlade 2005, 4761; Teichova et al. 2009]. Se la Fiat monitorava le reazioni di Washington con continui viaggi a Washington di Valletta e Agnelli, i sovietici fin dall’inizio del negoziato con la Fiat non fecero mistero del loro interesse per le macchine americane [Siegelbaum 2008, 89; Bairati 1983, 296. 330]17. Dal materiale ASF, URSS, 46, Nella lettera del 26 luglio 1967 alla Direzione Generale dell’IMI per richiedere finanziamento di 38 milioni di dollari all’Import-Export Bank la Fiat riassume tutti gli interventi fatti presso il governo americano, che era stato tempestivamente informato delle intenzioni di Valletta; il governo americano avrebbe acconsentito a concedere le licenze per l’esportazione per le macchine utensili richieste con l’intendimento di concorrere per questa via a favorire un sempre maggior orientamento dell’industria sovietiva verso la produzione di beni di consumo, di questa intenzione la 17 260 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Fiat emerge un forte interesse dei referenti sovietici per la ripresa degli scambi con gli USA e si ha in alcuni passaggi l’impressione che essi chiedessero alla Fiat rassicurazioni sul fatto che fare affari con la Fiat avrebbe contribuito a semplificare le relazioni commerciali e tecnologiche con l’America. Il progetto tecnico consegnato alle autorità sovietiche nel gennaio del 1966 prevedeva infatti un grado particolarmente alto di meccanizzazione che avrebbe dovuto essere garantito anche da macchine statunitensi18. I colloqui tra Valletta e il ministro sovietico Aleksej M. Tarasov a Torino nell’aprile del 1966 furono infatti aperti dal presidente Fiat che assicurava all’alto funzionario di avere avuto garanzie circa l’autorizzazione all’esportazione del macchinario americano dal Segretario di Stato Dean Rusk e dal ministro del commercio estero americano John T. Connor e di essere sul punto di recarsi personalmente di nuovo in America al fine di preparare possibilità finanziarie di credito interbancario anche per gli Stati Uniti19. D’altra parte la possibilità di esportare macchinario verso l’URSS rappresentava un’interessante opportunità anche per l’industria americana e se l’accordo creò qualche preoccupazione nel mondo politico americano, esso suscitò più di una speranza tra gli industriali20. Gli umori d’oltreoceano sono ben sintentizzati da un articolo pubblicato su Forbes, il 1 ottobre 1966, e intitolato To Russia without Love che definisce senza mezzi termini la Fiat come un «middleman for the US machine industry» sostenendo, peraltro erroneamente, che tre quarti del macchi- Fiat avrebbe avuto conferma in una lettera del 28 settembre 1965 indirizzata dal console generale americano a Torino a Valletta. ASF, URSS, 46, lettera per DG dell’IMI di richiesta di finanziamento per Eximbank. 18 19 ASF, URSS, 38, Verbali incontro Valletta Tarasov del 20 aprile 1966. The Fiat Soviet Auto Plant and Communist Economic Reforms, A report pursuant to House Resolution 1043, 89th Congress, 2nd Session for the Subcommittee for International Trade, Washington, marzo 1967 e ASF, URSS, 34, Nota, Torino, 23 aprile 1966. 20 Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 261 nario installato dalla Fiat sarebbe stato di origine americana, acquistato o direttamente in USA o indirettamente dalla sussidiarie delle imprese americane in Europa. The psychological and economic impact of the US Governemnt’s decision to permit the export of machine tools to Russia is also hard to be overestimated, for it could set a precedent that would throw wide open the gates to East-West trade. If U.S. tools manufacturers can export to Russia through Fiat, why couldn’t General Electrics do the same with its computer techology, using Olivetti as its middleman? […]21. Analoghe preoccupazioni emergono dalle oltre cento pagine della Report del Subcommittee on International Trade che, nel 1966, fu incaricato di valutare le conseguenze dell’accordo tra la Fiat e l’URSS. Dopo avere messo in risalto che la Fiat aveva chiesto di acquistare macchine specializzate e progettate per la produzione della 124 – non facilmente adattabili a altre produzione – e, in secondo luogo, che la casa torinese non avrebbe potuto esportare in Unione Sovietica macchinario considerato strategico per i controlli del CoCom (Coordinating Committee), nell’esprimere un parere in linea di massima positivo sull’Accordo, i relatori avevano soprattutto sottolineato che la Fiat, se non avesse potuto comprare negli Stati Uniti, avrebbe comprato altrove, o dalle produttrici di macchinario europee o dalle concessionarie delle imprese americane in Europa. L’amministrazione americana veniva quindi non solo informata tempestivamente di ogni piccolo passo avanti nelle trattative ma vi vedeva anche un’importante occasione d’affari per le imprese americane. In un promemoria della delegazione italiana alla NATO destinato alla delegazione americana a Brussels del 31 maggio 1966 si legge: When the negotiations between Fiat and the USSR were still in the initial stage, Mr Valletta made them know to some U.S. Government officials- particularly to Secretary of State Rusk- and these officials in- To Russia without Love. Not many people want to talk about it but the fact is that US industry has a major role in the Soviet Union’s plans for a vast new automobile industry, Forbes, 1 ottobre 1966. 21 262 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica formed him that they fully assented to the operation, confirming also that there is no objection in principle in purchasing in the USA part of the machinery to be installed in the new plant22. Non sorprende che al fine di acquistare macchinario americano per il VAZ, la Fiat chiedesse al Governo Americano l’autorizzazione affinchè l’Export-Import Bank potesse rendere disponibile una linea di credito all’IMI e indirettamente all’URSS. La cifra della fornitura globale di macchinario USA fu stabilita in 50 milioni di dollari, in seguito ridotta a 18 milioni23. La Fiat non riuscì a ottenere i prestiti dalla Export Import Bank per i sovietici bloccati in extremis dal veto del Senato americano (Mundt amendment), e in particolare dei Repubblicani, nonostante l’approvazione del Presidente Johnson. Tuttavia, una parte significativa del macchinario per il VAZ fu acquistato o direttamente negli Stati Uniti o dalle loro filiali o concessionarie europee [Siegelbaum 2008, 92; Sbrana 2006, 216.]. Per aggirare i controlli americani, il macchinario americano fu acquistato dalla Fiat e rifatturato al governo sovietico. Il problema si risolvette ammettendo una percentuale del 10% nel quadro del finanziamento del governo italiano per merci di provenienza estera. È però interessante comprendere come avvenne il dibattito che precedette il veto del Senato e quali fossero le argomentazioni sostenute: This contract will reportedly extend over a three year period. Who can say what the conditions of American business will be in two or three years? By then our producer-goods industries might be crying for large export orders with which to sustain their production capacity and their labour forces. We should take no action now which would put these orders beyond the reach of the United States firms. We should be more precise in discussing this loan so that we can see what is involved and who stands to gain or lose. First the borrower: It is not the Soviet Government nor any Russian agency. It is the Italian Credit Institute National Archives and Records Administration (NARA)NARA, IT 7-12 Vehicles and Equipment FIAT/USSR deal Italy, 1965-66, 1967; Lettera del 31 maggio 1966. 22 23 ASF, URSS, 46, Lettera del 26 luglio 1967 alla Direzione Generale dell’IMI per richiedere finanziamento di 38 milioni di dollari all’Import-Export Bank. Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 263 Cantiere a Togliattigrad «ECCO COME SARÀ LA NUOVA VETTURA», incisione di Igor Dubrovin, tratta dal volume Nasce lo stabilimento automobilistico del Volga [Vorobjev 1970, 96]. Ogni stabilimento rappresenta un’epoca.Quando Henry Ford affermava con orgoglio che una libbra di una sua vettura costava meno di una bistecca, la giovane Russia Sovietica faceva i primi passi nell’industria automobilistica [...]. Metà dei proprietari di vetture americane abitava in tuguri, senza ombra di speranza per l’indomani, perfino senza la certezza del pasto giornaliero. Il regime sovietico voleva dare per prima cosa agli uomini, lavoro, abitazione, luce e pane, e perciò cominciò a costruire autocarri. Ora siamo cambiati [...] Una comoda autovettura comincia a occupare un posto sicuro nella vita di milioni di sovietici, insieme al telefono, e al televisore, al frigorifero e alla lavatrice (5). IMI. IMI is a sound financial institution [...] IMI will be financing an auto plant sale by Fiat, one of the world’s industrial powers. This sale is the largest in history. The fact that Fiat could conceive and arrange this transaction is, in itself, evidence of the business drive and initiative of this firm [...] IMI and Fiat have high credit standings. If the Export Import Bank does not extend credits, the money will be obtained elsewhere. The Soviet Union will have its autoplant on schedule. The real loser will have been the United States. It will not only have lost a valuable export opportunity, bur more importantly it will have been hurt in its relations with our good friend and NATO ally, Italy24. NARA, IT 7-12 Vehicles and Equipment FIAT/USSR deal Italy, 1965-66, 1967; (draft, 10/20/66). 24 264 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Nonostante l’esistenza di un forte Partito Comunista l’Italia era dunque considerata sia un alleato fedele, consapevole dei rischi per l’alleanza che il trasferimento di tecnologia strategica, sia un importante mercato per i prodotti statunitensi e per questo motivo veniva considerato importante «to play fair» con gli italiani, nonostante vi fossero forti pressioni da parte di imprenditori e mediatori – e forse da parte degli stessi sovietici – affinchè le imprese americane potessero negoziare autonomamente la vendita e la consegna dei loro beni con l’Unione Sovietica25. Nel 1967 i tempi per un affare diretto tra USA e URSS non erano ancora maturi ma solo pochi anni dopo le società del gruppo Fiat avrebbero dovuto affrontare sul mercato sovietico la temibile e temuta concorrenza diretta dei produttori americani. Conclusioni Nelle pagine precedenti si è cercato di rendere l’estrema complessità dell’«affare del secolo», la discutibilità di una simile definizione e la molteplicità degli attori in gioco. Per quanto la ricerca sia a uno stadio ancora troppo iniziale per dare adito a vere e proprie conclusioni, mi sembra che rispetto alla letteratura esistente la consultazione del fondo URSS possa contribuire a chiarire due aspetti: nonostante l’indubbia rilevanza dell’investimento Fiat, l’importanza del settore automobilistico nelle relazioni economiche italo sovietiche va ridimensionata. Non solo la Fiat non fu affatto l’unica tra le grandi imprese italiane interessate a quanto avveniva oltre cortina ma l’impresa torinese nel decidere di avventurarsi in Unione Sovietica ebbe presente più le possibili ricadute sull’economia italiana – e sulle proprie produzioni ausiliarie – che non NARA IT 7-12 Vehicles and Equipment; Fiat/USSR deal, Italy- 1967- 22/7/1967, lettera al presidente Johnson e al Dipartimento di Stato di William Atwood, un consuente americano residente in Germania che sosteneva di avere avuto queste indicazioni da Ghermen Gvishiani. 