della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi

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della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi
HELIOS MAGAZINE
Rivista bimestrale
di scienze, cultura e società
Registrazione Tribunale di Reggio Cal. Nr. 3/96
Direttore Responsabile
Pino Rotta
Direttore Editoriale
Gianni Ferrara
Comitato di redazione:
Valentina Arcidiaco, Katia Colica,
Elisa Cutullè, Giorgio Neri,
Salvatore Romeo, Kreszenzia Gehrer
Corrispondenti:
Giancarlo Calciolari, Faiyz Barakat Almahasneh
Editore:
Centro Studi Sociali Club Ausonia
Presidente: Pino Rotta
Vice Presidente: Roberto Pirrello
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89132 Reggio Calabria (I)
Redazione:
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Tipografia: Rosato (RC) tel. 0965.56046
In copertina:
“ Medea” di Katia Spanò
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volontariamente e a titolo gratuito.
In questo numero:
Editoriale - L’economia della violenza
(di Pino Rotta)
pag. 2
Società - Il dominio nella comunicazione tra
format e coercizione
(di Katia Colica)
pag.
Società - Dall’America i buoni spesa più che
buoni deleteri (di Vanessa Riitano)
pag.
Società- Se la violenza è assistita: storie di
bambini e dei loro sguardi
(di Valentina Arcidiaco)
pag.
Società- Decreto legge contro il Femminicidio:
la risposta ad un “IO minuscolo”
(di Maria Laura Falduto)
pag.
Società - La violenza è anche energia
(di Luisa Nucera)
pag.
Società - Dea Madre e Dio Padre
(di Salvatore Romeo)
pag.
Società –Aggressori e aggrediti. La natura
della violenza
(di Tiziana Fortunato)
pag.
Società - Misoginia e Femminicidio
(di Antonella Iurilli Duhamel)
pag.
Società - Il Green New Deal di Green Italia
(di Cinzia Marra)
pag.
Esteri - Il petrolio del Brasile.
Il problema di essere ricchi!
(di Domenico Grillone)
pag.
Recensione - Paola Zaretti, Nel nome della
Madre, della Figlia e… della Spirita
Santa. Femminismo e psicanalisi
(di Giancarlo Calciolari)
pag.
Intervista - L’occhio sul mondo di Francesco
Amato (di Elisa Cutullè)
pag.
Arte - L’asino di Cattelan
(di Kreszenzia Gehrer)
pag.
Fuori sommario:
Med-Art - Arte, mito, poesia e psiche
SosImpresa - Non al racket e all’usura
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HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Editoriale
L’economia della violenza
N
La violenza sulle donne, sugli omosessuali,
e quella razzista è aumentata o no?
di Pino Rotta
ella storia della cultura occidentale l’inviolabilità della persona, prima fisica e successivamente
psicologica, è un fatto abbastanza recente ed è il
risultato di un processo di lenta diffusione dei principi e
dei valori laici, liberali e democratici. E’ un processo sia
politico che culturale e come tale è mutabile. I valori
impiegano secoli per radicarsi nella coscienza delle persone e, mutando condizioni sociali ed economiche, possono avanzare o arretrare in una continua dialettica
interna alla società e con sfumature del tutto diverse a
seconda dei ceti sociali e degli strumenti di consapevolezza di cui sono dotati i singoli individui. Nelle società
occidentali i fenomeni di violenza sulle donne, sugli
omosessuali, unitamente a quelli di natura razzista, sono
aumentati o no? A leggere le cronache quotidiane, non
solo italiane, la risposta sarebbe sicuramente affermativa, se invece andiamo ad analizzare le casistiche di
lungo periodo è evidente che, a parte una curva di flessione che possiamo trovare nel decennio degli anni ‘60
cioè nel periodo del boom economico, i fenomeni non
sono aumentati, anzi addirittura sono diminuiti. Anche
un solo caso di violenza a mio avviso è insopportabile ed
il ragionamento che qui si sta sviluppando riguarda la
relazione tra comunicazione, consapevolezza e fenomeno per capire quali sono le interconnessioni tra questi
elementi sia sulla frequenza dei fenomeni che sulla reazione sociale ed individuale agli stessi. L’Occidente è la
punta avanzata dei diritti umani nella storia dell’umanità su questo non credo ci siano dubbi. Comincia con
l’Illuminismo e continua con le lotte di emancipazione
delle classi più povere e delle donne fino agli anni 60-70
del 1900. Ad un maggiore grado di benessere economico corrisponde una maggiore diffusione dell’istruzione e
della spinta alla “autodeterminazione” su un piano orizzontale o, se vogliamo usare un termine ormai desueto,
diremo “di massa”. La spinta all’autodeterminazione,
all’emacipazione da condizioni di subalternità e l’affermazione di principi di rispetto e tutela della persona
hanno trovato due antagonisti che ne hanno determinato
l’avanzamento o l’arretramento sia sul piano formale
che su quello della coscienza sociale ed individuale.
Questi due antagonisti sono riconducibili al sistema di
produzione capitalistico e alle istituzioni religiose che,
nella storia, sono sempre state il supporto dei ceti dominanti e delle forze più conservatrici del capitalismo (vedi
l’azione dei gesuiti cattolici o dei puritani protestanti).
Di norma, e soprattutto oggi che la comunicazione in
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tempo reale blocca la nostra attenzione sul presente contingente, si ha la percezione che quello che si fa determina delle trasformazioni e non ci si rende conto che,
soprattutto nelle dinamiche sociali e culturali, anche ciò
che NON si fa produce effetti di uguale portata. Così il
non approvare una legge contro l’omofobia, contro il
femminicidio o contro la ricomposizione dei gruppi
nazifascisti, soprattutto se a queste omissioni si accompagna la posizione intransigente di istituzioni religiose
come la chiesa cattolica, è una sorta di legittimazione
tacita a questi fenomeni. Ci si chiederà perchè un sistema democratico dovrebbe avere interesse a favorire
fenomeni di violenza
e di discriminazione?
Qui dobbiamo tornare alla connessione
tra cultura e sistema
produttivo. Quando
il sistema produttivo
subisce una ristrutturazione di portata
storica le tensioni e
la reazione dei ceti
più deboli della
società devono essere indirizzate verso obiettivi di forte
impatto emotivo che non mettano a rischio però la
ristrutturazione del sistema. Ecco che dal 1990 in poi in
Occidente le denuncie e e proteste contro la guerra e
contro l’espansione finanziaria che si organizzarono con
i movimenti No-Global e quelli del pacifismo sono stati
neutralizzati da una massiccia politica di svuotamento
della capacità critica delle nuove generazioni, private di
fatto del diritto alla cultura, e dalla sostituzione della
coscienza individuale con quella del consumatore televisivo. Questo processo nel corso di venti anni ha funzionato come anestetico sociale ma le condizioni di impoverimento delle classi sociali vittime di questa ristrutturazione del capitalismo restano e vengono indirizzate
verso obiettivi neutri sul piano economico ma pericolosissimi per la democrazia e per i valori civili che avevamo ereditato dal passato libelale e socialista. Ma quando
la politica è in mano alla finanza che sovrasta i singoli
governi e le singole nazioni a chi importa se in paesi
come l’Ungheria, l’Austria o addirittura la Francia, rinascono partiti nazifascisti con il loro bagaglio di odio e di
violenza? n
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
“
Il dominio nella comunicazione tra
format e coercizione
di Katia Colica
Le parole sono finestre oppure muri” fa sapere
Marshall B. Rosenberg, accompagnando la sua tesi a
studi sulla comunicazione empatica e, soprattutto, non
direttiva. La violenza all’interno della comunicazione,
infatti, non è solo urlata ma si insinua dentro trasferimenti
di valori, abitudini, slogan e persuasioni. La “parola direttiva” prende forma e avvolge, spesso, tramite la fascinazione onnipresente di un leader riconoscibile e ben strutturato
che, al di là dei propri intenti, si manifesta con delle costanti. Le pratiche e le strategie messe in atto hanno ampiamente attinto al concetto di carisma di etimologia greca
(carisma) e di lessico cristiano. È Paolo di Tarso a inquadrarlo abilmente come dono conferito da Dio a colui che
dovrà diffondere il Verbo. In questo sistema, apparentemente diversa si mostra la natura dei vari leader. In realtà si
replicano alcune identiche modalità complesse, orientate
alla vendita di prodotti altrettanto complessi. La comunicazione è basata sul fatto che a ogni azione segue una reazione e tale reazione può essere indotta attraverso un determinato criterio.
Gli aspetti dominanti della dinamica comunicativa contemporanea, soprattutto occidentale, sono la ripetitività del
messaggio e la riconoscibilità dello stesso. Trasmissioni
televisive anni ‘80 come Drive in riassumono alcune
costanti strutturali: gli sketch proposti settimanalmente si
confermavano identici in ogni puntata dentro un circolo che
inghiottiva la reattività dello spettatore, senza richiedergli
nessuno sforzo nell’elaborare una benché minima analisi
critica verso il programma che vedeva. Supportato dalle
risate registrate, il programma presentava un montaggio
incalzante che permetteva la continuità di ritmo con gli spot
pubblicitari inseriti. Da questo ciclo ininterrotto qualsiasi
forma valutativa veniva appiattita e resa innocua. Lo spettatore passivo era pronto per sentire battute a catena che
conosceva già (Chi ha cuccato la Cuccarini?, Hai toppato,
Katia!, Ce l’ho qui la brioche!, Sono mister Taroccò..., ecc.)
che lo rassicuravano e che non lo impegnavano a produrre
troppi sforzi mentali, subendo al contempo un’iniqua forma
di addomesticamento.
