della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi
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della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi
HELIOS MAGAZINE Rivista bimestrale di scienze, cultura e società Registrazione Tribunale di Reggio Cal. Nr. 3/96 Direttore Responsabile Pino Rotta Direttore Editoriale Gianni Ferrara Comitato di redazione: Valentina Arcidiaco, Katia Colica, Elisa Cutullè, Giorgio Neri, Salvatore Romeo, Kreszenzia Gehrer Corrispondenti: Giancarlo Calciolari, Faiyz Barakat Almahasneh Editore: Centro Studi Sociali Club Ausonia Presidente: Pino Rotta Vice Presidente: Roberto Pirrello Sede legale: via Pio XI nr. 291 89132 Reggio Calabria (I) Redazione: via Pio XI nr. 291 – 89132 Reggio Calabria (I) Tel. 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Società- Decreto legge contro il Femminicidio: la risposta ad un “IO minuscolo” (di Maria Laura Falduto) pag. Società - La violenza è anche energia (di Luisa Nucera) pag. Società - Dea Madre e Dio Padre (di Salvatore Romeo) pag. Società –Aggressori e aggrediti. La natura della violenza (di Tiziana Fortunato) pag. Società - Misoginia e Femminicidio (di Antonella Iurilli Duhamel) pag. Società - Il Green New Deal di Green Italia (di Cinzia Marra) pag. Esteri - Il petrolio del Brasile. Il problema di essere ricchi! (di Domenico Grillone) pag. Recensione - Paola Zaretti, Nel nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi (di Giancarlo Calciolari) pag. Intervista - L’occhio sul mondo di Francesco Amato (di Elisa Cutullè) pag. Arte - L’asino di Cattelan (di Kreszenzia Gehrer) pag. Fuori sommario: Med-Art - Arte, mito, poesia e psiche SosImpresa - Non al racket e all’usura 3 4 5 6 7 9 10 11 12 13 14 15 16 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Editoriale L’economia della violenza N La violenza sulle donne, sugli omosessuali, e quella razzista è aumentata o no? di Pino Rotta ella storia della cultura occidentale l’inviolabilità della persona, prima fisica e successivamente psicologica, è un fatto abbastanza recente ed è il risultato di un processo di lenta diffusione dei principi e dei valori laici, liberali e democratici. E’ un processo sia politico che culturale e come tale è mutabile. I valori impiegano secoli per radicarsi nella coscienza delle persone e, mutando condizioni sociali ed economiche, possono avanzare o arretrare in una continua dialettica interna alla società e con sfumature del tutto diverse a seconda dei ceti sociali e degli strumenti di consapevolezza di cui sono dotati i singoli individui. Nelle società occidentali i fenomeni di violenza sulle donne, sugli omosessuali, unitamente a quelli di natura razzista, sono aumentati o no? A leggere le cronache quotidiane, non solo italiane, la risposta sarebbe sicuramente affermativa, se invece andiamo ad analizzare le casistiche di lungo periodo è evidente che, a parte una curva di flessione che possiamo trovare nel decennio degli anni ‘60 cioè nel periodo del boom economico, i fenomeni non sono aumentati, anzi addirittura sono diminuiti. Anche un solo caso di violenza a mio avviso è insopportabile ed il ragionamento che qui si sta sviluppando riguarda la relazione tra comunicazione, consapevolezza e fenomeno per capire quali sono le interconnessioni tra questi elementi sia sulla frequenza dei fenomeni che sulla reazione sociale ed individuale agli stessi. L’Occidente è la punta avanzata dei diritti umani nella storia dell’umanità su questo non credo ci siano dubbi. Comincia con l’Illuminismo e continua con le lotte di emancipazione delle classi più povere e delle donne fino agli anni 60-70 del 1900. Ad un maggiore grado di benessere economico corrisponde una maggiore diffusione dell’istruzione e della spinta alla “autodeterminazione” su un piano orizzontale o, se vogliamo usare un termine ormai desueto, diremo “di massa”. La spinta all’autodeterminazione, all’emacipazione da condizioni di subalternità e l’affermazione di principi di rispetto e tutela della persona hanno trovato due antagonisti che ne hanno determinato l’avanzamento o l’arretramento sia sul piano formale che su quello della coscienza sociale ed individuale. Questi due antagonisti sono riconducibili al sistema di produzione capitalistico e alle istituzioni religiose che, nella storia, sono sempre state il supporto dei ceti dominanti e delle forze più conservatrici del capitalismo (vedi l’azione dei gesuiti cattolici o dei puritani protestanti). Di norma, e soprattutto oggi che la comunicazione in 2 tempo reale blocca la nostra attenzione sul presente contingente, si ha la percezione che quello che si fa determina delle trasformazioni e non ci si rende conto che, soprattutto nelle dinamiche sociali e culturali, anche ciò che NON si fa produce effetti di uguale portata. Così il non approvare una legge contro l’omofobia, contro il femminicidio o contro la ricomposizione dei gruppi nazifascisti, soprattutto se a queste omissioni si accompagna la posizione intransigente di istituzioni religiose come la chiesa cattolica, è una sorta di legittimazione tacita a questi fenomeni. Ci si chiederà perchè un sistema democratico dovrebbe avere interesse a favorire fenomeni di violenza e di discriminazione? Qui dobbiamo tornare alla connessione tra cultura e sistema produttivo. Quando il sistema produttivo subisce una ristrutturazione di portata storica le tensioni e la reazione dei ceti più deboli della società devono essere indirizzate verso obiettivi di forte impatto emotivo che non mettano a rischio però la ristrutturazione del sistema. Ecco che dal 1990 in poi in Occidente le denuncie e e proteste contro la guerra e contro l’espansione finanziaria che si organizzarono con i movimenti No-Global e quelli del pacifismo sono stati neutralizzati da una massiccia politica di svuotamento della capacità critica delle nuove generazioni, private di fatto del diritto alla cultura, e dalla sostituzione della coscienza individuale con quella del consumatore televisivo. Questo processo nel corso di venti anni ha funzionato come anestetico sociale ma le condizioni di impoverimento delle classi sociali vittime di questa ristrutturazione del capitalismo restano e vengono indirizzate verso obiettivi neutri sul piano economico ma pericolosissimi per la democrazia e per i valori civili che avevamo ereditato dal passato libelale e socialista. Ma quando la politica è in mano alla finanza che sovrasta i singoli governi e le singole nazioni a chi importa se in paesi come l’Ungheria, l’Austria o addirittura la Francia, rinascono partiti nazifascisti con il loro bagaglio di odio e di violenza? n HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società “ Il dominio nella comunicazione tra format e coercizione di Katia Colica Le parole sono finestre oppure muri” fa sapere Marshall B. Rosenberg, accompagnando la sua tesi a studi sulla comunicazione empatica e, soprattutto, non direttiva. La violenza all’interno della comunicazione, infatti, non è solo urlata ma si insinua dentro trasferimenti di valori, abitudini, slogan e persuasioni. La “parola direttiva” prende forma e avvolge, spesso, tramite la fascinazione onnipresente di un leader riconoscibile e ben strutturato che, al di là dei propri intenti, si manifesta con delle costanti. Le pratiche e le strategie messe in atto hanno ampiamente attinto al concetto di carisma di etimologia greca (carisma) e di lessico cristiano. È Paolo di Tarso a inquadrarlo abilmente come dono conferito da Dio a colui che dovrà diffondere il Verbo. In questo sistema, apparentemente diversa si mostra la natura dei vari leader. In realtà si replicano alcune identiche modalità complesse, orientate alla vendita di prodotti altrettanto complessi. La comunicazione è basata sul fatto che a ogni azione segue una reazione e tale reazione può essere indotta attraverso un determinato criterio. Gli aspetti dominanti della dinamica comunicativa contemporanea, soprattutto occidentale, sono la ripetitività del messaggio e la riconoscibilità dello stesso. Trasmissioni televisive anni ‘80 come Drive in riassumono alcune costanti strutturali: gli sketch proposti settimanalmente si confermavano identici in ogni puntata dentro un circolo che inghiottiva la reattività dello spettatore, senza richiedergli nessuno sforzo nell’elaborare una benché minima analisi critica verso il programma che vedeva. Supportato dalle risate registrate, il programma presentava un montaggio incalzante che permetteva la continuità di ritmo con gli spot pubblicitari inseriti. Da questo ciclo ininterrotto qualsiasi forma valutativa veniva appiattita e resa innocua. Lo spettatore passivo era pronto per sentire battute a catena che conosceva già (Chi ha cuccato la Cuccarini?, Hai toppato, Katia!, Ce l’ho qui la brioche!, Sono mister Taroccò..., ecc.) che lo rassicuravano e che non lo impegnavano a produrre troppi sforzi mentali, subendo al contempo un’iniqua forma di addomesticamento. Un altro strumento messo in atto è quello relativo alla considerazione dei soggetti dentro un’organizzazione formalmente orizzontale. Maurizio Costanzo Show ha attuato una trasposizione su palco di equivalenze, collocando dentro lo stesso contenitore competenze e professioni fino ad allora lontane se non in antitesi: lo scrittore, la showgirl, il politico, la vittima di abusi, il comico, l’attrice ecc. Questo procedimento comunicativo