25 Valentina Fava La Fiat e la AutoVAZ di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto 265 la costruzione dell’impianto in sé; in una prospettiva allargata, la costruzione del VAZ appare come uno dei molteplici affari del secolo stipulati nei primi anni Sessanta tra imprese italiane e enti sovietici. Esso appare più come la punta di un iceberg di una serie di negoziati e accordi che lo anticiparono e lo seguirono e riguardarono prevalentemente altri settori industriali probabilmente più importanti nelle priorità del Paese ma meno interessanti a fini mediatici e di sdoganamento politico, se così si può chiamare il riavvicinamento dei due blocchi in ambito economico commerciale e il tentativo di rendere questo riavvicinamento accettabile dal punto di vista politico. Alla fine degli anni Sessanta, l’Unione Sovietica e i paesi aderenti al Comecon rappresentavano un’importante potenziale mercato per le imprese automobilistiche europee e mondiali e per i loro fornitori ma si trattava di un mercato ancora accessibile. L’accesso e il posizionamento su quel mercato – ancora per molti versi vergine – dipendeva dalla strategia delle imprese, dalla prontezza a cogliere le occasioni e dalla capacità di comprendere quali fossero le regole del gioco e, ovviamente, dal sostegno che esse avrebbero trovato nei rispettivi governi; come Valletta aveva ben compreso, ancora alla fine degli anni Sessanta, fattori di natura politica escludevano i più pericolosi concorrenti della Fiat e della Renault dalla competizione per il controllo o il posizionamento nell’area Comecon. Si trattava dunque di una situazione particolarmente propizia che non sarebbe durata a lungo. Sarebbe interessante capire- con il rischio di passare dalla storia alla narrativa- se per coglierla il vecchio professore avesse stipulato un nuovo “gentlemen’s agreement” con le imprese americane e avesse giocato la sua ultima carta offrendo un pretesto per smuovere l’opinione pubblica e la politica americana in cambio della posizione di first comer, posizione che purtroppo nei turbolenti anni Settanta i suoi successori alla dirigenza Fiat non seppero e non vollero difendere. 266 Storicamente 2013 Dossier: L’Italia e il blocco sovietico fra antagonismo politico e cooperazione economica Bibliografia Adler-Karlsson G. 1968, Western economic warfare 1947-1967: a case study in foreign economic policy, Stockholm: Almqvist Wiksell. Amatori F. 1999, Gli uomini del professore. Strategia organizzazione e management alla Fiat tra anni Venti e anni Sessanta, in Annibaldi C., Berta G. (eds.) 1999, Grande impresa e sviluppo italiano. 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The name of the group reveals its vocation: telling reality, writing songs about news facts in order to give them back to collective memory. Among the covered themes: italian news, Resistence, the research of social and political songs of the past or the recovery of the popular music heritage. Cantacronache: sintesi del percorso artistico e breve ritratto dei protagonisti Cantare fatti di cronaca era l’intenzione che mosse un gruppo di musicisti, poeti letterati della Torino di fine anni Cinquanta, attivo dal 1958 al 1962. Michele Luciano Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Fausto Amodei, Margherita Galante Garrone (Margot) tra i protagonisti, a cui si aggiunsero, con le loro collaborazioni, scrittori e poeti come Mario Pogliotti, Franco Fortini, Italo Calvino, Umberto Eco e Gianni Rodari. Giovani che raccontavano il Paese da una prospettiva critica e 272 Storicamente 2013 Fonti e documenti anticonformista, denunciando, protestando e riconsegnando alla memoria collettiva fatti e momenti di storia sociale e politica. Disegnavano un’immagine alternativa a quella di un’Italia smagliante e spensierata proposta, per esempio, dalla canzone leggera in voga in quegli anni di pieno “miracolo economico”. È nel recente documentario Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica [= Bentini et al. 2011] che emerge il racconto inedito del contesto culturale, politico e sociale dell’Italia di fine anni Cinquanta, ricostruito attraverso le canzoni e le biografie degli autori torinesi. Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica (Digital, 49 min. 17 sec., marzo 2011). Autori: Michele Bentini, Sandra Cassanelli, Liviana Davì, Elisa Dondi, Rossella Fabbri, Chiara Ferrari, Sara Macori, Alice Tonini. Realizzato nell’ambito del Master in Comunicazione Storica dell’Università di Bologna, in collaborazione con l’Istituto Storico Parri Emilia Romagna, è stato proiettato per la prima volta a Ravenna (Urban Center, 23 marzo-3 aprile 2011) nell’ambito della mostra Comunicare la nazione, promossa da Università di Bologna, Master in Comunicazione Storica, con il sostegno di Fondazione Flaminia di Ravenna. Il trailer (www.youtube.com/watch?v=x3MYRYpyZB4) è stato proiettato al Convegno Internazionale La comunicazione costruisce la nazione, Università di Bologna e del Canada (24-26 marzo 2011). Sempre nel 2011 il documentario è stato presentato al Festival della Storia (Università Statale di Milano); alla Cineteca di Bologna (Rassegna I mercoledì del documentario. Documentare la Storia. Viaggio in Italia); alla Casa del Popolo di Ponticelli (Bologna) nel corso del Festival di Canto Sociale Corazone; all’Urban Center di Bologna nell’ambito della mostra Comunicare la Nazione (Università di Bologna); nella sala consiliare di Portomaggiore (Ferrara) con il sostegno dell’Anpi; al centro culturale Vag61 (Bologna); al Circolo Pavese di via del Pratello a Bologna. Il 23 febbraio e il 22 marzo 2012 è stato presentato a Torino, Museo Diffuso della Resistenza (con la partecipazione di Emilio Jona, Fausto Amodei, Carlo Pestelli). Il 20 aprile a Piacenza nella Rassegna Musica al Lavoro, promossa da ARCI e CGIL (Tavola Rotonda Cantacronache, canzoni per la Storia con Mirco Carrattieri, Presidente Istoreco, Luisa Cigognetti, Emilio Jona, Fausto Amodei. A seguire concerto di Fausto Amodei) [Cfr. Paraboschi E., Canti politici di un’Italia sbadata, «Libertà», 22 aprile 2012]. Il documentario, inoltre, è stato presentato il 25 ottobre a Bologna (Biblioteca delle Lame) nell’ambito del festival R-esistenze, con la partecipazione di Emilio Jona, Giovanni Straniero e Cesare Bermani. Nel marzo 2013, la proiezione si è svolta a Genova, Circolo Zenzero, alla presenza di Haidi Gaggio Giuliani e il 10 maggio a Pisa, presso il Circolo Agorà, nell’ambito del Festival A piena Voce. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 273 I Cantacronache erano fatti così: braccia e menti. Fra le menti c’erano Emilio Jona [...], Michele, che era anche un braccio, Amodei, una mente e anche un braccio, Margot, la moglie di Liberovici una mente e un braccio [...]. Liberovici mi aveva colpito subito perché scriveva già musica per orchestra1. A Sergio Liberovici, infatti, si deve l’ideazione del progetto, e poco dopo lo seguirono Michele Luciano Straniero (che come Liberovici collaborava alla redazione torinese de «L’Unità»)2, Fausto Amodei, Emilio Jona, i principali fondatori del gruppo. Sono intellettuali, persone di cultura3, studiosi oltre che Copertina della rivista «Cantacronache». artisti. Tutti praticavano altre professioni (Fausto Amodei architetto, Emilio Jona avvocato, Michele L. Straniero giornalista), mentre Sergio Liberovici era musicista colto e raffinato, inserito nel mondo della musica professionale4. L’ispirazione a creare il Cantacronache venne a Liberovici dopo un viaggio nella Germania dell’Est. Qui entrò in contatto col Berliner En- Marini G., intervista rilasciata a Bologna, Libreria Feltrinelli, 28 maggio 2010, in Bentini et al. 2011. 1 «Già ai tempi del liceo classico – ricorda il nipote Giovanni Straniero – faceva del giornalismo con Vattimo, Einaudi, Eco. Era un funambolo della parola». Straniero G., intervista rilasciata a Bologna, Istituto Parri, 27 novembre 2010, in Bentini et al. 2011. 2 «Noi eravamo degli intellettuali di sinistra genericamente, cattolici o comunisti o socialisti, ma di un’area di un cattolicesimo progressista». Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 3 «Liberovici era allievo di Mila, faceva la critica musicale su «L’Unità»; scriveva musica colta: aveva musicato dei Balletti, aveva già lavorato con Calvino, sul testo La Panchina, di qualche anno appena precedente l’inizio dell’esperienza con Cantacronache». Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 4 274 Storicamente 2013 Fonti e documenti semble di Brecht che gli offrì lo spunto di provare a scrivere canzoni «di valore critico-contingente», canzoni cioè che facessero da specchio alla realtà presente e che avessero una funzione di critica al sistema politico sociale e culturale, che fossero, insomma, «un vero e proprio strumento di denuncia sociale» [Peroni 2005, 44]. Michele L. Straniero sposò da subito la causa dell’impegno: «Delle canzonette leggere in sé e per sé non ce ne importava molto: il nostro interesse non era mercantile, ma precisamente sociologico e ideologico, e decisamente contenutistico» [Straniero, Barletta 2003, 17]. Poi, in breve tempo, dai fondatori il gruppo si allargò avvalendosi di interpreti come Piero Buttarelli, Margherita Galante Garrone (Margot), Silverio Pisu, Mario Pogliotti, Edmonda Aldini, Glauco Mauri, Franca di Rienzo e della collaborazione di poeti e intellettuali come Italo Calvino, Franco Fortini, Umberto Eco, Gianni Rodari, Giorgio De Maria. Un coinvolgimento che mostra quanto fosse importante per il collettivo «il richiamo alla collaborazione tra mondo della cultura e mondo della canzone che in quegli anni unisce in Francia personaggi come Sartre e Prévert alla generazione degli chansonniers» [Pivato 2005, 207]. «Straniero e Liberovici», infatti, dice Amodei, in quel momento «pensarono che valesse la pena creare un repertorio italiano che potesse stare alla pari con il repertorio degli chansonniers francesi, di un Brassens, Ferré, o col repertorio tedesco di Weill, Eisler, Brecht»5. Questi, Copertina del disco Cantacronache 1. 5 Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 275 dunque, i modelli cui il gruppo si ispirava: «il song tedesco da cabaret entre-deux-guerres e la canzone poetica impegnata francese» [Rolf-Ulrich 1971, 276]. Dal principio, dall’autunno del 1957 ai primi mesi dell’anno successivo, il nuovo “collettivo” si esibiva nei salotti buoni della borghesia torinese, da quello di Giulio Einaudi a quelli di Car- Copertina del disco Cantacronache 4. lo Galante Garrone, di Luciano Foà, Elsa de’ Giorgi. Successivamente fu sempre Liberovici a trovare, dopo i tentativi andati a vuoto con i grandi nomi dell’editoria, un editore musicale, Italia Canta, che si occupava di organizzare concerti prevalentemente ai festival dell’Unità. Italia Canta, molto vicina al Partito Comunista, cominciò a promuovere le loro esibizioni in determinati contesti: convegni, manifestazioni di partito, circoli. Ambiti in cui le canzoni dei Cantacronache trovarono da subito interesse. Un pubblico di intellettuali, ma anche un pubblico popolare: «All’inizio – chiarisce Amodei – le esibizioni le facevamo nei salotti bene di sinistra di Torino, ci avevano mandato addirittura a Roma per uno spettacolo. Poi prendemmo l’indirizzo di andare a cantare ai festival dell’Unità o nelle case del popolo»6. «Mi ricordo – dice Jona – al Parco Lambro di Milano, di aver conosciuto Togliatti nel ’59 o ’60. Prima che lui parlasse noi cantavamo le nostre canzoni»7. Il 1° maggio 1958 avvenne la prima esibizione pubblica, come parte- 6 Amodei F., intervista rilasciata Reggio Emilia, 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. 7 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 276 Storicamente 2013 Fonti e documenti cipazione al corteo della CGIL a Torino. Le canzoni di Cantacronache Dove vola l’avvoltoio?, La gelida manina e Viva la pace vennero suonate dagli altoparlanti di un grammofono collocato sul camion dei sindacati che sfilava durante la manifestazione organizzata in occasione della chiusura della campagna elettorale, mentre il testo venne distribuito ai manifestanti. Il 3 maggio 1958 si tenne un concerto all’Unione culturale di Torino. La serata si intitolava 13 canzoni 13 e venne articolata in canzoni suonate da Liberovici al piano, Amodei alla chitarra, mentre le voci erano quelle di Straniero, Liberovici e Amodei. Ogni canzone era accompagnata da un disegno, realistico-espressionistico, in bianco e nero, visibilmente influenzato dallo stile popolaresco del Tallér de Gràfica Popular de Mexico, composto dai pittori e grafici collaboratori del gruppo, Lucio Cabutti, Giorgio Colombo e Lionello Gennero. L’idea era di creare una forma di arte totale in cui la musica si compenetrasse alle immagini in maniera originale e creasse una forte suggestione durante le esibizioni. Nell’estate 1958 uscì il primo disco, Cantacronache sperimentale, con quattro canzoni insieme alla rivista «Cantacronache», contenente i testi delle canzoni, saggi e articoli. Seguirono concerti e conferenze in teatri, cinematografi, circoli culturali, sezioni di partito, sedi sindacali, accompagnati dalla diffusione della rivista «Cantacronache». Tra il ’58 e il ’62 furono prodotti otto dischi Cantacronache, tre Cantafavole destinate ai bambini, su testi di Calvino, Fortini, Rodari, Jona; due Manifesti di poesia, con le voci di Vladimir Majakovskij e Nazim Hikmet; due di Cronaca: Firenze 1944 e No al fascismo; tre dischi di Canti di protesta del popolo italiano, un disco di canzoni ungheresi dell’Ottocento ispirate a Garibaldi (Viva Garibaldi), una serie sui canti della rivoluzione messicana e sui movimenti di liberazione a Cuba, in Angola e in Algeria, sulla guerra di Spagna e sulla resistenza al franchismo, ma anche sulla resistenza congolese e su quella europea. Perfino un disco sulla storia dell’URSS attraverso le canzoni [Deregibus 2010, 88]. Tra gli ultimi concerti ne fu organizzato uno da «Paese Sera» a Roma, chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 277 al Teatro dei Satiri di Trastevere, dove il collettivo al completo eseguì il repertorio delle 13 canzoni. Il quell’occasione in prima fila vi era «il fior fiore dell’intellighentsjia romana di sinistra, con la centro Alberto Moravia, Pierpaolo Pasolini, Laura Betti, Enzo Siciliano» [Jona e Straniero 1995, 74]. 