Un altro strumento messo in atto è quello relativo alla considerazione dei soggetti dentro un’organizzazione formalmente orizzontale. Maurizio Costanzo Show ha attuato una
trasposizione su palco di equivalenze, collocando dentro lo
stesso contenitore competenze e professioni fino ad allora
lontane se non in antitesi: lo scrittore, la showgirl, il politico, la vittima di abusi, il comico, l’attrice ecc. Questo procedimento comunicativo ha fatto perdere il controllo di
alcuni schemi abituali che il fruitore d’informazioni usava
logicamente per individuare la sezione dì interesse che più
gli era consueta (tribuna politica per i dibattiti, lo show
serale per l’intrattenimento, ecc.). Il risultato ha reso inutile l’antinomia tra generi con un’apparente democraticità
dell’offerta. La sensazione che tutto valesse allo stesso
modo proponeva un nuovo modello in cui tutti avevano
diritto di intervenire ed essere protagonisti. In realtà l’amministrazione del conduttore, nella fattispecie al lavoro per
Silvio Berlusconi che avrebbe poi beneficiato politicamente di queste sistemi comunicativi, risultava determinante ai
limiti della dittatura per la gestione di tempi, spazi e informazioni. Nulla di nuovo ha inventato Beppe Grillo, quindi,
con la diffusione del motto “Uno vale uno”, traducendolo
in forme di persuasione e aggiungendo a esso il fattore
“disciplina”, in stretta relazione alle strutture di punizione
dei vecchi schemi educativi militari, inducendo il gruppo
all’emarginazione del soggetto “perduto”. Anche il metodo
di creare dei nemici per categoria (i giornalisti, la casta,
piddelle-piddimenoelle, ecc.) trova ottime basi, soprattutto
nel criterio applicato da L. Ron Hubbard nell’affare
Scientology, in cui la
categoria degli psichiatri, soprattutto, è
segnalata come casta
di criminali disonesti
che lavora con l’unico scopo di creare
una società drogata.
Demoni da cui rifuggire, nemici astratti,
mali assoluti e simboli della perdizione che l’ottimo governo comunicativo
cattolico ha saputo mantenere per interi secoli. Eugenio
Pacelli ha costituito una novità ma solo nella forma di trasferimento dei principi, essendo il primo pontefice ad apparire in televisione attraverso forme espressive studiate, pose
teatrali, gesti capaci di controllare la folla. Una netta inversione di tendenza, ma solo in vista del raggiungimento
degli obiettivi, è derivata dalla geniale metodologia di
Bergoglio a cui l’Istituto Europeo Terzo Millennio conferirà il premio 2013 “Comunicazione semplice”. La chiesa,
nei secoli, ha programmato un articolato apparato di segni
e parole per mantenere il suo controllo e nulla cambia mentre lo stesso dichiara: “Il male del papato è la corte, che è la
lebbra”. O ancora: “In un futuro non troppo lontano si
andrà verso una gestione del potere più orizzontale e meno
verticistica”. Uno vale uno, quindi; fatto salvo il padreterno, il duce o il premier di turno. Che resterà al di sopra di
ogni logica di giudizio e valutazione, naturalmente. n
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HELIOS magazine 2013 n. 5-6
E
Le conseguenze morbose del couponismo
d’assalto. Dall’America i buoni spesa che, più che
buoni, sono deleteri…
di Vanessa Riitano
’ il fenomeno che impazza in America da qualche
anno e che invade anche le nostre televisioni, con
programmi dedicati che esaltano le imprese di
donne di ogni età e maschi per lo più adolescenti, che
usano i buoni spesa, o meglio i coupon ritagliati da
volantini pubblicitari, non per usufruire di qualche semplice sconto, ma, letteralmente per saccheggiare interi
reparti del supermercato, alla volta di mega spese da
migliaia di euro, pagando a volte solo il costo delle
tasse, o addirittura, ricevendo un credito in denaro, animati da quella che, senza troppa esagerazione, definirei
una mania, un’ossessione deleteria. Quella dei coupon,
di primo acchito, potrebbe apparire una passione divertente, per la suspense che si crea ogni volta che il couponista si accinge alla cassa, tra le ovazioni degli altri
clienti, gratificante, per la subdola sensazione di potere
d’acquisto che insinua nelle menti di questi “Attila” dal
carrello fumante, giusta, poiché porta risparmio e politicamente corretta, perché permette anche ai ceti meno
abbienti di fare enormi scorte di spesa o di cederli a loro
volta in beneficienza… ma io vi vedo delle insidie pericolosissime per la salute, la sicurezza, per l’ambiente,
oltre che per l’etica e i rapporti personali. Analizzando
proprio questi due ultimi aspetti è necessario dire che i
couponisti passano giorno e notte a ritagliare buoni
spesa dai volantini pubblicitari dei supermercati, stampandoli dal computer quando sono disponibili nelle versioni on-line e ricercandoli nei cassonetti della spazzatura cartacea, coinvolgendo in queste folli imprese anche
familiari e amici, che per non perdere completamente i
rapporti personali con questi consapevoli pazzi per la
spesa o spinti dall’esigenza di aiutare le finanze familiari, si vedono costretti a impugnare forbici e raccoglitori,
dove inserire le migliaia di coupon che per il couponista
rappresentano dei veri e propri contanti, una sorta di
oggetto del desiderio, di Santo Graal che lui e soltanto
lui può toccare e gestire. Questa mania provoca nel
couponista un’ansia continua di perdere i suoi adorati
coupon o di farsene sfuggire anche solo uno… per non
parlare del momento in cui questi fa la spesa: armato di
computer per spuntare ogni prodotto acquistato (per il
quale si possiedono anche centinaia di coupon identici),
riversa istericamente nei suoi infiniti carrelli, interi
espositori di prodotti e si dirige alla cassa con un collasso imminente, controllando con attenzione maniacale
ogni singolo gesto della cassiera per assicurarsi che ogni
coupon faccia il suo dovere. Tale atteggiamento è tutt’altro che etico perché acquistando anche 200 pezzi di
uno stesso prodotto si impedisce ad un altro cliente di
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Società
acquistarne anche uno solo, magari necessario (come
medicinali da banco, latte o acqua). Le conseguenze
morbose di maggior rilievo sono quelle derivanti dall’accumulo compulsivo di prodotti che potrebbero sfamare e rifornire un esercito, dai cibi ai detersivi, che
ammassati nei garage o stipati nelle stanze di casa di
questi ossessionati dal coupon, costituiscono in ogni
momento un pericolo di rimanere ingabbiati e soffocati
dalle pile di prodotti che si riverserebbero a terra dopo
una debolissima scossa di terremoto, un incendio, un
tornado o un non troppo raro uragano. Per non parlare
del problema più grave per la salute degli americani e,
cioè, l’obesità, la quale come una sorta di legge del contrappasso si annida proprio tra i ceti più poveri, quelli
maggiormente attratti dal risparmio e dalle offerte dei
buoni spesa; obesità che senza dubbio verrebbe incentivata da uno stile di vita che prevede il ritrovarsi a portata di mano dispense enormi, zeppe di cibi spazzatura,
scatolette e prodotti confezionati, che rappresentano un
trofeo di guerra per il couponista, il quale pur di non
doverli
buttare
farebbe in modo di
consumarli e farli
consumare
dai
familiari sconsideratamente
prima
della scadenza; i
coupon per i cibi
freschi e salutari
non esistono o sono davvero molto rari, e pertanto sul
fronte salutistico la situazione è catastrofica! Infine vi è
l’aspetto che mi sta particolarmente a cuore, il problema
ambientale: le infinte confezioni e imballaggi dei prodotti acquistati o, per meglio dire, ottenuti gratuitamente con i coupon, moltiplicati per il numero sempre crescente di couponisti, altro non fanno che riversarsi nella
più grande discarica a cielo aperto esistente al mondo: la
Great Pacific Waste Patch, grande quanto un’isola, è il
più grande cumulo galleggiante di rifiuti –soprattutto
plastici- esistente al mondo, che si trova a largo
dell’Oceano Pacifico e che provoca ogni anno la morte
di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di
uccelli, ma che rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo, poiché alcuni minuscoli pezzetti di plastica, assorbendo agenti inquinanti quali idrocarburi e
pesticidi, entrano inesorabilmente nella catena alimentare…come dire: ciò che viene buttato dalla finestra rientra poi dalla porta! n
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
Se la violenza è assistita: storie di
bambini e dei loro sguardi
di Valentina Arcidiaco (*)
I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della
gente ha dimenticato.
Keith Haring
N
egli ultimi anni mi sono occupata spesso di bambini, delle loro famiglie e dei loro disagi; oggi
ritorno in questo spazio per trattare di violenza
“assistita”, ossia di quella violenza che non è fatta di
percosse, morsi o atti solo fisici, ma di una violenza più
sottile che coinvolge solitamente i bambini tramite le
loro orecchie e i loro sguardi posati sui propri cari.
L’esposizione a questo tipo di violenza, che rappresenta
anche un fattore di rischio per altre forme di maltrattamento e abuso, è considerata ormai da vari studiosi
come una forma di maltrattamento sui minori di tipo
primario e può comportare danneggiamenti in diverse
aree di funzionamento (Luberti, 2000).
Sempre più frequentemente, infatti, durante lo svolgimento della mia attività professionale, incontro minori
che hanno assistito a violenze familiari i quali, pur non
essendo state vittime dirette ma indirette, hanno osservato minuziosamente le percosse, hanno ascoltato le
urla,si sono dovuti nascondere sotto i letti, hanno subito
la rottura del loro “nido familiare”, hanno partecipato,
nei casi più gravi, all’allontanamento di uno o dell’altro
genitore, oppure sono stati inseriti in strutture cosiddette protette o affidati ai servizi.