ha fatto perdere il controllo di alcuni schemi abituali che il fruitore d’informazioni usava logicamente per individuare la sezione dì interesse che più gli era consueta (tribuna politica per i dibattiti, lo show serale per l’intrattenimento, ecc.). Il risultato ha reso inutile l’antinomia tra generi con un’apparente democraticità dell’offerta. La sensazione che tutto valesse allo stesso modo proponeva un nuovo modello in cui tutti avevano diritto di intervenire ed essere protagonisti. In realtà l’amministrazione del conduttore, nella fattispecie al lavoro per Silvio Berlusconi che avrebbe poi beneficiato politicamente di queste sistemi comunicativi, risultava determinante ai limiti della dittatura per la gestione di tempi, spazi e informazioni. Nulla di nuovo ha inventato Beppe Grillo, quindi, con la diffusione del motto “Uno vale uno”, traducendolo in forme di persuasione e aggiungendo a esso il fattore “disciplina”, in stretta relazione alle strutture di punizione dei vecchi schemi educativi militari, inducendo il gruppo all’emarginazione del soggetto “perduto”. Anche il metodo di creare dei nemici per categoria (i giornalisti, la casta, piddelle-piddimenoelle, ecc.) trova ottime basi, soprattutto nel criterio applicato da L. Ron Hubbard nell’affare Scientology, in cui la categoria degli psichiatri, soprattutto, è segnalata come casta di criminali disonesti che lavora con l’unico scopo di creare una società drogata. Demoni da cui rifuggire, nemici astratti, mali assoluti e simboli della perdizione che l’ottimo governo comunicativo cattolico ha saputo mantenere per interi secoli. Eugenio Pacelli ha costituito una novità ma solo nella forma di trasferimento dei principi, essendo il primo pontefice ad apparire in televisione attraverso forme espressive studiate, pose teatrali, gesti capaci di controllare la folla. Una netta inversione di tendenza, ma solo in vista del raggiungimento degli obiettivi, è derivata dalla geniale metodologia di Bergoglio a cui l’Istituto Europeo Terzo Millennio conferirà il premio 2013 “Comunicazione semplice”. La chiesa, nei secoli, ha programmato un articolato apparato di segni e parole per mantenere il suo controllo e nulla cambia mentre lo stesso dichiara: “Il male del papato è la corte, che è la lebbra”. O ancora: “In un futuro non troppo lontano si andrà verso una gestione del potere più orizzontale e meno verticistica”. Uno vale uno, quindi; fatto salvo il padreterno, il duce o il premier di turno. Che resterà al di sopra di ogni logica di giudizio e valutazione, naturalmente. n 3 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 E Le conseguenze morbose del couponismo d’assalto. Dall’America i buoni spesa che, più che buoni, sono deleteri… di Vanessa Riitano ’ il fenomeno che impazza in America da qualche anno e che invade anche le nostre televisioni, con programmi dedicati che esaltano le imprese di donne di ogni età e maschi per lo più adolescenti, che usano i buoni spesa, o meglio i coupon ritagliati da volantini pubblicitari, non per usufruire di qualche semplice sconto, ma, letteralmente per saccheggiare interi reparti del supermercato, alla volta di mega spese da migliaia di euro, pagando a volte solo il costo delle tasse, o addirittura, ricevendo un credito in denaro, animati da quella che, senza troppa esagerazione, definirei una mania, un’ossessione deleteria. Quella dei coupon, di primo acchito, potrebbe apparire una passione divertente, per la suspense che si crea ogni volta che il couponista si accinge alla cassa, tra le ovazioni degli altri clienti, gratificante, per la subdola sensazione di potere d’acquisto che insinua nelle menti di questi “Attila” dal carrello fumante, giusta, poiché porta risparmio e politicamente corretta, perché permette anche ai ceti meno abbienti di fare enormi scorte di spesa o di cederli a loro volta in beneficienza… ma io vi vedo delle insidie pericolosissime per la salute, la sicurezza, per l’ambiente, oltre che per l’etica e i rapporti personali. Analizzando proprio questi due ultimi aspetti è necessario dire che i couponisti passano giorno e notte a ritagliare buoni spesa dai volantini pubblicitari dei supermercati, stampandoli dal computer quando sono disponibili nelle versioni on-line e ricercandoli nei cassonetti della spazzatura cartacea, coinvolgendo in queste folli imprese anche familiari e amici, che per non perdere completamente i rapporti personali con questi consapevoli pazzi per la spesa o spinti dall’esigenza di aiutare le finanze familiari, si vedono costretti a impugnare forbici e raccoglitori, dove inserire le migliaia di coupon che per il couponista rappresentano dei veri e propri contanti, una sorta di oggetto del desiderio, di Santo Graal che lui e soltanto lui può toccare e gestire. Questa mania provoca nel couponista un’ansia continua di perdere i suoi adorati coupon o di farsene sfuggire anche solo uno… per non parlare del momento in cui questi fa la spesa: armato di computer per spuntare ogni prodotto acquistato (per il quale si possiedono anche centinaia di coupon identici), riversa istericamente nei suoi infiniti carrelli, interi espositori di prodotti e si dirige alla cassa con un collasso imminente, controllando con attenzione maniacale ogni singolo gesto della cassiera per assicurarsi che ogni coupon faccia il suo dovere. Tale atteggiamento è tutt’altro che etico perché acquistando anche 200 pezzi di uno stesso prodotto si impedisce ad un altro cliente di 4 Società acquistarne anche uno solo, magari necessario (come medicinali da banco, latte o acqua). Le conseguenze morbose di maggior rilievo sono quelle derivanti dall’accumulo compulsivo di prodotti che potrebbero sfamare e rifornire un esercito, dai cibi ai detersivi, che ammassati nei garage o stipati nelle stanze di casa di questi ossessionati dal coupon, costituiscono in ogni momento un pericolo di rimanere ingabbiati e soffocati dalle pile di prodotti che si riverserebbero a terra dopo una debolissima scossa di terremoto, un incendio, un tornado o un non troppo raro uragano. Per non parlare del problema più grave per la salute degli americani e, cioè, l’obesità, la quale come una sorta di legge del contrappasso si annida proprio tra i ceti più poveri, quelli maggiormente attratti dal risparmio e dalle offerte dei buoni spesa; obesità che senza dubbio verrebbe incentivata da uno stile di vita che prevede il ritrovarsi a portata di mano dispense enormi, zeppe di cibi spazzatura, scatolette e prodotti confezionati, che rappresentano un trofeo di guerra per il couponista, il quale pur di non doverli buttare farebbe in modo di consumarli e farli consumare dai familiari sconsideratamente prima della scadenza; i coupon per i cibi freschi e salutari non esistono o sono davvero molto rari, e pertanto sul fronte salutistico la situazione è catastrofica! Infine vi è l’aspetto che mi sta particolarmente a cuore, il problema ambientale: le infinte confezioni e imballaggi dei prodotti acquistati o, per meglio dire, ottenuti gratuitamente con i coupon, moltiplicati per il numero sempre crescente di couponisti, altro non fanno che riversarsi nella più grande discarica a cielo aperto esistente al mondo: la Great Pacific Waste Patch, grande quanto un’isola, è il più grande cumulo galleggiante di rifiuti –soprattutto plastici- esistente al mondo, che si trova a largo dell’Oceano Pacifico e che provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma che rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo, poiché alcuni minuscoli pezzetti di plastica, assorbendo agenti inquinanti quali idrocarburi e pesticidi, entrano inesorabilmente nella catena alimentare…come dire: ciò che viene buttato dalla finestra rientra poi dalla porta! n HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società Se la violenza è assistita: storie di bambini e dei loro sguardi di Valentina Arcidiaco (*) I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato. Keith Haring N egli ultimi anni mi sono occupata spesso di bambini, delle loro famiglie e dei loro disagi; oggi ritorno in questo spazio per trattare di violenza “assistita”, ossia di quella violenza che non è fatta di percosse, morsi o atti solo fisici, ma di una violenza più sottile che coinvolge solitamente i bambini tramite le loro orecchie e i loro sguardi posati sui propri cari. L’esposizione a questo tipo di violenza, che rappresenta anche un fattore di rischio per altre forme di maltrattamento e abuso, è considerata ormai da vari studiosi come una forma di maltrattamento sui minori di tipo primario e può comportare danneggiamenti in diverse aree di funzionamento (Luberti, 2000). Sempre più frequentemente, infatti, durante lo svolgimento della mia attività professionale, incontro minori che hanno assistito a violenze familiari i quali, pur non essendo state vittime dirette ma indirette, hanno osservato minuziosamente le percosse, hanno ascoltato le urla,si sono dovuti nascondere sotto i letti, hanno subito la rottura del loro “nido familiare”, hanno partecipato, nei casi più gravi, all’allontanamento di uno o dell’altro genitore, oppure sono stati inseriti in strutture cosiddette protette o affidati ai servizi. E’ impossibile descrivere ogni singolo caso, ma è importante evidenziare come, attraverso piccolissime sfumature, i bambini cerchino di comunicare il loro disagio alle figure che li circondano, sperando