1958-1962: piccola storia della canzone italiana. Canzonetta vs canzone d’autore: “evadere dall’evasione” Collocare il Cantacronache nell’arco della storia della canzone italiana non è semplice: inziatori del genere d’autore quindi innovatori del sistema musicale, oppure semplicemente contestatori estranei al mercato discografico e per questo esperienza fallimentare? Se ci affidassimo solamente ai manifesti poetici degli autori, primo fra tutti il saggio Le canzoni della cattiva coscienza [De Maria 1964], saremmo indotti a pensare al Cantacronache come un fenomeno quasi esclusivamente intellettuale che poco ha lasciato in eredità al mondo della musica, nato dall’idea di contestare il presente (quei primi anni Sessanta) visto come un ripetersi del passato, quando azioni repressive di stampo fascista miravano a degradare il sistema culturale e musicale assicurando a chi le esercitava l’effetto “distrazione del popolo” e il totale disinteresse di larghe masse verso la realtà, la lotta politica in corso, le problematiche sociali. Abbondavano, allora, canzoni i cui testi erano un invito a distrarsi, a non prendersela se qualcosa non andava. Questo “canta che ti passa” altro non era che la negazione dei problemi, la loro destoricizzazione. Il saggio, che prendeva in esame le ragioni storiche e strutturali del malcostume musicale italiano, guardava alla storia lontana per riflettere sulla realtà contingente. Gli autori, per esempio, intravedevano nel Festival di San Remo, inaugurato nel 1951, la sede di un ben attrezzato centro di diffusione di nuovi prodotti di fattura mediocre, «le canzoni da fischiettare in bagno per il resto dell’anno» [Innocenti 1995, 191], che rimbalzavano 278 Storicamente 2013 Fonti e documenti dalle radio prima, e dagli schermi televisivi poi, nelle case degli italiani. Ancora lo stesso meccanismo, la canzone si faceva evento e il Festival, in poche edizioni la più importante manifestazione canora nazionale, si trasformava nella «telenovela più lunga e prevedibile del mondo. Sempre nuova e sempre uguale a se stessa» [Innocenti 1995, 191]. Una telenovela, cioè un racconto romanzato della realtà in cui gli interpreti, come grandi attori, recitavano ruoli stereotipati, vendevano sogni a basso costo agli italiani che diventavano pubblico, massa. Un mondo a parte, quello della canzone, distante dal cinema o dalla letteratura che in quegli anni si misuravano con la poetica neorealista che disegnava, invece, il ritratto di un’Italia povera, senza lavoro e che ancora risentiva degli strascichi della guerra. Ma fu la canzonetta a guadagnarsi il favore popolare e in virtù di questo a conquistare il successo, la sopravvivenza del genere e del Festival a lei dedicato che tutto raccontava, tranne la realtà. C’è un celebre racconto di Umberto Eco, su Diario Minimo» spiega Jona «che racconta di un mondo futuro dove non ci sia nulla se non i libri di canzoni di San Remo. E uno storico del tempo cerca di ricostruire la realtà attraverso questo mondo immaginario, che non è reale, è fasullo8. Ecco il progetto dei giovani torinesi: rinnovare la canzone attraverso l’impegno e lo sguardo alla realtà quotidiana. Le parole di Jona lo delineano chiaramente: Ciò che ci proponiamo, al di là della polemica o della rottura, è di “evadere dall’evasione”, ritornando a cantare storie, accadimenti, favole che riguardino la gente nella sua realtà terrena e quotidiana, con le sue vicende sentimentali (serie, più che sdolcinate, comuni più che straordinarie), con le sue lotte, le aspirazioni che la guidano e le ingiustizie che la opprimono, con le cose insomma che la aiutano a vivere o a morire. [Jona 1958, 5] Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. Jona fa riferimento a Eco, Frammenti in Diario Minimo del 1963. 8 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 279 Bastano queste considerazioni a intuire quanto la posta in gioco fosse alta: non erano solo canzoni ciò di cui si parlava, ma un modo di guardare al reale e di parteciparvi attivamente, una diversa visione politica e sociale dell’Italia, che molto aveva a che fare con l’idea di contestazione, di rottura e protesta nei confronti di un sistema mal sopportato e dai principi non condivisi. Una dichiarazione di guerra a un mondo sentito come superficiale, evasivo. Per questo tra gli aspetti che meritano di essere messi in luce dell’esperienza Cantacronache vi è proprio questa novità: la svolta culturale di cui il gruppo fu protagonista, e la contrapposizione maturata tra “canzonetta” (bene di consumo nella nascente cultura di massa: «oggetto d’uso» [Eco 1965, 313] se non prodotto «gastronomico»9) e canzone d’impegno (canzone d’autore). A quest’ultima i giovani torinesi riservano una nuova funzione: esprimere un contenuto di realtà. Sia Stefano Pivato [2005] che Gianni Borgna [1985; 1980; 1998] convergono nell’assegnare al movimento torinese un ruolo da contraltare rispetto al contesto musicale di quel fine anni Cinquanta, ne sottolineano la diversità mettendo in relazione i temi e la resa musicale delle loro canzoni con ciò che li circondava, inquadrandoli come fenomeno di novità rispetto alla produzione mediocre della canzone leggera diventata business col festival sanremese. Una canzone, quest’ultima, slegata dal reale e incentrata sul racconto di un’Italia ancora prevalentemente arcaica i cui miti fondatori si rifacevano per lo più alla triade Dio-Patria-Famiglia di antica memoria. Retorica, lacrime e sangue, narcisismo maschile, esaltazione della donna-madre e patriottismo: questi gli ingredienti che la canzone leggera mescolava, condiva e dava in pasto a un pubblico sempre più vasto, che dalla radio passava alla televisione desideroso di La musica gastronomica era un prodotto industriale che «non perseguiva nessuna intenzione d’arte ma il soddisfacimento delle richieste del mercato», tanto pervasiva da poter quasi orientare il mercato e determinarne le richieste, ed «era volta alla soddisfazione di esigenze [...] banali, epidermiche, immediate, transitorie e volgari» [Eco 1964, 5]. 9 280 Storicamente 2013 Fonti e documenti conquistare nuovi spazi di evasione e di guadagnarsi il meritato svago in questi anni di boom economico. Secondo Pivato queste canzoni funzionavano come mezzi «sia per allontanare e dimenticare i problemi quotidiani, sia per diffondere sentimenti di tranquillità e di rassicurazione» [Pivato 2005, 206]. Erano il segnale di una dimenticanza diffusa che conduceva a ignorare la cronaca e la realtà e che trovava il contenitore privilegiato proprio nell’Ariston di San Remo, il «palcoscenico della smemoratezza italiana» [Pivato 2005, 205]. Certo il contesto musicale a partire da quel 1958 era un caleidoscopio in continua trasformazione: ritmi e generi si rinnovavano velocemente, assecondando le esigenze della nascente industria discografica [De Luigi 1982], nuovi artisti incarnavano il gusto del pubblico giovanile, il «consumatore potenziale di nuove e insospettate disponibilità economiche» [Jona e Straniero 1995, 17]. Gli adolescenti determinavano il mercato preferendo spesso generi musicali provenienti dall’America, nuova «Terra promessa» [Castaldo 1994]: il rock’n’roll impazzava nelle sale da gioco, nei bar, nei night, suonato dalle casse dei juke-box. Era una musica che parlava il linguaggio della collera e del disprezzo per gli adulti, le loro ipocrisie, il potere, le regole, e celebrava il mito dell’eterno giovane10. In Italia la cantavano gli urlatori che avevano voci squillanti, scatenate e gridavano rabbia, o vitalità, o disperazione, a pieni polmoni. Alcuni di loro li ritroveremo al Festival di San Remo, divi della rinnovata scena musicale italiana. Con loro la manifestazione canora sembrerà promuovere nelle case degli italiani il nuovo che avanza, nella libertà dei costumi, nell’intraprendenza, nella danza sfrenata del corpo. Gli urlatori, con il loro esibizionismo sessuale, con il loro vitalismo, con il loro ostentato anticonformismo, erano lo specchio fedele di un paese che, gradualmente ma rapidamente, usciva dagli orizzonti angusti del provincialismo e del ruralismo. Di un’Italia che aspirava più di ogni altra Per un approfondimento sui giovani degli anni Sessanta cfr. Alfassio-Grimaldi e Bertoni 1964. 10 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 281 cosa ai comfort, al benessere, alle evasioni della società opulenta e i cui modello era l’America. [Borgna 1998, 83] Cantacronache, invece, era la canzone “diversa”. Fuori dai circuiti commerciali, controcorrente, priva del seguito del pubblico dei giovani, i nuovi consumatori musicali. Decisamente fuori moda. Critico nei confronti del sistema musicale leggero, Cantacronache fece della canzone il campo di battaglia, ma l’obiettivo primario era la contestazione al sistema politico e sociale, la nuova Italia del benessere11. Dunque, senz’altro, demodé. Come il PCI in crisi d’identità, che ne sosteneva le iniziative attraverso l’appoggio della casa editrice Italia Canta che organizzava concerti e pubblicava i dischi. Risulta però difficile stabilire ora cosa fosse canzonetta e cosa no, e se considerare il canone critico moralizzatore e pedagogico proposto da Cantacronache il punto di vista più oggettivo su quello squarcio d’anni. Lo stesso Jona rammenta spesso uno scritto di Proust, un invito a non disprezzare la cattiva musica perché anche in essa sono inscritte la vita e le sofferenze delle persone [Proust 1988]. «Questo noi lo avevamo presente – chiarisce –. Anche in ciò che appare abietto, evasivo e costruito sul nulla, c’è sempre qualcosa che poi diventa l’aura del tempo. La cattiva musica connota un tempo. Anzi, se dovessi fare un film su certe epoche certamente userei la cattiva musica perché, nella sua divaricazione rispetto alla realtà, la documenta quasi meglio»12. Canzonetta o canzone d’impegno, di Cantacronache non si possono certo trascurare alcune evidenze che sono all’origine, per esempio, del cantautorato in Italia, come il lavoro di trascrizione in musica di eventi «In chiave prepasoliniana – dice Amodei – contestavamo che il miracolo economico avrebbe ottuso parecchie volontà di cambiamento e parecchie istanze non rivoluzionarie, o per lo meno di grandi riforme. Alcuni ci dicevano: – che male c’è se dopo la guerra e la ricostruzione e aver stretto la cinghia si voleva consumare di più, non è che facesse tanto male –. Ma noi eravamo molto calvinisti in questo senso»: Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. 