E’ impossibile descrivere ogni singolo caso, ma è
importante evidenziare come, attraverso piccolissime
sfumature, i bambini cerchino di comunicare il loro disagio alle figure che li circondano, sperando di ottenere
quelle risposte che per la loro tenera età non riescono a
darsi.
Quando si verificano situazioni di questo genere, gli
stessi sguardi che hanno assistito alla violenza cercano
nello sguardo degli operatori conforto e fiducia, vogliono poter “urlare” il loro dolore rispetto al loro trauma il
quale,sia che lo abbiano vissuto una sola volta, sia che lo
abbiano vissuto cento volte ,rimarrà indelebile nei loro
ricordi.
Assistere alla trasformazione di persone che poco
tempo prima erano amorevoli, magari anche accondiscendenti, porta allo stravolgimento dei sistemi sia
sociali che psicologici, procurano disorientamento e
possono provocare anche numerosi problemi che, a
lungo andare, diventano causa di veri e propri disturbi
psichiatrici (come, ad esempio, il Disturbo Post traumatico da Stress).
Ho voluto affrontare questo argomento perché si parla
spesso di violenza di genere, di femminicidio, ma poco
ci si occupa di violenza assistita,con la conseguenza che
non ci si interroga
sugli attori di
quella violenza
nascosta, subdola, che inconsciamente lavora e
prepara
nuove
persone orientate
alla violenza le
quali, in quanto
fin da giovanissimi hanno acquisito lo schema della violenza, non hanno avuto modo di
imparare a gestire gli impulsi e le emozioni ,avendo
avuto come unico esempio quello appreso dalle figure di
accudimento.
Ovviamente c’è un’alta percentuale predittiva di chi ha
osservato o subito violenze che da vittima diventa
aggressore ma, contestualmente, non sono stati registrati dati certi sullo sviluppo di queste caratteristiche per
insufficienza di studi approfonditi.
E’necessario, pertanto, sottolineare quanto sia importante approfondire e diffondere la conoscenza di questo tipo
di violenza, lavorando anche in rete, affinchè la violenza assistita cessi di offuscare lo sguardo attento, curioso,
indagatore dei bambini.
Ed è altrettanto indispensabile attivare il sostegno per
tutti i bambini che hanno assistito a violenze, maltrattamenti, abusi, per impedire che il loro futuro venga pregiudicato da esperienze devastanti e che la loro vita sia
segnata irrimediabilmente. n
(*) psicoterapeuta
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HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
Decreto legge contro il Femminicidio:
la risposta ad un “IO minuscolo”
di Maria Laura Falduto (*)
A parole aborriamo il razzismo e lo condanniamo con sdegno
fermo. La storia denuncia invece che lo pratichiamo nei fatti,
in buona e malafede più o meno consapevolmente… combattendo i fondamentalismi si potranno ricomporre vite mutilate,
anche quelle dei carnefici, per costruire ponti tra il femminile
e il maschili (V. Heziel, 2008)
I
l femminicidio emblema della violenza di genere,
attraversa ogni epoca, cultura e luogo. Il termine
femminicidio, che denota la violenza efferata da
parte dell’uomo contro la donna “in quanto donna”, si è
esteso oggi oltre la definizione giuridica di assassinio ed
include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta solo la punta di un iceberg, l’esito di atteggiamenti o pratiche sociali misogine di maltrattamenti, violenza fisica/psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro,
economica, familiare, comunitaria, istituzionale. Di
recente è stato approvato il provvedimento in tema di
violenza di genere; il decreto legge punta all’importanza
della prevenzione e riassume nei suoi punti salienti pene
più severe, l’ arresto obbligatorio in flagranza, l’allontanamento del coniuge violento da casa ed il controllo
dello stesso tramite braccialetto elettronico, la querela
irrevocabile che sottrae la vittima al rischio di una
nuova intimidazione tendente a farle ritirare la querela,
la corsia giudiziaria preferenziale per i processi per femminicidio e per maltrattamenti; il patrocinio gratuito per
chi è vittima di violenze e non si può permettere un
avvocato, il permesso di soggiorno alle vittime straniere, l’informazione costante delle vittime sull’iter giudiziario, e sulla condizione del colpevole (se si trova in
carcere o in libertà, se è stato condannato). L’innovativo
provvedimento prevede elementi di svolta ma altresì di
criticità e degni di ulteriori approfondimenti come
denunciato nei vari comunicati dei comitati SNOQ (Se
Non Ora Quando?), “non si prevedono finanziamenti per
i centri antiviolenza o di ascolto; non si parla di percorsi formativi per gli uomini maltrattanti; la non revocabilità della querela è un’arma a doppio taglio:
potrebbe essere applicata in maniera responsabile solo
se si garantisse concretamente che le violenze non continuino, ma questo può avvenire solo se viene finanziata
e potenziata la rete di supporto alle donne in ogni
momento del percorso di distacco; inoltre, l’inasprimento della pena di un terzo rispecchia la frequenza dei
femminicidi che avvengono in ambito domestico, ma
rischia di discriminare tutte le altre situazioni di violenza”. Donne violate, scomparse, uccise: la guerra dei
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maschi contro le femmine ha fatto nei secoli più vittime
di qualunque olocausto. Sono queste le parole agghiaccianti proposte nell’interessante analisi storico sociale di
V. Heziel in “E Dio negò la donna”: l’analfabetismo
cognitivo ed emotivo contemporaneo fa appello ad un
“Dio minuscolo”; tutto ciò che era Dio, Patria, Padre,
Autorità è stato scardinato dal piedistallo con cui il
“maiuscolo” con cecità ed arroganza pontificava. Sono i
tempi in cui il femminile è imbavagliato, violentato,
ignorato ed ucciso dal suo complementare maschile; lo
scenario tra Occidente ed Oriente è quello di uno scontro di inciviltà sostenute da violenze fisiche visibili e
psicopatologiche più o meno nascoste: milioni di donne,
vittime di violenza
spesso tacciono per
paura, vergogna e
scarsa consapevolezza del reato; ogni
due giorni le cronache italiane riportano un omicidio in
famiglia ed il 70% delle vittime è proprio una donna e
nel mondo è la prima causa di morte per le donne tra i
16 ed i 44 anni. Complice celato di questi scenari il
denaro, strumento con cui il maschio legittima da secoli
la violazione del corpo della donna riducendola ad
oggetto, tralasciando spesso la considerazione allarmante che il meccanismo dell’offerta esiste in funzione di
una selvaggia domanda velata da sordi silenzi, compiacenti, legata ai luoghi comuni ed al timore di rimpicciolire quel già “minuscolo” maschile. Unicef e Salvation
Army hanno redatto una relazione da cui risulta che il
commercio sessuale e la tratta di donne e bambine conta
27 milioni di vittime l’anno (per omicidi, suicidi, alcolismo, e malattie sessualmente trasmissibili). Grande
attenzione andrebbe rivolta allora al problema fondamentalmente di carattere culturale: appare essenziale
sovvertire l’approccio solito della “comunicazione
sociale” ponendo l’attenzione invece su due elementi
pratici da attualizzare in tema di violenza: il riconoscimento dei segnali di violenza, ed il coinvolgimento degli
uomini troppo spesso “protagonisti assenti”. La FINE
della violenza sulle donne non può che COMINCIARE
dagli uomini, per dire basta ai “minuti di silenzio” delle
commemorazioni e trasformarli in minuti di dialogo, di
confronto attivo fatto di voci forti e vive. n
(*) psicologa
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
La violenza è anche energia
L
di Luisa Nucera
a vita è energia. Tutti siamo mossi dea un’energia
da cui ci nutriamo e della quale siamo permeati.
Dentro e fuori. Nel pensiero e nell’azione.
Difficile, nella società contemporanea, stabilire un equilibrio energetico che faccia stare bene con se stessi e col
mondo. Due le tendenze in atto. La pretesa di controllarla troppo perché sottomessa a regole istituzionali con
la conseguente, sgradevole sensazione di determinismo
e schiavitù dove ogni cosa è programmata e costruita. Il
risultato è vedere tutto ciò che è istinto e libera energia,
come qualcosa di ostile da annichilire. Un qualcosa che
va evitato piuttosto che affrontato. Dall’altro lato, infatti, quasi per reazione, esiste la smania di liberare un’energia in eccesso per via degli istinti a lungo soffocati,
strozzati,compressi. Un’energia non calibrata ma lasciata allo sbaraglio e che perciò non conosce il bene, né il
male. E che spesso sfocia in violenza. L’uomo, solo con
se stesso che perde la sua iniziale condizione di equilibrio con essa e s’inabissa, nel fluire del tempo, sprofondando nel pozzo confuso e profondo della conoscenza
rinunciando alla contemplazione del suo essere assoluto.
Un uomo che si sente smarrito e, che per paura dell’ignoto, trascura la sua trascendenza, cercando di acchiappare, possedere e detenere tutto ciò che gli sfugge di
mano. Cresce il disagio e la sua sempre più effimera
adattabilità al mondo. Ma non si arresta. Né si arrende.
L’energia è nella sua natura. Cammina, corre, vaga e a
volte si ferma e torna indietro. Alla ricerca di valori ed
emozioni che diano un senso alla sua esistenza.
L’Amore vero, puro e viscerale che toglie ogni indugio
nella sua prorompente forza creatrice e che fatica ad
essere riconosciuto come tale, arriva e travolge.