di ottenere quelle risposte che per la loro tenera età non riescono a darsi. Quando si verificano situazioni di questo genere, gli stessi sguardi che hanno assistito alla violenza cercano nello sguardo degli operatori conforto e fiducia, vogliono poter “urlare” il loro dolore rispetto al loro trauma il quale,sia che lo abbiano vissuto una sola volta, sia che lo abbiano vissuto cento volte ,rimarrà indelebile nei loro ricordi. Assistere alla trasformazione di persone che poco tempo prima erano amorevoli, magari anche accondiscendenti, porta allo stravolgimento dei sistemi sia sociali che psicologici, procurano disorientamento e possono provocare anche numerosi problemi che, a lungo andare, diventano causa di veri e propri disturbi psichiatrici (come, ad esempio, il Disturbo Post traumatico da Stress). Ho voluto affrontare questo argomento perché si parla spesso di violenza di genere, di femminicidio, ma poco ci si occupa di violenza assistita,con la conseguenza che non ci si interroga sugli attori di quella violenza nascosta, subdola, che inconsciamente lavora e prepara nuove persone orientate alla violenza le quali, in quanto fin da giovanissimi hanno acquisito lo schema della violenza, non hanno avuto modo di imparare a gestire gli impulsi e le emozioni ,avendo avuto come unico esempio quello appreso dalle figure di accudimento. Ovviamente c’è un’alta percentuale predittiva di chi ha osservato o subito violenze che da vittima diventa aggressore ma, contestualmente, non sono stati registrati dati certi sullo sviluppo di queste caratteristiche per insufficienza di studi approfonditi. E’necessario, pertanto, sottolineare quanto sia importante approfondire e diffondere la conoscenza di questo tipo di violenza, lavorando anche in rete, affinchè la violenza assistita cessi di offuscare lo sguardo attento, curioso, indagatore dei bambini. Ed è altrettanto indispensabile attivare il sostegno per tutti i bambini che hanno assistito a violenze, maltrattamenti, abusi, per impedire che il loro futuro venga pregiudicato da esperienze devastanti e che la loro vita sia segnata irrimediabilmente. n (*) psicoterapeuta 5 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società Decreto legge contro il Femminicidio: la risposta ad un “IO minuscolo” di Maria Laura Falduto (*) A parole aborriamo il razzismo e lo condanniamo con sdegno fermo. La storia denuncia invece che lo pratichiamo nei fatti, in buona e malafede più o meno consapevolmente… combattendo i fondamentalismi si potranno ricomporre vite mutilate, anche quelle dei carnefici, per costruire ponti tra il femminile e il maschili (V. Heziel, 2008) I l femminicidio emblema della violenza di genere, attraversa ogni epoca, cultura e luogo. Il termine femminicidio, che denota la violenza efferata da parte dell’uomo contro la donna “in quanto donna”, si è esteso oggi oltre la definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta solo la punta di un iceberg, l’esito di atteggiamenti o pratiche sociali misogine di maltrattamenti, violenza fisica/psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, familiare, comunitaria, istituzionale. Di recente è stato approvato il provvedimento in tema di violenza di genere; il decreto legge punta all’importanza della prevenzione e riassume nei suoi punti salienti pene più severe, l’ arresto obbligatorio in flagranza, l’allontanamento del coniuge violento da casa ed il controllo dello stesso tramite braccialetto elettronico, la querela irrevocabile che sottrae la vittima al rischio di una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la querela, la corsia giudiziaria preferenziale per i processi per femminicidio e per maltrattamenti; il patrocinio gratuito per chi è vittima di violenze e non si può permettere un avvocato, il permesso di soggiorno alle vittime straniere, l’informazione costante delle vittime sull’iter giudiziario, e sulla condizione del colpevole (se si trova in carcere o in libertà, se è stato condannato). L’innovativo provvedimento prevede elementi di svolta ma altresì di criticità e degni di ulteriori approfondimenti come denunciato nei vari comunicati dei comitati SNOQ (Se Non Ora Quando?), “non si prevedono finanziamenti per i centri antiviolenza o di ascolto; non si parla di percorsi formativi per gli uomini maltrattanti; la non revocabilità della querela è un’arma a doppio taglio: potrebbe essere applicata in maniera responsabile solo se si garantisse concretamente che le violenze non continuino, ma questo può avvenire solo se viene finanziata e potenziata la rete di supporto alle donne in ogni momento del percorso di distacco; inoltre, l’inasprimento della pena di un terzo rispecchia la frequenza dei femminicidi che avvengono in ambito domestico, ma rischia di discriminare tutte le altre situazioni di violenza”. Donne violate, scomparse, uccise: la guerra dei 6 maschi contro le femmine ha fatto nei secoli più vittime di qualunque olocausto. Sono queste le parole agghiaccianti proposte nell’interessante analisi storico sociale di V. Heziel in “E Dio negò la donna”: l’analfabetismo cognitivo ed emotivo contemporaneo fa appello ad un “Dio minuscolo”; tutto ciò che era Dio, Patria, Padre, Autorità è stato scardinato dal piedistallo con cui il “maiuscolo” con cecità ed arroganza pontificava. Sono i tempi in cui il femminile è imbavagliato, violentato, ignorato ed ucciso dal suo complementare maschile; lo scenario tra Occidente ed Oriente è quello di uno scontro di inciviltà sostenute da violenze fisiche visibili e psicopatologiche più o meno nascoste: milioni di donne, vittime di violenza spesso tacciono per paura, vergogna e scarsa consapevolezza del reato; ogni due giorni le cronache italiane riportano un omicidio in famiglia ed il 70% delle vittime è proprio una donna e nel mondo è la prima causa di morte per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Complice celato di questi scenari il denaro, strumento con cui il maschio legittima da secoli la violazione del corpo della donna riducendola ad oggetto, tralasciando spesso la considerazione allarmante che il meccanismo dell’offerta esiste in funzione di una selvaggia domanda velata da sordi silenzi, compiacenti, legata ai luoghi comuni ed al timore di rimpicciolire quel già “minuscolo” maschile. Unicef e Salvation Army hanno redatto una relazione da cui risulta che il commercio sessuale e la tratta di donne e bambine conta 27 milioni di vittime l’anno (per omicidi, suicidi, alcolismo, e malattie sessualmente trasmissibili). Grande attenzione andrebbe rivolta allora al problema fondamentalmente di carattere culturale: appare essenziale sovvertire l’approccio solito della “comunicazione sociale” ponendo l’attenzione invece su due elementi pratici da attualizzare in tema di violenza: il riconoscimento dei segnali di violenza, ed il coinvolgimento degli uomini troppo spesso “protagonisti assenti”. La FINE della violenza sulle donne non può che COMINCIARE dagli uomini, per dire basta ai “minuti di silenzio” delle commemorazioni e trasformarli in minuti di dialogo, di confronto attivo fatto di voci forti e vive. n (*) psicologa HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società La violenza è anche energia L di Luisa Nucera a vita è energia. Tutti siamo mossi dea un’energia da cui ci nutriamo e della quale siamo permeati. Dentro e fuori. Nel pensiero e nell’azione. Difficile, nella società contemporanea, stabilire un equilibrio energetico che faccia stare bene con se stessi e col mondo. Due le tendenze in atto. La pretesa di controllarla troppo perché sottomessa a regole istituzionali con la conseguente, sgradevole sensazione di determinismo e schiavitù dove ogni cosa è programmata e costruita. Il risultato è vedere tutto ciò che è istinto e libera energia, come qualcosa di ostile da annichilire. Un qualcosa che va evitato piuttosto che affrontato. Dall’altro lato, infatti, quasi per reazione, esiste la smania di liberare un’energia in eccesso per via degli istinti a lungo soffocati, strozzati,compressi. Un’energia non calibrata ma lasciata allo sbaraglio e che perciò non conosce il bene, né il male. E che spesso sfocia in violenza. L’uomo, solo con se stesso che perde la sua iniziale condizione di equilibrio con essa e s’inabissa, nel fluire del tempo, sprofondando nel pozzo confuso e profondo della conoscenza rinunciando alla contemplazione del suo essere assoluto. Un uomo che si sente smarrito e, che per paura dell’ignoto, trascura la sua trascendenza, cercando di acchiappare, possedere e detenere tutto ciò che gli sfugge di mano. Cresce il disagio e la sua sempre più effimera adattabilità al mondo. Ma non si arresta. Né si arrende. L’energia è nella sua natura. Cammina, corre, vaga e a volte si ferma e torna indietro. Alla ricerca di valori ed emozioni che diano un senso alla sua esistenza. L’Amore vero, puro e viscerale che toglie ogni indugio nella sua prorompente forza creatrice e che fatica ad essere riconosciuto come tale, arriva e travolge. Coinvolge e sconvolge. Paradigmi di autorevolezza scambiati per autentica passione traducibile in comportamenti violenti,inaccettabili e disumani. Volti di donne infelici, sicure che l’aggressività del partner, capace di portare sviluppo, creatività, sperimentazione, sia il prezzo da pagare per il cambiamento. Complice il silenzio di fronte a colui che ama al punto di