11 12 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 282 Storicamente 2013 Fonti e documenti significativi nella storia sociale e politica del Paese o la volontà di attivare nei cittadini uno spirito critico autonomo, una coscienza alternativa a quella omologata al sistema della cultura dominante. «L’intento primario – spiega Amodei – non era quello di mettere la canzone al servizio della lotta politica, ma solo di farne uno strumento culturalmente dignitoso di comunicazione e di dibattito»13. Attraverso le canzoni di Cantacronache l’Italia delle rivendicazioni e delle lotte riscopriva la piazza come terreno di scontro e la canzone d’impegno come luogo di condivisione di valori e ideali. Così, nella primavera-estate del ’60, in occasione del ritorno del popolo alla protesta, i Cantacronache incontreranno altri giovani interessati al loro repertorio e al sistema innovativo di scambio e diffusione di idee e messaggi da loro innescato, cantando nelle piazze, nei comizi, nella case del popolo, nei circoli, tra la gente. Varrebbe la pena soffermarsi con più attenzione anche sugli interpreti che da Cantacronache hanno tratto spunti, e collocare le loro canzoni nei rispettivi contesti storici e culturali, per sbrogliare quel filo intricato che ha tessuto le trame della storia della canzone d’autore in Italia, quella che da Cantacronache è passata al Nuovo Canzoniere Italiano e ha toccato autori come Giovanna Marini, Ivan della Mea, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, solo per citarne alcuni. Ma occorrerebbe uno studio più mirato14. Resta tra le tante, quale manifesto poetico del gruppo, La canzone dei fiori e del silenzio. Qui Cantacronache esprimeva chiaramente l’avversione al genere dei testi evasivi e dalle rime facili di San Remo. Gli autori non volevano tacere di problemi sociali e delle ingiustizie che colpivano la gente comune, non ci stavano a cantare di «boschi e fiori, degli amori felici», volevano parlare di miseria e lavoro, della vita «anche se ha giorni grigi e duri, degli amori, anche se sono tristi e oscuri», della realtà. Ma lo facevano con le stesse armi della canzonetta. La struttura, la foggia 13 Intervista a Fausto Amodei, in «L’Unità», 1 maggio 2002. 14 Si rimanda a Liperi 2011, Jachia 1998, Pivato 2002, Bermani 1997, Berselli 1999, Bernieri 1978. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 283 esteriore (di questa come delle altre) erano simili: La tendenza era di usare formule melodiche semplici – dice Jona – strutture verbali e ritmiche giocate sulla capacità di memorizzazione della rima, non casuale, non astratta o retorica, ma essendo stimolati da ciò che avveniva intorno a noi15. Argomenti, temi, contenuti, voglia di intervenire sulla situazione sociale culturale e politica del Paese, facevano da corpo e sostanza alle canzoni. L’idea era di prendere la struttura di una canzone commerciale (come era l’idea di Brecht e Weill), una struttura di una folk song, una canzone popolare anche di massa e provare a destrutturarla. Si voleva evitare quella sorta di immedesimazione patetica, quel pathos mieloso da intrattenimento tipico della canzonetta, ma usare quello stesso mezzo per far capire delle cose, non solo emozionare. Non c’era la volontà di dimenticare in modo snobistico il mondo della musica popolare e commerciale, ma provare a reinterpretarlo, reinventarlo utilizzandolo come possibile cavallo di troia per entrare in un immaginario a esso abituato. Quello era il progetto politico che c’era dietro16. Ecco perché una parte della critica riconobbe nel progetto Cantacronache «un tentativo di indirizzare la canzone verso l’intelligenza e un primo contraltare alla canzone intesa come un importante settore nell’industria della stupidità, quale diventa sempre più nei festival gangsteristici di recente memoria»17. La canzone, per gli autori torinesi, doveva incidere sulla realtà, invece di invitare a distogliere l’attenzione «dall’immenso spettacolo di questo mondo, bello e brutto»18. Non a caso l’ultima strofa della Canzone dei fiori e del silenzio era proprio un richiamo a intervenire invece di lasciarsi abbacinare dalle immagini edulcorate e false prodotte dalle canzonette. Tornare alla concretezza dei fatti, alle verità quotidiane di chi moriva nell’indifferenza, per lavoro, per un ideale. 15 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 16 Liberovici A., intervista rilasciata a Bologna il 1 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. 17 Piovene G., Canzoni, ma vere, «Epoca», 16 agosto 1959. 18 La canzone scenderà in terra, «L’Espresso», 23 marzo 1958. 284 Storicamente 2013 Fonti e documenti Le contraddizioni della realtà italiana negli anni del boom economico nelle canzoni di Cantacronache Il lavoro al Sud: La zolfara e gli “omicidi bianchi” Una canzone come La zolfara19 dà modo di entrare nel vivo della poetica dei Cantacronache e nel loro sguardo trasversale sulle questioni sociali: l’obiettivo, infatti, è puntato sulle vicende dei lavoratori nelle zolfare, non certo su quelle dei proprietari e dei loro interessi economici. Nasce da un fatto di cronaca accaduto in quegli anni, come mostrano gli articoli di giornale che lo descrivono20: siamo in Sicilia nel 1958 e otto lavoratori muoiono nella zolfara di Gessolungo. Nessuno sembra preoccuparsene troppo, lo Stato tende a dimenticarsi che ancora in Italia si possa morire per lavoro. Nessuno contesta, così è una canzone ad alzare la voce, e a ricordare, nominandoli, i morti ammazzati, lì e in tutte le altre zolfare d’Italia. Poco prima anche a Ribolla, alcuni minatori erano rimasti sepolti sotto la miniera del grossetano e questo incidente era diventato lo spunto per un romanzo, La vita agra di Bianciardi. Anche qui il proposito del protagonista, un anarchico, era quello di vendicare le morti ingiuste dei minatori, distruggendo la sede milanese dell’azienda mineraria (la Montecatini). Bisognava annientare i padroni, i responsabili del danno, interessati solo a fare soldi e sfruttare i lavoratori senza preoccuparsi troppo di salvaguardare la loro incolumità. La zolfara è una difesa di quei lavoratori costretti a subire condizioni precarie e mortali: «Nella zolfara si parla di lavoro che uccide, di speculatori che per bramosia di profitto non esitano a mettere a repentaglio la vita dei lavoratori» [Straniero, Barletta 2003, 33], ed è un’autentica La zolfara, testo di Straniero M.L. e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 192 (https://soundcloud.com/storicamente/la-zolfara). 19 20 8 morti e 64 feriti per un’esplosione di grisou, «La Sicilia», 1958. Altri articoli e foto sono consultabili sul sito www.caltanisetta24ore.it. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 285 canzone di protesta [Vettori 1974, 175]. Solo un Gesù Cristo vendicatore può aggiustare le cose e ricreare l’ordine compromesso: infatti è lui a salvare i minatori morti offrendo loro una vita migliore in paradiso, dopo aver distrutto la miniera (simbolo di ingiustizia) con un fulmine. La canzone è il riflesso della formazione cattolica di Straniero21. La sua voce, che racconta senza interpretare, offre una visione oggettiva e quasi distaccata del fatto, e per questo ha il pregio di rendere la descrizione fortemente realistica. Il lavoro al Nord: Canzone triste, le lotte operaie e le donne al lavoro Canzone triste22 presenta una diversa sfumatura sul tema del lavoro. La manodopera che si impiega nelle fabbriche o negli uffici, a pieno ritmo per mantenere alta la produzione di beni di consumo, necessari alle esigenze dei novelli consumatori desiderosi di acquistare nuove merci, vive un’esistenza precaria sul piano delle relazioni affettive: gli uomini, le donne, faticano a trovare tempo da dedicare a loro stessi e alla vita di coppia perché gli orari di lavoro non convergono. I turni lavorativi creano esistenze che viaggiano parallele e mai si incrociano: chi torna la sera e riparte il mattino, chi torna il mattino per essere di nuovo al lavoro la sera. Così solo un istante rimane ai due sposi della canzone per un bacio dato di sfuggita o per un caffè. La canzone è una fotografia della condizione esistenziale di quegli anni Nel periodo in cui scrive questa canzone, Michele L. Straniero stava maturando un cambiamento nel suo rapporto con la religione, come spiega il fratello Giorgio Straniero: «Aveva modificato la sua posizione religiosa, per accedere a una visione del cristianesimo non regolata dal principio di autorità, sia in sede pratica che in sede dottrinale [...]. La più efficace rappresentazione di questa forma di religiosità immanente, incarnata nella realtà profonda dell’umanità che soffre, è data dalle parole della canzone La zolfara in cui Gesù Cristo decide di intervenire a sanzionare l’episodio della miniera con un gesto significativo»: Straniero e Barletta 2003, 33. 21 Canzone triste, testo di I. Calvino e musica di S. Liberovici: Jona e Straniero 1995, 131 (https://soundcloud.com/storicamente/canzone-triste). 22 286 Storicamente 2013 Fonti e documenti e mostra come il miracolo economico fu per molti la condanna a una vita scandita da turni lavorativi e scarso tempo per gli spazi di libertà. Il lavoro adesso ingoiava, annullava le identità, intorpidiva. Anche le donne, impiegate nella fabbriche o negli uffici, lo subivano. «Volevamo raccontare la condizione operaia, cos’era il salario, lo sfruttamento, la catena di montaggio»23 chiarisce Jona. Non a caso, è proprio di questi tempi la ripresa dei conflitti sociali che caratterizzava le concentrazioni operaie, sia vecchie che nuove, quelle degli immigrati di origine rurale che, abbandonate le campagne, si riversavano nelle città del nord per trovare lavoro, e quelle delle donne. La battaglia per i diritti segnava momenti decisivi e generava valori da trasmettere alle generazioni successive. Nel 1959, soprattutto, si stava verificando un riavvio significativo delle lotte operaie in diverse città italiane con alla testa i giovani, gli operai e gli immigrati. Cominciavano a venire alla luce una serie di ingiustizie profonde nel rapporto di lavoro: le sperequazioni tra uomini e donne, fra impiegati e operai, o il permanere di gerarchie e di discriminazioni sempre meno accettabili. La grande pesantezza degli orari di lavoro trova poche giustificazioni in un mondo industriale caratterizzato da innovazioni tecnologiche e da razionalizzazioni dei processi produttivi: essa stride con le potenzialità offerte dalla società del boom e con l’importanza progressivamente assunta dal tempo libero. [Crainz 2005, 186] La resistenza degli industriali a queste rivendicazioni fu durissima e appoggiata da una certa parte della Democrazia Cristiana. Tra le prime agitazioni vi fu quella degli elettromeccanici dell’industria a partecipazione statale che si riunirono il giorno di Natale del 1961 a Milano in piazza Duomo. Gli operai della FIAT di Torino tornarono allo sciopero il 7 luglio 1962 [Foa 1996, 286], negli anni in cui cominciava a sfumare la vampata del miracolo economico per lasciare il posto alla «congiun- 23 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 287 tura, una crisi economica temporanea» [Crainz 2003, 3]. Proprio nel 1962, ecco come la fabbrica entrava anche nell’immaginario attraverso il romanzo Memoriale di Paolo Volponi. Sono gli occhi del protagonista Albino Saluggia che così la descrive: La fabbrica, grandissima e bassa, ronzava indifferente, ferma come il lago di Candia in certe sere in cui è il solo, in mezzo a tutto il paesaggio, ad avere luce. Nemmeno in Germania avevo visto una fabbrica così grande; così tutta grande subito sulla strada, senza recinti o cancellate dove la gente potesse lavorare avanti e indietro, tra il chiuso e l’aperto [...]