Coinvolge e sconvolge. Paradigmi di autorevolezza
scambiati per autentica passione traducibile in comportamenti violenti,inaccettabili e disumani. Volti di donne
infelici, sicure che l’aggressività del partner, capace di
portare sviluppo, creatività, sperimentazione, sia il prezzo da pagare per il cambiamento. Complice il silenzio di
fronte a colui che ama al punto di odiare, perseguitare,
violentare, annientare. Una Lei che aveva dato alla luce
una nuova vita, vittima e artefice di un’energia creativa
distruttrice, inarrestabile. Un mostro. Un piccolo mostro
dalle grandi doti energetiche, si ritrova in grembo. Le
pulsioni del male. E’ come se l’esserino, avesse assorbito l’altrui energia,inglobandola e trasformandola in
angoscia per un altro che è all’infuori di sé, ma che, al
tempo stesso, lo racchiude e lo protegge. Madri stanche
che sembrano icone funebri di morte incarnata, esibite
nel gesto di esistere procreando, simbolo di prostrazione
della sofferenza;emblema di un’angoscia che spinge a
liberarsi dell’oggetto responsabile della loro infelicità.
Eros e Thanatos. Apologia della coincidenza. Legge di
vita e azione di morte. Ogni comportamento umano
sarebbe dominato dallo scambio combinato tra Eros e
Thanatos. Lo aveva detto, il padre della psicanalisi. Una
fase depressiva lunga ed interminabile con riduzione di
energia e grande affaticamento. Cui fa seguito un
momento di lucidità durante il quale l’individuo acquisisce coscienza e razionalità. Bisogna veicolare le energie
ridotte e sopite. Sprecate e in esubero. Cercare una valvola di sfogo, sinonimo di un disagio opprimente.
Un’attività che aiuti a non pensare o a pensare al meglio.
Come lo sport. Un momento importante di crescita e di
confronto. Si rispettano regole e avversari. Con l’illusione che esso allontani dai problemi irrisolti. Ma la stanchezza si ripresenta, ciclica come le stagioni. Lo sport
tiene alla larga vizi e difetti. Ma il rimedio contro la
stanchezza rovescia tale concetto anche nella mentalità
sportiva. Molti giovani si sono avvicinati al doping, una
forma di droga, attraverso un malinteso amore per lo
sport ma che vince la stanchezza. L’istinto peggiore prevale. In campo si incita alla violenza e lo spettatore
ignaro si sottomette alle dinamiche di gruppo con energia e slancio.. Tifare per una squadra diventa spesso
sinonimo di adesione ai principi del branco. L’aderenza
al collettivo collerico ed impulsivo; aggressivo perchè
fedele. Manifestare comportamenti violenti di gruppo è
più semplice e conveniente..Si diventa ipervulnerabili
agli stimoli sociali e situazionali. Si sfaldano le categorie etiche e morali acquisite. Non interessa a nessuno
diventare martire, né testimone di un mondo dove
dominano sempre maggiori divisioni, caste, discrimina7
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
zioni. Cori dei tifosi urlano a squarciagola e le varie
fazioni si scontrano con ferocia inaudita. L’agonismo,
lungi dall’essere un ingenuo e pacifico confronto sportivo tra due parti,snocciola un mondo di interessi e di
sopraffazioni. Forse per questo Platone era contrario
all’attività agonistica e preferiva la ginnastica autoreferenziale.. Gravitano interessi economici enormi; immensi investimenti che generano fenomeni di corruzione.
L’ideale sportivo viene abbandonato a vantaggio del
guadagno La violenza così, domina la logica perversa
dell’economia che impiega energie a dismisura per
“
avanzare. Impossibile incanalare l’energia violenta
verso prospettive etiche. A meno che non si riesca, equilibrando le due tendenze, a mettere fine al conflitto tra
mondo reale fatto di bisogni energetici incisivi, e mondo
sognato, quello della bellezza e dell’armonia come realtà di essere perché il richiamo del bello è dentro di noi.
Non lo si può negare ma lo si può accettare attraverso la
consapevolezza, l’intuizione e l’energia creativa che
solo l’arte e la letteratura sanno offrire. Non lo sosteneva forse Thomas Mann che l’opera d’arte si costituisce
solo con una certa violenza contro la vita? n
“La Guardiana d’oche”
musica dalla fiaba dei fratelli Grimm
di Marcella Giustra
La Guardiana d’oche” la celeberrima fiaba appartiene
ad un genere narrativo quasi esclusivamente in prosa,
più fantastico e misterioso della favola e senza obbligo
di “morale” destinato ai bambini ma non per questo privo di
insegnamenti significativi. E’ di origine popolare e probabilmente frutto dell’evoluzione della ninna nanna, ricca di
creature umane e di interventi da parte di personaggi fantastici, dotati di poteri sovrannaturali, quali gocce di sangue
materno che danno forza e calore, cavalli parlanti come
Falada, fate, maghi e folletti. Si tratta della fiaba scritta dai
fratelli Grimm “La Guardiana d’oche”, melologo per voci
recitanti, orchestra da camera e balletto ricca di creature e
personaggi fantastici. Lo spettacolo andrà in scena al
Politeama Siracusa di Reggio Calabria dall’11 al 24 novembre. La fiaba è raccontata con brio ed originalità con il
sapiente impiego descrittivo degli strumenti musicali che si
intrecciano per dare vita a temi di immediata comprensione
agogica e danzatori che interagiscono sulla scena insieme ai
musicisti, a volte con pantomima altre con azioni coreografiche corali e coinvolgenti. “La Guardiana d’oche” è un
concentrato di avventura con momenti di suspense che mantengono sempre alto il livello di attenzione degli spettatori,
appositamente pensato ed adattato per ragazzi della scuola
primaria e secondaria di primo grado che saranno proiettati
in un’atmosfera fatata ma al contempo ricca di messaggi
significativi quali l’amicizia, la famiglia e l’onestà. Per questo entusiasmante allestimento si è pensato di coinvolgere i
ragazzi in un’esperienza che mette in compartecipazione
tutti i sensi attraverso la possibilità, quindi, non solo di
ascoltare i musicisti, sentire gli attori dal vivo con le loro
maschere e vedere la fantasia ricrearsi nello schermo e con
le luci, ma anche combinare gli stili e le arti, teatro, musica
e cinema nell’ottica di un’opera totale più suggestiva e
accattivante utilizzando anche nuove tecnologie, come il
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Società
3D, entrate ormai a pieno titolo nel quotidiano di ogni persona, così facendo far capire che è possibile produrre arte
con questi strumenti e non solo divertimento e passatempo.
Le musiche dello spettacolo sono del Maestro Alessandro
Bagnato, musicista specializzato in pianoforte e composizione, è pianista accompagnatore e maestro sostituto presso il teatro “F. Cilea”. Diversi i lavori per i quali, in questi
anni, il Maestro Bagnato ha riscosso successo di critica e di
pubblico tra questi nel 2011 il musical ”Cenerentola”.
Soddisfazione è stata espressa da Bagnato: “E’un’opera a
cui tengo moltissimo ed a cui sono particolarmente ed
affettivamente legato. La Guardiana d’oche è un concentrato di avventura ma anche di insegnamenti morali componenti importanti, a mio giudizio, per chi si rivolge specialmente ad un pubblico giovane oggi troppo sopraffatto
dall’era digitale. La fiaba riscopre la genuinità dei buoni
sentimenti della prevalenza del bene sul male il tutto raccontato con straordinaria semplicità ma non per questo
scarna di contenuti, che cattura l’attenzione dello spettatore e lo porta con sé in un viaggio emozionale davvero sorprendente”. Le serate del 16 e 17 novembre riservate, invece, ad una platea più adulta saranno dirette dal Maestro
Christian Frattima. L’Associazione Culturale “Sotiris
Sotirius” presieduta da Giuseppe Geria è promotrice di
quest’interessante progetto culturale. L’iniziativa è patrocinata dall’Amministrazione provinciale che ha accolto con
positività l’idea, si avvale del supporto del Conservatorio
“F. Cilea” diretto dal prof. Francesco Barillà. La regia dello
spettacolo è curata da Luciano Pensabene con le coreografie della bravissima Olena Honcharenko, la voce narrante è
di Renata Falcone; gli attori protagonisti sono Alessandra
Pennestrì, Maria Marino, Lorenzo Praticò, Saverio
Scopelliti ed Alessia Genua, accompagnati dalla Piccola
orchestra da camera Reggina. n
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
Dea Madre e Dio Padre
F
“Ciò che non sopportiamo negli altri è
una parte di noi che ci appartiene”
di Salvatore Romeo *
in da quando gli uomini hanno cominciato a riflettere sul senso della vita e ad immaginarsi una
dimensione superiore nella quale le divinità presiedevano e dirigevano l’esistenza umana e i fenomeni
della natura, la prima entità inventata fu sicuramente una
Dea.
Una Dea buona, dispensatrice di fertilità e di nutrimento, una Madre identificata con la Natura benigna e con la
Terra e che come la Terra offre i suoi frutti, anch’Essa
partorisce i suoi figli.
La Grande Madre era come l’acqua e il mare e custodiva l’origine della vita e il senso della creatività.
Ma questa immagine risultava tuttavia parziale, incompleta, allorchè la riflessione si spinse a concepire anche
il ciclo rigenerativo che avveniva continuamente sotto
gli occhi dei primi uomini: i figli che nascevano, il sole
che sorgeva ogni mattina, la luce che ritornava dopo la
notte, le stagioni che si susseguivano.
Ecco allora che accanto alla figura femminile sorse l’elemento maschile: nacque così il Dio Padre.
Nonostante sia nato dopo, soprattutto in Occidente, dove
i popoli cominciarono a dedicarsi all’agricoltura e a ricavare con fatica i frutti di un duro lavoro da una Terra
avara, la divinità maschile incominciò a sovrastare come
importanza quella femminile e il culto per la Dea Madre
fu piano piano sostituito dal culto per il Dio Padre.
Nella psicologia del profondo gli aspetti femminili e
maschili della natura umana (sostanzialmente androgina) vengono rappresentati dagli archetipi dell’Animus e
dell’Anima, che comprendono pertanto anche le qualità
del Padre e della Madre, del Dio e della Dea.