odiare, perseguitare, violentare, annientare. Una Lei che aveva dato alla luce una nuova vita, vittima e artefice di un’energia creativa distruttrice, inarrestabile. Un mostro. Un piccolo mostro dalle grandi doti energetiche, si ritrova in grembo. Le pulsioni del male. E’ come se l’esserino, avesse assorbito l’altrui energia,inglobandola e trasformandola in angoscia per un altro che è all’infuori di sé, ma che, al tempo stesso, lo racchiude e lo protegge. Madri stanche che sembrano icone funebri di morte incarnata, esibite nel gesto di esistere procreando, simbolo di prostrazione della sofferenza;emblema di un’angoscia che spinge a liberarsi dell’oggetto responsabile della loro infelicità. Eros e Thanatos. Apologia della coincidenza. Legge di vita e azione di morte. Ogni comportamento umano sarebbe dominato dallo scambio combinato tra Eros e Thanatos. Lo aveva detto, il padre della psicanalisi. Una fase depressiva lunga ed interminabile con riduzione di energia e grande affaticamento. Cui fa seguito un momento di lucidità durante il quale l’individuo acquisisce coscienza e razionalità. Bisogna veicolare le energie ridotte e sopite. Sprecate e in esubero. Cercare una valvola di sfogo, sinonimo di un disagio opprimente. Un’attività che aiuti a non pensare o a pensare al meglio. Come lo sport. Un momento importante di crescita e di confronto. Si rispettano regole e avversari. Con l’illusione che esso allontani dai problemi irrisolti. Ma la stanchezza si ripresenta, ciclica come le stagioni. Lo sport tiene alla larga vizi e difetti. Ma il rimedio contro la stanchezza rovescia tale concetto anche nella mentalità sportiva. Molti giovani si sono avvicinati al doping, una forma di droga, attraverso un malinteso amore per lo sport ma che vince la stanchezza. L’istinto peggiore prevale. In campo si incita alla violenza e lo spettatore ignaro si sottomette alle dinamiche di gruppo con energia e slancio.. Tifare per una squadra diventa spesso sinonimo di adesione ai principi del branco. L’aderenza al collettivo collerico ed impulsivo; aggressivo perchè fedele. Manifestare comportamenti violenti di gruppo è più semplice e conveniente..Si diventa ipervulnerabili agli stimoli sociali e situazionali. Si sfaldano le categorie etiche e morali acquisite. Non interessa a nessuno diventare martire, né testimone di un mondo dove dominano sempre maggiori divisioni, caste, discrimina7 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 zioni. Cori dei tifosi urlano a squarciagola e le varie fazioni si scontrano con ferocia inaudita. L’agonismo, lungi dall’essere un ingenuo e pacifico confronto sportivo tra due parti,snocciola un mondo di interessi e di sopraffazioni. Forse per questo Platone era contrario all’attività agonistica e preferiva la ginnastica autoreferenziale.. Gravitano interessi economici enormi; immensi investimenti che generano fenomeni di corruzione. L’ideale sportivo viene abbandonato a vantaggio del guadagno La violenza così, domina la logica perversa dell’economia che impiega energie a dismisura per “ avanzare. Impossibile incanalare l’energia violenta verso prospettive etiche. A meno che non si riesca, equilibrando le due tendenze, a mettere fine al conflitto tra mondo reale fatto di bisogni energetici incisivi, e mondo sognato, quello della bellezza e dell’armonia come realtà di essere perché il richiamo del bello è dentro di noi. Non lo si può negare ma lo si può accettare attraverso la consapevolezza, l’intuizione e l’energia creativa che solo l’arte e la letteratura sanno offrire. Non lo sosteneva forse Thomas Mann che l’opera d’arte si costituisce solo con una certa violenza contro la vita? n “La Guardiana d’oche” musica dalla fiaba dei fratelli Grimm di Marcella Giustra La Guardiana d’oche” la celeberrima fiaba appartiene ad un genere narrativo quasi esclusivamente in prosa, più fantastico e misterioso della favola e senza obbligo di “morale” destinato ai bambini ma non per questo privo di insegnamenti significativi. E’ di origine popolare e probabilmente frutto dell’evoluzione della ninna nanna, ricca di creature umane e di interventi da parte di personaggi fantastici, dotati di poteri sovrannaturali, quali gocce di sangue materno che danno forza e calore, cavalli parlanti come Falada, fate, maghi e folletti. Si tratta della fiaba scritta dai fratelli Grimm “La Guardiana d’oche”, melologo per voci recitanti, orchestra da camera e balletto ricca di creature e personaggi fantastici. Lo spettacolo andrà in scena al Politeama Siracusa di Reggio Calabria dall’11 al 24 novembre. La fiaba è raccontata con brio ed originalità con il sapiente impiego descrittivo degli strumenti musicali che si intrecciano per dare vita a temi di immediata comprensione agogica e danzatori che interagiscono sulla scena insieme ai musicisti, a volte con pantomima altre con azioni coreografiche corali e coinvolgenti. “La Guardiana d’oche” è un concentrato di avventura con momenti di suspense che mantengono sempre alto il livello di attenzione degli spettatori, appositamente pensato ed adattato per ragazzi della scuola primaria e secondaria di primo grado che saranno proiettati in un’atmosfera fatata ma al contempo ricca di messaggi significativi quali l’amicizia, la famiglia e l’onestà. Per questo entusiasmante allestimento si è pensato di coinvolgere i ragazzi in un’esperienza che mette in compartecipazione tutti i sensi attraverso la possibilità, quindi, non solo di ascoltare i musicisti, sentire gli attori dal vivo con le loro maschere e vedere la fantasia ricrearsi nello schermo e con le luci, ma anche combinare gli stili e le arti, teatro, musica e cinema nell’ottica di un’opera totale più suggestiva e accattivante utilizzando anche nuove tecnologie, come il 8 Società 3D, entrate ormai a pieno titolo nel quotidiano di ogni persona, così facendo far capire che è possibile produrre arte con questi strumenti e non solo divertimento e passatempo. Le musiche dello spettacolo sono del Maestro Alessandro Bagnato, musicista specializzato in pianoforte e composizione, è pianista accompagnatore e maestro sostituto presso il teatro “F. Cilea”. Diversi i lavori per i quali, in questi anni, il Maestro Bagnato ha riscosso successo di critica e di pubblico tra questi nel 2011 il musical ”Cenerentola”. Soddisfazione è stata espressa da Bagnato: “E’un’opera a cui tengo moltissimo ed a cui sono particolarmente ed affettivamente legato. La Guardiana d’oche è un concentrato di avventura ma anche di insegnamenti morali componenti importanti, a mio giudizio, per chi si rivolge specialmente ad un pubblico giovane oggi troppo sopraffatto dall’era digitale. La fiaba riscopre la genuinità dei buoni sentimenti della prevalenza del bene sul male il tutto raccontato con straordinaria semplicità ma non per questo scarna di contenuti, che cattura l’attenzione dello spettatore e lo porta con sé in un viaggio emozionale davvero sorprendente”. Le serate del 16 e 17 novembre riservate, invece, ad una platea più adulta saranno dirette dal Maestro Christian Frattima. L’Associazione Culturale “Sotiris Sotirius” presieduta da Giuseppe Geria è promotrice di quest’interessante progetto culturale. L’iniziativa è patrocinata dall’Amministrazione provinciale che ha accolto con positività l’idea, si avvale del supporto del Conservatorio “F. Cilea” diretto dal prof. Francesco Barillà. La regia dello spettacolo è curata da Luciano Pensabene con le coreografie della bravissima Olena Honcharenko, la voce narrante è di Renata Falcone; gli attori protagonisti sono Alessandra Pennestrì, Maria Marino, Lorenzo Praticò, Saverio Scopelliti ed Alessia Genua, accompagnati dalla Piccola orchestra da camera Reggina. n HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società Dea Madre e Dio Padre F “Ciò che non sopportiamo negli altri è una parte di noi che ci appartiene” di Salvatore Romeo * in da quando gli uomini hanno cominciato a riflettere sul senso della vita e ad immaginarsi una dimensione superiore nella quale le divinità presiedevano e dirigevano l’esistenza umana e i fenomeni della natura, la prima entità inventata fu sicuramente una Dea. Una Dea buona, dispensatrice di fertilità e di nutrimento, una Madre identificata con la Natura benigna e con la Terra e che come la Terra offre i suoi frutti, anch’Essa partorisce i suoi figli. La Grande Madre era come l’acqua e il mare e custodiva l’origine della vita e il senso della creatività. Ma questa immagine risultava tuttavia parziale, incompleta, allorchè la riflessione si spinse a concepire anche il ciclo rigenerativo che avveniva continuamente sotto gli occhi dei primi uomini: i figli che nascevano, il sole che sorgeva ogni mattina, la luce che ritornava dopo la notte, le stagioni che si susseguivano. Ecco allora che accanto alla figura femminile sorse l’elemento maschile: nacque così il Dio Padre. Nonostante sia nato dopo, soprattutto in Occidente, dove i popoli cominciarono a dedicarsi all’agricoltura e a ricavare con fatica i frutti di un duro lavoro da una Terra avara, la divinità maschile incominciò a sovrastare come importanza quella femminile e il culto per la Dea Madre fu piano piano sostituito dal culto per il Dio Padre. Nella psicologia del profondo gli aspetti femminili e maschili della natura umana (sostanzialmente androgina) vengono rappresentati dagli archetipi dell’Animus e dell’Anima, che comprendono pertanto anche le