. Dopo un momento il lavoro sembrava tutto uguale; la fabbrica era tutta eguale e da qualsiasi parte mandava lo stesso rumore, più che un rumore un affanno, un ansimare forte. [Volponi 1991, 11-12] Ma illuminante è anche l’analisi della donna lavoratrice che viene dal mondo cattolico. Bastano alle donne pochi mesi di fabbrica e le ritroviamo cambiate moralmente, quasi sempre infiacchite nella loro resistenza al male, più larghe nei giudizi morali su cose e fatti, più apatiche di fronte alla virtù, meno impegnate nella pratica religiosa. E, tutto, giustificato da una presa di coscienza (così come dicono loro) di quello che veramente è la vita. [Pernigo 1963, 189] Ed è proprio la voce profonda di Margot in Canzone triste a entrare nell’intimità di una coppia di sposi che faticano a incontrarsi a causa dei diversi turni lavorativi. La canzone, dunque, non solo fa cenno alla nuova organizzazione della vita che il sistema impone, ma è anche una delle poche ad affrontare in quegli anni il tema amoroso in maniera realistica, mettendo in scena le difficoltà quotidiane cui poteva andare incontro una coppia di giovani lavoratori in una grande città. Non tratta, dunque, di un amore esotico, idealizzato, sentimentale, ma concreto, incentrato sull’osservazione del vero. «Lui aveva il turno che finisce all’alba / entrava in letto e lei n’era già fuori» cantava Margot, e anche: «Il nostro letto serba il tuo tepor». Ecco che il riferimento al letto, cioè alla relazione amorosa e sessuale dei due protagonisti rendeva, tra l’altro, la canzone particolarmente innovativa e rivoluzionaria, sfidando le regole censorie del conformismo culturale 288 Storicamente 2013 Fonti e documenti che vietava la rappresentazione di argomenti vicini alla sfera intima. Questo elemento di contestazione e il rifiuto ad adattarsi ai contenuti concessi dalla società perbenista e conservatrice di quel finire degli anni Cinquanta segna ancora una volta il carattere trasgressivo di Cantacronache. Del resto, anche Il ratto della chitarra ne è una dichiarazione. In questa canzone Amodei racconta della sua chitarra che gli è stata rapita, una chitarra che la Questura ha schedato come «chitarra comunista» perché «Cantava senza paura / dei versi un poco insolenti / in barba alla Censura / contro i padroni e i potenti»24. Non a caso tra i temi più presenti nella produzione del gruppo torinese non manca l’anticlericalismo e la critica alla cultura bigotta che in quegli anni la Chiesa proclamava, soprattutto in Italia dove la presenza della Chiesa cattolica aveva inciso decisamente sui costumi, sulla mentalità, condizionando scelte e stili di vita [Martina 1977]. Ma soprattutto proponeva una discriminazione nei confronti dei non cattolici, mostrando una forte ingerenza nei confronti dello Stato. Nel 1958 moriva Pio XII e su «Paese Sera» lo scrittore Roger Peyrefitte scriveva un articolo fortemente critico nei confronti del papa, scatenando interventi della polizia, campagne stampa contrapposte: «Siamo di fronte ad un vasto attacco contro la Chiesa, senza esclusione di colpi, comprendendo e anzi preferendo quelli destinati al suo capo, capo della religione di stato [...] condotto da un partito antidemocratico e anticostituzionale» [Verucci 1988, 250-251]. Tensioni e conflitti si succedevano in diverse località e mostravano questa frattura tra la Chiesa e la società contemporanea. A Prato si celebrava nel 1958 il processo nei confronti di Monsignor Fiordelli, vescovo della città toscana che aveva fatto leggere in chiesa una lettera in cui indicava come peccatori e concubini due coniugi che si erano sposati con rito civile. Questi avevano pensato bene di denunciarlo per diffamazione. Il Il ratto della chitarra, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 122-123 (https://soundcloud.com/storicamente/il-ratto-della-chitarra). 24 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 289 vescovo, che aveva preferito non presentarsi in tribunale non potendo «essere sottoposto al giudizio del magistrato civile un atto riguardante il governo spirituale dei fedeli»25 fu condannato al pagamento di una multa. Questa conclusione provocò reazioni molto accese da parte del Vaticano e dai quotidiani cattolici, che difendevano l’operato di Monsignor Fiordelli. Dai fatti in questione i Cantacronache trassero lo spunto per scrivere alcune canzoni anticlericali come La guerra era finita26, che raccontava proprio di una coppia che aveva deciso di sposarsi civilmente: la loro unione nel corso degli anni si era rafforzata nonostante le tante disavventure e disgrazie che i due sposi avevano affrontato: scioperi, la guerra, la morte di un figlio al fronte. Ma la disgrazia più grossa era quella di essere dei miscredenti: Siamo sposi illeciti / viviamo nel peccato / il nostro amore è ignobile / la vita ha insudiciato. / Noi per aver diritto / a un poco di rispetto / noi dovevamo unirci / davanti al chierichetto / e dall’altare il prete / ci avrebbe benedetti. / Lui deve benedire: / uomini e gagliardetti. [Jona e Straniero 1995, 216] La canzone, però, si concludeva con una profonda riflessione sull’amore, che è «la forza di un sorriso» e che rivivrà nei cuori dei figli della coppia in terra e in paradiso. Una canzone come Il Tributo27 è ancora più critica: «Non era altro che un elenco di elargizioni» spiega Jona «che un comune italiano, Chieti, aveva dato ad organizzazioni religiose. Così recitava: “E vi abbiamo qui addietro narrato solo fatti precisi e indiscreti di un comune italiano i verbali vi leggemmo del comune di Chieti”»28. Nel 1958, infatti, su «L’Espresso» era uscito un trafiletto29 che conteneva la lista dei provvedi- 25 «Il Giorno», 24 febbraio 1958. 26 La guerra era finita, testo di Parenti F.: Jona e Straniero 1995, 214-216. 27 Il Tributo, testo di Jona E.: Jona e Straniero 1995, 168. 28 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. 29 Il Comune di Chieti contribuisce, «L’Espresso», agosto 1958. 290 Storicamente 2013 Fonti e documenti menti approvati nei tre mesi precedenti dalla Giunta comunale formata dalla DC, MSI, PNM. Ve ne erano 16 ed erano tutti contributi indirizzati a istituzioni religiose: all’Azione Cattolica, Pontificia Opera d’Assistenza, suore Orsoline, e diversi altri. La politica italiana nel luglio 1960: Per i morti di Reggio Emilia La canzone Per i morti di Reggio Emilia30 affronta il tema della situazione politica in cui piombò l’Italia nel 1960. O meglio dell’Italia che arrivava al 1960, alla prova degli anni del boom. La continuità, nel passaggio dal fascismo al post-fascismo, è una chiave di lettura credibile del tipo di Stato che venne a consolidarsi in quegli anni, quando Ferdinando Tambroni, Ministro degli Interni prima e Primo Ministro dall’aprile ’60, eletto con il sostegno del Movimento Sociale Italiano [Longo 1970; Jona e Straniero 1995; Crainz 2005], giocò un ruolo di primo piano in questo processo. Interventi repressivi e aumento di iniziative neofasciste31 determinarono l’accentuarsi di tensioni sociali, che esplosero in scontri tra manifestanti e polizia a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, quando il MSI decise di indirvi il proprio congresso nazionale. Era il 30 giugno 1960. Poi fu la volta di Licata (5 luglio), di Roma (6 luglio), di Reggio Emilia (7 luglio). Il popolo tornava a partecipare, agire e protestare. La canzone di Amodei racconta ed elabora l’episodio di Reggio Emilia, sigillato nelle trame della storia tragica del Paese. A Reggio Emilia la Camera del lavoro aveva indetto uno sciopero politico per il pomeriggio del 7 luglio. Venne proibito l’uso della piazza dal Prefetto e la manifestazione fu ammessa solo nella sala verde del Teatro Alfieri. Ma i manifestanti erano più di duemila nella piazza davanti al te Per i morti di Reggio Emilia, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 116-117 (https://soundcloud.com/storicamente/per-i-morti-di-reggio-emilia). 30 31 Vedi alcuni articoli di quotidiani: Svastiche e torture: sono ricomparse le svastiche a Roma e in altre città, «Il Giorno», 3 gennaio 1960; Roma. I cittadini del quartiere ebraico scendono in piazza contro una provocazione fascista, «L’Unità», 5 gennaio 1960. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 291 atro, seduti ad aspettare l’inizio della manifestazione, proclamata per le ore cinque32. Le foto mostrano giovani accovacciati a terra impegnati nell’atto di cantare, fatto che avvalora l’ipotesi di una manifestazione spontanea, conseguenza di uno sciopero indetto Fausto Amodei in concerto a Reggio Emilia nel dal sindacato. «Ci sono in piaz- luglio 2010. za giovani non solo del PC, ci sono giovani socialisti, radicali, della DC, e anche diversi non politicizzati, operai, qualche studente»33, dice Carrattieri. Improvvisamente da tutte le vie di accesso alla piazza arrivarono camionette della polizia e dei carabinieri che cominciarono ad allontanare la folla con idranti che sparavano acqua colorata. Poi vennero lanciati lacrimogeni e infine proiettili veri che puntavano ad altezza uomo. Cinque giovani vennero colpiti, quattro morirono subito, uno la sera in ospedale. Ferite anche una trentina di persone di cui venti gravemente. Il sindaco intervenne cercando di fermare la carneficina e a quel punto si smise di sparare. La Camera del lavoro invitò i manifestanti a tornare a casa, così si concluse lo sciopero che lasciò a terra cinque vittime. La memoria della tragedia è fissata nel testo e nella musica di una canzone diventata monumento, luogo della memoria, attorno a cui radunarsi per ricordare nomi, persone, eventi della storia partigiana. Per i morti di Reggio Emilia, infatti, costruisce un legame fortissimo con il passato e con la memoria resistenziale: «vengono idealmente congiunte le lotte degli scioperanti con quelle dei partigiani» [Pivato 2005, 208] e le vitti- Carrattieri M., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. 32 33 Ibidem. 292 Storicamente 2013 Fonti e documenti me di quel luglio ’60 diventano anche tutte le vittime partigiane cadute nella guerra contro il fascismo: «Son morti come vecchi partigiani». Basta l’attacco che chiama a raccolta a fare di chi ascolta, una comunità: «Compagno, cittadino, fratello partigiano / teniamoci per mano in questi giorni tristi» e le parole si fanno carico di condensare il ricordo di fatti e sentimenti, diventano nucleo simbolico per una cerchia di persone che li vivono e rivivono: «Sangue del nostro sangue / Nervi dei nostri nervi» recita il testo. Nostro, appunto. In questa appropriazione c’è tutto il senso della condivisione e della comune appartenenza (di una data comunità) che fa del canto un veicolo per rinnovare nel presente il passato. Non a caso la canzone richiama consapevolmente le parole di altre canzoni popolari partigiane, e ha la funzione di riannodare un filo: c’è Fischia il vento: «Uguale la canzone che abbiamo da cantare: scarpe rotte eppur bisogna andare», mentre nel finale si cita Bandiera Rossa. Questa operazione, certamente va detto, non ha la pretesa di affermare dei valori assoluti o universalmente condivisi; la memoria, infatti, è semplicemente individuale, inesorabilmente particolare, soggettiva, intima, e non può essere scambiata con quella di altri. Essa è un angolo visuale ed emotivo irriducibilmente personale, soggetta proprio per ciò a fenomeni di logoramento fisiologico, di rimozione, di alterazione [...]. Ma non solo: la memoria è di parte, come parziale è lo sguardo su cui si fonda. [Barberis 2004, 51] È la memoria, appunto, di una comunità, alla quale i Cantacronache sentono di appartenere. Ma Per i morti di Reggio Emilia è anche la colonna sonora di una nuova generazione di giovani, nati dopo la guerra, che per la prima volta entravano in scena come soggetto politico: i giovani con le magliette a strisce. Non era un’uniforme – dice Vittorio Foa – i ragazzi portavano quelle magliette e secondo il costume giovanile si vestivano tutti uguali. La loro scatenata allegria, la loro gioia di muoversi insieme, quella protesta chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 293 così alta che sembrava toccare il cielo, aveva un significato: basta con la politica incomprensibile, ci siamo anche noi, vogliamo capire e dire anche la nostra. [Foa 1996, 274] Perché così giovani è il titolo di un articolo dell’Espresso34 che si chiedeva come mai la gioventù fosse pronta a scendere in piazza, mentre alcuni interventi di Carlo Levi35 descrivevano questi ventenni come uomini nuovi scesi per le strade a difesa dei valori della resistenza e per una libertà quasi ancora da riconquistare. Tra di loro c’erano anche i giovani Cantacronache che, con l’arma della canzone, esprimevano la loro protesta. Di nuovo, nel 1977, la canzone verrà diffusa dagli altoparlanti durante una manifestazione operaia davanti alla fabbrica di Arese36. La sua forza è proprio quella di saper radunare persone che si ritrovano in ideali e principi condivisi pur vivendo in contesti e momenti storici differenti. Così ascoltare o intonarne le parole è davvero come partecipare a un rito. «La canzone come arma» In quel luglio ’60 Amodei svolgeva il servizio militare, in veste di soldato semplice, a Montorio Veronese. Si era in stato d’allerta – scrive Amodei – e avevamo l’ordine di tenere in camerata, a capo del letto, il nostro fucile, pronti a intervenire in funzione di ordine pubblico. Furono giorni orribili perché la prospettiva di essere impegnato in uno scontro di piazza contro manifestanti di cui condividevo appieno le opinioni mi sconvolgeva. Per poter dire qualcosa, in una situazione come quella di caserma in cui non si poteva neppure immaginare di svolgere attività politica, composi questa canzone. [Jona e Straniero 1995, 116] Lo stesso Liberovici era cosciente del valore della «canzone come arma. La convinzione che, in particolari momenti, può essere più efficace una stornellata che un comizio, un giudizio critico, una parola d’ordine sintetizzati nel giro di un facile ritornello che un manifesto murale». [Jona e Straniero 1995, 25] 34 «L’Espresso», 10 luglio 1960. Gli articoli di Carlo Levi furono pubblicati settimanalmente su «Abc» e riproposti in La nuova Resistenza, suppl. al n. 7-8, 1960, «Rinascita». 