L’uomo e la donna possiedono una natura complementare e ognuno di essi porta dentro di sé una rappresentazione ideale dell’altro. Ciò che nella sfera conscia possiede i caratteri maschili, nella sfera inconscia avrà i
caratteri femminili, e viceversa.
Ogni oggetto pensato dall’Uomo possiede una natura
duale, una polarità positiva e una negativa, così anche la
figura della Dea racchiude in sé, pertanto, una polarità
buona e una cattiva. Così essa non è stata identificata
sempre ed esclusivamente con la Madre buona, con
Iside, con la Vergine Maria, con la Luna, ma a volte
anche con entità malvagie, sanguinarie, terribili e vendicative, come Lilith, le Gorgoni, le Erinni, Sekhmat, Kalì.
Nella psicologia analitica la crescita e la maturazione
della personalità avviene seguendo una traccia che Jung
definisce come Processo di individuazione, uno sviluppo psicologico che mira alla realizzazione completa del
Sé attraverso il riconoscimento e l’integrazione nella
sfera della Coscienza individuale di elementi che appartengono all’Inconscio collettivo. E’ essenzialmente un
percorso di autoconsapevolezza. In altri termini, per
maturare una personalità equilibrata l’uomo necessita di
riconoscere e di accettare come proprie qualità che gli
appartengono per natura ma di cui non ha ancora piena
consapevolezza. Questi elementi dell’Inconscio collettivo sono rappresentati dagli Archetipi, come quelli della
Dea e del Dio, del Padre e della Madre, con le loro caratteristiche positive e negative insieme.
Allorchè alcune di queste istanze fondamentali e archetipiche non vengono però accolte e accettate dalla
Coscienza, esse non si disperdono, ma vengono relegate
in una particolare sfera dell’Inconscio che Jung definì
come l’archetipo Ombra.
L’Ombra è il
nostro lato oscuro e contiene
tutto ciò che
consapevolmente rifiuteremmo
come parte di
noi stessi perché
in contrasto con
la nostra morale
e con i nostri
valori.
Nell’Ombra dimorano sia gli aspetti negativi del Dio
Padre, incarnati per esempio in figure come Shiva,
Crono, Barbablù o l’Orco, sia quelli negativi della Dea
Madre. E quando l’Ombra prende il sopravvento dirompono nella realtà cosciente le sue immagini e le sue qualità. Da un lato agisce quindi l’Eroe negativo e vendicativo e dall’altro, come vittima designata, può collocarsi
l’Eroina negativa, che non viene accettata come parte di
sé (tanto più in quanto incarnante qualità negative) e che
quindi deve venire soppressa ed eliminata perché non la
si è potuta integrare nel proprio Sé.
Certo potrebbe sembrare una argomentazione assolutoria, nella misura in cui descrive l’uomo come se fosse
completamente subordinato alle forze del proprio inconscio. Ma così non è, poiché, anche se condizionato nel
profondo, egli è libero di scegliere nel particolare i propri scopi e i propri valori e la modalità con cui coltivarli e perseguirli. n
(*) psicoterapeuta
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A
Aggressori e aggrediti
La natura della violenza
di Tiziana Fortunato
ttingo dalla memoria la conversazione con
una grande amico, si parlava di aggressività e
comportamenti violenti, sono trascorsi parecchi anni. Colpì entrambi lo studio di un medico statunitense, il Dr. Paul D. MacLean, secondo cui il cervello è stato classificato a livello anatomico in tre
distinti settori di cui ognuno governa specifiche attività: il cervello rettile sovrintende alla sopravvivenza
ed alle funzioni vitali, il cervello limbico che governa
memoria ed emozioni, la corteccia che nei suoi emisferi coordina cognizione, linguaggio, logica, ragione, creatività ecc.
In questa sede, delle parti citate è la prima in elenco
che attira i miei pensieri. Quando s’innescano comportamenti violenti, spesso è come spegnere la luce e
si assiste impotenti ad un crescendo di eventi che
poco hanno in comune con un comportamento razionale. È quello che può accadere con la competizione.
Essa stimola il cervello rettile e quando è particolarmente aggressiva o include violenza fisica, porta questa parte cerebrale ad assumere sempre più il controllo ela gestione degli eventi, sia che si considerino i
partecipanti sia che si considerino gli spettatori. È il
caso degli eventi sportivi, durante i quali sono chiaramente visibili divisione, competizione e spesso il
passo da lì alla violenza risulta breve e incontrollabile. Quando il cervello rettile prende il controllo,
diventa probabile e frequente una reazione a catena
che innesca reazioni che il buon senso non considererebbe neanche, forse perché perdere equivale a soccombere e morire.
Sembra quasi la materializzazione di un alveare e,
non escludo tali reazioni si possano anche chiamare
in tal modo, vista la potenza che provocano le reazioni a certi istinti diffusi in gruppo. Ricordo ancora le
immagini della triste finale Liverpool-Juventus, stesso meccanismo, stessa dinamica, tanto per gli aggressori quanto per gli aggrediti! Situazioni in cui visibilmente le azioni erano compiute come se non si fosse
in sé. Azioni e re-azioni di gruppo. Sentimenti di
aggressività, sgomento, la fuga per la sopravvivenza.
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Società
Intendiamoci, non è solo una questione di sport.
Parimenti si possono considerare tutte quelle attività
in cui la concorrenza innesca competizione, scuola,
club, comitive, posto di lavoro, situazioni sociali, per
non trascurare la guida, il cibo, il sesso. Chiaramente
desumibile come dietro questa spinta inconscia ci
siano tutta quell’infinità di messaggi subliminari di
cui siamo spesso vittime inconsapevoli.
Valga per tutte le categorie l’esempio del sesso che
risveglia nel cervello rettile l’istinto del dominio e del
possesso, più in là, forse, nel profondo giace silente il
primordiale istinto di riproduzione. Ma, sono convinta, non ci si abitua al concetto di sesso come gesto di
possesso, violenza, abuso, non se si è sviluppato nel
tempo un residuo esperienziale di inadeguatezza.
Non è forse pur sempre violenza quella
di dover gestire il
tempo senza potersi
curare del Tempo
mentre continuiamo
a subire la violenza
di un dio denaro?
A volte però le scelte dettate dall’ego sovrascrivono il
suggerimento intuitivo del cervello fino a sottomettere la nostra coscienza. Ciò colloca in stato di stend by
e da lì alla dinamica dell’innesco oscurato dalle
influenze esterne che determinano il condizionamento, il passo è breve. Ciò che si scatena è una guerra
sottile ed invisibile tra ciò che l’istinto di sopravvivenza reclama e quello che invece percepisce il cervello superiore. Guerra, lotta, condizionamento che
inibisce il secondo a vantaggio del primo.
Controllo, consapevolezza è ciò che serve. La consapevolezza di potere di più, di cum-prendere che non
siamo stati concepiti al solo scopo della sopravvivenza, di sentirci parte comune di ogni vibrazione, di
appartenerci, può e deve rappresentare il filtro di
quella conoscenza di cui siamo portatori sani. Una
sottile, insidiosa ed impalpabile differenza tra “il”
fine e “la” fine. n
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Società
Misoginia e Femminicidio
I
di Antonella Iurilli Duhamel
n Italia nell’anno appena concluso, al ritmo di un giorno si e
un giorno no, una donna viene barbaramente uccisa. E’ un
grave reato nei confronti della intera umanità che le donne
debbano ancora appellarsi al Femminismo per avere riconosciuti i propri diritti fondamentali. Se la società fosse stata
improntata su valori umani ed equilibrati probabilmente il
Femminismo non sarebbe mai nato, ma nonostante il
Femminismo le donne continuano a ricevere violenza in modi
molto diversi e l’omicidio è solo una bella ciliegina sulla torta.