qualità del Padre e della Madre, del Dio e della Dea. L’uomo e la donna possiedono una natura complementare e ognuno di essi porta dentro di sé una rappresentazione ideale dell’altro. Ciò che nella sfera conscia possiede i caratteri maschili, nella sfera inconscia avrà i caratteri femminili, e viceversa. Ogni oggetto pensato dall’Uomo possiede una natura duale, una polarità positiva e una negativa, così anche la figura della Dea racchiude in sé, pertanto, una polarità buona e una cattiva. Così essa non è stata identificata sempre ed esclusivamente con la Madre buona, con Iside, con la Vergine Maria, con la Luna, ma a volte anche con entità malvagie, sanguinarie, terribili e vendicative, come Lilith, le Gorgoni, le Erinni, Sekhmat, Kalì. Nella psicologia analitica la crescita e la maturazione della personalità avviene seguendo una traccia che Jung definisce come Processo di individuazione, uno sviluppo psicologico che mira alla realizzazione completa del Sé attraverso il riconoscimento e l’integrazione nella sfera della Coscienza individuale di elementi che appartengono all’Inconscio collettivo. E’ essenzialmente un percorso di autoconsapevolezza. In altri termini, per maturare una personalità equilibrata l’uomo necessita di riconoscere e di accettare come proprie qualità che gli appartengono per natura ma di cui non ha ancora piena consapevolezza. Questi elementi dell’Inconscio collettivo sono rappresentati dagli Archetipi, come quelli della Dea e del Dio, del Padre e della Madre, con le loro caratteristiche positive e negative insieme. Allorchè alcune di queste istanze fondamentali e archetipiche non vengono però accolte e accettate dalla Coscienza, esse non si disperdono, ma vengono relegate in una particolare sfera dell’Inconscio che Jung definì come l’archetipo Ombra. L’Ombra è il nostro lato oscuro e contiene tutto ciò che consapevolmente rifiuteremmo come parte di noi stessi perché in contrasto con la nostra morale e con i nostri valori. Nell’Ombra dimorano sia gli aspetti negativi del Dio Padre, incarnati per esempio in figure come Shiva, Crono, Barbablù o l’Orco, sia quelli negativi della Dea Madre. E quando l’Ombra prende il sopravvento dirompono nella realtà cosciente le sue immagini e le sue qualità. Da un lato agisce quindi l’Eroe negativo e vendicativo e dall’altro, come vittima designata, può collocarsi l’Eroina negativa, che non viene accettata come parte di sé (tanto più in quanto incarnante qualità negative) e che quindi deve venire soppressa ed eliminata perché non la si è potuta integrare nel proprio Sé. Certo potrebbe sembrare una argomentazione assolutoria, nella misura in cui descrive l’uomo come se fosse completamente subordinato alle forze del proprio inconscio. Ma così non è, poiché, anche se condizionato nel profondo, egli è libero di scegliere nel particolare i propri scopi e i propri valori e la modalità con cui coltivarli e perseguirli. n (*) psicoterapeuta 9 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 A Aggressori e aggrediti La natura della violenza di Tiziana Fortunato ttingo dalla memoria la conversazione con una grande amico, si parlava di aggressività e comportamenti violenti, sono trascorsi parecchi anni. Colpì entrambi lo studio di un medico statunitense, il Dr. Paul D. MacLean, secondo cui il cervello è stato classificato a livello anatomico in tre distinti settori di cui ognuno governa specifiche attività: il cervello rettile sovrintende alla sopravvivenza ed alle funzioni vitali, il cervello limbico che governa memoria ed emozioni, la corteccia che nei suoi emisferi coordina cognizione, linguaggio, logica, ragione, creatività ecc. In questa sede, delle parti citate è la prima in elenco che attira i miei pensieri. Quando s’innescano comportamenti violenti, spesso è come spegnere la luce e si assiste impotenti ad un crescendo di eventi che poco hanno in comune con un comportamento razionale. È quello che può accadere con la competizione. Essa stimola il cervello rettile e quando è particolarmente aggressiva o include violenza fisica, porta questa parte cerebrale ad assumere sempre più il controllo ela gestione degli eventi, sia che si considerino i partecipanti sia che si considerino gli spettatori. È il caso degli eventi sportivi, durante i quali sono chiaramente visibili divisione, competizione e spesso il passo da lì alla violenza risulta breve e incontrollabile. Quando il cervello rettile prende il controllo, diventa probabile e frequente una reazione a catena che innesca reazioni che il buon senso non considererebbe neanche, forse perché perdere equivale a soccombere e morire. Sembra quasi la materializzazione di un alveare e, non escludo tali reazioni si possano anche chiamare in tal modo, vista la potenza che provocano le reazioni a certi istinti diffusi in gruppo. Ricordo ancora le immagini della triste finale Liverpool-Juventus, stesso meccanismo, stessa dinamica, tanto per gli aggressori quanto per gli aggrediti! Situazioni in cui visibilmente le azioni erano compiute come se non si fosse in sé. Azioni e re-azioni di gruppo. Sentimenti di aggressività, sgomento, la fuga per la sopravvivenza. 10 Società Intendiamoci, non è solo una questione di sport. Parimenti si possono considerare tutte quelle attività in cui la concorrenza innesca competizione, scuola, club, comitive, posto di lavoro, situazioni sociali, per non trascurare la guida, il cibo, il sesso. Chiaramente desumibile come dietro questa spinta inconscia ci siano tutta quell’infinità di messaggi subliminari di cui siamo spesso vittime inconsapevoli. Valga per tutte le categorie l’esempio del sesso che risveglia nel cervello rettile l’istinto del dominio e del possesso, più in là, forse, nel profondo giace silente il primordiale istinto di riproduzione. Ma, sono convinta, non ci si abitua al concetto di sesso come gesto di possesso, violenza, abuso, non se si è sviluppato nel tempo un residuo esperienziale di inadeguatezza. Non è forse pur sempre violenza quella di dover gestire il tempo senza potersi curare del Tempo mentre continuiamo a subire la violenza di un dio denaro? A volte però le scelte dettate dall’ego sovrascrivono il suggerimento intuitivo del cervello fino a sottomettere la nostra coscienza. Ciò colloca in stato di stend by e da lì alla dinamica dell’innesco oscurato dalle influenze esterne che determinano il condizionamento, il passo è breve. Ciò che si scatena è una guerra sottile ed invisibile tra ciò che l’istinto di sopravvivenza reclama e quello che invece percepisce il cervello superiore. Guerra, lotta, condizionamento che inibisce il secondo a vantaggio del primo. Controllo, consapevolezza è ciò che serve. La consapevolezza di potere di più, di cum-prendere che non siamo stati concepiti al solo scopo della sopravvivenza, di sentirci parte comune di ogni vibrazione, di appartenerci, può e deve rappresentare il filtro di quella conoscenza di cui siamo portatori sani. Una sottile, insidiosa ed impalpabile differenza tra “il” fine e “la” fine. n HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Società Misoginia e Femminicidio I di Antonella Iurilli Duhamel n Italia nell’anno appena concluso, al ritmo di un giorno si e un giorno no, una donna viene barbaramente uccisa. E’ un grave reato nei confronti della intera umanità che le donne debbano ancora appellarsi al Femminismo per avere riconosciuti i propri diritti fondamentali. Se la società fosse stata improntata su valori umani ed equilibrati probabilmente il Femminismo non sarebbe mai nato, ma nonostante il Femminismo le donne continuano a ricevere violenza in modi molto diversi e l’omicidio è solo una bella ciliegina sulla torta. La violenza spesso consumata all’interno del proprio entourage famigliare, è un addestramento sottile alle quale le donne sono soggette sin da bambine; il graduale procedimento di oggettizzazione, parte dalla culla, e la donna impara prestissimo che il suo senso di valore e di dignità dipenderanno dalle sue capacità di compiacenza, dalla sua abilità di fingere odi essere un ninnolo innocuo, una res propria utile anche il più tragico. Il femminicidio in Italia è oramai una emergenza, la parola intende la distruzione fisica, psicologica, economica, e istituzionale della donna. Questa piaga silenziosa e nascosta si avvale della complicità di chi spesso sta solo a guardare e persino delle madri che molto raramente prendono una posizione attiva ed aggressiva per la tutela dei propri figli in generale, ma delle figlie in particolare. In Italia le donne morte per amore sono in aumento, la misoginia è in crescita e la storia è antica. Inizia con una donna che vide un bel frutto sull’albero, delizioso da vedere e sicuramente da assaporare; fece lo sbaglio di coglierlo e di condividerlo con un uomo; da quel giorno tutti i mali del mondo le verranno attribuiti. Tuttavia la famosa mela sicuramente non fu una mela, non c’erano mele nel Giardino dell’Eden, d’altronde anche la Genesi parla di frutto proibito, probabilmente fu colpa di un fico o forse di una fica. Nelle incisioni medievali, nelle vetrate delle prime chiese e in generale in tutta l’arte classica cristiana, la mela simbolizza il primo peccato di Eva che a sua volta rappresenta la prima peccatrice creata da una divinità maschile dalla costola di un uomo. Questo mito cristiano è la premessa della dignitosissima esistenza delle donne nel mondo