35 Cfr. Dorfles P. et al. 2007, Gli anni ’70. Antologia delle inchieste di “Cronaca”, DVD n. 2, Appunti sul lavoro in fabbrica: un’ora in fabbrica (Arese, 1977), Roma: Rai Trade. 36 294 Storicamente 2013 Fonti e documenti 7 luglio 1960, Reggio Emilia: suoni, fotografie, una canzone, un video, articoli A tenere vivo il ricordo dell’evento tragico restano anche altri documenti: una registrazione dei suoni della piazza [7 luglio 1960, «Vie Nuove», Editori Riuniti, 1960] effettuata da un negoziante che si trovava sul posto e che, invece del comizio, registrò i rumori di quello scontro: grida, spari, sirene di ambulanze e di polizia. Una voce che grida «assassini». Sono trentacinque minuti ripresi casualmente e incisi su un disco poi messo in vendita. Ci sono i commenti di Pier Paolo Pasolini [1960; Ferretti 1977], di Fausto Amodei [2000]. Nel documentario Cantacronache 1958-1062: politica e protesta in musica sullo sfondo dei suoni, le fotografie, gli articoli di giornale, le immagini offrono un contrappeso piuttosto oggettivo ai fatti. Raffigurano momenti della piazza gremita, poi l’arrivo delle camionette della polizia con gli idranti, gente che fugge, persone a terra, morti circondati da chi cerca di rianimarli, feriti in ospedale. Anche le testimonianze di chi era presente – Alberto Franceschini [Pannone 2008] – accentuano il drammatico intrecciarsi degli eventi. Le riprese originali della commemorazione del luglio del 2010, il Cinquantesimo, con Amodei chiamato a cantare la canzone tra una folla partecipe e commossa, e alcune autorità (il sindaco Delrio), parenti, lavoratori riuniti a testimoniare e a ricordare riportano il dramma al presente (Riprese della commemorazione, di una mostra fotografica allestita di fronte al Teatro Ariosto, di un racconto di Paolo Nori collocato nella piazza). E poi il funerale, le cui immagini originali sono tratte da 1960 I ribelli, documentario di Mimmo Calopresti, molto organizzato e strutturato, mostra la commozione di quanti presero parte alla cerimonia, i diversi leader politici nazionali come Togliatti e Parri, un documento di grande impatto emotivo. Copertina e retro del disco Reggio Emilia 7 luglio 1960, «Vie Nuove», Editori Riuniti. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 295 Suoni, fotografie, una canzone, un video, articoli: sono diversi i materiali attraverso cui i fatti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 si rivelarono, si mostrarono a un pubblico in veste comunicativa. Questa varietà e ricchezza rende chiaro da subito come esso fu molto sentito e rappresentato già all’epoca: «Fu uno dei primi eventi ad essere utilizzato a livello mediatico, per la campagna delle elezioni amministrative che si tenne a fine anno» spiega Mirco Carrattieri. «Togliatti impostò dal centro la campagna elettorale delle amministrative in tutta Italia sui fatti di giugno-luglio»37. Era una novità: comunicare a un pubblico un fatto, in questo caso tragico, attraverso ogni possibile mezzo narrativo significava già incidere sulla realtà politica del Paese. La Resistenza, in compagnia di Italo Calvino «Centrale è, nell’esperienza del gruppo torinese, il recupero della memoria della Resistenza [...] contro i tentativi di restaurazione e di oblio che la cultura conservatrice degli anni Cinquanta opera nei confronti dell’esperienza partigiana» [Pivato 2005, 208 e Pivato 2002, 145]. Ma anche per la «necessità di far fronte alla deriva della politica italiana» [Peroni 2005, 47], negli anni del ritorno di un governo filofascista. Al tema Cantacronache dedicò diverse canzoni alcune delle quali, in maniera innovativa, mettevano in primo piano proprio l’aspetto della memoria, nella volontà di ricordare e riaffermare quell’esperienza di lotta. Fu una forte presa di coscienza: «Bisogna dire» scriveva infatti Straniero «che in quei tardi anni Cinquanta parlare di Resistenza era [...] quasi un delitto» [Jona e Straniero 1995, 67]. Giusto per entrare nel contesto di quegli anni si può rilevare come, per esempio, solo dopo la caduta del governo Tambroni (luglio 1960) una circolare del nuovo ministro della Pubblica istruzione, Giacinto Bosco, disponeva che l’insegnamento della storia alle superiori non si fermasse 37 Carrattieri M., intervista rilasciata a Reggio Emilia il 7 luglio 2010, in Bentini et al. 2011. 296 Storicamente 2013 Fonti e documenti alla Prima Guerra Mondiale ma che giungesse fino alla Costituzione. Mentre per quanto riguarda lo strumento più diretto della comunicazione di massa, la televisione, sempre solo dopo la fine del governo Tambroni la Rai propose le prime trasmissioni sulla Resistenza [Crainz 1996, 37-65]. Tra il 1961 e il 1965, invece, anno del ventesimo anniversario della Liberazione, attraverso i programmi televisivi, avvenne il passaggio dalla rimozione a un’ufficializzazione della Resistenza che ne banalizzava, però, i contenuti: «Si passa cioè dall’oblio alla costruzione di una “memoria pubblica” astrattamente apologetica, che si sovrappone alle molteplici e differenti – talora opposte – memorie private senza riuscire a risolverle in sé, senza aiutarle a riconoscersi come parte di un processo. L’insistenza unilaterale e retorica sui temi del riscatto nazionale e del sacrificio tendeva a tradursi in sermoni pedagogici e di scarsa efficacia». Infatti questa impostazione del racconto storico lasciava ai margini problemi cruciali come «l’identità nazionale: o meglio i differenti modelli di identità nazionale che allora si vennero a scontrare» [Crainz 2005, 179]. In questo contesto offrono un valido commento le riflessioni di Jona sull’approccio utilizzato da Cantacronache per raccontare la Resistenza: «cominciava a essere guardata con un occhio diverso da quello che era stata. Non serviva una celebrazione mitologica, ma concreta: i partigiani erano i nostri fratelli maggiori»38. Partigiani Fratelli Maggiori è, infatti, una delle canzoni che esplicita il tema della memoria: «Se cerchiamo sui libri di storia / se cerchiamo tra i grossi discorsi fatti d’aria / non troviamo la vostra memoria»39. La stessa Per i morti di Reggio Emilia, nella narrazione di un fatto avvenuto nel luglio ’60, offriva lo spunto per tornare a rievocare la storia resistenziale. Ma tra le più suggestive non si può non ricordare Partigiano sconosciu- 38 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010, in Bentini et al. 2011. Partigiani Fratelli Maggiori, testo di Straniero M.L., Musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 185 (https://soundcloud.com/storicamente/partigiani-fratelli-maggiori). 39 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 297 to40, l’autore del cui testo viene indicato come Anonimo. Sergio Liberovici, infatti, musicò una poesia senza firma, appuntata manoscritta il 25 aprile 1945 nel luogo in cui, a Modena, era stato fucilato un partigiano. Successivamente il nome dell’autore, anzi dell’autrice del testo, divenne noto: era la partigiana modenese Claudina Vaccari41. L’interesse per la tematica resistenziale portò Cantacronache a occuparsi anche dei canti politici e sociali dei paesi in lotta come l’Algeria, che dal 1954 al 1962 stava combattendo la sua rivoluzione per l’indipendenza contro la Francia. Il disco I canti della rivoluzione algerina si può ritenere la prima documentazione sonora in Europa della canzone algerina di guerra42. Nell’ambito di quel viaggio una delegazione di Cantacronache venne ricevuta dall’allora capo provvisorio del governo algerino in esilio a Tunisi, emanazione del Fronte Nazionale di Liberazione, e lì ebbe modo di raccogliere un vasto materiale: «Frequentando i campi di raccolta dei rivoluzionari algerini, attraverso incontri fraterni con i dirigenti del movimento di liberazione, in una serie di esperienze che, per essere fatte a pochi chilometri di distanza dai campi delle più sanguinose battaglie, non potevano che portare seco l’eco di quelle lotte, la voce di quella gente valorosa»43. Lo stesso Straniero, tra i curatori del disco e autore della Canzone del popolo algerino44 scriverà: Partigiano sconosciuto, testo di Anonimo, musica di Liberovici S.: Jona e Straniero 1995 (https://soundcloud.com/storicamente/partigiano-sconosciuto). 40 41 Note al testo sul libretto del CD allegato a Jona e Straniero 1995. 42 «L’Unità» Milano, 26 ottobre 1960. 43 Ibidem. 44 Canzone del popolo algerino, testo di Straniero M.L., musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 180-181. Nel documentario Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, le parole della canzone sono accompagnate delle immagini del film La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, Igor Film, Roma, 1966) e alcune riprese degli scontri avvenuti ad Algeri tra esercito e rivoluzionari nel 1960 (L’epoca delle riforme. Il miracolo economico di Valerio Castronovo, in Storia del capitalismo italiano, DVD n. 8, Rai Trade, Roma, 2008) (https://soundcloud.com/storicamente/la-canzone-del-popo- 298 Storicamente 2013 Fonti e documenti Per la mia generazione, la guerra d’Algeria ha avuto il valore che ebbe per i nostri padri la guerra di Spagna, e per i più giovani quella del Vietnam: ci fece scoprire l’oppressione e la tortura, ci diede la certezza morale e l’entusiasmo di essere dalla parte giusta, ci aiutò a capire la dinamica della storia, fu quella che si dice una “presa di coscienza” che ci aiutò a diventare adulti. [Straniero, Rovello 2008, 20] Sul tema resistenziale Cantacronache trovò la piena collaborazione di Italo Calvino, che già nel suo libro d’esordio aveva narrato la propria esperienza di guerra45 [Calvino 1947]. La partecipazione dello scrittore alle attività del gruppo torinese avvenne in conseguenza dell’amicizia con Sergio Liberovici che come Calvino lavorava alla redazione de «L’Unità». Calvino si lasciò convincere e anzi «venne preso da autentico entusiasmo» [Jona e Straniero 1995, 64] tanto da partecipare perfino al canto in coro con voce baritonale. Ma Calvino sarà anche testimone dell’interesse e della popolarità che Cantacronache suscitava in America: «ricordo della sue cartoline – dice Jona – di quando era nei campus in America e lì sapevano di Cantacronache, ci scriveva di fargli avere dischi di Cantacronache, qui tutti vogliono dischi di Cantacronache, scriveva»46. Nella canzone Oltre il Ponte47 da lui scritta, la storia partigiana diventa un bagaglio di valori e ideali da tramandare alla nuove generazioni, i giovani ventenni. Il tema è reso con toni delicati, lievità e semplicità d’immagini: un ponte è il simbolo che divide la guerra dalla pace, la vita della morte e la speranza che l’amore vinca su ogni altro tentativo di distruzione. lo-algerino). 45 Su Calvino autore di canzoni cfr. Falcetto 1995. Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010. Cfr. anche Cevaso F., Italo Calvino cantautore Indie Pop, «Corriere della Sera», 2012 (http://lettura.corriere.it/italocalvino-cantautore-indie-pop). 46 Oltre il ponte, testo di Calvino I., Musica di Liberovici S.: Jona e Straniero 1995, 133 (https://soundcloud.com/storicamente/oltre-il-ponte). 