La violenza spesso consumata all’interno del proprio entourage
famigliare, è un addestramento sottile alle quale le donne sono
soggette sin da bambine; il graduale procedimento di oggettizzazione, parte dalla culla, e la donna impara prestissimo che il
suo senso di valore e di dignità dipenderanno dalle sue capacità di compiacenza, dalla sua abilità di fingere odi essere un ninnolo innocuo, una res propria utile anche il più tragico. Il femminicidio in Italia è oramai una emergenza, la parola intende
la distruzione fisica, psicologica, economica, e istituzionale
della donna. Questa piaga silenziosa e nascosta si avvale della
complicità di chi spesso sta solo a guardare e persino delle
madri che molto raramente prendono una posizione attiva ed
aggressiva per la tutela dei propri figli in generale, ma delle
figlie in particolare. In Italia le donne morte per amore sono in
aumento, la misoginia è in crescita e la storia è antica. Inizia con
una donna che vide un bel frutto sull’albero, delizioso da vedere e sicuramente da assaporare; fece lo sbaglio di coglierlo e di
condividerlo con un uomo; da quel giorno tutti i mali del mondo
le verranno attribuiti. Tuttavia la famosa mela sicuramente non
fu una mela, non c’erano mele nel Giardino dell’Eden, d’altronde anche la Genesi parla di frutto proibito, probabilmente fu
colpa di un fico o forse di una fica. Nelle incisioni medievali,
nelle vetrate delle prime chiese e in generale in tutta l’arte classica cristiana, la mela simbolizza il primo peccato di Eva che a
sua volta rappresenta la prima peccatrice creata da una divinità
maschile dalla costola di un uomo. Questo mito cristiano è la
premessa della dignitosissima esistenza delle donne nel mondo
occidentale, e si basa sull’odio per la donna, ma la situazione
non è più incoraggiante anche nel mondo ebraico dove la donna
accompagnata dal serpente è associata al male. Il serpente è
stato equiparato al demonio, mentre nelle religioni pre-patriarcali era associato alla saggezza e alla fertilità. Simbolo della sessualità, della rinascita lo troviamo facilmente rappresentato
nelle forme artistiche del bacino mediterraneo dove divinità
femminili piene nei fianchi e nei seni sanno contenere e nutrire
la vita. Si tratta di figure femminili creative e potenti e accompagnate da un animale, spesso il serpente a sottolineare la forza
della Natura dentro e fuori di lei. Gli autori della Genesi tra-
sformarono questi potenti e fertili divinità femminili in ignobili
peccatrici che avrebbero dovuto vergognarsi per sempre sotto
un burka reale o psicologico, condannate al silenzio e alla subordinazione. Il mito fu usato dai padri della Chiesa per esprimere la loro misoginia, e occultare il colpo di mano che ha tolto
alla donna il potere della creazione e lo ha messo totalmente
nelle mani dell’uomo. Sant’Agostino diceva che non c’era differenza se lei era una madre, una moglie o una figlia; in ogni
caso rimaneva una tentatrice e giù botte. La storia
dell’Occidente è la storia dell’odio maschile nei confronti della
donna e delle sue conseguenze spesso catastrofiche. L’infame
Malleus Maleficarum, il documento prodotto da due domenicani incaricati da papa Innocente VII di indagare sulla stregoneria
afferma che la stregoneria è la conseguenza del piacere della
carne, che nelle donne si sa, è insaziabile. E’ la testimonianza di
quanto Eva divenne il target di tutta la spazzatura umana, e di
come una dea si trasformò in strega corruttrice di anime pie e di
bimbi innocenti. Le donne
sono responsabili di rendere
gli uomini pazzi di desiderio,
della loro perdita di controllo e
del fiume di odio che scorre in
abbondanza; ma perché tanto
odio? L’odio è sinonimo di fragilità, è tale purtroppo, è sempre più frequentemente la condizione dell’identità maschile. L’intero processo della loro identificazione è divenuto sempre più distorto perché essenzialmente si basa sul distanza dalle
qualità femminili, e dalla loro soppressione all’interno della
personalità.
Grazie a questa distanza accompagnata da disprezzo e da superiorità verso la donna, l’uomo riesce a mettere su la fragile
impalcatura della sua personalità costantemente a rischio di collasso. Questa distanza dal sesso debole ed inferiore rende ogni
relazione un campo di battaglia dove il sentirsi umiliati e il voler
umiliare fino alle estreme conseguenze è un motivo assai ricorrente. Le donne conoscono questa vulnerabilità, spesso se ne
fanno carico e per questo giustificano i loro aggressori e persecutori. Paradossalmente li nutrono e li proteggono come bambini, hanno imparato a ipercompensare il loro senso di inadeguatezza e la loro fragilità giungendo ad annientare se stesse
anche con le proprie mani. Non ci si rende ancora conto di
quanto la misoginia sia endemica, è troppo doloroso confrontarla, ma solo quando uomini e donne cominceranno guardarla
in faccia il suo potere distruttivo potrà cominciare ad essere disattivato. n
11
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
U
Il Green New Deal
di Green Italia
di Cinzia Marra
n “Green New Deal”, questo il principale obiettivo di Green Italia. Guardare all’impegno
ambientalista in termini di uso sostenibile delle
risorse e di tutela degli ecosistemi e del clima. Un nuovo
corso di impegno ecologista, attraverso un’azione a che
promuove lo sviluppo economico attraverso la “green
economy”, in modo da consegnare un mondo più verde
alle generazioni future oltre che migliorare la qualità
della vita del presente. Per “Green Italia” il concetto di
ambiente deve necessariamente estendersi alle città che
rappresentano il nostro preminente luogo di vita e dove
troppo spesso gli spazi sociali e i beni comuni vengono
considerati cose estranee da usare e spesso consegnare
all’incuria e al degrado. E dal recupero di questi beni
materiali, si può partire per mirare più in alto, ovvero al
recupero di valori immateriali come la legalità, l’istruzione e la coesione sociale.
Una visione dell’ambiente a tutto tondo, che è stata illustrata il 18 ottobre 2013 a Reggio Calabria da Fabio
Granata e Francesco Ferrante che, insieme a Roberto
Della Seta, hanno fondato “Green Italia”. La presentazione di Reggio Calabria fa da apertura alle iniziative
che si svolgeranno sul territorio calabrese e si inquadra
in un programma di eventi nazionale finalizzato a portare il movimento a dialogare con le persone e a confrontarsi con le istituzioni per individuare i problemi e proporre le soluzioni. Il sen. Francesco Ferrante, proveniente dal PD e con una lunga attività di ambientalista,
ha ribadito la necessità di ristabilire un rapporto di fiducia tra i cittadini e la politica, attraverso un impegno
serio e una presenza attiva sul territorio, richiamando
esperienze di amministrazione politica virtuose possibili anche in contesti difficili come per certi versi è quello
reggino. L’on. Fabio Granata, proveniente dall’esperienza del FLI seguita alla militanza in AN e anch’egli da
sempre impegnato nella risoluzione di problematiche
ambientali, ha richiamato Reggio Calabria a reagire ai
recenti eventi che hanno portato allo scioglimento per
contiguità mafiosa del consiglio comunale della città.
Descrivendo quella che definisce una “impresa politica”, Granata si è soffermato sulla necessità che oggi la
politica debba essere capace di proporre programmi operativi partecipati, che possano suscitare l’entusiasmo e
l’impegno necessari per coinvolgere la cittadinanza, in
una prospettiva “green”.
Gli interventi di Ferrante e Granata si sono inseriti in un
tavolo moderato dall’ing. Carlo Sbano, già candidato
12
Società
sindaco per la città di Reggio Calabria, che si è soffermato su tematiche cittadine “scottanti” sia da un punto
di vista ambientale che sociale, per invitare ad agire presto bene per “recuperare il patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, oggi così vituperato”. Sbano ha
introdotto gli interventi di tre professionisti che hanno
proposto analisi e spunti di riflessione. La dott.ssa
Francesca Cartellà, pedagogista clinica e direttore regionale Anpec, ha manifestato i disagi incontrati dai disabili nella città, dove non esistono spazi attrezzati per il
tempo libero né spazi comuni fruibili con accessi adeguati per una semplice passeggiata. Un contesto urbano
degradato che stride fortemente con le condizioni climatiche favorevoli e il
paesaggio naturale
incantevole che la
città possiede. La
dott.ssa
Cinzia
Marra, ricercatore
di Paleontologia
presso l’Università
di Messina, ha
richiamato l’unicità dello Stretto di Messina inteso come
ecosistema che si estende da 2000 di profondità sotto il
mare fino ai quasi 2000 metri di altitudine
dell’Aspromonte. Un ecosistema attuale da preservare e
valorizzare, che poggia su rocce e terreni che raccontano una storia geologica lunghissima attraverso i fossili.
Il prof. Carlo Morabito, ordinario e già Preside della
Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea di
Reggio Calabria, ha richiamato gli importanti progressi
scientifici nell’ambito delle energie rinnovabili. Proprio
grazie alle onde dello Stretto di Messina da anni è in
corso un progetto per lo sviluppo di tecnologie capaci di
sfruttare l’energia delle correnti e del moto ondoso.
Spunti di lavoro e di riflessione per Green Italia, che
propone un’uscita “verde” dalla crisi attraverso una
nuova economia fondata su sviluppo ecosostenibile,
rilancio dell’agricoltura, utilizzo di energie alternative e
forte impegno sociale indirizzato al recupero degli spazi
naturali e urbani per ridare bellezza e dignità alla nostra
casa comune. n
(nella foto da sinistra a destra: Francesco Ferrante,
Francesca Cartellà, Carlo Sbano, Cinzia Marra, Fabio
Granata, Francesco Carlo Morabito)
HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Esteri
Il petrolio del Brasile
Il problema di essere ricchi!
G
di Domenico Grillone
li interessi in ballo sono enormi, certo. E la vicenda è talmente complessa che meriterebbe una
analisi più approfondita. Ma vale la pena raccontarla. Partendo dalla scoperta di un enorme giacimento
di petrolio, fatta nel 2007 dalla compagnia petrolifera
brasiliana Petrobras e localizzato in mare, a 180 chilometri dalle coste degli stati di Santa Catarina e Espirito
Santo ed a settemila metri di profondità. Cosa c’è di strano in tutto questo? Niente. Se non fosse per il fatto che
la scoperta equivale, secondo autorevoli analisti, ad
almeno 19 miliardi di barili di petrolio. L’equivalente di
tutte le riserve del Messico e di tutto quanto la Petrobras
ha già sfruttato nei suoi 60 anni di vita. Si tratta, quindi,
di una ricchezza enorme per il Brasile, ma il compito
non sarà facile perché lo sforzo tecnologico per estrarre
il petrolio dovrà essere di grande portata. Lo si capisce
subito dal nome dell’area, “Pre-sal”, in cui è stato individuato il giacimento, formata da enormi strati rocciosi
posizionati a loro volta sopra un esteso sedimento di sale
che in alcune zone della costa può essere spesso anche
più di 2,000 metri. La distanza tra le riserve di greggio e
la superficie del mare è, in diversi punti, di 7mila metri.