occidentale, e si basa sull’odio per la donna, ma la situazione non è più incoraggiante anche nel mondo ebraico dove la donna accompagnata dal serpente è associata al male. Il serpente è stato equiparato al demonio, mentre nelle religioni pre-patriarcali era associato alla saggezza e alla fertilità. Simbolo della sessualità, della rinascita lo troviamo facilmente rappresentato nelle forme artistiche del bacino mediterraneo dove divinità femminili piene nei fianchi e nei seni sanno contenere e nutrire la vita. Si tratta di figure femminili creative e potenti e accompagnate da un animale, spesso il serpente a sottolineare la forza della Natura dentro e fuori di lei. Gli autori della Genesi tra- sformarono questi potenti e fertili divinità femminili in ignobili peccatrici che avrebbero dovuto vergognarsi per sempre sotto un burka reale o psicologico, condannate al silenzio e alla subordinazione. Il mito fu usato dai padri della Chiesa per esprimere la loro misoginia, e occultare il colpo di mano che ha tolto alla donna il potere della creazione e lo ha messo totalmente nelle mani dell’uomo. Sant’Agostino diceva che non c’era differenza se lei era una madre, una moglie o una figlia; in ogni caso rimaneva una tentatrice e giù botte. La storia dell’Occidente è la storia dell’odio maschile nei confronti della donna e delle sue conseguenze spesso catastrofiche. L’infame Malleus Maleficarum, il documento prodotto da due domenicani incaricati da papa Innocente VII di indagare sulla stregoneria afferma che la stregoneria è la conseguenza del piacere della carne, che nelle donne si sa, è insaziabile. E’ la testimonianza di quanto Eva divenne il target di tutta la spazzatura umana, e di come una dea si trasformò in strega corruttrice di anime pie e di bimbi innocenti. Le donne sono responsabili di rendere gli uomini pazzi di desiderio, della loro perdita di controllo e del fiume di odio che scorre in abbondanza; ma perché tanto odio? L’odio è sinonimo di fragilità, è tale purtroppo, è sempre più frequentemente la condizione dell’identità maschile. L’intero processo della loro identificazione è divenuto sempre più distorto perché essenzialmente si basa sul distanza dalle qualità femminili, e dalla loro soppressione all’interno della personalità. Grazie a questa distanza accompagnata da disprezzo e da superiorità verso la donna, l’uomo riesce a mettere su la fragile impalcatura della sua personalità costantemente a rischio di collasso. Questa distanza dal sesso debole ed inferiore rende ogni relazione un campo di battaglia dove il sentirsi umiliati e il voler umiliare fino alle estreme conseguenze è un motivo assai ricorrente. Le donne conoscono questa vulnerabilità, spesso se ne fanno carico e per questo giustificano i loro aggressori e persecutori. Paradossalmente li nutrono e li proteggono come bambini, hanno imparato a ipercompensare il loro senso di inadeguatezza e la loro fragilità giungendo ad annientare se stesse anche con le proprie mani. Non ci si rende ancora conto di quanto la misoginia sia endemica, è troppo doloroso confrontarla, ma solo quando uomini e donne cominceranno guardarla in faccia il suo potere distruttivo potrà cominciare ad essere disattivato. n 11 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 U Il Green New Deal di Green Italia di Cinzia Marra n “Green New Deal”, questo il principale obiettivo di Green Italia. Guardare all’impegno ambientalista in termini di uso sostenibile delle risorse e di tutela degli ecosistemi e del clima. Un nuovo corso di impegno ecologista, attraverso un’azione a che promuove lo sviluppo economico attraverso la “green economy”, in modo da consegnare un mondo più verde alle generazioni future oltre che migliorare la qualità della vita del presente. Per “Green Italia” il concetto di ambiente deve necessariamente estendersi alle città che rappresentano il nostro preminente luogo di vita e dove troppo spesso gli spazi sociali e i beni comuni vengono considerati cose estranee da usare e spesso consegnare all’incuria e al degrado. E dal recupero di questi beni materiali, si può partire per mirare più in alto, ovvero al recupero di valori immateriali come la legalità, l’istruzione e la coesione sociale. Una visione dell’ambiente a tutto tondo, che è stata illustrata il 18 ottobre 2013 a Reggio Calabria da Fabio Granata e Francesco Ferrante che, insieme a Roberto Della Seta, hanno fondato “Green Italia”. La presentazione di Reggio Calabria fa da apertura alle iniziative che si svolgeranno sul territorio calabrese e si inquadra in un programma di eventi nazionale finalizzato a portare il movimento a dialogare con le persone e a confrontarsi con le istituzioni per individuare i problemi e proporre le soluzioni. Il sen. Francesco Ferrante, proveniente dal PD e con una lunga attività di ambientalista, ha ribadito la necessità di ristabilire un rapporto di fiducia tra i cittadini e la politica, attraverso un impegno serio e una presenza attiva sul territorio, richiamando esperienze di amministrazione politica virtuose possibili anche in contesti difficili come per certi versi è quello reggino. L’on. Fabio Granata, proveniente dall’esperienza del FLI seguita alla militanza in AN e anch’egli da sempre impegnato nella risoluzione di problematiche ambientali, ha richiamato Reggio Calabria a reagire ai recenti eventi che hanno portato allo scioglimento per contiguità mafiosa del consiglio comunale della città. Descrivendo quella che definisce una “impresa politica”, Granata si è soffermato sulla necessità che oggi la politica debba essere capace di proporre programmi operativi partecipati, che possano suscitare l’entusiasmo e l’impegno necessari per coinvolgere la cittadinanza, in una prospettiva “green”. Gli interventi di Ferrante e Granata si sono inseriti in un tavolo moderato dall’ing. Carlo Sbano, già candidato 12 Società sindaco per la città di Reggio Calabria, che si è soffermato su tematiche cittadine “scottanti” sia da un punto di vista ambientale che sociale, per invitare ad agire presto bene per “recuperare il patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, oggi così vituperato”. Sbano ha introdotto gli interventi di tre professionisti che hanno proposto analisi e spunti di riflessione. La dott.ssa Francesca Cartellà, pedagogista clinica e direttore regionale Anpec, ha manifestato i disagi incontrati dai disabili nella città, dove non esistono spazi attrezzati per il tempo libero né spazi comuni fruibili con accessi adeguati per una semplice passeggiata. Un contesto urbano degradato che stride fortemente con le condizioni climatiche favorevoli e il paesaggio naturale incantevole che la città possiede. La dott.ssa Cinzia Marra, ricercatore di Paleontologia presso l’Università di Messina, ha richiamato l’unicità dello Stretto di Messina inteso come ecosistema che si estende da 2000 di profondità sotto il mare fino ai quasi 2000 metri di altitudine dell’Aspromonte. Un ecosistema attuale da preservare e valorizzare, che poggia su rocce e terreni che raccontano una storia geologica lunghissima attraverso i fossili. Il prof. Carlo Morabito, ordinario e già Preside della Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha richiamato gli importanti progressi scientifici nell’ambito delle energie rinnovabili. Proprio grazie alle onde dello Stretto di Messina da anni è in corso un progetto per lo sviluppo di tecnologie capaci di sfruttare l’energia delle correnti e del moto ondoso. Spunti di lavoro e di riflessione per Green Italia, che propone un’uscita “verde” dalla crisi attraverso una nuova economia fondata su sviluppo ecosostenibile, rilancio dell’agricoltura, utilizzo di energie alternative e forte impegno sociale indirizzato al recupero degli spazi naturali e urbani per ridare bellezza e dignità alla nostra casa comune. n (nella foto da sinistra a destra: Francesco Ferrante, Francesca Cartellà, Carlo Sbano, Cinzia Marra, Fabio Granata, Francesco Carlo Morabito) HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Esteri Il petrolio del Brasile Il problema di essere ricchi! G di Domenico Grillone li interessi in ballo sono enormi, certo. E la vicenda è talmente complessa che meriterebbe una analisi più approfondita. Ma vale la pena raccontarla. Partendo dalla scoperta di un enorme giacimento di petrolio, fatta nel 2007 dalla compagnia petrolifera brasiliana Petrobras e localizzato in mare, a 180 chilometri dalle coste degli stati di Santa Catarina e Espirito Santo ed a settemila metri di profondità. Cosa c’è di strano in tutto questo? Niente. Se non fosse per il fatto che la scoperta equivale, secondo autorevoli analisti, ad almeno 19 miliardi di barili di petrolio. L’equivalente di tutte le riserve del Messico e di tutto quanto la Petrobras ha già sfruttato nei suoi 60 anni di vita. Si tratta, quindi, di una ricchezza enorme per il Brasile, ma il compito non sarà facile perché lo sforzo tecnologico per estrarre il petrolio dovrà essere di grande portata. Lo si capisce subito dal nome dell’area, “Pre-sal”, in cui è stato individuato il giacimento, formata da enormi strati rocciosi posizionati a loro volta sopra un esteso sedimento di sale che in alcune zone della costa può essere spesso anche più di 2,000 metri. La distanza tra le riserve di greggio e la superficie del mare è, in diversi punti, di 7mila metri. Questo è il quadro geologico della storia, a cui