47 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 299 È sempre Calvino a scrivere nel 1958 Dove vola l’avvoltoio?48 canzone anticipatrice in Italia del pensiero pacifista che sarebbe esploso qualche anno dopo. Innovativa e precorritrice di una certa sensibilità: Il pacifismo allora non era un verbo diffuso. Certamente non eravamo i soli, ma era nuovo pensare a un mondo di pace, anzi era relativamente insolito. L’elemento del pacifismo militante c’era già durante la guerra del ’15-’18 era già iscritto nella cultura operaia e politica. Ma per quanto riguarda la canzone colta, invece, indubbiamente Dove vola l’avvoltoio? è il primo caso in cui si è sviluppato un tema fortemente pacifista legato, però, al passato non al presente: non c’è nella canzone questo aspetto della guerra come distruzione dell’umanità49. Come annientamento del futuro e visione ideale di pace e libertà. Tema che comparirà qualche anno dopo per esempio nella canzone di Fabrizio De André, La guerra di Piero (1964) e nell’inno pacifista Blowing in the wind (1963) di Bob Dylan. Una Storia “altra”: la voce popolare e della protesta L’anno più felice della mia vita è un libro di Alan Lomax [2008], studioso americano di musica popolare. Tra il 1954 e il 1955 attraversò l’Italia raccogliendo e registrando canti, ballate, un vasto materiale sonoro da conservare e mantenere in vita, perché rappresentava una eccezionale fonte storica, un patrimonio culturale che rischiava di scomparire di fronte al fenomeno dell’abbandono delle campagne e dell’urbanizzazione, di fronte all’imminente nascita di una nuova Italia che puntava al progresso e a costruirsi una nuova storia e una diversa identità: quella di Paese industrializzato e moderno. Insieme a Diego Carpitella fu lui a mettere insieme un’ampia testimonianza della vitalità del patrimonio culturale italiano di allora, mai studiato fino a quel momento [Carpitella 1978]. Ed Dove vola l’avvoltoio?, testo di Calvino I., musica di Liberovici S.: Jona e Straniero 1995, 131-132 (https://soundcloud.com/storicamente/dove-vola-lavvoltoio). 48 49 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011. 300 Storicamente 2013 Fonti e documenti è sempre questo ricercatore a diffondere anche in Italia un certo interesse verso la cultura popolare, operazione che precedentemente aveva realizzato in America, con Woody Guthrie, con il quale aveva registrato gran parte del repertorio folk americano. Attraverso Lomax si venne a creare un rapporto tra il movimento americano e le ricerche sulla canzone popolare in Italia. Proprio in quegli anni, infatti, nel 1954, veniva pubblicata in Italia una piccola antologia di Canzoni di protesta del popolo americano da Roberto Leydi e Tullio Kezich, grazie a contatti che questi avevano con il gruppo di People’s Songs, un’organizzazione fondata a New York da Lomax, Pete Seeger, allo scopo di promuovere canzoni popolari americane, canzoni di lavoro e di lotta. Il libretto era intitolato Ascolta, Mister Bilbo!50 e le edizioni Avanti! che lo pubblicarono furono al centro di una riscoperta della musica popolare in Italia, già attivata in precedenza dai primi studi etnologici di Ernesto de Martino, e poi proseguita nel lavoro di Cantacronache, del Nuovo Canzoniere Italiano, da i Dischi del Sole e dallo stesso Istituto de Martino [Bermani 1993]. A un certo punto abbiamo riscoperto, in contemporanea con altri che lo stavano facendo, gli uni all’insaputa degli altri, tutto il repertorio del canto sociale italiano. Attorno a esso si è avviata una nuova ricerca di questa cultura orale che in rapporto al campo folklorico, ha avuto di base il lavoro di Lomax e Carpitella sui canti popolari italiani, che fu uno shock anche per noi, perché nessuno sapeva che in Italia ci fosse una tale Portelli 1975, 252. Ne dà conferma anche Fausto Amodei: «Di ricerche sulla canzone popolare – dice – se ne stava interessando Roberto Leydi che in un primo momento si era occupato dei canti di protesta americani. Infatti, il termine canto di protesta, utilizzato anche da Cantacronache, viene da un libricino scritto da Leydi Ascolta Mister Bilbo!. Poi arrivò Cersare Bermani e il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano con i Dischi del Sole che lavorarono molto sulla ripresa e riproposta del canto sociale tradizionale»: Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in Bentini et al. 2011. Sullo stesso argomento anche Straniero è molto preciso: «Questa espressione “canti di protesta”, non era farina del nostro sacco, bensì l’adattamento alla situazione italiana di quel protest song statunitense del quale Tullio Kezich e Roberto Leydi davano documentazione in quegli anni con la pubblicazione del volumetto Ascolta Mister Bilbo!»: Jona e Straniero 1995, 68. 50 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 301 meravigliosa cultura sotterranea51. E il dialetto, in un Italia attraversata da una forte emigrazione dal Sud al Nord, era certamente un modo per affermare (o per non dimenticare) la propria identità e le radici di un popolo [Straniero e Barletta, 2003]. Ecco che la riscoperta del canto sociale contribuì ad accrescere l’interesse di Cantacronache verso i movimenti di protesta in Italia, non solo quelli attuali, ma anche le rivolte del passato, avvenute negli anni di formazione di una cultura anarchica, socialista, comunista, repubblicana. Manifestazioni che rappresentavano l’azione collettiva popolare nell’atto di emanciparsi socialmente e culturalmente, era il popolo che denunciava e cantava le ingiustizie sociali e l’esigenza di libertà [Jona e Straniero 1995, 30]. I Cantacronache ne faranno tre dischi dal titolo Canti di protesta del popolo italiano52, risultato di una particolare forma di scambio che avveniva tra gli autori e il loro pubblico anziano: C’è stato una specie di baratto tra noi Cantacronache e il pubblico anziano delle Case del popolo, delle Cooperative, delle Società di mutuo soccorso dove andavamo a cantare le nostre canzoni, che erano canzoni di cronaca, di storia e di situazioni concrete. Questi anziani già lo facevano diverso tempo prima: noi cantavamo la morte di Matteotti – ci dissero – il crack delle banche di Roma del 1897, l’uccisione di Sante Caserio, lo sciopero di Parma. Per cui a un certo punto, grazie a loro, abbiamo riscoperto tutto il repertorio del canto sociale italiano, attorno a cui poi si è avviata una nuova ricerca sul campo53. Lo studio del repertorio popolare italiano risvegliò l’interesse verso il mondo sommerso della canzone storica di protesta di fine Ottocento e Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in Bentini et al. 2011. 51 Canti di protesta del popolo italiano 1, 2, 3, collana a cura di Jona E., Liberovici S., Italia Canta, 1959, SP 33/R/0012. 52 53 Amodei F., intervista rilasciata a Reggio Emilia, 7 luglio 2010 in Bentini et al. 2011. 302 Storicamente 2013 Fonti e documenti del Novecento, e contribuì a mostrare un Paese che si raccontava attraverso la voce dal basso: Abbiamo cominciato a raccogliere canti popolari, come i canti contro la guerra del ’15-’18, canti di lavoro, di lotta, canti repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici. Abbiamo cominciato a portare fuori dal dimenticatoio questo materiale molto interessante da studiare soprattutto per il linguaggio: musicalmente e letterariamente mutuava modelli culturali della cultura alta ma attraverso tecniche e modifiche interne molto interessanti54. E venne fuori che in Italia esisteva una ricca tradizione di canti sociali, politici e di protesta, «esplicita espressione di comunicazione rivendicativa e contestativa di massa» [Bermani 2003, 1; 1997]. Si trattava di canti d’uso, ovvero formatisi «attraverso la trasformazione di altri precedenti canti, cioè per una modificazione del testo preesistente o per un adattamento di nuove parole a melodie già note e per lo più notissime, sì da agevolare al massimo la diffusione orale del nuovo messaggio» [Bermani 2003, 3]. Per questo mescolavano materiali, testi e musiche provenienti da diversi contesti: arie da romanze insieme a canzonette di consumo, melodrammi con ritmi di marce e inni militari. Purché fossero cantabili, purché costituissero un repertorio, una trama comprensibile a tutti e a cui tutti potessero partecipare. Il racconto di quei fatti, così, si tramandava, e con esso la storia. Tra i più suggestivi, riproposto da Fausto Amodei, si può menzionare Il crack delle banche55, che racconta dello scandalo della Banca Romana del 1897 [Vettori 1974]. 54 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 10 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011. 55 Il crack delle banche, Barbieri U. 1896 in Cantacronache 4 – Canti di protesta del popolo italiano e canti della Resistenza, Vedette Albatros VPA 8133, riedito da Nota Ed., Udine 2008 (https://soundcloud.com/storicamente/il-crak-delle-banche). chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 303 Un’immagine del processo di Torino a Einaudi, Liberovici, Straniero e Margot (1962). Gli intellettuali e la dittatura: cultura a processo Un altro evento che mostra le inquietudini di quei primi anni ’60 è la pubblicazione del libro Canti della Nuova Resistenza spagnola edito nel ’62 da Giulio Einaudi, che riportava la traduzione e lo studio critico dei canti della Nuova Resistenza spagnola che Liberovici, Straniero e Margot avevano registrato sul posto, recandosi in Spagna durante la dittatura franchista. Gli autori e l’editore vennero accusati di vilipendio di Capo di Stato estero (si menzionava la figura di Franco, definito come cabron) e per oscenità. Per questo andò incontro a censura, provocando una lunga serie di dibattiti, ma soprattutto di scontri anche violenti che avvennero durante i giorni del processo che si tenne a Torino. «Fu un viaggio clandestino» dice Margot «eravamo dei clandestini noi lì. Avevamo una scatola di fiammiferi con lamette da barba, dentro a ognuno c’era l’indirizzo di una persona che poteva dirci qualcosa sulla 304 Storicamente 2013 Fonti e documenti Nuova Resistenza spagnola. Questa scatola era pronta a essere incendiata e gettata fuori dal finestrino della macchina se fosse successo qualcosa»56. «Avevamo pubblicato una coplas» spiega Jona «una forma popolare di canto spagnolo di due distici, e uno recitava: “Al santo Cristo de Limpia dicono che gli crescono i capelli, e che gli cresce il cazzo per metterlo nel culo ai preti”. Era una metafora: Cristo vendicatore che caccia i mercanti dal tempio»57. Era una protesta contro il clero corrotto che il sentimento popolaresco attribuiva all’immagine del Cristo giustiziere, potenza punitrice dei ministri non degni della divinità58. «Invece» prosegue Jona «il capo d’imputazione diceva: “per aver attribuito alla sacra figura di Cristo atti di sodomia”». Jona in quell’occasione, in quanto avvocato, si occupò della difesa: Io ho cercato di spiegare che l’uso della parola “cazzo” era corretta e usata in gran parte della letteratura italiana – dice – e mi sono divertito a citarla almeno trenta volte nella mia arringa mostrando come fosse presente in qualunque testo da Bandello a Boccaccio... Poi spiegai il significato della metafora. Nonostante ciò Liberovici, Straniero, Einaudi e Margot furono inizialmente condannati a quattro mesi di reclusione e il libro fu sequestrato in tutta Italia. Poi, dopo l’assoluzione in Cassazione, quando fu chiaro che si trattava di una metafora, il libro fu ritradotto in Francia e Inghilterra – dice Jona –. Allora un fascista qualunque poteva fare una denuncia di questo genere che poteva produrre un processo arrivato fino in Cassazione. Dovetti dimostrare come nel canto popolare l’oscenità era presente, e se uno studioso ne pubblica alcuni e li studia non compie alcun atto osceno. Si tratta, invece, di un lavoro intellettuale59. Galante Garrone M., intervista rilasciata a Venezia il 3 gennaio 2011, in Bentini et al. 2011. 56 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010. Su questo argomento, inoltre, cfr. la canzone I mercanti del tempio, testo e musica di Amodei F.: Jona e Straniero 1995, 112-113. 57 58 «L’Unità», 27 giugno 1963. 