Questo è il quadro geologico della storia, a cui si deve
necessariamente aggiungere la notizia che negli ultimi
cinque mesi, ben 16 incidenti nei giacimenti Pre-sal
hanno minacciato di coprire di petrolio le coste brasiliane. La stessa presidente Dilma Rousseff ha tuonato contro chi non rispetta le regole, ma il peggio potrebbe
ancora venire con lo sviluppo degli oleodotti e il passaggio delle petroliere: l’ultimo incidente, provocato
proprio dalla Petrobras, ha visto fuoriuscire una quantità imprecisata di greggio, ha comunicato l’Agenzia
Nazionale del Petrolio il 10 aprile senza peraltro scendere nei particolari. Ma l’incidente è stato preceduto da
quello del 31 marzo, quando quasi 1.600 litri di combustibile hanno oscurato il mare a 20 chilometri dalla
spiaggia di Ponta Negra. L’incidente più grave, però, è
stato quello del 7 novembre 2011 quando, per responsabilità della compagnia americana Chevron, sono caduti
in acqua circa 2.400 barili di petrolio che hanno tenuto
col fiato sospeso il Paese. Il rischio che il Cristo
Redentor dall’alto di Rio De Janeiro possa abbracciare e
benedire una baia interamente ricoperta da una immensa macchia di petrolio non è poi così remoto. D’altronde,
la possibilità che il petrolio da manna possa trasformarsi in maledizione è stato sottolineato da due grandi specialisti del settore, Mauricio Canedo della Fondazione
Getulio Vargas, e Marcus D’Ellia, specialista della
società di consulenze in logistica Ilos, i quali hanno
dichiarato al giornale Folha una mancanza di coordinazione tra gli attori in campo e la necessità di creare un
centro unificato di monitoraggio. Ma forse gli aspetti
politici ed economici dell’intero progetto sono anche più
inquietanti dei problemi geologici: è di appena qualche
giorno addietro la notizia che un consorzio formato da
Shell (20%), Petrobras (40%), Total (20%), Cnpc (China
National Petroleum Corporation) e Cnooc (China
National Offshore Oil Corporation) (10% a testa) si è
aggiudicato un contratto di produzione valido 35 anni
per la realizzazione e lo sfruttamento dell’enorme giacimento denominato “Libra”, quello stesso che copre l’area denominata Pre-sal al largo delle coste brasiliane.
Insomma, è successo esattamente il contrario di quanto
affermato dalla presidente Dilma durante la campagna
presidenziale
del
2010,
quando la stessa accusò il
candidato José
Serra di voler
privatizzare e
mettere all’asta il petrolio e
che questo non
era ammissibile, visto che il pré-sal era una ricchezza da utilizzare soltanto a favore del popolo brasiliano. La verità è che la
Petrobras, oltre a denunciare carenze tecnologiche, è
indebitata fino al collo e non ha i soldi per investire.
Allora per il governo brasiliano la decisione di monetizzare al più presto le proprie ricchezze, sia pure dividendole con altre compagnie petrolifere, è stata per così dire
quasi obbligata.
Immancabili le accuse dei sindacati contro il governo,
reo di svendere le ricchezze del Brasile, e le immancabili manifestazioni di protesta che hanno inaugurato la
stagione delle violenze dei Black Block anche a Rio.
La mossa decisiva che, al contrario, ha registrato gli
entusiasmi dei brasiliani, è accaduta pochi giorni fa,
quando è passata alla Camera dei Deputati la proposta di
destinare il 75% delle royalties del petrolio all’istruzione e il restante 25% alla sanità pubblica. Per essere
approvata la legge deve adesso superare lo scoglio del
Senato. Il dibattito è aperto. n
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HELIOS magazine 2013 n. 5-6
Recensioni
Paola Zaretti,
P
Nel nome della Madre, della Figlia e… della
Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi
(Confine, 2013, pp. 152, ¤eur o 10.00)
di Giancarlo Calciolari
aola Zaretti s’interroga sul futuro del femminismo, della
psicanalisi e della politica, in particolare della politica delle
donne. L’epoca pare aver separato definitivamente queste
tre istanze intellettuali e di vita originaria, per mantere la supremazia di un impianto sociale di dominio, dell’uomo sull’uomo e
dell’uomo sulla donna, che appunto non tollera la vita e che nello
specifico dell’indagine di Paola Zaretti procede dalla negazione
del femminile, come aveva anche constatato Freud in uno dei
suoi ultimi scritti, Analisi terminata e analisi interminabile, ripreso appunto nell’elaborazione in atto nel libro Nel nome della
Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e psicanalisi (Confine, 2013, pp. 152, ? 10). La negazione del femminile ha due nomi nello scritto citato di Freud: protesta virile nel
caso dell’uomo e invidia del pene (penisneid) nel caso della
donna. Occorre notare tra l’altro come ci siano rari scritti sulla
protesta virile e invece esista una biografia interminabile sull’invidia del pene. Il modo della risposta alla notazione di Freud
decide delle sorti della psicanalisi e del femminismo. L’invidia
del pene trova la sua messa in scena per eccellenza nell’isteria,
sin dalla teatralizzazione che ne hanno dato le pazienti di
Charcot. Per altro la neutralizzazione dell’isteria, rilevata da più
ambiti della psicanalisi, mira anche a rincantuzzare l’irruzione
delle donne nella scena civile dell’occidente. Per leggere l’attuale occorre riprendere il filo delle acquisizioni della battaglia intellettuale che ha per nome “femminismo”. E la posta in gioco del
dibattito in Italia, che ha portato all’egemonia del pensiero della
differenza, richiede di riprendere il confronto sulla questione dell’isteria che c’è stato tra due delle voci più importanti del femminismo italiano: Angela Putino e Luisa Muraro. Paola Zaretti con
il suo libro riapre l’archivio: non accetta il mal d’archivio, come
lo chiamava Jacques Derrida, e scrive in un’onda singolare in cui
tornano in gioco i testi delle due autrici, oggi pressoché introvabili. Si tratta di La posizione isterica e la necessità della mediazione (1993) di Luisa Muraro e di Amiche mie isteriche (1998) di
Angela Putino. Testi che sarebbe il caso di ripubblicare. È questa
anche la ragione della struttura del libro molto ricca di citazioni
tratte dai due testi, ma anche da altri scritti di autrici che erano
intervenute in questo dibattito. Per un altro aspetto importante il
libro è un omaggio a Angela Putino, scomparsa nel gennaio del
2007. Paola Zaretti rimette in discussione la via politica di risposta alla questione isterica, che nell’approccio di Luisa Muraro
rappresenterebbe una vera e propria cura, quindi sostitutiva anche
della pratica analitica. E i termini della prima non chiusura del
dossier sull’isteria vengono dal testo di Angela Putino che non dà
per acquisita l’assunzione dell’isteria nel pensiero femminista.
Curioso per altro come il fantasma isterico (altro non è che un
tentativo di padronanza e di controllo sulla vita, un tentativo di
edificare una “copia”, tale è l’etimo di fantasma) non sia attraversato né da Angela Putino né da Luisa Muraro, e questo secondo caso nonostante l’autrice si rubrichi dalla parte delle isteriche.
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In termini filosofici si scontrano una filosofia del divenire e
un’ontologia fondamentale, giunta a chiamarsi “ordine simbolico
della madre”, entrambe forse non affermate nel modo preciso in
cui lo riscontriamo. A lato del libro di Paola Zaretti, e lungo la sua
lettura, e quella dei testi che gentilmente ci ha messo a disposizione, si potrebbero anche valutare le convocazioni in causa di
autrici e autori per intenderne l’influenza. Come quella positiva
di Virgilio, dichiarata da Dante, o come quella negativa di Hegel
per Carla Lonzi. E si tratta di influenze che non determinano. In
tal senso, Angela Putino forgia alcuni dei suoi strumenti linguistici nelle officine di Gilles Deleuze e di Michel Foucault, mentre alcuni importanti materiali del viaggio li trova in Virginia
Woolf e in Simone Weil. La questione di Paola Zaretti rispetto
alla psicanalisi è quella di quale intervento nel caso dell’isteria.
Né la medicalizzazione né la psicologizzazione e neanche la
riproposizione della cura psicanalitica? Perché neanche quest’ultima? Perché si tratta della cura della psicanalisi dei padri o in
altri termini della psicanalisi che non rinuncia all’impianto del
primato del fallo, di un solo sesso, di una sola libido, come ha teorizzato prima Freud e come ha radicalizzato poi Lacan. Rare sono
le psicanaliste che leggono il primato
del fallo come fantasma e non come
struttura fondamentale. Quello che
annota Paola Zaretti rispetto alle analisi
che comportò parte del femminismo
quando considerò conclusa l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio è che
nella più parte dei casi c’è stata una felicità privata che non ha più avuto rispetti politici, pubblici. E annota anche che
il femminismo teorizzato da Luisa
Muraro, a partire da Luce Irigaray, non
ha portato una trasformazione della psicanalisi, ma solo la sua
ripresa filosofica. Quanto all’essenziale del lavoro di Paola
Zaretti, dopo aver riaperto l’archivio del femminismo italiano, e
avere ridato la priorità di lettura alla lezione di Angela Putino, c’è
l’acquisizione che l’ordine simbolico della madre, teorizzato da
Luisa Muraro, sia una nicchia che richiede lo stesso impianto fallico che contesta. Due ordini (o più) al posto di uno non intaccano il sistema ordinale, che produce esclusioni, come quella di
Lacan, di Irigaray, di Putino… Dal testo emerge l’istanza di
un’altra psicanalisi, in cui ciascuno/a sia in condizione di affrontare il viaggio intellettuale senza pagare dazi a nessun ordine.
Una psicanalisi che non può esistere in quanto tale ma nell’atto
di ciascuno/a psicanalista. Qual è la traccia di questa altra psicanalisi? Che nemmeno una briciola del fantasma possa intervenire come prescrizione. La prescrizione e la proscrizione sono
infatti i modi di riproduzione dell’impianto gerarchico. Emerge
anche l’istanza di un altro femminismo. n
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Intervista
E
L’occhio sul mondo
di Francesco Amato
di Elisa Cutullè
x- promessa calcistica eredita dal padre lo sguardo all’umanità che lo porta a dedicarsi al cinema.