si deve necessariamente aggiungere la notizia che negli ultimi cinque mesi, ben 16 incidenti nei giacimenti Pre-sal hanno minacciato di coprire di petrolio le coste brasiliane. La stessa presidente Dilma Rousseff ha tuonato contro chi non rispetta le regole, ma il peggio potrebbe ancora venire con lo sviluppo degli oleodotti e il passaggio delle petroliere: l’ultimo incidente, provocato proprio dalla Petrobras, ha visto fuoriuscire una quantità imprecisata di greggio, ha comunicato l’Agenzia Nazionale del Petrolio il 10 aprile senza peraltro scendere nei particolari. Ma l’incidente è stato preceduto da quello del 31 marzo, quando quasi 1.600 litri di combustibile hanno oscurato il mare a 20 chilometri dalla spiaggia di Ponta Negra. L’incidente più grave, però, è stato quello del 7 novembre 2011 quando, per responsabilità della compagnia americana Chevron, sono caduti in acqua circa 2.400 barili di petrolio che hanno tenuto col fiato sospeso il Paese. Il rischio che il Cristo Redentor dall’alto di Rio De Janeiro possa abbracciare e benedire una baia interamente ricoperta da una immensa macchia di petrolio non è poi così remoto. D’altronde, la possibilità che il petrolio da manna possa trasformarsi in maledizione è stato sottolineato da due grandi specialisti del settore, Mauricio Canedo della Fondazione Getulio Vargas, e Marcus D’Ellia, specialista della società di consulenze in logistica Ilos, i quali hanno dichiarato al giornale Folha una mancanza di coordinazione tra gli attori in campo e la necessità di creare un centro unificato di monitoraggio. Ma forse gli aspetti politici ed economici dell’intero progetto sono anche più inquietanti dei problemi geologici: è di appena qualche giorno addietro la notizia che un consorzio formato da Shell (20%), Petrobras (40%), Total (20%), Cnpc (China National Petroleum Corporation) e Cnooc (China National Offshore Oil Corporation) (10% a testa) si è aggiudicato un contratto di produzione valido 35 anni per la realizzazione e lo sfruttamento dell’enorme giacimento denominato “Libra”, quello stesso che copre l’area denominata Pre-sal al largo delle coste brasiliane. Insomma, è successo esattamente il contrario di quanto affermato dalla presidente Dilma durante la campagna presidenziale del 2010, quando la stessa accusò il candidato José Serra di voler privatizzare e mettere all’asta il petrolio e che questo non era ammissibile, visto che il pré-sal era una ricchezza da utilizzare soltanto a favore del popolo brasiliano. La verità è che la Petrobras, oltre a denunciare carenze tecnologiche, è indebitata fino al collo e non ha i soldi per investire. Allora per il governo brasiliano la decisione di monetizzare al più presto le proprie ricchezze, sia pure dividendole con altre compagnie petrolifere, è stata per così dire quasi obbligata. Immancabili le accuse dei sindacati contro il governo, reo di svendere le ricchezze del Brasile, e le immancabili manifestazioni di protesta che hanno inaugurato la stagione delle violenze dei Black Block anche a Rio. La mossa decisiva che, al contrario, ha registrato gli entusiasmi dei brasiliani, è accaduta pochi giorni fa, quando è passata alla Camera dei Deputati la proposta di destinare il 75% delle royalties del petrolio all’istruzione e il restante 25% alla sanità pubblica. Per essere approvata la legge deve adesso superare lo scoglio del Senato. Il dibattito è aperto. n 13 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Recensioni Paola Zaretti, P Nel nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi (Confine, 2013, pp. 152, ¤eur o 10.00) di Giancarlo Calciolari aola Zaretti s’interroga sul futuro del femminismo, della psicanalisi e della politica, in particolare della politica delle donne. L’epoca pare aver separato definitivamente queste tre istanze intellettuali e di vita originaria, per mantere la supremazia di un impianto sociale di dominio, dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna, che appunto non tollera la vita e che nello specifico dell’indagine di Paola Zaretti procede dalla negazione del femminile, come aveva anche constatato Freud in uno dei suoi ultimi scritti, Analisi terminata e analisi interminabile, ripreso appunto nell’elaborazione in atto nel libro Nel nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi (Confine, 2013, pp. 152, ? 10). La negazione del femminile ha due nomi nello scritto citato di Freud: protesta virile nel caso dell’uomo e invidia del pene (penisneid) nel caso della donna. Occorre notare tra l’altro come ci siano rari scritti sulla protesta virile e invece esista una biografia interminabile sull’invidia del pene. Il modo della risposta alla notazione di Freud decide delle sorti della psicanalisi e del femminismo. L’invidia del pene trova la sua messa in scena per eccellenza nell’isteria, sin dalla teatralizzazione che ne hanno dato le pazienti di Charcot. Per altro la neutralizzazione dell’isteria, rilevata da più ambiti della psicanalisi, mira anche a rincantuzzare l’irruzione delle donne nella scena civile dell’occidente. Per leggere l’attuale occorre riprendere il filo delle acquisizioni della battaglia intellettuale che ha per nome “femminismo”. E la posta in gioco del dibattito in Italia, che ha portato all’egemonia del pensiero della differenza, richiede di riprendere il confronto sulla questione dell’isteria che c’è stato tra due delle voci più importanti del femminismo italiano: Angela Putino e Luisa Muraro. Paola Zaretti con il suo libro riapre l’archivio: non accetta il mal d’archivio, come lo chiamava Jacques Derrida, e scrive in un’onda singolare in cui tornano in gioco i testi delle due autrici, oggi pressoché introvabili. Si tratta di La posizione isterica e la necessità della mediazione (1993) di Luisa Muraro e di Amiche mie isteriche (1998) di Angela Putino. Testi che sarebbe il caso di ripubblicare. È questa anche la ragione della struttura del libro molto ricca di citazioni tratte dai due testi, ma anche da altri scritti di autrici che erano intervenute in questo dibattito. Per un altro aspetto importante il libro è un omaggio a Angela Putino, scomparsa nel gennaio del 2007. Paola Zaretti rimette in discussione la via politica di risposta alla questione isterica, che nell’approccio di Luisa Muraro rappresenterebbe una vera e propria cura, quindi sostitutiva anche della pratica analitica. E i termini della prima non chiusura del dossier sull’isteria vengono dal testo di Angela Putino che non dà per acquisita l’assunzione dell’isteria nel pensiero femminista. Curioso per altro come il fantasma isterico (altro non è che un tentativo di padronanza e di controllo sulla vita, un tentativo di edificare una “copia”, tale è l’etimo di fantasma) non sia attraversato né da Angela Putino né da Luisa Muraro, e questo secondo caso nonostante l’autrice si rubrichi dalla parte delle isteriche. 14 In termini filosofici si scontrano una filosofia del divenire e un’ontologia fondamentale, giunta a chiamarsi “ordine simbolico della madre”, entrambe forse non affermate nel modo preciso in cui lo riscontriamo. A lato del libro di Paola Zaretti, e lungo la sua lettura, e quella dei testi che gentilmente ci ha messo a disposizione, si potrebbero anche valutare le convocazioni in causa di autrici e autori per intenderne l’influenza. Come quella positiva di Virgilio, dichiarata da Dante, o come quella negativa di Hegel per Carla Lonzi. E si tratta di influenze che non determinano. In tal senso, Angela Putino forgia alcuni dei suoi strumenti linguistici nelle officine di Gilles Deleuze e di Michel Foucault, mentre alcuni importanti materiali del viaggio li trova in Virginia Woolf e in Simone Weil. La questione di Paola Zaretti rispetto alla psicanalisi è quella di quale intervento nel caso dell’isteria. Né la medicalizzazione né la psicologizzazione e neanche la riproposizione della cura psicanalitica? Perché neanche quest’ultima? Perché si tratta della cura della psicanalisi dei padri o in altri termini della psicanalisi che non rinuncia all’impianto del primato del fallo, di un solo sesso, di una sola libido, come ha teorizzato prima Freud e come ha radicalizzato poi Lacan. Rare sono le psicanaliste che leggono il primato del fallo come fantasma e non come struttura fondamentale. Quello che annota Paola Zaretti rispetto alle analisi che comportò parte del femminismo quando considerò conclusa l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio è che nella più parte dei casi c’è stata una felicità privata che non ha più avuto rispetti politici, pubblici. E annota anche che il femminismo teorizzato da Luisa Muraro, a partire da Luce Irigaray, non ha portato una trasformazione della psicanalisi, ma solo la sua ripresa filosofica. Quanto all’essenziale del lavoro di Paola Zaretti, dopo aver riaperto l’archivio del femminismo italiano, e avere ridato la priorità di lettura alla lezione di Angela Putino, c’è l’acquisizione che l’ordine simbolico della madre, teorizzato da Luisa Muraro, sia una nicchia che richiede lo stesso impianto fallico che contesta. Due ordini (o più) al posto di uno non intaccano il sistema ordinale, che produce esclusioni, come quella di Lacan, di Irigaray, di Putino… Dal testo emerge l’istanza di un’altra psicanalisi, in cui ciascuno/a sia in condizione di affrontare il viaggio intellettuale senza pagare dazi a nessun ordine. Una psicanalisi che non