59 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 305 Processo a Einaudi, Liberovici, Straniero e Margot Sull’argomento esiste una vasta serie di articoli di giornale conservati presso l’archivio del Crel – Centro Regionale Etnografico Linguistico – a Rivoli (Torino). Tra questi: Processati Einaudi e i canti spagnoli; Condannati a Torino gli autori del libro contro il franchismo; Violenta nota del governo spagnolo contro l’editore torinese Giulio Einaudi; Tafferugli e proteste contro l’editore Einaudi denunciato per oscenità e vilipendio alla religione. E poi anche: I canti della nuova resistenza spagnola. La Marsigliese degli ubriachi, «Lo Specchio», 20 gennaio 1963; Gli editori europei solidali con Einaudi. Franco teme lo stornello, «L’Espresso», 20 gennaio 1963. Altri, invece, vengono dall’archivio personale di Giovanni Straniero, nipote di Michele: I libri più letti della settimana, «Vie Nuove», 24 gennaio 1963; Franco Galasso, Censura. I due tabù del regime: il profitto e la sacrestia; Ecco gli uomini che abbatteranno Franco, «Le Ore», 24 gennaio 1963. Lo stesso concetto venne ribadito dal prof. Giuliano Vassalli, dell’Università di Roma, che in quell’occasione testimoniò al processo in difesa degli imputati, mettendo in luce «il carattere sicuramente scientifico dell’opera che si è proposta il compito di raccogliere documenti che potrebbero andare perduti per lo storico di domani, cercando di fissare quel particolare momento della reazione popolare contro un regime oppressivo»60. Per questo il libro dei canti della Resistenza spagnola «resterà per lo storico di domani un capo d’accusa contro un regime che con la sua tirannia obbliga un popolo generoso a una protesta segreta così sofferta ed esasperata»61. Alcuni commenti di Margot, invece, chiariscono il clima conservatore che in particolare condannava la figura della donna: «Mi chiese il giudice» dice Margot «ma lei come donna non si sente a disagio a dire le parolacce che dice in quel libro? Io ho detto: scusi ma lei che differenza fa tra uomo e donna?»62, creando con la sua domanda un gran disordine in tribunale. 60 «L’Unità», 27 giugno 1963. 61 Dichiarazione di Einaudi G. in «L’Unità», 27 giugno 1963. Galante Garrone M., intervista rilasciata a Venezia il 3 gennaio 2011 in Bentini et al. 2011. 62 306 Storicamente 2013 Fonti e documenti Si può leggere tra le trame di questo processo il quadro della situazione italiana, e non solo, caratterizzata da un forte scontro di tipo ideologico e politico che approfittava di qualsiasi manifestazione artistica o culturale per accentuarsi. Per diverso tempo, per esempio, Straniero, Einaudi, Liberovici e Margot furono banditi dalla Spagna e nei giorni del processo la sede della casa editrice torinese subì alcuni attacchi e lanci di bombe carta. La vicenda mostra quanto fosse difficile per un artista, o intellettuale, esprimere pubblicamente un pensiero, soprattutto nel caso potesse disturbare la corrente politica dominante, o certi personaggi che ne erano fautori come Franco. E la Chiesa, soprattutto. La censura era un’operazione molto praticata e la libertà di pensiero veniva schiacciata da esigenze di potere, come mostra anche questo scritto: Quando cominciammo a comporre le prime canzoni neorealiste l’atmosfera psicologica italiana, attraversava momenti di insolita tensione. Le elezioni erano alle porte, ai comizi si replicava con i comizi. Come sempre avviene in simili circostanze le parole, le opinioni, anche le più svagate, finivano sempre per acquistare un loro ben preciso significato, un’intenzione che Cantacronache: da sinistra Sergio Liberovici, Fausto Amomagari non c’era […]. Si dei, Michele L. Straniero, Margot (fonte: Straniero e Rovello viaggiava su di un terreno 2008). minato. A ogni sillaba, a ogni nota, si rischiava di toccare questo o quell’altro tabù nazionale e di ricevere di conseguenza i controstrali degli interessati. [Jona e Straniero 1995, 26-28] Sempre per restare nell’ambito della giustizia, solo nel 1956 entrerà in funzione la Corte costituzionale, che avvierà la cancellazione di norme e articoli introdotti dal fascismo. Ma per cogliere a pieno l’arretratez- chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 307 za culturale del sistema giudiziario (Magistratura e Corte) e una certa discriminazione verso le donne, è sufficiente ricordare che ancora nel 1961 la Corte ribadiva che l’adulterio era reato punibile se compiuto dalla donna, che recava offesa più grave dell’infedeltà del marito. La sinistra comunista, in questo contesto, appariva agli autori italiani come una possibilità di libera espressione, anche solo per il fatto che un editore come Einaudi avesse deciso di sostenere la pubblicazione di un libro che riguardava la protesta di un popolo contro una dittatura fascista. C’era un conformismo terribile nella radio e nella televisione – dice Jona – vigeva un codice di comportamento rigidissimo: certe parole non si potevano dire perché venivano censurate. Per poco che si facesse, a livello di critica, si veniva subito cacciati. Infatti, sotto questo profilo la sinistra comunista, che non era certamente liberale, ha fatto un’opera liberale: ha difeso la libertà di stampa, di opinione, di cultura in un periodo in cui c’era questa balena dormiente che faceva addormentare un po’ tutti, e tutto diventava sfilacciato in un conformismo diffuso, costante.63 Il riferimento è alla politica conservatrice della DC, definita da Jona vecchia balena [Jona e Straniero 1995, 26] che imponeva un sistema centrista che impediva l’alternanza politica in Italia e lasciava spazi marginali alle opposizioni, tra l’altro ancora irrigidite dalla presenza del modello del comunismo sovietico. Questo concetto di una sinistra comunista non liberale, ma comunque sostenitrice di certe libertà, chiarisce la contraddizione esistente nello schieramento. Conclusioni L’esperienza di Cantacronache mostra come in un particolare momento della storia d’Italia le canzoni abbiano saputo riconquistarsi un ruolo, quello di collettore sociale e luogo di condivisione di ideali. La stessa 63 Jona E., intervista rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011. 308 Storicamente 2013 Fonti e documenti funzione che Stefano Pivato ben rammenta: uno strumento che «cadenza lo svolgersi della politica, ne sottolinea gli eventi principali, ne accompagna l’evoluzione. È, in definitiva, uno dei segnali più significativi della partecipazione della gente comune [...] alla politica» [Pivato 2005, X]. I Cantacronache scrivevano, cantavano e cercavano di radicare il gusto per un nuovo tipo di canzoni, che affrontavano i temi della quotidianità e quelli sociali e politici con parole intense e poetiche, melodie lineari molto adatte a sostenere il tono spesso narrativo dei testi e a contrappuntare denunce pungenti mai gridate64, ma mostrate in tutta la loro evidenza. Perché si ricominciasse a guardare alla realtà e ai suoi problemi, a rivendicare diritti calpestati, a protestare nelle piazze. Utilizzate come fonti per la storia65 queste canzoni diventano fotografie, rappresentano un veicolo tra i più suggestivi per la restituzione di fatti realmente accaduti e del clima culturale e politico che li ha generati. E se la storia della cultura e del costume di un Paese passano anche attraverso le sue canzoni, con Cantacronache si arriva al cuore, alle origini della creazione d’autore, espressione di uno sguardo personale, e per nulla scontato, sulla realtà. Così, prende forma un ritratto alternativo della società italiana. Non è certo l’Italia del benessere quella che si profila, ma l’Italia vista dalla parte di chi le trasformazioni le subiva: l’Italia della protesta, di chi stava dalla parte delle minoranze e guardava al presente con occhio critico cercando di svelarne le ingiustizie. Un’Italia “altra”, che Cantacronache ha osservato e fissato. Alternativa, perché ne è stata il negativo, l’immagine in ombra che ha scavato nelle differenze e nelle contraddizioni, invece di fermarsi alla superficie. Le immagini più vive che ci sono rimaste esprimono tensioni e conflitti ancora attuali e salienti come il rifiuto verso il conformismo intellettuale e la volontà di opporsi al sistema della produzione musicale leggera che Archivio storico del Cinema della Resistenza di Torino, www.istoreto.it/agenda/ Cantacronache.pdf. 64 65 «Il canto risulta essere un documento utile per capire la storia»: Pivato 2005, X. chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 309 trovava vasto consenso, e che Cantacronache ha combattuto proponendo canzoni “educative”: «Eravamo sinceramente stufi e delusi della pessima qualità delle canzonette presentate al Festival di San Remo, della ripetitività dei loro testi (le rime amore / cuore) e della banalità delle loro musiche» scriveva Straniero [Jona e Straniero 1995, 63]. Contestazione verso i prodotti culturali di puro consumo e intrattenimento, capaci di creare un pubblico passivo e acritico nei confronti della realtà, contestazione che ben si è espressa nello slogan “evadere dall’evasione”. La lettura critica del boom economico con l’idea che celasse con la sua fascinazione i reali problemi del paese, avviato a una fase di forte cambiamento in tutti i settori, con «l’intreccio (sofferente) di passato e di presente, di tradizione (come memoria di usanza e di sentimenti) e di nuove necessità, il rapporto fra continuità e cambiamento [...], la diversa fatica e le diverse attese» [Foa 1996, 261]. La questione del lavoro e dei diritti dei lavoratori da difendere. Problemi che toccavano sia il Sud (i morti nelle zolfare siciliane) che il Nord (la fabbrica con i turni di lavoro che condizionavano pesantemente gli stili di vita). La contestazione di tipo politico, la battaglia contro le dittature e a sostegno delle mobilitazioni di massa e, allargando il discorso, alle forme di resistenza al colonialismo, all’imperialismo con uno sguardo alla storia di altri paesi, mentre il tema della memoria resistenziale e della lotta partigiana diventava un patrimonio da preservare e trasferire alle generazioni successive. Cantacronache a tutt’oggi resta un’esperienza innovativa e unica, un punto di svolta nella storia della canzone italiana, non solo per aver contribuito alla nascita della canzone d’autore e del cantautorato66, scrivendo, musicando e cantando le proprie canzoni, non avendo trovato cantanti professionisti disposti a farlo, e in questo preservando una certa libertà creativa67. C’era alla base l’idea di dare vita a un nuovo sistema 66 Sulla storia della canzone d’autore cfr. Jachia 1998. «Nessuno suonava le nostre canzoni: la radio, la tv e i cantanti celebri non l’avrebbero mai fatto. Poi in realtà alcuni cantanti famosi le hanno riprese, la Vanoni, per esempio, ha cantato una canzone come La zolfara e poi anche altre». Jona E., intervista 67 310 Storicamente 2013 Fonti e documenti di produzione e fruizione dell’arte che comprendesse, nella sua opera di trasformazione, il pubblico, non inteso come massa informe, ma come insieme di individualità, uomini con cui dialogare e interessare alle cose della realtà. Nel suo valore educativo ed etico, la canzone richiedeva anche una rinnovata modalità di esecuzione da parte dell’interprete: una vocalità semplice e naturale, come l’orchestrazione, priva di grandi arrangiamenti. La canzone diventava letteratura e la letteratura canzone, unita alla pittura, alla grafica, come mostrano i disegni che ritroviamo tra i loro scritti teorici, o le copertine dei loro dischi, o le scenografie dei loro spettacoli. Opera d’arte totale, si potrebbe dire. In questo progetto rigeneratore i Cantacronache furono tra i primi a intravedere un’alternativa al sistema della produzione e distribuzione propri del mercato discografico e culturale di massa deciso dalle major, praticando l’autoproduzione e mantenendo un approccio artigianale alla creazione artistica che, nell’esclusione dalle dinamiche commerciali, ha implicato la ricerca di luoghi e modalità comunicative al di fuori dei circuiti convenzionali, dei palcoscenici televisivi, delle grandi case discografiche, delle radio. Una scelta, o l’unica soluzione possibile e in questo senso rivoluzionaria, dettata dall’urgenza di esprimere idee e contenuti, spesso controcorrente, in libertà. Un sistema che, probabilmente, avrebbe aperto la strada alle successive etichette discografiche indipendenti68 [De Angelis et. al. 2007]. Bibliografia Alfassio-Grimaldi U., Bertoni I. (eds.) 1964, I giovani degli anni sessanta, Bari: Laterza. Amodei F. 2000, Per i morti di Reggio Emilia, «Pollicino Gnus», 75 (Luglio/Agosto). rilasciata a Torino il 21 ottobre 2010 in Bentini et al. 2011. Cfr. Cevaso F., Italo Calvino cantautore Indie Pop, «Corriere della Sera», 2012 (http:// lettura.corriere.it/italo-calvino-cantautore-indie-pop). 68 chiara ferrari Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica 311 Barberis W. 2004, Il bisogno di patria, Torino: Einaudi. Bentini M. et al. 2011, Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, a cura di Bentini M., Cassanelli S., Davì L., Dondi E., Fabbri R., Ferrari C., Macori S., Tonini A., DVD, Master in Comunicazione Storica dell’Università di Bologna, in collaborazione con l’Istituto Storico Parri Emilia Romagna. 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