Ha al suo attivo numerosi cortometraggi. Nel
2001 con Figlio di penna vince il Premio Jameson al
Torino Film Festival e il premio Fice al concorso per
cortometraggi Visioni Italiane di Bologna. L’abbiamo
incontrato al Festival del Cinema di Villerupt dove ha
presentato “Cosimo e Nicole”.
Ti puoi presentare per chi non ti conosce, a parole
tue.
Domanda molto difficile perché non saprei se presentarmi dal punto di vista professionale o privato. Non è semplice come risposta.
Posso però dire che sono una persona che adora andare
al cinema e che mi rappresenta, perché mi permette di
dare vita alla mia urgenza espressiva. Credo che sia un
aspetto comune a tutte le persone, ai narratori in particolare.
Quale è stato il primo film che hai visto al cinema?
È stato “Fantasia” di Walt Disney, anche se quello a cui
sono veramente legato è stato “ET” di Spielberg. Questo
film è riuscito ad unire le mie due grandi passioni: il
cinema e la raccolta di figurine. Secondo me cinema e
figurine hanno qualcosa in comune, perché raccontano
delle storie.
Penso che soprattutto mi abbia affascinato la provincia
americana che, in qualche modo, da un’idea di famiglia
marginale. Ho trovato marginalità sociale e di spirito che
permette all’extraterrestre di entrare e farsi amare dal
bambino e dalla famiglia. Questo sentimento l’ho sentito in molto film che trattavano della periferia americana
ma anche in molto film francesi, belgi e tedeschi. Una
questione di “mood”.
Ricordo che in quel periodo mi piacevano i film di Bud
Spencer e Terence Hill, ma non i Western. Ero attirato
dai film come “Uno sceriffo molto extra e poco terrestre”, ambientato in un posto che non aveva un’identità.
Sembrava un posto degli Stati Uniti ed invece il film era
stato girato in Toscana. Sono molto attratto dai film con
“non luoghi”.
E cosa ne pensi dei remake dei film? Potrebbe essere
uno dei tuoi prossimi progetti?
Questo è un approccio che non è tipicamente cinematografico secondo me, è più qualcosa che vedo nell’ambito teatrale. Come persona ho la tendenza a giudicare
poco o a non giudicare. Mi piace andare al cinema,
vedere anche i film brutti e non cambiarli. Devo dire che
il mio atteggiamento è quello di lasciarmi cogliere dalle
cose belle piuttosto che fantasticare su un possibile ed
eventuale remake del film. Una cosa che ho imparato dai
miei maestri è stato di ispirarmi a tecniche, momenti,
idee ma di renderli comunque miei.
Quando è scattato il desiderio di diventare tu quello
che racconta le storie?
La causa è stata, se così si può dire mio padre, medico di
professione e fotografo per passione. Quando andavamo
in vacanza scattava un
sacco di foto. Al rientro le
selezionava, ne creava diapositive e ce le presentava
come proiezioni. Queste
serate avevano a più livelli
un approccio cinematografico. Richiedevano una narratività. Era un giochetto che
prendevo a ridere, anche se
era un vero e proprio
Francesco Amato
approccio di montaggio. È
stato per me uno dei momenti più creativi. È grazie a lui che mi sono avvicinata al
cinema attraverso il mezzo fotografico. Quando mi regalò una chitarra, non sapevo come prenderla; mi inviò ad
un corso di inglese e tornavo a casa senza avere appresso nulla, mentre quando mi regalò una fotocamera ho
imparato immediatamente tutte le tecniche.
Mio padre avevo un occhio per l’umanità che è il punto
da cui non può che partire la ricerca di una storia, lo
sguardo sul personaggio. Mio padre mi ha comunicato
l’approccio alla vita.
Io giocavo, per esempio, anche a calcio e me la cavavo
piuttosto bene ed avevo già ricevuto diverse offerte da
alcune squadre. Mio padre non ne voleva sapere: aveva
intuito che potevo fare altro e in un certo senso mi ha
indirizzato.
A Villerupt hai presentato “Cosimo e Nicole” una
storia d’amore che nasce all’ombra delle sommosse
del G8. Nel tuo futuro cosa c’è?
C’è una commedia che mi piacerebbe fare. L’ho scritta
assieme a Francesco Bruni, regista di Scialla e sceneggiatore di diversi film di Virzì e Davide Lantieri, sceneggiatore de “L’intrepido” di Gianni Amelio e spero di
riuscire a farla nel 2014.
Poi c’è un documentario, su cui non svelo ancora nulla.
Posso dire che ci tengo tanto e che tratterà di un personaggio italiano importante. n
15
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R
L’asino di Cattelan
di Kreszenzia Gehrer
iunione di redazione. Fine mese. Tema: la violenza. Mille scadenze. E tutte affastellate. Che fare?
Via subito a redigere il pezzo. Anzi no… aspetta
un pò… fino all’ultimo momento… magari Maurizio
Cattelan ci esce fuori qualcosa dal cappello, ne farà una
delle sue. E infatti…
Che poi Cattelan, non s’illuda, qui, serve solo da parabola per riflettere d’altro. Per parlare d’arte. L’«altro»
per eccellenza.
Ma che ha fatto il Maurizio nazionale – ma no, non quello. Cattelan! – questa volta?
Siamo a venerdì 25 ottobre 2013. Cattelan non si presenta nell’aula magna dell’Accademia di Belle Arti di
Bologna per ritirare il premio quest’anno diventato
“Alinovi-Daolio”, in memoria del critico recentemente
scomparso. E ci manda, come suoi “emissari”, Fracesco
Mandelli (padre Boi) e Fabrizio Biggio (padre Giorgio),
più conosciuti forse, e chissà probabilmente con loro
soddisfazione, come “i soliti idioti”. Dopo l’asino (ricordiamo la celebre installazione L’asino tra i dottori che
ha ritirato la laurea honoris causa conferitagli dalla
facoltà di Sociologia dell’Università di Trento), si realizza l’ideale proseguimento del paradigma: gli idioti.
Nemmeno tra i più originali, i soliti, insomma, quelli a
memento della “banalità del male” – mutatis mutandis –
a cui ti devi piegare, nell’era del nulla.
Gli emissari travestiti da preticelli “de borgata” effondono: «E chi fu, chi fu, e chi fu l’artista contemporaneo di
maggiore successo? Ah, chi fu? Chi fu? Ma Gesù Cristo
Signore Onnipotente sceso su questa terra!»; «la famosa
installazione dei pani e pesci»; «e l’artra, l’artra perfomans… quella che camminava sull’acqua?» E poi quella «personale di Gesù Cristo che fu per quaranta giorni
e quaranta notti nel deserto e il diavolo che voleva comprargli l’opera, e lui (g)niente non si fece mai tentare?»,
che tanto ricorda il progetto della Fondazione Oblomov
nata per volontà di Cattelan per raccogliere i soldi da
erogare al primo artista che si fosse astenuto dall’esporre il proprio lavoro per almeno un anno. Il problema non
era trovare i soldi, ma trovare l’artista.
E il critico d’arte Renato Barrili, promotore del premio,
simbolo dell’accademismo fuori tempo massimo, s’infuria: «Da me non sarà mai più nominato Cattelàn, su questo ci giuro, lo cancello dal mio repertorio. Mi vergogno
di tutto quello che ho detto su di lui, lo ritiro. Ha fatto
una pagliacciata assolutamente offensiva della memoria
di Roberto Daolio»).
Ma Cattelan ci ha aperto già a dimensioni di sensibiliz16
Arte
zazione ulteriore: l’asinello morto che vale 2 milioni di
euro, i cavallini reifica(bili) mutilati, imbalsamati e conficcati nel muro in Kaputt per la Fondazione Beyeler di
Basilea, moltiplicazione ippica (altro che pani e pesci)
della celeberrima e discutissima Untitled del 2007. E i
pargoletti-fantocci impiccati, che si sono dovuti arrendere – obtorto collo – alla morale che condanna il delitto umano. Per carità, non stiamo qui a farne una questione di etica. Sappiamo già quanto l’arte sia a-morale
o per meglio dire pre-morale. E Sappiamo già quanto la
giustificazione etica possa assolutamente non essere a
volte una ragion sufficiente, se è vero, com’è vero che
Adolf Hitler era vegetariano…
Siamo nel pieno della così detta estetizzazione della violenza. Scrive Joel Black «Se, fra tutte le azioni umane
possibili ce n’è una che evoca l’esperienza estetica del
sublime, di certo
si tratta dell’omicidio […] Se l’omicidio può essere una forma d’arte allora l’omicida è una sorta di
artista o – un antiartista – la cui arte
si manifesta quale
“performance” e
la cui specificità non consiste nel “creare”, ma nel
“distruggere”.»
Così assistiamo all’ennesimo omicidio, dei cervelli. E la
sensazione che diventa sensazionalismo.
Scontro titanico tra l’“incartapecorimento” museale e
l’autoreferenzialità del contemporaneo che si diverte ad
“attizzare” quella morale che vorrebbe sepolta sotto tre
metri di terra.
Come il ragazzino di primo pelo che si diverte a fare la
linguaccia a papà.
La vittima, morta ammazzata, non l’avete ancora capito,
non è tanto l’arte, ma siamo noi, che stiamo così ammassati nel fondo del barile che ci basta per sentire un attimo di godimento estetico ripagato con scrosciante
applauso questo: «Se metta in fila, se metta in fila, ché
ce deve un sacco de sordi pure a noi!»
Siamo noi che c’abbiamo le “teste dentro al muro” e mi
chiedo, morte avanguardie e post-avanguardie, l’arte ha
ancora un significante? Insomma, la Merda d’artista,
oggi, mantiene ancora intatto il suo afrore? n