può esistere in quanto tale ma nell’atto di ciascuno/a psicanalista. Qual è la traccia di questa altra psicanalisi? Che nemmeno una briciola del fantasma possa intervenire come prescrizione. La prescrizione e la proscrizione sono infatti i modi di riproduzione dell’impianto gerarchico. Emerge anche l’istanza di un altro femminismo. n HELIOS magazine 2013 n. 5-6 Intervista E L’occhio sul mondo di Francesco Amato di Elisa Cutullè x- promessa calcistica eredita dal padre lo sguardo all’umanità che lo porta a dedicarsi al cinema. Ha al suo attivo numerosi cortometraggi. Nel 2001 con Figlio di penna vince il Premio Jameson al Torino Film Festival e il premio Fice al concorso per cortometraggi Visioni Italiane di Bologna. L’abbiamo incontrato al Festival del Cinema di Villerupt dove ha presentato “Cosimo e Nicole”. Ti puoi presentare per chi non ti conosce, a parole tue. Domanda molto difficile perché non saprei se presentarmi dal punto di vista professionale o privato. Non è semplice come risposta. Posso però dire che sono una persona che adora andare al cinema e che mi rappresenta, perché mi permette di dare vita alla mia urgenza espressiva. Credo che sia un aspetto comune a tutte le persone, ai narratori in particolare. Quale è stato il primo film che hai visto al cinema? È stato “Fantasia” di Walt Disney, anche se quello a cui sono veramente legato è stato “ET” di Spielberg. Questo film è riuscito ad unire le mie due grandi passioni: il cinema e la raccolta di figurine. Secondo me cinema e figurine hanno qualcosa in comune, perché raccontano delle storie. Penso che soprattutto mi abbia affascinato la provincia americana che, in qualche modo, da un’idea di famiglia marginale. Ho trovato marginalità sociale e di spirito che permette all’extraterrestre di entrare e farsi amare dal bambino e dalla famiglia. Questo sentimento l’ho sentito in molto film che trattavano della periferia americana ma anche in molto film francesi, belgi e tedeschi. Una questione di “mood”. Ricordo che in quel periodo mi piacevano i film di Bud Spencer e Terence Hill, ma non i Western. Ero attirato dai film come “Uno sceriffo molto extra e poco terrestre”, ambientato in un posto che non aveva un’identità. Sembrava un posto degli Stati Uniti ed invece il film era stato girato in Toscana. Sono molto attratto dai film con “non luoghi”. E cosa ne pensi dei remake dei film? Potrebbe essere uno dei tuoi prossimi progetti? Questo è un approccio che non è tipicamente cinematografico secondo me, è più qualcosa che vedo nell’ambito teatrale. Come persona ho la tendenza a giudicare poco o a non giudicare. Mi piace andare al cinema, vedere anche i film brutti e non cambiarli. Devo dire che il mio atteggiamento è quello di lasciarmi cogliere dalle cose belle piuttosto che fantasticare su un possibile ed eventuale remake del film. Una cosa che ho imparato dai miei maestri è stato di ispirarmi a tecniche, momenti, idee ma di renderli comunque miei. Quando è scattato il desiderio di diventare tu quello che racconta le storie? La causa è stata, se così si può dire mio padre, medico di professione e fotografo per passione. Quando andavamo in vacanza scattava un sacco di foto. Al rientro le selezionava, ne creava diapositive e ce le presentava come proiezioni. Queste serate avevano a più livelli un approccio cinematografico. Richiedevano una narratività. Era un giochetto che prendevo a ridere, anche se era un vero e proprio Francesco Amato approccio di montaggio. È stato per me uno dei momenti più creativi. È grazie a lui che mi sono avvicinata al cinema attraverso il mezzo fotografico. Quando mi regalò una chitarra, non sapevo come prenderla; mi inviò ad un corso di inglese e tornavo a casa senza avere appresso nulla, mentre quando mi regalò una fotocamera ho imparato immediatamente tutte le tecniche. Mio padre avevo un occhio per l’umanità che è il punto da cui non può che partire la ricerca di una storia, lo sguardo sul personaggio. Mio padre mi ha comunicato l’approccio alla vita. Io giocavo, per esempio, anche a calcio e me la cavavo piuttosto bene ed avevo già ricevuto diverse offerte da alcune squadre. Mio padre non ne voleva sapere: aveva intuito che potevo fare altro e in un certo senso mi ha indirizzato. A Villerupt hai presentato “Cosimo e Nicole” una storia d’amore che nasce all’ombra delle sommosse del G8. Nel tuo futuro cosa c’è? C’è una commedia che mi piacerebbe fare. L’ho scritta assieme a Francesco Bruni, regista di Scialla e sceneggiatore di diversi film di Virzì e Davide Lantieri, sceneggiatore de “L’intrepido” di Gianni Amelio e spero di riuscire a farla nel 2014. Poi c’è un documentario, su cui non svelo ancora nulla. Posso dire che ci tengo tanto e che tratterà di un personaggio italiano importante. n 15 HELIOS magazine 2013 n. 5-6 R L’asino di Cattelan di Kreszenzia Gehrer iunione di redazione. Fine mese. Tema: la violenza. Mille scadenze. E tutte affastellate. Che fare? Via subito a redigere il pezzo. Anzi no… aspetta un pò… fino all’ultimo momento… magari Maurizio Cattelan ci esce fuori qualcosa dal cappello, ne farà una delle sue. E infatti… Che poi Cattelan, non s’illuda, qui, serve solo da parabola per riflettere d’altro. Per parlare d’arte. L’«altro» per eccellenza. Ma che ha fatto il Maurizio nazionale – ma no, non quello. Cattelan! – questa volta? Siamo a venerdì 25 ottobre 2013. Cattelan non si presenta nell’aula magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna per ritirare il premio quest’anno diventato “Alinovi-Daolio”, in memoria del critico recentemente scomparso. E ci manda, come suoi “emissari”, Fracesco Mandelli (padre Boi) e Fabrizio Biggio (padre Giorgio), più conosciuti forse, e chissà probabilmente con loro soddisfazione, come “i soliti idioti”. Dopo l’asino (ricordiamo la celebre installazione L’asino tra i dottori che ha ritirato la laurea honoris causa conferitagli dalla facoltà di Sociologia dell’Università di Trento), si realizza l’ideale proseguimento del paradigma: gli idioti. Nemmeno tra i più originali, i soliti, insomma, quelli a memento della “banalità del male” – mutatis mutandis – a cui ti devi piegare, nell’era del nulla. Gli emissari travestiti da preticelli “de borgata” effondono: «E chi fu, chi fu, e chi fu l’artista contemporaneo di maggiore successo? Ah, chi fu? Chi fu? Ma Gesù Cristo Signore Onnipotente sceso su questa terra!»; «la famosa installazione dei pani e pesci»; «e l’artra, l’artra perfomans… quella che camminava sull’acqua?» E poi quella «personale di Gesù Cristo che fu per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto e il diavolo che voleva comprargli l’opera, e lui (g)niente non si fece mai tentare?», che tanto ricorda il progetto della Fondazione Oblomov nata per volontà di Cattelan per raccogliere i soldi da erogare al primo artista che si fosse astenuto dall’esporre il proprio lavoro per almeno un anno. Il problema non era trovare i soldi, ma trovare l’artista. E il critico d’arte Renato Barrili, promotore del premio, simbolo dell’accademismo fuori tempo massimo, s’infuria: «Da me non sarà mai più nominato Cattelàn, su questo ci giuro, lo cancello dal mio repertorio. Mi vergogno di tutto quello che ho detto su di lui, lo ritiro. Ha fatto una pagliacciata assolutamente offensiva della memoria di Roberto Daolio»). Ma Cattelan ci ha aperto già a dimensioni di sensibiliz16 Arte zazione ulteriore: l’asinello morto che vale 2 milioni di euro, i cavallini reifica(bili) mutilati, imbalsamati e conficcati nel muro in Kaputt per la Fondazione Beyeler di Basilea, moltiplicazione ippica (altro che pani e pesci) della celeberrima e discutissima Untitled del 2007. E i pargoletti-fantocci impiccati, che si sono dovuti arrendere – obtorto collo – alla morale che condanna il delitto umano. Per carità, non stiamo qui a farne una questione di etica. Sappiamo già quanto l’arte sia a-morale o per meglio dire pre-morale. E Sappiamo già quanto la giustificazione etica possa assolutamente non essere a volte una ragion sufficiente, se è vero, com’è vero che Adolf Hitler era vegetariano… Siamo nel pieno della così detta estetizzazione della violenza. Scrive Joel Black «Se, fra tutte le azioni umane possibili ce n’è una che evoca l’esperienza estetica del sublime, di certo si tratta dell’omicidio […] Se l’omicidio può essere una forma d’arte allora l’omicida è una sorta di artista o – un antiartista – la cui arte si manifesta quale “performance” e la cui specificità non consiste nel “creare”, ma nel “distruggere”.» Così assistiamo all’ennesimo omicidio, dei cervelli. E la sensazione che diventa sensazionalismo. Scontro titanico tra l’“incartapecorimento” museale e l’autoreferenzialità del contemporaneo che si diverte ad “attizzare” quella morale che vorrebbe sepolta sotto tre metri di terra. Come il ragazzino di primo pelo che si diverte a fare la linguaccia a papà. La vittima, morta ammazzata, non l’avete ancora capito, non è tanto l’arte, ma siamo noi, che stiamo così ammassati nel fondo del barile che ci basta per sentire un attimo di godimento estetico ripagato con scrosciante applauso questo: «Se metta in fila, se metta in fila, ché ce deve un sacco de sordi pure a noi!» Siamo noi che c’abbiamo le “teste dentro al muro” e mi chiedo, morte avanguardie e post-avanguardie, l’arte ha ancora un significante? Insomma, la Merda d’artista, oggi, mantiene ancora intatto il suo afrore? n